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GRAMSCI

Il sistema in movimento

Alberto Burgio

DeriveApprodi, 2014
Nel ricordo di Lucio Magri
ATTUALITÀ DI UN INATTUALE

Per molte importanti ragioni Antonio Gramsci è oggi inattuale. Vede nel-
la storia il solo luogo nel quale sia possibile comprendersi, come indivi-
dui e come soggetti collettivi. È quindi, direbbe il poeta, «più moderno di
ogni moderno», posto che la modernità nasce col sentimento di un nuovo
tempo che comincia nel segno di grandi trasformazioni. Oggi il sentimen-
to del tempo storico appare sradicato, e si direbbe imploso l'orizzonte di
senso che sul suo sfondo si costituiva. L'idea che la storia sia uno «svolgi-
mento» coerente ci è estranea. Suona per noi come un che di scolastico e
di astratto.
Gramsci investe sulla forza delle organizzazioni del movimento ope-
rai, delle quali, pure, scorge gravi limiti, dovuti all'inadeguatezza dei
gruppi dirigenti e alla loro estraneità alla classe. Confida nella trasforma-
zione rivoluzionaria e nell'avvento, anche in «Occidente», di una «nuova
società», regolata dall'autogoverno dei corpi sociali. Alieno da qualsiasi
determinismo, lo considera una «necessità storica» perché ha fiducia nel-
l'efficacia della volontà (della razionalità) collettiva. Nulla più di un simi-
le ottimismo storico si direbbe, di questi tempi, lontano dal sentire comu-
ne.
Ma tutto il suo discorso, specie nei Quaderni del carcere, viene co-
struendo, nel movimento interno del pensiero, uno scenario di lungo pe-
riodo. La riflessione sulla logica delle crisi e delle transizioni storiche, nel
segno della Prefazione marxiana del '59, è, per così dire, la spina dorsale
della sua intera ricerca, che ci riguarda da vicino, e ci coinvolge.
Gramsci legge il proprio tempo nel quadro di una crisi storica («or-
ganica») insanabile. Sviluppatasi per secoli nel grembo della società si-
gnorile, giunta a fioritura con l'89 giacobino, la forma capitalistica entra
irreversibilmente in crisi, a suo giudizio, nel biennio assiale 1870-71, per
il precipitare di eventi mondiali e di processi che sanciscono la maturità
del sistema e l'inizio della sua senescenza. Come Marx, Gramsci pensa
dialetticamente la crisi come conseguenza necessaria dello sviluppo, e
come premessa di una transizione differibile ma non evitabile.
È uno scenario che parla di noi. Da oltre un secolo l'Occidente è sta-
bilmente in crisi. Genera guerre apocalittiche (quest'anno cade il centena-
rio della Grande guerra), produce devastazioni dell'ecosistema, si dimo-
stra incapace di coniugare successi tecnici e crescita civile, intellettuale e
morale della società. Non soltanto per irresponsabilità soggettive: anche,
soprattutto, per limiti sistemici.
Dunque il nostro è ancora il tempo di Gramsci, per quanto distanti
ci si possa ritenere. E nonostante la divergenza delle prospettive. Da ulti-
mo Eric Hobsbawm ha scritto che egli è parte del nostro universo intel-
lettuale. Un classico. Senza l'aura archeologica che talora a questo giudi-
zio si accompagna.

Sono molto grato a Gennaro Imbriano, Marina Lalatta Costerbosa e Ciro Tarantino, che
hanno accuratamente letto la prima stesura di questo libro. I loro commenti e le loro criti-
che puntuali mi hanno consentito di migliorare notevolmente il testo.
Da Gianni Francioni, amico di una vita di studi su Gramsci, ho ricevuto il dono di
un'attenta lettura, prodiga di suggerimenti; Guido Liguori mi ha generosamente permesso
di avvalermi della sua competenza sull'opera e la bibliografia gramsciana. Mi auguro di
essere riuscito a fare tesoro, almeno in parte, dei loro preziosi consigli.
Considerato adunque tutte le cose di sopra discorse, e
pensando meco medesimo se al presente in Italia cor-
revono tempi da onorare uno nuovo principe, e se ci
era materia che dessi occasione a uno prudente e vir-
tuoso di introdurvi forma che facessi onore a lui e
bene alla università delli uomini di quella, mi pare
concorrino tante cose in benefizio di uno principe
nuovo che io non so qual mai tempo fussi più atto a
questo.

Niccolò Machiavelli, Il Principe, XXVI


ABBREVIAZIONI

CF ANTONIO GRAMSCI, La Città futura 1917-1918, a cura di Sergio Caprioglio,


Einaudi, Torino 1982

CPC ANTONIO GRAMSCI, La costruzione del Partito comunista 1923-1926 , Einaudi,


Torino 19744

CT ANTONIO GRAMSCI, Cronache torinesi 1913-1917, a cura di Sergio Caprioglio,


Einaudi, Torino 1980

FGD PALMIRO TOGLIATTI, La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista
italiano nel 1923-1924, Editori Riuniti, Roma 1974

LC ANTONIO GRAMSCI, Lettere dal carcere, a cura di Antonio A. Santicci, Sellerio,


Palermo 1996

LZ ANTONIO GRAMSCI, Lettere a Zino Zini, in «Rinascita», 25 aprile 1964

NM ANTONIO GRAMSCI, Il nostro Marx 1918-1919, a cura di Sergio Caprioglio,


Einaudi, Torino 1984

ON ANTONIO GRAMSCI, L'Ordine Nuovo 1919-1920, a cura di Valentino Gerratana e


Antonio A. Santucci, Einaudi, Torino 1987

Q ANTONIO GRAMSCI, Quaderni del carcere, Edizione critica dell'Istituto Gramsci.


A cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975, 4 tomi

SF ANTONIO GRAMSCI, Socialismo e fascismo. L'Ordine Nuovo 1921-1922 , Einaudi,


Torino 19746

SPG LEONARDO PAGGI, Le strategie del potere in Gramsci, Editori Riuniti, Roma 1984.
PRIMA DEL CARCERE
Capitolo 1
COSCIENZA DI CLASSE E STORIA

1. «RIVELARE I PROLETARI A SE STESSI»

Cominceremo questo nuovo cammino attraverso l'opera di Antonio


Gramsci rileggendo per esteso, tra breve, alcuni stralci di un suo articolo
intitolato Socialismo e cultura, apparso sul «Grido del Popolo» il 29 gen-
naio 1916. Pagine giovanili che ci sembrano importanti per due motivi.
Quando Gramsci le scrive ha venticinque anni. È agli esordi di un'at-
tività giornalistica e politica durante la quale darà alla luce centinaia di
articoli, che nella raccolta (non ancora definitiva) di cui disponiamo oc-
cupano oltre quattromila pagine. Riconoscere la ricchezza di questi testi,
scritti per i fogli della sinistra rivoluzionaria negli anni della guerra e fino
al carcere, suggerisce e forse impone di rivedere il pregiudizio, largamente
percepito, secondo il quale la produzione giornalistica di Gramsci sareb-
be di scarso rilievo ai fini dello studio del suo pensiero politico.
Il secondo motivo è che possiamo servirci di questo brano come di
una sorta di indice analitico per tenere insieme alcuni passaggi decisivi
del nostro lavoro. Del resto, si tratta di uno degli articoli più significativi
di questi anni, a cogliere la densità del quale basterebbe l'accenno iniziale
alla «polemica tra il Bordiga di Napoli e il nostro Tasca» [ CT 99], cioè
allo scontro verificatosi, quattro anni prima, al Congresso giovanile so-
cialista di Bologna.
Com'è noto, nei confronti di Tasca Gramsci non è indulgente. L'arti-
colo del '16 lo accosta implicitamente all'«intellettualismo bolso e incolo-
re» [CT 100] del pedante. E tanto più severo suonerà, negli anni successi-
vi, il giudizio affidato alle colonne dell'«Ordine Nuovo», dove, per fare
solo un esempio, Gramsci gli imputerà (nel giugno 1920) «manchevolezze
e imprecisioni», «equivoci e confusioni» (soprattutto sulla funzione dei
Consigli di fabbrica) tali da vanificare l'«importanza storica» di un con-
gresso della Camera del lavoro di Torino [ON 538-42]. I Quaderni però
distribuiranno altrimenti le responsabilità del conflitto divampato nel
Congresso bolognese:

Si dice spesso che l'estremismo «economista» era giustificato


dall'opportunismo culturalista (e ciò si dice per tutta l'area del
conflitto), ma non si potrebbe anche dire il viceversa, che l'op-
portunismo culturalista era giustificato dall'estremismo econo-
micistico?

Entrambi sono eccessi ingiustificabili, «aspetti della stessa immaturità e


dello stesso primitivismo» [Q 1112]. Ma l'atteggiamento più deleterio è
certamente, a giudizio di Gramsci, quello settario assunta da Bordiga: un
feticismo “operaista” spintosi al punto di individuare nello «scarso livello
della cultura operaia» un carattere essenziale «del regime del salariato»
per poi teorizzare la nocività della cultura stessa. Perché un fatto per
Gramsci è certo: senza cultura non è possibile essere coscienti di sé e del-
la realtà, quindi è preclusa ogni azione efficace, in grado di trasformare la
società. Ciò vale per gli individui singolarmente considerati, e vale anche
per la «massa», la cui «preparazione ideologica» è dunque «una necessità
della lotta rivoluzionaria», «una delle condizioni indispensabili della vit-
toria» [CPC 56].
Come vedremo, questo schema governa la dialettica tra massa e clas-
se in base alla quale, riprendendo la lezione di Lenin, Gramsci definisce
identità e funzioni del partito comunista. Se bene intesa, la cultura è fon-
damento del soggetto rivoluzionario, termine che di per sé allude alla
consapevolezza del compito storico della classe operaia.
Ma ecco la citazione dalla quale vogliamo prendere le mosse e che ci
servirà da filo conduttore in questo capitolo:

Ricordiamo due brani: uno di un romantico tedesco, il Novalis


(vissuto dal 1772 al 1801) che dice: «Il supremo problema della
cultura è di impadronirsi del proprio io trascendentale, di essere
nello stesso tempo l'io del proprio io. Perciò sorprende poco la
mancanza di senso ed intelligenza completa degli altri. Senza
una perfetta comprensione di noi, non si potranno veramente
conoscere gli altri».
L'altro, che riassumiamo, di G.B. Vico. Il Vico (nel 1° Corollario
intorno al parlare per caratteri poetici delle prime nazioni nella
Scienza nuova) dà una interpretazione politica del famoso detto
di Solone, che poi Socrate fece suo quanto alla filosofia: «Cono-
sci te stesso», sostenendo che Solone volle con quel detto am-
monire i plebei, che credevano se stessi d' origine bestiale e i no-
bili di divina origine, a riflettere su se stessi per riconoscersi d'u-
gual natura umana co' nobili, e per conseguenza a pretendere di
essere con quelli uguagliati in civil diritto. E pone poi in questa
coscienza dell'uguaglianza umana tra plebei e nobili, la base e la
ragione storica del sorgere delle repubbliche democratiche nel-
l'antichità.
[…] La cultura […] è organizzazione, disciplina del proprio io
interiore, è presa di possesso della propria personalità, è con-
quista di coscienza superiore, per la quale si riesce a compren-
dere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i
propri diritti e i propri doveri. Ma tutto ciò non può avvenire
per evoluzione spontanea, per azioni e reazioni indipendenti
dalla propria volontà, come avviene nella natura vegetale e ani-
male in cui ogni singolo si seleziona e specifica i propri organi
inconsciamente, per legge fatale delle cose. L'uomo è soprattut-
to spirito, cioè creazione storica, e non natura. Non si spieghe-
rebbe altrimenti il perché, essendo sempre esistiti sfruttati e
sfruttatori, creatori di ricchezza e consumatori egoistici di essa,
non si sia realizzato il socialismo. Gli è che solo a grado a gra-
do, a strato a strato, l'umanità ha acquistato coscienza del pro-
prio valore e si è conquistato il diritto di vivere indipendente-
mente dagli schemi e dai diritti di minoranze storicamente affer-
matesi prima. E questa coscienza si è formata non sotto il pun-
golo brutale delle necessità fisiologiche, ma per la riflessione in-
telligente, prima di alcuni e poi di tutta una classe […].
Lo stesso fenomeno si ripete oggi per il socialismo. È attraverso
la critica della civiltà capitalistica che si è formata o si sta for-
mando la coscienza unitaria del proletariato, e critica vuol dire
cultura, e non già evoluzione spontanea e naturalistica. Critica
vuol dire appunto quella coscienza dell'io che Novalis dava
come fine alla cultura. […] Conoscere se stessi vuol dire essere
se stessi, vuol dire essere padroni di se stessi, uscire fuori dal
caos, essere un elemento di ordine, ma del proprio ordine, e del
proprio ordine e della propria disciplina ad un ideale. [ CT 99-
102]

Tre spunti tematici ci pare di potere ricavare da quanto abbiamo letto: la


centralità politica del problema della costituzione di una coscienza di
classe, posta da Gramsci in connessione con l'ispirazione storicistica della
propria filosofia; gli accenni critici all'idea di uno sviluppo spontaneo
dell'autocoscienza, connessi alla questione dell'organizzazione e del par-
tito; quindi, sulla base di queste premesse, la descrizione del processo di
sviluppo della coscienza nei termini di un passaggio autonomo dal disor-
dine all'ordine.
Nemmeno il richiamo a Socrate contenuto nel testo rimarrà privo di
echi nel prosieguo di una ricerca incentrata – per riprendere un'espressio-
ne gramsciana – sull'«economia sociale dei giudizi e dei pregiudizi» [ SF
138]. Dando notizia della morte di Liebknecht sull'«Avanti!» del 18 gen-
naio 1919, Gramsci ne accosterà la figura a quella di Lenin, e ancora il
tema della coscienza di classe sarà al centro dell'attenzione. «Rivelare i
proletari a se stessi»: è questa l'opera dei grandi rivoluzionari, e questa
«la colpa loro», che ne motiva la condanna a morte da parte della bor-
ghesia. L'azione politica si configura dunque nei termini di una maieuti-
ca: «Gli eroi della Rivoluzione proletaria ripetono al proletariato il motto
di Socrate: conosci te stesso!» [NM 497].
È un filo che vale la pena di seguire e che porta lontano. Ancora nei
Quaderni, quando sarà questione dell'unità della propria «concezione del
mondo» quale condizione preliminare della propria autonomia, Gramsci
porrà l'accento sull'esigenza di un confronto critico con la filosofia prece-
dente. E osserverà:

L'inizio dell'elaborazione critica è la coscienza di quello che è


realmente, cioè un «conosci te stesso» come prodotto del pro-
cesso storico finora svoltosi che ha lasciato in te stesso un'infini-
tà di tracce accolte senza beneficio d'inventario.

La conclusione sarà perentoria: «Occorre fare inizialmente un tale inven-


tario» [Q 1376]. Che il lavoro politico in vista della rivoluzione debba
muovere dalla costruzione della coscienza di classe del proletariato è dun-
que una convinzione che attraversa l'intera riflessione politica gramscia-
na, e della quale non è difficile comprendere le ragioni.

2. LA FUNZIONE COSTITUTIVA DELLA COSCIENZA

Anche a questo proposito conviene partire da una citazione, tratta questa


volta da un articolo dell'ottobre 1918, anch'esso apparso sul «Grido del
Popolo». Dopo aver indicato nell'«idealismo filosofico» il fondamento del
marxismo, Gramsci scrive:

Si pensi del resto all'uso grande che i socialisti fanno della paro-
la «coscienza», «coscienza di classe», «coscienza socialista e
proletaria»; è implicita in questo linguaggio la concezione filo-
sofica che si «è» solo quando «si conosce», «si ha coscienza» del
proprio essere: un operaio «è» proletario quando «sa» di essere
tale e opera e pensa secondo questo suo «sapere». [NM 349]

Si è soltanto quando si ha coscienza di sé: difficile pensare a una più forte


affermazione della funzione costitutiva dell'autocoscienza; difficile imma-
ginare una più esplicita dichiarazione di fedeltà alla lezione hegeliana
(imperniata sul valore ontologico dell'autonomia quale fondamento di
una soggettività che è solo nella misura in cui sa e comprende se stessa, è
per sé) e, come subito si dirà, dell'insegnamento di Antonio Labriola.
L'«idealismo filosofico», la filosofia classica tedesca («una dottrina
dell'essere e della conoscenza, secondo la quale questi due concetti si
identificano»), è la radice di quello che, con Labriola, Gramsci definisce
qui, come in molti altri luoghi, «comunismo critico» [NM 348]. In questo
senso oltre due anni prima (gennaio 1916) egli aveva scritto che «l'uomo è
soprattutto spirito, cioè creazione storica, e non natura» [ CT 101]. E an-
cora nei Quaderni – dove, pure, la cifra idealistica di queste considerazio-
ni appare decisamente stemperata – sosterrà la coincidenza tra storia e
natura umana («la natura dell'uomo è la “storia”» [ Q 885]), cioè, a rigo-
re, l'inesistenza di una natura umana in senso stretto.
Insomma, nel divenire ciò che si è l'acquisizione della coscienza di sé
è determinante. Si è veramente se stessi, solo se ci si comprende. Al punto
che, se la storia degli uomini è essenzialmente storia di lotte di liberazio-
ne, i loro sforzi rischiano di rimanere sterili finché non sono riconosciuti.
Stando così (per Gramsci) le cose, non meraviglia che i concetti portanti
della strategia rivoluzionaria ruotino, nella sua prospettiva, intorno al
problema dell'acquisizione della coscienza.
Quando Gramsci afferma a più riprese a proposito della trasforma-
zione dell'operaio in proletario (ancora in un articolo del novembre 1919,
in pieno biennio rosso, scrive che «l'operaio è produttore perché ha acqui-
stato coscienza della sua funzione nel processo produttivo» [ ON 299]),
quindi del proletariato in classe dirigente [ CPC 144-5], vale in primo luo-
go, come si diceva, per il rapporto tra massa e classe. Se la prima si defi-
nisce per l'assenza di coscienza («è il materiale umano necessario per
creare la storia, materiale appunto e non coscienza» [ CT 175]), la secon-
da è il prodotto di un lavoro di «distinzione» e di «individuazione» gover-
nato dall'acquisizione della «consapevolezza del fine» storico che ne in-
forma oggettivamente l'azione [NM 5-6]: l'esito di uno sviluppo che pre-
vede l'abbandono di «ogni residuo corporativo o incrostazione sindacali-
stica» e l'acquisizione di una prospettiva «essenzialmente nazional[e]»
[CPC 158], grazie alla quale non si pensa se stessi più come lavoratori di
una categoria determinata («come metallurgico, falegname, edile, ecc.»),
ma «come operai membri di una classe che tende a dirigere i contadini e
gli intellettuali» [CPC 145], cioè a costruire alleanze e blocchi storici.
È lo sviluppo di «volontà consapevoli di un fine reale» a trasformare
la massa da «materiale grezzo per la storia delle classi privilegiate» in un
soggetto «capace di creare la sua propria storia, di edificare la sua città»
[ON 520], a porre la classe operaia in condizione di svolgere la propria
funzione dirigente riscattandola dalla precedente condizione di «massa di
manovra guidata e diretta dallo stato maggiore di un'altra classe» [ SF
134].
Non è un compito agevole. La coscienza prende forma nel laborioso
superamento di un disordine che è segno e fonte di subalternità. «La mas-
sa – scrive Gramsci sull'«Avanti!» del 24 dicembre 1917 – è sempre in sus-
sulto» e si tratta di trasformarla da «caos-popolo» in «ordine nel pensie-
ro», affinché diventi «sempre più cosciente della propria potenza, della
propria capacità ad assumersi la responsabilità sociale, a diventare l'arbi-
tro dei propri destini» [CF 515]. L'indicazione che ne sortisce è univoca:
«Il movimento proletario deve assorbire questa massa; deve disciplinarla,
deve aiutarla a diventare consapevole dei propri bisogni materiali e spiri-
tuali» [NM 417].
Non diversamente – anche se con ben altra consistenza argomentati-
va e teorica – i Quaderni porranno l'accento sulla duplicità e contraddit-
torietà della coscienza dell'uomo di massa [Q 1384-7], sulla sua essenzia-
le incapacità di comprendere se stesso, a un tempo frutto e causa di etero-
nomia [Q 1875]. E – come vedremo nei capitoli 8 e 13 – insisteranno sulla
funzione decisiva del movimento operaio (il riferimento chiamerà diretta-
mente in causa l'Ordine Nuovo, «movimento per valorizzare la fabbrica»)
nel conferirgli coscienza di sé e della propria funzione [Q 1137-8].
L'acquisizione della coscienza da parte del proletariato appare dun-
que a Gramsci premessa indispensabile della nascita (e, a maggior ragio-
ne, dello sviluppo) del movimento rivoluzionario. L'essenza del «rivolu-
zionarismo», scrive sul «Grido del Popolo» il 13 ottobre 1917, è la «co-
scienza integrale di tutti i problemi della vita, attuali, immediati e futuri»
(CF 392]. In altri termini (aggiunge due anni dopo) «gli operai di città
sono rivoluzionari per educazione, li ha resi tali lo svolgimento della co-
scienza e la formazione della persona nella fabbrica, cellula dello sfrutta-
mento del lavoro» [ON 355].
Del resto, l'idea stessa di rivoluzione implica lo sviluppo della consa-
pevolezza dell'identità e del valore storico della classe:

Secondo il marxismo – così sull'«Unità» del 5 luglio 1925 – il


movimento proletario, che viene creato oggettivamente dallo
sviluppo del capitalismo, diventa rivoluzionario, cioè si pone il
problema della conquista del potere politico solo quando la
classe operaia è divenuta consapevole di essere la sola classe ca-
pace di risolvere i problemi che il capitalismo pone nel suo svi-
luppo, ma non riesce e non può riuscire a risolvere. [CPC 250]

Senza quello che i Quaderni concepiranno come un passaggio dall'ogget-


tivo al soggettivo [Q 1138]; senza – ancora una volta – l'autocomprensio-
ne della classe quale fattore-chiave della riproduzione, quindi della possi-
bile trasformazione (la marxiana «prassi rovesciante»): senza questo pro-
cesso, ad un tempo interiore e reale, nessuno sviluppo del conflitto è pos-
sibile, nessuna progressione dalla lotta sindacale («economico-corporati-
va», nella lingua dei Quaderni) alla lotta politica, all'altezza del problema
storico della transizione.
Perché la lotta sindacale diventi un fattore rivoluzionario – leg-
giamo nell'Introduzione al primo corso della scuola interna di
partito – occorre che il proletariato l'accompagni con la lotta
politica, cioè che il proletariato abbia coscienza di essere il pro-
tagonista di una lotta generale che investe tutte le questioni più
vitali dell'organizzazione sociale, cioè abbia coscienza di lottare
per il socialismo. [CPC 53]

Siamo così alla primavera del 1925, ben oltre gli anni dell'apprendistato
rivoluzionario sullo sfondo della Grande guerra e dell'Ottobre bolscevico.
Ma alla luce di queste argomentazioni è tanto più agevole comprendere
in che senso l'Internazionale comunista appaia al giovane Gramsci «un
atto dello spirito», «la coscienza che i proletari di tutto il mondo hanno
(quando l'hanno) di costituire un'unità». E perché, dunque, egli scriva che
«quando questa coscienza unitaria manca, non esiste Internazionale»
[CT 19].
Non può esistere, in assenza di autocoscienza, un organismo il cui
«cuore non è che la coscienza del suo essere classe, la coscienza dei suoi
fini, la coscienza del suo avvenire» [CF 71]. Per questo la conquista della
coscienza di classe, che nel febbraio del '17 Gramsci definisce un «proces-
so di interiorizzamento» [CF 26] (si tratta di «collocare la classe operaia
nelle coscienze delle moltitudini», scriverà poi, durante il biennio rosso
[ON 724]), è ai suoi occhi una condizione preliminare della rivoluzione.
La quale nasce sempre – a differenza delle semplici sommosse – dall'«im-
pulso coraggioso dei coscienti e dei capaci» [ON 353].
Scrive Gramsci in Socialismo e cultura:

Un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale, di per-


meazione di idee attraverso aggregati di uomini prima refrattari
e pensosi di risolvere giorno per giorno, ora per ora, il proprio
problema economico e politico per se stessi, senza legami di so-
lidarietà con gli altri che si trovavano nelle stesse condizioni ha
segnato storicamente la fase preparatoria di ogni rivoluzione.
[CT 101]
Non è certo diverso, da questo punto di vista, il caso specifico della rivo-
luzione proletaria, il cui «svolgimento reale» ha luogo dappertutto ma
«sotterraneamente, nell'oscurità della fabbrica e nell'oscurità della co-
scienza delle moltitudini» [ON 533].
Un nuovo illuminismo è dunque indispensabile. Termini come «di-
singanno» e «rischiaramento» ricorrono frequenti nella pagina gramscia-
na negli anni dell'immediato dopoguerra, quando – come vedremo nel
capitolo 3 – si fa più aspra la critica della democrazia parlamentare come
«finzione» e «maschera» della «dittatura borghese» [ ON 324, 316; SF
420].
Anche da qui trae origine la convinzione che «dire la verità implaca-
bilmente» equivalga ad agire nell'interesse della rivoluzione [ON 337]. «Il
partito si pone sul terreno della schiettezza e della verità», scrive Gramsci
sull'«Ordine Nuovo» nel marzo 1921 [SF 85]; e l'anno successivo ribadi-
sce:

alla classe operaia non bisogna nascondere nulla di ciò che la in-
teressa, anche se questo possa farle dispiacere, anche se la verità
sembri immediatamente dannosa. […] bisogna trattare la classe
operaia come un maggiorenne, che è fornito di ragionevolezza e
di discernimento, e non come un minorenne sotto tutela. [ SF
476-7]

Acquistare coscienza significa riconoscere la propria forza fondata sulle


contraddizioni reali della società. Significa, quindi, liberarsi. Per questo
promuovere la formazione della coscienza della classe è contribuire alla
sua liberazione. E questo è altresì il motivo per cui – confermeranno i
Quaderni – il marxismo, «teoria di tali contraddizioni», è l'espressione di
classi «che hanno interesse a conoscere tutte le verità» [Q 1320].
3. «IL COMPITO MAGGIORE DELLE FORZE COMUNISTE»

È facile intendere perché, in tale contesto, l'accento cada con forza sulle
funzioni del partito, a cominciare dalla sua scuola interna. Vedremo in
seguito (già nel prossimo capitolo [§ 2] in che termini Gramsci affronti la
delicata questione dello spontaneismo. Per il momento è importante co-
gliere il nesso che egli istituisce fra coscienza di classe e organizzazione.
«Spoltrire le coscienze, conquistare le coscienze» [ CF 266]; «far di-
ventare qualcosa il proletario che prima non era nulla, dargli una consa-
pevolezza» [ON 129]; è questa, secondo la «dottrina leninista» che
Gramsci chiama in causa, una funzione essenziale del partito operaio, la
«parte del proletariato che si è assimilata la teoria e continua a diffonder-
la» [CPC 251]. In questo quadro la scuola di partito, «avanguardia del
proletariato la quale forma e istruisce i suoi quadri», aggiunge un'arma
decisiva (appunto la «coscienza teorica» e la «dottrina rivoluzionaria») a
quelle con le quali la classe operaia «si appresta ad affrontare i suoi nemi-
ci e le sue battaglie» [CPC 50].
Sembra riecheggiare in queste parole l'idea “gobettiana” (pensiamo
al ritratto che Gramsci fa di Gobetti nella Quistione meridionale [CPC
156-7] secondo cui la cultura «è organizzazione» [ CT 100] e l'organizza-
zione è a sua volta necessaria per agire sul piano culturale, quindi nella
lotta politica. Coscienza e organizzazione costituiscono – agli occhi del
leninista Gramsci – un binomio indissolubile, nel quale prende forma il
fondamento stesso del movimento rivoluzionario. «Il compito maggiore
delle forze comuniste» gli appare «quello di dare coscienza e organizza-
zione alle forze produttive» [ON 571] e, con ciò, di «dare forma organica
alle masse» [ON 353], facendo di queste un soggetto cosciente della pro-
pria identità e dei propri fini oggettivi.
«Il dovere più urgente del socialismo – scrive sull'«Avanti!» il 5 di-
cembre 1918 – è problema di organizzazione, di forza: organizzazione di
corpi fisici e di cervelli, potenza meccanica e di prestigio» [ NM 429]. Pro-
prio il successo conseguito in quest'opera di organizzazione delle menti
(cioè di formazione e di coordinamento: i Quaderni diranno, in una pa-
rola, di egemonia) appare a Gramsci il motivo essenziale dell'attaccamen-
to degli operai all'«Ordine Nuovo» settimanale durante l'occupazione
delle fabbriche. Così ancora il tema della maieutica affiora implicitamen-
te nel suo ragionamento:

gli operai – scrive nell'agosto del '20 – amarono l'«Ordine Nuo-


vo» (questo possiamo affermarlo con intima soddisfazione), e
perché gli operai amarono l'«Ordine Nuovo»? Perché negli arti-
coli del giornale ritrovavano una parte di se stessi, la parte mi-
gliore di se stessi; perché sentivano gli articoli dell'«Ordine Nuo-
vo» pervasi dallo stesso loro spirito di ricerca interiore: «Come
possiamo diventar liberi? Come possiamo diventare noi stessi?».
[ON 622]

«L'Ordine Nuovo» si definiva «giornale dei Consigli di fabbrica», gli or-


ganismi che Gramsci aveva in precedenza definito (insieme al movimento
dei commissari di reparto) come «il più idoneo organo di educazione re-
ciproca» [ON 239]. Anche queste considerazioni, dunque, ruotano intor-
no al problema, da Gramsci ritenuto cruciale, dell'educazione delle mas-
se, della funzione «pedagogica» del partito. A conferma, se ve ne fosse bi-
sogno, della rilevanza del tema «coscienza di classe».
Come si diceva, la riflessione dei Quaderni troverà un centro nel con-
cetto di egemonia, ma la sostanza, per ciò che riguarda le funzioni del
partito, non cambierà di molto. In termini analoghi Gramsci insisterà
sull'esigenza di rendere «politicamente possibile un progresso intellettua-
le di massa» [Q 1385] e di «lavorare incessantemente per elevare intellet-
tualmente sempre più vasti strati popolari, cioè per dare personalità all'a-
morfo elemento di massa» [Q 1392]. E, come vedremo già nel prossimo
capitolo (§ 2), porrà ancora l'accento, con un'evidente ripresa del lessico e
dell'impianto teorico hegeliano (la polarità in sé/per sé; la scissione come
premessa di autonomia), sulla «funzione molto grande» svolta in que-
st'ambito dall'«elemento organizzativo».
4. «NON SI EVADE DAL DOMINIO DELLA NECESSITÀ STORICA»

In questa posizione non vi è nulla di originale, ovviamente. Nell'assumer-


la, Gramsci è del tutto consapevole di riproporre uno schema classico, e
lo stesso può dirsi a proposito del complicato problema filosofico che da
qui, nella sua prospettiva, immediatamente discende.
A suo giudizio, la conquista individuale e collettiva della coscienza di
sé e della realtà – della coscienza di classe – passa necessariamente attra-
verso la comprensione della realtà storica e del suo processo di formazio-
ne (della sua genesi, direbbe Labriola). Più precisamente, divenire consa-
pevoli di sé ai fini del conflitto sociale e politico implica (e in qualche mi-
sura significa) decifrare la struttura del processo storico: la logica dina-
mica che lo governa, i suoi ritmi, le sue stesse finalità immanenti. Signifi-
ca, in una parola, comprendere quella che il suo lessico definisce «neces-
sità storica». E, comprendendola, riconoscerla come tale. Quindi per un
verso conformarvisi, addirittura «ubbidirle»; per l'altro, proprio per que-
sto, imparare, machiavellicamente, a «dominarla».
Ecco, per fare solo un esempio, che cosa Gramsci scrive in proposito
in uno dei più notevoli testi precarcerari, Il nostro Marx, apparso sul
«Grido del Popolo» il 4 maggio 1918, in occasione del centenario della
nascita dell'autore del Manifesto comunista:

L'uomo acquista coscienza della realtà obbiettiva, si impadroni-


sce del segreto che fa giocare il succedersi reale degli avvenimen-
ti. L'uomo conosce se stesso, sa quanto può valere la sua indivi-
duale volontà, e come essa possa essere resa più potente in
quanto, ubbidendo, disciplinandosi alla necessità, finisce col do-
minare la necessità stessa, identificandola col proprio fine. [ NM
5]

In altre parole, l'uomo «conosce se stesso» (si ripensi, a proposito dell'ar-


ticolo del 1916, alla citazione vichiana del «famoso detto di Solone» rein-
terpretato in chiave politica [CT 99]) nella misura in cui comprende il va-
lore della propria volontà (volontà che, puntualizza ora Gramsci, «marxi-
sticamente, significa consapevolezza del fine», in antitesi ad «arbitrio»
[NM 5-6]). E questa duplice, contestuale scoperta si risolve (e culmina,
divenendo a sua volta premessa di prassi politica) nel riconoscimento del-
la «necessità storica» e nel suo «operoso» padroneggiamento.
Ma che cosa intende Gramsci con necessità storica? È opportuno
cercare di venire subito in chiaro sul complesso di questioni che questa
idea solleva, tanto più che essa non costituisce soltanto un concetto-chia-
ve della concezione gramsciana della storia (la ragione principale per cui
il primo Gramsci rivendica a più riprese il carattere storicistico del marxi-
smo [CF 215; NM 114, 137], che i Quaderni e le Lettere dal carcere defi-
niranno a loro volta «storicismo assoluto» ( Q 1437, 1826-7; LC 573]), ma
anche, a cascata, un riferimento teorico essenziale della teoria della tra-
sformazione e – come vedremo nel capitolo 3 (§ 8) – della rappresentazio-
ne democratica che Gramsci elabora nei primi anni della sua esperienza
politica.
È evidente che non siamo al cospetto dell'affermazione, tutto som-
mato ovvia, della necessità di capire e di capirsi nel quadro della situazio-
ne storica. Entra qui in gioco un'idea niente affatto scontata del divenire,
non priva, almeno in apparenza, di implicazioni sospette. Gramsci scrive,
per esempio, che «non si evade dal dominio della necessità storica» [ NM
613], e sembra con ciò evocare gli ingombranti spettri del determinismo e
della filosofia della storia. È forse in riferimento a una teleologia determi-
nistica che, almeno in gioventù, egli concepisce la vicenda storica e si im-
pegna nella battaglia politica?
La storia intesa come «necessità immanente» [NM 116]; la scienza
come «ricerca e determinazione delle necessità» [CF 358]; il marxismo
come giudizio sugli avvenimenti «dal punto di vista della necessità stori-
ca» [ON 438], dunque, riguardo alla classe operaia, come «autocoscien-
za» della propria necessità storica, di sé come necessità storica [CF 645;
NM 521; ON 534-5]. Sulla base di queste premesse, la pagina gramsciana
(anche nei Quaderni, dove leggiamo che la volontà si dimostra razionale
in quanto corrisponde a «necessità obiettive storiche» [ Q 1485]) rischia in
effetti di apparire ispirata da un fatalismo consolatorio del tutto incom-
prensibile alla luce degli esiti della lotta rivoluzionaria in Italia e in Euro-
pa tra le due guerre mondiali. Tanto più che Gramsci non afferma soltan-
to la «necessità» dello «sfruttamento» e della «sofferenza del proletaria-
to» [NM 158], né solo quella, conseguente, della lotta di classe [CF 462] e
di avvenimenti come la Guerra mondiale o la scissione di Livorno, che
della lotta di classe costituiscono immediati riflessi [ ON 554; CPC 89].
«Necessari» gli appaiono anche lo sviluppo dell'organizzazione di classe e
la fondazione dell'Internazionale comunista [ON 189]; l'affermarsi della
direzione operaia del processo rivoluzionario [ON 658] e la vittoria pro-
letaria [NM 316-7; SF 103]; l'avvento della dittatura del proletariato [ ON
32] e persino la creazione dello Stato operaio [SF 149].
Parrebbe impossibile negare il timbro deterministico di simili consi-
derazioni, ma se guardiamo con attenzione, le cose appaiono ben diverse.
Sin dai suoi primi interventi Gramsci non si stanca di denunciare la va-
lenza controrivoluzionaria del determinismo, nella convinzione che limi-
tare alle circostanze materiali la ricerca delle cause degli avvenimenti non
soltanto impedisca di comprendere il nesso dialettico che presiede alla
costituzione della realtà e al suo processo di sviluppo, ma induca anche,
di conseguenza, a sottovalutare la funzione costitutiva (ontologica) della
prassi, della volontà e dell'azione consapevole. Con esiti rovinosi sul ter-
reno dell'organizzazione della lotta politica.
Solo partendo da queste premesse è possibile intendere l'accusa, ri-
volta da Gramsci nel gennaio 1918 al gruppo dirigente socialista, di avere
«ridotto la dottrina di Marx a uno schema esteriore, a una legge natura-
le, fatalmente verificantesi all'infuori della volontà degli uomini», e quin-
di a una «dottrina dell'inerzia del proletariato» [ CF 554-5]; capire quanto
afferma nel marzo del '24, denunciando gli effetti rovinosi della «dolce il-
lusione che gli avvenimenti non possono che svolgersi secondo una deter-
minata linea di sviluppo, quella da noi prevista» [ CPC 16-7]; o, ancora,
comprendere le aspre critiche nei confronti del fatalismo di Bordiga, per-
suaso – argomenta Gramsci nel luglio 1925 – «che sia inutile muoversi e
lottare giorno per giorno» per avvicinare il «gran giorno» di una rivolu-
zione che immancabilmente verrà [CPC 248].
D'altra parte, queste severe invettive (i Quaderni parleranno addirit-
tura di «imbecille autosufficienza» [Q 1389]) non debbono portarci fuori
strada. Il determinismo (secondo Gramsci base filosofica dell'astensioni-
smo bordighiano) è inevitabilmente fonte di «passività politica» [ CPC
503]. Ma questo non significa cadere nell'eccesso opposto, abbracciare
posizioni volontaristiche di stampo soreliano o bergsoniano.
Più volte in queste pagine abbiamo avuto occasione di richiamare il
nome di Antonio Labriola, e lo faremo anche nei prossimi capitoli. Il fat-
to è che (a differenza di quanto correntemente si ritiene) in molti tornanti
decisivi della riflessione gramsciana, già in questi primi anni, ci pare di
avvertire un'eco della complicata trama teorica dei Saggi sul materiali-
smo storico e, più in particolare, della battaglia intransigente che Labrio-
la aveva combattuto contro le deformazioni evoluzionistiche del marxi-
smo volgare (e, segnatamente contro Loria, bersaglio privilegiato dello
stesso Gramsci).
Ci sembra in particolare rilevante, nel contesto della critica gram-
sciana del determinismo, che il «Grido del Popolo» ripubblichi un para-
grafo della Dilucidazione che afferma l'effettualità storica delle ideologie
e il loro ruolo nella costituzione delle soggettività. Significativa di per sé,
la ripresa della pagina labrioliana suggerisce, per l'appunto, di non asso-
lutizzare taluni accenti in apparenza unilaterali posti da Gramsci sul ruo-
lo «creativo» della volontà (dove questa è detta «motrice dell'economia»
o «plasmatrice della realtà oggettiva» [CF 514]) e sull'identità tra «fatto»
e «idea» (dove questa è il «principio» di quello, che in essa «si risolve»
[NM 301]). Come l'insistente monito labriolano a non sottovalutare l'effi-
cacia delle idee va letto nel quadro della polemica anti-positivistica, allo
stesso modo queste affermazioni del primo Gramsci vanno poste nel con-
testo che le ha motivate e intese come negazione determinata di incrosta-
zioni meccanicistiche (quelle che i Quaderni definiranno
«economicismo» e «dottrinarismo pedantesco» [Q 1580]) piuttosto che
come indizi di un presunto gentilianesimo.
Nessuno, certo non Gramsci, ignora l'esigenza di comprendere i fatti
nella loro oggettività. Ma ciò che a suo giudizio una prospettiva determi-
nistica impedisce di comprendere è che né il prodursi dei fatti, né la loro
comprensione sarebbero possibili senza la prassi e senza un intervento or-
dinatore del soggetto. In questo senso con c'è fatto in assenza di volontà e
di coscienza, e ciò è quanto Gramsci intende quando scrive (dando l'im-
pressione di pensare un po' idealisticamente) che i fatti «sono sovrattutto
conoscenza, giudizio, valutamento» [NM 15], e quando (con un parados-
so che ricorda l'insistenza di Labriola sulla prospettiva naturalizzante del
materialismo storico1) definisce il «determinismo economico» come «ne-
cessità divenuta consapevolezza» e come «autocoscienza della classe lavo-
ratrice» [NM 519].

5. NECESSITÀ STORICA, PRASSI E CAPACITÀ DI GIUDIZIO

Ma allora che ne è della «necessità storica»? In breve, necessità è qui da


intendersi non come ineluttabilità (in senso appunto deterministico), ma
come ordine e regolarità; come logica e legalità (una legalità specifica,
ben differente da quella vigente in natura). È dunque un'idea che non
evoca alcuna fatalità, nessun destino. Si pone semplicemente in antitesi
all'idea secondo cui la storia non sarebbe che una sequenza di accidenta-
lità, caotica e informe.
Essendo l'ambito delle azioni individuali e collettive di esseri dotati
di ragione, la storia è per Gramsci, al contrario, un processo in qualche
misura coerente, caratterizzato da una struttura unitaria che la teoria (in
primo luogo la teoria rivoluzionaria) può e deve decifrare. Costituisce, in
una parola, un flusso regolato, il che non significa che non accada mai

1 Cfr. Del materialismo storico. Dilucidazione preliminare (1896), in Antonio Labriola,


Scritti filosofici e politici, a cura di Franco Sbarberi, Einaudi, Torino 1973, p. 537.
nulla di casuale, di anomalo o di irrazionale. Posto il suo carattere non
meccanico né provvidenziale (in quanto storicisti, scrive Gramsci
sull'«Avanti!» del 19 giugno 1917, i marxisti «neg[ano] la necessità di
ogni aproprismo» [CF 215]), nella storia si verificano anche perdite sec-
che e naturalmente (lo vedremo) cesure, «salti» [NM 305]. Resta che, se
considerata nel suo insieme (sul lungo periodo), l'esperienza umana non è
priva né di coerenza né di senso. E non è quindi incomprensibile.
Diverse conseguenze discendono da tali impegnative premesse. In
primo luogo non vi è spazio, in questa prospettiva, per nuovi inizi, ove
con ciò si intendano fratture radicali. L'essere coincide col suo divenire. Il
che da un lato ne sancisce la trasformabilità (se tutto è storia, nulla è im-
modificabile, eterno); dall'altro impone la conoscenza della genesi dell'e-
sistente.
Ma naturalmente per Gramsci decifrare la dinamica del movimento
storico non è tanto un'esigenza intellettuale. L'aspetto essenziale investe,
dal suo punto di vista, il nesso tra storia e prassi, quindi il rapporto tra
necessità e libertà. Comprendere la necessità storica è a suo giudizio indi-
spensabile soprattutto per potere agire sul piano storico-sociale in modo
efficace, consapevole e coerente con le proprie finalità. In modo raziona-
le. Per potere compiere quel passaggio che l'importantissimo § 6 del qua-
derno 10 definisce «catarsi», per cui la realtà esterna, precedentemente
vissuta come muta potenza, soverchiante e ostile (una «forza esteriore che
schiaccia l'uomo» e «lo rende passivo»), diviene il luogo dell'azione uma-
na, della prassi, e si trasforma essa stessa, con tutte le sue caratteristiche
obiettive, in un «mezzo di libertà» [Q 1244].
Su questo terreno, due conseguenze essenziali derivano da tale pro-
spettiva teorica.
La prima è un vincolo di ordine realistico sulla prassi, la quale ha l'o-
nere di farsi carico dei limiti che la realtà (il suo processo di formazione,
le leggi che lo governano, gli esiti concreti che esso ha prodotto) pone alla
volontà degli attori. Proprio perché la storia non è una successione casua-
le di eventi isolati, la prassi non può prescindere dalla configurazione og-
gettiva della realtà. Poiché in essa si viene via via incarnando un senso
che è, almeno in parte, il risultato degli sforzi della ragione di tradursi in
realtà, proprio per questo l'agire umano individuale e collettivo si trova a
dispiegarsi dentro contesti duri, consistenti, resistenti alle pretese dell'ar-
bitrio.
Ma vi è anche un rovescio della medaglia, che ribadisce la cifra anti-
deterministica di questa posizione (un tratto nel quale ci pare evidente
l'influenza di Labriola). Esiti a loro volta dell'agire umano nel corso del
tempo, i contesti entro cui la prassi si dispiega sono per ciò stesso porosi,
plastici: penetrabili dall'azione e suscettibili di trasformazione. Riguarda-
ta da questo punto di vista, la necessità storica di cui Gramsci parla è
quindi da intendersi, ancora una volta, non come un decreto emesso da
istanze trascendenti (fosse anche l'autorità del caso), ma come il vincolo
che la ragione pone a se stessa nel proprio realizzarsi. Affinché la volontà
da una parte allontani da sé le spinte dell'arbitrio e, dall'altra, tracci una
strada ben riconoscibile.
È qui consegnata, in cifre, una riformulazione dello schema del rap-
porto tra essere e coscienza per come normalmente esso viene concepito
in ambito marxista. Gramsci non nega affatto che la realtà determini o
condizioni la coscienza e la volontà dei soggetti. Ma integra dialettica-
mente questo assunto nella consapevolezza che a loro volta coscienza e
volontà contribuiscono a determinare la realtà in cui la prassi si compie.
E in questo senso osserva per l'appunto che di certo i fatti si sviluppano
«secondo la legge che loro è propria». Salvo aggiungere immediatamente
che l'eventualità che «si sia formata una coscienza nuova» potrebbe a sua
volta rappresentare «una nuova legge per i fatti» stessi [ ON 451].

6. «MA LA STORIA È UNA FECONDISSIMA E ASTUTISSIMA DONNA»

La storia è sede di uno svolgimento «necessario» – così ci pare di potere


riassumere la tesi filosofica sostenuta da Gramsci sin nei primi scritti –
perché è il risultato dello sforzo incessante della ragione (della sua volon-
tà) di realizzare se stessa. In quanto spazio dell'operare della razionalità,
la storia è coerente, vincolante e suscettibile di trasformazioni. È del tutto
evidente l'ispirazione hegeliana di questa posizione, e proprio su tale
aspetto vale la pena a questo punto di soffermarsi brevemente, in quanto
il giovane Gramsci non sembra né indifferente ai risvolti strettamente teo-
rici delle proprie convinzioni, né tanto meno ignaro di essi. Il che sembra
testimoniare di una persistente attenzione al nesso tra filosofia e politica.
In un articolo dell'ottobre del '18, sottolineando ironicamente il fatto
che «la borghesia capitalistica, per sviluppare la sua potenzialità indu-
striale e commerciale, facilita il potenziarsi del suo nemico mortale»,
Gramsci sembra incorrere in un lapsus, in una sorta di crasi teorica ricca
di significato. Parla della «tesi hegeliana dell'“astuzia della natura” che fa
gli uomini, volenti o nolenti, ministri dei suoi maravigliosi disegni» [ NM
364], ed è molto probabile che, insieme all'«astuzia della ragione», abbia
in mente l'«intenzione della natura» evocata da Kant nella premessa del-
l'Idea di una storia universale. D'altra parte, più volte i Quaderni faranno
riferimento alla teleologia kantiana, affermandone la compatibilità con il
marxismo [Q 1426; 1450].
È chiaro che Gramsci ritiene che il «concetto kantiano della teleolo-
gia» possa «essere sostenuto e giustificato dalla filosofia della praxis» [ Q
1426] in virtù del suo statuto ipotetico e regolativo. Ma questa idea di
una astuzia della natura lascia forse intravedere una rilevante intuizione.
Si direbbe che Hegel appaia a Gramsci la chiave migliore per leggere
Kant, in quanto la «natura» di quest'ultimo coincide senza scarti con la
«ragione» del primo. In effetti, evocarne l'«intenzione» fuori da una pro-
spettiva provvidenzialistica ha senso soltanto se si è compreso il ruolo
storico determinante della ragione (la sua concreta attitudine a governare
la vicenda storica) e di esso si intende parlare per dir così “sotto copertu-
ra”, nel quadro di una grande narrazione congetturale che prenda sul se-
rio il faticoso (e tardivo) farsi strada della ragione sulla scena storico-uni-
versale nel corso di un ininterrotto conflitto con la passione e con gli im-
pulsi ferini insiti nella nostra natura.
Fatto sta che nella copiosa produzione giornalistica di Gramsci non
si contano le affermazioni di chiaro stampo hegeliano in tema di raziona-
lità della storia, «intelligente opera degli uomini» [ CT 510] nella quale né
«le forze meccaniche […] prevalgono mai» [CF 737], né il male, il disor-
dine o la barbarie [ON 4; SF 98]. E che tali affermazioni vanno attenta-
mente vagliate e contestualizzate, tenendo conto dello statuto dei testi in
cui ricorrono (perlopiù articoli politici destinati a un lettorato popolare)
e del complesso quadro dialettico che abbiamo cercato di tratteggiare a
proposito del concetto di necessità storica.
«La menzogna, la slealtà, l'insidia subdola vorrebbero uccidere la
Storia», scrive per esempio Gramsci nell'aprile del '19 commentando, in
un articolo emblematicamente intitolato Le astuzie della Storia, un attac-
co terroristico di fascisti e arditi alla sede milanese dell'«Avanti!». Ma
non è possibile che esse abbiano la meglio, poiché la storia è «verità, […]
lealtà, […] chiara e diretta coscienza»: è «una fecondissima e astutissima
donna, che non si lascia sopprimere né dai pugnali né dalle bombe incen-
diarie né dalle mitragliatrici» [NM 601-2]. Depurate dal timbro determi-
nistico tipico della propaganda, queste affermazioni non suonano molto
diversamente da una qualsiasi denuncia della violenza subita, con annes-
sa minaccia di possibili ritorsioni.
Come per Hegel, per Gramsci la storia è il luogo della fatica dell'uo-
mo per il soddisfacimento dei propri «bisogni razionali» [CF 692]. In
questa chiave va letta l'affermazione dell'«invincibilità» della classe ope-
raia e dell'«immortal[ità]» del suo partito [ SF 114]. Non si tratta, come
potrebbe sembrare, di fideismo partigiano, ma del riferimento alle ragio-
ni essenziali (universali) dello sviluppo storico. Questo è il punto, il nu-
cleo portante della concezione gramsciana della storia. Limpidamente
hegeliano, al pari – vale la pena di aggiungere – dell'interpretazione della
stessa teoria rivoluzionaria (il marxismo), che i Quaderni definiranno
«coscienza piena» e «teoria» delle «contraddizioni esistenti nella storia e
nella società» [Q 1487, 1320].
A più riprese, sin dai primi anni, Gramsci insiste sulla storicità essen-
ziale dell'uomo (il quale «è soprattutto spirito, cioè creazione storica»,
scrive nel gennaio 1916 [CT 101]), intendendo con ciò affermare che l'i-
dea universalistica di umanità è essa stessa una conquista storica. La sto-
ria è progresso in quanto è il racconto della laboriosa realizzazione dell'u-
manità di ogni essere umano. Il che, nel segno di Hegel (del quale il «Gri-
do del Popolo» pubblica il 15 dicembre del '17 un brano particolarmente
significativo tratto dall'«Introduzione» alle Lezioni sulla filosofia della
storia2), equivale a concepire la storia come processo di liberazione, come
progressiva universalizzazione della libertà.
Se la lunga nascita dell'umanità è il grande tema della storia, ciò si
deve al fatto che quest'ultima è in primo luogo una sequenza di lotte per
la libertà: «La legge essenziale dell'uomo – così scrive Gramsci sull'«Ordi-
ne Nuovo» nel settembre del '19 – è il ritmo della libertà, la storia del ge-
nere umano è un processo ininterrotto e indefinito di liberazione» [ON
217]. Un processo giunto finalmente, con la modernità, allo stadio con-
clusivo perché il capitalismo industriale ha riservato il centro della scena
storica, nei luoghi alti dello sviluppo, alla classe universale, che reca sulle
proprie spalle tutto il peso del lavoro umano e per questo, emancipando
se stessa, libera l'intera società. Ecco perché in realtà «la classe operaia è
invincibile»: perché «incarna nella storia moderna lo spirito di libertà e
di autonomia che è la sostanza stessa del progresso» [SF 153].

2 Si tratta di un brano della sezione che la traduzione italiana di Guido Calogero e Corra-
do Fatta (1941) intitola «Il contenuto della storia universale» (cfr. Lezioni sulla filosofia
della storia, vol. I, La razionalità della storia, La Nuova Italia, Firenze 1941, pp. 46-7);
per il testo tedesco, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Vorlesungen über die Philosophie
der Weltgeschichte, Bd. I, Die Vernunft in der Geschichte (1830), hrsg. von Johannes
Hoffmeister, Akademie Verlag, Berlin 1970, pp. 61-2.
7. TRA NECESSITÀ E LIBERTÀ

Ma se la storia è storia della libertà, che ne è della necessità storica, del-


l'idea che la storia proceda lungo un cammino in qualche modo obbliga-
to?
Anche la soluzione di questo dilemma, che Gramsci sembra prospet-
tare nelle pagine precedenti il carcere, è di schietta marca hegeliana. La
contraddizione – così in buona sostanza argomenta – è soltanto apparen-
te, nella misura in cui discende da un fraintendimento dei concetti in que-
stione. Come non avrebbe senso parlare di necessità storica se non si in-
tendesse che essa è il frutto della volontà razionale degli uomini, così è
scorretto concepire la libertà come sinonimo di arbitrio. Assunta implici-
tamente la corrispondenza tra libertà (bene intesa) e ragione (avremo
modo di tornare sull'argomento nel prossimo capitolo [§ 7]), il problema
si dissolve, poiché, come abbiamo visto, per Gramsci (come già per He-
gel) è proprio la progressiva realizzazione della ragione a fare del proces-
so storico uno sviluppo necessario. Riconoscere artefici della vicenda sto-
rica, quindi fonti della sua necessità, è tutt'uno con il riconoscersi liberi,
una volta compreso il significato autentico della propria libertà concreta.
«Fare “libertà” di ciò che è “necessario”», scriverà Gramsci nei Qua-
derni, riprendendo testualmente l'adagio hegeliano; il che implica, preli-
minarmente, «riconoscere una necessità “obbiettiva”» [Q 1875], acquisire
una «coscienza operosa della necessità storica» [ Q 1559]. Ed è facile ve-
dere come siamo così ricondotti al tema della funzione politico-storica
della coscienza, senza i cui avanzamenti non si darebbero né libertà né,
come sappiamo, trasformazioni progressive delle identità (individuali e
collettive). Troviamo esposto l'insieme di questi nodi concettuali nell'arti-
colo dedicato a Marx (al suo Marx, «maestro di vita spirituale e
morale», simbolo della «forza cosciente» del «proletariato internaziona-
le» perché «momento individuale della ricerca affannosa secolare che l'u-
manità compie per acquistare coscienza del suo essere e del suo divenire»
[NM 6-7]) nel centenario della nascita. Come si noterà, ricorrono in que-
ste righe diversi temi (persino le stesse espressioni) incontrati nell'inter-
vento di due anni precedente, dal quale abbiamo preso le mosse.
In Marx è divenuto «consapevolezza» il quadro apparentemente cao-
tico del divenire storico («il frammentario, l'incompiuto, l'immaturo»), e
in tanto si può dire che egli ha «trasformato il mondo» in quanto «la con-
sapevolezza sua personale […] è già diventata di molti». Marx, in primo
luogo, «significa ingresso dell'intelligenza nella storia dell'umanità», che
Gramsci non esita qui a definire «regno della consapevolezza». Ma que-
sto è vero soprattutto in virtù della rivoluzione realizzata da Marx nella
storiografia, emendata dall'unilateralità e dall'apriorismo dei resoconti
idealistici e finalmente trasformata, dal materialismo storico, nella com-
prensione realistica della necessità storica e del ruolo costitutivo della
prassi.
Lungi dall'esaurirsi nella fase giovanile della riflessione gramsciana,
questo complesso argomentativo permarrà vivo negli anni del carcere. E
ancora a quest'altezza la questione della coscienza (di sé, della realtà, dei
termini concreti del conflitto di classe, della dinamica storica complessi-
va) sarà il fulcro del ragionamento. Tant'è che, tornando sulla concezione
hegeliana della storia come «storia della libertà», Gramsci riterrà indi-
spensabile correggerne la lettura crociana, ai suoi occhi generica («tutti i
secoli precedenti» il XIX ridotti a «uno stesso color bigio e indistinto,
senza svolgimento, senza lotte» [Q 1236]), proprio chiamando in causa
l'intervento della coscienza e i suoi progressi storicamente determinati, in
forza dei quali si può dire che effettivamente l'Ottocento europeo ha se-
gnato una cesura storica di prima grandezza.
In senso generico libertà significa «solo “movimento”, svolgimento,
dialettica». Ciò vale per la «storia di tutto il genere umano di ogni tempo
e di ogni luogo», per cui anche le satrapie orientali, osserva Gramsci iro-
nicamente, potrebbero, in questa prospettiva, essere considerate culle di
libertà, «tanto è vero che quelle satrapie sono crollate». Ma determinan-
do la questione, intendendo concretamente l'identità tra storia e libertà
come «lotta tra libertà e autorità, tra rivoluzione e conservazione», né le
epoche storiche sono tutte uguali, né lo sono le correnti e i partiti politici.
Da questo punto di vista una svolta profonda nella storia dell'umanità si
è compiuta, a giudizio di Gramsci, nell'Ottocento in Europa. E ciò pro-
prio in forza del costituirsi di una nuova consapevolezza del carattere
progressivo del processo storico:

Qual è dunque la caratteristica del secolo XIX in Europa? Non


di essere storia della libertà, ma di essere storia della libertà
consapevole di essere tale; nel secolo XIX in Europa esiste una
coscienza critica prima non esistente, si fa la storia sapendo
quello che si fa, sapendo che la storia è storia della libertà, ecc.
[Q 1229]

Non «storia della libertà in senso filosofico» (come «concetto speculati-


vo»), «ma dell'autocoscienza di questa libertà e della diffusione di questa
autocoscienza», ribadisce Gramsci scrivendo a Tania il 9 maggio 1932
[LC 574]. Il nesso tra libertà (i suoi progressi concreti) e coscienza non
potrebbe essere affermato con maggior nettezza, a conferma, come si di-
ceva, della persistenza, alla base della riflessione gramsciana, di una pre-
cisa prospettiva teorica e, perché no, filosofico-storica. Rimane da chie-
dersi perché Gramsci collochi questa svolta storica nel secolo XIX e in
Europa. E a che cosa pensi quando afferma che nel secolo testé concluso
è finalmente esistita una «coscienza critica» prima assente.
Benché qui non indichi esplicitamente la causa determinante della ce-
sura, alla luce di quanto abbiamo visto sinora è facile intuire che Gramsci
la riconosca nel processo di modernizzazione suscitato dalla Rivoluzione
francese e, più in particolare, nella formazione di un vasto proletariato
operaio nella gran parte del vecchio continente. Ma non tanto nel fatto
caratteristico della storia contemporanea (l'irruzione delle masse sulla
scena storica mondiale, fenomeno sul quale, com'è noto, i Quaderni non
cessano di interrogarsi con preoccupazione), quanto nella trasformazione
della massa disorganizzata in classe, grazie all'intervento delle prime or-
ganizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio. Ed è proprio a
questo riguardo che appare utile tornare brevemente all'articolo su Marx
del maggio 1918.
Il brano “socratico” appena citato, nel quale Gramsci descrive il dif-
fondersi della «coscienza della realtà obiettiva» prosegue con queste ine-
quivocabili parole: «Chi conosce se stesso? Non l'uomo in genere, ma
quello che subisce il giogo della necessità». Posto che la classe dominante
«conosce già necessariamente se stessa» (il capitale «ha la coscienza, sia
pur confusa e frammentaria, della susa potenza e della sua missione»), è
«l'altra classe» a vivere oggi una profonda trasformazione, grazie agli in-
segnamenti offerti dalla critica marxiana. La comprensione della realtà e,
si badi, della sua genesi storica («la sistemazione della reale causalità sto-
rica») è per il proletariato europeo una «rivelazione» e un «principio d'or-
dine» grazie al quale la classe operaia viene conquistando non soltanto
«consapevolezza di sé» ma anche coscienza della necessità (e «volontà»)
di darsi una «vita politica indipendente» e un'«organizzazione compatta
e disciplinata» [NM 5-6].
La conquista della coscienza di sé sulla scorta della teoria (del mate-
rialismo storico e della critica dell'economia politica) libera la volontà e
la rende operosa nel momento stesso in cui la costituisce come volontà
realistica, fondata sulla conoscenza della realtà oggettiva e della sua (sto-
rica) «necessità». È questo il passaggio che, nello schema di Gramsci, me-
dia la trasformazione della massa (subalterna) in classe (subordinata ma
virtualmente emancipata dal dominio). Ed è questo altresì il quadro nel
quale necessità storica e libertà (razionale) plausibilmente coincidono,
secondo il modello teorico consacrato dal razionalismo dialettico hege-
liano.
In effetti, sul piano puramente teoretico, il discorso funziona senza
troppe difficoltà. La sequenza, appunto sperimentata e classica, che lega
autocoscienza e «concezione reale della storia» [ ON 554] alla pratica del-
la libertà (alla prassi rivoluzionaria) non fa una piega, nella misura in cui
descrive (o evoca) un coerente processo di costruzione della soggettività.
Ma il piano teorico non è fine a se stesso né autosufficiente, soprattutto
nella prospettiva di un pensiero che si connette essenzialmente alla prassi
politica. E su quest'altro terreno alcuni problemi sorgono nel momento in
cui il modello impatta sulla realtà storica concreta.
Nello schema gramsciano tutto dipende da un movimento dialettico
che investe al tempo stesso interiorità e identità individuali e collettive.
Acquisizione di (auto)coscienza e conquista degli strumenti di compren-
sione critica della realtà portano con sé la trasformazione dell'operaio in
proletario e della massa in classe, esattamente come, nel Manifesto di
Marx, la scoperta del modo di produzione e dei suoi arcani fonda la me-
tamorfosi dei proletari in comunisti. Conviene riprendere a questo pro-
posito un testo (apparso sull'«Ordine Nuovo» l'8 novembre 1919) nel
quale l'argomentazione gramsciana mette a fuoco la funzione svolta dal
processo di sviluppo della coscienza critica (di sé e della situazione reale)
ai fini della costituzione della soggettività.

8. «FARE DIVENTARE “SOGGETTIVO” CIÒ CHE È DATO


“OGGETTIVAMENTE”»

Come per dare svolgimento a questo schema, Gramsci torna sul significa-
to di parole-chiave del lessico politico comunista («operaio», «classe»,
«rivoluzionario» e, appunto, «comunista») istituendo una sequenza logi-
ca che pone in rilievo il nesso funzionale (concreto, operativo) tra la sin-
gola unità produttiva e l'insieme sistematico dell'«economia-mondo»:

l'operaio è produttore, perché ha acquistato coscienza della sua


funzione nel processo produttivo, in tutti i suoi gradi, dalla fab-
brica alla nazione, al mondo; allora egli sente la classe, e diven-
ta comunista, perché la proprietà privata non è funzione della
produttività, e diventa rivoluzionario perché concepisce il capi-
talista, il privato proprietario, come un punto morto, come un
ingombro, che bisogna eliminare. [ON 299]
L'operaio cessa di essere uno strumento inconsapevole e passivo (passivo
perché inconsapevole) del capitale nella produzione di merce – e diviene
«produttore», cioè soggetto attivo nella produzione concreta, di «valori
d'uso» – nella misura in cui acquista consapevolezza non genericamente
di un fare (del proprio agire eteronomo nel processo di produzione e fun-
zionalmente ai suoi fini), bensì, specificamente e criticamente, della pro-
pria contingente eteronomia, funzionale alla valorizzazione del capitale.
E diviene «comunista» compiendo un passo cruciale nel percorso critico,
di conquista dell'autonomia intellettuale e politica: la distinzione tra ric-
chezza sociale («produttività» e attività produttiva rivolta al soddisfaci-
mento di bisogni) e capitale («proprietà privata» tesa alla riproduzione
allargata), e la percezione dell'antitesi tra questi due termini (onde il capi-
tale privato si rivela «un ingombro» alla messa a valore della produttività
sociale) e della possibilità (e «necessità storica») della loro concreta scis-
sione.
Vale la pena di segnalare questo passaggio, che è, a guardar bene,
uno straordinario documento non soltanto della maturità teorico-politi-
ca del giovane Gramsci dirigente ordinovista, ma anche della coerenza,
dell'unitarietà della sua battaglia politica e intellettuale (non di rado re-
vocata in dubbio) e – non da ultimo – della sua onestà intellettuale.
Quando, a distanza di oltre un decennio, i Quaderni torneranno sulla vi-
cenda dell'occupazione delle fabbriche (il «movimento per valorizzare la
fabbrica» [Q 1137]), Gramsci ne offrirà un'interpretazione del tutto veri-
dica e aderente a questi presupposti (nei quali – è bene tenerne conto –
implicitamente già opera la critica marxiana del feticismo, cioè della po-
tenza egemonica del capitale di trasformare tutto il reale in merce, e tutto
il rapporto sociale in mercato, cancellando ogni traccia del «lavoro
vivo»).
Che cosa intese (e, secondo Gramsci, riuscì a) compiere il «movimen-
to di fabbrica»? Precisamente – leggiamo nel § 67 del quaderno 9, prolo-
go cruciale della critica del taylorismo – quell'opera di radicamento della
coscienza critica di classe che l'intervento pubblicato tredici anni prima
sull'«Ordine Nuovo», come abbiamo visto, evoca. Posto che, per l'influen-
za dell'ideologia dominante, «al singolo sfugge la complessità dell'opera
comune, e nella sua coscienza stessa il proprio contributo si deprezz[a]
fino a sembrare sostituibile facilmente in ogni istante»; posto che «per il
lavoratore singolo “oggettivo” è l'incontrarsi delle esigenze dello sviluppo
tecnico con gli interessi della classe dominante» (onde, come chiarisce il
Marx del Sesto inedito, l'intero mondo si presenta, in primo luogo ai
produttori immediati che ne sono gli artefici, sub specie capitalis: «capi-
talizzato»3), scopo fondamentale dell'intervento rivoluzionario nel «bien-
nio rosso» fu liberare la coscienza operaia da questi ceppi ideologici, e,
per l'appunto, mostrarle che «questo incontro, questa unità fra sviluppo
tecnico e gli interessi della classe dominante è solo una fase storica dello
sviluppo industriale, deve essere concepito come transitorio» e dunque
«può sciogliersi». Intendimento del «movimento per valorizzare la fabbri-
ca» fu dunque, conclude Gramsci, «fare diventare “soggettivo” ciò che è
dato “oggettivamente”» [Q 1138]: trasformare in consapevolezza la real-
tà, quindi creare i presupposti della prassi. Un «passaggio dall'“oggettivo
al soggettivo”» coincidente – identico – a quel movimento «dalla “neces-
sità alla libertà”» che, come abbiamo visto, i Quaderni definiscono «ca-
tarsi» [Q 1244].
Si tratta ancora, e con ogni evidenza, di quel divenire produttore,
quindi comunista, di cui Gramsci parla da giovane dirigente della lotta
operaia. Tant'è che in questa pagina dei Quaderni, come se si ricordasse
per filo e per segno di quel suo lontano intervento, Gramsci riprende an-
che, testualmente, il tema del riconnettersi, in unità sistemica («in tutti i
suoi gradi, dalla fabbrica alla nazione»), dell'intera struttura produttiva:

Il «lavoratore collettivo» – scrive Gramsci retrospettivamente e


con maggior proprietà, ma confermando il medesimo ordine del
discorso – comprende di essere tale e non solo in ogni singola

3 Karl Marx, Ökonomische Manuskripte 1863-1867, Teil I [Karl Marx – Friedrich Engels,
Gesamtausgabe (Mega), Zweite Abteilung - «Das Kapital» und Vorarbeiten, Bd. 4],
Dietz, Berlin 1988, pp. 119 ss.
fabbrica ma in sfere più ampie della divisione del lavoro nazio-
nale e internazionale e questa coscienza acquistata dà una ma-
nifestazione esterna, politica, appunto negli organismi che rap-
presentano la fabbrica come produttrice di oggetti reali e non di
profitto. [Q 1138]

Il che non significa, naturalmente, che un passo in avanti sul terreno della
consapevolezza (della decifrazione critica dei processi reali e della presa
di coscienza della propria funzione nel loro contesto) risolva in sé la que-
stione del conflitto e basti a prefigurarne gli esiti. Vuol dire, invece, che
senza tale conquista critica e autocritica nessun conflitto potrebbe con-
durre all'emancipazione e tanto meno al rovesciamento dei rapporti di
subordinazione esistenti, poiché sapere o non sapere – questo il punto su
cui Gramsci evidentemente non cessa di battere – è dirimente ai fini della
costituzione stessa del soggetto, prima ancora che del suo operare e con-
fliggere.
Analogamente, poco prima della conclusione della sua vita da uomo
libero, Gramsci scrive (sull'«Unità» del 5 luglio 1925) di come il movi-
mento operaio – di per sé creatura del capitale e del processo di produ-
zione – divenga «rivoluzionario», compia cioè quel salto di qualità che lo
trasforma in un vettore autonomo di volontà e di finalità strategiche. A
un livello ancora superiore (qui si tratta della funzione storica del movi-
mento di classe: niente di meno che della transizione a un diverso modo
di produzione, a una nuova formazione sociale), si ripete la stessa logica:

il movimento proletario, che viene creato oggettivamente dallo


sviluppo del capitalismo, diventa rivoluzionario, cioè si pone il
problema della conquista del potere politico, solo quando la
classe operaia è divenuta consapevole di essere la sola capace di
risolvere i problemi che il capitalismo pone nel suo sviluppo.
[CPC 250]
La presa di coscienza – in questo caso della contraddittorietà immanente
nel capitalismo e della sua costitutiva inadeguatezza a risolvere le proprie
contraddizioni, a cominciare dalla distribuzione delle forze produttive
che esso ha, per contro, contribuito a sviluppare (un tema, questo, sul
quale torneremo a proposito della teoria marxiana e gramsciana delle
crisi) – rimane dunque un momento fondamentale, collegato alla que-
stione cruciale della produzione di soggettività a mezzo, appunto, di pro-
duzione di consapevolezza critica della dinamica della valorizzazione
(cioè a mezzo della sua delegittimazione politico-storica).
Ma con ciò il passaggio cruciale è solo nominato. Resta in tutta la
sua problematicità la questione empirica del reale grado di consapevolez-
za critica della massa operaia, che soltanto in potenza «ha una dottrina,
il comunismo critico, che gli dà un orientamento» e, appunto, una «con-
cezione reale della storia che lo pone fuori» dai processi di crisi che si di-
rebbero travolgere (Gramsci scrive queste parole nel giugno del 1920) la
formazione sociale capitalistica [ON 554], a cominciare dalle sue istitu-
zioni politiche «democratiche». Sullo sfondo della teoria si pone insom-
ma la questione, prosaicamente fattuale, dello sviluppo politico – o, per
contro, dell'arretratezza – della massa operaia. Di essa ci occupiamo nel
prossimo capitolo.
Capitolo 2
UN'ERMENEUTICA POLITICA

1. RIVOLUZIONE E ORGANIZZAZIONE

Il primo capitolo ci ha consegnato un problema di prima grandezza. As-


sodata la rilevanza teorica del tema coscienza (senza la quale non c'è il
soggetto né è concretamente pensabile la prassi trasformatrice), qual è
qui e ora (nell'Italia del primo dopoguerra, sullo sfondo della moderniz-
zazione del paese) il grado di consapevolezza politica delle masse popola-
ri, a cominciare dal proletariato industriale?
Gramsci, come abbiamo accennato, focalizza il problema nei termini
classici (di limpida ascendenza hegeliana) della dialettica tra in sé e per
sé: la massa è classe in sé; la dinamica rivoluzionaria – il dispiegarsi del
conflitto sociale e politico all'altezza delle possibilità di trasformazione
immanenti nella situazione data – implica il suo divenire classe per sé,
consapevole di se stessa (nel quadro del rapporto sociale e, in primo luo-
go, del modo di produzione capitalistico) e della realtà (a cominciare da
quelli che i Quaderni definiranno «rapporti di forza» sociali e politici).
La massa deve emanciparsi dalla condizione di grezzo e amorfo materiale
umano (espressione dura [cfr. ON 520; CT 175; CPC 150; Q 1392], che
va tuttavia ricondotta alla prospettiva politico-storica del discorso gram-
sciano, al suo sforzo di obiettività) per divenire soggettività. Deve riscat-
tarsi dalla subalternità originaria (in quanto massa, la classe in sé è anco-
ra un oggetto – «una cosa» [Q 1388] – nelle mani del dominante: massa
«di manovra», come Gramsci ripetutamente scrive [SF 134; Q 1940]) per
conquistare autonomia, responsabilità e potenza: capacità di autodeter-
minarsi e di operare nella consapevolezza dei propri fini.
Ma, appunto, a che stadio di sviluppo è, secondo Gramsci, questo
processo? Possiamo rispondere prendendo in considerazione il modo in
cui gli scritti precarcerari discutono un altro tema che pure abbiamo avu-
to modo di chiamare fugacemente in causa in precedenza: il problema
dell'organizzazione, al quale, come abbiamo visto, Gramsci annette gran-
de valore nel riflettere sull'importanza politica della coscienza. Organiz-
zato dev'essere (è, per forza di cose) lo sviluppo della coscienza indivi-
duale e collettiva; organizzata (perché necessariamente disciplinata) è la
cultura in quanto conquista di una «coscienza superiore» [ CT 100], cioè
della capacità di comprendere criticamente la realtà. Di ordine essenzial-
mente organizzativo è il ruolo, di per sé essenziale, svolto dall'intellettua-
lità sia tradizionale, sia di «nuovo tipo» [ CPC 151], nella misura in cui la
società moderna è complessa, articolata, interconnessa. Ma il ruolo poli-
tico del fattore organizzazione è più generale. Esso è per Gramsci un
aspetto-chiave della lotta di classe, al punto che la stessa «rivoluzione co-
munista è essenzialmente un problema di organizzazione e di disciplina»
[ON 160].
Non sorprende dunque che, tornando a riflettere a distanza di qual-
che anno sull'esperienza ordinovista, Gramsci individui proprio in un di-
fetto di capacità organizzativa «in senso lato», come dirà nei Quaderni
[Q 1386] (declinata cioè sul terreno delle alleanze con altri settori popola-
ri, della costruzione di egemonia), il principale elemento di inadeguatez-
za politica del proletariato italiano, inteso come «classe rivoluzionaria
per eccellenza»: la radice della sua incapacità di mettere a valore condi-
zioni oggettive favorevoli e di evitare a un tempo il fallimento dell'occu-
pazione delle fabbriche e l'avvento del fascismo.

Negli anni 1919-20 – scrive sull'«Ordine Nuovo» nell'aprile del


'24 – la forza politica del proletariato consisteva nel trovarsi au-
tomaticamente alla testa di tutto il popolo lavoratore, nel cen-
tralizzare obbiettivamente nella sua azione diretta e immediata
contro il capitalismo tutte le rivolte degli altri strati popolari,
amorfi e senza indirizzo. La sua debolezza si dimostrò nel non
aver organizzato questi rapporti rivoluzionari, nel non essersi
neppure posto il problema della necessità di organizzare questi
rapporti in un sistema politico concreto, in un programma di
governo. [CPC 179]

Col passare degli anni, via via che i suoi strumenti di analisi si affinano e
che, per contro, la situazione politica del paese precipita, Gramsci viene
precisando le proprie riflessioni sull'insieme dei temi che variamente si
collegano alla questione della coscienza di classe della massa operaia. E
appunto nel '24 matura il convincimento che non sempre la cultura (la
diffusione della critica) è di per sé un aspetto positivo. In assenza di orga-
nizzazione, la coscienza può sortire effetti disastrosi, perché può favorire
lo scatenamento della ribellione senza che vi sia la capacità di darle una
struttura e di «guidarla alla vittoria» [CPC 41].
In questi termini Gramsci commenta sullo «Stato operaio» il «sacrifi-
cio eroico» di Matteotti. Tra Otto e Novecento il movimento socialista
«dava ad una classe coscienza di sé e dei propri destini», ma «non le dava
la organizzazione di combattimento senza la quale questi destini non si
potranno mai realizzare. Poneva le premesse di una rivoluzione, e non
creava un movimento rivoluzionario». Ma così si aprivano inevitabilmen-
te le porte alla catastrofe, poiché una rivolta disorganizzata è «condanna-
ta […] a essere soffocata nel sangue e nel terrore della riscossa reaziona-
ria» [CPC 41].

2. CONTRO SPONTANEISMO E DETERMINISMO

Perché tanta enfasi, al punto di ritenere che, in caso di assenza o di caren-


za di organizzazione, nulla sia possibile sul terreno dell'iniziativa operaia?
La questione ci riporta direttamente al problema del grado attuale di
consapevolezza delle masse popolari e dello stesso proletariato industria-
le nell'Italia appena uscita dal conflitto mondiale (o già entrata nella tra-
gica avventura del fascismo).
Per come Gramsci lo focalizza, il tema «organizzazione» si pone in
diretta antitesi rispetto alla posizione spontaneistica. Organizzare (il mo-
vimento di classe, il conflitto operaio, la lotta sociale ecc.) appare indi-
spensabile nella misura in cui la manifestazione «spontanea» dell'antago-
nismo è (ai suoi occhi) inadeguata e non di rado controproducente, in
quanto gravata in primis da ipoteche sul piano ideologico (in quanto,
cioè, obiettiva espressione di subalternità). Organizzare è necessario per-
ché organizzazione è sinonimo di direzione, quindi (in linea di principio)
di consapevolezza, di competenza sul terreno cognitivo e di coerenza sul
piano pratico.
In effetti, affermazioni tanto energiche dell'importanza del momento
organizzativo sono documenti inequivocabili di un'aspra polemica anti-
spontaneistica. È evidente che Gramsci ha qui di mira in primo luogo
l'atteggiamento di chi, valorizzando unilateralmente l'elemento soggetti-
vo, vede l'avvio di un processo rivoluzionario in ogni manifestazione
«spontanea» della rivolta operaia contro lo sfruttamento. Nella richiesta
estremistica, che ne discende, di «secondare la “volontà delle masse”»
Gramsci scorge un indizio di subalternità a quella che i Quaderni chia-
meranno egemonia (del capitale). È in tale contesto che gli pare obbligato
il richiamo all'«insegnamento» del Che fare? Leniniano, testo di riferi-
mento, come vedremo, di tutta questa riflessione:

«Si parla di spontaneità delle masse […]; ma lo sviluppo spon-


taneo del movimento operaio conduce – scrive Lenin – alla su-
bordinazione di questo alla ideologia borghese […]». […] In al-
tri termini la volontà delle masse corrisponde all'istintivo; sotto-
mettersi all'istintivo è sottomettersi alla ideologia borghese.
[CPC 246]
Queste parole sono tratte da un articolo apparso sull'«Unità» il 26 giu-
gno 1925. Ma argomentazioni del tutto analoghe ricorrono (in polemica
contro la tendenza sindacalistica a considerare rivoluzionaria la «lotta
economica spontanea», quindi a sottostimare «l'elemento coscienza») an-
che nell'Introduzione al primo corso della scuola interna di partito, di
poco precedente:

l'elemento «spontaneità» non è sufficiente per la lotta rivoluzio-


naria: esso non porta mai la classe operaia oltre i limiti della de-
mocrazia borghese esistente. È necessario l'elemento coscienza,
l'elemento «ideologico», cioè la comprensione delle condizioni
in cui si lotta, dei rapporti sociali in cui l'operaio vive, delle ten-
denze fondamentali che operano nel sistema di questi rapporti.
[CPC 53]

Nella medesima direzione Gramsci si era mosso già durante il biennio


rosso. Sull'«Ordine Nuovo» del giugno 1920 aveva affermato – questa vol-
ta soprattutto contro la tendenza legalitaria di settori del sindacalismo
italiano – che compito primario dei comunisti è far sì che «l'atto rivolu-
zionario sia, per quanto possibile, cosciente e responsabile». Ragion per
cui essi

devono influenzare la disciplina sindacale e determinarne i fini,


devono influenzare le deliberazioni dei Consigli di fabbrica e far
diventare coscienza e creazione rivoluzionaria gli impulsi alla ri-
bellione che scaturiscono dalla situazione che il capitalismo crea
alla classe operaia. [ON 551]

I comunisti, in quanto avanguardia politica, hanno insomma il compito


di dare una direzione – anche in senso letterale – a un movimento che
tende altrimenti a sbandare, perdendo di vista lo scopo del conflitto. Si
potrebbe ritenere che una polemica tanto insistita contro lo spontanei-
smo (posizione che sovente si autofraintende come favorevole all'espres-
sione della soggettività) rischi di sospingere Gramsci verso quelle pro-
spettive deterministiche contro le quali, come sappiamo, egli pure si pro-
nuncia. In realtà, tra critica del determinismo e battaglia anti-spontanei-
stica vi è piena coerenza, essendo lo spontaneismo, a guardar bene, un
corollario implicito della lettura deterministica dei processi.
È opportuno a questo proposito un primo rimando a Lenin, autore-
chiave di Gramsci sin dai primi anni e riferimento essenziale, come stia-
mo per vedere, in particolare per questa pagina della riflessione precarce-
raria. Proprio il Che fare? Leniniano, citato da Gramsci a più riprese, è
sede di una intransigente battaglia contestuale contro fatalismo e sponta-
neismo (contro «economisti» per un verso, slavofili e populisti per
l'altro). Fondata, sul piano teorico, precisamente sulla rilevazione critica
dell'oggettiva convergenza tra le due posizioni (lo spontaneismo valuta fa-
vorevolmente ogni moto soggettivo poiché vi scorge l'espressione imme-
diata – oggettiva – dello svolgersi di una dinamica storica ritenuta a sua
volta ineluttabile).
Lo stesso schema critico vale per Gramsci, come mostra la prima
nota nota dei Quaderni (il § 48 del quaderno 3) in cui egli torna sull'espe-
rienza del biennio rosso precisamente per analizzarne i tratti di «sponta-
neità» in rapporto con la «direzione consapevole» impressa dall'avan-
guardia ordinovista.
«La “pura” spontaneità», ove mai esistesse, «coinciderebbe con la
“pura” meccanicità» [Q 328], ché sarebbe paradossalmente espressione
immediata, priva di libertà (consapevolezza e volontà), della dinamica
strutturale. Ragion per cui l'accusa, contemporaneamente rivolta al «mo-
vimento torinese», «di essere “spontaneista” e “volontarista”» era, prima
che inconsistente, «contraddittoria» [Q 330]. Ne discende un duro attac-
co, contestuale, all'economicismo degli «studiosi» (quanti «sostengono la
spontaneità come “metodo” immanente [ed obiettivo] del divenire stori-
co») e all'indirizzo della posizione anarco-sindacalista: «politicanti» che
«sostengono» la spontaneità «come “metodo” politico» e per questo di-
sperdono la forza del movimento in lotte estemporanee, nell'«avventura
di gruppi» fatta in definitiva «per non dispiacere alla classe dominante»
[Q 329-30].
Un duplice attacco che – si badi – non implica affatto «trascurare»
né, tanto meno, «disprezzare i movimenti così detto “spontanei”», ciò
che – avverti anzi Gramsci col pensiero rivolto all'avvento del fascismo al
potere – sortisce sovente conseguenze «molto serie e gravi» [ Q 331]. Chi
in realtà mostrò di disprezzare la «spontaneità» come «cosa inferiore,
non degna di considerazione», fu, in occasione dell'occupazione delle
fabbriche, la dirigenza del partito socialista, che proprio sconfessando «i
fatti “spontanei”» incoraggiò «il “panico” generico, la “grande paura”»
nella massa piccolo-borghese [Q 320]. Dirigere significa, al contrario, va-
lorizzare la spontaneità, far sì che essa, arricchendosi di consapevolezza,
divenga reale autonomia. Non assumerla dunque acriticamente, imme-
diatamente (con le sue scorie di inconsapevole esposizione all'egemonia
del dominante), ma di certo nemmeno rigettarla.
Vi è una pagina dell'«Ordine Nuovo» settimanale (l'editoriale del nu-
mero che esce a cavallo tra febbraio e marzo 1920) che spazza via ogni
dubbio al riguardo. Posto che «la massa degli operai e contadini è la sola
espressione genuina e in nessun modo falsabile del processo storico del
capitale», i comunisti partono dall'assunto che con i suoi «movimenti
spontanei e incoercibili» essa «indica il senso preciso dello sviluppo stori-
co» [ON 438]. Oggettivamente, quindi tanto più fedelmente. Il che d'altra
parte non toglie la necessità che le manifestazioni di massa vadano com-
prese nel loro carattere sintomatico, di indicatore di potenzialità imma-
nenti, in primo luogo per ciò che attiene proprio al possibile sviluppo del-
la soggettività operaia. In questo senso, «alla stregua della dottrina mar-
xista», esse

devono essere guidate dal punto di vista della necessità storica e


hanno, per i comunisti, valore reale in quanto rivelano nella
massa una capacità, l'inizio di una vita nuova, l'aspirazione a
creare nuovi istituti, la spinta storica a rinnovare radicalmente la
società degli uomini; hanno, per i comunisti, valore reale in
quanto rivelano che il processo di sviluppo della grande produ-
zione industriale ha creato le condizioni in cui la classe operaia
acquista coscienza della propria autonomia storica, acquista co-
scienza della possibilità di costruire, con l'ordinato e disciplina-
to suo lavoro, un nuovo sistema di rapporti economici e giuridi-
ci. [ON 438-9]

In questo quadro si tratta di dare alla spontaneità ascolto e incidenza, e


tentare al tempo stesso di «educa[rla]» (emancipandola «da tutto ciò che
di estraneo» può fuorviarla) e di orientarla. Conferendo «alla massa» in
ultima analisi – di certo non ci se ne stupirà – la «coscienza “teoretica”»
di essere, in quanto soggetto trasformatore, «creatrice di valori storici ed
istituzionali» e «fondatrice di Stati» [Q 330].
Sono, questi, tutti temi-chiave dei Quaderni, strettamente connessi
alla questione dell'egemonia, e non andrebbe sottovalutato il fatto che in
questa nota del quaderno 3 Gramsci citi espressamente Lenin («Ilič»)
proprio a proposito della «necessità di studiare ed elaborare gli elementi
della psicologia popolare» [Q 329]. In termini analoghi a quelli impiegati
sin dai primi anni della sua battaglia politica, in carcere Gramsci insiste
sull'esigenza di «lavorare incessantemente per elevare intellettualmente
sempre più vasti strati popolari», «per dare personalità all'amorfo ele-
mento di massa» [Q 1392]. E, contro l'opportunismo demagogico di chi
asseconda ogni manifestazione di piazza, ribadisce tanto il nesso essen-
ziale tra «azione politica» e sviluppo della coscienza collettiva (tendendo
la prima a far sì che «la consapevolezza umana si sostituisca alla “sponta-
neità” naturalistica» [Q 1430]), quanto il connotato educativo della dire-
zione politica.
«Ogni rapporto di “egemonia” è necessariamente un rapporto peda-
gogico» [Q 1331]: non dissimile da quella «”demagogia” superiore» del
«capo politico dalla grande ambizione» la cui «opera “costituente” co-
struttiva» tende «a elevare il livello di capacità delle masse, a creare ele-
menti che possano sostituirlo nella funzione di capo» [Q 772]. La qual
cosa (per tornare al motivo di partenza di questo capitolo) implica il rico-
noscimento della «funzione molto grande» svolta in quest'ambito
dall'«elemento organizzativo».

Autocoscienza critica – leggiamo in una nota cruciale del qua-


derno 11 nella quale procede l'attacco al «determinismo mecca-
nico» – significa storicamente e politicamente creazione di una
élite di intellettuali: una massa umana non si «distingue» e non
diventa indipendente «per sé» senza organizzarsi (in senso lato).
[Q 1386]

Detto in altri termini: l'organizzazione (quindi, a fortiori, la «direzione


consapevole» della «spontaneità») è premessa indispensabile a una «com-
prensione critica di se stessi», la conquista della quale mette in gioco quel
«divenire storico» degli individui e della massa che, muovendo da un
«senso di “distinzione”, di “distacco”, di indipendenza appena istintivo»,
deve progredire «fino al processo reale e completo di una concezione del
mondo coerente e unitaria» [Q 1385].

3. LA DIALETTICA PARTITO/CLASSE

Ma torniamo ai primi anni dell'esperienza politica di Gramsci. L'essersi


concentrato sul tema della coscienza di classe (nel senso più ampio: di
comprensione non soltanto della logica del conflitto sociale e della pro-
pria posizione nel suo contesto, ma anche della dinamica storica sul lun-
go periodo) ha indotto Gramsci ad appuntare l'attenzione sull'importan-
za del fattore organizzazione (quindi a discutere criticamente determini-
smo e spontaneismo, posizioni apparentemente in reciproco contrasto, in
realtà convergenti). Questo aspetto, a sua volta, si è rivelato notevolmen-
te complesso, nella misura in cui coinvolge così il processo di individua-
zione del soggetto individuale e collettivo (la classe operaia in quanto
tale) sul terreno, appunto, dell'autonomia ideologica e quindi politica,
come pure la costruzione del movimento di lotta in forme coerenti ed ef-
ficaci, non estemporanee in primo luogo perché consapevoli dei propri
fini e dei rapporti di forza in gioco nel conflitto.
Ora, giunti a questo punto, possiamo riprendere il filo del nostro ra-
gionamento là dove si era posto il problema del confronto tra schema
teorico e piano storico (politico) concreto. L'impressione che ci pare di
trarre dalla lettura delle pagine gramsciane (in particolare dagli scritti
precarcerari) è che l'esigenza di contrastare la cosiddetta spontaneità (di
«educarla», liberandola in primo luogo dal gravame della subordinazione
inconsapevole all'egemonia del dominante) sia agli occhi di Gramsci tan-
to più urgente in quanto la base di massa non appare affatto, qui e ora,
all'altezza del proprio compito.
Dinanzi all'osservatore partecipe si distende uno scenario per certi
versi paradossale (lo stesso, sembra di poter dire, che caratterizza l'intera
fase storica del capitalismo maturo). La classe operaia (qui intesa come
coestensiva all'intero ambito del lavoro subordinato) è in sé già classe do-
minante. Per dimensioni e funzioni, dipendendo interamente dal suo ope-
rato la riproduzione complessiva del sistema economico-sociale. Ed è
persino – in qualche misura – consapevole di questo stato di cose, riu-
scendo già da tempo a percepirsi come campo avverso al capitale, come
sua controparte politico-storica.
Ma l'anello della (relativa) autocomprensione non si salda a quello
della prassi trasformatrice. Rimane appeso, privo di nessi. Capire (più o
meno vagamente) non basta. Perciò occorre l'organizzazione, che in que-
sto quadro non costituisce esclusivamente una protesi operativa, ma as-
solve in primo luogo una funzione costitutiva.
L'organizzazione è, per restare alla metafora, l'anello mancante. Che
da una parte integra la coscienza (e così procura che la distanza tra classe
in sé – immersa nella massa – e per sé sia effettivamente coperta); dall'al-
tra, contemporaneamente, la finalizza alla prassi trasformatrice. Tradu-
cendola in soggettività e in forza concreta, e mettendola a valore in un
conflitto che proprio per queste ragioni compie un decisivo salto di quali-
tà: supera il momento “istintivo” (spontaneo, subalterno) della chiusura
economico-corporativa, «sindacalistica» (riflesso di una coscienza di clas-
se appena germinale, funzionale, di fatto, alla persistenza del dominio ca-
pitalistico) e accede al terreno – ben altrimenti insidioso e impervio, data
la crescente complessità della società «moderna» – dello scontro politico.
Nel quale è in gioco la partita dell'egemonia per la costruzione del blocco
storico e, di qui, dello Stato propriamente inteso.
In questa vertiginosa connessione teorica tra coscienza, identità, or-
ganizzazione e prassi rivoluzionaria va riconosciuto, crediamo, uno dei
principali temi filosofici della ricerca gramsciana. Che, come si vede, col-
lega dinamicamente – tra persistenze e slittamenti – la produzione pre-
carceraria ai Quaderni, in un continuo movimento del sistema teorico. E
che, per quanto riguarda soprattutto il primo Gramsci, rimanda in modo
evidente alla posizione leniniana per come esposta in particolare nel Che
fare?, opera di riferimento del Gramsci giovane dirigente rivoluzionario,
impegnato in prima linea nel conflitto operaio e nella costruzione del
partito comunista.
Nel Che fare?, com'è noto, ritroviamo pressoché per intero la filiera
teorica che abbiamo sin qui rintracciato nella pagina gramsciana. Lenin
insiste con estrema determinazione sull'attuale arretratezza della classe,
sulla sua subalternità all'egemonia del dominante, quindi sulla necessità
di un'iniziativa pedagogica propedeutica alla costruzione di un sistema
egemonico di segno opposto, che affidi alla classe operaia la direzione del
più vasto schieramento di forze popolari e democratiche.
Colpisce in particolare, nella prospettiva del nostro lavoro, l'aspra
polemica condotta da Lenin nei riguardi di ogni atteggiamento (solo in
apparenza avanzato) di «pura servilità nei riguardi del movimento opera-
io come tale». Considerate complessità e portata della battaglia contro
l'autocrazia zarista e il capitalismo (regime sociale «che costringe i non
abbienti a vendersi ai ricchi»), la socialdemocrazia ha l'obbligo di dirigere
la lotta e, per ciò stesso, di promuovere attivamente «l'educazione politica
della classe operaia, lo sviluppo della sua coscienza politica» 1.
Ma, detto tutto ciò, di che si tratta in definitiva e nel concreto, per
Lenin come per lo stesso Gramsci? Riformulato in questi termini, il pro-
blema della coscienza di classe per la rivoluzione investe direttamente la
questione del partito comunista: delle sue funzioni, della sua struttura,
dei suoi rapporti col proletariato operaio e con le masse popolari. Per
non dire che si tratta in buona misura di questo stesso problema, cruciale
nella riflessione teorica negli anni della Terza Internazionale.

