Sei sulla pagina 1di 346

UNIVERSIT DEGLI STUDI DI MACERATA

DIPARTIMENTO DI FILOSOFIA E SCIENZE UMANE

CORSO di DOTTORATO di RICERCA in STORIA DELLA FILOSOFIA


CICLO XXIII

Analisi e commento delle

Categorie di Aristotele

TUTOR
Chiar.mo Prof. Maurizio Migliori

DOTTORANDA
Dott.ssa Marina Bernardini

COORDINATORE
Chiar.mo Prof. Filippo Mignini

ANNO 2011

Sommario

PARTE PRIMA. STATO DELLA QUESTIONE


Capitolo primo. Breve sguardo dinsieme sullopera

p. 7

PARTE SECONDA. ANALISI DEL TESTO


Capitolo primo. Le nozioni di omonimia, sinonimia e paronimia
Capitolo secondo. Dirsi di un soggetto ed essere in un soggetto
Capitolo terzo. Generi subordinati e generi non subordinati
Capitolo quarto. Presentazione delle dieci categorie
Capitolo quinto. La sostanza
Capitolo sesto. La quantit
Capitolo settimo. I relativi
Capitolo ottavo. La qualit
Capitolo nono. Lagire e il patire
Capitolo decimo. Gli opposti
Capitolo undicesimo. I contrari
Capitolo dodicesimo. Lanteriorit
Capitolo tredicesimo. La simultaneit
Capitolo quattordicesimo. Il mutamento
Capitolo quindicesimo. Lavere

p. 33
p. 49
p. 59
p. 71
p. 77
p. 105
p. 129
p. 155
p. 187
p. 199
p. 243
p. 261
p. 269
p. 277
p. 289

PARTE TERZA. IL VALORE DELLE CATEGORIE ALLINTERNO


DEL PENSIERO ARISTOTELICO

Premessa metodologica
Capitolo primo. Natura e struttura delle Categorie
Capitolo secondo. Il ruolo delle Categorie allinterno dellOrganon
Capitolo terzo. Una lettura multilaterale

p. 297
p. 299
p. 321
p. 327

Bibliografia

p. 331

Indice analitico della materia trattata

p. 339

PARTE PRIMA
STATO DELLA QUESTIONE

Capitolo Primo

Breve sguardo dinsieme sullopera

1. Collocazione tradizionale delle Categorie allinterno del Corpus Aristotelicum


Le Categorie sono unopera, tramandataci nella suddivisione in quindici capitoli, che
fa parte di quel complesso di scritti aristotelici, tutti considerati dalla tradizione concernenti la logica, che Alessandro di Afrodisia design, tra la fine del II e il III secolo d.
C., con il nome di Organon, che significa strumento. Questa designazione risulta
particolarmente adatta al contenuto delle opere interessate, dal momento che Aristotele
non incluse loggetto trattato in tali scritti allinterno di nessuna delle sue divisioni canoniche delle scienze in teoretiche, pratiche e poietiche1, poich il fine delle trattazioni
logiche quello di fornire i concetti e gli strumenti preliminari necessari ad affrontare, poi, qualsiasi tipo di indagine scientifica2. La logica mostra come proceda il pensiero quando pensa, quale sia la struttura del ragionamento, quali gli elementi di esso, come sia possibile fornire dimostrazioni, quali tipi e modi di dimostrazioni esistono, di che
cosa e quando siano possibili3. In realt, il termine logica posteriore ad Aristotele, il
quale dava allo studio dei sillogismi il nome di analitica4.
I trattati logici aristotelici si dividono in tre gruppi principali5:
1.
Gli Analitici Primi, in cui viene trattata la struttura del ragionamento in generale, considerato nel solo aspetto formale, prescindendo dalla natura delloggetto
trattato e dal valore di verit.
2.
Gli Analitici Secondi, che si occupano del ragionamento non solo formalmente
corretto, ma anche vero: si tratta del sillogismo scientifico, in cui consiste la
dimostrazione. In essi si parla anche delle premesse vere, di come vengono conosciute e dei problemi legati alla definizione.
3.
I Topici e le Confutazioni sofistiche, infine, che trattano, rispettivamente, del
sillogismo dialettico, il quale parte da premesse semplicemente fondate
sullopinione, e delle argomentazioni sofistiche.
1

Le scienze teoretiche, le uniche alle quali potrebbero, eventualmente, esser ascritte le opere
logiche, si suddividono, per Aristotele, in matematica, fisica e teologia, e non hanno, dunque,
posto per questi. Cfr. Metafisica E 1, 1025 b 1 - 1026 a 32.
2 Cfr. Th. Waitz, Aristotelis Organon, 2 voll., Lipsiae 1844, ristampato ad Aalen 1965, vol. II,
pp. 293-294.
3 G. Reale, Introduzione a Aristotele, Laterza, Roma 1974, 1995 , p. 141.
4 Il termine logica sconosciuto ad Aristotele e non pu essere fatto risalire a un tempo anteriore a quello di Cicerone. Anche allora logica significa non tanto logica quanto dialettica, e Alessandro il primo scrittore che usa logik nel senso di logica (W. D. Ross, Aristotle, ed. by
Metheuen e co. Ltd, London 1923, trad. it. Aristotele, traduzione di Altiero Spinelli rivista sulla
quinta ed. di Claudio Martelli, Feltrinelli, Milano 1971, p. 28).
5 Cfr. Ross, Aristotele, p. 28.
8

A questi scritti, si aggiungono le Categorie e il De Interpretatione, che, secondo la


tradizione, trattano, rispettivamente, degli elementi pi semplici della proposizione, e
del giudizio e della proposizione6, e che sono stati, per questo, considerati come ricerche
preliminari e propedeutiche.
La tradizione ci consegna, cos, un insieme di opere che andrebbero lette nel seguente ordine: Categorie, De Interpretatione, Analitici primi, Analitici secondi, Topici, Confutazioni sofistiche. evidente che lordine in cui esse sono state scritte del tutto insondabile7, ma si pu cercare di ricostruire e di proporre un ordine di lettura che miri alla consequenzialit teorica degli aspetti contenutistici delle singole opere. Da questo
punto di vista, la struttura di questi scritti molto pi complessa di quanto si creda, e
diede luogo a dei dibattiti fin dallantichit.
Come si visto, nella prospettiva indicata dalla tradizione, le Categorie costituirebbero un trattato preliminare allo studio della logica aristotelica, e formerebbero, insieme
al De Interpretatione e agli Analitici Primi, una sorta di trittico che presenta,
nellordine, una logica dei termini, una logica delle proposizioni e una logica dei ragionamenti8. Ci fu un periodo, tuttavia, in cui il testo delle Categorie non godette di buona
fortuna e fu addirittura misconosciuto. In un documento precedente ad Andronico di
Rodi e conservato nella dossografia di Diogene Laerzio9 viene ignorata lesistenza di un
trattato intitolato Categorie e di uno intitolato De Interpretatione. Questo testo, di ispirazione sicuramente stoica, presenta la filosofia di Aristotele come un intero, come un
corpo di dottrine suddiviso in parti, proprio come i sistemi stoici. La prima di queste
parti costituita dalla sezione logica, o strumentale. Oltre a ci, il documento precisa
che la parte logica pu essere suddivisa, a sua volta, in due diverse tappe, chiamate, secondo la denominazione stoica, discernimento (krsij) dei lemmi, cio delle premesse, e discernimento della deduzione, cio del ragionamento. Mancando il testo delle
Categorie e del De Interpretatione, il documento assegna al discernimento dei lemmi i
Primi Analitici, e al discernimento della deduzione i Secondi Analitici. Nella completa
fedelt al modello stoico, lautore del documento si probabilmente sforzato di ricondurvi le opere aristoteliche, pur non conoscendone esattamente il contenuto10.
Fu Andronico di Rodi (I secolo a. C.) a sottrarre le Categorie dallombra e dal relativo isolamento, fornendo loro una collocazione allinterno del Corpus aristotelicum attraverso un catalogo ragionato che funge da modello canonico della classificazione delle
opere dello Stagirita11. In questo catalogo, la parte delle opere attribuite ad Aristotele inizia con la menzione dei primi scritti dellOrganon. Linfluenza stoica sulla sistema6

Per un approfondimento della questione cfr. Ross, Aristotele, pp. 28-29; Reale, Introduzione, pp. 144-145.
7 Cfr. lo status quaestionis in Aristotele, Analitici primi, a cura di M. Mignucci, Napoli 1970,
pp. 19 ss. Per uno studio pi approfondito intorno a questa problematica, rimando al testo V.
Sainati, Storia dellOrganon aristotelico, Firenze 1968. Per lo status quaestionis concernente
levoluzione della logica cfr. E. Berti, La filosofia del primo Aristotele, Firenze, Olschki 1962,
pp. 88-100.
8 Cfr. Reale, Profilo di Aristotele, pp. 145-146.
9 Diogene Laerzio, V, 28-29.
10 Cfr. Bods, Aristote, Catgories, pp. XVI-XVIII.
11 La ricostruzione del catalogo di Andronico si trova in I. Dring, Aristotle in the Ancient Biographical Tradition, Elanders Boktryckeri Aktiebolag, Gteborg 1957, pp. 221-231, e riprodotta
in Aristotelis Opera, vol. III, Librorum deperditorum fragmenta, collegit O. Gigon, Berlin-New
York, 1987, 38 b - 45 b.

zione di Andronico molto forte. Egli, infatti, ordina le opere principali dello Stagirita
secondo un ordine preciso, in cui le opere metodologiche occupano il primo posto a titolo introduttivo e strumentale. Linfluenza , inoltre, testimoniata dal riferimento alla
pubblicazione da parte di un suo contemporaneo, lo stoico Atenodoro di Soli, di
unopera dal titolo Prj t Aristotlouj kategoraj (Contro le categorie di Aristotele).
Con linteresse di Andronico per tale scritto dello Stagirita e con la rinascita
dellaristotelismo nei successori del Rodense, le Categorie iniziano ad avere fortuna e
diventano oggetto di studio di pensatori e commentatori. Il trattato viene preso in considerazione dai neoplatonici. Per citare degli esempi, nel III secolo d. C. Porfirio difende
lidea che le Categorie inaugurino linsegnamento della filosofia; Proclo, nel V secolo
d. C., stabilisce le tappe di percorso filosofico, che inizia con unintroduzione generale
alla filosofia e che continua con lo studio commentato delle principali opere di Platone e
di Aristotele, tra le quali, nel gruppo degli scritti strumentali e metodologici, le Categorie.
Lunit che le Categorie formano con le altre opere logiche di Aristotele e, dunque,
lunit dello studio del linguaggio e del sillogismo, in realt, appare molto pi forte
nellinterpretazione stoica che nello stesso Aristotele. Bodes ha sottolineato come, diversamente dallimpianto stoico della logica, in cui i ragionamenti complessi possono
essere scomposti in proposizioni complesse, e queste, a loro volta, possono essere
scomposte in proposizioni semplici, ancheesse scomponibili in ulteriori elementi, la
teoria del sillogismo formale, in Aristotele, non necessita di uno studio preliminare delle
premesse, in quanto i sillogismi vengono definiti dalla posizione relativa dei termini
contenuti nelle premesse e simboleggiati da lettere12. In effetti, a ben vedere, da un lato,
i Primi Analitici apparirebbero autonomi, in quanto la conoscenza del termine (roj) e
della premessa (prtasij), necessarie alla comprensione dellopera, vengono esplicate
nei primi tre capitoli; dallaltro, il De Interpretatione potrebbe essere pensato a fatica
come indissolubilmente legato alle opere successive, in quanto non vi si fa mai menzione di sillogismi, premesse o termini.

2. Titoli attribuiti allopera


La giustificazione del titolo dellopera costituisce una questione rilevante che viene
discussa da quasi tutti i commentatori neoplatonici13, dal momento che lo scritto sembra
aver ricevuto titoli diversi a partire dallet ellenistica, fino ai primi secoli dellet cristiana.
La questione appare, in realt, regolata gi a partire da Porfirio, che assume la denominazione di Categorie (Kathgorai), in seguito divenuta tradizionale e accolta quasi
allunanimit a partire da Alessandro di Afrodisia in poi14.
Nei secoli precedenti, invece, la questione del titolo dellopera fu particolarmente
controversa, dal momento che esso era strettamente connesso al contenuto e, quindi, variava a seconda dellintento che veniva attribuito allopera. Lorigine del dibattito pu
essere rinvenuta nelliniziativa di Andronico di Rodi che consisteva nel sostituire con
12

Bodes, Aristote, Le catgories, pp. XIX-XX.


Cfr. Simplicio, In Cat., 15,26 - 18,6; Filopono, In Cat., 12, 17-27; Ammonio, In Cat., 13, 1214; Olimpiodoro, In Cat., 22, 13-37.
14 Cfr. Alessandro di Afrodisia, In Top., 97, 27-98; In Met., 242, 15; 245, 35.
13

Kathgorai il titolo con cui precedentemente veniva indicato lo scritto, Pr tn topikn, Prima dei Topici, o Pr tn tpwn, Prima dei luoghi. La novit introdotta da
Andronico dimostra che, in et ellenistica, lopera era conosciuta attraverso un nome diverso che stabiliva una stretta relazione tra il nostro trattato e i Topici.
La proposta di Andronico era interamente basata sulla sua considerazione dellopera:
secondo il redattore delle opere aristoteliche, infatti, il fine dello scritto in questione era
quello di introdurre alla logica del Filosofo, attraverso lanalisi degli elementi costitutivi
delle premesse del sillogismo. In questottica, tutta la seconda parte del testo15, costituita dalla sezione che tratta lopposizione, la contrariet, lanteriorit, la simultaneit, il
movimento, lavere, risultava, ai suoi occhi, apocrifa e accorpata alla parte precedente
da qualcuno che non era Aristotele. Di conseguenza, Andronico attribuiva il titolo Kathgorai alla sola prima parte dellopera, lunica ritenuta autentica16.
La reazione dei successori alla proposta di Andronico non ci permette di poter stabilire in maniera definitiva se la seconda parte dellopera sia stata giudicata inautentica e
se il nuovo titolo proposto sia stato considerato maggiormente adatto al testo preso in
considerazione, poich, da una parte, fu respinta la proposta di scindere la seconda parte
dalla prima, e le due sezioni furono conservate e commentate unitamente fino alla fine
dellantichit17; dallaltra, invece, fu accettato il nuovo titolo.
La denominazione di Andronico divent classica e si impose nella tradizione, superando le varianti proposte, che possono essere ricondotte a due diversi modi di intendere
il fine dellopera aristotelica. La prima variante si fondava sulla convinzione che la prima sezione del testo - che tratta la natura delle cose che si dicono senza connessione e
che vengono enumerate in 1 b 26-27 - fosse unanalisi dei generi pi universali
dellessere, conformandosi, cos, a una interpretazione ontologica. Si tratta di una variante ricordata ancora nel XI secolo, nel manoscritto Parisinus Coislinianus 330, in cui
lopera viene presentata come Aristotlouj kathgorai per tn dka genikottwn
genn (Le categorie di Aristotele. I dieci generi pi universali)18.
15

Capp. 10-15.
Boezio, In Cat., IV, PL 64, 263 B e ss, riporta le tesi di Andronico rispetto allopera; lo stesso
anche in Simplicio, In Cat., 379, 8-12. Mentre Boezio si schiera dalla parte di Andronico, rimproverando, a colui che aveva aggiunto la seconda parte alla prima, di aver unito ci che doveva
essere separato, Simplicio rimprovera coloro che, come Andronico, hanno voluto separare ci
che doveva essere unito. La questione dellautenticit dellopera verr affrontata, pi nello specifico, nel III.
17 La proposta della scissione fu rifiutata gi da Boezio di Sidone, discepolo di Andronico di
Rodi.
18 Ci possono essere delle variazioni nella denominazione di questo tipo, quali: Per (tn) genn (I generi), Per tn dka (genikottwn) genn (I dieci generi pi universali), Per tn
genn to ntoj (I generi dellessere). Si vedano le seguenti fonti: Simplicio, In Cat., 15, 2829; Olimpiodoro, In Cat., 22, 31; Filopono, In Cat., 12, 24-25; Porfirio, In Cat., 56, 31-32; 57,
13-14 e 59, 31-33. Adotta questa prima variante Plotino, il quale ritiene che Aristotele e i Peripatetici sostengano lesistenza di dieci generi dellessere (Enneadi VI, 1, 15 e ss.). Plotino, tuttavia, si sforza di dimostrare che, in realt, le classificazioni di Aristotele non siano propriamente generiche, poich ogni categoria raggruppa degli elementi che non hanno lunit del genere,
ma ununit meramente nominale. Porfirio, discepolo di Plotino, su questi punti, ha preso delle
distanze critiche rispetto al suo maestro. Cfr. C. Evangeliou, Aristotles Categories and Porphiry, Brill, Leiden 1988, pp. 164-181; S. K. Strange, Plotinus, Porphyry, and the Neoplatonic
Interpretations of the Categories, Aufstieg und Niedergang der rmischen Welt, II, 36. 2
(1987), pp. 955-974.
16

10

La seconda variante si fondava, invece, sulla convinzione che le cose dette senza
connessione fossero espressioni razionali dei concetti pi universali, e proponeva il titolo Kathgorai su modello di un trattato di Archita di Taranto19, facendo, in questo
modo, risalire lopera a un genere letterario esistente prima dellepoca di Aristotele. Il
trattato cui si fa riferimento, tuttavia, stato falsamente attribuito al filosofo pitagorico,
in quanto si tratta, in realt, di un apocrifo scritto nel II secolo o nel I secolo d. C. e
composto sul modello offerto dalla prima parte delle Categorie20, di cui rappresenta una
interpretazione21.
Su queste due varianti di denominazione prevalse la proposta di Andronico per due
importanti motivi: da una parte, perch quasi tutte le fonti risultavano concordi nel riportare che i discepoli immediati di Aristotele, tra i quali Teofrasto di Ereso22 ed Eudemo di Rodi, scrissero delle opere dal titolo Kathgorai (le Categorie) su imitazione del
loro maestro23; dallaltra, perch il titolo sembrava essere autorizzato da Aristotele stesso, il quale, nonostante non si riferisca mai esplicitamente al testo, usa il termine kathgorai per riferirsi alle distinzioni presentate nella nostra opera24 e in determinate espressioni, quali t gnh tn kategorin (i generi delle categorie)25 e t scmata
tj kategoraj (gli schemi delle categorie)26.
Il termine categoria, tuttavia, ha subto, nel corso del tempo, delle trasformazioni di
significato a seconda dellaspetto che veniva di volta in volta accentuato. Prima di Andronico, si sottolineava il fatto che la categoria indicava la predicazione, cio latto linguistico attraverso il quale si indica una sostanza, una qualit, una quantit, una relazione, un luogo, un tempo, un giacere, un avere, un agire o un patire; attraverso tale predicazione si possono formare le premesse di un sillogismo27. A partire da Andronico, e,
dunque, nei suoi successori e nei commentatori antichi, invece, si inizia a privilegiare la
tesi secondo la quale lopera, classificata per scelta come primo scritto del Corpus logi19

Si vedano: Simplicio, In Cat., 17, 26-28; cod. Urbinas 35, 32 b 38-39.


Il testo stato pubblicato in una edizione curata da H. Thesleff in The Pythagorean Texts of
the Ellenistic Period, bo Akademi, 1965, e in traduzione tedesca T. A. Szlezk, PseudoArchitas. ber die Kategorien. Texte zur griechischen Aristoteles Exegese, Herausgegeben,
bersetzt und kommentiert von T. A. Szlekk, Berlin-New York, 1972.
21Lautore del testo sostiene che il linguaggio (lgoj) un insieme di pensiero (dinoia) e di
parole (lxij), di cui il pensiero il significato e la parola il significante; esistono, pertanto,
dieci significati universali e un corrispettivo numero di significanti (cfr. Szlezk, PseudoArchitas, p. 34, 10-14). Lautore , tuttavia, anche convinto che, sotto il pensiero, ci sia
lessere, dal momento che si riferisce alla sostanza e agli accidenti come nta (cfr. Szlezk,
Pseudo-Architas, p. 52, 6-7).
22 Una notizia che non possiamo verificare, in quanto le opere conservate di questo autore non
attestano il fatto. Nessuna delle liste antiche delle opere attribuite ai discepoli di Aristotele riportate da Diogene Laerzio (Vite dei Filosofi, libro V) contiene un Kathgorai o un Per kategorin. Lipotesi dellattribuzione di una tale opera a Teofrasto viene esclusa da H. B. Gottschalk, Did Theofrastus write a Categories, Philologus 131 (1987), pp. 245-253.
23 Tale fatto viene riportato nelle seguenti fonti: Cod Urbinas 35, 32-33; David, In Cat., 132,
23-25; Filopono, In Cat., 7, 20-21; Oliompiodoro, In Cat., 13, 24-25; Ammonio, In Porph. Isag., 26, 13.
24 Categorie 4, 1 b 26-27. In questo passo, Aristotele utilizza il termine categorie (kathgorai)
allinterno dellopera delle Categorie.
25 Topici I 9, 103 b 20-21.
26 Metafisica D 7, 1017 a 23.
27 Cfr. Topici I 9, 103 b 25-26.
20

11

co di Aristotele, non tratti dellatto dellattribuzione, ma di ci che viene attribuito, la


diversit delle cose che vengono indicate dalla predicazione, e dunque sia i termini significanti sia le cose significate da essi.
Sebbene il titolo Kathgorai abbia conquistato, come abbiamo visto, il campo della
denominazione dellopera, restano delle tracce dellantica denominazione nella doppia
versione Pr tn topikn, Prima dei Topici, e Pr tn tpwn Prima dei luoghi, in
Adrasto di Afrodisia (360-317 d. C.), maestro del suo noto compatriota Alessandro. Egli
sosteneva una posizione dissidente nei confronti dellortodossia filosofica dellepoca, e
laveva esposta in uno scritto dal titolo Lordine della filosofia di Aristotele, di cui siamo a conoscenza solo grazie alle allusioni di Simplicio28, e in cui presentava, attraverso
la classificazione delle opere dello Stagirita, un programma di iniziazione alla filosofia.
Adrasto riteneva che il cammino filosofico dovesse iniziare non con lo studio della logica del vero e del necessario, ma con lo studio della logica del verosimile e del probabile,
e cio con ci che maggiormente conosciuto per noi, piuttosto che con ci che meno
conosciuto. La tappa iniziale di un cammino cos concepito era ben rappresentata
dallinterezza di quellopera indicata con lantico titolo Pr tn topikn o Pr tn
tpwn, e non esclusivamente dallisolamento della prima parte, cui Andronico intendeva attribuire la denominazione di Kathgorai. Di questa opera, comprendente entrambe
le sezioni, egli intendeva fare una introduzione ai Topici, e dunque alla dialettica. A
questa opinione di Adrasto, per cui lopera Pr tn topikn o Pr tn tpwn funge
da introduzione ai Topici e fa parte, come i Topici, di un insieme di testi dedicati alla
dialettica, sembrerebbero fare eco due passi del Commentario ai Topici di Alessandro di
Afrodisia, in cui si rimanda esplicitamente a tale scritto introduttivo29.
Nei cataloghi antichi, tuttavia, la menzione di uno scritto dal titolo T pr tn
tpwn non precede quello dei Topici cos come noi li conosciamo (indicati come Meqodik o come Topikn)30, ma unopera dal titolo Topikn prj toj rouj, che potrebbe riferirsi a una sezione dei Topici (VI e VII, 1-4) relativa ai luoghi da utilizzare
per le definizioni. Il nostro trattato, quindi, si rapporterebbe alle opere di Aristotele dedicate alla dialettica e, pi precisamente, a quelle in cui si tratta della topica della definizione.

3. La questione dellautenticit delle Categorie


Per quanto le Categorie si avvicinino molto alle teorie di paternit aristotelica, il che
dimostrato dalla profonda affinit che lopera presenta con il libro G della Metafisica,
di cui potrebbe rappresentare una versione non scientifica e divulgativa, e, ancora una
volta, con i Topici, la questione dellautenticit dello scritto stata molto dibattuta, sia
28

Simplicio, In Cat., 16, 2; 18, 16.


Cfr. Alessandro di Afrodisia, In Top., 5, 27-28; In Top., 5, 17-19. Sebbene in questi passi si
faccia riferimento a un testo dal titolo Pr tn tpwn, si ricordi, tuttavia, che Alessandro accetta luso della parola kathgorai per rimandare alla nostra opera (cfr. In Top., 97, 27 e ss;
112, 6-7; 319, 22-23; In Met., 242, 15-17; 319, 12-13.). Per tale incongruenza, si per lo pi ritenuto che Pr tn tpwn fosse non lantico titolo delle Categorie, ma lantica denominazione
attribuita al primo libro dellopera che oggi conosciamo come i Topici, e che rappresentava uno
scritto a s stante. Per una trattazione pi esaustiva di questo argomento si veda Bodes, Aristote. Les catgories, pp. XXXVI-XXXVII.
30 Cfr. Diogene Laerzio ed Esioco.
29

12

tra i commentatori antichi sia tra quelli moderni, ispirata dalla costatazione che, nelle
opere riconosciute autentiche di Aristotele, non ci sono chiari riferimenti a questo testo,
e nel testo delle Categorie non si citano altri testi aristotelici, oltre che per il fatto che vi
viene adottato uno stile dogmatico non usuale; pertanto, in entrambe le epoche, vi sono
stati i fautori della tesi dellautenticit e quelli della tesi opposta.
In realt, le Categorie, nonostante costituiscano unopera isolata internamente ed
esternamente nel Corpus Aristotelicum, in quanto mancano totalmente chiari riferimenti
e rimandi testuali, hanno, invece, dei contenuti teorici rapportabili a quelli espressi dallo
Stagirita in altre opere (chiarir, in sede analitica, la vicinanza con De Interpretatione,
Topici, Metafisica, etc.), il che mostrerebbe lunit del pensiero aristotelico e costituirebbe una prova a favore dellautenticit delle Categorie stesse.
3.1. La questione dellautenticit in epoca antica
Per quanto riguarda lantichit, quasi tutti i commentatori neoplatonici si sono confrontati con tale questione, anche perch la problematica che veniva sollevata a proposito di ogni opera del Corpus Aristotelicum.
Coloro che sostenevano lautenticit delle due parti del trattato facevano leva su tutti
o su alcuni dei seguenti argomenti31:
1. Gli esegeti precedenti, in particolare gli Attici, specialisti della lingua, con
lautorit del loro giudizio avrebbero riconosciuto nel testo delle Categorie lo stile e la
fraseologia propri di Aristotele, ci che veniva indicato come la materia (lh)32
dellopera;
2. I concetti sono espressi con la densit propria di Aristotele, e gli argomenti vengono presentati con la concisione abituale (deinthj tn nqmhmatwn) dello Stagirita,
ci che veniva indicato come la forma (edoj)33 dellopera. Oltre a ci, Simplicio34
aggiunge, come ulteriore giustificazione dellautenticit dello scritto, che i pi seri discepoli (taroi) di Aristotele accettarono lopera come autentica. Tali discepoli sarebbero i primi Peripatetici; altri commentatori fanno espressivamente riferimento a Teofrasto e a Eudemo di Rodi.
3. Secondo lopinione di Simplicio, Aristotele citerebbe lopera in altri luoghi del
Corpus35; il commentatore neoplatonico pu affermare questo perch, secondo lui, Aristotele si riferisce allopera chiamandola le Dieci Categorie per evitare che venga confusa con lopera di Archita (in realt, come precedentemente specificato, PseudoArchita), che porta un titolo diverso da questo, e, quindi, Simplicio considera ogni riferimento alle Dieci categorie del testo aristotelico come un rimando allopera.
4. Lintera filosofia di Aristotele, e in particolare la sua logica, risulterebbero acefale se si eliminassero le Categorie come opera da collocare allinizio del percorso di
formazione logica;

31

Gli argomenti che riporto si trovano in: Simplicio, In Cat, 18, 7-21; Filopono, In Cat., 12, 34
- 13, 5; Ammonio, In Cat., 13, 20 - 14, 2; David, In Cat., 133, 9 - 27; Olimpiodoro, In Cat., 22,
38 - 24, 20. Questi testi sono analizzati in L. M. de Rijk, The Authenticity of Aristotles Categories, Mnemosyne 4, 1 (1951), pp. 129-159, pp. 129-139.
32 Cfr. David, In Porph. Isag., 82, 20 e ss.
33 Cfr. David, In Porph. Isag., 82, 20 ss.
34 Cfr. Simplicio, In Cat., 18, 14.
35 Cfr. Simplicio, In Cat., 18, 9-14.

13

5. I discepoli di Aristotele scrissero, a loro volta, dei trattati Sulle categorie su emulazione del loro maestro36.
Malgrado sussistessero tutti questi argomenti, per quanto alcuni piuttosto deboli, a
favore della tesi dellautenticit, gli antichi rilevavano dei nodi problematici nel momento in cui il nostro scritto veniva messo in relazione con altre opere dello Stagirita.
Tre sono le divergenze che venivano messe in risalto37:
1. Lassenza, in Categorie 1 a 1 e ss., in sede di presentazione degli omonimi, dei sinonimi e dei paronimi, della trattazione dei polionimi (polunuma) e degli eteronimi
(ternuma), che sarebbero, secondo alcuni, presenti nella Fisica o nella Retorica; di
fatto, per, solamente il termine polunumon figura in unopera aristotelica, e cio in
Storia degli animali I 2, 489 a 2;
2. Laffermazione, presente in Categorie 7, 7 b 23-24, che loggetto della scienza
anteriore alla scienza stessa sarebbe in contraddizione con la tesi esposta nella Fisica
sulla simultaneit dei relativi; in realt nulla di simile sarebbe espressamente affermato
nella Fisica, ma la divergenza avrebbe origine da un travisamento nellinterpretazione
del testo delle Categorie;
3. In Categorie 15, 15 a 13, la generazione e la corruzione vengono considerate come
forme di movimento, il che non si accorderebbe con Fisica V 1, 225 a 3, in cui le stesse
vengono intese come dei cambiamenti, ma probabilmente si tratterebbe di due diversi
tipi di terminologia, di approccio e di finalit, una pi ortodossa e una di senso pi ampio;
4. La divergenza pi notevole riscontrata tra i testi aristotelici riguarderebbe le trattazioni della sostanza che si trovano, rispettivamente, nelle Categorie e nella Metafisica.

3.1.1. La dottrina della sostanza nelle Categorie e nella Metafisica


soprattutto per questultima divergenza, e cio a causa del contrasto tra la dottrina
della sostanza presentata nelle Categorie e quella presente, invece, nella Metafisica, che
la prima delle due opere stata giudicata inautentica. Le due opere sembrano presentare
due posizioni inconciliabili intorno allo statuto della sostanza. Nelle Categorie, sostanza prima, dunque sostanza in senso pi proprio e principale, vengono detti gli individui
sensibili, come, ad esempio, un certo uomo o un certo cavallo, e sostanze seconde sono le specie e gli individui che si predicano, alla maniera degli universali, degli individui. In Metafisica L, invece, sostanza prima viene detta la forma intesa come separata
dal sensibile e, pertanto, soprasensibile, immobile ed eterna. La nostra opera, dunque,
attribuisce la priorit alla sostanza individuale, sensibile e corruttibile38, laddove Metafisica L d un forte rilievo allordine delle sostanze separate, immutabili e intellegibili,
una tesi, questultima, cui i commentatori antichi, specie i neoplatonici, erano molto legati, dal momento si appoggiavano su di essa per dimostrare la pretesa alleanza tra il
platonismo e laristotelismo nel considerare luniversale intellegibile superiore al particolare sensibile.
Gli antichi si avvalevano di due argomenti principali per spiegare lapparente contraddizione dei due testi aristotelici. Da una parte, servendosi di una distinzione espres36

Cfr. Supra, p. ***, n. ***.


Tali divergenze vengono riportate e spiegate nelle testimonianze di Olimpiodoro, In Cat., 22,
38 - 24, 9 e del cod. Urbinas 35, 33 a 30 - b 25.
38 Cfr. Categorie 5, 2 a 11 e ss.
37

14

samente spiegata da Aristotele39, prendevano in considerazione due tipi di priorit: la


sostanza di cui si parla nelle Categorie prima in rapporto a noi e in senso cronologico, mentre la sostanza cui fa riferimento Metafisica L la sostanza prima per natura.
Dallaltra parte, fornivano unulteriore giustificazione della conciliabilit delle due posizioni sostenendo una diversa posizione dei testi allinterno del disegno didattico
dellAutore. Le Categorie sarebbero una sorta di introduzione alla filosofia ed esporrebbero ci che primo rispetto a noi, conformandosi al punto di vista di un principiante; la
Metafisica, invece, si rivolgerebbe a un pubblico filosoficamente pi maturo e adotterebbe, quindi, il punto di vista di un sapere che si fonda su ci che primo in s40.
La distanza tra la dottrina della sostanza contenuta nelle Categorie e quella contenuta nelle Metafisica evidente. Sostanza prima, , nelle Categorie, lindividuo concreto,
fenomenicamente presente e realmente esistente, il quale non si dice di nessun soggetto
n in nessun sostrato; soggetto ultimo della predicazione e sostrato ultimo
dellinerenza, la sostanza prima delle categorie ci di cui si dicono la specie e il genere, che vengono chiamate sostanze seconde, in quanto non indicano un qualcosa di
determinato e di individuale, cio un tde ti, ma sono dei predicati comuni. In Metafisica L, invece, sostanza prima la sostanza immutabile e soprasensibile. Si pu, tuttavia, scorgere una via di conciliazione nel distinguere attentamente le due trattazioni, tenendo presente che laggettivo primo ha sempre un significato relativo, cio indica il
primo elemento di una serie, per cui, al variare della serie presa in considerazione, varia
anche il significato di ci che primo41. Per questo, nelle Categorie, in cui vengono
prese in considerazione le forme di predicazione, sono dette prime le sostanze non ulteriormente predicabili, gli individui realmente esistenti, i quali n si dicono di un soggetto n sono in un soggetto; nella Metafisica, invece, sostanza prima la forma,
prima rispetto alla materia e al composto stesso, poich la causa che li determina entrambi. Leggendo le dottrine come espressione di due punti di vista diversi sulla realt,
si elimina la contraddizione, poich diverso risulta il titolo in base al quale possono essere considerati sostanza prima, rispettivamente, lindividuo concreto e la forma.
Inoltre, importante tener conto di un altro essenziale argomento a favore della conciliabilit: il fatto che le Categorie e la Metafisica trattano della sostanza allinterno di
due orizzonti molto diversi tra loro. La Metafisica, infatti, presenta una ricerca, che protremmo definire propriamente scientifica, dei principi, delle cause e degli elementi
della sostanza, laddove le Categorie, invece, esulano totalmente da una ricerca di tipo
causale42.
3.2. La questione dellautenticit in epoca moderna
In epoca moderna, a partire dal XIX secolo, alcuni studiosi hanno messo nuovamente
in discussione lautenticit delle Categorie, avanzando argomenti che pretendevano di
39

Cfr. Metafisica L 11, 1018 b 30-37.


R. Bods (Aristote, Catgories, texte tabli et traduit par Richard Bods, Les Belles Lettres, Paris 2001, p. XCIII) sottolinea giustamente come il primo argomento, in quanto basato su
una distinzione espressamente affermata da Aristotele, abbia una notevole validit, mentre il secondo, interamente fondato sulla - non dimostrabile - convinzione che le Categorie siano state
concepite come testo introduttivo alla filosofia, si rilevi piuttosto specioso e fallibile.
41 E. Berti, Il concetto di sostanza prima nel libro Z della Metafisica, Rivista di Filosofia
vol. LXXX, n. 1 (1989), pp. 3-23, p. 7.
42 Si tratta di un argomento difeso da Bods, Aristote, Catgories, p. XCIII.
40

15

scorgere nel testo inconciliabilit con altre opere o segnali di autori tardivi. Ad esempio,
si scorgeva nella definizione dei relativi, presente in Categorie 7, 8 a 31-32, una singolarit dellopera, che tradiva la paternit di un autore tardo influenzato da Crisippo43;
tuttavia, una definizione simile si trova in Topici VI 8, 146 a 3-4. Un altro argomento a
favore dellinautenticit era costituito dal fatto che, tra gli esempi della categoria del
luogo che vengono presentati in Categorie 2 a 1-2, si fa riferimento al Liceo (n
LukeJ), il che tradirebbe la paternit di un autore ellenistico44; tuttavia, lo stesso esempio presente anche in Fisica IV 11, 219 b 21, per cui o si sostiene che entrambi i
testi siano apocrifi o entrambi possono essere legittimamente attribuiti ad Aristotele.
Ma, ancora una volta, soprattutto a causa del contrasto tra la dottrina della sostanza
presentata nelle Categorie e quella presente, invece, nella Metafisica, che la prima delle
due opere stata giudicata da alcuni studiosi opera non di Aristotele, ma della sua scuola45. A differenza dei commentatori antichi, che si concentravano sulle discrepanze tra le
Categorie e Metafisica L, i critici moderni hanno dedicato maggiore attenzione alle dottrine presentate in Metafisica Z, in cui sostanza prima la forma che determina le sostanze composte e sensibili46, e, quanto agli universali, di essi si afferma chiaramente
che non possono, in alcun caso, essere considerati sostanza47. Nella Metafisica, infatti,
ci sono due tipi di sostanze che meritano il titolo di sostanza prima: da una parte, la
forma dei composti, causa determinante del sinolo, che si identifica con lessenza, cio
con loggetto della definizione (Metafisica Z), e, dallaltra, la forma separata, soprasensibile (Metafisica L). In entrambi i casi, sostanza prima risulta ci che massimamente determinato e determinante. La stessa parola greca edoj, che nelle Categorie indica
la specie, nella Metafisica, assume il significato di forma, intesa come causa determinante ed elemento costitutivo del sinolo.
Pur riconoscendo tale discordanza di dottrine sulla sostanza, altri studiosi hanno comunque sottolineato lautenticit delle Categorie, sostenendo che la dottrina in esso

43

C. Prantl, Geschichte der Logik im Abendlande, Munich, 1855-1867, vol. I., p. 90 e n. 5.


Cfr. W. Jager, Aristoteles. Grundlinien einer Geschichte seiner Entwicklung, Berlin 1923,
trad. It. Aristotele: prime linee di una storia della sua evoluzione spirituale, versione autorizzata
di Guido Calogero, con aggiunte e appendice dell'autore, La Nuova Italia, Firenze 1935.
45 Cfr. Ad esempio, E. Duprel, Aristote et le trait des Categories, Archiv fr Geschichte der
Philosophie, XXII (1909), pp. 230-251; A. M. de Vos, Eidos als Eerste Substantie in de
Metaphysica van Aristoteles, Tijdschrift voor Philosophie, IV (1942), pp. 57-102; S. Mansion, Bulletin de littrature aristotlique, Revue No-Scolastique de Philosophie 30 (1928), p.
95; S. Mansion, La premire doctrine de la substance: la substance selon Aristote, Revue philosophique de Louvain, XLIV (1946), pp. 349-369; S. Mansion, La doctrine aristotlicienne
de la substance et le trait des Catgories, in AA. VV., Proceedings of the Tenth International
Congress of Philosophy, Amsterdam 1949, pp. 1097-1100; Chung-Hwan Chen, Aristotles Concept of primary substance in Books Z and H of the Metaphysics, Phronesis, II (1957), pp. 4659; R. Boehm, Das Grundlegende und das Weswntliche, Den Haag, Nijhoff, 1965; A. R. Lacey,
and Form in Aristotle, Phronesis, X (1965), pp. 54-69; S. Mansion, Notes sur la doctrine des Catgories dans les Topiques, in AA. VV., Aristotle on Dialectic: The Topiques, Edited
by G. E. L. Owen, Oxford 1968, pp. 189-201; B. Dumoulin, Lousia dans les Catgories
dAristote, in P. Aubenque (ed.), Concepts et Catgories dans la pense antique, Paris 1980, pp.
23-32.
46 Cfr. Metafisica Z 11, 1037 a 5-7; Metafisica Z 17, 1041 b 7-9, 26-28.
47 Cfr. Metafisica Z 13, 1038 b 8 e ss.
44

16

contenuta non contrasta con quella del settimo libro della Metafisica48. Altri ancora, invece, hanno sostenuto unevoluzione della concezione aristotelica della sostanza da una
fase giovanile e anti-platonica, rappresentata dalle Categorie, in cui Aristotele, sotto
linfluenza di Speusippo e ancorato a una posizione nominalista, avrebbe assegnato il
primato nella categoria della sostanza allindividuo, a una fase pi matura e platonizzante, rappresentata da Metafisica Z, in cui egli, sotto linfluenza di Senocrate, avrebbe assegnato il primato, e quindi la sostanzialit, alla specie49.
Agli argomenti contro lautenticit che si basano su discordanze contenutistiche, si
aggiungono quelli che risultano da studi sui rimandi intertestuali, sul lessico, sulla forma e sullo stile dellautore. In primo luogo, nessun luogo delle Categorie rinvia esplici48

Cfr., ad esempio, J. Husik, The Autenticity of Aristotle's Categories, The Journal of Philosophy, XXXVI (1939), pp. 427-431; W. D. Ross, The Autenticitv of Aristotle's Categories, The
Journal of Philosophy, XXXVI (1939), pp. 431-433; L. M. de Rijk, The Autenticity of Aristotle's Categories, Mnemosyne, IV (1951), pp. 129-159; J. Owens, AristotIe on Categories,
The Review of Metaphysics, XIV (1960-1961), pp. 73-90; J. Lesher, Aristotle on Form. Substance and Universals: a Dilemma, Phronesis, VI (1971), pp. 169-178; G. Reale, La polivocit della concezione aristotelica della sostanza, in AA. VV., Scritti in onore di Carlo Giacon,
Padova, Antenore, 1972, pp. 17-40. Ross, Aristotele, p. 279, n. 30, a favore dellautenticit
delle Categorie, attribuisce ladozione dellarido stile dogmatico dellopera che, secondo lui, si
trova anche in altre opere dellOrganon quali il De Interpretatione e gli Analitici primi, al fatto
che la logica, secondo le vedute di Aristotele, uno studio preliminare alla scienza e alla filosofia. I libri indirizzati a studenti meno avanzati hanno naturalmente un tono pi dogmatico.
49 Cfr. H.J. Krmer, Aristoteles und die akademische Eidoslehre, Archiv fr Geschichte der
Philosophie, LV (1973), pp. 119-190. A favore di un'evoluzione tra Categorie e Metafisica Z,
ma meno caratterizzata in senso filosofico, anche M. Frede, Substance in Aristotle's Metaphysics, in AA. VV, Aristotle on Nature and Living Things. Philosophical and Historical Studies (a cura di A. Gotthelf), Pittsburgh-Bristol, Mathesis Publications Inc. and Bristol Classical
Press, 1985, pp. 17-26; G. Brakas, Aristotles Concept of the Universal, Zrich-New York,
1988; E. Berti, Profilo di Aristotele, Edizioni Studium, Roma 1979, p. 74; M. Frede, Essays in
Ancient Philosophy, Clarendon press, Oxford 1987, pp. 25-28; D. A. Graham, Aristotles Two
Systems, Clarendon Press, Oxford 1987, pp. 20-56; M. Furth, Substance, Form and Psyche: an
Aristotelian Metaphysics, Cambridge University Press, Cambridge 1988, pp. 9-66, p. 185, pp.
227-267; M. L. Gill, Aristotle on Substance: The Paradox of Unity, Princeton University Press,
Princeton 1989, pp. 27-32; F. A. Lewis, Substance and Predication in Aristotle, Cambridge
University Press, Cambridge 1991, pp. 3-84; Th. Scaltsas, Substances and Universals in Aristotles Metaphysics, Cornell University Press, Ithaca, 1994, pp. 126-129, pp. 148-223; Ch. Pietsch,
Prinzipienfindung bei Aristoteles. Methoden und erkenntnis-theoretische Grundlagen, Teubner,
Stuttgart, 1992, p.45; L. Spellman, Substance and Separation in Aristotle, Cambridge University Press, Cambridge 1995, pp. 40-62; Ch. H. Chen, Aristotles Theory of Substance in the Categoriae as the link between the Socratic-Platonic dialectic and his own theory of Substance in
books Z and H of the Metaphysics, in Atti del XII Congresso Internazionale di Filosofia,
Sansoni, Firenze 1960, pp. 35-40; R. M. Dancy, On some of Aristotles first thoughts about substance, Philosophical Review 84 (1975), pp. 338-373; R. M. Dancy, On some of Aristotles
second thoughts about substance: matter, Philosophical Review, 87 (1978), pp. 372-413; E.
D. Harter, Aristotle on Primary OUSIA, Archiv fr Geschichte der Philosophie 57 (1975), pp.
1-20; J. A. Driscoll, Eide in Aristotles Earlier and Later Theories of Substance, in D. J.
OMeara (ed.), Studies in Aristotle, Washington DC, 1981, pp. 129-159; D. J. Devereux, The
Primacy of OUSIA: Aristotles debt to Plato, in D. J. OMeara (ed.), Platonic Investigations,
Washington DC 1985, pp. 219-246; D. J. Devereux, Inherence and Primary Substance in Aristotles Categories, AncPhil 12 (1992), pp. 113-131.

17

tamente a un altro testo del Corpus Aristotelicum, e, viceversa, nessun luogo delle Categorie oggetto di rinvio in altri testi. Si tratta di una prerogativa che appartiene alle
opere che, pur essendo state integrate nel Corpus, sono state dichiarate apocrife: Per
ksmou (De Mundo), Per pnematoj (De Spiritu), Per crwmtwn (De Coloribus),
Fusiognwmik(Physiognomonica), Per qaumaswn kousmtwn (De Mirabilibus
Auscultationibus), Mhcanik (Mechanica), Per tmwn grammn (De Lineis Insecabilibus), Anmwn qseij (Ventorum Situs), Per Xenofnouj (On Xenophanes),
`Rhtorik prj Alxandron (Rhetorica ad Alexandrum).
A ci si aggiungono i risultati di uno studio sul lessico e sullo stile delle Categorie
comparati a quelli usati da Aristotele in altre opere e, soprattutto, nei Topici. Qui le particolarit da notare sono tre.
1. Le Categorie contengono unimportante quantit di termini che non si riscontrano
in nessuno degli otto libri dei Topici50. Si tratta di termini che servono a illustrare cose
che pure sono presenti allautore dei Topici, ma di cui non porta esempi precisi, nella
fattispecie: dphcu51 (di due cubiti), trphcu52 (di tre cubiti) per la categoria della
quantit ; (n) LukeJ 53 (al Liceo), per la categoria del luogo, cqj (ieri) e prusin 54
(lanno scorso) per la categoria del tempo, nkeitai 55 (sta disteso) per la categoria
della posizione, poddetai (porta le scarpe) e plistai 56 ( armato) per la categoria
dellavere. Sono termini del tutto nuovi rispetto al lessico dei Topici, come se, ogni qual
volta lautore delle Categorie si trovasse a dover portare degli esempi specifici, incontrasse dei limiti del vocabolario; solamente negli esempi che illustrano la categoria
dellavere57 si trovano nove termini non utilizzati nei Topici58.
2. Mentre nei Topici Aristotele fa largo uso dellaggettivo neutro sostantivato, nelle
Categorie sembra preferire il corrispettivo sostantivo astratto: ad esempio, melana, nerezza, al posto di t mlan, nero59. Ma se questa scelta stilistica potrebbe essere motivata dalla distinzione che Aristotele presenta in Categorie 8, 8 b 25 tra la qualit
(poithj) intesa come categoria e ci che da essa viene qualificato (poin), non avremmo altrettante giustificazioni concettuali per poter esplicare luso di molti altri termini meno tecnici usati nelle Categorie e non presenti nei Topici: si tratta di verbi, avverbi, aggettivi, sostantivi etc.

50

B. Collin - C. Rutten, Aristote. Categoriae. Index verborum. Listes de frquence, C.I.P.L.,


Lige 1993.
51 Categorie 4, 1 b 28.
52 Categorie 4, 1 b 29.
53 Categorie 4, 2 a 1.
54 Categorie 4, 2 a 2.
55 Categorie 4, 2 a 2.
56 Categorie 4, 2 a 3.
57 Capitolo 15 delle Categorie.
58 Si tratta dei seguenti termini: ggeon (15 b 23 e 26), kitn (15 b 22), daktlion (15 b 23),
kermion (15 b 24 e 25), mdimnoj (15 b 24 e 25), ktma (15 b 26), grn (15 b 27), gun (15
b 28), sunoikw (15 b 30).
59 Numerosi sono gli esempi che si potrebbero portare: glukthj (dolcezza), nantithj (contrariet), eqthj (rettitudine), qermthj (calore), kampulthj (curvatura), strufnthj (asprezza), yucrthj (freddezza), crthj (pallore). Il punto, in questo argomento, non mi sembra risiedere tanto nel problema della differenza, quanto nella qualit dei termini: si tratta, cio,
di capire quali siano pi ricchi di significato, o pi tecnici, o magari meno usuali.

18

3. Il fatto pi straordinario rilevare che, nelle Categorie, sono presenti ben sette hapax legomena, termini che non compaiono non solo in nessunaltra opera attribuita ad
Aristotele, ma neppure in alcuna testimonianza precedente60: nklisij61 (stare in piedi), fusiw62 (diventare naturale), strufnthj63 (asprezza), ruqriw64 (arrossire),
ruqraj65 (rosso), palaistrikj66 (uomo di palestra), sugkatariqmw 67 (annoverare). Alluso di questi termini si aggiungono delle particolarit stilistiche e formali, come, ad esempio, lingente ricorso alla particella greca ge, di molto superiore a quello del
testo della Metafisica68.
Molto giustamente Bodes ha affermato che, nonostante i tanti argomenti contro
lautenticit delle Categorie, lopera resta, tuttavia, basata su unispirazione molto fedele alle dottrine propriamente aristoteliche, tanto che, come ebbe a dire Siriano69, se si
trattasse davvero di un apocrifo, allora avremmo avuto due Aristotele! Pertanto, malgrado i dubbi, leditore continua a sembrare autorizzato a porre questo testo sotto
lautorit tradizionale di Aristotele70.

4. La tradizione del testo delle Categorie


Il testo greco delle Categorie conservato in pi di 160 manoscritti copiati in un arco
di tempo che va dalla fine del IX secolo allinizio del XVII secolo71.

60

Secondo Bods, in Aristote, Catgories, p. CIX, tali termini sono in numero di nove, perch enumera anche nambisbhttwj (indiscutibilmente), presente in Categorie 5, 3 b 11 e 8,
11 a 3, ma anche in Politica III 13, 1283 b 4 (non lavverbio, ma la forma aggettivale); VI 14,
1332 b 20, 1332 b 33; Costituzione degli Ateniesi, sezione 35 sottosezione 2 riga 7; e
pwsdpote (in qualunque modo), presente in Categorie 10, 11 b 33, ma anche in Etica Nicomachea III 5, 1114 b 14, 1114 b 16, e in De Mundo, 397 b 21.
61 Categorie 7, 6 b 11.
62 Categorie 8, 9 a 2.
63 Categorie 8, 9 a 30.
64 Categorie 8, 9 b 30. Il termine anche presente nei Problemata, opera tradizionalmente considerata non autentica, nei seguenti luoghi: 889 a 20; 889 a 21; 905 a 7; 957 b 10; 957 b 14; 960
a 37; 960 b 2; 960 b 7; 961 a 32; 961 a 34, e in Fragmenta varia, fr. 243, 3.
65 Categorie 8, 9 b 31.
66 Categorie 8, 10 b 3 e 4.
67 Categorie 8, 11 a 22.
68 Cfr. Bonitz, Index Aristotelicus, p. 147 a 48-50. La particella viene utilizzata, nelle Categorie,
cinquantuno volte, un numero che, se essa fosse stata utilizzata con la stessa frequenza nella
Metafisica, avrebbe dovuto raggiungere le quattrocento accorrenze, invece di 189. Cfr. Bodes,
Aristote, Les catgories, p. CX n. 1.
69 Cfr. David, In Cat., 133, 24-25.
70 Bodes, Aristote, Les catgories, p. CX.
71 La lista di questi manoscritti si trova in A. Wartelle, Inventaire des manuscripts grecs
dAristote et de ses commentateurs. Contribution lhistoire du texte dAristote, Les belles lettres, Paris 1963, p. 174. Tale lista presenta, tuttavia, omissioni ed errori che sono stati messi in
mostra da: D. Harlfinger e J. Wiesner, Die griechischen Handschriften des Aristoteles und seiner Kommentatoren. Ergnzungen und Berichtigungen zum Inventaire von A. Wartelle, Scriptorium 18 (1964), p. 242-257; e da R. D. Argyropoulos e I. Caras, Inventaire des manuscripts
grecs dAristote et de ses commentateurs. Contribution lhistoire du texte dAristote. Supplment, Les Belles Lettres, Paris 1980, p. 57.

19

Nonostante le difficolt che concernono il reperimento di tracce di contaminazione


nei testi e una discreta dose di imprecisione e di ignoranza riguardo i rapporti che intercorrono tra i vari manoscritti, possibile presentare delle ipotesi di filiazione e, conseguentemente, cinque gruppi principali di fonti.
Il primo gruppo composto dai seguenti manoscritti: (A) Vat. Urbinas gr. 35, 22-54,
del XII o XIII secolo; (B) Ven. Marcianus gr. Z 201 (coll. 780), 10-26, datato 954; (d)
Flor. Laurentianus gr. 72, 5, 21, 22, 23-50, della seconda met del X secolo. Ognuno di
essi contiene la totalit dellOrganon, preceduta dal testo dellIsagog di Porfirio72.
Il secondo gruppo composto dai seguenti manoscritti, anchessi contenenti lintero
Organon preceduto dallIsagog di Porfirio: (C) Paris. Coislinianus 330, 17-42, del XI
secolo; (h) Ven. Marcianus gr. IV, 53, 5-12, del XII secolo73.
Il terzo gruppo composto da due manoscritti, anchessi contenenti lintero Organon
preceduto dallIsagog di Porfirio: (V) Vat. Barberinianus gr. 87, 237-252, del X secolo; (u) Basileensis gr. F.II.21 (Omont 54), 17-30, datato attorno alla fine del XII secolo
e inizio del XIII74.
Il quarto gruppo composto da due manoscritti: (n) Mediol. Ambrosianus L 93 sup.
(490), 24-60, datato in un arco di tempo che va dalla fine del IX secolo allinizio del X;
(m) Flor. Laurentianus gr. 87, 16, 31-34, della fine del XIII secolo. In essi lOrganon,
preceduto dallIsagog di Porfirio, non riprodotto in maniera completa; mancano, infatti, i Topici e le Confutazioni Sofistiche; in (m), inoltre, non ci sono i Secondi Analitici
e il secondo libro dei Primi Analitici75.
Il quinto gruppo, infine, comprende tre manoscritti: (D) Paris. Gr. 1843, 3-10 (Categorie b b 24 - 7 b 29), scampato a una copia mutilata del XII secolo; (E) Vaticanus gr.
247, 42-75, datato tra la fine del XIII secolo e linizio del XIV, accompagnato dal commentario di Ammonio; (u ) Basil gr. F.II.21, 9-16, del XIV secolo76.
A partire da questi gruppi di manoscritti, oltre che ad una esigua testimonianza papirologica77, si sono operati dei grandi lavori editoriali, di cui dobbiamo ricordarne tre, per
quanto riguarda il testo delle Categorie. Bekker cur la prima edizione critica
dellOrganon nel 1821, condotta sulla base di quattro manoscritti: (A) Urbinas 35, (B)
Marcianus 201, (C) Coislinianus 33078. Nella met del XIX secolo, Waitz esamin
nuovamente i codici A B e C, individuando degli errori nel lavoro editoriale di Bekker;
collazion, per la prima volta, i manoscritti n, d e u, e consider alcune traduzioni e alr

72 Per una trattazione analitica di questo primo gruppo di manoscritti, si veda Bodes, Aristote,
Les Catgories, pp. CXV-CXVI.
73 Per una trattazione analitica di questo secondo gruppo di manoscritti, si veda Bodes, Aristote, Les Catgories, pp. CXVI-CXXII.
74 Per una trattazione analitica di questo terzo gruppo di manoscritti, si veda Bodes, Aristote,
Les Catgories, pp. CXXII-CXXVII.
75 Per una trattazione analitica di questo quinto gruppo di manoscritti, si veda Bodes, Aristote,
Les Catgories, pp. CXXVII-CXXXI.
76 Per una trattazione analitica di questo quarto gruppo di manoscritti, si veda Bodes, Aristote,
Les Catgories, pp. CXXXI-CXXXIV.
77 I testi dei frammenti dei papiri si trovano in: The Oxyrhynchus Papyri, Part XXIV, edited
with translations and notes by E. Lobel and E. G. Turner, Londra 1957, pp. 126-129, e in Corpus dei papiri filosofici greci e latini. Testi e lessico nei papiri di cultura greca e latina, Parte I,
vol. I: Autori noti, Olschki, Firenze 1989, pp. 256-261.
78 Aristotelis Opera ex recensione Immanuelis Bekkeri, edidit Academia Regia Borussica, Berlin, Reimer 1831; editio altera quam curavit Olof Gigon, Berlin, W. De Gruyter 1960.

20

cuni commentari antichi, nonch gli scoli di Brandis79. Nel 1949, infine, Minio-Paluello
ha pubblicato unedizione delle Categorie e del De Interpretatione ricca di materiale
nuovo, in quanto egli ha collazionato nuovamente i codici A B C n e anche numerosi
manoscritti di traduzioni antiche, latine, siriache e arabe, e ha individuato i codici che
tramandano la traduzione boeziana delle Categorie80.

