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M.

Laura Gemelli Marciano


Democrito e lAccademia
Studia Praesocratica
Herausgegeben von / Edited by
M. Laura Gemelli Marciano Richard McKirahan
Oliver Primavesi Christoph Riedweg
Gotthard Strohmaier Georg Whrle
Band 1

Walter de Gruyter Berlin New York


Democrito e lAccademia
Studi sulla trasmissione dellatomismo antico
da Aristotele a Simplicio
di
M. Laura Gemelli Marciano

Walter de Gruyter Berlin New York


Gedruckt auf surefreiem Papier,
das die US-ANSI-Norm ber Haltbarkeit erfllt.
ISBN 978-3-11-018542-3
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A Clarisse
Premessa
Questo lavoro la rielaborazione della mia Habilitationsschrift approvata
dalla Philosophische Fakultt I di Zurigo nel semestre estivo 1995. E' passato
da allora molto tempo. La ragione di questa lunga gestazione sta princi-
palmente nel fatto che, immediatamente dopo la libera docenza, mi sono
dedicata ad una edizione commentata di una larga scelta di frammenti dei
cosiddetti presocratici anch'essa in fase di pubblicazione. In ogni caso il
lavoro sulle fonti e i problemi che avevo allora impostato sono, a mio
avviso, a tutt'oggi estremamente attuali. Negli anni trascorsi dalla prima
stesura di questo testo la ricerca sull'atomismo antico, se si esclude lo stu-
dio di P.-M. Morel, Dmocrite et la recherche des causes, Paris 1996, che per
coinvolge una tematica pi ampia ed condotto con metodi e scopi di-
versi rispetto a questo lavoro, non ha registrato grandi progressi per
quanto riguarda l'analisi delle fonti. La Quellenforschung sembra essere pas-
sata di moda soprattutto fra gli storici della filosofia. Eppure, proprio lo
studio dell'atomismo antico, che conosciamo in grandissima parte solo
attraverso la trasmissione indiretta, non pu prescindere da una analisi
precisa e dettagliata dei contesti e delle tradizioni attraverso cui le testimo-
nianze sono state tramandate. Dato che spesso le dottrine di Democrito e
Leucippo vengono viste attraverso "gli occhiali aristotelici", ho cercato qui
innanzitutto di esaminare la fattura di questi "occhiali" e mi sembrato di
poterne ricondurre in parte la fabbricazione anche pi indietro, alla discus-
sione delle aporie eleatiche e alla formulazione delle tesi basilari dell'atomi-
smo nell'Accademia platonica. Da Aristotele ho preso poi le mosse per
individuare anche nella tradizione successiva diverse linee di trasmissione
che hanno generato una certa oscillazione nella definizione dell'indivisibi-
lit dell'atomo leucippeo e democriteo nelle fonti tarde. Lascio al lettore
pi o meno benevolo il compito, certamente non facile, di seguire questi
percorsi e di trovarne eventualmente dei nuovi. Questa via comporta an-
che la formulazione di ipotesi, ma la ricerca sugli atomisti e sui presocratici
in genere costellata di ipotesi e le varie teorie sull'indivisibilit dell'atomo
sviluppate da una certa tradizione esegetica moderna lo dimostrano am-
piamente. Se il lavoro di "scavo" da me fatto nella direzione della Quellen-
forschung e nel tentativo di ancorare l'atomismo antico al contesto culturale
del V sec. a.C. contribuir a scardinare alcuni luoghi comuni, a far vacillare
Premessa VIII
delle sicurezze e a rimettere in moto una discussione costruttiva, lo scopo
sar raggiunto al di l delle inevitabili critiche che ne seguiranno.
Desidero qui dunque ringraziare J. Barnes che, come relatore esterno
di questa tesi, stato il primo a sollevare obiezioni costruttive, di cui
alcune mi hanno indotto a correzioni, altre mi hanno stimolato ad appro-
fondire ulteriormente la ricerca nella direzione da me imboccata. Nono-
stante il nostro metodo esegetico e la nostra interpretazione non solo
dell'atomismo, ma dei presocratici in genere divergano sostanzialmente nei
metodi e nei risultati, ho trovato in lui un interlocutore intelligente e di-
sponibile e uno stimolante dialettico.
La mia pi grande riconoscenza va al mio maestro, Walter Burkert,
che ha ispirato, seguito e incoraggiato questo lavoro anche in momenti
estremamente difficili per la mia storia personale. Le conversazioni con lui
su questo e su altri temi della cultura antica sono per me, a tutt'oggi, una
sorgente inesauribile di arricchimento scientifico e personale.
Un ringraziamento infine a mio marito Dino, senza il cui costante
supporto questo libro non avrebbe potuto essere portato a termine, e
soprattutto a Clarisse che, irrompendo gioiosamente e talvolta con un
pizzico di impertinenza nel mio "spazio di ricerca", mi ha costantemente
ricordato che l'impegno scientifico non produttivo e creativo se non
ancorato ad una realt viva e globale. A lei dedicato questo libro.
Giubiasco, 20 Aprile 2007 M. Laura Gemelli Marciano
Indice
Premessa............................................................................................................. VII
Introduzione
1. Considerazioni generali ................................................................................... 1
2. Trasmissione e ricezione dell'atomismo antico
da Aristotele a Simplicio ..................................................................................... 4
2. 1. Democrito nella tradizione medica............................................ 6
2. 2. Democrito nella tradizione bibliotecario-grammaticale ........ 10
2. 3. Democrito negli scrittori di trattati tecnici
e di storia naturale ............................................................................... 12
2. 4. Leucippo e Democrito nelle scuole filosofiche ...................... 13
3. Interpretazioni moderne dell'atomismo antico.......................................... 23
4. Democrito, l'Accademia e le interpretazioni dell'atomo........................... 29
5. Osservazioni metodologiche......................................................................... 34
Capitolo primo. Platone e Democrito
1. Considerazioni generali .................................................................................. 42
2. Democrito e Platone nella tradizione biografica ....................................... 47
3. Sintesi ................................................................................................................ 58
Capitolo secondo. Principi corporei/ incorporei. Atomisti antichi,
Platone, Accademici, da Aristotele a Simplicio
1. Il compito del vero fisico............................................................................... 59
2. La gigantomachia del Sofista e lo schema principi corporei/ incorporei
in Aristotele.......................................................................................................... 61
3. Platone e Democrito in Teofrasto ............................................................... 65
4. La tradizione "diafonica": Accademici contro atomisti in
Sesto Empirico Adv. Math. 10,248-262 (121 L.)............................................. 68
4. 1. Autenticit della polemica antiatomista nell'excursus
di Sesto.................................................................................................... 74
4. 2. Senocrate "figlio dei Pitagorici" e la polemica antiatomista .. 79
4. 3. Una fonte scettica per Sesto ....................................................... 84
5. La tradizione "sinfonica" sui principi di Platone e Democrito................ 90
5. 1. Plutarco De prim. frig. 948 A-C (506 L.)..................................... 91
5. 2. Galeno e i principi di Platone:
PHP 8,3,1 (II,494,26 De Lacy = V,667 K.) ...................................... 92
Indice X
6. Simplicio sui principi di Democrito e Platone ........................................... 95
6. 1. Simpl. In Phys. 188a 17, 179,12................................................... 97
6. 2. Simpl. In Phys. 184b 15, 35,22ss.
(67 A 14 DK; 111, 247, 273 L.) ......................................................... 99
6. 3. Simpl. In De cael. 299a 2, 564,10-566,16
(68 A 120 DK; 171 L) ....................................................................... 102
7. Sintesi .............................................................................................................. 107
Capitolo terzo. Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)
1. Considerazioni generali ................................................................................ 109
2. Leucippo e gli "Eleati" ................................................................................. 110
2. 1. Il logos eleatico in Aristotele (De gen. et corr. A 8, 325a 2-23):
considerazioni generali ....................................................................... 111
2. 2. Gli strati del logos eleatico .......................................................... 118
2. 2. 1. Lo schema sofistico ........................................................ 118
2. 2. 2. Le problematiche accademiche del logos:
vuoto, contatto e divisione......................................................... 122
3. Logoi eleatici nell'Accademia? ...................................................................... 127
3. 1. Il logos eleatico di Porfirio 135 F Smith
(Simpl. In Phys. 187a 1, 139,24)........................................................ 127
3. 2. "Concedere ai logoi". Aporie eleatiche e loro soluzione
(Arist. Phys. A 3, 187a 1) ................................................................... 133
4. I logoi di Leucippo: De gen. et corr. A 8, 325a 23-b 11
(67 A 7 DK; 146 L.)......................................................................................... 137
4. 1. La prima parte del logos di Leucippo
(De gen. et corr. A 8, 325a 23-30)........................................................ 140
4. 1. 1. Vuoto e movimento ....................................................... 141
4. 1. 2. Vuoto e non essere ......................................................... 143
4. 1. 3. Atomi e uno..................................................................... 144
4. 2. Altre prospettive sul vuoto atomistico...................................... 145
4. 2. 1. Vuoto e non essere: mh; ma'llon to; de;n h] to; mhdev n
(68 B 156 DK; 7, 78 L.)............................................................. 146
4. 2 .2. Vuoto e vuoti. Modalit e funzioni ............................. 152
4. 3. La seconda parte del resoconto aristotelico
(De gen. et corr. A 8, 325a 30-b 11) ............................................ 155
5. Atomisti ed Eleati in Teofrasto e nelle testimonianze tarde.................. 158
5. 1. Theophr. Fr. 229 FHS&G
(Simpl. In Phys. 184b 15, 28,4-15) (67 A 8 DK; 147 L.)............... 158
5. 2. Le testimonianze tarde sui rapporti degli atomisti con gli
Eleati ..................................................................................................... 161
6. Sintesi .............................................................................................................. 163
Indice XI
Capitolo quarto. La dimostrazione della necessit degli indivisibili
(De gen. et corr. A 2)
1. Considerazioni generali ................................................................................ 165
2. Democrito e gli Accademici sugli indivisibili: il preambolo
aristotelico (De gen. et corr. A 2, 315b 28-316a 14) ........................................ 169
3. Le due parti del logos sugli indivisibili ......................................................... 172
4. Il logos sugli indivisibili. Prima parte. Motivi accademici e
rielaborazioni aristoteliche ............................................................................... 173
4. 1. Divisione mentale e divisione reale
(De gen. et corr. A 2, 316a 15-29) ....................................................... 173
4. 2. Corpi e grandezze indivisibili ................................................... 176
4. 3. Punti, segatura e affezioni
(De gen. et corr. A 2, 316a 30-b 16) .................................................... 177
5. La seconda parte del logos. La dimostrazione "fisica" della
necessit degli indivisibili (De gen. et corr. A 2, 316b 18-35) ........................ 183
6. Sintesi .............................................................................................................. 186
Capitolo quinto. Atomi e minimi. Concetti accademici e
terminologia democritea in Aristotele
1. Minimo privo di parti come misura nell'Accademia ............................... 188
2. Atomi e minimi. L'interpretazione matematizzante
dell'atomo in Aristotele .................................................................................... 194
3. Terminologia accademica nelle denominazioni degli atomi in
Aristotele ............................................................................................................ 205
4. Terminologia atomista in Aristotele .......................................................... 211
5. Sintesi .............................................................................................................. 218
Capitolo sesto. L'indivisibilit dell'atomo di Leucippo e Democrito
nella dossografia tarda
1. Tradizione epicurea e peripatetica:
atomo indivisibile per la solidit ..................................................................... 220
2. Atomi privi di qualit e indivisibili per la solidit.
La tradizione stoicizzante: Accademia scettica e classificazioni
posidoniane ........................................................................................................ 224
2. 1. La critica all'atomo indivisibile e privo di qualit
nell'Accademia scettica....................................................................... 227
2. 1. 1. Cicerone. De natura deorum, Academica............................. 227
2. 1. 2. Plutarco. Contro Colote........................................................ 228
2. 2. La vulgata di matrice posidoniana ........................................ 231
3. Atomo indivisibile per la piccolezza e minimo fisico
negli autori tardi................................................................................................. 234
Indice XII
3. 1. Le premesse. Epicuro fra l'Accademia e Aristotele:
atomi solidi e minimi dell'atomo ...................................................... 235
3. 2. Epicuro contro atomisti antichi sull'indivisibilit dell'atomo
nella tradizione dossografica e negli autori di et imperiale......... 243
3. 2. 1. Lattanzio........................................................................... 245
3. 2. 2. Pseudo-Plutarco .............................................................. 252
3. 2. 3. Galeno .............................................................................. 257
3. 2. 4. Teodoreto......................................................................... 261
3. 3. Minimo privo di parti ed epitomi dossografiche................... 264
3. 4. Atomo indivisibile per la piccolezza e privo di parti:
atomisti antichi, Aristotele, Epicuro
nei commentatori neoplatonici ......................................................... 266
4. Sintesi .............................................................................................................. 275
Capitolo settimo. L'atomismo antico e il suo contesto culturale
1. Costrizioni cosmiche e vulnerabilit dei corpi. Per una definizione
dei fondamenti eterni ...................................................................................... 278
2. Il grande vuoto: cosmologie orfiche ed embriologia nella cosmogonia
di Leucippo. Per una ridefinizione del vuoto atomistico............................ 284
3. Stav si" e aggregazione: immagini socio-politiche nella cosmogonia
di Democrito...................................................................................................... 288
4. Effluvi, eidola e inalterabilit dell'atomo..................................................... 290
5. Atomi e pulviscolo: per una ridefinizione dell'atomo............................. 292
6. Il metodo........................................................................................................ 296
6. 1. Il sostrato "tecnico" del "metodo" democriteo:
caso e causalit..................................................................................... 296
6. 2. La visione dell'invisibile............................................................. 298
6. 2. 1. Visualizzare l'invisibile: l'immagine analogica ............... 299
6. 2. 2. Riconoscere i segni:
i mediatori dell'invisibile e l'esercizio della gnwvmh..................... 305
6. 2. 3. La difficolt dell'impresa: dichiarazioni "scettiche" e
ottimismo corporativo. Per una revisione dello "scetticismo"
democriteo ..................................................................................... 311
7. Democrito e il Corpus Hippocraticum............................................................ 313
8. Sintesi .............................................................................................................. 320
Sintesi generale .................................................................................................. 323
Bibliografia ......................................................................................................... 330
Indice dei passi .................................................................................................. 352
Introduzione
1. Considerazioni generali
Il complesso di osservazioni e dottrine attribuite a Leucippo e Democrito
ha sofferto, forse pi di altri, delle rielaborazioni e dei travisamenti della
trasmissione indiretta. La riemergenza in et ellenistica dell'atomismo nella
forma codificata da Epicuro ha contribuito in larga parte alla scomparsa
delle opere di questi autori dall'orizzonte dei dotti antichi. Il fatto poi che
nella biblioteca di Simplicio, la fonte pi copiosa di citazioni letterali dei
presocratici, non si trovassero testi originali degli atomisti ha definitiva-
mente cancellato la possibilit di recuperarli. Di Leucippo non rimasto
neppure un brandello
1
. Di Democrito, a fronte delle numerose gnomai
etiche, sopravvissuta solo una manciata di frammenti fisici di cui assai
difficile ricostruire il contesto. Tutto il resto sono resoconti mediati dalla
tradizione indiretta. Come stato pi volte sottolineato in questi ultimi
decenni negli studi sulla storiografia filosofica antica, gli interpreti antichi
non erano interessati ad una resa "alla lettera" degli autori di cui trattavano
le opinioni, ma ad un loro inserimento nella problematica di volta in volta
trattata secondo una certa ottica. E' sintomatico il fatto che Aristotele e
Teofrasto, coloro che hanno costituito il modello per questa storiografia
filosofica, raramente riportino citazioni letterali. I loro resoconti mirano
soprattutto a cogliere la oiovoio di quanto i loro predecessori hanno
detto, vale a dire ad estrapolare da testi talvolta oscuri e soprattutto nati in
un clima culturale diverso da quello dell'Atene del IV sec. a.C., quello che
essi hanno potuto comprendere nell'ottica del problema che stanno di-
scutendo. Questo naturalmente gravido di conseguenze per la forma e
per il contenuto del resoconto stesso. L'immagine dell'atomismo antico
che ci rimandano Aristotele, Teofrasto e in generale le fonti antiche co-
stituisce dunque una visione filtrata da quelli che O'Brien ha indicato con
1
Quella che viene riportata da Stobeo 1,4,7c (67 B 2 DK; 22 L.) al Hri vou di Leucippo
(un'opera indicata invece come democritea nel catalogo di Trasillo) sicuramente dovuta
ad una confusione di lemmi (la doxa precedente, quasi simile a questa, viene attribuita a
Parmenide e Democrito), cf. Diels 1879, 321 app. ad loc., Rohde 1881 [I, 1901, 249 n. 2].
Introduzione 2
una espressione felice come pr-jug (nel senso etimologico di "opinione
anteriore ad un giudizio", accettata senza essere sottoposta ad esame) e
pr-suppos ("trama concettuale implicita preesistente" che costituisce il
sistema di riferimento dell'esegeta e attraverso la quale viene filtrata ogni
notizia). Soprattutto quest'ultimo, agendo a livello subliminale, preclude
all'interprete la reale comprensione di ci che non conforme alla sua
cultura e alle sue forme di pensiero
2
.
Queste due categorie condizionano tuttavia non solo la trasmissione
antica, ma anche l'interpretazione moderna. Si tratta di un problema ri-
proposto sempre pi frequentemente nella storia della filosofia degli ultimi
decenni, ma risolto a volte troppo sbrigativamente con l'affermazione che
ogni tentativo di interpretare la cultura del passato comunque una co-
struzione basata su pre-giudizi e pre-supposti e che una interpretazione
"filosofica" deve estrarre quei "nuclei" di pensiero, quelle idee che, pur
non espresse nella forma che hanno assunto in epoche posteriori, hanno
avuto uno sviluppo produttivo per la storia della filosofia fino ai nostri
giorni
3
. E' opportuno fare qualche precisazione su questo punto perch
l'interpretazione dell'atomismo antico, da Aristotele in poi, ha sofferto pi
di ogni altra delle conseguenze di questa prospettiva.
Il problema della "traduzione" da un sistema culturale all'altro e della
commensurabilit delle culture un tema su cui gli antropologi discutono
da pi di mezzo secolo passando attraverso posizioni perfettamente pa-
rallele a quelle sopra citate e riconoscendone i limiti e i pregi. Da queste
discussioni, per, essi hanno imparato a riflettere sui propri metodi e sui
propri presupposti traendone stimoli per allargare il loro orizzonte meto-
dologico. Cos Tambiah (1993, 157) sintetizza il compito dell'antropologo
rispetto al problema della traduzione delle culture
La traduzione delle culture implica la cosiddetta doppia soggettivit, caratteri-
stica del modo in cui oggigiorno si praticano le scienze sociali, ma estranea alle
scienze fisiche. La doppia soggettivit implica simpatia ed empatia oltre che di-
stanza e neutralit da parte di colui che osserva, analizza e interpreta i fenomeni
sociali: l'osservatore deve prima addentrarsi quanto pi possibile soggettiva-
mente nella mente degli attori e comprenderne le intenzioni e le reazioni alla
luce delle loro categorie di significato, e dopo, o contemporaneamente, deve di-
stanziarsi da quei fenomeni e tradurli o disegnarli secondo il linguaggio comune e
le categorie occidentali, cosa che a sua volta favorisce un processo di autoanalisi,
attraverso cui approfondiamo la comprensione di noi stessi, delle nostre valuta-
zioni e dei nostri presupposti culturali.
Questa prospettiva mi sembra estremamente utile per definire anche un
metodo di approccio agli atomisti e ai cosiddetti presocratici in generale.
2
O'Brien 1982, 189s.
3
Cf. e.g. Makin 1993.
Introduzione 3
Gli storici della filosofia tendono infatti a saltare il primo gradino dell'ana-
lisi, quello dell'empatia, del tentativo (per quanto difficile e limitato da
impedimenti oggettivi) di sintonizzarsi attivamente col contesto culturale
dell'autore esaminato, di capire quale mondo si nasconda al di l della
oio voio che i vari interpreti antichi hanno attribuito alle sue affermazioni.
Come causa del rifiuto di penetrare in questa atmosfera viene general-
mente addotto il fatto che il materiale a disposizione per ricostruire il
contesto culturale dell'autore scarso e parziale. Questo vero solo in
parte. Spesso, anche quando c', si rifiuta insistentemente di prenderne
atto perch lo si giudica di scarso interesse filosofico
4
. In generale si ignora
la possibilit di aprire la prospettiva a testi di altro tipo, anche contempo-
ranei all'autore studiato, ad eventuali testimonianze storiche e archeologi-
che e si fa come se intorno a lui non ci fosse stata una vita sociale, politica
e un clima culturale specifico. Emarginare questo genere di ricerca dalla
storia della filosofia non dunque una opzione giustificata dal taglio "filo-
sofico", ma una omissione che, oltre a perpetuare in modo irriflesso i
presupposti teorici su cui sono basati i giudizi e le analisi moderne, fa
perdere di vista le reali dimensioni della dottrina stessa.
La storia delle interpretazioni dell'atomismo antico da Aristotele fino
alla tarda antichit, per la natura stessa dei presupposti pi o meno espli-
citati dagli autori, dunque marcata dalla "traduzione anempatica" in cate-
gorie culturali eterogenee. Non si tratta qui di dare un giudizio di valore,
ma di riconoscere un dato di fatto che deve essere tenuto ben presente
all'atto della valutazione delle fonti. Anch'esse hanno bisogno di una con-
testualizzazione. Questo discorso vale non solo per i resoconti indiretti,
ma anche per le citazioni letterali. Anche queste si inseriscono in un con-
testo pre-supposto e vengono finalizzate alla dimostrazione di tesi diverse
da quella originaria. Dunque, laddove ci sono delle citazioni letterali o
presunte tali, in particolare negli autori tardi, non c' necessariamente an-
4
Paradigmatica a questo proposito la posizione di Barnes 1982, XVI: "In speaking sli-
ghtingly of history I had two specific things in mindstudies of the 'background' (econo-
mic, social, political) against which the Presocratics wrote, and studies of the network of
'influences' within which they carried on their researches. For I doubt the pertinence of
such background to our understanding of early Greek thought[]. I am sceptical, too, of
claims to detect intellectual influences among the Presocratics. The little tufts of evidence
which bear upon the chronology of those early publications are, as I observed in more than
one connection, too few and too scanty to be woven into the sort of elegant tapestry which
we customarily embroider in writing the histories of modern philosophy. Much of the hi-
storical detail with which scolarship likes to deck out its studies is either merely impertinent
or grossly speculative". E' curioso osservare come proprio l'autore di una ricostruzione su
base analitica altamente speculativa del "pensiero" dei cosiddetti presocratici proietti questa
caratteristica sulle ricostruzioni del contesto storico-culturale di questi personaggi. Sull'in-
terpretazione decontestualizzata in particolare di Parmenide ed Empedocle, cf. Kingsley
1995a, 2002, 2003.
Introduzione 4
che una conoscenza diretta del testo integrale e, soprattutto, non c' una
interpretazione neutrale. La citazione letterale, estrapolata gi in origine
dal proprio contesto, si spesso tramandata anche quando l'opera intera
non era pi letta o era andata perduta
5
. La trasmissione all'interno di una
tradizione specifica ha giocato in alcuni casi un ruolo di primo piano e
talvolta si imposta anche quando il citatore conosceva di prima mano i
testi: il famoso verso di Parmenide: ou yo gaotr tout ouoog i rivoi g
rovto (28 B 7,1 DK) citato in questa forma metricamente zoppicante da
Platone
6
, viene riprodotto tale e quale da Aristotele
7
e da Simplicio che
pure riporta una porzione pi ampia del testo parmenideo
8
. La presenza di
citazioni letterali non dunque una prova inconfutabile della conoscenza
o dell'utilizzazione diretta da parte del citatore del testo integrale di un'o-
pera e tantomeno dell'intera produzione dell'autore citato e, soprattutto,
nasconde le stesse insidie del pre-giudizio e del pre-supposto della tra-
smissione indiretta.
Queste premesse sono indispensabili in quanto l'argomento discusso
nel presente lavoro caratterizzato dal problema della trasmissione nella
sua pi acuta ed estrema manifestazione, dunque pu essere affrontato e
trattato solo attraverso una dettagliata analisi delle fonti, ma anche con lo
sguardo rivolto al contesto culturale del V sec. a.C. in cui Leucippo e De-
mocrito hanno vissuto e agito.
2. Trasmissione e ricezione dell'atomismo antico
da Aristotele a Simplicio
Dal momento che la fisica leucippea e democritea si trasmessa quasi
esclusivamente per via indiretta, si rende innanzitutto indispensabile una
breve panoramica sulla ricezione di Democrito e di Leucippo nell'antichit
per definire preliminarmente e brevemente i percorsi di questa trasmis-
sione. E' opportuno, per, premettere che Leucippo viene citato da solo
unicamente in alcuni passi di Aristotele e nei resoconti risalenti a Teofra-
sto. Quest'ultimo gli attribuiva il Mr yo oio xooo
9
ritenendolo pi antico
dei libri di Democrito e di Diogene di Apollonia; affermava infatti che
5
Cf. su questo Gemelli Marciano 1998.
6
Soph. 237a. La lezione touto oogi che si legge nelle edizioni del Sofista dovuta ad una
correzione operata dagli editori in base al testo del frammento in due codici di Simplicio, v.
infra, III 3. 2 n. 84.
7
Metaph. N 2, 1089a 3.
8
In Phys. 187a 1, 143,31. Per la discussione del passo, v. infra, III 3. 2 n. 84.
9
Diog. Laert. 9,46 (68 A 33 (III) DK; CXV (III) L.).
Introduzione 5
Leucippo era stato maestro dell'uno e modello per l'altro che lo aveva in
parte imitato
10
. Se Democrito nasce intorno al 460 a.C., la presunta data di
nascita di Leucippo dovrebbe cadere intorno al 500 a.C. e la sua attivit
intorno agli anni '60 del V sec. a.C. Egli era dunque probabilmente un
contemporaneo di Anassagora e di Zenone e un poco pi vecchio di Em-
pedocle e di Melisso. Epicuro e il suo discepolo Ermarco
11
ne mettevano
tuttavia in dubbio l'esistenza e Trasillo inseriva nel catalogo delle opere di
Democrito anche il Mr yo oio xooo. La questione della storicit di Leu-
cippo e della differenza fra le sue tesi e quelle democritee stata molto
dibattuta alla fine del secolo scorso
12
. Oggi non una priorit in quanto
non sembra possibile isolare l'uno dall'altro per lo meno per quanto ri-
guarda la concezione dell'atomo. Democrito si distingue piuttosto per una
vasta produzione libraria che abbraccia tutti i campi della polymathia del
suo tempo compresa la letteratura tecnica. Al di l delle possibilit di di-
stinzione delle dottrine vale per la pena tener conto di un fatto: se Leu-
cippo il primo ad aver formulato l'ipotesi di un mondo fatto di "atomi",
l'atmosfera in cui egli l'ha sviluppata quella degli anni '60 non degli anni
'20 del V sec. a.C. Difficilmente egli pu aver tenuto conto degli scritti di
Zenone o di Melisso o di Anassagora. Si pone dunque il problema della
filiazione eleatica nella forma espressa da Aristotele e ripresa da Teofrasto.
Il fatto che di Leucippo sia rimasta una labile traccia anche nelle testimo-
nianze indirette da imputare ad una specie di destino connaturato alla
storia stessa dell'atomismo: le versioni pi recenti hanno infatti cancellato
quelle pi antiche e l'avversione della grande maggioranza degli autori
antichi contro gli Epicurei ha fatto il resto. Democrito ha "riassorbito"
Leucippo, Epicuro ha praticamente eclissato ambedue e, a causa dell'osti-
lit verso le tesi atomistiche diffusa nelle scuole filosofiche e mediche di
et imperiale, sono spariti dall'orizzonte non solo i testi degli Epicurei e, in
parte, anche quelli del loro fondatore, ma anche quelli di medici che so-
stenevano tesi corpuscolariste come Erasistrato e Asclepiade. L'atomismo
accademico , dal canto suo, naufragato molto presto sotto il peso del
giudizio aristotelico. Qui di seguito fornir dunque una panoramica prin-
cipalmente della ricezione di Democrito in quanto Leucippo compare
solamente nella tradizione risalente a Teofrasto. Per il resto il suo nome
veicolato da quello del suo pi famoso successore.
Partendo da Aristotele, il primo che abbia trattato diffusamente degli
atomisti antichi, si possono distinguere grosso modo quattro filoni,
10
Theophr. 226 A FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 25,1).
11
Apollod. ap. Diog. Laert. 10,13 (67 A 2 DK; LXXV L.).
12
Ricordo qui solo come esempio la polemica fra Rohde 1881 [1901] e Diels 1881 [1969],
1887. Per una bibliografia e una discussione sulla questione, rimando ad Alfieri 1936, 8 n.
27; Guthrie, II, 1965, 382 n. 1.
Introduzione 6
ognuno dei quali mostra proprie peculiarit nella scelta, nell'interpreta-
zione e nella trasmissione dei testi:
1. La tradizione medica.
2. L'ambito bibliotecario-grammaticale.
3. L'ambito degli scrittori di storia naturale e di trattati tecnici.
4. Le scuole filosofiche.
Il nome di Leucippo compare unicamente nella tradizione filosofica,
mentre il protagonista nella altre tradizioni Democrito autore anche di
un gran numero di scritti tecnici.
2. 1. Democrito nella tradizione medica
Democrito ha goduto, non solo come filosofo, ma soprattutto come au-
tore di scritti medici, di grande autorit nella tradizione medica fino all'et
imperiale e oltre, testimoniata anche dal fiorire di opere spurie e dalla leg-
genda del suo incontro con Ippocrate. L'interesse dei medici si appunta,
per ovvi motivi, principalmente sulle affermazioni democritee riguardanti
la biologia umana, le malattie e il loro trattamento
13
, ma talvolta, soprat-
tutto presso i medici di et ellenistica e imperiale, anche su pi generali
affermazioni di carattere epistemologico e metodologico.
Citazioni e testimonianze indirette sulla biologia umana si sono
tramandate attraverso la tradizione medica come il detto, parzialmente
riportato da diversi autori di et imperiale a cominciare da Plinio, che
definisce l'atto sessuale una "piccola epilessia"
14
e una doxa sulla nutrizione
13
Non tutte quante le testimonianze su questo tema classificate da Diels e da altri come
spurie devono essere per forza tali. Se Democrito ha scritto opere di carattere medico spe-
cialistico come la Igtixg yveg non stupisce che egli abbia parlato delle malattie e di un
loro eventuale trattamento. Cf. su questo Gemelli Marciano 2007, 220-224.
14
Questo (e non oaoagig) il termine riportato in tutte le fonti riconducibili ad una tradi-
zione medica. Il detto compare per lo pi in contesti che sottolineano gli effetti negativi
dell'atto sessuale. Galeno, nei commenti al terzo e sesto libro delle Epidemie ne attribuisce la
citazione a Sabino, un medico vissuto nella prima met del II sec. d.C. il quale utilizza
spesso un altro commentatore ippocratico, Rufo Efesio, a sua volta citatore di testimo-
nianze pi antiche (cf. Deichgrber 1965, 29 n. 1.). Gal. In Hipp. Epid. III 1,4 (25,3 Wenke-
bach = XVII A,521 K.) (68 B 32 DK; 527 L.) ouoivri toi oio0r oiv rvovtieoto
ryriv oxoie uoou oiv. ti yo g v o voyxg yoriv Agoxitov rv rigxr voi at-
xoov tat!jytov tt vot :j v o:vo:otov, Eaixouov or goraotr r v erriv oooioiev
goiv, oyoagto v o', ri g orirv rai yo tev r oooioiev ortev voogoo vtev
rgv rigo0oi tou oyou, ou x rai tev r vovtie outoi oioitg0rvtev. o!! oao xot
:o:: t,ooyov ot atot :ov lotvov, ou x oio0ovorvoi tg r vovtiooyio [...] xoi touto
yoouoiv outoi vgovruoovtr r v tgi tev aoxrirvev r gygori Agoxitou tr xoi
Eaixouou, gorae gor v o yo0o v r oooioiev yrvro0oi ooxo vtev. Cf. Gal. In Hipp.
Epid. VI 3,12 (138,3 Wenkebach-Pfaff = XVII B,28 K.) A questa tradizione medica si rial-
lacciano anche gli autori latini che riportano il frammento. Cos Plin. Nat. hist. 28,58; Gell.
Introduzione 7
dell'embrione nell'utero
15
. Alcune affermazioni sulle cause delle malattie
sono state mediate da Sorano
16
.
Fra il I sec. a.C. e i primi anni del I sec. d.C., in un clima di recupero
degli antichi, Democrito ha avuto una reviviscenza in ambito medico fra
personaggi che in qualche modo a lui si richiamavano
17
. Cicerone nomina
dei non ben identificati Democritii in due passi. Dal primo si deduce solo
che si tratta di un gruppo ristretto
18
, nel secondo si accenna alla divergenza
fra costoro e gli Epicurei nell'interpretazione della dottrina di Democrito
su un tema tipicamente medico quale quello della persistenza della sensa-
zione e del dolore nei corpi morti
19
. "Democritei" compaiono anche in
una Quaestio convivalis di Plutarco ancora in relazione ad un argomento
medico come l'irrompere nel mondo di malattie prima sconosciute quali
l'idrofobia e l'elefantiasi. Dato che queste erano state trattate in particolare
da Temisone, allievo ribelle di Asclepiade e precursore della scuola meto-
19,2,8 che attribuisce la prima parte del detto a Ippocrate stesso. Cf. inoltre Stob. 3,6,28
che la riporta ad Erissimaco, il medico del Simposio platonico; Clem. Paed. 1,94; [Gal.] An
animal sit 5 (XIX,176 K). A questa citazione allude probabilmente anche il medico Zopiro
nelle Quaestiones convivales (653 Bss.) di Plutarco. La versione pi precisa e pi ampia veniva
invece riportata negli gnomologi. La lezione oaoagig si incontra infatti solo in Stob.
3,6,28 (uvouoig oaoagig oixg rrooutoi yo ov0eao r ov0eaou), in un conte-
sto etico, ed sottesa alla citazione in Hippol. Ref. 8,14 che la attribuisce per all'eresiarca
Monoimo l'Arabo e la colloca sullo sfondo dell'interpretazione allegorica delle piaghe d'E-
gitto: "o v0eao yo r ov0eaou rrooutoi", goi v, "xoi oaooao toi, agygi tivi
riorvo". Anche costui potrebbe aver tratto la citazione da gnomologi. Sulla trasmis-
sione di questo frammento, cf. Gemelli Marciano 2007, 215-217.
15
La doxa sulla nutrizione dell'embrione attraverso piccole mammelle poste nell'utero viene
citata anonima in Arist. De gen. anim. B 4, 746a 19 (68 A 144 DK; 535 L.), ma attribuita a
Democrito da Ps.-Plut. 5,16, 907 D (68 A 144 DK; 536 L.), cf. [Gal.] Hist. Phil. 120. In P.
Flor. 115 B (Manetti 1985, 177) la stessa doxa attribuita anche ad Alcmeone.
16
Cf. Soran. 3,4 (17,25 Bourguire-Gourevich = 105,1 Ilberg) (68 A 159 DK; 567a L.) che
critica l'eziologia democritea dell'infiammazione (ryovg ) dal flegma (inteso evidente-
mente come elemento caldo, cf. anche Philol. 44 A 27 DK). A Sorano attinge Celio Aure-
liano quando attribuisce a Democrito la spiegazione dell'idrofobia come un'infiammazione
dei tendini e la rispettiva cura con decotto di origano (Acut. 3,14,112ss.). Questa testimo-
nianza stata considerata spuria dal Diels e dagli altri editori senza una ragione precisa. Se
l'idrofobia come tale sembra essere stata riconosciuta solo alla fine dell'et repubblicana,
dal testo di Celio risulta chiaro che Democrito non si riferiva a questa malattia e alla sua te-
rapia, ma a due forme di spasmo come l'opistotono (Acut. 3,15,120) e l'emprostotono
(Acut. 3,14,112). Su questo, cf. Gemelli Marciano 2007, 221s.
17
Si trattava evidentemente di tendenze arcaizzanti che riprendevano in una certa ottica le
tematiche e gli autori presocratici. Anche Enesidemo, il fondatore del neopirronismo, si ri-
chiamava in molti punti ad Eraclito (cf. l'espressione di Sesto Aivroiogo xoto Hoxri-
tov, infra, n. 21).
18
Cic. Hort. Fr. 53 Straube-Zimmermann (Non. De comp. doctr. 418,13 Lindsay) Itaque tunc
Democriti manus urguebatur; est enim non magna.
19
Cic. Tusc. 1,34,82 (68 A 160 DK; 586 L.) Num igitur aliquis dolor aut omnino post mortem sensus
in corpore est? nemo id quidem dicit, etsi Democritum insimulat Epicurus, Democritii negant.
Introduzione 8
dica
20
e dai suoi discepoli, siamo ricondotti ad un gruppo di medici vissuti
in et tardo-repubblicana e sotto il primo impero, collegato s ad Ascle-
piade, ma anche critico nei suoi confronti, che si richiamava a Democrito.
Nella dossografia sull'egemonico riemergono ancora indizi che rimandano
allo stesso ambito. Sesto riferisce che "alcuni, secondo Democrito", soste-
nevano che la sede del pensiero era in tutto il corpo
21
. Questo contrasta
con la dossografia di matrice aeziana secondo cui Democrito situava l'e-
gemonico nel cervello
22
. Quella che Sesto riporta in realt una tradizione
interpretativa diversa, di ambito medico, che si ritrova anche in un passo
parallelo del De anima di Tertulliano. Quest'ultimo, che ha come fonte
Sorano, cita tuttavia al posto dei tivr xoto Ago xitov di Sesto un nome
ben preciso, quello del medico Moschione datato fra il I sec. a.C. e il I sec.
d.C.
23
. Questo personaggio viene nominato da Galeno come il correttore
della definizione di ouyo di Asclepiade
24
e altrove come autore di ri-
cette farmacologiche
25
. La denominazione "Democritei", sembra dunque
essere stata applicata a medici che, pur prendendone le distanze, si situa-
vano nell'orbita di Asclepiade
26
, sostenitore di dottrine corpuscolari e sicu-
ramente simpatizzante dell'atomismo
27
.
20
Sulle relazioni fra Temisone e Asclepiade, cf. Moog 1994, 102ss.
21
Sext. Emp. Adv. Math. 7,349 (68 A 197 DK; 456 L.) o' oi r v rxto tou oeoto (scil.
tgv oiovoiov rivoi), e Aivgoiogo xoto Hoxritov, oi or rv oei tei oeoti,
xo0oar tivr xoto Agoxitov.
22
Theodoret. 5,22 (68 A 105 DK; 455 L.) Iaaoxotg r v yo xoi Agoxito xoi Hotev
rv ryxroei touto iouo0oi. Cf. Ps.-Plut. 4,5, 899 A.
23
Tert. De an. 15,5 Ut neque extrinsecus agitari putes principale istud secundum Heraclitum, neque per
totum corpus ventilari secundum Moschionem. Cf. Waszink 1947, 227 ad loc.; Polito 1994, 454, in
base alla citazione di questo e di altri nomi di medici in Tertulliano-Sorano, ipotizza a
monte di Sorano e di Sesto dei Placita medici. Il tivr di Sesto si spiegherebbe col fatto che
i nomi menzionati in quella sede erano conosciuti nell'ambito strettamente medico, ma non
dicevano nulla ai profani. Per una diversa interpretazione del passo di Tertulliano, Man-
sfeld 1990, 3165.
24
Gal. De diff. puls. 4,15 (VIII,758 K.).
25
Gal. De comp. med. sec. loc. 1,2 (XII,416 K.); 4,8 (XII,745 K.); 7,2 (XIII,30 K.); De comp. med.
per gen. 2,17 (XIII,537 K.) et al. Cf. anche Soran. 2,29 (II,41,37 Burguire-Gourevitch =
75,13 Ilberg); Plin. Nat. hist. 19,87. Su Moschione, cf. Deichgrber 1935, 349.
26
La cui morte si situa con una certa sicurezza nel 91 a.C., cf. Rawson 1982.
27
Sulla dottrina di Asclepiade e i suoi rapporti con l'atomismo, cf. Stckelberger 1984, 101-
13; per una interpretazione pi strettamente medica di Asclepiade, Vallance 1990. Vallance
tende a separarlo nettamente dalla tradizione "filosofica" atomista e a porlo invece sulla
scia di Erasistrato. Sebbene questa visione sia in parte giustificata, egli tralascia il fatto che
in un passo fondamentale, citato da Celio Aureliano, Asclepiade difende espressamente
coloro che ponevano corpuscoli primi privi di qualit i quali non possono essere altro che
gli atomisti (Acut. 1,14,106 Nec, inquit, ratione carere videatur quod nullius faciant qualitatis cor-
pora). Faciant, che presuppone un soggetto plurale e traduce il verbo greco aoiriv, "assu-
mere", indica chiaramente che Asclepiade si riferisce a teorie di altri ("e non sembra essere
privo di logica, dice, che assumano corpi privi di qualit"). Vallance, seguendo Gottschalk
Introduzione 9
Una posizione particolare nella ricezione di Democrito, soprattutto per
quanto riguarda questioni di metodo, occupano i medici empirici che lo
citano come un'autorit contro gli avversari dogmatici. Galeno, nell'opera
Sulla medicina empirica, in gran parte perduta nell'originale greco, ma so-
pravvissuta in una traduzione araba
28
, riporta per lo meno due citazioni
letterali da Democrito: il famoso frammento sul giudizio dei sensi contro
la gv
29
e un altro sul ruolo dell'esperienza nello sviluppo delle technai
conservato solo nella traduzione araba
30
. Il fatto che questi frammenti non
vengano citati da nessun'altra fonte costituisce un indizio forte per la con-
sultazione diretta da parte dei medici empirici di opere democritee. Dalla
cerchia empirica proviene forse anche una notizia riportata da Celso se-
condo cui, per Democrito, non sarebbe possibile stabilire con esattezza
quando veramente un corpo morto. Il contesto, infatti rimanda ad una
impossibilit di prevedere in base a segni sicuri una morte imminente
31
.
invece improbabile che Galeno, nonostante la sua erudizione,
avesse letto delle opere democritee innanzitutto perch le due citazioni
suddette, le uniche letterali da lui riportate, provengono dalla tradizione
empirica ( infatti un medico empirico che parla nel dialogo). Per il resto, i
vari riferimenti agli atomisti antichi disseminati nella sua opera, compreso
il lungo excursus del De elementis secundum Hippocratem
32
, sono basati sulla
rielaborazione di resoconti di varia provenienza. Galeno, inoltre, sembra
non conoscere un attributo originale dell'atomo come vootov
33
, attestato
1980, 46, pone corpora come soggetto di faciant aggiungendo un complemento oggetto inesi-
stente nel testo latino (It is not illogical, says Asclepiades, that bodies with no quality should make up
the sensible world). Cf. su questo punto la critica a Gottschalk e la traduzione esatta del passo
di Stckelberger 1984, 109. Contro la svalutazione dei rapporti di Asclepiade con l'atomi-
smo anche Casadei 1997.
28
Walzer 1944; sulla presenza di Democrito nella medicina empirica, cf. anche Walzer 1932,
466ss.; Lbl 1976, 26ss.; 1987, 8ss.
29
Gal. De exper. med. 15,7, 114 Walzer (68 B 125 DK; 79-80 L.). Cf. su questo passo, Gemelli
Marciano 1998.
30
Gal. De exper. med. 9,5, 99 Walzer (68 A 171 DK Nachtr.; 558 L.) And in short, we find that
of the bulk of mankind each individual by making use of his frequent observations gains
knowledge not attained by another; for as Demokritos says, experience and vicissitudes
have taught men this, and it is from their wealth of experience that men have learned to
perform the things they do.
31
Cels. 2,6,13s. (68 A 160 DK; 586 L.) Illud interrogari me posse ab aliquo scio: si certa futurae mortis
indicia sunt, quomodo interdum deserti a medici convalescant? quosdamque fama prodiderit in ipsis funeri-
bus revixisse. Quin etiam uir iure magni nominis Democritus ne finitae quidem uitae satis certas notas esse
proposuit, quibus medici credidissent: adeo illud non reliquit, ut certa aliqua signa futurae mortis essent.
32
Su questo brano, v. infra, VI 3. 2. 3. Sul debito di Galeno nei confronti della tradizione
scettica, cf. Morel 1996, 375-91 e Gemelli Marciano 1998.
33
Cf. la critica al medico di et traianea Archigene per aver usato il termine in relazione alle
arterie piene di sangue in De dign. puls. 4,2 (VIII,931 K.) (68 A 46 DK) rv toutei or tei
oyei aetov ti ogoi to voototrov ou aovu ooe oioo, oio to gor ou vg0r ri voi
Introduzione 10
in Aristotele e ben documentato in tutta la dossografia di ascendenza
teofrastea.
2. 2. Democrito nella tradizione bibliotecario-grammaticale
L'ambito bibliotecario-grammaticale ha tramandato per lo pi glosse in s
scarsamente informative da un punto di vista "dottrinale", ma interessanti
perch, nella loro specificit, aprono uno spiraglio sullo stile di Demo-
crito, uno stile particolare, ricercato, talvolta criptico e vicino a quello di
sofisti come Antifonte, uno stile che, fuori dall'ambito in cui e per cui gli
scritti sono stati redatti, doveva risultare estremamente inusuale e ostico.
In effetti, gi nel III sec. a.C. Callimaco aveva composto un Hivo te v
Agoxitou yeooe v xoi ouvtoyotev
34
, un segno che i testi democritei
erano ai suoi tempi di difficile lettura anche per i dotti. A quest'opera ri-
salgono probabilmente in ultima analisi le glosse sparse riportate da Esi-
chio e dai grammatici
35
.
Sempre da notizie riguardanti la sfera bibliotecario-grammaticale in
senso lato si apprende che l'opera di Democrito era presente ancora alla
fine del II sec. a.C. in Asia Minore. Egesianatte, un grammatico
proveniente dalla Troade, che aveva esercitato funzioni di consigliere e
ambasciatore di Antioco III di Siria
36
, aveva redatto un'opera Sullo stile di
toi Egoiv ovoo xoto tou toioutou ao yoto ryro0oi. oo:ov at v ,oo :tvo voo:o v
txo!o:v, o: ajv o!!o ,t :t ooao aoo o: :ov o: :o ovoaooat vov tato:oaot. ou to or o
Aiyrvg, oixoiototov yo tgv r v toi o voooiv outou ouvg0riov ao outou
ov0ovriv, ooxri oi to vooto v ovti tou agou o voo riv.
34
Callim. Fr. 456 Pfeiffer (Suda s.v. Koioo) (68 A 31 DK; CXXIV L.). Questa formula-
zione ha creato difficolt ad alcuni interpreti moderni e portato talvolta a tentativi di corre-
zione del testo. Oder 1890, 74 proponeva Hi vo te v Agoxitou xoi yeooev ou vtoyo.
West 1969, 142 corregge yeooev in yvee v con la motivazione che Democrito non era
famoso per le glosse, ma per le massime. Dato che dal IV sec. a.C. in poi si sarebbe diffuso
un gran numero di sentenze falsamente attribuite a Democrito, Callimaco avrebbe redatto
un inventario di quelle autentiche per mettere ordine in questa congerie. Il titolo dell'opera
viene tradotto generalmente Indice delle glosse e delle opere di Democrito (Diels-Kranz app. ad
loc.). Secondo questa traduzione, dunque, Callimaco avrebbe stilato, con l'elenco delle
glosse, anche quello di tutte le opere democritee. Cassio 1991, 11s., ha formulato invece l'i-
potesi che si trattasse di un elenco di glosse con il titolo delle rispettive opere da cui esse
erano tratte. Egli cita il parallelo di un glossario ippocratico di Glaucia, cui fa cenno Ero-
tiano (7,23 Nachmanson) compilato secondo questo criterio. Cf. anche O'Brien 1994,
699ss. L'ipotesi mi sembra verosimile in quanto anche le glosse di Antifonte Sofista ripor-
tate dai lessici sottendono un procedimento del genere (cf. 87 B 3-5, 11, 14-15, 17-19 al.
DK).
35
Cf. Schmid 1948, 245 n. 3.
36
Cf. Jacoby 1912.
Introduzione 11
Democrito
37
. A quest'opera, attraverso i manuali di retorica, fanno capo
probabilmente i giudizi sullo stile di Democrito che troviamo negli autori
posteriori quali Cicerone e Dionisio di Alicarnasso
38
.
All'et di Tiberio risale poi il grande catalogo delle opere democritee,
corredato di una introduzione e redatto da Trasillo per tetralogie sul mo-
dello di quello che egli aveva composto per Platone
39
. Il fatto che Trasillo
scrivesse un'introduzione alla lettura degli scritti di Democrito, testimonia
che tali opere nella sua cerchia e nel luogo in cui egli si trovava al mo-
mento della redazione del catalogo erano ancora lette. La difficolt sta,
per, proprio nell'identificare questo luogo. Il Lbl
40
d per sicuro che
Trasillo abbia redatto il suo catalogo a Roma alla corte di Tiberio, ma non
c' nessun indizio a supporto di questa ipotesi. Pi interessante invece
osservare da quale territorio l'astrologo-filosofo proviene e a quale tradi-
zione si riallaccia. Egli infatti un egiziano di Alessandria
41
che si ricono-
sce nella tradizione pitagorica con cui a pi riprese collega anche Demo-
crito. Se si pensa inoltre che Trasillo indovino e astrologo (caratteri tipici
della rinascita del pitagorismo in et repubblicana e imperiale), si pu ca-
pire perch Democrito fosse cos importante per lui e per quelli come lui.
Proprio in Egitto, qualche secolo prima, egli era stato l'autore di riferi-
mento per Bolo di Mende, autore di un'opera di carattere magico Sulle
simpatie e sulle antipatie
42
e dei Cheirokmeta (Manufatti). Bolo viene definito
dalle fonti tarde, oltre che espressamente come "Democrito", anche come
un pitagorico
43
. Le due cose non si escludono
44
visto che Democrito viene
pi volte, dal V sec. a.C. in poi, messo in relazione col pitagorismo.
possibile dunque che in Egitto, fra i neopitagorici platonizzanti per i quali
la magia era un elemento essenziale, il nome e le opere stesse di Demo-
crito assumessero una particolare rilevanza. Nella grande biblioteca di
37
Herodian. Hri aoevu ev, 895,40 Lentz (68 A 32 DK; CXXV L.) Hygoiovo yoo-
tixo yoo Hri tg Agoxitou rre iiov r v xoi Hri aoigtixev rrev. g v or
Teiooru.
38
V. infra, 2. 4 n. 90.
39
Diog. Laert. 9,41 (68 A 1 DK; I, CXXVII L.) e or Ooouo rv tei r aiyoor vei To
ao tg ovoyveore tev Agoxitou iiev. Non ci sono testimonianze che possano far
risalire l'ordinamento tetralogico delle opere di Democrito ad un periodo anteriore, cf.
Mansfeld 1994, 101.
40
1987, 128.
41
Cf. Vetter 1936, 581.
42
L'attenzione di Bolo per Democrito in questo contesto non cos strana come si potrebbe
pensare se si tiene conto del fatto che la dottrina dei pori e degli effluvi, che caratterizza
gran parte delle eziologie democritee e in particolare la spiegazione dei sogni, delle appari-
zioni di fantasmi, del malocchio, sta alla base della magia, v. infra, VII 4.
43
Pitagorico: Suda s.v. Beo Mrvogoio. Democriteo: Schol. Nic. Ther. 764; Suda s.v. Beo
Agoxito.
44
Cf. Kingsley 1995a, 326ss.
Introduzione 12
Alessandria queste ultime erano ancora presenti. In questo campo si pos-
sono naturalmente fare solo ipotesi, ma probabile che Trasillo abbia
redatto il suo catalogo ad Alessandria in particolare per una cerchia di
filosofi pitagorizzanti che si interessavano a Democrito come autore-mo-
dello. Trasillo comunque l'ultimo erudito del quale sia testimoniato un
interesse per l'intera opera democritea.
2. 3. Democrito negli scrittori di trattati tecnici e di storia naturale
Dal catalogo di Trasillo si pu dedurre che Democrito fa parte di quel
gruppo di sophistai che nell'ultimo quarto del V sec. a.C. invadono il campo
delle technai scrivendo trattati teorici sui pi svariati argomenti
45
. Delle sue
opere tecniche si tuttavia conservato ben poco anche per una caratteri-
stica propria alla letteratura tecnica per cui generalmente i manuali pi
recenti soppiantano quelli pi antichi. A questo si aggiunge il problema
costituito dalla letteratura pseudo-democritea legata al nome di Bolo che
rende ardua la valutazione delle citazioni riportate da autori tardi. Cos
spesso difficile stabilire se e in che misura Columella, Plinio e i Geoponica
riportino materiale democriteo originale, anche se lo scetticismo della
filologia tedesca di fine '800-inizio '900 sicuramente esagerato e determi-
nato in parte anche dal pregiudizio secondo cui un filosofo che si rispetti
non pu scrivere di agricoltura
46
.
Per quanto riguarda gli autori latini di scritti tecnici si pu osservare
che Vitruvio riporta alcune notizie su Democrito non presenti in altre
fonti. Tuttavia i suoi brevi accenni in cataloghi di autori che hanno trattato
un determinato tema, rivelano la loro provenienza da manuali tecnici e
non da letture dirette
47
.
45
Una polemica contro questi autori in ambito medico, evidente gi nei trattati ippocratici
come ad esempio VM 20,1 (145,18 Jouanna = I,620 Littr) e Acut. 6,1 (38,11 Joly = II,238
Littr). Per quanto riguarda l'agricoltura se ne avvertono gli echi in Xen. Oec. 16 dove viene
loro rimproverato di trattare il tema da un punto di vista teorico, senza avere alcuna espe-
rienza pratica. Questa stessa obiezione sta alla base dell'ironica tirata socratica nel Lachete
platonico (183c-184a) contro il sofista Stesileo, che tiene conferenze dotte sull'oplomachia
e subisce una clamorosa smentita all'atto pratico quando tenta di usare (a sproposito) in
una battaglia navale una nuova arma. Nei Memorabili di Senofonte (3,1,1) Socrate ironizza
sul sofista Dionisodoro che insegna la tattica militare.
46
Cf. Oder 1890; Wellmann 1921. Cf. anche Hammer-Jensen 1924. Per una visione pi
articolata del problema, cf. Sider 2002; Gemelli Marciano 2007, 224-228.
47
Cf. Vitruv. 7,pr. 11 (68 B 15b DK; 139, 160 L.); 9,5,4; 9,6,3 (68 B 14,1 DK; 424,1 L.). Alla
dossografia manualistica risale anche l'excursus sui principi di Vitruv. 2,2,1 Democritus quique
est eum secutus Epicurus atomos, quas nostri insecabilia corpora, nonnulli individua vocitaverunt; Pythago-
reorum vero disciplina adiecit ad aquam et ignem aera et terrenum. Ergo Democritus, etsi non proprie res
nominavit sed tantum individua corpora proposuit, ideo ea ipsa dixisse videtur, quod ea, cum sint disiun-
Introduzione 13
Anche Eliano (II sec. d.C.), che nelle Storie naturali riporta notizie piuttosto
dettagliate sulle cause di alcune caratteristiche di animali in diverse zone
climatiche
48
, difficilmente ha avuto accesso ai libri delle Ai tioi ari eiev
(68 A 33 (VI) DK; CXV (VI) L = Diog. Laert. 9,47). e ha molto pi
verosimilmente utilizzato materiale indiretto
49
.
2. 4. Leucippo e Democrito nelle scuole filosofiche
Per il tema trattato in questo lavoro, in particolare la tradizione sull'atomo,
ci si pu avvalere solo in maniera indiretta ed episodica delle fonti cui ho
finora accennato. Le peculiarit dell'atomo sono descritte infatti princi-
palmente nelle testimonianze che fanno capo alle diverse scuole filosofi-
che, un fatto che pone serie ipoteche sulla possibilit di avere un quadro
chiaro e incontrovertibile dei fondamenti stessi della dottrina. Infatti le
teorie degli atomisti hanno subito i pi profondi rimaneggiamenti proprio
nell'ambito della tradizione filosofica. Se si escludono gli scarsi frammenti
riguardanti la gnoseologia, ci si trova infatti di fronte ad una trasmissione
indiretta che si estende da Aristotele e Teofrasto fino ai commentatori
neoplatonici di Aristotele.
Lasciando per ora da parte le interpretazioni di Democrito nell'Acca-
demia e nel primo Peripato, tema che costituisce l'oggetto principale di
questo studio, cercher qui di seguito di tracciare un breve schizzo della
ricezione degli atomisti nell'ambito delle scuole filosofiche dall'et elleni-
stica in poi. Si tratta ovviamente non di un esame esaustivo, ma di una
panoramica globale offerta a titolo di orientamento.
cta, nec laeduntur nec interitionem recipiunt nec sectionibus dividuntur, sed sempiterno aevo perpetuo infi-
nitam retinent in se soliditatem. Il testo corrisponde grosso modo alla prima parte di Ps.-Plut.
1,3, 877 D, infra, VI 3. 2. 2. Alla letteratura pseudo-democritea da riportarsi invece Vitruv.
9,14 (68 B 300,2 DK).
48
Aelian. Hist. nat. 12,17 (68 A 152 DK; 521 L.): perch ci sono pi aborti nelle zone
meridionali che in quelle settentrionali del mondo. 12,16 (68 A 151 DK; 519, 545, 561 L.):
perch il cane e il maiale sono multipari. 12,18 (68 A 153 DK; 541 L.): perch ai cervi cre-
scono le corna. 12,19 (68 A 154 DK; 543 L.): perch i buoi arabi femmina hanno corna
sottili lunghe e storte. 12,20 (68 A 155 DK; 542 L.): spiegazione del fatto che ci sono tori
senza corna. Cf. inoltre 9,64 (68 A 155a DK; 554 L.): i pesci si nutrono dell'acqua dolce
che si trova nel mare. 5,39 (68 A 156 DK; 549 L.): il leone nasce con gli occhi aperti. In
quello che il Diels designa come Fr. 150a, Eliano cita in realt Democrito solo come esem-
pio retorico di ricerca di cause e non come autore della doxa contenuta nel brano, Hist. nat.
6,60 (68 A 150a DK; 560 L.) oo ritr oioe orv ritr uore oeov o aogtov, tou to
Agoxitei tr xoi toi ooi xotoriaerv rr yriv tr xoi to oitio ryriv oiro0oi
ixovoi uar tev o trxotev tr xoi ou ougte v. Allo stesso modo procede Cicerone
in De orat. 2,58,235 (68 A 21 DK; LXI, 513 L.) Atque illud primum, quid sit ipse risus, quo pacto
concitetur, ubi sit, quo modo exsistat [...] viderit Democritus.
49
Cf. su questo Perilli 2007, 158s.
Introduzione 14
Nel Peripato Democrito ha suscitato un particolare interesse soprattutto
nelle prime due generazioni di aristotelici. Oltre a Teofrasto, anche l'altro
allievo di Aristotele, Eudemo di Rodi, aveva sicuramente letto Democrito
seguendo le linee interpretative del maestro. Simplicio cita direttamente le
sue parole per lo meno su due questioni: la critica al vuoto democriteo, da
lui interpretato come causa del movimento
50
, e la discussione sul ruolo
della tu g. Soprattutto riguardo a questo secondo punto, Eudemo sembra
aver avuto davanti un testo specifico democriteo. Riferisce infatti un logos,
non altrimenti attestato, che eliminerebbe la funzione della tug
51
. Come
gi Aristotele e Teofrasto, anche Eudemo preferisce la parafrasi alle cita-
zioni letterali. Democrito sicuramente conosciuto anche da Stratone
(attraverso di lui i suoi scritti potrebbero essere arrivati alla biblioteca di
Alessandria) il quale aveva ammesso, come gli atomisti e contrariamente
all'aristotelismo ortodosso, un vuoto interno ai corpi. Stratone aveva co-
munque aspramente criticato la dottrina delle forme atomiche quali quelle
ad amo e ad uncino definendola come "sogni di un Democrito non mae-
stro, ma visionario"
52
. Dopo di lui non si hanno pi tracce di una discus-
sione o di una acquisizione di dottrine democritee nel Peripato. E' piutto-
sto verosimile che, in generale, da questo momento in poi, l'interesse per
Democrito cadesse progressivamente, soppiantato dalle discussioni sul-
l'atomismo epicureo. La difficolt di lettura dei testi, di cui proprio nel III
sec. a.C. si cominciavano a redigere le glosse, e le opere di Aristotele e di
Teofrasto su Democrito, pi semplici e di pi agevole consultazione,
contribuivano ovviamente all'oblio
53
. Per trovare menzioni di Democrito
fra i Peripatetici bisogna scendere fino ad Alessandro di Afrodisia il quale,
per, non ha letto nulla degli atomisti antichi. Non solo egli non riporta
alcuna citazione diretta, ma, o si serve unicamente di materiale di scuola
(dal quale non sono assenti talvolta sovrapposizioni fra atomismo demo-
criteo ed epicureo
54
), o si limita a parafrasi dei testi aristotelici nei quali
viene nominato Democrito. Dunque, nel Peripato, dal III sec. a.C. in poi
non pi documentabile una lettura diretta delle opere democritee.
L'Epicureismo stato determinante non tanto per la trasmissione di
testi, quanto soprattutto per l'interpretazione delle dottrine di Democrito.
50
Eud. Fr. 75 Wehrli (Simpl. In Phys. 209a 18, 533,14) (251 L.).
51
Eud. Fr. 54a Wehrli (Simpl. In Phys. 196a 11, 330,14) (68 A 68 DK; 24, 99 L.), infra, VII 6.
1 n. 64. Cf. anche Fr. 54b Wehrli (Simpl. In Phys. 196b 10, 338,4).
52
Cic. Ac. 2,38,121 (68 A 80 DK; 26 L.). Per il testo e un esame pi approfondito del passo,
v. infra, VI 3. 2. 1 n. 111.
53
Per le opere di Aristotele su Democrito, cf. Diog. Laert. 5,26s. (68 A 34 DK; CXVII L.).
Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 294,33) (68 A 37 DK; 172, 197 L.). Per
quelle di Teofrasto, cf. Diog. Laert. 5,43; 49 (68 A 34 DK; CXVIII L.). Ovviamente Teo-
frasto faceva testo anche col De sensu e con la sua raccolta di Physikai (o Physikon) Doxai.
54
V. infra, VI 1.
Introduzione 15
Dall'epoca di Epicuro infatti, inevitabilmente, l'atomismo antico si tro-
vato ad essere veicolato, in positivo e in negativo, dalla forma moderna e
dominante dell'atomismo epicureo. Contrapposto o assimilato a quest'ul-
timo, non ha pi avuto una vita autonoma n rappresentato un oggetto di
interesse primario. Ma qual il ruolo giocato da Epicuro stesso e dalla sua
scuola nella lettura e nella trasmissione dei testi e delle dottrine degli ato-
misti antichi? Da quanto rimasto, non sembra che gli Epicurei abbiano
contribuito molto alla diffusione delle teorie dei loro antenati dottrinali,
anzi, semmai si sono distinti per un atteggiamento critico nei loro con-
fronti
55
. Epicuro, come si visto, aveva, con il suo discepolo Ermarco,
negato l'esistenza di Leucippo
56
. Con questa presa di posizione, una fra le
tante destinate a suscitare scandalo, Epicuro rispondeva probabilmente a
Teofrasto che aveva attribuito a Leucippo il Mr yo oio xooo. Nell'Epi-
stola a Pitocle ci sono comunque chiare allusioni anonime alla cosmogonia
di Leucippo, in particolare al "grande vuoto", al vortice cosmico,
all'o voyxg, alla fine dei mondi. Dato che le espressioni caratteristiche della
cosmogonia di Leucippo di ascendenza teofrastea sono tutte presenti nel
passo epicureo
57
, non si pu stabilire con sicurezza se Epicuro si riferisse
al testo originale o al resoconto che ne aveva dato Teofrasto. Allo stesso
modo la critica all'infinit delle forme atomiche
58
lascia aperta sia la
possibilit di una conoscenza diretta, sia quella della consultazione delle
opere di Aristotele e Teofrasto, sia ambedue. Alcune testimonianze dei
papiri ercolanesi sembrerebbero indicare che Democrito era presente nella
biblioteca di Epicuro. In un'opera di Filodemo infatti si menziona la ri-
55
Per una esaustiva trattazione della posizione degli Epicurei nei confronti degli atomisti
antichi rimando a Morel 1996, 249-355.
56
V. supra, n. 11.
57
Ep. Ep. 2,88 (67 A 24 DK; 383 L. comm.) xooo roti ariog ti ouovou ooto tr xoi
ygv xoi ao vto to oivorvo arirouoo, oao:oaj v to:oo oao :o: oattoo: [...] oti or
xoi :oto::ot xooaot ttotv oattoot :o a!j0o, roti xotoori v, xoi oti xoi o toiouto
ouvotoi xooo yi vro0oi xoi r v xooei xoi rtoxooiei o ryorv rtou xooev
oiootgo r v aouxr vei toaei xot o:x tv at,o!ot xot tt!txotvtt xtvo t, xo0oar tivr
ooiv, raitgoriev tive v oarotev ur vtev o' r vo xooou g rtoxooiou g xoi oao
ariovev [...] o: ,oo o0ootoaov ott ao vov ,tvto0ot o:ot otvov tv ot t vott:ot xooaov
,tvto0ot xtvot xo:o :o ooooatvov t o vo ,xj, o:to0ot :t, to ov t:toot
aoooxoo:ojt, xo0oato :ov o:otxo v xo!o:at vov ojot :t. tou to yo oorvov roti
toi oivorvoi. Cf. su questo passo, Silvestre 1985, 125-29. Per Leucippo, cf. Diog.
Laert. 9,33 (67 A 1 DK; 382 L.) xooao: :t tx :o::o: oattoo: ttvot xoi oiouro0oi ri
touto. yi vro0oi or tou xooou oute rro0oi xo:o oao:oaj v rx tg oariou aoo
oeoto aovtoio toi og ooiv tt at ,o xtvo v, oato o0ooto0tv:o otvjv oato,oto0ot
atov xo0 jv aoooxoo:ov:o xot aov:oooao x:x!o:atvo otoxot vto0ot oot :o oaoto
aoo :o oaoto. rivoi tr eoar yrvrori xooou, oute xoi ougori xoi 0iori xoi
0oo xo:o :tvo ovo,xjv. Cf. anche Hippol. Ref. 1,12 (67 A 10 DK; 23, 291 L.). Una pa-
noramica dei passi di Epicuro riferentisi a Democrito in Gigante 1981, 50-62.
58
Ep. Ep. 2,42s.
Introduzione 16
chiesta di Epicuro ad un discepolo di testi di Democrito
59
. Lo stato estre-
mamente lacunoso del papiro impedisce per di sapere di quali libri si
trattasse. In un'altra opera, Filodemo accenna ad uno scritto di Epicuro
contro Democrito, ma anche qui il testo non fornisce ulteriori chiari-
menti
60
. Nei frammenti dal Hri u ore di Epicuro non ci sono menzioni
dirette degli atomisti antichi, ma piuttosto una critica al presunto determi-
nismo democriteo
61
. Anche queste allusioni, tuttavia, non dicono nulla di
certo sulla consultazione delle opere originali in quanto si tratta di punti
trattati diffusamente nei testi aristotelici
62
che Epicuro sicuramente aveva
presenti. Insomma, se Epicuro aveva letto le opere degli atomisti antichi e
anzi, come gli aneddoti biografici vogliono far credere, era stato spinto alla
filosofia dai libri di Democrito
63
, la sua critica segue le linee delle esposi-
zioni aristoteliche e teofrastee e non aggiunge nessuna informazione sup-
plementare a quanto gi detto dai due Peripatetici.
Per quanto riguarda gli allievi di Epicuro, a Metrodoro di Lampsaco
viene attribuita un'opera contro Democrito
64
. Essendo un trattato ad
hominem, probabile che egli conoscesse gli scritti di prima mano, ma an-
che qui non c' nulla che lo testifichi. Diverso il discorso per Colote,
l'altro allievo di Epicuro che aveva attaccato Democrito. Le sue citazioni
democritee hanno infatti tutta l'aria di essere di seconda mano e la sua
interpretazione ha buone probabilit di essere basata sull'immagine del
Democrito scettico che circolava anche nell'Accademia di Arcesilao
65
.
Plutarco, nell'opera Contro Colote, forse con una esagerazione retorica, ma
da tenere pur sempre in considerazione, gli rimprovera proprio di non
aver mai letto i libri di Democrito.
Dall'epicureismo tardo, dal I sec. a.C. in poi, non vengono testimo-
nianze tali da far propendere per una consultazione diretta dei testi piutto-
sto che per una conoscenza di tipo manualistico. Tracce di questa manua-
59
Philod. Ad contubernales Fr. 111,166s. Angeli 'a]oor[t]oo [---]ON uiv [---].. KTA[..---]
ariroto[i---]. A. [...... to ar]i [Ee]xot[ou tou A]iotiaaou [x]oi Earu[oiaaou to]u
Hotevo [ryxeiov] xoi Aiototr[ou to] Avoutixo xoi [to Hri] uore, oooar
r[vrxiv]orv' rai o Euou[ou 'tg]v raiotog v HPOEA[....]IOIE xoi tev Ag[oxi]tou
tivo, ou oiov...
60
Philod. De libert. dicendi Fr. 20 Olivieri (68 A 34 DK; 36a L.) rti or tg [v] riorvgv
ouvy[v]e[]gv rv oi oiraroov, e r v tr toi ao Agoxitov iotot oi oio trou o
Eaixouo x[oi ao ] H oxriogv r v
61
Per la critica al determinismo contenuto nel concetto di o vo yxg contro coloro "che hanno
ricercato le cause" (oi o oitiooygoovtr), cf. Long-Sedley 1987, II,20C, 107 (Ep. Hri
uore [34. 30] Arr.) (68 A 69 DK; 36a L.).
62
Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 295,18-20) (68 A 37 DK; 293 L.); Arist.
Phys. B 4, 196a 24ss. (68 A 69 DK; 18, 288 L.).
63
Diog. Laert. 10,2 (68 A 52 DK; XCV L.).
64
Diog. Laert. 10,24 (68 A 34 DK; CXXIII L.)
65
V. infra, VI 2. 1. 2.
Introduzione 17
listica scolastica di ambito epicureo o di altra provenienza si ritrovano in
Lucrezio. Egli cita Democrito espressamente solo due volte: sul corso e la
posizione delle stelle, e sulla posizione dei corpuscoli dell'anima alternati a
quelli del corpo. Le notizie sull'astronomia corrispondono a quelle del
resoconto di Diogene Laerzio su Leucippo e di Pseudo-Plutarco
66
. La doxa
sull'anima non pervenuta attraverso altre fonti, ma potrebbe derivare
anche da materiale dossografico di ambito medico data la brevit e lo stile
dell'accenno
67
. Filodemo l'unico epicureo attraverso cui conosciamo
citazioni dirette da Democrito. La doxa sull'origine della credenza negli di
contenuta nel De pietate tuttavia chiaramente di matrice dossografica in
quanto corrisponde a Sext. Emp. Adv. Math. 9,24 (68 A 75 DK; 581 L.)
68
,
negli altri casi si tratta di excerpta che non riguardano la dottrina fisica,
bens la sfera etica e l'origine della musica
69
. D'altra parte nei titoli della
biblioteca ercolanese non compaiono opere dell'Abderita. Evidentemente
la scuola epicurea era concentrata soprattutto sul proprio atomismo e
riteneva ormai superato quello antico, atteggiamento, del resto, condiviso
anche dalle altre scuole filosofiche. Diogene di Enoanda riporta anch'egli
delle doxai di Democrito derivate comunque da una trasmissione indiretta
interna alla tradizione epicurea, ma nulla pi
70
.
Nel complesso si pu quindi concludere che la lettura diretta delle
opere fisiche democritee e leucippee da parte di Epicuro probabile, ma
66
Lucr. 5,621-37 (68 A 88 DK; 380 L.); cf. Diog. Laert. 9,33 (67 A 1 DK; 382, 389 L.); Ps.-
Plut. 2,15, 889 B (68 A 86 DK; 390 L.).
67
Lucr. 3,370 (68 A 108 DK; 454 L.). Sulle concezioni dei medici che, secondo Sesto, Adv.
Math. 7,349, seguivano Democrito nell'affermare che l'egemonico sparso in tutto il corpo,
v. supra, n. 21 e 23. Lucrezio allude, fra l'altro, nei versi precedenti (350-69), alle teorie di
Stratone che in Sesto sono attribuite anche ad Enesidemo "secondo Eraclito". Lucrezio se-
gue nell'esposizione anche lo stesso ordine: teoria di Stratone (in Sesto di Enesidemo)-teo-
ria di Democrito (in Sesto "alcuni secondo Democrito"). Una sequenza simile si trova an-
che nel passo parallelo di Tertulliano (De an. 15,5), supra, n. 23. La doxa potrebbe risultare
dallo sviluppo di una osservazione aristotelica in De an. A 5, 409b 2-4 (riar yo rotiv g
ug r v aovti te oio0ovorvei oeoti, o voyxoiov r v tei outei ouo rivoi oeoto, ri
oeo ti g ug).
68
P. Herc. 1428 fr. 16, cf. Henrichs 1975, 96-106.
69
Sull'etica, cf. Philod. De ira P. Herc. 182, col. XXIX,20 Indelli (68 B 143 DK; 64 L.); De
adulat. P. Herc. 1457, col. X (Crnert 1906, 130) (68 B 153 DK; 611 L.). La stessa citazione
compare anche in Plut. Reip. ger. praec. 821 A. Considerazioni sulla morte, in Philod. De
morte, P. Herc. 1050, col. XXIX,27-32 e col. XXXIX,9-15 Mekler (68 B 1a DK; 587 L.).
Sull'origine della musica, Philod. De mus. IV, P. Herc. 1497, col. XXXVI,87 Neubecker (68
B 144 DK; 568 L.). Cf. l'ultima lettura del papiro in Gigante-Indelli 1980, 451-66.
70
Cos l'accusa di sovvertire la vita (Diog. Oenoand. Fr. 7 II Smith = 61 L.), corrisponde
quasi perfettamente a quella di Colote (Plut. Adv. Colot. 1109 A-1110 F); quella al moto
"costretto" degli atomi (Diog. Oenoand. Fr 54 II-III Smith = 68 A 50 DK; 39 L.), riecheg-
gia un frammento del Hri uore di Epicuro ([34.30] Arr.). L'accenno agli idoli che com-
paiono nei sogni (Diog. Oenoand. Fr. 10 I,4ss.; IV,10ss. Smith) corrisponde alla descri-
zione data da Plut. Quaest. conv. 734 F (68 A 77 DK; 476 L.).
Introduzione 18
non produce in ogni caso informazioni di particolare rilievo. La sua
scuola, invece, sembra aver vissuto piuttosto, a parte qualche rara ecce-
zione, di una trasmissione interna indiretta o mediata da altre scuole.
Per quanto riguarda lo stoicismo antico pervenuto solo un titolo di
un'opera di Cleante Contro Democrito
71
. Un allievo suo e di Zenone, Sfero,
aveva scritto contro gli atomi e gli ri oeo
72
, ma il titolo non lascia capire
se si dirigesse contro Epicuro o contro Democrito. Nella lunga lista delle
opere di Crisippo, non compare invece nulla che abbia a che fare con
l'atomismo antico, ma sappiamo, attraverso Plutarco, che Crisippo aveva
per lo meno discusso un paradosso democriteo, il cosiddetto dilemma del
cono
73
. E' evidente che comunque l'interesse degli Stoici doveva essersi
concentrato soprattutto sull'atomismo epicureo a loro contemporaneo
dalla cui ottica probabilmente veniva giudicato anche quello antico: le
critiche fondamentali agli atomi di Epicuro (mancanza di un principio
attivo e ordinatore e discontinuit di una materia "passiva"
74
) erano valide
anche per quelli di Democrito. Questa tendenza assimilatrice delle due
dottrine poi quella dominante nella dossografia tarda.
Fondamentali per la trasmissione di notizie dirette e indirette su De-
mocrito stato sicuramente Posidonio. Attraverso di lui si sono traman-
dati tre tipi di informazioni:
1. citazioni pi o meno rimaneggiate
75
,
2. doxai su argomenti specifici, in particolare sull'astronomia e le que-
stioni naturali
76
,
3. schemi dossografici nei quali le concezioni atomiste rientrano in un
quadro pi generale e classificatorio dei vari tipi di corpuscolarismo
77
.
71
SVF I 481, 107,1.
72
SVF I 620, 139,25.
73
Plut. De comm. not. 1079 E (68 B 155 DK; 287a L.).
74
Su questo punto, v. infra, VI 2.
75
Tali sono quella sull'attrazione dei simili conservata da Sext. Emp. Adv. Math. 7,116-118
(68 B 164 DK; 11, 316 L.), cf. anche Ps.-Plut. 4,19, 902 C-D (68 A 128 DK; 11, 316, 491
L.), l'esempio dei vasi di vetro e di bronzo in Sen. Nat. quaest. 4,9,1, una testimonianza non
riportata n da Diels-Kranz n da Lur'e, ma segnalata da Stckelberger (1990, 2576), v. an-
che infra, VII 6. 2. 1 n. 88. Per le affermazioni sugli rioeo che si ritrovano in diversi autori
di et imperiale, infra, VII 4.
76
In quest'ultimo ambito rientrano gli excursus piuttosto ampi che si incontrano nelle Natura-
les quaestiones di Seneca come la descrizione dei venti e dei terremoti in Nat. quaest. 5,2 (68 A
93a DK; 12, 371 L.) e, rispettivamente, 6,20 (68 A 98 DK; 414 L.), una doxa democritea
sulla via lattea (F 130 E.-K. = Macr. Somn. 1,15,6, infra, VII 6. 2. 1 n. 87) non presente nelle
raccolte di frammenti del Diels e del Lur'e, e probabilmente anche una doxa sulla spiega-
zione dei terremoti riportata in un commento di Olimpiodoro ai Meteorologica aristotelici,
diverso da quello greco e tramandato solo in arabo (Badawi 1971, 133s.; traduzione in
Strohmaier 1998, 363, v. infra, VII 6. 2. 1 n. 84).
77
V. infra, VI 2. 2.
Introduzione 19
Un particolare interesse nell'ambito del tema dell'atomo riveste la tra-
dizione scettica nei suoi due filoni ben distinti, ma spesso confluenti e
intersecantisi nelle testimonianze antiche: scetticismo pirroniano e neopir-
roniano (da Timone ad Enesidemo fino a Sesto Empirico) e scetticismo
dell'Accademia di mezzo nelle sue varie gradazioni fino ad Antioco. Nelle
successioni dei filosofi Pirrone posto spesso in stretta relazione con
Democrito attraverso la linea Anassarco-Metrodoro di Chio
78
. Pirrone non
ha per scritto nulla e sembra fosse interessato soprattutto all'etica
79
. Dun-
que la notizia di un allievo, secondo cui egli apprezzava molto Demo-
crito
80
, potrebbe riferirsi ad opere etiche di quest'ultimo. Il detto "nulla
in verit, ma gli uomini agiscono per consuetudine e secondo un costume
stabilito"
81
sembra comunque riecheggiare la famosa massima democritea
"vo ei yuxu ..."
82
. Il suo allievo Timone dedica a Democrito alcuni versi
dei Silloi chiamandolo, oltre che "sapientissimo" (ariovo), anche "pa-
store di discorsi" (aoirvo u0ev) e "ciarlone dal pensiero ambiguo"
(oivoov rogvo)
83
. Timone potrebbe alludere con queste definizioni
alla polymathia, al carattere narrativo ed evocativo del linguaggio
84
, alla
enorme produzione libraria di Democrito e a quella sua presunta ambi-
guit rispetto al problema della conoscenza delineata nelle opere aristoteli-
che e in Teofrasto
85
. Nell'ambito del neopirronismo abbiamo infine la
testimonianza di Sesto Empirico la cui posizione esemplifica tra l'altro
quanto si diceva sul valore delle citazioni letterali per determinare la cono-
scenza di prima mano di un autore. Per quanto infatti egli riporti un di-
screto numero di citazioni altrimenti sconosciute, col titolo delle opere da
cui sono tratte, Sesto non ha letto nulla di Democrito. Nel caso ad esem-
pio dell'ampio frammento riportato in Adv. Math. 7,135 si rif ad una
fonte intermedia
86
. Per altre citazioni, che si incontrano anche in autori
78
Cf. Clem. Strom. 1,14,64,2 (67 A 4 DK; VIII, 152 L.); [Gal.] Hist. phil. 3 (67 A 5 DK; 152
L.); Eus. Praep. Ev. 14,17,10 (VIII L.); cf. anche 14,18,27 (LXXXIII, XCIV L.); Epiph. De
fide 15, 505,30 Holl (VIII L.).
79
Il carattere principalmente etico della filosofia di Pirrone viene ribadito con energia da
Grler 1994, 735ss.
80
Diog. Laert. 9,67 (XCII L.).
81
Pyrrh. T 1 Decleva Caizzi (Diog. Laert. 9,61) ouor v yo rooxrv outr xoov out oioov
outr oixoiov ou t ooixov xoi ooie rai ao vtev gorv rivoi tgi og0rioi, vo ei or xoi
r0ri ao vto tou ov0eaou aottriv ou yo oov toor g toor rivoi r xootov.
82
Cf. Hirzel III, 1883, 14 n. 2; Decleva Caizzi 1981, 144; 1984, 16-19; Di Marco 1989, 218s.
83
Tim. Fr. 46 Di Marco (68 A 1 DK; LXXX L.).
84
Sulle immagini di Democrito, v. infra, cap. VII.
85
Decleva Caizzi 1984, 18; Di Marco 1989, 218.
86
Cf. Sedley 1992, 27-44; Gemelli Marciano 1998.
Introduzione 20
come Cicerone, si serve di materiale proveniente dall'Accademia scettica
87
,
per le interpretazioni e le doxai democritee fa capo, oltre che a quest'ul-
tima, a Posidonio, alla tradizione epicurea e ai medici empirici.
L'immagine completamente scettica di Democrito, tuttavia, pi che
dal pirronismo, viene mediata dall'Accademia scettica di Arcesilao. Come
di tutti i predecessori, anche di Democrito, Arcesilao forniva questa
visione estrapolando verosimilmente dal contesto alcune massime
interpretabili secondo i suoi scopi. A lui risale sicuramente una sequenza
di due citazioni, la famosa massima "voei yuxu..." e quella altrettanto
famosa "rv u0ei...", riportate da Diogene Laerzio come esempi di
interpretazioni scettiche di Democrito. Le stesse due frasi, infatti,
compaiono rispettivamente in parafrasi e in traduzione letterale negli
Academica di Cicerone: Arcesilao avrebbe dichiarato di seguire, nella sua
professione di scetticismo, non solo Socrate, ma anche presocratici come
Empedocle, Anassagora, Democrito
88
. Ad Arcesilao non si pu attribuire
una trattazione globale dell'atomismo in quanto, al di fuori di questi
frammenti gnoseologici, non ci rimasta nessun'altra testimonianza, ma
verosimile che egli avesse conoscenza diretta delle opere di Democrito per
poterne fare degli excerpta. Al contesto della sentenza "r v u0ei" allude
infatti anche Aristotele nel libro I della Metafisica
89
. La presenza di
Democrito nell'Accademia di mezzo da Carneade fino ad Antioco
deducibile con sicurezza soprattutto dalle opere ciceroniane. Cicerone,
nelle vesti di Accademico, o per bocca di un Accademico, cita pi volte
Democrito, spesso esprimendo un giudizio positivo e contrapponendolo
ad Epicuro, ma talvolta anche pronunciandosi criticamente sulle sue teorie
proprio per la loro affinit con quelle epicuree. Importante anche il fatto
che Cicerone nomina pi di una volta insieme a Democrito anche
Leucippo, cosa non frequente nelle testimonianze postteofrastee.
Cicerone, tuttavia, non ha sicuramente letto i libri di Democrito. Le sue
osservazioni sullo stile, che a prima vista potrebbero fa pensare ad una
conoscenza diretta, erano luoghi comuni nella retorica
90
e risalivano
probabilmente all'opera sullo stile di Democrito di Egesianatte. La sua
conoscenza degli atomisti antichi si basa per lo pi su materiale
87
E' questo ad esempio il caso dell'incipit dell'opera democritea che compare solo in Sext.
Emp. Adv. Math. 7,264 e in Cic. Ac. 2,23,73 (68 B 165 DK; 63, 65 L.). Per altre citazioni
comuni, cf. Decleva Caizzi 1980; Gemelli Marciano 1998.
88
Diog. Laert. 9,72 (68 B 117 DK; 51 L.); Cic. Ac. 1,12,44 (59 A 95 DK; II, 58 L.). Su questo,
cf. Gemelli Marciano 1998.
89
Arist. Metaph. I 5, 1009b 11 gtoi ou0r v ri voi og0r g giv y' oogov.
90
Cf. soprattutto l'affinit della sequenza Democrito-Platone-Aristotele in Cic. De orat.
1,11,49 e Dionys. De comp. verb. 24 (68 A 34 DK; 827 L.); la coppia Democrito-Platone ri-
torna ancora in Cic. Orat. 20,67 (68 A 34 DK; 826 L.).
Introduzione 21
dossografico scolastico interno all'Accademia
91
. Dai testi ciceroniani
emerge soprattutto un interesse strumentale alle dottrine fisiche
democritee in contesti critici dell'epicureismo e in excursus dossografici pi
generali atti a giustificare una attitudine scettica nei confronti delle varie
scuole filosofiche. Per quanto riguarda il primo tipo di contesto gli accenni
ciceroniani si possono sostanzialmente ordinare in due gruppi principali:
1. critica globale ai principi atomistici e relativa assimilazione di De-
mocrito ad Epicuro,
2. critica specifica all'atomismo epicureo in cui, per contrasto, viene
valutata positivamente la dottrina democritea.
Nel primo gruppo rientrano le critiche agli atomi impassibili e privi di
qualit, alla possibilit di un arresto della divisione in un corpo per sua
stessa natura divisibile all'infinito, alle forme atomiche e ad un cosmo
governato dal caso. La confutazione attinge ad argomentazioni di diversa
provenienza sia stoica che peripatetica. Nei testi del secondo gruppo viene
sottolineata invece la superiorit delle tesi democritee e vengono confutate
le eventuali obiezioni di parte epicurea a queste ultime. Un esempio la
trattazione della teoria epicurea del clinamen, presentata nel De fato (10,22)
non come un miglioramento, ma come un peggioramento della dottrina
democritea. Ambedue i tipi di testo rientrano comunque in sequenze dia-
lettiche di ampio respiro che si servono di tesi e controtesi tipiche del
modo di argomentare accademico. Un secondo tipo di contesto costi-
tuito dall'excursus dossografico di Ac. 2,37,118 risalente in ultima analisi
all'opera teofrastea
92
e rimaneggiato in versione accademica (per sottoline-
are il disaccordo fra i filosofi e quindi l'impossibilit di aderire ad una o ad
un'altra tesi dogmatica). Gli Accademici scettici hanno comunque usato
una pluralit di schemi interpretativi e confutativi a seconda della necessit
del contesto. All'occasione si sono serviti anche, cambiando loro di segno,
delle polemiche epicuree contro l'atomismo antico e di quelle di matrice
stoica contro la dottrina atomistica in generale.
Se Cicerone riflette per lo pi una rappresentazione manualistica e
scolastica dell'atomismo antico, la conoscenza diretta delle opere fisiche di
Democrito nei filosofi vissuti dopo il I sec. a.C., piuttosto desolante.
L'immagine che ci restituiscono le fonti antiche quella di un'assoluta
preponderanza della tradizione indiretta anche laddove ci sono citazioni
letterali. Forse un'unica eccezione costituita da Plutarco. La sua cono-
scenza diretta di Democrito una vexata quaestio mai risolta definitiva-
91
Anche a tanta distanza di tempo, sulle fonti di Cicerone rimane fondamentale e insuperata
nella sua globalit Hirzel I, 1877, 32-45 per le fonti accademiche del primo libro del De na-
tura Deorum e III, 1883, 251-341 per le fonti degli Academica.
92
La menzione di Leucippo un'ulteriore indicazione in questo senso. Sulla provenienza
teofrastea delle doxai di Ac. 2,37,118, cf. Mansfeld 1989 [1990b, 238-63].
Introduzione 22
mente. Un fatto tuttavia certo: egli riporta una gran quantit di citazioni
letterali non reperibili in altre fonti. Questo non basta comunque per af-
fermare che egli abbia sempre attinto agli originali democritei. Infatti i
relativi contesti permettono di ipotizzare non una, ma due modalit di
acquisizione dei testi:
1. Una consultazione diretta di opere democritee. Il fatto che non citi
mai titoli particolari non in s rilevante in quanto, anche per altri autori
presocratici egli riporta raramente l'indicazione dell'opera.
2. Una consultazione di fonti molto dettagliate che riportavano anche
citazioni letterali democritee soprattutto nel caso di oggetti specifici quali
ad esempio la demonologia
93
.
Plutarco riutilizza comunque pi volte nelle sue opere, secondo la sua
normale prassi, le citazioni democritee creando dei "doppioni" diversa-
mente ricontestualizzati
94
e rendendo difficile l'eventuale ricostruzione del
contesto originale. Egli si serve per anche di resoconti di matrice dosso-
grafica laddove espone sinteticamente i fondamenti della dottrina demo-
critea con relativa critica come nella Contro Colote
95
. In questo caso ripro-
duce un modello di esposizione e critica dell'atomismo corrente
nell'Accademia di mezzo. Le argomentazioni fornite da Plutarco com-
paiono infatti anche in Cicerone e, per accenni, in Sesto Empirico.
Dopo Plutarco e, in generale, dopo il I sec. d.C., nei primi decenni del
quale Trasillo redige il suo catalogo, difficilmente si possono trovare indizi
di una conoscenza diretta delle opere fisiche democritee. Gli autori dal I
sec. d.C. in poi fanno ricorso, per lo meno per illustrare la dottrina fisica, a
fonti indirette siano esse pure di pregevole fattura come quella di ascen-
denza teofrastea utilizzata da Diogene Laerzio per la sua esposizione della
cosmogonia leucippea. Quest'ultimo usa solo fonti di seconda e di terza
mano
96
e cos fanno anche gli autori cristiani Ippolito e Clemente
97
, per
93
Secondo Hershbell 1982, 94 apparterebbero a questo gruppo anche le citazioni delle
Quaestiones convivales. Per il problema della presenza di Democrito nel De tranquillitate animi e
in altre opere etiche, cf. Id., 84-89 con bibliografia in n. 3.
94
Cf. ad es. la citazione sul cordone ombelicale in due contesti diversi: embriologico, vicino
probabilmente all'originale, De amore prol. 495 E (68 B 148 DK; 537 L.) e cosmogonico, ma
riportato come citazione dotta e senza nominare Democrito, De fort. Rom. 317 A (68 B 148
DK; 537 L.). Sulle modalit di citazione di Plutarco, cf. Kidd 1998.
95
Lo stile dossografico di Adv. Colot. 1110 F (68 A 57 DK; 179 L.) indubitabile per le
numerose concordanze con altri resoconti che si incontrano negli autori tardi quali ad
esempio Pseudo-Plutarco e Galeno. Su questo brano, v. infra, VI 2. 1. 2.
96
Le scarse e incomplete citazioni letterali sono di provenienza scettica, cf. Gemelli Marciano
1998.
97
Le due uniche citazioni letterali riguardanti, una la fisiologia umana, l'altra la concezione
degli di che troviamo in Clemente provengono, una da una tradizione di tipo medico pre-
sente anche in altri autori (v. supra, n. 14), l'altra, pur essendo attribuita in questi termini a
Democrito solo da Clemente Protr. 6,68,5; Strom. 5,14,101,4 (68 B 30 DK; 580 L.), si ritrova
Introduzione 23
non parlare poi dei commentatori tardi di Aristotele cui si accenner in
seguito. In pratica, dopo Plutarco, le opere fisiche originali di Democrito
sembrano essere sparite dall'orizzonte dei dotti.
3. Interpretazioni moderne dell'atomismo antico
Dalla mappa fin qui tracciata risulta anche troppo evidente come la tra-
smissione delle dottrine democritee abbia sofferto dei pre-giudizi e dei
pre-supposti delle fonti antiche tanto da rendere estremamente arduo
qualsiasi tentativo di interpretazione. Chi cerca di comprendere i fonda-
menti dell'atomismo antico deve dunque non solo destreggiarsi fra le varie
tendenze della trasmissione indiretta, ma anche spingersi al di l dell'am-
bito ristretto delle scuole filosofiche dal IV sec. a.C. in poi per ricostruire,
nei limiti del possibile, l'atmosfera e il contesto in cui Leucippo e Demo-
crito hanno vissuto.
Le ipotesi sulla natura del cosiddetto atomo e, pi in generale, sul ca-
rattere delle dottrine di Leucippo e Democrito dall'ottocento ad oggi sono
caratterizzate da un approccio teorico-ideologico oscillante continuamente
fra due poli opposti: fisica o ontologia in qualche modo gi condizionata
dalla matematica, empiria o deduttivismo, dottrina di matrice eleatica o
radicata nella filosofia della natura della Ionia? Ci che colpisce proprio
la scarsa attenzione ai due punti succitati: all'analisi delle fonti che veico-
lano la visione dell'atomismo
98
e alla realt storico-culturale in cui gli
atomisti antichi hanno vissuto e operato. La preoccupazione principale
degli interpreti, a parte rare eccezioni
99
, sembra quella di "salvarli" da ac-
cuse di materialismo e di superficialit etica e filosofica (come la maggior
parte degli storici della filosofia di fine-ottocento) o di scarsa coerenza
in una serie di esemplificazioni del comune concetto dell'esistenza degli di. Il corrispettivo
esempio latino (versi di Ennio) di ci che nel modello greco andava sotto il nome di De-
mocrito compare in Cic. De nat. deor. 2,2,4. Allo stesso modo la citazione riguardante l'ispi-
razione del poeta in Clem. Strom. 6,18,168 (68 B 18 DK; 574 L.) proviene molto probabil-
mente in ultima istanza dall'opera sullo stile di Democrito di Egesianatte. Una simile
rappresentazione si ritrova infatti anche in Cic. De orat. 2,46,194; De div. 1,37,80; Hor. Ep.
2,3,295-97 (68 B 17 DK; 574 L.). Clemente conosceva le massime etiche democritee attra-
verso gnomologi del tipo di quelli che si trovano in Stobeo con il quale talvolta concorda,
cf. e.g. Strom. 4,23,149,3; Stob. 2,31,65 (68 B 33 DK; 682 L.).
98
Una eccezione Morel 1996 il quale, per, interessato soprattutto al contesto pi stretta-
mente filosofico delle fonti.
99
Cf. Salem 1996, che cerca per lo meno di storicizzare le testimonianze e di precisare le
relazioni delle opere democritee nella loro globalit con altri testi a loro contemporanei.
Introduzione 24
logica (prevalente invece negli interpreti del novecento in particolare di
area anglosassone
100
).
La critica del primo ottocento, i cui rappresentanti di spicco sono l'al-
lievo di Schleiermacher, Ritter, e Brandis, interpretava l'atomismo soprat-
tutto come una teoria materialista e meccanicista legata alla rappresenta-
zione del mondo dei cosiddetti ionici e in stretta correlazione/
opposizione con le dottrine anassagoree
101
. Ritter, sulla scia del suo mae-
stro
102
, ne dava un giudizio estremamente negativo considerandolo una
forma di sofistica che non andava a fondo di nessun problema, che aveva
rifiutato di porsi domande sull'origine del movimento
103
, ridotto i feno-
meni spirituali a fatti corporei
104
e negato la possibilit di conoscenza e
quindi di scienza
105
. Insomma l'atomismo era una teoria antifilosofica che
negava l'unit e dissolveva tutto nell'infinita molteplicit degli atomi e
nell'infinit del vuoto
106
. Questa visione prevalente ai tempi dell'edizione
preliminare dell'opera zelleriana
107
scaricava sull'atomismo un pre-giudizio
etico e di merito derivato da considerazioni completamente anacronisti-
che. Sul versante opposto stava l'autorevole interpretazione di Hegel che
nelle sue Vorlesungen ber die Geschichte der Philosophie, pubblicate postume,
aveva visto nell'atomo non un'entit fisica, ma piuttosto l'unit astratta, il
tentativo di determinazione dell'assoluto
108
. Proprio a questa visione hege-
liana dell'atomo come uno si riallacciava Zeller nella sua rivalutazione
dell'atomismo soprattutto contro Ritter
109
. Egli insisteva in particolare su
due punti strettamente connessi e non scevri anch'essi da pre-supposti:
100
Cf. ad es. Makin 1993, 12 "What recommends the account that will be given of Democri-
tean atomism is charity. The indifference arguments which generate, and practically con-
stitute, the basic atomic theory are cogent and stimulating arguments, and one should so
interpret a philosopher as to attribute the more cogent and plausible positions to him". E'
ovvio che qui la "cogenza" e la "plausibilit" pre-supposte sono quelle codificate dalle cate-
gorie del pensiero filosofico moderno. Sui problemi sollevati da questa "concezione crite-
riologica della razionalit", cf. Putnam 1985, 120-123; Tambiah 1993, 166s.
101
Cf. Brandis I, 1862, 303ss.
102
Schleiermacher 1839, 19; 72; 74ss. L'opera fu pubblicata postuma da Ritter stesso.
103
Ritter, 1829, 567; cf. anche Brandis I, 1862, 319s.
104
Ritter 1829, 574.
105
Ritter 1829, 576ss.
106
Ritter 1829, 581 "berblickt man diese ganze Lehre des Demokrit, so lt sich das
Antiphilosophische seiner Bestrebung nicht leicht verkennen. Denn nicht nur hebt er die
Einheit der Welt, sondern auch die Einheit der Seele und des Bewutseins auf. An die
Einheit der Wissenschaft ist dabei nicht zu denken; Alles lst sich ihm in die unbestimmte
Vielheit der Atome und in das Unermeliche des Leeren auf".
107
Zeller 1844, 195-200.
108
Hegel 1996, 355ss.
109
Zeller si rivolgeva contro queste tesi gi nel 1843 in un excursus sulle "storie della filosofia"
pubblicate negli ultimi 50 anni (Zeller 1910, 46s.) e riprendeva con maggior dovizia di ar-
Introduzione 25
1. Da una parte sul fatto che l'atomismo come dottrina materialistica,
per una specie di necessit storica dello sviluppo dello spirito, non poteva
derivare dalla dottrina anassagorea che poneva invece un principio spiri-
tuale (il Nous) al di fuori della materia sviluppando un primo nucleo di
concezione teleologica del mondo. Anassagora "doveva", secondo lo
schema evoluzionistico hegeliano, essere anche cronologicamente poste-
riore agli atomisti. Per questo Zeller si schierava a favore della cronologia
bassa di Leucippo: non era Anassagora ad aver influenzato gli atomisti,
bens il contrario. Conseguentemente, nella Philosophie der Griechen, que-
st'ultimo veniva trattato dopo Leucippo e Democrito.
2. Dall'altra sul fatto che l'atomismo, pur essendo una dottrina mate-
rialista, era radicato nella dottrina eleatica sulla cui scia aveva posto il pro-
blema dell'uno
110
. A questo proposito Zeller portava in primo piano la
testimonianza aristotelica di De generatione et corruptione A 8 secondo cui
l'atomismo deriverebbe dalla accettazione/ correzione di tesi eleatiche
111
ed enfatizzava poi sempre pi nelle successive edizioni della Philosophie der
Griechen questa dipendenza a scapito della presunta ascendenza eraclitea
112
.
In questo modo cercava di liberare l'atomismo dal pregiudizio etico con-
tro materialismo e sofistica diffuso ai suoi tempi, senza tuttavia staccarsi
egli stesso da una visione che valutava positivamente soprattutto le dot-
trine nelle quali si potesse intravvedere in qualche modo una teorizzazione
dell'unit e una preminenza dello spirito sulla materia.
gomentazioni la critica a Ritter nell'edizione preliminare della Philosophie der Griechen I, 1844,
198ss.; cf. anche Zeller-Nestle I, 2, 2, 1920, 1166ss.
110
Zeller-Nestle I, 2, 2, 1920, 1171 "Ebenso ist es schief, wenn man wegen der Vielheit der
Atome behauptet, es fehle diesem System gnzlich an Einheit. Fehlt seinem Prinzip auch
die Einheit der Zahl, so fehlt doch nicht die Einheit des Begriffs; indem es vielmehr der
Versuch macht, alles ohne Einmischung weiterer Voraussetzungen aus dem Grundgegen-
satz des Vollen und des Leeren zu erklren, so erweist es sich eben damit als das Erzeugnis
eines konsequenten, nach Einheit strebenden Denkens und Aristoteles ist in seinem rechte,
wenn er gerade seine Folgerichtigkeit und die Einheit seiner Prinzipien rhmt und ihm in
dieser Beziehung vor der weniger strengen empedokleischen Lehre den Vorzug gibt".
111
Zeller 1844, 213s. Sul passo, infra, cap. III.
112
Questa evoluzione si riscontra confrontando l'edizione preliminare del 1844 con le succes-
sive. Cos se in Zeller 1844 l'influsso eracliteo dato per sicuro (216 "Eben dieser Satz
(Das Ichts sei nicht mehr als das Nichts) ist es aber nun auch, durch den die Atomistik
auf's Bestimmteste auf Heraklit zurckweist [...] Wenn daher die Atomisten dem eleati-
schen Sein das Nichtsein eben in der Absicht zur Seite setzen, um dadurch das Werden
und die Bewegung mglich zu machen, so sind wir durch den innern Zusammenhang die-
ser Idee mit der Heraklitischen Philosophie genthigt, auch einen geschichtlichen Einflu
des letzteren auf die Entstehung des atomistischen Systems zu vermuthen"), molto pi
cauta la formulazione nella sesta edizione (1920, 1177 ob bei dem Widerspruch der Ato-
miker gegen die Eleaten der Einflu des heraklitischen Systems mitwirkte, lt sich nicht
sicher bestimmen") dove anche un influsso degli ionici viene messo in discussione (1181,
"von einem Einflu der lteren ionischen Schule zeigen sich in der atomistischen Physik
vereinzelte Spuren").
Introduzione 26
Mentre Zeller rielaborava le diverse edizioni della sua monumentale opera,
le tesi di un atomismo radicato nella filosofia anassagorea venivano riprese
dalla critica positivista, da Gomperz nei suoi Griechische Denker, la cui
prima edizione era comparsa nel 1896, e da Brieger
113
. Gomperz attribuiva
congiuntamente a Parmenide e a Leucippo il riconoscimento della
"costanza qualitativa" della materia, ma metteva in guardia dal sopravva-
lutare i punti di contatto fra gli atomisti e gli Eleati
114
in quanto questi
ultimi avevano risolutamente negato quello che per gli altri era un postu-
lato fondamentale e cio il movimento. Gomperz vedeva piuttosto le
radici dell'atomismo nelle dottrine ioniche e in Anassagora. Allo stesso
modo Brieger sottolineava in particolare come i presupposti dell'atomismo
fossero contenuti nelle tesi anassagoree dell'eternit e dell'infinit dei semi
(che egli interpretava tuttavia come corpuscoli), della generazione e della
dissoluzione per composizione e scomposizione, dell'affermazione impli-
cita che nulla nasce dal nulla
115
.
Il problema delle origini dell'atomismo ha cessato di essere tale nel
momento in cui sono venute meno le ragioni storiche per cui era stato
posto e la visione zelleriana stata accolta quasi come un dogma. Se si
eccettua uno studio di Sinnige che ha discusso le testimonianze aristoteli-
che alla maniera chernissiana riportando alla Ionia e ad Anassagora le
radici dell'atomismo e riferendo eventuali echi eleatici alla mediazione di
quest'ultimo
116
, la rappresentazione eleatizzante trasmessa soprattutto da
Aristotele o da quello che di Aristotele si voluto interpretare come tale,
si imposta in maniera indiscussa a cominciare dal Bailey che nel suo
Greek Atomists and Epicurus, faceva di Leucippo un allievo degli Eleati.
Sempre sulla scia di questa tendenza, ma con una ulteriore spinta verso
una ontologizzazione e una rappresentazione matematizzante della dot-
trina atomista, si posto l'Alfieri il quale, fortemente influenzato dal giu-
dizio hegeliano, ha sovrapposto un assunto metodologico, di tipo hege-
liano appunto, alle testimonianze reali sull'atomismo. Egli dichiarava
apertamente che si devono ricercare, al di l delle testimonianze dossogra-
fiche, i presupposti logici della dottrina atomista per non sminuirne il
valore speculativo
117
. La preoccupazione, gi zelleriana, per eventuali criti-
che ad un atomismo empirico determina tutta l'interpretazione alfieriana la
quale fa di Leucippo e Democrito dei platonici ante litteram, sostenitori di
113
Brieger 1901, 161-186.