4. DIRIGERE, NON COMANDARE

Qui si pone un'altra questione, particolarmente complessa. Evocare la fi-


gura di Lenin in merito alla rappresentazione del rapporto tra partito,
classe e masse popolari nel Che fare? significa rifarsi a uno schema teori-
co alquanto problematico, soprattutto se letto – com'è inevitabile – col
senno del poi.
Qual è il punto? In buona sostanza (sono pagine molto note, che
consentono un richiamo stringato) Lenin sostiene che, lasciata a se stessa
(alla sua «spontaneità»), la classe operaia perviene a una coscienza cor-
porativa o «trade-unionistica», limitata alla funzione svolta nel processo
di produzione, quindi al rapporto diretto con il capitale. La coscienza po-
litica, in grado di comprendere criticamente l'intera dinamica sociale, de-
v'esserle pertanto conferita «dall'esterno». Qui entra in gioco il partito,
avanguardia politica della classe, costituita da rivoluzionari di professio-
ne.
A dire il vero, la posizione di Lenin è più articolata. «Dall'esterno»,
nel suo schema, non significa soltanto «da parte del partito», ma anche
da una prospettiva più vasta di quella dischiusa dal conflitto sindacale.

1 Wladimir Ilič Lenin, Was Tun? (1902), in Id., Werke, Institut für Marxismus-Lenini-
smus beim Zk der Kpdsu, Dietz, Berlin, Bd. 5, 1958, pp. 401, 413.
Significa anche, testualmente, «dall'esterno della lotta economica, dall'e-
sterno della sfera dei rapporti tra lavoratori e imprenditori». Quindi, in
positivo, dal «campo […] delle relazioni tra tutte le classi e gli strati so-
ciali e lo Stato e il governo», nonché dal «campo dei rapporti reciproci tra
tutte le classi»2. Resta che questo allargamento è possibile soltanto grazie
all'intervento dell'avanguardia politica della classe. Di qui l'attribuzione
al partito rivoluzionario del compito di dirigere la rivoluzione socialista,
con tutti i rischi di derive autoritarie che ne discendono.
Gramsci come si pone di fronte a questo schema? Posto che – come si
è detto – in buona misura lo fa proprio (richiamandosi esplicitamente al
Che fare? per ribadire la necessità di «combattere la spontaneità» nella
misura in cui essa sfocia nel «trade-unionismo» [CPC 246]), si limita a ri-
proporlo o in qualche modo lo rimodula? La questione ci riporta dritti al
cuore dello scontro politico che si consuma in seno al gruppo dirigente
del Partito comunista d'Italia e che vede Gramsci opporsi alla «sinistra»
bordighiana.
Sin dal dicembre del '22 (sullo sfondo del IV Congresso dell'Interna-
zionale) il contrasto, durissimo, ruota in buona misura proprio intorno
alle funzioni del partito, quindi alla sua struttura e alla forma dei rappor-
ti che deve costruire con la base operaia, con l'insieme del proletariato
italiano (in larga parte contadino) e con le stesse forze borghesi democra-
tiche e antifasciste, attive o mobilitabili nella lotta contro la dittatura.
Com'è noto, per Gramsci la posizione di Bordiga (il partito come avan-
guardia «organica» della classe operaia, rigidamente centralizzata e indi-
sponibile a qualsiasi alleanza con altre classi) è viziata da una concezione
settaria e minoritaria dei rapporti di classe (incompatibile con le esigenze
della lotta di liberazione dalla dittatura fascista) e da un'attitudine auto-
ritaria nei confronti della massa popolare e della stessa classe operaia.
Agli occhi di Gramsci, in altre parole, Bordiga legge Lenin (la teoria del
rapporto tra avanguardia e classe) dogmaticamente, coerentemente con

2 Ivi, p. 436.
uno stile «oligarchico» (burocratico e non espansivo) di direzione politi-
ca.
Lo scontro tra il «centro» gramsciano e la «sinistra» bordighiana tie-
ne la scena del Congresso di Lione (gennaio 1926), che vede Gramsci con-
quistare la direzione del partito. Si capisce quindi che proprio le cosiddet-
te Tesi di Lione, scritte insieme a Togliatti, costituiscano un testo-chiave
per ciò che attiene alla riflessione gramsciana sul partito. Ed è significati-
vo che queste pagine imputino a Bordiga l'«arbitraria sopravvalutazione
formale del partito per ciò che riguarda la funzione di guida della classe»,
l'idea che «il partito possa dirigere la classe operaia per una imposizione
autoritaria esterna», nonché la pretesa di imporre alla classe stessa l'ob-
bedienza a una «linea dedotta in base a preoccupazioni formalistiche e
settarie» [CPC 508, 502-3].
Qual è invece la posizione di Gramsci che, pure, si colloca sulla scia
del Che fare? leniniano? Il dato essenziale ci sembra lo sforzo che egli
compie di inquadrare il rapporto partito-classe-massa in una prospettiva
dialettica (quindi storica e dinamica): non già per negare il deficit attuale
di consapevolezza nella base operaia (e, a maggior ragione, nella massa
popolare) – problema che, come abbiamo visto sin qui, gli è, al contrario,
ben presente; bensì allo scopo di non assolutizzarlo e di non renderlo con
ciò stesso insolubile. In questa diversa posizione si istituisce la distanza
tra una modalità quanto meno esposta al rischio di involuzioni autorita-
rie e un'altra, volta al superamento della asimmetria tra gruppi dirigenti e
comunità dei diretti.
Come ben sappiamo, anche per Gramsci le masse sono classe solo in
sé. La condizione oggettiva in cui le pone il processo produttivo ne deter-
mina le potenzialità rivoluzionarie. Ma esse debbono (quindi possono)
diventare classe, soggetto rivoluzionario per sé, e anche in questa trasfor-
mazione deve, a suo giudizio, impegnarsi il partito comunista. L'impor-
tanza di tale impostazione non può sfuggire, soprattutto se si considera
un tema sul quale Gramsci insiste sin dai primi scritti e che sviluppa nei
Quaderni.
Il partito prefigura la «nuova società». È, si può dire, un microcosmo
– i Quaderni diranno un «embrione» [Q 320] – che anticipa la struttura
della società socialista: un «modello dello Stato proletario» [ ON 238],
per riprendere quanto Gramsci scrive l'11 ottobre 1919 a proposito del
Consiglio di fabbrica. Ciò vale a dire che si pongono a suo giudizio, in re-
lazione ai partiti politici, problemi di legittimazione almeno in parte si-
mili a quelli che attengono, sul piano generale, al tema della rappresen-
tanza politica e alle diverse forme di inveramento del principio democra-
tico.
Torneremo su tali questioni nel prossimo capitolo (§ 8) e ancora nel
capitolo 14. Per il momento basti osservare che proprio il parallelismo tra
partito e Stato conferisce rilievo al tema weberiano delle modalità di sele-
zione dei gruppi (o delle classi) dirigenti, intorno al quale si può dire che
esso si incentri. Si legga in proposito un breve stralcio dell'ampia nota di
apertura del quaderno 12:

il partito politico, per tutti i gruppi, è appunto il meccanismo


che nella società civile compie la stessa funzione che compie lo
Stato in misura più vasta e più sinteticamente, nella società poli-
tica, cioè procura la saldatura tra intellettuali organici di un
dato gruppo, quello dominante, e intellettuali tradizionali, e
questa funzione il partito compie appunto in dipendenza della
sua funzione fondamentale che è quella di elaborare i proprii
componenti, elementi di un gruppo sociale nato e sviluppatosi
come «economico», fino a farli diventare intellettuali politici
qualificati, dirigenti, organizzatori di tutte le attività e le funzio-
ni inerenti all'organico sviluppo di una società integrale, civile e
politica. [Q 1522]

Da queste premesse discende che il partito comunista deve costituire un


sistema nuovo in particolare per ciò che attiene al processo di formazione
dei propri gruppi dirigenti. Ciò significa una sola cosa. Assunto che an-
che nel partito la classe operaia esiste (attualmente) la divisione tra diri-
genti e diretti, non si tratta soltanto di scegliere i dirigenti migliori; oc-
corre anche – per riprendere quanto Gramsci osserva discutendo le tesi
elitiste - «creare le condizioni in cui la necessità dell'esistenza di questa
divisione sparisca» [Q 1752].
Stando così le cose, per Gramsci è evidentemente inaccettabile qual-
siasi attitudine autoritaria, riconducibile a un modello sociale fondato
sul «distacco» incolmabile tra dirigenti e diretti, sui «vecchi schemi natu-
ralistici» [Q 1430] che tale divario perpetuano. Il partito comunista deve
operare, al contrario, come «sistema egemonico», favorendo il «passag-
gio molecolare dai gruppi al gruppo dirigente» [Q 1056]. E l'azione del
suo «capo politico» deve mirare a porre le premesse per la propria non
traumatica sostituzione [Q 772].
Non sono soltanto i Quaderni a battere su questo tasto. A proposito
di «capi» e del loro rapporto col partito e la classe, basti un rapido cenno
a quanto Gramsci scrive nel marzo del '24 sull'«Ordine Nuovo» in morte
di Lenin:

Nella quistione della dittatura proletaria […] il problema essen-


ziale consiste nella natura dei rapporti che i capi o il capo hanno
col partito della classe operaia, nei rapporti che esistono fra
questo partito e la classe operaia: sono essi puramente gerarchi-
ci, di tipo militare, o sono di carattere storico e organico? Il
capo, il partito sono elementi della classe operaia, sono una
parte della classe operaia, ne rappresentano gli interessi e le
aspirazioni più profonde e vitali, o ne sono una escrescenza, o
sono una semplice sovrapposizione violenta? [CPC 15]

Sovrapposizione violenta, gerarchia, rapporti militareschi: in breve, l'idea


che dirigere significhi comandare. È superfluo chiedersi a che cosa e a chi
Gramsci pensi nello scrivere queste parole, tanto più che del partito come
«parte della classe» e di uso della violenza nel rapporto tra partito e mas-
se torneranno a parlare le Tesi di Lione. L'importante è definire il quadro
che sembra emergere dall'insieme di queste prese di posizione.
Da un lato, Gramsci si guarda bene dal disfarsi del problema del di-
vario esistente tra base e vertice del partito, come mostra il fatto stesso
che ritiene necessario adoperarsi per superarlo. Dall'altro lato, ne afferma
il carattere storico, transitorio. Come l'obiettivo del partito comunista è
identificarsi con la massa una volta compiuta la trasformazione di questa
in classe rivoluzionaria, così lo scopo dei suoi dirigenti dev'essere negarsi
come tali, una volta trasformato il partito tutto in un insieme di quadri
politici autonomi.

Si può dire che i partiti – leggiamo nel § 31 del quaderno 13 –


hanno il compito di elaborare dirigenti capaci, sono la funzione
di massa che seleziona, sviluppa, moltiplica i dirigenti necessari
perché un gruppo sociale definito [nel testo A: la massa deter-
minata] […] si articoli e da caos tumultuoso diventi esercito po-
litico organicamente predisposto. [Q 1625-6]

È in relazione a questo schema che prende forma l'idea, in apparenza uto-


pistica, di un partito nel quale tutti svolgano funzioni direttive. Così
Gramsci scrive nel marzo del '25: «perché il partito viva e sia a contatto
con le masse occorre che ogni membro del partito sia un elemento politi-
co attivo, sia un dirigente» [CPC 56]. Così ribadirà nei Quaderni:

Che tutti i membri di un partito politico debbano essere consi-


derati come intellettuali, ecco un'affermazione che può prestarsi
allo scherzo e alla caricatura; pure, se si riflette, niente di più
esatto. Sarà da fare distinzione di gradi, un partito potrà avere
una maggiore o minore composizione del grado più alto o di
quello più basso, non è ciò che importa: importa la funzione che
è direttiva e organizzativa, cioè educativa, cioè intellettuale. [ Q
1523]
5. IL MODELLO DELLA «FILOLOGIA VIVENTE»

Fin qui, però, Gramsci si è limitato a enunciare un proposito o un obietti-


vo. Ora dobbiamo capire come egli ritenga possibile conseguirlo. Entra in
gioco qui il tema del lavoro di massa, del dialogo con il corpo militante e
con la base sociale del partito, caratteristico e fondante della teoria gram-
sciana del partito. La quale – questo aspetto, storicamente rilevante, me-
rita di essere subito posto in evidenza – si distingue nel quadro delle ri-
flessioni sulle forme di direzione e di struttura del partito operaio al tem-
po dell'Internazionale comunista proprio per il fatto di imperniarsi sull'i-
dea del partito come classe organizzata, quindi come partito di massa,
permanente e radicato.

Gli elementi rivoluzionari – ribadisce sullo «Stato operaio» due


anni dopo – rappresentano la classe nel suo complesso, sono il
momento più altamente sviluppato della sua coscienza a patto
che rimangano con la massa, che ne dividano gli errori, le illu-
sioni, i disinganni. [CPC 4]

E naturalmente anche le Tesi di Lione tornano sulla questione, insistendo


con forza sulla necessità di «lavorare tra le masse, di essere continuamen-
te presenti tra di esse, di essere in prima fila in tutte le lotte» [ CPC 507].
Ma è soprattutto nei Quaderni che questa riflessione si sviluppa con do-
vizia di argomenti, a dimostrazione del ruolo strategico che Gramsci con-
tinua ad attribuirle.
Se lo sviluppo dei «partiti di massa» è un fattore decisivo dell'instau-
rarsi di un rapporto «consapevole e critico» della massa stessa nei con-
fronti dei «sentimenti popolari» [ Q 1430] (cioè di quello che i Quaderni
definiscono «conformismo sociale» [Q 862]), ciò si deve – leggiamo nel §
25 del quaderno 11 – al loro diretto contatto con la popolazione, al loro
«aderire organicamente alla vita più intima (economico-produttiva) della
massa» [Q 1430]. «Aderire organicamente» è un'espressione caratteristica
del lessico gramsciano, ma non può apparire casuale che essa ricorra
poco dopo (nel § 67 dello stesso quaderno) in un contesto permanente.
Posto che non sarebbe possibile conoscere davvero una società senza
partecipare emotivamente alle sue passioni (senza quella che Gramsci
chiama qui «connessione sentimentale»), soltanto in presenza dell'«ade-
sione organica» della classe dirigente al corpo sociale si può parlare pro-
priamente di «rappresentanza» e di «scambio di elementi individuali tra
governati e governanti, tra diretti e dirigenti» (cioè di rapporto egemoni-
co). Solo a queste condizioni «si realizza la vita d'insieme che sola è la
forza sociale, si crea il “blocco storico”» [Q 1505-6].
In altre parole, o una classe dirigente partecipa alla vita reale delle
masse popolari condividendone esperienze e affetti (essendo, più precisa-
mente, parte del corpo sociale che ambisce a rappresentare), oppure per-
de di legittimità, e la sua funzione si svuota, si formalizza, tende a risol-
versi in puro dominio. Questo vale mutatis mutandis anche per i partiti, a
cominciare dal partito comunista, al quale con ogni probabilità Gramsci
si riferisce quando afferma che un legame organico tra massa, partito e
gruppo dirigente può saldarsi (e «tutto il complesso, bene articolato»,
muoversi «come un”uomo-collettivo”») soltanto sulla base della cono-
scenza concreta dei sentimenti popolari: in forza di un metodo che chia-
ma qui «compartecipazione attiva e consapevole», «con-passionalità» e
finalmente «filologia vivente» [Q 1430].
La metafora è nuova, ma non del tutto priva di precedenti se si consi-
dera il riferimento alla maieutica per mezzo del quale, come abbiamo vi-
sto, già nel '19 Gramsci definisce la «psicologia» che, a suo parere, do-
vrebbe orientare il lavoro di massa dei «comunisti marxisti» [ ON 129].
L'idea è che spetti al partito operaio un'opera, per dir così, di ermeneuti-
ca politica, volta a far emergere la reale volontà delle masse al di là delle
volontà apparenti e contraddittorie nelle quali si riverbera passivamente
l'egemonia del dominante.
Come Gramsci scrive commemorando Lenin, se il «partito bolscevi-
co è diventato il partito dirigente del proletariato russo e quindi della na-
zione russa», ciò si deve alla «lotta» che esso ha combattuto «per com-
prendere e interpretare i bisogni e le aspirazioni di una classe contadina
innumerevole, dispersa su un immenso territorio» [CPC 14]. La massa in
questo senso è il testo fondamentale sul quale un partito comunista è
chiamato a formarsi e a esercitarsi. Salvo che, come avvertono i Quader-
ni, questo testo non sarebbe possibile comprenderlo a distanza, senza im-
mergersi nel contatto diretto con le masse popolari, senza rinunciare a
quel «distacco» che di norma i gruppi dirigenti mantengono per incapaci-
tà o per conservare posizioni e prerogative.
Con tutto ciò, si può credibilmente sostenere che il lavoro di massa
avvii una dinamica espansiva, volta a superare il distacco tra dirigenti e
diretti, solo a patto che esso stesso si svolga in forme non gerarchiche.
Questo è quanto ripetutamente Gramsci raccomanda, rappresentando
questo lavoro come un rapporto reciproco, già qui e ora simmetrico (in
questo senso dialettico).
È vero che ogni intervento egemonico ha, come abbiamo visto anco-
ra poc'anzi, natura pedagogica. Nondimeno, in questo caso deve trattarsi
di un rapporto dialogico, paritario, e non certo banale che in uno dei te-
sti capitali sul movimento dei Consigli, apparso sull'«Ordine Nuovo» l'11
ottobre 1919, Gramsci parli in proposito di «educazione reciproca» [ ON
239]. Tra il partito e la sua base di massa non può essere in gioco un rap-
porto a senso unico. Contenuti e finalità dell'azione politica non possono
nascere dall'arbitrio e dalla presunzione di chi si arroga la capacità di ela-
borare progetti di trasformazione sociale. Se l'obiettivo è quello di educa-
re, in questo caso tutti, nessuno escluso, hanno da imparare e debbono
misurarsi con l'esperienza di ogni altro.
In gioco è, si potrebbe dire, un processo di autopedagogia. E si capi-
sce perché, insistendo su questo punto, le Tesi di Lione chiamino appunto
in causa esplicitamente la dialettica, stigmatizzando una concezione au-
toritaria della funzione dirigente (in forza della quale «viene […] sempre
a mancare, nella determinazione della politica del partito, l'elemento par-
ticolare») e contrapponendole «la unità e completezza di visione del par-
tito […] propria del nostro metodo di indagine politica (dialettica)»
[CPC 503].
Ma se questo è vero, che cosa intende allora Gramsci quando affer-
ma (sull'«Unità» del 24 giugno 1925 [ CPC 239]) che «il partito proletario
non può “accodarsi” alle masse» ma deve, al contrario, «preceder[le]»?
Al di là di formulazioni innegabilmente brusche (che vanno a ogni modo
decodificate alla luce della polemica politica del tempo e della retorica
che la caratterizzava), tali indicazioni non contraddicono quanto stiamo
sostenendo. Da una parte Gramsci afferma certamente la necessità di
fare i conti col problema dell'arretratezza della massa, con il deficit esi-
stente di consapevolezza e di capacità critica. Ma, dall'altra, non per que-
sto pensa a un rapporto impositivo, astrattamente giacobino, proprio di
«minoranze tali anche potenzialmente» [ CF 602]. Di fronte alla disgrega-
zione delle masse subalterne il partito comunista ha il compito priorita-
rio di «unificar[ne]» la volontà «nel senso del socialismo» [ CPC 239], te-
nendosi sul terreno del reale, senza forzature né fughe in avanti.
In questo senso le Tesi di Lione ribadiscono l'esigenza di costruire un
saldo vincolo di fiducia con la base operaia escludendo che qualsivoglia
«azione violenta […] possa servire a strappare dalla passività le masse
operaie quando il partito non sia collegato profondamente con esse»
[CPC 510]. Dirigere è cosa differente dal comandare, né è sufficiente pro-
clamarsi «organo rivoluzionario» delle masse. Dirigere significa riuscire
«effettivamente», in quanto «parte della classe operaia», «a collegarsi con
tutte le sezioni della classe stessa e a imprimere alla massa un movimento
nella direzione desiderata». Significa conquistare giorno dopo giorno,
con l'«azione tra le masse», la loro fiducia, il loro riconoscimento [ CPC
508], senza di che sarebbe vano sperare di esercitare una funzione dirigen-
te.
6. «IL PROBLEMA DELLA FORMAZIONE DI UNA VOLONTÀ
COLLETTIVA»

Questi accenni al carattere partecipativo della direzione politica e al vin-


colo di fiducia a essa inerente trovano frequenti echi nei Quaderni, dove
Gramsci torna a più riprese sulle disastrose conseguenze del «distacco tra
dirigenti e diretti» (così intitola il § 157 del quaderno 3). Se manca «l'af-
fiatamento reciproco, la reciproca lealtà», se vi è «inganno reciproco», al-
lora non solo «l'organizzazione» e «il blocco sociale» non possono for-
marsi, ma fallisce di fatto l'intera funzione dirigente: i «diretti» non rie-
scono a svolgere il proprio compito e la loro inadeguatezza rivela l'«inca-
pacità del “dirigente” a scegliere, a controllare, a dirigere» [Q 410].
Rimane tuttavia da domandarsi in che misura questi principii, enun-
ciati con tanta passione, siano concretamente applicabili e se siano stati
messi effettivamente in pratica dallo stesso Gramsci nella sua qualità di
dirigente del Pcd'I. Ci aiutano a rispondere due testi, scritti nell'arco di
pochi mesi (tra la primavera e l'autunno del 1925), mentre il partito pre-
para il terzo Congresso.
Partiamo dal secondo (apparso sull'«Unità» del primo ottobre), nel
quale Gramsci risponde a un compagno della «sinistra» bordighiana (il
segretario della Federazione milanese del partito, Rosolino Ferragni), che
aveva lamentato la scarsa rappresentatività degli organismi incaricati di
gestire la discussione preparatoria del Congresso. I compagni presenti
alla riunione della Federazione di Milano alla quale Ferragni era stato
convocato «condividevano tutti il pensiero della Internazionale e del Co-
mitato centrale del partito», avversi entrambi alla linea astensionista e
«settaria» di Bordiga. Non si era trattato quindi, secondo Ferragni, di
una riunione di partito, ma di «una riunione di una frazione» mascherata
[CPC 294].
La risposta di Gramsci non lascia margini d'incertezza. La protesta
di Ferragni è respinta senza mezzi termini in quanto, a suo giudizio,
espressione di una concezione errata tanto dei compiti degli organismi
del partito, quanto delle finalità della discussione interna e, quindi, delle
regole per mezzo delle quali renderla «proficua e ordinata». A che cosa
serve confrontarsi in seno al partito in vista del Congresso? Lo scopo è
forse la libera espressione di opinioni personali? Secondo Gramsci certa-
mente no.
Lo scopo è, in primo luogo, salvaguardare l'unità del partito e la sua
«capacità politica» [CPC 295-6] e, in questo senso (sotto questo duplice
vincolo), risolvere – diranno i Quaderni – il «problema della formazione
di una volontà collettiva» [Q 1507]. Per ciò – per evitare una «lotta di fra-
zioni» e «la spezzatura» del partito – il confronto tra maggioranza e mi-
noranza deve esaurirsi in seno al Comitato centrale, il quale a sua volta
deve intervenire «energic[amente]» per «preparare, ordinare, guidare» la
discussione. In secondo luogo si tratta (finalità fondamentale) di fare pre-
valere la linea decisa dall'Internazionale comunista, cioè la «volontà della
avanguardia rivoluzionaria del proletariato di tutto il mondo». In sostan-
za, gli organismi del partito italiano non debbono far altro che dare cor-
so alle «deliberazioni del V Congresso» dell'Internazionale. Qualsiasi de-
viazione dal «mandato ricevuto» sarebbe illegittima [ CPC 295-6].
Posta in questi termini, la questione appare di una semplicità persino
imbarazzante. Nell'ottica di Gramsci, il congresso del partito comunista
serve soltanto a posizionare l'organizzazione in aderenza alle decisioni
degli organi sovraordinati, che la base del partito è chiamata a recepire.
La «discussione» non ha altro fine che convincere i militanti della giustez-
za della linea, tant'è che – per volontà dell'Internazionale – al Comitato
centrale spetta di «dare luogo a una vera e propria campagna […] per la
conquista del partito alle direttive dell'Internazionale» stessa. Due corol-
lari derivano da questa impostazione.
Il primo è che gli organismi dirigenti debbono esercitare un forte
«potere ordinatore» e «regolatore» nei confronti della «massa dei sempli-
ci inscritti», giacché, «quanto più ci si allontana dal centro», tanto più la
discussione si presenta «difficile». Il secondo è il netto rifiuto della parla-
mentarizzazione del confronto interno, «sistema scandaloso» adottato
dal partito socialista di Serrati che, privilegiando il «libero» formarsi del-
l'opinione del partito, spezza «il processo di formazione “organica”» del
gruppo dirigente [CPC 295-7].

7. «CENTRALIZZAZIONE» E LIBERTÀ

Sarebbe assurdo negare che tutta l'argomentazione ruota intorno al valo-


re primario dell'unità del partito e dell'Internazionale, rispetto al quale la
«libertà» di opinione dei singoli (è Gramsci a mettere le virgolette) non
ha rilievo, se non in quanto possibile ostacolo alla «conquista del
partito» da parte del gruppo dirigente nazionale. Sarebbe assurdo, cioè,
negare che Gramsci abbia in mente una struttura piramidale, che vede al
vertice – deputato ad assumere decisioni vincolanti – l'esecutivo del Co-
mintern (cioè il gruppo dirigente bolscevico) e alla base – chiamato a
conformarsi disciplinatamente – il corpo militante degli «inscritti».
Ora, tutto questo come si concilia con quanto si è sin qui letto e det-
to a proposito di egemonia e di «educazione reciproca», di metodi
«espansivi» e di rifiuto di pratiche autoritarie? Si direbbe una smentita
frontale. D'altra parte non avrebbe poco senso anche disfarsi del proble-
ma, banalizzando tutto il discorso gramsciano come un esercizio di ipo-
crisia o doppiezza? Le cose, infatti, sono più complicate, anche se non
misteriose, come mostra l'altro testo (l'Introduzione al primo corso della
scuola interna di partito) al quale ci siamo poc'anzi riferiti.
Innanzi tutto occorre tenere conto dell'idea di partito che Gramsci e
la grande maggioranza dei dirigenti comunisti europei hanno negli anni
(1925-26) di cui parliamo. In Italia è ormai saldamente al potere il fasci-
smo; in Germania, Ungheria, Ucraina e Austria i tentativi di contagiare
l'Europa occidentale con la febbre rivoluzionaria sono tragicamente falli-
ti. In questo scenario si afferma il convincimento che compito essenziale
di tutti i partiti comunisti sia stringersi intorno all'Unione Sovietica per
difendere la rivoluzione, baluardo delle sempre più fragili conquiste del
movimento operaio internazionale. E in questo contesto Gramsci inter-
preta l'idea della «centralizzazione» del partito e della sua natura non de-
mocratica, «nel senso volgare – puntualizza – che comunemente si dà a
questa parola».

Il nostro […] è – scrive – un partito centralizzato nazionalmente


e internazionalmente. Nel campo internazionale il nostro parti-
to è una semplice sezione di un partito più grande, di un partito
mondiale. [CPC 55]

Quella che Gramsci tiene a presentare come «una ferrea necessità della ri-
voluzione» ha evidentemente, ai suoi occhi, importanti «ripercussioni»
sulle forme dell'organizzazione e della direzione politica. Come sappia-
mo, si tratta innanzi tutto di evitare la frammentazione (torna l'esempio
del Psi). Il partito deve restare unito nel dare corso alle direttive assunte
dagli organi dirigenti dell'Internazionale.
Ma questo non è l'unico problema. Gramsci denuncia anche la «sta-
gnazione intellettuale» determinatasi a causa della «meccanica» direzione
bordighiana [CPC 55]. E qui il suo discorso si rovescia, rimettendo al
centro la questione della rappresentanza delle istanze subordinate, nel
quadro di un'attività di direzione politica correttamente intesa.
Per effetto della concezione militare dei rapporti tra centro e perife-
ria (che Gramsci attribuisce a Bordiga), «il Comitato centrale, anzi, il
Comitato esecutivo era tutto il partito, invece di rappresentarlo e diriger-
lo». Ciò ha spinto il partito a disperdere «i suoi caratteri distintivi politi-
ci» per diventare, «nel migliore dei casi, un esercito (e un esercito di tipo
borghese)», il che non avrebbe comportato soltanto il rischio di ridurre la
sua «forza di attrazione», ma anche – si badi – quello di «stacc[arlo] dalle
masse» [CPC 55-6]. L'idea che Gramsci ha della centralizzazione è total-
mente diversa. Disciplina e unità non debbono impedire il «contatto con
le masse», e la centralizzazione deve convivere con l'autonomia dell'orga-
nizzazione in tutte le sue articolazioni.
È questo – va sottolineato – il luogo in cui Gramsci afferma l'esigen-
za che «ogni membro del partito sia […] un dirigente». La ragione è che,
a suo giudizio, soltanto un'organizzazione composta da «element[i] poli-
tic[i] attiv[i]» può rimanere vitale e al tempo stesso unita al proprio inter-
no e con il «partito mondiale» di cui fa parte.

Appunto perché il partito è fortemente centralizzato, si doman-


da una vasta opera di propaganda e di agitazione nelle sue file, è
necessario che il partito, in modo organizzato, educhi i suoi
membri e ne elevi il livello ideologico. Centralizzazione vuol
dire specialmente che in qualsiasi situazione […] tutti i membri
del partito, ognuno nel suo ambiente, siano stati posti in grado
di orientarsi, di saper trarre dalla realtà gli elementi per stabilire
una direttiva, affinché la classe operaia non si abbatta ma senta
di essere guidata e di poter ancora lottare. [CPC 56]

Dunque, per Gramsci, disciplina, unità e centralizzazione non solo non si


contrappongono alla conquista dell'autonomia critica da parte del corpo
militante, ma, al contrario, la presuppongono. Com'è possibile? Che cosa
lo induce a questa convinzione apparentemente paradossale? La risposta
è tutta dentro un rapporto con la teoria forse ancora più distante dalla
sensibilità oggi corrente di quanto non sia lo scenario «politico-storico»
europeo a metà degli anni Venti al quale ci siamo testé riferiti.
Gramsci può non nutrire dubbi sulla compatibilità tra autonomia dei
singoli militanti comunisti e unità e disciplina del partito (addirittura sul
piano mondiale) perché concorda con la tradizione del razionalismo mo-
derno (da Rousseau a Marx, passando per l'idealismo tedesco) nel ritene-
re che non si possa essere liberi se ci si sbaglia nell'interpretare la realtà
(quindi i propri stessi obiettivi) e perché, d'altra parte, è sicuro della veri-
tà della teoria (verità evidentemente non impersonale né oggettiva al
modo delle scienze naturali, giacché è in essa costitutivamente in gioco la
soggettività rivoluzionaria, con i suoi interessi e il suo «punto di vista»)
alla quale il partito comunista si ispira. Perché è sicuro della sua capacità
di conquistare il consenso razionale dei propri militanti sulla base del ri-
conoscimento degli obiettivi strategici dell'impresa rivoluzionaria. Per
questo osteggia la concezione (che definisce «borghese» o «socialdemo-
cratica») della libertà collettiva come risultato algebrico del confronto tra
opinioni personali, e vi oppone l'idea, a prima vista provocatoria, secon-
do cui «la “libertà” è garantita appunto dal fatto che la Centrale non ri-
nuncia al suo potere, ma continua a esercitarlo normalmente per regolare
e dirigere la discussione» [CPC 295].
Per Gramsci, in sostanza, potere (del Comitato centrale) e libertà
(del corpo militante) coincidono, perché fondati entrambi sulla cono-
scenza della realtà, garantita dal valore scientifico della teoria; quindi
perché manifestazione, entrambi di una volontà razionale (non arbitra-
ria) che, in quanto tale – scriverà Gramsci nei Quaderni - «si realizza in
quanto corrisponde a necessità obiettive storiche, cioè in quanto è la stes-
sa storia universale nel momento della sua attuazione progressiva» [ Q
1485]. Per contro, un'opinione non è, a suo giudizio, un valore in sé (nel
senso che non ha necessariamente a che fare con la libertà di chi la espri-
me) poiché può essere (di norma, nella società capitalistica, è) espressio-
ne inconsapevole di un punto di vista eteronomo, «ideologico», plasmato
dall'egemonia dell'avversario.
Sulla base di queste premesse (ai nostri occhi indubbiamente opina-
bili, ma altrettanto certamente fondate su una influente tradizione del ra-
zionalismo filosofico-politico) Gramsci parla del necessario innalzamen-
to del «livello ideologico» dei militanti e dell'esigenza di porli individual-
mente «in grado di orientarsi» [CPC 56] nel momento stesso in cui teo-
rizza la centralizzazione del partito italiano e il suo disciplinato confor-
marsi alle decisioni dell'Internazionale. E afferma che «con piena certez-
za di far bene e di adempiere a un dovere» il Comitato centrale del Pcd'I
si impegna nella conquista del partito alle direttive emerse dal «Congres-
so mondiale» [CPC 296]. Posto che attenervisi significa, senza possibilità
di errore, operare per l'emancipazione della classe operaia e del «proleta-
riato di tutto il mondo», non vi è conflitto tra libertà e disciplina comuni-
sta: «disciplina proletaria di ferro», come la definiscono le Tesi di Lione
[CPC 505], ma anche «autonoma e spontanea», come leggiamo sulla
«Città futura» [CF 19].
È questo lo schema teorico che Gramsci tiene costantemente presente
e che lo induce a concepire il rapporto tra il gruppo dirigente del partito
comunista e la classe operaia come un rapporto egemonico e quindi di
«educazione reciproca», respingendo forzature autoritarie. Se le opinioni
non stanno tutte sullo stesso piano, poiché ineriscono loro gradi diversi
di razionalità e verità, le persone invece meritano tutte pari rispetto.
Muovere dalla premessa che la teoria è giusta non implica che la si possa
imporre con la violenza. Di qui la necessità del lavoro di massa. Di qui
l'esigenza di conquistare fiducia e riconoscimento, senza di che si è diri-
genti solo a parole o per nomina burocratica. È questa, come vedremo
nel prossimo capitolo, una premessa fondamentale della teoria della rap-
presentanza che Gramsci elabora già negli scritti precedenti il carcere.
Capitolo 3
QUALE RAPPRESENTANZA?
CRITICA DELLA DEMOCRAZIA
E TEORIA DELLA RIVOLUZIONE

1. MAIEUTICA E TRANSIZIONE

Ricapitoliamo il percorso compiuto sin qui. Gramsci muove dall'idea che


senza coscienza (di sé, della realtà, della dinamica storica) non vi sia sog-
gettività e sia inevitabile la subalternità (del proletariato) al potere del
dominante. Questa convinzione sottende le nozioni di massa e di classe
(la classe operaia diviene tale, distinguendosi dalla «massa informe», sol-
tanto in virtù della conquista della coscienza) e l'assunto secondo il quale
la conquista della coscienza è il primo atto (sul piano logico) del processo
rivoluzionario.
Il partito comunista è protagonista di questo movimento dialettico
(il passaggio dalla massa alla classe, la nascita del soggetto) e in questa
misura svolge, sin dal suo avvio, un ruolo di direzione del processo rivo-
luzionario. Ciò si verifica in virtù del lavoro di massa che il partito è chia-
mato a compiere, lavoro che Gramsci concepisce in termini egemonici,
non autoritari. Si tratta di elevare le masse (evitando di «accodarsi» a
esse demagogicamente) senza forzature, giacché non vi è funzione diri-
gente (egemonia) senza fiducia e riconoscimento da parte dei diretti.
Risultato (e, al contempo, criterio normativo) di queste argomenta-
zioni è una concezione del partito come insieme di dirigenti: personale
politico attivo in grado di orientarsi in ogni situazione e quindi di stare
nel conflitto all'altezza delle necessità. Campeggia, sullo sfondo, l'obietti-
vo di una massa popolare nel suo intero sottratta all'egemonia capitalisti-
ca e in grado di autodeterminarsi. Un'idea della democrazia come inte-
grale autonomia collettiva in cui i Quaderni individueranno una nuova
forma di «self-government», fondata su un «tip[o] di elezionismo» fun-
zionale al controllo dal basso della classe dirigente [Q 974, 1626].
In questa misura possiamo considerare quanto osservato sinora
come premessa fondamentale (di ordine filosofico) della teoria della rivo-
luzione che costituisce il nucleo essenziale del discorso gramsciano negli
scritti precarcerari. Ma se l'analisi dei testi ci ha permesso di individuare
l'obiettivo di questo discorso e di definire il compito fondamentale che
esso assegna al partito operaio (la produzione della soggettività rivolu-
zionaria), resta ancora da precisare il quadro teorico-politico nel quale
esso si inscrive.
Vi è, a questo riguardo, un primo aspetto con cui occorre fare i conti.
Gramsci è consapevole che il processo di costruzione della soggettività
operaia via diffusione della coscienza di classe può (e deve) avere corso
sin da subito (i Quaderni ribadiranno che «una delle condizioni principa-
li per la stessa conquista del potere» è che la lotta per l'egemonia venga
ingaggiata «già prima di conquistare il potere governativo» [ Q 2010]), ma
non può compiersi nel quadro della società borghese. «Sarebbe utopisti-
co» e idealistico credere il contrario (pretendere che «ogni operaio della
massa» abbia «una completa coscienza di tutta la complessa funzione che
la sua classe è determinata a svolgere nel processo dell'umanità») perché
«la coscienza della classe come tale si modifica solo quando sia stato mo-
dificato il modo di vivere della classe stessa» [CPC 53-4], il che cozza con-
tro il perdurante dominio della borghesia e contro il fatto che essa dispo-
ne di un possente apparato egemonico. (come vedremo nel capitolo 8 [§§
7-8], nei Quaderni Gramsci preciserà che il punto-limite dell'azione ege-
monica del partito comunista nel quadro della società borghese è la co-
struzione di un contropotere «totalitario» simmetrico a quello del domi-
nante.)
In altri termini, il lavoro «maieutico» affidato al partito si colloca
nella fase intermedia che separa l'esistente dalla cesura rivoluzionaria. La
teoria che lo definisce concerne la fase preparatoria della rivoluzione ope-
raia. È, per dir così, una cripto-teoria della transizione. La quale si arti-
cola, ci sembra, in due momenti: una riflessione sul tema della rappresen-
tanza democratica (di cui ci occupiamo in questo capitolo) e una teoria
della prassi trasformatrice come anticipazione (e previsione) dei futuri as-
setti sociali e politici (che discuteremo nel prossimo).

2. LA CRITICA DEL PARLAMENTARISMO

Cominciamo dunque dalla riflessione sulla rappresentanza, e più precisa-


mente dalla pars destruens (la critica della democrazia parlamentare, «li-
berale», o «borghese») che ne costituisce un primo nucleo argomentativo.
Negli scritti precarcerari di Gramsci la riflessione sulla democrazia si
sviluppa sullo sfondo di un'attenta (e allarmata) analisi della situazione
politica e sociale dell'Italia nell'immediato dopoguerra. Una situazione
che presenta caratteristiche ambivalenti. Per un verso, lo sviluppo della
società di massa promosso dall'industrializzazione è in sé progressivo. La
fine del «regno degli individui» [ON 252] – il fatto che «l'età dei Cesari
[sia] tramontata nel dominio della produzione» [SF 223] – alimenta (po-
tenzialmente) dinamiche inclusive. «La società si è ingrandita», scrive
Gramsci sull'«Avanti!» il 5 dicembre 1918 [ NM 428], sottolineando come,
anche per effetto della Guerra mondiale, nuove energie sociali si siano li-
berate.

Sterminato è il numero degli assenti ieri e oggi presenti che pre-


mono sullo Stato di classe e aspettano composizione di innume-
revoli conflitti e aspettano soddisfazione degli inauditi bisogni
nati dalla vivacità dello spirito sociale nuovo. [NM 429]

In pagine che segnano l'inizio di un'elaborazione destinata, nei Quaderni,


a incentrarsi sul protagonismo dell'«uomo collettivo» (nuovo «“indivi-
duo” storico-politico» [Q 690, 1430, 1446-7]), Gramsci segnala l'impor-
tanza dell'irrompere di grandi masse popolari sulla scena storica. E insi-
ste sul «dramma della coscienza sociale contemporanea» [ ON 303], che
fa sì che «una enorme quantità di individui nuovi, ieri assenti, solitari, in-
sensibili agli stimoli stracchi della sociabilità», si «inseri[sca] nella storia»
[NM 428].
Ma se da una parte la guerra «ha ingrandito la società», dall'altra «e
nello stesso tempo ha contratto le possibilità meccaniche di sociabilità»,
poiché «non ha mutato l'ordine dei rapporti sociali» [ ON 428-9]. Come
in ogni crisi storica, le contraddizioni proprie della formazione sociale (in
questo caso, della società capitalistica) si approfondiscono. E ancora una
volta appare decisiva agli occhi di Gramsci l'inconsapevolezza propria
delle masse. Che «il proletariato [sia] diventato protagonista della storia
mondiale» è «il fatto più imponente e più ricco di conseguenze per l'avve-
nire», annota nell'ottobre del '18 [NM 303]. Ma il «fenomeno» è «gran-
dioso e pauroso nello stesso tempo», proprio «perché certo la maggioran-
za degli uomini non ha raggiunto la coscienza della propria responsabili-
tà sociale» [NM 304].
Nei mesi successivi la descrizione di questo scenario contrastato as-
sume toni estremi, che evocano le forme e i colori delle tele espressioniste.
«Forze demoniache incontrollabili» sono state «scatenate dalla immissio-
ne nella vita storica attiva di quantità enormi di individui impreparati,
entusiasti, inconsapevoli» [NM 429]. «Uno scatenamento di forze demo-
niache incontrollabili e incoercibili» è il frutto di un disordine radicale
dei «rapporti di produzione, con tutti i rapporti sociali, di classi, di na-
zioni, di continenti, che ne conseguono» [ON 4]. E ancora:
Le coscienze sono in crisi […] gli individui, i più rozzi e i più
immaturi storicamente, sono diventati irrequieti, aspirano a
cose nuove, sono turbati, non si fidano più di un ordine sociale
che all'improvviso ha sorpreso la loro ingenuità, la loro inno-
cenza e li ha travolti in un turbine violento di fame e di sangue.
[NM 485]

Caos, turbamento, scatenamento di forze demoniache. Lo sconvolgimen-


to del tessuto sociale, della struttura economica, della stessa vita morale
ha creato una situazione potenzialmente rivoluzionaria ma al tempo stes-
so (per ciò stesso) foriera di gravi pericoli. L'insorgenza delle masse su-
balterne suscita forze contrapposte e incoraggia formidabili tentativi di
reazione tesi a ricacciarle nel limbo dal quale vengono finalmente affran-
candosi: «a escludere sempre più violentemente dal potere moltitudini
che invece vogliono il potere» [NM 486] e a irregimentarle in ordinamenti
arcaici, fondati sui privilegi di casta e sullo sfruttamento.
A questo punto l'analisi trascorre dal terreno sociale al piano politi-
co. Qui infatti – a giudizio di Gramsci – entra in gioco, amplificando il ri-
schio di contraccolpi reazionari, la sempre più dirompente crisi di presti-
gio e di credibilità (di egemonia) delle istituzioni statuali borghesi. «Il
complesso degli istituti economici, politici e morali, generati dalla strut-
tura economica della proprietà privata capitalistica» – in una parola, «lo
Stato nazionale parlamentare» – appare ormai, Gramsci annota sull'«Or-
dine Nuovo» il 15 maggio 1919, «un'organizzazione logorata e arruggini-
ta» [ON 22]. Al punto che (così due anni dopo) «la costituzionalità è sta-
ta ormai tutta distrutta» [SF 192].
Esemplare di questo sviluppo dell'analisi – dell'affermazione della
perdita totale di legittimazione che coinvolge, secondo Gramsci, la sta-
tualità borghese – appare un breve articolo, emblematicamente intitolato
Smarrimento, pubblicato sull'«Ordine Nuovo» del 12 giugno 1921.

Nella coscienza delle masse, anche delle più arretrate, è scaduto


il prestigio e la riverenza per le istituzioni, e queste, svuotate di
ogni spirito, private di ogni moralità, sopravvivono solo come
paurosi vampiri.

In un paese divenuto «una “negazione di Dio” come era il regno borboni-


co del 1860», non rimane più nulla, nella prospettiva del proletariato ur-
bano e contadino, della pur estenuata autorevolezza dello Stato liberale.
Il quale ormai «si è sciolto in un pulviscolo innumerevole di gruppi e di
individui» [SF 188-9].

3. IL FONDAMENTO STRUTTURALE DELLA CRISI

Non si tratta – questo il punto – di fenomeni puramente sovrastrutturali


e (direbbero i Quaderni) «occasionali» [Q 1579]. La crisi di egemonia
delle istituzioni borghesi non è, a giudizio di Gramsci, figlia di evoluzioni
ideologiche, tanto meno di mere suggestioni. È invece un fatto irreversibi-
le, di portata storica, in quanto si radica nella mutata composizione so-
ciale (e, virtualmente, politica) del paese: in «fatti organici» [ Q 1580], ge-
nerati da mutamenti intervenuti sul terreno dei rapporti di produzione.
Tale radicamento strutturale fa della crisi in atto una reale crisi democra-
tica, destinata a travolgere le basi istituzionali della democrazia borghese,
dal parlamento allo stesso suffragio universale.
Inquadrando il tema in chiave storico-materialistica, Gramsci ricon-
duce la crisi di rappresentatività del sistema parlamentare al rapporto che
lo Stato liberale intrattiene col sistema capitalistico. Fin dal primo dopo-
guerra la critica del parlamento quale organo (in linea di principio) fun-
zionale alla libera concorrenza (destinato quindi, in una fase di capitali-
smo monopolistico, a decadere a pura e semplice finzione) costituisce un
risultato acquisito. Su questa base, ancora il 25 luglio del 1925, commen-
tando sull'«Unità» l'evolversi della situazione francese in senso autorita-
rio e anti-operaio (uno sviluppo tanto più interessante perché fondato,
come nel caso del fascismo italiano, su una base di massa piccolo-bor-
ghese), Gramsci osserva che una «dittatura plutocratica»non cessa certo
di essere tale «per il fatto di essere sostenuta da una maggioranza parla-
mentare sia pure stabile» [SPG 342].
Gramsci documenta questa diagnosi analizzando in primo luogo il
caso italiano. Già nel marzo 1921, affidando alle colonne dell'«Ordine
Nuovo» riflessioni che i Quaderni svilupperanno (si pensi in particolare
alle pagine sulla complicità della «borghesia rurale» nell'affermarsi della
reazione fascista [Q 1605-10]), disegna un quadro limpido della peculiare
arretratezza strutturale (economico-sociale) italiana, che il piano delle
istituzioni politiche riflette in se stesso. Non vi è in Italia alcuna reale di-
visione dei poteri, per Gramsci sede, in linea di principio, della lotta tra i
diversi settori della classe dominante. Proprietari terrieri e industriali si
accordano, favorendo il «compromesso tra lo Stato e gli agrari», i quali di
fatto mantengono un potere assoluto sui contadini poveri. Sussiste dun-
que un «parlamentarismo» di facciata (un parlamentarismo ridotto a
«mero corpo consultivo»), mentre la magistratura, reclutata per lo più tra
la piccola borghesia di origine contadina, non ha alcuna indipendenza e
terzietà [SF 116].
Ma, proprio in quanto conseguenza di dinamiche strutturali, la crisi
democratica è, a giudizio di Gramsci, di portata storica (mondiale), non
soltanto italiana. La realtà sociale ed economica generata dalla guerra
sancisce, ai suoi occhi, una crisi generale della democrazia borghese, la
cui legittimità è messa in discussione anche sul piano macrostorico. È
questo il tema di decine di scritti, apparsi tra il 1919 e il '21, incentrati
precisamente sulla critica del «dispotismo» borghese, e dello Stato libera-
le come dittatura di classe mascherata.
Spicca in questo contesto l'articolo che nel febbraio 1919 Gramsci
pubblica sulle gobettiane «Energie Nove» in risposta a Balbino Giuliano,
collaboratore della rivista e futuro ministro (tra il 1929 e il '32) dell'Edu-
cazione nazionale. Incline a leggere i problemi sociali e politici in termini
esclusivamente morali, Giuliano è per Gramsci «un astrattista, non un
realista» [NM 519] (in questi termini, come vedremo, i Quaderni inqua-
dreranno il giudizio sui giacobini francesi e sulla loro funzione storica di
reale avanguardia del Terzo stato). Giuliano è altresì un «positivista al-
l'inglese», poiché non critica storicamente la «quistione sociale», ma la
traduce in termini metafisici («il problema del male»), disponendosi a re-
gistrare passivamente l'esistente.
Ma ciò che conta è soprattutto come Gramsci definisce qui l'organiz-
zazione dei poteri propria della democrazia parlamentare, che egli con-
trappone idealmente al nuovo ordine politico che la «classe lavoratrice»
istituirà ponendo l'«atto produttivo» al fondamento «della sovranità e
dello Stato». Il «parlamentarismo», architrave istituzionale della legitti-
mità dello Stato liberale, si riduce ai suoi occhi all'«empiria del maggior
numero democratico che si organizza attraverso la violenza e l'inganno
demagogico» [NM 520]. Violenza e inganno, perché la legittimazione for-
male serve a nascondere la logica reale dei rapporti di forza sociali. Empi-
ria, perché, rispecchiando immediatamente il dato fenomenico, le elezio-
ni legittimano volontà apparenti in quanto subalterne e inconsapevoli –
come ben sappiamo – delle proprie motivazioni effettive.
Quella che per Gramsci mina alle fondamenta la legittmità dello Sta-
to liberale è la radicale crisi di rappresentatività che coinvolge il sistema
parlamentare. Una crisi a suo giudizio irreversibile. Così annota sull'«Or-
dine Nuovo» nel maggio del '19: «maggioranze e minoranze, riforme e ri-
voluzioni» sono ormai «parole arcaiche e vuote di senso». «Non esistono
più maggioranze e minoranze: esiste il caos sociale». E ancora: «la “mag-
gioranza” della borghesia è un mito sguaiato».
Ne segue una conclusione univoca: se dopo l'Ottobre la parola rivo-
luzione ha un altro significato (ha valore «costituzionale», per il fatto di
essere divenuta «concretezza ideale e storica», realtà effettuale nel «pro-
cesso consapevole di instaurazione di un tipo nuovo di Stato»), lo «Stato
nazionale parlamentare» [ON 22] ha perso invece qualsiasi legittimità. E
«definitivamente logorato» appare (così due anni dopo) «il meccanismo
del suffragio universale» [SF 188].
4. DEMOCRAZIA COME TIRANNIDE

La crisi democratica che sconvolge l'Europa (e in particolare l'Italia) al-


l'indomani della Grande guerra è dunque esito di un processo di lungo
periodo, strettamente connesso al piano fondante dei rapporti di forza
sociali tra le classi. Sulla scorta di queste analisi Gramsci fa propria la
diagnosi leniniana di esaurimento storico di un'istituzione – il parlamen-
to – indissolubilmente legata al dominio della borghesia capitalistica1. Il
che non toglie (è opportuno puntualizzarlo per non fraintendere la posi-
zione anti-astensionistica assunta da Gramsci nel '19 e il suo impegno per
il ripristino della legalità costituzionale durante l'Aventino) che il partito
operaio possa utilmente partecipare alle elezioni politiche borghesi al fine
di modificare a proprio vantaggio lo scacchiere del conflitto politico ed
egemonico.
Soltanto muovendo da queste premesse è possibile comprendere l'in-
tensità della polemica di Gramsci contro la rappresentanza parlamentare
e il principio di maggioranza, una polemica che – lo si è accennato –
coinvolge lo stesso istituto del suffragio universale. È tale l'incapacità del
«meccanismo della democrazia borghese» di dare espressione alla reale
volontà delle masse (così Gramsci scrive già nel settembre del 1917), che
il sistema parlamentare impedisce alla «maggioranza dei cittadini» di ave-
re «rappresentanti idonei, capaci di rappresentarne i bisogni, le aspirazio-
ni, i sentimenti». In una parola, «il sistema rappresentativo» non è soltan-
to inadeguato a realizzare i principi democratici. Serve allo scopo oppo-
sto: è di per sé «una invenzione... dei tiranni» [CF 315].
Questa stessa posizione, estrema, permane nel dopoguerra, anzi ten-
de a radicalizzarsi. Un dato di fatto appare a Gramsci fuori discussione.
È illusorio, ai suoi occhi, ritenere – così scrive sull'«Ordine Nuovo» nell'a-
gosto del '21, due anni dopo l'estensione del diritto di voto a tutti i citta-
dini maschi maggiorenni – che «la conquista del suffragio alle masse po-

1 Cfr. Wladimir Ilič Lenin, Der «Linke Radikalismus», die Kinderkrankheit im Kommu-
nismus (1920), in Id., Werke, cit., Bd. 31, 1983, pp. 41-2.
polari» possa condurre queste ultime «alla liberazione da tutte le catene
che le legavano» [SF 305]. Il modello parlamentare, nel quale la sovranità
popolare si risolve di fatto nell'esercizio del diritto di voto in occasione
delle elezioni politiche, promuove in realtà la rappresentanza di opinioni
mascherate da volontà (perché plasmate dall'egemonia del dominante). In
questione è l'idea stessa che l'espressione immediata della volontà di una
massa «manovrata politicamente» [ON 671] rappresenti la manifestazio-
ne di una volontà reale perché autonoma e consapevole e costituisca un
fondamento adeguato di legittimità per uno Stato che compone le pro-
prie istituzioni rappresentative in base a quella consultazione elettorale.
La medesima riserva, radicale, sottende, durante il biennio rosso, la
critica della «forma del referendum», che Gramsci (sull'«Avanti!» del 20
settembre 1920) arriva a definire «antirivoluzionaria» in quanto «squisi-
tamente democratica» [ON 686]. Oggetto dell'attacco è il referendum al
quale gli operai metallurgici erano stati chiamati durante l'occupazione
delle fabbriche affinché si pronunciassero sull'accordo proposto da Gio-
litti per porre fine all'agitazione. Giocata sulla dialettica tra massa e
avanguardia, la reazione di Gramsci è inequivocabile, e tanto più signifi-
cativa in quanto chiama in causa in questo caso non l'intero elettorato (le
masse popolari) ma un settore ben determinato della classe operaia ita-
liana.
Il referendum, scrive, non è uno strumento democratico per la mede-
sima ragione che ne rende facilmente prevedibile l'esito. In realtà, la con-
sultazione immediata delle maestranze fa leva sul loro disorientamento,
sulle loro «debolezze intime», sui «sentimenti negativi», di stanchezza e
rassegnazione, che la loro stessa condizione ispira. Ragion per cui, lungi
dal permettere alla classe di esprimersi per far valere la propria vera vo-
lontà, il referendum «serve a valorizzare le masse amorfe della popolazio-
ne e a schiacciare le avanguardie che dirigono e dànno una coscienza poli-
tica a queste masse» [ON 686].
Sussiste insomma, a giudizio di Gramsci, un'essenziale incompatibili-
tà tra l'impegno rivoluzionario dell'avanguardia del movimento operaio e
il rispetto delle procedure democratiche previste dallo Stato liberale. Il
nodo si stringe intorno alla questione della rappresentanza, alla sua con-
notazione sostanziale o formalistica. E coinvolge per ciò stesso il ruolo
delle «minoranze attive» – delle avanguardie, appunto – considerate vere
rappresentanti della classe operaia (e delle stesse masse popolari) in
quanto, come stiamo per vedere, interpreti autentiche della loro reale vo-
lontà.
Non deve meravigliare che la critica gramsciana del parlamentarismo
compia un salto di qualità, sino ad assumere toni bordighisti, all'indoma-
ni del delitto Matteotti. L'affermazione del fascismo prima, il graduale
consolidarsi del regime a seguito dell'assunzione di responsabilità da par-
te di Mussolini, poi, non fanno che fornire, agli occhi di Gramsci, ulterio-
ri conferme alle sue riserve nei confronti della concezione borghese della
rappresentanza democratica. La dittatura si afferma – questa la diagnosi
– grazie alla scomposizione pulviscolare della massa, al suo influire, pur
passivamente, come puro e semplice (informe, amorfo, indistinto) aggre-
gato di individui. Come mera quantità, secondo la logica formalistica del
«numero democratico» [NM 520]. Numero e quantità che non costitui-
scono di per sé criteri trascurabili (come vedremo nel capitolo 14 [§§ 5-6],
i Quaderni ne riconoscono la notevole rilevanza ai fini della costruzione
di una teoria democratica), ma che nella situazione data appaiono a
Gramsci indicatori del contrario di quanto dovrebbero significare: atte-
stano cioè l'eteronomia della massa, in luogo della sua volontà consape-
vole.
Tre mesi dopo l'assassinio del deputato socialista, Gramsci afferma
senza mezzi termini che «la situazione è “democratica” perché le grandi
masse lavoratrici sono disorganizzate, disperse, polverizzate nel popolo
indistinto» [CPC 37]. Poco dopo dichiara che democrazia e fascismo
sono «come la destra e la sinistra della dittatura borghese» [SPG 234];
che tra essi esiste una perfetta «divisione del lavoro» [ DV 295]; che la de-
mocrazia borghese – antitesi di quella reale – è in se stessa «bugiarda»
[SPG 245] in quanto mera dissimulazione di una dittatura pronta a disve-
larsi – com'è avvenuto in Italia nell'ottobre del '22 – allorché il mutarsi dei
rapporti di forza della società erode ogni spazio di mediazione. Quando,
nella primavera del '25, Gramsci scrive (come abbiamo visto nel capitolo
2) che il partito comunista «non è un partito democratico […] nel senso
volgare che comunemente si dà a questa parola» [CPC 55], è l'intera se-
quenza di questi ragionamenti a raggiungere un approdo conseguente e
impegnativo.

5. MASSE INCONSAPEVOLI, MINORANZE ATTIVE

Queste ultime parole – scritte, come forse si ricorderà, nel corso della
fase preparatoria del Congresso di Lione – evocano con chiarezza una
fondamentale opposizione, sottesa all'intera critica gramsciana della de-
mocrazia liberale. Vi è da una parte la democrazia per come la si intende
«comunemente» e «volgarmente»; dall'altra, un'idea di democrazia ben
concepita. Tra queste «due democrazie» («che – puntualizza Gramsci
sull'«Unità» il 31 luglio 1925 – si escludono a vicenda, che non possono
esistere simultaneamente nello stesso paese») [CPC 389] è necessario di-
stinguere, se non si vogliono perpetuare equivoci nefasti. Ma, più concre-
tamente, la differenza in che cosa consiste?
Proprio perché investe il tema della rappresentanza, essa ruota, a giu-
dizio di Gramsci, intorno alla polarità forma/sostanza. La democrazia
volgare è mera forma in quanto mette in scena volontà fittizie (plasmate,
come si è appena visto, dall'egemonia del dominante); quella bene intesa
è sostanziale (reale) in quanto afferma e soddisfa la volontà effettiva delle
masse popolari: i loro veri interessi, i loro bisogni reali.
Fin qui tutto appare, a prima vista, semplice e lineare. In realtà, a
ben guardare, darsi tale criterio concreto, definire in questi termini il pre-
supposto in base al quale costruire una teoria normativa della democra-
zia, equivale a porre un problema molto delicato, che chiama nuovamente
in causa funzioni e qualità dell'avanguardia politica.
Di quest'ultima (in particolare dei compiti propri del gruppo dirigen-
te comunista) abbiamo già discusso nel capitolo 2 (§ 4). Ma ora il tema si
presenta sotto una luce diversa, che coinvolge il ruolo dell'avanguardia
quale motore del processo di transizione verso un assetto sociale e politi-
co realmente democratico in quanto interprete autentico degli interessi
del proletariato (delle sue volontà reali). Se fulcro della democrazia sono
– al di là dell'espressione di volontà non significative – gli interessi e i bi-
sogni effettivi delle masse, chi e per quali vie può dichiararsene interprete
legittimo? Tale è il problema che si pone a questo punto e che, nella pro-
spettiva di Gramsci, concerne ancora una volta le prerogative del partito
comunista e del suo gruppo dirigente.
Emerge a questo proposito la questione del rapporto tra minoranza
(avanguardia) e maggioranza (massa), emersa poc'anzi a proposito delle
critiche rivolte da Gramsci alla consultazione referendaria. Non sorpren-
derà, dopo quanto abbiamo visto in merito alla polarità massa/classe,
che Gramsci traduca questo rapporto nella dialettica tra attività (delle
minoranze) e passività (della maggioranza), affrontando così un tema
centrale in Lenin e in tanti osservatori suoi contemporanei (conservatori
compresi) della situazione europea a cavallo della Prima guerra mondiale
(e della rivoluzione d'Ottobre).
In questa prospettiva il dato di fatto della scomposizione pulviscola-
re della massa («popolo indistinto», abbiamo appena letto) induce a po-
stulare un fisiologico scarto tra l'inerzia delle masse subalterne e il prota-
gonismo di esigue minoranze consapevoli, capaci, in quanto tali, di inci-
dere (talvolta in modo decisivo, a dispetto delle loro dimensioni) sulla si-
tuazione politica. Gramsci non si domanda esplicitamente, per il momen-
to, dove questo scarto origini. Come vedremo nel capitolo 14, egli ne dà
ovviamente un'interpretazione storico-materialistica, antitetica all'impo-
stazione naturalistica (non priva di venature socialdarwinistiche e persino
razziste) propria dei teorici borghesi delle élites (che ne deducono la legit-
timazione in æternum di modelli oligarchici). Ai suoi occhi non sono in
gioco aspetti genericamente antropologici, ma una conseguenza (inevita-
bile) della divisione classista dei corpi sociali, riconoscere la quale impli-
ca, dal suo punto di vista, muoversi per superarla.
Ma torniamo al primo Gramsci. Lo scompaginamento della società
italiana nel dopoguerra; il disorientamento regnante «negli spiriti e nelle
volontà»; la situazione «caotica» e di giorno in giorno «più oscura e com-
plicata» [NM 486], tutto ciò – lo sappiamo – rende ai suoi occhi più che
mai necessaria la funzione dirigente di «individui capaci di esprimere con
chiarezza e precisione il tumulto di sentimenti e di passioni che agita la
comunità lavoratrice» [ON 551]. L'intervento di «individui capaci di tro-
vare una sistemazione per questo tumulto» – scrive Gramsci nell'editoria-
le dell'«Ordine Nuovo» settimanale del 28 febbraio 1920 – è indispensabi-
le al fine di evitare che la massa cada preda di «capi improvvisati», di uno
«dei tanti Masanielli che battono le vie e le piazze in cerca di grosse emo-
zioni e di belle avventure rivoluzionarie» [ON 440]. In una battuta si trat-
ta – aggiunge pochi mesi dopo (12 giugno) – di «far diventare coscienza e
creazione rivoluzionaria gli impulsi alla ribellione che scaturiscono dalla
situazione che il capitalismo crea alla classe operaia» [ON 551].
Passioni, ribellismo, caos. Avventurismo e cattiva demagogia. I ter-
mini impiegati per argomentare la necessità di una chiarificazione lascia-
no intendere come Gramsci consideri necessario l'intervento di minoran-
ze consapevoli, capaci di guidare la massa fuori dalla palude in cui l'irre-
sponsabilità delle classi dirigenti liberali l'ha scaraventata. Il tema era
emerso a chiare lettere già sull'«Avanti!» del 25 luglio 1918, dove Gramsci
ragiona sulla dialettica tra minoranze e maggioranza dichiarando essen-
ziale che le prime abbiano «consapevolezza» delle «volontà» della secon-
da [NM 205-6]. Poco dopo, sull'«Ordine Nuovo» del 6 dicembre 1919,
egli ribadisce la necessità di passare dal momento «puramente negativo»
della «sommossa» a quello costruttivo della rivoluzione, quando – pun-
tualizza - «per l'impulso coraggioso dei coscienti e dei capaci, l'organi-
smo sociale si avvia ad acquistare una forma nuova» [ON 353].
Proseguendo su questa linea (lungo la quale giungerà ad affermare
che «in ogni situazione politica la parte attiva è sempre una minoranza»
[Q 1789]), Gramsci traccia, nel giugno del '21, un'analogia tra il partito
comunista e i Mille di Garibaldi (analogia che nei Quaderni si tradurrà –
lo vedremo nel prossimo capitolo (§ 4) – in un più organico parallelismo
tra l'avanguardia comunista del proletariato e il “partito” giacobino nella
Rivoluzione francese). Oggi – così argomenta, e il tema è sempre quello
della dialettica tra maggioranza passiva e minoranze consapevoli e attive
– una «“miracolosa” vittoria» della classe operaia, simile a quella conse-
guita dai Mille, è possibile soltanto «se una minoranza conserverà in que-
sto “caos” nazionale un cuore puro e una volontà ferma: e noi lavoriamo
perché questa minoranza sia il Partito comunista d'Italia» [ SF 189]. Ma,
ancora una volta, la riflessione sul ruolo delle minoranze attive si appro-
fondisce soprattutto dopo il delitto Matteotti, via via che il fascismo mo-
stra la propria capacità di stabilizzarsi, di farsi regime, irretendo il grosso
della popolazione italiana nella trama del proprio apparato egemonico.
Su questo stesso terreno lo scontro ideologico tra socialisti e comuni-
sti diviene estremamente violento. Si confrontano due strategie del tutto
diverse, e in sostanza Gramsci accusa (a più riprese) i socialisti di codi-
smo e irresponsabilità precisamente per il loro rifiuto di agire come avan-
guardie della base operaia e popolare. Nell'idea socialista secondo cui bi-
sogna «ubbidire alla volontà delle masse in generale» egli scorge «la quin-
tessenza dell'opportunismo massimalista italiano e dell'opportunismo so-
cialdemocratico in generale». Il fatto – osserva sull'«Unità» del 24 giugno
1925 in polemica con l'«Avanti!» – è che non esiste «una volontà delle
masse lavoratrici prese nel loro complesso»: ne esistono «parecchie e di-
stinte» [CPC 238]. E la situazione non muterà finché le fonti dell'ideolo-
gia rimarranno saldamente in mano alle forze del capitalismo.
Poco dopo (il primo ottobre del '26), sulla base di questo stesso sche-
ma, Gramsci non esita ad addossare la responsabilità del fallimento del-
l'occupazione delle fabbriche al Partito socialista, «che – scrive – venne
meno ai suoi doveri, che era incapace e inetto, che era alla coda della clas-
se operaia e non alla sua testa» [ CPC 345]. Con ogni evidenza, l'accusa di
codismo implica un assunto, sul quale ci siamo del resto soffermati già,
brevemente, nel capitolo 2 (§ 5): il partito della classe operaia «non può
“accodarsi” alle masse», deve precederle [CPC 239], esserne l'avanguar-
dia politica.
È questa, in ultima istanza, la ratio della critica al referendum, il ri-
fiuto del quale da parte di Gramsci riposa sull'idea che la legittimità de-
mocratica dell'«avanguardia operaia» (della sua funzione dirigente) sia
del tutto indipendente dal vincolo « democratico» del principio di mag-
gioranza. Per questo motivo Gramsci precisa che l'atteggiamento di quan-
ti pretendono di sottoporne l'azione al «consenso preventivo delle masse»
– rovesciando, per dir così, l'ordine del discorso – non fa che porre osta-
coli (spesso insormontabili) al progresso del movimento rivoluzionario. Il
quale

non può invece fondarsi che sull'avanguardia proletaria, e deve


essere condotto senza consultazione preventiva, senza apparato
di assemblee rappresentative. [ON 688]

Tutto ciò è in qualche modo implicito nell'idea stessa di direzione, di gui-


da del movimento, oltre che di sua avanguardia. Ma evidentemente com-
porta implicazioni e problemi tutt'altro che banali.

6. L'INTERPRETAZIONE AUTENTICA DEGLI INTERESSI


E DELLA VOLONTÀ

Il ragionamento che stiamo cercando di ricostruire ha portato sin qui


Gramsci a sostenere che soltanto l'intervento di una minoranza consape-
vole che agisca efficacemente come avanguardia della classe operaia può
superare la grave crisi democratica che scuote i paesi dell'Europa capitali-
stica, e può far sì che la falsa democrazia borghese venga sostituita da
una democrazia degna di questo nome: una democrazia «che non sia sol-
tanto nelle forme e nella apparenza», come Gramsci scrive sull'«Unità» il
20 luglio 1924 [SPG 366].
Come abbiamo visto, la sua risposta alla crisi democratica esplosa
con violenza nel dopoguerra verte sulla denuncia dei deficit di rappresen-
tatività delle istituzioni borghesi, quindi sulla contrapposizione tra una
concezione «concreta» della rappresentanza e la sua declinazione forma-
listica, propria, secondo Gramsci, del sistema parlamentare. A suo giudi-
zio, si può parlare correttamente di rappresentanza democratica delle
masse popolari e della classe operaia in particolare soltanto se, indipen-
dentemente da sanzioni formali (a guardar bene precluse dall'insufficien-
te consapevolezza delle masse), il rappresentante dà effettivamente voce
alla loro volontà in quanto ne comprende bisogni e interessi reali. Preci-
samente in questo senso i Quaderni ribadiranno – lo si rammenterà – che
«il rapporto è di rappresentanza» solo quando vi è «comprensione» delle
«passioni elementari del popolo» [Q 1505].
Alla logica esclusivamente quantitativa del modello elettorale pro-
prio della democrazia parlamentare, Gramsci oppone dunque un sistema
rappresentativo fondato sulla qualità e sull'«elemento coscienza», cioè –
chiarisce l'Introduzione al primo corso della scuola di partito – sulla

comprensione delle condizioni in cui si lotta, dei rapporti sociali


in cui l'operaio vive, delle tendenze fondamentali che operano
nel sistema di questi rapporti, del processo di sviluppo che la so-
cietà subisce per l'esistenza nel suo seno di antagonismi irriduci-
bili, ecc. [CPC 53]

Per questo (in un articolo apparso sull'«Avanti!» del 25 luglio 1918 al


quale ci siamo testé riferiti) sostiene che a fare la storia non sono soltanto
le «volontà di molti», ma anche la «consapevolezza che una minoranza
ha di queste volontà» e la capacità che essa dimostra di metterle all'opera
concretamente («rivolge[ndole] a un fine comune») dentro la cornice po-
litico-istituzionale di un sistema statuale [NM 205-6]. E poco dopo
(sull'«Ordine Nuovo» nel giugno del '19) scrive, ancora più esplicitamen-
te, che il partito operaio è «una minoranza sociale rappresentante la con-
sapevolezza di classe, degli interessi vitali e permanenti di tutta la classe»
[ON 58].
Il compito e la caratteristica costitutiva di un'avanguardia politica è,
in questa prospettiva, la sua attitudine interpretativa (ermeneutica, abbia-
mo detto in precedenza) in relazione a una volontà obiettiva non consa-
pevole, attitudine che ora rivela risorsa decisiva ai fini della rappresentan-
za democratica delle istanze della classe operaia. E non solo di questa.
Tornando successivamente sul tema (nel giugno del '25), Gramsci chiari-
sce (in polemica con la posizione «codina» dei massimalisti) che tale fun-
zione rappresentativa non coinvolge esclusivamente il proletariato, ma
l'intero ambito delle classi subalterne. Se oggi il partito comunista «“at-
tua” la volontà solo di una determinata parte delle masse, della parte più
avanzata» (il proletariato), esso nondimeno «“rappresenta”» (e domani
attuerà) «gli interessi dell'intera massa lavoratrice» [ CPC 239]. È dunque
in gioco un processo dinamico (nel lessico gramsciano, espansivo), in re-
lazione al quale il Pcd'I (attualmente piccolo, ma «destinato a inquadrare
un grande partito di massa» [CPC 22]) si contrappone alle minoranze in
senso deteriore giacobine, incapaci di espandersi perché prive di radica-
mento nelle grandi «moltitudini».
In tale nesso concreto consiste agli occhi di Gramsci l'effettiva rap-
presentanza democratica, base di legittimità della funzione dirigente del
partito politico. Si tratta evidentemente di una funzione altrettanto rile-
vante quanto quella connessa all'azione «maieutica» focalizzata nel capi-
tolo precedente. Il che ci autorizza a dire che, nella prospettiva di Gram-
sci, un'azione duplice e contestuale caratterizza il partito comunista
come avanguardia politica della classe operaia nella fase di transizione
verso la «nuova società» socialista: da una parte esso costituisce la classe,
conferendole coscienza critica secondo il modello della «filologia
vivente»; dall'altra, contemporaneamente, la rappresenta, operando per il
soddisfacimento dei suoi bisogni e interessi.
Il punto è, tuttavia, che, come abbiamo appena visto, questi bisogni e
questi interessi è il partito stesso a individuarli decifrando le (confuse e
contraddittorie) manifestazioni della volontà della classe. Il che evidente-
mente espone tutta questa complicata struttura al rischio di un cortocir-
cuito alquanto pericoloso. Ne parleremo tra breve, non prima, tuttavia,
di avere chiarito a quale esempio Gramsci si ispiri nel disegnare tale sce-
nario.

7. EGEMONIA E DITTATURA DEMOCRATICA

Il modello di riferimento è la rivoluzione d'Ottobre. Più precisamente, il


partito bolscevico e sullo sfondo la classe operaia russa, legittimi rappre-
sentanti (e reali avanguardie) dell'intera popolazione, non certo per ragio-
ni quantitative (le loro dimensioni, ancora ridotte) ma appunto su una
base qualitativa: la capacità di dar vita a «un ordine che – scrive Gramsci
nel febbraio 1919 – coincide con la coscienza e la volontà della totale so-
cietà russa» [NM 522n].
Quella instaurata dalla classe operaia russa (dalla sua avanguardia
politica) è indubbiamente – a suo giudizio – una dittatura. Ma, in virtù
di tale coincidenza tra prassi rivoluzionaria e volontà collettiva, una dit-
tatura realmente democratica e (a differenza di quella inevitabilmente
«repressiva» della borghesia) espansiva (e per ciò stesso temporanea): una
dittatura – così Gramsci puntualizza commemorando Lenin sul primo
numero della terza serie dell'«Ordine Nuovo» (marzo 1924) – che innesca
«un continuo movimento […] dal basso in alto, un continuo ricambio at-
traverso tutte le capillarità sociali, una continua circolazione di uomini»
[CPC 15].
In base a questo stesso modello Gramsci concepisce la funzione rap-
presentativa del Pcd'I, avanguardia democratica in atto della classe-massa
e potenzialmente di tutta la popolazione italiana oggi soggiogata dal fa-
scismo. Il 24 ottobre 1920, applicando lo schema adottato in relazione
alla rivoluzione bolscevica, egli scrive (nell'editoriale dell'edizione pie-
montese dell'«Avanti!») che l'«organizzazione delle forze comuniste italia-
ne» è effettivamente l'avanguardia delle «grandi moltitudini popolari ita-
liane», in quanto dà «rappresentanza immediata e genuina» ai loro inte-
ressi e alle loro aspirazioni [ON 729-30]. Quattro anni e mezzo dopo, nel
suo unico discorso alla Camera dei deputati (16 maggio 1925), ribadisce
orgogliosamente tale convinzione, dicendosi «sicur[o]» che il partito co-
munista «rappresent[a] la maggioranza della popolazione», interpretan-
do «gli interessi più essenziali della maggioranza del popolo italiano»
[CPC 81].
Detto questo, si pone qui tuttavia – lo si anticipava – una questione
alquanto delicata. È indubbio che agli occhi di Gramsci il Pcd'I sia, nell'I-
talia del dopoguerra, l'unica forza politica in grado non soltanto di porre
rimedio alla crisi democratica che avvelena il paese (e di arrestare una
tragica spirale di repressione e di violenza), ma anche di dare voce alle
istanze di emancipazione, giustizia e libertà proprie delle grandi masse
popolari. Ma è altrettanto evidente che la certezza soggettiva di un auto-
revole dirigente politico non garantisce che il suo (piccolo) partito svolga
effettivamente il ruolo di interprete e di legittimo rappresentante della vo-
lontà popolare. Insomma, che cosa autorizza una minoranza (nella fatti-
specie il partito comunista) a considerarsi avanguardia del proletariato e
ad agire come tale? Su quali basi oggettive Gramsci ritiene di poter fon-
dare queste affermazioni?
Conosciamo già una parte della risposta. A mettere il partito comu-
nista in condizione di interpretare correttamente interessi e aspettative
della classe operaia e delle stesse «moltitudini popolari» provvede il lavo-
ro di massa che il suo gruppo dirigente è chiamato a svolgere. Quasi a vo-
lerci rassicurare in proposito Gramsci scrive, sullo «Stato operaio» del 18
ottobre 1923, che «gli elementi rivoluzionari rappresentano la classe nel
suo complesso, sono il momento più altamente sviluppato della sua co-
scienza a patto che rimangano con la massa», comprendendone anche
«gli errori, le illusioni, i disinganni» [CPC 4].
Ma se è vero che persino la classe operaia è ancora in larga misura
inconsapevole (Gramsci lo afferma a più riprese, come abbiamo avuto
modo di constatare), ben difficilmente il contatto con la massa potrebbe
di per sé fornire al partito indicazioni sufficienti alla scoperta degli inte-
ressi e della reale volontà delle «moltitudini». Del resto lo sappiamo: per
Gramsci l'avanguardia politica del proletariato non ha soltanto il compi-
to di interpretarne e rappresentarne la volontà. Deve contestualmente
dare «forma organica alle masse che il moto ha reso fluide e informi»
[ON 353], innalzandone la coscienza e rendendo quest'ultima chiara a se
stessa. Ragion per cui è rigettata non soltanto la pratica codina del «se-
guire le masse», ma anche quella, in apparenza meno problematica,
dell'«andare alle masse», formula che Gramsci (ancora nel luglio 1925)
bolla come «opportunistica», a meno che con essa non si intenda

che bisogna andare alle masse non per abbassare a queste la co-
scienza e la volontà dell'avanguardia rivoluzionaria, ma per edu-
care esse stesse nella volontà e nello spirito del proletariato rivo-
luzionario. [CPC 259]

Ne deriva una conseguenza paradossale, particolarmente carica di senso


alla luce degli ulteriori sviluppi della storia novecentesca degli Stati socia-
listi, a cominciare dall'Urss. La rappresentatività del partito comunista
deriva sì dalla capacità (agli occhi di Gramsci assodata) di interpretare
correttamente la volontà della classe-massa. Ma tale capacità deriva a sua
volta dal fatto che questa volontà è il partito stesso ad averla almeno in
parte definita. Si verifica qui, non accidentalmente, una duplicazione di
ruoli per effetto della quale, in definitiva, l'avanguardia rischia di proiet-
tare sulla classe-massa i propri convincimenti (nel peggiore dei casi, i pro-
pri interessi), con la conseguenza ultima di rappresentare, in realtà, sol-
tanto se stessa.
Gramsci in qualche misura enuncia il nodo – che evidentemente rico-
nosce problematico – in un articolo apparso sul «Grido del Popolo» il 26
gennaio del '18, nel quale illustra la funzione dei soviet per argomentare
la legittimità democratica dello scioglimento della Costituente da parte
di Lenin. A suo giudizio i «Soviety» non sono soltanto «una minoranza»
soggettivamente «sicura di diventare maggioranza assoluta, se non addi-
rittura la totalità dei cittadini». Sono realmente i veri rappresentanti del
proletariato (le «forme rappresentative attraverso le quali la sovranità del
proletariato dovrà esercitarsi») perché – questo è il punto – la loro «ditta-
tura» permette «alla maggioranza effettiva» di

rendersi cosciente delle intrinseche sue necessità, e di instaurare


il suo ordine all'infuori di ogni apriorismo, secondo le leggi
spontanee di questa necessità. [CF 602-3]

Il soviet rappresenta dunque il proletariato russo perché non si limita a


leggerne correttamente la volontà oggettiva, ma contribuisce attivamente
a formarla, posto che è nel suo seno che la massa diviene cosciente delle
proprie necessità e dei propri fini politici.
Il rischio che si instauri un circolo vizioso tra la volontà del gruppo
dirigente politico e la funzione di rappresentanza che esso dovrebbe as-
solvere emerge ancora più evidente in un articolo (cruciale ai fini dell'ela-
borazione del concetto di egemonia) apparso sull'«Ordine Nuovo» nell'a-
gosto del 1920. Ciò che fa della classe operaia russa «la sola classe sociale
storicamente preparata ad assumere e mantenere il potere, la sola classe
capace […] di costruire uno Stato» è – afferma Gramsci – il fatto che, pur
essendo «una piccola minoranza della popolazione», essa «era ed è stori-
camente forte e matura». Questa forza e maturità storica consiste preci-
samente in ciò, che la classe operaia costruisce «il consenso nazionale alle
iniziative e alle azioni» del proprio potere. Ma come ottiene tale risultato,
come istituisce questo rapporto egemonico? Riuscendo, risponde Gram-
sci, «attraverso il suo partito politico», «a convincere la maggioranza del-
la popolazione […] che i suoi interessi immediati e futuri coincidono con
gli interessi della maggioranza stessa» [ ON 616]. Ecco nuovamente un
nodo stringersi intorno alla funzione dirigente del partito: vero rappre-
sentante perché avanguardia, ma avanguardia perché in prima battuta
egemone (cioè capace di convincere prima che di interpretare).
D'altronde, già col definire maieutica la psicologia che deve caratte-
rizzare l'operato dei «comunisti marxisti» [ON 129] Gramsci allude, a
ben vedere, a una funzione costitutiva e non puramente enunciativa. Che
ora egli senta il bisogno di rassicurare circa l'assenza di forzature autori-
tarie (il partito opera «all'infuori di ogni apriorismo, secondo le leggi
spontanee di questa necessità» [CF 602-3]) appare molto significativo.
Sembra denotare la consapevolezza del fatto che emerge qui una difficol-
tà potenzialmente gravida di conseguenze, tanto più che è in questione
l'intervento di un soggetto trasformatore (rivoluzionario), in quanto tale
– come si vedrà nel prossimo capitolo (§ 8) – agli occhi dello stesso
Gramsci foriera di rischi per l'intera compagine sociale.

8. RAPPRESENTANZA E «NECESSITÀ STORICA»

Siamo con ciò tornati, in un certo senso, al punto di partenza. Posto che,
nello schema di Gramsci, rappresentare il proletariato significa in primo
luogo contribuire a formarne la volontà, per scongiurare il pericolo di
prevaricazioni è necessario vincolare l'operato dell'avanguardia al rispetto
di criteri oggettivi. Quali?
È qui che, a nostro avviso, torna strategico il tema della necessità
storica, su cui ci siamo già soffermati nel primo capitolo. Ci sembra in-
fatti che la risposta di Gramsci alla questione della rappresentatività del
partito comunista sia – in estrema sintesi – che si tratta in questo caso di
vera rappresentanza in quanto, lungi dal tradurre in pratica scelte arbi-
trarie, l'azione maieutica del partito riposa su verità scientifiche: sulla co-
noscenza della realtà – e in primo luogo (vedremo tra breve la ragione di
questa priorità) della logica del processo storico – che il partito ricava dal
marxismo.
In altre parole, il partito comunista – così ci pare di poter sintetizzare
il punto di vista gramsciano – costituisce effettivamente l'avanguardia
della classe (la sua «coscienza superiore» [ CPC 54]: l'interprete autentico
della sua volontà inconsapevole, quindi il suo vero rappresentante) innan-
zi tutto perché conosce ciò che, come abbiamo visto, Gramsci chiama
«necessità storica»: ha di questa una visione limpida e corretta. È questa
competenza a garantire, a suo giudizio, che la definizione di interessi e
volontà della classe da parte del partito comunista e la funzione dirigente
da esso svolta su questa base obbediscano a criteri oggettivi.
Se questo è vero, possiamo affermare di trovarci qui nel cuore della
teoria della rappresentanza (della democrazia) e della trasformazione (le
due cose si intrecciano sino a identificarsi, posto che la volontà oggettiva
delle masse popolari si incentra intorno all'istanza rivoluzionaria) che il
giovane Gramsci elabora tra la fine degli anni Dieci e la prima metà del
decennio successivo, riflettendo a un tempo sull'esperienza dei comunisti
russi e sulla situazione italiana a monte e soprattutto a valle dell'avvento
al potere del fascismo. Perché riteniamo questo il cuore della teoria? Per-
ché, considerata quale fondamento della rappresentatività del partito co-
munista, la conoscenza della necessità storica (sia della logica del proces-
so, sia delle condizioni di possibilità e del ruolo della prassi) permette al-
l'avanguardia politica della classe operaia di svolgere un ruolo anticipato-
re, secondo Gramsci essenziale perché l'avanguardia stessa adempia la
propria inderogabile funzione rivoluzionaria.
Nel prossimo capitolo cercheremo di capire come si strutturi e fun-
zioni questo complicato nesso concettuale. Nel quale la lettura del pro-
cesso storico (della sua «necessità») fonda la legittimazione del partito
comunista come avanguardia rivoluzionaria della classe operaia e, in pro-
spettiva, delle grandi masse popolari. E, per ciò stesso, come soggetto de-
putato ad accelerare il corso degli avvenimenti verso la transizione a una
«nuova società».
Capitolo 4
ANTICIPAZIONE, PREVISIONI, IMMANENZA

1. NECESSITÀ STORICA E PRASSI TRASFORMATRICE

Nel primo capitolo, discutendo il rapporto tra (auto)coscienza e soggetti-


vità politica al quale gli scritti precedenti il carcere prestano particolare
attenzione, abbiamo affrontato il tema della concezione gramsciana della
«necessità storica», mostrandone la cifra univocamente anti-deterministi-
ca. Per come Gramsci la concepisce, la necessità storica pone un vincolo
realistico sulla prassi. Proprio per questo, lungi dal risolversi in una clau-
sola meccanicistica, essa è (nella prospettiva di Gramsci) il presupposto
di un agire libero (tale in quanto contrapposto alle espressioni estempo-
ranee – quindi sterili – dell'arbitrio). Ora dobbiamo tornare su questo in-
sieme di problemi e interrogarci sulle ragioni per le quali Gramsci consi-
dera la comprensione della necessità storica un ingrediente indispensabile
della prassi politica – o, più precisamente, di una specifica forma dell'agi-
re politico.
È importante capire che, nel considerare il rapporto tra politica e
storia, Gramsci non ripropone l'argomento, in fondo scontato, secondo
cui la conoscenza della vicenda storica (almeno di quella recente) aiuta la
prassi a prevenire effetti inattesi. Non è in questione qui il processo stori-
co genericamente inteso, ma, appunto, la necessità storica per come ab-
biamo cercato di definirla in precedenza. È la capacità di decifrare tale
necessità e di fare attivamente e realisticamente con essa i conti che
Gramsci sembra considerare la dote machiavellica essenziale del «genio
politico» (ON 130], entità che fa la sua comparsa il 12 luglio 1919 nell'e-
ditoriale dell'«Ordine Nuovo» e che possiamo considerare capofila della
galleria di figure-chiave della scena teorica gramsciana che annovererà,
nei Quaderni, anche il «moderno Principe».
Intanto, come vedremo tra breve, il «genio politico» riesce a modifi-
care il corso degli eventi, in quanto è in grado di «coglier[vi] un ritmo» e
di «fissar[vi] un processo di sviluppo». Il che, se la nostra interpretazione
dell'idea gramsciana di necessità storica è corretta, equivale a dire che il
«genio politico» ha successo in quanto è consapevole del fatto che, riba-
disce Gramsci, «la storia è insieme libertà e necessità» [ ON 129-30]. Ma
perché tanta insistenza su questa connessione? Che cosa induce Gramsci
ad affermarla con tanta forza? Qui entra in gioco il tema dell'anticipazio-
ne: del carattere anticipativo dell'intervento rivoluzionario, antitetico al-
l'atteggiamento adattativo (accomodante) proprio delle posizioni conser-
vatrici.
La ragione per cui Gramsci considera indispensabile saper riconosce-
re e leggere la necessità storica (la direttrice di marcia e il ritmo di un
processo concepito, come si ricorderà, come progressiva emancipazione
del genere umano) concerne la qualità specifica dell'agire del «genio poli-
tico». La cui prassi in tanto assicura la «vita della civiltà», in quanto non
si «abbandon[a] al corso degli avvenimenti» [ ON 130], ma interviene per
modificarlo. Utile sempre, un corretto rapporto col tempo storico è vitale
per la prassi trasformatrice. Secondo Gramsci, questa forma dell'agire
politico (questa forma essenzialmente politica dell'agire: è «l'attività per
trasformare e dirigere coscientemente gli altri uomini» – leggiamo nei
Quaderni – a fare dell'uomo un ente «essenzialmente “politico”» [ Q
1338]) deve necessariamente intrattenere un dialogo continuo col tempo
e, soprattutto, presuppone per forza di cose la conoscenza della struttura
e della logica del processo storico.
Il motivo di questo vincolo è, almeno in parte, intuitivo. Trasformare
significa non assecondare passivamente la successione “spontanea” degli
eventi, ma interferire in essa al fine di dare attuazione a progetti definiti
in precedenza. Progetti che, per potersi realizzare, debbono essere realisti-
ci, non sogni né prodotti, pur attraenti, «dell'arbitrio e del capriccio irre-
sponsabile» [ON 129]. Nella progettualità che sottende la prassi trasfor-
matrice è quindi implicita la conoscenza della realtà e della sua genesi
(del processo di formazione che l'ha costituita), senza la quale è elevato il
rischio di attestarsi sull'uno o sull'altro dei due poli (un realismo conser-
vatore e inerte; un criticismo astratto) che, secondo Gramsci, di fatto la
precludono.
In altri termini, la prassi trasformatrice è figlia, per un verso, della
capacità di immaginare realisticamente un diverso stato di cose; per l'al-
tro, di un realismo critico consistente nel saper vedere al tempo stesso la
realtà, la sua vicenda costitutiva e i suoi possibili sviluppi. Ma per Gram-
sci trasformare implica altresì sapere imprimere al processo storico un
ritmo più veloce rispetto alla sequenza “naturale” degli avvenimenti. La
prassi trasformatrice si realizza, a suo giudizio, nell' accelerazione del pro-
cesso, nell'anticipazione di scenari che altrimenti – nel migliore dei casi –
si verificherebbero in un futuro meno prossimo (e, per ciò stesso, in forme
meno avanzate: su uno schema analogo riposerà nei Quaderni la compa-
razione tra rivoluzioni attive e passive, dove queste non configurano sol-
tanto una modalità meno drastica di mutamento, ma anche una forma
più sfumata e debole – Gramsci parlerà di «corrosione “riformistica”»
della vecchia società [Q 1227] –, più timida e più moderata).
Il «genio politico» (che può ben essere un «uomo-collettivo»: l'avan-
guardia della classe operaia) si riconosce dalla

capacità di impadronirsi del maggior numero possibile di termi-


ni concreti necessari e sufficienti per fissare un processo di svi-
luppo e dalla capacità quindi di anticipare il futuro prossimo e
remoto. [ON 130]
Sua caratteristica essenziale è la capacità di intervenire tempestivamente
nella situazione data e di imprimere al suo sviluppo un ritmo accelerato
per costringerla a plasmarsi secondo la sua volontà. È, per così dire, un
realismo critico e dinamico, che fa di esso un'«“incarnazione categorica”
del Principe di Machiavelli», come i Quaderni diranno dei giacobini fran-
cesi [Q 1559].
Qui appunto rientra in gioco quella che Gramsci chiama «necessità
storica». In tanto al «genio politico» può riuscire di «fissare un processo
di sviluppo» e di «anticipare il futuro», in quanto il «farsi della storia»
costituisce realmente un «processo» strutturato, riconoscibile come tale
dalla sua «intelligenza» [ON 129-30]. In tanto gli è possibile irrompere
nella trama dinamica della storia e modificarla in base al proprio proget-
to, in quanto questa trama esiste e ha una sua consistenza. La stessa idea,
a guardar bene, i Quaderni affermeranno a proposito della capacità (o
meno) degli intellettuali (delle classi e dei gruppi dirigenti) di «compren-
dere» e «sentire», al di là di un presunto «sapere» pedantesco e astratto.
Nella nota del quaderno 11 che, come si ricorderà, argomenta la ne-
cessità di istituire un rapporto organico (una «connessione
sentimentale») con le «passioni elementari del popolo» (pena il ridursi
dei «rapporti dell'intellettuale col popolo-nazione […] a rapporti di ordi-
ne puramente burocratico»), Gramsci fa un riferimento implicito ma tra-
sparente al tema della necessità storica e della sua funzione ineludibile ai
fini della prassi rivoluzionaria. Comprendere le passioni popolari, scrive,
significa non soltanto «spiega[r]le e giustifica[r]le nella determinata si-
tuazione storica» (ricostruire cioè nella sua complessità il contesto pre-
sente), ma anche «collega[r]le dialetticamente alle leggi della storia, a
una superiore concezione del mondo, scientificamente e coerentemente
elaborata» [Q 1505]. Senza tale connessione, che chiama in causa imme-
diatamente l'idea di un processo storico strutturato e coerente, non vi è
possibile comprensione della realtà. E non vi è nemmeno possibile effica-
cia pratica («non si fa politica-storia», puntualizza qui Gramsci) ai fini di
una sua trasformazione progressiva.
Concludendo il capitolo 3 abbiamo detto che ci troviamo qui al co-
spetto del nucleo essenziale della teoria gramsciana della rivoluzione, del
suo cuore. In effetti, queste considerazioni sulle caratteristiche proprie
della prassi trasformatrice chiamano in causa una costellazione di con-
cetti di cui sarebbe difficile sopravvalutare la rilevanza ai fini di una teo-
ria della cesura rivoluzionaria.
Realtà e possibilità obiettiva; necessità e previsione; immanenza e ca-
pacità dell'avanguardia di «precedere le masse»; tendenza e anticipazione;
aspettative e rischi. Proviamo in via preliminare a mettere un po' di ordi-
ne in questa ricca costellazione concettuale, attraversata dall'attitudine
ambivalente (concretezza e immaginazione) che informa, secondo Gram-
sci, il realismo critico e il coraggio innovatore proprio del «genio
politico».

