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a cura di

Anna Dolfi
Gli intellettuali/scrittori
ebrei e il dovere della
testimonianza
In ricordo di Giorgio Bassani

FIRENZE
UNIVERSITY
PRESS
MODERNA/COMPARATA

— 21 —
MODERNA/COMPARATA

COLLANA DIRETTA DA
Anna Dolfi – Università di Firenze

COMITATO SCIENTIFICO
Marco Ariani – Università di Roma III
Enza Biagini – Università di Firenze
Giuditta Rosowsky – Université de Paris VIII
Evanghelia Stead – Université de Versailles Saint-Quentin
Gianni Venturi – Università di Firenze
Gli intellettuali/scrittori ebrei
e il dovere della testimonianza
In ricordo di Giorgio Bassani

a cura di
Anna Dolfi

Firenze University Press


2017
Gli intellettuali/scrittori ebrei e il dovere della testimonianza :
in ricordo di Giorgio Bassani / a cura di Anna Dolfi. – Firenze :
Firenze University Press, 2017.
(Moderna/Comparata ; 21)

http://digital.casalini.it/9788864535623

ISBN 978-88-6453-561-6 (print)


ISBN 978-88-6453-562-3 (online PDF)
ISBN 978-88-6453-563-0 (online EPUB)

Progetto grafico di Alberto Pizarro Fernández, Pagina Maestra snc

BASSANI 1916/2016

Con il patrocinio di

Certificazione scientifica delle Opere


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R. Lanfredini, A. Lenzi, P. Lo Nostro, G. Mari, A. Mariani, P.M. Mariano, S. Marinai, R. Minuti, P.
Nanni, G. Nigro, A. Perulli, M.C. Torricelli.

La presente opera è rilasciata nei termini della licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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This book is printed on acid-free paper

CC 2017 Firenze University Press


Università degli Studi di Firenze
Firenze University Press
via Cittadella, 7, 50144 Firenze, Italy
www.fupress.com
INDICE

SALUTO E INTRODUZIONE AI LAVORI 13


Luigi Dei

PAROLE DIFFICILI. PER TRACCIARE I CONFINI DI UNA RICERCA 15


Anna Dolfi

EBRAISMO E MEMORIA

SIGNIFICATO E VALORE DELLA TESTIMONIANZA NELLA BIBBIA


E NELLA TRADIZIONE EBRAICA 27
Ida Zatelli

LA LEGGENDA DELL’EBREO ERRANTE


NELLA LETTERATURA ROMANTICA 35
Patrizio Collini

PARIGI 1928-1932: LA COLLANA «ARTISTES JUIFS» DE LE TRIANGLE


TRA PROMOZIONE ARTISTICA E APPARTENENZA EBRAICA
Alessandro Gallicchio
1. Critica d’arte e antisemitismo 43
2. Le Triangle e la collana Artistes juifs 44
3. L’arte contemporanea e gli ebrei 46
4. Conclusioni 49
ANDENKEN: CONTINUITÀ E FRATTURE NELLA FILOSOFIA
DELLA STORIA TRA GIUDAISMO E CRISTIANESIMO.
INTELLETTUALI EBREI E TRADIZIONE APOCALITTICA
TRA «ENTRE-DEUX-GUERRES» E «APRÈS-GUERRE» 53
Mario Domenichelli

EDMOND JABÈS. LA PAROLA FERITA 63


Antonio Prete
8 INDICE

I VOLTI DELLA MEMORIA. ARTISTI DOPO L’EMANCIPAZIONE 69


Dora Liscia Bemporad

A PROPOSITO DI «EXIL DES LANGUES, LANGUES D’EXIL.


EXEMPLES D’AUTEURS D’ORIGINE JUIVE» 79
Claude Cazalé Bérard
1. Yiddish, esilio e sopravvivenza 80
2. Tra lingue e esili nella Mitteleuropa 82
3. Scrittori di lingua tedesca nella Germania del dopoguerra: esilio della lingua 88
4. Lingue salvate: dal giudeo-spagnolo al «Judan» e al giudeo-alsaziano 92

SEMANTICA E TESTIMONIANZA

«LA MORTE È LA MONETA DEL POTERE»


IL NOVECENTO IRREDENTO DI ELIAS CANETTI
Silvana Greco
1. La metamorfosi di uno scrittore 99
2. Origine del comando: il potere 101
I TEMI DELL’ESILIO E DELLA REDENZIONE NELLA NARRATIVA
DI BERNARD MALAMUD 107
Gigliola Sacerdoti Mariani

«SCRIVERE L’INIMMAGINABILE»: «L’ESPÈCE HUMAINE»


DI ROBERT ANTELME 129
Enza Biagini
1. L’inimmaginabile 130
2. «La scrittura lazzariana» 136
3. La specie umana. L’immagine di sé 141
4. L’Autore e il testimone 149
SEBALD, UN TENTATIVO DI TESTIMONIANZA 161
David Matteini

LA RIMOZIONE 173
Laura Barile
1. Fortini, Vittorini, «Il Politecnico» 174
2. Tre storie editoriali e «Se questo è un uomo» 178
3. Saba e «Il Ponte» 181
4. L’imprescrittibile, gli intellettuali francesi, «Combat» e «Les Temps Modernes» 183
5. Amos Oz e Israele 184
6. Teatro, cinema, tv 185
UN MODO NEL MONDO: LA VITA NON È ALTROVE 189
Carlo Carlucci
INDICE 9

