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Lorenza Boninu Orazio, il vate riluttante. Poesia e Potere sotto Augusto: la costruzione sociale di una carriera esemplare 1.

1 Introduzione Le nozioni di campo, habitus, capitale (nel senso peculiare attribuito a questo termine), elaborate nel corso del suo percorso intellettuale da Pierre Bourdieu e da lui utilizzate anche nell'ambito della sociologia della letteratura, possono essere assunte come strumenti interpretativi scientificamente validi e giustificati anche nel caso di un autore classico come Orazio (sul quale peraltro esiste una vasta e variegata letteratura critica, data l'importanza fondamentale della sua opera sia nella societ augustea sia nella storia della cultura europea)? In altri termini, possibile individuare aspetti non adeguatamente considerati fino a questo momento (almeno nella tradizione italiana di studi) nella produzione oraziana utilizzando la "cassetta degli attrezzi" della sociologia di Bourdieu? Se il tentativo posto in essere da un testo capitale come "Le regole dell'arte" (1992) di fondare una generale "scienza delle opere", collocata al crocevia di apporti teorici differenti, fondato, la risposta dovrebbe senz'altro essere positiva. Tuttavia l'analisi di un autore classico (e classicista) come Orazio comporta indubbiamente alcune difficolt: nella letteratura latina la convenzioni di genere e i legami con la tradizione (romana e greca) sono apparentemente molto pi stringenti di quanto non appaia nelle moderne letterature post-romantiche (diciamo che gli antichi avevano un'idea diversa comunque storicamente giustificata dell'"originalit" della creazione artistica), senza contare che le lacune nella documentazione e le difficolt di una ricostruzione filologicamente del tutto attendibile dei precedenti (si pensi ad esempio a Lucilio, al tempo stesso il modello dichiarato delle Satire e il loro "idolo polemico", un autore estremamente prolifico del quale, tuttavia, ci restano solo frammenti) implicano di fatto una descrizione del "campo letterario" ipotetica, per quanto sorretta dalle acquisizioni della tecnica filologica. Per quanto riguarda la cultura romana, inoltre, non si pu parlare ovviamente di un "mercato librario" nel senso moderno del termine e la circolazione delle opere, nonch il rapporto dell'autore con il suo pubblico, hanno naturalmente caratteristiche differenti rispetto a quelle che si riscontrano, ad esempio, nel caso di Flaubert e della letteratura francese del XIX 1

secolo, che rappresentano gli ambiti nei quali l'interpretazione di Bourdieu ha fornito apporti significativi e convincenti. Tuttavia la parabola esistenziale e artistica di Orazio ha luogo in un momento cruciale nella storia della societ romana (il complesso e violento passaggio dal disordine dell'ultimo secolo della Repubblica al nuovo ordine imposto da Augusto), una fase in cui si attua un generale slittamento della tradizione (sia pure mascherato da un ritorno propagandisticamente esibito ad un nobile passato) e le relazioni fra i diversi "attori sociali" assumono una diversa e significativa configurazione. Data questa premessa, il generale proposito di Bourdieu che rimarca la necessit di "chiedersi non come un certo scrittore sia giunto a essere quello che stato - con il rischio di cadere nell'illusione retrospettiva di una coerenza ricostruita -, ma in quale modo - data la sua origine sociale e le propriet socialmente costruite dovute ad essa, egli abbia potuto occupare o, in certi casi produrre le posizioni gi costituite o da costituire, che offriva un determinato stato del campo letterario (ecc.). E come abbia potuto esprimere cos in maniera pi o meno completa e coerente le prese di posizione presenti in potenza in tali posizioni"1 sembra a nostro avviso particolarmente stimolante nel caso di Orazio. In questo contributo, per ragioni di spazio, ci limiteremo ad analizzare alcuni componimenti delle Satire, dal momento che essi appaiono particolarmente significativi dal punto di vista sociologico (in quanto contengono da un lato precisi riferimenti autobiografici e quindi un'autorappresentazione, per quanto letterariamente idealizzata e non scevra di ambiguit - dell'autore e dei suoi scopi, dall'altro una descrizione "realistica" - nei limiti in cui questa definizione pu essere applicata alla letteratura antica - della societ romana del periodo). Questo non significa, naturalmente, che l'indagine non possa essere ampliata fino a comprendere l'intero corpus oraziano (incluse le Odi che programmaticamente si collocano ad un livello stilistico pi elevato - e per gli antichi lo stile "alto" comporta necessariamente una diversa selezione del contenuto, escludendo riferimenti diretti alla quotidianit, relegata a materia di opere caratterizzate da un registro "comico-realistico"). Ma esiste un'altra direzione che, a nostro avviso, potrebbe
Bourdieu, Pierre, Les rgles de l'art.. Gense et structure du champ littraire, Paris, Seuil, 1992 (tr.it Le regole dell'arte. Genesi e struttura del campo letterario, introduzione di Anna Boschetti, tr. di Anna Boschetti e Emanuele Bottaro, MIlano, Il Saggiatore, 2005 , pag 289)
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rappresentare un terreno fertile per "mettere alla prova" le categorie elaborate da Bourdieu: lo studio della ricezione di Orazio nella cultura europea e dei motivi che ne hanno fatto un "classico", ovvero un autore imprescindibile nel curriculum scolastico e quindi nella formazione del "capitale culturale" di matrice umanistica caratteristico della classe dirigente in Occidente almeno fino a pochi decenni fa. 2. La costruzione sociale dell'identit poetica 2.1 Inquadramento metodologico Com' noto, le Satire oraziane contengono numerosi riferimenti autobiografici: l'autore costruisce una sorta di ideale autoritratto, quasi un Bildungroman grazie al quale Orazio da un lato delinea una precisa scelta di genere (e di vita), dall'altro definisce la sua collocazione nel contesto sociale e culturale a lui contemporaneo. Particolarmente interessanti per il nostro intento sono Sat. I,4 (nella quale Orazio, enunciando le caratteristiche formali e stilistiche delle sue satire, prende le distanze dal modello luciliano e, allo stesso tempo, radica la sua scelta di vita - e di poesia - nell'insegnamento morale ricevuto dal padre) e Sat. I,6 (dedicata a Mecenate, rievoca le circostanze del primo incontro con il potente collaboratore di Ottaviano e traccia un breve racconto della carriera oraziana a partire dagli anni della prima formazione, che il padre, pur essendo un liberto non particolarmente ricco, ha voluto si svolgesse a Roma presso i migliori maestri). Le notizie che Orazio ci d di s possono essere confrontate con le informazioni contenute nella Vita svetoniana e riguardanti i rapporti intensi, di stima, amicizia e collaborazione, che il poeta intrattenne con Mecenate e, in un secondo momento, direttamente con Augusto. La critica ha trattato ad abundantiam i problemi inerenti il rapporto fra l'autore venosino, di origine socialmente modesta, per di pi gi tribuno nell'esercito di Bruto durante la battaglia di Filippi, con Mecenate, potentissima "eminenza grigia" di Ottaviano, e lo stesso Ottaviano, sottolineando ora l'indipendenza che Orazio avrebbe sempre cercato di mantenere e rivendicare, magari ricorrendo all'appoggio della filosofia epicurea, ora il suo presunto opportunismo, lo spirito cortigiano, l'adesione ambigua alla politica culturale di sostegno al programma augusteo promossa da Mecenate. Ma ridurre l'intera questione ad un fatto di scelta personale, sia pure condizionata dalla necessit di barcamenarsi in una situazione politica e sociale assai complessa e sicuramente difficile da fronteggiare per il figlio di un liberto che, per di pi, 3

aveva scelto in giovent di militare dalla parte sbagliata, pu essere riduttivo, soprattutto se il giudizio sul poeta e la sua opera si vena, come talvolta accaduto, di un certo sottinteso moralismo. In definitiva Orazio , assieme a Virgilio, l'esponente pi rappresentativo della letteratura augustea, destinato ad entrare nel canone europeo dei "classici" di prima grandezza e il suo successo non a caso ha finito per oscurare precedenti illustri, come quel Lucilio che, pur essendo di fatto il fondatore del genere, stato eclissato dalla grandezza del Venosino. Quello che dobbiamo chiederci, allora, in che modo Orazio sia riuscito a giocare e vincere la partita per occupare una certa posizione fra tutte le prese di posizione possibili nel campo letterario considerato nel suo intreccio (e parziale sovrapposizione) con il campo del potere nell'et di Augusto: e dobbiamo sforzarci di ricostruire la traiettoria percorsa dal nostro autore cercando di sfuggire alla dicotomia fra la descrizione idiografica di un carattere "unico" e la considerazione dell'opera artistica come risultato meccanico di pi generali fattori (o strutture) economico-sociali (quella falsa alternativa fra soggettivismo e oggettivismo che Bourdieu si sforzato di superare attraverso la costruzione del suo sistema teorico)

