Tratto da
Andrea Cortellessa
Beckett l’italiano
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verata da Aldo Tagliaferri (1967-79), filosofica e lette- attributi del cancro del Tempo. Essi controllano anche i più
raria. Di più: filosofica e letteraria insieme. Sempre semplici episodi dell’opera proustiana, e la comprensione
Knowlson, infatti, riporta il testo di una lettera al- del loro meccanismo deve precedere qualsiasi particolare
analisi della loro applicazione. Sono gli archi rampanti del
l’amico Tom McGreevy del luglio 1930:
tempio eretto per commemorare la saggezza dell’archi-
Sto leggendo Schopenhauer. Tutti mi ridono appresso. Be- tetto, che è poi la saggezza di tutti i saggi da Brahma a
aufret e Alfy, ecc. Ma io non sto leggendo filosofia, non Leopardi, la saggezza che consiste, non già nella soddi-
m’interessa nemmeno se ha ragione o torto, se è un buon sfazione, ma nell’oblazione del desiderio:
metafisico o se non vale niente. Una giustificazione intel-
lettuale all’infelicità – la più grande che mai sia stata tentata “In noi di cari inganni
– merita l’attenzione di chi è interessato a Leopardi e a Non che la speme, il desiderio è spento.” (Beckett 1978,
Proust e non a Carducci o a Barrès. (Knowlson 1996, p. 140) p. 31)
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la funzione di icasticamente sintetizzare lo stato serisce un saggio del 1878 di Elme Marie Caro, Le pes-
d’animo – prima che l’orizzonte di senso – nel quale simisme au XIXe siècle: Leopardi, Schopenhauer, Har-
il Proust era stato concepito e realizzato3. tmann)4, a un’iridescente capriola ludico-parodica
Il pessimismo di Schopenhauer è uno dei princi- che – quanto meno psicologicamente, o esistenzial-
pali ‘personaggi concettuali’ – per deleuzianamente mente – non è forse arbitrario accostare al risus pu-
dire – del saggio di Tagliaferri che ricordavo prima, il rus o “dianoetico” di Beckett: “la risata che ride… si-
quale fa notare altresì come siano con ogni probabi- lenzio, prego… di tutto ciò che è infelice” (Beckett
lità filtrate dalle citazioni contenute nel Mondo come 1998, p. 43).
volontà e come rappresentazione anche altri passi ri- Alla linea della koinè ‘pessimistica’, diciamo, si può
portati nel saggio su Proust e altrove. Per esempio Cal- assimilare – con lo stigma dei versi-emblema di A se
derón, “Pues el delito mayor del hombre es haber na- stesso, fra l’altro – un’ulteriore traccia testuale leopar-
cido”, oppure l’Ecclesiaste, “Quid est, quod est? Ipsum diana presente nell’opus, anche se stavolta nel Nachlass
quod fuit. Quid est quod fuit? Ipsum quod est” (Ta- postumo. Per la precisione nel proto-romanzo del ’32
gliaferri 1967-79, p. 71n), che si può ipotizzare echeggi Dream of Fair to Middling Women, pubblicato solo nel
ancora nel Comment c’est del ’61. Ma certo la costel- ’92 (ringrazio Giancarlo Alfano per il generoso assist):
lazione ‘pessimistica’ è, e soprattutto era ai tempi del
saggio proustiano di Beckett, un vero e proprio tòpos Non est vivere, he was absolutely of that famous opinion,
dell’interpretazione leopardiana, a partire dal celebre sed valere, vita. He declined the darkest passages of
dialogo di Francesco De Sanctis, Schopenhauer e Leo- Schopenhauer, Vigny, Leopardi, Espronceda, Inge, Hatiz,
Saadi, Espronerda, Becquer and the other Epimethei. All
pardi appunto. Per parafrasare il saggio ‘genealogico’
day he told the beads of his spleen. Or posa per sempre,
su Joyce dello stesso Beckett si potrebbe dire, in- for example, he was liable to murmur, lifting and shifting