5. Una querelle di vecchia data


Non si potrebbe trattare del testo aristotelico delle Categorie senza fare accenno al
problema principe che tanto ha impegnato, e tuttora impegna, studiosi e commentatori.
La domanda riguarda i criteri in base ai quali Aristotele abbia dedotto le dieci categorie
e la natura dello scritto: se si tratti di unopera di carattere solo linguistico-grammaticale
piuttosto che strettamente ontologico, o logico, o, ancora, semantico.
5.1. Il dibattito antico
La querelle di vecchia data, molto pi di quanto si possa, a tutta prima, pensare.
Gi i commentatori antichi, tra i quali Alessandro di Afrodisia, Porfirio, Simplicio,
Giamblico, si chiedevano che cosa Aristotele intendesse con lespressione t legmena, le cose dette: se 1. le realt (prgmata) significate dalle parole, o le nozioni
(nomata) che significano la realt, o le stesse espressioni per s significanti, o, ancora,
espressioni senza significato, che possono s essere pronunciate, ma non indicano nulla81. Potremmo distinguere tre diverse chiavi di lettura nellindividuazione dello scopo
principale delle Categorie.
1. Interpretazione linguistica. Le dieci categorie non sono altro che parole pronunciate (fnai), il fine dello scritto non riguarda che i semplici termini82, e si tratta della
primissima parte della logica. Come il De Interpretatione tratta di proposizioni, composte da termini, e non di realt (prgmata), cos le Categorie, in quanto trattano delle
parti della proposizione, riguardano i semplici termini. Questa posizione sarebbe suffragata dal fatto che Aristotele usi lespressione t legmena (le cose che si dicono) in
Categorie 2, 1 a 16-17:
Delle cose che si dicono (Tn legomnwn), alcune si dicono (lgetai) secondo connessione, altre senza connessione.
79

Aristotelis Organon graece, novis codicum auxiliis adiutus recognovit, scolii inediti set
commentario instruxit. Th. Waitz, 2 voll., Leipzig, Hahan 1846; Darmstag, Scientia Verlag Aalen 1965.
80 Aristotelis Categoriae et Liber De Interpretatione recognovit brevique adnotatione critica instruxit L. Minio-Paluello, Oxford University Press, Oxford 1949. G. Colli (Aristotele. Organon,
Introduzione, traduzione e note di G. Colli, Giulio Einaudi editore, Torino 1955, pp. XII-XVIII)
ha mosso delle critiche alledizione di Minio-Paluello, alle quali lautore ha risposto in una recensione in Giornale critico della filosofia italiana 35 [1956], pp. 251 e ss.
81 Cfr. Simplicio, Aristotles Categories, 41, 5 - 42, 10 (p. 55). Sembra che, tra gli antichi, la
controversia riguardasse se le categorie fossero termini (fnai) oppure concetti (nomata) oppure oggetti reali (prgmata). Il primo giudizio viene attribuito ad Alessandro di Afrodisia, il
secondo a Porfirio, il terzo a Erminio.
82 Chaese (Simplicius, On Aristotles Categories, p. 106, n. 122) sottolinea giustamente come
sia pi corretto parlare di termini piuttosto che di parole, in quanto le parole vengono analizzate non nella loro funzione di entit grammaticali, ma in quanto termini logici.

21

E ancora, in Categorie 4, 1 b 25-28:


Ciascuna delle cose che si dicono senza connessione (Tn kat mhdeman sumplokn legomnwn) indica o una sostanza o una quantit o una qualit o una relazione
o un luogo o un tempo o una posizione o un avere o un fare o un subire,

come se le categorie stessero ad indicare dei termini, delle parole che possono essere
pronunciate. Unulteriore riprova potrebbe essere costituita da Categorie 4, 2 a 4-6:
Ciascuna delle suddette cose, considerata per se stessa, non costituisce nessuna affermazione; attraverso la connessione reciproca di esse che si ha laffermazione
(katfasij).

Dove chiaro che laffermazione ha luogo da una combinazione di termini, non di realt o di fatti83.
2. Interpretazione ontologica. Non compito di un filosofo presentare delle teorie sulle
parole, ma piuttosto di uno studioso di grammatica, che ne analizza non solo modificazioni e desinenze, ma anche gli usi. Lintento dellopera aristotelica non sarebbe, pertanto, quello di trattare parole e termini, ma le realt, le cose, i fatti che le parole esprimono, e che Aristotele indica con t legmena. A favore di questo argomento viene
portato il passo Categorie 2, 1 a 20-21, in cui lAutore, accingendosi a presentare una
divisione degli enti, scrive:
Delle cose che sono (Tn ntwn), alcune si dicono di un soggetto, ma non sono in un
soggetto

rendendo, pertanto, evidente che la divisione sia tra esseri, e non tra parole. E, ancora, il
passo Categorie 5, 2 a 11-12,
sostanza, nel senso pi proprio, in primo luogo e soprattutto, quella che non si dice di
nessun soggetto n in nessun sostrato, come, ad esempio, un determinato uomo o un
determinato cavallo,

mostra come la discussione verta intorno a sostanze esistenti e non a mere parole84.
A questa posizione, Simplicio oppone la constatazione che lo scritto delle Categorie
fa parte dellopera logica di Aristotele e che, dunque, non potrebbe occuparsi degli enti
in quanto enti, dal momento che questa sarebbe una trattazione riservata alla metafisica85.
3. Interpretazione nozionistica86. Largomento delle Categorie non costituito n da
termini significanti n da realt significate, ma da nozioni (nomata), poich si trattano
i dieci generi, che sono entit concettuali. Come lo stesso Aristotele ha esplicitamente
scritto, lopera tratta di cose dette (t legmena), e le cose dette o dicibili non sono
che le nozioni, come confermerebbero gli Stoici87. A questa posizione, Simplicio88 o83

Per questa prima posizione, di stampo linguistico, riguardo il fine dellopera e lo statuto delle
categorie, si vedano: Simplicio, In Cat., 9, 4-19; Porfirio, In Cat., 57, 6-8.
84 Per linterpretazione ontologica, si vedano: Simplicio, In Cat., 9, 20-30; Ammonio, In Cat.,
9,5; Filopono, In Cat., 8, 33 - 9, 4, il quale attribuisce questa posizione a Eustazio; Olimpiodoro,
In Cat., 18, 30 - 19, 13; David (Elias), In Cat., 129, 11 - 130, 8, che attribuisce questa posizione
a Erminio.
85 Simplicio, In Cat., 9, 28-30.
86 Sembra che abbiano aderito a questa posizione: Porfirio (su testimonianza di Ammonio, 9,9;
Filopono, 9,5-6; David, 129,10-11) e Alessandro di Afrodisia (su testimonianza di Olimpiodoro,
18,31; 19,17 e ss.).
87 Cfr. P. Hadot, 1980, p. 316; Clemente di Alessandria, Stromata, 8,4,13,1.
88 Simplicio, In Cat., 10, 4-6.

22

bietta che neppure le nozioni in quanto nozioni appartengono allambito della logica,
ma, piuttosto, a quello dellanima.
Simplicio afferma che i fautori di ciascuna posizione hanno colto, anche se imperfettamente e in maniera parziale, la finalit dellopera, e che, tuttavia, a suo avviso, i commentatori che pi si sono avvicinati al vero intento dellopera sono stati Alessandro di
Afrodisia e Alessandro di Aigai, secondo i quali Aristotele, volendo indicare le nozioni
espresse dalle parti primarie e pi semplici del discorso, e non potendo presentarne una
classificazione per individui (inconoscibili e non circoscrivibili per natura), ha, piuttosto, operato una divisione in generi sommi, che non fungono da sostrato ad altre cose,
ma essi stessi sono predicati di tutto il resto, ad esclusione della sostanza, che sostrato
di tutto il resto89.
5.2. Il dibattito moderno
Questo dibattito trova posto anche, e soprattutto, nelle ricerche moderne, le cui linee
principali possono essere schematicamente ricondotte a tre grandi classi:
linterpretazione linguistico-grammaticale, linterpretazione ontologica e, infine,
linterpretazione logica, cui possiamo accostare anche linterpretazione semantica. A
questi tre modelli ermeneutici possono essere accostate le tre maggiori ipotesi intorno al
problema della deduzione della tavola delle categorie:
1. le categorie derivano dalla scomposizione della proposizione in elementi grammaticali (nome, verbo, aggettivo, avverbio);
2. le categorie derivano da unanalisi delle strutture ontologiche e metafisiche, indipendentemente dalla mediazione linguistica e logica;
3. le categorie derivano dalla scomposizione del giudizio logico o comunque derivano da unanalisi della predicazione logica.
Le diverse proposte di lettura forniscono ciascuna un quadro differente dei rapporti
tra le categorie e del piano dellopera stessa. Presenter, di seguito, brevemente, ciascuna delle interpretazioni, citandone i principali sostenitori, per poi saggiarne la capacit
ermeneutica per valutare se luna escluda necessariamente laltra o se, invece, non si
possa, in qualche modo operare una mediazione.
5.2.1. Il filo conduttore grammaticale
A intervenire, in maniera diffusa, sul tema delle categorie fu lo studioso tedesco
Friedrich Adolf Trendelenburg, il quale scrisse una storia delle categorie, la cui prima
parte interamente dedicata ad Aristotele90. Egli vi sosteneva che il filosofo avesse dedotto le sue categorie a partire da un filo conduttore grammaticale (grammatischer
Leitfaden), per cui ciascuna di esse corrisponderebbe ad una parte costitutiva della
proposizione. Il carattere comune delle categorie, infatti, sarebbe quello di essere dette
senza connessione e di venire a costituire un giudizio solo con lintervento di una sumplok. Trendelenburg sosteneva la tesi della concordanza delle categorie con elementi
grammaticali essenziali della proposizione, identificando la categoria della sostanza con
il sostantivo, quelle della quantit e della qualit con laggettivo, quella della relazione
con il comparativo, le categorie del dove e del quando, rispettivamente, con lavverbio
di luogo e di tempo, quelle del fare e del patire con il verbo in diatesi attiva e passiva, il
89
90

Cfr. Simplicio, In Cat., 10, 9-20.


Trendelenburg, Dottrina, p.

23

giacere con il verbo intransitivo e lavere con il verbo al perfetto91. A questa tesi veniva
obiettato che la derivazione linguistica chiara solo in alcuni casi, mentre, in altri, si poteva addirittura rilevare la divergenza dalluso linguistico. Inoltre, nel tempo in cui Aristotele scriveva, la preesistente sistemazione grammaticale andava poco pi in l della
distinzione del nome dal verbo, di modo che, anche a voler accettare integralmente
linterpretazione di Trendelenburg, andrebbe detto che Aristotele procedeva assieme alla sistemazione tanto della logica quanto della stessa grammatica92.
Questa tesi, tuttavia, che vedeva la sostanza caratterizzata, a livello grammaticale,
meramente come sostantivo allinterno di una proposizione, doveva essere, in gran parte, riveduta nello svolgimento dello stesso scritto di Trendelenburg. Egli, infatti, si accorse che le categorie, per quanto definite come sintatticamente sconnesse tra loro, in
quanto elementi del giudizio, allinterno del quale servono ad esprimere il reale e le
sue relazioni, [] recano in s il riferimento alla realt e un significato oggettivo93.
Questa corrispondenza con il reale portava lo studioso a notare che anche la stessa presentazione delle categorie seguiva un ordine ontologico, per cui la categoria della sostanza, prima per natura, precede tutte le altre e detiene una posizione condizionante.
Inoltre, poich le categorie sono caratterizzate come i sommi generi della predicazione,
esse hanno senzaltro una valenza logica, secondo la quale ci che funge da soggetto
conduce alla prima categoria, mentre tutti i predicati conducono alle rimanenti nove.
Dove sono presenti un giudizio e una predicazione nel senso autentico, il soggetto la
sostanza portante e generatrice. I concetti che vengono predicati presuppongono il soggetto e , non essendo sostanze, dal punto di vista ontologico sono nel sostrato, sono cio
degli accidenti94. La categoria della sostanza, tuttavia, pur essendo propriamente soggetto, pu, talora, in quanto sostanza seconda, fungere da predicato95.
Da queste considerazioni scaturiva, cos, una revisione della tesi iniziale, per cui il
contenuto concettuale e la valenza ontologica delle categorie ridimensionavano la dottrina del filo conduttore grammaticale: se grammaticale lorigine delle categorie,
nellambito della grammatica esse non esauriscono il loro valore96; la valenza ontologica delle categorie, per, pur non essendo misconosciuta, non veniva elevata
allaspetto fondamentale; sullaspetto ontologico, infine, Trendelenburg faceva leva
nel precisare la natura delle categorie; le categorie sono logiche Kategorien: precisamente, sono i generi sommi della predicazione97, sono i predicati pi universali98, dun91

Cfr. Trendelenburg, Dottrina, pp. 103 -114.


Pesce, Aristotele, Categorie, p. 11.
93 Trendelenburg, Dottrina, p. 95. Cfr anche pp. 95-96: Di conseguenza, dunque, soltanto
la proposizione a riprodurre il reale nel suo collegamento o nella sua separazione; i singoli concetti, invece, presi per se stessi, non lo esprimono. Nella misura in cui per i concetti, in quanto
materia della proposizione, designano il contenuto di ci che si collega o si separa, allora
anchessi hanno un riferimento alle cose, e questo significato reale accompagna perci le categorie nonostante la loro origine dallo scioglimento del legame della proposizione.
94 Trendelenburg, Dottrina, p. 97.
95 Cfr. Trendelenburg, Dottrina, p. 97.
96 Reale, Filo conduttore grammaticale, filo conduttore logico e filo conduttore ontologico nella
deduzione delle categorie aristoteliche e significati polivalenti di esse su fondamenti ontologici,
saggio introduttivo in Trendelenburg, Dottrina, p. 33. Cfr. Trendelenburg, Elementa logices
Aristoteleae, Berolini 1862, 5 ediz., p. 57: Ita Aristoteles categoriarum genera ex grammaticis
fere orationis rationibus invenisse videtur, inventas autem ita pertractravit, ut, relicta origine,
ipsam notionum et rerum naturam spectarent.
97 Cfr. Trendelenburg, Elementa, p. 56: summa praedicationis genera.
92

24

que, figure della logica99. Laspetto grammaticale restava, dunque, lasse portante, attorno al quale si stringevano il piano logico ed il piano ontologico.
La tesi grammaticale di Trendelenburg, anche se moderata nel senso che abbiamo visto, considerata insufficiente, non trov molti sostenitori100, ma diede impulso ad opere
critiche101 e a numerosi scritti ed analisi sulle categorie aristoteliche. Inoltre, anche se
in ambito strettamente filosofico, il filone grammaticale dellinterpretazione aristotelica
andato man mano affievolendosi, esso stato ripreso, in termini simili, ma in un contesto completamente diverso e rinnovato, nellambito novecentesco della linguistica
strutturale. Emile Benveniste pu, cos, affermare che le categorie enunciate da Aristotele non sono che categorie di lingua: mentre lo Stagirita intendeva passare in rassegna
tutti i predicati della proposizione, [] inconsciamente ha seguito come criterio la necessit empirica di una espressione distinta per ciascun predicato. Era quindi destinato a
ritrovare, senza volerlo, le distinzioni che la lingua stessa rende evidenti fra le principali
classi di forme e tali classi hanno un significato linguistico. Aristotele credeva di definire gli attributi degli oggetti, mentre non enuncia che degli enti linguistici: la lingua
che, grazie alle proprie categorie, permette di riconoscerli e specificarli102.
Una posizione in parte avvicinabile a questo primo gruppo di interpretazioni grammaticali anche quella di Ackrill103, secondo la quale le categorie derivano dagli avverbi interrogativi attraverso i quali si chiedono informazioni intorno a una realt esistente e fenomenica. In questa prospettiva, tuttavia, non ci sono riferimenti ad una
scomposizione della proposizione, ma al contesto dialogico nel quale avrebbe preso
forma la dottrina aristotelica delle categorie.
Allinterno di questo stesso gruppo va anche enumerata la posizione di Esposti Ongaro104, che concilia la prospettiva di Ackrill e quella di Trendelenburg, giudicando valida la posizione di questultimo soltanto in relazione alle quattro categorie del verbo 98

Cfr. Trendelenburg, Dottrina, p. 98: die allgemeinstein Prdicate.


Reale, Filo conduttore, p. 33.
100 Tra i sostenitori, ricordo F. Biese, Die Philosophie des Aristoteles, vol. I, Berlin 1835, pp.
54-55, secondo il quale Aristotele ha guadagnato lenumerazione delle categorie attraverso la
lingua; egli sostiene, come Trendelenburg, che le categorie indicano i sostantivi, gli aggettivi ed
i numerali, gli avverbi di luogo e di tempo, le modalit del verbo. Tra i sostenitori di Trendelenburg possiamo anche annoverare Ernst Friedrich Apelt, secondo il quale le categorie indicano
forme sintattiche della grammatica e delle parti del discorso (cfr. E. F. Apelt, Metaphysik, Leipzig 1857, p. 169).
101 Oltre ad H. Bonitz, F. Brentano, O. Apelt, di cui diremo pi avanti, E. Zeller, Die Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen Entwicklung, Leipzig 1921, pp. 258-273; W. Schuppe, Die aristotelischen Kategorien, Berlin 1871 (1 ediz. 1866).
102 E. Benveniste, Catgories de pense et catgories de langue, in Problmes de linguistique
gnrale, Edition Gallimard, Paris 1966, trad. it. di M. Vittoria Giuliani, Categorie di pensiero e
categorie di lingua, in Problemi di linguistica generale, Il Saggiatore, Milano 1971, pp. 79-91,
pp. 86-87. Grandi personalit filosofiche hanno accolto la tesi di Benveniste sulle categorie aristoteliche, tra le quali Paul Ricoeur e Umberto Eco. Cfr. V. Cicero, Linterpretazione linguistica
delle categorie aristoteliche in E. Benveniste, in Trendelenburg, Dottrina, pp. 287-331. Si veda anche P. Aubenque, Aristote et le langage, in Annales de la Facult des lettre set sciences
humaines dAix, serie Etudes classiques, 2, 1967, pp. 103-105.
103 Cfr. J.L. Ackrill, Notes on the Categories, in J.M.E. Moravcsik (ed.), Aristotle. A Collection od Critical Essays, Mac Millan, London-Melbourne 1968, pp. 109-112.
104 Cfr. M. Esposti Ongaro, Dialettica e grammatica nella dottrina delle Categorie di Aristotele,
Elenchos XXVI (2005), fasc. 1, pp. 33-63.
99

25

una corrispondenza [] determinata dallesigenza di attribuire valenza ontologica alla


predicazione verbale105 - e concordando con Ackrill sulla derivazione dagli avverbi interrogativi per quanto riguarda le altre categorie.
5.2.2. La prospettiva ontologica
Il grande filologo tedesco Hermann Bonitz apr una nuova prospettiva di tipo ontologico, criticando apertamente linterpretazione linguistica di Trendelenburg e sostenendo
che le categorie, prima di essere predicati, sono i generi sommi dellessere, ai quali poter ricondurre tutti gli enti esistenti106. La categoria della sostanza, prima nellelenco,
viene a perdere la priorit ontologica che Trendelenburg, in seconda battuta, aveva cercato di attribuirle, dal momento che ogni categoria, secondo Bonitz, ha spessore ontologico.
Sulla stessa linea ontologica di pensiero sembra collocarsi anche Brentano, il quale
prende in considerazione i quattro significati fondamentali dellessere distinti da Aristotele in Metaphysica D 7, cio: lessere per accidente, lessere per s, lessere come vero
e lessere come potenza e atto, e mostra che possono tutti ridursi allessere per s, vale a
dire a quello delle categorie. Inoltre, egli mostra che le categorie possono essere tutte
ricondotte alla sostanza, poich esse si riferiscono tutte analogicamente ad un medesimo
significato, che , appunto, lessere primo, la sostanza107.
chiaro che, in questo tipo di prospettiva, vengono valorizzati i passi aristotelici in
cui si fa riferimento alle kategorai to ntoj, categorie dellessere108. I generi
dellessere corrispondono, senza dubbio, per Aristotele a delle categorie, come esplicitamente ammesso in Metafisica D 7, 1017 a 22-23109; questo, tuttavia, non basterebbe di
per s a dimostrare che le categorie siano delle differenze che operano nel genere
dellessere. Esse potrebbero essere delle distinzioni che corrispondono a delle differenze
reali, ma che costituiscono differenze di indicazioni che trovano posto al di fuori di una
prospettiva strettamente ontologica.
Nella prospettiva per cui le distinzioni categoriali debbano essere assimilate esclusivamente ai dieci generi dellessere , inoltre, possibile ipotizzare che la categoria della

105

Esposti Ongaro, Dialettica e grammatica, p. 40.


Cfr. H. Bonitz, ber die Kategorienlehre des Aristoteles, in Sitzungsberichte der Kaiserlichen Akademie der Wissenschaften, Philosophische-historische Klasse, 10 Band, 5 Heft, Wien
1853, pp. 591-645; trad. it. Sulle categorie di Aristotele, Prefazione, introduzione, progettazione
e impostazione editoriale di G. Reale, traduzione dal testo tedesco e indici di V. Cicero, Vita e
Pensiero, Milano 1995.
107 Cfr. F. Brentano, Von der mannigfachen Bedeutung des Seienden nach Aristoteles, Freiburg
im Breisgau 1862, rist. Darmstadt 1960 e Hildesheim 1963; trad. it. Sui molteplici significati
dellessere secondo Aristotele, prefazione, introduzione, traduzione dei testi greci, progettazione
e impostazione editoriale di G. Reale, traduzione del testo tedesco e indici di S. Tognoli, Vita e
Pensiero, Milano 1995., in particolare si veda il cap. V: Lessere secondo le figure delle categorie, pp. 91-194. La linea di interpretazione ontologica viene sostenuta da Reale, Filo conduttore; L. Lugarini, Il problema delle categorie in Aristotele, Acme, VII (1955), pp. 3-107.
108 Cfr. Metafisica Q 1, 1045 b 28.
109 kaqat dO enai lgetai saper shmanei t scmata tj kathgoraj, Essere per
s sono dette tutte le accezioni che ha lessere secondo le figure delle categorie, trad. tratta da
Aristotele, Metafisica, saggio introduttivo, testo greco con traduzione a fronte e commentario a
cura di G. Reale, Vita e Pensiero, Milano 1995 .
106

26

sostanza assuma un ruolo per cos dire globale e diventi un genere essenziale cui sono
subordinati altri generi non essenziali, che corrispondono alle altre nove categorie110.
5.2.3. Tra laspetto grammaticale e la derivazione ontologica: linterpretazione logica e
semantica
Non sono mancate le proposte di interpretazione delle categorie attraverso un punto
di vista che si pone a met strada tra laspetto grammaticale e la derivazione ontologica
delle categorie. Si tratta della posizione inaugurata da Otto Apelt, il quale sostiene che
le categorie aristoteliche hanno un carattere predicativo, che deve essere inteso in riferimento alla proposizione nel suo senso logico, cio al giudizio. Esse, infatti, hanno un
significato non grammaticale, ma logico111; sono la mediazione tra le cose stesse e le
determinazioni linguistiche di queste, e ci permettono di stabilire le differenze logiche
di ci che viene detto112.
Lintreccio tra laspetto logico e laspetto ontologico delle categorie stato rilevato
ed analizzato ulteriormente anche da molti altri studiosi113; prendendo le mosse proprio
da esso, nata, negli ultimi decenni del secolo scorso, una nuova interpretazione, secondo la quale le categorie sono modelli semantici, a met strada tra le cose reali e le
loro espressioni linguistiche, della predicazione114, dei quali Aristotele si sarebbe servito
per stabilire i rapporti tra certe espressioni predicative e gli oggetti ad esse corrispondenti e, in particolare, i modi in cui i predicati-accidenti appartengono ai loro soggettisostanze. Secondo tale interpretazione, la categoria della sostanza, come, daltro canto,
le altre, non potrebbe essere considerata n in senso puramente ontologico, come classificazione dellessere, n in senso puramente linguistico, come elemento grammaticale,
poich il valore semantico contiene luno e laltro aspetto115.
5.3. Ipotesi di conciliazione
5.3.1. Due necessarie osservazioni
Intorno alla vexata quaestio dello status delle categorie aristoteliche pu essere utile
prendere le mosse, paradossalmente, da una visione vicina, e tuttavia profondamente diversa, come quella espressa dal giudizio di Kant, secondo il quale lo Stagirita non a110

Una posizione vicina a quella di M. Frede, Essays in Ancient Philosophy, Clarendon Press,
Oxford 1987, p. 38.
111 Cfr. O. Apelt, Die Kategorienlehre des Aristoteles, in Beitrge zur Geschichte der Griechischen Philosophie, Leipzig 1891, p. 159.
112 Cfr. Apelt, Kategorienlehre, p. 160: Le categorie si trovano [] in primo luogo a met
strada tra la parte fenomenica e quella metafisica della nostra conoscenza, e, in secondo luogo,
anche a met strada tra le cose stesse e le espressioni linguistiche designate attraverso le parole.
113 Tra gli altri, cito L. M. De Rijk, The place of Categories of being in Aristotles Philosophy,
Assen 1952.
114 Si tratta, appunto, dellinterpretazione semantica, la cui spiegazione pi completa si trova in
M. Vesoly, Zur semantischen Interpretation der aristotelischen Kategorien, Symbolae Philologorum Posnaniensium, 6 (1983), pp. 57-72; trad. it. Verso uninterpretazione semantica delle
Categorie di Aristotele, Elenchos V (1984), pp. 103-140. Per semantica si intende qui una
teoria che svolge ricerche sui rapporti tra certe espressioni linguistiche e gli oggetti di cui esse
parlano (Vesoly, Verso uninterpretazione, p. 128).
115 Cfr. Vesoly, Verso uninterpretazione, pp. 129-130.

27

vrebbe seguito nessun filo conduttore sistematico nellelaborare gli schemi categoriali,
ma si sarebbe affidato alla semplice induzione116. Il filosofo tedesco contrappone alla
tavola delle categorie aristoteliche la propria, ottenuta tramite una sistematica deduzione trascendentale117, cio attraverso una giustificazione della legittimit dellorigine a
priori delle categorie fondata nelle funzioni logiche generali dellunit
dellappercezione trascendentale: lIo penso. Come fa giustamente notare Heidegger118,
in Kant, bisogna distinguere la Spur, la traccia che rende possibile la scoperta delle
categorie da parte della ragione che esamina se stessa, cio la tavola dei giudizi,
dallUrsprung, cio la vera origine delle categorie, cio lIo penso. Cos, la tavola
dei giudizi, che guidano nella scoperta delle categorie, in realt si rivela, essa stessa,
fondata su questultima. Quel che ci interessa che si tratta di una declinazione della distinzione tra quel che primo di diritto (quid iuris), da quel che primo di fatto (quid
facti)119, o, se vogliamo, tra una genesi ideale, strettamente filosofica ed una genesi
psicologica120, storico-biografica, delle categorie.
Questo tipo di distinzione si rileva molto interessante per una pi ampia interpretazione delle categorie stesse, perch, tramite essa, non saremo costretti ad identificare il
modo in cui lo Stagirita ha reperito le categorie con lo scopo che si prefiggeva di raggiungere tramite esse121. La distinzione, nata da un detrattore della tavola aristotelica
delle categorie, servita, per lo pi, agli studiosi come giustificazione per escludere il
116

Cfr. I. Kant, Kritik der reinen Vernunft, ed. Schimdt, Leipzig 1930, trad. It. Critica della ragione pura, introduzione, traduzione e note di G. Colli, Adelphi edizioni, Milano 1995, 1999 , p.
134: La ricerca di questi concetti fondamentali fu un disegno di Aristotele: progetto degno di
un pensatore acuto. Tuttavia, dato che non possedeva alcun principio, egli raccolse allora questi
concetti, cos come gli si presentavano,e anzitutto ne mise assieme dieci, che chiam categorie.
Cfr. anche I. Kant, Prolegomena zu einer jeden knftigen Metaphysik, die als Wisswenschaft
wird auftreten knnen, ed. K. Vorlnder, Leipzig 1905, 39, trad. It. Di P. Carabellese, Prolegomeni ad ogni futura metafisica che si presenter come scienza, Bari 1925, Roma-Bari 1982 ,
pp. 85-86: Aristotele aveva raccolto dieci di tali concetti puri elementari sotto il nome di categorie. [] Ma questa rapsodia poteva valere e meritar consentimento piuttosto come cenno per i
ricercatori futuri, che come idea regolarmente sviluppata; perci, col progredire della filosofia,
essa stata rigettata come del tutto inutile.
117 Cfr. Kant, Critica, p. 142: La spiegazione del modo in cui tali concetti possono riferirsi a
priori ad oggetti, io la chiamo dunque la deduzione trascendentale dei medesimi concetti, e la
distinguo dalla deduzione empirica, che indica il modo in cui un concetto stato acquistato mediante lesperienza e la riflessione sullesperienza, e che riguarda quindi non gi la legittimit,
bens il factum, attraverso il quale sorto il possesso.
118 Cfr. M. Heidegger, Kant und das Problem der Metaphysik, Bonn 1929, trad. it. di M. E. Reina, riveduta da V. Verra, Kant e il problema della metafisica, Roma-Bari 1981, p. 57. Cfr. anche Cicero, Interpretazione linguistica p. 288, n. 3.
119 Cfr. Kant, Critica, p. 141.
120 Cfr. Reale, Filo conduttore, pp. 34-35.
121 Laccusa di aver confuso i due piani viene rivolta soprattutto a Trendelenburg (Cfr. Reale,
Filo conduttore, pp. 34-35). Egli, invece, sebbene sia ricordato come il propulsore della sola
interpretazione grammaticale, a me sembra resti uno dei pochi che si sia reso conto che la scoperta delle categorie, avvenuta per via grammaticale, celi un impianto concettuale. Cfr. Trendelenburg, Dottrina, p. 105: [] non si pu non riconoscere che le categorie siano state dapprima orientate secondo la orma grammaticale dellespressione, sebbene poi, al di l
dellespressione stessa, esse perseguano il contenuto concettuale. Lespressione, infatti, deve,
in qualche modo, rendere il reale; a partire dal reale, infatti, che essa viene costruita. Il linguaggio non autofondante.
2

28

modo il cui il Filosofo ha reperito le categorie dalla ricerca filosofica perch non teoretico ed affannarsi a ricercare lo scopo cui mirava tramite esse. Questa eliminazione non
mi sembra possa valorizzare il testo aristotelico, che cos ricco da portare in s tracce
di diverse letture possibili.
La seconda osservazione riguarda il fatto che risulta sempre facile, ai posteri, leggere
un testo antico attribuendogli, in maniera rigida, analisi derivanti da studi moderni o
contemporanei, o comunque posteriori allo scritto stesso, piuttosto che cercare, con
laiuto dei nostri concetti, sempre meglio sviluppati ed approfonditi, di illuminarlo, cercando di vedere se e come esso contenga in nuce elementi indifferenziati, che sono
stati, nel corso del tempo, dispiegati. Si tratta di essere preventivamente cauti
nellapplicazione delle nostre analisi a testi antichi; dobbiamo essere attenti a far in modo che esse, piuttosto che farci etichettare, in maniera definitiva, uno scritto in senso unilaterale, ci consentano di aprire gli occhi, di vedere cose che non avremmo visto se
non avessimo avuto i concetti giusti per pensarle.
In base a queste due osservazioni, cercher di presentare le possibili chiavi di lettura
delle Categorie, come fossero livelli diversi di comprensione, non come reciprocamente
inconciliabili.
5.3.2. Tra linguaggio e realt
Prescindendo dallo scopo che Aristotele si sarebbe realmente prefisso nel ricercare le
categorie, non si pu in alcun modo negare che egli si sia rivolto, in primo luogo, a ci
che gli era molto vicino, sotto gli occhi: il linguaggio, le parole con cui luomo significa122. E se anche egli non avesse voluto partire dal linguaggio, sarebbe stato, nondimeno, costretto a farlo, dal momento che la stessa realizzazione del pensiero ha la sua condizione nella forma linguistica che coglie e d forma ai contenuti intellettivi ed il linguaggio, a sua volta, una struttura che veicola significati123. La realt che Aristotele
intendeva indagare gli si presentava come gi configurata nella struttura del linguaggio.
Il pensiero, infatti, non pu essere qualcosa di completamente autarchico e libero che
faccia uso delle parole come meri strumenti a s asserviti: ogni qualvolta cerchiamo di
analizzare gli schemi del pensiero, ci imbattiamo ancora in categorie linguistiche124.
Questo non significa, tuttavia, che la sfera del pensiero e la sfera del linguaggio siano
perfettamente sovrapponibili; vero, piuttosto, che spesso si creano degli scomodi scarti
che provocano ambiguit e ostacolano la comunicazione. Un tale gap non misconosciuto da Aristotele, il quale, per, pi che alla sfera del pensiero, interessato alla sfera
del reale, ed ben consapevole che, poich impossibile parlare presentando gli oggetti
e le cose come sono nella realt dei fatti, luomo fa uso di simboli: i nomi. Il bel passo
aristotelico delle Confutazioni sofistiche credo valga la lettura.

122

Pesce, Aristotele, Categorie, p. 12: Nella struttura della lingua si rispecchia una prima interpretazione della realt, ma uninterpretazione appunto ch frutto di un sapere volgare e non
controllato, dellopinione insomma e non della scienza. La struttura della lingua presenta, infatti, un riferimento alla realt, non ancora precisamente affinato. Si tratta, allora, di capire se la
struttura della lingua pu, e vuole considerare solo il suo ordine interno oppure solo la realt che
descrive; ma chiaro che la capacit del linguaggio di descrivere e di spiegare il reale ha luogo
nel rapporto, nel riferimento della struttura linguistica al reale.
123 Cfr. De Interpretatione 1, 16 a 3-4.
124 Cfr. Benveniste, Categorie, in particolare pp. 79-81; in particolare pp. 90-91.

29

Dato che non possibile discutere presentando gli oggetti come tali, e che ci serviamo
invece dei nomi, come di simboli che sostituiscano gli oggetti, noi riteniamo allora che
i risultati osservabili a proposito dei nomi si verifichino altres nel campo degli oggetti,
come avviene a coloro che fanno calcoli usando dei ciottoli. Eppure le cose non stanno
allo stesso modo nei due casi: in effetti, limitato il numero dei nomi, come limitata
la quantit dei discorsi, mentre gli oggetti sono numericamente infiniti. dunque necessario che un discorso esprima parecchie cose e che un unico nome indichi pi oggetti. Ed allora, come rispetto allesempio ricordato, coloro che non sono abilissimi nel
maneggiare ciottoli vengono ingannati da chi esperto in materia, allo stesso modo, nel
caso dei discorsi, coloro che non hanno esperienza della forza e del significato dei nomi incappano in ragionamenti errati, sia discutendo essi stessi, sia ascoltando altri discutere125.

Questi due mondi, il mondo, dei significanti (nomi) e quello dei significati (cose) sono, ovviamente, comunicanti, ma non sono perfettamente simmetrici, per cui quel che
avviene tra i simboli non sempre avviene anche nelle cose. Con questo non si vuol certo
dire che il linguaggio sia da buttare, ma che occorre, anzi, conoscere il pi possibile le
sue regole per comprenderlo e usarlo nel migliore dei modi.
Da una parte, dunque, il linguaggio un insieme di simboli, sempre costitutivamente e legittimamente imperfetto, di cui ci serviamo per significare gli oggetti, la realt, per formulare e comunicare i nostri pensieri; dallaltra, esso precisamente ci che ci
permette di capire la realt, di parlare di essa e scoprirne i problemi:
la difficolt che il pensiero incontra, manifesta le difficolt che sono nelle cose126

Il linguaggio, ci che offre alluomo la possibilit di pensare e di parlare del reale, ,


nello stesso tempo, ci che la ostacola, perch, essendo solo una rappresentazione degli
oggetti, ne resta sempre e comunque al di qua, ed , ad ogni momento, incompleto e
manchevole. Limperfezione del linguaggio un dato di fatto strutturale, dunque ineliminabile; pu, tuttavia, pur sussistendo, essere ridotto ai minimi termini possibili. In che
modo? Esaminando la lingua e le sue strutture, valutandole alla luce degli oggetti e dei
fatti che indicano, e cercando di sgombrare il campo da quante pi ambiguit possibile.
quel che Aristotele mi sembra cerchi di fare nelle Categorie. Con questo non intendo
dire che lanalisi sia puramente linguistica, e mi sembra di aver gi fornito alcuni spunti
per poter credere che essa risulti, al contrario, fondata e valutata sul banco di prova della
fedelt al reale127.

125

Confutazioni sofistiche, I, 165 a 6-17.


Metafisica B 1, 995 a 30-31.
127 Pesce, Aristotele, Categorie, p. 12: La ricerca categoriale consiste perci nel condurre le
distinzioni reali gi parzialmente presenti nella lingua dal livello dellopinione a quello della
scienza, fungendo naturalmente da pietra di paragone la struttura effettiva della realt.
126

30

PARTE SECONDA
ANALISI DEL TESTO

Capitolo Primo

Le nozioni di omonimia, sinonimia e paronimia

[1 a 1] `Omnuma lgetai n noma mnon koinn, dO kat tonoma lgoj tj


osaj teroj, oon zon te nqrwpoj ka t gegrammnon: totwn gr noma
mnon koinn, dO kat tonoma lgoj tj osaj teroj: n gr [5] podid tij
t stin atn katrJ t zJ enai, dion katrou lgon podsei.
sunnuma dO lgetai n t te noma koinn ka kat tonoma lgoj tj
osaj atj, oon zon te nqrwpoj ka boj: totwn gr kteron koin
nmati prosagoreetai zon, ka lgoj dO [10] tj osaj atj: n gr
podid tij tn katrou lgon t stin atn katrJ t zJ enai, tn atn
lgon podsei.
parnuma dO lgetai sa p tinoj diafronta t ptsei tn kat tonoma
proshgoran cei, oon p tj grammatikj grammatikj ka p tj [15]
ndreaj ndreoj.
[1 a 1] Omonime1 si dicono le cose che hanno soltanto2 il nome3 in comune4, ma la
definizione dellessenza5, corrispondente a quel nome, diversa6. Ad esempio, animale
si dice sia luomo sia il disegno; essi, infatti, hanno in comune solo il nome, mentre la
definizione dellessenza, corrispondente al nome, diversa. Se, infatti, [5] si dovesse
spiegare in che cosa consista, per ciascuno dei due, il fatto di essere un animale, si attribuirebbe a ciascuno una definizione propria7.
Sinonime si dicono, invece, le cose che hanno il nome comune e la stessa definizione dellessenza corrispondente a quel nome. Ad esempio, luomo e il bue: ciascuno
di loro, infatti, viene designato con il nome comune di animale, e la definizione [10]
dellessenza la stessa. Se, infatti, si dovesse spiegare in che cosa consista, per ciascuno
dei due, il fatto di essere un animale, si darebbe la stessa definizione.
Paronime, infine, si dicono le cose che vengono nominate in base a un certo nome
da cui, per, differiscono per la terminazione. Ad esempio, il grammatico deriva dalla
grammatica e [15] il coraggioso dal coraggio.

Sommario
In questo primo capitolo, Aristotele presenta una classificazione tripartita che spiega
le nozioni di omonimia, sinonimia e paronimia.
1. [1 a 1-6] Omonime si dicono le cose che hanno lo stesso nome, ma la cui definizione diversa.
2. [1 a 6-12] Sinonime si dicono le cose che hanno lo stesso nome e la stessa definizione.
3. [1 a 12-15] Paronime si dicono le cose che hanno la stessa radice di un nome,
cui segue, per, una desinenza diversa.

1. Lincipit delle Categorie aristoteliche


Il capitolo primo delle Categorie aristoteliche sembra iniziare, per cos dire, ex abrupto, cosicch il lettore ha limpressione di trovarsi subito in medias res, senza aver
ancora avuto modo di capire quale sia il vero argomento dellopera, e quale sia il piano
dellopera stessa. Il testo manca, infatti, di unintroduzione, di un prologo programmatico, e inizia con una precisa e concisa enunciazione di una tripartizione: quella di omonimi, sinonimi e paronimi. Tale tripartizione risulta, in un primo momento, oscura quanto alla sua funzionalit in seno allopera, dal momento che i due capitoli subito successivi al primo non si lasceranno affatto guidare da questa prima divisione, ma presenteranno, a loro volta, altri e diversi tipi di distinzione. Si riprender, per la prima volta,
uno degli elementi della tripartizione iniziale, nel Capitolo 5, in cui, come verificheremo, il concetto di sinonimo sar applicato alle sostanze, e in cui compare esplicitamente
lavverbio sinonimicamente (sunwnmwj)1.
Appare, ad un primo sguardo, che il testo delle Categorie non sia costruito secondo
una struttura didatticamente semplice e unitaria, che faciliti lingresso del lettore
allinterno delle dottrine centrali dello scritto. E, infatti, questa struttura, per cos dire,
rapsodica dei primi capitoli dellopera ha dato adito a numerosi interrogativi da parte
degli studiosi su quali fossero i motivi per cui Aristotele avesse scelto di aprire in questo
modo il suo scritto, e quale disegno avesse seguito. Ci che appare rapsodico a un
primo sguardo, tuttavia, pu rivelarsi intenzionalmente strutturato, se letto allinterno
dello schema generale dellopera. Gi dal capitolo 5, infatti, il lettore avr modo di accorgersi che le precedenti distinzioni, apparse, a tutta prima, piuttosto sconnesse e poco pertinenti, giocano, invece, un ruolo importante allinterno della dottrina delle categorie, cosicch, in questo modo, si getter retroattiva luce sui primi capitoli. Lincipit
delle Categorie, in realt, appare tanto isolato dal resto del trattato quanto schematico e
ben strutturato. I capitoli precedenti il quinto (che dedicato alla sostanza e da cui inizia
la trattazione discorsiva e diffusa delle categorie, presentano delle classificazioni preliminari, propedeutiche allapprendimento di quanto verr introdotto successivamente.
La questione sorta intorno allo strano incipit delle Categorie ha una lunghissima storia che risale ai commentatori antichi. Simplicio riporta che Nicostrato si chiedeva perch Aristotele, essendosi proposto di parlare delle categorie, parta, invece, parlando di
altre cose, come omonimi, sinonimi, paronimi2. A questo interrogativo Porfirio rispondeva che, in quasi tutti i campi teoretici di studio, alcune cose vengono descritte in anticipo, perch tendono a chiarire ci che segue, come le definizioni, gli assiomi e i postulati in geometria3. Tali classificazioni costituiscono, dunque, una sorta di elementi-base,
di prime necessarie acquisizioni per poter addentrarsi nello studio delle categorie; erano
forse distinzioni fondamentali gi abbastanza note agli allievi dellAccademia, magari
solo da capire e imparare a memoria, il che spiegherebbe la brachilogia dello stile aristotelico dei primi capitoli.

Questo avverbio torna in Categorie 5, 3 a 34, dove si fa esplicitamente richiamo alla nozione
di sinonimia qui trattata.
2 Cfr. Simplicio, In Cat., 21, 1 ss.
3 Cfr. Porfirio, In Cat., 60, 1 ss.; Dessippo, In Cat., 16, 18-32).

34

2. Gli omonimi
2.1. La presentazione degli omonimi
Gli enti cui pu essere attribuita lomonimia vengono presentati attraverso la descrizione della relazione che sussiste tra i loro nomi e le loro definizioni:
Omonime (`Omnuma) si dicono le cose che hanno soltanto il nome in comune (n
noma mnon koinn), ma la definizione dellessenza, corrispondente a quel nome,
diversa ( dO kat tonoma lgoj tj osaj teroj)4.

I commentatori antichi hanno cercato di far luce, prima di tutto, sui singoli termini
utilizzati da Aristotele.
Prima di tutto, il termine greco noma, nome. Secondo Porfirio5, deve qui essere inteso in senso ampio. Dal momento che lomonimia non esiste esclusivamente in relazione ai nomi intesi, in senso stretto, come sostantivi, ma esiste anche nel caso dei verbi
(andrapodisthai, ad esempio, significa sia ridurre qualcuno in schiavit sia essere ridotto da qualcuno in schiavit), allora nome, in questo caso, indicherebbe una qualsiasi parte del discorso: sostantivi, verbi, congiunzioni, etc..
Quanto al termine greco mnon, tradotto con lavverbio italiano soltanto, secondo
Porfirio6, esso potrebbe essere interpretato in due diversi modi: come espressione di unicit, come quando diciamo C solo un universo nel senso di Non c che un universo; oppure come indicazione di un contrasto, come quando diciamo Ha solo una
tunica e intendiamo implicitamente dire che non ha altre cose, ad esempio un mantello.
In questo caso, Aristotele intenderebbe indicare un contrasto rispetto alla definizione/descrizione, dal momento che gli omonimi hanno in comune il nome, ma non la definizione/descrizione.
Anche il termine greco koinn, comune, secondo i commentatori antichi7, pu essere usato in diversi modi. Porfirio8 elenca quattro modi, di cui il primo quello proprio
di un comune divisibile e i restanti tre sono di un comune indivisibile: 1. comune
qualcosa che pu essere diviso in parti, come il pane, il vino o una propriet, se una
sola la cosa che va ad appartenere a coloro che lhanno divisa (cio se forma un intero);
2. comune qualcosa che, pur non essendo divisibile in parti, viene usato da diverse
persone, ma in modo individuale e consecutivo, come ad esempio un cavallo o uno
schiavo; 3. comune qualcosa che, mentre viene usato, appartiene a chi lo sta utilizzando, ma, dopo luso, torna ad essere una propriet comune, come ad esempio il teatro; 4.
comune, infine, qualcosa che pu essere usato nello stesso tempo da pi persone, senza tuttavia risultare diviso, come ad esempio la voce dellaraldo a teatro. Aristotele sta
usando lultima delle accezioni elencate, per cui pi elementi fanno uso dello stesso intero simultaneamente, ma questo resta indiviso. Il nome Aiace, ad esempio, viene usato
sia in riferimento al figlio di Oileo sia in riferimento al figlio di Telamonio, ma resta un
intero e non viene diviso tra i due personaggi9. Dessippo10 sottolinea come, in questo
caso, sia essenziale evidenziare che lomonimia riguarda esclusivamente il nome, altri-

Categorie 1, 1 a 1-2.
Cfr. Porfirio, In Cat., 61,30-62,5.
6 Cfr. Porfirio, In Cat., 62,6-16.
7 Cfr. Dessippo, In Cat., 1.12; Simplicio, In Cat., 26,11-20; Boezio, 164 D.
8 Cfr. Porfirio, In Cat., 62,17-35.
9 Cfr. Dessippo, In Cat., 19,32-20,4; cfr. anche Simplicio, In Cat., 27,12-15.
10 Cfr. Dessippo, In Cat., 18,25-33.
5

35

menti dovremmo dire che gli Aiaci hanno in comune non solo il nome, ma anche
lessere entrambi Greci e lessere generali e amici.
Infine, ci che noi chiamiamo definizione viene espresso in greco con il sintagma
nominale, tj osaj11, il quale pu essere abbastanza fedelmente tradotto
con: il discorso che esprime lessenza, o il discorso che esprime la natura della cosa, o ancora il discorso che esprime la sostanza della cosa12. Laggiunta del genitivo
tj osaj nell espressione greca appena citata oggetto di molte controversie tra gli
studiosi. Sia tra i commentatori antichi, sia tra i moderni, troviamo alcuni che la accolgono13, ed altri che, invece, la espungono, ritenendola inopportuna14. Anche tra coloro
che mantengono il genitivo, tuttavia, aleggia la credenza che, in fin dei conti, laggiunta
tj osaj sia irrilevante per leffettiva comprensione del luogo15, dal momento che
Aristotele fa uso, per indicare la definizione, sia dellespressione lgoj tj osaj16,
sia, semplicemente, sia del termine lgoj17, sia del termine rismj18.
Inoltre, sempre nel caso in cui si mantenga laggiunta del genitivo, gli autori si trovano abbastanza concordi nel sostenere che nella parola osa non si deve vedere espresso il significato tecnico della categoria della sostanza19, ma lessere della determi-

11

Categorie 1, 1 a 4; 1 a 7; 1 a 10.
Cfr. G. Reale, Storia della filosofia antica, 5 voll., Vita e Pensiero, Milano 1975-1980,
19978, vol. II, pp. 550-551; Reale, Introduzione a Aristotele, p. 148.
13 Laggiunta del genitivo tj osaj compare nella tradizione manoscritta pi recente; in particolare, tutti i manoscritti riportano il genitivo in Categorie 1, 1 a 4, mentre solo alcuni la riportano anche in Categorie 1, 1 a 2. Tra i commentatori greci, mantengono il genitivo Olimpiodoro
e Filopono. Tra i commentatori moderni, accolgono laggiunta Oehler, Aristoteles Kategorien,
Berlin 1984, p. 168), Pesce, Aristotele, Le categorie, p. 21), Ackrill (Aristotles Categories,
p. 3), Apostle, Aristotles Categories and Propositions De Interpretatione, translated with commentaries and glossary by Apostle, Iowa 1980.
14 I commentatori pi antichi, come Dessippo e Simplicio, sembrano non aver conosciuto
laggiunta del genitivo tj osaj. Tra i commentatori moderni, lo espungono Tricot (Aristote,
Organon. I: Catgories; II: De lInterprtation, Paris 1966, vol. I, p. 2, n. 1) e Steinthal (Geschichte der Spachwissenschaft bei den Griechen und Rmern, mit besonderer Rcksicht auf die
Logik, Berlin 1890-1891, p. 210).
15 Cfr. in particolare Oehler, Aristoteles Kategorien, p. 168.
16 Cfr. Analitici secondi II, 13, 97 a 19; Parti degli animali IV, 13, 695 b 18; Metafisica Z, 11,
1037 a 24. Il fatto che lespressione completa ricorra in altri testi aristotelici mi sembra una motivazione forte per non espungerla.
17 Cfr. Topici I 15, 107 a 20; Topici IV 10, 148 a 24. Il semplice termine lgoj appare, tuttavia,
piuttosto generico. interessante losservazione di Simplicio, In Cat., p. 37), per cui ogni realt
pu essere indicata sia dal nome, cio - egli osserva - in modo unitario (kat to monoeidj), sia
dal lgoj, cio in modo composto da una pluralit di parti (kat to polumerj), e questo pu
essere o descrittivo o definitorio. Se la definizione, diversamente dal nome, composta da pi
parole, anche la definizione della definizione stessa non pu essere espressa da una sola parola
(lgoj), ma da pi parole ( lgoj tj osaj). Se, dunque, la distinzione di Simplicio vera,
per poter parlare precisamente di definizione risulterebbe opportuno aggiungere il genitivo tj
osaj.
18 Cfr. Topici I 4, 102 a 4; Metafisica Z 10, 1034 b 20; Metafisica Z 12, 1037 b 12.
19 Fin dalle prime righe del testo delle Categorie, troviamo il termine osa, sullopportunit
del quale non tutti i critici concordano, e del quale possiamo dubitare venga, in questo luogo,
usato in senso tecnico, visto che la divisione delle categorie non ancora stata presentata.
12

36

nazione, lessenza in generale20. Ci che, per ora, dobbiamo notare che, fin dalle prime righe del testo delle Categorie, troviamo il termine osa, sullopportunit del quale
non tutti i critici concordano, e del quale possiamo dubitare venga, in questo luogo, usato in senso tecnico, visto che la divisione delle categorie non ancora stata presentata.
2.2. Lesempio di animale
Siamo in presenza di omonimi, o, se si vuole far uso del corrispondente termine medievale, di equivoci, quando due enti hanno lo stesso nome, ma la loro definizione diversa. In altre parole, essi convergono nel nome, ma non nel significato. Per capire
lesempio che Aristotele propone, occorre, in primo luogo, tener presente che, in greco,
il termine zon indica non solo ci che noi indichiamo con il termine animale, ma anche il dipinto o altri tipi di rappresentazioni artistiche, indipendentemente da quel che
esse rappresentino (quindi, animali e non). Il pittore veniva, infatti, chiamato zwgrfoj,
cio disegnatore di figure dipinte21. La formula che esprimerebbe in maniera propria la
natura del vivente che viene denominato zon (animale) sarebbe essere naturale animato oppure ci che partecipa della vita22. Le formule con le quali viene espressa, invece,
la natura delle rappresentazioni, che vengono denominate za, potrebbero essere: opere
figurative oppure imitazioni del reale con colori e figure23. Tali formule rinviano, rispettivamente, da un lato, a un genere particolare di realt naturale, dallaltro, a un genere particolare di realt artefatta. Lomonimia (o equivocit) nasce dallapplicazione del
medesimo termine a delle realt che appartengono a due generi diversi.
In secondo luogo, si osservi che uomo e dipinto, i due termini dellesempio addotto
da Aristotele, risultano omonimi non in quanto considerati in se stessi, ma dal punto di
vista del loro predicato: uomo (nqrwpoj) e dipinto (gegrammnon), infatti, presentano,
evidentemente, nomi diversi, ma se noi risaliamo alla realt che essi indicano, ed attribuiamo loro un predicato, possiamo dire sia che lessere umano ( nqrwpoj) un animale (zon) sia che il dipinto (t gegrammnon), a sua volta, uno zon.
Nel caso dellomonimia, abbiamo a che fare con un nome comune, cui dobbiamo
prestar particolare attenzione, dal momento che, se approfondiamo ulteriormente
lanalisi e risaliamo al significato del termine greco zon, troviamo che, nel primo caso,
luomo uno zon, un animale, nel senso di vivente dotato di sensazione; nel secondo
caso, il dipinto uno zon, nel senso che una raffigurazione artistica e, precisamente,
una configurazione di colori. Bisogna, dunque, essere molto attenti ai casi di omonimia,
poich, se ci accorgiamo che lo stesso nome appartiene a realt diverse, che differiscono
20

Per la distinzione tra il termine osa usato in senso lato per indicare qualsiasi essenza, e lo
stesso termine usato in senso stretto per indicare la sostanza, cfr. E. Berti, Profilo di Aristotele,
Edizioni Studium, Roma 1979, p. 71. Per una trattazione pi approfondita del dibattito intorno
al sintagma lgoj tj osaj rimando a Zanatta, Aristotele, Categorie, pp. 388-391.
21 Si tratta di un elemento che quasi tutti gli studiosi sottolineano: cfr. Aristotele, Le categorie,
traduzione, introduzione e commento di D. Pesce, Liviana editrice, Padova 1966, p. 21, n. 6; Aristotles Categories and De Interpretatione, Translated with notes and glossary by J.L.Ackrill,
Clarendon Aristotle series, Clarendon Press, Oxford 1963, 199010, p. 71; J. Owens, The doctrine of being in the Aristotelian Metaphysics: a study in the Greek backround of mediaeval
thought, with a preface by Etienne Gilson, Pontifical institute of mediaeval studies, Toronto
1951, p. 329; Bods, Aristote, Les Catgories, pp. 74-75, n. 1.
22 Cfr. Platone, Timeo, 77 B; Aristotele, De Anima, III, 1, 412 a 13.
23 Cfr. Aristotele, Poetica 1, 1447 a 18-19.

37

sostanzialmente, si deve operare una distinzione. Sulla particolare attenzione da prestare


ai casi di identit del nome e differenza di definizione si sofferma Simplicio24, il quale
sottolinea che, se lo stesso nome appartiene a realt diverse, occorre operare una distinzione, e indagare se queste possono essere ricondotte sotto la stessa categoria, oppure
no. Luomo, ad esempio, viene chiamato zon, cos anche il cavallo, ed anche Socrate;
ma anche una qualsiasi immagine disegnata, secondo la lingua greca, si chiama zon.
Tra i primi tre esempi e lultimo, per, c una grande differenza: uomo, cavallo e Socrate si dicono, ciascuno, zon, nel senso comune di vivente dotato di sensazione; il
disegno, invece, si dice zon in un senso completamente diverso, cio come rappresentazione artistica.
Si noti come Aristotele parta dalla descrizione di un fenomeno, come lomonimia,
che sembra meramente linguistico, ma si sposti subito al piano della realt instaurando
una stretta connessione tra linguaggio e piano ontologico.
2.3. I diversi esempi aristotelici di omonimia
Lesempio dellanimale, presente in questo passo delle Categorie, non figura nei Topici, in cui compare un esempio diverso, anche se simile a questo: lesempio dellasino.
[] asino in greco significa un animale e una suppellettile. Il discorso definitorio che si
applica al nome infatti diverso nei due casi: da un lato si parler di un animale di una
certa qualit, dallaltro invece di una suppellettile di una certa qualit25.

Nel De Anima Aristotele presenta un caso di omonimia ancora diverso sia da quello
presente nel testo delle Categorie sia da quello presente nel testo dei Topici. Fa, infatti,
riferimento allocchio inteso come parte del vivente e a quello rappresentato sulla pietra
o su un dipinto come due cose che si dicono in maniera omonima. Lo Stagirita sta spiegando
Se locchio fosse un animale, la sua anima sarebbe la vista, giacch questa la sostanza
dellocchio, sostanza in quanto forma (mentre locchio materia della vista). Se
questessenza viene meno, non c pi locchio se non per omonimia, come locchio di
pietra o locchio dipinto26.