2.2 Scelte poetiche La Satira I,4, come afferma La Penna, "ci fa intravedere una piccola tempesta polemica. Con le sue Satire (probabilmente con la seconda, la pi mordente) Orazio ha pestato i calli a pi d'uno, ha suscitato scalpore. Qui difende la sua poesia ed enuncia una sua poetica: una poetica che non pu essere anche la sua morale. I punti fondamentali su cui essa poggia, sono due: la poesia satirica non vuole essere poesia vera e propria (il che non vuol dire che debba essere negligente e raffazzonata); la poesia satirica un modo di formare la coscienza morale e l'uomo"2. La Satira si apre richiamando i modelli ideali della poesia satirica oraziana: la commedia attica, esemplificata dai nomi di Aristofane, Cratino ed Eupoli, e Lucilio, il rifondatore del genere, che avrebbe seguito i Greci, "solo mutando accenti e ritmi". Di Lucilio si evoca la "facetia" (facetus, emunctae naris, vv. 7- 8), accostandola tuttavia alla sua scarsa attenzione allo stile (cum flueret lutulentus, erat quod tollere velles:/garrulus atque piger scribendi ferre laborem,/scribendi recte: nam ut multum, nil moror, vv.11 -13).
Orazio, Le Opere. Antologia. a cura di Antonio La Penna, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pag.34
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Orazio, dunque, sottolinea immediatamente la relazione di affinit/opposizione che la sua poesia intrattiene con il modello. Da un lato ne condivide l'intento moralistico (Orazio come Lucilio - e come i commediografi attici prima di quest'ultimo - non teme di attaccare chi merita biasimo), dall'altro rimarca la differente cifra stilistica che contraddistingue la sua poesia: a lui non interessa scrivere molto, quanto scrivere bene, mentre Lucilio era in grado di scrivere anche duecento versi "stans pede in uno". La polemica nei versi successivi si dirige verso i contemporanei. Il tpos, tipicamente oraziano e costantemente ricorrente nella sua produzione, del labor limae, di origine neoterica, specificatamente catulliana: tuttavia Orazio non cita mai il suo debito nei confronti di Catullo (per la precisione richiama il nome di Catullo solo una volta e in un contesto negativo, in Sat. I,10 - a satira che pi estesamente svolge il motivo "metaletterario", riprendendo e chiarendo i presupposti gi presenti in altri componimenti - ai vv. 16 - 19, quando si cita "Ermogene il bello", che non legge gli scrittori della commedia antica, ma una "scimmia" che si limita a "nil praeter Calvum et doctus cantare Catullum"). Il motivo della cura formale, inoltre, si coniuga alla selezione dei destinatari: prima Orazio si contrappone ad un tale Fannio che, felice della pubblicit cos acquisita, porta spontaneamente nel foro alle botteghe dei librai le cassette dei suoi libri e un suo ritratto da esporre, mentre il nostro poeta ammette che nessuno legge i suoi scritti n lui stesso si arrischia a portarli in pubblico, visto che molti potrebbero non gradire il genere - e sono soprattutto quelli che con la coscienza sporca - (vv. 21 - 24). Successivamente ribadisce: "I miei libretti non desidero che siano venduti in libreria, toccati dalle mani del popolo sudate o da quelle di Ermogene Tigellio. I miei versi non recito a nessuno, tranne gli amici, e solo se costretto e non dovunque o innanzi a chicchessia. Molti sono che leggono nel Foro i loro scritti o nelle terme: suona nei luoghi chiusi ampia la voce. Questo piace ai vuoti, agli sciocchi: non si chiedono il senso e la ragione delle cose"(vv 71 - 78 ). Orazio affida alla sua satira un compito di denuncia morale, da distinguere in modo assoluto dalla pratica volgare della calunnia e della maldicenza: prove dell'onest dei suoi intenti e del suo disinteresse nei confronti di un facile successo sono proprio la circolazione ristretta dei suoi scritti e la cura formale che li contraddistingue. La libert di parola che Orazio rivendica per s frutto degli insegnamenti del padre, un umile ma integerrimo liberto che lo esortava a "vivere frugale, parco e lieto di quello che lui 5

stesso poteva procurarmi" (vv. 108 - 109). Il padre dimostrava in concreto i suoi insegnamenti attraverso una serie di modelli negativi (presentati qui da Orazio in modo molto vivace attraverso l'uso del discorso diretto). Attraverso la pratica dell'osservazione e del giudizio morale alla base di questa sorta di pedagogia empirica, Orazio ha maturato il gusto dell'autoanalisi ("infatti mai non vengo meno a me stesso, neppure quando il letto m'accoglie o quando vado sotto i portici a passeggio: 'Pi giusto questo; meglio vivr se faccio questo; ai cari amici sar cos pi grato: non bella l'azione di quel tale; o forse anch'io potrei un giorno comportarmi come lui?'. Su queste cose medito meco stesso a labbra chiuse" vv. 133 - 138). Da questa autoanalisi nasce il desiderio di fare poesia ("e quando ho un po' di tempo provo a scriverle per mio piacere" ubi quid datur oti/illudo chartis vv 138 - 1393). La Satira si conclude con una notazione divertita e autoironica: il vizio di scrivere un vizio lieve e Orazio spera che il suo interlocutore fittizio voglia perdonarlo, altrimenti la folla dei poeti (perch moltissimi sono quelli che si vantano di essere poeti) verr in aiuto ad Orazio e costringer il suo avversario ad arruolarsi di forza nella loro schiera, cos come fanno i Giudei nel loro insistente proselitismo. La Satira percorsa da una fitta trama di opposizioni: Orazio si contrappone a Lucilio, ai poeti che compongono "un tanto al chilo" e sono alla ricerca di un facile successo, ai malevoli e ai maldicenti che sono spinti alla critica solo dal malanimo. La sua poesia si sostanzia di un'attenta ricerca formale alla quale corrisponde un'analoga ricerca etica: anzi l'una e l'altra sono le facce della medesima medaglia, che trova la sua cifra morale negli insegnamenti del padre. Il buon senso paterno una sorta di filosofia degli umili che viene prima di quella ufficiale e, in un certo modo, giustifica e prepara il successivo atteggiamento oraziano ispirato ai dettami epicurei: vivere in disparte, non alimentare inutili desideri e sciocche ambizioni, rispettare "traditum ab antiquis morem", praticare la verit e la coerenza, non cercare una vana celebrit, rivolgersi piuttosto ad un pubblico scelto di pochi e fidati amici.
Da notare l'uso del verbo "illudo" che cos La Penna (op.cit. pag.48) spiega: "Per i Greci "poetare" talora pazein, per i Latini ludere: svago, libera ed armonica attivit dello spirito. Ma forse qui si tratta solo di appunti, di abbozzi, ypommnmata". Un tratto linguistico da connettere alla nozione di "illusio" centrale nella teorizzazione di Bourdieu?
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Tuttavia le scelte artistiche morali operate dal poeta meritano di essere lette nel contesto pi generale di un "campo letterario" che in et augustea si configura in un particolare rapporto con il "campo del potere" inteso come campo di forze che, nel periodo di stesura delle Satire, sta assumendo una nuova fisionomia rispetto al periodo della Repubblica nel quale si situano le esperienze artistiche di Lucilio prima, di Catullo poi. L'opposizione istituita da Orazio nei confronti di Lucilio da un lato (opposizione esplicita), di Catullo e dei neoterici dall'altro (opposizione implicita che non esclude un'adesione ai canoni estetici del neoterismo altrimenti motivata) si spiega anche alla luce di una traiettoria complessiva degli elementi in gioco e di un mutamento evidente delle regole che presiedono al posizionamento nel campo. Sappiamo che nella cultura antica vige una distinzione abbastanza netta fra generi considerati "alti" (come la tragedia o l'epica) e generi "bassi"(come la commedia e, appunto, la satira), collocati in una posizione di inferiorit nella gerarchia canonica proprio in virt del loro carattere "comico - realistico". Per questa ragione si spiega l'affermazione di Orazio (vv.42 ss.), quando, giocando sulla polisemia del termine "sermo" (che significa "conversazione", "discorso", ma anche "prosa") nega carattere di poesia ai suoi componimenti, perch, vista la mancanza di un "linguaggio sublime ed ispirato" (mens divinior atque os magna sonaturum"), sono di fatto pi vicini alla prosa. Ma, come scrive Citroni, "la professione di estraneit, o semi-estraneit, della satira rispetto alla poesia "riconosciuta" qualcosa di pi di un vezzo di falsa modestia. La satira si fa forte del pregiudizio di ridotto prestigio artistico che investe i generi "realistici" per porsi in una posizione di maggiore libert critica rispetto alle regole e ai canoni letterari vigenti e per proporsi, in quanto poesia "non artificiosa", come espressione schietta, autentica, dell'esperienza della realt. Ma si intende che non esiste arte senza artificio e che questa stessa pretesa di autenticit senza artificio per larga parte un artificio convenzionale con cui il poeta conferisce al suo discorso un carattere di ricerca e di disvelamento della "verit"4. Lucilio (che pu essere considerato il rifondatore del genere dopo Ennio) sottolinea apertamente questa dimensione di autenticit, di immediatezza (590 M ex praecordiis ecfero versum, "traggo il verso dal cuore") che salda la denuncia morale con le proprie esperienze personali e autobiografiche. Ma per Lucilio, appartenente alla classe
Citroni, Mario, "Musa pedestre" in AA.VV, Lo Spazio Letterario di Roma Antica, direttori: Guglielmo Cavallo, Paolo Fedeli, Andrea Giardina, vol.I, La produzione del testo, Roma, Salerno Editrice, 1989 (II ed. 1993), pag 315
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dirigente, cavaliere romano di alta cultura sodale di Scipione e Lelio, che rinuncia agli honores che spettano al suo rango per dedicarsi interamente all'attivit di scrittore, questa professione di autenticit e schiettezza doveva in qualche modo risultare pi semplice. Del resto, "in quanto primo cittadino romano di elevata condizione che si sia dedicato alla poesia, naturale che Lucilio non abbia coltivato i generi canonici (teatro, epica) che comportavano una dimensione di professionalit allora 5 inammissibile per il suo ceto sociale" . Esaminiamo pi da vicino questa affermazione.

