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CARLO SANTINI

UN SECOLO DI COMMENTI E TRADUZIONI PROPERZIANE

I commenti

Scrive Friedrich Leo che ogni commento di Properzio dovreb


be consentire di comprendere il poeta così come ogni lettore del
l'età sua lo comprese o dovette comprenderlo. Il compito appare di
primo acchito arduo appena si passano al vaglio i complessi pro
blemi cui va incontro l'editore di Properzio stretto tra l'esigenza di
conservare o meno il testo tràdito dai codici e la pregnanza espres
siva di un dettato che tanto incide sulla comprensione. Un'ulteriore
difficoltà, che della prima è corollario, è rappresentata dall'impossi
bilità di ignorare la lunga tradizione di congetture fiorita intorno ai
quattro libri delle Elegie di Properzio a partire dall'età umanistica,
L'aporia del filologo, sintetizzata nel motto quot editores tot Proper
tii si estende conseguentemente alla sfera dei commenti anche tenu
to conto del fatto che quasi tutti i più importanti del secolo sono
opera di editori. Questo bilancio di fine secolo prende quindi atto
della situazione, ricordando altresì che, se è vero che l'archetipo dei
commenti properziani risale alla fine del XV secolo con i Commen
tarii bolognesi di Filippo Beroaldo, solo nel nostro secolo il com
mento ha acquisito una sua completa autonomia, distinguendosi dal
vero e proprio apparato filologico, autonomia che sancisce il contri
buto dell'ermeneutica e della critica letteraria all'interpretazione di
Un altOfe.

* Molto utili ai fini del presente lavoro sono risultati, accanto alla bibliografia di J. Enk,
cui accennerò parlando del suo commento, i due repertori bibliografici di H. HARRAUER, A
Bibliography to Propertius, Hildesheim 1973 e P FEDELI – P. PINOTTI, Bibliografia Properziana
(1946-1983), Assisi 1985 come anche il saggio di W. R. NETHERCUT, Recent Scholarship on Pro
pertius, ANRW II 30.3, Berlin – New York 1983, pp. 1813-1857.
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La storia dell'esegesi properziana nel XX secolo si apre nel se


gno di una vivace polemica tra Max Rothstein e Friedrich Leo. Le
tappe sono rappresentate dalla risposta di Rothsteinº al giudizio cri
tico con il quale due anni prima Leo” aveva recensito l'edizione
commentata dello stesso, pubblicata a Berlino nel 1898, in due vo
lumiº, e da un'ulteriore nota di risposta con la quale Leo non ri
nuncia a sua volta a ribattere nello stesso anno alle considerazioni
di Rothstein,
L'ampiezza della recensione di Leo ci consente di mettere in lu
ce non solo alcune caratteristiche del commento di Rothstein, ma
anche di ribadire alcuni temi ricorrenti dell'esegesi properziana. Do
po aver riconosciuto che quello dell'edizione di Rothstein è per Pro
perzio il primo vero commento moderno dove lo studioso persegue
il fine prevalente di fornire un'interpretazione dell'opera nel suo
complesso, Leo affronta con taglio critico la seconda sezione del
l'Einleitung, là dove Rothstein aveva esaminato la spinosa questione
dei rapporti con la produzione elegiaca greca. Va dato atto a Leo, il
quale loda invece soprattutto la terza parte dove sono esposte le ca
ratteristiche proprie dell'elegia romana, che questa appare davvero la
meno organica delle quattro sezioni. Leo critica soprattutto la tesi di
Rothstein dell'originalità dell'elegia “erotico-soggettiva” latina, sogget
tività che non dipenderebbe quindi né dall'elegia greca né da quella
ellenistica, mentre invece la dipendenza dai Greci per questo aspet
to risulta ammissibile già nel caso dell'appendice erotica a Teognide
per riflettersi poi nella tradizione di intitolare il libro col nome del
la donna amata, e quindi di dedicarlo a lei soltanto. Leo prosegue
nella critica affermando come si possa invece seguire l'evoluzione
dell'elegia ellenistica in modo assai più certo e sicuro di quanto non
abbia fatto Rothstein, che non ha tenuto conto dei tanti elementi di
continuità («hier ist die Continuitàt ganz deutlich») e non ha valuta
to a sufficienza quella trama di richiami che collegano l'elegia roma
na con la commedia nuova, con l'epigramma ellenistico e con la
stessa epistolografia erotica in lingua greca.

º M. ROTHSTEIN, Nachtrigliches zu Properz, «Philologus» 59, 1900, pp. 441-465.


º F LEO, Anzeige von Propertius Elegien erkl von M. Rothstein, «Göttingische gelehr
te Anzeigen, 1898, pp. 722-750 [= Ausgewählte kleine Schriften, II, Roma 1960, pp. 179-209].
º I: pp. XLVIII + 375; II: pp. 384.
º F LEO, Elegie und Komòdie (Antwort auf Rothsteins Nachtràgliches zu Properz'),
«Rheinisches Museum» 55, 1900, pp. 604-611.
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non basta in un commento scientifico, dove si pretende una con


grua informazione sul contesto e sulle condizioni che presiedettero
alla formazione dell'operaº. Si tratta di un giudizio assai duro che si
conclude con quella che appare essere una terribile malignità: la ge
nesi dell'opera sta nell'abbondante materiale linguistico che Roth
stein è stato in grado di raccogliere, ma questo non significa com
porre un commento degno di questo nome.
La risposta di Rothstein arriverà nello stesso anno. L'argomento
maggiore del contendere riguarda naturalmente il rapporto del poe
ta latino con i modelli greci. All'accusa di isolare completamente la
poesia di Properzio Rothstein replica che le cose stanno assai diver
samente perché nel suo commento i riferimenti alla tradizione lette
raria greca ed ellenistica non fanno certo difetto e sono addirittura
integrati da riscontri con le arti figurative del mondo greco”. Per
Rothstein tuttavia il compito di un commentatore presuppone anche
la selezione dei dati e quindi la capacità di indirizzare il lettore so
lo verso quelle opere che ritiene abbiano effettivamente influenzato
l'autore, senza pretendere o aspirare a scoprire sempre e ovunque
la presenza del modello greco.
La vivacità della polemica con cui Rothstein difende il suo mo
dello esegetico trova un corrispettivo nei risultati abbastanza rivolu
zionari da questo raggiunti – si pensi in particolare alla definizione
di elegia erotico-soggettiva” divenuta ormai corrente nella pubblicisti
ca dei manuali di storia letterariaº –, risultati che sono in parte ana

º «Das rein poetisch freilich tritt siegreich vor die Sinne, aber von einem wissenschaftli
chen Commentar erwarten wir auch darüber Belehrung, unter welchen Bedingungen, in wel
cher Sphäre es entstand und Wirkung übte».
7 «Ja ich möchte vermuthen dass das Bewusstsein, so viel zur sprachlichen Auffassung
der Gedichte beitragen zu können, R. auf den Gedanken dieses Commentars gebracht hat».
º Questo aspetto del commento di Rothstein sarà poi evidenziato da K. KEYSSNER, Die
bilalende Kunst bei Properz, «Würzburger Studien» 13,1938, pp. 169-189, ora in Properz [a
cura di W. Eisenhut], Darmstadt 1975, pp. 264-286: «der Properz-Kommentare von Rothstein
gibt dazu viele Nachweise».
º Rothstein nell'Einleitung della seconda edizione spiega meglio il valore semantico del
termine, p. 17 «der Ausdruck subjective Elegie, der in der ersten Ausgabe dieses Buches
gewählt war, hat nicht ohne Grund Anstoss erregt» etc., ma A. KLOTz nella recensione al
l'opera (“Philologische Wochenschrift” 1922, cc. 9-12; «Philologische Wochenschrift» 1925,
cc. 907-909) osserva che «Es gibt ein falsches Bild, wenn das subjektive Erlebnis zum Kenn
zeichen der Elegie gemacht wird» (c.10). -

º M. V. ALBRECHT, Storia della letteratura latina [a cura di A. Setaioli], II, Torino 1995,
Einaudi, p. 747.
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loghi a quelli conseguiti quasi contemporaneamente (1902) da Ri


chard Heinze quando con la sua Vergils epische Technik porrà in
evidenza il significato dell'originalità di Virgilio epico rispetto al mo
dello omerico. Da un lato infatti Rothstein mette in guardia dagli ec
cessi positivisti di una meccanica Quellenforschung, che, come nel
caso del Leo, pretende di giungere a conclusioni univoche senza te
ner conto che il contesto complessivo delle letterature antiche è
troppo frammentario e evanescente, dall'altro sostiene che un'esegesi
fondata esclusivamente sul catalogo di motivi e di paralleli finisce
con non rendere giustizia all'impianto complessivo dell'elegia di Pro
perzio, che viene proposta come una sorta di mosaico di motivi pre
si in prestito (in particolare dalla commedia, come vorrebbe Leo"),
senza valutare le doti del poeta latino nel fondere siffatti impulsi
della tradizione con tecnica più sviluppata e gusto più raffinato di
quanto non abbia immaginato la critica del XIX secolo.
Nel ripubblicare più di venti anni dopo la seconda edizione
delle Elegien di Properzio, Rothstein torna di nuovo, nella breve
premessa all'introduzione, a discutere alcune delle critiche che ave
vano accompagnato la prima edizione. Il dato più innovativo consi
ste nell'abbandono del criterio di separare la critica testuale dalle
osservazioni propriamente esegetiche. Nella nuova edizione Roth
stein segnala infatti direttamente nel commento tutte le deviazioni
rispetto alla tradizione vulgata e alle lezioni del Neapolitanus, che
considera un parametro approssimativo della prima, il criterio edi
toriale è quindi ancora estremamente conservativo, tanto da essere
destinato a suscitare scandalo, come osserva Klotz nel recensire la
nuova edizione, anche se, aggiunge subito dopo, il metodo seguito
dall'editore, che si è preoccupato in primis di giustificare la se
quenza dei pensieri del poetaº, è da considerarsi in generale valido.
Un ulteriore aiuto per mettere a frutto il composito materiale del
commento viene inoltre dalla redazione, in questa seconda edizione,
di un indice ragionato quadripartito, dedicato rispettivamente alles

" Il riferimento va alla teoria del Leo per il quale i riscontri sul piano della topica ero
tica tra l'elegia latina e la commedia greca nuova postulano quale elemento intermedio l'ele
gia greca ellenistica (di impostazione anche essa soggettiva e di argomento amoroso), cfr. ac
canto al già citato Elegie und Komòdie, in particolare Plautinische Forschungen, Berlin 19122,
p. 143: «die Ubereinstimmung der erotischen Poesie mit Plautus nur auf die gemeinsame
Quelle zurückgehen kann».
º Cfr. KLOTZ art. cit., c. 11.
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sico, agli aspetti formali e contenutistici dell'opera e ai riscontri con


altri autori.
Immutata resta invece anche in questa seconda edizione la de
terminazione nel ribadire che il commento in quanto tale prevede
esigenze sue proprie e che quindi non può essere identificato né con
un'indagine per temi né con una monografia («Non omnia possumus
omnes, hinter dem, was mir die Hauptsache war, dem Bestreben,
das Werk des Dichters, seine Gedanken, Gefühle und Stimmungen,
die Formen und Mittel seiner Darstellung, lebendig zu machen und
zu lebendiger Wirkung zu bringen, musste manches zurücktreten,
was indirekt doch demselben Zwecke dient»). Il richiamo al lettore
risulta peraltro in sintonia con la grande tradizione della ermeneuti
ca tedesca. Rothstein ribadisce infatti, ancora una volta, la scelta di
rinunciare a quelle sovrapposizioni totali, con le quali i recensori
hanno preteso di indicargli il percorso esatto per giungere all'inter
pretazione esaustiva dell'elegia properziana. Anche se si accetta infat
ti alla lettera quello che Properzio proclama a gran voce di essere, il
Romanus Callimachus, ovvero il rappresentante dell'ellenismo nella
poesia latina, tutto il copioso materiale di paralleli presentato a dos
sier non riesce ad esaurire comunque la dimensione complessiva del
la sua produzione poetica («immer nur eine unvollkommene Stütze
bieten»). L'esempio più indicativo di questa tendenza alla sovrappo
sizione è quello fornito ancora una volta dal Leo che pretenderebbe
di interpretare la vita della grande metropoli quale è la Roma di
Properzio con gli ambiti piccolo-borghesi della commedia attica.
È interessante notare che l'opportunità di considerare l'opera di
Properzio come prodotto originale della società romana, nonostante le
connessioni con l'elegia e l'epigramma ellenistico, viene ribadita, pro
prio negli stessi anni della seconda edizione del commento di Roth
stein (1924), anche da Ulrich von Wilamowitz-Moellendorf che si at
tiene anche lui al criterio della non comparabilità dei grandi centri ur
bani come Alessandria e Roma con il contesto sociale di quelli perife
rici come Cos o Colofone e sottolinea più in generale la distanza di
mentalità e di ethos con qualsivoglia poeta greco ed ellenistico «noch
war irgend einer der griechischen Poeten imstande, so iber seine in
neren Gefühle zu reflektieren oder zu reden, wie es die Römer tun,
und wäre er es gewesen, so würde er es nicht gewollt haben»º.