2. UN NUOVO STORICISMO

Come si è appena detto, la prassi trasformatrice comporta per Gramsci


due implicazioni. Presuppone una progettualità realistica (che a più ripre-
se egli distingue dalla fantasticheria) e la capacità di anticipare il corso
“spontaneo” degli avvenimenti (di accelerarlo, contrastando propensioni
attendiste).
Quest'ultimo aspetto non può certo stupire, se solo si considera che
la prassi rivoluzionaria si colloca in parte fuori dallo stato presente delle
cose. In essa è già l'«ordine nuovo» a dettare decisioni e comportamenti. I
rivoluzionari agiscono già come cittadini della «città futura», dentro
quell'«avvenire» che – scrive Gramsci nel febbraio del '17 – esiste sin d'ora
«come qualcosa di veramente concreto», come anticipazione delle realiz-
zazioni della «volontà dell'oggi» [CF 28]. Non c'è possibilità di eludere
questa alternativa: o si lavora a trasformare la società, e ciò richiede che a
informare l'azione politica sia l'immagine di un nuovo stato di cose; o ci si
obbliga a rispettare le indicazioni che emergono dalla realtà data, ma al-
lora qualsiasi possibilità di determinarne il mutamento viene meno.
Assodata la proiezione anticipatrice della prassi rivoluzionaria (il suo
sporgersi sul futuro), Gramsci si pone, tuttavia, anche il problema della
qualità del progetto rivoluzionario. L'immagine dell'«ordine nuovo» e del-
la «città futura» non può essere frutto di arbitrio. Per questo la capacità
di anticipare realmente il futuro implica – come si diceva poc'anzi – la
comprensione della «necessità storica».
Nel primo capitolo abbiamo chiarito come tale concetto non sotten-
da assunti deterministici, ma l'idea che il processo storico abbia una sua
propria coerenza. Questa è per Gramsci una delle ragioni per cui la prassi
e la progettualità politica debbono fare seriamente i conti con la realtà,
evitando evasioni nel fantastico e sconfinamenti nell'arbitrio. E per tale
motivo abbiamo sostenuto che evocare la necessità storica equivale in pri-
mo luogo a introdurre un vincolo realistico sulla prassi.
Al tempo stesso, però, l'idea di necessità storica comporta, in questa
prospettiva, l'affermazione della libertà propria dell'agire umano e della
possibilità che la libertà stessa si realizzi concretamente, informando di
sé la realtà nel corso del processo storico. Si ricorderà come nei Quaderni
Gramsci definisca «catarsi» il movimento essenziale di scoperta soggetti-
va (esperienziale, se non teoretica) di questo nesso, del «passaggio […]
dalla “necessità alla libertà”» che si compie allorché la realtà (la «struttu-
ra») si configura come ambito della prassi, suscettibile di essere trasfor-
mato dalla volontà [Q 1244].
La coerenza del processo storico riflette una direttrice di marcia, è
l'esito casuale di una logica evolutiva. Ma l'idea di Gramsci (di schietta
marca hegeliana) è che sia la libertà – l'istanza incoercibile di emancipa-
zione e di autonomia – a costituire il filo conduttore della storia. Quindi
– se vogliamo, paradossalmente – la fonte della sua legalità e necessità. In
questo senso parlare di necessità storica significa teorizzare la convergen-
za (dialettica) tra libertà e necessità: leggere la storia come un «processo
ininterrotto e indefinito», ma non accidentale né arbitrario, «di liberazio-
ne» [ON 217].
Si può dire, insomma, che la «necessità storica» è nelle cose ma non
delle cose, poiché nasce dal rapporto dialettico tra le cose e la coscienza
(la razionalità) degli uomini. In questi termini Gramsci rielabora il detta-
to (così spesso frainteso in chiave deterministica) della pagina marxiana a
proposito del rapporto tra essere («struttura») e coscienza («sovrastruttu-
ra»). E, riprendendo testualmente la posizione di Labriola, puntualizza
(sull'«Avanti!» il 25 luglio 1918): «non la struttura economica determina
direttamente l'azione politica, ma l'interpretazione che si dà di essa e del-
le così dette leggi che ne governano lo svolgimento» [NM 205].
In definitiva, comprendere la realtà (storica) nel suo sviluppo neces-
sario equivale a concepire correttamente la prassi: a non sopravvalutare
la potenza della volontà, ma anche a non ignorare che la realtà si trasfor-
ma storicamente anche per effetto della capacità della volontà (della ra-
gione) di oggettivarsi. In questo senso specifico Gramsci si dice ripetuta-
mente storicista. Come abbiamo ricordato, i Quaderni definiscono il ma-
terialismo storico «storicismo assoluto» [Q 1437, 1826-7] e già negli scrit-
ti precarcerari non si contano le rivendicazioni del carattere rigorosamen-
te storicistico della teoria. Ma è qui in gioco uno storicismo scevro così
da assunti speculativi come da ipoteche deterministiche o, come altri-
menti Gramsci dice, aprioristiche: un «nuovo storicismo» (così scrive a
Tania il 30 maggio 1932 [LC 581]) realistico e immanentistico, consisten-
te nella concezione della storia come «necessità immanente» [ NM 116] e
della realtà come una trama concreta, solida, ma non cristallizzata né im-
modificabile, perché non garantita da alcuna legalità trascendente. Uno
storicismo che, comprendendo la realtà come un contesto possente e al
tempo stesso plastico (non aveva già Marx chiarito che essa è in se stessa
«attività sensibile»?), offre agli occhi di Gramsci l'unica cornice teorica
entro la quale è possibile pensare realisticamente una rivoluzione.
3. «LA STORIA FA DEI SALTI»

Comprendere la necessità storica è dunque tutt'uno col riconoscersi arte-


fici (coautori) della vicenda storica: fonti di una «necessità» che è sinoni-
mo di libertà. Come sappiamo, i Quaderni torneranno univocamente sul
punto, chiarendo che

esiste necessità quando esiste una premessa efficiente e attiva, la cui


consapevolezza negli uomini sia diventata operosa ponendo dei fini
concreti alla coscienza collettiva. [Q 1479]

E si intende facilmente perché, definita la necessità di questi termini,


comprenderla appaia indispensabile, sul piano teorico, per giungere a
una concezione adeguata della prassi storica, che di tale necessità è scatu-
rigine.
Ma per Gramsci il problema è essenzialmente politico, cioè pratico.
La comprensione della necessità storica è ai suoi occhi presupposto es-
senziale in primo luogo ai fini della prassi trasformatrice , e ciò, del pro-
cesso e anticipazione del nuovo. Numerosi luoghi pongono in evidenza il
nesso fra anticipazione e trasformazione. Già sulla «Città futura» (feb-
braio 1917) Gramsci definisce l'«accelera[zione del]l'avvenire» come «il
bisogno più sentito nella massa socialista» [CF 27]. Osserva che non si
può attendere che la «volontà dell'oggi» si estenda «a un numero tale di
uomini quanto si presume sia necessari[o] per far diventare fruttuosa la
volontà stessa» (si tratta, al contrario, di «far diventare questa volontà
talmente intensa nella minoranza attuale, che sia possibile l'equazione
1 = 1.000.000»).
Quindi, con toni estremi, conclude inequivocabilmente:

arroventare la propria anima e farne sprizzare miriadi di scintille.


Ciò è necessario. Aspettare di essere diventati la metà più uno è il
programma delle anime pavide che aspettano il socialismo da un de-
creto regio controfirmato da due ministri. [CF 28]
Poco dopo, sull'«Avanti!» del 4 dicembre del '18, si tratta della funzione
del giornale del partito rivoluzionario. Il quale, «autocoscienza degli ope-
rai», è chiamato ad «anticipa[re] opinioni e giudizi che i suoi lettori for-
merebbero da se stessi se avessero a disposizione i documenti di fatto», ad
«anticipa[re] e cerca[re] di dare loro la forma migliore, la chiarezza più
efficace, la coordinazione più feconda di risultati ideali» [NM 426-7].
Ma la formula più concisa e plastica dell'essenza anticipatrice del
soggetto rivoluzionario è forse quella che Gramsci impiega sull'«Ordine
Nuovo» del dicembre 1919. In quanto avanguardia delle masse popolari e
vettori della trasformazione, «gli operai», scrive, «rappresentano sin d'ora
l'intervento nella rivoluzione delle grandi masse, e personificano in modo
vivente l'interesse e la volontà delle masse stesse» [ON 355].
La classe è dunque il futuro della società già oggi presente. La sua
qualità di soggetto dirigente (rivoluzionario «per educazione» [ ON 355])
fa di essa l'anticipazione vivente della nuova società che le grandi moltitu-
dini oggettivamente invocano. Il che lascia prevedere – così Gramsci scri-
verà da Vienna a Togliatti e Terracini il 9 febbraio 1924 – che il partito
comunista, ancora una ridotta minoranza, si «definirà» nel solo modo in
cui «storicamente» un partito può farlo, cioè negandosi come tale e di-
ventando «tutta la popolazione» [FGD 195].
Dunque il «genio politico» accelera, anticipa. Forza il corso degli
eventi (vedremo tra poco in che senso, in realtà, la sua sia soltanto in ap-
parenza una forzatura). È tale proprio nella misura in cui, lungi dall'asse-
condare l'andamento spontaneo delle cose, vi introduce una cesura, un
cambio di passo, determinando un salto di qualità.
Salto è la parola-chiave nel lessico del marxismo rivoluzionario a ca-
vallo tra Otto e Novecento. Di salti storici parlano i Quaderni filosofici di
Lenin commentando la cifra materialistica della Logica hegeliana1; di sal-
to immediato nel comunismo moderno aveva parlato implicitamente il

1 Vladimir Ilic Lenin, Philosophische Hefte, Konspekt zu Hegels«Wissenschaft der Lo-


gik» (1914), in Id., Werke, cit., Bd. 38, 1976, pp. 115-6.
vecchio Marx, riecheggiando posizioni populiste, nel contrastare le pro-
pensioni deterministiche dei sedicenti «marxisti» russi2. Il fatto che
Gramsci non conosca questi testi rende tanto più significativo ciò che
scrive sul «Grido del popolo» il 5 ottobre del '18.
La guerra è prossima alla fine. In Bulgaria l'esercito si è ribellato, co-
stringendo il governo a firmare la pace separata con l'Intesa. In tutta Eu-
ropa la «paura della rivoluzione» (di una rivoluzione borghese nell'Impe-
ro austro-ungarico che potrebbe innescare quella proletaria) induce la
«borghesia internazionale» ad accordarsi per evitare un nuovo '48. Ma
basterà una «pace di compromesso» a sedare una tensione sociale ormai
insostenibile?
Secondo Gramsci no. «La rivoluzione è rimandata, non è evitata» e
«la tensione sociale non diminuirà», giacché i fatti sociali prodotti dalla
guerra (a cominciare dalla «vita storica» degli «strati più arretrati» e dal-
la loro «autonomia politica») sono irreversibili [ NM 303-4]. Ma – questo
è il punto – ciò non vuol dire affatto che il futuro dell'Austria-Ungheria
sia già scritto, che al feudalesimo imperiale debba necessariamente succe-
dere il dominio borghese, secondo uno schema stadiale prestabilito, caro
ai pretesi filosofi marxisti della storia.
Al contrario: «il passaggio allo Stato democratico capitalistico diven-
ta sempre più aleatorio e improbabile» e il motivo è la non linearità della
sequenza storica. La quale è sì in qualche misura coerente e dotata di sen-
so. Ma non per questo è costretta a correre lungo binari prefissati a una
velocità già stabilita. Non è inevitabile che alla caduta dello Stato feudale
faccia seguito la modernità borghese, osserva Gramsci. Poiché «la storia
fa dei salti, a malgrado gli sforzi dei borghesi» [ NM 305] di irretirne gli
sviluppi entro schemi precostituiti.
Quella del salto storico è una metafora emblematica, che non per
caso tornerà anche nei Quaderni [Q 1266]. Posto un quadro di aspettati-
ve definito in base all'esperienza, evocare un salto implica riferirsi a una
2 Cfr., tra i molti testi, Brief an die Redaktion der «Otetschestwennyje Sapiski» (1877, in
Marx-Engels-Werke, Institut für Marxismus-Leninismus beim Zk der Sed, Dietz, Berlin
(d'ora in avanti: MEW), Bd. 19, 1987, p. 108.
cesura che lo sconvolge imprimendogli una brusca accelerazione. E si pre-
sta a chiamare in causa, implicitamente, l'azione di avanguardie rivolu-
zionarie che, operando nel corpo della società, ne esaltano le potenzialità
trasformative. Che «arroventano l'anima» delle masse popolari, per dirla
ancora col Gramsci della «Città futura», in modo tale da permettere loro
di bruciare le tappe della storia.
Così Gramsci torna a porsi agli antipodi dell'attendismo di quanti,
nello stesso partito socialista, ritengono compito dei gruppi dirigenti se-
guire o assecondare gli eventi, negando in radice l'idea stessa di avanguar-
dia. A cominciare da quei pretesi marxisti ortodossi che pensano – così
scrive già il 12 gennaio 1918 sul «Grido del Popolo» – «che i canoni del
materialismo storico valgano solo post factum, per studiare e compren-
dere gli avvenimenti del passato, e non debbano diventare ipoteca sul pre-
sente e sul futuro» [CF 556].
Si tratta proprio dell'argomento che l'ultimo Marx impiega contro i
sedicenti «marxisti» russi à la Plechanov, inclini a trarre una filosofia (una
teleologia) della storia dalla critica dell'economia politica e dalla teoria
marxiana delle crisi e delle transizioni. A costoro i Quaderni imputeran-
no una concezione volgare (fatalistica, meccanica e fuorviante) della teo-
ria. Ma naturalmente per Gramsci (come per Marx) il problema non è
soltanto teorico, è essenzialmente politico, perché la teoria ispira e traina
la prassi. Anche su questo terreno il caso russo è esemplare ai suoi occhi,
poiché la rivoluzione è gesto anticipatore per antonomasia, e per il fatto
che le posizioni controrivoluzionarie mensceviche e borghesi sono essen-
zialmente attendiste (perché deterministiche).
Intorno a questi ragionamenti ruota il violento attacco al « Capitale
di Carlo Marx», «libro dei borghesi più che dei proletari», che Gramsci
sferra all'indomani dell'Ottobre «bolsceviko» [CF 513]. Ancora una volta
il punto consiste nel rigetto di ogni fatalismo. Ci si serva (in questo caso a
torto) di Marx o di qualunque altro ferreo canone teorico, la fede nella
«fatale necessità» che la storia ripeta se stessa è esiziale nella lotta politi-
ca, e comunque è spazzata via dal precipitare degli avvenimenti.
«I fatti hanno superato le ideologie», «hanno fatto scoppiare gli sche-
mi critici», hanno «spoltri[to] le volontà» e «creato la volontà sociale del
popolo russo», fino a persuaderlo dell'inutilità di «aspettare» lo sviluppo
del capitalismo (il rinnovarsi della «storia dell'Inghilterra») in Russia, e
della possibilità, per contro, di «mettersi in breve tempo» («in meno tem-
po di quanto avrebbe fatto il capitalismo») al passo con i paesi occidenta-
li industrializzati [CF 513-6].

4. «FILOSOFIA DELLA PARTE», «FILOSOFIA DEL TUTTO»

Per il giovane Gramsci l'Ottobre è ovviamente il paradigma dell'anticipa-


zione, della rivoluzione come gesto anticipatore. Che cosa rimane negli
anni successivi di questa concezione?
Certo cambiano nel tempo la situazione politico-storica e le forme
della stessa azione rivoluzionaria. Il passaggio alla guerra di posizione,
metafora ispirata da un conflitto mondiale che aveva rivelato un'insospet-
tata capacità di resistenza del sistema capitalistico, rende improponibile
in Occidente l'ipotesi insurrezionalistica (della rottura brusca, della guer-
ra manovrata sul modello bolscevico e ordinovista). E – a partire già dal
1924 – conferisce all'analisi gramsciana quella prospettiva di lungo perio-
do che fa, in particolare nei Quaderni, un classico del pensiero politico
novecentesco.
Ma il tema dell'anticipazione, l'idea che la prassi trasformatrice porti
con sé l'accelerazione del ritmo storico, sia, per sua natura, suscitatrice di
salti innovatori, ciò non verrà mai meno. In questo senso anche i Quader-
ni concepiranno il partito come «espressione e parte più avanzata» della
classe [Q 1630], come sua «avanguardia» [Q 1664]. E, soprattutto, defini-
ranno la teoria rivoluzionaria come «anticipazione teorica» dei nuovi sce-
nari storici e politici, in quanto «filosofia della parte» che contiene già in
se stessa «la filosofia del tutto» [Q 1389].
Ma che la prassi trasformatrice sia anticipazione del nuovo, ciò com-
porta altresì, per Gramsci, che essa presupponga la comprensione della
necessità storica da parte dell'avanguardia rivoluzionaria. La quale in
tanto riesce a imporre un mutamento nel ritmo degli eventi e una varian-
te nella logica del loro susseguirsi, in quanto questo ritmo e questa logica
decifra preventivamente. Due casi storici sono ai suoi occhi i modelli in-
confutabili di tale connessione.
I rivoluzionari bolscevichi, in primo luogo. I quali – scrive Gramsci il
22 giugno del '18 in un articolo esemplare – sono realisti in quanto «stori-
cisti», e tali, appunto, perché capaci di leggere struttura e tempi del pro-
cesso storico:

i bolscevichi non sono utopisti né sognatori. […] la cultura dei bol-


scevichi è materiata di filosofia storicistica; essi concepiscono l'azio-
ne politica, la storia come sviluppo, non come arbitrio contrattuali-
stico, come processo infinito di perfezione. [NM 136-7]

Altrettanto vale per i giacobini francesi, i quali pure furono capaci di im-
primere al moto rivoluzionario una nuova efficacia e incisività in quanto
seppero interagire con la dinamica storica rispettandola e, al tempo stes-
so, forzandola. Intuendone la logica immanente (la «necessità»), epperò
imponendole i propri fini, la propria volontà.
Se essi «conquistarono con la lotta senza quartiere la loro funzione
di partito dirigente», leggiamo nel § 24 del quaderno 19, se riuscirono a
imporsi «alla borghesia francese, conducendola in una posizione molto
più avanzata» [Q 2027], ciò non accadde solo per effetto di un sovrappiù
di determinazione soggettiva, né – come si pretende – per un'estrema pro-
pensione alla violenza. Si trattò, al contrario, della conseguenza della
loro capacità di agire in armonia con i bisogni oggettivi dell'epoca, di in-
terpretare correttamente le ragioni essenziali della crisi storica dell'antico
regime e della transizione alla modernità.
Quel che secondo Gramsci i giacobini ottennero fu di selezionare
una nuova classe dirigente capace di oltrepassare l'orizzonte degli interes-
si immediati e particolari (il recinto delle «riforme “corporative”») e di
concepire la borghesia francese «come il gruppo egemone di tutte le forze
popolari», come il soggetto fondatore e dirigente di un'intera «nazione
moderna». Il che dimostra che essi furono in realtà – proprio in quanto
non rappresentavano soltanto aspirazioni e bisogni immediati, ma anche
i bisogni «futuri […] di tutti i gruppi nazionali» – «il solo partito della ri-
voluzione in atto», gli unici rappresentanti del «movimento rivoluziona-
rio nel suo insieme, come sviluppo storico integrale».
Ma se questo è vero, allora, a ben guardare, a proposito dell'«azione
energica dei giacobini» non si può nemmeno parlare di una forzatura [ Q
2028]. Essa fu piuttosto un intervento liberatore di energie immanenti nel
corpo della società, sino a quel momento imprigionate e represse: l'attua-
zione di una realtà virtuale già esistente nel quadro di una vecchia società
signorile prossima al tramonto.
E difatti proprio questo intende Gramsci. Dichiarando che soltanto a
prima vista («apparentemente») il «tratto caratteristico del
giacobinismo» (come di ogni reale avanguardia rivoluzionaria: il testo
cita Cromwell e le sue «teste rotonde») consiste nel «forzare la situazio-
ne». E suggerendo che di forzatura in realtà si trattò solo nel senso del-
l'anticipazione del concretamente possibile perché già storicamente ma-
turo: nel senso, insomma, di un'accelerazione – e radicalizzazione – di un
processo che comunque si realizzò «nel senso dello sviluppo storico
reale» [Q 2029].
Il che per un verso ci riconduce al tema della necessità, poiché non di
invenzioni qui si tratta, ma, appunto, di bisogni che il tempo storico ge-
nera e rende imperativi: di «necessità obbiettive storiche» [ Q 1485] alle
quali il genio dei «realisti alla Machiavelli» [ Q 2028] risponde «storicisti-
camente», forte di una volontà che è al contempo sua e della «stessa sto-
ria universale nel momento della sua attuazione progressiva» [ Q 1485].
Per l'altro verso, mette in evidenza un nuovo corollario di questa compli-
cata trama teorica: l'idea che nemmeno di previsioni si dovrebbe, a rigo-
re, parlare in questo quadro, ma della semplice – benché tutt'altro che ba-
nale – lettura delle tendenze in atto nella realtà data e delle potenzialità
in essa immanenti.

5. «SCHEMI PRATICI» E LEGGI DI TENDENZA

Il tema della comprensione della necessità storica dev'essere in effetti ul-


teriormente precisato, chiarendo il tipo di legalità al quale Gramsci si ri-
ferisce nello svolgimento di questo quadro teorico.
In quello che costituisce il testo-chiave a questo riguardo (il § 52 del
quaderno 11 su Regolarità e necessità) leggiamo che, quando ci si muove
sul terreno della teoria della storia (quando si cerca di «stabilire ciò che
significa “regolarità”, “legge”, “automatismo” nei fatti storici»), sarebbe
assurdo prefiggersi l'obiettivo di «scoprire» una qualche legge bronzea,
cogente e inflessibile, sottesa alla successione degli eventi: «una legge me-
tafisica di “determinismo”» o «una legge “generale” di causalità» [ Q
1479]. E poc'anzi abbiamo visto come già nel luglio del '18, riferendosi
alla dinamica della struttura economica, Gramsci parli di «così dette leg-
gi» [NM 205]. Ciò premesso (e ribadita in termini la propria contrarietà
a ogni ipotesi deterministica), di quale tipo di leggi Gramsci ritiene invece
possibile parlare a proposito del processo storico?
La risposta circola già nei primi scritti, a cominciare da un articolo,
ispirato da una «polemichetta» di poco momento, apparso sul «Grido del
Popolo» l'11 maggio 1918. Un intervento (forse di Umberto Cosmo) sulla
«Stampa» di Torino, nel quale si criticavano come «astrazioni arbitrarie»
le posizioni «intransigenti» della sinistra socialista, dà a Gramsci l'occa-
sione di chiarire il senso del lavoro storico di Marx, il rapporto che a suo
giudizio sussiste, in Marx, tra studio dei «documenti del passato» e impe-
gno rivoluzionario. Se, oltre che un militante politico, Marx fu anche uno
«storicis[ta] concreto» [NM 16], ciò non si deve a un curioso dualismo
della personalità, ma al nesso imprescindibile che salda prassi e storia.
Il fatto che quest'ultima, lungi dall'essere «atomismo individuale»
(caos, moto disordinato di frammenti isolati), sia invece – lo sappiamo
bene – un processo strutturato e relativamente coerente, implica che lo
studio del passato debba «servirsi di schemi pratici, di idee generali»,
astraendo «dai singoli individui». D'altra parte, il fatto che tali «schemi
pratici», lungi dall'essere congetture astratte, siano a loro volta frutto del-
lo studio del passato (ché altrimenti non servirebbero a orientare alcuna
analisi ricostruttiva), fa sì che la prassi politica non possa prescinderne,
ma debba riconoscervi altrettante «entità storiche potenziali», capaci di
tradursi in fattori concreti di storia «con la forza dell'organizzazione, del
partito politico, della associazione economica» [NM 16-7].
Al di là dei riferimenti a Marx, niente affatto scontati, e del modo in
cui è focalizzata la circolarità virtuosa tra esperienza e teoria (in un ri-
mando reciproco che ricorda la riflessione weberiana sui tipi ideali), que-
sto ragionamento ci interessa per come Gramsci definisce qui l'oggetto
proprio dell'analisi storica finalizzata alla prassi. Come si è visto, si tratta
dell'«attività tendenziale» degli attori («forze sociali» consapevoli o in-
consapevoli, organizzate o soltanto potenziali, classi o masse popolari),
la quale dev'essere studiata per mezzo di «schemi pratici» a loro volta de-
finiti «entità potenziali». Il discorso si chiarisce appieno se si considera
che di lì a poco (il 25 maggio) Gramsci definisce il proletariato come
«schema pratico» [NM 49]: un concetto, un'astrazione determinata, per
mezzo della quale è possibile ricostruire in modo pertinente la vicenda
storica della modernità e operare efficacemente per l'organizzazione delle
forze nel conflitto di classe.
Dunque attività tendenziali di entità potenziali: di questo si tratta
quando si guarda al passato con lo sguardo rivolto al futuro, quando si
studia la storia avendo a cuore la trasformazione della realtà. Qui è evi-
dentemente implicita la risposta alla domanda che ci siamo testé posti.
Quali leggi? Gramsci risponde, marxianamente: leggi tendenziali. Né po-
trebbe essere altrimenti senza ricadere nel fraintendimento deterministico
di chi, considerando solo l'alternativa tra necessità meccanica e anomia,
o legge la coerenza (la «regolarità») del processo storico (e della stessa
prassi individuale e collettiva) in chiave naturalistica (riferendosi a una
«legge metafisica di “determinismo”», per usare le parole di Gramsci [ Q
1479]); oppure la nega in radice, nel nome di una libertà astratta dalla si-
tuazione storica, costringendosi perciò a rappresentare la storia (ammes-
so che di una storia si possa in questo caso parlare) come una successione
incomprensibile, totalmente accidentale, di eventi individuali, privi di
connessione reciproca e in definitiva di qualsiasi consistenza.
Inutile documentare puntualmente lo sviluppo di questa riflessione.
Forse si ricorderà come l'Introduzione al primo corso della scuola interna
di partito ribadisce la necessità, ai fini della lotta politica, della compren-
sione «delle tendenze fondamentali che operano nel sistema» dei rapporti
sociali [CPC 53]. Un identico schema di ragionamento ritroviamo a più
riprese nei Quaderni: nell'insistito richiamo del valore euristico e anti-ca-
tastrofistico della legge tendenziale della caduta del saggio di profitto [ Q
2330, 1278-83, 1312-3, 2140]; nella costruzione della teoria della transi-
zione verso la «società regolata» [Q 763-4]; nella lettura del processo ri-
sorgimentale [Q 1163]; persino nella rivendicazione del «carattere ten-
denziale» del marxismo [Q 1397-8]. Ma non sembra il caso di moltiplica-
re i riferimenti. Meglio soffermarsi sul testo che ci pare a questo riguardo
centrale per chiarezza e densità di argomentazione: la lettera che Gramsci
scrive a Tania il 30 maggio '32, nella quale, come sappiamo, si riferisce al
materialismo storico come a un «nuovo storicismo».
Qui Gramsci abbozza (affinché Sraffa ne verifichi la fondatezza) un
programma di ricerca che attribuisce a Ricardo la paternità di concetti
fondamentali ai fini dell'elaborazione di una teoria della storia (appunto,
il «nuovo storicismo» marxista) nella quale l'immanentismo ancora idea-
listico e speculativo della «filosofia classica tedesca» è tradotto in termini
compiutamente realistici, in conformità a un'idea non meccanica ma dia-
lettica di causalità, capace di rendere conto tanto della possibilità e inci-
denza della libera volontà dei soggetti storici, quanto della coerenza com-
plessiva del processo (della sua «necessità»). I concetti di presunta matri-
ce ricardiana dai quali «i primi teorici della filosofia della praxis» potreb-
bero aver preso le mosse sono quelli di «“mercato determinato”» e di
«“legge di tendenza”». Quest'ultimo in particolare avrebbe permesso una
riformulazione dei nessi causali capace di depurarli dal «meccanicismo»
che li caratterizza quando li si concepisce in base alla «legge di causalità
delle scienze naturali» [LC 581-2].
Fondata o meno che sia l'ipotesi di filiazione (Sraffa si mostrò al ri-
guardo alquanto scettico), il ragionamento è limpido. La causalità che
struttura il campo della prassi e che permette di parlare di «necessità» in
relazione alla vicenda storica non ha nulla di meccanico né di immediato
per il semplice fatto che coinvolge attori riflessivi, capaci di comprendersi
nella situazione determinata, quindi di decidere, su questa base, in modo
relativamente libero le proprie linee di azione individuali e collettive. Ma
a sua volta questa libertà non è assoluta, tale da porsi in antitesi al sussi-
stere di connessione causali alla base delle scelte pratiche. Le quali non
sono mai incondizionate, nella misura in cui gli attori pensano se stessi e
la realtà, e si muovo in questa sulla base di pre-giudizi frutto, a loro volta,
di precedenti esperienze.
Il concetto di legge tendenziale ha, secondo Gramsci, il vantaggio (e
comunque il compito) di coniugare ciò che a prima vista (o meglio: ove si
assuma il modello epistemico delle scienze naturali) appare inconciliabi-
le: la libertà (relativa) dei soggetti e l'essere condizionato del loro agire.
Le tendenze storiche non sono vincoli tassativi né forze incoercibili, tant'è
che Marx tematizza la possibilità di contrastarle deliberatamente oppo-
nendo loro «cause antagonistiche». Nondimeno, il loro operare innerva
la struttura del processo storico e influisce sul suo svolgimento condizio-
nando le scelte degli attori e promuovendone o ostacolandone la prassi. È
a questa ricchezza problematica che Gramsci si riferisce nei Quaderni al-
lorché afferma il valore «gnoseologico» (cioè la fecondità euristica) del
«principio logico formale della “legge di tendenza”»: principio che per
l'appunto implica «una nuova concezione della “necessità” e della
libertà» [Q 1247], in grado di tematizzarne la compatibilità reciproca.
6. PREVISIONE E IMMANENZA

Il discorso sulle dinamiche tendenziali che strutturano il processo storico


consente di determinare anche il concetto gramsciano di previsione, sa-
liente in questo quadro argomentativo. sull'«Avanti!» del 3 aprile 1917
Gramsci scrive che «un uomo politico è grande in misura della sua forza
di previsione» [CF 109], e ciò non sorprende, considerato il nesso tra an-
ticipazione e trasformazione che definisce lo sfondo del ragionamento.
Naturalmente Gramsci si guarda bene dall'immaginare previsioni og-
gettive, impersonali come (in linea di principio) quelle dello scienziato
naturale. Le previsioni attinenti al terreno politico-storico (alla prassi)
sono essenzialmente diverse perché – al pari di ogni sorta di giudizio sulla
realtà storico-sociale – coinvolgono per forza di cose e a vario titolo la
soggettività del previsore, il suo punto di vista, il suo interesse, la sua
stessa propensione all'azione. Il fatto che «chi fa la previsione in realtà ha
un “programma” da far trionfare», leggiamo in un'importante nota sul
Machiavelli, rende «assurdo pensare a una previsione puramente “ogget-
tiva”», in quanto «la previsione è appunto un elemento di tale trionfo»
[Q 1810].
Ciò però non autorizza a spacciare per previsioni le escogitazioni
della fantasia o del desiderio. Che prevedere e agire siano tra loro costitu-
tivamente connessi non significa che la previsione «debba sempre essere
arbitraria o gratuita o puramente tendenziosa» [ Q 1810]. Il fatto è che
formulare previsioni è tutt'altra cosa che dare briglia sciolta all'immagi-
nazione, che «“giocare” con la storia» (così Gramsci sull'«Unità» il 13 ot-
tobre 1926) applicandole uno «schema prefissato» [CPC 350]. Prevedere
vuol dire, al contrario, entrare in dialogo con la storia e in primo luogo,
appunto (incide anche in questo caso la lezione labrioliana sullo statuto
non «cronologico» bensì «morfologico» delle previsioni marxiane3), leg-

3 Antonio Labriola, In memoria del manifesto dei comunisti (1895), in Id., Scritti filosofi-
ci e politici, cit., p. 497.
gere attentamente le tendenze in atto e intuirne gli sviluppi a venire. In
questo senso

prevedere significa solo veder bene il presente e il passato in quanto


movimento: veder bene, cioè identificare con esattezza gli elementi
fondamentali e permanenti del processo. [Q 1810]

Vedere bene presente e passato: sembra che qui di tutto si stia parlando
meno che di previsioni, cioè di futuro. E la stessa impressione si ricava da
un altro luogo dei Quaderni, il § 40 della seconda parte del quaderno 10,
in cui Gramsci sostiene, richiamando l'esigenza di «studiare Kant», che
«una previsione storica […] consiste semplicemente nell'atto del pensiero
che proietta nell'avvenire un processo di sviluppo come quello che si è ve-
rificato dal passato ad oggi» [ Q 1291]. In realtà proprio di futuro si trat-
ta, e nulla sarebbe di più sbagliato che attribuire a Gramsci un'idea di
storia come eterno ritorno. In gioco è sempre il tema della (relativa) coe-
renza del processo, in virtù della quale il passato offre modelli pertinenti
per la previsione. Di futuro si tratta perché, in tanto è dato anticiparlo
col pensiero, in quanto esso nasce dal presente e dal passato, come loro
sviluppo.
È in forza di queste connessioni che le previsioni del politico (un
«creatore» che tuttavia, annota Gramsci sempre nei Quaderni, «né crea
dal nulla, né si muove nel vuoto torbido dei suoi desideri e sogni» [ Q
1578]) differiscono da quelle del mago o dell'oracolo, in confronto alle
quali sono meno arbitrarie e hanno quindi più probabilità di avverarsi.
La prassi politica si svolge all'interno di situazioni determinate e vinco-
lanti, che se da una parte limitano lo spettro delle possibilità, dall'altra,
proprio in virtù della consistenza e coerenza dinamica dei quadri storici,
forniscono al previsore criteri di verosimiglianza e probabilità.
Ma il tema delle connessioni tra futuro, presente e passato porta con
sé un'altra implicazione di qualche rilievo. Se è vero che il futuro è preve-
dibile in quanto (nella misura in cui) è figlio del passato-presente, allora
esso stesso è, in realtà, già esistente (sia pure solo in parte e soltanto in
potenza). Per questo nei Quaderni Gramsci sostiene che vedere e prevede-
re coincidono, e già nell'aprile del '24 (in una lettera a Zino Zini) insiste
sulla necessità di cogliere quel «qualcosa di nuovo» che, scrive, «esiste nel
mondo e lavora sotterraneamente, molecolarmente, direi, in modo irresi-
stibile» [LZ 32]. Per questo, in definitiva, ritiene che soltanto il radica-
mento nella realtà (la capacità di leggerne genesi e linee di forza evoluti-
ve, tendenze e potenzialità) impedisce alla previsione di trasformarsi in
un esercizio di fantasia.
Immanenza è una parola-chiave di questo passaggio della teoria, ri-
corrente già negli anni dell'esperienza ordinovista. «Immanente nello spa-
ventoso attuale disordine» Gramsci definisce sull'«Ordine Nuovo» dell'8
maggio 1920 l'azione del partito comunista [ ON 512]. Come «immanente
nella società capitalistica» rappresenta, qualche giorno dopo sulle stesse
pagine, il compito del partito e della classe operaia [ ON 540]. «Imma-
nenti nella classe operaia di fabbrica» sono ai suoi occhi le forze e le vo-
lontà di cui i Consigli di fabbrica sono «espressione storica» [ ON 644]
(così sull'«Avanti!» il 29 agosto 1920). «Immanente nell'attuale confusio-
ne» l'ordine che il partito socialista deve sapere additare alle «folle» [ ON
724] (ancora sull'«Avanti!» il 19 ottobre dello stesso anno). Le citazioni
potrebbero facilmente moltiplicarsi, ma perché tanta insistenza?
Appunto per l'importanza vitale della capacità che l'avanguardia ri-
voluzionaria – il gruppo dirigente del partito operaio, il «genio politico»
– ha, per definizione, di riconoscere ciò che, non immediatamente eviden-
te, nondimeno vive già sottotraccia, almeno molecolarmente, almeno po-
tenzialmente, nello stato presente delle cose. Perché soltanto in virtù di
questa capacità (figlia – non occorre ripeterlo – dell'attitudine storicistica
a decifrare la necessità storica) è possibile, per un verso, dare una direzio-
ne all'intervento trasformatore, per l'altro, di coinvolgere in esso, metten-
dole a valore, le energie già esistenti, latenti – «immanenti», appunto –
nel corpo della società, a cominciare dalle masse popolari subalterne e in
particolare dal proletariato operaio.
Ove persistessero dubbi in proposito, basterebbe rileggere rapida-
mente una delle note più importanti dei Quaderni, il § 42 del quaderno 3,
nel quale Gramsci s'interroga sulle ragioni della facile conquista del pote-
re da parte della reazione fascista, che non trovò ostacoli sul proprio
cammino. E, in una durissima requisitoria, pone in risalto ancora una
volta quelli che ai suoi occhi costituiscono i limiti più gravi della dirigen-
za socialista: «la paura delle responsabilità concrete» (figlia della «nessu-
na unione con la classe rappresentata»), l'incomprensione dei «bisogni
fondamentali» e delle «aspirazioni» della classe operaia, e il mancato ri-
conoscimento delle «sue energie latenti» [Q 319]. Il che impedì al Psi
(«partito paternalistico, di piccoli borghesi che fanno le mosche cocchie-
re» [Q 319-20]) di fare leva su una grande forza potenziale di resistenza
democratica.

7. REALTÀ VIRTUALI, POSSIBILITÀ OBIETTIVE

Questo discorso incontra un altro concetto che Gramsci nomina nei


Quaderni (nel § 48 della seconda parte del quaderno 10) allorché tematiz-
za la relazione tra il possibile e il reale, insistendo sulla realtà del concre-
tamente possibile in quanto tale. Non vi fosse differenza tra possibilità
astratte e concrete, non si coglierebbe l'importanza del darsi (o meno)
delle «condizioni obbiettive» necessarie e sufficienti perché qualcosa av-
venga. In questa misura vi è una possibilità che è potenzialmente realtà,
realtà virtuale. Una possibilità che si collega alla libertà concretamente
(storicamente) possibile e che in questa misura costituisce un criterio di
giudizio ai fini della prassi («ha la sua importanza per valutare ciò che
realmente si fa» [Q 1338]). In questo contesto Gramsci parla di «possibi-
lità obbiettive», un tema centrale nella discussione teorica del marxismo
rivoluzionario novecentesco, in gran parte pervaso dal sentimento del-
l'immanenza della rivoluzione operaia anche in Occidente.
Ciò vale, per esempio, per l'utopismo concreto di un Ernst Bloch,
«gnosi rivoluzionaria» del «non ancora divenuto» e del «possibile confor-
me all'oggettività» e «oggettivamente-reale» 4. E vale soprattutto per il Lu-
kács di Storia e coscienza di classe, che diversi motivi teorici avvicinano
al Gramsci precarcerario. Una ricognizione delle significative analogie tra
il giovane Gramsci e il primo Lukács ci porterebbe evidentemente lonta-
no. Basti qui ricordare come anche nel testo lukácsiano (che si lascia in
parte leggere come un commentario filosofico al Che fare? leniniano, di
cui riprende e approfondisce la critica dello spontaneismo e dell'economi-
cismo) la conquista dell'autocoscienza rivesta un'importanza essenziale,
in quanto fondamento del soggetto e della sua capacità di comprendere
la realtà sociale come totalità sistematica e storica.
In questo quadro un ruolo cruciale è assegnato naturalmente al par-
tito operaio («portatore della coscienza di classe del proletariato» e luogo
dell'«oggettivazione della sua volontà più propria»), il quale in tanto è in
grado di adempierlo, in quanto sa riconoscere la possibilità obiettiva del-
l'effettivo prodursi della classe5. In questo senso Lukács scrive che «la teo-
ria obiettiva della coscienza di classe è la teoria della sua possibilità
obiettiva»: la teoria, cioè, della «possibilità obiettiva di portare alla co-
scienza» delle classi subalterne «la problematicità economica della socie-
tà» capitalistica, e di condurle quindi ad assumere «un atteggiamento
non più utopistico nei confronti dello sviluppo storico»6.
Una dialettica in tutto analoga tra evidenza (o apparenza) e «imma-
nenza» («latenza») attraversa, come abbiamo visto, la riflessione gram-
sciana sulla funzione dell'avanguardia rivoluzionaria, rappresentante del-
la classe (suo interprete autentico, quindi suo «suscitatore» [ Q 1578]) e
vettore della trasformazione (anticipatore di un futuro immanente). In
4 Ernst Bloch, Das Prinzip Hoffnung (1954-59), in Id., Gesamtausgabe, Suhrkamp, Frank-
furt a. M., Bd. 5, 1959, pp. 4, 258 ss.; cfr. anche Geist der Utopie (1913) in Id., Gesam-
tausgabe, cit., Bd. 16, 1971; «Nachschrift» (1963), in Id., Geist der Utopie, überarbeitete
Fassung, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1964.
5 Gyorgy Lukács, Geschichte und Klassenbewußtsein (1923), in Id., Werke, Luchterhand,
Neuwied und Berlin, Bd. 2 (Frühschriften 11), 1968, pp. 214-5.
6 Ivi, pp. 255, 230, 254.
questo quadro si comprende l'insistito riferimento, già negli scritti prece-
denti il carcere, alla necessità di lavorare sul «potenziale», l'«essenziale»,
l'«organizzabile» (in una parola, sul concretamente possibile), evitando di
chiudere sull'esistente l'orizzonte della prassi. «Classe potenziale» è il
partito; «entità storiche potenziali» sono le ideologie [ NM 17]; rappre-
sentanti dell'«organizzabilità della società russa», i soviet e il partito bol-
scevico [NM 211]; «essenzialmente comuniste» le forze produttive biso-
gnose di «coscienza e organizzazione» [ON 571].
Così, quando nel luglio del '21 Gramsci s'interroga sulla forza reale
del partito comunista («quanti sono oggi i comunisti in Italia? 30.000,
60.000, 100.000?»), la risposta non fa riferimento alla consistenza attuale
dell'organizzazione, ma, coerentemente, al suo potenziale di sviluppo, de-
dotto dalla funzione sin d'ora svolta dall'avanguardia politica della classe
operaia e delle masse subalterne.

Poiché oggi in Italia, il Partito comunista è l'unico partito sovversivo,


è l'unico partito di lotta di classe, perciò è comunista tutta la classe
dei lavoratori, che vuole vivere, che vuole lottare, che vuole ribellarsi
al male, che vuole giustizia, che vuole libertà, pace, sicurezza. [ SF
262]

Col senno di poi, il momento storico in cui queste parole vedono la luce
non può non suscitare qualche perplessità. Ma la logica del discorso tie-
ne, a nostro avviso, nonostante le repliche brutali della storia. L'avvento
del fascismo avrebbe di lì a poco dimostrato la fragilità dell'organizzazio-
ne e l'inadeguatezza dei suoi gruppi dirigenti. Soprattutto, avrebbe messo
in luce inequivocabilmente rapporti di forza ben diversi da quelli che qui
Gramsci sembrerebbe evocare. Ma queste pur decisive circostanze non in-
ficiano un ragionamento che si pone dichiaratamente su un altro terreno.
Gramsci descrive la realtà per come gli appare, riferendosi implicita-
mente, al tempo stesso (nella descrizione), al «che fare» per realizzare ciò
che è, a suo giudizio, concretamente possibile. Se questo è vero, non è dif-
ficile immaginare che cosa risponderebbe all'obiezione secondo cui una
descrizione siffatta ha il grave difetto di confondere realtà e aspettative,
dati di fatto e obiettivi (o desideri, o sogni). Per tutto quel che siamo ve-
nuti sin qui dicendo, sarebbe impossibile, ai suoi occhi, descrivere in
modo pertinente una realtà storico-sociale senza, contestualmente, inter-
pretarla e formulare previsioni. Il che significa che non vi è, in specie in
questo campo, descrizione esente da ipotesi e libera da ipoteche soggetti-
ve. Per il semplice fatto che la realtà storica è un contesto dinamico, in-
nervato da tendenze e da processi in atto, incarnati a loro volta da sog-
getti mossi da pulsioni non di rado oscure e motivati da finalità sovente
irrazionali. Un contesto sempre aperto, quindi, a molteplici sviluppi, la
cui possibilità obiettiva non è confutata ex post dalla sua mancata realiz-
zazione.

8. «ARRISCHIARE LA FORTUNA DI UN POPOLO»

Tutto questo porta con sé un'ultima implicazione problematica, di inne-


gabile rilievo.
Se non è possibile espungere la soggettività del previsore (il cui pro-
gramma è, come sappiamo, parte integrante dello scenario descritto); se
per di più il quadro di riferimento è per sua natura essenzialmente aleato-
rio, allora nessuna previsione (nessuna impresa pratica) può dirsi esente
da rischi. Anche di questo Gramsci appare si da subito consapevole. Ed è
significativo che l'articolo dell'«Ordine Nuovo» nel quale ragiona sulle
qualità e i compiti del soggetto trasformatore si esprima a questo propo-
sito senza reticenze. Come sappiamo, forte della capacità di leggere la ne-
cessità storica, il genio politico anticipa il futuro «prossimo e remoto».
Ma a questo punto Gramsci aggiunge: su questa previsione egli investe
l'attività del nuovo Stato e decide di «arrischiare la fortuna» – si noti il
lemma machiavelliano – del proprio popolo [ON 130].
Il rischio, d'altra parte, non sarebbe eliminabile comunque. Come
proprio l'esempio del fascismo plasticamente attesta, esso inerisce anche
all'opzione opposta, conservatrice, reazionaria o restaurativa, frutto an-
ch'essa di calcoli e di decisioni. Dirimente è dunque la qualità del rischio:
che non si tratti di azzardo, che non derivi da pretese arbitrarie, che ripo-
si su analisi realistiche dell'esistente e del possibile. Su quel senso di re-
sponsabilità «verso il passato» e «verso l'avvenire» che i Quaderni chia-
meranno «spirito statale» [Q 1754].
«Solo praticamente» può decidersi, scrive al riguardo Gramsci
sull'«Unità» del 24 giugno 1925, «la questione se noi rappresentiamo la
volontà delle masse più avanzate e se questa volontà attraverso la lotta si
diffonda e diventi la volontà della maggioranza dei lavoratori» [ CPC
240]. Nemmeno i tempi di questa «decisione» si potrebbero stabilire in
partenza, salvo sapere che sono necessariamente lunghi quando si tratta
di processi organici, tesi a investire la struttura sociale nel suo insieme.
Sull'«Ordine Nuovo» settimanale del 3 aprile 1920 Gramsci afferma che è
«verità» storica solo quella «che si traduce […] in movimenti profondi e
in reali conquiste da parte delle masse stesse [ ON 487]. E nei Quaderni
ribadirà che non nell'«esito immediato» della lotta, ma solo in quello
«che si manifesta in una permanente vittoria» è dato scorgere «ciò che è
razionale», «ciò che è “degno”», ciò che «continua e […] supera» («to-
glie», direbbe Hegel) il passato [Q 690].
Come si vede, il discorso non si chiude, né potrebbe chiudersi senza
inganno, all'insegna di impossibili certezze. Al contrario, consegna dubbi
e semina domande, prima fra tutte quella che concerne le dimensioni del-
l'arco temporale al quale Gramsci qui si riferisce. Non esiti immediati,
ma vittorie permanenti: è implicita l'idea dei tempi e delle fasi della storia
– delle periodizzazioni – che come vedremo sottende la ricerca dei Qua-
derni.
PROBLEMI DI STORIA
Capitolo 5
«EPOCA STORICA» E PERIODIZZAZIONE
NEI QUADERNI

1. COME LEGGERE I QUADERNI . QUESTIONI DI METODO

I capitoli che questo libro dedica all'analisi e al commento dei Quaderni


del carcere riposano su un presupposto metodologico che è opportuno, a
questo punto, esplicitare.
Per quanto attiene alla struttura del testo, i Quaderni possono essere
considerati in vario modo. La loro configurazione materiale può dare
l'impressione di uno zibaldone di pensieri senza unità interna. I Quader-
ni possono apparire – e sono talvolta presentati – come un magazzino di
idee nel quale appunti, osservazioni, annotazioni bibliografiche sono de-
positati alla rinfusa e si succedono senza consequenzialità, alternandosi a
note più lunghe (che raramente, nella versione definitiva, raggiungono le
dimensioni di brevi saggi). Non per caso, complici la vague postmoderna
e la predilezione per i pensieri «deboli», si è parlato talora di aforismi.
Qui muoviamo da un diverso assunto. Le circostanze della composi-
zione del testo (la cattività dell'autore e la conseguente impossibilità sua
di riordinare il proprio lavoro in vista di un'ulteriore elaborazione) ci
sembrano suggerire una precisa clausola di metodo che raccomanda di
tenere ben presente il carattere non elettivo della sua condizione. Gramsci
non è Nietzsche. Non scrive testi brevi (solo in apparenza aforistici) per
libera scelta. È costretto da fattori esterni a conferire al suo pensiero una
forma episodica, intermittente, molecolare. Una forma che, qualora ne
avesse avuto modo, avrebbe superato, dando al testo ordine e organicità.
Il che suggerisce che proprio ordine e organicità debbano costituire il cri-
terio ermeneutico di riferimento nello studio dei Quaderni.
Se così non fosse, se davvero Gramsci avesse lavorato (pensato) in sti-
le aforistico, perché mai avrebbe tentato di risistemare le note di prima
stesura (anche quelle dei quaderni miscellanei), molto spesso accorpan-
dole? E perché – giunto a un certo punto del lavoro – avrebbe deciso di
stendere «quaderni speciali» [Q 1748] in cui riorganizzare, appunto, in
forma unitaria il materiale?
Insomma, nel caso dei Quaderni non pare corretto scorgere nella for-
ma del testo una sua caratteristica essenziale. La forma non appartiene al
contenuto, né questo ad essa. Se dunque un rischio si corre a tale riguar-
do, esso si configura in termini opposti al consueto. Chi dice «aforismi»,
chi si erge a custode della presunta frammentarietà della pagina gram-
sciana, tradisce la volontà dell'autore, in quanto attribuisce a una forma
subita un valore di cui, per ciò stesso, priva. Ne discendono (ne sono tal-
volta derivati) gravi fraintendimenti, sia in relazione ai propositi di
Gramsci, sia per quanto concerne i contenuti dell'opera.
Detto questo, bisogna riconoscere che i problemi si complicano. Ci si
potrebbe chiedere: ridotta la forma ad accidente, che cosa resta? Non c'è
un altro testo all'infuori di quello pervenutoci. E la forma del testo non è
soltanto la sua architettura: è anche l'espressione, la terminologia, la ma-
teria testuale. Non vi sono concetti al di là di quelli che le parole – quelle
parole, nella struttura data – definiscono. Non è che, mettendo in discus-
sione la forma del testo, si rischia che il testo stesso scompaia?
Posta in questi termini, la situazione dei Quaderni parrebbe dilem-
matica. In realtà, è piuttosto simile a quella di ogni altra opera incompiu-
ta. Sottolineare il carattere esteriore (in questo caso, per di più, subito) di
un assetto testuale è ben diverso dal ridurre il testo a quantità trascurabi-
le. Non si tratta di sostituirsi a Gramsci, ma di prendere sul serio quanto
egli a più riprese dice sul proprio lavoro in carcere e sui compiti dell'even-
tuale lettore.

2. «IL RITMO DI UN PENSIERO»

L'incompiutezza del testo gramsciano e l'assenza di un'organizzazione in-


terna corrispondente alla volontà dell'autore (su questo aspetto tornere-
mo) pongono – ci pare – un vincolo preliminare rispetto a ogni disputa
metodologica.
I Quaderni sono come un'«officina» che l'artigiano ha dovuto abban-
donare anzitempo. Il lettore – e a maggior ragione lo studioso che tenti di
restituire la coerenza del discorso gramsciano – non ha quindi soltanto il
compito di coglierne il senso e di valutarne limiti e pregi. Deve innanzi
tutto cercare di portarli a compimento conferendo loro l'assetto unitario
di cui sono rimasti privi. Non si tratta – questo è decisivo – di un'opzione
tra le altre. Chi legge un'opera incompiuta si assume con ciò stesso tale
responsabilità, giacché leggere suppone necessariamente una coerenza in-
terna, sia pure nel suo graduale precisarsi. Una coerenza che, nel caso dei
Quaderni, può essere colta soltanto proseguendo il lavoro interrotto del-
l'autore. Il che naturalmente non significa riscrivere i testi a proprio talen-
to né «sollecitar[li]» facendo dire loro, «per amor di tesi, più di quanto
[…] realmente dicono» [Q 838]. È una questione di misura e di sensibili-
tà. Di lealtà «intellettuale e morale», come per ogni impresa interpretati-
va.
Gramsci è il primo a saperlo, come mostrano inequivocabilmente i
molti luoghi nei quali esplicita il compito – gravoso ed entusiasmante –
che per conseguenza incombe su chi legge le sue pagine. Colpisce che le
righe conclusive di una nota del quaderno 4 (il § 16) – apparentemente
messe lì per caso – vengano riprese, precisate e poste in epigrafe, con ri-
salto, in apertura del quaderno 11.
Qui Gramsci scrive, a scanso di equivoci:
Le note contenute in questo quaderno, come negli altri, sono state
scritte a penna corrente, per segnare un rapido promemoria. Esse
sono tutte da rivedere e controllare minutamente, perché contengono
certamente inesattezze, falsi accostamenti, anacronismi. Scritte senza
aver presenti i libri cui si accenna, è possibile che dopo il controllo,
debbano essere radicalmente corrette perché proprio il contrario di
ciò che è scritto risulti vero. [Q 1365]

Si percepisce la viva preoccupazione che un lettore troppo rispettoso pos-


sa per ciò stesso rivelarsi il meno attrezzato per capire. Gramsci ha pre-
sente il paradosso per cui proprio il feticismo dei testi può, nel caso dei
Quaderni, generare effetti perversi, determinando l'attribuzione all'autore
di posizioni e pensieri persino opposti ai suoi. E per mettere in guardia
contro questo rischio presenta le note sotto la luce più sfavorevole, come
appunti estemporanei, non fededegni, comunque bisognosi di puntuali
verifiche.
È un chiodo fisso, quasi un'ossessione. Nel § 61 del quaderno 10.11
non parla del proprio lavoro in carcere, almeno non expressis verbis. Ma,
trattando della «quistione più vasta» concernente la possibilità (o meno)
di «pensare la storia come solo “storia nazionale”» (e osservando come
ogni ricostruzione sia necessariamente «convenzionale» per il fatto stesso
di supporre una determinazione dell'oggetto), insiste sulle molteplici «li-
mitazioni» che impediscono di «fare una storia» autenticamente «inte-
grale». Tra queste, si sofferma sulle «intellettuali-pratiche», dovute
all'«assenza di informazioni, sia perché mancano i documenti, sia perché
è difficile averli a disposizione e interpretarli» [Q 1359]. Non è detto, ma
non è nemmeno improbabile, che stia pensando anche a se stesso e alla
propria condizione di carcerato alle prese con una ricerca di per sé ardua,
resa pressoché impraticabile dai vincoli imposti dalla detenzione e dalle
sempre più precarie condizioni di salute.
Nella prima stesura (testo A) di quella che diviene l'«avvertenza» del
quaderno 11 definisce le note dei Quaderni «provvisorie», chiarendo che
«hanno solo l'ufficio di promemoria rapido» [Q 438]. Nel § 49 del qua-
derno 4 (destinato a confluire nella nota d'avvio del quaderno 12 sulla
«storia degli intellettuali») puntualizza che

tutte le affermazioni contenute in questa nota devono essere conside-


rate semplicemente come spunti e motivi per la memoria, che occor-
rono di essere controllati e approfonditi. [Q 479]

Nella revisione la precisazione permane, e il riferimento è generalizzato


(«tutte queste note» [Q 1524]). Nell'incipit del quaderno 8 Gramsci ripete
che il lettore dei Quaderni ha l'obbligo di tenere presente il «carattere
provvisorio – di pro-memoria – di tali note e appunti», nei quali

si tratta spesso di affermazioni non controllate, che potrebbero dirsi


di «prima approssimazione»: qualcuna di esse nelle ulteriori ricerche
potrebbe essere abbandonata e magari l'affermazione opposta po-
trebbe dimostrarsi quella esatta. [Q 935]

Siamo ancora e nel modo più esplicito sul punto: non si può non riordi-
nare, non scegliere, non «selezion[are]» [Q 1841]. E se il metro andrà de-
sunto principalmente dal testo stesso, non tutto il necessario vi si troverà,
posto che il testo dichiara a più riprese l'esigenza di interventi esterni.
Non basta ancora. Altre considerazioni metodologiche svolte in pri-
ma stesura nel quaderno 4 [Q 419-20] sono poi precisate nel § 2 del qua-
derno 16. Si tratta qui di Marx, «fondatore», si badi, di una concezione
del mondo «mai esposta sistematicamente» [ Q 1840]. Ma il discorso vale
anche per i Quaderni. Gramsci osserva che se si vuole studiare un'opera
non sistematica («tanto più quanto più il pensatore dato è piuttosto ir-
ruento, di carattere polemico e manca dello spirito di sistema, quando si
tratta di una personalità nella quale l'attività teorica e quella pratica sono
indissolubilmente intrecciate»), non è possibile ricercarne la «coerenza
essenziale […] in ogni singolo scritto o serie di scritti». Occorre invece in-
tercettare «l'intiero sviluppo del lavoro intellettuale vario» e «ricostruire»
– dopo un lavoro filologico «minuzioso», condotto «in assenza di ogni
preconcetto e apriorismo» – «il processo di sviluppo intellettuale del pen-
satore dato per identificare gli elementi divenuti stabili e “permanenti”»
[Q 1840-1].
Gramsci parla esplicitamente di una «selezione» da operarsi nel te-
sto, di una cernita inevitabilmente «dà luogo a una serie di “scarti”»; e
aggiunge che

il contenuto di […] opere postume deve essere assunto con molta di-
screzione e cautela, perché non può essere ritenuto definitivo, ma
solo materiale ancora in elaborazione, ancora provvisorio.

Rispetto a questo materiale il compito del lettore non si esaurisce nel re-
gistrare ciò che il testo contiene. Implica anche una inevitabile impresa
selettiva e di ordinamento tesa a individuare il « leitmotiv» del ragiona-
mento, il «ritmo del pensiero in isviluppo»: in definitiva, la direzione pre-
valente, benché non necessariamente coerente con tutte le «singole affer-
mazioni casuali» e con tutti gli «aforismi staccati» [Q 1841-2].
Insomma, è difficile non vedere che proprio questo Gramsci racco-
manda: chi si dispone a leggere i Quaderni deve compiere delle scelte, tal-
volta persino contro la lettera del testo, ove riscontri lacune dell'argomen-
tazione o contraddizioni interne. È chiamato a pronunciarsi (volente o
nolente) sul suo spirito, lasciando cadere l'affermazione («casuale» o
«provvisoria») che lo contraddice.

3. «FÜR EWIG»: IL TEMPO DELLA STORIA

Approssimarsi ai Quaderni implica dunque porsi in una situazione un po'


paradossale. Bisogna sapere che il testo, come totalità compiuta, è altro-
ve. Le note lo contengono soltanto in parte (in potenza). Lo evocano, non
lo esauriscono.
D'altra parte vi è una serie di prove che, contro ogni ipotesi aforisti-
ca, dimostrano come – sin dall'inizio, e con più determinazione dopo la
prima crisi procuratagli dalla malattia il 3 agosto 1931 – Gramsci lavori
nell'intento di scrivere dei libri. Naturalmente egli teme che le condizioni
in cui si trova lo ostacoleranno. Col passare degli anni, questo timore
cede il passo alla certezza: le note resteranno tali, al più sarà possibile ri-
metterle un po' in ordine, conferire loro un dettato più perspicuo e cal-
zante. Si potrà persino, in qualche caso, inserirle in sequenze ragionate.
Ma si tratterà pur sempre di materiali preparatori. Concepiti in vista di
lavori organici, non fini a se stessi; quindi bisognosi di sviluppo.
Vediamo rapidamente alcuni luoghi che autorizzano a intravedere nei
Quaderni una sorta di biblioteca virtuale. Depone in questo senso già
l'intento dichiarato subito, nelle pagine di apertura del primo quaderno.
Il programma di letture che Gramsci mette in cantiere riflette un ordine
articolato ma preciso, finalizzato a uno sviluppo coerente. L'8 febbraio
1929, data d'inizio della scrittura, l'obiettivo perseguito assume una for-
ma difficilmente equivocabile. Gramsci elenca sedici «argomenti princi-
pali» [Q 5] intorno ai quali si propone di ordinare la ricerca. In effetti,
soltanto due di essi (i quaderni 12 e 22, sulla «storia degli intellettuali» e
l'«americanismo») si tradurranno in insiemi di note compatti e indipen-
denti. Ma molti altri – a cominciare dal fondamentale quaderno 13 sulla
«politica del Machiavelli» – offriranno comunque organici quadri teorici
su snodi essenziali della riflessione.
In taluni casi, come vedremo, si tratta di importanti centri di interes-
se, intorno ai quali andranno organizzandosi interi blocchi di note. In al-
tri, abbiamo invece a che fare con ipotesi di ricerca (o anche solo di scrit-
tura testimoniale o fenomenologica) destinate a cadere. Quel che a no-
stro parere conta, tuttavia, è soprattutto la configurazione strutturale del
lavoro che Gramsci si ripromette di svolgere. Leggerà, si documenterà, ri-
fletterà. E cercherà di mettere a punto avanzate basi preparatorie per un
ulteriore lavoro di scavo e di scrittura organizzato intorno a ben definiti
nuclei tematici.
Non è per caso che il giorno successivo – il 9 febbraio – Antonio scri-
ve a Tatiana testualmente:

Ti ripeto ancora di avvertire che non mi mandino più dei nuovi libri.
Ora che posso scrivere in cella, prenderò delle note dei libri che mi
servono e ogni tanto le invierò alla Libreria. Adesso che posso pren-
dere degli appunti di quaderno, voglio leggere secondo un piano e
approfondire determinati argomenti e non più «divorare» i libri. [ LC
236].

Non più «divorare» disordinatamente, febbrilmente (come aveva fatto


sino a quel momento), ma «leggere secondo un piano» per metabolizzare
in vista di un risultato organico e perciò destinato a durare. È questo,
come sa chi frequenta le pagine gramsciane del carcere, un tema ricorren-
te, sempre sul punto di trasformarsi in una ossessione per il prigioniero.
Al quale la privazione della libertà impone – oltre alle pene della cattività
– anche il tormento di uno spreco del tempo che per una personalità
come quella di Gramsci doveva avere il senso dell'annichilimento.
Un'altra pagina diretta a Tania (scritta il 19 marzo 1927, appena
quattro mesi dopo l'arresto) lo conferma, con tutta la violenza che segna
molte lettere:

La mia vita trascorre sempre ugualmente monotona. Anche lo stu-


diare è molto più difficile di quanto non sembrerebbe. Ho ricevuto
qualche libro e in verità leggo molto (più di un volume al giorno, ol-
tre i giornali), ma non è a questo che mi riferisco; intendo altro. Sono
assillato (è questo fenomeno proprio dei carcerati, penso) da questa
idea: che bisognerebbe far qualcosa «für ewig», secondo una com-
plessa concezione di Goethe, che ricordo aver tormentato molto il
nostro Pascoli. [LC 55]

«Fare qualcosa “per l'eternità”», destinato a durare. Qualcosa, cioè, di


vero in se stesso, svincolato dalla contingenza e dal peso di interessi im-
mediati. Tant'è che poche righe sotto Gramsci ripete: «da un punto di vi-
sta “disinteressato”, “für ewig”» [LC 56]. Anche questo sorprendente ac-
cenno a un'eternità che allude evidentemente ai tempi lunghi della storia
ci sembra rivelare il proposito di avviare una ricerca vasta e strutturata,
ben diversa dall'annotazione frammentaria che spesso i Quaderni ci con-
segnano. Del resto tutto quello che Gramsci aggiunge in questa impor-
tante lettera pare confermarlo.
Vorrebbe occuparsi «secondo un piano prestabilito» e «sistematica-
mente» di argomenti capaci di «centralizza[re]» la sua vita interiore. Ne
indica quattro e già in questa molteplicità crede di ravvisare «un indice»
della difficoltà di concentrarsi («raccogliermi») come desidererebbe. Il
primo si duole di poterlo soltanto «abbozzare nelle grandi linee», non di-
sponendo dell'«immensa mole di materiale che sarebbe necessaria», ma
ha in animo comunque di «svolgere ampiamente la tesi» individuata. An-
che il secondo tema (sul quale ha già scritto «tanto da mettere insieme un
volumetto di 200 pagine») intenderebbe trattare «completamente e siste-
maticamente». E finalmente tiene a sottolineare come tra i quattro argo-
menti «esist[a] omogeneità» [LC 55-6].
Insomma, l'impresa dei Quaderni prende le mosse sotto auspici ben
diversi da quelli che i risultati, quanto a struttura del testo, lascerebbero a
prima vista immaginare. E lo stesso deve dirsi per i nuovi piani di lavoro
che Gramsci affida alle pagine di apertura del quaderno 8.
Innanzi tutto, nel primo prospetto (redatto – secondo la nuova data-
zione stabilita da Gianni Francioni – alla fine del 1930), la definizione di
un articolato insieme di «saggi principali», riferiti all'argomento al quale
il quaderno è dedicato (la «storia degli intellettuali italiani»). Con l'avver-
tenza, sì, che le note avranno, inevitabilmente, «carattere provvisorio» e
non costituiranno «un lavoro organico d'insieme»; che

non può esserci ancora una distinzione tra la parte principale e quel-
le secondarie dell'esposizione, tra ciò che sarebbe il «testo» e ciò che
dovrebbero essere le «note».
Ma col dichiarato proposito, al tempo stesso, di non «compilare uno zi-
baldone» [Q 935], ma di dar corpo a un materiale organico, articolato e
coerente.
Quindi, nella seconda facciata (composta probabilmente nella pri-
mavera del '32), nuovamente una nutrita serie di argomenti (dieci), indivi-
duati sulla base di altrettanti «raggruppamenti di materia» [ Q 936], pro-
prio il termine che Gramsci impiega nel quaderno 15 a proposito dei
«quaderni speciali» [Q 1748], cominciati in queste stesse settimane. para-
dossalmente proprio l'aggravarsi delle condizioni fisiche pare spingere il
prigioniero a intensificare il lavoro e a conferirgli maggiore organicità.
Forse perché una più netta consapevolezza dei pericoli raccomanda la più
rigorosa economia del tempo e delle forze. Ma, appunto, i risultati deri-
vano dalla situazione in cui Gramsci è costretto a lavorare, non dalle sue
intenzioni. Mentre è di queste che si deve occupare chi si propone di in-
terpretarne i testi.

4. TRA EPOCA E DURATA

E ora veniamo appunto a noi, ai temi portanti dei Quaderni. La storia –


più precisamente, la logica del suo sviluppo, i suoi ritmi, le sue finalità
immanenti – è indubbiamente uno di essi, forse il principale. Era, come
sappiamo, al centro degli interessi di Gramsci già negli anni precedenti, e
lo rimane in carcere. Dove si sviluppa anche un'analisi metodologica sugli
strumenti concettuali atti alla sua ricostruzione e, come vedremo in que-
sto capitolo, sui criteri di periodizzazione.
Un'espressione importante in questo quadro è «fare epoca». Il sintag-
ma ricorre nei Quaderni tre sole volte, ma tutte le occorrenze (in note B –
testi che Gramsci non rielabora – dei quaderni 10 e 14) ne segnalano la ri-
levanza. Gramsci lo impiega per la prima volta riflettendo sull'«idea del
progresso» e, in particolare, sul significato storico del suo affermarsi
come «ideologia democratica». Nel far ciò (sviluppando un'argomenta-
zione che ricorda da vicino le considerazioni di Labriola sulla coscienza
del tempo storico propria dei giacobini) sottolinea come la nascita e lo
sviluppo di questa idea corrispondano ad un mutamento sostanziale del-
la «coscienza diffusa» del «rapporto tra la società e la natura», quindi
nella percezione comune dell'incidenza del caso e dell'irrazionalità nella
storia. E ne conclude che sì, la nascita dell'idea di progresso «rappresenta
[…] un fatto culturale fondamentale, tale da fare epoca» [Q 1335].
Questa espressione ritorna a proposito dell'affaire Dreyfus, alla qua-
le Gramsci fa riferimento, nel § 23 del quaderno 14, sullo sfondo della ri-
flessione sulle diverse forme di cesarismo. Per intendere il senso «politico-
storico» del «movimento Dreyfus» pare a Gramsci opportuno inserirlo
tra i «movimenti storico-politici moderni» che rivelano la presenza, nella
società e in seno allo stesso «blocco sociale dominante», di «latenti forze
operose». Senonché, osserva, tali forze sono «rese storicamente efficienti
dalla debolezza costruttiva dell'antagonista, non da una intima forza pro-
pria». Esse hanno dunque un contenuto soltanto «relativamente “pro-
gressivo”», non sono «assolutamente progressive», e in questo senso «non
possono “fare epoca”» [Q 1681].
Il ragionamento si ripete, con riferimenti diversi, una trentina di pa-
gine dopo, quando ad attirare l'attenzione di Gramsci è la questione del
parlamentarismo «nero» o «implicito» [Q 1743]. Come, a proposito del
cesarismo, si era trattato di distinguere tra fenomeni assolutamente «re-
gressivi» e altri (tra i quali il «movimento Dreyfus») «che non sono certo
rivoluzionari, ma non sono completamente reazioni» [ Q 1681], così ora il
problema è cogliere la «differenza essenziale» che corre tra «il vecchio as-
solutismo rovesciato dai regimi costituzionali e il nuovo»; e comprendere
perché quest'ultimo – pur rimanendo, in termini assoluti, regressivo –
nondimeno segni «“un progresso”, nel suo genere», nella misura in cui ri-
sponde effettivamente a «necessità storiche attuali» [Q 1743].
Ciò premesso, Gramsci sente tuttavia il bisogno di circoscrivere, a
scanso di equivoci, la portata del riconoscimento. «È da escludere accura-
tamente», scrive, anche solo un'«apparenza di appoggio alle tendenze
“assolutiste”» (il riferimento trasparente riguarda il fascismo) «e ciò si
può ottenere insistendo sul carattere “transitorio”» del nuovo assoluti-
smo [Q 1744]. Il quale indubbiamente connota l'attuale fase storica, ma
non è portatore di alcuna reale innovazione, tale da lasciare traccia di sé
sul lungo periodo.
È a questo proposito che ritorna l'idea del «fare epoca», sulla quale
ora Gramsci si sofferma più ampiamente di quanto non abbia fatto in
precedenza. Il nuovo assolutismo è effimero (al pari del cesarismo «di ca-
rattere intermedio episodico» di cui si tratta nella nota sul movimento
Dreyfus [Q 1680]) «nel senso che non fa epoca, non nel senso di “poca
durata”». Il chiarimento è di per sé importante. Ma Gramsci aggiunge:

a questo proposito è da notare come troppo spesso si confonda il


«non far epoca» con la scarsa durata «temporale»; si può «durare» a
lungo, relativamente, e non «fare epoca»; le forze di vischiosità di
certi regimi sono spesso insospettate, specialmente se essi sono «for-
ti» della altrui debolezza, anche procurata. [Q 1744]

Si potrebbe sottolineare come queste ultime parole contengano un ulte-


riore elemento di corrispondenza con l'analisi del «movimento Dreyfus»
(la cui soltanto relativa progressività era anch'essa ricondotta – lo si ri-
corderà – all'azione di forze rese forti dalla «debolezza costruttiva dell'an-
tagonista» [Q 1681]). Ma importa piuttosto tirare le somme di questo
primo esercizio di lettura.
La contrapposizione tra il «fare epoca» e il semplice «durare» riflette
una duplice struttura della temporalità storica. La durata è la modalità di
svolgimento di un tempo inerte, pura quantità adeguatamente misurabile
in termini cronologici. Durare è sopravvivere, mero riprodursi in assenza
di mutamenti storicamente significativi. Di semplice durata si tratta
quando una forma storica persiste, si riproduce eguale a se stessa grazie
alle proprie «forze di vischiosità» [Q 1744]. In questo senso si potrebbe
dire che la durata è la «fase normale» della vita delle formazioni sociali:
un tempo vuoto, rilevante esclusivamente ai fini di un computo esteriore,
di pertinenza del «raccoglitore di fatti» insignificanti per lo storico.
Fare epoca implica infrangere precisamente questo continuum. A in-
terrompere il quale è l'irruzione di una forma storica nuova che – svilup-
patasi già nel grembo della precedente – sopravviene a riempire la durata
sconvolgendola con un evento (o con un processo) che modifica il ritmo,
l'intensità, la direzione del movimento storico, imprimendogli un'accele-
razione e decidendone il progresso.
Le epoche sono dunque, in questo senso, gli stadi di sviluppo, le tap-
pe del processo evolutivo di quella che, nella Prefazione del '59 (un testo
sempre presente al Gramsci dei Quaderni, che ne possiede in carcere l'ori-
ginale tedesco che provvede a tradurre), Marx chiama «formazione eco-
nomica della società»1. «Fare» una nuova epoca significa decretare il tra-
monto della formazione sociale esistente, sopravvissuta a se stessa e or-
mai ridotta a un semplice persistere (un po' come accade ai modi di pro-
duzione residuali nel quadro di una società che abbia trasformato la pro-
pria logica riproduttiva); quindi radicalizzare gli elementi di crisi che si
sono venuti rafforzando; e, finalmente, determinare l'avvento di una for-
mazione sociale diversa, destinata a vivere, per un periodo più o meno
lungo, una vita storicamente significativa, operosa, apportatrice di tra-
sformazioni reali.
La ricostruzione storica della modernità europea fornisce a Gramsci
il contesto discorsivo ottimale per mettere a frutto questa polarità, in
particolare per quanto concerne la fase storica successiva al 1870-71.
Come vedremo, nella sua periodizzazione questa data segna l'avvio della
«crisi organica» della società borghese, ma comprendere il senso di que-
sto impegnativo giudizio storico e politico sarebbe impossibile ove non lo
si inquadrasse sullo sfondo della dialettica tra epoca e durata.
Proprio perché una formazione sociale può durare senza fare epoca è
possibile comprendere come l'inizio della crisi irreversibile del capitali-
smo non ne comporti di necessità il rapido crollo, il « patatrac» di labrio-
1 Karl Marx, Zur Kritik der politischen Ökonomie, Vorwort (1859), in MEW, Bd. 13, 1961, p. 9.
liana memoria2. E come l'«età storica» iniziata «intellettualmente» da
Marx possa, al contrario, «dur[are]» (si noti la scelta lessicale) ancora
per «dei secoli» [Q 882]. D'altra parte, la semplice durata della società
capitalistica, la sua sopravvivenza, non dimostra di per sé che una crisi
generale non vi sia, e che con l'insieme degli eventi e dei processi verifica-
tisi a partire dall'ultimo trentennio del secolo XIX la storia europea e
mondiale non sia entrata irreversibilmente in una fase diversa dalla prece-
dente.
Se questa lettura è corretta, la polarità gramsciana tra il durare e il
fare epoca rinvia a due elaborazioni precedenti. In primo luogo, alla dia-
lettica tra fasi normali della vita delle formazioni sociali e fasi «catastro-
fiche», rivoluzionarie, tematizzata da Marx in più luoghi: oltre che nell' I-
deologia tedesca e nella Prefazione del '59 (sulla quale avremo modo di
soffermarci ampiamente nei prossimi capitoli), nel § 7 del XXIV capitolo
del primo Libro del Capitale: tutti testi nei quali è tematizzato il prodursi
di un conflitto inconciliabile tra le forze produttive e i rapporti di produ-
zione, inizialmente compatibili con il loro sviluppo e poi trasformatisi in
pesanti «catene».
Ma un'altra fonte si intravede sullo sfondo, forse attiva nella mente di
Gramsci anch'essa attraverso la mediazione marxiana. Si tratta di una pa-
gina della «Prefazione» alla Fenomenologia dello spirito nella quale He-
gel si sofferma sulle ragioni che fanno del suo «un tempo di gestazione e
di transizione a una nuova epoca». Ne viene fuori una rappresentazione
del processo storico segnata dall'alternarsi di fasi nelle quali lo spirito –
certo «mai in quiete, anzi in un sempre progrediente movimento» – avan-
za tuttavia insensibilmente, andando «lento e silenzioso incontro alla
nuova configurazione» e lasciando persino che «la fatuità e la noia» inva-
dano «l'esistente» e che la totalità storica sia corrosa da un «graduale
sgretolarsi» che non ne altera il profilo. E fasi, invece, di tumultuosa tra-
sformazione, allorché un «salto qualitativo» interrompe il processo nor-

2 Cfr. Antonio Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia (1897-98), in Id., Scritti filosofi-
ci e politici, cit., p. 779.
male con un «rivolgimento che, simile a un lampo, riplasma il disegno del
nuovo mondo»3. Una duplicità che a sua volta ricalca da vicino quella tra
esistenza e realtà nella filosofia hegeliana della storia, nella rappresenta-
zione fornitane dal vecchio Engels nel Ludwig Feuerbach (dove «al posto
del reale morente», ridottosi ormai a mera esistenza, «subentra una realtà
nuova e vitale»4).

5. AMERICANISMO E FASCISMO

Nei Quaderni ci si imbatte in un'altra occorrenza di questa idea di «epo-


ca», che conferma il quadro su cui stiamo insistendo.
Elencando, nella prima pagina del quaderno 22 (Americanismo e
fordismo), i problemi dei quali ritiene necessario occuparsi, Gramsci
pone la

quistione se l'americanismo possa costituire un'«epoca»


storica, se cioè possa determinare uno svolgimento gra-
duale del tipo, altrove esaminato, delle «rivoluzioni pas-
sive» proprie del secolo scorso o se invece rappresenti
solo l'accumularsi molecolare di elementi destinati a
produrre un'«esplosione», cioè un rivolgimento di tipo
francese. [Q 2140].

A prima vista questa formulazione appare problematica. Verrebbe spon-


taneo pensare che un processo «graduale», destinato a risolversi in una ri-
voluzione passiva, costituisca per ciò stesso un passaggio meno rilevante
di uno sviluppo capace di dar vita a una grande rivoluzione. Si ha quindi
dapprima l'impressione che quell'avverbio riduttivo – «solo» – sia, per
3 Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Phänomenologie des Geistes (1807), in Id., Werke in zwanzig
Bänden, hrsg. von Karl Markus Michel und Eva Moldenhauer, Suhrkamp, Franfurt a. M. 1970,
Bd. 3, pp. 18-9.
4 Friedrich Engels, Ludwig Feuerbach un der Ausgang der deutschen klassischen Philosophie
(1886), in MEW, vol. 21, 1981, p. 266.
così dire, fuori luogo. Ma se si fa attenzione, i conti tornano perfettamen-
te, confermando la lettura dei brani dei quaderni 10 e 14 prospettata
poc'anzi.
Il dilemma può essere riproposto in questi termini. O l'americanismo
non è che un insieme di soluzioni tecniche e di modalità organizzative dei
cicli produttivi e delle relazioni sociali funzionali alla stabilizzazione ca-
pitalistica. E in questo caso i suoi effetti non faranno che assommarsi alle
altre conseguenze dello sfruttamento e del dominio, contribuendo sì, per
un verso, al perdurare del quadro sistemico esistente, ma anche, per l'al-
tro, all'approfondirsi della sua crisi storica, quindi al prodursi di un urto
rivoluzionario che non sarebbe tuttavia corretto identificare con essi. Op-
pure si tratta di un assetto effettivamente nuovo della società e dello Sta-
to, di per sé capace di determinare una trasformazione strutturale para-
gonabile a quella realizzatasi nell'Ottocento in buona parte d'Europa, per
mezzo delle «rivoluzioni dall'alto» di stampo liberale.
Non è un caso che Gramsci sottolinei il riferimento cronologico (il
«secolo scorso»), giacché da tempo (nel § 236 del quaderno 8 e nel corri-
spondente testo C del quaderno 10) ha formulato l'«ipotesi ideologica»
[Q 1228] che il fascismo sia, invece, una forma (essenzialmente diversa) di
rivoluzione passiva, «propria del secolo XX» [Q 1089]. Cioè un insieme
di «modificazioni più o meno profonde» della «struttura economica» ita-
liana tali da non «toccare» (e da limitarsi «a regolare e controllare») il di-
spositivo essenziale del dominio capitalistico, «l'appropriazione indivi-
duale e di gruppo del profitto» [Q 1228]. Tutt'altra cosa furono in effetti
le rivoluzioni passive del secolo XIX, ché per loro tramite si compì una
reale transizione epocale, un profondo processo di modernizzazione dei
paesi europei che non erano stati teatro di cesure rivoluzionarie «attive».
A sua volta, il riferimento al fascismo come nuova forma di rivolu-
zione passiva contiene in sé una risposta alla «quistione» relativa allo sta-
tuto storico dell'americanismo. Se il fascismo può essere concepito nei
termini di una rivoluzione passiva (benché di carattere esclusivamente
conservativo sul piano macrostorico), ciò si deve, secondo Gramsci, al-
l'impiego di strumenti di politica economica (in primo luogo l'«organiz-
zazione corporativa» come forma di «economi[a] programmatic[a]» [ Q
1358]) capaci di soddisfare «una qualche parte delle esigenze dal basso»
[Q 1325] (il che – come vedremo nel capitolo 11 [§ 5] – è condizione ne-
cessaria per parlare di rivoluzione passiva) «accentua[ndo] l'elemento
“piano di produzione”, […] cioè la socializzazione e cooperazione della
produzione» capitalistica [Q 1228].
Sul terreno delle politiche economiche e sociali il fascismo si presta
dunque a essere compreso come versione italiana dell'americanismo, e ciò
getta luce sulla natura dello stesso fordismo. Il quale – così come scrive
Gramsci, lungi dal sopravvalutarne i meriti – si rivela funzionale alla tu-
tela dei monopoli industriali [Q 2157], all'incremento della pressione
coercitiva sul lavoro [Q 2166] e, in definitiva, alla «cristallizzazione» della
gerarchia sociale (alla sua regressione a forme castali) [Q 2169].
Torneremo su questo articolato confronto (tra fascismo e americani-
smo da un lato e rivoluzioni passive ottocentesche dall'altro) nel capitolo
11, quando cercheremo di sistematizzare il quadro concettuale della rivo-
luzione passiva nei Quaderni. Per il momento la soluzione del dilemma
relativo al ruolo storico dell'americanismo ci pare chiara e tale da confer-
mare la lettura del «fare epoca» delineata in precedenza (anche se non vi
aggiunge nulla). Se ci si domandasse «se in America esista una nuova ci-
viltà, una nuova cultura», leggiamo nel § 15 dello stesso quaderno 22, «la
risposta sarebbe facile: no, non esiste», «anzi, in America non si fa che ri-
masticare la vecchia cultura europea» [Q 2178]. A differenza del liberali-
smo ottocentesco e delle sue rivoluzioni passive, l'americanismo non è
una nuova epoca, non «fa epoca», ma è solo una variante – poco impor-
ta, qui, quanto significativa – del capitalismo alle prese con le difficoltà
che ne costellano la lunga «durata».
6. RIVOLUZIONE E «CRISI ORGANICA»

A questo punto disponiamo di tutti gli elementi per rispondere alla do-
manda che ci siamo posti chiudendo il capitolo precedente e per porci, al
tempo stesso, un'altra questione, meno astratta di quella concernente il
significato delle espressioni «durare» e «fare epoca» nella lingua dei Qua-
derni.
Per quel che riguarda i risultati dell'intervento trasformatore di un'a-
vanguardia rivoluzionaria – la qualità del rischio che il «genio politico»
decide di correre interferendo nel corso degli avvenimenti per «anticipare
il futuro» [ON 130] – le riflessioni dei Quaderni in tema di periodizzazio-
ni storiche suggeriscono che i tempi per la verifica «pratica» [ CPC 240],
ex post, sono scanditi dalla dinamica delle transizioni. Solo il fatto di es-
sere effettivamente riusciti a creare la «compatta nazione moderna fran-
cese» [Q 2029] legittima l'accelerazione imposta dai giacobini al processo
rivoluzionario (i «calci nel sedere» ai borghesi moderati e la ghigliottina
per aristocratici e nuovi reazionari) e mostra come le loro forzature fosse-
ro «apparent[i]» [Q 2027]. Altrettanto vale per l'avanguardia del proleta-
riato italiano ed europeo. Che dimostrerà la legittimità storica del pro-
prio operato soltanto se e quando sarà riuscita a provocare il collasso del-
la «vecchia società» capitalistica e l'instaurarsi di quella che i Quaderni
chiamano «società regolata».
Proprio queste considerazioni ci inducono a porci un'altra questione,
attinente alla funzione concreta che le idee di epoca e durata svolgono
nella rappresentazione della storia europea elaborata da Gramsci. Quan-
do si può dire che una società è entrata in crisi? E che un nuovo ordine le
è subentrato? Pensiamo al caso paradigmatico, l'ottantennio compreso
tra il 1789 e il 1870-71, terminus a quo, nello schema gramsciano, della
«crisi organica» della società capitalistica.
Se ci si domanda quando abbia inizio l'età moderna, sembra di poter
rispondere che, secondo Gramsci, l'evento che ufficialmente la inaugura è
la Rivoluzione francese, allorché la borghesia «poté presentarsi come
“Stato” integrale» ponendo fine alla «crisi medioevale» svoltasi nel corso
del secondo millennio [Q 691]. L'accento sull'elemento politico (la con-
quista del potere da parte del Terzo stato come atto di nascita del mondo
moderno) potrebbe sembrare furto di un'ottica politicocentrica contra-
stante alla prospettiva storico-materialistica che Gramsci dichiara di far
propria. Non è così.
Come Marx, Gramsci concepisce la conquista del potere politico da
parte della borghesia francese come ultimo atto di una guerra secolare
svoltasi nel corpo della società. La «crisi medioevale» (la lunga «crisi or-
ganica» dell'ordine signorile, culminata nell'89) «si svolse per parecchi se-
coli, fino alla Rivoluzione francese, quando il raggruppamento sociale
che dopo il Mille fu la forza motrice economica dell'Europa» [ Q 691] si
impossessò anche del potere politico, trasformandone radicalmente (nel
senso della «eticità del diritto e dello Stato» [Q 937]) struttura e funzioni.
Nel 1789, dunque, la modernità nasce formalmente, dopo una gesta-
zione secolare nel corpo della società feudale. La Rivoluzione francese
«fa epoca» nella misura in cui dà alla luce la «nuova società» sviluppatasi
in seno alla «vecchia», e le fornisce al tempo stesso una conforme coper-
tura sul terreno della «superstruttura» politica. In questo senso – suggel-
lando la risoluzione della «crisi organica» dell'ordine signorile e la transi-
zione a una nuova formazione sociale – la grande Rivoluzione segna l'av-
vento di una nuova epoca storica.
Il punto è che questo è verso soltanto per la Francia, non ancora per
l'intera Europa. Per buona parte dell'Ottocento, nel resto del vecchio con-
tinente (compresa l'Inghilterra, della quale Gramsci poco si occupa ma la
cui vicenda tende comunque a leggere nel segno di una sostanziale conti-
nuità con l'antico regime) la rivoluzione politica borghese non ha luogo.
Ne deriva – come vedremo da vicino nel prossimo capitolo e nel capitolo
7 (§§ 8-9) – quello che per Gramsci è un problema cruciale della storia eu-
ropea moderna: la diversa valenza storica del periodo successivo all'89, e
precisamente di quell'ottantennio che, nella periodizzazione dei Quader-
ni, separa l'anno della Rivoluzione francese dall'inizio della «crisi organi-
ca» della società borghese, collocato nel 1870-71, in coincidenza con la
conclusione della guerra franco-prussiana e del processo risorgimentale
in Italia, e con il tragico epilogo della Comune di Parigi, allorché «si
esauriscono storicamente tutti i germi nati nel 1789» [Q 1581].

7. «ATTIVITÀ», «PASSIVITÀ» E NON CONTEMPORANEITÀ


DEL CONTEMPORANEO

In Francia l'89 chiude una lunga fase di trasformazioni sociali nella quale
si esprimono e confliggono tra loro le energie liberate dal crollo dell' an-
cien régime. La rivoluzione ha sgombrato il capo dai cascami dell'ordine
feudale (questo, almeno, Gramsci mostra di pensare), riducendo i super-
stiti dell'aristocrazia a comparse prive di ruolo storico. E ha posto all'or-
dine del giorno un nuovo conflitto, interno al variegato blocco delle forze
(il caleidoscopico Terzo stato, comprendente la «vera» borghesia dei ma-
gnati e la populace) che avevano determinato la crisi rivoluzionaria. A te-
nere il centro della scena nella Francia post-rivoluzionaria è il conflitto
tra borghesia e proletariato. Ottant'anni di lotte occorrono perché, da
questo conflitto tipicamente moderno tra i diversi settori della borghesia
francese e tra questa e il proletariato, emerga un quadro relativamente
chiaro e stabile dei rapporti di forza.

Realmente le contraddizioni interne della struttura sociale francese


che si sviluppano dopo il 1789 – leggiamo nel cruciale § 17 del qua-
derno 13 – trovano una loro relativa composizione solo con la terza
repubblica e la Francia ha 60 anni di vita politica equilibrata dopo 80
anni di rivolgimenti a ondate sempre più lunghe. [Q 1582]

Nel resto dell'Europa la situazione «politico-storica» di questo periodo è


del tutto diversa (o almeno Gramsci così la rappresenta). Benché anche a
est del Reno e di qua dalle Alpi già si manifesti, e con crescente intensità,
la minaccia (lo «spettro») del proletariato, il conflitto fondamentale vede
qui ancora contrapposte la borghesia e la «vecchia società» signorile.
Con le «vecchie classi» (l'aristocrazia feudale e le alte gerarchie ecclesia-
stiche) le borghesie nazionali intavolano una complessa partita in cui il
conflitto per l'indipendenza nazionale e la modernizzazione economica e
politica si alterna all'alleanza in funzione anti-popolare. L'antico regime
non è tramontato: resiste, invece, agli attacchi sferrati da borghesie meno
attive e meno determinate di quella francese.
Gramsci si serve, a questo riguardo, della polarità «attività»/«passivi-
tà» (in Italia, scrive, «l'elemento rivoluzionario» è «scarso e passivo» [ Q
225]; e definisce i processi innescati dagli eventi francesi negli altri paesi
europei come «l'aspetto “passivo” della grande rivoluzione» [ Q 1227]).
Riprende, modificandola, la metafora delle ondate (quelle «sempre più
lunghe» ondate generate dall'urto rivoluzionario in Francia divengono,
quando si tratta del resto dell'Europa, «piccole ondate riformistiche» [ Q
1358]). E traccia un nitido quadro del teatro europeo, in cui elementi cru-
ciali sono la differenza di ritmo degli avvenimenti francesi rispetto a quel-
li che si svolgono nel resto del continente, e la distanza tra i rispettivi
tempi storici.
Se è vero che in Francia l'89 è l'aurora di una nuova epoca, non si può
dire altrettanto per gli altri paesi europei, nei quali il vecchio ordine non
ha ancora abbandonato la scena. Qui esso «dura» ancora e presenta «gli
stessi impellenti problemi» che si erano posti «nella Francia dell'antico re-
gime» [Q 1360]; dispone di «forze di vischiosità» [Q 1744] in grado di
stemperare l'attacco portato da avversari ancora troppo deboli per deter-
minarne l'immediato collasso; tarda a tramontare, rivelando l'immaturità
di quei «nuovi più alti rapporti di produzione» che – stando alla Prefa-
zione marxiana ripresa da Gramsci – debbono «covare nel grembo della
vecchia società» le proprie «materiali condizioni di esistenza» per essere
finalmente in grado di dare corpo a una nuova formazione sociale 5. Para-
digma di non contemporaneità del contemporaneo, l'ottantennio che in
Francia sancisce l'esordio della storia moderna nel resto del continente
5 K. Marx, Zur Kritik der politischen Ökonomie, Vorwort, cit., p. 9.
cade invece ancora dentro l'epoca precedente, segna l'ultima fase di vita
dell'ordine signorile.