2.3 Lucilio: primi passi verso l'autonomia del campo letterario Il campo letterario a Roma, sin dagli inizi della storia letteraria, si collega strettamente al campo del potere in un duplice modo: da un lato la poesia - anche nella sua espressione pi nobile, l'epica - e il teatro - sia tragico che comico - sono generi praticati da autori situati in una posizione di netta subordinazione al potere, appartenenti agli strati pi bassi della piramide sociale (clienti di potenti uomini politici, liberti, etc) e veniva giudicato inammissibile che un membro dell'lite potesse dedicarsi in proprio a questo tipo di attivit letteraria; dall'altro la storiografia e l'oratoria sono naturalmente appannaggio dell'ordine senatoriale, in virt della loro funzione politica. Il Romano appartenente alla nobilitas, durante la Repubblica, in primo luogo "civis", cittadino, e la sua responsabilit primaria quella di servire lo Stato ora con la parola, ora con l'azione. La letteratura ha in ogni caso un ruolo sociale ben preciso, funzionale alle esigenze della politica (e delle classi dominanti). Non a caso l'attivit teatrale era organizzata e regolamentata a spese dello Stato; non a caso la prima opera della letteratura latina, l'Odusa di Livio Andronico, traduzione dell'Odissea omerica, appartiene al genere epico, ovvero a quella classe di opere che mirano attraverso la narrazione delle imprese eroiche ad educare la comunit a valori ideali collettivamente riconosciuti; non a caso il contatto con l'elaborazione filosofica greca, che in qualche modo minacciava l'assetto tradizionale del mos maiorum, stata a lungo osteggiato: ancora Cicerone interpreta comunque il suo interesse per la filosofia non come un libero gioco intellettuale o un ripiegamento nel privato, come diremmo oggi, ma come un modo politico di giovare alla collettivit
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Citroni, Mario, op.cit., pag 326

(praticando il celebre otium cum dignitate) nel momento in cui gli era impedita l'azione politica diretta. E' evidente, dunque, che l'autonomizzazione del campo letterario rispetto al campo politico procede a Roma con una certa difficolt: l'esperienza estetica subordinata a lungo ad esigenze di tipo pedagogico, sociale, politico. E da questo punto di vista quello che noi chiamiamo "letteratura" (campo letterario) qualcosa di radicalmente diverso (socialmente diverso) rispetto alle pratiche letterarie dei Latini, connesse in modo pi evidente e diretto con l'esercizio del potere politico. Quanti si dedicano alla letteratura (esitiamo ad usare il termine "letterati" che implica oggi una collocazione pienamente consapevole in un campo autonomo dai confini ben riconoscibili, un qualcosa che in questi termini e con questi vincoli non sembra ancora presente nella societ romana di questo periodo) possono essere considerati in parte, utilizzando una terminologia " la Bourdieu", una "frazione dominata della classe dominante" (In quanto legati ai dominanti - senatori e cavalieri - da rapporti di clientela, nel quale lo scambio prevedeva la protezione e il riconoscimento sociale del valore del proprio "capitale culturale" e "simbolico"), in parte coincidono tout court (nel caso degli storici e degli oratori: va ricordato che Cicerone non a caso definisce la storia opus rethoricum maximum) con la frazione dominante della classe dominante, laddove il potere politico si esercita anche attraverso gli strumenti della cultura letteraria e filosofica (o meglio, questi strumenti ne sono la naturale prosecuzione). Scrive a questo proposito Luciano Canfora: "E' molto significativo, sotto questo aspetto, che nell'introduzione al IV libro delle Tusculanae Disputationes Cicerone, nel tracciare un profilo dell'attivit intellettuale a Roma nell'et che va da Appio Claudio Cieco al giovane Scipione, Lelio, ecc. indichi solo tre ambiti che gli esponenti dei ceti acculturati romani affidavano a una stesura per iscritto: ius civile, oratoria, monumenta maiorum (IV,5). Il Senato, punto focale e luogo di formazione della volont collettiva delle grandi famiglie che guidano la citt, esercita anche un controllo (e una protezione) nei confronti dell'attivit letteraria e artistica che confluiva a Roma: non solo assegnando un ruolo nella societ ad operatori quali gli autori - attori del teatro, prendendoli nella propria clientela, eventualmente interferendo nel loro lavoro (Terenzio), ma anche, per altro verso, scoraggiando l'affermarsi di altre forme di pensiero. E' il caso della filosofia, contrastata a pi riprese da quella aristocrazia che detiene in prima persona un altro sapere teorico (il diritto, che il pensiero politico di questo ceto) e lo pone di fatto in antitesi rispetto ad una sapere ozioso, "inutile", di provenienza 9

esterna (da societ pi aperte come le poleis greche) e anche perci sospetto, come appunto la filosofia"6. Con l'avanzare della crisi della repubblica, la solidit del sistema viene meno e si determinano gradatamente nuovi assetti di campo. E' in questo contesto che diventa possibile l'esperienza letteraria di Lucilio. Lucilio cittadino romano, possiede vasti latifondi in varie zone dell'Italia meridionale, pur essendo un eques romanus, proviene da una famiglia senatoria7 . Avrebbe dunque potuto compiere brillantemente il cursus honorum, ma prefer scegliere la cura dei suoi affari e dei suoi interessi culturali. La scelta individuale, in realt, si spiega, fra l'altro, alla luce della complessa interazione di elementi politici, sociali, culturali in gioco in questa delicata fase di passaggio. Prima di tutto, come scrive La Penna, "ormai nell'alta societ c'era qualcuno che trovava nelle attivit dell'otium, letteratura, filosofia, curiosit varie, valori confrontabili con quelli dell'attivit politica" 8. Ma questo ancora non significa che la letteratura si sia svincolata dal doppio legame con il potere a cui abbiamo accennato prima. In realt la scelta di Lucilio anche e soprattutto una scelta politica, che nasce dal disgusto per le modalit in cui il gioco politico si svolge. Si veda ad esempio il frammento 1222-1228 M: "Ora invece da mattina a sera, sia nei giorni festivi sia nei giorni di lavoro, il popolo intero e tutti i senatori ugualmente si agitano nel foro, senza staccarsene per nessun'altra faccenda. Uno solo, sempre uno solo, lo scopo per cui si affaticano: darsela a bere a vicenda accortamente, combattere con gl'inganni, gareggiare in lusinghe, fingersi persone per bene, e intanto preparare agguati, come se tutti fossero nemici di tutti". Sotto un altro punto di vista, potremmo dire che Lucilio pu permettersi questa scelta, perch comunque non una scelta professionalizzante in senso stretto, la qual cosa sarebbe stata squalificante per un appartenente alla classe dirigente. Anche la scelta di genere, in questo senso, significativa: la satira, come abbiamo accennato, un genere marginale, non ancora codificato (anzi, alla sua codificazione, che di fatto una rifondazione, provvede in modo decisivo proprio Lucilio, per esempio attraverso l'uso prevalente dell'esametro) e quindi, in qualche modo, non ancora connotato socialmente. La satira consente in questo modo
L.Canfora, "Roma "citt greca"", in L.Canfora-R.Roncali, I classici nella storia della letteratura latina, Laterza, Roma-Bari 1994, pp.26-27 7 cfr a questo proposito La Penna, Antonio, Fra teatro, poesia e politica romana, Torino, Einaudi, 1979, pag 109 8 La Penna, Antonio, La cultura letteraria a Roma, Roma-Bari, Laterza, 1986, pag.46
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da un lato l'espressione della propria soggettivit, dall'altro la polemica aperta e aggressiva (e questa aggressivit verbale diventer tratto fondamentale nella definizione successiva del genere letterario) nei confronti della degenerazione morale che affligge la societ romana del periodo, polemica condotta in nome del richiamo alla morigeratezza, alla semplicit, alla concretezza contadina del buon tempo antico. Il richiamo ideologico si giustifica anche tenendo conto, ancora una volta, della posizione sociale di Lucilio. Scrive La Penna: "Questo intellettuale di Suessa Aurunca certamente proviene dai proprietari terrieri del contado (contado in senso molto lato). In questo periodo dopo le conquiste, specialmente dopo la conquista del regno pergameno e della Grecia, la classe di affaristi, mercanti, appaltatori di imposte prospera; e il proprietario terriero disgustato dai nuovi mercanti, dalla gente nova e dai subiti guadagni"9. 2.4 La rivoluzione dello stile: Catullo L'esperienza di Lucilio prepara quella, ancor pi radicale, di Catullo, con il quale "il processo di separazione del letterato dalla comunit raggiunge il suo apice: il poeta rifiuta di farsi portavoce di una civitas dalla quale si sente sdradicato - anche di qui l'avversione per il poema epico - storico di stile grandioso, che carica di nuovi significati un indirizzo callimacheo - e si concentra su un'arte "nugatoria"; divenuta il veicolo di passioni che arrivano talora a segnare un'intera esistenza, essa viene investita di un forte impegno morale ed espressivo, il quale si traduce in una vera e propria "religione" dello stile; ci porta alla nascita di una poesia pi "esoterica", indirizzata in primo luogo ad un pubblico ristretto capace di condividere i gusti e le scelte di vita dell'autore" 10. Ma anche nel caso di Catullo, la scelta programmatica di una vita votata all'arte e il conseguente rifiuto della carriera politica, motivati dal rifiuto della corruzione contemporanea e dalla ricerca di una nuova autenticit radicata nella poesia, nell'amicizia e nell'amore (quindi in una dimensione eminentemente privata) s'inquadra nelle possibilit offerte dallo status sociale di appartenenza: "la provenienza da un'agiata famiglia provinciale (67,34: Verona mea), che aveva una villa a Sirmione e un podere a Tivoli, lasci le sue tracce in Catullo. Gli rimase un fondo di moralit, e anche di moralismo, provinciale, la nostalgia di una perduta purezza che sar, paradossalmente (ma Catullo un poeta
La Penna, Antonio, op.cit., pag 111 Narducci, Emanuele, "Le risonanze del potere", in Lo Spazio Letterario di Roma antica, vol.II, La circolazione del testo, pag.563
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paradossale) la base della sua "rivoluzione". Perch, diciamolo subito, il "rivoluzionario" Catullo un conservatore frustrato. L'estrazione sociale gli diede i mezzi per il suo otium di giovin signore, e forse quella impronta aristocratica che ne fece uno dei pi raffinati poeti latini - anche quando indulge alla scatologia"11. E' ben vero che rispetto a Lucilio, l'opera di Catullo segna una rottura ben pi profonda con l'impegno etico-politico a favore della civitas, la cui degenerazione ritenuta dal poeta ormai insanabile: se, allo scadere del II secolo, si era formato nell'aristocrazia il gusto per una poesia nugatoria, di fattura alessandrina, che costituisca solo "un intrattenimento piacevole e privo di scopo"12, per Catullo l'impegno artistico, quella "religione dello stile" alla quale abbiamo accennato, si configurano come una scelta di vita esclusiva e totalizzante. L'otium (termine che indica in latino il tempo libero dagli impegni di natura politica) fagocita per intero la vita del poeta. Sappiamo che per Cicerone l'otium, se voleva essere honestum, doveva essere comunque utile alla collettivit (e non a caso la poesia neoterica fu duramente osteggiata dall'Arpinate). Per Catullo l'otium diventa una scelta di rottura rispetto ad una politica avvertita ormai come ipocrita e corrotta: e, conseguentemente, con un tipo di letteratura tradizionale, di matrice enniana, che ormai non rappresenta altro che un'espressione di facciata, meramente propagandistica, di valori tramontati, giornalmente traditi dalle lotte di potere, dalla violenza faziosa, dall'arrivismo e dall'avidit che hanno sfigurato il volto dell'antica res publica: il mos maiorum, il costume degli antenati, la veneranda tradizione del passato celebrata dall'epica non sono altro che formule vuote e la loro celebrazione solo un roboante omaggio alla retorica, che non vale la carta su cui scritto, buona giusto per incartare gli sgombri. Ma questa scelta di rottura reca in s conseguenze non previste. Intanto rappresenta una netta rivendicazione dell'autonomia della poesia rispetto al potere, alla sue logiche simboliche, alle sue richieste e alle sue pretese. L'innovazione, in quest'ottica, procede verso l'autonomizzazione del campo, entro il quale la posizione di Catullo si configura come opposizione da un lato verso il conservatorismo della poesia epica annalistica, dall'altro verso l'oratoria ciceroniana (anche in questo modo pu essere letto il beffardo ringraziamento a Cicerone del carme 49, nonch il divertito complimento all'oratoria atticista dell'amico Licinio Calvo del carme 53). Ma in Catullo c' qualcosa di pi: l'esibita
Traina, Alfonso, Introduzione a: Catullo, I Canti, introduzione e note di Alfonso Traina, traduzione di Enzo Mandruzzato, Milano, Rizzoli, 1982, pag.8 12 Narducci, Emanuele, op.cit., pag. 562
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raffinatezza poetica si colloca in una pi ampia definizione di "gusto", di "bon ton", contrapposti, spesso con esplicita violenza verbale, alla volgarit diffusa (si vedano il sorriso scemo di Egnazio che esibisce di continuo la sua dentatura sbiancata con l'orina, c.37 c.39; i furtarelli durante il banchetto di Asinio Marrucino, c.12; la pronuncia affettata di Arrio, con le sue aspirazioni a sproposito, del c. 84; e, naturalmente la scherzosa invettiva indirizzata all'amico Calvo, reo di aver regalato a Catullo un'antologia di pessimi poetastri, "libro d'orrore e di maledizione", c.14). Si tratta dell'accentuazione di un fenomeno gi iniziato all'epoca di Lutazio Catulo: "la progressiva separazione, che andr accentuandosi fino al disprezzo, del gusto raffinato della lite colta da quello grossolano della plebaglia; nel I secolo, esso si compie praticamente in parallelo alla proletarizzazione dei ceti urbani"13 . Pur conferendo all'attivit letteraria un nuovo status, il neoterismo finisce per radicalizzare l'opposizione fra una ristretta lite colta, elegante, filoellenica, in definitiva autoreferenziale, e il resto della popolazione. Del resto questo passaggio si concilia perfettamente con la drammatica trasformazione in atto della res publica in res unius. Una classe dirigente ormai all'impasse sar costretta in breve tempo a consegnare le chiavi del potere ad un unico padrone. Il conseguente mutamento del rapporto fra lo Stato e il cittadino appartenente alla classe dominante, rapporto ispirato non pi ad un coinvolgimento e responsabilizzazione globali di quest'ultimo nella partecipazione politica ma connotato nel senso di un'inevitabile estraneit rispetto agli arcana imperii, apre per le lites la strada alla rivalutazione piena della soggettivit privata e individuale che radica la propria superiorit nella costruzione di una vita esclusiva, privilegiata, naturalmente aperta alle suggestioni di una cultura e di un'arte ormai pienamente mature, impregnate di allusione dotte e di humus filosofico. 2.5 Libertino patre natum Forse Orazio, fra tutti gli autori latini, quello che ci d il maggior numero di informazioni autobiografiche. Com' noto, in Sat. I, 6, l'autore delinea un breve, intenso schizzo della sua formazione e delle sue disavventure prima del fondamentale incontro con Mecenate. La Satira collocata in una posizione strategica all'interno del libro: indirizzata a Mecenate, costituisce una sorta di "proemio al mezzo" ed esibisce in modo insistito l'umile origine del poeta, nato da un liberto, che pure ha provveduto con larghezza alla formazione del figlio, conducendolo a studiare a Roma e
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Narducci, Emanuele, op.cit., pag. 562