114
Gomperz 1922, 288: "Verkehrt aber ist es, aus den sonstigen Berhrungen der beiden
Lehren (scil. des Leukipp und des Parmenides) auf die Abhngigkeit der einen von der an-
deren zu schliessen".
115
Brieger 1901, 179.
116
Sinnige 1968, 138-71.
117
Alfieri 1979, 15.
Introduzione 27
una dottrina di matrice eleatica matematizzante, radicata negli assunti del
pitagorismo (o piuttosto in quelli che Alfieri riteneva tali). A queste radici
matematiche risalirebbero la valutazione positiva del non essere come
spazio e della molteplicit. Ancora al pitagorismo sarebbe da ricondurre il
carattere dell'atomo concepito come unit aritmetica e forma geometrica
astratta. In pratica Alfieri trasponeva esplicitamente
118
agli atomisti le ori-
gini della filosofia platonica: Platone avrebbe solamente sviluppato un
maggior interesse per l'intellegibile, gli atomisti per il sensibile, l'uno e gli
altri, per, avrebbero individuato nelle forme matematiche degli enti in-
termedi. A prescindere dal carattere teorico astratto della matematica de-
mocritea, tutto da dimostrare, l'interpretazione dell'Alfieri il risultato pi
evidente della persistenza nei secoli dei pre-supposti che avevano origi-
nato anche una certa rappresentazione aristotelica dell'atomismo, e cio la
problematica dell'infinita divisibilit e degli indivisibili e i relativi concetti
elaborati in questo ambito da Platone e dall'Accademia. Rispetto comun-
que ad Aristotele, che forniva anche una immagine alternativa e una rap-
presentazione fisica dell'atomismo, Alfieri prescindeva metodologica-
mente proprio da quelle testimonianze che presentano una dottrina fisica
e non matematica come egli la intendeva.
Dipendenza dagli Eleati e anticipazione di dottrine accademiche
119
ed
Epicuree costituiscono in sintesi l'interpretazione dell'atomismo fornita da
Lur'e le cui tesi sono state comunque ampiamente confutate gi da Mau e
Furley. Lur'e ha il merito di aver raccolto finora la pi grande congerie di
testimonianze sull'atomismo, ma il suo principale difetto metodologico
consiste nell'utilizzazione acritica delle fonti
120
.
Se Alfieri e Lur'e costituiscono portano all'estremo la platonizzazione
dell'atomismo, altri interpreti come Furley (1967; 1987), pur accettando le
tesi della derivazione dall'eleatismo, individuano anche i problemi che ne
scaturiscono, in particolare la difficolt di definire il tipo di indivisibilit
dell'atomo e la sua specifica relazione con i paradossi zenoniani.
Una linea interpretativa di area anglosassone si , in questo ultimo de-
cennio, affannata a "salvare" la reputazione di Democrito come filosofo
121
proprio basandosi sulle presunte risposte ai paradossi zenoniani e svilup-
pando brillanti ipotesi che tuttavia fanno sparire completamente dall'oriz-
118
Alfieri 1979, 50.
119
Fino all'assurdit di anticipare a Democrito la successione punto-linea-superficie-solido,
testimoniata solo per la scuola platonica e di vedere anche una critica all'atomismo antico
nel trattato De lineis. Cf. Lur'e 1932, 148ss.; 1970, 333.
120
Lur'e attribuisce ad esempio lo stesso valore ad Aristotele e ai suoi commentatori neoplato-
nici. Il suo esempio stato seguito anche in alcune dissertazioni pi recenti sull'atomismo,
in particolare Lbl 1976 (cf. anche 1987) e Nikolau 1998.
121
Cf. Makin 1993, supra, n. 100.
Introduzione 28
zonte il contesto in cui Democrito ha vissuto e il sostrato della trasmis-
sione delle sue dottrine. A monte del rapporto Democrito-Zenone c'
naturalmente l'ulteriore problema della definizione dei paradossi, della
loro funzione e della posizione stessa di Zenone nel suo contesto storico-
culturale. Negli studi moderni egli viene infatti interpretato secondo l'im-
magine canonica tramandata da Platone nel Parmenide, quella di un allievo
che ha cercato di dimostrare per altra via l'assunto del suo maestro se-
condo cui l'essere uno. In realt questa rappresentazione, predominante
nella storiografia filosofica antica, ha completamente isolato questa figura
dal suo contesto storico-culturale. Sebbene non sia questo il luogo di rive-
dere la tradizione su Zenone, opportuno sottolineare che, quando si
parla di una "reazione" democritea ai paradossi, si deve tener presente che
Democrito, se mai li ha presi in considerazione, potrebbe averne avuto
anche una percezione diversa da quella platonica
122
. I paradossi zenoniani
risultano in effetti molto meno matematizzanti e astratti se liberati dal
carico concettuale delle interpretazioni seriori e visti come una strategia
pratica tesa a distruggere gli automatismi mentali. In ogni caso sia il vero
Zenone che il vero Democrito potevano essere anche diversi dalla rappre-
sentazione che ne d la tradizione platonica e rispettivamente aristotelico-
teofrastea.
L'inserimento dell'atomismo nell'ambito della problematica degli indi-
visibili conduce comunque ad un ulteriore dilemma, sempre dibattuto, ma
mai risolto completamente e cio quello della natura dell'atomo. Si tratta,
anche in questo caso, di una vecchia questione presente nella tradizione
antica in descrizioni del tutto contrastanti che hanno generato, a seconda
del peso maggiore assegnato all'uno o all'altro testo, interpretazioni del
tutto divergenti. Una soluzione palesemente anacronistica quella di Lur'e
che ha interpretato l'atomo democriteo come un indivisibile fisico delimi-
tato a sua volta da minimi privi di parti come quello epicureo. Lur'e si
appoggia in particolare su un passo di Alessandro di Afrodisia
123
adattando
altre testimonianze a questo schema e attribuendo errori di interpretazione
ai numerosi testi che contraddicono questa visione.
Per il resto, l'interpretazione dell'atomo degli atomisti antichi oscil-
lante a seconda della valutazione delle fonti. Alcuni interpreti vedono
l'atomo come un indivisibile assoluto in quanto solo cos potrebbe costi-
tuire una soluzione del paradosso zenoniano. A conferma di questa tesi
citano il rimprovero di Aristotele agli atomisti di essere andati contro i
principi della matematica e altri testi tardi che attribuiscono loro specifi-
122
Su una rappresentazione alternativa a quella del Parmenide platonico, attestata gi dal IV
sec. a.C. e in Platone stesso, che vede Zenone disputare in utramque partem, v. infra, III 2. 1.
n. 24.
123
Alex. Metaph. 985b 19, 36,25 (123 L.). Per la discussione del passo, v. infra, VI 3. 1 n. 77.
Introduzione 29
camente dei minimi privi di parti
124
. Indivisibilit fisica, ma non teoretica
gli viene attribuita da coloro che ritengono invece il problema dell'indivi-
sibilit matematica estraneo alla prospettiva fisica democritea che separa
nettamente la fisica dalla geometria
125
. Mau faceva dell'atomo democriteo
un minimo-misura variabile a seconda dell'ordine delle grandezze
126
. Una
tendenza impostasi in area anglosassone negli anni novanta punta invece il
dito sull'inadeguatezza di queste interpretazioni giudicando il dibattito
sull'indivisibilit fisica e teoretica un falso problema. L'indivisibilit sa-
rebbe giustificata non in base ad un argomento fisico, ma in base ad un
argomento "filosofico" di matrice eleatica quale quello dell'omogeneit
dell'atomo che risponderebbe ai requisiti posti dall'argomento dell'indiffe-
renza: non c' ragione che un atomo sia divisibile pi in un punto che in
un altro
127
.
4. Democrito, l'Accademia e le interpretazioni dell'atomo
Come si vede le ipotesi sui fondamenti dell'atomismo antico e sulla natura
dell'atomo sono numerose e partono comunque tutte dal pre-supposto
che specifici testi aristotelici o di autori tardi offrano una visione reale e
obiettiva dell'atomismo e delle sue radici. In tutti questi studi manca tutta-
via una decisa e radicale analisi delle fonti a cominciare dai vari passi ari-
stotelici per finire con gli autori neoplatonici. Tali testi vengono usati di
volta in volta per dimostrare l'una o l'altra tesi, ma mai sottoposte ad un'a-
nalisi critica globale.
Lo scopo primario di questo lavoro consiste invece principalmente
nell'esame e nella valutazione contestuale e sistematica delle fonti antiche
che permetta di individuare i pre-supposti di una certa interpretazione
unidirezionale delle dottrine di Leucippo e Democrito, limitata esclusiva-
mente alla considerazione dei rapporti con altre "filosofie" e all'inseri-
mento nella problematica degli indivisibili. Si tratta di un passaggio neces-
sario per ampliare la prospettiva sul contesto e la natura dell'atomismo ad
altri ambiti fuori di quello specificamente filosofico.
Uno dei lavori pi importanti per un nuovo inquadramento della pro-
blematica dell'atomismo, non tanto perch tratti il tema specifico, quanto
per le indicazioni e gli spunti che offre, e che incomprensibilmente pas-
124
Furley 1967, cap. VI; 1987, 124-127. Per la discussione dei passi di Arist. De cael. I 4 e
Simpl. In Phys. 231a 21, 925,10 (67 A 13 DK; 113 L.) in particolare, v. infra, VI 3. 4.
125
Calogero I, 1967, 432; Baldes 1972, 16, 38, 43ss.; lo stesso Furley 1987, 130 sembra venti-
lare un'ipotesi di questo tipo per risolvere i problemi del rapporto con la matematica.
126
Mau 1954, 22ss.
127
Cf. Makin 1989; 1993, 54-62; Lewis 1998.
Introduzione 30
sato quasi inosservato anche nelle interpretazioni pi recenti, il capitolo
su Democrito di Platonismus und hellenistische Philosophie di Hans Joachim
Krmer. Krmer individua molto chiaramente nelle polemiche di Aristo-
tele contro gli indivisibili accademici uno dei maggiori pre-supposti del-
l'inquadramento aristotelico dell'atomismo antico. L'atomismo accade-
mico, il cui rappresentante principale per la tradizione antica Senocrate,
stato in realt sempre completamente trascurato negli studi sull'atomi-
smo antico (se si esclude un breve capitolo eminentemente descrittivo, ma
isolato, dedicatogli da Furley
128
). Eppure la tematica della divisibilit
all'infinito delle grandezze e degli indivisibili discussa nell'Accademia
fornisce ad Aristotele l'apparato concettuale per interpretare l'atomismo e
rappresenta il filtro culturale attraverso cui passano le sue letture non solo
degli atomisti, ma anche delle presunte teorie corpuscolariste dei preso-
cratici. E' infatti principalmente il confronto critico implicito o esplicito
con le dottrine accademiche a costituire il sottofondo di molti passi nei
quali Aristotele discute questi temi
129
, confronto di cui egli spesso si serve
come di un'arma contro quelli che erano nel frattempo divenuti i suoi pi
diretti avversari. Indizi presenti in allusioni aristoteliche e in testi pi tardi,
combinati con aneddoti riguardanti la conoscenza di Democrito da parte
di Platone, portano a pensare che le teorie democritee fossero state inter-
pretate e discusse non tanto dal maestro quanto soprattutto dai suoi allievi
pitagorizzanti
130
. Gli autori antichi riportano inoltre con sicurezza a Seno-
crate la discussione e la soluzione dei paradossi zenoniani con la dottrina
delle linee indivisibili. Si tratta proprio dello stesso punto da cui, secondo
l'interpretazione moderna di un passo di Aristotele (De gen. et corr. A 2),
avrebbe preso le mosse anche Democrito. Questa coincidenza e il fatto
che il passo aristotelico non attribuisce la dimostrazione della necessit
degli indivisibili specificamente a Democrito, ma si mantiene su formula-
zioni piuttosto vaghe, giustifica il sospetto che il pre-supposto della pro-
blematica trattata qui da Aristotele stia proprio nella discussione accade-
mica del paradosso cosiddetto "della dicotomia" di Zenone. In questo
sostrato interpretativo, nel quale anche Aristotele spesso si inserisce e del
quale utilizza i concetti, si devono dunque ricercare le radici di quella rap-
presentazione delle dottrine fisiche leucippee e democritee in una certa
prospettiva teorica (il vuoto come un altro dall'essere, l'atomo come un
minimo fisico assolutamente indivisibile) legata alla problematica dell'elea-
tismo. In questa ottica va rivista anche la trattazione aristotelica della na-
scita dell'atomismo di Leucippo come correzione di teorie eleatiche, ma su
128
Furley 1967, cap. VII.
129
Per il presunto corpuscolarismo di Empedocle, cf. Gemelli Marciano 1991a.
130
V. infra, I 2. Eraclide Pontico aveva scritto ben due opere su Democrito. Heraclid. Fr. 22
Wehrli (Diog. Laert. 5,86) Ho Agoxitov. Ho to v Ago xitov rgyg ori o .
Introduzione 31
presupposti eleatici e la presentazione della dottrina dell'atomo come ri-
sposta alle aporie zenoniane. D'altra parte Aristotele e Teofrasto forni-
scono parallelamente anche un quadro dell'atomismo diverso dal prece-
dente, legato soprattutto a considerazioni eminentemente fisiche che sem-
bra talvolta entrare in collisione con l'altra rappresentazione. Si tratta in
realt di contesti diversi in cui prevalgono interessi storico-descrittivi su
quelli argomentativi maggiormente sottoposti al condizionamento dell'ap-
parato concettuale corrente e dei fini stessi della dimostrazione.
L'immagine bifronte dell'atomismo antico si estende comunque attra-
verso la mediazione della dossografia e della tradizione di scuola per tutta
l'antichit rendendo difficile qualsiasi tentativo di interpretazione. Accanto
ad un atomo di Leucippo e Democrito solido e compatto come quello
epicureo (la rappresentazione nettamente prevalente), emerge qua e l un
minimo fisico indivisibile per la piccolezza e privo di parti contrapposto a
quello solido di Epicuro. Come sia stata mediata questa immagine, che nei
testi aristotelici si intravvede solo raramente in un sottofondo di allusioni,
rimane un problema. Si pu stabilire invece, attraverso l'esame delle ca-
ratteristiche strutturali dei testi che presentano questa interpretazione del-
l'atomo, l'identit dei mediatori di questa visione "diafonica" dell'atomi-
smo. Jaap Mansfeld ha mostrato, per quanto riguarda la dossografia
sull'anima, che il tratto specifico della diaphonia, presente in alcuni testi
rimanda all'Accademia scettica
131
. Lo stesso si pu dire per i passi in cui
l'atomo indivisibile per la piccolezza e privo di parti di Leucippo (pi ra-
ramente di Democrito), viene opposto a quello solido epicureo: l'Acca-
demia scettica ad aver discusso e formulato in maniera dialettica la pro-
blematica dell'atomismo e ad aver propagato anche l'immagine bifronte
del rapporto fra le dottrine di Epicuro e quelle degli atomisti antichi sot-
tolineandone, a seconda del contesto, la sostanziale uguaglianza o l'aperto
dissenso. Questo procedimento, che ha disorientato gli esegeti moderni,
era tuttavia funzionale al metodo dialettico confutativo con cui l'Accade-
mia scettica affrontava le dottrine dei cosiddetti dogmatici. Nel momento
in cui si voleva mettere in rilievo la scarsa originalit di Epicuro, se ne
sottolineava la servile dipendenza da Democrito, quando invece si voleva
dimostrare che Epicuro aveva fatto peggio dei predecessori o che gli ato-
misti si contraddicevano l'un l'altro, si applicava lo schema della diaphonia.
Alcuni degli excursus delle fonti antiche impostati soprattutto su una critica
all'atomismo in genere hanno come modelli queste confutazioni. Ci non
impedisce ovviamente che, per altri aspetti della dottrina atomista, autori
come Cicerone e Plutarco abbiano potuto servirsi anche di altre fonti. Gli
autori cristiani, spesso tralasciati e considerati di scarso rilievo negli studi
131
Mansfeld 1989a, 338-342; cf. anche 1990a, 3056-3229.
Introduzione 32
sull'atomismo, si sono abbondantemente serviti, ovviamente attraverso
mediazioni, della rappresentazione critica elaborata nell'Accademia scet-
tica. Per quanto arbitrarie e personali possano sembrare certe loro argo-
mentazioni, non si tratta affatto di critiche sviluppate individualmente, ma
di motivi dialettici risalenti all'uso dell'Accademia scettica di confutare le
dottrine dogmatiche mettendone in luce non solo la discordanza con altre,
ma anche le contraddizioni interne. Quest'uso si integrava perfettamente
con il fine degli scrittori ecclesiastici: l'annientamento della tradizione cul-
turale pagana. Dimostrando come quelli che i "gentili" stimavano filosofi
fossero una accolita sempre in disaccordo fra di loro e sostenessero delle
tesi apertamente contradditorie, essi minavano alle basi la credibilit della
cultura e dei valori pagani
132
. Gli autori cristiani si dimostrano dunque
estremamente utili per chiarire certe oscurit di resoconti dossografici
facenti capo in definitiva alla stessa tradizione.
Una attenzione particolare stata dedicata nel presente lavoro anche
ai commentatori aristotelici la cui utilizzazione ha portato ad interpreta-
zioni assolutamente discordanti. Essi sono stati spesso assunti come te-
stimonianze valide a tutti gli effetti per ricostruire una dottrina atomista
originaria, nonostante sia comunemente ammesso che nessuno di loro
aveva accesso diretto alle opere degli atomisti
133
. Se vero che Simplicio
conosceva di prima mano l'opera di Aristotele su Democrito, di cui riporta
l'unico frammento esistente, e le doxai di Teofrasto dalle quali verosimil-
mente attinge per il resoconto su Leucippo e Democrito, non comunque
assolutamente scontato che se ne serva ogniqualvolta tratta dell'atomismo.
I commentatori, quando devono commentare uno specifico passo aristo-
telico, seguono spesso esegeti a loro vicini o si rifanno alla dossografia o a
tradizioni pi antiche, ma non ai testi originali. Lo stesso Simplicio, l'unico
che conosce gran parte degli originali di prima mano, li cita solo in casi
particolari, quando cio in disaccordo con qualcuno dei suoi predeces-
sori sull'interpretazione di un determinato passo. Per quel che riguarda le
testimonianze di questi esegeti sull'atomismo antico, il panorama com-
plesso e sconsolante: a fronte dell'ortodossia peripatetica e aristotelica
talvolta integrata con la tradizione epicurea di Alessandro, sta la volubilit
132
Questo assunto, fondamentale delle opere di Eusebio e Teodoreto, giustifica la dovizia di
informazioni sulle opinioni dei filosofi greci da loro offerta. Cf. Diels 1879, 47. Sull'uso
della diaphonia presso gli autori cristiani finalizzato alla confutazione delle dottrine pagane,
cf. Riedweg 1994, VI 3 con abbondante esemplificazione.
133
Ancora negli studi pi recenti (cf. e.g. Lbl 1976, 1987, Nicolau 1994, Makin 1993, 49-53)
si continua sorprendentemente ad utilizzare ad esempio il Filopono nel quale non c' la
minima traccia di contatto diretto coi testi non solo degli atomisti, ma neppure degli altri
presocratici pi citati come Empedocle. Sullo scarso valore delle testimonianze del Filo-
pono in relazione all'indivisibilit dell'atomo, cf. anche Bodnr 1998. Simplicio poi conti-
nua a fare testo, cf. Makin 1993, Lewis 1998, Hasper 2002.
Introduzione 33
dei commentatori neoplatonici che, senza alcun problema, offrono esegesi
opposte in contesti diversi. Questo tuttavia perfettamente comprensibile
alla luce della tradizione dei commenti neoplatonici ad Aristotele: talvolta
infatti i commentatori si rifanno ad Alessandro o a qualche altro peripate-
tico, talaltra utilizzano i testi dei loro predecessori neoplatonici quali Porfi-
rio e Giamblico creando nei moderni quell'impressione di "schizofrenia
esegetica" da cui scaturiscono rappresentazioni totalmente discordanti
dell'atomismo antico.
Qualcuno potrebbe obiettare che queste considerazioni rischiano di
offuscare l'immagine di Simplicio togliendogli ogni "originalit" e facen-
done un semplice compilatore, ma anche la difesa dell'"originalit" degli
autori antichi in gran parte un bisogno derivato dai nostri pre-supposti
culturali. Oggi, essere "originali" significa distanziarsi dalla tradizione, dire
qualcosa che nessuno ha mai detto. Per i commentatori neoplatonici di
Aristotele, e non solo per loro, invece, la continuit con la tradizione, che
significa anche ripresa pi o meno letterale di brani dei predecessori,
fondamentale. Essi possono "aggiungere" qualcosa a quanto gi detto o
anche talvolta esprimere posizioni differenti, ma il grosso del loro com-
mento basato sugli insegnamenti dei "maestri"
134
e sull'interpretazione
che costoro hanno dato dei singoli passi. Su questo punto illuminante un
articolo di John Dillon che illustra in modo esemplare il tema dei "debiti"
dei commentatori neoplatonici soprattutto nei confronti di Giamblico.
Cercando di raccogliere i frammenti del perduto commento alle Categorie
aristoteliche di quest'ultimo, Dillon afferma di essere arrivato a questa
conclusione
that there is really no pressing need to collect the fragments of Iamblichus' lost
commentary on the Categories because after all it is not really lost; it is virtually all
still there, embedded in the amber of Simplicius
135
.
Prescindendo dunque da giudizi di valore e tenendo conto di questa pecu-
liarit metodologica dei commentatori neoplatonici di Aristotele, si pu
affermare che le loro testimonianze sugli atomisti antichi vanno esaminate
alla luce dei singoli contesti. Il risultato, come si vedr, non entusia-
smante: i testi dei commentatori, fuori dalle citazioni dirette da Aristotele
o Teofrasto, sono inutilizzabili per la ricostruzione delle dottrine atomisti-
134
Cf. e.g. le dichiarazioni Simplicio nel suo commento alle Categorie (Prooem. 3,4 rye yo
rvrtuov r v xoi tioi tev rigr vev ouyyo ooiv, rairrotrov or e oio tr g v :ot
Ioa!to: aoooxo!o:0ov oat,ooyoajv, xot o::jt ao!!oo: :jt !ttt :o: ot!ooooo:
ojooatvo), su cui ha attirato l'attenzione Dillon 1998, 175. Simplicio continua affer-
mando che il suo scopo quello di riassumere le opere dei suoi predecessori per comuni-
carne il contenuto anche a coloro che non sono in grado di leggerle per esteso. Sul metodo
di Simplicio, cf. anche Hadot 1987 e 2002.
135
Dillon 1998, 176.
Introduzione 34
che originali. La delusione per l'esito comunque compensata dalla con-
statazione che uno dei principali motivi di confusione e di infiniti dibattiti
completamente privo di consistenza.
5. Osservazioni metodologiche
Dato che alcuni problemi e concetti pi generali concernenti la trasmis-
sione e l'interpretazione delle dottrine degli antichi e altri riguardanti pi
specificamente l'atomismo sono stati e sono tuttora oggetto di discussione
e ridefinizione, ritengo opportuno fare alcune precisazioni sull'approccio e
la terminologia adottata nel presente studio.
Un punto fondamentale da chiarire poich spesso, soprattutto in que-
sti ultimi anni, ha costituito un nodo cruciale e dibattuto nell'ambito del-
l'interpretazione dei presocratici e sul quale a mio parere vige attualmente
una certa confusione la legittimit di un certo approccio "filosofico", in
particolare analitico, a questi autori. E' un problema antico che risale so-
prattutto ad Aristotele al quale pi o meno consciamente si richiamano
tutti i difensori della tesi secondo cui i presocratici sono "filosofi" e come
tali vanno interpretati. Rimane tuttavia da definire se essi debbano consi-
derarsi "filosofi" nel senso moderno, cio personaggi dediti alla discus-
sione speculativa e lontani dalle "cure" pratiche e se debbano quindi rien-
trare a questo punto in una storia della filosofia che si ostina a considerare
tale solo la discussione di questioni teoriche, o se invece si tratti di sapienti
radicati nel loro contesto culturale che li influenza e che essi stessi influen-
zano attivamente e dunque siano "filosofi" nel senso etimologico di
"amanti della ooio" con tutte le connotazioni pratiche che questo ter-
mine comporta. E' questo infatti il nodo cruciale passato sotto silenzio
nell'approccio esclusivamente filosofico. Si deve dunque essere ben consci
del fatto che i loro testi sono stati, da Aristotele in poi, estrapolati a pia-
cere dal loro contesto culturale e continuamente riusati e manipolati ai fini
della discussione dialettica o della dimostrazione di determinate teorie o
della ricostruzione di un albero genealogico delle scuole filosofiche senza
alcuna considerazione per la loro diversit intrinseca e per il loro contesto
specifico. Essi sono stati per cos dire "travolti dalla filosofia" e da testi
estremamente diversi fra loro per origine, scopi e destinazione pratica,
sono diventati appunto esercizi speculativi di personaggi che, come mo-
derni accademici, discutono fra loro pi o meno a distanza di questioni
teoriche. Se questa immagine pu attagliarsi alle scuole filosofiche elleni-
stiche (ma anche qui ci sarebbero da fare dei distinguo), assolutamente
priva di fondamento per i presocratici, ma viene continuamente riproposta
nell'approccio filosofico analitico che pu cos prescindere dall'analisi
Introduzione 35
globale delle fonti e della tradizione indiretta, dall'esame di una pi vasta
gamma di testimonianze di diverso genere fuori dell'ambito strettamente
filosofico, dal tentativo di ancorare i frammenti e le testimonianze ad un
contesto storico. La giustificazione generalmente fornita per questo tipo di
interpretazione che in ogni caso non si pu arrivare ad una ricostruzione
esatta del pensiero di questi autori e che dunque legittimo spiegarli con
concetti a noi familiari per poterli comprendere (la cosiddetta "rational
reconstruction"
136
), ma su questo punto valgono le osservazioni fatte
all'inizio di questo capitolo. Questo tipo di approccio alla cultura antica, se
nell'immediato sembra produttivo e gratificante, a lungo termine non pu
che portare alla cancellazione di ogni traccia delle dottrine originali. L'in-
terpretazione moderna di Democrito, condotta su questa linea, ha con-
dotto non solo a durissimi giudizi etici e filosofici e a successivi tentativi
altrettanto anacronistici di "salvataggio"
137
, ma anche al rigetto e all'emargi-
nazione sistematica di aspetti importanti della sua opera quali quello "tec-
nico", un fatto che si ripercosso anche sull'interpretazione della dottrina
dell'atomo. In questo lavoro ho quindi cercato, con tutti i limiti e le possi-
bilit di errore connaturati ad una ricerca a vasto raggio su un campo dis-
seminato di rovine, di affrontare l'analisi delle fonti antiche sull'indivisibi-
lit dell'atomo e di contestualizzarle ogni volta nell'ambito da cui esse
provengono.
Per tutto quanto ho ora esposto e nonostante ormai sia divenuto un
topos nella Sekundrliteratur sugli atomisti precisare tutte le possibili sfu-
mature del termine indivisibilit, ho deciso deliberatamente di tralasciare
questo tema non solo perch altri lo hanno gi fatto
138
, ma soprattutto
perch, in relazione all'atomismo antico, si tratta, a mio avviso, di distin-
zioni prive di qualsiasi fondamento storico
139
. Rimando per questo alla
lettura del capitolo conclusivo in cui ho cercato brevemente di contestua-
lizzare le dottrine degli atomisti nell'atmosfera culturale del V sec. a.C.
sottolineandone in particolare il rapporto con la medicina e rivalutando
anche aspetti stilistici e testimonianze generalmente trascurate. In questo
contesto le speculazioni moderne sull'indivisibilit dell'atomo risultano
136
Cf. Makin 1998 e Rorty 1984.
137
Makin 1993, 15 giustifica il suo uso di "analytic techniques" lontane dalla realt storica dei
presocratici con il gi citato principio della "charity", ma aggiunge che tuttavia i risultati di
questo procedimento non devono essere necessariamente "ahistorical". Egli per intende
per "storico" una "Entwicklungsgeschichte des Geistes" alla maniera zelleriana e si limita a
considerare come "evidenza storica" la testimonianza o il frammento in s e per s senza
alcuna correlazione con un contesto storico-culturale.
138
Cf. la discussione del termine in Barnes 1982, 50ss.; Lewis 1998, 6ss.; Makin 1979, 1993,
cap. III; Taylor 1999, 164-171.
139
Cf. anche Sorabji 1983, 354-357; Held 1998, 27.
Introduzione 36
estremamente lontane da una visione del mondo sostanzialmente ancorata
alla realt socio-politica, ai fenomeni, ai corpi.
Un'altra precisazione va fatta riguardo all'impiego dei termini "dosso-
grafia" e "dossografico". Diels, che li ha coniati, si riferiva esclusivamente
alle raccolte di doxai facenti capo al cosiddetto Aezio e risalenti nel loro
nucleo originario alle duoixoi oooi di Teofrasto. Col tempo questi ter-
mini hanno assunto una connotazione pi ampia con evidenti degenera-
zioni
140
. Mansfeld
141
e Runia mettono in guardia dall'uso improprio di que-
sto termine estendendo la restrizione anche a quei testi contenenti s passi
"dossografici", ma tali solo nella forma, non negli scopi. In un discorso
sulla trasmissione di dottrine specifiche rimane comunque, al di l delle
distinzioni concettuali, il problema di rendere questi passi immediata-
mente riconoscibili. Ed per questo che, in maniera pur imprecisa, ma per
una questione di comodit, ho usato talvolta il termine "dossografico"
anche quei resoconti caratterizzati da uno stile dossografico come certi
brani di Cicerone, Plutarco e Sesto Empirico
142
. Un ulteriore problema di
denominazione si presenta in relazione ad un altro tipo di testimonianze.
Ci sono infatti buone ragioni per credere che, accanto ad una trasmissione
compendiaria (la dossografia cio in senso stretto), ci fosse, per lo meno
in alcune scuole filosofiche, la consuetudine di utilizzare repertori di cita-
zioni letterali su temi particolari. Questa tendenza particolarmente evi-
dente nella trasmissione di citazioni sul tema della gnoseologia nella tradi-
zione scettica. Le stesse citazioni o gli stessi gruppi di citazioni letterali
dagli stessi autori si ripetono regolarmente nelle fonti riconducibili a que-
sto filone e riportabili in alcuni casi sicuramente al capostipite dell'Acca-
demia scettica, Arcesilao
143
. Tali "repertori" non appartengono al genere
"dossografico" in senso stretto, ma presentano similitudini nella forma (in
quanto riportano, sebbene in forma letterale, oooi su argomenti specifici)
e negli obiettivi (in quanto forniscono una panoramica generale delle opi-
nioni su determinati problemi). Gli studi moderni hanno inoltre eviden-
ziato l'importanza di rudimentali raccolte di opinioni, organizzate intorno
a temi-chiave quali il numero dei principi, circolanti in ambito sofistico gi
prima di Platone
144
e di cui quest'ultimo e Aristotele, si sono serviti
ampliandoli e adattandoli ai loro scopi
145
. Mi sembra dunque che l'uso
ristretto della denominazione "dossografia" e "dossografico", invece di
140
Cf. un excursus sugli usi moderni impropri del termine in Runia 1999, 33s.
141
Mansfeld 1999, 19.
142
Cui, secondo Mansfeld 1999, 19 e Runia 1999, 52 non si dovrebbe applicare questa "eti-
chetta".
143
Nel caso specifico di Democrito, cf. Gemelli Marciano 1998.
144
V. infra, III 2. 2. 1.
145
Cf. von Kienle 1961, Cambiano 1986, Mansfeld 1986 [1990b, 22-83].
Introduzione 37
semplificare, complichi inutilmente il problema terminologico. Se ci pu
essere accordo sul fatto che la dossografia come genere specifico quella
teofrasteo-aeziana, tuttavia anche innegabile che certi brani di stile dos-
sografico, con relative interpretazioni, nella letteratura filosofica o scienti-
fica fanno parte a pieno titolo di una trasmissione di doxai all'interno di
una tradizione e non sono semplici rimaneggiamenti dell'autore stesso di
materiale direttamente tratto da manuali come quello di Aezio
146
. Per que-
sti motivi ho usato la denominazione resoconto dossografico in maniera
talvolta informale e in una accezione pi vasta rispetto all'uso originale
dielsiano e a quello raccomandato da Mansfeld e Runia. Ho considerato
resoconti dossografici in senso lato anche dei brani di Aristotele, sia isolati
sia inseriti in contesti argomentativi, caratterizzati da uno stile "dossogra-
fico" vale a dire da una esposizione schematica, basata su concetti-chiave
(ad es. numero dei principi, carattere dei principi) nella quale prevalgono
interessi descrittivi. In pratica quegli appunti che Aristotele stendeva per
avere davanti a s un panorama riassuntivo globale delle opinioni dei pre-
decessori su un determinato problema e dai quali attingeva di volta in
volta a seconda delle proprie esigenze
147
. Che Aristotele disponesse, anche
nel caso di Democrito, di appunti di questo genere, lo si pu dedurre dal
parallelismo di diversi passi descrittivi riguardanti le dottrine atomiste
148
.
Nella tradizione tarda si fa poi strada anche una maniera diversa di
utilizzare i dati dossografici. Spesso infatti le informazioni sono organiz-
zate secondo schemi antilogici, vale a dire come doxai contrapposte tese a
dimostrare l'inconsistenza di tutte le opinioni dogmatiche. Si tratta del
metodo utilizzato nell'Accademia scettica e nel neopirronismo di cui si
trovano esempi numerosi in Cicerone e Sesto Empirico, ma anche negli
autori cristiani. In questo caso le doxai vengono usate in un contesto parti-
colare, talvolta organizzato in forma di dialogo, che implica, spesso in
maniera non facilmente distinguibile, interventi critici. In questi casi, le
singole opinioni degli antichi trascinano con s anche il bagaglio critico e il
tutto diventa "repertorio" manualistico.
Ho impiegato con parsimonia anche il termine "fonte" nella sua acce-
zione tradizionale di testo identificabile con una certa sicurezza e ricopiato
in maniera pi o meno fedele da un determinato autore. Ho fatto invece
146
Sulla necessit pratica dell'uso pi ampio della denominazione di "dossografia", cf. Van der
Eijk 1999, 21s.
147
Sulla necessit di redigere tali appunti subordinatamente alla trattazione dei singoli pro-
blemi, cf. Top. 105b 12 e Mansfeld 1992b, 332.
148
Cf. in particolare le concordanze fra Arist. Fr. 208 Rose e De gen. et corr. A 8, infra, III 4. 3.
Introduzione 38
pi spesso riferimento ad una "tradizione"
149
. Questo perch, nella
maggioranza dei casi, i resoconti postteofrastei, generali o particolari, sulla
dottrina dell'atomo risalgono a schemi correnti nelle diverse scuole filoso-
fiche ellenistiche e tardo-ellenistiche, talch impresa disperata stabilire
con precisione la "fonte". Si pu invece, con un margine inferiore di arbi-
trariet, parlare di "tradizione" intendendo con questo termine le tendenze
interpretative delle teorie democritee tipiche di singole scuole filosofiche o
di una specifica letteratura tecnica. In questo tipo di trasmissione rimane
aperto e fluttuante, spesso entro limiti non ben definibili, il gioco di inter-
scambio fra trasmissione orale e fissazione scritta di una determinata in-
terpretazione. Questo vale ad esempio per l'immagine di un Democrito
scettico cui collegato un gruppo specifico di sentenze irradiate dalle
lezioni di Arcesilao
150
, ma confluite poi nelle trattazioni di scuola da cui
attinge ad esempio Cicerone. Soprattutto risulta difficile stabilire delle
precise distinzioni fra trasmissione orale e scritta nell'ambito, peraltro
importante e indicativo, della critica sviluppata contro una determinata
doxa. Qui repertori argomentativi tramandatisi oralmente nell'esercizio
scolastico hanno avuto probabilmente la stessa efficacia e la stessa persi-
stenza di critiche fissate per iscritto. In questo caso, pi importante della
determinazione della precisa provenienza della critica e della doxa che l'ha
generata, l'individuazione della tendenza interpretativa da questa veico-
lata e, in termini pi generali, la possibilit di risalire per lo meno ad una
scuola filosofica o ad una tradizione di altra provenienza. E' soprattutto
l'elemento di continuit nell'esegesi dei testi e degli autori antichi all'in-
terno delle scuole filosofiche e delle altre tradizioni a costituire il filo con-
duttore dell'interpretazione dei dati. Nel caso particolare delle testimo-
nianze sui fondamenti dell'atomismo antico, anche le rigide differenzia-
zioni fra citazione letterale, parafrasi, reminiscenza perdono facilmente il
loro valore funzionale. Si pu comunque osservare che testi fondamentali
rimangono delle parafrasi quali quelle di Aristotele e di Teofrasto che,
nonostante i rimaneggiamenti, attingono direttamente agli originali.
Paradossalmente spesso le scarse citazioni letterali, quali quelle di Sesto
Empirico, Diogene Laerzio, Galeno ed altri, provengono da excerpta
conservatisi in una determinata tradizione di scuola o tramandatisi attra-
verso raccolte e, pi che chiarificare, creano ulteriori complicazioni e pos-
sibilit di fraintendimento. La maggior parte del materiale per costituito
da resoconti di seconda o di terza mano importanti per determinare il
149
Cf. Mansfeld 1999, 29 il quale utilizza, per l'interpretazione data dai singoli autori all'in-
terno di una tradizione, il termine "ricezione". Per la discussione sui termini "fonte" e "tra-
dizione" in relazione a Plotino, cf. Harder 1957.
150
Se Arcesilao abbia posto per iscritto delle opere filosofiche, risulta ancora poco chiaro dalle
testimonianze, cf. Grler 1994, 786s.
Introduzione 39
filone che li ha trasmessi, ma non fondamentali per risalire ad un nucleo
dottrinario originale.
Il presente lavoro dedicato, per ragioni di economia e di unitariet,
unicamente all'esame dei fondamenti e dell'origine della dottrina atomista
e tralascia volutamente un altro aspetto importante quale il tema della
conoscenza. Questo non solo investe una problematica che si allarga a
tutta la cultura del V sec. a.C., ma assume un suo carattere specifico anche
per ci che concerne l'esame delle fonti e necessiterebbe di una trattazione
particolare. A questo aspetto ho dedicato comunque un piccolo spazio nel
capitolo conclusivo esaminando il cosiddetto "scetticismo" democriteo da
un'altra ottica, quella cio delle strategie comunicative comuni anche ai
medici ippocratici.
Ho tralasciato altres il problema specifico della matematica democri-
tea la cui discussione si basa soprattutto su testi generici o di difficile in-
terpretazione
151
, dai quali poco di sicuro si pu ricavare, o sui titoli delle
opere che presentano tutti i problemi dovuti alla catalogazione e alla tito-
lazione tarda e la cui lezione talvolta controversa. Il problema rientra, a
mio avviso, nella questione generale della definizione della matematica del
V sec. a.C. il cui carattere di astrattezza e di sistematicit "scientifica" in
senso moderno non assolutamente dimostrato. Del resto, se anche De-
mocrito fosse stato un buon matematico, ci non deve necessariamente
aver influito sulla dottrina fisica; Senocrate, sostenitore delle linee indivisi-
bili, pur conoscendo gli assunti della matematica, ha ugualmente formu-
lato un'ipotesi considerata contraria a queste leggi. In secondo luogo il
problema del carattere matematico della dottrina democritea si pone solo
per chi parta dal presupposto che egli abbia veramente impostato la sua
teoria riflettendo sul problema astratto della divisibilit, presupposto ben
lungi dall'essere sicuro in quanto dipende in gran parte dall'interpretazione
del passo aristotelico di De gen. et corr. A 2 gi citato precedentemente.
Questo lavoro affronta anche problematiche relative all'atomismo ac-
cademico, ma non pu costituire uno studio specifico su di esso. Per que-
sta ragione, pur tenendo conto delle diverse tendenze interpretative, le ho
discusse dettagliatamente solo riguardo ai punti pi direttamente significa-
tivi per le relazioni con l'atomismo antico, per il resto ho rimandato agli
studi specialistici. Per lo stesso motivo, ho lasciato ai margini la vexata
quaestio dell'attribuzione della dottrina delle linee indivisibili anche a Pla-
tone e in generale il problema della ungeschriebene Lehre e ho preferito se-
guire la tendenza esplicita delle fonti antiche che attribuisce sicuramente a
Senocrate la discussione delle aporie di Zenone e le linee indivisibili. In
151
Cf. Plut. De comm. not. 1079 E (68 B 155 DK; 126 L.); Archim. Mech. II,428,26 Heiberg (68
B 155 DK app.; 125 L.).
Introduzione 40
effetti, l'unico brano in cui sia menzionata esplicitamente una posizione
critica dell'Accademia nei confronti degli atomisti
152
, sembra piuttosto da
ricondursi a Senocrate che a Platone.
Un particolare ruolo di chiarificazione dei presupposti e delle meto-
dologie dell'atomismo acquistano nell'ambito del presente studio i con-
fronti con i testi ippocratici. Nonostante la datazione controversa, se-
condo le edizioni recenti di alcuni trattati, sembra ormai assodato che i pi
antichi si situino fra la seconda met del V e la prima met del IV sec. a.C.
e sono quindi grosso modo contemporanei a Democrito. Il principio se-
condo cui ho utilizzato questi testi tuttavia in certo modo indipendente
dal problema cronologico in senso stretto. Non mi sono infatti, se non in
un caso specifico, soffermata su presunti echi pi o meno diretti di dot-
trine democritee nel corpus secondo una metodologia invalsa fra gli storici
della filosofia, quanto piuttosto sul confronto neutro di tematiche e me-
todi, non necessariamente correlati, ma scaturenti da un fondo di cultura e
di esperienza comuni.
A differenza di quanto stato fatto in molti studi sull'atomismo an-
tico, ho utilizzato solo marginalmente, e in casi specifici, finalizzati ad una
interpretazione delle fonti antiche, i testi epicurei e lucreziani nei quali
sempre difficile stabilire i confini fra il riproduttivo e l'esegetico. Per
quanto riguarda in particolare l'interpretazione di Epicuro dell'atomismo
antico, ho cercato soprattutto di individuare una via alternativa: ho infatti
collegato la rivalutazione da parte di Epicuro delle dottrine democritee
all'interazione fra le critiche accademiche a quelle teorie da una parte, e la
sistematica utilizzazione in funzione antiaccademica da parte di Aristotele
dall'altra, e non alle critiche aristoteliche all'atomismo antico come vuole la
tradizione dall'antichit ad oggi. La trattazione di Epicuro sotto questo
aspetto non vuole essere un'analisi esauriente n una presa di posizione
definitiva, ma uno spunto funzionale alla ricostruzione della trasmissione
dell'atomismo antico, e come tale va valutata.
Per quanto riguarda l'ambito della dossografia in senso stretto, ho te-
nuto conto dell'interrogativo che oggi, sempre pi frequentemente si pone
sulla validit oggettiva delle classificazioni dielsiane
153
. Se nessuno
misconosce il grande valore dei Doxographi graeci del Diels, molti sono
dell'avviso che comunque vadano rivisti i presupposti che hanno guidato
le sue ricostruzioni in particolare quella del cosiddetto Aezio attraverso il
confronto fra i testi dello Pseudo-Plutarco e di Stobeo. Tali testi spesso
coincidono perfettamente, ma talvolta sono anche piuttosto diversi so-
152
Sext. Emp. Adv. Math. 10,248ss., v. infra, II 4.
153
Cf. Kingsley 1994, 235 n. 3; Mansfeld-Runia 1997.
Introduzione 41
prattutto nell'ordinamento delle voci
154
e nell'espressione stessa di determi-
nate doxai. Diels ha spesso uniformato intervenendo sull'uno o sull'altro
testo ed eliminando cos delle differenze che hanno ragione di esistere non
solo per la distanza cronologica fra un testo e l'altro, ma anche per la loro
diversit strutturale. Nel presente lavoro ho fatto riferimento separata-
mente ai due testi rilevandone l'identit, ma indicandone anche all'occa-
sione, le differenze funzionali. Allo stesso modo ho citato separatamente il
testo di Teodoreto che nei Doxographi graeci compare sempre in nota e in
subordine ai due autori precedenti. Per lo Pseudo-Plutarco ho riportato le
varianti della versione eusebiana solo nel caso in cui questo era necessario
al chiarimento testuale, per il resto ho seguito la lettura fornita da Diels
indicando le eventuali deviazioni. Ho fatto talvolta ricorso, ma solo limi-
tatamente, anche alla versione araba dello Pseudo-Plutarco nella tradu-
zione tedesca di Daiber 1980. I frammenti e le testimonianze sono stati
citati secondo le edizioni di Diels-Kranz 1952 (DK) e Lur'e 1970 (L.).
Laddove compaia solo l'indicazione di quest'ultima edizione, significa che
la testimonianza manca nell'altra.
154
Nello Stobeo, come lo stesso Diels 1879, 56 osservava, il carattere antologico richiede una
strutturazione completamente diversa. Cf. Mansfeld-Runia 1997, cap. IV.
Capitolo primo
Platone e Democrito
1. Considerazioni generali
L'interrogativo sulla presenza di Democrito nell'Accademia si pone presso
le fonti pi antiche nella forma del rapporto Platone/ Democrito. Cono-
sceva Platone Democrito e, se s, perch non lo ha mai nominato? Platone
, in generale, piuttosto parco di riferimenti diretti ad autori specifici e in
questo segue una prassi gi consolidata negli autori del V sec. a.C.
1
Inoltre,
frequentemente, critica un'idea diffusa sotto la quale raggruppa pi autori
perch, in un contesto dialettico, sono pi importanti le idee che le per-
sone
2
.
Quello di Democrito (o Leucippo), tuttavia, sarebbe per Platone
stesso un caso estremo. Egli infatti nomina Eraclito, Empedocle, Anassa-
gora, Parmenide, Zenone, Melisso, i Sofisti, ma non Democrito. Platone,
comunque, non menziona mai neppure Diogene di Apollonia che, se-
condo gli interpreti moderni, avrebbe goduto di una grande fama ad
Atene tanto da essere addirittura il bersaglio delle allusioni di Aristofane
nelle Nuvole
3
. Ora, nessuno degli antichi, si mai chiesto perch Platone
non nomini mai Diogene
4
. Il fatto quindi che il quesito nelle fonti antiche
sia stato posto solo in relazione a Democrito, che Aristotele contrappone
spesso a Platone e agli Accademici, un indizio per scoprire l'ambiente in
1
Erodoto, ad esempio, fa riferimento esplicito all'opera di Ecateo solo due volte (2,143;
6,137), pur alludendo spesso polemicamente a lui. Diogene di Apollonia menzionava gene-
ricamente dei Sophistai. Gli autori ippocratici sono anch'essi estremamente vaghi sull'iden-
tit dei loro avversari e solo raramente fanno dei nomi.
2
Cf. Cambiano1986, 69ss. Su questo procedimento dialettico, v. infra, III 2. 2. 1.
3
Questa opinione corrente va comunque ridimensionata in quanto le allusioni di Aristofane
potrebbero riguardare un'ampia gamma di personaggi che sostenevano teorie simili a quelle
di Diogene, cf. Orelli 1996, 94-109.
4
Fra i moderni solo Steckel 1970, 194s. rileva questo fatto.
Capitolo primo 43
cui esso si originato. Un interrogativo che suona come una chiara pole-
mica nei confronti di Platone si adatta perfettamente all'atmosfera del
primo Peripato e in particolare alla vena antiplatonica che ne attraversa la
storiografia. In questa prospettiva si inquadra il resoconto di Diogene
Laerzio (9,40) risalente nel suo complesso ad Aristosseno: Platone non
nomina l'Abderita, in quanto era cosciente di non poter competere col
migliore dei filosofi
5
. Sul resoconto di Aristosseno torner comunque
diffusamente in seguito. Per ora mi limito a segnalare che il problema del
silenzio di Platone era gi stato sollevato nell'antichit e che si di volta in
volta riproposto fino ai giorni nostri.
Fra i moderni, Gigon (1972) ha avanzato l'ipotesi che Platone non
parli di Democrito in quanto Socrate, il protagonista dei suoi dialoghi, non
lo conosceva. Tuttavia le opere nelle quali si sono ravvisate allusioni alla
fisica democritea, sono, oltre al Cratilo e al Teeteto, anche il Sofista e il Timeo
dove il protagonista non pi Socrate. Secondo un articolo della Ham-
mer-Jensen divenuto famoso, il Timeo rivelerebbe una recente acquisizione
da parte di Platone di teorie che Aristotele attribuisce anche agli atomisti,
ma si distinguerebbe soprattutto per una valutazione diversa delle con-
cause rispetto al Fedone. Nel Timeo Platone avrebbe accettato anche una
spiegazione meccanicistica della formazione del mondo legata all'ananke,
pur subordinandola alla causa finale; il mondo si svilupperebbe infatti
inizialmente in modo del tutto meccanico senza l'intervento del dio
6
. A
parte le difficolt di interpretazione della cosmogonia del Timeo (che dagli
allievi di Platone in poi sempre risultata enigmatica), c' tuttavia da os-
servare che la cosiddetta concausa non rigettata neppure nel Fedone dove
(99a), come nel Timeo (46d), si afferma che essa pu essere considerata
solo "ci senza il quale", cio una condizione necessaria, ma non una vera
causa. Sulla scia della Hammer-Jensen molti hanno ipotizzato che nel
Timeo Platone non solo abbia preso le mosse dall'atomismo di Democrito,
ma vi alluda criticamente
7
. Secondo Eva Sachs
8
la critica alla dottrina dei
quattro elementi in Ti. 48b-c sarebbe rivolta espressamente contro Demo-
crito. Siccome in realt la dottrina atomista diverge notevolmente da
quella criticata da Platone, la Sachs era necessariamente costretta, per sal-
vare l'ipotesi, ad attribuire forzatamente agli atomisti una dottrina dei
quattro elementi mutuata da Empedocle e inserita come un corpo estraneo
in quella atomista. Tutto questo sarebbe deducibile:
5
Su questo punto, v. infra, 2.
6
Hammer-Jensen 1910, 96-105.
7
Cf. e.g. Guthrie II, 1965, 462, 502; Stckelberger 1990, 2562.
8
Sachs 1917, 193-221.
Platone e Democrito 44
1. Dalla cosmogonia di Pseudo-Plutarco
9
riportata dal Diels come leu-
cippea, ma in realt anonima, dove, secondo la Sachs, gli atomi giochereb-
bero un ruolo limitato rispetto agli elementi veri e propri.
2. Dalla cosmogonia-zoogonia riportata da Diodoro
10
nella quale gli
atomi non compaiono affatto.
Al tempo in cui scriveva la Sachs si era imposta la visione
reinhardtiana
11
, ormai ampiamente ridimensionata
12
, secondo cui la cosmo-
gonia e la zoogonia diodorea risalirebbero, attraverso Ecateo di Abdera, a
Democrito. Ora, la sicura provenienza democritea del resoconto di Dio-
doro non pi accettata da nessuno e il passo di Pseudo-Plutarco di
dubbia attribuzione
13
. In ogni caso, gli atomi, in questa cosmogonia com-
paiono e, semmai, la dossografia tarda che ha mediato il resoconto ad
esprimere i concetti nella propria terminologia. Un altro punto nella quale
la Sachs individuava il riferimento agli atomisti, era l'ironica allusione
all'oariio di chi aveva ipotizzato l'esistenza di o arioi xo ooi (Ti. 55c),
ma la dottrina degli infiniti mondi attribuita dalla dossografia anche ad
altri presocratici
14
. Dunque nessuno degli ipotetici riferimenti a Democrito
nel Timeo sicuro
15
perch Platone si mantiene comunque sul generico.
9
1,4, 878 C (67 A 24 DK; 297, 372, 383 L.).
10
1,7,1 (68 B 5,1 DK; 515, 572a L.).
11
Reinhardt 1912, 492-513.
12
Cf. in particolare Spoerri 1959. Uno status quaestionis aggiornato in Utzinger 2003, 155-167.
13
Il discorso su questo brano complesso e comunque esula da questo contesto. Accenno
qui solo ad alcuni problemi fondamentali per l'attribuzione di questa cosmogonia: 1. La di-
screpanza con quella di Leucippo in Diog. Laert. 9,30 (67 A 1 DK; 382, 389 L.) secondo
cui gli astri si formano per afflusso nell'aggregato sferico di atomi provenienti dall'esterno e
non per espulsione dei corpuscoli pi leggeri dalla massa pi pesante all'interno dell'agglo-
merato stesso. 2. La preponderanza di elementi epicurei che aveva portato l'Usener ad inse-
rire il brano fra le testimonianze su Epicuro (Ep. Fr. 308 Us.). Michele Psello (Theol. 23,
87,9 Gautier), in un testo che riassume lo Pseudo-Plutarco, afferma che si tratta di una co-
smogonia epicurea, ma aggiunge, in una nota erronea dovuta ad un fraintendimento, che
Democrito ha seguito in questo Epicuro (Eaixourio outg ooo rotiv, g to oo
oioororvo o Agoxito to xiogov te v oarotev r v toi uor voi o vrorirv).
Forse Psello ha inventato, come fa spesso, forse aveva davanti una versione dello Pseudo-
Plutarco che esordiva con una frase del tipo: Eaixouo xoto Agoxitov iooogoo
(cf. Ps.-Plut. 1,3, 877 D) e ha dunque riferito ad ambedue la cosmogonia, ma ordinando
Democrito dopo Epicuro. Per una attribuzione ad Epicuro anche Epiph. Adv. haer. 1,8,1,
186,12 Holl. Solo Herm. Irris. 12 (67 A 17 DK; 306, 373 L.) riporta questa cosmogonia a
Leucippo.
14
Cf. la sezione Hri xooou presso Stob. 1,22,3 (Dox. 327; 12 A 17 DK; 352 L.) che enu-
mera insieme a Leucippo e Democrito anche Anassimandro, Anassimene, Senofane, Dio-
gene di Apollonia e Archelao. Per Diogene di Apollonia, cf. anche [Plut.] Strom. 12 (64 A 6
DK); Diog. Laert. 9,54 (64 A 1 DK). Sulla confutazione della Sachs riguardo a questo
punto e ad altri menzionati sopra, cf. Sinnige 1968, 184-187.
15
Per altre possibili allusioni, cf. Morel 2003, 138ss. il quale si mostra tuttavia molto cauto
sulla loro reale portata.
Capitolo primo 45
Per quanto riguarda altri dialoghi, Haag
16
ha, ad esempio, voluto vedere in
certe etimologie del Cratilo e in una certa metodologia di scomposizione e
di analisi delle parole, l'influsso di una concezione atomista. Platone
l'avrebbe solo riecheggiata, ma non affrontata direttamente in quanto egli
si rivolgeva a dei lettori che non conoscevano i testi democritei, ma solo
quelli di Anassagora e di quegli "Eraclitei" che ad Atene andavano per la
maggiore. Singoli accenni come l'accusa contro Anassagora di aver
utilizzato delle teorie astronomiche antiche, la stessa che Apollodoro attri-
buiva a Democrito
17
, o l'etimologia di yuvg come yovg (Crat. 414a), che
anche democritea
18
, sono s interessanti, ma rimandano probabilmente a
opinioni diffuse e non attribuibili specificamente ad un solo autore. Haag,
seguito poi da altri
19
, vedeva un'allusione a Democrito anche nella teoria
dei xootroi del Teeteto (156a), secondo cui le sensazioni non hanno
una loro essenza specifica, ma sono il prodotto temporaneo dell'incontro
di due ouvori provenienti rispettivamente dall'oggetto sensibile e dal
soggetto senziente. Haag vedeva una conferma nel fatto che ai sostenitori
di queste tesi viene attribuita una concezione corpuscolarista. Tutto:
l'uomo, la pietra e ogni essere vivente, sarebbe costituito da aggregati. A
prescindere dal fatto che le teorie esposte nel passo sembrano avvicinarsi
maggiormente a quelle dei cirenaici
20
, si potrebbe obiettare che, se c' una
allusione a Democrito nel Teeteto, non da individuarsi nelle tesi dei xo-
otroi, bens in quelle di coloro che considerano sostanze solo i corpi e
ci che si pu afferrare con le mani
21
. Tali individui vengono infatti desi-
gnati con termini che sembrano ricordare le propriet degli atomi demo-
critei: oxgoi xoi o vtituaoi. Richiama ancora le cosmogonie atomiste
che fanno nascere il mondo oao tou tootou l'affermazione ironica di
Teodoro secondo cui i cosiddetti Eraclitei non sono allievi di nessuno,
"ma spuntano spontaneamente da dove capita" (180c o ou to otoi
ovou ovtoi oao0rv o v tu gi). Tuttavia la caratterizzazione di costoro
come "ispirati" e critici gli uni nei confronti degli altri fa pensare piuttosto
ai dibattiti sofistici e all'immagine degli agoni retorici descritti nell'Encomio
di Elena di Gorgia
22
che agli atomisti. L'allusione sembra coinvolgere pi
16
Haag 1933.
17
Apollod. ap. Diog. Laert. 9,34s. (68 B 5 DK; 159 L.).
18
68 B 122a DK; 567 L.
19
Haag 1933, 60ss. Su questa linea anche Guthrie V, 1978, 78.
20
Cf. Natorp 1884, 24s. n. 1. Zeller, scettico su questo punto dalla prima alla quarta edizione
della sua Philosophie der Griechen, nella quinta edizione del 1892 (I. 2, 1098) accetta anch'egli
questa tesi. Per una storia di questa interpretazione e di quella contraria che invece nega il
riferimento ad Aristippo e ai Cirenaici, cf. Giannantoni 1968, 129-45. Cf. anche Friedln-
der, III, 1975, 144.
21
Theaet. 155e. Si tratta di una tesi sostenuta a suo tempo da Duemmler 1882, 58.
22
82 B 11 (13) DK.
Platone e Democrito 46
personaggi catalogabili tutti sotto la denominazione generale di Eraclitei.
Come nella famosa gigantomachia del Sofista (245e) che sar esaminata pi
dettagliatamente in seguito, anche qui Platone non vuole probabilmente
alludere a nessuno in particolare, ma piuttosto a tendenze generali
23
. I
passi platonici suggeriscono in ogni caso che, nella cerchia dei cosiddetti
Eraclitei, e in generale nella fisica di fine V sec. a.C., tesi corpuscolariste
erano molto pi diffuse di quanto si pensi. Non da escludere che anche
coloro che si richiamavano a Cratilo sostenessero dottrine di questo ge-
nere: nel Fedro, l'etimologia di i ro, che riecheggia quelle del Cratilo,
basata proprio sullo scorrere di particelle dall'oggetto all'occhio e sulla loro
azione materiale sull'anima
24
. Un testo molto indicativo in questo senso
anche il gorgiano Encomio di Elena. Gorgia presenta il logos non come qual-
cosa di incorporeo e immateriale, ma come un corpuscolo piccolissimo e
invisibile che produce azioni divine
25
e provoca una alterazione dell'anima,
sia nel bene che nel male, agendo su di essa come una medicina agisce sul
corpo. Anche se la data di composizione dell'Encomio incerta
26
e non si
pu escludere a priori che Gorgia sia stato influenzato dall'opera di Leu-
cippo
27
, pi probabile che abbia egli stesso elaborato indipendentemente
dottrine corpuscolariste come potrebbero aver fatto anche i seguaci di
Cratilo. Sulle allusioni del Sofista ai materialisti, mi soffermer in seguito.
Per quanto riguarda poi il passo del decimo libro delle Leggi (889a-890a)
che, per alcuni
28
, costituirebbe una sicura allusione a Democrito, valgono
le controosservazioni gi elaborate dal Sinnige e da altri
29
: se vero che la
terminologia della prima parte, la menzione di teorie che fanno nascere il
23
Friedlnder III, 1975, 144 sostiene una posizione estrema, secondo cui Platone non solo
non vorrebbe alludere a nessuna dottrina specifica, ma si costruirebbe un avversario non
filosofo con cui impossibile ogni forma di discussione. Se tuttavia le posizioni descritte
da Platone si avvicinano in qualche modo alla tendenza eracliteggiante, piuttosto impro-
babile che egli voglia dirigersi semplicemente contro un "non filosofo". Inoltre risulta
chiaro da Theaet. 152d che Platone cerca di inglobare sotto la denominazione di Eraclitei il
maggior numero possibile di predecessori: tutti i sapienti, tranne Parmenide, sarebbero in-
fatti d'accordo sul fatto che tutto diviene e nulla mai. In questa schiera vengono annove-
rati non solo Protagora ed Eraclito, ma anche Omero ed Epicarmo.
24
Phaedr. 251c rxri0rv rg raiovto xoi rovto oio og touto iro xoritoi.
25
82 B 11 (8) DK oyo ouvootg ryo roti v, o oixototei oeoti xoi oovrototei
0riototo ryo oaotrri .
26
In ogni caso difficilmente cade dopo il 415 a.C. in quanto le Troiane di Euripide, rappresen-
tate in quell'anno, ne presuppongono la conoscenza.
27
Cf. Mazzara 1984, 133.
28
Per la bibliografia su questo punto, cf. Ferwerda 1972, 359 n. 1 che accetta l'ipotesi di
un'influenza indiretta delle tesi atomiste su Platone.
29
Cf. Sinnige 1968, 199, il commento ad loc. di England 1921 e Tate 1936, 48-54. Anche
Furley 1987, 173 sottolinea la difficolt di individuare gli atomisti come obiettivo dell'at-
tacco platonico. Una pluralit di personaggi fra cui, ma con molte riserve, potrebbe essere
compreso anche Democrito, indica Zeppi, 1989, 209-214.
Capitolo primo 47
mondo u ori xoi tu gi ricorda le definizioni della cosmogonia democri-
tea presso Aristotele, la seconda parte (in particolare 889e-890a) allude
chiaramente a tesi sofistiche. Inoltre, la dottrina dei quattro elementi, at-
tribuita a questi nuovi sapienti, porta ad escludere che Platone pensi agli
atomisti. Partendo dunque dai dialoghi platonici non si pu evincere al-
cuna notizia certa di un suo riferimento diretto a questi ultimi
30
.
2. Democrito e Platone nella tradizione biografica
Forse pi indicative, nonostante la loro marcata partigianeria, sono le
notizie biografiche frequentemente liquidate come inattendibili
31
. Tali
indicazioni, per lo pi di carattere aneddotico, sono spesso, dal punto di
vista della verit storica, contraffazioni, ma, nei particolari, riportano al-
l'ambiente in cui sono sorte e al fine per cui sono state concepite, due
elementi fondamentali per inquadrare la ricezione di un autore.
Nel caso del rapporto Platone/ Democrito importante un aneddoto
che fa entrare in scena anche Socrate. Diogene Laerzio riporta di seguito
tre notizie di diversa provenienza, ma strettamente collegate una all'altra
sui rapporti (o non-rapporti) fra Socrate e Democrito:
1. Secondo Demetrio di Magnesia (I sec. a.C.), Democrito sarebbe
stato ad Atene, ma non si sarebbe preoccupato di farsi conoscere, poich
disprezzava la fama. Egli avrebbe conosciuto Socrate, ma questi lo
avrebbe ignorato. Demetrio riporta a questo proposito la famosa frase
"sono venuto ad Atene e nessuno mi ha riconosciuto"
32
.
2. Trasillo sostiene invece che sarebbe proprio Democrito il perso-
naggio anonimo al quale Socrate, nel dialogo I rivali in amore sulla cui au-
tenticit, per, Trasillo stesso nutre dubbi, dice che il filosofo un pen-
tatleta
33
in quanto veramente Democrito avrebbe sperimentato tutti i
campi della filosofia, della matematica, della ryxu xio aoiorio e delle
technai
34
.
30
Questa anche la conclusione di Sinnige 1968, 187. Ferwerda 1972, 359 giudica molto
probabile la conoscenza degli atomisti da parte di Platone nonostante riconosca che nei
dialoghi platonici non si incontrano sicure allusioni. Cf. ora per una posizione critica e bi-
lanciata nei confronti delle presunte allusioni platoniche a dottrine democritee Morel 2003.
31
Un esempio tipico di questo scetticismo che riduce tutta la tradizione aneddotica sui rap-
porti Socrate/ Democrito e Platone/ Democrito ad un gioco di deduzioni di Diogene
Laerzio o a semplici topoi biografici Chitwood 2004, 100-102.
32
Dem. Magn. ap. Diog. Laert. 9,36 (68 B 116 DK; XXIV L.).
33
[Pl.] Amat. 136a.
34
Thrasyll. ap. Diog. Laert. 9,37 (68 A 1 DK; 493a L.). In realt Socrate nel dialogo si rivolge
ad un giovane ateniese che si atteggia a filosofo polymathes e mette in discussione proprio
attraverso la similitudine col pentatleta la concezione della filosofia come polymathia.
Platone e Democrito 48
3. Demetrio Falereo, a sua volta, nell'Apologia di Socrate, affermava che
Democrito non era mai stato ad Atene
35
.
Queste tre notizie, riportate da Diogene senza alcun legame apparente,
sono tuttavia implicitamente collegate in quanto la seconda e la terza co-
stituiscono due risposte alternative alla prima.
La notizia di Demetrio di Magnesia, al di l dell'autenticit letterale
della frase democritea, mette in risalto soprattutto la modestia di Demo-
crito, ma getta nel contempo un'ombra sulla figura di Socrate il quale ri-
sulta per lo meno sprezzante per non aver neppure preso in considera-
zione un cos grande personaggio. Il sospetto che questo aneddoto sia
piuttosto antico e possa derivare da una fonte peripatetica, quale ad esem-
pio Aristosseno, interessata ad una svalutazione di Platone e del suo mae-
stro, per lo meno legittimo: la frase di Democrito sarebbe in perfetta
sintonia con una dimostrazione dell'arroganza socratica
36
. Le altre fonti,
contemporanee o posteriori a Demetrio, riportano in effetti la stessa noti-
zia senza alcun accenno a Socrate
37
.
La terza informazione confuta l'ipotesi che Democrito sia mai stato ad
Atene. Il fatto che risalga a Demetrio Falereo (il quale tende sistematica-
mente a sminuire l'importanza di Atene a causa delle sue vicende perso-
nali) e che comparisse nell'Apologia di Socrate suggerisce che l'autore la ri-
portava per rimuovere ogni ombra dalla figura di Socrate: questi non
conosceva Democrito non perch, per arroganza, non lo avesse neppure
preso in considerazione, ma perch quest'ultimo non era mai stato ad
Atene
38
.
Trasillo doveva conoscere l'aneddoto riportato da Demetrio di
Magnesia e potrebbe averlo addirittura citato nella sua introduzione alla
lettura di Democrito perch la sua suona come una risposta implicita a
quelle affermazioni: Socrate e Platone conoscono Democrito e lo stimano.
Tuttavia il fatto che Trasillo, il quale aveva redatto il catalogo delle opere
35
Dem. Phaler. Fr. 93 Wehrli (Diog. Laert. 9,37) (68 A 1 DK; XXV, 493a L.).
36
Aristosseno aveva fornito di Socrate un quadro non propriamente edificante descrivendolo
come incontinente, collerico e ignorante, cf. Fr. 52b; 54a-b; 56 Wehrli.
37
Cic. Tusc. 5,36,104 (68 B 116 DK; XXIV L.); Val. Max. 7,7 ext. 4 (68 A 11 DK; XXIV L.);
cf. anche l'allusione anonima in Antonin. 7,67 iov r vorrtoi 0riov ovoo yrvro0oi xoi
uao gorvo yveio0gvoi.
38
Gigon 1972, 155 sostiene che Demetrio Falereo o non conosceva la presunta frase di
Democrito, o la emarginava come invenzione. Il fatto che Demetrio negasse la presenza di
Democrito ad Atene proprio nell'Apologia di Socrate rende tuttavia pi probabile la seconda
soluzione. Non solo egli conosceva la frase, ma sapeva che era finalizzata ad una svaluta-
zione della figura di Socrate.
Capitolo primo 49
platoniche, abbia fatto ricorso ad un dialogo della cui autenticit dubitava
39
significa che non aveva trovato in nessun altro possibili riferimenti a De-
mocrito.
E veniamo ora all'aneddoto principale sui rapporti fra Platone e De-
mocrito riportato da Diogene Laerzio
Aristosseno nei Commentari storici, dice che Platone voleva bruciare tutti gli scritti
di Democrito che si potessero raccogliere, ma i Pitagorici Amicla e Clinia glielo
impedirono dicendo che non serviva a nulla: infatti i libri erano gi nelle mani di
molti. Ed chiaro: infatti Platone, che fa menzione di quasi tutti gli antichi, non
nomina da nessuna parte Democrito, ma neppure laddove dovrebbe confutarlo,
chiaramente sapendo che dovrebbe misurarsi col migliore dei filosofi
40
.
Tre sono i problemi principali posti dal testo di Diogene:
1. La diversit di stile, indiretto fino a iio e poi diretto da xoi
ogov or ha fatto pensare che solo la prima parte del resoconto provenga
da Aristosseno. Gigon sostiene che sarebbe costruita sul modello del rogo
dei libri di Protagora da parte degli Ateniesi. Platone, che nel decimo libro
delle Leggi si era scagliato contro i filosofi empi, avrebbe voluto punire con
l'annientamento dei libri l'empiet di non ben precisate affermazioni de-
mocritee. La seconda parte, invece, riguarderebbe il giudizio sul valore
filosofico di Democrito, l'unico a potersi contrapporre a Platone
41
.
2. Se si ammette, con Wehrli e Bollack
42
che si tratti invece di un
blocco compatto proveniente da Aristosseno e che faccia parte di un
gruppo di storielle sui plagi di Platone, la seconda parte non sarebbe ar-
monizzata con la prima. Infatti l'accusa di plagio contrasterebbe con l'as-
senza di Democrito nell'opera platonica.
3. Enigmatico poi il richiamo ai Pitagorici. Wehrli e Bollack hanno
cercato di integrarlo nel motivo del plagio: i Pitagorici avrebbero impedito
la distruzione dei libri, testimonianza del plagio di Platone, memori di
39
Il valore ipotetico di riar stato messo ultimamente in dubbio da Mansfeld 1994, 100 il
quale traduce con "because". Cf. tuttavia le convincenti controargomentazioni di Tarrant
1995, 150s.
40
Aristox. Fr. 131 Wehrli (Diog. Laert. 9,40) (68 A 1 DK; LXXX L.) Aiotorvo o' rv toi
Iotoixoi uaovgooi goi Ho tevo 0rgooi ouroi to Agoxitou ouyyooto,
oaooo rouvg0g ouvoyoyri v, Auxov or xoi Kriviov tou Hu0oyoixou xeuooi
outo v, e ouor v oro aoo aooi yo rivoi gog to iio. xoi ogov or ao vtev yo
oroov tev ooiev rvgr vo o Ho tev ouooou Agoxitou oiovgovruri, o'
ouo' r v0' o vtriari v ti outei oroi, ogovoti rioe e ao tov oiotov ou tei tev io-
ooev o oye v rooito. Accetto il testo canonico, mantenuto anche nell'ultima edizione di
Diogene Laerzio del Marcovich, che presenta alcune correzioni, ma necessarie, contro l'in-
verosimile mantenimento del testo dei Mss. proposto da Bollack 1967, 243s. (ogov rioe
e ao to v oiotov oute tev ioooev rooito. Sachant de toute vidence que quand il rpon-
dait au meilleur, il serait de cette manire parmi les philosophes).
41
1972, 153s.
42
Wehrli 1967, II, ad loc., 87; Bollack 1967, 243s.
Platone e Democrito 50
quello subito dalla loro setta
43
. Gigon lascia in sospeso la questione dichia-
rando enigmatica la loro presenza.
Il problema sintattico e quello della coerenza contenutistica dell'aned-
doto possono essere chiariti attraverso il confronto con altri passi di Dio-
gene Laerzio. In un passo della vita di Platone ricompare infatti il quesito
del perch il filosofo non abbia menzionato Democrito. Il brano offre una
lista di "invenzioni" platoniche: Platone stato il primo ad aver introdotto
nella filosofia il metodo dialettico, il primo ad aver usato termini specifici
come "elemento", "qualit", "dialettica", il primo ad aver studiato le po-
tenzialit della grammatica e, avendo egli per primo parlato contro quasi
tutti i suoi predecessori, ci si chiede perch non abbia ricordato Demo-
crito
44
. Questa lista risale a Favorino (II sec. d.C.), ma non certamente
inventata da lui perch una variante della stessa viene riportata anche dal-
l'autore dei Prolegomena alla filosofia platonica
45
e singole "invenzioni"
platoniche sono nominate anche da altri
46
. Favorino si rifatto verosimil-
mente ai Peripatetici di cui, a detta di Plutarco
47
, era un fervido
ammiratore. L'immagine di Platone come ae to rurtg e "rinnovatore"
della filosofia circolava infatti sicuramente in ambito peripatetico, ma era
seguita talvolta da un giudizio negativo. Mentre infatti Eudemo aveva
attribuito a Platone l'introduzione di otoiriov come termine tecnico per
"elemento", la fondazione di una nuova astronomia e, probabilmente,
anche di una nuova matematica
48
, Dicearco lo aveva definito nel con-
tempo rinnovatore e distruttore della filosofia in quanto, con il suo stile
raffinato, avrebbe creato una "moda" (la forma del dialogo) che allonta-
nava dalla vera filosofia (le ricerche specialistiche del Peripato)
49
. I
Peripatetici accettavano evidentemente alcuni assunti sviluppati dagli al-
lievi di Platone sulle innovazioni del maestro, ma ne mettevano in luce
43
Wehrli 1967, II, ad loc. 87; Bollack 1967, 242s. Wehrli si limita a formulare l'ipotesi, Bol-
lack interpreta invece ouvoyoyriv come "comprare" forzando il testo. La storia sarebbe
collegata con quella del famoso plagio del libro di Filolao, cf. Burkert 1972, 223ss.
44
Diog. Laert. 3,24 (LXXX L.) aeto tr o vtrigxe oroo v oaooi toi ao outou,
gtritoi oio ti g rvgo vruor Agoxitou.
45
Anon. Proleg. 5,1-46.
46
Cf. Barigazzi 1966, 219-20; Riginos 1976, 188.
47
Quaest. conv. 734 F.
48
Per il primo punto, cf. Eudem. Fr. 31 Wehrli, Burkert 1958, 174. Per l'astronomia, Eudem.
Fr. 148 Wehrli. Per la matematica, Eudem. Fr. 133 Wehrli. In Index Acad. P. Herc. 1021,
col. Y, nel quale Platone viene presentato come l'ispiratore di tutti i progressi compiuti
dalla matematica nell'Accademia, sono state fatte ipotesi diverse sulle fonti, ma il paralleli-
smo con la funzione attribuita a Platone da Eudemo nello sviluppo dell'astronomia ha fatto
propendere Gaiser 1988, 347 per Eudemo mediato da Dicearco. Cf. anche Dorandi 1991,
207s.
49
Ap. Philod., Index Acad. P. Herc. 1021, col. I. Che il testo riporti le parole di Dicearco ha
sostenuto Gaiser 1988, 314; cf. anche le considerazioni di Burkert 1993, 25s.
Capitolo primo 51
polemicamente anche i lati negativi. Nella vita di Platone di Diogene Laer-
zio si avverte un'eco di quella tradizione, epurata dalle polemiche perch
mediata da Favorino, un Accademico. Il quesito della non menzione di
Democrito da parte di Platone viene posto in modo neutrale come tema
di ricerca (gtritoi oio ti ). Nel brano della vita di Democrito, invece,
l'aggressivit antiplatonica ancora tutta presente e ben evidenziata e non
pu risalire n a Diogene stesso, che non mostra mai particolare avver-
sione nei confronti di Platone, n tantomeno al pitagorico platonizzante
Trasillo. Neppure l'aristotelismo tardo raggiunge punte polemiche cos
aspre nei confronti di Platone. Dunque anche la seconda parte del brano,
che spiega il perch Platone non abbia mai menzionato Democrito, deve
risalire ad Aristosseno.
L'improvvisa variazione di stile da diretto a indiretto senza soluzione
di continuit non d'altra parte un problema in Diogene: la si ritrova in-
fatti anche nell'aneddoto immediatamente precedente, derivato da Anti-
stene di Rodi
50
. E' probabile che anche il brano di Aristosseno sia stato
mediato da Trasillo. La sua identificazione del personaggio anonimo dei
Rivali in amore con Democrito infatti anche una risposta indiretta a chi
attaccava Platone e Socrate facendo perno sulla mancanza di accenni a
Democrito nelle opere platoniche.
Per quanto riguarda invece l'argomento di Gigon, che ipotizza una
provenienza diversa delle due parti del brano di Diogene Laerzio vedendo
nella prima una condanna morale di Democrito da parte di Platone, nella
seconda un giudizio filosofico, si pu osservare quanto segue: l'aneddoto
sul rogo dei libri democritei difficilmente stato costruito sulla tipologia
del rogo di quelli di Protagora per due motivi. Quest'ultimo risulta infatti
una misura pubblica con valenza politica (sarebbe stato infatti decretato
dagli Ateniesi) ed difficilmente trasferibile ad una vicenda privata (non
esistono nell'aneddotica antica altri esempi di simili proiezioni). Inoltre
sarebbe stato anacronistico rappresentare un Platone che vuole distrug-
gere per la sua empiet unicamente i libri di Democrito, quando avrebbe
avuto davanti altri esempi di presunti atei quali Protagora, Crizia o Pro-
dico citati spesso come tali nella tradizione successiva
51
. Dunque non ci
sono motivi per separare il brano di Diogene Laerzio in due parti e ci
50
Diog. Laert. 9,39 (FGrHist 508 F 14) r0ovto og goiv (scil. o Avtio0r vg) outo v rx tg
oaoogio toarivototo diav gein, otr aooov tg v ou oiov xotovoexoto trevfesqaiv tr oio
tgv oaoiov oao toorou Aoooou. e or aoriaev tivo tev rovtev eujdokivmhse,
oiaov rv0rou oog aoo toi ariotoi hjxiwvqh.
51
Per Protagora, cf. Sext. Emp. Adv. Math. 9,56 (80 A 12 DK). Per Crizia, cf. Sext. Emp.
Adv. Math. 9,54 con la citazione dei versi del Sisifo (88 B 25 DK). Per Prodico Sext. Emp.
Adv. Math. 9,51; cf. anche 9,18 (84 B 5 DK). Queste accuse di empiet sono comunque
nella maggioranza dei casi un topos letterario.
Platone e Democrito 52
sono invece buone ragioni per riportarlo nella sua globalit ad Aristos-
seno.
Se tutto il resoconto risale a lui, il fatto che Democrito sia assente dal-
l'opera platonica, porta ad escludere il motivo del plagio
52
come movente
del desiderio di Platone di bruciarne i libri. Il tono antiplatonico del brano
e la ricezione aristotelica di Democrito in funzione antiplatonica e antiac-
cademica suggeriscono invece un'altro motivo: Platone vuole toglierli dalla
circolazione perch li avverte come un pericolo per il suo prestigio anche
e soprattutto all'interno della sua scuola.
Un punto fondamentale per la comprensione e la contestualizzazione
del racconto costituito dall'enigmatica figura dei due "Pitagorici" i cui
nomi non sono fatti a caso. Clinia un personaggio citato anche altrove
da Aristosseno come modello di vita pitagorica
53
e Amicla, soprattutto,
non un pitagorico qualsiasi, ma uno dei fedelissimi discepoli di Platone.
Amicla di Eraclea nel Ponto era annoverato da Eudemo
54
, fra quei plato-
nici che avevano portato la geometria ad una maggiore perfezione. Una
variante del nome, Auxo, dovuta probabilmente ad una corruttela del
testo, ma con la stessa indicazione toponomastica, Hoxretg, si trova
nel catalogo dei discepoli di Platone in Diogene Laerzio (3,46). Amicla
compare inoltre come fedele discepolo del vecchio Platone, accanto a
Speusippo e Senocrate, in un aneddoto di parte accademica nel quale
viene sottolineata l'arroganza di Aristotele e i suoi tentativi di mettere in
difficolt il vecchio maestro, rintuzzati poi da Senocrate. Aristotele non
era amato da Platone per il suo comportamento e la sua eleganza troppo
raffinata e disdicevole per un filosofo. Il maestro quindi gli preferiva
Speusippo, Senocrate e Amicla. Durante un'assenza di Senocrate ed es-
sendo Speusippo malato e impossibilitato ad accompagnarlo, Platone usc
nel peripato esterno della scuola senza i discepoli pi fedeli. Aveva gi
ottant'anni e una memoria ormai piuttosto labile. Aristotele gli si fece
incontro e, postoglisi dinanzi, cominci a tendergli dei trabocchetti e a
porgli delle domande con un ben determinato intento confutatorio. Pla-
tone, comprendendone lo scopo, si ritir all'interno. Quando Senocrate
ritorn, non lo trov pi ad insegnare nel peripato dove l'aveva lasciato; al
suo posto c'erano Aristotele e i suoi seguaci. Senocrate not che quest'ul-
52
Accuse cos velate non sono, del resto, nello stile di Aristosseno, il quale rinfacciava aperta-
mente a Platone di aver copiato di sana pianta la Repubblica dagli Antilogici di Protagora (Fr.
67 Wehrli).
53
Aristox. Fr. 30 Wehrli, da Spintaro che aveva conosciuto direttamente anche Socrate (Fr.
54a Wehrli). Clinia menzionato anche da un altro peripatetico, Chamaileon (Fr. 4 Wehrli).
54
Eudem. Fr. 133 Wehrli che lo designa specificamente come ri tev Hotevo rtoiev
distinguendolo ad esempio da Menecmo, allievo di Eudosso, che aveva solo "frequentato"
Platone (Hotevi ouyyryove ).
Capitolo primo 53
timo, terminato il suo insegnamento, non rientrava presso il maestro, ma
se ne andava a casa propria, in citt. Chiese dunque notizie di Platone e
apprese che questi, costretto da Aristotele a ritirarsi, teneva ora scuola nel
suo giardino. Senocrate and a salutarlo e lo trov che dialogava con i
suoi numerosi discepoli. Quando il raduno si sciolse, rimprover Speu-
sippo per aver lasciato cacciare il maestro e poi affront Aristotele in
modo cos deciso che riusc ad estrometterlo e a restituire a Platone la sua
sede usuale
55
. Questo aneddoto presenta due gruppi contrapposti: da una
parte Platone e i suoi fedeli discepoli che, in assenza di Senocrate, non
riescono ad opporsi con sufficiente energia all'arroganza di Aristotele;
dall'altra lo Stagirita con una buona schiera di seguaci che assume un at-
teggiamento di sfida nei confronti del vecchio maestro. Se si inserisce
l'aneddoto di Aristosseno su Platone e Democrito nell'atmosfera dell'Ac-
cademia negli ultimi anni di Platone, come indica la presenza di Amicla,
correlato con questo periodo della sua vita, e lo si inquadra nel clima di
crescente rivalit fra Platone e i suoi fedelissimi e Aristotele e il suo
gruppo
56
, i particolari del racconto acquistano un loro valore funzionale. I
libri di Democrito, da un punto di vista peripatetico, costituiscono un
oggetto destabilizzante per il prestigio platonico: Aristotele li usa ripetu-
tamente nella sua opera in funzione antiplatonica. Aristosseno attribuisce
dunque a Platone il desiderio di bruciarli come un ultimo tentativo di sal-
vare il suo prestigio compromesso insinuando nel contempo maligna-
mente che Platone non ha mai fatto cenno a Democrito, anche quando
avrebbe dovuto contrapporglisi, per mancanza di validi argomenti. L'a-
neddoto riportato da Eliano presenta lo stesso atteggiamento rinunciatario
di Platone di fronte alla pressione della dialettica aristotelica. Davanti ad
Aristotele e, metaforicamente, davanti a Democrito, il vecchio Platone si
ritira.
La presenza di Amicla e Clinia, soprattutto in un autore come Aristos-
seno che ha dedicato a Pitagora e ai Pitagorici diverse opere, e ne ha co-
nosciuti alcuni di persona, non deve stupire. Il loro atteggiamento quello
di chi conosce i libri di Democrito e il loro impatto, ma anche di chi cerca
di preservare un autore a loro vicino. La tradizione che collega Democrito
ai Pitagorici infatti molto antica e contemporanea al filosofo stesso: se-
condo Glauco di Reggio era infatti discepolo di un non ben precisato
55
Ael. Var. hist. 3,19 (Xenocr. Fr. 11 IP; Arist. T 36 Dring). Sulla correlazione di questo
passo con quella serie di rappresentazioni dell'Accademia negli ultimi anni della vita di
Platone che compaiono nell'Index Academicorum e che risalgono alla generazione degli im-
mediati allievi di Platone o di Aristotele, cf. Burkert 1993, 18ss.
56
Per ulteriori aneddoti biografici sui rapporti fra Platone e Aristotele, cf. Dring 1957;
Swift-Riginos 1976.
Platone e Democrito 54
pitagorico
57
. Ecfanto, un Pitagorico contemporaneo di Platone, aveva
sostenuto tesi chiaramente atomiste
58
. E' probabile che anche alcune inter-
pretazioni pitagorizzanti di Democrito che emergono di tanto in tanto in
Aristotele siano influenzate da questa ricezione "pitagorica".
Dal resoconto di Aristosseno si possono trarre dunque alcune indica-
zioni:
1. egli non intravvedeva evidentemente nei dialoghi platonici alcuna
esplicita presenza di Democrito n attribuiva a Platone una diretta utiliz-
zazione delle dottrine atomiste ai fini dell'elaborazione del Timeo. Se infatti
avesse individuato nel dialogo delle affinit con l'atomismo, non avrebbe
certamente risparmiato a Platone delle accuse esplicite di plagio.
2. L'atmosfera e i personaggi dell'aneddoto rimandano agli ultimi anni
della vita di Platone. La ricezione di Democrito coinvolge soprattutto i
suoi allievi. Sono infatti principalmente loro, sia quelli favorevoli, come
Clinia e Amicla, che quelli ostili al maestro, come Aristotele, a prendere
posizione sull'opera democritea.
Queste considerazioni trovano conferma anche nell'opera aristotelica
dove Platone e Democrito vengono spesso confrontati, ma mai posti in
un rapporto di dipendenza diretta. Mentre Aristotele dice chiaramente che
Platone ha ripreso la dottrina pitagorica sostituendo unicamente il termine
mimesi con metessi
59
, pone la relazione fra Platone e Democrito (o Leu-
cippo) sempre e solo a livello tipologico, mai genetico.
Particolarmente significativo a questo proposito risulta il confronto di
due brani della Metafisica: A 6, 987a 29ss. e M 4, 1078b 12ss. Se vero che
i problemi posti dalla cronologia delle opere aristoteliche sono insolubili e
che difficile datare i libri dei vari trattati, nessuno mette tuttavia in dub-
bio che il secondo passo sia una rielaborazione del primo
60
. In Metaph. A 6,
987a 29ss. Aristotele traccia le linee della nascita della dottrina platonica
dell'uno e della diade: essa risulterebbe dalla confluenza di tre tradizioni,
quella eraclitea, quella socratica e quella pitagorica. Dagli Eraclitei Platone
avrebbe mutuato la concezione del continuo scorrere del sensibile e della
conseguente impossibilit di conoscere qualcosa su di essi, da Socrate,
interessato unicamente all'etica, la ricerca dell'universale e della defini-
zione, vale a dire la dottrina delle idee, dai Pitagorici, invece, il concetto di
57
Diog. Laert. 9,38 (68 A 1 DK; XVII, 154 L.). La notizia di Duride di Samo (FGrHist 76 F
23; 154 L.), secondo cui Democrito era allievo di Arimnesto figlio di Pitagora da spiegarsi
probabilmente come un tentativo di individuazione di questo generico pitagorico cui allude
Glauco.
58
51 1 DK (Hippol. Ref. 1,15); 51 2 DK (Aet. 1,3,19 [Stob. 1,10,16a]); 51 4 DK (Aet. 2,3,3 [Stob.
1,21, 6a]).
59
Metaph. A 6, 987b 10ss.
60
Cf. Annas 1976, 154 con riferimenti bibliografici.
Capitolo primo 55
partecipazione dei sensibili alle idee e l'idea del numero come principio. In
questo contesto non compare nessuna menzione di Democrito o di Leu-
cippo, anzi, poco prima, Aristotele sottolinea come solo i Pitagorici, fra i
presocratici, abbiano "cominciato a parlare di essenza e a definirla" anche
se lo hanno fatto in maniera troppo semplicistica
61
. Egli utilizza qui,
soprattutto per sottolineare la dipendenza di Platone dai Pitagorici, uno
schema canonico, probabilmente gi accademico, concepito per presen-
tare la dottrina platonica come compendio e culmine di tutte le ricerche
precedenti
62
. Il fatto che Democrito non compaia affatto, significa che
Aristotele non vedeva fra la dottrina democritea e quella platonica alcun
rapporto genetico n tantomeno un influsso diretto dell'una sull'altra,
influsso che invece egli espressamente ribadiva nel caso dei Pitagorici.
In Metaph. M 4, 1078b 12ss. Aristotele ripropone lo stesso schema per
giustificare la nascita della dottrina delle idee. Questa ha le sue radici nella
fusione della dottrina eraclitea del continuo scorrere del sensibile e del-
l'impossibilit di averne conoscenza con quella socratica della definizione
dell'universale ricercata attraverso la dialettica. Fra i fisici Democrito (con
il tentativo di definizione del caldo e del freddo) e, prima di lui, i Pitagorici
(definendo alcuni concetti per mezzo di numeri) avrebbero solo sfiorato
in qualche modo il problema della definizione dell'essenza
63
. Si tratta di
una seconda fase di sviluppo dello schema, come si pu dedurre dal ri-
chiamo alla precedenza dei Pitagorici su Democrito nella definizione del-
l'essenza. Quest'ultimo viene dunque inserito in uno schema gi preesi-
stente, ma in una prospettiva ben lontana da una parentela genetica.
La stessa tipologia del confronto a posteriori, con gradazioni che
vanno dal parallelismo neutrale all'utilizzazione polemica della dottrina
atomista contro quella platonica, si incontra costantemente nell'opera
aristotelica. Mi limiter a far riferimento ai brani senza affrontare la spi-
nosa questione della differenza fra Leucippo e Democrito che porterebbe
troppo lontano dal tema centrale. Si pu qui solamente osservare che, in
effetti, il nome di Leucippo compare senza quello di Democrito per lo
meno in un testo considerato molto antico come il libro A della Metafisica.
Il confronto neutrale, Leucippo e Platone si trovano appaiati e posti
61
Metaph. A 5, 987a 20-21 ari tou ti rotiv govto rv ryriv xoi oiro0oi, iov o
oae raoyotru0goov.
62
Lo schema presenta infatti la dialettica platonica come sintesi e superamento delle ricerche
precedenti distinte in fisica ed etica, uno schema che persiste nella tradizione platonica e
che ritroviamo nella vita di Platone di Diogene Laerzio (3,56) oute xoi tg ioooio o
oyo aotrov rv gv ovoriog e o uoixo, orutrov or Eexotg aoor0gxr to v
g0ixov, titov or Ho tev tov oiorxtixo v xoi rtrroiouygor tgv ioooiov.
63
Metaph. M 4, 1078b 19 tev rv yo uoixev rai ixov Agoxito g oto o vov xoi
eiooto ae to 0rov xoi to uov oi or Hu0oyorioi aotrov ari tivev oiyev,
ev tou oyou ri tou oi0ou o vgatov, oiov ti roti xoio g to oixoiov g yo o.
Platone e Democrito 56
sullo stesso piano per aver assunto l'eternit del movimento
64
(Aristotele si
riferisce qui al movimento disordinato della Chora nel Timeo
65
). Il solo Leu-
cippo come rappresentante dell'atomismo compare un'altra volta nell'o-
pera aristotelica e precisamente in De generatione et corruptione A 8
66
, che
verr esaminato dettagliatamente nel terzo capitolo. In questo testo, che si
inserisce nella trattazione dell'agire e del patire, Aristotele sottolinea, senza
commenti particolarmente polemici, le similarit e le differenze fra la dot-
trina dei triangoli e quella dei corpi indivisibili. Platone si differenzia da
Leucippo per il fatto che pone come indivisibili delle superfici invece che
dei solidi, e perch assume forme prime limitate invece che infinite e am-
mette inoltre che la generazione e la separazione avvengano solo attra-
verso il contatto mentre Leucippo le fa avvenire attraverso il contatto e il
vuoto (325b 25-33)
67
. Per il resto ambedue pongono dei principi indivisi-
bili e definiti dalla forma.
Pi apertamente polemici sono invece altri confronti riguardanti i
principi del mondo sensibile come in De gen. et corr. A 2. Qui infatti Ari-
stotele prende posizione, pur rilevandone l'incongruenza, a favore delle
tesi degli atomisti contro Platone. La divisione fino alle superfici assurda,
quella fino ai corpi, pur essendo anch'essa poco conforme a ragione, ha
comunque il merito di giustificare la genesi e il cambiamento ipotizzando
delle differenze di figura di posizione e di ordine dei corpuscoli. Invece
quelli che mettono insieme dei triangoli possono ottenere solo dei solidi,
ma non dei corpi in quanto questi enti matematici non possono generare
alcuna affezione tipica del corpo. Rispetto all'altro passo, compare qui
anche Democrito che viene nominato addirittura prima di Leucippo. Al di
l delle differenze di tono, comunque comune ad ambedue i brani il
confronto tipologico e non genetico delle tesi atomiste con quelle del
Timeo. Il tono di crescente polemica in questi brani del De generatione et
corruptione denota un dibattito sempre pi acceso e ruotante intorno alle
dottrine del Timeo, o meglio, intorno all'interpretazione che di questo dia-
logo davano gli allievi di Platone. Quest'ultimo, infatti, non ha mai parlato
di triangoli indivisibili come invece costantemente si afferma nel De genera-
tione et corruptione e come interpretavano anche gli altri allievi di Platone. Se
inoltre Aristotele sottolinea con insistenza la superiorit delle dottrine
64
Metaph. A 6, 1071b 31-37 (67 A 18 DK; 17 L.).
65
Cf. anche De cael. I 2, 300b 9-19.
66
L'ipotesi di De Ley 1968, 629ss. secondo cui tali brani sarebbero residui di appunti redatti
nel periodo di permanenza nell'Accademia non da sottovalutare.
67
Contrariamente a quanto sostiene Silvestre 1985, 38 n. 17, non c' in questo brano alcuna
conferma del fatto che Platone abbia utilizzato le dottrine atomistiche per la stesura del
Timeo. Aristotele instaura infatti unicamente un confronto tipologico, non genetico, fra le
due dottrine.
Capitolo primo 57
degli atomisti su quelle platoniche, altrettanto verosimile che dall'altra
parte, nell'Accademia, queste stesse dottrine fossero invece considerate
inferiori a quelle del maestro. Dunque l'opera aristotelica, in particolare il
De generatione et corruptione, riflette in certo modo l'atmosfera che troviamo
nell'aneddoto di Aristosseno e cio una polemica sempre pi aspra nei
confronti di Platone per condurre la quale viene utilizzato Democrito: le
sue teorie, secondo la rappresentazione aristotelica, sono in ogni caso
superiori a quelle platoniche. Questo confronto, dal quale Democrito esce
vincitore, sta probabilmente alla radice del maligno quesito, perch Pla-
tone non abbia mai fatto menzione di Democrito anche laddove (nel Ti-
meo?) avrebbe dovuto criticarlo.
Nell'opera aristotelica tuttavia, se pure in rari accenni, si pu cogliere
anche una rappresentazione pitagorizzante di Democrito che giustifica la
presenza nell'aneddoto di Aristosseno del pitagorico e dell'allievo pitago-
rizzante come consiglieri di Platone e, nel contempo, come tutori dei libri
di Democrito.
In particolare sono significativi due brani in cui a Democrito e ai Pita-
gorici vengono attribuite dottrine simili. In De cael. I 4, 303a 9-11 gli atomi
vengono esplicitamente equiparati ai numeri dei Pitagorici
in un certo modo anche costoro fanno di tutte le cose esistenti dei numeri e le
compongono da numeri; e se anche non lo manifestano chiaramente, tuttavia vo-
gliono dire proprio questo
68
.
Si tratta di una strana assimilazione che non compare altrove in Aristotele.
La ragione va forse cercata nella stretta relazione che quest'ultimo instaura
fra la concezione dell'anima degli atomisti e dei Pitagorici in De an. A 2,
404a 1-21: ambedue la porrebbero nel pulviscolo atmosferico
69
. Nello
stesso capitolo Aristotele allude alla eguaglianza fra le sferette democritee
e la monade, l'anima numero che muove se stesso, di Senocrate, a sua
volta "pitagorizzante". Se si pensa che la prima menzione di Democrito in
autori a lui posteriori compare nei due titoli di Eraclide Pontico
70
, notoria-
mente pitagorizzante, su di lui, risulta chiaro che le opere democritee non
erano conosciute solo da Aristotele, ma anche dagli allievi pitagorizzanti di
Platone.
68
Arist. De cael. I 4, 303a 9-11 (67 A 15 DK; 109, 174 L.) toaov yo tivo xoi outoi ao vto
to o vto aoiouoiv oi0ou xoi r oi0e v xoi yo ri g ooe ogouoiv, oe touto
ouovtoi r yriv.
69
Su questo brano, v. infra, VII 5.
70
68 A 34 DK; CXIX L.
Platone e Democrito 58
3. Sintesi
L'aneddoto di Aristosseno e i brani aristotelici ora esaminati forniscono in
qualche modo degli indizi per porre l'entrata dell'atomismo nell'Accademia
durante gli ultimi anni della vita di Platone. Leucippo e Democrito sono
stati recepiti e discussi dai suoi allievi "pitagorizzanti" e da Aristotele.
Quest'ultimo in particolare se ne servito per polemizzare contro il mae-
stro. Da questa atmosfera scaturisce l'aneddoto di Aristosseno sul deside-
rio di Platone di bruciare quei libri la cui diffusione avrebbe potuto infe-
rire un duro colpo al suo prestigio. Posto che comunque per lo meno gli
allievi pitagorizzanti di Platone devono aver conosciuto le dottrine atomi-
ste, come i criptici accenni aristotelici e l'aneddoto del salvataggio dei libri
di Democrito da parte dei "Pitagorici" sembra indicare, il problema
quello di stabilire se, nell'ambito della ricezione dell'atomismo antico, da
Aristotele in poi, si possa ritrovare qualche traccia di una "lettura" acca-
demica degli atomisti. Questo possibile per lo meno riguardo alla querelle
sui principi corporei o incorporei, impostata nel Sofista platonico, e pre-
sentata da Aristotele come dibattito fra Accademici e materialisti fra i quali
sono talvolta compresi anche gli atomisti. Lo stesso confronto riemerge in
Sesto Empirico, in un passo che riporta sicuramente anche dottrine acca-
demiche
71
, nella forma di una diaphonia fra gli "eredi dei Pitagorici", vale a
dire gli Accademici, e i sostenitori di dottrine corpuscolari, in particolare,
gli atomisti. Dalla critica alle dottrine che pongono come principi dei
corpi, ancorch invisibili, gli Accademici partono per ribadire la superio-
rit dei principi incorporei. Questo aspetto della ricezione di Democrito
verr trattato nel capitolo successivo.
71
Adv. Math. 10,248ss., v. infra, II 4.
Capitolo secondo
Principi corporei/ incorporei.
Atomisti antichi, Platone, Accademici da Aristotele a Simplicio
1. Il compito del vero fisico
La contrapposizione che Aristotele instaura fra atomismo antico e principi
accademici si inquadra nel pi ampio dibattito che egli conduce con la
scuola platonica sulla concezione della scienza. Per Aristotele esistono pi
scienze ognuna delle quali abbraccia un ambito limitato ed ha principi
propri
1
. Quelli del mondo fisico devono avere tutte le caratteristiche dei
corpi per poter generare i fenomeni. La ricerca fisica deve dunque tener
conto di questo limite. I principi dell'essere costituiscono invece il campo
di indagine di un'altra scienza, la scienza prima
2
, che studia l'essere in
quanto tale. Per Platone e per i suoi allievi, invece, la scienza sostanzial-
mente una, quella dell'essere, e ha una struttura piramidale al cui apice
stanno i principi ultimi; la matematica, l'astronomia, la fisica, sono solo
gradi nell'ascesa verso questi principi.
Aristotele imposta spesso sullo sfondo del problema generale dei
principi propri alla fisica il confronto fra atomisti e Platone/ Accademici,
confronto dal quale i primi risultano sempre vincitori proprio perch
hanno posto a fondamento della realt naturale dei corpi. Il motivo con-
duttore della critica agli Accademici invece quello di aver assunto come
principi del mondo fisico degli enti matematici che si situano ad un livello
completamente differente e non possono generare alcun fenomeno fisico.
Nel primo libro della Metafisica, pur considerandosi ancora, all'atto della
stesura di queste considerazioni, un membro dell'Accademia (come indica
1
Sulla stretta correlazione fra l'ambito di ricerca e i suoi principi e sulla conseguente diffe-
renziazione negli obiettivi e nei metodi, cf. Wieland 1970, 52-58.
2
Cf. e.g. Phys. A 2, 184b 25s.
Principi corporei/ incorporei 60
l'uso della prima persona plurale), Aristotele critica dall'interno questo
modo di affrontare la ricerca sulla natura
E, in generale, mentre la "sapienza" ricerca la causa dei fenomeni evidenti, noi
abbiamo tralasciato di indagare proprio questo (infatti non diciamo nulla sulla
causa da cui trae origine il mutamento) e, credendo di enunciarne la sostanza, af-
fermiamo che vi sono altre sostanze, ma, per dimostrare che queste ultime sono
sostanze di quelle, parliamo a vuoto; infatti la partecipazione, come abbiamo detto
anche prima, non nulla. [...] ma la filosofia, per quelli dei nostri giorni, dive-
nuta matematica anche se loro affermano che si deve studiare la matematica in
vista di altri fini
3
.
Poco pi oltre, Aristotele critica la concezione di un'unica scienza i cui
principi sarebbero il fondamento anche del mondo sensibile sottolineando
che una scienza operante fuori dalle sensazioni non potr mai averne co-
noscenza
4
. Quelli che sostengono la dottrina delle idee, come egli afferma
nel secondo libro della Fisica
5
, fanno come il matematico che studia s gli
stessi oggetti del fisico, ma astrae col pensiero dalla loro fisicit e li consi-
dera come se fossero privi di movimento. Una costante della critica ari-
stotelica a Platone e agli Accademici proprio la debolezza dei loro fon-
damenti epistemologici e del loro metodo: essi riducono tutto a un
numero limitato di ipotesi teoriche che ritengono assolutamente vere
senza occuparsi di ci che ne consegue per la realt fenomenica. Il fine
della fisica per proprio quello di trovare una spiegazione in consonanza
coi fenomeni
6
.
Per gli Accademici, invece, il fenomeno non qualcosa di evidente da
accettare come tale, ma un punto di partenza per un cammino a ritroso
verso i veri fondamenti dell'essere, i primi principi, che si situano fuori del
mondo fisico e che sono individuabili solo attraverso la dialettica. I fon-
damenti di questa concezione, come risaputo, sono gi enunciati da
Platone soprattutto nel Timeo, nella Repubblica e nel Filebo. La realt fisica,
in quanto in continuo fluire, non offre alcuna possibilit di una scienza
sicura; la scienza vera solo quella dell'invisibile e dell'intellegibile sempre
uguale a se stesso ed eterno
7
. E' necessario dunque superare il comune
3
Metaph. A 9, 992a 24-29 oe or gtouog tg ooio ari te v ovrev to oitiov, touto
rv rioxorv (ou0r v yo ryorv ari tg oitio o0rv g og tg rtoog), tg v o
ouoiov oiorvoi ryriv oute v r tro rv ouoio rivoi orv, oae o rxrivoi toutev
ouoioi, oio xrvg r yorv to yo rtrriv, eoar xoi aotrov riaorv, ou0r v rotiv.
[...] oo yryovr to o0goto toi vu v g ioooio, ooxo vtev oev oiv outo oriv
aoyotruro0oi.
4
Metaph. A 9, 992b 18-993a 10.
5
Phys. B 2, 193b 22-37.
6
De cael. I 7, 306a 5-26.
