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3.

Il sistema dei generi letterari


INTRODUZIONE
Nella lezione precedente abbiamo sottolineato come la letteratura si
strutturi in un vero e proprio sistema, e come i testi siano collegati gli
uni agli altri. Questi assunti acquistano ancor più valenza se pensiamo
alla questione dei generi letterari. Se volessimo provare a definire che
cos’è un genere letterario, potremmo dire che esso corrisponde a
«una serie di rapporti, convenzionalmente fissati, fra il piano
dell’espressione e quello del contenuto, e inoltre tra le varie
componenti che formano i due piani» (Brioschi, Di Girolamo,
Fusillo, Introduzione alla letteratura, 2003: 51). Pensiamo, ad
esempio, al romanzo cavalleresco italiano: ci troviamo di fronte a una
serie di testi che hanno delle caratteristiche comuni per quanto
riguarda sia la forma (ottave di endecasillabi) che il contenuto (le
avventure, sia belliche che amorose, dei paladini di Carlo Magno). I
generi letterari funzionano comeframework, come strutture di
riferimento in grado di orientare tutte le principali operazioni mentali
legate alla sfera testuale: scrivere, leggere, interpretare. Dunque non
stupisce come la definizione di genere letterario possa mutare in base
al soggetto di riferimento (autore, lettore, critico) secondo la
riflessione di Heta Pyrhönen:
Per prima cosa, i generi ci aiutano a descrivere i testi evidenziando quelle
componenti testuali degne di attenzione, come la struttura della trama;
viceversa, questa descrizione ci aiuta a classificare i testi ponendoli in
relazione ad altri testi simili […]. In secondo luogo, un genere condiziona le
modalità attraverso cui noi scriviamo, leggiamo e interpretiamo i testi. […]
Un genere funziona come una norma o un’aspettativa guidando gli scrittori
nel loro lavoro e i lettori nel loro incontro con i testi. Terzo, i generi
regolano le pratiche artistiche. […] Quarto, i generi ci aiutano a valutare le
opere letterarie.

3. Il sistema dei generi letterari


SPIEGAZIONE
Il sistema dei generi letterari
Quando si parla di generi letterari non è possibile prescindere da una
prospettiva storica entro la quale considerarli. Il sistema dei generi
letterari (ovvero i rapporti gerarchici che sussistono fra i vari generi, il
modo in cui si intende che cos’è un genere letterario ecc.) non è
qualcosa di stabile e di immutabile, ma è sempre soggetto a
importanti variazioni. Già nel Medioevo si assiste a un processo di
gerarchizzazione dei generi attraverso la cosiddetta Rota Vergilii, un
sistema di classificazione degli stili che trova origine già nell’Ars
Poetica di Orazio e che prende a modello le opere di Virgilio per
distinguere tre stili fondamentali: l’umile (Bucoliche), il medio
(Georgiche) e lo stile alto/grave/sublime (Eneide).

Se guardiamo alla storia della letteratura italiana, un momento


particolarmente fondativo per una riflessione sui generi è il
Cinquecento, a fronte della nuova sensibilità umanistica che studia le
forme e i generi dell’antichità predisponendo classificazioni e
gerarchie. In numerose epoche, dunque, il genere letterario è inteso
in senso normativo e pragmatico: viene stilata una lista di elementi
sia del contenuto (trame, temi, motivi, personaggi) sia della forma
(poesia o prosa, tipo di narratore, scelte metriche, mezzi espressivi)
che devono essere necessariamente presenti all’interno di un’opera.
Pensiamo, ad esempio, alla considerazione di cui ha goduto la
tragedia, che è stata considerata, almeno fino al Settecento inoltrato,
quale forma teatrale preferibile alla commedia, in quanto più “nobile”.
È stato a partire dall’Ottocento romantico che il sistema dei generi
della tradizione classica è entrato definitivamente in crisi, a fronte
anche (come vedremo nella UD 4) dell’evoluzione di un genere di per
sé antigerarchico e proteiforme come il romanzo. Quello che viene
meno è soprattutto il carattere prescrittivo del genere, che sopravvive
poi nel Novecento fino a giorni nostri non tanto come una serie di
regole che gli scrittori devono seguire, quanto piuttosto come
un’orizzonte di aspettativa del lettore, utilizzato anche dal mercato
editoriale per andare incontro ai gusti del pubblico. Di fronte alla
mercificazione della letteratura, che diventa sempre più un bene di
consumo, non stupisce dunque la persistenza di categorie di genere
abbastanza delimitate, come il romanzo giallo, il romanzo rosa, il
poliziesco o noir: questi costituiscono i generi cardine della
cosiddettaparaletteratura, cioè quella produzione seriale che ha per
fine l’intrattenimento generalmente a-problematico di un vasto
pubblico.
Tuttavia, non bisogna pensare che i fenomeni editoriali del Novecento
abbiano riproposto una rigida e netta divisione fra cultura bassa e
cultura alta, anzi: con l’avvento del cosiddetto postmodernismo, si
assiste in modo quasi programmatico a una compenetrazione fra
linguaggi e stili differenti, appartenenti sia alla tradizione letteraria più
raffinata sia ai modi del pop e del cult. È dunque molto forte la
propensione al pastiche, cioè alla ripresa di stili del passato in modo
assolutamente giocoso, ludico.