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occupandosi con sollecitudine della sua formazione morale. Orazio rievoca fra l'altro la sua sfortunata esperienza come tribuno nell'esercito di Bruto: e nota che qualcuno potrebbe forse invidiargli a ragione (iure) quel grado, ma non certo l'amicizia con Mecenate, dal momento che quest'ultimo assai cauto nell'ammettere nella sua cerchia di amici esclusivamente "persone degne, lontane dalla torbida ambizione" (vv. 50 ss). In un altro punto della satira (vv. 17 - 22), peraltro assai tormentato dagli interpreti, visto che i passaggi logici non sono lineari, Orazio ammette che, se per caso gli venisse in mente di aspirare a qualche carica, e il censore Appio lo escludesse in quanto non nato da padre libero, l'esclusione sarebbe anche giusta, visto che Orazio stesso avrebbe dimostrato di non saper rimanere nei suoi limiti (vel merito, quoniam in propria non pelle non quiessem v.22). Ma Orazio, al contrario di altri, non desidera la carriera politica. La gloria a cui aspira di un genere assai diverso, la sua ambizione si nutre d'altro: e descrive chiaramente il suo intento in Odi I,1, che svolge temi assai simili a quelli trattati nella prima Satira e, come quella e Sat.I,6, rivolta a Mecenate: "Io dall'edera verde, per le dotti fronte serbata in premio, sar fatto immortale. Dal volgo mi dividono la frescura del bosco e i passi lievi delle Ninfe tra i Satiri, se il flauto non tiene muto Euterpe, n Polimnia nega gli accordi della lira Lesbia: ch se mi metterai fra i vati lirici con la mia testa toccher le stelle", vv. 29 - 36. In altri termini: Orazio perfettamente consapevole del capitale culturale che ha accumulato nel corso della sua vita, in primo luogo grazie alle cure affettuose del padre, e su quello conta per garantirsi una posizione eminente nel campo letterario. La scelta della letteratura rafforzata dalla certezza che la sua origine oscura, in ogni caso, non gli avrebbe consentito una carriera politica o, comunque, una carriera politica non esposta a critiche e malevolenza (ovvero non dispone di un capitale sociale competitivo). Orazio accetta di buon grado questo limite, anzi, lo vanta come un punto di forza, come un elemento che ha finito per garantirgli una vita libera perch appartata, ispirata ad una sorta di epicureismo pratico, lontano da ogni eccesso: quella vita che egli descrive in chiusura della Satira VI (vv.111 - 131). La rivendicazione della raffinato lavoro di cesello che ispira la sua arte, in contrapposizione al pressapochismo di Lucilio, pu assumere, alla luce di questa considerazione, una particolare connotazione: Lucilio un cavaliere, un possidente, un membro della classe dominante che in fondo, sembra insinuare Orazio, fa versi quasi per hobby ("nam fuit hoc vitiosus: in hora saepe 14

ducentos/ut magnum, versus dictabat stans pede in uno" Sat I, 4 vv.9 -10; e ancora "Cosa dunque mi vieta di indagare mentre leggo gli scritti di Lucilio se la natura sua gli abbia negato, o la difficolt degli argomenti, di far versi migliori, pi scorrevoli di chi li faccia solo contentandosi di chiudere qualcosa fra sei piedi ed ami scrivere prima di pranzare duecento versi ed altrettanti dopo aver pranzato?" Sat. I, 10, vv. 56 - 61); Orazio, al contrario, sceglie in modo esclusivo la vocazione di poeta, e in virt di questa scelta spera di ottenere un apprezzamento sincero, il solo che per lui conti, da parte di pochi, scelti amici, che condividono con lui raffinatezza di gusto e purezza di costumi: ma una vocazione poetica tanto esclusiva implica che il compito sia svolto con cura maniacale, che la consacrazione all'arte sia totale, che la volgarit e l'approssimazione dei tanti poetastri pronti a ricercare una gloria facile nelle piazze e nelle botteghe, siano tenute ben a distanza. In questa "presa di posizione" ricorrono echi catulliani, ed generalmente ammesso dalla critica che dopo Catullo non era pi possibile fare poesia senza tener conto della rivoluzione formale operata dal neoterismo. Ma Catullo un poeta troppo diverso da Orazio, e forse per questo che il Venosino non ammette mai apertamente il debito artistico nei suoi confronti: l'indignazione catulliana non solo appartiene ad un'altra epoca, quella della fine convulsa della Repubblica, ma relativa anche ad una diversa traiettoria sociale, quella di un giovane di buona famiglia che pu permettersi il lusso di attaccare violentemente anche il padrone di Roma e i suoi protetti, una traiettoria ben diversa dal percorso di un figlio di liberto, entrato nelle grazie dei potenti dopo una pericolosa disavventura politica, e comunque intento a mantenere un complicato equilibrio fra il suo desiderio di autonomia e l'asimmetria del rapporto che lo lega a Mecenate (e successivamente ad Ottaviano). 2.6 Orazio e Mecenate: il senso del gioco sociale La gustosa satira I, 9, la cosiddetta satira del "seccatore", un mimo " vivacissimo e mobilissimo" (La Penna) 14, implica una evidente idealizzazione del rapporto che lega Orazio al suo potente protettore, Mecenate. La vicenda nota: mentre passeggia senza meta lungo la Via Sacra, Orazio abbordato da un tale, a lui noto solo di nome, che cerca con petulante insistenza di accattivarsi il favore del poeta per poter entrare in questo modo nella cerchia esclusiva degli amici di Mecenate. Vale la pena di leggere per intero
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cfr. Orazio, Le Opere. Antologia, pag.83