UN EDITORE PER LA TESTIMONIANZA 211


Daniel Vogelmann

SCRIVERE LA MEMORIA

LE «MELODIE EBRAICHE» DI HEINE. TESTIMONIARE


L’APPARTENENZA E PARTECIPARE AL TEMPO DELLA MEMORIA 225
Liliana Giacoponi

«UND ALLES ERINNERT MICH AN ALLES». LA TESTIMONIANZA


DI MARGARETE SUSMAN 237
Giuliano Lozzi

MEMORIA DELLA SHOAH E SCRITTURA IN NELLY SACHS 251


Mattia Di Taranto

NEL NOME DEL PADRE E DEL MESSIA. MEMORIA E IDENTITÀ


EBRAICA IN BRUNO SCHULZ 269
Francesco M. Cataluccio

«LA TEMPESTA SUL FIORE». GIACOMO DEBENEDETTI


E LA «FERITA» DELLA PERSECUZIONE 279
Dario Collini

ARTURO LORIA. UN FENOMENO DI DIPLOPIA 291


Ernestina Pellegrini

«GLI EBREI». UN ARTICOLO DI NATALIA GINZBURG E LE SUE VICENDE 299


Domenico Scarpa

GLI EBREI DI AMOZ OZ 315


Paolo Orvieto

UN’IDENTITÀ, NONOSTANTE TUTTO

«DAS MÄRCHEN DER TECHNICK» E «DER VERLORENE SOHN»:


DUE RACCONTI DI ALFRED DÖBLIN 339
Claudia Sonino

IRÈNE NÉMIROVSKY: UN’INTERESSANTE AMBIGUITÀ 349


Valeria Dei
10 INDICE

CESARE SEGRE, LA CONDIZIONE E LA COGNIZIONE DELL’EBRAISMO 361


Clelia Martignoni

LA SHOAH NELL’OPERA DI HEINER MÜLLER 371


Benedetta Bronzini

L’INEVITABILE EBRAICITÀ DI MAURICIO ROSENCOF 381


Giorgia Delvecchio

ESSERE EBREI IN TURCHIA 395


AyŞe SaraÇgil

LA MEMORIA DIFFICILE. LA SHOAH NEI GRAPHIC NOVEL


DELLA «SECONDA GENERAZIONE»
Elisabetta Bacchereti
1. La memoria difficile 407
2. I padri sanguinano storia e qui cominciano i guai dei figli 409
3. L’insostenibile leggerezza dell’essere figli di sopravvissuti dell’Olocausto 414
4. Crescere all’ombra di Auschwitz 419
I CONFLITTI DELLA MEMORIA 427
Elisa Lo Monaco

PER GIORGIO BASSANI

LA MEMORIA NELLA TRADIZIONE EBRAICA


E NEL «ROMANZO DI FERRARA» 435
Piero Capelli

SCRIVERE DI LÀ DAL CUORE


Anna Dolfi
1. Ai margini delle soglie 451
2. Andando verso l’oltranza 453
3. Scrivere di là dal cuore 455
UNA DOMENICA D’APRILE 1957 E UN’ULTIMA VISITA.
IL PROLOGO A «IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI» 459
Portia Prebys

NEL GIARDINO DI MICÒL: FIABA, LUTTO E TESTIMONIANZA 475


Eleonora Conti
1. Un lutto perenne 476
2. Dal forestiero testimone all’Io narrante 479
3. Prefigurazioni e simbolismi 482
4. Le masse invisibili 483
6. Guadi della Storia e un buco nero 485
INDICE 11

IL DESIDERIO DI LUCE E LA CONDANNA AL BUIO.


«DIETRO LA PORTA» TRA AUTORIALITÀ E NARRAZIONE 489
Gianni Venturi

LO STILE DI UNA TESTIMONIANZA


Pietro Benzoni
1. I margini della finzione narrativa 503
2. Il giardino tradito 507
3. L’indiretto libero e la sintassi multipla 510
4. Una sfuggente precisione 515
LE TEMOIGNAGE ILLISIBLE. PAUL CELAN, GIORGIO BASSANI 521
Guillaume Surin

INTERSEZIONI AFFETTIVO-SEMANTICHE
TRA MEMORIA E TESTIMONIANZA
Francesca Nencioni
1. La «vocazione alla solitudine»: un intreccio tra carattere e destino 559
2. Semantica della memoria 562
3. Semantica della testimonianza 569
4. Semantica dell’isolamento, tra memoria e testimonianza 576
UNA LAPIDE IN VIA MAZZINI: LA VERA STORIA GEO JOSZ 581
Marcella Hannà Ravenna
1. Geo Josz, il protagonista del racconto di Bassani 581
2. Eugenio Ravenna, l’ispiratore del racconto 584
3. Gli anni della persecuzione e della deportazione 585
4. Il ritorno a Ferrara 592
DALL’ARCHIVIO DI MIO PADRE 597
Paola Bassani

PRIMO LEVI CONTRO L’OBLIO E IL ‘SOGNO’ DI RACCONTARE

PRIMO LEVI: THE MATTER OF LIFE AND SUICIDE 615


Jacob Golomb
1. Life Beyond Definite Identity 615
2. The Guilt-Feeling of the Survival and His Suicide 620
Epilogue: Vita brevis, ars longa 625
TESTIMONE DI CIVILTÀ SCOMPARSE. LEVI E LA LETTERATURA
MITTELEUROPEA SUL MONDO EBRAICO-ORIENTALE 629
Anna Baldini
12 INDICE