º Cfr. Hellenistische Dichtung in der Zeit des Kallimachos”, rist, Berlin 1962, p.235.
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Da un punto di vista meramente descrittivo il commento di


Rothstein è concentrato nelle due colonne sotto il testo per ogni
pagina, come è peraltro nella tradizione dell'editore Weidmann. Il
metodo seguito consiste nel far precedere la glossa vera e propria
da un sommario dell'elegia, dove viene esposta la trama e i princi
pali temi della medesima; seguono quindi le annotazioni, che omet
tono il richiamo al testo latino e tengono come punto di riscontro
soltanto il numero del verso. Se prendiamo come esempio il com
ponimento 1,21, «probabilmente la più controversa tra le elegie di
Properzioȼ, vediamo che Rothstein considera senz'altro la poesia
come l'iscrizione di un cenotafio, ma che poi si trova a fare i con
ti con tutta una serie di elementi contraddittori («das Grabmal, von
dem aus der Tote spricht, erst erreicht sein kann, nachdem die
Schwester den Tod des Gallus erfahren hatȼ), per la cui interpre
tazione ricorre a ipotesi non suffragate, ma destinate ad appesantire
l'esposizione ed a oscurare la rilevanza poetica del componimento.
Ernout ha definito al riguardo Rothstein un «éditeur consciencieux,
mais attaché seulement à l'explication littérale»º e Leo" nella cita
ta recensione ha preso le distanze da questo metodo proprio nel ca
so di questo componimento sostenendo che lo scenario drammatico
e volutamente ambiguo («so soll die Phantasie des Lesers thätig
sein») di 1,21 ne fa non certo un epigramma («Das ist doch nicht
Epigramm, sondern Elegie»), ma un vero capolavoro del genere ele
giaco («ein Meisterwerk von fünf Distichen»). Bisogna però ricono
scere che la puntigliosa aderenza di Rothstein al racconto rappre
senta un contributo assai utile per l'esegesi attuale, perché, a pre
scindere dalle ragioni del nostro gusto, è questa pur sempre la chia
ve interpretativa che apre le porte di accesso al dettato, frutto di
quella educazione retorica con la quale si deve sempre fare i conti
con uno scrittore latino – e proprio nella fattispecie di questo car
me la critica più recente è passata dallo scenario del morto che
parla dal suo cenotafio a quello del genere letterario dei mandata
morituriº. Del resto Rothstein dimostra di aver fatto buon uso nel

º Cfr. Sesto Properzio, Il primo libro delle elegie, a cura di P. FEDELI, Firenze 1980,
Olschki, p. 485.
: º Cfr. I, p. 201.
º Cfr. «Revue de Philologie» 36, 1962, p. 67.
" Cfr. LEO, Anzeige... cit., p. 744.
º Cfr. F. CAIRNS, Generic Composition in Greek and Roman Poetry, Edinburgh 1972, p. 91.
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la seconda edizione di molte delle osservazioni del Leo, come un


confronto in dettaglio potrebbe ben dimostrareº.
Al posto che spetta tuttora al commento di Rothstein si riferi
scono del resto due giudizi, distanti nel tempo, quello coevo di L.
Castiglioni per il quale, nonostante le critiche che si possono muo
vere alle interpretazioni del commentatore – e tra queste emerge
non solo la necessità di meglio approfondire i rapporti con la tra
dizione letteraria greca, ma anche l'opportunità di focalizzare me
glio l'analisi proprio sulle parti erudite delle elegie, che non vanno
viste come «un semplice sfoggio» e, in genere, «la necessità di non
considerare troppo isolatamente le singole elegie» – questo com
mento «è e rimarrà sempre una guida dotta e sicura»”º e quello, a
noi più prossimo, di R. Stark che nell'introdurre una breve postfa
zione alla terza edizione invariata dell'opera la definisce «ein nicht
entbehrliches Hilfsmittel»21.
Altra tappa di rilievo nella storia dell'esegesi properziana di que
sto secolo è quella dell'edizione oxoniense The Elegies of Propertius,
del 1933, con testo critico e commento curata da H. E. Butler e E.
A. Barber (Clarendon, pp. LXXXIV + 407). L'opera, nata dalla col
laborazione dei due studiosi, era stato preceduta da altre due pub
blicazioni properziane alle quali aveva provveduto il solo Butler, gli
Opera omnia with a Commentary, London 1905, Constable, pp. 415,
con breve introduzione, testo critico e commento, e quindi, nel
1912, la traduzione del Propertius, London, Heinemann, pp. XIV +
363, per la collana Loeb, poi ristampata fino a quando viene sosti
tuita da quella di G. P Gooldº. L'edizione oxoniense si apre con i
testimonia antichi sull'autore; questo inventario mette in evidenza ai
nostri occhi quanto rara risulti la citabilità di Properzio presso gli
antichiº. La vera e propria introduzione tratta in poco meno di no

º Nell'elegia 1,21 Rothstein riprende nel commento l'osservazione di Leo che lo spun
to originale di Properzio nel modificare il ruolo dell'hodoiporos consiste nel prevedere come
controparte un personaggio non indeterminato di modo che questo nuovo elemento fa cade
re l'idea dell'epigrafe; per Rothstein proprio questo aspetto incongruo, evidentemente artefat
to («die Fiktion»), attesta l'originalità properziana.
º Cfr. «Rivista di filologia e di istruzione classica» 3, 1925 p. 295.
º Cfr. la ristampa, II, Dublin / Zürich 1966, Weidmann, p. 407.
22 Nel 1990,
º Lo nota B. L. Ullman nella recensione all'opera pubblicata in «Classical Philology»
31, 1936, p. 169.
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vanta pagine gli argomenti più significativi della critica properziana.


Un elemento di novità emerge dalle considerazioni preliminari là do
ve si ammette l'evoluzione di Properzio attestata da «the change in
style and in verse techniqueȼ; si rileva infatti da parte dei due
commentatori che la metrica properziana nel primo libro risulta an
cora molto condizionata dai modelli greci e quindi propensa a con
cludere il pentametro con parole di tre, quattro, cinque sillabe, men
tre nei libri successivi si assiste al consolidarsi della prassi di conclu
dere il pentametro con una voce bisillabica.
Nella discussione relativa alla storia dell'elegia antica, la cui im
postazione risulta migliore di quella di Rothstein, gli autori non ar
rivano tuttavia a considerazioni difformi dal primo per quanto con
cerne la non praticabilità della via che fa discendere l'elegia latina
da quella ellenistica. Siffatta constatazione è dovuta non solo alla
scarsezza di elementi di riscontro diretto in ambito ellenistico, ma
anche a motivazioni più sottili e direi illuminanti, che ricevono con
ferma sia dal confronto con il modulo letterario canonizzato da Cal
limaco («If alongside these narrative elegies the Alexandrinians had
also composed those of the subjective type, it is clear that they
would have been in sharp contrast with the prevailing modeȼ), sia
dalla valutazione del contesto sociale che sta alla base dell'elegia ro
mana («To be an elegist of the Roman type needed a certain posi
tion in society, and, if not wealth, a competenceȼ).
Il commento vero e proprio, di oltre duecento pagine, appare di
verso per dimensioni e metodo rispetto a quello di Rothstein, ma ha
ricevuto in genere giudizi positivi nelle varie recensioni che si sono
succedute, mentre risulta in controtendenza il parere di Housman per
il quale esso mancherebbe della necessaria originalità («novelty»)27.
Tra i motivi di lode c'è il riconoscimento di un più saldo e comple
to sentire della lingua di Properzio: «sermonis Latini peritiores quam
Rothstein textum cautissime et prudentissime interpretati suntȼ. Nel
recensire il volume U. Knocheº constata che il commento si concen

2 Cfr. p. XV.
25 Cfr. p. LIV.
2º Cfr. p. LXI.
º Cfr. A. E. HOUSMAN, Butler and Barber's Propertius, «Classical Review» 48,1934, p. 136.
º Sexti Properti Elegiarum – Liber I, edidit P J. ENK, Pars Prior, Lugduni Batavorum
1946, p. VIII.
º Cfr. «Gnomon» 12, 1936, pp. 260-272.
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tra soprattutto sulle varianti del testoº in una discussione nella quale
i curatori danno prova di notevole equilibrio e disponibilità al con
fronto”. Altro parametro del lavoro esegetico di Butler e Barber è
rappresentato dalla compattezza e dalla sintesi nell'esposizione, che
quindi si colloca sul versante opposto di Rothstein. Il rischio è quel
lo di omettere osservazioni importanti e talvolta indispensabili”, così
come di abbandonare il percorso di Rothstein in quei punti dove
merita invece di essere seguito, e tuttavia, come conclude Knoche, i
due commenti si integrano reciprocamente”.
Con il commento di P. J. Enk, che ha dedicato la sua intera vi
ta di studioso all'opera di Properzio, a partire da Ad Propertii car
mina commentarius criticus del 1912 dove sottopone ad analisi la
selva di congetture moltiplicatasi a partire dal Rinascimento, si con
clude la stagione delle introduzioni ai commenti di taglio globale,
introduzioni quindi ampie e di impostazione quasi monografica, mi
ranti ad illustrare non solo il testo, ma il complesso di problemi
biografici, storico-letterari e della trasmissione del testo che concer
nono l'opera di Properzio. Per comprendere pienamente il significa
to di questa osservazione basterà al riguardo dare uno sguardo al
profilo editoriale del lavoro di Enk. Al monobiblos sono dedicati
due tomi, il primo con i Prolegomena di ben 124 pagine e con il
testo critico e il secondo, che contiene il vero e proprio commento
di pp. 210, pubblicati entrambi nel 1946 a Leida per i tipi edito
riali di Brill; dopo oltre tre lustri esce l'Elegiarum liber secundus
con introduzione, testo critico e commento, anche esso in due tomi
dalle dimensioni ancor più massicce (pp. 136 + pp. 482, Leiden
1962, Sijthoff). In un latino unanimemente celebrato per la limpida
e magistrale eleganza Enk espone nei Prolegomena una vera e pro
pria dissertazione sull'opera di Properzio, con osservazioni partico
larmente efficaci concernenti l'inaccettabilità della tesi della divisio

º Anche Housman art. cit. p. 136 osserva che la parte più pregevole del lavoro è rap
presentata dalla «exposition of incoherencies caused by dislocations in the text».
º! Già B. O. Foster nella recensione della prima edizione del solo Butler (1905) aveva
già elogiato al riguardo il comportamento del commentatore come quello di «a candid critic»,
cfr. «American Journal of Philology» 26, 1905, p. 472. -

º «The commentary [...] too often leaves the reader in the lurch», cfr. A. E. HOU
SMAN, art. cit., p. 136.
º Cfr. p. 271: «Trotzdem sollen wir, ohne allzuviel nachzufragen, froh sein, dass wir
nun zwei so verschiedenen akzentuirte Kommentare haben, die sich in mancher Hinsicht
brauchbar ergänzen».
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ne in cinque libri dell'opera, tesi alla quale pure si erano invece ac


costati Butler e Barber, e l'opportunità di riconoscere il ruolo di
Cornelio Gallo come iniziatore dell'elegia latina soggettiva, un ruolo
– scrive nella recensione Luigi Alfonsi – il cui influsso «non sarà
mai abbastanza rilevato anche a costo di parere [...] esagerato»”.
I Prolegomena di Enk sono molto utili anche in virtù del re
pertorio bibliografico che indica con acribia la serie delle edizioni,
delle antologie, delle traduzioni in varie lingue e dei testimoni della
tradizione manoscritta, ma anche classifica le pubblicazioni «ad hi
storiam litterarum pertinentes» in base a varie sezioni tematiche sul
l'arte, sulla metrica e sulla fortuna di Properzio; con questo reper
torio il curatore aggiorna fino al 1940 la bibliografia properziana.
Un indice analogo è stato realizzato da Enk anche per il liber se
cundus; qui i Prolegomena riportano dieci pagine di raffronti con
Tibullo e aggiornano la bibliografia properziana secondo i criteri già
fissati per l'edizione del primo libro fino al 1960.
Passando all'esame del commento vero e proprio, si dirà subi
to che il commento appare esemplare per la chiarezza dell'impagi
nazione, come anche per il carattere dichiaratamente dotto e infor
mato dell'esposizione. Enk dimostra il risultato della sua straordina
ria familiarità con la bibliografia properziana, che cita in dettaglio e
alla quale tengono dietro poi copiosi per ogni glossa i richiami del
le fonti classiche, l'insieme di questa «science inexhaustible» – scri
ve Grimalº – rischia talvolta di provocare paradossalmente un ef
fetto indesiderato, perché «la proliferation des gloses rend parfois la
lecture de ce commentaire assez déroutante». Commendabile appa
re anche la disponibilità al confronto: Enk «n'a jamais accepté com
me définitive une solution une fois adoptée, et c'est ce qui rend si
vivante la lecture de ce commentaire»,
Il commento Enk valuta in primo luogo i problemi concernenti
la struttura e l'unità di ogni singola elegia; il commentatore si dichia
ra per altro convinto dell'opportunità di tener conto anche dell'arti
colazione per strofe e quindi di valutare il numero dei versi e la pon
derazione delle corrispondenze nello schema dell'elegia. Tutto ciò for
nisce un ulteriore importante contributo per la migliore comprensio
ne dell'elegia nel suo significato complessivo, anche a prescindere dal

º Cfr. «Rivista di filologia e di istruzione classica» 26, 1948, pp. 126-132.