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il punto culminante del dialogo fra il povero Orazio e il suo intrigante interlocutore (vv. 43 ss.): "Mecenate, con te come si porta?" E riattacca il discorso. "Un uomo saggio e di poche amicizie" "La fortuna tu l'hai saputa usare bene. Avresti un grande aiuto in me se tu volessi presentargli quest'uomo qui; saprei stare al secondo posto; e do la testa se a quest'ora tu non avresti tutti eliminati". "Non viviamo l a questo modo che tu pensi; casa non c' pi pura n da questi intrighi pi aliena; non importa se c' alcuno di me pi ricco o un altro sia pi dotto; c' posto per tutti". "Cosa grande, incredibile dici". "Ma cos". "Mi accresci il desiderio di accostarmi a lui". "Ma basta solo che tu lo voglia; puoi conquistarlo con il tuo valore; si lascia vincer facilmente e appunto per questo il primo accesso a lui difficile". "Non mancher d'ardire; vo' corrompere i servi con i regali; se respinto sar quest'oggi, non m'arrendo; aspetto l'occasione propizia, gli andr incontro, dietro, nei trivi. Non concede nulla ai mortali la vita senza grande fatica". E' evidente che qui Orazio pone in contrasto due pratiche di vita completamente opposte: la sua, ispirata ad un'amicizia disinteressata con Mecenate e i membri del suo circolo, un luogo che ci viene descritto puro, scevro da intrighi, e quella di un qualsiasi arrampicatore sociale che interpreta il rapporto con Mecenate e gli altri nel senso di una cinica e consapevole strategia per conquistare, in una sorta di guerra di tutti contro tutti (nella quale egli si propone come alleato di Orazio), il favore del patronus. L'incomprensione non potrebbe essere pi totale (e infatti il seccatore non crede affatto a quello che gli dice Orazio). Le logiche pratiche alle quali i due obbediscono sono in antitesi: da un lato abbiamo il disinteresse di Orazio che non mira ad un successo "volgare" ma, come abbiamo visto, punta all'apprezzamento sincero di una cerchia eletta di amici che, peraltro, condividono lo stesso ideale (letterario ed esistenziale), dall'altro il fraintendimento del seccatore incapace di credere al "disinteresse" che animerebbe i membri del circolo e interpreta i loro rapporti nei termini di una vera e propria lotta di potere, con le sue strategie, le sue alleanze, le sue poste specifiche in termini di interesse materiale e prestigio sociale. La sua visione ispirata, per cos dire, ad una sorta di buon senso di bassa lega, un cinismo scontato e pregiudiziale, per il quale non si d sforzo senza speranza di una ricompensa tangibile: ma le regole che governano il gioco in quel particolare campo rappresentato dalla cerchia di Mecenate, ci dice Orazio, sono radicalmente diverse e la posta in palio non ha niente a che fare con quello che il seccatore, una sorta di "idealtipo" 16

dell'arrampicatore, d per scontato. Come dire: gli habitus dei due interlocutori sono a tal punto estranei da impedire ogni possibilit di comprensione reciproca e condannare inevitabilmente l'anonimo conoscente di Orazio allo scomodo ruolo di gaffeur, di eloquente e inconsapevole rappresentante del cattivo gusto diffuso, di una velleitaria e inconsistente ambizione alla promozione sociale attraverso gli strumenti dell'intrigo e del maneggio. Ovvero, esattamente il bersaglio della polemica etica pi generale che Orazio conduce nelle Satire. Scrive Pierre Bourdieu, interpretando la nozione di habitus come "senso del gioco" sociale: "Avere il senso del gioco avere il gioco in corpo, padroneggiare praticamente l'avvenire del gioco, avere il senso della storia del gioco. Mentre il cattivo giocatore arriva sempre fuori tempo, troppo presto o troppo tardi, il buon giocatore quello che anticipa, che va incontro al gioco. Perch riesce ad anticipare il corso del gioco? Perch ha in corpo, allo stato incorporato, le tendenze immanenti del gioco: fa corpo col gioco"15. La vocazione poetica di Orazio (ma la considerazione vale in fondo per qualsiasi scrittore che la storia abbia consacrato) non soltanto la scelta individuale di un autore geniale ma, nei termini in cui Orazio stesso ce la presenta, profondamente inscritta nel suo habitus. Lasciamo ancora una volta la parola a Bourdieu: "Gli agenti che si battono per i fini considerati possono esserne posseduti. Possono essere pronti a morire per quei fini, a prescindere da qualunque considerazione per i profitti specifici, di lucro, di carriera o di altro genere. La loro relazione con il fine in questione non consiste nel consapevole calcolo pratico che attribuisce loro l'utilitarismo, una filosofia che si applica volentieri alle azioni altrui. Hanno il senso del gioco; per esempio nei giochi in cui bisogna essere "disinteressati" per vincere, possono compiere, in modo spontaneamente disinteressato, azioni consone ai loro interessi"16 (Ragioni pratiche, pag 141). E' esattamente questo che il seccatore, "cattivo giocatore" per definizione, non riesce a comprendere. Il figlio del liberto, che nella sua giovinezza riuscito a svincolarsi dai pregiudizi grazie alla lungimiranza paterna (il padre lo ha sottratto, infatti, all'emarginazione cui sarebbe stato condannato in una scuola di provincia e lo ha condotto a Roma) e alla frequentazione delle arti liberali, ha costruito sull'investimento in cultura la sua traiettoria di ascesa sociale, ma questo investimento, l'unico possibile a partire dalla sua particolare condizione di partenza, non stato il frutto di un calcolo meschino
Bourdieu, Pierre, Raisons Pratiques. Sur la thorie de l'action, ditions du Seuil, Paris 1994 (tr.it Ragioni Pratiche, presentazione di Marco Santoro, traduzione di Roberta Ferrara, Bologna, Il Mulino, 1995, pag 139) 16 Bourdieu, Pierre, Ragioni pratiche, pag.141
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o di una strategia strumentale interessata, ma viene presentato da Orazio , del tutto naturalmente, come la scelta consapevole, vocazionale, dell'ottima vita secondo i dettami della filosofia17 e ha trovato una risposta adeguata e una sorta di corrispondenza ideale nell'amicizia di Mecenate che sa leggere i cuori degli uomini e interpretare rettamente il loro valore a prescindere da ogni pregiudizio legato alla loro umile origine. Ma in effetti la situazione pi complessa di quanto Orazio lasci intendere qui. Le contraddizioni si manifestano con chiarezza nel secondo libro delle Satire. In particolare, nella Satira II, 6, cronologicamente una delle ultime, Orazio, celebrando il dono da parte di Mecenate della villa sabina che sar in seguito il suo "buen rtiro", lontano dagli affanni e dai fastidi della vita di citt, d un'immagine un po' meno idillica di quello che significava per lui l'intimit con il potente cavaliere etrusco. Orazio continuamente incalzato da scocciatori che sopravvalutano la sua confidenza con Mecenate. In realt le sue conversazioni con Mecenate sono assai futili (vv. 40 ss. Sette anni sono gi passati e pi da quando Mecenate volle accogliermi nel numero dei suoi solo allo scopo di portarmi a spasso in carrozza con lui, per confidarmi cose di questa specie: "Che ora ? Gallina il Trace vale quanto Siro? Il freddo del mattino punge ormai, tocca coprirsi bene". E cose simili che bene si depongono in orecchie che si lasciano scappare i segreti. ). E mentre tutti pensano che Orazio, gratificato del favore dei potenti, ne sappia assai pi di quanto dichiari, lui aspira solo al riposo nella sua casa di campagna, ai suoi libri, alle piacevolezze di un parco convito, alle conversazioni con i suoi intimi amici su dotti argomenti (vv. 70 ss. E si discorre allora: non di ville, non di case degli altri, non se Lepos danzi pi o meno bene: ma di cose che ci toccano da vicino e che ignorare male: se felici gli uomini siano per virt o
Spiega La Penna in Orazio, Le Opere, Antologia, pag. 176, introducendo l'Ode proemiale del I libro: "I filosofi greci gi dal IV secolo a.C. in poi, opponevano la vita consacrata alla filosofia agli altri generi di vita e in essa riponevano l'ideale supremo dell'uomo [...]. I generi di vita venivano classificati con schemi pi o meno rigidi: le classi pi comunemente richiamate erano le vite consacrate alla ricerca della gloria (phildoxos bos), le vite consacrate alla ricerca degli onori politici (philtimos bos), le vite guidate dalla brama di ricchezze (philochrmatos bos); ad esse si contrapponeva la vita del filosofo, consacrata alla conoscenza (theoretiks bos). Orazio aveva per la serie di Lebensbilder una predilezione: la riprende in Carm.III 1,9 ss. e in IV 3, 1 ss. (simile a I,1 per il tema); e in qualche modo si possono avvicinare l'inizio della prima satira ed Epist. I 6, 17 ss.)". L'osservazione di La Penna ci ricorda che nel caso degli autori antichi (e specialmente in Orazio), il riferimento alla vita quotidiana sempre mediato dal richiamo dotto alla tradizione (poetica e filosofica) precedente.
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per ricchezze, che cosa ci sospinga all'amicizia, se l'utile o l'onesto; e quale sia del bene la natura e la pienezza.). L'ideale epicureo del lathe bisas, del vivi nascosto, si spoglia di ogni astrattezza e diventa misura convinta di vita, calata nelle concrete evenienze della quotidianit. In omaggio alla tecnica diatribica, qui al solito arricchita di sfumature tutte oraziane, la satira si conclude con il noto apologo del topo di campagna e del topo di citt. Insomma, Orazio si sottrae ad un gioco sociale che sente di non essere in grado di condurre, almeno secondo le sue regole: insomma il compromesso, ovvero il suo stare nel mondo senza esserne travolto, sembra meno scontato di quanto potesse apparire precedentemente. E' noto che i due poli etici attorno ai quali si articola la meditazione oraziana sono i principi della metrites (la giusta misura) e dell'autrkeia (l'autosufficienza del saggio). Sono due constanti attorno alle quali si articola la riflessione del poeta con significative oscillazioni: dalla serenit all'inquietudine malinconica in qualche modo suggerita da un diversa impostazione espressiva presente nel secondo libro delle Satire e affrontata con maggiore consapevolezza nelle pi tarde Epistole. Ci sembrano particolarmente significative da questo punto di vista le osservazioni di Labate: "In I, 6, Orazio, raccontando il suo ingresso nella cerchia di Mecenate, aveva voluto chiarire la natura di quella amicizia: e aveva insistito sul fatto ch'essa niente aveva a che fare con ambizioni di carriera, impegno negli affari pubblici e simili schiavit. Era un rapporto fondato sulla stima reciproca, sui gusti comuni, su un comune terreno di condotta morale. E anzi, tutto il suo modello di vita, i suoi rapporti di amicizia, si fondavano proprio sulla definitiva rinuncia all'ambitio. Solo questo poteva garantirgli l'autrkeia in una citt complicata e tumultuosa, nel mezzo di un intrico di rapporti sociali, accanto a personaggi importanti. La possibilit di questa autrkeia urbana, concretamente rappresentata nel racconto della giornata romana del poeta, poteva benissimo valere come simbolo dell'assetto guadagnato, allora, dalla poesia satirica: l'osservazione critica del mondo come strumento della metrites, una partecipazione cordiale alla vita coniugata alla salvaguardia della libert interiore. La VI Satira del II libro ci rappresenta, invece, proprio la crisi di questo equilibrio, la sopravvenuta impossibilit dell'autrkeia urbana e quindi - necessariamente - l'inservibilit della satira, come il poeta se l'era costruita nella prima raccolta. [...]Vivere a Roma non gli riesce pi: o almeno non gli riesce restando se stesso. Egli 19