IL SISTEMA PARODICO. PARODIE SACRE IN «SE QUESTO È UN UOMO»


Alberto Cavaglion
1. Premessa 645
2. Il Sistema «Parodico» 647
3. Animali mimetici 648
4. Imitatio Comediae 651
5. Parole che danzano per il capo 652
6. Personaggi segnalibri 654
7. Riscritture di divini uffici 656
L’ETICA DELLA FINZIONE. PRIMO LEVI E I MITI 659
Federico Pianzola

PRIMO LEVI E LA TESTIMONIANZA DELLA POESIA 669


Marco Marchi

LEVI E LA «ZONA GRIGIA» COME PREMESSA POETOLOGICA 675


Almut Seyberth

PRIMO LEVI, IL DOPPIO LEGAME 685


Andrea Cortellessa

«L’ALTRUI MESTIERE»: DUE AMICIZIE AL FEMMINILE DI PRIMO LEVI 693


Oleksandra Rekut-Liberatore
1. Luciana Nissim Momigliano: dalla Resistenza alla tardiva testimonianza
del rimosso 694
2. Giuliana Fiorentino Tedeschi: l’amore per le lingue e la memoria del Lager 704

INDICE DEI NOMI


a cura di Martina Romanelli
PRIMO LEVI CONTRO L’OBLIO E IL ‘SOGNO’ DI RACCONTARE
PRIMO LEVI, IL DOPPIO LEGAME1

Andrea Cortellessa

Se ne sono conservate poche, di foto segnaletiche degli internati ad Auschwitz;


all’arrivo dell’Armata Rossa, le SS le bruciarono quasi tutte. Primo Levi. Di fron-
te e di profilo, s’intitola il ritratto dello scrittore da parte del suo maggior studio-
so, Marco Belpoliti (un libro imponente, da ora in poi strumento indispensabi-
le per chi appunto studia Levi, ma anche esperienza di approfondimento appas-
sionante per ogni suo lettore): come si configurano per tradizione, appunto, le
foto segnaletiche. Come dire che «Levi resta sempre un deportato», anche dopo
la liberazione (lo dice l’incubo su cui si chiude La tregua): sino alla sua tragica
fine. A una dimensione di prigionia meta-storica, esistenziale, alludeva pure la
copertina (di Bruno Munari) della prima edizione einaudiana di Se questo è un
uomo, del 1958: «le righe nere verticali e orizzontali danno il senso di uno stec-
cato, di una prigione» (è sempre Belpoliti a parlare).
Ma prigioniero di cosa? All’indomani della morte, scrisse Pietro Chiodi di
Beppe Fenoglio che «forse per vivere bisogna dimenticare, ma certamente per
capire bisogna ricordare». E davvero Levi (dal momento esatto della liberazione
da Auschwitz, il 27 gennaio 1945, alla vigilia immediata del suicidio, l’11 apri-
le 1987) mai ha smesso di cercare di capire – senza dunque mai cessare di ricor-
dare: nel senso duplice di fare la maggiore chiarezza in se stesso, su quei quattor-
dici mesi passati all’inferno, dall’arresto alla liberazione. Ma anche di ricordarlo:
a tutti gli altri. Prigioniero di quella testimonianza cui, per più di metà, dovette
sacrificare la sua esistenza; ma alla quale, secondo alcuni, egli in quanto «salva-
to» la doveva. Quel dovere «gigantesco», più grande di lui come di chiunque al-
tro, confliggeva però con una vocazione preesistente al Lager: quella di scrittore.
Un concetto-chiave di quello che è insieme il testamento e il capolavoro di
Levi, I sommersi e i salvati, è la «zona grigia»: che separa e insieme congiunge i

1
Questo intervento risulta dall’ampliamento di due recensioni: quella alla monografia di
Marco Belpoliti, Primo Levi. Di fronte e di profilo, edita da Guanda nell’agosto del 2015 (uscita
su «Tuttolibri» il 3 ottobre 2015), e quella della nuova edizione delle Opere complete di Levi, a
cura dello stesso Belpoliti, pubblicata in due volumi da Einaudi nell’ottobre del 2016 (uscita su
<http://www.alfabeta2.it> il 29 gennaio 2017).
686 ANDREA CORTELLESSA

carnefici e le vittime. Anche lui, in quanto «salvato», temeva di farne parte? In


