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La Biblioteca

di Alessandria
Storia di un paradiso perduto

Monica Berti e Virgilio Costa


ricerche di filologia, letteratura e storia

10
Monica Berti e Virgilio Costa

La Biblioteca di Alessandria
storia di un paradiso perduto

edizioni tored - 2010


Responsabile editoriale
Eugenio Lanzillotta

Responsabile grafica e stampa


Americo Pascucci

ISBN 978-88-88617-34-3

© Copyright 2010
Edizioni TORED s.r.l.
vicolo Prassede, 29
00019 Tivoli (Roma)
www.edizionitored.com
email: tored@libero.it
Presentazione

Virgilio Costa e Monica Berti sono due valenti studiosi


dell’epoca ellenistica: il primo è autore di una nuova edi-
zione dei frammenti dell’Atthis di Filocoro 1 ed ha studiato
in profondità le modalità di trasmissione della storiografia
greca, specialmente in età alessandrina; la seconda ha re-
centemente pubblicato il primo volume dell’edizione di
Istro il Callimacheo  2, un importante scrittore, storico e
antiquario che collaborò con Callimaco alla sistemazione e
catalogazione delle collezioni librarie tolemaiche.
In ragione di tali competenze suggerii loro di occupar-
si dello studio della Biblioteca e in particolare del lavoro
erudito che vi si svolgeva, per una ragione sostanzialmen-
te funzionale al progetto della collana «I frammenti degli
storici greci», di cui sono usciti i primi cinque volumi,
compresi quelli su Filocoro e Istro, mentre un’altra cin-
quantina è in corso di preparazione da parte di studiosi di
circa trenta Università italiane e straniere.
Il presente volume era stato originariamente pensato per
illuminare l’ambiente culturale della Biblioteca nell’ottica
della trasmissione degli storici greci, dato il precario stato
in cui le loro opere ci sono state tramandate. Com’è noto,
infatti, malgrado si abbia conoscenza di varie centinaia di
storici vissuti tra il VI secolo a.C. e il V d.C. (Felix Jacoby,

1
V. Costa, Filocoro di Atene, 1: Testimonianze e frammenti dell’Atthis
(“I frammenti degli storici greci”, 3), Tivoli (Roma) 2007.
2
M. Berti, Istro il Callimacheo, 1: Testimonianze e frammenti su Atene
e sull’Attica (“I frammenti degli storici greci”, 5), Tivoli (Roma) 2009.
vi la biblioteca di alessandria

pur arrivando solo a metà circa del suo grandioso piano di


lavoro, ne pubblicò 856), il patrimonio storiografico greco
ci è giunto solo in piccolissima parte. Possediamo i testi del-
la grande storiografia di V e IV secolo a.C. (Erodoto, Tuci-
dide e Senofonte), una parte delle storie di Polibio, qualche
scritto storico o biografico di età imperiale (le vite di Plu-
tarco, l’Anabasi di Alessandro di Arriano, Giuseppe Flavio) e
poco altro: la gran massa degli storici greci è infatti perita in
un naufragio da cui gli studiosi cercano di recuperare qual-
che relitto, squarciando la fitta nebbia dei secoli.
Antesignano di questo lavoro fu Callimaco, alla cui scri-
vania si accompagnava il fedele collaboratore Istro; dai loro
calami uscirono i Pinakes, un immenso inventario degli
autori e delle opere della letteratura greca, ordinato per ge-
neri letterari, che probabilmente costituì la base scientifica,
e forse anche pratica, per l’organizzazione delle collezioni
librarie nella biblioteca di Alessandria. Noi ci raccordiamo
idealmente a quel mondo perché con la collana «I fram-
menti degli storici greci» cerchiamo di ricostruire una par-
te del patrimonio letterario della Grecia antica e di diffon-
derne la conoscenza nella cultura contemporanea.
Ma il libro di Costa e della Berti è andato ben oltre
questo primo proposito. Esso ritrae un momento esaltan-
te della storia antica, quello in cui dalle terre d’origine la
cultura greca cominciava a dilatarsi alle immense regioni
conquistate da Alessandro, rinnovando profondamente la
propria identità. Per illuminare questo concetto mi servo
di un’immagine ricorrente nella mitologia greca sui fiu-
mi sotterranei: accadde che l’Ilisso, immerso dalla terra
dell’Attica nelle acque dell’Egeo, continuò il suo percorso
sotterraneo per riemergere ad Alessandria.
presentazione vii

Nelle pagine dedicate da Monica Berti al progetto istitu-


tivo della Biblioteca e del Museo viene nitidamente messo
in evidenza che la personalità di Aristotele influì sulla corte
macedone non solo tramite l’educazione di Alessandro, ma
anche attraverso l’allievo Demetrio del Falero, che fu l’ispira-
tore della grandiosa politica culturale di Tolemeo di Lago in
Egitto. La Macedonia, Atene e Alessandria sono emblemi di
un momento cruciale della storia dell’umanità, ma non solo:
dopo la grande novità dell’impero universale sognato da
Alessandro, con il tentativo di mescolare e integrare fra loro
popoli diversissimi, la Biblioteca rappresenta uno dei lasciti
fondamentali della cultura greca classica, che attraversato il
Mediterraneo rifiorisce in forme nuove in terra d’Egitto.
Le pagine che a questo tema dedica Virgilio Costa, pur
nella complessità dei temi filologici e scientifici trattati,
sono chiare e illuminanti, e mi hanno condotto al convin-
cimento che la biblioteca di Alessandria si possa definire
come “biblioteca della modernità”: cioè non solo come
luogo di raccolta e conservazione del sapere, ma anche
come centro generativo di nuova conoscenza e nuove sfi-
de. Del resto, la devozione dei filologi alessandrini per il
patrimonio culturale del passato non fu affatto passiva, ma
si tradusse in un impegno spasmodico per emendare i te-
sti dalle incrostazioni che il tempo vi aveva depositato.
Modernità intesa come modello metastorico, la cui
metodologia ed idealità sono tuttora patrimonio prezioso
dell’uomo contemporaneo.

4 Aprile 2010 Prof. Eugenio Lanzillotta


Università di Roma Tor Vergata
Dipartimento di Antichità e Tradizione Classica
Premessa *

La storia di questo volume è abbastanza lunga. Negli


ultimi cinque anni, mentre lavoravamo a due nuove edi-
zioni critiche dei frammenti di Filocoro di Atene e di Istro
il Callimacheo per la collana «I frammenti degli storici
greci» diretta da Eugenio Lanzillotta, abbiamo iniziato a
confrontarci sempre più spesso con il problema del ruo-
lo della biblioteca di Alessandria nella trasmissione della
storiografia d’epoca classica e protoellenistica.
Nel 2007 siamo stati invitati dai colleghi Thomas R.
Martin e Gregory R. Crane a tenere delle lezioni di storio-
grafia greca negli Stati Uniti presso il College of the Holy
Cross di Worcester (MA) e il Perseus Project di Tufts
University, Boston. In quell’occasione abbiamo scelto il
tema Alexandria and the Mirage of a Million Book Library,
con cui intendevamo sottolineare la modernità del piano
istitutivo della biblioteca di Alessandria; secondo alcune
fonti, infatti, esso si prefiggeva non la raccolta di molti li-
bri, bensì di tutti i libri del mondo, un obiettivo che ispira
anche alcune grandi collezioni librarie contemporanee in
formato digitale, come Google Books o Europeana.
Infine, proprio per questa relazione ideale tra la biblio-
teca di Alessandria e le odierne “biblioteche universali”,

* Sebbene il volume sia stato concepito unitariamente, Monica


Berti ha scritto i capitoli 1 e 2 e i §§ 3 e 4 del capitolo 5, mentre Virgilio
Costa ha scritto i capitoli 3 e 4, i §§ 1 e 2 del capitolo 5 e l’Appendice.
x la biblioteca di alessandria

nel marzo 2009 siamo stati invitati a partecipare alla fon-


dazione della Scaife Digital Library presso la University of
Kentucky. Si tratta di un’iniziativa internazionale intitola-
ta alla memoria di uno dei pionieri dell’informatica ap-
plicata agli studi classici, Ross Scaife (1960-2008), che si
prefigge la realizzazione di nuove collezioni di testi e studi
sul mondo antico accessibili liberamente e gratuitamente.
Alla Scaife Digital Library abbiamo aderito con un pro-
getto di catalogazione e studio di tutte le fonti sul Museo e
sulla Grande Biblioteca di Alessandria.
Questa la preistoria del libro, che tuttavia non avreb-
be mai visto la luce senza l’esortazione cordiale ma tena-
ce di Eugenio Lanzillotta, docente di Storia greca presso
l’Università di Roma Tor Vergata, il quale ci è stato vici-
no lungo tutto l’iter di redazione del testo, affiancandoci
con le sue grandi doti di studioso e di promotore cultu-
rale. Eugenio Lanzillotta ha intuito ben prima di noi che
nella pur ampia bibliografia moderna sulla Biblioteca di
Alessandria – nella quale ha un posto di assoluta centra-
lità una monografia italiana, La biblioteca scomparsa di
Luciano Canfora – c’era ancora posto per un volume che
in modo chiaro ma scientificamente rigoroso offrisse agli
amanti del mondo classico, anche non specialisti, un qua-
dro il più possibile completo dello stato delle ricerche; e
che, soprattutto, cercasse di rimettere in primo piano le
poche ma problematicissime fonti su cui ogni storia del-
le istituzioni culturali tolemaiche deve necessariamente
fondarsi. Chi ci legge giudicherà dell’esito del nostro ten-
tativo; quanto a noi, desideriamo esprimere la nostra ri-
conoscenza a Eugenio Lanzillotta dedicandogli il volume.
premessa xi

Un profondo ringraziamento va anche ai colleghi che


ci hanno aiutato con i loro consigli a rendere meno im-
perfetto il nostro omaggio alla Biblioteca di Alessandria
e a ciò che essa ha rappresentato per la cultura universa-
le; in particolare vogliamo ricordare Emanuele Dettori,
docente di Storia della lingua greca presso l’Università
di Roma Tor Vergata, per i suoi preziosi suggerimenti ri-
guardo ai capitoli 1 e 2, e l’arch. Mario Chighine, in forze
presso il Laboratorio di Epigrafia del medesimo ateneo,
per la splendida illustrazione in copertina.
Infine, oltre al doveroso grazie ai nostri amici e alle nostre
famiglie che ci hanno sopportato specialmente nelle ultime
settimane di convulso lavoro, desideriamo rivolgere un affet-
tuoso pensiero a un maestro e amico che ci leggerà dal cielo,
l’indimenticato e indimenticabile Delfino Ambaglio.

Monica Berti e Virgilio Costa


Aprile 2010
Abbreviazioni bibliografiche

Adriani, La tomba di Alessandro


A. Adriani, La tomba di Alessandro. Realtà, ipotesi e
fantasie, a cura di N. Bonacasa e P. Minà, Roma 2000.

Bagnall, Alexandria
R. Bagnall, Alexandria: Library of Dreams, in «Pro-
ceedings of the American Philosophical Society» 146.4,
2002, pp. 348-362.

Biffi, L’Africa di Strabone


N. Biffi (cur.), L’Africa di Strabone. Libro XVII della
Geografia (“Quaderni di Invigilata Lucernis”, 7), Bari 1999.

Blanck, Il libro nel mondo antico


H. Blanck, Il libro nel mondo antico (“Paradosis”, 15), a
cura di R. Otranto, Bari 2008 [ed. orig. Das Buch in der
Antike, München 1992].

Blum, Kallimachos
R. Blum, Kallimachos. The Alexandrian Library and the
Origins of Bibliography, Madison (WI) - London 1991
[ed. orig. Kallimachos und die Literaturverzeichnung bei
den Griechen. Untersuchungen zur Geschichte der Biobi-
bliographie, Frankfurt a.M. 1977].

Calabi, Lettera di Aristea


F. Calabi (cur.), Lettera di Aristea a Filocrate, Milano 1995.
xiv la biblioteca di alessandria

Calderini, Dizionario
A. Calderini, Dizionario dei nomi geografici e topografici
dell’Egitto greco-romano, I: Α - ΑΛΙΚΑΡΝΑΣΣΕΥΣ, Cairo 1935.

Canfora, La biblioteca scomparsa


L. Canfora, La biblioteca scomparsa, Palermo 1986 [ed.
inglese ampliata The Vanished Library. A Wonder of the
Ancient World, Berkeley - Los Angeles 1990].

Canfora, Le biblioteche ellenistiche


L. Canfora, Le biblioteche ellenistiche, in G. Cavallo
(cur.), Le biblioteche nel mondo antico e medievale, Bari
1988, pp. 5-28.

Canfora, La biblioteca e il Museo


L. Canfora, La biblioteca e il Museo, in G. Cambiano -
L. Canfora - D. Lanza (curr.), Lo spazio letterario della
Grecia antica, I: La produzione e la circolazione del testo, 2:
L’Ellenismo, Roma 1993, pp. 11-29.

Canfora, Aristea
L. Canfora, Il viaggio di Aristea, Roma - Bari 1996.

Collins, The Library in Alexandria


N.L. Collins, The Library in Alexandria and the Bible
in Greek, (“Supplements to Vetus Testamentum”, 82),
Leiden - Boston - Köln 2000.

Delia, From Romance to Rhetoric


D. Delia, From Romance to Rhetoric: the Alexandrian
Library in Classical and Islamic Traditions, in «The
American Historical Review» 97.5, 1992, pp. 1449-1467.
abbreviazioni bibliografiche xv

Ellis, Ptolemy of Egypt


W.M. Ellis, Ptolemy of Egypt, London - New York 1994.

Fraser, Ptolemaic Alexandria


P.M. Fraser, Ptolemaic Alexandria, I: Text; II: Notes;
III: Indexes, Oxford 1972.

Haas, Alexandria in Late Antiquity


Haas, Christopher, Alexandria in Late Antiquity. To-
pography and Social Conflict, Baltimore - London 1997.

Hölbl, A History of the Ptolemaic Empire


G. Hölbl, A History of the Ptolemaic Empire, London -
New York 2001 [ed. orig. Geschichte des Ptolemäerreiches.
Politik, Ideologie und religiöse Kultur von Alexander dem
Großen bis zum römischen Eroberung, Darmstadt 1994].

Jacob - de Poulignac, Alexandrie IIIe siècle av. J.-C.


Chr. Jacob - Fr. de Poulignac (édd.), Alexandrie IIIe
siècle av. J.-C. Tous les savoirs du monde ou le rêve d’univer-
salité des Ptolémées, Paris 1992.

LGGA
Lessico dei Grammatici Greci Antichi, progetto elettronico
diretto da F. Montanari - V. Lapini - F. Montana - L. Paga-
ni, Genova 2002- (http://www.aristarchus.unige.it/lgga/).

Lynch, Aristotle’s School


J.P. Lynch, Aristotle’s School. A Study of a Greek Educa-
tional Institution, Berkeley - Los Angeles - London 1972.
xvi la biblioteca di alessandria

McKechnie - Guillaume, Ptolemy II Philadelphus


P. McKechnie - P. Guillaume (eds.), Ptolemy II
Philadelphus and his World, Leiden - Boston 2008.

McKenzie, The Architecture of Alexandria


J. McKenzie, The Architecture of Alexandria and Egypt
300 BC - AD 700, New Haven - London 2007.

Müller-Graupa, Museion
E. Müller-Graupa, s.v. Museion 1), in RE XVI, 1, Stutt-
gart 1933, coll. 797-799.

Parsons, The Alexandrian Library


E.A. Parsons, The Alexandrian Library, Glory of the Hellenic
World. Its Rise, Antiquities, and Destructions, New York 1952.

Pfeiffer, SFC
R. Pfeiffer, Storia della filologia classica dalle origini alla
fine dell’età ellenistica, Napoli 1973 [ed. orig. History of
Classical Scholarship from the Beginnings to the End of the
Hellenistic Age, Oxford 1968].

Russo, La rivoluzione dimenticata


L. Russo, La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico
greco e la scienza moderna, Milano 20012 [ed. inglese am-
pliata The forgotten Revolution. How Science was born in 300
BC and why it had to be Reborn, Berlin - Heidelberg 2004].

Watts, City and School


E.J. Watts, City and School in Late Antique Athens and
Alexandria, Berkeley - Los Angeles - London 2008.
Capitolo 1

Una giornata ad Alessandria

1. La visita di Strabone

Verso la metà degli anni Venti del I secolo a.C. Strabo-


ne si reca in Egitto al seguito del prefetto Elio Gallo e in
sua compagnia risale il Nilo fino a Siene e ai confini con
l’Etiopia. La visita del paese offre a Strabone materiale per
la composizione del libro XVII della Geografia, all’interno
del quale una posizione di rilievo è occupata dalla descri-
zione di Alessandria, dove il geografo stesso afferma di
aver trascorso un lungo periodo di tempo  1. Questa testi-
monianza è preziosa perché è sostanzialmente l’unica che
conserva notizie dettagliate sulla topografia della città 2.
Il passo di Strabone che ci interessa si apre con una sug-
gestiva veduta a volo d’uccello dell’insediamento di Ales-
sandria in epoca romana. L’occhio del visitatore osserva an-
zitutto la forma del territorio che ricorda un tipo particolare

1
Strabo II 3, 5 e 5, 12. La prefettura di Elio Gallo in Egitto si può
datare tra il 27 e il 25 a.C.: vd. S. Jameson, Chronology of the Campaigns
of Aelius Gallus and C. Petronius, in «JRS» 58, 1968, pp. 78-79.
2
La descrizione di Strabone copre i paragrafi 6-10 del primo
capitolo del libro XVII: nei primi due paragrafi (6-7) l’autore si
sofferma sulla geografia del luogo e sulle sue condizioni climatiche
particolarmente salubri, mentre nei paragrafi 8-10 (tradotti nelle
pagine seguenti) descrive i monumenti di Alessandria.
2 la biblioteca di alessandria

di indumento chiamato clamide, il quale consisteva in un


mantello corto di lana a forma di rettangolo con un taglio
a semicerchio sul lato superiore  3. Successivamente l’atten-
zione di Strabone passa al reticolo ippodameo delle strade
e all’incrocio delle due direttrici principali, focalizzandosi
infine sugli edifici che si trovavano all’interno della città 4:

Il territorio della città di Alessandria è a forma di clamide,


i cui lati lunghi sono quelli bagnati dai flutti e hanno una
diagonale di trenta stadi, mentre quelli brevi sono gli istmi,
ciascuno di sette o otto stadi, stretti da una parte dal mare
e dall’altra dal lago  5. Tutta quanta la città è attraversata da
strade adatte ai cavalli e ai carri, e da due maggiori che sono
larghe più di un pletro e si incrociano ad angolo retto 6.
Alessandria ha santuari pubblici bellissimi e anche i pa-
lazzi reali, che rappresentano un quarto o un terzo dell’inte-
ra cinta urbana; ciascun re, infatti, come aggiungeva qualche
abbellimento ai monumenti pubblici, così privatamente si
faceva costruire una residenza oltre a quelle già esistenti,

3
La clamide veniva fermata con una fibbia sul petto o su una
spalla lasciando scoperto il braccio destro. Il confronto con la cla-
mide compare anche in Diodoro (XVII 52, 3), Plinio (NH V 62) e
Plutarco (Alexander 26, 8): cfr. C. Préaux, Alexandrie et la Chla-
myde, in «CE» 43, 1968, pp. 176-187.
4
Una ricostruzione della topografia di Alessandria è riportata alla
tavola 1.
5
Lo stadio (= 600 piedi) poteva variare dai 162 ai 210 metri, a
seconda della lunghezza del piede. Altre fonti danno misure diverse,
che riflettono probabilmente fasi differenti della città: vd. Calderi-
ni, Dizionario, p. 77; Fraser, Ptolemaic Alexandria, II, p. 27. Il lago
a cui si riferisce Strabone è il Lago Mareotide.
6
Il pletro (= 100 piedi) corrispondeva a circa 27-35 metri.
capitolo 1 3

sicché oggi, per citare il poeta, «l’una segue l’altra» 7; tutte


sono comunque collegate fra di loro e con il porto, compre-
se quelle che si trovano al di fuori di esso. 8

2. Il Museo e la tomba di Alessandro

A questo punto Strabone si concentra sui monumenti


più importanti del complesso dei palazzi reali di Alessan-
dria, ed è così che introduce il Museo e la tomba di Alessan-
dro Magno, aprendo una digressione storica sulle intricate
vicende che portarono la salma del Macedone in Egitto:

Fa parte dei palazzi reali anche il Museo, che ha una pas-


seggiata, un’esedra e una grande sala dove gli studiosi suoi
membri mangiano in comune. Questa associazione di-
spone di beni comunitari e di un sacerdote responsabile
del Museo, un tempo designato dai re, ora da Cesare.
È parte dei palazzi reali anche il cosiddetto Soma, che
era il recinto all’interno del quale vi erano le tombe dei
re e quella di Alessandro  9; Tolemeo di Lago, infatti, an-

7
La citazione è tratta dall’Odissea (XVII 266) e il verso si riferisce
al palazzo di Ulisse.
8
Strabo XVII 1, 8.
9
I codici del testo di Strabone recano il termine soma (σῶμα: “il cor-
po”), che viene generalmente emendato in sema (σῆμα: “la tomba”) sul-
la base della testimonianza di Zenobio (Epitome collectionum Lucilli Tar-
rhaei et Didymi III 94; cfr. Historia Alexandri Magni III 34, 6 Kroll, dove
soma è corretto dall’editore in sema): vd. Fraser, Ptolemaic Alexandria,
II, p. 32 s.; Adriani, La tomba di Alessandro, p. 11. Entrambe le espressio-
ni si possono comunque accettare, considerando soma una forma locale
e colloquiale per alludere alla tomba del Macedone: vd. A. Erskine, Life
after Death: Alexandria and the Body of Alexander, in «G&R» 49, 2002,
4 la biblioteca di alessandria

ticipò Perdicca sottraendogli la salma mentre la traspor-


tava da Babilonia e stava deviando verso questa regione
perché era avido e desideroso di conquistare l’Egitto;
Perdicca, inoltre, morì ucciso dai soldati dopo che To-
lemeo lo aveva attaccato e bloccato su un’isola deserta:
egli dunque perì infilzato dalle sarisse dei soldati che lo
avevano attaccato, e i re che erano con lui, Arrideo e i
figli di Alessandro, e la moglie Rossane partirono per la
Macedonia. Tolemeo portò via la salma di Alessandro e
la seppellì ad Alessandria dove si trova ancora oggi, ma
non nello stesso sarcofago: infatti quello che c’è ora è di
vetro, mentre Tolemeo lo aveva deposto in un sarcofago
d’oro, che fu derubato da Tolemeo detto di Cocca e Pari-
satto 10, il quale, giunto dalla Siria, venne subito allonta-
nato così da non ottenere alcun vantaggio dal furto. 11

Strabone attribuisce direttamente a Tolemeo I – figlio


del macedone Lago e capostipite della dinastia egizia dei
Lagidi – la responsabilità di aver rubato il corpo di Alessan-
dro e di averlo fatto seppellire nella città che il condottiero
aveva fondato in Egitto battezzandola con il proprio nome.
L’urgenza di impossessarsi del corpo di Alessandro fu
una delle conseguenze delle lotte di potere che esplosero
con inaudita violenza all’indomani della morte del Mace-

p. 166 s.; N.J. Saunders, Alexander’s Tomb. The Two Thousand Year Ob-
session to Find the Lost Conqueror, New York 2006, p. 67 s.
10
Dubbia è l’identificazione del Tolemeo menzionato (probabil-
mente Tolemeo X o Tolemeo XI): vd. Fraser, Ptolemaic Alexandria,
II, p. 111 n. 280; Biffi, L’Africa di Strabone, p. 269. Lo stemma della
dinastia tolemaica è riportato a tavola 2.
11
Strabo XVII 1, 8.
capitolo 1 5

done. Il significato che la tomba di Alessandro avrebbe as-


sunto nei secoli successivi, e il mistero che questo monu-
mento perduto rappresenta ancora oggi agli occhi dell’ar-
cheologo o del turista che visita le meraviglie d’Egitto,
dimostrano la lungimiranza di Tolemeo e spiegano la
prontezza d’azione delle sue mosse 12.
Quel che non risulta chiaro dalla pagina di Strabone è
il comportamento di Perdicca, il generale macedone che
era stato nominato reggente del regno dopo la morte di
Alessandro 13. A quanto pare, infatti, Perdicca avrebbe de-
ciso di effettuare una deviazione verso l’Egitto durante il
viaggio che stava compiendo da Babilonia insieme alla
salma di Alessandro. Tolemeo lo avrebbe sorpreso lungo
il percorso e gli avrebbe sottratto il corpo portandolo in
Egitto. Qui Perdicca sarebbe poi morto ucciso dai soldati
dopo aver subito una dura sconfitta da parte di Tolemeo.
Durante questa spedizione verso la terra del Nilo, Perdic-
ca sarebbe stato accompagnato da Filippo III Arrideo, dai
figli di Alessandro e dalla moglie Rossane, che dopo la di-
sfatta si recarono in Macedonia 14.
Il testo di Strabone è troppo sintetico per comprendere
i movimenti paralleli di Tolemeo e di Perdicca e per rico-
struire la successione degli eventi che portarono alla morte

12
Sul mistero della tomba di Alessandro vd. Saunders, Alexan-
der’s Tomb, cit.; V.M. Manfredi, La tomba di Alessandro. L’enigma,
Milano 2009. Per gli aspetti architettonici e archeologici della tomba
vd. Adriani, La tomba di Alessandro.
13
Diod. XVIII 2, 4.
14
Filippo III Arrideo era figlio di Filippo II e fratellastro di Ales-
sandro Magno.
6 la biblioteca di alessandria

del secondo e al possesso del corpo di Alessandro da parte


del primo. Altre fonti ci aiutano a gettare un po’ di luce su
questa vicenda, che rimane comunque in gran parte oscura.
Pausania riferisce che Tolemeo sarebbe riuscito a farsi
consegnare il corpo di Alessandro dai Macedoni incaricati di
portarlo a Ege in Macedonia, e che avrebbe allestito la sepol-
tura a Menfi 15. Perdicca avrebbe poi compiuto una spedizio-
ne contro l’Egitto per impossessarsi del paese, e si sarebbe
portato appresso Filippo III Arrideo e Alessandro IV, figlio
di Alessandro Magno e Rossane. In Egitto Perdicca sarebbe
stato sconfitto da Tolemeo e conseguentemente ucciso dalle
guardie del corpo, dato che aveva perduto il rispetto militare
ed era caduto in disgrazia anche presso i Macedoni 16.
Diodoro Siculo ha conservato una splendida descrizione
del carro funebre allestito a Babilonia dall’ufficiale macedone
Arrideo su incarico dei generali di Alessandro  17. Lo storico
siceliota riferisce che Arrideo sarebbe stato delegato anche
al trasporto della salma che era destinata al tempio di Am-
mon nell’oasi di Siwah, e che scortò il corpo da Babilonia in
Egitto. Tolemeo gli sarebbe andato incontro fino in Siria per
rendere onore ad Alessandro, e avrebbe preso in consegna la
salma decidendo però di trasferirla ad Alessandria e di non
portarla nel tempio di Ammon a Siwah  18. Arriano, invece,

15
Paus. I 6, 3.
16
La sconfitta e la morte di Perdicca in Egitto sono narrati nel
dettaglio da Diodoro (XVIII 33-36). Sulla vicenda vd. anche Arriano
(FGrHist 156 F9, par. 28) e Cornelio Nepote (Eum. 5, 1).
17
Diod. XVIII 26-27. Questo Arrideo non va confuso con Filippo
III Arrideo.
18
Diod. XVIII 3, 5 e 28, 2-4.
capitolo 1 7

riferisce che Arrideo avrebbe contravvenuto alle disposizioni


di Perdicca recandosi da Tolemeo, e che si sarebbe diretto da
Babilonia fino in Egitto passando per Damasco 19.
Sulla base di queste informazioni si può tentare di ri-
costruire un quadro generale della vicenda. Perdicca do-
veva essere intenzionato a portare in Macedonia il corpo
di Alessandro, dimostrando anch’egli di voler utilizzare
la salma come strumento di legittimazione del potere e
della successione dinastica. Egli dunque vietò ad Arrideo
di recarsi in Egitto per evitare che il cadavere finisse nel-
le mani di Tolemeo, il quale probabilmente era riuscito a
far circolare la notizia secondo la quale le ultime volon-
tà di Alessandro sarebbero state quelle di farsi seppelli-
re nell’oasi di Siwah  20. Durante il viaggio da Babilonia
a Ege, Perdicca avrebbe deciso di deviare verso l’Egitto
con l’obiettivo di impadronirsene. Ora non è chiaro se
Tolemeo riuscì a intercettare il corteo funebre in Siria
convincendo i Macedoni a farsi consegnare il corpo, o se
egli riuscì ad agire su Arrideo facendo in modo che di-
sobbedisse all’ordine di Perdicca e proseguisse il viaggio
verso l’Egitto portandogli la salma  21. Una volta entrato
in possesso del cadavere di Alessandro, Tolemeo poté de-

19
Arr., FGrHist 156 F9, par. 25: vd. A. Simonetti Agostinetti,
Flavio Arriano. Gli eventi dopo Alessandro, Roma 1993, p. 63.
20
Per questa tradizione vd. Curt., Hist. Alex. Magn. X 5, 4; Just.,
Epit. XII 15, 7.
21
Curiosa è la testimonianza di Eliano (VH XII 64), secondo la
quale Tolemeo avrebbe ingannato Perdicca facendo preparare un fan-
toccio del cadavere di Alessandro e rivestendolo con gli abiti regali e gli
ornamenti, mentre nel frattempo trafugò il vero corpo per vie segrete.
8 la biblioteca di alessandria

ciderne il luogo della sepoltura e affrontare Perdicca che


stava conducendo una spedizione contro il suo paese.
Parimenti discussa è la sede originaria della tomba di
Alessandro. Come abbiamo visto, Strabone e Diodoro
dicono che il suo corpo venne seppellito ad Alessandria,
mentre Pausania informa che Tolemeo lo portò a Menfi.
In un altro passo, lo stesso Pausania asserisce che la se-
poltura del Macedone sarebbe stata originariamente al-
lestita a Menfi e poi trasferita ad Alessandria da Tolemeo
II Filadelfo  22. La sepoltura menfita è ricordata anche da
Curzio Rufo e dall’autore del Romanzo di Alessandro, i
quali, però, attribuiscono a Tolemeo I Soter il trasferi-
mento della salma da Menfi ad Alessandria 23.
Non è possibile ricostruire la sequenza degli eventi, ma
può darsi che il corpo di Alessandro sia stato temporanea-
mente portato a Menfi, per essere successivamente traspor-
tato nella nuova capitale Alessandria, dove sarebbe stato
allestito il complesso monumentale che negli anni seguenti
avrebbe ospitato anche le sepolture dei Tolemei. Non si può
neppure escludere che la responsabilità di questo trasferi-
mento vada attribuita a Tolemeo II Filadelfo, anche se, per
ragioni politiche e propagandistiche, il piano dovette essere
sicuramente concepito già dal padre Tolemeo I Soter 24.

22
Paus. I 7, 1.
23
Curt., Hist. Alex. Magn. X 10, 20; Hist. Alex. Magn. III 34, 4-6 Kroll.
Preziosa è la testimonianza del Marmor Parium (FGrHist 239 B 11), che
in corrispondenza dell’anno 321/0 a.C. riporta la notizia della sepoltura
di Alessandro a Menfi e della morte di Perdicca in Egitto.
24
Adriani (La tomba di Alessandro, p. 7 s.) attribuisce a Tolemeo I il
trasferimento della salma da Menfi ad Alessandria.
capitolo 1 9

Nonostante le contraddizioni e le lacune delle fonti, la


pagina di Strabone rivela la straordinaria importanza che la
sepoltura di Alessandro rivestiva ancora alla fine del I seco-
lo a.C., quando il monumento fu oggetto di venerazione da
parte di illustri visitatori come Cesare e Augusto 25.
È inoltre particolarmente significativo il fatto che, accan-
to alla tomba del Macedone, l’unico monumento dei palaz-
zi reali di Alessandria ricordato da Strabone sia il Museo.
Purtroppo il geografo non precisa l’ubicazione di questi
due luoghi, perché doveva trattarsi di siti eccezionalmente
famosi: egli, però, ne rileva alcuni tratti salienti 26.
Per quanto riguarda la tomba di Alessandro, Strabone non
si sofferma sulle caratteristiche architettoniche, ma si limita
soltanto a ricordarne i due diversi sarcofagi che avrebbero
accolto il corpo del Macedone 27. Quel che egli sottolinea, in-

25
Lucano nel Bellum Civile (X 19) descrive la discesa di Cesare nel
sepolcro di Alessandro. Per quanto riguarda invece la visita di Augusto
si rimanda a Svetonio (Augustus 18) e a Dione Cassio (LI 16, 5). In
seguito la tomba venne visitata anche da Caligola (Suet., Calig. 52), da
Settimio Severo (Dio Cass. LXXVI 13) e da Caracalla (Hdn. IV 8, 9).
26
Per una ricostruzione della posizione in cui doveva trovarsi la
tomba di Alessandro vd. Adriani, La tomba di Alessandro.
27
Sul sarcofago d’oro di Alessandro preparato a Babilonia vd. Diod.
XVIII 26, 3 (cfr. Curt., Hist. Alex. Magn. X 10, 13 per l’imbalsamazione
del corpo), mentre per il sarcofago di vetro (o di alabastro: cfr. Fraser,
Ptolemaic Alexandria, I, p. 15) allestito dopo il furto di quello d’oro vd.
Eust., Comm. in Dion. per. 254. Per quanto fugace, la testimonianza di
Strabone conserva comunque alcuni particolari molto interessanti per
la conoscenza della tomba di Alessandro, e cioè il fatto che faceva parte
dei palazzi reali di Alessandria, che il complesso all’interno del quale si
trovava era un peribolo, e che ancora nel I secolo a.C. era là dove l’aveva
posta Tolemeo I: vd. Adriani, La tomba di Alessandro, pp. 8-9.
10 la biblioteca di alessandria

vece, è il significato storico del monumento attraverso il rias-


sunto degli eventi che portarono a edificarlo ad Alessandria.
Anche per quanto riguarda il Museo Strabone non ci dà la
descrizione che ci saremmo aspettati. In questo caso, infatti,
egli non ricorda la collezione libraria o le ricerche scientifi-
che promosse al suo interno, ma si sofferma sulla sua organiz-
zazione comunitaria e sugli edifici principali, che sarebbero
consistiti nella passeggiata, in un’esedra e nella grande sala per
i pasti in comune. Nel secondo capitolo torneremo su questa
descrizione e sul significato della testimonianza di Strabone.

3. Il Porto Grande

La visita di Strabone prosegue spostandosi sull’impian-


to portuale che gli architetti alessandrini avevano proget-
tato mediante la costruzione del cosiddetto Heptastàdion
(ἑπταστάδιον), la diga artificiale lunga sette stadi che colle-
gava l’isola di Faro alla terraferma e che divideva a metà il
golfo estendendosi per oltre un chilometro.
La diga venne costruita in epoca tolemaica ed era ori-
ginariamente provvista di un acquedotto per gli abitanti
di Faro. Essa era inoltre dotata di due aperture alle estre-
mità per il passaggio delle navi da un’insenatura all’altra.
Dopo l’assedio di Cesare all’epoca della cosiddetta Guer-
ra Alessandrina (48-47 a.C.), la popolazione venne per
la maggior parte allontanata dall’isola e molto probabil-
mente fu dismesso anche l’acquedotto 28.

28
Caes., B. civ. III 112; [Caes.], B. Alex. 17-19; Strabo XVII 1, 6. Plu-
tarco (Alex. 26, 6) ricorda che ai tempi di Alessandro l’isola di Faro era
capitolo 1 11

Strabone immagina di giungere per mare ad Alessandria


e di entrare nel Porto Grande superando l’isola di Faro e il
promontorio Lochias:

All’entrata del Porto Grande sulla destra si trovano l’isola


e la torre di Faro, mentre dall’altra parte ci sono gli scogli
e il promontorio Lochias con un palazzo reale. Entrando
nel porto a sinistra c’è il palazzo reale interno, che è col-
legato a quello che si trova sul promontorio Lochias e ha
molti alloggi variopinti e boschetti; sotto c’è il porto sca-
vato dall’uomo, che è nascosto ed è proprietà privata dei
re, e Antirodi, che è un’isoletta di fronte al porto artificiale
dotata di un palazzo reale e un porticciolo: l’hanno chia-
mata in questo modo come se fosse rivale di Rodi.
Sopra il porto artificiale c’è il teatro, e poi il Poseidion,
che sporge a gomito dal cosiddetto Emporio, con un tem-
pio di Posidone; ad esso Antonio ha aggiunto un molo che
si protende ancor più verso il centro del porto, e sulla pun-
ta ha fatto costruire una residenza reale che ha chiamato
Timonion. Ha realizzato quest’opera alla fine, quando,
abbandonato dagli amici, è partito per Alessandria dopo
la disfatta di Azio, avendo deciso di vivere alla maniera di
Timone il resto dei suoi giorni, trascorrendoli lontano da
simili amici. Poi ci sono il tempio di Cesare, l’Emporio e
i depositi, e dopo i cantieri navali fino all’Heptastadion.
Queste sono le strutture attorno al Porto Grande. 29

ancora separata dalla terraferma. Su questa struttura vd. Fraser, Ptole-


maic Alexandria, I, p. 21. Per le ricerche archeologiche condotte nel porto
di Alessandria in corrispondenza dell’Heptastadion vd. McKenzie, The
Architecture of Alexandria, pp. 45-47. Sugli eventi del 48 a.C. vd. cap. 4 § 2.
29
Strabo XVII 1, 9.
12 la biblioteca di alessandria

In questo passo Strabone torna a considerare l’impianto


dei palazzi reali di Alessandria, dandoci qualche elemento
in più rispetto alle righe che abbiamo letto nei §§ 1 e 2.
Ora infatti scopriamo che la struttura dei palazzi reali
dava sul Porto Grande, abbracciandone in qualche modo
tutto il lato sinistro rispetto al navigatore che entrava
nell’insenatura. La particolarità era costituita dal fatto che
il palazzo detto “interno” – evidentemente perché posto al
fondo del golfo – era collegato al palazzo reale del promon-
torio Lochias. Il palazzo interno doveva essere a sua volta
collegato alla zona principale dei palazzi reali di Alessan-
dria, fungendo da ponte con il complesso di Lochias 30.
Questo collegamento dà l’idea dell’intensa attività
edilizia che dovette susseguirsi senza sosta dall’epoca di
Tolemeo I sino alla conquista romana dell’Egitto alla fine
del I secolo a.C. La descrizione, inoltre, dimostra quan-
to fosse calzante l’espressione omerica usata da Strabo-
ne per esprimere la successione, non soltanto temporale
ma anche architettonica, dei palazzi reali di Alessandria, i
quali, al pari di quello interno, dovevano articolarsi in un
continuum di stanze e di giardini 31.
Prima di passare alla rassegna degli altri edifici che si af-
facciavano sul Porto Grande, Strabone ricorda il porto arti-
ficiale di proprietà dei re, che doveva servire al palazzo rea-
le interno per l’imbarco e lo sbarco di persone e merci. Di
fronte al porto artificiale vi era un’isoletta oggi sommersa,

30
Nel paragrafo 8, infatti, Strabone scrive che i palazzi erano col-
legati tra di loro e con il porto (vd. supra § 1). Vd. Fraser, Ptolemaic
Alexandria, I, p. 23.
31
Strabo XVII 1, 8: vd. § 1.
capitolo 1 13

la quale era anch’essa provvista di un palazzo reale e di un


piccolo porto. Il nome Antirodi (Antìrrhodos, Ἀντίρροδος)
evoca il nome di Rodi, ma non si sa se esso alluda a una so-
miglianza fisica con quest’isola o a un fatto storico in qual-
che modo collegato al Dodecaneso e il quale avrebbe visto
protagonista l’isoletta del Porto Grande di Alessandria 32.
Ora il viaggiatore di Strabone sbarca sulla costa prospi-
ciente Antirodi, trovandosi di fronte il teatro e a destra il cosi-
detto Posèidion (Ποσείδιον), che prendeva nome dal tempio
di Posidone 33. Dal Poseidion si protendeva verso il centro del
porto un molo, sulla cui estremità Antonio aveva fatto costru-
ire il famoso palazzo che chiamava Timònion (Τιμώνιον).
La descrizione di questo luogo è particolarmente sugge-
stiva. Il termine Timonion, infatti, traeva origine da Timo-
ne, il celebre misantropo ateniese del V secolo a.C. deriso
dai comici 34. Il personaggio ha avuto fortuna letteraria gra-
zie all’omonimo dialogo di Luciano (Timone o il misantro-
po), che fu tra le fonti d’ispirazione di Shakespeare per la
redazione del Timone di Atene.
Timone si ritirò a vivere in una torre e quando morì venne
sepolto sulla costa dell’Attica. In seguito a un cedimento del
terreno, la sua tomba fu circondata dalle onde e rimase per

32
Vd. Fraser, Ptolemaic Alexandria, II, p. 63 n. 147; Biffi, L’Africa
di Strabone, p. 270.
33
Il teatro è ricordato anche da Cesare (B. civ. III 112, 8). Vd. Fra-
ser, Ptolemaic Alexandria, I, p. 23.
34
Vd. Frinico (Monotropos, fr. 19 PCG), Aristofane (Av. 1549; Lys.
805-815) e Platone Comico (fr. 237 PCG). Sul personaggio vd. anche
la testimonianza di Plutarco (Ant. 70), Pausania (I 30, 4) e Neante di
Cizico (FGrHist 84 F35). Vd. A.M. Armstrong, Timon of Athens. A
Legendary Figure?, in «G&R» 34, 1987, pp. 7-11.
14 la biblioteca di alessandria

sempre isolata e inaccessibile. Il richiamo a Timone ci fa im-


maginare molto bene il ritiro a vita solitaria scelto da Antonio
dopo la sconfitta che subì da parte di Ottaviano ad Azio nel
31 a.C. 35 Nel contempo, però, il protendersi del Timonion sul
Porto Grande di Alessandria crea un forte contrasto tra l’ere-
mitaggio del triumviro romano e l’affollamento di quello che
doveva essere uno dei porti più trafficati del Mediterraneo.
Come vedremo nel prossimo paragrafo, questo riferi-
mento storico anticipa la scena finale che chiude la descri-
zione straboniana di Alessandria, quando verrà ricordato
il suicidio di Antonio e Cleopatra che pose per sempre
fine all’indipendenza dell’Egitto, inaugurandone il desti-
no di provincia romana posta sotto l’autorità di Augusto.
Quando Strabone scrive, la memoria di questi eventi do-
veva essere ancora particolarmente viva ad Alessandria,
dato che erano accaduti pochi anni prima.
Il tragitto ora procede verso ovest lungo la banchina del
Porto Grande, dove il geografo segnala il tempio di Ce-
sare, l’Emporio, i depositi e i cantieri navali fino alla diga
dell’Heptastadion 36.
Non si sa se il tempio di Cesare (Caesareum) sia stato eret-
to da Cleopatra in onore di Cesare o di Antonio, ma in segui-

35
Sulla sconfitta di Antonio per mano di Ottaviano ad Azio dinanzi
al Golfo di Ambracia si rimanda a Plutarco (Ant. 65-69), il quale ricor-
da la scelta di Antonio di ritirarsi nel Timonion, e a Dione Cassio (L
31-35). Per una disamina delle fonti sul Timonion e sul ritiro di Antonio
vd. M.R. Falivene, Una effimera forma di vita. Antonio nel Timonèo, in
C. Braidotti - E. Dettori - E. Lanzillotta (curr.), Οὐ πᾶν ἐφήμερον.
Scritti in memoria di Roberto Pretagostini, I, Roma 2009, pp. 177-189.
36
Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, p. 24 s.
capitolo 1 15

to divenne luogo di culto di Augusto e la sua descrizione è


conservata nell’Ambasceria a Gaio (151) di Filone alessandri-
no. È inoltre noto che dinanzi alla sua facciata si ergevano i
cosiddetti Aghi di Cleopatra, i due obelischi originari di He-
liopolis che si sono conservati ad Alessandria fino al XIX se-
colo, quando furono divisi e trasferiti l’uno sul Thames Em-
bankment di Londra e l’altro a Central Park a New York 37.

4. Il Porto del Buon Ritorno

A questo punto Strabone si sposta sull’altro porto di


Alessandria, quello che si era formato a ovest dell’Hepta-
stadion e che viene ancora oggi utilizzato essendo il porto
principale della città:

Poi, dopo l’Heptastadion, c’è il porto di Eunostos e sopra


quello artificiale che chiamano anche Kibotos, dotato pure
esso di cantieri navali. Dal suo interno parte un canale na-
vigabile che si estende fino al Lago Mareotide; al di fuori
del canale rimangono ancora piccole parti della città, poi la
Necropoli suburbana, nella quale si trovano molti giardini,
tombe e locali per l’imbalsamazione dei morti. Al di qua del
canale c’è il Serapeo e altri antichi santuari abbandonati con
la costruzione di quelli nuovi a Nicopoli; e infatti lì sono
stati realizzati un anfiteatro e uno stadio e si svolgono i gio-
chi quinquennali, mentre i vecchi edifici sono trascurati.
Insomma Alessandria è piena di monumenti e di
luoghi sacri, e il più bello è il ginnasio che ha portici
lunghi più di uno stadio; al centro della città ci sono il
tribunale e i boschetti. Vi è anche il tempio di Pan, che è

37
McKenzie, The Architecture of Alexandria, p. 177.
16 la biblioteca di alessandria

un’altura artificiale a forma di pigna simile a un tumulo


di pietra, alla quale si accede mediante una salita a spi-
rale; dalla cima si può vedere tutta la città sottostante
da ogni parte. La via larga che si estende nel senso della
lunghezza va dalla Necropoli alla Porta Canopica co-
steggiando il ginnasio; c’è poi il cosiddetto Ippodromo
e di fianco le saline fino al Canale Canopico 38.
Oltrepassato l’Ippodromo si trova Nicopoli, il cui
insediamento sul mare non è inferiore a quello di una
città: dista trenta stadi da Alessandria. Augusto Cesare
ha onorato questo luogo, perché qui vinse in battaglia
coloro che avevano compiuto una sortita contro di lui
insieme ad Antonio, e presa la città d’assalto costrin-
se Antonio a suicidarsi e Cleopatra a consegnarsi viva
nelle sue mani; poco dopo, però, anch’essa si uccise di
nascosto mentre era tenuta prigioniera, facendosi mor-
dere da un aspide o applicando un unguento velenoso
(si narrano entrambe le versioni), e così finì l’impero
dei Lagidi che era durato molti anni. 39

In questo passo Strabone non si sofferma sulle strutture del


porto, ma passa rapidamente a considerare alcuni monumenti
di Alessandria e a descrivere zone periferiche della città.
La forma greca èunostos (εὔνοστος) significa letteral-
mente “buon ritorno”. Anche se il termine non è mai at-

38
In questo passo il testo di Strabone presenta delle difficoltà e si
è adottata l’integrazione del termine halài (ἁλαί: “saline”), pur essendo
stati proposti anche i vocaboli katoikìai (κατοικίαι: “insediamenti”), ka-
liài (καλιαί: “baracche”, “granai”) e hodòi (ὁδοί: “strade”): vd. Fraser,
Ptolemaic Alexandria, II, p. 95 n. 213; Biffi, L’Africa di Strabone, p. 272 s.
39
Strabo XVII 1, 10.
capitolo 1 17

testato nelle fonti antiche, il nome sembra potersi riferire


alla maggior facilità di accesso di questa insenatura rispet-
to a quella del Porto Grande, il cui imbocco era stretto e
ostacolato da scogli in parte sommersi e in parte affioran-
ti  40. In alternativa, si è anche proposto di collegare la de-
nominazione del porto a una divinità di nome Eunostos,
la quale era preposta ai mulini e alla macina del grano. Se-
condo questa teoria, l’allusione potrebbe forse significare
che nel Porto di Eunostos veniva depositato il grano pro-
veniente dall’interno del paese 41.
Al fondo dell’insenatura Strabone segnala la presenza di
un porto artificiale, da cui partiva un canale di collegamento
con il Lago Mareotide. In questo caso è più facile compren-
derne il nome perché la parola kibotòs (κιβωτός) significa
“scatola”, alludendo evidentemente alla forma squadrata di
questo impianto portuale 42.
A ovest del canale c’era la Necropoli, mentre a est si tro-
vavano il Serapeo e altri antichi santuari, oltre al ginnasio, al
tribunale, ai boschetti e al tempio di Pan  43. Tra questi mo-
numenti spicca il Serapeo, che è l’unico tempio di Alessan-

40
Per un confronto tra il Porto Grande e il Porto di Eunostos vd.
Strabo XVII 1, 6. Cfr. inoltre la descrizione del Porto Grande conser-
vata da Giuseppe Flavio nel De bello Judaico (IV 612-615), dove però
non vi è alcuna menzione del Porto di Eunostos.
41
Questa divinità è ricordata dai lessicografi: vd. Hesych., Lex. [Ε
7024] ed Etym. Magn. s.v. Εὔνοστος. Per la spiegazione vd. Fraser,
Ptolemaic Alexandria, II, p. 77 n. 181; Biffi, L’Africa di Strabone, p. 261.
42
Vd. Fraser, Ptolemaic Alexandria, II, p. 78 n. 182; Biffi, L’Africa
di Strabone, p. 261.
43
Per questi monumenti ormai tutti scomparsi o irriconoscibili vd.
Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, pp. 26-29.
18 la biblioteca di alessandria

dria dove è stato possibile condurre scavi archeologici. La


sua posizione è stata identificata grazie alle placche di fon-
dazione poste agli angoli del tempio e del recinto, che hanno
permesso di fissarne la cronologia all’epoca del regno di To-
lemeo III Euergete (246-221 a.C.). La struttura tolemaica del
tempio andò distrutta da un incendio alla fine del II secolo
d.C. e fu sostituita da un secondo tempio di epoca romana
che sopravvisse sino alla distruzione da parte dei Cristiani
nel 391. Di questo complesso monumentale sono rimaste
solo pochissime tracce sul terreno e il cosiddetto Pilastro
di Pompeo, che è in realtà una colonna eretta per onorare
l’imperatore Diocleziano, quando nel 298 riuscì a strappare
la città all’usurpatore Lucio Domizio Domiziano 44.
Nel IV secolo d.C. il vescovo Epifanio di Salamina scri-
ve che il Serapeo di Alessandria ospitava la biblioteca det-
ta “figlia”, per distinguerla da quella più grande che faceva
parte del Museo  45. Come vedremo nel capitolo 2 (§ 6),
la testimonianza è confermata da altre fonti ed è parti-
colarmente importante per la conoscenza del patrimo-
nio librario e degli enti culturali che hanno caratterizzato
Alessandria nel corso dei secoli.
La passeggiata di Strabone prosegue lungo la direttrice
est-ovest che attraversava Alessandria dalla Necropoli sino
alla Porta Canopica. Dopo aver oltrepassato l’Ippodromo
e il Canale Canopico, la visita termina a Nicopoli, la città

44
Su questo complesso vd. McKenzie, The Architecture of
Alexandria, pp. 53-55 (fase tolemaica) e 195-203 (fase romana); Fra-
ser, Ptolemaic Alexandria, I, p. 27. Per le fonti che parlano del Sera-
peo vd. Calderini, Dizionario, pp. 140-146.
45
Epiph., De mens. et pond. 324-327 Moutsoulas.
capitolo 1 19

suburbana che Ottaviano aveva fatto costruire a trenta sta-


di da Alessandria per commemorare la vittoria del 30 a.C.,
quando sconfisse le truppe di Antonio e conquistò l’Egitto
ponendo fine alla dinastia dei Lagidi.
Il passo del geografo si conclude con l’immagine teatrale
del suicidio di Antonio e Cleopatra, che era stato anticipato
nel paragrafo precedente con la descrizione del Timonion e il
riferimento alla scelta di Antonio di ritirarsi ad Alessandria 46.

5. Le Porte del Sole e della Luna

Le meraviglie di Alessandria non hanno soltanto colpito


viaggiatori come Strabone, ma hanno anche esercitato un
grande fascino su moltissimi intellettuali di ogni tempo, ar-
ricchendone la fantasia e ispirandone l’opera letteraria 47.
Basti pensare, in tempi più o meno recenti, alle poesie di
Konstantinos Kavafis e di Giuseppe Ungaretti, al Quartetto
alessandrino di Lawrence Durrell, ai libri di Stratis Tsirkas
ed Edouard Al-Kharrat, o alle memorie e alle saghe fami-
gliari di Alessandra Lavagnino e André Aciman 48.

46
Vd. supra § 3. La presa di Alessandria da parte di Ottaviano e
la tragica morte di Antonio e Cleopatra sono narrate con dovizia
di particolari da Plutarco (Ant. 74-86) e Dione Cassio (LI 9-14).
La fondazione di Nicopoli è ricordata anche da Svetonio (Aug. 18).
Sull’entrata di Ottaviano ad Alessandria e sulla presa dell’Egitto vd.
inoltre Hölbl, A History of the Ptolemaic Empire, pp. 246-251.
47
Per la testimonianza di alcuni viaggiatori moderni che hanno vi-
sitato Alessandria vd. J.-Y. Empereur, Alexandrie. Hier et demain, Paris
2001, pp. 134-139.
48
Tra le poesie di Kavafis (1863-1933) che celebrano Alessandria,
si ricordano Il dio abbandona Antonio (Ἀπολείπειν ὁ θεὸς Ἀντώνιον),
20 la biblioteca di alessandria

Ancora oggi Alessandria può fare da sfondo a romanzi


storici o gialli intricati, come Le bâton d’Euclide di Jean-
Pierre Luminet, dove la storia della cultura alessandri-
na è rievocata di fronte al pericolo della conquista araba
dell’Egitto nel 640 d.C., oppure l’Alexandria di Lindsey Da-
vis, che vede l’investigatore Marco Didio Falco alle prese
con un omicidio nella biblioteca del Museo alessandrino 49.
All’inizio di questo inesauribile filone letterario troviamo
Achille Tazio, un autore greco che visse all’incirca nel II seco-
lo d.C. e il quale ci ha regalato un’appassionata descrizione di
Alessandria nel romanzo intitolato Leucippe e Clitofonte 50.
Leucippe e Clitofonte sono due giovani innamorati
che appartengono a famiglie nobili della città di Tiro. La
loro unione è gravemente ostacolata ed essi sono costret-
ti a fuggire. In questo modo i due protagonisti affronta-

Re alessandrini (Ἀλεξανδρινοὶ βασιλεῖς), Cesarione (Καισαρίων) e la


Tomba di Iasís (Ἰασῆ τάφος). Ungaretti (1888-1970) evoca spesso
Alessandria nelle sue composizioni poetiche (vd., per esempio, la
raccolta Il porto sepolto e la poesia 1914-1915). Il quartetto alessan-
drino di Durell (1912-1990) è costituito da quattro romanzi: Justine,
Balthazar, Mountolive e Clea. Stratis Tsirkas (1911-1980) ha dedicato
ad Alessandria uno dei libri della trilogia Città alla deriva, mentre
Edouard Al-Kharrat ha scritto Alessandria, città di zafferano e Le ra-
gazze di Alessandria. Alessandra Lavagnino ha pubblicato Le biblio-
tecarie di Alessandria, mentre di André Aciman è stato recentemente
tradotto in italiano Ultima notte ad Alessandria.
49
J.-P. Luminet, Le bâton d’Euclide. Le roman de la bibliothèque
d’Alexandrie, Paris 2002; L. Davis, Alexandria. A Marcus Didius Falco
Novel, New York 2009.
50
Sulla cronologia di Achille Tazio vd. F. Ciccolella (cur.),
Achille Tazio. Leucippe e Clitofonte, Alessandria 1999, pp. 43-46.
capitolo 1 21

no tutta una serie di peripezie che ne mettono alla prova


l’amore e la fedeltà, sino allo scioglimento di ogni equivo-
co e al ricongiungimento finale.
Le avventure di Leucippe e Clitofonte sono ambienta-
te in diverse zone dell’Egitto e dell’Asia Minore, e com-
prendono anche Alessandria, dove i due ragazzi sono di
nuovo costretti a separarsi a causa del rapimento di Leu-
cippe da parte dei pirati.
La descrizione di Alessandria che Achille Tazio met-
te in bocca a Clitofonte esprime tutta la meraviglia che
doveva colpire il viandante alla prima visita della città.
Il passo è frutto della fantasia letteraria del romanziere
e da esso non ci si può aspettare precisione e dettaglio
topografico 51. Ciò nonostante, questa pagina rileva alcu-
ni aspetti della vita alessandrina di epoca greco-romana,
mettendone soprattutto in luce il crogiuolo di razze e l’af-
follamento delle strade, che potevano dar vita a incontri
inaspettati e a straordinari scambi culturali:

Dopo tre giorni di navigazione arrivammo ad Alessan-


dria. Entrai dalla cosiddetta Porta del Sole, e subito la bel-
lezza della città mi apparve in tutto il suo splendore riem-
piendomi gli occhi di gioia. Una fila diritta di colonne su
ambo i lati conduceva dalla Porta del Sole alla Porta della
Luna: queste sono le divinità che custodiscono le porte
della città, la cui piana si trova al centro del colonnato 52.

51
Cfr. Fraser, Ptolemaic Alexandria, II, p. 25 n. 48; Saunders,
Alexander’s Tomb, cit., p. 68 s.
52
Achille Tazio usa il termine pedìon (πεδίον) per indicare questa
parte di Alessandria. L’autore del Romanzo di Alessandro (Hist. Alex.
22 la biblioteca di alessandria

Molte strade attraversano la piana e percorrerle è come


compiere un viaggio pur rimanendo a casa. Proseguii per
pochi stadi e giunsi nella zona che prende nome da Ales-
sandro. Lì vidi una seconda città, anch’essa splendida,
divisa da due fila di colonne di pari lunghezza che si in-
crociano ad angolo retto. Come uno spettatore insaziabile
cercavo di posare gli occhi su ogni strada, ma non riuscivo
ad afferrarne tutta la bellezza con un solo sguardo. Osser-
vavo alcune parti mentre mi apprestavo a guardarne altre,
e mi affrettavo a vederne alcune mentre altre non le volevo
trascurare. Le cose che vedevo mi riempivano gli occhi,
mentre quelle che mi aspettavo di vedere li attiravano.
Mi aggiravo dunque per tutte le strade senza riuscire
ad appagare il desiderio della vista, e alla fine, stanco, mi
dissi: «Occhi miei, siamo sconfitti!». Fui colpito da due
cose nuove e straordinarie, e cioè la gara tra la dimensio-
ne della città e la sua bellezza, e quella tra il numero degli
abitanti e la città stessa, ma entrambi i contendenti vince-
vano, perché l’una era più grande di un continente e gli
altri più numerosi di una nazione. Se contemplavo la città,
esitavo a credere che un popolo la potesse riempire, e se
osservavo la popolazione mi stupivo che una città potesse
contenerla. Così la bilancia era in equilibrio. 53

Le Porte del Sole e della Luna furono fatte edificare


dall’imperatore Antonino Pio (138-161 d.C.) e la loro de-
nominazione induce a pensare che si trovassero rispetti-

Magn. I 32, 5 Kroll) usa la forma mèson pedìon (μέσον πεδίον) per in-
dicare il luogo da cui iniziò la costruzione della città. Sui problemi
di identificazione di questa zona vd. Calderini, Dizionario, p. 137;
McKenzie, The Architecture of Alexandria, p. 188.
53
Ach. Tat. V 1.
capitolo 1 23

vamente nella parte orientale e occidentale di Alessandria,


in corrispondenza delle estremità della Via Canopica che
attraversava la città da est a ovest 54.
Anche se manca un’esplicita menzione della tomba di
Alessandro, la testimonianza di Achille Tazio è stata spes-
so considerata una fonte preziosa per la localizzazione
del sepolcro del Macedone. Clitofonte, infatti, afferma di
giungere nel luogo che prendeva nome da Alessandro, e
si è pensato che qui debba identificarsi il punto in cui si
trovava la tomba del condottiero, collocandola dunque
in prossimità dell’incrocio tra la Via Canopica e la gran-
de direttrice che attraversava Alessandria da nord a sud 55.
C’è da dire, tuttavia, che quello che Achille Tazio descrive
come “il luogo che prendeva nome da Alessandro” (τὸν
ἐπώνυμον Ἀλεξάνδρου τόπον) potrebbe semplicemente
essere il nucleo originario di fondazione della città, che
Alessandro chiamò appunto con il proprio nome 56.

6. La festa di Serapide

La visita alessandrina di Leucippe e Clitofonte culmi-


na con una grandiosa processione serale in onore del dio
Serapide:

54
Calderini, Dizionario, pp. 113 s. e 147; McKenzie, The Architec-
ture of Alexandria, pp. 188-190. Sulla centralità non soltanto topografi-
ca, ma soprattutto sociale e politica della Via Canopica di Alessandria,
vd. Haas, Alexandria in Late Antiquity, pp. 81-90.
55
Vd. Adriani, La tomba di Alessandro, p. 10 s.; Manfredi, La
tomba di Alessandro, cit., p. 103.
56
Cfr. Hist. Alex. Magn. I 32, 5 Kroll.
24 la biblioteca di alessandria

Combinazione volle che ci fosse la festa del grande dio,


che i Greci chiamano Zeus e gli Egizi Serapide. C’era an-
che una processione di fiaccole, e questo fu il più gran-
de spettacolo a cui assistetti. Era infatti sera e il sole era
tramontato, ma la notte non si vedeva da nessuna parte,
perché era come se fosse sorto un altro sole frammentato
in ogni direzione: fu allora che ammirai la bellezza del-
la città competere con quella del cielo. Vidi anche Zeus
Milichio e il tempio di Zeus Uranio 57. Rivolgemmo pre-
ghiere al grande dio supplicandolo di far finalmente ces-
sare le nostre sventure, e poi ci recammo all’alloggio che
Menelao aveva affittato per noi. A quanto pare, però, il
dio non acconsentì alle nostre preghiere, e infatti la For-
tuna stava per metterci nuovamente alla prova. 58

Il dio Serapide è la massima espressione del sincretismo


greco-egizio e il suo culto venne introdotto ad Alessandria
nel primissimo periodo tolemaico, per iniziativa di Tole-
meo I Soter e Tolemeo II Filadelfo 59.
Gli aspetti cultuali di questa divinità sono particolar-
mente complessi, perché essa venne caricata di tutta una se-
rie di valenze religiose che dovevano essere funzionali alle
esigenze politiche e propagandistiche della corte tolemaica.

57
Doveva probabilmente trattarsi di rappresentazioni di Serapide:
vd. Ciccolella, Achille Tazio, cit., p. 219.
58
Ach. Tat. V 2.
59
Vd. le testimonianze di Tacito (Hist. IV 83-84), di Plutarco (De
Iside et Osiride 362  a) e di Clemente Alessandrino (Protrepticus IV
48): vd. Ellis, Ptolemy of Egypt, pp. 29-31; S. Pfeiffer, The God Sera-
pis, his Cult and the Beginnings of the Ruler Cult in Ptolemaic Egypt, in
McKechnie - Guillaume, Ptolemy II Philadelphus, pp. 387-408.
capitolo 1 25

Esso ebbe inoltre una grande diffusione in tutto il mondo


ellenistico, giungendo sino ad Atene e a Roma.
Il dio è considerato una sorta di “interpretazione gre-
ca” del Serapide menfita, il cui nome derivava da Osiride-
Api, e le fonti lo accostano a diverse divinità greche, qua-
li Dioniso, Ade, Zeus e Asclepio  60. Nel IV secolo d.C.
il culto di Serapide fu vietato mediante decreto dell’im-
peratore Teodosio I, e il Serapeo di Alessandria venne
abbandonato e distrutto nel 391 d.C. 61.

7. La fondazione di Alessandria

Proprio nel IV secolo d.C., all’epoca dell’abbandono


del culto di Serapide e della distruzione del suo tempio,
lo scrittore romano Ammiano Marcellino riesce ancora a
vedere i monumenti pagani di Alessandria, rievocandone
lo splendore in una suggestiva sezione del XXII libro delle
Storie dedicata all’Egitto 62.
Le pagine di Ammiano condensano molti aspetti della
storia alessandrina, soffermandosi non soltanto sugli effetti
benefici della geografia del luogo e sugli edifici più famosi,

60
Per un’approfondita disamina del culto in epoca tolemaica vd. Fra-
ser, Ptolemaic Alexandria, I, pp. 246-259; Pfeiffer, The God Serapis, cit.
61
Haas, Alexandria in Late Antiquity, pp. 159-169; Watts, City and
School, p. 190 s. con raccolta e discussione delle fonti. Vd. inoltre Z.
Kiss, Alexandria in the Fourth to Seventh Centuries, in R.S. Bagnall
(ed.), Egypt in the Byzantine World, 300-700, Cambridge 2007, p. 193.
Sulla fine del Serapeo vd. cap. 4 § 4.
62
Per una presentazione del clima culturale e religioso dell’Ales-
sandria del IV secolo d.C. vd. Watts, City and School, pp. 169-203.
26 la biblioteca di alessandria

ma anche sul patrimonio librario della città e sulla gloria de-


gli studi accademici realizzati all’interno del Museo.
Il brano si apre con un aneddoto concernente la fonda-
zione di Alessandria da parte di Alessandro, mentre nei pa-
ragrafi seguenti passa alle celebri zone del Faro, del Serapeo
e del Canopo, terminando con una rassegna di alcuni per-
sonaggi di spicco della scienza alessandrina.
Leggere il testo di Ammiano è come volgere lo sguardo in-
dietro per ammirare i fasti dell’Alessandria di età greco-roma-
na, rimembrandone la gloria e lo splendore. Partiamo dunque
dall’inizio con il curioso racconto di un episodio che si verificò
durante i lavori di progettazione dell’impianto della città:

Alessandria è la massima espressione di tutte le città ed è


famosa per molte cose magnifiche, dovute sia al genio del
suo grandissimo fondatore che all’abilità dell’architetto Di-
nocrate. Mentre venivano poste le fondamenta delle lunghe
e belle mura, questi, non disponendo di una quantità suffi-
ciente di calce per le necessità del momento, fece cosparge-
re di farina tutto il tracciato. L’incidente fu un presagio del
fatto che in futuro la città avrebbe abbondato di cibi. 63

Alessandro fondò Alessandria durante la spedizione che


condusse in Egitto dopo aver sconfitto Dario nella battaglia
di Isso del 333 a.C. Successivamente alla conquista delle cit-
tà siriache di Sidone, Tiro e Gaza, egli si diresse nella terra
del Nilo, dove rimase fino alla primavera del 331 64.