Anche nellopera Storia degli animali possiamo riscontrare un esempio simile in riferimento alla stella marina e ai disegni delle stelle27.
Come ben spiega Bods28, gli esempi che si trovano nei Topici, nel De Anima e
nella Storia degli animali, illustrano come lomonimia risulti dalluso di un termine
specifico (che pu essere animale, asino o stella) attraverso il quale si indica sia una realt naturale sia un oggetto artificialmente creato, scolpito o disegnato. Questultimo,
come tale, non ha le stesse funzioni delloggetto reale e non ne possiede, pertanto, la
stessa definizione. Nellesempio presente nelle Categorie, invece, lomonimia risulta da
un termine generico (zon) che pu essere attribuito a tutti gli oggetti naturali viventi
(tra cui anche luomo) e, nello stesso tempo, anche a tutte le rappresentazioni visive di
essi (tra cui anche quella delluomo).
24

Cfr. Simplicius, Aristotles Categories, p. 36.


Topici I 15, 107 a 19-20: oon noj t te zon ka t sceoj: teroj gr kat tonoma lgoj atn.
26 De Anima II 1, 412 b 20-21.
27 Storia degli animali, V, 15, 548 a 10.
28 Bods, Aristote, Catgories, p. 74, n. 4.
25

38

3. I sinonimi
Vengono definite sinonime o, se si vuole usare il corrispondente termine medievale, univoche, le cose che hanno lo stesso nome e la stessa definizione. La stessa definizione sar ripetuta pi avanti nel testo, nel Capitolo 5.
Come si detto, sono sinonime le cose di cui il nome e la definizione sono gli stessi29.

Sinonime sono le realt, e non le parole attraverso le quali tali realt sono designate.
Questo tipo di definizione si trova anche in Topici VI 10, 148 a 24-25:
Gli oggetti che, secondo un nome comune, ricevono un unico discorso definitorio, sono
sinonimi30.

Gli esempi di sinonimi portati da Aristotele nelle Categorie si trovano anche in Topici,
VI 6, 144 a 32-34. I due termini dellesempio, uomo e bue risultano sinonimi non in
quanto presi in se stessi, ma dal punto di vista della loro definizione, del loro significato, del genere cui appartengono, cio in quanto animali. Essi, infatti, hanno evidentemente nomi diversi, ma se risaliamo alla loro essenza, troviamo che possiamo chiamare
entrambi animali, cio possiamo dar loro un nome comune. Se, procedendo ulteriormente, ci chiediamo che cosa, poi, significhi animale per ciascuno di essi, scopriamo di
usare questo termine con la stessa accezione per entrambi i casi, cio come sostanza animata (o vivente) dotata di sensazione. Lanimale ha, differentemente dalle piante, oltre che la vita vegetativa, anche quella sensitiva. Uomo e bue, cio, risultano sinonimi,
perch vengono chiamati entrambi animali, e perch vengono entrambi definiti attraverso la nozione di animale31. Animale, cio, si predica sia di uomo sia di bue, perch il
genere cui sia la specie uomo sia la specie bue appartengono. Questo esempio, che Aristotele propone, non risulta casuale, alla luce di quanto seguir nei capitoli successivi;
come vedremo, infatti, esso introduce gi ai discorsi seguenti.
Come osserva Sainati, La sinonimia di due termini si misura esclusivamente dalla
loro capacit di ricevere una comune determinazione predicativa essenziale e di accogliere pertanto il nome e la definizione di tale comune predicato. Ma ci, per
lappunto, significa che questa sinonimia di termini reciprocamente impredicabili , in
ultima istanza, una sinonimia indiretta o mediata, che presuppone una pi originaria e
radicale sinonimia di ciascuno di quei termini con ledoj, che di essi si predica essenzialmente32.
La sinonimia la cifra attraverso la quale si esprimono i rapporti tra specie e genere.
[] il genere e la specie sono sinonimi33.
Si pu anche esaminare se il genere e la specie non siano sinonimi: in realt il genere si
predica di tutte le specie secondo una designazione sinonima34.

29

Categorie 5, 3 b 7-8.
(sunnuma gr n ej kat tonoma lgoj). Cfr. anche Topici VIII 13, 162 b 37 - 163
a 1 (n toj sunwnmoij ka n soij t noma ka lgoj t at shmaine).
31 Pesce, Aristotele. Categorie, p. 21.
32 V. Sainati, Storia dellOrganon aristotelico, vol. I: Dai Topici al De Interpretatione, Firenze
1968, p. 173.
33 Topici IV 3, 123 a 28.
34 Topici IV 6, 127 b 5-6.
30

39

Tutti i generi si predicano in forma sinonimica delle specie, poich queste ricevono tanto il nome quanto il discorso definitorio dei generi35.

Sono sinonimi anche la specie e gli individui in essa compresi


[] Dal momento che la specie e loggetto che vi compreso sono sinonimi36.

4. I paronimi
4.1. Caratteristiche dei paronimi
Sono dei paronimi le realt che traggono la loro denominazione da qualcosaltro,
differenziandosi, per, da questa quanto alla terminazione37.
Come sottolinea Simplicio38, il caso dei paronimi si trova, per cos dire, a met strada
tra gli omonimi e i sinonimi, in quanto partecipa e manca, nello stesso tempo, di alcune
delle caratteristiche di entrambi. Facendo riferimento allesempio che porta Aristotele, il
nome e la definizione di grammatica (grammatik), intesa come scienza, e di
grammatico ( grammatikj), inteso come individuo che possiede tale scienza, non
sono gli stessi in assoluto, ma neppure sono completamente diversi tra loro. Sul piano
linguistico, essi hanno, infatti, una radice comune, ma differiscono nella desinenza; sul
piano ontologico, il grammatico, cio luomo che conosce la scienza della grammatica, viene detto tale perch a lui pu essere attribuita, appunto, la conoscenza della
grammatica; in altre parole, deriva il suo nome dalla scienza che possiede. I paronimi, in
qualche modo, esprimono linerenza di una certa caratteristica a una sostanza39.
35

Topici II, 2, 109 b 6-7. Cfr. Confutazioni Sofistiche 5, 167 a 24 ss.


Topici VIII, 4, 154 a 18 ss.
37 Si tenga presente che la paronimia intesa in senso aristotelico ben distante da quella intesa
nel senso a noi contemporaneo. Per noi, infatti, la paronimia una sorta di sinonimo del malapropismo - termine derivato dallinglese malapropos (a sua volta derivato dal francese mal
propos) che significa inappropriato e in appropriatamente -, che consiste nello scambio,
voluto o accidentale, di parole somiglianti nella forma, ma diverse nel significato. Cfr. G. Basile, Le parole nella mente: relazioni semantiche e struttura del lessico, Prefazione di Tullio De
Mauro, Franco Angeli, Milano 2001, p. 68. Nonostante la differenza si significato tra la paronimia aristotelica e la paronimia cos come viene intesa oggi, resta forse la scelta traduttiva migliore quella di rendere il termine greco con un calco italiano (cos Oehler, Tricot, Ackrill, Pesce, Zanatta), per non cadere negli equivoci persino peggiori cui conducono rese quali derivativi o denominativi. Come scrive Owens, The doctrine of being in the Aristotelian Metaphysics p. 330: Paronimo pu essere mantenuto perch non ha un ruolo nella riflessione
metafisica, e perch il suo uso non comune tanto da ostacolare la comprensione del preciso
senso aristotelico. Derivativo in questo caso si riferirebbe esclusivamente alle parole, non alle
cose. Denominativo, allo stesso modo, concerne solo i termini.
38 Simplicio, In Cat., 37, 1-10.
39 Secondo N. Kretzmann - A. Kenny - J. Pinborg (eds.), The Cambridge History of Later Medieval Philosophy. From the Rediscovery of Aristotle to the Disintegration of Scholasticism
(1100-1600), Cambridge University Press, Cambridge 1982, tr. it. di P. Fiorini, La logica nel
Medioevo, Jaca Book, Milano 1999, p. 41, i paronimi sono intesi come [] derivati dalle corrispondenti forme astratte: bianco da bianchezza, grammatico da grammaticalit, giusto da giustizia e cos via. Sulla riflessione intorno ai paronimi del Medioevo, si vedano J.
Jolivet, Vues mdievales sur les paronymes, Revue Internationale de Philosophie 113
(1975), pp. 222-242; D. P. Henry, The De grammatico of St. Anselm: Theory of Paronymy, Publications in Mediaeval Studies, 18, University of Notre Dame Press, Notre Dame (NT) 1964.
36

40

Tre sono le condizioni che Porfirio40 annovera affinch qualcosa possa essere riconosciuto come paronimo:
1. Partecipazione della realt: deve esserci qualcosa di cui la realt in questione partecipa;
2. Partecipazione del nome: deve esserci un nome del quale la realt in questione partecipa;
3. Cambiamento della forma grammaticale: il nome, se applicato alla realt, deve differire in qualche modo nella forma grammaticale.
Seguendo Porfirio, anche Simplicio41 sostiene che tre condizioni sono necessarie affinch si dia un paronimo:
1. lesistenza della realt da cui il paronimo dovrebbe trarre la propria origine;
2. il nome di tale realt;
3. la diversit della desinenza o del caso (ptsij).
Per quel che concerne la terza condizione, e cio la diversit della desinenza (ptsij), si tenga presente che il termine greco ptsij si trova ampiamente usato nei Topici42 per indicare qualsiasi tipo di variazione delle parole ottenuta attraverso la modificazione della terminazione43. Il termine ptsij infatti, spiega Simplicio, non indica solo
ci che per noi sono i cinque casi della declinazione, ma tutte le desinenze che derivano
da un nome, quale che sia la loro formazione (schmatismj): in questo modo,
lavverbio andrewj (coraggiosamente) una ptsij di ndreoj (coraggio); un caso maschile pu derivare da un sostantivo femminile, come, ad esempio, il termine
grammatikj (grammatico, lindividuo che possiede la grammatica) da grammatik,
(la grammatica in quanto scienza); un caso femminile pu derivare da un sostantivo
maschile, come, ad esempio, Alexndreia (Alessandria) deriva da Alxandroj (Alessandro)44. In tutte queste situazioni - aggiunge Simplicio45 - si parla di ptsij in quanto
vi si verificano gli stessi cambiamenti che avvengono nei casi pi propriamente intesi,
attraverso simili trasformazioni (metaschmatismj) delle desinenze46.
Tenendo presenti le distinzioni operate da Porfirio e da Simplicio, possiamo affermare di essere in presenza di paronimi nel caso in cui tutte e tre le condizioni siano rispettate. Coraggioso (ndreoj), lesempio addotto da Aristotele, sicuramente un
paronimo perch rispetta le tre condizioni: esiste il coraggio, di cui tutte le cose coraggiose partecipano; e tutte le cose dette coraggiose partecipano del suo nome, dal momento che vengono dette coraggiose da coraggio (ndrea), con un cambiamento
nella forma della desinenza (ndrea termina in -a, mentre ndreoj termina in -oj).
Se una delle tre condizioni non si realizza, non siamo in presenza di paronimi. Affinch si possa parlare di paronimi, infatti, le tre condizioni elencate, infatti, devono verificarsi tutte e tre insieme. Esplicativo , in questo senso, il caso della donna che partecipa dellarte della musica (tj mousikj tecnj metecousa) e viene, pertanto, chia40

Porfirio, In Cat., 69, 30-70, 5.


Simplicio, In Cat., 37, 7-10.
42 Cfr. ad esempio i luoghi Topici I 15, 106 b 29 e 107 a 1.
43 Cfr. Topici II 9, 114 a 37-38: dikaiosnh, dkaioj, dkaion, dikawj.
44 Aristotele usa il termine ptsij in senso talmente ampio, da usarlo, in alcuni casi, per indicare persino il modo sillogistico (cfr. Analitici Primi I, 26, 1)
45 Cfr. Simplicio, In Cat., 37, 16-18.
46 Cfr. Porfirio, In Cat., 69, 20-29; Boezio, In Cat., 167 A. Questultimo rende il termine greco
tecnico metaschmatismj con il termine latino transfiguratio. Cfr. M. Chase, Simplicius. On
Aristotle Categories 1-4, p. 121 n. 388.
41

41

mata musica (mousik), non per al modo della paronimia - poich non viene realizzata la terza condizione, ma in quello dellomonimia. Infatti, anche se sono realizzate le
prime due condizioni, non si potr dire che siamo in presenza di un caso di paronimia in
quanto le due parole hanno esattamente la stessa desinenza. Si tratter, piuttosto, di omonimia, poich il nome lo stesso, ma la definizione corrispondente a ciascun nome
diversa. Abbiamo, invece, un paronimo nel caso di un uomo che partecipa dellarte della
musica: questo viene infatti detto musico (mousikj) da musica (mousik), e ci
soddisfa tutte e le tre le condizioni della paronimia: partecipazione della cosa, partecipazione del nome, cambiamento della forma grammaticale.
In alcuni casi, pu capitare che non si realizzi la seconda condizione: la partecipazione del nome. Ad esempio, una persona viene detta moralmente retta (spoudaoj) in
quanto partecipa della virt (ret); la virt la cosa di cui la persona partecipa, ma,
poich non c partecipazione nel nome, non si tratta di un caso di paronimia.
4.2. La partecipazione del nome come conseguenza della partecipazione della realt
A differenza dellomonimia e della sinonimia, che sembrano far intravedere connessioni ontologiche, la paronimia stata, per lo pi, considerata un rapporto puramente
linguistico tra termini in cui luno deriva dallaltro. Questa considerazione, tuttavia, non
pu esaurire tutto ci che si trova nel testo aristotelico. Anche nel caso dei paronimi, Il
nome [] viene posto a confronto non gi con un contenuto mentale, ma con la sostanza stessa della cosa designata. Si tratta di quella prospettiva realistica, propria della filosofia antica e in particolare del pensiero di Platone e di Aristotele, secondo cui il piano
del linguaggio rimanda a quello del pensiero e questo, a sua volta, al piano della realt47.
Come giustamente osserva Simplicio48, Aristotele, nella sua presentazione dei paronimi, nomina esclusivamente la seconda e la terza condizione, e cio la partecipazione
del nome e la diversit della desinenza, ma chiaro che queste due condizioni, entrambe
situate su un livello esclusivamente linguistico, ne presuppongono una ulteriore, e propedeutica a queste, che riguarda laspetto ontologico. Questo risulta manifesto se si
guarda agli esempi che Aristotele stesso presenta: il grammatico ( grammatikj)
non partecipa esclusivamente del nome della grammatica (grammatik), dal quale
deriva il proprio nome, ma partecipa anche, anzi in primis, della grammatica stessa cio conosce la scienza della grammatica; proprio perch partecipa della scienza della
grammatica, infatti, deriva da questa la propria denominazione. Lo stesso vale nel caso
del coraggioso. La lingua si serve dellaggettivo sostantivato il coraggioso (
ndreoj) per indicare un individuo che ha coraggio (ndrea), e cio per esprimere, in
modo semplice, il possesso, da parte di un individuo, della virt del coraggio. Appare,
cos, che i paronimi siano s fenomeni linguistici, ma che servano a esprimere dei fatti,
delle relazioni tra realt diverse49.
Come spiega Kahn, la paronimia un tipo di relazione che implica quattro elementi:
due realt A e B, cui corrispondono due nomi A e B, tali che luno, B, abbia un nome
47

Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 19.


Cfr. Simplicio, In Cat., 37, 25-30.
49 Questa affinit linguistica tra aggettivo e sostantivo ha, come noto, un posto importantissimo nella genesi della dottrina platonica delle idee e della partecipazione. Bench la soluzione
aristotelica sia diversa, essa egualmente realistica (Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 21 n.
9).
48

42

simile a quello di A, da cui differisce, tuttavia, per la desinenza morfologica50. La paronimia, dunque, non pu essere relegata a un ambito meramente linguistico, in quanto
la determinazione dalla quale il paronimo viene denominato [] primariamente una
cosa e solo secondariamente una cosa con un nome51.
I paronimi pongono unulteriore questione: poich si tratta di termini che traggono la
loro origine da altri, ci si potrebbe chiedere come si fa a riconoscere quale sia
lelemento primario da cui, poi, segue il paronimo. Come suggerisce Simplicio52, ci
che primo per natura lelemento primario da cui deriva il paronimo: ad esempio, il
fondatore di una citt anteriore rispetto alla citt fondata, e la citt fondata anteriore
rispetto ai cittadini che vi abitano; di conseguenza, da Alessandro (Alxandroj) deriva
Alessandria (Alexndreia), e da Alessandria (Alexndreia) deriva Alessandrino (Alexndrej). In questo senso, chiaro il riferimento ontologico che alla base della relazione della paronimia. Diversamente da quanto accade per gli omonimi e i sinonimi,
la paronimia una relazione asimmetrica e non biunivoca, in quanto il termine anteriore
per natura non interscambiabile con quello che segue: se A paronimo di B, B non
paronimo di A53.
Tra i paronimi si annoverano - afferma Porfirio54 - anche i patronimici, i comparativi,
i superlativi e i diminuitivi.

4.3. Indagine lessicografica: la presenza della paronimia nel Corpus Aristotelicum


Lo spazio che Aristotele dedica alla trattazione della paronimia piuttosto circoscritto allinterno del Corpus. Si possono riscontrare solo 19 occorrenze del lemma parnumoj, 17 nella forma avverbiale parwnmwj, e 2 nella forma parnuma, quasi tutte
concentrate nello scritto delle Categorie. Lavverbio parwnmwj occorre 6 volte nelle
Categorie, 3 volte nei Topici e una sola volta nellEtica Eudemia. La forma parnuma
si trova una volta nelle Categorie e una volta in Fisica55.
Oltre alla frase di questo Capitolo 1 delle Categorie,
Paronime (parnuma), infine, si dicono le cose che vengono nominate in base a un
certo nome da cui, per, differiscono per la terminazione56.

in cui compare laggettivo sostantivato neutro plurale parnuma, allinterno di questa


stessa opera si parla di nuovo della paronimia nei Capitoli 6, 8 e 9. Gli esempi che vengono portati da Aristotele per presentare i paronimi nel Capitolo 1 sono, come si visto,
quello del grammatico (che deriva da grammatica) e quello del coraggioso (che
deriva da coraggio). Similmente, nellEtica Eudemia, si legge:
[] laudace ( qrasj) si dice in modo paronimo (parwnmwj) per laudacia (par
t qrsoj)57.

50

Cfr. Ch. H. Kahn, Questions and Categories, ed. by H. Hiz, vol. I, Dordrecht-Boston 1978, p.
273.
51 Zanatta, Aristotele. Le categorie, p. 404.
52 Simplicio, In Cat., 37, 32-38,1.
53 Zanatta, Aristotele. Le categorie, p. 404.
54 Porphiry, Ad Gedalium, fr. 34, p. 44 Smith.
55 Cfr. R. Radice - R. Bombacigno, Aristoteles. Con CD-ROM (Lexicon 3), Biblia, Milano 2005.
56 Categorie 1, 1 a 12-15.
57 Etica Eudemia III, 1028 a 35-36.

43

Come per gli esempi riportati nelle Categorie, colui che possiede laudacia deriva sinonimicamente la sua denominazione dal termine della determinazione che possiede differendone, per, nella desinenza. In tutti questi casi, la paronimia esprime linerenza di
una qualit, nella fattispecie una virt58, a una sostanza prima, cio a un individuo che la
possiede59.
In questo stesso senso, e cio come rapporto tra una qualit e una sostanza qualificata, il concetto di paronimia viene pi volte richiamato nel Capitolo 8.
Qualit (Poithtej), quindi, sono quelle che abbiamo detto; qualificate (poi), invece,
sono le cose che vengono paronimicamente (parwnmwj) in modo conforme ad esse,
o in qualsiasi altro modo (derivano, dipendono) da esse. Nella maggior parte dei casi,
quindi, e anzi quasi in tutti, queste si dicono paronimicamente (parwnmwj): luomo
bianco ( leukj), ad esempio, deriva dalla bianchezza (p tj leukthtoj), e il
grammatico ( grammatikj) dalla grammatica (p tj grammatikj), e il giusto (
dkaioj) dalla giustizia (p tj dikaiosnhj), e cos in tutti gli altri casi.

Il senso chiaro: nella maggioranza dei casi, anzi, quasi in tutti i casi, le realt qualificate derivano la loro denominazione in modo paronimico dalle qualit che le determinano. Torna lesempio del grammatico, gi presente in Categorie 1, 1 a 14, cui si aggiungono altri due esempi, diversi da quello del coraggioso (il secondo esempio presente
in Categorie 1, 1 a 15): luomo bianco si dice in modo paronimico in riferimento alla
qualit della bianchezza che gli inerisce; il giusto si dice in modo paronimico in riferimento alla virt della giustizia che gli inerisce.
Tale rapporto di paronimia, si diceva, sussiste in quasi tutti i casi, anche se non in tutti. Come spiega Aristotele, infatti,
In alcuni casi, tuttavia, poich non si hanno dei nomi per le qualit, esse non possono
dirsi paronimicamente (parwnmwj) da queste. Ad esempio, il corridore o il pugile
vengono chiamati cos per una attitudine naturale, e non perch derivano paronimicamente (parwnmwj) il loro nome da qualcosa. Non si hanno, infatti, dei nomi per le
qualit in virt delle quali questi si dicono qualificati, come, invece, nel caso delle
scienze, in virt delle quali vengono detti, a seconda della disposizione, pugili o atleti.
Si dice, infatti, scienza del pugilato e scienza della ginnastica, dalle quali coloro che
hanno queste disposizioni derivano paronimicamente (parwnmwj) il proprio nome. A
volte, per, anche se si ha un nome <per la qualit>, ci che viene qualificato in virt di
questa non vi deriva paronimicamente (parwnmwj) il proprio nome: luomo retto, ad
esempio, non deriva dalla virt. Luomo retto ( spoudaoj) si dice tale perch possiede la virt, ma non trae il proprio nome paronimicamente (parwnmwj) dalla virt
(p tj retj). Questo, tuttavia, non accade in molti casi. Sono, dunque, dette qualificate le cose che traggono il proprio nome dalle qualit che abbiamo detto (suddette)
in maniera paronimica (parwnmwj) o in qualunque altro modo60.

Sono qui illustrati due casi di realt qualificate che non derivano la loro denominazione
in modo paronimo dalla qualit che inerisce loro.
1. In un primo caso, capita che le realt qualificate facciano riferimento ad una
specie di qualit che non costituisce n una virt n una scienza, ma
unattitudine o una capacit naturale che non ha un nome61. Ad esempio, il corridore ( dromikj) o il pugile ( puktikj) vengono detti tali perch ineri58

Sulla sussunzione delle virt sotto la categoria di qualit, si veda la trattazione del Capitolo 8,
Infra, pp. ***.
59 Sul rapporto di inerenza in riferimento alla sostanza prima, si veda la trattazione del Capitolo
5, Infra, pp. ***.
60 Categorie 8, 10 a 27 - 10 b 11.
61 Sui diversi tipi di qualit, si veda la trattazione del Capitolo 8, Infra, pp. ***.

44

sce loro una attitudine naturale, e non perch derivano paronimicamente (parwnmwj) il loro nome dalla capacit naturale che posseggono.
2. Altre volte, invece, capita che la qualit di riferimento abbia un nome, ma la realt qualificata non prenda la sua denominazione da essa. questo il caso
delluomo moralmente retto ( spoudaoj), il quale si dice tale perch possiede
la virt (ret), ma non deriva da questa il suo nome.
Questi due casi - sottolinea Aristotele - non accadono spesso, per cui, per lo pi, giusto dire che le realt qualificate si dicono in modo paronimico rispetto alle qualit che
ineriscono loro. In questa prospettiva, la paronimia diventa la cifra mediante la quale si
esprime linerenza di una determinazione qualitativa a una sostanza. Paronimo, quindi,
qualcosa cui appartiene una certa qualit, dal nome della quale deriva la propria determinazione: coraggioso, ad esempio, qualcuno che possiede la qualit del coraggio e
dal nome di tale qualit deriva la propria qualificazione. Paronimo, in questo senso,
uno pokemenon cui inerisce la virt del coraggio. Come spiega Ackrill62, coraggio e
coraggioso, in ultima istanza, stanno ad indicare la stessa identica cosa; la differenza
consiste nel fatto che, mentre il termine coraggio serve ad nominarla, laggettivo coraggioso serve a predicarla di qualcosa o qualcuno. Su questa stessa linea di pensiero sembra situarsi anche lApostle63, secondo il quale Aristotele sembra considerare il paronimo come un nome di qualcosa di composto che deriva dal nome di qualcosa di semplice. Ad esempio, coraggioso indica un composto, e cio un individuo che possiede la
qualit del coraggio; coraggio, invece, indica la qualit stessa, e non predicabile di un
composto, cio di un individuo che possieda tale qualit. Nel caso dei paronimi, non abbiamo pi, come nel caso degli omonimo e dei sinonimi, delle coppie di realt che avevano o lo stesso nome, ma delle entit uniche il cui nome deriva dal nome di qualcosaltro. Un derivato non pu essere pi separato da ci da cui deriva: esso forma, infatti, col primo una serie coordinata64.
Sorge unaporia: Zanatta65 scrive che il rapporto di paronimia si verifica primariamente tra il sostantivo ed il corrispondente aggettivo, avendo essi in comune la radice e
differendo nella desinenza; di modo che esso costituisce il presupposto dottrinale sul
quale Aristotele pone la distinzione tra la sostanza e la qualit, e costituisce un primo
avvio per lo studio delle categorie. Ora, a parte il fatto che questo mi sembra non possa
valere in tutti i casi, in quanto il bianco come sostantivo che significa il colore (leukn)
e laggettivo bianco (leukj) che usiamo per designare luomo che possiede tale colore
sono paronimi e sono entrambi ascrivibili alla categoria della qualit, il dubbio pi
grande sorge nel momento in cui provo a pensare allaggettivo umano (anqrpeiosj): in quanto paronimo, secondo lo Zanatta, dovrebbe essere una qualit, ma
chiaro che fa riferimento ad una sostanza (seconda). forse per questo tipo di problema
che Aristotele ha introdotto, nella sua tavola delle categorie, il concetto di sostanza seconda, la quale, secondo quel che lAutore stesso afferma, sta a significare una sostanza
di una certa qualit?
La paronimia, tuttavia, non esprime esclusivamente i rapporti tra la categoria della
qualit e quella della sostanza. Questo viene manifestamente espresso nel Capitolo 7, in
cui si legge:
62

Ackrill, Aristotles Categories and De Interpretatione, p. 73.


Apostle, Aristotles Philosophy of Mathematics, pp. 52 e ss.
64 Cfr. Topici II 9, 114 a 35.
65 Cfr. Zanatta, Aristotele. Le categorie, p. 402.
63

45

Le posizioni dritta ( nklisij), supina ( stsij) e seduta ( kaqdra) sono posizioni determinate, e la posizione rientra nei relativi. Invece, lo stare seduti (t
na<kl>esqai), lo stare supini (stnai) e lo stare sdraiati (kaqsqai), in s, non
sono posizioni (qseij), ma si dicono in maniera paronimica (parwnmwj) a partire
dalle posizioni dette66.

La posizione sempre la posizione assunta da qualcuno, quindi sempre posizione di


qualcuno67 e, pertanto, rientra nella categoria dei relativi68. E relative sono, di conseguenza, anche le posizioni determinate: quella eretta, quella supina, e quella seduta. Da
queste tre posizioni derivano, in maniera paronimica, lo stare seduti, lo stare supini e lo
stare sdraiati, che, per, non sono delle posizioni, e quindi non rientrano nella categoria
dei relativi, ma fanno parte della categoria del giacere, e cio dellessere in una certa
posizione (kesqai). Lo stesso concetto torna nel passaggio di raccordo annesso a Categorie 9:
Abbiamo parlato anche del giacere nella trattazione dei relativi, affermando che si dice
in modo paronimo (parwnmwj) a partire dalle posizioni69.

Attraverso la paronimia, allora, non si esprime esclusivamente una sostanza che viene
determinata dallinerenza di qualcosa che appartiene alla categoria della qualit, ma si
pu esprimere anche un rapporto che interessa due categorie entrambe estranee alla categoria della sostanza. C un rapporto di paronimia, infatti, tra lessere in determinate
posizioni e le posizioni stesse. In questa prospettiva, presenta dei dubbi laffermazione
di Simplicio70 per cui la maggior parte dei paronimi cade sotto la stessa categoria di cui
fa parte la realt di cui partecipano: ad esempio, il qualificato (t poin) rientra nella
categoria della qualit ( poithj). Tale affermazione vale per la paronimia che interessa la categoria della sostanza in rapporto a quella della qualit, ma non vale per la paronimia che interessa la categoria del giacere in rapporto a quella della relazione. Ma, forse, si pu continuare a sostenere la posizione di Simplicio se si accetta che i paronimi
che interessano la categoria della qualit siano molti di pi rispetto a quelli che interessano la posizione71.
4.4. Paronimia e nesso prj n
Intorno al concetto di paronimia sorta una questione, sulla quale molti studiosi sono
intervenuti: si tratta del rapporto tra la paronimia e il nesso prj n, secondo il quale il
rapporto tra il paronimo e il termine primario sarebbe come una specie di partecipazione. Presentano questo tipo di lettura: Oehler, Apostle, Ross, The Categories, in Aristotles Metaphysics, vol. I, Oxford 1924, Introduction; J. Hirschberger, Paronymie und
Analogie bei Aristoteles, in Philosophisches Jahrbuch LXVIII (1960), pp. 191-203; J.
Hintikka, Aristotle and the Ambiguity of Ambiguity, Inquiry 2, 1959, pp. 137-151; G.
Patzig, Die Aristotelische Sillogistik. Logisch-philologische Untersuchungen ber das
Buch A der Ersten Analytiken, Gttingen 1959. Una discussione specifica tra gli studi66

Categorie 7, 6 b 11-14.
Cfr. Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 60 n. 8.
68 Per la trattazione dei relativi, si veda il commento al Capitolo 7 delle Categorie, Infra, pp.
***.
69 Categorie 9, 11 b 10-11.
70 Cfr. Simplicio, In Cat., 38,5-10.
71 Uno scenario diverso si trova in Topici II, 109 b 4-7; 109 b 7-11; 111 a 33 - 111 b 8. Cfr. anche Fisica, 207 b 5-11.
67

46

osi sorta intorno alluguaglianza nella forma delle due determinazioni: la paronimia e
il nesso prj n. Si vedano, a proposito, i seguenti studi: G. E. L. Owen, Logic and
Metaphysics in some earlier Works of Aristotle, in Aristotle and Plato in the MidFourth Century, ed. by I .Dring and G. E. L. Owen, Gteborg 1960, pp. 163-190; W.
Hamlyn, Focal meaning, Proceedings of the Aristotelian Society N. S. LXVIII (1978),
pp. 1-18; E. K. Specht, ber die primre Bedeutung der Wrter bei Aristoteles,
Kantstudien LI (1959/60), pp. 102-113; H. Wagner, ber das aristotelische pollacj legmenon t n, in Kantstudien LIII (1960/61), pp. 75-91; F. Brentano, Von
der mannigfachen Bedeutung des Seienden nach Aristoteles, Freiburg im Breisgau
1862, rist. Darmstadt 1960 e Hildesheim 1963; trad. it. Sui molteplici significati
dellessere secondo Aristotele, prefazione, introduzione, traduzione dei testi greci, progettazione e impostazione editoriale di G. Reale, traduzione del testo tedesco e indici di
S. Tognoli, Vita e Pensiero, Milano 1995; K. Kahn, Questions and Categories, pp.
227 ss.

5. Problematiche sorte intorno al primo capitolo delle Categorie


5.1. La presunta assenza di polionimi ed eteronimi
La presentazione, in questo primo capitolo delle Categorie, delle tre tipologie di rapporto tra nomi e definizioni dellessenza riferiti agli enti, denominate rispettivamente
omonimia, sinonimia, paronimia, ha fatto sorgere delle questioni che hanno coinvolto
gli ermeneuti fin dallantichit.
Porfirio72 si chiede come mai le tipologie presentate da Aristotele siano solo tre. Egli
spiega infatti che, poich ogni cosa, secondo quanto affermato da Aristotele stesso, possiede sia un nome sia una definizione (horismos) o descrizione (hypograph), si vengono a creare quattro tipi di relazione tra nome e definizione/descrizione. Il primo tipo
quello che si ha per le cose che hanno sia lo stesso nome sia la stessa definizione/descrizione e, in questo caso, siamo in presenza di sinonimia. Il secondo tipo si verifica quando due cose hanno lo stesso nome, ma la definizione/descrizione diversa nei
due casi: si tratta dellomonimia. Risultano, poi, sempre secondo Porfirio, altre tipologie
di relazione che Aristotele non prende in considerazione. Ci sono, infatti, cose che hanno in comune la definizione/descrizione, ma non il nome, che invece diverso: si parla,
in questo caso, di polionimia. Quando, invece, le cose non hanno in comune n il nome
n la definizione, si ha leteronimia. A questi quattro tipi di relazione - spiega Porfirio va aggiunto un quinto caso, quello della paronimia, per cui una cosa deriva da unaltra
la sua radice, ma ne differisce quanto alla desinenza. Si tratta di un caso particolare rispetto agli altri in quanto il nome degli enti che vi vengono posti in relazione non n
identico n totalmente diverso (la radice la stessa, ma la terminazione diversa). La
risposta di Porfirio , come ci si aspetterebbe, che Aristotele parla esclusivamente di
omonimi, sinonimi e di paronimi, lasciando da parte polionimi ed eteronimi, perch di
questi ultimi non avr bisogno nella successiva discussione.
Secondo la testimonianza di Simplicio73, Boezio riporta che Speusippo74 aveva adottato una divisione capace di sussumere tutti gli enti designati da un nome sotto le due
grandi categorie di tautonimi - quelli designati dallo stesso nome - e di eteronimi - quelli
72

Cfr. Porfirio, In Cat., 38-39, 15-35.


Cfr. Simplicio, In Cat., 38, 19-24.
74 Cfr. Fr. 34a Lang.
73

47

designati da nomi diversi -. Dei tautonimi alcuni sono omonimi - quelli che hanno lo
stesso nome, ma una definizione diversa, altri sinonimi - quelli che hanno sia lo stesso
nome sia la stessa definizione. Degli eteronimi, alcuni sono eteronimi in senso stretto,
altri polionimi, altri ancora paronimi. Secondo Boezio, Aristotele avrebbe derivato la
sua divisione da quella di Speusippo. Il fatto che Aristotele abbia mutuato la riflessione
intorno alle relazioni tra espressione linguistica (noma) e determinazione
dellessenza (lgoj) dallambiente accademico viene sottolineato anche da Krmer,
secondo il quale Il metodo della distinzione dei significati, di cui si serve continuamente lanalisi dellessere della filosofia prima aristotelica, quando spiega la molteplicit dei
significati delle parole n, osa o rc, di origine dialettica. Esso in stretta relazione con la distinzione fra lespressione linguistica (noma) e la determinazione
dellessenza (lgoj) che si trova nella dialettica platonica e come tale stato di conseguenza sistematicamente fissato nellAccademia con una elencazione sistematica dei
differenti tipi (sinonimia, omonimia, polionimia, paronimia, eteronimia); e Aristotele
attinge, appunto, a questa tipologia75. Lo Stagirita, tuttavia, pur rifacendosi alla distinzione accademica, la mutua trasformandola criticamente; in lui, infatti, scompaiono la
polionimia e leteronimia. Se queste ultime comparissero in altri luoghi aristotelici, sarebbe inevitabile chiedersi come mai nelle Categorie non vengano citate; ma se, come
di fatto , Aristotele non le menziona mai, perch non le ha accolte nel suo pensiero in
quanto non pongono difficolt intorno alla comprensione dei significati.
5.2. Lordine di presentazione
Poich il caso dei sinonimi, che convengono sia nel nome sia nella definizione/descrizione, sembra pi chiaro e semplice di quello dellomonimia, Porfirio si chiede
come mai Aristotele inizi la trattazione di questo primo capitolo partendo dagli omonimi e non piuttosto dai sinonimi. La risposta del filosofo neoplatonico che lomonimia
viene trattata per prima perch un concetto fondamentale in Aristotele, dal momento
che, da un lato, lessere stesso omonimo, e, dallaltro, le stesse predicazioni (katgoriai, categorie) vengono dette omonimicamente predicazioni di ci di cui sono predicate76. In Dessippo77 si trova solo la seconda parte della risposta, relativa alle predicazioni, che Porfirio d allobiezione; Simplicio78 attribuisce la stessa risposta a Giamblico, dal quale sia lui sia Dessippo sembrano dipendere.

75

H. Krmer, Platone e i fondamenti della metafisica. Saggio sulla teoria dei principi e sulle
dottrine non scritte di Platone, Vita e Pensiero, Milano 1982, 2001 , p. 226.
76 Cfr. Boezio, 166 C.
77 Cfr. Dessippo, In Cat., 17, 20-30.
78 Cfr. Simplicio, In Cat., 23, 25 - 24, 5.
6

48

Capitolo Secondo

Dirsi di un soggetto ed essere in un soggetto

Tn legomnwn t mOn kat sumplokn lgetai, t dO neu sumplokj. t mOn


on kat sumplokn, oon nqrwpoj trcei, nqrwpoj nik: t dO neu sumplokj, oon nqrwpoj, boj, trcei, nik.
[20] Tn ntwn t mOn kaq' pokeimnou tinj lgetai, n pokeimnJ dO
oden stin, oon nqrwpoj kaq' pokeimnou mOn lgetai to tinj nqrpou, n
pokeimnJ dO oden stin: t dO n pokeimnJ mn sti, kaq' pokeimnou dO
odenj lgetai, - n pokeimnJ dO lgw n tini m j mroj [25] prcon
dnaton cwrj enai to n stn, - oon tj grammatik n pokeimnJ mn
sti t yuc, kaq' pokeimnou dO odenj lgetai, ka t t leukn n
pokeimnJ mn sti t smati, - pan gr crma n smati, - kaq'pokeimnou
dO odenj lgetai: t dO kaq' pokeimnou te [1 b 1] lgetai ka n pokeimnJ
stn, oon pistmh n pokeimnJ mn sti t yuc, kaq' pokeimnou dO
lgetai tj grammatikj: t dO ote n pokeimnJ stn ote kaq'pokeimnou
lgetai, oon tj nqrwpoj tj [5] ppoj, - odOn gr tn toiotwn ote n
pokeimnJ stn ote kaq' pokeimnou lgetai: - plj dO t toma ka kn
riqm kat' odenj pokeimnou lgetai, n pokeimnJ dO nia odOn kwlei
enai: gr tj grammatik tn n pokeimnJ stn.

Delle cose che si dicono, alcune si dicono secondo connessione, altre senza connessione. Sono dette secondo connessione cose come, ad esempio, luomo corre, luomo
vince, mentre sono dette senza connessione cose come, ad esempio, uomo, bue,
corre, vince.
[20] Delle realt, alcune si dicono di un soggetto, ma non sono in un soggetto. Ad
esempio, uomo si dice di un soggetto, cio di un determinato uomo, ma non in nessun soggetto. Altre, invece, sono in un soggetto, ma non si dicono di nessun soggetto.
Dico in un soggetto ci che, appartenendo a qualcosa, non per come una sua parte,
[25] impossibile che sussista separatamente da ci in cui . Ad esempio, un certo tipo
di grammatica in un soggetto, cio nellanima, ma non si dice di nessun soggetto, e un
determinato bianco in un soggetto, cio nel corpo - ogni colore, infatti, in un corpo -,
ma non si dice di nessun soggetto. Altre cose ancora si dicono di un soggetto [1 b 1] e
sono in un soggetto. Ad esempio, la scienza in un soggetto, cio nellanima, e si dice
di un soggetto, cio della grammatica. Altre cose, infine, non sono in un soggetto e neppure si dicono di nessun soggetto, come, ad esempio, un determinato uomo o un determinato [5] cavallo: nessuno di questi, infatti, in un soggetto n si dice di alcun soggetto. In breve, gli individui e ci che numericamente uno non si dicono di nessun soggetto; nulla, per, impedisce che alcuni di essi siano in un soggetto. Una determinata
grammatica, infatti, in un soggetto.

Sommario
Il capitolo pu essere suddiviso in due parti.
I. Nella Prima Parte (1 a 16-19), Aristotele divide le cose che vengono dette in due
grandi gruppi: quelle che si dicono secondo connessione (luomo corre, luomo vince) e quelle che si dicono senza connessione (uomo, bue, corre, vince).
II. Nella Seconda Parte (1 a 20 - b 9), Aristotele procede alla divisione delle realt in
quattro gruppi:
1. [1 a 20-22] Realt che si dicono di un soggetto, ma non sono in un soggetto. Ad
esempio, essere umano si dice di un determinato essere umano, ma non in nessun
soggetto.
2. [1 a 23-30] Realt che sono in un soggetto, ma non si dicono di nessun soggetto.
Ad esempio, un certo tipo di grammatica in un soggetto, cio nellanima, ma non si
dice di nessun soggetto; similmente, un determinato bianco in un soggetto, cio nel
corpo, ma non si dice di nessun soggetto.
3. [1 b 1-2] Realt che sono dette di un soggetto e sono in un soggetto. Ad esempio,
la scienza in un soggetto, cio nellanima, e si dice di un soggetto, cio della grammatica.
4. [1 b 3-5] Realt che non sono dette di un soggetto e non sono in un soggetto. Ad
esempio, un determinato uomo o un determinato cavallo.

1. I legmena e la loro connessione


1.1. I legmena: realt significate o espressioni significanti?
Nella prima parte di questo capitolo, Aristotele divide in due gruppi le cose che
vengono dette (Tn legomnwn): quelle che si dicono secondo connessione e quelle
che si dicono senza connessione. Queste ultime saranno poi divise in dieci categorie1.
Gi nellantichit lespressione Tn legomnwn suscit un ampio dibattito: ci si chiedeva se dovessero essere intesi come le cose espresse dal lgoj o, piuttosto, le espressioni
significanti del lgoj. Simplicio2 complessifica ulteriormente il quadro delle possibili
interpretazioni dei legmena, affermando che essi potrebbero essere letti in quattro sensi diversi:
1. come le realt (prgmata) su cui vertono i discorsi, quindi le realt in quanto espresse dalle parole;
2. come le nozioni (nomata) che riguardano le cose, i concetti che fanno riferimento a delle realt;
3. come le espressioni (lxij) significanti;
4. come qualsiasi tipo di espressione, anche quelle senza significato, le quali, pur
non avendo un corrispettivo nella realt, cionondimeno, possono essere proferite.
Seguendo lautorit di Alessandro di Afrodisia, Simplicio si pone a favore
dellinterpretazione dei legmena intesi non come le realt significate, ma come le espressioni significanti, espressioni, cio, considerate precisamente nella loro propriet
fondamentale di significare la realt3. E il fatto che i legmena debbano essere interpre-

Cfr. Categorie 4, 1 b 25-27.


Cfr. Simplicio, In Cat., 41, 6-15.
3 Cfr. Simplicio, In Cat., 10, 8-9; 41, 21-28.
2

50

tati secondo la lettura abbracciata da Simplicio sembra confermato dal fatto che, poco
pi avanti, Aristotele dir:
Ciascuna delle cose che si dicono senza connessione indica (shmanei) o una sostanza
o una quantit o una qualit o una relazione o un luogo o un tempo o una posizione o
un avere o un fare o un subire4.

I legmena senza connessione indicano, esprimono, significano delle realt; se fossero


stati delle realt essi stessi, non si sarebbe detto che indicano, esprimono, significano
delle realt, ma, piuttosto, che lo sono. Inoltre, la differenza che Aristotele pone tra le
realt espresse dalle parole e i legmena che si riferiscono alla realt appare chiara
allinizio della seconda parte del Capitolo 2, in cui Aristotele divide in quattro gruppi
non pi i legmena, ma gli nta5, e cio gli enti, le realt, le cose, considerate in quanto
espresse dalle parole.
Interagiscono, sullo sfondo della riflessione aristotelica, almeno quattro livelli:
1. quello ontologico, il piano delle realt, dei prgmata e degli nta;
2. quello logico, il piano dei concetti (nomata) che hanno sede nellintelletto e che
hanno come riferimento le realt;
3. quello linguistico, il piano delle parole, delle cose che si dicono (legmena);
4. quello pi propriamente verbale, il piano delle fnai.
Questi livelli non sono tra loro separati, ma pienamente comunicanti. Le realt significate dalle espressioni e le espressioni significanti la realt sono, in ultima analisi, un
tuttuno, dal momento che vige, nel pensiero aristotelico, un sostanziale isomorfismo di
pensiero, linguaggio e realt. Le cose dette, i legmena, aprono una via che va al cuore
della natura delle cose; ed la natura delle cose stessa ad esprimerle. Essere peripatetici significa attenersi attentamente ai modi in cui si dicono le cose e sforzarsi di rispondere al dirsi delle cose nei modi che rendono giustizia a ci che stato detto. Questa abitudine a radicare il pensiero nelle cose si chiama respons-abilit (responseability). La metodologia peripatetica, in quanto legomenologia, la pratica filosofica
della respons-abilit ontologica orientata verso e attenta al dirsi delle cose. La responsabilit ontologica entra in gioco ogni qual volta inizia ad essere articolata lespressione
delle cose6.
1.2. La connessione (sumplok)
I legmena, si diceva, possono essere detti secondo connessione oppure senza connessione. Il termine connessione (sumplok), qui usato da Aristotele, era stato gi
usato da Platone (forse il primo ad averlo usato nel senso in cui lo usa in questo passo lo
Stagirita), nel Sofista7, insieme al termine snqesij8. In questo passo, il filosofo ateniese spiega, per bocca dello Straniero di Elea, che Perch [] un gruppo di parole si costituisca come discorso o proposizione (avente un significato e suscettibile di essere vera o falsa), necessario che adempia la regola sintattica di connettere almeno un nome e
un verbo. Platone non nega che le singole parole che formano una stringa di nomi o di
4

Categorie 4, 1 b 25-27.
Cfr. Categorie 1 a 20.
6 C. P. Long, Aristotle on the Nature of Truth, Cambridge University Press, New York 2011, p.
7.
7 Cfr. Platone, Sofista, 261 D - 263 B.
8 Cfr. Platone, Sofista, 263 D. Questo stesso termine ricorre anche in Cratilo, 431 C 1 per indicare la proposizione come composizione di nomi e verbi.
5

51

verbi abbiano un significato ciascuna per s, ma ritiene che esse, sia assunte singolarmente sia nella loro successione, non concludono qualcosa, non sono complete, non
esprimono reali stati di fatto. Si d luogo ad un discorso informativo, avente senso compiuto, soltanto combinando, in una proposizione, parole dei due diversi tipi9. Il discorso apofantico si forma dallintreccio ben ordinato di nomi, che indicano enti, e di verbi,
che indicano lessere o lagire di un ente. Platone intende mostrare che una proposizione
non una lista sconnessa di nomi o di verbi, ma il risultato dellordinata combinazione
di un sostantivo, che indica un ente, e di un verbo, che indica unazione10. La sumplok
non , quindi, un qualsiasi tipo di connessione, di unione, di composizione tra parole,
ma precisamente quella connessione che ci permette di poter attribuire verit o falsit
allenunciato costituito.
Possiamo ritrovare questa stessa linea di pensiero nel De Interpretatione.
[] il falso e il vero consistono nellunione (snqesin) e nella separazione
(diaresin). In s considerati, i nomi (nmata) e i verbi (mata), infatti, assomigliano alla nozione (nomati) che non ha n unione n separazione, come, ad esempio,
uomo o bianco, quando mancano delle precisazioni: in tal caso, non si d n falsit
n verit11.

I nomi e verbi, presi in se stessi, quando non siano n congiunti n separati da nulla, sono delle semplici nozioni che prescindono dal vero e dal falso12. Nel Capitolo 4 Aristotele, dopo aver presentato le dieci categorie e aver addotto degli esempi per ciascuna di
esse, spiega:
Ciascuna delle suddette cose, considerata per se stessa, non rientra in nessuna affermazione. attraverso la connessione reciproca di esse che si ha laffermazione. Ogni affermazione, infatti, appare vera oppure falsa, mentre nessuna delle cose che si dicono
senza connessione vera oppure falsa, come, ad esempio, uomo, bianco, corre, vince13.

Nelle dieci categorie, rientrano le cose dette senza connessione, le quali, pertanto, prescindono dalla suscettibilit di verit o di falsit. Perch si dia un enunciato suscettibile
9

G. Movia, Apparenze, essere e verit. Commentario storico-filosofico al Sofista di Platone,


Vita e Pensiero, Milano 1991, 1994 , pp. 433-434.
10 Per una trattazione analitica di questo tema nel Sofista di Platone, si veda Movia, Apparenze,
essere e verit, pp. 431-437.
11 De Interpretatione 1, 16 a 12-16.
12 Ogni termine degli enunciati, se separato e considerato per se stesso, un nome, nel senso
che fissa un preciso riferimento noetico. In questo senso, la cosa vale anche per i verbi. La giustificazione di questa tesi, come sottolinea Sadun Bordoni, Linguaggio e realt in Aristotele,
p. 82, viene addotta da Aristotele in un breve inciso presente in De Interpretatione 2, 16 b 2021: I verbi (mata), in quanto tali, detti per s (kaqat legmena), sono dei nomi e significano qualcosa (nmat sti ka shmanei ti) - infatti, chi li dice arresta il suo pensiero
(tn dinoian), e chi li ascolta acquieta il proprio. Il fermarsi dellintelletto, [] nel flusso
sensibile del linguaggio, dunque presentato come indizio della presenza di un nome, e perci
dellindicazione di un oggetto (Sadun Bordoni, Linguaggio e realt in Aristotele, p. 82).
Nomi e verbi rappresentano concetti (nomata): [] un nema risulta [] proprio il riferimento a un oggetto, atto nel quale lanima si arresta, cio coglie un tutto in s concluso, non insaturo, come un predicato, e lo esprime tramite un nome (o un rhma in quanto nome): possiamo anzi dire che la funzione della parola consiste nel fissare, in unentit oggettiva e partecipabile qual essa , questo riferirsi dellanima a un dato, colto come un oggetto unitario (Sadun
Bordoni, Linguaggio e realt in Aristotele, p. 83).
13 Categorie 4, 2 a 5-10.
2

52

di verit o di falsit, per, non basta che si dia ununione di termini, qualsiasi essa sia,
seppur dotata di significato. La connessione deve essere posta precisamente tra un nome
e qualcosa che indichi lessere o lagire.
[] becco-cervo significa s qualcosa, ma non indica ancora qualcosa di vero o di
falso, se non stato aggiunto lessere o il non-essere con una determinazione assoluta o
temporale14.

Non tutte le unioni di termini danno luogo ad un discorso suscettibile di verit o falsit.
Se, invece, creiamo un collegamento tra nome e verbo, tra un soggetto e un predicato, e
affermiamo o neghiamo qualcosa di qualcosaltro, allora, attraverso latto del giudizio,
abbiamo unenunciazione o proposizione. Il vero e il falso nascono con il giudizio. Questo, infatti, esprime sempre affermazione o negazione, ed quindi vero (se congiunge
ci che realmente congiunto o disgiunge ci che realmente disgiunto) oppure falso
(se congiunge ci che non realmente congiunto o disgiunge ci che non realmente
disgiunto)15.
Non ogni discorso (lgoj) dichiarativo (poqntikj), ma solo quello in cui sussiste
unenunciazione vera oppure falsa. Tale enunciazione non sussiste certo in ogni discorso: la preghiera, ad esempio, un discorso, ma non risulta n vera n falsa16.

Non a tutti i tipi di discorso competono il vero o il falso, ma esclusivamente a quelli dichiarativi, apofantici. Tali discorsi, dai quali, come si visto, ad esempio esclusa la
preghiera, pertengono non alla retorica e alla poetica, ma solamente a quellambito superiore (logico-ontologico) che ha appunto a che fare col vero e col falso17.
Tornando al testo delle Categorie, chiaro che Aristotele intende per connessione
(sumplok) non un qualsiasi tipo di collegamento tra parole, ma precisamente, nel senso tecnico spiegato nel De Interpretatione, lintreccio ordinato di soggetti e predicati,
che d origine a un enunciato, di senso compiuto. Ci risulta maggiormente chiaro dagli
esempi, in cui si connettono dei nomi (uomo) con dei verbi (corre, vince), formando un discorso dichiarativo.
Secondo quanto rileva Pesce, la distinzione aristotelica tra cose dette secondo connessione e cose dette senza connessione alquanto grossolana, perch frettolosa18; e
aggiunge che, come nota anche Boezio, cose dette secondo connessione sono anche espressioni come, ad esempio, o Socrate o Platone. In risposta al rilievo di Pesce, si
deve osservare che, da un lato, essendo le Categorie un testo esoterico non destinato alla pubblicazione, il suo Autore non pu essere tacciato di frettolosit, e, dallaltro, che
chiaro che alcune parti del discorso, anche se separate, risultano ancora dotate di significato, come, ad esempio, uomo oppure animale terrestre bipede - una definizione
che, in quanto tale, costituisce ununit semantica -, ma queste non costituiscono ancora

14

De Interpretatione 1, 16 a 16-18.
Cfr. Metafisica E 4, 1027 b 20-23: Il vero laffermazione di ci che realmente congiunto
e la negazione di ci che realmente diviso; il falso, invece, la contraddizione di questa affermazione e di questa negazione.
16 De Interpretatione 4, 17 a 2-4.
17 A. Cazzullo, La verit della parola. Ricerca sui fondamenti filosofici della metafora in Aristotele e nei contemporanei, Jaca Book, Milano 1987, rist. 1992, pp. 178-179.
18 Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 24 n. 2.
15

53

un giudizio, il quale nasce, come abbiamo visto, solo dallintervento di una sumplok19.
Dessippo20 pone la questione per cui alcuni hanno criticato la divisione aristotelica in
cose dette con connessione e cose dette senza connessione, in quanto non tutte le cose
rientrerebbero in uno di questi gruppi: quelluomo cammina, ad esempio, non sarebbe
detto con connessione perch manca di una congiunzione grammaticale; uomo e bue, a loro volta, non sarebbero senza connessione perch anche i nomi stessi possiedono
un certo tipo di connessione, di lettere e di sillabe. A questo problema, Dessippo risponde che coloro che sollevano tale aporia considerano la connessione come unespressione
che comporta necessariamente una congiunzione grammaticale, seguendo, in questo
modo, luso Stoico21. Aristotele, invece, userebbe il termine sumplok da un lato in
senso pi ampio, indicando con esso la modalit di connessione delle parti di un discorso apofantico, dallaltro, in senso pi stretto, escludendo la combinazione di lettere e sillabe allinterno di ogni singola parola. Porfirio22 spiega che le cose possono essere dette
con connessione in due modi: o tramite una congiunzione coordinante, come, ad esempio, nel caso di Socrate e Platone, oppure in unespressione in cui i termini connessi
siano luno laccidente dellaltro, come, ad esempio, nel caso in cui intendiamo connettere il camminare a Socrate senza usare congiunzioni grammaticali e diciamo Socrate
cammina.
1.3. Le cose dette secondo connessione
Gli esempi portati da Aristotele in riferimento alle cose dette secondo connessione si
limitano ad associare dei nomi e dei verbi. Noi possiamo constatare, tuttavia, che il linguaggio pu associare, ad esempio, anche:
1. un nome e un aggettivo (luomo bianco);
2. due nomi in modo da dare vita a un nome composto23 (i peplegmna);
3. una preposizione e un luogo24.
Il primo caso pu rientrare nel discorso apofantico, qualora sia omesso il verbo essere,
sia in senso copulativo sia in senso esistenziale, dal momento che, in quel caso,
lenunciato sarebbe suscettibile di verit o di falsit. Il secondo caso quello illustrato
nel De Interpretatione, sopra citato25: un nome composto pu s significare qualcosa,
ma non indica ancora qualcosa di vero o di falso, se non vi viene aggiunta unazione
oppure lessere o il non-essere attraverso una determinazione assoluta o temporale. Nel
19

Cfr. De Interpretatione 5, 17 a 8-15: Il primo discorso dichiarativo, che sia unitario,


laffermazione; in seguito viene la negazione. Ogni altro discorso invece unitario per un collegamento. del resto necessario, che ogni discorso dichiarativo derivi da un verbo o da una flessione del verbo; in realt, anche il discorso definitorio delluomo, quando non sia stato aggiunto
, o era, o sar, o qualcosa di simile, non risulta ancora un discorso dichiarativo. Per tale
ragione, inoltre, lespressione animale terrestre bipede, costituisce ununit, e non invece una
molteplicit. Essa risulter una, in realt, non certo per il fatto che i suoi termini siano stati enunciati in una successione immediata.
20 Cfr. Dessippo, In Cat., 22, 12-25.
21 Cfr. il termine sumplektikos sundesmos in Crisippo, SVF 2.207.
22 Cfr. Porfirio, In Cat., 71, 4-15.
23 Cfr. De Interpretatione 2, 16 a 23-24.
24 Cfr. Categorie 4, 2 a 4-7.
25 Cfr. De Interpretatione 1, 16 a 16-18. Cfr. Supra, p. ***.