7
Ti. 51e-52a tou tev or ou te ro vtev oooygtrov rv r v rivoi to xoto touto rioo
rov, oyrvvgtov xoi over0ov, outr ri r outo riooro rvov oo oo0rv outr outo
Capitolo secondo 61
metodo di ricerca dei fisici che si arresta ai principi corporei per rivolgersi
invece a quelle che sono le vere cause prime del reale, incorporee e intel-
legibili
8
. I fisici si arrestano al mondo del divenire, ma non raggiungono la
conoscenza vera che si pu acquisire solo studiando le cose eterne e
prime in se stesse
9
. Questo ha come conseguenza anche la totale svaluta-
zione dell'aspetto empirico delle scienze in quanto l'empiria opera su sin-
goli oggetti corporei, in s non conoscibili con sicurezza, senza astrarne le
forme eterne. Il vero geometra non studierebbe mai seriamente per sco-
prirvi i concetti geometrici disegni anche bellissimi fatti da un pittore
espertissimo cos come il vero astronomo non studia i movimenti degli
astri reali nella loro corporeit, ma coglie teoricamente i rapporti numerici
fra questi astri e i fra i loro movimenti. Per Platone, dunque, bisogna pro-
cedere non con l'osservazione, ma formulando dei problemi e lasciar per-
dere sia le figure geometriche reali, che i corpi celesti reali se vogliamo far
funzionare davvero l'elemento intelligente dell'anima
10
.
In questa tensione fra il superamento della fisica da parte di Platone e
degli Accademici e il ritorno alla fisica su altre basi rispetto a quelle dei
filosofi della natura da parte di Aristotele si colloca il dibattito sugli atomi-
sti antichi.
2. La gigantomachia del Sofista e lo schema
principi corporei/ incorporei in Aristotele
Come gi osservato nel primo capitolo, difficilmente Platone faceva pre-
cisi riferimenti agli atomisti. Tuttavia spesso ci si appoggia su un passo
specifico per dimostrare il contrario: la "gigantomachia" del Sofista. Qui lo
straniero di Elea accenna a due schiere contrapposte: coloro che conside-
rano come ouoio solo quello che si pu toccare, cio il corpo, e i sosteni-
tori delle forme intellegibili e incorporee
Str. E dunque sembra che fra di loro si combatta come una gigantomachia a
causa del dibattito sull'essenza. [] Gli uni trascinano tutto dal cielo e dall'invisi-
bile sulla terra, afferrando semplicemente con le mani rocce e querce. Infatti toc-
cando tutte queste cose assicurano che esiste solo quanto offre qualche possibi-
lit di essere toccato e palpato, definendo l'essenza e il corpo la stessa cosa e
ri oo aoi iov, oootov or xoi oe o voio0gtov, tou to o og vogoi rigrv raioxo-
ariv to or oevuov ooiov tr rxrivei orutrov, oio0gtov, yrvvgto v, arogr vov o ri,
yiyvorvov tr r v tivi toaei xoi aoiv rxri0rv oaourvov, oogi rt oio0gore ar-
igatov. Cf. anche Resp. 524c-d.
8
Ti. 46d; 48a-b; 68e.
9
Phil. 58c-59b.
10
Resp. 529d-530c.
Principi corporei/ incorporei 62
guardando dall'alto in basso chi affermasse che qualcos'altro che non ha corpo ,
senza voler ascoltare null'altro Teet. Parli sicuramente di uomini tremendi; in-
fatti anch'io ho gi avuto occasione di incontrarne numerosi Str. Per questo i
loro oppositori nel dibattito si difendono assai prudentemente dall'alto, da una
certa zona dell'invisibile, incalzandoli col dire che la vera essenza sono certe
forme intellegibili e incorporee e, facendo a pezzettini nelle loro argomentazioni i
corpi di quegli altri e quella che loro chiamano verit, li definiscono un divenire
incessante invece che un'essenza. Riguardo a queste cose c' sempre stata fra gli
uni e gli altri, o Teeteto, un'accanita battaglia
11
.
Chi si debba identificare nei due gruppi stato oggetto di infinite conget-
ture
12
. In ogni caso l'opposizione fra coloro che ammettono solo essenze
corporee e coloro che, al contrario, assumono come essenze forme incor-
poree una novit introdotta da Platone accanto a schemi oppositivi
preesistenti e da lui stesso utilizzati
13
e si inserisce nel quadro pi generale
della ricerca dei principi ultimi del reale. In questo contesto tutti i fisici
sono coinvolti nella denominazione di materialisti in quanto il campo
comune della loro scienza quello della natura e del sensibile e quindi dei
corpi, un modello superato solo da Platone e dai suoi allievi. Che la tipo-
logia dei materialisti fosse una struttura generica e aperta, passibile di rice-
vere qualsiasi contenuto a seconda della discussione e del contesto di-
mostrato dal fatto che in Aristotele l'identit dei sostenitori di principi
corporei varia da testo a testo proprio perch tutti i cosiddetti "filosofi
della natura" vengono considerati "materialisti"
14
. La tipologia dei sosteni-
11
Soph. 246a EE. xoi g v roixr yr r v ou toi yiyovtooio ti rivoi oio tgv oiogtgoiv
ari tg ouoio ao ogou. [...] oi r v ri yg v r ouovou xoi tou oootou ao vto
rxouoi, toi roiv otrve arto xoi ou arioo vovtr. te v yo toioutev
roatorvoi aovtev oiiouiovtoi touto rivoi ovov o aorri aooogv xoi raog v
tivo, tou tov oeo xoi ouoiov oiorvoi, te v or oev ri ti ti gori g oeo rov
rivoi, xotoovouvtr to aooaov xoi ouor v r0rovtr oo oxou riv. OEAI. g orivou
rigxo o voo gog yo xoi r ye toutev ouvoi aoortuov. EE. toiyoou v oi ao
outou oiogtou vtr oo ruoe o ve0rv r oootou ao0r v ouvovtoi, vogto otto
xoi ooe oto riog ioorvoi tg v og0ivg v ouoiov rivoi to or rxri vev oeoto xoi tgv
ryor vgv ua ou tev og0riov xoto oixo oio0ouovtr r v toi oyoi yrvroiv o vt
ouoio ror vgv tivo aoooyoruouoiv. r v roei or ari touto oarto o otrev
og ti, e Oroitgtr, o ri ouvrotgxrv. Per la definizione dei materialisti come "non ini-
ziati, uomini rozzi, duri e resistenti" i quali danno il nome di ousia solo a ci che corpo,
cf. anche Theaet. 155e.
12
Cf. in particolare la lista fornita da Dis 1925, 291-293; Friedlnder III, 1975, 476 n. 44.
Ambedue sono per convinti dell'impossibilit di individuare l'identit di questo gruppo e
sottolineano il carattere generalizzante della descrizione platonica. Questa ipotesi con-
fermata a mio parere dall'affermazione di Teeteto di avere incontrato spesso individui
come i materialisti descritti dallo straniero.
13
Sui modelli "dossografici" preplatonici utilizzati poi anche da Aristotele, cf. von Kienle
1961, 38-57; Mansfeld 1986 [1990b, 22-83].
14
In Metaph. A 5, 987a 3-5 i sostenitori di principi corporei sono in generale "i primi filosofi",
in I 5, 1010a 1-3 tutti i presocratici fino ad Omero. In De cael. I 1, 298b 15-26 rientrano in
Capitolo secondo 63
tori delle forme incorporee del Sofista rimanda invece inequivocabilmente
a Platone e ai suoi allievi
15
.
In alcuni passi Aristotele riprende per intero lo schema del Sofista ri-
producendo le argomentazioni degli Accademici contro la concezione del
corpo come sostanza. Sebbene egli non offra chiare indicazioni sull'iden-
tit delle dottrine materialiste prese di mira dai sostenitori dei principi
incorporei, ci sono tuttavia indizi che rimandano alle tesi atomiste. In
Metaph. B 5, sottoponendo a verifica l'affermazione che le sostanze vere
sono gli enti matematici, Aristotele riproduce le argomentazioni con le
quali gli Accademici hanno superato la concezione del corpo come so-
stanza.
In quanto a ci che sembrerebbe indicare in maggior grado la sostanza, cio l'ac-
qua, la terra, il fuoco e l'aria, di cui sono costituiti i corpi composti, le loro affe-
zioni, il caldo, il freddo e le altre di tal genere non sono sostanze; come ente e so-
stanza permane invece solo il corpo che subisce queste affezioni. Ma il corpo
meno sostanza della superficie, questa della linea e questa della monade e del
punto; il corpo infatti delimitato da queste e sembra che queste possano sussi-
stere senza il corpo, il corpo invece non possa senza quelle. Perci i molti e gli
antichi erano del parere che il corpo fosse l'ente e la sostanza, le altre cose sue af-
fezioni, talch anche i principi dei corpi sarebbero i principi delle cose esistenti; i
moderni, invece, che sembrano pi sapienti di quelli, hanno posto come principi
delle cose esistenti i numeri
16
.
Le dottrine degli "antichi", che ipotizzano come ousia solo il corpo in
quanto tale e che i sostenitori degli enti matematici e dei numeri ritengono
di superare, hanno le caratteristiche tipiche dell'atomismo. E' infatti solo
Democrito fra i predecessori di Platone a porre alla base del mondo sen-
sibile semplici corpi privi di affezioni
17
. Aristotele, con un'ironia di stampo
questa categoria anche Parmenide e Melisso pur avendo essi attribuito ai sensibili caratteri-
stiche tipiche degli enti eterni. In Phys. A 6, 213a 19ss. sono gli "uomini comuni" a soste-
nere che gli enti veri sono solo corpi.
15
Sulle varie identificazioni degli amici delle forme, cf. Dis 1925, 292 n. 1 e Friedlnder III,
1975, 476 n. 44.
16
Metaph. B 5, 1001b 32-1002a 12 o or oiot ov oorir ogoi vriv ouoiov, uoe xoi yg
xoi au xoi og, r ev to ou v0rto oeoto ouvrotgxr, toutev 0rotgtr rv xoi u-
otgtr xoi to toiouto ao0g, oux ouoi oi, to or oeo to tou to araov0o ovov uao-
rvri e o v ti xoi ouoi o ti ouoo. oo g v to yr oeo gttov ouoio tg raiovrio, xoi
outg tg yog , xoi outg tg ovooo xoi tg otiyg toutoi yo e iotoi to oeo,
xoi to r v ovru oeoto rvor ro0oi ooxri rivoi to or oe o o vru toutev oou votov.
oioar oi rv aooi xoi oi aotrov tg v ouoiov xoi to ov eiovto to oeo rivoi to or
oo toutou ao0g, e otr xoi to oo to tev oeotev te v ovtev ri voi oo oi o
uotroi xoi ooetroi toutev ri voi ooovtr oi0ou.
17
Sulla definizione democritea della "sostanza", cf. Arist. Metaph. M 4, 1078b 19-21 (68 A 36
DK; 99, 171 L.), supra, I 2 n. 63; Theophr. ap. Simpl. In de cael. 299a 2, 564,24 (68 A 120
DK; 171 L.), infra, 6. 3 n. 137.
Principi corporei/ incorporei 64
platonico
18
, liquida la presunta superiorit degli Accademici ristabilendo le
proporzioni. In un diverso contesto, nel quarto libro del De caelo, il con-
fronto fra gli antichi e i moderni, che si conclude con una notazione si-
mile, ha come protagonisti atomisti e Accademici: Platone e i suoi allievi
hanno spiegato la leggerezza e la pesantezza dei corpi composti col fatto
che essi sono formati da una quantit pi piccola o pi grande di triangoli:
Gli uni [Platone e i suoi allievi] hanno dunque definito in questo modo il leggero
e il pesante; ad altri [gli atomisti]
19
, invece, una definizione di questo genere non
sembr sufficiente, ma, pur appartenendo ad un'epoca pi antica, elaborarono
concezioni pi nuove su quanto ora esposto
20
.
Anche qui Aristotele sottolinea, sebbene in maniera meno ironica e pun-
gente, che le teorie degli atomisti, pur essendo pi antiche, sono superiori
a quelle pi recenti degli Accademici. In ambedue i brani, della Metafisica e
del De caelo, si ritrova comunque lo spirito dell'aneddoto di Aristosseno:
come l il prestigio di Platone, cos qui quello dell'Accademia in generale
subisce un duro colpo nel confronto con le dottrine atomiste.
Uno schema ancora pi vicino nell'espressione linguistica a quello del
Sofista si ritrova in Metaph. Z 2. Qui Aristotele nomina espressamente co-
loro che ritengono i corpi meno sostanze degli incorporei, e i limiti dei
corpi e i numeri come le vere ousiai
Sembra ad alcuni che i limiti del corpo, cio la superficie, la linea, il punto e la
monade, siano sostanze e ancor pi del corpo e del solido. Inoltre gli uni pen-
sano che oltre ai sensibili non ci sia nulla di tal genere, gli altri invece ritengono
che ce ne siano di pi e che siano pi eterni, come Platone, il quale considera che
le idee e gli enti matematici siano due sostanze e che la terza sia quella dei corpi
sensibili. Speusippo, invece, pone un numero ancora maggiore di sostanze, co-
minciando dall'uno, e principi per ciascuna sostanza: uno per i numeri, uno per le
grandezze e poi per l'anima e, in questo modo, allarga il numero delle sostanze.
Alcuni, invece, affermano che le idee e i numeri hanno la stessa natura e che le
altre cose, le linee e le superfici fino alla sostanza dell'universo e agli oggetti sen-
sibili, dipendono da queste
21
.
18
Cf. Pl. Theaet. 180d.
19
Che siano gli atomisti risulta chiaro dal seguito, 309a 2ss.
20
De cael. A 2, 308b 29 oi r v ou v toutov to v toaov ari xouou xoi oro oieioov toi
o ou ixovov roorv oute oirri v, oo xoiar o vtr ooiotroi toi gixioi xoivo-
tre rvogoov ari te v vuv r0r vtev.
21
Metaph. Z 2, 1028b 16 ooxri or tioi to tou oeoto aroto, oiov raio vrio xoi yog
xoi otiyg xoi ovo , rivoi ouoi oi, xoi oov g to oeo xoi to otrrov. rti aoo to
oio0gto oi r v oux oiovtoi ri voi ouorv toiou tov, oi or arie xoi o ov ovto oioio,
eoar Hotev to tr riog xoi to o0gotixo ouo ouoio, titgv or tgv tev oio0gtev
oeotev ou oiov, Earu oiaao or xoi ariou ouoi o oao tou r vo oo rvo, xoi oo
rxootg ouoio, ogv r v oi0ev ogv or ryr0e v, rarito ug xoi toutov og to v
toaov rarxtri vri to ouoio. rvioi or to rv riog xoi tou oi0ou tgv outg v rriv
Capitolo secondo 65
Anche qui Platone, Speusippo e Senocrate (il sostenitore delle idee-nu-
mero) partono dal confronto con coloro che pongono le sostanze nei
sensibili per sviluppare poi una gerarchia degli incorporei fino ai principi.
Rispetto al brano precedente della Metafisica qui i Platonici sottolineano
che le loro sostanze sono "pi eterne" dei corpi. Questo stesso dibattito
sulle sostanze eterne si avverte in sottofondo nel resoconto aristotelico su
Democrito riportato da Simplicio. Aristotele esordisce infatti spiegando
che Democrito avrebbe individuato "la natura delle cose eterne" in "pic-
cole sostanze"
22
. I principi atomistici vengono qui inquadrati in un dibat-
tito pi ampio sulla natura delle sostanze eterne (corpi privi di affezioni o
incorporei?) gi inscenato nella gigantomachia del Sofista e rappresentato
con attori pi definiti nei passi della Metafisica analizzati sopra. Se Aristo-
tele, riprende la diaphonia del Sofista, facendo intravvedere una contrappo-
sizione degli Accademici agli atomisti, possibile che la critica degli "amici
delle forme incorporee" cui Platone allude, si sia concentrata ad un certo
punto, negli ultimi anni di vita del maestro, specificamente contro questi
ultimi. Nel clima di rivalit fra l'Accademia e il Peripato non stupisce che
proprio quelle tesi che gli allievi di Platone ritenevano superate dalla dot-
trina dei principi incorporei, fossero invece da Aristotele considerate net-
tamente superiori e utilizzate per minare il prestigio dei Platonici. Nei
brani della Metafisica aristotelica si lasciano comunque intravvedere gli
indizi di una critica agli atomisti che Sesto Empirico, nel decimo libro
Contro i Matematici, attribuisce ai "figli dei Pitagorici" (gli Accademici ap-
punto) e che verr esaminata pi oltre.
3. Platone e Democrito in Teofrasto
Teofrasto nel De sensibus riprende dei concetti aristotelici, ma mantiene il
parallelo Platone/ Democrito su un piano di neutralit. Essi sarebbero gli
unici ad aver affrontato il problema della definizione della natura dei sen-
sibili nel modo pi ampio e ad averli trattati individualmente. Platone per
non avrebbe negato loro una physis, mentre Democrito ne avrebbe fatto
delle semplici affezioni della sensazione
23
. Ambedue avrebbero comunque
disatteso le loro premesse elaborando in pratica delle tesi opposte ai loro
ooi uoiv, to or oo rorvo, yoo xoi raiaroo, ri ao tgv tou ouovou
ouoiov xoi to oio0gto.
22
Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279 b 12, 295,1-2) (68 A 37 DK; 172 L.) Agoxito
gyritoi :jv :ov ototov o:otv tt vot atxoo o:oto ag0o oariou.
23
De sens. 60 (68 A 135 DK; 71 L.) Ago xito xoi Hotev rai arioto v rioiv grvoi,
xo0 rxootov yo ooiouoi agv o rv oux oaootrev tev oio0gtev tg v uoiv,
Agoxito or ao vto ao0g tg oio0gore aoiev.
Principi corporei/ incorporei 66
scopi. In questa maniera Teofrasto pone sullo stesso piano le loro dottrine
e le accomuna nella critica. Altrove egli accennava, sulla scia di Aristotele,
a coloro che, considerando semplici affezioni le quattro qualit fonda-
mentali, proseguivano la ricerca al di l di queste fino alle cause prime
24
.
Platone il primo referente, ma Democrito, che aveva cercato di definire
"la sostanza del caldo e del freddo"
25
, veniva in una certa misura inglobato
nello schema. Teofrasto riteneva tuttavia superfluo ricercare la causa di
questi fenomeni fisici e, altrove, criticava proprio per questo Platone so-
stenendo che ridicolo domandarsi perch il fuoco brucia e la neve raf-
fredda
26
. Lo schema teofrasteo nel quale Platone e Democrito vengono
posti in maniera neutrale sullo stesso piano e criticati conseguentemente
per aver ricercato ulteriori cause delle qualit fondamentali determina poi
gran parte della tradizione posteriore.
Il quadro finora delineato, soprattutto attraverso Aristotele, con ri-
scontri nei testi platonici e con uno sguardo alla posizione di Teofrasto ci
offre dunque sostanzialmente tre modelli di confronto fra Platone/ Acca-
demici e gli atomisti.
1. Lo schema apertamente polemico di Aristotele che vede in Platone
e negli Accademici coloro che trattano la fisica coi logoi e assumono quindi
principi inadeguati per quest'ambito. Egli utilizza all'occasione le dottrine
atomiste in funzione antiplatonica e antiaccademica sottolineandone la
superiorit nel campo della ricerca fisica. Il confronto verte comunque
principalmente sulle dottrine del Timeo reinterpretate dagli allievi e, in
misura minore, su quella delle idee-numero. L'utilizzazione polemica delle
teorie atomiste contro Platone e gli Accademici da parte di Aristotele va
inquadrata nel contesto pi vasto della concorrenza fra le due scuole:
dall'altra parte probabilmente, come si pu dedurre dagli accenni aristote-
lici stessi, gli Accademici cercavano di dimostrare la superiorit delle loro
tesi su tutte quelle che ponevano principi corporei, in particolare l'atomi-
smo.
2. Il secondo modello di confronto consiste nell'opposizione critica
degli Accademici a tutte le dottrine materialiste, gi adombrata nella gi-
gantomachia del Sofista. L'atomismo, in particolare, che poneva il corpo in
24
Theophr. De igne 7-8 oo yo touto roixrv ri rie tivo oxriv r xrriv go te v
uaoxrir vev, g gtri to aeto oitio. oi vrtoi yo ou te oovouoi to 0rov xoi
to uov eoar ao0g tivev rivoi xoi oux ooi xoi ouvo ri.
25
Arist. Metaph. M 4, 1078b 19-21 (68 A 36 DK; 99, 171 L.), supra, I 2 n. 63; per l'opinione di
Teofrasto, cf. Simpl. In De cael. 299a 2, 564,24, infra, n. 137.
26
Theophr. Fr. 159 FHS&G (Procl. In Tim. II,120,18-22) toiouto rv o Oroooto raiti-
oi tei Ho tevi ari tgoor tg uoyovio, ouor rai tev uoixe v ao vtev ryev oriv
go raigtriv to oio ti yroiov yo goiv oaori v, oio ti xoiri to au xoi oio ti uri
g iev.
Capitolo secondo 67
s privo di qualit a fondamento del mondo fisico, doveva essere ad un
certo punto diventato l'obiettivo principale per chi, invece, non si fer-
mava, ma procedeva nella ricerca fino alle sostanze incorporee, ai numeri
e ai principi ultimi, uno e diade indefinita. In questo contesto, il termine di
confronto non era solo il Timeo, ovviamente reinterpretato, ma anche e
soprattutto la dottrina dei primi principi. Questo schema oppositivo, che
riproduce quello del Sofista platonico, presupposto in alcuni passi della
Metafisica aristotelica.
3. Un paragone sostanzialmente neutro, quello di Teofrasto, che si ri-
chiama in parte ad Aristotele, ma senza le sue punte polemiche, e cerca di
confrontare a livello tipologico gli atomisti e Platone in particolare sul
problema dei fondamenti delle qualit elementari prendendo in considera-
zione soprattutto la dottrina del Timeo.
Il modello di confronto polemico aristotelico, fuori dall'ambito delle
discussioni a lui contemporanee e soprattutto a causa dell'enorme influsso
del platonismo non poteva ovviamente essere assunto nella tradizione
posteriore. Esso poteva semmai valere limitatamente a singole osserva-
zioni critiche e sembra essere stato utilizzato in questo modo da Epicuro e
dalla sua scuola
27
. Nella tradizione tarda che riporta notizie sui principi di
Democrito e di Platone ha prevalso, per ovvi motivi, il modello neutro
teofrasteo anche perch Teofrasto costituiva il principale punto di riferi-
mento per la dossografia antica.
La polemica di segno opposto a quella aristotelica, quella cio degli
Accademici contro gli atomisti, emerge invece in un brano del decimo
libro Contro i Matematici di Sesto Empirico. Esso si discosta, non solo per il
suo carattere dialettico, ma anche per il contenuto (confronto fra atomi-
smo e dottrina dei principi), dagli altri resoconti tardi facenti capo alla
tipologia teofrastea di parallelismo neutro fra l'atomismo e la geometria
del Timeo e restituisce probabilmente quel nucleo di discussione sull'ato-
mismo antico nell'Accademia di cui sono rimaste solo labili tracce nell'o-
pera aristotelica.
Qui di seguito il brano di Sesto verr trattato dettagliatamente e con-
frontato con il resto della tradizione tarda facente capo al modello teofra-
steo e ai suoi intermediari. Si potr quindi cominciare a precisare entro
quali binari si muove la tradizione sull'atomismo antico fuori dai testi
fondamentali di Aristotele e Teofrasto, un lavoro necessario anche per
operare un distinguo fra notizie di autori tardi di varia provenienza e valore
che non hanno certamente attinto agli originali.
27
Cf. su questo punto, infra, VI 3. 1.
Principi corporei/ incorporei 68
4. La tradizione "diafonica". Accademici contro atomisti in
Sesto Empirico Adv. Math. 10,248-262 (121 L.)
Adv. Math. 10,248-262 costituisce un testo fondamentale per ricostruire
un'eventuale discussione dell'atomismo nell'Accademia. Si tratta di un
passo molto discusso, non solo per il suo valore di testimonianza sulla
dottrina accademica, ma anche per i vari problemi che esso pone. Il primo
un problema di attribuzione: il brano si riferisce alle lezioni platoniche
Sul bene o piuttosto alle interpretazioni che ne davano gli allievi? Il se-
condo, quello che in questo contesto interessa pi da vicino, riguarda
l'autenticit della polemica dei cosiddetti Pitagorici contro gli atomisti: si
tratta solo di una ricostruzione a posteriori o ha un valore anche storico?
Il terzo punto, il pi controverso, riguarda la fonte del brano di Sesto.
Prima di affrontare l'analisi del brano opportuno premettere un
dettaglio importante spesso trascurato e cio che Sesto ne fornisce una
redazione parallela e riassuntiva negli Schizzi Pirroniani (3,151ss.). In questa
versione, di stile tipicamente dossografico, mancano sia l'esposizione det-
tagliata delle varie teorie che i riferimenti a polemiche dirette. Attraverso il
confronto dei due passi possibile perci stabilire quali sono i punti della
redazione originale della fonte che Sesto ha mantenuto nel resoconto
principale, ma che ha giudicato poi non essenziali nella redazione riassun-
tiva.
Il resoconto di Sesto si presenta piuttosto articolato. Molto probabil-
mente la sua fonte aveva attinto a sua volta a pi fonti, come indica lo
stacco fra i paragrafi 262 e 263
28
. Nei paragrafi che seguono, vengono
infatti esposte altre versioni di dottrine accademiche: quella delle catego-
rie, quale si ritrova anche in Ermodoro, diretto allievo di Platone
29
, e la
versione manualistica, canonica negli autori tardi e di probabile prove-
nienza posidoniana
30
, della derivazione del tutto dai numeri. Per il tema
qui trattato sono per rilevanti i paragrafi 248-262 in quanto sono gli unici
a riportare una diaphonia dei Pitagorici (Accademici) con gli atomisti nella
ricerca dei principi. L'excursus sui numeri in cui questa compare viene in-
28
Sext. Emp. Adv. Math. 10,262s. xoi oti toi og0rioi outoi rioiv tev oev ooi,
aotxt!o oi Hu0oyoixoi oioooxouoiv.
29
Cf. Hermod. Fr. 7 IP. Per i rapporti fra i due testi, cf. Heinze 1892, 38ss.; Wilpert 1941,
230; De Vogel 1949, 205ss.; Theiler 1964, 92; Krmer 1959, 284; Isnardi Parente 1979,
108s.; 1982 440s.
30
Cf. Burkert 1972, 54ss. La teoria della u oi del punto riportata nei 281-283 era stata
comunque per lo meno sicuramente trattata e difesa anche da Eratostene (Sext. Emp. Adv.
Math. 3,28). Cf. Isnardi Parente 1992, 159-163.
Capitolo secondo 69
trodotto nella discussione sul tema del tempo trattato poco prima perch,
come osserva Sesto, con i numeri che si misura il tempo
31
.
Egli passa poi ad una considerazione generale sull'importanza dei nu-
meri nella fisica dei "Pitagorici"
Dopo aver portato a termine l'esame di quel tema [il tempo], riteniamo oppor-
tuno fare un resoconto anche su questo [il numero], soprattutto perch i pi sa-
pienti fra i fisici hanno attribuito ai numeri una tale importanza da farne i principi
e gli elementi di tutte le cose. Costoro sono i seguaci di Pitagora di Samo. Quelli
che filosofano veramente essi dicono sono simili a quelli che studiano il di-
scorso. Come infatti questi ultimi esaminano prima le parole (infatti il discorso
composto da parole) e, poich le parole sono composte da sillabe, esaminano
prima ancora le sillabe, siccome per le sillabe si risolvono nelle lettere della lin-
gua scritta, studiano ancor prima queste ultime, cos dicono i Pitagorici i
veri fisici, quando ricercano i principi del tutto, devono in primo luogo esaminare
in quali elementi il tutto si scompone
32
.
Carattere distintivo di questa introduzione la definizione dei Pitagorici
come "i pi sapienti fra i fisici" che non si ritrova in nessun altro dei passi
paralleli di Sesto, n in Pyrrh. hyp. 3,151, n in Adv. Math. 7,93ss., n in
Adv. Math. 4,2ss. n corrente nella tradizione tarda anche di ascendenza
neopitagorica. Questo giudizio, che riecheggia in certo modo quello del
Filebo (16c-e) sui saggi antichi che hanno elaborato la dottrina dei numeri
come intermedi fra l'uno e l'infinito, risale dunque ad un ambito platonico
che si poneva come alternativo alla concezione aristotelica del fisico: i
migliori fisici non sono quelli che si occupano dei fenomeni, ma quelli che
hanno scomposto il tutto fino ai suoi principi ultimi, i numeri. Di ascen-
denza platonica, sebbene mediata, anche l'analisi grammaticale come
modello della scomposizione del mondo fino agli elementi primi
33
.
Di ben altro tenore l'introduzione parallela di Pyrrh. hyp. 3,151. Qui
si passa ex abrupto dalla dichiarazione che l'estremismo dei dogmatici sui
numeri ha sollevato le critiche degli scettici, al semplice accenno al fatto
31
Adv. Math. 10,248.
32
Adv. Math. 10,248 xoe rriv gyour0o rto tgv aoovuo0rioov giv ari rxrivou
gtgoiv xoi tov ari toutou oio0ro0oi oyov, xoi oio0 oti oi raiotgovrototoi tev
uoixev oute ryogv ou voiv toi oi0oi oar vriov, eotr oo xoi otoirio te v
oev toutou voiriv. outoi or rioiv oi ari tov Eo iov Hu0oyoov. roixrvoi yo
ryouoi tou ioooouvto yvgoie toi ari oyov aovour voi. e yo outoi aetov
to r ri rrtoouoiv (rx rrev yo o oyo), xoi rari rx ouoe v oi rri,
aetov oxratovtoi to ouoo, xoi rari rx ouoe v to otoiri o tg ryyootou
evg ovouorvev, ari rxri vev aetov rruveoiv, oute oriv ooiv oi ari Hu0o-
yoov tou ovte uoixou, to ari tou aovto rruve vto, r v aetoi rrtoriv ri
tivo to ao v oo vri tg v ovouoiv. Cf. anche Moderat. ap. Porph. V. P. 48s.
33
Cf. e.g. Pl. Pol. 278d; Theaet. 201ess.; Ti. 48b e Wilpert 1949, 129ss.
Principi corporei/ incorporei 70
che i Pitagorici hanno considerato elementi i numeri
34
. Manca sia l'enco-
mio di questi ultimi, sia la parte giustificativa del loro metodo, e cio il
parallelismo con l'analisi del discorso.
In Adv. Math. 10,250 Sesto espone poi l'argomentazione dei Pitagorici
a favore della loro tesi
E' dunque in certo modo contrario alla fisica sostenere che il principio di tutte le
cose visibile: infatti ogni cosa visibile deve essere composta da invisibili, ma ci
che composto da qualcosa non principio, lo invece ci da cui quello com-
posto. Per questo non bisogna affermare che ci che appare principio di tutte le
cose, ma che lo sono le componenti di ci che appare, le quali, per, non sono
pi visibili. Perci [i Pitagorici] hanno posto come principi delle cose esistenti dei
principi non evidenti e invisibili e in maniera differenziata
35
.
Qui si intravvede l'intervento dello scettico (Sesto o la sua fonte) in
quanto manca sostanzialmente una dimostrazione del fatto che i fenomeni
sono composti. Il tutto viene presentato tendenziosamente come una
ipotesi. Nei tropi scettici la considerazione delle dottrine dogmatiche
come semplici ipotesi riveste una funzione fondamentale
36
. Proprio questa
argomentazione l'unica dell'introduzione ad essere riportata nella ver-
sione parallela di Pyrrh. hyp. 3,152 dove invece caduto tutto il resto
37
.
Nel brano di Adversus Mathematicos segue poi il passo che interessa pi
da vicino e cio la diffusa critica alle dottrine atomiste e corpuscolariste le
quali hanno posto come principi s degli invisibili, ma pur sempre dei
corpi
Infatti quelli che hanno affermato che gli atomi o le omeomerie o le "masse" o,
in generale, i corpi intellegibili sono i principi di tutte le cose esistenti, per un
verso hanno visto giusto, per l'altro invece hanno sbagliato. Infatti, in quanto ri-
tengono che i principi siano invisibili, procedono come si conviene, in quanto
per li pongono come corporei, sbagliano. Come infatti i corpi intellegibili e invi-
sibili precedono i corpi sensibili, cos anche gli incorporei devono essere principi
dei corpi intellegibili. E questo logico: come infatti gli elementi della parola non
34
Sext. Emp. Pyrrh. hyp. 3,151 rari o o vo ooxri g o vru oi0ou 0reri o0oi, oux ov rig
otoaov xoi ari oi0ou or o oirr0riv. ooov r v yo rai tgi ouvg0rioi xoi ooo-
oote oi0riv ti orv xoi oi0ov ri voi ti o xouorv g or tev ooyotixe v arir-
yio xoi tov xoto tou tou xrxi vgxr oyov. outixo youv oi oao tou Hu0oyoou xoi otoi-
rio tou xooou tou oi0ou ri voi ryouoiv.
35
Adv. Math. 10,250s. to r v ou v oivor vgv ri voi r yriv tgv tev oev ogv ouoixov
ae rotiv ao v yo to oivorvov r oovev oriri ouviotoo0oi, to o rx tivev ou-
vrote oux rotiv og, oo to r xrivou outou ouototixo v. o0rv xoi to oivorvo ou
gtrov oo ri voi tev oev, oo to ouototixo tev oivorvev, oar ouxrti gv oi-
vorvo. toivuv oogou xoi oovri uar0rvto to tev ovtev oo xoi ou xoive .
36
L'assegnazione ai dogmatici di un passaggio non motivato dai fenomeni alle loro cause
nascoste un procedimento tipico anche dei medici empirici, cf. Gal. De exper. med. 24,3,
133s.; 25,2, 136 Walzer.
37
Pyrrh. hyp. 3,152 ooi youv, oti to oivo rvo rx tivo ouvrotgxrv, oao or rivoi ori to
otoirio oogo oo roti to otoirio.
Capitolo secondo 71
sono parole, cos anche gli elementi del corpo non sono corpi; ma devono essere
o corpi o incorporei, perci certamente sono incorporei. E non ammissibile
dire che gli atomi si trovano ad essere eterni e che, per questo, essi possono es-
sere principi di tutto pur essendo corporei. In primo luogo, infatti, anche coloro
che assumono come elementi le omeomerie e le "masse" e i minimi privi di parti
assegnano loro una esistenza eterna, talch gli atomi non sono pi elementi di
questi. Secondariamente, si ammetta pure che gli atomi siano veramente eterni;
tuttavia, come coloro che ammettono che il cosmo sia ingenerato ed eterno, non
di meno ricercano con la mente i primi principi che lo compongono, cos anche
noi, dicono i fisici Pitagorici, cerchiamo con la mente da quali principi sono
composti questi corpi eterni e visibili con la ragione. Dunque le loro componenti
saranno o corpi o incorporei. Ma non potremmo dire che sono corpi, poich bi-
sognerebbe porre come componenti di quelli dei corpi e cos, procedendo la
mente all'infinito, il tutto sarebbe privo di principio
38
.
Questo brano, al di l dei rimaneggiamenti, contiene le linee generali di
quella che doveva essere una argomentazione originaria dei "Pitagorici".
Essi partivano dalla critica a coloro che ponevano principi corporei (esat-
tamente come gli Accademici di Aristotele), fossero essi pure invisibili,
sottolineando come l'eternit da loro attribuita a tali corpi fosse solo appa-
rente (in Aristotele Platone e i suoi allievi sottolineano che i loro principi
sono "pi eterni" dei corpi
39
). La vera eternit e i veri principi si trovano
infatti negli incorporei cui si arriva attraverso un procedimento mentale
(xot rai voiov). Se inizialmente l'argomentazione sembra rivolta contro
tutte le dottrine atomiste e corpuscolariste, nella seconda parte per
inequivocabilmente diretta contro gli atomisti che hanno posto gli atomi
corporei come sostanze eterne. I Pitagorici-Accademici prendono le di-
stanze da questi ultimi utilizzando un tipico argomento dialettico basato
38
Adv. Math. 10,252-256 oi yo otoou riaovtr g ooiorrio g oyxou g xoive vogto
oeoto aovtev tev o vtev oriv agi r v xote0eoov, agi or oiraroov. gi r v yo
oogou ri voi voiouoiv to oo , oro vte ovootrovtoi, gi or oeotixo uao-
ti0rvtoi touto, oioaiatouoiv. e yo tev oio0gtev oeotev aogyritoi to vogto xoi
oogo oeoto, oute xoi te v vogte v oeotev oriv ori to ooeoto. xoi xoto oyov
e yo to tg rre otoirio oux rioi rri, oute xoi to te v oeotev otoirio ou x
roti oeoto gtoi or oeoto oriri tuyo vriv g ooeoto oio ao vte rotiv ooeoto.
xoi g v ouor r vroti o voi, oti oieviou our gxrv rivoi to oto ou, xoi oio tou to
ouvoo0oi oeotixo ouoo tev oev oriv. aetov rv yo xoi oi to ooiorri o
xoi oi tou oyxou xoi oi to roioto xoi o rg r yovtr rivoi otoirio oieviov oao-
riaouoi toutev tg v uaootooiv, eotr g oov to oto ou g tout rivoi otoiri o.
rito xoi orooo0e toi og0rioi oieviou ri voi to otoou o ov toaov oi
oyrvgtov xoi oieviov oaoriaovtr tov xooov ouor v gttov ao raivoiov gtou oi to
aetov ouotgoor vo outo v oo , oute xoi gri, ooiv oi Hu0oyoixoi tev uoixev
ioooev, xot raivoiov oxrator0o to rx tivev to oie vio touto xoi oyei 0regto
ouvrotgxr oeoto. gtoi ouv oeoto roti to ouototixo oute v g ooeoto. xoi oeoto
rv oux ov riaoirv, rari orgori xoxrivev oeoto ryriv rivoi ouototixo xoi ou te
ri oariov aooivouog tg raivoi o o voov yivro0oi to aov.
39
Metaph. Z 2, 1028b 16ss., v. supra, n. 21.
Principi corporei/ incorporei 72
sulla scomposizione mentale dei composti nelle loro costituenti pi sem-
plici. Come i sostenitori delle idee nel Sofista, essi "fanno in briciole nei
logoi" i corpi dei loro avversari e dimostrano che questi non sono vere
sostanze eterne, in quanto mentalmente possono sempre essere scomposti
in altri corpi in una infinita progressione che priva il tutto di un principio
e di un ordine (ovoov yi vro0oi to aov). E' un'immagine parallela a quella
della molteplicit senza l'uno fatta balenare da Platone nel Parmenide e
riemergente anche nelle presunte critiche degli Eleati ai pluralisti in De
generatione et corruptione A 8 di cui si parler nel terzo capitolo
40
.
Nel resoconto parallelo di Sesto in Pyrrh. hyp. 3,152 manca sia la critica
agli atomisti sia la conseguente spiegazione della sottrazione xot rai voiov
fino ai principi e rimane solo l'opposizione rigidamente binaria fra corpo-
reo e incorporeo nella forma tipica anche di altri passi dossografici di
Sesto e in generale di una certa tradizione sui principi: degli invisibili al-
cuni sono corporei (atomi, oyxoi), altri incorporei (figure, idee, numeri).
Il brano di Sesto non riproduce comunque alla lettera il discorso dei
Pitagorici-Accademici come evidente sia dallo stile che dagli incisi sparsi
qua e l. Uno di questi il richiamo ad Epicuro al paragrafo 257. I "Pita-
gorici" concludono infatti la loro argomentazione contro i principi corpo-
rei ribadendo che l'unica possibile soluzione rimane quella di cercare dei
principi incorporei. A questo punto viene introdotta la seguente osserva-
zione completamente anacronistica in un discorso fatto da Pitagorici-Ac-
cademici:
Cosa che anche Epicuro ha ammesso, dicendo che il corpo concepito per ag-
gregazione di figura, grandezza, solidit e peso
41
.
La proposizione relativa e per di pi espressa all'aoristo segnala comunque
che si tratta di un inciso
42
. Il discorso dei Pitagorici-Accademici infatti
condotto tutto al presente.
Che dunque i principi dei corpi visibili solo col pensiero debbano
essere degli incorporei evidente, continua il testo, ma il solo fatto di
essere incorporei non li qualifica automaticamente come principi. Infatti
anche Platone ha riconosciuto che le idee, pur essendo incorporee e
preesistenti ai corpi, che si generano secondo il loro modello, non sono
principi in quanto ciascuna idea presa in s uno, ma in combinazione
40
V. infra, III 2. 2. 2 e n. 56 per il testo di Parm. 165a-b.
41
Adv. Math. 10,257 oar xoi Eaixouo eooygor, g oo xoto o0oioov ogoto tr
xoi ryr0ou xoi ovtituaio xoi oou to oeo vrvogo0oi.
42
Si tratta di una definizione di corpo variamente utilizzata da Sesto: in Adv. Math. 10,240
viene riportata ancora come epicurea e confutata, in Pyrrh. hyp. 3,152 viene invece intro-
dotta come definizione generale di corpo come o0oioo di accidenti incorporei, in Adv.
Math. 9,367 ricompare come tesi dei "Matematici".
Capitolo secondo 73
con altre due, tre o quattro; dunque esse sono governate dal numero
43
.
Nel resoconto parallelo degli Schizzi pirroniani mancano completamente le
osservazioni su Platone, le quali quindi risalgono con molta probabilit al
testo originario dei cosiddetti Pitagorici. Se Alessandro sosteneva che
Aristotele, nel Hri toyo0ou , attribuiva a Platone il superamento della
dottrina delle idee verso i principi, uno e diade, Simplicio faceva risalire
questa notizia non solo al libello aristotelico, ma anche alle altre redazioni
della lezione platonica sia di Speusippo che di Senocrate e di altri allievi
44
.
Dunque questo passaggio dalle idee al numero si integra perfettamente
con l'ipotesi dell'utilizzazione di uno scritto degli allievi di Platone da parte
della tradizione cui la fonte di Sesto si richiama
45
.
Dopo l'accenno alla teoria platonica delle idee, i Pitagorici-Accademici
procedono ad esporre il passaggio dai corpi agli elementi incorporei fino
ai principi primi, l'uno e la diade indefinita:
e le figure solide, che hanno una natura incorporea, vengono pensate prima dei
corpi, ma ancora non sono i principi di tutte le cose; infatti nella rappresenta-
zione mentale vengono prima le superfici poich i solidi sono formati da queste.
Ma neppure le superfici possono essere poste come principi di tutte le cose; in-
fatti ciascuna di esse a sua volta composta da elementi che la precedono, le li-
nee, e le linee hanno come presupposti i numeri in quanto la figura composta di
tre linee si chiama triangolo e quella composta di quattro quadrangolo. E poich
la semplice linea non viene pensata senza il numero, ma, condotta da un punto
all'altro, segue il due e tutti i numeri cadono anch'essi sotto l'uno (infatti la diade
una diade e anche la triade un uno e la decade una somma di numeri). Pren-
dendo le mosse da queste considerazioni, Pitagora ha posto come principio delle
cose esistenti la monade per partecipazione alla quale ciascuna delle cose esistenti
si dice uno. E questa, pensata secondo l'identit con se stessa, viene pensata
come monade, aggiunta a se stessa secondo la diversit, costituisce la cosiddetta
diade indefinita in quanto non nessuna delle diadi numerabili e definite, ma
tutte vengono pensate come tali per partecipazione a questa. Dunque due sono i
principi degli esseri: la prima monade, per partecipazione alla quale tutte le mo-
43
Adv. Math. 10,258 gog or oux ri tivo aourotgxr tev oeotev ooeoto, tout r
ovoyxg otoirio r oti tev ovtev xoi aetoi tivr ooi. ioou yo xoi oi ioroi ooeo-
toi ouooi xoto to v Ho tevo aourotooi te v oeotev, xoi rxootov tev yivor vev
ao ou to yi vrtoi o oux rioi tev o vtev ooi, rariar rxootg ior o xot ioiov r v
oovor vg r v rivoi ryrtoi, xoto ougiv or r tro g oev ou o xoi tri xoi
trooor, eotr rivoi ti raovorgxo oute v tg uaootoore, to v oi0ov, ou xoto r-
togv to r v g to ouo g to ti o g to toutev rti ariovo raixotgyoritoi oute v.
44
Xenocr. Fr. 98 IP (Simpl. In Phys. 187a 12, 151,6-11).
45
Gaiser 1968b, 66 emargina la notizia su Platone come aggiunta ellenistica. Se fosse tale,
non si capisce perch non dovrebbe comparire, per lo meno in accenno, anche nella ver-
sione degli Schizzi pirroniani.
Principi corporei/ incorporei 74
nadi numerabili sono pensate come monadi, e la diade indefinita, per partecipa-
zione alla quale le diadi definite sono diadi
46
.
Il resoconto qui in alcuni punti sicuramente distorto in quanto la tetrade
nella dottrina delle idee-numero non ha come corrispettivo geometrico il
quadrangolo, ma la piramide e c' una confusione fra la diade come primo
dei numeri e la diade-principio (v. infra), ma il procedimento di sottrazione
dal corpo alla linea riproduce quello che si trova anche in altre testimo-
nianze sulla dottrina delle idee-numero. Nel resoconto degli Schizzi ven-
gono assunti come principi incorporei, in sequenza, le figure, le idee e i
numeri
47
senza alcun accenno al metodo di sottrazione, come se si trat-
tasse di entit a s stanti.
4. 1. Autenticit della polemica antiatomista nell'excursus di Sesto
Tra gli anni quaranta e cinquanta Paul Wilpert, nella sua opera di raccolta
di testimonianze sulla dottrina non scritta di Platone, aveva creduto di
individuare in questo brano di Sesto Empirico un frammento delle lezioni
Sul bene di Platone e ipotizzato conseguentemente una opposizione di
quest'ultimo a Democrito
48
. In seguito, tuttavia, anche chi ha riconosciuto
46
Adv. Math. 10,259-262 xoi to otrro ogoto aoraivoritoi tev oeotev, ooeotov
rovto tgv u oiv o ovoaoiv ou x ori tev aovtev aooyri yo xoi toutev xoto
tgv raivoiov to raiaroo ogoto oio to r rxri vev to otrro ouviotoo0oi. oo rv
ouor to raiaroo ogoto 0rig ti o v te v o vtev otoirio rxootov yo outev aoiv rx
aooyovtev ouvti0rtoi tev yoe v, xoi oi yooi aoraivoourvou rouoi tou
oi0ou, aoooov to r v rx te v tiev yoev tiyevov xoritoi xoi to r x troooev
trto yevov. xoi rari g oag yog ou ei oi0ou vrvogtoi, o oao ogriou rai
ogriov o yor vg rrtoi te v ouri v, oi tr oi0oi ao vtr xoi outoi uao to rv arate xooiv
(xoi yo g ouo io ti roti ouo , xoi g tio r v ti roti, tio , xoi g orxo r v oi0ou
xrooiov), rv0rv xivg0ri o Hu0oyoo og v rgorv ri voi te v o vtev tg v ovooo, g
xoto rtogv rxootov te v o vtev rv ryrtoi xoi toutgv xot outotgto r v routg vo-
our vgv ovooo vorio0oi, raiouvtr0rioov o routgi xo0 rtrotgto oaotrriv tgv xo-
our vgv ooiotov ouooo oio to gori ov te v oi0gtev xoi eiorvev ouooev ri voi
[tgv secl. Heintz] outg v, aooo or xoto rtogv outg ouooo vrvogo0oi, xo0e xoi rai
tg ovooo rr youoiv ouo ou v te v o vtev ooi, g tr aetg ovo , g xoto rtogv
aoooi oi oi0gtoi ovoor voouvtoi ovoor, xoi g ooioto ouo, g xoto rtogv oi
eiorvoi ouoor rioi ouoor.
47
Pyrrh. hyp. 3,152 te v or oogev to rv roti oeoto, e oi otooi xoi oi oyxoi, to or
ooeoto, e ogoto xoi ior oi xoi oi0oi. e v to rv oeoto r oti ou v0rto, ouvroteto
rx tr g xou xoi aotou xoi o0ou xoi o vtituaio g xoi oou. ou ovov oo oogo
oo xoi ooeoto roti to otoiri o. oo xoi tev ooeotev rxootov rai0reourvov
rri tov oi0ov g yo r v rotiv g ouo g arie. oi ev ouvo yrtoi oti to otoirio tev
ovtev rioiv oi oogoi xoi ooe otoi xoi ao oiv rai0reourvoi oi0oi. xoi ou oae,
o g tr ovo xoi g xoto raiou v0roiv tg ovooo yivor vg ooioto ouo , g xoto
rtouoi ov oi xoto ro yiyvovtoi ouoor ouoor.
48
Wilpert 1941, 229-248; 1949, 128ss.; 1950, 49-66.
Capitolo secondo 75
nel brano la presenza di un nucleo di dottrina platonica, ha avanzato
dubbi sulla sua originalit globale. Gi Jaeger, recensendo il lavoro di Wil-
pert, aveva richiamato l'attenzione sulla terminologia ellenistica di vari
punti del brano e sugli evidenti interventi della fonte o delle fonti inter-
medie. Tra questi Jaeger annoverava anche la diaphonia fra "Pitagorici" e
atomisti considerandola una ricostruzione a posteriori
49
. Gaiser, che nel
volume Platons ungeschriebene Lehre la accettava come parte del resoconto
originale concordando con Wilpert sull'ipotesi di una diretta critica plato-
nica all'atomismo
50
, diviene poi pi cauto nello studio particolare dedicato
a questo brano. Come altri dopo Jger, anch'egli inclina a considerare il
nucleo che illustra la diaphonia un inserimento in quanto presenta il reper-
torio dossografico ellenistico sui principi presente anche altrove in Sesto e
in altri autori
51
. A favore di questa tesi sembrerebbe giocare anche un
passo di Sesto in cui viene esposto il decimo tropo scettico della sospen-
sione del giudizio, quello della relativit delle concezioni dogmatiche, nel
quale compare anche la lista tipica della vulgata dossografica sui principi e
la dichiarazione che le varie ipotesi dogmatiche vengono dagli scettici
contrapposte, ora a loro stesse (l'accento sulle loro contraddizione in-
terne), ora a ciascuna delle altre
52
. La diaphonia fra i Pitagorici e gli atomisti
potrebbe dunque essere una costruzione seriore.
Per stabilire se e in che misura il brano presenti una contrapposizione
originale degli Accademici agli atomisti bisogna tuttavia osservare il reso-
conto di Sesto da un'ottica diversa rispetto a quella di chi ne rifiuta in
blocco l'originalit. In questo brano, come stato pi volte rilevato, ci
sono s dei rimaneggiamenti (evidenti ad esempio nella terminologia di
matrice stoica, corrente negli autori di et imperiale) e degli inserimenti
che risalgono ad una tradizione posteriore, ma questi in generale risaltano
49
Jaeger 1951, 250s. [1960, 424s.].
50
Gaiser 1968a, 28s.; 82-85; 354 n. 60; cf. anche 229, 298, 465. Della stessa opinione anche
Krmer 1971, 294 n. 227.
51
Cf. in Gaiser 1968b, 64; 74 n. 103 con l'elenco degli autori in cui compare la sequenza
atomisti, corpuscolaristi, sostenitori di principi incorporei. Un elenco pi esauriente in
Theiler 1964, 90 dove per non viene fatta alcuna differenziazione fra i vari tipi di reso-
conto dossografico. Manca in ambedue le liste un passo di Alessandro di Afrodisia, De
mixt. 213,18-214,6 dove i limiti dei corpi sono identificati con i triangoli platonici, v. infra,
n. 77. In ogni caso questi resoconti trattano i limiti dei corpi come dottrina a s stante cos
come Sext. Emp. Pyrrh. hyp. 3,152ss. La problematizzazione di questo passo manca sor-
prendentemente in Thiel 2006, 343s. e 349s. che d per scontata l'autenticit della polemica
antiatomista.
52
Sext. Emp. Pyrrh. hyp. 1,145ss. orxoto roti toao [...] o aoo to ooyotixo uaogri
[...] ooyotixg or rotiv uaogi aoooog ao yoto oi ovooyioou g tivo oao-
orire xotu vro0oi ooxouoo, oiov oti otoo roti te v ovtev otoirio g ooiorg g
roioto g tivo oo. o vtiti0rrv or toutev rxootov otr r v r outei otr or tev oev
rxootei.
Principi corporei/ incorporei 76
proprio per il loro anacronismo come l'accenno ad Epicuro menzionato
precedentemente. Il fatto che Sesto riporti lo schema dossografico am-
pliato sui principi corporei di et ellenistica (atomi, omeomeri, "masse",
minimi privi di parti) non in s probante in quanto non esclude a priori
che il nucleo originale (Accademici contro atomisti) sia stato "aggiornato"
con tutta la lista tipica della dossografia tarda
53
. In generale, comunque,
Sesto presenta come storicamente vere, riproducendone abbastanza fe-
delmente la sostanza, solo le polemiche effettivamente condotte da autori
specifici contro altri
54
. Non presenta invece come un dato storico, ma
come una semplice divergenza di opinioni fra i dogmatici deducibile dalle
loro rispettive dottrine una diaphonia ricostruita a posteriori.
Nel brano di Sesto si avverte comunque quell'atmosfera di contrappo-
sizione dialettica degli Accademici ai sostenitori dei principi corporei deli-
neata nel Sofista ed evocata pi volte nell'opera aristotelica che ho cercato
di delineare nella prima parte di questo capitolo. Qui si possono aggiun-
gere ulteriori considerazioni a conferma di questo fatto:
1. L'affermazione di principio secondo cui i fenomeni devono neces-
sariamente essere composti di elementi invisibili sembra proprio ripro-
durre nella terminologia stessa quella tendenza degli Accademici contro
cui Aristotele si scaglia nel primo libro della Metafisica e nel secondo libro
della Fisica accusandoli di far derivare le cose evidenti da ci che non si
vede
55
.
2. I Pitagorici di Sesto mettono sullo stesso piano teorie corpuscolari
e atomiste: ambedue presupporrebbero corpuscoli eterni, ma non tali in
realt in quanto sia gli uni che gli altri sono ulteriormente divisibili con la
mente. Questa assimilazione fra dottrine atomiste e corpuscolariste ritorna
sia nei resoconti aristotelici che trattano gli indivisibili sia, in particolare, in
un brano del terzo libro del De caelo, il cui tema proprio l'alternativa fra
eternit o corruttibilit dei corpi elementari: i corpi elementari eterni ai
quali si arresterebbe la divisione sono o atomi, o ancora divisibili, ma mai
divisi. Questa seconda teoria corpuscolare viene attribuita molto strana-
mente ad Empedocle: egli avrebbe ammesso un corpuscolo "divisibile,
53
Su questa linea si pone la risposta data da Krmer 1964, 156ss. alle critiche rivoltegli da
Vlastos 1963, 644-648 il quale, adducendo l'argomento della rielaborazione tarda, negava la
possibilit di una eventuale presenza di materiale originale accademico nel brano. Ci che
invece risulta pi problematico della tesi di Krmer, come vedremo, che il brano di Sesto
riporti effettiva dottrina platonica non filtrata dall'interpretazione degli allievi. Sull'amplifi-
cazione da parte della dossografia di problematiche e discussioni originarie, cf. Mansfeld
1992b e 2002 che tratta in particolare il materiale peripatetico.
54
Cf. e.g. quella fra Alessino il megarico e il suo contemporaneo Zenone stoico e degli stoici
successivi contro Alessino (Adv. Math. 9,108-110); fra Diogene di Babilonia e gli oppositori
di Zenone (9,133s.).
55
Metaph. A 9, 992a 24-29, v. supra, n. 3; cf. anche Phys. B 1, 193a 5ss.
Capitolo secondo 77
senza che possa mai venire dissolto"
56
. Tale esegesi dei principi empedo-
clei tuttavia, molto probabilmente, gi accademica e deriva da una rein-
terpretazione della dottrina empedoclea alla luce della teoria corpuscolare
di Eraclide Pontico. Egli aveva infatti assunto come componenti ultime
dei corpi piccole masse prive di connessioni al loro interno (o vooi
oyxoi), e quindi ulteriormente scomponibili, separate da pori
57
. In Sesto i
"Pitagorici" fanno presente che l'assumere come principi dei corpi intelle-
gibili, siano essi atomi o corpuscoli ulteriormente divisibili come gli o yxoi,
equivale ad una progressione all'infinito: in quanto corpi essi si possono
sempre immaginare composti di altri corpi senza poter arrivare ad un
principio ordinatore del tutto.
3. Il brano di Sesto si stacca da tutto il resto della tradizione dossogra-
fica tarda di marca teofrastea in quanto l'unico non solo a presentare
una contrapposizione fra atomismo e dottrine "pitagoriche" dei principi,
superando lo schema della concordanza di fondo
58
, ma anche a confron-
tare gli atomi non con i triangoli del Timeo, bens con la dottrina dell'uno e
della diade.
4. Sesto menziona fra coloro che hanno assunto come principi dei
corpi solo intellegibili gli atomisti, coloro che hanno posto le omeomerie,
o gli onkoi, o i minimi privi di parti secondo il normale schema presente
anche in altri autori tardi (v. infra). L'allusione ai sostenitori degli roioto
xoi org , nel migliore dei casi, un anacronismo, in quanto questi prin-
cipi sono attribuiti nella lista dossografica corrente a Diodoro Crono po-
steriore a Senocrate
59
. Tuttavia, nel seguito del passo, la critica dei cosid-
detti Pitagorici rivolta espressamente contro gli atomisti e non contro
tutte le tesi menzionate. Anzi, come risposta all'eternit dei loro atomi, si
obietta che, in fondo, anche i corpuscolaristi hanno considerato i loro
corpuscoli eterni; dunque gli atomi non sono "pi elementi" dei corpu-
56
De cael. I 6, 305a 1-6 ri or otgortoi aou g oiouoi, gtoi otoov rotoi to oeo rv ei
iototoi, g oioirtov rv ou rvtoi oioir0goorvov ouoraotr, xo0oar roixrv
Earooxg ouro0oi ryriv. otoov rv ou x rotoi oio tou aotrov rigrvou
oyou oo g v ouor oioirtov r v ouoraotr or oiou0goorvov.
57
Heraclid. Fr. 118-123 Werhli. Sull'interpretazione degli ovooi oyxoi di Eraclide, cf.
Stckelberger 1984, 17-19 con bibliografia. Sull'interpretazione corpuscolare di Empedocle
e sulle sue ascendenze accademiche, cf. Gemelli Marciano 1991a.
58
Anche Aristotele applica del resto lo schema "sinfonico" Pitagorici-atomisti nel breve
accenno congiunto a Democrito e ai Pitagorici di Metafisica M 4. Le differenze di questo
accostamento con lo schema diafonico del brano di Sesto sono evidenti. Innanzitutto i Pi-
tagorici di Aristotele vengono prima di Democrito e non possono essersi posti in posi-
zione critica nei suoi confronti. Inoltre sostengono anch'essi dei principi corporei in
quanto i loro numeri non sono separati dai sensibili. Aristotele li situa poi sullo stesso
piano di Democrito in quanto anch'essi hanno cercato in qualche modo di definire l'es-
senza.
59
V. infra, V 1 n. 12.
Principi corporei/ incorporei 78
scoli. Atomisti e corpuscolaristi vengono posti sullo stesso piano. La ne-
gazione di una eternit vera e propria all'ambito del corporeo in perfetta
consonanza con la tradizione platonica che, da Platone in poi, esclude dal
mondo sensibile tutti i concetti assoluti
60
. L'intervento di cosmesi della
fonte di Sesto non dunque da individuarsi nell'argomentazione princi-
pale, bens unicamente nell'ampliamento della lista dei sostenitori dei
principi corporei.
5. Nel suo nucleo, inoltre, questa parte introduttiva del brano in cui si
parte dalla critica agli atomisti per il successivo superamento del corporeo
attraverso le figure fino al numero, presenta delle strette analogie coi brani
aristotelici nei quali, nella prima parte di questo capitolo, si sono ravvisate
tracce di una possibile critica degli Accademici agli atomisti.
Wilpert faceva inoltre rilevare in particolare due punti che riguardano
sia l'aspetto pi generale dell'excursus dossografico, sia l'opposizione speci-
fica Pitagorici/ atomisti
61
:
1. La necessit di porre elementi non ulteriormente scomponibili,
neppure con la mente, scaturisce dalla problematica della divisibilit all'in-
finito cos come era stata impostata nell'Accademia
62
.
2. Alla base dell'opposizione dei "Pitagorici" alle dottrine atomiste e
alla loro ricerca dei principi sta una marcata equivalenza fra ci che pu
venir pensato e ci che nella realt
63
quale si ritrova anche nella descri-
zione dei molti senza l'uno del Parmenide platonico (165b) e quale viene
continuamente rimproverata da Aristotele agli Accademici in generale
64
.
Per loro ci che si pu scomporre con la mente in realt scomponibile e
dunque non pu essere principio. Le critiche rivolte alle dottrine atomiste
e corpuscolariste dai "Pitagorici" di Sesto sono perfettamente coerenti con
le concezioni e il metodo degli Accademici e richiamano l'immagine degli
amici delle idee del Sofista platonico che fanno a pezzi nei logoi i corpi dei
loro avversari.
Nel brano di Sesto dunque possibile individuare, al di l delle riela-
borazioni tarde, una terminologia e una impostazione della discussione
che rimanda ad una opposizione degli Accademici agli atomisti su punti
fondamentali quali l'essenza e l'eternit dei principi.
60
Una conferma indiretta dell'autenticit della polemica antiatomista degli Accademici viene
poi dalla formulazione della dottrina dei minimi dell'atomo da parte di Epicuro che tiene
conto sia delle critiche accademiche che delle risposte aristoteliche agli Accademici stessi,
v. infra, VI 3. 1.
61
Wilpert 1949, 128ss.; 1950, 55.
62
Wilpert 1950, 56ss.
63
Wilpert 1949, 242-244; 1950, 62-65.
64
Il termine "tecnico" usato da Aristotele per questo modo di procedere oyixe oxoariv,
cf. De gen. et corr. A 2, 316a 5; Phys. I 8, 208a 14, v. infra, IV 2.
Capitolo secondo 79
Verificata l'autenticit della polemica antiatomista del brano di Sesto
rimangono da definire ancora due punti qualificanti per la ricezione del-
l'atomismo nell'Accademia e per la trasmissione di questa visione dell'a-
tomo alla tradizione tarda:
1. In primo luogo l'identit dei Pitagorici in questione. Wilpert e Gai-
ser attribuivano la dottrina direttamente a Platone, la Isnardi Parente
incline a considerarla pi propriamente senocratea. Nel primo caso sa-
rebbe l'unico indizio reale di una trattazione da parte di Platone dell'ato-
mismo antico, nel secondo verrebbe invece rafforzata l'ipotesi secondo
cui erano piuttosto gli allievi ad aver preso posizione nei confronti degli
atomisti.
2. In secondo luogo chi sia la fonte di Sesto e da dove essa stessa pre-
sumibilmente attinga.
4. 2. Senocrate "figlio dei Pitagorici" e la polemica antiatomista
Se Wilpert, Gaiser e Krmer vedevano nel resoconto di Sesto la dottrina
non scritta di Platone, c' invece una corrente che riporta il passo all'Ac-
cademia, ma non a Platone stesso
65
. Alcuni elementi nella prima parte del
resoconto, gi accennati dalla Isnardi Parente, fanno propendere per una
derivazione da Senocrate. In particolare la concezione dell'idea come una
realt composita, molteplice al suo interno (xoto ougiv). Si tratterebbe
di un ulteriore sviluppo della dottrina del Sofista dove Platone parla di
ouaoxg tev rioe v, ma non di ougi, un concetto a lui estraneo, mentre
Senocrate viene indicato da Temistio come il sostenitore di una conce-
zione dell'idea-numero come molteplicit (ouyxri rvo r rioev)
66
. Ai fini
dell'attribuzione a Senocrate sono per ancora pi rilevanti altri due fatti e
cio:
1. La considerazione del solido come un incorporeo con una conse-
guente nettissima separazione, senza possibilit di mediazione se non
attraverso il concetto di partecipazione, fra sensibile e intellegibile.
65
Merlan 1960, 203s. accettava la tesi che il contenuto del brano di Sesto fosse basato su un
nucleo derivato dall'Accademia, ma non da Platone facendo notare, fra l'altro, che nel re-
soconto viene citato il nome di Platone stesso. Krmer 1964, 158 n. 56 e Gaiser 1968b,
passim, interpretano il riferimento come una aggiunta della fonte di Sesto, ma in realt esso
rientra in un discorso originario e coerente che accoglie la dottrina delle idee, indicando nel
contempo anche le linee del suo superamento. Isnardi Parente 1982a lo ha riportato
espressamente a Senocrate inserendolo nella sua edizione. Cf. ultimamente anche Thiel
2006, III 6.
66
Isnardi Parente 1981, 41s.; 1982, 348-50.
Principi corporei/ incorporei 80
2. L'allusione alla generazione del cosmo xot raivoiov che, al di l della
terminologia di matrice stoica
67
, richiama l'interpretazione oioooxoio
oiv data dagli allievi di Platone della generazione del cosmo nel Timeo
68
.
Il chorismos dei corporei dagli incorporei e la complessit delle idee,
sono i temi dominanti di un resoconto sulla dottrina di Senocrate nella
parafrasi al De anima di Temistio che si richiama, anche se forse attraverso
mediazioni
69
, al Peri physeos di Senocrate stesso. In questo brano, come nel
resoconto di Sesto, il solido appunto considerato un incorporeo mentre
in Platone il corpo stesso e nelle testimonianze sul Hri toyo0ou e nella
tradizione platonica tarda il primo incorporeo la superficie
70
.
La natura incorporea, spiega Temistio esponendo l'opinione di Seno-
crate, essendo priva della massa corporea, non appartiene alla sfera del
continuo, ma deve possedere i caratteri del discontinuo. La molteplicit
presente in questo ambito fatta di monadi vere e non di unit apparenti
quali quelle del mondo fisico. L'incorporeo dunque costituito di numeri
ideali che, in quanto numeri, esprimono una molteplicit, in quanto unit
ideali, sono realmente delle unit. Elementi del numero ideale sono l'idea
dell'uno e quella della prima diade, della prima triade e della prima tetrade.
Siccome, per, nel mondo intellegibile devono comparire anche i fonda-
menti matematici del sensibile e questo composto da lunghezza, lar-
ghezza e profondit, la lunghezza prima (la linea), la superficie prima (il
triangolo), il solido primo (la piramide) costituiscono i corrispettivi geo-
metrici della diade, della triade e della tetrade
71
. Al di l della terminologia
67
L'espressione non attestata n in Platone n in Aristotele, ma risale all'opposizione stoica
xot rai voiov (o raivoi oi)/ xo0 uaootooiv (Posidon. F 16; 92 E.-K.) e diventa un ter-
mine corrente negli autori di et imperiale, cf. e.g. Gal. De diff. puls. 2,7 (VIII,609 K.); PHP
8,3,7 (II,496,14 De Lacy = V,668 K.), infra, 5. 2 n. 108.
68
Cf. Arist. De cael. A 10, 279b 32.
69
Isnardi Parente 1982a, 429-431; 1992, 147 n. 38.
70
Cf. Pl. Ti. 53c; Leg. 894a; Arist. Fr. 28 Rose (Alex. In Metaph. 987b 33, 55,20) oo rv
tev ovtev tou oi0ou Hotev tr xoi oi Hu0oyorioi uarti0rvto, o ti rooxri outoi
to aetov og rivoi xoi to oouv0rtov, :ov ot ooao:ov aoo:o :o tatatoo ttvotto
yo oaouotro tr xoi g ouvovoiourvo aeto tgi uori. Philo Op. 50; Macr. Somn.
Scip. 1,5,13 Ipsam vero superficiem cum lineis suis primam post corpora diximus incorpoream esse natu-
ram nec tamen sequestrandam propter perpetuam cum corporibus societatem; cf. anche Chalc. In Tim.
101,19ss. Theiler 1964, 101 riteneva questi ultimi brani paralleli a quello di Sesto, ma essi
differiscono proprio in questo punto fondamentale.
71
Xenocr. Fr. 260 IP (Themist. In De an. 404b 20, 11,20) tgv yo ooeotov uoiv tou r v
ouvrou aooou aoe0rv rivoi aovtoaooiv uaroovov oi o vor rxrivoi, o tr r v
oyxei g uroteoov, tou oieiorvou or oixriov rivoi ag0o yo xoi rxrivg rivoi
tg uore r r vooev og0ive v ouvtr0rir vov uarvoouv, ou oioi gri er0o rai
tev oeotev ovooiv, ev ouor v roti rv oxie , oo arie, oov or oario oio xoi
riogtixov rxoouv toutov to v oi0ov otr ouyxrirvov r rioe v, xoi tou oi0ou
rxrivou riog tev ovtev rti0rvto 'oi0ei or tr aovt raroixr'. tou r v ouv outoeiou,
toutroti tou xooou tou vogtou, otoirio to aeto raoiouv te v riogtixev oi0ev tgv
Capitolo secondo 81
tarda nella quale Temistio espone
72
, le concezioni di fondo del brano com-
baciano comunque con la dottrina dei Pitagorici di Sesto se si esclude il
fatto che quest'ultimo o la sua fonte distorcono il concetto di triade e
tetrade applicandolo erroneamente a triangolo e quadrangolo e non a
triangolo e piramide. Ambedue i brani sottolineano comunque il chorismos
del mondo sensibile dalle entit geometriche che ne costituiscono il fon-
damento, un tratto tipico della dottrina di Senocrate
73
. La concezione del
solido come incorporeo non dunque platonica n deriva da una even-
tuale contaminazione della fonte tarda in quanto, pi oltre, nello stesso
resoconto il solido viene chiaramente definito come to otrro v og o xoi
to oe o
74
, ma risale a Senocrate.
Un altro punto che porta ad escludere la provenienza del brano di Se-
sto dalle dottrine non scritte di Platone e a riportarlo invece a Senocrate
l'allusione ad una interpretazione non letterale, ma xot raivoiov della na-
scita del cosmo e degli enti di per s eterni. Essa infatti non pu essere di
Platone per ovvie ragioni e difficilmente inserzione della fonte interme-
dia. Se infatti l'interpretazione allegorica della nascita del cosmo comune
nel medio- e neoplatonismo
75
, non invece documentata in relazione alla
genesi dei solidi e dei numeri. Ambedue le interpretazioni, compresa la
generazione dei numeri 0regooi r vrxo, sono invece attribuite nei testi
aristotelici espressamente ai sostenitori delle idee-numero, cio a Seno-
crate
76
. Dunque l'accenno alla genesi del cosmo, ma anche al carattere
tou r vo ior ov xoi tg v tg aetg ouooo xoi tgv tg aetg tiooo xoi tgv tg aetg
trtooo rariog yo r v tei vogtei xooei ori aovte to oo aoroi vro0oi tou
oio0gtou, o or oio0gto r x gxou gog xoi aotou xoi o0ou, tou rv g xou iorov
rivoi tg v aetgv oarg vovto ouooo oao yo rvo r r v to gxo, toutr otiv oao
ogriou rai ogriov tou or gxou oo xoi aotou tgv aetgv tiooo aetov yo
tev raiaroev ogo tev r oti to tiyevov tou or gxou xoi aotou xoi o0ou tgv
aetgv trtooo aetov yo te v otrre v roti v g auoi. touto or oaovto oriv
rotiv rx tev Hri uore Ervoxotou.
72
Il brano di Temistio, che Saffrey 1955, 37-43 aveva considerato di scarsa affidabilit,
stato riabilitato da Cherniss 1977, 427-429 nella recensione a Saffrey e accettato a pieno
titolo come testimonianza su Senocrate da Pines 1961, 15ss. e da Isnardi Parente 1982a,
429-431; 1992, 145 n. 36.
73
Cf. anche la netta separazione fra sostanza sensibile e intellegibile in Xenocr. Fr. 83 IP
(Sext. Emp. Adv. Math. 7,147-149). Cf. su questo punto anche la critica aristotelica alle
dottrine senocratee Metaph. N 3, 1090b 21-29.
74
Adv. Math. 10,280; cf. anche i passi paralleli Adv. Math. 7,100 e 4,5. Per altre testimonianze
che utilizzano la vulgata tarda e identificano il solido col corpo, cf. Philo Op. 49-51; Plut. De
E 390 D; Hippol. Ref. 6,23,3; Anatol. ap. Iambl. Theolog. arithm. 23, 29,10-12 De Falco.
75
Per un elenco esauriente degli autori che hanno affrontato questa problematica, cf. Cher-
niss 1976, 170 n. a.
76
Per la genesi del cosmo Arist. De cael. A 10, 279b 32 e il commento corrispondente in
Simpl. In De cael. 279b 32, 303,33 (Xenocr. Fr. 154 IP). Per la genesi dei numeri 0regooi
rvrxo Metaph. N 4, 1091a 23-29 e il commento di Burkert 1972, 79s.
Principi corporei/ incorporei 82
composto degli enti ideali xot raivoiov, porta ad identificare i cosiddetti
Pitagorici con quest'ultimo. E' perci assai probabile che Senocrate, il
quale l'unico nell'Accademia ad aver elaborato una dottrina degli indivi-
sibili, abbia preso posizione nei confronti dell'atomismo (che Aristotele
invece esaltava) contrapponendogli non semplicemente le tesi del Timeo,
ma la dottrina dei principi incorporei. L'interpretazione di coloro che
vedono nella prima parte del resoconto di Sesto una ricostruzione a po-
steriori di una polemica non dunque corretta. La sua fonte ha solo am-
pliato, secondo uno schema corrente, la lista delle teorie corpuscolariste,
ma ha ripreso sicuramente un confronto dialettico originale come fa in
molti punti del suo resoconto sui numeri. Questo risulta anche dall'esame
degli altri brani dossografici sui principi (che definir "la vulgata"), alcuni
dei quali di Sesto stesso, portati generalmente come prova della deriva-
zione tarda della polemica
77
. Nonostante siano sempre stati considerati
perfettamente paralleli a questo, essi presentano in realt differenze di
77
Sext. Emp. Adv. Math. 9,363 (124, 169 L.) Agoxito or xoi Eaixouo otoou, ri g ti
ooiotrov toutgv 0rtrov tg v ooov, xoi e rryrv o Eteixo Hoorioevio, oao
Moou tivo o voo doivixo xotoyorvgv, Avooyoo or o Koorvio o oior-
rio, Aiooeo or o raixg0ri Kovo roioto xoi org oeoto, Aoxgaioog or
o Bi0uvo ovoou oyxou, ot at v atot H:0o,ooov :o: oot0ao: rrov ao vtev
oriv, ot ot ao0jao:txot :o atoo:o :ov ooao:ov, ot ot atot :ov H!o:ovo :o toto.
Cf. Pyrrh. hyp. 3,32; Adv. Math. 10,318. [Gal.] Hist. phil. 18 (124 L.) Agoxito or xoi
Eaixouo to otoou oo ao vtev voiouoiv, Hoxriog or o Hovtixo xoi
Aoxgaioog o Bi0uvo o voou oyxou to oo uaoti0rvtoi tev oev, Avooyoo
or o Koorvio to ooiorri o Aiooeo or o Ko vo raixrxgrvo o rg xoi
roioto oeoto, H:0o,ooo ot :o: oot0ao: , ot ao0jao:txot :o atoo:o :o v
ooao:ov, Eto tev or o uoixo aooevooor vo to aoiotgto. Alex. De mixt. 213,18
(124 L.) e v oi rv otoo oe oto oario tei ag0ri, xoto og o xoi r yr0o ovov tg v
ao ogo oiooo v r ovto, to oo xoi to otoiri o ooiv ri voi, xoi tgi toutev
ouv0r ori tr xoi aoioi ariaoxgi rti tr tori xoi 0rori too yivro0oi r g oog
aetoi rv Aru xiaao tr xoi Ago xito yrvro0oi ooxouoiv, uotroi or Eaixouo tr
xoi oi tgv outg v toutei toarvtr oi or oute v, ou x otoou, ooiorg or tivo ooiv
oario rivoi oeoto, r e v g te v oio0gtev yr vroi oeo tev yivorvg xoto ou yxioiv
xoi ouv0roiv, r g oog Avooyoo tr xoi Aroo ooxouoi yryovr voi gog or
tivr xoi org tivo oe oto to oo xoi otoirio te v ao vtev aog0goov riari v
to:t ot :t ooo xot t tatatoov :jv ,tvtotv aoto:oo :ov ooao:ov xoi t oot0aov :t
o!!j. Cf. la versione riguardante i principi corporei di Calc. In Tim. 283,17-284,8 Waszink
Restat nunc, ut eorum quoque qui generatam esse corpoream silvam negant sententias exequamur; quorum
aeque diversae opiniones omnino sunt. Sunt enim qui textum eius et quasi continuationem quandam cor-
pusculis, quae intellegantur potius quam sentiantur, conexis sibi invicem assignent in aliquo modo positis et
aliquatenus figuratis, ut Democrito et Epicuro placet. Addunt alii qualitatem, ut Anaxagoras, sed hic
omnium materiarum naturam proprietatemque in singulis materiis congestam esse censet; alii propter exi-
guitatem individuorum corporum, quorum numerus in nullo fine sit, subtilitatem silvae contexi putant, ut
Diodorus et non nulli Stoicorum, quorum sit fortuitus tam coetus quam segregatio. Il resoconto di Cal-
cidio presenta le tipiche assimilazioni della trasmissione dossografica (ad alcuni stoici viene
addirittura attribuita una forma di atomismo e una formazione casuale dei corpi, ci che
essi sempre criticano). Su questi schemi Mansfeld 1990a, 3070 n. 38 e 3158s.
Capitolo secondo 83
rilievo. In questi brani, infatti, le dottrine che pongono come principi le
idee, le superfici (o i limiti dei corpi) e i numeri vengono considerate come
tesi separate, senza alcun collegamento fra loro e attribuite a personaggi
diversi: i sostenitori dei "limiti dei corpi" (le superfici) come principi sono
ad esempio i "Matematici", identificati con sicurezza come matematici e
astronomi di et ellenistica
78
, quello dei numeri Pitagora, delle idee, Pla-
tone. Una breve notazione del Filopono, unica nel panorama dossografico
antico, solo apparentemente simile alla vulgata, riporta invece una lista con
varianti significative che richiamno il resoconto di Sesto. Se infatti fra i
"materialisti" vengono annoverati Talete, Democrito, Anassimene Anas-
simandro ed Eraclito, che compaiono anche nella vulgata
79
, i sostenitori dei
principi incorporei sono unicamente i Pitagorici e Senocrate che hanno
posto come come principi i numeri. L'aggiunta a quest'ultimo gruppo di
Platone con formula dubitativa rimanda evidentemente all'interpretazione
della sua dottrina da parte della fonte del Filopono
80
. Nella vulgata Seno-
crate non compare mai come sostenitore del numero (che invece Pita-
gora) e Platone sempre decisamente il rappresentante della dottrina delle
idee. Inoltre il Filopono fa seguire anche un elenco di coloro che avreb-
bero sostenuto una posizione intermedia ammettendo sia principi corpo-
rei che incorporei, come Anassagora (omeomerie e Nous), Empedocle
(quattro elementi e Neikos e Philia) e lo stesso Democrito (atomi e vuoto).
Il Filopono attinge dunque ad un'altra versione dell'opposizione corporei/
incorporei che ha ben presenti le tesi di Senocrate e che mostra delle
analogie con l'excursus di Sesto sulla diaphonia fra "Pitagorici" e atomisti.
Ambedue si distanziano dalla vulgata sui principi corporei e incorporei e
attribuiscono gli incorporei unicamente ai Pitagorici e, il Filopono, anche
a Senocrate, la fonte ultima del brano di Sesto. La prima parte di questo
passo, dunque, lungi dal riprodurre semplicemente la vulgata di et elleni-
stica, riporta, pur con qualche integrazione, una originale critica di Seno-
crate agli atomisti. La parte critica si incentrava sull'assimilazione delle
loro dottrine alle presunte tesi corpuscolariste e sul concetto di eternit
dei principi. La considerazione che i principi corporei, per definizione,
non possono essere eterni in quanto mentalmente sempre scomponibili,
serviva poi come punto di partenza per l'ovouoi ri to aeto, l'uno e la
diade secondo quel procedimento rispecchiato nei testi aristotelici esami-
nati nella prima parte di questo capitolo. Il carattere teoretico dell'opera-
78
Burkert 1972, 42s., n. 76; Isnardi Parente 1992, 159ss.
79
Sext. Emp. Adv. Math. 9,360-364 e 10,310-318.
80
Philop. In De an. 404b 30, 82,17 (Xenocr. Fr. 119 IP) oeotixo r v ouv to oo
rti0rvto oi uoixoi, Oog, Agoxito, Avoir vg Avoiovoo, Hoxrito,
ooeotou or oi oi0ou ryovtr e oi Hu0oyorioi xoi Ervoxotg, ooxri or xoi o
Hotev.
Principi corporei/ incorporei 84
zione di sottrazione dal corporeo alle figure geometriche, ai numeri e ai
principi stessi veniva espressamente sottolineato col risultato di separare
nettamente l'ambito degli incorporei da quello del corpo: quest'ultimo
infatti anche se, di fatto, fosse eterno, non potrebbe comunque esserlo in
realt, poich i veri enti eterni sono solo gli intellegibili. Gli oggetti mate-
matici perdevano cos quel carattere di mediazione che avevano rivestito
per Platone per rientrare nel dominio degli intellegibili puri.
4. 3. Una fonte scettica per Sesto
La fonte del brano di Sesto difficile da determinare e la discussione
tuttora aperta, ma, anche solo dall'analisi della prima parte del brano, che
termina con 10,263, si possono ricavare elementi utili per individuarla.
Universalmente riconosciuto il fatto che si tratta di una fonte tardo-elle-
nistica in quanto presenta in alcuni punti quella volgarizzazione delle teo-
rie del numero che si ritrova in autori tardi
81
. Il problema si pone quando
si tratta di stabilire con precisione a quale ambito appartenga. Come si
gi osservato, la questione complicata dal fatto che la fonte di Sesto ha a
sua volta utilizzato pi fonti per questo excursus sui numeri. Sono state
avanzate varie ipotesi di cui vale la pena fornire un breve sunto valido
anche come punto di partenza per ulteriori riflessioni.
1. Posidonio. La tesi di Posidonio ha avuto un grande seguito soprat-
tutto per le analogie di Adv. Math. 10,277-284 con 7,92-100 dove il filo-
sofo viene espressamente nominato. Ed effettivamente questi paragrafi
mostrano una utilizzazione di Posidonio o, per lo meno, di una versione
tarda, da lui derivata, sui numeri pitagorici, versione che, del resto, ricom-
pare tale e quale anche in Adv. math. 4,2-9
82
. Essa basata sostanzialmente
su una interpretazione del Timeo alla luce delle dottrine dell'uno e della
diade e della massima pitagorica della tetraktys, fonte della natura eterna.
La tetrade costituisce il fondamento sia della struttura corporea che dell'a-
nima del mondo. Genera il corpo attraverso la progressione, o lo scivola-
mento del punto alla linea, di questa alla superficie, e di questa al solido
corporeo, e l'armonia del cosmo sulla base degli accordi contenuti nei
numeri dall'uno al quattro: l'accordo di quarta (4:3) di quinta (3: 2) e l'ot-
tava (2:1)
83
. N in questi resoconti, n nella vulgata tarda che ritorna in altri
81
Cf. Burkert 1972, 54s.
82
Cf. Burkert 1972, 53ss.
83
Adv. Math. 10,282s. La derivazione posidoniana della teoria dell'anima del mondo confer-
mata dal passo corrispondente in Adv. Math. 4,8 (xoto tg v og0rv uao0roiv troooev
ovtev oi0ev, tou tr rvo xoi ouo xoi tio xoi tr oooo, r v oi rryorv xoi tgv tg
ug ior ov arirro0oi xoto to v r voo viov oyov...) nel quale viene riecheggiata la
Capitolo secondo 85
autori compaiono, per, il motivo della diaphonia dei Pitagorici con gli
atomisti e la caratterizzazione del solido come incorporeo.
2. Eudoro o un neopitagorico. E' la tesi pi affermata da quando il Theiler
l'ha proposta leggendo in 10,260s. una reinterpretazione monistica della
dottrina dei principi tipica di Eudoro
84
. In realt, nel brano di Sesto, come
stato osservato, non c' un monismo del tipo eudoreo che pone l'uno
come principio supremo, identificabile con il dio, al di l della dualit dei
principi uno e diade
85
, ma una predominanza dell'uno rispetto al secondo
principio che Aristotele stesso nella Metafisica attribuisce ad alcuni Pitago-
rici e agli Accademici
86
. Venuta meno dunque la motivazione principale
per far risalire ad Eudoro il resoconto di Sesto, non ci sono altri partico-
lari possano confermare questa tesi. La coloritura stoica del linguaggio
infatti una caratteristica comune degli autori tardo-ellenistici
87
. Non c',
d'altra parte, neppure nessuna ragione per attribuire ad un non ben identi-
ficato neopitagorico un resoconto sui numeri solo perch vi si parla di
Pitagorici e viene riferita anche la vulgata pitagorizzante relativa alla te-
trade. Sesto, infatti, non si limita ad attingere alla sua fonte per il semplice
resoconto, ma, come vedremo in seguito, assume in blocco anche la parte
critica della dottrina dei cosiddetti Pitagorici. Soprattutto la prima parte
del brano, quella gi commentata (248-262) e questa parte critica sono
importanti per individuare questa fonte che ha composto un resoconto
sui numeri pitagorici servendosi di materiali disparati: della vulgata tardo-
ellenistica, ma anche di altre fonti pi antiche.
Alcuni indizi rimandano ad una fonte scettica, nella fattispecie Enesi-
demo
88
:
1. Enesidemo aveva preso in considerazione i numeri probabilmente
trattando il tema del tempo in quanto li annoverava nelle stesse categorie:
per lui sia la monade sia l'istante erano sostanze, gli altri numeri e il giorno
definizione di Posidonio (F 141a; T 45 E.-K.) (Plut. De an. procr. 1023 B iorov ri voi tou
aovtgi oioototou xot oi0ov ouvrote oov ooviov arirovto). Sulla provenienza po-
sidoniana della vulgata relativa alla tetrade pitagorica come espressione della formula del
corpo e dell'anima, cf. Merlan 1960, 51-53.
84
Theiler 1965, 208.
85
Cf. Burkert 1972, 54 n. 7; Isnardi Parente 1992, 150 n. 41.
86
Metaph. M 6, 1080b 6 oroov or xoi oi ryovtr to rv ogv rivoi xoi ouoiov xoi otoi-
riov aovtev, xoi r x toutou xoi oou tivo rivoi tov oi0ov, rxooto toutev tivo
tev toaev rigxr. Ibid. 30-32 ovooixou or tou oi0ou rivoi ao vtr ti0r ooi, agv
tev Hu0oyoriev, oooi to r v otoiriov xoi ogv ooiv rivoi tev ovtev.
87
In particolare Theiler 1964, 90 si riferisce alla terminologia stoica della seconda parte del
brano di Sesto, quella riguardante la sistemazione categoriale. Egli stesso, per (p. 89), cita
un passo (Adv. Math. 8,161) che indica chiaramente come la terminologia stoica fosse im-
piegata anche dagli scettici.
88
A quanto mi risulta, finora solo il Krmer 1967, 29 n. 30; 1964, 157 n. 55 ha ventilato
questa ipotesi senza tuttavia soffermarvisi.
Principi corporei/ incorporei 86
il mese e l'anno solo dei multipli, cio una quantit. L'introduzione del
brano sui numeri come attinenti alla definizione di tempo, ricorda inoltre
quella data da Enesidemo
89
.
2. In Adv. Math. 10,251-52, in un inciso non ben integrato con il di-
scorso dei Pitagorici, si sottolinea come coloro che hanno assunto ele-
menti invisibili lo abbiano fatto ou xoive
90
. Questa espressione riecheggia
la formula del quinto tropo di Enesidemo contro le opinioni dogmatiche
secondo cui tutti coloro che assumono delle cause lo fanno ciascuno se-
condo proprie ipotesi sugli elementi, ma non secondo un metodo comune
e concordato
91
.
3. Ad Enesidemo rimanda anche la confutazione che Sesto fa seguire
all'excursus sui Pitagorici dove vengono utilizzati argomenti dei dialoghi
platonici in particolare del Fedone e del Parmenide
92
. Sesto confuta, utiliz-
zando un Platone "scettico"
93
, il dogmatismo dei Pitagorici. Particolar-
mente indicativo l'uso dell'aporia del Fedone (96e-97b) per la critica al
concetto di diade. Nel dialogo platonico era impiegata per mostrare l'im-
possibilit della generazione meccanica da composizione o divisione di
entit preesistenti: come possibile infatti che il due possa derivare da due
89
Sext. Emp. Adv. Math. 10,248 rari rti tev ouuyouvtev tei ovei aoyo tev roti xoi
o oi0o oio to aj oot toot0ajoto :jv :o: oovo: ,tvto0ot xo:oat :ojotv, xo-
0oato ooov xot jatoo v xot ajvov, t:t ot tvto::ov. Cf. Enesidemo in Adv. Math.
10,216s. tgv r v ovo aoogyoiov xoi tgv ovo rai tg ouoi o trto 0oi goiv, gti
roti oeotixg, :o ot at,t0j :o v oo vov xot :o xtoo!oto :ov oot0aov tat ao!:a!ooto-
oao: ao!to:o t xototo0ot. to r v yo vu v, o og ovou gvuo rotiv, r ti or tg v ovooo
oux oo ti ri voi g tgv ouoiov, :j v ot jatoov xot :o v aj vo xot :ov tvto::o v ao!:a!o-
otooaov :aoottv :o: v: v, ojat ot :o: oovo:, to or ouo xoi tio xoi orxo xoi rxoto v
aouaooiooo v ri voi tg ovooo.
90
La frase toivuv oogou xoi oovri uar0rvto to tev ovtev oo xoi ou xoive una
riflessione della fonte sulla diaphonia fra dogmatici che sta per esporre. Segue infatti la cri-
tica dei Pitagorici alle tesi che sostengono principi invisibili corporei in generale e agli ato-
misti in particolare.
91
Sext. Emp. Pyrrh. hyp. 1,183 aratov xo0 ov ao vtr e rao riariv xoto to ioio te v
otoiriev uao0rori o o: xo:o :tvo xotvo xot oao!o,o:at vo t oooo: oitioo-
youoiv. Sulla eventuale trattazione diafonica dei "fisici" da parte di Enesidemo e sulle sue
ascendenze nell'Accademia scettica, cf. Mansfeld 1988, 250 [1990b, 211] e n. 47; 251
[1990b, 212] e n. 48-50.
92
In particolare l'aporia del Parmenide (131a-c) secondo cui i molti non possono partecipare
dell'idea n come tutto n come parte. Cf. Adv. Math. 10,293-298. Nel passo corrispon-
dente degli Schizzi pirroniani (3,159), per dimostrare che il concetto di partecipazione di-
strugge l'unit dell'idea, viene riportata una variante dell'esempio del velo del Parmenide
(uaotr0r vtev yuvev o v0eaev, rvo or ovto iotiou xoi touto r vo oiooor vou,
yuvoi rvouoiv oi oiaoi xoi ei iotiou. ri or rou outg rtrri rxootov,
aetov rv rri ti ro g ovo, xoi oario yr rri rg, ri o oioiri toi).
93
Sull'immagine e l'evoluzione dell'interpretazione scettica di Platone, cf. l'esauriente reso-
conto in Tarrant 1985, 71-88. Cf. anche Bonazzi 2003. Il Fedone e il Parmenide sembrano es-
sere stati utilizzati per tale rappresentazione.
Capitolo secondo 87
unit distinte, di cui ciascuna era uno prima di aggiungersi all'altra, se esse
rimangono tali e quali erano precedentemente, o che lo stesso due si ge-
neri semplicemente se una unit viene tagliata a met? Si tratta di un
preambolo introduttivo alla critica alla spiegazione meccanicistica dei
fenomeni da parte di Anassagora e dei fisici come lui. Nel brano di Sesto
gli argomenti vengono ripresi, anche con una lunga citazione letterale
(Phaed. 97a), e ampliati
94
. Il Platone scettico che emerge da questo brano
non quello di Sesto stesso, che lo considerava un dogmatico come gli
altri e lo criticava come tale
95
, ma risale a quell'esegesi scettica cui egli
allude nel primo libro degli Schizzi pirroniani e che sempre stata oggetto
di controversa attribuzione. Secondo Sesto, alcuni interpretavano non
solo il Platone dei dialoghi aporetici, ma anche quello dei dialoghi dogma-
tici, come un puro scettico. Dato che i manoscritti esibiscono in questo
punto una irreparabile crux, si posto il quesito se questa visione fosse
quella di Enesidemo o se costui, come Sesto, vi si opponesse
96
. L'espres-
94
Adv. Math. 10,302-307 ri or vggi xot raiou v0roi v tivev r yveotoi (scil. o oi0o),
oaogori ti tev oio0gtev oaooto , xo0e xoi o Hotev gaori rv tei Hri ug ae
to ouo xot ioiov r v o vto ou voritoi ouo, ouvr0ovto or ri touto yivrtoi ouo xt.).
Isnardi Parente 1992, 163ss. ipotizza per questo passo una polemica diretta di Sesto contro
Platone. Che questo sia impossibile risulta in primo luogo dal fatto che il passo viene ri-
portato come un sostegno alla confutazione dei Pitagorici come indicano le espressioni in-
troduttive dei singoli punti dell'aporia (cf. 10,302 e 305 o or Hotev xoi o e raiririv
ourtoi... 308 toiouto r v xoi o Hotev r vroti xoi eor ouvretov), in secondo
luogo dal confronto con un passo parallelo (Adv. Math. 4,11ss.) dove effettivamente Sesto
polemizza contro Platone attribuendo a lui la dottrina dei numeri e sostenendo che pitago-
rizza (au0oyoixetrov o Hotev goiv...). Cf. in particolare Adv. Math. 4,21 (contro la
diade assunta da Platone come principio) oaoo yo ae xoi outg (scil. g ouo) ouvioto-
toi xoto tgv te v ovooev ouvooov, eoar xoi Hotev oio tou Hri ug aotrov
gaogxrv). Il Fedone viene in questo secondo caso utilizzato espressamente per dimostrare
come Platone sia in contraddizione con se stesso.
95
Cf. la feroce critica contro la composizione e il carattere matematico dell'anima nel Timeo
in Pyrrh. hyp. 3,189. Una stessa differenza di giudizio su Platone in passi paralleli, da cui ri-
sulta chiaro che Sesto offre un'immagine scettica di Platone solo quando segue letteral-
mente la sua fonte, in Pyrrh. hyp. 1,28 e Adv. Math. 7,281. La stessa definizione di uomo
tratta dalle definizioni pseudo-platoniche viene interpretata nel primo passo alla luce del-
l'affermazione che nessuno dei sensibili esiste veramente: Platone fornisce la definizione di
uomo, non come un dato sicuro, ma solo, come solito fare, secondo la verosimiglianza
(xoto to ai0ovov). Nel secondo caso (Adv. Math. 7,281), invece, Sesto critica la definizione
platonica come la peggiore di tutte in quanto non definisce affatto l'uomo, ma elenca solo
una serie di attributi positivi e negativi. Nel brano degli Schizzi pirroniani abbiamo proprio
un saggio interpretativo di quella corrente da cui Sesto prende le distanze, ma di cui nel
contempo si serve come fonte. Cf. su questo punto Tarrant 1985, 75-77; Decleva Caizzi
1980, 408s.; 1986, 175.
96
Pyrrh. hyp. 1,221s. tov Hotevo ou v oi r v ooyotixo v rooov rivoi oi or oaogtixov, oi
or xoto rv ti oaogtixov xoto or ti ooyotixov [...]. ari r v ou v tev ooyotixo v
outo v rivoi ryo vtev, g xoto rv ti ooyotixov, xoto or ti oaogtixov, ariooov ov rig
ryriv vu v outoi yo oooyouoi tg v ao go oiooo v ari or tou ri rotiv rii-
Principi corporei/ incorporei 88
sione che segue direttamente la menzione di Enesidemo nel tormentato
passo: outoi yo oioto toutg aor otgoov tg otoore, denota tuttavia una
presa di distanza da quella tendenza, della quale evidentemente Enesi-
demo era uno dei rappresentanti principali
97
. Proprio il fatto che Sesto usi
lo stesso passo platonico del Fedone in Adv. Math. 10,302ss. nell'argomen-
tazione contro i "Pitagorici", seguendo l'interpretazione scettica di Pla-
tone, e in Adv. Math. 4,21, invece, per confutare un Platone pitagorico e
dogmatico, fa pensare che l'interpretazione data da Enesidemo fosse
quella di un Platone scettico sul modello del Platone aporetico dell'Acca-
demia di mezzo
98
. Enesidemo aveva, del resto, tradotto in termini scettici
l'aporia del Fedone argomentando contro il concetto di generazione
99
.
xive oxratixo aotutrov r v r v toi uaovg ooi oiooovorv, vuv or e r v uao-
tuaeori r yorv xotoargootov xoi Aivgoiogov (outoi yo oioto tou tg ao-
rotgoov tg otoore) oti otov o Hotev oaooi vgtoi ari iorev g ari tou aovoiov
rivoi g ari tou tov rvortov iov oirtetrov rivoi tou rto xoxiev, ritr e
uaoouoi toutoi ouyxototi0rtoi, ooyotiri, ritr e ai0ovetroi aooti0rtoi, rari
aoxivri ti xoto aiotiv g oaiotiov, rxarruyr tov oxratixo v ooxtg o. Se il nome di
Enesidemo chiaro, cos non n per il contesto, n per il nome di Menodoto, che si
sono voluti ricostruire dall'incomprensibile xotoargootov dal Fabricius in poi. Nono-
stante tutti i tentativi di ripristinare il testo (xoto te v ari Mgvoootov Heintz, Mau: xoto
tou ari Mgvoootov Natorp, Mutschmann: xo0oar oi ari Mgvoootov Spinelli 2000),
la crux rimane, cf. Perilli 2004, 105-109; 2005.
97
Sesto usa anche altrove una espressione simile per definire una tendenza rappresentata da
Enesidemo e da altri da cui egli si dissocia. Cf. Adv. Math. 7,350 (identit fra anima e sen-
sazioni) g otoore gr Etotev o uoixo xoi Aivgoiogo. Inoltre con il termine
otooi Sesto indica sempre una posizione filosofica diversa dalla sua (cf. TLG da cui
traggo solo alcuni esempi Pyrrh. hyp. 3,131 Stoici; Adv. Math. 7,190; 202; 300 Cirenaici;
7,399 Seniade; 8,62 Democrito e Platone), cf. anche Heintz 1922, 30ss. Grler 1994, 840
osserva che un attacco ad Enesidemo da parte di Sesto non fuori luogo in quanto poco
prima (Pyrrh. hyp. 1,210-212) egli polemizza contro Enesidemo e contro la sua interpreta-
zione di Eraclito in chiave scettica. C' dunque una tendenza del fondatore del neopirroni-
smo ad attribuire posizioni scettiche ai predecessori. L'eventuale opposizione di Sesto ad
Enesidemo stata rigettata sostanzialmente con l'argomentazione che quest'ultimo, ri-
chiamandosi a Pirrone e a Timone, difficilmente avrebbe potuto considerare Platone un
puro scettico (Decleva Caizzi 1992, 186s.; Isnardi Parente 1992, 122s. n. 3; Bonazzi 2003,
150ss.). Tuttavia coloro che sostengono questa tesi omettono, nella discussione del passo,
proprio l'analisi della frase che segue la menzione di Enesidemo toutg aorotgoov tg
otoore. Per quanto riguarda l'attribuzione ad Enesidemo dell'interpretazione di Platone
scettico, cf. Ioppolo 1992, 186ss. e Tarrant 1985, 74-77.
98
Cf. Cic. De or. 3,18,67 Arcesilas primum, qui Polemonem a udierat, ex variis Platonis libris
sermonibusque socraticis hoc maxime arripuit, nihil esse certi quod aut sensibus aut animo percipi possit.
Cf. Glucker 1978, 36ss.; Ioppolo 1984, 342. Sulla interpretazione aporetica di Platone nel-
l'Accademia di mezzo, cf. inoltre Annas 1992, 43ss.
99
Un corpo non pu generarne un altro rimanendo in s (dalla divisione di una unit non
possono risultarne due), n, congiungendosi con un altro, generarne un terzo diverso da
ambedue (da due unit non pu generarsene un'altra diversa da ambedue). Infatti l'uno
non pu generare il due se gi prima non lo conteneva nella sua natura, n il due il tre. Ma
se cos fosse ogni unit conterrebbe in s numeri infiniti, cf. Sext. Emp. Adv. math. 9,220s.
Capitolo secondo 89
Enesidemo probabilmente raccoglieva, da fonti disparate, una serie di
testimonianze sulle dottrine di quelli che al suo tempo erano designati
come "Pitagorici". L'utilizzazione di una pluralit di fonti su una stessa
dottrina "dogmatica" del resto tipica delle tradizioni scettiche, sia acca-
demica che neopirroniana, ed funzionale alla confutazione: la credibilit
dei dogmatici seriamente messa in discussione se essi sono colti in con-
traddizione con se stessi o con quelli che sostengono le loro stesse dot-
trine. Fonti diverse forniscono informazioni e prospettive diverse e sono
estremamente utili a questo scopo. Per quanto riguarda la parte che qui
interessa, cio i paragrafi 248-261, se non si pu escludere a priori, sembra
tuttavia improbabile che Enesidemo attingesse direttamente a Senocrate.
Per gli altri due resoconti sui "Pitagorici" successivi a questo, quello sulla
dottrina delle categorie e la vulgata sulla derivazione dai numeri, egli ha
infatti certamente utilizzato fonti intermedie
100
. E' dunque assai verosimile
che anche i paragrafi 248-261 siano stati mediati da una fonte la cui iden-
tit rimane, per, campo di congettura
101
. Si pu solo osservare che non
riproduce la tradizione interpretativa teofrastea della somiglianza fra i
fondamenti della dottrina platonica e atomista comune nei testi tardi e di
matrice posidoniana (v. infra, 5-6), bens il modello polemico sostenitori
degli incorporei contro materialisti sviluppato nell'Accademia antica.
Rispetto ai resoconti tardi sui principi in cui compare Democrito il
brano di Sesto si caratterizza comunque per un elemento fondamentale. Il
confronto, infatti, non riguarda Platone e Democrito, ma gli atomisti e i
cosiddetti Pitagorici, cio gli Accademici. Nei resoconti successivi, che
fanno capo alla tradizione teofrastea, gli attori del rapporto rimangono in
primo luogo Platone e Democrito e, solo in seguito, per influsso del neo-
pitagorismo, vengono aggiunti anche i Pitagorici. Questo termine fa per
Il Fedone costituiva un testo fondamentale per l'interpretazione scettica di Platone, cf. Anon.
Proleg. 10,1ss. in cui vengono citati a questo proposito Phaed. 65b, 66b, 79c.
100
La terminologia dell'esposizione sulle categorie (263-276) rispecchia sicuramente una
rilettura posteriore pur basandosi sostanzialmente sulle teorie dell'allievo di Platone, Er-
modoro (Gaiser 1968b, 63ss., Isnardi Parente 1982a, 443; 1992, 152-157). Nel resoconto
sulla genesi delle figure dal punto (277-282) sono descritte due teorie distinte, una statica e
una dinamica, che compaiono anche in altri passi di Sesto e in autori tardi (Adv. Math.
7,99-100; 3,20-21; Philo, Op. 49; Theo Smyrn. Exp. rer. math. 93,21 Hiller): 1. quella di deri-
vazione speusippea, che si basa sulle analogie punto-monade, linea-diade, superficie-triade,
solido-corpo-tetrade (Speus. Fr. 84-85 IP), 2. quella della uoi del punto che origina di-
namicamente le varie dimensioni, risalente probabilmente al pitagorismo antico, ma ripresa
anche da Eratostene come si pu ricavare da Sesto stesso (Adv. Math. 3,28).
101
Burkert 1972, 94 ipotizza che l'attribuzione della dottrina dell'uno e della diade a Pitagora e
la denominazione degli allievi di Platone come "pitagorici" risalga all'Accademica scettica
che voleva tenerli distinti da un Platone genuinamente "scettico" e rileva come questa tra-
dizione potrebbe aver influenzato anche il resoconto di Sesto Empirico.
Principi corporei/ incorporei 90
riferimento non agli Accademici, ma agli scritti pseudo-pitagorici quali
quello di Timeo di Locri o comunque a teorie neopitagoriche.