63
Amm. Marc. XXII 16, 7.
64
Per una descrizione di questi eventi vd. il racconto di Plutarco
nella Vita di Alessandro (20-27) e quello di Arriano nell’Anabasi di
Alessandro (II 6-27).
capitolo 1 27

Le fonti discordano sul momento preciso della fonda-


zione di Alessandria, perché la collocano sia prima che
dopo la visita all’oracolo di Ammon nell’oasi di Siwah 65.
Plutarco, inoltre, scrive che Alessandro, volendo fondare
in Egitto una grande città greca che portasse il suo nome,
fu ispirato da un verso dell’Odissea di Omero (IV 355)
in cui si parla dell’isola di Faro, e che, recatosi sul luogo,
rimase colpito dalla particolarità geografica della zona,
caratterizzata appunto da un’isola posta orizzontalmen-
te rispetto alla costa, la quale separava la terra dal mare
creando una grande laguna. Diversamente, la tradizione
confluita nel Romanzo di Alessandro riporta che il Ma-
cedone avrebbe ricevuto proprio dall’oracolo di Ammon
un responso sulla fondazione della città 66.
L’aneddoto ricordato brevemente da Ammiano è noto
anche a molte altre fonti, le quali hanno conservato alcu-
ni dettagli in più che ci permettono di comprenderne il
significato. A quanto pare, infatti, il progetto della fonda-
zione di Alessandria entusiasmò così tanto Alessandro da
impegnarlo nella definizione dell’impianto urbano insieme
all’architetto Dinocrate  67. All’inizio dei lavori i costruttori
vollero tracciare il perimetro delle mura e le strade, e per
far questo decisero di utilizzare della farina, dato che non

65
Plutarco (Alex. 26, 10-11) e Arriano (Anab. III 3, 1) pongono la
fondazione di Alessandria prima della visita di Alessandro a Siwah,
mentre Diodoro (XVII 51), Curzio Rufo (Hist. Alex. Magn. IV 8, 1),
Giustino (Epit. XI 11, 13) e l’autore del Romanzo di Alessandro (Hist.
Alex. Magn. I 30 Kroll) la pongono dopo la visita a Siwah.
66
Hist. Alex. Magn. I 30, 5-6 Kroll.
67
Sulla progettazione della città cfr. Biffi, L’Africa di Strabone, p. 263.
28 la biblioteca di alessandria

erano riusciti a trovare abbastanza calce. Terminato il di-


segno sul terreno, una grande quantità di uccelli si riversò
sul tracciato mangiando tutta la farina. Alessandro rimase
sconvolto da questo presagio, ma gli indovini lo incoraggia-
rono dicendo che si trattava di un segno premonitore della
floridezza della città, la quale sarebbe stata particolarmente
ricca e avrebbe dato nutrimento a molti uomini 68.

8. L’isola di Faro

L’attenzione di Ammiano si sposta ora a descrivere due


celebri monumenti di Alessandria, e cioè la torre di Faro e la
diga dell’Heptastadion, che abbiamo già incontrato nel § 3:

Qui soffiano aure salubri e il clima è calmo e mite. Inoltre,


com’è dimostrato dall’esperienza maturata in varie epo-
che, non passa praticamente giorno in cui gli abitanti di
questa città non vedano il sole sereno. Dato che in passato
i naviganti erano esposti a molti pericoli dovuti agli ingan-
ni e alle insidie degli accessi costieri, Cleopatra pensò di
far innalzare nel porto una torre altissima – chiamata Faro
dal luogo stesso in cui venne eretta –, e la fornì di servi-
zi notturni per l’illuminazione delle navi. Queste, infatti,

68
Diod. XVII 52; Strabo XVII 1, 6; Vitruv. II praef. 1-4; Plut.,
Alex. 26, 7-10; Arr., Anab. III 1, 5 - 2, 2; Curt., Hist. Alex. Magn. IV
8, 6; Val. Max. I 4, ext. 1; Hist. Alex. Magn. I 31, 2-32 Kroll. Sulla fon-
dazione di Alessandria e sull’aneddoto della farina vd. F. Sisti (cur.),
Arriano. Anabasi di Alessandro, I, Milano 2001, pp. 464-466. Vd. inoltre
P. Green, Alexander’s Alexandria, in From Ikaria to the Stars. Classical
Mythification, Ancient and Modern, Austin 2004, pp. 172-196.
capitolo 1 29

quando un tempo giungevano dal Mare Partenio  69 o dal


Mar Libico, costeggiavano spiagge curve e aperte senza
scorgere né specchi né segnali sui monti o sulle colline, e
naufragavano urtando contro la sabbia vischiosa e molle.
Questa stessa regina fece costruire, per una causa nota
e necessaria, l’Heptastadion, che divenne famoso per
l’incredibile velocità con cui fu realizzato e per la straor-
dinaria grandezza. L’isola di Faro, dove Omero narra con
grande enfasi che Proteo se ne stava con i suoi branchi di
foche, dista mille passi dalla costa su cui si trova la città,
e in passato doveva pagare il dazio a Rodi. Quando un
giorno i Rodiesi vennero a chiedere un tributo altissimo,
questa donna sempre esperta nelle frodi addusse il pre-
testo di alcune feste solenni e condusse i pubblicani nei
sobborghi; nel frattempo ordinò che l’opera fosse portata
a termine con incessanti lavori, e in sette giorni sette sta-
di furono guadagnati alla terra gettando enormi massi nel
mare vicino al paese. La regina percorse la diga su un coc-
chio trainato da cavalli e derise i Rodiesi, che reclamavano
il dazio imposto alle isole e non alla terraferma. 70

La salubrità del clima di Alessandria è descritta anche


da Strabone, il quale la spiega osservando come la città
fosse bagnata sia dal Mare Egizio che dal Lago Mareoti-
de. Il geografo, inoltre, si sofferma su un fenomeno par-
ticolare della zona dovuto alla piena regolare del Nilo. Il
fiume, infatti, alimentava il Lago Mareotide e, andando
in piena all’inizio dell’estate, gonfiava le acque del lago

69
Per Mare Partenio si intende la parte orientale del Mar Mediter-
raneo, tra l’Egitto e Cipro.
70
Amm. Marc. XXII 16, 8-11.
30 la biblioteca di alessandria

evitando che si formassero depositi melmosi e che si


sprigionassero vapori malsani e nocivi 71.
Come scrive Ammiano, Faro era nota sin dai tempi ome-
rici. Nell’Odissea l’isola è teatro di un incontro fra Menelao
e il dio del mare Proteo, il quale vi risiedeva custodendo
branchi di foche e altri animali marini  72. In età faraonica
la zona era utilizzata come posto di guardia per difendere
il paese dagli stranieri, e la sua base era a Rhakotis, un vil-
laggio costiero della parte occidentale del Delta di fronte
all’isola di Faro, il quale sarebbe successivamente divenuto
nucleo originario e quartiere della città di Alessandria 73.
Secondo la testimonianza di Curzio Rufo, Alessandro
avrebbe originariamente concepito l’idea di fondare Ales-
sandria proprio a Faro, ma avrebbe poi desistito dal proget-
to a causa della scarsa estensione dell’isola  74. Nel 47 a.C.,
invece, Faro fu sede di un violento scontro fra le truppe di
Cesare e quelle di Potino, precettore di Tolemeo XIV, e del
comandante Achillas. In quell’occasione Cesare si impos-

71
Strabo XVII 1, 7. Cfr. Fraser, Ptolemaic Alexandria, II, p. 5 n. 14.
72
Hom., Od. IV 351-586. In Erodoto (II 112-119) Proteo è re di
Menfi, mentre nell’Elena di Euripide (4-5) egli è re di Faro. In en-
trambe le versioni Proteo tenne presso di sé Elena durante la guerra
di Troia. L’autore del Romanzo di Alessandro (Hist. Alex. Magn. I 32,
1-3 Kroll) scrive che Alessandro avrebbe fatto restaurare il sacrario
di Proteo sull’isola. Sulle fonti riguardanti la leggenda e il nome di
Faro vd. Calderini, Dizionario, pp. 156 s. e 163 s.
73
Strabo XVII 1, 6; Plin., NH V 62; Paus. V 21, 9; Steph. Byz.
s.v. Ῥακῶτις. Vd. Calderini, Dizionario, p. 139; Fraser, Ptolemaic
Alexandria, I, p. 5.
74
Curt., Hist. Alex. Magn. IV 8, 1.
capitolo 1 31

sessò dell’isola, che era abitata da Egizi dediti alla pirateria,


e vi fece installare un presidio 75.
Contrariamente a quanto scrive Ammiano, la costruzio-
ne della torre di Faro non venne realizzata da Cleopatra, ma
iniziò molto prima, nel III secolo a.C. La cronologia è con-
fermata da un epigramma di Posidippo di Pella, il quale fu
attivo ad Alessandria all’epoca di Tolemeo II:

O Signore Proteo, Sostrato figlio di Dexifane di Cnido


pose questo guardiano di Faro a salvezza dei Greci; in
Egitto, infatti, non vi sono alture per la vedetta, come sulle
isole, ma si stendono bassi approdi per le navi. Questo è il
motivo per cui questa torre, che si erge diritta, fende l’aria
e di giorno è visibile da innumerevoli stadi di distanza,
mentre di notte il navigante subito vedrà tra le onde un
grande fuoco acceso sulla cima e, se corre dritto verso il
Corno del Toro, colui che naviga da queste parti non po-
trà mancare Zeus Soter, o Proteo. 76

Strabone scrive che la torre si ergeva su una scoglie-


ra all’estremità dell’isola di Faro e che venne edificata in
75
Caes., B. civ. III 112; [Caes.], B. Alex. 14-22; Strabo XVII 1, 6;
Plin., NH V 128; Plut., Caes. 49, 7-8; Dio Cass. XLII 40, 3. Per una
disamina di questi eventi vd. L. Canfora, Giulio Cesare. Il dittatore
democratico, Roma - Bari 20033, pp. 209-232.
76
Posid. ep. 115 Austin - Bastianini. Il Corno del Toro era un pas-
saggio particolarmente difficoltoso di accesso al Porto Grande di
Alessandria a causa delle acque basse (cfr. Plin., NH V 128), mentre
Zeus Soter era probabilmente la divinità raffigurata nella statua che
doveva trovarsi sulla cima della torre di Faro, anche se l’identificazio-
ne è discussa: McKenzie, The Architecture of Alexandria, p. 42. Vd.
inoltre Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, p. 18 s.
32 la biblioteca di alessandria

pietra bianca. Il monumento era caratterizzato da corpi


sovrapposti e fu fatto innalzare da Sostrato di Cnido,
“amico dei re”. La torre recava un’iscrizione dove si ram-
mentava la sua funzione di salvaguardia dei naviganti, i
quali avevano bisogno di un segnale luminoso per entra-
re nel porto di Alessandria, dato che la costa era priva di
attracchi e i fondali erano bassi e petrosi 77.
Può darsi che Strabone conoscesse l’epigramma di Po-
sidippo, ma in ogni caso entrambe le testimonianze do-
vevano evocare molto da vicino le parole dell’iscrizione
posta sulla torre di Faro. Altri autori confermano che l’epi-
grafe portava anche il nome dell’architetto Sostrato e che
l’edificio costò complessivamente 800 talenti 78.
Fonti tarde permettono di ancorare la data di fonda-
zione del monumento a circa il 297 o il 283 a.C., e dunque
tra il regno di Tolemeo I Soter e quello del figlio Tolemeo
II Filadelfo  79. La testimonianza di Ammiano, secondo la

77
Strabo XVII 1, 6.
78
Plin., NH XXXVI 83. Luciano (Quom. hist. conscr. 69) riporta
un curioso aneddoto secondo il quale Sostrato, dopo aver scritto il
proprio nome sulla torre, lo avrebbe ricoperto di gesso e vi avrebbe
fatto scrivere sopra il nome del re, sapendo che in breve tempo queste
lettere sarebbero cadute e che soltanto il suo nome sarebbe rimasto
leggibile a futura memoria. Sul ruolo di Sostrato di Cnido nella costru-
zione del Faro e sulla dedica del monumento vd. Fraser, Ptolemaic
Alexandria, I, p. 18 s.; A. Bernand, Les veilleurs du Phare, in «ZPE»
113, 1996, pp. 85-90; Biffi, L’Africa di Strabone, p. 260.
79
Eusebio (Chron. II 118 Schoene) pone la costruzione nell’anno
283, mentre il lessico bizantino Suda ([Φ 114] s.v. Φάρος) scrive che la
torre fu costruita quando Pirro prese il potere in Epiro: vd. Fraser,
Ptolemaic Alexandria, I, p. 20.
capitolo 1 33

quale Cleopatra VII (51-30 a.C.) sarebbe stata responsa-


bile della costruzione del Faro, potrebbe forse più pre-
cisamente riferirsi a lavori di restauro realizzati proprio
dopo la guerra alessandrina 80.
La torre di Faro è ricordata come una delle meraviglie
del mondo antico accanto al colosso di Rodi 81. Purtroppo
il monumento è andato perduto, ma la sua ricostruzione
è possibile grazie a delle rappresentazioni conservate su
manufatti posteriori al I secolo d.C., oltre che alle descri-
zioni di autori arabi vissuti tra il IX e il XIV secolo, quando
la torre fu distrutta da violenti terremoti 82.
Sulla base di queste descrizioni, che naturalmente riflet-
tono le diverse fasi del monumento nel corso dei secoli, si
può ricavare che l’edificio doveva ergersi per un’altezza di
poco inferiore ai 110 metri, con una base di circa 30 metri
quadrati e tre strutture sovrapposte di forma quadrata, ot-
tagonale e circolare 83. Le ricognizioni subacquee effettuate
nel porto orientale di Alessandria hanno portato alla luce
diverse strutture architettoniche ed elementi statuari, che
possono almeno in parte attribuirsi al Faro di Alessandria 84.

80
Biffi, L’Africa di Strabone, p. 260.
81
Fraser, Ptolemaic Alexandria, II, p. 44 n. 97. Per una rassegna
delle fonti antiche sul Faro vd. Calderini, Dizionario, pp. 156-164.
82
Per tutte queste testimonianze vd. McKenzie, The Architecture
of Alexandria, pp. 42-45.
83
Ibid. Vd. inoltre F. Castagnoli, s.v. Faro, in Enciclopedia dell’Arte
Antica, Classica e Orientale, III, Roma 1960, p. 596. Sull’importanza inge-
gneristica del faro di Alessandria, in particolare per quanto concerneva
la famosa lanterna, vd. Russo, La rivoluzione dimenticata, pp. 141-143.
84
Per questi scavi si rimanda a J.-Y. Empereur, Alexandrie ré-
decouverte, Paris 1998; F. Goddio - A. Bernand - E. Bernand - I.
34 la biblioteca di alessandria

Le ricostruzioni della torre possono ritenersi abbastanza


corrispondenti alla forma originaria dell’edificio, e rendo-
no ragione alle affermazioni iperboliche dell’epigramma di
Posidippo, dove si dice che il Faro di Alessandria era visibi-
le da una distanza infinita, e a quelle di Giuseppe Flavio, il
quale, nel I secolo d.C., scrive che questo monumento era
una torre grandissima che faceva luce ai naviganti sino a tre-
cento stadi, e cioè circa 50 chilometri 85.
Le dimensioni della torre, e la meraviglia che questo
monumento suscitava negli occhi del visitatore antico, non
sfuggirono neppure alla penna di Achille Tazio, che proprio
sull’isola di Faro pone uno dei momenti più drammatici delle
avventure di Leucippe e Clitofonte. Qui la torre è paragonata
a una montagna in mezzo al mare, perché la sua posizione su-
gli scogli all’estremità dell’isola faceva sì che l’acqua scorresse
sotto le sue fondamenta, dando l’illusione che il monumento
fosse sospeso sulle onde: come scrive il romanziere, l’altezza
era tale per cui la sommità giungeva sino alle nuvole, mentre
la lanterna pareva un altro sole nel cielo la cui luce guidava i
naviganti che entravano nel porto 86.
Così come per il Faro, anche la notizia di Ammiano riguar-
dante la responsabilità di Cleopatra VII nell’avviare la costru-
zione dell’Heptastadion può essere ridimensionata pensando
a lavori di ristrutturazione e consolidamento della diga, men-
tre l’aneddoto concernente i Rodiesi si può annoverare tra le

Darwish - Z. Kiss - J. Yoyotte, Alexandria. The Submerged Royal


Quarters, London 1998. Per una rassegna della bibliografia vd. anche
McKenzie, The Architecture of Alexandria, p. 384 n. 75 s.
85
Joseph., BJ IV 10, 5.
86
Ach. Tat. IV 6, 2-3.
capitolo 1 35

leggende che in epoca romana e bizantina fiorirono attorno


alla figura quasi leggendaria dell’affascinante regina 87.

9. Il Serapeo e Canopo

Nell’ultima parte della descrizione di Alessandria,


Ammiano sposta l’attenzione sulle strutture biblioteca-
rie della città e sul contributo culturale dei centri di ri-
cerca alessandrini. Questa sezione si apre ricordando la
magnificenza del Serapeo e dedica una piccola parentesi
all’insediamento di Canopo:

A questi monumenti si aggiungono templi che si eleva-


no con alti fastigi, e tra essi spicca il Serapeo, il quale, per
quanto sminuito dalla povertà delle mie parole, è tuttavia
così adorno di amplissimi atri sostenuti da colonne, di sta-
tue che sembrano vive, e di un numero straordinario di
altre opere, che non c’è nulla di più ambizioso sulla terra, a
esclusione del Campidoglio, di cui la venerabile Roma va
tronfia per l’eternità. Il Serapeo ospitò biblioteche di valo-
re inestimabile: e la concorde testimonianza delle memo-
rie antiche asserisce che 700.000 volumi, raccolti grazie
alle cure assidue dei sovrani Tolemei, furono distrutti da
un incendio durante la guerra alessandrina all’epoca del
dittatore Cesare, mentre la città veniva saccheggiata.
Canopo, poi, dista dodici miglia. Come tramandano
gli antichi racconti, essa prese nome dal nocchiere di Me-
nelao che è lì sepolto. Il luogo è molto ameno e fornito di
belle locande, ed è esposto alle brezze e gode di un clima
salubre, tanto che chi dimora in quelle zone potrebbe cre-

87
Fraser, Ptolemaic Alexandria, II, p. 57 n. 131.
36 la biblioteca di alessandria

dere di trovarsi al di fuori del nostro mondo, quando sente


il frequente mormorio dei venti e il loro tiepido soffio. 88

Questo passo di Ammiano è particolarmente interessante


ai fini del nostro discorso perché anticipa due temi che sa-
ranno trattati nei prossimi capitoli, e cioè la consistenza del
patrimonio librario di Alessandria (cap. 2 § 7) e l’entità della
perdita di volumi dovuta all’incendio che Cesare appiccò nel
porto della città per distruggere le navi nemiche (cap. 4 § 2).
Per il momento basti rilevare che Ammiano non men-
ziona il Museo, ma allude soltanto alle biblioteche del Se-
rapeo, come se queste fossero state le uniche della città.
Ciò nonostante, il fatto che nel IV secolo d.C. vi fosse con-
sapevolezza della distinzione tra la collezione del Museo
e quella del Serapeo è dimostrato dalla testimonianza del
vescovo Epifanio che abbiamo citato nelle pagine prece-
denti, dove si ricorda appunto che il Serapeo includeva
la cosiddetta “biblioteca figlia”, chiamata in questo modo
per distinguerla da quella principale del Museo 89.
Per quanto riguarda l’incendio di Cesare, Ammiano si
fa portatore della versione secondo la quale questo evento
avrebbe provocato la perdita completa dei volumi raccolti
dai Tolemei. Questa tradizione è nota anche a Plutarco e
ad Aulo Gellio, mentre altre fonti riportano cifre diverse sul
numero di libri che sarebbero andati distrutti dal fuoco  90.

88
Amm. Marc. XXII 16, 12-14.
89
Epiph., De mens. et pond. 324-327 Moutsoulas: vd. supra § 4.
90
Seneca nel De tranquillitate animi (9, 5) afferma che ad Alessan-
dria bruciarono 40.000 libri, ma non contestualizza l’evento. Lucano
nel Bellum civile (10, 486-503) descrive l’incendio delle navi appiccato
capitolo 1 37

La critica generalmente rifiuta l’ipotesi di una distruzio-


ne del patrimonio bibliotecario alessandrino all’epoca di
Cesare, adducendo anche il fatto che una ventina di anni
dopo Strabone non ne parla, ma nel capitolo 4 (§ 2) vedre-
mo come l’analisi delle fonti dimostri che questa possibilità
non è del tutto infondata.
La descrizione di Canopo permette ad Ammiano di apri-
re nuovamente una parentesi sulle amenità climatiche del
territorio, prima di tornare a concentrare l’attenzione sul
discorso culturale, come vedremo nel prossimo paragrafo.
Canopo corrisponde alla moderna Abuqir ed era
ubicata sul Delta a est di Alessandria, in prossimità del
ramo canopico del Nilo che conduceva a Naucrati. Il sito
ospitava un santuario di Osiride dedicato da Tolemeo III
(246-221 a.C.), il quale era caratterizzato da una commi-
stione di elementi greci ed egizi. Gli scavi moderni han-
no portato alla luce numerosi resti databili tra il periodo
tolemaico e quello bizantino, ma nessuno di essi è iden-
tificabile con le strutture del santuario 91.

da Cesare nel porto di Alessandria – incendio che si sarebbe propaga-


to anche ad alcune strutture portuali – ma non ricorda la distruzione
dei libri. Plutarco (Caes. 49, 6) dice invece che l’incendio di Cesare
distrusse la “grande biblioteca”; Aulo Gellio (NA VII 17, 3) scrive che
circa 700.000 volumi andarono distrutti durante la guerra alessandri-
na; Dione Cassio (XLII 38, 2) e Orosio (Hist. adv. pag. VI 15, 31-32)
informano invece che l’incendio di Cesare avrebbe provocato la di-
struzione dei magazzini del porto contenenti grano e 400.000 libri.
91
Per una descrizione di Canopo cfr. Strabo XVII 1, 17. Su Cano-
po e il santuario di Osiride vd. McKenzie, The Architecture of Alexan-
dria, pp. 58-61.
38 la biblioteca di alessandria

Il mito vuole che il giovane timoniere Canopo


(Κάνωπος o Κάνωβος) fosse giunto in Egitto al seguito di
Menelao ed Elena dopo la fine della guerra di Troia. Qui
sarebbe morto ucciso dal morso di un serpente e seppelli-
to nel luogo in cui successivamente sorse l’insediamento
che da lui avrebbe preso nome  92. Secondo la tradizione
egiziana, Canopo sarebbe stato trasformato nell’omoni-
ma stella che guidava la nave di Osiride 93.

10. La scienza ad Alessandria

L’ultima parte del brano di Ammiano Marcellino passa


in rassegna alcuni dei più importanti esponenti della cultu-
ra alessandrina, i quali vissero e studiarono nelle strutture
del Museo:

Alessandria non crebbe gradatamente come le altre cit-


tà, ma subito all’inizio si estese in ampi spazi e per lungo
tempo fu messa a dura prova da sedizioni interne, e infine
dopo molti anni, sotto l’imperatore Aureliano, quando le
discordie intestine erano degenerate in scontri mortali e
le mura erano state distrutte, perse la maggior parte del-
la zona che chiamavano Bruchion, dove per lungo tempo
avevano risieduto uomini insigni.
Qui vissero Aristarco, famoso nelle spinose questio-
ni grammaticali, Erodiano, studioso attentissimo delle
scienze, Sacca Ammonio, il maestro di Plotino, e mol-

92
Tac., Ann. II 60; Aristid., Or. XLVIII 359 (= Hecat. Mil.,
FGrHist 1 F308); Ael., NA XV 13; Phot., Bibl. 186 (= Conon,
FGrHist 26 F1, par. 8).
93
Plut., De Is. et Os. 359 e.
capitolo 1 39

tissimi altri scrittori in diversi settori degli studi letterari,


tra i quali si distinse Didimo Calcentero, che è degno di
essere ricordato per le vaste conoscenze in svariati am-
biti scientifici: costui, in quei sei libri, dove talvolta in
modo imperfetto critica Cicerone a imitazione dei sillo-
grafi, che sono scrittori maledici, viene criticato dai dotti
come un cagnolino che latra a distanza con voce trepida
attorno a un leone dal potente ruggito 94.
E sebbene molti antichi scrittori siano fioriti insieme a
quelli che ho ricordato, tuttavia neppure ora le varie scienze
rimangono silenziose in questa città; infatti i maestri delle
discipline danno qualche segno di vita, e qui tutto ciò che
rimane oscuro viene spiegato dalla geometria, e presso di
loro non è ancora del tutto scomparsa la musica, né tace
l’armonia, e alcuni, sebbene rari, mostrano ancora interesse
per l’osservazione del moto della terra e degli astri, mentre
altri sono esperti nei numeri; pochi conoscono la scienza
che mostra le vie del destino. Invece gli studi di medicina –
di cui si sente spesso il bisogno in questa nostra vita né par-
ca né sobria – così progrediscono di giorno in giorno che,
sebbene il lavoro stesso lo dimostri, per far sì che la propria
capacità professionale sia apprezzata basta che un medico,
senza darne alcuna prova, dica di essersi formato ad Ales-
sandria. Ma di questo basti quanto sin qui detto.
Se però qualcuno vorrà leggere con mente acuta le
numerose pubblicazioni sulla conoscenza della divini-
tà e sull’origine della divinazione, scoprirà che discipli-
ne di questo tipo sono state diffuse in tutto il mondo
dall’Egitto. Qui, di gran lunga prima degli altri, gli uomi-

94
In base a quanto riferisce il lessico bizantino Suda ([Τ 895] s.v.
Τράγκυλλος), le critiche di Didimo si sarebbero rivolte al De re publica
di Cicerone e contro di esse avrebbe replicato Svetonio.
40 la biblioteca di alessandria

ni scoprirono per la prima volta i cosiddetti incunaboli


della religione, e cautamente custodiscono nascosti in
scritti arcani i princìpi primi dei riti sacri.
Pitagora, che era stato istruito in queste cose e vene-
rava segretamente gli dei, stabilì che tutto ciò che avesse
detto o voluto godesse di autorità, e spesso mostrava la
sua coscia d’oro a Olimpia, e sovente veniva visto par-
lare con un’aquila  95. Qui Anassagora aveva imparato
a predire la caduta dei sassi dal cielo e ad anticipare i
terremoti toccando il fango nei pozzi. E Solone, aiutato
dalle sentenze dei sacerdoti d’Egitto, emanò delle leg-
gi giuste e moderate dando una base importantissima
anche al diritto romano 96. Elevandosi sublimemente da
queste fonti, Platone, emulo di Giove per la grandezza
dei discorsi, militò gloriosamente al servizio della sa-
pienza dopo aver visitato l’Egitto. 97

La scena di Ammiano si apre con la desolante immagine


della distruzione del Bruchion, termine con il quale in epo-
ca romana si designava quel quartiere di Alessandria affac-

95
Nella Vita di Pitagora (28, 135) Giamblico narra che il filosofo
avrebbe fatto vedere la sua coscia d’oro al sacerdote Abaris per di-
mostrare di essere Apollo.
96
La tradizione ricorda che, a metà del V secolo a.C., i Romani
avrebbero inviato ad Atene dei cittadini per studiare le leggi di So-
lone e apprendere quegli elementi della costituzione ateniese che
sarebbero serviti per la redazione del codice delle XII Tavole: vd.
Cic., De leg. II 59-64; Liv. III 31, 8; 32, 6; 33, 5; Dion. Hal., AR X
51, 5 e 57, 5; Dig. X 1, 13; XLVII 22, 4. Sul discusso apporto della legi-
slazione greca a quella romana vd. S. Sanseverinati, Ermodoro e i
decemviri: una questione aperta, in «RSA» 25, 1995, pp. 55-70.
97
Amm. Marc. XXII 16, 15-22.
capitolo 1 41

ciato sul Porto Grande, dove si trovavano il nucleo centrale


dei palazzi reali con il Museo e la biblioteca 98. Gran parte di
questa zona venne distrutta durante l’assedio di Aureliano
nel 273 d.C., quando l’imperatore riconquistò l’Egitto che
era caduto sotto il controllo di Zenobia, regina di Palmira 99.
Ammiano apre la rassegna dei suoi personaggi ricor-
dando alcuni celebri rappresentanti della cultura lettera-
ria alessandrina. Il primo di essi è Aristarco di Samotracia,
che viene considerato il più famoso e importante gram-
matico di Alessandria. Come si vedrà più ampiamente nel
capitolo 3 (§ 9), egli visse tra il III e il II secolo a.C. (ca.
216-144) ed è noto soprattutto per gli studi filologici che
condusse sul testo di Omero 100.

98
Vd. Calderini, Dizionario, p. 105 s.; Fraser, Ptolemaic Alex-
andria, I, p. 15. Purtroppo questa è una delle zone di Alessandria che
hanno maggiormente subìto i danni provocati dalle trasformazioni del
territorio e dell’edilizia moderna. Il termine si trova solo nelle fonti
tarde di età romana e incerta rimane la sua origine: a parte Ammiano
Marcellino, si vedano Eusebio di Cesarea (Historia ecclesiastica VII 32,
7) ed Epifanio di Salamina (De mensuris et ponderibus 325 Moutsoulas),
che colloca la “prima biblioteca” di Alessandria nel Bruchion, distin-
guendola dalla “biblioteca figlia” del Serapeo (su questa testimonianza
vd. cap. 2 § 6). Per una proposta di derivazione del termine Bruchion
(Βροῦχιον) dalla forma purouchèion (πυρουχεῖον), che alluderebbe a
un magazzino del grano, vd. A. Ausfeldt, Neapolis und Brucheion in
Alexandria, in «Philologus» 63, 1904, pp. 494-497.
99
Cfr. Epiph., De mens. et pond. 259 Moutsoulas; Eus., Hist. eccl. VII
32, 7-12. Vd. Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, p. 10; Haas, Alexandria
in Late Antiquity, p. 340. Su questo evento vd. più ampiamente 4 § 3.
100
Pfeiffer, SFC, pp. 329-360; F. Montanari, L’erudizione, la fi-
lologia e la grammatica, in G. Cambiano - L. Canfora - D. Lanza
42 la biblioteca di alessandria

Elio Erodiano fu anch’egli grammatico e lavorò ad Ales-


sandria nel II secolo d.C. Si occupò in particolare di proso-
dia e accentazione greca, e il suo nome è anche noto perché
fu figlio, oltre che discepolo e successore, di Apollonio Di-
scolo, lo studioso che in età imperiale dette un contributo
fondamentale agli studi di grammatica, operando una si-
stematizzazione della tradizione alessandrina e ponendo le
basi per gli sviluppi futuri della disciplina 101.
Con Ammonio Sacca ci spostiamo nel campo della filo-
sofia. Egli fu infatti un filosofo platonico e acquistò notorietà
perché ebbe come discepolo Plotino. La sua scuola, inoltre,
svolse un ruolo molto importante nei rapporti tra gli intellet-
tuali cristiani e pagani dell’Alessandria del III secolo d.C. 102
Didimo Calcentero fu il più importante grammatico
alessandrino della seconda metà del I secolo a.C. L’epi-
teto “Calcentero” (Χαλκέντερος) significa letteralmente
“dalle viscere di bronzo” e allude alla sua insaziabile sete
di conoscenza e all’impegno ferreo negli studi di filolo-
gia, che lo portarono a scrivere quasi 4000 libri, tanto
che la tradizione lo ricorda ironicamente anche come
Bibliolàthas (Βιβλιολάθας), e cioè “colui che dimentica i
propri libri” avendone scritti troppi. Didimo ebbe mol-
tissimi interessi che spaziavano dalla grammatica, alla les-

(curr.), Lo spazio letterario della Grecia antica, I: La produzione e la cir-


colazione del testo, 2: L’Ellenismo, Roma 1993, pp. 270-272.
101
E. Dickey, Ancient Greek Scholarship. A Guide to Finding,
Reading, and Understanding Scholia, Commentaries, Lexica, and
Grammatical Treatises, from Their Beginnings to the Byzantine Period,
Oxford 2007, pp. 73-77.
102
Watts, City and School, pp. 155-168.
capitolo 1 43

sicografia, alla critica letteraria e alle antichità in genere.


La profonda erudizione e il lavoro compilatorio, grazie al
quale egli trasmise alla tradizione successiva gran parte
del patrimonio filologico alessandrino di età ellenistica,
lo portarono spesso a subire pesanti critiche come quelle
ricordate da Ammiano Marcellino 103.
Alessandria non fu soltanto celebre per gli studi di fi-
lologia, ma spiccò nel mondo antico anche per i contri-
buti fondamentali che dette nei campi della matematica,
della meccanica e dell’astronomia 104.
Il primo personaggio da ricordare è il celebre matema-
tico Euclide, che visse ad Alessandria all’epoca di Tolemeo
I e redasse numerosi scritti di matematica e di geometria,
raccogliendo tutto il sapere precedente ed ereditando so-
prattutto il pensiero pitagorico. L’importanza del lavoro
di Euclide è dimostrata dai tredici libri degli Elementi, che
sono rimasti il manuale di riferimento fondamentale per
la matematica moderna sino al XX secolo 105.

103
Ath., Deipn. IV 139  c; Suda [Δ 872] s.v. Δίδυμος. Pfeiffer,
SFC, pp. 415-421; P. Harding (ed.), Didymos: on Demosthenes, Oxford
2006, pp. 1-4. Su Didimo vd. anche cap. 3 § 9 e cap. 4 § 1.
104
Per un’ampia e dettagliata introduzione alla scienza greca
di età ellenistica vd. Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, pp. 336-446;
Russo, La rivoluzione dimenticata. Cfr. inoltre D.C. Lindberg, The
Beginnings of Western Science. The European Scientific Tradition in
Philosophical, Religious, and Institutional Context, Prehistory to A.D.
1450, Chicago - London 20072, pp. 82-110.
105
Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, pp. 387-396; Russo, La rivo-
luzione dimenticata, p. 50 ss.; Lindberg, The Beginnings of Western
Science, cit., p. 84 s.
44 la biblioteca di alessandria

Alla scuola di Euclide studiò probabilmente anche Ar-


chimede (ca. 287-212 a.C.), che ne è considerato il succes-
sore più importante. Nato a Siracusa e attivo presso la corte
di Ierone II, egli ebbe contatti con Alessandria e divenne fa-
moso per le invenzioni meccaniche e gli studi di idrostatica,
dando un contributo molto importante allo sviluppo della
matematica e della fisica, soprattutto dopo la riscoperta del-
le sue opere in età rinascimentale 106.
Nonostante le persecuzioni e l’inevitabile crisi degli stu-
di che colpirono Alessandria nel III e nel IV secolo d.C., la
matematica continuò ancora a svilupparsi in questo periodo
grazie a figure come Pappo e Teone, le quali ebbero il merito
fondamentale di raccogliere e conservare le teorie e i risulta-
ti dei predecessori, come per esempio Euclide, Archimede e
Apollonio di Perge, un importante matematico che insegnò
ad Alessandria all’epoca di Tolemeo III Euergete 107.
Un altro personaggio particolarmente famoso della
scienza ellenistica fu Eratostene (ca. 280-195 a.C.), il qua-

106
Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, pp. 399-415; Russo, La ri-
voluzione dimenticata, pp. 95-102. Accanto ad Archimede, si devo-
no anche ricordare gli studi di pneumatica condotti da Ctesibio di
Alessandria e da Stratone di Lampsaco, i quali sono noti attraverso
gli scritti di Filone di Bisanzio e di Erone: vd. ibid., pp. 102-105.
107
Per uno studio della Collezione di Pappo si veda S. Cuomo,
Pappus of Alexandria and the Mathematics of Late Antiquity, Cam-
bridge 2000. Teone è famoso perché fu padre di Ipazia, la celebre
filosofa neoplatonica di Alessandria uccisa da un gruppo di fanatici
cristiani (Socrates Scholast., Historia ecclesiastica VII 15), la qua-
le si dedicò anch’essa allo studio e al commento di importanti opere
di matematica: vd. M. Dzielska, Hypatia of Alexandria, Cambridge
(Ma) - London 1995, pp. 66-79; Watts, City and School, pp. 187-203.
capitolo 1 45

le, oltre ad avere moltissimi interessi che spaziavano dalla


filologia alle scienze dei numeri, fu anche allievo di Cal-
limaco e direttore della biblioteca di Alessandria. Il suo
contributo più importante risiede nei campi della cro-
nologia e della geografia. Egli, infatti, stabilì la datazione
degli eventi storici sulla base delle Olimpiadi e, avendo a
disposizione l’abbondante materiale raccolto durante le
campagne militari di Alessandro Magno, poté disegnare
una mappa del mondo conosciuto da Gibilterra all’India.
Come vedremo più dettagliatamente nel capitolo 3 (§ 7),
scoprì inoltre un metodo per la misurazione della circon-
ferenza terrestre, dando un risultato che sarebbe stato
corretto soltanto in epoca moderna 108.
Un contributo determinante agli studi alessandrini di
geografia e di astronomia venne dato dalle ricerche di Clau-
dio Tolemeo (ca. 100-170 d.C.). La sua Geografia contiene
un ricchissimo catalogo delle località del mondo allora
conosciuto ed è corredata di ventisei mappe. Quest’opera
rappresenta una sintesi fondamentale delle conoscenze ge-
ografiche degli antichi, e le sue teorie esercitarono un’in-
fluenza molto importante sullo sviluppo della cartografia
europea sino all’epoca di Cristoforo Colombo. Il nome di
Tolemeo, però, è legato soprattutto al trattato astronomico
noto con il titolo arabo di Almagesto, e in particolare alla
formulazione della teoria geocentrica, secondo la quale la
terra si trova immobile al centro dell’universo e attorno ad

108
Parsons, The Alexandrian Library, pp. 145-147; Pfeiffer, SFC,
pp. 249-274; Russo, La rivoluzione dimenticata, pp. 92-95, 292-298. Su-
gli scritti alessandrini di geografia e in particolare sull’opera di Erato-
stene vd. Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, pp. 520-553.
46 la biblioteca di alessandria

essa ruotano le sfere delle stelle fisse e dei pianeti. Com’è


noto, il sistema tolemaico rimase accettato fino al XVI seco-
lo, quando Copernico propose il sistema eliocentrico, recu-
perando una teoria che era stata peraltro già formulata nel
III secolo a.C. da Aristarco di Samo 109.
Come scrive Ammiano Marcellino, la medicina fu un al-
tro campo della scienza ellenistica nella quale le scuole ales-
sandrine raggiunsero vertici mai toccati prima, tanto che in
alcuni casi i suoi risultati sarebbero stati superati soltanto
nel XVII secolo  110. L’esponente più importante è Erofilo
di Calcedone, il quale esercitò ad Alessandria all’epoca di
Tolemeo I e del figlio Tolemeo II. Egli è noto come padre
dell’anatomia e della fisiologia, ed ebbe il merito di far co-
noscere i princìpi della medicina di Ippocrate, facendo in
qualche modo da ponte fra la tradizione ippocratica della
scuola di Cos e l’attività di Galeno. La scuola di Erofilo ebbe
numerosi discepoli, tra i quali si ricordano Andrea, che fu
medico personale di Tolemeo IV Filopatore (221-204 a.C.),
Mantia, che visse nella seconda metà del II secolo a.C. e fu
probabilmente il più importante farmacologo dell’antichi-
tà, Apollonio Mys, che nel I secolo a.C. scrisse un’opera sui
profumi e gli unguenti, e Demostene Filalete, che nel I se-
colo d.C. si dedicò all’oftalmologia 111. L’eredità delle scuole
mediche di Alessandria venne raccolta da Galeno di Perga-

109
Russo, La rivoluzione dimenticata, pp. 105-120; Lindberg, The
Beginnings of Western Science, cit., pp. 98-105.
110
Un’ampia introduzione alla medicina ellenistica è in Fraser,
Ptolemaic Alexandria, I, pp. 338-376.
111
Russo, La rivoluzione dimenticata, pp. 161-178; Lindberg, The
Beginnings of Western Science, cit., pp. 119-131.
capitolo 1 47

mo (ca. 129-216 d.C.), la cui importanza nella trasmissio-


ne della scienza medica ellenistica è paragonabile a quella
esercitata da Didimo in campo letterario 112.
Terminata la visita di Alessandria con i nostri compa-
gni di viaggio, possiamo ora apprestarci a entrare nelle
biblioteche della città per seguire da vicino il lavoro e le
ricerche dei personaggi che abbiamo conosciuto in questo
capitolo, cercando di tracciare le origini e la formazione
delle straordinarie collezioni alessandrine.

112
Cfr. Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, p. 339.
Capitolo 2

Il progetto di fondazione:
radunare tutti i libri del mondo

1. La biblioteca di Aristotele

Come abbiamo detto nel capitolo 1 (§ 2), Strabone non


ricorda nessuna biblioteca di Alessandria nella sua descrizio-
ne della città, ma accenna semplicemente al Museo. Altrove,
tuttavia, egli afferma che i re d’Egitto avrebbero appreso da
Aristotele a organizzare una biblioteca:

Di Scepsi erano originari i filosofi socratici Erasto, Corisco


e suo figlio Neleo, il quale non soltanto ascoltò le lezioni
di Aristotele e di Teofrasto, ma ereditò anche la biblioteca
di quest’ultimo, che comprendeva quella di Aristotele.
Questi donò appunto la sua biblioteca a Teofrasto, al quale
aveva lasciato anche la scuola; per quanto ne so, Aristotele
fu il primo a collezionare libri e a insegnare ai re d’Egitto
come si organizza una biblioteca 1.
Teofrasto lasciò la sua biblioteca a Neleo, il quale la
portò a Scepsi e la affidò ai suoi eredi, che erano persone
ignoranti e tennero i libri chiusi a chiave senza conservarli

1
Queste sono le parole che Strabone usa a proposito della colle-
zione di Aristotele e dell’insegnamento che ne trassero i re d’Egitto:
πρῶτος ὧν ἴσμεν συναγαγὼν βιβλία καὶ διδάξας τοὺς ἐν Αἰγύπτῳ βασιλέας
βιβλιοθήκης σύνταξιν.
50 la biblioteca di alessandria

con cura. Quando costoro vennero a sapere con quanto zelo


i re Attalidi – cui era soggetta la città – stavano cercando
libri per formare la collezione della biblioteca di Pergamo,
li nascosero sotto terra in una specie di cunicolo. Molto
tempo dopo, però, quando erano ormai stati danneggiati
dall’umidità e dai tarli, i loro discendenti vendettero i libri
di Aristotele e di Teofrasto ad Apelliconte di Teo per una
grande somma di denaro 2.
Apelliconte, però, era più bibliofilo che filosofo, e vo-
lendo restaurare i danni provocati dalla corrosione fece
delle nuove copie del testo, ma non riempì bene le parti
mancanti e pubblicò i libri pieni di errori. In questo modo,
dunque, i primi Peripatetici che vennero dopo Teofrasto
non ebbero che pochi libri a disposizione – e per la mag-
gior parte esoterici – e non poterono praticare a fondo la
filosofia, ma soltanto declamare su questioni generiche.
Quelli che vennero nel periodo successivo alla ricomparsa
di questa collezione poterono praticare meglio la filosofia
e seguire il pensiero aristotelico, ma furono costretti a
definire probabili molte delle loro affermazioni a causa
del gran numero di errori contenuti nei libri.
Anche Roma dette un grande contributo a tutto ciò:
infatti, subito dopo la morte di Apelliconte, Silla, che si era

2
Apelliconte (o Apellicone) fu un famoso bibliofilo che nacque
a Teo in Asia Minore e visse ad Atene, dove ottenne la cittadinanza.
Nell’88 a.C. fu incaricato dal tiranno ateniese Atenione di compiere una
spedizione a Delo, che però fallì. La tradizione ricorda le abbondanti
ricchezze che permisero ad Apelliconte di acquistare molti altri libri
oltre alla biblioteca di Aristotele, e di impossessarsi persino delle copie
originali dei decreti conservati negli archivi del Metroon di Atene (Ath.,
Deipn. V 214 d - 215 b). Cfr. M. Corradi, Apellicon, in LGGA (2007);
Canfora, La biblioteca scomparsa, pp. 59-63.
capitolo 2 51

impadronito di Atene, portò a Roma la sua biblioteca, e lì il


grammatico Tirannione, che era un ammiratore di Aristo-
tele, riuscì a entrarne in possesso dopo essersi guadagnato
le simpatie del bibliotecario, e lo stesso fecero alcuni librai
che usavano copie di cattiva qualità e non collazionavano i
testi, come accade anche per altri libri che vengono copiati
per essere venduti sia a Roma che ad Alessandria  3. Ma
riguardo a costoro basti quanto sin qui detto. 4

La composizione e il destino della biblioteca di Aristotele


rappresentano uno dei gialli più intricati e avvincenti della
storia della tradizione classica, la quale non è mai riuscita
a rintracciare con sicurezza le vie che hanno portato non
soltanto alla pubblicazione degli scritti del grande pensatore,

3
Tirannione di Amiso (Ponto Eusino) fu un grammatico greco
del I secolo a.C., il cui vero nome era Teofrasto. Lavorò a Roma, dove
ebbe rapporti con Cesare, Cicerone e Attico: vd. Suda [Τ 1184-1185] s.v.
Τυραννίων; Dickey, Ancient Greek Scholarship, cit., p. 85; L. Pagani,
Tyrannion Maior, in LGGA (2009). Sul ruolo di Tirannione nell’orga-
nizzazione della biblioteca di Cicerone vd. inoltre P. Fedeli, Biblioteche
private e pubbliche a Roma e nel mondo romano, in G. Cavallo, Le biblio-
teche nel mondo antico e medievale, Roma - Bari 1988, p. 36. Nella Vita di
Silla (26, 1-3) Plutarco ricorda il bottino del generale romano e il ruolo
di Tirannione, il quale avrebbe a sua volta passato i libri di Aristotele e
di Teofrasto al peripatetico Andronico di Rodi, che si occupò di met-
terli in circolazione e compilare i cataloghi degli scritti dei due filosofi:
sull’importanza di Andronico per l’edizione degli scritti aristotelici
vd. M. Regali, Andronicus, in LGGA (2008). Sul bottino di Silla vd.
anche la testimonianza di Luciano (Adversus indoctum et libros multos
ementem 4). Per le razzie di guerra che portarono alla formazione di
molte biblioteche private romane cfr. invece Fedeli, Biblioteche private
e pubbliche, cit., pp. 31-33; Blanck, Il libro nel mondo antico, pp. 207-217.
4
Strabo XIII 1, 54.
52 la biblioteca di alessandria

ma anche alla progressiva dispersione del suo straordinario


patrimonio librario.
Che Aristotele possa essere annoverato tra i più grandi
collezionisti dell’antichità è confermato anche da Ateneo
di Naucrati. In uno degli estratti del primo libro dei Deipno-
sofisti, il ricordo della biblioteca del ricco letterato romano
Larense, che ospita il banchetto, offre all’autore l’occasione
per passare rapidamente in rassegna alcuni celebri bibliofili
dell’antichità, tra i quali viene appunto menzionato anche
Aristotele, la cui collezione, però, a detta di Ateneo sarebbe
giunta ad Alessandria nelle mani di Tolemeo Filadelfo:

Ateneo dice che Larense possedeva una quantità tale di


antichi libri greci da superare tutti coloro che erano stati
ammirati per le loro collezioni, e cioè Policrate di Samo,
Pisistrato tiranno di Atene, Euclide che era anche lui ate-
niese, Nicocrate di Cipro, e inoltre i re di Pergamo, il poeta
Euripide, il filosofo Aristotele, Teofrasto e Neleo, che aveva
conservato i libri degli ultimi due. Ateneo dice che il nostro
conterraneo Tolemeo, detto Filadelfo, acquistò tutti i libri
da Neleo e li fece portare nella bella Alessandria insieme a
quelli provenienti da Atene e da Rodi. 5
5
Ath., Deipn. I 3 a: ἦν δέ, φησί, καὶ βιβλίων κτῆσις αὐτῷ ἀρχαίων
Ἑλληνικῶν τοσαύτη ὡς ὑπερβάλλειν πάντας τοὺς ἐπὶ συναγωγῇ
τεθαυμασμένους, Πολυκράτην τε τὸν Σάμιον καὶ Πεισίστρατον τὸν
Ἀθηναίων τυραννήσαντα Εὐκλείδην τε τὸν καὶ αὐτὸν Ἀθηναῖον καὶ
Νικοκράτην τὸν Κύπριον ἔτι τε τοὺς Περγάμου βασιλέας Εὐριπίδην τε
τὸν ποιητὴν Ἀριστοτέλην τε τὸν φιλόσοφον ‹καὶ Θεόφραστον› καὶ τὸν
τὰ τούτων διατηρήσαντα βιβλία Νηλέα· παρ’ οὗ πάντα, φησί, πριάμενος
ὁ ἡμεδαπὸς βασιλεὺς Πτολεμαῖος, Φιλάδελφος δὲ ἐπίκλην, μετὰ τῶν
Ἀθήνηθεν καὶ τῶν ἀπὸ Ῥόδου εἰς τὴν καλὴν Ἀλεξάνδρειαν μετήγαγε. Per
la rassegna di Ateneo vd. Parsons, The Alexandrian Library, pp. 8-18.
capitolo 2 53

Il lascito dei libri a Neleo è confermato dal testamento di


Teofrasto, che è stato conservato da Diogene Laerzio  6. La
notizia solleva però numerosi interrogativi, che riguardano
non soltanto i motivi per cui Teofrasto avrebbe deciso di
affidare i libri proprio a Neleo, ma soprattutto l’entità della
collezione e se essa comprendesse, oltre ai libri acquistati
da Aristotele e da Teofrasto per la loro biblioteca personale,
anche le lezioni e gli scritti inediti dei due maestri, per cui
dunque Neleo sarebbe stato incaricato di conservarne il testo
e curarne la pubblicazione 7. L’interrogativo si pone perciò
sul significato di quelle espressioni ambigue e generiche
che riguardano i libri e la biblioteca di Aristotele, e cioè gli
Ἀριστοτέλους βιβλία e la Ἀριστοτέλους βιβλιοθήκη.
Quel che si può pensare è che le versioni di Strabone e di
Ateneo siano entrambe parzialmente vere, nel senso che una
serie di copie dei libri scritti da Aristotele e da Teofrasto – ol-
tre che diversi volumi della loro biblioteca – fu acquistata da
Tolemeo Filadelfo per arricchire la collezione di Alessandria,
mentre numerose altre copie e manoscritti inediti seguirono

6
Diog. Laert. V 52.
7
Corisco, il padre di Neleo originario della città di Scepsi in
Troade, fu uno dei discepoli di Platone (Diog. Laert. III 46 e 61)
e il suo nome compare spesso negli scritti aristotelici. Corisco ebbe
inoltre rapporti con Ermia, il tiranno di Atarneo e Asso (ca. 350
a.C.) che aveva frequentato l’Accademia di Platone ad Atene ed era
in stretto contatto con Aristotele (vd. Theopomp., FGrHist 115 F250;
Strabo XIII 1, 57 e Diog. Laert. V 3). Corisco ed Erasto ricevettero
da Ermia un terreno presso Asso per fondarvi una scuola filosofica:
vd. Didimo (In Demosth. V 53-54; cfr. Harding, Didymos, cit., pp.
140-142) e la testimonianza della sesta lettera del corpus platonico.
Vd. Canfora, La biblioteca scomparsa, p. 34 s.
54 la biblioteca di alessandria

strade diverse per giungere infine nelle mani di Apelliconte


e di Tirannione, i quali, nonostante i tentativi maldestri di
restauro e l’acquisto incontrollato di ogni copia disponibile,
ebbero il merito di riscoprirli e conservarli per la tradizione 8.
Al di là delle congetture che si possono formulare sul ruolo
ricoperto dai protagonisti di questa appassionante vicenda, i
passi di Strabone e di Ateneo sono particolarmente suggestivi
perché introducono tutta una serie di elementi importanti
per indagare e comprendere la genesi delle collezioni biblio-
tecarie alessandrine e il mecenatismo dei Tolemei.
In entrambi i casi, infatti, è esplicitato il rapporto tra la
scuola aristotelica e la dinastia dei Lagidi, che ebbe come
massimo risultato non tanto l’acquisto di copie in qualche
modo provenienti dal Peripato per andare ad arricchire la col-
lezione tolemaica, quanto soprattutto l’adozione del sistema
bibliografico e bibliotecario di concezione aristotelica, che
proprio ad Alessandria avrebbe dimostrato le sue straordi-
narie potenzialità, ponendosi alla base di tutta la tradizione
successiva nonché della moderna cultura libraria 9.
Un ulteriore elemento che emerge con chiarezza dalle
pagine di Strabone e di Ateneo è il motivo dei danni incal-
8
Sulla complessa questione della storia della biblioteca di Aristotele
vd., tra gli altri, H.B. Gottschalk, Notes on the Wills of the Peripatetic
Scholars, in «Hermes» 100, 1972, pp. 335-342; Parsons, The Alexandrian
Library, pp. 12-15; Lynch, Aristotle’s School, p. 97; Canfora, La biblio-
teca scomparsa, pp. 34-37, 59-66, 181-190; Blum, Kallimachos, pp. 52-64.
9
Sul contributo determinante della scuola aristotelica per gli studi
di critica letteraria e bibliografica vd. Blum, Kallimachos. Cfr. inoltre
R.G. Tanner, Aristotle’s Works: the Possible Origins of the Alexandria
Collection, in R. MacLeod (ed.), The Library of Alexandria. Centre of
Learning in the Ancient World, London - New York 2004, pp. 79-91.
capitolo 2 55

colabili che la cieca bibliomania dei collezionisti e l’avidità


senza scrupoli degli antiquari arrecano al patrimonio cul-
turale di ogni tempo 10.
Come vedremo più distesamente nelle pagine seguenti, i
grandi centri scientifici di età ellenistica furono anzitutto il
risultato delle esigenze propagandistiche e delle ambizioni
megalomani dei grandi sovrani, che ne vollero la realiz-
zazione per accrescere il prestigio politico e rafforzare il
potere della propria dinastia 11.
Se dobbiamo essere grati a questo fenomeno, che ha
consentito la produzione di ricerche scientifiche che
hanno mutato il corso dell’umanità, bisogna però anche
ricordarne gli effetti indesiderati causati dalle vere e pro-
prie azioni di pirateria messe in atto pur di accaparrare il
maggior numero di volumi destinati alle collezioni reali.
Questi effetti portarono non soltanto alla razzia di più
antiche collezioni, che vennero spesso private dei loro
documenti originali, ma anche alla produzione di falsi
e al restauro frettoloso di copie preziose, le quali, come
nel caso dei testi di Aristotele e di Teofrasto, finivano sui
mercati delle grandi città del Mediterraneo 12.
10
Cfr. L. Canfora, Bibliomania, in Libri e biblioteche, Palermo 2002,
pp. 102-108.
11
Cfr. A. Erskine, Culture and Power in Ptolemaic Egypt: The Museum
and Library of Alexandria, in «G&R» 42, 1995, pp. 38-48.
12
Particolarmente significativo, a tale proposito, è l’aneddoto ri-
guardante il vero e proprio “furto” perpetrato a danno degli Ateniesi
da Tolemeo III Euergete, il quale riuscì a impadronirsi delle copie
ufficiali dei testi di Eschilo, Sofocle ed Euripide: vd. infra § 4. Sulla
diff usione e il commercio del libro nel mondo greco e romano vd.
Blanck, Il libro nel mondo antico, pp. 155-180.
56 la biblioteca di alessandria

Questo fenomeno investì anche Pergamo, la città


dell’Asia Minore che in età ellenistica divenne la grande
rivale di Alessandria grazie all’iniziativa degli Attalidi, i
quali dettero anch’essi vita a un importantissimo centro
culturale con annessa biblioteca, dove, secondo il racconto
di Strabone, avrebbero rischiato di finire anche i testi della
collezione di Aristotele e di Teofrasto, se non fosse stato
per la prontezza dei discendenti di Neleo 13.
Galeno, il grande medico e studioso pergameno passato
alla storia soprattutto per l’esegesi delle opere ippocratiche,
scrive che la rivalità tra Alessandria e Pergamo e il proliferare
delle grandi biblioteche provocarono un aumento vertigino-
so della produzione di falsi, arrivando addirittura ad asserire
che prima di allora non si era mai visto un fenomeno simile:

Prima che ad Alessandria e a Pergamo vi fossero i re che si


gloriavano per l’acquisto di libri antichi, non era mai stato
realizzato un falso d’autore. 14

Per comprendere questi aspetti e indagare le modalità


che permisero la formazione della grande raccolta alessan-
drina, è necessario focalizzare l’attenzione sui personaggi

13
Su Pergamo e la rivalità con Alessandria vd. Canfora, La biblio-
teca scomparsa, pp. 53-58; Canfora, Le biblioteche ellenistiche, p. 25 n. 8;
Blanck, Il libro nel mondo antico, pp. 200-203. Vd. inoltre L. Casson,
Libraries in the Ancient World, New Haven - London 2001, pp. 48-53.
14
Galen., In Hippocr. de nat. hominis 15, 105 Kühn: πρὶν γὰρ τοὺς
ἐν Ἀλεξανδρείᾳ τε καὶ Περγάμῳ γενέσθαι βασιλεῖς ἐπὶ κτήσει παλαιῶν
βιβλίων φιλοτιμηθέντας, οὐδέπω ψευδῶς ἐπεγέγραπτο σύγγραμμα. Sul
significato della testimonianza di Galeno e sui falsi di età ellenistica
vd. Canfora, Le biblioteche ellenistiche, p. 18 s.
capitolo 2 57

che aiutarono i Tolemei in questa straordinaria avventura


intellettuale, e che contribuirono a determinare e a raffor-
zare l’apporto del genio aristotelico all’organizzazione e
alle ricerche del Museo di Alessandria.
A questo proposito, non bisogna dimenticare che la scuola
di Aristotele maturò in un periodo storico di mutamenti
epocali destinati a inaugurare la cosiddetta età ellenistica, e
che i risultati degli studi aristotelici esercitarono un’influenza
determinante sullo sviluppo della cultura successiva. Aristo-
tele, infatti, poté vivere il tramonto dell’indipendenza delle
poleis greche assistendo alle imprese di Filippo II di Mace-
donia e del figlio Alessandro Magno, di cui venne designato
maestro e al quale dette non soltanto una formazione etica e
politica, ma trasmise anche l’amore per la filosofia, le lettere e
le scienze, instillandogli una passione insaziabile e sconfinata
per la conoscenza e le scoperte, come ci racconta Plutarco
nella vita del grande condottiero macedone:

Filippo assegnò loro come luogo di studio il Ninfeo di


Mieza, dove ancora oggi fanno vedere i sedili in marmo di
Aristotele e le passeggiate all’ombra  15. Sembra che Ales-
sandro non abbia imparato soltanto la morale e la politica,
ma che abbia partecipato anche alle lezioni segrete e più
approfondite, le quali venivano propriamente chiamate
acroamatiche ed epoptiche e non erano aperte a tutti (...).
Mi sembra che Aristotele sia riuscito più degli altri a
inculcare in Alessandro anche l’amore per la medicina  16.

15
Mieza era una città della Macedonia tra Berea ed Edessa.
16
Nicomaco, il padre di Aristotele, era stato medico e aveva scritto
libri di medicina: vd. Suda [Ν 399] s.v. Νικόμαχος.
58 la biblioteca di alessandria

Alessandro, infatti, non coltivò soltanto la teoria, ma


soccorreva anche gli amici malati e prescriveva loro certe
cure e diete, come si ricava dalle sue lettere. Per natura
era anche appassionato di letteratura e particolarmente
dedito alle letture, e, dato che considerava e definiva
l’Iliade un viatico della virtù bellica, ne prese la versione
emendata da Aristotele – quella che chiamano “della
cassetta” (ἐκ τοῦ νάρθηκος) – e Onesicrito narra che la
teneva sempre sotto il cuscino insieme al pugnale. 17

Alla luce di quanto è dimostrato dal contributo ecce-


zionale della cultura di età ellenistica, la testimonianza di
Plutarco rivela il mix esplosivo prodotto dall’incontro tra il
genio di un grande pensatore e quello di un impavido con-
dottiero. È evidente, infatti, che il rapporto tra Aristotele e
Alessandro Magno portava in nuce tutti quegli elementi che
avrebbero ispirato la fondazione del Museo di Alessandria e
caratterizzato le ricerche condotte al suo interno, dall’esegesi

17
Plut., Alex. 7-8. Che Aristotele avesse curato un’edizione
dell’Iliade di Omero è un tema particolarmente dibattuto dalla filo-
logia moderna. Plutarco parla di una diòrthosis (διόρθωσις), e cioè di
un testo emendato, mentre una tarda vita di Aristotele (Vita Aristotelis
Marciana 4) ricorda una èkdosis (ἔκδοσις) dell’Iliade, e cioè un’edi-
zione. Per un’analisi approfondita di questi termini e del loro uso in
filologia, vd. cap. 3 § 2. Strabone (XIII 1, 27) afferma invece che sarebbe
stato Alessandro stesso ad annotare il testo di Omero con l’aiuto di
Callistene e Anassarco. Per tutta la questione vd. Pfeiffer, SFC, p. 137
s. Plutarco (Alex. 26, 1-2) scrive anche che Alessandro avrebbe posto
l’Iliade in una preziosa cassetta (kibotòs, κιβωτός) appartenuta a Dario.
Onesicrito di Astipalea, autore di una vita di Alessandro, partecipò
alla spedizione del Macedone e divenne primo timoniere della flotta
guidata da Nearco: vd. FGrHist 134 F38.
capitolo 2 59

omerica, di cui leggeremo più dettagliatamente nel capitolo


3, alla scienza e alla medicina, di cui abbiamo già avuto modo
di parlare nel capitolo 1 (§ 10).
Ma ora addentriamoci nella galleria degli straordinari
personaggi che hanno reso possibile la realizzazione di quella
che è passata alla storia come “la biblioteca di Alessandria”.

2. Demetrio Falereo e la “fortuna” di un esilio

Come ci ricorda Strabone, alla morte di Aristotele la


direzione del Peripato fu assunta da Teofrasto  18. Nelle
Vite dei filosofi Diogene Laerzio precisa che la successione
avvenne durante la 114a Olimpiade, e più precisamente a
partire dal 322 a.C. 19.
Teofrasto era nato a Ereso sull’isola di Lesbo e ad Atene
rimase meteco per tutta la vita, il che gli impedì di avere della
proprietà privata, proprio come era già accaduto al maestro
Aristotele, il quale, essendo nativo di Stagira nella Penisola
Calcidica, non godeva della piena cittadinanza ateniese. Ciò
nonostante, Diogene ricorda che dopo la morte di Aristotele
Teofrasto poté acquistare un giardino per il Peripato grazie
all’aiuto dell’amico Demetrio Falereo 20.
Demetrio non fu soltanto amico di Teofrasto, ma fu an-
che suo allievo e uno degli esponenti di spicco della scuola
aristotelica, all’interno della quale si distinse per dottrina e
18
Strabo XIII 1, 54.
19
Diog. Laert. V 10 e 36.
20
Diog. Laert. V 39 e 52-53 (nel testamento Teofrasto lascia il giardino
agli amici come luogo di studio dove coltivare la filosofia): vd. Parsons,
The Alexandrian Library, p. 134 s.; Lynch, Aristotle’s School, p. 98 s.
60 la biblioteca di alessandria

produzione letteraria. Demetrio nacque nella zona del porto


attico del Falero e non si dedicò solo agli studi di filosofia, ma
fu anche uno dei più importanti protagonisti della politica
ateniese del IV secolo a.C. 21.
Oltre alla vita di Diogene Laerzio, anche il lessico bi-
zantino Suda ci ha conservato una biografia essenziale del
personaggio:

Demetrio, figlio di Fanostrato, Falereo (Falero è un porto


dell’Attica), all’inizio veniva chiamato Fano; fu un filosofo
peripatetico. Scrisse di filosofia, storia, retorica, politica
e sui poeti. Ascoltò le lezioni di Teofrasto e ad Atene di-
venne demagogo. Redasse molti libri 22. Era così bello che
subì la calunnia di essere l’amante di Neone, e alcuni lo
designarono Lampeto e Caritoblefaro 23. Elevatosi al mas-

21
Diog. Laert. V 75 e 80-81. Per una raccolta e una disamina delle
testimonianze sulla vita e l’opera di Demetrio Falereo, vd. gli studi
pubblicati in W.W. Fortenbaugh - E. Schütrumpf (eds.), Demetrius
of Phalerum. Text, Translation and Discussion, New Brunswick 2000.
22
Un elenco delle opere di Demetrio si trova in Diogene Laerzio
(V 80-81): Sulla legislazione ateniese, Sulle costituzioni ateniesi, Sulla
demagogia, Sulla politica, Sulle leggi, Sulla retorica, Sulla strategia,
Sull’Iliade, Sull’Odissea, Tolemeo, Sull’amore, Fedonda, Medone, Cleo-
ne, Socrate, Artaserse, Su Omero, Aristide, Aristomaco, Protrettico, Sulla
costituzione, Sul decennio, Sugli Ioni, Sull’ambasceria, Sull’argomenta-
zione, Sulla gratitudine, Sulla fortuna, Sulla magnanimità, Sulle nozze,
Sull’opinione, Sulla pace, Sulle leggi, Sulle occupazioni, Sul momento
opportuno, Dionisio, Su Calcide, Invettiva contro gli Ateniesi, Su Anti-
fane, Proemio storico, Lettere, L’assemblea giurata, Sulla vecchiaia, Sul
diritto, Favole esopiche, Massime.
23
Letteralmente “luminoso” e “dalle palpebre belle come quelle
delle Cariti”, e dunque dallo sguardo grazioso. Ateneo (Deipn. XIII
capitolo 2 61

simo della fama e del potere, fu battuto dagli stratagemmi


dell’invidia e, cacciato dagli Ateniesi, se ne andò in Egitto.
Mentre viveva presso Tolemeo Soter, morì per il morso di
un aspide 24 e fu seppellito nel distretto di Busiride vicino
a Diospoli nelle paludi. 25

L’attività politica di Demetrio iniziò nel 324 quando Arpa-


lo, il tesoriere di Alessandro Magno, fuggì ad Atene portando
ingenti somme di denaro 26. Nel 322, un anno dopo la morte
di Alessandro, Atene si ribellò insieme ad altri stati contro il
comando di Antipatro, il generale di Alessandro che aveva
il governo della Macedonia ed era stato nominato stratego
d’Europa. La ribellione ebbe un esito disastroso: i Greci
vennero sconfitti in battaglia a Crannone, una località della
Tessaglia, e furono costretti a subire condizioni di pace molto
dure che imposero ad Atene un governo oligarchico 27.
In seguito a questi fatti, Demostene si suicidò, mentre
l’oratore Iperide e Imereo, che era il fratello di Demetrio
Falereo, furono condannati a morte su ordine di Antipatro 28.
Di fronte all’accaduto, Demetrio avrebbe compiuto dei riti
in memoria del fratello che furono considerati sacrileghi

593 f) scrive che Demetrio fu soprannominato Lampito perché era


innamorato dell’omonima etera di Samo.
24
In realtà, come leggeremo nelle pagine seguenti, la morte di De-
metrio si data durante il regno di Tolemeo II Filadelfo.
25
Suda [Δ 429] s.v. Δημήτριος.
26
Diod. XVII 108; Plut., Demosth. 25; Diog. Laert. V 75.
27
La guerra è descritta da Diodoro (XVIII 8-18) ed è detta lamíaca
dal nome di Lamia, una città dell’Etolia settentrionale dove si concen-
trarono i primi scontri tra Greci e Macedoni.
28
Plut., Demosth. 28-29; [Lucian.], Demosth. enc. 31.
62 la biblioteca di alessandria

dai suoi nemici, e per questo fu costretto ad andare a vivere


dall’amico Nicanore al Pireo 29.
Antipatro scelse come suo successore Poliperconte, estro-
mettendo dal potere il figlio Cassandro. Questi, alla morte del
padre nel 319, si oppose al rivale e riuscì a recuperare Atene,
dove Poliperconte aveva restaurato la democrazia. Grazie
all’amico Nicanore, Demetrio riuscì a entrare nelle grazie di
Cassandro, che giunse ad affidargli il comando di Atene, dove
Demetrio istituì un’oligarchia moderata «garantendo la pace e
comportandosi benevolmente nei confronti dei cittadini» 30.
Il dominio di Demetrio Falereo su Atene durò dieci anni
(317-307) ed ebbe termine quando Demetrio Poliorcete,
figlio del diadoco Antigono I Monoftalmo, assediò la città
e vi restaurò la democrazia: Demetrio Falereo fu costretto
all’esilio e si rifugiò dapprima a Tebe e poi in Egitto alla
corte di Tolemeo I Soter 31.