somma: Ecclesiaste… Leopardi. Schopenhauer… the seat of the disturbance, stanco mio cor. Assai palpita-
Proust. È fra l’altro una filiera molto simile, questa sti... and as much more of that gloomy composition as he
(fatto salvo, naturalmente, il punto d’arrivo), a quella could remember. (Beckett 1993, pp. 61-62)5
dalla quale prese le mosse l’originale interpretazione
leopardiana d’un altro grande maestro della modernità Dove ha senz’altro ragione Daniela Caselli, peraltro, a
come Jules Laforgue. Per poi appunto capovolgerla o, distinguere un pessimismo ‘in prima persona’ – per così
per dirla niccianamente, trasvalutarla: dal tetro pes- dire – esemplato dal Proust (dove “Leopardi represen-
simismo giovanile, nutrito da abbondanti letture ap- ted an ideal ‘tragic’ tradition to which Beckett felt he be-
punto di Schopenhauer e Hartmann (nel quale s’in- longed”), da quello attribuito al personaggio-marionetta
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di Belacqua in Dream of Fair to Middling Women Molloy ha ucciso il cane di Sofia, o Lousse, e si trova
(dove “Leopardi is not simply quoted, but he becomes ora nell’incombenza di seppellirne il corpo; la sua
part of the fictive novel”, con effetto distanziante e pa- gamba malata, però, gli impedisce di vangare; il pen-
rodico: “he is one of the instruments used by Beckett siero di poter essere allora privato di quell’arto inutile
to subvert the power of Literature as monument”)6. gli evoca, allora, altra e più significativa mutilazione –
La stessa Caselli segnala infine un’ultima e quasi im- parimenti desiderabile, peraltro (nello spirito, appunto,
percettibile traccia leopardiana, annidata non nell’‘ar- di Leopardi e Schopenhauer). Allineo di séguito il fran-
cheologia’ personale di Beckett, stavolta, bensì nel cese di Beckett, l’inglese di Beckett e Bowles e l’italiano
pieno della sua opera maggiore. E tuttavia, come si ve- di Tagliaferri, che ovviamente traduce dal francese (il
drà sùbito, a sua volta sottilmente dissimulata. Parlo corsivo è mio):
dell’auto-versione di Molloy, il romanzo inaugurale
della ‘trilogia’ uscito in francese nel ’51 e tradotto in in- Je ne disposais pour ainsi dire que d’une jambe, j’étais mo-
glese dallo stesso Beckett (assieme a Patrick Bowles) ralement unijambiste, et j’aurais été plus heureux, plus lé-
quattro anni dopo. Nel passo in oggetto, la micro-tes- ger, amputé au niveau de l’aîne. Et ils m’auraient enlevé
sera (sempre da A se stesso) s’introduce nel lavoro di quelques testicules à la même occasione que je ne leur au-
auto-riscrittura: come a dar corpo a un fantasma, a rais rien dit. Car mes testicules à moi, ballotant à mi-cuisse
au bout d’un maigre cordon, il n’y avait plus rien à en ti-
esplicitare insomma uno stimolo remoto, ma pun-
rer, à telle enseigne que je n’avais plus envie d’en tirer
gente, evidentemente già sotteso all’‘originale’. L’in- quelque chose, mais j’avais plutôt envie de les voir di-
tertestualità a matrici multiple e sovrapposte, e co- sparaître, ces témoins charge décharge de ma longue
stantemente trasvalutante, che è il proprium della mise en accusation. (Beckett 1951, p. 52)
scrittura di Beckett (l’“iperdeterminazione” di Taglia-
ferri, cioè), funziona ora in modo assai più sottile. Al I had so to speak only one leg at my disposal, I was vir-
posto del mosaico ‘a giorno’ esibito nel proto-ro- tually one-legged, and I would have been happier, livelier,
manzo ancora squisitamente joyciano, ora quegli stessi amputated at the groin. And if they had removed a few te-
enzimi agiscono ben più in profondità; a un punto tale, sticles into the bargain I wouldn’t have objected.