5. La tradizione "sinfonica" sui principi di Platone e
Democrito
I testi tardi che nominano congiuntamente Platone e Democrito presen-
tano dei caratteri piuttosto diversi da quelli del brano di Sesto. Le teorie
platoniche e atomiste sui principi vengono infatti poste sullo stesso piano
in quanto ambedue avrebbero superato l'ambito del sensibile per ricercare
principi che diano una ragione delle qualit come il caldo e il freddo. In
questi contesti i corpuscoli di Democrito vengono avvicinati sempre pi
agli intellegibili platonici e vengono definiti vogto oeoto. Si tratta di una
terminologia distinta da quella della dossografia aeziana dove gli atomi
democritei vengono per lo pi designati come o yei 0regto oeoto
102
.
Questo confronto, basato sostanzialmente su una rielaborazione del mo-
dello teofrasteo, domina tutta la tradizione tarda sui principi di Democrito
e Platone. Di quest'ultimo vengono prese in considerazione unicamente le
dottrine del Timeo, che si spingono fino ai limiti dei corpi (cio alle super-
fici), non la cosiddetta dottrina non scritta. I triangoli platonici vengono
invece subordinati ai principi ultimi, forma e materia, secondo i canoni del
platonismo aristotelizzante di matrice tardo ellenistica. Il parallelismo
Platone-Democrito stato dunque ripreso in margine all'interpretazione
del Timeo secondo il modello aristotelico-teofrasteo. Sia Aristotele che
Teofrasto, infatti, l'uno a fini polemici e affermandone la superiorit, l'al-
tro in maniera neutrale, confrontavano l'atomismo con le teorie del Timeo.
La tradizione tarda subordina Democrito a Platone valutandolo positiva-
mente solo in quanto avrebbe, come quest'ultimo, superato il sensibile
nella ricerca dei principi e inserendolo comunque sempre in uno schema
fisso privo di qualsiasi ulteriore valore informativo. L'evoluzione del mo-
dello di un Democrito superiore ad un Democrito subordinato e funzio-
nale a Platone, che passa attraverso il confronto neutro di Teofrasto,
porta il marchio dei tempi. Se al tempo di Aristotele e di Teofrasto la
discussione sulle teorie democritee e platoniche era un elemento vitale
non solo a livello di teorie filosofiche, ma anche di prestigio di scuola, con
l'affermazione indiscussa del platonismo e la sovrapposizione a quello
antico del pi recente atomismo epicureo, l'interesse filosofico in positivo
o in negativo per Democrito sfuma a poco a poco. Per la maggioranza dei
102
Nel brano di Sesto (Adv. Math. 10,253-257) compaiono ambedue le denominazioni.
Capitolo secondo 91
filosofi di et imperiale egli poco pi che un nome. Se mai viene letto,
l'ottica interpretativa comunque quella della filosofia dominante legata al
fantasma di Platone. In questo clima si afferma un clich che si riprodurr
invariato per secoli, pur in contesti esegetici diversi, fino ai commentatori
di Aristotele.
5. 1. Plutarco De prim. frig. 948 A-C (506 L.)
In un brano singolare dal De primo frigido, Plutarco devia brevemente dal
discorso esclusivamente fisico sul caldo e sul freddo correlati agli elementi
per porre la questione sul piano dei principi "veri" di queste qualit. Egli
osserva che, coloro che hanno posto la causa del freddo nella ruvidezza di
certe forme triangolari (l'allusione ai triangoli del Timeo chiara), se anche
sbagliano in qualcosa, per lo meno, partono da una metodologia corretta.
Infatti chi si limita alle cause pi prossime al fenomeno, si comporta come
un medico o un contadino o un costruttore di flauti i quali, ovviamente, si
accontentano di risalire a quelle cause che sono immediatamente utili per
la loro arte, ma non vanno oltre.
Per il fisico, invece, che cerca la verit in vista della conoscenza teorica, la cono-
scenza delle cause pi prossime [al fenomeno] non il fine, ma il principio dell'a-
scesa verso le cause prime e pi alte. Per questo giustamente Platone e Demo-
crito, cercando la causa del caldo e del peso, non hanno arrestato il loro
ragionamento alla terra e al fuoco, ma, riportando i fenomeni sensibili alle cause
intellegibili, sono arrivati come a dei semi minimi
103
.
Il brano rimane un fatto episodico nel De primo frigido perch subito dopo
Plutarco ritorna ai principi sensibili dei quattro elementi, le qualit, men-
zionando Empedocle, Stratone e gli Stoici. Il tono difensivo del brano
presuppone, per, una "risposta" ad una critica a Platone soprattutto, ma
anche a Democrito, per aver posto dei principi non sensibili per il mondo
sensibile. Aristotele rivolge normalmente questa accusa contro Platone e
gli Accademici contrapponendo loro, per, proprio Democrito. Teofra-
sto, invece, nel De sensibus, critica congiuntamente ambedue, Platone e
Democrito, per aver posto delle figure alla base delle affezioni sensibili. Il
fantasma di Teofrasto aleggia su tutto il brano di Plutarco. La ricerca dei
103
Plut. De prim. frig. 948 C (506 L.) tei or uoixei 0reio rvrxo rtiovti tog0r g te v
rootev yveoi ou tro rotiv o og tg rai to aeto xoi o vetote aorio. oio xoi
Hotev o0e xoi Agoxito oitiov 0rotgto xoi outgto gtou vtr ou xotraou-
oov rv ygi xoi aui tov oyov o rai to vogto o vorovtr oo to oio0gto ri
tev roiotev eoar oarotev aog0ov. Il termine oaro richiama chiaramente Ti.
56b rote og xoto tov o0ov oyov xoi xoto to v roixoto to r v tg auoioo otrro v
yryovo rioo auo otoiriov xoi oaro.
Principi corporei/ incorporei 92
principi del caldo e del peso richiama proprio il De sensibus che fa seguire
al confronto fra i due autori la trattazione del peso in Democrito. La di-
fesa di Plutarco presuppone poi la critica di Teofrasto a coloro che sono
andati a ricercare le cause del caldo e del freddo oltre il sensibile
104
. Plu-
tarco confuta queste obiezioni ricordando che per il filosofo, il quale si
trova all'apice della piramide della conoscenza, i principi fisici sono solo
un punto di partenza verso la ricerca di cause pi alte. Si tratta della con-
cezione della filosofia tipica di Posidonio che classifica le varie scienze
secondo un criterio gerarchico: la filosofia, la sola scienza in grado di
spiegare le cause e la physis di tutto sta al primo posto
105
, le altre, come la
geometria e la matematica, sono scienze ausiliarie che non si occupano
della ricerca delle cause ultime, ma si basano sugli elementi di cui la filoso-
fia ha fornito la dimostrazione. Il brano di Plutarco si colloca dunque in
quella tradizione, che si irradia da Teofrasto e passa attraverso Posidonio,
che vede Democrito e Platone come sostenitori di principi "intellegibili".
5. 2. Galeno e i principi di Platone: PHP 8,3,1
(II,494,26 De Lacy = V,667 K.)
Una trattazione sui principi perfettamente parallela a quella plutarchea, ma
concernente solo le dottrine platoniche, compare anche in Galeno, sicu-
ramente da una fonte di ambito stoico, in quanto viene menzionato Cri-
sippo. Il resoconto di Galeno ovviamente indipendente da Plutarco in
quanto molto pi dettagliato e non nomina Democrito. Nell'ottavo libro
del De Placitis Hippocratis et Platonis, Galeno, confrontando i principi dei
due autori, osserva che il primo non ha ritenuto opportuno procedere
oltre i quattro corpi elementari nella ricerca dei principi perch si occupa
di una scienza pratica quale la medicina. Platone, invece, mettendo al
primo posto la filosofia teoretica, non si fermato alle propriet apparenti
104
V. supra, n. 26.
105
Posidon. F 90 E.-K. (Sen. Ep. 88,24-26) Quemadmodum, inquit, est aliqua pars philosophiae
naturalis, est aliqua moralis, est aliqua rationalis, sic et haec quoque liberalium artium turba locum sibi
in philosophia vindicat. cum ventum est ad naturales quaestiones, geometriae testimonio statur: ergo eius,
quam adiuvat, pars est [...] 26 Sapiens enim causas naturalium et quaerit et novit, quorum numeros men-
surasque geometres persequitur et supputat. Qua ratione constent caelestia, quae illis sit vis quaeve natura
sapiens scit: cursus et recursus et quasdam obversationes, per quas descendunt et adlevantur ac speciem in-
terdum stantium praebent, cum caelestibus stare non liceat, colligit mathematicus. Questa divisione
delle scienze testimoniata anche per l'allievo di Posidonio, Gemino (Posidon. T 73 E.-
K.), ed diffusissima nella filosofia tarda dove evidentemente entrata a far parte delle de-
finizioni scolastiche. Si ritrova infatti in Filone Alessandrino (De congr. erudit. grat. 144-147)
e viene riportata, negli stessi termini, come una delle definizioni di filosofia nel commento
di Ammonio all'Isagoge di Porfirio (Prooem. 7,13ss.). Sulla relazione del brano di Plutarco
con la concezione della scienza di matrice posidoniana, cf. anche Theiler 1982, II, 178.
Capitolo secondo 93
degli elementi, ma ha cercato anche le cause della loro generazione, ricerca
che per un medico inutile. Chiedersi infatti perch l'acqua bagna e per-
ch il fuoco brucia o perch l'acqua scorre e il fuoco va verso l'alto, o
perch la terra la pi stabile e la pi pesante non serve per guarire le
malattie. Il ricercare le cause per cui il fuoco taglia e divide, siano esse la
sua forma piramidale o qualche altro motivo, invece compito della filo-
sofia teoretica cui Platone ha posto mano
106
. La corrispondenza di questa
prima parte del brano di Galeno con quello plutarcheo pressoch per-
fetta: la distinzione fra una scienza pratica, quale quella del medico, che si
limita alle cause pi prossime, e quella teoretica del filosofo, che risale ai
primi principi, porta a giustificare la ricerca platonica delle cause nelle
forme geometriche. Anche qui implicita la risposta alle critiche teofra-
stee: se lo scoprire perch il fuoco brucia non compito delle scienze
pratiche, lo invece del filosofo il quale deve risalire alle cause prime.
L'impronta posidoniana di questa concezione risulta chiara dal confronto
con i testi che riflettono le concezioni di Posidonio
107
.
Galeno passa poi a descrivere la composizione degli elementi in una
maniera che rivela ancora l'impronta di Posidonio: Platone avrebbe diviso
"concettualmente" gli elementi in materia e figura e, essendo la figura
solida limitata da superfici, sarebbe risalito ai triangoli rettangoli che com-
pongono il triangolo equilatero di aria, acqua e fuoco e il quadrato della
terra. Dal momento che non avrebbe potuto andare oltre, si sarebbe fer-
mato a questi triangoli come a minimi chiamandoli elementi
108
. Qui ab-
106
Gal. PHP 8,3,1 (II,494,26 De Lacy = V,667 K.) oori o rv tei g xori v outo (scil. au,
og, uoe, yg ) otoirio oiorro0oi ao Iaaoxotgv xoitoi yr ouo rxrivo e vooorv
outo otoiri o, o vov o oti tou tev ouviovtev xoi xrovvurvev to uoixo yiyvrtoi
oeoto. xoi toutev aooetre eri v o r v Iaaoxotg ouoriov o vo yxgv ri voi goi,
aoxtixgv ou 0regtixg v rtro rvo trvgv o or Hotev e ov tg v 0regtixgv i-
oooiov gyou rvo rivoi tiietotgv oux gxro0g ovoi toi oivorvoi r v toi
otoirioi ouvoroiv oo xoi tgv oitiov raigtri tg yrvrore oute v, ogotov io-
tei oxro. oto :t ,oo :,oot vtt at v :o :ooo, xottt ot :o a:o g oio ti ri rv to uoe,
ove or rrtoi to au, rooioto tg or xoi outotg tev otoiriev roti v g yg, ao to
tev vooev ioori ouor v ouvtrri [...] to o rxgtriv rit rx auoorioev tei ogoti
oiev ouyxritoi to au rit og ti rotiv oiti o oi gv tr vri tr xoi oioiri to
agoioovto oeoto, tg 0regtixg ioooio ryov rotiv, gv rtoriiorvo o
Hotev to rv tou auo oio auooriog goiv rivoi, to or tg yg xuoriog, to or
xoourvov oxtoroov og o tou o ro ioiov rivoi voiri xo0oar xoi to rixooo r-
oov uooto.
107
V. supra, n. 105.
108
Gal. PHP 8,3,7 (II,496,14 De Lacy = V,668 K.) oioiri or tei oyei aoiv ou to touto
xot raivoiov ri tr tg v ugv xoi to ogo xoariog to ogo ou v0rtov roti, to rv tg
auoioo rx trttoev iooaruev tiyevev, to or roroov tou xu ou trtoye vev
r,[...] aoiv raioxoaritoi te v to otrro ogoto arioiovtev raiaroev tgv to iv
xoi goi to rv iooaruov tiyevov rx tiye vev o0oyeviev ouoiv yrvro0oi, to or tr-
toyevov rx trttoev. rari or gxr ti o vetre aor0riv rirv, e r v roiotoi
Principi corporei/ incorporei 94
biamo una versione pi diffusa di quello che Plutarco liquida con un ac-
cenno (Platone e Democrito sarebbero giustamente risaliti per i sensibili a
minimi intellegibili). Indicativo il rilievo che Platone non ha di che an-
dare oltre le superfici nella ricerca dei principi. Si tratta di una interpreta-
zione scolastica stoicizzante della dottrina platonica basata esclusivamente
sul Timeo, che esclude ogni allusione agli oyoo ooyoto. In questa ottica,
che concilia platonismo e aristotelismo, il corpo, nella sua unit di forma e
materia, viene assunto come fondamento della realt. Le forme geometri-
che platoniche vengono invece relegate nell'ambito della pensabilit, fun-
zionale alla ricerca delle cause: la forma, infatti, mentalmente analizzabile
nelle sue componenti geometriche pur non esistendo in s, al di fuori di
un corpo. Tale esegesi, che risale a Posidonio, non ammetteva, per, che
si superasse nella ricerca dei principi del corpo l'ambito della geometria
109
fondandosi su Ti. 53d: gli ulteriori principi, al di l dei triangoli, li conosce
solo il dio o chi fra gli uomini gli caro
110
. Questa interpretazione
presupposta in Antioco di Ascalona, per quanto si pu giudicare dal Varro
ciceroniano
111
ed corrente nel platonismo successivo; i commentatori
neoplatonici di Aristotele la utilizzano in particolare in difesa di Platone
dalle accuse aristoteliche di aver generato i corpi da elementi incorporei.
Cos, nel commento al De caelo, Temistio giustifica la teoria della composi-
zione dei corpi da triangoli come una operazione mentale tesa alla ricerca
delle cause, che comunque non infirma la realt del sinolo di forma e
materia
112
.
iototoi toutoi, xoi oio tout outo aoooyoruri otoiri o, to rv rtrov iooaruou
tiyevou, to o rtrov trtoyevou.
109
Nella versione stoicizzante della dottrina del Timeo che si trova in Diogene Laerzio (3,67)
vengono distinti due ambiti, quello dell'anima, che avrebbe un principio di carattere mate-
matico, e quello dei corpi, invece, basato su principi geometrici. Cf. 3,70 per la descrizione
della composizione degli elementi da triangoli.
110
Questo presupposto viene esplicitato in Anon. Proleg. 11,27 tei o ovoutixei (scil. toaei)
rv Tioiei xrgtoi o vouev to uoixo ao vto ri ororvg v xoi rioo (ororvg v
xoev tgv ugv), to or rioo aoiv ri ogoto, to or ogoto ri tiyevo, to or
rarxrivo toutev ovov 0ro v r yev rior voi xoi to v tou tei iov. Cf. anche [Justin.] Co-
hort. ad Graec. 26,1.
111
Cic. Ac. 1,2,6 Nostra tu physica nosti, quae cum contineantur ex effectione et ex materia ea, quam fingit
et format effectio, adhibenda etiam geometria est.
112
Themist. In De cael. 299b 31, 158,23-159,2 Atque in universum modo aliquo absurdum non est, ut,
cum de prima forma, quae est in materia, quaesierit aliquiset est id, quod tribus dimensionibus praedi-
tum est quam reliquae naturae, nempe caliditas, frigiditas, siccitas, humiditas et qualitates, quae ex eis
constant, consequuntur et ideo tantum invenitur forma per se, cum quaesierit primam formam, quae est
in materia, et formas dissolverit <dico, absurdum non est> ut primo superficies sint et istae ante rectan-
gulos (ad eas namque sermo terminatur), quoniam ipsae longe plurimum praecedunt, in quantum etiam in-
veniuntur reliquas qualitates corpori impartiri, sed ea ratione, qua forma, non praecedunt, siquidem corpus
eis prius extitit.
Capitolo secondo 95
Interessante anche la seconda parte del testo di Galeno che prosegue
esemplificando il concetto di "elemento" come lo intende Platone: egli
chiamerebbe infatti elementi sia i triangoli che le figure solide
113
. A riprova
di ci viene citato Ti. 56b: "sia dunque secondo la giusta definizione e
secondo quella verosimile la forma della piramide che si generata
elemento e seme del fuoco". Il fuoco un ammasso di corpuscoli di fi-
gura piramidale cos come in un mucchio di grano ciascun granello ele-
mento del mucchio. Questa concezione viene corroborata attraverso il
confronto con la dottrina crisippea del linguaggio: allo stesso modo anche
Crisippo chiama "elementi" sia le sillabe, in quanto esse generano i nomi, i
verbi e le altre parti del discorso, sia le lettere che compongono le sil-
labe
114
. Il nome di Crisippo e l'esemplificazione, tipicamente stoica, del
mucchio
115
, riporta chiaramente il resoconto di Galeno nell'ambito dello
stoicismo. La similitudine dei granelli di un mucchio di grano con le pira-
midi del fuoco (favorita dal testo platonico stesso) getta inoltre luce sul-
l'affermazione di Plutarco secondo cui Platone e Democrito sono arrivati
fino ai "semi" minimi. Plutarco si dunque rifatto ad un'interpretazione
corrente del Timeo risalente a Posidonio, nella quale Democrito veniva
citato, secondo il modello teofrasteo, accanto a Platone per essere risalito
ai principi "intellegibili" del corporeo.
6. Simplicio sui principi di Democrito e Platone
La dossografia derivata da Posidonio marca comunque tutta l'imposta-
zione successiva del confronto fra Platone e Democrito che si trova sin-
tetizzata e stratificata principalmente in Simplicio. Simplicio stesso sceglie
consapevolmente la tradizione sinfonica opponendola a quella diafonica,
un metodo, come egli dice, applicato da alcuni (l'allusione agli autori
cristiani che sfruttano ampiamente la tradizione scettica) a tutta l'inter-
113
Cf. anche Diog. Laert. 3,70.
114
Gal. PHP 8,3,11 (II,496,31 De Lacy = V,670 K.) vuv rv ou v to ouototixo tiyevo tev
oiovtev raiaroev to otrro ogoto xrxgtoi otoirio ao[o]r0ev or xoi outo to
arioiorvo oeoto ao te v rigrvev raiaroev o voo ri otoiri o yoev oute
"rote og xoto tov o0ov oyov xoi xoto tov roixoto to rv tg auoi oo yryovo otr-
rov rioo auo otoiriov tr xoi oaro". to oio0gtov touti au o0oov o0oioo vo-
iri[v] ixev rivoi oeotev to ogo ao vtev rovtev auoioo. rxri vev ou v
rxootov otoiriov rivoi goi tou auo, e ri xoi tou te v aue v oeou otoiriov
rryrv rivoi ti rxootov te v aue v, xoto or to v outo v oyov xoi to r v tg evg
otoirio yrvvo v aeto rv to ouoo , rit r oute v yrvvoo0oi to t ovoo xoi to
go xoi tg v ao0roiv o0ov tr xoi ouvoroov o aoiv o Xuoiaao ovoo ri tou
oyou otoiri o.
115
Cf. SVF II 471, 153,2-6; 472, 153,29-31; 473, 154,14s.
Principi corporei/ incorporei 96
pretazione della filosofia. Egli cerca invece costantemente di conciliare le
tesi presocratiche fra loro e con la dottrina neoplatonica trasponendo a
tutte le teorie dei fisici quel carattere enigmatico che gli altri commentatori
attribuiscono alle dottrine pitagoriche
116
. Si giustifica cos la scelta da parte
di Simplicio di fonti che sottolineino piuttosto la concordanza fra Platone
e Democrito che una eventuale discordanza.
Esiste tuttavia nelle testimonianze di Simplicio una variet di contesti
che rivelano la sedimentazione nel tempo di diverse problematiche fra
loro collegate su di un unico troncone dossografico di matrice teofrasteo-
posidoniana riguardo ai principi di Platone e Democrito. Ogni interprete
ha assunto una tesi precedente ampliandola secondo i propri scopi. In
questo ambito compaiono sempre accenni a Democrito praticamente
privi, per, di un vero valore informativo in quanto ormai cristallizzati
nello schema di assimilazione a Platone. Quello che presenter qui di
seguito fa parte di una tradizionale Quellenforschung che va ben oltre il ri-
stretto ambito dell'atomismo penetrando nella selva della tradizione dei
commenti neoplatonici ad Aristotele. Questa ricerca rivela per i suoi lati
positivi e, talvolta, la sua imprescindibile utilit perch dimostra in via
definitiva come tali testi siano del tutto inutilizzabili ai fini dell'interpreta-
zione della dottrina democritea.
Le notizie dossografiche sui principi di Platone e Democrito in Sim-
plicio si inquadrano principalmente nel contesto generale dell'interpreta-
zione del Timeo (identificato nelle fonti pi tarde con Timeo di Locri e
considerato cronologicamente anteriore a Platone). Nei testi simpliciani,
che ammettono una continuit fra Pitagorici, Platone e Aristotele e una
comunanza di metodo fra atomisti e Platone nella ricerca dei principi,
compaiono anche chiari indizi del dibattito sull'ordinamento delle catego-
rie sviluppatosi dopo la pubblicazione del testo aristotelico da parte di
Andronico (I sec. a.C.) e protrattosi fino all'inizio del II sec. d.C. Era in-
fatti sorta una disputa fra coloro che ordinavano la quantit dopo la so-
stanza
117
, seguendo Aristotele, e coloro che invece davano la precedenza
alla qualit. Sappiamo, dai commenti alle Categorie, che al primo gruppo
116
Simpl. In Phys. 184b 15, 36,15-32 oute ou v oi r v ri vogtov, oi or ri oio0gtov oioxo-
oov ooevtr, xoi oi rv to aoorg otoiri o te v oeotev, oi or to ooriorotro
gtouvtr [...] xoi oi r v otoiri o o vov, oi or aovto to oitio xoi ouvoitio gtou vtr
oiooo r v r youoi uoiooyouvtr, ou r v rvovtio tei xivriv o0e ouvor vei [...]
oo touto r v oio tou ru xoe oioevi ov r yxoouvto toi aooioi rai arov
gvoyxoo0grv gxu voi. rariog or xoi Aiototrou rryovto o xouoor0o to tev
aotrev ioooev ooo xoi ao tou Aiototrou o Hotev touto oivrtoi aoiev
xoi ao o oiv o tr Horviog xoi Ervoo vg, iotrov oti tev raiaooiotrov
oxoer vev outoi xgoorvoi to oivorvov otoaov r v toi oyoi oute v oirryouoiv,
oiviyoteoe rie0otev tev aooiev to r outev oaooivro0oi yveo.
117
Cf. Olymp. In Cat. 4b 20, 81,21.
Capitolo secondo 97
apparteneva probabilmente Andronico stesso (al quale infatti i commen-
tatori non attribuiscono cambiamenti di sorta nell'ordine delle categorie) e
Lucio
118
, al secondo Eudoro e lo Pseudo-Archita
119
. L'accanimento con cui
le due tesi opposte venivano difese si spiega col fatto che, per questi au-
tori, l'ordinamento delle categorie non aveva una funzione esclusivamente
logica, ma si dilatava nel campo dell'ontologia. Dunque era importante
stabilire se l'essere si fondasse su una concezione qualitativa o quantita-
tiva. Le teorie platoniche non solo venivano utilizzate per difendere l'una
o l'altra teoria, ma venivano a loro volta difese contro i sostenitori della
tesi opposta. Automaticamente, per effetto della trasmissione scolastica
marcata dal modello teofrasteo-posidoniano, la menzione dei triangoli
platonici veicolava anche quella degli atomi di Democrito.
Due brani del commento alla Fisica riportano una versione dei principi
di Platone e Democrito proveniente da un ambito che difendeva la
priorit della quantit sulla qualit: ambedue i filosofi avrebbero infatti
cercato ulteriori elementi degli elementi e sarebbero risaliti dalle qualit
alle figure. Si tratta di due brani complementari che si integrano e si
illuminano a vicenda e che permettono di individuare con una certa
trasparenza la stratificazione delle fonti. Lo schema teofrasteo-
posidoniano viene mantenuto praticamente intatto soprattutto in uno dei
due resoconti. Verr trattato in primo luogo il brano che, pur venendo
dopo nell'ordine del libro simpliciano, evidenzia maggiormente il contesto
della discussione sull'ordinamento delle categorie.
6. 1. Simpl. In Phys. 188a 17, 179,12
Nel commento a Phys. 188a 17 Simplicio fornisce un elenco di coloro che
hanno posto principi "pi principianti": Anassagora avrebbe assunto degli
elementi pi principianti di Empedocle introducendo come principi le
qualit, ma avrebbe fallito perch queste per lui sono composte, non
semplici. Avrebbero invece condotto una ricerca pi perfetta Aristotele,
Platone e, "prima di lui", i Pitagorici risalendo a forma e materia. Fra que-
ste ultime dottrine, tuttavia, le pi complete sono quelle che hanno posto
118
Simpl. In Cat. 6a 36, 156,20 oe tr, ooiv (scil. oi ari tov Aouxiov) ri ouo oioiou-
rvev tev ryor vev, ri tr to xo0 outo xoi ri to ao rtrov, oorvov ari tev
xo0 outo r yriv, r v oi g ouoio xoi to aooov, rori xoi to aoiov aoo0r vto oute rai to
ao ti rtogvoi. Cf. Moraux 1983, 547 n. 89; Gio 2002, 151.
119
Per Eudoro, cf. Simpl. In Cat. 8b 25, 206,10. Per altri passi, risalenti probabilmente ad
Eudoro, in cui compare questo ordinamento, cf. Mansfeld 1992a, 68 n. 26. Per Pseudo-
Archita, cf. Ps.-Arch. Hri tou xo0oou oyou, 34,13ss. Szlezk (22,13ss. Thesleff); T 3
Szlezk (Dexipp. In Cat. 4b 20, 65,8-15); Simpl. In Cat. 4b 20, 121,14-18. Cf. anche Moraux
1983, 522; Dillon 1981, 24-27.
Principi corporei/ incorporei 98
la forma (la piramide o altre figure) alla base delle differenze qualitative
degli elementi, ritenendo la differenza di forma del corpo privo di qualit
pi consona alla materia. Anche Democrito sembra aver visto giusto, ma,
rispetto agli altri, non ha proceduto alla scomposizione dei corpi semplici
in forma e materia
120
.
L'interpretazione della materia sensibile primariamente come
"quanto" e non come "quale", si allinea sulle posizioni di coloro che ordi-
navano la quantit (come dimensionalit) prima della qualit consideran-
dola pi adeguata al concetto di sostanza corporea. Quest'ultima, infatti,
non viene eliminata come tale se le si sottraggono tutte le qualit e le si
lasciano solo le dimensioni, mentre non esiste pi se viene privata della
dimensionalit
121
. Questa tendenza era seguita sicuramente da Porfirio
122
il
quale si rifaceva comunque ad autori precedenti
123
. Quando Simplicio, nel
brano del commento alla Fisica, dice che le figure (espressione della di-
mensionalit e quindi della quantit) "sono maggiormente adeguate alla
materia", segue dunque probabilmente una interpretazione porfiriana che
utilizzava il solito schema dossografico di derivazione teofrasteo/ posido-
niana per confermare l'esattezza dell'ordinamento aristotelico delle catego-
rie: la posizione della quantit prima della qualit si giustificava in quanto
la materia corporea, per sua stessa definizione, inconcepibile senza la
dimensionalit. Non a caso nel brano di Simplicio non si fa cenno alla
scomposizione dei solidi in triangoli che non presentano la terza dimen-
sione.
120
Simpl. In Phys. 188a 17, 178,33-179,19 ri g oo xoi Avooyoo to oao xoi oori-
ori aoiotgto uar0rto otoirio, oo to ouv0rto (cit. 59 B 12 e B 15 DK) [...]. oute
rv ou v rai to oao riog ovoooev Avooyoo oorior otrov oori tou
Earooxrou to ari tev otoiriev ioooriv. trriotrov or ioe Aiototrg xoi
Hotev xoi ao ooiv oi Hu0oyorioi otoirieori oo tg v ugv xoi to rioo
uar0rvto, xoi rti trriotrov, oooi tgv xoto to ogoto oiooo v tou oaoiou oeoto
aoorrotrov tgi ugi voioovtr uar0gxov toi xoto to aoiotgto tev otoiri ev
oioooi, auoioo r v tei aui, oo or oei te v ogotev oar xoi Agoxito
roixr tr0roo0oi xoe, rriari or to gxrti ri rioo xoi ugv o vouooi to oao
oeoto.
121
Simpl. In Cat. 4b 20, 120,29-121,3 r youoiv ou v oti ouvuiototoi tei ovti to aooov [...]
oti aogyritoi to oaoiov oioototov tg rv outei r yyivor vg aoiotgto, xoi oti tev r v
oev o voir0r vtev oux o voiritoi g ouoi o, ri to oioototov xotori aoito, toutou or
ovoir0r vto ouvovgigtoi g oeotixg ou oio. Cf. Ibid. 8b 25, 207,19.
122
Porph. Isag. 4b 20, 100,13-16 to oeo, ivo rv oeo gi, tigi oioototo v rivoi oriri,
ivo or aoiov oeo gi, totr ruxo v g rov rivoi oriri. aogyritoi or to oeo rivoi
tou aoiov rivoi oeo. Cf. anche Ammon. In Cat. 4b 20, 54,4-9; 5a 3, 58,10-11.
123
Cf. la concezione della materia sensibile come "quanto" che accoglie ed determinato da
estensione e molteplicit di Moderato che Porfirio stesso cita altrove (Porph. ap. Simpl. In
Phys. 191a 7, 231,6ss.).
Capitolo secondo 99
6. 2. Simpl. In Phys. 184b 15, 35,22ss. (67 A 14 DK; 111, 247, 273 L.)
C' per nella Fisica un altro passo molto pi dettagliato di questo nel
quale compaiono tre ulteriori elementi:
1. la menzione di Timeo di Locri, autore dello pseudoepigrafo Sulla
natura del cosmo, come pitagorico e ispiratore di Platone,
2. l'interpretazione dei triangoli platonici come figure fisiche, aventi
cio anche la terza dimensione,
3. l'attribuzione a Leucippo e Democrito di forme particolari del
freddo contrarie a quelle del caldo.
Il modello interpretativo di Simplicio per questo passo diverso dal
precedente. L'autenticit dello scritto di Timeo, gi sostenuta da autori
medioplatonici
124
, ricorre in seguito, in particolare, in Giamblico
125
il quale
anche il primo a interpretare i triangoli platonici come tridimensionali
per difendere Platone dagli attacchi aristotelici alla generazione del sensi-
bile da corpi matematici
126
.
Leucippo, Democrito e il pitagorico Timeo, dice Simplicio, non
negano che i quattro elementi siano principi dei corpi composti. Anche
costoro, come i Pitagorici, Platone e Aristotele, vedendo che il fuoco,
l'aria e l'acqua e forse anche la terra si cambiano l'uno nell'altro, cercavano
delle cause pi principianti e pi semplici che potessero giustificare anche
le differenze qualitative degli elementi. Dunque Timeo e Platone, che ne
segue la dottrina, hanno posto dei triangoli di figura differente e forniti
anche di profondit come "elementi degli elementi" ritenendo la natura
corporea con le figure corporee pi principio e causa delle differenze qua-
litative
127
.
Leucippo e Democrito, invece, che chiamano i corpi primi minimi, atomi, [af-
fermano] che dalla differenza delle loro figure, posizione e ordine derivano i
corpi caldi e infuocati, quelli che sono composti da corpi primi pi acuti e sottili
e disposti in maniera omogenea, e i corpi freddi e acquosi, quelli che sono com-
124
Nicom. Encheir. Harm. 11,6; Taur. ap. Philop. De aet. mundi 6,8, 223,12. Cf. Baltes 1972, 20.
125
In Nicom. Intr. arithm. 105,11; 118,26.
126
V. infra, n. 129.
127
Simpl. In Phys. 184b 15, 35,22-36,7 (273 L.) oi or ari tov Aruxiaaov tr xoi Agoxitov
xoi tov Hu0oyoixov Tioiov oux rvovtiouvtoi r v ao to trttoo otoirio te v
ouv0r tev rivoi oeotev oo. xoi outoi or, eoar oi Hu0oyorioi xoi Hotev xoi
Aiototrg, oevtr ri ogo rtooovto to au xoi to v o ro xoi to uoe, ioe
or xoi tgv yg v, ooriorotro tivo toutev xoi oaouotro rgtouv oitio, oi e v xoi tg v
xoto to aoiotgto te v otoiriev toutev oiooo v oaooygoovtoi. xoi oute o r v
Tioio xoi o tou tei xotoxoou0e v Hotev to raiaroo o0o ti rovto xoi ogotev
oiooo otoirio aeto te v trttoev tou tev r0rto otoiriev tg v oeotixg v uoiv
rto tev oeotixe v ogotev ooriorotrov xoi oitiov tg te v aoiotgtev oiooo
voiev.
Principi corporei/ incorporei 100
posti da forme contrarie, e gli uni sono luminosi e splendenti, gli altri foschi e
bui
128
.
La sequenza soggiacente quella gi incontrata precedentemente per il
mondo sensibile: corpo (fornito di dimensioni)-figura-qualit. Tuttavia la
terminologia indica una fonte che riprende meno sobriamente di Porfirio i
dati della dossografia. Questa fonte immediata di Simplicio sicuramente
Giamblico, come si pu dedurre da un passo parallelo del commento
simpliciano alle Categorie nel quale egli viene citato espressamente e nel
quale ricompare l'interpretazione dei triangoli platonici "materiali".
E infatti [Giamblico] obietta che Platone spiega che le figure, precedenti alla
formazione dei corpi, sono cause dell'essere dei corpi e che le differenze di qua-
lit derivano dalle differenze di figura, dicendo che caldo ci che composto da
figure con angoli acuti, quali le piramidi, e freddo ci che composto da figure
che ne hanno di meno, quali l'icosaedro, e ci vale anche per le altre qualit, ma
non intende le figure matematiche; quelle infatti non sono n materiali, n fisi-
che, n sono osservabili in movimento come invece le superfici platoniche; Pla-
tone infatti pone queste ultime come materiali e fisiche
129
.
Dato che questo passo viene citato a proposito del quarto genere della
qualit, la figura, si pu dedurre che Giamblico accettava s la teoria se-
condo cui le figure venivano prima delle qualit dei corpi elementari, ma
considerava anch'esse come qualit riallacciandosi ad Aristotele
130
. Su que-
ste basi poteva anteporre le figure alle qualit fisiche degli elementi e so-
stenere nel contempo la precedenza della qualit sulla quantit nell'ordi-
namento delle categorie: le figure venivano prima "delle altre qualit".
Quando dunque in Simplicio si incontra la formula secondo cui le figure
sono "pi principianti delle altre qualit", c', mediata o diretta, la mano di
128
Simpl. In Phys. 184b 15, 36,1-7 (67 A 14 DK; 111, 247 L.) oi or ari Aruxiaaov xoi
Agoxitov to roioto aeto oeoto otoo xoouvtr xoto tgv te v ogotev oute v
xoi tg 0r ore xoi tg tore oiooo v to rv 0ro yivro0oi xoi auio tev oeo tev,
ooo r outrev xoi ratorrotrev xoi xoto ooiov 0roiv xrir vev ouyxritoi tev
aetev oeotev, to or uo xoi uooteog, ooo rx tev r vovtiev, xoi to r v oao
xoi etrivo , to or o uoo xoi oxotrivo.
129
Iambl. Fr. 78 Larsen (Simpl. In Cat. 10a 11, 271,8-16) xoi yo rioto vri (scil. o Ioixo)
oti Hotev r v to ogoto aogyourvo tg ouotoore te v oeotev e oitio toi
oeooi tou rivoi xoi tev aoiotgtev to oiooo oao tg te v ogotev oiooo oao-
oyirtoi, 0rov ryev rivoi to oao te v ouyeviev ogotev ouyxrirvov, oioi rioiv
oi auoior, xoi uov to oao tev gttov toioutev, oiov to rixooo roov, xoi rai te v
oev eooute, ou to o0gotixo ogoto aoooo vev rxrivo yo outr rvuo
rotiv outr uoixo outr r v xivgori 0reourvo, eoar to Ho tevo raiaroo touto yo
xoi r vuo xoi uoixo ti0goiv o Hotev. Cf anche Procl. In Tim. II,36,24, infra, n. 138.
Proclo stesso, cui Simplicio attinge nel commento al De caelo sostiene la tesi dei triangoli
"materiali" cio forniti anche di profondit in quanto la materia prima s priva di qualit,
ma corporea e come tale tridimensionale. Simpl. In De cael. 306a 23, 648,19 ao touto
ryri o Hoxo, oti to uoixo raiaroo ou x rotiv oo0g .
130
Cat. 10a 11ss.
Capitolo secondo 101
Giamblico. Cos, in un passo di commento alle Categorie, in base a questa
formula, le figure atomiche di Democrito e di Epicuro divengono imper-
cettibilmente dei qualia:
Anche Democrito e, in seguito, Epicuro, ipotizzando gli atomi impassibili e privi
di tutte le altre qualit tranne la figura e la loro composizione qualitativa, affermano che le
altre qualit, quelle semplici, come il calore e la levigatezza, e quelle relative ai co-
lori e ai succhi vengono dopo
131
.
Se si confronta questo passo con la versione dossografica canonica degli
atomi privi di qualit che si trova in Plutarco, in Sesto e in altri autori, si
nota subito la precisazione significativa e tipica di Giamblico che le figure
sono "prive delle altre qualit tranne le figure"
132
.
Tornando al brano del commento alla Fisica, Simplicio/ Giamblico,
nel descrivere gli atomi di Leucippo e Democrito, si riferisce agli atomi
dell'anima come risulta da un passo parallelo del De anima di Giamblico
stesso non incluso n da Diels n da Lur'e nella raccolta delle testimo-
nianze su Democrito nel quale gli atomi vengono definiti "pi elementari
degli altri elementi"
133
. L'affermazione che i corpi freddi e acquosi hanno
forme contrarie a quelli caldi e infuocati ovviamente una deduzione sulla
base del confronto con i solidi platonici. Questo passo di Simplicio non
pu dunque essere citato come testimonianza del fatto che Democrito
131
Simpl. In Cat. 15a 13, 431,24 xoi oi ari Agoxitov or xoi uotrov oi ari Eaixouov
:o o:oao: oao0tt xot oaoto: :ao:t0tatvot :o v o!!ov aoto:j:ov aooo :o ojao:o
xot :jv aotov o::o v o: v0totv raiyivro0oi ryouoi to oo aoiotgto, to tr oao
oiov 0rotgto xoi riotgto, xoi to xoto to eoto xoi tou uou . O'Meara
2000, 246 suppone che in questo passo Simplicio utilizzi Giamblico. La formulazione usata
dal commentatore costituisce a mio avviso, una prova sicura. La stessa formula ricompare
ancora nel commento a De cael. 299b 23, 576,5ss. dove ad Aristotele viene attribuita una
teoria della precedenza della figura sulle "altre qualit" (oti or oorior otroi rioiv oi
xoto to og oto oitioi te v xoto to aoiotgto, ogov, riar xoi outo o Aiototrg
aoo :ov o!!ov aoto:j:ov t ,,t vto0ot :o ojao:o :jt :!jt voiri).
132
Plut. Adv. Colot. 1110 F (68 A 57 DK; 179 L.) ti yo r yri Agoxito ouoio oariou
to ag0o oto ou tr xoi ooio0oou, rti or oaoto: xot oao0tt, rv tei xrvei rr-
o0oi oiroaorvo. Gal. De elem. sec. Hipp. 2,16 (60,19 De Lacy = I,418 K.) (68 A 49 DK;
112 L.) oi r v ouv otooi ouaoooi oeoto ouooi oixo oot aoto:j:ov rioi. Sext.
Emp. Pyrrh. hyp. 3,33 ou yo ogaou ouvgoor0o xoi toi ari Aoxgaioogv
ouyxototi0ro0oi, 0ouoto rivoi to otoirio ryouoi xoi aoio, xoi toi ari Agoxi-
tov, o:oao tou to rivoi ooxouoi xoi oaoto.
133
Iambl. De an. 26,13-18 Finamore-Dillon (Stob. 1,49, 363,11-18 Wachsmuth) tivr ri to
tev troooev otoiriev oo tg v ouoiov tg ug ovorouoiv. rivoi rv yo to
aeto oeoto otoo, ao tev troooev otoiriev otoirieorotro riixivg o ovto
xoi arager vo ao vtgi xo0oo aetg ouoi o g orro0oi go oaeotiouv ri outo
oioiroiv. touto toivuv oario rriv ogoto, rv or oute v rivoi to ooiorior, oao
or tev ooiorioev oto ev rivoi tgv ugv. Il riferimento all'infinit delle forme atomi-
che e alla forma sferica degli atomi dell'anima mostra chiaramente che il resoconto ri-
guarda solo gli atomisti antichi e non anche Epicuro. Giamblico segue qui Aristotele, cf.
Finamore-Dillon 2002, 78.
Principi corporei/ incorporei 102
dava una forma agli atomi del freddo
134
perch solo l'epigono di uno
schema dossografico ripetutamente rielaborato.
6. 3. Simpl. In De cael. 299a 2, 564,10-566,16 (68 A 120 DK; 171 L.)
Simplicio riporta ancora in due brani paralleli del commento al De caelo
(299a 2, 564,10ss. e 306a 1, 641,1ss.) una interpretazione della genesi dai
triangoli del Timeo nella quale compreso l'accenno a Democrito: prima di
Platone anche Democrito sarebbe risalito nella ricerca delle cause oltre i
quattro elementi fino agli atomi, come Platone fino ai triangoli. Lo scopo
di Simplicio, in ambedue i casi, la difesa di Platone dagli attacchi aristo-
telici.
Nel commento a De Cael. 299a 2 Simplicio affronta uno dei temi pi
spinosi e ricorrenti nella critica di Aristotele a Platone e ai suoi allievi,
quello di aver voluto comporre il mondo sensibile da oggetti matematici
che, non avendo nessuna delle caratteristiche di un corpo fisico, non sono
in grado di generare corpi. Simplicio, come solito fare, rimprovera ad
Aristotele di fermarsi alle apparenze e di non approfondire la sostanza.
Infatti i triangoli del Timeo non sono triangoli matematici, ma fisici, hanno
cio una profondit in quanto Platone avrebbe posto a fondamento del
mondo fisico innanzitutto il sinolo di materia e forma. I triangoli che
formano i quattro elementi non sono semplici "forme" disgiunte dalla
materia corporea tridimensionale, ma sono forme "materiali". Simplicio
cita a questo proposito il "pitagorico" Timeo di Locri e distingue poi due
tipi di interpretazioni platoniche: da una parte quella "simbolica", cio non
letterale, di alcuni esegeti di Platone, e di Giamblico e, dall'altra quella dei
"platonici recenti" che interpretano invece il Timeo in senso letterale
135
. Chi
siano questi ultimi difficile determinare, ma si tratta probabilmente di
Proclo che Simplicio utilizza ampiamente nel commento al De caelo. La
prima parte (quella che esemplifica l'interpretazione dei "platonici re-
centi") contiene infatti lo schema teofrasteo di critica alla ricerca delle
cause fisiche al di l dei sensibili cui Proclo, come si visto, si riferisce.
Queste sono le linee del resoconto della prima parte, quella nella quale
nominato anche Democrito: siccome i quattro elementi sono composti
di forma e materia e in un discorso sui principi non possono essere consi-
derati primi, alcuni, come Aristotele, fanno generare per primi nella mate-
134
Come ad es. Curd 2004, 185.
135
Simpl. In De cael. 299a 2, 564,10 toutgv or tg v oio tev ogotev uoiooyiov tivr rv
tou Ho tevo r gygte v, ev xoi o 0rio Io io roti, ouoixe rigo0oi
voiouoi, xoi oute outo rgyritoi tov Hotevixo v Tioiov, oi or vretroi tev Ho-
tevixev ioooev e oute xoto to ryorvov rouoov arievtoi orixvu voi.
Capitolo secondo 103
ria le qualit cosiddette passive (caldo, secco e i loro contrari) e i quattro
elementi col corpo privo di qualit. Alla domanda perch il fuoco riscaldi,
rispondono unicamente: perch caldo (564, 14-24)
136
.
Democrito, invece, come riferisce Teofrasto nella Fisica, fra coloro che hanno
cercato in modo imperfetto una giustificazione del caldo e del freddo e hanno
addotto tali cause, risalito agli atomi; allo stesso modo i Pitagorici ai triangoli
ritenendo le figure e le grandezze cause del caldo e del freddo. Infatti le figure
che distinguono e dividono producono la sensazione di caldo, quelle che uni-
scono e astringono quella di freddo; e infatti ogni corpo, per la sua stessa so-
stanza, subito diventa un quanto, la figura, se anche una qualit, ma stata tratta dal
genere dei quanti, perci ciascun corpo un quanto fornito di figura. La materia in
s infatti incorporea, il secondo sostrato un corpo privo in s di qualit, ma
informato da varie figure e differisce dal corpo matematico perch materiale e
tangibile, in quanto il tatto lo percepisce come massa e non come caldo o freddo.
Questo secondo sostrato decorato con diverse figure, costituiscediconogli
elementi pi principianti dei quattro elementi.
137
.
A questa differenza di figure conseguono tutte le altre propriet e i cam-
biamenti reciproci. Dunque i Pitagorici e Platone non hanno ragionato in
modo sbagliato (g ooye) quando hanno riportato tutto alle figure. Qui
vengono in sostanza riprodotte le argomentazioni dei sostenitori della
precedenza della quantit sulla qualit riassunte nel commento al primo
libro della Fisica e viene ribadito (implicitamente contro l'interpretazione
di Giamblico) che, pur essendo la figura una qualit, essa appartiene al
genere dei "quanti". L'argomentazione viene arricchita con la caratterizza-
zione delle figure come r vuo riog, forme "materiali" impresse in un corpo
tridimensionale preesistente caratteristica di Giamblico, ma anche di Pro-
clo
138
. E' verosimilmente quest'ultimo il modello interpretativo di Simpli-
136
La linea quella dell'esposizione delle teorie teofrastee fornita da Proclo (In Tim. II,120,18-
22 = Theophr. Fr. 159 FHS&G). Per quest'ultimo testo, v. supra, n. 26.
137
Simpl. In De cael. 299a 2, 564,24 (68 A 120 DK; 171 L.) Agoxito or , e Oroooto r v
toi duoixoi iotori, e ioietixe oaooioovtev te v xoto to 0rov xoi to uov xoi
to toiouto oitiooyouvtev rai to otoou ovrg, ooie or xoi oi Hu0oyorioi rai to
raiaroo voiovtr to og oto oitio xoi to ryr0g tg 0rotgto ri voi xoi tg
ure to r v yo oioxitixo xoi oioirtixo 0rotgto ouvoio0goiv aorro0oi, to
or ouyxitixo xoi aigtixo ure xoi yo ao v oeo xot ou oiov ru0u araooetoi, to
or ogo, ri xoi aoiotg rotiv, o rx tou yrvou rigatoi tev aooe v, oio tev oeotev
rxootov aooov rotiv r ogotior vov g rv yo ug xo0 outg v o oeoto roti, to or
orutrov uaoxrirvov oeo rv oaoiov xo0 outo, ogooi or aoixioi roer vov
xoi tou o0gotixou oe oto oiorov tei rvuov xoi oato v rivoi tg og xoto to v
oyxov ovtioovor vg outou xoi ou xoto 0rotgto g uotgto. touto ou v to
orutrov uaoxrirvov oioooi ogooi oioeyoourvov to te v troooev otoi-
riev ooiv uiotovriv ooriorotro otoiri o.
138
Cf. Procl. In Tim. II,36,24 o r v 0rio Ioio outo yo o o vg oiorovte
ovtro rto tg toioutg 0reio, te v oev e oar xo0ruoovtev xoi ari to o0go-
tixov xoivoour vev o vov, oioxi vriv oi ooxri to oao te v ouv0r tev xoi to rg
tev oev xoi oae riariv to r vuou ouvori xoi to riog to rvuo tev ouagou-
Principi corporei/ incorporei 104
cio in questo passo del De caelo. Da qui anche la differenza nel taglio ese-
getico.
In ogni caso lo schema di fondo di questi resoconti di Simplicio, pur
attraverso i vari rimaneggiamenti e adattamenti, permane quello di matrice
posidoniana che si ritrova anche nel De primo frigido Plutarco e nel De placi-
tis di Galeno. Elementi comuni a questi resoconti sono:
1. La individuazione dei principi ultimi di Platone in materia e forma
(ug e ogo in Galeno, ug e rioo in Simplicio).
2. L'accenno al fatto che i peripatetici si fermavano alle qualit ele-
mentari ritenendo inutile farsi domande sull'origine del caldo e del freddo.
3. La ricerca delle cause protratta invece da Democrito fino agli atomi
e dai Pitagorici, nella fattispecie Timeo di Locri, e da Platone fino ai trian-
goli elementari (in Plutarco compaiono Democrito e Platone, in Galeno
solo Platone).
Si pu dunque a questo punto ricostruire l'iter di un brano dossogra-
fico sui principi di Platone e di Democrito da Teofrasto fino a Simplicio:
1. Brano della Fisica di Teofrasto nel quale Platone e Democrito ven-
gono presi come esempio di un procedimento contrario ai principi della
fisica in quanto hanno superato i limiti propri di questa scienza cercando
elementi di elementi.
2. Utilizzazione critica del testo teofrasteo da parte di Posidonio in un
contesto sulle finalit della filosofia come scienza universale delle cause:
Platone e Democrito hanno fatto quello che il vero fisico e il vero filosofo
devono fare, sono cio risaliti alle cause ultime dei corpi. Per Platone tut-
tavia si tratterebbe sostanzialmente di una scomposizione mentale a fini
eziologici che non comporterebbe necessariamente l'esistenza della forma
separata dalla materia. Plutarco riporta, di questo testo, solo un breve
excursus nel quale compaiono sia Democrito che Platone. Galeno, dato il
carattere specifico della sua trattazione, si limita ovviamente alla dottrina
platonica, ma riproduce una versione pi ampia del testo di matrice posi-
doniana.
3. Utilizzazione dello stesso testo nell'ambito del dibattito sull'ordi-
namento delle Categorie aristoteliche: la precedenza della quantit sulla
qualit viene dimostrata attraverso l'esempio delle figure di Democrito e
Platone. Questa potrebbe essere forse gi la posizione di Andronico se-
guito da altri commentatori del secondo secolo e infine da Porfirio, una
delle fonti di Simplicio nel commento alla Fisica. Giamblico, dal canto suo,
riprende lo stesso modello spiegando, per, che la figura una qualit e
rvev oa' oute v ouoiev, xoi to r v raiaroo xoriv, to or otrro xo0oar yo to
raiaroov rooto oo roti tou o0gotixou oeoto, oute og xoi to rvuov rioo xoi
g ouvoi g te v oeotev og xoi aro roti te v uaoxrir vev.
Capitolo secondo 105
non una quantit e che quindi Platone e Democrito hanno posto le figure
prima delle "altre qualit". Anche questa interpretazione riemerge nel
commento alla Fisica di Simplicio. Proclo, a sua volta, si riallaccia a Giam-
blico, ma ribadisce che le figure di Democrito e Platone sono una quan-
tit, non una qualit, una esegesi che Simplicio riprende nel commento al
De caelo.
E' superfluo sottolineare come in tutti questi contesti la funzione dei
principi democritei sia totalmente subordinata rispetto ai triangoli plato-
nici, tanto che, fuori dal nucleo teofrasteo vero e proprio, non vengono
neanche pi presi in considerazione.
Se si confrontano i brani di Simplicio con la tradizione "diafonica"
presente in Sesto Empirico si pu constatare dunque una diversit di im-
postazione nel rapporto Platone (Pitagorici)-Democrito. Da una parte, in
Sesto, abbiamo una opposizione di fondo basata su due concezioni di-
verse della realt: una sostanzialmente materialista, quella atomista, una di
tipo matematico, quella dei cosiddetti Pitagorici i quali presenterebbero le
loro dottrine proprio come un superamento decisivo della mentalit sog-
giacente alla concezione atomistica antica. Solo nell'ambito dei principi
incorporei intellegibili si possono trovare i fondamenti di tutta la realt,
anche di quella del mondo sensibile. E questo non un assunto tardo
ellenistico, ma una problematica viva nell'Accademia platonica le cui
tracce sono ben individuabili sia nelle allusioni platoniche che negli excur-
sus aristotelici riguardanti le dottrine dell'Accademia. L'autore tardo elleni-
stico che ha rielaborato il resoconto originale ha aggiunto alla diaphonia
solo i caratteri superficiali tipici dell'ellenismo, ma ha riportato una pro-
blematica che non era tipica del suo tempo. Questo risulta dal confronto
con il filone rappresentato da Plutarco nel De primo frigido, da Galeno nel
De Placitis e dai brani dei commentari aristotelici di Simplicio. L'assunto
fondamentale di tutto questo filone una sostanziale identit fra le conce-
zioni atomiste e quelle platoniche e pitagoriche. Il pitagorismo che com-
pare qui per ben diverso da quello che si incontra in Sesto ed in par-
ticolare legato al nome di Timeo di Locri, rappresentante di un
platonismo aristotelizzante. La somiglianza configurata in questi testi tardi
fra Platone, i Pitagorici e Democrito dipende da una visione condizionata
dall'immagine aristotelizzante e stoicizzante di Platone e basata principal-
mente sull'interpretazione del Timeo. Nell'ottica di una interpretazione che
attribuiva a Platone materia e forma come ultimi principi (ug oaoio che
riceve le forme geometriche) e che arrestava la ricerca dei principi dei
corpi ai triangoli del Timeo, anche le distanze dei triangoli dai corpuscoli di
Democrito si accorciavano. L'unica effettiva mancanza di Democrito era
quella di non aver enunciato materia e forma come principi ultimi, ma in
sostanza la sua dottrina non si discostava molto da quella platonica. un
Principi corporei/ incorporei 106
punto che Alessandro stesso rilevava
139
. Questa simbiosi fra l'atomismo
democriteo e il Timeo platonico si concreta in due tendenze presenti nei
commentatori neoplatonici:
1. Le forme degli atomi del freddo o di certi colori, che Democrito
non ha specificato o ha definitio diversamente, possono anche essere
descritte come i solidi del Timeo. Si tratta di un procedimento utilizzato
soprattutto dal Filopono, sia nel commento alla Fisica, sia in quello al De
generatione et corruptione
140
.
2. Per contro, i triangoli platonici si trasformano in figure corporee,
fornite cio di una terza dimensione come in Giamblico e possono essere
difese dagli attacchi aristotelici. La distanza che li separa dagli atomi de-
mocritei, che Aristotele aveva considerato nettamente superiori, non pi
cos grande e, in ogni caso, il confronto non va a svantaggio di Platone.
Se il processo di avvicinamento fra l'atomismo di Democrito e i trian-
goli di Platone gi particolarmente evidente nella vulgata di matrice posi-
doniana quale quella di Plutarco, ulteriormente accelerato dagli autori
che si servono dei principi platonici e democritei, fuori da un contesto che
riguarda direttamente le loro dottrine, in vista di uno scopo ben preciso,
vale a dire per dimostrare la correttezza o la debolezza dell'ordinamento
aristotelico delle categorie, un dibattito vivo soprattutto fra il I sec. a.C. e
la prima met del II sec. d.C., e ripreso dai neoplatonici. In questo conte-
sto non contavano tanto le differenze fra Democrito e Platone, quanto
piuttosto i loro caratteri comuni, il fatto cio che essi avessero posto a
fondamento del sensibile delle figure, vale a dire la quantit. Se dunque il
rapporto Democrito-Platone-Pitagorici veniva trattato su questa linea di
139
Alex. ap. Simpl. In De cael. 299b 23, 576,5 (122 L.) oo ti, goiv (o Arovoo), oioiori
tg Agoxitou oog g rx tev raiaroev ryouoo, riar xoi ou tg xoto to ogoto
riooaoirio0oi to uoixo oeoto goi
140
Philop. In Phys. 184b 20, 25,19 (101 L.) rioou yo oyov rv toi o tooi to ogo rriv
rryrv o Agoxito. g xoi r vovti o gtoi touto goiv oti Agoxito rv to yrvo uar-
ti0rto tev o toev, oiorriv or outo xoto to ogoto, ou ovov or oiorriv, oo
xoi rvovtio rivoi (rariog yo 0rotgto xoi u iv xoi ruxotgto xoi roviov oux
rryrv rivoi r v toi otooi o Agoxito, o rx te v ogotev oaryr vvo to ao0g xoi
tg ao go te v otoev orore to rv ooiixo , e ruxivgtou, 0rotgto xoi
tou auo rivoi oitio e yo ruxivgtoi, oioiouoi 0ottov xoi oirioouvouoi, touto or
ioiov auo to tgtixov xoi ruxi vgtov to yo xuixo or rr riariv, e e0ouoo
oov xoi aiouoo, uiv ryo ro0oi aigtixov yo to uov. ooie xoi rai tev
eotev yi vro0oi rryrv. otov rv tev auoioev rr riariv oi xouoi
aoooeoi tgi ori, toiovor aoiriv eoto ovtooiov, oiov ruxou oioxitixov
yo tg ore to ruxov, oioirtixo v or xoi to ou , oio roti xoi g xoug tg auo-
ioo otov or oi oori, rovo ouyxitixov yo to rov, toioutov or to ou ai-
ri yo xoi ri toutov tgi aigori ouve0ri to oirote to. rari ou v toi oioooi
ogooi tev r vovtiev ao0ev aoigtixoi rioiv oi otooi, ou ovov oiorriv outo toi
ogooiv riarv, oo xoi rvovtio rivoi)... Cf. anche Ibid. 188a 19, 116,28-117,10; 194a
20, 228,28-229,2; In De gen. et corr. 314b 15, 17,29-33.
Capitolo secondo 107
sostanziale omogeneit, improbabile che Eudoro, cui da alcuni viene
attribuito il resoconto di Sesto, seguisse la via opposta. Eudoro infatti era
stato uno dei primi ad avviare il dibattito sull'ordinamento delle Categorie.
In ogni caso tutti questi autori utilizzano schemi manualistici in diatribe
nelle quali anche lo scopo puramente informativo della notizia dossogra-
fica viene a cadere. In questo contesto soprattutto vanno valutate le testi-
monianze sui principi di Democrito e di Platone presso i commentatori di
Aristotele ora esaminate.
7. Sintesi
Se le ipotesi sviluppate in questo capitolo sono esatte, ci si trova di fronte,
per quanto riguarda il confronto fra i principi di Democrito e Platone
(Pitagorici), ad una doppia tradizione.
1. Quella dominante di matrice teofrastea che si fonda sulla ricerca
delle somiglianze fra l'atomismo di Democrito e la dottrina del Timeo.
Teofrasto criticava ambedue per aver ricercato "elementi di elementi"
violando quindi una concezione della fisica che Aristotele aveva elaborato,
secondo cui la ricerca fisica doveva arrestarsi ai quattro elementi. Aristo-
tele aveva finalizzato il confronto Democrito/ Platone alla sua polemica
contro i principi accademici preferendo ogni volta l'atomismo fisico del
primo rispetto a quello matematizzante del secondo. Teofrasto ha invece
posto Platone e Democrito sullo stesso piano criticandoli poi ambedue,
ma astenendosi dal prendere posizione a favore di uno o dell'altro. Da
Teofrasto si sviluppata una linea conciliatoria che, attraverso Posidonio,
passata in quasi tutta la tradizione successiva. La versione prettamente
manualistica di questo confronto stata poi accolta e variamente utilizzata
nel dibattito sull'ordinamento delle categorie aristoteliche ed arrivata
fino a Simplicio. Quest'ultimo, per questo confronto, non attinge diretta-
mente a Teofrasto, anche se lo conosceva di prima mano, ma ad altri
commentatori quali Porfirio, Giamblico e Proclo.
2. Se la tradizione ora esaminata propone una sostanziale similarit fra
i triangoli del Timeo e gli atomi di Leucippo e Democrito, nel decimo libro
Contro i Matematici di Sesto Empirico emerge invece la prospettiva "diafo-
nica". I Pitagorici, cio gli allievi di Platone, avrebbero criticato e superato
le dottrine atomiste postulando, invece che dei corpi di per s sempre
scomponibili e quindi non eterni per natura, delle sostanze incorporee ed
eterne in assoluto, gli oggetti matematici, e i numeri i cui principi ultimi
sono l'uno e la diade indefinita. Si tratta di uno schema di opposizione
corporeo/ incorporeo che riprende quello del Sofista platonico, arricchen-
dolo di nuovi contenuti e che emerge in Aristotele in brani che espon-
Principi corporei/ incorporei 108
gono appunto la dottrina accademica nella prospettiva del superamento
dei principi corporei. Il confronto non legato alle teorie del Timeo, ma
alla dottrina delle idee-numero di Senocrate. L'atteggiamento critico degli
allievi di Platone verso gli atomisti presupposto anche dalle prese di
posizione talvolta estreme a favore di Democrito e dell'atomismo antico
nell'ambito dell'assunzione dei principi in diversi passi dell'opera aristote-
lica, in particolare del De generatione et corruptione e del De caelo. La veemenza
di tali attacchi ai principi accademici e l'utilizzazione di Democrito in fun-
zione antiaccademica, si spiegano meglio se, dall'altra parte, nell'Accade-
mia, Senocrate predicava, in direzione opposta, il superamento dei prin-
cipi degli atomisti. La sopravvivenza in Sesto di questo filone, deviante
rispetto a quello dominante di matrice teofrastea, si spiega proprio per
l'utilizzazione da parte dello scetticismo tardo non solo di una variet di
fonti, ma anche di tradizioni diverse rispetto a quelle correnti. Sesto, in-
fatti, fa capo ad una fonte interna allo scetticismo stesso, ovverosia Enesi-
demo, il fondatore del neoscetticismo.
Capitolo terzo
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8)
1. Considerazioni generali
Sullo sfondo del confronto con le dottrine accademiche dei principi e con
le specifiche problematiche ad esse legate, anche i resoconti aristotelici che
individuano l'origine delle dottrine atomiste nella soluzione delle aporie
"eleatiche" sulla molteplicit e il movimento vanno viste in una diversa
prospettiva. L'immagine di un Leucippo che, in un confronto dialettico,
"concede" agli Eleati alcune premesse (non c' movimento senza il vuoto),
ma nel contempo vuole accordare le sue dottrine con i fenomeni (il vuoto
esiste in quanto non essere e l'essere non uno, ma molti simili all'uno
eleatico), presentata in un famoso passo del De generatione et corruptione (A
8), ha infatti segnato tutta la storia dell'interpretazione dell'atomismo an-
tico fino ai giorni nostri. La rappresentazione degli atomisti come Eleati
deviati stata inoltre corroborata nei primi anni del novecento dall'indivi-
duazione, in un altro passo dello stesso trattato (A 2), di una presunta
argomentazione di Democrito a favore degli indivisibili come soluzione
dei paradossi zenoniani della divisione all'infinito
1
. La versione aristotelica
della nascita dell'atomismo stata considerata dall'ottocento ad oggi quasi
un dogma. In realt, come notava Solmsen
2
, e come si cercher di mo-
strare con l'analisi dei due brani in questo capitolo e nel successivo, i due
resoconti sollevano pi dubbi di quanti ne risolvano. Le aporie che essi
presentano necessitano per pi che di una soluzione di un inquadra-
mento nel contesto nel quale Aristotele pensava, sviluppava le sue idee e
interpretava i predecessori. Tale contesto costituito dalle discussioni
sulle presunte tesi eleatiche nell'Accademia platonica, che hanno portato
alla definizione del non essere come "altro dall'essere", alla distinzione fra
1
Cf. Hammer-Jensen 1910.
2
1988, 60ss. Solmsen, per istituire un legame fra gli atomisti antichi e gli Eleati, si basava
per su un passo ancora pi dubbio di quelli succitati e cio Phys. A 3, 187a 1ss. (su questo
brano, v. infra, 3. 2) e su altri di Lucrezio che, sebbene interessanti, non permettono di infe-
rire nulla sulle origini dell'atomismo antico.
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 110
essere e uno e all'assunzione di indivisibili, e dalla contestazione da parte
di Aristotele di tali soluzioni. La trattazione delle tesi di Leucippo e De-
mocrito sullo sfondo di queste problematiche pi ampie non poteva e non
doveva essere un esatto resoconto. A questo proprosito assume una
grande rilevanza il carattere dialettico dei contesti aristotelici
3
. Aristotele fa
infatti dialogare di volta in volta i suoi protagonisti secondo schemi impie-
gati nelle discussioni accademiche e da lui codificati nei Topici per poi di-
mostrare l'inadeguatezza della loro impostazione e affrontare i problemi
da premesse diverse.
E' necessario dunque esaminare le testimonianze aristoteliche sulla de-
rivazione dell'atomismo dall'eleatismo in un'ottica differente da quella
nella quale generalmente vengono lette, concentrando l'attenzione so-
prattutto sugli schemi dialettici in base ai quali viene impostata la discus-
sione.
2. Leucippo e gli "Eleati"
De gen. et corr. A 8, 324b 35 - 325a 2-30 ha costituito uno dei cardini della
tesi secondo cui l'atomismo antico il risultato di una correzione delle
dottrine eleatiche sull'unit dell'essere, con l'accettazione per di determi-
nate premesse. Leucippo avrebbe formulato la sua concezione del mondo
composto di atomi e di vuoto a seguito di una "discussione" con non ben
precisati "Eleati", accettandone alcune affermazioni, ma cercando nel
contempo anche un "accordo" con la realt dei fenomeni. L'artificialit di
questo schema gi di per s palese non solo perch non trova alcun ri-
scontro nella realt storica (di Leucippo non neppure sicuro il luogo di
provenienza), ma soprattutto perch questo tipo di "cavalleresco" con-
fronto dialettico del tutto anacronistico nel V sec. a.C. Lo schema ari-
stotelico rimanda piuttosto a quell'atmosfera rarefatta e "cortese" della
conversazione fra Zenone, Parmenide e Socrate nel Parmenide e pi speci-
ficamente agli esercizi dialettici della scuola platonica i cui fondamenti
sono delineati nei Topici aristotelici
4
.
3
L'influsso della discussione dialettica sull'impostazione delle aporie in altri scritti aristotelici
gi stato pi volte esaminato. Cf. le considerazioni generali in Krmer 1971, 27-32 e le
analisi particolari in Beriger 1989 e Fllinger 1993.
4
I dibattiti pubblici hanno nel V sec. a.C. una marcata forma agonale che non permette di
"concedere" nulla agli avversari. Cf. ad es. le violente polemiche nei trattati ippocratici e in
particolare gli agoni nella tragedia euripidea e nelle Nuvole di Aristofane che riproducono, se
pure in rielaborazioni letterarie, lo spirito di questi dibattiti. Aristotele stesso distingue net-
tamente nei Topici (O 5,159a 26ss.) la discussione dialettica di scuola, che ha come scopo
l'apprendimento e che viene condotta cavallerescamente, rispettando regole ben precise, da
quella agonale che mira invece alla vittoria con qualsiasi mezzo.
Capitolo terzo 111
Se i pre-supposti aristotelici sono, come si vedr, da ricercarsi negli schemi
dialettici accademici, quelli degli interpreti moderni hanno le loro radici
nell'indiscussa autorit di Aristotele e dei grandi storici della filosofia del-
l'ottocento, in particolare Hegel e Zeller, come si gi detto nell'introdu-
zione. Se il tentativo di questi ultimi di rivalutare l'atomismo radicandolo
nella filosofia (per quei tempi) positiva e "metafisica" dell'eleatismo ha una
sua giustificazione storica, oggi, cadute le ragioni che stavano alla base
delle tesi zelleriane, le relazioni degli atomisti con gli Eleati vanno nuova-
mente verificate.
Il modello interpretativo dominante dal Bailey
5
ad oggi si basa sul pre-
supposto evoluzionistico secondo cui l'atomismo costituirebbe il naturale
sviluppo delle teorie eleatiche dell'essere-uno. Gli atomisti sarebbero dun-
que necessariamente partiti da un esame dialettico delle proposizioni elea-
tiche per formulare la loro ipotesi. Siccome questa tesi si basa principal-
mente sulle testimonianze aristoteliche del De generatione et corruptione,
indispensabile far riemergere i pre-supposti di queste ultime, cio l'impo-
stazione storico-dialettica dei passi per ricostruire il quadro culturale in cui
l'interpretazione aristotelica degli atomisti si sviluppata.
2. 1. Il logos eleatico in Aristotele (De gen. et corr. A 8, 325a 2-23):
considerazioni generali
Il resoconto del De generatione et corruptione sulle origini dell'atomismo co-
stituisce solo una parte di un discorso pi ampio nel quale Aristotele nega
validit a tutte le dottrine che spiegano i fenomeni fisici attraverso la
ouyxioi e la oio xioi di particelle o di grandezze atomiche per intro-
durre la sua tesi della generazione e della corruzione come cambiamenti
qualitativi di un sostrato. E' importante dunque esaminare nel dettaglio
anche la prima parte del brano, quella che costituisce, secondo Aristotele,
la fonte dei tentativi successivi di soluzione del problema uno-molteplice,
stasi-movimento alla base dei concetti di generazione, corruzione e cam-
biamento, cio le aporie "eleatiche" che negano tutti questi fenomeni e
affermano che l'essere uno e immobile. Aristotele, che aveva trattato in
A 2 il problema degli indivisibili come soluzione del paradosso della divi-
sibilit all'infinito, presenta in A 8 l'atomismo di Leucippo come risposta
alla negazione dell'esistenza del non essere, della molteplicit e del movi-
mento. A Leucippo viene poi aggregato un Empedocle presunto atomista
e Platone per la sua presunta assunzione di superfici indivisibili. Il presup-
posto aristotelico nella trattazione di queste dottrine sta nel fatto che co-
5
Bailey 1928, 70ss.
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 112
loro che hanno ammesso in qualche maniera degli indivisibili sono co-
munque partiti dalle tesi eleatiche accettandone certe premesse e cadendo
quindi in una aporia. E' l'accettazione non ponderata di alcune premesse
dell'avversario spesso a determinare il fallimento di una confutazione.
In un brano della Metafisica di cui si parler ancora in seguito
6
, Aristo-
tele traccia una netta linea di demarcazione fra il vecchio e il nuovo modo,
il suo, di affrontare le aporie riguardanti l'essere e l'uno. Platone e i suoi
allievi non sono arrivati ad una soluzione soddisfacente perch non hanno
definito prima correttamente i vari significati dell'oggetto di ricerca e
hanno quindi assunto, come gli Eleati, per l'essere e per l'uno un signifi-
cato univoco (per Aristotele essi si predicano in pi modi). Cos facendo
hanno dovuto dar ragione a questi ultimi su assunti fondamentali e am-
mettere l'esistenza del non essere assoluto per spiegare la molteplicit
rimanendo imprigionati nelle stesse aporie che intendevano risolvere.
L'oaogooi ooixe per Aristotele l'elemento che unifica tutte le solu-
zioni del problema dell'essere, della molteplicit e del divenire antecedenti
alla sua, in particolare quelle che presentano la maggiore affinit fra loro
come i due tipi di atomismo leucippeo-democriteo e accademico.
A questo si deve aggiungere una ulteriore considerazione sui metodi
espositivi aristotelici delle aporie stesse. Le formulazioni di base dei logoi
eleatici e quelle dei loro avversari che troviamo in Aristotele risalgono in
definitiva alla prassi dialettica platonica di unificare il pi possibile sotto
una sola voce diverse teorie e di contrapporre fra loro quelle i cui fonda-
menti, in questo modo sintetizzati, sembrino opposti
7
. Lo scopo principale
di queste sintesi non quello di dare un resoconto obiettivo dei testi presi
in considerazione, ma, al contrario, di coglierne il significato profondo, la
oio voio, che gli autori non hanno potuto o non sono stati in grado di
esprimere esplicitamente
8
. Si tratta quindi in sostanza di adattare i testi di
volta in volta al tema in discussione trovandovi elementi comuni o oppo-
sizioni di fondo, la prassi dialettica usuale nei dialoghi platonici
9
e
nell'Accademia codificata poi da Aristotele nei Topici
10
. Questa prassi di co-
6
Metaph. N 2, 1088b 35ss., v. infra, 3. 2 n. 83.
7
Per l'utilizzazione di schemi polari da parte di Platone e Aristotele, cf. anche Giannantoni
1986, 273.
8
Cf. ad es. Metaph. A 4, 985a 3ss. in relazione ad Empedocle e le numerose affermazioni di
Aristotele sulle "dottrine" presocratiche che rimandano, nell'uso di roixr, ooxri e di altre
espressioni simili, ad una interpretazione non letterale delle stesse. In particolare, per
Esiodo, Metaph. A 4, 984b 23-31; per Empedocle, De cael. I 6, 305a 3-4; Phys. A 1, 208b 29-
209a 1; per Anassagora, Metaph. A 8, 989a 30-b 21.
9
Cf. a questo proposito, Cambiano 1986, 68ss.
10
Cf. in particolare le osservazioni sulla formulazione della proposizione, del problema e
della tesi nel primo libro dei Topici (A 10, 104a 3-11; 11, 105a 1-9; 14, 105a 34-105b 25).
Sulla presenza in sottofondo nei Topici di una prassi scolastica accademica, cf. Dring 1976,
Capitolo terzo 113
struzione di logoi dialettici, che ha le sue radici nella sofistica
11
, sta alla base
del brano del De generatione et corruptione che espone la tesi eleatica e la ri-
sposta di Leucippo
12
. Il logos eleatico riportato da Aristotele costituisce un
caso di quella che in Top. A 11, 104b 19-22 viene definita una "tesi", vale a
dire un tipo particolare di teorema dialettico
13
:
Tesi un'ipotesi contraria all'opinione generale di qualche personaggio famoso
nel campo della filosofia come [...] il fatto che tutto si muove, secondo Eraclito, o
che l'essere uno, come dice Melisso
14
.
E ancora:
discende necessariamente da quanto si detto che o la grande maggioranza delle
persone sia in disaccordo con i sapienti riguardo alla tesi o che all'interno di uno
qualsiasi di questi due gruppi (i molti e i sapienti) ci sia disaccordo giacch la tesi
una ipotesi fuori del senso comune
15
.
Ci significa che si potevano assumere come tesi quella eleatica e come
antitesi le opinioni di coloro che sostenevano il movimento incessante di
tutte le cose, oppure, all'inverso, porre queste ultime come tesi e attribuire
agli Eleati il ruolo di critici. In ogni caso i disputanti si mettevano nei
panni dell'uno o dell'altro autore le cui opinioni venivano poste come tesi
e, rispettivamente, come antitesi e si immedesimavano col suo presunto
85ss., Krmer 1971, 17ss. n. 68 con una ricca bibliografia; Flashar 1994, 326s. Sull'impor-
tanza dei passi dei Topici riguardanti la "tesi" per la definizione del carattere e della struttura
della dossografia peripatetica, cf. Mansfeld 1992b, 332ss. Sul problema della presenza in
Aristotele di interpretazioni dei cosiddetti presocratici correnti nell'Accademia, cf. anche
Gemelli Marciano 1991a, passim; 1991b, passim.
11
Cf. Arist. Soph. El. 34,183b 36ss. Cf. a questo proposito von Kienle 1961, 38-57; il volume
di Cambiano 1986 in generale e, in particolare, l'esauriente resoconto di Mansfeld 1986
[1990b].
12
Come si vedr anche in seguito, coloro che hanno assunto il logos eleatico e la successiva
risposta di Leucippo se non come autentiche e dirette citazioni, per lo meno come una pa-
rafrasi diretta di testi di Eleati e di Leucippo (cf. e.g. Bollack 1969; Lbl 1976, 145-150),
hanno proprio tralasciato di considerare questo carattere schematico e topico dell'opposi-
zione e dei termini dell'opposizione stessa. Cf. anche la critica di De Ley 1972.
13
Il termine tecnico gi accademico: Senocrate aveva scritto venti libri di 0rori oltre che
quattordici sulla dialettica (Xenocr. Fr. 2 IP) 0rorev ii o x', tg ari to oioryro0oi
aoyotri o iio io'.
14
Top. A 11, 104b 19-22 0roi or rotiv uaogi aooooo te v yveiev tivo xoto
ioooiov, oiov [...] oti aovto xivritoi, xo0 Hoxritov, g oti rv to ov, xo0oar
Mriooo goiv. Le due tesi vengono confrontate e poste sullo stesso piano da Aristotele
nel primo libro della Fisica (A 2). Sull'importanza di Top. A 11 nella impostazione della di-
scussione dei problemi fisici in Aristotele stesso e nella dossografia in generale, cf.
Mansfeld 1992b, 332ss. Per considerazioni generali, cf. anche Beriger 1989, 40ss.
15
Top. A 11, 104b 32-34 ovo yxg yo rx te v rigrvev g tou aoou toi oooi ari tgv
0roiv oiogtri v g oaotrouoou v r outoi, rariog uaogi ti aooooo g 0roi
rotiv.
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 114
modo di pensare scambiandosi all'occasione anche i ruoli
16
. In questo
schema i sostenitori delle varie tesi e antitesi variavano a seconda del con-
testo. Le tesi e le antitesi inoltre non solo erano interscambiabili, ma pote-
vano anche essere attribuite ad autori diversi. Su questo sfondo si delinea
la struttura dialettica di De generatione et corruptione A 8 composto di due
parti: la tesi presupposta (e non enunciata) nella prima parte quella di
coloro che sostengono la molteplicit, il movimento e l'esistenza del
vuoto, l'antitesi il logos eleatico che confuta tutto questo sostenendo
l'unicit dell'essere. Questo logos viene per presentato a sua volta come
tesi cui si contrappone, come antitesi, la dottrina di Leucippo
17
. In altri
passi aristotelici gli oppositori degli Eleati non sono gli atomisti, ma gli
Accademici
18
.
Ryle, riferendosi espressamente alla prassi descritta nei Topici, eviden-
zia tre tratti fondamentali delle argomentazioni dialettiche: il loro carattere
"pubblico" (tutti conoscevano gli argomenti principali a favore dell'una o
dell'altra tesi
19
), la loro conseguente, progressiva cristallizzazione in "bloc-
chi" e la loro riutilizzazione da parte di interlocutori diversi con sviluppo o
esclusione di determinati punti
20
. Aristotele non ha dunque "costruito" ex
novo delle contrapposizioni dialettiche fra i suoi predecessori, ma ha sicu-
ramente attinto ad un patrimonio di logoi dell'Accademia platonica la cui
paternit si perde nell'esercizio dialettico ripetuto e costante
21
. Un modello
di questi logoi il Parmenide. Secondo le dichiarazioni del protagonista
16
Cf. Top. O 5, 159b 27 ov o' r trou ooov oiouottgi o oaoxivorvo, ogov oti ao
tgv rxrivou oio voiov oaoraovto 0rtrov rxooto xoi ovgtrov [...] aoiouoi or touto
xoi oi ao' ogev ororvoi to 0r ori otooovtoi yo e o v riarirv o 0rrvo.
17
A questo carattere di logos dialettico-tipo fa probabilmente riferimento anche l'enigmatico
accenno ai logoi di Leucippo nel trattatello De Melisso Xenophane et Gorgia (980a 3-9) inter-
pretato spesso come allusione proprio al passo di De gen. et corr. A 8. Cf. Newiger 1973,
120-22, con rassegna critica di altre interpretazioni. Il carattere particolare dell'espressione
era gi stato rilevato da Diels che tuttavia lo considerava un possibile termine leucippeo
(lettera a Zeller del 26 Aprile 1880, Ehlers II, 1992, 38 "aber da der betr. Ausdruck oyou
bei Aristoteles, soviel ich wei, allerdings auffallend und vielleicht aus Leucipp selbst ge-
nommen ist").
18
Cf. Phys. A 9, 191b 35ss. e Metaph. N 2, 1088b 35-1089a 6, infra, 3. 2 n. 83.
19
Cf. Arist. Top. O 14, 163b 17 ao tr to ariotoxi raiatovto tev aogo tev
rraiotoo0oi ori oyou, xoi oioto ari te v aetev 0rorev. Poco prima (163b 4-9)
Aristotele raccomanda di scegliere e confrontare argomenti correlati ad una stessa tesi per-
ch questo fornisce una gran quantit di materiale per poter poi condurre pi facilmente la
confutazione. Cf. su questo passo Balthussen 2000, 38.
20
Ryle 1968, 75s.
21
Cf. Ryle 1968, 76 (in relazione ad una tesi di tipo etico) "To ask whether the finally
crystallized refutation of the thesis that pleasure is not a good is the handiwork of Aristotle or
of someone else is to ask an unanswerable question. It has passed between all the mill-sto-
nes. Dialectic is a co-operative and progressive polemica polemic not between persons,
but between theses and counter-theses".
Capitolo terzo 115
stesso del dialogo, il vecchio Parmenide, si tratta di un o yo yuvootixo
nel quale si dimostrano tutte le conseguenze di una tesi paradossale quale
"se l'uno uno" (e in questo caso si arriva alla conclusione che esso deve
essere tale da non esistere) e di quella, altrettanto paradossale, "se l'uno
non " (e anche in questo caso si arriva al paradosso della non esistenza
del tutto), ma anche le difficolt della tesi intermedia e cio "se l'uno ", la
quale implica o la contemporanea presenza di unit e molteplicit o la non
esistenza dell'uno sia nell'uno che nell'altro dall'uno. Il Parmenide un logos
costruito sulle aporie di Zenone che ha influenzato tutta la tradizione sul-
l'Eleate, talch a tutt'oggi si discute se i suoi paradossi fossero una difesa
della dottrina dell'uno di Parmenide o se invece fossero diretti sia contro
l'assunzione dell'essere come uno sia contro la sua qualificazione come
molti
22
. Probabilmente non sono n l'uno n l'altro
23
, ma si inquadrano in
un metodo tendente a demolire le opinioni umane e a confondere la
mente per prepararla alla ricezione di un altro messaggio, quello parmeni-
deo appunto
24
. Non questo il luogo di trattare in modo approfondito i
paradossi di Zenone. Quello che interessa invece il fatto che nel Parme-
nide platonico si ritrovano alcuni tratti tipici della costruzione di logoi quali
quelli descritti nei Topici aristotelici. Tre sono in particolare interessanti per
il contesto del De generatione et corruptione in questione:
22
La versione secondo cui Zenone vuole o voiriv to r v quella che troviamo in Alessandro
il quale a sua volta la fa risalire ad Eudemo di Rodi (ap. Simpl. In Phys. 185b 25, 99,13 = 29
A 21 DK). Un'interpretazione di Zenone scettico negatore dell'uno, derivata da una dos-
sografia di matrice accademico-scettica, si ritrova anche in Sen. Ep. 88,44 (29 A 21 DK).
Simplicio rigetta questa esegesi perch segue l'interpretazione canonica platonizzante che
vede in Zenone il difensore delle dottrine parmenidee. Altre fonti (e.g. Philop. In Phys.
185b 5, 42,9 = 29 A 21 DK) riferiscono la confutazione all'uno della molteplicit: questa
infatti composta di unit. La tradizione riguardante Zenone stata pi volte esaminata
sotto tutti questi aspetti. La tendenza prevalente quella di dar credito alla versione del
Parmenide platonico e all'interpretazione ortodossa di Simplicio (cos Frnkel 1975, 102-142;
Furley 1967, 63ss.). Un'analisi della tradizione zenoniana condotta "in utramque partem" da
Solmsen 1971, 116-141, si conclude con una sospensione del giudizio e allo stesso modo si
pronuncia anche Barnes 1986, 234s.
23
Il Parmenide monista in realt il risultato di tutta una tradizione interpretativa dovuta ad
un approccio esclusivamente filosofico e ha poco a che fare con lo stile del poema stesso
che si basa principalmente su "immagini" ed ha una marcata funzione evocativa: l'attributo
rv fa parte di una sequenza di "immagini" di completezza dell'essere che vuole trasmettere
una esperienza e non una "dottrina" filosofica in senso platonico-aristotelico. Per un ap-
proccio a Parmenide che tiene conto della funzione e del contesto del poema, cf. Kingsley
2003.
24
Cf. Kingsley 2003, 295-302 e 585. Platone stesso, nel Fedro (261d = 29 A 13 DK), riferisce
che Zenone dava l'impressione ai suoi ascoltatori di affermare che le stesse cose sono uno
e molti. Una interpretazione simile si trova anche in Isocrate, Hel. 3 (ae yo o v ti uar-
ooito [...] Zgvevo tov touto ouvoto xoi aoiv oou voto ariervov o aooivriv) ed
adombrata nell'epiteto ootroyeooo affibiatogli da Timone (Fr. 45 Di Marco). Evi-
dentemente Zenone era famoso proprio per questa sua capacit di confondere.
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 116
1. Il tentativo di inglobare le dottrine di Zenone in quelle di Parme-
nide per farle confluire in un solo logos. A Zenone viene attribuita solo una
variazione di forma che avrebbe ingannato i profani. Per sua espressa
ammissione, egli sarebbe stato lontano da qualsiasi pretesa di originalit
rispetto al pensiero del maestro
25
.
2. Come conseguenza di questo primo passo, la successiva discussione
delle aporie sull'uno da parte dello stesso Parmenide e non dell'allievo
Zenone. In sostanza questo significava trattare un logos eleatico come un
blocco compatto in cui le differenze potevano essere trascurate.
3. Il fatto che Parmenide rivesta il ruolo di oppositore a tesi cronolo-
gicamente a lui posteriori. Egli infatti imposta il suo discorso partendo
dalla critica alle idee socratiche. In questo caso la tesi rappresentata da
Socrate, l'antitesi da Parmenide.
Il logos aristotelico di De generatione et corruptione A 8 riproduce tratti e
schemi delle discussioni dialettiche descritte nei Topici e ha qualcosa in
comune con quelli del Parmenide descritti sopra. Si tratta infatti di un logos
composto di argomentazioni tratte in parte dagli Eleati, ma sicuramente
filtrate e rielaborate in quanto mancano riferimenti precisi sia a singoli
personaggi, sia alle dottrine contro cui si rivolgevano. Normalmente, Ari-
stotele, quando riporta dottrine eleatiche, sempre abbastanza preciso
nell'indicarne l'appartenenza
26
. Sono state tentate varie ipotesi sugli autori
cui egli allude
27
e tutte risultano plausibili e implausibili allo stesso modo
proprio perch probabilmente egli si serve di una forma generica di logos
che riassume le presunte argomentazioni a favore dell'unicit e dell'immo-
bilit dell'essere e contro la molteplicit e il movimento. Inoltre, le aporie
che il logos mette in evidenza potrebbero essere dirette anche contro un'i-
potesi atomista
28
oltre che contro tesi corpuscolariste
29
. Infatti, non solo si
25
Parm. 128a-e.
26
Cf. ad es. le discussioni delle teorie eleatiche in Phys. A 2-3; De cael. I 1, 298b 15ss.
27
Per un elenco dei vari autori che sono stati di volta in volta identificati nelle teorie esposte
da Aristotele, cf. Lbl 1976, 138ss. con relativa bibliografia.
28
Che il logos eleatico di Aristotele contenga argomentazioni contro l'atomismo gi stato
notato da Newiger 1973, 117-119 il quale vi vede una critica diretta di Melisso a Leucippo.
29
Il carattere dialettico degli argomenti esposti nel logos eleatico era stato notato da Joachim
1922, 159. L'argomentazione eleatica era diretta secondo lui contro i pluralisti le cui pre-
messe non potevano dar ragione della pluralit e del movimento. Due sono le tesi dei plu-
ralisti in questione: A. Che i molti sono separati dal vuoto. B. Che i molti sono unit di-
screte in contatto non separate dal vuoto. La prima sarebbe dei Pitagorici, l'altra di
Empedocle. L'Empedocle corpuscolarista (e atomista) che emerge talvolta in Aristotele
un'interpretazione probabilmente gi accademica (cf. Gemelli Marciano 1991a). La conce-
zione del vuoto che separa s di matrice pitagorica, ma si inserisce in un contesto di rein-
terpretazioni come si vedr pi oltre. L'unico motivo per cui Joachim negava categorica-
mente che nella critica eleatica fossero compresi gli atomisti era la successiva attribuzione a
Leucippo di una risposta agli Eleati. E' importante citare alla lettera il suo commento in
Capitolo terzo 117
nega il vuoto come condizione del movimento e come elemento di divi-
sione, ma viene rigettata come una ipotesi artificiosa anche l'assunzione di
una pienezza di parti del tutto contrapposta ad una non pienezza, la tesi
fondamentale del successivo logos di Leucippo. C' infatti da tener presente
che il discorso sull'omogeneit dell'essere degli Eleati riguarda il tutto e
non le sue singole parti.
Sullo sfondo del carattere dialettico del brano aristotelico si delinea
anche il significato tecnico del termine logoi riferito alle dottrine di Leu-
cippo riportate come "antitesi" al logos eleatico (Aru xiaao o r riv eig0g
oyou). I logoi di Leucippo non sono infatti necessariamente la trasposi-
zione fedele di opinioni espresse dall'autore stesso, ma piuttosto una loro
rielaborazione nell'ottica di una discussione dialettica. Ci risulta princi-
palmente da due fatti:
1. I due logoi, quello degli Eleati e quello di Leucippo, hanno in s una
struttura chiusa ed estrapolabile dal contesto: non riguardano infatti
espressamente l'agire e il patire, il tema principale del capitolo aristotelico
(che nel logos eleatico non viene neppure nominato), ma la problematica
dell'uno e del molteplice, del movimento e della stasi, problemi generali di
cui l'agire e il patire costituiscono solo un aspetto specifico e contingente.
Aristotele ricollega il problema dei principi col suo tema solo in 325a 32-
325a 32-325b 5 ritrascrivendo in termini di aoiri v e ao oriv il meccani-
smo che per Leucippo spiegava la generazione, la corruzione e il cambia-
mento cio l'intrecciarsi e il separarsi degli atomi nel vuoto
30
.
2. C' una scarsa coerenza fra il logos eleatico che confuta implicita-
mente delle tesi come quelle di Leucippo e l'affermazione di Aristotele
secondo cui quest'ultimo risponderebbe agli Eleati accettandone certi
postulati.
Questi problemi sono dovuti ad una sovrapposizione, non immedia-
tamente percepibile, su di un originario schema piuttosto semplice e di
probabile matrice sofistica, di tematiche sviluppate nell'Accademia e ri-
prese e discusse da Aristotele. Qui di seguito cercher di individuare gli
quanto un esempio di ragionamento seguito dalla gran parte degli interpreti moderni,
159s.: "The opponents in question cannot be the atomists: for atomism (cf. 25a 33ss.) was
developed under the influence of, and subsequently to, the Eleatic criticism of this parti-
cular theory of a many and void".
30
De gen. et corr. A 8, 325a 32-325b 5 aoiriv or xoi aooriv gi tuyovouoiv oato rvo [...]
xoi ouvti0rrvo or xoi ariarxorvo yrvvo v [...] oute aooov ooieoiv xoi aov to
aooriv toutov yivro0oi tov toaov, oio tou xrvou yivor vg tg oiouore xoi tg
0oo, ooie or xoi tg ou gore, uarioouor vev otrre v. Hussey 2004, 244 parla a
proposito di questo brano di una posizione a "sandwich" (The two parts of the discussion
of Empedocles begin and end the chapter, like the outside of a sandwich. Inside the san-
dwich is a long discussion (324b 35-326b 6) of atomism as a physical theory, which goes
well beyond the topic of 'action-passion').
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 118
strati del brano aristotelico e di inquadrarlo nel contesto pi ampio del
dibattito con l'Accademia sulla questione dei principi.
2. 2. Gli strati del logos eleatico
2. 2. 1. Lo schema sofistico
Il logos eleatico formulato come segue:
Con metodo soprattutto e con un discorso globale che abbraccia tutto Leucippo
e Democrito hanno dato le loro spiegazioni assumendo un principio conforme
alla natura, cos come essa . Alcuni infatti degli antichi erano dell'opinione che
l'essere fosse necessariamente uno e immobile; [dicevano] infatti che il vuoto un
non-essere, ma che non ci pu essere movimento se non c' un vuoto separato. E
neppure ci sono i molti, se non c' ci che separa; d'altra parte non c' nessuna
differenza fra il credere che il tutto non sia continuo, ma [fatto di parti che] si
toccano rimanendo separate, e l'affermare che esistono i molti, che non c' un
"uno" e che c' il vuoto. Se infatti [il tutto] divisibile in ogni parte, non c' un
"uno", cosicch non ci sono neppure i molti, ma il tutto vuoto. Ammettere
d'altra parte che divisibile in un punto e non in un altro simile ad una spiega-
zione inventata ad arte; infatti fino a che punto e perch una parte del tutto si
trova in questa condizione ed piena, un'altra parte invece divisa? Allo stesso
modo necessario [secondo loro] affermare che non c' il movimento. Da questi
argomenti desumono, senza curarsi e senza tenere alcun conto della sensazione
come se ci si dovesse lasciar guidare soltanto da un ragionamento dialettico, che il
tutto uno, immobile e alcuni anche infinito; il limite infatti, [dicono], confine-
rebbe col vuoto. Gli uni dunque si sono espressi in questo modo e per questi
motivi "sulla verit". Inoltre a parole sembra che questo avvenga, nella realt dei
fatti, invece, pensare in questo modo sembra avvicinarsi alla follia, giacch nessun
pazzo sembra essere andato a tal punto fuori di s da credere che il fuoco e il
ghiaccio siano una sola cosa, ma ad alcuni a causa della loro follia sembra solo
che le cose belle e quelle che appaiono tali solo per consuetudine non differi-
scano in nulla
31
.
31
Arist. De gen. et corr. A 8, 324b 35 (67 A 7 DK; 146 L.) ooei or oioto xoi ari aovtev
rvi oyei oieixooi Aru xiaao xoi Agoxito, og v aoigoorvoi xoto uoiv gar
rotiv. r vioi yo te v ooiev roor to ov r o vo yxg r v ri voi xoi oxivgtov to rv yo
xrvo v oux ov, xivg0gvoi o' oux o v ouvoo0oi g ovto xrvou xreiorvou. ouo' ou
aoo rivoi g o vto tou oiriyovto touto or gor v oiorriv, ri ti oirtoi g ou-
vrr rivoi to ao v o' oatro0oi oigigrvov, tou o voi aoo xoi g rv rivoi xoi xr-
vov. ri r v yo ao vtgi oioirto v, ouor v rivoi r v, eotr ouor aoo, oo xrvo v to oov
ri or tgi r v tgi or g, araoor vei tivi tout' roixr voi ri aooou yo xoi oio ti to
rv oute rri tou oou xoi agr roti, to or oigigr vov rti ooie o voi
ovoyxoiov g rivoi xivgoiv. rx rv ouv toutev te v oyev, uaro vtr tgv oio0goiv xoi
aoioovtr ou tgv e tei oyei orov oxoou0riv, rv xoi oxivgtov to ao v rivoi ooi xoi
oariov rvioi to yo aro aroivriv o v ao to xrvo v. oi r v ou v oute xoi oio tou to
to oitio oargvovto ari tg og0rio. rti or rai r v te v o yev ooxri touto ou-
Capitolo terzo 119
Il logos formulato gi come un'antitesi a tesi che pongono il movimento e
la molteplicit. Lo schema sostenitori del movimento e della molteplicit/
sostenitori della stasi e dell'uno corrente in testi risalenti ai primi decenni
del IV sec. a.C. In un passo polemico dell'Elena, Isocrate, scagliandosi
contro i suoi contemporanei che, secondo lui, vogliono fare sfoggio della
loro abilit retorica sostenendo tesi paradossali e di nessuna utilit per la
vita, fa notare come questa pratica non sia affatto nuova, ma risalga ai
sapienti del secolo precedente. Egli cita come esempio Gorgia, che ha
affermato che nulla esiste, Zenone, che avrebbe presentato successiva-
mente la stessa tesi come possibile e impossibile e Melisso il quale avrebbe
cercato di dimostrare che tutto uno nonostante per natura esista una
infinita pluralit di cose
32
. Nell'Antidosis l'oratore mette in guardia i giovani
dal lasciarsi inaridire la mente perdendosi nei logoi degli antichi sapienti
ognuno dei quali sostiene una tesi diversa dall'altro sul numero delle cose
esistenti. La gamma dei sapienti si estende qui dai sostenitori dell'infinita
molteplicit, di cui non vien fatto alcun nome, a quelli di una molteplicit
finita (Empedocle, Ione e Alcmeone), a quelli di un solo ente (Parmenide
e Melisso), per concludere con Gorgia che afferma che nulla esiste
33
.
oivriv, rai or tev aoyotev ovi oi aooagoiov rivoi to oooriv oute ouorvo yo
tev oivor vev rroto voi tooou tov eotr to au rv rivoi ooxriv xoi tov xuotoov,
oo ovov to xoo xoi to oivorvo oio ouvg0riov, tout r vioi oio tgv oviov ou0r v
ooxri oiorriv. Per i problemi testuali e sintattici della seconda parte del brano (oi r v
ouv [...] oiorriv), cf. Joachim, ad loc., 161s. Egli vede una lacuna dopo og0rio e ipo-
tizza che uno o pi argomenti contro l'eleatismo siano caduti. La lezione rari per rti, sa-
rebbe un tentativo di ripristinare la logica del passo; cf. anche Lbl 1976, 146s. In realt, se
si considera il fenomeno dello iotacismo, la lezione rari potrebbe essere stata favorita dal
successivo rai e il problema sintattico solo apparente. Aristotele riprende e adatta infatti
un logos preesistente intercalandolo con osservazioni proprie e procedendo per accumula-
zione, non sempre ordinata, di argomenti. Egli sembra aver concluso il tema (oi r v [...]
og0rio) dopo un giudizio critico sulle argomentazioni eleatiche (rx rv ouv [...] r vioi) e
l'aggiunta di una ulteriore teoria fuori degli schemi uno/ molti e immobile/ in movimento,
quella cio che pone l'uno come infinito (oariov... xrvov). In realt egli riprende poi an-
cora la critica precedentemente espressa con la formula cumulativa tipica nei suoi scritti
(rti or). Si tratta di un procedimento dialogico-discorsivo tipico delle discussioni dialetti-
che e funzionale al discorso orale. Su questo "residuo" di oralit nelle pragmateiai aristoteli-
che, cf. Fllinger 1993, 268. Non c' dunque alcuna necessit di supporre una lacuna come
Joachim e Lbl, n di accettare la lezione rari di altri manoscritti come Rashed 2005, 38 e
138s. n. 6.
32
Isocr. Hel. 3 ae yo ov ti uarooito Ioyiov tov togoovto ryriv e ouor v tev
ovtev rotiv g Zg vevo to v touto ouvoto xoi aoiv oouvoto ariervov oaooi vriv g
Mriooov o oariev to ag0o aruxotev te v aoyotev e rvo ovto tou aovto
rarrigorv oaooriri ruioxriv;
33
Isocr. Antid. 268 (82 B 1 DK) [...] tou oyou tev aooie v ooiote v, ev o rv oariov
to ag0o rgorv ri voi tev ovtev [...] Horviog or xoi Mriooo r v, Ioyio or aov-
tre ouor v. Platone, nel Sofista (242c), fa ricorso ad una lista simile, ma senza contem-
plare i sostenitori dell'infinita pluralit e del numero zero.
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 120
Senofonte riproduce, da parte sua, nei Memorabili, varianti di questo
schema in una forma ancora pi decisamente antitetica. Il suo Socrate
paragona infatti coloro che si occupano della ricerca sulla natura a due
schiere di pazzi che sostengono tesi contrarie: gli uni sono dell'opinione
che l'essere sia uno solo, gli altri invece che gli enti siano infiniti di nu-
mero, gli uni pensano che tutto si muova, gli altri che nulla si muova, gli
uni che tutto si generi e si distrugga, gli altri che nulla mai si generi e si
distrugga
34
. Il panorama descritto da Senofonte rimanda in effetti ai dibat-
titi pubblici fra "filosofi" cui allude anche Gorgia nell'Encomio di Elena (82
B 11 (13) DK). Gorgia stesso sta probabilmente all'origine di questi
schemi di diaphonia: nel suo scritto Sul non essere aveva infatti delineato le
posizioni antitetiche dei suoi predecessori prima di passare alla dimostra-
zione che nulla esiste
35
.
E' possibile dunque che le origini remote del logos eleatico nel De gene-
ratione et corruptione siano da ricondursi ad una sintesi di ambiente sofistico
di dottrine contrapposte: da una parte i sostenitori della molteplicit e del
movimento, dall'altra quelli dell'unit e immutabilit dell'essere. Ad una
originaria matrice sofistica dello schema fa pensare anche la critica che
segue immediatamente (325a 17-23): se a parole queste dottrine sembrano
verosimili, nei fatti nessun pazzo andrebbe cos fuor di senno da dire che
il ghiaccio e il fuoco sono la stessa cosa. Il tono fortemente ironico della
polemica e l'insistenza sulla ovi o estraneo alla tipologia delle critiche
aristoteliche sempre piuttosto misurate, anche quando sono pi decise
36
.
Tale accusa, rivolta sia agli Eleati che ai loro antagonisti, era per un topos
nel periodo della sofistica come si pu vedere nel passo di Senofonte ci-
tato sopra
37
. Critiche di questo tipo erano certamente conosciute anche
nella cerchia platonica se, nel Parmenide, Zenone afferma espressamente di
34
Xen. Memor. 1,1,13 rari xoi tou r yiotov ovou vto rai tei ari toutev ryriv ou
touto oooriv ogoi, oo toi oivorvoi ooie oioxrio0oi ao ogou []
tev tr ari tg te v aovtev uore rive vtev toi r v ooxriv r v o vov to o v rivoi,
toi o oario to ag0o xoi toi rv ori ao vto xivrio0oi, toi o ouorv o v aotr
xivg0gvoi xoi toi r v ao vto yi yvro0oi tr xoi oaouo0oi, toi or out ov yrvro0oi
aotr ouor v outr oaoro0oi.
35
MXG 979a 13-18 xoi oti rv ou x r oti, ouv0ri (scil. Ioyi o) to r troi rigrvo, oooi
ari tev ovtev r yovtr tovovtio, e ooxouoiv, oaooivovtoi outoi, oi rv oti r v xoi
ou aoo, oi or ou oti aoo xoi ou rv. Cf. Mansfeld 1986, 32ss. [1990b, 55ss.]
36
Cf. ad es. le obiezioni rivolte a Parmenide e Melisso in Phys. A 2-3. Aristotele rivolge una
accusa simile, ma pi attenuata (debolezza mentale) ai sostenitori della stasi continua in
Phys. O 3, 253a 32 to r v ou v aovt grriv xoi tou tou gtriv o yov or vto tg v
oio0goiv, oeotio ti roti oiovoi o. La stranezza dell'accusa di follia nel brano del De
generatione et corruptione viene notata anche da Hussey 2004, 250.
37
Cf. Xen. Memor. 1,1,13 supra, n. 34. Cf. ancora l'accusa del Socrate di Senofonte ad Anassa-
gora in Mem. 4,7,6. L'accusa di ovio viene utilizzata come strumento confutativo anche
nel trattato ippocratico De arte 8,2 (232,17 Jouanna = VI,12 Littr).
Capitolo terzo 121
aver voluto difendere il suo maestro da coloro "che volevano ridicoliz-
zarlo" e di aver a sua volta dimostrato che, assumendo le tesi degli anta-
gonisti, sarebbero risultate delle conseguenze ancora pi risibili
38
.
L'originario schema sofistico consisteva probabilmente in una
contrapposizione dei sostenitori della stasi e dell'unicit dell'essere (Me-
lisso?) alle tesi del movimento e della infinita molteplicit degli enti con
una successiva ridicolizzazione, per, dei primi. I passi di Isocrate e di
Senofonte suggeriscono inoltre alcune ulteriori considerazioni:
1. Il fatto che Isocrate (e in subordine anche Senofonte il quale per,
in generale, non fa nomi) in nessuno dei due passi menzioni i sostenitori
della pluralit infinita e che questa voce non compaia neppure nel passo
parallelo sul numero degli enti del Sofista platonico (242d) fa pensare che
tale posizione non venisse attribuita a nessuno in particolare, ma fosse
considerata una opinione corrente e condivisa che Platone, proprio in
quanto tale, non prende in considerazione. Si tratta dunque di una casella
"vuota" nello schema passibile di essere "riempita" con nomi diversi
39
.