29
Ath., Deipn. XII 542 f.
30
Diod. XVIII 74, 3; Ath., Deipn. XII 542 f; Diog. Laert. V 75. Se
altre fonti hanno riconosciuto i meriti del Falereo (Cic., Rep. II 1, 2;
Strabo IX 1, 20), alcuni autori contemporanei ne hanno invece denun-
ciato i vizi e l’asservimento alla Macedonia (Diyllus, FGrHist 73 F4;
Democh., FGrHist 75 F4; Duris, FGrHist 76 F10). Per una discussione
dettagliata di questi avvenimenti, vd. R.M. Errington, A History of
the Hellenistic World 323-30 BC, Malden (MA) 2008, pp. 13-28. Sull’atti-
vità legislativa di Demetrio ad Atene vd. M. Gagarin, The Legislation
of Demetrius of Phalerum and the Transformation of Athenian Law, in
Fortenbaugh - Schütrumpf, Demetrius of Phalerum, cit., pp. 347-365.
31
Diod. XX 45-46; Plut., Demetr. 8-10; Diog. Laert. V 78. Sul go-
verno ateniese di Demetrio vd. L. O’Sullivan, The Regime of Demetrius
of Phalerum in Athens, 317-307 BCE, Leiden - Boston 2009. Sulla fuga in
Egitto vd. Canfora, La biblioteca scomparsa, pp. 24-27.
capitolo 2 63

Qui Demetrio poté essere accolto non soltanto in virtù


della pace siglata tra Tolemeo e Cassandro nel 308, ma
anche grazie ai buoni rapporti che Teofrasto intratteneva
con Tolemeo e che sarebbero proseguiti con Stratone di
Lampsaco, il successore di Teofrasto che fu anche precet-
tore di Tolemeo II Filadelfo 32.
L’esperienza politica e le doti intellettuali permisero a
Demetrio di entrare nelle grazie del sovrano tolemaico,
promuovendone non soltanto le iniziative culturali, ma di-
venendone anche consigliere politico, come ricorda Plutarco
nei Detti di re e imperatori:

Demetrio Falereo aiutò il re Tolemeo ad acquistare e a leg-


gere i libri riguardanti la regalità e il potere: «infatti quello
che gli amici non hanno il coraggio di consigliare ai re, è
scritto nei libri». 33

Anche se non siamo in grado valutare il significato esatto


e la portata di queste affermazioni, è comunque indubbia
la posizione che Demetrio raggiunse presso la corte to-
lemaica, tanto da riuscire a consigliare il re su questioni
concernenti il suo governo – secondo quello che è peraltro
un costume dell’età ellenistica, quando fiorirono molti
scritti sulla regalità (Περὶ βασιλείας) – e a intromettersi
anche nelle questioni dinastiche della casa reale 34.

32
Diod. XX 37, 2; Plut., Demetr. 8; Diog. Laert. V 37 e 58.
33
Plut., Reg. et imp. apophthegmata 189 d. Si veda anche la testimo-
nianza di Eliano (VH III 17) sull’attività legislativa di Demetrio in Egitto.
34
Cfr. Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, p. 114. Sul ruolo di Deme-
trio alla corte tolemaica vd. anche C. Mossé, Démétrios de Phalère:
64 la biblioteca di alessandria

Egli, infatti, cercò di determinare la successione favorendo


i figli che Tolemeo Soter aveva avuto da Euridice. Il sovrano,
tuttavia, preferì il figlio nato da Berenice, il quale, salito al tro-
no e successivamente assunto il titolo di Tolemeo Filadelfo,
si sarebbe vendicato di Demetrio esiliandolo nel distretto
di Busiride, vicino a Diospoli nell’Alto Egitto, e facendolo
condannare a morte 35.
L’unica fonte che ci informa sull’attività culturale di De-
metrio in Egitto è la cosiddetta Lettera di Aristea a Filocrate,
un documento di difficile datazione variamente collocato
tra il III secolo a.C. e il II secolo d.C., ma per il quale oggi si
propone una cronologia ancorabile al II secolo a.C. 36:

Incaricato di occuparsi della biblioteca del re, Demetrio


Falereo ricevette grandi somme di denaro per raccogliere, là
dove possibile, tutti i libri del mondo; ed effettuando acqui-
sti e realizzando trascrizioni, alla fine, per quanto dipendeva
da lui, riuscì a portare a compimento l’intenzione del re.

un philosophe au pouvoir?, in Jacob - de Poulignac, Alexandrie IIIe


siècle av. J.-C., pp. 83-92.
35
Diog. Laert. V 78-79; cfr. Cic., Rab. Post. 23.
36
Per un’introduzione in italiano al testo di Aristea vd. Calabi, Let-
tera di Aristea, pp. 5-35. Sulla più recente datazione vd. N. Fernández
Marcos, The Septuagint in Context. Introduction to the Greek Version of
the Bible, Leiden - Boston - Köln 2000 [ed. or. Introducción a las versiones
griegas de la Biblia, Madrid 1998], p. 41; S. Honigman, The Septuagint
and Homeric Scholarship in Alexandria. A Study in the Narrative of the
Letter of Aristeas, London - New York 2003, pp. 128-130; McKechnie
- Guillaume, Ptolemy II Philadelphus, p. 196. Vd. inoltre Canfora,
Aristea, pp. vii-xvi, per la tradizione del testo di Aristea e le sue rielabo-
razioni nei secoli successivi. Giuseppe Flavio ha inserito una “epitome”
della lettera di Aristea nelle Antichità Giudaiche (XII 11-118).
capitolo 2 65

Ero presente quando gli fu domandato: «Quante decine di


migliaia di libri ci sono?» Ed egli rispose: «Più di 200.000,
o re; ma mi occuperò in breve tempo dei rimanenti per
arrivare a 500.000. Mi hanno informato che anche le leggi
dei Giudei meritano di essere trascritte e di far parte della
tua biblioteca». «Che cosa ti impedisce di farlo, visto che
hai a disposizione tutto quello che è necessario?» chiese il
re. Demetrio allora rispose: «Bisogna tradurle; in Giudea,
infatti, usano dei caratteri speciali – come in Egitto vi è una
scrittura particolare – e hanno anche una lingua propria.
Si pensa che usino il siriaco, ma non è vero, perché si tratta
di un’altra lingua». Dopo aver appreso ogni particolare, il
re ordinò di scrivere al sommo sacerdote dei Giudei per
realizzare questo progetto. 37

Alcuni capitoli dopo, l’autore della lettera trascrive la


relazione che Demetrio avrebbe presentato ufficialmente al
sovrano in merito alla traduzione dei libri della legge giudaica:
37
Arist. ep. 9-11: κατασταθεὶς ἐπὶ τῆς τοῦ βασιλέως βιβλιοθήκης
Δημήτριος ὁ Φαληρεὺς ἐχρηματίσθη πολλὰ διάφορα πρὸς τὸ συναγαγεῖν,
εἰ δυνατόν, ἅπαντα τὰ κατὰ τὴν οἰκουμένην βιβλία· καὶ ποιούμενος
ἀγορασμοὺς καὶ μεταγραφὰς ἐπὶ τέλος ἤγαγεν, ὅσον ἐφ’ ἑαυτῷ, τὴν τοῦ
βασιλέως πρόθεσιν. [10] παρόντων οὖν ἡμῶν ἐρωτηθείς· πόσαι τινὲς
μυριάδες τυγχάνουσι βιβλίων; εἶπεν· ὑπὲρ τὰς εἴκοσι, βασιλεῦ· σπουδάσω
δ’ ἐν ὀλίγῳ χρόνῳ πρὸς τὸ πληρωθῆναι πεντήκοντα μυριάδας τὰ λοιπά.
προσήγγελται δέ μοι καὶ τῶν Ἰουδαίων νόμιμα μεταγραφῆς ἄξια καὶ τῆς
παρὰ σοὶ βιβλιοθήκης εἶναι. [11] τί τὸ κωλῦον οὖν, εἶπεν, ἐστί σε τοῦτο
ποιῆσαι; πάντα γὰρ ὑποτέτακταί σοι τὰ πρὸς τὴν χρείαν. ὁ δὲ Δημήτριος
εἶπεν· ἑρμηνείας προσδεῖται· χαρακτῆρσι γὰρ ἰδίοις κατὰ τὴν Ἰουδαίαν
χρῶνται, καθάπερ Αἰγύπτιοι τῇ τῶν γραμμάτων θέσει, καθὸ καὶ φωνὴν
ἰδίαν ἔχουσιν. ὑπολαμβάνονται Συριακῇ χρῆσθαι· τὸ δ’ οὐκ ἔστιν, ἀλλ’
ἕτερος τρόπος. μεταλαβὼν δὲ ἕκαστα ὁ βασιλεὺς εἶπε γραφῆναι πρὸς τὸν
ἀρχιερέα τῶν Ἰουδαίων, ὅπως τὰ προειρημένα τελείωσιν λάβῃ.
66 la biblioteca di alessandria

Al gran re da parte di Demetrio. Seguendo le tue disposi-


zioni, o re, mi sono occupato con gran cura della raccolta
dei libri che mancano al completamento della biblioteca e
dell’opportuno restauro di quelli danneggiati, e ti riferisco
quanto segue: insieme a pochi altri libri, mancano quelli
della legge dei Giudei; questi, infatti, si leggono in carat-
teri e lingua ebraica, ma sono stati resi in modo alquanto
trascurato e scorretto, in base a quanto riportano le per-
sone competenti, e questo perché non sono stati oggetto
dell’attenzione del re.
È bene dunque che tu abbia questi libri in una forma
corretta, perché questa legislazione, essendo divina, è ricca
di saggezza ed è pura. Questo è il motivo per cui gli scrittori,
i poeti e la massa degli storici hanno evitato di menzionare i
suddetti libri, e anche gli uomini che vivono e hanno vissuto
secondo le loro indicazioni, perché vi è in essi una teoria
pura e santa, come dice Ecateo di Abdera 38.
Se dunque ti sembra opportuno, o re, si scriverà al gran
sacerdote di Gerusalemme per chiedergli di mandare gli
uomini anziani che hanno vissuto nel modo migliore e
che sono esperti nelle loro leggi, sei per ciascuna tribù, af-
finché, dopo aver esaminato quello su cui la maggioranza
è d’accordo e ottenuta una traduzione precisa, stabiliamo
in maniera chiara un testo degno dell’argomento e della
tua volontà. Sii sempre felice. 39

I passi che abbiamo appena letto sono particolarmente


famosi, perché il progetto di cui si parla fu realizzato ed è
passato alla storia con il nome di traduzione dei “Settanta”
(Septuaginta, in latino). Come infatti si narra nel prosie-

38
FGrHist 264 F23.
39
Arist. ep. 29-32.
capitolo 2 67

guo della lettera e come vedremo nelle prossime pagine,


settantadue studiosi giunsero da Gerusalemme ad Alessan-
dria, dove furono riuniti sull’isola di Faro per terminare
in settantadue giorni la traduzione della Torah ebraica, e
cioè dei prime cinque libri della Bibbia conosciuti anche
con il termine greco Pentateuco.
La notizia, però, pone un problema di carattere cronolo-
gico, perché l’autore della Lettera di Aristea a Filocrate finge
che l’epistola sia il racconto del viaggio che alcuni inviati
di Tolemeo II Filadelfo – tra i quali vi era anche Aristea,
che narra la vicenda per iscritto a Filocrate – avrebbero
compiuto a Gerusalemme per ottenere il testo della legge
giudaica da far tradurre in greco 40.
La datazione dell’impresa durante il regno di Tolemeo II
Filadelfo è contraddetta dalla partecipazione di Demetrio Fa-
lereo, il quale, come abbiamo visto, giunse in Egitto all’epoca
di Tolemeo I, ma sarebbe caduto in disgrazia con la salita al
trono del figlio Tolemeo II. A questa difficoltà si aggiunge
anche il fatto che già gli autori antichi rivelano un’incertezza
nella cronologia della traduzione dei Settanta, attribuendo la
paternità dell’impresa ora a Tolemeo I ora a Tolemeo II 41.
I moderni hanno cercato una soluzione di compromes-
so al problema, ipotizzando che la tradizione abbia voluto
associare i nomi dei due personaggi che ebbero il ruolo più
importante nella formazione del Museo di Alessandria, e

40
Probabilmente l’autore della lettera è un ebreo della diaspora ales-
sandrina: vd. Calabi, Lettera di Aristea, p. 5; Canfora, Aristea, p. vii.
41
Sulla diversa datazione dell’impresa nelle fonti vd. la testimonianza
di Clemente Alessandrino negli Stromata (I 22, 148); cfr. inoltre Iren.,
Adv. haer. III 31; Eus., Hist. eccl. V 8, 11-15; VII 32, 16; Prep. evang. XIII 12, 2.
68 la biblioteca di alessandria

cioè Demetrio Falereo, che portò in Egitto la tradizione


aristotelica e ispirò la fondazione di una grande biblioteca, e
Tolemeo II, che è il sovrano sotto il quale le strutture culturali
alessandrine ricevettero il maggior impulso 42.
Gli studi più recenti sostengono invece che il collegamen-
to tra Tolemeo II e la traduzione dei Settanta sia credibile e
che il completamento dell’opera possa datarsi durante il suo
regno, proponendo una cronologia che oscilla tra il 280 e il
250 43. Sulla base di questa teoria e se non si vuole considerare
inattendibile la tradizione che collega il nome di Demetrio
alla traduzione della Bibbia, è allora necessario pensare che
il Falereo abbia proseguito il suo lavoro presso la biblioteca
di Alessandria anche sotto Tolemeo II, e che dunque non si
debba prestar fede alla notizia risalente a Diogene Laerzio (V
78), secondo la quale Demetrio sarebbe caduto in disgrazia
con l’ascesa al trono del Filadelfo 44.
Come vedremo per altri aspetti concernenti la raccolta
dei volumi della biblioteca di Alessandria e la fondazione
del Museo, bisogna rilevare che non è possibile fissare una
datazione precisa e definitiva per iniziative così importanti e
inevitabilmente lunghe come la formazione di una collezione
bibliotecaria di proporzioni immense.
L’iniziativa di questo grandioso progetto dovette
prendere l’avvio all’epoca di Tolemeo I e godere della

42
Calabi, Lettera di Aristea, p. 5 n. 2; Canfora, Le biblioteche
ellenistiche, p. 8.
43
Vd. Collins, The Library in Alexandria, p. 4; Honigman, The
Septuagint, cit., p. 97; McKechnie - Guillaume, Ptolemy II Philadel-
phus, pp. 228-232.
44
Vd. Collins, The Library in Alexandria, pp. 58-81.
capitolo 2 69

collaborazione preziosissima di Demetrio Falereo, il quale


era giunto in Egitto proprio all’epoca in cui il Lagide era
divenuto sovrano. L’opera di sviluppo e di consolidamento
delle strutture culturali di Alessandria continuò e raggiunse
l’apice con Tolemeo II Filadelfo, che viene infatti ricordato
come persona particolarmente colta e raffinata, la quale
poté dedicarsi all’organizzazione interna del paese, non
dovendo provvedere alla fondazione di una dinastia e alla
definizione dei confini del regno, a cui si era instancabil-
mente dedicato il padre 45.
In questo quadro può rientrare anche la traduzione del
Pentateuco, le cui fasi di ideazione e realizzazione dovettero
coprire un lungo arco cronologico, che comprese il regno
di entrambi i sovrani e che spiega l’incertezza cronologica
di alcune fonti . È inoltre possibile pensare che Demetrio,
prima di cadere definitivamente in disgrazia e nonostante
la forte compressione cronologica del passo di Diogene
Laerzio, abbia inizialmente proseguito la collaborazione
con Tolemeo II, continuando assiduamente a raccogliere
libri e a organizzarne la biblioteca.
Prima di parlare dei Settanta, è interessante soffermarsi
sui particolari riguardanti Demetrio che emergono dal
testo della lettera di Aristea. Il resoconto si apre con l’af-
fermazione secondo la quale il Falereo venne incaricato
di occuparsi della biblioteca del re (κατασταθεὶς ἐπὶ τῆς
τοῦ βασιλέως βιβλιοθήκης) al fine di “raccogliere tutti i

45
Per un breve resoconto del regno di Tolemeo II vd. Hölbl, A History
of the Ptolemaic Empire, pp. 35-46. Per una trattazione più dettagliata vd. in-
vece McKechnie - Guillaume, Ptolemy II Philadelphus, con particolare
riferimento al saggio di O. Murray, Ptolemaic Royal Patronage, pp. 9-24.
70 la biblioteca di alessandria

libri del mondo” (πρὸς τὸ συναγαγεῖν ἅπαντα τὰ κατὰ τὴν


οἰκουμένην βιβλία) 46.
Queste indicazioni hanno portato i commentari a pensare
che Demetrio sia stato il primo direttore della biblioteca di
Alessandria, rivestendo dunque un incarico ufficiale al pari
dei suoi successori, la cui lista inizia con il nome del famoso
Zenodoto di Efeso 47. Anche se, né qui né altrove, vi è un’espli-
cita affermazione in tal senso, è fuor di dubbio che Demetrio
rivestì una funzione importantissima e che le sue straordinarie
doti intellettuali dovettero soprattutto esplicarsi negli acquisti
dei fondi della collezione bibliotecaria dei Tolemei.
Egli probabilmente si recava di persona dai librai e dagli
antiquari per sovrintendere agli acquisti, e doveva anche
frequentare le altre biblioteche dell’ecumene per chiedere
in prestito o commissionare la copia dei testi che avrebbero
dovuto arricchire la collezione alessandrina.
Una dimostrazione ancora più significativa del genio di
Demetrio fu quella di suggerire a Tolemeo la realizzazione
di traduzioni greche di opere straniere  48. Questo sugge-

46
Sulla raccolta di “tutti i libri della terra” vd. anche le testimonianze
del filologo bizantino Giovanni Tzetzes (Proll. de com., pr. 2) e di Epifa-
nio (De mens. et pond. 261-266 Moutsoulas), citate nei §§ 4 e 6.
47
Cfr. Parsons, The Alexandrian Library, p. 136 e vd. ora Col-
lins, The Library in Alexandria, pp. 82-114. Per la figura di Zenodoto
e la “lista” dei direttori della biblioteca di Alessandria, si rimanda al
capitolo 3 (§§ 4 e 6).
48
Sulla raccolta di libri in tutte le lingue e sul reclutamento di
dotti per l’allestimento di traduzioni in greco per la biblioteca di
Alessandria vd. Tzetz., Proll. de com., pr. 2. Un esempio particolar-
mente famoso, oltre alla traduzione dei Settanta, è anche quello della
traduzione dei testi attribuiti a Zoroastro (Plin., NH XXX 2, 4),
capitolo 2 71

rimento non avrebbe soltanto permesso agli studiosi del


Museo di accedere a molte opere di cui non conoscevano
la lingua, ma era anzitutto uno straordinario stratagemma
politico e propagandistico, dato che i Tolemei avevano
assolutamente bisogno di legittimare e rafforzare il potere
della presenza greca in Egitto 49.
A tale proposito, si comprende come la tradizione abbia
attribuito ai Tolemei l’esigenza di includere nella propria bi-
blioteca anche i testi ebraici. La comunità giudaica alessandri-
na godeva infatti di una posizione di rilievo, ma nella maggior
parte dei casi non era più in grado di accedere ai testi in lingua
originale, e per quanto riguarda la Bibbia doveva servirsi della
sua traduzione in aramaico (il cosiddetto targum) 50.
Pur tenendo conto della finzione letteraria del testo di
Aristea e del clima fortemente cordiale e irenico che fa da
sfondo ai rapporti tra Tolemeo e Gerusalemme, e che molto

oppure la redazione di opere in greco basate sulla consultazione e la


rielaborazione di testi egizi, come gli Aigyptiaka scritti da Manetone
di Sebennito all’epoca di Tolemeo I e Tolemeo II (FGrHist 609).
Sulla raccolta di libri non greci vd. anche Parsons, The Alexandrian
Library, pp. 175-203; Canfora, Le biblioteche ellenistiche, p. 9.
49
Cfr. Canfora, La biblioteca scomparsa, pp. 28-33.
50
Questo è uno dei punti più discussi sull’iniziativa di far tradurre
la Bibbia in greco, e cioè se essa rispondesse soltanto alla volontà
dei Tolemei o se fosse un’esigenza reale della comunità giudaica di
Alessandria: vd. Calabi, Lettera di Aristea, p. 8; Collins, The Library
in Alexandria, pp. 115-181, part. 176-178; Fernández Marcos, The
Septuagint in Context, cit., pp. 35-36. Sui rapporti complessi e sull’in-
fluenza reciproca tra la cultura greco-macedone e il mondo ebraico
nell’Egitto di età ellenistica vd. McKechnie - Guillaume, Ptolemy
II Philadelphus, part. pp. 193-272. Sulla comunità ebraica di Alessandria
nel IV secolo cfr. inoltre Haas, Alexandria in Late Antiquity, pp. 91-127.
72 la biblioteca di alessandria

ha fatto discutere i commentatori, è interessante proseguire


la lettura dell’opera sino agli ultimi capitoli, dov’è descritto
il lavoro dei traduttori 51.
Dopo l’esito felice della delegazione a Gerusalemme, il som-
mo sacerdote Eleazar invia settantadue studiosi ad Alessandria,
dove essi vengono accolti con grandi onori da Tolemeo e
portati sull’isola di Faro per compiere il proprio lavoro 52:

(...) Demetrio prese gli uomini e, attraversata la diga lunga


sette stadi che portava all’isola, oltrepassò il ponte e andò
verso nord. Dopo averli riuniti in una casa splendida che
era stata allestita vicino alla riva e godeva di molta pace, li
sollecitò a compiere la traduzione, dato che tutto l’occor-
rente era stato magnificamente preparato. Essi portarono a
termine il lavoro mettendosi d’accordo tra di loro su ogni
punto mediante raffronti; il risultato dell’accordo veniva
convenientemente trascritto alla presenza di Demetrio. E
il consesso durava fino all’ora nona, dopo la quale si riti-
ravano per la cura del corpo, essendo abbondantemente
forniti di tutto quello che desideravano.
Ogni giorno, inoltre, Doroteo approntava per loro tutto
quello che veniva preparato per il re, e infatti così gli era stato
ordinato dal sovrano. Tutti i giorni, di buon’ora, si recavano

51
Al fine di garantire i buoni rapporti con Gerusalemme, Aristea
propone al sovrano di liberare gli schiavi ebrei che erano stati deportati in
Egitto da Tolemeo I. Tolemeo II accoglie la proposta e Aristea trascrive il
documento con il quale il sovrano avrebbe acconsentito al loro riscatto:
Arist. ep. 4, 12-27. Vd. Calabi, Lettera di Aristea, p. 10 n. 9 e pp. 12-15.
52
Ad Alessandria il sovrano interroga i sapienti ponendo loro set-
tantadue domande su varie questioni di argomento etico e politico, per
una durata di sette giorni e durante sette banchetti: Calabi, Lettera di
Aristea, pp. 18-23; Canfora, La biblioteca scomparsa, pp. 38-44.
capitolo 2 73

a corte e, rivolto il saluto al re, tornavano nel luogo loro asse-


gnato. Dopo essersi lavati le mani in mare secondo il costume
di tutti i Giudei, e rivolta la preghiera a Dio, si dedicavano
alla lettura e all’interpretazione di ogni passo (...) Come ho
detto, ogni giorno eseguivano il lavoro stabilito raccolti in
quel luogo che era molto gradevole per la pace e la luminosità.
In questo modo la traduzione fu terminata in settantadue
giorni, quasi come se la cosa fosse stata predeterminata.
Quando il lavoro fu finito, Demetrio raccolse il popolo dei
Giudei nel luogo dove era stata fatta la traduzione, e ne dette
pubblica lettura a tutti alla presenza dei traduttori, i quali
ricevettero una grande accoglienza anche da parte della folla,
poiché avevano partecipato alla realizzazione di un gran bene.
Accolto allo stesso modo anche Demetrio, lo invitarono a
distribuire ai loro capi tutta la traduzione della legge. Quando
fu terminata la lettura dei rotoli, i sacerdoti, i più anziani dei
traduttori, alcuni rappresentanti della comunità e i capi del
popolo si levarono in piedi e dissero: «Dato che la traduzione
è stata fatta bene, con pietà e con assoluta precisione, è bene
che resti così com’è, senza alcuna modifica». Visto che tutti
approvarono quanto detto, chiesero, secondo il loro costume,
che fosse pronunciata una maledizione contro chi avesse
modificato la sostanza del testo aggiungendo, cambiando o
eliminando qualcosa, e fecero bene ad agire così, affinché il
testo fosse preservato per sempre immutato. 53

3. Tolemeo di Lago, lo storico di Alessandro

Ma chi è realmente Tolemeo I Soter, l’uomo che accoglie


Demetrio Falereo ad Alessandria e che, al pari di quello che

53
Arist. ep. 301-311.
74 la biblioteca di alessandria

farà il figlio, ambisce a collezionare nella sua biblioteca tutto


lo scibile umano?
La tradizione narra che Tolemeo era originario della
provincia macedone dell’Eordea e che era figlio di Lago e
di Arsinoe, grazie alla quale aveva legami di parentela con
la famiglia reale 54. Nacque nel 367/6 e morì nel 283/2, due
anni dopo l’ascesa al trono del figlio Tolemeo II Filadelfo 55.
Tolemeo visse a Pella alla corte macedone di Filippo II,
di cui sarebbe stato figlio illegittimo secondo una tradizione
nata a posteriori all’epoca delle lotte tra i Diadochi 56.
Tolemeo partecipò alle imprese di Alessandro, divenen-
done guardia del corpo (σωματοφύλαξ) nel 330 57. Guidò la
campagna contro Besso nel 329 e partecipò a quella indiana
distinguendosi nell’assedio della cosiddetta Rocca di Aorno
nell’inverno 327/6, mentre nel 324 fu nominato “assaggiatore
delle vivande” (ἐδέατρος) di Alessandro 58.
Nel 323, durante gli accordi per la spartizione dell’im-
pero in seguito alla morte di Alessandro, Tolemeo riuscì a

54
Satyr., FGrHist 631 F1; Arr., Anab. I 1; Ind. 18, 5; Plut., De cohib.
ira 458 b; Suda [Λ 25] s.v. Λᾶγος. Cfr. Theoc., Id. XVII 26-27, su cui
vd. R. Hunter (ed.), Theocritus. Encomium of Ptolemy Philadelphus,
Berkeley - Los Angeles - London 2003, p. 120 s.
55
Lo pseudo Luciano (Macrobii 12) informa che Tolemeo aveva 84
anni quando morì nel 283/2. Sulla base di Arriano (Anab. III 6, 5) e di
Plutarco (Alex. 10) alcuni pensano invece che Tolemeo avesse la stessa
età di Alessandro: cfr. Sisti, Arriano, cit., p. 302.
56
Paus. I 6, 2; Curt., Hist. Alex. Magn. IX 8, 22; Suda [Λ 25] s.v. Λᾶγος.
Su questa tradizione vd. Ellis, Ptolemy of Egypt, pp. 2-4.
57
Arr., Anab. ΙΙI 27, 4; VI 28, 4.
58
Arr., Anab. III 29, 7-30, 3; IV 29, 1; Ath., Deipn. IV 171 c. Per tutti
questi eventi vd. Ellis, Ptolemy of Egypt, pp. 8-13.
capitolo 2 75

realizzare i propri desideri ottenendo l’Egitto, la Libia e le


parti dell’Arabia confinanti con la terra del Nilo  59. Come
abbiamo visto nel capitolo 1 (§ 2), fu anche particolarmente
abile da impossessarsi del corpo di Alessandro e portarlo
in Egitto per la sepoltura.
Dopo la suddivisione dei territori, Tolemeo mise subito
in atto un’accorta politica di espansione, che lo portò a
controllare tutta una serie di zone strategicamente impor-
tanti come Cipro e la Cirenaica, e partecipò alle intricate
vicende delle guerre tra i Diadochi, sconfiggendo anzitutto
Perdicca che lo aveva attaccato in Egitto 60.
Nel 321, durante la conferenza di Triparadiso in Siria, si
vide confermato il controllo dell’Egitto e della Libia, mentre
nel 319 riuscì a estendere il suo controllo sulla Fenicia e la Ce-
lesiria 61. Nel 312 sconfisse Demetrio Poliorcete nella battaglia
di Gaza e rioccupò la Celesiria e le città della Fenicia, mentre
nel 301 sostenne la coalizione che nella battaglia di Ipso vinse
contro Antigono I Monoftalmo e il figlio Demetrio 62.
Nel 305 Tolemeo aveva assunto il titolo di re, a cui
fu aggiunto subito dopo quello di “Salvatore” (Σωτήρ),
tributatogli dai Rodiesi che avevano giovato degli aiuti
inviati dal sovrano durante il fallito assedio dell’isola da
parte di Demetrio Poliorcete 63.

59
Arr., Hist. succ. Alex. 1, 2-8; Curt., Hist. Alex. Magn. X 6, 15. Vd.
Ellis, Ptolemy of Egypt, pp. 22-25.
60
Sulla spedizione di Perdicca in Egitto cfr. il cap. 1 (§ 2).
61
Diod. XVIII 39; Arr., Hist. succ. Alex. 1, 30-38.
62
Diod. XIX 80-84; XX 113, 1-2; Plut., Demetr. 28-29.
63
Paus. I 8, 6. Per una disamina di questi avvenimenti vd. Ellis,
Ptolemy of Egypt, pp. 31-32, 35-47; Hölbl, A History of the Ptolemaic
Empire, pp. 14-29.
76 la biblioteca di alessandria

Oltre a stabilizzare i confini del regno e a porre le fon-


damenta politiche della dinastia a cui stava dando vita,
Tolemeo I dovette anche occuparsi di moltissime questioni
concernenti l’amministrazione greca dell’Egitto, a partire
soprattutto dalla gestione dalla convivenza tra i Macedoni
e la popolazione locale, cui provvide attraverso tutta una
serie di misure tanto prudenti quanto coraggiose, che
compresero anche il trasferimento della capitale da Menfi
ad Alessandria e l’introduzione del culto di Serapide 64.
Uno degli strumenti che Tolemeo seppe usare con
grande intelligenza fu proprio la politica culturale, mo-
strando di aver fatto propria l’esperienza acquisita durante
le campagne militari al seguito di Alessandro, insieme al
quale aveva probabilmente assistito anche alle lezioni di
Aristotele in Macedonia 65.
Le iniziative culturali dovettero essere particolarmente
congeniali a Tolemeo, dato che egli non fu soltanto un
combattente e un politico, ma anche un uomo di lettere. La
tradizione, infatti, gli attribuisce la redazione di un’opera sulle
imprese di Alessandro, che fu una fonte importante per gli
autori successivi a partire da Arriano, il quale nel proemio
64
La datazione del trasferimento della capitale ad Alessandria oscilla
tra il 320/19 e il 313: vd. Hölbl, A History of the Ptolemaic Empire, p. 33
n. 78. Sul culto di Serapide vd. il cap. 1 (§ 6). In generale sulle tensioni
interne alla società tolemaica vd. J. Bingen, Hellenistic Egypt. Monarchy,
Society, Economy, Culture, Berkeley - Los Angeles 2007, passim.
65
Come abbiamo letto in un passo di Plutarco (Alex. 7: vd. supra §
1), Filippo II assegnò il Ninfeo di Mieza in Macedonia come luogo di
studio per le lezioni che Alessandro doveva prendere da Aristotele. Per
l’ipotesi che anche Tolemeo avesse fatto parte del gruppo di allievi di
Aristotele a Mieza, vd. Ellis, Ptolemy of Egypt, p. 3.
capitolo 2 77

della sua opera esordisce asserendo di essersi basato in larga


misura proprio sui suoi scritti 66.
Purtroppo è difficile valutare la qualità dell’opera di
Tolemeo, dato che è andata perduta e non se ne conosce il
titolo. Le uniche citazioni rimaste ammontano a trentacin-
que e sono state conservate praticamente solo da Arriano 67.
L’opera, di cui si ignora la datazione, voleva forse rispondere
ad altri scritti in cui stava prevalendo l’aspetto romanzesco
della vita di Alessandro, e dovette inoltre rivestire anch’essa
una funzione propagandistica utile alla strategia di Tolemeo.
Lo scritto doveva inoltre essere ricco di dettagli di tipo tec-
nico, militare e amministrativo dovuti al fatto che il Lagide
non aveva soltanto partecipato agli eventi narrati, ma aveva
anche avuto accesso ai documenti ufficiali di Alessandro 68.
L’esperienza politica e gli interessi storiografici di Tole-
meo spiegano il felice connubio con Demetrio Falereo, il
quale, come abbiamo visto, non aveva soltanto vissuto in
prima persona le vicende politiche di Atene, ma era anche
un pensatore e uno scrittore. Non stupisce dunque che
Tolemeo gli avesse affidato la responsabilità di realizzare
il suo grande sogno di raccogliere tutti i libri del mondo
e di organizzare il centro di ricerca che li avrebbe ospitati
consentendone l’utilizzo.

66
Arr., Anab. I 1, 1-2.
67
Ptolem., FGrHist 138.
68
Sull’opera di Tolemeo vd., tra gli altri, K. Meister, La storiografia
greca. Dalle origini alla fine dell’Ellenismo, Roma - Bari 1992 [ed. or. Die
griechische Geschichtsschreibung: von den Anfängen bis zum Ende des
Hellenismus, Stuttgart - Berlin - Köln 1990], pp. 132-136; Ellis, Ptolemy
of Egypt, pp. 15-19; Sisti, Arriano, cit., pp. xxvi-xxviii, 301-304.
78 la biblioteca di alessandria

4. Il “fondo delle navi”

Come abbiamo letto nelle pagine della lettera di Aristea,


Demetrio Falereo ricevette dai Tolemei ingenti somme
di denaro per raccogliere e restaurare il maggior numero
possibile di libri 69.
Il ricordo della “caccia al libro” messo in atto dai Tolemei
era ancora vivo nell’Alessandria del IV secolo d.C., come ci
dimostra Epifanio di Salamina in un passo dell’opera Sulle
misure e i pesi:

Dopo Tolemeo I vi fu Tolemeo II re di Alessandria,


detto Filadelfo, il quale fu un uomo amante del bello e
delle lettere. Egli fondò una biblioteca nella città stessa
di Alessandro nel cosiddetto Bruchion (questa è una
zona della città ora abbandonata), e la affidò a un certo
Demetrio Falereo con l’ordine di raccogliere i libri che si
trovavano in ogni parte del mondo 70. Scrisse lettere e fece
pressione su tutti i re e i governanti della terra affinché
non esitassero a inviargli i libri che avevano nel proprio
regno e nel proprio dominio: intendo i libri dei poeti e dei
logografi, dei retori e dei sofisti, dei medici e dei maestri
di medicina, degli storici e di quanti altri ancora.
Quando i lavori erano avanzati e i libri erano stati raccolti
da ogni dove, un giorno il re chiese alla persona alla quale
era stata affidata la biblioteca quanti libri fossero già stati
collezionati. Questi rispose al re dicendo: «Ci sono più

69
Arist. ep. 9-10: vd. supra § 2.
70
Anche Ammiano Marcellino ricorda la desolazione del Bruchion,
che era quel quartiere di Alessandria dove si trovavano i palazzi reali
con il Museo e la biblioteca: vd. cap. 1 § 10.
capitolo 2 79

o meno 54.800 libri. Ma sappiamo che nel mondo ce n’è


ancora un’enorme quantità, presso gli Etiopi e gli Indiani,
i Persiani, gli Elamiti e i Babilonesi, gli Assiri e i Caldei, i
Romani e i Fenici, i Siriani e i Romani che vivono in Grecia
(che non erano ancora chiamati Romani ma Latini). Ma
anche a Gerusalemme e in Giudea ci sono le sacre scritture
dei profeti, che parlano di Dio e della creazione del cosmo,
e di ogni altro insegnamento di comune utilità. Se dunque,
o sovrano, sembra opportuno a vostra maestà far pervenire
anche questi libri, scrivete ai maestri a Gerusalemme ed
essi ve li manderanno, in modo che vostra eccellenza possa
collocare anche questi volumi nella sua biblioteca». 71

71
Epiph., De mens. et pond. 256-280 Moutsoulas: ὁ γὰρ μετὰ τὸν
πρῶτον Πτολεμαῖον δεύτερος βασιλεύσας Ἀλεξανδρείας Πτολεμαῖος, ὁ
ἐπικληθεὶς Φιλάδελφος, ὡς προείρηται, φιλόκαλός τις ἀνὴρ καὶ φιλόλογος
γεγένηται, ὅστις βιβλιοθήκην κατασκευάσας ἐπὶ τῆς αὐτῆς Ἀλεξάνδρου
πόλεως ἐν τῷ Βρουχίῳ καλουμένῳ (κλῖμα δὲ ἔστι τοῦτο τῆς αὐτῆς πόλεως
ἔρημον τανῦν ὑπάρχον) ἐνεχείρισε Δημητρίῳ τινὶ τῷ Φαλαρηνῷ τὴν
αὐτὴν βιβλιοθήκην, προστάξας συναγαγεῖν τὰς πανταχοῦ γῆς βίβλους,
γράψας ἐπιστολὰς καὶ προσλιπαρήσας ἕκαστον τῶν ἐπὶ γῆς βασιλέων τε
καὶ ἀρχόντων τοὺς ὑπὸ τὴν αὐτοῦ βασιλείαν τε καὶ ἀρχὴν μὴ κατοκνῆσαι
ἀποστεῖλαι ποιητῶν τε λέγω καὶ λογογράφων, ῥητόρων τε καὶ σοφιστῶν
καὶ ἰατρῶν καὶ ἰατροσοφιστῶν καὶ ἱστοριογράφων καὶ λοιπῶν βίβλους.
τοῦ δὲ ἔργου προκόπτοντος καὶ τῶν βιβλίων πανταχόθεν συναγομένων,
ἠρώτησεν ὁ βασιλεὺς τὸν τὴν βιβλιοθήκην πεπιστευμένον ἐν μιᾷ τῶν
ἡμερῶν, ὅτι πόσαι δ’ ἂν εἶεν βίβλοι αἱ ἤδη ἐν τῇ βιβλιοθήκῃ συναχθεῖσαι.
ὁ δὲ ἀπεκρίθη τῷ βασιλεῖ λέγων ὅτι ἤδη μέν εἰσι μυριάδες πέντε βιβλίων
καὶ τετρακισχίλιαι ὀκτακόσιαι πλεῖον ἢ ἔλασσον. ἀκούομεν δὲ ἔτι πολὺ
πλῆθος ἐν τῷ κόσμῳ ὑπάρχειν, παρά τε Αἰθίοψι καὶ Ἰνδοῖς, Πέρσαις τε καὶ
Ἐλαμίταις καὶ Βαβυλωνίοις, Ἀσσυρίοις τε καὶ Χαλδαίοις, παρὰ Ῥωμαίοις
τε καὶ Φοίνιξι, Σύροις τε καὶ τοῖς ἐν τῇ Ἑλλάδι Ῥωμαίοις οὔπω Ῥωμαίοις
καλουμένοις ἀκμὴν ἀλλὰ Λατίνοις. ἀλλὰ καὶ παρὰ τοῖς ἐν Ἱεροσολύμοις τε
καὶ ἐν τῇ Ἰουδαίᾳ ὑπάρχουσι βίβλοι θεϊκαὶ τῶν προφητῶν, διηγούμεναι περὶ
80 la biblioteca di alessandria

Questa testimonianza ripropone il problema cronologico


dell’attribuzione della raccolta della collezione alessandrina
a Tolemeo I o al figlio Tolemeo II. Tuttavia, come già ab-
biamo avuto modo di vedere per la traduzione dei Settanta,
la fondazione e lo sviluppo della biblioteca di Alessandria
coinvolsero più di una generazione 72.
A tale riguardo, la notizia di Epifanio si può ancor meglio
comprendere se la confrontiamo con un passo dell’opera
di Galeno, in cui sono conservati due curiosi aneddoti
riguardanti Tolemeo III Euergete, i quali ci danno idea
delle strategie messe in atto dai sovrani di età ellenistica
per arricchire le proprie collezioni:

(...) dicono che l’allora re d’Egitto Tolemeo ambisse così


tanto a possedere libri che ordinò di fargli avere anche quelli
che si trovavano su tutte le navi che entravano nel porto (di
Alessandria): dopo averli copiati su rotoli di papiro nuovi,
dovevano dare le copie ai proprietari, portargli gli originali
e riporli nelle biblioteche, contrassegnandoli con la scritta
“dalle navi” (ἐκ πλοίων) (...) Quello che Tolemeo fece agli
Ateniesi dicono che sia una testimonianza significativa di
quanto si preoccupasse di possedere tutti i libri antichi.
Infatti dette loro come garanzia 15 talenti d’argento e prese
i testi ufficiali di Sofocle, Euripide ed Eschilo, soltanto per
farne delle copie e restituirli subito dopo intatti. Egli, però,
dopo averne fatto realizzare delle copie costose sui rotoli

Θεοῦ καὶ τῆς κοσμοποιίας, καὶ τῆς ἄλλης πάσης κοινωφελοῦς διδασκαλίας.
εἰ οὖν δοκεῖ τῷ κράτει σου, βασιλεῦ, καὶ αὐτὰς μεταστείλασθαι, γράψον
τοῖς ἐν Ἱεροσολύμοις διδασκάλοις καὶ ἀποστελοῦσί σοι, ὅπως καὶ τὰς αὐτὰς
βίβλους καταθῶ ἐν τῇ αὐτῇ τῆς σῆς εὐσεβείας βιβλιοθήκῃ.
72
Vd. supra § 2.
capitolo 2 81

di papiro più belli, trattenne gli originali che aveva preso


ad Atene, mentre inviò agli Ateniesi le copie dicendo loro
di tenersi i 15 talenti e di prendere le copie nuove al posto
di quelle vecchie che essi gli avevano dato. 73

Neppure Atene riuscì dunque a sfuggire agli inganni


e alle razzie che ancora all’epoca di Tolemeo III la corte
lagide metteva in atto per accrescere il prestigio dei centri
di ricerca alessandrini.

5. Il Museo

A questo punto dobbiamo tornare a leggere il passo di


Strabone con il quale abbiamo aperto il nostro libro, ed esplo-
rare quella parte del complesso dei palazzi reali di Alessandria
che comprendeva il Museo, ma di cui il geografo conserva
sfortunatamente solo una descrizione molto succinta 74.

73
Galen., In Hippocr. librum iii epidemiarum 17a, 606-607 Kühn: (...)
φιλότιμον δὲ περὶ βιβλία τὸν ‹τό›τε βασιλέα τῆς Αἰγύπτου Πτολεμαῖον
οὕτω γενέσθαι φασίν, ὡς καὶ τῶν καταπλεόντων ἁπάντων τὰ βιβλία κελεῦσαι
πρὸς αὑτὸν κομίζεσθαι καὶ ταῦτ’ εἰς καινοὺς χάρτας γράψαντα διδόναι μὲν
τὰ γραφέντα τοῖς δεσπόταις, ὧν καταπλευσάτων ἐκομίσθησαν αἱ βίβλοι
πρὸς αὐτόν, εἰς δὲ τὰς βιβλιοθήκας ἀποτίθεσθαι τὰ κομισθέντα, καὶ εἶναι τὴν
ἐπιγραφὴν αὐτοῖς Τῶν ἐκ πλοίων (...) ἐσπούδαζε περὶ τὴν ‹ἁπάντων› τῶν
παλαιῶν βιβλίων κτῆσιν ὁ Πτολεμαῖος ἐκεῖνος, οὐ μικρὸν εἶναι μαρτύριόν
φασιν ὃ πρὸς Ἀθηναίους ἔπραξεν. δοὺς γὰρ αὐτοῖς ἐνέχυρα πεντεκαίδεκα
τάλαντ’ ἀργυρίου καὶ λαβὼν τὰ Σοφοκλέους καὶ Εὐριπίδου καὶ Αἰσχύλου
βιβλία χάριν τοῦ γράψαι μόνον ἐξ αὐτῶν, εἶτ’ εὐθέως ἀποδοῦναι σῶα,
κατασκευάσας πολυτελῶς ἐν χάρταις καλλίστοις, ἃ μὲν ἔλαβε παρ’ Ἀθηναίων
κατέσχεν, ἃ δ’ αὐτὸς κατεσκεύασεν ἔπεμψεν αὐτοῖς παρακαλῶν ‹κατα›σχεῖν τε
τὰ πεντεκαίδεκα τάλαντα καὶ λαβεῖν ἀνθ’ ὧν ἔδοσαν βιβλίων παλαιῶν τὰ καινά.
74
Strabo XVII 1, 8: vd. cap. 1 (§ 2).
82 la biblioteca di alessandria

Il termine greco mousèion (μουσεῖον) sottintende il vo-


cabolo hieròn (ἱερόν, “santuario”) e serviva a indicare un
luogo dedicato al culto delle Muse, che erano le divinità
preposte alla danza, alla musica, al canto e alla poesia, ed
ispiravano l’uomo infondendogli la memoria e sviluppan-
done la creatività intellettuale.
La sfera d’influenza delle Muse fu così ampia da determi-
nare una vasta applicazione della parola mousèion, la quale
giunse a comprendere anche le istituzioni e le attività cultuali
ed educative promotrici della conservazione e della trasmis-
sione del patrimonio artistico e letterario. Si pensi, inoltre,
all’importanza pedagogica e formativa assegnata alla musica
– la mousiké tèchne (μουσικὴ τέχνη, “l’arte delle Muse”) – e alla
presenza di queste divinità nelle scuole, dove si organizzavano
feste e venivano innalzate statue in loro onore 75.
Numerosi Mouseia (Μουσεῖα) sono attestati in Grecia
sin dall’epoca arcaica e classica, soprattutto nel territorio
del Monte Elicona in Beozia e nella regione macedone della
Pieria a nord dell’Olimpo. In origine si trattava per lo più di
santuari all’aperto con un altare, posti sulla cima di un monte
o di una collina o nei pressi di una fonte 76.
Descrivendo i monumenti di Atene Pausania ricorda
l’altare delle Muse sulle rive del fiume Ilisso e il cosiddetto
Mouseion o “collina delle Muse”, quell’altura ancora oggi
visibile di fronte all’Acropoli che nel II secolo d.C. avrebbe
ospitato la tomba di Filopappo, il console romano discen-

75
Müller-Graupa, Museion, coll. 797-799.
76
Per una rassegna delle zone della Grecia in cui è attestato il culto
delle Muse, vd. M. Mayer, s.v. Musai, in RE XVI, 1, Stuttgart 1933, coll.
692-709.
capitolo 2 83

dente dai re della Commagene che in età traianea venne


insignito della cittadinanza e dell’arcontato ateniese 77.
Ad Atene, tuttavia, le espressioni più alte dell’importanza
culturale delle Muse furono i Musei dell’Accademia di Plato-
ne e del Peripato di Aristotele, che costituirono una perfetta
fusione tra luogo di culto e istituzione scientifica.
Platone fondò il Museo probabilmente dopo il ritorno dal
suo primo viaggio nell’Italia meridionale, durante il quale era
entrato in contatto con i Pitagorici, la cui scuola vantava un
legame con le Muse. Il filosofo neoplatonico Giamblico narra
infatti che Pitagora avrebbe fatto erigere un tempio delle Muse
a Crotone, al fine di mantenere la concordia nella città:

Queste dee, infatti, avevano tutte lo stesso nome, erano note


alla tradizione come una comunità e si compiacevano moltis-
simo degli onori comuni, e il coro delle Muse era tutt’uno e
sempre lo stesso, e inoltre aveva in sé accordo, armonia, ritmo
e tutto ciò che procura concordia. Pitagora dimostrava come
la loro potenza non si estendesse soltanto ai princìpi scientifici
più elevati, ma anche all’accordo e all’armonia degli esseri. 78

77
Paus. I 19, 5; 25, 8. Il Periegeta fa derivare il nome del Mouseion
dal poeta mitico Museo, che proprio in quel luogo avrebbe cantato e
sarebbe stato sepolto. Diogene Laerzio (I 1, 3) pone invece la tomba
di Museo al Falero, e generalmente si preferisce collegare il Mouseion
direttamente con il culto delle Muse.
78
Iambl., VP 45; cfr. 50 e 261. Le fonti attestano inoltre che Meta-
ponto avrebbe onorato la memoria di Pitagora denominando mousèion
un vicolo nei pressi della casa in cui egli sarebbe morto: Diog. Laert.
VIII 15; Porph., VP 4 (dove per errore è menzionata Crotone al posto di
Metaponto); Iambl., VP 170; cfr. G. Vallet, Le «stenopos» des Muses à
Métaponte, in Mélanges de philosophie, de littérature et d’histoire ancienne
offerts à Pierre Boyancé, Rome 1974, pp. 749-759. Sull’importanza delle
84 la biblioteca di alessandria

Del Museo di Platone si sa molto poco, se non che fu edifi-


cato nell’Accademia, un giardino della zona nord-occidentale
di Atene così chiamato dal nome dell’eroe Academo, dove
avevano sede un ginnasio e l’omonima scuola platonica.
Esso venne arricchito con le statue delle Cariti dedicate
da Speusippo, il successore di Platone, e nei suoi pressi vi
erano una passeggiata (perìpatos, περίπατος) e un’esedra per
le riunioni dei discepoli, mentre del suo complesso faceva
probabilmente parte anche un altare delle Muse che Pausania
ricordava di aver visto nell’Accademia 79.
Non è possibile sapere se la scuola di Platone fosse
ufficialmente considerata un tiaso per il culto delle Muse,
ma essa aveva tutta una serie di caratteristiche che la dif-
ferenziavano dalle scuole contemporanee e che avrebbero
connotato anche il Museo alessandrino.
Si trattava, infatti, di una comunità di dotti provenienti
non soltanto da Atene ma anche da altre zone del mondo
greco, i quali prendevano i pasti in comune partecipando ai
cosiddetti sissizi (syssìtia, συσσίτια) e coltivavano non solo
la filosofia, ma anche gli studi di matematica e di cosmo-
logia, accanto a discipline come l’astronomia, la zoologia,
la botanica, la logica e la retorica 80.

Muse nel pensiero pitagorico vd. P. Boyancé, Le culte des Muses chez
les philosophes grecs, Paris 1936.
79
Philoch., FGrHist 328 F224; Cic., Fin. V 1; Paus. I 30, 2; Diog.
Laert. IV 1; 19; Ael., VH III 19. Sull’Accademia in generale vd. M.-F.
Billot, Académie (topographie et archéologie), in R. Goulet (éd.),
Dictionnaire des Philosophes Antiques, I, Paris 1989, pp. 693-789 (sulla
scuola platonica in part. pp. 780 ss.).
80
Lynch, Aristotle’s School, pp. 54-63, 108-129; M. Baltes, Plato’s
School, the Academy, in «Hermathena» 155, 1993, pp. 5-26; L. Canfora,
La Biblioteca e il Museo, pp. 11-12.
capitolo 2 85

Il modello pitagoreo rivela l’antichità dell’importanza delle


Muse nel pensiero filosofico greco, che Platone stesso sottoli-
nea più volte nei suoi scritti e che Aristotele avrebbe ereditato
fondando anch’egli una sede consacrata a tali divinità 81.
Il Museo aristotelico faceva parte di un complesso che
includeva un giardino, un portico, un altare e una passeg-
giata, il cosiddetto perìpatos, da cui prese nome la scuola.
Era ubicato nel Liceo di Atene, il quale era un grande parco
con un ginnasio che doveva estendersi in quell’ampia zona
che si trova a sud-est dell’attuale Piazza Syntagma e che oggi
comprende il Giardino Nazionale.
Ancor più dell’Accademia di Platone il Peripato promosse
una concezione universale degli studi, dando particolare
impulso alle scienze naturali e organizzando una vita comu-
nitaria per gli studiosi che ne facevano parte 82.

81
Cfr. Plato, Phdr. 259  d (coloro che si dedicano alla filosofia
apprezzano anche la musica, che è propria delle Muse); Phd. 61 a (la
filosofia è una grandissima musica); Resp. 548  b8-c1 (la vera Musa
è quella che si associa ai discorsi e alla filosofia); Cra. 406 a 3-5 (le
Muse e l’arte della musica derivano il loro nome dal verbo mòsthai,
μῶσθαι, che significa “ricercare”, e dall’indagine e dalla filosofia). Vd.
Boyancé, Le culte des Muses, cit., pp. 233-247.
82
Notizie sulla struttura e l’organizzazione di questo complesso
si trovano nelle disposizioni testamentarie dei primi tre responsabili
della scuola che succedettero ad Aristotele, e cioè Teofrasto, Stratone
e Licone. Il loro testo è stato trascritto da Diogene Laerzio (V 51-54;
62; 70): vd. Gottschalk, Notes on the Will of the Peripatetic Scholars,
cit. Sull’ubicazione del Liceo, che Strabone (IX 1, 19) colloca a est delle
mura di Atene, oltre la porta di Diocare (grosso modo corrispondente
all’area di Piazza Syntagma), vd. J. Travlos, Pictorial Dictionary of An-
cient Athens, New York 1971, p. 345; Lynch, Aristotle’s School, pp. 16-31;
C.E. Ritchie, The Lyceum, the Garden of Theophrastos, and the Garden of
86 la biblioteca di alessandria

Alla luce di queste considerazioni possono meglio


comprendersi le notizie riguardanti il Museo di Alessan-
dria, sebbene le testimonianze siano poche e manchi una
trattazione completa sull’argomento.
L’unica opera nota specificamente dedicata a questa isti-
tuzione fu scritta dall’alessandrino Aristonico, un gramma-
tico di età augustea contemporaneo di Didimo. Egli redasse
uno scritto Sul Museo di Alessandria (Περὶ τοῦ ἐν Ἀλεξανδρείᾳ
Μουσείου), del quale, però, rimane soltanto un frammento che
non permette di ricostruirne né il contenuto né la struttura 83.
Il primo autore che accenna al Museo alessandrino è Ti-
mone di Fliunte, un poeta satirico e filosofo scettico che visse
tra il IV e il III secolo a.C. In un celebre passo egli definisce
il Museo la “gabbia delle Muse” (Μουσέων τάλαρος), all’in-
terno della quale gli eruditi circondati dai libri (βιβλιακοὶ
χαρακῖται) combattevano come volatili.
Il passo è citato da Ateneo, il quale spiega che con que-
ste parole Timone si sarebbe preso gioco degli studiosi
mantenuti nel Museo, come se si fosse trattato di uccelli
preziosi allevati in una voliera:

Timone di Fliunte, il sillografo, dice che il Museo è una gab-


bia di uccelli e prende in giro i filosofi che erano mantenuti

the Muses. A Topographical Re-Evaluation, in Φιλία ἔπη. Εἰς Γ.Ε. Μυλωνᾶν


διὰ τὰ 60 ἔτη τοῦ ἀνασκαφικοῦ τοῦ ἔργου, III, Athènes 1989, pp. 250-260.
Sulla formazione della scuola peripatetica e per un confronto con l’Ac-
cademia di Platone vd. Lynch, Aristotle’s School, pp. 68-96; Canfora,
La Biblioteca e il Museo, pp. 12-14. Sui risultati scientifici degli studi
aristotelici Lindberg, The Beginnings of Western Science, cit., pp. 45-81.
83
Aristonicus, FGrHist 633 T3 (= Phot., Bibl. 104 b, 40); F1 (=
Ath., Deipn. I 20 d-e). Il frammento in questione riguarda le innovazioni
apportate alla danza dai ballerini Batillo di Alessandria e Pilade.
capitolo 2 87

al suo interno, come se fossero nutriti dentro una voliera


al pari degli uccelli più costosi: «Nell’Egitto popoloso pa-
scolano molti eruditi cinti da palizzate di libri, e si beccano
senza fine nella gabbia delle Muse». 84

Eroda, un poeta contemporaneo di Teocrito e di Calli-


maco, descrive Alessandria nel primo Mimiambo e ricorda
il Museo tra le meraviglie d’Egitto, mentre nel II secolo a.C.
Callissino di Rodi dovette parlare di questa comunità di
dotti in un’opera Su Alessandria (Περὶ Ἀλεξανδρείας), dove
probabilmente menzionava anche l’imponente collezione
libraria dei Tolemei e le biblioteche della città 85.
La tradizione, infine, attribuisce al poeta ellenistico Callima-
co uno scritto ormai perduto intitolato Mousèion (Μουσεῖον),
il quale consisteva forse in un manuale redatto con finalità
didattiche o di ricerca, secondo un uso del termine che proba-

84
Ath., Deipn. I 22 d = (= Timon, fr. 12 Di Marco = 60 Wachsmuth):
ὅτι τὸ Μουσεῖον ὁ Φιλιάσιος Τίμων ὁ σιλλογράφος τάλαρόν πού φησιν
ἐπισκώπτων τοὺς ἐν αὐτῷ τρεφομένους φιλοσόφους, ὅτι ὥσπερ ἐν
πανάγρῳ τινὶ σιτοῦνται καθάπερ οἱ πολυτιμότατοι ὄρνιθες· πολλοὶ
μὲν βόσκονται ἐν Αἰγύπτῳ πολυφύλῳ / βιβλιακοὶ χαρακῖται ἀπείριτα
δηριόωντες / Μουσέων ἐν ταλάρῳ. Cfr. Fraser, Ptolemaic Alexandria,
I, p. 317 s.; Canfora, La biblioteca scomparsa, pp. 45-52. Per la resa
dell’aggettivo χαρακῖται con “scarabocchiatori di papiri” (e dunque de-
rivante dal verbo χαράσσειν) vd. ancora Fraser, Ptolemaic Alexandria,
II, p. 471 n. 88; Pfeiffer, SFC, p. 172 n. 69.
85
Herod., Mim. 1, l. 31. Vd. Fraser, Ptolemaic Alexandria, II, p.
876 n. 30; Canfora, La biblioteca scomparsa, pp. 21-23. Callixenus,
FGrHist 627 F1 (= Ath., Deipn. V 203 e): cfr. F. Caspari, Studien
zu dem Kallixeinosfragment Athenaios 5, 197c-203b, in «Hermes» 68
(1933), pp. 400-414.
88 la biblioteca di alessandria

bilmente si ritrova ancora nell’opera omonima di Alcidamante,


un maestro di retorica contemporaneo di Isocrate 86.
Per quanto riguarda la fondazione, Plutarco scrive che To-
lemeo sarebbe stato il primo a riunire il Museo, mentre Ateneo
ne attribuisce l’iniziativa a Tolemeo Filadelfo, di cui ricorda
anche la raccolta dei libri e l’organizzazione delle biblioteche 87.
L’affermazione del Cheronese è solitamente attribuita a
Tolemeo Soter e, come già abbiamo visto per le questioni
concernenti la traduzione della Bibbia e la formazione del-
la collezione libraria alessandrina, l’apparente discrepanza
fra i due autori si supera pensando che il Museo sarebbe
stato concepito grazie alla volontà di Tolemeo Soter e ai
consigli di Demetrio Falereo, mentre il Filadelfo avrebbe
portato avanti le iniziative del padre arricchendo il pa-
trimonio librario e ospitando ad Alessandria un’ingente
schiera di studiosi 88.
Come si evince da quanto sin qui detto, l’unico autore di
cui si è conservata una descrizione del Museo alessandrino
è Strabone, anche se purtroppo le condizioni archeologiche
della città non permettono di identificare le vestigia di questa

86
Suda [K 227] s.v. Καλλίμαχος; Alcidamas fr. 5-7 Avezzù. Cfr.
Parsons, The Alexandrian Library, p. 91, il quale non esclude che si
trattasse di un sottotitolo dei Pinakes di Callimaco (sui quali vd. cap. 3
§ 5); Fraser, Ptolemaic Alexandria, II, p. 470 n. 74; G. Avezzù (cur.),
Alcidamante. Orazioni e frammenti, Roma 1982, p. 86; J.V. Muir (ed.),
Alcidamas. The Works and Fragments, London 2001, pp. xix-xx.
87
Plut., Non posse suav. vivi sec. Epicurum 1095 d; Ath., Deipn. V
203 e. Cfr. Vitruv., De arch. VII pr. 4.
88
Sulla questione vd. Müller-Graupa, Museion, coll. 802-804;
Parsons, The Alexandrian Library, pp. 88 n. 2 e 103-105; Fraser, Ptol-
emaic Alexandria, II, p. 469 n. 69.
capitolo 2 89

istituzione, che il geografo considera genericamente parte


del complesso dei palazzi reali 89.
Per quanto riguarda gli edifici di cui il Museo era
composto, Strabone ricorda una passeggiata (περίπατος),
un’esedra (ἐξέδρα) e una grande sala (οἶκος μέγας) per la
mensa comune (συσσίτιον) degli studiosi (φιλόλογοι) che
vi prendevano parte  90. Nonostante la brevità, questa de-
scrizione rivela la presenza di strutture analoghe a quelle
dell’Accademia di Platone e del Liceo di Aristotele, nonché
la loro sopravvivenza ancora nel I secolo a.C. 91.

89
Vd. Müller-Graupa, Museion, coll. 804-806; Fraser, Ptolemaic
Alexandria, I, p. 15. L’unico altro cenno topografico sull’argomento è
conservato da Libanio (Progymnasmata XII 25, 8), il quale sembrerebbe
collocare il Museo nei pressi del tempio della Fortuna (Tychaion): vd.
Calderini, Dizionario, pp. 129 e 155; C.A. Gibson, Alexander in the
Tychaion: Ps.-Libanius on the Statues, in «GRBS» 47, 2007, p. 431 s. Sul
rinvenimento ad Alessandria di un blocco di granito identificabile, grazie
all’iscrizione, con un contenitore di papiri vd. Delia, From Romance
to Rhetoric, p. 1454: questo reperto, insieme a quello di una statua del
retore Elio Demetrio sulla cui base si accenna alla sua partecipazione
ai sissizi, permise nel 1847 di proporre l’identificazione del luogo in cui
si trovava il Museo nei pressi dell’allora consolato generale di Prussia.
90
Sull’esedra, che nei monumenti antichi era un ambiente semicir-
colare aperto su un lato e munito di sedili per il ritrovo degli studiosi,
cfr. Vitruv., De arch. V 11, 2; Suda [Ε 159] s.v. ἐξέδρα: Müller-Graupa,
Museion, coll. 806-807.
91
Sulla base di quanto sappiamo da Svetonio (Claud. 42), l’impe-
ratore Claudio avrebbe aggiunto all’antico Museo di Alessandria uno
nuovo intitolato a suo nome (sul significato della notizia vd. cap. 4 § 1):
sul Museo di età romana vd. Calderini, Dizionario, p. 129; Fraser,
Ptolemaic Alexandria, I, p. 315; S.A. Takács, Alexandria in Rome, in
«HSPh» 97, 1995, pp. 263-276.
90 la biblioteca di alessandria

Per quanto riguarda la sua organizzazione, Strabone


definisce il Museo un “sinodo” (σύνοδος) che disponeva
di beni comunitari (χρήματα κοινά) e di un sacerdote
(ἱερέυς) responsabile dell’istituzione, il quale un tempo
riceveva l’incarico dai Tolemei, mentre in epoca romana
dall’imperatore.
La caratterizzazione del Museo come sinodo compare an-
che in Plutarco e in Ateneo, dove essa è indicata con espressioni
che fanno riferimento alla “raccolta” dei libri e del Museo, e cioè
il verbo synàgo (συνάγω) e il termine synagogé (συναγωγή) 92.
Queste espressioni si trovano anche nelle fonti che abbiamo
letto nelle pagine precedenti a proposito della raccolta dei
volumi destinati alle biblioteche alessandrine, e dunque al
Museo dove si riunivano gli studiosi (§§ 2 e 4).
Ricordando i passi in cui si descrive la corsa dei Tolemei,
che ricorrevano a ogni mezzo pur di procacciarsi il maggior
numero possibile di libri, è interessante notare come questa
ricerca dovesse riguardare anche gli studiosi che avrebbero
fruito delle collezioni bibliotecarie alessandrine, in quella
che doveva essere una vera e propria “caccia ai cervelli” in
competizione con altre biblioteche ellenistiche, prima fra
tutte quella di Pergamo.
La nomina di un sacerdote dimostra che il Museo dovette
mantenere il carattere religioso dei Mouseia tradizionali,
anche se esso dipendeva direttamente dal potere centrale del
sovrano, cosa che invece non accadeva in Grecia nell’età clas-
sica. Esso inoltre doveva riflettere il forte influsso dell’antica
tradizione egizia, dove la cultura era strettamente legata alla

92
Plut., Non posse suav. 1095 d; Ath., Deipn. V 203 e.
capitolo 2 91

classe sacerdotale, per cui il Museo non si può semplicemente


considerare un “Peripato alessandrino” 93.
A dimostrazione di questa stretta connessione tra
l’aspetto culturale, politico e religioso, basti ricordare lo
sviluppo del culto delle Muse a Tespie in Beozia in età el-
lenistica: esso godette della sponsorizzazione di Tolemeo
IV Filopatore e divenne sede di certamina letterari e attività
culturali per lo più incentrate attorno alla figura del poeta
Esiodo, originario della vicina Ascra 94.
Al di là di queste informazioni, mancano purtroppo
notizie più approfondite sull’effettivo funzionamento
del Museo e sulla sua organizzazione interna, tanto che i
commentatori si sono spesso interrogati se esso possa in
qualche modo essere paragonato alle moderne strutture

93
Cfr. Arist., Met. 981 b 24; Isoc., Bus. 21-23. Vd. Müller-Graupa,
Museion, coll. 807-811; Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, pp. 314-317;
Lynch, Aristotle’s School, pp. 121-123; Pfeiffer, SFC, pp. 170-173; Can-
fora, La Biblioteca e il Museo, p. 16.
94
Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, p. 313. In questo contesto venne
anche riorganizzata la festa dei Mouseia: vd. D. Knoepfler, La réorga-
nisation du concours des Mouseia à l’époque hellénistique: esquisse d’une
solution nouvelle, in A. Hurst - A. Schachter (édd.), La Montagne
des Muses, Genève 1996, pp. 141-167; C. Calame, Montagne des Muses
et Mouséia: la consécration des Travaux et l’héroïsation d’Hésiode, ibid.,
pp. 43-56. Vd. inoltre P.W. Wallace, Hesiod and the Valley of the Muses,
in «GRBS» 15, 1974, pp. 5-24; S. Barbantani, Competizioni poetiche
tespiesi e mecenatismo tolemaico: un gemellaggio tra l’antica e la nuova
sede delle Muse nella seconda metà del III secolo a.C.: ipotesi su SH 959,
in «Lexis» 18, 2000, pp. 127-174. Per l’ipotesi della fondazione di un
Museo a Cos sotto il patronato dei Tolemei, vd. A. Hardie, Philitas
and the Plane Tree, in «ZPE» 119, 1997, pp. 21-36.
92 la biblioteca di alessandria

accademiche e museali 95. In mancanza di ulteriori elementi


e sulla base delle poche notizie che si ricavano dalle fonti
antiche, si può immaginare una comunità di studiosi che
proveniva dalle più diverse parti del mondo conosciuto
e che rappresentava le discipline più varie, come ricorda
ancora Ammiano Marcellino nel IV secolo d.C. 96.
Le condizioni di vita, facilitate dal mantenimento
presso la corte tolemaica, permettevano agli studiosi di
dedicarsi indisturbati agli studi e di confrontarsi in un cli-
ma irripetibile e straordinario di comunanza e di scambio
di interessi  97. Nel contempo, però, la forte dipendenza
dal potere centrale – che faceva di questa comunità una
sorta di “proprietà” del sovrano, al pari dei volumi raccolti
nelle biblioteche di Alessandria – dovette in molti casi
cristallizzare la funzione del Museo, il che spiega come
all’esterno gli studiosi potevano anche essere paragonati
a una gabbia di volatili di lusso, che si beccavano inces-
santemente vivendo lontano dal mondo reale 98.