ormai non pu limitarsi a osservare, quasi non visto, la vita e i suoi buffi contrasti, n capace di stare al gioco che imposto dal contatto con gli altri (come gli succedeva ancora, ad esempio, nella satira del seccatore). Ottaviano si fa adesso, ogni giorno di pi, padrone assoluto di Roma, Mecenate il suo ministro: chi vive a contatto con gli dei sempre sotto i riflettori, perde il diritto di scegliersi la sua vita: la scelgono gli altri al suo posto. la giornata romana di Orazio diventata un tormentoso calvario: cento affari altrui, implacabili spiritelli, gli danzano attorno. Il fatto che, contro la sua volont, ma senza che egli possa impedirlo, il suo ruolo cambiato. Orazio ormai, per la gente, il personaggio prestigioso e influente, il depositario dei segreti e delle confidenze dei grandi"18. 2.7 Sociologia della strenua inertia Questa insoddisfazione che spinge Orazio ad allontanarsi da Roma frutto certamente di una disposizione interiore, di un tratto psicologico caratteristico del poeta ma, d'altro canto, a nostro avviso pu essere spiegata anche alla luce di considerazioni pi ampie che coinvolgono in generale la collocazione sociale dell'intellettuale nella Roma augustea e il suo rapporto con il potere. Da un lato abbiamo una rivendicazione insistita della propria autonomia, in particolare attraverso il tpos filosofico dell'autrkeia, che coincide di fatto, come abbiamo visto, con la rivendicazione dell'autonomia della pratica letteraria e del proprio status di poeta. Dall'altro troviamo un legame ambiguo con chi oggettivamente si colloca in una posizione di dominio, Mecenate prima e successivamente Augusto: un legame che, per quanto mascherato dalla definizione di amicitia, implica necessariamente un'asimmetria, una contraddizione. Possiamo dire che l'impasse in cui si trova Orazio (e non solo lui) in definitiva inevitabile se consideriamo l'intreccio particolare fra cultura e potere cos come si venuto delineando nel complesso passaggio fra res publica e principato: ed una questione inerente non solo la privata e personale disposizione di ciascun letterato ma anche la traiettoria specifica di ciascuno all'interno di un campo, un terreno di gioco dotato di regole specifiche e storicamente giustificate. Scrive Bourdieu : "Il principio unificatore e generatore di tutte le pratiche, e un particolare degli orientamenti che si soliti descrivere come "scelte" della "vocazione" o addirittura come effetti della presa di
Labate, Mario "La Satira di Orazio: morfologia di un genere irrequieto", Introduzione a Orazio, Satire, a cura di Mario Labate, Milano, Rizzoli 1981, 200815, pag 40):
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coscienza non altro che l'habitus, sistema di disposizioni inconsce prodotto dall'interiorizzazione di strutture oggettive. Come luogo geometrico dei determinismi oggettivi e di una determinazione personale, dell'avvenire oggettivo e delle speranze soggettive, l'habitus tende a produrre pratiche (e quindi carriere) oggettivamente adeguate alle strutture oggettive"19. La metrites e l'autrkeia possono essere considerati come gli strumenti filosofici atti a conseguire un'emancipazione psicologica rispetto ai pregiudizi e agli stereotipi sociali: ma anche gli espedienti per mantenere coerenza e autonomia in risposta alle richieste provenienti a qualsiasi titolo dal potere politico. Non si tratta di direttive imposte dall'alto, n di un controllo diretto sulla letteratura, come se il circolo di Mecenate fosse una sorta di Minculpop, ma della convergenza fra politica e cultura, non priva di oscillazioni e contraddizioni. I letterati augustei, duramente segnati, come tutta la loro generazione, dai traumi della guerra civile, aderiscono spontaneamente alla proposta politica di Ottaviano, ma non senza che traccia di quei traumi si manifesti comunque nei risultati della loro opera. Del resto "il nuovo potere trae la sua legittimazione dalla necessit di estinguere le guerre civili; ma Ottaviano, prima che uomo di pace e fondatore di un nuovo equilibrio, stato un distruttore, un protagonista di quello scontro apocalittico"20 Da qui il rapporto complesso che questi intellettuali intrattengono con il potere. In particolare l'atteggiamento di Orazio nei confronti di Augusto stato definito come "a studied approach avoidance"21. Nel tempo Orazio non nega la lode ad Augusto (in particolare nel IV libro della Odi) ma utilizzando comunque tecniche retoriche di distanziamento 22 . Ma questo complicato esercizio di equilibrio e di sapiente evitamento di compromissioni troppo evidenti con il potere, nel tentativo di mantenere la propria autonomia, ha un costo: la strenua inertia, l'inquietudine esistenziale che Orazio lascia emergere in alcuni dei testi che pi
Bourdieu, Pierre, Campo del potere e campo intellettuale, a cura di Marco d'Eramo, Roma, Manifestolibri, 2002, pag. 82) 20 Conte, Gian Biagio, Pianezzola, Emilio, Latinitatis memoria. Storia e testi della letteratura latina, Le Monnier, Firenze, 1994, pag 336).
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Lowrie, Michle, "Horace and Augustus", in AA.VV., The Cambridge Companion to Horace, edited by Stephen Harrison, Cambridge University Press, 2007, pag 78 22 ad esempio la recusatio - vedi l'analisi di Michle Lowrie, op.cit. , pag 77 - 89.
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colpiscono per la loro modernit (valga come esempio per tutti l'epistola 11 del primo libro, dove ricorre appunto l'ossimoro che abbiamo ricordato, ossimoro che La Penna nel suo commento non a caso traduce nei termini di quel moderno sentimento della noia che ha dominato la letteratura europea dal Romanticismo in poi). Ma questa "inquieta inerzia", quest'accidia scontenta di s, certamente un tratto del carattere, ma trova la sua giustificazione pi ampia anche nello spaesamento di fronte alle contraddizioni di una societ che s politicamente pacificata ma senza essere ancora in grado di dimenticare il prezzo (prezzo di sangue ma anche di ideali) che ha dovuto pagare per raggiungere il nuovo equilibrio (una rivoluzione ammantata di un perbenistico omaggio alla tradizione del mos maiorum). 2.8 Auctoritas come capitale simbolico D'altra parte potrebbe essere ravvisata un'omologia fra l'auctoritas di Augusto (ovvero il fondamento carismatico del potere di Augusto, cfr Res Gestae Divi Augusti 34 "Dopo che ebbi messo termine alle guerre civili godendo di pieni poteri per il consenso di tutti gli uomini, nel sesto e nel settimo consolato trasferii la repubblica dalla mia potest all'arbitrio del senato e del popolo romano. Per questo mio merito, su decreto del Senato fui chiamato Augusto, gli stipiti della mia casa furono rivestiti pubblicamente d'alloro e una corona civica fu affissa sopra la mia porta, e nella curia Giulia fu apposto uno scudo d'oro con un'iscrizione dove si proclamava che il senato e il popolo romano mi conferivano quello scudo a motivo della mia virt, della mia clemenza, della mia giustizia e della mia piet. Dopo quel tempo fui superiore a tutti in auctoritas, ma di potestas non ne ebbi pi degli altri che mi furono colleghi in ciascuna magistratura) e l'auctoritas del poeta come autore riconosciuto e consacrato. Scrive Michle Lowrie (pag 79): "Altough the poets did not wield political power, their social and intellectual power is a kind of auctoritas. It is the power to originate. [...] I would suggest that the growing confidence with which Horace approaches Augustus over the span of his career is due to his increasing auctoritas as a poet. This is more decisive than Maecenas' political fate in fostering a more direct relationship between poet in fostering a more direct relatinship between poet and princeps23 E' interessante leggere le parole che, a detta di Svetonio, lo stesso Augusto rivolse a Orazio: "Sappi che ti sono irato perch nella maggior parte di tali scritti non parli soprattutto con me: o temi
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Lowrie, Michle, op.cit. pag.79