Far from such testicles as mine, dangling at mid-thigh at the
infatti, che in una prima ‘emersione’ (il testo francese)
end of a meagre cord, there was nothing more to be squee-
essi risultano metabolizzati senza residui. Mentre, in zed, not a drop. So that non che la speme il desiderio, and
una specie di curiosissima reatroazione intertestuale – I longed to see them gone, from the old stand where they
un rigurgito citazionale, verrebbe da dire –, riappaiono, bore false witness, for and against, in the lifelong charge
a sorpresa, nella riproposizione trans-linguistica. against me. (Beckett 1979, p. 34, cit. in Caselli 1997, p. 12)
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Non disponevo per così dire che d’una gamba, ero mo- tuato fra l’individuo e l’ambiente che lo circonda, o fra l’in-
ralmente unigambista, e sarei stato più contento, più leg- dividuo e le sue eccentricità organiche, la garanzia di
gero, amputato all’altezza dell’inguine. E se nella stessa oc- un’insensibile inviolabilità, il parafulmine della sua esi-
casione mi avessero tolto qualche testicolo non avrei stenza. L’abitudine è il ceppo che incatena il cane al suo
detto niente. Perché da testicoli come i miei, ballonzolanti vomito. Respirare è un’abitudine. La vita è abitudine. O
a mezza coscia all’estremità d’un magro cordone, non c’era piuttosto, la vita è una successione di abitudini, come l’in-
più niente da cavare, tanto che non avevo più voglia di dividuo è una successione di individui; e dal momento che
cavarne qualcosa, ma semmai di vederli sparire, questi te- il mondo è una proiezione della coscienza individuale
sti a carico e discarico della mia lunga imputazione. (Bec- (Schopenhauer direbbe: una oggettivazione della volontà
kett 1996, pp. 36-37) individuale), il patto può esser continuamente rinnovato,
e la lettera di salvacondotto aggiornata. La creazione del
Passando dalla mera rassegna dei loci alla loro inter- mondo non ha avuto luogo una volta sola per sempre, ma
pretazione, direi che vada anzitutto sottolineato come, ha luogo ogni giorno. (Beckett 1978, pp. 31-32)
già nel Proust, il dispositivo Leopardi-Schopenhauer ve-
nisse impiegato da Beckett non solo nel senso generi- Il ‘sistema’ dell’abitudine o, per appunto leopardia-
camente pessimistico della cultura simbolistico-deca- namente dire, dell’assuefazione si fa dunque ulte-
dente ma – con adesione più intima e, parrebbe, riore figura concettuale di quella cattiva infinità che è
analitica al pensiero di Leopardi, ben al di là dunque dei stimmate filosofica decisiva, per Beckett, sin dal già ri-
versi-emblema di A se stesso – cordato saggio d’esordio Dante… Bruno. Vico…
all’analisi del nesso assuefazione-noia: appunto centrale Joyce, (il quale del resto precede la monografia prou-
nel pensiero del nostro poeta-filosofo (anche se Beckett, stiana d’un paio d’anni appena: cfr. Beckett 1991). An-
al riguardo, appena possibile torna a riferirsi alla propria che in quel caso il riferimento, si sa, è alla nostra let-
‘fonte’ principale, cioè a Schopenhauer). Sùbito dopo la teratura: in particolare al Purgatorio dantesco
prima citazione leopardiana, sempre nel Proust, si legge trasvalutato – s’intende – col ricorso a Joyce (ma in-
infatti (a revocare radicalmente in dubbio la vulgata se- tanto si noterà come per designare Dante Beckett im-
condo la quale la negatività venga alfine redenta, nella pieghi una perifrasi prelevata, senza citarne la fonte
Recherche, dal Temps retrouvé ovverosia appunto dalla come se si trattasse di tassello di fama proverbiale,
memoria): dalla canzone di Leopardi Sopra il monumento di
Dante che si preparava in Firenze: “colui per lo cui
Le leggi della memoria sono soggette alle più generali verso – il meonio cantor non è più solo”, Beckett
leggi dell’abitudine. L’abitudine è un compromesso effet- 1991, p. 36)7.