54

caso dei nomi composti per s considerati, come anche nel caso delle definizioni, costituite s da pi termini, ma formanti comunque ununit, tuttavia, non abbiamo a che fare
con enunciati di cui possiamo stabilire la verit e la falsit, come accade per la proposizione formata da un sostantivo e da un verbo26. Il terzo caso quello proprio di espressioni che indicano complementi di stato in luogo, quali gli esempi portati da Aristotele
rispettivamente per la categorie del dove: al Liceo27, in piazza28. Tali espressioni,
pur essendo costituite da pi termini, sono considerate come unitarie perch solo in
quanto considerate insieme costituiscono una determinazione di luogo, e si riferiscono,
quindi, ad una sola categoria29.
Ammonio30 fa notare come lordine delle classificazioni che Aristotele sta presentando non siano casuali. Egli collocherebbe le cose dette secondo connessione prima di
quelle dette senza connessione in modo da menzionare per ultime quelle cui interessato e che andr ad analizzare (e saranno divise in dieci categorie). E, nel momento in cui
vengono elencati degli esempi per le cose dette senza connessione, Aristotele sarebbe
attento a presentare prima due nomi in sequenza e poi due verbi in sequenza in modo da
non dare la possibilit al pubblico di associare un nome con un verbo, pensando, cos,
che si tratti di cose dette con connessione. Tale annotazione potrebbe risultare interessante come testimonianza che il testo delle Categorie uno scritto esoterico formato da
appunti di lezioni orali. Nel testo greco, infatti, i termini degli esempi sono separati da
segni di interpunzione e leventuale possibilit di associare il nome con il verbo sarebbe
stata minima; nelloralit, invece, il problema si sarebbe presentato in tutta la sua importanza.
Simplicio, prima di seguire la stessa spiegazione data da Ammonio, e accolta da Filopono, propone due giustificazioni diverse al fatto che Aristotele nomini prima le cose
dette con connessione e poi quelle senza connessione. In una prima ipotesi, le cose con
connessione sarebbero quelle sensibili, composte; le cose senza connessione, invece, sarebbero i principi delle cose sensibili, i quali sono semplici. Questa motivazione, tuttavia, deve essere sembrata poco pertinente allo stesso Simplicio; basti pensare al fatto
che, nelle dieci categorie che Aristotele elenca, ha posto la sostanza prima, cio la sostanza composta, individuale. In una seconda ipotesi, Aristotele intenderebbe presentare
le cose semplici come negazione di quelle che si dicono con connessione, e una negazione non pu essere adeguatamente conosciuta se non si conosce prima ci di cui ,
appunto, negazione.

2. I quattro gruppi di realt


Subito dopo aver operato una distinzione tra le cose dette secondo connessione e le
cose dette senza connessione, Aristotele presenta una quadruplice classificazione degli
enti, che si rivela molto importante per lo studio della dottrina delle categorie e, in particolare, della sostanza.

26

Cfr. Categorie 4, 2 a 4-7.


Categorie 4, 2 a 1.
28 Categorie 4, 2 a 1-2.
29 Cfr. Zanatta, Aristotele. Le categorie, p. 416.
30 Cfr. Ammonio, In Cat., 24, 15-21.
27

55

Simplicio31 riporta che questa parte era stata considerata poco coerente con quanto
Aristotele aveva trattato nei paragrafi precedenti, e, per questo motivo, le Categorie sarebbero state viste come una mera raccolta di appunti. Simplicio non affatto daccordo
con una simile considerazione, dal momento che, a suo avviso, poich lo scopo di Aristotele quello di trattare espressioni semplici e generali che significano realt semplici
e generali, si tratterebbe di un ottimo ordine espositivo far precedere la divisione delle
realt nel massimo numero possibile (sembra, infatti, che fosse impossibile trovare un
numero di gruppi maggiore di dieci; in altri luoghi, Aristotele elenca un numero minore
di categorie, ma mai presenta un numero maggiore32) da una divisione nel minor numero possibile, cio in un numero di gruppi pi piccolo possibile, che potesse, per, ricomprendere tutte le realt. I quattro gruppi, inoltre, potrebbero essere ricompresi in una
divisione dicotomica: da una parte, ci che autosussistente e non ha bisogno di
nullaltro per esistere; dallaltra, ci che pu esistere solamente in altro. In questo modo,
si avrebbero persino delle simbologie numeriche che formerebbero un quadro perfetto:
la decade sarebbe contenuta nella tetrade, e la tetrade sarebbe contenuta nella diade33.
2.1. Dirsi di ed essere in: predicazione e inerenza
Subito dopo aver operato una distinzione tra le cose dette secondo connessione e le
cose dette senza connessione, Aristotele presenta una quadruplice classificazione degli
enti, che si rivela molto importante per lo studio della dottrina delle categorie e, in particolare, della sostanza.
Prima di osservare in che cosa consista, pi precisamente, ognuno dei quattro gruppi,
occorre, subito, notare come questa tetrarchia dellessere risulti dalla combinazione di
due modi fondamentali di connettere i termini tramite sumplok, e cio quelli che Aristotele chiama dirsi di e essere in. Poich Aristotele il primo filosofo ad usare
queste due locuzioni in senso tecnico, attribuendo loro un particolare significato, era necessario che egli chiarisse cosa esse indicassero precisamente34.
Dirsi di e essere in sono due tipi di predicazione: il dirsi di un soggetto indica
qualcosa che detto, che, appunto, viene predicato di un soggetto (kaq/pokeimnou),
ed esprime precisamente qualcosa che appartiene allessenza del soggetto; lessere in
indica il caso di qualcosa che presente, o inerente, in un soggetto, e che non potrebbe
esistere separatamente da ci in cui 35: per questa inseparabilit dal sostrato in cui , e,
dunque, limpossibilit di sussistere al di l di esso, questo tipo di predicazione proprio delle determinazioni accidentali. Sulla differenza tra dirsi di e essere in, data
limportanza della questione, torner nei capitoli seguenti. Qui, tuttavia, per capire la
distinzione aristotelica, ed anche per comprendere da dove le categorie derivino il
31

Cfr. Simplicio, In Cat., 44, 1-17.


Due sono le liste delle categorie che Aristotele presenta nelle sue opere. Luna, di dieci categorie, presente in Categorie 4, 1 b, e, quasi identica, anche in Topici I, 9, 103 b; laltra, di otto
categorie, presente in Metafisica D 7, 1017 a 25. Cfr. D. A. Badareu, Les catgories dAristote,
Revue Roumaine des Science Sociales. Srie Philosophique et Logique, 8 (1964), pp. 127142.
33 Secondo Simplicio, In Cat., 51, 3-4, Aristotele avrebbe ripreso la divisione in dieci generi dai
Pitagorici.
34 Cfr. Simplicio, In Cat., p. 65.
35 Spiega Aristotele in Categorie 1 a 24-26: Dico in un soggetto ci che, esistendo in qualcosa non come sua parte, impossibile che sia separato da ci in cui .
32

56

proprio nome, mi sembra opportuno un richiamo agli Analitici posteriori. Lo Stagirita


spiega che cosa si intenda precisamente con il concetto di kathgoren (predicare,
aggiungere ad un termine un predicato), da cui la parola categorie deriva, ed assumerebbe, dunque, il significato di predicati. Il passo mi sembra importante e credo sia
utile leggerlo quasi integralmente, poich contiene molti aspetti che incontreremo di
nuovo nel corso nel corso dellanalisi delle Categorie.
effettivamente possibile dire, secondo verit, che ci che bianco cammina, che un
dato oggetto grande legno, e , per un altro verso, che il legno grande, che luomo
cammina. Ad essere precisi, tuttavia, altro lesprimersi nel primo modo, altro
lesprimersi nel secondo. In realt, quando dico che ci che bianco legno, intendo
riferirmi al fatto che ci che cui accaduto di essere bianco legno, ma non voglio affermare che ci che bianco sia il sostrato del legno. [] Quando, invece, dico che il
legno bianco, [] il legno il sostrato, precisamente ci che diventato bianco, senza essere nullaltro se non proprio ci che legno, oppure proprio ci che un certo legno. Se occorre che noi fissiamo normativamente il senso delle parole, chiamiamo
dunque predicazione (kathgoren) questo secondo tipo di riferimento, e non designiamo in alcun modo il primo tipo con il nome di predicazione, o almeno parliamo in
tal caso non gi senzaltro di predicazione, bens di predicazione per accidente (kat
sumbebhkj kategoren)36.

Aristotele ci sta dicendo che, quando parliamo, nella vita di tutti i giorni, ci avvaliamo, inconsapevolmente, di due tipi di predicazione, cio di due modi di connettere un
predicato ad un termine: possiamo, infatti, ad esempio, dire ci che bianco legno
oppure il legno bianco. Se andiamo ad analizzare il significato di queste due espressioni, ci accorgiamo che esse, in realt, stanno ad indicare la stessa cosa. Per, quando
io affermo ci che bianco legno, non intendo dire il legno sia un accidente che si
predica del bianco, che, cio, il bianco sia un qualcosa che esista per s, come sostrato,
cui pu accadere di essere legno; intendo, invece, dire che quel dato oggetto che vedo
bianco un legno, e cio, pi propriamente: quel legno bianco. Quel che chiaro
che Aristotele sta prendendo in considerazione quei tipi di predicazione che consentono
di connettere delle determinazioni accidentali a dei sostrati (un accidente, infatti, ha
sempre bisogno di inerire ad una sostanza37); questo, linguisticamente, pu essere fatto
interscambiabilmente nei due modi che abbiamo appena visto, ma, a voler essere precisi, il secondo modo lunico corretto. Si tratta di una maggiore precisione formale nel
comporre una proposizione, che riflette, in maniera migliore, ci che accade realmente
nelle cose. Se io intendo predicare la determinazione qualitativa accidentale bianco di
un legno, sar molto pi precisa se, nella frase, assegner a questultimo il ruolo di soggetto, poich, nella realt dei fatti, esso si presenta come il sostrato che accoglie
laccidente. Il sostrato dovrebbe avere sempre il ruolo di soggetto, mentre gli accidenti
dovrebbero avere sempre il ruolo di predicati. Questo non significa affatto che, allora, il
primo modo di predicazione sia da espungere come scorretto e traviante. Aristotele
sempre molto attento al modo comune di pensare e di esprimersi; le sue analisi, volte a
portare il linguaggio ad una sempre maggiore consapevolezza del contatto con la realt,
non vogliono, in alcun modo, andare a sostituire le espressioni che vengono quotidia36

Analitici secondi I 22, 83 a 1-17 (corsivo mio).


Cfr. Analitici secondi I 22, 83 a 24-28: Inoltre, ci che esprime la sostanza ci che esprime
la cosa stessa o una certa determinata cosa della quale si predica; invece, ci che non esprime la
sostanza, ma si dice di qualcosaltro che un sostrato, il quale non n uguale a quello n uguale ad una determinazione di quello, sono accidenti, come, per esempio, il bianco detto
delluomo.

37

57

namente usate e che si rivelano improprie, ma aiutano a capire i rapporti tra le regole
che vigono nel linguaggio e quelle che vigono nelle cose. Aristotele non dice, dunque,
che una frase del tipo quella cosa che bianca legno non deve essere usata, ma deve
essere sostituita, in un linguaggio formalizzato, dalla pi corretta il legno bianco38;
egli dice, semplicemente, che, se proprio occorre che fissiamo normativamente il senso
delle parole, solo al secondo enunciato spetta il nome di predicazione (kathgoren),
mentre non possiamo designare la prima affermazione semplicemente con la parola
predicazione (kathgoren), ma, semmai, possiamo parlare di predicazione per accidente (kat sumbebhkj kategoren).
Torniamo ora al testo delle Categorie. Qui Aristotele ci presenta due modi attraverso
i quali possiamo connettere le cose: il dirsi di e lessere in: con il primo (lgetai),
attribuiamo ad un sostrato ci che appartiene alla sua essenza; con il secondo connettiamo una certa determinazione accidentale ad un sostrato, dicendo che essa inerisce a
questo, dal quale non potrebbe essere separata senza cessare di esistere.
Facciamo ora interagire ci che lo Stagirita dice negli Analitici secondi e quanto troviamo nelle Categorie. C un dirsi di (lgetai) che indica sempre una predicazione
essenziale, attribuisce, cio, ad un soggetto un predicato che gli appartiene per essenza.
C, poi, un essere in, che il modo di esistenza degli accidenti, i quali non sussistono
se separati dal sostrato cui ineriscono. Questultimo status, proprio degli accidenti, pu
essere linguisticamente espresso in due modi: attraverso una predicazione (kathgoren),
semplicemente, senza ulteriori specificazioni, se pongo il sostrato come soggetto della
frase (Il legno bianco); oppure attraverso una predicazione per accidente (kat
sumbebhkj kategoren), se pongo, impropriamente, il sostrato nel ruolo di predicato
(Quel bianco legno). Sul rapporto tra analisi logico-linguistica e analisi ontologica
nella trattazione delle Categorie, data limportanza della questione, torner pi diffusamente. Tuttavia, mi sembra opportuno notare, fin da ora, come lo studio aristotelico non
si situi affatto, come alcuni hanno creduto, solo ad un livello linguistico-grammaticale,
ma sia, piuttosto, volto ad evidenziare gli scarti e le aderenze tra i due piani, linguistico
ed ontologico. La predicazione e la predicazione accidentale indicano, sul piano linguistico-predicazionale, il modus existendi degli accidenti, che, al livello ontologico, si presenta come un essere in39.
Sempre continuando a confrontare gli Analitici secondi e le Categorie, possiamo
chiederci: perch, in questultima opera, Aristotele aggiunge un terzo tipo di predicazione, la predicazione essenziale, ai due che abbiamo visto nel primo scritto? La predicazione tout court e la predicazione accidentale possono essere entrambe ricondotte,
38

In un linguaggio formalizzato, una frase del tipo quella cosa che bianca legno deve essere sempre sostituita dalla pi corretta il legno bianco. Nel linguaggio comune, invece, cio
quando si parla quotidianamente, non si tratta di un errore preferire la prima frase alla seconda.
C, dunque, una distinzione tra il linguaggio comune e il linguaggio formalizzato e purificato.
39 Berti, Profilo, p. 69, riferendosi al dirsi di e all essere in, afferma che gli interpreti
hanno indicato il primo tipo di predicazione col nome di predicazione vera e propria, o predicazione essenziale, e il secondo col nome di inerenza, o predicazione accidentale. Questo, alla
luce delle analisi che stiamo conducendo, non risulta completamente corretto. Aristotele chiama,
infatti, predicazione essenziale solo una parte della predicazione, termine con il quale viene indicata anche la predicazione formalizzata delle determinazioni accidentali. La predicazione accidentale, a sua volta, non riveste tutto lambito dell essere in, ma indica solo il modo improprio di esprimere l essere in, ponendo laccidente come soggetto ed il sostrato come predicato.

58

alla luce di quanto si dice nelle Categorie, all essere in; sembrerebbe, pertanto, che
la predicazione, in generale, riguardi soltanto gli accidenti: e, infatti, solo gli accidenti
sono dei veri predicati (kathgorai), tant vero che la predicazione accidentale, in cui
gli accidenti hanno il ruolo di soggetti, stata dichiarata impropria. Le categorie sono,
allora, nientaltro che accidenti? No, perch c un caso in cui perfino la sostanza pu
assumere, questa volta, per, in maniera legittima, e non, come sopra, per accidente, il
ruolo di predicato. Ma non solo per questo, ma anche per il fatto che non pu esistere
(piano ontologico) nessun oggetto che non sottostia a delle categorie nel senso che ogni
realt sta nel tempo, nello spazio, ha certe caratteristiche etc. Sembra che ci sia una contraddizione tra: laccidentalit dellinerenza e la necessit della stessa. In realt, la questione si spiega bene col fatto che se accidentale poniamo che x sia bianco, per necessario che esso abbia una certa qualit e le altre categorie etc.
In realt, infatti, un termine potr essere predicato come sostanza, per esempio come
genere o come differenza di ci di cui si predica (kathgorhqsetai)40.

Il caso in cui il genere, la specie o la differenza specifica, che sono, come vedremo,
sostanze seconde, si predicano di un soggetto, che , a sua volta, sostanza, dar luogo
alla predicazione che abbiamo chiamato essenziale, poich essa non aggiunge una determinazione accidentale al soggetto. Non si tratta, per dirla con Kant, di un giudizio
sintetico, ma indica ci che gi contenuto, per essenza, nel soggetto: si tratta, riprendendo di nuovo Kant, di una sorta di giudizio analitico a priori.
A questo punto, lasciando da parte la predicazione accidentale, valida solo sul piano
linguistico comune, e incapace di dimostrare alcunch se usata allinterno di un sillogismo, soffermiamoci sulla predicazione in generale: questa pu essere predicazione tout
court, se un accidente viene predicato di una sostanza; oppure predicazione essenziale,
se una sostanza (prima) viene predicata di unaltra sostanza (seconda).
E cos, il predicato un termine come bianco, mentre ci di cui si predica qualcosa
un termine come legno. Supponiamo, dunque, che il predicato, rispetto a ci di cui si
predica, si predichi sempre semplicemente, e non gi per accidente: infatti in questo
modo che le dimostrazioni dimostrano. Di conseguenza, quando una sola determinazione si predica di un solo oggetto, essa o immanente allessenza delloggetto, oppure
dichiara che loggetto ha una qualit, o che ha una quantit, o che in una relazione, o
che opera qualcosa, o che subisce qualcosa, o che in un certo luogo, o che in un certo tempo41.

Quando abbiamo a che fare con un predicato (kathgora), questo pu essere o immanente allessenza delloggetto, ed essere, dunque, un predicato essenziale, cio una
sostanza (seconda); oppure pu indicare una determinazione accidentale, ad esempio,
una qualit, una quantit, una relazione, un agire, un patire, un luogo, un tempo. Tutte
queste e la sostanza (seconda) sono, allo stesso titolo, predicati (kathgorai) cio: categorie.
2.2. Quattro gruppi di realt
Dopo aver fatto luce sui significati del dirsi di e dell essere in, occorre, almeno
brevemente, vedere in che cosa consista la divisione in quattro tipi di enti su cui mi sono
soffermata poco fa.

40
41

Analitici secondi I 22, 83 a 39 - b 1.


Analitici secondi I 22, 83 a 17-23.

59

2.2.1. Primo gruppo


Il primo gruppo, come abbiamo visto, comprende gli enti che si dicono di un soggetto, ma non sono in un sostrato. Stando a ci che abbiamo appena osservato riguardo al
dirsi di e allessere in, questi enti, in quanto si dicono di un soggetto, sono predicati
essenziali del soggetto, appartengono, cio, alla sua essenza e possono essere usati per
darne la definizione; in quanto non sono in un sostrato, non indicano determinazioni accidentali. Uomo, ad esempio, si dice di un soggetto, cio di un certo uomo, di un individuo esistente, poich ogni determinato uomo un uomo, cio appartiene essenzialmente
alla specie uomo. Poi, non in nessun sostrato, poich a nessuno capita di essere, accidentalmente, un uomo, ed inoltre uomo non si esaurisce in un singolo uomo, non si identifica con un unico individuo, ma si predica di pi soggetti, cio di tutti gli uomini,
ed , pertanto, separabile dal sostrato di cui si predica. Questo primo gruppo, poich
comprende quegli enti che, in quanto non sono in un sostrato, sono sostanza, e, in quanto si dicono di un soggetto, sono universali (poich si predicano di pi soggetti),
linsieme delle sostanze universali che, come vedremo, sono chiamate da Aristotele, sostanze seconde.
Simplicio42 riporta le obiezioni che Lucio e il suo circolo muovevano al fatto che,
come viene indicato da Aristotele, ci che in un soggetto non in esso come una sua
parte43: se diciamo che gli elementi che completano una sostanza sono parti di quella
sostanza, e che ci che completa lessere di un corpo sensibile il colore, la forma, la
grandezza - un corpo senza colore e senza forma non potrebbe esistere -, allora ci troviamo di fronte allalternativa: o non possiamo affermare che tali elementi sono in un
sostrato, oppure non corretto negare che esse siano nel sostrato in guisa di parti. Porfirio44 avrebbe risolto la questione ponendo due tipi di sostrato45. Un primo significato di
sostrato la materia avulsa dalla qualit (h apoios hul), che per Aristotele la materia in potenza (la potenzialit); il secondo significato, invece, ci che entra
nellessere come qualcosa di comunemente o individualmente qualificato. Nel caso del
primo significato, ogni colore, ogni forma e ogni qualit sono nella materia prima come
in un sostrato, e non come parti di essa: nel secondo caso, invece, non tutte le qualit
sono nel sostrato, ma solamente quelle che non ne completano la sostanza. Ad esempio,
il bianco nel caso della lana in un sostrato; nel caso della neve, invece, non in un sostrato, ma completa la sostanza in guisa di parte. Similmente, il calore una parte della sostanza del fuoco, ma nel ferro come in un sostrato, dal momento che pu comparire e scomparire dal ferro senza per questo implicare la distruzione del ferro stesso. La
risposta di Simplicio alla soluzione porfiriana mi sembra molto pertinente: se in un sostrato solo ci che pu essere aggiunto o tolto a qualcosa, allora Aristotele non sta includendo tutte le categorie entro le due classi dell essere in un sostrato e del non essere in un sostrato, poich, se il non essere in un sostrato indica la sostanza, lessere
in un sostrato non indica tutte le qualit, ma solo quelle avventizie, cosicch non risulterebbero compresi tutti i generi46. Si potrebbe forse dire che le qualit non avventizie,
42

Cfr. Simplicio, In Cat., 48, 1 ss.


Cfr. Plotino, Enneadi VI, 3, 5; P. Moreaux 1984, 537-8; Dessippo 23,17-24.
44 Cfr. Porfirio, Ad Gedalium fr. 55.
45 Cfr. Proclus, In Tim. Vol. I, 387. 5 ss. Diehl, commentario di I. Hadot 1978, 81 ss.
46 Cfr. Simplicio, On Cat., p. 131, n. 515: in realt, Simplicio sbaglia questo punto, perch la
divisione non fallirebbe nel comprendere tutte le categorie, ma nellabbracciare tutte le propriet
che fanno parte di una qualsiasi categoria, in quanto escluderebbe quelle essenziali.
43

60

ma che completano la sostanza, essendo parti di essa, siano esse stesse delle sostanze
(Aristotele stesso afferma che le parti delle sostanze sono, a loro volta, delle sostanze).
Questa potrebbe essere la motivazione per cui Aristotele non chiama la sostanza sostrato, ma ci che non in un sostrato, in modo da poter includervi anche le qualit.
2.2.2. Secondo gruppo
Il secondo gruppo comprende le cose che sono in un sostrato, dunque sono determinazioni accidentali, e che non si dicono di nessun soggetto, dunque non sono predicati
universali, che possono, cio essere connessi a pi cose. Questi enti, in quanto sono in
un sostrato, indicano degli accidenti e, in quanto non si dicono di un soggetto, non sono
comuni, ma particolari. Il secondo gruppo pu essere, allora, detto linsieme degli accidenti particolari. Ad esempio, una certa dottrina grammaticale in un sostrato, cio
nellanima, poich non potrebbe essere separata da questa senza cessare di esistere, ma
non si dice di nessun soggetto, poich essa non un universale predicabile, ma gi essa stessa una particolarizzazione della scienza.
2.2.3. Terzo gruppo
Nel terzo gruppo si trovano le cose che sia sono dette di un soggetto, dunque sono
predicati comuni, sia sono in un sostrato, dunque sono predicazioni accidentali. Si tratta,
pertanto, degli accidenti universali. Ad esempio, la scienza in un sostrato, cio
nellanima, poich non potrebbe esistere una scienza se non ci fosse un sostrato a supportarla, e si dice di un altro soggetto, ad esempio della grammatica, poich la dottrina
grammaticale una particolarizzazione della scienza.
3.2.4. Quarto gruppo
Il quarto gruppo, infine, comprende le cose che n sono dette di un soggetto, dunque
non sono predicati comuni, n sono in un sostrato, dunque non sono determinazioni accidentali: sono, pertanto, sostanze particolari, come, ad esempio, un certo uomo o un
certo cavallo. Esse non sono predicabili e, perci, non possono essere propriamente
chiamate categorie, che in greco vuol dire predicati. Nel linguaggio di tutti i giorni,
tuttavia, pu accadere che siano predicate, ma sempre e solo per accidente (kat sumbebhkj kategoren).
Come sottolinea giustamente Bods47, queste realt hanno la particolarit di poter
essere designate attraverso dei nomi propri, come, ad esempio, Socrate o Bucefalo, qualora si tratti di un essere umano o di un animale domestico. Aristotele, tuttavia, non addita, tra gli esempi, dei nomi propri, e il motivo di questo silenzio risiede nel fatto che
non esistono davvero dei nomi per ciascun individuo, in quanto essi sono esclusivamente convenzionali e attribuiti per scelta48.

47
48

Cfr. Bods, Aristote. Les Catgories, p. 4, n. 3.


Cfr. Metafisica Z 10, 1035 b 2-3: m enai dion noma toj kaq\ kaston.

61

Per avere uno schema dei quattro gruppi appena presentati, riporto la seguente tabella:

gruppo
1.
2.
3.
4.

Essere in
No
(sostanza)
S
(accidente)
S
(accidente)
No
(sostanza)

Dirsi di
S
(universale)
No
(particolare)
S
(universale)
No
(particolare)

62

Capitolo Terzo

Generi subordinati e generi non subordinati

[1 b 10] Otan teron kaq' trou kathgortai j kaq' pokeimnou, sa kat


to kathgoroumnou lgetai, pnta ka kat to pokeimnou hqsetai: oon
nqrwpoj kat to tinj nqrpou kathgoretai, t dO zon kat to nqrpou:
okon ka kat to tinj nqrpou t zon [15] kathgorhqsetai: gr tj
nqrwpoj ka nqrwpj sti ka zon.
tn terogenn ka m p' llhla tetagmnwn terai t edei ka a diafora, oon zou ka pistmhj: zou mOn gr diafora t te pezn ka t pthnn
ka t nudron ka t dpoun, pistmhj dO odema totwn: o gr [20]
diafrei pistmh pistmhj t dpouj enai.
tn d ge p' llhla genn odOn kwlei tj atj diaforj enai: t gr
pnw tn p' at genn kathgoretai, ste sai to kathgoroumnou diafora esi tosatai ka to pokeimnou sontai.

[1 b 10] Quando una cosa si predica di unaltra come di un soggetto, tutto ci che si
dice del predicato si dir anche del soggetto. Ad esempio, uomo si dice di un determinato uomo, e animale si dice delluomo; quindi animale [15] si dir anche di un determinato uomo. Un determinato uomo, infatti, sia uomo sia animale.
Se i generi sono diversi e non subordinati luno allaltro, anche le differenze specifiche sono diverse, come, ad esempio, quelle di animale e di scienza: differenze di
animale sono, infatti, terrestre, volatile, acquatico e bipede, ma nessuna di
queste una differenza della scienza; [20] una scienza, infatti, non differisce dallaltra
perch bipede.
Se, invece, i generi sono subordinati gli uni agli altri, nulla impedisce che le differenze siano le stesse. I generi superiori, infatti, si predicano dei generi inferiori, cosicch
le differenze del predicato lo saranno anche del soggetto.

Sommario
Schematizzando la struttura del ragionamento aristotelico, il capitolo pu essere diviso in tre parti
1. Nella prima parte [1 b 10-15], viene enunciata la regola generale che riguarda la
predicazione del dirsi di: quando una cosa si dice di un soggetto, tutto ci che
si dice del predicato si dir anche del soggetto. Segue un esempio che esprime tale
legge: poich animale si dice di uomo, e uomo, a sua volta, si dice di un determinato uomo, allora anche animale si dir di un determinato uomo e, di fatti,
un determinato uomo sia un uomo sia un animale. Utilizzando lesempio
delluomo e dellanimale, si fatto ricorso a quei tipi di rapporti che intercorrono

tra il genere, i sottogeneri, le specie e le differenze, tra i quali spesso risiede una
relazione di predicazione di tipo dirsi di. Due sono i casi che possono presentarsi.
2. Nella seconda parte del capitolo [1 b 16-20], troviamo il primo caso: se i generi e
i sottogeneri sono diversi e non sono subordinati luno allaltro, anche le differenze specifiche che li riguardano sono diverse; ad esempio, animale e scienza
sono due generi completamente diversi e non sono luno il sottogenere dellaltro;
di conseguenza, le differenze specifiche che riguardano il genere animale, quali,
ad esempio, terrestre, volatile, acquatico e bipede, non sono in alcun modo differenze che possano appartenere al genere della scienza.
3. Nella terza e ultima parte del capitolo [1 b 20-24], viene presentato il secondo caso: se siamo in presenza di uno o pi sottogeneri subordinati allo stesso genere,
pu capitare che le differenze specifiche siano le stesse. In questo caso, infatti, il
genere superiore si predica del sottogenere, di modo che le differenze del predicato risulteranno essere differenze anche del soggetto.

1. La regola della predicazione


Nel presente capitolo, Aristotele presenta la norma che regola la predicazione, e cio
il rapporto del dirsi di presentato e illustrato nel capitolo appena precedente. Infatti,
dopo aver precedentemente distinto linerenza e la predicazione, in questa sezione, Aristotele analizza i rapporti che si vengono a istaurare tra gli elementi legati dalla relazione del dirsi di un soggetto, la predicazione che caratterizza la relazione tra specie e
genere.
Il verbo greco qui utilizzato per dirsi di kathgoresqai (essere imputabile, essere
predicato, affermato, asserito), seguito dal complemento kat tinoj (a qualcosa), ed
un altro modo di esprimere quel dirsi di qualcosa (lgesqai kat tinoj) di cui Aristotele ha parlato sopra. Entrambe le espressioni possono indicare lattribuzione di un
qualsiasi semplice predicato1. In questo caso, per, il verbo indica non un predicato
semplice, ma precisamente un predicabile, e cio uno dei cinque predicabili, cos come
Porfirio li intese e li present nella sua Isagoge: genere, specie, differenza, proprio e
accidente2. Questo risulta evidente dallaggiunta dellespressione j kaq\pokeimnou
(predicarsi di un soggetto).
La regola generale che riguarda la predicazione del dirsi di un soggetto la seguente: quando una cosa si dice di un soggetto, tutto ci che si dice del predicato si dir
anche del soggetto. La stessa regola esposta, con delle variazioni, nei Topici:
[] il genere, infatti, si predica di tutto ci che cade sotto la medesima specie3.

Nel passo delle Categorie, Aristotele non fa espressamente ricorso ai concetti di genere
e specie come nei Topici e non dice specificatamente che il genere, che si dice della
specie, si dice anche del soggetto individuale - ad esempio, poich animale, che indica
un genere, si dice di uomo, che indica una specie, e uomo si dice di un determinato
1

Cfr. Categorie 2 a 31-32, 2 b 31, 3 a 1-2.


cfr. Porphyre, Isagoge, texte grec, traduction franaise en vis--vis, texte latin, introduction et
notes par A. de Libera, Vrin, Sic et Non , Paris 1998, p. XX.
3 Topici IV 1, 120 b 19-20, t gr gnoj kat pntwn tn p t at edoj. Cfr. anche
Topici IV 2, 122 a 5-6.
2

64

uomo quale Callia, allora animale si dir anche di Callia -, ma indica, pi in generale, che ci che si dice del predicato si dir anche del soggetto. Nei Topici Aristotele
presenta un caso specifico; qui osserva che qualsiasi tipo di attribuzione che riguardi
lessenza (genere, specie, differenza specifica) si applichi al predicato, si applicher anche al soggetto. Il dato importante che la regola vale solo nel caso di predicati immanenti allessenza. Non ha peso, pertanto, lobiezione presentata da Ammonio4, secondo
la quale se vero che ci che si dice del predicato si dice anche del soggetto, e poich
genere si predica di animale e animale di uomo, allora anche genere si predicher di uomo. La risposta allobiezione che questo non affatto ci che intende dire Aristotele, il quale pensa a ci che si dice del predicato come a ci che gli viene attribuito come caratterizzante la sua essenza. Infatti, se qualcosa viene predicato di un
predicato in maniera accidentale, in nessun modo esso potr anche essere detto del soggetto. Genere, infatti, viene predicato accidentalmente e relativamente di animale, e
non in quanto appartiene allessenza di esso. Si tratta, dunque, della tipologia di attribuzione illustrata come dirsi di nella sezione precedente. La legge cio che qui si enuncia vale soltanto per il caso della predicazione essenziale e non per quello della predicazione accidentale5.
Il solo esempio portato da Aristotele per illustrare la regola generale appena presentata riguarda esseri sostanziali, e cio elementi che appartengono alla categoria della sostanza. Uomo, che indica la specie, si dice di un determinato uomo, cio di un individuo, ad esempio Callia o Socrate; animale, che indica il genere, si dice di uomo. Animale si dir, quindi, anche di un determinato uomo. Un determinato uomo,
infatti, sia uomo, in quanto appartenente a questa specie, sia animale, in quanto appartenente a questo genere6.
Bods7 ricorda come ci si sia lungamente posti linterrogativo se la conclusione presentata in Categorie 1 b 14 sia effettivamente logicamente cogente. Si tratta della conclusione (C si dice di A) di due premesse (la maggiore: B si dice di A, e la minore: C si
dice di B), in cui il termine medio B si dispone diametricalmente da sinistra a destra
come nel sillogismo di prima figura. Ci si , tuttavia, chiesti se tale conclusione, valida
dal punto di vista logico, fosse altrettanto vera dal punto di vista ontologico e se
lespressione predicarsi di qualcosa come di un soggetto fosse transitiva e avesse lo
stesso significato in ognuno dei passaggi del ragionamento logico. La subordinazione
della specie al genere, infatti, un tipo di relazione particolare, diversa, ad esempio, dalla relazione di un elemento con una qualsiasi collettivit. In questo caso, tuttavia, sia per
quanto riguarda la specie sia per quanto riguarda il genere, dirsi di un soggetto ha nei
due casi lo stesso significato. Animale designa ununit generica che si attribuisce
alluomo e ad altre specie, analogamente al modo in cui uomo designa ununit specifica che si attribuisce a un determinato uomo e ad altri individui della stessa specie. E
lindividuo risulta essere sia uomo sia animale non perch appartiene a due collettivit
separate, di cui luna pi ristretta (la specie) e laltra pi ampia (il genere), ma in quanto
sono esse stesse subordinate luna allaltra, e che la definizione di uomo (animale razio4

Ammonio, In Cat., 31, 1-12.


Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 28, n. 1.
6 [] nella definizione, basta fermarsi al genere prossimo, in quanto in questo sono gi necessariamente inclusi tutti gli altri generi sotto cui quello prossimo viene sussunto (Pesce, Aristotele, Categorie, p. 28, n. 2).
7 Cfr. Bods, Aristote, Les Catgories, p. 83, n. 8.
5

65

nale) contiene quella di animale (corpo vivente). Questo concetto ben espresso nei Topici:
infatti necessario che i discorsi definitori dei generi si predichino della specie e degli
oggetti che partecipano della specie8.

1.1. I generi non subordinati


Primo caso che Aristotele prende in considerazione: se i generi e i sottogeneri sono
diversi e non sono subordinati luno allaltro, anche le differenze specifiche che li riguardano sono diverse. Animale e scienza, ad esempio, sono due generi completamente
diversi e non sono luno il sottogenere dellaltro. Le differenze specifiche9 che riguardano lanimale, quali, ad esempio, terrestre, volatile, acquatico e bipede, non sono, pertanto, in alcun modo differenze che possano appartenere alla scienza. Le linee 1 b 16-17
(tn... pistmh) si leggono, con una variante (tern genn a posto di terogenn),
in Topici I, 15, 107 b 19-2010. Nel passo delle Categorie, i generi vengono considerati in
senso relativo, in quanto con il termine genere vengono intesi anche il sottogenere e
la specie superiore11, altrimenti non si capirebbe in quale modo un genere, inteso in
senso stretto, potrebbe essere subordinato a un altro genere. Generi e specie si pongono
entro due limiti estremi: quello superiore dei generi sommi, che non possono in nessun
modo essere considerati specie di generi ancora pi ampi, e quello inferiore delle specie
infime, che non possono in nessun modo essere considerate generi di specie ancora pi
ristretti, perch al di sotto di esse non vi sono che gli individui, e cio esseri che si differenziano tra loro soltanto per numero e non per specie (o, che lo stesso, per caratteri
accidentali e non per caratteri essenziali). Tra questi due limiti si pongono i generi subalterni che sono specie rispetto ai generi superiori e generi rispetto alle specie inferiori12.
Come esempi di generi diversi e non subordinati luno allaltro, si portano due realt
appartenenti luna alla categoria della sostanza (lanimale) e laltra alla categoria dei relativi (la scienza) e che, pertanto, risultano irriducibili. Per quanto riguarda gli esempi
delle differenze dei sottogeneri dellanimale, Aristotele elenca, dapprima, tre differenze
basate sul luogo (terrestre, volatile, acquatico), e poi inserisce deliberatamente un tipo di
differenza completamente diversa, basata sulla quantit di piedi (bipede), probabilmente, come spiega Ammonio13, con lintenzione di mostrare come risulti del tutto irrilevante prendere in considerazione un tipo di differenza piuttosto che un altro. Bipede
non pu essere considerata una differenza specifica propriamente detta n delluccello
n delluomo, ma un sottogenere comune.

Topici IV 2, 122 b 9-10: ngkh gr toj tn genn lgouj kethgoresqai to edouj


ka tn metecntwn to edouj.
9 Differenze sono quei caratteri che, entro uno stesso genere, contraddistinguono le varie
specie. Perci la definizione di una cosa si ottiene indicandone il genere prossimo e la differenze
specifica (Pesce, Aristotele. Le Categorie, p. 28, n. 5).
10 Si confronti anche Topici VI 6, 144 b 12-14.
11 Sui rapporti tra generi e specie intesi non in senso tecnico si veda il caso della qualit nella
trattazione del Capitolo 8, Infra, pp. ***.
12 Pesce, Aristotele. Le Categorie, p. 27.
13 Cfr. Ammonio, In Cat., p. 42.

66

In riferimento ai rapporti tra generi e specie, in Topici I 15, 107 b 19-35, Aristotele
presenta due casi che non vengono presi in considerazione nel passo delle Categorie. In
breve, nei Topici, Aristotele mette in correlazione una delle nozioni presentate nel primo
capitolo delle Categorie con la questione dei rapporti tra generi e sottogeneri subordinati
e non subordinati luno allaltro presentata in questo terzo capitolo. Si tratta
dellomonimia che pu verificarsi sia per le specie sia per i generi. Nel caso di generi
diversi e non subordinati luno allaltro, spiega Aristotele, sono diversi anche i sottogeneri e le differenze; pu, tuttavia, capitare che anche ci siano differenze che, pur avendo
lo stesso nome, appartengono a due generi completamente diversi. Ad esempio,
lacuto un omonimo che appartiene, come differenza, sia alla voce sia agli angoli.
Daltro canto, lomonimia pu anche presentarsi in riferimento al genere. Ad esempio, il
colore un genere omonimo, in quanto sono differenze del colore sia quelle che riguardano i corpi sia quelle che riguardano le melodie, ma, mentre le differenze del primo tipo consistono in ci che in grado di disperdere e di comprimere il flusso della visione,
le differenze del secondo tipo consistono in qualcosa di completamente diverso. Poich
le differenze dei generi che risultano medesimi devono risultare essere stesse medesime,
nel caso in cui il nome del genere sia lo stesso, ma le differenze siano diverse, ci deve
essere una omonimia. Aristotele precisa, inoltre, che occorre osservare se le nozioni indicate dallo stesso nome siano le stesse oppure non indichino, ad esempio, luna una
specie e laltra una differenza. Ad esempio, il chiaro riferito ai corpi una specie, in
quanto una sorta di colore, mentre quello riferito alla voce una differenza, e infatti
una voce differisce dallaltra per la chiarezza o meno del timbro.
1.2. I generi subordinati
Viene qui presentato il secondo caso: se siamo in presenza di uno o pi sottogeneri
subordinati allo stesso genere, pu capitare che le differenze specifiche siano le stesse.
In questo caso, infatti, il genere superiore si predica del sottogenere, di modo che le differenze del predicato risulteranno essere differenze anche del soggetto. Come ha giustamente sottolineato Bods14, lassenza di esempi ci potrebbe fare pensare che Aristotele stia presentando un tipo di tesi molto evidente o gi trattata precedentemente in altre
lezioni o in altri scritti; in ogni caso, si starebbe rivolgendo a un pubblico che era in
grado di poter capire senza bisogno di esempi. Infatti, se le Categorie rappresentassero
uno scritto di carattere divulgativo, ci sarebbero molti esempi e molte spiegazioni; al
contrario, invece, la forma , come si pu notare, estremamente serrata ed ellittica.
Laffermazione che si trova in 1 b 23-24,
[] le differenze del predicato lo saranno anche del soggetto15.
corrisponde a una formula molto simile che si trova nel quarto libro dei Topici:
Tutti i generi superiori si predicano di quelli inferiori16

e ha causato una forte difficolt nellinterpretazione del passo. Il passo indica che, dal
momento che il genere (ad esempio, animale) e la formula attraverso la quale lo si descrive (corpo vivente) possono essere attribuiti alla specie (ad esempio, uomo), allora
14

Bods, Aristote. Catgories, p. 84, n. 3.


Categorie 3, 1 b 23-24: sai to kathgoroumnou diafora esi tosatai ka to
pokeimnou sontai.
16 Topici VI, 5, 143 a 21-22, pnta t pnw gnh tn poktw kathgoretai.
15

67

possiamo dire, in termini generali, che il genere e la formula del genere superiore possono essere attribuiti a un genere inferiore. Fin dallantichit si lungamente discusso
intorno a tale proposizione. Simplicio17 riporta che Porfirio, Nicostrato, Erminio e i suoi
successori hanno mosso delle obiezioni alla frase aristotelica in questione. Se consideriamo, ad esempio, come genere e sottogenere subordinato, animale e animale razionale, poich le differenze di animale sono razionale e irrazionale, non si capisce
come sia possibile che una parte di animale razionale sia razionale, mentre unaltra sia
irrazionale; in breve, irrazionale non pu costituire una differenza di animale razionale. Avendo rilevato lo stesso problema, Boezio ha addirittura proposto di emendare
il testo aristotelico, scambiando i termini pokemenon (soggetto) e kathgoroumnon
(predicato) in Categorie 3, 1 b 23-25 alla maniera seguente:
Di modo che le differenze del soggetto lo saranno anche del predicato.

Poich il pi universale contiene il pi particolare, i sottogeneri, le specie e le differenze


appartengono al genere, anche se, nel caso predicato, essi non vengono detti in modo
tanto universale quanto accade nel caso del soggetto. Ad esempio, razionale si predica di ogni uomo, ma non di ogni animale; alcuni animali, infatti, sono razionali, e altri
non lo sono. La proposta dellemendazione si ritrova anche in studiosi moderni, quale
Ackrill18.
Il modo di risolvere laporia mi sembra possa risiedere, seguendo Porfirio19 nel distinguere due tipologie di sottogruppi che rientrano in un genere:
1. le differenze divisive (diairtikai), ad esempio razionale e irrazionale,
2. e le differenze costitutive (sustatkai), ad esempio sensibile e semovente20.
Le prime dividono il genere: una parte di animale razionale, e unaltra irrazionale;
non tutte le differenze divisive del predicato, dunque, appartengono anche al soggetto, e,
in ogni caso, non lo sono quelle opposte: se, infatti, razionale appartiene alluomo,
non gli apparterr, di conseguenza, irrazionale. Le differenze costitutive del predicato,
invece, appartengono anche al soggetto: sensibile e semovente, ad esempio, si predicano sia delluomo sia degli animali. La frase
nulla impedisce che le differenze siano le stesse21

significa allora che non tutte le differenze del predicato appartengono al soggetto, ma
solo le differenze costitutive e, delle differenze divisive, solo quelle pi proprie a ci
che maggiormente particolare. La formula adottata da Aristotele nulla impedisce
alquanto particolare. Ammonio22 sottolinea la correttezza della formula, in quanto i generi subordinati non possiedono necessariamente le stesse differenze. Ed infatti, per
valerci degli esempi di Boezio, a seconda che differenze di animale siano considerati razionale/irrazionale o erbivoro/carnivoro, esse non varranno o varranno anche per uccel-

17

Cfr. Simplicio, In Cat., 58, 24 ss.


Cfr. Ackrill, Aristotles Categories, p. 77.
19 Cfr. Porfirio, Isagoge, 10, 1-21.
20 Giamblico, fr. 18, vol. 2, p. 14, Dalsgaard Larsen, chiama generiche (geniki) le differenze
costitutive del genere e specifiche (ediki) quelle divisive.
21 Categorie 3, 1 b 21-22.
22 Cfr. Ammonio, In Cat., p. 42.
18

68

lo23. Infatti, le differenze essenziali dei generi subordinati luno allaltro sono sempre
le stesse, ma le differenze accidentali non lo sono altrettanto. Tuttavia, scrivendo che
I generi superiori si predicano dei generi inferiori24

Aristotele sembra non fare alcun distinguo, per cui sia le differenze divisive sia quelle
costitutive dei generi superiori risultano le stesse di quelli inferiori.

2. La regola della predicazione e le dieci categorie


possibile stabilire una connessione tra questo terzo capitolo e il successivo quarto
capitolo, in cui Aristotele presenter le dieci categorie. Come argomenta Simplicio25, se
le differenze di alcuni generi presi in considerazione non sono le stesse, e le specie non
sono identiche, allora quei generi risultano diversi tra loro e non subordinati luno
allaltro. Allo stesso modo, se si mostra che le differenze e le specie delle dieci categorie sono diverse, allora le categorie risultano generi diversi tra loro e non subordinati
luno allaltro. In questo senso, secondo Simplicio, la classificazione preliminare presentata nel capitolo terzo risulterebbe utile alla dottrina delle categorie.
2.1. Lessere e luno non sono dei generi
Da questa argomentazione, risulta anche chiaro il motivo per cui non possono in alcun modo essere annoverati tra i generi lessere e luno, in quanto i dieci generi sommi
(categorie) devono essere interamente differenti e non devono avere nulla in comune
luno con laltro. Lessere e luno, al contrario, sono comuni a molte cose26.
Come si vedr nella trattazione della categoria della sostanza, cui rimando27, la caratterizzazione aristotelica della sostanza prima tesa a negare la sostanzialit di qualsiasi
tipo di universale, da cui segue che neppure lessere e luno possono essere considerati
sostanze. La natura dellessere e delluno molto simile e vicina. Aristotele tratta
dellessere e delluno come strettamente connessi: essi
sono una medesima ed identica natura, in quanto si implicano reciprocamente lun
laltro []. Infatti, significano la medesima cosa le espressioni uomo e uomo; e
non si dice nulla di diverso raddoppiando lespressione un uomo in questaltra: un
uomo. evidente, infatti, che lessere delluomo non si separa dallunit delluomo
[], luno non affatto qualcosa di diverso al di l dellessere (odOn teron t n
par t n)28.

Lessere e luno si implicano necessariamente lun laltro; poich, infatti, qualsiasi tipo
di ente che esiste, esiste in quanto uno e determinato, lessere e luno devono necessariamente predicarsi di tutte le cose; essi, dunque, risultano essere ci che c di pi universale29. Poich ogni singola cosa , insieme, una ed essere, la sostanza degli enti non
23

Pesce, Aristotele. Le Categorie, p. 29, n. 6.


Categorie 3, 1 b 22.
25 Cfr. Simplicio, In Cat., 59, 34 - 60, 2.
26 Cfr. Alessandro di Afrodisia, In Top., 301, 19 ss.
27 Cfr. la trattazione della sostanza nel Capitolo 5, Infra, pp. ***.
28 Metafisica G 2, 1003 b 22-32. Cfr. Etica Nicomachea, 1096 a 34 - b 2: Si potrebbe porre la
questione di che cosa mai essi vogliano dire con cosa in s, dal momento che in uomo in s
e in uomo uno e identico il significato, quello di uomo.
29 Metafisica B 4, 1001 a 20-22: Lessere e luno sono ci che c di pi universale.
24

69

pu, in alcun modo, consistere nellessere o nelluno, perch questultimi, appartenendo


a tutto ci che esiste, non determinerebbero nulla e non manifesterebbero affatto qualcosa di peculiare alla cosa stessa. A negare il fatto che ci che comune possa essere
sostanza interviene anche un fattore, per cos dire, topico, per cui che numericamente uno ed individuale non pu trovarsi, contemporaneamente, in pi luoghi, mentre ci
che comune s, dal momento che appartiene a pi cose, che si trovano in posti diversi.
[] nulla di ci che comune sostanza. La sostanza, infatti, non appartiene a
nullaltro se non a se medesima o al soggetto che la possiede e di cui essa sostanza.
Inoltre, ci che uno non pu essere ad un tempo in molteplici luoghi; invece, ci che
comune si trova ad un tempo in molteplici luoghi30.

Se la negazione della sostanzialit vale per tutto ci che comune e per gli universali
quali, come abbiamo visto sopra, i generi e le specie, a fortiori essa vale anche per
lessere e luno, che sono i predicati pi universali e che non sono generi, ma essi stessi
si predicano persino dei generi e delle specie, che costituiscono le loro divisioni.
Se nessuno degli universali pu essere sostanza [], e se lessere stesso non pu essere
una sostanza nel senso di qualcosa di uno e determinato esistente oltre la molteplicit
delle cose, in quanto esso a tutte comune (koinn), ma solo un predicato (kathgrhma mnon): ebbene, allora evidente che non pu essere sostanza neppure luno, perch lessere e luno sono i predicati pi universali (kaqlou kathgoretai mlista
pntwn). Pertanto i generi non sono realt e sostanze separate () dalle altre
cose; e, anzi, luno non pu nemmeno essere un genere, come non possono esserlo n
lessere n la sostanza31.

Luno, lessere e la sostanza prima non possono essere generi, evidentemente, per
motivi differenti. Luno e lessere perch sono tanto universali da predicarsi anche dei
generi stessi e delle specie, oltre che degli individui; la sostanza perch, come si vedr,
un tde ti ed esprime qualcosa di individuale e di determinato.

30

Metafisica Z 16, 1040 b 23-24.


Metafisica I 2, 1053 b 16-24. Sullimpossibilit che lessere e luno siano generi, cfr. anche:
Metafisica B 3, 998 b 17-28; Metafisica H 6, 1045 b 5-7; Metafisica K 1, 1059 b 27-34; Analitici secondi II 7, 92 b 14; Topici IV 1, 121 a 10-19.
31

70

Capitolo Quarto

Presentazione delle dieci categorie

[25] Tn kat mhdeman sumplokn legomnwn kaston toi osan shmanei


posn poin prj ti po potO kesqai cein poien pscein.
sti dO osa mOn j tpJ epen oon nqrwpoj, ppoj: posn dO oon dphcu,
trphcu: poin dO oon leukn, grammatikn: prj ti dO [2 a 1] oon diplsion,
misu, mezon: po dO oon n LukeJ, n gor: potO dO oon cqj, prusin:
kesqai dO oon nkeitai, kqhtai: cein dO oon poddetai, plistai: poien dO
oon tmnein, kaein: pscein dO oon tmnesqai, kaesqai.
[5] kaston dO tn erhmnwn at mOn kaq' at n odemi katafsei
lgetai, t dO prj llhla totwn sumplok katfasij ggnetai: pasa gr
doke katfasij toi lhqj yeudj enai, tn dO kat mhdeman sumplokn
legomnwn odOn ote lhqOj ote yedj stin, [10] oon nqrwpoj, leukn,
trcei, nik.

[25] Ciascuna delle cose che si dicono senza alcuna connessione indica o una sostanza o una quantit o una qualit o una relazione o un luogo o un tempo o una posizione o un avere o un fare o un subire.
Sostanza , in un abbozzo, ad esempio, uomo, cavallo; quantit , ad esempio,
di due cubiti, di tre cubiti; qualit , ad esempio, bianco, grammatico; relazione
, [2 a 1] ad esempio, doppio, mezzo, maggiore; luogo , ad esempio, al Liceo,
in piazza; tempo , ad esempio, ieri, lanno scorso; posizione , ad esempio, sta
disteso, sta seduto; avere , ad esempio, porta le scarpe, armato; fare , ad esempio, tagliare, bruciare; patire , ad esempio, essere tagliato, essere bruciato.
[5] Ciascuna delle realt di cui abbiamo detto, considerata per se stessa, non rientra
in nessuna affermazione; attraverso la connessione reciproca di esse che si ha
laffermazione. Ogni affermazione, infatti, appare vera oppure falsa, mentre nessuna
delle cose che si dicono senza connessione vera oppure falsa, come, [10] ad esempio,
uomo, bianco, corre, vince.

Sommario
Il capitolo pu essere suddiviso in tre parti.
I. Nella prima parte [1 b 25-27], sono elencate le dieci categorie, i generi sommi
che vengono indicati dalle cose dette senza connessione - cio in s e per s
considerate, e non inserite in un discorso apofantico -, e sono: 1. la sostanza
(osa), 2. la quantit (posn), 3. la qualit (poin), 4. la relazione (prj ti),
5. il luogo (po), 6. il tempo (potO), 7. la posizione (kesqai), 8. lavere
(cein), 9. il fare (poien) e 10. il subire (pscein).

II. Nella seconda parte [1 b 27 - 2 a 4], Aristotele offre un paio di esempi per ciascuna delle dieci divisioni: 1. per la sostanza: uomo, cavallo -; 2. per la
quantit: di due cubiti, di tre cubiti; 3. per la qualit: bianco, grammatico; 4. per la relazione: doppio, mezzo, maggiore; 5. per il luogo: al
Liceo, in piazza; 6. per il tempo: ieri, lanno scorso; 7. per la posizione: sta disteso, sta seduto; 8. per lavere: porta le scarpe, armato; 9.
per lagire: tagliare, bruciare; 10. per il patire: essere tagliato, essere
bruciato.
III. Nella terza parte [2 a 5-10] si spiega che le categorie vengono presentate come
cose che si dicono senza connessione, cio come i diversi predicati di cui
facciamo uso nel parlare, presi in considerazione per se stessi, separatamente
dai singoli enunciati che possiamo comporre unendoli ad un soggetto. Solo
attraverso la connessione di tali elementi otteniamo delle affermazioni, e solo
intorno alle affermazioni possiamo avere un contenuto di verit o di falsit,
che, invece, non pu esserci in riferimento ai singoli elementi presi in se stessi.

1. La presentazione delle dieci categorie


Dopo la quadruplice classificazione degli enti del Capitolo 2, e la presentazione dei
rapporti tra gli elementi uniti dalla predicazione dirsi di un soggetto del Capitolo 3,
Aristotele presenta, in questo Capitolo 4, le categorie, in numero di dieci.
Nella precedente sezione, stato mostrato come la relazione soggetto-predicato corrisponda a quella specie-genere e come specie e generi si subordinino gli uni agli altri
fino a giungere ai generi sommi. Questi ultimi, proprio perch sommi, potranno fungere
soltanto da predicati; sono dunque i predicati per eccellenza, le categorie, giacch la parola greca categoria non vuol dire altro che predicato1. Tutti i predicati possibili, infatti, possono essere sussunti sotto dei generi universalissimi, detti, appunto, generi della
predicazione (gnh kathgoraj o gnh kathgorin) o predicazioni per antonomasia, cio, appunto categorie. Come generi sommi, le categorie sono le sezioni ultime
della realt, in cui vengono ad incasellarsi, nel loro progressivo moto di ordinamento
secondo rapporti di coordinazione e di subordinazione, tutti i generi e le specie2.
Il significato delle espressioni dette senza connessione, ovvero delle categorie o generi sommi, viene guadagnato, come scrive Simplicio3 attraverso tre vie o, si potrebbe
dire, tre fasi ascendenti, mediante le quali si raggiunge una conoscenza progressivamente pi dettagliata:
1. la sola denominazione (nomasa), come nel semplice elenco delle categorie di
Categorie 4, 1 b 25-27;
2. luso degli esempi (podeigmta), presentati in Categorie 4, 1 b 27 - 2 a 4, che si
riscontrano nella realt conosciuta attraverso i sensi;
3. i concetti (nnoia) che si avviano verso una sistemazione tecnica pi accurata.

Pesce, Aristotele. Le Categorie, p. 31.


Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 31.
3 Cfr. Simplicio, In Cat., 60, 22-30.
2

72

In questo quarto capitolo, Aristotele presenta i dieci generi sommi attraverso la denominazione e luso degli esempi, ma, nei capitoli successivi, durante la trattazione dei singoli generi, egli cercher di attingere ai concetti.
Come espressamente detto nella terza parte del Capitolo4, le categorie sono cose che
si dicono senza connessione, e cio unit che, prese isolatamente, significano qualcosa,
ma non sono suscettibili di verit o di falsit. Ciascuna delle realt che rientrano nelle
dieci categorie,
considerata per se stessa, non rientra in nessuna affermazione (n odemi katafsei)5.

Il termine qui utilizzato per affermazione katfasij, ed usato nel suo significato
generico ed equivale al discorso apofantico o predicativo; perci non esclude, ma include la negazione (pfasij). Si tratta della tesi esposta, in altri termini, nel quarto capitolo del De Interpretatione:
una parte [del discorso], se separata, indicativa qualche cosa ma mai a titolo di
affermazione. Intendo dire che uomo, ad esempio, significa qualcosa, ma non che
questo qualcosa oppure non 6.

Le affermazioni, diversamente dalle cose dette senza connessione, hanno un valore di


verit. Non tutto ci che si dice secondo connessione, tuttavia, necessario che sia vero
oppure falso. Come viene spiegato in modo pi diffuso nel De Interpretatione7, non tutti
i discorsi risultano dichiarativi, ma soltanto quelli in cui sussiste unenunciazione vera
oppure falsa. La preghiera, ad esempio, s un discorso, ma non unenunciazione cui
possa essere attribuita la verit o la falsit8. Come sottolinea Bods9, le distinzioni categoriali, corrispondenti alle cose che vengono dette senza connessione, vengono presentate in contrasto con la distinzione tra il vero e il falso, che sussistono solo nel momento in cui ha luogo una connessione. Questo contrasto richiama il modo in cui, in
Metafisica D 7, vengono presentati i quattro significati dellessere: lo studio delle categorie si limita esclusivamente allessere considerato in s, e non considera gli altri tre
significati, non solo lessere vero e il non-essere come falso, ma anche lessere come
accidente, lessere in potenza e lessere in atto.
1.1. Gli esempi addotti per ciascuna delle dieci categorie
Nota Boezio che le categorie, essendo generi sommi, non possono venir definite,
perch definire significa ricondurre una cosa al suo genere prossimo, indicandone poi la
differenza specifica. Ecco perch Aristotele, per caratterizzarle, ricorre a degli esempi;
pi tardi, nella trattazione specifica che dedicher a ciascuna di esse, si varr, per lo
stesso fine, di alcune propriet fondamentali10.