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forse che l'essere stato amico nostro ti sia di cattivo nome presso i posteri". E ottenne dal poeta l'egloga che comincia: cum tot sustineas et tanta negotia solus/res Italas armis tuteris, moribus ornes/ legibus emendes: in publica commoda peccem/si longo sermone morer tua tempora Caesar". Ovvero la prima epistola del secondo libro dove Orazio in risposta alle pressioni di Augusto delinea un quadro eloquente del suo gusto poetico (selettivo e colto in opposizione ai gusti superficiali e scontati del popolo), della funzione "pedagogica" che egli attribuisce alla poesia, dei motivi per i quali egli impossibilitato a corrispondere alle richieste di Augusto. Fra il poeta e il princeps di attua in altri termini uno scambio che, ovviamente asimmetrico in termini di prestigio sociale e politico, viene interpretato come paritetico dal poeta che getta sul tavolo il peso del suo carisma artistico (la sua auctoritas creativa, il suo capitale simbolico) destinato, prima che a celebrare il nome di Augusto, a conferire eternit alla propria poesia (exegi monumentum aere perennius Odi III, 30), purch non sia obbligato a cedere ad alcun compromesso e a sacrificare la sua indipendenza e la sua autonomia creativa. 2.9 Critica del gusto Osserviamo che nei tre poeti qui presi in esame, Lucilio, Catullo, Orazio, le affermazioni di poetica si accompagnano ad una critica sferzante non solo della degenerazione etica che ha accompagnato la storia di Roma dall'et delle conquiste in poi (motivo topico, caratteristico, ad esempio, anche della meditazione storica di Sallustio) ma anche, e soprattutto, del "cattivo gusto" attribuito ad un volgo arricchito e privo di quegli elementi di "distinzione" connaturati ad una vita "autenticamente" raffinata. Molti carmi di Catullo e un buon numero di passaggi delle Satire orazione possono essere letti in questa chiave. Questo tpos ricorrer poi con accenti e sfumature diverse nella produzione di Seneca filosofo, nello straordinario affresco dell'et neroniana dipinto da Petronio (si veda, per esempio, la cena di Trimalcione), negli epigrammi di Marziale e, naturalmente, nelle satire di Giovenale. Naturalmente occorrerebbe un attento approccio multidisciplinare che integrasse i dati ricavati dalla lettura di opere altamente formalizzate come tutte quelle della letteratura latina "ufficiale" con i risultati dell'archeologia, dell'epigrafia, della numismatica etc, e con tutto quello che ci suggerisce la storia sociale ed economica, ma abbiamo l'impressione che alcune affermazioni di Bourdieu 23

contenute nel saggio La distinzione potrebbero essere verificate anche nel contesto, cos diverso rispetto a quello preso in esame dal sociologo francese (con gli strumenti della statistica e dell'intervista), della societ romana di epoca imperiale. Si veda, a titolo di esempio, questo passaggio di Bourdieu: "Bisognerebbe prendere in considerazione tutta la logica del campo di produzione artistica e del rapporto che esso intrattiene con il campo della classe dominante, per capire perch la produzione artistica di avanguardia destinata a deludere, in misura diseguale e sempre a breve termine, le aspettative borghesi. Infatti non un caso che l'analisi non incontri il gusto per l'avanguardia artistica se non alla fine di una serie di contrasti. In realt tutto accade come se, nonostante che incarni la legittimit artistica, il gusto per l'avanguardia dei produttori si definisse in forma quasi negativa, come l'insieme dei rifiuti di tutti i gusti socialmente riconosciuti: rifiuto del gusto medio dei grossi commercianti e degli industriali arrivati, del "salumaio" caro a Flaubert, che rappresenta una delle incarnazioni del "borghese" come lo pensano gli artisti e, forse, al giorno d'oggi, della piccola borghesia, che la pretenziosit culturale sospinge verso i beni della cultura media, o verso i beni della cultura legittima maggiormente accessibili (come l'operetta o il teatro d'intrattenimento pi facile), subito declassati da questa appropriazione; rifiuto del gusto borghese, cio del gusto per il lusso tipicamente da rive droite, che trova dei complici in una frazione degli artisti; rifiuto, infine, del gusto pedante dei professori che, pur contrapponendosi ai precedenti, per l'artista rappresenta solo una variante del gusto borghese, disdegnata per il suo didascalismo pesante, ragionatore, passivo e sterile, per il suo spirito di seriet e, forse, soprattutto per le sue cautele ed i suoi ritardi. [...] Lo stile di vita dell'artista, che si definisce attraverso questa distanza nei confronti di tutti gli altri stili di vita e di tutti i loro legami mondani, presuppone un tipo particolare di patrimonio, in cui il tempo libero giuoca il ruolo di un fattore indipendente, in parte sostituibile al capitale economico. Ma il tempo libero, e la volont di difenderlo con la rinuncia a ci che esso consentirebbe di ottenere, presuppongono e il capitale (ereditario) necessario per rendere possibile (cio vivibile) la rinuncia e la capacit (molto aristocratica) di operare questa rinuncia". 24(La Distinzione pagg.311 - 313). La polemica di Orazio verso l'ambitio, il lusso sfacciato, la
Bourdieu, Pierre, La distinction, Paris, Les ditions de minuit, 1979 (tr.it. La distinzione. Critica sociale del gusto , a cura di Marco Santoro, traduzione di Guido Viale, Il Mulino, Bologna, 2001, pp.311 - 313)
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maldicenza possono essere lette anche in quest'ottica, cos come il suo distacco aristocratico verso la smania di "far poesia" che sembra aver contagiato tutti (vedi anche i graffiti pompeiani, dove non sono rare iscrizioni che ripropongono, semplificati e banalizzati, stilemi propri della poesia colta), le scelte culturali di Ottaviano (cfr. Ep. 2,1), il teatro plautino e i maestri di scuola. Quanto all'ultima affermazione di Bourdieu, la si confronti con questo passo di La Penna: "Che egli (Orazio) abbia difeso talvolta la sua autakia contro il mecenatismo, conta fino a un certo punto: una rottura lo avrebbe portato ad un'autarkia diversa, a quella autrkeia dei filosofi straccioni che tanto ripugnava al suo gusto edonistico aristippeo. L'autrkeia, la libert interiore di Orazio non evita l'alleanza con il conformismo. Anche questa connessione ha agito largamente nella cultura europea: sia al tempo del mecenatismo scoperto dei secoli scorsi, sia oggi che il mecenatismo pi complicato e pi nascosti (diciamo anche pi difesi dall'ipocrisia) sono i rapporti di dipendenza degli intellettuali dalle potenze economiche e politiche, gli intellettuali cercano una loro dignit in una libert interiore, illusoria, che essi, pi o meno inconsciamente, identificano in realt con la securitas, cio con l'assetto della loro societ e col posto che vi tengono. Le 'anime belle' sono troppo immerse nei loro piaceri pi o meno casti per sapere che al di sotto di loro c' chi combatte con il bisogno. [...]. E' lo stesso concetto di autrkeia, di autosufficienza interiore che contraddittorio, assurdo. Esso servito e serve, nelle metamorfosi moderne, a eludere il problema dei rapporti dell'individuo con gli altri"25. E comunque l'interesse di Orazio si incontra con l'interesse del patrono: prova ne la protezione accordata non solo a lui ma ad intellettuali di ceto medio-basso (come Virgilio ed altri). Questo interesse fa leva sul nuovo gusto per l'arte e la raffinatezza che riguarda strati pi ampi della popolazione. Ma al tempo stesso, come abbiamo visto, portatore di contraddizione: fra la pretesa autonomia dell'artista e l'ingerenza del potere, fra il desiderio di una vita appartata e l'obbligo verso un'arte pubblicamente impegnata ma nel solco delle richieste vincolanti dell'ideologia augustea, fra un'idea di poesia aristocratica, selettiva, elitaria e i gusti volgari dei nuovi parvenu della cultura.
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La Penna, Antonio, "Orazio e la morale mondana europea", introduzione a Orazio, Tutte le Opere, versione introduzione e note di Enzio Cetrangolo, Firenze, Sansoni Editore, 1968, 19783 , pag. CLXXVIII