95
Cfr. P. Young Lee, The Musaeum of Alexandria and the For-
mation of the Muséum in Eighteenth-Century France, in «The Art
Bulletin» 79, 1997, pp. 385-412.
96
Vd. cap. 1 § 10.
97
Molto scarse sono le notizie sulla vita dei dotti all’interno del
Museo. In sostanza si sa solo che erano mantenuti dalla corte e che
probabilmente non pagavano le tasse, anche se le notizie che abbiamo
si riferiscono all’epoca romana e non sappiamo quali fossero le condi-
zioni in età tolemaica: vd. OGIS 714; Philostr., VS I 22, 3 e 22, 5; Dio
Cass. LXXVII 7, 3. Per le discussioni moderne vd. Fraser, Ptolemaic
Alexandria, I, p. 316 s. e infra cap. 3 § 1 e 4 § 1.
98
Cfr. Canfora, La Biblioteca e il Museo, p. 15.
capitolo 2 93

6. Il Serapeo e la “biblioteca figlia”

Nella discussione sul cosiddetto “fondo delle navi”, abbia-


mo letto la testimonianza di Epifanio di Salamina in merito
alla traduzione della Bibbia commissionata dai Tolemei 99.
Dopo quelle righe, il vescovo prosegue riportando il testo
delle due lettere che Tolemeo Filadelfo avrebbe scritto a Ge-
rusalemme per ottenere le sacre scritture e farne realizzare la
traduzione. Alla fine del passo Epifanio conclude scrivendo
queste parole:

E così i libri (scil. le sacre scritture), una volta che furono


tradotti in greco, vennero sistemati nella “prima” bibliote-
ca che era stata costruita nel Bruchion, come ho già detto.
Oltre a questa biblioteca, ce n’era un’altra su nel Serapeo,
che veniva detta “figlia” della prima. 100

Il fatto che una seconda biblioteca alessandrina esistesse


all’epoca di Tolemeo II Filadelfo, è noto anche da un passo di
Giovanni Tzetzes nei Prolegomeni alle commedie di Aristofane:

Infatti quel re Tolemeo (...), avendo a proprie spese radu-


nato ad Alessandria i libri da ogni parte del mondo grazie
a Demetrio Falereo e ad altri sapienti, li aveva collocati in

99
Vd. supra § 4.
100
Epiph., De mens. et pond. 324-327 Moutsoulas: καὶ οὕτως αἱ βίβλοι
εἰς ἑλληνίδα μετενεχθεῖσαι ἀπετέθησαν ἐν τῇ πρώτῃ βιβλιοθήκῃ τῇ ἐν τῷ
Βρουχίῳ οἰκοδομηθείσῃ, ὡς ἤδη ἔφην. ἐγένετο δὲ αὐτῇ τῇ βιβλιοθήκῃ
ἑτέρα, ἡ θυγάτηρ αὐτῆς ὀνομασθεῖσα ἄνω ἐν τῷ Σεραπείῳ. Nello stesso
periodo Ammiano Marcellino (XXII 16, 13) afferma che «il Serapeo
ospitò biblioteche di valore inestimabile» (vd. cap. 1 § 9).
94 la biblioteca di alessandria

due biblioteche, delle quali quella esterna contava 42.800


libri, mentre quella che si trovava all’interno del palazzo
reale aveva 400.000 libri misti e 90.000 libri contenenti
una sola opera (...). 101

Se si può accettare il fatto che in epoca imperiale il com-


plesso del Serapeo di Alessandria comprendesse collezioni di
libri, c’è da chiedersi se una biblioteca di questo tipo esistesse
già in epoca tolemaica, dato che nelle fonti non compare
alcun riferimento al riguardo 102. Bisogna inoltre domandarsi

101
Tzetz., Proll. de com., pr. 2: ὁ γὰρ ῥηθεὶς βασιλεὺς Πτολεμαῖος
ἐκεῖνος (...) ἐπεὶ διὰ Δημητρίου τοῦ Φαληρέως καὶ γερουσίων ἑτέρων
ἀνδρῶν δαπάναις βασιλικαῖς ἁπανταχόθεν τὰς βίβλους εἰς Ἀλεξάνδρειαν
ἤθροισε, δυσὶ βιβλιοθήκαις ταύτας ἀπέθετο, ὧν τῆς ἐκτὸς μὲν ἦν ἀριθμὸς
τετρακισμύριαι δισχίλιαι ὀκτακόσιαι, τῆς δ’ ἔσω τῶν ἀνακτόρων καὶ
βασιλείου βίβλων μὲν συμμιγῶν ἀριθμὸς τεσσαράκοντα μυριάδες ἁπλῶν
δὲ καὶ ἀμιγῶν βίβλων μυριάδες ἐννέα (...). Il passo di Tzetzes presenta
delle grosse difficoltà in merito all’interpretazione dei termini con i quali
l’autore definisce i volumi raccolti nella biblioteca interna al palazzo
reale. Egli infatti parla di 400.000 libri symmigèis (συμμιγεῖς βίβλοι) e di
90.000 libri haplài e amigèis (ἁπλαῖ καὶ ἀμιγεῖς βίβλοι). Le interpretazioni
prevalenti sono due: 1) symmigèis indica i “rotoli alla rinfusa”, mentre
amigèis significa “rotoli scelti”; 2) symmigèis è da intendersi nel senso di
“rotoli miscellanei”, mentre amigèis indica i “rotoli contenenti una sola
opera”. Sul problema vd. Canfora, Le biblioteche ellenistiche, pp. 11-13, il
quale ritiene che con “libri symmigèis” si devono intendere i rotoli che,
insieme ad altri, formavano un’unica opera, mentre i “libri amigèis” sono
i rotoli contenenti una sola opera. Vd. anche Delia, From Romance to
Rhetoric, p. 1458 («400,000 rolls containing multiple works» e «90,000
single-opus rolls»); Blum, Kallimachos, p. 105 («400,000 mixed and
90,000 unmixed and single books»).
102
Altri autori cristiani ricordano il Serapeo come luogo in cui si
sarebbero trovate le collezioni librarie (bibliothecae) dei Tolemei e dove
capitolo 2 95

se questa biblioteca del Serapeo possa essere identificata con


quella che Giovanni Tzetzes colloca all’esterno del palazzo
reale senza aggiungere alcuna ulteriore precisazione.
I ritrovamenti archeologici dimostrano che il Serapeo
venne costruito all’epoca di Tolemeo III Euergete (246-221
a.C.), e che dunque solo a partire dal suo regno si può ipotiz-
zare la formazione di una biblioteca presso questo santuario.
Il tempio di età tolemaica fu distrutto da un incendio alla fine
del II secolo d.C. e venne sostituito da un’altra struttura che
sopravvisse sino alla distruzione cristiana del IV secolo d.C. 103.
Sulla base di queste evidenze si può dunque pensare che,
già nel III secolo a.C., il Serapeo ospitasse una collezione di
libri, cosa che è verosimile anche solo pensando al fatto che
si trattava di un santuario 104.
Successivamente, un nuovo spazio per la raccolta dei vo-
lumi fu realizzato in occasione della costruzione del tempio
di età romana. Questo nuovo spazio affiancò la biblioteca

sarebbe stata depositata la traduzione dei Settanta: vd. le testimonianze


di Tertulliano (Apol. 18, 8) e di Giovanni Crisostomo (Adv. Jud., PG 48,
col 851). Nel IV secolo d.C. Aftonio (Progymn. X 40) descrive il Sera-
peo e ricorda che vi erano delle stanze nei portici del santuario dove
erano raccolti i libri per lo studio: vd. J.S. McKenzie - S. Gibson - A.T.
Reyes, Reconstructing the Serapeum in Alexandria from the Archaeological
Evidence, in «JRS» 94, 2004, p. 104 s.
103
Vd. cap. 1 § 4 e cap. 4 § 4.
104
Sulla tradizione egizia – ma anche greca e romana – di collocare
libri nei templi vd. F.M. Haikal, Private Collections and Temple Li-
braries in Ancient Egypt, in M. El-Abbadi - O.M. Fathallah (eds.),
What Happened to the Ancient Library of Alexandria?, Leiden - Boston
2008, pp. 39-54; Delia, From Romance to Rhetoric, p. 1451. Vd. inoltre
la collezione del tempio di Cesare (Cesaraeum) di Alessandria: Philo,
Legatio ad Gaium 151 e Delia, From Romance to Rhetoric, p. 1458 n. 37.
96 la biblioteca di alessandria

“madre” del palazzo reale e con il tempo dovette accrescere


la sua importanza dinanzi al progressivo decadere del Mu-
seo, che già nel 145 a.C. era stato vittima della cacciata degli
studiosi voluta da Tolemeo VIII Euergete II e che nei primi
due secoli dell’era cristiana, pur continuando la sua attività,
avrebbe lentamente subìto un inarrestabile declino sino alla
devastazione del Bruchion nel 273 d.C. 105. Ora comprendia-
mo perché, nella sua rapida sintesi della scienza alessandrina,
Ammiano Marcellino non faccia alcuna menzione del Museo
ma ricordi soltanto le glorie del Serapeo 106.

7. Consistenza e allocazione dei libri

Il problema della “biblioteca figlia” del Serapeo è stretta-


mente legato a tutta una serie di interrogativi senza risposta
che concernono il numero e la natura delle biblioteche effet-
tivamente presenti ad Alessandria in età tolemaica e romana,
oltre alla spinosa questione dell’ammontare dei libri – e cioè
dei rotoli di papiro – che le collezioni bibliotecarie alessan-
drine giunsero a comprendere nelle diverse epoche.

105
Sulla repressione di Tolemeo VIII e sul progressivo decadere del
Museo vd. cap. 3 § 10.2 e cap. 4 § 1. Sulla distruzione del Bruchion du-
rante l’assedio di Aureliano nel 273 d.C. vd. cap. 1 § 10 e cap. 4 § 3. Non
vi sono resti archeologici che consentano di individuare la biblioteca
del Serapeo, ma si possono solo formulare delle ipotesi: vd. McKenzie
- Gibson - Reyes, Reconstructing the Serapeum in Alexandria, cit., pp. 99-
100. Si è anche ipotizzato che la biblioteca del Serapeo contenesse i libri
scartati dal Museo e che fosse destinata ai profani e non agli studiosi che
vivevano ed erano mantenuti all’interno del Museo: vd. Canfora, Le
biblioteche ellenistiche, pp. 13-14; Blanck, Il libro nel mondo antico, p. 197.
106
Amm. Marc. XXII 16, 12-13: vd. cap. 1 § 9.
capitolo 2 97

Le fonti antiche hanno conservato alcune cifre tonde che


risalgono a momenti differenti della storia di Alessandria e
che molto fanno discutere i moderni. Alcune di queste cifre
le abbiamo già incontrate nelle pagine precedenti, ma ora
ricapitoliamole aggiungendo quelle mancanti.
Andando in ordine cronologico, la prima fonte che contiene
un riferimento numerico è il De tranquillitate animi (9, 5) di
Seneca, dove l’autore, senza contestualizzare l’evento, scrive
che ad Alessandria bruciarono 40.000 volumi. Aulo Gellio,
invece, nelle Notti attiche (VII 17, 3) scrive che durante la guerra
alessandrina andarono distrutti 700.000 libri, mentre Orosio
informa che il danno sarebbe ammontato a 400.000 volumi 107.
Se queste fonti si riferiscono più o meno esplicitamente
all’incendio che scoppiò nel porto di Alessandria all’epoca
di Giulio Cesare, altre testimonianze attribuiscono invece le
stime alla presunta consistenza della collezione tolemaica 108.
La prima di queste è la Lettera di Aristea. Durante il
colloquio con Tolemeo Filadelfo, Demetrio afferma che la
biblioteca reale conteneva 200.000 libri e che il proposito
era quello di arrivare a 500.000 volumi 109.
Nel IV secolo d.C. Epifanio riferisce il medesimo colloquio,
ma scrive che i libri ammontavano a 54.800 110. Nel XII secolo,

107
Hist. adv. paganos VI 15, 31-32. La cifra 700.000 è riportata anche
da Ammiano Marcellino (XXII 16, 13).
108
Sull’incendio di Cesare si rimanda al cap. 4 § 2.
109
Arist. ep. 10. Vd. supra § 2. La cifra è conservata anche da Giuseppe
Flavio nelle Antichità giudaiche (XII 13).
110
De mens. et pond. 269-270. A proposito del dialogo tra Tolemeo
Filadelfo e Demetrio, nel IX secolo Giorgio Sincello (Chron. 329
Mosshammer) riporta la cifra di 100.000.
98 la biblioteca di alessandria

infine, Giovanni Tzetzes riporta che la biblioteca interna al


palazzo reale conteneva 400.000 libri misti e 90.000 libri con
una sola opera, mentre quella esterna aveva 42.800 libri 111.
A queste notizie si aggiunge poi un’informazione conser-
vata da Plutarco (Antonius 58, 9), secondo la quale Antonio
avrebbe donato a Cleopatra 200.000 volumi della biblioteca
di Pergamo, i quali dovettero presumibilmente andare ad
arricchire la collezione tolemaica.
È molto difficile dare una valutazione di queste cifre iper-
boliche, tenuto conto che gli antichi non disponevano dei
moderni sistemi di inventario e che molto spesso i numeri
venivano gonfiati per le più svariate ragioni, o più semplice-
mente copiati senza considerazione critica. Ateneo, peraltro,
non ritiene necessario soffermarsi sul gran numero di libri
della collezione alessandrina, oltre che sull’istituzione di
biblioteche e sulla raccolta degli studiosi nel Museo, perché
si trattava di cose ben presenti nella memoria di tutti 112.
A questo si aggiunge anche l’altissimo numero di errori
commessi nelle trascrizioni effettuate da un manoscritto
all’altro, com’è testimoniato lungo tutto il percorso della
tradizione 113.
In uno studio recente Roger Bagnall ha messo in di-
scussione queste cifre ridimensionandone la portata e
confrontandole con l’ammontare della letteratura greca che

111
Proll. de com., pr. 2; cfr. supra, § 6.
112
Ath., Deipn. V 203 e.
113
Il problema degli errori riguarda anche la tradizione concernente
la collezione tolemaica. Infatti i manoscritti delle fonti che abbiamo
citato contengono in più di un caso cifre diverse tra di loro: vd. Canfo-
ra, Aristea, pp. 68-69. Sulla questione vd. più ampiamente cap. 4 § 2.1.
capitolo 2 99

si è conservata fino ai nostri giorni sia per via diretta che


per via indiretta  114; in tal modo è giunto ad affermare che
la biblioteca di Alessandria poteva essere composta da un
nucleo originale di 10/15.000 rotoli di papiro, per arrivare a
un massimo di circa 30.000 rotoli 115.
Ma tutti questi rotoli dove erano collocati, e soprattutto
esisteva un edificio che può essere chiamato “la” biblioteca
di Alessandria?
La prima considerazione che dobbiamo tenere a mente
è che il termine greco bibliothèke (βιβλιοθήκη) non si riferi-
sce necessariamente a una costruzione o a un ambiente a sé
dotato di tutti quei servizi che caratterizzano una moderna
biblioteca. L’etimologia del vocabolo allude infatti alla “teca
dei libri”, e cioè allo scaffale che conteneva i rotoli di papiro,
oltre che naturalmente alla collezione stessa 116.
Questa riflessione ci permette forse di capire perché Stra-
bone non menziona la biblioteca quando accenna al Museo di
Alessandria. Anche se è verosimile pensare che i libri raccolti
dai Tolemei avessero degli spazi appositi all’interno del com-
plesso dei palazzi reali, essi dovevano in qualche modo esserne
completamente assorbiti, diventando un tutt’uno con il Museo,
nei cui ambienti i libri erano studiati, spostati e catalogati in
continuazione, conferendo a questa collezione e alle sue teche
una vita che di rado si ritrova nelle moderne biblioteche e che,
quando cessò, fu l’inizio di quel percorso che la tradizione
ricorda come la “distruzione” della biblioteca di Alessandria.

114
Bagnall, Alexandria, pp. 352-356.
115
Cfr. cap. 4 § 2.1.
116
Cfr. Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, p. 324; Delia, From Romance
to Rhetoric, p. 1451.
100 la biblioteca di alessandria

La collezione o, meglio, le collezioni dovevano dunque


far parte di un complesso architettonico molto eterogeneo,
all’interno del quale lavoravano gli studiosi. Questo complesso
doveva comprendere ambienti di vario tipo, come magazzini,
stanze per l’amministrazione e altre diverse attività, oltre a
scriptoria e fors’anche a spazi per oggetti e strumenti scienti-
fici, e vere e proprie gallerie d’arte adibite non soltanto per gli
studiosi ma primariamente per il gusto del sovrano 117.
Non bisogna dimenticare che Ateneo, quando parla del
Filadelfo e ne ricorda la grande quantità di libri e il sinodo
del Museo, allude anche all’istituzione di “biblioteche”
(βιβλιοθηκῶν κατασκευή) 118. Queste biblioteche potevano
essere strutture librarie ospitate in altre sedi come il Serapeo,
ma erano sicuramente anche le collezioni – e cioè i fondi
librari – raccolti nel Museo: fondi, questi, che con la deva-
stazione del Bruchion dovettero disperdersi in altre sedi e in
altre collezioni, dove il mito del più antico Museo sarebbe
comunque sopravvissuto per giungere sino ai nostri giorni
e continuare ad alimentarsi.

117
Vd. Blanck, Il libro nel mondo antico, pp. 252-256: lo studioso illustra
anche un confronto con Pergamo, dove sono stati individuati degli ambien-
ti nel santuario di Atena Polias che dovevano essere adibiti a biblioteca.
118
Ath., Deipn. V 203 e. Anche a proposito di Pergamo Strabone
(XII 4, 2) parla di “biblioteche”, al plurale.
Capitolo 3

Scienza e filologia
nella Biblioteca di Alessandria

1. Gli inizi

Sugli inizi della filologia alessandrina ci restano po-


chissime notizie, non tutte degne di fede. Il solo ad ac-
cennare al Museo delle origini e alla ripartizione del la-
voro fra gli studiosi della prima generazione è Giovanni
Tzetzes, un grammatico alessandrino del XII secolo d.C.,
il quale all’inizio dei suoi Prolegomeni alle commedie di
Aristofane pone il seguente passo:

Alessandro Etolo e Licofrone di Calcide, così come Zeno-


doto di Efeso, essendo regalmente spronati da Tolemeo
Filadelfo emendarono il primo i libri delle tragedie, Lico-
frone quelli delle commedie e Zenodoto quelli omerici
e degli altri poeti. Infatti quel re Tolemeo (...), avendo a
proprie spese radunato ad Alessandria i libri da ogni parte
del mondo grazie a Demetrio Falereo e ad altri sapienti, li
aveva collocati in due biblioteche (...). [Di questi libri], in
seguito, Callimaco, il quale era paggio di corte (neanìskos
tes aulès), al termine della fase di correzione (diòrthosis)
compilò le Tavole. Un suo coetaneo, Eratostene, fu prepo-
sto dal re a un così grande archivio librario. 1
1
Tzetzes, Proll. de com., pr. 2.
102 la biblioteca di alessandria

Tzetzes, scrivendo a grandissima distanza di tempo dai fat-


ti, incorre in vari errori storici, che ne inficiano la credibilità
anche riguardo ai dettagli che non siamo in grado di verificare.
Una prima inesattezza sembrerebbe la collocazione del
soggiorno alessandrino di Demetrio del Falero durante il
regno di Tolemeo Filadelfo, anziché in quello del Soter (cfr.
cap. 2 § 2), ma questa svista, se è realmente tale, si radica in
una lunga tradizione erudita che riguardo all’istituzione del
Museo e della biblioteca confonde e assimila i primi due
Tolemei. Ancora, Callimaco viene detto “paggio di corte”
(νεανίσκος ὢν τῆς αὐλῆς), quasi che abbia composto i Pi-
nakes – un’opera gigantesca per mole ed erudizione, di cui
parleremo – mentre era fanciullo o poco più.
È poi curioso che fra i direttori della biblioteca Tzetzes
ricordi Eratostene ma non Zenodoto, il quale certamente
rivestì la stessa carica in epoca antecedente. Sicuramen-
te errata, infine, è l’asserita contemporaneità cronologica
di Callimaco ed Eratostene, perché malgrado di entram-
bi non si abbia né la data di nascita né quella di morte,
essi certamente appartengono a due distinte generazioni.
Va però ricordato che anche la Suda, nel fissare il sincro-
nismo tra Eratostene e un altro importante autore d’età
ellenistica, Filocoro di Atene (340-262 a.C. circa), inver-
te le relazioni tra i due  2. Insomma, pur guardando con
giusta diffidenza a una fonte, qual è Tzetzes, che veicola

2
Suda [Φ 441] s.v. Φιλόχορος (= Philoch., FGrHist 328 T1): (...)
κατὰ δὲ τοὺς χρόνους γέγονεν ὁ Φιλόχορος Ἐρατοσθένους, ὡς ἐπιβαλεῖν
πρεσβύτῃ νέον ὄντα Ἐρατοσθένει. («Filocoro visse nella medesima età
di Eratostene, essendo giovane mentre Eratostene era anziano»).
capitolo 3 103

indiscriminatamente tutte le deformazioni prodottesi nel


corso di secoli e secoli nella tradizione sull’erudizione
alessandrina, va allo stesso tempo evitata la tentazione
di respingere a priori tutto ciò che viene da un autore il
quale, proprio per la sua scarsa attitudine critica, accanto
a numerosissime notizie inverosimili potrebbe aver rac-
colto anche frammenti di informazione veritieri.
Tra i personaggi elencati da Tzetzes, almeno i primi due
sono probabilmente noti solo agli addetti ai lavori. Alessan-
dro Etolo 3, il revisore dei testi tragici, nacque a Pleuron, in
Etolia (Grecia centro-occidentale), verso il 320. L’avventura
asiatica di Alessandro Magno si era da poco interrotta, con
la morte a Babilonia a soli trentatre anni d’età (323 a.C.), e
la Grecia stava per precipitare in una guerra senza fine tra i
tanti aspiranti alla successione; l’Etolo si formò dunque in
un contesto politico veramente drammatico, ed è probabi-
le che per lui l’approdo ad Alessandria abbia rappresentato
il definitivo conseguimento di una condizione di sicurez-
za in cui poter attendere serenamente agli studi letterari.
Nella capitale egiziana egli si fece un nome non solo come

3
Su Alessandro Etolo l’edizione corrente è quella di E. Magnel-
li, Alexandri Aetoli testimonia et fragmenta (“Università degli Studi di
Firenze - Dipartimento di Scienze dell’Antichità «Giorgio Pasqua-
li» - Studi e testi”, 15), Firenze 1999. Cfr. inoltre G. Knaack, s.v. Ale-
xandros 84), in RE I, Stuttgart 1894, coll. 1447-1448; Pfeiffer, SFC,
pp. 200-201; E. Magnelli, Alessandro Etolo poeta «di provincia» (o i
limiti del callimachismo), in R. Pretagostini, La letteratura ellenisti-
ca. Problemi e prospettive di ricerca. Atti del Colloquio Internazionale
(Università di Roma “Tor Vergata”, 29-30 aprile 1997) [“Seminari ro-
mani di cultura greca. Quaderni”, 1], Roma 2000, pp. 113-126.
104 la biblioteca di alessandria

grammatico, ma anche come autore di mimi, poemi epici,


epigrammi e soprattutto drammi teatrali, tanto da essere
annoverato fra i sette tragici del circolo della Pleiade.
Di una così variegata produzione letteraria, come pure
della sua opera filologica, quasi tutto è perduto, tanto che
non pochi studiosi, confrontando l’esile traccia lasciata dal-
la sua attività con quella ben più imponente di Zenodoto
di Efeso, inclinano a ridimensionarne il ruolo all’interno
del Museo: ipotizzando, in esplicita contrapposizione a
Tzetzes, che egli sia stato solo uno dei tanti collaboratori
di Zenodoto. È possibile: ma dal momento che nulla si sa
di eventuali gerarchie accademiche tra i dotti del Museo, e
considerando anche che relativamente alla poesia tragica il
prestigio di Alessandro doveva essere ben maggiore di quel-
lo di Zenodoto, conviene fermarci qui.
Licofrone di Calcide, secondo Tzetzes il revisore dei
testi comici, è figura ancor più originale e interessante, in-
nanzitutto quale autore del poema più oscuro di tutta la
letteratura greca, l’Alessandra. La trama è ingannevolmente
semplice: un messaggero riferisce in un lunghissimo mo-
nologo (1474 trimetri giambici) il vaticinio di Alessandra,
la Cassandra dei poemi omerici, condannata da Apollo a
profetizzare senza mai essere ascoltata. L’opera, che ci è ri-
masta, è quasi illeggibile senza il ricorso a un commento,
essendo infarcita di dotte allusioni, miti contaminati o rein-
terpretati, enigmi in codice etc. che il lettore è continua-
mente sfidato a decodificare.
Il rapporto tra la composizione dell’Alessandra e la cu-
ratela dei poeti comici nell’ambito del Museo non è però
immediato: possiamo ipotizzare, ma senza prove, che Lico-
capitolo 3 105

frone sia stato scelto come revisore del settore commedia


della biblioteca per la sua conoscenza della lingua attica,
verosimilmente non comune nell’ambiente scientifico ales-
sandrino  4. Va però subito aggiunto che anche Licofrone,
così come Alessandro Etolo, faceva parte della cerchia della
Pleiade; a rimaneggiare i testi della tradizione teatrale, dun-
que, furono posti due scrittori che avevano una personale
esperienza dell’attività drammaturgica.

2. La diòrthosis

Per designare il lavoro svolto all’interno del Museo da


Zenodoto, da Alessandro Etolo e da Licofrone Tzetzes ado-
pera la parola diòrthosis (gr. διόρθωσις), che alla lettera si-
gnifica “raddrizzamento”. Non è ben chiaro a cosa egli allu-
da. Nel corso del tempo, infatti, il termine assunse il valore
di emendazione o restauro testuale, designando così il pro-
prium dell’attività filologica: la quale, muovendo dall’esame
di uno o più manoscritti, attraverso la ricognizione delle va-
rianti, l’eliminazione delle interpolazioni e il riempimento
delle lacune, mira a ricostruire l’aspetto originario dell’ope-
ra editata, o almeno di avvicinarvisi il più possibile.

4
Su Licofrone l’edizione d’uso è quella di A. Hurst, Lyco-
phron. Alexandra (“Collection des Universités de France, Série
grecque”), Paris 2008. Cfr. inoltre, nell’abbondante bibliografia
sull’Alessandra e sul suo autore, K. Ziegler s.v. Lykophron 8), in
RE XIII.2, Stuttgart 1927, coll. 2316-2381; S. Josifović, s.v. Lyko-
phron 8), in RE Suppl. 11, Stuttgart 1968, coll. 888-930; Pfeiffer,
SFC, pp. 201-202; P.A.M. Leone, Scholia vetera et paraphrases in
Lycophronis Alexandram, Galatina 2002.
106 la biblioteca di alessandria

Ma se dell’edizione omerica di Zenodoto qualcosa


sappiamo, il più completo mistero avvolge sin dall’anti-
chità le ekdòseis teatrali di Alessandro e di Licofrone, sic-
ché molti pensano che nel loro caso la parola “raddrizza-
mento” debba essere intesa in senso più ristretto: i due
si sarebbero cioè limitati a riordinare le opere dei poeti
tragici e comici presenti nella biblioteca di Alessandria,
annotando per ciascuna di esse l’autore, l’anno di rappre-
sentazione, il contenuto e l’eventuale conseguimento del
premio nei concorsi. Se così fosse, anziché filologi Ales-
sandro Etolo e Licofrone dovrebbero essere considerati
gli antesignani dei moderni bibliotecari; ma tale conget-
tura è fondata solo sul silenzio di una tradizione di cui,
per giunta, ci è pervenuta una parte irrisoria.
In ogni caso, già con Zenodoto cominciano chiaramente
a delinearsi i princìpi della scienza filologica, le sue prassi
operative, le stesse forme letterarie della critica testuale,
come l’edizione, lo scolio, il commentario, etc. Certo, vor-
remmo essere meglio informati su come in concreto questi
primi editori lavorassero, ma è da credere che le best prac-
tices, nel lavoro giornaliero, siano state presto codificate.
Senza volar troppo con la fantasia, possiamo immaginare
che la compilazione di un’edizione potesse avvenire o con-
frontando riga per riga gli esemplari a disposizione, per
poi compilare ex novo, su un diverso supporto scrittorio,
il testo restaurato; oppure individuando il codice più affi-
dabile, e apponendo direttamente su di esso le opportune
correzioni. Questo secondo metodo, oltre a velocizzare il
lavoro, aveva il pregio di ridurre al minimo la probabilità
di commettere errori di stanchezza o distrazione, e difatti
capitolo 3 107

ancor oggi molti filologi approntano i loro testi critici non


trascrivendoli parola per parola, ma correggendo a penna
un’edizione precedente. Di recente, tuttavia, la tesi che gli
Alessandrini redigessero le proprie edizioni consultando
più esemplari dell’opera da emendare è stata vigorosamen-
te contestata, perché sembrerebbe che i primi grammatici
ad aver invocato l’autorità dei codici per delle varianti di
lettura siano stati Callistrato e Cratete di Mallo, due con-
temporanei di Aristarco (II secolo a.C.) 5.
Un altro vocabolo spessissimo associato nelle fonti
alla critica testuale alessandrina è èkdosis (gr. ἔκδοσις)  6.
Che differenza c’è tra diòrthosis ed èkdosis? Tra le varie
ipotesi avanzate, la più convincente è che nella maggior
parte dei casi èkdosis indichi la semplice ricopiatura d’un
testo senza intervento editoriale, mentre diòrthosis desi-
gni il prodotto del lavoro filologico, cioè l’edizione criti-
ca. Naturalmente nella letteratura erudita antica, specie
quella più recente, le due parole possono anche fungere
da sinonimi interscambiabili, ma pare che almeno in ori-
gine il discrimine fosse costituito dalla presenza o meno
di revisione critica nello scritto che veniva pubblicato.
Nell’accezione più antica, dunque, èkdosis potrebbe aver
indicato l’  “edizione” nel significato che tale parola ha
oggi in bibliografia (i edizione, ii edizione, etc.), men-
tre diòrthosis potrebbe aver designato il testo ricostituito
dal filologo; lo suggerisce anche il titolo di un trattato at-
tribuito al grammatico Ammonio, Περὶ τοῦ μὴ γεγονέναι
5
Così M.L. West, Studies in the Text and Transmission of the Iliad,
München - Leipzig 2001, p. 35.
6
Sulla questione cfr. Fraser, Ptolemaic Alexandria, II, pp. 647-648.
108 la biblioteca di alessandria

πλείονας ἐκδόσεις τῆς Ἀρισταρχείου διορθώσεως 7, traducibi-


le con “Sul perché non vi furono più versioni pubblicate
(ekdòseis) dell’edizione critica (diòrthosis) di Aristarco”.
Ma anche sul significato della parola “edizione”, in
relazione all’epoca di cui stiamo trattando, c’è da inten-
dersi: non dobbiamo infatti immaginare che le edizioni
alessandrine fossero destinate alla vendita, e quindi ri-
prodotte in serie; al contrario, di regola la fase editoriale
si chiudeva con l’allestimento di un unico esemplare con-
sultabile all’interno della biblioteca, dal quale, all’occor-
renza, si potevano ricavare ulteriori copie.

3. Le glosse di Filita

Tra i dotti menzionati da Tzetzes ne manca uno la cui


connessione col Museo di Alessandria è molto probabile,
anche se non attestata: Filita di Cos  8. Lo ricordiamo qui

7
Schol. vetera in Hom. Il. X 397, 9a.
8
Sui resti dell’opera grammaticale di Filita cfr. ora la nuova edizione
di E. Dettori [Filita grammatico. Testimonianze e frammenti (“Seminari
Romani di Cultura Greca. Quaderni”, 2), Roma 2000], che ha sostituito
quella ormai molto datata di W. Kuchenmüller (Philetae Coi reliquiae,
Bonnae 1928). Cfr. inoltre Pfeiffer, SFC, pp. 159-165; E. Dettori,
La «filologia» di Filita di Cos (con qualche osservazione sulla filologia
del III sec. a. C.), in Pretagostini, La letteratura ellenistica. Problemi
e prospettive di ricerca, cit., pp. 183-198. Anche i frammenti poetici sono
ora disponibili in una nuova edizione critica: L. Sbardella, Filita. Te-
stimonianze e frammenti poetici (“Seminari Romani di Cultura Greca.
Quaderni”, 3), Roma 2000. L’insieme dei frammenti di Filita – gram-
maticali e poetici – è inoltre stato edito da K. Spanoudakis, Philitas of
Cos (“Mnemosyne. Supplements”, 229), Leiden - Boston - Köln 2002.
capitolo 3 109

perché fu tra i primissimi ad affiancare l’attività filologica


a quella poetica, tanto da venir definito “poeta e critico”
(ποιητὴς ἅμα καὶ κριτικός) da Strabone  9. Egli fu insomma
l’antesignano di tutti quei personaggi, come Callimaco,
Eratostene o Apollonio Rodio, i quali intuirono che il futu-
ro della poesia, la sua stessa sopravvivenza in forme nuove,
passava attraverso il recupero di una tradizione in grave pe-
ricolo, per il venir meno delle condizioni storico-culturali in
cui essa s’era originariamente sviluppata. Per creare forme
poetiche nuove, potremmo sintetizzare, i letterati del primo
Ellenismo si videro costretti a farsi filologi; ma per essere
autenticamente filologi, in grado cioè di intendere appieno
Omero, Eschilo o Sofocle, non potevano che tentare in pri-
ma persona l’esperienza della creazione poetica.
Dal punto di vista anagrafico Filita appartiene a una ge-
nerazione intermedia tra quella di Demetrio Falereo (nato
verso il 360) e quella di Zenodoto (nato verso il 320); se
dunque egli prese parte all’organizzazione degli studi nella
grande biblioteca, come tutto sembra indicare, la sua azione
dovette dispiegarsi verso i cinquantacinque/sessant’anni,
cioè nel pieno della maturità intellettuale. Filita era origina-
rio di un’isola dell’Egeo orientale che un secolo prima ave-
va dato i natali al grande Ippocrate; qui, successivamente, i
compatrioti gli avrebbero innalzato una statua 10. Proprio a

9
Strabo XIV 2, 19; cfr. anche Suda [Φ 332] s.v. Φιλήτας, ove è detto
γραμματικὸς κριτικός.
10
Hermesian., fr. 7, 75-78 Powell (= Philitas, T3 Dettori).
Una statua di Filita – forse quella stessa di Cos, più probabilmente
un’altra dedicatagli ad Alessandria, è menzionata in un epigramma
di Posidippo di Pella (nr. 63 Austin - Bastianini).
110 la biblioteca di alessandria

Cos, inoltre, nacque nel 309 Tolemeo II Filadelfo, durante


una delle tante campagne militari del padre 11.
Fu probabilmente in questa circostanza che Tolemeo
I Soter conobbe Filita, chiamandolo successivamente a
curare l’educazione del figlio  12. Non sappiamo se Filita
svolse tale compito a Cos o, più probabilmente, ad Ales-
sandria, ma in ogni caso nella capitale egiziana egli ebbe
anche altri eminenti allievi, primo tra i quali Zenodoto 13.
Sono inoltre forse indizio di una conoscenza personale, se
non proprio di amicizia, l’allusione “in codice” a Filita nel
proemio degli Aitia di Callimaco  14, così come lo splendi-
do omaggio che Teocrito gli tributa nel settimo Idillio 15.
Il principale contributo di Filita alla nascente filologia
alessandrina furono le Àtaktoi glòssai (Ἄτακτοι γλῶσσαι,
“glosse senza ordine”) o semplicemente Àtakta (Ἄτακτα),
di cui ci restano poche decine di frammenti. Si trattava
di una raccolta di termini omerici arcaici, e quindi non

11
Marm. Par., FGrHist 239 B 19.
12
Suda [Φ 332] s.v. Φιλήτας· (...) ἐγένετο δὲ καὶ διδάσκαλος τοῦ
δευτέρου Πτολεμαίου (...).
13
Suda [Ζ 74] s.v. Ζηνόδοτος.
14
Callim., Aet. I 9-10: ἀλλὰ καθέλ[κει / ····πο]λὺ τὴν μακρὴν ὄμπνια
Θεσμοφόρο[ς. Che la menzione della “feconda Thesmophoros”, nascon-
da un’allusione alla Demetra di Filita è messo in luce dagli scoli fioren-
tini al passo (PSI XI 1219): [παρα]τίθεταί τε ἐν σ(υγ)κρίσει τὰ ὀλίγων
στί[χ(ων) ὄν]τ(α) ποιήματα Μιμνέρμου τοῦ Κο[λοφω]νίου καὶ Φιλίτα
τοῦ Κῴου βελτίονα [τ(ῶν) πολ]υστίχων αὐτ(ῶν) φάσκων εἶναι [····].
15
In cui un personaggio di nome Simichida, che nell’isola di Cos si
sta recando alla festa delle Talisie, si vanta di essere anch’egli un porta-
voce delle Muse, malgrado non si senta ancora all’altezza di Sicelida di
Samo e neppure di Filita (Idyllia VII 37-41).
capitolo 3 111

più intellegibili per il comune lettore, di cui Filita dava


l’equivalente nel linguaggio corrente, commentando-
ne l’etimologia: il primo di una lunga serie di strumenti
(edizioni critiche, scoli, lessici, epitomi etc.) di cui l’eru-
dizione ellenistica si dotò a supporto del grande progetto
enciclopedico promosso dai Tolemei. Il magistero di Fi-
lita, però, dovette esplicarsi per lo più in modo orale, ed è
forse per questo che il suo ruolo nel determinare i primi
sviluppi del Museo non è documentato.

4. Il primo direttore: Zenodoto di Efeso

La voce della Suda su Zenodoto di Efeso 16, il primo edi-


tore alessandrino di Omero, è stranamente reticente:

Zenodoto: di Efeso, poeta epico e grammatico, allievo di


Filita, fiorito sotto Tolemeo I. Fu il primo a emendare le
opere di Omero, presiedette le biblioteche di Alessandria
e educò i figli di Tolemeo. 17

16
Bibliografia essenzialissima: H. Duentzer, De Zenodoti studiis
Homericis, Gottingae 1848; K. Nickau, Zenodotos 3), in RE X.A1, Stutt-
gart 1972, coll. 23-45; Pfeiffer, SFC, pp. 181-200; ancora K. Nickau,
Untersuchungen zur textkritischen Methode des Zenodotos von Ephesos,
Berlin 1977; J. Lallot, Zénodote ou l’art d’accommoder Homère, in
Jacob - de Poulignac, Alexandrie IIIe siècle av. J.-C., pp. 93-99; Fr.
Montanari, Zenodotus, Aristarchus and the Ekdosis of Homer, in G.W.
Most (ed.), Editing Texts / Texte edieren (“Aporemata”, 2), Göttingen
1998, pp. 1-21; West, Studies in the Text and Transmission, cit., p. 33-45.
17
Suda [Ζ 74] s.v. Ζηνόδοτος, Ἐφέσιος, ἐποποιὸς καὶ γραμματικός,
μαθητὴς Φιλητᾶ, ἐπὶ Πτολεμαίου γεγονὼς τοῦ πρώτου, ὃς καὶ πρῶτος
τῶν Ὁμήρου διορθωτὴς ἐγένετο καὶ τῶν ἐν Ἀλεξανδρείᾳ βιβλιοθηκῶν
προὔστη καὶ τοὺς παῖδας Πτολεμαίου ἐπαίδευσεν.
112 la biblioteca di alessandria

La stringatezza di questa nota, a confrontarla con i lem-


mi dedicati dalla Suda ad altri illustri membri del Museo, è
in effetti notevole. Neppure una parola sui genitori: mentre
sappiamo, ad esempio, che il padre di Callimaco si chiamava
Batto, quello di Apollonio Rodio Silleo, quello di Eratoste-
ne Aglao; quello di Aristarco, anche lui Aristarco; persino di
Filita conosciamo il padre, Telefo. Evidentemente, ai tempi
in cui la voce venne compilata gran parte delle informazio-
ni biografiche su Zenodoto dovevano essere perdute, come
mostra anche la sua genericissima collocazione cronologica
nel regno di Tolemeo Soter, mentre di altri studiosi la Suda
indica l’anno olimpico della nascita o della morte, oppure
quello della cosiddetta “fioritura”.
È invece di grande interesse un’altra notizia presente nel
passo sopra riportato: Zenodoto sarebbe stato a capo delle
biblioteche di Alessandria. Se il plurale non è un errore, cioè se
non è usato per designare collettivamente le “collezioni”, se
ne può dedurre che anche la biblioteca del Serapeo ricadeva
sotto la sua responsabilità. Non sappiamo se i successori di
Zenodoto abbiano mantenuto questa unitarietà di direzione,
ma pur con ogni cautela si può congetturare che anche la rac-
colta del Serapeo fosse stata sin dalle origini concepita come
un’appendice funzionale del Museo, e non come un deposi-
to dei doppioni o delle copie deteriori; una possibile ipotesi,
infatti, è che mentre la biblioteca maggiore era riservata ai
membri del Museo, quella del Serapeo servisse tutti gli altri,
come parrebbe indicare un frammento callimacheo 18.

18
In cui si legge che “il vecchio scrittore che inventò lo Zeus Pan-
cheo” – cioè Evemero di Messene (330-250 a.C. circa), noto per aver
capitolo 3 113

Tornando al rapporto tra Filita e Zenodoto, secondo la


Suda esso si sarebbe esplicato anche nel senso che l’allie-
vo avrebbe ereditato dal maestro il compito prestigioso e al
contempo pericoloso, per le invidie cui poteva esporre, di
precettore del Filadelfo. È stato spesso affermato, senza reale
fondamento, che tra i doveri istituzionali dei direttori della bi-
blioteca vi fosse l’educazione dei prìncipi di casa reale, ma sta
di fatto che oltre ad Aristarco, precettore del figlio di Tolemeo
VI Filometore 19, gli unici filologi alessandrini che certamente
esercitarono il ruolo di precettori reali furono appunto Filita
e Zenodoto, e il primo non risulta aver mai avuto la carica di
bibliotecario. Piuttosto, il comune tutorato dei figli di Tole-
meo Soter suggerisce che il poeta di Cos e il grammatico di
Efeso furono veramente l’uno maestro dell’altro, tanto da tra-
smettersi in eredità, per così dire, l’educazione dei Tolemei.
L’effettività di questo rapporto è un fatto importante, perché
sebbene le fonti sulla biblioteca di Alessandria siano prodighe
di indicazioni sui legami di discepolato tra i vari dotti, in pri-
mis la Suda, tali connessioni sono quasi sempre da intendersi
in senso lato, come segno cioè di affinità o eredità intellettua-
le: allo stesso modo in cui si può dire che uno studente è stato
“allievo” dei vari docenti di cui ha frequentato i corsi.
Oltre alla revisione dei poemi omerici, la tradizione at-
tribuisce a Zenodoto delle edizioni di Esiodo  20, Pindaro e

interpretato razionalisticamente gli dei quali uomini divinizzati dopo


la morte per i loro metodi eccezionali – avrebbe scritto i suoi empi libri
proprio al Serapeo: Callim., fr. 191, 9-11 Pf.
19
Suda [Α 3892] s.v. Ἀρίσταρχος (...). γέγονε (...) ἐπὶ Πτολεμαίου
τοῦ Φιλομήτορος, οὗ καὶ τὸν υἱὸν ἐπαίδευσε. (...)
20
Cfr. Schol. in Hesiodi Theogoniam 5.
114 la biblioteca di alessandria

Anacreonte, una raccolta di Glosse ordinate alfabeticamente


(diversamente da quelle àtaktoi di Filita), una vita di Ome-
ro e un trattato sul numero dei giorni nell’Iliade (Περὶ τῆς
Ὁμήρου ποιήσεως γένους χρόνου). Oggi c’è generale consen-
so sul fatto che egli abbia esplicato il suo insegnamento in
modo quasi esclusivamente orale, il che spiega perché di
lui non ci sia pervenuto alcun frammento di commentario.
In tale situazione è molto difficile misurare il valore della
sua opera e anche la fondatezza delle critiche, spesso assai
severe, che l’erudizione successiva mosse alle sue scelte. E
tuttavia, sebbene i posteri abbiano accolto pochissimi fra
gli emendamenti zenodotei ai poemi omerici, c’è un aspet-
to per cui il metodo critico di Zenodoto appare ancor oggi
pienamente condivisibile: egli non alterò i testi con le pro-
prie correzioni, sostituendo le lezioni dei manoscritti con
le proprie, e neppure pensò di eliminare i versi che gli pa-
ressero spuri, ma si limitò a marcare i passi sospetti con un
obelòs, un trattino orizzontale apposto al margine sinistro
del verso, fornendo in tal modo al lettore la possibilità di
controllare il suo operato, secondo un principio che sarà
poi perfezionato prima da Aristofane di Bisanzio poi da
Aristarco, inventori di diversi altri segni diacritici, e diverrà
infine il fondamento irrinunciabile della filologia moderna.
A Zenodoto è anche attribuita la divisione di Iliade e
Odissea in ventiquattro libri; su questa ripartizione, tutta-
via, non c’è consenso. Più importante è invece ricordare
che quando egli intraprese la diòrthosis di Omero erano
in circolazione molte versioni di Iliade e Odissea, anche
profondamente differenti tra loro. Il testo dei due poe-
mi, infatti, era stato tramandato oralmente per moltissi-
capitolo 3 115

mo tempo, modificandosi e adattandosi in relazione alle


contingenti esigenze del pubblico cui l’aedo si rivolgeva;
quando poi in diverse città si era sentita l’esigenza di fissa-
re per iscritto un testo da recitare nelle pubbliche festività,
in questo erano confluite tutte le varianti composte ad hoc
dai rapsodi per esaltare l’uno o l’altro eroe locale.
In tale magmatica situazione, è verosimile che i cura-
tori delle collezioni librarie alessandrine abbiano cercato
di acquistare quante più copie possibile dei due poemi;
ed è altrettanto probabile che i loro emissari non si siano
limitati a comperare i codici omerici realizzati per inizia-
tiva pubblica, ma abbiano cercato di procurarsi anche i
migliori esemplari in possesso dei privati 21.
Uno dei criteri escogitati da Zenodoto per districarsi
nel groviglio delle varianti e per determinare il maggiore o
minor valore dei singoli codici ci appare particolarmente
efficace, pur nella sua semplicità: si tratta dell’oligostichìe
(ὀλιγοστιχίη, da olìgos = “poco” e stìchos = “verso”), il prin-
cipio per cui tra diverse redazioni dello stesso poema è da
preferirsi, almeno in linea generale, quella composta dal nu-
mero minore di versi, perché essa sarà evidentemente più
scevra dalle inserzioni rapsodiche locali. Naturalmente an-
che l’oligostichìe, se applicata rigidamente, poteva condurre a
gravi abbagli, e non sappiamo con quanta misura Zenodoto
sia riuscito ad utilizzarla; però il fatto stesso che nell’accin-
gersi all’opera titanica di “ripulire” Omero egli abbia cercato
di formulare un criterio oggettivo, complementare ma ben
distinto dall’intuito e dalla cultura personale (che sono co-

21
Il primo a dotarsi di una copia di Omero per uso personale sarebbe
stato Antimaco di Colofone (V-IV secolo a.C.): Pfeiffer, SFC, p. 167.
116 la biblioteca di alessandria

munque l’indispensabile prerequisito di ogni buon filolo-


go), dimostra che una certa cattiva fama che già in antico
accompagnò le sue scelte è da ridimensionare. È vero, infat-
ti, che Zenodoto sembra aver spesso marcato delle parole o
espressioni come sospette semplicemente perché, a suo giu-
dizio, non sarebbe stato “conveniente” (πρέπον) che Omero
le adoperasse, ma più di una volta, andando a verificare tali
notizie, si è constatato che le scelte zenodotee muovevano
da un’effettiva discordanza o problematicità dei codici.
Il numero degli emendamenti superstiti di Zenodoto è ri-
levante: circa 570 all’Iliade, una novantina all’Odissea. Di que-
sti, come detto, pochissimi furono accettati dai critici succes-
sivi. Ma anche se come editore omerico Zenodoto fu presto
superato, i suoi meriti nella definizione di metodi e obiettivi
della pratica filologica non possono essergli revocati.

5. Strutturare la conoscenza: i Pinakes di Callimaco

Sotto la direzione di Zenodoto fu cooptato nella biblio-


teca quello che sarebbe divenuto il maggiore poeta dell’età
ellenistica e uno degli eruditi più grandi del mondo antico:
Callimaco di Cirene 22.
22
L’edizione corrente di Callimaco è R. Pfeiffer, Callimachus, 1:
Fragmenta, Oxford 1949; 2: Hymni et epigrammata, Oxford 1953. Fra
gli studi critici – la bibliografia è notoriamente sterminata – cfr. e.g. H.
Herter, s.v. Kallimachos 6), in RE Suppl. 5, Stuttgart 1931, coll. 386-452;
Pfeiffer, SFC, pp. 206-247; Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, pp.
717-793; C. Meillier, Callimaque et son temps. Recherches sur la carrière
et la condition d’un écrivain à l’époque des premiers Lagides (“Publication
de l’Université de Lille”, 3), Lille 1979; Chr. Jacob, Callimaque: un poète
dans le labyrinthe, in Jacob - de Poulignac, Alexandrie IIIe siècle av.
capitolo 3 117

La fonte biografica più importante su Callimaco, oltre a


quanto si evince dalla sua opera, è – tanto per cambiare – la
Suda, la quale gli dedica una voce piuttosto ampia:

Callimaco: figlio di Batto e Mesatma, Cireneo, gram-


matico, allievo del grammatico Ermocrate di Iaso; pre-
se in sposa la figlia di Eufrate di Siracusa. Figlio di sua
sorella fu Callimaco il Giovane, che scrisse in poesia
sulle isole. Fu talmente assiduo da comporre poemi in
ogni possibile metro e da redigere moltissime opere in
prosa. I libri da lui scritti sono oltre ottocento. Visse ai
tempi di Tolemeo Filadelfo. Prima di fare la conoscen-
za del re insegnò grammatica ad Eleusi, un sobborgo di
Alessandria. Giunse sino a Tolemeo detto Euergete, alla
127a Olimpiade, nel secondo anno della quale (271 a.C.)
Tolemeo Euergete cominciò a regnare. (...) 23

La famiglia dello scrittore vantava nobilissime origini 24,


riallacciandosi addirittura al fondatore di Cirene, quel Batto
il Tereo cui Erodoto dedica alcune indimenticabili pagine
delle Storie 25; il nonno di Callimaco, inoltre, aveva raggiun-
to la carica di stratego 26. È convinzione diffusa che quando
il poeta nacque, nell’ultimo decennio del III secolo a.C., il
suo casato fosse ormai in decadenza, come indicherebbe

J.-C., pp. 100-112 ; B. Acosta-Hughes, Polyeideia. The Iambi of Callima-


chus and the Archaic Iambic Tradition, Berkeley - Los Angeles - London
2002. Sui Pinakes, in particolare, cfr. Blum, Kallimachos.
23
Suda [Κ 227] s.v. Καλλίμαχος.
24
Strabo XVII 3, 21.
25
Hdt. IV 150-153, 155-159.
26
Ep. 21 Pf.
118 la biblioteca di alessandria

anche il fatto che ad Alessandria, prima di essere ammesso


a corte, visse per qualche anno di un impiego modesto  27;
del resto egli stesso confessa in un epigramma di non aver
denaro fra le mani 28. Ciò non toglie che a Cirene Callimaco
fosse stato educato da un maestro che il grammatico latino
Sergio annovera tra i clarissimi qui ante Varronem et Tyran-
nionem de prosodia aliquid reliquerunt 29 e che avesse potuto
sposare una donna di origine straniera: due atti certo non
comuni tra la popolazione più umile, anche in una città co-
smopolita come Cirene. Né forse egli avrebbe chiamato se
stesso “il Battiade”  30, se a questa antica gloria familiare si
fosse accompagnato un presente oscuro.
Per composizione sociale la Cirene dei decenni a caval-
lo tra IV e III secolo a.C. ricordava Alessandria, ospitando
come quella una folta comunità giudaica e diverse enclaves
straniere. I Cirenei, tuttavia, si erano sempre mostrati recal-
citranti alla dominazione egiziana, ribellandosi una prima
volta nel 313, una seconda nel 311 e una terza nel 308; infine
avevano dovuto accogliere come re un figlio illegittimo del
Soter, Magas  31. Pur in questo quadro di esasperata conflit-

27
L’espressione greca utilizzata dalla Suda, γράμματα ἐδίδασκεν, fa
infatti pensare a un insegnamento di tipo elementare.
28
Ep. 32: οἶδ᾽ ὅτι μευ πλούτου κενεαὶ χέρες (...).
29
Sergius, Expl. in Donatum I (Grammatici Latini, IV, p. 530). Di
Ermocrate di Iaso, oltre al legame con Callimaco, non si sa altro; per
qualche ipotesi sulla sua attività cfr. Funaioli, s.v. Hermokrates 11), in
RE VIII.1, 1912, coll. 887-888. La riscoperta dell’antica Iaso, presso l’at-
tuale golfo di Güllük in Turchia, si deve tra l’altro alla Scuola Archeo-
logica Italiana di Atene.
30
Ep. 35: Βαττιάδεω παρὰ σῆμα φέρεις πόδας εὖ μὲν ἀοιδήν / εἰδότος,
εὖ δ᾽ οἴνῳ καίρια συγγελάσαι.
31
Carica che rivestì dal 276 al 250.
capitolo 3 119

tualità, i rapporti tra Cirene e Alessandria erano sempre stati


molto stretti, e dunque non stupisce che un giovane capace
e intelligente come Callimaco si sia alla fine trasferito, in un
anno imprecisato, nella nuova capitale dei Tolemei, proba-
bilmente nella speranza di raggiungere i vertici dell’apparato
burocratico o culturale. Ad Alessandria, come detto, egli do-
vette sulle prime adattarsi a impartire lezioni di grammatica
(l’espressione greca utilizzata dalla Suda, gràmmata edìda-
sken, fa pensare a un insegnamento di tipo elementare), ma
la fortuna non tardò: entrato in contatto con il Filadelfo, fu
da questi invitato a lavorare nella biblioteca reale.
A questo punto i ragguagli della Suda si fanno confusi.
Callimaco sarebbe vissuto sino alla 127a Olimpiade (272-269
a.C.), durante la quale Tolemeo III Euergete ascese al trono.
Noi però sappiamo che Tolemeo II Filadelfo fu chiamato
dal padre alla coreggenza nel 285 e visse sino al 246, e che
l’Euergete gli subentrò solo alla morte, regnando sino al
222; dunque la Suda fa riferimento a una cronologia com-
pletamente errata, in mancanza della quale siamo ancora
una volta costretti a congetturare. Purtroppo anche Tzet-
zes, come si è visto, è palesemente inattendibile, giacché
scrive che al tempo in cui Alessandro Etolo e Licofrone in-
trapresero le diorthòseis degli autori drammatici Callimaco
ed Eratostene erano entrambi ancora ragazzi 32 (mentre tra
i due intercorrono almeno vent’anni) 33. Possiamo comun-

32
Tzetzes, Proll. de com., pr. 1: (...) Ἀλέξανδρος ὤρθου τὰ τραγικά,
Λυκόφρων τὰ κωμικά· νεανίαι ἦσαν Καλλίμαχος καὶ Ἐρατοσθένης.
33
La nascita di Eratostene è datata dalla Suda ([Ε 2898] s.v.
Ἐρατοσθένης) alla 126a Olimpiade (276-273 a.C.). Strabone però
afferma che avrebbe avuto per maestro Zenone (I 2, 2), morto nel
120 la biblioteca di alessandria

que dare per certo che il poeta continuò a lavorare alla corte
dei Tolemei, circondato da numerosi e illustri allievi 34, sino
alla morte, sopravvenuta in data sconosciuta 35.
La seconda parte della voce della Suda contiene un elen-
co selettivo – ma non per questo meno impressionante –
degli scritti callimachei:

(...) Tra i suoi libri vi sono anche questi: L’arrivo di Io;


Semele; La fondazione di Argo; Arcadia; Glauco; Spe-
ranze; rappresentazioni satiriche; tragedie; commedie;
poemi lirici; Ibo (un poema studiatamente oscuro e of-
fensivo indirizzato a un nemico di Callimaco, un certo

262/1: quindi o l’indicazione del geografo è errata, oppure questo di-


scepolato si sarebbe concluso prima che Eratostene entrasse nell’ado-
lescenza. Una terza ipotesi è che Eratostene sia nato una decina di
anni prima di quanto indicato dalla Suda; più in alto non è possibile
spingersi, considerato anche che l’enciclopedia bizantina pone fra
i suoi maestri lo stesso Callimaco (μαθητὴς φιλοσόφου Ἀρίστωνος
Χίου, γραμματικοῦ δὲ Λυσανίου τοῦ Κυρηναίου καὶ Καλλιμάχου τοῦ
ποιητοῦ) e che la lista dei direttori della biblioteca di Alessandria (cfr.
infra) lo colloca al terzo posto, sotto Tolemeo III Euergete.
34
Come discepoli di Callimaco la tradizione attesta infatti ben tre
direttori della biblioteca – Apollonio Rodio (test. 11-12 Pfeiffer), Era-
tostene di Cirene (test. 15 Pf.) e Aristofane di Bisanzio (test. 17 Pf.) –,
e oltre a loro Istro di Cirene o Macedonia (test. 18 Pf.; FGrHist 342 T1
e T6; T1 e T6 Berti), Ermippo di Smirna, Leonte (test. 21 Pf.; FGrHist
cont. 1026 T2) e Filostefano (test. 19 Pf.).
35
Il terminus post quem (approssimativo) è la composizione dell’ele-
gia La chioma di Berenice (fr. 110 Pf.), comunemente datata al 245 a.C.,
ma vi sono indizi non trascurabili per abbassare la morte del poeta – e
di conseguenza anche la sua nascita – ancora di un decennio: cfr. L.
Lehnus, Riflessioni cronologiche sull’ultimo Callimaco, in «ZPE» 105,
1995, pp. 6-12 (con ulteriore bibliografia).
capitolo 3 121

Ibo: si tratta di Apollonio, l’autore delle Argonautiche); Il


Museo; Tavole di quanti si sono distinti in ogni branca della
cultura e di ciò che hanno scritto, in 120 libri; Tavola ed
elenco delle rappresentazioni teatrali in ordine cronologico e
dal principio; Tavola delle parole rare e delle composizioni
di Democrate; Denominazioni dei mesi per popoli e città;
Fondazioni di isole e città e loro mutamenti di nome; Sui fiu-
mi d’Europa; Sulle cose meravigliose e prodigiose nel Pelo-
ponneso e in Italia; Sui cambiamenti di nome dei pesci; Sui
venti; Sugli uccelli; Sui fiumi del mondo abitato; Raccolta di
cose meravigliose di tutto il mondo, ordinate per luogo.

Tra i titoli elencati quello che qui più ci interessa è il nono:


Tavole (gr. Pìnakes) di quanti si sono distinti in ogni branca della
cultura e di ciò che hanno scritto (Πίνακες τῶν ἐν πάσῃ παιδείᾳ
διαλαμψάντων, καὶ ὧν συνέγραψαν). Si trattava di una sorta di
dizionario enciclopedico della letteratura greca (l’antenato, se
vogliamo, del benemerito Dizionario Bompiani degli autori di
tutti i tempi e di tutte le letterature), nel quale a ciascuno scrit-
tore era dedicata una scheda contenente nella parte iniziale
una nota biografica essenziale, nella seconda il catalogo delle
opere; quest’ultimo era corredato da preziose indicazioni ac-
cessorie, come il numero dei versi per le opere in poesia.
Dei Pinakes, purtroppo, ci sono giunti pochissimi
frammenti 36, e ciò è facilmente comprensibile, se si pen-
sa che un’opera di tali dimensioni, per il costo esorbi-

36
Appena ventiquattro, nell’edizione callimachea di Rudolf Pfeif-
fer (frr. 429-452), più uno dubbio (fr. 453 = Suda [Ο 251] s.v. Ὅμηρος).
A nostra conoscenza, non ne esiste alcuna traduzione moderna in ita-
liano; per una versione inglese cfr. Fr.J. Witty, The Pinakes of Callima-
chus, in «Library Quarterly» 28:174, 1958, pp. 132-136.
122 la biblioteca di alessandria

tante che la realizzazione di una copia integrale avrebbe


comportato, doveva esistere in pochissimi esemplari ed
era quindi una candidata ideale all’estinzione; ma come
vedremo tra poco, la sua importanza per la storia della
cultura antica è semplicemente immensa. Sulle finalità
perseguite da Callimaco con un’impresa tanto laboriosa,
che verosimilmente lo accompagnò sino alle soglie della
vecchiaia, il dibattito è ancora aperto.
C’è chi pensa che i Pinakes fungessero anche da catalo-
go della biblioteca di Alessandria, e che di conseguenza la
loro articolazione interna (cfr. infra) riflettesse la dispo-
sizione dei papiri sugli scaffali; è stato però giustamente
obiettato che Callimaco, stando al titolo dell’opera, dove-
va censire non tutti gli autori noti della letteratura greca,
e neppure tutti quelli presenti nella biblioteca di Alessan-
dria, bensì solo quelli che nei rispettivi generi letterari
“avevano brillato”  37. Certo, si potrebbe obiettare che un
inventario in 120 libri non doveva poi essere troppo selet-
tivo, ma il vero problema è un altro: che nesso c’è tra la
costituzione delle collezioni librarie alessandrine, i Pina-
kes e l’avvio delle attività filologiche nel Museo? Perché
già agli albori di una delle stagioni più intellettualmente
creative di tutta la storia dell’umanità fu avvertito il bi-
sogno di fare un bilancio della cultura passata? E quale
influenza ebbe questo bilancio sulla genesi delle nuove
forme di trasmissione del sapere che ad Alessandria ven-
nero elaborate? Prima di tentare qualche risposta convie-
ne prendere in esame alcuni frammenti dell’opera.

37
Così ad esempio Canfora, La biblioteca scomparsa, p. 47.
capitolo 3 123

Gnatena (...) scrisse anche un regolamento conviviale,


sulle norme cui dovevano attenersi gli amanti suoi o di
sua figlia, a imitazione dei filosofi che ne avevano com-
pilati di analoghi. Callimaco lo registrò nella terza Tavo-
la delle leggi e ne trascrisse il seguente incipit: «Questa
legge fu redatta in modo imparziale ed egualitario», in
323 linee di testo. 38

Come mostra questo passo, tramandato da Ateneo, i


Pinakes erano suddivisi per generi letterari  39, a ognuno
dei quali era dedicato un singolo Pinax, a sua volta ripar-
tito in uno o più libri. Il criterio di catalogazione per ge-
neri aveva il pregio di rendere facilmente comprensibile
l’evoluzione di una determinata tipologia, nonché di fa-
cilitare l’individuazione degli esponenti minori o dimen-
ticati; se poi uno scrittore aveva coltivato più specialità
letterarie, è logico pensare che la sua scheda comparisse
non in tutte le sezioni interessate, ma esclusivamente nel
Pinax del genere maggiormente praticato. Era una so-
luzione pratica ma ovviamente opinabile, e difatti resta
traccia delle obiezioni antiche al modo in cui Callimaco
aveva “incasellato” taluni autori:

38
Ath., Deipn. XIII 585 b (= fr. 433 Pf.).
39
Nei frammenti sono esplicitamente citati solo tre di questi Pina-
kes parziali: quello delle leggi (Ath., Deipn. XIII 585 b = fr. 433 Pf.);
quello dell’oratoria (Ath., Deipn. XV 669 d-e = fr. 430 Pf.); e quello
delle opere di vario genere (τῶν παντοδαπῶν συγγραμμάτων Πίναξ:
Ath., Deipn. VI 244  a = fr. 434 Pf.; XIV 643  e = fr. 435 Pf.). Alcuni
generi letterari si ricavano in modo indiretto (e cioè storia, filosofia,
poesia corale, commedia), altri sono non attestati ma certi (poesia tra-
gica, epica etc.), altri ancora sono possibili (medicina, grammatica).
124 la biblioteca di alessandria

(...) Callimaco non correttamente elenca Prodico fra gli


oratori; questi, difatti, in realtà è un filosofo. 40

Per ogni scrittore censito nei Pinakes, come si è detto,


Callimaco forniva innanzitutto una biografia sintetica: im-
presa già di per sé assolutamente degna di nota, se pensia-
mo che quando si mise al lavoro, pur esistendo già repertori
parziali cui attingere (ad esempio le Didaskalìai aristoteli-
che), di molti scrittori non si sapeva ormai più nulla, men-
tre per altri si poneva il problema dell’omonimia, con i con-
nessi e facilmente intuibili errori potenziali di attribuzione.
Alla nota biografica seguiva il catalogo delle opere. Qui
le difficoltà, a parte la scarsità di notizie e anche l’esisten-
za di veri e propri falsi, erano date dal fatto che molti te-
sti, anche di autori importanti, circolavano anepigrafi (cioè
sprovvisti di titolo), semplicemente perché la pratica di
intitolare le opere letterarie non si era ancora diffusa. Fu
proprio Callimaco, a quanto sembra, il primo ad attribuire
titoli agli scritti che ne erano privi, a standardizzare la deno-
minazione di quelli noti sotto diverse diciture, a tentare di
dare una paternità a quelli anonimi e a dirimere, per quanto
possibile, i casi di controversa attribuzione:

Ecateo di Mileto nella Periegesi dell’Asia, se tale libro è


realmente di questo scrittore: Callimaco infatti lo attri-
buisce a Nesiotes (...) 41

40
Schol. in Aristoph. Aves 692 (= fr. 431 Pf.).
41
Ath., Deipn. II 70 a (= FGrHist 1 T15 = fr. 437 Pf.). In realtà, il
nome Νησιώτου nasce per un antico fraintendimento di εἰ γνήσιον
τοῦ, “se è realmente di”, come ha persuasivamente dimostrato Giu-
capitolo 3 125

C’è anche un’orazione intitolata Demostene contro Crizia


sul reclamo di credito, che Callimaco registra come genui-
na, Dionigi di Alicarnasso come spuria. 42

In Lisia si accenna a un tale il quale prese le difese di


uno straniero che stava fuggendo la giustizia a causa di
un’eredità. Callimaco intitola questa orazione Su Fereni-
ce riguardo all’eredità di Androclide (...). 43

L’orazione [di Demostene] Sulla lettera e sugli ambascia-


tori inviati da Filippo, che Callimaco intitola Su Alonneso,
comincia così (...). 44

Rispetto a chi prima di lui aveva tentato di districarsi


nel ginepraio della letteratura greca, Callimaco aveva la
possibilità di controllare di persona i testi su cui l’erudi-
zione precedente aveva sollevato dei dubbi, grazie alle in-
comparabili disponibilità librarie della biblioteca di Ales-
sandria. Nel dirimere tali questioni, va detto, non sembra
aver sempre avuto mano felice:

Sull’oratore Dinarco (...), vedendo che (...) né Callima-


co né i grammatici pergameni hanno scritto nulla di ac-
curato, ma oltre a non mettere insieme alcuna notizia su
di lui hanno trascurato le indagini più semplici, così che
non solo hanno commesso molti errori, ma gli hanno at-

seppe Nenci (Callimaco e la Periegesi di Ecateo, in Ateneo, II 70 A, in


«PdP» 20, 1951, pp. 356-360).
42
Harp. s.v. ἐνεπίσκημμα καὶ ἐνεπισκήψασθαι (= fr. 445 Pf.).
43
Dion. Hal., Is. 6 (= fr. 448 Pf.).
44
Dion. Hal., Demosth. 13 (= fr. 443 Pf.).
126 la biblioteca di alessandria

tribuito dei discorsi per nulla conformi al suo stile, mentre


hanno detto che alcuni suoi discorsi erano di altri (...). 45

Alcuni (...) sostengono che l’orazione in difesa di Satiro


contro Caridemo sull’arbitrato sia veramente di Demoste-
ne, mentre Callimaco, il quale non è capace di giudicare,
ritiene sia di Dinarco. 46

Il grande intervallo cronologico che ci separa da Cal-


limaco e dai suoi critici, così come la perdita quasi totale
sia dei Pinakes sia degli autori ivi schedati, ci impedisco-
no di valutare credibilmente la fondatezza di tali giudizi:
i quali, tuttavia, più che da un’onesta valutazione delle
condizioni pionieristiche in cui Callimaco affrontò la sua
impresa, ci appaiono dettati da quell’odium philologicum
quasi geneticamente congenito agli eruditi di ogni tem-
po. Ma la distanza da cui guardiamo a queste prime luci
della scienza alessandrina sono per noi anche una risorsa,
perché ci consentono di cogliere meglio, in prospettiva, la
grandezza dell’intuizione callimachea.
Si è già più volte osservato che la biblioteca di Alessan-
dria, grazie alla felice intuizione dei suoi progettisti, si era
caratterizzata sin dalle origini come un luogo di produzione
culturale, e non come un semplice deposito di libri; di qui la
stretta associazione con il Museo, grazie alla quale si evitava
che la raccolta di tutti i libri del mondo restasse finalizzata
alla mera conservazione del passato. In tal senso, le parole
di Seneca, che accusa i Tolemei di aver messo in piedi le

45
Dion. Hal., Din. 1 (= fr. 447 Pf.).
46
Phot., Bibl. 265, p. 491b (= fr. 446 Pf.).
capitolo 3 127

collezioni alessandrine non in studium sed in spectaculum 47,


sembrano veramente ingiuste e fuori luogo.
Ma la “cultura”, specie in quella sua traduzione che è la
letteratura, non è un àpeiron, una distesa informe e senza
fine; al suo interno le varie forme espressive trovano signi-
ficato e ruolo per reciproco contrasto, e solo il mutuo con-
fronto (che è l’ultimo esito della classificazione) le rende
autenticamente comprensibili sia dal punto di vista storico
che da quello estetico. Redigendo i Pinakes Callimaco die-
de formale strutturazione all’immenso retaggio intellettua-
le del mondo greco; e ordinando, suddividendolo per ge-
neri, riducendolo – direbbe un geografo – a mappa, lo rese
conoscibile, evidenziandone anche i punti in cui la sapienza
tradizionale andava riformata: non è un caso che proprio
con lui trovi esplicita formulazione la necessità di una poe-
sia nuova per i tempi nuovi.