º Cfr. P. GRIMAL, «Mnemosyne» IV s., 17, 1964, p. 427.
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la tesi della redazione per stofeº, nei confronti della quale già Butler
e Barberº7, ripresi poi da Fedeliº, avevano mostrato il loro scettici
smo. Nel complesso il commento di Enk si segnala per copia di ma
teriale, che riguarda, accanto alle fonti e alla critica del testo, i ri
scontri della storia e della mitologia, i realia, le peculiarità linguistiche
connesse con il dettato. Talvolta il curatore ricorre ad una breve pa
rafrasi del testo in latino per chiarire la situazione. La mole del lavo
ro emerge dal punto di vista statistico visto che ad ogni pagina di te
sto del liber secundus ne corrispondono ben otto di commento con la
redazione di glosse (su Lais, sulla casa Romuli, su Isis, etc.) che risul
tano particolarmente ampie”. L'opera di Enk, così apprezzabile, non
ha oltrepassato il liber secundus per la morte dell'autore.
L'utilità di dotare il commento di Properzio di una parafrasi
che riassuma i passaggi più densi di pensiero e di allusioni del poe
ta è stato messo in chiaro da Georg Luck nella recensione º ad una
nuova edizione completa di Properzio, con commento, che ha visto
la luce nel corso degli anni '60, intendo cioè riferirmi alle Elegies di
WA.Camps pubblicate negli agili volumetti per i tipi della Cam
bridge University Press scaglionate negli anni 1961 (Book I), 1965
(Book IV), 1966 (Book III) e 1967 (Book II).
Le dimensioni dei volumi di Camps e l'impostazione stessa del
l'opera corrispondono esattamente allo scopo primario della pubblica
zione, che è quello di offrire con essa un sussidio funzionale per lo
studio dell'opera del poeta nei corsi universitari. L'introduzione è suc
cinta (pp. 1-13) e nondimeno Camps vi affronta alcuni problemi spe
cifici, come quando propone di tener conto dei criteri statistici relati
vi alle finali di pentametro º per quanto concerne la composizione

º Sulla storia del dibattito «utrum elegiae Latinae in strophas dividendae sint necne»
cfr. P. J. ENK, Lucubrationes Propertianae, LVII, 1929, pp. 145-146. La divisione in strofe è
segnalata anche visivamente nelle edizioni di J. S. Phillimore, Oxford 1910, e di O. L. Rich
mond, Cambridge 1928.
º7 Cfr. p. XVII: «That there are not infrequently balancing paragraphs in Propertius
and other elegiac poets is doubtless true. But that there is anything approaching to stanza
form may be confidently denied; the theory breaks down continually, when put to the test».
º Cfr. FEDELI, Il primo libro ... cit., p. 61: «non credo affatto in una divisione strofica
delle elegie di Properzio».
º Cfr. la recensione di W. A. CAMPs, «Classical Review» 14, 1964, p. 277.
º Cfr. «Gnomon» 34, 1962, p. 157: «Willkommen sind die zahlreichen Ubersetzungs
hilfen und Paraphrasen, ohne die man bei Properz nicht auskommt; das hatte Rothstein, sehr
zum Schaden seines Kommentars, nicht erkannt».
UN SECOLO DI COMMENTI E TRADUZIONI PROPERZIANE 83

del monobiblos in modo da suggerire un ordine chiastico per la suc


cessione delle elegie. Camps non ha inteso per altro limitarsi ad un
lavoro esclusivamente compilativo e interviene quindi sul testo con
proposte esegetiche originali. Le annotazioni rivelano tuttavia la di
mensione pratica e non solo erudita del commento; infatti solo lad
dove emerge la possibilità di una «clear choice between alternatives»
esegetiche contrastanti, Camps sceglie di lasciare al lettore il compito
di esercitare la sua preferenza, esponendo quali sono i termini del di
lemma, mentre, qualora una tesi gli appaia plausibile e ormai defini
tivamente accettabile, decide di omettere le altre proposte,
Siamo quindi su un piano diverso da quello di Enk, a giudizio
del quale il lettore «miss in the notes the names of the authors of the
various interpretations mentioned and the places where these interpre
tations may be found»; quella di Camps non dovrebbe quindi essere
considerata «“a learned edition”», proprio perché «the commentary
does not dig deep enoughȼ, e tuttavia il sano pragmatismo con il
quale il commento è stato impostato fornisce allo studioso parecchie
informazioni che servono ad orientarlo. Il metodo di impostare il
commento di ogni elegia inizia con i richiami alle fonti e ai motivi
centrali di ogni componimento, talvolta è data anche una traduzione
di servizio, come per 1,21. Il curatore rivela notevole felicità interpre
tativa, che viene messa a frutto soprattutto nei passi controversi, dove
i suggerimenti offrono un contributo non trascurabile all'esegesi; un
attestato del valore del commento è per altro nelle conclusioni della
recensione da Ernout dove si discutono vari punti del monobiblosº.
Nella seconda metà del secolo si rafforza l'idea che, quale che sia
la qualità del commento, nessuno di questi è in grado di sfidare il
tempo, proprio perché, come osserva Fedeli, «ogni commento è figlio
dei tempi e la vitalità di un'opera è garantita proprio dal fatto che le
varie epoche la rileggono in modo diversoȼ. Considerazioni tanto
più rilevanti nella misura in cui Fedeli appare lo studioso che, paral

º Cfr. pp. 10-11 e la n.1 dell'introduzione al libro primo.


º Cfr. «Mnemosyne» IV s., 15, 1962, p. 444.
º Cfr. «Revue de Philologie» 36, 1962, pp. 62-69, dove Ernout arriva alla conclusione
:he, sebbene questa edizione non «triomphe des doutes et des obscurités», bisogna tuttavia
onoscere che l'editore «n'esquive pas les difficultés et qu'il s'efforce de les résoudre de
on souvent personelle, sinon toujours convaincante» (p. 69).
º Properzio, Il Libro Terzo delle Elegie. Introduzione testo e commento di P FEDELI,
Bari 1985, Adriatica, p. 7.
84 CARLO SANTINI

lelamente ai suoi lavori di editore properziano, si è impegnato con


maggiore intensità critica nel programma di commentare Properzio. I
suoi commenti ai libri IV (1965), I (1980) e III (1985) non solo of
frono contributi diversi per scansione cronologica e metodologica, ma
costituiscono altresì un'ottima filigrana per illustrare alcune delle esi
genze di approccio al testo da trasmettersi al nuovo secolo.
Fedeli esordisce dunque con il commento del quarto libro, com
pito questo non poco arduo sia per l'incidenza dei richiami antiqua
ri della maggior parte delle elegie, sia per la variabilità dei temi, che
solo in parte corrispondono a quelle aspettative callimachee e quin
di eziologiche lasciate intravedere e poi rifiutate in modo ambiguo
nella prima elegia con il dialogo tra Properzio e Horos. Prendendo
posizione tra i due diversi scenari suggeriti dalla critica, che cioé il
libro quarto sia stato pubblicato dopo la morte di Properzio da un
amico, che ha ordinato i testi, oppure che la successione di temi e
situazioni eziologiche o meno sia dovuta ad una scelta intenzionale
dell'autore in nome del gusto per l'alternanza («Abwecheselung»),
Fedeli propone di ritornare sulla prima posizione, che la critica del
'900 ha in genere respinto, con l'ausilio di una rilettura di 4,8, dove
Properzio è sorpreso in flagrante adulterio da Cinzia, che risultereb
be un'elegia «non compatibile» con un'età posteriore al libro terzoº.
Appena un anno dopo, nel 1966, esce a Bologna una nuova edi
zione del libro quarto curata da E. Pasoli, che non può essere defi
nito un commento vero e proprio, perché offre solo il testo e la tra
duzione delle elegie, ma che risulta corredato da un ampio saggio
introduttivo che provvede in qualche misura da commento. Nella
prima sezione dedicata all'elegia latina, Pasoli si sofferma in partico
lare sul sistema elegiaco di Cornelio Gallo, che, a suo giudizio, in
via di ipotesi, non dovrebbe essere considerato precorritore dell'ele
gia soggettiva, perché ancora sostanzialmente legato ai temi mitologi
ci, come emergerebbe anche dall'interpretazione della decima ecloga
di Virgilio, sicché il primo ad aprire la grande stagione dell'elegia la
tina sarebbe stato proprio Properzio con il monobiblos del 29. Per
quanto riguarda il contesto del libro quarto, Pasoli lo valuta come
«misto», presieduto quindi dalla volontà organizzatrice del poeta,

º Merita di essere qui riferito che Fedeli, proprio nella discussione ai margini dei lavori
di questo congresso, ha dichiarato di voler ora prendere la distanze da un' impostazione gio
vanile nella quale non si riconosce più.
UN SECOLO DI COMMENTI E TRADUZIONI PROPERZIANE 85

che prova al tempo stesso il registro dell'elegia eziologico-celebrativa


senza rinunciare a ritornare sul tema dell'elegia erotica, sia soggetti
va sia mitologica. Apparirebbe altresì chiara in tale prospettiva la na
tura «aperta» del genere elegiaco mentre una migliore interpretazio
ne del libro quarto nel suo complesso è quella che suggerisce di leg
gerlo conformandosi «alla natura dell'elegia ellenistica e al tempera
mento alessandrino, allusivo, lirico assai più che portato alla narra
zione che si fondi su di un'esposizione sistematica, di Properzioȼ.
Le osservazioni di Pasoli sulle dimensioni e lo spessore dell'allu
sività properziana, come anche l'impegno posto nell'oltrepassare la
ricerca delle fonti per valutare quale sia la forma delle singole elegie
e in qual modo possano esser messi a frutto gli apporti dell'antro
pologia (si individuano in alcune occorrenze del libro eziologico e
antiquario i rimandi del critico alla teoria dumeziliana della trifun
zionalità), preparano l'evoluzione verso un'esegesi dai confini più va
sti in termini di materiali prodotti per l'illustrazione dei componi
menti, che mira «all'interpretazione del testo ed alla ricerca delle sue
matrici culturali», così come appare evidente nei due successivi com
menti di Fedeli, entrambi redatti nel primo quinquennio degli anni
'80. L'ampiezza stessa di questi due volumi (oltre 500 pagine il com
mento del monobiblos, quasi 800 quello del terzo libro) attestano
l'intenzione di presentare con dovizia di riscontri testuali e biblio
grafici tutto lo spettro dei temi e dei problemi sollevati da ogni ele
gia: viene in questo modo realizzato il symphilologein, che Eduard
Fraenkel ha indicato come metodo di ogni operazione esegetica,
Fedeli è al tempo stesso editore e commentatore di Properzio; se
come editore difende fin dove gli appare possibile il testo trasmesso
ci dalla tradizione manoscritta, come commentatore ritiene suo com
pito precipuo dare conto delle difficoltà e degli spigoli di questo. La
presentazione delle note è sostanzialmente nella impaginazione e nel
l'articolazione quella utilizzata con successo da Enk, una presentazio
ne complessiva della struttura e dei temi dell'elegia seguita poi dalla
glossa vera e propria, intervallata dalla traduzione italiana dei brani
che si intendono analizzare, accanto all'approfondita e dettagliata ana
lisi linguistica del dettato”, l'originalità del lavoro sta nella costante

º Sesto Properzio Il libro quarto delle elegie, saggio introduttivo, testo e traduzione a
di E. PASOLI, Bologna 19672, Pàtron, p. 46. -

º Cfr. F. DELLA CORTE, «Maia» 1981, 33, p. 101.