8. IL PASSATO COME METAFORA

Così, dunque, la polarità «durare»/«fare epoca» consente di tematizzare,


in corpore vili, la scissione storica del vecchio continente. Tra il 1789 e il
1870 l'Europa appare a Gramsci in parte già moderna, in parte ancora
prigioniera del passato feudale.
È vero che se ci si fermasse a questo punto si disporrebbe di un bilan-
cio incompleto. Agli occhi di Gramsci l'ottantennio successivo all'89 non
è, nemmeno fuori dalla Francia, un tempo di semplice «durata» dell'anti-
co regime. È anche un periodo di effettiva transizione alla modernità, e
ciò consente di comprendere la funzione progressiva delle rivoluzioni pas-
sive del XIX secolo alla quale si faceva prima riferimento. Se all'altezza
dell'89-'93 fuori dalla Francia l'antico regime è ancora vitale e se ancora
sino agli anni Sessanta del XIX secolo esso è in grado di esercitare un
ruolo rilevante su tutto il teatro continentale, non per questo l'Ottocento
europeo può essere considerato un'appendice della storia premoderna. Se
da un lato resiste, dall'altro tuttavia la «vecchia società» viene tramontan-
do in tutta Europa.
A dispetto delle differenze che separano il quadro «politico-storico»
francese ed europeo, ciò che avviene in questi ottant'anni fuori della Fran-
cia costituisce una replica degli eventi rivoluzionari che, in Francia, han-
no deciso il crollo drastico dell'ardine antico. Anche fuori della Francia la
modernità viene affermandosi e trasformando il volto delle società euro-
pee.
Nell'ottantennio successivo all'89 la

grande rivoluzione che si iniziò in Francia […] traboccò nel resto


d'Europa con le armate repubblicane e napoleoniche, dando una po-
tente spallata ai vecchi regimi, e determinandone non il crollo imme-
diato come in Francia, ma la corrosione «riformistica» che durò fino
al 1870. [Q 1227]

In ciò consiste la paradossale ambivalenza della restaurazione,

forma politica in cui le lotte sociali trovano quadri abbastanza elasti-


ci da permettere alla borghesia di giungere al potere senza rotture
clamorose, senza l'apparato terroristico francese. [Q 1358]

Gramsci non manca dunque di introdurre elementi di analogia tra la si-


tuazione francese e il quadro europeo complessivo. Resta che il suo ac-
cento cade con forza sull'essenziale diversità dei quadri «politico-storici»
europei. Stando ai Quaderni, tra il 1789 e il1870 c'è una parte dell'Europa
che ha già entrambi i piedi ben saldi nel mondo moderno, e un'altra che
ne tiene ancora almeno uno (l'assetto del comando politico e della mac-
china burocratica e amministrativa) piantato nel passato feudale. E vale
la pena di chiedersi, in chiusura, perché Gramsci insista su tale scarto,
fornendo un quadro più contrastato di quanto forse la realtà non sugge-
risca (è un fatto, per esempio, che in tutta l'Europa occidentale le ondate
rivoluzionarie del 1830 e del '48 modificano i rapporti di forza a vantag-
gio delle borghesie nazionali).
Una possibile risposta ci viene da un altro grande testo marxiano,
l'Introduzione del '57. La storiografia – questa l'idea di Marx – riscrive il
passato a uso del presente, come una metafora, non potendo non conce-
pirlo come proprio antecedente. «Il cosiddetto sviluppo storico riposa in
generale sul fatto che l'ultima forma considera le precedenti come stadi
che conducono a essa»6. Non meraviglia, in questa prospettiva, che
Gramsci rilegga l'ottantennio successivo al 1789 alla luce degli eventi suc-
cessivi al 1870. Che la diversa configurazione della «crisi organica» della
società borghese nelle diverse aree europee (e ancora una volta la linea di

6 Karl Marx, Einleitung [zur Kritik der Politischen Ökonomie] (1857), in MEW, Bd. 13, cit., p.
636.
demarcazione corre lungo il Reno e le Alpi) decida della differente rap-
presentazione dei quadri «politico-storici» europei relativi alla fase prece-
dente.
Da un lato, in Francia, i primi «60 anni di vita politica equilibrata»
della Terza repubblica; dall'altro la regressione autoritaria della Germa-
nia guglielmina e dell'Italia di Crispi e dei Savoia, accomunate nell'appro-
do al fascismo. Da un lato, nel paese della grande rivoluzione, il maturo
dispiegarsi della modernità borghese, ovunque entrata in una irreversibile
crisi di espansività ma qui ancora capace di spargere germi di progresso
(«la base economica, per lo sviluppo industriale e commerciale, viene
continuamente allargata e approfondita, dalle classi inferiori si innalzano
fino alle classi dirigenti gli elementi sociali più ricchi di energia e di spiri-
to d'intrapresa, la società intera è in continuo processo di formazione e di
dissoluzione» [Q 1637]); dall'altro, una modernizzazione ancipite, un
processo di trasformazione disarmonico, tardivo e accelerato, nel quale
l'ammodernamento degli apparati produttivi coinvolge un tessuto sociale
lacerato, eroso da antichi gravami parassitari e già percorso dai conflitti
tipici della società capitalistica.
L'esperienza del fascismo getta luce sulla sua lunga nascita, precisan-
do ex post la natura di un tempo storico sospeso tra due epoche e scon-
volto da una vertiginosa transizione. L'Europa che non ha conosciuto la
rivoluzione borghese «del diritto e dello Stato» [Q 937] (o l'ha vissuta, ma
in forme deboli, «scars[e] e passiv[e]» [Q 225]) è stata costretta a vivere,
nell'arco di ottant'anni, il lento declino dell'ordine antico per effetto del-
l'affermarsi di una modernità già prossima alla senescenza. L'ottantennio
che in Francia ha visto la fioritura della società borghese è stato, nel resto
dell'Europa, il tempo della persistente «durata» della «vecchia società»
aristocratica e, insieme, il sorgere di una nuova «epoca storica» già incal-
zata da una transizione ineluttabile.
Quella che Gramsci mette a punto riflettendo sulla prima fase della
modernità europea è una comparazione fondamentale, che attraversa – si
può dire – l'intero corpus dei Quaderni e che stabilisce elementi basilari
della sua metodologia storica. Sulla quale continueremo a lavorare nel
prossimo capitolo.
Capitolo 6
SULLA «STORIA DELLO SVILUPPO STORICO»

1. TRA ASTRATTO E CONCRETO

Argomento di questo capitolo è il rapporto tra teoria politica (modelli


astratti) e riflessioni storiche (esemplificazioni concrete) nei Quaderni,
rapporto che costituisce uno dei più importanti punti di osservazione (un
altro è offerto dalle note che tematizzano il nesso teoria-prassi) per com-
prendere come in Gramsci si configuri la relazione tra produzione di
principi teorici ed esperienza: tra enunciati (di «scienza e arte politica»)
dotati di validità generale e loro verifica o falsificazione. In altri termini,
ci occupiamo in queste pagine della coppia astratto-concreto.
La rilevanza di questo tema è attestata dal fatto che chiarirne la
struttura consente di mettere a fuoco non solo elementi cruciali del di-
scorso gramsciano ma anche il senso complessivo della ricerca affidata
alle pagine dei Quaderni. Nell'intento di provare la verità di questa affer-
mazione, tratteremo in breve, a scopo esemplificativo, dell'analisi del ce-
sarismo e di quello che Gramsci chiama «rapporto di forza», questioni
entrambe approfondite in quel quaderno 13 che raccoglie la versione defi-
nitiva (C) delle note più importanti ai fini dell'analisi della «crisi organi-
ca» dell'ordine capitalistico.
Non è difficile fornire una prima definizione di ciò che Gramsci in-
tende per «cesarismo» (questione che tratteremo più diffusamente nel ca-
pitolo 11). Si può dire che nei Quaderni il termine designa l'intervento di
un soggetto (individuale o collettivo) che risolve (almeno temporanea-
mente) una situazione di crisi caratterizzata dall'equilibrio delle forze in
lotta. Limitiamoci, per semplicità, al caso in cui vi sia effettivamente «un
Cesare», «una grande personalità “eroica” e rappresentativa», come
Gramsci scrive evocando la figura del «capo carismatico» posta sotto os-
servazione da Max Weber e da Robert Michels (sua fonte immediata).
L'intervento del «capo» si compie sullo sfondo di una situazione im-
mobile, resa particolarmente minacciosa proprio dalla sostanziale equi-
valenza dei fronti contrapposti. Gramsci definisce «catastrofico» questo
equilibrio statico [Q 1619] appunto per sottolineare come, in assenza di
una novità che sconvolga la situazione, la prospettiva sia quella di una
«distruzione reciproca» delle forze in gioco. In tale scenario irrompe il
«capo carismatico», l'«uomo provvidenziale» dotato di «mezzi ecceziona-
li», il solo capace di incarnare un nuovo «ordine» e di spezzare l'«equili-
brio mortale» con un «dinamismo politico vigorosissimo» [Q 234].
Questo quadro è delineato in un breve passaggio del § 23 del quader-
no 13 in cui Gramsci scrive che il fatto che la crisi trovi la soluzione «del
capo carismatico, significa che esiste un equilibrio statico», «che nessun
gruppo, né quello conservativo né quello progressivo, ha la forza necessa-
ria alla vittoria e che anche il gruppo conservativo ha bisogno di un pa-
drone» [Q 1604]. Se la definizione del cesarismo fornita poc'anzi è corret-
ta, queste poche parole ne riassumono l'essenziale. Tuttavia se ci si fer-
masse qui, l'utilità di questa idea sarebbe alquanto modesta.
Non sapremmo nulla dei passaggi che conducono all'intervento del
«Cesare» (agisce di sua iniziativa o su mandato di altre forze? recluta per-
sonalmente le proprie truppe o queste gli vengono fornite dagli eventuali
committenti della sua azione?); ignoreremmo tutto delle tecniche di cui il
«capo» si avvale per prendere il potere (colpi di Stato? azioni militari in
grande stile o interventi polizieschi e terroristici?) e del rapporto tra natu-
ra della crisi e sviluppi concreti del fenomeno cesarista. Soprattutto, non
sapremmo alcunché dei possibili scopi di un intervento cesaristico: non
saremmo in grado di rispondere alla questione fondamentale, se sia pen-
sabile un cesarismo progressivo o possano invece verificarsi esclusivamen-
te fenomeni cesaristici di stampo conservatore o reazionario.

2. PROGRESSO E REGRESSIONE

Com'è subito evidente, l'argomento è della massima importanza, in


quanto concerne anche la “natura” del fascismo (il cui atto inaugurale –
«in Italia nell'ottobre 1922» – Gramsci evoca in questo contesto argomen-
tativo [Q 1620]). Appunto il suo statuto storico. Senza anticipare qui det-
tagli analitici che avremo modo di definire più avanti (quando appunto
cercheremo di sistemare il complesso modello teorico che i Quaderni co-
struiscono a proposito del cesarismo), possiamo dire che è proprio il rife-
rimento alla «storia concreta» a fornire gli strumenti necessari a risolvere
tale questione.
Poste le prime premesse formali nel § 23 del quaderno 13, Gramsci
torna sull'argomento poche pagine dopo (nel § 27), preoccupandosi di
chiarire che «il cesarismo è una formula polemica-ideologica» [ Q 1619],
«un'ipotesi generica, uno schema sociologico (di comodo per l'arte politi-
ca)» [Q 1621]. Insomma uno schema astratto che occorre riempire di
concretezza perché divenga un utile strumento di lettura delle situazioni
politiche (e di organizzazione del conflitto).
Naturalmente la concretezza proviene dallo studio della storia.
Gramsci si propone quindi di «compilare un catalogo degli eventi storici
che hanno culminato in una grande personalità “eroica”». Ciò precisa-
mente nella convinzione che «il significato esatto di ogni forma di cesari-
smo, in ultima analisi, p[ossa] essere ricostruito dalla storia concreta e
non da uno schema sociologico» [Q 1619]. E in effetti l'incontro tra lo
schema astratto e la materia storica è molto fecondo, e conferisce allo
schema complessità e ricchezza di articolazioni.
Due sono in particolare le distinzioni che il testo introduce, l'una in
merito al «significato storico» dei diversi cesarismi (al loro segno politico
oggettivo), l'altra in relazione alle cause della «fase catastrofica» [Q 1621]
che li determina.
Per quanto attiene alla prima questione, Gramsci scrive che «ci può
essere un cesarismo progressivo e uno regressivo» (e che «è progressivo il
cesarismo, quando il suo intervento aiuta la forza progressiva a trionfare
[…]; è regressivo quando il suo intervento aiuta a trionfare la forza re-
gressiva» [Q 1619]). A proposito delle cause del cesarismo, chiarisce che
all'origine dell'«annodarsi» di una «fase catastrofica» può esservi tanto
«una deficienza organica necessariamente insuperabile» della «forza do-
minante tradizionale», quanto una sua «deficienza politica “momenta-
nea”».
Sul terreno delle esemplificazioni concrete, progressivi appaiono a
Gramsci i cesarismi di Cesare e di Napoleone I, mentre esempi di cesari-
smo regressivo considera quelli di Napoleone III e di Bismarck. E la stessa
suddivisione riguarda il terreno delle cause. L'esempio storico di un cesa-
rismo originato da una crisi «momentanea» (congiunturale) è costituito
dal cesarismo di Napoleone III, affermatosi come antidoto a una scissio-
ne «occasionale» della borghesia francese in quattro fazioni (legittimisti,
orleanisti, bonapartisti e giacobino-repubblicani). Quanto al precipitare
di una «fase catastrofica» in conseguenza di cause «organiche», Gramsci
pensa invece nuovamente a Cesare e a Napoleone I, i cui interventi procu-
rarono il «superamento della fase catastrofica» e «il passaggio da un tipo
di Stato a un altro tipo» [Q 1621-2].
Ne emerge, molto semplicemente, un'indicazione univoca che per-
mette di escludere che il fascismo possa costituire una forma progressiva,
posto che, a differenza di quello di Napoleone III, si verifica sullo sfondo
di una crisi organica e, a differenza di quello di Napoleone I, non deter-
mina alcuna risoluzione della crisi stessa, avendo, come sappiamo, l'o-
biettivo fondamentale di non «toccare» (anzi di proteggere), come Gram-
sci scrive nel § 9 del quaderno 10, «l'appropriazione individuale e di grup-
po del profitto» [Q 1228].
3. SUI «RAPPORTI DI FORZA»

Il secondo problema sul quale è utile soffermarsi riguarda lo studio di


quello che Gramsci chiama «rapporto di forza», tema del § 17 dello stes-
so quaderno 13 che ospita l'analisi del cesarismo. Si tratta di una delle
note fondamentali dei Quaderni, nella quale analisi concettuali e consi-
derazioni di ordine metodologico (la distinzione tra movimenti «organi-
ci» e «di congiuntura» e le conseguenze teoriche e pratiche di una loro
inadeguata determinazione; il rapporto tra crisi economiche e crisi stori-
che fondamentali) si intrecciano a riflessioni storiche (sul caso francese e
la lunga durata della rivoluzione) dando forma a uno schema complesso,
di continuità e metamorfosi, della dinamica generale dei conflitti.
In prima approssimazione si può dire che scopo di questa importante
nota è fornire una mappa generale delle molteplici articolazioni del con-
flitto politico-sociale e, su questa base, individuare le dinamiche sociali e
politiche in forza delle quali si sviluppano conflitti in grado di determina-
re «crisi storiche fondamentali» [ Q 1587]. Di qui la suddivisione del «rap-
porto di forza» in tre «momenti», corrispondenti al conflitto sociale, po-
litico e militare.
La partitura teorica fondamentale della trattazione è costituita dai
«canoni» [Q 1579] stabiliti da Marx in una pagina della Prefazione del
'59 assai cara a Gramsci che la riprende più volte. Vale la pena di interro-
garsi intorno al motivo di tanto interesse per questo testo marxiano al
quale ripetutamente (ancora da ultimo, trattando dei concetti storici sot-
tesi alle periodizzazioni prospettate nei Quaderni) ci è capitato di fare ri-
ferimento.
Il fatto è che i suoi «canoni» (in particolare il primo, nel quale Marx
ragiona sulle condizioni necessarie al tramonto di una «formazione so-
ciale», individuandole nell'esaurimento di tutte le «possibilità di svilup-
po» in essa immanenti1) fissano le linee di fondo di una teoria dei limiti
evolutivi delle formazioni economico-sociali. Si tratta di un tema centrale

1 Karl Marx, Zur Kritik der Politischen Ökonomie, Vorwort, cit., p. 9.


nella riflessione di Gramsci, a null'altro forse attenta quanto alla logica
delle transizioni (onde l'attenzione riservata a una figura come quella del-
la «rivoluzione passiva», dinamica paradossale in virtù della quale una
formazione sociale prossima al tramonto governa il mutamento della so-
cietà, dunque proprio quei processi che decreteranno la sua
dissoluzione).
Gramsci dunque – per tornare all'analisi del «rapporto di forza» –
prende le mosse dalla Prefazione marxiana. Il suo intento è approfondir-
ne gli insegnamenti in tema di transizione. Il fine ultimo del discorso sul
«rapporto di forza» (che Gramsci definisce «un canone di ricerca e di in-
terpretazione» [Q 1583]) è di ordine teorico e politico, non storiografico.
«L'osservazione più importante da fare a proposito di ogni analisi con-
creta dei rapporti di forza – scrive Gramsci – è questa»: che tali analisi
«acquistano un significato solo se servono a giustificare una attività pra-
tica, una iniziativa di volontà» [Q 1588]. In questo senso già il § 2 del
quaderno 13 afferma che la definizione dei «diversi gradi di rapporto di
forze» serve a definire «un insieme di canoni pratici di ricerca» utili a «su-
scitare intuizioni politiche più rigorose e vigorose» [Q 1561].
D'altra parte, analoghe considerazioni valgono in generale per i
Quaderni. Al centro dell'interesse di Gramsci non sono tanto gli avveni-
menti storici, quanto la logica evolutiva dei processi. Di qui le frequenti
comparazioni e analogie, come vedremo tra breve. Di qui la definizione
che Gramsci dà di se stesso come «storico dello sviluppo storico» [ Q
2268]. A Gramsci preme individuare costellazioni tipiche di eventi o di
processi nella misura in cui ciò può servire a formulare «qualche princi-
pio generale di scienza e di arte politica» [ Q 1767]. Il suo problema non è
tanto approdare a una ricostruzione adeguata del passato, quanto co-
struire, come scrive, una «teoria della storia e della politica» [ Q 1433].
Nelle sue mani l'intelligenza della storia è un'arma, non un valore in sé.
Il fatto che l'analisi dei «rapporti di forza» si muova su un terreno
eminentemente teorico non toglie però che anche in questo caso il riferi-
mento ai «fatti storici concreti» [ Q 1581] costituisca un momento essen-
ziale della elaborazione della teoria. Si diceva che lo scopo della trattazio-
ne del «rapporto di forza» è individuare le dinamiche in virtù delle quali
un conflitto sociale si sviluppa sino a determinare una «crisi storica fon-
damentale», cioè una «crisi organica». L'idea di Gramsci è che ciò avvie-
ne se una contraddizione sociale è in grado di trasformarsi in conflitto
politico e se, attraversate le diverse stratificazioni dello scontro politico, è
quindi in grado di approdare al terreno del conflitto militare . Gramsci
scrive molto chiaramente che è necessario il «processo di sviluppo da un
momento all'altro» del «rapporto di forza», sino al suo «culminare nel
rapporto militare decisivo» [Q 1588].
Di per sé, il principio ha carattere puramente teorico e si direbbe
aspirare a validità generale, indipendentemente da qualsiasi riferimento a
un preciso momento storico. Ma è un fatto che, nell'illustrarlo, Gramsci
sente il bisogno di chiamare in causa l'esperienza storica. I «criteri meto-
dologici» ricavabili dalla Prefazione di Marx, scrive, «possono acquistare
visibilmente e didatticamente tutto il loro significato se applicati all'esa-
me di fatti storici concreti» [ Q 1581]. A questo fine Gramsci prende in
considerazione la fase espansiva della società borghese, e più precisamen-
te l'ottantennio rivoluzionario successivo all'89, durante il quale la bor-
ghesia francese amministra il proprio dominio trasformando il volto del-
la società e dello Stato.
Ai suoi occhi, gli «avvenimenti che si svolsero in Francia dal 1789 al
1870» costituiscono un banco di prova ideale dei «principi di metodolo-
gia storica» deducibili dalla Prefazione del '59. Non è difficile individuare
le motivazioni di questa convinzione. L'idea è che la tenace resistenza del-
l'antico regime (vivo nella stessa Francia rivoluzionaria ancora sino al
1870-71) costituisca una nitida verifica storica del principio marxiano se-
condo cui «una formazione sociale» (in questo caso, appunto, l' ancien ré-
gime) «non perisce, prima che non siano state sviluppate tutte le forze
produttive per le quali essa è ancora sufficiente» [Q 1579].
4. UNA RICOSTRUZIONE RAZIONALE

Del resto, la prova più solida del fatto che nell'analizzare il «processo di
sviluppo» del «rapporto di forza» Gramsci tenga presenti le relazioni
conflittuali caratteristiche della società borghese è fornita dalla descrizio-
ne del conflitto politico, momento chiave del «processo di sviluppo» del-
l'intero «rapporto».
Con tutta la cautela del caso, sarebbe davvero difficile non vedere
come questa che Gramsci definisce la «fase più schiettamente politica»
del «rapporto di forza» [Q 1584] ricalchi nel proprio sviluppo la «rivolu-
zione» borghese dello Stato e della politica. Raggiunto un «grado di
omogeneità, di autocoscienza e di organizzazione» [Q 1583] che le con-
sente di dare forma compiuta al proprio Stato, sul terreno del «rapporto
politico» la classe dominante sviluppa un complesso di istituzioni e di
forme dell'interazione capaci di elaborare il «passaggio organico» tra le
classi.
Da un lato il dominante tende a «diffondersi su tutta l'area sociale»;
dall'altro, e per ciò stesso, i «gruppi subordinati» – con i cui «interessi ge-
nerali» il «gruppo fondamentale» «viene coordinato concretamente» [Q
1584] – sono coinvolti in una dinamica progressiva di emancipazione e
partecipazione. Se pensiamo ancora una volta alla capacità egemonica
dei rivoluzionari francesi, essa ci appare un modello in questo senso, nel-
la misura in cui la loro azione ebbe successo in quanto i giacobini «non si
interessa[rono] unicamente di riforme “corporative”» (dettate da interessi
particolari) «ma te[sero] a concepire la borghesia come il gruppo egemo-
ne di tutte le forze popolari» [Q 2028]. Fu precisamente la comprensione
dell'antitesi tra settarismo e dinamica rivoluzionaria – l'intuizione del fat-
to che non vi è rivoluzione senza aggregazione di forze e d'interessi sociali
diversi, senza quel «collegamento» [CPC 157] tra settori sociali che già la
Quistione meridionale addita come base essenziale di qualsiasi operazio-
ne egemonica di costruzione e centralizzazione di blocchi storici – a fare
dei giacobini «il partito della rivoluzione in atto» [Q 2028]. Non per que-
sto, certo, il dominante cessa di essere tale; ma l'idea del dominio, il sen-
so e le forme concrete del suo esercizio, dunque i suoi effetti materiali
sono ben diversi da quelli caratteristici dei «momenti» (e dei periodi sto-
rici) precedenti.
Lo sviluppo dei partiti segnala il salto di qualità compiuta da conce-
zioni di sé e della società compatibili con il riconoscimento delle istanze
di altri soggetti. L'insieme della collettività entra nel gioco della politica,
che ne viene a sua volta modificato nel senso di una crescente dinamicità.
I «quadri fondamentali esistenti» non costituiscono più un contesto indi-
scutibile, come avveniva ancora nel «grado» precedente (sindacale) del
rapporto politico e nel mondo preborghese, feudale, dominato da logiche
economico-corporative.
Di qui l'insistenza di Gramsci sulla precarietà degli «equilibri» politi-
ci e sulla molteplicità delle loro combinazioni; di qui il mutamento radi-
cale della fisionomia e della funzione dello Stato: inteso sì ancora «come
organismo proprio di un gruppo, destinato a creare le condizioni favore-
voli alla massima espansione del gruppo stesso», e tuttavia strutturato in
modo tale che «gli interessi del gruppo dominante prevalg[a]no ma fino a
un certo punto» («non ciò fino al gretto interesse economico-corporati-
vo») e che lo sviluppo e l'espansione del gruppo dominante siano «conce-
piti e presentati come la forza motrice di una espansione universale, di
uno sviluppo di tutte le energie “nazionali”» [Q 1584].
Non si potrebbe immaginare allusione più esplicita alle trasforma-
zioni impresse alla «funzione» e all'idea stessa di politica dalla borghesia
europea nella sua fase espansiva, tanto nel tempo dell'accumulazione di
potere dirigente «nel seno stesso della vecchia società» [Q 1579], quanto
nel primo periodo successivo alla fondazione del proprio Stato. Si può
dire che l'analisi di questo «momento» cruciale del «rapporto di forza»
contenga una ricostruzione razionale del processo di formazione del po-
tere borghese e la celebrazione della sua fase espansiva, nella misura in
cui espansione borghese e sviluppo politico generale della società si rive-
lano facce di una stessa medaglia.
Può apparire, questo, un risultato paradossale. Opera di un dirigente
comunista perseguitato da un regime dispotico al quale la borghesia ita-
liana ha affidato il compito di organizzare la reazione contro movimenti
di massa che minacciano il suo dominio, i Quaderni del carcere celebrano
con vigore la borghesia europea e la sua funzione progressiva. Ma non
avviene così anche nel Manifesto di Marx ed Engels, fonte della riflessio-
ne gramsciana? Non è un punto fermo della tradizione comunista il rico-
noscimento del sempre più accentuato ruolo progressivo (benché comun-
que limitatamente progressivo) delle «formazioni economico-sociali» suc-
cedutesi nel corso del tempo?
Non è dunque casuale che il discorso sul rapporto tra teoria e storia
ci abbia condotto a questo punto. L'idea che ancora nel grembo della so-
cietà signorile la borghesia realizzi una grande «rivoluzione» affermando
una nuova «concezione» della politica e dello Stato quali luoghi di unifi-
cazione sociale costituisce una delle coordinate fondamentali della posi-
zione gramsciana. La borghesia è la prima classe a porre se stessa «come
un organismo in continuo movimento, capace di assorbire tutta la socie-
tà», laddove «le classi dominanti precedenti erano essenzialmente conser-
vatrici nel senso che non tendevano ad elaborare un passaggio organico
dalle altre classi alla loro» [Q 937].
È un tema fondamentale, nel quale ancora il nesso tra teoria e storia
– tra astratto e concreto – svolge una funzione cruciale. Da una parte la
celebrazione di questa rivoluzione borghese implica un'idea della politica
come terreno di conflitti tesi al progressivo superamento delle contraddi-
zioni materiali (è il tema gramsciano della «società regolata»). Dall'altra,
questa idea sorge, a sua volta, da una ricognizione della storia europea
che suggerisce di scorgere nella trasformazione del «rapporto politico»
operata dalla borghesia la nascita della modernità. Come dire: dalla teo-
ria generale alla storia affinché, arricchita dalla riflessione sull'esperienza,
la teoria sia effettivamente in grado di illuminare, com'è suo compito,
una «attività pratica» e una «iniziativa della volontà» [ Q 1588].
5. L'IMPORTANZA DELLE ANALOGIE

Poc'anzi abbiamo fatto riferimento alla ricorrenza di analogie e compara-


zioni nel quadro della riflessione storica dei Quaderni. È un tema molto
vasto, al quale non possiamo dare qui lo sviluppo che meriterebbe. Ma,
considerata la sua rilevanza, almeno una succinta puntualizzazione appa-
re opportuna
Come ben sappiamo, comprendere la «necessità storica» è per Gram-
sci una premessa fondamentale per la prassi politica. Senza la capacità di
porre in connessione le «passioni elementari del popolo» con le «leggi
della storia» non solo non vi è comprensione della realtà. Non vi è nem-
meno efficacia pratica ai fini di una sua trasformazione progressiva.
«Non si fa politica-storia», precisa Gramsci [Q 1505]. Ma evidentemente
ai fini della comprensione della necessità storica è a sua volta indispensa-
bile un'adeguata strumentazione teorica, metodologica, concettuale: oc-
corrono non soltanto una buona teoria generale della storia (il materiali-
smo storico, la «filosofia della praxis»), ma anche schemi analitici e mo-
delli interpretativi capaci di guidare la lettura della documentazione, l'or-
dinamento dei reperti, la definizione di ipotesi ricostruttive. Nel quadro
di riferimento offerto dalla teoria debbono potersi sviluppare ricerche
volte a conferire concretezza allo schema generale e a determinarne le
astrazioni.
A questo punto è essenziale il contributo delle comparazioni e delle
analogie, di cui l'intero discorso gramsciano è disseminato. Non soltanto
nei Quaderni (si ricorderà come già negli scritti precarcerari Gramsci isti-
tuisca analogie tra l'avanguardia rivoluzionaria del Pcd'I e i Mille di Gari-
baldi o il partito bolscevico, quindi tra quest'ultimo e i giacobini
francesi), ma principalmente in essi. Il motivo del frequente ricorso all'a-
nalogia è intuitivo. Oltre ad essere implicitamente fonti primarie di ogni
concetto storiografico (al punto che un'intera storia della storiografia e
del pensiero storiografico si potrebbe scrivere su questa falsariga), i giudi-
zi analogici sono un corollario dello schema teorico della necessità stori-
ca e una conferma della sua fondatezza. Concepire la storia come un pro-
cesso unitario relativamente coerente, strutturato e dotato di senso (come
progresso) appare tanto più plausibile alla luce del ripresentarsi di costel-
lazioni evenemenziali e di sequenze processuali tra loro comparabili. In
questo senso tra l'idea di necessità storica e l'uso del procedimento analo-
gico sussiste un rapporto di utilità reciproca.
Ciò spiega perché in Gramsci non vi sia un ricorso spontaneo e in-
consapevole alle analogie, ma un loro impiego intenzionale, proprio
come accade nella teoria marxiana delle transizioni storiche formulata
nella Prefazione del '59. E aiuta a comprendere le ragioni che lo inducono
a tematizzare nei Quaderni l'utilità a fini euristici ed esplicativi. Si pensi a
quando Gramsci scrive a questo riguardo discutendo il concetto di rivolu-
zione passiva, anzi la «teoria», che, a sottolinearne lo statuto idealtipico,
definisce «“modello” della formazione degli Stati moderni» (con tanto di
«rappresentant[i]» pratici e ideologici) [Q 1358-9], quindi «corollario cri-
tico» della teoria marxiana delle transizioni [Q 1827].
Il fatto che «in ogni evento storico si verific[hi]no quasi sempre situa-
zioni simili» non passa certo inosservato. Al contrario, pare a Gramsci
necessario – leggiamo nel § 11 del quaderno 15 – «vedere se non si possa
trarre da ciò qualche principio generale di scienza e di arte politica» [ Q
1767]. La quale proprio dal sussistere di analogie e dalla possibilità di
istituire confronti tra situazioni e sequenze storiche trae materia per le
proprie argomentazioni.
Un registro completo delle comparazioni e delle analogie storiche
presenti nei Quaderni sarebbe in questa sede decisamente fuori luogo.
Basti qualche rapido esempio, teso a mostrare come esse strutturino con-
cetti storici portanti dell'analisi gramsciana. Ciò vale in primo luogo per
il tema strategico dell'espansività (della capacità assimilativa della classe
dominante) definito nel § 2 del quaderno 8 e posto (come vedremo nei
prossimi capitoli) a fondamento della storia critica della modernità nar-
rata nei Quaderni.
L'espansività è, agli occhi di Gramsci, la caratteristica delle fasi stori-
che progressive, come dimostra il caso francese durante l'ottantennio po-
st-rivoluzionario. Allorché, leggiamo nel § 37 del quaderno 13,

il «limite» trovato dai giacobini nella legge Chapelier e in quella del


maximum, viene superato e respinto più lontano progressivamente
attraverso un processo completo, in cui […] la base economica, per
lo sviluppo industriale e commerciale, viene continuamente allargata
e approfondita, dalle classi inferiori si innalzano fino alle classi diri-
genti gli elementi sociali più ricchi di energia e di spirito d'intrapresa,
la società intera è in continuo processo di formazione e di dissoluzio-
ne. [Q 1636-7]

Lo stesso schema torna, mutatis mutandis, a proposito della capacità del-


la classe operaia di alimentare processi assimilativi nella fase di costru-
zione della società regolata. Durante la quale, scrive Gramsci nel § 88 del
quaderno 6,

l'elemento Stato-coercizione si può immaginare esaurientesi mano a


mano che si affermano elementi sempre più cospicui di società rego-
lata (o Stato etico o società civile)

e,

da una fase in cui Stato sarà uguale Governo, e Stato si identificherà


con società civile, si dovrà passare a […] una organizzazione coerciti-
va che tutelerà lo sviluppo degli elementi della società regolata in
continuo incremento, e pertanto riducente gradatamente i suoi inter-
venti autoritari e coattivi. [Q 764]

Benché in queste descrizioni Gramsci non parli di «espansività», è eviden-


te che tanto nel caso dell'Ottocento francese, quanto in riferimento alla
transizione post-capitalistica il tema sia quello. E che proprio sullo sfon-
do di un'analogia Gramsci faccia emergere la differenza essenziale che
sussiste ai suoi occhi tra la borghesia (la quale «pone se stessa come un
organismo in continuo movimento, capace di assorbire tutta la società,
assimilandola al suo livello culturale ed economico» senza tuttavia potere
conseguire tale obiettivo) e il proletariato, «classe generale» che non solo
«pon[e] se stessa come passibile di assimilare tutta la società», ma è «nel-
lo stesso tempo realmente capace di esprimere questo processo», pro-
muovendo al tempo stesso l'assorbimento «dello Stato e del diritto» nella
«società civile» [Q 937].

6. ANALOGIE E DIFFERENZE TRA LE RIVOLUZIONI

Questo stesso tema motiva la comparazione tra crisi medioevale e crisi


moderna istituita nel § 10 del quaderno 6 [ Q 690-1], mentre un'ulteriore
complessa analogia (che qui giocoforza ci limitiamo a richiamare) Gram-
sci rinviene (nel § 9 del quaderno 16) tra la funzione culturale (quindi po-
litica) svolta in passato dalla Riforma protestante e dalla Rivoluzione
francese e, oggi, dalla «filosofia della praxis». Analogia anticipata, in ne-
gativo, nella Quistione meridionale (dove l'egemonia crociana sulla pic-
cola e media borghesia intellettuale del Mezzogiorno è interpretata come
l'analogo «storicamente possibile» in Italia della «riforma religiosa di
massa» verificatasi nell'Europa protestante [CPC 156]) e qui, nei Quader-
ni, tematizzata per contrasto rispetto alle caratteristiche (a loro volta
analoghe) del Rinascimento e della cultura liberale otto-novecentesca.
Non bastasse, in questo stesso quadro analogico Gramsci sviluppa
ancora un parallelismo tra la filosofia post-hegeliana della Scuola e il
marxismo volgare, caratterizzati entrambi dalla rottura dell'unità dialet-
tica costituita dai rispettivi maestri, potenzialmente capace di «dialettiz-
zare cultura popolare e alta cultura» e, con ciò, di promuovere non solo
la «riforma intellettuale e morale» del popolo-nazione, ma anche la crea-
zione di «un gruppo di intellettuali proprii del nuovo gruppo sociale» di
cui hegelismo e marxismo erano riferimenti teorici essenziali [ Q 1858-
60].
Analogie storiche sussistono per Gramsci anche tra le diverse «incar-
nazioni» di quello che sull'«Ordine Nuovo» ha definito «genio politico»
[ON 130]. Assunto il principe machiavelliano a modello di virtù pratica, i
giacobini francesi ne rappresentano un'«incarnazione categorica» e il
partito – in specie il partito comunista – la nuova («moderna») configu-
razione [Q 1559]. Ma naturalmente la sede ideale per le analogie storiche
è soprattutto, nei Quaderni, il vasto continente della comparatistica tra
rivoluzioni che dà corpo alla teoria delle rivoluzioni passive.
Anche in questo caso le citazioni sarebbero, in questa sede, incon-
trollabili. Limitiamoci allo schema essenziale. Com'è noto, il concetto di
rivoluzione passiva prende forma sulla base del «confronto di importanza
vitale» [Q 1358] tra i processi di modernizzazione dispiegatisi in Europa
tra Sette e Ottocento (confronto tematizzato apertis verbis in numerose
note: si veda, una per tutte, il § 24 del quaderno 19 [ Q 2032-3]) e – meno
direttamente – sullo sfondo della comparazione tra le funzioni svolte dal-
le «categorie intellettuali» dei singoli paesi (il loro diverso «cosmopoliti-
smo», per come Gramsci lo definisce nella nota di apertura del quaderno
12 [Q 1523-4]). Sussiste in questo senso un'analogia negativa tra la Rivo-
luzione francese, attiva, e altre transizioni, a cominciare dal Risorgimen-
to italiano, configurabili come sua negazione determinata, quindi come
suo «aspetto passivo» [Q 1227].
Definito su questi presupposti lo schema generale, Gramsci procede
quindi al paragone tra le diverse rivoluzioni passive, distinguendo (come
abbiamo visto nel capitolo 5 [§ 5] e torneremo a considerare nel capitolo
11 [§§ 6-7]) quelle verificatesi nell'Ottocento da quelle attuali, successive
alla «frattura storica» prodotta dal conflitto mondiale [ Q 1824, 2140].
Mentre le prime hanno comunque mediato transizioni storiche (hanno
«fatto epoca», dimostrandosi progressive), queste ultime non svolgono
tale funzione. Hanno un ruolo esclusivamente conservativo, il che acco-
muna le due varianti contemporanee della rivoluzione passiva (fordismo e
fascismo) come forme alternative – ma in larga misura (come vedremo
noi capitoli 13 e 16) convergenti – della stabilizzazione capitalistica.
Come si diceva, Gramsci si mostra pienamente consapevole dell'im-
piego di schemi e giudizi analogici e della loro funzione strategica ai fini
della costruzione di quella teoria e storia dello sviluppo storico che sem-
pre più si afferma quale struttura discorsiva essenziale della partitura teo-
rica dei Quaderni. Ne fa fede, oltre all'affermazione testé ricordata del-
l'occorrenza di «situazioni simili» negli eventi storici [Q 1767], anche la
riflessione sulle regole del buon uso delle analogie storiche affiorante, nel
§ 59 del quaderno 15, proprio a proposito delle «analogie tra il periodo
successivo alla caduta di Napoleone e quello successivo alla guerra del
'14-'18» [Q 1824]. E anche a questo riguardo i Quaderni approfondiscono
ma non inaugurano un filone di pensiero che, come abbiamo avuto modo
di riscontrare, si costituisce già negli anni precedenti.
Si ricorderà in che termini Gramsci presenti (sul «Grido del Popolo»
dell'11 maggio 1918) la molteplice attività svolta da Marx come dirigente
politico e come teorico, in particolare come studioso di storia. Già in
quell'occasione la sua attenzione è attratta dalla funzione svolta dai qua-
dri concettuali elaborati ai fini dello studio del passato. E il modo in cui
in quest'occasione egli riflette sulle caratteristiche epistemologiche dello
«storicismo concreto di Marx» [NM 16] appare molto significativo per
comprendere appieno il valore non puramente «gnoseologico» che l'argo-
mentazione analogica assume ai suoi occhi.
Non è casuale che, nel riflettere sulle «idee generali» di cui Marx si
serve per «studiare l'attività tendenziale delle forze sociali costituite»,
Gramsci parli qui di «schemi pratici», evocando con ciò il nesso necessa-
rio che per Marx sussiste tra teoria (scienza, analisi della realtà) e prassi.
Le idee, le categorie, i concetti storici costruiti dalla critica sono al tempo
stesso schemi, perché frutto di generalizzazioni circostanziate (di astra-
zioni determinate), e fattori pratici: momenti, di per sé, dell'agire trasfor-
mativo del soggetto. Ragion per cui qui Gramsci li definisce anche «entità
storiche potenziali» [NM 17] (non soltanto risultati della ricognizione del
passato, ma anche anticipazioni del futuro) e, di lì a poco, annovera come
«schema pratico» anche il proletariato [NM 49], in quanto termine di ri-
ferimento, concretamente esistente e operoso nella teoria-prassi dell'avan-
guardia rivoluzionaria.
Non è che un'ulteriore conferma della motivazione essenziale – e di-
chiaratamente – politica della riflessione sulla storia e della ricerca stori-
ca consegnate da Gramsci alle proprie pagine. Motivazione che connota
naturalmente anche l'abbondante impiego di analogie nell'elaborazione
dei concetti e dei principi generali della scienza e dell'arte politica. Forti
di questa consapevolezza possiamo ora volgerci allo studio di quella sto-
ria critica della modernità occidentale che, come si diceva, ci pare costi-
tuire il nucleo essenziale della scena teorica dei Quaderni del carcere.
Capitolo 7
PER UNA STORIA CRITICA DELLA MODERNITÀ

1. «OGGETTIVO» E «SOGGETTIVO»

È il momento di riprendere il filo dei nostri ragionamenti relativi agli


aspetti filosofici essenziali del rapporto tra Gramsci e la storia. Nei primi
capitoli abbiamo affrontato l'argomento rileggendo gli scritti precarcera-
ri, e ci è parso di individuare un tema cruciale nel concetto di «necessità
storica», nei suoi presupposti teorici e nelle sue implicazioni. Ora si trat-
ta di mettere a fuoco lo sviluppo di questo discorso all'altezza dei Qua-
derni. A nostro modo di vedere, ciò impone di percorrere un circolo di
notevole densità teorica, costituito dall'intreccio di due nuclei argomenta-
tivi.
Da una parte (in quanto spazio dell'azione) la storia è in-sé (oggetti-
vamente) il luogo della prassi. Gramsci insiste diffusamente su questo
aspetto, focalizzando, contro la prospettiva dualistica (pre-hegeliana)
dura a morire, la concezione dialettica della prassi (della sua struttura lo-
gica) quale osmosi ontologica tra soggetto e oggetto. Nella convinzione
che la comprensione di tale nodo teorico – “scoperto” da Marx in quan-
to erede del nocciolo realistico della dialettica hegeliana – costituisca un
presupposto fondamentale (trascendentale) della conoscenza storica: una
condizione della sua possibilità.
Dall'altra parte, quindi, la storia (ricostruzione razionale dell'azione
collettiva nel corso del tempo) è per-sé, essenzialmente, comprensione
della prassi (della sua funzione costitutiva, ontologica), dunque prassi
essa stessa: sapere pratico, produttivo della soggettività e in particolare –
nel caso della storia narrata nei Quaderni – della soggettività del lavoro,
consapevole della propria potenza creatrice di realtà. Di qui l'importanza
politica (oltre che della dialettica storico-materialistica in quanto «filoso-
fia della praxis») della ricostruzione storica e della riflessione su di essa,
non per caso centrale nel contesto discorsivo dei Quaderni.
Vediamo più da vicino questo articolato nesso, cominciando a dipa-
narne il primo nucleo problematico: il rapporto tra teoria e pratica (tra
pensiero e azione; conoscenza e realtà; soggetto e oggetto). Un tema clas-
sico e generalissimo, costitutivo della concezione materialistica della sto-
ria.
Il pensiero di Gramsci si svolge, a questo riguardo, sullo sfondo del
superamento dialettico della scissione tra soggetto e oggetto caratteristi-
ca delle filosofie dualistiche. Per Gramsci – come per Marx e, già, per
Hegel – la realtà è una totalità della quale il pensiero è parte allo stesso
titolo della materia pensata, che a sua volta comprende in sé pensiero og-
gettivo, «morto».
Esemplare di questo stile concettuale è l'insieme di note (dei quader-
ni 4, 7 e 8, riformulate nel quaderno 11) che discutono il problema del-
l'oggettività della conoscenza prendendo le mosse dalla critica della posi-
zione speculativa e “mistica” propria del senso comune (e del materiali-
smo volgare).

Il senso comune – osserva Gramsci in uno degli «appunti» filosofici


dedicati alla questione – afferma l'oggettività del reale in quanto la
realtà, il mondo, è stato creato da dio indipendentemente dall'uomo,
prima dell'uomo; essa è pertanto espressione della concezione mito-
logica del mondo. [Q 1456]

La nozione corrente (volgare ed egemone, perché spontanea) di oggettivi-


tà sottende presupposti religiosi (o magici) nella misura in cui allude a un
piano trascendente: evoca – e simula – la rappresentazione del reale che si
offrirebbe, per dir così, allo sguardo di Dio. In questo senso, sostiene
Gramsci, il «concetto di “oggettivo” del materialismo metafisico pare vo-
glia significare un'oggettività che esiste anche all'infuori dell'uomo«, lad-
dove in realtà tra oggettività e soggettività sussiste un nesso inscindibile,
preliminare alla conoscenza, in virtù del quale l'oggettività si configura
come un processo (un'entità essenzialmente in divenire, plastica e dinami-
ca), al pari della soggettività per la quale (e in relazione alla quale) si co-
stituisce.
In una battuta,

noi conosciamo la realtà solo in rapporto all'uomo e siccome l'uomo


è divenire storico anche la conoscenza e la realtà sono un divenire,
anche l'oggettività è un divenire ecc. [Q 1416]

L'esempio più calzante dell'identità dinamica – una continua osmosi – tra


oggettivo e soggettivo (determinazioni distinguibili analiticamente sullo
sfondo della reciproca correlazione costitutiva) è dato dalle categorie del-
la geografia fisica, che per un verso si riferiscono a una realtà in sé, per
l'altro non sarebbero concepibili al di fuori della relazione col soggetto.
Di qui l'equivalenza controintuitiva tra oggettivo e soggettivo, che denota
una cifra non genericamente dialettica, ma specificamente hegeliana della
prospettiva:

[le] nozioni di «Oriente» e «Occidente» […] non cessano di essere


«oggettivamente reali» seppure all'analisi si dimostrano niente altro
che una «costruzione» convenzionale cioè «storico-culturale» […].
Eppure questi riferimenti sono reali, corrispondono a fatti reali, per-
mettono di viaggiare per terra e per mare e di giungere proprio dove
si era deciso di giungere, di «prevedere» il futuro, di oggettivare la
realtà, di comprendere la oggettività del mondo esterno. [Q 1419-20]

Sulla scorta della critica delle illusioni metafisiche sottese ancora al fan-
tasma del noumeno kantiano, il materialismo storico esprime le ragioni
della totalità («per la filosofia della praxis l'essere non può essere disgiun-
to dal pensare, l'uomo dalla natura, l'attività dalla materia, il soggetto
dall'oggetto» [Q 1457]), mostrando come la domanda se un concetto e
ciò che esso designa siano o meno «oggettivi» sia per solito mal posta, a
seguito del fraintendimento dualistico, tipico di quelle che Hegel chiama-
va filosofie della riflessione.
Tra le fonti di Gramsci il testo-chiave è in proposito la prima tesi
marxiana su Feuerbach, nella quale lo scambio ontologico tra soggetto e
oggetto opera come premessa della critica simmetrica – e del contestuale
superamento – dell'idealismo e del materialismo classico. Com'è noto,
Marx compie qui un'operazione cruciale, mostrando la sostanziale equi-
valenza di materialismo e idealismo, e la necessità di superare criticamen-
te entrambi al fine di comprendere la realtà («oggettività») del pensiero e
la storicità («soggettività») della materia.
Il materialismo è astratto (immediato e unilaterale) perché incapace
di leggere la realtà come prodotto dell'attività umana. L'idealismo è al-
trettanto astratto (e compie un errore speculare) poiché riconosce l'im-
portanza dell'attività ma non ne coglie il profilo oggettivo, non la intende
come «reale, sensibile»1. Su questa base dialettica Marx pone le premesse
per quella nuova concezione della prassi che rappresenta la sua prima, e
fondamentale, rivoluzione teorica.
Il dualismo fallisce nel tentativo di offrire un'interpretazione soddi-
sfacente dell'attività umana in quanto non è in grado di concepirla né
come produzione del reale da parte del soggetto né come oggettivazione
del soggetto stesso (come risultato concreto dell'efficacia produttiva della
sua volontà). Il che ne attesta l'incapacità di comprendere la prassi in ciò
che la connota come espressione propria dell'essere umano: costitutiva
del rapporto dialettico (specificamente umano) tra il soggetto pensan-
te-agente e l'oggetto intenzionato e condizionante, e in questa misura
creatrice del mondo storico, plasmato dall'uomo e (perché) indispensabi-
le alla vita dell'uomo.

1 Karl Marx, Thesen über Feuerbach (1845), in MEW, Bd. 3, 1983, p. 533.
2. TEORIA, PRATICA, PRASSI

Sono ragionamenti che Gramsci può avere ritrovato esposti con chiarezza
(in parte, in parte evocati) anche in pagine cruciali del Discorrendo la-
brioliano. E in effetti – abbiamo già avuto modo di chiarirlo – il rapporto
tra Gramsci e Labriola appare assai più significativo di quanto non si ten-
da a ritenere, per quell'eccesso di filologia (o di filologismo) che impedi-
sce di cogliere il «riaffioramento oggettivo» 2 di temi e concetti elaborati
da una fonte, al di là delle relazioni accertabili in base a evidenti passaggi
testuali.
Labriola – l'unico rivoluzionario italiano che, secondo Gramsci, ab-
bia seriamente studiato il marxismo [CPC 54] – vede nella «filosofia della
praxis» il «midollo del materialismo storico» precisamente perché, nel
«mette[re] termine ad ogni forma d'idealismo» e di «materialismo natu-
ralistico» (ancora i termini della prima tesi marxiana), la concezione
marxiana della prassi come circolo di teoria e pratica (sintesi di pensiero
e azione, «delle attitudini mentali e delle attitudini operative») permette
di concepire l'uomo come essere «storico» e quindi «sempre […]
sociale»3.
Che cos'è infatti prassi per Labriola? Precisamente la cooperazione
tra essere umano (ragione, volontà, intenzione e previsione) e natura: col-
laborazione operosa ed efficiente in virtù della quale, come leggiamo in
un testo fondamentale,

noi produciamo ad arte ciò che la natura da per sé produce. […] le


cose cessan dall'esser per noi dei meri obietti rigidi della visione per-
ché si vanno, anzi, generando sotto la nostra guida; e il pensiero ces-
sa dall'essere un presupposto, o un'anticipazione paradigmatica delle
cose, anzi diventa concreto, perché cresce con le cose, a intelligenza
delle quali viene progressivamente concrescendo

2 Cesare Luporini, Il marxismo e la cultura italiana del Novecento, in Storia d'Italia, vol. V, I do-
cumenti, Einaudi, Torino 1973, p. 1587.
3 Antonio Labriola, Discorrendo di socialismo e filosofia, cit., pp. 702-3, 689.
entro un processo generativo che coinvolge «noi stessi» trasformandoci,
rendendoci prodotti della nostra stessa prassi storica4.
In questo senso il pensiero è già, per Labriola, una forma di azione (è
lavoro). E l'azione, a sua volta, un'espressione del pensiero (impossibile in
assenza di questo). Grazie al materialismo storico, possiamo dire di es-
serci lasciati alle spalle il pensiero “magico” della scissione riflessiva e di
avere disvelato il duplice mistero della plasticità del reale e della potenza
trasformativa della volontà. Senonché, osserva a questo punto Gramsci
criticamente (ma non senza una divertita ironia):

L'umanità è ancora tutta quanta aristotelica e la comune opinione


segue ancora quel dualismo, che è proprio del realismo greco-cristia-
no. Che il conoscere sia un “vedere” anziché un “fare”, che la verità
sia fuori di noi, esistente in sé e per sé, e non una nostra creazione,
che la “natura” e il “mondo” siano delle intangibili realtà, nessuno
dubita e si rischia di passare per pazzi quando si afferma il contrario.
[Q 1296]

Del resto – vale la pena di notarlo – non si tratta di fuorviamenti acciden-


tali, ma dell'inevitabile portato ideologico del contesto materiale della ri-
flessione e, più precisamente, della configurazione concreta e storicamen-
te determinata dell'organizzazione sociale. Alla radice di questi tenaci
pregiudizi incide un aspetto strutturale – la divisione del lavoro tra fun-
zioni manuali (il «fare») e funzioni intellettuali (il «vedere») – che ancora
nelle più recenti evoluzioni tecniche del modo di produzione capitalistico
trova una possente base materiale.
Il taylorismo – la «meccanizzazione del lavoratore» – fa della scissio-
ne tra pensiero e azione (del «distacco […] tra il lavoro manuale e il “con-
tenuto umano” del lavoro» [Q 2169]) il proprio fondamento. Non per
caso alludendo alla fuoriuscita dell'operaio dalla condizione umana, alla
sua restituzione allo stato bruto (il «“gorilla ammaestrato”» [ Q 2171]). e
mostrando con chiarezza come progresso tecnico e progresso civile non

4 Ivi, p. 705.
corrano necessariamente sullo stesso binario. Gestito dal capitale, il sape-
re sociale consolida le gerarchie di classe fondate su una divisione tra la-
voro intellettuale e manuale che si riflette fedelmente in quella tra pensie-
ro e azione e tra soggetto e oggetto. Anche se – va subito aggiunto – la ce-
sura del nesso pratico, costitutivo dell'umano (della sua «natura», per
quanto controversa e problematica tale condizione sia), non potrebbe riu-
scire senza una catastrofe tombale della civiltà, senza una regressione a
tal punto profonda da provocare la fine della stessa umanità come sogget-
to storico – portatore di cultura – e biologico (posto l'intreccio inestrica-
bile tra ragione e vita, tra volontà e decisione, tra coscienza e bisogno).
Di qui la resistenza, sinora invincibile, all'attacco che la nuova tecnica ri-
schia di portare direttamente sulla costituzione psico-fisica dell'uomo
messo al lavoro. Nonostante la potenza dispiegata nel processo produtti-
vo per spremere il lavoratore, il taylorismo «non ammazza spiritualmente
l'uomo», che, al contrario, «rimane “purtroppo”» tale e, portato il «cer-
vello» a «uno stato di completa libertà», tanto più inclina a riflettere cri-
ticamente sulla propria condizione, secondo «un corso di pensieri poco
conformisti» [Q 2170-1].
Vedremo da vicino tutto questo nel capitolo 13. Qui fissiamo intanto
l'essenziale per quanto attiene al tema in discussione. Soltanto la «filoso-
fia della prassi» consente di comprendere la struttura osmotica della
prassi (del rapporto teorico-pratico tra soggetto e oggetto). E per ciò da
un lato realizza il superamento del dualismo gnoseologico; dall'altro per-
mette la comprensione della natura radicalmente storica («un divenire»
[Q 1416]) così del soggetto (sullo sfondo della realtà che muta) come del-
la realtà (prodotta e trasformata dall'azione del soggetto).
Passiamo ora all'altro nucleo problematico che, su questa base, defi-
nisce il rapporto tra Gramsci e la storia nei Quaderni: la specificità epi-
stemica della conoscenza storica, consistente nella sua peculiare dimen-
sione autoriflessiva. Posto lo statuto costituente della prassi (luogo di
produzione di soggetto e oggetto), la ricostruzione storica – descrizione
del concreto dispiegarsi della prassi – consiste nell' autocomprensione
della soggettività.

3. STORIA, AUTOCOSCIENZA, SOGGETTIVITÀ

In quanto ricostruzione del processo di formazione ed evoluzione del


mondo storico-sociale, la conoscenza storica ha uno statuto essenzial-
mente autoriflessivo. La narrazione degli eventi e delle azioni che hanno
plasmato il mondo differenziandolo dalla condizione originaria (imme-
diatamente naturale) costituisce, si può dire, l'autobiografia collettiva del
genere umano. Per riprendere un modello classico, la conoscenza storica
replica sul terreno filogenetico il processo ontogenetico di acquisizione
dell'autocoscienza. Tale dimensione riflessiva distingue la conoscenza sto-
rica (in senso lato) da ogni altra forma di sapere, e la qualifica alla luce di
quanto prima considerato a proposito del nesso tra pensiero e azione.
Essa è costitutiva della soggettività collettiva. In quanto pensiero, è
un momento della prassi produttiva di realtà, al pari dell'insieme delle
esperienze materiali accumulato nel corso del tempo e dei contesti vitali
via via trasformati dalla prassi umana. Ma in quanto pensiero di sé, co-
noscenza di sé, autocomprensione, è produzione di soggettività. Ciò spie-
ga la centralità del tema storico nell'elaborazione del sapere critico in
Marx ed Engels, sulla scorta – è opportuno sottolinearlo ancora – della
lezione hegeliana. La critica del presente presuppone la comprensione del
processo storico; è quindi, in primo luogo, critica del naturalismo, consi-
derato da Marx tratto saliente delle deformazioni ideologiche.
O la critica è critica «genetica» del presente (per riprendere
Labriola), o non è. E dunque: o vi è comprensione critica («scientifica» in
senso marxiano) del processo di autocostituzione dell'umano, o non vi è
soggettività critica, in grado di sottrarsi alla prospettiva ideologica (spe-
culativa, mistica), caratterizzata nel suo complesso dalla naturalizzazione
della realtà storica (ridotta a immediata fatticità) o dalla sua rappresen-
tazione come prodotto dell'operato di istanze trascendenti. Da queste
premesse discende l'essenziale politicità dell'indagine e della conoscenza
storica. Che non è, agli occhi di Gramsci, pensiero astratto, bensì azione
immediatamente connessa alla costituzione di soggettività consapevoli di
sé: prassi, nel senso di «atto critico» trasformatore e razionale, risultante
dall'«identificazione di teoria e pratica» [Q 1780].
Si potrebbe dire che – così intesa – la conoscenza storica è precisa-
mente la nuova forma di pensiero pratico che porta a compimento il su-
peramento della filosofia evocato nell'ultima, sibillina tesi marxiana su
Feuerbach. Una configurazione del rapporto col «mondo» nuova non per-
ché temporalmente successiva a quella propria della tradizione filosofica,
quasi che, dopo avere esclusivamente «interpretato» il mondo, si trattasse
adesso, finalmente, di accingersi a trasformarlo5 (ciò che varrebbe peral-
tro a replicare la sequenza che scandisce il rapporto gerarchico tra lavoro
intellettuale e manuale).
Nuova, invece, e critica, in quanto al contrario consapevole del nesso
che collega (e co-istituisce) i due «momenti» (interpretare e trasformare):
consapevole cioè del fatto che, come non vi è interpretazione possibile
(cioè lettura pertinente del reale) senza contestuale operatività pratica
(efficace attività «sperimentale» del soggetto intento a oggettivarsi, river-
sandosi nel reale e trasformandosi in e con esso), così non può darsi nep-
pure trasformazione effettiva (intervento modificatore consapevole del
proprio fine) in assenza di un pensiero «reale», concretamente connesso
alla struttura oggettiva dei fatti.
Non si tratta dunque soltanto di conoscenza e di comprensione teo-
rica – di un progresso sul terreno del puro pensiero – ma di un processo
essenzialmente pratico. Meglio: è in gioco un processo concretamente
pratico, proprio nella misura in cui si tratta di un reale progresso sul ter-
reno cognitivo. Il soggetto è tale, per l'autore dei Quaderni, non soltanto
perché consapevole di sé e della propria determinatezza storica, ma in
quanto – col divenire consapevole di sé – si fa compiutamente attore pra-
5 Karl Marx, Thesen über Feuerbach, cit., p. 535.
tico, motore razionale di trasformazione. E il marxismo è a sua volta «fi-
losofia della prassi» in quanto non pura comprensione del significato del-
l'azione sociale e politica (intelligenza speculativa della sua struttura e
delle sue finalità in generale), ma al tempo stesso atto concreto, che ir-
rompe nel mondo modificandolo, secondo l'incarnazione dell'XI tesi su
Feuerbach.
Potremmo dire la stessa cosa con parole diverse anche sostenendo
che la critica dell'economia politica e la teoria dell'antitesi operaia sono
filosofia della prassi nei due sensi corrispondenti alla duplice valenza del
genitivo: non solo comprensione teorica dello statuto logico e ontologico
della prassi trasformatrice da parte del soggetto operaio, ma anche auto-
comprensione teorica della prassi stessa, conquista della consapevolezza
del proprio statuto complesso, di azione ricca di senso, fondata sulla co-
noscenza critica dell'esistente, della sua genesi e delle sue potenzialità of-
fensive.

4. INTELLETTUALI E «CLASSE BORGHESE»

Questa ci pare la struttura teoretica essenziale del «nuovo storicismo»


gramsciano, così definito con trasparente intento polemico nei confronti
di Croce. La ricognizione del processo di costituzione della soggettività è
per Gramsci un tema cruciale della narrazione storica in quanto la prassi
è il processo osmotico di (contestuale) produzione e trasformazione di
soggetto e oggetto. La ricostruzione storica è, in senso proprio, prassi per
questo stesso motivo, in quanto momento decisivo di tale processo. La
complessa trama teorica – sottesa, del resto, alla concezione materialisti-
ca della storia – riassume, a nostro parere, il fondamento filosofico del la-
voro svolto da Gramsci nei Quaderni (e in nuce già, come sappiamo, ne-
gli scritti precarcerari).
Si tratta di un lavoro che insiste sul complesso delle problematiche
teoriche e pratiche inerenti al tema della prassi, del quale focalizza le im-
plicazioni direttamente politiche. Che consente di comprendere la centra-
lità del tema storico nell'intero sviluppo del pensiero gramsciano. E che,
per ciò stesso, permette di verificare in concreto la rilevanza di un altro
aspetto della discussione metodologica relativa ai Quaderni, differente da
quelli focalizzati nel capitolo 5. Ci riferiamo al problema della cronologia
interna, della ricostruzione della sequenza diacronica della stesura delle
note.
Naturalmente, disporre di un ordine del testo corrispondente alla
sua storia compositiva è importante, per dir così un valore in sé. Ed è ov-
vio che il confronto puntuale tra testi A (di prima stesura) e testi C corri-
spondenti sia sempre e comunque istruttivo, nella misura in cui aiuta a
cogliere la direzione evolutiva dell'elaborazione gramsciana e il «ritmo
del pensiero» nel suo sviluppo. Dopodiché l'impatto del fattore diacroni-
co va misurato concretamente sul contenuto del testo, al fine di verificare
in che misura incida sull'essenziale, cioè sull'impianto teorico (filosofico e
teorico-politico) dei Quaderni.
A questo riguardo, qui possiamo soltanto anticipare qualche osserva-
zione di ordine generale, la cui rilevanza emergerà via via dall'analisi dei
testi. Abbiamo visto, nei primi capitoli, il peso esercitato da un tema teo-
rico complesso come l'idea di «necessità storica». Ebbene, questo disposi-
tivo concettuale non solo pare svolgere una funzione-chiave anche nelle
pagine del carcere, ma si rivela un decisivo fattore di continuità e di coe-
renza interna per ciò che attiene alla struttura teorica complessiva. Ana-
logo discorso sembra valere per quanto concerne il riferimento a Marx,
massima autorità teorica di Gramsci, e per ciò che riguarda in particolare
– come abbiamo visto – la lettura gramsciana della Prefazione del '59 (ma
anche, contrariamente a quanto si ritiene, del primo Libro del Capitale).
La teoria della storia, l'interpretazione della dinamica del suo svilup-
po e la concezione delle crisi e della logica delle transizioni epocali rap-
presentano problematiche sottese all'intero quadro teorico dei Quaderni.
Come emergerà dall'esame del testo, non pare che tali strutture teoriche
subiscano modifiche significative nell'arco dei sei anni in cui Gramsci ela-
bora le proprie riflessioni in carcere, e lo stesso si direbbe valere, a mag-
gior ragione, per il quadro analitico di cui egli si avvale nello studio delle
formazioni sociali.
Insomma, si è spesso insistito su presunte discontinuità teoriche in-
terne al discorso del carcere. Ma se evoluzioni, scoperte e diversi posizio-
namenti su specifici problemi pure vi sono (nel capitolo 17, per esempio,
mostreremo, studiando il rapporto tra Gramsci e Labriola nei Quaderni,
la densità teorica del movimento terminologico che vede la sostituzione,
a far data dal 1930-32, dei lemmi «marxismo» e «Marx» con i rispettivi
«filosofia della praxis» e «fondatore della filosofia della praxis»), le prin-
cipali categorie e l'assetto generale del marxismo di Gramsci ci paiono ri-
manere inalterati. In questo senso, un merito specifico dello studio della
cronologia interna dei Quaderni consiste, a nostro modo di vedere, pro-
prio nel porre in evidenza tale continuità: la persistenza nello sviluppo di
problematiche e prospettive teoriche fondamentali.
Detto questo, di quale narrazione precisamente si tratta? Quale rac-
conto storico i Quaderni contengono o, perlomeno, permettono di rico-
struire muovendo dalle tracce fornite nelle note? Per tentare di rispondere
può essere utile tornare brevemente alle lettere che Gramsci scrive a Tania
per metterla a parte dei propri programmi di ricerca in carcere, e che ab-
biamo già avuto modo di citare nel capitolo 5 (§ 3).
Si ricorderà che il 19 marzo 1927, poco dopo essere giunto a San Vit-
tore, Gramsci confida alla cognata di avere individuato quattro temi in-
torno ai quali propone di concentrare le proprie letture e riflessioni. Uno
gli pare «suggestivo in sommo grado», e rimarrà da quel momento in
cima ai suoi pensieri:

una ricerca sulla formazione dello spirito pubblico in Italia nel secolo
scorso; in altre parole, una ricerca sugli intellettuali italiani, le loro
origini, i loro raggruppamenti secondo le correnti della cultura, i
loro diversi modi di pensare ecc. ecc. [LC 55-6]
Non è la prima né l'ultima volta che Gramsci evoca questo tema., desti-
nato a caratterizzare lo sviluppo dei suoi pensieri in carcere. La funzione
degli intellettuali italiani – in particolare il loro ruolo politico nell'Italia
liberale tra l'Unità nazionale e l'avvento del fascismo – è già stata attenta-
mente vagliata nella Quistione meridionale, l'ultimo scritto organico del
Gramsci libero. Due anni e mezzo dopo, alla stessa problematica fa nuo-
vamente cenno una lettera a Tania del 25 marzo 1929.
«La storia italiana nel secolo XIX, con speciale riguardo della forma-
zione e dello sviluppo dei gruppi intellettuali» figura ancora al primo po-
sto fra i temi di cui qui Gramsci scrive di volersi «occupar[e] prevalente-
mente» e su cui, ora che può scrivere in cella, ha deciso di «prendere
note» [LC 248]. Poco prima (l'8 febbraio), cominciando i Quaderni,
Gramsci ha composto un altro elenco degli «argomenti principali» desti-
nati a essere trattati nel lavoro del carcere. Qui, al punto 3, si tratta della
«formazione dei gruppi intellettuali italiani: svolgimento, atteggiamenti»
[Q 5].
Al di là delle diverse formulazioni, la «quistione» in gioco sembra, in
buona sostanza, la medesima. In tutti i casi si tratta della storia degli «in-
tellettuali italiani», del processo di costituzione e sviluppo dei loro «rag-
gruppamenti». Rispetto al tempo storico, nelle lettere Gramsci fa esplici-
to riferimento all'Ottocento, e – come presto vedremo – questo stesso ri-
ferimento si può evincere anche dalla pagina inaugurale dei Quaderni.
Ma perché questa «ricerca»? Quale risultato si attende Gramsci? Che
cosa designano queste formulazioni, a cominciare da quello «spirito pub-
blico» di cui si vuole ricostruire la «formazione»? E a monte, che cosa in-
tendono questi testi per intellettuali?
A tale domanda la lettura dei Quaderni permette, com'è noto, di ri-
spondere in modo preciso.
Nell'ottica di Gramsci, gli intellettuali costituiscono la componente
delle classi attualmente o potenzialmente dominanti deputata a organiz-
zare, coordinare e dirigere. Quindi in primo luogo – al di là delle rispetti-
ve competenze tecniche o professionali – a stabilire collegamenti e allean-
ze con altri gruppi sociali suscettibili di essere coinvolti in un disegno po-
litico comune. In questo senso i Quaderni impiegano le celebri definizio-
ni di «“funzionari”» del «complesso delle superstrutture» e di «“commes-
si”» per «l'esercizio delle funzioni subalterne dell'egemonia sociale» [Q
1518-9].
In questa prospettiva e per quel che riguarda il XIX secolo, la storia
degli «intellettuali italiani» che Gramsci ha in mente di ripercorrere coin-
volge dunque in particolari quanti avrebbero dovuto catalizzare le forze
progressive dell'Italia pre-unitaria per renderle avvertite della loro funzio-
ne nazionale, unificarle e porle in condizione di realizzare in tempi brevi
la rivoluzione borghese. Per metterle in condizione, in una parola, di fare
l'Italia: di trasformare la penisola – mera entità geografica finché politica-
mente divisa – in un paese sovrano, in una «compatta nazione moderna»
[Q 2029].
A tema è il rapporto tra intellettuali e «classe borghese» nelle fasi
precedenti la costituzione dello Stato unitario. Tant'è che l'elenco degli
«argomenti» che occupa la prima pagina dei Quaderni annovera anche
(al punto 2, subito prima della «formazione dei gruppi intellettuali italia-
ni») lo «sviluppo della borghesia italiana fino al 1870» [ Q 5]: «quistione»
strettamente connessa alla successiva per le ragioni che si vengono dicen-
do, e che integra il riferimento cronologico in essa assente, confermando
l'orientamento emerso dalle lettere a Tania. L'idea implicita è che la bor-
ghesia italiana non sia stata all'altezza dei compiti che la modernizzazio-
ne europea le affidava anche per responsabilità dei propri intellettuali, re-
stii a promuovere il contatto col «popolo-nazione», nei confronti del qua-
le nutrono, da lungo tempo, diffidenza e sospetto.
È qui in gioco, agli occhi di Gramsci, un tradimento opposto a quello
denunciato da Benda. Gli intellettuali italiani tradiscono non perché ac-
cettino il coinvolgimento nell'agone politico, ma perché, al contrario, di-
sertano la lotta politica per l'unità e l'indipendenza nazionale. Perché, si
potrebbe dire, si fanno chierici in senso proprio, divenendo uomini di
corte e procurando o avallando la corruzione della cultura italiana che di-
viene ozio, evasione, irresponsabilità. Tradiscono perché accettano di co-
stituirsi in casta (torneremo su questo punto) e in élite cosmopolita – a-
nazionale (oggettivamente, anti-nazionale) – sino a divenire servitori e
portavoce di interessi stranieri.
Una breve riflessione, che approda alla prima, lunga nota del quader-
no 12 sulla «storia degli intellettuali», fissa i cardini del problema:

Per l'Italia il fatto centrale è appunto la funzione internazionale e co-


smopolita dei suoi intellettuali che è causa ed effetto dello stato di di-
sgregazione in cui rimane la penisola dalla caduta dell'Impero Roma-
no al 1870. [Q 1524]

Sulla funzione «cosmopolita» svolta dagli intellettuali italiani si potrebbe


«fare un libro veramente interessante e che ancora non esiste». Così
Gramsci scrive a Tania il 17 novembre 1930, alludendo allo specifico co-
smopolitismo dell'intellettualità italiana, diverso da quello dei francesi,
radicato su un saldo e armonico terreno nazionale. Se, appunto perché
prodotto di uno «sviluppo armonico di tutte le energie nazionali», il co-
smopolitismo della cultura francese si è mostrato capace di «irradiazione
internazionale» e di «espansione a carattere imperialistico ed egemonico
in modo organico», quello degli «intellettuali della penisola», diretto ere-
de della disgregazione sociale dell'Impero romano e del «monopolio della
direzione culturale» esercitato dalla Chiesa, si esprime in direzione oppo-
sta: non solo

non refluisce sulla base nazionale per potenziarla ma invece concorre


a rendere impossibile il costituirsi di una salda base nazionale. [ Q
1524]

È questo il tratto essenziale di lungo periodo della storia italiana (e della


preistoria della nazione) che Gramsci intende approfondire, convinto
com'è che, senza comprenderne ragioni e sviluppi, sarebbe impossibile ve-
nire a capo del processo di formazione dell'Italia moderna, con i suoi ri-
tardi, le sue anomalie, la sua grave e per molti versi irrisolta patologia.

5. LA STORIA DEGLI INTELLETTUALI E


IL CONCETTO DI STATO

Tenendo stretto questo filo conduttore si tratterà di ripercorrere la storia


italiana dalle ultime fasi dell'Impero romano al Risorgimento, prestando
particolare attenzione al radicamento dell'istituzione «cristiano-papale»
(allo «svilupparsi del cattolicesimo e dell'organizzazione ecclesiastica che
per molti secoli assorbe la maggior parte delle attività intellettuali» [ Q
1524], di fatto impedendo il porsi della questione nazionale); alla sconfit-
ta dei Comuni medioevali (dovuta ad un'angustia «economico-corporati-
va» in cui si riflette l'indifferenza degli intellettuali italiani per la sorte po-
litica della penisola); alla «restaurazione» umanistica (che in Italia fu tale
perché i valori del classicismo restarono appunto «patrimonio di una ca-
sta intellettuale, [che] non ebbe contatti col popolo-nazione» [ Q 652]); fi-
nalmente, alla deriva «reazionaria» del Rinascimento italiano che, scisso
dal momento della Riforma (cioè da un processo di nazionalizzazione
delle masse), si sviluppò in chiave anti-moderna.
Il significato squisitamente «politico-storico» di questo ambizioso
processo di ricerca è di per sé evidente. Ma Gramsci lo enuncia con chia-
rezza in un'altra lettera a Tania, datata 3 agosto 1931. Qui il tono è deci-
samente più cupo. Si fa strada la consapevolezza che «a un certo punto»
avrebbe dovuto prendere avvio «una fase di lavoro e di elaborazione che
domanda grandi biblioteche», ciò che è impossibile. Gramsci avverte, o
teme, il venir meno della motivazione («non ho più delle grandi curiosità
in determinate direzioni generali, almeno per ora»). E, nel fare l'«esem-
pio» di «uno degli argomenti che più mi hanno interessato in questi ulti-
mi anni», cita a questo riguardo proprio «la storia degli intellettuali ita-
liani» in tutta la sua «formidabile» ampiezza [LC 441].
La questione, come già sappiamo, è quella della nascita tardiva
(«solo dopo il '700») di un'intellettualità italiana in senso proprio «nazio-
nale», non più «universalistica» (al servizio di altri paesi). Ma a questo
punto Gramsci puntualizza, con una precisione che non si saprebbe desi-
derare maggiore:

questo interesse nacque da una parte dal desiderio di approfondire il


concetto di Stato e dall'altra parte di rendermi conto di alcuni aspetti
dello sviluppo storico del popolo italiano. [LC 441]

Un quadro limpido. Da un lato, si tratta del tema machiavelliano della


sovranità, dell'indipendenza, delle funzioni dello Stato moderno e delle
condizioni necessarie alla sua fondazione. Del tema giacobino della «vo-
lontà collettiva» nazionale e popolare. Del tema, in ultima analisi, dei ca-
ratteri essenziali della modernità. Dall'altro, su questo sfondo generale, è
in questione la vicenda specifica del paese, la nascita dell'Italia moderna
o, per meglio dire, la tardiva, problematica e contrastata modernità ita-
liana. A dispetto dell'angoscia che già lo pervade («Si può dire che ormai
non ho più un vero programma di studi e di lavoro» [ LC 441]), Gramsci
non demorde. E su queste basi tenta quell'analisi storica dell'Occidente
moderno (dei suoi caratteri essenziali, della sua crisi e della sua possibile
evoluzione progressiva) alla quale è di fatto consacrato uno dei fonda-
mentali «lavori monografici» [LC 364] racchiusi, in nuce, nei Quaderni.

6. DALL'ITALIA ALL'EUROPA, ALL'OCCIDENTE


CAPITALISTICO

In effetti, benché l'interesse di Gramsci concerna principalmente la storia


d'Italia e la realtà politica del paese, nei Quaderni questa complessa pro-
blematica si sviluppa lungo un percorso che valica i confini nazionali per
allargarsi via via all'intero mondo capitalistico. Mettendo in atto un mo-
vimento che esemplifica come l'Italia sia, agli occhi di Gramsci, uno sce-
nario globale in miniatura, un caleidoscopio microcosmico che presenta,
in scala, problematiche salienti della realtà moderna e del suo processo di
formazione.
I motivi di questo allargamento sono tutto sommato semplici, e si ra-
dicano nella stessa posizione del problema. Se è vero che, sin dagli anni
precedenti il carcere, i problemi della storia italiana si situano al centro
della riflessione gramsciana sulla modernità e in larga parte la motivano,
è vero anche che comprendere a fondo il mondo moderno e il processo di
formazione degli Stati nazionali implica la considerazione di scenari assai
più vasti (ciò che, come sappiamo, porta con sé la costruzione di compa-
razioni e analogie). Non stupisce dunque che la riflessione gramsciana sui
caratteri e la storia del «mondo moderno» tragga spunti importanti da
molteplici fonti storiografiche, tra le quali spiccano – con ruoli e riferi-
menti diversi – i nomi di Mathiez, di Troeltsch e dello stesso Weber, insie-
me, naturalmente, a quelli di Croce, di Volpe e di Omodeo.
Ma c'è di più. La storia gramsciana è storia sui generis, com'è sempre
una storiografia ispirata da ragioni politiche. Nei Quaderni questa regola
generale trova riscontro proprio sul piano delle fonti. Molteplici, si è det-
to. Ma una tra tutte è, in particolare, l' auctoritas di Gramsci, dalla quale
egli desume concetti, ipotesi ricostruttive, schemi di periodizzazione, per-
sino giudizi di valore. Si tratta di Marx; in specie – per quanto attiene al
quadro macrostorico – del Marx del Manifesto e della Prefazione del '59.
In base alle sintesi marxiane il problema della modernità e della sua
storia viene non soltanto considerato cruciale e posto, nei Quaderni, den-
tro un preciso sistema di riferimento concettuale e «idealtipico», ma an-
che assunto quale luogo di connessione tra sguardo storico e prospettiva
politica. Anche per questa ragione il respiro dell'analisi si dilata, sino a
comprendere il teatro europeo. Che a sua volta, sullo sfondo della com-
parazione tra «Occidente» e «Oriente», giunge per un verso a coinvolgere
gli Stati Uniti del fordismo, per l'altro, la Russia della rivoluzione. In que-
sta prospettiva la storia critica della modernità diviene un elemento ar-
chitettonico dell'intera struttura dei Quaderni.
Vediamo, di tale ricostruzione, le linee di volta, cominciando col
chiarire, in prima approssimazione, che cosa Gramsci intende, in questo
contesto discorsivo, per «moderno».
Potremmo dire, a riprova della decisiva influenza del punto di vista
marxiano, che egli si muove sulla base di una piena corrispondenza tra
modernità e capitalismo. Aggiungendo però subito che i Quaderni forni-
scono ulteriori elementi, utili a una sociologia storica delle società mo-
derne. Per Gramsci la modernità è il tempo storico nel quale la società
viene costituendosi come un ambito relazionale organico, percorso da un
movimento che necessariamente la trasforma e, trasformandola, ne accre-
sce ulteriormente l'unità interna. È l'epoca di corpi sociali dinamici e
coesi, nei quali lo sviluppo dei processi di produzione e riproduzione ma-
teriale (l'estensione del mercato come base materiale della cittadinanza)
modifica incessantemente la geografia e la composizione sociale, nel se-
gno di una progressiva apertura dei quadri dominanti. Per questa ragione
la modernità è altresì il tempo della costruzione di Stati in senso proprio,
laddove le epoche precedenti avevano conosciuto soltanto un assemblag-
gio di gruppi tra loro estranei e chiusi: ciò che, nel § 10 del quaderno 6,
Gramsci definisce lapidariamente «“federativo di classi dominanti”» [ Q
691].

7. EGEMONIA ED ESPANSIVITÀ

L'idea che la nascita della modernità porti con sé un profondo mutamen-


to nella relazione sociale (per cui la società non riposa più su una gerar-
chia statica e diviene sede di un'intensa mobilità sociale: cessa – come di-
remo – di essere un aggregato di caste per trasformarsi in un sistema di
classi) è argomentata in particolare in due note, centrali nel discorso dei
Quaderni e nella trama storico-analogica che lo attraversa.
Nella prima (il § 2 del quaderno 8) Gramsci istituisce un confronto
tra la società moderna (borghese) e le formazioni sociali antecedenti, in-
sistendo sul fatto che, mentre «le classi dominanti precedenti erano essen-
zialmente conservatrici nel senso che non tendevano a elaborare un pas-
saggio organico dalle altre classi alla loro» (il testo parla a questo riguar-
do di «concezione di casta chiusa»), «la classe borghese pone se stessa
come un organismo in continuo movimento, capace di assorbire tutta la
società, assimilandola al suo livello culturale ed economico».
Il fondamentale esito di questa «rivoluzione portata dalla classe bor-
ghese nella concezione del diritto e quindi nella funzione dello Stato» [ Q
937] consiste nel fatto che, nell'epoca caratterizzata dalla prevalenza del
modo di produzione capitalistico, la borghesia dominante si espande,
tendendo a includere gli altri gruppi sociali, ad assimilarli. Il che concer-
ne tanto il terreno strutturale (quel piano «tellurico» di labrioliana me-
moria sulla cui base i «raggruppamenti sociali» si formano e interagisco-
no in modo «indipendente dalla volontà degli uomini» [ Q 1583]), quanto
la sfera sovrastrutturale, nella quale operano gli istituti incaricati di inci-
dere immediatamente sulle forme della mentalità e della cultura (sulla
produzione delle soggettività) assolvendo le funzioni che i Quaderni defi-
niscono egemonia ideologica e civile.
Di qui l'«eticità del diritto e dello Stato», che Gramsci chiama in cau-
sa riprendendo Hegel. Di qui la funzione pedagogica delle istituzioni («lo
Stato diventa “educatore”») e la «volontà di conformismo» [ Q 937] (cioè
di diffusione di determinati valori e costumi) che il dominante dispiega
nella propria relazione dinamica con le classi subalterne. Di qui, ancora,
una concezione per di così pluralista del diritto, che allarga lo spettro del-
le proprie fonti all'intera società: ai costumi, ai valori condivisi, alle opi-
nioni dominanti: alla concreta «eticità» appunto, chiamata da Gramsci
anche «conformismo» [Q 757].
Anche a questo riguardo è dato rilevare un elemento di relativa conti-
nuità rispetto agli scritti precedenti, il che appare tanto più significativo
in quanto si tratta, come si diceva, di un tema strutturante dei Quaderni.
Forse si ricorderà (vi abbiamo fatto cenno nel capitolo 2 [§ 4]) che il nel
marzo 1924 Gramsci pubblica sull'«Ordine Nuovo», in memoria di Le-
nin, un articolo nel quale si sofferma sugli sviluppi della rivoluzione bol-
scevica. E che in quel contesto enfatizza la natura democratica della «dit-
tatura del proletariato» che definisce «espansiva» precisamente in consi-
derazione di dinamiche inclusive («un continuo movimento […] dal basso
in alto, un continuo ricambio attraverso tutte le capillarità sociali, una
continua circolazione di uomini» [CPC 15]) del tutto analoghe a quelle
che i Quaderni indicano come caratteristiche del potere borghese. Il che
da un lato conferma l'elogio marxiano del ruolo progressivo della bor-
ghesia, dall'altro va letto alla luce dei limiti invalicabili dell'espansività
borghese che lo stesso § 2 del quaderno 8 pone in rilievo, subito evocando
(come si vedrà tra breve) il suo rovesciamento in una opposta dinamica
disaggregativa.
Tornando, per l'appunto, ai Quaderni, il confronto tra mondo bor-
ghese e società premoderna avviato nel § 2 del quaderno 8 procede e si ar-
ricchisce nella parte conclusiva del § 4 del quaderno 25 (un testo C, ela-
borato sulla base di una nota del quaderno 3). Qui Gramsci chiarisce
come, dato lo scarsissimo («minimo») «accentramento sia politico-terri-
toriale, sia sociale», gli Stati antichi e medioevali altro non fossero che
«un blocco meccanico di gruppi sociali e spesso di razze diverse», un
blocco al quale «lo Stato moderno sostituisce […] una loro subordinazio-
ne all'egemonia attiva del gruppo dirigente dominante», abolendo con
ciò, per un verso «alcune autonomie» (precedentemente dotate di «fun-
zioni statali») ma al contempo consentendo loro, per l'altro, di rinascere
«in altra forma» («come partiti, sindacati, associazioni di cultura») [ Q
2287], compatibile con l'indivisibilità del potere sovrano.
Nuovamente l'idea è quella di un mutamento profondo prodotto dal-
l'avvento del dominio borghese, in forza del quale, sotto la direzione di
organismi politici centralizzati, si costituiscono corpi sociali compatti ma
non cristallizzati, unificati dall'azione egemonica della nuova classe do-
minante. Considerate queste caratteristiche del potere borghese, non me-
raviglia che Gramsci insista a più riprese sulla funzione rivoluzionaria
delle borghesie europee (di quella francese in primis, ma anche di quella
italiana, in minor misura). Tanto più se si tiene presente l'«inno alla bor-
ghesia produttrice» – così, sulle tracce del primo Saggio labrioliano6,
Gramsci aveva definito il Manifesto all'indomani della rivoluzione d'Ot-
tobre [CF 510] – che il giovane Marx compone in lode della dissoluzione
delle gerarchie feudali.
Per Gramsci, come per Marx, la modernità ha in primo luogo questo
significato. È – almeno per una lunga fase – il tempo della costruzione di
società dinamiche e coese, e (quindi) della fondazione di Stati in senso
proprio: organismi nella cui unità territoriale e politica si riflette l'espan-
sività del nuovo dominante (la sua progressiva coscienza nazionale), anti-
tetica al gretto spirito di casta dell'aristocrazia. Ed è, per questo, lungo
diversi secoli, l'epoca in cui si afferma una nuova concezione del lavoro e
dell'economia, non più relegati dietro le quinte della storia, non più de-
gradati a funzioni naturali (animali), ma riconosciuti come aspetti fonda-
mentali dell'esperienza e come fattori cruciali della vita storica e del pro-
cesso di formazione dell'umanità.

8. LE FASI DELLA MODERNIZZAZIONE EUROPEA

Sulla base di questo criterio ordinatore, se vogliamo di carattere idealtipi-


co (in questo senso abbiamo parlato di sociologia storica), Gramsci sche-
matizza la storia dell'Europa moderna in tre grandi fasi, delle quali con-
viene intanto delineare i tratti salienti.
La prima coincide col periodo finale e decisivo di quella che il § 10
del quaderno 6 definisce «crisi medioevale», intendendo il processo di «ri-
voluzione sociale» (per dirla con la Prefazione marxiana) che decreta il
tramonto dell'ordine feudale. Processo che

si svolse per parecchi secoli, fino alla Rivoluzione francese, quando il


raggruppamento sociale che dopo il Mille fu la forza motrice econo-

6 Cfr. Antonio Labriola, In memoria del manifesto dei comunisti , cit., p. 474 («quelle lodi rese
alla borghesia [...] son parse ad alcuno come scritte con intonazione da ditirambo»).
mica dell'Europa, poté presentarsi come «Stato» integrale, con tutte
le forze intellettuali e morali necessarie per organizzare una società
completa e perfetta. [Q 691]

Per «parecchi secoli», prima della formale caduta dell'antico regime san-
cita dalla conquista del potere politico da parte della borghesia francese
nel 1789, la modernità vive e si sviluppa nel grembo della società feudale.
Che è tale ancora (benché sempre meno saldamente) per ciò che attiene
alle forme e alle logiche sociali del comando e del controllo dei territori e
delle masse umane, ma non più sul piano dei processi materiali di ripro-
duzione, già sussunti sotto il crescente dominio del capitale moderno. Ma
se questo è in varia misura vero per tutto il continente, il riferimento
esclusivo alla Rivoluzione francese indica un altro aspetto non meno cru-
ciale. Come abbiamo accennato in precedenza (capitolo 5 [§ 7]), in questa
fase storica l'Europa è, a giudizio di Gramsci, solcata da una frattura in
senso stretto epocale. Una regione (a ovest del Reno) avanza speditamen-
te lungo il processo di sviluppo della modernità in Francia esiste una bor-
ghesia forte, consapevole del proprio ruolo di classe dirigente nazionale
sul terreno sociale, economico, culturale, e perciò ansiosa di conquistare
autonomia per sé e per il paese. Al cospetto della Francia rivoluzionaria,
l'Europa centrale (in particolare la Germania) e la penisola italiana appa-
iono invece, in questa fase storica, ancora lontane dalla transizione al
moderno perché bloccate da un rapporto molto più arretrato tra il potere
sociale (soltanto in piccola parte controllato da borghesie concentrate sui
propri interessi «economico-corporativi») e il potere politico (ancora sal-
damente in mano alla nobiltà).
Alla debolezza di borghesie ancora prive di coscienza nazionale (e
anche per questa ragione poco «espansive») corrisponde, in questi paesi,
l'incapacità di porre le premesse della fondazione di Stati moderni: unita-
ri, indipendenti, in grado di strutturarsi in forme coerenti con una conce-
zione universalistica della cittadinanza. La Rivoluzione francese – atto
conclusivo di questa fase inaugurale della modernità – è il momento in
cui questo divario si manifesta con ogni evidenza. La Francia suggella l'i-
nizio della propria storia moderna: la nascita di una nazione «compatta»
[Q 2029] e di una nuova società «completa e perfetta», come abbiamo ap-
pena letto [Q 691], nella quale, alla direzione borghese delle dinamiche
sociali ed economiche, corrisponde il controllo borghese dell'apparato
statuale di dominio. Contemporaneamente (in realtà in un altro tempo
storico) nel resto dell'Europa persiste l'ordine signorile, solo larvatamente
minato dai primi germi di una modernità appena incipiente.
Nella seconda fase di questa vicenda storica (che la periodizzazione
dei Quaderni situa tra il 1789 e il 1870-71) la distanza tra la Francia e il
resto del vecchio continente prende tuttavia a ridursi. Ha infatti luogo a
questo punto – e proprio in forza della rivoluzione francese – un duplice,
parallelo processo rivoluzionario, nel quale per un verso il divario testé
considerato non manca di esercitare il proprio peso; per l'altro, l'Europa
intera appare coinvolta in una fase di profonda e accelerata metamorfosi.
Quest'ultimo aspetto i Quaderni sottolineano con forza, scorgendovi un
elemento-chiave della modernizzazione europea. Nonostante l'enorme
scarto tra la formidabile trasformazione francese e la «miseria» tedesca e
italiana, tutta l'Europa, in questa fase, volta pagina ed entra nell'epoca
moderna.
Restano, d'altra parte, i connotati e le caratteristiche differenti che
questo processo reca nelle diverse aree del continente. Durante gli ottan-
t'anni successivi all'89 la società francese vive un'epoca di massima espan-
sività, segnata da profondi rivolgimenti e da un febbrile dinamismo socia-
le: una continua «guerra manovrata» nel corso della quale la composizio-
ne sociale muta continuamente e i rapporti politici di forza evolvono al
punto di conferire funzioni dirigenti al proletariato urbano, ponendo a
repentaglio – come presto vedremo – il dominio stesso della borghesia e
del capitale.
Gramsci pone la massima cura nella descrizione puntuale di questa
vicenda. Vi si sofferma in particolare nel § 37 del quaderno 13, fornendo
così una plastica esemplificazione dell'espansività borghese e della sua
struttura dialettica a dominanza progressiva.