Le competenze del lettore: teoria della ricezione e orizzonte


d’attesa
Come abbiamo visto, il genere letterario è un concetto che è diventato
sempre più reader oriented, cioè concentrato sulla dimensione di
ricezione da parte del lettore. Anche la critica letteraria novecentesca
si è sempre più interessata al terzo polo della comunicazione letteraria
(secondo il trinomio autore/testo/lettore), sviluppando teorie che lo
ponessero al centro della riflessione.
Fra le correnti che maggiormente hanno problematizzato il ruolo del
lettore all’interno del discorso letterario troviamo sicuramente la teoria
della ricezione, che si è sviluppata a partire dagli anni Sessanta in
Germania, i cui principali esponenti sono Hans Jauss e Wolfgang Iser.
La teoria della ricezione prende spunto dall’ermeneutica così come era
stata concepita da Hans-Georg Gadamer: originariamente intesa come
l’interpretazione dei testi antichi, soprattutto religiosi (ad esempio, la
Bibbia), l’ermeneutica viene a corrispondere a un nuovo modo di
guardare alla dimensione interpretativa di un testo, all’analisi storica e
sociologica delle differenti interpretazioni che hanno caratterizzato
un’opera.
In questo senso, la teoria della ricezione non concepisce il lettore nella
sua individualità, bensì lo intende come un’entità collettiva, che
contribuisce alla costruzione del senso di un testo. Proprio secondo
quest’idea sociologica e socializzata del lettore si fonda anche il
concetto di orizzonte d’attesa, cioè l’insieme delle aspettative
collettive nei confronti di un’opera. Queste aspettative sono
ovviamente condizionate da fattori storici, culturali e sociali, e sono
pertanto suscettibili di profonde variazioni sia da un punto di vista
storico che da un punto di vista geografico. È facile intuire come
l’orizzonte di attesa diventi parte integrante della teoria dei generi: da
un lato ogni lettore, di fronte a un’opera letteraria, viene
naturalmente portato a domandarsi a quale genere appartenga, in
modo tale da essere preparato di fronte alla presenza di determinate
caratteristiche; dall’altro scrittori, editori e critici devono farsi
interpreti dello Zeitgeist e dell’orizzonte di attesa relativo a un’epoca,
di modo da poter incontrare proficuamente (per scrittori ed editori) o
individuare (per i critici) i punti di incontro fra l’episteme del mittente
e quello del destinatario.