5.1. Appendice: la Tavola delle rappresentazioni tragiche

Scorrendo nella Suda la lista degli scritti di Callimaco,


dopo le composizioni poetiche, che occupano i primi posti,
ma vengono menzionate per lo più in modo ellittico (“rap-
presentazioni satiriche, tragedie, commedie, poemi lirici”),
ci si imbatte, Pinakes a parte, in diverse altre compilazioni
a carattere erudito. La cosa è sorprendente, vista la mole
complessiva della produzione callimachea; tra l’altro non
è neppure ipotizzabile, almeno a giudicare dai titoli, che
questi altri trattati specialistici siano stati realizzati in vista

47
Sen., Tranq. 9, 5; per il testo cfr. cap. 4 § 2.
128 la biblioteca di alessandria

o a margine dell’opera maggiore, salvo forse una: la Tavola


ed elenco (Πίναξ καὶ ἀναγραφή) delle rappresentazioni teatrali
in ordine cronologico e dal principio  48. Il rapporto di questo
scritto con le già citate Didascalie aristoteliche (che per cia-
scuna competizione tragica riportavano il nome dell’arcon-
te, quello del poeta con le relative opere, i nomi dei protago-
nisti 49) non è sicuro, ma forse non si andrà lontani dal vero
immaginando che Callimaco, avvalendosi delle sterminate
risorse della biblioteca di Alessandria, vi avesse corretto le
date di rappresentazione fornite da Aristotele: il quale per
parte sua aveva attinto agli archivi ufficiali ateniesi.
Che anche in questo Pinax Callimaco dimostrasse
poca felicità di giudizio, a parere di un suo stesso allievo 50,
ha scarsa importanza. Quel che conta, se la nostra inter-
pretazione del collegamento fra le Didascalie e la Tavola è
corretta, è la modernità del contesto in cui lo scritto calli-
macheo si inserisce: dopo la grande svolta del IV secolo,
caratterizzato dall’affermazione di nuove forme di trasmis-
sione del sapere, e di conseguenza da una vera esplosione
della letteratura greca in termini sia di quantità sia di va-
rietà, il progresso degli studi comincia a svolgersi secondo
modalità ancor oggi a noi familiari. Il luogo privilegiato
dell’esperienza, infatti, non è più la città, né l’elaborazione

48
Frr. 453-456 Pf.
49
Anche di quest’opera ci restano poche testimonianze: cfr. frr.
618-630 Rose.
50
Uno scolio al v. 553 delle Nuvole di Aristofane testimonia in-
fatti che secondo Eratostene la critica callimachea alle Didascalie di
Aristotele, per aver collocato il Prostituto di Eupoli tre anni dopo le
Nuvole, era ingiustificata (fr. 454 Pf.).
capitolo 3 129

culturale si sviluppa più in forma prevalentemente orale,


come ancora ai tempi di Socrate. Il nuovo luogo della co-
noscenza diviene ora la biblioteca, l’archivio, e i dotti co-
minciano a misurarsi tra loro come faranno, dopo di loro,
generazioni e generazioni di studiosi sino ai giorni nostri:
compulsando libri, compilando bibliografie, individuan-
do il passaggio o il vocabolo rivelatore.
Sbaglierebbe chi pensasse che questo nuovo mondo
fosse più arido di quello antico. Il poeta Timone di Fliun-
te, discepolo del filosofo scettico Pirrone, in una satira
descrive i dotti alessandrini come anime in pena, curvi
sui loro papiri, intenti ad azzuffarsi nella gabbia delle
Muse  51. È un’immagine più brillante che acuta: il Mu-
seo, infatti, era nato come un atto di amore verso il gran-
dioso lascito del passato, e gli studiosi alessandrini, pro-
prio con l’esasperata valorizzazione di ogni più angusto
recesso di tale lascito, mostravano con quanto rispetto e
umiltà guardassero agli antichi scrittori.

6. Un documento straordinario: la lista dei Direttori

Nel 1909 dalle sabbie di Ossirinco tornarono alla luce i


resti di un rotolo papiraceo di I secolo d.C. (POxy 1241) con-
tenente una miscellanea anonima di vari materiali di interes-
se storico e mitologico; gli editori, i celebri papirologi ingle-
si Bernard Grenfell e Arthur Hunt, classificarono il reperto

51
Ath., Deipn. I 22 d (= Timon, fr. 12 Di Marco = 60 Wachsmuth):
πολλοὶ μὲν βόσκονται ἐν Αἰγύπτῳ πολυφύλῳ / βιβλιακοὶ χαρακῖται
ἀπείριτα δηριόωντες / Μουσέων ἐν ταλάρῳ. Su questa testimonianza
vd. cap. 2 § 5.
130 la biblioteca di alessandria

come «un caratteristico prodotto dell’erudizione alessan-


drina, che si esercitava nella ricerca antiquaria e nella clas-
sificazione in tabelle» 52. La prima colonna del documento,
estremamente danneggiata, si apriva con un elenco (di cui
sopravvivono pochissime parole) di famosi scultori, pittori
e grammatici; seguiva, alla colonna II, il seguente passo:

Apollonio di Alessandria, figlio di Silleo, detto “Rodio”,


allievo di Callimaco: costui fu anche maestro del primo
(in realtà del terzo) re. Gli succedette Eratostene; dopo
il quale vennero Aristofane di Bisanzio, figlio di Apella,
[e Aristarco]; quindi Apollonio di Alessandria, chiama-
to (E)idographos, “classificatore”; dopo il quale Aristar-
co figlio di Aristarco, di Alessandria ma proveniente da
Samotracia; costui fu anche maestro dei figli del (Neo?)
Filopatore. Dopo il quale Kydas, uno dei lancieri; e sot-
to il nono re (Tolemeo Euergete II?) fiorirono i gramma-
tici Ammonio, Zenodoto, Diocle e Apollodoro. 53

La scoperta era assolutamente eccezionale. Si trattava


infatti di una lista dei direttori della biblioteca di Alessan-

52
POxy X 1241, p. 100.
53
POxy X 1241, col. II: Ἀπολλώ]ν[ι]ος Σιλλ έως Ἀλεξανδρεύς, | ὁ
[κ]αλούμενος Ῥόδιος, Καλ|λ[ι]μάχου γνώριμος· οὗτος | ἐγ³έ³ν³ε³τ³ο³ καὶ
δι δ³ ³ά³σ³ κ³α³ λ³ος το³ῦ³ | π³ρ³ώτου (re vera τρίτου) βασιλέως. τοῦτον | δ[ι]
εδέξατο Ἐρατοσθένης· | μεθ’ ὃν Ἀριστοφάνης Ἀπελ|λοῦ Βυζάντιος
[καὶ Ἀρίσταρ|χος]· εἶτ’ Ἀπολλώνιος ὁ Ἀλεξαν|δρεὺς ὁ <ε>ἰδογράφος
καλούμε|νος· μεθ᾽ ὃν Ἀρίσταρχος Ἀρι|στάρχου Ἀλεξανδρεὺς ἄνω|θεν
δὲ Σαμοθρᾴξ· οὗτος καὶ | διδ[ά]σκαλος [ἐ]γ³ἐ³ν³ε³[το] τῶν | τοῦ ‹Νέου ?›
Φιλοπάτορος τέκνων· | μεθ’ ὃν Κύδας ἐκ τῶν λογχο|φ[ό]ρων· ἐπὶ
δὲ τῷ ἐνάτῳ | [βα]σιλεῖ ἤκμασαν Ἀμμ³ ώ³ |[νι]ο³ς ³ καὶ Ζηνό[δοτος] καὶ
Διο|[κλ]ῆς καὶ Ἀπολλό[δ]ωρος γραμ|[μα]τικοί.
capitolo 3 131

dria che veniva a integrare, e in parte anche a correggere, le


informazioni slegate fornite al riguardo dalla Suda.
Il primo nome in elenco è Apollonio Rodio, e questo
mostra che la lista cominciava già alla colonna I, giacché la
Suda, come sappiamo, menzionava Zenodoto come primo
direttore. C’è chi ha ipotizzato che nella parte mancante
comparisse anche il nome di Callimaco; sta di fatto che nes-
suna fonte gli attribuisce la guida dell’istituzione alessan-
drina. Sul perché l’autore dei Pinakes, che fu pure il maggior
poeta dell’età ellenistica, non abbia mai rivestito la carica
di direttore (posto che il silenzio delle fonti abbia valore di
prova) sono state fatte varie ipotesi.
Il problema è che nessuno sa quali fossero, in concreto,
i compiti del direttore della biblioteca di Alessandria. For-
se, oltre a decidere gli acquisti, a sovrintendere alla ricerca
e insomma a garantire la piena operatività dell’istituzione
che gli era stata affidata, doveva anche far da tutore ai figli
del sovrano. Tale mansione, di fatto, è attestata dalla Suda
sia per Zenodoto sia per Aristarco, e prima ancora per Fi-
lita, che però non sembra aver mai diretto la biblioteca. Se
dunque la funzione di direttore e quella di precettore reale
erano un tutt’uno, si può congetturare che il poeta di Cire-
ne non abbia voluto sprecare del tempo per mansioni pur
onorevoli ma extrascientifiche, lui che pure in gioventù ave-
va fatto il maestro elementare, o che magari non sia stato
ritenuto all’altezza del compito 54.
L’elenco del papiro ossirinchita doveva dunque aprirsi
con Zenodoto o forse prima ancora con Demetrio Falereo,

54
Cfr. Blum, Kallimachos, p. 127.
132 la biblioteca di alessandria

per poi proseguire con Apollonio Rodio. E già qui comin-


ciano le difficoltà cronologiche, perché mentre nel papiro
si legge che Apollonio fu seguito da Eratostene, la Suda lo
indica come il suo successore:

Apollonio di Alessandria, poeta epico; visse a Rodi. Fi-


glio di Silleo, fu allievo di Callimaco e contemporaneo
di Eratostene, Euforione e Timarco sotto il regno del
Tolemeo detto Euergete; e fu successore di Eratostene
alla direzione della biblioteca di Alessandria. 55

Quale delle due alternative è più credibile? Sul conto di


Apollonio Rodio, nato ad Alessandria verso il 290 e autore
delle Argonautiche, un poema epico in quattro libri incen-
trato, com’è noto, sulla celebre spedizione di Giasone nel-
la Colchide alla ricerca del vello d’oro, circolava una stra-
na storia. Quand’era ancora poco più che ragazzo avrebbe
dato nella sua città una pubblica lettura dell’opera, andando
incontro a un fiasco totale; sdegnato per tale accoglienza si
sarebbe ritirato a Rodi, passandovi vari anni a rielaborare il
poema, poi sarebbe rientrato in patria.
Ora, un soggiorno del poeta a Rodi deve ritenersi sicu-
ro, come del resto suggerisce l’appellativo di “Rodio”: ma
la maggior parte della critica lo colloca dopo il 260; quan-
to all’insuccesso della performance giovanile, è difficile
che a quel tempo Apollonio avesse già completato buona
parte delle Argonautiche, sia pure in una redazione provvi-
soria. L’oscurità delle fonti, d’altra parte, non ci consente
di capire quanto vi fosse di vero nella polemica che, an-

55
Suda [Α 3419] s.v. Ἀπολλώνιος.
capitolo 3 133

cora secondo la Suda, avrebbe contrapposto Apollonio al


suo maestro Callimaco 56. Che la poetica callimachea fos-
se molto diversa da quella di Apollonio è evidente; basti
ricordare i famosi versi dell’epigramma 28 Pfeiffer (“odio
il poema ciclico, né mi è gradita la via che molti conduce
qua e là”), oppure l’altrettanto noto prologo degli Aitia 57,
in cui Callimaco si scaglia contro i Telchini “ignoranti,
non nati amici della Musa”, che a suo dire lo attaccavano
“per non aver composto un unico poema continuato, in
migliaia di versi, che cantasse i re e gli antichi eroi”. Oc-
corre però diffidare di certe notizie che spesso nascono
solo da speculazioni erudite, come quella che identificava
senz’altro i Telchini con Apollonio Rodio.
Piuttosto, tornando alla lista dei direttori della biblioteca
occorre notare che al quarto posto figura un altro Apollonio
di Alessandria, detto Eidographos: una figura per noi dalla
vaghissima identità 58, ma forse già sconosciuta agli studiosi
antichi, che potrebbero averlo confuso con il Rodio, gene-
rando così la falsa tradizione dell’esilio volontario del secon-
do e dei suoi due periodi di direzione della biblioteca.

56
Stando infatti all’enciclopedia bizantina ([Κ 227] s.v.
Καλλίμαχος), l’Ibis, un poemetto di Callimaco, avrebbe avuto per
bersaglio proprio Apollonio: τῶν δὲ αὐτοῦ βιβλίων ἐστὶ καὶ ταῦτα·
(...) Ἴβος, ἔστι δὲ ποίημα ἐπιτετηδευμένον εἰς ἀσάφειαν καὶ λοιδορίαν,
εἴς τινα Ἴβον, γενόμενον ἐχθρὸν τοῦ Καλλιμάχου· ἦν δὲ οὗτος
Ἀπολλώνιος, ὁ γράψας τὰ Ἀργοναυτικά.
57
Fr. 1, ll. 1-12 Pfeiffer.
58
Le sole altre attestazioni sono uno scolio a Pindaro (in Pyth. II
init.) e la voce Εἰδογράφος dell’Etymologicum Magnum, un lessico
enciclopedico del XII secolo.
134 la biblioteca di alessandria

Purtroppo anche l’attendibilità del papiro ossirinchita


è messa in discussione da alcuni errori. Il primo riguarda
proprio Apollonio Rodio, il quale, se veramente rivestì
l’incarico di precettore di un re, non lo fu certo del primo,
come sta scritto (cioè del Soter), bensì del terzo, l’Euergete.
Il secondo errore consiste nella reduplicazione del nome di
Aristarco, che a detta del papiro sarebbe stato direttore sia
prima che dopo Apollonio Eidographos, mentre la presenza
di alcune note biografiche in abbinamento alla seconda oc-
correnza mostra che solo quest’ultima è genuina.
Grenfell e Hunt avevano creduto di poter individuare
anche una terza imprecisione, l’attribuzione ad Aristarco
del ruolo di maestro di Tolemeo IV Filopatore (221-204
a.C.), perché nella solita Suda si legge che Aristarco sareb-
be fiorito sotto Tolemeo VI Filometore (180-145) e avreb-
be fatto da precettore a Tolemeo VIII Euergete II (170-163,
145-116) 59 e a Tolemeo Eupatore (152) 60. In realtà, è molto
probabile che questo Filopatore sia Tolemeo VII Neo Filo-
patore (145-144), di cui diremo qualcosa tra poco.

7. Eratostene e l’enciclopedismo alessandrino

Ad Apollonio Rodio, il maggiore poeta epico di età


ellenistica, subentrò un altro eminente studioso, Erato-
stene  61. Nato a Cirene intorno al 285, si trovò a guidare
59
Ath., Deipn. II 71 b.
60
Suda [Α 3892] s.v. Ἀρίσταρχος (...). γέγονε (...) ἐπὶ Πτολεμαίου
τοῦ Φιλομήτορος, οὗ καὶ τὸν υἱὸν ἐπαίδευσε. (...)
61
Bibliografia essenziale (oltre a quella citata nelle note successi-
ve): G. Knaack, s.v. Eratosthenes 4), in RE VI.1, Stuttgart 1907, coll.
358-388; E.P. Wolfer, Eratosthenes von Kyrene als Mathematiker und
capitolo 3 135

la biblioteca nel momento di massimo fulgore dell’isti-


tuzione alessandrina, al tempo di Tolemeo III Euergete,
ma a differenza dei direttori precedenti non fu soltanto (o
prevalentemente) un filologo, ma si cimentò anche nella
filosofia, nella storia, nella geografia, nella matematica,
nell’astronomia, tanto da attirarsi il sarcasmo dei colleghi,
che lo chiamavano “pentatleta”, “novello Platone” o, più
frequentemente, “Beta”: perché, dicevano, arrivava secon-
do in tutte le arti in cui si cimentava 62.
La tradizione biografica antica sottolineava la comples-
sità culturale della figura di Eratostene attribuendogli una
folta schiera di maestri, quali il platonico Arcesilao di Pi-
tane, il cinico Bione di Boristene, Apelle di Chio, gli stoici
Zenone di Cizio e Aristone di Chio 63, Lisania di Cirene 64
e Callimaco  65. Anche per Eratostene, tuttavia, vale quel

Philosoph, Groningen 1954; P.M. Fraser, Eratosthenes of Cyrene,


in «Proceedings of the British Academy» 56, 1970, pp. 175-207;
Pfeiffer, SFC, pp. 249-274; Chr. Jacob, Un athlète du savoir: Era-
tosthène, in Jacob - de Poulignac, Alexandrie IIIe siècle av. J.-C., pp.
113-127 ; G. Aujac, Ératosthène et la géographie physique. Sciences exactes
et sciences appliquées à Alexandrie, in G. Argoud - J.-Y. Guillaumin
(édd.), Sciences exactes et sciences appliquées à Alexandrie. Actes du
colloque international (Saint-Étienne, 6-8 juin 1996), Saint-Étienne
1998, pp. 247-262; Kl. Geus, Eratosthenes von Kyrene: Studien zur
hellenistischen Kultur- und Wissenschaftsgeschichte, München 2002;
Ératosthène: un athlète du savoir. Actes réunis par Chr. Cusset et H.
Frangoulis, Saint-Étienne 2008.
62
Suda [Ε 2898] s.v. Ἐρατοσθένης (FGrHist 241 T1).
63
Tutti citati da Strabone (I 2, 2).
64
Suda [Ε 2898] s.v. Ἐρατοσθένης (FGrHist 241 T1).
65
Ibid.
136 la biblioteca di alessandria

che abbiamo osservato a proposito di Zenodoto, e cioè


che non tutte queste indicazioni di discepolato presup-
pongono la frequentazione di corsi e lezioni, e neppure
un’adesione formale a una determinata scuola; ciò natu-
ralmente non toglie che egli possa effettivamente aver co-
nosciuto i personaggi succitati, giacché risulta che prima
dell’approdo ad Alessandria aveva lungamente soggior-
nato ad Atene, a quel tempo il maggior polo filosofico di
tutta la Grecità 66. Quanto a Lisania e Callimaco, Eratoste-
ne dovette verosimilmente frequentarli il primo durante
l’infanzia, nella città natale, il secondo ad Alessandria, da
intellettuale ormai maturo e indipendente.
Sulla formazione scientifica del terzo direttore non si sa
invece praticamente nulla: è noto però che Archimede di
Siracusa, forse il più grande matematico dell’antichità, lo
teneva in grandissima stima, tanto da dedicargli il trattato
Sui teoremi meccanici (Περὶ τῶν μηχανικῶν θεωρημάτων) 67.
Tra le numerose realizzazioni di Eratostene in campo
scientifico, quelle particolarmente degne di ricordo sono
tre: la misurazione della circonferenza terrestre, un pro-
blema che aveva vanamente angustiato altri grandi ingegni
quali Aristotele, Eudosso di Cnido, Dicearco di Messana e
da ultimo lo stesso Archimede; la Geografia; e un prontua-
rio di cronologia storica, le Chronographìai.
Cominciamo dal calcolo della circonferenza della ter-
ra, universalmente celebrata sia per l’esattezza del risulta-
to (la misura stabilita da Eratostene si discosta infatti di

66
Approssimativamente dal 260 al 245 a.C.
67
Sul rapporto fra Eratostene e Archimede cfr. in particolare
Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, pp. 399-415.
capitolo 3 137

appena lo 0,8% da quella reale), sia per la brillantezza della


dimostrazione. Sfortunatamente, le informazioni che pos-
sediamo sul metodo seguito dallo scienziato alessandrino
non sono del tutto attendibili, perché la nostra principale
fonte, una pagina del trattato Sui cieli del filosofo stoico
Cleomede  68, è in realtà solo una volgarizzazione dell’ori-
ginale dissertazione eratostenica (che era intitolata Sulla
misurazione della terra) ad uso di lettori con una formazio-
ne filosofica: e quindi non in grado di comprendere ragio-
namenti matematici troppo complessi.
Sembra ad ogni modo che Eratostene sia partito da tre
dati già noti: la distanza fra Alessandria e la città di Sie-
ne (l’odierna Assuan); l’appartenenza di entrambe al me-
desimo meridiano; la posizione di Siene sul Tropico, in
conseguenza della quale in tale località, a mezzogiorno
del solstizio d’estate, il sole veniva a trovarsi esattamente
allo zenit. Fondandosi su questi elementi, egli per prima
cosa misurò l’angolo che i raggi del sole disegnavano ad

68
Caelestia I 7, 49-121 Todd. Dello scritto di Cleomede non esiste,
a nostra conoscenza, una traduzione italiana integrale; una versione
inglese è apparsa di recente: A.C. Bowen - R.B. Todd (eds.), Cleo-
medes’ Lectures on Astronomy. A Translation of The Heavens, Berke-
ley - Los Angeles - London 2004. Sul problema della misurazione
eratostenica cfr. anche R.R. Newton, The sources of Eratosthenes’
Measurement of the Earth, in «Quarterly Journal of the Royal Astro-
nomical Society» 21, 1980, pp. 379-387; B.R. Goldstein, Eratosthe-
nes on the Measurement of the Earth, in «Historia Mathematica» 11,
1984, pp. 411-416; J. Dutka, Eratosthenes’ Measurement of the Earth
Reconsidered, in «Archive for History of Exact Sciences» 46.1, 1993,
pp. 55-66; N. Nicastro, Circumference. Eratosthenes and the Ancient
Quest to Measure the Globe, New York 2008.
138 la biblioteca di alessandria

Alessandria alla medesima ora del solstizio (il meridiano


comune garantiva infatti dell’identità dell’ora nei due luo-
ghi), ricavandone la distanza relativa a un grado di cerchio
massimo; quindi, per ulteriore calcolo, ottenne la misura
della circonferenza della terra, 252.000 stadi  69: una cifra
così esatta da parere, secondo alcuni illustri studiosi della
scienza antica, inverosimile e forse frutto «di una casuale
(e fortunatissima) compensazione di errori» 70.
Sin qui Cleomede: il quale, come detto, sintetizza in
modo brillante ma probabilmente ingannevole un procedi-
mento assai più complesso, riducendo a poche frasi i due
libri del trattato originario. Di questo però non possiamo
far colpa al divulgatore, il quale onestamente dichiara in
esordio che il “vero” metodo di Eratostene era considerato
più difficile (ἀσαφέστερον) di quello successivamente esco-
gitato da Posidonio  71. Va anche detto che un mero com-
puto matematico/astronomico, per quanto sofisticato e
brillante, ben difficilmente avrebbe potuto condurre a una
misura così precisa, se Eratostene si fosse basato sui numeri
grossolanamente approssimati del trattato Sui cieli (in cui,

69
Il metodo (ἔφοδος) seguito da Eratostene per la determinazione del
meridiano terrestre è illustrato da Cleomede insieme a quello “più sem-
plice” (ἁπλουστέρα) utilizzato da Posidonio. Sui limiti della testimonianza
di Cleomede, che fra l’altro vive nel II secolo d.C., quando è probabile che
pochi potessero ancora accedere allo scritto eratostenico, cfr. da ultimo A.
Bowen, Cleomedes and the Measurement of the Earth. A Question of Proce-
dures, in «Centaurus» 45, 2003, pp. 59-68, con ulteriore bibliografia.
70
Così Russo, La rivoluzione dimenticata, p. 293.
71
Caelestia I 7, 49 Todd: καὶ ἡ μὲν τοῦ Ποσειδωνίου ἔφοδος περὶ τοῦ
κατὰ τὴν γῆν μεγέθους τοιαύτη, ἡ δὲ τοῦ Ἐρατοσθένους γεωμετρικῆς
ἐφόδου ἐχομένη, καὶ δοκοῦσά τι ἀσαφέστερον ἔχειν.
capitolo 3 139

ad esempio, la distanza fra Alessandria e Siene è indicata in


5000 stadi); è da pensare, viceversa, che egli si sia avvalso
di dati scrupolosamente rilevati sul terreno, forse proprio
in vista del suo calcolo, e che per far ciò l’Euergete gli abbia
messo a disposizione tutte le risorse logistiche del formida-
bile apparato burocratico e militare del regno egiziano.
Abbiamo lasciato per ultimo l’elemento più moderno
della dimostrazione eratostenica: e cioè la fiducia nel fatto
che lavorando su un modello in scala, su uno schema geo-
metrico tracciato su un foglio di papiro, si potessero trarre
conclusioni valide per il mondo reale. È stato scritto che un
simile approccio, oggi alla portata di chiunque (tant’è che
la dimostrazione di Eratostene può essere illustrata con dei
semplici disegni anche ai bambini  72) sarebbe stato inac-
cessibile a qualunque civiltà prescientifica, e questo perché
«chi fa propria la possibilità di viaggiare col pensiero dal
disegno al mondo e viceversa usa, il più delle volte incon-
sapevolmente, proprio quelle “regole di corrispondenza”
(...) [che sono] una caratteristica essenziale del metodo
scientifico»  73. In tal senso, la misurazione del meridiano
terrestre può essere considerata sia un punto di partenza,
sia un punto di arrivo: un punto di partenza, perché dopo
Eratostene la scienza geografica ellenistica assumerà un’im-
postazione decisamente matematica e cartografica, rescin-
dendo i legami con la storiografia e l’etnografia; e un punto
di arrivo, perché l’opera eratostenica porta a maturazione

72
Si veda ad esempio il libro illustrato di K. Trumble (testo) e R.
MacIntyre Marshall (disegni), The Library of Alexandria, New York
2003, p. 25.
73
Così ancora Russo, La rivoluzione dimenticata, p. 93.
140 la biblioteca di alessandria

delle intuizioni già presenti in nuce negli scritti di alcuni ge-


ografi precedenti, come il peripatetico Dicearco (300 a.C.),
e prima ancora nella riflessione sofistica di V secolo.
Riguardo a quest’ultima e alla difficoltà concettuale del
pensiero cartografico, dell’approccio ai problemi geografici tra-
mite modelli in scala, basterà richiamare la famosa scena delle
Nuvole di Aristofane in cui il rozzo Strepsiade, entrando nella
scuola di Socrate, scorge una carta dell’Attica su un muro e in-
curiosito intreccia il seguente, surreale dialogo con un adepto:

Str.: Per gli dèi, cos’è questa cosa? Dimmelo!


Ad.: È l’astronomia.
Str.: E questa qui?
Ad.: La geometria.
Str.: E a che serve?
Ad.: A misurare la terra.
Str.: Quella da suddividere tra i cittadini?
Ad.: No!... La terra intera.
Str.: Parli da cittadino: quest’invenzione, infatti, è de-
mocratica e utile.
Ad.: Ecco il profilo di tutto il mondo. Vedi? Questa è
l’Attica.
Str.: Ma che dici? Non ci credo: non vedo i giudici in
udienza.
Ad.: Ma questo è veramente il territorio attico...
Str.: E dove sono i miei compagni di demo?
Ad.: Sono qui: e l’Eubea, come vedi, si estende per lun-
go tratto.
Str.: Lo so: fu stesa da noi e da Pericle... Ma Sparta dov’è?
Ad.: Dov’è? Eccola!
Str.: Quant’è vicina a noi! (...) 74

74
Aristoph., Nub. 200-214.
capitolo 3 141

Il trattato sulla Geografia, oggi perduto, è l’altra grande


realizzazione di Eratostene. Quasi certamente era artico-
lato in tre libri, dato che nella tradizione non vi è alcun
accenno a libri successivi; era dunque uno scritto relati-
vamente breve, se paragonato ai diciassette dell’omoni-
ma opera straboniana, agli undici di quella di Artemido-
ro di Efeso o agli otto della Geografia di Claudio Tole-
meo. Ma il suo obiettivo era ambiziosissimo. Non certo
per l’originalità del soggetto, visto che la commistione
tra geografia, etnografia e storia locale era stata un tratto
caratteristico della letteratura greca sin dalle origini (il
primo esempio di trattazione geo-etnografica essendo,
com’è noto, la Periegesi della terra di Ecateo di Mileto),
quanto perché la spedizione asiatica di Alessandro, e poi
le decennali guerre tra i Diadochi, avevano enormemen-
te dilatato la conoscenza dell’ecumene.
Nei cento anni precedenti la pubblicazione della Geo-
grafia erano apparsi innumerevoli resoconti su paesi più o
meno remoti, talora in forma letteraria, talaltra di semplici
note di viaggio. Non pochi erano stati composti da stret-
tissimi collaboratori del grande condottiero macedone o
dei suoi successori: come quel Nearco di Creta che nel 326
era stato incaricato da Alessandro di ricondurre la flotta re-
ale dall’Indo a Susa, ricavando da tale esperienza un diario
intitolato, forse, Navigazione costiera dell’India (Παράπλους
τῆς ᾽Ινδικῆς) 75; oppure come Megastene, ambasciatore di
Seleuco I Nicatore (312-281 a.C.), che per conto del suo re

75
FGrHist 133; su Nearco cfr. anche E. Badian, Nearchus the Cre-
tan, in «YCIS» 24, 1975, pp. 147-170.
142 la biblioteca di alessandria

si era recato più volte alla corte di Chandragupta, in India,


traendone materia per quattro libri di Indika 76.
Oltre agli scritti di natura più strettamente letteraria,
negli archivi e nelle biblioteche degli stati ellenistici ab-
bondavano i resoconti delle spedizioni esplorative, i rap-
porti delle missioni militari e diplomatici, i dati delle ri-
levazioni cartografiche: una massa documentaria tale da
rendere possibile per la prima volta la creazione, a tavoli-
no, di una attendibile enciclopedia geografica universale.
Diversamente infatti da tanti illustri viaggiatori dell’anti-
chità, primo fra tutti Erodoto, Eratostene aveva una co-
noscenza del mondo quasi esclusivamente libresca, e di
conseguenza il suo approccio alla materia privilegiava la
raccolta delle fonti e la loro armonizzazione; per questo
potremmo definirlo un filologo della geografia, un gram-
matico il quale, invece di emendare testi letterari, fa la
diòrthosis di ciò che era stato scritto prima di lui:

Nel secondo libro [Eratostene] cerca di fare una diòrthosis


della geografia e dichiara le sue opinioni, riguardo alle qua-
li se occorrerà apportare una ulteriore diòrthosis, dovremo
provare a farla. Egli dunque ha ragione ad affermare che si
debbano utilizzare assunti matematici e fisici, come pure
che se la terra è sferica tanto quanto il cosmo, essa è abi-
tata tutt’intorno, e altre osservazioni simili. Ma gli studiosi
posteriori non concordano sul fatto che le dimensioni del-

76
Per i frammenti cfr. FGrHist 715. Su Megastene vedi inoltre A.B.
Bosworth, The Historical Setting of Megasthenes’ Indica, in «CPh» 91,
1996, pp. 113-127; A. Zambrini, A proposito degli Indika di Megastene, in
«ASNP» 17, 1987, pp. 139-154.
capitolo 3 143

la terra siano quelle che lui indica, né lodano la sua misu-


razione; ad ogni modo, per i segni dei fenomeni celesti in
ciascuna delle regioni abitate Ipparco fa uso dei suoi calcoli
riguardo al meridiano di Meroe, Alessandria e Boristene,
dicendo che differiscono solo di poco dal vero 77.

L’autore di questa pagina è un altro geografo, Strabone


di Amasea Pontica, il quale, pur citando abbondantemente
Eratostene 78, non ne è certo un estimatore, come mostra il
tono canzonatorio con cui annuncia di voler fare la diòrtho-
sis della diòrthosis di Eratostene; ma anche lui deve confes-
sare che la concezione della scienza geografica del vecchio
maestro alessandrino, quale dominio della matematica e
della razionalità analitica è legittima (“egli dunque ha ragio-
ne ad affermare che si debbano utilizzare assunti matemati-
ci e fisici”). Di più: a giudicare da quanto ci resta della Geo-
grafia, sembrerebbe che nell’applicazione pratica dei propri
princìpi scientifici Eratostene fosse meno dogmatico dei
suoi critici. Lo suggerisce un altro passo di Strabone, in cui
questi sembra il “matematico” ed Eratostene l’empirico:

Ma costui (Eratostene) è tanto ingenuo da non con-


dividere – pur essendo un matematico – l’opinione di

77
Strabo I 4, 1.
78
Con ben 105 citazioni (su un totale di 155), Strabone è di gran
lunga la nostra principale fonte sulla Geografia di Eratostene; i dati
sono ricavati dalla recentissima traduzione inglese commentata,
ma priva di testo critico, di D.W. Roller, Eratosthenes’ Geography,
Princeton (NJ) 2010. Su Strabone quale trasmissore dell’opera geo-
grafica di Eratostene cfr. in particolare S. Bianchetti, L’Eratostene
di Strabone, in «Pallas» 72, 2006, pp. 35-46.
144 la biblioteca di alessandria

Archimede, il quale nel trattato sui corpi fluttuanti dice


che l’aspetto (della superficie) dell’acqua, quando è cal-
ma e ferma, è sempre sferico, e che la sfera ha il mede-
simo centro della terra; infatti tutti quelli che si inten-
dono di matematica accettano tale teoria. Eratostene,
invece, non crede che il mare interno, malgrado sia una
cosa sola, abbia un aspetto uniforme, neppure nei setto-
ri adiacenti; e a testimoni di tale ignoranza adduce degli
ingegneri, sebbene i matematici sostengano che l’inge-
gneria è una parte della matematica. 79

L’opera geografica di Eratostene divenne presto obsole-


ta: con l’avvento di Roma, infatti, l’assetto politico del mon-
do cambiò radicalmente, e di conseguenza si resero neces-
sarie nuove trattazioni, come quelle dello stesso Strabone,
di Claudio Tolemeo o di Artemidoro di Efeso.
Destino non diverso ebbe un altro scritto erudito di
Eratostene, le Chronographìai (Χρονογραφίαι, “Tavole cro-
nologiche”) 80. Anch’esso è un frutto tipico della bibliote-
ca di Alessandria, senza la quale sarebbe stato difficilmen-
te immaginabile. Si trattava di una cronologia sistematica
del mondo greco dalla guerra di Troia – il primo evento
certamente storico, secondo la mentalità del tempo – alla
morte di Alessandro Magno. La quantità di calcoli, con-
fronti fra documenti e congetture che sono alla base di
quest’opera è difficilmente immaginabile, ma per averne
un’idea approssimativa basterà ricordare che fra i Greci

79
Strabo I 3, 11.
80
Su cui cfr. A. Möller, Epoch-making Eratosthenes, in «GRBS»
45, 2005, pp. 245-260.
capitolo 3 145

praticamente ogni polis calcolava il tempo secondo un si-


stema di datazione locale: gli arconti eponimi ad Atene, i
re a Sparta, le sacerdotesse della dea Hera ad Argo e così
via. In tale situazione, per sincronizzare le cronologie di
due distinte tradizioni civiche occorreva innanzitutto
individuare i punti di contatto (ad esempio una guerra
combattuta da entrambe le città) e, all’interno di ciascu-
na tradizione, i fatti ancorabili a una data sicura, come un
determinato anno olimpico; fatto ciò, si procedeva, sem-
pre all’interno di ciascuna tradizione, a stabilire una cro-
nologia relativa degli eventi (a indicare cioè il loro posto
nella catena cronologica) e i relativi intervalli temporali;
infine si precisavano le corrispondenze tra gli accadimenti
dell’una e dell’altra polis ricavabili per deduzione.
Qualche tentativo di mettere ordine nel caos, cui con-
tribuiva anche il fatto che le principali città della Grecia
si contendevano il primato politico anche sul piano pro-
pagandistico, vantando ciascuna la maggiore antichità ri-
spetto alle altre, era stato fatto: nel V secolo a.C., ad esem-
pio, il sofista Ippia di Elide aveva redatto una Lista dei vin-
citori delle olimpiadi (Ὀλυμπιονικῶν ἀναγραφή) criticata da
Plutarco perché le date vi sarebbero state fissate in modo
arbitrario 81; ancora, verso la metà del III secolo un perso-
naggio ignoto aveva eretto nell’isola di Paro un’iscrizione
contenente una cronologia prevalentemente di storia atti-
ca dal regno di Cecrope al 264/3 a.C. 82.
Ma le Chronographìai di Eratostene si ponevano su un
livello completamente diverso, avendo l’ambizione di ab-

81
Plut., Num. 6 (= Hippias, FGrHist 6 F2).
82
Cfr. F. Jacoby, Das Marmor Parium, Berlin 1904, e FGrHist 239.
146 la biblioteca di alessandria

bracciare tutta la storia greca, non solo quella di una città


o una regione, e di raccordarla a un sistema di datazio-
ne comune: l’elenco dei re di Sparta  83, per gli eventi più
antichi, e a partire dalla prima Olimpiade (776 a.C.), la
sequenza appunto degli anni olimpici. Dopo Eratostene
la datazione per olimpiadi diviene canonica, ed è sempre
presente anche in opere che per eccesso di zelo erudito
adottano più sistemi cronologici contemporaneamente;
fra queste la Biblioteca storica di Diodoro Siculo, in cui
l’anno olimpico è affiancato dall’indicazione degli arconti
eponimi di Atene e dei consoli di Roma.
Quanto alle Chronographìai, nel II secolo a.C. Apollodo-
ro di Atene, uno dei molti brillanti allievi di Aristarco, ne
pubblicò una sorta di versificazione aggiornata in trimetri
giambici: i Chronikà, i quali a loro volta costituirono una
delle fonti principali della cronografia cristiana  84. Di con-
seguenza, l’opera originale di Eratostene divenne dapprima
obsoleta, poi, come la Geografia, si perse.

8. Aristofane di Bisanzio

Aristofane di Bisanzio  85, il quarto direttore della bi-


blioteca di Alessandria dopo Zenodoto, Apollonio Rodio
83
Così Pfeiffer, SFC, p. 264.
84
I frammenti della cronaca di Apollodoro, com’è noto, sono sta-
ti magistralmente editi e commentati da F. Jacoby (cfr. Apollodors
Chronik, Berlin 1902, e FGrHist 244). Sul metodo apollodoreo è
importante anche P. De Fidio, Problemi di metodo in Apollodoro, in
«PP» 57, 2002, pp. 241-285
85
Bibliografia essenziale: A. Nauck, Aristophanis Byzantii gram-
matici Alexandrini fragmenta, Halis 1848; Pfeiffer, SFC, pp. 275-327;
capitolo 3 147

ed Eratostene, fu anche il primo a non essere né poeta né


scienziato, ma “soltanto” filologo. Anche lui viene collegato
dalla Suda a illustri maestri: sarebbe stato allievo sia di Ze-
nodoto che di Callimaco, ma del primo da fanciullo (παῖς),
del secondo da ragazzo (νέος). Sempre la Suda ne data la
“fioritura” (γέγονε) alla 144a Olimpiade (204-201 a.C.);
considerato dunque che la fioritura era convenzionalmente
posta a quarant’anni, e prendendo sul serio il discepolato
da Callimaco, che probabilmente scomparve verso il 240,
se ne può collocare la nascita intorno al 250.
Al nome di Aristofane è legata una tale quantità di realiz-
zazioni da farne senza alcun dubbio un gigante dell’erudi-
zione antica, sullo stesso piano di Callimaco per produttività
scientifica e di Aristarco per altezza intellettuale. A lui si deve,
prima di tutto, un’operazione di fondamentale importanza
per la sopravvivenza della poesia lirica: la divisione di que-
sta in versi e in strofe e l’abbandono della scriptio continua
(l’antica consuetudine per la quale parole e versi venivano
scritti senza soluzione di continuità), che fatalmente oscu-
rava la struttura metrica delle composizioni, soprattutto agli
occhi dei lettori non esperti. Si occupò anche di poesia tra-
gica, compilando, sulla scia di Callimaco 86 e prima ancora di
Filocoro 87, una raccolta di trame (Ὑποθέσεις) delle tragedie

W.J. Slater, Aristophanis Byzantii Fragmenta, Berlin - New York 1986;


Chr.K. Callanan, Die Sprachbeschreibung bei Aristophanes von By-
zanz (“Hypomnemata”, 88), Göttingen 1987.
86
Su cui cfr. e.g. W.J. Slater, Aristophanes of Byzantium on the
Pinakes of Callimachos, in «Phoenix» 30, 1976, pp. 234-241.
87
Cui la Suda ([Φ 441] s.v. Φιλόχορος) attribuisce un trattato in
cinque libri sulle trame delle tragedie di Sofocle: ἔγραψεν (...) Περὶ
τῶν Σοφοκλέους μύθων βιβλία ε′.
148 la biblioteca di alessandria

attiche, accompagnate dall’indicazione dell’anno di rappre-


sentazione  88; nel trattato Sui personaggi (Περὶ προσώπων)
esaminò i caratteri ricorrenti della commedia greca; curò
edizioni di Esiodo, Alceo, Anacreonte, Pindaro, Euripide;
compose una raccolta di parole rare, le Glosse (Γλῶσσαι) at-
testate tanto in prosa che in poesia; scrisse trattati sull’analo-
gia (Περὶ ἀναλογίας), la teoria secondo cui la lingua si evolve
secondo regole costanti, e sugli animali (Περὶ ζῴων), sul mo-
dello di analoghi scritti di Aristotele, Teofrasto e dei para-
dossografi (gli autori di collezioni di fatti insoliti e inauditi);
e soprattutto, lavorò a una nuova diòrthosis di Omero.
Rispetto a Zenodoto, nella ricostituzione del testo
dell’Iliade e dell’Odissea Aristofane adottò un approccio più
prudente, rinunciando al criterio dell’oligostichìe (secondo
cui, ricordiamo, tra due codici del medesimo poema va data
la preferenza a quello più breve) e in compenso ampliando
il numero dei segni diacritici: a lui si deve quasi certamente
l’uso del sigma (Ϲ) e dell’antìsigma (Ͻ) per indicare due
versi di contenuto equivalente e perciò potenzialmente in-
vertiti di posto, e dell’asterìskos (※), che invece segnalava la
presenza di versi erroneamente spostati di contesto.
Queste brevi note non possono certo riassumere l’ope-
ra di una personalità, come detto, di primissimo piano nel-
la storia del Museo, e alla quale solo lo stato disperato della

88
Cfr. in proposito Th.O.H. Achelis, De Aristophanis Byzantii
argumentis fabularum. I, in «Philologus» 72, 1913, pp. 414-441; Id.,
De Arist. Byz. arg. fab. II, in «Philologus» 72, 1913, pp. 518-545; Id.,
De Arist. Byz. arg. fab.. III, in «Philologus» 73, 1914-1916, pp. 122-153.
W.J.W. Koster, De Aristophane Byzantio argumentorum metricorum
auctore, in F. Stiebitz - R. Hosek (curr.), Charisteria Francisco No-
votný Octogenario Oblata, Praha 1962, pp. 43-50.
capitolo 3 149

tradizione filologica alessandrina impedisce di rendere piena


giustizia. Ma della reputazione altissima che Aristofane ebbe
tra i contemporanei sopravvive forse una testimonianza illu-
minante. Un passo (peraltro molto malandato) della Suda
assegna infatti ad Aristonimo, un commediografo di secondo
piano, una notizia che invece è certamente da ricondurre ad
Aristofane, perché nel contesto se ne menziona la direzione
della biblioteca dopo Apollonio Rodio: lo studioso avrebbe
meditato di abbandonare Alessandria e di recarsi a Pergamo,
alla corte di Eumene II, ma sarebbe stato scoperto e imprigio-
nato per qualche tempo  89. A Pergamo, in quegli anni, stava
affermandosi una scuola filologica che seppur non raggiunse
mai l’eccellenza di quella alessandrina, ebbe anch’essa figu-
re di un certo rilievo, come Cratete di Mallo (220-140 a.C.),
che nel solco della filosofia stoica si dedicò particolarmente
all’interpretazione allegorica di Omero, cercando di scoprir-
ne il “messaggio” e i simboli nascosti. Tornando alla mancata
fuga di Aristofane, posto che la notizia sia veritiera essa andrà
collocata fra il 197, anno dell’accessione di Eumene II al tro-
no, e il 180, probabile data della morte del grande filologo.

9. Il grande Aristarco

Ad Aristofane seguì, come abbiamo già visto, Apollonio


Eidographos, il “classificatore”, così chiamato per aver sud-

89
Suda [Α 3936] s.v. Ἀριστώνυμος, κωμικός. (...) καὶ προέστη τῆς τοῦ
βασιλέως βιβλιοθήκης μετὰ Ἀπολλώνιον, ἔτος ἄγων ξβ. διασκευασθεὶς δὲ ὡς
βουλευόμενος πρὸς Εὐμενῆ φυγεῖν, ἐφυλάχθη ἐν εἱρκτῇ χρόνον τινά. «Ari-
stonimo, poeta comico. (...) Fu a capo della biblioteca reale dopo Apollo-
nio, all’età di sessantadue anni. Essendo stato arrestato per aver progettato
di rifugiarsi da Eumene, fu trattenuto in prigione per qualche tempo».
150 la biblioteca di alessandria

diviso la poesia lirica secondo le varie armonie utilizzate 90;


la sua direzione della biblioteca durò approssimativamente
vent’anni. Gli succedette verso il 160 Aristarco di Samo-
tracia (216-144 a.C. circa), l’ultimo direttore prima della
chiusura del Museo 91. L’erudizione posteriore lo giudicò il
più grande fra i filologi alessandrini, e tale in effetti fu non
solo per l’eccellenza dei suoi numerosissimi contributi cri-
tici, ma anche per aver creato una scuola che ne diffuse il
magistero ben oltre la capitale dei Tolemei. Grande però fu
anche la tragicità dei tempi in cui si trovò a vivere; ad essi
allude implicitamente anche la voce Aristarchos dalla Suda:

Aristarco: di Alessandria per residenza, di Samotra-


cia per nascita; figlio di Aristarco. Fiorì durante la 156a
Olimpiade (156-153 a.C.) sotto Tolemeo Filometore,
del cui figlio fu anche maestro. Si dice che abbia scritto

90
Cfr. Etym. Magn. s.v. Εἰδογράφος.
91
Bibliografia essenziale: K. Lehrs, De Aristarchi studiis Homericis,
Lipsiae 18823; A. Ludwich, Aristarchs Homerische Textkritik nach den
Fragmenten des Didymos, Leipzig 18852; L. Cohn, s.v. Aristarchos 22, in
RE II.1, Stuttgart 1895, coll. 862-873; Id., s.v. Aristarchos 22, in RE Suppl.
1, Stuttgart 1903, col. 132; Pfeiffer, SFC, pp. 329-360; M.J. Apthorp,
The Manuscript Evidence for Interpolation in Homer (“Bibliothek der
klassischen Altertumswissenschaften” 2. Reihe, 71), Heidelberg 1980,
passim; D. Lührs, Untersuchungen zu den Athetesen Aristarchs in der
Ilias und zu ihrer Behandlung im Corpus der exegetischen Scholien, Hil-
desheim 1992; Montanari, Zenodotus, Aristarchus and the Ekdosis of
Homer, cit. (1998); St. Matthaios, Untersuchungen zur Grammatik
Aristarchs: Texte und Interpretation zur Wortartenlehre (“Hypomne-
mata”, 126), Göttingen 1999; Fr. Schironi, I frammenti di Aristarco
di Samotracia negli etimologici bizantini. Introduzione, edizione critica e
commento (“Hypomnemata”, 152), Göttingen 2004.
capitolo 3 151

più di 800 libri, contando solo i commentari. Fu allie-


vo di Aristofane grammatico e a Pergamo ebbe molti
dissensi col grammatico pergameno Cratete. Furono
suoi allievi circa quaranta grammatici. Morì a Cipro
suicida per fame, essendosi ammalato di idropisia. Gli
anni della sua vita furono 72. Lasciò due figli, Aristarco
e Aristagora; entrambi erano dei sempliciotti, tanto che
Aristarco finì venduto come schiavo: ma gli Ateniesi,
quando giunse presso di loro, lo riscattarono.

Secondo l’enciclopedia bizantina Aristarco sarebbe dun-


que morto a Cipro: un luogo, a quei tempi, di trascurabile
importanza culturale, e certo non confrontabile non solo
con la capitale tolemaica, ma neppure con Pergamo o Ate-
ne: onde si può ragionevolmente ipotizzare che se il diret-
tore della biblioteca di Alessandria (e quale direttore!) vi
chiuse la sua esistenza, il trasferimento non sia stato volon-
tario. Vedremo più avanti l’occasione in cui, con tutta pro-
babilità, fu costretto a prendere la via dell’esilio.
La Suda attribuisce ad Aristarco ben 800 libri “contan-
do solo i commentari”. Si può dubitare di questa come di
altre cifre simili (a Didimo di Alessandria, ad esempio,
erano attribuiti oltre 3500 libri), ma va tenuto presente
che la maggior parte di questi scritti molto probabilmen-
te non eccedeva le dimensioni di un odierno articolo su
rivista. Il contributo aristarcheo più celebrato fu un com-
mento (hypòmnema) all’Iliade e all’Odissea materialmen-
te separato dal testo omerico, ma non destinato a una
lettura autonoma. Di questo commento possediamo ab-
bondantissime testimonianze, disseminate sia negli scoli
a margine del Venetus A, il più importante codice dell’Ilia-
152 la biblioteca di alessandria

de  92, sia nei cosiddetti scoli esegetici; perciò, sebbene le


divergenze interpretative fra gli studiosi non manchino,
possiamo farcene un’idea abbastanza attendibile.
Il metodo interpretativo di Aristarco 93 era semplice,
rigoroso e, paradossalmente, fondato su un postulato che
oggi sappiamo errato, vale a dire che Iliade ed Odissea sia-
no opera di un unico poeta, il quale, nella sua insuperata
genialità, avrebbe creato un modello perfetto e scevro di
contraddizioni: per cui quando ci imbattiamo in qualche
espressione oscura o insolita, occorre in primo luogo veri-
ficare se ve ne siano ulteriori attestazioni in altre parti dei
poemi; qualora esse manchino, e se i passi sospetti appa-
iano inferiori agli standard stilistici e morali della poesia
omerica, essi andranno marcati come spuri.
Un noto esempio di questa prassi esegetica è offerto
dai versi iniziali dell’Iliade, in cui si dice che Achille, preso
dall’ira, gettò nell’Ade molte anime nobili di eroi, mentre
altri li rese “preda per i cani” (ἑλώρια τεῦχε κύνεσσιν, v. 4) e
– come leggeva Aristarco – “per tutti gli uccelli” (οἰωνοῖσί τε
πᾶσι, v. 5). Tanta era l’autorità aristarchea, che πᾶσι compare
in tutti i codici dell’Iliade a noi noti. Ateneo però riferisce 94
che Zenodoto preferiva οἰωνοῖσί τε δαῖτα, “e cibo per gli uc-
celli”. Ora, οἰωνοῖσί τε δαῖτα è lezione sotto ogni aspetto pre-

92
Il codice (Marcianus Graecus 454 = 822), conservato presso la Bi-
blioteca Marciana di Venezia, è ora consultabile anche online, ad altissi-
ma risoluzione, all’indirizzo http://chs75.chs.harvard.edu/manuscripts/.
93
Cui viene solitamente associato il motto Ὅμηρον ἐξ Ὁμήρου
σαφηνίζειν, “illustrare Omero con Omero”, che però si deve a un
filologo molto più recente, Porfirio di Tiro (III secolo d.C.): cfr.
Porphyr., Quaestiones homericae I 56.
94
Ath., Deipn. I 12 f.
capitolo 3 153

feribile al più banale οἰωνοῖσί τε πᾶσι: perché dunque Ari-


starco preferiva quest’ultima? Perché indagando sull’uso di
δαίς (“pasto”) in Omero, egli non trovava alcuna applica-
zione del vocabolo al regno animale.
Lo studio dell’usus scribendi dei poemi omerici, cioè della
lingua e delle tecniche di versificazione utilizzate, in questo
caso aveva condotto Aristarco su una strada errata; questo
però è il rischio di ogni metodo critico, giacché l’applicazio-
ne di qualunque teoria al caso concreto presenta margini
più o meno grandi di rischio, che non possono essere eli-
minati completamente. Ma come provano moltissimi altri
frammenti dell’hypòmnema di Omero, l’anteposizione pro-
grammatica dell’indagine sul testo a qualunque altra cosa,
anche alla tradizione esegetica precedente, determinò un
avanzamento nella conoscenza non semplicemente della
lingua o della poesia dei due poemi, ma di un’infinità di altri
aspetti (topografia, etnografia, metrica, usi e costumi, etc.).
A sua volta, la separazione del commento dall’edizione
rese necessaria una più chiara segnalazione, in quest’ulti-
ma, degli interventi editoriali; Aristarco inventò dunque
altri due segni critici, la diplé (>), che posta accanto a
un verso rinviava al commento, e la diplé periestigmnène
(⸖), la quale segnalava il dissenso da Zenodoto; l’obelòs e
l’asterìskos, in combinazione, passarono invece a indicare
due o più versi ripetuti e fuori contesto. Pur essendo solo
il perfezionatore di un sistema di convenzioni grafiche ri-
salente, come abbiamo visto, agli inizi stessi della filolo-
gia alessandrina, nessuno come Aristarco aveva dato una
così grande importanza alla forma dell’edizione critica. La
cosa non passò inosservata: sappiamo infatti che un gram-
154 la biblioteca di alessandria

matico d’età augustea, Aristonico di Alessandria, compose


dei trattati sui “segni” (σημεῖα) aristarchei 95.
Oltre che di Omero, Aristarco si occupò anche di Esio-
do, Archiloco, Alcmane, Anacreonte, Bacchilide, Pindaro,
Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane, cioè buona parte del-
la poesia arcaica e classica; ci è giunto inoltre un frammento
papiraceo del III secolo d.C. con alcune linee di un hypòm-
nema erodoteo  96. Erano studi certamente affrontati, come
nella migliore tradizione del Museo, assieme a un’équipe di
collaboratori ed allievi, alcuni dei quali destinati a loro volta
a brillanti carriere. Tra i quaranta menzionati collettivamente
dalla Suda val la pena di ricordarne almeno due: Apollodo-
ro di Atene (180-115 a.C.), che oltre ai già citati Chronikà (cfr.
§ 7) scrisse un trattato Sugli dei e un commento al cosiddet-
to “Catalogo delle navi” dell’Iliade, e Dionisio Trace (170-90
a.C.), autore probabilmente del primo trattato di grammatica
della lingua greca. Un indiretto epigono di Aristarco fu anche
Didimo di Alessandria, fiorito nell’età di Cesare e detto Chal-
kènteros (Χαλκέντερος, “dalle viscere di bronzo”) per la capa-
cità di assimilare tutto ciò che leggeva; qui lo ricordiamo non
tanto per la sua sterminata ma spesso superficiale produzione
scientifica, quanto perché è proprio tramite i suoi commen-
tari, perduti ma confluiti in buona parte negli scoli, che cono-
sciamo le opinioni della critica alessandrina precedente 97.

95
Su Aristonico cfr. L. Friedlaender, Aristonici περὶ σημείων
Ἱλιάδος reliquiae emendatiores, Gottingae 1853; O. Carnuth, Aristonici
περὶ σημείων Ὁδυσσείας reliquiae emendatiores, Lipsiae 1869.
96
Editio princeps: B.P. Grenfell - A.S. Hunt, The Amherst Papyri,
II, London 1901, n. 12, pp. 3-4.
97
Su Didimo, oltre ai titoli citati nel cap. 4 alle note 4 e 5, cfr. M.
Schmidt, Didymi Chalcenteri grammatici Alexandrini fragmenta quae
capitolo 3 155

10. Venti di tempesta

10.1. Premessa

Prima di riferire dell’improvviso allontanamento dei


membri del Museo, sotto il settimo discendente del sovra-
no che l’aveva fondato, è opportuno tentare un bilancio
finale della filologia alessandrina, e specialmente del suo
apporto alla trasmissione della cultura antica. Ci siamo sin
qui soffermati su vari aspetti di questa trasmissione, taluni
affascinanti, altri più tecnici e forse persino aridi per il non
specialista; abbiamo nominato personaggi che nella loro
epoca furono ammirati come giganti del pensiero, ma di cui
ben poco è sopravvissuto. Eppure, anche se di tanti studiosi
rimane solo il nome, e al più qualche frammento, il compito
di cui essi si fecero carico – ne avessero piena consapevolez-
za o meno – fu immane, e senza di loro la nostra conoscen-
za della letteratura greca sarebbe infinitamente minore.
Per citare Rudolf Pfeiffer, uno dei massimi studiosi del
mondo ellenistico, quando il Museo venne istituito «tut-
to il passato letterario, retaggio di secoli, correva il rischio

supersunt omnia, Lipsiae 1854; Ludwich, Aristarchs Homerische Text-


kritik, cit. (1885); G. Mastromarco, Note al papiro Berlinese di Di-
dimo, in «Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia di Bari» 15, 1972,
pp. 241-252; K.Th. Osborne, The Peri Demosthenous of Didymos
Grammatikos, Seattle 1990; R.D. Milns, Didymea, in I. Worthing-
ton (ed.), Ventures into Greek History. Second Australian Sympo-
sium on Ancient Macedonian Studies (University of Melbourne,
July 1991), Oxford 1994, pp. 70-88; S. Grandolini, Didimo e la clas-
sificazione della poesia lirica, in «GIF» 51, 1999, pp. 1-22.
156 la biblioteca di alessandria

di sparire, non ostanti i lavori eruditi dei discepoli di Ari-


stotele; l’entusiasmo e l’ingegno della generazione vissuta
verso la fine del IV secolo e l’inizio del III fecero di tutto
per tenerlo in vita» 98. Certo, la battaglia non fu vinta che
in parte: se infatti paragoniamo ciò che ci resta alla mole
smisurata dei libri scomparsi, non c’è branca della lettera-
tura greca che non finisca per rassomigliare a un campo
di rovine  99. Ma fortunatamente siamo ancora in grado di
leggere i poemi omerici, buona parte di Esiodo, un po’ di
lirica, i grandi storici del V secolo (Erodoto, Tucidide e
Senofonte), alcune decine di testi teatrali, i dialoghi plato-
nici, gli scritti “esoterici” di Aristotele, vari trattati tecnici:
assieme ai testi della tradizione cristiana, sono le opere su
cui si fonda la cultura occidentale.

10.2. Una fine, un nuovo inizio

L’epoca d’oro del Museo e della biblioteca di Alessandria


si chiude in modo violento. Al sesto posto del papiro ossi-
rinchita dei direttori, e immediatamente dopo un gigante
come Aristarco, si legge infatti questo nome: “Kydas, uno
dei lancieri” (Κύδας ἐκ τῶν λογχοφόρων). Di questo perso-
naggio non si sa nulla; sconosciuti rimangono sia il suo ran-
98
Pfeiffer, SFC, p. 178 s.
99
L’immagine è di un grande studioso della letteratura storica
greca, Hermann Strasburger, il quale intitolò uno dei suoi contributi
più importanti Umblick im Trümmerfeld der griechischen Geschichts-
schreibung, “sguardo sul campo di rovine della storiografia greca” [in
Historiographia antiqua. Commentationes Lovanienses in honorem W.
Peremans septuagenarii editae (“Symbolae Facultatis Litterarum et Phi-
losophiae Lovaniensis”, series A vol. 6), Leuven 1977, pp. 3-52].
capitolo 3 157

go nell’esercito egiziano sia la durata del suo incarico alla


guida della biblioteca. Ma le circostanze in cui egli assunse
il controllo del maggior faro di scienza del mondo antico
possono essere ricostruite, almeno nelle linee generali.
Nel 145 Tolemeo VI Filometore aveva associato al trono il
figlio (di cui, ricordiamo, Aristarco era stato didàskalos) col
nome di Tolemeo VII Neo Filopatore. L’anno dopo, scom-
parso in guerra il Filometore, la vedova Cleopatra II aveva
accettato di risposarsi con un fratello minore dell’ex mari-
to, che insieme all’Eupatore e alla stessa Cleopatra aveva già
esercitato il potere dal 170 al 163, ma proprio durante i festeg-
giamenti nuziali il Neo Filopatore era stato ucciso, e il novel-
lo sposo si era autoproclamato re col nome di Tolemeo VIII
Euergete II. La soppressione di un re per cui molti nutriva-
no un affetto sincero suscitò profonda indignazione, anche
fra gli esponenti dell’establishment culturale alessandrino; lo
intuiamo dai dotti e perfidi nomignoli dati all’usurpatore,
quali kakerghètes (κακεργέτης, cioè “chi fa del male”: l’esat-
to opposto di euerghètes) 100 e soprattutto phỳskon (Φύσκων,
“pancione”)  101, erudita citazione di Alceo, che aveva usato
proprio questo epiteto per irridere il tiranno Pittaco 102.
Purtroppo l’Euergete II non stette a guardare e, come
narra lo storico Androne di Alessandria, scatenò una re-
pressione durissima:

(...) Egli uccise molti abitanti di Alessandria; non po-


chi ne mandò in esilio, riempiendo le isole e le città di

100
Ath., Deipn. IV 184 b-c (= Andron, FGrHist 246 F1); cfr. Deipn.
XII 549 d-e.
101
Strabo XVII 1, 11; Plut., Cor. 11, 2.
102
Alc., fr. 129, 29 Lobel - Page.
158 la biblioteca di alessandria

uomini che erano cresciuti con suo fratello: filologi, fi-


losofi, matematici, musicisti, pittori, maestri di ginna-
stica, medici e molti altri professionisti. E così costoro,
ridotti dalla povertà a insegnare ciò che conoscevano,
istruirono tanti uomini illustri. 103

Tra gli intellettuali colpiti dal bando, come abbiamo


visto (§ 9), vi fu quasi certamente Aristarco, sebbene egli
fosse stato il precettore sia del sovrano assassinato sia del
suo uccisore. A giudicare dal passo di Androne, tuttavia,
la dispersione dei dotti ebbe anche conseguenze positive,
perché molti di loro, privati all’improvviso dei mezzi di
sussistenza, dovettero mettersi a insegnare: e così molte
poleis e molti uditori ebbero modo di udire per la prima
volta la viva voce dei maestri alessandrini.
Ma ormai il legame tra il Museo e la biblioteca progettata
da Demetrio Falereo s’era spezzato. Il papiro ossirinchita X
1241 menziona altri nomi dopo il lanciere Kydas: Ammonio,
Zenodoto, Diocle e Apollodoro. Di loro non si sa nulla, nep-
pure se rivestirono la carica di direttori, giacché vien detto
soltanto che “fiorirono” (ἤκμασαν) 104; forse furono dei sem-
plici gestori di un’istituzione che non era più al servizio di
una comunità selezionata di servitori della scienza 105.