2. Dagli schemi isocratei si ricava l'impressione che le tesi dei sosteni-
tori dell'uno siano principalmente ricalcate sui logoi di Melisso che aveva
espressamente polemizzato contro coloro che ammettevano il movimento
e la molteplicit senza fare per precisi riferimenti
40
. Era infatti principal-
38
Parm. 128c r oti or to yr og0r og0rio ti touto to yo oto tei Horvioou oyei
ao tou rairiouvto outo v xeeioriv e ri rv roti, aoo xoi yroio ouoi vri
aooriv tei o yei xoi r vovti o outei. Quella di portare alle sue conseguenze paradossali
una tesi era una pratica sofistica (Arist. Soph. elench. 12, 172b 10s.) ampiamente utilizzata
nella dialettica accademica. Nelle Confutazioni sofistiche (12, 173a 6), Aristotele esemplifica
l'ri aooooov oyriv con un esempio tratto dal Gorgia platonico. Cf. su questi punti Kr-
mer 1971, 45.
39
Aristotele, nel primo libro della Metafisica, cita come rappresentante di questa tesi Anassa-
gora (A 3, 984a 11-13), mentre ordina gli atomisti fra i dualisti, nel primo della Fisica, in-
vece, i sostenitori dell'infinita pluralit sono Democrito e probabilmente Anassagora (A 2,
184b 20) e all'inizio del De generatione et corruptione (A 1, 314a 17s.), in ordine: Anassagora,
Leucippo, Democrito.
40
Melisso parte dalla considerazione che tutto ci che vediamo molteplice e cambia. Se
tuttavia si ammette che ci corrisponda alla verit, ma che, d'altra parte, esista una molte-
plicit di enti eterni che rimangono, si va incontro a due difficolt principali: A. Che questo
va contro la verit dei fenomeni da cui si parte per affermare che c' la molteplicit (com'
possibile infatti dire che ci sono i molti perch noi vediamo che tutto cambia e poi affer-
mare nello stesso tempo che non vero ci che noi vediamo e che ci sono dei molti che
non cambiano?). B. Che questi enti eterni o hanno una massa, e quindi hanno parti e sono
una molteplicit soggetta alla dissoluzione come tutto il resto o, se non hanno parti, non
sono nulla perch sono incorporei (30 B 8 e B 9 DK). La priorit di Melisso o Leucippo
ancora argomento di discussione, ma, se Melisso il generale che ha combattuto contro
Pericle, Leucippo, contemporaneo di Anassagora, dovrebbe essere pi vecchio di una ven-
tina d'anni. Questo non esclude naturalmente che egli potesse criticare un suo contempo-
raneo pi giovane, ma il fatto che il nome di Melisso come rappresentante dell'uno e della
stasi emerga soprattutto negli autori di fine V-inizio IV sec. a.C. oltre che presso il Socrate
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 122
mente Melisso per gli autori di inizio IV sec. a.C. il sostenitore-tipo dell'u-
nicit dell'essere, come si pu vedere dal passo dell'Elena e dallo scritto
ippocratico De natura hominis risalente a questo periodo
41
. In Isocrate gli
Eleati negano la realt della molteplicit infinita posta da altri secondo uno
schema usato anche da Platone e Aristotele nell'ambito della problematica
della stasi e del movimento. Nel Teeteto "i Melissi e i Parmenidi" si oppor-
rebbero
42
ai sostenitori del moto continuo ("Eraclitei" e loro predecessori)
e nel quarto libro della Fisica Melisso risponde a coloro che ammettono il
vuoto (fra i quali sono compresi anche gli atomisti) che quest'ultimo un
non-essere
43
. In una problematica del movimento e della stasi o dell'uno e
del molteplice, il logos eleatico poteva comparire dunque tanto come tesi,
quanto come antitesi.
2. 2. 2. Le problematiche accademiche del logos: vuoto, contatto e divisione
Lo schema sofistico si presenta tuttavia estremamente rielaborato nel re-
soconto aristotelico. La terminologia rimanda a definizioni del vuoto e a
discussioni sulla divisibilit all'infinito riecheggiate anche in altre opere
aristoteliche, che hanno per le loro radici nelle discussioni accademiche
sui primi principi: l'uno e la diade indefinita. In particolare le definizioni
del vuoto alla base del logos eleatico sono estremamente importanti per
individuare i pre-supposti del passo. Fra gli "Eleati" l'unico ad aver parlato
espressamente di vuoto Melisso
44
. Tutte le interpretazioni moderne che
hanno attribuito allusioni al vuoto a Parmenide si basano su pure specula-
zioni e su una esegesi decontestualizzata del poema, non hanno quindi
alcuna reale consistenza. Melisso aveva negato l'esistenza del vuoto, in
quanto "non essere", e con questo anche quella del movimento e del
platonico, suggerisce in ogni caso che le sue dottrine hanno avuto una larga diffusione solo
in un periodo in cui Leucippo era presumibilmente gi morto.
41
Nat. hom. 1 (166,9-11 Jouanna = VI,34 Littr), cf. Mansfeld 1986, 34 [1990b, 56s.]. Platone
stesso (cf. Theaet. 180e, nota seguente) menziona Melisso prima di Parmenide e Aristotele,
nel primo libro dei Topici (A 11, 104b 22), indica come sostenitore della tesi paradossale che
l'essere uno Melisso e non Parmenide.
42
Plat. Theaet. 180e to or og ao go oo ti aorigorv aoo r v tev ooiev rto
aoigore raixuator vev tou aoou, e g yrvroi te v oev aovtev Oxrovo tr
xoi Tg0u ruoto ovto tuyo vri xoi ouor v r otgxr [...] oiyou or raro0ogv, e
Orooer, oti ooi ou tovovtio toutoi oargvovto (cit. errata di 28 B 8,38 DK) xoi
oo ooo Mrioooi tr xoi Horviooi rvovtiourvoi aooi toutoi oiiouiovtoi, e
rv tr aovto roti xoi rotgxrv outo r v ou tei oux rov eov r v gi xivritoi. In questo
passo Platone traduce significativamente nel concetto pi astratto di chora il vuoto di Me-
lisso (30 B 7 DK xrvou or g ro vto oux rri oxgi uaoegori).
43
Phys. A 6, 213b 4-14, v. infra, 4. 1. 1 n. 104.
44
Cf. anche Barnes 1986, 217s.; Curd 2004, 182 n. 7.
Capitolo terzo 123
denso e del rado, in quanto quest'ultimo pi vuoto del denso (30 B 7,6-9
DK). Nell'argomento riportato da Aristotele emergono tuttavia una impo-
stazione del problema e una terminologia che vanno ben oltre il fram-
mento di Melisso. Il vuoto definito come "ci che separa" (definizione
che non compare in Melisso), quindi, in seguito, equiparato alla divisione e
concepito come un sostrato della realt: se il tutto fosse diviso in ogni
parte, esso si ridurrebbe a un tutto vuoto.
Per comprendere meglio i concetti soggiacenti a questa rielaborazione
di tesi eleatiche offerta nel logos aristotelico, opportuno andare alla di-
scussione sul vuoto e sul luogo del quarto libro della Fisica. Aristotele
presenta qui due concezioni del vuoto: quella di Platone e dei Platonici e
quella attribuita a "Democrito, Leucippo e a molti dei fisici". I primi po-
stulerebbero un vuoto-spazio concepibile mentalmente come sostrato
"separato" di corpi e grandezze, ma nella realt sempre pieno (la Chora del
Timeo e il vuoto come ipostasi fisica della diade indefinita dei Platonici
45
).
Per gli altri, invece, il vuoto esiste "in atto" e "divide l'intera massa corpo-
rea del tutto in modo che sia discontinua" o "si trova fuori della massa
corporea del tutto"
46
. Le definizioni del vuoto che Aristotele attribuisce
agli atomisti e ad altri fisici sono in realt modellate su quelle pitagoriche,
come si pu constatare dal seguito dell'esposizione. Egli riferisce infatti
poco dopo che nelle cosmogonie pitagoriche, l'universo respira dall'infi-
45
Phys. A 2, 209b 6-12, per il testo, v. infra, n. 59. Phys. A 7, 214a 13 oio ooiv tivr rivoi to
xrvo v tgv tou oeoto ugv (oiar xoi tov toaov to outo touto), ryovtr ou xoe g
rv yo ug ou eiotg te v aoyotev, :o ot xtvo v j:o: otv o ooto:ov. Che questa
sia la concezione dei Platonici, derivata dall'interpretazione della Chora del Timeo alla luce
del secondo principio, la diade indefinita, confermato dal commento di Simplicio In Phys.
cor. de loc., 618,16 (267 L.) aoiv or ou te v to xrvov outo ti0rr vev oi r v oariov
rivoi ooi xoi uaroov oariioi to oeoto xoi oio touto oo rv ooi routou
rroi xotoororvov, e ov rturv, riar rg ryriv rai tou oariou xrvou ouvoto v.
toioutgv or ari outou ooov rogxr voi ooxouoiv oi ari Agoxitov ooioi uoio-
oyoi. oi or ioortov outo tei xooixei oeoti aoiouoi, xoi oio touto tgi rv routou
uori xrvo v ri voi r youoi, arageo0oi or outo oeotev ori, xoi ovgi yr tgi rai-
voioi 0rerio0oi e xo0 ou to urote, oioi tivr oi aooi tev Hotovixev ioooev
yryo vooi. Cf. anche 601,17 (266 L.). Per "Platonici" sono intesi qui gli allievi diretti di
Platone, cf. la stessa denominazione in In De cael. 279b 32, 303,33 ooxri rv ao Ervo-
xotgv oioto xoi tou Hotevixou o o yo trivriv. Per la concezione accademica del
vuoto come ipostasi della diade indefinita nel mondo fisico, cf. Theophr. Metaph. 6a 25
(Xenocr. Fr. 100 IP; Speus. Fr. 87 IP) tou yo oi0ou yrvvgoovtr xoi to raiaroo xoi
to oeoto oroov too aooriaouoiv agv ooov roatorvoi xoi toooutov ovov
ogouvtr, oti :o atv oao :j oooto:o: o:ooo, oiov :oao xot xtvo v xoi oariov, to o
oao te v oi0e v xoi tou r vo, oiov ug xoi o otto. Cf. anche Happ 1971, 111s.
46
Phys. A 6, 213a 31 ouxouv touto ori orixvuvoi, oti roti ti o og, o ' oti oux roti
oiootgo rtrov te v oeo tev, outr eiotov o: :t t vto,ttot ov, o oto!oaovtt :o aov
ooao oo:t ttvot aj o:vtt, xo0oar r youoiv Agoxito xoi Aruxiaao xoi r troi
aooi tev uoiooyev, g xoi ri ti re tou aovto oeoto rotiv ovto ouvrou . Per la
traduzione, cf. Ross 1960, 582 ad loc.
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 124
nito il vuoto che entra e lo divide poich "il vuoto una separazione e una
delimitazione di parti contigue"
47
. La definizione del vuoto attribuita qui
agli atomisti non d ragione della complessit della loro concezione, come
si vedr in seguito
48
, ma, soprattutto, si basa sull'idea che esista una massa
omogenea primordiale dalla quale il cosmo si genera per divisione, tipica
dei Pitagorici. Gli atomisti in realt partono dal principio opposto, da
corpuscoli che si muovono nel vuoto e generano per aggregazione. La
definizione "pitagorica" del vuoto come "ci che separa" e che permette la
molteplicit sta alla base del discorso degli "Eleati" in De generatione et cor-
ruptione A 8. Secondo la prospettiva assimilante del quarto libro della Fisica,
la critica eleatica potrebbe, per, senza problemi essere rivolta anche con-
tro gli atomisti.
La seconda parte del logos eleatico invece diretta contro presunte tesi
corpuscolariste, che, pur senza ammettere il vuoto, comporrebbero il tutto
da particelle separate, ma in contatto. La confutazione di queste tesi
basata ancora sulla equivalenza vuoto-divisione, ma con l'aggiunta signifi-
cativa della concezione del vuoto come sostrato pensabile tipica degli
Accademici.
D'altra parte non c' nessuna differenza fra il credere che il tutto non sia conti-
nuo, ma [fatto di parti che] si toccano rimanendo separate, e l'affermare che esi-
stono i molti, che non c' un "uno" e che c' il vuoto. Se infatti [il tutto] divisi-
bile in ogni parte, non c' un "uno", cosicch non ci sono neppure i molti, ma il
tutto vuoto. Ammettere d'altra parte che divisibile in un punto e non in un
altro simile ad una spiegazione inventata ad arte; infatti fino a che punto e per-
ch una parte del tutto si trova in questa condizione ed piena, un'altra parte in-
vece divisa? Allo stesso modo necessario affermare che non esiste il movi-
mento
49
.
L'equivalenza di vuoto e divisione, oltre che essere un concetto mutuato
dal pitagorismo, in perfetta consonanza con la proiezione a livello fisico
del secondo principio accademico, la diade indefinita, quella che genera
divisione e molteplicit: il vuoto, sostrato pensabile del mondo sensibile,
ne una manifestazione
50
e l'infinita divisione lo farebbe emergere nella
sua attualit. L'equivalenza divisione-vuoto permette inoltre di porre sullo
47
Arist. Phys. A 6, 213b 22-27 (58 B 30 DK) rivoi o rooov xoi oi Hu0oyo rioi xrvo v, xoi
rarioirvoi ou tei tei ouovei r x tou oariou avru oto e o voavrovti xoi to xrvov,
o oioiri to uori, e o vto tou xrvou eioou tivo tev rrg xoi [tg] oio-
iore. Sul problema testuale e i vari emendamenti, cf. Burkert 1972, 35 n. 35. Cf. inoltre
Arist. Phys. I 4, 203a 10ss.; Fr. 201 Rose.
48
V. infra, 4. 2. 2 e VII 2.
49
Per il testo greco, v. supra, n. 31.
50
V. supra, n. 45.
Capitolo terzo 125
stesso piano presunte dottrine corpuscolari e atomiste
51
. Se infatti non c'
pi nessuna distinzione fra i due concetti, ambedue le teorie sono attacca-
bili secondo i presunti postulati eleatici in quanto ambedue non solo in-
troducono il non essere, ma, o riducono il tutto a nulla, o pongono artifi-
cialmente un arresto della divisione ipotizzando che una parte sia piena e
l'altra no senza ulteriori giustificazioni. La stessa critica viene rivolta ad un
inusitato Empedocle atomista nel seguito del brano aristotelico
52
. Di una
riduzione a un tutto vuoto attraverso la divisione non parlano n Zenone
53
n Melisso il quale si limita ad equiparare la divisione al movimento
54
se-
guito in questo da Gorgia che, secondo l'autore del trattatello De Melisso
Xenophane et Gorgia, parlava di divisione invece che di vuoto
55
.
Parte delle argomentazioni riportate da Aristotele, sviluppano sul
piano fisico gli assunti del Parmenide platonico. Il vecchio Parmenide,
esaminando alcune conseguenze dell'ipotesi "se l'uno non " (una rilettura
dell'aporia del Fr. 29 B 1 DK di Zenone), presentava lo scenario ango-
sciante di una processione continua alla ricerca di quell'uno che manca e
che sempre sfugge
56
. Egli concludeva che, se l'uno non , anche "l'altro
dall'uno", vale a dire la molteplicit, non pu esistere in quanto, essendo
questa composta di unit, il tutto si riduce a nulla: ri yo gorv oute v
51
Una unificazione fra atomismo e presunto corpuscolarismo in senso inverso, dove il vuoto
degli atomisti viene equiparato ad una divisione e quindi, di fatto, privato della sua fisicit si
trova ancora in un brano della Fisica sulla definizione di infinito: per Democrito e Anassa-
gora sarebbe "continuo per contatto", Phys. I 4, 203a 16 (68 A 41 DK; 145, 220, 237 L.)
oooi o' oario aoiouoi to otoirio, xo0oar Avooyoo xoi Agoxito, o r v rx tev
ooiorev, o o' rx tg aovoario tev ogotev, tgi ogi ouvrr to oariov rivoi
ooiv. Schofield 1980, 47 ha notato questa strana assimilazione senza tuttavia fermarsi ul-
teriormente sul problema.
52
Sulle ascendenze accademiche di una tale interpretazione che emerge anche in altri scritti
aristotelici, cf. Gemelli Marciano 1991a. Cf. in particolare l'assimilazione dell'atomismo ad
un presunto corpuscolarismo empedocleo che postula corpuscoli indivisi anche se ulte-
riormente divisibili in De cael. I 6, 305a 1-6, supra, II 4. 1 n. 56.
53
Furley 1967, 80, che fa risalire a Zenone l'argomento dell'infinita divisione, trova infatti
strana l'equivalenza, non zenoniana, di "tutto diviso" e "tutto vuoto". Questo punto in-
vece trascurato da Makin 1993, 27s. e Lewis 1998, 15ss. che, come Furley, attribuiscono
l'argomentazione a Zenone.
54
Mel. 30 B 10 DK. ri yo oigigtoi, goi, to ro v, xivritoi xivourvov or oux o v rig.
55
MXG 980a 3-9 eotr ri aovtgi xivritoi, aovtgi oigigtoi. ri o' oute, aovto oux rotiv.
rxiar yo tou tgi, goiv, gi oigigtoi, tou ovto, ovti tou xrvou to oigigo0oi ryev,
xo0oar r v toi Aruxiaaou xoour voi oyoi yr yoatoi. Questo significa che Gorgia
evidentemente non impiegava il termine "vuoto" e che l'autore del trattatello si basa per la
sua deduzione su una equivalenza fra vuoto e divione presente in un "discorso-tipo" messo
in bocca a Leucippo (nei cosiddetti logoi di Leucippo). V. supra, 2. 1, n. 17.
56
Parm. 165a-b ao tr tg og og o ri oi vrtoi og , rto tr tg v trrutgv rtro
uaoriaorvg trrutg, rv tr tei roei oo rooitro tou roou, oixotro or, oio
to g ou voo0oi r vo oute v r xootou oo vro0oi, o tr oux o vto tou r vo.
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 126
roti v rv, oaovto ouorv rotiv, eotr ou o o v aoo rig
57
. Nel brano
aristotelico quest'ultimo assunto riprodotto quasi letteralmente: ri r v
yo ao vtgi oioirtov, ou orv rivoi rv, eotr ou or aoo, oo xrvov to
oov. L'ou orv platonico sostituito dal vuoto, ipostasi fisica della diade
indefinita. Il tutto vuoto infatti concepibile se si considera il vuoto un
sostrato spaziale pensabile delle grandezze, nella realt sempre occupato.
Come gi accennato, Aristotele esemplifica questo assunto nel quarto libro
della Fisica proprio parlando della concezione accademica del "luogo" che
equivarrebbe, secondo lui, al "vuoto"
In quanto sembra essere l'intervallo della grandezza, il luogo materia/ sostrato
58
:
questo infatti altro dalla grandezza, cio lo spazio occupato e delimitato dalla
forma, ad esempio da una superficie e da un limite. E questo la materia/ il so-
strato e l'indefinito. Se si sottraggono la superficie delimitante e le propriet della
sfera, non rimane nulla al di l della materia/ del sostrato. Perci Platone nel Ti-
meo dice che la materia e lo spazio sono la stessa cosa
59
L'equivalenza fra tutto-diviso e tutto-vuoto di cui gli "Eleati" di Aristotele
si servono per criticare dottrine che ammettono una infinita serie di parti
che si toccano ha dunque le sue radici nelle concezioni accademiche del
vuoto come manifestazione fisica della diade indefinita.
Si pu dunque concludere che il logos eleatico riportato da Aristotele
presenta tracce della rielaborazione accademica di uno schema sofistico di
opposizione degli Eleati (in particolare di Melisso) ai pluralisti. Il logos
prendeva di mira sia atomisti che presunti corpuscolaristi accusandoli di
introdurre il non essere, ridurre tutto a vuoto o postulare un arbitrario
arresto della divisione in un tutto omogeneo e dimostrava che costoro,
avendo ricercato dei principi corporei, erano criticabili dal punto di vista
eleatico, in quanto, in mancanza di ulteriori fondamenti logici e ontologici,
non spiegavano perch un essere omogeneo (corporeo) potesse essere da
una parte diviso e dall'altra no. Solo attraverso la ricerca di principi incor-
porei e la definizione di categorie logiche universali, anche la molteplicit
del mondo fisico poteva essere spiegata in modo soddisfacente.
57
Parm. 165e.
58
Lascio qui espressa la doppia valenza del termine perch la sola accezione "materia" po-
trebbe dare adito a fraintendimenti. Sul significato di "materia" in questo passo cf. Happ
1971, 129; Algra 1995, 114s.
59
Cf. Phys. A 2, 209b 6-12 gi or ooxri o toao rivoi to otoo:jao :o: at,t0o:, g ug tou to
yo rtrov tou ryr0ou, touto o' roti to arirorvov uao tou rioou xoi eiorvov,
oiov uao raiaroou xoi aroto, to:t ot :oto::ov j :!j xot :o oooto:ov otov yo ooi-
r0gi to aro xoi to ao0g tg ooio, riartoi ouorv aoo tgv ugv. oio xoi Hotev
tgv ugv xoi tg v eov touto goiv rivoi r v tei Tioiei.
Capitolo terzo 127
3. Logoi eleatici nell'Accademia?
3. 1. Il logos eleatico di Porfirio 135 F Smith
(Simpl. In Phys. 187a 1, 139,24)
I commentatori di Aristotele attribuiscono costantemente la soluzione
delle aporie eleatiche dell'uno e del molteplice non agli atomisti, ma a
Senocrate. Egli sembra aver postulato indivisibili come "misure" e ipostasi
dell'uno ad ogni livello dell'essere, dai corpi alle grandezze matematiche
60
distinguendo i concetti di uno (come parte, indivisibile) e di essere (come
tutto, divisibile e derivante dalla combinazione dell'uno con il secondo
principio, la diade indefinita). Il limite ultimo assoluto della realt fisica
sarebbe per la linea indivisibile che Senocrate avrebbe postulato partendo
dall'aporia "zenoniana" della divisione all'infinito, il cosiddetto "logos della
dicotomia" la cui formulazione esatta peraltro non mai stata individuata
con sicurezza
61
. Presso le fonti antiche, al di fuori dei testi aristotelici, la
soluzione di questo paradosso con la dottrina degli indivisibili viene co-
stantemente riportata a Senocrate, non a Leucippo o a Democrito
62
. Fra
questi testi uno, quello di Porfirio, particolarmente interessante in
quanto, contrariamente a tutti gli altri, attribuisce il logos della dicotomia,
cui Senocrate avrebbe risposto, non a Zenone, ma a Parmenide riportan-
dolo per esteso come citazione letterale (goi ). Tale logos presenta delle
analogie con quello eleatico di De gen. et corr. A 8 e con la dimostrazione
della necessit degli indivisibili di A 2 che verr trattata pi oltre, ma non
60
Riguardo all'interpretazione degli indivisibili senocratei esiste una certa confusione nelle
fonti antiche. Se la tendenza dei neoplatonici quella di trasporre l'indivisibilit della linea
nell'ambito delle forme intellegibili, il trattato pseudo-aristotelico De lineis insecabilibus pre-
senta invece un allargamento degli indivisibili anche a tutte le grandezze matematiche e ai
corpi postulando degli indivisibili ad ogni livello dell'essere come "misure" e ipostasi del-
l'uno. Cf. Krmer 1971, 356-362; 1983, 55; Heinze 1892, 62s.; Isnardi Parente 1974, 966ss.
con una esauriente bibliografia sull'argomento.
61
Di un logos sulla dicotomia parlano sia Aristotele (Phys. A 3, 187a 1-3, v. infra, 3. 2) che i
commentatori, ma Aristotele non sembra riferirsi a nessuno dei logoi di Zenone fra quelli
riportati da Simplicio. In Phys. Z 9, 239b 11-14 (29 A 25 DK) sembra identificarlo con il
primo argomento contro il movimento secondo cui un mobile che si muove lungo una li-
nea, prima di arrivare ad un dato punto, deve sempre percorrere la met del segmento di
cui quel punto l'estremo. Simplicio (In Phys. 187a 1, 140,27-141,8) invece, parlando del-
l'argomento della dicotomia, riferisce i frammenti 59 B 1 e B 3 DK che illustrano il pro-
cesso all'infinito nell'individuazione delle parti del tutto. A questo argomento si riferiscono
per lo pi gli interpreti moderni, cfr. Ross 1936, 479s.; Furley 1967, 63-69; Baldes 1972,
30).
62
Aristotele stesso, quando nel terzo libro della Fisica ribadisce l'infinita divisibilit delle
grandezze, cita come esempio-tipo di soluzione atomista, le linee indivisibili e non gli atomi
di Democrito Phys. I 6, 206a 16-18 to or r yr0o oti r v xot rvryriov oux r otiv
oariov, rigtoi, oioirori o roti v ou yo oraov o vrri v to otoou yoo.
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 128
deriva da Aristotele. In primo luogo perch la risposta al logos eleatico
attribuita a Senocrate e non a Leucippo, secondariamente perch le pre-
sunte argomentazioni di Parmenide sono dirette esplicitamente sia contro
dottrine corpuscolari che atomiste, cosa che nel logos aristotelico viene
sottaciuta.
Secondo Porfirio, Parmenide avrebbe utilizzato il "logos della dicoto-
mia" per dimostrare che l'essere uno e, come tale, indivisibile e privo di
parti.
Porfirio, comunque, dice che anche il logos della dicotomia di Parmenide il quale
cercava di dimostrare, partendo dalla dicotomia, che l'essere uno. Egli scrive
quanto segue: "Parmenide aveva un altro logos, quello che si riteneva dimostrasse
attraverso la dicotomia che l'essere uno solo e che questo uno privo di parti e
indivisibile. Se infatti l'essere fosse divisibile, dice, lo si divida in due parti, e poi
ancora ciascuna delle due parti in due. Se si continua con quest'operazione,
chiaro dice che, o rimarranno alcune grandezze ultime minime e insecabili, infi-
nite di numero, e il tutto sar composto di minimi infiniti per numero, o sparir e si
dissolver nel nulla e sar composto dal nulla. Queste ipotesi sono assurde, dun-
que non si divider, ma rimarr uno. E infatti, dal momento che l'essere omo-
geneo in ogni parte, se divisibile, lo sar dappertutto allo stesso modo, ma non
in una parte s e nell'altra no. Lo si divida dunque in ogni parte; chiaro perci
nuovamente che non rimarr nulla e sparir e, se si ricomporr, si ricomporr dal
nulla. Se infatti rimarr qualcosa, non sar ancora diviso in ogni parte. Da questo
chiaro dice che l'essere indivisibile e privo di parti e uno"
63
.
Il logos di Parmenide riferito da Porfirio presenta delle analogie con quello
eleatico del De generatione et corruptione A 8 in quanto assimila le due solu-
zioni atomista e corpuscolarista e afferma che, ammettendo la divisione, il
tutto si riduce a nulla. Il logos di Porfirio, per, dice espressamente che non
si pu arbitrariamente fermare la divisione a corpuscoli minimi e indivisi-
bili perch l'essere omogeneo, cosa che nel logos aristotelico viene pre-
supposta, ma non esplicitata. Inoltre accenna a due presunti paradossi ri-
sultanti dalla prospettiva della ricomposizione del tutto (che riemergono in
De generatione et corruptione A 2 e presuppongono una equivalenza fra ci
63
Porph. 135 F Smith (Simpl. In Phys. 187a 1, 139,24) (Xenocr. Fr. 139 IP) o rvtoi Ho-
uio xoi tov rx tg oiotoio oyov Horvioou goiv rivoi r v to ov rx tou tg
ariervou orixvu voi. yori or oute "rtro or g v oyo tei Horviogi o oio tg
oiotoio oiorvo orixvuvoi to ov r v rivoi ovov xoi touto orr xoi ooioirtov. ri
yo rig, goi, oioirtov, trtgo0e oio, xoarito te v re v rxotrov oio, xoi toutou
ori yrvor vou ogov goiv, e g toi uaorvri tivo rooto ryr0g t!o to:o xot o:oao,
a!j0tt ot oattoo, xoi to oov r roiotev, ag0ri or oariev ouotg ortoi g ouoov
rotoi xoi ri ou0r v r ti oiou0gortoi, xoi rx tou gorvo ouotgortoi oar o toao. oux
oo oioir0gortoi, oo rvri rv. xoi yo og rari aovtgi ooiov rotiv, riar oioirtov
uaori, aovtgi o oie r otoi oioirtov, o ou tgi r v tgi or ou. oigigo0e og ao vtgi
ogov ouv aoiv e ouorv uaorvri, o rotoi ouoov, xoi riar ouotgortoi, aoiv rx
tou gorvo ouotgortoi. ri yo uaorvri ti, ouor ae yrvgortoi ao vtgi oigigrvov.
eotr xoi r x tou tev ovro v goiv, e ooioirtov tr xoi orr xoi r v rotoi to ov.
Capitolo terzo 129
che pu essere pensato e la realt infra, IV 4. 1): la ricostituzione da mi-
nimi indivisibili darebbe come risultato una estensione infinita. Nel caso
della divisione all'infinito invece, l'essere dovrebbe ricomporsi dal nulla e
cio dal non essere. Rispetto al logos aristotelico manca in quello di Porfirio
la menzione esplicita del vuoto e l'equiparazione vuoto-divisione. Questo
dipende dalla diversa focalizzazione delle aporie: il logos di Porfirio, come
anche quello di De generatione et corruptione A 2, incentrato principalmente
sull'aporia della divisibilit all'infinito, quello di De generatione et corruptione A
8 su quella dell'esistenza del non essere.
Porfirio continua riportando la risposta di Senocrate al logos parmeni-
deo:
Senocrate ha ammesso che sussista la prima conseguenza, cio che, se l'essere
uno, anche indivisibile, ma l'essere non indivisibile. Perci ancora l'essere non
uno, ma molti. Pertanto esso non divisibile all'infinito, ma la divisione ha fine
in certi indivisibili. Questi, per, non sono indivisibili in quanto minimi privi di
parti, ma, in relazione alla quantit e alla materia sono divisibili e hanno parti, in
relazione invece alla forma, sono indivisibili e primi, assumendo che ci siano al-
cune linee indivisibili prime e che ci siano superfici prime da queste formate e so-
lidi primi. Dunque Senocrate crede di risolvere l'aporia derivante dalla dicotomia
e semplicemente dalla sezione e dalla divisione all'infinito, introducendo le linee
indivisibili e in generale assumendo grandezze indivisibili, evitando di dissolvere e
di eliminare l'essere nel non essere dal momento che le linee indivisibili da cui gli
esseri sono composti, rimangono insecabili e indivisibili
64
.
Il lungo brano di Porfirio propone uno schema di aporia e soluzione nella
quale si possono distinguere due momenti:
1. la "tesi" dell'unit dell'essere di Parmenide diretta nel contempo
contro soluzioni atomiste e corpuscolariste.
2. l'"antitesi" di Senocrate il quale fa a Parmenide alcune concessioni
(indivisibilit uguale ad unit), correggendone per il presupposto fon-
damentale, dando cio una diversa definizione dei concetti universali di
essere (divisibile e molteplice) e di uno (indivisibile). Le grandezze indivi-
sibili proposte da Senocrate sarebbero comunque diverse dai minimi criti-
64
Porph. 135 F Smith (Simpl. In Phys. 187a 1, 140,5) (Xenocr. Fr. 139 IP) oi or ari tov
Ervoxotgv tg v rv aetgv oxoou0iov uarivoi ouvreouv, toutrotiv oti ri rv roti to
ov xoi ooioirtov rotoi, ou gv ooioirtov rivoi to ov. oio aoiv gor r v ovov
uaoriv to ov, oo arie. oioirtov r vtoi g ra oariov rivoi, o ri otoo tivo
xotogyriv. touto rvtoi g otoo rivoi e org xoi roioto, o o xoto r v to
aooov xoi tg v ugv tgto xoi rg rovto, tei or riori otoo xoi ae to, aeto tivo
uao0rrvo rivoi yoo o toou xoi to rx toutev raiaroo xoi otrro aeto. tgv ouv
rx tg oiotoio xoi oae tg ra oariov tog xoi oioirore uaovteoov oaoiov o
Ervoxotg oirtoi oiouro0oi to otoou riooyoyev yoo xoi o ae otoo aoi-
goo ryr0g, ruyev to to o v riar roti oioirtov ri to g ov oiou0gvoi xoi
ovoe0gvoi tev o toev yoe v r e v uiototoi to o vto rvouoe v otgtev xoi ooioi-
rtev".
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 130
cati da Parmenide in quanto sarebbero indivisibili solo "secondo la
forma", ma non "secondo la quantit e la materia" cio non dal punto di
vista matematico. Porfirio rielabora senz'altro la dottrina di Senocrate alla
luce dei concetti aristotelici di materia e forma per difenderlo dagli attacchi
che gli erano stati rivolti da Aristotele stesso di essere andato contro la
matematica assumendo degli indivisibili.
I presupposti teorici della soluzione senocratea dell'aporia sono espo-
sti tuttavia pi chiaramente da Alessandro secondo cui, per, Senocrate
risponderebbe a Zenone. L'Accademico avrebbe basato la sua soluzione
sulla differenza fra tutto (l'essere, divisibile e molteplice) e parte (l'uno,
indivisibile). Egli avrebbe dunque concesso che tutto ci che divisibile
molteplice e che non possibile che la stessa cosa sia uno e molti, ma
avrebbe affermato che non tutte le grandezze sono divisibili e hanno parti
(perch altrimenti non esisterebbe un uno) e posto come unit le linee
indivisibili
65
. Nonostante le diversit, Alessandro concorda con Porfirio
nei concetti di fondo che hanno caratterizzato la teoria senocratea e che
corrispondono grosso modo a quelli riferiti nel trattato sulle linee indivisi-
bili: Senocrate traccia una distinzione logica universale fra essere come
tutto (molteplicit definita e divisibile), e uno come parte indivisibile che
ne costituisce il limite ultimo e la misura
66
. In questo modo elimina l'aporia
dell'omogeneit dell'essere e della presenza contemporanea nello stesso
oggetto di unit e molteplicit e definisce dei limiti ultimi delle grandezze
(le linee indivisibili) che corrispondono all'unit. Porfirio, rispetto ad Ales-
sandro, cerca di mascherare la parte dell'indivisibile dimensionale per non
esporre Senocrate alle critiche di essere andato contro i principi della ma-
tematica.
Per quanto riguarda il discorso di Parmenide, Porfirio non l'ha certa-
mente inventato perch la frequente ripetizione di goi indica che egli ha
davanti un testo di cui ritiene di riferire la lettera. Non riproduce d'altra
parte il logos di De generatione et corruptione A 8 perch parla apertamente di
una critica di Parmenide a tesi atomiste e di un superamento di tali dot-
trine da parte di Senocrate. Per inciso, il Filopono, commentando il brano
aristotelico, riproduce il modello esegetico porfiriano attribuendo a Par-
65
Alex. ap. Simpl. In Phys. 187a 1, 138,10 (Xenocr. Fr. 138 IP) toutei or tei oyei, goi, tei
ari tg oiotoio r voou voi Ervoxotg to v Kogooviov ororvov r v to aov to
oioirtov aoo rivoi (to yo ro rtrov rivoi tou oou) xoi to g ouvoo0oi touto v
rv tr o o xoi aoo ri voi oio to g ouvog0ruro0oi tg v ovtiooiv, gxrti or
ouyeriv ao v ryr0o oioirtov rivoi xoi ro rriv rivoi yo tivo otoou yo-
o, r ev ou xrti og0ru ro0oi to aoo touto rivoi. oute yo eirto tgv tou rvo
ruioxriv uoiv xoi ruyriv tg v o vtiooiv oio tou gtr to oioirto v r v rivoi oo ao-
o, gtr to o toou yoo aoo o rv ovov.
66
Il valore fondamentale per il pensiero senocrateo della distinzione logica fra tutto e parte,
estesa a diversi ambiti, stato messo in luce da Pines 1961, 5ss.
Capitolo terzo 131
menide il logos eleatico e interpretandolo come una critica congiunta all'a-
tomismo e al corpuscolarismo incurante del fatto che lo scopo di Aristo-
tele quello di dimostrare come gli atomisti abbiano risposto agli Eleati e
non come Parmenide abbia confutato le dottrine atomiste
67
.
Porfirio si riallaccia ad un filone di tradizione platonica in quanto la
sua esposizione presenta diverse tracce che portano fino a Platone. Anche
quest'ultimo attribuiva infatti a Parmenide dei logoi in prosa a quanto ri-
sulta dal breve accenno del Sofista
68
. Simplicio, a dieci secoli di distanza, si
trovava davanti un testo di Parmenide nel quale, fra i versi, comparivano
alcune frasi in prosa
69
. C'era dunque, da Platone in poi, una tradizione che
attribuiva a Parmenide dei discorsi in prosa. Inoltre, come nel Parmenide
platonico l'Eleate confutava la dottrina delle idee di Socrate notevolmente
pi giovane di lui, anche nel logos di Porfirio, Parmenide rigetta delle teorie
a lui cronologicamente posteriori quali quelle atomiste e corpuscolariste.
Ci indizio di una impostazione soprattutto dialettica e non cronologica
dei rapporti fra i vari autori. Inoltre la trasposizione a Parmenide di logoi
zenoniani ha il suo capostipite nel Parmenide platonico stesso dove le apo-
rie di Zenone sono proposte da Parmenide e non isolata nella tradizione
tarda. Favorino, a detta di Diogene Laerzio, trasferiva a Parmenide la pa-
ternit del famoso paradosso di Achille e della tartaruga
70
. Porfirio, d'altra
parte, era entrato in contatto non solo mediato
71
, ma anche diretto con
opere degli allievi di Platone. Simplicio riferisce come, in un commento al
Filebo, egli affermasse di aver corretto l'esposizione oscura e enigmatica
delle trascrizioni degli allievi di Platone del Hri to yo0ou del maestro
72
.
67
Philop. In De gen. et corr. 325a 6, 157,12ss. o or og0g oyo rri oti xoi xrvou g o vto
ouorv xeu ri xoi oioiroiv ri voi xoi xivgoiv, te v aoyotev oigigrvev r v oato-
rvev or ogev xoi xrvei g oiriyor vev, touto o voiev o Horviog goiv oti to
oute uaoti0ro0oi ouorv oiorri tou otoo xoi xrvov riorriv. aotrov yo, goi, to
ov ao vtgi roti oioirtov g ou ri rv yo aovtgi roti oioirto v, ou ovov aoo oux
rotoi to ao yoto, o ouor r v (oioir0r v yo ao vtgi ouor v rotoi oiaov, oo ovov
xrvo v), ri or g ao vtgi oioirtov, araoor vei to toioutov roixrv oio ti yo agi r v
roti oioirtov agi o ou oute or xoi g tev o toev rioxeoori ooo, gitivi rartoi xoi
to xrvov rivoi.
68
Soph. 237a argi tr eor rxoototr ryev xoi rto rtev.
69
Simpl. In Phys. 184b 15, 31,3 xoi og xoi xotooyoogv rtou tev raev rrrtoi ti
gorioiov e ou tou Horvioou rov ou te...
70
Diog. Laert. 9,23 (30 A 1 DK) xoi aetov (scil. tov Horviogv) retg ooi tov Air o
oyov, e doeivo r v Hovtoooagi iotoioi. Cf. anche Diog. Laert. 9,29 (29 A 1 DK).
71
Egli aveva attinto ad opere di medioplatonici quali Dercillide che avevano letto diretta-
mente scritti degli allievi di Platone quali Ermodoro. Cf. Porph. 146 F Smith (Simpl. In
Phys. 192a 3, 247,30ss.; Hermod. Fr. 7 IP).
72
Simpl. In Phys., 202b 36, 453,27-454,14 (Porph. 174 F Smith) xoi to ryo or xoi to ixov
ti0ri oariov ri voi rryrv r v toi Hri to yo0ou oyoi, oi Aiototrg xoi Ho-
xriog xoi Eotioio xoi ooi tou Hotevo rtoioi aooyrvo rvoi ovryoovto to
g0rvto oiviyoteoe, e rg0g, Houio or oio0ouv outo raoyyrorvo toor
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 132
C' inoltre un passo specifico delle Confutazioni sofistiche di Aristotele,
l'unico in cui Parmenide e Zenone siano accomunati come sostenitori
dell'uno non solo nel corpus aristotelico, ma anche negli autori del IV sec.
a.C. al di l di Platone
73
, che rimanda a discussioni in corso sulla defini-
zione di essere e uno proprio come risposta congiunta ai due Eleati. Si
tratta di discussioni che non possono essere nate altro che nell'Accademia
ai cui modelli dialettici Aristotele si richiama nei Topici e nelle Confutazioni.
Parlando dei paralogismi legati all'omonimia Aristotele afferma:
altri sembrano sfuggire anche ai dialettici pi sperimentati (un segno di questo
fatto che spesso dibattono sui nomi, come ad esempio sul fatto se l'essere e
l'uno abbiano in tutti i casi lo stesso significato o un significato diverso; infatti agli
uni sembra che l'essere e l'uno significhino la stessa cosa, gli altri risolvono il logos
di Zenone e di Parmenide affermando che l'essere e l'uno si dicono in molti
modi)
74
.
La menzione congiunta di Parmenide e Zenone come monisti, estranea ad
Aristotele e inusitata fuori dai testi platonici, non pu che derivare dai logoi
dialettici cui egli si riferisce, cio quelli accademici e spiega anche perch
Porfirio, se aveva davanti un logos di Senocrate, abbia potuto trovarvi il
nome di Parmenide e non quello di Zenone. L'Accademico, come il suo
maestro, metteva in bocca a Parmenide aporie rielaborate su quelle zeno-
niane.
E' ovviamente impossibile dimostrare con certezza che il logos parme-
nideo di Porfirio antico quanto quello eleatico di Aristotele, anche se ci
sono buone ragioni per ritenerlo tale, come si visto, ma il dato di fatto
pi importante che comunque Senocrate partito da un logos di questo
tipo che, nella sostanza, era conosciuto a tutti i commentatori antichi
75
.
Infatti Alessandro e altri gli attribuiscono concordemente, in termini simili
a quelli porfiriani, la soluzione delle aporie eleatiche sulla divisibilit del-
ari ou tou yr yorv r v tei digei [...] touto o Houio riarv outgi oroo v tgi
rri, oio0ouv raoyyriorvo to r v tgi Hri to yo0ou ouvouoi oi oiviyoteoe
g0rvto.
73
Cf. anche Fedele 1999, 11s.
74
Arist. Soph. El. 33, 182b 22 to or xoi tou r ariototou oi vrtoi ov0o vriv (ogriov or
toutou oti o ovtoi aooxi ari tev ovootev, oiov aotrov touto ogoivri xoto
aovtev to ov xoi to rv, g rtrov toi r v yo ooxri touto ogoivriv to ov xoi to r v, oi
or tov Zgvevo oyov xoi Horvioou uouoi oio to aooe o voi to rv ryro0oi xoi
to ov). Sull'ambiente accademico in cui queste distinzioni vengono fatte Krmer 1971, 18
n. 69; Ryle 1968, 74.
75
Makin 1993, 24ss. attribuisce il logos tout-court a Zenone senza prendere in considerazione
n il contesto (che rimanda alla soluzione di Senocrate e comporta quindi la possibilit che
il logos sia stato rimaneggiato), n il fatto che la prima parte di questo passo contiene una
critica all'atomismo. Senocrate aveva del resto scritto un'opera Sulle dottrine di Parmenide (Fr.
1 IP Hri te v Horvioou o'). Sull'origine accademica del logos della dicotomia in generale
e sulle sue varie interpretazioni fino a Simplicio, cf. Fedele 1999.
Capitolo terzo 133
l'essere attraverso l'introduzione delle linee indivisibili. La differenza sta
nel fatto che essi accennano solamente ad un logos della dicotomia di Ze-
none ed espongono invece pi diffusamente la soluzione di Senocrate.
Le similitudini fra il logos eleatico di Porfirio, da cui Senocrate sarebbe
partito per definire l'essere e l'uno e assumere degli indivisibili, e quello
aristotelico rendono verosimile l'ipotesi che Aristotele si sia ispirato ad un
logos eleatico corrente nell'Accademia che costituiva il punto di partenza
per definire i concetti di essere e di uno e impostare il discorso sugli indi-
visibili. Aristotele stesso indica del resto costantemente le aporie eleatiche
come base per le soluzioni accademiche del problema dell'essere e del-
l'uno.
3. 2. "Concedere ai logoi". Aporie eleatiche e loro soluzione
(Arist. Phys. A 3, 187a 1)
In un famoso passo della Fisica Aristotele allude ad "alcuni" che avrebbero
fatto concessioni (un termine tecnico nella discussione dialettica) ai logoi degli
Eleati proprio in relazione alla problematica dell'essere e dell'uno
Alcuni hanno fatto concessioni ad ambedue i logoi: a quello secondo cui tutto
uno, se essere significa uno, affermando che c' il non essere, a quello della dico-
tomia, ponendo grandezze indivisibili
76
.
I commentatori moderni hanno spesso letto in questo passo un riferi-
mento agli atomisti in base al confronto con la presunta risposta di Leu-
cippo agli Eleati in De generatione et corruptione A 8. In realt, se si considera
che a monte della presentazione aristotelica dell'atomismo sta tutta la di-
scussione ora esaminata sulle aporie eleatiche nell'Accademia, la prospet-
tiva va rovesciata. Il brano della Fisica piuttosto una chiave per com-
prendere lo schema dialettico e la "soluzione" dell'aporia eleatica da parte
di Leucippo e non viceversa.
I commentatori antichi sono concordi nell'affermare che Aristotele
vuole alludere a Platone, principalmente al Sofista
77
, e a Senocrate
78
i quali
76
Phys. A 3,187a 1 r vioi o rvroooov toi oyoi o otroi, tei r v oti aovto r v, ri to ov
rv ogoi vri, oti roti to g o v, tei o rx tg oiotoio, o too aoigoovtr ryr0g.
77
Alessandro (ap. Simpl. In Phys. ad loc., 134,21ss.) lo presuppone implicitamente; il Filo-
pono, richiamandosi ad Alessandro stesso e a Temistio, vi accenna esplicitamente (In Phys.
ad loc., 81,25-29 touto or ooiv outo v oi vittro0oi ri Hotevo xoi o Arovoo xoi o
Oriotio uaoti0rrvo yo o Hotev, ooiv, rv tei Eoiotgi rivoi to xo0oou g ov,
oar tgv tou ovto uoiv rxarruyrv, o vgiri to to ao vto rv rivoi ryev oute 'ri to
ov aov r v rotiv, oux rotoi to g ov oo gv roti to g ov oux oo to ov ao v r v roti'.
Cf. Themist. In Phys. ad loc., 12,6-17; Simpl. In Phys. ad loc., 134,14ss. Solo Porfirio, che ri-
ferisce la dottrina platonica in termini aristotelici di forma e materia, si distanzia da quella
degli altri commentatori basandosi, invece che sul Sofista, sul Timeo e identifica il non essere
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 134
avrebbero risposto rispettivamente a Parmenide e a Zenone. E' pur vero
che anche questo schema esegetico (l'opposizione di maestro a maestro e
di allievo ad allievo) ha sapore di manualistica scolastica e che il passo del
Sofista non rientra in una problematica fisica, ma in un contesto logico-
dialettico. Nel Sofista Platone dirige la dimostrazione dell'esistenza del non
essere come altro dall'essere esplicitamente contro la proposizione parme-
nidea "ou yo gaotr tout ou oogi rivoi g ro vto
79
dimostrando come
ogni cosa partecipi sia dell'essere, in quanto esiste, che del non essere, non
come negazione dell'essere, ma in quanto "altro" rispetto a tutto il resto.
Infine dichiara di aver dimostrato, contro Parmenide, non solo che ci che
non , ma anche di aver individuato il genere del non essere nella natura
dell'"altro" di cui tutte le cose partecipano
80
. Lo schema del Sofista costi-
tuiva tuttavia un modello di soluzione di aporia trasferibile dall'ambito
della logica a quello dei principi. Tale modello riemerge infatti molto chia-
ramente in un brano della Metafisica aristotelica nella critica ai principi ac-
cademici e in particolare alla diade indefinita.
Molte sono dunque le ragioni dell'essersi rivolti in maniera fuorviante
81
verso
queste cause (scil. l'uno e la diade indefinita), ma il motivo principale costituito
dal fatto che essi hanno posto i problemi in modo antiquato
82
. Infatti sembr
di Platone con la materia prima ooov xoi ovriorov, secondo principio metafisico (134
F Smith) (Simpl. In Phys. ad loc., 135,1-5 goi or o Houio to v Hotevo xoi to g o v
ryriv rivoi, oute r vtoi rivoi e g ov. to rv yo ovte ov oargvoto rivoi tg v
iorov xoi toutgv ovte rivoi ouoiov, tg v or ovetote aetgv o oov xoi ovriorov
ugv r g to aovto roti v rivoi rv, gorv or ri voi tev o vtev. ou tg yo r routg rai-
voourvg ouvo ri r v aovto roti v, rvryrioi or ouorv. Per l'allusione al Timeo, cf. Ibid.
135,9).
78
Alex. ap. Simpl. In Phys. ad loc., 138,10 (Xenocr. Fr. 138 IP). Per il testo, v. supra, n. 65. Cf.
Porph. 135 F Smith (Simpl. In Phys. ad loc., 140,6-18) (Xenocr. Fr. 139 IP); Themist. In
Phys. ad loc., 12,6-17 (Xenocr. Fr. 140 IP); Philop. In Phys. ad loc., 83,19-22 (Xenocr. Fr.
141 IP); Schol. In Arist. Phys. 334a 36ss. Brandis (Xenocr. Fr. 144 IP); Simpl. In Phys. ad loc.
142,16-27 (Xenocr. Fr. 145 IP).
79
Parm. 28 B 7,1-2 DK. Per il problema testuale costituito dalla lettura non metrica v. infra,
n. 84.
80
Soph. 258d gri or yr ou ovov to g o vto e rotiv oaroriorv, oo xoi to rioo o
tuyo vri ov tou g ovto oargvo r0o tg v yo 0otrou uoiv oaoori ovtr ouoo v tr
xoi xotoxrxrotiorvgv rai aovto to ovto ao ogo, to ao to ov rxootov oiov
outg ovtiti0rrvov rtogoorv riariv e ou to tou to rotiv o vte to g ov.
81
Cf. Phys. A 8,191a 24-32 e b 31-33 dove il verbo rxtrariv viene impiegato per indicare la
maniera fuorviante degli "antichi" di porre il problema dell'esistenza del non essere unica-
mente in antitesi all'essere. Si tratta di una obiezione che Aristotele mantiene, nella so-
stanza, anche contro gli Accademici.
82
La ragione dell'accusa di Aristotele di usare un sistema antiquato di porre i problemi, sta
anche nello schema topico dell'argomentazione dell'esistenza del non essere in quanto non
essere, tipico di una certa dialettica sofistica. Altrove Aristotele lo ritiene infatti un proce-
dimento eristico generatore di un sillogismo apparente (Rhet. B 24, 1402a 3-6 rti eoar rv
toi riotixoi aoo to oae xoi g oae, oo ti, yiyvrtoi oivo rvo ouoyioo,
oiov rv rv toi oiorxtixoi oti r oti to g ov ov, roti yo to g ov g o v...).
Capitolo terzo 135
loro che tutte le cose esistenti fossero uno, l'uno in s, se non si fosse risolto e
confutato il logos di Parmenide "che infatti mai in nessun modo si verifichi questo,
che le cose che non sono siano", ma sembr necessario dimostrare che il non es-
sere ; cos infatti, dall'essere e da un "qualcos'altro" deriverebbero le cose esi-
stenti se sono molte"
83
.
Il passo di Parmenide proposto come aporia da risolvere esattamente
quello citato da Platone nel Sofista, di cui mantiene persino la lettura non
metrica
84
. Evidentemente costituiva, dopo Platone, un modello-tipo di
aporia eleatica sul non essere proposto alla discussione nell'Accademia.
Non si tratta tuttavia di una semplice riproduzione dell'argomentazione
logico-dialettica del Sofista, ma della sua trasposizione al piano dei principi,
uno e diade indefinita. Un passo della Fisica insiste sullo stesso tema: gli
Accademici avrebbero concordato con Parmenide che la genesi deve deri-
vare dal non essere. Per risolvere il paradosso, avrebbero per attribuito a
questa natura, grande e piccolo o diade indefinita che dir si voglia, un
carattere di esistenza in assoluto senza distinguere i significati di non es-
sere assoluto e relativo come invece ha fatto Aristotele
85
. L'aspetto pi
interessante del passo della Fisica per il tema qui trattato la formulazione
della presunta risposta accademica al problema posto dagli Eleati: essi
"concordano" con Parmenide che, per giustificare la generazione, neces-
sario ammettere l'esistenza del non essere. Si tratta dello stesso modo
arcaico di porre i problemi (oaog ooi ooie) che Aristotele rimpro-
vera anche altrove in modo pi o meno esplicito agli Accademici
86
.
83
Metaph. N 2, 1088b 35-1089a 6 aoo rv ouv to oitio tg rai touto to oitio rxto-
ag, oioto or to oaogooi ooixe. roor yo outoi aovt roro0oi rv to o vto, outo
to ov, ri g ti uori xoi ooor ooiritoi tei Horvioou oyei "ou yo gaotr tout
ouoogi, ri voi g rovto", o o vo yxg ri voi to g ov orioi oti rotiv oute yo, rx tou
ovto xoi oou tivo , to ovto roro0oi, ri aoo rotiv.
84
La lezione touto oog di E e J, accettata sia in Diels-Kranz 1952 per il Fr. 28 B 7,1 DK di
Parmenide, sia nell'edizione della Metafisica dello Jaeger, costituisce solo una correzione
tarda dell'evidente errore metrico tout ouoogi riportato invece tale e quale in A
b
(un co-
dice che risale ad una edizione papiracea per lo meno del I sec. d.C., cf. Jaeger 1957, IX-X).
Fra i codici di Simplicio, che cita tre volte il frammento nel commento alla Fisica (187a 1,
135,21; 143,31; 191b 35, 244,1), solo quello pi dotto, E, riporta touto oogi costante-
mente, una evidente correzione a posteriori di una metrica zoppicante da parte di un copi-
sta colto. Il codice D, inferiore ad E, ma ancora relativamente buono, oscilla: in 135,21 e
244,1 porta touto googi, in 143,31 concorda con E. Il codice F, invece, il meno dotto,
presenta una lacuna in 135,21, toutou ouoog in 143,31 e tout ouoogi in 244,1. Eviden-
temente non vede il problema metrico e riproduce fedelmente il testo che ha davanti. Ross
1924, ad loc., accetta la lezione touto oogi dell'edizione dielsiana di Simplicio senza far
parola di questa oscillazione nei codici.
85
A 9, 191b 36 aetov r v yo oooyouoiv oae yi vro0oi rx g o vto, gi Horviog
o0e r yriv. Aristotele rimprovera agli Accademici di non aver distinto non essere per
accidente (materia) e non essere assoluto (privazione).
86
Sull'oaogooi ooixe, cf. Merlan 1967, 120 il quale, per, non menziona questo passo
della Fisica.
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 136
La problematica di fondo cui rimanda l'allusione aristotelica in Phys. A 3 a
coloro che "hanno concesso" ai logoi eleatici l'esistenza del non essere e
che hanno risposto con le grandezze indivisibili all'argomento della dico-
tomia, dunque quella della definizione di essere, non essere e uno e del-
l'assunzione di grandezze indivisibili nell'Accademia
87
. Questo tanto pi
vero se si considera che, per la tradizione neoplatonica, che interpreta
l'allusione aristotelica come diretta contro gli accademici, sarebbe stato
molto pi comodo in questo caso spiegarla come un attacco contro gli
atomisti per evitare di dover poi difendere Platone e Senocrate. E' evi-
dente che questo passo della Fisica in tutta la tradizione antica era sempre
stato interpretato come una allusione a questi ultimi. Dato per che, fra i
moderni, proprio in base alla presunta risposta di Leucippo in De genera-
tione et corruptione A 8
88
, la "concessione" ai logoi degli Eleati sempre stata
attribuita agli atomisti, si interpretato in questo senso anche l'allusione
nel passo di Phys. A 3
89
e perci si dovuto necessariamente sostenere che
87
Sedley, che ringrazio per avermi gentilmente messo a disposizione un suo articolo in corso
di stampa (Atomism's Eleatic Roots, in Curd-Graham), anch'egli incline, per motivi di-
versi da quelli ora esposti, a vedere nel passo aristotelico una allusione agli Accademici e in
particolare a Senocrate.
88
Sintomatico a questo proposito il commento al passo di Ross, 1936, 480s., che rispecchia
perfettamente questo tipo di ragionamento fondato essenzialmente su una valutazione uni-
direzionale delle testimonianze aristoteliche. Dopo aver affermato che tutto sembrerebbe
alludere a Platone e alla sua scuola sulla base del confronto con Metaph. N 2, 1089a 1ss. e i
commenti dei commentatori antichi che riferiscono l'allusione aristotelica a Platone e Se-
nocrate, Ross nota che Simplicio avanza delle riserve per quanto riguarda il riferimento a
Platone in quanto quest'ultimo non avrebbe assunto un semplice non essere, ma un non
essere qualcosa (In Phys. ad loc., 137,7-20). Da questa obiezione, che egli considera valida,
Ross parte per cercare un'alternativa e la trova nell'allusione agli atomisti fondandosi su De
gen. et corr. A 2. Ora, la critica di Simplicio (anche se centra il punto debole dell'interpreta-
zione aristotelica di Platone) , come sempre, tesa alla difesa di Platone stesso e dunque
non pu costituire l'unico elemento per rigettare delle testimonianze evidenti. In secondo
luogo, se cos fosse, non si spiega come mai, lo stesso Ross non citi anche 191b 35ss. dove
compare la stessa formulazione del problema e che, secondo il suo stesso commento (ad
loc., 497), un chiaro riferimento a Platone e all'Accademia, riferimento che Simplicio
ugualmente rigetta, contro tutti gli altri esegeti, sulla base delle stesse argomentazioni ad-
dotte per il brano precedente (Simpl. In Phys. 191b 35, 242,22ss.). Il ragionamento di Ross
seguito evidentemente anche da Barnes 1986, 354 e 619 n. 26, il quale afferma che solo gli
atomisti avrebbero sostenuto ambedue le tesi cui Aristotele si riferisce. Tuttavia, quando
Aristotele allude alle dottrine accademiche, spesso considera in blocco determinate pro-
blematiche senza differenziare un autore dall'altro. Inoltre, come si visto nei brani della
Metafisica e della Fisica esaminati sopra, attribuisce la ammissione del non essere (la diade
indefinita) a seguito dell'aporia eleatica principalmente agli Accademici.
89
Per l'attribuzione agli atomisti Burnet 1930, 173; Ross 1936, ad loc. 479-81; Cherniss 1962,
75 n. 303; Hirsch 1953, 66; Furley 1967, 81; Kirk-Raven-Schofield 1983, 409; Baldes 1972,
45 non si pone neppure il problema di una diversa esegesi; Barnes 1982, 354; secondo
Krmer 1971, 260 con bibliografia in n. 103, sarebbero sottintese ambedue le scuole. Per
l'attribuzione a Platone e ai Platonici, Nicol 1936, 120s.; Isnardi Parente 1982, 356.
Capitolo terzo 137
tutti i commentatori si sono sbagliati
90
. Questa interpretazione dovuta
per ad un rovesciamento della prospettiva che fa perdere di vista la pro-
blematica pi generale sottesa agli schemi dialettici di De generatione et cor-
ruptione A 8, quella radicata nelle discussioni accademiche delle aporie ele-
atiche.
4. I logoi di Leucippo: De gen. et corr. A 8, 325a 23-b 11
(67 A 7 DK; 146 L.)
Aristotele partito da un logos eleatico, le cui tracce portano all'Accademia
e che gi conteneva una confutazione dell'atomismo e delle dottrine cor-
puscolari, per riformularne un altro. Agli argomenti degli Eleati egli con-
trappone infatti, come antitesi, quelli di Leucippo secondo uno schema
dialettico di cui generalmente si serve per esporre le soluzioni accademi-
che delle aporie eleatiche. Egli si basa ovviamente anche su effettive af-
fermazioni dell'autore come risulta dai tratti pi marcatamente espositivi
che emergono nella seconda parte del resoconto e corrispondono ad altri
brani di questo tipo presenti nella sua opera, ma nello schema dialettico
della risoluzione del problema eleatico dell'uno e del molteplice attraverso
il non essere e una molteplicit di "unit" simili all'essere eleatico, Leu-
cippo sta sulla stessa linea di Platone e degli Accademici
91
.
90
L'argomentazione dell'errore dei commentatori il modo pi sbrigativo per eliminare una
importante controprova. A Ross aveva gi risposto Nicol 1936, 121 n. 1, facendo notare
che Aristotele, nel passo di Metaph. N 2 citato pi sopra, si riferisce a Platone e non agli
atomisti. Furley 1967, 81s., che riprende il tema dell'errore dei commentatori, accenna a
questo passo come possibile supporto per la loro tesi, ma afferma comunque, senza ulte-
riori argomentazioni, che pi probabile che Aristotele pensi agli atomisti portando come
unica prova il brano del De generatione et corruptione A 2.
91
Aristotele impiega anche altrove questo procedimento di assimilazione di dottrine
presocratiche ed accademiche allo scopo di dimostrare che Platone e i suoi allievi hanno
riprodotto un modo di pensare antiquato, con l'aggravante di non accordare i loro principi
coi fenomeni. Un passo significativo a questo proposito quello del primo libro della Me-
tafisica, in cui espone (considerandosi ancora un accademico e usando la prima persona plu-
rale "noi") l'interpretazione accademica di Anassagora. Anassagora, pur non avendolo
espresso chiaramente, avrebbe assunto due principi, l'uno (il nous), e l'"altro" (l'infinito).
Egli avrebbe dunque detto le stesse cose degli Accademici, ma col vantaggio di accordare
maggiormente coi fenomeni le sue teorie, Metaph. A 8, 989a 30-b 21 (59 A 61 DK)
Avooyoov o ri ti uaoo oi ouo ryriv otoiri o, oiot o v uaoo oi xoto oyov, o v
rxrivo outo rv ou oig0eorv, gxoou0gor rvt ov r o vo yxg toi raoyouoiv
outo v [...] rx og toutev o:aot vtt !t,ttv o::ot :o ooo :o :t t v (touto yo oaou v
xoi o iyr ) xot 0o:toov, otov :t0tatv :o oooto:ov aiv oio0gvoi xoi rtooriv rioou
tivo, eotr ryri r v out o0e outr ooe, ourtoi r vtoi ti aooagoiov toi tr
uotrov ryouoi xoi toi [vu v] oivorvoi oov oxoou0ri). Platone aveva criticato
Anassagora per essere partito da principi giusti, ma per non averli poi in pratica applicati
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 138
Qui di seguito, dunque, esaminer i modelli dialettici ed esegetici pi
generali sottesi al logos di Leucippo e li confronter con le altre testimo-
nianze aristoteliche e quelle posteriori ad Aristotele sugli atomisti che
offrono prospettive esegetiche alternative.
Aristotele, dopo aver esposto il logos eleatico, propone in questi ter-
mini la risoluzione di Leucippo:
Leucippo, invece, credette di avere dei logoi che, procedendo in accordo con la
sensazione, non confutassero n la generazione n la corruzione e neppure la
molteplicit delle cose esistenti. Avendo da una parte concesso questo ai feno-
meni, dall'altra, a quelli che sostengono la tesi dell'uno, che non ci sarebbe movi-
mento senza il vuoto, dice che il vuoto non essere e che nulla di ci che non
essere. Infatti l'essere nel senso proprio il tutto-pieno
92
, ma non uno solo, ma
(Phaed. 97c). Aristotele riprende una interpretazione accademica, per dimostrare invece im-
plicitamente che gli Accademici hanno riprodotto lo stesso modo di affrontare i problemi
con lo svantaggio di non accordare le loro teorie coi fenomeni.
92
Seguo qui il testo tradizionale e la punteggiatura del passo di Joachim e Diels (oooygoo
or touto rv toi oivor voi, toi or to r v xotooxruoouoiv e ou x o v xivgoiv ou oov
ovru xrvou, to tr xrvo v g o v xoi tou o vto ou0r v g o v goiv rivoi to yo xuie o v
aoagr o v o' ri voi to toioutov ou r v, o' oario to ag0o v. nota seguente) per-
fettamente giustificabile alla luce della terminologia e del carattere dialettico del logos. La
proposta di una nuova lettura da parte di Rashed 2001, 323-25 (cf. anche 2005, 39 e 139 n.
ad loc.), seguito da Hussey 2004, 263s. non tiene conto n del senso generale del brano, n
dello stile aristotelico. Le ricerche di Rashed sulla tradizione testuale del De generatione et cor-
ruptione, per quanto estremamente documentate e importanti per il testo in generale, non
aggiungono in realt su questo punto nulla di sorprendentemente nuovo. L'esistenza di
queste varianti era gi ben documentata nell'apparato critico di Joachim e non in s parti-
colarmente rilevante. La tradizione manoscritta da sola non giustifica la scelta dell'una o
dell'altra, tanto vero che Rashed stesso si basa abbondantemente su presupposti e inter-
pretazioni personali (cf. 2001, 324). Il testo offerto da Rashed il seguente oooygoo [...]
toi or to r v xotooxruo ouoiv e o:: o v xivgoiv ouoov o vru xrvou, to tr xrvov g ov
xoi tou o vto ou0rv g ov, ojotv tt vot :o x:oto t v aoaa!jot ov (2001, 324 aoa-
a!jot) o!! ttvot :o :oto::ov o:x tv ... Hussey d un testo che si discosta in parte da
questo (oooygoo [...] toi or to r v xotooxruoouoiv e oux ov xivgoiv ouoov ovru
xrvou, to tr xrvo v g o v xoi tou ovto ou0r v g o v, goiv ri voi to xuie ov aoagr
ov o rivoi to toioutov oux r v. Un outr, da lui citato al posto di oux, nella sua spiega-
zione del testo, non compare invece all'interno di quest'ultimo). La versione di Rashed
estremamente problematica per il senso e per lo stile. A differenza di quanto afferma
Rashed, che fa dipendere, senza ulteriori argomentazioni, tutte le proposizioni da e a
ou0rv g ov da oooygoo, la costruzione to tr xrvov g ov xoi tou o vto ou0r v g ov
sintatticamente perfetta (tr ... xoi retto da goiv rivoi) e coerente, anche dal punto di vista
dello schema dialettico, con una presunta risposta di Leucippo agli Eleati. Il fatto che il
vuoto sia non essere (e come tale esista) e che l'essere sia il tutto pieno e molteplice , se-
condo le regole della discussione dialettica, la nuova riformulazione del problema da parte
di Leucippo che dopo aver concordato con una premessa degli Eleati (che non c' movi-
mento senza il vuoto), ridefinisce le altre premesse (la concezione di essere e di non essere)
facendo le necessarie distinzioni. In questo contesto oux, riportato da E e M, perfetta-
mente corretto e notevolmente superiore a outr accolto da Rashed. Al sintagma goiv
rivoi egli attribuisce poi una posizione inusitata in Aristotele. Il sintagma (con l'altra va-
riante rivoi goiv) infatti frequentissimo nelle opere aristoteliche (come del resto in tutti
Capitolo terzo 139
infiniti per numero e invisibili per la piccolezza delle loro masse. Questi si muo-
vono nel vuoto infatti il vuoto c' e producono, combinandosi, la genera-
zione, separandosi, la disgregazione. Essi agiscono e subiscono nella misura in cui
vengono fortuitamente a contatto; in questo modo infatti non formano una unit.
E, componendosi e intrecciandosi, generano. Ma da ci che veramente uno non
pu generarsi una molteplicit n da quelli che veramente sono molti l'uno, ma
ci impossibile. Ma come Empedocle e alcuni altri dicono che le affezioni si
producono attraverso i pori, cos [anche Leucippo sostiene che] ogni alterazione
e ogni affezione si produce in questo modo, dal momento che la dissoluzione e la
disgregazione si producono attraverso il vuoto, e allo stesso modo anche l'accre-
scimento, a causa della penetrazione delle particelle solide [negli spazi vuoti]. An-
che Empedocle deve per quasi necessariamente sostenere le stesse tesi di Leu-
cippo. Infatti ci devono essere certi corpi solidi, e per giunta indivisibili, se non ci
sono dovunque pori che si susseguono l'un l'altro. Questo tuttavia impossibile:
infatti oltre ai pori non ci sarebbe qualcosa di solido, ma tutto sarebbe vuoto.
Dunque necessario che le particelle a contatto siano indivisibili e che gli inter-
stizi fra l'una e l'altra, che egli chiama pori, siano vuoti. Cos parla anche Leucippo
riguardo all'agire e al subire
93
.
gli autori greci), ma compare sempre (e non solo in Aristotele) o immediatamente dopo il
soggetto (espresso, e non sottinteso come qui), ma con goiv in posizione enclitica (co-
struzione peraltro molto rara, cf. Hist. anim. Z 5, 563a 6 xoi oio touto xoi Hooeo o
Bo:oovo :o: oooto:o: ao:jo ojotv ttvot tou yuao o' rtro yg), o, molto pi fre-
quentemente, dopo il soggetto di rivoi (Phys. A 5, 188a 22 xoi Agoxito to agr xoi
xrvo v, ev to r v e ov :o ot o o:x ov ttvot ojotv. Cf. anche A 2, 185a 33 Mriooo or
:o ov oattoov ttvot ojotv. A 2, 209b 11 Hotev tgv ugv xoi tgv eov :o::o ojotv
ttvot r v tei Tioiei. De gen. et corr. A 5, 320b 33Aio xoi ootov o: ojotv ttvot. A 8, 325b
32Hotevi or xoto tg v og v ovov xtvo v ,oo o: x tt vot ojotv. Cf. anche Metaph. A 3,
983b 21 e passim), o comunque dopo il nome del predicato (Metaph. A 8, 989a 21
Earooxg :t::ooo ojotv ttvot oeoto tgv ugv. De gen. et corr. A 8, 326a 9 xoitoi
oo::too v yr xoto tg v uarog v ojotv ttvot Agoxito rxootov te v ooioirtev). La
posizione del sintagma proposta da Rashed e Hussey dunque contraria all'uso aristotelico.
Per quanto riguarda la scelta di r v per ov importante sottolineare che la tesi eleatica qui
discussa non la natura dell'uno, ma quella dell'essere, se esso uno o molti, immobile o in
movimento (r vioi yo tev ooiev roor to o v r o vo yxg r v ri voi xoi oxi vgtov).
L'inquadramento del brano nell'ambito della distinzione di essere e uno come risposta alle
aporie eleatiche giustifica, anche al di l delle considerazioni stilistiche, la lettura
tradizionale.
93
Arist. De gen. et corr. A 8, 325a 23-b 11 (67 A 7 DK; 146 L.) Aruxiaao o' rriv eig0g
oyou, oitivr ao tgv oio0goiv oooyourvo ryovtr oux o voigoouoiv outr yrvr-
oiv outr 0oo v outr xivgoiv xoi to ag0o tev o vtev. oooygoo or touto r v toi
oivorvoi, toi or to r v xotooxruoouoiv e oux o v xivgoiv ouoov o vru xrvou, to tr
xrvo v g o v xoi tou o vto ou0r v g o v goiv rivoi to yo xuie ov aoagr ov, o'
rivoi to toioutov ou r v, o' oario to ag0o xoi oooto oio oixo tgto te v o yxev.
touto o' rv tei xrvei rro0oi (xrvov yo rivoi), xoi ouviotorvo rv yr vroiv aoiriv,
oiouorvo or 0oov. aoiriv or xoi aooriv gi tuyo vouoiv oatorvo toutgi yo ou
rv rivoi. xoi ouvti0r rvo or xoi ariarxorvo yrvvo v rx or tou xot' og0riov r vo
oux o v yrvro0oi ag0o ouo' rx te v og0e aoev r v, o' rivoi tout' oou votov o',
eoar Earooxg xoi tev oev tivr ooi aooriv oio aoev, oute aooov ooieoiv
xoi aov to aooriv toutov yivro0oi tov toaov, oio tou xrvou yivorvg tg oiouore
xoi tg 0oo , ooie or xoi tg ougore, uarioouorvev otrre v oroo v or xoi
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 140
L'esposizione aristotelica caratterizzata da tre parti:
1. Una di tipo argomentativo che mira a inquadrare le teorie di Leu-
cippo nella discussione dialettica di tesi generali sulla definizione di essere,
sul movimento e sul numero dei principi secondo lo schema dei Topici.
2. Una di carattere descrittivo che espone pi dettagliatamente la dot-
trina per confermare l'inquadramento fornito nella prima parte e correlarlo
col tema dell'agire e del patire trattato nel capitolo
94
. Le notizie di questa
seconda parte corrispondono pressoch esattamente a quelle dell'excursus
di Aristotele su Democrito presso Simplicio
95
e concordano grosso modo
anche con le notizie sulla cosmogonia di Leucippo riportate da Diogene
Laerzio
96
e Ippolito
97
di derivazione teofrastea.
3. Una che, riprendendo e specificando il logos eleatico, cerca di dimo-
strare la sostanziale equivalenza fra le teorie di Empedocle e quelle di Leu-
cippo.
4. 1. La prima parte del logos di Leucippo (De gen. et corr. A 8, 325a 23-30)
La prima parte del logos, che, in sostanza, inquadra in uno schema dialet-
tico incentrato sulla formulazione di un'antitesi quanto esposto nella se-
conda parte, risente ovviamente di una pi profonda rielaborazione. La
terza parte riprende un assunto del logos eleatico (equiparazione di un pre-
sunto corpuscolarismo empedocleo all'atomismo) e fornisce una inter-
pretazione di Empedocle pressoch inusitata per lo stesso Aristotele.
La formulazione dell'antitesi alle tesi eleatiche della prima parte dei lo-
goi di Leucippo fortemente marcata dalla terminologia tecnica della di-
scussione dialettica. Cos l'espressione "avere dei logoi" indica, nei Topici, il
possesso di argomentazioni generali da usare in una disputa dialettica
98
. I
logoi di Leucippo non "confutano" (ou x o voig oouoiv) la generazione, la
corruzione, il movimento e la molteplicit: o voiriv un termine tipico
Earooxri o voyxoiov ryriv e oar xoi Aruxiaao goiv. rivoi yo otto otrro,
ooioirto or, ri g ao vtgi aooi ouvrri rioiv. touto o' oou votov ou0rv yo rotoi
rtrov otrrov aoo tou aoou, oo ao v xrvo v. ovoyxg oo to r v oatorvo rivoi
ooioirto, to or rtou outev xrvo, ou rxrivo ryri aoou. oute or xoi Aruxiaao
ryri ari tou aoiri v xoi aooriv.
94
Ad esempio o rivoi to toioutov (scil. to ov) ou r v, o oario to ag0o una
espressione tipica degli schemi prearistotelici che oppongono monisti a pluralisti (cf. Xen.
Mem. 1,1,13, supra, n. 34). Cf. a questo proposito Mansfeld 1986, 32-41 [1990b 55-63].
95
Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 295,5-20) (68 A 37 DK; 293 L.).
96
Diog. Laert. 9,30ss. (67 A 1 DK; 289, 382 L.).
97
Hippol. Ref. 1,12 (67 A 10 DK; 16, 23, 291, 318 L.) Per quanto riguarda invece la testimo-
nianza su Leucippo attribuita a Teofrasto, v. infra, 5. 1.
98
Top. O 14, 164b 16 ori or xoi ataotjatvo: tttv !o,o: ao to toiouto te v ao-
gotev rv oi roiotev ruaogoovtr ao arioto goiou rorv.
Capitolo terzo 141
per indicare la confutazione come xotooxruoriv per indicare la difesa di
una tesi
99
. Con gli Eleati che difendono la tesi (xotooxruo ovtr) monista
Leucippo concorda (o ooyg oo, un altro termine tecnico della discussione
dialettica
100
) che non c' movimento senza il vuoto, ma, secondo le regole
dei Topici, "definisce" con pi esattezza gli oggetti in discussione: l'essere
propriamente inteso
101
il "tutto pieno" che va distinto dal vuoto-non
essere, un essere improprio. Una volta introdotta la definizione precisa di
essere (corrispondente a quella dell'essere-uno eleatico), nulla si oppone
alla tesi della molteplicit degli enti come tante unit, che, per Leucippo,
per, sono infinite di numero
102
.
Gi dalla terminologia del passo risulta dunque che i logoi di Leucippo
non sono una riproduzione fedele, ma un rimaneggiamento dell'originale
in base ad uno schema dialettico-tipo di soluzione delle aporie eleatiche.
La stessa impressione si ricava dall'analisi dei presupposti della concessione e
della risposta agli Eleati
103
. Infatti nella formulazione degli argomenti viene
implicitamente presupposto:
1. Che Leucippo si sia posto un "problema del movimento" cercan-
done nel vuoto la causa o, per lo meno, la condizione necessaria.
2. Che abbia definito l'essere come una molteplicit di unit simili al-
l'essere-uno eleatico e attribuito al non essere un grado inferiore di esi-
stenza (un essere non propriamente inteso, dunque un "altro dall'essere").
4. 1. 1. Vuoto e movimento
Come si visto, Aristotele, nei Topici, porta come esempio di "tesi" e "an-
titesi" in una disputa dialettica le trattazioni del movimento: da una parte
la negazione assoluta dello stesso (Melisso), dall'altra la tesi del movimento
continuo (Eraclito). Nel primo brano del De generatione et corruptione gli
Eleati rispondono ai sostenitori del movimento, cos come Melisso nel
99
I due termini compaiono appaiati in Top. B 3, 110b 9, 11; 7, 112b 29; 8, 113b 16; I 6, 119a
34 e passim.
100
Top. I 6, 120a 4; Z 13, 150b 31; H 3, 153b 29; O 7, 160a 20.
101
Sulla necessit di "definire" i significati delle espressioni di una tesi per eliminarne le ambi-
guit e renderne pi facile la confutazione, cf. Top. O 3, 158b 8 tev or oev ouorai-
rigtototoi aovtev rioiv oooi xrgvtoi toioutoi ovoooiv o aetov rv oogo r otiv
ritr oae ritr aooe r yrtoi, ao or tou toi gor yveio aotrov x:oto g xoto
rtooov uao tou oioor vou !t,t:ot
102
Nel logos eleatico di Porfirio l'assunzione di grandezze atomiche infinite viene per rigettata
in quanto assurda, v. supra, n. 64.
103
Cf. anche Gomperz I, 1922, 279; Lewis 1990, 241-245.
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 142
quarto libro della Fisica
104
, nei logoi di Leucippo invece quest'ultimo a
sostenere l'antitesi. La sua presenza in uno schema dialettico non implica
dunque necessariamente una sua reale presa di posizione nei termini de-
scritti da Aristotele. Da altre testimonianze aristoteliche e di derivazione
teofrastea sugli atomisti, infatti, non risulta che essi si siano posti il pro-
blema di giustificare il movimento o di cercarne una causa rispondendo ad
eventuali oppositori. Il movimento degli atomi ha un valore di postulato,
qualcosa che esiste da sempre ed connaturato all'atomo stesso. Non c'
dunque bisogno di cercarne una causa esterna
105
. Aristotele stesso, nella
Metafisica, critica Leucippo, insieme a Platone, proprio perch avrebbe
posto un movimento eterno senza cercarne la causa
106
e nei brani pi pret-
tamente espositivi non fa alcun cenno alla ricerca di cause del movimento
esterne agli atomi, ma riferisce semplicemente che essi lottano e si muo-
vono nel vuoto perch sono diversi di forma e di grandezza
107
. Teofrasto,
da parte sua, pur riprendendo lo schema dialettico aristotelico, tratta co-
munque le dottrine di Leucippo come affermazioni dogmatiche diame-
tralmente opposte a quelle degli Eleati: questi ultimi hanno posto un tutto
uno immobile e ingenerato, Leucippo elementi infiniti e sempre in movi-
mento
108
. Il carattere assiomatico del movimento eterno connaturato agli
atomi confermato anche da altri resoconti risalenti alla tradizione teofra-
stea dove gli atomi sono descritti come oario xoi o ri xivourvo
109
e
soprattutto dal fatto che anche le loro propriet (figura, modo di "voltarsi"
e di intrecciarsi reciprocamente) non sono concepibili a prescindere dal
movimento
110
. Per questa natura stessa di particelle dinamiche gli atomi
non sono comunque comparabili all'essere eleatico immobile.
104
Phys. A 6, 213b 4-14 r youoi o r v rv oti xi vgoi g xoto toaov oux o v rig (outg o roti
oo xoi ougoi) ou yo o v ooxriv rivoi xivgoiv, ri g rig xrvo v to yo agr
oou votov rivoi oroo0oi ti. ri or orrtoi xoi rotoi ouo r v toutei, rvoroit o v xoi
oaoooouv ri voi oo oeoto [...] Mriooo r v ouv xoi orixvuoiv oti to aov oxi vgtov rx
toutev ri yo xivgortoi, o vo yxg rivoi goi xrvo v, to or xrvov ou tev ovtev. Aristotele
riproduce lo schema platonico di Theaet. 180d-e dove vengono contrapposti i sostenitori
dell'eterno movimento a Parmenide e Melisso, v. supra, n. 42.
105
Cf. gi Gomperz I, 1922, 281-283. Cf. anche Morel 1996, 65 e Perilli 1996, 94-97.
106
Metaph. A 6, 1071b 31 (67 A 18 DK; 17 L.) oio rvioi aoiouoiv o ri rvryriov, oiov
Aruxiaao xoi Hotev ori yo rivoi ooi xivgoiv. oo oio ti xoi tivo ou r youoiv.
107
Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 295,9-11) (68 A 37 DK; 293 L.) otooioriv
or xoi rro0oi r v tei xrvei oio tr tg v ovooiotgto xoi to oo rigrvo oiooo .
108
Theophr. Fr. 229 FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 28,7) (67 A 8 DK; 147 L.) rxrivev yo
rv xoi oxi vgtov xoi o yr vgtov xoi araroor vov aoiou vtev to ao v, [...] outo oario
xoi o ri xivourvo uar0rto otoirio to otoou. Su questo brano, v. infra, 5. 1 n. 164.
109
Hippol. Ref. 1,12 (67 A 10 DK; 151 L.) Aruxiaao or Zg vevo rtoio ou tg v outg v
ooov oirtggorv, oo goiv oario xoi ori xivourvo xoi yr vroiv xoi rtoog v ou-
vre ou oov.
110
V. infra, 4. 2. 2 e cap. VII.
Capitolo terzo 143
4. 1. 2. Vuoto e non essere
Secondo Aristotele, Leucippo avrebbe "concesso" agli Eleati che non
esiste il movimento senza il vuoto, ma affermato che il vuoto non essere
distinguendo un significato proprio, "forte", di essere (il tutto pieno), da
uno pi "debole" (il vuoto). In questa argomentazione il vuoto si confi-
gura dunque come un ti, un qualcosa "altro dall'essere" proprio, che esi-
ste, ma non alla stessa stregua ed necessario per poter spiegare il movi-
mento e la molteplicit. Lo schema soggiacente alla prima parte del logos di
Leucippo dunque quello della soluzione dell'aporia eleatica attraverso
l'ammissione dell'esistenza del non essere come un "altro dall'essere" che
esiste, ma in un grado inferiore, e che Aristotele stesso attribuisce agli
Accademici
111
. In questo modello, applicato al mondo fisico, luogo e vuoto
equiparati corrispondono alla Chora platonica e all'ipostasi fisica della
diade indefinita
112
. Aristotele lo impiega anche per l'interpretazione di un
autore al di sopra di ogni sospetto di "filosofia" come Esiodo proprio
seguendo un modello esegetico accademico
113
. Nella discussione delle
dottrine che ammettono l'esistenza del luogo come "un qualcosa" di indi-
pendente e "altro" dal corpo, egli spiega, infatti, sulla falsariga della Chora
platonica, il Chaos esiodeo come spazio preesistente e indistruttibile, con-
dizione necessaria delle cose esistenti
114
.
111
Cf. Metaph. N 2, 1088b 35-1089a 6, supra, n. 83. La distizione fra un essere a pieno titolo
(ovte ov) e un essere di grado inferiore comunque di ascendenza platonica (cf. e.g. la de-
scrizione della Chora in Ti. 52a-d). Cf. anche Owen 1960, 183s.
112
Phys. A 2, 209b 6-12 e supra, n. 59.
113
Sull'interpretazione del Chaos esiodeo in Aristotele e negli autori tardi, cf. Gemelli Marciano
1991b.
114
Arist. Phys. A 1, 208b 25-209a 1 rti oi to xrvo v ooxovtr rivoi toaov ryouoiv to yo
xrvo v toao o v rig rotrgrvo oeoto. oti r v ou v roti ti o toao aoo to oeoto
xoi ao v oeo oio0gto v r v toaei, oio toutev o v ti uaoo oi oorir o' ov xoi Hoiooo
o0e ryriv aoigoo aetov to oo. ryri you v "aovtev r v aetioto oo yr vrt',
outo rarito yoi' ruuotrvo," e orov aetov uaooi eov toi ouoi, oio to vo-
iriv, eoar oi aooi, aovto rivoi aou xoi r v toaei. ri o' roti toiou to, 0ouootg ti
ov rig g tou toaou ou voi xoi aotro ao vtev ou yo o vru te v oev ouor v r otiv,
rxrivo o' o vru tev oev, ovoyxg aetov rivoi ou yo oaoutoi o toao tev r v ou tei
0riorvev. Il linguaggio ispirato alla descrizione della Chora del Timeo (52b) palese. Cf.
anche Simpl. In Phys. 209a 18, 533,35 oioto or trivri ao to g rivoi og v ou tov,
oar rooxouv r yriv oi to Hoiooou oo xoi to xrvov Agoxitou aorovtr xoi tg v
uoixgv te v oeotev xivgoiv e oa oitio tou toaou yivorvgv. L'autore del trattatello
pseudo-aristotelico De Melisso, Xenophane et Gorgia pone sia il vuoto che il Chaos esiodeo
come antitesi alle tesi di Melisso (non c' il movimento perch non c' il vuoto), interpre-
tandoli, sulla scia di Aristotele, come "un qualcosa", un non-corpo e uno spazio (MXG
976b 12-18 oxi vgtov o rivoi goiv, ri xrvov g rotiv oaovto yo xivrio0oi tei
oottriv toaov. aetov r v ou v touto aooi ou ouvooxri, o rivoi ti xrvov, ou
rvtoi touto yr ti oeo ri voi, o oiov xoi o Hoiooo rv tgi yrvrori aetov to Xoo
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 144
La presunta "risposta" di Leucippo agli Eleati che assegna al vuoto-non
essere una certa esistenza, ma di grado diverso rispetto all'essere vero e
proprio e ne fa una condizione necessaria del movimento si iscrive dun-
que in questi schemi di soluzione delle presunte aporie eleatiche che in-
troducevano un "non essere" come altro dall'essere per spiegare la molte-
plicit e il movimento e che Aristotele stesso attribuiva agli Accademici.
4. 1. 3. Atomi e uno
Anche la dottrina degli atomi come tante unit aventi tutte le caratteristi-
che dell'essere eleatico che segue subito dopo, rientra in uno schema pree-
sistente di definizione dell'essere e dell'uno:
dell'essere niente non essere perch l'essere propriamente detto il tutto-pieno,
ma questo non uno, ma infiniti per numero.
In termini dialettici si tratta infatti di una "ridefinizione" delle premesse
che porta ad una riformulazione della tesi eleatica. L'essere-uno eleatico
solo quello propriamente detto, il pieno, e non uno solo, ma una molte-
plicit. Il presupposto non espresso consiste nel fatto che questa moltepli-
cit resa possibile dall'esistenza di un "altro dall'essere" (il vuoto). Ma c'
di pi. I singoli atomi possono essere paragonati all'essere-uno eleatico
solo eliminandone, come Aristotele fa ripetutamente e insistentemente, la
caratteristica naturale, il movimento, e facendone delle unit astratte. Egli
li interpreta infatti sullo sfondo della problematica pi generale della defi-
nizione di essere e uno, uno dei punti-chiave delle discussioni accademi-
che che egli stesso riesamina pi volte criticamente. Nella Metafisica Ari-
stotele distingue due impostazioni del problema: quella di Platone e dei
Pitagorici, che avrebbero posto l'uno e l'essere come sostanze in se stesse
distinte una dall'altra, e quella dei fisici che avrebbero considerato con-
giuntamente come essere e uno uno o pi sostrati materiali senza fare al-
cuna distinzione fra i due concetti. Fra questi ultimi, dice Aristotele, co-
loro che hanno posto una pluralit di elementi devono necessariamente
sostenere che l'essere e l'uno sono tutti quegli elementi che essi hanno
posto come principi
115
. Il presupposto della definizione degli atomi di
goi yrvr o0oi, e orov eov aetov uaoriv toi ouoi toioutov or ti xoi to xrvov,
oiov oyyrio v ti ovo roov ri voi gtourv).
115
Metaph. B 4, 1001a 9-19 Hotev r v yo xoi oi Hu0oyorioi ou rtro v ti to ov ouor to
rv oo touto outev tg v uoiv rivoi, e ouog tg ouoio ou tou tou r vi rivoi xoi ovti
oi or ari uore, oiov Earooxg e ri yveietrov o vo yev ryri o ti to rv rotiv
oorir yo ov ryriv ti toiouto tgv iiov rivoi (oitio you v rotiv outg tou rv rivoi
aooiv), rtroi or au, oi o oro ooiv rivoi to rv touto xoi to ov, r ou to o vto rivoi tr
xoi yryovr voi. o o o::o xot ot a!tto :o o:ottto :t0tatvot o vo,xj ,oo xot :o::ot
:ooo::o !t,ttv :o t v xot :o o v ooo ato ooo tt vot oootv.
Capitolo terzo 145
Leucippo, in De generatione et corruptione A 8, sta dunque nella problematica
della definizione di essere e uno non leucippea, ma aristotelica e accade-
mica.
La definizione di essere e uno come concetti universali e distinti
costituisce uno dei motivi portanti della soluzione delle aporie eleatiche
che i commentatori attribuiscono a Senocrate. E' la distinzione logica fra
parte (uno indivisibile) e tutto (essere divisibile) a fondare la dottrina degli
indivisibili senocratei. Senocrate risponde agli Eleati che l'essere, in quanto
tutto, divisibile e dunque non uno, ma molteplice. L'uno, nelle gran-
dezze, la parte indivisibile
116
. In queste pur sintetiche notazioni, sono
individuabili i punti fondamentali delle tesi di Senocrate: definizione degli
universali, essere e uno, rispettivamente come tutto (risultante dalla com-
presenza dei principi, uno e diade indefinita) e come parte (governata dal
primo principio, l'uno) e loro applicazione all'ambito delle grandezze.
4. 2. Altre prospettive sul vuoto atomistico
Esaminati i pre-supposti teorici dei logoi di Leucippo, opportuno ora
verificare, comunque, in che misura la formulazione aristotelica corri-
sponda ad una dottrina originale. Si potrebbe infatti obiettare che, al di l
dei presupposti aristotelici, nulla impedisce che anche Leucippo si sia
espresso in questi termini. Il discorso sul contesto culturale delle dottrine
atomistiche, che naturalmente ha una grande rilevanza anche per l'inter-
pretazione delle radici dell'atomismo, verr affrontato pi diffusamente
nel capitolo conclusivo. Qui di seguito verranno invece esaminate altre
testimonianze che permettono di riconsiderare i punti gi trattati da una
diversa angolazione. L'analisi della seconda parte dei logoi di Leucippo,
quella pi propriamente descrittiva, chiuder il cerchio permettendo di
stabilire da quali punti della dottrina originale Aristotele partito per la
sua rielaborazione. Infine verranno prese in esame e interpretate alla luce
della tradizione aristotelico-teofrastea le testimonianze tarde che istitui-
scono una relazione fra gli atomisti e gli Eleati.
116
Alex. ap. Simpl. In Phys. 187a 1, 138,10 (Xenocr. Fr. 138 IP). Cf. testo, supra, n. 65. Porph.
135 F Smith (Simpl. In Phys. 187a 1, 140,6) (Xenocr. Fr. 139 IP) oi or ari tov Ervoxotgv
tgv r v aetgv oxoou0iov uari voi ouvreouv, toutrotiv oti ri rv roti to ov xoi
ooioirtov rotoi, ou r v ooioirtov rivoi to ov. oio aoiv ajot tv ao vov :aoottv :o
ov, o!!o a!tto. La formulazione della soluzione riecheggia da vicino quella attribuita da
Aristotele a Leucippo nel brano in questione.
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 146
4. 2. 1. Vuoto e non essere: g oov to orv g to gor v
(68 B 156 DK; 7, 78 L.)
Gli interpreti moderni hanno visto una conferma dello schema aristotelico
di soluzione delle aporie eleatiche attraverso l'introduzione del non essere
da parte di Leucippo in una famosa massima: g oov to orv g to
gor v che compare decontestualizzata, parafrasata o solo accennata nelle
testimonianze. In questa forma riportata solo da Plutarco e attribuita
specificamente a Democrito e non a Leucippo
117
, ma essa viene riecheg-
giata soprattutto da Aristotele e Teofrasto e nella tradizione successiva che
a loro si richiama. I termini isolati orv e gor v compaiono come denomi-
nazione degli atomi e del vuoto nel frammento dell'opera su Democrito di
Aristotele
118
. Quest'ultimo fornisce tuttavia, nel resoconto su Leucippo e
Democrito del primo libro della Metafisica, una parafrasi del contesto in cui
presumibilmente la massima compariva. Qui, per, come anche altrove
nella Metafisica
119
e nella Fisica
120
, egli considera gli Abderiti da un'altra ottica
e cio come dualisti che avrebbero posto principi contrari, e assegna con-
seguentemente agli atomi e al vuoto lo stesso grado di esistenza come
sostrato materiale
Leucippo e il suo discepolo Democrito dicono che sono elementi il pieno e il
vuoto, chiamando l'uno essere, l'altro non essere; di questi il pieno e solido l'es-
sere, il vuoto e rado il non essere (perci dicono anche che l'essere non pi del
117
Plut. Adv. Colot. 1109 A (68 B 156 DK; 7, 78 L.) oi ouo' ovo rvtue v o Keetg roog
ari riv tou ovoo, rv g oioirtoi g oov to "orv" g to "gor v" rivoi, "or v" r v
ovooev to oe o "gorv" or to xrvo v, e xoi toutou uoiv tivo xoi uaootooiv ioiov
rovto. Le altre occorrenze del termine orv, se si eccettua un passo del Filopono (v. nota
seguente), sono dovute a congetture, in alcuni casi giustificate, in altri no. Nel testo di Ga-
leno De elem. sec. Hipp. 2,16 (60,17-19 De Lacy = I,418 K.) (68 A 49 DK; 90, 185, 197 L.)
xoto or tg v og0riov r v xoi gor v roti to aovto. xoi yo ou xoi tout' rigxrv ou to, r v
rv to otoou ovooev, gor v or to xrvov, i Mss. riportano concordemente rv, che
Mullach, seguito poi da Diels, ha corretto in or v. Dato che Galeno concepisce sempre gli
atomi come unit che hanno tutte la stessa sostanza, ha sicuramente "normalizzato" lo
strano termine democriteo. La lezione dei manoscritti va quindi mantenuta (cf. De Lacy
1996, 167 ad loc.).
118
Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 295,3) (68 A 37 DK; 172, 197 L.) aoooyo-
ruri or tov rv toaov toioor toi ovoooi tei tr xrvei xoi tei ou orvi [...], tev or
ouoiev r xootgv tei tr or v. Lo Heiberg ha emendato la lezione corrotta (teitr or A) o al-
trimenti lacunosa (tei tr seq. lac. 7 litt. D: lac. 8 litt. E) di questo passo in Simplicio,
rifacendosi ad un brano del Filopono che sicuramente lo riecheggia, In Phys. 188a 19,
110,10 (188, 197, 328 L.) to or agr xoi to xrvo v r vovtio, o tivo ov xoi oux ov rxori,
xoi orv xoi ouor v, orv rv to agr to or xrvo v ouor v. Anche qui tuttavia compaiono
nei codici le lezioni orv (K) e rv (LMt).
119
Metaph. I 5, 1009a 22 (8, 143 L.).
120
Phys. A 5, 188a 19 (68 A 45 DK; 238 L.).
Capitolo terzo 147
non essere, perch neppure il vuoto pi del corpo), questi sono causa delle cose
esistenti come materia
121
.
Questo testo ha sempre costituito un problema perch presenta una ver-
sione inusuale dell'atomismo. Accanto a pieno e vuoto, compaiono infatti
rispettivamente come essere e non essere, anche il solido, il corpo in gene-
rale, e il rado. Queste "devianze", sono state imputate per lo pi alla tradi-
zione manoscritta, ma, molto pi verosimilmente, derivano da una diffi-
colt oggettiva di Aristotele di adattare a categorie fisse e ben delimitate
delle formulazioni probabilmente vaghe e di pi ampio respiro del testo
originale. Due sono le principali difficolt testuali del brano:
1. Il fatto che vengano indicati come essere e non essere prima il
pieno e il vuoto, poi, immediatamente dopo, il pieno e solido e il vuoto e
rado. In seguito a questa anomalia, che distingue questa dalle altre testi-
monianze su Democrito di tradizione aristotelica e teofrastea, dove solo il
pieno e il vuoto vengono definiti essere e non essere, la maggior parte
degli editori ha espunto tr xoi ovo v.
2. Il fatto che l'affermazione che l'essere non pi del non essere sia
giustificata da un apparente paradosso: perch neppure il vuoto pi del
corpo. Qui l'esistenza del pieno sarebbe misurata anche su quella del
vuoto e non solo viceversa. Anche in questo caso, gi nell'antichit, il testo
stato reinterpretato e normalizzato. Simplicio, che si richiama a Teofra-
sto, riferisce nel suo resoconto la frase con l'integrazione rottov
122
, Ales-
sandro, invece, nel suo commento al passo, aveva operato tacitamente una
metatesi dei casi
123
. Gli editori moderni hanno adottato ora l'una, ora l'altra
121
Arist. Metaph. A 4, 985b 4 (67 A 6 DK; 173 L.) Aruxiaao or xoi o rtoio ou tou
Agoxito otoirio r v to agr xoi to xrvo v rivoi ooi, ryovtr to rv ov to or g
ov, toutev or to r v agr xoi otrro v, to ov, to or xrvov tr xoi ovov, to g ov (oio
xoi ou0rv oov to ov tou g ovto ri voi ooiv, oti ouor to xrvo v tou oeoto), oitio
or tev ovtev touto e ugv.
122
Theophr. Fr. 229 FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 28,11) (67 A 8 DK; 147 L.) rti or
ouorv oov to o v g to g o v uaoriv, xoi oitio ooie rivoi toi yivor voi oe.
tgv yo tev otoev ouoi ov vootgv xoi agg uaoti0rrvo ov rryrv rivoi xoi rv tei
xrvei rro0oi, oar g ov rxori xoi o:x t!o::ov :o: ov:o rivoi goi. A questa rein-
terpretazione risale l'integrazione pi in voga presso gli editori moderni del testo aristote-
lico ouor to xrvo v rottov tou oeoto (cf. Zeller-Nestle 1920, I, 2, 2, 1056 n. 2; Diels
ad loc.; Taylor 1999, 72). Sulla paternit teofrastea (e non simpliciana, pace Schofield 2002)
del passo, v. infra, n. 168.
123
Alex. In Metaph. 985a 21, 35,24 (214 L.) rg or tgv Aruxiaaou tr xoi Agoxitou ari
otoiriev ooov iotori, xoi ooe rxti0rtoi tgv tr ooov outev xoi tgv ao tou
oou oiooo v tr xoi xoiveviov tg v xoto tg v ooov. agr or rryov to oeo to tev
otoev oio voototgto tr xoi oiiov tou xrvou . ovooovtr or to rv agr ov to or
xrvo v g ov, rari ooie outoi gv r v uaori to tr agr xoi to xrvo v, ouor v oov
rryov rivoi :o a!jot :o: xtvo:. Fra i moderni hanno proposto questa soluzione Ross
1924, ad loc.; Lur'e 1970, ad loc.; Mansfeld II, 1986, 286; Curd 2004, 181 n. 4, 189. Ascle-
pio pur accogliendo quest'ultima interpretazione, la vede come l'affermazione di una ugua-
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 148
soluzione per restituire lo stesso significato ad ambedue le frasi col risul-
tato di produrre una tautologia. Lo Pseudo-Filopono, tradotto dal Pa-
trizi
124
, metteva invece in rilievo la paradossalit della seconda frase
interpretandola come una osservazione ironica di Aristotele nei confronti
degli atomisti
125
.
In realt questo apparente paradosso non ha bisogno di correzioni o
aggiustamenti in quanto perfettamente comprensibile alla luce dell'uso
leucippeo e democriteo del g oov. La massima compare infatti pi
volte nella tradizione sugli atomisti come enunciazione di una assoluta
equivalenza
126
. Piuttosto i punti oscuri del brano rispecchiano la difficolt
di Aristotele di adattare al suo schema sui principi un testo originale che
probabilmente si riferiva non solo agli atomi e al vuoto, ma anche, pi in
generale, ai corpi solidi e a quelli radi. Se si prescinde per un momento
dagli atomi e dal vuoto e si osserva la struttura del parallelismo aristotelico
toutev or to r v agr xoi otrro v, to o v, to or xrvov tr xoi ovo v,
to g ov, risulta subito evidente che tr xoi ovov non pu essere espunto
senza comprometterne irrimediabilmente la simmetria
127
. D'altra parte
anche agr e otrro v non sono del tutto equivalenti, come invece so-
stiene Jger
128
, in quanto l'uno denota la pienezza, l'altro la solidit che non
compete solo all'atomo, ma, in misura diversa, anche ai corpi visibili e
glianza quantitativa fra atomi e vuoto, cf. Ascl. In Metaph. 985b 4, 33,9 (177 L.) xoi rryov
oti oux rotiv rai arov to ov tou g ovto, rariog outr to oeo, toutrotiv oi otooi,
ariovr uaoouoi tou xrvou aovtoou yo xoi xrvov xoi otooi uao ouoiv). Egli si
basa evidentemente su Metaph. I 5, 1009a 22. Sulla stessa lunghezza d'onda la correzione
del testo aristotelico (to oeo tou xrvou ) di Casaubon.
124
Un testo composto tra il XII e il XIV sec. Cf. l'introduzione di Ch. Lohr alla ristampa
dell'edizione del Patrizi del 1583, XII.
125
Cf. Ps.-Philop., In Metaph. vers. lat. Patritii, f. 3 Iam dicit et de Leucippo et Democrito qui dicebant,
plenum vel ens; et vacuum vel non ens, elementa. Ideo non plus tribuerunt enti, quam non enti. Quando
etiam ambo, elementa dixerunt. Quod vero neque vacuum corporis? irrisio est philosophi in illos.
126
Secondo Simplicio/ Teofrasto, Leucippo e Democrito avrebbero giustificato l'infinita
variet delle forme atomiche col fatto che una cosa non pi di tal forma che di talaltra,
Theophr. 229 FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 28,9-10; 28,25-26) (67 A 8 DK; 2, 147 L.)
xoi te v r v toi oto oi ogotev oariov to ag0o ooi oio to gorv oov toioutov
g toioutov rivoi. Per l'uso della massima in vari contesti, cf. in particolare De Lacy 1964,
Graeser 1970, che per si attiene all'esegesi tradizionale del passo della Metafisica con rela-
tive correzioni del testo, e Burkert 1997, 30s. che interpreta la frase come espressione posi-
tiva di equivalenza e argomenta a favore del mantenimento del testo trdito.
127
Cf. anche Sedley 1982, 191s.; Waschkies 1997, 162. Ambedue sottolineano la vaghezza
della concezione di "vuoto" esteso anche al rado. Essi non mettono per in discussione la
valenza dell'interpretazione aristotelica perch tralasciano l'altro problema testuale e il fatto
che agr e otrro v indicano sia gli atomi che i corpi composti.
128
1957 app. ad loc.; 1917, 484. Jaeger non offre peraltro alcun argomento a sostegno della
sua tesi.
Capitolo terzo 149
tangibili
129
. I due concetti sono speculari a vuoto e rado nella seconda
parte. Vuoto e rado compaiono appaiati come concetti simili anche in un
testo ippocratico contemporaneo a Democrito. Descrivendo le parti po-
rose del corpo quali il polmone o le mammelle, l'autore del trattato De
vetere medicina afferma che esse sono le pi adatte ad assorbire liquido in
quanto non sono in grado di evacuarlo ogni giorno come le parti cave
ma quando una di queste parti assorba e riceva in s il liquido, si riempiono le
parti vuote e rade anche quelle piccole in ogni parte e, invece che molle e rada, la
parte diventa dura e compatta e non opera n cottura n evacuazione
130
.