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Di qui, è facile postillare, discendono i set nei quali Beckett. Ma è una lezione che si approfondirà col
sarà ambientata la produzione beckettiana a venire. A tempo: giungendo al suo nucleo irradiante con l’ul-
differenza che in quello dantesco, dove un termine del tima, rastrematissima e radicale parte dell’opera sua.
viaggio di espiazione – pur remotissimo – è costante- Chi ha descritto meglio di tutti questa condizione sono
mente previsto, nel Purgatorio di Joyce (e di Beckett) il stati un filosofo come Gilles Deleuze e uno scrittore –
movimento è per l’appunto ciclico, circolare (secondo di suo assai ‘beckettiano’8 ma anche, col tempo, sem-
una suggestione vichiana pure puntualmente addotta pre più marcatamente ‘leopardiano’ (cfr. Cortellessa
dal saggio del ’29), e proprio per questo destituito di 2003) – quale Gianni Celati. Il primo, nel suo memo-
senso (cioè di significato e vettore): in tutti i sensi, cioè, rabile breve saggio L’épuisé (pubblicato nel ’92, cioè a
senza fine. La versione definitiva di questo incubo ten- sua volta nel pieno della spossatezza che tre anni dopo
denzialmente astratto ci verrà offerta da Le dépeupleur lo porterà a farla finita…; Ginevra Bompiani, che l’ha
(1970), che pare fedele trascrizione narrativa dell’im- tradotto, lo definisce “un libro sulla vecchiaia, sul-
magine finale dello scritto joyceano: “null’altro che que- l’esaurimento della potenza”)9, descrive lo spazio del-
sto: né premio né punizione, semplicemente una serie l’ultimo Beckett come il luogo che si raggiunge una
di stimolanti che permettano al gattino di afferrare la volta esaurite le possibilità della combinatoria (quelle
propria coda. E l’agente parzialmente purgatoriale? Il che avevano fatto la joycity del maestro di Beckett,
parzialmente purgato” (Beckett 1991, p. 42). cioè) nonché, più alla radice, le stesse “potenzialità
È per questo che, appunto con Leopardi, “la sag- dello spazio” (Deleuze 1999, p. 26)10: dove dunque
gezza […] consiste, non già nella soddisfazione, ma nel- “l’energia dell’immagine è dissipativa” (ivi, p. 28) e si
l’oblazione del desiderio”; perché non è la “punizione” produce “una specie di epurazione vocale e spaziale”
purgatoriale che va evitata, bensì i sempre “stimolanti” (ivi, p. 40). Questo per Deleuze si mostra con ogni evi-
desiderî, che riducono la vita dell’uomo a quella della denza nei teledrammi dell’ultimo periodo, come … nu-
bestiola da laboratorio: chiusa nel suo eterno, cattiva- vole… del ’76 o Nacht und Träume dell’82: perché qui
mente infinito e infinitamente cattivo, circuito di volontà in gioco non è neppure la mera verbalità – già da
e rappresentazione. Quello di un purgatorio destinato tempo ‘esaurita’ da Beckett… – bensì quella che l’au-
a non colmare mai la propria condizione di “parzial- tore dell’Immagine tempo e dell’Immagine movimento
mente purgato”: e, proprio per questo, senza fine. chiama la “lingua III” attiva nell’opera beckettiana,
Il senso d’un esaurimento terminale – terminale ma, cioè appunto quella per immagini. “La voce estingue
come sappiamo, infinitamente penultimo – è del resto il possibile mentre lo spazio estenua le sue potenzia-
la vera, grande lezione che dal Leopardi estremo trae lità” (ibidem):
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In ogni caso, l’immagine risponde alle esigenze di Mal vi- pazione, e lascia così dietro di sé una vibrazione affet-
sto Mal detto, Mal visto Mal sentito, che governano il re- tiva”. Appunto la scrittura come fiato in via d’estinzione
gno dello spirito. E poiché è un movimento dello spirito, di cui parla Deleuze.