In questo processo – scrive – si alternano tentativi di insurrezione e


repressioni spietate, allargamento e restrizioni del suffragio politico,
libertà di associazione e restrizioni o annullamenti di questa libertà,
libertà nel campo sindacale ma non in quello politico, forme diverse
del suffragio, scrutinio di lista o circoscrizioni uninominali, sistema
proporzionale o individuale, con le varie combinazioni che ne risul-
tano […], vario equilibrio dei poteri, per cui la magistratura può es-
sere un potere indipendente o solo un ordine, controllato e diretto
dalle circolari ministeriali, diverse attribuzioni del capo del governo e
dello Stato, diverso equilibrio interno degli organismi territoriali
[…], diverso equilibrio tra le forze armate di leva e quelle professio-
nali […]; la maggiore o minore parte lasciata alla consuetudine o alla
legge scritta […]; il distacco più o meno grande tra le leggi fonda-
mentali e i regolamenti d'esecuzione […]; l'impiego più o meno este-
so dei decreti-legge. [Q 1637-8]

È sin troppo evidente l'insistenza sul carattere non lineare, discontinuo,


fortemente contrastato e conflittuale del processo. L'espansione della
borghesia dominante è un movimento intessuto di intermittenze e con-
traddizioni, di avanzamenti e regressioni. Risulta dall'alternarsi di dina-
miche assimilative, nelle quali lo sviluppo capitalistico si coniuga alla
mobilità sociale, a fasi disaggregative, nelle quali la remunerazione del
capitale privato impone il restringimento dei vertici sociali.
In termini molto simili – anche questo merita notare – si era espresso
Labriola nel cosiddetto «quarto saggio» sul materialismo storico (che
Gramsci in carcere possiede nell'edizione «ricostruita» da Del Pane, più
volte citata nei Quaderni), marcando l'accento proprio sulle asincronie e
gli scarti, la non linearità e la difformità di ritmo di uno sviluppo storico
(precisamente il tempo della lunga Rivoluzione francese, coincidente, per
Labriola come per Gramsci, con l'arco di tempo che corre dall'89 alla Co-
mune) nel quale «il progresso non s'è avverato se non per le tortuose vie
dei compromessi»7.
È soprattutto significativo che Labriola impieghi in sostanza la mede-
sima formula incontrata nei Quaderni a proposito della duplice vittoria
della borghesia (sul vecchio e sul nuovissimo) che segna la conclusione
del lungo processo rivoluzionario. «Durante il secolo decimonono la rivo-
luzione francese è stata continuata e combattuta, è stata attenuata e sor-
passata». E se i progressi sono stati lenti e faticosi, ciò si deve in primo
luogo, anche per Labriola, ai «contrasti che la borghesia dovea vincere
dell'antico ancor potente, e di tutto quel nuovo che compendiamo sotto i
nomi complessivi, o di quarto stato, o di moti operai, o di socialismo, nel
secolo decimonono»8. L'antico che dura a morire, il nuovo che già preme
per nascere: esattamente il doppio registro dei conflitti che induce anche
Gramsci a parlare di una lunga rivoluzione segnata da «80 anni di rivolgi-
menti» [Q 1582].
La descrizione analitica offerta dai Quaderni (una traduzione stori-
co-sociologica della dialettica marxiana tra caduta tendenziale del saggio
di profitto e «cause antagonistiche» volte a contrastarla) dimostra l'im-
portanza che Gramsci annette all'andamento contrastato di questo svi-
luppo, riflesso di una tensione costante tra le forze in gioco. Ma ovvia-
mente tortuosità e contraddizioni non tolgono che la somma algebrica
dei conflitti resti positiva, rechi un segno marcatamente progressivo.
Come abbiamo visto già nel capitolo 6 (§ 5) documentando la struttura
analogica della riflessione sull'espansività borghese, l'accento cade, nei
Quaderni, sull'ampliamento della «base economica, per lo sviluppo indu-
striale e commerciale»; sul conseguente innalzamento, «fino alle classi di-
rigenti», degli «elementi sociali più ricchi di energia e di spirito d'intra-
presa» provenienti «dalle classi inferiori»; finalmente, sul «continuo pro-

7 Antonio Labriola, Da un secolo all'altro. Considerazioni retrospettive e presagi (Frammento)


(1901), in Id., Da un secolo all'altro 1897-1903 («Edizione Nazionale delle Opere di Antonio
Labriola», vol. XI), a cura di Stefano Miccolis e Alessandro Savelli, Bibliopolis, Napoli 2012, p.
121.
8 Ibidem.
cesso di formazione e di dissoluzione» degli equilibri dati, dal quale «la
società intera» è scossa senza tregua [Q 1636-7].
Per effetto di questo vasto, durevole movimento (delle sue «ondate
sempre più lunghe», che attestano la profondità dei mutamenti) le «con-
traddizioni interne della struttura sociale» [ Q 1582] vengono via via com-
ponendosi nel segno dell'«egemonia permanente della classe urbana» (la
borghesia dell'industria e delle professioni) «su tutta la popolazione» [Q
1636]. Per questa ragione Gramsci considera gli «80 anni di rivolgimenti»
che corrono tra il 1789 e il 1870-71 [ Q 1582] come la lunga durata della
rivoluzione francese, come l'ininterrotto «sviluppo del giacobinismo (di
contenuto)» [Q 1636]. E ritiene necessario «abbracciare» con un unico
sguardo «tutto questo periodo» [Q 1582], chiuso dalla repressione san-
guinosa della Comune di Parigi e dalla sconfitta francese contro la Prus-
sia bismarckiana.

9. «CORROSIONE “RIFORMISTICA”» E DERIVA REAZIONARIA

In quest'arco di tempo gli altri paesi europei (Gramsci ha presente soprat-


tutto la vicenda italiana e, in minor misura, quella tedesca, che legge ri-
chiamandosi esplicitamente a Labriola [Q 2033]) sono come trascinati
dalla dinamica francese. Anche in Italia e in Germania hanno luogo, in
particolare tra il 1815 e il '70, trasformazioni epocali. Anche questa parte
del vecchio continente accede, in questa fase storica, all'epoca moderna.
Ma si tratta di una transizione in larga misura eterodiretta (trainata, ap-
punto, dagli eventi internazionali), quindi essenzialmente diversa da quel-
li che sconvolgono la Francia.
Per sintetizzare l'essenziale (per mettere in risalto la debolezza dei
processi), Gramsci parla di «corrosione “riformistica”» dell'antico regime
e di «rivoluzione passiva» o «dall'alto». Promossa e diretta – come vedre-
mo meglio in seguito (nel capitolo 11) – dalle stesse classi dominanti. E
dunque funzionale allo stabilirsi di cauti compromessi, al verificarsi gra-
duale delle trasformazioni. Sussistono naturalmente differenze tra il caso
tedesco e quello italiano, soprattutto per quanto riguarda il senso di re-
sponsabilità nazionale della borghesia intellettuale, che in Germania, se
non altro, si fa carico della modernizzazione economica e dell'unificazio-
ne del paese. Ma ad accomunare le due realtà resta il profondo divario
tra classi dirigenti e masse popolari.
L'ammodernamento della società, delle strutture statuali e degli ap-
parati amministrativi e burocratici risulta ovunque timido e parziale. Lo
sviluppo capitalistico, impastoiato nell'intreccio di innovazione e conser-
vazione, si compie all'insegna di un tenace rigetto del «metodo della li-
bertà» [Q 816]. Sicché netta appare la distanza dalla situazione francese,
ove le spinte rivoluzionarie inducono, come abbiamo visto, una reale
apertura alle istanze delle masse popolari urbane e rurali.
Per venire più da vicino al caso italiano, sono queste, secondo Gram-
sci, le premesse di una modernizzazione tardiva e claudicante. Il giudizio
severo che i Quaderni formulano sul Risorgimento – il duro atto d'accusa
nei confronti delle classi dirigenti per la loro «immaturità e debolezza in-
tima» e «scarsissima efficienza» [Q 2053] – è noto e non occorre che lo si
documenti in questa sede. Basterà rileggere un breve passaggio del § 28
del quaderno 19, nel quale la critica ruota precisamente intorno alla que-
stione dell'espansività (o meglio, della mancata espansività) dell'intero
blocco risorgimentale, timoroso di un'eventuale radicalizzazione del pro-
cesso.
Posto che «funzione storica» di «una classe colta» è «dirigere le mas-
se popolari» e «svilupparne gli elementi progressivi», nel corso del Risor-
gimento la classe dirigente ha mostrato di non sapere – di non volere –
«adempiere alla sua funzione». Non solo gli uomini del Risorgimento
«non seppero guidare il popolo» né «destarne l'entusiasmo e la
passione». Non riuscirono neppure, secondo Gramsci, a «suscitare una
classe dirigente diffusa ed energica», ché ciò avrebbe imposto precisamen-
te di «inserire il popolo nel quadro statale». Di qui il «disastro» del
'48-'49. Di qui la creazione di uno Stato «bastardo», incrostato di retaggi
arcaici, guidato da «un ceto dirigente scettico e poltrone», e in realtà non
ancora indipendente «perché minato all'interno dal Papato e dalla passi-
vità malevola delle grandi masse». Di qui, finalmente, quella risentita di-
stanza delle classi popolari, quel «ribellismo elementare ed endemico» [ Q
2053-4] che avrebbe, dopo la Grande guerra, liberato tutto il suo veleno.
Difficile immaginare diagnosi più impietose. Il fatto è che, a giudizio
di Gramsci, questa intera vicenda riflette il timore dello straripamento
dei processi di modernizzazione, del possibile prendere piede del protago-
nismo delle masse contadine e operaie.

Tutta la storia dal 1815 in poi – scrive aprendo il quaderno 13 – mo-


stra lo sforzo delle classi tradizionali per impedire la formazione di
una volontà collettiva di questo genere, per mantenere il potere «eco-
nomico-corporativo» in un sistema internazionale di equilibrio passi-
vo. [Q 1560]

Se modernizzare implica costruire alleanze, aprire i collegamenti interni


dell'intera massa popolare, coinvolgere nel processo tutte le componenti
del Terzo stato, la prevalenza degli interessi «corporativi» del dominante
costituisce un ostacolo di prima grandezza. E se la modernità di una na-
zione suppone la costruzione di uno Stato autonomo, la persistenza di
rapporti di subordinazione sul piano internazionale impone all'intero
processo un indelebile marchio di fragilità.

10. ARRESTO DELL'ESPANSIONE E «CRISI ORGANICA»

Gli elementi che abbiamo sin qui considerato consentono di comprendere


perché infine si verifichi, dopo appena ottant'anni di sviluppo progressivo
(tale decisamente in Francia, solo relativamente altrove), il passaggio alla
terza fase della modernità europea (successiva al 1870-71), per Gramsci
caratterizzata dalla «crisi organica» della società moderna: dal ribaltarsi,
in poche parole, della dinamica espansiva nel suo opposto; nell'«arresto»
del processo diffusivo della classe dominante; nel suo «disgrega[rsi]»; nel-
l'avvio di un movimento di «dissimulazion[e]» in forza del quale – spiega
Gramsci nel § 2 del quaderno 8 – «si ritorn[a] alla concezione dello Stato
come pura forza» tipica dell'ordine signorile [Q 937], quindi – così nel §
88 del quaderno 6 – all'immediata identificazione dello Stato-governo
con la società civile.
Per quanto concerne l'Italia e la Germania, le ragioni del consumarsi
di questa parabola appaiono immediatamente evidenti. È agevole intuire
come l'angustia dell'orizzonte culturale, morale, politico e storico delle
élites dirigenti vada di pari passo (riflettendola e incoraggiandola) con
una propensione regressiva e repressiva. Tali caratteristiche fanno sì che
sin dagli esordi in questi paesi la modernizzazione corra sul «limite dell'e-
gemonia borghese» (così Gramsci scrive a proposito del caso tedesco) e
che si verifichi, appunto, un rapido «rovesciamento delle posizioni delle
classi progressive» [Q 2033]. Meno perspicua può apparire, a prima vista,
la struttura storica della crisi francese, ed è a questo riguardo che emerge
con piena evidenza l'ispirazione genuinamente marxista dell'analisi mar-
xiana.
Anche in Francia la crisi organica è diretta e inevitabile conseguenza
dello sviluppo capitalistico. Qui, anzi, il processo appare tanto più mar-
cato e limpido proprio in conseguenza della particolare intensità delle di-
namiche progressive. Ogni apparente paradosso viene meno se si ha pre-
sente lo schema dialettico illustrato da Marx in tanti luoghi, a comincia-
re, ancora una volta, dalla breve Prefazione a Per la critica dell'economia
politica.
È precisamente il carattere avanzato e quindi tumultuoso della mo-
dernizzazione a far sì che nel paese della grande rivoluzione sia messo a
repentaglio in breve tempo «l'essenziale» [ Q 1591] del rapporto sociale
capitalistico: la dominanza del capitale privato, il suo potere di controllo
sul lavoro subordinato, la possibilità attesa di garantire «l'appropriazione
individuale e di gruppo del profitto» [Q 1228]. Come nello schema mar-
xiano, è lo sviluppo concreto dell'accumulazione capitalistica (con tutte
le sue conseguenze sociali, a cominciare dall'«espansione» della classe do-
minante) a far sì che i «margini di sviluppo» del sistema si esauriscano. Il
massacro della Comune di Parigi è, agli occhi di Gramsci, l'evento rivela-
tore di questo rapido esaurimento. Proprio per avere condotto sino alle
estreme conseguenze la propria vocazione espansiva, la borghesia france-
se si ritrova, al termine dell'ottantennio rivoluzionario, costretta a un
brutale ripiegamento «economico-corporativo» del proprio dominio.
Quanto Gramsci scrive nel § 17 del quaderno 13, tornando ancora
una volta sugli «avvenimenti che si svolsero in Francia dal 1789 al 1870»,
è da questo punto di vista di straordinario interesse:

nel 1870-71, col tentativo comunalistico si esauriscono storicamente


tutti i germi nati nel 1789, cioè non solo la nuova classe che lotta per
il potere sconfigge i rappresentanti della vecchia società che non vuo-
le confessarsi decisamente superata, ma sconfigge anche i gruppi
nuovissimi che sostengono già superata la nuova struttura sorta dal
rivolgimento iniziatosi nel 1789 e dimostra così di essere vitale e in
confronto al vecchio e in confronto al nuovissimo. [Q 1581-2]

Esaurimento di tutti i germi del processo rivoluzionario. Fine del ciclo


espansivo dell'epoca che quel processo ha inaugurato (posto che prima
dell'89 la modernità è ancora prigioniera nel corpo dell'antico regime).
Avvio di una crisi radicale e definitiva del sistema borghese (moderno),
costretto d'ora in poi a difendere strenuamente e con violenza la propria
semplice durata, senza possibilità di nuovi sviluppi progressivi. È ciò che
Gramsci dice in queste poche righe. Che, come presto vedremo, implica-
no molte e complicate questioni, sulle quali occorrerà tornare.

11. TRA DUE CRISI

Col 1870-71 si chiude, a giudizio di Gramsci, la fase progressiva della mo-


dernità europea. E ha inizio il presente nel quale Gramsci vive e sul quale
si appunta la sua più forte attenzione. Non solo perché, banalmente, nel
suo esito ogni processo rivela il proprio significato, le sue finalità imma-
nenti. Ma anche perché la «crisi organica» della modernità borghese ha
prodotto, non soltanto in Italia, un regime che incarna l'antitesi vivente
tanto della rivoluzione sociale, nel segno della quale la modernità si è co-
stituita, quanto dell'altra rivoluzione a venire, per la quale Gramsci lavo-
ra sin dagli anni Dieci. Di questa crisi – dei suoi caratteri e delle ragioni
della sua definitività – dovremo occuparci ancora, nel prossimo capitolo
(§§ 5-6). Per il momento fermiamoci e ricapitoliamo il cammino qui per-
corso.
Abbiamo visto come l'interesse storico nei Quaderni sia motivato es-
senzialmente dall'intuizione della necessità politica di orientarsi nel pro-
cesso di formazione della realtà. E ci è parso di potere sostenere che, agli
occhi di Gramsci, il nesso autocoscienza-soggettività-prassi si arricchisce
di senso nella misura in cui il tema del conseguimento dell'autocoscienza
(del passaggio dall'in sé al per sé) si intreccia, in modo sistematico, all'a-
nalisi storica.
Qui risiedono, a nostro giudizio, la ragione per cui la storia (nel du-
plice senso di ricostruzione del passato e di riflessione sulle implicazioni
teoriche del discorso storiografico) è un grande argomento dei Quaderni,
uno dei loro principali centri ordinatori; e il motivo che conduce Gramsci
a concepire un ambizioso programma di ricerca incentrato sulle caratteri-
stiche della modernizzazione europea, sui tempi (asincroni) del suo svi-
luppo, sulle sue contraddizioni.
Quello che la sintesi delle tre fasi di questo processo ci pare lasci in-
travedere è un movimento (determinato precisamente dai fattori di crisi
immanenti nel capitalismo moderno) di graduale convergenza tra le due
regioni «politico-storiche» in cui Gramsci suddivide l'Europa. Se nella
prima fase la distanza tra la Francia già potenzialmente borghese e gli al-
tri paesi europei è massima (il che rende ragione dell'esplosione di una ri-
voluzione soltanto in quel paese), già nel secondo periodo il divario viene
riducendosi in forza dell'esondazione del processo rivoluzionario e del
suo generalizzarsi (tutta l'Europa nel secolo XIX accede alla modernità)
pur in forme diverse e senza bruschi crolli.
La fase della «crisi organica» vede finalmente l'intera Europa alle
prese con processi e problemi analoghi. La loro configurazione (per ciò
che attiene in particolare al terreno ideologico e politico, «superstruttura-
le») risente evidentemente della differenza degli antecedenti. Ma l'essen-
ziale vale in pari misura per l'Europa intera, ed è il rovesciamento della
dinamica progressiva (espansiva) nel suo opposto: un processo dialettico
che Gramsci pone come quadro di riferimento dell'analisi storica concre-
ta, ricalcando da vicino lo schema della Prefazione marxiana. In conse-
guenza di questa dinamica, tutto il mondo capitalistico (Stati Uniti com-
presi) giunge contemporaneamente all'appuntamento con la «crisi orga-
nica», foriera di grandi shock economici (dalla Grande depressione al
crollo di Wall Street), di conflitti bellici di inedita violenza tra le maggiori
potenze imperialistiche e di conflitti sociali quanto mai aspri.
Acquisito questo quadro di massima – che concepisce l'ottantennio
post-rivoluzionario come il fugace apogeo di una modernità stretta tra
una «crisi medioevale» appena risolta e una «crisi moderna» subito ini-
ziata – si tratta ora di appuntare l'attenzione su alcuni suoi aspetti parti-
colarmente rilevanti.
Capitolo 8
IL TEMPO DELLA SOCIETÀ BORGHESE

1. IL BAGNO DI SANGUE DEL MODERNO

La sintesi dello schema trifasico entro il quale Gramsci colloca la parabo-


la storica della modernità si è conclusa, nel capitolo precedente, con la ci-
tazione del luogo del quaderno 13 sui «rapporti di forza» (che riprende
senza rilevanti modifiche un passaggio del quaderno 4) in cui Gramsci in-
terpreta il bagno di sangue della Comune di Parigi sulla scorta di catego-
rie («vecchia società», «nuova società», «gruppi nuovissimi», «supera-
mento») evidentemente cruciali nell'economia del suo discorso. Anche le
scelte lessicali mostrano come la strage dei comunardi sia un evento cari-
co di valore simbolico.
Come abbiamo visto, i Quaderni situano nel biennio assiale 1870-71
(Labriola parlerebbe di «data sociologica»1) l'avvio della crisi organica
della società borghese in concomitanza col precipitare di un insieme di
processi che pochi decenni dopo «fa[ranno] “mucchio”» provocando la
«frattura storica» [Q 1824] della Prima guerra mondiale. Il compiersi si-
multaneo del processo rivoluzionario francese, del Risorgimento e dell'u-
nità del Reich guglielmino nel segno di un crescente nazionalismo; l'in-
tensificarsi della conflittualità interimperialistica tra le maggiori potenze
coloniali; l'accentuarsi dell'influenza del capitale monopolistico e finan-
ziario sul piano mondiale alimentano una torsione guerresca dei «rap-

1 Antonio Labriola, Da un secolo all'altro, cit., p. 108.


porti di forza» che per un verso dimostra il venir meno delle potenzialità
progressive della società moderna, per l'altro evoca il configurarsi di for-
me «totalitari[e] [Q 800] del conflitto «politico-storico» tra capitale e la-
voro.
Col fissare al 1870-71 l'avvio della crisi organica della società capita-
listica Gramsci non inventa nulla. Consentendo con quanto autorevol-
mente sostenuto dal Lenin dell'Imperialismo (che già colloca l'avvio della
crisi capitalistica «negli anni Settanta dell'Ottocento»2), i Quaderni assu-
mono una periodizzazione ricorrente nelle analisi del Comintern. Vale
tuttavia la pena di chiedersi perché proprio la tragica fine della Comune
di Parigi assurga ai suoi occhi a simbolo della crisi epocale della moder-
nità borghese. Al di là dell'importanza conferitale dalla narrazione mar-
xiana sulla «guerra civile» francese, la ragione verte, a nostro parere, sul-
l'ambivalenza della funzione storica della borghesia che quella vicenda
emblematicamente rappresenta, quindi, ancora una volta, sulla natura
dialettica della modernizzazione capitalistica, tematizzata sullo sfondo
della teoria delle transizioni storiche abbozzata da Marx nella Prefazione
del '59.
Per Gramsci, come per Marx, la borghesia è progressiva in confronto
alla «vecchia società» signorile per le ragioni che si sono dette nel § 7 del
capitolo 7 (in primo luogo l'«espansività», cioè la propensione a costruire
strutture sociali coese e dinamiche), a fondamento delle quali agisce la
natura dinamica del capitale, il suo bisogno costitutivo di crescere su se
stesso coinvolgendo nel processo di accumulazione aree sociali sempre
più vaste. Il più evidente risultato progressivo di questo movimento è
quello che si è visto in precedenza: l'innalzamento di settori di classi su-
balterne a posizioni dirigenti e, più in generale, il graduale miglioramen-
to delle condizioni di vita dei corpi sociali coinvolti nello sviluppo capita-
listico.

2 Wladimir Ilic Lenin, Der Imperialismus als höchstes Stadium des Kapitalismus (1917), in Id.,
Werke, cit., Bd. 22, 1981, pp. 206 ss. e 243 ss.
Ma la potenzialità inclusiva della borghesia non è indefinita, non po-
trebbe dispiegarsi illimitatamente, pena l'autodistruzione del modo di
produzione. L'assimilazione delle classi popolari non può procedere sino
all'emancipazione dell'intera collettività dalla subordinazione al capitale,
poiché tale evenienza comporterebbe l'impossibilità materiale della valo-
rizzazione. Ecco perché, proprio in conseguenza dell'effettivo sviluppo
storico della dinamica che Gramsci chiama espansione, si verifica l'«arre-
sto» [Q 937] della fase progressiva (e – sul piano dei fondamenti concet-
tuali e dei principi morali – il decadere dell'universalismo borghese a
mera maschera ideologica del dominio di una classe). E non occorre se-
gnalare le assonanze con lo schema della Prefazione marxiana e segnata-
mente con la metafora del «rovesciarsi in catene» di quegli stessi rapporti
di produzione che in una prima fase avevano funzionato come fattori di
generale sviluppo economico e sociale.
Nel passaggio del testo che rievoca la duplice offensiva della borghe-
sia dominante contro i residui della «vecchia società» signorile e contro il
proletariato vettore di un «nuovissimo» ordine sociale (incarnato dai co-
munardi) la parola-chiave è «superata». La borghesia vince la sua duplice
battaglia (o meglio: vince in entrambi i fronti sui quali combatte) non
soltanto perché l'antico regime è effettivamente «superato» (benché non
voglia riconoscerlo), ma anche perché, diversamente da quanto sostengo-
no i suoi avversari «nuovissimi», la «nuova struttura» venuta alla luce
nell'89 non lo è: perché essa è, al contrario, tuttora «vitale» (capace di du-
rare nel tempo), a dispetto degli elementi di crisi organica che già ne mi-
nano lo sviluppo e ne impediscono ulteriori trasformazioni progressive.
Sullo sfondo di tale rappresentazione è visibile la teoria dei «margini
di sviluppo» che Gramsci elabora intuendo la complementarietà dei due
«canoni» metodologici formulati nella Prefazione marxiana e sviluppan-
done l'interazione. In essi, com'è noto, Marx sostiene, da un lato, che il
tramonto di una forma sociale avviene soltanto quando essa ha esaurito
le proprie potenzialità di sviluppo e, dall'altro, che sussiste una corri-
spondenza tra i compiti che una società si pone e le risorse di cui oggetti-
vamente dispone per assolverli. Gramsci intuisce che le due tesi costitui-
scono un unico schema ricostruttivo che egli ricompone e utilizza a sua
volta nella propria analisi storica.
La decisione di assumere il criterio del «superamento» per spiegare
l'esito del conflitto sociale e politico culminato nell'eliminazione definiti-
va della società feudale e nella resa dei conti col proletariato rivoluziona-
rio (un processo, si badi, verificatosi in tutta Europa, ragion per cui
Gramsci afferma che la «teoria della rivoluzione passiva» è un «necessa-
rio corollario critico» [Q 1827] dei canoni marxiani) testimonia infatti
che anche a suo giudizio i risultati storicamente significativi della lotta di
classe (e dunque, in definitiva, la stessa periodizzazione storica) derivano,
in ultima istanza, dal dato oggettivo («ribelle» [Q 1583]) costituito dalle
(persistenti o esauritesi) potenzialità evolutive della formazione sociale
esistente. Dopodiché a questo schema, desunto in toto da Marx, Gramsci
apporta, come stiamo per dire, non marginali integrazioni, la prima delle
quali mette a valore la polarità epoca/durata su cui ci siamo soffermati
nel capitolo 5.
È indubbio che, se incapace di svilupparsi, un sistema sociale sia in
qualche misura «destinato» al tramonto. Ed è quanto meno probabile che
all'esaurimento dei suoi «margini di sviluppo» corrisponda una fase di
conflittualità organica che potremmo definire, con Marx, «rivoluzione
sociale»3. È probabile, nella misura in cui tra conflittualità e potenzialità
evolutive della formazione sociale sussiste un nesso dialettico. Ma quello
che Gramsci pone in rilievo è la natura non meccanica del rapporto tra
crisi organica e transizione storica, o, per meglio dire, la molteplice con-
figurazione possibile dei processi di transizione.
Una società in crisi organica può tuttavia difendersi anche per lungo
tempo dal nuovo che incalza (e che pertanto si rivela ancora immaturo).
Può «durare» anche a lungo, addirittura secoli (questo, come vedremo,
Gramsci sembra ritenere nel caso della società capitalistica). Ciò spiega
perché, tornando al significato simbolico della repressione della Comune,
3 Karl Marx, Zur Kritik der politischen Ökonomie, Vorwort, cit., p. 9.
la vittoria della borghesia francese su tutti i suoi avversari coincide con la
fine della “sua” epoca storica. Un paradosso, certo. Che tuttavia si lascia
ben comprendere sulla scorta della distinzione tra epoca e durata, del fat-
to che l'esaurirsi di un processo di sviluppo non azzera le «forze di vi-
schiosità» di un sistema sociale [Q 1744], né preclude una sua lunga so-
pravvivenza.
Deriva da ciò l'opportunità di distinguere tra due accezioni (a guar-
dar bene antitetiche) dell'idea di sviluppo coinvolta in questa riflessione.
La polarità epoca/durata suggerisce che è possibile uno sviluppo di tipo
conservativo, interno all'epoca e coincidente con la durata, che permette
alla formazione sociale di reagire alle minacce che insidiano la persisten-
za. Questo tipo è non soltanto diverso ma addirittura opposto allo svi-
luppo progressivo (in senso forte evolutivo) che innesca la transizione sto-
rica (epocale). Le due forme si escludono a vicenda sul piano logico (con-
cettuale), benché possano evidentemente coesistere, anzi coesistono di
norma nelle fasi finali di ogni crisi organica, cioè nel corso di ogni transi-
zione storica. Il che rende ancora più importante la loro distinzione e cor-
retta formalizzazione.
È agevole mostrare come nella Prefazione del '59 Marx impieghi sen-
za distinguerle entrambe le accezioni. Quando scrive che la struttura eco-
nomica della società è costituita dall'insieme dei rapporti di produzione
corrispondenti «a un determinato grado di sviluppo» delle forze produtti-
ve materiali, si riferisce allo sviluppo in senso forte, che determina, sul
piano macrostorico, quello che chiama «progresso della formazione eco-
nomica della società». Quando invece indica nello sviluppo delle forze
produttive cui la formazione sociale può dar corso il presupposto della
sua persistenza, si riferisce evidentemente allo sviluppo conservativo.
Che nella Prefazione marxiana le due forme non siano distinte è di-
mostrato dal modo in cui è descritto l'innesco della «rivoluzione sociale».
Come sappiamo, esso ha luogo allorché «le forze produttive materiali
della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esi-
stenti», il che avviene – scrive Marx – «a un dato punto del loro
sviluppo». Che tipo di sviluppo? È evidente che si tratta dello sviluppo
per così dire normale, che sino a quel momento ha accompagnato la vita
della formazione sociale esistente. Ma nella misura in cui mette in moto
la transizione, è, al tempo stesso, uno sviluppo qualitativamente diverso:
una dinamica evolutiva che – svolgendosi «nel grembo» della società esi-
stente ma «creando in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione
dell'antagonismo» – avvia la mutazione genetica della formazione socia-
le, la sua incipiente metamorfosi in una società nuova4.
Pur rimanendo dentro questo schema, Gramsci lo precisa avvalendo-
si della distinzione tra le due forme di temporalità che abbiamo analizza-
to nel capitolo 5. E che gli permette di cogliere appieno il complesso si-
gnificato storico di un evento (il bagno di sangue della Comune di Parigi)
nel quale la società borghese verifica con successo la propria solidità nel
momento stesso in cui viene meno la sua capacità evolutiva.

2. TRA NUOVO E ARCAICO. IL VOLTO ANCIPITE


DELLA MODERNITÀ

Non è questo il solo arricchimento dello schema marxiano rinvenibile nei


Quaderni. La riflessione sulle cause della crisi organica genera altri due
nuclei tematici – l'uno implicito, l'altro dichiarato – sui quali, a nostro av-
viso, vale la pena di soffermarsi brevemente.
Cominciamo dal primo. Nel capitolo 7 (§ 7) abbiamo visto come
Gramsci scorga nell'espansione del dominante la cifra delle fasi progressi-
ve della modernità. A suo giudizio, la «classe borghese» si distingue sul
piano macrostorico dalle classi dominanti precedenti per l'elasticità dei
suoi «quadri sociali» e per la vocazione assimilativa nei confronti delle
classi subalterne. In questa prospettiva l'accento dei Quaderni batte sulla
mobilità sociale quale connotato tipico della società moderna. Ma que-
sto è, con ogni evidenza, soltanto un versante della modernità: appunto,

4 Ibidem.
il suo volto progressivo. Ve n'è, come abbiamo visto, un altro contrappo-
sto e altrettanto determinante. Ora, riflettendo sulla costitutiva limitazio-
ne dell'espansività borghese e sulle sue concrete manifestazioni, possiamo
essere più precisi.
La struttura-base del rapporto sociale capitalistico impedisce al mec-
canismo espansivo di funzionare all'infinito. Se la borghesia «pone se
stessa» [Q 937] come capace di sradicare la struttura gerarchica della so-
cietà, assimilandola per intero e così realizzando l'obiettivo dell'autogo-
verno democratico; se la sua ideologia ruota intorno alla declinazione
universalistica dei principi dell'89 e promette una società – anzi un mon-
do – di liberi e di eguali («la concezione di Hegel – osserva Gramsci – è
propria di un periodo in cui lo sviluppo in estensione della borghesia po-
teva apparire illimitato, quindi l'eticità o l'universalità di essa poteva esse-
re affermata: tutto il genere umano sarà borghese» [ Q 1049-50]); non per
questo la «classe borghese» è effettivamente in grado di portare a compi-
mento tale ambizioso programma rivoluzionario.
Al contrario: sussiste e si fa necessariamente valere uno scarto tra la
sua autorappresentazione ideologica (in virtù della quale essa si pretende
capace di «assorbire tutta la società», negandosi in quanto classe domi-
nante) e le forme storiche reali del suo dominio. In realtà, l'espansione
della borghesia deve arrestarsi (pena l'implosione del rapporto di produ-
zione capitalistico e l'estinzione della stessa «classe borghese»). Deve ro-
vesciarsi nel suo contrario, nella «disgrega[zione]» del dominante e nella
«dissimula[zione]» di parte dei quadri sociali inclusi [ Q 937]. La borghe-
sia deve a un certo punto del proprio sviluppo escludere – mantenere in
condizione di subordinazione – vasti settori sociali, negando, nei fatti, di-
ritti affermati in linea di principio.
Ma c'è di più. Questa descrizione sembra rappresentare una sequen-
za diacronica tra fasi espansive e fasi disaggregative. In realtà (e Gramsci
mostra di annettere a questo dato grande rilevanza) le dinamiche espansi-
ve si accompagnano, anzi si intrecciano, ai fenomeni disgregativi. Se ri-
pensiamo alla descrizione della fase espansiva (1789-1870) contenuta nel
§ 37 del quaderno 13, ci accorgiamo che essa mette in scena la contestua-
lità tra la possente dinamica inclusiva (progressiva) del capitalismo e la
sua dimensione esclusiva (regressiva). Perché questo avviene?
Lungi dall'essere casuale, la continua oscillazione tra momenti libe-
rali e frangenti repressivi, il continuo alternarsi – per riprendere il testo –
tra «allargamento e restrizioni» testimonia il connotato essenziale dello
sviluppo capitalistico, la sua caratteristica contraddittorietà, che sappia-
mo radicata nella natura antagonistica di un rapporto sociale gerarchica-
mente strutturato, che d'altra parte vive della «libera» cooperazione dei
subordinati. Che nella fase storica in cui stiamo dicendo prevalga, come
sappiamo, il vettore progressivo (ogni «dissoluzione» essendo «seguita da
formazioni più complesse e ricche di possibilità» [ Q 1637]) rileva sul pia-
no quantitativo (fa sì che la somma algebrica dei diversi aspetti produca,
nel medio-lungo periodo, un movimento progressivo) e sul piano macro-
storico (nella misura in cui proprio lo sviluppo progressivo della società
alimenta, come vedremo, i fattori di crisi che conducono alla sua crisi si-
stemica). Ma di certo non cancella il carattere conflittuale del processo e
della formazione sociale che l'analisi gramsciana della modernità restitui-
sce in tutta la sua pregnanza.
È quanto già il Marx della Questione ebraica (che Gramsci ha a di-
sposizione in carcere) osserva tematizzando il divario tra eguaglianza giu-
ridica e disuguaglianza sociale, le cui basi funzionali, sul piano dei mec-
canismi della riproduzione materiale, indaga il Marx critico dell'econo-
mia politica. È il modo di produzione capitalistico a imporre all'espansi-
vità della classe dominante un limite invalicabile (oggettivo). La borghe-
sia fluidifica i corpi sociali ma non ne può abolire l'assetto gerarchico
poiché non può espungere il cuore antagonistico (e coercitivo) di un rap-
porto sociale il cui motore è, «in ultima istanza», la relazione tra capitale
e lavoro. Necessariamente asimmetrica: senza dominio sul «lavoro vivo»,
nessuna estrazione di plusvalore, nessuna possibile valorizzazione e accu-
mulazione del capitale. E radicata in una divisione sociale del lavoro che
anche nella modernità si collega a un rapporto gerarchico tra le classi e
non di rado alla trasmissione ereditaria delle posizioni sociali.
Senonché in Marx questa analisi rischia di essere oscurata dall'enfasi
sulla centralità della «coazione economica» come fattore distintivo della
formazione sociale moderna5. In una lettura precipitosa (economicistica
– «volgare» – e magari fuorviata dall'ottimismo progressista che spesso
ispira la pagina marxiana), questo elemento può portare a credere che
Marx deduca dalla centralità del mercato la tesi della scomparsa della
violenza militare dalla società moderna e, in ultima misura, della sua pa-
cificazione. Le argomentazioni di Gramsci aiutano a prevenire tali errori
di valutazione.
Forte dell'esperienza diretta della violenta reazione opposta dalla
borghesia alla propria crisi (violenza di cui Marx non aveva visto che
qualche avvisaglia), Gramsci insiste sulla dimensione coercitiva della mo-
dernità borghese. Avere focalizzato il tema dell'espansività gli permette di
porre in evidenza tutta la portata della sua struttura dialettica. Al lettore
dei Quaderni il «moderno» appare sede di un inestricabile intreccio tra
espansione e violenza, tra assimilazione e discriminazione. Se si preferi-
sce, tra innovazione e arcaismo. La lettura delle note gramsciane gli rende
massimamente chiaro che non vi è mai, nella società borghese, l'una sen-
za l'altro. E che precisamente la misura, l'incidenza e la funzione dell'ar-
caico nel grembo della modernità definiscono in concreto, di volta in vol-
ta, la situazione «politico-storica» nei suoi tratti salienti.
Bastino, in proposito, due rapidi esempi. Sul piano strutturale, la de-
finizione del mercato capitalistico come il luogo in cui «una determinata
merce (il lavoro) è preliminarmente deprezzata, è messa in condizioni di
inferiorità competitiva, paga per tutto il sistema determinato» [ Q 1257-
8]). Il che non vale soltanto a mettere in guarda contro ogni rappresenta-
zione “ingenuamente” naturalistica del mercato come puro stato di natu-
ra (secondo la narrazione liberista o marginalista), ma anche a rammen-

5 Cfr. Karl Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie, Buch III, Der Gesamtprozeß
der kapitalistischen Produktion (postumo, 1894), in MEW, Bd. 25, 1988, pp. 798 ss.
tare il suo essere «determinato» da logiche di classe e innervato dalla vio-
lenza anche militare del dominio borghese.
Il secondo esempio, sul piano sovrastrutturale, è costituito dall'affer-
mazione, di sapore machiavelliano, del costante intreccio operativo di
«due grandi “piani”» di direzione e di comando (l'egemonia e il dominio
diretto esercitato per mezzo della forza), dove la violenza militare (ex-
traeconomica) non è soltanto un'opzione sempre possibile, ma una com-
ponente costantemente attiva nel normale esercizio del potere borghese.
Cosicché, mentre nei «momenti di crisi nel comando e nella direzione in
cui il consenso spontaneo vien meno» l'«apparato di coercizione statale»
viene mobilitato contro «tutta la società», nelle fasi di più agevole con-
trollo della dinamica sociale esso si limita ad «assicura[re] “legalmente”
la disciplina di quei gruppi che non “consentono” né attivamente né pas-
sivamente» [Q 1519].
Perché è importante questa puntualizzazione che, se non modifica il
quadro marxiano, lo riformula comunque in una chiave più equilibrata e
perspicua? Perché ci pare che, contro ogni ingenuo progressismo, essa
contrasti efficacemente la ricorrente illusione di una possibile pienezza
emancipativa del capitalismo.

3. CLASSI E CASTE

La consapevolezza della persistenza di un nocciolo arcaico nel cuore della


modernità sottende anche l'ultima delle integrazioni dello schema mar-
xiano sulle transizioni storiche che merita di essere posta qui in risalto.
Torniamo per un momento al § 2 del quaderno 8 nel quale è enuncia-
ta nel modo più organico e limpido l'idea secondo cui l'espansività con-
nota il suo dominio borghese differenziandolo da quello proprio delle
precedenti formazioni sociali. Qui Gramsci definisce «concezione di casta
chiusa» l'attitudine che aveva informato di sé i rapporti di potere nelle so-
cietà premoderne. Nelle quali, scrive,
le classi dominanti precedenti erano essenzialmente conservatrici nel
senso che non tendevano ad elaborare un passaggio organico dalle
altre classi alla loro, ad allargare cioè la loro sfera di classe «tecnica-
mente» e ideologicamente. [Q 937]

Questo scenario ci è noto. Sappiamo che per Gramsci, mentre le società


premoderne sono insiemi disorganici di gruppi separati, la società mo-
derna si caratterizza per coesione e mobilità interna. Ora comprendiamo
però che tale rappresentazione può essere sintetizzata ricorrendo alla po-
larità casta/classe.
Tipica delle società precedenti è la struttura castale: statica, cristal-
lizzata, irrigidita, appunto, dalla chiusura reciproca delle sue componen-
ti, a cominciare dai rispettivi gruppi dominanti (caste, appunto), gelosi
della propria primazia. Caratteristica della società moderna è invece l'e-
spansività della borghesia dominante, la sua propensione ad assimilare, a
integrare, a includere. A trasformare la società in un blocco omogeneo,
interamente borghese (quindi coestensivo al mercato).
Classe contra casta. Si può dire che per mezzo di questa polarità i
Quaderni riformulano in chiave storico-sociale uno schema classico della
storiografia giuridica, vertente sul passaggio dalla società feudale-aristo-
cratica «di status» (basata sulle linee di sangue) alla società «di
contratto» (incentrata sulle funzioni e le dinamiche del mercato) 6. Ma
nella misura in cui, come abbiamo visto, la transizione alla modernità
non estingue, a giudizio di Gramsci, il connotato caratteristico delle so-
cietà premoderne (l'impiego della violenza militare, «extraeconomica», a
sostegno dei processi riproduttivi e degli assetti di potere), è da ritenere
che anche il passaggio dalla logica castale alla dialettica tra le classi sia in
realtà, ai suoi occhi, parziale e revocabile.

6 Henry Sumner Maine, Ancient Law. Its Connection with the Early History of Society and its
Relation to Modern Ideas, Murray, London [ripr. anast., Dorset Press, Dorchester (Dorset, UK)
1986] 1861, p. 141.
In effetti, Gramsci mostra di pensare che, nel contesto della moderni-
tà capitalistica, il passaggio alla logica classista (intesa qui nel suo ver-
sante progressivo, di fluidificazione degli assetti castali) non si realizzi
mai pienamente né definitivamente. Come nel cuore della modernità per-
siste un nucleo arcaico radicato nella struttura gerarchica del modo di
produzione (e tale da informare di sé le forme del comando nelle fasi di
crisi egemonica), così nel rapporto sociale capitalistico permane un irri-
ducibile nucleo castale (premoderno), suscettibile di riprendere il soprav-
vento a seguito dell'esaurirsi della dinamica espansiva. In questo senso
Gramsci parla non soltanto di «arresto» del processo di assimilazione dei
subalterni, ma anche di «ritorn[o] alla concezione dello Stato come pura
forza» in conseguenza della «“satura[zione]”» della «classe borghese» e
del prevalere di dinamiche disaggregative.
Documentare puntualmente lo sviluppo di questa riflessione in tutte
le sue diramazioni (compreso un accenno prezioso al riemergere di pre-
giudizi razzisti in settori di masse popolari egemonizzati dal capitale [ Q
2012-3)] sarebbe in questa sede impossibile, data la sua ampiezza e com-
plessità. Limitiamoci all'essenziale, che a nostro parere verte proprio sulla
reversibilità del movimento progressivo (del passaggio, appunto, dalla
struttura castale all'organizzazione della società in classi).
Come abbiamo visto, casta, nel lessico dei Quaderni, è sinonimo di
sistema chiuso, statico, basato sulla conservazione e la trasmissione ere-
ditaria dei privilegi. Di qui deriva il forte «spirito di corpo» [ Q 987] che
di norma connota le caste e la loro “naturale” inclinazione verso la «con-
cezione “patrimoniale” dello Stato» [Q 1054]. A queste prime indicazioni
debbono aggiungersi la fedeltà a un corpo dottrinale (e a un campo lin-
guistico) rigido e cristallizzato e, soprattutto, il distacco dal popolo. È
questa, agli occhi di Gramsci, la caratteristica essenziale della casta in
quanto tale, che fa di essa un luogo di sorda resistenza alla modernizza-
zione intesa come costruzione di corpi sociali omogenei.
Questa considerazione lascia intuire la mappa dei settori sociali vo-
cati a costituirsi in casta. Si tratta del clero e degli alti gradi militari; della
burocrazia; dell'intellettualità in senso stretto, con particolare riferimento
al mondo delle accademie e delle università. In questi mondi permane te-
nace un atteggiamento «antidemocra[tico]», di ferma «opposizione a
ogni forma di movimento nazionale-popolare», determinato – come
Gramsci scrive a proposito degli «scrittori brescianeschi» – «dallo spirito
economico-corporativo di casta». Il quale è certamente «di origine me-
dioevale e feudale» [Q 2198], ma connota tuttora, nel pieno della moder-
nità, vaste zone della società.
Che il fenomeno castale non costituisca un cascame del passato ma
un elemento persistente – e in molti casi un prodotto della stessa moder-
nizzazione, dettato dalla sua struttura contraddittoria – risulta con parti-
colare chiarezza dall'analisi dei processi di rivoluzione passiva. Non sol-
tanto la Restaurazione si compie in forza della trasformazione
(«degrada[zione]») delle vecchie classi feudali «da dominanti a “governa-
tive”» e della loro riconversione «da classi a “caste”» [ Q 1358]. La mede-
sima dinamica struttura la modernizzazione a cavallo tra Otto e Nove-
cento, come appare particolarmente evidente dallo studio del caso tede-
sco.
Anche in Germania le vecchie classi feudali «rimangono come ceto
governativo» conservando «ampi privilegi corporativi nell'esercito, nel-
l'amministrazione e nella terra» [Q 2032], una sorta di «monopolio poli-
tico» [Q 1527] e una notevole «supremazia politico-intellettuale» [ Q
1586]. In questa metamorfosi conservativa gli Junker prussiani assumono
la «funzione nazionale» di «“intellettuali” della borghesia» [ Q 2032], il
che li rende simili «a una casta sacerdotale-militare» dotata di una «base
economica propria» e detentrice di «un quasi monopolio delle funzioni
direttive-organizzative nella società politica» [Q 1586-7].
Né l'Europa della persistenza dell'antico regime è l'unico teatro della
tenacia del sistema castale, se è vero che – così pensa Gramsci – negli
stessi Stati Uniti del fordismo il crescente distacco delle «classi alte» dalle
«masse lavoratrici» viene
determinan[d]o una frattura psicologica e acceleran[d]o la cristalliz-
zazione e la saturazione dei gruppi sociali, rendendo evidente il loro
trasformarsi in caste come è avvenuto in Europa. [Q 2169]

Non è privo di rilievo che già nel quaderno 1 Gramsci tematizzi il nesso
«classe-casta», domandandosi se esista «uno studio organico sulla storia
del clero» in tale prospettiva, uno studio che gli parerebbe addirittura «in-
dispensabile, come avviamento e condizione di tutto il rimanente studio
sulla funzione della religione nello sviluppo storico ed intellettuale dell'u-
manità» [Q 137]. Questo spunto non sarà più ripreso esplicitamente, ma,
come si è visto, sottende l'intera riflessione che abbiamo sommariamente
ripercorso. E che ci pare aggiungere un importante tassello alla riflessione
sui caratteri costitutivi della modernità capitalistica. La sua essenziale
dialettica, il suo volto bifronte, il suo sguardo contrastato, nel quale al-
l'innovazione e alle spinte progressive si intrecciano inevitabilmente persi-
stenti conati reazionari.

4. ESPANSIONE E «SOCIETÀ REGOLATA»

Dalla complessa riflessione gramsciana sull'espansività della «classe bor-


ghese» emergono, a ben vedere, la natura utopica della modernità – la
sua irrealizzabilità – e la distanza incolmabile tra principi, rappresenta-
zioni ideologiche e realtà storica concreta. Ricostruita nella prospettiva
storico-sociologica che abbiamo cercato di focalizzare, l'esperienza stori-
ca dei decenni successivi all'89 mostra l'impossibilità di dare vita a una
società totalmente guadagnata alla logica classista. Tanto sotto il domi-
nio borghese (considerata la permanenza di un irriducibile nucleo casta-
le), quanto dopo il suo tramonto (essendo la divisione in classi «destina-
ta» a venire meno, nella «nuova società» comunista, col superamento del-
le implicazioni politiche della divisione sociale del lavoro, col suo ridursi
a un fatto puramente tecnico).
I Quaderni non mancano di dare svolgimento, sia pure per rapidi
cenni, all'ipotesi dell'assorbimento di «tutta la società» nella classe domi-
nante – di una sua completa «assimila[zione] al suo livello culturale ed
economico» – evocata nel § 2 del quaderno 8. Non è infatti inconcepibile
che, oltre a «po[rre] se stessa come passibile di assimilare tutta la
società», una classe «sia nello stesso tempo realmente capace di esprimere
questo processo, porta[ndo] alla perfezione» la concezione dello Stato
«educatore» [Q 937], privo, per definizione, di funzioni coercitive perché
«tendente a porre fine alle divisioni interne di dominati ecc. e a creare un
organismo sociale unitario tecnico-morale» [Q 1050]. Ma tale ipotesi,
chiamando in causa classi la cui «espansività non cessa mai, fino all'as-
sorbimento completo della società» [Q 774], implica, per definizione, il
superamento del quadro storico della modernità borghese e la transizio-
ne a una nuova epoca, caratterizzata dall'avvento di un modo di produ-
zione non più fondato sullo sfruttamento.
Si tratta, evidentemente, dell'innesco logico della riflessione costrutti-
va (scarna ma perspicua) che i Quaderni dedicano all'ipotesi della «socie-
tà regolata». Come avremo modo di vedere nel capitolo 14, nei Quaderni
la riformulazione del rapporto di direzione e governo in chiave radical-
mente democratica (tale cioè da coinvolgere l'intero corpo sociale sullo
sfondo della transizione storica alla formazione sociale post-capitalistica)
investe frontalmente il rapporto tra le due dimensioni della relazione sto-
rico-sociale (dello Stato nella sua complessità organica): la «società civi-
le» e la «società politica». In questo nuovo quadro politico-storico, l'e-
spansione della nuova classe dirigente che progressivamente assimila la
massa (trasformandola in parte attiva, dirigente di se stessa, soggetto di
autogoverno) promuove una dinamica di superamento dell'istanza autori-
taria (cioè della dimensione di coercizione e dominio propria dello Stato
borghese) a vantaggio della relazione sociale.
In tale contesto è tematizzata la prospettiva “leniniana” dell'estinzio-
ne («esaurimento» e «risoluzione») dello Stato come «organizzazione
coercitiva» attraverso la graduale riduzione dei suoi «interventi autoritari
e coattivi» [Q 764]. Più precisamente, il processo comporta, sul terreno
politico-sociale, la trasformazione delle funzioni di governo e direzione in
funzioni tecniche (non riferite alle prerogative personali di chi le esercita)
e tende a instaurare, insieme a nuove forme della rappresentanza (non
«parlamentaristiche» [Q 1140-1]), l'autogoverno collettivo di una comu-
nità nella quale tutti siano effettivamente dirigenti e governanti di se stes-
si. Il che, sul terreno economico («strutturale»), evoca evidentemente il
superamento del modo di produzione capitalistico e, per ciò stesso, del
rapporto di dominio e di sfruttamento (del «lavoro vivo»).
In tanto la classe operaia può, in linea di principio, «espandersi» sino
a coincidere con la società stessa (mettendo così fine alla divisione in
classi), in quanto il potere operaio si pone in antitesi rispetto a qualsiasi
rapporto di dominio e a qualsiasi dinamica di sfruttamento. Lungo que-
sta linea di ragionamento Gramsci appare pienamente sintonico alla tra-
dizione del marxismo rivoluzionario. È vera democrazia, ai suoi occhi,
quella che realizza il self-government del corpo sociale, un risultato che
presuppone la radicale trasformazione della struttura sociale nel segno
della socializzazione dei mezzi di produzione.
Ma questo scenario riguarda il futuro: l'orizzonte della storia umana
in senso forte – esito di una nuova transizione – rispetto al quale, per ri-
prendere la Prefazione del '59, il presente è ancora «preistoria»7.

5. UNA TEORIA GENERALE DELLE CRISI

In questo capitolo, sino a questo momento, ci siamo soffermati sugli svi-


luppi della riflessione gramsciana sulla crisi della modernità e abbiamo
posto in risalto quelli che ci paiono i suoi aspetti più originali. Come si
ricorderà, abbiamo discusso l'analisi delle diverse forme di sviluppo sullo
sfondo del rapporto tra crisi organica e transizione; il tema della contrad-
dittorietà costitutiva della modernità europea alla luce dell'antitesi tra

7 Karl Marx, Zur Kritik der politischen Ökonomie, Vorwort, cit., p. 9.


espansione e dominio; la questione della reversibilità della dinamica
espansiva, tematizzata, nei Quaderni, per mezzo della dialettica classe-
casta. A questo punto, disponiamo di tutti gli elementi per affrontare l'ul-
timo – e, a nostro giudizio, più rilevante – momento di questa articolata
sequenza argomentativa.
L'idea di espansività relativa – come abbiamo visto cruciale nella de-
finizione dello schema sviluppo-crisi del moderno – implica immediata-
mente quella di limite dell'espansione possibile. E comporta una duplice
questione, a Gramsci ben presente. Per mezzo di quale dispositivo e in
base a quale criterio si stabilisce il confine invalicabile dell'«assimilazio-
ne» delle classi subalterne? E che cosa avviene concretamente, nella socie-
tà capitalistica, quando la dialettica tra le classi giunge in prossimità di
quel confine, sino a minacciarlo?
Ci pare siano queste le domande che spingono la riflessione gram-
sciana sulla modernità verso l'elaborazione dei costrutti teoretici più ori-
ginali. Nel cercare risposte, Gramsci dà corpo (come sempre accade nei
Quaderni: disseminandola, forzatamente, tra diverse note che il lettore ha
il compito di situare in una sequenza organica) a una teoria generale del-
le crisi relativa in primo luogo – ma non soltanto – alla storia moderna
(borghese, capitalistica). Una teoria che (come abbiamo accennato
poc'anzi [§ 1]) introduce elementi nuovi rispetto alla partitura marxiana
da cui prende le mosse.
Perché una teoria generale delle crisi? Se quanto si è detto sin qui co-
glie nel segno, la crisi è l'essenza stessa della storia moderna, il suo am-
biente naturale. Data la centralità della dinamica espansiva, la mobilità
sociale è la cifra della modernità (in luogo della sostanziale staticità delle
società premoderne, feudali e di antico regime). E naturalmente (come
sappiamo, Gramsci lo documenta in particolare per il caso francese) ogni
dinamica espansiva comporta crisi: conflitti sulla riallocazione (antagoni-
stica) di risorse materiali e simboliche e sulla ridefinizione di posizioni,
ruoli e identità. In questo senso, la società moderna vive, di per sé, in «un
continuo formarsi e superarsi di equilibri instabili» [Q 1584].
Ma evidentemente queste crisi sono, per loro natura, diverse da quel-
la che si innesca quando il conflitto per l'inclusione nella «sfera» [ Q 937]
della classe dominante giunge a compromettere la persistenza stessa della
formazione sociale. Sono diverse le crisi come sono diverse le tipologie
dello sviluppo che le alimentano. Di qui l'opportunità – che Gramsci co-
glie – di elaborare una tipologia che permetta di distinguere tra le diverse
dinamiche e forme della crisi e tra le loro rispettive conseguenze.
Ricordiamo telegraficamente lo schema dialettico che inquadra la
teoria marxiana delle transizioni formulata nella Prefazione del '59. Qui,
com'è noto, Marx attribuisce una funzione-chiave al conflitto tra forze
produttive e rapporti di produzione in virtù della sua struttura dialettica.
Nelle fasi di sviluppo della formazione sociale (caratterizzate dalla «cor-
rispondenza» tra i rapporti di produzione e il «grado di sviluppo» rag-
giunto dalle forze produttive), le energie di cui la società dispone trovano
nel sistema sociale storicamente dato un contesto idoneo al loro dispie-
garsi: i rapporti di produzione fungono, in queste fasi, da «forme di svi-
luppo» delle forze produttive8.
Ma proprio lo sviluppo delle forze produttive, sin qui promosso dai
rapporti di produzione esistenti (cioè dall'insieme di relazioni strutturali
e sovrastrutturali – economiche, giuridiche, politiche, culturali – che or-
ganizzano il processo produttivo e la riproduzione sociale), genera una
«contraddizione», nella misura in cui forze produttive pervenute oltre un
«dato punto del loro sviluppo» trovano in quei rapporti di produzione un
ostacolo insormontabile al loro sviluppo ulteriore: una catena. Di qui, se-
condo Marx, l'aprirsi di «un'epoca di rivoluzione sociale», l'avvio di una
fase di transizione a un'«epoca» (a una formazione sociale) diversa 9.
Come abbiamo detto, Gramsci non si limita ad assumere questo
schema ma lo precisa, traendo spunto in particolare dall'esperienza stori-
ca degli ultimi decenni (il mezzo secolo di crisi organica già alle sue spal-
le). La storia della modernità insegna che non tutte le fasi di conflitto so-

8 Ivi, pp. 8-9.


9 Ivi, p. 9.
ciale, anche di natura strutturale, sono crisi sistemiche, innesco di transi-
zioni epocali. Al contrario: il conflitto di lavoro e il conflitto sociale (nel
lessico marxiano, la contraddizione tra le forze produttive sullo sfondo
dei rapporti di produzione dati) rientrano, di norma, nel quadro delle cri-
si ordinarie.
Nella misura in cui conseguono a dinamiche espansive compatibili
con la persistenza della formazione sociale (nel caso concreto della socie-
tà moderna: con l'accumulazione del capitale e con l'organizzazione so-
ciale a dominanza borghese) i conflitti costituiscono per lo più episodi fi-
siologici interlocutori, interni alla vicenda evolutiva della formazione so-
ciale e funzionali al suo consolidamento. A questo genere di eventi, ine-
renti all'espandersi e restringersi dei quadri dirigenti, Gramsci fa riferi-
mento allorché, riassumendone le conseguenze, parla di una ininterrotta
sequenza di «modificazioni molecolari che in realtà modificano progres-
sivamente la composizione precedente delle forze e quindi diventano ma-
trice di nuove modificazioni» [Q 1767].
Ma ovviamente non tutte le crisi rientrano in questa tipologia. Il fat-
to stesso che (almeno nello schema marxiano assunto da Gramsci) la vita
delle formazioni sociali preveda il loro stesso tramonto, implica che, a un
certo stadio dello sviluppo delle forze produttive, i processi critici com-
piano un salto di qualità. Inaugurando oggettivamente – ancora l'ipotesi
marxiana – un processo rivoluzionario. Gramsci appare pienamente con-
sapevole di questa differenza e, come già a proposito dell'idea di svilup-
po, così in merito ai processi di crisi pone l'accento sulla necessità di ope-
rare le debite distinzioni.
La nota del quaderno 13 sui «rapporti di forza» – un testo, come più
volte ribadito, cruciale nell'economia del discorso teorico-politico dei
Quaderni – si apre proprio nel segno di questa riflessione, della quale
Gramsci enfatizza la rilevanza anche pratica. Dopo avere riportato per
esteso il luogo della Prefazione del '59 che contiene i «due canoni» costi-
tutivi della teoria marxiana delle transizioni storiche e dopo avere sottoli-
neato la loro fecondità ai fini di una ricerca sui «principii di metodologia
storica», scrive:

Intanto nello studio di una struttura occorre distinguere i movimenti


organici (relativamente permanenti) da i movimenti che si possono
chiamare di congiuntura (e si presentano come occasionali, immedia-
ti, quasi accidentali). I fenomeni di congiuntura sono certo dipen-
denti anch'essi da movimenti organici, ma il loro significato non è di
vasta portata storica […]. Nello studiare un periodo storico appare
la grande importanza di questa distinzione. [Q 1579]

Perché sia necessario distinguere correttamente tra dinamiche congiuntu-


rali e strutturali («tra “movimenti” e fatti organici e movimenti e fatti di
“congiuntura” o occasionali») e perché tale distinzione vada fatta sempre
(in «tutti i tipi di situazione»: tanto negli «svolgiment[i] regressiv[i] o di
crisi acuta», quanto in quelli «progressiv[i] o di prosperità» e, ancora,
nelle situazioni di «stagnazione delle forze produttive») Gramsci lo dice
poco dopo. Avendo cura di chiarire che non soltanto di interpretazioni
della «storia passata» si tratta (di questioni attinenti alle «analisi storico-
politiche»), ma, ben più concretamente, di «arte politica»: della costru-
zione del «presente» e dell'«avvenire», quando compiere un'«analisi obiet-
tiva e imparziale» (ciò che implica per l'appunto «trovare il giusto rappor-
to tra ciò che è organico e ciò che è occasionale») è indispensabile quanto
far tacere «i proprii desideri e le proprie passioni deteriori e immediate»
[Q 1579-81].

6. CRISI ORGANICA E TRANSIZIONE

Ma per noi in questo momento conta soprattutto quel che Gramsci pensa
in merito alle cause specifiche delle singole forme di «movimento» critico,
alle loro conseguenze e ai loro prevedibili sviluppi. Come si diceva, nei
Quaderni troviamo, disseminate, indicazioni puntuali riguardo a tutte
queste problematiche.
In primo luogo sulle radici delle crisi organiche, che Gramsci ricon-
duce all'accumulo sistemico degli effetti della conflittualità di lungo pe-
riodo. Quando, nel § 18 dello stesso quaderno 13, riflette sulle condizioni
e le finalità delle relazioni egemoniche, egli pone l'accento sulla loro am-
bivalenza. Da una parte, scrive, l'egemonia implica il riconoscimento
«degli interessi e delle tendenze dei gruppi» subalterni alleati. Risposa su
un «equilibrio di compromesso», e comporta concessioni da parte della
classe dirigente. Ma – questo è il punto – tali concessioni debbono conte-
nersi entro un limite preciso e invalicabile, «non possono riguardare l'es-
senziale» e cioè la «funzione decisiva che il gruppo dirigente esercita nel
nucleo decisivo dell'attività economica». In questo Gramsci precisa che i
«sacrifizi» compiuti dal dominante possono essere solo «di ordine econo-
mico-corporativo» [Q 1591].
Non c'è molto da aggiungere, considerata l'ammirevole nettezza del-
l'analisi. Che fornisce un quadro limpido delle dinamiche di crisi organi-
ca e implica, immediatamente, l'indicazione reciproca, relativa alle crisi
occasionali (congiunturali). Se l'«essenziale» è minacciato, se lo sviluppo
del conflitto mette stabilmente e seriamente in discussione quella «fun-
zione decisiva» (che, nel caso specifico della società capitalistica, per
Gramsci attiene all'«appropriazione individuale e di gruppo del profitto»
[Q 1228]), allora si può dire che la crisi è diventata organica, tale appun-
to da mettere effettivamente a repentaglio la sopravvivenza stessa della
forma sociale. Mentre finché questo rischio è scongiurato, finché la con-
flittualità sociale, pur aspra, è compatibile con la persistenza (la
«durata») della formazione sociale esistente, la crisi rientra per definizio-
ne nel quadro della dialettica normale, funzionale allo sviluppo della for-
ma sociale stessa. Se questo è vero, allora se ne può desumere una prima
conseguenza per ciò che concerne ancora una volta l'evento che Gramsci
considera emblematico della conclusione della dinamica rivoluzionaria
francese e dell'avvio della crisi organica della modernità. È indubbio che
con la sconfitta della Comune la borghesia francese celebri il proprio
trionfo, dimostrando al tempo stesso la propria vitalità e l'immaturità
delle aspirazioni politico-storiche del proletariato. Non per caso, nella
nota sui «rapporti di forza», Gramsci tiene a puntualizzare che, se legitti-
mamente

le forze antagonistiche […] tendono a dimostrare […] che esistono


già le condizioni necessarie e sufficienti perché determinati compiti
possano e quindi debbano essere risolti storicamente

(tendono cioè a dimostrare che il tempo della resa dei conti con il domi-
nante è giunto, e che la transizione è storicamente matura), tale «dimo-
strazione […] riesce solo ed è “vera” se diventa nuova realtà, se le forze
antagonistiche trionfano» [Q 1580].
Ciò non toglie che la sconfitta dei comunardi attenga in realtà al solo
piano evenemenziale e che, sul terreno storico essenziale (organico), la
loro insorgenza metta effettivamente in discussione «l'essenziale» del do-
minio borghese; come dimostra il fatto stesso che il bagno di sangue della
Comune coincide con l'avvio della crisi organica della società moderna. E
come confermerà, di lì a pochi decenni, l'esplosione del «fenomeno sinda-
cale […] tipico per eccellenza» [Q 1808], titolo sotto il quale Gramsci
pone un insieme di processi («parlamentarismo, organizzazione indu-
striale, democrazia, liberalismo, ecc.»), tutti conseguenze del costituirsi
della «nuova forma sociale» del movimento operaio e del suo «peso non
più trascurabile» [Q 1824].
La nota sui «rapporti di forza» (e non solo questa) risponde anche
alla domanda sulle conseguenze delle crisi organiche (quindi, implicita-
mente, anche delle altre). La crisi organica è frutto, nello schema di
Gramsci, di «contraddizioni insanabili» [Q 1580], il che si direbbe atte-
stare la non reversibilità degli effetti di lungo periodo della conflittualità
sviluppatasi nell'arco di vita della formazione sociale. Soprattutto, la non
sanabilità delle contraddizioni sottese al conflitto sistemico generatore di
crisi organica porta con sé due conseguenze immediate tra loro connesse.
O, per meglio dire, una conseguenza duplice. Da una parte, ne discende
che la crisi «“strutturale” e non di congiuntura» (così leggiamo nel § 57
del quaderno 14) «non può essere superata che costruendo una nuova
struttura, che tenga conto delle tendenze insite nella vecchia struttura e le
domini con nuove premesse» (il che palesemente fa riferimento proprio ai
termini della conflittualità fondamentale espressasi nel corpo della for-
mazione sociale in crisi, e alle esigenze in essa manifestatesi).
Dall'altra parte, per ciò stesso, alla non risolvibilità della crisi orga-
nica, entro il quadro storico della formazione sociale data, consegue che
tutte le risposte messe in campo dal dominante sfidato dalla crisi siano
contromisure puramente difensive e di contenimento di una dinamica
macrostorica, tuttavia incoercibile. Posto che – leggiamo ancora nella
nota sui «rapporti di forza» – «nessuna formazione sociale vorrà mai
confessare di essere superata», è naturale che il dominante si sforzi «di sa-
nare entro certi limiti e di superare» le contraddizioni strutturali ormai
«venute a maturità». Ma l'«insanabili[tà]» di queste relega fatalmente tali
«sforzi incessanti e perseveranti» al «terreno dell'“occasionale”» [ Q
1580].
Avremo modo più avanti (nei capitoli 13 e 16 ) di tornare su questi
temi occupandoci delle due forme di stabilizzazione della società capitali-
stica per mezzo delle quali la borghesia tenta di replicare alle minacce
portate dalla crisi. Basta qui fissare la consapevolezza che entrambe – il
fascismo, per quanto concerne l'Europa, e il fordismo, nel caso degli Stati
Uniti – rientrano appieno, a giudizio di Gramsci, in questo schema gene-
rale. Confermando la loro comune natura di risposte difensive,. Indub-
biamente significative, perché fondate su esigenze reali (di «necessità sto-
riche attuali» parla Gramsci a proposito del fascismo [ Q 1743]), a comin-
ciare dall'adozione di misure di programmazione economica [ Q 1228,
1358]. Ma inevitabilmente – per le ragioni che stiamo enumerando – con-
dannate a mantenersi sul terreno dell'occasionale (della mera durata della
modernità borghese) e quindi incapaci di «fare epoca».
Il che tuttavia, per venire all'ultima, cruciale questione, non pregiudi-
ca in alcun modo, a giudizio di Gramsci, i tempi di sviluppo della crisi,
quindi il ritmo dei processi di transizione. La nota sui «rapporti di forza»
parla della «durata eccezionale» della crisi, salvo riferirsi a un arco di
tempo breve, di «decine di anni» [ Q 1580]; il quaderno 22, ragionando di
una verosimile accelerazione della «trasformazione delle basi materiali
della civiltà europea» quale «contraccolpo della “prepotenza”
americana», pone a sua volta in rilievo il fatto che «nel periodo attuale
tutto è più rapido che nei periodi passati» [ Q 2179]. Ma, come sappiamo,
Gramsci rappresenta la «crisi medioevale» che portò al tramonto del feu-
dalesimo in Europa come un processo che «si svolse per parecchi secoli,
fino alla Rivoluzione francese» [Q 691]. Non solo.
Per un verso, come si ricorderà, insiste sulla necessità di non sottosti-
mare le «spesso insospettate» capacità di resistenza (le «forze di vischiosi-
tà») delle formazioni sociali:

A questo proposito è da notare – scrive nel § 76 del quaderno 14 con


un tono particolarmente assertorio – come troppo spesso si confon-
da il «non far epoca» con la scarsa durata «temporale»; si può «dura-
re» a lungo, relativamente, e non «fare epoca». [Q 1744]

Per l'altro, nel celebrare l'incommensurabile grandezza di Marx (nessun


grande scienziato «ha prodotto una originale e integrale concezione del
mondo» paragonabile alla sua), afferma che la sua opera «inizia intellet-
tualmente un'età storica che durerà probabilmente nei secoli, cioè fino
alla sparizione della Società politica e all'avvento della Società regolata»
[Q 882]. Il che inequivocabilmente mette fuori gioco ogni moto d'impa-
zienza rivoluzionaria, figlio, per tornare ancora una volta alla nota sui
«rapporti di forza», di letture erronee della fase storica, della natura dei
conflitti in atto, del connotato macrostorico delle crisi. O, più semplice-
mente, del fatto che ogni «forma sociale ha “sempre” possibilità margi-
nali di ulteriore sviluppo» [Q 1622], è cioè in grado di resistere ben al di
là di quanto l'ottimismo (o la faciloneria) non induca a ritenere.
Ma l'affermazione della (presumibile) lunga durata della crisi – la
previsione «morfologica» che Gramsci formula al riguardo – non dev'es-
sere considerata una revoca della diagnosi, quasi che parlare di crisi orga-
nica pronosticandone il lento sviluppo equivalesse a sostenere, obliqua-
mente, l'intatta vitalità della società borghese. Gramsci prende molto sul
serio l'idea che la crisi della modernità sia giunta, per effetto della dina-
mica progressiva dispiegata e della conseguente conflittualità sistemica, a
un punto di non ritorno. Ne fa fede lo scenario che, a suo giudizio, ritrae
il conflitto di classe nei termini essenziali da esso assunti in Occidente al-
l'indomani della Grande guerra.

7. LA «POLITICA TOTALITARIA»

Nell'esporre quella che abbiamo chiamato «teoria generale delle crisi» ci


siamo rifatti più volte alla nota del quaderno 13 (il § 17) nella quale
Gramsci mette a fuoco lo schema dei «rapporti di forza» sui diversi terre-
ni (sociale, politico, militare) del conflitto di classe. Queste pagine risul-
tano dalla revisione di una nota del quaderno 4 (il § 38) che Gramsci
stende nello stesso arco di tempo (autunno 1930) nel quale intraprende la
scrittura del quaderno 6. E proprio in quest'ultimo incontriamo tre brevi
note (i §§ 136-138 [Q 800-2]) che, riprendendo i temi discussi nel testo del
quaderno 4 testé ricordato, forniscono una descrizione puntuale, e parti-
colarmente significativa, dell'attuale quadro «politico-storico»: della con-
figurazione del «rapporto delle forze politiche» (per riprendere l'espres-
sione del quaderno 4 [Q 457]) all'indomani della Guerra mondiale.
Dalla lettura sinottica di queste rapide annotazioni emerge uno sce-
nario molto coerente e organico. Gramsci comincia col definire il «pas-
saggio dalla guerra manovrata (e dall'attacco frontale) alla guerra di po-
sizione anche nel campo politico» come «la quistione di teoria politica la
più importante» tra quelle «post[e] dal periodo del dopo guerra e la più
difficile ad essere risolta giustamente» [Q 801]. Perché la pensi così, in
parte già lo sappiamo. Proprio nel paragrafo sui «rapporti di forza» ha
insistito – lo si ricorderà – sulla necessità di «trovare il rapporto tra il
“permanente” e l'“occasionale”» (così già nella prima versione [Q 456]) e
sulle serie conseguenze di eventuali errori di analisi su questo terreno, che
semplicemente impedirebbero di comprendere la natura delle crisi in atto.
Ora le note del quaderno 6 aggiungono ulteriori motivazioni.
La descrizione della «situazione politico-storica» generata dal muta-
mento delle forme del conflitto (da guerra manovrata a guerra di posizio-
ne) offre, in primo luogo, uno scenario estremamente drammatico, che
Gramsci pone sotto il titolo di «politica totalitaria». A caratterizzare la
fase attuale è il tentativo (posto in essere dalla classe dominante) di ridur-
re drasticamente il pluralismo culturale e organizzativo che ha in prece-
denza caratterizzato la sfera sociale affermando il potere di direzione «in-
tellettuale e morale» di un unico partito politico.

Una politica totalitaria – leggiamo nel § 136 – tende appunto: 1) a ot-


tenere che i membri di un determinato partito trovino in questo solo
partito tutte le soddisfazioni che prima trovavano in una molteplicità
di organizzazioni, cioè a rompere tutti i fili che legano questi membri
a organismi culturali estranei; 2) a distruggere tutte le altre organiz-
zazioni o a incorporarle in un sistema di cui il partito sia il solo rego-
latore. [Q 800]

La pretesa di porre l'intero ambito sociale sotto il controllo monocratico


di un partito «di tipo “totalitario”» [Q 922] porta con sé, evidentemente,
un salto di qualità nell'iniziativa del dominante (che – scrive Gramsci nel
§ 34 del quaderno 3 a proposito delle conseguenze della crisi di egemo-
nia, culmine della crisi organica – «ha perduto il consenso, cioè non è più
“dirigente”, ma unicamente “dominante”» [Q 311]). L'offensiva ha luogo
simultaneamente sul piano egemonico (ai fini della ricostruzione del con-
senso e della sua organizzazione) e sul terreno dell'ordine pubblico. In
questo senso il testo sottolinea che nella «guerra di posizione»
è necessaria una concentrazione inaudita dell'egemonia e quindi una
forma di governo più «intervenzionista», che più apertamente prenda
l'offensiva contro gli oppositori e organizzi permanentemente l'«im-
possibilità» di disgregazione interna: controlli d'ogni genere, politici,
amministrativi, ecc., rafforzamento delle «posizioni» egemoniche del
gruppo dominante, ecc. [Q 802]

È precisamente questo il motivo per cui, nel § 137 del quaderno 6, Gram-
sci se la prende con chi (nel caso, Daniel Halévy, la cui posizione rico-
struisce in base alla recensione della sua Décadence de la liberté) conti-
nua a concepire lo Stato secondo canoni tradizionali – riferendosi cioè
esclusivamente all'«apparato governativo», agli «organismi politici deri-
vanti dal suffragio universale» – e non vede che lo Stato contemporaneo
comprende anche «l'apparato “privato” di egemonia o società civile» [ Q
801] e va quindi inteso «in senso organico e più largo» (così, poco prima,
il § 87 dello stesso quaderno 6 [Q 763]).
Capire la società e le forme attuali dei conflitti (proprio quelli verifi-
catisi «dal '70 ad oggi» [Q 801]) implica la revisione di molte categorie
fondamentali del lessico politico. Senza di che risulta indecifrabile il ten-
tativo compiuto dalla «dittatura moderna» (così il § 18 del quaderno 3; il
testo C – il § 4 del quaderno 25 – parlerà più esplicitamente delle «ditta-
ture contemporanee») di porre «tutta la vita nazionale nelle mani della
classe dominante» mediante un «accentramento […] frenetico e assor-
bente» [Q 303, 2287].
Ma, al di là della descrizione delle nuove logiche dello scontro politi-
co, ci interessano soprattutto le loro implicazioni. Le quali rivelano – non
casualmente, considerate le comuni connessioni con il grande tema della
rivoluzione passiva – spiccate analogie con le caratteristiche di un feno-
meno (il cesarismo) di cui Gramsci si occupa nel quaderno 9.
Si tratta, in primo luogo, dell'ambivalenza della «politica
totalitaria», del tutto analoga, per l'appunto, alla duplicità dei fenomeni
cesaristici. Abbiamo visto che il totalitarismo del dominante tenta di sop-
primere (di reducere ad unum) il pluralismo associativo e ideologico sot-
toponendo l'intera società all'iniziativa del proprio «apparato
egemonico». Ma Gramsci avverte che tale fenomeno può derivare tanto
da un'istanza regressiva (quando a produrlo è la volontà del «partito
dato» di «impedire che un'altra forza, portatrice di una nuova cultura, di-
venti essa “totalitaria”»), quanto da una spinta progressiva (nel caso in
cui, invece, «il partito dato è portatore di una nuova cultura») [ Q 800].
Ma è in particolare la seconda analogia tra politica totalitaria e cesa-
rismo a meritare in questo momento la massima attenzione. Nel § 133 del
quaderno 9 (riformulato nel § 27 del quaderno 13) Gramsci mette già in
risalto il dato eziologico sul quale (come abbiamo accennato nel capitolo
6 e vedremo meglio nel capitolo 11) ruota tutta la sua analisi dei fenome-
ni cesaristici. I quali, scrive,

esprim[ono] una situazione in cui le forze in lotta si equilibrano in


modo catastrofico, cioè si equilibrano in modo che la continuazione
della lotta non può concludersi che con la distruzione reciproca. [ Q
1194]

8. UN ASSEDIO RECIPROCO

Lasciamo da parte, per il momento, quest'ultima affermazione (palese-


mente una ripresa dell'incipit del Manifesto marxiano) e concentriamoci
sulla prima. Parlare di equilibrio catastrofico equivale a evocare una pie-
na simmetria delle forze in campo. Gramsci ha già accennato a questo
elemento, in qualche modo, in una nota del quaderno 3 (il § 34) dedicata
all'analisi della «crisi di autorità» (cioè di egemonia) radicalizzatasi nel
dopoguerra. In quella pagina, dopo avere indicato nella «riduzione all'e-
conomia e alla politica» (una politica «cinica», intesa come esercizio del-
la pura forza) il tratto saliente della crisi, osserva come proprio la «ridu-
zione delle superstrutture più elevate a quelle più aderenti alla struttura»
attesti la «possibilità [e necessità] di formazione di una nuova cultura»
[Q 312].
Ma ora, nel quaderno 6, questa diagnosi compie un salto di qualità.
Dalla forma dello schema dialettico (nella crisi, anche una possibilità re-
gressiva) si passa all'affermazione concreta di una simmetria delle forze.
È precisamente questo il dato – affatto cruciale – al quale Gramsci mo-
stra di pensare allorché analizza la guerra di posizione che connota lo
scenario «politico-storico» post-bellico. Uno scenario in cui, a ben guar-
dare (così il § 138 del quaderno 6), l'«assedio è reciproco». È reciproco:
dunque riflette una sostanziale equivalenza delle forze (il loro equilibrio),
benché – e Gramsci lo sottolinea: «nonostante tutte le apparenze» – a pri-
ma vista si ricavi un'impressione ben diversa [Q 802].
Questo tema attrae sempre più l'attenzione di Gramsci, che mostra
di individuarvi un elemento indispensabile alla decifrazione dei caratteri
della crisi in atto e alla previsione dei suoi sviluppi. Si può addurre anche
un piccolo indizio di questo polarizzarsi dell'interesse. Il tema dello scon-
tro totalitario è focalizzato in due note del quaderno 25 (i §§ 4 e 5) nelle
quali confluiscono in immediata sequenza materiali in origine dispersi
nel quaderno 3 (nei §§ 18 e 90, distanti tra loro una quarantina di
pagine). Si tratta in particolare di due notazioni di grande rilievo, nelle
quali si stringe il nesso tra due dinamiche contrapposte: l'accentramento
«“totalitario”» operato dalle «dittature contemporanee» [ Q 2287] e l'in-
tensificazione dello «spirito di scissione» nell'area subalterna [ Q 2288],
propedeutico alla costruzione di una forza antagonistica di pari potenza.
L'elemento della simmetria delle forze è dunque palesemente crucia-
le. Se ripensiamo soprattutto alle considerazioni svolte a proposito delle
radici strutturali dei processi di crisi organica, ci rendiamo facilmente
conto di che cosa significhi sostenere, come fa qui Gramsci, che sussiste
una profonda differenza tra ciò che appare (in questo caso, la netta preva-
lenza del dominante) e ciò che in realtà – sottotraccia – accade (l'assedio
reciproco di forze equivalenti).
Considerato che stiamo analizzando in prospettiva macrostorica lo
scenario politico generato dalla Guerra mondiale, affermare che in realtà
a fronteggiare la classe dominante (la borghesia) è un'altra classe (il pro-
letariato) dotata di pari potenza significa sostenere né più né meno che,
nel corso della prima fase della «crisi moderna» (1870-1918), il proleta-
riato è venuto accumulando un contropotere sufficiente a contendere alla
borghesia attualmente dominante il controllo della società, proprio come
la borghesia, nel corso della «crisi medioevale» (i secoli precedenti la Ri-
voluzione francese), era riuscita ad accumulare il potere necessario a spo-
destare i poteri feudali.
Agli occhi di Gramsci appare sempre più nitido il quadro di una crisi
nella cui «fase culminante» la «politica totalitaria» si sviluppa sullo sfon-
do di un conflitto assoluto, per la vita e la morte. Di una contrapposizio-
ne tragica per l'affermazione di progetti di società integralmente alterna-
tivi. Di uno scontro totale che, per la prima volta nella storia, mette in
gioco il controllo della società nella sua interezza, il potere di determi-
narne in ogni ambito configurazione e sviluppo.
La ragione di questa novità consiste nel fatto che finalmente la lotta
fondamentale chiama in causa una forza costitutivamente interessata alla
trasformazione integrale della società. Una forza – il partito rivoluziona-
rio del proletariato nel quale rivive il «mito» machiavelliano [ Q 1555] –
bisognosa di portare a compimento la «rivoluzione» borghese della poli-
tica (la costruzione di corpi sociali coesi e omogenei); consapevole della
propria funzione storica e delle proprie potenzialità; capace di assolvere
questo compito (di «annullare la divisione in classi» [ Q 1732]) in quanto
dotata di una «espansività» illimitata, all'altezza dell'«assorbimento com-
pleto della società» [Q 774]. Una forza, in una parola, «“necessari[a]”
storicamente» [Q 1733].
Stando così le cose, si capisce bene perché Gramsci non soltanto scri-
va, come abbiamo visto, che comprendere il passaggio alla guerra di posi-
zione è la «quistione di teoria politica la più importante», ma affermi al-
tresì che, in conseguenza di questo passaggio (e di quanto esso
comporta), «si è entrati in una fase culminante della situazione politico-
storica». In tanto lo scontro è simmetrico, tale da imporre la mobilitazio-
ne di «tutte le risorse dell'egemonia e dello Stato», in quanto verte ormai
esclusivamente sulla conquista delle «posizioni decisive». E viceversa: or-
mai solo queste posizioni sono in gioco (mentre quelle non decisive «han-
no perduto il loro valore») proprio perché si fronteggiano forze equiva-
lenti, tali da aspirare a ragion veduta alla conquista del potere.
Gramsci lo dice nel modo più netto: «compressa, difficile», esigente
«qualità eccezionali di pazienza e di spirito inventivo», «la “guerra di po-
sizione”, una volta vinta, è decisiva definitivamente» [ Q 802], nel senso
che il suo esito decide delle sorti di un'epoca. Ecco perché un errore di
analisi sui caratteri della fase storica e, in particolare, sulla natura dei
processi di crisi in atto comporterebbe conseguenze rovinose. Scambiare
per organica una crisi occasionale potrebbe determinare lo spreco di ri-
sorse ingenti (ma ancora lontane da un sufficiente accumulo di forze)
contro un avversario possente e ancora saldo sulle proprie basi struttura-
li. Al contrario, leggere come occasionale una crisi organica significhe-
rebbe fraintendere sia l'obiettivo del conflitto sia le sue regole non scritte,
le sue forme concrete.
Quanta rilevanza Gramsci annetta a queste considerazioni lo rivela
infine una modifica che interviene nella riscrittura di quella nota sui
«rapporti di forza» che, come abbiamo visto, corre in parallelo a tutta la
riflessione sulla logica delle crisi e delle transizioni. Nel testo C (il § 17
del quaderno 13), Gramsci aggiunge che, in conseguenza degli avveni-
menti verificatisi nel 1870-71,

perde efficacia l'insieme di principii di strategia e tattica politica nati


praticamente nel 1789 e sviluppati ideologicamente intorno al '48
(quelli che si riassumono nella formula della «rivoluzione permanen-
te» […]). [Q 1582]

Probabilmente la stessa sconfitta dei comunardi si deve alla mancata


comprensione di questo passaggio storico. Che comunque è un dato di
fatto. Cinquant'anni prima della Guerra mondiale, e a maggior ragione
dopo la sua conclusione (dopo che tutte le «quistioni» accumulatesi «mo-
lecolarmente prima del 1914 hanno […] fatto “mucchio”, modificando la
struttura generale del processo» [Q 1824]), è cominciata, a giudizio di
Gramsci, la fase terminale della modernità borghese. La sua (forse anche
lunga) pura semplice durata. E, contestualmente, una «guerra d'assedio»
decisiva, dagli esiti impregiudicati. Non perché potrebbe accadere che la
modernità – il capitalismo – superi una crisi organica per definizione ri-
solvibile solo «costruendo una nuova struttura» [Q 1716]. Ma perché non
si può escludere (qui si torna a proposito la citazione dal Manifesto colta
poc'anzi tra le righe della nota del quaderno 9 sul cesarismo e il suo equi-
librio «catastrofico») che lo scontro epocale tra capitale e lavoro si con-
cluda con la loro «distruzione reciproca».
NODI CONCETTUALI
Capitolo 9
STRUTTURA E FUNZIONI
DELLA «SOCIETÀ CIVILE»

1. TRA CONTINUITÀ E MUTAMENTO

Nelle prime due parti di questo libro abbiamo cercato di ricostruire nei
suoi capisaldi il discorso storico del Gramsci dirigente rivoluzionario,
fondatore e «capo» del partito comunista italiano, e del teorico della po-
litica, autore di un'opera unanimemente annoverata tra i classici del No-
vecento. Quello che ci pare emerga dalla rilettura dell'intero lascito gram-
sciano è un dato di fatto rilevante e incontrovertibile, benché non sempre
– in verità sempre più di rado – tenuto nella dovuta considerazione. Sus-
sistono, nello sviluppo del pensiero di Gramsci, punti fermi che perman-
gono sullo sfondo della sua riflessione perché informano la sua stessa vi-
sione del mondo, la sua «filosofia spontanea».
Uno di questi elementi – a nostro giudizio essenziale – è la propen-
sione, tipicamente storicistica, a considerare la realtà e a concepire l'azio-
ne politica nel quadro di uno sviluppo storico interpretato come un pro-
cesso unitario relativamente coerente e dotato di senso, e proprio per
questo suscettibile di previsioni e anticipazioni da parte del soggetto rivo-
luzionario. Per essere più espliciti, crediamo si possa affermare che lo stu-
dio storico-critico al quale i Quaderni del carcere sottopongono la mo-
dernità borghese, mettendone a fuoco in particolare i limiti cogenti
(quindi invalicabili) di espansione interna, costituisca la traduzione, in
un altro linguaggio (il Gramsci precarcerario legge la realtà e la storia in
una chiave essenzialmente filosofica e scrive per lo più testi di agitazione
politica; i Quaderni sono frutto di una ricca esperienza «politico-storica»
e hanno il respiro ampio dell'analisi teorica), del tema della «necessità
storica» che, come abbiamo visto, campeggia al centro della scena discor-
siva disegnata in innumerevoli scritti “giovanili”, senza, peraltro, sparire
dallo spazio teorico delle più meditate pagine del carcere (segnatamente
nei quaderni 10, 13 e 25, ma anche 16 e 19).
Come si ricorderà, motivazione decisiva nel discorso gramsciano sul-
la necessità storica è l'affermazione di un realismo critico come indispen-
sabile antidoto contro le tentazioni soltanto in apparenza contrapposte
del determinismo e dell'arbitrio volontaristico. La costruzione di un'idea
di prassi trasformatrice di schietta matrice machiavelliana, nella quale vo-
lontà e consapevolezza, interesse e responsabilità (riconoscimento della
necessità, appunto) si connettono in una stretta relazione dialettica.
Questa idea si sviluppa negli anni della Grande guerra, della rivolu-
zione d'Ottobre, dell'avvento della dittatura. E si precisa, nel carcere, nel
quadro di una rilettura critica dell'attuale «situazione politico-storica»
sullo sfondo di un ripensamento generale della storia della modernità
borghese. Lo si è visto ancora da ultimo, riflettendo a proposito dell'insi-
stenza dei Quaderni sulla necessità vitale di condurre analisi corrette del-
le fasi storiche (e in specie dei processi di crisi) per definire i limiti non va-
licabili da parte di un'iniziativa politica che si pretenda efficace senza ri-
nunciare alla critica dell'esistente.
Quello che negli scritti precarcerari è uno schema filosofico generale
– sempre di nuovo riaffermato nel fuoco della polemica politica immedia-
ta – diviene nei Quaderni il quadro di riferimento entro il quale sviluppa-
re un'analisi concreta (storica, «genetica») della realtà e del suo processo
di formazione. Con un influente denominatore comune a fare da tramite
tra le diverse fasi evolutive di un sistema di pensiero in continuo movi-
mento, e da garante della sua coerenza interna: la concezione della prassi
come osmosi ontologica tra soggetto (volontà consapevole, finalità) e og-
getto (realtà «ribelle» data); una «filosofia della praxis» che ha, nella pro-
spettiva di Gramsci, il duplice fine di circoscrivere l'ambito dell'intenzione
entro il cerchio delle «possibilità obbiettive» e al tempo stesso di rigettare
in partenza qualsiasi rassegnato quietismo. Di qui, come si è testé visto,
l'insistenza sulla irriducibile ambivalenza dei quadri storici e la ferma de-
terminazione nel leggere in termini di crisi irreversibile la stabilizzazione
capitalistica in atto, «nonostante tutte le apparenze».
Dovrebbe essere, superfluo, a questo punto, chiarire che parlare di
coerenza interna e continuità nel tempo di una posizione teorica è cosa
ben diversa dal sostenere la staticità. Sarebbe di per sé difficile immagina-
re un immobilismo teorico impermeabile a mutamenti tanto radicali
quanto quelli che sconvolgono il mondo (e in particolare l'Italia) nel pri-
mo trentennio del XX secolo e che si riverberano drammaticamente sulla
condizione personale dell'autore dei Quaderni. E a ogni modo un tale im-
mobilismo sarebbe incompatibile con la grandezza di un pensiero in gra-
do di suscitare ovunque da almeno trent'anni a questa parte un interesse
crescente.
Affermare la coerenza interna e la continuità del pensiero di Gramsci
(una continuità «in continuo sviluppo», direbbero i Quaderni [Q 757]) si-
gnifica, per quanto ci riguarda, riconoscere la persistenza di alcuni rile-
vanti nuclei problematici e di una generale prospettiva analitica nella con-
siderazione della realtà. Il che, da una parte, non esclude – anzi, come ab-
biamo appena ribadito, comporta – il movimento interno del sistema
teorico in ragione del prodursi di nuovi elementi di fatto, del conseguente
precisarsi delle categorie, del modificarsi del lessico, dell'ampliarsi dei
campi d'interesse e dei quadri teorici di riferimento. Ma, dall'altra parte,
raccomanda di considerare con la massima cautela i ricorrenti (e non
sempre disinteressati) tentativi di rappresentare cesure interne e svolte ra-
dicali, tali da segmentare il flusso del pensiero gramsciano nella cornice
stessa dei Quaderni e, a fortiori, nel passaggio che li connette agli scritti
precarcerari. Pretese svolte che non soltanto negherebbero l'unità della
teoria, ma revocherebbero in dubbio anche il senso di una biografia poli-
tica.
Ora, giunti a questo punto del nostro percorso, proveremo, per dir
così, a cambiar passo, a innestare una marcia diversa. Il quadro generale
del discorso gramsciano è stato definito. Serve, d'ora in avanti, un lavoro
più analitico, che si proponga di mettere a fuoco, in prima battuta, alcuni
nodi concettuali strutturanti la teoria politica gramsciana, con particola-
re riferimento ai Quaderni. Cominciamo dunque dalla polarità Stato/so-
cietà civile alla quale abbiamo avuto modo di accennare, come si ram-
menterà, concludendo il capitolo 8.