copertina al suo libro Belpoliti ha voluto uno degli inquietanti fotoritratti re-
alizzati da Mario Monge l’anno prima del suicidio, nei quali Levi cela il pro-
prio volto dietro maschere raffiguranti animali, da lui stesso realizzate con fili di
rame, scarti di fabbrica che possono ricordare i fili spinati. L’animale in coper-
tina è il suo preferito, il gufo (tre gufi disegnati da lui stesso al computer aveva
posto Levi in copertina alla prima edizione dei saggi raccolti nell’Altrui mestie-
re, nel 1985). Alle sue spalle un altro animale da lui prediletto, la farfalla: ani-
male metamorfico, duplice, per antonomasia. Colui che si definirà un «centau-
ro» sapeva di ospitare in se stesso una zona, se non grigia, opaca. Come dice
Belpoliti, «lo scrittore manipola la realtà per scrivere, la adatta facendo uso della
finzione»: la quale però per Levi era eticamente assimilabile alla menzogna (non
a caso la sua unica polemica «letteraria» fu con Giorgio Manganelli, suo antipo-
de speculare: se ne veda la ricostruzione, da parte di Domenico Scarpa, nel suo
libro Storie avventurose di libri necessari, Gaffi 2010). L’esigenza psichica, prima
che il dovere etico, della chiarezza si spiega perché «l’oscurità lo insegue conti-
nuamente», come dice Belpoliti (si ricordi la lettura di Todesfuge di Celan che –
confessa Levi nella Ricerca delle radici, nel 1981, dopo avere cercato di allonta-
narla da sé, nell’intervento Dello scrivere oscuro poi raccolto nell’Altrui mestiere
– porta in sé come un «innesto»). Il Centauro è figura doppia anche in questo
senso: egli contempla con sguardo illuminista la sua stessa figura avviluppata,
opaca, prigioniera: «Ecco, ci dice Levi, voi siete come quei soldati sovietici all’i-
nizio della Tregua, guardate dall’alto dei vostri destrieri» (non a casa il Centauro
è metà uomo e metà destriero…) «questo paesaggio di morte. Ma anche io, il
sopravvissuto, il testimone del Lager, sono qui con voi a guardare, e però con-
temporaneamente là, nel campo, sono l’oggetto del vostro sguardo, del mio stes-
so sguardo»: è una delle pagine più intense, e penetranti, del libro di Belpoliti.
Su Levi la critica ha esitato a lungo. Si pensava evidentemente che su di lui
ci fosse poco da interpretare, poco da analizzare. È tutto talmente chiaro, espli-
cito, diretto. Va solo indicato ad esempio, Levi. E invece, come assai condivisi-
bilmente dice Belpoliti, «spesso la santificazione di un autore è un modo rapido
ed efficace per evitare di fare fino in fondo i conti con lui». Perché Levi è un au-
tore chiaro, sì; ma tutt’altro che semplice. Al contrario, è assai complesso (tanto
che, racconta a titolo personale Belpoliti, lui lo lesse negli anni Ottanta – sulla
scorta di quanto ne aveva scritto Calvino, che lo aveva annesso al suo pantheon
di scrittori «enciclopedici» – nell’ambito del pensiero, allora à la page, della
«complessità»; e, persino, come autore «postmoderno»). In effetti nel risvol-
to dell’edizione ’58, con ogni probabilità scritto appunto da Calvino, l’in-
cubo di cui spesso Levi ha parlato, desunto dalla Ballata dell’antico marina-
io di Coleridge, non è tanto di non essere creduti, quanto di non essere capi-
ti («cercar di raccontare ai famigliari e agli amici le sofferenze passate, ed ac-
corgersi con un senso di pena desolata ch'essi non capiscono, non riescono a
rendersi conto»).
PRIMO LEVI, IL DOPPIO LEGAME 687

Ha fatto la strada più lunga, Levi. E non solo al ritorno da Auschwitz, quan-
do per tornare a Torino – come racconta lui stesso nella Tregua – ci mise quasi
nove mesi, passando dall’Ucraina e dalla Romania. Fino al 1977, quando andrà
finalmente in pensione dalla professione di chimico (nella quale s’era impiega-
to all’arrivo a casa, prima alla Duco-Montecatini di Avigliana poi alla Siva di
Settimo Torinese; al mondo della fabbrica dedicherà un intero libro nel ’78, La
chiave a stella), Levi resta uno scrittore semiprofessionista – «scrittore non scrit-
tore», si definisce lui stesso in quegli anni; quasi alla lettera uno «scrittore del-
la domenica»: che solo nelle pause del suo «primo mestiere», cioè, può attende-
re alla propria scrittura. Sicché si deve essenzialmente all’edizione che delle sue
opere diede vent’anni fa una prima volta Belpoliti (nella gloriosa, perenta NUE;
di quella storica edizione, nella nuova e fastosa appena uscita, si conserva il sag-
gio introduttivo di Daniele Del Giudice ma per il resto – come dirò più avanti
– appare completamente rinnovata), se – come annota lui stesso nell’Avverten-
za del curatore – oggi Levi è considerato, invece, «uno scrittore a tutto tondo».
Dato, questo, che si può misurare proprio considerando il mutare, negli ultimi
vent’anni, della sua fortuna.
Non è peraltro l’unico né il primo Levi, fra gli autori di primo piano nel
nostro Novecento letterario, ad aver dovuto alternare le «due culture», e le due
professioni a loro collegate; basti pensare a Gadda. Se dunque Levi non venne
considerato, né si considerò lui stesso, un «vero» scrittore (a differenza di quan-
to sin dall’esordio capitò a Gadda, ancorché presso i soliti happy few), dipese da
un’altra ambivalenza – di questa più sottile, e più decisiva. Nel 1981 riprende
in questi termini, Levi, la sua icona-autoritratto del «centauro»: «Italiano, ma
ebreo. Chimico, ma scrittore. Deportato, ma non tanto (o non sempre) dispo-
sto al lamento e alla querela». Lasciando l’ambivalenza più cruciale nella pen-
na: quella di scrittore ma testimone (o viceversa). Due identità che, per l’idea di
letteratura in cui si era formato, facevano a pugni (e possono ingenerare, tutto-
ra, mille equivoci). Atto mancato da manuale, nel ’66, la pubblicazione del suo
primo libro di racconti fantastici (e comunque del primo, dopo Se questo è un
uomo e La tregua, che non facesse esplicito riferimento all’esperienza del Lager)
sotto un imbarazzato pseudonimo, quello di Damiano Malabaila (per però ri-
affermare la propria identità nel risvolto di copertina e nelle interviste promo-
zionali): episodio più macroscopico di un conflitto che resta sotteso a tutta la
sua vicenda di scrittore.
Eppure era chiarissimo a lui per primo, che quei racconti (come dice in un’in-
tervista del ’72) si «prestassero a una forma moderna di allegoria». E anzi si può
parlare – per quello che Belpoliti ha definito, ricostruendolo nei dettagli, il suo
«macrotesto del Lager» – di una vera e propria chiave a stella: la stella gialla, a
sei punte, che gli ebrei erano costretti a indossare (in un’intervista tarda dice
Levi: «a mio parere un libro, o anche un racconto, ha tanto più valore quanto
più numerose sono le chiavi in cui può essere letto e quindi sono vere tutte le
interpretazioni, anzi più interpretazioni un racconto può dare, più un racconto
688 ANDREA CORTELLESSA