Cfr. Categorie 4, 2 a 4-10.


Categorie 4, .
6 De Interpretatione 4, 16 b 26-29.
7 Cfr. De Interpretatione 4, 17 a 2-3.
8 Per la trattazione delle cose dette senza connessione e la loro non suscettibilit di verit e di
falsit, si veda la trattazione del Capitolo 2, Infra, pp. ***. Intorno al vero e allerrore, si vedano
Metafisica E 4 e Q 10.
9 Cfr. Bods, Aristote. Categories, p. 87, n. 9.
10 Pesce, Aristotele, Le Categorie, p. 31-32, n. 1.
5

73

Aristotele presenta, come esempi della prima categoria, due elementi che rientrano
nel primo dei quattro gruppi che abbiamo analizzato: sono, cio, sostanze universali,
o meglio, come si vedr nel Capitolo 5, di sostanze seconde11. Non certo un caso
che lo Stagirita non indichi qui nessuna sostanza particolare, appartenente al quarto
gruppo, poich, come abbiamo avuto modo di esplicare, tra le cose che non sono in un
sostrato, solo le sostanze universali possono legittimamente fungere da predicati. Gli individui, infatti, non sono predicabili, perch non determinano, ma sono determinati; non
definiscono, ma sono definiti. Essi guadagnano il loro posto allinterno della trattazione
delle categorie perch, impropriamente, nel linguaggio, e, precisamente, nella predicazione accidentale, possono eccezionalmente assumere il ruolo di predicato, ma, soprattutto, perch tutte le categorie fanno necessario riferimento a dei soggetti, che sono gli
individui. Questa osservazione si riveler di grande importanza nel momento in cui affronteremo la distinzione tra sostanze prime e sostanze seconde e il rapporto che intercorre tra la sostanza e gli accidenti12.
I due esempi indicati per la categoria del luogo ricordano quelli utilizzati in Fisica
IV, 219 b 20-21:
I sofisti ritengono che un Corisco sia al Liceo e un altro Corisco sia in piazza (o sofista lambnousin teron t Korskon n LukeJ enai ka t Korskon n
gor).

Gli esempi dellavere qui riportati fanno riferimento solo a dei casi particolari
dellavere inteso in generale, che possiede diversi significati, come si legge in Metafisica D 23, 1023 a 8-25. Lavere potrebbe essere connesso non solo a ci che si indossa,
ma anche allaspetto esterno di una persona, come lavere il sorriso o lavere unaria assonnata.
Gli esempi riportati nel caso della categoria del subire riguardano le operazioni mediche e chirurgiche, descrivono delle azioni esercitate su un paziente o subite da un paziente nel senso medico del termine. Lo stesso tipo di esempi si trova in Topici III 1,
116 b 8-9.

2. Obiezioni degli interpreti alla divisione delle categorie


Sulla divisione delle categorie nel numero di dieci, molti interpreti, fin dallantichit,
hanno discusso intorno alla scelta del numero. Seguendo Simplicio13, potremmo dividere le obiezioni che venivano mosse nellantichit in tre grandi gruppi:
1. numero eccessivo delle divisioni;
2. numero difettivo;
3. introduzione di alcuni generi a posto di altri.
Ci sono stati anche alcuni che hanno mosso, nello stesso tempo, due di queste obiezioni.
1.1. Tra coloro che rimproverano ad Aristotele di aver posto un numero eccessivo di
divisioni14, ci sono alcuni che dicono che egli ha commesso un errore nellopporre
lagire (t poien) al patire (t pscein), dal momento che entrambi potrebbero essere
riportati al singolo genere sommo del movimento. A tale obiezione Simplicio, seguendo
11

Cfr. Infra, pp. ***.


Cfr. Infra, pp. ***.
13 Cfr. Simplicio, In Cat., 62, 30 - 63, 5; si veda anche Porfirio, In Cat., 86, 22 - 24.
14 Cfr. Dessippo, In Cat., 30, 35 - 31, 2.
12

74

Dessippo15, risponde che ci che agisce, in quanto appunto agisce, causa di movimento per la cosa su cui agisce, ma in se stesso resta immobile e non subisce nulla. Lessere
mosso ricade nella sfera del patire, mentre ci che muove restando immobile cade nella
sfera dellagire. Accade, tuttavia, che alcune entit che agiscono e che si trovano
nellambito sensibile si muovano accidentalmente, e questo perch esse contengono in
se stesse entrambi gli elementi: quello del muovere e quello dellessere mosso, ed essi
possono talora coincidere e avvenire simultaneamente.
1.2. Altri interpreti, che Simplicio16 addita in Senocrate, in Andronico e nei loro seguaci, hanno mosso ad Aristotele laccusa di eccesso e superfluit apportando una motivazione diversa dalla precedente.
1.2.1. Tra questi, alcuni includono tutte le dieci categorie in due grandi generi: quello
delle cose che sono per s (kaq\at) e quello delle cose relative (prj ti) e, pertanto,
considerano eccessivo, da questo punto di vista, il numero di generi presentato dallo
Stagirita.
1.2.1 Altri includono tutte le dieci categorie in due grandi generi, diversi dai precedenti, e cio, da un lato, nel genere della sostanza (osa)17 e, dallaltro, nel genere
dellaccidente. Si tratta di generi che possono essere sovrapposti ai precedenti, in quanto
ci che in primo luogo e in massimo grado per s la sostanza, e ci che relativo e
non pu esistere se non in relazione a qualcosa di altro da s laccidente. Tali divisioni
dicotomiche toccano in qualche modo una distinzione che non si distanzia da quella aristotelica, e in questo non si pu dire che essi siano in errore, ma soltanto che riportano
una tesi parziale, in quanto uniscono in una sola classe le nove categorie non sostanziali.
Tali interpreti, tuttavia, hanno trascurato la distinzione tra universale e particolare, e in
questo hanno proposto una lettura scorretta della dottrina aristotelica18.
2. Il secondo gruppo di interpreti, che Simplicio19 presenta come i seguaci di Nicostrato, obietta che la divisione aristotelica in dieci categorie sia incompleta. Essi si chiedono, infatti, come mai se, da un lato, Aristotele distingue lagire dal patire, non distingua anche il possesso dallessere posseduto. A tale obiezione si deve rispondere che Aristotele non ha semplicemente omesso la distinzione da loro proposta, ma ha attribuito
lessere posseduto alla categoria dellessere in una posizione. Poniamo, ad esempio,
che qualcuno abbia (porti) uno scudo: si pu dire che lo scudo viene posseduto (portato)
perch si trova in una certa posizione; la posizione, dunque, non altro che una disposizione delle cose che sono possedute.
3. Il terzo gruppo di interpreti obietta ad Aristotele di aver introdotto alcune categorie
a posto di altre. La categoria di movimento, ad esempio, avrebbe potuto sostituire quelle
di agire e patire. A tali interpreti si deve rispondere che la potenza e lattualit devono
essere pensate come omonimicamente attribuite allinterno delle diverse categorie. Il
movimento, procedendo dalla potenza allatto, si declina diversamente a seconda che si
situi allinterno dellarea della qualit (alterazione) piuttosto che della quantit (aumento
15

Cfr. Simplicio, In Cat., 31, 6.


Cfr. Simplicio, In Cat., 63, 22 ss.
17 Come sottolinea J. Dillon, in Dexippus, On Aristotle Categories, p. 64, n. 112, interessante notare come Dessippo traduca il termine greco osa usato da Aristotele e dagli interpreti di
cui si sta riportando il pensiero con il termine pokemenon (soggetto), che pure si trova in Aristotele e che diventato il termine stoico per indicare la sostanza.
18 Cfr. Dessippo, In Cat., 31, 15-19; Simplicio, In Cat., 63, 22 ss.
19 Cfr. Simplicio, In Cat., In Cat., 64, 13.
16

75

e diminuzione) o di qualsiasi altra categoria. Essendo comune alle diverse categorie,


non possibile fare del movimento una determinata categoria. E neppure lopposto del
movimento, la quiete, pu essere una determinata categoria, perch essa, propriamente
parlando, non appartiene al mondo sensibile e alle realt generate, ma al mondo soprasensibile e intellegibile20.
Gli Stoici, dal canto loro, ritengono che il numero dei generi sommi possa essere ridotto a quattro:
1. i sostrati (pokemena),
2. i qualificati (poa),
3. le realt disposte in un determinato modo (pwj conta),
4. i relativi (prj ti pwj conta).
Le categorie della quantit, del tempo e del luogo vengono incluse nella categoria
delle realt disposte in un determinato modo, perch, ad esempio, di tre cubiti,
lanno scorso, nel Liceo, essere seduto non sono che modi diversi della disposizione. Nessuna di queste categorie, tuttavia, come rivela giustamente21 Dessippo,
pu essere omessa per essere classificata nel comune sommo genere della disposizione.

20

Sulla quiete come possibile categoria, si veda anche Dessippo, In Cat., I, 39, 34, 17-19; Plotino, Enneadi VI, 1, 25 ss.
21 Cfr. Dessippo, In Cat., 34, 20 ss.

76

Capitolo Quinto

La sostanza

Osa d stin kuritat te ka prtwj ka mlista legomnh, mte kaq'


pokeimnou tinj lgetai mte n pokeimnJ tin stin, oon tj nqrwpoj
tj ppoj. deterai dO osai lgontai, n oj edesin a prtwj osai legmenai
prcousin, tat te ka t tn edn totwn gnh: oon tj nqrwpoj n edei
mOn prcei t nqrpJ, gnoj dO to edouj st t zon: deterai on atai
lgontai osai, oon te nqrwpoj ka t zon. - fanern dO k tn erhmnwn
ti tn kaq' pokeimnou legomnwn nagkaon ka tonoma ka tn lgon kathgoresqai to pokeimnou: oon nqrwpoj kaq' pokeimnou lgetai to tinj
nqrpou, ka kathgoreta ge tonoma, - tn gr nqrwpon kat to tinj
nqrpou kathgorseij: - ka lgoj dO to nqrpou kat to tinj nqrpou
kathgorhqsetai, - gr tj nqrwpoj ka nqrwpj stin: - ste ka tonoma
ka lgoj kat to pokeimnou kathgorhqsetai. tn d' n pokeimnJ ntwn
p mOn tn plestwn ote tonoma ote lgoj kathgoretai to pokeimnou:
p' nwn dO tonoma mOn odOn kwlei kathgoresqai to pokeimnou, tn dO
lgon dnaton: oon t leukn n pokeimnJ n t smati kathgoretai to
pokeimnou, - leukn gr sma lgetai, - dO lgoj to leuko odpote kat
to smatoj kathgorhqsetai. - t d' lla pnta toi kaq' pokeimnwn lgetai
tn prtwn osin n pokeimnaij ataj stn. toto dO fanern k tn kaq'
kasta proceirizomnwn: oon t zon kat to nqrpou kathgoretai, okon
ka kat to tinj nqrpou, - e gr kat mhdenj tn tinn nqrpwn, odO
kat nqrpou lwj: - plin t crma n smati, okon ka n tin smati: e
gr m n tin tn kaq' kasta, odO n smati lwj: ste t lla pnta toi
kaq' pokeimnwn tn prtwn osin lgetai n pokeimnaij ataj stn. m
osn on tn prtwn osin dnaton tn llwn ti enai: pnta gr t lla
toi kaq' pokeimnwn totwn lgetai n pokeimnaij ataj stn: ste m
osn tn prtwn osin dnaton tn llwn ti enai.
Tn dO deutrwn osin mllon osa t edoj to gnouj: ggion gr tj
prthj osaj stn. n gr podid tij tn prthn osan t sti, gnwrimteron ka okeiteron podsei t edoj podidoj t gnoj: oon tn tin
nqrwpon gnwrimteron n podoh nqrwpon podidoj zon, - t mOn gr
dion mllon to tinj nqrpou, t dO kointeron, - ka t t dndron podidoj
gnwrimteron podsei dndron podidoj futn.
ti a prtai osai di t toj lloij pasin pokesqai ka pnta t lla
kat totwn kathgoresqai n tataij enai di toto mlista osai
lgontai: j d ge a prtai osai prj t lla cousin, otw ka t edoj prj
t gnoj cei: - pkeitai gr t edoj t gnei: t mOn gr gnh kat tn edn
kathgoretai, t dO edh kat tn genn ok ntistrfei: - ste ka k totwn
t edoj to gnouj mllon osa. - atn dO tn edn sa m sti gnh, odOn
mllon teron trou osa stn: odOn gr okeiteron podsei kat to
tinj nqrpou tn nqrwpon podidoj kat to tinj ppou tn ppon.

satwj dO ka tn prtwn osin odOn mllon teron trou osa stn:


odOn gr mllon tj nqrwpoj osa tj boj.
Ektwj dO met tj prtaj osaj mna tn llwn t edh ka t gnh
deterai osai lgontai: mna gr dhlo tn prthn osan tn
kathgoroumnwn: tn gr tin nqrwpon n podid tij t stin, t mOn edoj
t gnoj podidoj okewj podsei, - ka gnwrimteron poisei nqrwpon
zon podidoj: - tn d' llwn ti n podid tij, llotrwj stai podedwkj,
oon leukn trcei tion tn toiotwn podidoj: ste ektwj tata mna
tn llwn osai lgontai. ti a prtai osai di t toj lloij pasin
pokesqai kuritata osai lgontai: j d ge a prtai osai prj t lla
pnta cousin, otw t edh ka t gnh tn prtwn osin prj t loip pnta
cei: kat totwn gr pnta t loip kathgoretai: tn gr tin nqrwpon rej
grammatikn, okon ka nqrwpon ka zon grammatikn rej: satwj dO ka
p tn llwn.
Koinn dO kat pshj osaj t m n pokeimnJ enai. mOn gr prth
osa ote kaq' pokeimnou lgetai ote n pokeimnJ stn. tn dO deutrwn
osin fanern mOn ka otwj ti ok esn n pokeimnJ: gr nqrwpoj kaq'
pokeimnou mOn to tinj nqrpou lgetai, n pokeimnJ dO ok stin, - o
gr n t tin nqrpJ nqrwpj stin: - satwj dO ka t zon kaq'
pokeimnou mOn lgetai to tinj nqrpou, ok sti dO t zon n t tin
nqrpJ. ti dO tn n pokeimnJ ntwn t mOn noma odOn kwlei kathgoresqa pote to pokeimnou, tn dO lgon dnaton: tn dO deutrwn osin
kathgoretai ka lgoj kat to pokeimnou ka tonoma, - tn gr to
nqrpou lgon kat to tinj nqrpou kathgorseij ka tn to zou. - ste
ok n eh osa tn n pokeimnJ. - ok dion dO osaj toto, ll ka diafor tn m n pokeimnJ stn: t gr pezn ka t dpoun kaq' pokeimnou
mOn lgetai to nqrpou, n pokeimnJ dO ok stin, - o gr n t nqrpJ
st t dpoun odO t pezn. - ka lgoj dO kathgoretai tj diaforj kaq'
o n lghtai diafor: oon e t pezn kat nqrpou lgetai, ka lgoj to
pezo kathgorhqsetai to nqrpou, - pezn gr stin nqrwpoj. - m
taratttw dO mj t mrh tn osin j n pokeimnoij nta toj loij, m
pote nagkasqmen ok osaj at fskein enai: o gr otw t n
pokeimnJ lgeto t j mrh prconta n tini.
`Uprcei dO taj osaij ka taj diaforaj t pnta sunwnmwj p' atn
lgesqai: psai gr a p totwn kathgorai toi kat tn tmwn kathgorontai kat tn edn. p mOn gr tj prthj osaj odema st kathgora, - kat' odenj gr pokeimnou lgetai: - tn dO deutrwn osin t mOn
edoj kat to tmou kathgoretai, t dO gnoj ka kat to edouj ka kat
to tmou: satwj dO ka a diafora ka kat tn edn ka kat tn
tmwn kathgorontai. ka tn lgon dO pidcontai a prtai osai tn tn
edn ka tn tn genn, ka t edoj dO tn to gnouj. - sa gr kat to
kathgoroumnou lgetai, ka kat to pokeimnou hqsetai: - satwj dO ka
tn tn diaforn lgon pidcetai t te edh ka t toma: sunnuma d ge n
n ka tonoma koinn ka lgoj atj. ste pnta t p tn osin ka
tn diaforn sunwnmwj lgetai.
Psa dO osa doke tde ti shmanein. p mOn on tn prtwn osin
namfisbthton ka lhqj stin ti tde ti shmanei: tomon gr ka kn riqm
t dhlomenn stin. p dO tn deutrwn osin fanetai mOn mowj t scmati

78

tj proshgoraj tde ti shmanein, tan epV nqrwpon zon: o mn lhqj ge,


ll mllon poin ti shmanei, - o gr n sti t pokemenon sper prth
osa, ll kat polln nqrwpoj lgetai ka t zon: - oc plj dO poin
ti shmanei, sper t leukn: odOn gr llo shmanei t leukn ll' poin, t
dO edoj ka t gnoj per osan t poin forzei, - poin gr tina osan
shmanei. - p pleon dO t gnei t edei tn forismn poietai: gr zon
epn p pleon perilambnei tn nqrwpon.
`Uprcei dO taj osaij ka t mhdOn ataj nanton enai. t gr prtV
osv t n eh nanton; oon t tin nqrpJ odn stin nanton, od ge t
nqrpJ t zJ odn stin nanton. ok dion dO tj osaj toto, ll ka
p' llwn polln oon p to poso: t gr dipcei odn stin nanton, odO
toj dka, odO tn toiotwn oden, e m tij t pol t lgJ fah nanton
enai t mga t mikr: tn dO fwrismnwn posn odOn oden nanton
stn.
Doke dO osa ok pidcesqai t mllon ka t tton: lgw dO oc ti
osa osaj ok sti mllon osa,- toto mOn gr erhtai ti stin, - ll' ti
ksth osa toq' per stn o lgetai mllon ka tton: oon e stin ath
osa nqrwpoj, ok stai mllon ka tton nqrwpoj, ote atj ato ote
teroj trou. o gr stin teroj trou mllon nqrwpoj, sper t leukn
stin teron trou mllon leukn, ka kaln teron trou mllon: ka at dO
ato mllon ka tton lgetai, oon t sma leukn n mllon leukn lgetai
nn prteron, ka qermn n mllon qermn ka tton lgetai: d ge osa
odOn lgetai, - odO gr nqrwpoj mllon nn nqrwpoj prteron lgetai,
odO tn llwn odn, sa stn osa: - ste ok n pidcoito osa t
mllon ka tton.
Mlista dO dion tj osaj doke enai t tatn ka n riqm n tn
nantwn enai dektikn: oon p mOn tn llwn odenj n coi tij proenegken
[sa m stin osa], n riqm n tn nantwn dektikn stin: oon t crma,
stin n ka tatn riqm, ok stai leukn ka mlan, odO at prxij
ka ma t riqm ok stai falh ka spoudaa, satwj dO ka p tn
llwn, sa m stin osa. d ge osa n ka tatn riqm n dektikn tn
nantwn stn: oon tj nqrwpoj, ej ka atj n, tO mOn leukj tO dO
mlaj ggnetai, ka qermj ka yucrj, ka faloj ka spoudaoj. p dO tn
llwn odenj fanetai t toioton, e m tij nstaito tn lgon ka tn dxan
fskwn tn toiotwn enai: gr atj lgoj lhqj te ka yeudj enai doke,
oon e lhqj eh lgoj t kaqsqa tina, nastntoj ato atj otoj
yeudj stai: satwj dO ka p tj dxhj: e gr tij lhqj doxzoi t
kaqsqa tina, nastntoj ato yeudj doxsei tn atn cwn per ato
dxan. e d tij ka toto paradcoito, ll t ge trpJ diafrei: t mOn gr p
tn osin at metabllonta dektik tn nantwn stn, - yucrn gr k
qermo genmenon metbalen [llowtai gr], ka mlan k leuko ka spoudaon
k falou, satwj dO ka p tn llwn kaston at metaboln decmenon
tn nantwn dektikn stin: - dO lgoj ka dxa at mOn knhta pntV
pntwj diamnei, to dO prgmatoj kinoumnou t nanton per at ggnetai:
mOn gr lgoj diamnei atj t kaqsqa tina, to dO prgmatoj kinhqntoj
tO mOn lhqj tO dO yeudj ggnetai: satwj dO ka p tj dxhj. ste t
trpJ ge dion n eh tj osaj t kat tn atj metaboln dektikn tn
nantwn enai, - e d tij ka tata paradcoito, tn dxan ka tn lgon dektik tn nantwn enai. ok sti dO lhqOj toto: gr lgoj ka dxa o t

79

at dcesqa ti tn nantwn enai dektik lgetai, ll t per tern ti t


pqoj gegensqai: - t gr t prgma enai m enai, totJ ka lgoj lhqj
yeudj enai lgetai, o t atn dektikn enai tn nantwn: plj gr
odOn p' odenj ote lgoj kinetai ote dxa, ste ok n eh dektik tn
nantwn mhdenj n atoj gignomnou: - d ge osa t atn t nanta
dcesqai, totJ dektik tn nantwn lgetai: nson gr ka geian dcetai,
ka leukthta ka melanan, ka kaston tn toiotwn at decomnh tn
nantwn enai dektik lgetai. ste dion n osaj eh t tatn ka n riqm
n dektikn enai tn nantwn. per mOn on osaj tosata ersqw.

Sostanza, nel senso pi proprio e in primo luogo e soprattutto, quella che non si dice di nessun soggetto n in nessun soggetto, come, ad esempio, un determinato uomo
o un determinato cavallo.
Sostanze seconde, invece, si dicono le specie cui appartengono le sostanze dette
prime, e i generi di queste specie. Un determinato uomo, ad esempio, appartiene alla
specie uomo, e il genere di questa specie lanimale. Queste, dunque, come luomo e
lanimale, si dicono sostanze seconde. Per quanto detto, risulta evidente che, delle cose
che si dicono di un soggetto, necessario che sia il nome sia la definizione si predichino
del soggetto. Uomo, ad esempio, si dice di un soggetto, cio un determinato uomo, e si
predica il nome - predicherai, infatti, luomo di un determinato uomo - ed anche la definizione delluomo sar predicata di un determinato uomo; un determinato uomo, infatti,
uomo, cosicch sia il nome sia la definizione saranno predicate del soggetto.
Delle cose che, invece, sono in un soggetto, per lo pi n il nome n la definizione si
predicano del soggetto. Tuttavia, per alcune di esse, nulla impedisce che il nome si predichi del soggetto, mentre resta impossibile che venga predicata la definizione. Il bianco, ad esempio, pur essendo in un soggetto, e cio nel corpo, si predica del soggetto - un
corpo, infatti, si dice bianco -, ma la definizione di bianco non si predicher mai del
corpo.
Tutte le altre cose o si dicono delle sostanze prime come di soggetti o sono in queste
come in soggetti. Questo risulter evidente attraverso gli esempi che prendiamo in considerazione per ciascuno dei casi. Animale, ad esempio, si predica delluomo, e, quindi,
anche di un determinato uomo; se, infatti, non si predicasse di nessun determinato uomo, non si predicherebbe neppure delluomo in generale. E, per altro verso, il colore
in un corpo e, quindi, anche in un determinato corpo; se, infatti, non fosse in un determinato corpo individuale, non sarebbe neppure in un corpo in generale. Tutte le cose, di
conseguenza, o si dicono delle sostanze prime come di soggetti o sono in esse come in
soggetti. Se, dunque, non ci fossero le sostanze prime, sarebbe impossibile lesistenza di
qualcuna delle altre cose. Tutte le altre cose, infatti, o si dicono delle sostanze prime
come di soggetti o sono in esse come in soggetti; di conseguenza, se non ci fossero le
sostanze prime, sarebbe impossibile lesistenza di qualcuna delle altre cose.
Quanto alle sostanze seconde, la specie maggiormente sostanza del genere, perch
pi vicina alla sostanza prima. Se, infatti, si dovesse spiegare che cos la sostanza
prima, lo si esporrebbe in maniera pi chiara e appropriata indicando la specie piuttosto
che il genere. Ad esempio, si spiegherebbe in maniera pi appropriata un determinato
uomo dicendo che un uomo piuttosto che un animale - il primo termine, infatti, pi
proprio di un determinato individuo, mentre il secondo pi comune -; e, se si volesse

80

dare la spiegazione di albero, si darebbe una spiegazione pi evidente dicendo che un


albero piuttosto che una pianta.
Inoltre, le sostanze prime, per il fatto di fungere da soggetto di tutte le altre cose e
tutte le altre cose si predicano di esse o sono in esse, vengono dette sostanze in senso
primario. E, nello stesso rapporto in cui le sostanze prime stanno nei confronti di tutte le
altre cose, cos la specie sta nei confronti del genere. La specie, infatti, funge da soggetto nei confronti del genere, dal momento che, mentre i generi si predicano delle specie,
le specie non possono, invece, predicarsi del genere. Per tali ragioni, la specie maggiormente sostanza rispetto al genere.
Per quanto riguarda, invece, le specie stesse che non sono generi, nessuna di esse
maggiormente sostanza rispetto allaltra. E in effetti non si dar affatto una spiegazione
pi appropriata di un determinato uomo dicendo che un uomo di quella che si dar di
un determinato cavallo dicendo che un cavallo. Allo stesso modo, tra le sostanze prime, nessuna sar maggiormente sostanza rispetto a unaltra, poich un determinato uomo non affatto maggiormente sostanza rispetto ad un bue.
Giustamente, dunque, dopo le sostanze prime, vengono dette sostanze seconde solamente le specie e i generi, dal momento che, tra i predicati, solo questi manifestano la
sostanza prima. Se, infatti, spiegasse che cosa sia un determinato uomo, lo si farebbe in
modo pi appropriato indicando la specie piuttosto che il genere, e si fornirebbe una nozione pi precisa dicendo che un uomo piuttosto che un animale. Se, invece, si indicasse una delle altre cose, ad esempio, bianco o corre o altre cose simili, se ne darebbe una spiegazione impropria. Tra tutte le altre cose, dunque, solo le specie e i generi
si dicono sostanze. Inoltre, le sostanze prime vengono dette sostanze nel senso pi proprio perch fungono da soggetto a tutte le altre cose. E nello stesso rapporto in cui le sostanze prime stanno rispetto a tutte le altre cose, cos le specie e i generi delle sostanze
prime stanno rispetto a tutte le altre cose, poich tutte le altre cose si predicano di quelli:
infatti, dire che un determinato uomo grammatico dire grammatico anche uomo e animale, e cos avviene in tutti gli altri casi.
Il carattere comune a ogni sostanza il fatto di non essere in nessun sostrato: la sostanza prima, infatti, non si dice di un soggetto n in un soggetto; quanto alle sostanze
seconde, risulta chiaro che non sono in un soggetto anche per le ragioni che seguono.
Uomo si dice di un soggetto, cio un determinato uomo, ma non in un soggetto, poich uomo non in un determinato uomo1. Allo stesso modo, animale si dice di un soggetto, cio un determinato uomo, ma animale non in un determinato uomo2. Inoltre,
per quanto riguarda le cose che sono in un soggetto, nulla impedisce che, in certi casi, il
nome si predichi del soggetto, mentre impossibile che si predichi la definizione. Delle
sostanze seconde, invece, sia il nome sia la definizione vengono predicati del soggetto:
sia la definizione di uomo sia quella di animale, infatti, si predicano di un determinato
uomo. Di conseguenza, la sostanza non potrebbe essere tra le cose che sono in un soggetto. Questo carattere, per, non esclusivo della sostanza; anche la differenza, infatti,
tra le cose che non sono in un soggetto. Terrestre e bipede, infatti, si dicono di un
soggetto, cio delluomo, ma non sono in un soggetto, poich terrestre e bipede non sono nelluomo. E anche la definizione della differenza si predica di ci di cui detta la
differenza. Ad esempio, se terrestre si dice di uomo, anche la definizione di terrestre si
predicher delluomo; luomo, infatti, terrestre.
1
2

Cfr. Categorie 2, 1 a 21-22.


Cfr. Cfr. Categorie 3, 1 b 13-15.

81

Daltra parte, non ci deve turbare il fatto che le parti delle sostanze siano nelle sostanze intere come in soggetti, e non dobbiamo per questo essere costretti a dire che, allora, esse non sono sostanze. Le cose che sono in un soggetto, infatti, non si definivano
come cose che sono in qualcosa in quanto parti.
Appartiene alle sostanze e alle differenze il fatto che tutte le cose che discendono da
esse siano dette in modo sinonimico. Tutte le cose che discendono da esse, infatti, si
predicano o degli individui o delle specie. Dalla sostanza prima non discende nessun
predicato - infatti non si dice di nessun soggetto -; tra le sostanze seconde, invece, la
specie si predica dellindividuo e il genere si predica sia della specie sia dellindividuo.
Allo stesso modo, anche le differenze si predicano sia delle specie sia degli individui. E
le sostanze prime accolgono la definizione sia delle specie sia dei generi; e la specie accoglie quella del genere. Infatti, tutte le cose che si dicono del predicato si diranno anche del soggetto; allo stesso modo, le specie e gli individui accolgono la definizione delle differenze. Sinonime, come si era detto, sono le cose di cui il nome comune e la definizione la stessa; ne risulta che tutte le cose che discendono dalle sostanze e dalle
differenze vengono dette in maniera sinonimica.
Ogni sostanza sembra significare un qualcosa di determinato. Questo incontestabilmente vero per quanto concerne le sostanze prime, poich ci che si indica qualcosa
di individuale e numericamente uno. Per quanto concerne, invece, le sostanze seconde,
sembrerebbe, a causa della forma dellespressione, che anche in questo caso venga egualmente indicato qualcosa di determinato, come quando si dice uomo o animale, ma,
in realt, esse indicano piuttosto una determinata qualit. In questo caso, infatti, il soggetto non uno come nel caso della sostanza prima, ma uomo e animale si dicono di
molteplici cose. Le sostanze seconde non indicano, per, una determinata qualit in senso assoluto, come nel caso di bianco. Bianco, infatti, non indica nientaltro che la qualit, mentre il genere e la specie definiscono la qualit che concerne la sostanza, poich
indicano una sostanza di una determinata qualit. Con il genere, per, si d una definizione che abbraccia pi elementi rispetto a quella fornita con la specie; animale, infatti,
comprende un maggior numero di casi rispetto a uomo.
Appartiene alle sostanze anche il non avere dei contrari. Infatti, che cosa potrebbe essere contrario alla sostanza prima? Nulla contrario, ad esempio, ad un determinato
uomo, e neppure qualcosa di contrario a uomo o ad animale. Questo carattere, tuttavia,
non proprio esclusivamente della sostanza, ma appartiene a molte altre cose, come, ad
esempio, la quantit. Nulla, infatti, contrario a lungo due cubiti n a dieci n a nessunaltra cosa di questo genere, a meno che non si dica che molto contrario a poco o
che grande contrario a piccolo. Ma nel caso delle quantit determinate nessuna contraria a unaltra.
Sembra poi evidente che la sostanza non ammetta il pi e il meno. Non intendo dire
che una sostanza non pu essere maggiormente sostanza rispetto ad unaltra - questo,
infatti, gi stato detto che accade -, ma che ogni sostanza non pu essere detta ci che
in misura maggiore o minore. Ad esempio, se questa sostanza un uomo, non potr
essere uomo in misura maggiore o minore n uomo rispetto a se stesso n uomo rispetto
ad un altro. Un uomo, infatti, non pu essere uomo in misura maggiore o minore rispetto ad un altro, come il bianco pu essere pi bianco rispetto ad un altro bianco, e il bello
pu essere pi bello rispetto a un altro bello. Daltra parte, una cosa pu anche essere
detta ci che in misura maggiore o minore rispetto a se stessa, come, ad esempio, il
corpo pu essere detto adesso pi bianco rispetto a prima, e ci che caldo pu essere
detto pi o meno caldo. Questo certamente non accade nel caso della sostanza, poich

82

uomo non si dice ora maggiormente uomo rispetto a prima, e lo stesso non accade per
nessuna altra cose che sia sostanza. La sostanza, perci, non pu accogliere il pi e il
meno.
Ma il carattere che risulta maggiormente proprio della sostanza il poter accogliere i
contrari, pure restando identica e numericamente una. Tra tutte le altre cose che non sono sostanza, non se ne potrebbe trovare una che, restando numericamente una, possa accogliere i contrari. Il colore, ad esempio, che uguale a se stesso e numericamente uno,
non sar bianco o nero, n la stessa azione, numericamente una, sar sia buona sia cattiva, e lo stesso vale in tutti gli altri casi che non trattino di sostanze. La sostanza, invece,
pur restando identica e numericamente una, pu accogliere i contrari. Un determinato
uomo, ad esempio, pur restando identico e uno, pu essere in alcuni casi bianco in altri
nero, e talora caldo talora freddo, e talora buono e talora cattivo. Questo non si d in
nessun altro caso, a meno che non si sollevi lobiezione per cui il discorso e lopinione
rientrerebbero in questo genere di cose. Lo stesso discorso, infatti, sembra essere sia vero sia falso: ad esempio, se vero il discorso per cui un tale seduto, quando quel tale si
alzer, lo stesso discorso risulter falso. E lo stesso vale nel caso dellopinione. Se infatti qualcuno ha lopinione vera che un tale sta seduto, quando quel tale si alzer, egli avr
unopinione falsa se continuer ad avere la stessa opinione su di lui. Anche se si accettasse lobiezione, la situazione sarebbe diversa nei due casi: nel caso delle sostanze,
trasformando se stesse che esse possono ricevere i contrari - infatti ci che da caldo diventa freddo, o nero da bianco, o buono da cattivo, si trasformato (poich si alterato), e lo stesso accade in tutti gli altri casi in cui ciascuna cosa, subendo un mutamento,
pu accogliere i contrari; il discorso e lopinione, invece, restano in se stessi sempre assolutamente immobili, ed grazie al mutamento della cosa cui si riferiscono che ha luogo un contrario. Di fatti il discorso per cui un tale seduto resta identico, ma, al mutare
del fatto cui si fa riferimento, diventa a volte vero a volte falso. E lo stesso vale per
lopinione. Quindi grazie alla modalit in cui ci avviene che la sostanza risulta capace di accogliere i contrari grazie ad una sua trasformazione. E se si ammettesse che anche il discorso e lopinione siano capaci di accogliere i contrari, non saremmo nel vero.
Il discorso e lopinione, infatti, non si dicono capaci di accogliere i contrari in quanto
sono essi stessi ad accogliere qualcosa, ma solo in quanto laffezione avviene in qualcosaltro, poich per il fatto che loggetto si dia o non si dia che il discorso si dice vero o falso, non per il fatto di essere capace di accogliere in s i contrari. Infatti, in senso
assoluto, n il discorso n lopinione vengono modificati da nulla, e quindi, non avvenendo nulla in essi stessi, non potrebbero essere capaci di accogliere i contrari. La sostanza, invece, poich essa stessa ad accogliere i contrari, si dice che sia capace di accogliere i contrari. Essa, infatti, accoglie sia la malattia sia la salute, sia la bianchezza
sia la nerezza, e, per il fatto che sia essa stessa ad accogliere ciascuna di queste cose, si
dice capace di accogliere i contrari. Carattere proprio della sostanza, quindi, la capacit di accogliere i contrari, pure restando identica e numericamente una. Queste sono le
questioni che riguardano la sostanza.

Sommario
Il capitolo quinto delle Categorie dedicata allo studio e allanalisi della categoria
della sostanza. Essa pu essere divisa in due sezioni.

83

I.

Nella prima, Categorie 5, 2 a 11 - 3 a 6, Aristotele spiega che cos la sostanza,


quali sono i due significati di sostanza e quali sono i rapporti che intercorrono
tra i diversi tipi di sostanza e tra la categoria della sostanza e le restanti categorie.
II. Nella seconda sezione, Categorie 5, 3 a 7 - 4 b 19, lAutore presenta e analizza
le propriet e le caratteristiche della sostanza. Ciascuna delle due parti pu essere suddivisa, a sua volta, in ulteriori sottosezioni, secondo lo schema seguente.
Prima sezione (2 a 11 - 3 a 6): che cos la sostanza; sostanze prime e sostanze seconde; rapporti che intercorrono tra i diversi tipi di sostanza e tra la categoria della sostanza e le restanti categorie.
1. Presentazione di che cosa la sostanza (Categorie, 2 a 11-19);
1.1 La sostanza prima (Categorie, 2 a 11-14);
1.2 La sostanza seconda (Categorie, 2 a 14-19);
2. Predicazione del nome e della definizione in riferimento alle cose che si dicono di
un soggetto e alle cose che sono in un soggetto (Categorie, 2 a 19-34);
2.1 Predicazione del nome e della definizione in riferimento alle cose che si dicono di
un soggetto (Categorie, 2 a 19-27);
2.2 Predicazione del nome e della definizione in riferimento alle cose che sono in un
soggetto (Categorie, 2 a 27-34);
3. Precisazione dei rapporti che intercorrono tra le sostanze prime e le sostanze seconde da un lato, e tra le sostanze prime e le altre categorie dallaltro (Categorie, 2 a 27
- 2 b);
4. Gradi di sostanzialit della sostanza seconda. La specie pi sostanza del genere
(Categorie, 2 b 7-22)
4.1 La specie pi vicina alla sostanza prima (Categorie, 2 b 7-14);
4.2 La specie funge da sostrato al genere (Categorie, 2 b 15-22);
5. Pari grado di sostanzialit delle sostanze dello stesso livello (Categorie, 2 b 22-28);
6. Ancora sui rapporti tra sostanze prime e seconde e sul primato della categoria della
sostanza (Categorie, 2 b 29 - 3 a 6);
Seconda Parte: propriet e caratteristiche della sostanza (Categorie, 3 a 7 - 4 b 19);
1. Prima caratteristica: carattere comune a ogni sostanza il non essere in nessun
soggetto (Categorie, 3 a 7 - 3 b 9);
2. Seconda caratteristica: la sostanza qualcosa di determinato (Categorie, 3 b 1023);
3. Terza caratteristica: la sostanza non ha contrari (Categorie, 3 b 24-32);
4. Quarta caratteristica: la sostanza non ammette il pi e il meno (Categorie, 3 b 33 4 a 9);
5. Quinta caratteristica: la sostanza ammette i contrari, restando la stessa e numericamente una (Categorie, 4 a 10 - 4 b 19).

1. La presentazione di che cosa la sostanza (Categorie 5, 2 a 11-19)


1.1. La sostanza prima (Categorie, 2 a 11-14)

84

Prima tra tutte le categorie, la sostanza appare come un concetto originario e primo; e
cos si rivela nel corso della trattazione di quella che viene tradizionalmente considerato
il capitolo 5 delle Categorie, che prende avvio da questa considerazione fondamentale
intorno alla sostanza. Intorno a questultima affermazione, credo sia necessario presentare subito due osservazioni. La prima che la sostanza viene qui presentata essenzialmente in forma negativa, escludendo che essa possa dirsi di un soggetto o essere in un
soggetto. Aristotele si pronuncia pi volte in questi termini:
La sostanza prima n detta di un soggetto n in un soggetto3.
La sostanza non potrebbe essere tra le cose che sono in un soggetto4.
Dalla sostanza prima non discende nessun predicato; infatti non detta di nulla
come soggetto5.
Questa prima annotazione ci permette di identificare la sostanza, nel suo significato pi
proprio, con lultimo raggruppamento della quadruplice classificazione degli enti presentata nel capitolo secondo6, il quale comprende, appunto, gli enti ai quali sono negati
tutti e due i tipi di predicazione dirsi di (t m kaq' pokeimnou lgesqai) e essere in (t m n pokeimnJ enai).
Sostanza, nel senso pi proprio, e in primo luogo e soprattutto, quella che non si dice
di nessun soggetto n in nessun soggetto, come, ad esempio, un determinato uomo o
un determinato cavallo7.

Categorie 5, 3 a 7-10.

Categorie 5, 3 a 20-2.
5 Categorie 5, 3 a 36-37.
6

Cfr. Categorie 2, 1 a 20 - 1 b 5.
Categorie 5, 2 a 11-14. Come sottolinea F. Guadalupe Masi, Sostanza prima e sostanze seconde, in Bonelli - Masi, Studi sulle Categorie di Aristotele, pp. 95-112, pp. 102-103, la traduzione di questo passo pu far assumere al testo connotazioni diverse. Da un lato, Zanatta e Pellegrin-Crubellier, seguiti da Guadalupe Masi, intendono kuritat... legomnh come predicato nominale di stin, che equivarrebbe a t kuritat... legomnon, ma al femminile per
attrazione. Ad esempio, Guadalupe Masi, Sostanza prima e sostanze seconde, p. 95, traduce:
Sostanza quella che si dice principalmente, primariamente e massimamente, la quale n si
dice di qualche soggetto n in un soggetto, per esempio un certo uomo o un certo cavallo.
Similmente traduce Zanatta, Aristotele. Le categorie, p. 305: Sostanza quella detta nel senso pi proprio e in senso primario e principalmente, la quale n si dice di qualche soggetto n
in qualche soggetto: ad esempio, un certo uomo o un certo cavallo. Dallaltro lato, altri commentatori, come Pesce, Ackrill e Antiseri, collegano stin al pronome relativo , facendo di
kuritat... legomnh unapposizione di osa. Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 36, traduce: Sostanza, quella che cos viene chiamata pi propriamente, principalmente e massimamente, quel che n si dice di qualche soggetto n in qualche soggetto, ad esempio un certo
uomo o un certo cavallo. Antiseri, Aristotele. Le categorie, pp. 43-44, traduce: Sostanza,
nel senso pi fondamentale, proprio e principale del termine, quella che n si dice di qualche
soggetto n in qualche soggetto: per esempio, un determinato uomo o un determinato cavallo. Ackrill, Aristotles Categories and De Interpretatione, p. 5, rende il passo con: A substance - that which is called a substance most strictly, primarily, and most of all - is that which
is neither said of a subject nor in a subject, e.g. the individual man or the individual horse. Secondo Guadalupe Masi, Sostanza prima e sostanze seconde, pp. 102-103, il primo tipo di traduzione sottolineerebbe il fatto che la sostanza si dice in un senso primario e, in base a questa
interpretazione, [] le determinazioni negative del non dirsi di e del non essere in [] spiegherebbero perch il termine sostanza venga attribuito a pieno titolo a individui concreti e gi
7

85

La presentazione del concetto aristotelico di sostanza, dunque, presuppone la conoscenza della tetrarchia dellessere presentata nel capitolo 2 delle Categorie; presuppone, cio, la distinzione tra osa e sumbebhkta, tra sostanza e accidenti8. Questo non
significa che il concetto di sostanza presupponga qui il concetto di accidente, che, cio,
ci che primario ed essenziale presupponga ci che secondario, inferiore e dipendente, ma vuol semplicemente dire che la distinzione tra sostanza ed accidenti una distinzione fondamentale e risolutiva, e che ci che non sostanza accidente, e viceversa.
Secondo questa visione esclusivista (di tipo aut-aut) mi sembra che anche Simplicio
interpreti la forma negativa con cui Aristotele presenta la sostanza. Il commentatore afferma, in primo luogo, che lo Stagirita non sta dando una definizione di sostanza, ma
una descrizione di essa, per quanto, poi, anche le definizioni, a volte, possano essere date via negationis9; in secondo luogo, egli presenta un esempio: se fossero conosciute solo tre specie di animali, quali, ad esempio, cavallo, cane e uomo, sarebbe giusto dire che
ci che non n cavallo n cane, uomo, e, poich si conoscerebbero i primi due, anche
il terzo lo sarebbe. Lo stesso, secondo Simplicio, vale per la sostanza: dopo che sono
stati presentati il dirsi di e lessere in, si potr facilmente capire ci che n si dice di
n in10. La sostanza, dunque, viene subito presentata come ci che pi si allontana e
meglio si distingue dallaccidente; per rendere questa descrizione pi comprensibile, Aristotele ha prima spiegato la distinzione tra dirsi di e essere in e la classificazione
degli enti che ne deriva.

di per s determinati. La ragione di ci consisterebbe nel fatto che la sostanza in senso proprio
ci che esiste separatamente e non dipende da altro n logicamente n ontologicamente (Guadalupe Masi, Sostanza prima e sostanze seconde, p. 102). In base a una seconda interpretazione, invece, [] linteresse di Aristotele non sarebbe tanto quello di distinguere due significati del termine sostanza, quanto quello di indicare nella sostanza in generale il riferimento
ultimo di ogni discorso e di indicare in modo pi particolare, attraverso i criteri del non dirsi di e
del non essere in, il soggetto di ogni discorso nellindividuo concreto e gi di per s determinato (Guadalupe Masi, Sostanza prima e sostanze seconde, p. 102; cfr. Pellegrin-Crubellier,
Aristote. Catgories, pp. 220-221, n. 1). In breve, secondo Guadalupe-Masi, la seconda interpretazione, ponendo lenfasi sul livello linguistico, piuttosto che su due sensi del termine sostanza, eliminerebbe, o almeno ridurrebbe, la problematica della [] legittimit della distinzione di due tipi di sostanza allinterno della prima categoria (Guadalupe Masi, Sostanza prima
e sostanze seconde, p. 103) e, quindi, anche quella del rapporto con Metafisica Z, che che nega ai generi e alle specie - nelle Categorie classificate come sostanze seconde - il carattere di
sostanza). A me sembra, tuttavia, che, sulla base del testo aristotelico, non sia possibile mostrare
qui un primato dellaspetto puramente linguistico su quello ontologico. Per quanto, infatti, la sostanza prima venga presentata facendo ricorso a delle formule che esprimono dei rapporti linguistico-logici, essa indica gli individui, che costituiscono, al tempo stesso, la realt cui tutte le
altre cose fanno riferimento e il soggetto cui si riferisce ogni discorso. Come scrive la stessa
Guadalupe-Masi, infatti, [] dato che ogni determinazione del linguaggio esprime una determinazione della realt, o, altrimenti detto, dato che ogni determinazione della realt diversa dalla sostanza individuale pu essere ridotta a un predicato della sostanza individuale, allora anche
tutta la realt dipende dalla sostanza individuale (Sostanza prima e sostanze seconde, p.
103).
8 Cfr. capitolo secondo, supra, pp. ***.
9 Simplicio, In Cat, 81, 20 ss.: Aristotele non spiega che cos la sostanza, ma cosa non . In
primo luogo, si dovrebbe sapere che una cosa del genere non una definizione, ma una descrizione. Tuttavia, alcune definizioni vengono date per via negativa.
10 Cfr. Simplicio, In Cat, 81, 27 ss..

86

La forma negativa, tuttavia, non dovrebbe essere ulteriormente sottolineata, ma calibrata e relativizzata a seconda del contesto, dal momento che Aristotele non si pronuncia sulla sostanza sempre in questo modo. Da un lato, allinterno dello stesso capitolo 5
delle Categorie, lo Stagirita scrive, in forma positiva:
Ogni sostanza sembra significare un qualcosa di determinato11.
Daltro canto, a ulteriore conferma che la forma negativa non , per lAutore, lunica
maniera possibile di presentare la sostanza, possiamo trovare la definizione in forma positiva anche in altre opere aristoteliche. Nella Metafisica, ad esempio, che pure presenta,
in molti luoghi, la sostanza in forma negativa, si legge:
I caratteri della sostanza sono soprattutto lessere separato (cwristn) e lessere un alcunch di determinato (t tde ti)12.

Similmente nelle Confutazioni sofistiche si legge:


Soprattutto a ci che uno e alla sostanza sembrano seguire un qualcosa di determinato
e lessere13.

La maggior parte delle volte, tuttavia, la formulazione negativa e quella positiva


vengono intrecciate, come se, per ben comprendere il concetto di sostanza, ci fosse bisogno di far interagire i due diversi punti di vista sulla stessa realt. La sostanza, infatti,
viene, s presentata come ci che non si dice di un soggetto n in un soggetto, ma anche come ci di cui tutte le altre cose si dicono o in cui tutte le altre cose sono. Aristotele ritorna su questo concetto in pi luoghi delle Categorie14. E, similmente, in Metafisica Z, 3, 1029 a 7-9 si legge che:
Si detto in sintesi che cos la sostanza: essa ci che non viene predicato di nessun
soggetto, ma ci di cui tutto il resto viene predicato.

In termini analoghi si esprimono Metafisica D, 8, 1017 b 13-14


tutte queste cose si dicono sostanze perch non vengono predicate di un sostrato, mentre di esse viene predicato tutto il resto;

e Metafisica Z, 3, 1028 b 36-37:


il sostrato ci di cui vengono predicate tutte le altre cose, mentre esso non viene predicato di nessunaltra.

1.2. Le sostanze seconde (Categorie, 2 a 14-19)


Dopo aver presentato la sostanza prima attraverso i due caratteri negativi, per cui essa n si dice di un soggetto n in un soggetto, Aristotele introduce un secondo senso di
sostanza, che prende, appunto, il nome di sostanza seconda, e il cui concetto derivato da quello di sostanza prima.
Sostanze seconde sono, per Aristotele, le specie e i generi15. Per essere sostanze,
stando alla definizione appena data della sostanza prima, esse non dovrebbero n dirsi di
11

Categorie 5, 3 b 10.

12

Metafisica Z 3, 1029 a 27-28.


Confutazioni Sofistiche, 69 a 35-36.
14 Cfr. Categorie 5, 2 a 34-35, Categorie 5, 2 b 3-5, Categorie 5, 2 b 5-9, Categorie 5, 2 b 1517, Categorie 5, 2 b 37 - 3 a 11.
15 Si ricordi che il termine greco che traduciamo con sostanza significa anche essenza e vale in
generale quanto quello che . Specie e generi, corrispondendo ai predicati essenziali, poich ri13

87

un soggetto n essere in un soggetto. Ma evidente che noi diciamo, ad esempio, la


specie uomo dellindividuo16, e il genere animale sia della specie uomo sia
dellindividuo. chiaro, dunque, che il primo dei requisiti necessari per essere sostanza
prima non viene soddisfatto dai generi e dalle specie, i quali, nondimeno, continuano ad
essere chiamati, dal nostro autore, sostanze. In che senso, allora, i generi e le specie
vengono elevati al rango di sostanze? Essi sono s sostanze, ma in senso secondario, e il
loro concetto presuppone quello della sostanza prima. Le sostanze seconde sono, infatti,
i generi e le specie che si dicono delle sostanze prime. Ad esempio, se prendiamo un
certo individuo e constatiamo che la specie cui esso appartiene quella di uomo, ed il
genere cui la specie uomo, a sua volta, appartiene, quello di animale, possiamo concludere che uomo e animale sono sostanze seconde17.
Questo ci permette di identificare la sostanza, nel suo significato secondo, con il primo raggruppamento della quadruplice classificazione degli enti18, il quale comprende
gli enti che si dicono di un soggetto, ma non sono in un soggetto. Pi precisamente, la
specie si dice dellindividuo; il genere si dice sia della specie sia dellindividuo.
Ricapitolando, allora,
1. le sostanze prime sono quelle che non si dicono di un soggetto n sono in un soggetto;
2. le sostanze seconde sono quelle che, come le sostanze prime, non sono in un soggetto, ma, diversamente da queste, si dicono di un soggetto.
Risulta, dunque, che il criterio principe per il quale un ente viene elevato al rango di sostanza quello di non essere in un soggetto. Condizione necessaria e sufficiente affinch un ente sia sostanza tout court, senza ulteriori specificazioni, il non essere in un
soggetto; se, poi, questo neanche si dir di un soggetto, si tratter di una sostanza prima;
se, invece, sar predicabile di un soggetto, sar una sostanza seconda.

2. Predicazione del nome e della definizione (Categorie 5, 2 a 19-34)


Come abbiamo visto, sia il nome sia la definizione delle cose che sono dette di un
soggetto vengono predicati del soggetto; in altri termini, la predicazione implica sinonimia (Categorie 5, 2 a 19-27).
Nel caso dellinerenza, invece, nella maggior parte dei casi, n il nome n la definizione vengono predicati del soggetto (la sinonimia viene qui, in ogni caso, esclusa); a
volte, tuttavia, pu succedere che si diano casi di omonimia (Categorie 5, 2 a 27-34).
Risulta evidente, dallesempio, quanto ci accada raramente, poich discende da alcune
particolari inflessioni della lingua greca. Qui la grammatica italiana ci aiuta a capire
lesempio aristotelico, senza particolari stravolgimenti. Quando noi attribuiamo una
qualit, ad esempio il colore bianco, ad una sostanza, ad esempio un corpo, affermando:
il corpo bianco, non intendiamo certo dire che il corpo un colore di una superficie
che rifletta tutte le radiazioni visibili emesse dal sole, avendo assunto questa come definizione di bianco. Il discorso definitorio del bianco non potr mai predicarsi del corpo,
perch la definizione di corpo eterogenea rispetto alla definizione di bianco. In realt,
velano lessenza, la sostanza delle cose, reclamano anchessi giustamente il nome di sostanze
(Pesce, Aristotele, Categorie, p. 39, n. 13).
16 Cfr. Categorie, 1, 1 a 20-22.
17 Cfr. Categorie, 5, 2 a 14-19.
18 Cfr. Categorie, 2, 1 a 20 - 1 b 5.

88

come se stessimo, pi correttamente e rigorosamente, dicendo: il bianco nel corpo,


cio enunciando una predicazione di tipo essere in. Il termine bianco, presente nelle
due affermazioni che abbiamo appena presentato, viene usato con una valenza grammaticale diversa: in un caso, in il bianco nel corpo, esso un sostantivo che designa
propriamente il colore; nellaltro, in il corpo bianco, esso un aggettivo attribuito
ad una sostanza che ha ricevuto il bianco come sua qualit. In greco, questo reso possibile dal fatto che lo stesso termine, leukn, nel primo caso, un aggettivo sostantivato, di genere neutro; nel secondo caso, un aggettivo a tutti gli effetti, al genere neutro,
perch concordato con il termine, neutro, sma, corpo. Questo fatto, che la coincidenza delle terminazioni del sostantivo e dellaggettivo, puramente casuale, e non capita molto spesso. Come rileva Bods19, dicendo che il bianco si predica (kathgoretai) di un soggetto, e cio del corpo, Aristotele sembra assimilare lattribuzione a
una semplice predicazione. In realt, sarebbe pi corretto dire, come si legge in Categorie 1, 1 a 28, che il corpo, piuttosto che lindividuo corporeo (animato o inanimato che
sia) a ricevere, in un rapporto di inerenza, il bianco. Il bianco, infatti, non esiste senza
un corpo, anche se in se stesso, in quanto puro colore, incorporeo20. Nella definizione
del bianco rientra quella del colore, che il genere di appartenenza; ma il corpo non pu
in alcun modo essere un colore.

3. Precisazione dei rapporti che intercorrono tra le sostanze e le altre categorie (Categorie 5, 2 a 27 - 2 b)
Lintera realt dunque si risolve nelle sostanze prime e nei loro predicati e accidenti. Laffermazione provata mediante una considerazione induttiva (dei casi singoli).
Ogni predicato ed ogni accidente, mediatamente o immediatamente, si riportano a quel
soggetto primo di ogni predicazione e di ogni inerenza che la sostanza prima21. Il
primato degli individui sostanziali, di cui si dicono i generi e le specie e cui ineriscono
gli elementi appartenenti alle altre categorie, fa di tali individui la condizione di tutto
ci che esiste al di fuori di essi, almeno di tutto ci che esiste allinterno del mondo naturale sensibile. Infatti, come ricorda Bods22, questa dottrina di Aristotele sarebbe limitata alle sole sostanze sensibili corruttibili. I corpi celesti imperituri e inalterabili
fuorch passibili di accrescimento e diminuzione23 formano, infatti, probabilmente un
genere a s stante, che non pu essere enumerato tra le sostanze qui considerate.
Lesistenza delle sostanze incorporee separate non viene affatto qui esaminata, dal momento che, allinterno del solo mondo naturale sensibile e corruttibile, il primato assoluto detenuto dallindividuo sostanziale sensibile.
I due esempi qui presentati da Aristotele illustrano la medesima tesi: senza le sostanze prime, non potrebbe esistere nullaltro. 1. Il primo esempio si riferisce alla predicazione del dirsi di; 2. il secondo esempio si riferisce allinerenza, allessere in.
1. Il primo esempio si mostra come i generi non potrebbero essere predicati delle
specie, qualora non si predicassero di nessun individuo. Animale si dice
delluomo, e, quindi, anche di un determinato uomo; se non si predicasse di nes19

Cfr. Bods, Aristote, Catgories, p. 91, n. 3.