86 CARLO SANTINI

attenzione riservata ai temi dichiaratamente letterari (evoluzione e va


riazione di modelli, struttura per cicli, individuazione di richiami al
lusivi all'interno del liber, ruolo semantico e topico di particolari se
gni del testo, aspettative del lettore), che dimostrano come il com
mentatore senta l'esigenza di andare oltre la informazione pur detta
gliata dei predecessori per proporsi un'operazione ermeneutica sensi
bile anche ai condizionamenti della teoria della letteratura. Se si con
frontano le pur pregevoli e informate note di Enk con quelle dei
commenti di Fedeli ai libri primo e terzo si ha l'impressione per que
st'ultimo di una visuale più ampia e più feconda che valorizza in ma
niera funzionale e sistematica il tanto materiale informativo e critico,
che nell'opera di Enk è invece soltanto riportato e giustapposto; l'e
sposizione di Fedeli rivela inoltre una maggiore duttilità esegetica nel
seguire il pensiero di Properzio, mentre le note di Enk, e in partico
lare l'introito ad ogni elegia, appaiono talvolta rigide e schematiche,
Va anche qui notato come indirizzo nuovo di questo commento
il profilo autonomo dell'esposizione rispetto ai problemi testuali del
la tradizione properziana; autonomia non esclude ovviamente la di
scussione sull'incidenza dei problemi della tradizione manoscritta
sul commento, ma proprio perché Fedeli è anche editore di Pro
perzio, e anche grazie alla disponibilità di manuali completi sulla
selva di congetture che costellano il testo come il Thesaurus criticus
ad Sexti Propertii textum di W. R. Smyth (Leiden 1970, Brill), il cri
tico ha scelto di concentrarsi (in particolare nel libro terzo) sulla di
mensione letteraria del contesto e del co-testo di ogni elegia.
Vanno anche menzionate le due introduzioni, dove Fedeli ana
lizza il significato dei libri primo e terzo con le tematiche che li
concernono nell'ambito complessivo dell'opera di Properzio. Il li
bro primo, pubblicato come è noto separatamente dagli altri, pone
sia il problema del titolo, se questo sia Cynthia oppure Monobi
blos, secondo le testimonianze dello stesso Properzio a 2,24,2 e di
Marziale 14,189, sia soprattutto quello della sua struttura. Il dato
veramente importante è costituito dalla dedica ad un pressoché
sconosciuto Tullo – il che confermerebbe la sorpresa con la quale
la pubblicazione del libro fu accolta nel mondo culturale romano –
e dalla successiva scansione del nome del dedicatario alle elegie 6,
14 e 22, in modo da prefigurare un'articolazione interna per cicli e
sottocicli. Il monobiblos – scrive appunto Fedeli – risulta «un
esempio insigne della ripresa del Gedichtbuch alessandrino» da
parte di un emulo romano tramite la dichiarata messa in opera e la
UN SECOLO DI COMMENTI E TRADUZIONI PROPERZIANE - 87

mescolanza di vari generi letterari in qualche modo coinvolti con il


distico elegiaco.
Fedeli si dimostra assai scettico, così come verso l'ipotesi del si
stema strofico, anche nei confronti dell'esegesi numerologica alla lu
ce della quale spiegare la sequenza dei componimenti. La presa di
distanza nei confronti delle osservazioni di O. Skutsch al riguardo
per il primo libro diviene per altro ancora più marcata ed evidente
nei confronti di quanto è stato proposto in vari studi per il libro
terzo da quei critici, che vi hanno individuato una ricercata sequen
za di equilibri e corrispondenze. Si tratta per altro di una posizione
non aprioristica nei confronti di questo genere di analisi, ma dettata
dal fatto che la griglia dei riscontri numerici, se è tale, non può non
essere convincente, senza lasciar adito a sfilacciature e ad aggiusta
mentitº. Fedeli preferisce invece mettere a fuoco l'evidenza di alcune
considerazioni come l'assenza di Cinzia dall'elegia iniziale del terzo
libro che presuppone già la fine dell'amore, il prevalere in esso del
lo status del poeta d'amore sull'amore vero e proprio, l'occorrenza
mai tanto insistita di motivi diatribici che starebbero a indicare il
tentativo di provare strade diverse, i riscontri con la contemporanea
pubblicazione del libro dei Carmina oraziani e la possibilità quindi
che il ciclo delle prime cinque elegie sia correlabile a quello delle sei
odi romane, come anche, infine, l'affermazione dell'immortalità del
poeta che mette in rapporto l'ode finale del liber di Orazio con le
conclusioni delle elegie 3,1 e 3,2 di Properzio. Tutto ciò, conclude
Fedeli, richiede un migliore approfondimento nella valutazione di
questo libro «che rivela chiaramente, al di là delle ripetute afferma
zioni di fedeltà al genere di poesia sinora praticato, la ricerca medi
tata e sofferta di una nuova dimensione poetica».
Non immotivatamente si è accennato alla necessità che il com
mento raggiunga uno standard informativo tale da renderlo utile a
tutti gli studiosi che ad esso facciano ricorso sia per una lettura con
tinuata dell'autore sia per l'esegesi di un passo specifico. In breve, il
commento migliore sarà sempre quello in cui il momento originale e
anche innovativo dell'interpretazione stia in perfetto equilibrio dialet
tico con quello informativo della tradizione. Ma non è stato questo
senza dubbio l'obiettivo principale del commento di L. Richardson
jr. Elegies I-IV, University of Oklahoma, 1977, pp. XII – 490. Più

º Cfr. DELLA CORTE, art. cit., p. 100.


88 CARLO SANTINI

che sulla breve introduzione di 30 pagine, dove lo spunto di mag


giore originalità sta nel rilevare le fluttuazioni caratteriali del perso
naggio Cinzia, che vengono spiegate come il portato dell'influenza
della commedia, mette conto soffermarsi sul metodo radicale e im
pressionistico con il quale il Richardson affronta il compito di edito
re («my interpretation of the vicissitudes the text has undergone and
the damage it has suffered are profoundly different from those of al
most all my predecessors») e di commentatore (nonostante Properzio
«as an historical figure, will always remain elusive and enigmatic»,
tuttavia «his poetry, despite its damage state, is eloquent and, on
sympathetic reading, intelligible»)º. Partendo da tali premesse, che
fanno tabula rasa dello spessore di una secolare tradizione critica ed
esegetica, Richardson opera un assai elevato numero di trasposizioni
testuali, soprattutto per il libro secondo, alcune delle quali sono de
cisamente drastiche, nonostante il volume manchi di un apparato
critico. All'arbitrarietà della critica testuale fa da riscontro quella del
commento, dove risultano «too adventurous» molte delle soluzioni
proposte per una silloge di sintagmi properzianiº. Richardson ritiene
evidentemente che nel comporre un commento si possano tralasciare
gli apparati di riscontri tematici, di luoghi paralleli oppure anche
soltanto analoghi, di modelli lessicali e stilistici (mancano i riferi
menti ad Orazio così importanti per il libro terzo, quasi coevo dei
Carmina, e soprattutto i riscontri con i vari generi della letteratura
greca) per non parlare di quello concernente le opinioni della critica
precedente, ma in questo modo il commentatore cade nel solipsismo
delle «penetrating interpretations» e priva il commento di quel pia
no informativo per il quale esso è nato e che l'utente ha diritto di
attendersi. Il giudizio più severo è quello di J. C. Yardley, che, pur
ammettendo i guasti del libro secondo, trova esagerata la frenetica
manipolazione del testo e osserva come la grande messe di osserva
zioni, seppure ingegnose, risultino implausibili, oppure non si allon
tanino dalla categoria infinita del «perhaps, but probably not»º, che
ha ben scarsa efficacia ai fini dell'esegesi.
Per quanto concerne le prospettive dell'esegesi di Properzio,
ferma restando la convinzione che nuovi commenti globali potranno

º Cfr. p. VII.
º Cfr. W. A. CAMPs, «The Classical Review» 29, 1979, pp. 37-39.
º Cfr. J. C.YARDLEY, «Phoenix» 32, 1978, p. 352, con significativo corredo di esempi,
UN SECOLO DI COMMENTI E TRADUZIONI PROPERZIANE 89

continuare ad accompagnare il Fortleben di questo autore negli an


ni a venire, appaiono attualmente visibili alcune vie che segnalano
percorsi futuri. Sembra infatti che la strada dei commenti, in forma
di monografia, alle singole elegie sia particolarmente idonea per un
libro composito come il quarto, così come mettono in luce due re
centi lavori.
Un volume di oltre duecento pagine è stato infatti redatto da
Rosalba Dimundo come commento della elegia 4,7 (Bari 1990, Edi
puglia). Ampia e articolata risulta l'introduzione dove si propone la
tesi della solidale coerenza del componimento con i temi dell'opera
properziana nel suo complesso e in particolare con alcune elegie di
questo quarto libro, aperto dall'accenno volutamente ambiguo nelle
parole di Horos al dominio sul poeta di una puella. Particolarmente
ricco è il corredo interpretativo che traspare alla luce del modulo
dell'epifania del defunto, nella fattispecie dell'episodio in cui l'ombra
di Patroclo compare ad Achille nel canto XXIII dell'Iliade. Il saggio
introduttivo non si limita per altro all' analisi dei motivi elegiaci, ma
tiene presenti anche i criteri delle discipline antropologiche per far
emergere quei motivi “profondi” che intersecano il componimento,
rendendolo così suggestivo e affascinante alla nostra lettura, mentre il
vero e proprio commento della curatrice, che segue il modello della
scuola di Fedeli, offre un quadro esauriente dei problemi inerenti al
l'interpretazione puntuale del testo. Altra pubblicazione monografica
concernente il quarto libro è quella di Francesca Boldrer L'elegia di
Vertumno (Properzio 4.2) con introduzione, testo critico, traduzione e
commento (Amsterdam 1999, Hakkert). L'introduzione mette a fuoco
varie categorie esegetiche, da quella storico-antiquaria ed etimologica
su questa divinità etrusca accolta a Roma, a quella politica e ideolo
gica, che rende il componimento funzionale all'ideologia augustea, ma
al tempo stesso enigmatico per la scelta di un tema sostanzialmente
dimesso (forse, sostiene la Boldrer, «la vera causa può risiedere in
un'occasione reale», quale un intervento edilizio che ebbe a minac
ciare lo spostamento della statua del dio dalla sua collocazione origi
nariaº) per arrivare infine all'analisi letteraria, dove ci si richiama al
modello, seppure non indiscusso, di Callimaco, e a quelle stilistica e
linguistica, poi sviluppate ulteriomente nel commento specifico,

º Interessante è l'ipotesi che i sei versi finali di tono lapidario costituissero «un'epigra
fe per la base» (p. 36). -
90 CARLO SANTINI

Anche altre elegie singole sono state oggetto di commento. Se


gnalo qui due dissertazioni accademiche, rispettivamente di J. A. von
Dietrich sulla elegia 3,5 (Universität Wien, 1964, pp. LXXXVIII +
460) e di U. J. Kocher dedicata all'elegia 3,2 (Universität Zürich,
1974, pp. 96). Kocher analizza sia la forma linguistica dell'elegia, sia
la struttura nel suo complesso con le ponderate articolazioni temati
che che celebrano Roma (Welt-Natur / Rom und Italien – Moral
Natur / Welt-Unmoral secondo una costruzione che presenta in evi
denza il nucleo centrale) per concludere come questa elegia stia a
indicare un denso «Kreuzungspunkt» tra la poesia di ispirazione
personale che si sta esaurendo e la incipiente poesia oggettiva”.
Al tempo stesso sembra essere venuto anche il momento di chie
dersi se l'erudito commento di Enk al secondo libro non richieda
un'ulteriore messa a punto della complessa e composita trama di mo
tivi letterari. Un segnale al riguardo si riscontra nell'edizione del “Cor
pus Scriptorum Latinorum Paravianum” (Torino 1977) curata da
Giancarlo Giardina. Il volume è corredato da un commentarium (pp.
89-188) ai testi articolato sostanzialmente nelle categorie della structu
ra carminis e della glossa vera e propria, con i riscontri da altri pas
si di Properzio e da altri autori. Sembra tuttavia chiaro che gli inte
ressi dell'editore si concentrano soprattutto sul quadro editoriale piut
tosto che su quello esegetico, sicché, così come scrive Giardina stes
soº, le dimensioni del commento non risultano omogenee e le note
divengono sempre più scarne mano a mano che il lettore procede.
Nell'occasione di questo convegno formulo quindi allo stesso
Fedeli qui presente l'invito a completare con il commento al secon
do libro il suo panorama esegetico dell'opera di Properzio.
Resta infine da segnalare la fortuna di cui continua a godere il
monobiblos, che sta ad indicare la felicità e la modernità di quell'e
sperimento nel campo, se non della elegia romana, almeno della pro
duzione di Properzio. Una proposta di lettura mirante a sensibilizza
re il lettore al significato di detta modernità, pur con il corredo di
un apparato attento al valore linguistico del segno del testo e ai mo
delli formali della classicità, si riscontra anche nel commento, dalle
dimensioni succinte di un libro rivolto al pubblico della scuola e
della cultura anche non professionale. Intendo riferirmi a Properzio