è ambiguo. Insisto su questa parola, ambiguo: un racconto deve essere ambiguo


se no è una cronaca»). Per cui i suoi racconti fantastici, e anzi proprio di fanta-
scienza, o anche appunto La chiave a stella, si possono leggere in due modi: da
un lato come ‘evasione’ dal Lager (dal tema del Lager), dall’altro come ‘esorci-
smo’ di una ‘radice’ – quella appunto dell’esperienza concentrazionaria – che
in tal modo s’«innesta» (sto usando, pour cause, parole-chiave del suo pensiero)
sempre più in profondità nel «sistema» costituito dalla scrittura di Levi: questi
suoi racconti, scrive Belpoliti, «alludono continuamente al campo di sterminio,
raccontano quello che sta prima di quella possibilità, e ciò che viene dopo». Ed
è allora davvero, questo suo, un doppio legame (titolo non a caso – mutuato dal-
la psicologia e insieme dalla chimica – da lui prospettato per il suo ultimo, in-
compiuto e del tutto inedito progetto narrativo: la cui perdurante assenza, in-
dipendente dalla volontà del curatore, resta l’unica, grave lacuna di questa stra-
ordinaria edizione. Lo stesso titolo aveva preso nel 2003 l’importante biografia
di Levi scritta da Carole Angier, da noi tradotta l’anno seguente da Mondadori;
un titolo non troppo diverso, Passaggi obbligati, aveva pensato Italo Calvino
per il suo ultimo, parimenti incompiuto, progetto autobiografico e narrativo).
Ma c’è un modo più diretto ancora, per sondare la natura profondamente let-
teraria dell’opera di Levi. Ed è quello – che Belpoliti compie nelle corposissime
note aggiunte a questa nuova edizione, dopo appunto vent’anni di ricerche (solo
in parte sintetizzate in Primo Levi. Di fronte e di profilo) – di analizzare la genesi
di quella che resta l’opera più squisitamente testimoniale di Levi, Se questo è un
uomo. Ancorché Belpoliti avverta che la presente non è ancora un’«edizione cri-
tica» dei testi leviani (non è stato infatti possibile aver accesso – del che franca-
mente ci si stupisce – a tutti i manoscritti, e neppure ai fondamentali quaderni
di lavoro dell’autore), le sue note al primo libro di Levi sono a tutti gli effetti un
esempio di critique génétique, come la chiamano i francesi. Non solo infatti co-
minciamo a conoscere, in questo modo, i primi passi della composizione del te-
sto (Levi inizia a scrivere, al ritorno, quello che del libro sarà l’ultimo capitolo,
«Storia di dieci giorni», in cui si racconta della liberazione del Campo da parte
dell’Armata Rossa; e già prima del ’47 aveva messo assieme dei, seppur parziali,
dattiloscritti d’insieme che s’era premurato di far avere, negli Stati Uniti, a sua
cugina Anna Yona, nata Foa, e a Laura Capon moglie di Enrico Fermi); ma ci
viene descritto (come Belpoliti va facendo a puntate su «Moked. Il portale dell’e-
braismo italiano», riproducendo anche fotograficamente i dattiloscritti disponi-
bili) il modus operandi col quale nel 1958 fu allestita presso Einaudi la seconda
edizione del libro: aggiungendo interi episodi (come il terzo capitolo, intitola-
to «Iniziazione») e soprattutto inserendo direttamente sul palinsesto delle pagi-
ne della prima edizione, quella del ’47, una serie di tasselli di diversa entità che,
allo scabro dettato della prima versione, aggiungono dettagli importanti (facen-
do assurgere per esempio – con procedimento tipicamente «narrativo» – la figu-
ra di Alberto, prima lasciata sullo sfondo, a vero deuteragonista della narrazione)
e, soprattutto, considerazioni di portata generale, gnomica si direbbe, che spo-
PRIMO LEVI, IL DOPPIO LEGAME 689