Cfr. Topici VI, 12, 149 b 1.
21 Pesce, Aristotele, Categorie, p. 37, n. 5.
22 Cfr. Bods, Aristote, Catgories, p. 91, n. 2.
23 Cfr. De Caelo, I, 3.
20

89

sun determinato uomo, non si predicherebbe neppure delluomo in generale. Come sottolinea Bods24, i generi che non si predicano di nessuna specie, semplicemente non sono dei generi, e cio non esistono. Lo stesso si potrebbe, allora,
dire delle specie che non si predicano di nessun individuo. Tale tesi comprensibile, ma comporta unimplicazione; essa presuppone che il predicarsi di un
soggetto o il dirsi di un soggetto equivalga al non poter esistere separatamente da
un soggetto (individuale). Ci equivale in parte allessere inerente a un soggetto25. E questo, a sua volta, significherebbe che le sostanze seconde hanno qualcosa di non sostanziale26.
2. Il secondo esempio fa riferimento a un qualcosa di inerente a un soggetto che, per
definizione, non pu esistere separatamente da quel soggetto. Il colore esiste in
quanto in un determinato corpo e, quindi, anche in un corpo in generale; se, infatti, il colore non inerisse a un determinato corpo individuale, non potrebbe essere in un corpo in generale.
La sostanza, intesa nel suo senso primario e pi proprio, non si dice di nessun soggetto e non in nessun soggetto, ma essa funge da soggetto a tutte le altre cose. Ora, ci
che non ha bisogno di essere predicato (in senso lato, comprendente sia la predicazione
vera e propria sia la predicazione pi debole intesa come inerenza) di nessunaltra cosa,
risulta essere qualcosa di determinato in s, che non deve la propria sussistenza a qualcosaltro.
La sostanza supporto sia della predicazione sia dellinerenza. Essa, nel suo significato pi proprio, viene a configurarsi come un sostrato ultimo che non pi predicabile,
fondato in se stesso, e dotato, pertanto, di autonomia. La differenza tra gli individui e
gli attributi consiste, per dirla con Aristotele, nel fatto che un individuo a differenza di
un universale non predicabile di niente. Gli individui sono enti impredicabili mentre
propriet e relazioni sono enti predicabili. Siccome un ente predicabile pu essere a sua
volta argomento di predicazione gli argomenti non sono identificabili con gli individui e
i predicabili non sono identificabili coi predicati27.
La caratteristica negativa della sostanza, quella per cui essa non si dice di nessun
soggetto e non in nessun soggetto, porta strutturalmente con s, come contraltare, il
carattere positivo di fungere da soggetto a tutto il resto, e di essere qualcosa di determinato in s. I due aspetti sono complementari e, poich funzionano come facce della stessa medaglia, spesso, nei testi aristotelici, si presentano come intrecciati. Trendelenburg
si avvale del confronto con Spinoza per spiegare questa movenza. Egli scrive che la definizione della sostanza data da Spinoza, e cio: per substantiam intelligo id, quod in se
et per se concipitur28 solo la formulazione perfetta ed efficace in cui culmina un processo di pensiero iniziato con Aristotele; ma anche tale definizione, apparentemente positiva e di facile comprensione, contiene in s un elemento che pu essere inteso solo
nel caso in cui la sostanza definienda costituisca il presupposto stesso della rappresentazione. Se la sostanza ha il carattere dellautonomia, allora nellat, nellin se esse, la
sostanza racchiusa come pre-pensata. Nellassioma generale di Spinoza, che ho poco
24

Cfr. Bods, Aristote, Catgories, p. 92, n. 5.


Cfr. Categorie, 2, 1 a 25: dnaton cwrj enai to n sti.
26 Bods, Aristote, Catgories, p. 92, n. 5.
27 E. Napoli, Significato e ontologia, in AA. VV., Significato e ontologia, a cura di C. Bianchi e
A. Bottani, ed. FrancoAngeli, Milano 2003, pp. 145-160, p. 147.
28 Spinoza, Etica, Parte Prima, Definizione III, p. 87: Per sostanza intendo ci che in s ed
concepito per s.
25

90

fa richiamato: omnia quae sunt in se vel in alio sunt, di fatto impiegata la distinzione
aristotelica dellosa e dei sumbebhkta, della sostanza e degli accidenti29. In realt,
la definizione citata da Trendelenburg incompleta, poich essa si presenta nel seguente
modo:
Per sostanza intendo ci che in se ed concepito per s: ovvero ci, il cui
concetto non ha bisogno del concetto di unaltra cosa, dal quale debba essere
formato30.
La sostanza spinoziana, pertanto, ha inseit ontologica e perseit concettuale, ossia indipendenza ontologica e autonomia concettuale31. La sostanza aristotelica, che costituisce, specie nelle revisioni scolastico-cartesiane, i presupposti teoretici della sostanza
spinoziana, pur essendone nettamente distante, possiede sicuramente autonomia ontologica e logica.

4. Gradi di sostanzialit della sostanza seconda (Categorie 5, 2 b 7-22)


In Categorie 5, 2 b 7-22, Aristotele introduce qui unulteriore specificazione, interna
alle sostanze seconde. Poich il genere e la specie sono state dette, entrambe, sostanze
seconde, bisogna chiedersi se esse lo siano nel medesimo grado. Lo Stagirita risponde
che la specie considerata pi sostanza del genere. Questo viene spiegato e giustificato
in due momenti e attraverso due tipi di argomenti32.
4.1. La specie pi vicina alla sostanza prima (Categorie 5, 2 b 7-14)
Il primo passo per cercare di spiegare il motivo per cui la specie risulta essere pi sostanza rispetto al genere muove da una giustificazione di tipo gnoseologico, che discende da una considerazione dal punto di vista della nozione e della definizione.
Poich, per Aristotele, le sostanze prime sono gli individui, e, poich tutto ci che si
avvicina di pi allindividuo, partecipa di pi della nozione di sostanza, allora, tra le sostanze seconde, la pi prossima alla sostanza prima la specie. Se immaginiamo di osservare allinterno della colonna della categoria di sostanza, troviamo che c un fattore
spaziale di vicinanza che colloca la specie immediatamente sopra alla sostanza prima,
cio a ridosso degli individui; il genere, invece, risulta essere doppiamente distante dalla
sostanza prima, alla quale si rapporta solo grazie alla mediazione della specie33. Questo

29
30

Trendelenburg, Dottrina delle categorie, p. 137.


Spinoza, Etica, Parte Prima, Definizione III, p. 87.

31

Giancotti, in Spinoza, Etica, p. 321, n. 5.


Cfr. Simplicius, Aristotles Categories, p. 31.
33 Linvito a pensare alla sostanza prima e alle sostanze seconde come afferenti a ununica colonna, che quella costituita dalla categoria della sostanza, presente anche in Zanatta, Aristotele. Le categorie, p. 109: il riferimento [] alla circostanza che generi e specie si incolonnano in una sequenza la quale, procedendo dallaltro al basso, alla decrescente ampiezza (o
comprensione) dei generi fa riscontro una crescente determinazione (o intensione): cosicch
lindividuo - che sta al fondo di una tale colonna e che, per se stesso, ineffabile - sar maggiormente determinato dalla specie che dal genere e, tra le specie, dalla specie infima. In questo
senso la specie sostanza a maggior titolo del genere perch dice il che cos della sostanza
prima maggiormente del genere, vale a dire pi determinatamente.
32

91

primo argomento, dunque, fa riferimento ad un criterio che quello di prossimit alla


sostanza prima34.
La maggiore prossimit discende dal fatto che la specie raggruppa in s un insieme
relativamente ristretto di individui che condividono molti caratteri comuni, ed sufficientemente caratterizzante; il genere, invece, raccogliendo tutti gli individui che rientrano nelle specie ad esso sottostanti, tanto pi variegato quanto pi di larga comprensione. Lindice di sostanzialit, pertanto, cresce o diminuisce proporzionalmente al crescere o diminuire della distanza dalla sostanza prima, che sostanza in senso principale35. Il genere appare vago, non abbastanza determinato; la specie, al confronto, risulta
pi peculiare, esclusiva, precisa. Se, dunque, ci interroghiamo intorno allessenza di un
determinato uomo, ad esempio, Socrate, ne daremo una nozione ben pi precisa e soddisfacente dicendo che egli , secondo la specie, un uomo piuttosto che, solo secondo il
genere, un animale. Allo stesso modo, se chiediamo che cosa sia un abete, ne avremo
una nozione pi precisa, e, dunque, una maggiore conoscenza, se ci venisse risposto che
un albero, piuttosto che, genericamente, una pianta. Rispetto a un abete, infatti, albero
una gabbia concettuale pi precisa rispetto a pianta, e mi permette di afferrarne meglio
la nozione. Le piante sono presentate come generiche, in Parti degli animali e anche
in Metafisica Z, 2, 1028 b 9 e Metafisica H, 1, 1042 a 9-10; e in Topici VI, 5, 143 a 2628, la pianta e lalbero vengono considerati rispettivamente come un genere superiore e
un sottogenere, inferiore.
Come fa notare Bods36, in questo passo, gli aggettivi proprio e comune devono
essere intesi in senso relativo, in quanto la specie pi propria e meno comune rispetto al genere. La specie e il genere, infatti, in quanto universali, sono, in senso assoluto, entrambi comuni perch appartengono a molteplici cose37; e nessuno dei due, in
senso assoluto, proprio.
4.2. La specie funge da sostrato al genere (Categorie 5, 2 b 15-22)
Troviamo in questa parte il secondo momento del ragionamento. La specie risulta essere maggiormente sostanza del genere anche a partire da unaltra considerazione, questa volta dal punto di vista della predicazione. Per comprendere questo passo, mi sembra
utile considerare come sia possibile rintracciare, a diversi livelli, tre tipi di asimmetria.
1. A un primo macroscopico livello, gi stato messo in luce come la categoria della sostanza abbia una sorta di priorit nei confronti delle restanti nove categorie,
poich lunica che indica qualcosa di determinato in s, ed ogni altra categoria
ha necessariamente bisogno di essa come sostrato di predicazione, mentre la sostanza non si predica mai di elementi contenuti in altre categorie.
2. A un secondo livello, allinterno della stessa categoria della sostanza, possiamo
gerarchicamente distinguere la sostanza intesa nel senso pi proprio e primario, e
la sostanza seconda, in qualche modo dipendente dalla prima, dal momento che
essa si dice della sostanza prima, mentre non accade mai che le sostanza prima si
predichi, legittimamente, della sostanza seconda.

34

Cfr. Guadalupe-Masi, Sostanza prima e sostanze seconde, p. 109.


Cfr. Simplicius, Aristotles Categories, p. 31.
36 Cfr. Bods, Aristote, Catgories, p. 9, n. 2.
37 Cfr. Metafisica Z, 13, 1038 b 10-11.
35

92

3. Se analizziamo ulteriormente il sottoinsieme delle sostanze seconde, troviamo


che, anche a questo livello, c una sorta di priorit, assegnata alla specie. Come, infatti, le sostanze prime fungono da sostrato per tutte le altre cose (siano esse elementi di altre categorie o sostanze seconde), cos la specie fa da sostrato al
genere; e se vero che i generi vengono predicati della specie, non si d il reciproco, e cio che le specie si predichino, a loro volta, dei generi. Tra le altre sostanze seconde, dunque, la specie assolve, nei confronti del genere, la stessa funzione che la sostanza prima assolve rispetto alle sostanze seconde in generale, ossia quella di fondamento. Anche da queste considerazioni segue, dunque, che la
specie, rispetto al genere, pi affine alla sostanza prima ed , pertanto, maggiormente sostanza. A ben vedere, i due argomenti presentati per dimostrarlo potrebbero, in qualche modo, essere ricondotti a ununica movenza, dal momento
che il motivo per cui pi proprio dire che Socrate un uomo rispetto a Socrate un animale pu ritrovarsi nel fatto che il genere comprende la specie, e
non viceversa, cio: i generi si predicano delle specie, ma le specie non si predicano dei generi.
Tuttavia, Aristotele ci presenta il cammino dellargomentazione strutturato in due
passi, e questo fecondo, perch ci induce a ritenere che laspetto gnoseologico e
laspetto predicativo siano due punti di vista diversi che pervengono allo stesso risultato. Ackrill38 fa notare una discrepanza tra laffermazione secondo la quale la specie
maggiormente sostanza del genere e quanto si legge nel tredicesimo capitolo delle Categorie:
I generi sono sempre anteriori alle specie; non si d, infatti, inversione secondo lordine
dellessere: ad esempio, se c lacquatico, c anche lanimale, ma, se c lanimale,
non necessario che ci sia lacquatico39.

Per comprendere questo passo, occorre anticipare brevemente quanto viene detto al capitolo dodicesimo40, Categorie 12, 14 a 25 - 14 b 25, in cui Aristotele presenta cinque
sensi in cui una cosa pu essere detta anteriore, prioritaria rispetto ad unaltra. I cinque sensi in cui una cosa pu essere detta anteriore a unaltra sono:
1. In primo luogo e in senso principale, secondo il tempo. questo il senso pi letterale da cui derivano gli altri.
2. In secondo luogo, una cosa detta prima di unaltra se non ammette correlazione
secondo la conseguenza dellesistere.
3. Una cosa si dice prima per un qualche ordine, come, ad esempio, nel caso della
grammatica, le lettere sono prima delle sillabe.
4. Primo anche detto ci che migliore e pi degno di pregio. Il nostro autore dice che forse questo il pi improprio dei modi.
5. Ci che a qualunque titolo causa dellesistere di unaltra cosa si dice logicamente primo per natura.
Il senso che a noi interessa, e che verr ripreso nel capitolo 12 per mostrare
lanteriorit del genere rispetto alla specie, viene cos spiegato:
In un secondo senso, ci che non pu essere invertito nella consequenzialit
dellessere: luno, ad esempio, anteriore al due. Se c il due, segue immediatamente
che c anche luno, mentre, se c luno, non necessario che ci sia il due. Di conse38

Cfr. Ackrill, Aristotles Categories, p. 84.


Categorie 13, 15 a 4-7.
40 Si rinvia, per lesame di questa questione, al Capitolo 12, Infra, pp. ***.
39

93

guenza, partendo dalluno, la consequenzialit dellesserci dellaltro non si inverte, e


sembra che sia anteriore lessere a partire dal quale non si inverte lordine dellessere41.

Il genere appare anteriore alla specie perch se c la specie, sicuro che c il genere,
mentre se c il genere, non detto che esista la specie. C dunque una sorta di asimmetria che si trova chiaramente esplicata in Topici IV 1, 121 a 12-14:
dunque evidente che le specie partecipano dei generi, ma che i generi non partecipano delle specie: la specie infatti accoglie il discorso definitorio del genere, mentre il genere non accoglie quello della specie.

Occorre distinguere accuratamente i diversi punti di vista. Dal punto di vista ontologico, viene innanzitutto la sostanza prima, poi la specie, poi il genere; dal punto di vista
logico, invece, tra la specie e il genere - entrambi sostanze seconde - il genere il primo
concettualmente.
4.3. Pari grado di sostanzialit delle sostanze dello stesso livello (Categorie 5, 2 b 2228)
Come abbiamo visto, la sostanzialit di un ente cresce o diminuisce proporzionalmente al diminuire o aumentare della distanza che lo separa dalla sostanza prima.
Se questo vero, ne discender che, per tutti gli enti la cui la distanza dalla sostanza
prima la stessa, anche il grado di sostanzialit sar lo stesso42. Cos, tra le varie specie,
le quali distano allo stesso modo dalla sostanza prima, non ci sar una specie maggiormente sostanza di unaltra; la stessa cosa vale per i generi, i quali distano la stessa lunghezza dalla sostanza prima.
Infine, la stessa teoria del pari grado di sostanzialit vale anche per le stesse sostanze
prime, tra le quali non ve ne , in alcun modo, una che sia pi sostanza dellaltra. Un
uomo non si dice sostanza a maggior diritto e con pi dignit di quanto non si dica sostanza, ad esempio, un bue. Qui si vuol dire che, quanto al loro essere in s, le sostanze
prime sono tutte identiche. Se anche, com ovvio, una sostanza prima sar diversa
dallaltra in quanto soggetto di predicati diversi, come, ad esempio, un uomo diverso
da un bue, da ci non deriver che una delle due sostanze sar in s maggiormente sostanza dellaltra. Da questo non segue che ci sia unidentit di valore ontologico tra tutto
ci che esiste nel mondo, e che non ci sia una differenza ontologica e reale tra le sostanze prime. Si sta solo dicendo che, allinterno della categoria della sostanza, tra gli enti
che si situano agli stessi livelli (sostanze prime, specie, generi), non ci sono differenze
di sostanzialit.

5. Caratteristiche della sostanza


5.1. Prima caratteristica: la sostanza non in un soggetto (Categorie 5, 3 a 7 - 3 b 9)
Le sostanze prime sono, come si ampiamente osservato, quelle che non si dicono di
un soggetto n sono in un soggetto; le sostanze seconde sono quelle che, come le sostanze prime, non sono in un soggetto, ma, diversamente da queste, si dicono di un soggetto.

41

Categorie 12, 14 a 29-35.

42

Cfr. Pesce, Aristotele, Categorie, p. 38, n. 12.

94

Risulta, allora, chiaramente che il criterio principe per il quale un ente viene elevato
al rango di sostanza quello di non essere in un soggetto. Condizione necessaria e sufficiente affinch un ente sia sostanza tout court, senza ulteriori specificazioni, il non
essere in un sostrato; se, poi, questo neanche si dir di un soggetto, si tratter di una sostanza prima; se, invece, sar predicabile di un soggetto, sar una sostanza seconda.
Tuttavia, neppure questo guadagno, per cui il non essere in si presenta come segno
distintivo della sostanza in generale, risolutivo. Dopo aver escluso che il primo dei
due tratti caratteristici della sostanza prima, il non dirsi di, potesse essere un carattere
peculiare anche della sostanza in generale, poich abbiamo scoperto che le sostanze seconde si predicano di un soggetto, ora ci accorgiamo che il secondo tratto, il non essere
in, non esclusivo della sostanza.
Anche la differenza specifica, infatti, come i generi e le specie, rientra in quel gruppo
di enti che non sono in un soggetto, ma si dicono di un soggetto. La differenza non un
attributo accidentale, in quanto anche la sua attribuzione, al pari di quella della specie e
del genere, ha carattere necessario. Questo concetto chiaro nel sesto libro dei Topici:
In realt, nessuna differenza compresa tra le determinazioni accidentali, come non lo
il genere; non infatti possibile che la differenza appartenga e non appartenga a qualcosa43.

Gli stessi esempi, del terrestre e del bipede, si trovano in Topici, II, 109 a 14-15.
Queste due differenze non sono, propriamente parlando, costitutive della specie. Per
quanto sia possibile definire luomo come un animale bipede, non si tratta di una determinazione sufficiente a costituire propriamente luomo. Gli stessi due esempi trovano
luogo anche in Topici IV, 2, 122 b 16-17 allo scopo di illustrare la tesi secondo la quale
le differenze non indicano lessenza (t sti), ma qualcosa di qualificato in un certo
modo (poin ti), una dottrina che viene difesa in Categorie 5, 3 b 15-21 in riferimento
alle sostanza seconde.
5.1.1. Aporia: le parti della sostanza sono nelle sostanze intere come in soggetti?
Sostanze seconde, si detto, sono quelle che si dicono di un soggetto, ma non sono in
un soggetto. Questa definizione fin qui piuttosto chiara, ma unaporia appare, per,
sorgere, se poniamo lattenzione al modo in cui Aristotele presenta le sostanze seconde
in Categorie 5, 2 a 14-19. Il testo greco fa, infatti, uso di una costruzione che non pu
non ricordare, per somiglianza, quella precedentemente adottata quando si parlato
dellessere in un soggetto (t n pokeimnJ enai): troviamo, infatti, anche qui, un
complemento di stato in luogo, composto dalla preposizione alla quale si aggiunge il
caso dativo, e un verbo, prcw, che conta, tra le sue accezioni principali, oltre a quello
di appartenere, i significati di esistere e essere44.

43

Cfr. Topici VI, 6, 144 a 23-26: .


Cfr. H.G. Liddell - R. Scott, A greek-english lexicon, Revised and augmented throughout by
H. Stuart Jones with the assistance of R. McKenzie, Clarendon Press, Oxford, 1843, 19909, voce prcw, pp. 1853-1854; H.G. Liddell - R. Scott, Dizionario illustrato greco-italiano, Edizione adattata e aggiornata a cura di Q. Cataudella, M. Manfredi, E. di Benedetto, Le Monnier,
Firenze 1975, p. 1318.
44

95

Questo comporta che, nella traduzione, i due sintagmi, t n pokeimnJ enai e t


n (tJ) prcein, vengano quasi a sovrapporsi, tanto da sembrare che le sostanze
prime sono nelle specie, e le specie sono nei generi45.
Sebbene il greco non dia cos ampio spazio ad ambiguit, dal momento che fa uso,
nei due casi, di due verbi diversi (da un lato enai, dallaltro prcein), stando il ricorrente utilizzo, in greco, del verbo prcein come equivalente di enai, lo stesso Aristotele si accorge dellaporia che potrebbe essere sollevata, tanto che si trova costretto a
puntualizzare:
Non ci deve turbare il fatto che le parti delle sostanze stiano nelle sostanze intere come
in sostrati, e non dobbiamo per questo essere costretti a dire che, allora, esse non sono
sostanze. Le cose che sono in un sostrato, infatti, non si definivano come cose che sono
in qualcosa come delle parti46.

Il nostro Autore ci sta dicendo che bisogna necessariamente distinguere lessere in


(t m n pokeimnJ enai) inteso in senso tecnico, che era stato oculatamente spiegato nel seguente modo:
Dico in un sostrato ci che, appartenendo a qualcosa, non per come una sua parte,
impossibile che sussista separatamente da ci in cui 47

dal t n tin (t) prcein, che viene usato in riferimento alle sostanze con il senso
di appartenere, fare parte di, e che assume in s il significato della dinamica interoparti. Sembrerebbe, quindi, che Aristotele ponga la possibilit di concepire delle sostanze come parti di unaltra sostanza, che , appunto, lintero di queste sostanze, e questo ci
viene confermato da un passo della Fisica:
infatti necessario che la parte della sostanza sia sostanza48.
Affinch questo sia possibile, necessario che, fra le parti delle sostanze e lintero delle
sostanze, da un lato, si dia omogeneit (altrimenti non sarebbero compatibili), dallaltro,
vi sia differenza (altrimenti sarebbero indistinte, sarebbero ununica e medesima sostanza).

45

Ad esempio, Pesce, Aristotele, Categorie, p. 36, traduce: Sostanze seconde si chiamano le


specie in cui sono (corsivo mio) quelle che vengono chiamate sostanze prime ed anche i generi
di queste specie; per esempio un uomo determinato nella specie uomo ed il genere di questa
specie animale, scegliendo, cos, la strada pi ambigua, ma avvertendo in nota: Lessere in,
di cui si parla quando si dice in cui sono, non lessere in un soggetto (e del resto, nel testo greco, il verbo adoperato non enai, ma prcein), ma indica la relazione del soggetto rispetto ai
suoi predicati essenziale e corrisponde perci allesser sussunto (Aristotele, Categorie, p. 36,
n. 3). Ackrill (Aristotles Categories, pp. 5-6) opta per una variatio: The species in which the
things primarily called substances are, are called secondary substances, as also are the genera of
these species. For exemple, the individual man belongs in a species, man, and animal is a genus
of the species; so these - both man and animal - are called secondary substances, traducendo il
verbo prcein la prima volta con to be (essere), la seconda con to belong (appartenere). Assumendo qui lessere in in senso tecnico, questo non potrebbe in alcun modo essere vero.
Considerata, infatti, la definizione di sostanza in generale come ci che non si dice di nessun
soggetto, se risultasse che sia le sostanze prime sia le sostanze seconde sono in un soggetto, n
queste n quelle sarebbero pi sostanza.
46 Categorie 5, 3 a 29-32.
47 Categorie 2, 1 a 24-25.
48 Fisica, 47 a 26-27.

96

Questo requisito proprio quello che si realizza nella dottrina aristotelica. Un certo
uomo, che sostanza prima, una parte della specie uomo, che sostanza seconda, la
quale, in quanto intero, non si esaurisce in lui, ma ingloba tutti gli uomini; la specie uomo , a sua volta, una parte del genere animale, che sostanza seconda, e, in quanto intero, non si esaurisce nella specie uomo, ma ingloba, ad esempio, anche le specie cavallo, cane etc.
Per capire questo rapporto, forse utile un richiamo al libro D della Metafisica. Qui,
infatti, il secondo dei quattro significati di parte viene presentato cos:
Inoltre, si dicono parti anche quelle in cui la forma pu essere divisa, a prescindere dalla quantit. Perci si dice che le specie sono parti del genere49.

Secondo Alessandro di Afrodisia50, se prendiamo, ad esempio, lanimale, non possiamo considerarlo come quantit e come corpo e, come tale, dividerlo in parti; ne otterremmo, allora, delle parti quantitative: testa, tronco etc. Per contro, noi possiamo anche
considerare lanimale come genere (prescindendo, quindi, completamente dalla quantit) e come genere suddividerlo nelle sue specie (cavallo, cane, uomo etc.).
questo il senso qui considerato: in questo senso si pu dire, infatti, che le specie
sono parti del genere. In un altro senso, invece, si pu dire che il genere parte della
specie, dal momento che
anche gli elementi contenuti nella nozione che esprime ciascuna cosa sono parti del tutto51.

Aristotele si riferisce qui a quelle parti che costituiscono la forma e quindi la definizione. [] la definizione, che rid lessenza o forma o specie di una cosa, costituita: (a)
dal genere e (b) dalla differenza [specifica]; in tal senso, il genere viene ad essere una
parte della definizione della specie52. Nel primo caso, lomogeneit data dal fatto che
un certo uomo e la specie uomo sono entrambe sostanze in generale, mentre la differenza data dal fatto che un certo uomo sostanza prima e la specie uomo sostanza seconda; nel secondo caso, lomogeneit data dal fatto che la specie uomo e il genere animale sono entrambi sostanze seconde, mentre la differenza data dal fatto che la prima , appunto, qualificata come specie, e la seconda come genere; questultima, cio, ha
una maggiore capacit di comprensione di sostanze sottostanti rispetto a quella della
specie. La dinamica intero-parti, attribuita alle sostanze, sembra sollevare delle aporie.
Le specie ultime di un genere sono pi semplici dei generi, che si dividono in specie
molteplici e differenti: in questo senso, le specie sembrerebbero essere pi principi dei
generi. Daltra parte, se consideriamo che, sopprimendo i generi, sopprimiamo anche le
specie, i generi sembrano essere pi principi delle specie53.
5.1.2. La sinonimia
La predicazione di tipo dirsi di un soggetto intracategoriale - ha luogo, cio, soltanto allinterno di ciascuna singola categoria - e di ci che si dice di un soggetto si applicher al soggetto in questione sia il nome sia la definizione.
49

Metafisica D, 25, 1023 b 17-19.

50

Cfr. Alex., In Metaph., p. 424, 17 ss. Hayduck; Reale, Aristotele, Metafisica, vol. III, pp.
277-278, n. 3.

51

Metafisica D, 25, 1023 b 22-25.

52

Reale, Aristotele. Metafisica, vol. III, p. 278, n. 5.


Cfr. Metafisica K, 1, 1059 b 34 - 1060 a 2.

53

97

Questo risulta chiaro dallesempio: un determinato uomo , appunto, un uomo, ma


anche un animale razionale, che precisamente la definizione di uomo, formata da
genere prossimo e differenza specifica; sicch la definizione di uomo si predicher di un
certo uomo, e la definizione di animale si predicher sia della specie uomo sia di un determinato uomo. Socrate un animale razionale (animale razionale la definizione
della specie uomo); Socrate un vivente dotato di sensazione (vivente dotato di sensazione la definizione del genere animale)54.
Allo stesso modo, poich le differenze vengono annoverate da Aristotele tra le cose
che si dicono di un soggetto, anche le definizioni delle differenze saranno predicate di
ci di cui sono dette le differenze: se, ad esempio, terrestre viene detto di uomo, anche
la definizione di terrestre sar predicata di uomo; luomo, infatti, un animale terrestre55. Socrate non si predica di niente, perch pu fungere soltanto da soggetto; uomo
(specie) si predica di Socrate (Socrate un uomo); animale (genere) si predica della
specie (luomo un animale) e degli individui (Socrate un animale [razionale]); le
differenze si predicano della specie (luomo razionale) e degli individui (Socrate razionale)56. Anche le differenze, infatti, appartengono allambito della predicazione
dellessenziale e comportano, pertanto, sinonimia.
Ora, gli enti che avevano in comune sia il nome sia la definizione erano stati chiamati, nel primo capitolo delle Categorie, sinonimi57. Quindi, tutte le predicazioni che implicano lattribuzione della definizione, cio lespressione dellessenza di una data cosa,
sono sinonimiche.
5.2. Seconda caratteristica: la sostanza qualcosa di determinato (Categorie, 3 b 1023)
Ogni sostanza significa un tde ti. Si tratta di una caratteristica che richiede di essere spiegata in modo differenziato in due momenti: 1. il primo riferito alla sostanza prima, 2. laltro alla sostanza seconda.
1. Per quanto riguarda la sostanza prima, sicurissimo (namfisbthton) e vero
(lhqj) che essa significa un tde ti, cio un qualcosa di determinato. Aristotele sta facendo leva sul fatto che quella che sta presentando sia una verit su cui
tutti possono essere unanimemente daccordo: al di fuori di ogni contestazione
e dubbio, e alla portata di tutti, che la sostanza prima significhi qualcosa di indivisibile (tomon), numericamente uno (n riqm) e di strutturalmente unitario,
poich non riferibile a nulla ed massimamente determinata. Lindividuo sostanziale, che forma una unit numerica indivisibile, per ci stesso, un soggetto
determinato58.
2. Il caso delle sostanze seconde un po pi delicato, e meno chiaro. A prima vista, sembra quasi che anche la sostanza seconda, come la prima, indichi un certo
questo, cio qualcosa di determinato e indivisibile; questa apparenza data dal
tipo delle denominazioni che vengono utilizzate: quando, infatti, si usano termini
54

Pesce, Aristotele, Categorie, p. 41, n. 21.


Cfr. Categorie 5, 3 a 21-25.
56 Pesce, Aristotele, Categorie, p. 41, n. 20.
57 Cfr. Categorie 1, 1 a 6-12.
58 Cfr. Metafisica I 1, 1052 b 16: t n enai t diairtw stn enai per tde nti,
lessenza dellunit consiste nellessere indivisibile, in quanto qualcosa di determinato e di
particolare.
55

98

al singolare, quali uomo o animale, viene facilmente da pensare che essi indichino determinati enti singoli, dei tde ti. In realt, a ben vedere, questi termini, che
esprimono rispettivamente la specie e il genere, non indicano un individuo, ma si
predicano dei numerosi soggetti che rientrano, rispettivamente, nella specie uomo
e nel genere animale. Essi, allora, indicano piuttosto una certa qualit (poin ti),
cio una qualit relativa alla sostanza. Pesce fa giustamente notare come Questo
indica lindividuale, quale luniversale, certo il determinato59.
A questo punto, Aristotele si accorge che potrebbe sorgere unambiguit, e subito
precisa che le sostanze seconde indicano s una certa qualit, ma non in senso assoluto,
come accade per gli elementi che appartengono alla categoria della Qualit: bianco, ad
esempio, non indica nullaltro che una qualit assoluta, cio disgiunta da qualsiasi sostrato; uomo e animale, invece, qualificano sempre una specifica sostanza prima, significano sempre una sostanza che ha una certa qualit. Come specificato in Simplicio60,
non tutti i generi e tutte le specie di ogni categoria, dunque, sono delle sostanze di una
certa qualit, ma solo quelli della categoria della sostanza; i generi e le specie della sostanza, infatti, determinano, circoscrivono e descrivono le qualit che concernono la sostanza; i generi e le specie, ad esempio, della qualit, invece, non indicano nullaltro che
la sola qualit per se stessa, separatamente dalla sostanza. Di conseguenza, una qualit,
ad esempio il colore, pu essere concepito (solo concepito, non posto in essere) senza
riferimento alla sostanza, mentre non possibile considerare i generi e le specie della
sostanza senza riferimenti alla sostanza individuale.
Inoltre, i generi e le specie della sostanza sono parti completive e costitutive della sostanza, non altrettanto il colore. Ackrill61 fa notare come la qualit della sostanza sia
qualcosa di diverso dalla qualit intesa come categoria diversa da quella di sostanza,
quantit etc. e aggiunge che Aristotele, in questo caso, si trova, per cos dire, svantaggiato dal linguaggio di cui fa uso, perch non ha a disposizione concetti come quelli di
referenza, descrizione, denotazione e connotazione. Con laiuto di questa terminologia, avrebbe potuto spiegare che i nomi delle sostanze seconde connotano in modo qualitativo, ma denotano le sostanze prime che cadono sotto ogni sostanza seconda;
il nome di una qualit, invece, denota ogni oggetto che possieda, appunto, quella qualit62.
Aristotele aggiunge per completezza:
con il genere, per, si d una definizione che abbraccia pi elementi rispetto a quella
fornita con la specie; animale, infatti, comprende un maggior numero di casi rispetto a
uomo63.

Il fatto che sia la specie sia il genere si dicano di pi cose li caratterizza gi entrambi
come universali; ma c, tra loro, una differenza di grado di universalit, e, dunque, di
estensione, per cui ci che si dice di un numero ancora maggiore di cose, si trova ad essere maggiormente universale. Di qui, quasi inutile ricordare che il genere, raccogliendo in s tutti gli individui che anche differiscono specificamente, pi universale
della specie, che raccoglie solo gli individui accomunati dalla stessa differenza specifica.
59

Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 41, n. 23.


Cfr. Simplicio, In Cat., 103, 20-30.
61 Cfr. Ackrill, Aristotles Categories, pp. 88-89.
62 Cfr. anche Zanatta, in Aristotele. Categorie, pp. 516-517.
60

63

Categorie 5, 3 b 21-23.

99

5.3. Terza caratteristica: la sostanza non ha nessun contrario (Categorie, 3 b 24-32)


La propriet di non avere contrari risulta evidente per quanto riguarda la sostanza
prima: se, infatti, consideriamo un determinato uomo, ad esempio Socrate, impossibile
che esista un non-Socrate contrario a questo. Ma allora chiaro che questa caratteristica
appartiene anche alle sostanza seconde: nulla, infatti, contrario alla specie uomo o al
genere animale. Nessuna sostanza, considerata in quanto tale, ha un contrario. Possiamo
certo dire che una sostanza sia contraria a unaltra dal punto di vista di una qualit, o di
una qualsiasi altra determinazione derivante da una categoria diversa da quella della sostanza, come, ad esempio, se confrontiamo un oggetto bianco e un oggetto nero. Ma
chiaro che, in questo caso, noi non stiamo considerando la sostanza, ma la qualit di
quella sostanza; dal punto di vista della sola sostanza, risulta evidente che questa non ha
contrari.
Tale propriet, tuttavia, non esclusiva della sostanza. Aristotele, infatti, sottolinea
che il non aver contrario non riguarda solo le sostanze, ma anche altre cose, quali, ad
esempio, le quantit64. Il principio da cui discende che sia la sostanza sia la quantit non
hanno contrari il seguente: nessuna cosa determinata il contrario di unaltra cosa determinata. E, poich le quantit possono essere determinate oppure indeterminate, nel
primo caso evidente che non esiste, ad esempio, il contrario di 10 chili o di tre centimetri; nel caso delle quantit indefinite, invece, sembra che possa sussistere contrariet,
dal momento che, ad esempio, molto appare contrario a poco, come grande a piccolo. In
realt, per, nessuna di queste coppie una quantit, ma fanno parte dei relativi, poich
nulla detto in s grande o piccolo, ma sempre rapportato a qualcosaltro65. Resta, dunque, vero, che il non avere nessun contrario comune alla sostanza e alla quantit.
5.4. Quarta caratteristica: la sostanza ammette il pi e il meno (Categorie 5, 3 b 33 - 4
a 9)
Nellenunciare la tesi secondo la quale la sostanza non accoglie il pi e il meno, Aristotele subito si accorge che questo potrebbe causare il sorgere di unambiguit, che si
impegna immediatamente a chiarire. Non si vuole qui dire che una sostanza non pu essere maggiormente sostanza di unaltra: gi stato detto e mostrato66, infatti, che questo, in alcuni casi, si d, come nel caso delle sostanze seconde, in cui la specie viene
considerata pi sostanza rispetto al genere. Quel che si intende mostrare che ogni sostanza non pu dirsi sostanza in misura maggiore e minore, n rispetto ad unaltra sostanza n rispetto a se stessa. Nessun uomo pu essere pi o meno uomo di un altro.
Un uomo potr possedere qualit virili in grado maggiore o minore, ma non gi essere
pi o meno uomo, perch o uomo o non lo , tertium non datur. Per quanto deforme
infatti un uomo possa essere, apparterr sempre alla specie uomo67.

64

Cfr. Categorie 5, 3 b 27-32.


Cfr. Categorie 6, 5 b 11-29. Queste coppie di termini sono propriamente dei relativi, e solo in
un senso molto debole potremo continuare a parlarne come fossero delle quantit di tipo indefinito.
66 Cfr. Categorie 5, 2 b 7.
67 Pesce, Aristotele, Categorie, p. 43, n. 28.
65

100

Simplicio68 spiega che le due affermazioni per cui, da un lato, la specie pi sostanza del genere69 e, dallaltro, la sostanza non ammette il pi e il meno70, non sono dette
nello stesso senso, ma luna si riferisce a una caratteristica accidentale e laltra a una caratteristica essenziale, per se71. Affermare che la specie pi sostanza del genere non
affermare che la specie ammette il pi in quanto sostanza, ma solo in quanto pi vicina alla sostanza individuale. Non sussiste, pertanto, contraddizione tra i due passaggi,
perch si tratta di due punti di vista diversi. Si potrebbe dire che la neve sia pi bianca
del cigno per il fatto che si avvicina di pi al massimamente bianco. Neppure in questo
caso, non la sostanza in quanto sostanza ad accogliere il pi e il meno; , piuttosto, la
qualit, che sopraggiunge alla sostanza. La sostanza, in questo modo, pu ammettere
comparazioni accidentali, ma mai comparazioni per se.
Si potrebbe obiettare che luomo pi razionale sia anche, per ci stesso, pi umano,
in quanto la razionalit appartiene per essenza alla specie degli esseri umani72. A tale
obiezione si deve rispondere che luomo non deve il suo essere, appunto, uomo, al grado (ptasij) della sua razionalit, ma alledoj di appartenenza. Lappartenenza a un
edoj qualcosa di stabile, mentre lessere pi o meno intelligente varia e assume maggiore o minore intensit a seconda dellattivit che luomo compie facendo uso della
propria razionalit, e non della propria umanit73. del tutto naturale che ad ogni forma
(specie, edoj) si aggiunga qualche qualit, distinta dalla forma, ma dipendente da essa;
la forma, in quanto costitutiva della composita sostanza individuale, non ammette mai il
pi e il meno; le qualit che si aggiungono alla sostanza, invece, siano la razionalit, il
calore, laridit etc., ammettono dei gradi, cosicch la variazione non una funzione
dell edoj, ma della qualit. Luomo virtuoso ha qualcosa in pi rispetto alluomo non
virtuoso non certo in quanto uomo, ma in quanto uomo che si trova in una determinata
condizione.
Lindicazione aristotelica delleguaglianza della sostanza sembrerebbe una brillante
base su cui fondare una teoria della pari dignit ontologica di tutti gli uomini. Sappiamo
che purtroppo, in Aristotele, sul quale ha, con ogni probabilit, notevolmente agito un
impianto concettuale profondamente influenzato dal contesto storico-politico-sociale,
essa non ha approdato a questo esito, ma mi sembra che la considerazione del pari grado
di sostanzialit resti comunque, per noi, un fecondo spunto di riflessione. Se, ad esempio, consideriamo un determinato uomo, Socrate, questi non maggiormente uomo rispetto a un altro uomo, come il bianco pu essere pi bianco rispetto a un altro bianco74;
n pi uomo ora rispetto a prima, o oggi pi di ieri, come un corpo pu essere adesso
pi bianco di prima, o caldo in misura maggiore o minore. Se noi diciamo che Socrate
sostanza, non possiamo neppure dire che Socrate che ha acquisito la scienza della
grammatica sia pi sostanza rispetto a quando non conosceva la grammatica. La sostanza, in quanto tale, non prevede n il pi n il meno; non si pu n dividere n moltipli68

Cfr. Simplicio, In Cat., 110, 26 -113, 5.


Cfr. Categorie 5, 2 b 7-8.
70 Cfr. Categorie 5, 3 b 33-34.
71 Cfr. Filopono, In Cat., 76, 2 - 77, 9; Dessippo, In Cat., 2.29; 53, 26 - 54, 2.
72 Cfr. Dessippo, In Cat., 54, 3 - 22; Simplicio, In Cat., 112, 15 - 113, 5.
73 Cfr. Porfirio, In Cat., 97, 7-22.
74 Questa dottrina chiaramente in contraddizione con quanto Aristotele, segnato dalla storicit
del suo tempo, ha affermato intorno alla necessit della schiavit. Cfr. E. Berti, I barbari di
Platone e di Aristotele, in E. Berti, Nuovi studi aristotelici, vol. III, Morcelliana, Brescia 2008,
pp. 251-268, p. 262.
69

101

care e non suscettibile di una misura maggiore o minore. Il pi e il meno riguardano i


predicati della sostanza, ma mai la sostanza stessa. Possiamo, infatti, dire che un determinato uomo oggi pi intelligente di un anno fa, o pi pallido di ieri, o pi alto di un
altro individuo, ma questo riguarda i predicati che gli vengono attribuiti, e non ha nulla
a che fare con il suo essere pi o meno sostanza, cio soggetto di predicazione.
5.5.Quinta caratteristica: la sostanza accoglie i contrari (Categorie 5, 4 a 10 - 4 b 19)
Tutta la parte conclusiva del capitolo 5, 4 a 10 - 4 b 20, viene dedicata alla spiegazione dellultima caratteristica della sostanza, che si protrae per molte righe con insistenza e ripetitivit, senza grande incremento argomentativo, proprio come ci si stesse
rivolgendo ad alunni, che necessitano di numerosi esempi, e si cerchi di illustrare sempre meglio, e con altre parole, le cose gi dette. Si assiste, quindi, a un cambiamento di
tono rispetto ai capitoli precedenti, ellittici e sintetici. Si potrebbe forse pensare a un accorpamento di lezioni diverse per un pubblico diverso.
La caratteristica esclusiva della sostanza quella di accogliere i contrari:
Soprattutto proprio della sostanza sembra lessere capace, restando identica e numericamente una, di accogliere i contrari75.
Ad esempio, un certo uomo, essendo uno e il medesimo, diventa talvolta bianco, talvolta nero, sia caldo che freddo, sia cattivo che buono76.

La sostanza lunica cosa che, restando se stessa, indivisibile e numericamente una,


si presenta come un ente recettivo di contrari; pu assumere, ad esempio, malattia e salute, il colore bianco e il colore nero. Si tratta, questa volta, di una prerogativa esclusiva
della sostanza. In nessun caso, per quanto riguarda tutte le cose che non sono sostanza,
si d una tale caratteristica.
Aristotele sta esprimendo, anche se non esplicitamente, la distinzione tra sostanza e
accidenti. Poich, infatti, la sostanza soggetto delle predicazioni, essa sola pu accogliere predicazioni contrarie, mentre questo non pu accadere per i singoli predicati, i
quali si dicono necessariamente di un sostrato. Se, ad esempio, valutiamo una qualit, e
consideriamo, poniamo, il colore in se stesso, questo, essendo uno e identico di numero,
non potr essere sia bianco sia nero; n, ad esempio, una stessa azione potr essere sia
cattiva sia buona77.
Alcuni, per, - dice Aristotele - potrebbero obiettare che anche il discorso e
lopinione possano essere enumerati tra le cose capaci di ricevere i contrari, dal momento che accolgono il vero e il falso. Infatti lo stesso discorso e la stessa opinione sembrano essere talora veri talora falsi: ad esempio, se vero il discorso che Socrate seduto,
o se si opina con verit che Socrate seduto, quando Socrate si sar alzato, lo stesso discorso risulter falso, o si opiner falsamente su di lui78.
Tuttavia, anche nel caso in cui lobiezione venisse accettata, resterebbe ancora una
grande differenza tra la sostanza da una parte e il discorso e lopinione dallaltra: la sostanza capace di accogliere i contrari mutando se stessa, attraverso unalterazione79; il
75

Categorie 5, 4 a 10-11. Cfr. anche: Categorie 5, 4 a 17-21; 4 a 29-34; 4 b 2-4; 4 b 13-18.


Categorie 5, 4 a 18-21.
77 Cfr. Categorie 5, 4 a 14-17.
78 Cfr. Categorie 5, 4 a 21-28.
79 Cfr. Categorie 5, 4 a 28-34. Alterazione , in Aristotele, un termine tecnico, che indica il mutamento secondo la qualit. Cfr. i sei tipi di movimento in Categorie 14, 15 a 12 - 15 b 15.
76

102

discorso e lopinione, invece, restano immobili, non sono modificati assolutamente da


nulla, ma sono suscettibili di essere veri o falsi soltanto se riferiti ad un oggetto o ad uno
stato di cose che si altera; ci che muta solo il loro oggetto. Il discorso o lopinione
secondo cui Socrate seduto, ad esempio, non mutano in nulla, ma possono essere talora veri talora falsi, a seconda che loggetto cui si riferiscono sussista oppure no80, e non
perch si verifichino in loro delle alterazioni o accolgano essi stessi i contrari.
Lopinione e la scienza costituiscono il contenuto del discorso, che qui vale quanto una
proposizione, un discorso compiuto di cui si pu dire che vero o falso. Si avr scienza
e opinione a seconda che il discorso si riferisca a ci che non pu o a ci che pu essere
altrimenti. E, poich, nel nostro caso, siamo evidentemente nel regno dellaccidentale,
di ci che ora in un modo e ora in un altro senza regola, (perch la causa dellalzarsi e
dello star seduti la libera volont delluomo), giustamente si parla di opinione. Il discorso scientifico infatti non pu essere ora vero ora falso, perch il suo oggetto non
muta (o, che lo stesso, muta regolarmente81.
La sostanza, daltro canto, sebbene sia identica e numericamente una, essa stessa
capace di accogliere, mediante una propria trasformazione, i contrari: per diventare, ad
esempio, fredda da calda, muta, poich si altera; allo stesso modo, si modifica diventando nera da bianca e buona da cattiva; si presenta, cio, come sostrato fisico del divenire.
Pur ammettendo che discorso e opinione possano accogliere i contrari, Aristotele ha
gi mostrato che questo avverrebbe in un modo diverso, perch, nel caso della sostanza,
essa a mutare, mentre, nel caso del discorso e dellopinione, quel che muta il loro
oggetto. Ma aggiunge ora che, proprio per questo, non esatto dire che discorso ed opinione accolgono i contrari, perch ci che accoglie i contrari la cosa (e dunque una
sostanza, luomo che ora si siede ora sta in piedi82. A questo discorso, occorre aggiungere una postilla, su cui Aristotele si esprimer nel capitolo 6, e che sembra completare
il quadro intorno alla capacit di ricevere contrari:
Ma niente sembra accogliere nello stesso tempo i contrari. Ad esempio, per quel che
riguarda la sostanza, sembra che sia capace di ricevere i contrari, ma in realt non nello stesso tempo che si malati e si sta bene, n si bianchi e neri nello stesso tempo, n
alcuna delle cose accoglie nello stesso tempo i contrari83.

Questa precisazione la salvaguardia del principio di non-contraddizione, per cui impossibile che la stessa cosa si predichi e non si predichi della stessa cosa, nello stesso
tempo e secondo il medesimo rispetto84.

80

Cfr. Categorie 5, 4 a 36 - 4 b 2; 4 b 6-10; cfr. anche Categorie 12, 14 b 14-22.


Pesce, Aristotele, Categorie, p. 44, n. 30.
82 Pesce, Aristotele, Categorie, p. 44, n. 33.
83 Categorie 6, 5 b 39 - 6 a 4.
84 Cfr. Metafisica G, 3, 1005 b 19-20.
81

103

Capitolo Sesto

La Quantit

To dO poso t mn sti diwrismnon, t dO sunecj: ka t mOn k qsin


cntwn prj llhla tn n atoj morwn sunsthke, t dO ok x cntwn
qsin. sti dO diwrismnon mOn oon riqmj ka lgoj, sunecOj dO gramm,
pifneia, sma, ti dO par tata crnoj ka tpoj. - tn mOn gr to riqmo
morwn odej sti koinj roj, prj n sunptei t mria ato: oon t pnte e
sti tn dka mrion, prj odna koinn ron sunptei t pnte ka t pnte,
ll diristai: ka t tra ge ka t pt prj odna koinn ron sunptei:
od' lwj n coij p' riqmo laben koinn ron tn morwn, ll'e diristai:
ste mOn riqmj tn diwrismnwn stn. satwj dO ka lgoj tn
diwrismnwn stn: [ti mOn gr posn stin lgoj fanern: katametretai gr
sullab makr ka bracev: lgw dO atn tn met fwnj lgon gignmenon]:
prj odna gr koinn ron ato t mria sunptei: o gr sti koinj roj
prj n a sullaba sunptousin, ll' ksth diristai at kaq' atn. - dO
gramm sunecj stin: sti gr laben koinn ron prj n t mria atj
sunptei, stigmn: ka tj pifaneaj grammn, - t gr to pipdou mria prj
tina koinn ron sunptei. - satwj dO ka p to smatoj coij n laben
koinn ron, grammn pifneian, prj n t to smatoj mria sunptei. sti
dO ka crnoj ka tpoj tn toiotwn: gr nn crnoj sunptei prj te tn
parelhluqta ka tn mllonta. plin tpoj tn sunecn stin: tpon gr tina t to smatoj mria katcei, prj tina koinn ron sunptei: okon ka
t to tpou mria, katcei kaston tn to smatoj morwn, prj tn atn
ron sunptei prj n ka t to smatoj mria: ste sunecOj n eh ka
tpoj: prj gr na koinn ron ato t mria sunptei.
Eti t mOn k qsin cntwn prj llhla tn n atoj morwn sunsthken,
t dO ok x cntwn qsin: oon t mOn tj grammj mria qsin cei prj
llhla, - kaston gr atn keta pou, ka coij n dialaben ka podonai
o kaston ketai n t pipdJ ka prj poon mrion tn loipn sunptei: satwj dO ka t to pipdou mria qsin cei tin, - mowj gr n podoqeh
kaston o ketai, ka poa sunptei prj llhla. - ka t to stereo dO
satwj ka t to tpou. p d ge to riqmo ok n coi tij piblyai j t
mria qsin tin cei prj llhla keta pou, po ge prj llhla sunptei
tn morwn: odO t to crnou: pomnei gr odOn tn to crnou morwn, dO
m stin pomnon, pj n toto qsin tin coi; ll mllon txin tin epoij
n cein t t mOn prteron enai to crnou t d' steron. ka p to riqmo dO
satwj, t prteron riqmesqai t n tn do ka t do tn trin: ka otw
txin n tina coi, qsin dO o pnu lboij n. ka lgoj dO satwj: odOn
gr pomnei tn morwn ato, ll' erhta te ka ok stin ti toto laben,
ste ok n eh qsij tn morwn ato, ege mhdOn pomnei. - t mOn on k
qsin cntwn tn morwn sunsthke, t dO ok x cntwn qsin.

Kurwj dO pos tata mna lgetai t erhmna, t dO lla pnta kat


sumbebhkj: ej tata gr blpontej ka tlla pos lgomen, oon pol t
leukn lgetai t tn pifneian polln enai, ka prxij makr t ge tn
crnon poln enai, ka knhsij poll: o gr kaq' at kaston totwn posn
lgetai: oon n podid tij psh tij prxj sti, t crnJ rie niausan
otw pwj podidoj, ka t leukn posn ti podidoj t pifanev rie, - sh
gr n pifneia , tosoton ka t leukn fsei enai: - ste mna kurwj
ka kaq' at pos lgetai t erhmna, tn dO llwn odOn at kaq' at,
ll' e ra kat sumbebhkj.
Eti t pos odn stin nanton, [p mOn gr tn fwrismnwn fanern ti
odn stin nanton, oon t dipcei tripcei t pifanev tn toiotwn
tin, - odOn gr stin nanton], e m t pol t lgJ fah tij enai nanton
t mga t mikr. totwn dO odn sti posn ll tn prj ti: odOn gr at
kaq'at mga lgetai mikrn, ll prj teron nafretai, oon roj mOn
mikrn lgetai, kgcroj dO meglh t tn mOn tn mogenn mezon enai, t dO
latton tn mogenn: okon prj teron nafor, pe ege kaq' at mikrn
mga lgeto, ok n pote t mOn roj mikrn lgeto, dO kgcroj meglh.
plin n mOn t kmV polloj famen nqrpouj enai, n 'Aqnaij dO lgouj
pollaplasouj atn ntaj, ka n mOn t okv polloj, n dO t qetrJ
lgouj poll pleouj ntaj. - ti t mOn dphcu ka trphcu ka kaston tn
toiotwn posn shmanei, t dO mga mikrn o shmanei posn ll mllon
prj ti: prj gr teron qewretai t mga ka t mikrn: ste fanern ti tata
tn prj t stin. - ti n te tiq tij at pos enai n te m tiq, ok stin
atoj nanton odn: gr m stin at kaq' at laben ll prj teron
nafronta, pj n eh totJ ti nanton; - ti e stai t mga ka t mikrn
nanta, sumbsetai t at ma t nanta pidcesqai ka at atoj enai
nanta. sumbanei gr ma t at mga te ka mikrn enai, - sti gr prj mOn
toto mikrn, prj teron dO t at toto mga: - ste t at ka mga ka
mikrn kat tn atn crnon enai sumbanei, ste ma t nanta pidcesqai:
ll' odOn doke ma t nanta pidcesqai: oon p tj osaj, dektik mOn
tn nantwn doke enai, ll' oti ge ma nose ka gianei, odO leukn ka
mlan stn ma, odO tn llwn odOn ma t nanta pidcetai. ka at d'
atoj sumbanei nanta enai: e gr sti t mga t mikr nanton, t d' at
stin ma mga ka mikrn, at at n eh nanton: ll tn duntwn stn
at at enai nanton. - ok stin ra t mga t mikr nanton, odO t
pol t lgJ, ste kn m tn prj ti tat tij re ll to poso, odOn
nanton xei. - mlista dO nantithj to poso per tn tpon doke
prcein: t gr nw t ktw nanton tiqasi, tn prj t mson cran ktw
lgontej, di t plesthn t msJ distasin prj t prata to ksmou enai.
okasi dO ka tn tn llwn nantwn rismn p totwn pifrein: t gr
pleston lllwn diesthkta tn n t at gnei nanta rzontai.
O doke dO t posn pidcesqai t mllon ka t tton, oon t dphcu, - o
gr stin teron trou mllon dphcu: - od' p to riqmo, oon t tra tn
pnte odOn mllon [pnte ] tra lgetai, odO t tra tn trin: od ge
crnoj teroj trou mllon crnoj lgetai: od' p tn erhmnwn lwj
odenj t mllon ka t tton lgetai: ste t posn ok pidcetai t mllon
ka t tton.
Idion dO mlista to poso t son te ka nison lgesqai. kaston gr tn
erhmnwn posn ka son ka nison lgetai, oon sma ka son ka nison

106

lgetai, ka riqmj ka soj ka nisoj lgetai, ka crnoj ka soj ka nisoj:


satwj dO ka p tn llwn tn hqntwn kaston son te ka nison lgetai.
Tn dO loipn sa m sti posn, o pnu n dxai son te ka nison lgesqai,
oon diqesij sh te ka nisoj o pnu lgetai ll mllon moa, ka t
leukn son te ka nison o pnu, ll' moion. ste to poso mlista n eh
dion t son te ka nison lgesqai.