33 Cfr. p. 95.
º Cfr. p. VIII: «Commentarium expedivi modo pressiorem, modo fusiorem, prout res
postulabat».
UN SECOLO DI COMMENTI E TRADUZIONI PROPERZIANE 91

Il libro di Cinzia, a cura di P. Fedeli e R. Dimundo, traduzione di


A. Tonelli, Venezia 1994, Marsilio. Nell'introduzione Fedeli si soffer
ma sulla dimensione affabulatoria del discorso amoroso di Proper
zio che nel suo libro emerge in tutta la sua prepotenza. L'arguta
esposizione si conclude nel richiamo al romanzo di Jules Benda Pro
perce ou les amants de Tibur, che nei termini singolari di una ben
articolata e complessa eleborazione di intellettuale del XX secolo in
tende dare finalmente la parola anche a Cinzia perché «il soggetto
innamorato non può costruire sino in fondo la sua storia d'amore»”.
Al genere dei commenti nati per la scuola appartiene il Proper
tius I, con introduzione, testo latino, traduzione e commento di Ro
bert J. Baker, pubblicato a Armidale in Australia nel 1990 per i ti
pi dell'University of New England. La forma del commento preve
de una breve introduzione ad ogni elegia, con qualche cenno alla
struttura della stessa e poi una serie di note al testo; i richiami al
commento di Camps sono frequenti. Il pubblico al quale l'opera è
destinata è quella degli «undergraduate and postgraguate students»,
ma è significativo del fall out della poesia di Properzio sulla cultu
ra anglosassone del XX secolo che, in questo ambito di lettori, tale
commento si rivolga anche agli studenti che non conoscono il lati
no, ma seguono i corsi di cultura classicaӼ.

Le traduzioni”7

Affrontare una rassegna delle traduzioni di Properzio nel XX


secolo significa fare i conti con l'eterogeneità della produzione die
tro la quale intenti e finalità dei traduttori divergono assai più so
stanziosamente di quanto non avvenga per la categoria dei com
menti. Vale naturalmente per Properzio quello che si può affermare
per ogni altro scrittore. La traduzione si può infatti presentare co
me l'ardua operazione del letterato che si propone il tentativo (sem

35 Cfr. p. 39.
º Cfr. R. J. BAKER Introduction, p. IX «to bring to a newer readership of Classical Li
terature students without Latin the maximum possible of the sort of things about reading
and appreciating Propertius».
” Nel redigere questa parte del mio contributo sono stato assistito da non pochi stu
diosi delle lingue e delle letterature, cui faccio cenno; ad essi va ora qui il mio sentito rin
graziamento,
92 CARLO SANTINI

pre disperato) di salvare nella dimensione poetica della sua lingua il


possibile del ritmo del testo originario, oppure può scegliere la via
del rigore filologico mirante a garantire in prosa lo spessore lingui
stico del segno, o anche può optare per la strada della onesta di
vulgazione dei contenuti che vengono esposti ad un lettore in gene
re ignaro del latino, e talvolta interpretati e chiariti con interventi
glossatori, o infine può operare in modo che la sua versione diven
ga una rivisitazione del testo, che torna a nuova vita in forme non
necessariamente omologhe a quelle nelle quali è stato originaria
mente redatto dall'autore – e si tratta in questo caso dell'esempio
più intrigante perché la scelta di rivivere autonomamente l'espres
sione poetica di Properzio porta con sé quei (consapevoli) travisa
menti e quelle allusioni, che sono state messe in evidenza dalla cri
tica più o meno pedante a proposito della «creative translation» di
Ezra Pound nel suo tanto discusso Hommage to Sextus Propertiusº.
Va anche aggiunto che, se la fortuna di un autore in una so
cietà e in una cultura non si esaurisce soltanto nella dimensione
formale delle categorie della traduzione qui accennate, è altresì vero
che il numero stesso delle traduzioni rivela il grado di notorietà e
di citabilità di un autore. Sotto questo punto di vista si può ben di
re che l'opera di Properzio abbia goduto per tutto il XX secolo di
un grado di praticabilità considerevolmente elevato, come testimonia
l'alto numero di traduzioni nelle lingue moderne europee, anche se
proprio per motivi socio-culturali di vario genere la distribuzione
delle stesse non risulta essere uniforme nei suoi riscontri cronologi
ci e diatopici.
Nella cultura anglosassone, anche in virtù degli esperimenti di
traduzione “creativa” ai quali si è testé accennato, Properzio ha go
duto di grande reputazione. Properzio, quindi, poeta grande, ma di
tormentata oscurità, i cui difetti nell'espressione e nella logica so
no ascritti alla «depth of passion and psycological insights that they
convey or attempt to convey» e quindi equiparati ad altrettante
virtù”. Da questo punto di vista il discorso sul tradurre Properzio
ha acquisito nella storia delle lettere inglesi del XX secolo un valo

º Rinvio alla numerosa bibliografia in proposito, cfr. J. P SULLIVAN, Ezra Pound and
Sextus Propertius. A Study in Creative Translation, London 1965; M. BACIGALUPO, Ezra
Pound. Omaggio a Sesto Properzio, Genova 1984; P FEDELI, Tradurre poesia, tradurre Proper
zio, «Aufidus» 10, 1990, p. 105 sgg.
º Cfr. M. HUBBARD, Propertius, London 1974, p. 1.
UN SECOLO DI COMMENTI E TRADUZIONI PROPERZIANE 93

re tutto peculiare di adesione a moduli sperimentali, come quello


del “twentieth-century imagism”, che imita la tecnica properziana
individuata in elegie come 1,3 e 2,26 predilegendo «the cultivation
of the image rather than the abstraction as the most essential part
of cognition and hence of poetic communicationȼ; anche il con
cetto stesso di “traduzione creativa” non è rimasto limitato all'espe
rimento di Pound del 1917, come mostra il fatto che un altro poe
ta inglese, Robert Lowell, rielabora in “The Ghost” alcuni motivi
dell'elegia 4,7 e conclude la sua raccolta Day by Day (London
1975) con “Arethusa to Lycotas”, cioè con la versione di 4,3º.
In ambito più strettamente filologico J.S. Phillimore tratta della
ratio vertendi in generale e dei problemi specifici che emergono dal
tradurre Properzio nella Preface alla sua traduzione in prosa (Oxford
1906); l'argomento della fedeltà può infatti trovare applicazione in
modi differenti, tanto più se si valuta l'opera nel suo complesso, o al
meno il sistema poetico di ogni elegiaº, ma al tempo stesso «a faith
ful translator is in duty bound to be faithful in absurdity where, to
the best of his appreciation, the Latin is absurd» e quindi «he must
not scruple at confusion of metaphor or at outrageous hyperboleȼ
così come non spetta a lui usurpare il compito del commentatore, ma
piuttosto cercare « to transplant the tone and feeling of his original»
con i mezzi di cui dispone. Ad attestare quanto siano forti i vincoli
del traduttore con il suo modello si riporta qui a mo' di esempio l'e
sordio di 1,1 («Cynthia was the first woman that made me the poor
captive of her eyes when hitherto no touch of desire had reached
me») dove il carattere di “poesia tradotta” risulta evidente.
Un'attestazione dell'eco di Properzio nella cultura anglosassone
emerge dall'essere la compagine dei traduttori la più numerosa,
quindi, in ordine cronologico e tenendo conto solo delle traduzioni

º Cfr. D. TH. BENEDIKTSON, Propertius, Modernist Poet of Antiquity, Southern Illinois


University 1989, p.101.
º La caratteristica più evidente della traduzione, in rapporto simmetrico con la prima
poesia della raccolta, “Ulysses and Circe, è la ricerca della brevità rispetto al modello latino;
per un commento alla versione cfr. Benediktson, op. cit., pp. 140-141.
º Cfr. p. IX «No one can seriously hold that it is better to render a word for a word
than an idiom for an idiom, a thought for a thought».
º Cfr. l'esempio del verso tu patrui meritas conare anteire securis. Se in latino la me
tafora di anteire «is not a wholly defaced coin but keeps its character, then he must render
by outstrip your uncles axes» (p. X).
94 CARLO SANTINI

dell'opera completa, dopo Phillimore, H. E. Butler (London 1912,


Heinemann), S. G.Tremenheere (London 1932, Marshall), E. H. W.
Meyerstein (London 1935, Milford / New York 1935, Oxford Uni
versity Press), C. Carrier (Bloomington 1965, Indiana University
Press), E. A. Watts (Baltimore 19662, Penguin Books, in verso), J.
P. McCulloch (Berkeley 1972, University of California Press), R.
Musker (London 1972, Dent, in verso), J. Warden (Indianapolis
1972, Bobbs-Merrill), W. G. Sheperd (Harmondsworth 1985, Pen
guin, in verso), G. Goold (Cambridge Mass. 1990, Harvard Univer
sity Press), G. Lee (Oxford 1994, Clarendon).
Per questo catalogo di traduzioni, così come per ogni altro au
tore, gli anni delle due guerre mondiali costituiscono, come vedre
mo, uno spartiacque della lingua e del gusto. La versione di Meyer
stein ha avuto una notevole eco sulla stampa sia per la scelta della
resa di vari componimenti in forma di strofe, sia per l'impiego di
vari metri, ma il risultato è stato in genere valutato assai sfavorevol
mente, perché – come osserva Highetº – l'osservazione del tradutto
re che «each elegy has been regarded as a problem» lo ha portato a
rendere ogni elegia in modo separato (una ventina di metri diversi,
quando «the decasyllabic couplet is the only English form that is in
any real sense equivalent to the Latin elegiacȼ) senza tener conto
del modulo unificante del distico elegiaco. Del resto Properzio – os
serva Cunninghamº – è poeta dal «perceptive detail», circostanza
che richiede al traduttore di andare oltre una resa verso dopo verso
perché altrimenti si corre il rischio di farlo apparire, come nella ver
sione di Meyerstein, «as a poet of fragments». Altra versione inglese
in metro è quella di S. G. Tremenheere, che aveva pubblicato già
nel 1899 The Cynthia of Propertius, cioè il primo libro, e poi nel
1932 The Elegies in un volume di oltre cinquecento pagine, nel va
lutare il primo lavoro un filologo e letterato del calibro di Housman
aveva notato la «surprising conciseness» di questa versione dovuta
alla scelta dell'«octosyllabic couplet», versione che tuttavia definisce
«ill» perché questo verso appare essere il più lontano possibile dal
ritmo del distico elegiacoº”.

º Cfr. G. HIGHET, «The Classical Review» 1936, p. 74.