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3.1 Conclusioni provvisorie: leggere Orazio con lo sguardo della sociologia di Bourdieu Nell'applicare alla cultura e alla societ augustee la ricostruzione del funzionamento del campo letterario secondo l'impostazione di Bourdieu, ovviamente bisogna tener conto che le condizioni storiche sono radicalmente diverse rispetto a quanto accade nella modernit. Come abbiamo gi detto, non si pu parlare di un mercato editoriale nel significato attribuito oggi all'espressione; non c'erano riviste, accademie, istituzioni scolastiche simili a quelle che conosciamo; naturalmente l'economia era di tipo precapitalistico e la stratificazione sociale obbediva a criteri non paragonabili a quelli operanti nel XIX o nel XX secolo; nella letteratura latina non si pu parlare di avanguardia o di sperimentalismo stricto sensu, dal momento che il legame con la tradizione era avvertito come vincolante, cos come vincolanti e indiscutibili erano le convenzioni di genere e la polarizzazione fra stile alto e stile basso in rapporto al contenuto. Ma proprio il richiamo alla storia contro ogni pretesa di astratta e acritica universalizzazione di giudizi in realt collocati in contesti specifici, richiamo che Bourdieu sottolinea costantemente, ci aiuta a selezionare nel suo sistema concettuale gli elementi pertinenti per interpretare correttamente la situazione che stiamo esaminando. Come la maggior parte dei letterati di et repubblicana a partire da Livio Andronico, la provenienza sociale di Orazio, figlio di un liberto relativamente benestante, umile. Al di l di qualunque auto idealizzazione, il rapporto intrattenuto da Orazio con Mecenate, , di fatto, quello del cliente con il suo patrono: come gi era accaduto per Livio Andronico, per Nevio, per Ennio, per Terenzio, per Accio o per Pacuvio. Evidentemente non si tratta di una novit assoluta (non si d poesia a Roma in et arcaica se non nell'ambito di un rapporto di patronato) e per Orazio, in relazione al suo habitus (un'interpretazione dei moventi delle sue scelte diverso rispetto al semplice richiamo biografico) ha rappresentato una scelta obbligata che gli ha garantito la possibilit di dedicarsi esclusivamente (diremmo quasi professionalmente) alla letteratura e di ambire al riconoscimento sociale in quanto poeta (rinunciando ad altre ambizioni e giustificando questa rinuncia attraverso la scelta filosofica). Si tratta di una situazione che pu essere spiegata nei termini di capitale sociale (il legame con Mecenate e con la cerchia eletta degli appartenenti al circolo) e di capitale culturale (che consente ad Orazio - ma anche a Mecenate - di interpretare lo 26

scambio come un legame personale di amicizia alla pari). Tuttavia i precedenti letterari a cui Orazio si rif esplicitamente (Lucilio) o implicitamente (Catullo e i neoterici) per le sue scelte stilistiche e per la pratica artistica implicano di fatto una crescente autonomia del campo letterario rispetto al campo del potere politico. A questa autonomia Orazio fa riferimento costante: nell'individuazione di destinatari scelti, che si distinguano dal volgo per cultura e gusto e nel conseguente rifiuto di un successo facile e "popolare"; nella costruzione di uno stile poetico raffinato e accurato che segni una rottura evidente con la rozzezza e la mancanza di labor limae degli autori del passato, gi consacrati nelle preferenze del pubblico; nel difficile equilibrio che tenta di mantenere fra la sua libert di autore e le richieste dei suoi potenti protettori; nella rivendicazione della propria auctoritas di poeta, che pu essere tradotta come "capitale simbolico", che gli garantir il ricordo e la consacrazione presso i posteri, ovvero una forma di profitto o interesse simbolici (omologa nel campo politico all'auctoritas carismatica di Augusto), in virt della quale egli abbia il diritto di dettare le regole dell'ars. Nelle scelte artistiche e nelle pratiche che Orazio attua si ravvisano le opposizioni "autonomia/eteronomia" e "ortodossia/eresia" attorno alle quali si struttura secondo Bourdieu il campo letterario: il letterato "puro" si contrappone ai poetastri che si svendono cercando una facile protezione o un successo scontato presso il pubblico; il poeta "moderno" si contrappone ai letterati antichi in virt dell'eccellenza della sua tecnica (e la rivendicazione di questa eccellenza gli permette di dettare i criteri di consacrazione dell'opera d'arte); l'intellettuale aderisce alle richieste del potere, purch gli sia consentita la fedelt alla propria ispirazione e il mantenimento dell'autrkeia. D'altra parte il disagio esistenziale (strenua inertia; funestus veternus) si spiega non solo e non tanto come un tratto psicologico individuale ma riflette la posizione ambigua dell'intellettuale conteso fra l'aspirazione all'autonomia (letta come fedelt incondizionata alla vocazione artistica) e la compromissione con il potere, un'ambiguit che si traduce in un'esibita incapacit di giocare secondo le regole che articolano i rapporti sociali nel mondo che ruota attorno al ceto dominante. 4.1 Prospettive di ricerca In questo nostro contributo abbiamo affrontato (e certo in modo 27

non completo) la posizione di Orazio all'interno del campo letterario cos come quest'ultimo si configura nel periodo augusteo. Naturalmente sarebbe opportuno delineare in modo pi esauriente le posizioni e le traiettorie dei letterati all'interno del campo, le loro relazioni reciproche e i legami con i potenti patroni dei principali circoli letterari del periodo (Mecenate, Asinio Pollione, Valerio Messalla Corvino), nonch i legami di questi con Ottaviano e la maggiore o minore vicinanza delle opere alle esigenze della propaganda augustea. Per completezza di informazione, sarebbe indispensabile ampliare l'indagine esaminando il ruolo della scuola, il significato delle biblioteche pubbliche, la politica culturale di Augusto anche in altri ambiti (architettura, iconografia), il funzionamento del mercato librario, la diffusione della lettura e la sua qualit. Un'altra possibile direzione della ricerca lo studio della "fortuna" oraziana nell'ambito della tradizione culturale dell'Occidente, dei motivi che hanno giustificato in specifiche epoche e per specifici autori (penso, ad esempio, a Petrarca o ad Ariosto) l'adozione del modello etico e artistico oraziano come guida e principio ispiratore, delle ragioni che ne hanno fatto precocemente un autore centrale nel canone e fondamentale nella formazione umanistica delle lites colte (insomma un elemento di "distinzione") L'ampiezza delle problematiche coinvolte, in realt, sottintende una questione cruciale: possibile ripensare lo studio della storia letteraria nei termini proposti da Bourdieu, ben oltre i limiti spaziali (la Francia) e cronologici (la seconda met del XIX secolo) entro i quali si sono svolte le sue analisi? Si pone insomma il problema della "storicit del campo" e dell'attendibilit scientifica attribuibile all'applicazione a realt premoderne degli strumenti interpretativi elaborati nel tempo dal sociologico francese (e del loro eventuale aggiustamento in rapporto ai diversi contesti sociali presi in esame). In definitiva ci pare che il caso di Orazio permetta di rispondere positivamente alla domanda. Orazio autore molto studiato e le vicende della sua vita, nonch le occasioni che hanno condotto alla stesura delle sue opere, si sono prestate naturalmente ad un'analisi sociologica e storica interessata in modo specifico al rapporto fra intellettuale e potere (o, se vogliamo dire cos, al rapporto fra campo intellettuale e campo del potere) Interpretare Orazio utilizzando Bourdieu forse non ci dice nulla di veramente inedito sul poeta latino ma ci suggerisce molto sulla fecondit di un approccio "culturale" alla storia della letteratura: un approccio che sia in grado di discutere criticamente i presupposti sociali che hanno 28

favorito il posizionamento privilegiato di un autore nel suo campo specifico, influenzandone traiettoria e pratica e conducendo infine alla sacralizzazione della sua opera (Orazio come maestro di vita e di arte). Bibliografia Sulla storia della letteratura latina e sull'opera di Orazio Orazio, Le Opere. Antologia. a cura di Antonio La Penna, Firenze, La Nuova Italia, 1969 Conte, Gian Biagio, Pianezzola, Emilio, Latinitatis memoria. Storia e testi della letteratura latina, Le Monnier, Firenze, 1994 Citroni, Mario, "Musa pedestre" in AA.VV, Lo Spazio Letterario di Roma Antica, direttori: Guglielmo Cavallo, Paolo Fedeli, Andrea Giardina, vol.I, La produzione del testo, Roma, Salerno Editrice, 1989 (II ed. 1993) Narducci, Emanuele, "Le risonanze del potere", in Lo Spazio Letterario di Roma antica, direttori: Guglielmo Cavallo, Paolo Fedeli, Andrea Giardina, vol.II, La circolazione del testo, Roma, Salerno Editrice, 1989 (II ed. 1993) La Penna, Antonio, Einaudi, 1979. Fra teatro, poesia e politica romana, Torino,

La Penna, Antonio, La cultura letteraria a Roma, Roma-Bari, Laterza, 1986. La Penna, Antonio, "Orazio e la morale mondana europea", introduzione a Orazio, Tutte le Opere, versione introduzione e note di Enzio Cetrangolo, Firenze, Sansoni Editore, 1968, 19783 L.Canfora, "Roma "citt greca"", in L.Canfora-R.Roncali, I classici nella storia della letteratura latina, Laterza, Roma-Bari, 1994 Traina, Alfonso, Introduzione a: Catullo, I Canti, introduzione e note di Alfonso Traina, traduzione di Enzo Mandruzzato, Milano, Rizzoli, 1982. Labate, Mario "La Satira di Orazio: morfologia di un genere irrequieto", Introduzione a Orazio, Satire, a cura di Mario Labate, Milano, Rizzoli 1981, 200815. Lowrie, Michle, "Horace and Augustus", in AA.VV., The Cambridge Companion to Horace, edited by Stephen Harrison, Cambridge 29

University Press, 2007. Opere di Pierre Bourdieu Bourdieu, Pierre, Les rgles de l'art.. Gense et structure du champ littraire, Paris, Seuil, 1992 (tr.it Le regole dell'arte. Genesi e struttura del campo letterario, introduzione di Anna Boschetti, tr. di Anna Boschetti e Emanuele Bottaro, MIlano, Il Saggiatore, 2005). Bourdieu, Pierre, Campo del potere e campo intellettuale, a cura di Marco d'Eramo, Roma, Manifestolibri, 2002. Bourdieu, Pierre, Raisons Pratiques. Sur la thorie de l'action, ditions du Seuil, Paris 1994 (tr.it Ragioni Pratiche, presentazione di Marco Santoro, traduzione di Roberta Ferrara, Bologna, Il Mulino, 1995) Bourdieu, Pierre, La distinction, Paris, Les ditions de minuit, 1979 (tr.it. La distinzione. Critica sociale del gusto , a cura di Marco Santoro, traduzione di Guido Viale, Il Mulino, Bologna, 2001) I passi citati dell'opera oraziana sono presentati nella traduzione di Enzio Cetrangolo (Orazio, Tutte le Opere, versione introduzione e note di Enzio Cetrangolo, Firenze, Sansoni Editore, 1968, 19783)

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