Si tratta qui ovviamente di un contesto fisiologico, che tuttavia dimostra
come vuoto e rado potessero essere posti sullo stesso piano. Del resto
anche l'opinione comune identificava, secondo Aristotele, l'essere col
corpo tangibile, il non essere sia col vuoto che con l'aria (il rado), ambedue
invisibili e impercettibili
131
. Sembra dunque che la massima parafrasata da
Aristotele definisca come essere e non essere non solo atomi e vuoto, ma
anche corpi solidi e radi. Plutarco stesso, citando la massima, identifica
gor v col vuoto, ma orv col corpo (oe o). Se vero che egli usa il ter-
mine "corpi" al plurale anche per gli atomi seguendo l'uso epicureo
132
, qui
si riferisce evidentemente non all'"atomo" singolo, ma al concetto pi
generale di "corpo". Solo Galeno, che sostituisce in base ad una sua inter-
pretazione rv a or v e comunque utilizza un resoconto di seconda mano,
identifica ovviamente l'unit con l'atomo.
Melisso, equiparando espressamente il vuoto al gorv, lo distingue
implicitamente dal rado: ambedue non esistono, come non esiste il denso,
ma definisce solo il vuoto un non essere, non anche il rado
133
. Anche se la
129
L'immagine che si forma dalla compressione dell'aria all'atto della vista "solida", Theophr.
De sens. 50 (68 A 135 DK; 478 L.). Per la durezza dei corpi composti, cf. Ibid. 62 (68 A 135
DK; 369 L.) oxgov r v yo ri voi to auxvo v, ooxov or to ovo v [...] oxgotrov
rv rivoi oiogov. Compattezza e durezza sono caratteristiche dei corpi anche nella testi-
monianza di Sen. Nat. quaest. 4,9,1 His, inquit (scil. Democritus), corporibus quae duriora et pres-
siora sunt necesse est minora foramina esse.
130
[Hippocr.] VM 22,6 (151,2 Jouanna = I,630 Littr) o otov aigi xoi orgtoi outo r
reuto v to u yov, :o xtvo xot oooto rage0g xoi to oixo aovtg, xoi ovti o0oxou
tr xoi ooiou oxgo tr xoi auxvo r yr vrto, xoi out rxar oori out oigoi.
131
Phys. A 6, 213a 27-31 (67 A 19 DK; 255 L.) oi o ov0eaoi ouovtoi xrvov rivoi
oiootgo r v ei gorv roti oeo oio0gtov otoatvot ot :o ov oaov ttvot ooao ooiv, r v
ei oe gorv roti, tout rivoi xrvo v, oio to agr oro xrvov rivoi. I Pitagorici iden-
tificavano del resto il vuoto con il pneuma Phys. A 6, 213b 22-24. Cf. anche De gen. et corr. A
3, 318b 19 ooxri or oov toi aooi tei oio0gtei xoi g oio0gtei oiorriv [...] to
yo o v xoi to g ov tei oio0ovro0oi xoi tei g oio0o vro0oi oioiouoiv.
132
Cf. Plut. Quaest. conv. 653 F; cf. anche. De fort. Rom. 317 A.
133
30 B 7 DK, 7-8 ouor xrvrov rotiv ouorv to yo xrvro v ouorv rotiv oux o v ou v rig to
yr gor v [...] auxvov or xoi ooiov oux o v rig to yo ooiov oux o vuotov arev rivoi
ooie tei auxvei, o' gog to ooio v yr xrvretrov yivrtoi tou auxvou.
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 150
massima del g oov fosse rivolta contro questa tesi di Melisso, la de-
notazione di "non essere" presso gli atomisti sarebbe comunque pi ampia
e si estenderebbe al di l dell'ambito dei principi cui Aristotele vorrebbe
ridurla. Essa costituirebbe inoltre una asserzione dogmatica dell'esistenza
del non essere decisamente opposta a quella di Melisso cos come lo sa-
rebbe anche se si supponesse, come spesso viene fatto, che la massima
fosse diretta contro un Parmenide reinterpretato. Dunque gli atomisti non
avrebbero concesso nulla agli Eleati e non avrebbero nulla in comune con
loro, ma andrebbero esattamente nella direzione opposta.
Alcuni interpreti, nel tentativo di "salvare" il prestigio "filosofico" di
Leucippo e Democrito e di farne in qualche modo gli eredi degli Eleati,
ipotizzano per che la massima fosse solo la conclusione di una argo-
mentazione pi ampia che andata perduta
134
, altri suppongono che gli
atomisti distinguessero due significati di rivoi: uno pi debole, "esserci"
(del vuoto e degli atomi) e uno pi forte, "essere reale", (solo degli atomi
in quanto riempiono lo spazio). Il vuoto esisterebbe in un senso pi de-
bole, in quanto spazio vuoto, ma non sarebbe "reale"
135
. Tutto questo
riecheggia, in forme moderne, il tentativo di distinzione fra un significato
proprio e improprio di essere gi aristotelico, ma non trova alcun riscon-
tro nelle testimonianze sugli atomisti. Il pre-supposto di queste ipotesi sta
nel rifiuto di collocare gli atomisti nel loro contesto storico. Se si esami-
nano i testi concernenti la natura dell'universo e dell'uomo pi o meno
contemporanei a Leucippo o a Democrito come i frammenti di Anassa-
gora, di Ione di Chio, di Filolao e i trattati ippocratici, risulta subito chiaro
che affermazioni dogmatiche e lapidarie non vengono a conclusione di
un'argomentazione, ma introducono il discorso e non sono precedute da
definizioni e distinzioni (un tratto tipicamente platonico e aristotelico).
Talvolta sono seguite da qualche "prova" empirica (trxgiov, ogriov,
otuiov) o argomenti che, dal punto di vista degli interpreti moderni,
sono spesso del tutto insufficienti e nebulosi come le massime stesse
136
.
Questo dovuto al fatto che lo scopo dello scritto non quello di pre-
sentare un trattato teorico redatto secondo i canoni della logica aristote-
lica, ma quello di influenzare e persuadere un pubblico che condivide gli stessi
pre-supposti culturali compresa la concezione di "argomento persuasivo".
134
Mc Gibbon 1964, 254s.; Curd 2004, 191.
135
Bailey 1928, 75; Barnes 1982, 403-405. Per una critica a questa tesi, cf. Curd 2004, 191s.
136
Cf. e.g. l'incipit del libro di Filolao (44 B 1 DK) "la natura nel cosmo stata composta di
cose illimitate e di cose limitanti, e il cosmo nella sua interezza e tutto quanto si trova in
esso". I frammenti B 2-6 DK, che dovrebbe fornire una argomentazione a favore di questa
tesi, sono formulati in maniera altrettanto vaga e sibillina quanto l'incipit e proprio per que-
sto sono indice di autenticit. Cf. Burkert 1972, 252ss., Huffman 1993, Part II. 1, cf. anche
93ss.
Capitolo terzo 151
Lo stile dell'enunciazione dunque parte fondamentale del discorso. In
questo contesto l'affermazione dogmatica, soprattutto se foneticamente
ben costruita, aveva un impatto e un effetto sul destinatario altrettanto
forte di quanto poteva averlo una argomentazione logica formalmente
perfetta sugli allievi del Peripato. Essa denota infatti sicurezza e autorit,
infonde fiducia e soddisfa esteticamente l'uditore ed ha perci ha tutti i
requisiti per essere accettata. La stessa massima anassagorea o ou
g oto ao vto g v (59 B 1 DK), con la sua meravigliosa eufonia
137
, un
buon esempio di questo tipo di enunciazione e non viene esplicitamente
giustificata o spiegata prima, ma costituisce semmai il fondamento del
discorso successivo. Allo stesso modo i Triagmoi di Ione di Chio e il trat-
tato ippocratico De genitura si aprono con una frase ad effetto
138
. La mas-
sima atomista era dunque quella che , una affermazione lapidaria ed effi-
cace, seguita probabilmente da considerazioni quali quelle che si trovano
nella parafrasi aristotelica: il corpo non pi del vuoto perch quest'ul-
timo non pi del corpo.
Quello dell'esistenza del non essere, del vuoto, del rado era un pro-
blema dibattuto nell'ultimo terzo del V sec. a.C. Sul non essere si era
espresso ad esempio Seniade di Corinto, un contemporaneo cui Demo-
crito stesso aveva fatto riferimento, il quale sosteneva che tutte le cose
nascono dal, e periscono nel non essere
139
. Gorgia, dal canto suo, aveva
cercato di dimostrare l'opposto di Democrito e cio che non esistono n
l'essere n il non essere. L'affermazione dell'esistenza del non essere, la sua
equiparazione al rado erano dunque temi correnti nell'ultimo terzo del V
sec. a.C. e su questo sfondo di concezioni comuni e discorsi sofistici va
interpretata la massima democritea. Il vuoto e il rado sono "enti" a pieno
titolo in quanto esistono alla stessa stregua, ma in ogni caso non pi, dei
corpi. All'enunciazione della formula poteva seguire qualche prova, se-
condo la procedura corrente nei testi presocratici, ippocratici e in generale
negli autori della seconda met del V sec. a.C. Aristotele allude, senza
137
La sua sequenza vocalica centrale (e-a-a-a-a) degna della poesia (riecheggia infatti la
formula epica goto aovto Hom. Il. 8,539 al.; Od. 4,209 al.; Hes. Th. 305 al.) e natural-
mente va persa nella versione che si ritrova pi spesso nella tradizione antica oou ao vto
goto (e sostituita da Diels nel testo di Simpl. In Phys. 155,27 alla versione corretta ri-
portata dai codici in questo passo, cf. Rsler 1971 e Sider 2005, 69s.) che non tiene alcun
conto del suono e del ritmo.
138
Ion 36 B 1 DK (Harpocr. s.v. Iev) og or oi tou oyou ao vto tio xoi ouorv arov g
roooov tou tev tev tiev. r vo rxo otou ortg tio ou vroi xoi xoto xoi tug.
[Hippocr.] Genit. 1,1 (44,1 Joly = VII,470 Littr) voo rv ao vto xotu vri g or yovg tou
ovoo rrtoi oao aovto tou uyou tou r v tei oe oti rovto, to iouototov
oaoxi0rv. In questo trattato segue la "prova" (tou tou or iotoiov toor, oti oaoxivrtoi
to iouototov): dopo il coito, pur eiaculando una piccola quantit di liquido, ci si sente
deboli.
139
Sext. Emp. Adv. Math. 7,53 (68 B 163 DK; 75 L.).
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 152
tuttavia riportare nomi, ad alcuni otu io sull'esistenza del vuoto: l'e-
sempio del vaso pieno di cenere che contiene tanta acqua quanto ne
contiene quando vuoto, rivela che la cenere ha una struttura estre-
mamente rada e contiene moltissimi vuoti
140
; l'esempio della crescita dei
corpi, che avviene per assunzione di cibo, rivela che il corpo ha una
struttura porosa che ne permette la penetrazione
141
.
Lo scenario che la massima g oov to or v g to gorv con i suoi
corollari presenta dunque diverso da quello descritto in De generatione et
corruptione A 8: non solo non si vede nessuna differenza fra un essere pro-
priamente detto e un non essere che ha un grado di esistenza inferiore, ma
c' un'estensione della denotazione di questi termini ad un ambito pi
vasto di quello degli atomi e del vuoto. Inoltre, se la massima ha una qual-
che relazione con gli Eleati, questa di pura opposizione di una dottrina
formulata indipendentemente e non di derivazione o di "concessione".
4. 2. 2. Vuoto e vuoti. Modalit e funzioni
Al di l della massima del g oov, l'attenzione degli atomisti si con-
centra comunque non tanto sull'esistenza del vuoto in generale, quanto
piuttosto su quella dei "vuoti" e sulle funzioni specifiche della loro forma
e posizione nella generazione e nel funzionamento del mondo e dei corpi.
Questo non equivale affatto ad una concezione astratta del vuoto come
condizione necessaria o addirittura causa del movimento quale sembra
riflessa in certi passi aristotelici. Riguardo agli atomisti si tratta di un pro-
blema mal posto in quanto essi cercano non la ragione teorica del movi-
mento in generale, ma la causa fisica dell'origine del cosmo e l'eziologia di
fenomeni concreti. Il vuoto, fuori da questo contesto, non causa di nulla,
come non lo sono gli atomi presi in se stessi come unit astratte ordinate
una dopo l'altra in un generico vuoto. Ci che fa la differenza sono le
forme diverse e irregolari dei corpuscoli ognuna delle quali conferisce loro
una spinta specifica creando disordine e scompiglio, le loro giravolte e il
loro reciproco impigliarsi, ma anche la forma, la grandezza e la posizione
dei "vuoti" nel contesto cosmogonico e fenomenico. Il mondo degli ato-
misti un mondo "poroso" e permeabile, dove i pori-vuoti, anch'essi "ir-
regolari", hanno la funzione di accogliere e di lasciar passare effluvi dal-
l'interno all'esterno e viceversa e di permettere continui riassetti all'interno
dei corpi e del cosmo stesso, piuttosto che di "dividere". Le formulazioni
140
Phys. A 6, 213b 21-22 otuiov or xoi to ari tg tro aoiou vtoi, g orrtoi ioov
uoe ooov to o yyriov to xrvov. Cf. [Arist.] Probl. 938b 24-27.
141
Phys. A 6, 213b 18-20 rti or xoi g ougoi ooxri aooi yiyvro0oi oio xrvou tg v rv yo
togv oeo rivoi, ouo or oeoto oou votov oo rivoi.
Capitolo terzo 153
aristoteliche in De generatione et corruptione A 8 e in tutti i passi in cui il vuoto
e gli atomi vengono trattati in termini generali e astratti fanno perdere di
vista proprio il fatto che gli atomisti parlano soprattutto di forme atomi-
che particolari e di vuoti specifici concepiti in un contesto dinamico e non
statico. E' il grande vuoto, il ryo xrvo v, e non il vuoto in quanto tale, a "fa-
gocitare" la massa disordinata di atomi in lotta fra loro e ad innescare il
processo cosmogonico
142
. Nei corpi i vuoti pi grandi o pi piccoli favori-
scono in misura maggiore o minore il passaggio di succhi, di nutrimento e
di aria. Quelli pi grandi e pi diritti, come i pori di certe piante, offrono
ovviamente un transito pi agevole al nutrimento accogliendone una mag-
giore quantit e permettendo una maggiore crescita
143
. Fenomeni analoghi
si verificano all'interno dei corpi viventi: nella zona dello stomaco e del
ventre, che contiene un grande vuoto, confluisce una grande quantit di
figure dei vari succhi
144
. Il suono, pur spandendosi in tutto il corpo, viene
percepito solo con le orecchie perch al loro interno c' un vuoto pi
grande, secco e facilmente penetrabile
145
. Pori troppo stretti, invece, come
quelli dell'osso frontale dei buoi senza corna, non possono accogliere il
nutrimento proveniente dal ventre e impediscono la crescita delle corna
146
.
Una determinata collocazione dei vuoti e dei pieni all'interno dei corpi, ne
determina la maggiore o minore durezza o le variazioni di peso: il ferro,
che ha una struttura non omogenea con molti vuoti, ma disposti a grandi
intervalli pi duro, ma, nel contempo, pi leggero del piombo il quale
contiene meno vuoti, ma ha una struttura regolare e omogenea
147
. Il colore
142
Sul contesto e la funzione di questa immagine, v. infra, VII 2. Orelli 1996, Parte II, assegna
a tutti i vuoti un effetto di "trazione", lo stesso esercitato dalle xoiioi ippocratiche. Ber-
ryman 2002, 188-90, individua questo ruolo del vuoto nel movimento di corpi macrosco-
pici senza per prestare attenzione alla funzione specifica delle forme e delle dimensioni
dei vuoti.
143
Theophr. De caus. plant. 1,8,2 (68 A 162 DK; 557 L.) ooo or xoto to ioio uori, e o v
yr vo ao yrvo [o] ouyxivev ooi ti, aotro xoto to ru0utgto tev aoev
gatrov, e oar Agoxito ruou yo g oo xoi o vraooioto e goiv.
144
Theophr. De sens. 65 (68 A 135 DK; 496 L.) uyoivorvo or xoi r x tg tore xivourvo
ouriv ri tgv xoiiov tou tgv yo ruaoetotov rivoi oio to tou tgi ariotov rivoi xr-
vov. Teofrasto nel De sensu non parla mai di atomi, ma di figure (ogoto).
145
Theophr. De sens. 56 (68 A 135 DK; 488 L.) ri yo to xrvov rai atovto to v oro
xivgoiv r aoiriv, ag v oti xoto aov r v ooie to oeo rioir voi, oioto or xoi
ariotov oio te v etev, oti oio ariotou tr xrvou oirrtoi xoi gxioto oioivri. [...]
o0oov yo o v oute rioir voi tg v evg v o tr oio aoou xrvou xoi o vixou xoi
rutgtou rioiouoov.
146
Aelian. Hist. nat. 12,20 (68 A 155 DK; 542 L.) oi or oxrei touoi to trv0gvieor (oute
or ovoori Agoxito) rai tou ryoto ou x rovtr (rig o' ov to ogoyyeor ryev)
ovtituaou tou aovto o vto ootrou xoi to ouoio te v ue v ou ororvou yuvoi tr
xoi o oioi yivovtoi te v ouvtgiev.
147
Theophr. De sens. 62 (68 A 135 DK; 369 L.) oiorriv or ti tgv 0roiv xoi tgv rvoaogiv
tev xrve v tou oxgou xoi ooxou xoi oro xoi xouou. oio oxgotrov r v ri voi
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 154
nero ha pori non diritti e quindi difficilmente permeabili alla luce
148
, il
verde anch'esso costituito di grosse "figure" e di grossi vuoti e le sue
variet dipendono dall'ordine e dalla reciproca disposizione degli uni e
degli altri
149
. I fulmini e i turbini sono dovuti alla formazione, in nuvole
che si scontrano, di interstizi con molti vuoti attraverso cui (oio tev ao-
uxrvev ooieo tev) gli atomi generatori del fuoco vengono filtrati.
Quando aggregati di fuoco con molti vuoti al loro interno e circondati da
membrane sono inglobati in spazi contenenti a loro volta molto vuoto
(aouxrve tro ouyxi oto auo r v aouxr voi xotoor0r vto
eoi) e si slanciano verso il basso, si forma il turbine infuocato, il
agotg
150
. Come si pu vedere da tutti questi esempi, non il vuoto,
principio fisico astratto, che contribuisce a produrre i fenomeni, ma la
grandezza, la forma e la distribuzione dei vuoti concreti nell'universo e nei
corpi.
Quello che si trova nella prima parte del resoconto aristotelico di De
generatione et corruptione A 8 dunque una rielaborazione di testi atomisti in
base ad una impostazione di problemi quali quello del movimento e della
definizione di essere e uno tipici del contesto culturale in cui Aristotele si
era formato.
oiogov, outrov or ouoov to v rv yo oiogov oveoe ouyxrio0oi xoi to
xrvo v rriv aoogi xoi xoto ryoo, arauxveo0oi or xoto r vio, oae or arov
rriv xrvo v. tov or ouoov rottov rovto xrvov ooe ouyxrio0oi xoto ao v
ooie oio outrov rv, ooxe trov o' ri voi tou oiogou.
148
Theophr. De sens. 74 (68 A 135 DK; 484 L.).
149
Theophr. De sens. 75 (68 A 135 DK; 484 L.) to or eov rx tou otrrou xoi tou xrvou
ouvrotovoi ryoev r ooiv, tgi 0rori or xoi tori oute v tg v o ov. Diels, eviden-
temente ritenendo improbabile che Democrito tenesse conto anche della dimensione e di-
sposizione dei vuoti per la determinazione del colore e delle sue sfumature, ha cambiato e
integrato la lezione dei manoscritti in questo passo (to or eov rx tou otrrou xoi tou
xrvou ouvrotovoi ixtov r o oiv, tgi 0rori or xoi tori oioottriv oute v tgv
oov). La correzione ixtov non ha senso perch chiaro che non solo il verde, ma ogni
colore come ogni altro oggetto o propriet fatto di atomi e vuoto, la seconda superflua
perch Teofrasto non si riferisce al cambio di colore, ma alle sue varie sfumature: come ci
sono diversi bianchi e rossi (cf. 73; 75) cos anche diversi verdi. Sassi 1978, 142 n. 111
cambia, evidentemente in base allo stesso presupposto, ryoev in r v yo. Il passo cos
come tramandato dai manoscritti ha invece un senso perfetto se si tiene conto che la
forma e la disposizione dei vuoti hanno, insieme a quella degli atomi, una funzione fonda-
mentale.
150
68 A 93 DK; 415 L.
Capitolo terzo 155
4. 3. La seconda parte del resoconto aristotelico
(De gen. et corr. A 8, 325a 30-b 11)
Aristotele non costruisce naturalmente sul nulla. Esistevano indubbia-
mente, come si ricava dalla parte pi propriamente espositiva del reso-
conto su Leucippo, ma anche dagli altri resoconti di questo tipo sparsi qua
e l nell'opera aristotelica, delle affermazioni che, se astratte dal loro con-
testo immediato e rielaborate in uno schema dialettico, potevano far rien-
trare questo autore nel gruppo di coloro che hanno accettato in parte delle
tesi eleatiche pur criticandole. Il fatto che avesse posto come base del
mondo fisico corpuscoli pieni, solidi e indistruttibili, rendeva facile la loro
assimilazione all'uno, assimilazione che Aristotele stesso fa esplicitamente
in Metaph. B 4 (v. supra, 4. 1. 3 n. 115) e che diverr poi un caposaldo del-
l'interpretazione hegeliana dell'atomismo. La massima del g oov e la
designazione di vuoto e rado come "non essere" favoriva, se lievemente
modificata, l'inserimento di Leucippo nello schema di soluzione dell'aporia
"eleatica" attraverso la distinzione di un essere propriamente detto e di un
non essere come "altro dall'essere".
Il passaggio dalla rielaborazione dialettica alla parte descrittiva di dot-
trine atomistiche in De generatione et corruptione A 8, che riproduce in so-
stanza una "scheda" aristotelica, piuttosto brusco e sconnesso: non
chiaro infatti come la tesi di un infinito numero di corpuscoli invisibili si cor-
reli con la presunta risposta agli Eleati. L'invisibilit e l'infinit sono del
tutto ridondanti nel contesto della presunta disputa
151
. La ragione di questo
passaggio estemporaneo sta nel fatto che Aristotele collega qui lo schema
dialettico con un suo resoconto-tipo sull'atomismo che impiega anche
altrove e da cui ha preso le mosse per costruire lo schema. Secondo questa
descrizione infiniti corpuscoli invisibili si muovono nel vuoto e, urtandosi
e intrecciandosi, producono una genesi, separandosi, una dissoluzione.
Agiscono e subiscono nei loro contatti fortuiti e generano componendosi
e intrecciandosi: dal vero uno non si genera il molteplice, n dalla vera
molteplicit l'uno. L'immagine dell'atomismo che viene offerta in questa
parte del resoconto diversa da quella dello schema precedente di con-
fronto dialettico con gli Eleati. Qui viene semplicemente ribadito che il
vuoto esiste e gli atomi non vengono presentati come unit astratte (il
tutto-pieno) separate fra loro dal vuoto, ma come forme in movimento
che "agiscono e subiscono", vengono a contatto e si intrecciano senza
formare mai un corpo unico. Vale la pena soffermarsi su quest'ultima
caratteristica in quanto ritorna frequentemente nei resoconti aristotelici
151
Cf. anche Hussey 2004, 252 n. 18 "why the particles of 'what is' were supposed collectively
infinite in number and individually invisible because of their smallness il left unexplained".
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 156
sull'atomismo
152
e viene spesso interpretata come prova del fatto che
manca un vero contatto fra gli atomi, perch essi sono sempre tenuti sepa-
rati da una patina di vuoto
153
. Gli interpreti moderni hanno seguito su
questo punto il commento del Filopono
154
il quale, per, frutto di pura
speculazione
155
. L'idea che due atomi della stessa materia debbano necessa-
riamente divenire uno, se non c' nulla che li tiene divisi, deriva dal pre-
supposto aristotelico che le singole parti di un sostrato materiale della
stessa natura debbano necessariamente fondersi se vengono a contatto
senza che ci sia qualcosa che li separa
156
. Contatto e vuoto hanno tuttavia
ciascuno la loro funzione per gli atomisti, come dichiara esplicitamente
Aristotele stesso nel seguito del resoconto: per Leucippo la generazione e
la dissoluzione avverrebbero attraverso il contatto e attraverso il vuoto. Il
contatto fra gli atomi dunque un contatto vero e proprio, come mostra il
termine specifico per il contatto reciproco oio0iyg e il richiamo agli in-
trecci (ariarxro0oi), agli incroci (r aooyg ) e al reciproco sostegno
(ovtigi)
157
. La prospettiva teorica della divisione attraverso il vuoto in
un sostrato unico continuo fa completamente dimenticare le caratteristi-
che fisiche reali degli atomi: essi non si fondono mai in un unico corpo
non perch sono separati dal vuoto, ma perch sono assolutamente duri e
152
Arist. De cael. I 4, 303a 6 (67 A 15 DK; 47, 292 L.) out r r vo aoo yi yvro0oi outr rx
aoev rv. Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 295,12-14) (68 A 37 DK; 293 L.)
uoiv r vtoi iov r rxrivev xot og0riov ouo gvtivoouv yrvvoi xoiogi yo rug0r
rivoi to ouo g to ariovo yrvro0oi ov aotr rv. Cf. Metaph. Z 13,1039a 7-14 (68 A 42 DK;
46, 211 L.). Come si vede la formulazione dell'enunciato varia a seconda del contesto.
Nella Metafisica, dove compare non pi la molteplicit, ma il due, ha sicuramente influito il
confronto con le teorie senocratee delle idee numero che, secondo Aristotele, ponevano
contemporaneamente come unit sia l'idea-numero (la diade), sia le sue singole componenti
(su questo, v. infra, V 2 n. 27).
153
Cf. e.g. Bailey 1928, 87; Lbl 1976 Barnes 1982, 349; Curd 2004, 184 n. 12.
154
Philop. In De gen. et corr. 325a 32, 158,27-159,3.
155
Cf. l'analisi critica dettagliata della testimonianza del Filopono e dell'interpretazione mo-
derna in Bodnr 1998, 136-140; cf. anche Mansfeld 2007.
156
Cf. De gen. et corr. A 8, 326a 31-33 (critica agli atomisti) ri rv yo i o uoi oao vtev, ti to
eioov g oio ti ou yi vrtoi oorvo r v, eoar uoe uooto otov 0iygi cf. Metaph. H 2,
1042b 11-15; Phys. I 4, 203a 33-203b 1; De cael. A 7, 275b 30ss. L'interpretazione aristote-
lica ha condizionato non solo la concezione epicurea, ma tutta l'interpretazione dell'atomi-
smo antico fino ad oggi. Epicuro, quando accenna al vuoto che tiene divisi gli atomi (Ep.
1,44), presuppone la definizione aristotelica (usa lo stesso termine oioiriv). La conce-
zione degli atomi come "materia" e sostrato unico che deve essere tenuto diviso dal vuoto
anche il pre-supposto pi o meno esplicito delle interpretazioni moderne che accettano
come autenticamente democritea la testimonianza aristotelica sugli atomisti antichi di De
gen. et corr. A 8. Cf. e.g. Furley 1987, 118; Makin 1993, 13, 52s.; Algra 1995, 45; Pyle 1997,
46; Curd 2004, 187s. V. anche infra, VII 2.
157
Arist. Fr 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 295,11-18) (68 A 37 DK; 293 L.). Su
ovtigi come "sostegno", cf. Xen. Eq. 5,7; [Hippocr.] Off. 9 (II,36,10 Khlewein =
III,302 Littr).
Capitolo terzo 157
compatti e dunque non possono n interpenetrarsi n fondersi. Le stesse
caratteristiche spiegano anche la sterilit dell'atomo. Nella Fisica, dove
confronta le due teorie di Anassagora e Democrito attribuendo ad ambe-
due la concezione di un "infinito per contatto", Aristotele spiega che,
mentre l'uno attribuisce agli omeomeri una infinita capacit generativa
Democrito dice che fra i corpi primi nessuno si genera dall'altro
158
.
Questa formulazione potrebbe avvicinarsi maggiormente all'originale della
formula tipica uno-molti, che Aristotele impiega in De gen. et corr. A 8 e in
altri passi in cui parla di queste caratteristiche dell'atomo. Egli tende infatti
a sostituire la formula-tipo ad espressioni come o ao (o r x) tou ou tou
rtroiou o0oi
159
.
Gli atomisti distinguono cos, diversamente da Anassagora, i corpi fe-
nomenici, sottoposti a continua genesi e cambiamento e, come tali esposti
a squilibri e dissoluzione, dai corpuscoli che ne costituiscono i fondamenti
eterni che, per essere tali, devono essere sterili, immutabili e inattaccabili e
dunque privi di "vie" che permettano l'entrata, l'uscita e lo spostamento di
materia. Non bisogna dimenticare che Democrito equiparava l'atto della
generazione, in cui "un uomo balza fuori da un uomo", ad una piccola
apoplessia e osservava che i corpi fenomenici sono esposti all'azione an-
che di minuscole particelle che vi si insinuano dall'esterno o che cambiano
posizione al loro interno
160
. Generazione e cambiamento sono dunque per
Democrito potenziali cause di squilibrio e dissoluzione. Questa conce-
zione del cambiamento fondamentale nella medicina del quinto secolo
161
e ha come complemento la convinzione che corpi pi duri e pi compatti,
come quelli maschili, siano pi resistenti e pi immuni da malattie di quelli
158
Phys. I 4, 203a 33 (68 A 41 DK; 220 L.) Agoxito o ouor v r trov r r trou yiyvro0oi
tev aetev goi v.
159
Cf. ad esempio la "traduzione" aristotelica di Diogene di Apollonia, in De gen. et corr. A 6,
322b 13 (64 A 7 DK) xoi tout o0e ryri Aioyr vg, oti tt aj j v t tvo oaov:o, ou x ov
gv to aoiriv xoi to aooriv ua ogev. Cf. anche Theophr. De sens. 39 (64 A 19 DK). Il
testo di Diogene invece il seguente (64 B 2 DK) ao v:o :o ov:o oao :o: o::o: t:t-
ooto:o0ot xoi to ou to ri voi [...] oo ao vto touto tx :o: o::o: t :tooto:atvo ootr
ooio yivrtoi xoi ri to outo o voeri.
160
Per la concezione dell'atto sessuale, cf. 68 B 32 DK (527; 804a L.), supra, Introduzione n.
14. Per l'estrema influenzabilit e mutevolezza dei corpi, cf. Arist. De gen. et corr. A 2, 315b
13-15 (67 A 9 DK; 70 L.); Theophr. 229 FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 28,11) (68 A 8
DK; 147 L.).
161
La medicina si sofferma soprattutto sul carattere negativo del cambiamento prodotto in
uno stato di equilibrio per l'introduzione di qualcosa dall'esterno o per il prevalere di un
elemento all'interno del corpo, processi alla radice della malattia, cf. e.g. Alcmaeon 24 B 4
DK; [Hippocr.] Morb. sacr. 18,1 (31,16 Jouanna = VI,394 Littr); VM 14,4 (136,8 Jouanna
= I,602 Littr). Per il coito come forte alterazione dell'equilibrio corporeo, cf. Genit. 1,2-3
(44,10-45,8 Joly = VII,470-472 Littr). Cf. anche Schubert 1993, 158ss.
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 158
molli e porosi come quelli femminili
162
che possono accogliere e trattenere
sostanze estranee dall'interno e dall'esterno.
Se valido tutto quanto si osservato finora sul rapporto fra vuoti e
atomi e sulla concezione dei corpi presso gli atomisti, bisogna riconoscere
che la tesi di una nascita dell'atomismo sull'accettazione-correzione di
concetti eleatici nei termini esposti da Aristotele dettata da una visione
estremamente teorica e astratta che prescinde dai testi reali, dalla loro
terminologia specifica e dalle immagini che rimandano al contesto del loro
tempo come si vedr pi diffusamente nel capitolo settimo. Aristotele non
in malafede, ma interpreta questi testi alla luce della problematica del suo
tempo, quella cio finalizzata alla soluzione delle aporie eleatiche impo-
state nell'Accademia.
5. Atomisti ed Eleati in Teofrasto e nelle testimonianze tarde
5. 1. Theophr. Fr. 229 FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 28,4-15)
(67 A 8 DK; 147 L.)
Le testimonianze tarde riguardo al tema delle presunte relazioni fra atomi-
sti ed Eleati sono in diversa misura influenzate dai resoconti aristotelici e
soprattutto teofrastei. E' dunque importante prendere in considerazione
anche la testimonianza di Simplicio la quale risale, probabilmente in modo
mediato, a Teofrasto
163
.
Leucippo l'Eleate o il Milesio (infatti gli vengono attribuite ambedue le prove-
nienze), pur partecipando della filosofia di Parmenide, non ha seguito la stessa via
di Parmenide e Senofane nella determinazione delle cose esistenti, ma piuttosto,
come sembra, quella contraria. Mentre infatti quelli ponevano il tutto come uno,
immobile, ingenerato e limitato e non ammettevano neppure che si cercasse il
non essere, egli ha posto elementi infiniti e sempre in movimento, gli atomi, e ha
supposto che la quantit delle forme in essi presenti sia infinita perch nulla pi
di tal forma che di talaltra e perch osservava nelle cose esistenti una genesi e un
cambiamento incessanti. Inoltre diceva che l'essere non esiste pi del non essere e
che ambedue sono cause delle cose esistenti allo stesso modo. Infatti, ponendo la
sostanza degli atomi come compatta e piena, disse che era l'essere e che si muove
nel vuoto, che chiamava non essere, e dice essere non meno del non essere
164
.
162
Su queste concezioni mediche, v. infra, V 4 n. 99-100 e VII 1.
163
Per una utilizzazione mediata di Teofrasto da parte di Simplicio, per lo meno in alcuni
punti dell'excursus sui presocratici, von Kienle 1961, 58ss.
164
Theophr. Fr. 229 FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 28,4-15) (67 A 8 DK; 147 L.) Aruxia-
ao or o Erotg g Migoio (ootre yo ryrtoi ari outou) xoivevgoo Hor-
viogi tg ioooio, ou tgv outgv r ooior Horviogi xoi Ervoo vri ari tev ovtev
Capitolo terzo 159
In questo resoconto l'appartenenza eleatica di Leucippo non ritenuta un
dato incontrovertibile, ma solo una delle ipotesi che circolano su di lui,
l'altra lo farebbe, invece, originario di Mileto
165
. Teofrasto inoltre non usa
per designare il rapporto Leucippo-Parmenide i termini tecnici del disce-
polato, rtoio o o xouotg , bens un pi generico xoivevg oo Hor-
vi ogi tg ioooio
166
che fa pensare piuttosto ad una ricostruzione a
posteriori sulla scia di De generatione et corruptione A 8. Infine, nel resoconto
teofrasteo risulta abbastanza trasparente un intreccio di schemi oppositivi
di matrice sofistica con interpretazioni aristoteliche. Lo schema di fondo
, infatti, quello canonico dell'opposizione netta monisti/ pluralisti, soste-
nitori del movimento continuo/ sostenitori della stasi, sostenitori/ nega-
tori della generazione e della dissoluzione di matrice sofistica che si in-
ooov, o e ooxri tgv rvovti ov. rxri vev yo r v xoi oxi vgtov xoi oyrvgtov xoi arar-
oor vov aoiou vtev to aov, xoi to g ov gor gtri v ouyeou vtev, outo oario xoi
ori xivourvo uar0rto otoiri o to o toou xoi te v rv ou toi ogotev oariov to
ag0o oio to gorv oov toiou tov g toioutov rivoi [toutgv yo] xoi yrvroiv xoi r-
toogv ooioriatov r v toi ouoi 0reev. rti or ouor v oov to ov g to g o v
uaoriv, xoi oitio ooie rivoi toi yivorvoi o e. tg v yo tev otoev ou oiov
vootg v xoi agg uaoti0rrvo o v rryrv rivoi xoi r v tei xrvei rro0oi, oar g ov
rxori xoi oux rottov tou o vto rivoi goi.
165
Io non credo che Teofrasto su questo punto si limiti a "tradurre" dei dati semplicemente
ricavabili da diverse trattazioni di Leucippo nell'opera aristotelica come pensava Mc
Diarmid 1970, 229. Secondo Mc Diarmid il resoconto teofrasteo sarebbe ricavato dalla
conflazione di Metaph. A 4, dove Leucippo e Democrito sarebbero posti fra gli ionici, e De
gen. et corr. A 8 nel quale appunto Leucippo rappresentato come seguace degli Eleati. Teo-
frasto rielabora indubbiamente interpretazioni aristoteliche, ma si basa anche su schemi
provenienti da altre tradizioni quali quella sofistica e platonica. La classificazione che com-
pare in Metaph. A 4 ben lungi, del resto, dal presentare una generazione "ionica" di filo-
sofi (Leucippo e Democrito compaiono fra Empedocle e i Pitagorici), anzi, Aristotele ha
difficolt ad inserire gli atomisti. Inoltre, se l'origine milesia di Leucippo fosse dedotta uni-
camente dalle classificazioni aristoteliche, anche Democrito, che nella Metafisica viene no-
minato insieme a Leucippo, dovrebbe essere definito milesio oltre che Abderita, cosa che
non avviene. Dunque Teofrasto ha evidentemente accesso anche a delle notizie biografi-
che, per quanto inesatte possano essere, indipendenti dalle successioni dedotte da Aristo-
tele. Cf. anche Diels 1881, 98 [=1969, 187]. Le stesse ipotesi con l'aggiunta di Abdera come
luogo di provenienza sono presenti nel resoconto di matrice teofrastea in Diog. Laert. 9,30
(67 A 1 DK; 152 L.) Aru xiaao Erotg, e or tivr, Aogitg, xot r viou or
Migoio.
166
L'espressione stata considerata da Kranz 1912, 19 n. 3 un indizio del fatto che Leucippo
non stato allievo diretto di Parmenide. Cos anche Alfieri 1936, 16 n. 61. Teofrasto defi-
nisce fra l'altro con la stessa espressione il rapporto fra Anassagora e Anassimene (Simpl. In
Phys. 184b 15, 27,2 = 59 A 41 DK) che, chiaramente, non di discepolo ad allievo. La lieve
differenza nell'espressione (xoivevgoo Horviogi tg ioooio per Leucippo, col da-
tivo della persona che sarebbe indice di un rapporto personale, xoivevgoo tg
Avoirvou ioooio nel caso di Anassagora con il genitivo subordinato a ioooio
che sottolineerebbe solo il rapporto con l'oggetto) per la quale Burnet 1930, 392 n. 2, giu-
stificava il rapporto di discepolato di Leucippo con Parmenide, non un motivo sufficiente
in quanto, come giustamente osservava Kranz, Teofrasto non si sarebbe certo servito, per
indicare il rapporto discepolo-maestro, di un'espressione cos artificiosa.
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 160
contra nel brano dei Memorabili di Senofonte gi citato (1,1,13)
167
. Questo
dunque lo scheletro originario del resoconto basato su una diaphonia, ma
non su una accettazione da parte di Leucippo di concetti eleatici, n tan-
tomeno su una dipendenza scuola. I modelli aristotelici di De generatione et
corruptione A 8 e del primo libro della Metafisica, del quale vengono mante-
nute in parte anche le formulazioni
168
, agiscono comunque in sottofondo.
E' la tensione fra i due modelli, quello aristotelico e quello sofistico, a
creare l'impressione di una certa incongruenza fra la tesi iniziale di un Leu-
cippo seguace di Parmenide e l'esposizione successiva che ne fa pratica-
mente un avversario
169
.
167
V. supra, 2. 2. 1 n. 34. l'opposizione Parmenide/ Leucippo si articola esattamente sui punti
indicati nel brano di Senofonte: Parmenide (e Senofane) sostengono che il tutto uno,
immobile, ingenerato, finito, Leucippo che infiniti, sempre in movimento e che nelle cose
esistenti c' una continua genesi e cambiamento.
168
Schofield 2002 ha recentemente sostenuto la tesi che in questo brano Simplicio stesso
abbia operato un ampliamento del resoconto teofrasteo su Leucippo prendendo la mas-
sima del g oov dal resoconto su Democrito che segue immediatamente (la spia sa-
rebbe il toutgv yo gi posto tra parentesi da Diels 1879, 484 come svista, per, di un co-
pista), e integrandolo con materiale aristotelico (Metaph. A 4, supra, n. 121) per sottolineare
maggiormente l'opposizione di Leucippo agli Eleati. Questa tesi mi sembra debole per due
motivi: perch Teofrasto stesso poteva aver assimilato nel suo resoconto le tesi di Leu-
cippo e Democrito pur mantenendo una lieve distinzione fra i due (anche Aristotele, del
resto, pur distinguendo in De gen. et corr. A 8 la posizione di Leucippo, aveva unificato nella
Metafisica le tesi di ambedue). Questo si ricava chiaramente dal resoconto parallelo di Ippo-
lito (citato anche da Schofield ryri or ooie Aruxiaaei ari otoiriev) e non c' nes-
suna ragione di escludere che Teofrasto stesso avesse attribuito la stessa massima a Leu-
cippo e a Democrito e di ipotizzare una macchinosa combinazione di Aristotele e
Teofrasto da parte di Simplicio. Il fatto che Eusebio e Ippolito non riportino per Leucippo
la massima del g oov non di per s indicativo. Ippolito taglia inesorabilmente in
molti punti tanto da risultare quasi incomprensibile se non vi fosse il resoconto parallelo di
Diogene Laerzio. Non solo, ma sia lui che quest'ultimo sono concentrati soprattutto sulla
cosmogonia di Leucippo e quindi tendono ad eliminare tutto quanto non sia strettamente
connesso con questo tema. E' Teofrasto, su un modello sofistico di opposizione fra Eleati
e sostenitori del moto e non Simplicio su un modello aristotelico (che sarebbe piuttosto di
conciliazione come si visto) a sottolineare la divergenza fra Leucippo e Parmenide. Que-
sto confermato anche dall'origine "alternativa" proposta per Leucippo, Mileto.
169
Su questa incongruenza, cf. Mc Diarmid 1970, 228.
Capitolo terzo 161
5. 2. Le testimonianze tarde sui rapporti degli atomisti con gli Eleati
Nelle testimonianze tarde abbiamo due tipi di collegamento degli atomisti
agli Eleati. Uno che si basa sullo schema delle successioni e costituisce una
ricostruzione a posteriori su una tradizione peripatetica
170
, uno che ac-
cenna ad una eventuale menzione di Parmenide e Zenone da parte di
Democrito.
Nella tradizione posteriore, Leucippo viene indicato come allievo di
Zenone contrariamente alla testimonianza teofrastea che invece si limita
ad affermare che avrebbe avuto una concezione filosofica comune a Par-
menide e Senofane. Da Clemente, Ippolito, Diogene Laerzio e altri, si
deduce che Zenone stato collocato nella successione eleatica fra Parme-
nide e Leucippo e ha potuto cos diventare maestro di quest'ultimo
171
.
Una testimonianza di Trasillo sembra accennare ad una menzione de-
gli Eleati da parte, non di Leucippo, ma di Democrito. Trasillo fornisce
alcuni dati per avvallare la sua datazione di Democrito nel 470 a.C. Egli
sarebbe infatti pi vecchio di Socrate di un anno e sarebbe stato contem-
poraneo di Archelao (che fra parentesi era maestro di Socrate e dunque
doveva essere ben pi vecchio di Democrito) e di Enopide di Chio
e infatti menziona anche quest'ultimo. Menziona anche la dottrina dell'uno di
Parmenide e Zenone, poich ai suoi tempi erano assai famosi e Protagora di Ab-
dera, che, concordemente viene indicato come contemporaneo di Socrate.
Il brano, in verit, presenta problemi di critica testuale e, conseguente-
mente, anche di interpretazione
172
. Un punto particolarmente controverso
proprio quello che indicherebbe la menzione di Parmenide e Zenone. I
codici BPF riportano infatti concordemente la lezione r vgtoi or xoi
ari tg tou rvo oog tev ari Horvi ogv xoi Zg vevo, mentre D
(uno dei manoscritti della vulgata) e le versioni latine, in base alle quali il
Casaubon ha corretto il testo, seguito per lo pi dagli editori moderni, ne
forniscono un'altra: r vgtoi or xoi tg ari tou r vo oog tev ari
170
Sul carattere di ricostruzione a posteriori delle diadochai, a cominciare da Teofrasto, cf. in
particolare von Kienle 1961, passim.
171
Clem. Strom. 1,14,64,2 (67 A 4 DK; VIII, 152 L.) tg or Erotixg oyeyg Ervoovg o
Kooevio xotori, [...] Horviog toi vuv Ervoo vou oxouotg yi vrtoi, toutou or
Zgvev, rito Aru xiaao, rito Agoxito. Cf. anche Diog. Laert. Prooem. 15 (152 L.);
9,30 (67 A 1 DK; 152 L.); Hippol. Ref. 1,12,1 (67 A 10 DK; 151 L.); Eus. Praep. Ev.
10,14,15s. (VIII L.).
172
Thrasyll. ap. Diog. Laert. 9,41 (68 A 1, B 5 DK; I L.) rig ov ou v xot' Aroov to v
Avooyoou o0gtgv xoi tou ari Oi voaiogv xoi yo tou tou r vgtoi. rvgtoi or
xoi tg ari tou r vo oog te v ari Horviogv xoi Zgvevo e xot' outo v oioto
oiorogr vev, xoi Hetoyoou tou Aogitou, o oooyritoi xoto Eexotgv yryo-
vr voi.
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 162
Horviogv xoi Zgvevo
173
. Nel primo caso la traduzione dovrebbe essere
la seguente: "menziona anche, riguardo alla dottrina dell'uno, Parmenide e
Zenone...". Ora, Diogene Laerzio usa la forma r vgtoi o r r vgto col
genitivo della persona (solo in due casi, 1,76; 9,111, col genitivo della cosa)
senza interposizioni di sorta. Anche se la costruzione risalisse a Trasillo,
sarebbe comunque strana in quanto gli altri nomi ricordati da Democrito
vengono citati senza alcuna ulteriore osservazione. Dunque la lezione pi
corretta deve essere la seconda. Tuttavia, anche in questo caso, l'espres-
sione sibillina. Perch Trasillo attribuisce a Democrito la menzione
"della dottrina dell'uno di Parmenide e Zenone" e non la semplice cita-
zione dei nomi dei due filosofi? Un ulteriore problema costituito dalla
menzione di Zenone in relazione alla dottrina dell'uno. L'immagine del-
l'Eleate corrente ai tempi di Democrito non era affatto quella del Parmenide
platonico, ma quella di chi argomenta in utramque partem. Lo stesso Platone
lo definisce nel Fedro "il Palamede eleatico che fa sembrare agli ascoltatori
le stesse cose uguali e disuguali, uno e molti, immobili e in movimento" e
Isocrate lo considera uno che fa apparire le stesse cose possibili ed impos-
sibili, un'immagine che persiste ancora in epoca tarda nel giudizio di Ales-
sandro di Afrodisia
174
. Se dunque a Parmenide teoricamente si poteva
attribuire la dottrina dell'uno anche ai tempi di Democrito, sebbene in
realt egli parlasse dell'essere e "uno" fosse solo un segno di completezza,
piuttosto difficile che la si riferisse anche a Zenone. In realt questa
interpretazione quella della tradizione platonica che prende le mosse dal
Parmenide ed , sulla scia di questo dialogo, che Trasillo attribuisce a De-
mocrito la menzione della dottrina dell'uno di Parmenide e Zenone. Dato
che egli vuole avvalorare la tesi della contemporaneit di Democrito e
Socrate, non c' dialogo pi adatto di questo per inquadrarla storicamente:
i due Eleati compaiono come ospiti di riguardo intorno ai quali si raccol-
gono gli intellettuali ateniesi fra cui il giovane Socrate. L'osservazione
"poich ai suoi tempi erano i pi famosi" rimanda direttamente all'aura di
rispetto e di ammirazione che circonda Parmenide e Zenone nel dialogo
platonico. La presunta menzione di Trasillo dunque altamente sospetta.
In conclusione si pu affermare che, al di l del resoconto aristotelico
del De generatione et corruptione e di quelli influenzati da questo modello, non
ci sono altre testimonianze su un eventuale influsso degli Eleati sulla na-
scita della dottrina atomista.
173
Per le lezioni dei codici, cf. Marcovich 1999, 659 in app. Per le versioni latine, cf. l'apparato
di Huebner 1831, 368 (De uno Ambrosius: deque Parmenidis ac Zenonis de uno sententia Aldo-
brandinus).
174
Per questi passi, v. supra, n. 22 e 24.
Capitolo terzo 163
6. Sintesi
La tesi della nascita dell'atomismo da una ripresa e correzione delle dot-
trine eleatiche dell'essere-uno dominante nell'interpretazione moderna
dell'atomismo antico si basa sostanzialmente sul resoconto aristotelico di
De generatione et corruptione A 8. Tale resoconto mostra per, sia nella pre-
sentazione delle dottrine eleatiche che in quella dei logoi di Leucippo, una
struttura marcatamente dialettica che ha le sue radici negli schemi opposi-
tivi sofistici rielaborati per le discussioni nell'Accademia e ampliati e codi-
ficati da Aristotele stesso nei Topici. A formulazioni di tesi e antitesi di
matrice accademica rimandano certi tratti del logos eleatico (cui risponde-
rebbe Leucippo), in particolare l'equivalenza vuoto-divisione di ascen-
denza pitagorica, ma influenzata dalla rappresentazione delle ipostasi fisi-
che della diade indefinita della scuola platonica. Questa assimilazione
permette di riunire sotto una sola voce tesi corpuscolariste e atomiste e
confutarle ambedue. Secondo la rappresentazione corrente nei commen-
tatori di Aristotele la confutazione delle tesi eleatiche e il superamento
delle posizioni atomiste e corpuscolariste in base a nuovi presupposti lo-
gico-ontologici (definizione di essere e di uno) costituisce il punto di par-
tenza per l'argomentazione di Senocrate a favore delle linee indivisibili.
Come il logos eleatico, anche la presunta risposta di Leucippo nel brano
aristotelico, influenzata dagli schemi dialettici correnti (soluzione delle
aporie eleatiche) e dall'impiego di concetti di cui Aristotele stesso si serve
altrove per esporre le soluzioni accademiche delle aporie eleatiche: intro-
duzione del non essere (il vuoto), come un essere di grado inferiore, un
"altro" dall'essere vero e proprio, definizione di essere propriamente detto
come pieno (e uno come l'essere eleatico), molteplicit di queste "unit".
L'esame della parte espositiva del logos e di altri brani aristotelici e teo-
frastei sugli atomisti mostra che il resoconto sull'origine dell'atomismo da
una concessione/ correzione delle dottrine eleatiche sull'essere, la molte-
plicit e il movimento piuttosto una costruzione dialettica che un dato di
fatto. Gli atomisti non si sono posti il problema del movimento e delle sue
cause perch il movimento da sempre e non ha bisogno di giustifica-
zioni, n hanno attribuito al vuoto-non essere un'esistenza di grado infe-
riore rispetto al pieno, perch nella loro spiegazione dei fenomeni i vuoti,
con le loro forme e grandezze, hanno una funzione altrettanto importante
dei "solidi". Inoltre, con la loro massima "il or v non pi del gorv"
hanno inteso non solo l'atomo e il vuoto, ma anche il corpo in generale e
il rado rivolgendosi in primo luogo contro concezioni comuni che nega-
vano esistenza a tutto ci che non era visibile o tangibile. Se essi hanno
polemizzato anche contro gli Eleati, lo hanno comunque fatto da posi-
Le origini dell'atomismo (De gen. et corr. A 8) 164
zioni dogmatiche gi acquisite e non "riflettendo" sui problemi posti dalle
aporie eleatiche, un atteggiamento, questo, tipico della scuola platonica.
Capitolo quarto
La dimostrazione della necessit degli indivisibili
(De gen. et corr. A 2)
1. Considerazioni generali
Come si visto nel capitolo precedente, secondo tutti i commentatori
antichi l'aporia zenoniana cosiddetta "della dicotomia" aveva costituito il
punto di partenza per la teoria degli indivisibili di Senocrate. Una versione
di questa aporia, attribuita a Parmenide da Porfirio, da cui l'accademico
avrebbe preso le mosse, presenta strette affinit col logos eleatico di De
generatione et corruptione A 8. Questo contesto di soluzione di aporie eleati-
che nell'Accademia va tenuto presente anche quando si analizza la dimo-
strazione-tipo della necessit degli indivisibili di De gen. et corr. A 2. Il
punto di partenza infatti un logos che ricorda sia quello eleatico di A 8,
sia quello riportato da Porfirio.
Questo brano sulla necessit degli indivisibili ha goduto sempre di una
grande fortuna presso gli interpreti e non c' studio sugli atomisti che non
vi abbia dedicato almeno un piccolo spazio. La problematica che il reso-
conto aristotelico propone quindi cos nota che baster riassumerla solo
brevemente. Aristotele pone il problema se, per spiegare la generazione, la
corruzione e l'alterazione, si debba ammettere l'esistenza di grandezze
indivisibili e presenta innanzitutto le tesi di coloro che hanno sostenuto
questa necessit. Egli distingue in questo ambito i due atomismi: quello
fisico di Democrito e Leucippo, che avrebbero assunto corpi indivisibili, e
quello matematico di Platone, che nel Timeo avrebbe posto triangoli indi-
visibili. Ambedue le teorie sono problematiche, ma per lo meno quella dei
corpi indivisibili in grado di spiegare la generazione e l'alterazione dei
corpi fisici, l'altra no perch non ha una base fisica, ma dialettica.
La ragione per cui costoro hanno una minore capacit di vedere nel suo com-
plesso quanto concorda [coi fenomeni] la mancanza di esperienza. Perci co-
loro che hanno maggiore dimestichezza con la fisica sono maggiormente in
grado di postulare principi tali che possano abbracciare un maggior numero di
La dimostrazione della necessit degli indivisibili (De gen. et corr. A 2) 166
fenomeni; quelli, invece, che a causa del loro perdersi in molte discussioni non
vedono i fatti concreti, sono pi portati a fare affermazioni sulla base di un nu-
mero limitato di fatti. Si pu vedere anche da questo in che cosa differiscano
quelli che fanno una ricerca su basi fisiche da quelli che invece la perseguono at-
traverso ragionamenti dialettici; infatti riguardo all'esistenza di grandezze indivi-
sibili gli uni dicono che il triangolo in s sarebbe una molteplicit, Democrito, in-
vece, sembrerebbe essere stato persuaso da argomenti pi appropriati e di
carattere fisico. Quello che andiamo dicendo risulter chiaro nel seguito del di-
scorso
1
.
Nel seguito in realt viene offerto innanzitutto un logos sulla necessit di
porre un limite, mentale prima che fisico, alla divisione all'infinito di corpi
e grandezze, dove non solo il nome degli atomisti, ma anche i tratti tipici
delle loro dottrine (come il vuoto, la differenza di forme, il movimento)
sembrano sparire nel nulla, mentre stile e argomenti sono quelli di una
dimostrazione dialettica-tipo. Nella seconda parte viene poi fornita una
dimostrazione "fisica" della necessit degli indivisibili nella quale fra l'altro
emergono anche i tipici concetti aristotelici di potenza e atto come si ve-
dr. Dunque nulla risulta chiaro proprio perch questo logos sembra invece
un modello generale di discorso sulla necessit degli indivisibili.
L'ipotesi che Aristotele si basi su materiale democriteo, ma da lui
reinterpretato quella generalmente pi accreditata presso i commentatori
moderni dalla Hammer-Jensen in poi
2
. Alcuni dei sostenitori questa tesi
intravvedono un ulteriore punto di appoggio nel commento al passo del
Filopono il quale attribuisce espressamente a Democrito la dimostrazione
della necessit degli indivisibili qui riportata
3
. Ora, il Filopono non solo
non aveva a disposizione alcun testo di Democrito (tutto ci che egli
riferisce sugli atomisti o frutto di proprie speculazioni o risale alla tradi-
zione dei commentari ad Aristotele o a resoconti di diversa provenienza),
ma aveva dietro di s tutta la tradizione neoplatonica che identificava
l'atomismo principalmente con quello di Democrito e di Epicuro. I Neo-
1
Arist. De gen. et corr. A 2, 316a 5 oitiov or tou ra' rottov ouvoo0oi to oooyourvo
ouvoov g oariio oio oooi rveixgxooi oov rv toi uoixoi oov ou vovtoi uao-
ti0ro0oi toiouto oo oi rai aou ouvovtoi ouvririv oi o' r x te v aoev oyev
o0regtoi tev uaoo vtev ovtr, ao oiyo rovtr, oaooi vovtoi oiov. iooi o' ov
ti xoi rx tou tev ooov otootoo:otv ot o:otxo xot !o,txo oxoao: v:t ari yo tou
otoo ri voi ryr0g oi rv ooiv oti to outotiyevov aoo rotoi, Agoxito o' o v o-
vrig oixrioi xoi uoixoi oyoi arario0oi. ogov o rotoi o ryorv aoiouoiv.
2
Hammer-Jensen 1910, 103-105; 211-214; Joachim 1922, 76 ad loc.; Frank 1923, 52; Lur'e
1932, 129-138; 1970, 441-445; Alfieri 1936, 81s. n. 160; 1979, 63; Cherniss 1962, 113; Gu-
thrie II, 1965, 503s.; Stokes 1971, cap. 8; Baldes 1972, 64ss.; Lbl 1976, 150-156; 1987, 75-
81; Makin 1993, cap. 3; Curd 2004, 185s.; Sedley 2004; Zeller-Nestle I, 2, 2, 1920, 1058 n.
2.
3
Hammer-Jensen 1910, 103; Lur'e 1932, 130; 1970, 441-445; Furley 1967, 83; Lbl 1976,
151; 1987, 78.
Capitolo quarto 167
platonici, come si pu agevolmente constatare da altri testi del Filopono
stesso, di Porfirio, Siriano e Simplicio, avevano fatto quadrato intorno a
Platone e Senocrate per preservarli dalle accuse di Aristotele di andare
contro i principi della matematica assumendo grandezze indivisibili e
tendevano quindi a scaricare sugli atomisti il peso delle critiche aristoteli-
che
4
. Non a caso il Filopono, immediatamente prima dell'attribuzione del
logos sugli indivisibili a Democrito, commentando l'accenno al triangolo in
s come indivisibile, si produce in una accanita difesa di Platone secondo
le linee tipiche dei commentatori Neoplatonici
5
. Questa testimonianza
non ha dunque alcun valore come aveva gi del resto visto Zeller e hanno
ribadito altri dopo di lui
6
.
Non esiste dunque, al di l delle interpretazioni soggettive del testo
aristotelico, alcun indizio sostanziale del fatto che la dimostrazione della
necessit degli indivisibili risalga specificamente a Democrito
7
anche per-
ch nessuno in grado di spiegare esattamente quale sia il nucleo originale
democriteo del logos. D'altra parte, lo stesso problema si presenta per l'in-
dividuazione esatta nei testi di Zenone del cosiddetto argomento della
"dicotomia" che, secondo i commentatori moderni, costituirebbe il punto
di partenza della presunta dimostrazione democritea della necessit degli
indivisibili. Le versioni del logos fornite da Aristotele e da Porfirio non
corrispondono a nessun frammento superstite dell'Eleate. La communis
opinio che l'originale sia andato perduto. In realt Aristotele non dice
4
V. infra, VI 3. 4.
5
Cf. Philop. In De gen. et corr. 316a 12, 27,8ss. La sostanza dell'argomentazione la seguente:
Platone non ha mai sostenuto l'esistenza di grandezze indivisibili. Tale tesi gli stata attri-
buita da Aristotele nei resoconti sulle lezioni non scritte o, secondo l'opinione di alcuni, ri-
sale invece ai Platonici. Una giustificazione di questa presunta indivisibilit del triangolo
consiste nell'affermare che la figura geometrica ultima non scomponibile in altre figure,
ma solo in un ordine di grandezze ad esso immediatamente successivo, cio in linee. Il Fi-
lopono, per, la esclude e separa, seguendo una linea esegetica tipicamente neoplatonica,
l'idea del triangolo dalla figura geometrica: il triangolo in s, in quanto logos del triangolo, si
trova fuori dell'ordine delle grandezze ed quindi indivisibile. La stessa linea tenuta da
Porfirio nei confronti delle linee indivisibili di Senocrate come si visto nel capitolo pre-
cedente.
6
Zeller-Nestle I, 2, 2, 1920, 1058 n. 2; Mau 1952-53,12; 1954, 26; cf. anche Maccioni 1983,
44-53.
7
Sedley 2004 divide, come Lur'e 1932-1933, il resoconto aristotelico in due parti: una
"storica" (316a 15-b 19), dove non ci sarebbero "presupposti" aristotelici (con questo in-
tende evidentemente unicamente la dottrina della potenza e dell'atto), e una ricostruita da
Aristotele stesso (316b 20-34) nella quale egli consciamente fa sollevare a Democrito obie-
zioni contro la sua stessa teoria della potenza e dell'atto. Tuttavia nel contempo ammette di
sospendere il giudizio sul nodo cruciale del problema e cio se la prima parte sia un reso-
conto diretto da Democrito o solo una ricostruzione aristotelica (68 n. 6). Ma se questa se-
conda ipotesi fosse vera, cadrebbe anche la divisione fra resoconto "storico" e resoconto
"ricostruito". Ambedue sarebbero in ogni caso ricostruzioni.
La dimostrazione della necessit degli indivisibili (De gen. et corr. A 2) 168
affatto che il logos da cui avrebbe preso le mosse il discorso sugli indivisi-
bili sia di Zenone e Porfirio non lo attribuisce a Zenone, ma a Parmenide,
e ne fa, come si visto, il punto di partenza della dimostrazione della
necessit degli indivisibili di Senocrate. Alessandro e Simplicio sostengono
che il logos della dicotomia di Zenone, ma Simplicio, per confermare
questa tesi, non riesce a far di meglio che riportare i frammenti 29 B 2, 3,
1 DK in sequenza, nessuno dei quali coincide col logos riportato da Porfi-
rio e tantomeno con quello aristotelico. Nei frammenti di Zenone ripor-
tati da Simplicio non si parla affatto di "divisibilit", ma di un processo
progressivo di individuazione di parti intermedie in un "ente" che porta a
dilatarne all'infinito la dimensione (in quanto non si arriva mai alla fine del
processo), ma anche, nel contempo, siccome l'individuazione comporta
anche un movimento retrogrado, a dissolverlo in qualcosa nel quale non
sono pi individuabili parti perch non ha pi n estensione n spessore
alcuno. Questo qualcosa, come dimostra Zenone nel frammento B 2, non
nulla perch, aggiunto ad una grandezza non la rende pi grande, sot-
tratto, non la rende pi piccola. Se si abbandona per un attimo il condi-
zionamento esercitato da tutte le trattazioni successive di questi fram-
menti alla luce del problema matematico dell'infinita divisibilit delle
grandezze e si guarda Zenone da un'altra angolazione, vediamo qui per-
fettamente rappresentato il percorso della mente che, concentrata sulla
concezione tradizionale di ci che , come corpo fornito di grandezza e
spessore, costretta ad immaginarlo
8
nello stesso tempo come infinita-
mente grande e come nulla. In definitiva, Zenone riproduce perfettamente
l'immagine dei dikranoi con una mente "vagante" incapaci di decidere fra
l'essere e il non essere, cos efficacemente descritta nel Fr. 28 B 6 DK di
Parmenide, e demolisce le concezioni tradizionali di "essere". Simplicio
riporta questi frammenti perch evidentemente non aveva davanti a s
nessun testo che corrispondesse al "logos della dicotomia", ma altri che
contenevano solo in parte argomenti assimilabili a quello che veniva desi-
gnato in questi termini. Nasce quindi il sospetto che il famoso argomento
della dicotomia e i logoi ad esso collegati siano una riformulazione dialet-
tica di testi zenoniani alla luce del problema della divisibilit all'infinito e
della definizione dell'uno e del molteplice discussi nella scuola platonica.
8
Lo spirito, se non la lettera, dei frammenti zenoniani mantenuto da Platone nel Parmenide
(164c) nella descrizione del "sogno" della mente vagante in una molteplicit senza l'uno:
"ma ciascuna massa di questi (scil. dei molti senza l'uno), come sembra, infinita per nu-
mero di parti, e se anche uno colga ci che sembra la parte pi piccola, come nel sonno un
sogno, compaiono improvvisamente, invece di ci che sembrava uno, molti, e invece della
parte pi piccola una massa enorme rispetto alle particelle che risultano dalla sua fram-
mentazione".
Capitolo quarto 169
2. Democrito e gli Accademici sugli indivisibili: il preambolo
aristotelico (De gen. et corr. A 2, 315b 28-316a 14)
Aristotele parla esplicitamente, nel preambolo, di triangoli indivisibili del
Timeo
9
, una tesi naturalmente mai espressa nel dialogo. Egli lo conosceva
ovviamente molto bene, ma la sua esegesi era marcata dalle interpretazioni
che dei triangoli platonici davano gli allievi come dimostra la sua breve e
sibillina notazione secondo cui coloro che argomentano dialetticamente
(cio i Platonici) assumono che, se non ci fossero grandezze indivisibili, il
triangolo in s sarebbe una molteplicit
10
. Questa palese deviazione dal
testo platonico cos come il sottofondo di interpretazioni accademiche
che l'ha generata dovrebbe in ogni caso rendere cauti sul grado di ade-
renza di Aristotele ai testi originali in un resoconto cos fortemente mar-
cato dai concetti e dalle problematiche correnti nella scuola platonica.
Un altro problema del preambolo, gi da tempo rilevato da Mau, ma
poi generalmente sottaciuto o sbrigativamente messo da parte dagli inter-
preti successivi, riguarda l'accenno alla supposta argomentazione di De-
mocrito; la formulazione aristotelica a questo riguardo ambigua e impre-
cisa e suggerisce che Aristotele non ha in mente un preciso testo
democriteo
11
. Mentre infatti attribuisce con certezza agli Accademici (oi
r v ooiv) la teoria secondo cui il triangolo in s sarebbe molti se non
fosse indivisibile, si esprime, nel caso di Democrito, con la formula dubi-
tativa: Democrito sembrerebbe essere stato persuaso da argomenti "fisici" ap-
propriati al soggetto (Ago xito o o v ovrig oixri oi xoi uoixoi
oyoi arario0oi). Questa formulazione rimanda a tesi non di Democrito
stesso (in tal caso infatti ci si aspetterebbe un xrg o0oi
12
), ma ad argo-
9
De gen. et corr. A 2, 315b 28 xoi aoiv ri ryr0g (scil. ooioirto), aotrov, e Agoxito
xoi Aru xiaao oeoto tout roti v, g eoar rv tei Tioiei raiaroo.
10
De gen. et corr. A 2, 316a 11-12 ari yo tou otoo rivoi ryr0g oi rv ooiv oti to
outotiyevov aoo rotoi. Questo breve accenno stato interpretato in due maniere:
come una trasposizione dell'indivisibilit del triangolo in s alla molteplicit dei triangoli fi-
sici (che sarebbero indivisibili in quanto sue ipostasi fisiche), cf. Heinze 1892, 58s.; Cher-
niss 1962, 127s.; Mugler 1966, ad loc., 7 e 80 n. 1; Hirsch 1953, 55s. Maccioni 1983, 32 e n.
21. Come riferimento all'indivisibilit del triangolo in s (che altrimenti avrebbe parti e sa-
rebbe quindi una molteplicit), cf. Joachim 1922, 76; Barnes 1982, 354. Quest'ultima inter-
pretazione non solo la pi aderente alla sintassi del brano (l'apodosi del periodo ipotetico
della irrealt al futuro comunissima in Aristotele e la protasi qui sottintesa: se non fosse
indivisibile il triangolo in s sarebbe una molteplicit), ma trova corrispondenza negli ar-
gomenti che nel trattato pseudo-aristotelico De lineis insecabilibus vengono riferiti ai soste-
nitori delle linee indivisibili. Queste sono tali in quanto parti rispetto ad un tutto. Se infatti
cos non fosse ed esse avessero parti, ci sarebbero altre grandezze prime rispetto a queste,
vale a dire esse risulterebbero una molteplicit (968a 9-14 = Xenocr. Fr. 127 IP).
11
Mau 1954, 26.
12
Cf. Metaph. I 4, 1006a 2 e vtoi or tei oyei toutei aooi xoi tev ari uore.
La dimostrazione della necessit degli indivisibili (De gen. et corr. A 2) 170
menti che gli si potrebbero attribuire interpretando le sue dottrine da una
certa ottica
13
. Aristotele contrappone inoltre nel preambolo un modo di
argomentare "logico" (quello degli Accademici) e un modo di argomen-
tare "fisico" (quello di Democrito) e annuncia che nel seguito del discorso
risulter chiaro quanto va dicendo. Quest'ultima affermazione stata
generalmente interpretata come un riferimento al solo argomentare fisico
di Democrito e conseguentemente come una implicita ammissione che
tutto ci che viene dopo da considerarsi argomento "democriteo"
14
. In
realt il problema del riferimento pi complesso. Nulla esclude infatti
che Aristotele si riferisca ad ambedue i modi di argomentare citati prima e
che offra nel seguito, come fa in altri punti della sua opera, semplicemente
un esempio di ambedue i modelli di argomentazione, dialettica e fisica. Se
si guarda in particolare ai passi in cui la contrapposizione implicita o
esplicita, si pu osservare che, per Aristotele, la differenza fra i due modi
di argomentare oyixe e uoixe non concerne tanto l'aspetto formale,
gli oggetti e i singoli argomenti, quanto i limiti e gli scopi dell'argomenta-
zione. L'esame "dialettico" di un problema fisico non fa distinzioni fra ci
che pu essere pensato e ci che esiste o pu verificarsi veramente nel
mondo fisico perch il suo scopo quello di arrivare ai principi generali
non a quelli specifici di quest'ultimo
15
. Simplicio, commentando la defini-
13
In Metaph. A 8, 989a 30ss. Aristotele "conduce" Anassagora a riconoscere che il suo oou
aovto e il suo vou corrispondono in realt all'"altro" e all'"uno" dei Platonici
(Avooyoov o ri ti uaoooi ouo ryriv otoiri o, oiot o v uaoooi xoto oyov, o
rxrivo outo r v ou oig0eorv, jxo!o:0jot at v: o v t ovo ,xj :ot tao,o:otv
o::o v).
14
Un esempio di questo procedimento e della maniera sbrigativa di trattare in generale il
preambolo si trova in Furley 1967, 83s. Dopo aver accennato alla formulazione dubitativa
di Aristotele riguardo a Democrito e al fatto che comunque il logos che segue contiene con-
cetti aristotelici cos come era stato rilevato da Mau egli osserva: "All this is true: Aristotle
has certainly expressed the arguments in his own terms. But I still think it probable that
the logic of the argument belongs to Democritus. I cannot see why else Aristotle should
begin as he does", e cita 316a 11-14. Nessun altro argomento viene portato a sostanziare la
tesi che l'argomentazione sia di Democrito. Cf. anche Makin 1993, 49-55; Curd 2004, 186.
Sedley 2004 ritiene che la prima parte sia un resoconto storico democriteo senza presup-
posti aristotelici, ma chiaro che non c' nessuna testimonianza indipendente che per-
metta di attribuire a Democrito ad esempio l'argomentazione della dissoluzione del corpo
fino ai punti. V. infra, 4. 3.
15
Cf. Phys. I 5, 204b 4ss. dove si incontra la stessa contrapposizione in relazione all'infinito
per grandezza (l'altro corno del dilemma dell'infinit). L'argomentazione dialettica si basa
sulla definizione di corpo come "ci che delimitato da una superficie". In base a quest'ul-
tima non c' dunque un corpo infinito n sensibile n intellegibile, ma neppure un numero
infinito esiste separatamente perch il numero in quanto numerabile pu essere numerato
e non possibile percorrere, cio numerare, in un tempo finito un infinito. L'argomenta-
zione fisica si basa sul fatto che l'infinito non pu essere n composto (due corpi infiniti si
limiterebbero a vicenda) n semplice (un corpo sensibile infinito dovrebbe essere diverso
dagli elementi, ma tale corpo non esiste nella realt, e, d'altra parte, visto che i fenomeni si
Capitolo quarto 171
zione di oaoio oyixg, fornisce due spiegazioni del termine che corri-
spondono perfettamente al concetto di argomentare "logico" sopra espo-
sto
la chiama logica [], o perch trae unicamente dal ragionamento la sua verosi-
miglianza e non trova sostegno nei fatti concreti (cos infatti vengono definiti i lo-
goi di Zenone i quali confutano in modo verosimile il movimento), oppure defini-
sce logica una aporia pi generale non aderente a, n specifica dell'oggetto in
discussione n tale da prendere le mosse dai principi che sono propri di quest'ul-
timo
16
.
Tutti gli interpreti moderni hanno riconosciuto che il resoconto sulla
dimostrazione della necessit degli indivisibili che segue la succitata affer-
mazione in De gen. et corr. A 2 nettamente diviso in due parti chiaramente
delimitate da Aristotele stesso. Quello che invece stato inspiegabilmente
trascurato che le due parti nei loro oggetti e nei loro scopi corrispon-
dono perfettamente ai due tipi di argomentazione, logica e fisica, annun-
ciati nel preambolo. Questa specificit delle due parti dunque estrema-
mente rilevante non solo per definire la reale importanza del passo
aristotelico ai fini della "ricostruzione" della nascita dell'atomismo dall'ele-
atismo, ma per ricollocare nel suo contesto reale il problema degli "indivi-
sibili".
Qui di seguito esaminer dunque dapprima in maniera generale le ca-
ratteristiche delle due parti alla luce della distinzione fra argomentazione
logica e argomentazione fisica. In seguito prender in esame i punti so-
prattutto della prima parte che, in base a questa classificazione sono piut-
tosto attribuibili agli Accademici che a Democrito. Infine cercher di
definire l'importanza del brano per l'inquadramento generale della dottrina
democritea nel contesto della discussione sugli indivisibili fra Aristotele e
l'Accademia.
generano sempre dai contrari, impossibile che questo infinito sia uno solo degli ele-
menti). Mentre l'argomentazione "logica" si basa esclusivamente su ci che si pu pensare,
quella "fisica" considera (almeno nelle intenzioni) anche ci che esiste in realt. Sulla di-
stinzione fra argomentazione dialettica e fisica, cf. la dettagliata analisi di Algra 1995, 164ss.
dei contesti in cui l'opposizione ritorna. Egli sintetizza il problema come segue "A survey
of the way in which Aristotle contrasts physical and logical or general (katholou) problems
and arguments shows indeed that to his mind the distinction did not boil down to the
contrast between 'special empirical' arguments on the one and more general or theoretical
arguments on the other hand, but rather to a contrast between arguments (either directly
empirical or of a more theoretical character) which are, so to speak, embedded in a theory
about the physical world, and, on the other hand, those which are of a purely abstract cha-
racter, taking no recourse to the world as it actually appears to us or even flatly contra-
dicting common appearances. Among the latter kind he ranked tha arguments of the phi-
losophers of the Eleatic tradition".
16
Simpl. In Phys. 202a 21, 440,21. Il brano segnalato e riportato in questo contesto in Algra
1995, 164 n. 106.
La dimostrazione della necessit degli indivisibili (De gen. et corr. A 2) 172
3. Le due parti del logos sugli indivisibili
Come gi aveva visto Lur'e e ha ribadito recentemente Sedley
17
il brano
articolato in due parti: nella prima (316a 15-b17), nella quale si sono tradi-
zionalmente intravvisti argomenti democritei, l'aporia dell'indivisibilit
presenta tutti i tratti dell'argomentazione "logica" quali si trovano anche in
altri passi aristotelici di cui ho parlato precedentemente. Essa infatti pro-
spetta una situazione "verosimile solo sul piano mentale" come la defini-
rebbe Simplicio, ma non sul piano fisico
18
. La divisione mentale all'infinito
di un corpo fisico sta in effetti alla base della dimostrazione della necessit
degli indivisibili in questa prima parte.
La seconda parte (316b 29-34) una riformulazione del logos da parte
di Aristotele stesso sulla base di una argomentazione "fisica", sulla base
cio di quanto accade effettivamente quando si divide un corpo. Se lo si
divide progressivamente non si potr materialmente portare a termine una
infinita frammentazione, d'altra parte, non possibile dividere realmente il
corpo contemporaneamente in ogni punto, ma solo in una certa misura.
Se la distinzione fra dimostrazione dialettica e fisica postulata da Ari-
stotele nel preambolo come linea di demarcazione fra la dimostrazione
della necessit degli indivisibili nell'Accademia e quella di Democrito
rispecchiata nelle due parti succitate, si deve dedurre che la prima parte,
che offre una argomentazione dialettica, non pu essere comunque attri-
buita a Democrito. In questo caso per cadono tutti i problemi sull'indivi-
sibilit fisica o teoretica dell'atomo democriteo intravvisti dai commenta-
tori moderni. La dimostrazione "fisica", d'altra parte, ci pone chiaramente
di fronte una grandezza indivisibile perch colui che divide non pu pro-
cedere materialmente nella divisione oltre un certo limite. Questa dimo-
strazione non va al di l del senso comune e significativamente Aristotele
non si produce in ulteriori spiegazioni delle cause di questa impossibilit
(per mancanza di tempo? per l'impossibilit di operare una divisione oltre
una certa soglia quando si arriva ad una grandezza minima? perch non
c' uno strumento adeguato nel caso in cui la divisione sia progressiva?
per l'impossibilit materiale di dividere in ogni punto in simultanea, nel
17
Sedley 2004; cf. anche Atomism's Eleatic Roots (in corso di stampa).
18
Barnes 1982, 358s. tende a sottovalutare proprio il carattere mentale dell'operazione di
divisione sottolineato da formulazioni che insistono sulla possibilit di immaginarla anche
se non verr mai eseguita nella realt, cf. 316a 17-19 ri yo ao vtgi oioirtov, xoi touto
ouvotov, xov oo rig touto oigigrvov, xoi tt aj o ao otjtot:ot. 316a 22s. rari ouo o v
ri ui o uio xi oigigrvo gi, ouor v oouvotov xot:ot too o:ott ov ott!ot. Cf. il
passo della Fisica nella nota seguente che prospetta un'infinit per accrescimento tgi
vogori ed diretto contro gli Accademici.
Capitolo quarto 173
caso della divisione contemporanea in tutti i punti?) perch a lui interessa
l'evidenza dell'impossibilit di una divisione reale all'infinito.
Il richiamo al senso comune, alla realizzazione pratica e all'esistenza
reale di un certo fatto, fa parte di un tipico modo di argomentare "fisico"
aristotelico. Questo risulta chiaro se si confronta il passo con la critica
all'infinito per accrescimento postulato dai Platonici nel terzo libro della
Fisica:
assurdo basarsi [per affermare che l'infinito esiste in atto] su una rappresenta-
zione mentale; infatti l'eccesso e il difetto non si producono [in questo caso] in
un oggetto reale, ma nella rappresentazione mentale. Infatti ci si potrebbe rap-
presentare ciascuno di noi crescere in progressione all'infinito, ma uno non pi
grande della citt o della dimensione che egli possiede perch qualcuno lo pensa
cos, ma perch cos
19
.
come uno non pi grande della dimensione che possiede anche se si
potrebbe immaginare tale, cos una divisione di una grandezza all'infinito
e in tutti i punti contemporaneamente o progressivamente quale viene
postulata nel primo logos sugli indivisibili non si verificher mai nella realt.
Questo quanto in modo riassuntivo si pu dire dei due logoi. E' op-
portuno ora passare ad una loro trattazione pi specifica per confermare
quanto detto in sintesi. Nell'esame della prima parte verr dunque messo
in rilievo il carattere "dialettico" dell'argomentazione e gli elementi che
fanno pensare alla rielaborazione di un logos accademico. Nell'esame della
seconda parte, invece, si cercher di stabilire se sia ancora possibile defi-
nire l'argomento "fisico" come un argomento "democriteo".
4. Il logos sugli indivisibili. Prima parte.
Motivi accademici e rielaborazioni aristoteliche
4. 1. Divisione mentale e divisione reale (De gen. et corr. A 2, 316a 15-29)
Punto di partenza del logos sugli indivisibili, una "tesi" (ri ti 0rig), nel
senso tecnico dei Topici
20
, una formulazione paradossale, che contiene una
oaoi o (r ri o aoi ov). La tesi pone l'esistenza di un corpo e di una
grandezza divisibili per natura in ogni parte e la possibilit di compiere
19
Arist. Phys. I 8, 208a 14 to or tgi vogori aiotru riv otoaov ou yo rai tou ao yoto g
uarog xoi g rrii, o rai tg vogore. rxootov yo ge v vogorirv o v ti ao-
oaooiov routou ouev ri oariov o ou oio touto re tou ootro ti rotiv g tou
tgixouor ryr0ou o rorv, oti vori ti, o oti rotiv .
20
Top. A 11, 104b 19-22, v. supra, III 2. 1 n. 14.
La dimostrazione della necessit degli indivisibili (De gen. et corr. A 2) 174
questa divisione. Se questo possibile, per, si potranno anche dividere o
dovunque e simultaneamente (xo v oo rig touto ao vtgi oigigrvov), o
per bisezione continua (ou xou v xoi xoto to r oov eooute). Nulla in-
fatti impossibile, neppure se le si dividesse in innumerevoli parti innu-
merevoli volte anche se forse nessuno potrebbe dividerle nella realt
21
. Il
risultato sar che non rimarr n un corpo n una grandezza, ma solo la
divisione e il corpo si dissolver nel nulla e sar composto dal nulla. In
questo caso il tutto non sar altro che un'apparenza (316a 29 to ao v og
ouorv o g oivorvov). Abbiamo qui dunque due modi di dividere la
grandezza, i quali portano ambedue alla sua dissoluzione: la divisione
contemporanea in tutte le parti e la bisezione progressiva.
La formulazione della tesi richiama, anche nella terminologia, l'imma-
gine della molteplicit senza l'uno del Parmenide platonico. Platone espo-
neva il problema nei termini pi generali di uno e altro dall'uno, ma la
sostanza del discorso, e talvolta anche la lettera, sono identici: l'altro dal-
l'uno, senza quest'ultimo, si presenta sempre come una molteplicit infi-
nitamente frammentabile col pensiero. Ogni massa si sbriciola in pezzi
laddove la si concepisca senza l'uno
22
. Platone sottolinea proprio il carat-
tere mentale (tgi oiovoi oi) di questo procedimento secondo il quale della
molteplicit pensata senza l'uno (una molteplicit concepita in termini
fisici se l'espressione specifica per designarne le parti oyxo e quella per
indicarne lo sbriciolamento 0uatro0oi
23
) non rimangono nient'altro
che delle unit apparenti, ma non reali (Parm. 164d ouxouv aooi oyxoi
roovtoi, tt txoo:o ootvo atvo, ev or ou, riar rv g r otoi;). In De
generatione et corruptione A 2 abbiamo lo stesso schema: la divisione mentale
all'infinito porta all'annullamento della realt nell'apparenza. Rispetto per
all'immagine platonica, ai frammenti stessi di Zenone, che presentano una
individuazione progressiva di parti, al logos di Porfirio e anche al logos elea-
21
De gen. et corr. A 2, 316a 14-23 (68 A 48b DK; 105 L.) rri yo oaoiov, ri ti 0rig oeo
ti rivoi xoi r yr0o aovtgi oioirto v xoi touto ouvotov. ti yo rotoi oar tgv oioir-
oiv oioruyri ri yo ao vtgi oioirto v xoi tou to ouvotov, xo v oo rig touto ao vtgi
oigigrvov, xoi ri g o o oigigtoi. xo v ri touto yr voito, ouorv o v rig oou votov.
ouxou v xoi xoto to roov e ooute. xoi oe or, ri aovtgi aruxr oioirtov, o v
oioir0gi, ouorv rotoi oou votov yryovo, rari ouo ov ri uio uioxi oigigrvo
gi, ouor v oou votov xoitoi ioe ouori o v oiroi.
22
Parm. 165b 0uatro0oi og oioi xrotiorvov o voyxg ao v to ov, o ov :t !ojt :jt
otovotot oyxo yo aou ovru r vo ori oo voit o v. Cf. anche 158c.
23
Il passo interessante in quanto Barnes 1982, 358s. e Sedley 2004, 69 concludono, in base
al fatto che in 316a 34ss. si immagina come risultato della divisione del corpo una specie di
segatura (rxaioo), che nella prima parte del logos aristotelico non venga presa in esame
una divisione mentale, ma reale e se ne servono come argomento per attribuire a Demo-
crito il logos. Come dimostra l'esempio del Parmenide, tuttavia, l'uso di una terminologia fi-
sica non significa nulla. Platone usa infatti immagini estremamente concrete per indicare la
frammentazione mentale dei molti senza l'uno.
Capitolo quarto 175
tico di A 8 che si situa sulla stessa linea, nell'argomento di A 2 compare
anche la divisione simultanea in ogni parte. Questo un tratto aristotelico
dovuto alla tipica distinzione di significati sempre operata da Aristotele
quando affronta un'aporia: aovtgi oioirtov pu essere infatti inteso sia
come divisibile in ogni parte nello stesso momento che in momenti suc-
cessivi. In ogni caso la concezione di una divisione mentale all'infinito
come reale tipicamente platonico-accademica. Si potrebbe obiettare che
anche l'aporia di Zenone non distingue fra processi mentali e reali, ma il
logos che Aristotele presenta, come si visto, vicino a Platone, non a
Zenone e, in ogni caso, il tema della divisibilit all'infinito delle grandezze
nei termini espressi nel logos aristotelico un punto focale nella trattazione
platonico-accademica del secondo principio (il grande e il piccolo o la
diade indefinita) come si pu evincere da numerose testimonianze di Ari-
stotele stesso e dei commentatori
24
. Aristotele critica in altri punti della sua
opera e in relazione al concetto di infinito per divisione proprio i Platonici
(e non Zenone) per aver attribuito ai procedimenti mentali un carattere di
realt. Nel terzo libro della Fisica, affermando la possibilit della divisione
all'infinito delle grandezze, specifica, in esplicita polemica contro la dot-
trina delle linee indivisibili, come si deve intendere l'infinito per divisione.
Si tratta di un infinito in potenza, non nel senso che pu essere trasposto
in qualche momento in atto, ma nel senso che la divisione pu essere
effettuata in un punto qualsiasi in momenti diversi.
Ma che la grandezza non sia in atto infinita, stato detto; lo , per, per divi-
sione, infatti non difficile confutare l'ipotesi delle linee indivisibili. Rimane dunque la
possibilit che l'infinito sia in potenza. Non si deve, per, prendere il significato
'infinito in potenza' nello stesso modo in cui si dice 'se possibile che questo di-
venga una statua, sar in effetti una statua', cos ci sia anche un infinito che sar
tale in atto, ma, poich l'essere si predica in molti modi, come l'essere del giorno
e della gara per essere sempre un altro ed un altro ancora, cos anche l'infinito
25
.
24
Per quanto riguarda i commentatori, oltre al gi citato logos di Porfirio che avrebbe costi-
tuito il punto di partenza dell'assunzione di linee indivisibili da parte di Senocrate, inte-
ressante ad esempio un altro passo di Porfirio che riferisce della cosiddetta "divisione del
cubito" risalente alle lezioni non scritte di Platone (Porph. 174 F Smith = Simpl. In Phys.
202b 36, 453,30-454,14). Qui viene riproposto il tema della divisione progressiva delle
grandezze all'infinito con il suo corrispettivo, l'infinito per accrescimento: si assuma una
grandezza finita, come un cubito, la si divida in due parti lasciandone poi una intatta; se si
divide l'altra met continuamente e si aggiungono le parti a questa sottratte alla met rima-
sta intatta, si otterranno due parti, una che procede verso l'infinitamente piccolo e l'altra
che tende all'infinitamente grande. Platone avrebbe dimostrato con questo esempio la pre-
senza, anche nelle grandezze finite, di una tendenza verso l'infinitamente grande e l'infini-
tamente piccolo, effetto del secondo principio, la diade indefinita.
25
Phys. I 6, 206a 16-23 to or ryr0o oti r v xot r vryriov oux r otiv o ariov, rigtoi,
oioirori o rotiv ou yo oraov o vrriv to oto ou yoo riartoi ouv ouvo ri
rivoi to oariov. ou ori or to ouvo ri ov oovriv, eoar ri ouvoto v tout ovoio vto
La dimostrazione della necessit degli indivisibili (De gen. et corr. A 2) 176
L'accenno alle linee indivisibili e l'alternativa che Aristotele propone co-
stituiscono un corrispettivo della pi diffusa critica al logos sugli indivisibili
di De gen. et corr. A 2. Qui egli spiega che, in quel tipo di dimostrazione si
nasconde un paralogismo che consiste nella mancata distinzione di signifi-
cati fra "divisibile in ogni parte" e "diviso in ogni parte". Divisibile in ogni
parte all'infinito non significa che la divisione debba avvenire in realt n
simultaneamente, n progressivamente "in tutti i punti" in quanto questo
comporterebbe l'esistenza contemporanea di punti contigui uno all'altro.
Questo non possibile perch i punti sono limiti e non grandezze, e dun-
que esistono solo nel momento in cui vengono posti. Una grandezza
divisibile in ogni parte nel senso che lo in un dato momento in un
punto, in un altro, in un altro: ogni volta, per, non ci sono nella gran-
dezza infiniti punti, ma uno solo
26
.
La tesi nella prima parte del logos sugli indivisibili di De gen. et corr A 2
basata dunque su argomenti tipicamente accademici rielaborati da Aristo-
tele. Il riportare a Democrito una rielaborazione dell'aporia zenoniana in
questi termini non ha alcun fondamento perch non trova nessuna ulte-
riore conferma nelle testimonianze antiche.
4. 2. Corpi e grandezze indivisibili
Aristotele nel brano suddetto parla costantemente di "corpi e grandezze
indivisibili". Ora, le due espressioni non sono equivalenti come taluni
inclinano a credere
27
, ma designano i due livelli del problema degli indivisi-
bili, quello propriamente fisico, i corpi, e quello delle grandezze matemati-
che, in questo contesto le superfici indivisibili. Se vero che, nel brano
che precede immediatamente l'excursus sugli indivisibili, Aristotele utilizza
il termine "grandezze indivisibili" in una accezione pi generale, egli di-
stingue per al loro interno i corpi indivisibili (di Democrito e Leucippo)
e le superfici indivisibili (del Timeo). Che egli abbia in mente una distin-
zione precisa quando parla di corpi e grandezze, confermato del resto da
rivoi, e xoi rotoi tout ovoio , oute xoi oariov ti, o rotoi r vryrioi o rari
aooe to ri voi, eoar g gro roti xoi o oye v tei ori oo xoi oo yivro0oi,
oute xoi to oariov. Sulle teorie accademiche come obiettivo di Aristotele nei passi suc-
citati, cf. Krmer 1971, 296-297.
26
De gen. et corr. A 2, 317a 2-12.
27
Questo stato notato da pi parti. Baldes 1972, 44s., partendo dal presupposto che Aristo-
tele si riferisca a materiale democriteo, ipotizza, in modo piuttosto nebuloso, che si tratti di
grandezze matematiche concepite come immanenti ai corpi fisici indivisibili e, in quanto
tali, accidentalmente indivisibili. Lewis 1998, 19 n. 34 fa notare che xoi ryr0g estraneo
alla discussione seguente che riguarda solo la divisione dei corpi e ritiene l'espressione una
semplice aggiunta aristotelica in quanto per lui ogni corpo anche una grandezza.
Capitolo quarto 177
un altro brano del capitolo nono dello stesso libro dove riassume il ragio-
namento che ha portato agli indivisibili
28
. Qui Aristotele sostituisce al
sintagma oe oto o oioirto xoi ryr0g, oe o ooioi rtov g aoto in
cui il riferimento ai triangoli platonici palese. Il logos era evidentemente
un discorso generale sugli indivisibili che comprendeva sia la trattazione
dei corpi che quella dei triangoli. Come si vedr nel cap. V, l'indivisibilit
(relativa) dei corpi e delle grandezze fino all'indivisibile assoluto, la linea,
un assunto di Senocrate. Per ora comunque ci si pu limitare a constatare
che nel logos aristotelico corpi e grandezze hanno due referenti diversi.
4. 3. Punti, segatura e affezioni (De gen. et corr. A 2, 316a 30-b 16)
Vale la pena riesaminare ora singolarmente gli argomenti della prima parte
a favore di corpi e grandezze indivisibili in quanto questi sono un tipico
esempio di rielaborazione aristotelica di temi trattati nell'Accademia e pi
volte ripresi da Aristotele in altre parti della sua opera. Da questo esame si
potr constatare che, in tutto questo, di Democrito non c' traccia.
L'argomento fondamentale della prima parte del logos diretto contro
la divisione dei corpi e delle grandezze fino ai punti. Ammettere che que-
sto sia il risultato della divisione equivale a dissolvere i corpi e le gran-
dezze nel nulla e a volerli ricomporre dal nulla.
Poich dunque il corpo divisibile in ogni parte, lo si divida. Che cosa rimarr
dunque? una grandezza? non possibile perch altrimenti ci sarebbe qualcosa di
non diviso, ma era divisibile completamente. Se tuttavia non sar n un corpo n
una grandezza, ma ci sar la divisione, consister di punti, e ci di cui composto
saranno non grandezze, o nulla del tutto, talch sar generato da nulla e compo-
sto da nulla e il tutto non sar altro che apparenza. Allo stesso modo, se sar
composto da punti, non avr una estensione misurabile. Infatti quando i punti si
toccavano e la grandezza era un tutto unico e i punti erano insieme, non rende-
vano pi grande il tutto. Infatti quando il tutto stato diviso in due o in pi parti,
non lo rendevano n pi piccolo, n pi grande di prima, talch, se tutti venissero
messi insieme, non produrrebbero una grandezza
29
.
28
De gen. et corr. A 9, 327a 6 ri r v yo g ao vtgi oioirtov to r yr0o, o roti oeo
ooioirtov g aoto oux ov rig aovtgi ao0gtixov, o ouor ouvrr ou orv.
29
De gen. et corr. A 2, 316a 23-34 rari toivuv aovtgi toioutov roti to oe o, oigigo0e. ti
ouv rotoi oiaov ryr0o ou yo oiov tr r otoi yo ti ou oigigr vov, gv or ao vtgi
oioirtov. oo gv ri gorv rotoi oeo gor ryr0o, oioiroi o' rotoi, g rx otiye v
rotoi, xoi oryr0g r e v ouyxritoi, g ouorv aovtoaooiv, eotr xov yivoito rx gorvo
xov rig ouyxrirvov, xoi to aov og ouor v o' g oivorvov. ooie or xo v gi rx otiy-
ev, oux rotoi aooov. oaotr yo gatovto xoi rv gv ryr0o xoi o o goov, ouor v
raoiouv riov to ao v oioir0r vto yo ri ouo xoi arie, ouorv rottov ouor riov
to ao v tou aotrov, eotr xo v ao ooi ouvtr0eoiv, ouorv aoigoouoi ryr0o.
La dimostrazione della necessit degli indivisibili (De gen. et corr. A 2) 178
In questo argomento viene scartata una prima soluzione, cio che da una
divisione completa possa risultare una grandezza. "Grandezza" in questo
contesto viene generalmente interpretato come sinonimo di corpo, ma ci
inverosimile almeno per due ragioni: in primo luogo perch Aristotele
subito dopo distingue fra corpo e grandezza come possibile risultato della
divisione (se non ci sar n un corpo n una grandezza), in secondo luogo
perch il caso della divisione fino ad una minuscola particella corporea
come segatura viene prospettato dopo, come alternativa distinta (316b 1).
Siamo dunque qui confrontati con due possibilit: quella della divisione
fino a corpuscoli e quella della divisione fino a grandezze geometriche.
Aristotele non spiega qui come si possa arrivare nella divisione ad una
grandezza, ma lo fa pi volte altrove riferendo il metodo di sottrazione dei
Platonici: il corpo divisibile in superfici, queste in linee e queste in
punti
30
. Quest'ultimo passaggio, la divisione in punti, tuttavia, non era
ammesso da chi sosteneva la dottrina delle linee indivisibili come limite
ultimo della realt fisica. A detta di Aristotele lo stesso Platone avrebbe
polemizzato contro le tesi che ponevano il punto come principio della
linea e avrebbe posto l'arresto della divisione a linee indivisibili
31
. La-
sciando da parte la dibattuta questione se questa sia tesi platonica o derivi
da una interpretazione di Senocrate, che non rilevante ai fini del pre-
sente argomento, rimane comunque il fatto che la divisione fino al punto
era stata criticata nell'Accademia nel contesto dell'assunzione di indivisi-
bili: la divisione doveva arrestarsi prima, pena la dissoluzione in una non-
grandezza.
L'identificazione del punto con la non-grandezza ritorna in Aristotele
anche in relazione a Zenone. In Metaph. B 4, in un contesto critico contro
30
Si tratta in particolare della tesi di Speusippo che genera dal punto la linea, da questa la
superficie e infine il solido, cf. Arist. Metaph. N 3, 1090b 5-7 (Speus. Fr. 81 IP); M 9, 1085a
31-34 (Speus. Fr. 84 IP); Iambl. De comm. math. sc. 4, 16,15ss. Festa (Speus. Fr. 88 IP). Un
passo aristotelico particolarmente indicativo perch ripropone la dissoluzione del corpo in
punti (in una critica ai triangoli e alle linee indivisibili) De cael. I 1, 300a 7-12 oe or
ouoivri g gorv aot rivoi r yr0o, g ouvoo0oi yr o voir0g voi, ri ar ooie rri
otiyg rv ao yogv, yog or ao raiaroov, touto or ao oeo ao v:o ,oo tt
o!!j!o ovo!:oatvo tt :o aoo:o ovo!:0jot:ot oo: t votot: o v o:t,ao ao vov ttvot,
ooao ot aj0tv. Per critiche simili, cf. anche De cael. I 1, 299a 6-9; Metaph. K 2, 1060b 12;
Metaph. B 5, 1002a 4-6.
31
Metaph. A 9, 992a 19-24 rti oi otiyoi rx ti vo r vuaoouoiv toutei rv ouv tei yr vri
xoi oirorto Hotev e ovti yrertixei ooyoti, o rxori og v yog touto
or aooxi rti0rito otoou yoo . xoitoi o vo yxg tou tev rivoi ti aro eot r
ou oyou yog roti, xoi otiyg rotiv. Questo passo stato molto discusso in quanto
contraddice le testimonianze tarde sul Hri to yo0ou, in particolare quella di Alessandro,
dove il punto viene equiparato all'uno e definito "monade avente una posizione" (In
Metaph. 987b 33, 55,20-26; ap. Simpl. In Phys. 202b 36, 454,23-29). In generale, per, si
suppone che la testimonianza di Alessandro sia imprecisa e viziata da interpretazioni sue o
delle sue fonti, cf. De Vogel 1949, 306-311 e Burkert 1972, 18 n. 17.
Capitolo quarto 179
il concetto accademico di uno in s come sostanza universale separata e
indivisibile, egli riporta un'interpretazione matematizzante del frammento
29 B 2 DK. Zenone sosteneva che ci che non ha grandezza nulla per-
ch aggiunto o sottratto ad un ente non lo rende pi grande o pi pic-
colo
32
. Aristotele identifica questo nulla col punto privo di dimensioni
Ancora, se l'uno in s indivisibile, secondo l'assunto di Zenone, non nulla; in-
fatti egli nega che ci che aggiunto o tolto non rende pi grande o pi piccolo, sia
uno degli enti, poich chiaramente l'ente una grandezza e, se una grandezza,
corporea; questo infatti un essere nella sua completezza, le altre, come la super-
ficie e la linea, quando vengono aggiunte, in un certo modo rendono pi grande,
in un certo modo no, il punto e la monade in nessun modo
33
.
Aristotele ritorce pi volte l'argomento dell'equivalenza del punto col
nulla contro le dottrine dei triangoli e delle linee indivisibili: il punto (che i
sostenitori di queste tesi rigettano come principio in quanto non-gran-
dezza) non diverso dalle linee e dai triangoli dai quali essi fanno derivare
i corpi in quanto tutti sono limiti e, come tali, non-grandezze.
E' dunque necessario assumere che nella dissoluzione del corpo in
grandezze prospettata in questa prima parte del logos sugli indivisibili sia
presupposta una dissoluzione del solido in superfici, di queste in linee e
infine in punti che, in quanto non-grandezze, non sono nulla e non pos-
sono ricomporre n una grandezza n un corpo. Tale procedimento
per tipico di Senocrate e di Platone, non di Democrito. Significativa-
mente, coloro che attribuiscono l'argomento a quest'ultimo, non spiegano
come avvenga il passaggio dal corpo ai punti, ma, quando devono portare
l'esempio concreto di una divisione in punti, scivolano impercettibilmente
dal corpo alla linea
34
. Non c' dunque nulla che possa far pensare a Demo-
32
29 B 2 DK ri or oaoyivor vou to r trov gor v rottov rotoi gor ou aooyivor vou
ougortoi, ogov oti to aooyrvorvov ouor v gv ouor to oaoyrvorvov.
33
B 4, 1001b 7 rti ri ooioirtov outo to r v, xoto r v to Zgvevo oieo ou0rv o v rig o
yo gtr aooti0rrvov gtr ooiourvov aoiri riov gor rottov, ou goiv rivoi
touto tev ovtev, e ogovoti ovto ryr0ou tou ovto xoi ri r yr0o oeotixov
touto yo ao vtgi ov to or oo ae r v aooti0rrvo aoigori riov, ae o ou0rv,
oiov raiaroov xoi yog , otiyg or xoi ovo ouooe . Su questo passo e sul suo con-
testo accademico, cf. Burkert 1972, 286. La decontestualizzazione del passo e l'errata attri-
buzione della definizione del punto come monade avente una posizione ai Pitagorici e non
agli Accademici all'origine della tesi, sostenuta in primo luogo da Tannry 1930, 258ss. e
Burnet 1930, 314-17 (cf. anche Alfieri 1979, 41ss.) secondo cui i paradossi di Zenone sa-
rebbero diretti contro una ipotetica matematica pitagorica. Lur'e 1932-1933, 108ss., non
devia sostanzialmente da questa linea in quanto mantiene l'ipotesi di una argomentazione
zenoniana contro il punto, cambiandone solo i presunti obiettivi polemici: invece che i Pi-
tagorici, la matematica del tempo. Cf. anche Mau 1954, 12ss. Per la critica dettagliata a
queste interpretazioni, cf. Burkert 1972, 285-289.
34
Cf. e.g. Furley 1967, 85; Sedley 2004, 70.
La dimostrazione della necessit degli indivisibili (De gen. et corr. A 2) 180
crito di cui non vengono mai menzionate opinioni sul punto o su una
eventuale dissoluzione delle grandezze in punti.
La seconda ipotesi del logos della divisione all'infinito sembrerebbe pi
vicina ad una possibile argomentazione democritea: la divisione all'infinito
non produce questa volta punti o nulla, ma un corpuscolo minuscolo,
simile ad una particella di segatura
Anche se comunque dalla divisione del corpo risulta qualcosa, una sorta di sega-
tura, e cos dalla grandezza si stacca un corpo, vale per questo lo stesso argo-
mento, come divisibile?
35
Poich tuttavia si era ammesso che un corpo, per quanto piccolo, poteva
essere per definizione diviso, sorge la domanda di come questo corpu-
scolo possa essere ancora diviso e si ricade nell'aporia precedente (divi-
sione fino ai punti e al nulla). La terminologia fisica, come si visto, non
necessariamente indice di una divisione reale. Una teoria corpuscolare che
ammetteva dei corpuscoli ulteriormente divisibili con la mente, ma mai
divisi era sostenuta nell'Accademia da Eraclide Pontico e, probabilmente
sulla sua scia, veniva attribuita anche ad Anassagora e ad Empedocle
36
.