stano il testo dall’area del memoriale a quella piuttosto del «saggio». Ed è infatti
nella collana «Saggi» che il libro all’inizio viene collocato da Einaudi, ancorché
Calvino – probabile estensore del risvolto – lo definisca nell’occasione «un testo
d’esemplare valore della nostra letteratura»; solo nel ’63, dopo il successo della
Tregua, Se questo è un uomo verrà accolto in una collana a pieno titolo letteraria,
quella dei «Coralli». Ma la cosa più giusta l’aveva detta Franco Antonicelli (che
aveva accolto con entusiasmo Se questo è un uomo, nel ’47, presso le torinesi edi-
zioni Da Silva da lui dirette): nella quarta aveva scritto che «la sua testimonian-
za riesce ad essere nello stesso tempo quella di un uomo e di un letterato», e re-
censendo nel ’58 l’edizione Einaudi così definirà il libro sulla «Stampa»: «un ca-
polavoro anche dal punto di vista letterario, o dirò più chiaramente è un capo-
lavoro letterario proprio per l’impulso e il freno meditatissimi che la pudica ve-
rità e il profondo senso morale hanno impresso sulla nuda cronaca».
Con scelta opinabile dal punto di vista strettamente filologico, ma assai con-
vincente invece da quello letterario, la più evidente novità introdotta proprio
in apertura dalla nuova edizione è la proposta – prima dell’edizione einaudiana,
quella che tutti abbiamo letto – della princeps: quella che, rifiutata da Einaudi,
venne pubblicata appunto dalla piccola De Silva. In questo modo tutti, non solo
i filologi, possono apprezzare il lavoro ‘letterario’ fatto da Levi. A Nico Orengo,
nell’85, rilasciò un’intervista breve ma molto importante (riportata da Ernesto
Ferrero nella ricchissima Cronologia che correda i volumi einaudiani), nella qua-
le spiegò non solo i termini di quel rifiuto, a posteriori clamoroso, ma anche al-
tri aspetti decisivi: «Avevo scritto dei racconti al termine della prigionia. Li ave-
vo scritti senza rendermi conto che potessero essere un libro. I miei amici del-
la Resistenza dopo averli letti mi dissero di “arrotondarli”, di farne libro. Era il
’47, lo portai all’Einaudi. Ebbe varie letture, toccò all’amica Natalia Ginzburg
dirmi che a loro non interessava».
In uno dei racconti autobiografici raccolti nel ’75 nel Sistema periodico,
«Cromo», definisce Levi il suo primo libro «intricato e gremito, come un termi-
taio»: e tale in effetti si presenta, come s’è visto, la sua composizione. In un’al-
tra intervista tarda (quella, a sua volta riportata nella Cronologia, rilasciata alla
fine dello stesso ’85 a «The Literary Magazine») aggiungerà Levi: «Durante que-
sti quarant’anni ho costruito una sorta di leggenda attorno a quest’opera, affer-
mando che l’ho scritta senza alcuna pianificazione, di getto, senza meditarci so-
pra. Le altre persone con le quali ho parlato di questo libro hanno accettato la
leggenda. In realtà, la scrittura non è mai spontanea. Ora che ci penso, capisco
che questo libro è colmo di letteratura». Non solo Se questo è un uomo, come si
vede, ha «radici» lunghe e piuttosto intricate (un’altra novità importante della
nuova edizione einaudiana è la promozione a testo di Levi a pieno titolo di un
libro-chiave, è il caso di dire, come La ricerca delle radici: l’antologia persona-
le che in precedenza figurava in appendice e in corpo minore); lo stesso Levi lo
definirà – nell’opera sua ultima e testamentaria, I sommersi e i salvati – «un li-
bro di dimensioni modeste, ma [che], come un animale nomade, ormai da qua-
690 ANDREA CORTELLESSA