La quantit pu essere o discreta o continua; inoltre, pu essere costituita da parti


che hanno una posizione luna rispetto allaltra oppure da parti che non hanno una posizione. Sono quantit discrete, ad esempio, il numero e il discorso; continue sono, invece, la linea, la superficie, il corpo, e, oltre a questi, anche il tempo e il luogo. Le parti del
numero, infatti, non hanno un limite comune, in cui esse si congiungono tra loro. Se, ad
esempio, cinque una parte di dieci, nessun limite comune unisce cinque e cinque, ma
essi restano separati; e anche il tre e il sette non si uniscono in nessun limite comune. In
generale, per quanto riguarda il numero, le parti non potrebbero mai avere un limite comune, ma sono sempre separate. Il numero, quindi, una quantit discreta.
Allo stesso modo, anche il discorso una quantit discreta (che sia una quantit risulta chiaro dal fatto che si misura in sillabe brevi e sillabe lunghe, e qui intendo il discorso che si esprime con la voce), poich le sue parti non sono unite da nessun limite
comune. Non c, infatti, nessun limite comune rispetto al quale le sillabe si uniscono,
ma ognuna di esse resta in s e per s separata.
La linea, invece, una quantit continua, dal momento che possibile trovare un
limite comune in cui le parti di essa si uniscono: il punto. E la linea, a sua volta, il limite comune della superficie: le parti del piano, infatti, si connettono in un limite comune. Allo stesso modo, anche per il corpo si potrebbe trovare un limite comune, cio
la linea o la superficie, in cui le parti del corpo si uniscono.
Anche il tempo e lo spazio rientrano in questo genere di quantit: il presente unisce
il passato e il futuro; a sua volta, lo spazio una quantit continua, poich le parti del
corpo, unite da un limite comune, occupano un certo spazio. Quindi anche le parti dello
spazio, occupate rispettivamente da ciascuna delle parti del corpo, si uniscono nello
stesso limite in cui si uniscono le parti del corpo. Anche lo spazio, dunque, una quantit continua, dato che le sue parti si uniscono in un solo limite comune.
Inoltre, alcune quantit sono costituite da parti che hanno una reciproca posizione
tra loro, altre, invece, da parti che non hanno una reciproca posizione. Le parti della linea, ad esempio, hanno una posizione luna rispetto allaltra: ognuna di esse giace in un
posto, e si potrebbe distinguere e attribuire il posto del piano in cui ciascuna giace e con
quale delle altre parti si connette. Allo stesso modo, anche le parti del piano hanno una
certa posizione le une rispetto alle altre; si potrebbe, infatti, similmente distinguere dove
giace ciascuna, e quali si connettono tra loro. E lo stesso vale anche per il solido e lo
spazio. Nel caso del numero, invece, non si potrebbe considerare che le parti abbiano
una posizione reciproca, o quale sia il posto in cui esse giacciano, o quali si connettano
le une alle altre. E questo non possibile neppure per le parti del tempo. Nessuna parte
del tempo, infatti, permane, e ci che non permane come potrebbe avere una certa posizione? Piuttosto si potrebbe dire che le parti del tempo abbiano un certo ordine, per cui
c il prima e il poi. Lo stesso vale anche per il numero, dato che luno si conta prima
del due, e il due prima del tre. In questo modo, esso avrebbe un certo ordine, ma non si

107

potrebbe certo attribuirgli una posizione. Lo stesso vale anche per il discorso: nessuna
delle sue parti permane, ma, una volta pronunciata, non pi possibile riprenderla; non
vi potrebbe quindi essere una posizione delle parti, visto che nessuna permane. Alcune
quantit, dunque, sono costituite da parti che hanno una posizione, altre da parti che non
hanno posizione.
In senso proprio, si dicono quantit solo le cose di cui abbiamo parlato; tutte le altre lo sono per accidente. guardando a queste, infatti, che chiamiamo quantit anche le
altre. Ad esempio, diciamo molto il bianco perch molta la superficie, e diciamo lunga
lazione e lungo il movimento perch lungo il tempo. Non infatti per se stessa che
ciascuna di queste cose viene chiamata quantit. Se, ad esempio, si deve attribuire la
lunghezza a unazione, la si determiner con il tempo, spiegando che durata un anno o
qualcosa del genere; e se si deve spiegare la quantit del bianco, la si determina in base
alla superficie: quanta la superficie, tanto si dir che il bianco. Solo le cose di cui
abbiamo parlato, quindi, si chiamano quantit in senso proprio e per se stesse; nessuna
delle altre, invece, lo in s e per s, ma, semmai, per accidente.
Inoltre, la quantit non ha contrari - per quanto riguarda le quantit determinate,
chiaro che esse non hanno nessun contrario; infatti, nulla contrario, ad esempio, a di
due cubiti o a di tre cubiti o alla superficie o ad altre quantit di questo tipo. Non c,
infatti, nessun contrario -, a meno che non si dica che molto sia contrario a poco o che
grande sia contrario a piccolo. Nessuno di questi, infatti, una quantit, ma si tratta di
relazioni. Nulla, infatti, si dice grande o piccolo in s e per s, ma in rapporto a qualcosaltro: una montagna, ad esempio, pu dirsi piccola, e un chicco di miglio grande,
per il fatto che questultimo pi grande rispetto alle cose del medesimo genere e la
prima pi piccola rispetto alle cose del medesimo genere. Si tratta, dunque, di una relazione a qualcosaltro, perch, se piccolo e grande si dicessero per se stessi, una montagna non si direbbe mai piccola, e un chicco di miglio non si direbbe mai grande. E ancora, noi diciamo che ci sono molte persone nel villaggio e poche ad Atene, pur essendo
questultime molto pi numerose rispetto alle prime; e diciamo che ci sono molte persone in casa e poche a teatro, pur essendo queste ultime pi numerose. Inoltre, le espressioni di due cubiti e di tre cubiti e ogni altra cosa di questo genere indicano una quantit, mentre grande e piccolo non indicano una quantit, ma una relazione. Il grande e il
piccolo, infatti, si vedono solo in relazione ad altro. chiaro, dunque, che essi rientrano
nei relativi.
Inoltre, sia che vengano considerati come quantit sia che non vengano considerati
come tali, essi non hanno nessun contrario. E di fatti, ci cui non possibile fare riferimento in s e per s, ma solo in relazione ad altro, come potrebbe avere qualcosa di contrario? Inoltre, se si assume che grande e piccolo siano contrari, accadr che la stessa
cosa accoglie nello stesso tempo i contrari e che le stesse cose sono contrarie a se stesse.
Pu accadere, infatti, che la stessa cosa sia, nello stesso tempo, sia grande sia piccola: ,
infatti, piccola rispetto a questo, e grande rispetto a questaltro. Pu capitare, quindi, che
la stessa cosa possa essere, nello stesso tempo, sia grande sia piccola, cos da accogliere
simultaneamente i contrari. chiaro, tuttavia, che nulla possa accogliere nello stesso
tempo i contrari. Per quanto riguarda la sostanza, ad esempio, chiaro che essa capace
di ricevere i contrari, ma non certo nello stesso tempo che malata e sana, n nello
stesso tempo che bianca e nera, e nessuna delle altre cose accoglie nello stesso tempo i
contrari.
Daltra parte, <in caso contrario>, accadrebbe che le cose siano contrarie a se stesse. Se, infatti, grande contrario a piccolo, e la stessa cosa risulta insieme grande e pic-

108

cola, allora la stessa cosa sar contraria a se stessa. Ma impossibile che una stessa cosa
sia contraria a se stessa. Perci, grande non il contrario di piccolo, e molto non il
contrario di poco, di modo che, anche se si dir che essi non rientrano nei relativi, ma
nella quantit, non avranno nessun contrario.
La contrariet nella quantit sembra sussistere soprattutto nel caso del spazio. Alto,
infatti, si pone come contrario a basso, chiamando bassa la regione centrale, per il fatto
che la distanza tra il centro e i limiti delluniverso massima. E sembra che sia da questi
contrari che sia dedotta la definizione di tutti gli altri contrari. Infatti si definiscono contrarie le cose che hanno la massima distanza allinterno dello stesso genere.
La quantit non sembra accogliere il pi e il meno, come ad esempio nel caso di di
due cubiti: non c nulla che sia pi di due cubiti di qualcosaltro; e anche nel caso
del numero, il tre, ad esempio, non si dice affatto pi tre del cinque, n il tre si dice pi
tre di un altro tre. E neppure il tempo si dice pi tempo rispetto a un altro tempo. E, in
generale, di nessuna delle cose di cui si parlato si dice il pi e il meno. La quantit,
dunque, non accoglie il pi e il meno.
Soprattutto proprio della quantit lessere detta uguale e disuguale. Ciascuna delle quantit di cui abbiamo parlato, infatti, pu essere detta uguale e disuguale: il corpo,
ad esempio, pu essere detto uguale e disuguale, il numero pu essere detto uguale e disuguale, il tempo pu essere detto uguale e disuguale, e, allo stesso modo, ciascuna delle altre quantit nominate pu essere detta uguale e disuguale. chiaro, invece, che tutte
le altre cose che non fanno parte della quantit non si dicono affatto uguali e disuguali:
la disposizione, ad esempio, non si dice affatto uguale e disuguale, ma piuttosto simile;
e il bianco non si dice affatto uguale e disuguale, ma simile. Il carattere maggiormente
proprio della quantit, dunque, che possono esserle attribuiti luguale e il disuguale.

Sommario
Il presente capitolo pu essere suddiviso in sezioni.
I. Nella prima sezione, sono presentate due classificazioni delle quantit. Secondo
la prima, le quantit possono essere continue o discrete; stando alla seconda,
le quantit possono essere costituite da parti che hanno una posizione luna
rispetto allaltra oppure costituite da parti che non hanno una posizione luna
rispetto allaltra.
II. Nella seconda sezione, Aristotele presenta unulteriore classificazione delle
quantit: quelle per s e quelle per accidente.
III. Nellultima sezione, Aristotele espone le caratteristiche che appartengono alla categoria della quantit, quelle che ha in comune con altre categorie e, infine, quella peculiare e propria esclusivamente della sostanza.
1. La quantit non ha contrari. Questo risulta chiaro per quanto riguarda le quantit
determinate nulla contrario, ad esempio, a di due cubiti o a di tre cubiti, o
alla superficie o ad altre quantit di questo tipo. Si potrebbe per obiettare che ci
sia contrariet quando si dice che molto contrario a poco o che grande contrario a piccolo, ma in nessuno di questi casi si parla di una quantit, ma di relazioni.
2. La quantit non accogliere il pi e il meno. Non c nulla, ad esempio, che sia di
due cubiti in modo maggiore o minore rispetto a qualcosaltro; e anche nel caso

109

del numero, il tre, ad esempio, non pi o meno tre del cinque, n il tre si dice
pi tre di un altro tre.
3. La caratteristica esclusiva della sostanza quella di essere detta uguale e disuguale. Ciascuna delle altre quantit nominate (il corpo, il numero, il tempo, etc.)
pu essere detta uguale e disuguale.

1. La collocazione della trattazione della categoria della quantit


Subito dopo la categoria della sostanza, Aristotele presenta la quantit. Questo ordine
di presentazione stato oggetto di dibattito tra i commentatori fin dallantichit1. Per
quale ragione Aristotele ha deciso di analizzare la categoria della quantit immediatamente dopo quella della sostanza? Secondo gli antichi, perch la quantit strettamente
legata alla sostanza e ha diversi punti in comune con essa:
1. la quantit coesiste2 con lessere3;
2. la quantit condivide con la sostanza diverse caratteristiche comuni: il non avere
contrari4 e il non ammettere il pi e il meno5, a differenza, ad esempio, della qualit;
3. ci che si trova nellestensione e manca ancora della qualit prioritario rispetto
alla qualit che si aggiunge, appunto, a quanto gi nellestensione. Per comprendere
questo passaggio, occorre far riferimento a Metafisica Z 1029 a 7-26, in cui Aristotele
spiega in che senso possibile considerare la materia come sostanza. Si considerano
delle propriet dei corpi, quali lunghezza (mkoj), larghezza (pltoj) e profondit
(bqoj), che vengono viste come pi importanti rispetto alle altre determinazioni che
sono affezioni (pqh), azioni (moimata) e potenze (dunmeij) dei corpi. Lunghezza,
larghezza e profondit, per, non sono sostanze, ma quantit, e la quantit non una sostanza, ma sostanza il sostrato primo al quale ineriscono tutte le determinazioni. Tuttavia - aggiunge Aristotele - se togliamo lunghezza, larghezza e profondit, ci accorgiamo che non resta nulla se non qualcosa di antecedente, la materia, che viene determinato da esse; per cui, coloro che considerano la sostanza dal punto di vista delle determinazioni che riguardano lestensione, approderanno alla tesi per cui la materia la sola
sostanza. Il fatto che Aristotele non concordi con la conclusione assoluta per cui la sostanza esclusivamente la materia non significa che egli neghi limportanza delle determinazioni quantitative che fanno di unestensione una sostanza. Senza determinazioni
quantitative, infatti, avremmo un primo sostrato non determinato e privo di grandezza e
dimensioni, che la materia prima. I commentatori Neoplatonici di Aristotele, nel tentativo di avvicinare le dottrine dei grandi filosofi greci, cercarono di identificare la nozio1

Cfr. Dessippo, In Cat., 64, 15 e ss; Porfirio, In Cat., 100, 8 e ss; Simplicio, In Cat., 120, 25 e
ss.
2 Cfr. Simplicio, In Cat., 120, 29, utilizza il verbo sunufsthmi, dalla cui radice deriva pstasij, che, nel Neoplatonismo, diventa un termine tecnico per indicare lesistenza sostanziale,
lessere reale.
3 Cfr. Barrie Fleet, in Simplicius, On Aristotle Categories 5-6, translated by Frans A. J. De Haas
and Barrie Fleet, Gerald Duckworth & Co. Ltd., London 2001, p. 138 n. 6, spiega di aver tradotto lespressione greca t nti con linglese Being, lEssere, perch il concetto ricorda quello
espresso da Platone nel Parmenide, 142 e ss.; lespressione, tuttavia, in quanto consiste in un
articolo determinativo unito ad un participio presente neutro del verbo essere, potrebbe anche
essere tradotta con ci che esiste, cio, nella visione aristotelica, ogni sostanza sensibile.
4 Cfr. Categorie 6, 5 b 11 - 6 a 19.
5 Cfr. cfr. Categorie 6, 6 a 19-26.

110

ne aristotelica di estensione priva di grandezza a quella platonica del ricettacolo presentata nel Timeo. Come spiega Ammonio: la materia prima, senza forma e incorporea,
riceve in primo luogo le tre dimensioni, diventando cos un sostrato tridimensionale
chiamato sostrato secondo; successivamente riceve le qualit6. La quantit, dunque,
appare come un primo fondamentale passo che d avvio a quel processo di progressiva
determinazione che porter alla formazione della sostanza sensibile, massimamente determinata; senza quantit, infatti, impossibile procedere alla determinazione qualitativa. Come osserva Pesce, Boezio giustifica il fatto che, subito dopo la sostanza, si tratti
della quantit prima che della qualit con la considerazione che la prima, a differenza
della seconda, concerne tutte le cose. Ogni cosa, infatti, una o molteplice ed una la
stessa materia che pure, in s considerata, priva della forma, non presenta nessuna determinazione qualitativa7;
4. quando qualcosa viene rimosso, se lestensione resta, la sostanza non viene rimossa, se invece viene rimossa lestensione, allora scompare anche la sostanza (persino nei
casi del mutamento (knhsij), i cambiamenti quantitativi (aumento e diminuzione) risultano molto vicini a quelli della sostanza (generazione e corruzione) e avvengono nel
caso in cui la forma resta la stessa: ad esempio, se un bambino di appena un anno diventa adulto). Una diversa posizione intorno allordine delle categorie si trova in un trattato
pseudo-pitagoreo sulle categorie, probabilmente datato intorno al primo secolo a. C. e
attribuito ad Archita8. In questo trattato, la sostanza la prima categoria perch lunica
a fungere da sostrato a tutto il resto e perch intellegibile per se stessa, senza fare riferimento al resto, mentre il resto, per essere intellegibile, ha bisogno di riferimenti alla
sostanza. Subito dopo la sostanza, c la qualit (e non la quantit) perch non pu esistere qualcosa che non sia cos e cos, cio che non abbia determinate caratteristiche
qualitative. Come giustamente rileva Simplicio9, non sorprendente che ognuno stili un
proprio ordine delle categorie a seconda della propria posizione filosofica. Lo PseudoArchita svolge il suo ragionamento prendendo come punto di partenza lintellegibile,
presupponendo che lunico modo in cui riconosciamo le sostanze intellegibili attraverso la riconduzione a dei generi sommi e che, se riusciamo a riconoscere le sostanze sensibili, solo in riferimento alle sostanze intellegibili, grazie alle quali notiamo quelle
specifiche qualit che caratterizzano la sostanza. In questa ottica, se la qualit viene rimossa, viene rimosso anche ogni carattere specifico e ogni individualit, poich viene
rimosso il sensibile e, di conseguenza, anche la comprensibilit del sensibile; se, invece,
viene rimossa la quantit, viene rimosso soltanto il sensibile e il composito dal momento. La qualit, infatti, non ha parti, inestesa e distribuita attraverso i corpi, ma non in
modo che risulti divisibile; la quantit, invece, estesa, separata e divisibile. Da questo
punto di vista, dunque, la qualit risulta pi vicina alla sostanza intesa come principio
incorporeo e la qualit risulta posteriore. Aristotele, diversamente dallo Pseudo-Archita,
6

Ammonio, In Cat., 54, 4.


D. Pesce, Aristotele, Le Categorie, Liviana Editrice, Padova 1966, pp. 49-50.
8 Poich Archita visse storicamente prima di Aristotele, si pens che lo Stagirita non invent lo
schema delle dieci categorie, ma si limit a dare un particolare ordine alla lista che era gi stata
fornita precedentemente dallo Pseudo-Archita. Cfr. R. Sorabji, Introduction to Ammonius: On
Aristotles Categories, trans. S. M. Cohen and G. B. Matthews, Gerald Duckworth & Co. Ltd,
London 1991, pp. 1-6; per un commentario del testo dello Pseudo-Archita, si veda Th.A.
Szlezk, Pseudo-Archytas ber die Kategorien, herausgegeben, bersetzt und kommentiert von
Th.A.S., Berlin-New York 1972.
9 Cfr. Simplicio, In Cat., 122, 30.
7

111

considera di primaria importanza la sostanza composta e corporea - il sinolo -, per cui,


nella sua visione, diventa fondamentale la categoria della quantit, che coesiste con
lestensione della sostanza cos considerata. Ma, per quanto la categoria della quantit
possa essere importante - ed evidente che tutte, a loro modo, lo siano -, per lo Stagirita
lunico primato resta sempre e solo quello della categoria della sostanza, e di fatto nessun luogo aristotelico pu dimostrare che la quantit sia rilevante quanto la sostanza o
comunque abbia una supremazia sulle restanti categorie.

2. Una duplice suddivisione delle quantit


2.1. Quantit discrete e quantit continue
Come si osservato fin dallantichit10, la quantit non viene qui definita, ma solo divisa in diversi generi, e questo fatto sarebbe comprensibile in quanto si tratta di uno dei
generi sommi. Infatti, la categoria della quantit, come, del resto, tutte le categorie, non
pu essere definita.
La mancanza di una definizione, sostituita dalla presentazione dei generi in cui si divide loggetto della trattazione, ha luogo nel momento in cui manca una nozione comune che possa abbracciare tutti i generi sottostanti.
In Metafisica D 13, 1020 a 7-9, tuttavia, viene presentata una nozione di quantit:
Si dice quantit ci che divisibile in parti, ciascuna delle quali per natura qualcosa
di uno e di determinato11.

Aristotele specifica che la quantit pu essere: una pluralit (plqoj), se numerabile


(riqmhtn) e pu dividersi in parti non continue12, oppure una grandezza (mgeqoj), se
misurabile (metrhtn) e se divisibile in parti continue. Si noti che il termine pltoj,
nelle Categorie, viene usato una sola volta, e precisamente, in Categorie 8, 9 a 2, in cui,
per, non viene usato come termine tecnico e specifico, ma solo per esprimere una
quantit generica di tempo (di crnou plqoj). Escluderei che si tratti di un termine
usato in senso tecnico secondo lesplicazione presente in Metafisica, perch, come vedremo di seguito, Aristotele dir che, in riferimento al tempo, si dovrebbe parlare di
quantit continua, in cui possibile pensare un limite comune rispetto al quale le parti si
connettono: il tempo presente si connette, infatti, a quello passato e a quello futuro e,
dunque, sarebbe pi corretto utilizzare il termine mgeqoj. Il termine mgeqoj ricorre
due volte nel testo delle Categorie, in 15 b 20 e in 15 b 21, in riferimento a degli esempi
di quantit connessi alla categoria dellavere. La motivazione per cui, nelle Categorie,
Aristotele non usa i termini plqoj e mgeqoj in senso tecnico potrebbe essere quella
indicata da Simplicio13: si sta presentando una divisione della Quantit che non quella
delle specie (che sono plqoj e mgeqoj), ma quella delle differenze, che sono le quantit continue e le quantit discrete.

10

Cfr. Plotino, Enneadi VI, 1, 4 e ss.


Posn legtai t diairetn ej nuprconta n kteron kaston n ti ka tde ti
pfuken enai.
12 Cfr. Metafisica D 13, 1020 a 9-11.
13 Cfr. Simplicio, In Cat., 123, 1 e ss..
11

112

2.2. Quantit costituite da parti che hanno una posizione luna rispetto allaltra e
quantit costituite da parti che non hanno una posizione luna rispetto allaltra
La seconda divisione che Aristotele presenta, quella tra quantit costituite da parti
che hanno una posizione luna rispetto allaltra e quantit costituite da parti che non
hanno una posizione luna rispetto allaltra, non si sovrappone totalmente alla precedente. Le quantit continue, infatti, non sono le stesse di quelle costituite da parti che
hanno una posizione reciproca: ci che consiste di parti che hanno una posizione reciproca sono sempre continue, ma le quantit continue non sono sempre costituite la parti
che hanno posizione reciproca; allo stesso modo, le quantit discrete sono sempre costituite da parti che non hanno una posizione reciproca, ma non tutte le quantit costituite
da parti che non hanno una posizione reciproca sono, ipso facto, discrete.
Parlando di queste due diverse divisioni, Porfirio14 presenta unosservazione molto
interessante supportata da un esempio che esula dal tema di riferimento15. Egli osserva
che non affatto sorprendente che Aristotele presenti, luna dietro allaltra, due diverse
divisioni del genere della quantit, dal momento che esse si generano da due differenti
punti di vista. Portando un esempio che testimoni questa possibilit allinterno della categoria della sostanza, si dice che lessere vivente, ad esempio, pu essere diviso in
razionale oppure irrazionale, in mortale oppure immortale, in dotato di piedi
e senza piedi, o, ancora, in alato, terrestre e acquatico. Tali divisioni non possono essere identificate o sussunte luna sotto laltra. Allo stesso modo, la quantit, intesa come un intero, pu essere divisa in continua o discreta, e la stessa quantit, ancora
intesa come un intero, pu essere divisa in costituita da parti che hanno una posizione
reciproca o costituita da parti che non hanno una posizione reciproca.
In questa molteplicit degli schemi che Aristotele assume per analizzare la categoria
della quantit assume un ruolo di primo piano la movenza tipica del pollacj, la quale
viene, in qualche modo, assunta, seppur inconsapevolmente anche dai commentatori - in
particolare Simplicio -, segno che non possibile comprendere Aristotele se non accettando la variet degli scenari che ci presenta.

3. Le quantit discrete
Una quantit discreta (diwrismnon) se non esiste nessun limite comune attraverso
il quale le sue parti possano congiungersi. La quantit discreta dunque un aggregato,
un tutto costituito da parti staccate. Di qui lo sforzo di Aristotele per definire con esattezza questultimo concetto: staccate sono due cose che non hanno un confine [] comune. Ed infatti nellaggregato ogni elemento che lo costituisce chiuso in se stesso,
come nella propria superficie ed ha perci un confine proprio, un confine che pu trovarsi accanto al confine di un altro elemento, ma non si fonder mai con esso, divenendo un confine comune. Se questo accadesse, non si avrebbe pi un aggregato, ma
ununica cosa, e cio una quantit continua16. Esempi di quantit discrete sono il numero (riqmj) e il discorso (lgoj).

14

Cfr. Porfirio, In Cat., 101,1 e ss..


La medesima osservazione viene riportata da Simplicio, In Cat., 123, 23 e ss..
16 Pesce, Aristotele. Le Categorie, p. 50, n. 2.
15

113

3.1. Il numero
Aristotele analizza lesempio del numero (riqmj). Se consideriamo, ad esempio, il
numero dieci, non pensabile un confine comune che colleghi le parti, come il cinque e
il cinque, oppure il tre e il sette. Come osserva Simplicio17, si potrebbe pensare che sia
lunit ad unire le parti che formano il numero; lunit, per, non il limite del numero,
ma la parte: il numero cinque composto da cinque unit messe insieme, se vi aggiungessimo un ulteriore unit intesa come limite, non avremmo pi un cinque, ma un sei. Il
numero, infatti, composto di unit e pu essere diviso in unit, ragion per cui esso non
pu essere diviso allinfinito; la linea, invece, non pu essere divisa in tutti i punti che la
costituiscono, ragion per cui essa divisibile allinfinito. In questo esempio portato da
Aristotele, il numero sembra ancora arcaicamente concepito come un complesso di oggetti (come un aggregato), per esempio di punti materiali, come nei primi Pitagorici, se
si ha un assieme di dieci sassolini allineati, si pu mentalmente dividerlo in due gruppi
di cinque sassolini ciascuno o in uno di tre e un altro di sette, o in altro modo; ma sempre il taglio ideale cadr tra due unit, scoster due superfici18. Si potrebbe obiettare
che anche la linea sia divisibile in punti che costituiscono non il limite comune, ma le
parti (come le unit per il numero). La questione discriminante tra quantit discrete e
quantit continue si basa, tuttavia, sulla possibilit di una divisione che conduca a
ununit minima che non perda i caratteri dellinterezza della quantit: se dividiamo il
numero nelle sue parti - come abbiamo osservato, si considerano i numeri interi naturali
- arriviamo allunit minima (luno), che essa stessa un numero; se, invece, dividiamo
allinfinito la linea, arriviamo al punto, che, nella definizione di Euclide, ci che non
ha dimensione, un carattere assai lontano dalla natura della linea, che ci che ha lunghezza.
3.2. Il discorso
Aristotele continua con lanalisi delle quantit discrete e spiega lesempio del discorso (lgoj). Prima di presentare le ragioni per cui il lgoj una quantit discreta, lo
Stagirita sente il bisogno di specificare a quale tipo di lgoj si stia facendo riferimento
e perch esso possa essere considerato una quantit. Il tipo di lgoj cui ci si riferisce
non il ragionamento inteso come un pensiero, tutto mentale, ma il discorso esteriorizzato, vocale, parlato (lgo dO atn tn met fwnj lgon gignmenon intendo il
discorso che si esprime con la voce). Nota giustamente Pesce, che la precisazione, richiesta dal termine greco lgoj che vuol dire tanto il processo interno del pensiero
quanto lesterno discorso, diventa in un certo senso inutile per il latino (e cos per
litaliano) che adopera per i due significati due parole diverse: ratio e oratio (pensiero e
discorso)19. Porfirio20 presenta unanalisi molto interessante dei diversi significati del
termine lgoj, distinguendo tra il pensiero, il discorso interno, mentale (lgoj
ndiqetoj) e il discorso esterno, proferito, orale, verbale (lgoj proforikj).
Quanto al motivo per cui tale discorso esteriorizzato attraverso la voce, proferito,
possa essere considerato una quantit, basti pensare al fatto che esso si misura in sillabe
brevi e sillabe lunghe (katametretai sullab makr ka bracev). In che modo il
17

Cfr. Simplicio, In Cat., 123,33-124,5.


Pesce, Aristotele, Le Categorie, p. 50, n. 3.
19 Pesce, Aristotele, Le Categorie, p. 51, n. 4.
20 Cfr. Porfirio, In Cat., 64, 28 e ss..
18

114

discorso verbale rientra tra le quantit di tipo discreto? Come rileva Porfirio21, ogni discorso formato da nomi e verbi e altre parti del discorso; tutti questi sono composti di
sillabe; le sillabe possono essere brevi oppure lunghe; le sillabe lunghe stanno alle sillabe brevi in un rapporto di due a uno; ora, poich uno e due sono dei numeri, e il numero, come abbiamo precedentemente osservato, una quantit discreta, anche le sillabe
risultano essere quantit discrete, e, di conseguenza, anche il loro composto, cio la parola e linsieme di parole (il discorso). Si tratta di una quantit discreta perch non c
nulla di comune che unisca le sillabe; ad esempio nella parola Socrate non c nulla di
comune che tenga insieme le diverse parti. A nulla vale obiettare che il significato a
tenere insieme le sillabe, perch se anche prendessimo in considerazione un termine
senza senso, potremmo comunque misurarlo; il limite comune, dunque, non di tipo
semantico. Le sillabe sono lunit fonetica minima e, come i sassolini-numeri, se ne
restano in certo modo staccate, ciascuna in se stessa, ancorch costituenti nel discorso
corrente, a differenza di quello sillabato, una successione ininterrotta 22.
Intorno al discorso considerato come quantit discreta, stata sollevata una difficolt: si potrebbe obiettare che esso assurga al titolo di quantit solo perch si svolge nel
tempo. In tal caso, esso non sarebbe pi una quantit per se, ma lo sarebbe solo per derivazione, e cio per accidens. Tuttavia, la giustificazione che ne d Aristotele sta nel
fatto della quantit lunga o breve delle sillabe, che sembrerebbe dunque egli non sentisse come un carattere temporale23. Secondo Zanatta, il discorso scritto, apparendo pi
evidenziatamente nellaspetto della successione, del suo evolversi, ossia dellaspetto
temporale del suo costituirsi, verrebbe prevalentemente considerato quantit perch legato, appunto, al tempo: vale a dire quantit in senso accidentale; il discorso parlato,
invece, qui considerato, sarebbe legato, per la scadenza della dizione, alle unit che
vengono scandite che non al fatto di svolgersi nel tempo24.

4. Le quantit continue
4.1. La linea, la superficie, il corpo
Una quantit continua (sunecj) se ha le caratteristiche opposte a quelle possedute
dalla quantit discreta25, se c, cio, un limite comune che unisca le diverse parti. Esempi di quantit continue sono: la linea (gramm), la superficie (pifneia), il corpo
(sma), e, oltre a questi, il tempo (crnoj) e il luogo (tpoj).
Aristotele analizza i primi tre esempi - tutti tratti dallambito geometrico - che poco
prima aveva elencato per quanto riguardava le quantit continue: la linea, la superficie e
il corpo.
Si inizia dalla nozione geometrica pi elementare: la linea (gramm). Questa viene
annoverata tra le quantit continue perch c un limite comune rispetto al quale le sue
parti si congiungono, e tale limite il punto (stigm). Il punto non una parte della linea, e questo attestato dal fatto che esso possiede delle propriet del tutto differenti da
quelle della linea: il punto adimensionale, la linea possiede la lunghezza. Due seg21

Cfr. Porfirio, In Cat., 101, 30 e ss., seguito pedissequamente da Simplicio, In Cat., 124, 10 e
ss..
22 Pesce, Aristotele, Le Categorie, p. 51, n. 5.
23 Pesce, Aristotele, Le Categorie, p. 47.
24 Zanatta, Aristotele, Le categorie, p. 179.
25 Cos la presenta Porfirio, In Cat., 102, 10 e ss..

115

menti successivi sono nello stesso tempo divisi e congiunti tra loro da un unico punto,
che costituisce perci il loro confine comune. Il punto quindi - nota Boezio - proprio
perch confine o termine della linea, non ne una parte26. La linea, definita da Porfirio27, un intervallo senza larghezza, composta di parti continue, in modo tale che, se
una parte viene spostata, tutte le altri parti vengono spostate con essa; cosa, questa, che
non accade nel caso delle quantit discrete.
Seguendo lesempio di Porfirio, immaginiamo di essere in possesso di una misura
completa di chicchi di grano. Se preleviamo un chicco, tutti gli altri chicchi non si muovono con esso, ma restano esattamente nello stesso posto (quantit discreta); se, invece,
spostiamo una parte di un chicco, allora tutto il chicco sar spostato, in virt del fatto
che tutte le parti che lo compongono sono continue28.
Anche la superficie (pifneia) una quantit continua, perch le parti del piano (t
to pipdou mria) si congiungono in un confine comune: la linea. Allo stesso modo,
anche il corpo (sma) appartiene al gruppo delle quantit continue, perch le parti di
esso si congiungono grazie a dei limiti comuni: la linea come spigolo e la superficie
come sezione29.
4.2. Questioni aperte intorno alla linea, alla superficie e al corpo
Almeno due sono le questioni trattate e discusse dai commentatori antichi che restano
aperte. La prima viene affrontata da Simplicio30. Alla spiegazione per cui le quantit
continue sono quelle per cui esistono dei limiti comuni che ne congiungono le parti si
potrebbe obiettare che, nel momento in cui la quantit viene divisa nelle sue parti, immediatamente ciascuna di queste non possiede pi dei limiti comuni che tengono insieme le parti, ma ognuna circoscritta dai propri limiti. La risposta che la divisione in
parti deve essere considerata in termini di potenzialit, e non di realt: solo in potenza il
punto il limite della linea, la linea il limite della superficie e la superficie il limite
del corpo.
La seconda questione, riportata da Simplicio31, che Lucio (precursore di Nicostrato)
ha obiettato ad Aristotele di aver trasferito il corpo, che un sostrato, quindi una sostanza - che resta la stessa e identica nel numero ed capace di ricevere i contrari - nella categoria della quantit. In risposta a questo, si pu, a mio avviso, osservare che il corpo,
tuttavia, in quanto esteso sotto tre dimensioni (lunghezza, larghezza e profondit) e pu
per natura essere misurato, rientra perfettamente nella categoria della quantit.
4.3. Il tempo e lo spazio
Oltre alla linea, alla superficie e al corpo, Aristotele aggiunge due ulteriori esempi di
quantit continue: il tempo ( crnoj) e lo spazio ( tpoj). Per quanto riguarda il tempo, c, infatti, un limite comune che congiunge le parti: il tempo presente ( nn
crnoj), inteso come punto temporale, come lora [], listante privo di durata32,
26

Pesce, Aristotele, Le Categorie, p. 51, n. 5.


Cfr. Porfirio, In Cat., 102, 16.
28 Cfr. Boezio 205 A.
29 Cfr. Pesce, Aristotele, Le Categorie.., p. 51, n. 7.
30 Cfr. Simplicio, In Cat., 125, 1-12.
31 Cfr. Simplicio, In Cat., 125, 12 e ss.
32 Pesce, Aristotele, Le Categorie, p. 51, n. 8.
27

116

congiunge il passato e il futuro, in quanto il punto di chiusura del passato e il punto di


apertura del futuro33.
Le dinamiche che intercorrono tra le parti del tempo sono molto simili a quelle di cui
si parlato a proposito della linea. Potremmo pensare al tempo come a una linea cronologica in cui la funzione del punto viene assunta dallistante: come nella linea il punto
adimensionale il limite comune di una quantit estesa che possiede larghezza, cos nel
tempo listante privo di durata il limite comune di una quantit che la durata stessa.
Il punto e listante non sono parti, ma limiti comuni, rispettivamente, della linea e del
tempo, in quanto possiedono delle caratteristiche non solo diverse, ma addirittura opposte a quelle dellintera quantit.
Quanto allo spazio, per poter comprendere la spiegazione qui offerta da Aristotele,
occorre richiamare Fisica D 4, in cui il Filosofo presenta la propria concezione e la definizione del luogo. Una prima caratterizzazione Aristotele la guadagna distinguendo il
luogo che comune a molte cose e il luogo che proprio di ciascun oggetto34.
[] il luogo, da una parte, quello comune nel quale sono tutti i corpi, dallaltra
quello particolare in cui immediatamente un corpo [], e se il luogo ci che immediatamente contiene ciascun corpo, esso sar, allora, un certo limite []35.

Successivamente Aristotele specifica che


[] il luogo ci che contiene quelloggetto di cui luogo e che non nulla della cosa
medesima che esso contiene36.

Il luogo, dunque, insieme limite e contenente del corpo, il primo immobile limite del
contenente, una definizione che verr resa illustre dai medievali attraverso la formula
terminus continentis immobilis primus:
il luogo [] il limite del corpo contenente, in quanto esso contiguo al contenuto37.

Essendo il luogo cos concepito, poich ogni parte di un corpo occupa una corrispondente parte del luogo, e poich ogni parte del corpo si congiunge allaltra attraverso un
limite comune, allora anche le parti del luogo devono congiungersi attraverso un limite
comune, data anche limpossibilit del vuoto nella concezione aristotelica. Lo Stagirita
non esplicita e non spiega, nel testo delle Categorie, la propria nozione di tempo, il che
compromette un po la comprensione del passo; si potrebbe pensare che o il pubblico
cui si stava rivolgendo conosceva gi le nozioni cui si stava facendo implicito riferimento, o il filosofo non intendeva volontariamente occuparsi in questa sede di temi che appartenevano specificatamente alla scienza naturale, oppure entrambe le cose insieme. In
realt qui Aristotele non deve aver sentito il bisogno di trattare della nozione di tempo,
in quanto il contesto non lo richiedeva, e questo si spiega bene con il fatto che lo Stagirita distingue sempre gli ambiti conosci viti, secondo quella movenza che Natali ha
chiamato di dipartimentalismo epistemologico38.

33

Sullistante come punto di unione del passato e del futuro, si veda Fisica D, 222 a 10-11.
G. Reale, Introduzione ad Aristotele, Editori Laterza, 1974, 1995 , p. 78.
35 Fisica D 2, 209 b 31 ss., Traduzione di A. Russo, Aristotele, La Fisica, Laterza, Bari 1968,
anche in Aristotele, Opere, Roma-Bari 1973.
36 Fisica D 4, 210 b 34 - 211 a 1.
37 Fisica D 4, 212 a 6.
38 Cfr. Natali, ***.
34

117

5. Quantit costituite da parti che hanno o non hanno una posizione reciproca
Aristotele introduce qui una seconda divisione del genere della quantit: ci sono
quantit costituite da parti che hanno una reciproca posizione tra loro (t mOn k qsin
cntwn prj llhla tn n atoj morwn sunsthken) e ci sono quantit costituite, invece, da parti che non hanno una reciproca posizione (t dO ok x cntwn qsin). Questa divisione non coincide e non corrisponde con la precedente, operata tra
quantit discrete e quantit continue. Simplicio39 specifica che Aristotele ha bisogno di
questa ulteriore suddivisione, che il commentatore descrive proprio come aggiuntiva alla prima40, dal momento che la prima non riesce a dare conto di tutte le differentiae.
Tutte le quantit composte di parti che hanno posizione reciproca, infatti, sono continue, ma non tutte le quantit continue sono composte da parti che hanno una posizione
reciproca. Infatti, la posizione reciproca delle parti presuppone la continuit e assieme
la permanenza nello spazio; ecco perch restano esclusi non soltanto il numero e il discorso (quantit discrete e non continue), ma anche il tempo (che s continuo, ma non
permanente nello spazio)41. Per converso, le quantit discrete sono tutte composte di
parti che non hanno posizione reciproca, ma non tutte le quantit che non hanno posizione reciproca sono discrete.
Incrociando le due suddivisioni presentate la Aristotele e i rispettivi esempi analizzati, possiamo concludere che seconda la prima divisione, cinque sono le tipologie di
quantit continua: la linea, la superficie, il corpo, il tempo e lo spazio; e due sono le tipologie di quantit discreta: il numero e il discorso. Stando alla seconda divisione, ci
sono quattro tipi di quantit le cui parti hanno posizione reciproca: la linea, la superficie,
il corpo e il luogo; e tre tipi che non presentono posizione: il numero, il discorso e il
tempo42.
Porfirio43 afferma che tre sono le condizioni che si devono verificare affinch si possa parlare di quantit le cui parti hanno posizione reciproca:
1. un luogo in cui le parti sono locate;
2. la coesistenza delle parti stesse, per cui non dovrebbe verificarsi che alcune parti
restino mentre altre scompaiano; le parti devono poter esistere insieme simultaneamente;
3. la continuit e la congiunzione delle parti.
Qualora venisse a mancare qualcuna di queste condizioni, spiega Porfirio, la quantit in
questione potrebbe possedere un ordine, ma non avere delle parti che hanno posizione
reciproca. Simplicio44 riprende esattamente le tre condizioni presentate da Porfirio, ma
dichiara che il testo aristotelico non presenta queste tre condizioni. Egli aggiunge, pi
specificatamente, che le cose che hanno posizione reciproca devono sempre avere la coesistenza delle parti (per cui viene fatta valere la condizione numero 2), ma non necessariamente devono avere lesistenza in uno spazio (per cui la condizione numero 1 non
ha bisogno di verificarsi), e questo viene testimoniato sia dalla natura delle cose sia dal39

Cfr. Simplicio, In Cat., 135, 35.


Cfr. Simplicio, In Cat., 136, 5.
41 Pesce, Aristotele, Le categorie, p. 52, n. 10.
42 Cfr. Porfirio, In Cat., 105, 6-11.
43 Cfr. Porfirio, In Cat., 104, 12 e ss..
44 Cfr. Simplicio, In Cat., 136, 10 e ss..
40

118

la spiegazione di Aristotele. Per quanto riguarda la natura delle cose, ci sono delle quantit che non si estendono in pi di una dimensione: la linea, ad esempio, si estende solamente secondo la dimensione della larghezza. Simili quantit non sono nello spazio e,
di conseguenza, non possono essere collocate in un luogo, ma possiedono, in ogni caso,
una posizione. Stando alle parole di Aristotele, inoltre, si deve notare che egli non afferma che le parti con relazione reciproca sono collocate in un luogo, ma dichiara semplicemente che tali parti sono in relazione luna con laltra. Strettamente parlando, la
posizione dovrebbe essere riferita a delle cose che sono collocate in un luogo, in uno
spazio; Aristotele, tuttavia, afferma espressamente soltanto che le parti debbono coesistere, e cio che esse debbono risultare posizionate nel posto in cui esse risultano essere
parti di una certa quantit. Questo risulter maggiormente chiaro attraverso gli esempi
sotto riportati.
5.1. Quantit composte da parti che possiedono reciproca posizione
Aristotele porta degli esempi di quantit composte da parti che possiedono posizione
reciproca, ma che non necessariamente sono collocate in uno spazio. La linea una di
queste quantit. Le sue parti hanno posizione reciproca (t mOn tj grammj mria
qsin cei prj llhla); si potrebbe, infatti, indicare dove ciascuna parte giace e quali parti si connettono tra loro. La linea, tuttavia, come abbiamo precedentemente osservato, non pu essere collocata in uno spazio dal momento che si estende in una sola dimensione, la larghezza (non si verifica, pertanto, la condizione numero 1); questo, per,
non esclude affatto che le sue parti abbiano posizione reciproca allinterno di un dove
in cui esse acquistano, appunto, la loro valenza di parti di una quantit: le parti della linea hanno posizione reciproca non nello spazio, ma allinterno della superficie (si verifica quindi la condizione numero 2).
Lo stesso discorso vale per la superficie (pipdoj): essa non pu essere collocata in
uno spazio dal momento che si estende in due sole dimensioni, la lunghezza e la larghezza (anche in questo caso, dunque, non si verifica la condizione numero 1); questo,
per, non esclude affatto che le sue parti abbiano posizione reciproca allinterno di un
dove in cui esse acquistano la loro valenza di parti di una quantit: le parti della superficie (o del piano) hanno posizione reciproca non nello spazio, ma allinterno del
corpo, o del solido (si verifica, quindi, la condizione numero 2).
Anche il solido (sterej) fa parte delle quantit composte da parti che hanno posizione reciproca. Il solido lunica quantit per cui le condizioni numero 1 e 2 risultano
entrambe verificate: le sue parti, infatti, coesistono, giacciono e si connettono tra loro
precisamente nello spazio. Si potrebbe forse affermare che la linea e la superficie sono
collocate in uno spazio per accidens, in quanto possono essere pensate come quantit
comprese allinterno del solido, che lunico ad essere collocato in uno spazio. Infine,
anche lo spazio (tpoj) una quantit composta da parti che possiedono posizione reciproca. Anche in questo, si verifica la condizione numero 2, per cui le parti coesistono,
giacciono e si connettono tra loro, ma non la condizione numero 1: lo spazio, infatti,
non potrebbe collocarsi in uno spazio, altrimenti avremmo sempre bisogno di risalire a
uno spazio precedente in un regresso ad infinitum che Aristotele non potrebbe accettare.

119

5.2. Quantit composte da parti che non possiedono posizione reciproca


Aristotele passa ora agli esempi di quantit composte da parti che non hanno una posizione reciproca: il numero (riqmj), il tempo (crnoj) e il discorso (lgoj). Consideriamo le condizioni presentate da Porfirio e sopra riportate affinch una quantit possa essere considerata composta da parti che hanno una posizione reciproca, e, seguendo
Simplicio, teniamo fuori considerazione la prima condizione secondo la quale le parti
dovrebbero essere collocate in uno spazio; abbiamo dimostrato, infatti, come, in senso
stretto, alcuni esempi di quantit che hanno posizione reciproca (la linea, la superficie e
lo spazio) non sono, in realt e propriamente parlando, collocate in uno spazio. Se valutiamo i tre esempi di quantit composte da parti che non hanno posizione reciproca presentati da Aristotele alla luce delle altre due condizioni, otteniamo il risultato chiaramente illustrato dalla seguente tabella:
Continuit Coesistenza
Tempo
S
No
Numero
No
S
Discorso
No
No
Il tempo era stato precedentemente enumerato tra le quantit continue, in quanto c
un limite comune che congiunge le sue parti (il tempo passato e il tempo futuro): il tempo presente; esso, per, non possiede la caratteristica della coesistenza simultanea delle
parti. Nessuna parte del tempo, infatti permane (pomnei gr odn tn to crnou
morwn): il tempo futuro si trasforma continuamente nellistante presente, e listante
presente si trasforma subito in passato; ci che non permane non pu avere una posizione reciproca. Senza dubbio il tempo, in quanto possiede la caratteristica della continuit,
ha un ordine (txij), in quanto composto da un prima t prteron) e da un poi (t
steron), ma non ha una posizione, in quanto non possiede la caratteristica della coesistenza delle parti. Tenderei, pertanto, a non chiamare con il termine posizione quel
condizionamento reciproco delle parti che si costituisce come ordine45, per non confondere i due aspetti, che, come abbiamo appena mostrato, possiedono delle caratteristiche ben diverse (mi distacco lievemente, quindi, dalla posizione di Pesce, per cui il prima e il poi costituiscono la [] successione, che per il tempo quel ch la posizione
per lo spazio46.
Il numero era stato precedentemente enumerato tra le quantit discrete, e non quelle
continue, dal momento che non pensabile un confine comune che colleghi le parti (se
consideriamo, ad esempio, il numero dieci, non pensabile un confine comune che colleghi le parti, come il cinque e il cinque, oppure il tre e il sette). Il numero manca, quindi, della caratteristica della continuit, mentre possiede, invece, la caratteristica della
coesistenza o permanenza. Il numero, infatti, non deve il suo essere allessere contato,
come il discorso acquista lessere soltanto nel momento in cui viene pronunciato. Per
utilizzare lesempio di Simplicio47, anche se io non sto in questo momento contando le
mie cinque dita, esse restano comunque una quantit contabile, mentre il discorso pro45

Pesce, Aristotele, Le Categorie, p. 52, n. 11.


Pesce, Aristotele, Le Categorie, p. 52, n. 11.
47 Cfr. Simplicio, In Cat., 138, 20.
46

120

nunciato con la voce, se non viene emesso, resta un pensiero inarticolato. In questa
spiegazione del numero, accolgo interamente la critica che Simplicio48 muove alla riflessione di Giamblico, secondo il quale il numero esiste soltanto nel momento in cui
viene contato e, per questa ragione, nessuna parte del numero persiste e, dunque, non
pu avere posizione reciproca. Simplicio si dichiara molto sorpreso della dichiarazione
per cui il numero non ha posizione perch le sue parti non persistono e obietta, molto
giustamente, che la vera ragione per cui il numero non pu essere considerato una quantit le cui parti possiedono posizione reciproca non consiste in quella per cui manca di
coesistenza o permanenza, ma in quella per cui esso manca di continuit. Il numero,
dunque, non ha posizione, ma ha, come per il tempo, un ordine per cui
luno si conta prima del due, e il due prima del tre (t prteron riqmesqai t n
tn do ka t do tn trin)49.

La serie numerica dunque gi per Aristotele essenzialmente successione temporale.


Questa concezione non contrasta con la precedente rappresentazione spaziale, perch la
serie allineata dei punti materiali diventa serie numerica soltanto in quanto viene contata e in quanto contabile in quanto cio, con laggiunta di unaltra unit, si passa da
un numero al successivo50.
Il discorso, infine, non possiede la caratteristica della continuit. Si tratta, infatti, di
una quantit discreta, perch non c nulla di comune che unisca le sillabe; esse restano
in certo modo staccate, separate luna dallaltra. Neppure la coesistenza delle parti rientra nelle caratteristiche possedute dal numero: nessuna delle sue parti, infatti, permane,
ma, una volta pronunciata, scompare; non vi potrebbe quindi essere una posizione delle
parti, visto che nessuna permane. Ci non esclude, tuttavia, che il discorso abbia un ordine, che consiste nel fatto che alcune parti del discorso precedano altre e che alcune sillabe di una parola precedano altre.

6. Quantit per s e quantit per accidente


Come spesso accade quando Aristotele intende conchiudere un tipo di ragionamento
per passare ad altro tema, qui presente una formula di ripresa e di sintesi dellultima
questione analizzata, tipica di una lezione: la divisione tra quantit composte da parti
che hanno posizione reciproca e quantit composte da parti che non hanno posizione reciproca. Subito dopo questo passo di raccordo, Aristotele presenta qui una terza divisione, quella tra le quantit in senso principale o in senso proprio o per s (kurwj) e le
quantit per accidente (kat sumbebhkj). Senza spiegare in modo pi analitico che
cosa voglia dire per s e per accidente, il Filosofo si limita a specificare che tutte le
quantit di cui finora si parlato (Kurwj dO pos tata mna lgetai t
erhmna)51 rientrano tra le quantit per s, mentre tutte le altre sono quantit per accidente (t dO lla pnta kat sumbebhkj).
Quantit per s sono quelle che lo sono per loro intrinseca natura, in virt di se stesse. Sono quantit per s, quelle cose nella cui definizione necessariamente entra la
quantit come genere: per esempio la linea si definisce necessariamente come quantit,
48

Cfr. Simplicio, In Cat., 138, 10 e ss..


Categorie 6, 5 a 31.
50 Pesce, Aristotele, Le categorie, p. 52, n. 12.
51 Categorie 6, 5 a 38.
49

121

e precisamente come quantit continua divisibile secondo la lunghezza; la superficie


come quantit continua divisibile secondo la larghezza, e cos di seguito52.
Quantit per accidente sono quelle che lo sono in virt di qualcosaltro; grazie alle
quantit per s che, per derivazione, chiamiamo quantit anche le altre.
Ora, stando alle parole di Aristotele, tutte le quantit che sono state finora trattate devono essere considerate quantit per s: la linea, la superficie, il corpo, il tempo, il luogo, il numero e il discorso. Ci che pu essere considerato quantit per derivazione da
una delle quantit per s detto quantit per accidente. Di questultimo tipo di quantit
Aristotele porta qui tre esempi: (1) lazione, (2) il bianco e (3) il movimento. (1)
Unazione (prxij) viene detta lunga (makr), ricevendo, quindi, una caratterizzazione
quantitativa, se lungo il tempo durante il quale essa viene effettuata. La lunghezza di
unazione, infatti, viene determinata sulla base del tempo (t crnJ) impiegato per
compierla, e si dir che durata un anno o qualcosa di simile che esprima la temporalit. Lazione, quindi, non una quantit in quanto azione, ma in quanto si svolge nel
tempo; la quantit, altrimenti indeterminata, dellazione viene determinata non in termini di azione, ma di durata. (2) Similmente, un colore come, ad esempio, il bianco (t
leukn) viene detto molto (pol), ricevendo, cos, una caratterizzazione quantitativa,
perch molta la superficie (t tn pifneian polln enai53) e, cio, perch molta
la quantit cui il bianco appartiene. Se si deve determinare la quantit del bianco, infatti, lo si far in base alla superficie cui esso appartiene: quanta la superficie, tanto si
dir che il bianco. Il bianco, quindi, non una quantit gi in quanto bianco, ma in
quanto appartiene a una superficie; la quantit, altrimenti indeterminata, del colore viene determinata non in termini del colore stesso, ma di superficie. In questi casi, evidente come il pollacj e i molteplici sguardi sulla realt innervino lanalisi di Aristotele, persino in modo radicale. (3) Lesempio del movimento (knhsij) pi problematico, in primo luogo perch Aristotele, nel testo delle Categorie, lo spiega in modo brachilogico, dicendo soltanto che il movimento viene detto lungo in quanto lungo il
tempo nel quale il movimento viene compiuto, e, in secondo luogo, perch la spiegazione che ne viene data nel testo della Metafisica in cui si parla delle quantit per accidente
d luogo a una discrepanza rispetto a quanto si dice nelle Categorie. In Metafisica D, 13,
1020 a 25-32, Aristotele divide le quantit per accidente in due sottogruppi:
1. il primo costituito dalle quantit dette tali per il fatto che una quantit ci a cui
esse appartengono (lesempio lo stesso riportato nel testo delle Categorie: il
bianco pu dirsi grande, perch grande un corpo o una superficie dipinta di
bianco54);
2. il secondo gruppo costituito dalle quantit dette tali nel senso in cui il movimento ed il tempo sono quantit55. Il movimento una quantit, e una quantit continua, perch ci di cui esso affezione divisibile. Non si tratta della divisibilit
del corpo che in movimento; vero che anche il corpo divisibile ed un quanto e, quindi, anche il suo movimento (in quanto accidente di un quanto) un
quanto: ma, in tal caso, si avrebbe il primo senso sopra distinto, e il movimento
sarebbe un quanto cos come il bianco []. Qui si parla, invece, della superficie
percorsa dal mobile: in tal senso, il movimento una quantit misurabile, perch
52

G. Reale, Aristotele, Metafisica, vol. III, p. 255, n.8.


Cfr. Categorie 6, 5 a b 1-2.
54 Reale, Aristotele, Metafisica, vol. III, p. 256, n. 16.
55 Metafisica D 13, 1020 a 28-29: t dO j knhsij ka crnoj.
53

122

percorre uno spazio o una quantit misurabile56. Non ci basa sulla divisibilit di
ci che si muove, ma sulla divisibilit dello spazio percorso dal movimento del
mobile; e poich lo spazio una quantit, allora una quantit anche il movimento. A questo ragionamento Aristotele aggiunge un ulteriore step: poich il movimento risultato essere una quantit, allora anche il tempo una quantit, dal
momento che esso affezione e numero del movimento57.
Ora, la dottrina esposta nella Metafisica sembra essere in contraddizione con quanto
viene detto nelle Categorie. In questultima opera, infatti, Aristotele, come abbiamo sopra osservato, afferma che devono essere considerate quantit per se tutte quelle di cui
si trattato, senza ulteriori specificazioni o esclusioni, il che porta a dare per scontare
che anche il tempo sia incluso tra queste. Nella Metafisica, invece, il tempo viene presentato tra le quantit per accidente. Per quanto riguarda la collocazione del tempo, esso
viene raggruppato in un significato di quantit per accidens diverso da quello in cui si
trova il bianco; questo perch la sua relazione con la quantit molto pi intima e stretta
che non nel primo gruppo. Si potrebbe quindi pensare che Aristotele, in un testo costituito da trascrizioni di lezioni e, in alcuni punti, piuttosto brachilogico ed ellittico quale le
Categorie, avvicini, per comodit e snellezza, il tempo alle quantit per s, per rimarcare la distanza da quelle per accidens; nel testo della Metafisica, invece, in cui lasse argomentativo totalmente diverso, e in cui si deve dimostrare, ad esempio, lesistenza
del Primo Motore immobile mediante il ricorso alle nozioni di tempo e di movimento,
chiaro che la casistica molto pi varia, che la riflessione intorno al concetto di tempo
deve avere un altro peso, e che il tempo stesso pu essere individuato in un sottogruppo
pi specifico. Pur leggendo la collocazione del tempo in questottica, tuttavia, non si
capirebbe per quale motivo il movimento, che nella Metafisica figura, insieme al tempo,
tra le quantit per accidente di secondo tipo, non venga anchesso citato insieme al tempo tra le quantit per s nel testo delle Categorie. La presenza del movimento nella trattazione della categoria della quantit ha, inoltre, causato unaccesa discussione. Come
riporta Simplicio58, alcuni hanno detto che il movimento dovrebbe essere classificato
allinterno della categoria della relazione; altri lo collocherebbero allinterno di pi categorie, in quanto il movimento inteso come aumento e diminuzione appartiene alla
quantit, il movimento inteso come alterazione appartiene alla qualit, il movimento inteso come generazione e corruzione appartiene alla sostanza e, in generale, il movimento locale (la traslazione) diverso da qualsiasi altro tipo di movimento; altri ancora collocano il movimento, allinterno di tutte le categorie perch lo considerano come il passaggio dalla potenza allatto59; altri, infine, collocano il movimento nella categoria
dellagire e del patire. Plotino60 vorrebbe addirittura fare del movimento una categoria
separata che precede lagire e il patire.

56

Reale, Aristotele, La Metafisica, vol. III, p. 256, n. 17.