3. Il sistema dei generi letterari


APPROFONDIMENTO
Orizzonte di attesa e genere letterario: il trattato fra
Umanesimo e Rinascimento
Un esempio di quanto possa cambiare il modo di guardare ai testi in
base al complesso rapporto fra orizzonte di attesa e genere letterario
ci viene dato da tutti quei generi che in una data epoca non venivano
letti come specificamente “letterari”, e che invece vengono annoverati
proprio nel canone letterario in epoche successive. È questo il caso
del trattato, un genere saggistico, spesso di tema politico o morale,
che ebbe uno sviluppo particolarmente fiorente nel contesto italiano
del Cinquecento, e che oggi rileggiamo anche come espressione
letteraria dell’epoca.
Pur non essendo stato completamente canonizzato in precedenza, è
possibile trovare già in epoca classica e medievale alcuni antecedenti
importanti. Ad esempio, tutte le opere filosofiche e di materia oratoria
di Cicerone possono essere ascritte a questo genere, così come alcune
fra le opere più celebri di Dante (De Vulgari Eloquentia,Convivio, De
Monarchia). In epoca medievale si diffondono poi delle vere e proprie
tipologie saggistiche, fra cui lospeculum principis: a metà fra il
trattato politico e il manuale di comportamento, questo genere di
testo indica le norme morali che dovrebbe rispettare il buon capo di
governo, secondo un misto di principi etici e religiosi (l’essere
misericordioso, l’essere di parola, la lealtà e la fiducia) tipica di un
modo di vedere il mondo fortemente misticizzato quale era quello
tipico della società medievale.
Nel Quattrocento si assiste a una progressiva laicizzazione della
cultura, in virtù soprattutto della forte influenza esercitata dalla
riscoperta, in chiave filologica, dei classici. Anche il pensiero politico
evolve in tal senso: il principe non è più visto in un’ottica religiosa, la
sua figura è invece ben salda all’interno di una visione sempre più
immanente della realtà. Questa nuova atmosfera laica favorisce non
poco lo sviluppo della trattatistica, sia politica che di maniere, che
avrà il suo secolo d’oro soprattutto nel Cinquecento, un secolo di
decisivo cambiamento politico per le sorti della penisola italiana e
dell’Europa: con la discesa del re francese Carlo VIII nel 1494 il
precario equilibrio politico fra i diversi principati italiani si deteriora
definitivamente, e inizia una stagione bellicosa che terminerà solo nel
1559 con la pace di Cateau-Cambrésis, che segnerà la definitiva
consegna delle regioni italiane alla dominazione straniera.
È in questo contesto di crisi che fioriscono le più raffinate, ma anche
spregiudicate, riflessioni sul potere politico: da Il Principe di
Machiavelli, sul quale ci soffermeremo fra poco, ai Ricordi di
Guicciardini (che analizzeremo, soprattutto dal punto di vista
filologico, nelle UD 6 e 7).
Dal punto di vista compositivo e strutturale si distinguono due
principali tipologie di trattato:

 monologico: in questo caso l’unica voce presente è quella


dell’autore: il suo pensiero viene esposto come una tesi forte,
decisa, definita da soluzioni univoche;
 dialogico: spesso, sul modello del dialogo socratico-platonico, il
trattato può anche essere espresso sotto forma di dialogo fra
personaggi fittizi: in questo caso la ricerca della verità è oggetto di
discussione, e il pensiero ideologico dell’autore, spesso camuffato
sotto le mentite spoglie di un personaggio, è meno scontato, frutto
piuttosto di una ricerca e di un confronto cui più voci
contribuiscono.

Un esempio celebre: il Principe di Machiavelli

Quando ci riferiamo alla trattatistica del Cinquecento uno fra i


principali punti di riferimento è costituito dalPrincipe di Machiavelli, del
quale analizzeremo le caratteristiche in relazione allo speculum
principis (rispetto al quale ci saranno numerose innovazioni) e al
carattere quasi fondativo del genere trattatistico cinquecentesco.
Il Principe si configura come una discussione sull’origine, la natura e i
fini del potere. Il primo dato evidente riguarda proprio la profonda
innovazione che il Principe propone rispetto alla tradizione
degli specula principum(chiamati anche specula animae). Se questi
ultimi proponevano un’immagine esemplare, ideale del principe,
animato dal perfetto connubio di virtù religiose (generosità, umiltà,
solidarietà, giustizia, liberalità), l’opera di Machiavelli cambia
completamente prospettiva, proponendo una visione a dir poco
rivoluzionaria: non vengono più elencate le virtù morali cui il principe
dovrebbe aderire, ma l’autore guarda, con occhio lucido e
disincantato, ai mezzi necessari al principe per conquistare e
mantenere il potere. I consigli dell’autore sono dunque improntati a
uno spietato realismo, attraverso l’analisi della realtà dei fatti visti
all’interno dello specifico periodo storico. Da qui la spregiudicatezza
dei mezzi considerati necessari: crudeltà, menzogna, dissimulazione,
guerra, violenza: il fine giustifica qualunque mezzo per mantenere
sotto controllo i sudditi.
La composizione del Principe mostra la tendenza tipica dei trattati di
comporsi di una serie di parti, in questo caso 26 brevi capitoletti.
Osserviamone, brevemente, la struttura:

 capitoli I-XI: vengono esposte le principali tipologie di principato,


suddivisi in quattro tipologie:
o eredità;
o nuovi, suddivisi a loro volta fra: misti, cioè aggiunti allo stato
ereditario per conquista; nuovi, ottenuti da una conquista senza
una base di partenza, attraverso le proprie virtù o armi oppure
attraverso quelle di altri;
o ecclesiastici: si tratta dello Stato della Chiesa, in cui potere
temporale e spirituale coincidono;
o civile: il potere è in mano ai cittadini, come accade a Venezia
con il governo dei dogi; si tratta della tipologia meno analizzata
dall’autore;
 capitoli XII-XIV: viene analizzato il problema della milizia,
fondamentale soprattutto nel caso in cui il potere venga ottenuto
attraverso la conquista militare. Si distingue fra l’esercito proprio e
quello mercenario, con una forte propensione per il primo, dal
momento che i soldati prezzolati sono poco affidabili (possono
vendersi al miglior offerente e nonsono animati da uno spirito
patriottico);
 capitoli XV-XXIII: viene esposto il comportamento da mantenere
nei confronti di amici e sudditi. La concezione di Machiavelli è
pessimista e naturalistica al tempo stesso, dal momento che
considera l’uomo nella sua animalità e istintualità: pertanto il
principe non dovrà seguire le leggi morali, ma quelle naturali della
sopravvivenza. Qui troviamo il celebre passo in cui l’autore sostiene
che il fine giustifica i mezzi, e qualunque mezzo è giusto e
legittimo, e mai disonorevole;
 capitolo XXIV: vengono analizzate le cause che portano alla perdita
del potere: ignavia, debolezza, indecisione;
 capitolo XXV: viene esposto il rapporto fra fortuna e virtù: nel caso
in cui si debbano affrontare delle avversità, è necessario
appoggiarsi alla virtù;
 capitolo XXVI: viene esortato l’arrivo di un nuovo principe, accorto,
energico, che liberi l’Italia dai barbari.

Analisi: il capitolo XVIII del Principe


Per renderci conto più da vicino in che cosa consista la scrittura
trattatistica, analizziamo uno dei capitoli più famosi del Principe, il
XVIII, che riportiamo qui di seguito nella sua interezza.

CAPITOLO XVIII.
QUOMODO FIDES A PRINCIPIBUS SIT SERVANDA.
Quanto sia laudabile in uno principe il mantenere la fede e vivere con
integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende; nondimanco si vede
per esperienza ne’ nostri tempi quelli principi aver fatto gran cose, che
della fede hanno tenuto poco conto e che hanno saputo con astuzia
aggirare e’ cervelli degli uomini: e alla fine hanno superato quelli che si
sono fondati in su la realtà.
Dovete adunque sapere come e’ sono dua generazioni di combattere:
l’uno, con le leggi; l’altro, con la forza.
Quel primo è proprio dello uomo; quel secondo, delle bestie.
Ma perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al
secondo: pertanto a uno principe è necessario sapere bene usare la
bestia e lo uomo. Questa parte è suta insegnata alli principi
copertamente da li antichi scrittori, e’ quali scrivono come Achille e
molti altri di quelli principi antichi furono dati a nutrire a Chirone
centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi.
Il che non vuol dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia e
mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l’una e
l’altra natura: e l’una sanza l’altra non è durabile.
Sendo dunque necessitato un principe sapere bene usare la bestia,
debbe di quelle pigliare la golpe e il lione: perché el lione non si
defende da’ lacci, la golpe non si defende da’ lupi; bisogna adunque
essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a sbigottire e’ lupi: coloro che
stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendono.
Non può pertanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede
quando tale osservanzia gli torni contro e che sono spente le cagioni
che la feciono promettere.
E se li uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono:
ma perché e’ sono tristi e non la osserverebbono a te, tu etiam non
l’hai a osservare a loro; né mai a uno principe mancorno cagioni
legittime di colorire la inosservanzia.
Di questo se ne potrebbe dare infiniti esempli moderni e mostrare
quante pace, quante promisse sono state fatte irrite e vane per la
infedelità de’ principi: e quello che ha saputo meglio usare la golpe, è
meglio capitato.
Ma è necessario questa natura saperla bene colorire ed essere
gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici gli uomini, e
tanto ubbidiscono alle necessità presenti, che colui che inganna,
troverrà sempre chi si lascerà ingannare.
Io non voglio degli esempi freschi tacerne uno. Alessandro VI non fece
mai altro, non pensò mai ad altro che a ingannare uomini, e sempre
trovò subietto da poterlo fare: e non fu mai uomo che avesse maggiore
efficacia in asseverare, e che con maggiori iuramenti affermassi una
cosa, e che la osservassi meno; nondimeno sempre gli succederno
gl’inganni ad votum, perché conosceva bene questa parte del mondo.
Ad uno principe adunque non è necessario avere in fatto tutte le
soprascritte qualità, ma è ben necessario parere d’averle; anzi ardirò di
dire questo: che, avendole e osservandole sempre, sono dannose, e,
parendo d’averle, sono utili; come parere piatoso, fedele, umano,
intero, religioso, ed essere: ma stare in modo edificato con lo animo
che, bisognando non essere, tu possa e sappia diventare il contrario.
E hassi ad intendere questo, che uno principe, e massime uno principe
nuovo non può osservare tutte quelle cose per le quali gli uomini sono
chiamati buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo Stato,
operare contro alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro
alla religione.
E però bisogna che egli abbia uno animo disposto a volgersi secondo
che e’ venti della fortuna e la variazione delle cose gli comandano; e,
come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare
nel male, necessitato.
Debbe adunque uno principe avere gran cura che non gli esca mai di
bocca cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità; e paia, a
udirlo e vederlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità,
tutto religione: e non è cosa più necessaria a parere d’avere, che
questa ultima qualità.
E li uomini in universali iudicano più alli occhi che alle mani; perché
tocca a vedere a ognuno, a sentire a’ pochi: ognuno vede quel che tu
pari, pochi sentono quel che tu se; e quelli pochi non ardiscono opporsi
alla opinione di molti che abbino la maestà dello stato che gli difenda; e
nelle azioni di tutti li uomini, e massime de’ principi, dove non è iudizio
a chi reclamare, si guarda al fine.
Facci dunque uno principe di vivere e mantenere lo stato: e’ mezzi
sempre fieno iudicati onorevoli e da ciascuno laudati; perché el vulgo
ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa: e nel
mondo non è se non vulgo, e’ pochi non ci hanno luogo quando gli assai
hanno dove appoggiarsi.
Alcuno principe de’ presenti tempi, il quale non è bene nominare, non
predica mai altro, che pace e fede, e dell’una e dell’altra è inimicissimo:
e l’una e l’altra, quando e’ l’avessi osservata, gli arebbe più volte tolto e
la riputazione e lo stato.