rant’anni si lascia dietro una traccia lunga e intricata». Nella nuova edizione ven-
gono proposte infatti, oltre come detto alle due edizioni (1947 e 1958) del te-
sto, la sua versione radiofonica – realizzata dallo stesso Levi nel ’64, per la regia
di Giorgio Bandini, beckettiano fervente –, quella teatrale del ’66 e quella per
le scuole del ’73 (corredata, come i successivi La tregua, Il sistema periodico e La
chiave a stella, di ovviamente interessantissime note redatte dallo stesso Levi).
Ma soprattutto leggiamo, in un testo come si capisce cruciale ora rivisto alla
luce delle ultime acquisizioni filologiche, quello che si presenta come l’Ur-Text
del «macrotesto del Lager» (e invece, spiega Belpoliti, tale in effetti non è: perché
già questo venne ricostruito dai suoi estensori rielaborando la loro deposizione
manoscritta, in francese, consegnata ai sovietici all’indomani della Liberazione
del 27 gennaio 1945): il Rapporto sulla organizzazione igienico-sanitaria nel cam-
po di concentramento per ebrei di Monowitz (Auschwitz-Alta Slesia) redatto da Levi
insieme al medico Leonardo De Benedetti e pubblicato dalla rivista «Minerva
Medica» nel novembre del ’46 (ma Levi si premura di depositarne subito una
copia da un lato alla comunità ebraica di Torino e, dall’altro, all’Ufficio storico
del CLN: doppia destinazione eloquente). A differenza di Se questo è un uomo –
dove Levi si fa un punto d’onore di riportare solo ciò cui ha assistito coi propri
occhi –, nel Rapporto si parla anche delle camere a gas, introdotte da un cauto
quanto preciso «ci risulta». Come dice Belpoliti, è all’opera già in questa sede
un «doppio sguardo»: quello della vittima e, insieme, quello del testimone «in-
formato dei fatti» (ci si ricorda dell’autoanalisi all’inizio della Tregua, quando
Levi confronta il proprio sguardo con quello dei soldati russi «dall’alto dei loro
destrieri»). Il giro di vite quarant’anni dopo compiuto da Levi con quello che è
il suo capolavoro, la nuova e definitiva forma-saggio I sommersi e i salvati (che
non a caso riprende il titolo a suo tempo pensato per il primo libro, e rimasto
a intitolare un suo capitolo), consiste proprio nel perfezionare e sistematizzare
quel «doppio sguardo»: integrando in un’ulteriore forma-centauro la propria te-
stimonianza personale con la massa imponente, e torturante, di quello che sulla
Shoah, in quei quarant’anni, Levi aveva letto visto e ascoltato. Ottenendo il mi-
racolo di trascendere la propria testimonianza e, insieme, di inverarla su un pia-
no non più soggettivo ma universale e, diciamo con termine spesso abusato ma
in questo caso credo legittimo, filosofico: riuscendo così uno dei testi maggiori
del nostro Novecento letterario e insieme in assoluto, forse, il maggiore che sia
mai stato scritto sull’evento più importante della storia umana.
Già nel 2015 Fabio Levi e Domenico Scarpa, nel volume Così fu Auschwitz
pure pubblicato da Einaudi, hanno affiancato questo documento fondamentale
ad altre testimonianze giurate (una prima volta raccolte nel volume Da una tre-
gua all’altra. Auschwitz-Torino sessant’anni dopo, Chiarelettere 2010) che a Levi
vennero più avanti richieste dai tribunali impegnati a processare i responsabi-
li dei Campi nei quali era stato recluso (da Friedrich Bosshammer, re di quel-
lo di Fossoli in Emilia, sino ai più famigerati Höss, Mengele, Eichmann): ri-
prodotti con la massima fedeltà, questi testi pongono una quantità di questio-
PRIMO LEVI, IL DOPPIO LEGAME 691

ni cruciali (si pensi solo al dibattito tra storici e giuristi sulla nozione di prova),
ma soprattutto consentono ora di apprezzare la differenza sostanziale fra testi,
come questi, di natura esclusivamente testimoniale (tale anche in senso «tecni-
co», forense: condannato all’ergastolo anche in seguito alla deposizione di Levi,
Bosshammer morirà in carcere due anni dopo) e testi, come Se questo è un uomo,
che a tale natura affiancano – alla maniera, una volta di più, del centauro – quel-
la appunto letteraria.
Un altro episodio eloquente – sul quale s’incentra quello che è il capitolo-
chiave della monografia di Belpoliti – è quello del racconto «Vanadio», compre-
so nel Sistema periodico, in cui Levi narra dell’incontro con un collega chimico
tedesco, Ferdinand Meyer (ribattezzato nel racconto «dottor Müller», colui che
«non si rende conto»), addetto all’I.G. Farben: l’azienda cioè che produceva lo
Zyklon B, il gas usato ad Auschwitz. A fare da tramite era stata Hety Schmitt-
Maass (rappresentante politica comunale di Wiesbaden a sua volta sposata con
un chimico della I.G. Farben, ma figlia di un pedagogista socialista deportato
a Dachau: il carteggio di Levi con lei, ampiamente citato da Belpoliti, si rive-
la una testimonianza chiave). Attraverso il confronto con le autentiche lettere
che Levi si scambiò nel ’67 con Meyer – che alla fine della stremante contesa,
come il comandante di Treblinka Franz Stangl nel gran libro di Gitta Sereny, In
quelle tenebre, rimase vittima di un infarto – è possibile capire le strategie reto-
riche, nonché l’impianto morale, della scrittura di Levi: il quale ‘arrotonda’ l’e-
pisodio in diverse maniere, anzitutto censurandone il traumatico finale (a Hety
confesserà di «aver seguito i tentativi del chimico tedesco di esorcizzare il pas-
sato con una sorta di impazienza, “senza la reale volontà di essergli di aiuto”»),
e che avrà modo di commentare: «se questa storia fosse inventata, avrei potuto
introdurre solo due tipi di lettera; una lettera umile, calda, cristiana, di tedesco
redento; una ribalda, superba, glaciale da nazista pervicace». Ma «poiché que-
sta storia non è inventata», la realtà «risulta sempre più complessa dell’invenzio-
ne: meno pettinata, più ruvida, meno rotonda. È raro che giaccia su un piano».
Ha scritto Mario Barenghi (nella «Lezione Primo Levi» pubblicata nel 2013
da Einaudi col titolo Perché crediamo a Primo Levi?) che se oggi i testi di Levi
sono divenuti, a livello internazionale, le testimonianze per eccellenza sulla
Shoah – quelle che tutti ricordiamo, cioè, a differenza dei numerosi documenti
che si affollarono in libreria al ritorno dai Campi (e la cui mole, stando a Natalia
Ginzburg, nel ’47 fece propendere Cesare Pavese a rinunciare a quello di Levi)
– è proprio per la loro natura letteraria. È precisamente l’opera di formalizzazio-
ne – l’‘arrotondamento’ della testimonianza nuda e cruda, al quale Levi attese
prima e dopo la prima pubblicazione di Se questo è un uomo – che ha reso quel-
la sua testimonianza memorabile: e dunque utile: e dunque credibile.
Se oggi il lungo viaggio di Levi verso la dimensione di scrittore ‘vero’ appare
giunto al suo approdo definitivo lo si deve anche, se non soprattutto, a un mu-
tamento di prospettiva prodottosi, prima che da noi, in una cultura dalla no-
stra letterariamente molto distante come quella statunitense. Non solo perché
692 ANDREA CORTELLESSA