º Cfr. «The Times Literary Supplement» 1936, p. 834.
º Cfr. J. V. CUNNINGHAM, «Classical Weekly» 1937, p. 120.
º Cfr. A. E. HOUSMANN, «The Classical Review» 1900, p. 233.
UN SECOLO DI COMMENTI E TRADUZIONI PROPERZIANE 95

Per quanto riguarda le versioni in prosa quella di Butler ap


pare ancora oggi assai apprezzabile anche se è stata sacrificata
presso la Loeb Classical Library al nuovo indirizzo estetico della
metà del secolo per traduzioni agevoli e comprensibili, scrive in
fatti G. P. Goold nella premessa della sua nuova traduzione che
sostituisce quella di Butler, che ai suoi tempi questa fu la miglio
re, ma «what was an elegant translation in 1912 now wears a
very old-fashioned lookȼ. L'inglese di Butler con i suoi arcaismi
conserva tuttavia ancora oggi un tono nobile e grave che rende
con indubbio vigore alcuni passi di particolare intensità come l'e
sordio dell'epigramma funebre (1,21): «Soldier, that hastenest to
escape thy comrades doom, flying wounded from the Etruscans
ramparts, and turnest thy swollen eyes at the sound of my moa
ning, I am one of thy nearest comrades in arms» e regge bene il
confronto con la versione di Goold che per maggiore aderenza al
latino non ha voluto invece rinunciare all'interrogazione dell'ori
ginale («why at my groan do you not turn bulging eyes upon
me?»).
Particolarmente sensibile al ritmo e alla modulazione del disti
co, nonché alla forma stessa del verso di Properzio è la recente tra
duzione di G. Lee (The Poems, With an Introduction by O. Lyne,
Oxford 1994, Clarendon Press), dove il testo inglese è strutturato
in modo da imitare l'impaginazione del latino. Un esempio partico
larmente significativo è rappresentato dall'esordio di 4,1 («“This pa
norama, stranger, now Imperial Rome, / Till Phrygian Aeneas time
was hill and grass. / Where stands the Palatine, sacred to Naval
Phoebus, / Exiled Evander's cattle lay togheter”»), o di 4,7 («A
ghost is something. Death does not close all»).
Se basta la menzione delle Römische Elegien di Goethe per se
gnalare la fortuna di Properzio nella cultura letteraria tedescaº, è
anche vero che per tutto il XIX secolo i traduttori si cimentarono
con il compito di tradurne l'opera º. Nel XX secolo le traduzioni
in tedesco risultano distribuite tra i primi decenni e l'ultimo qua
rantennio, in ordine cronologico l'opera completa di Properzio è

º Cfr. p. VII.
º Cfr. G. CUSATELLI, Temi properziani nella tradizione tedesca, in A confronto con Pro
perzio (da Petrarca a Pound), Assisi 1998, pp. 105-111.
7º Un elenco critico nella introduzione alla traduzione di P. MAHN, Berlin 1918, pp. 58-61.
96 CARLO SANTINI

stata tradotta da P. Levinsohn (Leipzig 1913, Klinkhardt, in versi


liberi sulla base dell'edizione di Lachmann), da P Mahn (Berlin
1918, in giambi di cinque piedi, un verso già impiegato da Wie
land per la sua versione delle Satire e delle Epistole di Orazio'º),
da H.Sternbach (Berlin 1920, Propyläen Verlag), da K. e J. Binder
(Leipzig 1930, Reclam), da W.Willige (München 1950, Heimeran;
1960º), da F. Diettrich (Düsseldorf 1958), da G. Luck (Zürich,
Stuttgart 1964, Artemis, con Tibullo), da R.Helm (Berlin 1965,
Akademie-Verlag), da B.Mojsisch, H. H. Schwarz e I. J. Tautz
(Stuttgart 1993, Reclam, con una breve appendice Zum Text, che
riporta le discrepanze dall'edizione oxoniense di Barber).
Molto accreditata è la versione di Rudolf Helm, che intende rag
giungere in pari tempo la comprensibilità e la resa espressiva del lin
guaggio poetico, nonostante la densità del testo e i riferimenti mitolo
gici. Il traduttore è riuscito a rendere assai bene nella lingua tedesca il
ritmo del distico, come ad esempio all'esordio di 1,16 «Einstmals war
ich ein Tor, für groſse Triumphe geòffnet, / Wohlbekannt ob der Zu
cht an dem Tarpeischen Fels, / Und meine Schwelle verklärten mit
Gold verkleidete Wagen, / Manch ein Gefangner hat sie flehend mit
Tränen benetzt»; ad ogni componimento viene assegnato un titolo in
epigrafe, secondo una scelta antica della tradizione manoscritta.
Degna di particolare apprezzamento è considerata anche la versio
ne di Georg Luck che nella breve introduzione alla traduzione in un
unico volume sia di Properzio sia di Tibullo7º discute anche delle dif
ficoltà di rendere questo tipo di poesia in una lingua moderna, e in
particolare in tedesco. Luck riesce con l'ausilio della costruzione tede
sca a riprodurre talora il ritmo dell'originale come appunto nell'incipit
del primo libro «Cynthia war die erste, die mich Armen mit ihren
Augen bezwang: / kein Liebesverlangen hatte zuvor mich berùhrt».
L'impronta stilistica è quella di «a simple straighforward style with a
light admixture of poeticisms»”; il metodo seguito consiste nel rende

7. Si tratta, a giudizio di MAHN, op. cit., p. 59 di una versione pallida che tende ad an
nacquare tutti i passaggi più espressivi e densi di pensiero dell'autore latino.
7? MAHN, op. cit., p. 60 ha scelto di far terminare alternativamente i versi senza oppu
re con l'accento finale «um die wenigstens meistens vorhandene Geshlossenheit des Disti
chons festzuhaleten»,
7° Properz und Tibull, Liebeselegien. Neu hrsg. und übersetzt von G. LUCK, Zürich –
Stuttgart 1964.
74 Cfr. H. D. JoCELYN, «Gnomon» 37, 1965, p. 373.
UN SECOLO DI COMMENTI E TRADUZIONI PROPERZIANE 97

re il più possibile perspicuo al lettore il dettato properziano anche a


costo di arrivare a qualche forma di parafrasi come, a 1,1,10, quando
al posto del genitivo patronimico Iasidos Luck preferisce il nome pro
prio «Atalantes» dell'eroina mitica, oppure a 2,7,15 quod si vera meae
comitarem castra puellae, quando spiega con un'incidentale il topos del
rapporto, antitetico ma correlato, tra amore militia «Doch wenn ich
dem Lager der geliebte folgte – (das wäre wirklich ein Krieg)» o an
cora a 2,33,16 cur tibi tam longa Roma petita via?, tradotto spezzando
in due il testo «Warum bist du nach Rom gereist? Der Weg ist so
lang». Altro aspetto del rispetto verso l'originale è la resa di fenome
ni come l'epanalessi, cfr 2,7,11-12 «meine Flöte... meine Flöte», op
pure di espressioni dichiaratamente allusive quale a 2,33,22 ter facia
mus iter «wollen wir dreimal “eine Reise tun”», ma Luck si propone
anche di entrare in sintonia con la tradizione germanica nell'accentua
zione dei toni lugubri, che per altro risulta particolarmente appropria
ta ad un poeta come Properzio, come avviene a 2,28,39 quando una
ratis fati diviene «ein Totenschiff».
Properzio suscita nel XX secolo in Francia l'interesse degli in
tellettuali, come Julien Benda, ma molto meno quello dei tradutto
ri. Eppure nella prefazione alla sua traduzione del monobiblos, sul
finire del XVIII secolo, lo scrittore inglese John Nott segnalava co
me esistessero già due traduzioni francesi assai note, quella dell'a
bate Marolles e quella del signor de Longchamps, «both [...] in
prose, as the French generally publish their translations of the clas
sics»7”; il prestigio della versione di Delongchamps (Paris 1772) è
per altro attestata dalla ristampa della medesima ancora nel 1845
(Paris, Garnier). Per il XX secolo i nomi sono quelli di D. Paga
nelli (Paris 1929, Les Belles Lettres), di M. Rat (Paris 1932, Gar
nier) e di P. Boyancé (Paris 1968, Les Belles Lettres). Paganelli tra
duce in prosa, ma la versione va oltre il dettato del testo; la resa di
nullo vivere consilio di 1,1,6 come «à vivre sans loi» fa di Proper
zio addirittura un fuorilegge e tardas auris di 1,1,37 non significa
propriamente «d'une oreille distraite».
Boyancé adotta la scelta discutibile di conservare il testo di Paga
nelli, già edito nella stessa collana, anche se alla fine di ogni libro in

” Propertii Monobiblos or That Book of the Elegies of Propertius entitled Cyntia, Lon
don 1783.
98 CARLO SANTINI

dica i passi nei quali si discosta dal suo predecessore per accedere al
le lezioni di altri oppure di sua scelta. Al fine di conservare qualche
aspetto del ritmo latino («J'ai voulu, je le dirai hardiment, du poète
faire une traduction qui fùt poétique, dans la mesure où je le pou
vais»76) Boyancé ricorre quindi a una soluzione «fort libre», nella
quale alcuni tipi di verso (alessandrini, ma anche ottonari, senari e
gruppi di quattro piedi) risultano uniti a parti prosastiche. Il risultato
ha lasciato scettici vari filologi e letterati come A. Ernout 7 e E. de
Saint-Denisº; quest'ultimo osserva quanto risulti difficile tradurre Pro
perzio per l'intensità e la pregnanza del dettato («la juxtaposition des
mots... des rencontres et des heurts, pleins de force évocatrice») e
come Boyancé abbia cercato di ovviare ad essa con risultati talvolta
non sempre felici, credo, tuttavia, che vada riconosciuto il suo impe
gno per la esattezza e il rigore filologico nella resa del testo, che ren
de questa traduzione di un livello superiore a quello di Paganelli”.
La poesia di Properzio ha avuto un'influenza non irrilevante
sulla letteratura spagnolaº, come attesta la traduzione di 1,2 ad
opera di Lope de Vega; la fortuna del poeta varca i confini europei
con la traduzione dell'umanista colombiano dell'800 Miguel Antonio
Caro che traduce ventinove elegie nel suo Flos poetarumº; qui sono
impiegati vari metri, ma in particolare la terzina come corriponden
te del distico elegiaco.
La prima traduzione completa di Properzio è opera dell'arago
nese Germán Salinas Y Aznárez (Madrid 1914, Hernando) al quale
tiene dietro poi nell'ultimo quarantennio del secolo un drappello di
vari traduttori. La più nota delle traduzioni è quella di Antonio To
var dell'Università di Salamanca e dell'argentina Maria T. Belfiore
Mártire, anche perché sul piano testuale Tovar ha proposto di indi
viduare un ramo indipendente della tradizione in tre mss. di Sala
mancaº. La traduzione in prosa è stata ripartita tra i due curatori
in modo che Tovar traduce le elegie di numero pari dei primi tre

76 Cfr. p. VI.
77 Cfr. «Revue de Philologie» 43, 1969, pp. 98-100
78 Cfr. «Revue de Philologie» 43, 1969, pp. 360-361.
7° Cfr. R. VERDIERE, «Latomus» 28, 1969, p. 513.
º Si veda da ultimo D, ESTEFANIA, Influsso di Properzio nella letteratura spagnola, in A
confronto con Properzio (da Petrarca a Pound), Assisi 1998, pp. 51-79.
º Cfr. Obras Completas, I, Bogotá 1918, pp. 109-149. -

º Cfr. la introduzione al volume, Barcelona 1963, Ediciones Alma Mater, pp. XXXI-XXXIV
UN SECOLO DI COMMENTI E TRADUZIONI PROPERZIANE 99

libri e le dispari del quarto, lasciando alla collaboratrice le restanti,


mentre «el aparato critico ha sido discutido y redactado por am
bos». Il risultato è apparso ai recensori pregevole sia per la com
plessiva fedeltà al testo sia per «eine gewisse plastische Fülle»º.
I versi iniziali di 1,2 (« a De qué sirve, vida mia, presentarte
con el cabello adornado y mover los pliegues delicados de un vesti
do de fina seda de Cos, y derramar sobre tu cabellera mirra del
Orontes y venderte por mercancia extrajera, y perder tu belleza na
tural con adornos comprados, y no permitir que tus mimbros luzcan
por sus perfecciones proprias ? ») illustrano la scelta di sostituire
con la sequenza anaforica della congiuzione y la varietà del testo
latino (et, aut, -que, -que, nec), ma anche di conservare l'ambiguità
di vendere. Può essere utile il confronto tra questo tipo di traduzio
ne e una traduzione come quella sopra ricordata di Caro (« d A qué
con mirra que el Oriente [sic!] envia / perfumar el cabello, y tu
hermosura / esclava hacer de extrafia mercancia ?»)º alla quale il
verso conferisce una scioltezza maggiore,
Per quanto riguarda le altre traduzioni in castigliano P L. Ca
no Alonso (Barcelona 1984, Bosch) sceglie di riprodurre l'impagina
zione del distico anche per rendere agevole il confronto con il testo
latino, mentre sono in prosa le versioni di H.FBauzà (Madrid 1987,
Alianza), di A.Cuatrecasas (Barcelona 1999, ma ultimata nel 1988) e
di A. Ramirez de Verger Antonio (Madrid 1989, Gredos). Interesse
suscita anche la versione dell'edizione messicana di R. Bonifaz
Nufio (México 1974, Universidad Nacional Autónoma de México)
che opera sulla punteggiatura al fine di riprodurre in certo qual
modo le cesure dell'originale, come a 1,1,37-38 «Pero si alguno, a
mis consejos, tardos ofdos volviera, / i ay, con cuanto dolor recor
dará mis voces!». Un esperimento originale è infine quello proposto
da A. Alvarez Hernández con la sua recente edizione bilingue del
primo libro (Buenos Aires 1999, Nuevohacer) al fine di garantire la
forma dinamica e screziata del verso properziano con altre soluzio
ni piuttosto che con «un modulo métrico constante»; la scelta è an
data infatti ad una «combinación muy variada de versos»º con il