L’incipit del capitolo pare richiamare proprio la struttura degli specula


principum, attraverso un rimando ai principi della morale («mantenere
la fede», «vivere con integrità»). Ma la prospettiva muta
immediatamente grazie all’introduzione della congiunzione avversativa
«nondimanco», espressione utilizzata da Machiavelli più volte
all’interno del trattato. Basandosi sull’osservazione diretta della realtà,
l’autore giunge alla conclusione che molto spesso un comportamento
disonesto è molto più vincente di una condotta integerrima.
L’argomentazione di Machiavelli poggia sull’utilizzo di alcune
similitudini particolarmente efficaci sul piano sia espressivo che
persuasivo. Il pensiero machiavellico si fonda su una visione
generalmente pessimista dell’uomo, che viene considerato nella sua
componente ferina, secondo una concezione di matrice aristotelica. Il
primo paragone sul quale si concentra l’autore riguarda il centauro,
figura mitologica spesso connotata negativamente. Nel discorso
machiavellico la prospettiva si rovescia: la duplice natura di uomo e
bestia del centauro non viene presentata nella sua mostruosità, bensì
è proprio nella sua bestialità che sta la sua arma vincente. Per poter
mettere in campo una strategia vincente, il principe dovrà dunque
alternare la razionalità dell’uomo e la forza della bestia.
Sì, ma a quali animali il principe dovrà fare riferimento? È qui che
fanno il loro ingresso, all’interno della seconda similitudine, la «golpe
e il lione». La volpe diventa simbolo di astuzia, della capacità (resa
espressivamente da un’antitesi) di essere «simulatore e
dissimulatore»: il valore politico dunque non coincide dunque con la
morale, bensì con la simulazione della virtù. Tuttavia, Machiavelli non
sostituisce alla morale canonica una morale alternativa: non c’è
dunque una volontaria esaltazione del male, bensì una realistica
constatazione del fatto che, molto spesso, in politica il male può
produrre molti più risultati del bene. È lo stesso autore a sottolineare
che, potendo, sarebbe meglio seguire il bene: ma il principe
dev’essere parimenti in grado di «intrare nel male» qualora fosse
necessario.
Dal punto di vista espressivo, è bene riflettere sulla costruzione
retorica del discorso di Machiavelli, in cui emergono anche alcuni dei
tratti tipici che, proprio a partire dal Principe, divengono caratteristici
del più ampio genere del trattato. Dal punto di vista argomentativo,
questo capitolo è particolarmente significativo nel mostrare il tipico
andamento antitetico del discorso machiavellico: oltre alle
congiunzioni avversative, da notare è soprattutto la costruzione del
discorso attraverso coppie binarie (essere/dover essere; uomo/bestia;
essere/apparire ecc.).

ATTIVITÁ
Rileggete il brano di Machiavelli e compiete i seguenti esercizi:
- evidenziate le coppie antitetiche;
- esponete in che modo l’autore presenta il principio di simulazione;
- riflettete sul perché, secondo voi, oggi consideriamo il Principe un
testo letterario, e non un saggio.