si può datare con una certa precisione lo ‘sdoganamento’ internazionale di Levi


scrittore alla lunga intervista che gli fece Philip Roth, nell’ottobre del 1986 (all’i-
nizio dunque di quella che Annette Wieviorka ha definito «americanizzazione
dell’Olocausto»; e sei mesi prima della tragica morte di Levi), sulla «New York
Times Review of Books» (insistendo in particolare sugli aspetti artigianali del-
la sua scrittura; non a caso Roth raccoglierà quella conversazione in un suo li-
bro intitolato Chiacchiere di bottega); ma perché proprio negli Stati Uniti – giu-
sto in quel ’66 in cui, dall’altra parte dell’Atlantico, Levi si dibatteva colle sue
Storie naturali – il ‘caso’ rappresentato da A sangue freddo di Truman Capote co-
minciava a dimostrare che la non-fiction, come si chiama oggi, può avere pie-
na dignità letteraria. E anzi la vera e propria egemonia di cui essa gode contri-
buisce a spiegare come mai proprio Levi, oggi, sia lo scrittore italiano moder-
no più letto nel mondo.
Non – dunque – scrittore ma testimone, Levi: bensì scrittore in quanto testi-
mone. E viceversa. Per questo Belpoliti, che tante energie ha speso per sottrarre
l’opera di Levi alla dimensione della mera testimonianza (quale era considerata,
la sua, sino agli anni Ottanta-Novanta), oggi può dire che «il lavoro critico che
resta da fare […] è quello di riportare lo scrittore nel campo del testimone, per-
ché è dal legame tra questi due aspetti della sua personalità di autore che può
scaturire una differente e più complessa visione del suo lavoro».
Il doppio legame incarnato dall’opera e dall’esistenza di Levi (sino, non esclu-
so, all’ultimo atto – il suicidio commesso la mattina dell’11 aprile 1987, get-
tandosi dalla tromba delle scale della sua casa in Corso Re Umberto), da prova
torturante e sacrificale nell’esistenza, e impaccio imbarazzante nell’opera e nella
sua ricezione, a questo punto può – e deve – capovolgersi in positivo. La prova
che per noi rappresenta questo autore non parla solo al tribunale della Storia:
ma ci sfida a ridefinire, anche, il senso di quella che chiamiamo Letteratura. «La
memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace», aveva scritto Levi
a guardia dei Sommersi e i salvati. Lo stesso si può dire della letteratura: fallace,
senz’altro; e davvero, in casi come questo, meravigliosa.
Gli intellettuali/scrittori ebrei
e il dovere della testimonianza
«Un’umanità che dimenticasse Buchenwald, Auschwitz,
Mauthausen, io non posso accettarla. Scrivo perché ci
se ne ricordi»: così Giorgio Bassani a chi gli chiedeva
notizie sull’origine della sua scrittura. Guidata da queste
parole Anna Dolfi ha costruito un tessuto di suggestioni
che hanno spinto studiosi italiani e stranieri e persino
alcuni protagonisti a riflettere su narratori, poeti, saggisti,
storici, filosofi, editori, artisti, che dalla storia di una
difficile appartenenza sono stati indotti a una sorta di
fatale, testimoniale dovere morale. Ne è nato un libro di
grande novità per taglio e proposte di lettura che, partendo
dalla tradizione ebraica antica, da leggende rivissute
in chiave politica e libertaria, dopo il Romanticismo e
l’Ottocento tedesco porta in primo piano le moderne voci
della letteratura/cultura europea e nord americana, della
tradizione yiddish e orientale. A ricorrere sono i nomi della
grande intellettualità ebraica della Mitteleuropa, di Canetti,
Schulz, Döblin, Antelme, Wiesel, Sebald, Oz, Grossman,
Nelly Sachs, Irène Némirovsky…, tra gli italiani quelli di
Loria, Natalia Ginzburg, Giacomo Debenedetti, Cesare
Segre…, soprattutto di Giorgio Bassani e di Primo Levi che,
per serbare memoria della tragedia della persecuzione e
della Shoah, hanno scelto di collocare la loro intera opera
entre la vie et la mort. Inducendo a ricordare come il
dovere di testimoniare si leghi all’affetto e al lavoro del lutto,
all’effetto duraturo di una ferita immedicabile che ha nutrito
la connessione tra la verità dell’accaduto e quello che si
potrebbe chiamare il vero della creazione, le vrai du roman.

insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea


Anna Dolfi

all’Università di Firenze ed è socio dell’Accademia Nazionale


dei Lincei. Tra i maggiori studiosi di Leopardi, di leopardismo,
di narrativa e poesia del Novecento, ha progettato e curato
volumi di taglio comparatistico dedicati alle «Forme della
soggettività» sulle tematiche del journal intime, della scrittura
epistolare, di malinconia e malattia malinconica, di nevrosi e
follia, di alterità e doppio nelle letterature moderne, e raccolte
sulla saggistica degli scrittori, la riflessione filosofica nella
narrativa, il non finito, il mito proustiano, le biblioteche reali e
immaginarie, il rapporto tra letteratura e fotografia.