º Cfr. G. LUCK, «Gnomon» 37, 1965, p. 170. J. H. WASZINK, «Mnemosyne» 19, 1966,
p. 309: «the translation is accurate and in good taste».
º Si veda in merito M. BRICENO JAREGUI, Tres bimilenarios clásicos. Virgilio, Tibulo,
9percio, Bogotà 1986, pp. 196-97.
º Cfr. p. 26. » . . .
100 CARLO SANTINI

solo dato costante della finale accentata nei versi che corrispondono
al pentametro oppure alla parte finale del pentametro.
Dai repertori bibliografici non risulta a tutt'oggi una versione
completa in lingua portoghese. Parziale è la versione (1,1; 1,2; 1,12;
1,17; 1,19; 2,11; 2,12; 2,15; 3,8; 3,11; 3,12) di un anonimo, «um
rioso obscuro», identificato come Joaquim Lourenço de Carvalho,cu al
quale vengono attribuite As elegias e os carmes de Tibulo e algumas
elegias de Propercio e carmes fugitivos de Catulo (Porto” 1912). Un
breve saggio della versione dell'esordio della prima elegia dà subito
conto di una scelta del tutto letteraria nei versi rimati del tradutto
re («De amorosas paixões até entâo isento, / vejo de Cynthia o
olhar; cativo eis-me, infeliz ! / Adeus de meus desdens constante
pensamento, / que a fronte altiva Amor me impoz seus pés gen
tis!»). L'occasione di questo convegno serve dunque anche per for
mulare qui l'auspicio che l'Accademia del Subasio promuova la tra
duzione integrale in questa lingua neolatina, per altro tra le più dif
fuse del globo. Segnalo qui anche la traduzione in catalano di Joan
Minguez sul testo edito da J. Balcells (Barcellona 1946).
Per quanto concerne l'area nordica l'interesse della cultura svede
se verso Properzio va considerato una direttrice tradizionale, come
mostrano gli esperimenti di traduzione realizzati alla fine del XVIII
secolo dal poeta e letterato dell'età gustavina Johan Henrik Kellgrenº,
e tale indirizzo arriva fino agli inizi del XX quando E. Janzon tradu
ce il libro terzo (Göteborg 1911) e il quarto (Göteborg 1917). Recen
temente è apparsa un traduzione completa ad opera di Ingvar Björke
son con introduzione di KVennberg (Värnamo 1992, Natur och Kul
tur); il testo svedese riproduce la forma del verso elegiaco (1,1,1-2:
«Med sina čgon var Cynthia fòrst att fànga mig arme, / mig som ett
blint begàr aldrig besmittat frut») e riprende il modulo allitterante
dell'originale (contactum ... cupidinibus), al quale aggiunge anche l'e
panalessi («mig ... mig som»); talvolta l'autore ricorre ad alcune mo
dificazioni interpretative dell'originale come a 4,7,1 Sunt aliquid Manes
= «Aven skuggor har liv», dove i Mani sono divenuti le ombre'.
Una versione parziale in danese è quella di Axel Juel (Ko
benhavn 1942, Gyldendal: Tibul og Properts Kaerligheden og Fre
den. Elegier i Udvalg og Oversattelse). Si tratta di un piccolo libro

º Cfr. C. SANTINI, Kellgren traduttore di Properzio, in Commentatori e traduttori di Pro


perzio dall'Umanesimo al Lachmann, Assisi 1996, pp. 303-322.
UN S] COLO DI COMMENTI E TRADUZIONI PROPERZIANE 101

in formato tascabile (“Amore e pace in italiano) che contiene


un'antologia da Tibullo (8 elegie) e da Properzio (20 elegie) scelte
dal traduttore, che è egli stesso poeta, in base al suo gusto roman
tico e alla consuetudine con altri poeti latiniº; a ogni elegia è stato
attribuito un titolo che ne riassume il contenuto, il linguaggio è
poetico, ma anche aderente all'originale (12, 1-2 «Hvorfor min El
skede skrider Du frem med saa prangende Haarpynt / og i et aeg
gende, blodt bolgende Silkegevandt?») salvo l'eliminazione o l'adat
tamento di riferimenti troppo specifici (le Camene divengono le più
generali Muse). L'opera che rappresenta la prima traduzioneº, salvo
un unico tentativo precedente, è illustrata dagli eleganti disegni di
Axel Nygaard.
Parimenti parziali sono le traduzioni finlandesi di V. A. Ko
skenniemi (Roomalaisia rumoilifoita, Porvoo 1919) e di P Oksala (I
kirja Cynthia fa IV kirja XI Regina elegiarum, Helsinki 1964). La
traduzione di Oksala rivela la sua indiscussa perizia della lingua la
tina e corrisponde al modello del verso elegiaco; la lingua risulta
solenne e arcaizzante.
Versioni parziali in olandese sono quelle di J. van Gelder (Har
lem 1949, con Catullo, Orazio, Tibullo) e di M. D'Hane Scheltema
che traduce 2,26 col titolo Een angstaroomº.
In greco moderno accanto alle versioni parziali di G. A. Tourlidès
(Athinai 1973, Athinai 1979) va ora segnalata la traduzione completa
di B. I. Lazana (Athinai 1987). Il volume consta di una introduzione
(pp. 7-63) cui tiene dietro la fuetpm uetó(ppoom e le note (pp. 65
243). Il curatore segnala di essersi basato sul testo latino e sull'edizio
ne Les Belles Lettres del 1970, la traduzione è definita letteraria («m
pueto(ppóom eivot Aoyotexvuki Koſì 5xl ditoAotog, puÃoAoyuki»).
Per quanto riguarda le lingue dell'Europa orientale esiste una
traduzione completa in ungherese di J. Csengeri (Elegidi, Budapest
1897), due in ceco, di O. Smróka (Praha 1973, con Catullo e Tibul
lo) e di V. Sramek (Praha 1962, ma già nel 1915 F Doucha pub

º Nella collana “Smaa Digtsamlinger erano già uscite altre traduzioni dal latino di A.
Juel, Ovids Elskovsdigte (1932), Horats Oder (1933), Catuls Kaerlighed og Had (1937), Mar
tials Epigrammer (1939).
º Formato e tiratura (2000 copie, notevole per una raccolta di poesie in Danimarca)
nno pensare ad un'opera rivolta ad un pubblico abbastanza ampio, non necessariamente in
ado di leggere l'originale latino che infatti non è stato stampato.
º In «Hermeneus» XLII 1971, p. 148.
102 CARLO SANTINI

blica presso il ginnasio di Königsgrätz, ora Hradec Králové, una


versione parziale in versiº) e una in sloveno (Pesmi. Prevedel J.
Mlinaric, Maribor 1973, in distici elegiaci e un copioso commento).
Parziali sono invece la traduzioni in polacco di M. Ostowski (1933),
di T. Sinko (1938), di J. Wöjcicki (1983), di M. Brozek (1985, 1986),
quelle in croato di S. Teklié (Cintifa – Monobiblos, Zagreb 1931, in
distici elegiaci comprendente l'intero libro primo; Ka kraliici elegia,
Zagreb 1931, in distici elegiaci con una scelta degli altri libri), di
N. Sop, (Zagreb 1950, con Catullo e Tibullo, in versi liberi) e di D.
Greöl (Odabrane elegife, Zagreb 1979, in distici elegiaci), in serbo
di M. Atanasijević (Elegife, izbor, Beograd 1966, in versi liberi con
una postafazione sull'immaginazione mitica nella poesia di Properzio
di M Flasar), in russo di J. M. Borovski (Mosca 1972) e in rumeno
di I. Micu (1932/33).
Va anche segnalata una traduzione parziale in ebraico di H.
Rosén (1958). A tutte queste lingue si aggiunge ora, proprio in
concomitanza con questo convegno, la traduzione cinese del mono
biblos e di una scelta dagli altri libri per opera di Wang Huan
sheng ([Gu Luoma] Puluopeitiwusi Aige yi, Beijing 2000, Zhong
guo Xiju Chubanshe).
Il gruppo dei traduttori in italiano è dei più consistenti: M. M.
Martini (Milano 1931, “Collezione Romana”, Istituto Editoriale Ita
liano), G. Lipparini (Bologna 1946, “Poeti di Roma', Zanichelli), G.
Bonazzi (Propertius resartus, Romae 1951, L'Erma), E. Barelli (Mila
no 1957, Rizzoli), E. V. D'Arbela (Milano I, 1964 / II, 1965 / III,
con i libri terzo e quarto e l'index nominum 1966, “Classici Greci e
Latini”, Istituto Editoriale Italiano), G. Leto (Torino 1970, “I millen
ni”, Einaudi), G. Namia (Torino 1973, “Classici Latini”, UTET, con
Tibullo), E. Cetrangolo (La lirica latina – Catullo. Orazio Tibullo.
Properzio. Lirici minori. Poesia cristiana, Firenze 1983, “Le voci del
mondo Sansoni, pp. 459-713), L.Canali (Milano 1987, “Classici del
la BUR', Rizzoli), PFedeli (Firenze 1988, Sansoni), R.Gazich (Mila
no 1993, “Classici greci e latini', Mondadori).
Un tanto elevato numero di traduzioni è giustificato dalla pre
v -

senza di varie imprese editoriali di classici latini, ognuna delle qua


li non ha mancato di mettere a catalogo il suo Properzio, resta tut

º Pfizvučny preklad nékolika elegi Propertiovych, poi recensito da J. STRAKA, «Listy


Filologicke» 43, 1918, pp. 156-157.
UN SECOLO DI COMMENTI E TRADUZIONI PROPERZIANE 103

tavia in primo piano la difficoltà di tradurre Properzio, che già Lip


parini aveva definito «quasi disperata impresa». E a proposito dello
stile di Properzio Lipparini ha ben definito lo spettro delle diffi
coltà, cui va incontro il traduttore, in quanto «egli mira più a sug
gerire che a dire: meglio che un'immagine egli vuol destare in noi
una sensazione»”; se un'immagine si può tradurre, una sensazione è
irrimediabilmente legata al contesto fonico, lessicale e semantico del
testo latino, che va quindi perso nella resa in italiano.
A quanto qui detto si collega strettamente il problema della re
sa del distico latino in una lingua come l'italiano, che non percepi
sce la quantità delle sillabe; i tentativi di surrogare il sistema metri
co con altre forme vanno dalla vera e propria composizione ad me
trum, come quella di Bonazzi che si rifà alla tradizione barbara'
carducciana di fine '800, all'uso di endecasillabi «reguliers et gra
cieuxȼ di Barelli, alla scelta di Lipparini che compone alternativa
mente versi di novenari e settenari e ottonari e settenari «perché il
nostro orecchio percepisca quanto è più possibile la musica dell'an
ticoȼ e infine all'ultima realizzazione di Gazich di versi liberi al
ternativamente più lunghi e più brevi.
La versione in prosa di Mario Maria Martini (n. 1885), scritto
re e letterato della prima metà del secolo, non manca di qualche
immagine vigorosa, ma appartiene anche ad un primo assaggio alla
categoria delle gravemente infedeli”, come ad esempio le aggiunte
di 1,21,4 pars ego sum vestrae proxima militiae «Io sono, io ero, pur
dianzi, un uomo della vostra milizia»; 4,7,4 murmur ad extremae nu
per humata viae «fu interrata al margine d'una strada, presso un
rio” mormorante»; inoltre la compattezza stilistica della resa non
viene spesso garantita per la presenza di forme corrive (2,13,15 bo
nas ad pacem verterit aures – «Ch'ella s'induca a rappattumarsi me
co») e preziosismi tanto inutili quanto fuorvianti (2,13,23 nec sit in
Attalico mors mea mixa toro – «né voglio... che il mio cadavere sia
immesso in attalico giacilio»). Va invece riconosciuto a Lipparini il
merito dell'equilibrio, con un livello stilistico dignitoso senza esage
razioni e arcaismi che non viene mai meno nel corso dell'opera.

º Cfr. G. LIPPARINI, Introduzione, p. XIX.


º Cfr. F. DUYSINX, «Latomus» 17,1958, p. 799.
º Cfr. p. XX. -

º Qui «preso» è evidententemente un refuso del testo a stampa.