non si separa dal processo della propria scomparsa, della
E infatti quello che propone di abitare Celati – per
propria dissolvenza, prematura o meno. L’immagine è un
soffio, un fiato, ma spirante, in via d’estinzione. L’imma- Leopardi, per Beckett e ovviamente per se stesso,
gine è quel che si spegne, si consuma, è una caduta. È una nonché per chi se la senta di seguirlo – è, appunto
pura intensità che si definisce come tale per la sua altezza, come l’ha descritto Deleuze, il luogo dell’esaurimento
cioè per il suo livello sopra lo zero, che descrive solo ca- del linguaggio. O, altrimenti detto, l’ultimo orizzonte
dendo. (Deleuze 1999, p. 46) della parola. Questo “depotenziamento della parola”,
questo “parlare contemplativo”, conduce, se portato ai
Ma, come accennavo, chi ha ricondotto questa costel- suoi estremi, al sussurro. Cioè a quella sensibilità che
lazione al suo ètimo ultimo – appunto a Leopardi, cioè Celati definisce “sfinimento”, esemplandola – guarda
– è stato Gianni Celati. Devo citare, e me ne scuso, dai un po’ – proprio su A se stesso. La sua lettura del tardo
miei appunti presi ascoltando una serie di conferenze canto leopardiano da parte sua è, al riguardo, un’in-
purtroppo ancora inedite, nelle quali in occasione del terpretazione critica in piena regola: ogni ripresa di
centenario di Leopardi del ’98 Celati ha minuziosa- verso, ogni enjambement, costituisce una ripresa in
mente analizzato la sua prosa11. Parlando dello Zibal- extremis dello sfinito, un minimo (o meglio, correg-
done, Celati ha descritto questa scrittura come mai “co- gerebbe Deleuze, penultimo…) sussulto biologico, re-
struttiva”, bensì “dissipatoria” (nel senso proprio, ha siduale: “come parole che si pronuncino nell’addor-
precisato, delle «strutture dissipative» – irreversibili, irri- mentarsi”.
petibili, imprevedibili – di cui ha parlato Ilya Prigogine). Allora viene in mente il centro lancinante di Cinema
Nel Novecento, ha aggiunto Celati, pochi hanno saputo naturale, il più leopardiano e il più ‘esausto’ dei libri di
affrontare il demone ‘leopardiano’ di una scrittura anti- Celati, il suo terzo episodio intitolato Nella nebbia e nel
economica, radicalmente non-costruttiva, dissipativa sonno (Celati 2000, pp. 40-59). Il narratore, come negli
insomma: Pessoa, Cioran, Bernhard, Celan, Manganelli. altri racconti che compongono il libro, è semplice por-
E naturalmente il più grande di loro: Samuel Beckett, ap- tavoce di una serie di esperienze che gli sono state nar-
punto. Come quella di Leopardi, la scrittura di Beckett rate: per la precisione da un amico, nel frattempo
vive (cito sempre dalle conferenze inedite di Celati) “nel- morto, che a sua volta (doppio è qui il filtro narrativo,
l’eco di ciò che svanisce, nell’echeggiare di un suono dunque) aveva ascoltato i racconti di una sua amica di
cessato per sempre: restituisce l’immagine di una dissi- nome Alida. Racconti che per lungo tempo ha avuto
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l’abitudine di registrare e conservare (come fa, cioè, il e la sentiva bisbigliare, o fare piccoli squittii che gli ri-
Krapp di Beckett – ma in quel caso era la propria la cordavano i versi d’un topo. A volte nel dormiveglia la
sentiva chiedere: “Mi capisci?”, e dal letto le rispondeva:
voce che si ascoltava, propri i ricordi che risanguina-
“No, ma vai avanti lo stesso”. (ivi, p. 51)
vano…):
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Note
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Bibliografia
CORTELLESSA (2005), Frammenti di un discorso sul comico. TAGLIAFERRI A. (1967-79), Beckett e l’iperdeterminazione lette-
“Archeologia di un’archeologia” per Gianni Celati: 1965- raria, Feltrinelli, Milano.
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www.edup.it