103
Ath., Deipn. IV 184 b-c (= Andron, FGrHist 246 F1).
104
Così anche Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, p. 333.
105
L’identificazione di Apollodoro con Apollodoro di Atene
e di Ammonio con l’omonimo studioso che secondo la Suda ([Α
1641] s.v. Ἀμμώνιος) sarebbe subentrato ad Aristarco nella guida
della scuola non è impossibile, ma è resa precaria dal fatto che tali
nomi sono molto comuni, e qui peraltro non accompagnati dal pa-
tronimico. Per tale ipotesi cfr. ad es. C.D. De Luca, A proposito di
capitolo 3 159

La lunga “distruzione” della biblioteca di Alessandria era


cominciata.

alcuni grammatici e della cronologia di Apollodoro di Atene nel POxy


1241, in M. Capasso (cur.), Da Ercolano all’Egitto. Ricerche varie di
papirologia (“Papyrologica Lupiensia”, 7), Lecce 1999, pp. 83-89.
Capitolo 4

La fine della grande biblioteca

1. Premessa

La crisi del 145 a.C., di cui abbiamo parlato alla fine del
capitolo precedente, non segnò la fine del Museo, che tra-
scorso qualche tempo ricominciò la sua attività; abbiamo
infatti, come si ricorderà (cfr. cap. 1 § 2), la testimonianza
oculare di Strabone, il quale ne parla come di un’istitu-
zione perfettamente funzionante, con l’unica novità che
il sacerdote capo, un tempo designato dai Tolemei, ora è
scelto da Cesare Augusto 1.
E tuttavia, molto è cambiato. Dopo l’allontanamento di
Aristarco e dei suoi seguaci la direzione centralizzata degli
studi ha lasciato il posto, progressivamente, a una serie di
circoli legati a singoli maestri. Tra le personalità più signifi-
cative dell’epoca post-aristarchea vi è nel I secolo a.C. Didi-
mo di Alessandria, del quale abbiamo già ricordato l’ecce-
zionale produttività scientifica: 3500 libri secondo la Suda 2,
addirittura 4000 per Seneca  3. Sono cifre apparentemente
inverosimili, giacché si è calcolato che in trentacinque anni

1
Strabo XVII 1, 8. Il geografo soggiornò ad Alessandria fra il 24 e
il 20 a.C.: Fraser, Ptolemaic Alexandria, I, p. 7; II, pp. 12-13.
2
Suda [Δ 872] s.v. Δίδυμος.
3
Sen., Ep. 88, 37.
162 la biblioteca di alessandria

di attività (la vita lavorativa media di un essere umano) per


riempire 3500 papiri di 2000 linee ciascuno sarebbe occorsa
una media di 500 linee di testo al giorno, equivalenti a circa
un rotolo ogni quattro giorni. Bisogna però considerare che
Didimo scrisse quasi solo dei commentari  4, per redigere i
quali bastava scorrere rapidamente l’opera da annotare, in-
dividuare i luoghi problematici e additare ai discepoli e aiu-
tanti i testi da consultare; sarebbero stati poi loro a prender-
li dagli scaffali della biblioteca e a scrivere materialmente il
commento su dettatura del maestro.
C’è chi ha provato a immaginare il concreto svolgimento
di una sessione di lavoro:

Il maestro è attorniato dai suoi discepoli e dai suoi segre-


tari. Già sono apparsi ventisette volumi del commento a
Demostene, e il soggetto è loro familiare. Si comincia col
leggere la decima Filippica ad alta voce; Didimo dice che
la data è controversa. Manda a prendere il dossier del di-
scorso; lo si estrae; vengono riletti il sunto delle diverse
opinioni formulate sull’argomento e gli estratti degli au-
tori che hanno riferito gli avvenimenti di cui ha parlato
l’oratore. Il commentatore affronta allora la discussio-
ne; egli detta (e un’agile penna riproduce le sue parole)
la confutazione di quanti hanno sostenuto un’opinione

4
Uno di questi, un commento a Demostene, ci è parzialmente
pervenuto tramite un papiro (PBerolin 9780): cfr. L. Pearson - S.
Stephens, Didymi in Demosthenem commenta, ed., Stutgardiae 1983.
Tra gli studi su Didimo e sul commentario demostenico cfr. – oltre al
contributo di Paul Foucart citato alla nota successiva – C.A. Gibson,
Interpreting a Classic. Demosthenes and his Ancient Commentators,
Berkeley (CA) 2002, pp. 77-136; Harding, Didymos, cit.
capitolo 4 163

contraria a quella da lui accolta; quindi indica ai segretari


gli estratti da copiare per intero. Non essendo stata messa
in dubbio l’autenticità dell’opera, egli senza indugio passa
all’argomento del discorso, che viene riassunto in alcune
linee di testo: ed ecco terminata la parte generale. Poi vie-
ne l’esame dei passi che sono stati annotati come aventi
bisogno di chiarificazione; per ciascuno di loro viene let-
to il dossier relativo, vengono scelte e indicate le citazioni
da trascrivere. Il brogliaccio, una volta riletto, è consegna-
to ai copisti, e dopo una seconda revisione è inviato al
libraio-editore, i cui schiavi riproducono il nuovo libro di
Didimo in un certo numero di esemplari. 5

Dopo Didimo l’antico modello di organizzazione de-


gli studi, che risaliva ad Aristotele e a Teofrasto, viene
definitivamente abbandonato, e quasi certamente viene
pure abolita la carica di direttore della biblioteca, di cui
non si conosce alcun titolare dopo i quattro successori di
Aristarco (cfr. cap. 3 § 10.2).
Il Museo, come s’è detto, ebbe ancora lunga vita; un
papiro ossirinchita databile al 220 d.C. mostra infatti che
a quell’epoca chi ne faceva parte godeva ancora del vitto
a spese pubbliche e dell’atèleia, cioè dell’esenzione dalle
tasse  6. E tuttavia, sebbene esteriormente gli imperatori
proseguissero immutata la politica tolemaica di patrona-

5
Cfr. P. Foucart, Étude sur Didymos d’après un papyrus de Berlin,
Paris 1907, pp. 11-12.
6
Cfr. POxy XXVII 2471, in cui viene menzionato un certo Vale-
rius Fan(n)ianus, custode del grande tempio di Serapide, praefectus
vigilum e appunto membro del Museo [ll. 2-3: τῶν ἐν τῷ Μουσίῳ
(sic) / σιτουμένων ἀτελῶν].
164 la biblioteca di alessandria

to nei confronti del Museo, lentamente la cooptazione


nell’istituzione alessandrina si trasformò in un mero tito-
lo onorifico, senza alcun obbligo di residenza ad Alessan-
dria né di partecipazione ad attività comuni  7; tra i supre-
mi reggitori dell’impero vi fu anzi chi, come Claudio, alla
vecchia istituzione contrappose un Museo “nuovo” da lui
stesso fondato e intitolato a proprio nome 8.
Ma se il Museo alessandrino sopravvisse ancora per buo-
na parte del III secolo d.C., che ne fu della grande biblioteca
che vi era annessa?

2. L’incendio del 48 a.C.


2.1. Le fonti più antiche

Nel 51 a.C., alla morte di Tolemeo XII Aulete, si aprì


l’ennesima crisi dinastica nel regno egiziano. L’Aulete s’era
preoccupato per tempo che la successione si svolgesse sen-
za traumi: a tal scopo, per ulteriore cautela, aveva anche in-
viato a Roma una copia del testamento in cui venivano de-

7
Una tavola degli undici membri del Museo attestati per via pa-
piracea è fornita in appendice da N. Lewis, The Non-Scholar Mem-
bers of the Alexandrian Museum, in «Mnemosyne» s. 4, 16.3, 1963,
pp. 257-261. Quanto alle fonti letterarie, risulta ad esempio che l’im-
peratore Adriano avrebbe onorato Dionisio di Mileto e Polemone
di Smirne affi liandoli al Museo col diritto al pasto pubblico (Phi-
lostratus, Vitae soph. I 524; 532-533).
8
Così lo storico latino Svetonio (Claudius 42); ma il testo latino
(ueteri Alexandriae Musio additum ex ipsius nomine ‹nouum›) è am-
biguo, e non è possibile determinare con sicurezza se il nuovo Mu-
seo sia stato edificato ad Alessandria o – eventualmente – a Roma.
capitolo 4 165

signati eredi Cleopatra VII e Tolemeo XIII 9, i suoi due figli


minori. Sfortunatamente, al momento del trapasso l’erede
maschio aveva appena dieci anni, per cui fu necessaria la
nomina di un collegio di tutori nelle persone dell’eunuco
Potino, del capo dell’esercito Achillas e del retore Teodoto.
Per parte sua, invece, la diciottenne Cleopatra mostrò su-
bito di voler governare in piena autonomia, entrando così
fatalmente in urto con i tre tutori, i quali controllavano
l’esercito e l’apparato amministrativo. Nel giro di tre anni la
situazione precipitò: e Cleopatra, temendo per la propria
vita, fuggì di nascosto in Siria (48 a.C.).
Nel giugno dello stesso anno Cesare trionfava contro
Pompeo sul campo di Farsalo; pur sconfitto, il suo avver-
sario non poteva ancora dirsi definitivamente abbattuto,
se solo avesse potuto raccogliere sufficiente denaro per le
nuove truppe che Catone e altri stavano cercando di radu-
nare. Anni prima aveva rimesso sul trono proprio l’Aulete,
cacciato da un’insurrezione popolare, e per qualche tempo
lo aveva persino ospitato nella sua villa sui Colli Albani; più
tardi, uno degli ultimi atti di governo di Cleopatra prima
della fuga in Siria era stato l’invio di alcune navi da guerra
a Pompeo nella guerra contro Cesare. Perciò Pompeo, spe-
rando di trovare ancora sostegno in Egitto, dopo una sosta
a Cipro si diresse a Pelusio, una città sul lato destro del delta

Edward J. Watts, in una recentissima monografia su Alessandria nella


tarda antichità (City and School), interpreta la notizia nel senso che
Claudio avrebbe restaurato e allargato i locali del “vecchio” Museo
[«Claudius (...) paid for the refurbishment and enlargement of the
physical space», p. 147)]; ma Svetonio, in senso stretto, dice altro.
9
Caes., B. civ. III 108.
166 la biblioteca di alessandria

nilotico presso la quale era accampato l’esercito egiziano, in


vista dello scontro finale con Cleopatra.
Colti di sorpresa dalla notizia dell’arrivo di Pompeo, i tu-
tori di Tolemeo ritennero che per evitare un coinvolgimen-
to dell’Egitto nella guerra fra Cesare e Pompeo altra stra-
da non restasse che sbarazzarsi dello sgradito ospite. Nella
piccola barca che lo conduceva a riva – i bassi fondali non
consentivano, fu detto, l’attracco di imbarcazioni maggio-
ri – Pompeo venne pugnalato da Achillas, che dopo averlo
decapitato ne abbandonò sulla spiaggia il resto del corpo.
Cesare giunse ad Alessandria il 2 ottobre, accompagna-
to da quattromila uomini. Quando gli furono mostrati la
testa e il sigillo di Pompeo si commosse e pianse osten-
tatamente, ma fu subito chiamato a reprimere la rivolta
dei reparti egiziani lasciati a presidio della città. Sedati i
tumulti ed essendo la ripartenza impossibile, a causa dei
venti etesii, poiché la situazione restava molto tesa Cesa-
re ordinò alle legioni stanziate in Asia di raggiungerlo  10.
Quindi accadde qualcosa di veramente imprevedibile:
Cleopatra, imbarcatasi segretamente a Pelusio, grazie a
uno stratagemma arrivò al cospetto di Cesare, malgrado
la strettissima sorveglianza di tutte le strade di accesso alla
reggia da parte dell’esercito egiziano (si fece trasportare
per le vie di Alessandria all’interno di un tappeto).
Il resto è noto: colpito dall’audacia della giovane regina,
e volendo comporre una volta per tutte una disputa che si
stava facendo pericolosa per gli interessi di Roma, Cesare
convocò Tolemeo e gli ingiunse di interrompere immedia-
tamente le ostilità con Cleopatra; contemporaneamente,
10
Caes., B. civ. III 106-107.
capitolo 4 167

l’eunuco Potino riuscì a inviare un messaggio ad Achillas,


chiedendogli di accorrere in forze da Pelusio.
E qui entra in gioco la biblioteca di Alessandria. Mentre
Cesare esaminava con Tolemeo e Cleopatra i termini del
testamento, giunse notizia dell’arrivo dell’esercito regio; ed
essendo le truppe romane in condizione di netta inferiorità
numerica, il dittatore inviò ad Achillas due illustri dignitari
alessandrini a parlamentare; essi però vennero messi a mor-
te senza neppure poter riferire il contenuto della loro am-
basceria  11. Era la guerra. Come racconta lo stesso Cesare
nel terzo libro del Bellum civile, nella prima fase gli scontri si
concentrarono intorno al palazzo reale e al porto:

Achillas, disprezzando lo scarso numero dei soldati di Ce-


sare, occupava Alessandria, salvo quella parte della città
ch’era tenuta da Cesare e dai suoi uomini. Con un primo
assalto tentò di irrompere in casa sua; ma Cesare, dispo-
ste le coorti per le strade, sostenne il suo attacco. Con-
temporaneamente si combatté al porto, e ciò determinò
lo scontro di gran lunga maggiore. Infatti da una parte si
combatteva in molte vie per pattuglie separate, dall’altra i
nemici tentavano con la loro grande superiorità numerica
di prendere le navi da guerra, delle quali cinquanta erano
precedentemente state mandate in soccorso a Pompeo e
dopo la battaglia in Tessaglia erano tornate in patria. (...)
Se se ne fossero impadroniti, strappando la flotta a Ce-
sare, avrebbero avuto in loro potere il porto e tutto il mare,
e avrebbero impedito che gli giungessero i viveri e le forze
ausiliarie. E così si lottò con tanta foga quanta era neces-
saria, dal momento che gli uni vedevano in tale possesso
11
Caes., B. civ. III 109.
168 la biblioteca di alessandria

la chiave di una rapida vittoria, gli altri quella della propria


salvezza. Ma alla fine prevalse Cesare, il quale diede fuoco
a tutte quelle navi e alle altre che si trovavano nei cantieri
navali, giacché con forze tanto ridotte non poteva difen-
dersi per così largo tratto; subito dopo con le proprie navi
trasportò i propri uomini a Faro. 12

L’incendio delle navi a suo tempo inviate – ironia della


sorte – da Cleopatra a Pompeo fu solo uno dei tanti atti,
suggeriti dalla disperazione, con cui dopo vari giorni di bat-
taglia Cesare riuscì a riprendere il controllo della situazio-
ne. Dalla prosa scarna e rigorosa del Bellum civile, tuttavia,
appare chiaro che il fuoco, una volta appiccato, non divam-
pò incontrollato né coinvolse tutte le navi, ma solo quelle
“pompeiane” e quelle alla fonda nei cantieri; immediata-
mente dopo, infatti, Cesare fece imbarcare sulle proprie navi
le truppe che avevano difeso il porto, per spostarle a Faro.
Del resto, a contraddire le versioni posteriori della vi-
cenda, secondo cui il fuoco si sarebbe propagato sino alla
biblioteca di Alessandria divorandola, l’anonimo autore del
cosiddetto Bellum Alexandrinum – una continuazione della
narrazione cesariana dal punto in cui si interrompe il Bellum
civile – afferma che la capitale egiziana era in gran parte co-
struita con materiali ignifughi  13. Occorre anche aggiungere
che il probabile autore del Bellum Alexandrinum, Aulo Irzio,
non era con Cesare ad Alessandria, ma certo poté interrogare
molti protagonisti dei combattimenti, e magari lo stesso dit-

12
Caes., B. civ. III 111.
13
B. Alex. 1, 3: nam ‹ab› incendio fere tuta est Alexandria, quod sine
contignatione ac materia sunt aedificia et structuris ac fornicibus continen-
tur tectaque sunt rudere aut pavimentis.
capitolo 4 169

tatore. Quel che conta, in ogni caso, è che le fonti più vicine
agli avvenimenti non fanno alcun accenno alla distruzione di
libri o edifici in conseguenza dell’incendio delle navi.
Tra le nostre fonti, il primo ad affermare che il fuoco si
estese agli edifici adiacenti al porto è il poeta Lucano (39-65
d.C.), il quale nel decimo libro del Bellum civile, un poema
dedicato proprio alla guerra tra Pompeo e Cesare, rievoca
con queste parole l’incendio delle navi:

(Cesare) ordinò di gettare sulle vele delle navi accostate dei


tizzoni imbevuti di pece oleosa ardente; né il fuoco era pi-
gro tra le corde di stoppa e tra i ponti stillanti di cera, e nello
stesso momento bruciarono i banchi dei marinai e le cime
dei pennoni. In breve le navi, già quasi semiarse, affonda-
rono in mare: e i nemici e i dardi galleggiavano in acqua.
Il fuoco non infierì solo sugli scafi, ma gli edifici che si tro-
vavano vicino al mare attirarono le fiamme con i loro alti
vapori, alimentarono la devastazione del vento, e la fiamma,
spinta dal turbine, corse tra le case con moto non diverso da
come una meteora suole precipitare lungo il solco del cielo,
pur senza alimento e incendiata solo dall’aria. 14

La descrizione che Lucano dà del rogo delle navi, con la


fiamma che quasi esplode all’innesco, bruciando simulta-

14
Lucan., BC X 491-503: piceo iubet unguine tinctas / lampadas inmitti
iunctis in uela carinis; / nec piger ignis erat per stuppea uincula perque /
manantis cera tabulas, et tempore eodem / transtraque nautarum summique
arsere ceruchi. / iam prope semustae merguntur in aequora classes, / iamque
hostes et tela natant. nec puppibus ignis / incubuit solis; sed quae uicina
fuere / tecta mari longis rapuere uaporibus ignem, / et cladem fouere Noti,
percussaque flamma / turbine non alio motu per tecta cucurrit / quam solet
aetherio lampas decurrere sulco / materiaque carens atque ardens aere solo.
170 la biblioteca di alessandria

neamente i banchi dei rematori e i pennoni, e specialmente


l’insistenza del poeta sulla rapidità con cui il fuoco alimen-
tato dal vento ghermisce le abitazioni del porto, risentono
probabilmente della visione oculare di un altro e più vasto
incendio, quello di Roma del 64 d.C., giusto un anno pri-
ma della morte del poeta. Ma a una distruzione di libri, e
tantomeno della grande biblioteca, nel Bellum civile non si
fa il minimo accenno: e ciò è strano, considerando le cose
dalla prospettiva di un giovane intellettuale come Lucano,
che a un evento del genere, se fosse avvenuto, non sarebbe
certo stato insensibile. Questa però è una considerazione ex
silentio, e come tale ha scarsa importanza.
Ne ha molta, al contrario, una pagina del dialogo Sulla
tranquillità dell’animo in cui lo zio di Lucano, il celebre filosofo
Seneca, non solo accenna all’esistenza di libri dei Tolemei di-
strutti dal fuoco, ma indica anche il numero dei rotoli perduti:

Quarantamila libri bruciarono ad Alessandria. Un altro


li lodi pure quale splendida testimonianza dell’opulen-
za regia: così fa Tito Livio, il quale ne parla come di un
prodotto eccelso della raffinatezza e della premura dei
re. Quella non fu raffinatezza o premura, ma una lus-
suria da eruditi, e invero neppure una lussuria, perché
furono raccolti non per essere studiati ma esibiti: allo
stesso modo in cui agli occhi dei più, digiuni anche de-
gli studi letterari di base, i libri non sono strumenti di
studio, ma decorazioni delle sale da pranzo. 15

15
Sen., Tranq. 9, 5: quadraginta milia librorum Alexandriae arse-
runt; pulcherrimum regiae opulentiae monumentum alius laudauerit, si-
cut T. Liuius, qui elegantiae regum curaeque egregium id opus ait fuisse:
capitolo 4 171

Prescindendo qui dal contesto esasperatamente polemico


della citazione (Seneca argomenta che l’eccesso è da evitare
anche negli studi, che una gran quantità di libri è di peso e
non di ammaestramento per chi cerca di apprendere, e che è
molto meglio affidarsi a pochi autori che sbagliare per mezzo
di molti 16), come pure dall’ingeneroso giudizio sui Tolemei,
occorre in primo luogo chiedersi se la notizia dei 40.000 li-
bri 17 bruciati ad Alessandria provenga da Tito Livio.
A tal proposito, è necessaria una nota preliminare: per
Seneca questi 40.000 libri rappresentano con tutta evidenza
l’insieme delle collezioni tolemaiche. Fra gli studiosi moderni
c’è chi ha sostenuto vigorosamente il contrario, mettendo a
confronto questa cifra con i numeri enormemente superiori,
da 400.000 a 700.000 rotoli, forniti da altre fonti; secondo
questi critici, sostenere che Seneca stia parlando della distru-
zione della biblioteca di Alessandria sarebbe una violazione
dei canoni della critica storica e del senso comune 18.

non fuit elegantia illud aut cura, sed studiosa luxuria, immo ne studiosa
quidem, quoniam non in studium sed in spectaculum comparauerant,
sicut plerisque ignaris etiam puerilium litterarum libri non studiorum
instrumenta sed cenationum ornamenta sunt.
16
Ibid., 9, 4: onerat discentem turba, non instruit, multoque satius est
paucis te auctoribus tradere quam errare per multos.
17
Qui e nel resto del volume i vocaboli latini liber, volumen e quelli
greci βίβλος, βιβλίον sono resi in italiano, senza differenza di significato,
con “libro” (naturalmente nell’accezione antica del termine) o “rotolo”,
secondo una convenzione ormai generalizzata (cfr. da ultimo Blanck,
Il libro nel mondo antico, pp. 118-119; cfr. anche E.G. Turner, Papiri greci,
tr. it. a cura di M. Manfredi, Roma 2002, p. 27). Perciò espressioni quali
“40.000 rotoli” o “40.000 libri” sono da considerarsi equivalenti.
18
Così Parsons, The Alexandrian Library, p. 293.
172 la biblioteca di alessandria

Ma è proprio così? A cos’altro potrebbero riferirsi


le espressioni “splendida testimonianza dell’opulenza
regia” (pulcherrimum regiae opulentiae monumentum),
“prodotto eccelso della raffinatezza e della premura dei
re” (elegantiae regum curaeque egregium opus), “lussuria
da eruditi” (studiosa quidem), se non alla più nota e pre-
stigiosa istituzione tolemaica?
Certo, Seneca non menziona esplicitamente né il Museo
né l’annessa biblioteca, ma la ragione è che l’evento di cui
parla doveva essere così noto – non a caso se ne serve in
appoggio alla propria argomentazione – da non richiedere
a suo giudizio alcuna chiarificazione. Del resto, il filosofo
non dice neppure che i 40.000 libri bruciarono durante l’as-
sedio a Cesare: e tuttavia sarebbe paradossale (e questo sì
una violazione dei princìpi della critica storica!) sostenere
che egli alluda a una diversa circostanza, non documentata
da alcuna fonte, in cui ad Alessandria era stata distrutta dal
fuoco un’altra importante collezione libraria dei Tolemei,
anch’essa senza alcuna testimonianza in letteratura.
C’è poi la menzione di Tito Livio. Purtroppo la sezio-
ne della monumentale Storia di Roma in cui lo scritto-
re latino parlava della biblioteca di Alessandria non ci è
pervenuta; per giunta, riguardo al bellum Alexandrinum
la Periocha  19 del libro 112 di Livio presenta solo questa
breve annotazione:

Cesare, creato dittatore, riportò Cleopatra nel regno


d’Egitto e con grave pericolo personale vinse Tolemeo,

19
Le Periochae sono un sommario dell’opera liviana composto fra
III e IV secolo d.C.; cfr. in appendice s.v. Tito Livio.
capitolo 4 173

che gli muoveva guerra per mezzo delle medesime perso-


ne tramite le quali aveva ucciso Pompeo. 20

Esiste però un altro sommario di storia romana basato


sull’opera liviana, l’Epitome di Annio Floro. E qui si trova
invece un passaggio illuminante:

Quando Cesare rimise Cleopatra sul trono fu assalito


nel palazzo reale dai medesimi carnefici di Pompeo, e
seppur con poche truppe resistette con grande valore
alla mole d’un ingente esercito. E per prima cosa con
l’incendio degli edifici più vicini e di quelli navali stornò
i dardi dei nemici che lo attaccavano, poi all’improvviso
si portò sulla penisola di Faro (...). 21

Secondo Floro, a quanto possiamo comprendere, le cose


si sarebbero svolte in modo leggermente diverso da come
le racconta Cesare. La decisione di ricorrere al fuoco come
elemento diversivo sarebbe infatti stata presa non durante i
combattimenti per le strade del porto, ma quando il ditta-
tore si trovava ancora barricato nel palazzo, bersagliato dai
dardi scagliati dalle armate di Achillas; allo spuntare delle
fiamme, gli assedianti avrebbero sospeso il lancio dei pro-

20
Liv., Per. CXII: Caesar dictator creatus Cleopatram in regnum Ae-
gypti reduxit et inferentem bellum Ptolemaeum isdem auctoribus, quibus
Pompeium interfecerat, cum magno suo discrimine evicit.
21
Florus, Epit. II 13: quam ubi Caesar restitui iussit in regnum,
statim ab isdem percussoribus Pompei obsessus in regia quamvis exigua
manu ingentis exercitus molem mira virtute sustinuit. ac primum proxi-
morum aedificiorum atque navalium incendio infestorum hostium tela
submovit, mox in paeninsulam Pharon subitus evasit.
174 la biblioteca di alessandria

iettili per accorrere a spegnere l’incendio, dando a Cesare il


modo di allontanarsi.
Ma se prendiamo alla lettera la narrazione di Floro, nel
presupposto che egli ci riferisca sinteticamente tutto quel
che Livio sapeva dell’incendio, emerge un altro impor-
tante punto di divergenza con Cesare, e cioè quel che il
fuoco avrebbe distrutto: le navi nel De bello civili, l’arsena-
le e gli edifici dei quartieri contigui secondo Livio/Floro.
Ora, se davvero Livio parlava di un incendio al porto e
nelle vicinanze e se da lui proviene il dato dei 40.000 li-
bri dei Tolemei distrutti dal fuoco, come pare suggerire la
presenza del suo nome nel De tranquillitate animi, possia-
mo dedurne ch’egli ritenesse che anche la biblioteca reale
era stata danneggiata nell’incendio del 48.
Non sappiamo quale conoscenza Livio avesse della to-
pografia di Alessandria e se ritenesse possibile che l’incen-
dio al porto avesse raggiunto il quartiere del Museo. Ma la
questione decisiva è: per Livio i 40.000 libri costituivano
l’intera biblioteca di Alessandria o solo una sua parte? Ed è
possibile, magari, che i rotoli distrutti non appartenessero
alla grande biblioteca, ma a un’altra biblioteca, oppure che
fossero destinati alla vendita e quindi per caso si trovassero
nei magazzini portuali, in attesa di essere stivati sulle navi?
E la domanda che le ricapitola tutte: quale consistenza nu-
merica aveva la grande biblioteca di Alessandria?
Per far luce sulla questione c’è chi ha provato a stima-
re quanti rotoli sarebbero serviti per trascrivervi tutte le
opere composte in greco da Omero al II secolo a.C. 22; tale
22
Cfr. Bagnall, Alexandria, pp. 353-354, uno dei migliori contri-
buti recenti sulla biblioteca di Alessandria.
capitolo 4 175

computo è oggi reso possibile, con buona attendibilità,


dall’esistenza di collezioni digitali complete della letteratu-
ra greca superstite sino alla tarda età bizantina  23. Ebbene,
gli scritti giunti sino a noi assommano a 3.773.000 parole,
corrispondenti a 12.600 pagine di 300 parole ciascuna: vale
a dire appena 251 rotoli di 15.000 parole o 377 di 10.000
parole. Naturalmente occorre tener presente che le opere
pervenuteci in tutto o in parte costituiscono una piccola
frazione di ciò che fu effettivamente pubblicato nell’anti-
chità, ma anche moltiplicando di quaranta volte i numeri
suddetti  24 si raggiunge un totale di 10.040 o 15.080 rotoli,
cioè poco più di un quarto della cifra di Seneca.
Né si deve pensare che gli scritti degli autori non greci
posseduti dal Museo aumentassero di molto il numero dei
rotoli: dalla Lettera di Aristea, infatti, si deduce che le lette-
rature straniere fossero presenti nella biblioteca di Alessan-
dria solo con le opere principali, per giunta – se il caso degli
scritti sacri ebraici è rappresentativo – non in lingua origi-
nale bensì in traduzione greca. E gli scritti in latino? Anche
in questo caso, è probabile che il Museo ne possedesse un
discreto numero, ma non moltissimi, visto che non abbia-

23
Ci riferiamo al Thesaurus Linguae Graecae realizzato presso la
University of California, Irvine, a partire dal 1972. Tale corpus, prece-
dentemente disponibile su cd-rom, è ora consultabile esclusivamente
online (previo abbonamento) all’indirizzo http://www.tlg.uci.edu/.
24
Il rapporto di 40:1 fra opere perdute e superstiti fu persuasiva-
mente stimato, per la sola storiografia greca d’età classica ed ellenisti-
ca, da Hermann Strasburger (Umblick im Trümmerfeld, cit., spec. p.
15); è da credere che suppergiù le stesse proporzioni valgano per gli
altri generi letterari della medesima epoca.
176 la biblioteca di alessandria

mo notizia di sostanziali ampliamenti delle collezioni dopo


il regno di Tolemeo III Euergete.
Sintetizzando, se sono corrette le stime di Bagnall per i
libri in greco e le nostre per quelli stranieri, all’epoca del
soggiorno di Cesare in Alessandria la biblioteca reale non
doveva possedere più di 20/25.000 rotoli: una cifra comun-
que ragguardevole, se prescindiamo dai numeri esagerati
forniti da alcune (pochissime) fonti.
Torniamo all’assedio a Cesare e all’incendio del 48 a.C.
Tra gli autori superstiti, il primo ad affermare che muoven-
do dal porto il fuoco distrusse la biblioteca di Alessandria
è Plutarco (circa 45-125 d.C.), che nel tracciare la biografia
di Cesare offre la seguente versione dei fatti alessandrini:
mentre nel palazzo reale si festeggiava la riconciliazione fra
Tolemeo e Cleopatra il barbiere personale del dittatore sa-
rebbe per caso venuto a conoscenza di un complotto ordito
da Achillas e da Potino; Cesare, avvertito tempestivamente,
avrebbe subito fatto sbarrare le porte del salone e mettere a
morte Potino, ma Achillas sarebbe riuscito a raggiungere il
grosso dell’esercito, accampato nei pressi. In breve intorno
al palazzo si sarebbe scatenato un feroce combattimento,
con le truppe cesariane in grave inferiorità numerica:

Durante gli scontri, avendo i nemici ostruito tutti i cana-


li, Cesare corse innanzitutto il pericolo di venire tagliato
fuori dagli approvvigionamenti d’acqua; quindi, stando
per essere separato dalla flotta, fu costretto a stornare tale
minaccia col fuoco, che sviluppato dai cantieri navali di-
strusse anche la grande biblioteca (...). 25

25
Plut., Caes. 49, 6: ἐν ᾧ πρῶτον μὲν ἐκινδύνευσεν ὕδατος
ἀποκλεισθείς· αἱ γὰρ διώρυχες ἀπῳκοδομήθησαν ὑπὸ τῶν πολεμίων·
capitolo 4 177

Con Plutarco il cerchio si chiude. L’incendio delle navi,


che nel resoconto di Cesare è limitato alle sole imbarcazio-
ni, dopo essere divenuto in Lucano un incendio delle navi
e degli edifici adiacenti, acquista il rango – quasi certamente
sulla base della narrazione liviana – di rogo totale e deva-
stante (διέφθειρε) della biblioteca di Alessandria.

2.2. Le fonti posteriori (II-V secolo d.C.)

Può forse essere sorprendente, ma le stime degli auto-


ri antichi sul numero dei libri posseduti dal Museo non si
discostano troppo da quelle “moderate” fornite da Seneca
e probabilmente, prima di lui, da Livio. Con pochissime ec-
cezioni. Una di queste, l’abbiamo già visto (cap. 2 § 2), è la
Lettera di Aristea, in cui Demetrio Falereo, su richiesta di
Tolemeo, dichiara che 200.000 libri sono già stati raccolti e
altri 300.000 si aggiungeranno a breve.
Un’altra eccezione è costituita dallo scrittore latino Aulo
Gellio, il quale chiude il settimo libro delle Noctes Atticae
(una sorta di zibaldone leopardiano) con una pagina sulla
biblioteca di Alessandria che è di particolare importanza,
perché l’istituzione alessandrina viene citata non a margine
della narrazione principale, come in Floro, né per alimen-
tare una polemica filosofico-culturale, come in Seneca, ma
all’interno di una breve dissertazione sull’origine delle bi-
blioteche pubbliche: cioè in un contesto del tutto perspi-
cuo, che non autorizza a interpretare i numeri forniti dallo
scrittore come un lapsus memoriae.

δεύτερον δὲ περικοπτόμενος τὸν στόλον, ἠναγκάσθη διὰ πυρὸς


ἀπώσασθαι τὸν κίνδυνον, ὃ καὶ τὴν μεγάλην βιβλιοθήκην ἐκ τῶν νεωρίων
ἐπινεμόμενον διέφθειρε (...).
178 la biblioteca di alessandria

Il problema storico affrontato da Gellio è duplice: 1)


chi per primo abbia reso disponibili dei libri alla pubbli-
ca lettura; 2) quanto grande sia stato il numero dei libri
delle biblioteche pubbliche ateniesi prima delle guerre
persiane  26. La risposta fornita è che il primo a mettere a
disposizione dei propri concittadini i testi delle discipli-
ne liberali sarebbe stato, sembra, il tiranno Pisistrato ad
Atene; gli Ateniesi avrebbero poi notevolmente aumen-
tato la consistenza di tale collezione sino a quando Serse,
messa a fuoco la città, avrebbe portato quei libri in Persia.
Successivamente, continua Gellio, dopo molte peripezie i
libri asportati avrebbero fatto ritorno ad Atene per inizia-
tiva del re Seleuco Nicanore 27.
Segue il passo sulla biblioteca dei Tolemei. Il nesso (non
proprio immediato) con la prima parte del capitolo sembra
il comune destino delle raccolte ateniesi e alessandrine, en-
trambe messe insieme con zelo e fatica, entrambe portate
via dalla violenza della guerra:

In seguito un gran numero di libri, circa 700.000, fu ac-


quistato o fatto approntare dai Tolemei in Egitto; ma in
occasione della prima guerra alessandrina, mentre la cit-
tà veniva devastata, tutti questi volumi bruciarono non
spontaneamente o per un’azione consapevole, ma per una
mossa fortuita delle truppe ausiliari. 28

26
NA VII 17, pr.
27
NA VII 17, 1-2.
28
NA VII 17, 3: ingens postea numerus librorum in Aegypto ab Pto-
lemaeis regibus uel conquisitus uel confectus est ad milia ferme uoluminum
septingenta; sed ea omnia bello priore Alexandrino, dum diripitur ea ciuitas,
non sponte neque opera consulta, sed a militibus forte auxiliaris incensa sunt.
capitolo 4 179

La distruzione dei libri viene ancora una volta raccor-


data al soggiorno di Cesare ad Alessandria. Ma da dove
viene la stima di 700.000 libri perduti, superiore addirit-
tura alla cifra che si legge nella Lettera di Aristea? Purtrop-
po fra i contemporanei di Gellio non ci soccorre neppure
Ateneo, il quale, pur accennando alla consistenza della
biblioteca di Alessandria, la ritiene una cosa talmente no-
toria da non dover essere menzionata:

E riguardo al numero dei libri, alla costituzione delle col-


lezioni e alla loro collocazione nel Museo, c’è forse biso-
gno di parlarne, visto che sono a tutti ben presenti? 29

In Gellio la cifra di “circa 700.000 libri”, ad milia ferme


uoluminum septingenta, è attestata da buona parte della tra-
dizione manoscritta, ma non da tutta: infatti alcuni codici,
ancorché tardi (post XIV sec. d.C.), in luogo di milia septin-
genta presentano la variante milia septuaginta, “70.000”. Ora,
che questo possa essere il numero originariamente fornito
dallo scrittore è suggerito dal fatto che la medesima cifra
compare in un autore posteriore, Isidoro di Siviglia (VI-VII
secolo d.C.), il quale in un noto passo sulle biblioteche an-
tiche si rifà in parte proprio ad Aulo Gellio:

(...) Si crede che presso i Greci sia stato il tiranno di Ate-


ne Pisistrato il primo a istituire una biblioteca, la quale,
dopo essere stata accresciuta dagli Ateniesi, venne portata

29
Deipn. V 203  e: περὶ δὲ βιβλίων πλήθους καὶ βιβλιοθηκῶν
κατασκευῆς καὶ τῆς εἰς τὸ Μουσεῖον συναγωγῆς τί δεῖ καὶ λέγειν, πᾶσι
τούτων ὄντων κατὰ μνήμην;
180 la biblioteca di alessandria

in Persia da Serse, che aveva incendiato Atene, e passato


molto tempo fu ricondotta da Seleuco Nicanore ad Atene.
(...) In seguito Alessandro Magno e i suoi successori si de-
dicarono all’edificazione di biblioteche universali; soprat-
tutto Tolemeo detto Filadelfo, espertissimo di tutta la pro-
duzione letteraria, emulando Pisistrato nell’amore per le
biblioteche raccolse nella sua biblioteca non solo gli scritti
dei vari popoli, ma anche le lettere divine. Infatti risulta
che ai suoi tempi ad Alessandria vi fossero 70.000 libri. 30

Nella generazione successiva a Gellio l’unica fonte si-


gnificativa sulla guerra alessandrina è Dione Cassio, il
quale, nell’ambito di una narrazione apparentemente mo-
dellata sull’Epitome di Floro 31, scrive che quando Achillas
attaccò il palazzo reale «avvennero molte battaglie sia di
giorno sia di notte e molte cose presero fuoco, cosicché
andarono bruciati vari edifici, l’arsenale e i depositi sia
del grano sia dei libri: libri che erano moltissimi ed ec-
cellenti, come dicono»  32. La sottile ambiguità di questa

30
Isid., Etym. VI 3, 3; 3, 5: apud Graecos autem bibliothecam pri-
mus instituisse Pisistratus creditur, Atheniensium tyrannus, quam dein-
ceps ab Atheniensibus auctam Xerxes, incensis Athenis, evexit in Persas,
longoque post tempore Seleucus Nicanor rursus in Graeciam rettulit. (...)
[5] dehinc magnus Alexander vel successores eius instruendis omnium
librorum bibliothecis animum intenderunt; maxime Ptolomaeus cogno-
mento Philadelphus omnis litteraturae sagacissimus, cum studio biblio-
thecarum Pisistratum aemularetur, non solum gentium scripturas, sed
etiam et divinas litteras in bibliothecam suam contulit. nam septuaginta
milia librorum huius temporibus Alexandriae inventa sunt.
31
Cfr. e.g. Canfora, La biblioteca scomparsa, p. 140.
32
Dio Cass. XLII 38, 2: κἀκ τούτου πολλαὶ μὲν μάχαι καὶ μεθ᾽ ἡμέραν
καὶ νύκτωρ αὐτοῖς ἐγίγνοντο, πολλὰ δὲ καὶ κατεπίμπρατο, ὥστε ἄλλα
capitolo 4 181

frase sta nel fatto che l’espressione apothèkas ton bìblon


(ἀποθήκας τῶν βίβλων), da noi resa con “depositi di libri”,
è altrove usata dallo stesso Dione per designare le biblio-
teche create da Augusto  33. Qui il sostantivo apothèkas,
“deposito”, “alloggiamento”, regge sia il genitivo singolare
tou sìtou, “del grano”, sia il genitivo plurale ton bìblon, “dei
libri”; perciò l’interpretazione più plausibile è che secon-
do Dione Cassio i rotoli andati perduti si trovassero nei
magazzini del porto, accanto alle derrate di grano.
Le parole di Dione sono evidentemente l’argomento più
forte a sostegno della tesi che il rogo delle navi non abbia
affatto distrutto la biblioteca reale; e tuttavia, quei roto-
li vengono definiti «moltissimi ed eccellenti, come dicono»
(πλείστων δὴ καὶ ἀρίστων, ὥς φασι, γενομένων). L’incertezza
di Dione Cassio, che traspare dall’attribuzione ad altri del
giudizio di valore sui libri perduti, è degna di nota: sembra
quasi che lo scrittore latino stia qui tentando di conciliare
nel modo più neutro possibile due distinte tradizioni, l’una
relativa al valore e al numero dei rotoli bruciati, l’altra al
luogo in cui l’incendio sarebbe scoppiato.
Al termine di questa lungo excursus sull’incendio del 48
a.C. resta da esaminare brevemente una pagina molto in-
tricata dello scrittore cristiano Paolo Orosio (V-VI secolo
d.C.), il quale dopo la Lettera di Aristea, e forse Gellio, nello
stimare l’entità della distruzione ripropone una cifra altissi-
ma, 400.000 rotoli.

τε καὶ τὸ νεώριον τάς τε ἀποθήκας καὶ τοῦ σίτου καὶ τῶν βίβλων,
πλείστων δὴ καὶ ἀρίστων, ὥς φασι, γενομένων, καυθῆναι.
33
Dio Cass. XLIX 43, 8: ἐπειδή τε οἱ Δελμάται παντελῶς ἐκεχείρωντο,
τάς τε στοὰς ἀπὸ τῶν λαφύρων αὐτῶν καὶ τὰς ἀποθήκας τῶν βιβλίων τὰς
182 la biblioteca di alessandria

Proprio mentre si combatteva venne incendiata la flotta


regia, ch’era stata tirata in secco. Il fuoco, avendo rag-
giunto anche una parte della città, divorò 400.000 li-
bri conservati negli edifici vicini, monumento davvero
unico dell’operosità e del lavoro degli avi, che avevano
radunato così numerose e così grandi opere di illustri
ingegni. [32] Perciò, sebbene anche oggi esistano nei
templi – li abbiamo visti con i nostri occhi – degli scaf-
fali di libri che essendo stati saccheggiati ci ricordano
di essere stati derubati dai nostri contemporanei (cosa
del resto vera), tuttavia più correttamente si pensa che
si tratti di altri libri raccolti per emulare le antiche cure
per gli studi, piuttosto che di una diversa biblioteca, di-
stinta dai 400.000 volumi e per questa ragione, si crede,
scampata alla distruzione. 34

Al di là della stima certamente improponibile (c’è in-


fatti chi per armonizzare il dato orosiano con quello di Se-

Ὀκταουιανὰς ἐπὶ τῆς ἀδελφῆς αὐτοῦ κληθείσας κατεσκεύασεν; LIII 1, 3:


τό τε Ἀπολλώνιον τὸ [τε] ἐν τῷ Παλατίῳ καὶ τὸ τε μένισμα τὸ περὶ αὐτό,
τάς τε ἀποθήκας τῶν βιβλίων, ἐξεποίησε καὶ καθιέρωσε.
34
Oros. VI 15, 31-32: in ipso proelio regia classis forte subducta iubetur
incendi. ea flamma cum partem quoque urbis inuasisset, quadringenta
milia librorum proximis forte aedibus condita exussit, singulare profecto
monumentum studii curaeque maiorum, qui tot tantaque inlustrium
ingeniorum opera congesserant. [32] unde quamlibet hodieque in templis
extent, quae et nos uidimus, armaria librorum, quibus direptis exinanita
ea a nostris hominibus nostris temporibus memorent (quod quidem uerum
est), tamen honestius creditur alios libros fuisse quaesitos, qui pristinas
studiorum curas aemularentur, quam aliam ullam tunc fuisse bibliothecam,
quae extra quadringenta milia librorum fuisse ac per hoc euasisse credatur.
capitolo 4 183

neca ha suggerito di emendare quadringenta, 400.000, in


quadraginta, 40.000 35), merita una sottolineatura la secon-
da parte del passo, che costituisce una testimonianza per-
sonale (quae et nos uidimus) del fatto che ancora agli inizi
del VI secolo d.C. ad Alessandria si discuteva della sorte
della grande biblioteca e dei mezzi con cui dopo il disastro
s’era provveduto alla sua ricostituzione. Orosio ritiene che
i libri sottratti nell’età sua dagli scaffali delle biblioteche
alessandrine non fossero quelli provenienti da un’antica
biblioteca distinta dalla biblioteca reale, bensì quelli con
cui s’era tentato di ricostituire le collezioni perdute. Ma ci
chiediamo: dov’è che lo scrittore aveva visto gli scaffali de-
predati? Nel Museo, che a questo punto dovremmo con-
siderare ancora in funzione a oltre cinque secoli e mezzo
dalla visita di Cesare? In altre biblioteche pubbliche, costi-
tuite dopo la distruzione della biblioteca reale?

2.3. Qualche conclusione

Al termine di questo lungo esame delle fonti sull’incen-


dio del 48 a.C. è possibile proporre qualche considerazione
riassuntiva. Un primo dato emerso con chiarezza, crediamo,
è che una tradizione molto antica, probabilmente risalente
a Livio e utilizzata anche da Seneca e da Plutarco, dava per
certa la distruzione della biblioteca di Alessandria, valutando
in 40.000 i rotoli andati distrutti. Questa cifra è non troppo
lontana, sia pure per eccesso, dalle plausibili stime formula-

35
Cfr. J.E. Sandys, A History of Classical Scholarship, 1: From the
Sixth Century B.C. to the End of the Middle Ages, Cambridge 19213, p.
112 e nota 7.
184 la biblioteca di alessandria

te dalla critica recente in merito alla ragionevole consistenza


delle collezioni librarie del Museo. Per tale ragione le cifre
molto maggiori fornite dalla Lettera di Aristea, da Orosio e
da Tzetzes, e forse da Gellio, non possono essere invocate per
ipotizzare che i 40.000 libri periti nel rogo costituissero solo
una frazione del patrimonio della biblioteca reale, o in alter-
nativa che fossero uno stock di papiri destinato all’esportazio-
ne; se in altre parole si ammette la storicità della distruzione
dei 40.000 libri, si deve con ciò stesso ritenere storica anche
la devastazione della biblioteca di Alessandria.
A questa conclusione si può obiettare che le fonti super-
stiti non concordano neppure sull’esistenza di un incendio
– non ne parla Cesare, che oltre ad essere stato il protagoni-
sta dei combattimenti intorno al palazzo reale ne offre anche
il primo resoconto; non ne parla il Bellum Alexandrinum at-
tribuito ad Aulo Irzio; tacciono pure le Periochae liviane ed
Eutropio  36 – e che quelle che ne parlano non danno certo
prova di conoscere bene la topografia alessandrina.
Vien da pensare che una tanto accentuata diversità di
giudizi, narrazioni, valutazioni e cifre possa dipendere dal
fatto che dopo l’incendio le collezioni librarie della biblio-
teca di Alessandria siano state celermente ricostituite. A di-
stanza infatti di alcuni anni dall’incendio la biblioteca, vista
dall’esterno, doveva di nuovo sembrare perfettamente inte-
gra, come se il fuoco non l’avesse mai devastata. Ma vista
dall’interno, dal punto di osservazione d’un utilizzatore che

36
Il quale preferisce insistere (Caes. 35) sulla disparità di forze in
campo: [Caesar] bellum sane difficillimum gessit, neque loco neque tem-
pore aequo, sed hieme anni et intra moenia copiosissimi ac sollertissimi
hostis, inops ipse omnium rerum atque inparatus.
capitolo 4 185

prima dell’incendio l’avesse frequentata a lungo, imparan-


do a conoscere la disposizione d’ogni singolo rotolo, le cose
sarebbero apparse ben diverse.
La divergenza delle fonti sulle sorti della biblioteca reale,
in occasione del bellum Alexandrinum, sta forse tutta nella
maggiore o minore percezione che ognuna di loro ha avuto
dell’entità della perdita subìta; in tal senso, negli autori che
favoleggiano di centinaia di migliaia di libri si intuisce una
consapevolezza talmente esasperata della sciagura da trasfi-
gurarla, poco a poco, in una dimensione favolosa. Di questo
parleremo ancora nel cap. 5; vediamo ora che ne fu della
biblioteca di Alessandria nei secoli successivi.

3. Aureliano, Zenobia e la fine del Museo

A partire dalla metà del III secolo d.C., del Museo di


Alessandria non si ha più alcuna notizia, né dalle fonti
letterarie né dai papiri o dalle epigrafi: è dunque molto
probabile che esso sia stato chiuso prima dell’inizio del
regno di Diocleziano (285 d.C.). L’ipotesi più verosimile
è che l’edificio in cui era ubicato il Museo sia andato di-
strutto nel 273 d.C., quando le truppe di Aureliano rasero
al suolo il quartiere del Bruchion, in cui tra l’altro si tro-
vava pure la tomba di Alessandro.
I fatti sono questi  37. Nel 260 d.C. l’imperatore Vale-
riano era stato sconfitto a Odessa dal re dei Parti Shapur

37
Bibliografia scelta: P. Schnabel, Die Chronologie Aurelians, in
«Klio» 1926, pp. 363-367; C. Watzinger s.v. Palmyra, in RE XVIII.3,
1949, coll. 262-277; H. Volkmann s.v. Septimius Odaenatus, in RE
Suppl. 11, 1968, coll. 1242-1246; K. Wegenast s.v. Zenobia 2), in RE
186 la biblioteca di alessandria

I ed era caduto egli stesso prigioniero (260 d.C.). A se-


guito di ciò, l’unico difensore superstite degli interessi di
Roma in Oriente era rimasto Settimio Odenato, principe
del piccolo regno di Palmira, il quale, dopo essersi pro-
clamato re, aveva contrattaccato i Parti riuscendo persino
ad occuparne la capitale, Ecbatana (261); per tali meriti
il nuovo imperatore, Gallieno, gli aveva concesso il titolo
di dux e corrector totius Orientis (“coreggente dell’intero
Oriente”), affidandogli di fatto la difesa dell’intero confi-
ne orientale. In tale veste, Odenato aveva esteso l’influen-
za dello stato palmireno su territori sempre più vasti; ma
nel 267 assieme al figlio maggiore Hairan era perito in
un’imboscata orditagli da un congiunto.
Gli era succeduta la vedova Zenobia, in qualità di tutri-
ce del figlio minore Vaballato. Un esercito mandatole con-
tro da Gallieno, determinato a riprendere il controllo delle
province orientali, era stato messo in rotta, ed il successo
conseguito aveva persuaso la regina di Palmira della possi-
bilità di occupare anche l’Arabia e l’Egitto. Mentre Alessan-
dria capitolava di fronte a Zenobia, essendo stata vinta col
tradimento la resistenza del prefetto romano Tenaginone

X.A1, 1972, coll. 1-8; E.M. Ruprechtsberger (Hrsg.), Palmyra. Ge-


schichte, Kunst und Kultur der syrischen Oasenstadt, Linz 1987; U. Hart-
mann, Das palmyrenische Teilreich (“Oriens et Occidens”, 2), Stuttgart
2001; Y. Zahran, Zenobia between reality and legend, Oxford 2003; E.
Cussini (ed.), A Journey to Palmyra. Collected Essays to Remember
Delbert R. Hillers (“Culture and History of the Ancient Near East”,
22), Leiden - Boston 2005; B. Bleckmann, Odainathos in der spätanti-
ken Literatur, in G. Bonamente - H. Brandt (curr.), Historiae Augu-
stae Colloquium Bambergense (“Munera. Studi storici sulla Tarda Anti-
chità”, 27), Bari 2007, pp. 51-61.
capitolo 4 187

Probo  38, Gallieno veniva assassinato a Milano (268 d.C.),


e al suo posto si avvicendavano prima Claudio il Gotico,
quindi il fratello Claudio Quintillo, che si suicidò alla noti-
zia che a Sirmio, in Pannonia, le truppe avevano acclamato
un nuovo imperatore, Aureliano (270 d.C.).
Il nuovo reggitore dell’impero si dedicò subito con
straordinario vigore a restaurare l’autorità di Roma sui
molti territori che se ne stavano distaccando. Stabilizzata
in un anno la situazione sul confine settentrionale e su
quello danubiano, Aureliano pensò di dover ora mettere
fine anche all’indipendenza di Palmira. In un primo tem-
po egli mosse sui territori occupati per ultimi da Zenobia,
Egitto compreso, e la riconquista fu facile; poi puntò su
Palmira, e dopo due sanguinose battaglie al fiume Oron-
te e presso Emesa costrinse la capitale ad aprirgli le por-
te. Zenobia cadde prigioniera mentre tentava di fuggire;
condotta a Roma, fu costretta a sfilare nel corteo trionfa-
le di Aureliano avvinta in catene d’oro, ma venne rispar-
miata. Poco dopo in Egitto scoppiavano nuovi disordini
per iniziativa d’un certo Fermo 39, forse un simpatizzante
della causa di Zenobia. Ma la rivolta durò pochissimo,
perché alla notizia dell’insurrezione Aureliano accorse
prontamente, costringendo Fermo ad asserragliarsi nel
Bruchion; qui, al termine di un’ultima disperata resisten-
za, l’usurpatore si uccise (273 d.C.).

38
Su Tenaginone Probo cfr. A. Stein, Tenagino Probus (Ein Beitrag
zur Glaubwürdigkeit der Historia Augusta), in «Klio» 1936, pp. 237-242;
Id. s.v. Tenagino Probus, in RE Suppl. 7, 1940, coll. 1293-1294.
39
Sul quale cfr. Stein s.v. Firmus 6), in RE VI.2, 1909, coll. 2382-2383;
Hartmann, Das palmyrenische Teilreich, cit., pp. 403-410.
188 la biblioteca di alessandria

L’Historia Augusta, una delle scarse fonti sull’episodio,


riferisce seccamente che «nel frattempo (...) emerse un
certo Fermo, che rivendicò per sé l’Egitto senza le insegne
imperiali, come fosse una città libera; immediatamente si
volse contro di lui Aureliano, né in tale occasione gli venne
meno la consueta fortuna. Infatti recuperò subito l’Egitto
(...)  40». Il nesso fra la rivolta di Fermo e il Museo di Ales-
sandria emerge invece, sia pur implicitamente, da Ammia-
no Marcellino, che nel XXII libro delle Storie, in un’ampia
digressione “sulle cinque province dell’Egitto e sulle loro
città” (cap. 16), ricorda i disordini verificatisi ad Alessandria
(senza menzionarne il responsabile), li colloca sotto Aure-
liano e soprattutto dà notizia delle pesanti conseguenze de-
gli scontri sull’assetto urbanistico della città:

Alessandria non fu accresciuta poco a poco, come le altre


città, ma fin dall’inizio si allargò per successive espansioni,
e dopo essere stata a lungo provata dalle sedizioni intesti-
ne, alla fine, dopo molti anni, mentre Aureliano reggeva
l’impero, essendo le lotte civili degenerate in scontri mor-
tali ed essendo state distrutte le sue mura, perse la massi-
ma parte del quartiere chiamato Bruchion, che per molto
tempo era stato dimora di uomini illustri. 41

40
SHA, Aurel. 32, 2-3: interim (...) Firmus quidam extitit, qui sibi
Aegyptum sine insignibus imperii, quasi ut esset civitas libera, vindica-
vit, ad quem continuo Aurelianus revertit, nec illic defuit felicitas solita.
[3] nam Aegyptum statim recepit (...).
41
Amm. Marc. XXII 16, 15: sed Alexandria ipsa non sensim, ut aliae
urbes, sed inter initia prima aucta per spatiosos ambitus, internisque sedi-
tionibus diu aspere fatigata, ad ultimum multis post annis Aureliano impe-
rium agente, civilibus iurgiis ad certamina interneciva prolapsis dirutisque
capitolo 4 189

Sebbene Ammiano non nomini né Fermo né tantome-


no il Museo, l’allusione finale ai praestantes homines, gli
uomini illustri che per molto tempo avevano avuto do-
micilio nel Bruchion, è chiarissima, e posto che la testi-
monianza dello storico latino sia attendibile, come tutto
sommato pare 42, può essere interpretata in un solo modo:
per la prima volta dopo oltre cinquecento anni, i dotti
alessandrini si ritrovavano senza casa.
Sul piano simbolico, il significato di questo evento è
enorme: scomparso il luogo in cui i Tolemei avevano fisica-
mente collocato una delle maggiori istituzioni scientifiche
d’ogni tempo, distrutte le sale in cui avevano lavorato geni
universali come Callimaco, Eratostene o Aristarco, il filo au-
reo di quella storia s’era spezzato. A giudicare da alcuni in-
dizi, è possibile che dopo il 273 sia ancora esistito un Museo
“senza Museo”, cioè un circolo di studiosi che ispirandosi
al Museo originario ne riprendevano anche la denomina-
zione; si spiega forse così la qualifica di ho ek tou Mousèiou,
“quello del Museo”, con cui la Suda designa Teone, il padre
della famosa matematica e filosofa Ipazia 43.

moenibus amisit regionis maximam partem, quae Bruchion appellabatur,


diuturnum praestantium hominum domicilium.
42
Edward Parsons (The Alexandrian Library, pp. 337-339) in-
siste molto sulla trascuratezza e sugli errori storici di Ammiano
nell’excursus sull’Egitto. In realtà, quasi tutti i rilievi mossi allo sto-
rico latino sono abbastanza pedanti, e comunque riguardano per la
maggior parte la storia “antica” di Alessandria, per la quale Ammiano
era più dipendente dalle sue fonti.
43
Cfr. Suda [Θ 205] s.v. Θέων, ὁ ἐκ τοῦ Μουσείου, Αἰγύπτιος,
φιλόσοφος, σύγχρονος δὲ Πάππῳ τῷ φιλοσόφῳ, καὶ αὐτῷ Ἀλεξανδρεῖ.
ἐτύγχανον δὲ ἀμφότεροι ἐπὶ Θεοδοσίου βασιλέως τοῦ πρεσβυτέρου. (...)
190 la biblioteca di alessandria

Ma con o senza Museo, le scuole di Alessandria pro-


sperarono ancora per molti anni: basti pensare a quella
del grande Ammonio Sacca  44. Che ne fu, invece, dei li-
bri che l’antico Museo aveva posseduto? Che si creda o
no alla realtà dell’incendio “di Cesare”, è molto probabile
che l’anno 273 abbia segnato la fine delle antiche collezio-
ni o, in alternativa, di quelle ricostituite dopo la guerra
alessandrina. È un fatto, comunque, che dopo il passaggio
di Aureliano non si ha più notizia della biblioteca reale.
Speculare sulla sorte dei rotoli sarebbe inutile: se pure
furono spostati per tempo, prima che il Bruchion venis-
se distrutto, non lo sapremo mai; quel che è certo è che
l’insieme dei libri, la collezione, in quanto pertinente a uno
specifico luogo di costruzione del sapere e quindi a una
tradizione di studi storicamente individuabile, aveva se-
guito la triste sorte del circolo delle Muse.

4. Storie di distruzione: dal Serapeo ad ‘Amr ibn al-‘Ās

Il 16 giugno 391 d.C. Teodosio I promulgò ad Aquileia un


decreto, valido per tutto l’impero, con cui venivano proibiti
i sacrifici e si disponeva l’immediata chiusura di tutti i tem-
pli pagani 45. Ad Alessandria, come narra lo storico Socrate
di Costantinopoli (380-440) 46, la notizia causò scontri san-
guinosi fra i partigiani del paganesimo e del cristianesimo,
anche a causa del provocatorio comportamento tenuto dal
patriarca Teofilo, il quale dopo aver saccheggiato il Mitreo

44
Cfr. ad es. Watts, City and School, pp. 155-168.
45
Cod. Theodos. XVI 10, 11.
46
Socrates Schol., Hist. ecc. V 16.
capitolo 4 191

esibì in pubblico, schernendoli, gli strumenti utilizzati nei


riti segreti. A detta di Socrate, tra i più furenti per le provo-
cazioni ordite da Teofilo, col tacito consenso delle autorità
pubbliche, vi furono i “professori di filosofia” (οἱ φιλοσοφεῖν
ἐπαγγελλόμενοι), i quali, sembra, tenevano i loro corsi nei
locali annessi al Serapeo  47: costoro parteciparono attiva-
mente ai tumulti, uccidendo diversi avversari, ma una volta
sbollita l’ira compresero che la vendetta dell’imperatore si
sarebbe presto abbattuta sulla fazione pagana, e prima di ri-
manerne vittime si allontanarono dalla città.
Fuggiti i filosofi, Teofilo ebbe campo libero per re-
alizzare il suo sogno: l’abbattimento del simbolo stesso
della storia “pagana” di Alessandria. Così, attorniato da
una folla di fanatici e affiancato dal governatore di Ales-
sandria e dal capo dell’esercito imperiale in Egitto, senza
alcuna resistenza entrò nel Serapeo e lo distrusse; ma non
accontentandosi di abbattere fisicamente l’ultimo grande
simbolo della religione pagana, volle mostrare pubblica-
mente tutta la miseria morale di quei culti, e come narra
ancora Socrate, «fatte a pezzi tutte le statue degli dei, co-
mandò di lasciare intatta l’immagine di quel dio (scil. di
Priapo) e di innalzarla in pubblico: “Affinché”, disse, “col
passar del tempo i pagani non possano negare di aver ve-
nerato divinità di questo genere”» 48.

47
Ibid.: ταῦτα οὕτω γενόμενα ὁρῶντες οἱ κατὰ τὴν Ἀλεξάνδρειαν
Ἕλληνες, καὶ μάλιστα οἱ φιλοσοφεῖν ἐπαγγελλόμενοι, τὴν λύπην οὐκ
ἤνεγκαν, ἀλλὰ τοῖς πάλαι δραματουργηθεῖσι προσέθηκαν μείζονα. Sul
Serapeo cfr. cap. 1 § 9; cap. 2 § 6.
48
Socrates Schol., Hist. ecc. V 16.
192 la biblioteca di alessandria

Dal resoconto di Socrate, che pure era di fede cristiana


quanto Teofilo, traspare una dolorosa simpatia per i se-
guaci d’una religione umiliata e vinta; due dei “filosofi”
(in realtà grammatici) fuggiti da Alessandria dopo i tu-
multi, Elladio e Ammonio, sacerdoti rispettivamente di
Zeus e di Simio, egli li aveva conosciuti personalmente in
gioventù a Costantinopoli, e non manca di ricordarlo. Tra
l’altro, il capitolo della Historia ecclesiastica in cui Socra-
te rievoca la fine del Serapeo si chiude con la protesta di
Ammonio per quell’unica statua risparmiata non a onore,
ma ad onta del paganesimo.
Ben diverso, al confronto, è il tono di un altro storico cri-
stiano, Teodoreto di Ciro (390-460 circa), che per gli ado-
ratori di Serapide, viceversa, non mostra alcuna simpatia:

Entrato nel tempio di Serapide (...) vide una gigantesca


statua che atterriva i visitatori con le proprie dimensio-
ni. Oltre alla grandezza, li soggiogava anche una falsa
diceria secondo cui se uno fosse avanzato sin lì, la terra
avrebbe tremato e una strage avrebbe spazzato via tut-
ti. Ma considerando tutte queste storie dei vaniloqui
di vecchie ubriacone e disprezzando quella grandezza
priva d’anima, ordinò a un tale che portava una scure di
colpire Serapide con ogni forza.
Avendo quello sferrato il colpo, tutti gridarono, temen-
do che si verificasse quel che la diceria minacciava. Ma
Serapide, ricevuto il colpo, non sentì alcun dolore né dis-
se una sola parola, essendo inanimato. Quando gli venne
mozzata la testa, dal suo interno in massa eruppero i topi:
il dio degli Egizi era una dimora per topi. Dopo averlo fat-
to a pezzi gettarono il resto nel fuoco, ma la testa la fecero
sfilare per tutte le vie della città, sotto gli occhi dei suoi
capitolo 4 193

antichi adoratori che deploravano l’impotenza di colui di


fronte al quale s’erano tanto inginocchiati. 49

***
In alcune fonti arabe di XIII secolo d.C. si può leggere
un’altra versione sulla fine della biblioteca di Alessandria.
La versione più ampia della storia è narrata dallo storico
egiziano Ibn al-Qiftī (1172-1248) in una raccolta di biogra-
fie di uomini dotti, ma essa divenne nota in Occidente, in
forma leggermente condensata, tramite la traduzione lati-
na – pubblicata a Oxford nel 1663 dal celebre arabista Ed-
ward Pococke – della Storia delle dinastie di Abū al-Faraj
(1226-1289), altrimenti noto come bar Hebraeus 50.
La vicenda riferita da al-Qiftī ha luogo subito dopo la
conquista araba dell’Egitto. Essa s’era completata agli ini-
zi di luglio del 640 d.C., a soli otto anni dalla morte del
profeta Maometto e a sei dall’inizio del califfato di ‘Omar,
quando il generale arabo ‘Amr ibn al-‘Ās aveva messo in
rotta l’esercito bizantino presso Heliopolis; pochi mesi
dopo anche Alessandria capitolava.
A quel tempo, racconta al-Qiftī, viveva ad Alessandria un
uomo eruditissimo, Yahyā, che ‘Amr rispettava e col quale
amava discutere di filosofia:

Un giorno Yahyā gli disse: «Tu hai già posto sotto il tuo
controllo tutti i magazzini di Alessandria ed hai sigillato tut-
to ciò che si trova in essi. Non ho obiezioni riguardo alle
49
Theodoret., Hist. eccl. V 22.
50
Historia compendiosa dynastiarum, authore Gregorio Abul-Pha-
rajio, Malatiensi Medico, Arabice edita, & Latine versa ab Edvardo
Pocockio, Oxoniae MDCLXIII.
194 la biblioteca di alessandria

cose che possono esserti utili, ma quanto al resto, ti prego di


restituircelo». ‘Amr disse: «Di cosa hai bisogno?». Quello
rispose: «Dei libri di sapienza che si trovano nei tesori reali.
A te non possono essere di alcun giovamento». ‘Amr disse:
«E chi ha raccolto questi libri? Qual è la loro storia?».
Yahyā replicò: «Quando Tolemeo Filadelfo re di
Alessandria ascese al trono cominciò ad apprezzare la
conoscenza e gli uomini dotti. Egli si mise a cercare i
libri della cultura e ordinò che venissero reperiti e ac-
quistati a qualunque prezzo, offrendo ai commercianti
le migliori condizioni perché portassero i libri da lui.
Tutto ciò fu fatto, e in breve vennero raccolti 54.000 li-
bri. Quando il re ne fu informato disse a Zamira: “Pensi
che nel mondo esistano ancora libri di cultura che noi
non possediamo?”. Zamira rispose: “Sì, ce n’è ancora una
gran quantità nel Sind, in India, in Persia, in Georgia, in
Armenia, a Babilonia, nel Musil e nel territorio di Rūm”.
Il re fu colpito dall’udir questo e gli disse: “Continua
a raccoglierli”. Tenne questa condotta sino alla morte.
Questi libri continuarono ad essere ben conservati e cu-
stoditi dai re e dai loro successori sino ai nostri giorni».
‘Amr comprese che quel che Yahyā diceva era impor-
tante, e replicò: «Io non posso disporre di questi libri
senza il permesso di ‘Omar ibn al-Khattāb». Allora scris-
se ad ‘Omar, riferendogli tutto quel che Yahyā aveva det-
to e gli chiese istruzioni riguardo ai libri. ‘Omar rispose:
«Per quanto concerne i libri che hai menzionato, se i loro
contenuti sono in accordo con il Libro di Allah, possiamo
farne a meno, giacché in questo caso il Libro di Allah è
più che sufficiente. Se essi contengono qualcosa di con-
trario a ciò che si trova nel Libro di Allah, non c’è biso-
gno di conservarli. Va’ e distruggili». Dopo aver ricevuto
queste istruzioni, ‘Amr cominciò a distribuirli tra i bagni
capitolo 4 195

pubblici di Alessandria, perché venissero bruciati nelle


loro caldaie. Il numero di questi bagni era risaputo, ma
l’ho dimenticato. Si dice che i bagni impiegarono sei mesi
a bruciarli tutti. Ascolta ciò che avvenne e stupisci! 51

Come è ormai ben noto 52, la vicenda narrata da al-Qiftī


è priva di credibilità storica, sia perché di essa non esiste
alcuna attestazione prima del XII secolo, sia perché Gio-
vanni Filopono, il grande commentatore di Aristotele il cui
nome, nella versione di Abū al-Faraj, figura al posto dello
Yahyā di al-Qiftī, visse probabilmente un secolo prima del-
la conquista araba di Alessandria. Meritano comunque di
essere evidenziate due cose: in primo luogo, per il dialogo
fra Tolemeo Filadelfo e Zamira (cioè, evidentemente, De-
metrio del Falero) è palese e quasi letterale la dipendenza di
al-Qiftī dalla Lettera di Aristea 53; allo stesso tempo, mentre
la Lettera di Aristea indica in 500.000 i libri già disponibi-

51
Reso in italiano dalla traduzione inglese di Hussein Monés, in
Parsons, The Alexandrian Library, pp. 391-392.
52
Cfr. ad esempio Delia, From Romance to Rhetoric, pp. 1449-1467;
Q.A. Qassem, The Arab Story of the Destruction of the Ancient Library
of Alexandria, in M. El-Abbadi - O. Fathallah (eds.), What Hap-
pened to the Ancient Library of Alexandria?, Leiden - Boston 2008, pp.
207-211; B. Lewis, The Arab Destruction of the Library of Alexandria:
Anatomy and Myth, in El-Abbadi - Fathallah, What Happened to
the Ancient Library of Alexandria?, cit., pp. 213-217.
53
Dal confronto si chiariscono anzi alcuni punti oscuri del testo di
al-Qiftī, come la menzione – fra i paesi nei quali c’è ancora da cercar
libri – del “territorio di Rūm”, che nel De mensuris di Epifanio (l. 273)
corrisponde a τοῖς ἐν τῇ Ἑλλάδι Ῥωμαίοις, “i Romani che si trovano in
Grecia” (cioè Bisanzio).
196 la biblioteca di alessandria

li o in arrivo, al-Qiftī dà una cifra più bassa d’un ordine di


grandezza, 54.000, che corrisponde quasi perfettamente a
quella fornita da Epifanio di Salamina, 54.800 54.
Ci si può chiedere, in conclusione: se la distruzione or-
dinata dal Califfo ‘Omar è solo un mito perché, malgrado
le proteste di eminenti studiosi  55, continua ancora a tro-
var posto in una storia della biblioteca di Alessandria? La
risposta è semplice: perché essa esprime un’idea in fondo
consolatoria – romantica, è stato scritto 56 – di come muore
una biblioteca. Tutti vorrebbero che la traccia che lasciamo
nel mondo, il deposito che ogni generazione lascia alla suc-
cessiva, potesse finire solo come nella favola di al-Qiftī, per
mano dell’uomo stesso. Ma come vedremo nel prossimo
capitolo, la sorte dei libri, di solito, non è di finire nel fuoco.