104 CARLO SANTINI

La traduzione di Giuliano Bonazzi rispetta a sua volta con in


tenzionale rigore e accuratezza il sistema di accenti del distico latino,
ma risulta poi evidentemente fallace per il testo latino di cui l'edito
re si è servito, visto il suo consenso incondizionato alle lezioni di un
ms di scarsissimo rilievo, il Palatino Vaticano 910 definito inopinata
mente «unicum sincerae traditionis»”. Il metodo editorialeº seguito
da D'Arbela è stato giudicato severamente soprattutto perché dipen
de senza originalità dalle edizioni precedenti”; se i pericoli per la
traduzione sono perciò minori, l'impressione complessiva è quella di
un lavoro che, pur seguendo da presso l'originale, non dà giustizia
alla complessità di allusioni e di riferimenti dotti del modello. Così
la versione di 1,11,3-4 et modo Thesproti mirantem subdita regno /
proxima Misenis aequora nobilibus «e poi ammiri la distesa del mare
che bagna il regno di Tesproto, vicina al famoso Miseno» è impreci
sa e generica, senza neppure una spiegazione, neppure nel commen
to, al fenomeno della connessione sotterranea tra le acque di zone
distanti; analogamente la versione di 2,29,37-38 ut in toto nullus
mihi corpore surgat / spiritus admisso notus adulterio «non spiri nem
meno un alito che sia segno di un adulterio commesso» è una ba
nalizzazione, che non spiega la valenza tutta fisica di spiritus (anhe
litus post coitum glossa Enk ad l., oppure anche «bodily odour»,
come suggerisce J. P Sullivan). Il lavoro di D'Arbela si segnala co
munque anche per il commento in calce al testo che risulta decisa
mente superiore al limite funzionale di una succinta illustrazione del
le elegie; con esso lo studioso si rivolge anche al lettore specialista,
vista la costanza dei richiami intertestuali e le numerose osservazioni
linguistiche che ne corredano lo svolgimento.
Un giudizio valutativo sulle numerose traduzioni italiane dell'ul
timo trentennio del secolo deve prendere atto della circostanza pa

º Basterà solo qualche esempio: castas odisse puellas di 1,1,5 diviene «a tedio d'avere le
caste Sorelle», cioé le Muse, interpretazione questa antica, ma piuttosto insensata, perché si
immagina che il poeta esordisca sostenendo che l'amore per una donna lo ha distolto dalla
poesia; 1,17,3 visura di tutti i mss. è sostituita con tusura del solo Palatino «non l'usata Cas
siope per me batterà sulla nave»; 1,21,6 soror apta «accortamente intenda la sorella».
º L'impostazione dell'editore segue criteri sostanzialmente conservativi, cfr. p. 85 del
primo tomo: «Nam illa diuturna et acerrima Propertii emendandi multorum litteratorum in
dustria supervacanea interdum et irrita est».
º Cfr. R.E.H. WESTENDORP BOERMA, «Mnemosyne» 23, 1970, p. 215: «the critical appa
ratus [...] has been concocted from various former editions [...] It is painful to see how often
has accepted the reading in Schusters text, but has copied the app, crit of Hosius edition».
UN SECOLO DI COMMENTI E TRADUZIONI PROPERZIANE 105

radossale e sconcertante che la sola traduzione portata avanti con


intento di aderenza filologica al dettato del testo, vale a dire quella
di Fedeli, traduzione realizzata per altro su un saldo presidio quale
è il testo teubneriano (Stuttgart 1984), ora tuttavia non sta più sul
mercato editoriale; Fedeli affronta con accortezza e competenza lin
guistica, disponibilità a seguire il filo espositivo nei pensieri e nelle
emozioni di Properzio e una necessaria dose di buon gusto il suo
compito e non esita a scendere nel dettaglio del testo latino laddo
ve esso risulta in debito con il lettore, come subito a 1,1,2 contac
tum nullis ante Cupidinibus «nessun Amorino mi aveva ancora feri
to», che dà piena ragione del richiamo a tov ue II60oug &tpCotov
nell'incipit dell'epigramma di Meleagro, oppure traducendo libelli
. nostri a 1,11,19 «le mie lettere» visto il contiguo attulerint e non
«my books», come Butler; a 3,3,19 ut tuus in scamno iactetur saepe
libellus, che è passo spesso frainteso, viene tradotto «perché sia
spesso riposto sullo sgabello il tuo libro», laddove poteva sembrare
più poetico al traduttore usare espressioni generiche. Le ricadute
del lavoro interpretativo di Fedeli emergono in altre traduzioni suc
cessive, come quella di Gazich, che traduce non solo attenendosi al
testo teubneriano del primo, ma mettendone sovente a frutto il ba
gaglio esegetico e i suggerimenti su come sbrogliare i nodi del det
tato properziano.
Pregevole risulta anche la versione di Pasoli per il solo libro
quarto e un certo livello di accuratezza si riscontra anche nella ver
sione di Namia, «anche se la pregnanza polisemica del linguaggio di
quest'ultimo poeta e l'uso di forme grammaticali e sintattiche forte
mente espressive, ha costretto talvolta l'A., per amor del bello stile,
a operare delle scelte precise, rinunciando ad esprimere alcune con
notazioni che però, in Properzio, fanno corpo unico col concetto di
base»º; il lettore troverà nel volume anche un utile indice dei ca
poversi. Lo stesso non si può dire della traduzione della Leto; nei
confronti di questa versione, assai poco millenaria, Pasoli ha formu
lato il giudizio di «deteriore dilettantismo», sia perché la traduttrice
non specifica quale è stata l'edizione della quale si è servita, sia
perché «la curatrice stampa a sinistra una lezione, e traduce a de
stra secondo un'altra»”; ma, anche a voler prescindere da questi

º Cfr. M. TARTARI CHERSONI, «Bollettino di studi latini» 4, 1974, p. 124.


º Cfr. E. PASOLI, «Bollettino di studi latini», 1, 1971, pp. 60-61.
106 CARLO SANTINI

aspetti di acribia e correttezza filologica, pur indispensabili in lavo


ri che vogliono apparire impegnativi, la stessa traduzione, «che ri
produce da lontano il ritmo del distico, ma senza seguirne rigorosa
mente le cadenze» non convince un letterato di fine gusto come
Paratore, «specie per un che di eccessivamente generico che la in
fiacchisce e la porta più di una volta a non rendere esattamente il
testo».ºº. Tralasciamo poi i veri propri fraintendimenti, come a
3,14,17-18 qualis et Eurotae Pollux et Castor harenis, / hic victor pu
gnis, ille futurus equis tradotto «o come sulla sabbia dell'Eurota
Polluce e Castore, futuro grande guerriero l'uno, e l'altro cavaliere»,
vale a dire in modo da far torto al contesto classico, visto che ogni
lettore antico sapeva che pugnis, se riferito a Polluce, ne dichiarava
la prestanza quale pugile e non quale generico combattente di ano
dine pugnaeº.
La versione di Enzio Cetrangolo è condotta sul testo di Barber;
il traduttore ha scelto di far precedere ogni elegia da un titolo. Pur
in una resa sostanzialmente corretta, l'aderenza al testo latino si af
fievolisce per la ricerca di valenze allotrie come in alcuni passaggi
dell'elegia degli Amorini (2,29a), dove è modificata il significato di
vetuit a v. 4 – «temevo di contarli», ma Properzio dice più netta
mente e semplicemente non sono riuscito a contarli – oppure è
omessa una congiuzione indispensabile come a sed nudi erant "
«Erano nudi», che distingue i Cupidines da una banda di servi fu
gitivarii. Nel complesso la scelta di rendere il distico in versi liberi
di undici, dodici sillabe conferisce al dettato un tono più prossimo
all'andamento didascalico e satirico che non all'elegia di amore sic
ché le parti che a me sembrano più felici sono quelle di alcune ele
gie diatribiche del libro terzo, come a 3,13,25-30 «Felice un tempo
gioventù serena / delle campagne, quando la ricchezza / erano la
messe e gli alberi» e ancora a v.47 sgg. «Giacciono adesso nei de
serti boschi / l'are neglette, vinta ormai la fede / tutti adorano l'o
ro, l'oro compra / i giuramenti, serve son dell'oro / le leggi, e fre
ni non ha il pudore».
Della versione in versi liberi di Luca Canali (Milano 1995) rile
vo, infine, i tratti di un'accentuazione espressionistica (1,1,1 me ce

º Cfr. E. PARATORE, «Rivista di cultura classica e medievale», 12, 1970, p. 226.


º Cfr. P. FEDELI, Tradurre poesia ... cit., p. 100.
UN SECOLO DI COMMENTI E TRADUZIONI PROPERZIANE 107

pit - «m'irreti»; 1,21,1 properas evadere - «che brami evitare») e


enfatica (1,1,4 caput impositis ... pressit pedibus - «mi oppresse il
capo sottoponendolo al dominio dei suoi passi») che tuttavia non
escludono alcuni veri fraintendimenti del testo latino (2,33a, 12 man
disti et» stabulis arbuta pasta tuis - «dopo aver pascolato rimane
sti celata nella tua stalla»).

A questo saggio di bibliografia properziana vorrei infine acco


stare l'accenno ad un certo tipo di produzione che prescinde in ge
nere dalla impostazione filologica, ma pure afferisce in qualche mi
sura alla sfera del Fortleben e testimonia la particolare capacità con
la quale l'aura del poeta d'amore è riuscita a far penetrare i suoi ri
flessi e i suoi echi nella cultura contemporanea. Il primo segnale di
questo indirizzo è rappresentato da alcune traduzioni illustrate, co
me quella inglese di Jack Lindsay (Propertius in Love, con illustra
zioni di Norman Lindsay, 1927, Franfolico Press) e quella francese
di J. Genouille (A la gloire de Cynthie, Paris 1932, Pot Cassé, con
illustrazioni di G. Rostan). All' Homage di Pound, che ha aperto la
strada della rivisitazione delle elegie come rifacimento, si ispirano in
certa qual misura due libri di Francesco Vagni Omaggio a Properzio
Imitatio existentialis (Manduria 1979, Lacaita editore) e Le masche
re di Vertumno. Invenzione drammatica originale su testi di Properzio
(Roma 1982, Bulzoni); nell'introdurre il primo Scevola Mariotti ha
sottolineato le capacità dell'autore di «ricostruire o meglio di co
struire una biografia interiore di Properzio secondo una misura e in
forme soffertamente moderne». Ma le metamorfosi di Properzio
nella cultura contemporanea non sono da meno di quelle di Ver
tumno: nessuno si aspetterebbe infatti di trovare un Sextus Proper
tius in veste di un gladiatore britanno, il cui memoriale, denso di
avventure erotiche, se non addirittura pornografiche, ora finalmente
è giunto fino a noi nella traduzione di Marcus Ardonne in Arena of
Lust (London 1996, New English Library).
ARTURO ALVAREZ HERNANDEZ

LA TECNICA COMPOSITIVA DI PROPERZIO

Prima del nostro secolo non ci sono stati tentativi sistematici


di capire la tecnica compositiva di Properzio. Anzi, se diamo uno
sguardo ad opere rilevanti della fine del secolo scorso, come quel
le del Plessis o del Sellarº, che in complesso danno un giudizio
molto positivo sul poeta, possiamo capire che allora era molto dif
fusa l'idea che a Properzio fosse mancata la capacità di sviluppare
in modo soddisfacente il suo discorso, che, cioè, egli non fosse in
possesso di una tecnica compositiva in grado di transformare la
sua feconda immaginazione e il suo traboccante sentimento in
opera d'arte perfetta. A prova di questa incapacità si segnalava in
particolare la frequente incoerenza logica del discorso, provocata
dai bruschi salti da un'idea ad un'altra, da un sentimento ad un
altro, diversi e anche contradittori, nonché dalla forzata compre
senza di due elementi fortemente eterogenei quali l'effusione sen
timentale e l'erudizione mitologica”.
Questo giudizio, però, comportava in buona parte il supera
mento di un criterio molto diffuso nei secoli precedenti: quello di
attribuire la presunta inconsistenza compositiva del discorso proper
ziano non all'incapacità del poeta ma ad una deficiente trasmissione
del testo. Assumendo questo criterio non pochi critici, a cominciare
dallo Scaligero (sec. XVI), avevano creduto di poter risolvere le in
coerenze delle elegie properziane col ricorso a trasposizioni, espun

F PLESSIS, Etudes critiques sur Properce et ses élégies, Paris 1884; W Y. Sellar The
Roman Poets of the Augustan Age: Horace and the Elegiac Poets, Oxford 18992.
2 Sui giudizi critici di un tempo relativi all'arte compositiva di Properzio cf, anche J.
P BOUCHER, Etudes sur Properce, Problèmes d'inspiration et d'art, Paris 1980”, in particolare
pp. 333-396.