Questa tesi, per, supponeva che un corpo in quanto tale fosse divisibile
all'infinito, dunque il corpuscolo non diviso deve essere ulteriormente
divisibile, per lo meno con la mente. Questo tema ritorna in forme diverse
nel logos eleatico di De generatione et corruptione A 2 e in quello di Porfirio. In
ambedue si afferma che l'essere non pu essere diviso in una parte s e in
un'altra no e Porfirio ne spiega anche la ragione col fatto che l'essere
omogeneo. Uno dei capisaldi della critica all'atomismo e al corpuscolari-
smo dei Pitagorici-Accademici in Sesto Empirico era basato sulla tesi che i
corpi sono ulteriormente divisibili con la mente e quindi non possono
essere eterni
37
. In base a tutto questo, l'arresto della divisione in un corpu-
scolo minuscolo come segatura sarebbe non "reale", ma solo fisico in
quanto la mente pu procedere oltre. Si pu ricordare a questo punto
anche la frase di Platone riguardo agli "amici delle idee" nella gigantoma-
chia del Sofista: questi ultimi, secondo lo straniero di Elea, "fanno a pez-
zettini nei loro logoi i corpi di quegli altri" definendo un divenire incessante
quella che costoro chiamano essenza
38
. La prima parte del logos riportato
da Aristotele, che fa proprio questo, potrebbe ben figurare come punto di
35
De gen. et corr. A 2, 316a 34-b 2 oo gv xoi ri ti oioiourvou oiov r xaioo yivrtoi
tou oeoto, xoi oute rx tou ryr0ou oeo ti oarrtoi, o outo oyo, rxri vo ae
oioirtov.
36
V. supra, II 4. 1 n. 56-57.
37
V. supra, II 4 n. 38.
38
Soph. 246b to or r xrivev oeoto xoi tgv ryor vgv ua oute v og0riov xo:o oatxoo
oto0oo:ov:t tv :ot !o,ot yrvroiv ovt ouoio rorvgv tivo aoooyoruouoiv. V.
supra, II 2 n. 11.
Capitolo quarto 181
partenza per un discorso sugli indivisibili dietro al quale sta, per, quello
sui principi: i corpi e le grandezze, in quanto formati anche dalla diade
indefinita, tendono all'infinit nei due sensi, per divisione e per aggiunta
39
,
essi vengono per limitati dall'uno, che si configura come misura indivisi-
bile. La necessit del triangolo indivisibile data dal fatto che questo, in
quanto misura ultima della realt fisica (nel Timeo la divisione viene pro-
tratta solo fino ai triangoli elementari), deve essere tale, altrimenti sarebbe
anch'esso una molteplicit.
Aristotele aggiunge poi un ulteriore argomento che allude a teorie
specifiche da lui criticate altrove: la divisione all'infinito di un corpo pro-
duce un rioo o un ao0o separato che agisce su punti e contatti. In que-
sto caso si ricade nella prima ipotesi in quanto si deve presupporre una
divisione del corpo in punti (da cui si separerebbero poi forme e affezioni)
e quindi la dissoluzione nel nulla
40
. Egli attribuisce altrove una dottrina
della "mescolanza" di forme (nel senso platonico di idee) e affezioni sepa-
rate dalla materia ad Anassagora e a Eudosso. Quest'ultimo avrebbe so-
stenuto la tesi secondo cui le idee sarebbero immanenti nei sensibili in
quanto "mescolate" ad essi come il bianco al bianco ponendosi, secondo
Aristotele, sulla scia di Anassagora
41
. I dettagli di questa mescolanza, non
risultano affatto chiari n da qui n dalla lunga serie di critiche che Ari-
stotele esponeva nel Hri iorev
42
. Egli vi vedeva, per, la possibilit che,
in quanto "mescolate", le idee potessero anche essere separate dalla mate-
ria cos come, secondo lui, si potevano separare le affezioni dal tutto in
tutto di Anassagora
43
. Nello stesso primo libro del De generatione et corrup-
tione Aristotele, pi oltre, discutendo il concetto di mescolanza, si esprime
in modo altrettanto critico nei confronti di questa presunta teoria: le affe-
zioni non possono essere mescolate perch ci che si mescola, si pu
anche separare e nessuna di esse separata dai sensibili
44
. Si spiega perci
39
Cf. il gi citato esempio della "divisione del cubito" attribuito a Platone da Porfirio e
derivante dal Hri toyo0ou , supra, n. 24.
40
De gen. et corr. A 2, 316b 2-5 ri or g oe o o rioo ti eiotov g ao0o o oag0rv, xoi
roti to ryr0o otiyoi g ooi tooi ao0ou ooi, otoaov r x g ryr0e v r yr0o rivoi.
41
Metaph. A 9, 991a 14 (Eudox. Fr. D 1 Lasserre) oute r v yo o v ioe oi tio oorirv (scil.
to riog) rivoi e to ruxo v riyrvov te ruxei, o outo r v o oyo iov
ruxi vgto, ov Avooyoo rv aeto Euooo o uotrov xoi ooi tivr rryov
(ooiov yo ouvoyoyriv aoo xoi oouvoto ao tgv toioutgv ooov). Cf. anche 998a 35.
42
Arist. De ideis Fr. 5 Ross (Alex. In Metaph. 991a 14, 97,27-98, 24). Sui problemi di inter-
pretazione di tale dottrina attribuita da Aristotele ad Eudosso, cf. Krmer 1983, 74-77.
43
Metaph. A 8, 989a 30-b 4 (59 A 61 DK) o toaou yo ovto xoi oe tou ooxriv r-
i0oi tgv ogv aovto, xoi oio to ouoivriv o ixto ori v aouaoriv xoi oio to g
aruxrvoi tei tuo vti iyvuo0oi to tuov, ao or toutoi oti to ao0g xoi to our-
gxoto eioit o v te v ouoiev (tev yo oute v ii roti xoi eioo).
44
De gen. et corr. A 10, 327b 13-22 to v outov or toaov outr tei oeoti tg v togv outr to
ogo tei xgei iyvurvov ogotiriv to v oyxov ouor to oeo xoi to ruxov ouo
La dimostrazione della necessit degli indivisibili (De gen. et corr. A 2) 182
perch Aristotele prospetti, al di l della divisione dei corpi, anche l'ipotesi
di una ulteriore divisione in un ri oo o in un ao0o, perch egli pensa alle
presunte tesi di Eudosso e di Anassagora
45
e le aggiunge come ulteriore
caso di risultato di una divisione all'infinito. Siccome tuttavia le idee o le
affezioni dovrebbero agire su punti e contatti, si ricade nell'aporia prece-
dente: come si pu ricostituire un corpo da questi ultimi? Tutte le do-
mande e gli esempi che Aristotele fa seguire immediatamente e che hanno
disorientato gli interpreti fanno parte di una strategia di dilazione che
Aristotele stesso raccomanda nei Topici. Esse infatti introducono argo-
menti che, o ripetono quanto gi si detto, o sembrano non essere perti-
nenti al tema. Ma questa una tecnica che, in una disputa dialettica, per-
mette di confondere l'avversario
46
. Con questo espediente si pu spiegare
ad esempio la strana domanda sulla posizione dei punti e sul loro even-
tuale movimento che non ha nulla a che fare col problema della divisibilit
(qui non si parla affatto di corpi in moto, ma di corpi e grandezze in
quanto tali) e la ripresa e l'ampliamento di argomenti gi trattati il cui
unico scopo di rafforzare ulteriormente l'aporia: se divido un pezzo di
legno e poi lo ricompongo, rimane uguale (vale a dire nulla si aggiunge e
nulla si toglie) e lo stesso succede se lo divido in qualsiasi punto. Se posso
dividerlo dovunque, per, significa che in potenza diviso in ogni parte
47
e, inoltre, se la ricomposizione non ha aumentato la dimensione del legno,
il risultato della divisione dovranno essere necessariamente dei punti privi
di dimensioni
48
. La conclusione, secondo questo logos, che vi debbano
essere dei corpi e delle grandezze indivisibili.
Come si vede, l'argomentazione "dialettica" che pone come tesi una
infinita divisibilit mentale dei corpi e delle grandezze un "modello" di
dimostrazione sviluppata su un nucleo di matrice accademica, ma con
aggiunte e rielaborazioni da parte di Aristotele. Non c' alcun indizio, al di
oe to ao0g xoi to rri oiov tr iyvuo0oi toi aoyooiv oeorvo yo ootoi.
oo g v ouor to ruxov yr xoi tg v raiotggv r vorrtoi i0gvoi, ouo oo te v g
eiotev ouorv. oo :o::o !t ,o:otv o: xo!o ot ao v:o ao:t oao: oooxov:t ttvot xoi
ri0oi ou yo oaov oaovti ixtov, o :aoottv ott ooto:ov txo:toov :ov at-
0tv:ov te v or ao0ev ou0r v eioto v.
45
Sedley 2004, 71, riportando questo argomento a Democrito, ipotizzando che qui si voglia
parlare di "massa" o "solidit" o di qualche altra propriet dei corpi, tralascia proprio di
considerare il carattere specificamente aristotelico dell'allusione all'rioo e al ao0o.
46
Top. O 1, 157a 1 rti :o ajx: vttv xot aootao!!ttv :o ajot v ojotao aoo :ov !o,ov,
xo0oar oi ruooyoouvtr aoev yo o vtev oogov r v oaoiei to ruoo.
47
Il perfetto (ao vtgi oo otjtoj:ot ouvori), che ha un valore risultativo, si spiega col fatto
che la divisione in potenza che si immagina avverr di fatto equivalente ad una divisione
gi operata.
48
Questo argomento, che Sedley 2004, 72s. e 75s. vuole trasporre prima di 316b 28 sulla
base del fatto che non sarebbe "democriteo" e dunque non potrebbe stare nel contesto
precedente, invece in perfetta consonanza con la strategia aristotelica delineata nel testo.
Capitolo quarto 183
l di ragioni puramente ipotetiche, che possa far pensare alla riutilizza-
zione di un testo democriteo.
5. La seconda parte del logos. La dimostrazione "fisica" della
necessit degli indivisibili (De gen. et corr. A 2, 316b 18-35)
La dimostrazione "fisica", nella quale il Lur'e intravvedeva la parte pi
propriamente democritea del logos sugli indivisibili e che invece da altri
stata considerata un argomento aristotelico, in realt una riformulazione
dell'aporia "logica" in termini pi propriamente "fisici". Il problema, come
osservano molti interpreti, che essa contiene i concetti tipicamente ari-
stotelici di atto e potenza
49
. La tesi originaria supponeva che, se si assume
un corpo divisibile in ogni parte, bisogna necessariamente ammetterne
anche la divisione totale, anche se questa in concreto non verr mai realiz-
zata. Il presupposto di questa tesi che ci che si pu dividere con la
mente reale.
Aristotele riformula la tesi partendo dalla sua dottrina dell'atto e della
potenza, le muove una possibile obiezione, ma riporta poi la discussione
nell'ambito "fisico". Una cosa ci che si immagina, un'altra ci che in-
vece avviene nel mondo reale:
Orbene: che ogni corpo sensibile sia divisibile in qualsivoglia punto e indivisibile
non nulla di assurdo; infatti sar divisibile in potenza, ma indivisibile in atto.
Sembrerebbe invece che l'essere divisibile in potenza simultaneamente nella sua
totalit fosse impossibile. Se infatti ci fosse possibile, la divisione potrebbe es-
sere realmente eseguita cosicch il corpo non sarebbe simultaneamente ambedue
le cose, indivisibile e diviso in atto, ma diviso in ogni punto. Dunque nulla reste-
rebbe e il corpo si dissolverebbe nell'incorporeo e si genererebbe nuovamente o
da punti o assolutamente dal nulla e questo come possibile? Ma chiaro, co-
munque, che si divide in grandezze separabili, sempre pi piccole, distanziate e
distinte una dall'altra. N se si divide il corpo parte per parte la frammentazione
sar infinita, n sar possibile dividere simultaneamente in ogni punto, non in-
fatti possibile, ma solo fino ad un certo punto. E' necessario dunque che esso
contenga grandezze insecabili invisibili, soprattutto se la generazione e la corru-
zione avvengono l'una per associazione, l'altra per dissociazione
50
.
49
Mau 1952-53, 12 aveva appunto rigettato per questo la paternit democritea di tutto il
passo di De generatione et corruptione A 2; cf. anche Sinnige 1968, 147. Coloro che, invece, ve-
dono nella prima parte del passo un resoconto "storico" delle tesi di Democrito spiegano
questo argomento come un rimaneggiamento aristotelico di tesi democritee (Furley 1967,
90s.; Baldes 1972, 38; Sedley 2004). Joachim 1922, 84 ipotizzava addirittura che si trattasse
in origine di una nota marginale di Aristotele stesso.
50
Arist. De gen. et corr. A 2, 316b 21-27 to r v ou v oaov oe o oio0gtov rivoi oioirtov xo0
otiouv ogriov xoi ooioirtov ouor v otoaov to r v yo ouvori, to o r vtrrrioi
La dimostrazione della necessit degli indivisibili (De gen. et corr. A 2) 184
L'obiezione che Aristotele muove alla sua soluzione dell'aporia (la possi-
bilit di distinguere fra divisione in atto e in potenza), si basa sui presup-
posti dell'argomentazione "dialettica", cio sull'ipotesi che una divisione
attuabile col pensiero equivalga ad una divisione reale; in questo caso la
distinzione fra potenza e atto nulla e si deve ammettere l'esistenza degli
indivisibili. Anche questa di muovere obiezioni alla propria tesi un tipico
espediente dialettico, codificato nei Topici, il cui scopo quello di rendere
l'avversario meno diffidente
51
. Aristotele ribatte per a questa obiezione
ritornando all'ambito concreto della fisica. In ossequio al principio
secondo cui, trattando di fenomeni fisici, ci si deve attenere a quanto
realizzabile veramente e non a quanto si immagina, prospetta un altro
scenario. Come riguardo all'infinito per accrescimento osservava che uno
non pi grande di una citt perch si immagina tale, cos per quanto
riguarda la divisione si richiama a quanto accade in realt: e di fatto si os-
serva che, quando si divide, si ottengono delle grandezze sempre pi pic-
cole, ben distinte e separate (e non delle grandezze in cui non si arriva mai
a isolare veramente una parte come veniva ipotizzato nell'argomentazione
"logica" da Platone nel Parmenide e nel paradosso stesso di Zenone), non
solo, ma, anche che, dividendo progressivamente parte per parte, non si
pu portare la frammentazione all'infinito n possibile materialmente
dividere la grandezza simultaneamente in ogni punto. Ed questo argo-
mento dell'impossibilit materiale che, nell'argomentazione fisica, porta a
postulare delle grandezze indivisibili nei corpi. Aristotele prosegue poi a
confutare sia l'argomento dialettico, sia quello fisico dimostrando che in
ambedue si nasconde un paralogismo. Ambedue partono infatti dalla
premessa che una grandezza sia costituita in ogni momento da un infinito
numero di punti contigui, ma questo falso perch il punto non una
sostanza, ma un limite e quindi non ha un'esistenza in atto. Non possi-
bile dunque dividere in due o pi punti simultaneamente (ad esempio nel
punto centrale della grandezza e in quello immediatamente successivo), o
anche successivamente, ma solo in uno. La grandezza infinitamente
divisibile in quanto divisibile in tutti i punti, ma ogni volta c' su di essa
uaori. to o rivoi oo aovtgi oioirtov ouvori oou votov oorirv o v rivoi. ri yo ou-
voto v, xo v yrvoito, ou eotr ri voi oo oe r vtrrrioi ooioirtov xoi oigigrvov,
oo oigigrvov xo0 otiouv ogriov ouorv oo rotoi oiaov, xoi ri ooe oto
r0or vov to oeo, xoi yi voito o ov aoiv gtoi rx otiyev g oe r ouorvo. xoi
touto ae ouvotov oo g v oti yr oioiritoi ri eioto xoi ori ri rotte ryr0g
xoi ri oarovto xoi xreiorvo ovro v. outr og xoto ro oioiouvti rig o v
oario g 0ui, outr oo oiov tr oioir0g voi xoto aov ogriov, ou yo ouvotov,
oo r i tou o vo yxg oo rvuaoriv otoo ryr0g oooto, oe tr xoi riar
rotoi yr vroi xoi 0oo g r v oioxiori g or ouyxiori.
51
Top. O 1, 156b 18 ori or xoi outo v aotr r outei r votooiv rriv ovuaoate yo rouoiv
oi oaoxivorvoi ao tou ooxou vto oixoie raiririv.
Capitolo quarto 185
un solo punto, non infiniti. Dunque non c' bisogno di porre alla base
della realt delle grandezze indivisibili, anche perch la generazione e la
dissoluzione non avvengono per composizione e scomposizione.
Ritorniamo ora all'argomento "fisico". Se fosse democriteo, risulte-
rebbe che gli atomi sono tali solo perch sono le parti pi piccole a cui
possa materialmente arrivare una divisione fisica, sono dunque degli
roioto
52
del tutto simili ai corpuscoli delle teorie corpuscolari, cio a
quella segatura rigettata nell'argomento precedente. In Sesto gli Accade-
mici-Pitagorici rimproverano agli atomisti e ai corpuscolaristi di essersi
fermati nella scomposizione a corpuscoli indivisibili riconoscendo loro
una prerogativa, l'eternit, che in realt, in quanto corpi, essi non hanno.
Infatti, anche se materialmente non si possono dividere, col pensiero sono
ulteriormente scomponibili fino ai limiti ultimi.
Aristotele rovescia invece la gerarchia dei "modelli" preferendo co-
munque quello "fisico", che bada alla realt dei fatti, a quello "dialettico"
che sposta l'argomentazione fuori della realt fisica perch ha come scopo
la ricerca dei principi universali. Ambedue sono per argomenti-tipo usati
con varianti nelle dispute dialettiche. Democrito "sembrerebbe essere
stato persuaso" dall'argomento fisico che in realt non suo, ma pu
essere dedotto leggendo i suoi testi nell'ottica degli indivisibili. La parte
finale dell'argomentazione rivela infatti in certe piccole incongruenze che
Aristotele ha s in mente la formulazione generale della dottrina democri-
tea, quella che egli espone nelle sue "schede" in altri punti della sua opera,
ma che l'ha "adattata" alla problematica degli indivisibili. In particolare
saltano agli occhi la menzione di grandezze "invisibili", che non ha nulla a
che fare col problema della divisibilit, e l'affermazione che la generazione
e la corruzione si verificano per composizione e, rispettivamente, per
separazione. La stessa ridondanza presente nella presunta risposta di
Leucippo agli Eleati in A 8 dove, alla dichiarazione che l'essere propria-
mente detto non uno, ma infiniti, segue inopinatamente (325a 30) xoi
oooto oio oixotgto te v oyxev, che nulla a a che fare con l'argo-
mento. Questa per ogni volta la "spia" dell'adattamento della solita
"scheda" generale aristotelica sull'atomismo al problema in discussione,
cos come lo l'allusione alla generazione e alla corruzione per composi-
zione e disgregazione di particelle che si ritrova puntualmente anche nel-
l'altro brano del De generatione et corruptione cos come in tutti i brani in cui
viene dato un sunto delle dottrine atomistiche
53
. Si tratta di quelle schede
52
Aristotele stesso critica pi sotto nello stesso capitolo (326a 24-29) la tesi che l'indivisibilit
sia da attribuire solo ai corpuscoli piccoli e non a quelli grandi.
53
Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279 b 12, 295,8-20) (68 A 37 DK; 293 L.) rx toutev
(scil. ixev ouoiev) ouv gog (D E, Diels: gori A Heiberg) xo0oar rx otoiriev yrvvoi
xoi ouyxi vri (Diels: yrvvo v xoi ouyxivriv codd.) tou o0ooovri xoi tou
La dimostrazione della necessit degli indivisibili (De gen. et corr. A 2) 186
che Aristotele nei Topici raccomanda di redigere per poter poi utilizzare al
bisogno
54
.
L'affermazione che la generazione e la dissoluzione avvengono per as-
sociazione e dissociazione era una enunciazione dogmatica che non aveva
bisogno di dimostrazione perch era largamente condivisa. N Empedo-
cle n Anassagora hanno dato alcuna giustificazione di questo loro as-
sunto. L'assunzione di minuscoli corpuscoli invisibili diversi dai corpi
visibili (i quali sono esposti a cambiamento, malattia e dissoluzione) e
dunque resistenti, compatti e non tagliati
55
era perfettamente adatta a giu-
stificare la persistenza dell'universo. Non c'era bisogno di una trattazione
dialettica generale del problema dell'indivisibilit per questo. Aristotele ha
costruito su questa semplice base di dottrina atomistica una argomenta-
zione fisica da cui Democrito avrebbe potuto essere persuaso se avesse
formulato la sua tesi partendo dalla problematica degli indivisibili viva fra
gli Accademici e tesa alla soluzione delle presunte aporie eleatiche sulla
divisibilit all'infinito.
Se questo vero, la dimostrazione dell'indivisibilit delle grandezze
come delineata in De generatione et corruptione A 2 scaturisce da una pro-
blematica accademica e aristotelica, non democritea. Dunque questo
brano non ci dice nulla n su una ipotetica soluzione democritea dei para-
dossi zenoniani, n sul tipo di indivisibilit che Democrito attribuiva al-
l'atomo, ma ci informa unicamente sui presupposti interpretativi di Ari-
stotele e sul contesto in cui egli colloca e discute l'atomismo.
6. Sintesi
Il logos sulla necessit degli indivisibili di De generatione et corruptione A 2
stato considerato, come quello di A 8, una ulteriore prova del fatto che gli
atomisti sarebbero partiti dall'aporia zenoniana della divisibilit all'infinito
per formulare la loro dottrina degli indivisibili. In realt Aristotele ripro-
duce nel suo resoconto sulla necessit degli indivisibili due tipi di argo-
oio0gtou oyxou [...] rai toooutov ouv o vov oe v outev ovtrro0oi voiri xoi
ourvriv, re iouotro ti rx tou arirovto o voyxg aooyrvorvg oiooriogi xoi
ei ou to oiooarigi. La dichiarazione che generazione e corruzione non sono altro
che composizione e scomposizione di elementi gi preesistenti anche in Anassagora una
enunciazione dogmatica, cf. Anaxag. 59 B 17 DK to or yi vro0oi xoi oaouo0oi oux
o0e voiouoiv oi Egvr ouor v yo go yivrtoi ouor oaoutoi, o' oao
rovtev gotev ouioyrtoi tr xoi oioxivrtoi. xoi ou te ov o0e xooirv to tr
yivro0oi ouioyro0oi xoi to oaouo0oi oioxivro0oi.
54
Top. A 14, 105b 16-18.
55
Sul significato dell'aggettivo otoo al tempo di Democrito e sulle denominazioni originali
del corpuscolo democriteo, v. infra, V 3.
Capitolo quarto 187
mentazione: una dialettica, che presuppone un'equivalenza fra pensabile e
reale che egli, qui e altrove, designa come caratteristica peculiare degli
Accademici, e una fisica, che "presta" a Democrito nella seconda parte del
logos.
Secondo l'argomentazione dialettica, la necessit di corpi e grandezze
indivisibili la conseguenza del fatto che, se non si arresta la divisione ad
un certo punto, si rischia di dissolvere la realt in punti e quindi nel nulla
rendendone impossibile la ricomposizione. L'argomento della dissolu-
zione in punti presuppone il metodo di sottrazione accademico dal corpo,
alla superficie, alla linea, al punto e l'equivalenza del punto al nulla soste-
nuta da Platone e Senocrate. Anche l'altro argomento alla base del logos
sulla necessit degli indivisibili, quello della ulteriore divisibilit col pen-
siero di corpuscoli minuscoli non divisi nella realt, ha le sue radici nel-
l'Accademia come si pu dedurre dalle argomentazioni dei Pitagorici-Ac-
cademici nel decimo libro Contro i Matematici di Sesto Empirico esaminati
nel secondo capitolo. Queste argomentazioni costituivano la base di par-
tenza per formulare la dottrina dei principi, uno e diade indefinita, e per
ordinare il reale: l'indivisibile nei corpi e nelle grandezze il riflesso del-
l'uno che impone un ordine all'infinita molteplicit generata dalla diade.
L'argomentazione "fisica" si basa invece, come altre argomentazioni
aristoteliche dello stesso tipo, non su ci che si pu pensare avvenga, ma
su ci che si verifica effettivamente: non si pu infatti dividere material-
mente un corpo, n simultaneamente, n in successione, in tutti i punti,
ma ci si deve arrestare necessariamente a corpuscoli indivisibili. Aristotele
"presta" a Democrito quest'ultimo argomento traendo le sue conclusioni
dalla solita "scheda" sull'atomismo che egli utilizza anche altrove. La spia
di questo passaggio da quanto gli atomisti effettivamente dicono a quanto
Aristotele deduce la menzione di grandezze "invisibili" che, qui come
altrove, non funzionale all'argomento dell'indivisibilit.
Il logos sugli indivisibili di De generatione et corruptione A 2 dunque una
ricostruzione aristotelica di due modelli di argomentazione, dialettica e
fisica, che si basa principalmente su problematiche accademiche, non
democritee e non utilizzabile per spiegare la genesi dell'atomismo antico
e la concezione dell'atomo.
Capitolo quinto
Atomi e minimi. Concetti accademici e terminologia
democritea in Aristotele
1. Minimo privo di parti come misura nell'Accademia
Nei capitoli precedenti si delineato lo sfondo generale su cui Aristotele
interpreta l'atomismo e cio le discussioni accademiche delle aporie eleati-
che che sfociano nella dottrina degli indivisibili e dei due principi, l'uno e
la diade indefinita. Aristotele rielabora schemi dialettici e logoi correnti e
inserisce in questi contesti la dottrina atomistica. L'interpretazione dell'a-
tomo cui ci troviamo di fronte, soprattutto nei brani in cui viene discussa
la problematica specifica degli indivisibili, in generale influenzata dalle
concezioni accademiche delle grandezze indivisibili e dei minimi (roi-
oto). E' quindi necessario tentare di inquadrare questa concezione per
capire meglio le oscillazioni dei testi aristotelici nella rappresentazione dei
corpuscoli leucippei e democritei che vengono ora definiti nei termini
della problematica degli indivisibili, ora colti nella loro fisicit e sullo
sfondo specifico della nascita, della disgregazione e del cambiamento del
cosmo sensibile.
Una teorizzazione dei minimi fisici come solidi geometrici primi ge-
rarchicamente ordinati, costituiva il naturale sviluppo degli assunti del
Timeo
1
. Platone, infatti, accenna ad una gerarchia delle figure che compon-
gono i vari elementi: primo per genesi il fuoco, seconda l'aria, terza l'ac-
qua
2
e inoltre, ad esclusione della terra che ha una posizione particolare, le
1
Cos Krmer 1971, 354ss.; Furley 1967, 106.
2
Ti. 56b-c rote og xoto to v o0ov oyov xoi xoto to v rixoto to r v tg auoioo otr-
rov yryovo rioo auo otoiriov xoi oaro. to or orutrov xoto yr vroiv riaerv
oro, to or titov uooto. ao vto ouv og touto ori oiovorio0oi oixo oute, e xo0
rv rxootov rv tou yrvou rxootou oio oixotgto ouor v oervov u ge v, ouvo-
0oio0rvtev or aoev tou o yxou oute v ooo0oi.
Capitolo quinto 189
figure dell'ottaedro dell'aria e dell'icosaedro dell'acqua costituiscono dei
multipli del tetraedro ovverosia della piramide del fuoco
3
.
Aristotele, nel terzo libro del De caelo raggruppa sotto una stessa voce
due dottrine anonime che assumerebbero come elemento primo del
mondo fisico il fuoco.
Alcuni di loro, infatti, attribuiscono al fuoco una figura, come quelli che pongono
la piramide, e, fra costoro, gli uni dicono pi grossolanamente che la piramide
la pi tagliente fra le figure geometriche, il fuoco il pi tagliente dei corpi, altri
invece adducono in maniera pi raffinata a sostegno della loro tesi l'argomenta-
zione che tutti i corpi sono composti da quello pi sottile, le figure solide dalla
piramide. Cosicch, siccome fra i corpi il fuoco il pi sottile, mentre fra le fi-
gure solide la piramide quella composta di parti pi piccole e la figura prima
quella del corpo primo, il fuoco sarebbe una piramide
4
.
Le due dottrine sono chiaramente accademiche. In particolare quella dei
pi raffinati risale probabilmente a Senocrate. E' lui infatti a separare
l'ambito del corpo da quello del solido e a sostenere, come si vedr pi
oltre che il minimo l'elemento primo e la misura delle grandezze appar-
tenenti allo stesso livello dell'essere. A Senocrate Stobeo attribuisce per
ben due volte una concezione corpuscolare, generalmente contestata in
quanto considerata risultato di confusioni. Nella sezione Sulla mescolanza
egli riferisce che
Empedocle e Senocrate componevano gli elementi da masse pi piccole che
sono minimi e come elementi di elementi
5
.
Pseudo-Plutarco riporta nel passo parallelo solo il nome di Empedocle,
ma questo semmai il risultato di una epitome
6
, non di una maggiore
accuratezza. E non c' neppure ragione di postulare una confusione del
dossografo con Eraclide
7
, visto che Senocrate compare come sostenitore
di minimi fisici anche nella sezione Sui minimi (v. infra). La testimonianza
di Stobeo, per lo meno nelle sue linee generali, esprime invece concezioni
3
Cf. anche Krmer 1971, 358 n. 437.
4
De cael. I 5, 304a 9-18 oi r v yo oute v ogo arioatouoi tei aui, xo0oar oi tg v
auoioo aoiou vtr, xoi toutev oi r v oaouotre ryovtr oti te v r v ogotev
tgtixetotov g auoi, tev or oeotev to au, oi or xootre tei oyei aoooyov-
tr oti to r v oeoto ao vto ou yxritoi rx tou ratorrototou, to or ogoto to otr-
ro r x tev auoioev, eot rari tev r v oeotev to au ratototov, tev or ogotev
g auoi ixorrototov xoi aetov, to or aetov ogo tou aetou oeoto, au-
oi ov rig to au.
5
Stob. 1,17,1 (Xenocr. Fr. 151 IP) Earooxg xoi Ervoxotg rx ixotrev oyxev to
otoirio ouyxi vri, oar roti v roioto xoi oiovri otoirio otoiriev.
6
Anche per quanto riguarda la prima ooo di questa sezione, Stobeo ha "Talete e i suoi
successori" mentre Pseudo-Plutarco abbrevia in "gli antichi". Inoltre, anche nella sezione
"Sui minimi" (1,13, 883 B), quest'ultimo omette sia Senocrate e Diodoro che Eraclide che
compaiono invece in Stobeo 1,14,1k.
7
Cf. Isnardi-Parente 1982, 374s.
Atomi e minimi 190
simili a quelle del passo del De caelo: il fuoco, l'acqua, l'aria e la terra, pos-
sono scomporsi a loro volta in particelle "elementi di elementi". Quest'ul-
tima definizione profondamente influenzata dal Timeo platonico. Platone
rimprovera ai suoi predecessori proprio di non essersi occupati della ge-
nesi dei quattro elementi e di averli posti come tali quando non sono da
paragonarsi neppure a sillabe
8
. Nel De generatione et corruptione Aristotele
riferisce, con una terminologia apertamente platonica, che, in quanto ad
Empedocle
non risulta con chiarezza come si generi e si distrugga la loro (scil. degli elementi)
grandezza ammassata, n gli possibile dare spiegazioni in merito dal momento
che egli non dice che c' un elemento del fuoco e ugualmente di tutti gli altri come ha
scritto Platone nel Timeo
9
.
Si tratta di un'interpretazione di Empedocle diametralmente opposta a
quella corpuscolare riferita da Stobeo e da Aristotele stesso poco prima e
in altri passi
10
, ma che utilizza gli stessi concetti di base del Timeo per riba-
dire la necessit di porre "elementi di elementi". L'assunzione di minimi
fisici come "elementi di elementi" dunque perfettamente coerente con
l'insegnamento platonico. Nel brano di Sesto Empirico esaminato nel
secondo capitolo, gli Accademici-Pitagorici accettano che la scomposi-
zione effettiva del mondo fisico possa fermarsi ai corpuscoli, ma prose-
guono poi a scomporre "mentalmente" fino ai fondamenti di tali corpu-
scoli, gli elementi degli elementi appunto
11
. Se dunque il corpuscolo primo
del mondo fisico il fuoco, il suo corrispettivo a livello matematico,
quello che "ordina" la massa corporea, sar la piramide, la prima delle
figure solide e "elemento dell'elemento fuoco".
Nella sezione Sui minimi, dopo Empedocle ed Eraclito, e prima di
Eraclide e ben distinto da lui, Stobeo cita ancora Senocrate come soste-
nitore di una dottrina corpuscolare che pone dei minimi fisici privi di
parti.
Senocrate e Diodoro definivano privi di parti i minimi
12
.
8
Pl. Ti. 48b.
9
Arist. De gen. et corr. A 8, 325b 22-25 oute v or toutev ae yivrtoi xoi 0rirtoi to
oeruorvov r yr0o, outr ogov ou tr rvorrtoi ryriv outei g ryovti xoi :o:
a:oo ttvot o:otttov, ooie or xoi tev oev oao vtev, eoar rv tei Tioiei yryo-
r Hotev.
10
De gen. et corr. A 8, 325b 5-11 (supra, III 4 n. 93) dove ad Empedocle vengono affiancati
"alcuni altri che sostengono che le affezioni si producono attraverso i pori", probabilmente
Eraclide Pontico; cf. anche De cael. I 6, 305a 1-6, (supra, II 4. 2 n. 56) e Gemelli Marciano
1991a.
11
Sext. Emp. Adv. Math. 10,252-256 (v. supra, II 4 n. 38).
12
Stob. 1,14,1k (Xenocr. Fr. 148 IP) Ervoxotg xoi Aiooeo org to r oioto eiov-
to. Secondo Krmer 1971, 313s. n. 290, Senocrate sarebbe menzionato prima di Diodoro
in quanto cronologicamente precedente. Il termine orr sottintende infatti la problema-
Capitolo quinto 191
Che cosa si intenda per privi di parti, verr specificato in seguito. Per ora
importante rilevare che, siccome il paragrafo riguarda esclusivamente
autori cui viene attribuita l'assunzione di minimi fisici, si deve dedurre che
tali siano anche quelli di Senocrate. Ora, queste testimonianze dossografi-
che corrispondono ad alcuni tratti della dottrina di Senocrate descritti nel
trattato peripatetico Sulle linee indivisibili, a tutt'oggi una delle testimonianze
principali sull'Accademico. Nel trattato, al di l dei possibili fraintendi-
menti da parte dell'autore dell'opera, viene attribuito a Senocrate un pre-
ciso apparato teorico che subordina la fisica alla logica e giustifica l'assun-
zione di grandezze minime ad ogni livello dell'essere (corpi, solidi, super-
fici, linee) ciascuna come riflesso dell'uno e misura del suo ambito e, in
quanto tale, priva di parti. In pratica, secondo questa concezione, la pira-
mide prima, il solido pi piccolo, in quanto "misura" degli altri solidi, non
potrebbe essere scomponibile in altre parti tridimensionali pi piccole
altrimenti non sarebbe pi misura (lo invece nelle componenti che ap-
partengono al livello successivo dell'essere, quello delle superfici
13
).
Nel De lineis il concetto di ro iotov viene definito in linea generale
in base all'opposizione molto-grande/ poco-piccolo (quantit e grandezze
sono poste sullo stesso piano in quanto anche queste ultime sono caratte-
rizzate da un certo numero di divisioni e sono quindi quantificabili) che
viene a sua volta configurata come opposizione infinito/ finito: se ci che
ha divisioni quasi infinite molto, il piccolo e il poco avranno divisioni
limitate. Per ogni "poco" (oiyov) viene quindi ipotizzato un minimo
(ro iotov) che, in quanto unit di misura, per definizione, deve essere
privo di parti: se in tutto c' il poco e il piccolo, ci sar anche una gran-
dezza minima priva di parti
14
. In questo contesto tuttavia ogni orr non
indivisibile in assoluto, ma solo in quanto misura, riflesso dell'uno che
"ordina" lo spazio e la materia sensibile. L'unico indivisibile vero la linea,
l'elemento ultimo dell'ordinamento spaziale. Questa teoria costituisce un
tica parte-tutto tipica della dottrina senocratea. Se fosse stato Diodoro a coniare il termine
per il corpo minimo, come sostiene Dionisio (ap. Eus. Praep. ev. 14,23), Aristotele avrebbe
dovuto dipendere da lui nella trattazione del moto, e non viceversa. Sulla dipendenza di
Diodoro da Aristotele, cf. Giannantoni 1980, 131s. La datazione di Diodoro assai con-
troversa (cf. Sedley 1977, 78-81; Furley 1967, 131ss.; Giannantoni 1990, III, 69ss.), ma sia i
sostenitori di una cronologia pi alta che quelli di una pi bassa lo collocano dopo Seno-
crate.
13
Cf. Krmer 1971, 345-47.
14
De lin. insec. 968a 2-9 (Xenocr. Fr. 127 IP) ri yo ooie uaori to tr aou xoi to r yo
xoi to o vtixrirvo toutoi, to tr oiyov xoi to ixov, to o' oariou oroov oioi-
rori rov oux rotiv oiyov oo aou, ovro v oti araroor vo rri to oioirori
to oiyov xoi to ixov ri or araroor voi oi oioirori, o voyxg ti rivoi o rr
ryr0o, eotr rv oaooiv r vuaori ti orr, rariar xoi to oiyov xoi to ixov. Per
la discussione sui problemi posti dal passo, cf. Hirsch 1953, 68-71; Krmer 1971, 338 n.
362 e 338-40 per l'origine accademica dei concetti impiegati e i rimandi a passi paralleli.
Atomi e minimi 192
naturale sviluppo degli assunti del Parmenide: infatti nella molteplicit senza
l'uno che vi rappresentata la distinzione delle parti di una massa corpo-
rea non finisce mai proprio perch manca l'"unit" che la ordina. Al di l
dei dubbi sollevati sull'obiettivit dell'esposizione generale del peripate-
tico, tutti sono concordi sul fatto che i punti succitati riflettono una dot-
trina senocratea. Si possono quindi ricavare da questo due considerazioni:
1. Senocrate dava una definizione generale del concetto di minimo
come elemento ultimo di una divisione finita ad ogni livello dell'essere.
2. Questo minimo, nel suo carattere di misura, era necessariamente un
orr (se avesse avuto parti non avrebbe pi potuto essere misura). Ci
valeva anche nell'ambito del corporeo come informa il terzo argomento
del De lineis: si tratta infatti non di un corpo considerato in se stesso, ma
nel suo carattere di unit di misura prima che "ordina" gli altri corpi
15
.
La definizione di minimo privo di parti dunque la risultante di un
ragionamento logico-dialettico che tende a stabilire dei limiti all'infinito
ordinando la realt sul modello numerico
16
e non ha molto in comune con
la definizione adottata generalmente dagli interpreti moderni che inten-
dono privo di parti in senso assoluto. Priva di parti in questo senso solo
la linea, misura ultima della spazialit. Gli altri minimi, il triangolo, il
tetraedro e il corpuscolo fisico, sono relativamente privi di parti in quanto
unit di misura del corrispettivo livello dell'essere
17
. L'attendibilit dell'au-
tore del De lineis su questo punto stata variamente valutata
18
, ma il fonda-
15
De lin. insec. 968a 16-18 (Xenocr. Fr. 127 IP) rti ri oeoto roti otoirio, te v or otoi-
riev gorv aotrov, to or rg tou oou aotro, ooioirtov o v rig to au xoi oe
tev tou oeoto otoiriev rxootov, eot ou ovov r v toi vogtoi, o o xoi r v toi
oio0gtoi roti ti orr .
16
Cf. in particolare Krmer 1971, 360s.; Isnardi-Parente 1982, 158s.
17
Questa distinzione fra un un o rr relativo, il corpo, e un orr assoluto che pu
esistere solo nell'incorporeo, si ritrova costantemente nella tradizione tarda, cf. Plut. Quaest.
plat. 1002 C xoi gv o atot yr ryrtoi xoi o riotov :o atv oo ao atxoo:j:t, to o'
ooeotov xoi vogtov e oaou v xoi riixivr xoi xo0oo v oaoog rtrotgto xoi
oiooo. De an. procr. 1022 E g r v ou v oatoto:o o:ot o xoi o ri xoto touto xoi
eooute r ouoo aj atxoo:j:t, xo0oato :o t!oto:o :ov ooao:ov, vorio0e ruyouoo
tov rioov.
18
Hirsch 1953, 75-77, mette in rilievo come la dottrina della priorit della parte rispetto al
tutto esposta nel secondo argomento, stia alla base anche del terzo e come esso rispecchi
effettivamente una concezione senocratea. Furley 1967, 106, sottolinea come non ci sia
contraddizione nell'assunzione di diversi indivisibili nei diversi gradi delle grandezze se li si
considera ognuno come "misura" del proprio ambito; Krmer 1971, 346s., ritiene essen-
zialmente valida l'attribuzione del peripatetico in quanto si basa su concetti tipicamente se-
nocratei come la priorit della parte rispetto al tutto e, come Furley, sottolinea il loro ca-
rattere di misura, riflesso dell'uno (cf. anche 360ss.). Isnardi-Parente 1982, 362 non accetta
l'esattezza della applicazione dell'indivisibilit ai corpi fisici in quanto, in base alla dottrina
del Timeo, su cui Senocrate si appoggiava, i corpi elementari si dissolvono nei corpi geo-
metrici. Il peripatetico avrebbe interpretato l'assunzione di minuscoli corpuscoli geometrici
primi come una teoria fisica corpuscolare. Tuttavia nel resoconto di Sesto Empirico (Adv.
Capitolo quinto 193
mento logico-dialettico su cui basata l'assunzione di indivisibili nei vari
ambiti (priorit della parte rispetto al tutto
19
e modello numerico che in-
forma la realt) una concezione originale senocratea. Il minimo fisico
quindi quel corpuscolo elementare cui si riferisce l'autore del De lineis, che
compare anche in De cael. I 5, 304a 9-18 (v. supra, n. 4) e che viene espres-
samente citato dalla notizia dossografica di Stobeo. Esso privo di parti
in quanto considerato nel suo aspetto di parte/ misura prima rispetto ad
un tutto, vale a dire nel suo carattere di riflesso dell'uno principiante.
L'autore del De lineis separa inoltre l'ambito del vogto v, da quello del-
l'oi o0gtov, nel quale rientra appunto la menzione dei corpuscoli elemen-
tari. La dottrina riportata come senocratea nel commento al De anima di
Temistio, insiste proprio sul carattere aleatorio delle unit del mondo sen-
sibile contro la vera unit presente solo nell'incorporeo
20
. La definizione di
minimo fisico come privo di parti relativo contrapposta ad un o rr
assoluto presente solo negli incorporei, rientrava probabilmente nell'am-
bito delle distinzioni tese a porre una barriera fra incorporei intellegibili e
corpi sensibili.
Sulla falsariga della concezione del minimo fisico come privo di parti
relativo, ma non tale per natura venivano evidentemente interpretate e
anche criticate le dottrine presocratiche che ponevano come principi dei
corpi; oltre quelle di Empedocle, probabilmente anche Anassagora, Leu-
cippo, Democrito, quegli autori cui allude il brano Sesto esaminato nel
secondo capitolo. Tutti, secondo l'interpretatio academica, avevano posto
come sostanze eterne dei corpuscoli minimi che invece, per natura, non lo
erano. Nelle loro teorie mancava infatti quell'apparato concettuale (la
sottrazione fino ai principi primi e la distinzione fra parte e tutto) che
invece caratterizza la definizione dei minimi accademici
21
.
Math. 10,255ss.), i cosiddetti Pitagorici, cio Senocrate, separano il solido dal corpo ponen-
doli su due livelli diversi, intellegibile e sensibile, e sembrano accettare, insieme con gli
atomisti e i corpuscolaristi, che i corpuscoli fisici possano essere eterni (supra, II 4; 4. 1 e 2).
Questo non impedisce loro di proporre una ulteriore scomposizione mentale dei corpi fi-
sici negli enti matematici. Dunque non c' contraddizione fra una eventuale indivisibilit
dei corpuscoli elementari e una loro scomposizione xot raivoiov negli elementi incorpo-
rei che ne costituiscono il fondamento.
19
La priorit della parte rispetto al tutto uno dei tratti caratteristici della dottrina di Seno-
crate, cf. Pines 1961, 1-34; Krmer 1971, 342-344; Isnardi-Parente 1982, 350-53.
20
Themist. De an. 404 b 20, 11,20 (Xenocr. Fr. 260 IP), supra, II 4. 2 n. 71.
21
Sext. Emp. Adv. Math. 10,252-256, supra, II 4 n. 38 e 4. 1.
Atomi e minimi 194
2. Atomi e minimi. L'interpretazione matematizzante
dell'atomo in Aristotele
Aristotele non riferisce mai esplicitamente il termine ro iotov, nella sua
accezione di elemento minimo risultante da una divisione finita, all'atomo
di Leucippo e Democrito. Il termine compare invece per lo pi in contesti
generici, senza precise attribuzioni e soprattutto come definizione cor-
rente. Aristotele lo utilizza generalmente nell'ambito della critica a quelle
teorie che ammettono una composizione e scomposizione di particelle
nella costituzione e nella mescolanza dei corpi. In alcune di esse com-
preso anche l'atomo, ma Aristotele, quando prende in considerazione
separatamente la dottrina gli atomisti, non lo designa mai specificamente
come tale.
Egli parla di roioto sia nel De generatione et corruptione che nel De
sensu criticando il concetto di mescolanza come giustapposizione di parti-
celle: dal momento che i corpi sono divisibili all'infinito, la mescolanza
non una composizione di roioto posti l'uno accanto all'altro e imper-
cettibili
22
. Non vengono fatti nomi specifici, ma sembra siano attaccati
congiuntamente l'atomismo e il presunto corpuscolarismo di Empedocle
e di Anassagora
23
. Da un brano del primo libro del De caelo in cui, come ha
abbondantemente documentato Krmer, gli obiettivi della critica sono
principalmente gli Accademici, in particolare Senocrate
24
, si pu tuttavia
22
De gen. et corr. A 10, 327b 33ss. otov yo oute ri ixo oioir0gi to iyvu rvo xoi
tr0gi ao ogo toutov to v toaov eotr g ogov rxootov rivoi tg i oio0gori, totr
rixtoi g ou, o rotiv eotr otiouv ao otiou v rivoi oiov tev i0rvtev [...] tatt
o o:x to:tv tt :o!oto:o ototot0jvot, o:ot o: v0tot :o::o xot at t o rtrov,
ogov e outr xoto ixo oeorvo ori to iyvurvo ovoi ri0oi. De sens. 3, 440a
31-440b 4 ri o roti ii tev oeotev g ovov tov toaov toutov o var oiovtoi tivr,
aoo o!!j!o :ov t!oto:ov :t0tatvov, oogev o giv oio tg v oio0goiv, o oe
aovtgi ao vte eoar rv toi ari ire rigtoi xo0oou ari ao vtev...
23
Per possibili allusioni all'atomismo, v. infra nel testo e n. 34. Per quanto riguarda la critica a
teorie corpuscolari, cf. De gen. et corr. B 7, 334a 26-30 r xrivoi tr yo toi ryouoiv e
Earooxg ti r otoi toao o vo yxg yo ou v0roiv rivoi xo0oar r aiv0ev xoi
i0ev toio xoi to iyo or touto rx oeor vev rv rotoi tev otoiriev, xoto ixo
or ao ogo ouyxrir vev. Phys. A 4, 187a 36-187b 2 (riferito ad Anassagora) to oiaov
gog ouoi vriv r ovo yxg r voioov r ovtev r v xoi r vuaoovtev yivro0oi, oio i-
xotgto or tev oyxev r o voio0gtev giv. oio ooi aov r v aovti ri0oi oioti aov rx
aovto reev yiyvorvov.
24
Krmer 1971, 266 n. 123 fa notare come in De Cael. I 1, 299a 2ss. la stessa accusa di
scuotere i principi della matematica sia rivolta contro gli Accademici e in Metaph. N 3,
1090b 28 contro i sostenitori delle idee-numero. Se vero che in un altro passo del De caelo
(I 4, 303a 20-23, v. infra, n. 31) anche gli atomisti antichi vengono accusati di aver scon-
volto i principi della matematica, osserva ancora Krmer, lo sono in quanto assimilati agli
Accademici come assertori di grandezze indivisibili. Questo loro coinvolgimento in una
pi generale confutazione degli indivisibili diretta soprattutto contro le dottrine accademi-
Capitolo quinto 195
dedurre che Aristotele vede nell'ro iotov soprattutto un concetto acca-
demico, la grandezza minima indivisibile che scuote i principi della mate-
matica
25
. Proprio nell'ambito degli attacchi a Senocrate sono pi frequenti
anche le allusioni al corpuscolo democriteo interpretato come ro iotov.
Quest'ultimo costituisce per Aristotele il corrispettivo della monade/
parte/ misura di Senocrate. In Metaph. M 8, 1084b 27ss., egli instaura una
esplicita relazione fra coloro che costruiscono la realt dal "minimo" e gli
Accademici. Questi ultimi avrebbero posto la monade come 'materia' del
numero, quelli il minimo come elemento costitutivo degli esseri. Il difetto
degli Accademici per quello di aver assunto contemporaneamente due
tipi di unit, ambedue in qualche modo prime: la monade costitutiva del
numero ideale e il numero ideale stesso (la diade, la triade, la tetrade). In
realt Senocrate distingue fra questi due tipi di unit (l'una la parte, l'altra
il tutto) e le pone a due differenti livelli: le unit che costituiscono il
triangolo in s, indivisibile, non sono a loro volta triangoli, ma linee, che,
avendo una sola dimensione, non appartengono pi allo stesso ambito,
cio alle superfici. Il triangolo in s dunque nel contempo indivisibile, in
quanto unit di misura delle superfici, e scomponibile, ma in unit che
appartengono ad un altro livello (la linea). Lo stesso vale per i numeri
ideali: la triade una unit in quanto elemento ultimo del suo ambito,
molteplicit in quanto pu essere scomposta in monadi appartenenti per
ad un livello superiore. Aristotele tuttavia non fa cenno a questa distin-
zione e rimprovera ai sostenitori delle idee-numero di aver sbagliato ri-
spetto a coloro che avrebbero posto dei minimi poich questi ultimi non
considerano il corpo composto di corpuscoli una vera unit, gli Accade-
mici ritengono invece anche il composto una unit a tutti gli effetti. Ari-
stotele non fa alcun riferimento specifico, ma instaura un'analogia fra le
monadi componenti dell'idea-numero e i minimi posti da "alcuni" a fon-
damento della realt. I commentatori antichi vedono in questo brano
un'allusione a Democrito e Leucippo
26
. L'attribuzione pu essere il riflesso
di una tradizione che dirotta sugli atomisti antichi ogni accenno all'ro i-
otov, ma potrebbe anche corrispondere in questo caso all'intenzione di
Aristotele. Egli potrebbe infatti essersi servito a fini critici di una inter-
che sottolineato dal rinvio ai libri della Fisica, Sul tempo e sul movimento. Il fatto che Simpl.
In De cael. ad loc. 202,27-31 individui in Democrito o chiunque altro sostenga grandezze
minime l'obiettivo dell'attacco semplicemente il riflesso di quella tradizione neoplatonica
di difesa degli Accademici che dirotta il pi possibile su Democrito le critiche aristoteliche
contro le grandezze indivisibili. Su questo, v. infra, VI 3. 4.
25
De cael. A 5, 271b 9-11 oiov ri ti roiotov rivoi ti oig r yr0o outo yo touoi-
otov riooyoyev to r yiot ov xivgorir te v o0gotixev.
26
[Alex.] In Metaph. 1084 b 23, 775,28; Syrian. In Metaph. 1084b 23, 152,20; Simpl. In De cael.
271b 2, 202,27. Themist. In De cael. 271b 4-19, 22,16-19 mantiene invece la genericit del
riferimento aristotelico (Si quis minimam aliquam esse dicat magnitudinem indivisibilem...).
Atomi e minimi 196
pretazione degli atomisti come sostenitori di minimi fisici proprio per
mostrare agli avversari che le loro teorie non erano migliori di quelle che
essi criticavano. Un parallelo si ritrova infatti in Metaph. Z 13 dove i soste-
nitori dell'idea-numero risultano perdenti nel confronto con Democrito:
Perci, se la sostanza una, non sar composta da sostanze che in essa si trovano
ed giusto il modo in cui si esprime Democrito: infatti dice che impossibile che
dal due derivi l'uno o dall'uno il due; egli, infatti, pone come sostanze le gran-
dezze indivisibili. E' chiaro perci che allo stesso modo staranno le cose in rela-
zione al numero, se il numero, come dicono alcuni, una composizione di mo-
nadi; infatti o la diade non un uno o non c' alcuna monade in atto al suo in-
terno
27
.
Il confronto con la diade accademica e l'ironica allusione all'aporia del
Fedone sulla causa della genesi del due (96e-97b), condizionano anche la
formulazione della dottrina di Democrito in questo passo: la molteplicit
da cui non pu derivare una unit citata altrove, diventa qui unicamente il
due
28
. L'obiettivo di Aristotele infatti quello di dimostrare che gli
Accademici non solo utilizzano gli stessi concetti di coloro che essi criti-
cano, ma cadono in contraddizioni che quelli hanno evitato.
Alla stessa matrice critica nei confronti dell'atomismo senocrateo da
riportarsi la strana assimilazione di atomi democritei (non denominati
espressamente roioto, ma considerati in ogni caso come oggetti mate-
matici) e monadi di Senocrate che emerge in un passo del De anima sulla
teoria dell'anima come numero che muove se stesso. Le sferette dell'anima
di Democrito sono considerate equivalenti a monadi in quanto, in rela-
zione a questa tesi, non sarebbero rilevanti le loro diverse dimensioni, ma
il fatto che siano una quantit
29
. Le due dottrine cos assimilate soggiac-
ciono alle stesse obiezioni. L'obiettivo polemico principale tuttavia pro-
prio Senocrate e non Democrito
30
in quanto Aristotele discute in partico-
lare la definizione senocratea dell'anima come numero che muove se
stesso (cf. A 4, 408b 32).
27
Metaph. Z 13, 1039a 7-14 (68 A 42 DK; 46, 211 L.) eot ri g ouoio r v, oux rotoi r
ouoiev rvuaoouoe v xoi xoto toutov to v toaov, o v r yri Agoxito o0e oou vo-
tov yo rivoi goiv rx ouo r v g r r vo ouo yrvro0oi to yo ryr 0g to otoo to
ouoio aoiri. ooie toivuv ogov oti xoi ra oi0ou rri, riar rotiv o oi0o
ouv0roi ovooev, eoar r yrtoi uao tivev g yo ou r v g ouo g ou x roti ovo r v
outgi rvtrrrioi.
28
Su questi passi, v. supra, III 4. 3 e n. 152.
29
De an. A 4, 409a 10-15 (117 L.) oorir o ov ou0r v oiorriv aovooo !t,ttv j ooao:to
atxoo xoi yo rx te v Agoxitou ooiiev r ov yr vevtoi otiyoi, o vov or rvgi to
aooov, rotoi ti rv outei to r v xivou v to or xivourvov, eoar r v tei ouvrri ou yo
oio to ryr0ri oiorriv g ixotgti ouoivri to r0r v, o oti aooo v.
30
Come invece sostiene Silvestre 1985, 77.
Capitolo quinto 197
Nei contesti in cui riporta il termine o il concetto di ro iotov, Aristotele
si riferisce dunque o ad una definizione generale di minimo applicata
all'interpretazione di pi dottrine presocratiche o, se allude specificamente
a Democrito, lo fa nell'ambito di una polemica con Senocrate e con
l'Accademia per dimostrare agli avversari che quei corpuscoli sono del
tutto simili, se non superiori sul piano teorico, alle loro monadi. In que-
st'ultimo caso Aristotele stesso a spingere nella direzione matematiz-
zante la concezione dell'atomo per farla aderire il pi possibile alla mo-
nade accademica.
C' poi un altro tipo di contesto, complementare a questo, nel quale,
per ragioni di economia, Aristotele sembra avvallare una interpretazione
dell'atomo come minimo matematizzante. In questi casi egli si serve del-
l'assimilazione dell'atomo all'ro iotov xoi o rr , minimo indivisibile e
misura, per la ragione opposta, per poter sollevare cio contro Democrito
le stesse obiezioni da lui rivolte ai minimi di Senocrate e per non doversi
quindi produrre in una critica specifica dell'atomismo antico. In questi casi
egli rimanda puntualmente ai libri della Fisica, Sul tempo e sul movimento. In
questo contesto rientra il rimprovero agli atomisti nel terzo libro del De
caelo di andare contro i principi della matematica e di confutare molte
opinioni comuni e molti fenomeni ponendo corpi indivisibili
31
. Aristotele
utilizza qui strumentalmente un'interpretazione matematizzante dell'a-
tomo democriteo che gli permette di cumulare un ulteriore motivo critico
senza doverlo poi sviluppare specificamente. Il fatto che rimandi ai libri
Sul tempo e sul movimento (rispettivamente il cap. 1 e 2 del sesto libro della
Fisica) diretti in generale contro gli indivisibili, ma principalmente contro
quelli accademici
32
, conferma che Aristotele economizza sulla discussione
del problema pi specifico unificando sotto un'unica voce teorie demo-
critee e indivisibili accademici. Ancora in De sens. 6, dove non menziona
espressamente alcun nome, allude agli indivisibili conoscibili solo col pen-
siero e privi di qualit sensibili che risulterebbero dalla divisione dei corpi
come a dei corpi "matematici":
talch necessariamente la sensazione deve essere divisibile all'infinito e ogni parte
deve essere una grandezza sensibile; poich impossibile vedere il bianco senza
vedere una quantit di colore bianco. Se infatti cos non fosse, sarebbe possibile
l'esistenza di un corpo privo di colore, di peso e di qualsiasi affezione del genere;
talch un tal corpo non sarebbe per nulla sensibile, dal momento che i sensibili
possiedono queste affezioni. Dunque il sensibile sarebbe composto di enti non
31
De cael. I 4, 303a 20-23 (67 A 15 DK; 109 L.) ao or toutoi ovoyxg oro0oi toi
o0gotixoi raiotgoi otoo oeoto ryovto, xoi aoo tev rvooev xoi tev oi-
vor vev xoto tgv oio0goiv o voiri v, ari e v rigtoi aotrov r v toi ari ovou xoi
xivgore.
32
Cf. Krmer 1971, 265s.
Atomi e minimi 198
sensibili. E' necessario invece che lo sia poich non pu essere certamente com-
posto di enti matematici
33
.
Aristotele rimanda per la critica ancora agli stessi passi del sesto libro della
Fisica dove vengono trattati specificamente gli indivisibili, ma non chiaro
se qui, nel De sensu, egli alluda solo all'atomismo accademico o anche al-
l'atomismo democriteo interpretato in questa ottica
34
.
Il tratto caratterizzante dei passi aristotelici in cui il corpuscolo demo-
criteo viene considerato un ro iotov indivisibile contrario ai principi
della matematica dunque il confronto con concetti e teorie accademiche.
Questo rafforza il dubbio che nella dottrina originale l'atomo non compa-
risse in una problematica marcata da una visione matematizzante della
realt e dalla ricerca dei principi universali e che non fosse affatto una
reazione al paradosso della divisibilit all'infinito. Giudicato per da que-
st'angolazione, il corpuscolo solido e compatto degli atomisti antichi era
interpretabile come la particella ultima indivisibile risultato di una divi-
sione finita e misura della realt fisica, corrispondente in qualche modo al
concetto accademico di roiotov xoi o rr . L'astrattezza di tipo ma-
tematico che caratterizza questa concezione urta per contro i tratti pecu-
liari dei cosiddetti atomi di Leucippo e Democrito che non hanno un
numero definito di forme tali da poter "misurare" e ordinare il sensibile e
non possono a loro volta essere "misurati" da un'unica unit di misura
35
.
Gli ro ioto xoi org prospettati nel De lineis sono infatti misure prime
delle lunghezze, delle superfici, dei solidi e dei corpi elementari, e corri-
spondono ciascuno ad una unit nel loro ambito. L'interpretazione degli
atomi di Leucippo e di Democrito sullo sfondo di problematiche e con-
cetti ad essi estranei favoriva ovviamente le critiche, in particolare quella
all'infinit e all'irregolarit delle forme che emerge occasionalmente in
Aristotele e si intravvede dietro una osservazione marginale della Metafisica
teofrastea, passi che verranno commentati qui di seguito.
33
De sens. 6, 445b 8-15 (110, 429 L.) eot o vo yxg tg v tr oio0goiv ri oario oioirio0oi
xoi ao v rivoi r yr0o oio0gtov oouvotov yo ruxo v rv oo v, g aooov or. ri yo g
oute, r voroit ov ri voi ti oeo gor v rov eo gor oo go oo ti toioutov
ao0o eot ouo oio0gtov oe, touto yo to oio0gto. to o oio0gtov rotoi ouyxrir-
vov oux r oio0gtev. o ovoyxoiov ou yo og r x yr te v o0gotixev.
34
De sens. 6, 445b 15-21 (110, 429 L.) rti tivi xivourv touto g yveoor0o g tei vei o
ou vogto, ouor vori o vou to rxto g rt oio0gore o vto, oo o ri tout rri oute,
roixr oturi v toi to otoo aoiouoi ryr0g oute yo o v uoito o oyo. o oou vo-
to rigtoi or ari oute v r v toi oyoi toi ari xivgore.
35
Il problema stato rilevato da Sinnige 1968, 152s. che proprio su queste basi rifiuta la
caratterizzazione matematica che in pi punti Aristotele attribuisce all'atomo degli atomisti
antichi presentandolo come risultato della divisibilit all'infinito. Su questo problema si
appuntata in particolare anche l'attenzione della critica anglosassone, cf. Baldes 1972, 1;
Konstan 1987, 6 n. 7; Furley 1987, 127ss.; Lewis 1990, 249ss.
Capitolo quinto 199
L'ultima parte di De caelo I 4, , come giustamente osserva Krmer
36
,
fondamentale per individuare dei residui di interpretazioni accademiche
degli atomisti in Aristotele in quanto ripropone in sequenza tutti i punti
qualificanti di quella esegesi dell'atomo ora delineata. Il passo si apre in-
fatti con un breve resoconto sull'atomismo che si conclude inopinata-
mente con l'osservazione:
in un certo modo anche costoro riducono tutte le cose esistenti a numeri e le
fanno composte di numeri; e infatti, anche se non lo dichiarano apertamente,
tuttavia vogliono dire proprio questo
37
.
Ora, questo contrasta con tutti gli altri giudizi aristotelici che vogliono
l'atomismo antico distinto da quello platonico proprio per il fatto che
pone a fondamento del reale dei corpi e non degli enti matematici, ma
concorda con una visione matematizzante degli atomi considerati come
unit tutte uguali alla stregua di quelle numeriche e, come tali, misure
ultime della realt
38
. Da questa interpretazione scaturisce la successiva
critica alle forme infinite degli atomi:
Ancora neppure secondo la loro teoria sembrerebbe che gli elementi fossero in-
finiti se i corpi differiscono per la figura e tutte le figure sono composte da pira-
midi, quelle rette da piramidi rette, la sfera da otto parti. Infatti necessariamente
ci sono dei principi delle figure. Cosicch, sia che questi principi siano uno, sia
che siano due o pi, anche i corpi semplici saranno altrettanti per numero
39
.
Queste teorie della composizione degli elementi da piramidi sono state
attribuite a diversi allievi di Platone
40
, ma la matrice accademica della cri-
tica non mai stata messa in discussione. Le forme degli atomisti, che non
hanno nulla a che fare con le figure matematiche, vengono interpretate e
criticate alla luce della concezione accademica esposta da Aristotele stesso
36
Krmer 1971, 265.
37
Arist. De cael. I 4, 303a 8-10 (67 A 15 DK; 109 L.) toaov yo tivo xoi outoi ao vto to
ovto aoiouoiv oi0ou xoi r oi0ev xoi yo ri g ooe ogou oiv, oe touto
ouovtoi r yriv.
38
Questa anche l'interpretazione fornita dai commentatori, cf. Themist. ad loc. 178,8-22;
Simpl. ad loc. 610,3-7.
39
Arist. De cael. I 4, 303a 29-303b 3 rti ouor xoto tgv toutev uaogiv oo rirv o v oario
yiyvro0oi to otoirio, riar to r v oe oto oiorri og ooi, to or ogoto ao vto
ouyxritoi rx auoioev, to r v ru0uyoo r ru0uyoev, g or ooio r oxte
oiev. o vo yxg yo rivoi tivo oo tev ogotev. eotr ritr i o ritr ouo ritr
ariou, xoi to oao oeoto tooouto rotoi to ag0o.
40
Heinze 1892, 70 n. 1 e Cherniss 1962, 143 le hanno attribuite a Senocrate, Isnardi Parente
1982, 357s. a Speusippo, Furley 1967, 98 e Krmer 1971, 265 le hanno riportate ad un
esempio di scuola corrente nell'Accademia. Assolutamente infondata invece la tesi di Lu-
r'e 1970 che, in accordo con la sua concezione di un Democrito matematico, le riferisce a
quest'ultimo (Test. 130), pur ammettendone la "somiglianza" con quelle accademiche (450
ad loc.). La sua interpretazione stata tuttavia ripresa anche da Baldes 1972, 2 e 10 n. 5.
Atomi e minimi 200
poco dopo
41
secondo cui gli elementi sono costituiti ciascuno da una fi-
gura solida la prima delle quali la piramide
42
. In questo capitolo Aristo-
tele si serve dunque sia di argomenti accademici contro gli atomisti
43
, sia
del modello di assimilazione di atomismo antico e accademico per criti-
care ambedue.
Del resto anche in Teofrasto, che ci restituisce la versione pi marca-
tamente fisica delle dottrine democritee e leucippee, sono individuabili, in
un accenno dell'ultimo capitolo della Metafisica (11b 17-22), residui di una
critica alle forme atomiche espressa dall'ottica matematizzante secondo
cui gli indivisibili sono le unit di misura dei vari gradi dell'essere. Teofra-
sto, conclude il suo trattato dicendo che negli enti non esiste un ordine
assoluto, n un finalismo assoluto, ma solo fino ad un certo punto. Su
queste basi classifica una serie di enti in relazione al grado di ordine che
essi possiedono:
sembrerebbe che, fra i sensibili, possedessero il massimo ordine i corpi celesti, fra
gli altri, se non sono addirittura precedenti a questi ultimi, gli oggetti matematici.
Se anche infatti non tutto in questi ordinato, almeno lo la maggior parte di
loro, a meno che non si prendano in considerazione forme quali quelle che De-
mocrito attribuisce agli atomi
44
.
La sequenza teofrastea ordinata in maniera dicotomica: da una parte gli
oi o0gto (nel cui ambito il massimo ordine rapppresentato dai corpi
celesti), dall'altra i o0gotixo che fanno parte dei vogto. Subordinata-
mente a quest'ultima voce Teofrasto cita specificamente le forme democri-
tee. Qui non solo presupposta la distinzione fra oi o0gto e vogto pre-
sente anche nelle argomentazioni dei "Pitagorici" di Sesto, ma anche il
modello esegetico di De caelo I 4 che considera gli atomi alla stessa stregua
degli oggetti matematici. L'accenno alle forme non va interpretato tanto
come la possibilit dell'introduzione di un disordine reale in questi ultimi,
quanto piuttosto come un caveat nei confronti di dottrine come quella di
41
I 4, 304a 14ss., v. supra, n. 4.
42
Temistio, nel commento al passo, mette proprio in rilievo questa incongruenza di giudicare
le figure atomiche e di criticarle come se fossero delle figure matematiche, In De cael.
181,29-34 Perspicuum est autem et manifestum figuras regulatas esse finitas, quemadmodum sunt omnes
figurae, quae equilaterae sunt ac aequis angulis constant, figurae autem irregulatae termino ac fine vacant.
Itaque si isti dixerint individua ita se habere, quemadmodum etiam dicere solent, consentaneum non est, ut
per hunc sermonem eis opponatur.
43
Non si tratta quindi semplicemente di un uso arbitrario da parte di Aristotele della dottrina
del Timeo per confutare Democrito (Cherniss 1935, 6s.), ma della ripresa di una critica cor-
rente nell'Accademia basata sulla considerazione delle figure atomiche come solidi regolari.
Il contesto stesso giustifica quest'uso.
44
Theophr. Metaph. 11b 17-22 (175 L.) oioto o o v oorirv rriv tg v yr to iv te v rv
oio0gtev to ouo vio, tev o oev, ri g oo xoi aotro toutev, to o0gotixo ri
yo xoi g ao v o r v toutoi arov to trtoyrvov. ag v ri ti toiouto oo voi to
oo oi o Agoxito uaoti0rtoi te v otoev.
Capitolo quinto 201
Democrito: le forme atomiche si situano s al di fuori del sensibile, ma
non possono essere paragonate agli oggetti matematici proprio per le loro
forme irregolari. La distanza da questi ultimi sottolineata dall'uso da
parte di Teofrasto del termine ooi che designa l'aspetto, la foggia in
generale, ma non le forme geometriche (og oto). Questa equiparazione
con, e nel contempo distinzione dagli oggetti matematici costituisce un
caso singolare nell'esegesi teofrastea dell'atomismo antico e si giustifica col
fatto che nella Metafisica Teofrasto presta maggiore attenzione alle tesi
accademiche
45
.
Proprio la trattazione delle forme e delle grandezze fa risaltare la di-
versa ottica con cui gli atomisti antichi affrontano il tema della genera-
zione e della corruzione rispetto agli Accademici. Se i corpuscoli indi-
struttibili degli atomisti presentano variazioni infinite di forma e gran-
dezza, significa che essi erano concepiti non come unit minime cui si
arriva per divisione di corpi e grandezze omogenee, ma, al contrario,
come corpuscoli indistruttibili ed eterni da cui si parte per comporre una
variet infinita di corpi: l'infinit delle forme concepita a questo fine
46
e
forme particolari degli atomi, come quelle uncinate e ad amo hanno senso
in un'ottica costruttivistica
47
non in una prospettiva matematizzante che
arriva ai minimi per divisione
48
. Aristotele faceva osservare nel De caelo che
la differenza fra la fisica e la matematica sta nel fatto che l'una procede per
addizione l'altra per sottrazione
49
. Questa definizione si addice anche alla
diversit di impostazione e di origine fra l'atomismo antico e quello acca-
demico. Interpretare gli atomi come risultanti da una divisione in parti
45
Gli ultimi editori della Metafisica teofrastea hanno visto in questo accenno alle forme demo-
critee un problema che forse risolvibile se correlato con il contesto interpretativo pi
ampio dell'atomismo in generale. Laks-Most 1993, 88, pur ammettendo che l'irregolarit
delle forme atomiche spiegherebbe l'allusione ad un disordine negli enti matematici, riten-
gono inutile il agv ri in quanto gli atomi di Democrito non sono affatto forme geometri-
che. L'eccettuativa si giustifica per alla luce della critica di matrice accademica contro l'in-
finit e l'irregolarit delle forme che si ritrova anche in De caelo I 4.
46
Cf. Theophr. Fr. 229 FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 28,22) (68 A 38 DK; 318 L.) eotr
ruoye oariev ouoe v tev oe v ao vto to ao0g xoi to ou oio oaooeoriv
ragyyrovto, u ou tr ti yivrtoi xoi ae.
47
Cf. Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 295,14-18) (68 A 37 DK; 227, 293 L.)
tou or our vriv to ou oio rt ogev ri tivo oitiotoi to raooyo xoi to
ovtigri tev oeotev to r v yo oute v rivoi oxogvo , to or oyxioteog, to or
xoio, to or xuto, to or oo ovoi0ou rovto oiooo . Cf. Stob. 1,22,1 (67 A 23
DK; 386 L.) Aruxiaao xoi Agoxito itevo xuxei xoi ur vo aritrivouoi tei
xooei, oio te v o yxiotorioev otoev ouararyr vov. Cf. anche Diog. Laert. 9,31ss.
(67 A 1 DK; 382 L.); Theophr. Fr. 229 FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 28,19-22) (68 A
38 DK; 318 L.); Id. De sens. 66 (68 A 135 DK; 496 L.).
48
Non a caso le critiche all'indivisibilit dell'atomo nella tradizione tarda (v. infra, VI 3. 2. 1 e
3. 2. 2) si appuntano in particolare contro tali forme atomiche.
49
Arist. De cael. I 1, 299a 17s.; cf. anche Metaph. K 3, 1061a 28-1061b 7.
Atomi e minimi 202
sempre pi piccole di un corpo, significa infatti inserirli in una soluzione
matematizzante del problema dell'infinita divisione che subordina il
mondo fisico ai principi incorporei e alla definizione di essere e uno tipica
dell'Accademia. Significa inoltre isolare il corpuscolo degli atomisti dalla
sua caratteristica peculiare, il movimento, e soprattutto sradicarlo dal
contesto socio-politico e culturale del tempo in cui stato concepito.
Un'astrazione in questo senso viene operata in certi contesti da Aristotele
stesso. Se si guarda infatti ai tre termini che egli riporta come originali
democritei e che designano le potenzialit generatrici del corpuscolo di
Leucippo e Democrito, uoo , toag, oio0iyg , si pu percepire chiara-
mente la distanza che separa una concezione del mondo di tipo compo-
nenziale e dinamico articolata su uno sfondo socio-politico da una di tipo
afairetico e statico concepita in termini matematico-dialettici. Gli atomi
sono rappresentati come esseri viventi che si muovono e si combinano in
un contesto di lotte e di cambiamenti, gli roioto xoi org che invece
emergono dai resoconti sugli indivisibili accademici hanno tutte le caratte-
ristiche astratte delle unit matematiche e derivano da una scomposizione
teorica della realt fisica subordinata alla definizione di essere e di uno.
Aristotele traduce dunque in una terminologia pi adeguata ai problemi
teorici dell'atomismo del suo tempo i termini originali democritei con il
risultato di trasformare l'atomo da corpo in movimento ad entit spaziale
astratta
50
, non solo, ma di privarlo di quelle connotazioni che riflettono
una realt socio-politica dell'ultimo terzo del V sec. a.C. Cos la denomi-
nazione ogo, per uoo , trasforma l'atomo in una figura statica e
astratta alla stregua delle figure geometriche platoniche. Puoo veicola
tuttavia un'immagine dinamica: il "ritmo" il passo cadenzato della danza
e della marcia
51
. I poeti arcaici lo usano poi per indicare una "disposi-
zione" dell'essere umano in una sequenza mutevole o in una variet di
50
Sul tratto del movimento indissolubilmente legato alle denominazioni dell'atomo democri-
teo e sulla completa scomparsa di tale caratterizzazione nelle traduzioni aristoteliche, cf.
von Fritz 1938, 25-29; Silvestre 1981, 40ss. sottolinea ulteriormente questo fatto, ma in-
travvede nel termine uoo "la proporzione e il rapporto armonico esistente tra le misure
fondamentali dell'atomo (che ha elencato prima in configurazione esteriore, altezza, lar-
ghezza, profondit ecc.)" o "il rapporto esistente tra la forma e la grandezza dell'atomo"
(42). In questa definizione tuttavia viene tacitamente presupposto che l'atomo sia conce-
pito come teoreticamente divisibile e che possieda dei minimi con i quali essere misurato,
insomma che coincida con l'atomo epicureo. Se la misura non viene concepita inoltre nei
termini di una misura di lunghezze come il minimo dell'atomo di Epicuro, riesce difficile
immaginare come possa essere concretamente pensabile una misura di forme irregolari
come quelle degli atomi democritei. Per una recente e approfondita analisi del termine, cf.
ora Morel 1996, 54-59.
51
Ar. Th. 956; Xen. An. 5,4,14; Cyr. 1,3,10; Pl. Leg. 670b.
Capitolo quinto 203
stati d'animo
52
. Anche nell'uso erodoteo, gi molto vicino a quello
democriteo, il termine compare in un contesto di cambiamento. Erodoto
riporta l'origine delle lettere greche all'alfabeto fenicio: i Greci ne avreb-
bero col tempo cambiato il suono e la "foggia"
53
. Il titolo di un'opera
democritea, che, per lingua e terminologia sembra essere originale, :
"Sulle cose che cambiano foggia" (Hri oriiuoie v
54
). In altri testi
contemporanei a Democrito uoo significa la "foggia" particolare di un
vestito o di qualche altro capo di abbigliamento che lo distingue da altri e
ne caratterizza la provenienza geografica
55
. Dunque uoo non la figura
geometrica di un atomo isolato e astratto, bens l'aspetto caratteristico e
distintivo di un corpuscolo in movimento in un contesto vario e mutevole
o comunque di forma irregolare. Toag rimanda anch'essa ad un cambia-
mento, in quanto indica la "giravolta" di un atomo in movimento ed
tratto sicuramente dal lessico militare
56
: toag infatti l'atto di volgersi in
fuga di fronte al nemico
57
. Nel frammento aristotelico su Democrito aleg-
gia in effetti l'immagine di una oto oi, di una "guerra civile", nella quale
gli atomi si scontrano gli uni con gli altri:
Queste essenze sono in lotta l'una contro l'altra e si muovono nel vuoto a causa
della loro disuguaglianza e delle altre differenze summenzionate e, muovendosi,
si scontrano e si avviluppano
Alcuni atomi, nello scontro, si "volgono in fuga" di fronte ad altri; ecco
dunque la toag. Quello di Aristotele un contesto cosmogonico, ma la
52
Cf. e.g. Archil. Fr. 128,6s. West oo otoioiv tr oir xoi xoxoioiv o ooo/ g igv,
yiveoxr o' oio uoo o v0eaou rri. Theogn. 1,963s. gaot' raoivgogi, ai v o v
riogi o voo oogve/ oygv xoi u0ov xoi toaov ooti ov gi.
53
Hdt. 5,58,1 rto or ovou aooivovto oo tgi evgi rtroov xoi tov u0ov tev
yootev. Come ha gi ricordato il von Fritz 1938, 25s. una relazione diretta fra i due usi,
erodoteo e democriteo, comunque inverosimile.
54
Diog. Laert. 9,47 (68 A 33 DK; CXV (V) L.).
55
[Hippocr.] Art. 62 (II,214,2 Khlewein = IV,268 Littr), per la foggia particolare delle
calzature chiote. Cf. anche Eur. Her. 130 per la foggia "greca" del peplo.
56
Non bisogna dimenticare che fra i titoli di Democrito compaiono anche un Toxtixo v e un
Oaooixov. Queste opere sono state talvolta considerate spurie dalla critica moderna
solo in seguito al pregiudizio che Democrito, da filosofo qual era, non avesse potuto scri-
vere anche opere tecniche di questo genere. In realt Democrito non un filosofo, ma un
tipico polymathes dell'ultimo terzo del V sec. a.C. (come lo era del resto Ippia) il cui tratto
caratterizzante appunto quello di invadere anche il campo delle technai. Il sofista Dioni-
sodoro che conosciamo anche da Platone tiene fra l'altro anche corsi di tattica militare
(Xen. Mem. 3,1,1). Democrito esortava ad imparare la trvg aorixg poich era impor-
tantissima. Plut. Adv. Colot. 1126 A (68 B 157 DK; 728 L. ev Ago xito rv aooivri tgv
tr aorixgv trvgv ryiotgv ouoov rxoioooxro0oi...). La lezione aoitixgv che si trova
in Diels (e in Lur'e) una correzione di Reiske della lezione dei manoscritti, cf. invece De
Lacy 1967 ad loc.
57
Hdt. 1,30; Thuc. 2,19; 6,69 al.; Aesch. Ag. 1237; Soph. Aj. 1275; [Eur.] Rhes. 82; Ar. Eq.
246.
Atomi e minimi 204
toag un fenomeno frequente anche all'interno dei composti nel mondo
attuale tenuti insieme da una o voyxg pi forte delle loro spinte centrifu-
ghe: in questo caso la "giravolta" non comporta una "fuga", ma determina
semplicemente un assetto diverso del composto stesso: il corpo cambia,
ad esempio, colore. Aristotele traduce il termine con 0roi eliminando
non solo l'aspetto dinamico e il carattere relazionale di questa "giravolta",
ma soprattutto cancellando tutto il complesso di immagini e connotazioni
socio-politiche evocate da questo termine e sradicandolo dal contesto in
cui stata concepito.
Gli atomi in movimento dunque si scontrano: gli uni si 'volgono', gli
altri invece, evidentemente quelli che hanno forme complementari, ri-
mangono "impigliati" nella lotta e, volenti o nolenti, imprigionati nell'ab-
braccio adattandosi senza arrivare per mai ad una unione completa.
Questo processo di reciproco contatto definito oio0iyg. Si tratta di un
hapax, ma 0iyyo ve significa, oltre che "toccare", anche "abbracciare" e
avere rapporti sessuali
58
. Il termine rimanda dunque all'immagine di una
lotta che tuttavia, producendo dei "contatti" anche forzati, pu trasfor-
marsi in una forza generatrice. Anche la oio0iyg determina l'apparenza
dei composti: il contatto pu essere pi o meno stretto, riguardare super-
fici pi o meno ampie e dare origine ad aggregati pi o meno omogenei,
pi friabili o pi compatti, come nel caso degli oggetti bianchi descritti da
Teofrasto
59
. Aristotele traduce il termine con toi, l'ordine degli atomi in
un composto, eliminandone il carattere di reciprocit, il dinamismo e
soprattutto le connotazioni che stanno alla radice dell'immagine. I corpu-
scoli di Leucippo e Democrito sono concepiti sullo sfondo di una visione
socio-politica della natura, dove singoli individui resistenti e indistruttibili,
in continua fibrillazione, forniti di movimenti propri e spiccate tendenze
all'autonomia, rimangono volenti o nolenti impigliati in aggregazioni alea-
torie
60
. Era per inevitabile che, una volta inseriti in una visione mate-
matizzante e astratta finalizzata al discorso sugli indivisibili e sui principi,
questi corpuscoli assumessero quelle caratteristiche concettuali astratte
che si incontrano in molti resoconti aristotelici e venissero interpretati
come roioto, corpuscoli minimi che, in qualit di riflessi dell'uno nel
mondo fisico, lo misurano e lo ordinano e che, quanto non rientrava in
queste categorie, fosse o modificato, o criticato, o espunto. Si tratta di una
costante dei processi di assimilazione culturale alla quale la prassi scola-
stica imprime talvolta una accelerazione innaturale.
58
"Abbracciare": Eur. Ph. 300. "Avere contatti sessuali": Eur. Hippol. 885, 1044; Soph. OC
329. Per altri termini dello stesso campo semantico usati nella dossografia democritea e
probabilmente originali, cf. Decleva Caizzi 1984, 14s.
59
De sens. 73 (68 A 135 DK; 484 L.).
60
V. infra, VII. 3.
Capitolo quinto 205
3. Terminologia accademica nelle denominazioni degli atomi
in Aristotele
L'influsso della problematica accademica degli indivisibili particolar-
mente marcato a livello terminologico quando Aristotele menziona i cor-
puscoli democritei nell'ambito del tema pi generale delle grandezze indi-
visibili e prime, o li confronta con i triangoli platonici. Qui di seguito
prender in esame i singoli termini tecnici con cui Aristotele designa l'a-
tomo sottolineando, all'occasione, la differenza fra il contesto aristotelico
e quello dell'uso del termine nel V sec. a.C., l'et in cui la dottrina atomi-
stica stata formulata.
Atoo. Il termine otoov considerato generalmente originale de-
mocriteo e probabilmente cos. Senza voler negare il valore di tutta una
tradizione che assegna a Leucippo e a Democrito come carattere distin-
tivo proprio la denominazione "atomo", non ci si pu tuttavia nascondere
che le testimonianze, in particolare quella aristotelica, lasciano aperte delle
questioni sul suo uso e sul suo reale significato, che devono comunque
essere rilevate.
Una famosa citazione democritea corrente in molti testi tardi recita:
per convenzione dolce, per convenzione amaro, per convenzione caldo, per con-
venzione freddo, per convenzione colore, in realt atomi e vuoto
61
.
Il termine compare qui al neutro e non permette particolari considerazioni
sul suo significato originario. Della massima in questa forma non sembra
essere rimasta traccia in Aristotele. Teofrasto vi allude in un passo del De
sensu
62
nel quale per parla di ogo e non di otoov. Plutarco, nella Con-
tro Colote, ne riporta la parafrasi specificando che Democrito chiamava gli
61
Cito la versione pi ampia riportata da Sext. Emp. Adv. Math. 7,135 (68 B 9 DK; 55 L.)
voei yuxu, voei aixov, vo ei 0rov, voei uov, voei oig rtrgi or otoo
xoi xrvo v. Cf. anche Diog. Laert. 9,72 (68 B 117 DK; 51 L.). Altre versioni non
menzionano il caldo e il freddo, cf. Gal. De elem. sec. Hipp. 2,9 (60,8 De Lacy = I,2,417 K.)
(68 A 49 DK; 90, 185, 197 L.), cf. De med. empir. 15,7, 114 Walzer (68 B 125 DK; 79-80 L.).
Su queste varianti, cf. Gemelli Marciano 1998. La formulazione della seconda parte della
citazione invece costante in tutti gli autori. Ho dato qui di proposito una traduzione il pi
possibile neutra che lascia aperta la via per pi di una interpretazione. Quella esistenziale
("per convenzione [ il] dolce in realt [ci sono solo] atomi e vuoto") risale all'Accade-
mia scettica e viene ripresa dai neopirroniani, quella relativistica (per convenzione [qual-
cosa] dolce in realt [] atomi e vuoto) riflessa in Galeno. La prima nega esistenza e
valore alle qualit sensibili, l'altra invece ne sottolinea unicamente la relativit. Su questa
massima e sulla sua trasmissione e interpretazione, cf. Gemelli Marciano 1998.
62
De sens. 69 (68 A 135 DK; 3, 441 L.) oae or to rv ogo xo0' outo r oti, to or yuxu
xoi oe to oio0gtov ao oo xoi rv ooi, e goiv.
Atomi e minimi 206
atomi ioroi: "tutto atomi, da lui chiamati forme, e nient'altro"
63
. Questi
passi fanno balenare la possibilit che otoo, nella formulazione corrente
della massima, sia stato sostituito ad ioroi certamente meno indicativo,
ma ben attestato anche per Democrito
64
. A favore di o too, per, depon-
gono il ritmo e l'eufonia.
L'uso e il significato del termine otoov (oeo?) da parte degli atomi-
sti si presentano dunque un poco pi problematici di quanto a prima vista
non sembri. Mi limiter qui ad accennare ad un'ulteriore stranezza. Ari-
stotele, nel gi citato frammento dell'opera su Democrito
65
, non riporta fra
le denominazioni dei corpuscoli democritei il termine otoov. Sebbene le
corrispondenze da lui istituite non siano del tutto precise
66
, rimane
comunque singolare che egli non faccia alcun cenno proprio ad una
denominazione che in altri testi ritiene scontata e fondamentale, tanto pi
che riporta quella molto pi inusuale di vootov. I corpuscoli di Democrito
vengono definiti ixoi ou oi oi, o vto, vooto, orv, ma non otoo n
ooioirto, n compare alcun accenno all'indivisibilit. Il fatto che essi
vengano a contatto senza fondersi mai in un solo ed unico corpo spie-
gabile, come si visto, con la compattezza e la durezza e non presuppone
necessariamente il discorso teorico sull'indivisibilit
67
. Se si confronta,
per, il passo parallelo di Metaph. Z 13, 1039a 7-14 citato sopra
68
dove
Aristotele oppone esplicitamente Democrito a Senocrate, si osserva come
le ou oioi del primo siano senza esitazione qualificate come otoo ryr0g
(to yo ryr0g to otoo to ou oi o aoiri ). Lo stesso fenomeno si ri-
scontra in altri resoconti aristotelici dove esse vengono designate con la
stessa espressione o come o too o otoo oeoto. In generale si tratta di
63
Plut. Adv. Colot. 1111 A (68 A 57 DK; 198 L.) ri voi or ao vto to o toou, ior o ua
outou xoour vo, rtrov or gor v. Non sono assolutamente giustificate quelle inter-
pretazioni che considerano otooi attributo di ioroi (cf. Diels-Kranz, ad loc., II, 99 app.;
Alfieri 1936, 100 n. 228; id. 1979, 59s.). Come gi faceva notare Westman 1955, 269s., la
costruzione sintattica indica chiaramente che Plutarco attribuisce a Democrito l'esistenza
reale solo di quelli che nella tradizione sono chiamati atomi e che l'Abderita, invece, defi-
niva ior oi. L'altra interpretazione richiederebbe una diversa costruzione: rivoi or ao vto
to ua ou tou xoour vo otoou ior o, rtrov or gorv.
64
Cf. Sext. Emp. Adv. Math. 7,137 (68 B 6 DK; CXVI, 48 L.) r v or tei Hri iorev. Simpl.
In Phys. 195b 31, 327,24s. (68 B 167 DK; 19, 288 L.) ori vov oao tou aovto oaoxi0gvoi
aovtoiev riorev. Simplicio la riporta come citazione letterale attingendo probabilmente ad
Eudemo menzionato immediatamente dopo (327,27). La forma riorev non in ogni caso
democritea.
65
Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 295,1ss.) (68 A 37 DK; 172, 197, 293 L.).
66
Cf. ad esempio la denominazione oariov con la quale, secondo Aristotele, Democrito
avrebbe indicato il vuoto. Nel resoconto di Diogene Laerzio su Leucippo, oariov in-
vece il tutto, l'insieme del pieno e del vuoto (Diog. Laert. 9,31 = 67 A 1 DK; 289 L.).
Forse Aristotele interpretava una espressione del tipo rv oariei xrvei.
67
V. supra, III 4. 3 n. 152.
68
V. supra, n. 27.
Capitolo quinto 207
contesti che, o utilizzano schemi di classificazione correnti
69
, o instaurano
comunque delle analogie con forme di atomismo accademico
70
.
Altre singolarit si riscontrano nei testi teofrastei. Le testimonianze
che risalgono a lui solo in maniera indiretta non fanno testo in quanto il
termine compare nella forma femminile adottata dall'epicureismo e cor-
rente negli autori tardi, g o too
71
. Nei testi originali di Teofrasto ricorre
invece solo due volte, e nella forma neutra, di cui una nel De causis planta-
rum, quando nega che le forme di Democrito possano trasformarsi una
nell'altra per generare un succo da un altro: "infatti l'atomo incapace di
patire"
72
. Quest'ultima osservazione un inciso di Teofrasto perfettamente
consonante col giudizio aristotelico di De gen. et corr. A 8, 326a 1 (" neces-
sario definire o ao0r ciascuno degli indivisibili"). Nel passo della Metafisica
citato nel paragrafo precedente, il termine correlato, come detto, con la
caratterizzazione matematica del corpuscolo democriteo. Singolare
inoltre che nel De sensibus, nel lungo resoconto sulla teoria democritea
delle sensazioni (di cui la famosa massima dovrebbe fare parte), non si
parli mai di otoo, ma sempre e solo di ogoto. Se, nonostante tutto, si
accetta il termine otoov come originale, si pone comunque il problema
semantico. Non infatti scontato che Democrito gli attribuisse quel signi-
ficato tecnico di "indivisibile" che assume in Platone e nella sua scuola e
in Aristotele. Il termine rarissimo prima di Platone e si incontra solo una
volta nelle Trachinie di Sofocle. Il prato dell'Eeta, consacrato a Zeus,
definito o too, non naturalmente nel senso di "indivisibile", ma in quello
di "non tagliato, non falciato, inviolato"
73
. Pi tardi, nel V sec. a.C., viene
utilizzato dal comico Efippo per indicare la barba fluente, "non tagliata"
69
Cf. De an. A 2, 404a 2 (67 A 28 DK; 200 L.) oariev yo o vtev ogotev xoi otoev to
ooioriog au xoi ugv r yri, dove xoi otoev sembra piuttosto una aggiunta a
ogotev ripreso subito dopo da ooioriog .
70
Cf. De gen. et corr. A 2, 316a 11ss. dove le dottrine di Democrito e Leucippo vengono
trattate nel problema generale dell'esistenza di o too ryr0g e confrontate con quelle ac-
cademiche. Cf. anche De cael. I 4, 303a 20-23, supra, n. 31, dove a Democrito viene mossa
l'accusa, coniata specificamente per i Platonici, di andare contro i principi della matematica.
71
Theophr. Fr. 229 FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 28,4ss.) (67 A 8 DK; 147 L.; 68 A 38
DK; 318 L.); Theophr. Fr. 238 FHS&G (Simpl. In De cael. 299a 2, 564,24-26) (68 A 120
DK; 171 L.); Diog. Laert. 9,30ss. (67 A 1 DK; 289, 382 L.).
72
Theophr. De caus. plant. 6,7,2 (68 A 132 DK; 499 L.) Agoxitei rv yr ae aotr r
ogev g yr vroi (scil. tev ue v) oaogorirv o v ti. ovoyxg yo, g to ogoto rto-
u0iro0oi, xoi rx oxogve v xoi ouyeviev arirg yivro0oi [...]. rari o' oou votov
rtoogotiro0oi, (to yo o :oaov oao0r), oiaov to r v rioirvoi to o' rir voi g to
rv uaorvriv to o' rir voi. Nella composizione del colore verde in De sens. 75 (68 A 135
DK; 484 L.), invece, il termine otoov non compare to or eov rx tou o:toto: xoi tou
xrvou ouvrotovoi rixtov r ooi v.
73
Soph. Tr. 200 e Zru, tov Oitg otoov o riev rri. Questo passo viene segnalato,
proprio per questo significato di "non tagliato", anche da Lewis 1998, 2s. n. 1, il quale per
non ne trae alcuna conclusione.
Atomi e minimi 208
dei filosofi
74
. Il termine, nel suo uso corrente, designa dunque un oggetto
su cui non intervenuto alcun strumento da taglio. Il significato di "indi-
visibile" attestato solo a cominciare da Platone che ne fa un termine
tecnico della oioiroi logica
75
cos come aveva fatto con otoiri ov nel-
l'ambito della fisica per designare gli elementi
76
. Se Democrito si atteneva
al significato corrente ai suoi tempi, gli otoo oeoto erano non corpi
"indivisibili", ma corpi intatti su cui non intervenuto nessun strumento
da taglio. In questa accezione il termine evoca una bella immagine anassa-
gorea
le cose che si trovano in un insieme ordinato
77
non stanno separate una dall'altra
n reciso con la scure ci che caldo da ci che freddo n ci che freddo da ci
che caldo
78
.
A loro modo anche gli "omeomeri" di Anassagora sono "atomi", in
quanto le loro componenti basilari non sono separate una dall'altra n
"tagliate con la scure", ma sono sempre l, tutte insieme. L'azione separa-
trice del Nous infatti, non si esercita su di loro, ma sulla mescolanza in
generale. L'immagine molto concreta ed evocativa e precorre in un certo
senso quella degli "atomi" di Democrito: otoov quel corpo che nes-
suna lama ha mai reciso, che rimasto intatto, non scalfito da nessuna
ovo yxg. Non si tratta in questo caso di un significato tecnico derivato
dalla problematica della divisione, ma di un termine che evoca un'imma-
gine. Una stessa carica evocativa ha anche un altro hapax democriteo
molto vicino per formazione a o toov cio o aotgtov, "non calcato da
piede", per designare ci che ha una struttura irregolare
79
. Questa termi-
nologia, che attinge alla realt della vita ed altamente evocativa e pitto-
rica caratteristica di Democrito
80
. Se dunque anche otoov termine
democriteo, difficilmente lo il suo significato tecnico "indivisibile", ti-
pico di Platone e della sua scuola. L'estensione delle connotazioni che la
parola aveva assunto nella problematica della oioiroi e degli indivisibili
anche all'uso democriteo era per naturale per chi osservava le dottrine di
Democrito dall'ottica astratta del problema della divisibilit.
74
Ephipp. Fr. 14,7 K.-A. otoo ae yevo o0g.
75
Pl. Soph. 229d oo yo giv rti xoi toutov oxratrov, o otoov gog roti ao v g tivo
rov oioiroiv oiov raevui o.
76
V. supra, I 2 n. 44, 45 e 48.
77
Traduco cos rvi xooei in quanto, se xooo qui indicasse il nostro mondo, non ci si
aspetterebbe il numerale. Anassagora parla qui evidentemente di singoli aggregati.
78
59 B 8 DK (Simpl. In Phys. 188a 5, 175,12-14) ou xreiotoi ogev to rv tei r vi
xooei o:ot oaoxtxoa:ot at!txtt outr to 0ro v oao tou uou outr to uov oao
tou 0rou.
79
Hesych. s.v. oaotgtov (68 B 131 DK; 828 L.) oaotgtov to o veoe ouyxrirvov aoo
Agoxitei.
80
Per altri esempi, v. infra, VII 6. 2. 1.
Capitolo quinto 209
Aoioirto. La definizione o oioirto chiaramente aristotelica e deriva
dalla sovrapposizione al corpuscolo democriteo della terminologia
corrente per designare le grandezze ultime derivate da una oioi roi per
sottrazione di tipo accademico
81
. Gli ooioirto per eccellenza sono l'uno
e il punto
82
, ma, in quanto corrispondenti all'uno, anche l'elemento
83
o la
misura nell'ambito del sensibile possono essere ooioi rto, sebbene in
senso relativo
84
. In particolare in contesti dove designa i corpuscoli di
Leucippo e Democrito con le tipiche formule accademiche (ae to
oe oto o ae to ryr0g)
85
e li individua come otoirio Aristotele li
chiama ooioi rto e li definisce "grandezze prime indivisibili"
86
e "corpi
primi dai quali sono composti e nei quali si dissolvono" tutti gli altri
87
,
81
Cf. De gen. et corr. A 2,315b 24 (67 A 7 DK part.; 101 L.) og or toutev aovtev, aotrov
oute yi vrtoi xoi ooioutoi xoi ouo vrtoi to ovto xoi to vovtio toutoi aoori, tev
aetev uaoovtev ryr0e v ooioirtev, g ou0rv roti r yr0o ooioi rtov oiorri
yo touto ariotov. xoi aoiv ri ryr0g, aotrov, e Agoxito xoi Aruxiaao
oeoto tout roti v, g eoar r v tei Tioiei raiaroo. touto r v ou outo, xo0oar xoi rv
ooi rigxorv, ooyov ri raiaroev oiouooi. oio oov ruoyov oeoto rivoi
ooioirto. De gen. et corr. A 8, 325b 25-30 (67 A 7 DK; 118, 222 L.) tooou tov yo oiorri
tou g tov ou tov toaov Aruxiaaei ryriv, oti o rv otrro o o (scil. o Hotev) raiar-
oo ryri to ooioirto, xoi o r v oarioi eio0oi ogooi tev ooioirtev otrre v
rxootov o or eiorvoi, rari ooioirto yr ootroi ryouoi xoi eiorvo ogooiv.
Sull'uso aristotelico di ooioirtov per il corpuscolo democriteo come risultato di un'inter-
pretazione, cf. Sinnige 1968, 153.
82
Per l'uno, cf. Phys. A 2, 185b 8; I 7, 207b 6; Metaph. B 3, 999a 1; 4, 1001b 7; I 1, 1053a 1
(come definizione corrente della monade), a 10; 3, 1054a 21; M 9, 1085b 16. Per il punto,
cf. Phys. Z 1, 231a 25; De cael. I 1, 299b 6; Metaph. B 6, 1002b 4; A 3, 1014b 8.
83
Cf. in particolare Metaph. A 3, 1014b 4-6 xoi rtorovtr or otoiriov xoouoiv
rvtru0rv o o v r v ov xoi ixov rai aoo gi goiov, oto xot :o atxoov xot oa!o: v
xot oototot:ov o:otttov !t,t:ot.
84
Cf. in particolare Metaph. I 1, 1052b 31ss.
85
Cf. Pl. Ti. 57c ooo r v ouv oxoto xoi aeto oeoto oio toioutev oitiev yryovrv. Cf.
anche Alex. In Metaph. 987b 33, 55,20 (Arist. De Bono, Fr. 2, 113 Ross) oo r v tev
ovtev tou oi0ou Hotev tr xoi oi Hu0oyorioi uarti0rvto, oti r ooxri outoi to
aetov og rivoi xoi to oou v0rtov, tev or oeotev aeto to raiaroo rivoito yo
oaouotro tr xoi g ouvovoiourvo aeto tgi uori...
86
De gen. et corr. A 2, 315b 24-30 (101 L.) og or toutev ao vtev, aotrov oute yi vrtoi xoi
ooioutoi xoi ouo vrtoi to o vto xoi to vovti o tou toi ao ori, te v aetev uao-
ovtev ryr0e v ooioirtev, g ou0r v roti ryr0o ooioirtov oiorri yo touto
ariotov. xoi aoiv ri ryr0g aotrov, e Agoxito xoi Aruxiaao oeoto tout
rotiv, g eoar rv tei Tioiei raiaroo. De cael. I 4, 303a 5-6 (67 A 15 DK; 109, 292 L.)
ooi yo (scil. Aruxiaao xoi Agoxito) rivoi to aeto ryr0g ag0ri rv oario, r-
yr0ri or ooioirto.
87
De gen. et corr. A 8, 325b 17-19 (337 L.) toi r v yo rotiv ooioirto to aeto tev
oeotev, og oti oiorovto o vov, r e v aetev ou yxritoi xoi ri o rooto oio-
urtoi... Cf. la definizione in Metaph. A 3, 1014a 31-34 ooie or xoi to te v oeotev
otoirio ryouoiv oi ryovtr ri o oioiritoi to oeoto rooto, rxri vo or gxrt ri
oo riori oiorovto. Che l'impiego di otoiriov per designare gli elementi costitutivi
della realt fisica risalga a Platone testimoniato da Eudemo (Fr. 31 Wehrli) ... o yr
Atomi e minimi 210
attribuendo loro le prerogative tipiche delle grandezze indivisibili ele-
mentari degli Accademici.
Etrro. Aristotele talvolta, designando i corpuscoli di Leucippo e
Democrito come otrro, li carica di una connotazione matematica tipica
della scuola platonica. Etrro infatti il termine tecnico con cui Platone
designa i solidi geometrici (che, per lui, sono anche i corpi)
88
. Non a caso
Aristotele usa il termine in questa accezione particolare quando mette
sullo stesso piano la dottrina platonica e quella atomista
89
. Quando invece
vuole porre l'accento sulla loro differenza schierandosi a favore dell'ato-
mismo fisico, distingue fra i corpi (oe oto) di Leucippo e Democrito e i
solidi geometrici (otrro) risultanti dalla combinazione dei triangoli pla-
tonici
90
. Probabilmente Democrito non usava il plurale otrro neppure
per i solidi geometrici. Il problema dei titoli delle opere democritee una
questione spinosa, ma un titolo dell'elenco riportato da Diogene Laerzio,
ari ooyev yoev xoi vootev o' '
91
, dove compare il termine tipico
democriteo vooto (e dunque sembrerebbe originale) fa pensare che De-
mocrito usasse questa denominazione, e non otrro, anche per designare
i solidi geometrici. Diverso invece il discorso per l'aggettivo al singolare
(otrro ) che Democrito, come del resto i contemporanei autori ippo-
cratici, pu aver impiegato in senso non tecnico come attributo dei corpi
in generale
92
.
Si possono dunque distinguere, all'interno dei resoconti aristotelici
sull'atomismo antico, due tipi di influssi accademici: nell'interpretazione e
nella critica dell'atomo e nella terminologia.
1. L'atomo viene interpretato sullo sfondo della dottrina senocratea
dei "minimi privi di parti" (ro ioto xoi o rg ), elementi ultimi di una
divisione finita e misure dei vari livelli dell'essere in quanto riflesso del-
l'uno. Senocrate distingueva comunque una mancanza di parti relativa
(quella dei corpi primi e dei minimi nei vari gradi della spazialit fino alla
linea) e una assoluta, quella della linea indivisibile, limite ultimo della spa-
Hotev... xo v toi uoixoi xoi yrvgtoi to otoirieori oo te v oev oirxivr
xoi otoiri o aeto outo evooor to toiouto oo, e o Euogo iotori. Sull'at-
tendibilit di questa notizia e per la derivazione platonica di questo uso risalente ad un im-
piego particolare in matematica nel significato di "fondamento costitutivo" in un sistema
ordinato di teoremi, cf. Burkert 1958, 167-197 dove vengono discusse anche le ipotesi di
coloro che fanno risalire a Democrito l'uso del termine nel significato di elemento fisico.
88
Nel Timeo compare "la figura solida della piramide, elemento e seme del fuoco" (56b).
89
De gen. et corr. A 8, 325b 25-30 (67 A 7 DK; 118, 222 L.), v. supra, n. 81; cf. 326a 21; De cael.
A 2, 309a 2ss. (68 A 60 DK; 368 L.).
90
Cf. De gen. et corr. A 2, 315b 32-316a 4.
91
Diog. Laert. 9,47 (68 A 33 DK; CXV (VIII) L.).
92
Cf. Metaph. A 4, 985b 7; cf. Theophr. De sens. 75 (68 A 135 DK; 484 L.), supra, III 4. 2. 2 n.
149.