2. UNA VULGATA POLEMICA

Nel discorso liberale, oggi dominante, ricorre ancora la contrapposizione


tradizionale tra lo Stato e la società civile, dove il primo è sinonimo di
potere (e di oppressione) e la seconda è concepita come l'ambito della li-
bera (e non di rado oppressa) espressione delle individualità. Com'è noto,
questo schema ideologico nasce tra Sei e Settecento nel corso della batta-
glia borghese per l'emancipazione dall'autocrazia di antico regime, e sot-
tende sia la teoria del contratto sociale (Hobbes e Locke), sia quella della
nascente economia politica classica (Mandeville, peraltro ben consapevo-
le della necessita della coercizione politica affinché forza-lavoro a basso
costo fornisca sufficiente materia prima alla prosperità dell'«alveare con-
tenuto»).
La contrapposizione ideologica tra Stato e società civile si approfon-
disce dopo la Rivoluzione francese. I cui critici liberali (da Burke a Gentz,
da Constant a Tocqueville) identificano lo Stato col potere giacobino e ri-
vendicano i diritti della società (in sostanza, della grande proprietà e del-
la declinante democrazia), a loro dire conculcati dalla nuova tirannide ri-
voluzionaria, ispirata dalle diaboliche teorie di Rousseau. Nel corso del-
l'Ottocento Hegel – considerato il «filosofo dello Stato» per eccellenza –
diviene il principale bersaglio della polemica liberale (nello Staats-Lexi-
con di Rotteck e Welcker prima, in Haym poi), che si fa ancor più aspra
dopo la nascita del movimento operaio organizzato e dopo la drammati-
ca vicenda della Comune di Parigi.
A maggior ragione l'opposizione ideologica tra società civile e Stato
si radicalizza a seguito della rivoluzione d'Ottobre. Alcuni tra i principali
teorici liberali (Hayek, Mises, Popper) e da ultimo alcuni storici «revisio-
nisti» (a cominciare da François Furet) elaborano una genealogia inequi-
vocabile: la rivoluzione bolscevica è l'erede delle teorie «statolatriche» di
Marx, di Hegel e di Rousseau, e questa ascendenza dimostra ad abun-
dantiam il connotato autoritario («totalitario») e repressivo del nuovo
potere nato dal rovesciamento del regime degli zar.
Naturalmente questo schema polemico si potrebbe facilmente smon-
tare, rammentando come sia Rousseau, sia Hegel e Marx (e lo stesso Le-
nin) concepiscano lo Stato come organizzazione sovrana dell'autonomia
sociale. E osservando che lo Stato contro cui i liberali da sempre tuonano
è lo Stato borghese, cioè il loro Stato: l'organizzazione dei poteri istitu-
zionali che protegge – sia pure nelle forme della democrazia costituziona-
le – il potere del capitale privato e la supremazia della classe che lo detie-
ne e controlla. Non sarebbe difficile mostrare, per esempio, come oggi
siano proprio gli Stati e i governi in carica a permettere al capitale finan-
ziario di muoversi in tutto il mondo senza regole né limiti, generando
enormi bolle speculative e polverizzando la forza contrattuale delle orga-
nizzazioni sindacali che tentano di difendere i diritti del lavoro comanda-
to.
Sarebbe agevole ricordare che gli Stati e i governi hanno stipulato i
Trattati di Maastricht e Lisbona e costruito le principali strutture istitu-
zionali europee (a cominciare dalla Banca centrale) che cancellano di fat-
to qualsiasi possibilità di autogoverno democratico dei corpi sociali. E al-
trettanto semplice sarebbe fare presente che proprio gli Stati (e i governi
più o meno «tecnici») dispensano una pretesa cura contro la grande crisi
economica che consiste nel trasferire ai privati un'enorme massa di risor-
se pubbliche (imprese industriali, servizi, beni demaniali e denaro sottrat-
to alle classi lavoratrici) e nell'impiegare la leva fiscale e monetaria per
imporre ai paesi più deboli dell'eurozona politiche di «risanamento» e
«rigore» di stampo neo-coloniale.
Ma nessuna confutazione razionale può neutralizzare uno schema
ideologico che riposa sulla forza dell'«apparato egemonico» delle classi
dominanti. Quando le idee diventano strumenti di governo, la battaglia
culturale cessa di essere confronto teorico tra ragioni contrapposte e di-
venta immediatamente scontro politico, lotta di classe. Ed è per ciò stesso
combattuta ad armi impari. In questo senso i giovani Marx ed Engels
scrissero molto linearmente che «i pensieri della classe dominante sono in
ogni epoca i pensieri dominanti»1: una sintesi scarna, che può spiacere
per la sua impudicizia ma che coglie nel segno. E per questo ancora oggi
il discorso ideologico che descrive la società civile come terreno di libertà
contrapposto allo Stato mantiene intatta la sua forza persuasiva, nono-
stante la sua struttura paradossale. Consentendo al capitale che domina
gli Stati di identificarsi con i corpi sociali, e di recitare al tempo stesso la
parte della vittima.

3. COMPLESSITÀ E DIALETTICA

Abbiamo appena impiegato un termine – «egemonico» – che ci riporta a


Gramsci e alla sua analisi della struttura e del funzionamento del potere
ideologico borghese nella società contemporanea. Non per caso il Gram-
sci dei Quaderni è una fonte di primaria importanza per ripensare criti-
camente la polarità Stato/società civile e demistificare l'uso ideologico di
questi termini-chiave del lessico politico.
Il suo discorso a questo riguardo è molto complesso e articolato.
Coinvolge il confronto tra l'«Oriente» (la Russia prima e dopo il 1917) e
l'«Occidente» (il mondo capitalistico); la storia comparata della moder-

1 Karl Marx, Friedrich Engels, Die deutsche Ideologie (1845-46), in MEW, Bd. 3, cit., p. 46.
nizzazione nei diversi paesi europei (in particolare in Francia e Italia); il
tema dell'estinzione dello Stato; lo studio delle nuove forme di comando
politico sull'economia (nel fascismo) e delle nuove connessioni tra società
e produzione (nel fordismo) nel quadro della stabilizzazione capitalistica
al tempo della «crisi organica». Questa complessità spiega perché la no-
zione di «società civile» sia tra i temi più scandagliati dalla critica. Inten-
to di questo breve capitolo è, assai più modestamente, sintetizzare l'anali-
si gramsciana del rapporto tra Stato e società civile nella società capitali-
stica contemporanea, allo scopo di segnalare la più rilevante innovazione
teorica compiuta dai Quaderni a questo proposito, e di porre in evidenza
qualche ragione della sua attualità.
Conviene a tal fine partire dallo schema tradizionale, che, come ab-
biamo visto nel capitolo precedente (§ 7), Gramsci evoca (nel § 137 del
quaderno 6) ponendone in rilievo l'irreversibile anacronismo. L'impianto
concettuale classico contrappone lo Stato alla società civile concependo il
primo come ambito esclusivo del potere politico (la sede in cui è esercita-
ta la sovranità, il potere normativo e decisionale erga omnes) e la seconda
come la sfera dell'agire informale tra privati (individui e gruppi) e, più
precisamente, come il terreno della loro attività e interazione economica
(un terreno che si pretende scevro da potere o innervato tutt'al più da po-
teri locali, circoscritti).
Tale rappresentazione, nella sua schematicità, fu ereditata dal marxi-
smo volgare, contro il quale non per caso Gramsci (come già uno dei suoi
maggiori maestri, Antonio Labriola) esercita una critica puntuale. Non
c'è di che sorprendersi. L'idea che tra «struttura» e «superstrutture» operi
un nesso meccanico (in forza del quale la dinamica economica determi-
nerebbe immediatamente le forme della cultura e gli assetti e le funzioni
della sfera istituzionale) non è, a guardar bene, se non il rovesciamento
(quindi la replica) dello schema liberale che polemicamente attribuisce
allo Stato il potere di plasmare (e opprimere) la società.
A questa idea, erroneamente attribuita a Marx, Gramsci oppone una
concezione assai più complessa, caratterizzata dalla consapevolezza che –
ferma restando la asimmetria tra i due piani (anche per Gramsci l'inci-
denza del «modo di produzione» prevale su quella delle istituzioni politi-
che) – tra la sfera politico-istituzionale e il terreno dell'attività produttiva
sussiste una relazione dialettica (di interazione). In questo senso – con-
trapponendosi sia ai liberisti sia agli anarco-sindacalisti, loro seguaci in-
consapevoli e subalterni – i Quaderni definiscono «metodica» e non «or-
ganica» la distinzione tra «società civile» (l'ambito dell'attività economi-
ca nel lessico tradizionale) e «società politica», e chiariscono che «nella
realtà», fatte salve le rispettive caratteristiche e funzioni, l'una cosa e l'al-
tra «si identificano» [Q 1590].
Non è privo di interesse osservare come anzi la polemica di Gramsci
contro «sindacalis[ti] teoric[i]» e «libero-scambist[i]», avviata nella nota
sui «rapporti di forza» [Q 1581] e sviluppata, poche pagine dopo, nella
nota successiva (il § 18 del quaderno 13, anch'esso frutto della riscrittura
del § 38 del quaderno 4), attribuisca ai primi i più seri fraintendimenti. Se
non altro le «ideologie libero-scambiste» (proprie «di un gruppo sociale
dominante e dirigente» [Q 1589]) riconoscono l'importanza del «rappor-
to delle forze politiche organizzate nelle diverse forme di partito» (espres-
sione, quest'ultima, che Gramsci intende nel senso più ampio, riferendola
anche alle «organizzazioni di massa» di partiti e sindacati e persino ai
«lettori di giornali») [Q 1581].
Al contrario, il «sindacalismo teorico» [Q 1589], pretesa punta avan-
zata del movimento operaio, dà «importanza primordiale» esclusivamen-
te «al rapporto fondamentale economico-sociale», costruendo su questa
base tesi deterministiche (con estrema asprezza Gramsci parla qui di
«forme infantili di ottimismo e di scempiaggine») [ Q 1581] che infestano
lo spazio ideologico della classe operaia.
4. L'ESPANSIONE DELLA POLITICA

Gramsci non si inventa nulla. La sua riflessione verte su un tema – l' e-


spansione delle funzioni della polizia – al centro del dibattito teorico del-
la Terza Internazionale e dell'austromarxismo, nonché del pensiero di fi-
gure di spicco dell'intellettualità tedesca del suo tempo, da Otto Neurath
a Walther Rathenau, allo stesso Max Weber, figura ben più presente nella
trama teorica dei Quaderni di quanto non si ritenga. Le pagine del carce-
re concordano con la tesi prevalente: la politica tende a invadere il campo
dell'economia, come dimostrano gli esperimenti (il New Deal rooseveltia-
no e il corporativismo fascista) compiuti nel tentativo di porre riparo alle
crisi sempre più gravi del sistema capitalistico (il crollo di Wall Street nel-
l'ottobre del '29, verificatosi appena trent'anni dopo la fine della Grande
depressione) introducendo misure di programmazione («l'elemento “pia-
no di produzione”» [Q 1228]; forme di «economi[a] programmatic[a]»
[Q 1358]).
A questo riguardo Gramsci esemplifica l'intervento dello Stato in
economia con un ragionamento di straordinaria attualità. Gli Stati, scrive
nel § 14 di Americanismo e fordismo, non si occupano soltanto «di con-
servare l'apparato produttivo così come è in un momento dato», ma si
impegnano anche a «riorganizzarlo per svilupparlo parallelamente all'au-
mento della popolazione e dei bisogni collettivi». In questa cornice – os-
serva – si inseriscono precisamente «l'aggravarsi dei regimi doganali e
delle tendenze autarchiche, i premi, il dumping, i salvataggi delle grandi
imprese in via di fallimento o pericolanti»: come se commentasse quanto
sta avvenendo in questi anni sotto i nostri occhi, Gramsci ricorda a que-
sto proposito la formula leniniana della «“nazionalizzazione delle perdite
e dei deficit industriali”» [Q 2176].
Ma i Quaderni aggiungono a queste considerazioni un nuovo ele-
mento. A giudizio di Gramsci, a partire dalla metà dell'800 (dal 1848 e
soprattutto – si badi – dal 1870) la politica non invade soltanto il terreno
dell'economia. Gli Stati non si limitano a pianificare e dirigere l'attività
produttiva «determinando» il mercato. Le loro funzioni si espandono an-
che sul terreno della cultura, dell'elaborazione del discorso pubblico, del-
l'ideologia e della propaganda, quindi in direzione di quella che potrem-
mo definire la produzione della soggettività.
Come vedremo più da vicino nel prossimo capitolo (e ancora nel ca-
pitolo 14), alla base di questa intuizione è il riconoscimento di un aspetto
caratterizzante l'epoca contemporanea: l'impossibilità di governare la so-
cietà moderna senza il consenso dei governati. Il che impone alla classe
dominante (alla borghesia governante) la «preparazione del consenso
“spontaneo” delle masse» [Q 1669], come Gramsci scrive in modo volu-
tamente paradossale. A suggerire che alla base del consenso sociale vi è
sempre l'azione di un «apparato egemonico». E che negli orientamenti
politici della popolazione – come in quelli dei «moviment[i] storic[i]»
nati «sulla base della struttura» [Q 1422], in merito ai quali si esercita la
critica anti-spontaneistica di Gramsci – raramente la «spontaneità» è si-
nonimo di autonomia. E anzi si risolve nel suo contrario, ove non «edu-
cat[a]» [Q 330], cioè portata a consapevolezza di sé e della situazione rea-
le.
L'analisi di questo problema, avviata come sappiamo negli anni pre-
cedenti il carcere, induce nei Quaderni un ripensamento radicale delle ca-
tegorie concettuali coinvolte e, tra il 1930 e il '32, una progressiva esten-
sione del loro quadro semantico, resa evidente dall'edizione critica del
1975 e dalle ulteriori ricerche sulla cronologia interna. Se è vero che gli
apparati politico-istituzionali svolgono funzioni sempre più ampie e com-
plesse, allora le stesse nozioni di «Stato» e di «società civile» (di
«politica» e di «economia») debbono essere riformulate all'altezza dei
tempi. Risultato di tale ripensamento è una nuova teoria della forma-Sta-
to, fondata precisamente sulla riformulazione del rapporto Stato-società
civile e, a monte, sulla ridefinizione di entrambi questi concetti.
Nei Quaderni «Stato» assume due significati diversi.
In senso stretto (lo «Stato propriamente detto» o «Stato politico» o
«società politica»), designa l'«apparato governativo-coercitivo» [ Q 800]
deputato all'uso della forza in difesa del potere della classe dominante:
del suo «dominio diretto» [Q 1518], della sua «dittatura» [Q 691], della
«funzione decisiva che il gruppo dirigente esercita nel nucleo decisivo del-
l'attività economica» [Q 1591]. (Accontentiamoci per il momento di que-
sta definizione, che nel prossimo capitolo integreremo con qualche preci-
sazione.)
Inteso «in senso organico e più largo» [ Q 763] (come «“Stato” inte-
grale» [Q 691]), lo Stato include – questa la prima grande novità – la stes-
sa società civile. La quale a sua volta – seconda novità – non designa più
(come nell'economia politica classica e, in buona misura, in Hegel e an-
cora in Marx) l'ambito dell'attività economica (espressione della «strut-
tura»), bensì l'insieme degli elementi – un «complesso formidabile di trin-
cee e fortificazioni» – delegati alla formazione del consenso. Cioè tutta
«l'organizzazione materiale» (la stampa, le biblioteche, le scuole, i circoli,
l'architettura e la toponomastica) «intesa a mantenere, a difendere e a svi-
luppare il “fronte” teorico e ideologico» di «una classe dominante» [ Q
332].
Ecco perché, in primo luogo, Gramsci rivendica alla «filosofia della
praxis» nella sua «fase più recente di sviluppo» – emendata dal meccani-
cismo delle posizioni economicistiche – una «concezione statale» che ri-
conosce «essenziale» il «momento dell'egemonia», il «fronte culturale»,
«accanto a quelli meramente economici e meramente politici» [ Q 1224]
(così anche a Tania il 9 maggio 1932: «nei suoi grandi teorici moderni» il
«concetto storico-politico di “egemonia”» costituisce «il tratto essenziale
della più moderna filosofia della praxis» [LC 570]). Questo è anche il
motivo per cui, come vedremo meglio fra poco, i Quaderni annotano che
la società civile comprende gli organismi «volgarmente detti “privati”»
[Q 1518], segnalando in tal modo come, al di là della loro configurazione
giuridica, i soggetti che la costituiscono svolgano in realtà funzioni pub-
bliche, e politicamente decisive.
Vediamo di chiarire questi concetti, prima di chiederci che cosa
Gramsci intenda suggerire con questa profonda riformulazione teorica.
5. LA CENTRALITÀ DEL DISCORSO PUBBLICO

Cominciamo con l'osservare la cura posta nel ridefinire il concetto di Sta-


to assumendolo «nel suo significato integrale» (così il § 155 dello stesso
quaderno 6 [Q 811]). Della novità di tale nozione Gramsci è pienamente
consapevole, come dimostra il fatto che proprio il «concetto comune di
Stato» gli appare, per la sua «unilateral[ità]», fonte di «errori
madornali». «Per Stato – annota nell'appunto polemico su Halévy – deve
intendersi oltre all'apparato governativo anche l'apparato “privato” di
egemonia o società civile» [Q 801]. In questo senso, poco prima (nel § 88
dello stesso quaderno 6), scrive: «Stato = società politica + società civile,
cioè egemonia corazzata di coercizione» [Q 763-4].
Come sappiamo, intendere questo (nuovo) stato di cose è a suo giudi-
zio indispensabile non soltanto per capire come concretamente si svolge
lo scontro politico e, a monte, come si organizza il potere di comando
della classe dominante, ma anche perché, non prendendo in considerazio-
ne l'intero spettro degli strumenti di condizionamento e di pressione coer-
citiva dei quali essa si serve, è impossibile comprendere la vera natura del
potere borghese, al di là delle sue forme istituzionali e della loro funzione
di legittimazione e di mascheramento. In questo senso i Quaderni avver-
tono che «nella politica l'errore avviene per una inesatta comprensione di
ciò che è lo Stato (nel suo significato integrale: dittatura + egemonia)»
[Q 810-1].
Come si vede, Gramsci sottolinea con forza il mutamento da lui im-
presso alla terminologia e la distanza che separa le sue idee di «Stato» e
«società civile» da quelle (scrive a Tania il 7 settembre 1931) impiegate
«di solito» [LC 458] o (così nel § 130 del quaderno 8) «volgarmente» [ Q
1020]. Nuova è infatti anche la definizione di «società civile», posta nei
Quaderni in corrispondenza con il concetto di egemonia culturale.
La società civile, scrive Gramsci a più riprese, costituisce un «appara-
to egemonico» [Q 800], vale a dire la «sfera delle superstrutture comples-
se» [Q 1584] (i sistemi della formazione e dell'informazione di massa; le
istituzioni religiose e le associazioni politiche e sindacali) per mezzo delle
quali vengono trasmessi alla cittadinanza principi, valori e convincimenti
fondamentali ai fini dell'adesione alle scelte del governo.
Gramsci è convinto che questo «complesso di associazioni nella vita
civile» [Q 1567] – questa «robusta catena di fortezze e casematte» [ Q
866] come altrove definisce la società civile – svolga un ruolo decisivo ai
fini del controllo sociale e del comando politico sulla società contempo-
ranea, e per questo sente il bisogno di ridefinire l'idea stessa di «Stato».
La ragione di questo convincimento risiede, come si diceva, nella scoper-
ta della funzione-chiave oggi assolta dall'elemento ideologico.
Per effetto del coinvolgimento attivo delle grandi masse nei processi
di riproduzione, il discorso pubblico (l'educazione, la cultura, l'ideologia,
la religione, la propaganda) è divenuto, ai suoi occhi, un ingrediente fon-
damentale della politica. La quale non può più prescindere dal consenso
(dalla sua «organizzazione» [Q 1636]) e non può più fare a meno di
«crea[re] preventivamente» ciò che «si chiama “opinione pubblica”», e
che – lungi dal costituirsi da sé, in modo libero e incondizionato – è, a
ben guardare, «il punto di contatto tra la “società civile” e la “società po-
litica”, tra il consenso e la forza» [Q 914].
Di qui la centralità di una figura sociale – gli «intellettuali» – alla
quale, come sappiamo, i Quaderni riservano grande attenzione. Intellet-
tuali in actu sono, per Gramsci, non soltanto gli addetti al lavoro cultura-
le tradizionale (insegnanti, studiosi, scienziati e scrittori), ma tutti coloro
che variamente partecipano all'elaborazione del discorso pubblico per il
fatto stesso di contribuire all'organizzazione della società, alla manuten-
zione e allo sviluppo della sua complessa rete funzionale: quanti, appun-
to, assolvono il compito, delicato e cruciale, della produzione del «con-
senso “spontaneo” dato dalle grandi masse della popolazione» [ Q 1519].
In una parola, sono i «funzionari» dell'egemonia [ Q 1518], quindi una fi-
gura assolutamente strategica nel contesto della società civile.
6. UNO STRUMENTO NELLA LOTTA DI CLASSE

Quello che ci pare particolarmente interessante in questa complicata ri-


flessione è il forte accento posto da Gramsci sulla parzialità della società
civile, sul suo carattere di classe, conforme a fondamento classista dello
Stato «integrale» di cui è parte. È essenziale cogliere l'insistenza con cui i
Quaderni battono sul punto.
Nella sua struttura allargata, lo Stato (così il § 10 del quaderno 15) è
«il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giu-
stifica e mantiene il suo dominio» e «riesce a ottenere il consenso attivo
dei governati» [Q 1765]. Per mezzo dello Stato (§§ 61 e 41 del quaderno
10), la classe dominante presidia il «mondo produttivo» [ Q 1361] su cui
riposa il suo potere, e in tal senso esso è il suo «agente economico», non-
ché la diretta «espressione della situazione economica» [Q 1310] posta a
fondamento della struttura sociale.
Altrettanto deve dirsi, a suo giudizio, per la società civile, che opera
come uno strumento di lotta politica al servizio della classe dominante,
come il suo apparato egemonico. I Quaderni – ritenuti «ambigui» pro-
prio su questi aspetti – sono invece molto chiari e univoci al riguardo
quando (nei §§ 24 e 136 del quaderno 6) definiscono la società civile come
sistema dell'«egemonia politica e culturale di un gruppo sociale sull'inte-
ra società» [Q 703] e «apparato egemonico di un gruppo sociale sul resto
della popolazione» [Q 800] e quando (aprendo il quaderno 12) la presen-
tano come «“piano” superstrutturale» corrispondente «alla funzione di
“egemonia” che il gruppo dominante esercita in tutta la società» [ Q
1518].
Di qui la raccomandazione che il partito comunista si doti a sua vol-
ta di un proprio «apparato egemonico», per fronteggiare la pressione
ideologica esercitata dalla classe dominante. L'idea è che, non potendovi
essere «Stato senza “egemonia”» [Q 1084] (così nel quaderno 8 il testo A
di quello che sarà poi il § 7 del quaderno 10 sintetizza un'articolata con-
futazione della lettura crociana del materialismo storico in chiave econo-
micistica), vi sia sempre «lotta tra due principii egemonici» [ Q 1236]. In
questo senso la «società civile» non copre mai l'intero ambito delle «so-
cietà particolari» (gruppi, associazioni, movimenti, mezzi d'informazione
ecc.) attive in una determinata società, come emerge drammaticamente
nella stretta dittatoriale imposta da una «politica totalitaria» [ Q 800].
Per questa ragione, a suo giudizio, la battaglia della classe operaia e
dei suoi alleati contro il capitale consente (e d'altra parte richiede) anche
l'elaborazione di una contro-egemonia. Se vuole costruire l'«embrione» di
una nuova «struttura statale» [Q 320], «il moderno Principe» dev'essere
in primo luogo, scrive Gramsci, «il banditore e l'organizzatore di una ri-
forma intellettuale e morale» [Q 1560]: deve, per così dire, costruire una
propria società civile, autonoma e indipendente da quella strutturata dal-
la classe dominante a propria immagine e somiglianza.
Sul fatto che la società civile non abbia alcuna autonomia rispetto al
rapporto di forza (e al conflitto) tra le classi sociali Gramsci non nutre
dubbi, e questo ci pare uno degli elementi di maggiore attualità della sua
analisi: un'intuizione preziosa contro ricorrenti forzature ideologiche. È
interessante anche osservare che Gramsci si pone a tal proposito una do-
manda particolarmente pertinente alla luce delle grandi trasformazioni
dei sistemi istituzionali generate in quest'ultimo trentennio dal consoli-
darsi della «costituzione neoliberale».
Come si è detto, i Quaderni tornano più volte sullo statuto ambiguo
della società civile, per certi versi privata, per altri pubblica. Perché (in
che senso) la società civile sia privata è chiaro. Essa, come sappiamo,
comprende le «superstrutture» per mezzo delle quali una classe organizza
e mantiene il consenso sociale: un insieme di associazioni e istituzioni –
«fortezze e casematte» – «lasciat[e] all'iniziativa privata della classe diri-
gente» [Q 866] che se ne serve nel proprio particolare interesse. Per quale
ragione allora Gramsci sembra prendere distanza da questo giudizio, scri-
vendo – come abbiamo già sottolineato – che gli organismi che compon-
gono la società civile sono «volgarmente detti “privati”» [Q 1518]? In che
senso «volgarmente»?
Con ogni probabilità Gramsci intende mettere in guardia contro la
carica ideologica di questa pretesa privatezza: se è vero che sul piano for-
male (giuridico) la gran parte delle articolazioni della società civile attie-
ne all'attività economica individuale (è frutto e strumento dell'iniziativa
«privata»), non è meno vero che, per ciò che concerne il conflitto sociale e
il concreto esercizio del potere politico, le strutture della società civile
svolgono, in ragione della loro proiezione sulla sfera pubblica, una rile-
vante funzione politica, lato sensu statuale, in quanto agenzie deputate
alla costruzione del consenso e alla legittimazione dell'azione di governo.
In sostanza, proprio mentre rileva l'espansione della sfera politica –
la sua tendenza a pervadere ogni spazio della relazione sociale – Gramsci
denuncia la tendenza alla sua ri-privatizzazione, un processo per molti
versi analogo a quello che si viene compiendo oggi sotto i nostri occhi al-
l'insegna della confusione tra l'ambito privato e la sfera del pubblico:
dove organismi «privati» (grandi imprese transnazionali, mercati finan-
ziari, agenzie di valutazione dei bilanci pubblici) si “fanno Stato” (agisco-
no di fatto come istituzioni politiche in grado di imporre la propria so-
vranità alle istituzioni elettive), e gli Stati vengono privatizzati – asserviti
a interessi privati – al tempo stesso divenendo sempre più invadenti ri-
spetto allo spazio vitale dei cittadini.
Si ricorderà che ancora nel capitolo precedente (§ 3) – soffermandoci
sul tema della regressione castale – abbiamo posto l'accento sulla reversi-
bilità delle conquiste sociali e politiche e sulla non linearità del processo
storico per come Gramsci lo concepisce (senza che ciò lo induca a rinun-
ciare all'idea che esso costituisca, nel lungo periodo, uno sviluppo pro-
gressivo). Se la modernità nasce all'insegna dell'apertura dei quadri socia-
li dominanti e dirigenti – quindi nel segno dell'«espansione» della sfera
pubblica – essa resta nondimeno, ai suoi occhi, ancorata alla non sradica-
bile struttura gerarchica del modo di produzione e del rapporto sociale
capitalistico. A un nocciolo arcaico, che in definitiva assegna al privato la
potestà di determinare la sorte di masse di individui (come nemmeno nel-
le comunità di villaggio definite «primitive») e che può sempre riemergere
e prevalere nei momenti di crisi.
Nella misura in cui riflette la comprensione delle tendenze già ai suoi
tempi in atto verso la privatizzazione della sfera pubblica, la riflessione di
Gramsci sulle connessioni tra società civile e sfera istituzionale nel qua-
dro dello Stato integrato offre un altro esempio di questo tratto della sua
prospettiva storico-politica. E – ci pare – una conferma della persistente
attualità delle sue analisi.
Capitolo 10
LA «QUISTIONE DELL'EGEMONIA»

1. UN CONCETTO «FATTO A PEZZI»

L'analisi del concetto di Stato «integrale» elaborato nei Quaderni e in


particolare la discussione della nuova definizione di società civile come
sede della «struttura materiale dell'ideologia» [ Q 333] ci hanno portato a
riferirci a più riprese, nel precedente capitolo, a quello che è probabil-
mente il termine più noto del lessico politico gramsciano. Di egemonia si
parla correntemente come dell'invenzione teorica più rilevante dei Qua-
derni del carcere, e a Gramsci capita spesso di richiamarsi come al «teori-
co dell'egemonia».
Tanta celebrità è senz'altro meritata, sia per l'importanza del concet-
to nel quadro del discorso gramsciano, sia per i suoi meriti indiscutibili
nel distanziamento del miglior marxismo teorico (non solo italiano) dal-
l'ottica «volgare» dell'economicismo. Ma si sa, la celebrità comporta
qualche costo. Si diventa celebri divenendo icone, spesso a prezzo di sem-
plificazioni. La complessità degli argomenti, l'ambivalenza semantica,
l'articolazione delle teorie non convengono all'apparente univocità del
linguaggio comune.
È capitato così che anche il discorso gramsciano sull'egemonia –
complicato, difficile, stratificato – si sia finalmente risolto in poca cosa:
nella sola (essenziale ma riduttiva e generica) nozione dell'incidenza del
fattore ideologico sui processi sociali e sul conflitto politico. Gramsci an-
che questo tema svolge, ovviamente. Ma la «quistione dell'egemonia» [ Q
461] ha, a nostro giudizio, una portata ben più vasta, che dobbiamo, a
questo punto, vagliare attentamente.
Avremo quindi modo di insistere, in queste pagine, sulla organicità
(unità e coerenza, nella complessità) di questo snodo cruciale della teo-
ria. Già nel capitolo 5 (§ 1), avviando il lavoro sui Quaderni, abbiamo
parlato di un'opera unitaria, benché incompiuta. E sistematica nelle in-
tenzioni del suo autore, il quale concepisce la realtà e la storia come una
totalità: una totalità storica che, per dirla col Labriola della Dilucidazio-
ne, va intesa «tutta integralmente»1. Ciò attribuisce alla teoria (alla scien-
za) l'onere di restituirne una rappresentazione organica.
Tali considerazioni ci sembrano pertinenti, a maggior ragione, per i
singoli snodi concettuali del discorso gramsciano. Ciò significa che, senza
escludere in partenza che potranno esservi faglie, tensioni interne e anche
contraddizioni (oltre che, come si è detto, modificazioni e sviluppi), l'ana-
lisi non può non procedere, sino a prova contraria, sulla base dell'ipotesi
opposta: assumendo che Gramsci dia forma a un discorso coerente, che
sta a noi ricostruire e comprendere. Di solito non è andata così, e la que-
stione dell'egemonia lo dimostra nel modo più evidente. Per un verso, la
si è perlopiù ricondotta (e ridotta) a un'unica dimensione, pur fondamen-
tale; per l'altro, si è desunta dalla parzialità del discorso la sua pretesa in-
conseguenza. Noi cercheremo di verificare questo giudizio, tenendo pre-
sente il quadro argomentativo in tutta la sua (notevole) complessità.
Come vedremo, l'analisi ci condurrà a un risultato per certi versi sor-
prendente, nel senso che ne trarremo la conferma del più saldo radica-
mento della teoria politica dei Quaderni nel quadro di riferimento della
critica marxiana dell'economia politica (non, si badi, della semplice criti-
ca dell'ideologia). Il che non sembra andare nella direzione indicata dalle
interpretazioni prevalenti, inclini piuttosto a dedurre dalla centralità del
tema egemonico la tesi della cifra “sovrastrutturalistica” (se non addirit-
tura idealistica, tendenzialmente post-marxista) del discorso gramsciano.
1 Antonio Labriola, Del materialismo storico, cit., p. 542.
Ma lo studio che stiamo per intraprendere ha anche un'altra, fonda-
mentale implicazione. Nel capitolo 9 abbiamo analizzato per così dire in
vitro lo schema gramsciano del rapporto tra Stato (sfera pubblica, politi-
ca, istituzioni) e società civile (sfera formalmente privata, organismi e re-
lazioni informali). E abbiamo cercato di porne in evidenza la carica – for-
se non sempre colta – di originalità, derivante dalla percezione della per-
vasività dell'elemento politico o, per meglio dire, della tendenziale politi-
cizzazione di ogni ambito della relazione sociale.
Stato «integrale» significa, in questa prospettiva, che l'elemento poli-
tico tende a informare di sé anche il «privato» (a cominciare dalla sfera
culturale-ideologica, dalla «struttura materiale dell'ideologia» [Q 333[),
asservendola alle proprie finalità. D'altra parte non abbiamo mancato di
segnalare l'apparente paradosso di una politicizzazione di segno privati-
stico. Statualità non significa necessariamente dimensione pubblica, giac-
ché la sfera istituzionale può ben essere piegata al servizio di interessi pri-
vati. In effetti la riflessione gramsciana sulla metamorfosi dello Stato con-
temporaneo ci pare riflettere proprio questo processo intrinsecamente
dialettico. In virtù del quale lo Stato tende a includere (a promuovere, di-
rigere, controllare) ogni funzioni pubblicamente rilevante, mosso, in tale
dinamica, dal prevalere di poteri e interessi privati.
Tutto ciò è sin qui emerso dalla semplice descrizione del complesso
schema elaborato dai Quaderni in riferimento allo Stato «integrale». A
tale schema il tema che affrontiamo in questo nuovo capitolo è stretta-
mente connesso. Non soltanto perché l'egemonia si definisce, prima facie,
come funzione-chiave della «società civile» gramsciana. Ma anche per
un'altra ragione affatto peculiare. Crediamo di poter dire che l'analisi del
discorso sull'egemonia mette in movimento lo schema Stato-società civi-
le. E in questo modo lo sottopone a verifica sfidandone la capacità espli-
cativa.
Non sorprenderà che ne conseguano significativi contraccolpi. Come
abbiamo anticipato nel capitolo 9 (§ 4), quello schema si manterrà saldo,
ma dovrà essere al tempo stesso ripensato nel senso di una meno rigida
attribuzione di funzioni ai due «piani» sovrastrutturali (la «società civile»
e quella «politica») di cui appunto si compone lo Stato «integrale» “sco-
perto” da Gramsci. Ma è venuto il momento di avviare l'analisi del con-
cetto, cominciando dal suo significato più evidente.

2. EGEMONIA E ALLEANZE

In prima battuta si può senz'altro affermare che per egemonia Gramsci


intende la funzione direttiva che una forza esercita, nei confronti di altri
soggetti, nel quadro della lotta politica. Egli assume cioè il lemma nella
sua accezione leniniana e terzinternazionalista, in base alla quale l'ege-
monia – definita in questi termini – è considerata una condizione essen-
ziale per la direzione di un blocco di forze nel processo rivoluzionario.
È questo il significato di egemonia sin dalla sua prima occorrenza nei
Quaderni. Nel § 44 del quaderno 1, riflettendo (col pensiero rivolto ai
compiti del proletariato rivoluzionario) sui rapporti di forza tra moderati
e democratici nel Risorgimento, Gramsci scrive:

Ci può e ci deve essere una «egemonia politica» anche prima della


andata al Governo e non bisogna contare solo sul potere e sulla forza
materiale che esso dà per esercitare la direzione o egemonia politica.
[Q 41]

Egemonia, dunque, come direzione di un insieme di forze («classi


alleate») in funzione della conquista del potere. Il testo C (il § 24 del qua-
derno 19) confermerà, puntualizzando che la capacità dirigente di un
«gruppo sociale» è «una delle condizioni principali», non solo della con-
quista del «potere governativo», ma anche della sua conservazione, pur in
essenza di una solida struttura di dominio [Q 2010-1].
In questa medesima accezione «egemonia» compare già negli scritti
della metà degli anni Venti. Forse per la prima volta, all'indomani della
conferenza di Como (maggio 1924) Gramsci parla di «egemonia del pro-
letariato nel quadro dell'alleanza tra la classe operaia e la massa dei con-
tadini» [CPC 182], ed è superfluo rilevare la polarità classe/massa, a con-
ferma del ruolo dirigente della prima. all'«alleanza tra operai e
contadini» e all'«egemonia del proletariato» (operaio) come ai «due prin-
cipii politici che caratterizzano il bolscevismo» fa riferimento la relazione
al Comitato centrale del Pcd'I dell'11 e 12 maggio 1925 [ CPC 69]. Di que-
sta teoria la Quistione meridionale esplicita un importante corollario:
l'«“egemonia del proletariato”, cioè della base sociale della dittatura pro-
letaria e dello Stato operaio», implica la creazione di un «sistema di al-
leanze di classi», quindi la capacità di «ottenere il consenso» di vasti set-
tori sociali (in Italia, le «larghe masse contadine», che occorre in primo
luogo sottrarre alla tenace influenza della Chiesa) [CPC 139-40].
Anche nella lettera al Comitato centrale del partito bolscevico (otto-
bre 1926) Gramsci utilizza (ripetutamente) «egemonia». E qui il ragiona-
mento si arricchisce di un ulteriore elemento, destinato a rivelarsi centra-
le nell'argomentazione dei Quaderni. La costruzione consensuale di un
blocco di forze implica compromessi. Quindi il «sacrificio di interessi
corporativi» (particolari, «economici», di breve) da parte della classe ege-
mone, e la capacità di investire su una prospettiva di ampio respiro, in
senso forte politica (o statale), che sola sostanzia e legittima la funzione
direttiva. Insomma, l'«egemonia del proletariato», la direzione dell'al-
leanza delle classi rivoluzionarie, richiede la capacità di sacrificare gli «in-
teressi immediati per gli interessi generali e permanenti della classe»
[CPC 130].
Questa accezione Gramsci ha ancora in mente quando (nel § 35 del
quaderno 7) scrive, un po' cripticamente, che «la teorizzazione e la realiz-
zazione dell'egemonia fata da Ilici è stata anche un grande avvenimento
“metafisico”» [Q 886]. Poiché filosofia e politica si identificano e di que-
st'ultima la pratica leniniana dell'egemonia (la rivoluzione d'Ottobre,
frutto dell'alleanza tra operai e contadini) è il paradigma, da ciò discende
anche l'equazione tra egemonia e filosofia. È dunque pienamente legitti-
mo interpretare l'egemonia gramsciana come direzione di un insieme di
forze (classi) ai fini del conflitto politico. Legittimo eppure insufficiente,
poiché restano ancora da chiarire diverse questioni, a cominciare dagli
strumenti che la forza egemone impiega per consolidare le alleanze, e da-
gli ambiti di funzione e relazione in cui l'iniziativa egemonica si dispiega.
Qui le strade dei lettori dei Quaderni divergono. Il motivo – ci pare –
è che spesso si procede sulla base di una impropria selezione di testi e sul-
la scorta – per dirla con lo stesso Gramsci – di «singole affermazioni ca-
suali» e di «aforismi staccati» [ Q 1842]. Capita insomma, al concetto di
egemonia, quel che succede a quello di virtù. Che Menone, con dispera-
zione di Socrate, «fa a pezzi»2, risolvendolo nell'evocazione di taluni
esempi di condotta virtuosa. Dopodiché, come Menone finisce prigionie-
ro delle contraddizioni che lui stesso ha creato, così anche chi legge i
Quaderni muovendo da presupposti erronei si perde nel quadro comples-
sivo del discorso. Salvo attribuire a Gramsci presunte contraddizioni o
ambiguità.
Proviamo a vedere se, procedendo con maggiore attenzione, le con-
traddizioni invece dileguano. E disponiamoci ad affrontare la questione
nella sua prospettiva più pertinente: l'analisi dell'egemonia esercitata dal-
la borghesia nella «società moderna» (nell'Occidente capitalistico). Sol-
tanto in apparenza si tratta di un caso specifico. Gramsci, lo sappiamo,
ritiene che non vi sia Stato senza egemonia. Ma Stato in senso forte signi-
fica modernità. E del resto la modernità è indubbiamente, a sua volta, il
tempo dell'egemonia, in quanto epoca di un dominante che rivoluziona
in senso espansivo la concezione e la pratica della politica. Il che suggeri-
sce che, per Gramsci, la centralità dell'egemonia sia frutto e premessa di
sviluppi progressivi.

2 Platone, Menone, 77a-b.


3. UNA FUNZIONE DELLA «SOCIETÀ CIVILE»

Ma andiamo con ordine, perché la materia è complicata, e dai numerosi


luoghi in cui i Quaderni forniscono elementi utili a una definizione del
concetto di egemonia emergono definizioni molteplici e a prima vista in-
compatibili tra loro.
Rimaniamo, per cominciare, sull'egemonia politica, accezione-chiave
che conosce importanti sviluppi nei Quaderni. Nella Quistione meridio-
nale Gramsci dedica a quelli che considera presupposti inderogabili della
capacità direttiva (dell'egemonia) del proletariato italiano un passaggio
di grande interesse, che è utile richiamare brevemente. Premesso che «nes-
suna azione di massa è possibile se la massa stessa non è convinta dei fini
che vuole raggiungere e dei metodi da applicare», scrive:

Il proletariato, per essere capace di governare come classe, deve spo-


gliarsi di ogni residuo corporativo, di ogni pregiudizio o incrostazio-
ne sindacalista. […] occorre, per conquistarsi la fiducia e il consenso
dei contadini e di alcune categorie semiproletarie della città, superare
alcuni pregiudizi e vincere certi egoismi […]. Il metallurgico, il fale-
gname, l'edile ecc. devono non solo pensare come proletari e non più
come metallurgico, falegname, edile, ecc., ma devono fare ancora un
passo avanti: devono pensare come operai membri di una classe che
tende a dirigere i contadini e gli intellettuali […]. Se non si ottiene
ciò, il proletariato diventa classe dirigente, e questi strati, che in Ita-
lia rappresentano la maggioranza della popolazione, rimanendo sot-
to la direzione borghese, danno allo Stato la possibilità di resistere
all'impeto proletario e di fiaccarlo. [CPC 144-5]

Abbiamo voluto rileggere queste righe non perché contengano elementi


nuovi rispetto al quadro già delineato (si ribadisce in sostanza l'esigenza
di superare la prospettiva economico-corporativa per svolgere un ruolo di
direzione politica), ma perché ci pare collochino il ragionamento in una
prospettiva diversa da quella sin qui considerata. Si tratta ancora del pro-
cesso rivoluzionario. Ma Gramsci sembra porre l'accento anche sulla co-
struzione della «nuova società» guidata dal proletariato operaio, sulle
premesse relazionali (il convincimento in ordine ai fini e ai metodi dell'a-
zione; la conquista della fiducia e del consenso; il superamento dei pre-
giudizi e degli egoismi) indispensabili non soltanto a prevalere sull'avver-
sario di classe, ma anche, come Gramsci scrive, a «costruire il
socialismo» [CPC 145].
Precisamente questa – che Gramsci definirebbe «statale» – è l'ottica
entro cui i Quaderni sviluppano la riflessione sull'egemonia. Che in tanto
occupa un posto centrale nella teoria politica, in quanto non è soltanto
un ingrediente-base del processo rivoluzionario, ma anche un elemento
essenziale dell'azione di governo della classe dominante nel mondo mo-
derno. Un elemento che, quindi, valica il confine dell'alleanza tra le forze
rivoluzionarie per coinvolgere, almeno in linea tendenziale, l'intero corpo
sociale, «l'intera società nazionale» [LC 458], come Gramsci scrive a Ta-
nia il 7 settembre 1931.
In questo senso muove, in primo luogo, la rappresentazione del «ter-
zo momento» («quello in cui si raggiunge la coscienza che i propri inte-
ressi corporativi, nel loro sviluppo attuale e avvenire, superano la cerchia
corporativa, di gruppo meramente economico, e possono e debbono dive-
nire gli interessi di altri gruppi subordinati») del «rapporto delle forze
politiche» nel § 17, a noi ben noto, del quaderno 13. È della massima im-
portanza il modo in cui qui Gramsci introduce il riferimento alla pratica
egemonica della classe che, divenuta dominante, si impegna nella costru-
zione dello Stato:

Questa è la fase più schiettamente politica, che segna il netto passag-


gio dalla struttura alla sfera delle superstrutture complesse, è la fase
in cui le ideologie germinate precedentemente diventano «partito»,
vengono a confronto ed entrano in lotta fino a che una sola di esse o
almeno una sola combinazione di esse, tende a prevalere, a imporsi,
a diffondersi su tutta l'area sociale, determinando oltre che l'unicità
dei fini economici e politici, anche l'unità intellettuale e morale, po-
nendo tutte le quistioni intorno a cui ferve la lotta non sul piano cor-
porativo ma su un piano «universale» e creando così l'egemonia di un
gruppo sociale fondamentale su una serie di gruppi subordinati. [Q
1584]

Nella misura in cui opera l'egemonia (ciò che costituisce un'esigenza in-
derogabile affinché la politica subentri al «primo e più elementare» rap-
porto di forze «economico-corporativo»), lo Stato è concepito in modo
da favorire la «massima espansione» del dominante (si noti il termine,
che ci riporta dritti al tema dell'espansività borghese) e al tempo stesso
«una espansione universale», lo «sviluppo di tutte le energie
“nazionali”», il concreto coordinamento del dominante stesso «con gli
interessi generali dei gruppi subordinati» [ Q 1583-4]. «Integrale» è lo Sta-
to in quanto, come sappiamo, non è soltanto luogo di comando, ma an-
che di direzione, di costruzione e gestione di relazioni egemoniche: som-
ma, in estrema sintesi, di «dittatura + egemonia», secondo il dettato del §
155 del quaderno 6 [Q 810-1].
Questo schema si precisa nel § 24 del quaderno 19, in cui Gramsci
specifica le modalità in cui la «supremazia» si realizza. Se nei confronti
dei gruppi «affini o alleati» essa si attua nella forma della «“direzione in-
tellettuale”» (Gramsci parla di «egemonia intellettuale, morale e
politica», puntualizzando così che la relazione egemonica si incentra sul-
la trasmissione di contenuti culturali o ideologici), la prevalenza del do-
minante nei confronti degli «avversari» (che pur sempre persistono) si
traduce in «dominio diretto», in comando, in coercizione. Che – Gramsci
precisa – non di rado comporta l'impiego della «forza armata», teso a
«“liquidare” o a sottomettere» [Q 2010-1].
Cruciale è infine, per ciò che attiene alla dislocazione delle relazioni
egemoniche, una pagina del quaderno 12 che abbiamo già ricordato nel
capitolo 8 (§ 2). Qui Gramsci assegna le funzioni che articolano il rap-
porto politico (dominio o egemonia; forza o consenso) ai «due grandi
“piani” superstrutturali» in cui si articola lo Stato integrale. E, schema-
tizzando, parrebbe riservare alla «società politica» (lo Stato stricto sensu)
la funzione «di “dominio diretto” o di comando», e alla «società civile»
(«insieme di organismi volgarmente detti “privati”») quella «di “egemo-
nia”» [Q 1518].
Tentiamo una sintesi di quanto è emerso da questi tre luoghi dei
Quaderni in tema di egemonia politica. Possiamo dire che questa consiste
nella direzione culturale (ideologica, «intellettuale e morale») di vasti set-
tori sociali, direzione alla quale corrisponde il consenso dei diretti (ciò
che distingue l'egemonia dal dominio – tendenzialmente violento – sui
dissenzienti). Per questo Gramsci insiste sul fatto che in tanto si può par-
lare di funzione direttiva (egemonia), in quanto vi è riconoscimento (da
parte dei diretti) del «prestigio» del «gruppo fondamentale dominante»,
in quanto questo goda della «fiducia» [Q 1519] dei subalterni.
Il fatto che la relazione egemonica sia consensuale suggerisce che
essa realizza uno scambio: un accordo tra le parti, pure non simmetriche.
Ciò evoca il tema dei «sacrifizi» [ Q 1591] che la forza dirigente è chiama-
ta a compiere, rinunciando, a beneficio dei diretti, a propri interessi im-
mediati. E connota l'egemonia, almeno in linea di principio, come un po-
tere mite (almeno in confronto al «dominio diretto»), equiparandola al-
l'espansione. In questo senso abbiamo osservato come quest'ultima, con-
notato saliente del dominio borghese consistente nell'«assimilazione» del
corpo sociale al «livello culturale ed economico» del dominante [ Q 937],
costituisca un modello di pratica egemonica.
Tutto parrebbe chiaro, e pienamente conforme alla definizione cor-
rente di egemonia. Compreso l'ultimo aspetto, emerso dalla lettura del §
24 del quaderno 19 (testo C, ricordiamolo, della prima occorrenza di ege-
monia nei Quaderni). L'ambito in cui si realizza la pratica egemonica è –
così abbiamo letto – la «società civile», nei Quaderni concepita, come
sappiamo, come la «sfera delle superstrutture complesse» costituenti
l'«apparato egemonico» del dominante [Q 1584, 800], e in primo luogo la
«struttura materiale dell'ideologia» [Q 333] di cui esso si avvale per otte-
nere consenso e, su questa base, dirigere la società.
4. L'UBIQUITÀ DELL'EGEMONIA

Si direbbe un modello lineare e ben comprensibile. Se non fosse che pro-


prio quest'ultimo aspetto (la corrispondenza tra egemonia e società civi-
le) va invece rimesso in discussione. Non perché tale corrispondenza non
sussista, ma perché non esclude che la relazione egemonica abbia luogo
anche in altri ambiti. Vediamo perché e quali conseguenze ciò comporti.
Il discorso si complica in quanto Gramsci connota l'egemonia, ac-
compagnando frequentemente il lemma con uno o più aggettivi. Nei
Quaderni l'egemonia è via via definita – oltre che «politica» – «economi-
ca» [Q 1591], «commerciale e finanziaria» [Q 2237], «sociale» [Q 1519],
«civile» [Q 1566], «intellettuale» [Q 1590], «politica e culturale» [Q 703],
«politico-culturale» e «politico-intellettuale» [Q 1618], «intellettuale,
morale e politica» [Q 2011], «etico-politica» [Q 1591]. L'aggettivazione
precisa il discorso, nella misura in cui specifica l'ambito di riferimento
della relazione egemonica. E lo arricchisce, in quanto dice come – più che
un «apparato» – quello al servizio della classe dominante sia un vero e
proprio «sistema egemonico» [Q 1228], una complessa tastiera sulla qua-
le il dominante gioca scegliendo di volta in volta la dimensione dell'ege-
monia più conveniente.
Ma ciò ha evidentemente molte implicazioni e comporta il rischio –
così si è ritenuto – che tutto il discorso si confonda, magari trascinando
nella confusione anche la polarità «società politica»/«società civile» alla
base della nuova concezione gramsciana dello Stato. In particolare, speci-
ficando le molteplici dimensioni dell'egemonia, Gramsci suggerisce che,
lungi dal coinvolgere la sola «struttura ideologica di una classe dominan-
te» [Q 332] (stampa, scuole, biblioteche ecc.), l'egemonia si eserciti ovun-
que. Qui le cose si fanno più complesse.
Che non riguardi soltanto la società civile significa che l'egemonia è
anche una funzione dello Stato in senso stretto (della «società politica»)?
In questa ipotesi come potrebbe essere nettamente distinta dal dominio
(forma di potere propria dello Stato-governo)? Oppure significa che la re-
lazione egemonica si instaura anche al di fuori della sfera delle «super-
strutture complesse», quindi come funzione della struttura? Ma ciò non
confliggerebbe a sua volta con l'assunto che l'egemonia è «direzione intel-
lettuale e morale»?
È più che mai necessario fare chiarezza, esaminando più da vicino
l'ampliamento del discorso conseguente alla tematizzazione della multi-
formità (dell'ubiquità) dell'egemonia. È ciò che faremo nei prossimi para-
grafi, non senza porre, preliminarmente, una duplice premessa metodolo-
gica.
Una prima considerazione è semplice e può persino apparire sconta-
ta dopo quanto siamo venuti dicendo a proposito di un corretto approc-
cio al testo gramsciano. Se si tiene presente che in carcere Gramsci non
dispone simultaneamente di tutti i quaderni, si comprende che sarebbe
improprio considerare ogni singola affermazione responsabile dell'intero
quadro teorico.
La seconda considerazione riguarda l'ambiguità. Nel tentativo di
esporre ordinatamente il discorso sull'egemonia siamo arrivati a un pun-
to-chiave, che ci obbliga a rivedere alcune soluzioni (troppo semplici)
adottate in precedenza. Il motivo è che la teoria si rivela più complicata
di quanto non appaia a prima vista. Questo autorizza a parlare di ambi-
guità o di contraddizioni?
Dipende da che cosa si intende al riguardo. Come abbiamo detto, ri-
teniamo che l'ipotesi di «errori» di Gramsci (incoerenza o inadeguatezza
delle categorie, del modello, delle ipotesi teoriche ecc.) rappresenti una
soluzione estrema ai problemi interpretativi. Non necessariamente da
scartare, ma accettabile soltanto sulla base di prove certe e dopo che ogni
altra ipotesi si sia rivelata infruttuosa. D'altra parte non si può negare che
l'ampliamento del discorso sull'egemonia conseguente all'individuazione
di una molteplicità di ambiti di riferimento (al di là della sola «società ci-
vile») generi tensioni interne alla teoria e, perché no, vi introduca elemen-
ti di insufficiente univocità.
Il punto, a nostro avviso, è che una teoria può essere ambigua non
perché confusa (quindi falsa), ma perché riflette ambiguità (o ambivalen-
ze) reali. Può dunque essere ambigua e vera al tempo stesso, essendo la
verità funzioni non della semplicità (come si pretende in un'ottica difensi-
va, illudendosi di allontanare da sé ambivalenza, metamorfosi e contrad-
dizione) ma della capacità esplicativa nel rispetto della complessità.
Avremo modo di tornare su tali questioni nell'ultimo capitolo, e non
vogliamo ripeterci. Del resto è facile vedere che siamo qui alle prese con
una polemica che accompagna l'intera storia della dialettica da Hegel ai
nostri giorni. Basti per il momento osservare che quello che si presenta
come rigore logico è talvolta indizio di un assunto epistemico inadeguato
a comprendere (e, a maggior ragione, a valutare) teorie mosse dall'intento
di tematizzare connessioni e mutamenti reali. Se distinguere è necessario
a definire, irrigidire ogni distinzione in una «dicotomia» è invece doppia-
mente erroneo. Non soltanto perché costringe il pensiero entro quadri
concettuali statici, ma anche perché induce a proiettare su altre teorie le
conseguenze dei propri limiti.

5. EGEMONIA E AGIRE COMUNICATIVO

La molteplice connotazione dell'egemonia ci ha portato a dire che la «so-


cietà civile» – «apparato egemonico» della classe dominante – non è il
luogo esclusivo del suo esercitarsi. La corrispondenza egemonia ↔ «so-
cietà civile» resta. Lo Stato (integrale) va inteso (così Gramsci scrive a Ta-
nia il 7 settembre 1931) come «equilibrio» tra «Società politica» e «Socie-
tà civile (o egemonia di un gruppo sociale sull'intera società nazionale)»
[LC 458]. Ma ciò non esclude che relazioni egemoniche possano aver cor-
so anche in altre articolazioni del rapporto sociale.
Che cosa può indurre Gramsci a dilatare l'ambito di questo discorso
al di là degli apparati pubblici e «privati» tradizionalmente deputati alla
produzione ideologica? Forse rispondere non è difficile né ozioso. Con
ogni probabilità egli avvede della formidabile diffusione di flussi comuni-
cativi in ogni snodo (settore, funzione, attività ecc.) della società contem-
poranea. Del loro assumere ruoli sempre più strategici. Quindi del ten-
denziale configurarsi della stessa relazione sociale come agire comunica-
tivo.
Si tratta di un aspetto essenziale della concezione gramsciana della
modernità, implicita nell'affermazione della centralità della dinamica
espansiva. Ciò appare evidente se ripensiamo a come il § 2 del quaderno
8 definisce la «rivoluzione» borghese della politica, il suo incentrarsi
sull'«eticità», cioè sulla funzione pedagogica dello Stato, che «diventa
“educatore”», cioè produttore di «conformismo» (di codici morali ed eti-
ci condivisi) [Q 937] e di egemonia, posto che «ogni rapporto di “egemo-
nia” è» a sua volta «necessariamente un rapporto pedagogico» [ Q 1331].
Ciò comporta che, a giudizio di Gramsci, nella società borghese tutte
le funzioni sociali siano potenzialmente fonti di consenso e vettori di di-
rezione ideologica nell'interesse del dominante. Potremmo dire, con una
battuta, che c'è, nella concezione del potere egemonico rintracciabile nei
Quaderni, molto più Foucault che Althusser, almeno per quanto concer-
ne la sua natura molecolare e disseminata, diffusa ben al di là dei tradi-
zionali «apparati ideologici»3. In realtà, già Marx mette a fuoco la pre-
senza capillare del fattore ideologico. Nella concezione del capitale come
rapporto sociale si riflette la percezione della natura sistemica (olistica)
della società contemporanea, del suo costituire una totalità organica.
Contraddittoria, attraversata da conflitti, ma costruita a immagine e so-
miglianza del rapporto di produzione capitalistico. E per ciò stesso inner-
vata, in tutte le sue articolazioni, dalla logica che informa di sé il modo di
produzione.
Su Marx e l'egemonia torneremo tra breve. Per restare intanto ai
Quaderni conviene osservare come l'intuizione della pervasività dei flussi
comunicativi si colleghi strettamente all'“esplosione” del concetto di in-

3 Louis Althusser, Idéologie et appareils idéologiques d'État (Notes pour une recherche) (1970),
in Id., Sur la reproduction, Puf, Paris 1995, pp. 269 ss.
tellettuale, anzi ne sia, in qualche modo, la ragion d'essere e il contenuto
essenziale. Si rileggano con attenzione due brevi passaggi, tratti rispetti-
vamente dal § 26 del quaderno 19 (che riscrive qui il § 43 del quaderno 1)
e dalla nota di apertura del quaderno 12 (frutto, in questo caso, della rie-
laborazione del § 49 del quaderno 4):

Per intellettuali occorre intendere non solo quei ceti comunemente


intesi con questa determinazione, ma in generale tutto lo strato so-
ciale che esercita funzioni organizzative in senso lato, sia nel campo
della produzione, sia in quello della cultura, e in quello politico-am-
ministrativo: corrispondono ai sotto-ufficiali e ufficiali subalterni
nell'esercito e anche in parte agli ufficiali superiori di origine subal-
terna. [Q 2041]

Si può osservare in generale che nella civiltà moderna tutte le attività


pratiche sono diventate così complesse e le scienze si sono talmente
intrecciate alla vita che ogni attività pratica tende a creare una scuola
per i propri dirigenti e specialisti e quindi a creare un gruppo di intel-
lettuali specialisti di grado più elevato, che insegnino in queste scuo-
le. [Q 1530]

Come l'egemonia, gli intellettuali operano ovunque, non soltanto nel-


l'ambito delle attività culturali ma anche nella sfera istituzionale e sul ter-
reno economico. Nessuna funzione sociale potrebbe ormai svolgersi in
assenza di una componente intellettuale, perché ogni lavoro – anzi: ogni
aspetto della vita – è ormai tanto complesso da richiedere competenza e
da mobilitare continui flussi informativi. Ma proprio per questo ogni ma-
nifestazione della vita sociale richiede e favorisce la produzione di ragioni
e di costrutti ideologici e simbolici a sostegno dei rapporti di potere.
6. TRA RAGIONE E COAZIONE

Ma, quali che siano le considerazioni che possono avere indotto Gramsci
a concepire l'ubiquità dell'egemonia, quali conseguenze comporta questo
ampliamento del discorso per ciò che concerne contenuti e luoghi specifi-
ci della relazione egemonica? Qui viene in primo piano una problematica
che – come si è anticipato nel capitolo 9 (§ 4) – impone di rivedere l'equa-
zione tra Stato stricto sensu («società politica») e comando (coercizione).
Sussiste una funzione che è sì «superstrutturale», ma in modo diverso
da come lo sono da una parte il comando politico («dominio diretto»,
coazione pura e semplice), dall'altra le forme della cultura. Una funzione
che, non corrispondendo pienamente né alle logiche del consenso né a
quelle della forza, si situa a cavallo dei due piani.
Stiamo parlando del diritto, «superstruttura» ideologica e funzionale
innervata di coercizione e allo stesso tempo vocata all'organizzazione del
consenso: ragione per un verso (in quanto civiltà, ethos, riconoscimento
di bisogni, interessi e prerogative), coazione per l'altro (in quanto norma,
obbligo, sanzione).
Si può dire che sul terreno giuridico forza e consenso convivono. Si
incontrano sino, talvolta, a fondersi e confondersi. Il che ci sembra re-
troagisca a sua volta sullo Stato-governo («società politica»), mostrando
come esso produca in quanto tale, per mezzo delle istituzioni che lo costi-
tuiscono più propriamente, anche «direzione intellettuale e morale» e
non soltanto dominio, governo, coercizione. Vi è una ragione al fonda-
mento della peculiarità del diritto che l'analisi storico-materialistica pone
in evidenza. Nella modernità radice del diritto positivo è l'esigenza di le-
gittimare e di proteggere coattivamente la proprietà privata dei mezzi di
produzione. Di cui la legge è sanzione formale e tutela armata.
Per questo, come scrive Labriola, i «fatti di ordinamento giuridico-
politico», «vera e propria obiettivazione dei rapporti economici», si di-
stinguono nell'ambito della «sovrastruttura» dagli «obietti della fantasia
e del pensiero» (arte, religione e scienza), i quali sono invece soltanto in
forza di una lunga e «assai complicata» catena di mediazioni («in ultima
istanza») «determinati» dalla «struttura economica»4.
Gramsci vede tutto questo? I Quaderni colgono la specificità della
sfera giuridica e ne pongono in luce l'ambivalenza essenziale, che la asse-
gna simultaneamente a entrambi i «grandi “piani” superstrutturali» dello
Stato integrale? Non c'è alcun dubbio che la risposta debba essere affer-
mativa. Diversi luoghi insistono sul versante coercitivo del diritto («nella
sfera del diritto positivo» [Q 757], e «obbligatorio» [Q 773)], sul suo ap-
parentarsi al momento della «forza», della «coercizione», dell'«ordine» e
della «violenza» [Q 763]. Altri ne pongono in luce la dimensione etica, di
produzione su base consensuale di codici di valore e di comportamento.
Quindi l'aspetto pedagogico, di «educazione» e «“conformazione”» delle
masse «alla frazione più avanzata del raggruppamento».
È vero che in buona misura la dimensione etica del «“problema giuri-
dico”», riguardante le «zone […] di indifferenza giuridica» (la moralità e
il costume), non è di competenza dello Stato in senso stretto, ma della
«società civile» [Q 757]. Ma non vi è dubbio sul fatto che anche le norme
propriamente giuridiche assolvano un «compito educativo e formativo»
[Q 1565], ragion per cui «la storia reale dello sviluppo del diritto» è in
larga misura una «lotta per la creazione di un nuovo costume» [Q 773].
Il diritto, anche il diritto positivo, è dunque un fattore egemonico,
senza che ciò, da un lato, ne intacchi la dimensione coercitiva, dall'altro,
ne implichi lo sradicamento dal quadro operativo dello Stato-governo,
prevalentemente destinato a svolgere funzioni di comando. È un'ambigui-
tà reale, che l'analisi dicotomica semplicemente rimuove. Lo stesso
Gramsci sembra volerci rendere avvertiti di questa ambiguità quando, nel
§ 7 del quaderno 10, attaccando il concetto crociano di «storia etico-poli-
tica» («una ipotesi arbitraria e meccanica del momento dell'egemonia»),
osserva che le «“distinzioni”» pertinenti sul terreno storiografico

4 Antonio Labriola, Del materialismo storico, cit., pp. 615-6.


esistono come distinzioni di gruppi «verticali» e come
stratificazioni «orizzontali», cioè come una coesistenza
e giustapposizione di civiltà e culture diverse, connesse
dalla coercizione statale e organizzate culturalmente in
una «coscienza morale», contraddittoria e nello stesso
tempo «sincretistica». [Q 1222-3].

La contraddizione convive con la sintesi nel contesto del mutamento sto-


rico concreto. La «coercizione» si intreccia all'organizzazione della «co-
scienza morale», che contribuisce a strutturare nel corso del tempo. Ne
segue, come stiamo dicendo, che nello Stato-governo dominio e coerci-
zione coesistono con la produzione di ragioni funzionali alla «direzione
intellettuale e morale» del corpo sociale, con l'elaborazione della pratica
egemonica.
E difatti se a questo punto rileggiamo con attenzione e senza pregiu-
dizi alcuni luoghi del testo per solito considerati prove certe dell'eloquen-
za esclusiva tra egemonia e «società civile», ci avvediamo che il senso non
è questo, ma l'evocazione di un quadro organico di competenze e funzio-
ni.
«Stato = società politica + società civile, cioè egemonia corazzata di
coercizione» [Q 763-4]: nulla esclude che l'egemonia sia esercitata da tut-
to lo Stato (società politica + società civile), che provvede anche a sup-
portarla con la «corazza» della forza. «Per Stato deve intendersi oltre al-
l'apparato governativo anche l'apparato “privato” di egemonia o società
civile» [Q 801]: nemmeno in questo caso Gramsci nega che lo Stato-go-
verno possa, per parte sua, fungere da apparato pubblico di egemonia. E
questo vale a maggior ragione per la definizione massimamente unitaria
dello Stato come «complesso di attività pratiche e teoriche con cui la clas-
se dirigente giustifica e mantiene il suo dominio non solo ma riesce a ot-
tenere il consenso attivo dei governati» [Q 1765].
Come dire che non vi è funzione, tra quelle esercitate dallo Stato in-
tegrale, alla quale non possa in linea di principio inerire la produzione di
ragioni («attività teoriche») volte a legittimare («giustifica[re]») il potere
del dominante, oltre che l'assunzione di iniziative («attività pratiche»)
tese a consolidarlo («mant[enerlo]»). Tutto ciò che lo Stato fa – in ogni
sua articolazione istituzionale e sociale – è suscettibile di tradursi in pro-
iezione egemonica, in direzione culturale, in organizzazione del consenso.
E non deve apparire casuale che proprio là dove distingue i due «“piani”
superstrutturali» che lo costituiscono Gramsci assegni agli intellettuali
(«“funzionari”» dell'intero «complesso delle superstrutture») le «funzioni
subalterne» tanto «dell'egemonia sociale» quanto «del governo politico»
[Q 1518-9].
Del resto, che tutta la macchina dello Stato integrale serva a produrre
egemonia lo abbiamo visto con chiarezza nella descrizione della «politica
totalitaria» [Q 800], nel cui contesto la «concentrazione inaudita dell'ege-
monia» si traduce precisamente («e quindi») in un'estrema pressione
coercitiva, in «una forma di governo più “intervenzionista”», fatta di
«controlli d'ogni genere, politici, amministrativi, ecc.» e tesa a sua volta
proprio al «rafforzamento delle “posizioni” egemoniche del gruppo do-
minante» [Q 802]. Meglio di chiunque altro Gramsci ne è consapevole.
Sa che il fascismo vive sul «frenetico e assorbente» accentramento di «tut-
ta la vita nazionale» [Q 303]. Sulla nazionalizzazione e mobilitazione
coattiva delle masse da parte del capo. E, al tempo stesso, sulla loro «oc-
cupa[zione]» (trasformazione in masse «di “manovra”») «con prediche
morali, con pungoli sentimentali, con miti messianici di attesa di età fa-
volose» [Q 1940].
Se questo è vero, appare possibile delineare, pur in modo schematico,
la trama delle relazioni che intercorrono tra egemonia, coercizione e crisi.
Si può dire che l'egemonia e la coercizione costituiscono funzioni sempre
coinvolte nell'esercizio normale del potere politico. Con un'unica eccezio-
ne, costituita da una situazione-limite: la crisi generale «nel comando e
nella direzione», quindi nel «consenso spontaneo», in conseguenza della
quale il conflitto giunge all'acme e lascia alla violenza (alla «coercizione
statale») il monopolio del rapporto tra Stato e corpo sociale. Fatta salva
questa situazione estrema, tra egemonia e coercizione sussiste un rappor-
to di sinergia e di reciproca implicazione. Che, come abbiamo visto sof-
fermandoci in particolare sulle funzioni svolte dalla sfera giuridica, inve-
ste in primo luogo l'ambito istituzionale dello Stato-governo.

7. IL «FONDAMENTO» DELL'EGEMONIA

L'analisi di quello che i Quaderni definiscono «problema giuridico»


esemplifica il caso di una funzione egemonica assolta direttamente dallo
Stato-governo, quindi strettamente intrecciata alle forme del dominio e
della coercizione. Ma l'espansione dell'ambito di riferimento della rifles-
sione sull'egemonia dettata dalla sua ubiquità chiama in causa anche di-
namiche egemoniche esterne alla sfera delle «superstrutture complesse» e
radicate immediatamente nel terreno «strutturale» dei processi produtti-
vi. Ci riferiamo all'insieme dei fenomeni che Gramsci pone sotto il titolo
di «egemonia economica» e che costituiscono una componente tutt'altro
che marginale o accessoria del discorso. In realtà, si tratta di un aspetto
essenziale, che conferma l'ispirazione coerentemente storico-materialisti-
ca della teoria politica gramsciana.
Il nocciolo di questa argomentazione è sintetizzato in poche note del
quaderno 13, legate tra loro da un saldo filo logico. Vale in primo luogo a
questo riguardo, sul piano dei principi-base, un'indicazione riferita alla
coerenza sistemica della totalità sociale: coerenza che – scrive Gramsci
nel § 35 di questo quaderno – impone di

identificare quale sia nella vita politica il legame organico essenziale,


che non può coesistere solo nei rapporti giuridici […] ma si radica
nei più profondi rapporti economici, cioè nella funzione sociale del
mondo produttivo. [Q 1631-2]

Il legame organico essenziale nella vita politica si innerva (al di là della


regolamentazione giuridica dei rapporti sociali) nei più profondi rapporti
economici. Se ci si impegnasse per individuare una sintesi più limpida
della prospettiva analitica marxiana non è detto che ci si riuscirebbe.
Questo è lo sfondo teorico (come sappiamo definito, nelle sue linee
di forza, già negli anni dell'esperienza ordinovista) sul quale si sviluppa
anche il discorso gramsciano sull'egemonia. Coerente con tale schema,
Gramsci (nel § 1 dello stesso quaderno 13) non afferma soltanto che «una
riforma intellettuale e morale non può non essere legata a un programma
di riforma economica», ma arriva a sostenere che «il programma di rifor-
ma economica è appunto il modo concreto in cui si presenta ogni riforma
intellettuale e morale» [Q 1561].
La politica economica (e a monte, come presto vedremo, la stessa
configurazione obiettiva dei processi produttivi) si afferma come struttu-
ra portante dell'iniziativa etica del dominante (della sua azione egemoni-
ca di direzione «intellettuale e morale»). In questo senso, poche pagine
dopo (nel § 18) Gramsci illustra il nesso tra economia ed egemonia nel
modo più perspicuo:

se l'egemonia è etico-politica, non può non essere anche economica,


non può non avere il suo fondamento nella funzione decisiva che il
gruppo dirigente esercita nel nucleo decisivo dell'attività economica.
[Q 1591].

Non soltanto, dunque, l'egemonia economica è parte integrante di una


dinamica egemonica che si presenta sempre più come un complesso orga-
nico. Ne è addirittura il fondamento. Vale la pena di rilevare la scelta ter-
minologica (e retorica): fondamento; funzione decisiva; nucleo decisivo.
Sembra che Gramsci intenda richiamare l'attenzione su quello che gli ap-
pare un aspetto cruciale – di norma, forse, non sufficientemente apprez-
zato – del rapporto egemonico, che non può non imperniarsi sul progetto
economico immanente nell'azione di una classe dominante. Il che com-
porta alcune rilevanti conseguenze.
In precedenza abbiamo visto come l'efficacia dell'iniziativa egemoni-
ca supponga il riconoscimento, da parte dei diretti, del prestigio del
gruppo dirigente. Ora, alla luce di quanto Gramsci puntualizza in tema
di egemonia economica, possiamo precisare ulteriormente. «Decisivo» il
terreno economico è anche a questo riguardo. Aprendo il quaderno 12,
Gramsci chiarisce che il prestigio e la fiducia derivano al dominante «dal-
la sua posizione e dalla sua funzione nel mondo della produzione» [ Q
1519]. In altri termini, la costruzione (l'«organizzazione») e la conserva-
zione del consenso debbono incentrarsi sul concreto riconoscimento (da
parte del dominante) di esigenze reali avvertite dal corpo sociale su que-
sto terreno fondativo.
Ne segue, implicitamente, la ripresa di un argomento al quale abbia-
mo avuto modo di accennare nel capitolo precedente mettendo a fuoco il
tema della pervasività della politica (sia pure nella forma paradossale del-
la sua privatizzazione). Come si ricorderà, Gramsci polemizza aspramen-
te (proprio nel § 18 del quaderno 13) con le posizioni «economicistiche»
di matrice borghese e proletaria (liberismo e sindacalismo), imputando
loro la comune incomprensione di un aspetto essenziale della dinamica
economica nella società moderna: il suo essere comunque «determinata»
(regolata, condizionata) dalla decisione politica. A questo punto possia-
mo facilmente ricostruire il senso complessivo della posizione gramscia-
na, nella misura in cui l'intervento dello Stato in economia si rivela indi-
spensabile (in realtà, inevitabile) non soltanto per la funzionalità della di-
namica riproduttiva (il mercato è sempre «determinato», derivando i pro-
pri valori-base, a cominciare da quello della forza-lavoro, dai rapporti
delle forze sociali), ma anche per la consistenza e l'efficacia del sistema
egemonico della classe dominante.

8. L'EGEMONIA DELLA MERCE

Poc'anzi osservavamo come la centralità del tema economico («struttura-


le») nell'analisi dei sistemi egemonici confermi l'ispirazione marxista del-
la posizione gramsciana. Non si tratta, a nostro giudizio, di un nesso ge-
nerico, bensì di un collegamento puntuale, documentato anche da esplici-
ti rimandi testuali.
Un tema sovente si trascura quando si discorre di egemonia. Se il ter-
mine entra nel lessico politico nel Novecento e diviene classico con
Gramsci, l'idea è ben presente già in Marx ed Engels, sin dai loro scritti
giovanili. Il che naturalmente non sorprende, a meno di leggere la pro-
spettiva storico-materialistica in termini meccanici.
Se Marx insiste sulla centralità dell'attività produttiva (del modo di
produzione) quale fattore fondamentale nella configurazione complessiva
delle formazioni sociali storiche, è precisamente perché ne coglie la capa-
cità di influire in profondità anche nella determinazione delle idee, delle
mentalità e del senso comune, delle forme simboliche: in una battuta, in
quello che la Prefazione del '59 chiama «processo spirituale della vita» 5.
In questo senso manca ancora la parola egemonia, non pero l'idea. Che
anzi pervade la ricerca marxiana e contribuisce a determinarne lo svilup-
po interno.
Non si tratta, infatti, della sola Ideologia tedesca, testo cardine (sco-
nosciuto a Gramsci) nell'elaborazione della «concezione materialistica
della storia», ma legittimamente relegato tra i materiali preparatori del
Marx maggiore, non solo perché rimasto allo stato di incompiuto e di
inedito, ma anche perché composto nella prima fase della ricerca marxia-
na, quando Marx ed Engels sono ancora impegnati nel corpo a corpo
con Hegel e la sua Scuola, piuttosto che con le pagine degli economisti
classici e con le loro «robinsonate». Una teoria implicita, se si può dir
così, dell'egemonia è rintracciabile anche (soprattutto) nei testi-chiave
della critica dell'economia politica, a cominciare dal Capitale (oltre che
dalle pagine che portano alla definizione del primo Libro mandato alle
stampe).
Il luogo più importante e forse più scontato in questo contesto è sen-
z'altro il paragrafo del primo capitolo sulla critica del feticismo delle
merci: nient'altro che una puntuale discussione della potenza egemonica
5 Karl Marx, Zur Kritik der politischen Ökonomie, Vorwort, cit., p. 9.
dei risultati del «processo di produzione immediato», e più precisamente
della loro configurazione simbolica (ideale, densa di cifre valoriali e pre-
scrittive) definita nel quadro storicamente determinato della formazione
sociale capitalistica. Quadro in forza del quale i prodotti assumono la
forma della merce, quindi la sua carica di senso e di valore (anche simbo-
lico).
Si tratta del rovesciamento del rapporto soggetto-predicato (cau-
sa-effetto; produttore-prodotto); quindi, del rappresentarsi – agli occhi
degli stessi produttori – del rapporto sociale tra individui (e, in primo
luogo, del rapporto capitalistico di produzione) come un rapporto sociale
tra cose (merci, lavoro morto e, sullo sfondo, macchine, capitale fisso).
L'«arcano della forma di merce»6, come si sa, sorge, secondo Marx,
dall'innovazione fondamentale del modo capitalistico di produzione: il la-
voro ridotto a pura (astratta) energia misurabile in base al tempo, depri-
vato da qualsiasi qualità specifica (eccetto l'essere lavoro umano) e per
questo spendibile (valorizzabile e comparabile) in qualsiasi sequenza pro-
duttiva. Ridotto, cioè, a mera quantità e per questo non riconoscibile
(nemmeno da parte di chi lo eroga nel quadro del processo di produzio-
ne) nella sua concreta funzione costitutiva. Di qui l'autonomizzarsi del
prodotto dal produttore, il suo divenire fondamento e fulcro del rapporto
sociale.
Il primo Libro del Capitale torna su questo tema con analoga forza
in altri due luoghi. Una prima volta, nell'undicesimo capitolo, dove Marx
mette (implicitamente) a valore il concetto di «capitalizzazione» delle for-
ze produttive elaborato in uno scritto preparatorio, noto come Capitolo
sesto inedito7. E – declinando la critica del feticismo e della soggezione
ideologica dell'operaio in relazione ai mezzi di produzione, anch'essi lavo-
ro oggettivato («morto») – osserva come all'operaio le macchine appaia-
no in se stesse «capitale costante», e «la scienza» a sua volta (la tecnolo-

6 Karl Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie, Buch 1, Der Produktionsprozeß des
Kapitals (1867), MEW, Bd. 23, 1975, p. 86.
7 Karl Marx, Ökonomische Manuskripte 1863-1867, Teil 1, cit., pp. 119 ss.
gia) come una «forza produttiva posseduta dal capitale per natura, come
sua forza produttiva immanente»8.
Su questo stesso nesso concettuale Marx torna poi nel penultimo ca-
pitolo dello stesso Libro primo, miniatura storica della genesi del modo
di produzione capitalistico. Qui, in particolare, c'imbattiamo in un brano
di mirabile chiarezza, che conviene riportare senza frapporre commenti.

Non basta che le condizioni di lavoro si presentino a un estremo


come capitale e all'altro come uomini che non hanno da vendere che
la propria forza-lavoro. E non basta neppure costringere questi uomi-
ni a vendersi liberamente. Contestualmente allo sviluppo della pro-
duzione capitalistica, si sviluppa una classe operaia che per educazio-
ne, tradizione, abitudine, riconosce le esigenze di quel modo di pro-
duzione come leggi naturali autoevidenti.

È precisamente la potenza egemonica del capitale – il suo accreditarsi


come ordine naturale delle cose – a garantirgli stabilità ed efficienza. Se
«l'organizzazione del processo di produzione capitalistico sviluppato
spezza ogni resistenza», ciò non si deve prevalentemente al ricorso (in li-
nea di principio eccezionale) alla «forza extraeconomica», bensì alla co-
stante e «silenziosa coazione dei rapporti economici» 9. Silenziosa – im-
percettibile – proprio in quanto quei rapporti e le leggi che li governano
sono considerati, di norma, naturali.

9. «L'EGEMONIA NASCE DALLA FABBRICA»

Il primo Libro del Capitale contiene dunque in sé tutti gli elementi (a co-
minciare dall'idea del radicamento strutturale dell'egemonia «nei più pro-
fondi rapporti economici» [Q 1631-2], nella «funzione decisiva» svolta
dal «gruppo dirigente» sul terreno economico [Q 1591]) sufficienti a defi-
nire lo schema che, come abbiamo visto, sottende l'analisi gramsciana
8 Karl Marx, Das Kapital, Buch 1, cit., p. 353.
9 Ivi, p. 765.
dell'egemonia economica come fondamento di un sistema egemonico.
Marx analizza la potenza simbolica del rapporto sociale capitalistico in-
corporata nella merce e nella strumentazione del processo di produzione
mostrando come merce e macchine siano «feticci» capaci di narrare la
propria storia così da apparirne protagonisti al cospetto degli esseri uma-
ni ridotti a loro predicati. E da colonizzare l'immaginario sociale, in pri-
mo luogo la mente di quel proletariato operaio che più di ogni altra clas-
se sociale paga il prezzo della logica riproduttiva della società. In questo
senso la critica marxiana dell'economia politica comprende già una teo-
ria ante litteram di quella che i Quaderni chiamano egemonia economi-
ca.
Per contro, si potrebbe obiettare, in Gramsci non c'è questa teoria. I
Quaderni insistono, lo abbiamo visto, sul ruolo fondamentale della poli-
tica economica nella determinazione del quadro complessivo dell'iniziati-
va egemonica. Altra cosa è affermare il radicamento della funzione diret-
tiva nella struttura materiale della dinamica riproduttiva, considerare i
mezzi di produzione e le stesse merci come fattori ideologici. In realtà an-
che di questa intuizione marxiana vi è traccia nelle note di Gramsci.
Un primo indizio è contenuto in una nota (il § 67 del quaderno 9, sul
quale ci siamo già soffermati nel primo capitolo [§ 8]) che si richiama
esplicitamente al Capitale. Ripensando all'esperienza dell'«Ordine Nuo-
vo» durante l'occupazione delle fabbriche, Gramsci scrive che il «movi-
mento per valorizzare la fabbrica» (valorizzarla dal punto di vista del la-
voro, contro il capitale) ha operato per liberare gli operai dall'egemonia
capitalistica (il termine non ricorre, ma questo è il senso del discorso)
mostrando loro come il «nesso» tra capitale e mezzi di produzione
(l'«unità fra sviluppo tecnico e gli interessi della classe dominante») sia
«transitorio» (né necessario né, tanto meno, naturale) e lo si possa per-
tanto «scioglier[e]» modificando il modo di produzione (quindi, in primo
luogo, i rapporti di forza sociali).
Il filo dei pensieri ricalca evidentemente quello già svolto da Marx.
La lotta di classe è anche – innanzi tutto – lotta ideologica: costruzione di
coscienza, come Gramsci viene sostenendo sin dai suoi primi anni di im-
pegno politico. Implica contrastare la potenza egemonica del capitale,
moltiplicata – direbbe il Sesto inedito – dalla «capitalizzazione» dei mezzi
di produzione. Che in questo quadro Gramsci si richiami esplicitamente
«all'analisi che dello sviluppo del sistema di fabbrica è fatta nel primo vo-
lume della Critica dell'Economia Politica» [Q 1138] appare talmente si-
gnificativo da rendere superfluo ogni commento.
Un altro indizio, non meno rilevante, troviamo nel § 2 di Americani-
smo e fordismo (quaderno 22). Agli occhi di Gramsci gli Stati Uniti del
fordismo mostrano come – in forza di una connotazione ancora prevalen-
temente «economico-corporativa» della società, ma anche di una mag-
giore razionalità ed efficienza del sistema produttivo – «l'egemonia
nasc[a] dalla fabbrica e non [abbia] bisogno per esercitarsi che di una
quantità minima di intermediari professionali della politica e della ideo-
logia» [Q 2146]. Anche in questo caso il ragionamento appare trasparen-
te.
L'egemonia borghese non si avvale soltanto del funzionamento della
«struttura materiale dell'ideologia». È frutto anche dell'operatività dei
processi produttivi, che fungono da vettore simbolico e da fattore di legit-
timazione del sistema sociale. Non soltanto le biblioteche e le scuole, i
giornali, l'architettura e l'urbanistica influiscono sull'opinione pubblica
«direttamente o indirettamente» [Q 333], ma anche il complesso degli
strumenti mediante i quali la società provvede a riprodursi. Componenti
decisive dell'«apparato egemonico» della classe dominante sono, in que-
sto senso, anche i mezzi tecnici di produzione e la loro organizzazione
nella fabbrica; i rapporti di classe funzionali al modo di produzione capi-
talistico; i programmi di politica economica per mezzo dei quali il domi-
nante protegge gli assetti sociali e il processo di accumulazione del capi-
tale.
Chiarito tutto ciò e assodata l'attenzione di Gramsci per l'immediata
efficacia egemonica del «mondo economico», cerchiamo infine di indivi-
duare le conseguenze che a suo giudizio discendono dalla fondazione eco-
nomica dell'egemonia. Nei Quaderni ci pare di individuare, in proposito,
due indicazioni.
In primo luogo, al radicamento strutturale dell'egemonia si accom-
pagna la necessità che le connessioni fatte dal dirigente coinvolgano an-
che la sfera degli interessi materiali. In modo da non minacciare, per un
verso, «l'essenziale» [Q 1591] (la funzione del dominante nel rapporto di
produzione), ma anche da favorire, per l'altro, il soddisfacimento di esi-
genze reali dei diretti (un elemento, questo, che non per caso ritroveremo
anche tra gli ingredienti-base delle «rivoluzioni passive»).
È indispensabile, in questo senso, che gli interessi prevalenti siano
tali (così la nota sui rapporti di forza del quaderno 13) «fino a un certo
punto, non cioè fino al gretto interesse economico-corporativo» [ Q
1584]. Il che, considerata la pur transitoria efficacia egemonica degli at-
tuali tentativi di stabilizzazione capitalistica (le «economie programmati-
che» [Q 1358] istituite da fascismo e fordismo), si direbbe attestare la ca-
pacità delle classi dirigenti occidentali di realizzare adeguati compromes-
si.
In secondo luogo, dal radicamento strutturale dell'egemonia segue
un insegnamento rilevante in merito alla logica di quelle che i Quaderni
chiamano «crisi di egemonia» (intendendo con ciò la caduta della fiducia
sociale nelle classi dominanti, la loro perdita di prestigio e autorevolezza,
quindi di efficacia direttiva).
Il fatto che – come sappiamo – il consenso nasca dal prestigio che il
dominante conquista nello svolgimento delle proprie funzioni «nel mon-
do della produzione» [Q 1519] implica che la dinamica economica (nel
caso della società moderna, la valorizzazione del capitale) non può ridur-
si a pura coazione, pena il dileguare della relazione egemonica e il deter-
minarsi di una generale crisi di egemonia. Vale in proposito, a guardar
bene, uno schema peculiare a quello testé considerato con riguardo al ne-
cessario sacrificio degli interessi corporativi. Ove i «sacrifizi» si rivelasse-
ro insufficienti, il gruppo dominante si mostrerebbe incapace di operare
come dirigente, quindi di espandersi consolidando il proprio potere sul
terreno egemonico. Ciò segnerebbe la sua regressione «economico-corpo-
rativa» e avvierebbe fatalmente al tramonto la formazione sociale affidata
al suo comando.

10. LA DOPPIA NATURA DEL «CENTAURO MACHIAVELLICO»

Ma più in generale possiamo trarre a questo punto le conclusioni del


grande lavoro che Gramsci svolge riflettendo sull'incidenza del fattore
egemonico ai fini dell'esercizio del potere politico. Che l'egemonia non
coinvolga soltanto la «società civile» ma anche una funzione ibrida (a
mezzo tra ragione e coazione) come il diritto, nonché la dinamica econo-
mica nella sua stessa organizzazione materiale, tutto questo ci pare di
enorme rilievo, tanto ai fini dell'analisi complessiva del potere borghese e
della critica delle sue strutture di legittimazione, quanto nel quadro della
teoria della prassi trasformatrice.
Dicevamo in precedenza che l'ubiquità della relazione egemonica è
un tema centrale dell'analisi gramsciana. In realtà c'è di più, o quanto
meno occorre intendersi per non sminuire il valore di questa intuizione.
Non si tratta soltanto di onnipresenza, ma anche (per ciò stesso) di effi-
cacia. Ubiquità è sinonimo, in questo ragionamento gramsciano, di per-
vasività, di pressione ossessiva, «frenetica e assorbente», per riprendere
ancora la felice espressione dei Quaderni in tema di accentramento ditta-
toriale. In sostanza, l'idea è che, raggiunta dall'incessante flusso comuni-
cativo trasmesso dall'apparato egemonico del dominante, la popolazione
(l'insieme dei «diretti») sia come accerchiata, stretta in una morsa ideolo-
gica penetrante e concentrica. Tanto più efficace – vale aggiungerlo – per-
ché affidata a vettori per così dire impliciti come la politica economica e
la stessa struttura produttiva, e come l'ordinamento giuridico in quanto
codice etico.
Ma se le cose stanno in questi termini, non è difficile rendersi conto
che un tema, di primaria rilevanza, emerge sullo sfondo. Sino ad affer-
marsi come elemento-chiave della riflessione gramsciana sull'egemonia. A
prima vista (in questi termini sovente il discorso è recepito) l'enfasi posta
dai Quaderni sull'importanza della dimensione egemonica (discorsiva,
cognitiva) del potere equilibra l'analisi, nel senso di ridimensionare il
peso del momento coercitivo. C'è indubbiamente del vero in queste inter-
pretazioni, come vedremo ragionando, alla fine del capitolo, sulla strut-
tura dialettica della teoria. Ma è vero anche il contrario.
Per quanto paradossale possa apparire, proprio l'analisi della relazio-
ne egemonica conduce Gramsci alla conclusione che la «classe borghese»
non si avvale di meno forza in confronto alle «classi dominanti preceden-
ti» [Q 937], ma semmai di una maggiore concentrazione di potere coerci-
tivo e di comando sul corpo sociale. In virtù di una potenza egemonica
incomparabilmente superiore (connessa, come sappiamo, alla sua
«espansività»), e della capacità di giocare sinergicamente non soltanto su
entrambi i «piani» sovrastrutturali, ma anche su un terreno economico
immediatamente produttore di egemonia. In questo senso si comprende
appieno l'intenzione di quella celebre citazione del Principe in cui Gram-
sci (nel § 14 del quaderno 13) prima fissa nella «forza» e nel «consenso»
(quindi nell'«autorità» e nell'«egemonia»; nella «violenza» e nella «civil-
tà»; nel «momento individuale» e in «quello universale»;
nell'«agitazione» e nella «propaganda»; nella «tattica» e nella «strategia»)
i «due gradi fondamentali» dell'«azione politica» e della «vita statale»;
poi, facendo senz'altro propria la lezione dell'autore del Principe, richia-
ma la «doppia natura del Centauro machiavellico, ferina ed umana» [ Q
1576].
Così è fatto lo Stato moderno nella sua costituzione «naturale», e su
questa base agisce sulla scena «politico-storica». Come dire che la distin-
zione tra i due «gradi» è sì legittima, anzi indispensabile sul terreno anali-
tico (come distinzione »metodica»), ma non va intesa – fraintesa – come
un'alternativa «organica» [Q 1590], quasi che, là dove operi la forza, sia
assente il consenso, e viceversa. Dopodiché siamo finalmente al cospetto
del vero problema intorno al quale tutto questo discorso ruota: problema
reale e arduo, che nessuna semplificazione dicotomica potrebbe riuscire a
risolvere.