54
Epiph., De mensuris et ponderibus 269-270 Moutsoulas. Per il te-
sto cfr. il cap. 2 § 4.
55
Cfr. ad es. Lewis, The Arab Destruction, cit., p. 213: «Despite the
overwhelming evidence to the contrary, some writers are still dis-
posed to believe and even repeat» – il corsivo è nostro «the story of
how the Great Library of Alexandria was destroyed by the Arabs after
their conquest of the city in 642 A.D., by order of the Caliph ‘Umar».
56
Delia, From Romance to Rhetoric, p. 1465.
Capitolo 5

Ritorno ad Alessandria

1. La Biblioteca di Alessandria come mito

In un lontano futuro la razza umana, abbandonato il pia-


neta d’origine ormai divenuto radioattivo, ha colonizzato
tutta la galassia, e un grande impero assicura pace e stabili-
tà a milioni di mondi. Ma su Trantor, la capitale imperiale,
Hari Seldon, inventore di una disciplina matematica capace
di predire a lungo termine il corso della storia, ha fatto una
tremenda scoperta: il declino è già iniziato, e nel volgere di
poche generazioni la civiltà collasserà.
Allarmati, i governanti di Trantor mettono Seldon agli
arresti; si dice infatti che abbia radunato attorno a sé cen-
tinaia di migliaia di adepti per uno scopo segreto. Duran-
te il processo lo scienziato rivela che il suo progetto è di
racchiudere tutto il sapere umano in una sterminata enci-
clopedia, così che, quando la catastrofe si compirà, la me-
moria delle conquiste umane non venga completamente
azzerata e sia possibile abbreviare il periodo di interregno
prima della nascita di un nuovo impero. È a tale scopo
che egli ha radunato le centinaia di migliaia di volontari,
per scrivere insieme a loro l’enciclopedia:

Io non sostengo che riusciremo a evitare la caduta. Ma non


è ancora troppo tardi per accorciare l’interregno che segui-
198 la biblioteca di alessandria

rà. È possibile, signori, ridurre l’anarchia a un solo millen-


nio, se si permette al nostro gruppo di continuare l’opera. 1

Il governo, nel timore di disordini, decreta che Seldon


possa attuare il suo progetto, ma non su Trantor, bensì
su Terminus, un minuscolo pianeta ai più remoti confi-
ni dell’impero. Gli enciclopedisti partono per Terminus e
cominciano la loro immensa opera. Dopo pochi decenni,
come previsto da Seldon, l’impero comincia a disgregarsi,
e Terminus resta l’unico faro di civiltà e tecnologia in un
universo tornato alla barbarie.
Ma un giorno, il capo dell’amministrazione civile di Ter-
minus, Salvor Hardin, si accorge che nel progetto di Seldon
qualcosa non torna, e di fronte alla diffidenza del consiglio
degli enciclopedisti, che lo considera quasi un eretico, spie-
ga polemicamente le ragioni del suo turbamento:

Lord Dorwin pensa che il modo migliore per diventare un


buon archeologo sia quello di leggere tutti i libri pubblica-
ti sull’argomento; libri scritti da uomini morti da centina-
ia di anni. Pensa che per risolvere le controversie archeo-
logiche basti contrapporre le diverse autorità in materia.
(...) Non vedete l’errore che c’è in tutto questo? (...) Noi
sediamo qui, considerando l’Enciclopedia il non plus ul-
tra. Pensiamo che il massimo scopo della conoscenza sia
la classificazione delle scoperte passate. È importante, lo
riconosco, ma non si può andare più in là? (...) In Gamma
Andromeda una centrale è esplosa a causa delle ripara-

1
I. Asimov, Cronache della galassia, trad. it a cura di C. Scaglia, Milano
1974 [I ed. Oscar Mondadori; ed. or. Foundation, New York 1951], p. 28.
capitolo 5 199

zioni eseguite male (...). Quale soluzione è stata propo-


sta? Addestrare nuovi tecnici? No: si limita il consumo
dell’energia atomica! È un problema che si estende a tutta
la galassia: è l’adorazione del passato. 2

Hardin, come si scoprirà poi, ha visto giusto: per atte-


nuare le conseguenze del crollo dell’impero Hari Seldon ha
concepito nascostamente qualcosa di ben diverso dall’enci-
clopedia; e i dotti di Terminus, persuasi che spettasse a loro
salvare la galassia, scopriranno tutta la vacuità del proprio
ruolo di custodi d’una sapienza morta.
Molti avranno riconosciuto in questa righe l’esordio
del romanzo di Isaac Asimov Cronache della galassia, che
fa parte di un amplissimo ciclo narrativo ispirato alla Sto-
ria del declino e della caduta dell’impero romano di Edward
Gibbon. In esso giganteggia la figura di Salvor Hardin, che
non è uno scienziato né un erudito, ma da uomo d’azione
qual è, da consumato politico, è abituato a misurare la realtà
senza illusioni. È dunque lui, come abbiamo visto, a com-
prendere che la conoscenza non può essere semplicemente
“conservata”: perché se il mondo circostante regredisce, se
non si sperimentano vie nuove, ben presto anche il sapere
racchiuso negli antichi testi diventa irraggiungibile.
Fu questo che accadde anche alla grande scienza elle-
nistica: quando, sul finire del I secolo a.C., il modello di
organizzazione collettiva degli studi creato ad Alessandria
venne abbandonato, quasi tutte le opere più avanzate pro-
dotte da quella magnifica stagione intellettuale andarono
perdute, per la semplice ragione che gli studiosi delle epo-
2
Ibid., p. 63.
200 la biblioteca di alessandria

che successive non riuscivano più a comprenderle, e dun-


que smisero di ricopiarle:

La gravità della distruzione delle opere ellenistiche è


stata spesso sottovalutata, in base all’ottimistica teoria
che quelle sopravvissute fossero le opere migliori. (...)
Purtroppo questa visione ottimistica si è rivelata desti-
tuita di fondamento. Infatti le opere migliori non pos-
sono salvarsi grazie a un meccanismo automatico di se-
lezione naturale in presenza di un generale regresso del
livello della civiltà. Il fatto che la stessa tradizione che
ci ha conservato integralmente i 37 libri della Natura-
lis historia di Plinio avesse trascurato di tramandarci le
poche fondamentali pagine del trattato Sul metodo è da
solo una prova che questo sia proprio il nostro caso. La
selezione dei posteri ha privilegiato le compilazioni o
comunque le opere scritte in un linguaggio ancora com-
prensibile nella tarda antichità e nel medio evo, quando
la civiltà era regredita al livello prescientifico. 3

In questo senso, la grandezza di Tolemeo Soter o del Fi-


ladelfo – due uomini di potere, proprio come Salvor Har-
din – è di aver concepito la biblioteca non come un archi-
vio chiuso, intangibile, ma come uno strumento al servizio
d’una comunità di studiosi che se ne servisse per generare
nuova conoscenza. A far grande la fama della biblioteca di
Alessandria nell’antichità, difatti, non furono i suoi exploits
numerici (gli autori antichi ne parlano quasi solo in rela-
zione al tema della distruzione) quanto i grandi personaggi
– poeti, filologi, storici, geografi, matematici, medici, astro-
3
Russo, La rivoluzione dimenticata, p. 25.
capitolo 5 201

nomi etc. – che per secoli popolarono le sue sale. A confer-


ma di ciò, altre biblioteche “grandi” per il numero di rotoli
posseduti, come quella di Pergamo o quella di Efeso, non
entrarono mai nell’immaginario collettivo perché non coa-
gularono mai attorno a sé delle scuole paragonabili a quella
alessandrina; mentre la biblioteca del Peripato, senz’altro
modesta quantitativamente, fa ancora versare molto in-
chiostro in ragione della sua connessione con Aristotele.

2. Come muoiono le biblioteche

La storia delle biblioteche antiche, è stato scritto, si con-


clude spesso nel fuoco  4. Nel caso di Alessandria, le fonti
sull’incendio nel 48 a.C. sono tutto sommato coerenti, vicine
cronologicamente ai fatti e nel complesso non meritano lo
scetticismo a priori di una parte della critica moderna, anche
se è probabile che le collezioni librarie distrutte siano state
prontamente ricostituite, almeno in parte (cfr. cap. 4 § 2.3).
D’altra parte, anche la nostra età ha visto perire nel fuo-
co grandi biblioteche o depositi librari. Ben noti sono i casi
della biblioteca personale di Theodor Mommsen, distrutta
accidentalmente dallo studioso stesso il 12 luglio 1880  5, o
quello della grande biblioteca dell’Università Cattolica di
Lovanio, distrutta dalle armate tedesche il 14 agosto 1914,
ricostruita dopo la grande guerra (con gli indennizzi bellici
imposti alla Germania) e nuovamente distrutta dalle truppe
naziste all’inizio della seconda guerra mondiale (16-17 mag-
4
Canfora, La biblioteca scomparsa, p. 198.
5
Cfr. O. Diliberto, La biblioteca stregata. Nuove tessere di un
mosaico infinito, Roma 1995.
202 la biblioteca di alessandria

gio 1940) 6. Per venire ai nostri tempi, si rammenterà il rogo


dei tre milioni di volumi della collezione francese delle Belles
Lettres distrutti il 29 maggio 2002 a Gasny, in Normandia, a
causa d’un banale corto circuito nell’impianto elettrico.
Ma se questi esempi ci ammoniscono sulla fragilità del-
le strutture cui l’umanità affida la memoria di sé, la sorte
normale delle biblioteche non è di venire divorate dal fuo-
co. Esse muoiono, ad esempio, quando viene meno l’im-
petus iniziale che ne aveva reso quasi necessaria l’esistenza;
nel nostro caso, indipendentemente dalla realtà storica
dell’incendio del 48 a.C., la biblioteca di Alessandria co-
minciò a svanire quando venne meno quella tradizione di
studi, incarnata da Callimaco, Eratostene o Aristarco, al
cui supporto era stata creata; non a caso la maggior par-
te delle opere prodotte dal primo Museo scomparve en-
tro la fine del I secolo d.C. Esse muoiono anche quando
il contesto storico e i gusti del pubblico mutano. Chi per
una volta ha provato l’esperienza di aggirarsi tra i corridoi
d’una vecchia biblioteca, specie se non ancora climatiz-
zata e in una sala di norma non accessibile al pubblico, sa
bene che certi libri, talora intere collezioni, deperiscono
lentamente sugli scaffali sino a quando, ormai repellenti al
tatto, divengono del tutto inutilizzabili; possiamo immagi-
narci in questo modo la scomparsa dell’edizione omerica
di Zenodoto o di tanta parte della storiografia ellenistica.
Esse muoiono, infine, per decreto dei detentori del potere
politico, e anche di queste distruzioni è piena la storia.
6
Cfr. e.g. M. Battles, Library. An Unquiet History, New York - Lon-
don 2003, pp. 156-163; L.X. Polastron, Books on Fire. The Destruction
of Libraries throughout History, Rochester (VT) 2007, pp. 171-174.
capitolo 5 203

Oggi tuttavia, grazie ai progressi della tecnologia si sta


facendo strada – anzi sembra quasi a portata di mano – il
sogno di edificare delle nuove biblioteche di Alessandria:
universali, come quella antica, nell’articolazione e nel con-
tenuto delle collezioni; ma a differenza di quella, immuni
da ogni genere di fuoco, reale o metaforico.

3. Le biblioteche universali oggi

In questi anni la Comunità Europea ha dato vita a un pro-


getto grandioso destinato a finanziare lo sviluppo e la crescita
di Europeana, la biblioteca digitale europea il cui obiettivo è
quello di raccogliere in un archivio elettronico liberamente ac-
cessibile tutto il materiale culturale conservato nei musei, nelle
biblioteche e nelle collezioni d’Europa 7. Lo spirito che muove
questo progetto è chiaramente sintetizzato in una pagina del
sito web della Commissione Europea dedicata alle iniziative
concernenti le biblioteche digitali. Il testo recita così:

Nei tempi antichi si diceva che la biblioteca di Alessandria


contenesse fino al 70% di tutto lo scibile umano. La sfida
dell’era digitale è quella di far ancora meglio, e di ottenere
che il risultato sia più duraturo nel tempo. L’iniziativa eu-
ropea per le biblioteche digitali vuole rendere accessibili
a tutti le risorse culturali europee e i risultati della ricerca
scientifica (...), conservandoli per le generazioni future. 8
7
Si può prendere visione del progetto Europeana al seguente in-
dirizzo: http://europeana.eu. Il sito è ancora un prototipo e se ne at-
tende la versione definitiva.
8
Il testo si trova nella pagina i2010: Digital Libraries Initiative, con-
sultabile nel sito della Commissione Europea: http://ec.europa.eu/in-
formation_society/activities/digital_libraries/index_en.htm.
204 la biblioteca di alessandria

Questa dichiarazione non è certo isolata, ma sintetizza


in poche righe due delle principali esigenze del mondo
contemporaneo: l’accessibilità del sapere e la sua portabi-
lità, con le quali si intendono la conservazione del patri-
monio umano nel lungo periodo e la sua indipendenza
dal supporto di archiviazione 9.
Il lettore appassionato del mondo antico si sarà com-
piaciuto del fatto che la dichiarazione della Commissione
Europea esordisce evocando il nome della biblioteca di
Alessandria. Come vedremo, però, ancora una volta il ri-
chiamo non è isolato.
Nel 2006 Don Tapscott e Anthony Williams hanno pub-
blicato un libro che teorizza una nuova forma di economia,
la cosiddetta wikinomics 10. Questo neologismo indica la
nuova “economia della conoscenza” e nasce dalla fusione
del vocabolo inglese economics e del termine hawaiiano wiki,
che significa “rapido” ed è oggi molto utilizzato per allude-

9
La bibliografia e le risorse elettroniche sull’argomento sono
sterminate, dato che questi temi sono ormai discussi da molti anni.
Per una sintesi che riguarda il mondo degli studi umanistici si ri-
manda a T. Numerico - D. Fiormonte - F. Tomasi, L’umanista
digitale, Bologna 2010. In lingua inglese è fondamentale la raccolta
di studi pubblicata in S. Schreibman - R. Siemens - J. Unsworth
(eds.), A Companion to Digital Humanities, Malden (MA) 2004. Per
quanto riguarda le ricerche sull’antichità classica, si segnala il recen-
tissimo volume di G. Bodard - S. Mahony (eds.), Digital Research
in the Study of Classical Antiquity, Farnham 2010.
10
D. Tapscott - A.D. Williams, Wikinomics. How Mass Collabo-
ration Changes Everything, New York 2006. Il libro è stato tradotto in
italiano ed è ora disponibile nella seconda edizione: Wikinomics 2.0. La
collaborazione di massa che sta cambiando il mondo, Firenze 2008.
capitolo 5 205

re a progetti digitali sviluppati grazie alla collaborazione di


tutti coloro che vi partecipano: il più famoso è senz’altro
Wikipedia, l’ “enciclopedia libera” nata sul web grazie alla
collaborazione volontaria di milioni di redattori.
La teoria della wikinomics nasce dall’esperienza ma-
turata da aziende e da progetti di ricerca internazionali,
che negli ultimi decenni si sono avvalsi con successo della
collaborazione massiccia e diffusa – quella che in inglese
viene chiamata peer production – e delle cosiddette tecno-
logie open source come il software collaborativo.
La wikinomics si basa su quattro princìpi fondamentali
(apertura, peering, condivisione e azione globale) e agli occhi
dei suoi teorizzatori rappresenta un motore di innovazione,
oltre che di creazione di ricchezza, mai raggiunto prima.
Ai fini del nostro discorso, ma senza entrare nel meri-
to del dibattito suscitato da questa teoria, è interessante
rilevare che il sesto capitolo del libro di Tapscott e Wil-
liams è intitolato I nuovi alessandrini. La condivisione della
scienza e la scienza della condivisione. Il capitolo si apre ci-
tando la biblioteca di Alessandria e descrivendo la portata
di questa antica istituzione per la storia dell’umanità. Vale
la pena di leggere il testo per comprendere come questo
fenomeno degli studi classici sia oggi percepito anche in
settori lontani come quello dell’economia:

I Greci di Alessandria erano ispirati da un’idea semplice,


ma assai efficace. Raccogliere tutti i libri, tutti i resoconti
storici, tutta la grande letteratura, tutte le opere teatrali,
tutti i trattati matematici e scientifici dell’epoca e conser-
varli in un unico edificio. In altre parole, prendere la sum-
ma della conoscenza umana e condividerla per promuo-
206 la biblioteca di alessandria

vere il progresso delle scienze, delle arti, della ricchezza e


dell’economia. Gli Alessandrini arrivarono molto, molto
vicino al raggiungimento di questo obiettivo: all’apice del
loro splendore, in base ad alcune stime, sembra che aves-
sero accumulato più di mezzo milione di volumi.
Indubbiamente in quel luogo si potevano trovare le
opere di grandi pensatori come Aristotele, Platone e So-
crate. Fu anche il luogo in cui Archimede inventò la pom-
pa a vite per l’aspirazione dell’acqua, Eratostene misurò il
diametro della Terra ed Euclide scoprì le regole della geo-
metria. Tolomeo scrisse l’Almagesto ad Alessandria; rima-
se il testo scientifico più influente sulla natura dell’univer-
so per quasi 1500 anni. Per tutte queste ragioni, la Grande
Biblioteca di Alessandria viene considerata da molti la
prima sede mondiale di grande importanza per l’appren-
dimento, forse anche la prima università, nonché il luogo
in cui nacque la scienza moderna.
Quando la biblioteca fu distrutta, nel V secolo d.C.,
l’evento rappresentò una grave battuta d’arresto per le arti
e le scienze. (...) Con i suoi 42 milioni di volumi, oggi la
New York Public Library è più grande della Biblioteca di
Alessandria, ma ci sono ancora pochissime biblioteche
che eguagliano la collezione conservata ad Alessandria
quasi 2000 anni fa, sebbene il patrimonio delle cono-
scenze umane, attualmente, sia infinitamente più ricco di
quanto non fosse nel V secolo d.C.
In effetti siamo fortunati a vivere nel periodo in cui
l’accumulo della conoscenza e della cultura umana è più
vasto e rapido che mai. (...)
Grazie a una nuova generazione di alessandrini questa
fonte di conoscenza, passata e presente, presto sarà acces-
sibile come i nostri antenati avrebbero soltanto potuto
sognare. Imprese come Google – e biblioteche gestite da
capitolo 5 207

istituzioni stimate come gli atenei di Harvard, Oxford e


Stanford – stanno scansionando rapidamente migliaia di
libri, traducendoli in bit. Assieme a contenuti mediatici
di ogni tipo, questi libri digitalizzati verranno accorpati
all’interno di una biblioteca universale della conoscenza
e della cultura umana.
Quando la nuova Biblioteca Virtuale di Alessandria
sarà fruibile, offrirà una base condivisa per la collabora-
zione, l’apprendimento e l’innovazione che farà apparire
l’Internet di oggi come un negozio di libri usati. 11

La digressione sulla biblioteca di Alessandria serve agli au-


tori del libro per spiegare uno dei nodi essenziali della loro te-
oria, e cioè il principio della scienza collaborativa: soltanto in
un mondo in cui i ricercatori possono accedere liberamente al
patrimonio scientifico e condividere i risultati delle loro ricer-
che, si può veramente ottenere innovazione e progresso 12.
Il paragone con la biblioteca di Alessandria è certamen-
te suggestivo, ma il fatto che gli sviluppatori delle odierne
biblioteche digitali possano essere definiti “nuovi alessan-
drini” ha un grande significato e permette di trarre alcune
brevi riflessioni anche da una prospettiva antichistica 13.

11
Tapscott-Williams, Wikinomics 2.0, cit., p. 171.
12
Il progetto che i due autori citano a modello di questo tipo
di ricerca collaborativa è il Progetto Genoma Umano, il quale, grazie
alla collaborazione tra aziende farmaceutiche e centri di ricerca, ha
permesso di ottenere in una decina d’anni molti risultati nel campo
delle conoscenze genetiche, dando vita a un enorme database pub-
blico di dati genetici: http://genomics.energy.gov/.
13
Oltre a questi due esempi che richiamano la biblioteca di Ales-
sandria, se ne potrebbero naturalmente citare molti altri. Qui si se-
208 la biblioteca di alessandria

Anzitutto il paragone dimostra l’eternità del mito della


biblioteca di Alessandria e la validità della sua costante
riproposizione. Come abbiamo visto nelle pagine prece-
denti, questo mito nasce già nelle fonti antiche e si ali-
menta incessantemente lungo tutto il corso della tradizio-
ne, non foss’altro perché lo slancio verso la conoscenza
universale è insito nella natura umana.
In secondo luogo, il richiamo alla biblioteca di Alessan-
dria costituisce una sfida straordinaria alla ricerca moderna,
dove troppo spesso si assiste a una rigida divisione dei saperi
e a una gelosa protezione dei risultati delle proprie indagini.
Anche se la biblioteca di Alessandria raggiunse il suo
apice in un momento storico ben determinato, e soprattut-
to sotto l’egida di un potere politico fortemente centralizza-
to, è indubbio che il modello di un centro di ricerca come
il Museo – il quale era fondato su un “sinodo” di ricerca-
tori che appartenevano alle più svariate branche del sape-
re e lavoravano fianco a fianco – è valido per ogni tempo
e dovrebbe sempre essere perseguito. Sotto questo aspet-
to, non si può negare che le nuove biblioteche digitali e gli
strumenti virtuali di produzione scientifica che si stanno
sviluppando sul web possono creare un nuovo ambiente di
raccolta e comunicazione tra saperi diversi.
Infine, il fatto che il modello della biblioteca di Alessan-
dria sia alla base del principio ispiratore dei moderni archivi
digitali, e possa persino essere citato in un libro di teoria
economica, dimostra il ruolo che l’umanista – inteso nella

gnala un articolo apparso nel marzo 2010 su The New Republic, dal
titolo Toward a New Alexandria: http://www.tnr.com/print/article/
books-and-arts/toward-new-alexandria.
capitolo 5 209

sua funzione di indagatore e organizzatore del patrimonio


conoscitivo umano – può ancora rivestire oggi, nonostante
la diffusa asserzione della crisi degli studi umanistici 14.
Se questa crisi è innegabile, è altrettanto innegabile che
molto spesso non si dovrebbe parlare di crisi dei contenuti
degli studi umanistici, com’è infatti dimostrato dalla validi-
tà e dalla attualità del modello della biblioteca di Alessan-
dria, quanto piuttosto di crisi degli strumenti tradizionali
su cui si fonda il lavoro dell’umanista. Crisi, questa, che pe-
raltro colpisce moltissimi altri settori, come l’informazione
quotidiana e la carta stampata.
Per comprendere quale possa essere questo nuovo ruo-
lo dell’umanista, soffermiamoci brevemente sul problema
dell’organizzazione e della gestione della conoscenza impo-
sto dai nuovi strumenti di archiviazione del sapere.

4. I nuovi Alessandrini delle Million Book Libraries

Proprio come accadde nella biblioteca di Alessandria,


una delle principali preoccupazioni degli sviluppatori delle
odierne biblioteche digitali non riguarda solo la raccolta del
maggior numero possibile di testi e di collezioni, ma anche
quello della loro catalogazione e fruizione.
Il web, infatti, è un gigantesco archivio in continua evolu-
zione, e, così com’è facile depositare al suo interno una gran-

14
Oltre al confronto con la biblioteca di Alessandria, Tapscott e
Williams hanno anche coniato il termine ideagorà, con il quale indi-
cano spazi web dove le persone, i ricercatori e i professionisti posso-
no incontrarsi per scambiare idee e avviare collaborazioni, proprio
come nelle piazze dell’antico mondo greco (le agorài, appunto): vd.
Wikinomics 2.0, cit., p. 107 ss.
210 la biblioteca di alessandria

de quantità di dati in un ridotto arco di tempo, è altrettanto


semplice e rapido perdere molte di queste informazioni, a
causa delle dimensioni incontrollabili della rete e delle limi-
tate capacità umane di assorbimento dei suoi contenuti.
Questo è il motivo per cui ogni oggetto che si vuole
tradurre in formato digitale deve essere trattato in modo
da garantirne la conservazione e la portabilità, al fine di
proteggerlo non soltanto dal rischio dell’invecchiamento
e del deterioramento del supporto sul quale è conservato,
ma anche di evitare che sia perduto nell’immenso archi-
vio in cui viene collocato.
A questo riguardo sono stati sviluppati dei sistemi di
rappresentazione e descrizione dei dati che ne garantisco-
no non soltanto l’indipendenza dalle piattaforme hardware
e software, ma anche l’interoperabilità, e cioè la possibilità
di essere scambiati fra sistemi diversi che ne possono così
comprendere la struttura e la semantica.
In tutto questo giocano un ruolo fondamentale i lin-
guaggi di marcatura, che sono stati sviluppati per una
rappresentazione portabile dei dati, e le cosiddette me-
tainformazioni, che descrivono il dato in modo tale da
permettere alla macchina di recuperarlo e gestirlo per la
fruizione da parte dell’utente 15.
Questa codifica delle informazioni è particolarmente
congeniale all’umanista, perché si tratta anzitutto di un
processo di interpretazione e di un’attività di modelliz-

15
Su queste tematiche vd. E. Pierazzo, La codifica dei testi. Un’in-
troduzione, Roma 2005; F. Tomasi, Metodologie informatiche e disci-
pline umanistiche, Roma 2008; Numerico - Fiormonte - Tomasi,
L’umanista digitale, cit., p. 119 ss.
capitolo 5 211

zazione, visto che richiede l’analisi e la comprensione


del dato nelle sue caratteristiche più profonde, proprio
come avviene nell’abituale esercizio esegetico del culto-
re delle scienze umane 16.
Dunque, così come nel Museo di Alessandria Calli-
maco e i suoi allievi si posero il problema di selezionare
e catalogare i rotoli di papiro acquistati dai Tolemei e le
opere in essi contenute, anche oggi si ripropone lo stesso
problema dinanzi alla gestione e alla catalogazione delle
collezioni che vengono giornalmente immesse nelle gi-
gantesche biblioteche digitali come Europeana e Google
Books, solo per citare le più importanti 17.
E questa sfida riguarda anche il lavoro quotidiano dell’an-
tichista, che oggi è posto dinanzi all’esigenza di trasferire le
fonti antiche sui nuovi supporti digitali, i quali offrono tutta
una serie di potenzialità, che riguardano principalmente le
svariate possibilità di rappresentare tanto la componente

16
Cfr. F. Ciotti, La codifica del testo, XML e la Text Encoding Ini-
tiative, in L. Bournard - C.M. Sperberg-McQueen, Il manuale
TEI Lite. Introduzione alla codifica elettronica dei testi letterari, Milano
2005, pp. 9- 42. Sul contributo che i più antichi modelli del pensiero
classico possono dare alla moderna codifica dei dati vd. M. Parodi -
A. Ferrara, XML, semantic web, e rappresentazione della conoscenza,
in «Mondo Digitale» 3, 2002, pp. 42-51.
17
Per quanto riguarda le fonti dell’antichità classica, un esempio
concreto del lavoro che lo studioso moderno deve affrontare nella
gestione delle nuove biblioteche digitali è dimostrato dal Perseus
Project (http://www.perseus.tufts.edu): vd. G. Crane - D. Bamman -
A. Jones, ePhilology: When the Books Talk to Their Readers, in R.
Siemens - S. Schreibman (eds.), A Companion to Digital Literary
Studies, Malden (MA) 2008, pp. 29-64.
212 la biblioteca di alessandria

materiale quanto quella più strettamente contenutistica e


interpretativa delle testimonianze del passato.
Queste esigenze hanno fatto emergere una nuova di-
sciplina o, meglio, una nuova forma della stessa antica
disciplina, che i Greci avevano chiamato philologia co-
gliendone tutta l’essenza e l’eterna validità, e cioè l’amore
per il sapere e l’anelito verso la conoscenza. In questa sua
rinnovata forma, la filologia digitale si occupa di trovare
nuove soluzioni a vecchi problemi, come la formazione di
collezioni di fonti antiche, la riproduzione di manoscritti,
la trascrizione di testi a stampa, e lo studio delle relazioni
tra il documento e le sue rappresentazioni. Essa, però, nel
momento in cui si serve di un nuovo strumento di con-
servazione condiviso da altre discipline, deve necessaria-
mente confrontarsi anche con altri saperi, e in particolar
modo con le scienze esatte da cui provengono i mezzi elet-
tronici. In questo confronto la filologia non soltanto trae
spunti d’innovazione, ma contribuisce anche a una sorta
di ricomposizione di una “relazione perduta” tra diversi
mondi della conoscenza, che non può non rievocare l’an-
tico ambiente del Museo di Alessandria 18.
Dicevamo, nuove soluzioni e vecchi problemi. Come
si osserva da più parti, stiamo vivendo una nuova epoca di
selezione, catalogazione e trasferimento del sapere, proprio
come accadde nell’Alessandria dei Tolemei, nei monasteri
medievali e nel periodo successivo all’invenzione della stam-

18
Sullo sviluppo della filologia digitale (o filologia computaziona-
le) nell’ambito dell’informatica umanistica vd. A. Celentano - A.
Cortesi - P. Mastandrea, Informatica umanistica: una disciplina di
confine, in «Mondo Digitale» , 2004, pp. 44-55.
capitolo 5 213

pa. Se nuove straordinarie conoscenze si stanno acquisendo


e continueranno ad acquisirsi, ci saranno però anche nuove
distruzioni e naufragi, risultato inevitabile di «quel duplice
contraddittorio processo che conduce, da un lato, ad una
perdita nel patrimonio della testualità storicamente data e,
dall’altro, allo stabilirsi di un nuovo canone culturale» 19.
Questo replicarsi della perdita e della formazione di un
nuovo canone rimetterà ancora una volta alla prova altri
“nuovi alessandrini”, che dai naufragi e dalle distruzioni di
più antiche biblioteche dovranno recuperare e organizzare
un nuovo sapere in un processo incessante di ricomposizio-
ne di frustuli, proprio come ha suggestivamente tratteggia-
to Umberto Eco nelle ultime righe de Il nome della rosa:

Raccolsi ogni reliquia che potei trovare e (...) passai mol-


te e molte ore a tentar di decifrare quelle vestigia. Spesso
riconobbi da una parola o da una immagine residua di
quale opera si trattasse. Quando ritrovai nel tempo altre
copie di quei libri, li studiai con amore, come se il fato mi
avesse lasciato quel legato, come se l’averne individuato
la copia distrutta fosse segno chiaro del cielo che diceva
tolle et lege. Alla fine della mia paziente ricomposizio-
ne mi si disegnò come una biblioteca minore, segno di
quella maggiore scomparsa, una biblioteca fatta di bra-
ni, citazioni, periodi incompiuti, moncherini di libri.  20

19
R. Mordenti, Informatica e critica dei testi, Roma 2001, p. 132.
20
U. Eco, Il nome della rosa, Milano 1980.
Appendice

Principali scrittori antichi


citati nel volume

i. Achille Tazio
L’età in cui fiorì è ignota ma certo non posteriore al II
secolo d.C., perché a quest’epoca risale un papiro, pubblicato
nel 1989 [POxy 3836], con alcune linee di testo del romanzo
erotico in otto libri Leucippe e Clitofonte.
Secondo la Suda [(Α 4695) s.v. Ἀχιλλεὺς Στάτιος] avrebbe
anche composto un trattato Sulle sfere, delle Etimologie e una mi-
scellanea storica, di cui però non resta nulla. Da ultimo si sarebbe
convertito al Cristianesimo ascendendo al soglio episcopale, ma
la notizia è dubbia, perché più o meno le stesse cose si dicevano
sul conto di un altro romanziere, Eliodoro, che sarebbe stato
vescovo di Tricca in Tessaglia [Chronicon breve 110, 716].
La storia della bella Leucippe e del suo amato Clitofonte
– i quali, fuggiti dalla nativa Tiro per timore di uno scandalo,
vanno incontro a un’incredibile serie di peripezie, ma infine
riescono a congiungersi in matrimonio – presenta tutti i topoi
del genere: ambientazione in luoghi esotici (la vicenda si
svolge per buona parte in Egitto), rapimenti, morti apparenti,
grande abbondanza di lacrime, e soprattutto un lieto fine.

ii. Ammiano Marcellino


Nato fra il 330 e il 335 d.C. ad Antiochia di Siria, si dedicò
all’attività storiografica solo in età relativamente avanzata,
216 la biblioteca di alessandria

dopo il congedo dall’esercito e il trasferimento a Roma


(378). In precedenza aveva militato come protector domesti-
cus (ufficiale di stato maggiore) sul confine orientale, quindi
l’imperatore Costanzo II l’aveva spedito in Italia, assieme al
suo generale Ursicino, a reprimere il tentativo di usurpazione
di Claudio Silvano (355); tornato in Oriente, era miracolosa-
mente uscito vivo dall’assedio persiano alla città di Armida, e
aveva poi quasi certamente preso parte alla tragica spedizione
dell’imperatore Giuliano contro i Parti (363).
Le sue Storie, originariamente in trentuno libri, abbraccia-
vano un periodo storico di circa tre secoli, dall’inizio del prin-
cipato di Nerva (96), come dichiarato nella pagina conclusiva
dell’opera [XXXI 16, 9], alla battaglia di Adrianopoli (378); ma
i primi tredici libri sono andati perduti, cosicché oggi possiamo
leggere la narrazione ammianea – sempre vivace e avvincente,
e nel complesso equilibrata – solo a partire dall’anno 353.

iii. Arriano
Nato tra l’85 e il 90 d.C. a Nicomedia, in Bitinia, Lucio Fla-
vio Arriano conobbe in gioventù il grande filosofo Epitteto, di
cui qualche anno dopo pubblicò i Discorsi (Διατριβαί). Entrato
sui vent’anni nell’esercito, divenne subito uno dei più stretti
collaboratori di Gaio Avidio Nigrino, console nel 110 e, più
tardi, sfortunato candidato alla successione di Traiano. Con-
temporaneamente strinse un’intensa amicizia con Adriano, il
quale, dopo l’ascesa al soglio imperiale (117), ne favorì in tutti
i modi la carriera; fu così dapprima proconsole della Spagna
Betica, poi console (nel 129 o 130), infine governatore della
Cappadocia (131-137). In quest’ultima veste fu chiamato a im-
pedire che gli Alani, una tribù barbarica nomade, dilagassero
appendice 217

nella regione (134), e trasse da questa esperienza un’opera


storica intitolata Schieramento contro gli Alani (Ἔκταξις κατὰ
τῶν Ἀλανῶν). Sempre come governatore della Cappadocia
ispezionò le coste del Mar Nero, ricavandone anche in que-
sto caso un piccolo trattato geografico, il Periplo del Ponto
Eusino (Περίπλους Εὐξείνου πόντου). Dopo la fine del periodo
di governatorato, che coincise approssimativamente con la
scomparsa del suo eminente protettore (138), si trasferì ad
Atene, ove nel 145/6 ricevette l’ultimo grande onore: venne
eletto arconte. L’anno della morte è ignoto.
La sua opera più importante è l’Anabasi di Alessandro
(Ἀλεξάνδρου Ἀνάβασις), una storia in sette libri delle imprese
di Alessandro Magno – la migliore tra quelle rimasteci – basata
sulle perdute memorie storiche di Aristobulo di Cassandrea e
di Tolemeo I Soter, che alla spedizione asiatica di Alessandro
avevano direttamente partecipato, il secondo anche come
“compagno” del re. Compose inoltre una Descrizione dell’India
(Ἰνδική) basata sui resoconti di Nearco e Megastene; un trat-
tato di tattica militare (Τακτικὴ τέχνη); un altro trattato sulla
caccia (Κυνηγετικός); e varie opere oggi scomparse, tra le quali
una Storia dei successori di Alessandro (Τὰ μεθὰ Ἀλέξανδρον) in
dieci libri, una Storia della Bitinia (Βιθυνιακά) in otto libri, una
Storia dei Parti (Παρθικά) in diciassette libri.

iv. Ateneo di Naucrati


Nativo di una città egiziana sull’estremo lembo occiden-
tale del delta del Nilo (quello cosiddetto “canopico”), a una
settantina di chilometri da Alessandria, visse probabilmente
tra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C., giacché sembra
considerare l’imperatore Commodo, morto nel 192, come
218 la biblioteca di alessandria

un contemporaneo [Deipn. XII 537 f]; inoltre uno dei suoi


personaggi, di nome Ulpiano, è forse identificabile con
l’omonimo giurista assassinato nel 223.
Scrisse una delle opere più originali e allo stesso
tempo dotte dell’intera letteratura greca, i Deipnosofisti
(Δειπνοσοφισταί, “i filosofi a banchetto”): in essa l’autore
finge di riferire a un certo Timocrate il contenuto d’una
conversazione tenutasi nella casa romana di un ricco si-
gnore, Larense, in occasione di una cena nella quale venti-
nove convitati s’erano sfidati in una gara di erudizione sul
tema del cibo e del vino. Di per sé, il valore letterario dei
Deipnosofisti non è eccelso; l’opera tuttavia costituisce una
straordinaria miniera di citazioni – a migliaia – di autori
e opere perdute, due delle quali dello stesso Ateneo: una
monografia storica sui re di Siria [Deipn. V 211 a] e una dis-
sertazione su un pesce chiamato θρᾷττα [Deipn. VII 329 c].
L’attuale redazione in quindici libri deriva forse da un
originale in trenta; a noi comunque restano solo i libri
III-XV, mentre dei primi due possediamo un’Epitome, cioè
una versione condensata.

v. Aulo Gellio
Nato a Roma verso il 130 d.C., poco dopo i vent’anni si recò
in Grecia per perfezionarsi negli studi filosofici; qui entrò in
amicizia con Calvisio Tauro ed Erode Attico, il ricchissimo
filosofo che spendeva il suo patrimonio adornando di splen-
didi monumenti le principali località della Grecia.
Tornato a Roma, Gellio divenne giudice extra ordinem
(cioè onorario) e pubblicò le Noctes Atticae, una miscellanea
in venti libri – oggi il libro VIII è perduto – di notizie erudite
appendice 219

di vario genere, dalla letteratura alla linguistica, dalla filosofia


al diritto, dalle scienze matematiche a quelle naturali; il titolo
allude appunto alle lunghe notti invernali di veglia passate
ad Atene, nel corso delle quali l’opera avrebbe preso forma.
L’anno della morte dello scrittore è sconosciuto. È tuttavia
molto probabile che nel 158 le Noctes Atticae fossero già in
circolazione, perché in uno scritto di tale anno, l’Apologia di
Apuleio [cap. 9], i poeti latini Valerio Edituo, Porcio Licino e
Q. Lutazio Catulo vengono citati nell’identica sequenza in cui
figurano in Gellio [NA XIX 9, 10]. Quest’ultimo, d’altra parte,
afferma nell’incipit delle Noctes Atticae di volerle prolungare
oltre il ventesimo libro [I 22-24]: se la promessa non fu man-
tenuta, è verosimilmente perché di lì a poco sopraggiunse la
morte. Tutto ciò considerato, la scomparsa di Gellio può essere
ragionevolmente collocata poco prima o poco oltre il 158.

vi. Curzio Rufo


Scrisse, in latino, una storia delle imprese di Alessandro Ma-
gno (Historiae Alexandri Magni Macedonis) originariamente
in dieci libri; purtroppo i primi due sono andati perduti, e con
essi anche la prefazione in cui l’autore doveva offrire qualche
informazione su di sé. Di conseguenza, massima è l’incertezza
sulla data di composizione dell’opera, che dai vari critici è
stata collocata in un arco temporale amplissimo, dall’impero
di Augusto (31 a.C. - 14 d.C.) a quello di Teodosio I (379-395);
l’opinione oggi prevalente, tuttavia, è che le Historiae siano
state pubblicate nella seconda metà del I secolo d.C.
Curzio Rufo, in generale, non è un estimatore di Alessan-
dro, e pur riconoscendone la forza d’animo e una straordina-
ria resistenza alle fatiche, non ne tace né cerca di giustificarne
220 la biblioteca di alessandria

gli eccessi, come la pretesa di considerarsi un dio o la facilità


all’ira [cfr. ad es. X 5, 27-34]. In ogni caso, lo scrittore si sforza
sempre di giudicare le cose con obiettività, ed è anche per
questo che il dibattito sulle fonti delle Historiae resta aper-
tissimo. A tale proposito, sulla base di certe analogie con il
XVII libro della Biblioteca storica di Diodoro Siculo, dedicato
appunto al regno di Alessandro, si fa spesso il nome di Clitar-
co di Alessandria (uno storico del IV secolo a.C.) quale fonte
comune di Diodoro e Curzio Rufo: ma di Clitarco rimane
così poco – appena trentasei frammenti sicuri, nei Fragmente
der griechischen Historiker di Felix Jacoby – da rendere ogni
congettura estremamente precaria.

vii. Diodoro Siculo


Nacque in un paesino della Sicilia centro-orientale, Agyrion
– l’odierna Agira – intorno all’80 a.C. Nel proemio della Bi-
blioteca storica (Βιβλιοθήκη ἱστορική), una compilazione di
storia universale dalle origini mitiche dei Greci e dei barbari
al 60/59 a.C., dichiara di aver percorso gran parte dell’Europa
e dell’Asia, tra mille avversità e pericoli, per vedere di persona
le terre di cui intendeva scrivere: giacché, aggiungeva, «a
causa della non conoscenza dei luoghi sono stati commessi
molti errori non solo dagli storici dilettanti, ma anche da quelli
concordemente ritenuti come i maggiori» [I 4, 1].
Se questi viaggi furono realmente effettuati, sembra che
non abbiano dato molto frutto, perché talvolta Diodoro
commette errori topografici che sarebbero stati impossibili
se avesse realmente avuto conoscenza dei luoghi. Allo stesso
modo è parsa a molti esagerata l’affermazione di aver acqui-
sito grande padronanza del latino tramite la frequentazione
appendice 221

con i Romani dell’isola e di aver ricostruito le imprese di


Roma «sulla base delle loro storie (hypomnèmata) annotate
presso di loro da molti secoli a questa parte» [I 4, 4].
Diodoro afferma di essere stato indotto a scrivere una sto-
ria universale dalla constatazione che se una persona comune
desiderasse conoscere le gesta del mondo intero, dall’età più
remota in poi, incontrerebbe grandi difficoltà sia nel procu-
rarsi i libri necessari, sia nel seguire il filo degli eventi, a causa
dell’abbondanza e della difformità delle trattazioni; perciò si
sarebbe proposto di scegliere egli stesso per i propri lettori le
opere migliori su ciascun periodo, intessendole l’una all’altra
in un racconto continuato. La Biblioteca storica non è quindi
un’opera originale, ma un collage di narrazioni storiche altrui,
cui Diodoro aggiunge solo le sezioni di raccordo; ma siccome
tali narrazioni sono andate perdute, lo scrittore di Agyrion
costituisce per noi una fonte documentaria insostituibile. Per
fare un esempio, la nostra conoscenza di uno dei principali
storici del IV secolo a.C., Eforo di Cuma, si deve in gran parte
al fatto che Diodoro lo sceglie quale autore di riferimento per
la storia del mondo greco dal 478 al 323 a.C.
Degli originali quaranta libri della Biblioteca storica ci
restano i ll. 1-5 (origini dei popoli orientali e dei Greci) e i ll.
11-20 (480 - 302/1 a.C.), più frammenti o estratti degli altri.

viii. Dione Cassio


Vissuto fra il 160 e il 235 d.C. circa, nelle gerarchie politi-
che e militari d’età severiana occupò un posto di primissimo
piano. Come egli stesso riferisce [LXXV 15, 3], era nato a
Nicea di Bitinia, nella Turchia attuale, da una gens di rango
senatorio. Anche lui riuscì a entrare in Senato, al tempo di
222 la biblioteca di alessandria

Commodo; fu poi pretore con Pertinace, console suffectus


(“subentrato”) con Settimio Severo e ancora console, come
collega dell’imperatore Alessandro Severo, nel 229. Tra i
due consolati rivestì anche le cariche di curator di Smirne e
Pergamo (217-218), proconsole d’Africa, governatore delle
province di Dalmazia e Pannonia Superiore; negli ultimi
anni, infine, fece ritorno in Bitinia.
Per intensità e impegno la sua attività letteraria non fu
inferiore a quella istituzionale: infatti, oltre a due opere
oggi perdute, un trattato Sui sogni e sui presagi di Settimio
Severo e una biografia di Arriano, scrisse una Storia di
Roma (Ῥωμαϊκὴ ἱστορία), ordinata annalisticamente, in
ben ottanta libri. Di essa ci restano per intero solo i libri
XXXVI-LIV (68-10 a.C.); possediamo tuttavia i libri
LV-LX (9 a.C. - 46 d.C.) in forma abbreviata, mentre di
quasi tutti gli altri ci è noto il contenuto grazie a due scrit-
tori d’età bizantina, Giovanni Xifilino e Zonara.

ix. Epifanio di Salamina


Nacque nei primi decenni del IV secolo d.C. ad Eleuthe-
ropolis, in Giudea. Dopo un probabile soggiorno giovanile
in Egitto, nel 333 tornò in patria, e divenuto presbitero fondò
nei pressi del paese natale un monastero in cui visse per circa
trent’anni. In possesso di una cultura molto vasta – Girolamo
lo chiamava “l’uomo dalle cinque lingue” (πενταγλωσσίς)
perché conosceva il greco, il latino, l’egiziano, l’ebraico e il
siriaco – nel 366 dovette abbandonare Eleutheropolis essendo
stato nominato vescovo di Costanza, l’antica Salamina di Ci-
pro. Dopo l’elezione episcopale, oltre a curare i propri fedeli,
si spese moltissimo a favore dell’ortodossia niceno-costanti-
appendice 223

nopolitana, difendendola sia con la scrittura sia intervenendo


a sinodi e concili. Si spense a Cipro poco dopo il 400.
La sua opera principale fu la Cesta (scil. dei medicinali
contro l’eresia) (Πανάριον) – altrimenti detta Contro gli eretici
(Adversus haereses) – in cui vengono confutate ottanta ere-
sie pagane, cristiane ed ebraiche. Di lui ci restano inoltre il
trattato di antiquaria biblica Sulle misure e i pesi (Περὶ μέτρων
καὶ σταθμῶν) e varie epistole.

x. Galeno
Nacque in Asia Minore, a Pergamo, nel 129 d.C.; il padre,
un ricco architetto, gli impartì la tradizionale educazione
filosofica, ma sulla soglia della maggiore età il ragazzo si
appassionò agli studi di medicina, che portò a termine con
numerosi maestri, dapprima a Pergamo, poi a Smirne e a
Corinto e infine ad Alessandria. Tornato a Pergamo nel
157, divenne medico dei gladiatori, acquistandosi rapida
fama; dopo pochi anni si trasferì a Roma, dove esercitò sia
la professione di medico sia quella di filosofo. Scoppiata nel
166 un’epidemia di peste, se ne tornò per qualche tempo a
Pergamo. Nel 169 rientrò a Roma e vi rimase al servizio della
casa imperiale sino alla morte, avvenuta in età assai avanzata:
verso il 210 [cfr. Suda (Γ 32) s.v. Γαληνός] o addirittura oltre.

xi. Giovanni Tzetzes


Nacque verso il 1110 d.C. da un grammatico bizantino, Mi-
chele, e da una nobile georgiana, Eudocia. Assieme al fratello
Isacco studiò col padre sino all’età di quindici anni, quindi
con dei tutori che gli insegnarono l’ebraico e il siriaco [Chil.
224 la biblioteca di alessandria

VI 283]. Ebbe il favore della moglie dell’imperatore Manuele I


Comneno, Irene, cui dedicò le Allegorie omeriche, ma si lamen-
tava ad alta voce dell’indifferenza degli aristocratici [Chil. V
941-947]. A un certo punto fu costretto a vendere la propria
biblioteca, ma essendo dotato di prodigiosa memoria, cosa di
cui andava fierissimo [Chil. I 275], riteneva di poter con essa
supplire alla mancanza di libri. La sua produzione fu vasta ma
poco accurata, un difetto che emerge pressoché ad ogni verifica
delle sue citazioni, tanto da godere presso gli studiosi moderni
di una solida fama di inaffidabilità. Morì intorno al 1185.
Tra le sue molte opere si ricordano i commenti e le alle-
gorie omeriche, gli scoli ad Esiodo, Aristofane e Licofrone,
i Carmi iliaci (Ἰλιακά, una collezione di tre poemi sul ciclo
troiano) e soprattutto il Libro di storia (Βίβλος ἱστορική) in tre
“quadri” (πίνακες), come li chiama l’autore: una miscellanea
poetica di dissertazioni mitiche e storiche più nota col titolo
di Chiliàdes (Χιλιάδες, “migliaia”, dal fatto che il primo editore
la suddivise in libri di mille versi l’uno).

xii. Giuseppe Flavio


Nato a Gerusalemme il 37 d.C., vantava di appartenere
a una famiglia sacerdotale ebraica nobilissima, addirittura
connessa, attraverso il ramo materno, alla dinastia regale
degli Asmonei [Vita 2]. Il greco lo imparò da fanciullo; il
latino invece più tardi, forse in occasione di un’ambasceria
alla corte neroniana per chiedere il rilascio di alcuni sacer-
doti (64-66). Conclusasi positivamente la missione, nel 66
Giuseppe divenne governatore aggiunto della Galilea, ma
essendo di lì a poco scoppiata l’insurrezione contro Roma,
dopo un debole tentativo di mediazione decise di appoggiare
appendice 225

i ribelli e fu messo a capo della fortezza di Iotapata in Gali-


lea [BJ II 568; Vita 29]. L’assedio alla rocca fu condotto da
Vespasiano in persona, il comandante delle truppe romane
nella regione, e fu durissimo: nella primavera del 67, vedendo
che la resistenza era ormai vana, Giuseppe e gli altri difen-
sori decisero di darsi reciprocamente la morte piuttosto che
arrendersi: ma quando di tanti uomini furono rimasti in vita
solo lui e un compagno, i due scelsero di sopravvivere [BJ
III 340-391]. In cattività Giuseppe profetizzò a Vespasiano
l’ascesa al soglio imperiale, e allorché l’evento si verificò (69)
il nuovo imperatore ordinò la liberazione del fortunato pro-
feta, che in segno di gratitudine prese il nome di Giuseppe
Flavio. Trasferitosi a Roma, lo scrittore vi trascorse il resto
della vita, spegnendosi verso la fine del I secolo.
Gli scritti di Giuseppe – tutti giunti sino a noi – sono quattro:
1) La guerra giudaica, il racconto in sette libri dell’insurrezione
ebraica contro Roma dagli inizi alla sanguinosa caduta della
fortezza di Masada (73). – 2) le Antichità giudaiche, in venti
libri: un prontuario, ad uso dei Greci e dei Romani, della storia
e delle tradizioni di Israele dalla creazione del mondo all’in-
surrezione giudaica. – 3) la Vita di Giuseppe, un’autobiografia
in cui l’autore tenta di giustificare il proprio comportamento
in occasione della rivolta. – 4) il Contro Apione, una difesa del
Giudaismo dalle accuse mosse dal retore alessandrino Apione
in occasione di un’ambasceria a Caligola del 39.

xiii. Tito Livio


Il “Pompeiano”, come a detta di Tacito [Ann. IV 34] lo
chiamava benevolmente Augusto, che gli era amico, nacque a
Padova nel 59 a.C. e vi morì nel 17 d.C. A Roma si recò per com-
226 la biblioteca di alessandria

pletare gli studi; dopo aver fatto le prime prove letterarie con
dei dialoghi filosofici [Sen., Ep. 100, 9] si rivolse completamen-
te al genere storiografico, attendendo per circa quarant’anni
alla composizione di una storia di Roma in centoquarantadue
libri, dalla fondazione alla morte di Druso (9 d.C.). L’epopea
nazionale che l’impero finalmente pacificato attendeva rese
il suo autore famosissimo: Plinio il Giovane racconta infatti
[Ep. II 3, 8] che un cittadino di Gades, spinto dal nome e dalla
gloria di Livio, Titi Liui nomine gloriaque commotum, si mise
in viaggio dalla lontana Andalusia al solo scopo di vederlo; e
dopo averlo visto se ne ripartì immediatamente.
Della storia liviana ci restano solo trentacinque libri, e cioè
i libri 1-10 (dalla fondazione al 293 a.C.) e i libri 21-45 (218-167
a.C.). Il resto è perito, ed è forse la sciagura più grave mai
capitata non solo alla letteratura latina, ma all’intera scienza
dell’antichità, sia per il valore intrinseco dell’opera, sia per la
massa di informazioni d’ogni genere che non abbiamo più;
ed anche per l’onestà e la franchezza con cui Livio giudicava
persino i padri della patria: di Cesare, ad esempio, sembra
abbia detto che era incerto se la sua nascita avesse più giovato
o nuociuto alla repubblica [Sen., Q. nat. V 18, 4]. Il contenuto
dei libri scomparsi (salvo i ll. 136-137) può essere in parte
ricostruito grazie alle Periochae, dei brevi sunti composti da
anonimi compilatori fra III e IV secolo.

xiv. Lucano
Marco Anneo Lucano nacque a Cordova il 3 novembre
del 39 d.C. La sua gens era ragguardevole e facoltosa: il padre,
figlio minore di Seneca il Vecchio, era stato procuratore del
fisco imperiale; lo zio, Seneca il Giovane, anni dopo sarebbe
appendice 227

addirittura divenuto il primo consigliere dell’imperatore.


Trasferitosi con la famiglia a Roma in tenerissima età, Luca-
no dimostrò precoce talento per gli studi letterari. Divenuto
adulto, dopo un breve soggiorno ad Atene fece l’ingresso a
corte: fu questore, augure, e nei ludi quinquennales del 60
– una gara di eloquenza e poesia istituita da Nerone – venne
incoronato dall’imperatore in persona per aver presentato
un carme in suo onore. I due divennero amici. Ma già co-
minciava la fase oscura del regno neroniano (l’assassinio di
Agrippina risaliva a pochi mesi prima). Dopo pochi mesi
il sodalizio tra il giovane imperatore e il giovane poeta si
incrinò, e mentre in Nerone cresceva l’odio nei confronti di
Lucano, cui non venivano risparmiate le umiliazioni pubbli-
che, questi decise di vendicarsi. Nel 65 partecipò alla congiura
dei Pisoni. Il complotto, però, venne scoperto quasi subito, e
Seneca fu tra i primi a cadere nella rete. Lucano sulle prime
tentò di difendersi col silenzio, ma poi – come narra Tacito
[Ann. XV 56] – essendogli stata promessa l’impunità fece il
nome della sua stessa madre. Naturalmente questa bassezza
non lo salvò, e il 30 Aprile 65 dovette bere la cicuta.
Della variegata produzione poetica lucanea ci resta solo
il Bellum Civile (o Pharsalia), un poema epico in dieci libri
sulla guerra fra Cesare e Pompeo [ll. I-VIII], con appendici
sulla resistenza anticesariana di Catone in Africa [l. IX],
l’arrivo di Cesare in Egitto [l. IX] e la sollevazione degli
Alessandrini contro di lui [l. X]. L’opera, fedele storica-
mente, è probabilmente modellata sul racconto liviano, che
però non ci è giunto se non per brevi estratti; si è pensato
tuttavia che egli debba qualcosa anche ad uno storico della
tarda età repubblicana, Asinio Pollione, e al proprio nonno
228 la biblioteca di alessandria

Seneca il Vecchio, il quale – riferisce Svetonio [Tib. 73, 2]


– aveva composto una monografia storica dal principio
delle guerre civili all’età sua.

xv. Luciano di Samosata


Per nascita era un provinciale, e per giunta dell’estrema
periferia dell’impero, essendo nato – nel secondo o terzo
decennio del II secolo d.C. – a Samosata, una piccola città
della Siria Commagene sulle sponde del fiume Eufrate;
difatti con molta civetteria e altrettanto orgoglio definiva se
stesso un barbaro, che il greco aveva dovuto impararlo sui
banchi di scuola [Bis accus. 27]. Aggiungeva di appartenere
a una famiglia modesta che l’aveva affidato ancora ragazzo
a uno zio scultore, ma avendo subito mostrato la propria
inettitudine per le arti plastiche era stato lasciato libero di
seguire la propria passione per la letteratura.
Dopo una gioventù di studi matti e disperatissimi, si
recò in Ionia per completare la propria formazione retorica
[ibid.]. Quindi intraprese l’attività di pubblico conferenzie-
re, a causa della quale viaggiò in lungo e in largo – profu-
matamente pagato – per l’Asia Minore, la Grecia, l’Italia e
la Gallia. A Roma, ormai quarantenne, conobbe il filosofo
neoplatonico Nigrino e cominciò a coltivare la forma
letteraria del dialogo platonico, ma senza abbandonare la
retorica. Ad Antiochia, nel 163 o 164, conobbe l’impera-
tore Lucio Vero; poi, dopo un breve rientro a Samosata e
un altrettanto breve soggiorno ad Atene, si recò in Egitto
con la carica di archistator praefecti Aegypti, cioè – appros-
simativamente – capo della cancelleria [Apol. 12]. Nel 175,
appendice 229

dimessosi dall’incarico per contrasti politici, fece ritorno


in Attica per rimanervi sino alla morte (post 180).
Di Luciano ci restano circa settanta opere, poche delle
quali databili con certezza. Al gruppo delle esercitazioni e
disquisizioni retoriche appartengono l’Elogio della mosca
(Μυίας ἐγκώμιον), Il tirannicida (Τυραννοκτόνος), l’Ippia o il
bagno pubblico (Ἱππίας ἢ βαλανεῖον), Sul lutto (Περὶ πένθους)
e Sui sacrifici (Περὶ θυσιῶν). Fra i dialoghi e i saggi filosofici si
ricordano il Nigrino (Νιγρῖνος), in cui vien fatto l’encomio di
Atene in contrapposizione a Roma, e l’Ermotimo o sulle sette fi-
losofiche (Ἑρμότιμος ἢ περὶ αἱρέσεων), che cerca di dimostrare la
superiorità dello Scetticismo rispetto ai dogmi dello Stoicismo.
Vi sono poi gli scritti “menippei”, così detti perché stilistica-
mente ispirati al poeta satirico Menippo di Gadara (III a.C.)
o perché Menippo ne è il protagonista, quali l’Icaromenippo o
l’uomo sopra le nubi (Ἰκαρομένιππος ἢ ὑπερνέφελος) e il Menippo
o la negromanzia (Μένιππος ἢ Νεκυομαντεία).
Giustamente famosi sono però soprattutto i Dialoghi
dei morti (Νεκρικοὶ Διάλογοι), sul tema della vanità delle
ambizioni umane, e i due libri della Storia vera (Ἀληθῆ
διηγήματα), in cui Luciano, parodiando il romanzo antico,
narra d’un viaggio prodigioso fatto su una nave che dopo
aver oltrepassato le colonne d’Ercole giunge sulla luna,
viene inghiottita da una balena ed infine arriva agli antipodi.
L’intento dissacratorio è evidente sin dalle prime battute,
in cui Luciano, parafrasando alla rovescia le dichiarazioni
di autopsia e veridicità della storiografia antica – che sono
invece il tema del pamphlet Come si deve scrivere la storia
(Πῶς δεῖ ἱστορίαν συγγράφειν) – dichiara: «Scrivo di cose
che non ho visto, non ho sperimentato di persona né ho
230 la biblioteca di alessandria

appreso da altri» [VH I 4]. È invece incerta la paternità


lucianea del romanzo Lucio o l’asino (Λοῦκιoς ἢ Ὄνος).

xvi. Marmor Parium


Con tale dicitura si designa un’iscrizione innalzata nell’iso-
la di Paro durante l’arcontato di Diogneto (264/3 a.C.) e
contenente una cronologia della storia greca e specialmente
attica dal primo re di Atene, Cecrope, all’età contemporanea.
L’epigrafe non ci è giunta integra; se ne conservano però due
ampi frammenti, denominati come A e B, conservati rispet-
tivamente a Oxford e nel museo di Paro [FGrHist 239].

xvii. Orosio
Paolo Orosio nacque probabilmente fra il 375 e il 380 d.C. a
Bracara, l’odierna Braga, in Galizia. In quegli stessi anni in Tra-
cia si verificava un avvenimento epocale per le sorti di Roma,
la vittoria dei Goti ad Adrianopoli contro l’imperatore Valente,
che morì in combattimento (378). Cominciava l’epoca delle
invasioni barbariche, che sarebbe culminata, pochi decenni
più tardi, nel sacco di Roma da parte dei Visigoti (410). Nel
409 i barbari occuparono anche la patria di Orosio, diventato
nel frattempo presbitero. Pur riconoscendo la disponibilità
dei nuovi venuti all’assimilazione pacifica [Hist. adv. pag. VII
41, 7], egli abbandonò presto la penisola spagnola per l’Africa,
rifugiandosi da Agostino d’Ippona (413 o 414).
Appena arrivato, scrisse per Agostino un’Istruzione sull’er-
rore dei seguaci di Priscilliano e di Origene (Commonitorium de
errore Priscillianistarum et Origenistarum); nel 415 il vescovo
di Ippona lo inviò da Girolamo a Betlemme, latore di un’im-
appendice 231

portante missiva personale; quindi Orosio si diresse a Geru-


salemme per partecipare a un sinodo sulle dottrine pelagiane.
Tornato in Africa alla fine del medesimo anno, cominciò
subito a scrivere, dietro suggerimento di Agostino, una storia
universale da Nino, mitico re degli Assiri, all’età contempo-
ranea. L’opera, articolata in sette libri e intitolata Storie contro
i pagani (Historiae adversus paganos), fu portata a termine
molto rapidamente, probabilmente nel giro di un anno. Per
la storia di Roma essa si fonda su Livio, Floro, Girolamo ed
Eutropio, e secondo vari critici rispecchierebbe la concezione
agostiniana della storia; ma è un fatto che Agostino non la
menziona mai. L’anno della morte di Orosio è ignoto.

xviii. Pausania
Della sua formazione culturale sappiamo molto poco:
era probabilmente nativo dell’Asia Minore – di Pergamo o
forse della Lidia, luoghi che mostra di conoscere bene – e
certo non doveva essere povero, essendosi potuto permettere
viaggi estensivi per tutto il mondo greco.
La sua Periegesi della Grecia (Ἑλλάδος Περιήγησις), una
sorta di “guida turistica” destinata al viaggiatore colto, si
colloca in un arco di tempo molto ampio, dal regno di
Adriano a quello di Marco Aurelio (117-180 d.C.), ed è
articolata in dieci libri: 1: Attica e Megaride; 2: Corinto e
Argolide; 3: Laconia; 4: Messenia; 5-6: Elide; 7: Acaia; 8:
Arcadia; 9: Beozia; 10: Focide e Locride Ozolia. È tuttora
materia di discussione se il decimo libro, che si chiude
bruscamente, sia completo o meno: ma indipendente-
mente dal credito che si vuol accordare alla menzione di
un undicesimo libro da parte di Stefano di Bisanzio [s.v.
232 la biblioteca di alessandria

Τάμυνα], è possibile che Pausania intendesse ampliare la


trattazione perlomeno alla Locride Opunzia.
Il valore della Periegesi è innanzitutto antiquario; se l’opera
non ci fosse pervenuta la nostra conoscenza della topografia e
dei monumenti della Grecia antica sarebbe spaventosamente
mutila. Ma Pausania è molto più che un descrittore di luoghi:
pur vivendo infatti al tempo della massima fioritura dell’im-
pero il suo interesse va tutto al glorioso passato del mondo
ellenico, che egli sa far rivivere in tutta la sua ricchezza.

xix. Plinio il Vecchio


Gaio Plinio Secondo nacque nel 23 d.C. a Como, nella
Gallia Cisalpina. Dello stato fu un instancabile servitore:
da giovane fu di stanza nella Germania Superior col grado
dapprima di tribuno, quindi di praefectus alae, cioè ufficiale
di cavalleria. Ritiratosi probabilmente a vita privata sotto
Nerone, riprese la carriera con Vespasiano, il quale gli affidò
vari incarichi nelle Gallie e in Africa; a partire dal 76, infine,
fu messo a capo della flotta imperiale di stanza a Miseno, con
competenza sul Mediterraneo occidentale. Quest’ultima
mansione gli costò la vita: nell’agosto del 79, in occasione
dell’eruzione del Vesuvio, accorse prontamente con la flotta
per salvare gli sventurati che affollavano il litorale tra Pom-
pei e Stabia; ma essendo stato sorpreso da una tempesta di
cenere e lapilli, morì soffocato sulla spiaggia, dopo un vano
tentativo di riprendere il largo [Plin., Ep. VI 16].
Suo nipote Gaio Plinio Cecilio Secondo “il Giovane” ce
ne ha lasciato un memorabile ritratto: «Si recava dall’impe-
ratore Vespasiano prima dell’alba, giacché questi utilizzava
anche le ore notturne; quindi si dedicava all’incarico che
appendice 233

gli era stato assegnato. Tornato a casa, il resto del tempo lo


impegnava nello studio. Dopo pranzo, (...) d’estate, se si
stendeva a prendere il sole gli veniva letto un libro che egli
annotava ricavandone degli estratti: infatti era solito dire
che nessun libro è tanto cattivo da non poter essere utile
in qualche sua parte. (...) Quando viaggiava (....) al suo
fianco stava un segretario con un libro e delle tavolette, le
cui estremità d’inverno venivano dotate di manici affinché
neppure le asprezze del cielo gli sottraessero qualche istante
di tempo per lo studio» [Ep. III 5, 10 e 15].
L’unica opera pliniana pervenutaci è la Naturalis historia,
una sorta di enciclopedia delle scienze in trentasette libri
così articolata: i. Sommario e lista delle fonti; ii. Cosmografia;
iii-vi. Geografia; vii. Antropologia; viii-xi. Fauna; xii-xix.
Flora; xx-xxvii. Botanica medica; xxviii-xxxii. Zoologia
medica; xxxiii-xxxvii. Mineralogia (in quest’ultima se-
zione è compresa anche una storia delle arti figurative).