Capitolo quinto 211
zialit e non ulteriormente divisibile neppure in elementi di un livello su-
periore. Privi dell'apparato teorico su si fondava la concezione accademica
(dottrina dei principi, uno e diade indefinita, che fonda le distinzioni fra
essere e uno, parte e tutto), gli atomi leucippei e democritei reinterpretati
come minimi indivisibili in assoluto prestavano ovviamente il fianco a
critiche. Essi, infatti, equivalevano ai corpuscoli dei corpuscolaristi, mai
divisi, ma comunque ulteriormente divisibili con la mente. Questa assimi-
lazione di atomi e corpuscoli, caratteristica della posizione degli Accade-
mici-Pitagorici in Sesto, emerge pi volte anche in Aristotele: nel logos
eleatico di De generatione et corruptione A 8, nella classificazione delle dottrine
che pongono come limite ultimo del reale dei corpuscoli (indivisibili o
divisibili, ma non pi divisi) in De cael. I 6 e nella critica agli atomisti per
aver posto come indivisibili per natura solo dei corpi piccoli in De genera-
tione et corruptione A 9. Gli atomi di Leucippo e Democrito, inoltre, inter-
pretati alla luce della dottrina dei minimi come unit di misura, venivano
attaccati anche per la mancanza di un ordine e di un limite nelle forme,
critica che Aristotele puntualmente rivolge proprio sulla scorta di una
interpretazione matematizzante delle forme in De cael. I 4 e a cui Teofra-
sto accenna nella Metafisica.
2. La discussione sugli indivisibili nell'Accademia costituisce poi il fil-
tro concettuale e terminologico attraverso cui Aristotele giudica o deno-
mina gli atomi in particolare nelle trattazioni generali sugli indivisibili e nel
confronto fra dottrine platonico-accademiche e democriteo-leucippee. In
questi casi egli prende come punto di riferimento sia i triangoli, reinter-
pretati, del Timeo, sia la teoria delle grandezze indivisibili e prime degli
oyoo oo yoto e di Senocrate.
Questi due tipi di influsso esercitato dall'atomismo accademico sul-
l'interpretazione delle dottrine degli atomisti antichi gi nell'opera aristote-
lica, sono molto importanti per comprendere anche una certa differenzia-
zione nei resoconti tardi su Leucippo e Democrito.
E' ora opportuno riprendere, a scopo contrastivo, anche un'altra pre-
sentazione dell'atomismo antico nelle opere aristoteliche. Si tratta di passi
pi strettamente espositivi caratterizzati da un maggior interesse storico e
meno marcati da un'impostazione argomentativa tipica della trattazione di
problemi generali.
4. Terminologia atomista in Aristotele
E' indubbio che, leggendo le opere degli atomisti, Aristotele era necessa-
riamente condizionato dalla sua formazione nell'alveo dell'Accademia. E'
tuttavia altrettanto vero che, rispetto alle linee interpretative di Platone e
Atomi e minimi 212
dei suoi allievi, interessati soprattutto all'estrapolazione dai testi della pro-
blematica generale di volta in volta trattata, Aristotele sviluppa anche un
interesse pi marcatamente storico per i suoi predecessori. E sono ap-
punto i suoi resoconti di carattere pi propriamente espositivo, i suoi
appunti riassuntivi, le testimonianze pi facilmente leggibili. L'interesse
eminentemente descrittivo pi che argomentativo di tali testi rivela infatti
pi facilmente le difficolt di integrazione delle teorie descritte nel sistema
di riferimento di Aristotele, rende maggiormente distinguibile la termino-
logia derivata o sovrapposta da quella originale e permette quindi di indi-
viduare pi agevolmente un nucleo originale di terminologia e dottrina
leucippea e democritea.
In uno di questi excursus, il frammento dell'opera su Democrito ripor-
tato da Simplicio, Aristotele dichiara espressamente di riferire i termini
originali democritei per le sostanze costitutive del mondo e per il vuoto.
Se alcuni di questi fanno nascere il sospetto di qualche lieve rimaneggia-
mento
93
, altri, come orv e vooto v, sono sicuramente autentici perch
estremamente specifici e assolutamente estranei alla terminologia plato-
nica e aristotelica. Il frammento aristotelico su Democrito si distingue
inoltre anche per ulteriori peculiarit: gli atomi vengono specificamente
classificati fra gli enti eterni e la loro piccolezza viene considerata unica-
mente causa della loro invisibilit, non messa in relazione con l'indivisibi-
lit
94
. Proprio quest'ultima problematica, che tanto spazio occupa nel resto
dell'opera aristotelica, viene sorprendentemente passata sotto silenzio: il
grande assente appunto l'"atomo". Il termine non compare nell'elenco
delle denominazioni democritee delle ouoioi eterne e nessun accenno a
una problematica degli indivisibili emerge nel resto del resoconto. Come si
gi detto, il fatto che da due sostanze non pu derivare una unit per-
fettamente giustificabile alla luce della compattezza dei corpuscoli. E'
anche piuttosto improbabile che Aristotele trattasse l'indivisibilit in qual-
che altra parte del suo scritto su Democrito in quanto proprio questo
passo sarebbe stato il punto cruciale per la definizione degli atomi come
indivisibili. Qui di seguito tratter quindi innanzitutto pi diffusamente il
termine specifico vootov e poi altri attributi dell'atomo che ricorrono in
altri passi aristotelici e che ne mettono in luce la "fisicit" lontana da
quella matematizzazzione operata da Aristotele nei passi sugli indivisibili.
Nootov. Il termine vootov rarissimo e soprattutto non un termine
"tecnico" o "filosofico". La sua attestazione pi antica si ha nella comme-
93
Per le denominazioni del vuoto, v. supra, n. 66.
94
Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 295,1-6) (68 A 37 DK; 172, 197 L.)
Agoxito gyritoi tgv te v oioiev uoiv ri voi ixo ouoi o to ag0o oariou [...]
tev or ou oiev r xootgv (scil. aoooyoruri) tei tr orv xoi tei vootei xoi tei ovti. vo-
iri or rivoi oute ixo to ouoio eotr rxuyriv to grtro oio0gori.
Capitolo quinto 213
dia attica del V sec. a.C. dove designa un dolce sacrificale
95
. L'Etymologicum
Magnum lo descrive come
il pane pressato, compatto, pieno e senza nulla di leggero; cos chiamato per es-
sere completamente infarcito di condimenti e frutta secca
96
.
Tali caratteristiche corrispondono perfettamente a quelle dei corpuscoli
democritei ed del tutto verosimile, visto il suo stile ricco di immagini,
che Democrito li abbia definiti proprio in analogia con questo dolce di
uso comune che doveva essere estremamente difficile tagliare. Nooto v
rimane in tutta la tradizione dossografica indissolubilmente legato all'a-
tomo democriteo ed raramente impiegato in altri ambiti tecnici. Uno di
questi usi per estremamente importante non solo per quanto riguarda
la ricezione di Democrito, ma perch contribuisce a fare chiarezza anche
sulle connotazioni del termine e sui contesti in cui pu essere stato usato
dagli atomisti. Nootov ricorre infatti in un passo del Corpus Hippocraticum
proprio nel significato di "compatto, spesso" applicato al corpo maschile
in contrasto con la struttura rada del corpo femminile. L'uso del termine e
i sinonimi da cui affiancato nell'opera Sulle ghiandole
97
sono importanti in
quanto si distanziano dalle "traduzioni" aristoteliche e peripatetiche dello
stesso. L'autore ippocratico, amante degli usi ricercati e dei preziosismi, ha
certamente Democrito come modello
98
. Non solo infatti questa l'unica
attestazione del termine nel Corpus Hippocraticum, ma assente nel passo
parallelo dell'opera ginecologica De muliebribus I, che tratta lo stesso mo-
tivo e produce gli stessi esempi analogici in maniera ben pi dettagliata
99
.
L'autore del De glandulis, trattando dei seni, spiega le ridotte dimensioni
95
Ar. Av. 567; Pl. 1142; Metag. Fr. 6 K.-A.; Pherecr. Fr. 113 K.-A.
96
Etym. magn. s. v. vooto: o araigrvo oto, o roto , agg, xoi g rov ti xouov
oao tou voooro0oi otuooiv g toygooi tioi.
97
La datazione del trattato oggetto di controversie come quella di quasi tutti gli scritti
ippocratici e va dal V sec. a.C. fino al II d.C. , ma Joly 1978, 110 offre buoni argomenti per
collocarla fra la fine del V e l'inizio del IV sec. a.C. L'autore sarebbe quindi un contempo-
raneo pi giovane di Democrito.
98
Stranamente questo passo, che documenta in maniera evidente la conoscenza di Demo-
crito da parte di un autore ippocratico, stato tralasciato da tutti gli interpreti moderni
(compresi Stckelberger 1984 e Salem 1996) che hanno analizzato la ricezione democritea
nel Corpus Hippocraticum.
99
Mul. I 1,11-19 (88,24-89,17 Grensemann = VIII,12-14 Littr). Anche qui, come nel testo
del De glandulis, la struttura del corpo femminile paragonata alla lana e quella del corpo
maschile ad un tessuto compatto. Se si pongono un tessuto di lana e uno compatto su un
terreno umido o sulla bocca di un vaso contenente acqua e si lasciano l per due giorni e
due notti, si vedr che la lana diventa molto pi pesante. Questo perch essa ha una strut-
tura pi rada e accoglie e trattiene quindi molto di pi l'umidit. I termini impiegati per la
struttura corporea femminile sono i comuni ooio, oaooooxo e per la lana ooio e
o0oxo. Quelli per il corpo maschile otrroooxo e, per il tessuto, agr e ru-
orvov.
Atomi e minimi 214
delle ghiandole nel corpo maschile rispetto a quello femminile con una
differenza di struttura:
Nei maschi la strettezza [degli interstizi] e la densit del corpo contribuisce gran-
demente alla dimensione ridotta delle ghiandole; il maschio infatti compatto e
come una stoffa spessa alla vista e al tatto; la femmina invece rada e porosa e
come lana alla vista e al tatto; cosicch ci che rado e molle non lascia uscire
l'umidit; il maschio, d'altra parte, non potrebbe accoglierne neppure una piccola
quantit, giacch denso e inospitale, e la fatica ne indurisce il corpo in modo
tale che non ha interstizi attraverso cui accogliere qualcosa di superfluo
100
.
Due fattori in questo contesto mi sembrano particolarmente rilevanti:
1. Il parallelismo con la concezione democritea delle parti dure e molli
dei corpi conformate nell'uno o nell'altro modo in base alle loro capacit
di ricezione ed emissione di umori ed effluvi. In Democrito l'occhio deve
avere vuoto e umidit per poter "ricevere" in maggior misura gli effluvi
che producono la sensazione della vista e trasmetterli al resto del corpo
101
;
gli occhi umidi sono perci migliori di quelli duri. I buoi senza corna sono
tali perch il loro osso frontale, attraversato da vene sottili e deboli, non
spugnoso ed cos "respingente" (ovtituao, forse un termine democri-
teo) da non poter accogliere umori dall'interno del corpo. Al contrario, i
buoi arabi femmina hanno belle corna perch accolgono molto umore; le
vene che lo veicolano sono spesse e ne trattengono quanto pi ne pos-
sono
102
. Significativamente Democrito definiva le vene ororvoi, "ri-
cettacoli, cisterne"
103
. Seneca in un brano delle Naturales quaestiones, riferi-
sce che, secondo Democrito, "quei corpi che sono pi duri e pi compatti
hanno necessariamente pori pi piccoli"
104
. Le espressioni latine duriora et
pressiora sono perfette traduzioni del greco oxgotro xoi voototro e
attestano un uso pi generalizzato del termine da parte di Democrito an-
che per i corpi composti, proprio come nel trattato ippocratico.
2. Il fatto che il termine vooto v venga caratterizzato soprattutto dal
non accogliere e dal non emettere nulla cos come per Democrito le parti
100
Gland. 16,2 (121,20 Joly = VIII,572 Littr) toioi or ooroi xoi g otrvoeig xoi g
auxvotg tou oeoto ryo ouortoi g ri voi ryoo to oor vo to yo oorv
vooto v [edd.: ootov codd.] roti xoi oiov rio auxvov xoi orovti xoi raoer vei to or
0gu ooiov xoi ou vov xoi oiov riiov orovti xoi raoer vei eotr tgv u yooigv ou
r0igoi to ooiov xoi ooxov to or oorv ou x ov ti aoooroito, auxvov tr ro v xoi
ootryr , xoi o aovo xotu vri outou to oeo, eotr ou x rri oi ou grtoi ti tev ar-
iooev.
101
Theophr. De sens. 54 (68 A 135 DK; 478 L.) goi yo oio touto xrvotgto xoi u yotgto
rriv ori v tov o0oo v, tv tat a!tov ot j:ot xoi tei oei oeoti aoooioei. oio xoi
tou uyou tev oxgev o0oev o rivou rivoi ao to oo v.
102
Ael. Hist. nat. 12,20 (68 A 155 DK; 542 L.).
103
Hesych. s.v. ororvoi (68 B 135 DK; 828 L.), v. infra, VII 6. 2 n. 78.
104
Sen. Nat. quaest. 4,9,1 His, inquit (scil. Democritus), corporibus quae duriora et pressiora sunt necesse
est minora foramina esse.
Capitolo quinto 215
spesse e dure. Democrito imputava la dissoluzione dei corpi proprio all'ir-
rompere dall'esterno di una qualche ovoyxg pi forte che scompiglia gli
atomi e li disperde
105
e le affezioni e i cambiamenti dei corpi alla presenza
di vuoti che permettono la penetrazione e lo spostamento di corpuscoli al
loro interno
106
. La struttura del corpo si modifica anche "se vi si introduce
un piccolo corpuscolo"
107
.
L'uso di vootov da parte dell'autore ippocratico permette dunque nel
contempo di precisare meglio il significato e l' impiego del termine anche
in Democrito. Egli infatti lo ha applicato non solo agli "atomi", come ci
dice la tradizione aristotelico-teofrastea, ma anche ai corpi composti,
come dimostra il passo di Seneca. Il titolo citato sopra dell'opera matema-
tica di Democrito Sulle linee e i solidi irrazionali, dove il termine designa i
solidi geometrici, conferma questo uso allargato. Negli autori tardi di
trattati tecnici riemerge solo per designare una sfera piena in opposizione
alla sfera vuota
108
, dunque solidi "concreti", corporei, non figure astratte.
Il termine vooto v rimanda dunque in primo luogo alla tematica gene-
rale dell'inattaccabilit dei corpi da agenti esterni o da squilibri interni
tipica della medicina, che costituiva un importante punto di partenza per
l'assunzione dei cosiddetti "atomi". L'autore del De glandulis non influen-
zato dalle interpretazioni di Aristotele o di Teofrasto e ha avuto sicura-
mente davanti un testo democriteo. Il suo uso di vooto v permette quindi
di cogliere il legame profondo fra la concezione dell'atomo democriteo e
quelle mediche del corpo, che nel telegrafico accenno aristotelico rimane
completamente in ombra.
Da quanto finora osservato, risulta dunque che il termine vooto v ri-
manda alla sfera semantica specifica della cucina e degli oggetti sacrificali.
Democrito, trasponendolo ai corpi, non solo ne ha sfruttato la carica
analogica e pittorica, ma ne ha allargato le connotazioni alla sfera biolo-
gico-medica e, per ulteriore estensione, a quella geometrico-tecnica. Un
tale termine, tipico del linguaggio estremamente ricercato e inusuale di et
sofistica, fuori di quel periodo era destinato alla sparizione. In effetti esso
limitato alla dossografia su Democrito e ad un autore che ricerca i pre-
105
Arist. Fr. 208 Rose (Simpl. In De cael. 279b 12, 295,18-20) (68 A 37 DK; 293 L.) rai to-
ooutov ou v ovov oe v oute v (tev ouoie v) ovtrro0oi voiri xoi our vriv, re
iouotro ti r x tou arirovto o voyxg aooyrvor vg oiooriogi xoi ei outo
oiooarigi.
106
Sext. Emp. Adv. Math. 7,136 (68 B 9 DK; 55 L.); Arist. De gen. et corr. A 8, 325b 3-5 (67 A 7
DK; 338 L.); cf. anche Phys. A 6, 213b 18-20.
107
Arist. De gen. et corr. A 2, 315b 11 (67 A 40 DK; 240 L.) xoi rtoxivrio0oi ixou
riyvur vou.
108
Cf. Hero Metr. 1, Prooem. 92,17; 19 Schne; Philo Belop. 1,330; cf. anche Philop. In Phys.
Cor. de loc. 562,6; 575,22. Esichio (s. v. vootov) si riferisce proprio a quest'uso quando
riporta fra le definizioni del termine, ooougto, g rev uaoxouo tivo.
Atomi e minimi 216
ziosismi come quello del trattato ippocratico Sulle ghiandole. Riemerge poi,
probabilmente perch Democrito stesso l'aveva usato in quell'ambito,
presso gli autori di trattati tecnici tardi per indicare una sfera o una figura
solida concreta, piena e compatta. In ogni caso, l'uso di questo vocabolo
cos estraneo ad un livello "teorico" denota una prospettiva piuttosto
lontana dalla problematica dell'indivisibilit cos come configurata in
altri testi aristotelici.
Exgov, agr. Aristotele impiega il termine oxgov in De genera-
tione et corruptione A 8 quando afferma che gli atomisti si sono contraddetti
ponendo degli indivisibili e quindi "impassibili" e nel contempo asse-
gnando loro qualche qualit. Essi infatti non avrebbero attribuito agli
atomi solo il caldo, ma anche il peso
109
e la durezza senza per contem-
plare anche il suo opposto, la cedevolezza. Se infatti l'atomo duro, so-
stiene Aristotele, dovrebbe essere anche cedevole (una propriet richiede
necessariamente anche il suo contrario) e, come tale, essere anche capace
di patire
110
. Il termine oxgo v originale in quanto viene attribuito, come
109
De gen. et corr. A 8, 326a 4ss. Aristotele fa, in relazione al caldo, una deduzione: siccome gli
atomi sferici sono atomi dell'anima e questa calda, gli atomi sferici sono caldi. Per il peso,
cf. anche Theophr. De sens. 61 (68 A 135 DK; 369 L.) che assegna peso diverso ad atomi
grandi e piccoli.
110
De gen. et corr. A 8, 326a 13-14 oo gv ri oxgo v, xoi ooxo v. to or ooxo v gog tei
aooriv ti ryrtoi to yo uarixtixov ooxo v. Cf. anche Philop. ad loc. 167,21-24.
Mantengo la punteggiatura e il testo dell'edizione di Joachim 1922. Nella sua recente edi-
zione del De generatione et corruptione Rashed 2005, 41 adotta un'altra punteggiatura e un'altra
lieve variante testuale: oo g v ri oxgov xoi ooxo v, to or ooxo v tei aooriv ti
ryrtoi, e traduce: "Mais s'il y a dur et mou, mou est employ parce que la chose subit
une affection", considerando or come l'introduzione di una apodosi con effetto avversa-
tivo (143 n. 10). Il risultato di questa interpretazione sarebbe che "Ar. se contente donc de
tirer la consquence non pas d'une prmisse atomiste absolue, mais de l'extension dialec-
tique opre aux ll. 6-8: si on admet le couple dur-mou, on admet par dfinition l'existence de
l'affection". Nei casi cui fa riferimento Rashed (K.-G. II 2, 275) il or ha il valore di "co-
munque, in ogni caso" (cf. Il. 1,137 "sia che lo diano, sia che non lo diano, io comunque
me lo prender da me"), una sfumatura che scompare nella sua traduzione cos come dal
suo testo scompare gog (di FHJ
1
V, posposto a aooriv in W), riportato da Joachim e da
altri, perch egli segue invece ELM e H unain. Inoltre traduce oxgov e ooxo v come
neutri sostantivati equivalenti a to oxgo v xt., ma qui sono nomi del predicato che si ri-
feriscono al soggetto rxootov te v ooioirtev (come sopra outrov). Rashed si riferisce
s all'argomento dialettico delle linee 6-8, ma non tiene conto delle linee successive che
specificano questo argomento e confermano la traduzione corrente del periodo (per inciso
Rashed non spiega perch quest'ultima debba essere rifiutata). Aristotele vuole infatti di-
mostrare che Democrito non solo ha attribuito agli atomi delle qualit, contraddicendo le
premesse secondo cui un atomo deve essere impassibile, ma ha introdotto una ulteriore
contraddizione, non ammettendo i contrari di queste qualit, pur essendo essi necessaria-
mente presupposti. Tutto il resto del passo incentrato sulla dimostrazione di questo as-
sunto. La confusione nasce dal fatto che l'argomento del peso viene impiegato per un
doppio fine: 1. per dimostrare che Democrito ha ammesso solo una delle qualit senza il
suo contrario (in questo caso il pesante, ma non il leggero), 2. per dimostrare che, nono-
Capitolo quinto 217
vooto v, anche ai corpi composti nella citazione dal quarto libro delle Na-
turales quaestiones di Seneca riportato sopra (n. 104): duriora la traduzione
latina di oxgo tro come pressiora lo di vooto tro. Evidentemente,
come esistono diversi gradi di compattezza nei corpi, cos anche di du-
rezza. I pi duri e i pi compatti sono gli "atomi".
Anche agr
111
, termine riportato poi generalmente da tutta la dosso-
grafia su Democrito a cominciare da Teofrasto, probabilmente demo-
criteo in quanto termine piuttosto comune, anche al di l di Melisso, nei
testi contemporanei. per dal punto di vista sia lessicale che semantico
assai meno specifico e caratterizzante di vooto v e per questo assai pi
fruibile e diffuso in tutta la dossografia sull'atomismo. Il resoconto su
Leucippo di matrice teofrastea
112
riportato da Simplicio riferisce ambedue i
termini, vooto e agg, uno accanto all'altro, ma il secondo suona come
una specificazione in termini pi correnti del primo (tgv yo tev oto ev
ouoi ov vootgv xoi agg uaoti0rrvo ov rryrv ri voi). Allo stesso
modo procedono i commentatori di Aristotele e i dossografi, nella mag-
gioranza dei casi, quando si imbattono in vootov.
Da quanto osservato, dunque, si pu dedurre che Aristotele, in certi
contesti, pi propriamente descrittivi, riporta sicuramente dei termini
originali quali vootov, oxgo v, agr. Egli tuttavia restringe probabil-
mente la loro referenza agli atomi, mentre Democrito li utilizzava anche
in qualit di semplici attributi di corpi composti. La terminologia aristote-
lica, sia quella che riproduce un originale democriteo, sia quella influen-
zata dalla problematica accademica, comunque il punto di partenza an-
che per le testimonianze tarde nelle quali compaiono ora l'uno ora l'altro
termine presente in Aristotele.
stante ci, egli ha implicitamente ammesso l'esistenza di questo contrario non solo per il
pesante, ma anche per il caldo: se infatti un atomo pi pesante, potr essere anche pi
caldo e dunque anche pi freddo. Dunque se un atomo caldo e pesante, un altro potr
essere freddo e leggero. Stando cos le cose, gli atomi non sono impassibili, ma subiscono
affezioni uno dall'altro. Allo stesso modo, dato che Democrito ha ammesso un atomo
duro, deve averne contemplato uno molle ricadendo nell'aporia precedente: infatti il molle
si dice tale perch subisce un'affezione. Dunque Democrito ha contraddetto la premessa
secondo cui l'atomo, in quanto indivisibile, impassibile. Nella traduzione di Rashed uno
dei punti critici di Aristotele, cio che l'Abderita ha ammesso solo una delle qualit senza il
suo contrario, presupponendolo per, senza rendersene conto, cade come cadono i paral-
lelismi con le linee precedenti nelle quali questa argomentazione viene espressa. L'atomo
duro non dunque una deduzione di Aristotele come non lo l'atomo pesante, ma rispec-
chia una dottrina originale democritea.
111
Metaph. A 4, 985b 4 (67 A 6 DK; 173 L.); I 5, 1009a 28 (143 L.). Hoag r De gen. et corr.
A 8, 325a 29 (67 A 7 DK; 146 L.). Improbabile, per il contesto eleatizzante in cui Aristo-
tele inserisce Leucippo, la lezione aoag0r.
112
Theophr. Fr. 229 FHS&G (Simpl. In Phys. 184b 15, 28,13) (67 A 8 DK; 147 L.).
Atomi e minimi 218
5. Sintesi
Nelle notizie aristoteliche riguardanti i corpuscoli di Democrito e Leu-
cippo si possono distinguere due tipi di resoconto cui collegata anche
una specifica terminologia: uno di carattere argomentativo, influenzato in
qualche modo dalla problematica accademica degli indivisibili, l'altro di
carattere espositivo, avulso dalla discussione di questioni particolari.
Nel primo tipo di testo il corpuscolo indistruttibile di Leucippo e
Democrito viene visto come un ro iotov, un minimo fisico, "misura"
del corporeo e unit ultima indivisibile di una divisione finita in altre unit
dello stesso livello. In questa ottica l'atomo si distingue dai presunti cor-
puscoli di Empedocle e di Anassagora che per natura sarebbero ancora
mentalmente divisibili in tali unit, sebbene materialmente non divisi.
Questa intepretazione matematizzante elimina o critica quei caratteri pro-
priamente fisici del corpuscolo democriteo che non sono in consonanza
con il concetto di minimo. In particolare passa sotto silenzio il tratto della
solidit e della compattezza cos come tutte le connotazioni del termine
non tecnico vooto v e traspone in un linguaggio pi filosofico altri termini
democritei caratterizzanti come uoo, toag, oio0iyg , i quali evocano
immagini ben lontane da definizioni di tipo matematizzante. Essa porta
inoltre alla critica contro l'infinit e la mancanza di un ordine delle forme.
Aristotele la utilizza talvolta, in contesti particolari, soprattutto critici nei
confronti dell'atomismo in generale. Non solo, ma si serve di una termi-
nologia accademica per descrivere le propriet dell'atomo quando lo tratta
nell'ottica del problema degli indivisibili o lo confronta con l'atomismo
accademico.
Aristotele tuttavia nei resoconti di carattere pi prettamente esposi-
tivo, non correlati specificamente al tema dell'indivisibilit, riflette un'altra
immagine delle dottrine leucippee e democritee derivata dalle sue letture
dirette. In questo tipo di testi egli pone l'accento in primo luogo sul ca-
rattere fisico del corpuscolo, sulla sua solidit, compattezza e assoluta
impenetrabilit, sul suo carattere dinamico, sul fatto che costituisce un
punto di partenza per la generazione del mondo piuttosto che un punto di
arrivo in un processo di divisione. Ne risulta dunque una concezione del-
l'indistruttibilit dei corpuscoli di carattere fisico-medico: i corpi si alte-
rano o si dissolvono a causa dell'irruzione dall'esterno di qualcosa di
estraneo o di mutamenti nel loro equilibrio interno. Questo avviene
perch essi presentano degli interstizi, cio dei "passaggi" vuoti, che per-
mettono tale penetrazione e tale cambiamento interno. Ci che eterno e
indistruttibile non pu avere questa struttura e quindi non deve contenere
vuoti che "accolgano" effluvi o che permettano assestamenti. Il termine
pi caratteristico per indicare queste propriet vootov, un vocabolo non
Capitolo quinto 219
filosofico caratterizzato dall'analogia con gli omonimi dolci pressati e
infarciti.
Ambedue le interpretazioni dell'atomo, quella derivante dalla prospet-
tiva accademica e quella derivante dai testi democritei, si ritrovano nelle
testimonianze tarde, separate in quelle pi antiche, fuse in quelle pi re-
centi e per lo pi intrecciate con quelle sull'atomismo epicureo, necessa-
riamente il punto di riferimento pi vicino e pi conosciuto. Individuare i
percorsi di queste tradizioni un'opera ardua, ma necessaria per ordinare
con una certa plausibilit anche la congerie di testimonianze sull'indivisi-
bilit dell'atomo democriteo fonte incessante di dubbi e di discussioni. Ed
quanto verr fatto nel capitolo seguente.
Capitolo sesto
L'indivisibilit dell'atomo di Leucippo e Democrito nella
dossografia tarda
1. Tradizione epicurea e peripatetica:
atomo indivisibile per la solidit
Nella dossografia tarda la tradizione che fa capo in qualche modo ad Ari-
stotele e Teofrasto restituisce ovviamente solo i tratti superficiali di quelle
concezioni dell'atomo che invece sono ancora leggibili nei testi dei capo-
stipiti. Si incontra infatti frequentemente l'attributo pi generico ag r,
oppure quelli ripresi da Epicuro otrro v e oxgov con i rispettivi so-
stantivi otrrotg e oxgo tg. Il termine vootov compare raramente
anche perch Epicuro non lo usa neppure laddove potrebbe farlo; nella
critica alla dottrina dell'infinit delle forme chiaramente diretta contro
l'atomismo antico, preferisce la "traduzione" rotov
1
. Evidentemente lo
considerava un termine desueto e forse anche poco preciso.
In una serie di testimonianze tarde gli atomi vengono esplicitamente
definiti indivisibili per la loro solidit. Qui la tradizione di provenienza
teofrastea, che non accentua particolarmente la problematica dell'indivisi-
bilit dell'atomo, ma pone soprattutto in rilievo la sua compattezza, viene
corroborata da quella epicurea che definisce esplicitamente l'atomo indivi-
sibile per la solidit e per la mancanza di vuoto
2
. Etrrotg, oxgotg, i
termini epicurei, sono quelli di uso pi frequente. A questa tradizione
epicurea si riallaccia il breve brano di stile dossografico sulla dottrina de-
mocritea di Diogene Laerzio, nel quale gli atomi sono definiti impassibili e
1
Ep. Ep. 1,42 otoo tev oeotev xoi roto. roto una delle definizioni di vooto del
lessico di Esichio (s. v. vooto ) e roto compare proprio dove ci si aspetterebbe vooto in
Stob. 1,16,1 (68 A 125 DK; 94, 214, 243, 487 L.) Agoxito uori rv gorv rivoi
eo, to r v yo otoiri o oaoio, to tr roto xoi to xrvo v. I manoscritti riportano in-
fatti concordemente roto. La lezione vooto che si trova nei Vorsokratiker e in Diels 1879,
314 una correzione di Diels stesso.
2
Cf. Schol. Dionys. Thrac. 116,11 Hilgard (Ep. Fr. 92 Us.) oeo otrro v ortoov xrvou
aoraoxg. Lucr. 1,485s.; 500; 510; 518s.; 548; 574; 609.
Capitolo sesto 221
inalterabili per la solidit
3
. Questo brano si differenzia in generale da quelli
di provenienza teofrastea per le tematiche e la terminologia che com-
paiono implicitamente o esplicitamente anche nelle opere di Epicuro e
degli epicurei e non invece nella dossografia su Democrito. Mi limito qui
ad indicare i punti pi significativi a questo riguardo:
1. La massima secondo cui nulla nasce dal nulla n si dissolve nel nulla
attribuita da Diogene Laerzio a Democrito, viene enunciata esplicitamente
da Epicuro nella Epistola ad Erodoto
4
, ma assente in generale nella
dossografia teofrastea sugli atomisti.
2. Anche la formula dell'infinit degli atomi per numero e per gran-
dezza di matrice epicurea e non aristotelica o teofrastea
5
. Epicuro, sem-
pre nell'Epistola ad Erodoto, metteva in guardia contro l'assunzione di una
infinit di dimensioni che porterebbe a postulare anche atomi grandi. Da
questo presupposto si generata poi la doxa secondo cui Democrito
avrebbe ammesso l'esistenza di atomi grandi come un mondo
6
.
3. La polemica contro coloro che avrebbero interpretato come sem-
plice ricerca del piacere la dottrina dell'ru0uio rientra nel campo dell'e-
tica e si situa fuori della dossografia teofrastea (che contemplava solo la
fisica)
7
e non pu che provenire dagli Epicurei
8
.
4. L'allusione alla massima voei yuxu... nei termini riferiti da Dio-
gene all'inizio del brano (non alla fine) anch'essa entrata con Colote nella
tradizione epicurea
9
.
3
Diog. Laert. 9,44 (68 A 1 DK; 215, 382 L.) oar (scil. to otoo) rivoi oao0g xoi o vo-
oieto oio tg v otrotgto. Cf. Ep. Ep. 1,44; 54.
4
Diog. Laert. 9,44 (68 A 1 DK; 42, 382 L.) gor v tr rx tou g o vto yivro0oi gor ri to
g ov 0riro0oi. Cf. Ep. Ep. 1,38s.; 54.
5
Diog. Laert. 9,44 (68 A 1 DK; 184, 382 L.) xoi to otoou or oari ou rivoi xoto
ryr0o xoi ag0o. In Arist. De cael. I 4, 303a 4 compare invece la formula ag0ri r v
oario ryr0ri or ooioirto (67 A 15 DK; 109, 292 L.).
6
Ep. Ep. 1,42s. toi or oioooi ou oae oarioi, oo ovov oarigatoi [...] ri
rri ti g xoi toi ryr0roiv oae ri oariov outo r xoriv. Sugli atomi grandi
come un mondo v. infra, 3. 2. 2.
7
Diels 1879,167.
8
Diog. Laert. 9,45 (68 A 1 DK; 735 L.) tro o' rivoi tg v ru0ui ov, ou tgv outg v ouoov
tgi goovgi, e r vioi aooxouoovtr rrorovto, oo xo0' gv yogve xoi ruoto0e g
ug oioyri, uao gorvo toottorvg oou g orioiooiovi o g oou tivo ao0ou.
xori o' outgv xoi ru rote xoi aooi ooi ovoooi. La descrizione dell'imperturbabi-
lit e della libert dalla paura e dalla superstizione di chiara matrice epicurea.
9
Diog. Laert. 9,44 (68 A 1 DK; 93, 382 L.) oo ri voi tev oev oto ou xoi xrvov, to o'
oo ao vto vrvoio0oi. Cf. Plut. Adv. Colot. 1110 E (61 L.); Diog. Oenoand. Fr. 7 II 2
Smith (61 L.). Per l'interpretazione Gemelli Marciano 1998. Bisogna tuttavia distinguere in
questo caso la parafrasi epicurea che compare all'inizio del breve sunto di Diogene, da
quella che invece compare alla fine (9,45 = 68 A 1 DK; 569 L.) aoiotgto or voei (Zeller,
edd.: aoigto or voio codd.) rivoi, uori o' otoo xoi xrvo v. Nietzsche 1870, 19 [219]
attribuiva questa aggiunta al fatto che Diogene si sarebbe rifatto ad un Fragmentum xoto
L'indivisibilit dell'atomo nella dossografia tarda 222
Si pu dunque affermare che il brano di Diogene uno dei pi chiari
esempi di dossografia epicurea sull'atomo democriteo e non contiene nes-
sun accenno all'indivisibilit dell'atomo per la piccolezza, ma solo per la
solidit.
Uno strato di tradizione peripatetica pi tarda presente nei commen-
tatori di Aristotele combina invece la terminologia aristotelico-teofrastea
con quella epicurea sulla falsariga per di definizioni aristoteliche. In
questo gruppo rientrano passi di Alessandro, del Filopono e di Simplicio.
Alessandro, nel commento al famoso passo sull'atomismo del primo libro
della Metafisica, sostiene che Leucippo e Democrito hanno definito il
"corpo" degli atomi pieno per la sua compattezza e perch non mesco-
lato col vuoto
10
. La terminologia aristotelico-teofrastea si arricchisce con
un ulteriore tratto tipico delle definizioni dell'atomo epicureo, la o ii o
col vuoto
11
, che non compare n in Aristotele n nei brani di ascendenza
teofrastea. La stessa definizione, lievemente modificata e attribuita con-
giuntamente a Leucippo, Democrito ed Epicuro, si incontra in un brano
del commento al De caelo di Simplicio: gli atomi sono impassibili per il
fatto che sono compatti e non partecipano (o oiou) di vuoto
12
. Questa
seconda testimonianza mostra un'assimilazione dell'atomismo antico a
quello epicureo e deriva probabilmente da Alessandro stesso.
In un altro passo del commento alla Fisica Simplicio enumera i vari si-
gnificati di indivisibile:
Se l'essere uno in quanto indivisibile; poich l'indivisibile si definisce in molti
modi: o quello che non ancora stato diviso e che pu essere diviso, come cia-
scuna delle grandezze continue, o ci che per natura non assolutamente divisi-
bile in quanto non ha parti in cui essere diviso, come il punto e la monade, o per
avere parti e grandezza, ma essere impassibile per la solidit e la compattezza
come ciascuno degli atomi di Democrito
13
.
ro. Si tratta invece di una aggiunta di Diogene stesso in base alla formula da lui cono-
sciuta attraverso la tradizione scettica. La stessa parafrasi ricompare infatti nel capitolo sugli
scettici (9,72).
10
Alex. In Metaph. 985a 21, 35,26s. (214 L.) agr or rryov (scil. Aruxiaao xoi Agoxi-
to) to oe o to te v otoev oio voototgto tr xoi o iiov tou xrvou.
11
Il termine usualmente adottato per l'atomo epicureo o rtoo xrvou , cf. Ps.-Plut. 1,3,877
D-F e i passi di derivazione aeziana.
12
Simpl. In De cael. 275b 29, 242,18 (67 A 14 DK; 214 L.) outoi yo rryov oariou ri voi
tei ag0ri to oo, o xoi otoou xoi ooioirtou rvoiov xoi oao0ri oio to vo-
oto rivoi xoi o oiou tou xrvou.
13
Simpl. In Phys. 185b 5, 81,34-82,3 (212 L.) ri or oute rv to ov e ooioirtov, rari to
ooioirtov aooe , g to gae oigigrvov oiov tr oioir0gvoi xo0o ar rxootov te v
ouvre v, g to gor oe aruxo oioirio0oi tei g rriv rg ri o o v oioir0gi,
eoar otiyg xoi ovo, g tei oio rriv xoi r yr0o, oao0r or rivoi oio otrotgto
xoi voototgto, xo0oar rxootg tev Agoxitou oto ev. Simplicio, per il commento a
Capitolo sesto 223
Il modello quello delle definizioni di uno di Metaph. I 1, 1053a 20-24
dove Aristotele distingue un indivisibile in assoluto, quale la monade, da
un indivisibile solo in relazione alla sensazione (in quanto ogni grandezza
continua divisibile) come la linea di un piede. Rispetto al modello ari-
stotelico, Simplicio amplia la gamma degli indivisibili con l'accenno all'a-
tomo che viene comunque distinto dalla monade perch ha parti ed
indivisibile solo per la sua solidit.
Nel commento al De anima l'autore (sia egli Simplicio o Prisciano
14
) di-
stingue esplicitamente gli atomi democritei dalle monadi di Senocrate
proprio in virt del fatto che gli uni sono indivisibili per la solidit e la
compattezza, le altre sono prive di parti e indivisibili in assoluto. Egli ag-
giunge, parafrasando Aristotele:
infatti, anche se Democrito concepisce il numero [dell'anima] come costituito da
corpuscoli, li pone indivisibili per la compattezza e inoltre indifferenziati per spe-
cie e per natura. [] L'anima dunque secondo ambedue, Democrito e Seno-
crate, costituita da indivisibili della stessa natura. Infatti non c' alcuna differenza,
in relazione all'essere numero, se i corpuscoli hanno una massa, che Aristotele ha
chiamato grandezza, mentre le monadi sono prive di parti, monadi che egli ha de-
finito per questo piccole
15
.
Le monadi sono qui chiaramente concepite come ro ioto xoi o rg
indivisibili in assoluto, gli atomi invece sono indivisibili solo per la loro
compattezza. Una costante dunque di questo filone peripatetico la netta
distinzione, in base alle definizioni aristoteliche, fra l'indivisibilit della
monade, priva di parti, e l'atomo indivisibile perch solido, ma fornito di
parti e di grandezza. Alcuni commentatori moderni hanno basato su que-
ste testimonianze di Simplicio la loro interpretazione dell'atomo democri-
teo come teoreticamente divisibile
16
. Tuttavia questi passi non hanno
maggiore validit di altri in cui Simplicio dice che l'atomo un indivisibile
questo passo della Fisica, attinge abbondantemente a fonti peripatetiche quali Alessandro
ed Eudemo stesso come risulta dal seguito (83,19ss.; 26ss.).
14
Il dibattito aperto, cf. Hadot 1987, 23s. e 2002 la quale sostiene che, in ogni caso, non ci
sono argomenti sufficienti per negare la paternit dello scritto a Simplicio.
15
In De an. 409a 10, 64,2-7 (117 L.) xov yo rx oeotiev tivev aoig i tov oi0ov o
Agoxito, o r ooioirtev oio voototgto xoi rti ooiooev xot rioo xoi tgv
uaoxrir vgv uoiv. [...] oi0o ouv xot o otrou (scil. Agoxitov xoi Ervoxo tgv) g
ug r ooioirtev xoi ooiooev. ouor v yo oioiori ao to oi0ov rivoi to to rv
oeotio o yxov rriv, o og ryr0o rg, to or ovooo rivoi orri , o ixo oio
touto riarv.
16
Cf. Zeller-Nestle 1920, I, 2, 2, 1065 n. 2; Lur'e 1932-1933, 174 lo cita in appoggio alla tesi
della doppia indivisibilit degli atomi e dei minimi dell'atomo in Democrito; cf. anche 1970,
465. Contra Furley 1967, 95, il quale per ritiene affidabili le testimonianze che vanno in
senso contrario, su questo v. infra, 3. 4. Sul problema costituito in generale dalle testimo-
nianze di Simplicio, cf. Guthrie II, 1965, 506s.; Krmer 1971, 270. Baldes 1972, 48s. ac-
cenna ad un possibile influsso delle definizioni aristoteliche sul brano di Simplicio senza
tuttavia porsi il problema della tradizione esegetica sottesa al passo.
L'indivisibilit dell'atomo nella dossografia tarda 224
per la piccolezza e privo di parti. A livello di testimonianze si tratta di
ooiooo e, come tali, vanno valutate. Ci non toglie che anche questo
brano sia importante, come del resto tutti gli altri dei commentatori ari-
stotelici, per ricostruire un brandello di tradizione scolastica che ha veico-
lato delle informazioni su Democrito.
Dallo stesso filone peripatetico tardo derivano alcune testimonianze
del Filopono. Sulla falsariga di alcuni brani espositivi aristotelici, il Filo-
pono sottolinea come gli atomi degli atomisti (Leucippo, Democrito ed
Epicuro) siano indivisibili per la durezza, ma invisibili per la piccolezza
17
,
tenendo ben distinte le due caratteristiche. Per dimostrare come la picco-
lezza renda gli atomi invisibili, il Filopono cita l'esempio del pulviscolo
atmosferico su cui si ritorner pi diffusamente in seguito
18
.
2. Atomi privi di qualit e indivisibili per la solidit.
La tradizione stoicizzante:
Accademia scettica e classificazioni posidoniane
Un gruppo di testi presenta ancora ulteriori peculiarit rispetto ai prece-
denti: il nucleo di base teofrasteo, gli atomi di Democrito ed Epicuro
vengono assimilati e definiti indivisibili per la solidit, ma il tutto rivela,
nella terminologia e nei concetti di fondo, un marcato influsso stoico. Tale
rappresentazione dell'atomo si fonda infatti sulla concezione stoica di
materia prima priva di qualit (ug o aoio), principio passivo, cui si af-
fianca un principio attivo, il dio
19
. In un buon numero di testi di questo
gruppo le notizie sull'atomismo sono inglobate in un contesto critico: gli
atomi (la materia) sono s privi di qualit (come la materia stoica), ma sono
nel contempo anche impassibili (oao0ri) e non sottoposti ad alcun prin-
cipio attivo e ordinatore, dunque non possono generare nulla. Questo tipo
di critica all'atomismo risale molto probabilmente gi allo stoicismo an-
tico. Nel catalogo delle opere di Cleante compaiono due titoli: Ho
17
Philop. In Phys. 184b 15, 25,5 (200 L.) Agoxito or xoi Aruxiaao xoi Eaixouo to
otoou xoi to xrvov uarti0rvto [...] otoou or rryr oeoto tivo oio oixotgto
oovg xoi ooioirto oio oxgotgto, oi o rioi oio tev 0uioev rv toi oxtioi xo-
vioteog oivorvo gyoto, oar oovg yivrtoi g raioaouog oxtivo ou oio to g
rivoi, oo oio tgv oixotgto. Cf. anche In De gen. et corr. 316b 32, 39,4; In De an. 403b
31, 67,21 (200 L.).
18
V. infra, VII 5.
19
Cf. per Zenone SVF I 85, 24,6-7; per Cleante, SVF I 493, 110,25-29; per Crisippo, SVF II
300, 111,8-10 e passim.
Capitolo sesto 225
Ago xitov
20
e un trattato Hri tev oto ev nel quale il filosofo soste-
neva la dottrina dei due principi, passivo (ug o aoio xoi ao0gtg) e attivo
(0ro )
21
. Sfero, un allievo di Zenone e di Cleante, aveva anch'egli scritto
contro gli atomi e gli idoli
22
. Sicuramente, dunque, quelle critiche contro
l'incapacit generativa degli atomi e la mancanza di un principio ordina-
tore che emergono spesso negli autori tardi hanno la loro origine nello
stoicismo antico. L'Accademia di mezzo, per, che per il suo carattere non
dogmatico, si servita di materiale di provenienza disparata, ha ripreso e
fatto propri a fini critici questi motivi.
I brani che verranno esaminati qui di seguito hanno in comune la de-
finizione degli atomi di Democrito e di Epicuro (il nome di Leucippo
generalmente non compare) come indivisibili per la solidit e la critica ad
ambedue le dottrine cos assimilate. Gli atomi vengono definiti o ao0g oio
tgv otrotgto e oaoio. Se oao0g un termine tipicamente aristotelico-
teofrasteo
23
, oaoio caratterizza invece la definizione stoica di materia e
non compare come attributo dell'atomo n in Aristotele, n in Teofrasto
24
e neppure in Epicuro il quale concepiva pur sempre figura, grandezza e
peso come caratteristiche qualitative, per natura connesse al concetto
stesso di corpo
25
. Questa rappresentazione degli atomi inserita per lo pi
in un contesto critico marcato anch'esso da una concezione stoica dell'u-
niverso. In tali contesti si sottolinea che:
1. Gli atomi sono tutti di un'unica natura e privi di qualit (corrispon-
dono cio alla ug oaoio degli Stoici), ma impassibili per la loro solidit
(contrariamente alla ug stoica per natura solo passiva).
2. Essendo tali e mancando un principio attivo, non possono generare
nulla.
20
SVF I 481, 107,1. Secondo von Arnim I, 1901, 138, 8, potrebbe trattarsi di un titolo di-
verso dell'opera Sugli atomi.
21
SVF I 493, 110,25-29. Un'eco di questa contrapposizione di Cleante all'atomismo si av-
verte nelle Irrisiones di Hermias che, fra le molte confusioni, riporta anche materiale prege-
vole come gi osservava Diels 1897, 263. Cf. Herm. Irris. 14 (Cleante contro Epicuro) o
o Kro v0g oao tou roto raoo tgv xrogv xotoyroi oou tou oo yoto xoi outo
ovioi to og0ri oo 0ro v xoi ugv.
22
SVF I 620, 139,25.
23
Arist. De gen. et corr. A 8, 326a 1ss.; Theophr. De caus. plant. 6,7,2 (68 A 132 DK; 499 L.).
24
Per Aristotele e Teofrasto oao0r designa gi la mancanza di qualit (ao 0o), cf. Arist. De
sens. 6, 445b 11-13 (429 L.); Theophr. De sens. 60 (68 A 135 DK; 71 L.); 69 (68 A 135 DK;
3, 441 L.).
25
Cf. in particolare Ep. 1,68s. Le attestazioni del termine che si trovano nel Glossarium Epicu-
reum dell'Usener (Simpl. In Cat. 15a 13, 431,24; Sext. Emp. Adv. Math. 9,335) sono conte-
nute in esposizioni di matrice dossografica che non riportano la terminologia originale epi-
curea.
L'indivisibilit dell'atomo nella dossografia tarda 226
3. La teoria atomista non spiega dunque la realt fenomenica. Come
potrebbero infatti generarsi degli esseri forniti di qualit da atomi solidi,
privi di qualit e incapaci di patire?
Le critiche all'atomismo sono state formulate in questi termini vero-
similmente dagli Stoici antichi, ma sono attestate per la prima volta in
autori legati all'Accademia scettica. In effetti, come si pu dedurre da Ci-
cerone, anche gli Accademici argomentavano contro gli indivisibili. A
Carneade viene specificamente attribuita l'opinione che non esiste alcun
corpo indivisibile e tale da non poter essere frammentato
26
. Nel primo
libro del De natura deorum l'accademico Cotta giudica la concezione di un
cosmo continuo e privo di vuoto per lo meno pi verosimile di quella
epicurea di un universo discontinuo fatto di indivisibili e di vuoto
27
. Var-
rone, nell'omonimo libro degli Academica, esponendo le tesi di Antioco,
ribadisce la teoria della continuit della materia e della sua infinita divisibi-
lit "poich non c' assolutamente nulla nella natura di cos piccolo che
non si possa dividere"
28
. Le critiche all'atomo indivisibile per la solidit,
impassibile e privo di qualit nei termini sopra indicati emergono poi qua
e l in Cicerone e si incontrano tutte insieme nella Contro Colote di Plu-
tarco. Caratteristico di questi testi il procedimento dialettico, tipico
dell'Accademia scettica, che tende ad annientare l'avversario sul suo stesso
terreno. Proprio questo carattere specificamente polemico anche nei con-
fronti di Democrito e non solo di Epicuro distingue questo filone di tradi-
zione sull'atomismo da un altro di tipo descrittivo, che si ritrova nella
vulgata tarda e risale verosimilmente a Posidonio. Tuttavia, in ambedue i
casi, pur con differenze specifiche, viene fornita una interpretazione del-
l'indivisibilit dell'atomo che emargina Leucippo e unifica le tesi di Demo-
crito ed Epicuro.
26
Cic. De nat. deor. 3,12,29 (Carnead. F 8a, 93,24ss. Mette) Illa autem quae Carneades adferebat,
quem ad modum dissolvitis? Si nullum corpus immortale sit, nullum esse corpus sempiternum; corpus
autem immortale nullum esse, ne individuum quidem nec quod dirimi distrahive non pos-
sit.
27
Cic. De nat. deor. 1,23,65 Abuteris ad omnia atomorum regno et licentia; hinc quodcumque in solum
venit, ut dicitur, effingis atque efficis. Quae primum nullae sunt. Nihil est enim***quod vacet corpore; cor-
poribus autem omnis obsidetur locus; ita nullum inane, nihil esse individuum postest. Haec ego nunc physi-
corum oracula fundo, vera an falsa nescio, sed veri tamen similiora quam vestra. Sulle fonti accademi-
che della critica ad Epicuro nel primo libro del De natura deorum, rimane ancora
fondamentale Hirzel I, 1877, 32-45. Sulla stessa linea anche Lvy 1992, 563ss.
28
Cic. Ac. 1,7,27 Cum sit nihil omnino in rerum natura minimum quod dividi nequeat. La fisica di
Antioco marcata dai concetti stoici di materia priva di forma e passiva e principio attivo e
divino, cf. Ibid. 27-29. Sull'influsso della fisica stoica su Antioco, cf. Luck 1953, 46; Lvy
1992, 552-554.
Capitolo sesto 227
2. 1. La critica all'atomo indivisibile e privo di qualit nell'Accademia
scettica
L'Accademia scettica, proprio per il suo carattere non dogmatico, si
muove liberamente fra le diverse scuole filosofiche, riprendendo spunti e
motivi diversi da diverse parti e attingendo a piene mani anche dall'arma-
mentario stoico
29
. In pi occasioni lo schema dialettico e i contesti in cui
compare la descrizione dell'atomismo con relativa critica rimandano ap-
punto all'Accademia. In questi casi pi che parlare di una "fonte" comune
pi corretto parlare di una tradizione tramandata, anche oralmente, al-
l'interno della scuola che perci pu presentarsi anche con varianti e ag-
giunte a dipendenza dell'uso personale e contingente delle argomentazioni
da parte dei vari autori
30
.
2. 1. 1. Cicerone: De natura deorum, Academica
L'uso di tesi stoiche contro l'atomismo da parte degli Accademici scettici
particolarmente evidente in Cicerone il quale pone le argomentazioni
enunciate sopra al paragrafo 2 talvolta in bocca ad Accademici talvolta a
Stoici. Nel primo libro del De natura deorum l'accademico Cotta a parlare
in questo modo contro Velleio, l'epicureo:
In che modo tuttavia nasce tutto questo apparato delle cose esistenti da corpi in-
divisibili? i quali, se anche ci fossero, ma in realt non esistono, potrebbero forse
spingersi e urtarsi venendo a contatto uno con l'altro, ma non potrebbero gene-
rare forme, vita, colori
31
.
Nel secondo libro del De natura deorum lo stoico Balbo a sostenere le
stesse tesi
32
, ma nel Lucullus Cicerone stesso, in qualit di fautore delle
tesi di Filone di Larissa, a spiegare con argomentazioni simili il suo rifiuto
di aderire, tra le altre dottrine, anche a quella democritea. Se infatti volesse
29
Cf. in particolare la dipendenza delle argomentazioni di Carneade da Crisippo, Cic. Ac.
2,27,87 (Carnead. F 5, 85,67ss. Mette). Per la rielaborazione delle argomentazioni sul tro
di Crisippo da parte di Carneade, cf. Algra 1997.
30
Sulla prassi della memorizzazione di argomenti, del resto ampiamente in uso nelle scuole di
retorica, cf. Mansfeld 1999, 15s.
31
Cic. De nat. deor. 1,39,110 Omnis tamen ista rerum effigies ex individuis quo modo corporibus oritur?
quae etiam si essent, quae nulla sunt, pellere se ipsa et agitari inter se concursu fortasse possent, formare fi-
gurare colorare animare non possent.
32
De nat. deor. 2,37,93-94 Hic ego non mirer esse quemquam qui sibi persuadeat corpora quaedam solida
atque individua vi et gravitate ferri mundumque effici ornatissimum et pulcherrimum ex eorum corporum
concursione fortuita? [...] Isti autem quem ad modum adseverant ex corpusculis non calore, non qualitate
aliqua (quam aoto:j:o Graeci vocant) non sensu praeditis sed concurrentibus temere atque casu mundum
esse perfectum. Sulla stessa linea si situano anche le critiche all'atomismo di De fin. 1,6,18 (68
A 56 DK; C, 15, 180, 361 L.).
L'indivisibilit dell'atomo nella dossografia tarda 228
seguire Democrito, che peraltro egli stima, subito sarebbe incalzato da una
schiera di Stoici i quali gli chiederebbero:
Ma tu credi davvero che ci sia un qualche vuoto [...] o che esistano degli atomi
completamente diversi da qualsiasi cosa essi formino?
33
.
La flessibilit con cui Cicerone affida gli stessi argomenti a Stoici e Acca-
demici in perfetta consonanza con il carattere dialettico degli stessi e col
fatto che erano divenuti un patrimonio confutativo comune che poteva
essere utilizzato in diverse maniere e in diversi contesti.
2. 1. 2. Plutarco. Contro Colote
Il problema delle fonti della Contro Colote di Plutarco, anche dopo lo studio
di Westman 1955, non pu considerarsi risolto. Egli, infatti, tende in ge-
nerale ad attribuire a Plutarco stesso delle argomentazioni che fanno in-
vece parte di schemi retorici diffusi e a trascurare il ruolo della tradizione
dell'Accademia scettica proprio nell'elaborazione e nella trasmissione di
queste argomentazioni. In una dissertazione del 1911, che costituisce in
effetti ancora oggi forse l'unico studio in qualche modo comprensivo delle
relazioni fra Plutarco e l'indirizzo scettico, Schrter aveva rilevato che
diversi punti della Contro Colote rimandano ad argomentazioni scettiche
nella tradizione dei tropi di Enesidemo
34
. Egli si tuttavia limitato a
considerare il rapporto diretto Plutarco-scetticismo senza allargare la
ricerca ad una consuetudine di trasmissione scolastica tipica anche dell'Ac-
cademia scettica, non rifuggendo cos da una certa episodicit e anche da
una certa inesattezza. La tesi dell'uso della tradizione accademica scettica
da parte di Plutarco, soprattutto in opere polemiche come la Contro Colote
e quelle contro gli Stoici, stata ripresa negli ultimi decenni in un libro
fondamentale per la ricostruzione dell'immagine dell'Accademia scettica
quale quello di John Glucker
35
. Sulla sua scia altri studi moderni hanno
sottolineato inoltre come Colote stesso abbia diretto i suoi strali, fra gli
altri, anche contro autori prediletti dall'Accademia di Arcesilao e contro le
33
Cic. Ac. 2,40,125 Sin agis verecundius et me accusas, non quod tuis rationibus non adsentiar, sed quod
nullis, vincam animum cuique adsentiar deligam-quem potissimum? Quem? Democritum: semper enim, ut
scitis, studiosus nobilitatis fui. urguebor iam omnium vestrum convicio: 'tune aut inane quicquam putas esse
[...] aut atomos ullas, e quibus quidquid efficiatur, illarum sit dissimillimum'? L'argomento secondo
cui gli elementi devono essere omogenei rispetto a ci di cui sono elemento ha le sue radici
nella distinzione crisippea fra elemento, che appunto tale, e principio, che non lo (SVF
II 408, 134,37).
34
Schrter 1911, 11ss. e passim.
35
Glucker 1978. Per questa tesi, cf. anche De Lacy 1953-1954; Jones 1916, 18s.; Donini
1986, 205.
Capitolo sesto 229
interpretazioni che quest'ultima ne aveva dato
36
. Ovviamente il problema
delle fonti della Contro Colote complesso ed esula dai limiti di questo stu-
dio, ma alcuni passi in cui l'esposizione delle teorie atomiste inquadrata
in un giudizio critico globale su di esse riflettono la stessa tradizione che si
ritrova nei testi di Cicerone.
1. Nella Contro Colote ricompare il leit-motiv ciceroniano del plagio
epicureo di Democrito. Quando introduce qualche innovazione, Epicuro
non fa che peggiorare la dottrina, per il resto copia
37
.
2. La critica agli atomi di Democrito e poi, successivamente, anche a
quelli di Epicuro, viene impostata negli stessi termini di quella dell'Acca-
demico Cotta nel De natura deorum ciceroniano. L'accusa sempre la stessa:
da atomi impassibili, solidi, privi di qualit non possono nascere esseri
viventi e forniti di qualit, anzi non possono formarsi neppure degli ag-
gregati in quanto tali atomi, incontrandosi, rimbalzano e si allontanano
immediatamente uno dall'altro
38
.
3. Plutarco accenna, in diretta correlazione con la critica all'atomo im-
passibile, ad un motivo che riemerge in modo pi esplicito e dettagliato
solo pi tardi in un testo di Galeno
39
, quello dell'impossibilit per i corpi
36
Glucker 1978, 260s. L'immagine di Socrate che riflette la Contro Colote ad esempio
perfettamente congruente con quella circolante nell'Accademia filoniana ancora ai tempi di
Cicerone (Ac. 1,4,16; 12,44; 2,23,74). Cf. Opsomer 1998, 101-105. L'incapacit di Socrate
di definirsi come uomo un tema che ritorna nell'interpretazione "scettica" del filosofo ri-
ferita da Sesto Empirico (Adv. Math. 7,264; Pyrrh. Hyp. 2,22). E' probabile che Colote si sia
servito anche di una "vulgata" sui filosofi elaborata nell'Accademia di Arcesilao e assunta
anche dall'epicureismo. Cf. Caizzi 1986, 155; Gemelli Marciano 1998; Brittain-Palmer 2001;
Warren 2002. Plutarco gli rimprovera non solo di essersi servito di affermazioni degli au-
tori che egli critica estrapolate dal loro contesto (Adv. Colot. 1108 D), ma di non averne
neppure letto i libri (come nel caso di Democrito, Adv. Colot. 1109 A). La confutazione di
Colote (o delle tendenze da lui rappresentate) in quanto avversario diretto dell'Accademia
scettica, doveva costituire un esercizio retorico non cos inusuale nella tradizione della
scuola.
37
Plut. Adv. Colot. 1111 C-E oux ou v o voyxoiov uao0ro0oi, oov or urro0oi Ago-
xitou, otoou ri voi tev oev oo 0rr vei or to ooyo xoi xoeaioor vei toi
aetoi ai0ovotgoiv outou aoorxaotrov roti to ouorr, g orixtrov oae oaoio
oeoto aovtoooao aoiotgto outei ovei tei ouvr0riv aororv. Cf. Cic. De fin.
1,6,17 (68 A 56 DK; C, 15, 180, 361 L.); 1,6,21 (182, 350, 470 L.); De nat. deor. 1,26,73 (68
A 51 DK; XCIX L.); 1,33,93 (CIV L.); 1,43,120 (68 A 74 DK; 472a, 594 L.).
38
Plut. Adv. Colot. 1110 F (68 A 57 DK; 179 L.) ti yo ryri Agoxito ouoio oariou
to ag0o otoou tr xoi ooio0oou (corr. Emperius: oiooou EB), rti or oaoto:
xot oao0tt r v tei xrvei rro0oi oiroaorvo otov or arooeoiv ogoi g ou-
aroeoiv g ariaoxeoi oivro0oi tev o0oior vev to r v uoe to or au to or utov
to or ov0eaov, rivoi or aovto to otoou, ior o ua outou xoourvo, rtrov or
gorv rx rv yo tou g o vto oux ri voi yr vroiv, tx ot :o v ov:ov ajotv ov ,tvto0ot
:ot aj:t aoottv aj:t at:oo!!ttv :o o:oao: :ao o:tooo:j:o o0tv o::t oo o t
oooo:ov o::t o:otv j y:j v t oaotov xot oao0o v :aoottv. Cf. Cic. De nat. deor.
1,39,110, supra, n. 31.
39
Infra, 3. 2. 3.
L'indivisibilit dell'atomo nella dossografia tarda 230
fatti di atomi e di vuoto di essere feriti o ammalarsi. L'obiezione rivolta
principalmente contro le teorie epicuree, ma valida in blocco anche
contro tutte le dottrine atomiste. A Colote che rimprovera ad Empedocle
di aver eliminato la possibilit per gli esseri viventi di ferirsi e ammalarsi,
Plutarco risponde che non Empedocle ad aver fatto questo, ma semmai
le dottrine epicuree che hanno composto i corpi da atomi e vuoto, ambe-
due insensibili
40
. Si tratta di una critica diffusissima cui risponde lo stesso
Lucrezio nel secondo libro del De rerum natura
41
. Tale argomentazione fa
parte di una serie di confutazioni dialettiche che mirava a porre le dottrine
atomiste in una empasse: o gli atomi, in quanto impassibili, non possono
generare nulla che sia vivo e con tutte le caratteristiche dell'essere vivente,
cio anche quella di ferirsi o ammalarsi, o, se non sono tali, anch'essi,
come tutti gli altri corpi viventi, sono esposti a malattia, dolore e dissolu-
zione e non possono essere eterni. L'insistenza sulla malattia e la dissolu-
zione come caratteristiche proprie dell'essere vivente un motivo tipico di
Carneade cos come il fatto che nessun corpo immortale, indivisibile e
tale da non poter essere frammentato
42
. Filodemo, gi nel I sec. a.C.,
rispondeva a queste critiche affermando che i corpi sono corruttibili non
in quanto corpi, ma in quanto partecipi del vuoto
43
.
Il brano di stile dossografico di Plutarco su Democrito con la relativa
critica agli atomi ha dunque le sue radici nella tradizione dell'Accademia
scettica cos come la maggior parte dei riferimenti ciceroniani. La rappre-
40
Adv. Colot. 1113 E tioiv ou v og0e rartoi to g touotiro0oi gor vooriv, e
Keeto u iv toi r otoou xoi xrvou ouaragyooiv, e v ouortrei rtrotiv
oio0gore.
41
Lucrezio (cf. in particolare 2,865ss.) confuta a sua volta punto per punto queste obiezioni
con l'armamentario scolastico sviluppato nell'epicureismo.
42
Cic. De nat. deor. 3,12,29 (Carnead. F 8a, 93,24 Mette) Illa autem quae Carneades adferebat, quem
ad modum dissolvitis? Si nullum corpus immortale sit, nullum esse corpus sempiternum; corpus autem im-
mortale nullum esse, ne individuum quidem nec quod dirimi distrahive non possit; cumque omne animal
patibilem naturam habeat, nullum est eorum quod effugiat accipiendi aliquid extrinsecus, id est quasi fe-
rendi et patiendi necessitatem, et si omne tale est, immortale nullum est [...] 13,32 Omne enim animal sen-
sus habet; sentit igitur et calida et frigida et dulcia et amara nec potest ullo sensu iucunda accipere, non ac-
cipere contraria; si igitur voluptatis sensum capit, doloris etiam capit; quod autem dolorem accipit, id
accipiat etiam interitum necesse est. omne igitur animal confitendum est esse mortale. Cf. Sext. Emp.
Adv. Math. 9,139; 142 (Carnead. F 3, 80,2-3; 81,17-19 Mette); 151 (Carnead. F 3, 81,30
Mette).
43
Philod. De signis 25, 53,2 De Lacy ru0re yo [t]o ao giv oeoto [o]u gi oeot rotiv
0oto rotiv o gi uore g vovtier vg tgi oeotixgi xoi rixtixg rtrigrv.
ooie or eot rri to ao gi v oeoto ou gi oe ot rotiv. Il fatto che Filodemo
usi precedentemente il termine ariooruriv (cercare una sicura prova) tipico della termi-
nologia carneadea (Carnead. F 1, 72,26ss. Mette) potrebbe essere, pi che un prestito (De
Lacy, ad. loc., 109 n. 59), una allusione ad attacchi accademici contro i principi epicurei in
questi termini.
Capitolo sesto 231
sentazione dell'atomo in questi testi rimane comunque costantemente
quella di un corpuscolo indivisibile perch solido.
2. 2. La vulgata di matrice posidoniana
Esiste tuttavia anche un'altra tradizione, pi recente, interna allo stoici-
smo, cui si gi accennato nel secondo capitolo, che divenuta la "vulgata"
negli autori di et imperiale. I suoi tratti distintivi rispetto al filone prece-
dente sono: il carattere manualistico, lo stile dossografico e la classifica-
zione di Democrito ed Epicuro (Leucippo non compare) fra coloro che
hanno posto come principi corpi indivisibili per la solidit, separati espres-
samente dai sostenitori di tesi corpuscolari. Questa classificazione risale
probabilmente a Posidonio che, secondo la versione pi completa della
vulgata fornita da Sesto Empirico, riportava le origini della dottrina atomi-
stica al saggio fenicio Moco
44
. I presupposti di questa distinzione fra
atomisti e corpuscolaristi sono ben chiariti da Sesto nel primo libro Contro
i Matematici in un passo nel quale vengono elencate le varie teorie di coloro
che ammettono dei corpi solo intellegibili: alcuni li ritengono insecabili,
altri li considerano divisibili. Questi ultimi vengono ancora distinti in due
sottogruppi: quelli che li pongono divisibili all'infinito, quelli che, pur rite-
nendoli divisibili, li fanno terminare in certi minimi privi di parti
45
. In que-
sto schema gli atomi di Epicuro e Democrito (assolutamente indivisibili)
vengono costantemente distinti dai minimi privi di parti (ulteriormente
divisibili col pensiero), attribuiti esclusivamente a Diodoro. Se Posidonio
separava espressamente l'atomismo dalle dottrine corpuscolariste, si com-
prende perch nella sezione Sui minimi (Hri roiotev) del cosiddetto
Aezio
46
, che risale in ultima analisi a lui, compaiano Eraclito, Empedocle,
Eraclide, Senocrate e Diodoro, ma non gli atomisti: gli roioto infatti,
nella definizione risalente all'Accademia platonica e corrente nella filosofia
44
Sext. Emp. Adv. Math. 9,363 (68 A 55 DK; 124, 169 L.) Agoxito or xoi Eaixouo
otoou, ri g ti ooiotrov tou tgv 0rtrov tg v ooov xoi, e rryrv o Eteixo Hoori-
oevio, oao Meou tivo o voo doivixo xotoyor vgv, Avooyoo or o Koor vio
ooiorrio, Aiooeo or o raixg0ri Kovo roioto xoi org oeoto,
Aoxgaioog o Bi0uvo ovoou o yxou. Per la menzione di Moco, cf. anche Strab.
16,2,24; Diog. Laert. Prooem. 1.
45
Sext. Emp. Adv. Math. 1,27 o [...] outr vogto v (scil. to oeo rivoi ouvotoi) oio to
oogrio0oi xoi ou to touto o vraixite oioevrio0oi aoo aooi toi iooooi, tev
rv otoov touto ryo vtev uaoriv te v or tgtov, xoi te v tgtov orvev rivoi rviev
rv ri oariov trvro0oi touto oiou vtev, r viev or ri roiotov xoi orr xo-
togyriv. Sull'importanza di questo passo per decifrare un testo corrotto di Pseudo-Plu-
tarco e Stobeo, v. infra, 3. 3.
46
Ps.-Plut. 1,13, 883 B; Stob. 1,14,1 (Dox. 312).
L'indivisibilit dell'atomo nella dossografia tarda 232
di et tardo-ellenistica e imperiale, sono corpuscoli minimi ulteriormente
divisibili col pensiero anche se in realt non divisi. Gli atomi non appar-
tengono a quest'ambito.
Questa classificazione delle dottrine atomiste ritorna, con delle va-
rianti, in diversi autori di et imperiale. Una di queste versioni, quella del
vescovo di Alessandria Dionisio (III sec. d.C.), particolarmente interes-
sante, non solo perch riporta un resoconto pi ampio sull'atomismo
rispetto alle liste usuali, ma anche perch ha scatenato ipotesi e discussioni
sulla dimensione degli atomi democritei. Dionisio oppone ai monisti
(Platone, Pitagora gli Stoici ed Eraclito) gli atomisti come sostenitori di
una infinit di principi e di una sostanza infinita, ingenerata e non regolata
da alcuna provvidenza (un altro tratto su cui insistono spesso i resoconti
tardi di matrice stoica). A Epicuro e a Democrito attribuisce espressa-
mente atomi indivisibili per la solidit e intravvede una diaphonia solo nel
fatto che Democrito avrebbe assunto addirittura degli atomi grandi come
un mondo, mentre Epicuro li avrebbe concepiti tutti come piccolissimi.
Quest'ultimo dettaglio, che si trova anche in Stobeo
47
, deriva, come ha
dimostrato O'Brien, da un pre-supposto e cio dal motivo epicureo dell'e-
sistenza di parti dell'atomo cui consegue una correlazione fra variet di
forme e variet di grandezza: se l'atomo formato di parti, una variazione
infinita di forme, produce una variazione infinita anche di volume. Questa
correlazione viene esplicitamente istituita da Lucrezio
48
e tacitamente pre-
supposta sia dai dossografi antichi che dagli storici della filosofia mo-
derni
49
. Un altro fatto non per mai stato rilevato e cio che questa
47
Stob. 1,14,1 (Dox. 311; 68 A 47 DK; 207 L.) dalla stessa fonte, che non direttamente
epicurea come vuole Diels, Vors. II, 96 n. ad loc., ma si basa semmai su dei presupposti
epicurei secondo cui gli atomi sono infiniti per numero e per grandezza (cf. anche Diog.
Laert. 9,44, supra, n. 5).
48
2, 479-499.
49
O'Brien 1982, 191ss. I moderni si sono spesso limitati a utilizzare questo passo senza
discuterlo criticamente. Bailey 1928, 126-28 vi vedeva una conferma della differenza da lui
ipotizzata fra Leucippo e Democrito; invece di un atomo indivisibile per la piccolezza,
Democrito avrebbe assunto un atomo indivisibile per la solidit e un'infinit di forme che
avrebbe portato anche alla possibilit di un atomo grande e visibile. L'infinit di forme,
tuttavia, attribuita espressamente da Aristotele (De gen. et corr. A 2, 315b 6ss. = 67 A 6
DK; 240 L.) e da Teofrasto (Fr. 229 FHS&G = 67 A 8 DK; 147 L.) sia a Democrito che a
Leucippo. Pi fantasiosa l'interpretazione data da Mau 1954, 24 il quale, vedendo nell'a-
tomo democriteo un minimo matematico e una misura, fa dell'atomo grande come un
mondo una misura delle grandezze astronomiche (grandezze che richiedono una unit di
misura molto grande). Mugler 1956, 234 vede nell'atomo grande l'applicazione del princi-
pio di isonomia (l'argomento dell'indifferenza) il quale tuttavia non viene mai enunciato ri-
spetto alla grandezza, ma alle forme. Altrove (1959, 11) contempla la possibilit che De-
mocrito potesse pensare che, in mondi diversi dal nostro, potessero esistere atomi di
grandezza maggiore di quelli costituenti mediamente il nostro mondo, ma qui siamo nel
campo della pura speculazione. Makin 1993, 63 riprende l'argomento dell'indifferenza delle
Capitolo sesto 233
affermazione cos specifica una presa di distanza da un'altra rappresenta-
zione del rapporto Epicuro-atomisti antichi, che ritorna nei padri della
chiesa e verr esaminata in seguito, secondo la quale il primo avrebbe
posto atomi indivisibili per la solidit, gli altri invece atomi indivisibili per
la piccolezza. Qui viene ribadito proprio il contrario: Democrito, lungi dal
sostenere questa ipotesi, ha invece ammesso atomi grandissimi poich li
riteneva, come Epicuro, indivisibili per la solidit. Nel seguito del reso-
conto Dionisio riproduce in maniera confusa lo schema classificatorio
della vulgata, distinguendo gli atomisti da Diodoro, Eraclide ed Asclepiade,
ma elimina la differenza sostanziale fra gli uni e gli altri facendone una
questione di mera denominazione: i corpuscolaristi avrebbero solo "cam-
biato nome agli atomi" chiamandoli "minimi privi di parti" o "oyxoi"
50
.
La versione fornita da Dionisio risale probabilmente ad una fonte neopi-
tagorica che interpretava come principio di Pitagora, e quindi anche di
Platone, l'uno inserendo ambedue fra i monisti. Tale fonte ha rielaborato
un resoconto di matrice stoica cos come hanno fatto anche altri autori di
forme e sostiene che, per una forma di "charity", si devono far trarre a Democrito tutte le
conseguenze di questo argomento anche per le grandezze. Lur'e 1970, 464 accetta senza di-
scussione la testimonianza. Alfieri incline in 1936 ad una valutazione positiva dei testi di
Dionisio e di Stobeo (13 n. 49; 19 n. 75; 80 n. 151; 94 n. 207), vi vede invece in 1979, 67
(cf. anche 1952, 149) una sorta di glossa critica non riferibile alla dottrina democritea
stessa, bens alle conseguenze che se ne potevano trarre. Cos anche Guthrie II, 1965, 394s.
e Furley 1967, 96.
50
Dionys. ap. Eus. Praep. Ev. 14, 23,1-4 (68 A 43 DK; 219, 265, 299, 310 L.) aotrov rv roti
ouvor to aov, e g iv tr xoi ooetotoi tev Egvev Ho tevi xoi Hu0oyooi xoi
toi oao tg Etoo xoi Hoxritei oivrtoi [...] g xoi aoo xoi oario, e tioiv
ooi roorv, oi aooi tg oiovoio aooooi xoi aoixioi aoooi ovootev
tgv tev oev rarrigoov xotoxrotiriv ouoi ov oariov tr xoi oyr vgtov xoi oao-
vogtov uaoti0rvtoi oi rv yo otoou aooriaovtr o0oto tivo xoi oixototo
oeoto ag0o ovoi0o xoi ti eiov xrvo v r yr0o oarioiotov aooorvoi,
touto og ooi to oto ou e rturv r v tei xrvei rorvo outoote tr ou-
aiatouoo ogoi oio ugv otoxtov xoi ouarxor vo oio to aouogovo ouoo
ogev raioo vro0oi, xoi oute tov tr xooov xoi to r v outei, o ov or xooou
oariou oaotrriv. tou tg tg oog Eaixouo yryovooi xoi Ago xito toooutov or
oirevgoov ooov o r v roioto aooo xoi oio touto o vraoio0gtou, o or xoi r-
yioto ri voi tivo o toou o Agoxito uarorv. otoou or rivoi ooiv ootroi
xoi ryro0oi oio tg v outov otrotgto. oi or to otoou rtovoooovtr org o-
oiv ri voi oeoto, tou aovto rg, r ev ooioirtev o vtev ouvti0rtoi to aovto xoi ri
o oiou rtoi. xoi toutev ooi ore v o vootoaoiov Aiooeov yryovrvoi ovoo or, o-
oiv, ou toi oo Hoxriog 0rrvo rxororv oyxou, ao ou xoi Aoxgaioog o io-
to rxgovogor to ovoo. Cf. per l'ultima parte [Gal.] Ther. ad Pis. 11 (XIV,250 K.) r
otoou xoi tou xrvou xoto tov Eaixouou tr xoi Agoxitou oyov ouvriotgxri to
aovto, g rx tivev oyxev xoi aoev xoto tov ioto v Aoxgaioogv xoi yo oute
ooo to o vooto ovov xoi ovti r v te v otoev tou oyxou, o vti or tou xrvou tou
aoou r yev tgv outg v r xrivoi te v ovtev ouoiov rivoi ouorvo.
L'indivisibilit dell'atomo nella dossografia tarda 234
et imperiale
51
, ma ha dato una diversa versione della diaphonia fra Epicuro
e Democrito rispetto a quella che accennata nella dossografia aeziana e si
ritrova in altri autori della tarda et imperiale.
3. Atomo indivisibile per la piccolezza e minimo fisico
negli autori tardi
Nel capitolo quinto si parlato di una interpretazione dell'atomo degli
atomisti antichi come "minimo" alla luce di una problematica logico-on-
tologica e di una visione matematizzante della realt sensibile tipica del-
l'Accademia antica. In questa ottica l'atomo diviene l'unit ultima che or-
dina e misura il sensibile, il minimo privo di parti relativo e, come tale,
viene posto sullo stesso piano di un corpuscolo sempre divisibile con la
mente, anche se in pratica mai diviso. Tale interpretazione, che influenza
la presentazione aristotelica dell'atomismo nei contesti che trattano la
problematica degli indivisibili, si ripresenta anche nella tradizione succes-
siva, se pure con una frequenza del tutto inferiore a quella della rappre-
sentazione dell'atomo pieno e compatto di matrice aristotelico-teofrastea.
Se si pu tracciare una storia di questa particolare esegesi dall'Accademia
scettica fino a Simplicio, resta tuttavia difficile riempire quel vuoto che
separa gli allievi pi prossimi di Platone dall'Accademia di Arcesilao, una
difficolt connaturata con la profonda trasformazione operatasi nella
scuola sotto lo scolarcato di quest'ultimo
52
. Tale lacuna, nel caso specifico
come in tante altre problematiche correlate alla seconda Accademia, pu
51
Sesto varia presentando non un elenco, ma una opposizione fra sostenitori dei vari principi
principi corporei e incorporei, che la versione originale probabilmente non contemplava.
Inoltre, rispetto a Dionisio, assegna agli Stoici quattro principi, classifica Pitagora e Platone
fra i sostenitori dei principi incorporei e li qualifica non come monisti, ma come pluralisti
tenendoli ben distinti uno dall'altro (Pitagora ha assunto come principi i numeri, Platone le
idee). Ippolito (Ref. 10,6,1-7) fornisce una ulteriore versione ancora pi complessa, proba-
bilmente di provenienza medioplatonica in quanto a Platone sono attribuiti i classici tre
principi medioplatonici: dio-materia-modello. Gli Stoici vengono inseriti fra i monisti,
come in Dionisio, ma la lista dei sostenitori di infiniti principi si presenta ulteriormente
rielaborata in base alla distinzione: uguali a ci che essi generano (Anassagora)/ diversi da
ci che essi generano. Sotto quest'ultima voce vengono distinti coloro che pongono prin-
cipi diversi e impassibili (Democrito ed Epicuro) da quelli che pongono invece principi di-
versi, ma capaci di patire (Eraclide e Asclepiade). Si tratta, come si vede, di schemi flessibili
e adattati in base alle esigenze di ciascuna scuola filosofica.
52
Uno stacco dall'Accademia platonica e radici peripatetiche ipotizza Weische 1961. Una
continuit nella tradizione accademica, soprattutto per quanto riguarda il metodo dialettico
e la base logica della dottrina delle idee e delle categorie, e dunque uno sviluppo della se-
conda Accademia sui metodi di fondo dell'Accademia platonica tramandatisi all'interno
della scuola, vi vede Krmer 1971, cap. I.
Capitolo sesto 235
essere colmata solo da ipotesi pi o meno plausibili. Sta di fatto che co-
munque l'interpretazione del corpuscolo solido come roiotov xoi o r-
r, minimo indivisibile per la piccolezza e privo di parti, riemerge nella
tradizione tarda collegata, per, in particolare al nome di Leucippo. Solo di
riflesso e per gli accidenti della trasmissione viene talvolta estesa anche agli
atomi di Democrito e persino a quelli di Epicuro. Bailey aveva ricostruito
una dottrina atomista di Leucippo diversa da quella di Democrito appog-
giandosi soprattutto a questo filone
53
.
3. 1. Le premesse. Epicuro fra l'Accademia e Aristotele:
atomi solidi e minimi dell'atomo
La tradizione tarda che presenta l'atomo degli atomisti antichi come
roiotov xoi orr ha come tratto distintivo la diaphonia fra Leucippo
(talvolta anche Democrito) ed Epicuro: ad un atomo, minimo indivisibile
per la piccolezza e privo di parti degli atomisti antichi, Epicuro avrebbe
contrapposto il suo atomo indivisibile per la solidit. Si tratta di una rap-
presentazione opposta a quella del filone precedentemente esaminato che
invece vede una sostanziale concordanza fra Epicuro e Democrito. Per
verificare se tale diaphonia rispecchi veramente la posizione di Epicuro o
sia solo una ricostruzione a posteriori, opportuno fare una digressione
sui fondamenti dell'atomismo epicureo.
La definizione dell'roiotov come orr e misura di ogni singolo
livello dell'essere e la sua utilizzazione per la soluzione delle aporie zeno-
niane, risale, come si visto, a Senocrate. Aristotele non designa mai
esplicitamente gli atomi di Democrito e Leucippo come org , ma ap-
plica questa definizione agli indivisibili matematici, in particolare al punto,
estendendone per la denotazione, in contesti diretti contro gli Accade-
mici, anche alle grandezze prime di ogni livello
54
. Nel sesto libro della
Fisica si produce in un minuzioso esame dei problemi che questo concetto
di indivisibile privo di parti comporta se applicato all'ambito della fisica,
caratterizzato per eccellenza dal movimento. O si nega il movimento in
atto (praticamente ricadendo nell'assurdo ancora pi grave di ammettere
che un oggetto non mai in movimento, ma si comunque mosso) o si
deve concedere che non esistono indivisibili. Queste critiche non hanno
come obiettivo principale Leucippo e Democrito cui Aristotele non attri-
buisce mai primariamente degli atomi privi di parti, ma gli Accademici
55
.
53
Bailey 1928, 78ss.
54
In particolare Phys. Z 1-2, cf. Krmer 1971, 265s.
55
Cf. Krmer 1971, 288ss.
L'indivisibilit dell'atomo nella dossografia tarda 236
Questa premessa indispensabile per comprendere le ragioni profonde
della doppia caratterizzazione dell'indivisibile in Epicuro che sembra ag-
giungere ad un atomismo fisico una appendice matematizzante suggerita
da ragioni teoriche, ma priva di una valenza fisica effettiva. Non il caso
di dilungarsi sul ruolo svolto dalle critiche aristoteliche agli indivisibili privi
di parti della Fisica nell'elaborazione del concetto di minimo assoluto da
parte di Epicuro
56
e neppure sull'influsso esercitato dall'Accademia, un
tema anch'esso gi ampiamente trattato
57
. E' importante invece rivedere le
modalit di ricezione di questi influssi. Epicuro stabilisce chiaramente una
distinzione fra aspetto fisico e aspetto logico del problema degli indivisi-
bili: l'atomo il principio ultimo ipotizzabile nel campo della fisica, il mi-
nimo dell'atomo quello ipotizzabile nell'ambito della teoria, ma solo il
primo costituisce il fondamento della realt, mentre l'altro esiste solo xot
rai voiov e ha quindi una funzione meramente logica. Esso serve a spie-
gare certi fenomeni (quali ad esempio il fatto che l'atomo abbia una gran-
dezza
58
, ma non infinite variazioni
59
), ma non li genera. A mio parere si
tratta di un elemento fondamentale, sostanzialmente polemico contro le
concezioni accademiche. Si visto che nel brano di Sesto Empirico Contro
i Matematici
60
i cosiddetti Pitagorici rimproveravano agli atomisti antichi
proprio la mancanza di quella ulteriore scomposizione mentale (xot
rai voiov) che, spingendosi al di l dell'apparente eternit del mondo fi-
sico, li avrebbe portati a scomporre i corpi, per natura composti, nei pi
principianti incorporei matematici. Si visto, d'altra parte, come Aristotele
contrapponesse all'atomismo, secondo lui infecondo e statico, degli Acca-
demici proprio quello degli atomisti antichi capace, se non altro, di gene-
rare degli oggetti fisici e in movimento e come attribuisse agli oggetti ma-
tematici un valore unicamente logico. Soprattutto nel quadro di queste due
posizioni fondamentali del dibattito sull'atomismo fra l'Accademia e il
Peripato, mi sembra si debba inserire la dottrina epicurea. Si tratta infatti
di un compromesso fra l'ontologia matematizzante degli Accademici, che
rimproveravano agli atomisti di non aver cercato le vere cause intellegibili
del reale, e la fisica atomista ripresa e giustificata sulla base delle critiche
aristoteliche all'Accademia. In questo senso la dottrina epicurea dei minimi
dell'atomo costituisce anche una conferma indiretta dell'autenticit della
polemica di Senocrate e degli Accademici contro gli atomisti. Epicuro
accetta il principio accademico della scomposizione mentale privandolo
56
Cf. su questo soprattutto Mau 1954, 27ss.; Furley 1967, cap. 8.
57
L'opera fondamentale su questo aspetto Krmer 1971, 231ss. Cf. anche Isnardi Parente
1980b, 367-392; 1981, 24s. n. 40.
58
Ep. Ep. 1,59.
59
Lucr. 2,481-499.
60
10,255ss., supra II 4.
Capitolo sesto 237
per di una validit ontologica e fondandolo su altre premesse metodolo-
giche legate all'empiria e al ragionamento induttivo, non pi al metodo
matematico di sottrazione. Il minimo dell'atomo viene infatti inferito per
analogia col minimo sensibile e non per scomposizione del corpo nelle sue
componenti matematiche ai vari livelli. Vengono invece accettati i minimi
privi di parti dell'Accademia nel loro carattere di limiti e unit di misura
solo perch servono a spiegare fenomeni visibili, ma non viene loro attri-
buita una esistenza autonoma
61
. A questo proposito da rilevare l'analogia
dei minimi dell'atomo con la concezione delle qualit costitutive del
corpo: figura, grandezza, peso. Anch'esse sono entit noetiche senza le
quali un corpo non pu essere concepito come tale, ma non hanno un'esi-
stenza indipendente. Con questo Epicuro rifiuta implicitamente le idee
incorporee platoniche come entit a s stanti e si allinea sulle posizioni
delle Categorie aristoteliche. Sia nella teoria dei minimi che nella concezione
del corpo egli opera dunque una netta distinzione fra fisica e logica, sulla
base delle obiezioni agli Accademici e delle conseguenti teorie elaborate da
Aristotele. Questo spiega perch, nonostante le critiche aristoteliche della
Fisica agli indivisibili, Epicuro mantenga degli indivisibili ultimi e assuma
ci che Aristotele aveva rifiutato come assurdo e cio che qualcosa si
sempre mosso, ma non in movimento attuale
62
. Proprio perch Epicuro
distingue nettamente il presupposto logico, utile a spiegare il fenomeno,
dalla realt del fenomeno stesso, egli accetta alcune tesi accademiche e nel
contempo alcune tesi aristoteliche. Siccome per lui l'infinito qualcosa di
61
Nella particolare argomentazione a favore dell'assunzione di un minimo privo di parti
come argine alla divisibilit all'infinito di Lucr. 1,615-627, Furley 1967, 36-38, individua
giustamente un riferimento alla tradizione argomentativa accademica. Lucrezio sostiene
che, se non si concepissero dei minimi dell'atomo, anche i corpi piccolissimi sarebbero
composti di infinite parti e niente sarebbe finito. Non ci sarebbe dunque nessuna diffe-
renza fra la somma delle cose, infinita, e la cosa pi piccola, anch'essa infinita. Furley, con-
tro tutta la tradizione interpretativa che vi vedeva una polemica antistoica, fa notare come
questo argomento lucreziano rechi i tratti del primo argomento a favore degli indivisibili
del trattato De lineis (968a 2): la distinzione fra molto e poco appunto l garantita dall'esi-
stenza di org . Isnardi Parente 1980b, 375, individua anche nella definizione del minimo
come misura, che distingue negli atomi il pi piccolo e il pi grande (Ep. 1,59), un implicito
influsso delle categorie platonico-accademiche del grande e del piccolo. Il minimo sarebbe
dunque un elemento che limita e definisce l'oscillazione grande/ piccolo.
62
Sono i due punti con cui alla fine devono confrontarsi tutti coloro che accettano senza
riserve la presentazione di Simplicio (v. infra, 3. 4) della teoria epicurea come correzione
dell'atomismo antico in seguito alle critiche aristoteliche. Cf. Silvestre 1985, 70ss., che poi
costretta ad attribuire ad Epicuro la svista di aver trasferito in realt sui minimi le caratteri-
stiche degli atomi di Democrito. Furley 1967, 128s. ammette di non aver trovato nessuna
testimonianza del perch Epicuro abbia spostato sui minimi dell'atomo l'assoluta indivisi-
bilit e non abbia invece assunto un atomo indivisibile in assoluto come quello Democri-
teo. Infatti adottando il principio, rifiutato da Aristotele, che l'atomo si mosso in ogni
momento, ma non si muove mai, cio ammettendo che il tempo fatto anch'esso di indivi-
sibili, non ci sarebbe stato bisogno di modificare la concezione dell'atomismo antico.
L'indivisibilit dell'atomo nella dossografia tarda 238
reale e di esistente in atto accetta, contrariamente ad Aristotele, l'arresto
della divisione e gli indivisibili. Dato che inoltre si devono spiegare alcuni
fatti connessi con gli indivisibili, quali ad esempio la grandezza e la diver-
sit delle forme, accetta anche l'ulteriore divisibilit teoretica dell'atomo,
ma solo in funzione della giustificazione di questi fenomeni. I suoi minimi
non esistono separati dall'atomo, dunque gli Accademici hanno ragione a
ipotizzare un limite all'infinita divisione che vada al di l dei corpi, ma
sbagliano quando scompongono il corpo nelle figure matematiche asse-
gnando loro una validit reale e ponendole a fondamento del mondo fi-
sico.
Un tratto tipicamente epicureo la critica a Platone e all'Accademia
attraverso la rielaborazione di argomentazioni aristoteliche rivolte contro
di loro. La critica alle forme geometriche degli elementi condotta ad
esempio con argomenti tratti dal terzo libro del De caelo
63
. Aristotele, pole-
mizzando contro le figure geometriche elementari accademiche, aveva
affermato che, se non si pongono queste figure come indivisibili, una
parte del fuoco non sar fuoco n una parte di terra, terra, in quanto le
parti di una piramide non sono piramidi, n quelle del cubo o della sfera,
cubi o sfere. Epicuro "traduce" il concetto generale di indivisibilit, cui
Aristotele accennava, nei suoi termini (indivisibile uguale ad assolutamente
solido) e rivolge la critica aristotelica contro le figure elementari accademi-
che: queste non sono indivisibili perch non sono solide. Non preesi-
stendo questa condizione, si possono immaginare non solo divisibili all'in-
finito, ma anche in una grande variet di forme, diverse dai quattro solidi e
dai triangoli
64
. La critica alle forme atomiche di Platone e degli Accademici
fornisce un esempio del modo di procedere di Epicuro nella definizione
dei fondamenti della dottrina atomistica:
1. Ponendo come causa dell'indivisibilit degli elementi primi la soli-
dit, egli nega che le quattro forme elementari possano essere i principi del
mondo fisico e rivaluta nel contempo la tesi della variet delle forme ato-
miche contro quella di forme matematiche ben definite.
63
De cael. I 7, 306a 30-35 ovo yxg yo oooi ogo aoiouoiv r xootou te v otoiriev xoi
toutei oioiouoi to ouoio oute v, ooioirto aoiri v outo tg yo auoioo g tg
ooio oioir0riog ae oux rotoi to riaorvov ooio g auoi. Cf. anche 305b
31-306a 1 e Arrighetti 1973, 606s.
64
Ep. Hri uore, Fr. [29.23] Arr. ae o v ti uoe g or[]o oiovog0rigi g au, rari ouo
ov ygv otrrov xoi ooioutov oiovog0rigi ti, g oti touto, oe tr xoi x[ivouvruev
ri] [o]ariov rxoo[tov outev tr]vriv eoar oi tou[to] oaooivorvoi trvouoiv. ri
yo g otrrov rxootov toutev vog0gort[o]i, aoo xoi aovtoio xot[o] to too
ovtooio aoooxruoi ogotev xoi o[u] t[]iyevo [o]uor auoioo ouor xu ou ouo
oo ou0rv e[]ior vov ogo. o[u0]r v y[o] ai0ovo v roirv [o]v r yriv e oov ti
[to] oervo touto [to] t[rt]too [ri]og r[o]ti[.
Capitolo sesto 239
2. A questo scopo utilizza la critica aristotelica alle forme geometriche
e ai corpi matematici come elementi del mondo fisico
65
.
3. Epicuro accetta per anche l'assunto accademico della limitatezza
delle forme e delle grandezze in quanto questo spiega perch nessun
atomo sia visibile. Nasce dunque quello strano ibrido secondo cui la va-
riet delle forme non infinita, ma solo inconcepibile
66
.
Ci sono dunque buone ragioni per credere che Epicuro abbia operato
allo stesso modo nell'ambito della teoria dell'atomo e dei minimi:
1. Rivalutando la fisica democritea basata su corpuscoli assolutamente
solidi come fondamenti ultimi del mondo fisico e facendo della solidit e
della compattezza l'unico vero criterio di indivisibilit.
2. Utilizzando la critica aristotelica contro la scomposizione ulteriore
dei corpi in elementi matematici degli Accademici.
3. Accettando di questi ultimi la divisione del corpo fino ai suoi limiti
concettuali che permettono di pensarlo come finito, fornito di grandezza e
di forme limitate, ma privando di qualsiasi valore reale questa scomposi-
zione e facendone solo una necessit logica.
Epicuro definisce infatti l'atomo come "corpo solido privo di vuoto al
suo interno"
67
, assumendo un criterio di indivisibilit fisico, non matema-
tico. Egli inoltre non definisce l'atomo come un minimo privo di parti
perch quest'ultimo concetto appartiene al livello non della realt fisica,
ma della logica. Il minimo epicureo il limite (delle lunghezze)
68
e l'unit di
misura prima
69
come quello degli Accademici, ma nell'Epistola ad Erodoto
viene confinato espressamente con una espressione fortemente allusiva
alla "oio oyou 0reio r ai te v oootev". Questa espressione non indica
genericamente "un metodo di ragionamento che si applica alle cose invisi-
bili" (secondo la traduzione di Arrighetti), ma allude molto specificamente
all'"esame dialettico nell'ambito degli invisibili", a quel metodo cio che
Aristotele attribuisce agli Accademici definendoli oi oyixe oxoaouvtr
e opponendoli a Democrito immediatamente prima del brano sugli indivi-
65
Cf. per la prima parte del frammento precedente le critiche di Arist. De cael. I 7, 306a 30-
35. Arrighetti 1973, 605s., ad loc.
66
Ep. Ep. 1,42 per le forme; cf. per le grandezze, 55-56.
67
Fr. 92 Us., v. supra, n. 2.
68
Ep. Ep. 1,59. Il fatto che questi vengano definiti limiti delle lunghezze non pu che far
pensare alle linee indivisibili di Senocrate, cf. Isnardi Parente 1980b, 376; 1981, 25 n. 40.
69
Ep. Ep. 1,59 rti tr to roioto xoi o rg aroto ori voiriv te v gxev to xoto-
rtgo r oute v aetov toi riooi xoi rottooi aoooxruoovto tgi oio oyou
0reioi rai tev oootev. Per il testo di questo brano mi attengo all'edizione di Arrighetti
1973 che accetta la correzione del von Arnim di oiyg dei codici in org (cf. von Arnim
1907, 398 n. 5; Krmer 1971, 246 n. 53; Isnardi Parente 1980b, 372 n. 10) e la lezione
aetov di BFZf contro aetev degli altri codici, di Usener e dello stesso Krmer 1971,
247. Cf. anche Isnardi Parente 1980b, 375 n. 17.
L'indivisibilit dell'atomo nella dossografia tarda 240
sibili in De generatione et corruptione A 2. Dato che il campo degli oooto
comprende anche gli atomi, in questa precisazione di Epicuro si pu leg-
gere una implicita distinzione fra due ambiti di ricerca sugli elementi invi-
sibili: quello fisico, che fonda la realt, e quello dialettico, funzionale a
questo e valido unicamente per giustificarne certi caratteri, ma non in s.
Nel secondo capitolo si visto come i cosiddetti Pitagorici di Sesto lodas-
sero atomisti e corpuscolaristi per aver posto dei principi invisibili del
mondo fenomenico, ma li criticassero poi per aver arrestato arbitraria-
mente la divisione e per non aver ricercato principi incorporei veramente
eterni. Epicuro sembra puntualizzare, nell'allusione all'indagine dialettica
sugli invisibili, l'ambito in cui questa ulteriore divisione va collocata, che
non quello dei fondamenti reali del mondo fenomenico, ma quello dei
loro presupposti logico-dialettici.
Nelle definizioni di atomo e minimo fisico dunque leggibile quella
posizione di Epicuro a favore di un atomismo fisico di Democrito con-
dotta con l'aiuto di Aristotele e contro le critiche accademiche, ma anche
l'accettazione di un certo schema di pensiero accademico sconosciuto a
Democrito e rifiutato da Aristotele.
Tutti quei tratti dei minimi epicurei che rimandano ad una polemica
velata contro le critiche degli Accademici agli atomisti antichi, condotta
sulla falsariga degli attacchi aristotelici contro le dottrine accademiche,
sono messi in rilievo in un testo di Lucrezio sui minimi. La testimonianza
interessante in quanto riporta una argomentazione non reperibile negli
scritti superstiti di Epicuro, ma probabilmente presente nel Hri
uore
70
. Lucrezio, trattando dei minimi dell'atomo, ne ribadisce la neces-
sit teorica, ma ne sottolinea, pi di quanto non faccia Epicuro nella let-
tera ad Erodoto, la assoluta irrilevanza fisica: essi infatti non possono
avere esistenza propria e separata
71
. Questo gi di per s sintomatico in
quanto Aristotele si era proprio accanito contro la valenza fisica attribuita,
secondo lui, dagli Accademici a oggetti isolabili solo mentalmente, ma che
non hanno alcuna incidenza sui processi fisici
72
. Come argomento contro
l'esistenza separata dei minimi dell'atomo Lucrezio adduce il fatto che essi
non potrebbero ricostituire nulla dal momento che ci che non ha parti
non possiede le propriet che caratterizzano una materia generatrice e
70
Per una trattazione dettagliata di questa testimonianza lucreziana Furley 1967, cap. 2;
Krmer 1971, 249-254.
71
Lucr. 1,602s. nec fuit unquam/ per se secretum neque posthac esse valebit;/ quae quoniam per se ne-
queunt constare, necessest/ haerere unde queant nulla ratione revelli.
72
Cf. e.g. Metaph. B 5, 1002a 18-25. Linea, superficie solido sono presenti nel corpo in quanto
divisioni, ma non in quanto sostanze separate. Konstan 1987, 5s. sottolinea come Epicuro
si differenzi per questa posizione soprattutto dall'atomismo accademico piuttosto che da
quello democriteo.
Capitolo sesto 241
stanno alla base dei processi fisici: svariate possibilit di contatto, peso,
spinta verso l'alto
73
, capacit di combinarsi, movimenti vari
74
. Lucrezio si
riferisce principalmente agli oggetti matematici i quali, secondo Aristotele,
non possono dare origine a nessun corpo fisico perch privi delle caratte-
ristiche di quest'ultimo. Aristotele rivolge costantemente questa critica non
agli atomisti antichi i cui corpuscoli, in quanto tali, avevano il vantaggio di
poter generare dei processi fisici
75
, bens a Platone e ai suoi allievi e,
occasionalmente, anche ai Pitagorici
76
. Negli attacchi aristotelici contro gli
Accademici si possono ritrovare dunque quei punti qualificanti che Lucre-
zio designa come tipici della materies genitalis e che i minimi non hanno. In
particolare la mancanza di peso degli indivisibili accademici (in Lucrezio
pondera) oggetto di una lunga critica in De caelo I 1. Aristotele oppone a
questi ultimi proprio i corpuscoli di Democrito che, in quanto corpi,
hanno peso
77
e obietta che gli oggetti matematici, in quanto privi di movi-
73
Cf. per la distinzione fra peso, movimento verso il basso, e agyg, spinta verso l'alto che gli
atomi ricevono da altri che stanno al di sotto, Stob. 1,14,1f; Ps.-Plut. 1,12, 883 B (Ep. Fr.
280 Us.) Eaixouo [...] xivrio0oi or to otoo totr r v xoto oto0gv totr or xoto ao-
ryxioiv, to or ove xivourvo xoto agyg v xoi oaoaoov.
74
Lucr. 1,628-634 Denique si minimas in partis cuncta resolvi/ cogere consuesset rerum natura creatrix,/
iam nil ex illis eadem reparare valeret/ propterea quia, quae nullis sunt partibus aucta,/ non possunt ea
quae debet genitalis habere/ materies, varios conexus pondera plagas/ concursus motus, per quae res quae-
que geruntur.
75
De gen. et corr. A 2, 315b 33-34 oe or toutoi (scil. Agoxito xoi Aruxiaao) ooieoiv
xoi yrvroiv r vorrtoi aoiri v.
76
Cf. Ibid. 316a 2-4 toi o ri raiaroo oioiouoiv ou xrti ouor v yo yivrtoi agv otrro
ouvti0rr vev ao0o yo ouo ryriouoi yrvvov ouor v r oute v. Sull'incapacit di gene-
rare degli oggetti matematici, cf. anche Metaph. B 5, 1002a 32. Contro i numeri pitagorici,
cf. De cael. I 1, 300a 16-20 to o ou to ouoivriv xoi toi r oi0e v ouvti0rioi to v
ouovov r vioi yo tgv uoiv r oi0ev ouviotooiv, eoar te v Hu0oyoriev tivr to
rv yo uoixo oe oto oivrtoi oo rovto xoi xouotgto, to or ovooo outr
oeo aoiri v oiov tr ouvti0rr vo outr oo rriv. Cf. anche Metaph. M 8, 1083b 11-19.
77
Cf. in particolare I 1, 299a 25-30 ri og te v oouvotev rotiv rxotrou rou gor v
rovto oo to o e rriv oo, to o oio0gto oeoto g ao vto g rvio oo rri,
oiov g yg xoi to uoe, e xo v outoi oirv, ri g otiyg gor v rri oo, ogov oti ouo
oi yooi, ri or g outoi, ouor to raiaroo eot ouor te v oeotev ou 0rv. Cf. anche A
2, 308b 36: gli atomisti avrebbero ragione a sostenere che i corpi composti pi grandi sono
pi pesanti, ma non quelli che compongono i corpi da triangoli. Per i passi contro i Pitago-
rici, v. nota precedente. Cf. anche Metaph. A 8, 990a 12-14. E' curioso come proprio la
proiezione delle caratteristiche dell'atomo epicureo sull'atomismo antico conduca all'inter-
pretazione di questi passi, espressamente diretti da Aristotele contro gli Accademici, come
rivolti invece contro Leucippo e Democrito in Alex. In Metaph. 985b 19, 36,25 (123 L.)
ouor yo to ao0rv g outg r v toi o tooi ryouoi (scil. Agoxito xoi Aruxiaao)
to yo org to raivoou rvo toi otooi xoi rg ovto oute v o og ooiv ri voi rx
or ooev ouyxrir vev ae o v oo yr vgtoi rigxr or ari toutev rai arov rv tei
titei Hri ouovou. Themist. In De cael. 306b 22, 201,24-25 accenna ancora a questa in-
terpretazione di Alessandro. E' chiaro che quest'ultimo utilizza, operando una conflazione
fra i due atomismi, argomentazioni corrrenti contro le dottrine epicuree. E' trascurando le
possibili assimilazioni fra i due atomismi spesso operate negli autori di et imperiale che
L'indivisibilit dell'atomo nella dossografia tarda 242
mento, non possono essere sostanza generatrice di corpi fisici caratteriz-
zati proprio dal movimento
78
.
Epicuro si pone del resto