11. DELL'AMBIGUITÀ REALE DEL CONSENSO

Come abbiamo visto, sul piano definitorio la comparazione tra i «due


modi» in cui «la supremazia di un gruppo sociale si manifesta» [Q 2010]
è semplice: l'egemonia è «direzione intellettuale e morale»; il dominio di-
retto mobilita la forza, si sostanzia in interventi coercitivi. L'egemonia è
l'altro della coercizione. Per usare una coppia classica in filosofia politica,
potremmo dire che l'una riposa sull'autorità (prestigio, autorevolezza del
dirigente), l'altra sul potere del dominante. O, se si preferisce, che si deve
pensare al dominio come a un semplice potere di fatto, a quello egemoni-
co come a un potere riconosciuto e, in questa misura (non necessaria-
mente connessa alla sfera giuridica), legittimo.
Ma dove risiede, in ultima analisi, la differenza tra le due modalità?
Evidentemente in ciò, che nell'egemonia è sempre contenuto un elemento
di consenso assente nella coercizione pura. In effetti si può convenire su
un fatto. Resta, tra consenso e forza, una differenza di fondo: dove c'è
consenso vi è sempre responsabilità anche di chi acconsente; dove il con-
senso è del tutto assente, è responsabile soltanto chi comanda. In questa
misura il potere politico (che almeno nella modernità implica sempre, se-
condo Gramsci, egemonia) differisce essenzialmente dalla nuda violenza
(la più autoritaria delle società non è comunque un campo di concentra-
mento e nemmeno una prigione).
Se tuttavia passiamo dal terreno astratto delle determinazioni con-
cettuali al piano concreto della fenomenologia storica, ci si presenta uno
scenario altrimenti complesso. O, per meglio dire, ambiguo. L'esempio
del fascismo e del nazismo (la loro innegabile capacità di conquistare un
consenso di massa, che ha indotto la più recente storiografia ad analizza-
re con particolare cura la fenomenologia del «consenso totalitario») mo-
stra tutta l'insidia dell'elemento «direzione intellettuale e morale», del
quale rivela la potenziale carica di violenza. Lo stesso deve dirsi dell'altro
modello di risposta borghese alla «crisi organica» studiato nei Quaderni.
Non stupisce di certo che la («transitoria») politica di «alti salari» prati-
cata da Ford [Q 2171] incontri il consenso delle maestranze. Ma ciò non
toglie che – come vedremo nel capitolo 13 – essa si accompagni a innova-
zioni tecnologiche (la «meccanizzazione del lavoratore» [ Q 2169]) che ac-
crescono la pressione sul lavoro vivo. E che non implicano alcuna riduzio-
ne della coercizione, bensì la sua «sapient[e] combina[zione]» con il con-
senso [Q 2171], il suo «contemperamento» (sinergia) con la «persuasio-
ne» [Q 2173].
Ciò che dall'esperienza storica emerge è, in una parola, la configura-
zione problematica del consenso politico. Che la storiografia pone in ri-
lievo, coniando la figura del «consenso implicito» nella quale riecheggia
la nozione teologica (e weberiana) di fides implicita (l'adesione in base a
motivazioni oscure e tra loro contraddittorie) 10. E che la teoria politica te-
matizza descrivendo, a fronte della figura ideale dell'«accordo
normativo» su ciò che si ritiene corrispondente ai propri principi, un am-
pio spettro di situazioni ibride (allineamento, adattamento, acquiescenza
pragmatica, apatia) nelle quali il consenso sfuma nella subordinazione di
fatto.
La radice di tale oggettiva ambiguità sembra consistere in ciò, che il
consenso si costituisce sempre nel quadro di relazioni sociali o politiche
asimmetriche, sulle quali influisce, pure in gradi molto diversi tra loro,
l'azione di poteri coercitivi. Anche il rapporto pedagogico più espansivo,
volto a generare consapevolezza critica e autonomia, implica un pur mi-
nimo grado di coercizione, quindi, almeno in partenza, il condiziona-
mento del consenso che si viene “educando”. Per questa ragione Gramsci
respinge le critiche indiscriminate che non considerano l'inerenza di
aspetti coercitivi più o meno espliciti a qualsiasi forma di intervento pe-

10 Cfr. Max Weber, Wirtschaft und Gesellschaft. Grundriß der verstehenden Soziologie, J.C.B.
Mohr (Paul Siebeck), Tübingen 1921-22, pp. 142-8, 245 ss., 661 ss., 342-3.
dagogico, compreso quello esercitato dal « “razionalismo”» proprio del-
l'ambiente in cui si vive [Q 1724].
Ma se, nel migliore dei casi, lo sviluppo delle capacità riflessive per-
mette di sottoporre a critica i criteri di giudizio precedentemente assunti
e di ridurre al minimo (mai, forse, di azzerare) i condizionamenti esterni
(torneremo su questo aspetto nel capitolo 14, discutendo le critiche rivol-
te da Gramsci alla posizione elitista), di norma il consenso politico si co-
stituisce sulla base di una massiccia opera di persuasione e di convinci-
mento (si rifletta sull'etimo di questo termine), quando non di indottrina-
mento e di vera propria manipolazione (nel qual caso si potrà dire che
nell'«acconsentire» si risponde in realtà a uno stimolo, e si adempie a
qualcosa di molto somigliante a un compito assegnato). A sua volta, il
fatto che tra consenso libero e consenso indotto sia difficile istituire di-
stinzioni nette aiuta a comprendere perché, ben distinti tra loro e persino
opposti sul piano logico (in astratto), «direzione» e «dominio» si presen-
tino in realtà (in concreto) sempre mescolati tra loro, come ingredienti es-
senziali, entrambi, dell'esercizio del potere politico.
Certo, anche a questo riguardo dirimente è la proporzione relativa
dei due elementi. Come vedremo affrontando il tema della teoria demo-
cratica ricavabile dai Quaderni (e come, del resto, abbiamo visto nei pri-
mi capitoli, occupandoci dei rapporti tra avanguardia dirigente e massa),
Gramsci ritiene possibile l'instaurarsi di un potere realmente democratico
in quanto capace di corrispondere alla volontà collettiva e di ridurre al
minimo il tasso di coercizione esteriore («dall'alto»). Ma nemmeno in
questo scenario ideale, che evoca l'obiettivo dell'estinzione dello Stato-go-
verno (forse un'idea regolativa più che un programma politico), si tratta
dello sradicamento della forza, della sua eclissi. A maggior ragione, di
compresenza e «combinazione» di coercizione e consenso [Q 2171] si
tratta nella società data (capitalistica) e di questo stato di cose occorre es-
sere consapevoli, evitando di scambiare per un difetto delle teorie che se
ne fanno carico un'ambiguità reale che è nelle cose stesse. Così torniamo
un'ultima volta alle critiche rivolte in proposito a Gramsci.
Ciò che, a nostro parere, la teoria gramsciana dell'egemonia (soprat-
tutto l'affermazione della sua ubiquità e della funzione egemonica del di-
ritto e dell'economia) mette in evidenza col focalizzare il continuum che
collega consenso e forza, è precisamente l'oggettiva ambiguità del con-
senso politico. È vero che tutto il discorso gramsciano (sull'egemonia e, a
monte, sullo Stato «integrale») nasce dal riconoscimento della centralità
del discorso pubblico ai fini dell'azione politica, quindi dalla presa d'atto
della necessaria base consensuale del potere politico moderno. Ma que-
sto Gramsci considera in tutta la sua problematicità, senza ingenui o
strumentali entusiasmi.
Ineludibile componente consensuale del potere significa, ai suoi oc-
chi, necessità di «crea[re] preventivamente» ciò che «si chiama “opinione
pubblica”» (superfluo sottolineare la cautela – o l'ironia – di queste for-
mule); opinione pubblica a sua volta concepita – lo abbiamo visto – quale
«punto di contatto […] tra il consenso e la forza» [ Q 914]. Di qui la diffi-
denza evidente, persino esibita, con cui i Quaderni trattano sempre il
tema del consenso (ma il discorso vale per l'intero sviluppo della riflessio-
ne gramsciana, coinvolgendo direttamente la critica della democrazia
borghese).
Nel capitolo 9 (§§ 4-5) abbiamo segnalato che per Gramsci il consen-
so è sempre «organizzato», che la sua spontaneità è sempre, per così dire,
metaforica. Nei Quaderni il termine è difatti spesso tra virgolette, e anco-
ra più di frequente accompagnato da puntualizzazioni («diretto», «indi-
retto», «volontario (libero)», «creato», «attivo», «passivo», ecc. [ Q 691,
1636, 1669, 1771, 2171-3]) che sottolineano la problematicità del concet-
to. L'idea è che dietro al consenso vi sia sempre la forza: un fatto che la
«scienza politica» italiana (il riferimento concerne verosimilmente l'eliti-
smo, in particolare Gaetano Mosca) ha, a giudizio di Gramsci, il grande
merito di riconoscere. E che a ogni modo si dimostra inconfutabile quan-
do si ragioni su «come ricostruire l'apparato egemonico del gruppo do-
minante», disgregatosi «in tutti gli Stati del mondo», a seguito della
Guerra mondiale, per l'irruzione di «grandi masse» prive di direzione, per
il disorientamento delle classi medie e per la debolezza delle «forze anta-
gonistiche».
Se «il problema era di ricostruire l'apparato egemonico di questi ele-
menti prima passivi e apolitici», allora (così nel § 80 del quaderno 7)
«questo non poteva avvenire senza la forza» (che per di più, nelle condi-
zioni date, «non poteva essere quella “legale”»). In tale connessione, ap-
parentemente paradossale, consiste l'aspetto cruciale della «discussione
su la forza e il consenso», discussione che concerne, per Gramsci, il «mo-
tivo centrale della vita degli Stati nel dopoguerra» [ Q 912-3]. Che il pote-
re politico non possa più prescindere dal consenso (a differenza del pote-
re militare, nel quale si può avere una «dittatura senza egemonia», come
Gramsci scrive a proposito della direzione dei processi di rivoluzione pas-
siva da parte di uno Stato straniero [ Q 1823]) significa che non può fare a
meno di «organizzarlo», con ogni mezzo a sua disposizione. E che, nel
concreto esercizio del potere politico, il consenso (l'egemonia) è una con-
trofigura della forza, talvolta difficile da distinguere da questa sua com-
pagna di strada.
Se a questo punto consideriamo nel suo complesso il discorso gram-
sciano sull'egemonia, esso ci appare attraversato da una tensione fecon-
da, nella misura in cui, per un verso, prende le mosse da una netta distin-
zione tra i concetti di «direzione» e di «dominio» che, per l'altro, mette in
crisi. Si tratta di una contraddizione? Certamente sì. Che però ci pare ri-
fletta una realtà ambivalente, che la teoria correttamente riconosce e pro-
blematizza.
Ci sembra, in altre parole, che l'analisi gramsciana dell'egemonia si
collochi precisamente nella distanza – non di rado minima e sempre sfug-
gente – che separa il consenso libero (informato e autonomo) da quello
ottenuto mediante un'opera di efficace convincimento. E che, nei Qua-
derni, lo studio delle relazioni egemoniche sia il luogo privilegiato dell'a-
nalisi del carattere ambivalente della relazione politica nel «mondo mo-
derno». Che soltanto uno sguardo dialettico è in grado di cogliere in tut-
te le sue manifestazioni.
12. EGEMONIA E RIVOLUZIONE

Ma la prospettiva dialettica si esplica in primo luogo nel riconoscimento


delle contraddizioni immanenti nei processi e nei quadri storici, e delle
loro potenzialità evolutive. Non ci si deve quindi stupire se, come già la
descrizione della «politica totalitaria», anche l'analisi delle relazioni ege-
moniche dischiude uno scenario aperto, e se la teoria che stiamo ripercor-
rendo mostra potenzialità forse insospettate.
L'egemonia è centrale nella modernità, per le ragioni che si sono det-
te in precedenza. È un'espressione della dinamica espansiva del dominan-
te. Ed è caratteristica di una società nella quale la comunicazione ha un
ruolo strategico nella relazione sociale, che tende per l'appunto a configu-
rarsi come agire comunicativo. Tutto ciò significa che, pur andando di
pari passo con la pressione coercitiva, la dinamica egemonica apre spazi
alla soggettività, rivelando un altro versante (in questo caso progressivo)
della sua ambivalenza. Vediamo meglio quest'ultimo risvolto della que-
stione.
Fin qui ci siamo concentrati su un versante: la forza impiegata dal
dominante già nell'organizzazione del consenso e l'efficacia dell'apparato
egemonico a sostegno delle sue decisioni e del suo sistema di dominio.
Ma convive con questa prima dimensione del problema, indiscutibilmen-
te essenziale, un secondo versante, contrapposto. Diversamente dalla coa-
zione (consideriamo qui i termini in chiave idealtipica), l'egemonia attiva
una pur asimmetrica relazione dialogica tra dirigenti e diretti, che tende
ad alimentare processi di sviluppo delle soggettività subalterne e che può
dare adito, per questa via, all'instaurarsi di prospettive critiche.
Si può dire che ogni forma di comunicazione tra gli esseri umani in-
stauri una relazione cognitiva e sia per se stessa una potenziale fonte di
consapevolezza, benché in capo a un processo aleatorio e tortuoso. Ogni
scambio comunicativo (la trasmissione di informazioni e di idee) com-
porta e sviluppa elaborazione, quindi innesca esperienze riflessive poten-
zialmente critiche. In questo senso la relazione egemonica è irriducibil-
mente altra dal soggiogamento immediato prodotto dalla coercizione. Il
soggetto subalterno non è soggiogato, e la stessa iniziativa egemonica
“rischia” di nutrirne la creatività sovversiva, attivando strategie di resi-
stenza.
È qui in gioco una contraddizione insanabile, che inerisce al carattere
oggettivamente progressivo dello sviluppo capitalistico. Se per un verso
l'ubiquità dell'apparato egemonico offre al dominante infinite possibilità
di penetrazione ideologica del corpo sociale, per l'altro lo sovraespone su
un territorio (lo spazio ideologico) permeabile alla «prassi rovesciante»
perché luogo della formazione dell'autocoscienza e dello sviluppo della
riflessività. Su questo terreno la soggettività elabora coscienza: quindi,
potenzialmente, criticità e propensioni anti-sistemiche.
A leggere bene il luogo già citato del § 35 del quaderno 7 a proposito
del valore «“metafisico”» [Q 886] della teoria-prassi leniniana dell'ege-
monia, sorge il sospetto che proprio questo Gramsci intenda sostenere:
che la dinamica egemonica, portando con sé la trasformazione del pen-
siero, della cultura, delle forme ideologiche, apra la via verso una meta-
morfosi della soggettività. Naturalmente che cosa poi ne segua in concre-
to non è deducibile in partenza. Sappiamo che, per Gramsci, è cruciale il
momento organizzativo, e che luogo-chiave dell'organizzazione del sog-
getto rivoluzionario è il partito comunista, al quale elettivamente le pri-
me pagine del fondamentale quaderno 13 fanno riferimento allorché at-
tribuiscono al «moderno Principe» il compito di farsi «banditore» e «or-
ganizzatore di una riforma intellettuale e morale», e motore di «un ulte-
riore sviluppo della volontà collettiva nazionale popolare verso il compi-
mento di una forma superiore e totale di civiltà moderna» [ Q 1560].
Il partito deve, in altri termini, farsi soggetto promotore della con-
tro-egemonia della classe operaia, la quale – non dimentichiamolo – deve
«essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo» [ Q
2010]. Quindi concepire sin d'ora germi della «nuova società». Costruire
linguaggi, codici, forme di relazione e di vita, esperienze materiali e im-
materiali sottratti al dominio e liberati dallo sfruttamento. Che ciò sia
concretamente possibile lo dimostra, a giudizio di Gramsci, la simmetria
delle forze che, contro ogni apparenza, caratterizza sottotraccia la scena
politica «totalitaria». E che da entrambi i contendenti esige «una concen-
trazione inaudita dell'egemonia» [Q 802].
Capitolo 11
RIVOLUZIONI PASSIVE E CESARISMI

1. UNO SCENARIO BLOCCATO

Nei capitoli precedenti sono emersi molti elementi dello scenario politico
attuale – la situazione creatasi in «Occidente» a seguito della Guerra
mondiale e dell'Ottobre bolscevico – quale appare a Gramsci negli anni
del carcere. Per un verso, la Grande guerra si colloca sullo sfondo della
«crisi organica» della società moderna, apertasi nel 1870-71; per l'altro,
essa ha prodotto, in questo quadro di lungo periodo, una «frattura stori-
ca» [Q 1824].
Che cosa, in particolare, caratterizza la situazione «politico-storica»
del «periodo del dopo guerra» [Q 801]? Diverse dinamiche progressive,
instauratesi sullo sfondo della modernizzazione e della sua crisi, hanno
compiuto un salto di qualità, sino a costituire una massa critica. Nel § 59
del quaderno 15 Gramsci scrive in questo senso che «tutta una serie di
quistioni che molecolarmente si accumulavano prima del 1914» (il riferi-
mento concerne in primo luogo il «fenomeno sindacale», conseguenza
dell'industrializzazione e dell'avvento della democrazia liberale) «hanno
appunto fatto “mucchio”, modificando la struttura generale del processo
precedente» [Q 1824]. E concentra l'attenzione su un processo (la disgre-
gazione dell'«apparato egemonico del gruppo dominante», imploso «per
le conseguenze della guerra in tutti gli Stati del mondo» [Q 912]) che ab-
biamo già segnalato nel capitolo 10 (§ 11).
Come sappiamo, questo insieme di avvenimenti ha condotto a quella
particolare configurazione del quadro conflittuale che Gramsci definisce
«politica totalitaria». Si tratta – lo si ricorderà – di uno scenario contra-
stato, ma univoco. Nel senso che da una parte lo connotano aspri conflit-
ti: un'estrema fibrillazione sociale e una «guerra» politica totale per la
conquista delle «posizioni decisive». Dall'altra però, a giudizio di Gram-
sci, esso registra un sostanziale equilibrio delle forze contrapposte, impe-
gnate in un «assedio reciproco» [Q 800-2].
Il tratto essenziale è, in altri termini, una fissità del quadro che non è
certo segno di pacificazione. Tutt'altro: fissità, staticità, immobilismo de-
notano in questo contesto un'impasse, conseguono alla mancanza di
sbocchi della conflittualità sociale e politica. Che quindi non può dispie-
garsi per risolversi, ma cresce su se stessa esacerbandosi, esasperandosi,
radicalizzandosi. Il che rimanda alla costitutiva insolubilità della «crisi
organica» entro la cornice sistemica della formazione sociale data.
Per sintetizzare questa situazione nulla appare più calzante delle tre
espressioni che Gramsci impiega per descrivere le fasi culminanti del con-
flitto politico. La prima – «interregno» – ricorre nel § 34 del quaderno 3 e
designa appunto la fase di arresto nella quale la crisi di egemonia costrin-
ge la società, relegandola come in un limbo tra il vecchio che «muore» e il
nuovo «che non può nascere» [Q 311]. Un'altra – equilibrio «catastrofi-
co» [Q 1619] – rimanda, come sappiamo, all'analisi del cesarismo. Possia-
mo dire che la situazione è bloccata, perché imprigionata in un sostanzia-
le equilibrio delle forze (sociali e politiche) fondamentali. La terza infine
– situazione «inoperosa» – definisce lo stallo causato dal mancato svilup-
po della crisi dal terreno del conflitto corporativo (immediatamente eco-
nomico) al piano politico. Con la conseguenza che «la vecchia società re-
siste e si assicura un periodo di “respiro”» o che le forze in conflitto si di-
struggono a vicenda [Q 1588].
Questa è la ragione per cui la «guerra di posizione» caratterizza il
dopoguerra (dal 1921), dopo la fase di guerra politica «manovrata» con-
sumatasi «dal marzo 1917 al marzo 1921» [Q 1229]. Con tutto ciò che ne
segue: da un lato, massimo accentramento dei poteri e pressione frenetica
della coercizione e dell'attività poliziesca di controllo (tratti caratteristici
delle «dittature contemporanee» [Q 2287]); dall'altro, massima concen-
trazione dell'iniziativa egemonica, sia sul terreno politico (mobilitazione
ideologico-affettiva, carismatica, delle masse nazionalizzate), sia sul ter-
reno economico («economie programmatiche»).
Ma lo scenario è «catastrofico» anche perché denso di rischi (oltre
che, come abbiamo visto chiudendo il capitolo 8 – di potenzialità pro-
gressive). Rischi dovuti soprattutto a un elemento che lo costituisce. Nel-
l'esaminare le cause e le caratteristiche della «crisi di egemonia della clas-
se dirigente», un'importante nota del quaderno 13 (il § 23) insiste sull'im-
provviso attivismo di «vaste masse» e sul suo esprimersi attraverso un
«complesso disorganico» di rivendicazioni [Q 1603]. In termini analoghi
Gramsci analizza la disgregazione dell'apparato egemonico del dominan-
te. Che riconduce a «cause puramente meccaniche», sottolineando per
questa via l'assenza – o l'insufficienza – della soggettività «antagonistica»
[Q 912]. (Si tenga presente che una formula pressoché identica – «cause
meccaniche immediate» – egli impiega nell'analisi delle premesse deter-
minanti la Rivoluzione francese, per escludere che fattori di questo genere
possano produrre una «rottura dell'equilibrio delle forze» fondamentali
[Q 1587].
La crisi non è esito di un conflitto aperto, dell'affermarsi di «una for-
te volontà politica collettiva», ché in tal caso «la quistione sarebbe stata
risolta a favore di tale antagonista». È il risultato di un generale disordine
e sbandamento, della mobilitazione improvvisa e inconsapevole di masse
popolari e di classi medie prive di direzione politica. E l'incapacità delle
«forze antagonistiche» di «organizzare a loro profitto questo disordine di
fatto» [Q 912-3] è una delle ragioni fondamentali della mancata «difesa»
[Q 320] del paese (e in particolare del proletariato italiano) dalla reazione
fascista, che Gramsci imputa principalmente alla dirigenza socialista. Di
qui – da una forza relativa del dominante, risultante dalla debolezza del-
l'avversario – il rischio che l'immobilità del quadro permetta al capitali-
smo, pur sfidato dalla «crisi organica», di stabilizzarsi e di prevalere per
un lungo arco di tempo sulle forze avversarie della rivoluzione operaia.
In questo contesto, a noi già noto nelle sue linee di fondo, si colloca-
no alcuni nodi problematici di rilievo, che dobbiamo a questo punto
prendere in esame per meglio circostanziare l'analisi gramsciana della si-
tuazione politica e storica del suo tempo. In particolare, i concetti di «ri-
voluzione passiva» e di «cesarismo», importanti nell'ordito teorico dei
Quaderni e strettamente collegati, entrambi, all'immagine dello scenario
bloccato alla quale ci siamo riferiti. Vediamo in che senso, e quali inse-
gnamenti sia possibile trarre da questa analisi, cominciando dal primo
tema (la rivoluzione passiva), a prima vista estraneo a tale descrizione, se
è vero che ben poco si direbbe collegare una «rivoluzione» a uno scenario
immobile.
A questo tema abbiamo avuto modo di accennare più volte in prece-
denza a proposito dei processi europei di modernizzazione (cap. 5, §§ 7-8;
cap. 8, § 3), riflettendo sulla comparazione tra fascismo e fordismo (cap.
5, § 5) e soffermandoci sull'uso delle analogie nel discorso storico gram-
sciano (cap. 6, §§ 5-6). Proviamo ora a metterlo a fuoco in una prospettiva
sistematica.

2. «UTILITÀ E PEREICOLI» DI UN «MODELLO»

In che senso Gramsci definisce passive alcune rivoluzioni?


La formula «rivoluzione passiva» gli giunge, com'è noto, dal Cuoco
(e forse, come diremo nel capitolo 17 [§ 3], da Labriola, per indiretta sug-
gestione). E gli appare in qualche misura equivalente al sintagma «rivolu-
zione-restaurazione» coniato dal Quinet. Il contesto di riferimento è, per
tutte le fonti, la storia italiana. Della quale vengono in questo modo foca-
lizzati due tratti ricorrenti e tra loro connessi: appunto, l'inadeguatezza
delle forze di opposizione e la tenace capacità egemonica delle forze do-
minanti. Dunque, la renitenza del quadro politico a evolvere in forza di
«salti» rivoluzionari in senso proprio (attivi).
Tutte e due le formule ricordate, sintetizza Gramsci, «esprimono il
fatto storico dell'assenza di una iniziativa popolare unitaria nello svolgi-
mento della storia italiana», nonché la capacità delle classi dominanti di
governare «lo svolgimento» in maniera tale da «sempre salva[re] il loro
“particulare”» [Q 1324-5]. In questa misura esse offrono a suo giudizio
uno strumento analitico (una «interpretazione» [ Q 1827]) utile a fini ri-
costruttivi ed esplicativi. Il che è tutt'altra cosa dall'assumerle, invece,
come modelli pratici, come programmi politici, secondo quanto è uso del
moderatismo italiano.
Tanto il Gioberti dinanzi al «movimento liberale-nazionale italiano»
al tempo del Risorgimento, quanto il Croce nel Novecento, al cospetto
dell'insorgenza proletaria, hanno ritenuto di potersi avvalere della conce-
zione sottesa alle formule del Cuoco e del Quinet come di un «metodo
d'azione politica» [Q 1325] e come di un «programma». Non soltanto,
con ciò, tradendone lo spirito (in questo senso «pericoli di tale argomen-
to», a dispetto della sua «utilità» [Q 1827]) e «mutila[ndo]» hegelismo e
dialettica [Q 1221] per mezzo di una pura e semplice simulazione delle
contraddizioni reali. Ma anche, secondo Gramsci, illudendosi di sovrap-
porre il proprio arbitrio alla dinamica storica, che comunque «presuppo-
ne, anzi postula come necessaria, un'antitesi vigorosa» e intransigente [ Q
1827].
Nemmeno Gramsci tuttavia si limita a fare propria la formula del
Cuoco nel significato che questi, verosimilmente, le attribuisce. Tutto il
suo argomento si svolge in un contesto diverso, informato dal confronto
tra i processi di modernizzazione in Europa che, come sappiamo, costi-
tuisce il principale quadro di riferimento della sua analisi storica. Siamo
cioè nel pieno dello studio (una comparazione «di importanza vitale»)
del «rapporto storico tra lo Stato moderno francese nato dalla Rivoluzio-
ne e gli altri Stati moderni dell'Europa continentale» [Q 1358]. «Passive» i
Quaderni definiscono alcune rivoluzioni in quanto essenzialmente diverse
– vedremo per quali ragioni – dalla rivoluzione verificatasi in Francia,
dove, appunto, «si ha il processo più ricco di sviluppi e di elementi politi-
ci attivi e positivi» [Q 2032].
Lo sappiamo: mentre la Francia è già compiutamente e organicamen-
te moderna, per Gramsci gran parte dell'Europa, tra il 1789 e il 1870, è
invece ancora attardata nel passato feudale. Di questo confronto abbia-
mo già segnalato la centralità. Proprio la difformità degli «svolgimenti» –
la forza da un lato, le lacune dall'altra ne pone in rilievo radici e caratteri-
stiche. E ne favorisce la comprensione. Ora scopriamo che Gramsci isti-
tuisce il confronto anche nella convinzione della ricorrenza dei processi
che definisce, appunto, di rivoluzione passiva, e dell'opportunità di in-
quadrarli in uno schema teorico utile a intendere molti processi di tra-
sformazione nella storia europea (occidentale) moderna.
Lo studio delle «differenze tra la Francia, la Germania e l'Italia nel
processo di presa del potere da parte della borghesia» [ Q 2032] gli sem-
bra autorizzare la costruzione di un «“modello” della formazione degli
Stati moderni» (il «modello Francia-Europa») [Q 1358-9]. A sua volta un
modello del genere non esaurisce la propria validità euristica nell'ambito
della prima modernizzazione europea. Al contrario, «l'argomento della
“rivoluzione passiva”» è ai suoi occhi fondato «come interpretazione del-
l'età del Risorgimento e di ogni epoca complessa di rivolgimenti storici»
[Q 1827]. «E poiché in ogni evento storico si verificano quasi sempre si-
tuazioni simili, è da vedere se non si possa trarre da ciò qualche principio
generale di scienza e di arte politica» [Q 1767].
Nel merito, a caratterizzare le rivoluzioni passive sono logiche e
strutture processuali opposte a quelle che connotano l'urto rivoluzionario
francese. Nell'un caso (in Italia, Germania e Inghilterra), compromessi e
alleanze tra le parti in conflitto; di qui la persistenza di significative com-
ponenti del vecchio sistema di potere e la sua lenta «corrosione “riformi-
stica”» [Q 1227]. Nell'altro (in Francia), un'«esplosione rivoluzionaria
[…] con radicale e violenza mutazione dei rapporti sociali e politici» [ Q
1358]. Per porre in risalto questa differenza essenziale Gramsci si serve
della polarità attivo/passivo, definendo gli sviluppi italiani e tedeschi
come «l'aspetto “passivo” della grande rivoluzione» [Q 1227].

3. LA LOGICA PARADOSSALE DEL PROCESSO

Ma più precisamente, e al di là dei rimandi alle fonti: che cosa significa


connotare come passivo un avvenimento, e per di più un processo di tra-
sformazione? Questa scelta espressiva dichiara evidentemente il punto di
vista dal quale il processo è preso in considerazione (ricostruito e valuta-
to). La connotazione riflette l'ottica di uno dei soggetti coinvolti. Che, per
quanto riguarda Gramsci (l'intera sua riflessione storica), è la prospettiva
delle classi subalterne.
In altri termini, nei Quaderni una rivoluzione è definita passiva in
quanto è subita dalle classi subalterne; in quanto è diretta («dall'alto»:
Gramsci parla di «interventi […] di tipo monarchia illuminata» [ Q 1358])
dalle classi dominanti: l'aristocrazia nel caso del Risorgimento, la bor-
ghesia nel fascismo. Il che mostra come si abbia qui a che fare con un
processo per molti versi paradossale. Vediamo in che senso, esaminando
il primo caso.
Indubbiamente nell'ottica del Piemonte (dei «moderati» diretti da
Cavour e da Vittorio Emanuele) il Risorgimento fu un processo attivo,
che – nel salvaguardare la posizione delle classi dominanti e dei poteri co-
stituiti, e persino potenziando una forza sociale tradizionale come la
grande proprietà terriera – trasformò in profondità l'assetto territoriale,
politico e “geo-politico” della penisola, unificandola sotto la guida della
monarchia sabauda e realizzando un profondo mutamento economico e
sociale.
L'opposto, a prima vista, parrebbe di dover dire per i nemici del Pie-
monte nelle guerre d'indipendenza. Anche gli altri Stati italiani e l'Impero
austriaco subiscono, come le classi sociali subalterne, il processo unita-
rio, diretto contro i loro fondamentali interessi territoriali, politici, eco-
nomico-sociali e ideologici. Non c'è dubbio che nella visione dell'Austria
imperiale, del Papato e degli altri Stati italiani, il Piemonte è un nemico, e
la vicenda risorgimentale una minaccia alla legittima sovranità delle di-
nastie regnanti, alle rendite di posizione delle corti, ai patrimoni e ai pri-
vilegi della Chiesa e delle grandi famiglie. Non solo. L'unificazione rap-
presenta anche un pericolo sul piano sociale, per il fatto di implicare pro-
fondi mutamenti nella struttura economica. Il Piemonte sabaudo incarna,
in un certo senso, lo spettro della modernità, evoca una nuova organizza-
zione politica e sociale incompatibile con gli assetti di potere e le forme
di vita tradizionali.
Ma proprio per la radicale contrapposizione degli obiettivi e degli in-
teressi non avrebbe senso, nella prospettiva dei poteri europei di antico
regime, definire il Risorgimento una rivoluzione passiva. Si trattò della
perdita di territori, di risorse, di potere. Della rovinosa affermazione di
un diverso sistema sociale, politico e istituzionale, che veniva a sostituirsi
all'assetto precedente. Ma in questo senso non fu niente di diverso da una
pesante sconfitta bellica. Provocata da una rivoluzione attiva, benché
contrapposta ai propri interessi e (purtroppo) vincente.
Quando Gramsci parla di rivoluzioni passive (si noti: di rivoluzioni,
non di guerre), il tema è un altro. Il concetto riflette sì la prospettiva di
soggetti che subiscono le trasformazioni da esse generate. Ma (e questo è
l'aspetto paradossale al quale si faceva prima cenno), lungi dall'essere og-
gettivamente avversi a tali trasformazioni, questi stessi soggetti ne traggo-
no vantaggio. Come si dirà, Gramsci insiste sull'elemento egemonico ine-
rente a ogni rivoluzione passiva, che, in quanto tale, soddisfa in qualche
misura le esigenze poste dai soggetti sui quali è esercitata (e che dunque
la subiscono).
Nel caso del Risorgimento vi è di più. Vi è (a differenza che nel fasci-
smo) la consonanza tra la direzione prevalente e complessiva del processo
(l'unificazione e la modernizzazione del paese) e gli interessi strategici
delle classi subalterne (la borghesia in primo luogo; quindi le grandi mas-
se rurali e il nascente proletariato urbano). Le quali, pure, svolgono nel
processo ruoli subordinati, o vi figurano addirittura come avversari. In
questo senso Gramsci considera il Risorgimento una rivoluzione (in
quanto generatore di profonde trasformazioni), ma passiva (perché subita
dai soggetti che in linea di principio dovrebbero attuarla, e diretta da
quelli che invece dovrebbero avversarla). La direzione del processo è sal-
damente in mano alle «vecchie classi» aristocratiche (Cavour è per Gram-
sci il tipico «esponente della rivoluzione passiva» [ Q 1767]). Mentre le
classi nuove, progressive (la borghesia e, a maggior ragione, il «popolo»),
sono dirette (sia pure «“indirettamente”», come nel caso del Partito d'A-
zione [Q 2010]), costrette a svolgere ruoli subalterni.
Il paradosso risulta in tutta la sua evidenza ove si consideri che –
come abbiamo detto e torneremo a considerare – questa sorprendente in-
versione dei ruoli non toglie che il contenuto del processo (il suo effetto
macrostorico) sia effettivamente la modernizzazione del paese teatro del-
la rivoluzione, la sua transizione alla modernità. Dunque la sanzione del
potere borghese, a coronamento – in termini marxiani – della «rivoluzio-
ne sociale» che in tutta Europa è venuta determinando, nel corso della
«crisi medioevale», la prevalenza del modo di produzione capitalistico. Il
che significa, per converso, che l'aristocrazia dirige il tramonto dell'ordine
signorile (del proprio sistema di dominio) e la transizione alla nuova for-
ma sociale.
Non si tratta, insomma, della consueta complessità e contradditto-
rietà dei processi storici – tutti, per definizione, esito di conflitti – e dei
concetti che li rappresentano. Nel caso delle rivoluzioni passive è la logica
stessa delle contraddizioni ad apparire ribaltata. Nelle rivoluzioni classi-
che (a cominciare dalla Rivoluzione francese) sono – com'è intuitivo – le
classi subalterne a generare mutamenti in senso progressivo, mentre il do-
minante si avvantaggia della conservazione del quadro strutturale (ben-
ché possa introdurre innovazioni di facciata, e magari definirle rivoluzio-
narie). In questo caso le connessioni sono rovesciate. La trasformazione è
promossa dalle classi già al potere, in qualche modo contro i subalterni.
La contraddizione è qui, per così dire, elevata al quadrato. Il processo è
una sorta di ossimoro storico, che soltanto formule di per sé contraddit-
torie («conservazione-innovazione» [Q 966]; «restaurazioni progressive»,
«rivoluzioni-restaurazioni» [Q 1325]; «rivoluzione senza rivoluzione» [Q
2011]) possono adeguatamente riflettere.
C'è ancora una ragione, connessa alla precedente ma relativa al terre-
no dei rapporti internazionali, per cui una rivoluzione può essere passiva:
quando il processo è diretto non dalle classi dirigenti, ma addirittura da
un altro Stato, che ne impone ritmi e finalità. Così avvenne per l'appunto
nel caso del Risorgimento, se si considera la funzione svolta dal Piemonte
nei confronti degli altri Stati italiani. E nelle guerre d'indipendenza e di li-
berazione, per quanto concerne il ruolo europeo della Francia rivoluzio-
naria.
«L'importante – leggiamo in proposito nel § 59 del quaderno 15 – è
di approfondire il significato che ha una funzione tipo “Piemonte” nelle
rivoluzioni passive, cioè il fatto che uno Stato si sostituisce ai gruppi so-
ciali locali nel dirigere una lotta di rinnovamento» [ Q 1823-4]. Il riferi-
mento, riguardante in particolare il processo unitario italiano, chiama in
causa appunto la Francia, la cui dinamica rivoluzionaria esonda al di là
dei confini nazionali, trasmettendo all'intero continente (sia pure in una
forma meno acuta) la febbre rivoluzionaria che l'aveva sconvolta. Nell'ot-
tantennio successivo all'89 la

grande rivoluzione che si iniziò in Francia […] traboccò nel resto


d'Europa con le armate repubblicane e napoleoniche, dando una po-
tente spallata ai vecchi regimi, e determinandone non il crollo imme-
diato come in Francia, ma la corrosione «riformistica» che durò fino
al 1870. [Q 1227]

Anche in questo caso emerge il dato – anomalo e paradossale – rilevato


in precedenza. A innescare il processo e a dirigerlo è un soggetto diverso
da quello che più di ogni altro, oggettivamente, è destinato a giovarsi del
mutamento in atto. Ed è un dato di fatto che «senza l'invasione straniera i
“patriotti” non avrebbero acquistato quell'importanza e non avrebbero
subito quel relativamente rapido processo di sviluppo che poi ebbero» [ Q
225].

4. SUL QUADRO DEI CONFLITTI

Ma come si spiega Gramsci che svolgimenti «rivoluzionari» vengano di-


retti «dall'alto» (dalle classi dirigenti in carica)? E quali implicazioni ritie-
ne abbia questa circostanza per ciò che attiene alla configurazione dei
processi?
Nei capitoli 7 e 8, esaminando il quadro comparativo dei processi di
modernizzazione in Europa, abbiamo osservato come il dato saliente
consista, nella ricostruzione affidata ai Quaderni, nel diverso grado di
sviluppo dei singoli paesi. La Francia giunge all'appuntamento con la
modernità prima degli altri e lo affronta con maggiore energia in quanto
la sua borghesia è venuta accumulando più potere sociale (economico e
culturale) e maggior consapevolezza di sé (delle proprie capacità, dei pro-
pri compiti, delle proprie responsabilità) rispetto alle borghesie nazionali
degli altri paesi. A sua volta questa maggiore accumulazione di consape-
volezza e di forza della borghesia francese (che si accompagna – conviene
notarlo – a una più spiccata disponibilità al mutamento) rimanda a un
più avanzato quadro complessivo di sviluppo delle strutture sociali, eco-
nomiche e istituzionali del paese della grande rivoluzione.
Nel resto dell'Europa continentale il conflitto fondamentale vede in-
vece contrapposte, ancora per buona parte dell'Ottocento, la borghesia e
la «vecchia società» signorile. L'antico regime appare tuttora vitale, men-
tre le «forze produttive» sono impastoiate in un sistema arcaico di rap-
porti e di vincoli che ne intralciano l'evoluzione. Di qui, come si ricorde-
rà, l'immagine di un continente diviso, situato in due epoche storiche di-
verse.
È essenziale cogliere subito il dato che appare a Gramsci determinan-
te. Come si è accennato, a caratterizzare le rivoluzioni passive è una ca-
renza di conflittualità dovuta principalmente all'«assenza di una iniziativa
popolare unitaria», come leggiamo nel § 41.XIV del quaderno 10 [ Q
1324]. Su questo aspetto il testo insiste a più riprese, parlando, per esem-
pio, di un «elemento rivoluzionario […] scarso e passivo» [ Q 225], di
«forze progressive scarse e insufficienti» [Q 1360], di «assenza di altri ele-
menti attivi in modo dominante» [Q 1827], di «relativa debolezza della
borghesia italiana» e di «scarsa concentrazione» di quella tedesca.
Naturalmente il termine di paragone è la Francia rivoluzionaria, dove
«si ha il processo più ricco di sviluppi e di elementi politici attivi e positi-
vi» [Q 2032]. Ma forza o debolezza non sono dati puramente «oggettivi»,
come caratteri naturali o accidentali. Né lo è il differente grado di svilup-
po economico e sociale dei paesi europei. In questione è la diversa aper-
tura al nuovo delle borghesie nazionali, la loro diversa «volontà politica
collettiva» [Q 912] di trasformare il paese in senso progressivo. Modifi-
candone in primo luogo la mappa sociale e i «rapporti di forza» tra le
classi.
Forse si rammenterà la pagina del quaderno 19 (§ 24) nella quale
Gramsci ripercorre la vicenda francese mettendo in luce il determinante
ruolo propulsore dei giacobini nei confronti dei settori moderati della
stessa «classe borghese». La «lotta senza quartiere» che valse loro la «fun-
zione di partito dirigente»; i «calci nel sedere» con cui costrinsero il Ter-
zo stato su «una posizione molto più avanzata» di quella assunta dai pri-
mi «nuclei borghesi»; la «forzatura» delle stesse «premesse storiche» a
suon di «fatti compiuti irreparabili». Il fattore soggettivo non può essere
derubricato. La grande rivoluzione fu anche opera di «un gruppo di uo-
mini estremamente energici e risoluti» [Q 2027].
Vale anche il reciproco. Altrove (in Italia e in Germania) questa sog-
gettività è mancata. In Inghilterra si è rivelata insufficiente, nonostante
l'«estrema energia» [Q 2033] delle «teste rotonde» di Cromwell. Le forze
subalterne si sono rivelate «deboli» e immature, perché attestate su posi-
zioni economico-corporative e avverse, in primo luogo, all'emancipazione
reale delle masse contadine. Per questo dato di fatto politico non sono in-
tervenute nel processo storico con sufficiente determinazione, permetten-
do così alle aristocrazie di dirigere le trasformazioni verso esiti compati-
bili con la conservazione degli assetti sociali e politici dati.
Come vedremo ancora nel capitolo 15, quando torneremo a ragiona-
re sulla ricorrenza delle rivoluzioni passive nella storia dell'Italia moder-
na, il processo risorgimentale fornisce prove evidenti di questo stato di
cose.
In primo luogo, se le «vecchie classi» dirigono e i «democratici» ob-
bediscono, il rapporto di forze non è deciso soltanto sul piano militare,
ma anche da uno scarto di «consapevolezza» dei rispettivi compiti:

nella lotta Cavour-Mazzini […] bisogna tener conto – leggiamo nel §


11 del quaderno 15 – che mentre Cavour era consapevole del suo
compito (almeno in una certa misura) in quanto comprendeva il
compito di Mazzini, Mazzini non pare fosse consapevole del suo e di
quello di Cavour; se invece Mazzini avesse avuto tale consapevolezza,
cioè fosse stato un politico realista e non un apostolo illuminato
(cioè non fosse stato Mazzini) l'equilibrio risultante dal confluire del-
le due attività sarebbe stato diverso, più favorevole al mazzinianismo:
cioè lo Stato italiano si sarebbe costituito su basi meno arretrate e
più moderne. [Q 1767]

Inoltre, tutto il fronte borghese (a cominciare dal «partito piemontese-


moderato») manifesta, «sia prima che dopo il 1848», una sorda resistenza
all'inserimento del «popolo nel quadro statale» e la ferma determinazio-
ne a «neanche accettare la possibilità di una riforma agraria» [ Q 1586]
che pure era un'«esigenza fortemente sentita» dal «contadiname», cioè
dalla quasi totalità del «popolo d'allora» [Q 1986]. Qui non si tratta
d'«incapacità», ma di egoismo corporativo di casta, di «“maltusianismo
economico-politico”», come Gramsci scrive nella nota del quaderno 13
sui «rapporti di forza» [Q 1586]. In questo senso si deve parlare di una
scelta e di una sorta di debolezza deliberata, tanto più criticabile perché
figlia di un'opzione politica, certo favorita dal quadro sistemico, ma non
da questo determinata.
Un discorso analogo vale, mutatis mutandis, per la modernizzazione
tedesca e inglese, dove la conquista borghese del «governo economico-in-
dustriale» si accompagna per un verso alla conservazione dei privilegi
delle «vecchie classi feudali» e alla loro permanenza come «ceto governa-
tivo» del nuovo «Stato politico»; per l'altro, alla ferma esclusione del pro-
letariato operaio dal quadro dirigente del paese [ Q 2032]. Con riferimen-
to in particolare al caso tedesco, Gramsci svolge in proposito una consi-
derazione importante sulla quale torneremo più avanti.
Richiamando la «giusta spiegazione» adombrata da Labriola in me-
rito alla «permanenza al potere in Germania degli Junker e del kaiseri-
smo nonostante il grande sviluppo capitalistico», annota come

il rapporto di classe creato dallo sviluppo industriale col raggiungi-


mento del limite dell'egemonia borghese e il rovesciamento delle po-
sizioni delle classi progressive, [abbia] indotto la borghesia a non lot-
tare a fondo contro il vecchio mondo, ma a lasciarne sussistere una
parte della facciata dietro cui velare il proprio dominio reale. [ Q
2032-3]

Ancora una volta, dunque, una precisa strategia politica, dettata, in que-
sto caso, dall'aumento del potere del movimento operaio, tale da costrin-
gere la borghesia al «limite» della sua espansività. Una strategia che si so-
stanzia nell'accordo tra la borghesia (pure già dominante sul terreno so-
ciale ed economico) e il «vecchio mondo» feudale. E che dobbiamo porre
a confronto, per coglierne tutta la rilevanza, con la ben diversa strada
percorsa dalla borghesia francese. La quale, come sappiamo, al termine
della sua lunga rivoluzione sceglie viceversa di chiudere duramente i conti
tanto con l'avanguardia politica del proletariato (il «nuovissimo»), quan-
to con gli ultimi cascami dell'antico regime (il «vecchio») [Q 1582].
Alla luce di queste considerazioni Gramsci giunge alla conclusione
che, laddove si verifica una rivoluzione passiva, le «vecchie» classi domi-
nanti non mantengono ruoli dirigenti soltanto per proprio merito, per
un'indubbia capacità di governo e di egemonia. Che pure c'è, come atte-
sta la duttilità nell'adattarsi a una forte riduzione d'influenza qual è la
trasformazione «da dominanti a “governative”» accettata dalle aristocra-
zie tedesca e inglese. Conserva buona parte del proprio potere il «vecchio
mondo» anche grazie alla disponibilità delle classi «nuove» a farsi coin-
volgere in funzione subalterna. Non si tratta dunque soltanto di forza (o
debolezza) relativa, ma anche della volontà (o meno) di assolvere la pro-
pria funzione progressiva.
Queste stesse considerazioni lasciano intuire la configurazione con-
creta dei processi di rivoluzione passiva, per ciò che li differenzia dalle ri-
voluzioni in senso proprio. La persistenza dell'antico regime implica mu-
tamenti graduali e timidi, all'insegna, come abbiamo visto, di compro-
messi arretrati. Gramsci scrive – lo abbiamo visto – di una «corrosione
“riformistica”» dello status quo [Q 1127] e di «piccole ondate riformisti-
che» [Q 1358] ben diverse, per durata e intensità, da quelle «sempre più
lunghe» [Q 1582] che hanno costellato l'ottantennio rivoluzionario in
Francia. Ed evoca la «fusione tra il vecchio e il nuovo» [ Q 2032-3], un im-
pasto paradossale che inevitabilmente si traduce in forme sociali e politi-
che ibride, incoerenti. «Bastardo», come forse si ricorderà, i Quaderni de-
finiscono lo Stato unitario nato dal Risorgimento [ Q 2053], e questo vale
anche per lo Stato guglielmino, affidato, nel governo e nell'amministra-
zione, alle «vecchie classi feudali», forti dei loro «privilegi corporativi»
[Q 2032] e di una persistente «supremazia politico-intellettuale» [ Q
1586]. Né si tratta, come vedremo, di lacune innocue, destinate a risolver-
si spontaneamente senza lasciare traccia di sé nelle vicende di poi.

5. MODIFICAZIONI CHE MODIFICANO

In sintesi – adattando la celebre espressione con cui (nel § 34 del quader-


no 3) Gramsci descrive la «crisi organica» del capitalismo – possiamo
dire che, fuori dalla Francia, il vecchio muore, ma la sua è un'agonia mol-
to lenta, e il nuovo nasce, ma la sua nascita è molto travagliata, e si com-
pie senza cesure nette (anzi, in parte, in forza di una metamorfosi del vec-
chio che si insinua nel nuovo, informandolo di sé).
E così veniamo a un secondo ordine di questioni. Se le cose stanno in
questi termini (il che chiarisce perché Gramsci parli di processi passivi),
in che senso si tratta di rivoluzioni? Ci fermassimo qui, questa domanda
sarebbe più che legittima. In effetti, sinora è apparso prevalente l'elemen-
to della continuità, della persistenza, delle «forze di vischiosità» [ Q 1744]
dell'ordine feudale. Ma per Gramsci passività (arretratezza e debolezza)
del processo non significa inefficacia sul terreno macrostorico. Al contra-
rio, si tratta pur sempre di una transizione storica (dal feudalesimo alla
modernità). E, in questa misura, di rivoluzioni vere e proprie.
Impiegando una metafora che abbiamo usato già a proposito della
lunga fase di assestamento del potere borghese in Francia (tra il 1789 e il
1870-71), si può senz'altro affermare che, agli occhi di Gramsci, è decisivo
il fatto che anche nel caso delle rivoluzioni passive la somma algebrica tra
persistenza e innovazione sia positiva (benché risulti certamente inferiore
rispetto a quella registrata in Francia).
Le vecchie classi – lo abbiamo appena letto – sono «degradate». So-
pravvivono, ma come caste governative, burocratiche, «intellettuali». De-
stinate, in quanto tali, a essere ben presto assimilate nei quadri della bor-
ghesia (che pure da esse mutua vizi e modelli regressivi). In un processo
di osmosi (così sembra di poter sintetizzare), la borghesia si feudalizza
privilegiando rendite parassitarie e riesumando logiche castali. Ma, sullo
sfondo della compiuta prevalenza del modo di produzione capitalistico,
la feudalità diviene essa stessa borghese, accettando ruoli sempre meno
concreti e finalmente, di fatto, esornativi.
Se questo è vero, lungi dal costituire periodi di stabilità e di stasi, le
rivoluzioni passive segnano fasi storiche caratterizzate da profondi muta-
menti politici e sociali. Che replicano di fatto gli eventi rivoluzionari veri-
ficatisi in Francia a partire dall'89. A caratterizzarle è il fatto che a diri-
gerle siano le «vecchie classi», non la cifra storica dei mutamenti. Tant'è
che in due note del quaderno 15 (i §§ 11 e 56) Gramsci afferma (proprio
in relazione al Risorgimento) che leggere una fase come rivoluzione passi-
va significa analizzare il modo in cui «sotto un determinato involucro po-
litico necessariamente si modificano i rapporti sociali fondamentali» [Q
1818-9]. E che

si può applicare al concetto di rivoluzione passiva […] il criterio in-


terpretativo delle modificazioni molecolari che in realtà modificano
progressivamente la composizione precedente delle forze e quindi di-
ventano matrice di nuove modificazioni. [Q 1767]

«Modificazioni» che generano altre «modificazioni». Sino a decidere,


come vediamo argomentando, il tramonto della «vecchia» formazione so-
ciale e la transizione storica verso quella «nuova». Nulla sarebbe più im-
proprio, dunque, che desumere dalla passività un'idea di irrilevanza.
In questa chiave va inteso l'uso metaforico che, proprio a proposito
delle rivoluzioni passive, i Quaderni fanno del concetto di restaurazione,

forma politica – così il § 61 del quaderno 10.11 – in cui le lotte sociali


trovano quadri abbastanza elastici da permettere alla borghesia di
giungere al potere senza rotture clamorose, senza l'apparato terrori-
stico francese. [Q 1358]

Non è certo una definizione usuale, visto che l'accento batte proprio sul
mutamento, sullo sbocco politico positivo della conflittualità sociale.
Come dire che si scrive restaurazione ma si legge trasformazione. E difatti
Gramsci per un verso considera le rivoluzioni passive alla stregua di «“re-
staurazioni”» (si noti il virgolettato) «che hanno accolto una qualche par-
te delle esigenze dal basso» [ Q 1325]. E chiarisce come «Restaurazione
[sia] soltanto una espressione metaforica» per di più fuorviante, se è vero
che dopo il 1815 «in realtà non ci fu nessuna restaurazione effettuale del-
l'ancien regime, ma solo una nuova sistemazione delle forze» [ Q 1863]:
una «restaurazione progressiva» [Q 1325], appunto. Cioè precisamente
una transizione.
Vale infine la pena di notare come tutto questo schema paradossale si
armonizzi perfettamente con quello della marxiana Prefazione del '59,
come sappiamo cornice teorica fondamentale della riflessione storica
gramsciana. Se ripensiamo a quanto osservato nel capitolo 8 (§§ 5-6) a
proposito della teoria delle crisi, ci sembra di poter dire che il fatto che la
transizione (alla modernità borghese) abbia comunque luogo in tutta Eu-
ropa dimostra, pure a giudizio di Gramsci, che anche fuori dalla Francia
(nei paesi delle rivoluzioni passive) l'ordine signorile aveva esaurito le
proprie risorse evolutive.
Dove transizione, lì evidentemente – stando allo schema della Prefa-
zione – esaurimento dei margini di sviluppo della vecchia formazione so-
ciale, e maturità delle «condizioni materiali di esistenza» della nuova [ Q
1579]. Questo dato di fatto conserva, anche nel modello gramsciano della
rivoluzione passiva, tutta la sua portata e oggettività. D'altra parte, la
Prefazione non tematizza né le forme specifiche delle transizioni né i loro
ritmi di sviluppo. Si limita a chiarire che esse possono compiersi «più o
meno rapidamente». Quanto alla loro logica (la vera differenza specifica
delle gramsciane rivoluzioni passive), ogni forma di rivoluzione politica
rientra nello schema marxiano, in quanto implicitamente evocata (il testo
parla dello sconvolgimento della «gigantesca sovrastruttura» a seguito
del «mutamento della base economica») sull sfondo della «rivoluzione
sociale»1.
Se, come sembra, il tratto saliente di ogni crisi sistemica («organica»)
è per Marx la contraddizione insanabile tra dinamica economica («svi-
luppo delle forze produttive») e organizzazione sociale-politica della ri-
produzione («rapporti di produzione»), questo dato di fondo resta fermo,
quali che siano le sue manifestazioni fenomenologiche. La Rivoluzione
francese, scoppiata sullo sfondo di una pressoché compiuta trasformazio-
ne della società in senso capitalistico, vede, grazie al protagonismo giaco-
bino, il drastico sconvolgimento della «sovrastruttura» giuridico-politica
di antico regime, e la sua sostituzione immediata con una nuova forma
1 Karl Marx, Zur Kritik der politischen Ökonomie, Vorwort, cit., p. 9.
statuale. Le rivoluzioni passive, verificatesi, come sappiamo, in contesti
sociali ed economici più arretrati e in assenza di adeguate energie trasfor-
mative, vedono invece un'evoluzione lenta, contrastata e debole della crisi
politica, e l'instaurarsi di nuove «sovrastrutture» non immuni da compro-
missioni con l'ordine antico.
Ma nella sostanza, sul terreno della dinamica macrostorica, lo sche-
ma è infine identico, nella misura in cui in tutti i paesi europei la contrad-
dizione tra «struttura» e «sovrastruttura» che caratterizza la «rivoluzione
sociale» è risolta. Quali che siano le forme e i «rapporti di forza» generati
dal suo superamento.

6. LE RIVOLUZIONI PASSIVE DEL XX SECOLO

Per un verso abbiamo detto l'essenziale, e definito il quadro concettuale


della rivoluzione passiva per come Gramsci la intende nei Quaderni. Po-
tremmo anche fermarci qui, salvo ignorare tuttora in che senso il riferi-
mento alle rivoluzioni passive possa servire alla decifrazione di uno sce-
nario immobile qual è quello che connota la situazione postbellica in tut-
to l'Occidente capitalistico.
In realtà siamo ancora a metà del discorso, poiché quanto si è sinora
considerato definisce lo schema delle rivoluzioni passive «classiche», stu-
diando le quali Gramsci mutua da Cuoco l'idea di cui stiamo discutendo.
Senonché, di rivoluzione passiva i Quaderni non trattano soltanto a pro-
posito della prima modernizzazione europea (1789-1870), ma anche in re-
lazione al Novecento. Come abbiamo più volte osservato, Gramsci consi-
dera fascismo e fordismo forme di rivoluzione passiva, nella misura in cui
entrambi gli paiono caratterizzati dalla compresenza di mutamento e
conservazione. La politica economica del regime fascista mira a garantire
un relativo sviluppo economico al paese «sotto la direzione delle classi di-
rigenti tradizionali» [Q 1228], e lo stesso può dirsi delle innovazioni in-
trodotte dal fordismo nei processi produttivi e nelle relazioni tra fabbrica
e territorio. Dobbiamo allora chiederci in che misura il quadro sin qui de-
lineato valga anche per i processi contemporanei, che si svolgono al tem-
po della «crisi organica» della società borghese (post 1870).
Per diversi aspetti il quadro indubbiamente regge. Del resto Gramsci
non soltanto si dice persuaso del riprodursi di «situazioni simili» in tutte
le fasi di trasformazione [Q 1767]; non soltanto ritiene che «tutta la sto-
ria dal 1815 in poi mostra lo sforzo delle classi tradizionali per impedire
la formazione di una volontà collettiva di questo genere, per mantenere il
potere “economico-corporativo” in un sistema internazionale di equili-
brio passivo» [Q 1560], ma afferma a chiare lettere di scorgere «analogie
tra il periodo successivo alla caduta di Napoleone e quello successivo alla
guerra del '14-'18» proprio in riferimento alla rivoluzione passiva, che gli
pare, in questo quadro politico-storico, «il tratto più importante da stu-
diare» [Q 1824].
L'analogia più significativa riguarda – oltre che il comune carattere
passivo di trasformazioni dirette «dall'alto» (in questo caso dalla borghe-
sia dominante) – il nesso tra la forza della «vecchia classe» e la debolezza
dell'avversario (le organizzazioni del movimento operaio, chiamate a diri-
gere il blocco delle forze rivoluzionarie). Una debolezza evocata, come si
ricorderà, nel § 80 del quaderno 7, a proposito delle cause puramente
«meccaniche» della disgregazione dell'apparato egemonico del «gruppo
dominante» [Q 912-3]. E che nelle rivoluzioni passive novecentesche trova
una manifestazione emblematica nel trasformismo dei dirigenti (politici e
intellettuali), un tratto che secondo Gramsci – come vedremo da vicino
nel capitolo 15 – caratterizza «tutta la vita statale italiana dal 1848 in
poi» [Q 2011], con l'unica variante del passaggio da un trasformismo
«“molecolare”» (prevalente sino al 1900) a una forma collettiva, riguar-
dante «interi gruppi» [Q 962].
A motivare l'impiego dello stesso schema idealtipico valgono ancora
due analogie relative al piano macrostorico. Anche le rivoluzioni passive
del Novecento hanno luogo nel quadro di una «crisi organica» (in questo
caso la «crisi moderna», laddove le rivoluzioni passive ottocentesche si
svolgono sullo sfondo della «crisi medioevale»). E anch'esse in tanto si ve-
rificano in quanto – vi accennavamo già nel capitolo precedente (§ 9) – la
«vecchia classe» borghese si dimostra in grado di rinunciare alla piena
soddisfazione dei propri interessi corporativi per soddisfare almeno par-
zialmente esigenze poste «dal basso» (dalle classi popolari). Si dimostra
cioè capace di costruire relazioni egemoniche.
Ciò vale evidentemente – sia pure nel breve – per gli «alti salari» del
fordismo. Ma è vero, a giudizio di Gramsci, anche per il sistema di rela-
zioni costruito dal fascismo italiano, a cominciare proprio da una politi-
ca economica (di tipo «programmatic[o]» [ Q 1358]) nel cui ambito la
pressione sul lavoro operaio e contadino, la repressione del dissenso poli-
tico e la tutela prioritaria degli interessi del capitale finanziario, della ren-
dita agraria e dei grandi monopoli industriali non impediscono al regime
di conquistare un vasto consenso popolare. Come vedremo nel capitolo
16, i Quaderni sono attenti nell'esame di questi risvolti del potere dittato-
riale, mettendo a fuoco in particolare l'uso egemonico (clientelare) della
finanza pubblica per la creazione di lavoro improduttivo nella pubblica
amministrazione (Gramsci parla al riguardo di «parassitismo assoluto»
di un decimo della popolazione che «vive sul bilancio statale») e per la tu-
tela delle rendite parassitarie («una spesa inaudita») della cosiddetta
«borghesia rurale» [Q 2143-4].
Ma, a nostro parere, le analogie si fermano qui. Di contro si pone
una differenza sostanziale, che concerne proprio il rapporto tra rivoluzio-
ni passive e crisi organiche. Una differenza che, mentre, da una parte,
spiega perché l'idea di rivoluzione passiva appaia a Gramsci essenziale
per comprendere lo scenario politico postbellico, dall'altra, come vedre-
mo tra breve, implica considerazioni di grande portata teorica (le quali ci
paiono fornire ulteriori conferme dell'ispirazione rigorosamente marxista
della riflessione politica dei Quaderni).
Abbiamo detto che le rivoluzioni passive del XIX secolo sono vere ri-
voluzioni, nella misura in cui, per loro tramite, si realizza una transizione
storica. Più precisamente: viene sancito sul terreno politico-statale il «ro-
vesciamento delle posizioni» [Q 2033] di classe sul piano economico-so-
ciale verificatosi, pur in forme arretrate, anche fuori dalla Francia. Ebbe-
ne, ci pare che precisamente questo statuto macrostorico non connoti in-
vece le rivoluzioni passive novecentesche. Le quali, al contrario, hanno il
solo scopo di generare effetti di stabilizzazione.
Tanto il fascismo quanto il fordismo sono, agli occhi di Gramsci,
contromisure opposte alla «crisi organica» dell'ordine borghese (capitali-
stico), volte a consentirgli di sopravvivere (di «durare») quanto più a lun-
go possibile. Per quanto concerne il fascismo, il fatto che

per l'intervento legislativo dello Stato e attraverso l'organizzazione


corporativa, nella struttura economica del paese verrebbero introdot-
te modificazioni più o meno profonde

non toglie che l'incremento della «socializzazione e cooperazione della


produzione» non contraddica in alcun modo «l'appropriazione indivi-
duale e di gruppo del profitto», limitandosi al più a «regolar[la] e con-
trollar[la]». Si ha dunque, in questo caso, una rivoluzione passiva che non
costituisce la forma di una transizione storica ma obbedisce allo scopo
opposto, quello di

sviluppare le forze produttive dell'industria sotto la direzione delle


classi dirigenti tradizionali, in concorrenza con le più avanzate for-
mazioni industriali di paesi che monopolizzano le materie prime e
hanno accumulato capitali imponenti. [Q 1228]

Lo stesso discorso vale, fatte le debite differenze, per il fordismo. Che (lo
vedremo nel capitolo 13) non condivide col fascismo soltanto il ricorso
all'«elemento “piano di produzione”» [ Q 1228] (all'«organizzazione di
un'economia programmatica»), ma anche l'impiego di innovazioni tecni-
che e politiche (l'adozione di «un nuovo meccanismo di accumulazione e
distribuzione del capitale» [Q 2140]) al fine di proteggere interessi costi-
tuiti e dominanti. In questo senso Gramsci ritiene che, al di là delle loro
immediate ricadute economiche, le innovazioni tayloristiche e il «regime
della concentrazione industriale e del monopolio» [Q 2157] obbediscano
allo scopo prioritario di «superare la legge tendenziale della caduta del
saggio di profitto» [Q 2140], anche al prezzo di creare «margini di passi-
vità sempre più ampi» e di favorire la «saturazione dei gruppi sociali», «il
loro trasformarsi in caste» [Q 2168-9]. Considerazioni analoghe concer-
nono, come sappiamo, la politica fordista degli «alti salari», strumento
egemonico per fidelizzare le maestranze in una fase di profonda ristruttu-
razione dei processi produttivi e di forte incremento della pressione coer-
citiva sulla forza-lavoro. La cifra prevalente e caratteristica delle rivolu-
zioni passive del Novecento non è dunque la produzione di una pur debo-
le dinamica storica, ma la protezione conservativa del quadro esistente. A
fronte della logica di passività che le accomuna a quelle ottocentesche,
esse registrano una totale assenza di carattere rivoluzionario (in senso
proprio).

7. UN CONTRASTO «INSANABILE STORICAMENTE»

Se le cose stanno così, si pongono due domande. La prima, non futile ma


forse nemmeno cruciale, concerne proprio l'impiego di uno stesso schema
idealtipico per inquadrare processi tanto diversi tra loro, col rischio di in-
generare confusioni. Perché Gramsci considera rivoluzioni passive anche
processi (fascismo e fordismo) che non producono passaggi d'«epoca»?
Perché chiamare rivoluzione un processo di stabilizzazione il cui segno
prevalente è contro-rivoluzionario, se non francamente reazionario?
Evidentemente, agli occhi di Gramsci il tratto che accomuna processi
così differenti tra loro (cioè la passività) pesa di più, in questo contesto
argomentativo, di ciò che li differenzia (vale a dire lo statuto macrostori-
co, l'effetto progressivo piuttosto che conservativo-regressivo del proces-
so). Con ogni probabilità, la ragione risiede nel fatto che, nella compara-
zione tra la vicenda politica e sociale novecentesca e i processi di moder-
nizzazione svoltisi nel XIX secolo, il tratto che più lo interessa è la re-
sponsabilità delle forze di opposizione (delle classi «nuove», virtuali vet-
tori di trasformazioni progressive). Forze di opposizione che, a causa del-
la propria debolezza (come abbiamo visto, politicamente motivata), in
tutti i processi di rivoluzione passiva consentono alle «vecchie» di dirigere
i processi in questione.
Nel caso del Risorgimento, il discorso vale per la borghesia «demo-
cratica», da Mazzini a Garibaldi, da Ferrari a Pisacane, nei riguardi dei
quali Gramsci è notoriamente – pur con tonalità diverse – alquanto seve-
ro. Nel caso delle rivoluzioni passive novecentesche, e in particolare del
fascismo, vale per la dirigenza politica e sindacale socialista e riformista,
che, come si diceva, Gramsci ritiene in larga misura responsabile della
mancata «difesa» dall'offensiva reazionaria [Q 320]. Non sorprende, in
questo senso, che, nel disegnare l'ipotesi di crisi risolte dall'intervento di
un «capo carismatico», egli ponga l'accento soprattutto sull'«immaturità
delle forze progressive» [Q 1604].
Ma in questa sede – dove più delle valutazioni politiche di Gramsci
interessa la logica del suo discorso (in specie della sua riflessione teorico-
storica) – ci pare di gran lunga più rilevante l'altro interrogativo che si
impone a fronte della comparazione tra le rivoluzioni passive otto e nove-
centesche. E che appunto coinvolge temi cruciali della riflessione storica
dei Quaderni nella misura in cui ruota precisamente intorno all'analisi
dei processi di transizione (e alle ragioni del loro fallimento). Come si
spiega Gramsci che processi storici per molti versi simili (in ragione della
comune passività sullo sfondo di analoghi processi di crisi organica) sor-
tiscano effetti macrostorici tanto difformi?
È questo un interrogativo che, del resto, lo stesso Gramsci sembra in
qualche modo porsi, nella misura in cui il discorso sulle rivoluzioni passi-
ve è sempre, a guardar bene, riferito a quadri di riferimento storicamente
ben determinati. In questo senso appare tanto più significativo il modo in
cui, in un paio di casi e come per avvertire di una differenza essenziale, il
testo sottolinea il riferimento cronologico. Quando pone la questione se
l'americanismo «possa determinare uno svolgimento graduale del tipo,
altrove esaminato, delle “rivoluzioni passive” proprie del secolo scorso»
(e quindi «costituire un'“epoca” storica» [ Q 2140]); e quando, al contra-
rio, ipotizza che il fascismo costituisca «precisamente la forma di “rivolu-
zione passiva” propria del secolo XX», distinguendolo dal «liberalismo»,
variante propria «del secolo XIX» [Q 1089].
Ma ammesso che, almeno implicitamente, Gramsci si ponga la do-
manda, fornisce anche una risposta? A nostro modo di vedere sì, benché,
come capita sovente coi Quaderni, essa debba essere rintracciata tra note
diverse, o per meglio dire costruita tramite un ragionamento induttivo (e
ipotetico), mettendo insieme alcune tessere di questo articolato mosaico.
Abbiamo detto che tutte le rivoluzioni passive di cui i Quaderni trat-
tano si verificano nel quadro di processi di «crisi organica». Visto che ora
il nostro problema concerne il diverso statuto storico delle rivoluzioni
passive, chiediamoci dove, a giudizio di Gramsci, risieda la differenza
fondamentale tra le due crisi organiche (la «crisi medioevale» e la «crisi
moderna») che fanno da sfondo rispettivamente alle rivoluzioni passive
del XIX e del XX secolo.
Dal punto di vista di un marxista (e nell'ottica dello stesso Marx), la
soluzione del problema chiama evidentemente in causa il confronto tra le
forme della divisione sociale del lavoro corrispondenti ai modi di produ-
zione feudale e capitalistico. E appare in sostanza intuitiva.
Nel primo caso (la formazione sociale feudale) si ha una struttura
tripartita (schematicamente: caste militari e religiose vs. borghesia del
commercio e delle arti, della finanza e della cultura vs. masse popolari li-
bere e asservite). Non è difficile comprendere come proprio questa tripar-
tizione fornisca il superamento di una crisi organica (della «crisi medioe-
vale») via rivoluzione passiva (cioè conciliando transizione alla moderni-
tà e conservazione di strutture e poteri dell'ordine signorile), in quanto
consente l'alleanza tra le due componenti superiori della gerarchia sociale
contro la terza. In altre parole, gli interessi della «vecchia classe» (le caste
feudali-aristocratiche) risultano concretamente conciliabili con quelli del-
la «nuova» (la borghesia) in quanto esiste una vasta componente della so-
cietà (le masse popolari che il processo proletarizza) sulla quale scaricare
i costi dell'alleanza e della transizione.
Stiamo parlando di compromessi possibili, non certo necessari, come
il caso francese chiaramente dimostra. Ma così avvenne di fatto – a giudi-
zio di Gramsci – nel caso del Risorgimento. Fu la compatibilità tra gli in-
teressi della borghesia in ascesa e quelli dell'aristocrazia declinante a sal-
darne le forze in «una lotta vittoriosa contro le forze popolari». E fu que-
sta stessa compatibilità a consentire a Cavour di svolgere «la funzione di
“sintesi” superatrice degli opposti estremismi» [Q 1825]. Né appare di-
verso il quadro che i Quaderni tracciano delle rivoluzioni passive sottese
alla modernizzazione in Germania e in Inghilterra. Dove, come abbiamo
visto, le borghesie si accordano con le «vecchie classi feudali» per caccia-
re lo «spettro» suscitato dal «rovesciamento delle posizioni delle classi
progressive» [Q 2033].
Lo scenario offerto dalla «crisi moderna» è radicalmente diverso nel-
la misura in cui il modo di produzione capitalistico polarizza la società.
Stando all'ipotesi marxiana, lo schema della divisione sociale del lavoro
nella società borghese è sostanzialmente binario: il capitale industriale e
finanziario (incarnato dalla «classe borghese») è fronteggiato senza signi-
ficative mediazioni (le cosiddette classi medie non svolgendo funzioni
economicamente decisive) dal lavoro vivo (incarnato dal proletariato).
Le implicazioni di questa configurazione sulla struttura dei processi
di crisi appaiono intuitive. Al contrario di quello esaminato in preceden-
za, questo schema comporta sul piano sistemico e funzionale una conflit-
tualità irriducibile, dalla quale deriva un'alternativa senza altre possibili
vie d'uscita. In buona sostanza: o permanenza della subordinazione del
lavoro vivo (del suo sfruttamento), oppure implosione del modo di pro-
duzione e del rapporto sociale capitalistico. Tertium non datur.
Ciò non significa, naturalmente, che nessun compromesso tra le due
classi antagoniste sia possibile. Significa che qualsiasi compromesso tra
capitale e lavoro è necessariamente (oggettivamente) contingente («con-
giunturale» o «momentaneo», non «organico», per dirla con Gramsci).
Che, a differenza del compromesso storico sancito tra borghesia e aristo-
crazia sullo sfondo della «crisi medioevale», i compromessi possibili tra
capitale e lavoro possono avere tutt'al più il carattere di tregue nel quadro
di un conflitto strutturale non risolvibile senza la sconfitta piena e totale
(«decisiva definitivamente» [Q 802], come Gramsci scrive descrivendo la
guerra di posizione in corso) di uno dei due contendenti. Tregue – possia-
mo aggiungere – che, nell'orizzonte riformatore del marxismo, possono,
nella migliore ipotesi, definire assetti organizzativi, funzionali e istituzio-
nali più favorevoli al lavoro, ma non scalfire il dato fondamentale («essen-
ziale» [Q 1591]) dello sfruttamento.
Tornando ai Quaderni e al confronto tra le rivoluzioni passive del
XIX e del XX secolo, appare della massima rilevanza il fatto che Gramsci
individui proprio nella insanabilità degli interessi di capitale e lavoro la
caratteristica saliente del Novecento. Non lo fa trattando espressamente
di rivoluzioni passive, bensì sistematizzando (nel § 27 del quaderno 13) le
proprie riflessioni sul cesarismo. Ma il discorso cade qui a proposito, non
soltanto perché è svolto nel testo in una chiave generale, ma per le strette
connessioni che – come vedremo nei prossimi paragrafi – collegano tra le
due categorie (rivoluzione passiva e cesarismo).
Limitiamoci qui al nostro tema. Posto che il cesarismo «non ha sem-
pre lo stesso significato storico» (può essere progressivo o regressivo, pro-
prio come una rivoluzione passiva, a seconda che «nella dialettica “rivo-
luzione-restaurazione” [sia] l'elemento rivoluzione o quello restaurazione
che prevale»); considerato anche che un'iniziativa conservatrice (stabiliz-
zatrice) può avere grandi possibilità di successo (di lunga durata) in
quanto «può contare sulla debolezza relativa della forza progressiva anta-
gonistica» (altra evidente analogia con quanto abbiamo osservato in
tema di rivoluzioni passive); Gramsci pone a confronto due scenari, che
non richiedono, dal nostro punto di vista, lunghi commenti.
Da una parte evoca un conflitto (svoltosi in epoche passate: ai tempi
di Cesare e di Napoleone I) nel quale le forze in lotta
non erano […] tali da non poter venire «assolutamente» ad una fu-
sione ed assimilazione reciproca dopo un processo molecolare, ciò
che infatti avvenne, almeno in una certa misura (sufficiente tuttavia
ai fini storico-politici della cessazione della lotta organica fondamen-
tale e quindi del superamento della fase catastrofica).

Dall'altro, puntualizza:

Nel mondo moderno l'equilibrio a prospettive catastrofiche non si


verifica tra forze che in ultima analisi potrebbero fondersi e unificar-
si, sia pure dopo un processo faticoso e sanguinoso, ma tra forze il
cui contrasto è insanabile storicamente e anzi si approfondisce spe-
cialmente coll'avvento di forme cesaree. [Q 1621-2].

Non sempre i Quaderni si esprimono con tanta nettezza. Molti aspetti


distinguono il «mondo moderno» dalle epoche precedenti, naturalmente.
A cominciare, come sappiamo, dalle diverse forme di relazione tra domi-
nanti e dominati (dirigenti e diretti) all'insegna di una «espansività» che
le caratterizza come sistemi egemonici. Ora scopriamo che una delle dif-
ferenze verte sulla natura dei conflitti sistemici, che, diversamente che in
passato, non possono essere risolti per mezzo di «fusion[i]» e «assimila-
zion[i] reciproch[e]» delle parti in lotta.
Nutrissimo ancora dubbi sulle intenzioni di Gramsci e sui suoi riferi-
menti impliciti (ma il testo, come si è visto, è univoco e le connessioni tra
l'analisi del cesarismo e quella delle rivoluzioni passive lo sono altrettan-
to, al punto che si può affermare che la materia prima e la prospettiva
analitica sono le medesime), ogni incertezza svanirebbe alla luce di quan-
to, discutendo le posizioni di liberisti e teorici del corporativismo, Gram-
sci scrive (nel § 20 del quaderno 10.11) a proposito della logica funzionale
del mercato capitalistico, cioè del sistema stesso di riproduzione della so-
cietà moderna.
Come abbiamo accennato (nel capitolo 8 [§ 2]) il mercato non è «de-
terminato» soltanto per le ragioni che Einaudi per un verso, Spirito per
l'altro riconoscono. Non si tratta solo di interventi «governativi» (esplici-
ti, sul terreno giuridico, o impliciti, sotto forma di costituzione di privile-
gi a vantaggio di taluni gruppi). Né, tanto meno, della presunta identifi-
cazione dell'individuo con lo Stato. Il mercato è determinato soprattutto
per una ragione preliminare, decisiva e sistematicamente rimossa, e cioè
il fatto che

identificandosi lo Stato con un gruppo sociale, l'intervento statale


[…] è una condizione preliminare di ogni attività economica colletti-
va, è un elemento del mercato determinato, se non è addirittura lo
stesso mercato determinato, poiché è la stessa espressione giuridico-
politica del fatto per cui una determinata merce (il lavoro) è prelimi-
narmente deprezzata, è messa in condizioni di inferiorità competiti-
va, paga per tutto il sistema determinato. [Q 1258]

Lo Stato borghese si identifica, in ultima istanza, con il capitale. Quindi


il suo intervento costituisce il mercato (lo crea, lo struttura, lo determina
prima di semplicemente regolarlo) in modo da scaricare tutti i costi della
riproduzione su una merce (la forza-lavoro), costretta a remunerare tutti
gli altri fattori della produzione. Questa è la realtà, agli occhi di Gramsci,
al di là dei mascheramenti istituzionali e ideologici che celano la logica
funzionale della società moderna.
Ma tale rappresentazione altro non è che la versione concreta (con
tanto di riferimenti materiali) dello schema di conflitto «insanabile stori-
camente» disegnato, sul piano formale, nella nota sul cesarismo. Se il la-
voro «paga per tutto» il sistema esistente, non c'è possibilità di liberarlo
senza trasformare ab imis il sistema stesso. Se tutto il sistema si regge sul-
lo sfruttamento del lavoro subordinato, non è possibile proteggerlo senza
ribadire tale subordinazione. Come dire che nessuna alleanza, nessun
compromesso «organico», tanto meno un'«assimilazione reciproca» delle
forze fondamentali della società moderna potrebbe aver luogo. E, a mag-
gior ragione, rappresentare una «fase storica di passaggio da un tipo di
Stato a un altro tipo» [Q 1622], cioè una transizione storica.
8. UNA RETE SEMANTICA COMPLESSA

E così siamo tornati al tema di avvio di questo capitolo. Dicevamo che


per Gramsci la situazione politica oggi (nell'Europa uscita dalla Grande
guerra) offre uno scenario bloccato. Statico perché – ora possiamo ag-
giungere – polarizzato. In questo senso sono in atto rivoluzioni passive di
nuovo tipo. «Guerre di posizione» che il dominante combatte (oggettiva-
mente) al solo fine di tamponare la crisi organica. Conflitti all'insegna di
una sostanziale equivalenza delle forze in campo, che si assediano reci-
procamente.
Lo scontro è «totalitario» e «catastrofico». Non solo perché coinvol-
ge, con una pervasività inedita, i corpi sociali, imponendo «enormi sacri-
fizi a masse sterminate». Né soltanto perché verte sulle posizioni «decisi-
ve» [Q 802]. Ma anche perché esclude terze vie analoghe a quelle percorse
con successo nel «secolo scorso» (l'Ottocento) grazie a una struttura so-
ciale tripartita, che permetteva di coniugare conservazione (della struttu-
ra gerarchica) e mutamento (del modo di produzione); persistenza (dello
sfruttamento del lavoro a beneficio di ceti parassitari) e transizione stori-
ca (accesso alla modernità).
Ma se a questo punto possiamo dire di avere compreso per quali ra-
gioni la questione della rivoluzione passiva conservi, agli occhi di Gram-
sci, piena attualità, da ultimo si è posto un altro tema che pure merita di
essere qui rapidamente discusso. La comparazione dei quadri macrostori-
ci sottesi all'analisi delle rivoluzioni passive ci ha condotto (ricondotto)
alla riflessione gramsciana sul cesarismo (al quale avevamo già fatto un
primo cenno nel capitolo 6 trattando, sul terreno metodologico, del rap-
porto tra astratto e concreto nel discorso storico dei Quaderni). Abbia-
mo osservato che la tematizzazione degli scenari politico-storici nei quali
si verifica il «fenomeno cesarista» [Q 1620] traccia un duplice quadro
(per ciò che attiene al grado di «assimila[bilità] reciproca» [ Q 1621] delle
forze in conflitto) indispensabile per comprendere appieno la differenza
tra le rivoluzioni passive dell'Ottocento e quelle attualmente in corso.
Come si è appena riscontrato, si tratta di un nesso tutt'altro che acci-
dentale. Per diversi aspetti i due modelli concettuali si richiamano reci-
procamente, al punto che, fatte salve le differenze che li separano (il di-
scorso sul cesarismo non concerne elettivamente la comparazione tra i
processi di modernizzazione; l'analisi delle rivoluzioni passive non si in-
centra sul rapporto tra il capo e il suo seguito di massa), cesarismo e rivo-
luzione passiva appaiono in qualche misura categorie gemelle, entrambe
indispensabili alla decifrazione degli attuali scenari politici, come per
Gramsci nei Quaderni li descrive. Proviamo quindi a ripetere per il cesari-
smo il lavoro di sistemazione che abbiamo cercato di compiere sulla rivo-
luzione passiva prendendo spunto, anche in questo caso, da considerazio-
ni terminologiche.
Il dato più rilevante è l'intreccio di due termini (cesarismo, appunto,
e bonapartismo), che Gramsci impiega in uno stesso contesto, talvolta
come equivalenti (accostandoli come sinonimi, come nei §§ 97 del qua-
derno 6, 133 del quaderno 9 e 23 del quaderno 13 [ Q 772, 1194, 1608]) o
unendoli in un lemma composto («bonapartistico-cesareo», nel § 119 del
quaderno 3 [Q 387]), più spesso distinguendoli, come vedremo, su basi
valutative. La cosa è interessante in primo luogo perché rinvia a fonti di-
verse. E anche perché non è affatto casuale, obbedendo piuttosto a una
precisa logica che, inutile dirlo, attiene al giudizio politico in ordine al se-
gno prevalentemente progressivo o regressivo che il «fenomeno» assume
nei diversi quadri «politico-storici».
La riflessione sul bonapartismo rimanda evidentemente al Marx del
18 brumaio, opera cara a Gramsci e citata (oltre che nelle pagine prece-
denti il carcere [CPC 343]) in due note B dei quaderni 3 e 7 e in altrettanti
testi C del quaderno 13 (i §§ 23 e 27), nel quale confluisce e trova un as-
setto definitivo il grosso della ricerca gramsciana sul cesarismo. Com'è
noto, il bonapartismo è per Marx un fenomeno univocamente deteriore.
Se Napoleone I («il vero, il grande Napoleone») è stato un protagonista
della storia francese ed europea (il demiurgo della costruzione del moder-
no Stato borghese), Luigi Bonaparte («lo pseudo-Napoleone» bonaparti-
sta) è agli occhi di Marx poco più che una macchietta, un piccolo lesto-
fante le cui propensioni putschiste non riescono nemmeno a lasciarsi alle
spalle i toni della farsa per assumere quelli della tragedia2.
L'ironia di Marx è il giudizio più pesante. Il bonapartismo di Napo-
leone III sta alle gesta di Napoleone I come la brutta copia all'originale, o
– come Marx scrive in un articolo apparso sul «People's Paper» nell'aprile
del '56 – come la Batracomiomachia all'Iliade3. Ma su un dato occorre
chiarirsi subito. La qualità scadente del bonapartismo non deriva tanto,
per Marx, dalla sua connotazione autoritaria né dalla rottura della lega-
lità operata con il colpo di Stato del 2 dicembre, quanto dalle finalità per-
seguite da Luigi Napoleone, descritto nel 18 brumaio come un avventu-
riero preoccupato soltanto di fare affari con la politica (un profeta della
modernità matura, si potrebbe osservare) e di soddisfare le proprie picco-
le e per ciò smisurate ambizioni. Questo rimane il punto, anche se Marx
coglie un aspetto di indubbia rilevanza politica nell'operazione culminata
con il 2 dicembre: un'operazione di vera e propria acquisizione proprieta-
ria delle istituzioni, in forza della quale lo Stato può essere compiutamen-
te trasformato in uno strumento di repressione anti-operaia4.

9. IL BONAPARTISMO NOVECENTESCO. DUE ESEMPI STORICI

Se questo è, in estrema sintesi, il senso dell'analisi marxiana, sembra di


poter dire che Gramsci lo assume in toto, così nei riferimenti storici (a
cominciare dalla figura di Luigi Napoleone) come nelle valutazioni. Sal-
vo, come vedremo, integrarlo con una interessante articolazione. Le (rela-
tivamente rare) occorrenze di bonapartismo nei Quaderni riprendono il
medesimo schema valutativo, incentrato sulle finalità della cesura bona-

2 Karl Marx, Die Klassenkämpfe in Frankreich 1848 bis 1850 (1850), in MEW, Bd. 7, 1971, pp.
81, 106.
3 Karl Marx, Das Frankreich Bonapartes des Kleinen (1856), in MEW, Bd. 11, 1973, p. 597.
4 Cfr. Karl Marx, Die achzehnte Brumaire des Louis Bonaparte (1852), in MEW, Bd. 8, 1972, pp.
196-7.
partista (non sulla cesura stessa, sulla forzatura eccezionalistica, da
Gramsci, come da Marx, ritenuta in taluni casi necessaria e progressiva).
Nei Quaderni la discussione non verte tanto sulle forme dell'agire
politico in relazione a un quadro normativo e costituzionale la cui legitti-
mità è di per se stessa posta in discussione. Quanto – come per Marx –
sulle finalità obiettive del processo. Vediamo in proposito i due più signi-
ficativi esempi di bonapartismo che possiamo rintracciare nel testo. En-
trambi riferiti alla fase contemporanea, di conclamata crisi organica della
modernità.
Il primo riguarda Crispi, figura a sua volta rilevante nel lavorio con-
cettuale dei Quaderni in tema di giacobinismo. Quest'ultimo termine – è
noto – non concerne esclusivamente, nel lessico gramsciano, le vicende
della Rivoluzione francese e non ha soltanto valore positivo. In un senso
«deteriore» (quando Gramsci lo riferisce a fattori non oggettivi, «di con-
tenuto» [Q 1636] dell'azione politica, ma soggettivi, di «temperamento» e
di condotta degli attori) giacobinismo significa astrattezza, esercizio arbi-
trario del potere, ai limiti dell'irresponsabilità. In questo senso Crispi è
per Gramsci un giacobino. Lo è, appunto, nel «significato deteriore» del
termine: in quanto rappresentante di quel giacobinismo «energico, risolu-
to e fanatico» [Q 2017] (perché «vago e puramente ideologico» [ Q 1729])
che consiste nell'essere «fanaticamente persuas[i] delle virtù taumaturgi-
che» [Q 2017] delle proprie idee, quali che siano. E che si pone agli anti-
podi del giacobinismo autentico, dotato di «valore storico reale e non
astratto» [Q 1864], dei rivoluzionari francesi. Le cui «forzature» furono,
a giudizio di Gramsci, solo apparenti in quanto operate – lo sappiamo –
«nel senso dello sviluppo storico reale», avendo essi fatto dell'emancipa-
zione delle masse popolari (quindi della costruzione di una «compatta
nazione moderna» [Q 2029]) il cardine del proprio programma politico.
Nell'aggressivo e settario giacobinismo crispino la soggettività ha il
sopravvento sulla concretezza dei progetti e sul significato obiettivo del-
l'intervento politico. Un «giacobinismo di temperamento» [Q 2019] con-
sidera Gramsci quello di Crispi, sottolineando come, sul piano dei risul-
tati materiali, la «così dett[a] dittatur[a]» crispina [Q 387] si inscriva per-
fettamente nel quadro della modernizzazione italiana, caratterizzata ai
suoi occhi dallo scollamento tra società e Stato e dall'inerzia dei partiti
politici, usi a trascurare il proprio compito fondamentale: l'organizzazio-
ne politica delle masse, e in primo luogo la loro civilizzazione mercé il ra-
dicamento della consapevolezza dei propri interessi non corporativi. A
questo riguardo ha luogo questo primo riferimento al bonapartismo.
Lo scollamento tra sfera politica e ambito sociale non avviene per
caso. Gramsci è convinto che esso sia, almeno in parte, conseguenza di
una scelta consapevole e di una pratica diretta «dall'alto» (inutile sottoli-
neare l'analogia con lo schema delle rivoluzioni passive). Lo Stato italiano
(o meglio, i governi che si sono succeduti alla guida del paese nel primo
cinquantennio dello Stato unitario) ne è in larga misura responsabile,
poiché (leggiamo nel § 119 del quaderno 3)

ha operato come un «partito», si è posto al disopra dei partiti non


per armonizzarne gli interessi e l'attività nei quadri permanenti della
vita e degli interessi statali nazionali, ma per disgregarli, per staccarli
dalle grandi masse.

Precisamente questa attività (connotata in chiave particolaristica e segna-


ta da un intento regressivo) Gramsci definisce di stampo bonapartistico.
Ciò che ha inteso fare Crispi (ma lo stesso vale, a suo giudizio, per Depre-
tis e per lo stesso Giolitti) è – scrive – usare il potere governativo allo sco-
po di trasformare la classe dirigente del paese (e più in particolare il suo
ceto politico) in «“una forza di senza partito legati al governo con vincoli
paternalistici di tipo bonapartistico-cesareo”» [Q 387].
Ma il tema del bonapartismo compare anche nel contesto di un altro
ragionamento, decisamente più significativo, concernente il ruolo politico
svolto nella crisi italiana dalla burocrazia, un ceto segnato da marcate
connotazioni castali (il § 81 del quaderno 6 la definisce «cristallizzazione
del personale dirigente che esercita il potere coercitivo e che a un certo
punto diventa casta» [Q 752]), che Gramsci non esita a paragonare ai
mandarini cinesi [Q 1705]. Anche in questo caso al centro della riflessio-
ne è la separatezza tra ambito sociale e sfera politica, ma il quadro è ora
quello, ben altrimenti drammatico, della crisi generale (sociale, politica e
morale: «di egemonia» [Q 1603]) esplosa nel dopoguerra.
Come abbiamo visto (nel precedente capitolo [§ 11]), Gramsci ritiene
che difficilmente la ricostruzione dell'apparato egemonico e di governo
della classe dominante sarebbe potuta avvenire «senza la forza». Ma
quanto è avvenuto in Italia (e – si potrebbe aggiungere – stava avvenendo
in Germania) presenta alcune specificità. In particolare, il decisivo «ap-
porto di forze illegali» [Q 913] e la natura essenzialmente privata di sog-
getti e gruppi che hanno via via assunto funzioni strategiche sul terreno
istituzionale.

10. LA FORZA PIÙ PERICOLOSA

Nel novero di tali forze – insieme alle bande armate di squadristi e «ardi-
ti» [Q 121] – Gramsci colloca (riconducendone l'influenza al processo di
privatizzazione dell'apparato istituzionale nel quadro della crisi dello Sta-
to liberale) anche la burocrazia statale (civile e militare), della quale sot-
tolinea la patologica propensione a trasformarsi – scrive – in «un vero
partito politico» [Q 388]. Sul problema egli appunta l'attenzione da lun-
go tempo.
In un articolo dell'«Avanti!» dell'agosto 1919 mostra di avere già
chiara coscienza dell'importanza decisiva della burocrazia, «organo spe-
cifico dello Stato democratico parlamentare» nel quale si manifesta «la
funzione essenziale dello Stato stesso» [ON 192]. Due anni dopo,
sull'«Ordine Nuovo», l'accento cade addirittura sulla capacità degli appa-
rati burocratici di tenere in vita Stati privi di consenso (il regno dei Bor-
bone di Napoli, «pura e semplice organizzazione di funzionari») o di
qualsiasi unità interna (l'Impero austro-ungarico – forse l'esempio «più
educativo» – «diviso in razze nemiche tra loro» e «cementato unicamente
da una sola categoria di cittadini, la casta dei funzionari»), quando non
già «morti e putrefatti storicamente» (come nel caso dell'Impero zarista,
sorretto da «una burocrazia formidabile» e ridotto di fatto a un'«organiz-
zazione di funzionari statali») [SF 364-5].
Affrontando il caso italiano, i Quaderni riprendono la questione in
termini sostanzialmente analoghi. Nel processo di formazione dello Stato
unitario la burocrazia italiana ha svolto una funzione essenziale, rivelan-
dosi la vera spina dorsale dello Stato e addirittura – come nel caso del-
l'Austria-Ungheria – «la sola forza “unitaria” del paese, permanentemen-
te “unitaria”». Ma la perdita di qualsiasi funzione produttiva da parte
della piccola borghesia, suo bacino sociale d'origine (sta qui una delle
differenze essenziali rispetto alla Germania, dove la «casta sacerdotale-
militare» degli Junker manteneva una base economica autonoma [Q
1526-7]), ha determinato l'estraneazione della burocrazia rispetto al cor-
po del paese e la sua trasformazione in un vero e proprio partito politico
«statale bonapartistico» («il peggiore di tutti», osserva Gramsci, in quan-
to, ovviamente, luogo di assolutizzazione della logica burocratica).
L'intelligenza strumentale, la capacità organizzativa, l'attitudine al
comando, il genio della mediazione (lo «“spirito di combinazione” […]
necessario per “armonizzare” le tante contraddizioni della vita naziona-
le») assunti a valori in sé, senza altro fine che l'amministrazione del pote-
re: questo ha reso la burocrazia a un tempo potente custode degli arcana
imperii e docile strumento nelle mani di ogni padrone [ Q 1606, 1705]. E
ha fatto di essa – partito «bonapartista» costituito di «quadri nazionali
apolitici, con formazione mentale puramente rettorica, non nazionale»
[Q 388] – la fonte del personale politico-burocratico di uno Stato econo-
micamente arretrato e il garante del compromesso sociale in cui si realiz-
za la rivoluzione passiva compiutasi con l'avvento del fascismo.
L'enorme potere conquistato dalla burocrazia italiana («gli affari
reali sono nelle mani dei funzionari specializzati» [Q 1705]) pare a Gram-
sci il risultato di una coerente azione del blocco dominante (lo «Stato go-
verno») tesa a disgregare i partiti per «staccarli dalle grandi masse» e a
creare, contestualmente, in forza di dinamiche trasformistiche essenziali
in un processo di rivoluzione passiva, una politica promossa da individui
privi di appartenenza partitica e disposti a legarsi al governo con vincoli
di tipo paternalistico [Q 387]. In termini non dissimili sull'«Ordine Nuo-
vo» del '21 Gramsci aveva descritto lo «sfacelo» della piccola borghesia,
«popolo delle scimmie»: la sua perdita di identità di classe e la sua tra-
sformazione in «pura classe politica» disponibile a svolgere funzioni di
comando per conto di altri gruppi sociali [SF 9-12].
È questo, secondo Gramsci, un passaggio ineludibile per «analizzare
le così dette dittature di Depretis, Crispi, Giolitti» [Q 387], fondate su
una mediazione tra il Nord e il Sud del paese, in cui il controllo politi-
co-amministrativo del Meridione surroga un dominio economico preclu-
so dalla arretratezza del capitalismo industriale. Se la «deliquescenza del-
le classi economiche» e la «gelatinosa struttura economica e sociale» del
paese («gelatinosa», proprio come la società civile nell'Oriente europeo,
in cui «lo Stato era tutto») erano all'origine della «mancanza di continui-
tà organica» [Q 386-7], a tale difetto la burocrazia ha saputo ovviare in
virtù della sua «astrattezza», dell'assenza di «legami continuati con
l'“opinione pubblica”, cioè con la vita nazionale» [Q 1705].
Indotta dalle proprie funzioni e dai contesti istituzionali a costituirsi
e concepirsi come casta, la burocrazia tende a costituirsi come potere au-
tonomo («un corpo solidale, che sta a sé» [ Q 1604]), interrompendo di
fatto il rapporto tra istituzioni e sfera pubblica. L'elemento dominante è
la tendenza a operare in segreto, avvalendosi di una fitta trama di relazio-
ni personali (Gramsci parla addirittura di «vincoli paternalistici» [ Q
387]). Il segno politico è l'accumulazione di potere arbitrario (eslege), il
che fa della burocrazia – così il § 23 del quaderno 13 a proposito dei ri-
schi di sclerotizzazione dei partiti – «la forza consuetudinaria e conserva-
trice più pericolosa» [Q 1604].
Si potrebbe proseguire a lungo percorrendo questa linea weberiana
(in verità già marxiana: si pensi all'insistenza con cui già il 18 brumaio
pone in luce il ruolo svolto – dietro le quinte – da una burocrazia pun-
tualmente descritta come una «casta artificiale», «ben gallonata e ben
nutrita», «per la quale la conservazione del […] regime è questione di
vita o di morte»5). Sarebbe interessante, in particolare, indagare il ruolo
svolto, secondo Gramsci, dall'«elemento burocratico» nello sviluppo del-
la crisi italiana e, più significativamente, nel quadro dell'intervento cari-
smatico che la risolve. Non è casuale che i Quaderni lamentino la fre-
quente sottovalutazione dell'incidenza dell'«elemento burocratico, civile e
militare» da parte delle analisi correnti, e suggeriscano di individuare
proprio nelle «vaste burocrazie statali e “private”» [Q 1620] uno dei prin-
cipali artefici della svolta autoritaria. Su questi temi torneremo a suo
tempo (nel capitolo 16). Qui basti osservare in che termini quest'analisi
chiami in causa la nozione di bonapartismo.
Proprio le caratteristiche messe in rilievo (separatezza, conservatori-
smo e soprattutto privatismo, cura esclusiva del proprio «particolare»)
inducono Gramsci a considerare il ceto burocratico un soggetto – anzi un
partito (precisamente come di un “farsi partito” si trattava a proposito
dello Stato-governo guidato da Crispi) – di stampo bonapartista. Leggia-
mo poche righe in questo senso, tratte ancora dal § 119 del quaderno 3
(che, conviene notarlo, si conclude con un rinvio al Weber di Parlamento
e Governo, molto probabilmente noto a Gramsci, che lo richiama anche
altre volte nei Quaderni – nella nota di apertura del quaderno 12 e nel §
48 del quaderno 15 [Q 1527, 1809] – sempre a proposito della questione
burocratica come momento essenziale della patologia della modernizza-
zione tedesca):

La burocrazia così si estraniava dal paese, e attraverso le posizioni


amministrative, diventava un vero partito politico, il peggiore di tutti,
perché la gerarchia burocratica sostituiva la gerarchia intellettuale e
politica: la burocrazia diventava appunto il partito statale-bonaparti-
stico. [Q 388]

5 Ivi, p. 202.
A connotare negativamente agli occhi di Gramsci (come di Weber) l'azio-
ne «oscur[a]» della burocrazia è la sua propensione a serrare i ranghi del-
la casta, a fondare sull'esercizio delle funzioni istituzionali un potere con-
corrente con quello dell'autorità politica legittima, e, finalmente, a tenta-
re forzature autoritarie – anche di stampo militare – tese a consacrare pri-
vilegi acquisiti. In questa inclinazione neo-feudale consiste la pulsione
bonapartista dell'elemento burocratico. Una pulsione che, ovunque si
manifesti, induce sempre, a giudizio di Gramsci, reazioni regressive con-
tro l'esercizio dell'autonomia individuale e collettiva [Q 139] e tentativi
autoritari di imporre coercitivamente una presunta «razionali[tà]» [ Q
2164].