xx. Plutarco
Nacque verso il 45 d.C. a Cheronea, in Beozia, da una
famiglia molto facoltosa che gli consentì di visitare sin da
giovane i grandi centri culturali del tempo – Roma, Ales-
sandria, Atene, Corinto, Sardi – e di studiare con rinomati
maestri, come il peripatetico Ammonio.
L’immenso prestigio ben presto conseguito, nonché l’ami-
cizia con alcune importanti personalità politiche della capita-
le imperiale, gli consentirono di rappresentare efficacemente
gli interessi della propria patria. Prese anche la cittadinanza
romana (col nome di L. Mestrio Plutarco, in onore dell’amico
L. Mestrio Floro, console sotto Vespasiano), ma a Roma non
234 la biblioteca di alessandria

sembra abbia mai soggiornato stabilmente. Tra i suoi molti


incarichi onorifici vi furono anche quelli di procurator della
provincia di Acaia (119), sacerdote del santuario di Apollo a
Delfi e arconte di Cheronea. Morì verso il 125.
A Quinto Sosio Senecione, console negli anni 99 e 107,
sono dedicate le Vite parallele, una collezione di biografie a
coppie in cui a ognuno dei personaggi latini ritratti viene
contrapposto un personaggio del mondo greco distintosi
nella medesima sfera di attività; segue, quasi sempre, una
valutazione incrociata (synkrisis) dei rispettivi operati. Le
coppie biografiche superstiti sono 23 (1: Teseo - Romolo; 2:
Licurgo - Numa; 3: Solone - Publicola; 4: Temistocle - Camillo;
5: Pericle - Fabio Massimo; 6: Alcibiade - Coriolano; 7: Timole-
onte - Emilio Paolo; 8: Pelopida - Marcello; 9: Aristide - Catone
Maggiore; 10: Filopemene - T. Flaminino; 11: Pirro - Mario; 12:
Lisandro - Silla; 13: Cimone - Lucullo; 14: Nicia - Crasso; 15: Eu-
mene - Sertorio; 16: Agesilao - Pompeo; 17: Alessandro - Cesare;
18: Focione - Catone Minore; 19-20: Agide e Cleomene - Tiberio
e Gaio Gracco; 21: Demostene - Cicerone; 22: Demetrio (Po-
liorcete) - Antonio; 23: Dione - Bruto); una ventiquattresima
(Epaminonda - Scipione) è perduta. Ci restano poi quattro
biografie singole (Arato, Artaserse, Galba, Otone), delle quali
una (Artaserse) relativa a un Persiano. Il cosiddetto Catalogo
di Lampria, un elenco di scritti plutarchei compilato probabil-
mente fra III e IV secolo e contenente 227 titoli, elenca anche
alcune biografie non pervenuteci: Eracle, Esiodo, Pindaro,
Cratete, Daifanto, Aristomene.
Le Vite parallele, com’è noto, sono una delle opere capitali
della tradizione storiografica occidentale. Ma è stato giusta-
mente osservato che esiste uno scarto «fra l’uso che Plutarco
appendice 235

faceva delle notizie che traeva dalle fonti e l’uso a fini di docu-
mentazione storiografica che facciamo noi delle sue estrapo-
lazioni. Infatti e per es., pezzi di Sikeliká e di Italiká scritti nel
vivo della storia da protagonisti e comprimari degli splendori
e delle miserie della grande isola e di Siracusa (Filisto, Timeo
e altri), affiorano dalla biblioteca di un uomo che scriveva
quando da troppe generazioni, a causa di Roma, la storia locale
greca di tradizione secolare non aveva più senso come storia
scritta secondo una ridotta ma libera dimensione cittadina e
regionale, bensì soltanto come scritta secondo una rassegnata
prospettiva antiquaria e apolitica» [così D. Ambaglio, Storia
della storiografia greca, Bologna 2007, p. 109].
L’altra grande collezione di scritti plutarchei reca il nome
di Moralia (“scritti morali”, in greco Ἠθικά). Si tratta di un’ot-
tantina di saggi – non tutti autentici – sugli argomenti più
diversi (etica, filosofia, pedagogia, religione, politica, lette-
ratura, antiquaria, scienze), per lo più in forma di dialoghi o
di diatribe, cioè di saggi d’intonazione sofistica.

xxi. Posidippo
Nato a Pella, in Macedonia [cfr. ep. 118, v. 17], in un anno
imprecisabile di fine IV secolo a.C., visse e lavorò prevalente-
mente ad Alessandria, nell’età aurea dei primi due Tolemei;
la sua esistenza è attestata anche da un’iscrizione delfica che
lo onora, insieme ad altri, con la concessione della prossenia
[Fouilles de Delphes, III, 192] e da un’analoga lista di prosseni
rinvenuta a Thermos in Etolia [IG IX 1.1, 17A].
Secondo un papiro fiorentino [PSI XI 1219] sarebbe stato,
assieme ad Asclepiade di Samo, fra i Telchini che Callimaco
bollava come “ignoranti, non nati amici della Musa, (...)
236 la biblioteca di alessandria

razza spinosa capace solo di consumarti il fegato” [Aet., fr. 1


Pfeiffer, vv. 2 e 7-8]. L’attendibilità della notizia, però, non è
verificabile. Anche la data della morte è oscura: Posidippo
visse certamente sino a tarda età, perché nell’epigramma
118 dipinge se stesso come un vecchio, e quasi certamente
giunse a vedere la fine del regno di Tolemeo Filadelfo (246),
giacché in alcuni epigrammi [nn. 78-82] canta le vittorie di
Berenice II – la futura sposa di Tolemeo III Euergete – nei
giochi olimpici, nemei e pitici degli anni 249-247.
Il magro bottino dei componimenti superstiti è stato
notevolmente incrementato dalla pubblicazione nel 2001
del cosiddetto “Papiro di Milano” [P. Mil. Vogl. VIII 309],
un ampio frammento di un’antologia poetica contenente
ben 112 nuovi epigrammi, di cui circa un centinaio leggibili
in tutto o in parte [cfr. G. Bastianini - C. Gallazzi, Po-
sidippo di Pella. Epigrammi (P. Mil. Vogl. VIII 309), Milano
2001]. L’attribuzione a Posidippo è congetturale, ma vir-
tualmente sicura; egli diviene così l’epigrammista di gran
lunga più noto del III secolo a.C.

xxii. Romanzo di Alessandro


Si tratta di una narrazione delle imprese di Alessandro
Magno, in gran parte fantastica, falsamente attribuita da una
parte dei codici a Callistene di Olinto, nipote di Aristotele
e autore anch’egli di una storia della spedizione asiatica di
Alessandro [FGrHist 124]. L’opera fu composta in una data
imprecisabile: ma certo non oltre la seconda metà del III
secolo d.C., epoca in cui Giulio Valerio, uno scrittore di cui
nulla sappiamo (alcuni lo identificano col più tardo Valerio
appendice 237

Polemio, console del 338), ne ricavò una versione latina in


tre libri intitolata Res gestae Alexandri Magni.

xxiii. Strabone
Nacque da una famiglia benestante di Amasea Pontica,
in Asia Minore, al tempo in cui Pompeo riorganizzava la
regione dopo aver sconfitto Mitridate VI Eupatore (66-63
a.C. circa); la propria condizione sociale gli consentì di
viaggiare molto e di studiare con illustri maestri, quali
Aristodemo di Nysa, Xenarco di Seleucia e Tirannione
di Amiso. A Roma, in occasione di uno dei suoi frequenti
soggiorni, conobbe il grande filosofo, geografo e storico
Posidonio di Apamea, autore delle Storie dopo Polibio
in cinquantadue libri, dal 144 all’86 a.C.; sul suo esem-
pio, scrisse anch’egli dei Commentari storici (Ἱστορικὰ
Ὑπομνήματα; cfr. FGrHist 91) in quarantasette libri, oggi
perduti, che si riallacciavano analogamente a Polibio ma
per giungere sino alla fine delle guerre civili.
Ci sono invece giunti quasi per intero i diciassette libri
della Geografia, un inventario delle conoscenze geografiche
del tempo in parte basato su una diretta conoscenza dei
luoghi, ma scritto in modo stilisticamente piatto. I primi
due libri fungono da introduzione generale e contengono
una storia della scienza geografica da Omero ai tempi
di Strabone; i libri 3-10 trattano dell’Europa, i libri 11-16
dell’Asia e il libro 17 dell’Africa.
La data di composizione della Geografia è incerta; in essa
tuttavia sono registrate la fine del regno di Giuba II di Mau-
retania e l’inizio di quello di suo figlio Tolemeo (23 d.C.); a
238 la biblioteca di alessandria

quel tempo Strabone doveva già essere in età molto avanzata,


e quindi è probabile che sia scomparso non molto dopo.

xxiv. La Suda
È uno sterminato dizionario enciclopedico – trentamila
lemmi circa – redatto a Bisanzio nel X secolo d.C.
La disputa sul significato del titolo è antica. Un tempo
era comune la locuzione “lessico di Suidas”, intendendo
con Suidas il nome dell’autore. Oggi la dottrina è concorde
nel ritenere che Σοῦδα sia un titolo, di cui sono state pro-
poste varie interpretazioni: secondo alcuni significherebbe
“fortificazione”, “recinto” (un “recinto” della cultura); per
altri sarebbe l’acronimo di Συναγωγὴ Ὀνομαστικῆς Ὕλης
Δι’ Ἀλφαβήτου, cioè “Raccolta di una selva di nomi in
ordine alfabetico”; eccetera.
I lemmi sono ordinati secondo il criterio dell’antistoichìa,
cioè alfabeticamente ma raggruppando i grafemi che nel
greco bizantino corrispondevano a un’identica pronuncia.
Il valore delle notizie riportate è diseguale e va verificato
caso per caso. Tra le fonti più utilizzate dai compilatori della
Suda vi sono: a) i grandi repertori lessicali d’età imperiale
o bizantina, come il Lessico dei dieci oratori attici di Valerio
Arpocrazione (II secolo d.C.), la cosiddetta Collezione
di vocaboli utili (Συναγωγὴ λήξεων χρησίμων) e il Lessico
del patriarca Fozio (X secolo d.C.); b) gli scoli a Omero,
Sofocle, Aristofane, Erodoto, Tucidide, Luciano, Gregorio
Nazianzeno; c) i testi della tradizione storiografica greca
e bizantina, come Erodoto, Tucidide, Senofonte, Polibio,
Nicola Damasceno, Flavio Giuseppe, Arriano, Appiano,
Dione Cassio, Giovanni Antiocheno, Giorgio Monaco, gli
appendice 239

Excerpta Constantiniana; d) diverse compilazioni biogra-


fiche, cronografiche, filosofiche e teologiche.

xxv. Svetonio
Gaio Svetonio Tranquillo era figlio di un tribuno di
rango equestre della Legio XIII Gemina; studiò diritto
a Roma ai tempi di Domiziano ed ebbe la protezione di
Plinio il Giovane, il quale in una lettera a Traiano [Ep. I 24,
1] lo chiama contubernalis meus, “mio compagno di tenda”,
e scholasticus dominus, “uomo di cultura”. Con Adriano
raggiunse l’apice della carriera nell’alta burocrazia statale,
divenendo segretario alla corrispondenza dell’imperatore,
ma nel 121 o 122 fu coinvolto nella caduta in disgrazia del
prefetto del pretorio Septicio Claro; costretto a ritirarsi a
vita privata, spese gli ultimi anni negli studi letterari.
Il suo capolavoro, che ci è giunto quasi integro, è una
Vita dei Cesari in otto libri: una collezione di biografie dei
primi dodici imperatori sino a Domiziano (includendo
Giulio Cesare) il cui valore sta soprattutto nel fatto che lo
storico, avendo facoltà di accedere agli archivi imperiali,
riferisce spesso notizie originali e segrete, pur non mostran-
do grandi doti di introspezione psicologica. Sopravvissuto
parzialmente è invece il De viris illustribus, un vasto trattato
di storia letteraria diviso per generi letterari di cui possedia-
mo solo venticinque schede dalla sezione sui grammatici
e i retori, tre da quella sui poeti, una da quella sugli oratori
e un’altra – purtroppo incompleta – da quella sugli storici.
Quasi interamente perduto è infine il Pratum, una miscel-
lanea enciclopedica di cui ci restano pochi frammenti.
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Torre di Faro ALESSANDRIA
FARO III-I secolo a.C.

Porto Grande
Palazzo reale
Palazzo

Hep
reale
Antirrhodos Lochias
Porto di

tasta
Timonion Porto
Eunostos reale

dion
Poseidion
Teatro QUARTIERE
REALE
tavola 1

Museo Ippodromo
Kibotos Emporio
Tomba di
Alessandro
Via Canopica Porta
Canopica

Ginnasio BRUCHION
CITTÀ RHAKOTIS
DEI MORTI
Porto
del Lago
Stadio
Serapeo

0 0,5 1 1,5 2 km
Lago Mareotide
247
248
Tolemeo I Soter
Euridice Berenice I
305-283

Tolemeo II Filadelfo
Argaios Philotera Arsinoe II Arsinoe I
285-246

Tolemeo III Euergete I


Tolemeo (?) Berenice Lisimaco Berenice II
246-221

Tolemeo IV Filopatore
Magas Berenice Alessandro Arsinoe III
221-204
Tav. 2.1

Tolemeo V Epifane
Cleopatra I
305-81 a.C.

204-180

Tolemeo VIII Euergete II Tolemeo VI Filometore


Cleopatra II
170-163, 145-116 180-145
Dinastia reale tolemaica
la biblioteca di alessandria

Tolemeo VII Neo Filopatore Tolemeo Eupatore


Cleopatra III Cleopatra Thea
145-144 152

Tolemeo IX Soter II Tolemeo X Alessandro I


Cleopatra IV Cleopatra V Selene Cleopatra Tryphaina
116-110, 109-107, 88-81 110-109, 107-88
Tolemeo IX Soter II Tolemeo X
Cleopatra V Selene Cleopatra Tryphaina Cleopatra IV Alessandro I
116-110, 109-107, 88-81
110-109, 107-88

Tolemeo XI
Cleopatra Berenice III Alessandro II Berenice III
80

Tolemeo XII
Tolemeo di Cipro Cleopatra VI Tryphaina Nuovo Dioniso ("Aulete")
80-58, 55-51

Cleopatra Berenice IV
Tav. 2.2

81-30 a.C.
tavola 2

Tolemeo XIII Tolemeo XIV


Theos Filopatore I Theos Filopatore II Arsinoe IV
51-47 47-44
Dinastia reale tolemaica

Gaio Giulio Cesare Cleopatra VII Thea Filopatore Marco Antonio

Tolemeo XV Filopatore
Filometore Cesare Alessandro Helios Cleopatra Selene II Tolemeo Filadelfo
44-30

Tolemeo di Mauretania
249
Indice delle fonti

i. fonti letterarie

Achilles Tatius Aphthonius


Leucippe et Clitophon iv 6, 2-3: Progymnasmata x 40: 95
34 • v 1: 22 • v 2: 24
Aristeae epistula 4, 12-27: 72
Aelianus • 9-10: 78 • 9-11: 65 • 10: 97 •
De natura animalium xv 13: 38 29-32: 66 • 301-311: 73
Varia historia iii 17: 63 • iii 19:
Aristonicus
84 • xii 64: 7
FGrHist 633 T3: 86 • F1: 86
Aelius Aristides Aristophanes
Orationes xlviii 359: 38 Aves 1549: 13
Lysistrata 805-815: 13
Alcaeus Nubes 200-214: 140 • 553: 128
fr. 129, 29 Lobel - Page: 157
Aristoteles
Alcidamas Meteorologica 981 b 24: 91
fr. 5-7 Avezzù: 88 frr. 618-630 Rose: 128

Ammianus Marcellinus Flavius Arrianus


Anabasis Alexandri i 1: 74 • i 1,
Historiae xxii 16, 7: 26 • xxii 16,
1-2: 77 • ii 6-27: 26 • iii 1, 5 - 2,
8-11: 19 • xxii 16, 12-13: 96 • xxii
2: 28 • iii 3, 1: 27 • iii 6, 5: 74 • ιιi
16, 12-14: 36 • xxii 16, 13: 93, 97 • 27, 4: 74 • iii 29, 7 - 30, 3: 74 • iv
xxii 16, 15: 188 • xxii 16, 15-22: 40 29, 1: 74 • vi 28, 4: 74
• xxxi 16, 9: 216 Historiae successorum Alexandri
Magni 1, 2-8: 75 • 1, 30-38: 75
Andron Indica 18, 5: 74
FGrHist 246 F1: 157-158 FGrHist 156 F9: 6-7
252 la biblioteca di alessandria

Athenaeus Callixenus
Deipnosophistae i 3a: 52 • i 12f: FGrHist 627 F1: 87
152 • i 20d-e: 86 • i 22d: 87, 129 •
ii 70a: 124 • ii 71b: 134 • iv 139c: Chronicon breve 110, 716: 215
43 • iv 171c: 74 • iv 184b-c: 157 •
iv 184b-c: 158 • v 203e: 87-88, 90, Iohannes Chrysostomus
98, 100, 179 • v 211a: 218 • v 214d - Adversus Iudaeos, PG 48, col
215b: 50 • vi 244a: 123 • vii 329c: 851: 95
218 • xii 537f: 218 • xii 542f: 62 •
xii 549d-e: 157 • xiii 585b: 123 •
M. Tullius Cicero
xiii 593f: 60 • xiv 643e: 123 • xv
669d-e: 123 De finibus bonorum et
malorum v 1: 84
C. Iulius Caesar De legibus ii 59-64: 40
De bello civili iii 106-107: 166 • iii De Republica ii 1, 2: 62
108: 165 • iii 109: 167 • iii 111: 168 Pro Rabirio Postumo 23: 64
• iii 112: 10, 31 • iii 112, 8: 13
Clemens Alexandrinus
[C. Iulius Caesar] Protrepticus iv 48: 24
De bello Alexandrino 1, 3: 168 • Stromata i 22, 148: 67
14-22: 31 • 17-19: 10
Cleomedes
Callimachus Caelestia i 7, 49-121 Todd: 137
test. 11-12 Pfeiffer: 120 • test. 15
Pf.: 120 • test. 17 Pf.: 120 • test. Codex Theodosianus xvi 10, 11:
19 Pf.: 120 • fr. 1 Pfeiffer: 133, 236
190
• fr. 21 Pf.: 117 • fr. 32 Pf.: 118 • fr.
35 Pf.: 118 • fr. 110 Pf.: 120 • fr. 191,
9-11 Pf.: 113 • frr. 429-452 Pf.: 121 Conon
• fr. 430 Pf.: 123 • fr. 431 Pf.: 124 • FGrHist 26 F1: 38
fr. 433 Pf.: 123 • fr. 434 Pf.: 123 • fr.
435 Pf.: 123 • fr. 437 Pf.: 124 • fr. Demochares
443 Pf.: 125 • fr. 445 Pf.: 125 • fr. FGrHist 75 F4: 62
446 Pf.: 126 • fr. 447 Pf.: 126 • fr.
448 Pf.: 125 • fr. 453 Pf.: 121 • frr. Digestum x 1, 13: 40 • xlvii 22,
453-456 Pf.: 128 • fr. 454 Pf.: 128 4: 40
indice delle fonti 253

Dio Cassius Diyllus


Historiae xlii 38, 2: 37, 180 • FGrHist 73 F4: 62
xlii 40, 3: 31 • xlix 43, 8: 181 • l
31-35: 14 • li 9-14: 19 • li 16, 5: Duris
9 • lxxv 15, 3: 221 • lxxvi 13: 9 • FGrHist 76 F10: 62
lxxvii 7, 3: 92
Epiphanius
Diodorus Siculus De mensuris et ponderibus
Bibliotheca historica i 4, 1: 220 256-280 Moutsoulas: 79 • 259
• i 4, 4: 221 • xvii 51: 27 • xvii Mo.: 41 • 261-266 Mo.: 70 •
52: 28 • xvii 52, 3: 2 • xvii 108: 269-270 Mo.: 97, 196 • 324-327
61 • xviii 2, 4: 5 • xviii 3, 5: 6 • Mo.: 18, 36, 93 • 325 Mo.: 41
xviii 8-18: 61 • xviii 26, 3: 9 •
xviii 26-27: 6 • xviii 28, 2-4: 6 Etymologicum Magnum s.v.
• xviii 33-36: 6 • xviii 39: 75 • Εἰδογράφος: 133, 150 • s.v.
xviii 74, 3: 62 • xix 80-84: 75 •
Εὔνοστος: 17
xx 37, 2: 63 • xx 45-46: 62 • xx
113, 1-2: 75
Euripides
Helena 4-5: 30
Diogenes Laertius
Vitae philosophorum i 1, 3: 83 • iii
46: 53 • iii 61: 53 • iv 1: 84 • iv 19: Eusebius
84 • v 3: 53 • v 10: 59 • v 36: 59 • Chronicum ii 118 Schoene: 32
v 37: 63 • v 39: 59 • v 51-54: 85 • Historia ecclesiastica v 8, 11-15:
v 52: 53 • v 52-53: 59 • v 58: 63 • v 67 • vii 32, 7: 41 • vii 32, 7-12:
62: 85 • v 70: 85 • v 75: 60-62 • v 41 • vii 32, 16: 67
78: 62, 68 • v 78-79: 64 • v 80-81: Preparatio evangelica xiii 12,
60 • viii 15: 83 2: 67

Dionysius Halicarnassensis Eustathius


Antiquitates Romanae x 51, 5: 40 Commentarius in Dionysium
• x 57, 5: 40 Periegetam 254: 9
De Demosthenis dictione 13: 125
De Dinarcho 1: 126 Eutropius
De Isaeo 6: 125 Caesar 35: 184
254 la biblioteca di alessandria

Annius Florus Herodotus


Epitome ii 13: 173 Historiae ii 112-119: 30 • iv
150-153: 117 • iv 155-159: 117
Galenus
In Hippocratis librum de natura Hesychius
hominis 15, 105 Kühn: 56 Lexicon [Ε 7024] s.v. Εὔνοστος: 17
In Hippocratis librum iii epide-
miarum 17a, 606-607 K.: 81 Hippias
FGrHist 6 F2: 145
Aulus Gellius
Historia Alexandri Magni i 30
Noctes Atticae i 22-24: 219 • vii Kroll: 27 • i 30, 5-6 K.: 27 • i 31,
17, pr.: 178 • vii 17, 1-2: 178 • vii 2-32 K.: 28 • i 32, 1-3 K.: 30 • i
17, 3: 37, 97, 178 • xix 9, 10: 219 32, 5 K.: 21-23 • iii 34, 4-6 K.: 8 •
iii 34, 6 K.: 3
Valerius Harpocration
Lexicon s.v. ἐνεπίσκημμα καὶ Homerus
ἐνεπισκήψασθαι: 125 Odyssea iv 351-586: 30 • iv 355:
27 • xvii 266: 3
Hecataeus Abderita
FGrHist 264 F23: 66 Iamblichus
De vita Pythagorica 28, 135: 40 •
Hecataeus Milesius 45: 83 • 50: 83 • 170: 83 • 261: 83
FGrHist 1 T15: 124 • F308: 38
Flavius Iosephus
Hermesianax Antiquitates Iudaicae xii 13: 97
De bello Judaico ii 568: 225 • iii
fr. 7, 75-78 Powell: 109
340-391: 225 • iv 10, 5: 34 • iv
612-615: 17
Hermippus Vita 3: 224 • 29: 225
FGrHist cont. 1026 T2: 120
Irenaeus
Herodas Adversus haereses iii 31: 67
Mimiambi 1, l. 31: 87
Isidorus
Herodianus Etymologiae vi 3, 3: 180 • vi 3,
Ab excessu Divi Marci iv 8, 9: 9 5: 180
indice delle fonti 255

Isocrates Marmor Parium


Busiris 21-23: 91 FGrHist 239 B11: 8 • B19: 110

Istrus Megasthenes
FGrHist 342 T1 (= T1 Berti): FGrHist 715: 142
120 • T6 (= T6 B.): 120
Neanthes Cyzicenus
Iustinus FGrHist 84 F35: 13
Epitome xi 11, 13: 27 • xii 15, 7: 7
Nearchus Cretensis
FGrHist 133: 141
Libanius
Progymnasmata xii 25, 8: 89 Cornelius Nepos
Eumenes 5, 1: 6
Titus Livius
Ab Urbe condita iii 31, 8: 40 • iii Onesicritus
32, 6: 40 • iii 33, 5: 40 • Periochae FGrHist 134 F38: 58
cxii: 173
Paulus Orosius
M. Annaeus Lucanus Historiae adversus paganos vi 15,
Bellum civile x 19: 9 • x 486-503: 31-32: 37, 97, 182 • vii 41, 7: 230
36 • x 491-503: 169
Pausanias
Lucianus Graeciae Descriptio i 6, 2: 74 • i 6,
Adversus indoctum et libros 3: 6 • i 7, 1: 8 • i 8, 6: 75 • i 19, 5: 83
• i 25, 8: 83 • i 30, 2: 84 • i 30, 4:
multos ementem 4: 51
13 • v 21, 9: 30
Apologia 12: 228
Bis accusatus 27: 228 Philitas
Quomodo historia conscribitur T3 Dettori: 109
69: 32
Vera historia i 4: 230 Philo Alexandrinus
Legatio ad Gaium 151: 15
[Lucianus]
Demosthenis encomium 31: 61 Philochorus
Macrobii 12: 74 FGrHist 328 T1: 102 • F224: 84
256 la biblioteca di alessandria

Philostratus Antonius 58, 9: 98 • 65-69: 14 •


Vitae sophistarum i 22, 3: 92 • i 22, 70: 13 • 74-86: 19
5: 92 • i 524: 164 • i 532-533: 164 Caesar 49, 6: 37, 176 • 49, 7-8: 31
Coriolanus 11, 2: 157
Photius Demetrius 8: 63 • 8-10: 62 •
Bibliotheca 104b, 40: 86 • 186: 28-29: 75
38 • 265, 491b: 126 Demosthenes 25: 61 • 28-29: 61
Numa 6: 145
Phrynichus Regum et imperatorum apoph-
fr. 19 PCG: 13 thegmata 189d: 63
De Iside et Osiride 359e: 38 •
Plato Comicus 362a: 24
fr. 237 PCG: 13 De cohibenda ira 458b: 74
Non posse suaviter vivi secun-
Plato dum Epicurum 1095d: 88, 90
Phaedo 61a: 85
Porphyrius
Phaedrus 259d: 85
Quaestiones homericae i 56: 152
Cratylus 406a 3-5: 85
Vita Pythagorae 4: 83
Respublica 548b8-c1: 85
Posidippus
C. Plinius Caecilius Secundus Epigrammata 115 Austin -
Epistulae i 24, 1: 239 • ii 3, 8: Bastianini: 31
226 • iii 5, 10: 233 • iii 5, 15: 233
• vi 16: 232 Q. Curtius Rufus
Historiae Alexandri Magni
C. Plinius Secundus Macedonis iv 8, 1: 27, 30 • iv 8, 6:
Naturalis historia v 62: 2, 30 • v 28 • ix 8, 22: 74 • x 5, 4: 7 • x 5,
128: 31-32 • xxx 2, 4: 70 • xxxvi 27-34: 220 • x 6, 15: 75 • x 10, 13:
83: 32 9 • x 10, 20: 8

Plutarchus Satyrus
Alexander 10: 74 • 20-27: 26 • FGrHist 631 F1: 74
26, 1-2: 58 • 26, 6: 10 • 26, 7-10:
28 • 26, 8: 2 • 26, 10-11: 27 • 7: Scholia in Aristophanem
76 • 7-8: 58 Aves 692: 124 • Nubes 553: 128
indice delle fonti 257

Scholia in Hesiodum • xiii 1, 57: 53 • xiv 2, 19: 108 • xvii


Theogonia 5: 113 1, 6-10: 1, 10, 17, 28, 30-32 • xvii 1, 7:
30 • xvii 1, 8: 3-4, 12, 81, 161 • xvii 1,
Scholia in Pindarum 9: 11 • xvii 1, 10: 16 • xvii 1, 11: 157 •
Pythia ii init.: 133 xvii 1, 17: 37 • xvii 3, 21: 117

Scholia vetera in Homerum Suda [Α 1641] s.v. Ἀμμώνιος:


Ilias x 397, 9a: 108 158 • [Α 3419] s.v. Ἀπολλώνιος:
132 • [Α 3892] s.v. Ἀρίσταρχος:
Scriptores Historiae Augustae 113, 134 • [Α 3936] s.v.
Aurelianus 32, 2-3: 188 Ἀριστώνυμος: 149 • [Α 4695]
s.v. Ἀχιλλεὺς Στάτιος: 215 • [Γ
L. Annaeus Seneca Iunior 32] s.v. Γαληνός: 223 • [Δ 429]
De tranquillitate animi 9, 4: 171 • s.v. Δημήτριος: 61 • [Δ 872]
9, 5: 36, 97, 127, 170 s.v. Δίδυμος: 43, 161 • [Ε 159]
Epistulae 88, 37: 161 • 100, 9: 226 s.v. ἐξέδρα: 89 • [Ε 2898] s.v.
Quaestiones naturales v 18, 4: 226 Ἐρατοσθένης: 119, 135 • [Ζ 74]
s.v. Ζηνόδοτος: 110-111 • [Θ
Sergius 205] s.v. Θέων: 189 • [Κ 227]
Explanationes in Donatum i s.v. Καλλίμαχος: 88, 117, 133 •
(Grammatici Latini, IV, p. 530): 118 [Λ 25] s.v. Λᾶγος: 74 • [Ν 399]
s.v. Νικόμαχος: 57 • [Ο 251]
Socrates Scholasticus s.v. Ὅμηρος: 121 • [Τ 895] s.v.
Historia ecclesiastica v 16: Τράγκυλλος: 39 • [Τ 1184-1185]
190-191 • vii 15: 44 s.v. Τυραννίων: 51 • [Φ 114]
s.v. Φάρος: 32 • [Φ 332] s.v.
Stephanus Byzantius Φιλήτας: 108, 110 • [Φ 441] s.v.
Ethnica s.v. Ῥακῶτις: 30 Φιλόχορος: 102, 147

Strabo C. Suetonius Tranquillus


Geographia i 2, 2: 119, 135 • i 3, 11: Augustus 18: 9, 19
144 • i 4, 1: 143 • ii 3, 5: 1 • ii 5, 12: 1 Caligula 52: 9
• ix 1, 19: 85 • ix 1, 20: 62 • xii 4, 2: Claudius 42: 89, 164
100 • xiii 1, 27: 58 • xiii 1, 54: 51, 59 Tiberius 73, 2: 228
258 la biblioteca di alessandria

Georgius Syncellus Timon, fr. 12 Di Marco (= 60


Ecloga chronographica 329 Wachsmuth): 87, 129
Mosshammer: 97
Iohannes Tzetzes
P. Cornelius Tacitus Chiliades i 275: 224 • v 941-947:
224 • vi 283: 223-224
Annales ii 60: 38 • iv 34: 225 •
Prolegomena de comoedia
xv 56: 227
Aristophanis pr. 1: 119 • pr. 2: 70,
Historiae iv 83-84: 24 94, 98, 101

Tertullianus Valerius Maximus


Apologeticum 18, 8: 95 Factorum et dictorum
memorabilium libri i 4, ext. 1: 28
Theocritus
Idyllia vii 37-41: 110 • xvii Vita Aristotelis Marciana 4: 58
26-27: 74
Vitruvius
De architectura ii praef. 1-4: 28 •
Theodoretus
v 11, 2: 89 • vii pr. 4: 88
Historia ecclesiastica v 22: 193
Zenobius
Theopompus Epitome collectionum Lucilli
FGrHist 115 F250: 53 Tarrhaei et Didymi iii 94: 3

ii. papiri iii. iscrizioni


PBerolin 9780: 162 IG IX 1.1, 17A: 235
P.Mil.Vogl. VIII 309: 236 OGIS 714: 92
POxy 1241: 130
POxy 2471: 163
POxy 3836: 215
PSI XI 1219: 110, 235
Indice dei nomi

Abaris (sacerdote): 40 Agrippina Augusta, Giulia: 227


Abū al-Faraj: 193, 195 Agyrion: 220-221
Abuqir: 37 Alani: 216
Academo (eroe attico): 84 Alceo di Lesbo: 148, 157
Acaia: 231, 234 Alcidamante (retore): 88
Accademia: 53, 83-86, 89 Alcmane di Sparta: 154
Achillas (stratego egiziano): Alessandra: v. Cassandra
30, 165-167, 173, 176, 180 Alessandria: Aghi di Cleo-
Achille: 152 patra: 15; Antirodi: 11, 13;
Achille Tazio: 20-21, 23, 34, 215 biblioteca del Serapeo: 36, 41,
93, 95-96, 112; Bruchion: 38,
Aciman, André: 19-20 40-41, 78, 93, 96, 100, 185,
Ade: 25 187-190; Canale Canopico:
16, 18; Canopo: 26, 35, 37;
Adriano, Publio Elio Traiano:
Corno del Toro: 31; Empo-
164, 216, 231, 239
rio: 11, 14; Heptastadion:
Adrianopoli, battaglia di: 10-11, 14-15, 28-29, 34; isola
216, 230 di Faro: 10-11, 26-31, 34, 67,
Africa: 222, 227, 230-232, 237 72, 168, 173; Kibotos: 15; Mi-
treo: 190; Necropoli: 15-18;
Aftonio di Antiochia: 95 Nicopoli: 15-16, 18-19; Porta
Agira: v. Agyrion Canopica: 16, 18; Porta
del Sole: 21-22; Porta della
Aglao (padre di Eratostene di
Luna: 21-22; Porto di Euno-
Cirene): 112
stos: 15, 17; Porto Grande:
Agostino d’Ippona: 230-231 11-14, 17, 31, 41; Poseidion:
260 la biblioteca di alessandria

11, 13; promontorio Lochias: Ammon, tempio di: 6, 27


11-12; Serapeo: 15, 17-18, Ammonio (grammatico):
25-26, 35-36, 93-96, 100, 113, 107, 130, 158
191-192; tempio della Fortu-
na: 89; tempio di Cesare: 11, Ammonio (sacerdote ales-
14, 95; tempio di Pan: 15, 17; sandrino): 192
Timonion: 11, 13-14, 19; tom- Ammonio Sacca: 38, 42, 190, 233
ba di Alessandro: 3, 5, 8-9,
‘Amr ibn al-‘Ās: 193
23; torre di Faro: 28, 31-34;
Via Canopica: 23 Anacreonte di Teo: 114, 148, 154
alessandrina, guerra: 10, 33, Anassagora di Clazomene: 40
35, 37, 97, 178, 180, 190 Anassarco di Abdera: 58
Alessandro Etolo: 101, Andalusia: 226
103-106, 119
Andrea (medico): 46
Alessandro III di Macedonia
(A. Magno): 4-10, 22-23, Androne di Alessandria: 157-158
26-28, 30, 45, 57-58, 61, Andronico di Rodi: 51
74-78, 103, 141, 144, 180, 185, Antigono I Monoftalmo: 62, 75
217, 219-220, 236
Antimaco di Colofone: 115
Alessandro IV di Macedonia: 6
Antiochia: 215, 228
Alessandro Severo: vd.
Severo Alessandro, Marco Antipatro: 61-62
Aurelio Antonino Pio: 22
Al-Kharrat, Edouard: 19-20 Antonio, Marco: 11, 13-14, 16,
Amasea Pontica:143, 237 19, 98

Ambracia, golfo di: 14 Aorno, rocca di: 74

Ammiano Marcellino: 25-28, Apella (padre di Aristofane


30-32, 34-38, 40-41, 43, 46, di Bisanzio): 130
78, 92-93, 96-97, 188-189, 215 Apelle di Chio: 135
indice dei nomi 261

Apelliconte di Teo: 50, 54 Argolide: 231


Apione di Siwah: 225 Aristagora (figlio di Aristarco
di Samotracia): 151
Apollo: 40, 104, 234
Aristarco (figlio di Aristarco
Apollodoro (grammatico
di Samotracia): 151
alessandrino): 130, 158
Aristarco di Samo: 46
Apollodoro di Atene: 146,
154, 158 Aristarco di Samotracia: 38,
41, 107-108, 112-114, 130-131,
Apollonio di Alessandria:
134, 146-147, 150-154,
130, 132-133
156-158, 161, 163, 189
Apollonio di Perge: 44
Aristea: 64, 67, 69, 71-72, 78
Apollonio Discolo: 42
Aristobulo di Cassandrea: 217
Apollonio Eidographos:
Aristodemo di Nysa: 237
134, 149
Aristofane di Atene: 13, 93,
Apollonio Mys: 46
101, 128, 140, 154, 224, 238
Apollonio Rodio: 109, 112,
Aristofane di Bisanzio: 114,
120-121, 131-134, 146, 149 120, 130, 146-149, 151
Appiano di Alessandria: 238 Aristone di Chio: 135
Apuleio, Lucio: 219 Aristonico di Alessandria:
Aquileia: 190 86, 154
Arabia: 75, 186 Aristonimo (commediogra-
fo): 149
Arcadia: 231
Aristotele di Stagira: 49-59,
Arcesilao di Pitane: 135
76, 83, 85, 89, 128, 136, 148,
Archiloco di Paro: 154 156, 163, 195, 201, 206, 236
Archimede di Siracusa: 44, Armenia: 194
136, 144, 206
Armida (città mesopotamica):
Argo: 145 216
262 la biblioteca di alessandria

Arpalo: 61 Ateneo di Naucrati: 52-54, 60,


Arriano di Nicomedia: 6, 86, 88, 90, 98, 100, 123, 152,
179, 217-218
26-27, 74-77, 216, 222, 238
Ateniesi: 55, 61, 80-81, 151, 178-179
Arrideo: v. Filippo III Arrideo
Atenione di Atene: 50
Arsinoe: 74
Attalidi: 50, 56
Artemidoro di Efeso: 141, 144
Attica: 13, 60, 140, 229, 231
Asclepiade di Samo: 235
Augusto: 3, 9, 14-16, 19, 161,
Asclepio: 25
181, 219, 225
Ascra: 91
Aureliano, Lucio Domizio:
Asia: 166, 220, 237; A. Minore: 38, 41, 96, 185, 187-188, 190
21, 50, 56, 223, 228, 231, 237
Azio: 11, 14
Asimov, Isaac: 199
Babilonesi: 79
Asinio Pollione, Gaio: 227
Babilonia: 4-7, 9, 103, 194
Asmonei (dinastia reale
Bacchilide: 154
ebraica): 224
Bagnall, Roger: 98, 176
Assiri: 79, 231
Bar Hebraeus: 193
Asso: 53
Batillo di Alessandria (dan-
Assuan: 137 zatore): 86
Atarneo: 53 Batto: 112, 117
atéleia: 163 Beozia: 82, 91, 231, 233
Atene: 25, 40, 50-53, 59-62, Berea: 57
77, 81-85, 102, 118, 136,
145-146, 151, 154, 178-180, Berenice I: 64
217, 219, 227-230, 233; Berenice II: 218
acropoli: 82; Metroon: 50;
Besso: 74
piazza Syntagma: 85; Pireo:
62; porto del Falero: 60, 83 Betlemme: 230
indice dei nomi 263

Bibbia: 67-68, 71, 88, 93 Caracalla (Marco Aurelio


Bione di Boristene: 135 Antonino): 9

Bisanzio: 194-195, 238 Caridemo di Atene: 126

Bitinia: 216, 221-222 Cariti: 60, 84


Caritoblefaro (epiteto di
Boristene: 143
Demetrio Falereo): 60
Bracara (città della Galizia): 230
Cassandra: 104
Braga: v. Bracara
Cassandro: 62-63
Busiride: 61, 64
Catone, Marco Porcio (Uti-
Calcidica, penisola: 59 cense): 165, 227
Caldei: 79 Catulo, Quinto Lutazio: 219
Caligola (Gaio Giulio Cesare Cecrope di Atene: 145, 230
Germanico): 9, 225
Celesiria: 75
Callimaco di Cirene: 45,
Cesare, Gaio Giulio: 9-10,
87-88, 101, 109, 117-118, 120,
13-14, 30, 35-37, 51, 97, 154,
122, 124, 126-128, 133, 136,
165-169, 172-174, 176-177, 179,
147, 189, 202, 211, 235
183-184, 190, 226-227, 239
Callimaco il Giovane: 117
Chandragupta: 142
Callissino di Rodi: 87
Cheronea (città beotica):
Callistene di Olinto: 58, 236 233-234
Callistrato di Alessandria Cicerone, Marco Tullio: 39, 51
(grammatico): 107
Cipro: 29, 52, 75, 151, 165, 222-223
Calvisio Tauro: 218
Cirenaica: 75
Campidoglio: 35
Cirenei: 118
Canopo (timoniere di Mene-
Claudio (Tiberio Claudio
lao): 38 Cesare Augusto Germani-
Cappadocia: 216-217 co): 89, 164-165
264 la biblioteca di alessandria

Claudio, Marco Aurelio Vale- Costanzo II (Flavio Giulio


rio (Gotico): 187 Costanzo): 216
Clemente di Alessandria: 24, 67 Crannone, battaglia di: 61
Cleomede (matematico gre- Cratete di Mallo: 107, 149, 151
co): 137-138
Crisostomo, Giovanni: 95
Cleopatra II: 157
Cristianesimo: 190, 215
Cleopatra VII: 14, 16, 19,
Cristiani: 18, 42, 44, 94
28, 31, 33-34, 98, 165-168,
172-173, 176 Crotone: 83
Clitarco di Alessandria: 220 Ctesibio di Alessandria: 44
Clitofonte (personaggio del- Curzio Rufo: v. Rufo, Quinto
la Leucippe e Cl. di Achille Curzio
Tazio): 20-21, 23, 34, 215 Dalmazia: 222
Colchide: 132
Damasco: 7
Colli Albani: 165
Dario III di Persia: 26, 58
Colombo, Cristoforo: 45
Davis, Lindsey: 20
Commagene: 83
Delfi: 234
Commodo, Lucio Elio Aure-
Delo, isola di: 50
lio: 199, 217, 222
Delta del Nilo: 30, 37
Como: 232
Demetrio Falereo: 59-70,
Copernico, Niccolò: 46
72-73, 77-78, 88, 93, 97,
Cordova: 226 101-102, 109, 131, 158, 177,
Corinto: 223, 231, 233 194-195
Corisco di Scepsi: 49, 53 Demetrio Poliorcete: 75
Costantinopoli: 190, 192 Demetrio, Elio (retore): 89
Costanza: 222 Demostene: 61, 125-126, 162
indice dei nomi 265

Demostene Filalete (medico Dodecaneso: 13


greco): 46 Domiziano, Lucio Domizio: 18
Diadochi: 74-75, 141 Domiziano, Tito Flavio: 239
Dicearco di Messana: 136, 140 Druso Germanico, Nerone
Didimo di Alessandria: 39, Claudio (D. Maggiore): 226
42-43, 47, 53, 86, 151, 154, Durrell, Lawrence: 20
161-163
Ecateo di Abdera: 66
Dinarco di Corinto: 125-126
Ecateo di Mileto: 124, 141
Dinocrate di Rodi: 26-27
Ecbatana: 186
Diocle (grammatico): 130, 158
Eco, Umberto: 213
Diocleziano, Gaio Aurelio
Valerio: 18, 185 Edessa: 57

Diodoro Siculo: 2, 6, 8, 27, 61, Edituo, Valerio (poeta latino):


219
146, 220-221
Efeso, biblioteca di: 201
Diogene Laerzio: 53, 59-60,
68-69, 83, 85 Eforo di Cuma: 221
Diogneto (arconte ateniese): 230 Ege (città macedone): 6-7
Dione Cassio: 9, 14, 19, 37, èkdosis: 58, 107
180-181, 221, 238 Elamiti: 79
Dionigi di Alicarnasso: 125 Eleazar (sommo sacerdote
Dionisio di Mileto: 164 ebraico): 72
Dionisio Trace: 154 Elena di Troia: 30, 38
Dioniso: 25 Eleusi: 117
diòrthosis: 58, 101, 105, Eleutheropolis: 222
107-108, 114, 142-143, 148 Elicona, monte: 82
Diospoli (città egiziana): 61, 64 Elide: 231
266 la biblioteca di alessandria

Eliodoro di Emesa: 215 Etiopi: 79


Elladio (sacerdote alessandri- Etiopia: 1
no): 192 Etolia: 61, 103, 235
Emesa: 187 Eubea: 140
Eordea: 74 Euclide di Alessandria:
Epifanio di Salamina: 18, 36, 41, 43-44, 52, 206
70, 78, 80, 93, 97, 195-196, 222 Eudocia (madre di Giovanni
Tzetzes): 223
Epiro: 32
Eudosso di Cnido: 136
Erasto di Scepsi: 49, 53
Euforione di Calcide: 132
Eratostene: 44-45, 101-102,
109, 112, 119-120, 128, 130, 132, Eufrate di Siracusa: 117
134-139, 141-147, 189, 202 Eufrate, fiume: 228
Ercole, colonne di: 229 Eumene II di Pergamo: 149
Ereso: 59 Eupoli di Atene: 128
Ermia di Atarneo: 53 Euridice I: 64
Ermippo di Smirna: 120 Euripide di Atene: 30, 52, 55,
80, 148, 154
Ermocrate di Iaso: 117-118
Europa: 61, 203, 220, 237
Eroda (poeta greco): 87
Europea, Commissione: 204
Erode Attico: 51, 218
Europea, Comunità: 203
Erodiano, Elio: 38, 42
Europeana: 203, 211
Erodoto di Alicarnasso: 30,
Eusebio di Cesarea: 32, 41
117, 142, 156, 238
Eutropio (storico): 184, 231
Erofilo di Calcedone: 46
Evemero di Messene: 112
Erone di Alessandria: 44
Fan(n)iano, Valerio (mem-
Eschilo di Atene: 55, 80, 109, 154 bro del Museo): 163
indice dei nomi 267

Fano: v. Demetrio Falereo Fozio: 238


Fanostrato di Atene (padre Frinico di Atene: 13
di Demetrio Falereo): 60 Gades: 208
Farsalo, battaglia di: 165 Galeno di Pergamo: 46, 56,
Fenici: 79 80, 223
Fenicia: 75 Galilea: 224-225
Fermo (ribelle egiziano): Galizia: 230
187-189 Gallia: 228; G. Cisalpina: 232
Filippo II: 5, 57, 74, 76 Gallieno, Publio Licinio
Filippo III Arrideo: 4-7 Egnazio: 186-187
Filisto di Siracusa: 235 Gallo, Gaio Elio (prefetto
romano d’Egitto): 1
Filita di Cos: 108-114, 131
Gasny (città francese): 202
Filocoro di Atene: 102, 147
Gaza: 26, 75
Filocrate (destinatario della
Lettera di Aristea): 67 Gellio, Aulo: 36-37, 97, 177, 179
Filone di Alessandria: 15 Georgia: 194
Filone di Bisanzio: 44 Germania: 201; G. Superior: 232
Filopappo, Gaio Giulio An- Gerusalemme: 66-67, 71-72,
tioco Epifane: 82 79, 93, 224, 231
Filopono, Giovanni: 193-195 Giamblico (filosofo): 40, 83
Filostefano: 120 Giasone: 132
Floro, Lucio Mestrio: 233 Gibbon, Edward: 199
Floro, Publio Annio: 173 Gibilterra: 45
Focide: 231 Giovanni di Antiochia: 238
Foucart, Paul: 162 Giove: 40
268 la biblioteca di alessandria

Girolamo: 222, 230-231 Indiani: 79


Giuba II di Mauretania: 237 Indo: 141
Giudaismo: 225 Iotapata, fortezza di: 207
Giudea: 65, 79, 222 Ipazia di Alessandria: 44, 189
Giudei: 65-66, 73 Iperide di Atene: 61
Giuliano, Flavio Claudio: 216 Ippia di Elide: 145
Giuseppe Flavio: 17, 34, 64, 97, Ippocrate di Cos: 46, 109
224-225 Ipso, battaglia di: 75
Giustino (storico): 27 Irene (moglie di Manuele I
Google: 206, 211 Comneno): 224

Goti: 230 Irzio, Aulo: 168, 184


Isocrate di Atene: 88
Grecia: 79, 82, 90, 103, 145, 195
Isso, battaglia di: 26
Gregorio di Nazianzo: 238
Istro di Cirene: 120
Grenfell, Bernard: 129, 134
Italia: 83, 121, 216, 228
Hairan di Palmira: 186
Jacoby, Felix: 146
Heliopolis: 15, 193
Kavafis, Konstantinos: 19
Hera: 145
Kydas (direttore della biblio-
Hunt, Arthur: 129, 134 teca di Alessandria): 130
Ibn al-Qiftī: 193 Laconia: 231
Ierone II: 44 Lagidi: 4, 16, 19, 54
Ilisso, fiume: 82 Lago (padre di Tolemeo I
Imereo di Atene (fratello di Soter): 4, 74
Demetrio Falereo): 61 Lamia: 61
India: 45, 142, 194 lamìaca, guerra: 61
indice dei nomi 269

Lampeto/Lampito (epiteto Lucano: 9, 36, 169-170, 177,


di Demetrio Falereo): 60-61 226-227
Larense (personaggio dei Dei- Luciano: 13, 32, 51, 228-229,
pnosofisti di Ateneo): 52, 218 238; pseudo L.: 74
Latini: 79 Luminet, Jean-Pierre: 20
Lavagnino, Alessandra: 19-20 Macedoni: 6-7, 61, 76
Leonte (discepolo di Calli- Macedonia: 4-7, 57, 61-62, 76,
maco): 120 120, 235
Lesbo: 59 Magas: 118
Leucippe (personaggio della Manetone di Sebennito: 71
L. e Clitofonte di Achille
Mantia: 46
Tazio): 20-21, 23, 34, 215
Manuele I Comneno: 224
Libanio: 89
Libia: 75 Maometto: 193

Liceo: 85, 89 Mar Libico: 29

Licofrone di Calcide: 101, Mar Nero: 217


104-106, 119, 224 Marciana, biblioteca: 152
Licone: 85 Marco Aurelio: 231
Lisania di Cirene: 101, Marco Didio Falco: 20
104-106, 119, 224
Mare Partenio: 29
Lisia: 125
Mareotide, Lago: 2, 15, 17, 29
Livio, Tito: 170-172, 174, 177,
Marmor Parium: 8, 230
183, 225-226, 231
Masada, fortezza di: 225
Locride Opunzia: 232
Megaride: 231
Locride Ozolia: 231
Megastene: 141-142, 217
Lovanio, Università Cattolica
di: 201 Menelao: 24, 30, 35, 38
270 la biblioteca di alessandria

Menfi: 6, 8, 30, 76 Naucrati: 37, 52


Menippo di Gadara: 229 Neante di Cizico: 13
Meroe: 143 Nearco di Creta: 58, 141, 217
Mesatma: 117 Neleo di Scepsi: 48, 52-53, 56
Messenia: 231 Neone (presunto amante di
Metaponto: 83 Demetrio Falereo): 60

Mieza, ninfeo di: 57, 76 Nepote, Cornelio: 6

Milano: 187; Papiro di M.: 236 Nerone (Nerone Claudio Ce-


sare Augusto Germanico):
Miseno, capo: 232 227, 232
Mitridate VI Eupatore: 237 Nerva, Marco Cocceio: 216
Mommsen, Theodor: 201 Nicanore (amico di Deme-
Monaco, Giorgio: 238 trio Falereo): 62
Monés, Hussein: 195 Nicea: 221
Mouseia: 82, 90; festa dei M.: 91 Nicocrate di Cipro: 52
Mouseion: 82-83, 87 Nicola Damasceno: 238
mousèion: 82-83 Nicomaco di Stagira (padre
di Aristotele): 57
Muse: 82-87, 91, 110, 129, 190
Nicomedia: 216
Museo: 3, 9-10, 18, 20, 26, 36,
38, 41, 49, 57-58, 67-68, 71, Nigrino (filosofo neoplato-
78, 81, 83-92, 96, 98-102, nico): 228
104-105, 108, 111-112, 122, 126, Nigrino, Gaio Avidio: 216
129, 148, 150, 154-156, 158,
161, 163-165, 172, 174-175, 177, Nilo, fiume: 1, 5, 26, 29, 37,
179, 183-185, 188-190, 202, 75, 217
208, 211-212 Nino (re degli Assiri): 231
Musil (regione asiatica): 194 Normandia: 202
indice dei nomi 271

Odenato di Palmira, Setti- Parti: 185-186, 216


mio: 186
Pausania il Periegeta: 6, 8, 13,
Odessa: 185 82, 84, 231-232
oligostichìe: 115, 148 Pella (città macedone): 74, 235
Olimpia: 40 Pelusio (città egiziana): 165-167
Olimpiadi: 45, 145-146 Pentateuco: 67, 69
Olimpo, monte: 82 Perdicca di Macedonia: 4-8, 75
‘Omar ibn al-Khattāb: Pergamo: 50, 52, 56, 90, 98,
193-194, 196 100, 149, 151, 201, 222-223,
Omero: 27, 29, 41, 58, 109, 111, 231; santuario di Atena
114-116, 148-149, 152-154, Polias: 100
174, 237-238
Pericle di Atene: 140
Onesicrito di Astipalea: 58
Peripatetici: 50
Oronte, fiume: 187
Peripato: 54, 59, 83, 85, 91, 201
Orosio, Paolo: 37, 97, 181,
183-184, 230-231 Perseus Project: 211

Osiride: 37-38; O.-Api: 25 Persia: 178, 180, 194

Ossirinco (località egiziana): 129 Persiani: 79

Ottaviano, Gaio Giulio Cesa- Pertinace, Publio Elvio: 222


re: v. Augusto Pfeiffer, Rudolf: 121
Oxford: 193, 207, 230 Pieria (regione macedone): 82
Padova: 225 Pilade (danzatore greco): 86
Palmira: 41, 186-187 Pindaro di Tebe: 113, 133,
Pannonia: 187, 222 148, 154
Pappo di Alessandria: 44 Pirro II d’Epiro: 32
Paro, isola di: 145, 230 Pirrone di Elide: 129
272 la biblioteca di alessandria

Pisistrato di Atene: 52, 178-180 Policrate di Samo: 52


Pisoni (famiglia romana): 227 Poliperconte: 62
Pitagora di Samo: 40, 83 Pompei: 232
Pitagorici: 83 Pompeo Magno, Gneo: 18,
Pittaco di Lesbo: 157 165-169, 173, 227, 237

Platone di Atene (comme- Ponto Eusino: 51


diografo): 13 Porcio Licino (poeta latino): 219
Platone di Atene (filosofo): Porfirio di Tiro: 152
40, 53, 83-86, 89, 135, 206
Posidippo di Pella: 31-32, 34,
Pleiade: 104-105 109, 235-236
Pleuron (città etolica): 103 Posidone: 11, 13
Plinio Cecilio Secondo, Gaio Posidonio di Apamea: 138, 237
(il Giovane): 226, 232, 239
Potino (eunuco egiziano): 30,
Plinio Secondo, Gaio (il Vec- 165, 167, 176
chio): 2, 200, 232
Prodico di Ceo: 124
Plotino di Licopoli: 38, 42
Proteo: 29-31
Plutarco di Cheronea: 2, 10,
13-14, 19, 24, 26-27, 36-37, 51, Quintillo, Marco Aurelio
57-58, 63, 74, 76, 88, 90, 98, Claudio: 187
145, 176-177, 183, 233-234 Rhakotis (villaggio egizia-
Plutarco, Lucio Mestrio: v. no): 30
Plutarco Rodi: 11, 13, 29, 33, 52, 132
Pococke, Edward: 193 Rodiesi: 29, 34, 75
Polemio, Valerio (console Roma: 25, 35, 50-51, 144, 146,
romano): 236 164, 166, 170, 186-187, 216, 218,
Polemone di Smirne: 164 221, 223-231, 233, 235, 237, 239
Polibio di Magalopoli: 237-238 Romani: 40, 79, 195, 221, 225
indice dei nomi 273

Romanzo di Alessandro: 8, Senofonte di Atene: 156, 238


21, 27, 30, 236 Septicio Claro, Gaio: 239
Rossane: 4-6
Serapide: 23-25, 76, 163, 192
Rufo, Quinto Curzio: 8, 27,
Sergio (grammatico): 118
30, 219-220
Serse I di Persia: 178, 180
Rūm: v. Bisanzio
Settanta, traduzione biblica
Salamina di Cipro: 222
dei: 66-68, 70, 80, 95
Samo: 61
Settimio Severo, Lucio: 9, 222
Samosata: 228
Severo Alessandro, Marco
Samotracia: 130, 150 Aurelio: 222
Sardi: 233 Shakespeare, William: 13
Satiro (di Atene?): 126 Shapur I (re dei Parti): 185
Scepsi: 49, 53 Sicelida di Samo: 110
Scetticismo: 229 Sicilia: 220
segni diacritici: antìsigma: Sidone: 26
148; asterìskos: 148, 153; di-
plé: 153; diplé periestigmène: Siene: 1, 137, 139
153; obelòs: 114, 153 Silla, Lucio Cornelio: 50-51
Seleuco I Nicatore: 141, 178 Silleo (padre di Apollonio
Seleuco Nicanore: v. Seleuco Rodio): 112, 130, 132
I Nicatore Silvano, Claudio: 216
Seneca, Lucio Anneo (il Simichida: 110
Giovane): 36, 97, 126, 161,
Simio: 192
170-172, 175, 177, 183, 226-227
Sincello, Giorgio: 97
Seneca, Lucio Anneo (il Vec-
chio): 226, 228 Sind (regione asiatica): 194
Senecione, Quinto Sosio: 234 Siracusa: 44, 235
274 la biblioteca di alessandria

Siria: 4, 6-7, 75, 165, 215, 218; S. Strasburger, Hermann: 156, 175
Commagene: 228
Stratone di Lampsaco: 44,
Siriani: 79 63, 85
Sirmio (città della Panno- Strepsiade: 140
nia): 187
Suda: 32, 39, 60, 102, 111-113,
Siwah, oasi di: 6-7, 27 117-120, 127, 131-134, 147,
Smirne: 222-223 149-151, 154, 161, 189, 215, 238
Socrate di Atene: 129, 140, 206 Susa: 141
Socrate di Costantinopoli: Svetonio Tranquillo, Gaio: 9,
190-192 19, 39, 89, 164-165, 228, 239
Sofocle di Atene: 55, 80, 109, Tacito: 24, 225, 227
147, 154, 238
Talisie (festa siracusana): 110
Solone di Atene: 40
Tapscott, Don: 204-205, 209
Sostrato di Dexifane: 31-32
Tebe (città beotica): 62
Spagna Betica: 216
Telchini: 133, 235
Sparta: 140, 145-146
Telefo di Cos (padre di
Speusippo di Atene: 84 Filita): 112
Stabia: 232 Tenaginone Probo: 186-187
Stagira: 59 Teo (città dell’Asia Minore): 50
Stanford: 207 Teocrito di Siracusa: 87, 110
Stefano di Bisanzio: 231 Teodoreto di Ciro: 192
Stoicismo: 229 Teodosio I: 25, 190, 219
Strabone di Amasea: 1-5,
Teodoto (retore alessandri-
8-19, 29, 31-32, 37, 49,
no): 165
53-54, 56, 58-59, 81, 85,
88-90, 99-100, 109, 119, 135, Teofilo (patriarca di Ales-
143-144, 161, 237-238 sandria): 190-192
indice dei nomi 275

Teofrasto di Ereso: 49-53, Tolemeo III Euergete I: 18, 37,


55-56, 59-60, 63, 85, 148, 163 44, 55, 80-81, 95, 117, 119-120,
Teone di Alessandria: 44, 189 132, 135, 167, 176, 236

Tertulliano, Quinto Settimio Tolemeo IV Filopatore: 46,


Fiorente: 95 91, 134

Tespie: 91 Tolemeo VI Filometore: 113,


134, 150, 157
Tessaglia: 61, 167, 215
Tolemeo VII Neo Filopatore:
Thermos (città dell’Etolia): 235 134, 157
Timarco: 132 Tolemeo VIII Euergete II: 96,
Timeo di Tauromenio: 235 130, 134, 157
Timocrate (personaggio dei Tolemeo X: 4
Deipnosofisti di Ateneo): 218
Tolemeo XI: 4
Timone di Atene: 11, 13-14
Tolemeo XII Aulete: 164
Timone di Fliunte: 86, 129
Tolemeo XIII: 165-167, 172, 176
Tirannione di Amiso: 51, 54, 237
Tolemeo XIV: 30
Tiro (città fenicia): 20, 26, 215
Tolemeo, Claudio: 45, 141,
Tolemeo di Mauretania: 237 144, 206
Tolemeo Eupatore: 134 Torah: 67
Tolemeo I Soter (di Lago): Traiano Marco Ulpio Nerva:
3-9, 12, 24, 32, 43, 46, 61-64, 216, 239
67-68, 71-78, 80, 88, 110-113,
200, 217 Tricca (città tessala): 215

Tolemeo II Filadelfo: 8, 24, Triparadiso, conferenza di: 75


31-32, 46, 52-53, 61, 63-64, Troade: 53
67-69, 71-72, 74, 78, 80, 88,
Troia, guerra di: 30, 38, 144
93, 97, 101-102, 110, 117, 119,
177, 180, 194-195, 200, 236 Tsirkas, Stratis: 19-20
276 la biblioteca di alessandria

Tucidide di Atene: 156, 238 wikinomics: 204-205


Turchia: 118, 221 Wikipedia: 205
Tzetzes, Giovanni: 70, 93, 95, Williams, Anthony: 204-205,
98, 101 209
Ulisse: 3 Xenarco di Seleucia: 237
Ulpiano, Eneo Domizio: 218 Xifilino, Giovanni: 222
Ungaretti, Giuseppe: 19-20 Yahyā: v. Giovanni Filopono
Ursicino (generale romano): Zamira: v. Demetrio Falereo
216 Zenobia di Palmira: 41, 186-187
Vaballato di Palmira: 186 Zenobio: 3
Valeriano, Publio Licinio: 185 Zenodoto di Efeso: 70, 101-102,
Valerio, Giulio (scrittore 104-106, 109-116, 130-131, 136,
latino): 236 146-148, 152-153, 158, 202
Vero, Lucio Ceionio Com- Zenone di Cizio: 119, 135
modo: 228 Zeus: 24-25, 192; Z. Milichio:
Vespasiano, Tito Flavio: 225, 24; Z. Pancheo: 112; Z. Soter:
232-233 31; Z. Uranio: 24
Vesuvio: 232 Zonara, Giovanni: 222
Visigoti: 230 Zoroastro: 70
Sommario

Presentazione (E. Lanzillotta), v


Premessa, ix
Abbreviazioni bibliografiche, xiii

1. Una giornata ad Alessandria, 1


1. La visita di Strabone, 1
2. Il Museo e la tomba di Alessandro, 3
3. Il Porto Grande, 10
4. Il Porto del Buon Ritorno, 15
5. Le Porte del Sole e della Luna, 19
6. La festa di Serapide, 23
7. La fondazione di Alessandria, 25
8. L’isola di Faro, 28
9. Il Serapeo e Canopo, 35
10. La scienza ad Alessandria, 38

2. Il progetto di fondazione: radunare tutti i libri del mondo, 49


1. La biblioteca di Aristotele, 49
2. Demetrio Falereo e la “fortuna” di un esilio, 59
3. Tolemeo di Lago, lo storico di Alessandro, 73
4. Il “fondo delle navi”, 78
5. Il Museo, 81
6. Il Serapeo e la “biblioteca figlia”, 93
7. Consistenza e allocazione dei libri, 96

3. Scienza e filologia nella Biblioteca di Alessandria, 101


1. Gli inizi, 101
2. La diòrthosis, 105
278 la biblioteca di alessandria

3. Le glosse di Filita, 108


4. Il primo direttore: Zenodoto di Efeso, 111
5. Strutturare la conoscenza: i Pinakes di Callimaco, 116
5.1. Appendice: la Tavola delle rappresentazioni tragiche, 127
6. Un documento straordinario: la lista dei Direttori, 129
7. Eratostene e l’enciclopedismo alessandrino, 134
8. Aristofane di Bisanzio, 146
9. Il grande Aristarco, 149
10. Venti di tempesta, 155
10.1. Premessa, 155
10.2. Una fine, un nuovo inizio, 156

4. La fine della grande biblioteca, 161


1. Premessa, 161
2. L’incendio del 48 a.C., 164
2.1. Le fonti più antiche, 164
2.2. Le fonti posteriori (ii-v secolo d.C.), 177
2.3. Qualche conclusione, 183
3. Aureliano, Zenobia e la fine del Museo, 185
4. Storie di distruzione: dal Serapeo ad ‘Amr ibn al-‘Ās, 190

5. Ritorno ad Alessandria, 197


1. La biblioteca di Alessandria come mito, 197
2. Come muoiono le biblioteche, 201
3. Le biblioteche universali oggi, 203
4. I nuovi Alessandrini delle Million Book Libraries, 209

App. Principali scrittori antichi citati nel volume, 215


i. Achille Tazio, 215
ii. Ammiano Marcellino, 215
iii. Arriano, 216
iv. Ateneo di Naucrati, 217
v. Aulo Gellio, 218
sommario 279

vi. Curzio Rufo, 219


vii. Diodoro Siculo, 220
viii. Dione Cassio, 221
ix. Epifanio di Salamina, 222
x. Galeno, 223
xi. Giovanni Tzetzes, 223
xii. Giuseppe Flavio, 224
xiii. Tito Livio, 225
xiv. Lucano, 226
xv. Luciano di Samosata, 228
xvi. Marmor Parium, 230
xvii. Orosio, 230
xviii. Pausania, 231
xix. Plinio il Vecchio, 232
xx. Plutarco, 233
xxi. Posidippo, 235
xxii. Romanzo di Alessandro, 236
xxiii. Strabone, 237
xxiv. La Suda, 238
xxv. Svetonio, 239

Bibliografia essenziale, 241


Tavole
Tav. 1: Alessandria iii-i secolo a.C., 247
Tav. 2.1: Dinastia reale tolemaica 305-81 a.C., 248
Tav. 2.2: Dinastia reale tolemaica 81-30 a.C., 249

Indice delle fonti, 251


i. Fonti letterarie, 251
ii. Papiri, 258
iii. Iscrizioni, 258

Indice dei nomi, 259


Edizioni TORED s.r.l.
Stampato nel mese di Aprile 2010 da Grafiche Trusiani s.r.l.
via Paterno, 29f - 00010 Villa Adriana (Roma)
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