11. DAL BONAPARTISMO AL CESARISMO

Abbiamo insistito sulla distinzione tra la critica delle finalità politiche e


storiche dell'intervento bonapartista e la sua forma (la rottura della lega-
lità) perché essa ci appare centrale nella distinzione tra bonapartismo e
cesarismo, che Gramsci istituisce e che ruota in definitiva proprio intorno
all'analisi delle rispettive finalità.
Diciamo per semplicità che, mentre il bonapartismo è, a suo giudi-
zio, sempre negativo (regressivo), il cesarismo può non esserlo. In questo
senso, il bonapartismo costituisce una (non l'unica) versione regressiva
del cesarismo. Che Gramsci si avveda in itinere dell'opportunità di intro-
durre tale distinzione parrebbe attestato da una variante testuale (che in-
terviene nella riformulazione del § 133 del quaderno 9) in virtù della qua-
le la formula sinonimica ricordata in precedenza («il cesarismo o bona-
partismo» [Q 1194]) è sostituita da un riferimento esclusivo al cesarismo
[Q 1619] nell'incipit del § 27 del quaderno 13, dedicato alla sua analisi.
Vediamo meglio di che cosa si tratta, cominciando anche qui da un
rapidissimo cenno alle fonti. Gramsci sembra attribuire la paternità della
«teoria del cesarismo» proprio a Napoleone III [Q 1924], benché nel les-
sico teorico e politico del suo tempo i riferimenti al cesarismo abbondino
in autori di spicco nel dibattito storiografico e politologico. Si pensi allo
Spengler del Tramonto dell'Occidente (per il quale il cesarismo è una del-
le manifestazioni della «fine della politica»), allo Schmitt analista delle
forme dittatoriali, al Le Bon della Psicologia delle folle e, naturalmente, a
Weber e a Michels, teorici del nesso tra potere carismatico e democrazia
plebiscitaria. Ma in questo senso la posizione di Gramsci appare decisa-
mente autonoma, nel senso che lo schema complesso al quale la sua ri-
flessione mette capo non ha riscontro in altri autori contemporanei (pe-
raltro – fatta eccezione per Michels e Weber – non conosciuti, sembra,
dall'autore dei Quaderni).
Tornando allo schema argomentativo, tutto fa pensare che un am-
pliamento del quadro categoriale (e terminologico) appaia a Gramsci ne-
cessario proprio in conseguenza del fatto che rotture progressive della le-
galità sono pur sempre possibili. E vanno pertanto ben distinte dalle ce-
sure bonapartiste, considerate in blocco regressive. Anche a questo ri-
guardo si potrebbe osservare che Gramsci si muove nel solco di Marx,
che, pur senza coniare una terminologia ad hoc né costruire una tipologia
altrettanto sofisticata, distingue nettamente, come abbiamo visto, le azio-
ni dei due Napoleoni, figure che anche i Quaderni contrappongono, ap-
punto nel quadro analitico dedicato al cesarismo. Sta di fatto che Gram-
sci muove verso la costruzione di un modello organico molto articolato.
Che, come abbiamo intravisto concludendo lo studio comparativo delle
rivoluzioni passive, fa anche del cesarismo (proprio come della rivoluzio-
ne passiva) una vox media, incaricata di riflettere la complessità dei pro-
cessi reali.

12. UNA COMPLESSA COMBINATORIA

Come sappiamo, Gramsci muove da un assunto posto in chiaro già da


Marx. Non diversamente dall'intervento bonapartista, il fenomeno che i
Quaderni definiscono cesarista ha luogo sullo sfondo di una situazione di
stallo tra le forze in lotta, che con la rottura della legalità si ci propone di
risolvere. Come nei «paesi potenzialmente bonapartisti» la situazione po-
litica è caratterizzata dall'«equilibrio dei gruppi urbani in lotta» [ Q
1609], così anche «il cesarismo esprime una situazione in cui le forze in
lotta si equilibrano» [Q 1619]. A entrambi si attaglia la descrizione forni-
ta nel § 23 del quaderno 13, dove, poco prima di richiamarsi al 18 bruma-
io marxiano, Gramsci fa riferimento a crisi risolte da un «capo carismati-
co» in presenza di «un equilibrio statico», nel quale «nessun gruppo, né
quello conservativo né quello progressivo, ha la forza necessaria alla vit-
toria» [Q 1604].
naturalmente, questa impasse può dare luogo a vari esiti. Gramsci in
verità parla di equilibrio «catastrofico» e parrebbe dapprincipio escludere
alcuni risultati «della lotta» fuorché «la distruzione reciproca» delle forze
[Q 1619]. Non è così. Riecheggiando l'incipit del Manifesto, il testo da
cui ora stiamo citando (il § 27 dello stesso quaderno 13) ipotizza tre pos-
sibili conclusioni di uno scontro binario: «può avvenire […] che A vinca
B o B vinca A», e «anche che n on vinca né A né B», e che i contendenti
«si svenino reciprocamente». Si direbbe una banale sintesi delle possibili
evoluzioni di un gioco. In realtà il discorso è tutt'altro che scontato, poi-
ché coinvolge aspetti di contenuto (di ordine storico e politico). E l'analisi
innova profondamente il quadro, contemplando ora anche varianti pro-
gressive.
Diversamente dal bonapartismo, «il cesarismo […] non ha sempre lo
stesso significato storico». Può dare luogo, appunto, a esiti molteplici. A
prima vista Gramsci fornisce una spiegazione tautologica:

è progressivo il cesarismo, quando il suo intervento aiuta la forza


progressiva a trionfare sia pure con certi compromessi e tempera-
menti limitativi della vittoria; è regressivo quando il suo intervento
aiuta a trionfare la forza regressiva, anche in questo caso con certi
compromessi e limitazioni, che però hanno un valore, una portata e
un significato diversi che non nel caso precedente. [Q 1619]
Ma la premessa del ragionamento è tutt'altro che ovvia. Posto che «ci può
essere un cesarismo progressivo e uno regressivo», «il significato esatto di
ogni forma di cesarismo» (il segno dei suoi effetti) «può essere ricostruito
dalla storia concreta e non da uno schema sociologico». Ciò significa che
il quadro si complica tanto sul lato dei risultati, quanto, contestualmen-
te, su quello delle cause. Che naturalmente concernono il tempo storico
(le caratteristiche dell'epoca o della fase politica).
Che cosa dà, quindi, sale a tutto il discorso? Precisamente l'intreccio
(una complicata combinatoria) tra cause (come stiamo per vedere, crisi di
natura diversa), tempi storici e, appunto, risultati dell'intervento cesari-
sta. Non sorprenderà scoprire che, sullo sfondo di questa analisi, si intra-
veda ancora una volta la teoria marxiana delle transizioni (lo schema del-
la Prefazione del '59) per come Gramsci l'ha rielaborata poche pagine pri-
ma, nella nota sui «rapporti di forza» (il § 17 dello stesso quaderno 13).
Ma ora tutto il discorso ci appare molto più limpido e suggestivo, poiché
sappiamo che nei Quaderni questa teoria è riletta alla luce dell'esperienza
storica della prima modernizzazione europea (1789-1870) e dei processi
di stabilizzazione in fase di crisi organica (post 1870). E tradotta nella
comparazione rivoluzioni passive, progressive e regressive.
Vediamo come tutto questo discorso ora funziona. La variabile deci-
siva è il tempo (l'epoca storica). Il § 27 del quaderno 13 contrappone
esplicitamente tutti i cesarismi “storici” (da Cesare a Napoleone III e Bi-
smarck, passando per Cromwell e Napoleone I) a quelli contemporanei,
propri del «mondo moderno» (Mac Donald e Mussolini). Il 1870-71 è il
grande spartiacque, nel senso che i cesarismi precedenti possono essere
sia progressivi (Cesare, Cromwell, Napoleone I), sia regressivi (Napoleo-
ne III e Bismarck). Com'è facile intuire, il significato di tale connotazione
chiama in causa la dinamica delle trasformazioni storiche.
Sono progressivi i cesarismi che «rappresenta[no] la fase storica di
passaggio da un tipo di Stato a un altro» («un completo rivolgimento»
[Q 1622], mostrandosi appunto in grado di «“fare epoca”» [ Q 1681].
Sono regressivi tutti gli altri, salvo un'ulteriore precisazione (un «elemen-
to di maggiore approssimazione») che Gramsci introduce a questo propo-
sito, articolando lo schema marxiano. Anche tra i cesarismi regressivi
sussistono varianti, in quanto alcuni di essi (Napoleone III) rappresenta-
no le residue «possibilità di sviluppo» della «forma sociale esistente».
Nella misura in cui permette di sfruttare le potenzialità «latenti e imma-
nenti» della formazione sociale, questa peculiare forma di cesarismo pos-
siede dunque una dimensione relativamente progressiva. Gramsci defini-
sce tali cesarismi «obiettivamente» [ Q 1621] o «relativamente» progressi-
vi e «di carattere intermedio episodico», e li distingue da quelli «assoluta-
mente progressiv[i]» [Q 1680-1], circoscrivendone l'efficacia a un piano
esclusivamente «quantitativo» (laddove i cesarismi pienamente progressi-
vi hanno invece «carattere quantitativo-qualitativo») [ Q 1621-2].
Come dimostra l'accento ai margini di sviluppo immanenti nelle for-
mazioni sociali, la logica di questa tipologia discende direttamente dallo
schema marxiano della dinamica storica. Non stupisce quindi che, quan-
do Gramsci prende in considerazione le cause degli interventi cesaristi, il
discorso verta precisamente sulla diversa qualità delle crisi che li determi-
nano o favoriscono, qualità analizzata sulla base di criteri del tutto ana-
loghi a quelli messi a fuoco nella nota sui «rapporti di forza»:

La fase catastrofica – leggiamo ancora nel § 27 del quaderno 13 –


può emergere per una deficienza politica «momentanea» della forza
dominante tradizionale e non già per una deficienza organica neces-
sariamente insuperabile. [Q 1621]

Tradotto nello schema del § 17 (sui rapporti di forza), alla base dell'inter-
vento cesarista possono esservi crisi «occasionali» o «organiche», «fatti
organici», «relativamente permanenti», oppure «fatti di “congiuntura”»,
«quasi accidentali» [Q 1579-80]. Ma ora la questione è se e in che modo
questa tipologia delle crisi (delle cause) influisca sul «significato storico»
dei diversi cesarismi, cioè sul loro segno progressivo o (più o meno) re-
gressivo.
Ci sembra che tutto il discorso si incentri proprio su questa connes-
sione. Che Gramsci non esplicita, ma che è non soltanto intuibile (si trat-
ta di tasselli di uno stesso modello), ma anche necessaria per rispondere
alla questione decisiva. Da che cosa dipende, in ultima analisi, il segno
storico di un cesarismo, che esso sia o meno progressivo? A nostro avviso,
precisamente dalla combinazione di due elementi (epoca storica e natura
della crisi) coinvolti in questo discorso e posti in rapporto reciproco (1)
sullo sfondo dell'analisi storica (in particolare del confronto tra la mo-
dernità borghese e le epoche precedenti) e (2) sulla base della teoria gene-
rale delle crisi e delle transizioni che Gramsci viene elaborando nei Qua-
derni, e che (come abbiamo visto nella prima parte del capitolo) affida un
ruolo cruciale alla teoria della rivoluzione passiva.
Più concretamente, sembra di potere dire con sufficiente certezza
che, secondo Gramsci, i cesarismi possono avere carattere «assolutamen-
te progressivo» soltanto se si verificano nel quadro di «crisi organiche»
suscettibili di essere risolte (con un passaggio d'epoca, «da un tipo di Sta-
to a un altro tipo») attraverso interventi «dall'alto», cioè per mezzo della
«fusione ed assimilazione reciproca» delle forze in lotta (dunque tramite
rivoluzioni passive progressive). Se questo è vero, significa che fenomeni
cesaristi pienamente progressivi non potrebbero avere luogo, a giudizio di
Gramsci, «nel mondo moderno», dove, come sappiamo, la fusione dei
contendenti è preclusa, dato il contrasto «insanabile storicamente» che
contrappone le classi fondamentali [Q 1621-2].
Per quanto riguarda i cesarismi «obiettivamente progressivi», sappia-
mo che Gramsci li colloca sullo sfondo di crisi «momentanee», nel qua-
dro delle quali essi permettono di realizzare le «possibilità di sviluppo»
immanenti nella formazione sociale data. Anche questo elemento ha un
preciso riscontro sul piano macrostorico, nel senso che permette di esclu-
dere l'eventualità di cesarismi relativamente progressivi (à la Luigi Napo-
leone) in fasi di «crisi organica». Il che spiega perché Gramsci costruisca
tutto lo schema intorno alla soglia storica del 1870-71.
Ma quanto abbiamo visto sin qui vale a definire anche il «significato
storico» dei cesarismi moderni (post 1870). Opposti tanto a quelli «asso-
lutamente» progressivi (date le differenze cruciali tra «crisi moderna» e
«crisi medioevale», in particolare per ciò che attiene alla radicalità del
conflitto organico), quanto a quelli «relativamente» progressivi (posto
che a segnare l'attuale fase storica è una crisi organica e non occasionale).
Stando così le cose, è esclusa la possibile progressività del cesarismo mo-
derno, equiparato in sostanza al bonapartismo.
È vero che anche i cesarismi premoderni, che per comodità abbiamo
definito storici, possono essere regressivi. Ma il fatto che sino al 1870 la
società borghese non abbia ancora esaurito i propri margini di sviluppo
consente, secondo Gramsci, il verificarsi di interventi «dall'alto» di stabi-
lizzazione progressiva. Di fenomeni, cioè, capaci di coniugare sviluppo
sociale e tutela del «dominio politico ed economico delle classi dirigenti»
[Q 1620], precisamente secondo il canovaccio delle rivoluzioni passive del
XIX secolo. Ciò non è più possibile, invece, oggi (dopo il 1870-71), giac-
ché l'esaurimento di ogni sostanziale potenzialità evolutiva della forma-
zione sociale capitalistica (in crisi organica) condanna qualsiasi forzatura
di stampo conservativo (il fascismo, ma anche il fordismo) a una funzione
meramente difensiva. In senso proprio (sia sul terreno politico, sia su
quello macrostorico) reazionaria.
La descrizione che i Quaderni offrono del tipo di relazione tra il nuo-
vo «Cesare», protagonista del cesarismo moderno, e la massa popolare
conferma queste conclusioni, nella misura in cui il collante della relazio-
ne sociale egemonica (la «fiducia» nel lessico gramsciano; il carisma in
quello weberiano) mostra di avere perso qualsiasi connotazione positiva,
per cedere il passo alla mobilitazione delle passioni più oscure e alla ma-
nipolazione delle menti. «Nel periodo più recente» – leggiamo nel § 37
del quaderno 17 – si sono affermati partiti nei quali le massi «non hanno
altra funzione politica che quella di una fedeltà generica, di tipo militare,
a un centro politico» che è a sua volta soltanto il «meccanismo di coman-
do di forze che non desiderano mostrarsi in piena luce» [Q 1940].
È qui trasparente il riferimento all'«attività di potenze oscure» (rap-
presentate appunto «dagli uomini provvidenziali o carismatici»), tra le
quali Gramsci (come vedremo nel capitolo 16) annovera l'alta finanza, la
burocrazia civile e militare (come sappiamo incline a forzature bonaparti-
ste), la Chiesa e, in generale, tutti «gli organismi relativamente indipen-
denti dalle fluttuazioni dell'opinione pubblica» [ Q 1603], e per ciò stesso
nemici della democrazia reale (dell'autonomia collettiva). In questo qua-
dro «la massa è semplicemente “di manovra” e viene “occupata” con pre-
diche morali, con pungoli sentimentali, con miti messianici di attesa di
età favolose» [Q 1940]. E il nuovo Cesare non è che il capofila (o il man-
datario) di forze regressive, contrapposte alla tendenza dello «sviluppo
storico reale» [Q 2029].

13. CESARISMI SENZA CESARE

Per quanto concerne l'esperienza storica, il discorso sul cesarismo potreb-


be chiudersi qui. Vi è tuttavia un'ultima variante relativa al mondo mo-
derno (post 1870) che conferma il quadro proprio perché lo modifica in
modo decisivo.
Si è sin qui assunto il cesarismo come fenomeno di intervento «dal-
l'alto», e in effetti il riferimento (nelle prime righe del § 27 del quaderno
13) alla figura hegeliana della «grande personalità “eroica”» sembra an-
dare in questa direzione. Si è altresì mostrato perché, secondo Gramsci,
sia indispensabile oggi (in piena crisi organica del capitalismo moderno)
un intervento cesarista di segno progressivo. Ma la stessa pagina di aper-
tura di questa nota fa riferimento anche a un'altra forma di cesarismo,
che introduce un elemento radicalmente nuovo.
Gramsci contempla l'eventualità di soluzioni cesariste «anche senza
un Cesare», ponendo tale ipotesi in opposizione a quelle classiche, carat-
terizzate dall'irruzione di personalità «eroic[he]» e «rappresentativ[e]»
[Q 1619]. È un accenno fugace, che il testo non sviluppa (e che in qualche
misura si pone in connessione con la riflessione sulle élites e la loro po-
tenziale funzione progressiva di cui avremo modo di occuparci nel capito-
lo 14). Ma non pare difficile coglierne il senso. Che si direbbe evocare
uno scenario del tutto diverso da quelli sin qui descritti, nella misura in
cui, appunto, lascia intravedere l'attualità (potenziale) di forme cesariste
– o pseudo-cesariste – progressive.
Un cesarismo «senza un Cesare» è un cesarismo non «dall'alto» né
individuale. Dunque un cesarismo democratico (in senso forte), incentra-
to sul protagonismo di soggettività collettive. È evidente che, nel riferirvi-
si, Gramsci pensi alla struttura della società contemporanea, al suo ma-
turo configurarsi come società di massa. Del resto, indizi testuali in que-
sto senso abbondano tanto nei Quaderni, quanto già negli scritti precar-
cerari, dove – forse lo si ricorderà – Gramsci segnala la progressività del
tramonto del «regno degli individui» [ ON 252] e, più precisamente,
dell'«età dei Cesari nel dominio della produzione» [ SF 223] (così sull'«Or-
dine Nuovo» del 18 ottobre 1919 e del 2 luglio 1921).
Ma restiamo, qui, ai Quaderni. La scena storica presente è irreversi-
bilmente occupata dalle masse. La modernità è – leggiamo nel § 10 del
quaderno 6 – il tempo storico di una nuova forma di individualità, costi-
tuita non più dall'«individuo “biologico” ma [da]l gruppo sociale» [ Q
690]. È il tempo dell'«uomo-collettivo», che (così il § 12 del quaderno 7)
ha il proprio fondamento («base economica») nelle «grandi fabbriche» e
nelle nuove tecniche che vengono «razionalizza[ndo]» i processi produtti-
vi [Q 862].
In questo quadro, un cesarismo progressivo consisterebbe nell'irru-
zione della massa (del proletariato operaio, in primo luogo) come sogget-
to catalizzatore di una «frattura storica» [Q 1824] all'insegna dell'autono-
mia collettiva. Della realizzazione cioè di quella «forte volontà politica
collettiva» [Q 912] sin qui mancata, nell'Occidente contemporaneo, al-
l'appuntamento con la storia. E si porrebbe in radicale antitesi rispetto
alla logica autoritaria (oligarchica) del cesarismo bonapartista dell'uomo
provvidenziale e carismatico. Tant'è che, rovesciando la metafora spaziale
spesso impiegata a proposito delle rivoluzioni passive, Gramsci scrive che
«l'uomo collettivo odierno si forma […] essenzialmente dal basso in
alto», secondo una logica opposta a quella del passato, quando «esisteva
sotto forma della direzione carismatica», e la cosiddetta «volontà colletti-
va» si formava «sotto l'impulso e la suggestione immediata di un “eroe”,
di un uomo rappresentativo» [Q 690].
Senonché evocare tale possibilità (che lascia intravedere sullo sfondo
l'esperienza rivoluzionaria sovietica, incentrata sul protagonismo delle
grandi masse proletarie, «genio politico» [ ON 130] collettivo del proces-
so) significa porre al tempo stesso un delicato problema. I mutamenti del-
la scena sociale generati dall'industrializzazione appaiono a Gramsci per
definizione ambivalenti, suscettibili di sviluppi progressivi o regressivi.
Si pensi, per un verso, all'importanza del «fenomeno sindacale»,
«termine generale» che riassume la forte spinta democratica immanente
nella società industriale (l'unificarsi di «elementi sociali di nuova forma-
zione» che «per il solo fatto di unirsi modificano la struttura politica del-
la società») [Q 1808, 1824]. E per l'altro verso si consideri l'incidenza di
«cause puramente meccaniche» nella crisi di egemonia esplosa nel dopo-
guerra, dove è cruciale il disorientamento della «grande […] massa di
apolitici» [Q 912-3]. Del resto, lo sappiamo bene. Sin dai primi anni il
tema dell'immaturità (della subalternità) delle masse popolari campeggia
al centro dell'analisi e delle preoccupazioni di Gramsci. E questo tema si
collega alla questione della necessaria direzione politica, contro l'illusio-
ne di processi «spontanei» di emancipazione.
Così – lo abbiamo visto nei primi capitoli – è negli scritti degli anni
Venti; così è ancora nei Quaderni. Il che significa porre la questione del
protagonismo di massa – del cesarismo collettivo e progressivo – in con-
nessione con l'azione pedagogica e formativa (egemonica) di soggetti che
effettivamente mirino a promuovere l'autonomia collettiva delle masse su-
balterne e in primo luogo del proletariato, il loro costituirsi in soggettivi-
tà consapevoli di sé e delle proprie finalità «universali». In questo punto il
discorso sul cesarismo si salda alla riflessione sul partito comunista e sul
suo compito «politico-storico», che Gramsci in carcere non dismette mai.
Capitolo 12
MACHIAVELLERIE.
IL COMPITO STORICO DEL
PARTITO COMUNISTA

1. «SCUOLE DELLA VITA STATALE»

I Quaderni dedicano ai partiti politici un'analisi storica e «sociologica»


[Q 432] molto articolata, che ne tematizza le funzioni svolte nelle diverse
fasi della modernizzazione europea. Vi accenniamo qui in apertura in
modo sommario, poiché altro è, come si dirà, lo scopo principale di que-
sto breve capitolo.
Gramsci considera i partiti figure strategiche nel processo di costitu-
zione degli Stati moderni (a partire dalla fase espansiva 1789-1870) sia in
quanto espressioni delle «autonomie» dei diversi «gruppi sociali» [Q
2287], sia, soprattutto, come organizzatori dell'eticità, cioè come vettori
dei codici di valore e di condotta (ciò che i Quaderni definiscono provo-
catoriamente «conformismo» [Q 757, 937, 1376]) via via prevalenti nella
società. Sin dal primo quaderno questo tema è ben focalizzato nel riman-
do alla «dottrina di Hegel sui partiti e le associazioni come trama “priva-
ta” dello Stato» [Q 56]. Dove è trasparente il riferimento alla funzione
«etica» dello Stato borghese, che, come sappiamo, «diventa “educatore”»
a seguito della «rivoluzione portata dalla classe borghese nella concezio-
ne dello Stato e del diritto» [Q 937].
I partiti innervano il corpo sociale e, insieme ad altri organismi «pri-
vati» (sindacati, associazioni culturali e religiose, organi di stampa, ecc.)
lo civilizzano col trasmettergli elementi di consapevolezza e la coscienza
delle finalità essenziali dell'agire collettivo. In questo senso – leggiamo nel
§ 90 del quaderno 7 – «possono essere considerati come scuole della vita
sociale» [Q 920], giacché contribuiscono in misura decisiva alla risoluzio-
ne di quello che i Quaderni definiscono come «il “problema giuridico”»:

il problema di assimilare alla frazione più avanzata del raggruppa-


mento tutto il raggruppamento: […] un problema di educazione del-
le masse, della loro «conformazione» secondo le esigenze del fine da
raggiungere. [Q 757]

Se questo è vero sin dalle prime fasi della modernità, un salto di qualità
nel senso della partecipazione e dell'autonomia collettiva si registra, a
giudizio di Gramsci, con lo sviluppo della società industriale. Che porta
con sé la nascita del partito di massa, il suo strutturarsi e agire «come un
“uomo-collettivo”» (cioè come un complesso sempre più omogeneo e
compatto) e il suo «aderire organicamente alla vita più intima (economi-
co-produttiva) della massa stessa». I partiti si ramificano, condividono
più da vicino l'esperienza dei corpi sociali. Di modo che la loro stessa
funzione pedagogica, di «standardizzazione dei sentimenti popolari», si
fa sempre meno meccanica e estratta e razionalistica, sino a divenire –
leggiamo nel § 25 del quaderno 11 – un processo «consapevole e critico»
di «“compartecipazione attiva e consapevole”» [Q 1430].
Come si vede, l'accento di Gramsci batte sulla funzione attiva dei
partiti. Che non si limitano a rappresentare, a dare voce, ma contribui-
scono a generare soggettività, modificando per questa via il paesaggio so-
ciale complessivo. Come leggiamo nel § 119 del quaderno 3, «i partiti non
sono solo una espressione meccanica e passiva delle classi stesse, ma rea-
giscono energicamente su di esse per svilupparle, assodarle, universaliz-
zarle» [Q 387]. Ma si badi: il senso del discorso (qui come non mai pros-
simo alla critica hegeliana della «società civile») consiste essenzialmente
nel porre in evidenza il passaggio, cruciale, dal piano “naturale” (origina-
rio, immediato) dell'esistenza economica a quello «universale» proprio
della politica.
Questo movimento di emancipazione di individui e gruppi dalla cura
esclusiva («corporativa») del proprio particolare; questa dinamica di con-
seguimento di una prospettiva alta di consapevolezza di sé quali parti del
tutto e delle finalità del tutto come valori fondamentali condivisi, sotten-
de tutta l'analisi. Sia n ella sua dimensione storica e critica, sia, come ve-
dremo, nel momento costruttivo. Il che ribadisce temi già affiorati – lo si
rammenterà – in diversi scritti precedenti il carcere, dove è a tema preci-
samente la funzione costitutiva e politicamente decisiva dell'ampliamento
dell'orizzonte di riferimento dei soggetti (dal gruppo professionale alla
classe, di qui all'interno corpo sociale sino al contesto internazionale).
In questa cornice vanno poste le considerazioni più significative svol-
te da Gramsci in merito al ruolo «statale», di formazione delle classi diri-
genti, affidato ai partiti politici. Ai quali compete «nella società civile» –
così le pagine di apertura del quaderno 12 – «la stessa funzione che com-
pie lo Stato in misura più vasta e più sinteticamente, nella società politi-
ca». Vale a dire precisamente il compito di «elaborare i propri componen-
ti», e cioè di trasformarli da

elementi di un gruppo sociale nato e sviluppatosi come


«economico», fino a farli diventare intellettuali politici qualificati, di-
rigenti, organizzatori di tutte le attività e le funzioni inerenti all'orga-
nico sviluppo di una società integrale, civile e politica. [Q 1522]

È questo, agli occhi di Gramsci, il contributo essenziale che i partiti poli-


tici sono chiamati a fornire allo Stato, quindi all'intera società. La prova
di ciò è fornita, al negativo, dalla storia dell'Italia unita, dove, a suo giu-
dizio, tale funzione elaborativa non ha potuto compiersi a causa di un to-
tale rovesciamento del processo.
In Italia i partiti non hanno alimentato lo Stato in primo luogo per-
ché lo Stato (la società politica, il governo) ha sistematicamente «operato
come un “partito”». Invece di favorire l'elaborazione degli «uomini di
Stato e di governo», ha procurato la disgregazione dei partiti al fine di
staccarne i potenziali dirigenti dalle grandi masse e di disperderli in un
pulviscolo di «senza partito» disponibili a qualsiasi manovra trasformi-
stica [Q 387]. Qui è evidente la ripresa dello schema critico adottato già
nella Quistione meridionale a proposito di Croce e Giustino Fortunato.
D'altra parte Gramsci non risparmia critiche durissime ai gruppi dirigen-
ti della sinistra sindacale e politica (socialista), imputando loro un pater-
nalistico distacco dalle masse popolari («la nessuna unione con la classe
rappresentata») generatore di «confusione politica» e di irresponsabilità
[Q 319].
Fatto sta che se «non può esserci elaborazione di dirigenti dove man-
ca l'attività teorica, dottrinaria dei partiti», i governi (segnatamente le
«così dette dittature di Depretis, Crispi, Giolitti») hanno impedito che lo
Stato agisse come «un fattore nazionale», col risultato di indebolirlo gra-
vemente. Ne segue un quadro estremamente fosco – e, verrebbe da ag-
giungere, di una desolante attualità:

scarsità di uomini di Stato, di governo, miseria della vita parlamenta-


re, facilità di disgregare i partiti, corrompendone, assorbendone i po-
chi uomini indispensabili. Quindi miseria della vita culturale e angu-
stia meschina dell'alta cultura: invece della storia politica, la erudi-
zione scarnita, invece della religione la superstizione, invece dei libri
e delle grandi riviste, il giornale quotidiano e il libello. Il giorno per
giorno, con le sue faziosità e i suoi urti personalistici, invece della
politica seria. Le università, tutte le istituzioni che elaboravano le ca-
pacità intellettuali e tecniche, non permeate dalla vita dei partiti, dal
realismo vivente della vita nazionale, formavano quadri nazionali
apolitici, con formazione mentale puramente rettorica, non naziona-
le. [Q 387-8]
2. CENTRALISMI E BIZANTINISMI

Si diceva poc'anzi delle accuse rivolte ai sindacati e al gruppo dirigente


socialista. Nel § 42 del quaderno 3, al quale ci si riferiva, la polemica
muove da una questione dirimente. «Perché non c'è stata difesa?» si chie-
de Gramsci, alludendo all'inconsistenza delle reazioni alla montante ma-
rea fascista, sino alla marcia su Roma e alla instaurazione della dittatura.
In relazione a questo drammatico interrogativo il tema del distacco tra
dirigenti e base popolare si rivela ai suoi occhi effettivamente decisivo.
Ma l'argomento non è certo nuovo. Come si ricorderà, molti scritti
precarcerari ne discutono ampiamente, e anche i Quaderni vi tornano su
più volte, sovente commentando le tesi di Weber e di Michels sulla forma-
partito. Da una parte, Gramsci dibatte la questione del professionismo
politico (un'esigenza oggettiva, dettata dalla «complessità progressiva del
mestiere») e dei conseguenti rischi di separatezza «oligarchica» dei gruppi
dirigenti degli stessi «partiti avanzati» (socialdemocratici) e delle organiz-
zazioni sindacali. Dall'altra, si sofferma sul problema della «differenza di
classe tra capi e gregari», che proprio nei «partiti popolari» (dove i diri-
genti sono intellettuali borghesi) tende a configurarsi come una vera
«scissione», divenendo con ciò una «quistione […] politica» [Q 236].
Il quadro generale della riflessione, per ciò che concerne in specie la
sinistra, richiama dunque in causa il tema della democrazia interna alle
organizzazioni, al centro dell'attenzione di Gramsci già negli anni prece-
denti l'arresto. A questo proposito i Quaderni riprendono argomenti e
posizioni a noi già noti, il che ci esime qui da lunghe analisi. Torna, in
particolare, la questione della necessità pratica partecipativa (il metodo
che, come si rammenterà, il § 25 del quaderno 11 definisce «“filologia vi-
vente”» [Q 1430]) e della centralizzazione («accentramento») dei partiti
(indispensabile proprio in quelli che mirano a «conquistare la democrazia
nello Stato» [Q 236]).
A partire da qui si sviluppa un'accurata discussione sulle diverse for-
me di «centralismo», che Gramsci definisce per un verso «organico» e
«democratico» (perché «in movimento» ed espansivo, capace di coniuga-
re trasformazione e continuità, l'«elastic[ità]» delle organizzazioni alla
loro stabilità), per l'altro «burocratico», cioè rigido, statico, ispirato ap-
punto dalla separatezza dei gruppi dirigenti e dalla loro propensione au-
toritaria a conservare posizioni e potestà acquisite [ Q 1633-4, 1692]. Pro-
prio da qui, infine, Gramsci trae spunto per gli unici due riferimenti in
qualche modo espliciti al Partito comunista d'Italia contenuti nei Qua-
derni. Dove pure tornano argomenti e toni che ci ricordano le battaglie
combattute nella prima metà degli anni Venti contro la segreteria di Bor-
diga.
È interessante osservare in che termini, ancora tra il 1932 e il '35,
Gramsci commenti le argomentazioni svolte da Bordiga nelle «così dette
tesi di Roma», preparatorie al secondo Congresso del partito (marzo
1922). Vi scorge un paradigma di astrattezza e di rigidità ideologica, cioè
di astratto dottrinarismo. E come nelle Tesi di Lione imputava al segreta-
rio il grave limite di dedurre la linea politica da preoccupazioni puramen-
te «formalistiche» [CPC 503], così ora lo assume come un esempio di «bi-
zantinismo» politico e di «scolasticismo», intendendo con ciò precisa-
mente l'inclinazione a feticizzare la «coerenza logica e formale» delle pro-
prie certezze, quasi che le «quistioni così dette teoriche […] avessero un
valore per se stesse, indipendentemente da ogni pratica determinata» [ Q
1133].
Né a Bordiga i Quaderni risparmiano la critica più aspra tra quelle
pronunciate all'indirizzo dei dirigenti socialisti. Forse l'argomento è meno
esplicito del commento al cosiddetto discorso dell'«espiazione» di Clau-
dio Treves alla Camera (30 marzo 1922), considerato da Gramsci «fonda-
mentale per capire la confusione politica e il dilettantismo polemico dei
leaders» [Q 319] che condussero all'inerme passività dinanzi all'aggressio-
ne fascista. Ma quando (nel § 25 del quaderno 14) Gramsci ritrae Bordiga
nei panni di un novello don Ferrante le cui astratte tesi sul colpo di Stato
non fecero che «negare la “peste” e il “contagio”» per «così morirne
“stoicamente”» [Q 1682], la sostanza non cambia affatto. E vale a ribadi-
re il valore che ai suoi occhi riveste il legame tra gruppi dirigenti e «gran-
de massa», la funzione decisiva della «“con-passionalità”», della «“com-
partecipazione attiva e consapevole”», della «“sperimentalità”» [ Q 1430,
1789].

3. DALLA SOCIOLOGIA ALLA POLITICA

La riflessione di Gramsci sull'insieme dei problemi storici e politici posti


dal ruolo svolto dai partiti soprattutto nella recente storia italiana appare
costellata di valutazioni critiche. Sin dai primordi dello Stato unitario, la
classe dominante ha evitato l'innesco di una dinamica espansiva analoga
a quella verificatasi nella Francia post-rivoluzionaria e ha impedito che,
attraverso l'azione elaborativa dei partiti, «gli elementi sociali più ricchi
di energia e di spirito d'intrapresa» potessero innalzarsi «dalle classi infe-
riori […] fino alle classi dirigenti» [Q 1637]. A sua volta l'inadeguatezza
dei gruppi dirigenti della sinistra politica e sindacale – figlia di un croni-
co distacco dalle grandi masse popolari – ha contribuito al cristallizzarsi
di equilibri sociali iniqui e al consolidarsi di arretrati assetti rivoluziona-
ri.
Questa diagnosi ci riporta alla rappresentazione dell'attuale scenario
politico e sociale presa in esame al termine del capitolo 11. Come sappia-
mo, i Quaderni tracciano al riguardo un quadro fortemente contrastato.
Per un verso la situazione presente appare connotata da aspetti decisa-
mente positivi. Il «secolo XIX in Europa» è l'epoca della «libertà consa-
pevole di esser tale» [Q 1229]. Nella società contemporanea le masse po-
polari sembrano potersi riscattare da una subordinazione apparsi in pas-
sato irreversibile.

Se il subalterno era ieri una cosa, oggi – leggiamo nel § 12 del qua-
derno 11 – non è più una cosa ma una persona storica, un protagoni-
sta, se ieri era irresponsabile perché «resistente» a una volontà estra-
nea, oggi sente di essere responsabile perché non più resistente ma
agente e necessariamente attivo e intraprendente. [Q 1388]

Senonché, di contro a questi aspetti – che attengono più a realtà essenzia-


li che a fenomeni concreti – stanno dati di fatto ben diversi. L'Europa,
non soltanto in Italia, vede il trionfo della reazione, e grandi masse sotto-
messe alla guida di capi carismatici, «uomini provvidenziali» che, dotati
di «mezzi eccezionali», catalizzano i sentimenti e le emozioni della folla e
a loro piacimento imprimono al corso delle cose un «dinamismo politico
vigorosissimo» [Q 234]. Quella libertà consapevole, tratto distintivo del
secolo trascorso, si rivela, a uno sguardo attento, appannaggio di pochi
(una «religione per un piccolo numero di intellettuali» [ Q 1230]) e per i
più soltanto un astratto schema ideologico. La massa è sì divenuta prota-
gonista della storia, ma lo è ancora solo oggettivamente, e non è ancora
padrona delle finalità e degli strumenti del proprio agire. Non è in condi-
zione di determinare in modo autonomo la propria volontà.
Questo è il quadro chiaroscuro del presente disegnato nei Quaderni.
Da cui discende che il conflitto intorno alla coscienza delle masse popola-
ri è per Gramsci ancora, come negli anni precedenti il carcere, un proble-
ma politico cruciale. In questo contesto si colloca tuttora la sua riflessio-
ne sui partiti, e in particolare sul partito della classe operaia e della rivo-
luzione proletaria.
Vi è un problema di costruzione di una «precisa volontà politica col-
lettiva» [Q 912], in assenza della quale è impossibile sfruttare la crisi di
egemonia del dominante a vantaggio delle classi subalterne. Un problema
di «direzione consapevole» della spontaneità, senza di che è impossibile
che i «moti spontanei» operino come «fattori politici positivi» [ Q 331].
Un problema generale e ineludibile di elaborazione della consapevolezza
della massa e della stessa classe operaia in ordine alla propria condizione
reale, ai propri compiti storici, al progetto generale di trasformazione
della società che, pure, la crisi organica del capitalismo pone all'ordine
del giorno.
Ma allora anche il discorso sul partito deve compiere a questo punto
un salto di qualità. Muovere, sì, dalle premesse problematiche definite già
negli anni della battaglia alla guida del partito comunista, ma da qui
aprirsi a una ricerca nuova che – così Gramsci pensa – metta a valore le
intuizioni del Machiavelli dentro la cornice teorica stabilita da Marx. Il
che – leggiamo in un passaggio del § 10 del quaderno 4 non recepito nella
revisione – significa rileggere la questione del partito nel suo rapporto
«con le classi e con lo Stato», quindi cambiare decisamente prospettiva.
Considerare il partito non più «come categoria sociologica» (né soltanto
come una struttura attrezzata per la lotta politica immediata), ma come
una soggettività politico-storica destinata a «fondare lo Stato» [ Q 432].

4. «UNA DETERMINATA VOLONTÀ COLLETTIVA,


PER UN DETERMINATO FINE POLITICO»

Queste ultime battute non restano certo isolate nel contesto dei Quader-
ni. Al contrario, Gramsci, come vedremo, riprende il tema più e più volte.
Approfondendolo e sviluppandolo, pur mantenendo il fuoco dell'atten-
zione sul punto-chiave: l'idea del partito come soggetto «concepito, orga-
nizzato e diretto in modi e forme da svilupparsi integralmente in uno Sta-
to (integrale, e non in un governo tecnicamente inteso) e in una concezio-
ne del mondo» [Q 1947]. Ma che significa tutto questo? A cosa pensa
Gramsci concretamente? E in che misura è lecito riferire queste sue rifles-
sioni a un'entità determinata – il partito comunista, soggetto rivoluziona-
rio per eccellenza nel «mondo moderno» – al di là delle forme generali
proprie dell'argomentazione teorica?
Anche in questo caso ci pare che il migliore punto di partenza sia of-
ferto dal § 17 del quaderno 13, sui «rapporti di forza», e in particolare
dall'analisi del «terzo momento» del «rapporto delle forze politiche» [ Q
1583], nel quale, scrive Gramsci, «si raggiunge la coscienza che i propri
interessi corporativi […] possono e debbono divenire gli interessi di altri
gruppi subordinati». Abbiamo già studiato questa pagina (nel § 4 del ca-
pitolo 6), quindi possiamo andare subito al dunque.
Gramsci considera questa come «la fase più schiettamente politica»
dell'intero quadro dei rapporti di forza – quella che «segna il netto pas-
saggio dalla struttura alla sfera delle superstrutture complesse» e di fatto
la nascita dello Stato – perché in essa il «gretto interesse economico-cor-
porativo» cede il passo, nella coscienza dei soggetti e nella sintassi dei
loro rapporti reciproci, all'«interesse generale» dell'«area sociale». Per
tale ragione scrive che in questa fase del rapporto di forze «le ideologie
germinate precedentemente diventano “partito”», intendendo con ciò che
esse non pongono più immediatamente (unilateralmente) le proprie ri-
spettive istanze, ma le concepiscono in modo da coniugarle con le esigen-
ze di altri soggetti e, potenzialmente, con gli interessi dell'intera collettivi-
tà.
Il «partito», dunque, come sede privilegiata della relazione politica.
Come terreno del rapporto egemonico di direzione e della costruzione di
riconoscimento e consenso. Come luogo di elaborazione dei «fini econo-
mici e politici» condivisi e dell'«unità intellettuale e morale» della società.
Nonché come l'ambito nel quale «tutte le quistioni intorno a cui ferve la
lotta» sono poste non più «sul piano corporativo», ma «su un piano “uni-
versale”», nel quale la prevalenza del dominante non si traduce nella
mortificazione dei subordinati ma, ancora una volta, in una dinamica di
«espansione universale» [Q 1584].
Naturalmente si tratta di uno schema generale, di un modello che –
come si è detto – Gramsci costruisce allo scopo di analizzare nel dettaglio
la molteplice logica dei conflitti e le loro conseguenze sui processi di crisi.
Riteniamo tuttavia che non soltanto di questo si tratti, ma anche, per
quanto attiene al passaggio citato, di un riferimento preciso a una precisa
idea di partito e, ancor più determinatamente, a un partito politico in
particolare. Lo diciamo in considerazione di quanto Gramsci a scritto
poche pagine prima, nella nota di apertura dello stesso quaderno 13, de-
dicata, com'è noto, al Principe machiavelliano e al significato del suo
«mito» politico.
Qui in due passaggi la problematica testé esaminata è già presente.
Non però nel quadro di uno schema astratto, di un modello concettuale
puro. Bensì dentro un discorso concretissimo, intessuto di riferimenti sto-
rici e di motivazioni ben circostanziate, tutte riconducibili al problema
evocato dinanzi – quello della creazione di uno Stato – e alla questione
del ruolo che il partito è chiamato a svolgere in quanto forza rivoluziona-
ria.

Il moderno principe – così in queste prime righe delle Noterelle sulla


politica del Machiavelli –, il mito-principe non può essere una perso-
na reale, un individuo concreto, può essere solo un organismo; un
elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi
di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nel-
l'azione. Questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il
partito politico, la prima cellula in cui si riassumono i germi di vo-
lontà collettiva che tendono a divenire universali e totali. [Q 1558]

Il mito-principe, oggi, come partito politico. E in questo senso come luo-


go di incubazione («prima cellula»; altrove, in un contesto analogo,
Gramsci ha scritto «embrione» [Q 320]) di una volontà collettiva che ten-
de all'universalità e alla totalità.
Poco dopo, nella stessa nota, leggiamo ancora:

Una parte importante del moderno Principe dovrà essere dedicata


alla quistione di una riforma intellettuale e morale, cioè alla quistio-
ne religiosa o di una concezione del mondo. […] Il moderno Principe
deve e non può non essere il banditore e l'organizzatore di una rifor-
ma intellettuale e morale, ciò che poi significa creare il terreno per un
ulteriore sviluppo della volontà collettiva nazionale popolare verso il
compimento di una forma superiore e totale di civiltà moderna. [ Q
1560]
Dunque compito del partito è non soltanto la formazione della volontà
collettiva, ma anche la sua elaborazione nel contesto di una cultura nuova
e organica (una «concezione del mondo» che implica una «riforma intel-
lettuale e morale»). E, soprattutto, la costruzione delle premesse materia-
li per uno sviluppo ulteriore di quella volontà del popolo-nazione, la cui
destinazione non è affatto l'amministrazione dell'esistente o la sua manu-
tenzione. Ma, al contrario, niente di meno che la realizzazione di una
modernità nuova, di una forma rinnovata – superiore e, ancora una volta,
totale – di civiltà.
Tutto questo significa, nel contesto del discorso posto sotto il bino-
mio «Marx e Machiavelli» [Q 432], partito come «moderno principe».
Nessuna problematica «sociologica», ma, al contrario, la teoria del «pro-
cesso di formazione – così scrive Gramsci subito all'inizio del quaderno
13 – di una determinata volontà collettiva, per un determinato fine politi-
co» [Q 1555]. Un fine che il testo definisce senza lasciare adito ad equivo-
ci.

5. UN «MANIFESTO POLITICO» PER LA PARTE CHE «NON SA»

Proviamo infatti a rileggere dapprincipio queste grandissime pagine del


fondamentale quaderno 13 [Q 1555-61; 1599-601]. Nelle quali Gramsci
traccia i lineamenti di un'interpretazione del Principe e un ritratto del suo
autore opposti a quel «repellente machiavellismo» che, come ricorda Car-
lo Dionisotti, imperversava in «era» fascista 1. E delinea il programma di
un nuovo Principe, ripensato all'altezza delle necessità del mondo moder-
no (e della sua crisi), quindi nutrito delle scoperte della «filosofia della
praxis», la cui teoria politica «il machiavellismo è servito», a sua volta, «a
migliorare» [Q 1601].
Tutto, sin dalla prima nota del quaderno, ruota intorno all'idea di
una cesura rivoluzionaria, di una transizione storica. E al pensiero dello

1 Carlo Dionisotti, Machiavellerie. Storia e fortuna di Machiavelli, Einaudi, Torino 1980, p. 445.
sconvolgimento di «tutto il sistema di rapporti intellettuali e morali» che
ne discenderà. Tanto che Gramsci pensa all'insediarsi del nuovo Principe
«nelle coscienze» come a una rivoluzione laica e realistica (uno spodesta-
mento definitivo «della divinità o dell'imperativo categorico») e come a
«una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costu-
me». Una rivoluzione che, facendo del «moderno Principe» il «punto di
riferimento», metterà a nudo necessariamente il punto di vista di classe in
base al quale si giudica «ogni atto» [Q 1561].
Machiavelli interessa a Gramsci in quanto geniale e appassionato po-
litico, che riflette sulle condizioni dell'Italia e in particolare sulle ragioni
del fallimento della costruzione di una «monarchia assoluta» [ Q 1559].
Di qui la posizione del problema intorno al quale è costruito, a suo giudi-
zio, tutto il Principe: che cosa può «condurre un popolo alla fondazione
del nuovo Stato»? Rispondere a questa domanda è il «fine politico» deter-
minato che lo ispira. Il Principe di Gramsci è dunque un «manifesto poli-
tico» [Q 1555-6], scritto – come egli ribadisce poco dopo (nel § 20) – in
«uno stile da “manifesto” di partito» [Q 599]. E già questa insistenza ter-
minologica appare eloquente.
Per Machiavelli il fulcro della fondazione del nuovo Stato consiste
nella «formazione» di una nuova «volontà collettiva», che il Principe,
«esemplificazione storica del “mito” sorelliano», si propone di
«suscitar[e] e organizzar[e]» operando sulla coscienza di «un popolo di-
sperso» [Q 1555-6]. Ed è molto interessante il movimento teorico-pratico
che secondo Gramsci definisce il rapporto tra Machiavelli e il popolo, al
quale – per unirlo e condurlo al concreto esercizio dell'autonomia politi-
ca integrale, propedeutica alla creazione dello Stato – il Principe intende
conferire coscienza di sé.

Nella conclusione il Machiavelli stesso si fa popolo, si confonde col


popolo, ma non con un popolo «genericamente» inteso, ma col po-
polo che il Machiavelli ha convinto con la sua trattazione precedente,
di cui egli diventa e si sente coscienza ed espressione, si sente medesi-
mezza: pare che tutto il lavoro «logico» non sia che un'autoriflessione
del popolo, un ragionamento interno, che si fa nella coscienza popo-
lare e che ha la sua conclusione in un grido appassionato, immediato.
La passione, da ragionamento su se stessa, ridiventa «affetto», feb-
bre, fanatismo d'azione. [Q 1556]

Il Principe convince il popolo della necessità di fini e mezzi, ma proprio


per questo «si confonde» con esso, si «sente» sua «coscienza» e voce «vi-
vente». Divenendo quindi fattore pratico, di azione politica concreta. In
una consonanza e confluenza di teoria e prassi che – sembra voler dire
Gramsci – fa del Machiavelli (il cui stile «è stile di uomo d'azione, di chi
vuole spingere all'azione» [Q 1599]) un primo precursore di Marx.
Ma a chi in definitiva si rivolge il Principe? Chi è «popolo» per Ma-
chiavelli, secondo Gramsci? È questo il punto, se si intende stabilire il se-
gno dell'operazione che i Quaderni vengono compiendo. Da una parte
sul terreno interpretativo (con un esercizio di decifrazione molto istrutti-
vo per i loro stessi lettori); dall'altra, sul piano costruttivo, teorico e poli-
tico. Dubbi al riguardo non possono sussisterne. Posto che «il Machiavel-
li ha svelato qualcosa» e che ha un fine «politico» (non «moralistico»),
pare evidente – a Gramsci – che egli si rivolga «a chi non sa» [ Q 1599-
600]. Al fine di educarlo a «riconoscere necessari determinati mezzi, an-
che se propri di tiranni, perché vuole determinati fini», appunto la fonda-
zione di uno Stato nuovo. Ma

chi dunque «non sa»? La classe rivoluzionaria del tempo, il «popolo»


e la sua «nazione» italiana, la democrazia cittadina che esprime dal
suo seno i Savonarola e i Pier Soderini e non i Castruccio e i Valenti-
no. [Q 1600-1]

Sono le forze rivoluzionarie del suo tempo che il Machiavelli vuole per-
suadere «della necessità di avere un “capo” che sappia ciò che vuole» e
come ottenerlo. Per questo suo «carattere essenzialmente rivoluzionario»
[Q 1600-1] il Principe interessa Gramsci, che vi scorge un antefatto teori-
co-pratico tanto del giacobinismo francese, quanto di Marx e del marxi-
smo rivoluzionario.
Certo il primo nesso non stupisce dopo quanto si è letto. Se il Ma-
chiavelli sperava di suscitare la volontà collettiva degli italiani affinché
essi trovassero la via e la forza per riscattarsi da un lungo servaggio, que-
sto precisamente realizzarono «i giacobini nella Rivoluzione francese».
Ottenendo che «le grandi masse dei contadini coltivatori» irrompessero
«simultaneamente nella vita politica» (ciò che Machiavelli si proponeva
«attraverso la riforma della milizia») e, per questa via, facendo sì che si
«forma[sse]» in concreto e opera[sse] una volontà collettiva che almeno
per alcuni aspetti fu creazione ex novo, originale» [Q 1559-60]. Per que-
sto i giacobini appaiono a Gramsci una «“incarnazione categorica”» [ Q
1559] del principe machiavelliano. E a proposito del Machiavelli (che,
scrivendo a Tania, chiama «primo giacobino italiano» [ LC 459]) parla di
un «giacobinismo precoce».
Ma ancora meno c'è da meravigliarsi di fronte al parallelismo tra
Machiavelli e Marx, tra Principe e «filosofia della praxis»: dinanzi al fat-
to che il partito comunista oggi – la forza organizzata del proletariato in-
torno a cui costruire il «blocco storico» rivoluzionario – si presenti a
Gramsci come il nuovo principe [Q 1601] all'altezza dei tempi.

6. IL MODERNO PRINCIPE E
LA «FORZA PROGRESSIVA DELLA STORIA»

Machiavelli – si è visto – era dalla parte del «popolo», della «classe rivo-
luzionaria del tempo». E questa stessa «posizione della politica […] si ri-
pete per la filosofia della praxis» [Q 1601], teoria-pratica della rivoluzio-
ne proletaria. Non è affatto un'analogia esteriore. Anzi, il discorso proce-
de su un identico schema.
Il compito è ancora oggi «creare ex novo originalmente» [ Q 1558],
una nuova volontà collettiva, di cui «il moderno Principe» dev'essere
«nello stesso tempo l'organizzatore e l'espressione attiva e operante» [ Q
1561], L'enfasi cade forte sulla radicalità del gesto – un atto «creativo ori-
ginale» – che il partito della classe operaia è chiamato a compiere. Creare
una volontà e indirizzarla, scrive Gramsci,

verso mete concrete sì e razionali, ma di una concretezza e razionali-


tà non ancora verificate e criticate da una esperienza storica effettua-
le e universalmente riconosciuta. [Q 1558]

Lo scopo è sempre la fondazione di un nuovo Stato, quindi in primo luo-


go il conferimento «alla massa» di «una coscienza “teoretica”, di creatri-
ce di valori storici e istituzionali, di fondatrice di Stati» [ Q 330], come
Gramsci scrive (nel § 48 del quaderno 3) ripensando all'esperienza del-
l'Ordine Nuovo nel biennio rosso. Si tratta di dare vita a «nuove strutture
nazionali e sociali» [Q 1558], che realizzino l'«elevamento civile degli
strati depressi della società» (e naturalmente «una precedente riforma
economica e un mutamento nella posizione sociale e nel mondo econo-
mico» che ne costituiscono i necessari presupposti [Q 1561].
Tutto questo è alla base dell'idea del moderno principe come forma-
zione che afferma l'«autonomia integrale» dei «gruppi subalterni» [ Q
2288] e come «embrione» [Q 320] di uno Stato di nuovo tipo. Tutto que-
sto fonda la concezione della filosofia della praxis come anticipazione del
nuovo, come «filosofia della parte» che precede quella «del tutto» [ Q
1389]. E tale sequenza logica porta con sé un'implicazione che ci ricondu-
ce finalmente allo scenario politico presente a Gramsci, situando in esso
la sua riflessione sul partito come moderno principe.
Si sarà forse notato, nei due brevi luoghi citati in apertura, l'insistito
riferimento alla totalità. Il partito è definito «prima cellula in cui si rias-
sumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e
totali» [Q 1558]; la volontà collettiva è a sua volta concepita in sviluppo
«verso il compimento di una forma superiore e totale di civiltà moderna»
[Q 1560]. Tutta la logica del discorso implica in effetti il costituirsi del
partito come forza «totalitaria», il che appunto rimanda esplicitamente
allo scenario della «guerra di posizione» in atto sullo sfondo della crisi
organica. Ma totalità in che senso?
L'idea è evidentemente quella della completa (totale, appunto)
espansione del proletariato, una volta divenuto dominante. Idea che (con
trasparente riferimento all'ipotesi marxiana del superamento della divi-
sione in classi) Gramsci evoca una prima volta nel § 2 del quaderno 9, al-
lorché allude a «una classe che ponga se stessa come passibile di assimila-
re tutta la società e» (a differenza della classe borghese) «sia nello stesso
tempo realmente capace di esprimere questo processo» [ Q 937]. E che
torna, nel § 70 del quaderno 14, quando il testo illustra il «paradosso» di
un partito (ovviamente il partito comunista) che «si propone di annullare
la divisione in classi», e la cui «perfezione e compiutezza consiste» quindi
«nel non esistere più» esso stesso [Q 1732-3].
E siamo così alla conclusione di questa lunga analisi, che ci offre, in-
fine, il destro per due ultime importanti considerazioni.
La prima concerne il cesarismo, tema, come si rammenterà, che nel
capitolo precedente ci ha portati ad aprire il discorso sul partito. In que-
ste stesse pagine iniziali del quaderno 13, proprio tematizzando perché
oggi il «principe» debba essere un partito, un «uomo-collettivo», e non
possa più «incarnarsi miticamente in un individuo concreto», Gramsci
chiarisce anche in che senso la frattura storica operata dal moderno prin-
cipe costituisca una sorta di cesarismo, «senza un Cesare».
La creazione di «una volontà collettiva […] ex novo, originalmente»
e la «fondazione di nuovi Stati e nuove strutture nazionali e sociali», scri-
ve, non possono risolversi in «un'azione storico-politica immediata e im-
minente, caratterizzata dalla necessità di un procedimento rapido e ful-
mineo». Si tratta di azioni di tipo «creativo originale», «di vasto respiro e
di carattere organico». Che «nel mondo moderno» non possono più «in-
carnarsi miticamente in un individuo concreto» [Q 1558].
Dunque, frattura storica senz'altro sì. E risoluzione, anche, della
«crisi organica» in atto. Cesarismo moderno progressivo, quindi, come si
diceva nel capitolo 11. Ma, appunto per le ragioni ora ricordate, necessa-
riamente cesarismo collettivo, o, se si preferisce, con un Cesare incarnato
dal partito.
Per concludere, un'ultima considerazione in merito a quella persi-
stenza nel movimento interno al sistema di pensiero gramsciano cui si è
ripetutamente accennato in precedenza, e in particolare (nel capitolo 7 [§
4]) a proposito della diacronia compositiva dei Quaderni. Si rammenterà
certo come l'idea di necessità storica sia centrale in tutta l'elaborazione
teorica del primo Gramsci. Ebbene, essa si rivela, a guardar bene, essen-
ziale anche nel discorso sul partito come nuovo principe e sui suoi fonda-
menti teorici, tratti dalla simbiosi tra Machiavelli e Marx.
Quella «volontà collettiva», di cui si è così ampiamente discusso in
queste pagine, è la stessa «volontà politica in generale nel senso moder-
no» che Gramsci definisce, aprendo il quaderno 13, «coscienza operosa
della necessità storica» [Q 1559]. Il che può sfuggire soltanto a chi non
abbia compreso nulla della solida trama discorsiva (teorico-pratica) che
struttura la sua interpretazione del processo storico e della prassi trasfor-
mativa come sintesi di libertà ed efficacia, come critica realistica dell'esi-
stente.
Certo non ci soffermeremo qui nuovamente sull'idea di necessità sto-
rica, chiarita, crediamo, ad abundantiam nei primi capitoli. Basti puntua-
lizzare che essa nomina la medesima logica e relativa coerenza dello svol-
gimento storico che in passato ha legittimato, agli occhi di Gramsci, l'ap-
parente «forza[tura]» giacobina [Q 2027] (rivelandone la vera natura di
indispensabile accelerazione di un processo immanente, di una tendenza
in atto). E che oggi, rinnovando la «posizione politica del Machiavelli»,
sottende il nesso tra la filosofia della praxis e la classe sociale che «non
sa», il proletariato. Il quale, lungi dall'essere individuato arbitrariamente
dai comunisti quale soggetto della nuova transizione, incarna in realtà,
secondo Gramsci, «la forza progressiva della storia» [Q 1601].
Capitolo 13
PER L'AUTONOMIA OPERAIA.
RAZIONALITÀ E VIOLENZA
DELL'AMERICANISMO

1. LA «RAZIONALITÀ» DEL «NUOVO INDUSTRIALISMO»

Nei capitoli precedenti (in particolare nel corso dell'analisi della teoria
della rivoluzione passiva) si è ripetutamente accennato alle analogie ri-
scontrate da Gramsci tra fascismo e americanismo, intendendo quest'ulti-
mo non come la grottesca («scimmiesca» [Q 2179]) imitazione europea
del «fenomeno americano» [Q 2165], ma come l'insieme delle trasforma-
zioni introdotte negli Stati Uniti, prevalentemente per iniziativa dei capi-
tani d'industria, nei sistemi produttivi e nei rapporti tra economia e so-
cietà.
Come sappiamo, queste analogie riguardano fondamentalmente il
piano macrostorico. A giudizio di Gramsci, tanto il fascismo quanto l'a-
mericanismo si configurano come risposte conservative (non progressive)
alla crisi organica del capitalismo. Motivate in ultima istanza – come
scrive a proposito dell'americanismo – dalla «legge tendenziale della ca-
duta del profitto» [Q 1313], cioè dall'intento di contrastarne gli effetti si-
stemici. Quelle da essi generate sono trasformazioni interne all'orizzonte
della «forma sociale» data. Quindi, per definizione (e finalità
immanenti), incapaci di superarla.
Ciò è emerso ogni qual volta ci è capitato di accennare all'americani-
smo e al fordismo sullo sfondo della riflessione gramsciana sulle crisi e le
transizioni storiche. Ma, date le vistose differenze tra i due fenomeni (e
anche tra i giudizi che, al di là di questo quadro generale, Gramsci for-
mula sul loro conto), dobbiamo cercare, a questo punto, di fare un passo
avanti verso un esame più circostanziato. Dell'analisi del fascismo nei
Quaderni ci occuperemo nell'ultima sezione del libro, dedicata alla vicen-
da italiana. Ora proviamo a tratteggiare il caso americano nei suoi ele-
menti agli occhi di Gramsci determinanti.
A destare il suo interesse in proposito è l'insieme delle innovazioni
tecniche e organizzative introdotte negli Stati Uniti per reagire alla crisi
industriale conseguente alla Grande depressione degli anni Ottanta e No-
vanta dell'Ottocento (1873-1895). Si tratta in particolare dei processi di
concentrazione industriale e delle misure di «razionalizzazione produtti-
va», in virtù delle quali il lavoro di fabbrica viene riorganizzato su basi
«scientifiche», al fine di accrescere la produttività dei fattori ottimizzan-
done i tempi e le forme d'impiego.
Il taylorismo si incentra in particolare sulla scomposizione del pro-
cesso di produzione in singoli «gesti» cronometrati, in modo da ridurre al
minimo i tempi improduttivi. Le principali innovazioni del fordismo con-
cernono l'introduzione della catena di montaggio (che mette a valore l'in-
tuizione taylorista parcellizzando il processo, standardizzando la presta-
zione dei singoli operai, quindi esasperando lo sfruttamento di tutti i fat-
tori della produzione) e la centralizzazione di tutte le funzioni (a comin-
ciare dal trasporto delle merci e dai rapporti con la distribuzione) della
dinamica di valorizzazione del capitale.
Come emerge da questa sommaria definizione, le misure si concen-
trano sul «lavoro vivo», innovando il processo di produzione (non la tec-
nologia dei macchinari). Puntando a «razionalizzarlo», cioè a massimiz-
zare la produzione di valore da parte delle maestranze operaie. È questo
un dato essenziale sul quale Gramsci appunta l'attenzione, mettendo a
fuoco in particolare le ripercussioni dell'innovazione sulla soggettività
operaia, quella sorta di mutazione antropologica tentata dall'industria
«fordizzata».
Non sorprende, alla luce di tali premesse, che l'americanismo sia un
tema davvero essenziale nella riflessione gramsciana del carcere, e non
soltanto in essa. Per quanto riguarda i Quaderni, costituisce un riferi-
mento costante, che ne accompagna sottotraccia l'intero sviluppo. Il qua-
derno 22, dedicato alla questione, sistematizza materiali dei primi quat-
tro quaderni (soprattutto del primo), e, come vedremo, mette a frutto os-
servazioni presenti in tutto il corpus carcerario. Ma l'analisi delle trasfor-
mazioni in atto negli Stati Uniti rappresenta anche uno dei più robusti
collegamenti con gli anni della lotta politica precedenti il carcere, in par-
ticolare, ovviamente, con l'esperienza ordinovista nel «biennio rosso». Il
che trova riscontro nella necessità di rileggere queste densissime pagine
dei Quaderni alla luce di alcuni scritti precarcerari e delle loro fonti im-
mediate.
Quella che Gramsci conduce del «fenomeno americano» – delle sue
implicazioni, dei suoi effetti (perversi), delle sue potenziali evoluzioni
progressive – è un'analisi notevolmente complessa. Che tuttavia ci sembra
di poter sintetizzare col dire che tutto il discorso si svolge tra due antipo-
di: il riconoscimento della razionalità del taylorismo e del fordismo (onde
la prognosi della loro progressiva generalizzazione), e l'affermazione del-
la loro irrazionalità (del fallimento storico del progetto che li ispira). Pro-
viamo dunque a esporre le ragioni di questa tensione valutativa. La cui
analisi – nell'offrire ulteriori elementi in merito all'analisi macrostorica
della crisi moderna – fornirà indicazioni essenziali sull'idea gramsciana
di democrazia, argomento del prossimo capitolo.
Razionalità dell'americanismo, abbiamo detto. Difatti, conforme a
uno stile di pensiero che privilegia l'esigenza di comprendere la realtà sto-
rica nelle sue ragioni immanenti, Gramsci concentra l'attenzione in pri-
mo luogo sul significato storico oggettivo delle innovazioni introdotte da
quello che chiama «nuovo industrialismo» [Q 2166]. Si interroga sulla
sua «importanza» e sulla sua «portata obiettiva». E comincia subito col
riconoscere che il «fenomeno americano» [Q 2165] (la nuova «organizza-
zione del lavoro e della produzione» dell'«industria Ford» [Q 2173])

è anche il maggior sforzo collettivo verificatosi finora per creare con


rapidità inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia,
un tipo nuovo di lavoratore e di uomo. [Q 2165]

Sin dalla prima pagina del quaderno 22 emerge il convincimento che «l'a-
mericanismo e il fordismo risult[i]no dalla necessità immanente di giun-
gere all'organizzazione di un'economia programmatica» e che in questa
misura costituiscano «un tentativo progressivo» [Q 2139]. Non solo. Tut-
to lascia prevedere che questo «nuovo tipo umano, conforme al nuovo
tipo di lavoro e di processo produttivo» [Q 2146] «diventi il tipo medio
dell'operaio moderno».
Insomma, di fronte al «problema: se il tipo di industria e di organiz-
zazione del lavoro e della produzione proprio del Ford sia “razionale”,
possa e debba cioè generalizzarsi», a Gramsci sembra senz'altro di poter
rispondere affermativamente, «che il metodo Ford è “razionale”, cioè
deve generalizzarsi» [Q 2173]. E il giudizio concerne anche lo sfondo più
vasto, la complessiva «organizzazione economico-sociale» che fa da cor-
nice alle innovazioni dei processi produttivi. Anche su questo terreno
Gramsci rileva elementi di sostanziale razionalità ed efficienza, che risal-
tano al confronto con la «vecchia Europa».
L'America non è gravata dalla «cappa di piombo» delle cosiddette
«grandi “tradizioni”», il che comporta l'assenza di «sedimentazioni vi-
schiosamente parassitarie lasciate dalle fasi storiche passate», dà una
«base sana all'industria e specialmente al commercio» [ Q 2145] e favori-
sce l'affermazione di «un nuovo meccanismo di accumulazione e distribu-
zione del capitale finanziario fondato immediatamente sulla produzione
industriale» (laddove in Europa domina ancora il «ceto plutocratico») [ Q
2139-40]. Le mediazioni improduttive appaiono ridotte al minimo, il che
si riverbera anche sul sistema egemonico e politico. «La “struttura” –
scrive Gramsci nel § 2 del quaderno – domina più immediatamente le so-
prastrutture e queste sono “razionalizzate”». «L'egemonia nasce dalla
fabbrica e non ha bisogno per esercitarsi che di una quantità minima di
intermediari professionali della politica e dell'ideologia» [Q 2146]. Il ri-
sultato complessivo è una «formidabile accumulazione di capitali»; «mi-
gliori salari e minori prezzi di vendita» che in ogni parte d'Europa [ Q
2145]; una «“composizione demografica razionale”» [ Q 2141] e uno
«Stato liberale […] nel senso più fondamentale della libera iniziativa» [ Q
2157], ciò che a sua volta ha reso «relativamente facile razionalizzare la
produzione e il lavoro» [Q 2145].
Gramsci non sembra dunque nutrire dubbi sul fatto che alla base di
questo sviluppo sussista, per usare le sue parole, «una necessità “obbietti-
va”», una qualche «necessità storica» [Q 1875-6]. La cosa non sorprende
se si considera il metro del suo giudizio. In generale, di fronte a un acca-
dimento storico, la questione che gli pare dirimente è se esso «si sviluppa
secondo lo sviluppo delle forze sociali» (così il § 65 del quaderno 14 [ Q
1725]). Più precisamente (il § 12 del quaderno 7), «il mondo della produ-
zione, il lavoro», costituisce ai suoi occhi «il punto di riferimento». Il che
significa che «la vita collettiva e individuale deve essere organizzata per il
massimo rendimento dell'apparato produttivo» [Q 863].
Assunti questi criteri – riconosciuta l'«obbiettività del problema sto-
rico» costituito dal «maggior rendimento del lavoro manuale e intellet-
tuale», dall'«incremento della produttività sociale», come Gramsci scrive
sull'«Ordine Nuovo» già nel dicembre del 1919 (e proprio di «maggiore
produttività sociale» in relazione al «lavoro concertato e bene ordinato»
tornerà a parlare nei Quaderni [Q 1138]) – il giudizio sull'americanismo
risulta tanto più univoco, considerato che (così leggiamo nel § 41 del qua-
derno 10

La selezione di un nuovo tipo di operaio rende possibile, attraverso la


razionalizzazione taylorizzata dei movimenti, una produzione relati-
va e assoluta più grande di quella precedente con la stessa forza di la-
voro. [Q 1312]
2. AUTOMATISMI E COERCIZIONE

I giudizi sin qui riportati offrono della realtà americana un quadro deci-
samente favorevole. Senonché, come si diceva, i Quaderni formulano an-
che valutazioni opposte, che pongono in rilievo aspetti di irrazionalità dei
processi di innovazione legati allo sviluppo del «nuovo industrialismo»
(del quale pronosticano, e in buona misura già riscontrano, il fallimento).
In che senso?
L'analisi insiste sul carattere coercitivo delle trasformazioni, sulla ca-
rica di violenza che le connota. A questo riguardo, tuttavia, si impone su-
bito una precisazione essenziale. Di per sé, la coercizione è, secondo
Gramsci, un (pur doloroso) vettore progressivo, oltre che un aspetto ine-
vitabile della vita storica (e persino della vita come fatto biologico). Al
punto che il tanto «blatera[re] contro questa coercizione» (così scrive nel
§ 65 del quaderno 14) gli pare frutto di un banale fraintendimento. «Non
si pensa che essa è una parola», non ci si rende conto che il più delle volte
«la coercizione, l'indirizzo, il piano, sono semplicemente un terreno di se-
lezione» delle attitudini, indispensabile allo sviluppo di qualsiasi attività
umana [Q 1724].
Non vi è dubbio che i nuovi sistemi di produzione mirano a
«spreme[re]» i lavoratori [Q 2166] e che gli «industriali americani tipo
Ford […] non si preoccup[i]no dell'“umanità”, della “spiritualità” del la-
voratore che immediatamente viene schiantata» [Q 2165]. È chiaro che la
politica dei «così detti “alti salari”» deriva in buona sostanza dalla più
gravosa «forma di consumo di forza lavoro» [ Q 2172-3] imposta dal siste-
ma taylorista e comporta a sua volta vincoli alla libertà individuale (poi-
ché «occorre che il lavoratore spenda “razionalmente” i quattrini più ab-
bondanti, per mantenere, rinnovare e possibilmente per accrescere la sua
efficienza muscolare-nervosa, non per distruggerla o intaccarla» [ Q
2166]). La «distruzione del sindacalismo operaio a base territoriale» [ Q
2145] è un segno inequivocabile del connotato autoritario del fordismo. E
nemmeno sulle intenzioni di Taylor ci si può ingannare, essendo evidente
che nella lotta contro l'«“umanesimo”» dei sistemi artigianali si «esprime
con cinismo brutale il fine della società americana: sviluppare nel lavora-
tore al massimo grado gli atteggiamenti macchinali ed automatici» [ Q
2165-6].
Tutto ciò è indiscutibile. Ma non sta in questa dimensione costrittiva
– a giudizio di Gramsci – il nucleo arcaico e irrazionale dei nuovi sistemi
produttivi. E contrastarne l'introduzione in quanto caratterizzata dalla
coercizione sarebbe, ai suoi occhi, errato, per il semplice fatto che l'intera
storia umana, e in particolare quella delle forme più evolute di produzio-
ne (l'industria moderna),

è sempre stata […] una continua lotta contro l'elemento «animalità»


dell'uomo, un processo ininterrotto, spesso doloroso e sanguinoso, di
soggiogamento degli istinti (naturali, cioè animaleschi e primitivi) a
sempre nuove, più complesse e rigide norme e abitudini di ordine, di
esattezza, di precisione. [Q 2161]

Gramsci lo ripete, non astenendosi da aspre formulazioni:

la vita nell'industria domanda un tirocinio generale, un processo di


adattamento psico-fisico a determinate condizioni di lavoro, di nutri-
zione, di abitazione, di costumi ecc. che non è qualcosa di innato, di
«naturale», una domanda di essere acquisito, mentre i caratteri urba-
ni acquisiti si tramandano per ereditarietà o vengono assorbiti nello
sviluppo dell'infanzia e dell'adolescenza. [Q 2149]

Ogni nuovo modo di vivere, nel periodo in cui si impone la lotta con-
tro il vecchio, […] è sempre stato per un certo tempo il risultato di
una compressione meccanica. [Q 2161]

Da questo punto di vista il «nuovo industrialismo» non fa eccezione. Non


è una sua peculiarità che sia «spezza[to] il vecchio nesso psico-fisico del
lavoro professionale qualificato», né che attraverso «una selezione forza-
ta, una parte della vecchia classe lavoratrice verrà spietatamente elimina-
ta dal mondo del lavoro e forse dal mondo tout court».

Non si tratta di novità originali: si tratta solo della fase più recente di
un lungo processo che si è iniziato col nascere dello stesso industria-
lismo. [Q 2165]

E siccome questo è un motivo conduttore della storia dell'uomo (il quale


– scrive Gramsci a Tania il 30 dicembre 1929 – «è tutta una formazione
storica ottenuta con la coercizione» [LC 301]), si può persino sostenere
che, in sé e per sé, «il principio della coercizione, diretta e indiretta, nel-
l'ordinamento della produzione e del lavoro è giusto» [Q 2164].
Questi concetti valgono in generale, per le innovazioni fordiste consi-
derate sullo sfondo dell'evoluzione storica della società. E valgono, secon-
do Gramsci, anche per i nuovi automatismi che il taylorismo mira a in-
staurare. È vero che l'acquisizione di un automatismo impone uno sforzo,
forse il «più grande che sia richiesto da un mestiere». Non è vero, invece,
che comporti di necessità conseguenze distruttive, che «ammazz[i] spiri-
tualmente l'uomo». Al contrario. Sviluppare automatismi significa acqui-
sire capacità vitali, il cui radicamento ci dispensa dal prestare attenzione
ai singoli gesti nell'esecuzione di una funzione. In questo senso ogni nuo-
vo automatismo libera risorse di attenzione che si rendono disponibili per
altro.
Avviene secondo Gramsci per ogni attività, comprese quelle lavorati-
ve, ciò che si verifica nell'apprendimento delle funzioni basiche dell'esi-
stenza.

Come si cammina senza bisogno di riflettere a tutti i movimenti ne-


cessari per muovere sincronicamente tutte le parti del corpo, in quel
determinato modo che è necessario per camminare, così è avvenuto e
continuerà ad avvenire nell'industria per i gesti fondamentali del me-
stiere; si cammina automaticamente e nello stesso tempo si pensa a
tutto ciò che si vuole.
Da questo punto di vista l'automazione delle funzioni genera effetti libe-
ratori, quindi progressivi:

Quando il processo di adattamento è avvenuto, si verifica in realtà


che il cervello dell'operaio, invece di mummificarsi, ha raggiunto uno
stato di completa libertà. Si è completamente meccanizzato solo il
gesto fisico; la memoria del mestiere, ridotto a gesti semplici ripetuti
con ritmo intenso, si è «annidata» nei fasci muscolari e nervosi che
ha lasciato il cervello libero e sgombro da altre preoccupazioni.

E anche per altri pensieri, che – come Gramsci maliziosamente annota,


chiamando in causa la «dialettica insita nei nuovi metodi industriali» e
forse alludendo agli episodi di insubordinazione operaia verificatisi in
molti stabilimenti – possono seguire percorsi «poco conformisti» [Q
2170-1].
Anche in questo caso – come già per l'idea di coercizione – l'argo-
mentazione si generalizza, coinvolgendo l'intero sviluppo dell'esperienza
storica e il terreno concettuale. Definito sulla scorta delle considerazioni
testé riportate, e considerato nel quadro dell'evoluzione delle forme della
vita sociale, l'automatismo è per Gramsci (così nel § 8 del quaderno
10.11) un sinonimo di «libertà di gruppo in opposizione all'arbitrio indi-
vidualistico», e di razionalità. Perché ogni «attività solidale e coordinata
di un gruppo sociale» diviene costume in forza di «uno sviluppo che si
può chiamare automatico»; e perché, nella misura in cui «l'arbitrio si ge-
neralizza, non è più arbitrio ma spostamento della base dell'“automati-
smo”, nuova razionalità» [Q 1245-6].
Quasi a volere prevenire le molte polemiche che queste sue prese di
posizione avrebbero suscitato (diversi lettori dei Quaderni vi hanno letto
una grave sottovalutazione dei contraccolpi alienanti della «meccaniciz-
zazione del lavoratore» [Q 2169]), Gramsci rammento come gli stessi
operai torinesi ai tempi dell'occupazione delle fabbriche si mostrassero
ben disposti nei confronti delle nuove tecniche taylorizzate.
Un'analisi accurata della storia italiana prima del '22 e anche prima
del '26, che non si lasci allucinare dal carnevale esterno, ma sappia
cogliere i motivi profondi del movimento operaio, deve giungere alla
conclusione obbiettiva che proprio gli operai sono stati i portatori
delle nuove e più moderne esigenze industriali e a modo loro le affer-
marono strenuamente. [Q 2156].

Tanto che la proprietà della Fiat tentò di «assorbire il gruppo dell'“Ordi-


ne Nuovo”, che sosteneva una sua forma di “americanismo” accetta alle
masse operaie» [Q 2146].

3. «IN OGNI MOMENTO C'È UNA LIBERA SCELTA»

insomma, per Gramsci l'alternativa non è tra presenza o assenza di coer-


cizione, né l'irrazionalità del «nuovo industrialismo» concerne il tentativo
di rendere automatici i gesti degli operai in produzione. Ma allora qual è
il problema?
La questione concerne la specifica «forma» [Q 2164] della coercizio-
ne esercitata dal fordismo. O, se si preferisce, la logica che la sottende.
Logica che a sua volta, evidentemente, rimanda ai rapporti sociali e poli-
tici che fanno da sfondo al «fenomeno americano». Quindi alle comples-
se finalità «politico-storiche» di quest'ultimo. Il punto, insomma, con
ogni evidenza, non è tecnico. Non riguarda il tema del disciplinamento
inevitabile. Chiama in causa bensì il surplus di violenza socialmente (po-
liticamente) motivato che caratterizza il «nuovo industrialismo» fordista.
Il quale, proprio per le sue finalità sociali e politiche (di classe), si
tramuta, da potenziale progresso nell'organizzazione della produzione in-
dustriale, in guerra aperta contro l'intelligenza degli operai, cioè contro il
fattore umano immanente nella forza-lavoro. Taylor non è criticato per il
fatto di puntare allo sviluppo di «atteggiamenti macchinali ed automati-
ci», ma perché la forma di lavoro che ha in mente e cerca di realizzare im-
plica la riduzione delle «operazioni produttive al solo aspetto fisico mac-
chinale» [Q 2165]. Il che significa, com'è ben noto, tentare di «ridurre»
l'operaio stesso «a un gorilla ammaestrato» [Q 2171]. Quella che il taylo-
rismo applicato e la sua traduzione fordista aprono è una lotta contro l'u-
manità stessa dei lavoratori.
Questo pensa Gramsci nei Quaderni. Questo pensa già ai tempi del
biennio rosso. Sin dall'inizio le analisi dell'«Ordine Nuovo», settimanale
sui nuovi sistemi di fabbrica, muovono dalla consapevolezza che «lo svi-
luppo del capitalismo» e delle sue tecnologie (così l'editoriale del 23 ago-
sto del '19) mira ad «asservire» l'operaio alla macchina, trasformandolo
in una sua «appendice». In un articolo pubblicato durante l'occupazione
delle fabbriche (e volto a sottolineare la funzione per così dire catartica
del partito comunista) Gramsci scrive, è vero, che «la monotonia del ge-
sto […] tende a meccanizzare e quindi a uccidere la vita interiore» dell'o-
peraio [ON 654]. Ma già due anni dopo (aprile 1922) pone l'accento sulle
intenzioni che motivano la «razionalizzazione» della fabbrica capitalisti-
ca. Sul fatto che

l'industriale preferisce all'operaio qualificato l'operaio senza intelli-


genza; preferisce l'uomo-congegno, che non turbi col suo spirito di
iniziativa il congegno complesso della produzione.

Questo è il fine per cui gli industriali combattono «una lotta contro l'in-
telligenza dell'operaio», per la sua «macchinazione» [ON 523].
Quanto all'imposizione di vincoli e doveri, è indubbio che essa ha ac-
compagnato tutta la storia umana e ne ha assicurato lo sviluppo. Ciò non
toglio che ciò sia avvenuto sulla base di rapporti gerarchici e nel segno di
una distribuzione tutt'altro che egualitaria delle sofferenze e delle rinun-
ce. Certo, «finora i mutamenti del modo di essere e di vivere sono avvenu-
ti per coercizione brutale». È indubbio che

la selezione o «educazione» dell'uomo adatto ai nuovi tipi di civiltà,


cioè alle nuove forme di produzione e di lavoro, è avvenuta con l'im-
piego di brutalità inaudite, gettando nell'inferno delle sottoclassi i
deboli e i refrattari o eliminandoli del tutto.

Ma questo non è un effetto immediato e inevitabile della condizione


umana, del duro rapporto che giocoforza si instaura tra uomo e natura. È
piuttosto la conseguenza del fatto che sinora lo sviluppo delle forme so-
ciali si è storicamente realizzato «attraverso il dominio di un gruppo so-
ciale su tutte le forze produttive della società» [Q 2161].
Precisamente questo elemento – la pretesa di esercitare «dall'alto»
ancora oggi la coercizione – rende agli occhi di Gramsci essenzialmente
repressivo e quindi regressivo il «nuovo industrialismo». E ne segna il de-
stino. Quali sono infatti, a suo parere, le caratteristiche essenziali di que-
st'epoca? Se rileggiamo un luogo dei Quaderni che abbiamo in parte ri-
cordato concludendo il capitolo 11, non stentiamo a orientarci.
«Nel mondo contemporaneo», leggiamo nel § 12 del quaderno 7,
proprio «la base economica dell'uomo-collettivo: grandi fabbriche, taylo-
rizzazione, razionalizzazione ecc.» determina una più vasta «standardiz-
zazione del modo di pensare e di operare», una «più estesa e più profon-
da» «tendenza al conformismo». Ma l'aspetto saliente di tale processo di
uniformazione dei costumi, delle mentalità e delle volontà sta in ciò, che
oggi esso non più «dovut[o] a fattori estrinseci», giacché, a differenza che
in passato, «l'uomo-collettivo odierno si forma […] essenzialmente dal
basso in alto», e precisamente «sulla base della posizione occupata dalla
collettività nel mondo della produzione» [Q 862].
Più volte i Quaderni tornano sul movimento in atto di oggettiva de-
mocratizzazione delle società. Al quale può non corrispondere ancora (e
di norma non corrisponde) un adeguato grado di consapevolezza delle
masse popolari e dello stesso proletariato operaio. Ma che nondimeno
caratterizza la scena politica e sociale del dopoguerra, nella misura in cui
– per riprendere l'analisi gramsciana del «fenomeno sindacale» – il costi-
tuirsi di «una nuova forza sociale» capace di esercitare «un peso non tra-
scurabile» sovradetermina l'insieme dei conflitti «modificando la struttu-
ra generale del processo» [Q 1824].
Tutto ciò, a giudizio di Gramsci, genera una conseguenza fondamen-
tale per ciò che attiene ai vincoli entro cui, di fatto, deve contenersi l'eser-
cizio del potere decisionale. Nel § 48 del quaderno 3, ragionando di
«“spontaneità”» e «“direzione consapevole”» proprio intorno all'espe-
rienza del «movimento torinese» nel corso del biennio rosso, si pone il
problema («una quistione teorica fondamentale») se «la teoria moderna»
possa o meno «essere in opposizione con i sentimenti “spontanei” delle
masse». Se cioè si possa ritenere di stabilire finalità e strumenti “raziona-
listicamente” per poi imporli, attendendosi da parte dei corpi sociali la
diligente esecuzione dei decreti.
La risposta è netta, senza sfumature: «non può essere in
opposizione» [Q 330-1]. Non si può più pensare – nel senso che non sa-
rebbe realistico – a una politica sbilanciata sul versante della forza a de-
trimento del momento del consenso. Anche la questione degli automati-
smi lo dimostra, nella misura in cui quella «libertà di gruppo» di cui si
tratta nel § 8 del quaderno 22 consiste – e in questi termini la si deve in-
tendere, soprattutto oggi – nel riconoscimento della loro razionalità. Per-
ché l'automatismo si instauri, i principi del «gruppo sociale» che lo adot-
ta debbono essere «accolti per convinzione (liberamente) in vista di certi
fini», giacché «in ogni momento», anche nell'instaurarsi degli automati-
smi (nel riconoscere la razionalità di quanto in precedenza appariva mero
«arbitrio individualistico»), «c'è – sottolinea Gramsci – una scelta libera»
[Q 1245-6].
O vi è libertà nella condivisione delle finalità per cui si impone il
grande «sforzo» [Q 2170] richiesto dalla automatizzazione di una funzio-
ne; oppure, semplicemente, il processo non si consolida, poiché cozza
contro la resistenza del soggetto che dovrebbe compierlo. Questo è, in po-
che parole, il presupposto del ragionamento di Gramsci e del giudizio di
anacronismo che il quaderno 22 viene formulando nei confronti del
«nuovo industrialismo» fordista. Nel contesto del quale l'eterna «lotta
contro l'elemento “animalità” dell'uomo» continua a essere, come in pas-
sato, «imposta dall'esterno». Ragion per cui «finora i risultati ottenuti,
sebbene di grande valore pratico immediato, sono puramente meccanici
in gran parte, non sono diventati una “seconda natura”» [ Q 2161].
Non lo sono, nel senso che gli automatismi stentano a instaurarsi.
Che le indicazioni fornite dal management permangono imposizioni, co-
strizioni che, in quanto tali, le maestranze avversano. Che il nuovo «equi-
librio psico-fisico» che il fordismo cerca di promuovere (di imporre) rima-
ne «puramente esteriore e meccanico», appunto perché «imposto dal di
fuori» [Q 2166]. Ciò che non pare a Gramsci possibile è che «l'adatta-
mento ai nuovi metodi di produzione e di lavoro» avvenga in tempi acce-
lerati e «solo attraverso la coazione sociale» [ Q 2171], senza cioè coinvol-
gere «un mutamento delle condizioni sociali e un mutamento dei costumi
e delle abitudini individuali», che è «processo lungo» [ Q 2173] e soprat-
tutto tale, oggi, da richiedere la partecipazione attiva dei soggetti coinvol-
ti.
Questo schema di ragionamento è talmente saldo nello sviluppo
complessivo dell'analisi da sottendere anche l'argomentazione critica che
il § 11 del quaderno 22 svolge nei confronti non del fordismo o della ri-
strutturazione dell'industria capitalistica, ma riguardo alle pretese che
Trockij aveva di modernizzare a ritmi accelerati e per via militare («una
forma di bonapartismo») l'apparato industriale sovietico. Anche a questo
proposito Gramsci afferma l'irricevibilità di un programma di innovazio-
ne basato esclusivamente sulla coercizione. Ribadisce «la necessità ineso-
rabile di stroncarl[o]». E torna a insistere sui nessi «indissolubili» che col-
legano la struttura dei processi di produzione al «determinato modo di
vivere, di pensare e di sentire la vita» di una collettività. Nessi in ragione
dei quali, conclude, «non si possono ottenere successi in un campo senza
ottenere risultati tangibili nell'altro» [Q 2164].
Del resto, a confermare l'organicità del processo giunge la considera-
zione del più complessivo fallimento – sul piano sociale allargato – del
progetto di razionalizzazione americanista. Proprio perché ai suoi occhi il
punto non è esclusivamente tecnico ma in primo luogo politico. Gramsci
riflette in questo contesto sul crescente «distacco di moralità» tra classe
operaia e classi medio-alte «che sta creando – scrive – margini di passività
sociale sempre più ampi» [Q 2168]. E ne deduce che, sotto l'«epidermide
nuova» di cui si ammanta «nel clima americano» [ Q 2180], quella che l'a-
mericanismo «non fa che rimasticare» è sempre «la vecchia cultura euro-
pea» [Q 2180], fatta di privilegi e prevaricazione. E difatti, non solo an-
che negli Stati Uniti la crisi alimenta, come sappiamo, la tendenza alla
«cristallizzazione» castale dei «gruppi sociali» [ Q 2169]. Ma anche la lot-
ta di classe, lungi dall'essere stata superata in virtù della superiore razio-
nalità del sistema, appare semmai «più sfrenata e feroce» [ Q 2181] che al-
trove, salvo rendere per ciò stesso «più difficile la coercizione delle masse
lavoratrici per conformarle ai bisogni della nuova industria» [Q 2169].

4. «SPIRITO DI SCISSIONE»

Abbiamo così concluso l'esame del giudizio ambivalente che Gramsci for-
mula nei confronti dell'americanismo. Ci pare di essere venuti in chiaro
sulle ragioni per cui il «nuovo industrialismo» gli appare potenzialmente
(e in parte) razionale e al tempo stesso, nei fatti, irrazionale e regressivo.
Ma se l'analisi si fermasse a questo punto, alla pars destruens, non si
comprenderebbe perché il discorso gramsciano sul «fenomeno america-
no» sia davvero cruciale nell'economia dei Quaderni. Anzi, ne ricaverem-
mo un'impressione di sostanziale marginalità. Il fatto è che siamo in real-
tà soltanto all'inizio del ragionamento, alle prime battute, se non alle pre-
messe. Mentre si può dire che la parte essenziale comincia proprio ades-
so.
Quel che c'interessa soprattutto è comprendere il versante costruttivo
del discorso, che per chiarezza possiamo schematizzare così in via preli-
minare:
1. abbiamo visto come, secondo Gramsci, le innovazioni tecniche
prospettate da Frederick Taylor contengano un nucleo razionale;
2. vedremo