Cfr. Metafisica L 6, 1071 b 10.
58 Cfr. Simplicio, In Cat., 140, 1 e ss..
59 Cfr. Fisica, 3, 1, in cui Aristotele definisce il movimento in termini di attualizzazione della
potenza.
60 Cfr. Enneadi, 6.1.15.12-16 e 6.3.21.1 e ss..
57

123

7. Caratteristiche della quantit


Terminate le suddivisioni interne al sommo genere della Quantit, Aristotele inizia
ad analizzare le caratteristiche della categoria in questione.
7.1. Prima caratteristica: la quantit non ha contrari
Aristotele spiega perch si pu costatare che la quantit non ha contrari. Per quanto
riguarda le quantit determinate (p mOn gr tn fwrismnwn61), come, per esempio,
di due cubiti (t dipcei), di tre cubiti (t tripcei), di due centimetri o di
cinque litri, ma anche la superficie e gli altri tipi di quantit di cui sopra si trattato,
risulta subito chiaro che non c nulla di contrario.
Un primo dubbio potrebbe, tuttavia, sorgere nel momento in cui si possa pensare a
molto come contrario a poco o a grande come contrario a piccolo. Queste coppie appaiono come quantit contrarie. Seguir un ragionamento che potremmo dividere
in due fasi:
(a) tali coppie non esprimono dei contrari, ma dei relativi;
(b) sia che siano delle quantit sia che non siano delle quantit, in ogni caso non sono
contrarie.
Per quanto concerne (a), Aristotele chiarisce subito che, in tal caso, non sussiste alcun problema, poich, in realt, molto e poco, grande e piccolo non sono delle
quantit, ma dei relativi; in ognuna delle due coppie, infatti, ogni elemento si dice in riferimento allaltro: si pu, per esempio, affermare che un oggetto sia grande solo rispetto a qualcosa che piccolo, a sua volta, rispetto al grande. Nulla pu essere considerato
grande o piccolo in s e per s, ma soltanto in quanto viene rapportato a un termine di
riferimento. Una montagna, per esempio, si pu dire piccola perch pi piccola rispetto ad altre montagne, cio in riferimento ad altre cose dello stesso genere. Un chicco di
miglio, daltra parte, si pu dire grande per il fatto che pi grande delle cose dello
stesso genere, e cio rispetto ad altri chicchi di miglio. Ci deve essere, dunque, sempre
un riferimento ad altro, poich, piccolo o grande venissero detti in s e per s, in maniera assoluta, la montagna non si potrebbe mai dire piccola n il chicco grande62.
Segue un esempio che dimostra limpossibilit di come anche la coppia molto/poco
sia di contrari. Molte ci appaiono le persone che sono nel villaggio, se confrontate con
quelle che sono in citt, pur essendo questultime in numero maggiore rispetto alle prime; similmente, molte ci sembrano le persone che sono a casa rispetto a quelle che sono
a teatro, sebbene questultime siano in numero maggiore rispetto alle prime. Molto e
poco [] sono termini indefiniti che non hanno di per s nessun significato preciso, ma
lo trovano soltanto in riferimento ad una grandezza media o normale, variabile a seconda del genere di cose di cui si parla. Poich dunque il loro significato si determina soltanto in riferimento ad altro, si tratta di termini relativi63.
Inizia qui la seconda parte del ragionamento in cui Aristotele mostra che (b) in ogni
caso, sia che le coppie grande/piccolo e molto/poco vengano considerate delle
quantit sia che esse non vengano considerate tali, esse non sono comunque delle coppie di contrari. Molto/poco, grande/piccolo non possono essere pensate in s e per s,
61

Categorie 6, 5 b 11-12.
Sulla trattazione dei relativi, si veda Infra, pp. ***.
63 Pesce, Le Categorie, p. 53, n. 17.
62

124

ma sempre in relazione ad altro, e non sarebbe ammissibile poter pensare a un contrario


di qualcosa che non possa essere considerato per se stesso. La differenza tra i relativi e
i contrari sta proprio qui: nel fatto che nei primi lun termine si definisce in relazione
allaltro, mentre nei secondi ogni termine sta a s. E difatti per Aristotele, come si chiarir nel capitolo 10, relativi e contrari sono due delle quattro specie di opposizione64.
Aristotele dimostra che le coppie sopra indicate non esprimono dei contrari anche attraverso una reductio ad absurdum: se accettassimo che grande e piccolo siano contrari,
dovremmo ammettere che la stessa cosa possa ricevere nello stesso tempo i contrari, in
quanto la stessa cosa potrebbe risultare contemporaneamente piccola rispetto a un tipo
di riferimento e grande rispetto a un altro. Ma questo assurdo perch contravverrebbe
al principio di non contraddizione. chiaro, infatti, che nulla pu accogliere nello stesso
tempo i contrari (odOn doke ma t nanta pidcesqai65). La sostanza s atta ad
accogliere i contrari, ma non mai nello stesso tempo o secondo il medesimo aspetto
che essa risulta malata e sana, o bianca e nera. Simplicio66 riporta che alcuni commentatori hanno obiettato allaffermazione di Aristotele secondo la quale ci che non pu essere preso per s, ma solo nel suo riferimento a qualcosaltro non pu avere contrario,
che ci sono, invece, dei contrari tra i relativi: ad esempio, conoscenza e ignoranza, virt
e vizio. Di conseguenza, secondo quanto riporta Giamblico, sarebbe stato pi corretto
dire che ci che non esiste per s, ma in riferimento a qualcosaltro, non contrario a
nessuna delle cose cui si riferisce: ad esempio, il chicco grande fa riferimento al chicco
piccolo, e grande non il contrario di piccolo.
Aristotele si spinge persino oltre nel tirare le conclusioni a partire dalla premessa della reductio ad absurdum. Si tratta, questa volta, di una conseguenza ancora pi assurda
della precedente: se grande e piccolo vengono considerati contrari, e la stessa cosa ,
nello stesso tempo, sia grande sia piccola, allora essa risulta contraria a se stessa. Ma
questo impossibile, perch i contrari si annientano a vicenda per loro propria natura.
Nulla impedisce che dei relativi stiano in opposizione nello stesso tempo rispetto a due
diversi oggetti di riferimento; i contrari, invece, non possono in alcun modo esistere, dal
momento che confliggono. Aristotele, dunque, non sta escludendo ogni tipo di opposizione dalla quantit, ma soltanto la contrariet. Di conseguenza, per evitare lassurdo,
grande non il contrario di piccolo, e molto non il contrario di poco, e, anche nel caso
in cui non li si volesse far rientrare nei relativi, ma nelle quantit, non avranno nessun
contrario. Seguendo Porfirio67, grande e piccolo, considerati in modo assoluto, sarebbero delle quantit indeterminate, e, come tali, risulterebbero pi propriamente definite
come relativi, quindi sono opposte piuttosto che contrarie.
Aristotele fa unaggiunta del tutto inaspettata e quasi in collisione con ci che aveva
precedentemente sostenuto. C un caso in cui la contrariet sembra maggiormente sussistere, ed il caso del luogo. Se consideriamo bassa la regione centrale della terra, infatti, lalto risulter contrario rispetto al basso, dal momento che la distanza tra il centro
e i confini delluniverso massima. Proprio da questa coppia di contrari sembra che sia
tratta la definizione di tutti gli altri contrari. Vengono, infatti, definite contrarie le cose
che sono massimamente distanti tra loro allinterno dello stesso genere68.
64

Pesce, Aristotele, Le Categorie, p. 54, n. 19.


Categorie 6, 5 b 39 - 6 a 1.
66 Cfr. Simplicio, In Cat., 144, 15 e ss..
67 Cfr. Porfirio, In Cat., 108, 5-8.
68 Cfr. Categorie 6, 6 a 11-18.
65

125

Dopo aver sostenuto e provato come sia impossibile che sussista contrariet nella categoria della quantit, quindi, il Filosofo sembra tornare ad affermare una convinzione
del sentire comune che deriva da una percezione sensibile della spazialit: lalto viene
considerato contrario rispetto al basso. Aristotele non cerca di smentire la convinzione
comune mostrandone linfondatezza o lo scarso rigore, ma, anzi, sembra fornirne egli
stesso una spiegazione filosofica derivante dalla sua visione cosmologica. Poich, infatti, luniverso, secondo lo Stagirita, finito, i termini basso e alto assumono un significato assoluto, e non pi relativo come accadeva per le coppie molto/poco e grande/piccolo. In questo modo, veniva posta in basso la terra, collocata al centro, e in alto i
cieli, ai confini delluniverso. [] se centro e confini possono ancora essere considerati termini relativi, perch si definiscono luno in funzione dellaltro, non cos terra e cieli. Ecco perch alto e basso possono venir considerati veri contrari e anzi limmagine
stessa della contrariet69, da cui viene tratta la definizione stessa di contrariet che lo
stesso Aristotele enuncia e propugna. Si tratta, mi sembra, di un interessante esempio
che rivela quanto i dati percettivi siano tenuti in conto nella definizione aristotelica della
contrariet. E non stupisce, allora, che in rivisitazioni recenti, allinterno della fenomenologia sperimentale della percezione, del tema della contrariet si sia letto in questo
passaggio un thought-provoking riferimento allipotesi secondo la quale la percezione
della contrariet pervasivamente e primariamente connessa alla geometria fenomenologica dello spazio70.
7.2. Seconda caratteristica: la quantit non ammette il pi e il meno
La quantit condivide con la sostanza la caratteristica di non ammettere il pi e il
meno71. La quantit, infatti, come la sostanza, non ammette dei gradi, non possiede indeterminatezza in termini di maggiore o minore, dal momento che assume sempre una
forma determinata. Prendendo in considerazione i casi particolari di quantit, osserviamo la linea, in quanto linea, non pi o meno linea di unaltra linea, la superficie, in
quanto superficie, non pi o meno superficie di unaltra superficie, e lo stesso vale per
il corpo in quanto corpo, per lo spazio in quanto spazio, per il numero in quanto numero, per il tempo in quanto tempo (nel caso del tempo, ci si riferisce naturalmente ad un
determinato periodo di tempo; per esempio unora non pu essere ora di unaltra72).
Come giustamente spiega Simplicio73, la quantit ci che definisce e misura tutte le
altre cose, pertanto non potrebbe partecipare dellindeterminatezza che caratterizza il
pi e il meno.
Non si devono confondere il pi e il meno con i diversi gradi di comparazione che ricadono sotto i rapporti di relazione e di opposizione. Se, ad esempio, diciamo che un
numero maggiore di un altro o che una montagna pi grande di unaltra, non stiamo
attribuendo il pi e il meno alla quantit, ma stiamo valutando il pi e il meno in termini
di relazione. Se, invece, presentiamo, ad esempio, tre numeri o tre montagne in una serie discendente senza reciproca comparazione (il Caucaso grande, lAthos meno
grande, lImetto ancora meno grande), allora, a causa dellindeterminatezza, potremmo

69

Pesce, Aristotele, Le categorie, p. 55, n. 22.


Bianchi-Savardi, The Perception of Contraries, Aracne, Roma 2008, pp. 22-23.
71 Cfr. Categorie 6, 6 a 19-20: O doke dO t posn pidcesqai t mllon ka t tton.
72 Pesce, Aristotele, Le Categorie, p. 55, n. 23.
73 Cfr. Simplicio, In Cat., 150, 30 e ss..
70

126

pensare che si stia attribuendo il pi e il meno alla quantit, come se fosse una contrariet, mentre si tratta soltanto di unopposizione.
7.3. Terza caratteristica: la quantit viene detta uguale e disuguale
La caratteristica esclusiva della quantit lessere detta uguale (son) e disuguale
(nison)74. Si tratta di una peculiarit che appartiene soltanto alla quantit, come testimonia il passo di Metafisica D 15, 1021 a 11-12, in cui si dice espressamente che identiche (tat) sono le cose la cui sostanza una; simili (moia) sono le cose la cui qualit
una; uguali (sa) sono le cose la cui quantit una. La disposizione (diqesij), che,
come vedremo75, una specie di qualit, e il bianco (t leukn), che un colore, quindi una qualit, non si diranno (in quanto qualit), invece, uguali o disuguali, ma simili.
La quantit uguale o disuguale in quanto misurabile, e tutte le altre cose possono
dette uguali o disuguali solo grazie alla quantit: il legno, ad esempio, non pu essere
pesato in quanto legno, ma soltanto in quanto una grandezza e una quantit; il bianco
non potr essere detto molto in quanto colore, cio in quanto qualit, ma solo in quanto
grande la superficie che occupa.

74
75

Cfr. Categorie 6, 6 a 26-27:Idion dO mlista to poso t son te ka nison lgesqai.


Cfr. Infra, pp. ***.

127

Capitolo settimo

I relativi

Prj ti dO t toiata lgetai, sa at per stn trwn enai lgetai


pwson llwj prj teron: oon t mezon toq' per stn trou lgetai, tinj gr mezon lgetai, - ka t diplsion trou lgetai toq' per stn, tinj gr diplsion lgetai: - satwj dO ka sa lla toiata. sti dO ka t
toiata tn prj ti oon xij, diqesij, asqhsij, pistmh, qsij: pnta gr t
erhmna toq' per stn trwn lgetai ka ok llo ti: gr xij tinj xij
lgetai ka pistmh tinj pistmh ka qsij tinj qsij, ka t lla dO
satwj. prj ti on stn sa at per stn trwn lgetai, pwson
llwj prj teron: oon roj mga lgetai prj teron,- prj ti gr mga lgetai
t roj, - ka t moion tin moion lgetai, ka t lla dO t toiata satwj
prj ti lgetai. sti dO ka nklisij ka stsij ka kaqdra qseij tinj,
dO qsij tn prj ti: t dO nake[kl]sqai stnai kaqsqai at mOn ok
es qseij, parwnmwj dO p tn erhmnwn qsewn lgetai.
`Uprcei dO ka nantithj n toj prj ti, oon ret kakv nanton,
kteron atn prj ti n, ka pistmh gnov. o psi dO toj prj ti prcei
nanton: t gr diplasJ odn stin nanton odO t triplasJ odO tn
toiotwn oden. - doke dO ka t mllon ka t tton pidcesqai t prj ti:
moion gr mllon ka tton lgetai, ka nison mllon ka tton lgetai,
kteron atn prj ti n: t te gr moion tin moion lgetai ka t nison tin
nison. o pnta dO pidcetai t mllon ka tton: t gr diplsion o lgetai
mllon ka tton diplsion odO tn toiotwn odn.
Pnta dO t prj ti prj ntistrfonta lgetai, oon doloj desptou
lgetai doloj ka despthj dolou despthj lgetai, ka t diplsion
mseoj diplsion ka t misu diplasou misu, ka t mezon lttonoj mezon
ka t latton mezonoj latton: satwj dO ka p tn llwn: pln t ptsei
note diosei kat tn lxin, oon pistmh pisthto lgetai pistmh ka t
pisthtn pistmV pisthtn, ka asqhsij asqhto asqhsij ka t asqhtn
asqsei asqhtn. o mn ll' note o dxei ntistrfein, n m okewj prj
lgetai podoq ll diamrtV podidoj: oon t ptern n podoq rniqoj, ok ntistrfei rnij ptero: o gr okewj t prton poddotai ptern
rniqoj, - o gr rnij, tatV t ptern atj lgetai, ll' pterwtn stin:
polln gr ka llwn pter stin ok esn rniqej: - ste n podoq
okewj, ka ntistrfei, oon t ptern pterwto ptern ka t pterwtn pter
pterwtn. - note dO ka nomatopoien swj nagkaon, n m kemenon noma
prj okewj n podoqeh: oon t phdlion ploou n podoq, ok okea
pdosij, - o gr ploon tatV ato t phdlion lgetai: sti gr ploa n
ok sti phdlia: - di ok ntistrfei: t gr ploon o lgetai phdalou
ploon. ll' swj okeiotra n pdosij eh, e otw pwj podoqeh t
phdlion phdaliwto phdlion pwson llwj, - noma gr o ketai: - ka
ntistrfei ge, n okewj podoq: t gr phdaliwtn phdalJ phdaliwtn.

satwj dO ka p tn llwn, oon kefal okeiotrwj n podoqeh kefalwto zou podidomnh: o gr zon kefaln cei: poll gr tn zwn kefaln ok cei. otw dO sta n swj tij lambnoi oj m ketai nmata, e
p tn prtwn ka toj prj at ntistrfousi tiqeh t nmata, sper p
tn proeirhmnwn p to ptero t pterwtn ka p to phdalou t phdaliwtn. pnta on t prj ti, nper okewj podidtai, prj ntistrfonta
lgetai: pe, n ge prj t tucn podidtai ka m prj at
lgetai, ok ntistrfei. - lgw dO ti odO tn mologoumnwj prj
ntistrfonta legomnwn ka nomtwn atoj keimnwn odOn ntistrfei, n
prj ti tn sumbebhktwn podidtai ka m prj at lgetai: oon doloj
n m desptou podoq ll' nqrpou dpodoj touon tn toiotwn, ok
ntistrfei: o gr okea pdosij. - ti n mOn okewj podedomnon prj
lgetai, pntwn periairoumnwn tn llwn sa sumbebhkta stn,
kataleipomnou dO totou mnou prj pedqh okewj, e prj at
hqsetai: oon e doloj prj despthn lgetai, periairoumnwn pntwn sa
sumbebhkta st t desptV, oon t dpodi enai, t pistmhj dektik, t
nqrpJ, kataleipomnou dO mnou to despthn enai, e doloj prj at
hqsetai: gr doloj desptou doloj lgetai. n d ge m okewj podoq
prj pote lgetai, periairoumnwn mOn tn llwn kataleipomnou dO mnou
to prj pedqh, o hqsetai prj at: podedsqw gr doloj nqrpou
ka t ptern rniqoj, ka periVrsqw to nqrpou t desptV at enai: o
gr ti doloj prj nqrwpon hqsetai, - m gr ntoj desptou odO dolj
stin: - satwj dO ka to rniqoj periVrsqw t pterwt enai: o gr ti stai t ptern tn prj ti: m gr ntoj pterwto odO ptern stai tinj. - ste
de mOn podidnai prj pote okewj lgetai: kn mOn noma kemenon vda
pdosij ggnetai, m ntoj dO nagkaon swj nomatopoien. otw dO
podidomnwn fanern ti pnta t prj ti prj ntistrfonta hqsetai.
Doke dO t prj ti ma t fsei enai. ka p mOn tn plestwn lhqj stin:
ma gr diplsin t sti ka misu, ka mseoj ntoj diplsin stin, ka
dolou ntoj despthj stn: mowj dO totoij ka t lla. ka sunanaire dO
tata llhla: m gr ntoj diplasou ok stin misu, ka mseoj m ntoj
ok sti diplsion: satwj dO ka p tn llwn sa toiata. - ok p
pntwn dO tn prj ti lhqOj doke t ma t fsei enai: t gr pisthtn tj
pistmhj prteron n dxeien enai: j gr p t pol prouparcntwn tn
pragmtwn tj pistmaj lambnomen: p'lgwn gr p' odenj doi tij n
ma t pistht tn pistmhn gignomnhn. ti t mOn pisthtn naireqOn
sunanaire tn pistmhn, dO pistmh t pisthtn o sunanaire: pisthto
gr m ntoj ok stin pistmh, - odenj gr ti stai pistmh, - pistmhj
dO m oshj odOn kwlei pisthtn enai: oon ka to kklou tetragwnismj
ege stin pisthtn, pistmh mOn ato ok stin odpw, at dO t pisthtn
stin. ti zou mOn naireqntoj ok stin pistmh, tn d' pisthtn poll
ndcetai enai. - mowj dO totoij ka t p tj asqsewj cei: t gr
asqhtn prteron tj asqsewj doke enai: t mOn gr asqhtn naireqOn sunanaire tn asqhsin, dO asqhsij t asqhtn o sunanaire. a gr
asqseij per sma ka n smat esin, asqhto dO naireqntoj nrhtai ka
sma, - tn gr asqhtn ka t sma, - smatoj dO m ntoj nrhtai ka
asqhsij, ste sunanaire t asqhtn tn asqhsin. d ge asqhsij t
asqhtn o: zou gr naireqntoj asqhsij mOn nrhtai, asqhtn dO stai,
oon sma, qermn, gluk, pikrn, ka t lla pnta sa stn asqht. ti

130

mOn asqhsij ma t asqhtik ggnetai, - ma gr zn te ggnetai ka


asqhsij, - t d ge asqhtn sti ka pr to asqhsin enai, - pr gr ka dwr
ka t toiata, x n ka t zon sunstatai, sti ka pr to zon lwj enai
asqhsin, - ste prteron n tj asqsewj t asqhtn enai dxeien.
Ecei dO poran pteron odema osa tn prj ti lgetai, kaqper doke,
toto ndcetai kat tinaj tn deutrwn osin. p mOn gr tn prtwn osin
lhqj stin: ote gr t la ote t mrh prj ti lgetai: gr tj nqrwpoj o
lgetai tinj tij nqrwpoj, odO tj boj tinj tij boj: satwj dO ka t
mrh: gr tj cer o lgetai tinj tij cer ll tinj cer, ka tj kefal o
lgetai tinj tij kefal ll tinj kefal. satwj dO ka p tn deutrwn
osin, p ge tn plestwn: oon nqrwpoj o lgetai tinj nqrwpoj, odO
boj tinj boj, odO t xlon tinj xlon, ll tinj ktma lgetai. p mOn on
tn toiotwn fanern ti ok sti tn prj ti, p' nwn dO tn deutrwn osin
cei mfisbthsin: oon kefal tinj lgetai kefal ka cer tinj lgetai
cer ka kaston tn toiotwn, ste tata tn prj ti dxeien n enai. - e mOn
on kanj tn prj ti rismj poddotai, tn pnu calepn tn
duntwn st t lsai j odema osa tn prj ti lgetai: e dO m kanj,
ll' sti t prj ti oj t enai tatn sti t prj t pwj cein, swj n hqeh
ti prj at. dO prteroj rismj parakolouqe mOn psi toj prj ti, o mn
tot g sti t prj ti atoj enai t at per stn trwn lgesqai. k dO
totwn dln stin ti n tij ed ti rismnwj tn prj ti, kkeno prj
lgetai rismnwj esetai. fanern mOn on ka x ato stn: e gr od tij
tde ti ti tn prj t stin, sti dO t enai toj prj ti tat t prj t pwj
cein, kkeno ode prj tot pwj cei: e gr ok oden lwj prj tot pwj
cei, od' e prj t pwj cei esetai. ka p tn kaq' kasta dO dlon t
toioton: oon tde ti e oden fwrismnwj ti sti diplsion, ka tou
diplsin stin eqj fwrismnwj oden, - e gr mhdenj tn fwrismnwn
oden at diplsion, od' e sti diplsion lwj oden: - satwj dO ka tde ti
e oden ti kllin sti, ka tou kllin stin fwrismnwj nagkaon
ednai di tata, [ok orstwj dO esetai ti tot sti ceronoj kllion:
plhyij gr t toioto ggnetai, ok pistmh: o gr ti esetai kribj ti
st ceronoj kllion: e gr otwj tucen, odn sti ceron ato]: ste
fanern ti nagkan stin, n ed tij tn prj ti rismnwj, kkeno prj
lgetai rismnwj ednai. tn d ge kefaln ka tn cera ka kaston tn
toiotwn a esin osai at mOn per stn rismnwj stin ednai, prj dO
lgetai ok nagkaon: tnoj gr ath kefal tnoj cer ok stin ednai
rismnwj: ste ok n eh tata tn prj ti: e dO m sti tn prj ti, lhqOj
n eh lgein ti odema osa tn prj t stin. swj dO calepn per tn
toiotwn sfodrj pofanesqai m pollkij peskemmnon, t mntoi
dihporhknai f' kaston atn ok crhstn stin.

Si dicono relative tutte quelle cose che, ci che sono, lo si dicono essere di altre cose
o in qualsiasi altro modo, ma sempre in relazione ad altro. Maggiore, ad esempio, si dice tale rispetto ad altro - si dice infatti maggiore di qualcosa -, e doppio si dice tale rispetto ad altro - si dice infatti doppio di qualcosa, e lo stesso vale per tutte le altre cose
di natura simile. Rientrano nei relativi cose di questo genere, ad esempio labito, la disposizione, la sensazione, la scienza, la posizione. Tutte le cose nominate, infatti, sono

131

ci che sono in quanto si dicono di altro, e non possiedono una realt diversa da questa.
Labito, infatti, si dice, abito di qualcosa, e la scienza si dice scienza di qualcosa, e la
posizione si dice posizione di qualcosa, e lo stesso vale per tutte le altre cose. Sono relative, dunque, tutte le cose che ci che sono, lo si dicono essere di altre cose o in qualsiasi altro modo, ma sempre in relazione ad altro. Una montagna, ad esempio, si dice grande in relazione ad altro - in relazione a qualcosa, infatti, che la montagna si dice grande -, e simile si dice simile a qualcosa, e lo stesso vale per tutte le altre cose di questo
genere che si dicono in relazione ad altro. Le posizioni dritta, supina e seduta sono posizioni determinate, e la posizione rientra nei relativi. Invece, lo stare seduti, lo stare supini e lo stare sdraiati, in s, non sono posizioni, ma si dicono in maniera paronimica a
partire dalle posizioni dette.
Ai relativi appartiene la contrariet: la virt, ad esempio, contraria al vizio - e entrambi sono dei relativi, e la scienza contraria allignoranza. Non a tutti i relativi, per,
corrisponde un contrario: al doppio, ad esempio, nulla contrario, n al triplo, n a nessunaltra cosa di questo genere.
Sembra, poi, che i relativi accolgano il pi e il meno: il simile, infatti, si dice pi o
meno tale, e il disuguale si dice pi o meno tale, ed entrambi sono dei relativi, dal momento che il simile si dice simile a qualcosa, e il disuguale si dice disuguale rispetto a
qualcosa. Non tutti i relativi, tuttavia, accolgono il pi e il meno: il doppio, infatti, non
si dice doppio in misura maggiore o minore, n nessunaltra cosa di questo genere.
Tutti i relativi si dicono in relazione a realt che si convertono reciprocamente: lo
schiavo, ad esempio, si dice schiavo di un padrone, e il padrone si dice padrone di uno
schiavo; il doppio si dice doppio del mezzo, e il mezzo si dice mezzo del doppio; il pi
grande si dice pi grande del pi piccolo, e il pi piccolo si dice pi piccolo del pi
grande; e lo stesso vale per tutte le altre cose. Tranne che per quei casi in cui la differenza dellespressione sar solo nella desinenza: la scienza, ad esempio, si dice scienza
dello scibile, e lo scibile scibile dalla scienza; la sensazione si dice sensazione del sensibile, e il sensibile sensibile per la sensazione.
A volte, tuttavia, potr sembrare che non ci sia convertibilit, qualora il termine con
il quale la cosa in relazione non sia stato detto in modo appropriato, ma ci si sia sbagliati a dirlo. Ad esempio, se si dice lala delluccello, non si pu dire la reciproca uccello dellala, poich la prima relazione non stata posta in modo appropriato, dal momento che lala si dice delluccello non in quanto uccello, ma in quanto alato. Infatti,
ci sono ali di molte altre cose che non sono uccelli. Se, dunque, si pone la relazione in
modo appropriato, allora si pu anche invertire: lala, ad esempio, lala di un alato, e
lalato alato grazie allala. A volte forse necessario coniare nuovi termini, qualora il
termine dato alla cosa cui ci si riferisce nella relazione non sia appropriato. Ad esempio,
se il timone si attribuisce alla nave, lattribuzione non appropriata, poich non in
quanto nave che il timone si attribuisce ad essa. Ci sono, infatti, delle navi di cui non esistono timoni. Non possibile, quindi, porre la conversione, dal momento che la nave
non si dice nave del timone. Forse, per, lattribuzione sarebbe pi appropriata, se si
ponesse la relazione nel modo seguente: il timone timone del timonato, o qualcosa di
simile; non si ha, infatti, un termine. Ed sicuramente convertibile, se la relazione stata posta in modo appropriato; il timonato, infatti, tale in virt del timone. E lo stesso
vale negli altri casi. La testa, ad esempio, sarebbe attribuita in maniera appropriata se
fosse attribuita ad un testato piuttosto che a un animale, dal momento che molti animali
non hanno una testa. Si comprenderebbe forse pi facilmente nei casi in cui mancano i
termini nel seguente modo: se si derivassero dei nuovi termini dai primi termini e li si

132

applicassero alle cose correlative a quelli, come, nel caso delle cose di cui si parlato
prima, lalato dallala e il timonato dal timone.
Tutti i relativi, infatti, se vengono attribuiti in modo appropriato, si dicono in relazione a realt che si convertono reciprocamente, poich, se vengono, invece, attribuiti in
relazione ad una cosa casuale, e non in relazione a ci rispetto a cui si dicono, non c
correlazione. Intendo dire che neppure nel caso delle cose che si dicono concordemente
in relazione a dei convertibili e per le quali ci sono dei termini si ha la convertibilit, se
esse vengono poste in relazione a qualcosa di accidentale, e non in relazione a ci rispetto al quale si dicono. Ad esempio, se lo schiavo viene posto come schiavo non del
padrone, ma delluomo o del bipede o di qualsiasi altra cosa di questo genere, non ci
pu essere conversione reciproca, dal momento che lattribuzione non appropriata.
Inoltre, se una cosa viene posta in modo appropriato in relazione a ci rispetto a cui
si dice, e vengono tolti tutti gli altri riferimenti che sono accidentali, e si lascia soltanto
il termine in relazione al quale la cosa posta in maniera appropriata, essa si dir sempre rispetto questo. Ad esempio, se lo schiavo si dice in relazione al padrone, se vengono eliminati tutti i riferimenti accidentali che concernono il padrone, come, ad esempio,
lessere bipede, la capacit di ricevere la scienza, lessere uomo, e si lascia esclusivamente lessere il padrone, lo schiavo si dir sempre in relazione a questo. Lo schiavo,
infatti, si dice schiavo del padrone.
Se, invece, una cosa non viene posta in maniera appropriata in relazione a ci rispetto a cui talvolta detta, pur eliminando tutti gli altri riferimenti e lasciando, invece, soltanto quello rispetto a quale viene posta, non si dir in relazione a questo. Si attribuisca
lo schiavo alluomo, e lala alluccello, e si elimini dalluomo il suo essere padrone: lo
schiavo non sar pi detto in relazione alluomo, dal momento che, non essendoci un
padrone, non c nemmeno lo schiavo. Allo stesso modo, si tolga alluccello lessere alato: lala non far pi parte dei relativi, dal momento che, non essendoci lalato, non ci
sar nemmeno lala di qualcosa. Occorre, dunque, porre in modo appropriato le relazioni rispetto alle quali le cose vengono dette. E se c un termine, porre la relazione diventa semplice; se, invece, non c, forse necessario coniare nuovi termini. chiaro che,
se le relazioni vengono poste in questo modo, tutti i relativi saranno detti in relazione a
cose che possono essere convertite.
Sembra che i relativi siano simultanei per natura. E questo risulta essere vero nella
maggior parte dei casi: doppio e mezzo, infatti, sono simultanei, e se c il mezzo c
anche il doppio, e se c lo schiavo c anche il padrone. E lo stesso avviene negli altri
casi. Queste cose, inoltre, si eliminano vicendevolmente: se, infatti, non c il doppio
non c neppure il mezzo, e se non c il mezzo non c neppure il doppio, e lo stesso
accade in tutti gli altri casi simili a questi.
Non per tutti i relativi, per, risulta vero che siano contemporanei per natura. Lo scibile, infatti, sembrerebbe essere anteriore alla scienza, poich, per lo pi, acquisiamo le
conoscenze di oggetti preesistenti. Infatti, in pochi casi o in nessuno si potrebbe vedere
che la scienza nasce insieme allo scibile. Inoltre, se si elimina lo scibile, si elimina insieme anche la scienza, mentre la scienza non elimina insieme lo scibile. Se non c lo
scibile, infatti, non c neppure la scienza, poich non ci sar pi scienza di nulla; se,
invece, non c la scienza, nulla impedisce che ci sia, comunque, lo scibile. Ad esempio,
consideriamo la quadratura del cerchio, se uno scibile, di essa non c ancora una
scienza, ma lo scibile in se stesso esiste. Inoltre, se si elimina lanimale, non c scienza,
ma ci possono essere molti scibili.

133

Lo stesso accade nel caso della sensazione. Il sensibile, infatti, sembra essere anteriore alla sensazione, dal momento che, se si elimina il sensibile, si elimina insieme anche
la sensazione, mentre la sensazione non elimina insieme il sensibile. Le sensazioni, infatti, riguardano il corpo e sono nel corpo, e se il sensibile viene eliminato viene eliminato anche il corpo - dal momento che anche il corpo un sensibile -, e se il corpo non
c viene eliminata anche la sensazione. Quindi, il sensibile elimina la sensazione; la
sensazione, invece, non elimina il sensibile: infatti, se si elimina lanimale, anche la
sensazione viene eliminata, mentre rester il sensibile, ad esempio il corpo, il caldo, il
dolce, laspro, e tutti gli altri sensibili. Inoltre, la sensazione nasce insieme a ci che
capace di avere sensazione - lanimale e la sensazione, infatti, nascono insieme -; il sensibile, invece, c fin da prima che ci sia la sensazione: il fuoco e lacqua, infatti, e altre
simili cose, dalle quali anche lanimale costituito, ci sono anche prima che ci sia
lanimale nella sua interezza e la sensazione. Perci il sensibile sembrerebbe esserci
prima della sensazione.
Si riscontra poi la seguente aporia: se nessuna sostanza possa essere detta far parte
dei relativi, come sembrerebbe, o se questo sia possibile per alcune sostanze seconde.
Infatti, per quanto riguarda le sostanze prime, vero [che esse non fanno parte dei relativi], poich n gli interi n le parti di esse si dicono in relazione a qualcosa. Un determinato uomo, infatti, non si dice un determinato uomo di qualcosa, n un determinato
bue si dice un determinato bue di qualcosa. E lo stesso vale anche per le parti [delle sostanze]: una determinata mano, infatti, non si dice una determinata mano di qualcuno,
ma la mano di qualcuno, e una determinata testa non si dice una determinata testa di
qualcuno, ma la testa di qualcuno. La stessa situazione si verifica anche per le sostanze
seconde, nella maggior parte dei casi: luomo, ad esempio, non si dice uomo di qualcosa, n il bue bue di qualcosa, n il legno legno di qualcosa, ma si dicono propriet di
qualcuno. Nei casi di questo genere, dunque, chiaro che non siamo in presenza di relativi, ma per alcune sostanze seconde ci possono essere dei dubbi. La testa, infatti, si dice
testa di qualcuno, e la mano si dice mano di qualcuno, e cos per tutte le cose di questo
tipo; tali cose, quindi, sembrerebbero essere dei relativi.
Se, dunque, la definizione dei relativi stata esposta in maniera adeguata, dare la soluzione che nessuna sostanza si dice in relazione a qualcosa o molto facile oppure impossibile; se, invece, non stata data in maniera adeguata, e i relativi sono, piuttosto,
ci il cui essere consiste nello stare in una certa relazione rispetto a qualcosa, forse si
potrebbe dire qualcosa a riguardo. La prima definizione si applica a tutti i relativi, ma
per essi lessere in relazione a qualcosa non essere detti di altre cose ci che sono.
Da ci risulta chiaro che, qualora si conosca in maniera determinata uno dei relativi,
si conoscer in maniera determinata anche ci in relazione al quale si dice. E questo di
per s evidente: se, infatti, si conosce che una determinata cosa fa parte dei relativi - e
per i relativi lessere consiste nello stare in una certa relazione con qualcosa -, si conoscer anche ci in relazione a cui questo sta, poich se non si conosce affatto ci in relazione al quale questa sta, non si sapr nemmeno se sta in una certa relazione rispetto a
qualcosa. E questo risulta chiaro se si prendono degli esempi particolari: ad esempio, se
si sa in maniera determinata che questa cosa doppia, immediatamente si sapr anche di
che cosa doppia; se, infatti, si sapesse che doppia di nessuna cosa definita, non si saprebbe affatto neppure che doppia. E, similmente, se si sa che una determinata cosa
pi bella, per ci stesso si sa necessariamente e in maniera definita rispetto a cosa essa
sia pi bella. Non baster sapere in modo indefinito che pi bella rispetto a una cosa
peggiore, poich una simile asserzione sarebbe una supposizione, e non una scienza. E,

134

in effetti, non si potrebbe ancora sapere in maniera esatta che pi bella di una cosa
peggiore, se dovesse capitare che non ci sia nulla di peggiore rispetto a essa. , quindi,
chiaramente necessario che, qualora si conosca in maniera determinata uno dei relativi,
si conosca in maniera determinata anche ci in relazione al quale esso si dice. Daltro
canto, per quanto concerne la testa, la mano, e tutte le altre sostanze, si pu di certo conoscere in maniera determinata ci che sono, senza dover conoscere ci in relazione al
quale si dicono. Non , infatti, necessario sapere in maniera determinata di chi sia questa testa o di chi sia questa mano. Pertanto queste cose non sarebbero dei relativi. E se
non sono dei relativi, risulterebbe vero affermare che nessuna sostanza rientra nei relativi. Probabilmente difficile fare affermazioni forti intorno a questi argomenti, senza
averli prima indagati molte volte (ripetutamente); non inutile, tuttavia, aver esposto
delle aporie intorno a ciascuno di essi.

Sommario
Il capitolo settimo tratta della categoria dei relativi (prj ti), e pu essere suddiviso
in tre sezioni.
I. Nella prima, Aristotele presenta una prima definizione dei relativi, per la quale
si dicono relative tutte quelle cose che, ci che sono, lo si dicono essere di altre cose o in qualsiasi altro modo, ma sempre in relazione ad altro, e cita alcuni esempi quali il maggiore, il doppio, labito, la disposizione, la sensazione, la scienza, la sensazione, la posizione e il simile.
II. Nella seconda sezione, Aristotele procede a presentare e analizzare le caratteristiche della categoria della relazione, che sono in numero di quattro: 1. i relativi possono ammettere contrariet; 2. i relativi possono ammettere il pi e il
meno; 3. i relativi si dicono sempre in riferimento a un correlativo; 4. i relativi
sono sempre simultanei.
III. Nella terza e ultima sezione, infine, Aristotele indaga il rapporto tra i relativi e le
sostanze, chiedendosi se sia possibile che qualche tipo di sostanza venga annoverato tra i relativi. Per risolvere laporia, lo Stagirita offre una seconda definizione di relativi, per la quale lessenza della cosa relativa consiste nel
suo essere in relazione ad altro.

1. La prima definizione dei relativi


Aristotele presenta in questo passo una prima definizione dei relativi (alla quale
pi avanti sar affiancata una seconda):
si dicono relative tutte quelle cose che, ci che sono, lo si dicono essere di altre cose o
in qualsiasi altro modo ( pwson llwj), ma sempre in relazione ad altro1.

Laggiunta o in qualsiasi altro modo richiesta dal fatto che non sempre la relazione tra i due termini espressa dal genitivo di. LAutore porta alcuni esempi: il riferimento ad altro [] costitutivo del significato di termini quali maggiore, doppio
etc. Maggiore insomma non pu mai essere detto in senso assoluto, ma sempre mag1

Categorie 7, 6 a 36-37.

135

giore di; come si chiarir in seguito, maggiore di niente, e cio maggiore senza alcun
termine di paragone, non vorrebbe pi dire niente2.
Rientrano nei relativi anche: labito (xij), la disposizione (diqesij), la sensazione
(asqhsij), la scienza (pistmh), la posizione (qsij). Labito, e la disposizione saranno presentate pi avanti, in questo stesso scritto aristotelico, come delle specie di
qualit3; e tra gli abiti si dir che rientra anche la scienza4. I due punti di vista non sono
incompatibili: la scienza labito in virt del quale noi possiamo essere qualificati come
sapienti e, in questo senso, essa indica una qualit; ma la scienza anche qualcosa il cui
essere rinvia a qualcosaltro: la conoscenza scientifica, infatti, sempre conoscenza di
qualcosa e, in questo senso, essa si presenta come relativo. La scienza, quando in atto,
coincide, in un certo qual modo, con il suo oggetto, in ragione della sua relazione essenziale rispetto a un oggetto5. Lo stesso vale anche per la sensazione.
Sono relative, dunque, tutte le cose che ci che sono, lo si dicono essere di altre cose
o in qualsiasi altro modo, ma sempre in relazione ad altro. E ancora, anche una montagna si pu dire grande in relazione ad altro, e simile si dice simile a qualcosa.
Anche la posizione rientra nei relativi; rientrano, pertanto, nei relativi le posizioni determinate quali la posizioni dritta, supina e seduta. Invece, lo stare seduti, lo stare supini
e lo stare sdraiati, in s, non sono posizioni, ma si dicono in maniera paronimica a partire dalle posizioni dette. La posizione sempre di qualcuno, e perci rientra tra le cose
relative. Relative saranno dunque anche la posizione sdraiata, quella eretta e la seduta
(espresse in greco da tre sostantivi; nklisij, stsij, kaqdra6), che ne sono delle
specie. Lo star sdraiati, eretti e seduti (espressi in greco da tre verbi che hanno la stessa
radice dei sostantivi: t nake[kl]sqai, t stnai, t kaqsqai7 e quindi da termini paronimi) rientrano invece nellaltra categoria dellessere in una certa posizione
(kesqai)8.

2. Le caratteristiche dei relativi


2.1. Prima caratteristica: i relativi hanno contrariet
Dopo aver presentato una descrizione generale dei relativi, Aristotele passa ad analizzarne le caratteristiche. Nei relativi, sostiene lo Stagirita, presente la contrariet, una
caratteristica di cui erano prive la sostanza9 e la quantit10, ma che risulter importante
in categorie che esamineremo in seguito, come la qualit11.
Si tratta di una caratteristica, tuttavia, che non appartiene ai relativi per s considerati; vi sono, infatti, relativi cui appartiene la contrariet, come, ad esempio, virt e vizio,
conoscenza e ignoranza, e vi sono relativi cui, invece, non appartiene la contrariet, come, ad esempio, doppio e triplo. La contrariet presente nei relativi non perch il rela2

Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 59, n. 3.


Cfr. Categorie, 8 b 26-27.
4 Cfr. Categorie, 8 b 29.
5 Cfr. De Anima, III, 7, 431 a 1.
6 Cfr. Categorie 7, 6 b 11-12.
7 Cfr. Categorie 7, 6 b 12-13.
8 Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 60, n. 8.
9 Cfr. capitolo quinto, supra, pp. ***.
10 Cfr. capitolo sesto, supra, pp. ***.
11 Cfr. capitolo ottavo, infra, pp. ***.
3

136

tivo per se contrario a ci di cui si dice essere relativo, quindi non per sua intima natura, ma perch accade che alcuni relativi siano anche dei contrari. Il tipo di opposizione
che appartiene, per essenza, ai relativi, infatti, non quello della contrariet, come si
vedr in Categorie 1012.
Non c contrariet in tutti i relativi. In che modo, allora, possiamo capire quali
lammettano e quali no? La risposta risiede nel fatto che la relazione non pu essere
concepita come una categoria per s stante, separata dalle altre; la relazione , per cos
dire, una categoria trasversale che coesiste sempre unitamente ad altre categorie. In questo senso, allora, i relativi che coesistono con una categoria che ha contrariet avranno
anchessi la contrariet: virt e vizio, cos come anche scienza e ignoranza, ad esempio,
sono abiti che, come vedremo in Categorie 8, rientrano nella categoria della qualit;
poich c contrariet secondo la qualit, ci sar contrariet anche secondo tali relativi. I
relativi che coesistono, invece, con una categoria che non ha contrariet non avranno
neanchessi contrariet: doppio e triplo, ad esempio, sono quantit e poich la non si d
contrariet secondo la quantit non ci sar contrariet neppure secondo tali relativi.
La presenza di casi di relativi che non hanno contrariet ha condotto dei commentatori come Zanatta13 a una tesi estrema, quella per cui i relativi non ammettono contrariet14. Forse lo studioso giunge a tale conclusione perch intende la contrariet dei relativi
come contrariet rispetto ai rispettivi correlativi: se infatti ci che definisce la condizione dei relativi la circostanza di essere quello che sono in riferimento al loro correlativo, chiaro che il non poter essere contrari al correlativo entra a scandire la nozione
stessa di relativo15.
I relativi, in realt, possono s avere contrariet, solo nella misura in cui coesistono
allinterno di una ulteriore categoria che ammetta i contrari, e non perch risultano contrari al rispettivo correlativo, il che non pu darsi. Ad esempio, scienza e ignoranza sono
contrari, ma lignoranza non il correlativo della scienza, perch la scienza non scienza dellignoranza, e viceversa. Come giustamente riporta Simplicio16, la stessa cosa pu
cadere, per un aspetto, in una categoria e, per un altro aspetto, in unaltra. Che una
stessa cosa rientri in pi categorie non costituisce nessuna difficolt; non chiaro risulta
invece il vicendevole rapporto tra contrari e relativi, presentati, nel capitolo precedente,
come mutualmente escludentesi e chiariti, poi, nel capitolo 10, come due specie diverse
dellopposizione; qui invece si afferma che virt e vizio sono, nello stesso tempo, relativi e contrari17.
Per risolvere la questione, Tricot18, seguito da Antiseri19, afferma che la contrariet
dei relativi, cos come esposta nel testo aristotelico, si presenta come una propriet solo
apparente, e ci sarebbe dimostrato sia dal capitolo precedente, in cui si detto che i
contrari e i relativi si autoescludono, sia dallesempio del doppio e del triplo, che, pur

12

Cfr. capitolo decimo, infra, pp. ***:


Cfr. Zanatta, Aristotele. Le Categorie, pp. 210-212.
14 Zanatta, Aristotele. Le Categorie, p. 212[] si deve necessariamente concludere che i relativi non ammettono contrariet.
15 Zanatta, Aristotele, Le Categorie, p. 213.
16 Cfr. Simplicio, In Cat., 175, 32 e ss..
17 Pesce, Aristotele, Le Categorie, p. 60, n. 9.
18 Cfr. J. Tricot, Aristote: Organon I-II, Paris 1966, p. 31.
19 Cfr. Antiseri, Aristotele. Le categorie, a cura di D. Antiseri, Minerva Italica, Bergamo 1971,
p. 64, n. 4.
13

137

essendo relativi, non ammettono contrariet. Inoltre, aggiunge Tricot20, il vizio e la virt, come anche la scienza e lignoranza, sono degli abiti, quindi delle qualit, e si presentano come relativi solo secundum dici; essi avrebbero una natura propria indipendente dalla relazione stessa che costituisce tutto lessere dei relativi secundum esse. In realt, la relazione non una propriet meramente apparente, ma, per cos dire, trasversale,
che coesiste unitamente ad altre categorie; non , dunque, preoccupante o difficoltoso
che le stesse cose, come il vizio e la virt, la scienza e lignoranza, possano rientrare,
sotto un aspetto, e cio per il genere cui appartengono, entro la categoria della qualit e,
sotto un altro aspetto, e cio per il fatto di essere intenzionali e di riferirsi sempre a
qualcosaltro, sotto la categoria della relazione. Sono daccordo con Porfirio21, secondo
il quale una qualificazione, in quanto permette di qualificare le cose che partecipano di
essa, rientra nella categoria della qualit, e, in quanto qualit di qualcosa, appartiene ai
relativi.
Per quanto riguarda il caso specifico della virt e del vizio, essi sono legittimamente
enumerati tra i relativi in quanto, essendo degli abiti e, dunque, delle qualit, costituiscono anche degli intermedi, luna, la virt, come commensurabilit, laltro, il vizio,
come incommensurabilit22. Il mezzo, infatti, si dice in relazione agli estremi, la commensurabilit si dice in relazione allincommensurabilit, e lincommensurabilit si dice
in relazione alla commensurabilit. Di conseguenza, nella misura in cui virt e vizio sono qualit, sono dei contrari, e, nella misura in cui sono intermedi, sono dei relativi.
Quanto alla distinzione tra relativi secundum dici e relativi secundum esse, pressoch
impossibile poter concepire dei relativi per se, senza fare riferimento a nessunaltra categoria.
2.2. Seconda caratteristica: i relativi ammettono il pi e il meno
La seconda caratteristica che Aristotele enumera in riferimento ai relativi e
lammettere il pi e il meno. Innanzitutto, lespressione con cui la presenta:
Sembra, poi, che i relativi accolgano il pi e il meno (doke dO ka t mllon ka t
tton pidcesqai t prj ti)23.

Il sembra non dato dal fatto che i relativi, di fatto, non ammettono il pi e il meno,
ma dalla presentazione di una vecchia dottrina o, comunque, di qualcosa di noto al pensiero comune24. Il sembra non avallerebbe, dunque, la tesi del Tricot25, il quale sostiene qui che, come la contrariet, anche il pi e il meno siano una caratteristica solo apparente.
I relativi ammettono il pi e il meno: secondo gli esempi portati da Aristotele, il simile si dice pi o meno simile26 e il disuguale si dice pi o meno disuguale27. Entrambi,
il simile e il disuguale, sono dei relativi, in quanto si dicono sempre in riferimento a
20

Tricot sembra qui seguire Pacius, In Porphirii Isagoge et Aristotelis organum Commentarius
analyticus, Aureliae, 1605, p. 41.
21 Cfr. Porfirio, In Cat., 114, 5 e ss..
22 Si tratta di una tesi sviluppata dagli Stoici, secondo la quale la virt unitaria, mentre il vizio
multiforme e vario. Cfr. la dottrina del giusto mezzo in Etica Nicomachea II, 6-8.
23 Categorie 7, 6 b 19-20.
24 Cfr. Simplicio, In Cat., 176, 20 ss..
25 Cfr. Tricot, Aristote: Organon I-II, p. 31.
26 Cfr. Categorie 7, 6 b 20-21: moion gr mllon ka tton lgetai.
27 Cfr. Categorie 7, 6 b 21-22: nison mllon ka tton lgetai.

138

qualcosa28: il simile, infatti, simile a qualcosa e il disuguale disuguale rispetto a


qualcosa.
Una stranezza va notata in questo passo. Aristotele porta due esempi di relativi che
ammettono il pi e il meno: il simile (moion) e il disuguale (nison). Ora questi due
termini vengono spesso citati in coppia con il loro corrispettivo: il simile col dissimile,
il disuguale con luguale. Perch lo Stagirita sceglie di citare, nel primo caso, il termine
positivo (luguale) e, nel secondo caso, il termine negativo? Non si tratta semplicemente
di un caso, ma c una ragione profonda alla base di questa scelta. Mentre nel caso del
simile, Aristotele cita il solo termine positivo, il simile, come per citare lintera coppia
simile-dissimile (il simile e il dissimile, infatti, ammettono entrambi il pi e il meno),
nel secondo caso, egli cita esclusivamente il termine negativo diseguale non per intendere lintera coppia uguale-diseguale, ma per riservare la possibilit del pi e del meno
soltanto al termine negativo29. Questo perch luguale, inteso, come fa Aristotele, nel
senso preciso della matematica30, qualcosa di determinato che non pu ammettere
aumento o diminuzione: due cose uguali non possono essere pi o meno uguali; o sono
uguali oppure sono disuguali, tertium non datur. Il disuguale, invece, indeterminato e
pu ammettere una progressione allinfinito. Resta da chiarire come sia possibile che il
disuguale, rientrando nella categoria della quantit, possa ammettere il pi e il meno. La
quantit, in quanto quantit, non ammette il pi e il meno, ma il disuguale una dissomiglianza della quantit, e, poich la dissomiglianza una qualit e la qualit ammette il
pi e il meno, anche il disuguale li potr ammettere.
Aristotele aggiunge unimportante limitazione a questa seconda caratteristica enumerata in riferimento alla categoria della relazione. Non tutti i relativi ammettono il pi e il
meno31: il doppio, il triplo, e, in generale, tutti gli altri esempi di quantit determinate
non possono essere detti in misura maggiore o minore perch non possono ammettere
indeterminatezza. Chi obiettasse che il doppio possa ammettere il pi e il meno per la
maggiore o minore grandezza dei numeri allinterno della proporzione, come se il doppio nel caso del rapporto 200:100 fosse maggiore rispetto a quello del rapporto 4:2, non
avrebbe compreso che la proporzione esattamente la stessa, qualsiasi sia la grandezza
dei numeri presi in considerazione32. A questo proposito, utile leggere Metafisica D
15, 1020 b 32 - 1021 a 14, in cui si distinguono le relazioni numeriche determinate dalle
relazioni numeriche indeterminate in rapporto ai numeri stessi o in rapporto allunit, e
si dice che
il doppio in rapporto numerico determinato rispetto allunit, mentre il multiplo pure in rapporto numerico rispetto allunit, ma non in rapporto determinato: non , cio,
in questo o questaltro rapporto33.

Relazioni come doppio, triplo, multiplo - continua Aristotele - sono


relazioni numeriche (t prj ti katriqmn) e sono affezioni del numero (riqmo
pqh). E relazioni numeriche sono anche luguale (t son), il simile (moion) e
lidentico (tat), ma in un altro senso (kat llon trpon). In effetti, tutti e tre si riferiscono allunit: identiche, infatti, sono le cose la cui sostanza una, simili sono
quelle cose la cui qualit una, e uguali sono quelle cose la cui quantit una: ora,
28

Cfr. Categorie 7, 6 b 22: kteron atn prj ti n.


Pesce, Aristotele. Le Categorie, p. 60, n. 11.
30 Pesce, Aristotele. Le Categorie, p. 60, n. 11. Cfr. Categorie 6 a 26 e ss.
31 Cfr. Categorie 7, 6 b 23-25: o pnta dO pidcetai t mllon ka tton.
32 Cfr. Simplicio, In Cat., 178, 10 ss..
33 Metafisica D 15, 1020 b 34-35.
29

139

luno principio e misura del numero, e pertanto tutte queste relazioni si possono dire
relazioni numeriche, ma non nello stesso senso (o tn atn dO trpon)34

in quanto si riferiscono a categorie diverse35.


2.3. Terza caratteristica: i relativi si dicono sempre in riferimento a un correlativo
Dopo aver presentato due caratteristiche non esclusive della categoria della relazione,
poich comuni anche ad altre categorie, Aristotele spiega qual il vero proprium dei relativi. La peculiarit dei relativi consiste nel fatto che tutti essi si dicono in relazione a
dei correlativi (prj ntistrfonta36) con i quali hanno un rapporto di reciprocit.
Si tratta di una propriet che, diversamente dalle precedenti, appartiene essenzialmente alla categoria della relazione, e consiste in una corrispondenza biunivoca per cui
se si dice A di B, si pu dire anche B di A. In questo modo, come lo schiavo si dice
schiavo di un padrone, cos il padrone si dice padrone di uno schiavo; come il doppio si
dice doppio del mezzo, cos il mezzo si dice mezzo del doppio; come il pi grande si dice pi grande del pi piccolo, cos il pi piccolo si dice pi piccolo del pi grande. Non
si tratta di una semplice corrispondenza o di partecipazione, ma di una relazione tra
termini che si predicano reciprocamente. Altro, infatti, dire luomo buono pio, e
luomo pio buono, altro dire lo schiavo schiavo di un padrone, e il padrone padrone di uno schiavo: il primo un esempio di partecipazione, il secondo un esempio
di relazione reciproca37.
2.3.1. Relativi che presentano una differenza nella desinenza (paronimi)
Aristotele presenta, tuttavia, delle eccezioni a questa caratteristica:
Tranne che per quei casi in cui la differenza dellespressione sar solo nella desinenza:
la scienza, ad esempio, si dice scienza dello scibile, e lo scibile scibile dalla scienza; la
sensazione si dice sensazione del sensibile, e il sensibile sensibile per la sensazione38.

In tutti gli esempi precedenti, Aristotele ha mostrato la reciprocit della relazione usando il caso genitivo: lo schiavo di un padrone (desptou), il padrone di uno schiavo
(dolou), il doppio del mezzo (mseoj), il mezzo del doppio (diplasou), pi grande
del pi piccolo (lttonoj), pi piccolo del pi grande (mezonoj). In tutti questi casi,
la reciprocit si esprime, in entrambe le direzioni, attraverso il genitivo. Non sempre,
tuttavia, la reciprocit si manifesta attraverso luso esclusivo di questo caso, ma pu essere espressa anche attraverso luso del dativo. La relazione ha carattere simmetrico e
perci, se A relativo a B, anche B sar relativo ad A, ancorch la forma linguistica della relazione possa variare, come indicato dal mutamento del caso39. Non ha luogo
nessuna variazione allinterno del tipo di relazione, si tratta unicamente di un cambiamento nellespressione. Mentre per il padrone e lo schiavo, per il padre e il figlio, la relazione viene espressa, in entrambe le direzioni, con il caso genitivo, per quel che riguarda la scienza (pistmh) e lo scibile (pisthtn), la sensazione (asqhsij) e il
sensibile (asqhtn), in un senso si usa il caso genitivo: la scienza si dice scienza dello
34

Metafisica D 15, 1021 a 8-14.


Cfr. Reale, in Aristotele, Metafisica, vol. III, p. 261, n. 11.
36 Categorie 7, 6 b 28.
37 Cfr. Simplicio, In Cat., 181, 4-7.
38 Categorie 7, 6 b 33-36.
39 Pesce, Aristotele. Le Categorie, p. 61, n. 12.
35

140

scibile ( pistmh pisthto lgetai pistmh)40, la sensazione si dice sensazione


del sensibile ( asqhsij asqhto asqhsij)41; nellaltro senso di usa il caso dativo:
lo scibile si dice scibile per la scienza (t pisthtn pistmV pisthtn)42, il sensibile si dice sensibile per la sensazione (t asqhtn asqsei asqhtn)43.
2.3.2. Fallacie nellattribuzione dei relativi
Qualora i relativi vengano attribuiti in modo corretto, avranno sempre un correlativo
con quale sono in un rapporto di reciprocit. Pu, tuttavia, accadere che si introducano
degli errori nellattribuzione, e la reciprocit non sia pi possibile. Per questo, assolutamente necessario fare molta attenzione alla correttezza dellattribuzione.
La presentazione scorretta ha luogo nei casi in cui:
(a) il relativo viene connesso a qualcosa di cui esso non viene detto come correlativo
naturale;
(b) degli elementi che vengono presentati, luno risulta (a1) pi esteso o (a2) pi ristretto e, quindi, non co-estensivo. Il fatto che nessuno dei due elementi della relazione
possano avere un riferimento pi ampio o pi ristretto rispetto al correlativo una caratteristica essenziale della relazione. Qualora un elemento avesse un riferimento pi ampio, si avrebbe un eccedenza (pleonzein, perbllein); qualora un elemento avesse un riferimento pi ristretto, si avrebbe un difetto (llepein)44.
Nel caso, sopra riportato, dello schiavo e del padrone, tutte le condizioni sono rispettate: i due elementi sono coestensivi e presentati per se: lo schiavo, in quanto schiavo,
schiavo di un padrone; il padrone, in quanto padrone, padrone di uno schiavo.
Analizziamo, ora, gli esempi presentati da Aristotele in cui lattribuzione stata scorrettamente intesa e, di conseguenza, non ha luogo la reciprocit.
1. Lespressione lala delluccello (t ptern rniqoj) non pu essere convertita
nella reciproca luccello dellala (rnij ptero)45. I due elementi, in questo caso,
non sono coestensivi, perch lala pu essere attribuita con unestensione maggiore rispetto allanimale. Esistono, infatti, esseri alati di cui solamente quelli coperti
di piume sono uccelli; si pensi, ad esempio, agli insetti o al pipistrello. Lala si dice di un uccello non in quanto si tratta di un uccello, ma in quanto alato. Per ottenere una corretta attribuzione, in modo che sia rispettata la coestensione dei
termini e, quindi, la reciprocit, dovremmo dire non lala delluccello, ma lala
dellalato (pterwto ptern46), utilizzando un termine derivato dal primo elemento, in modo che la relazione sia immediatamente chiara. In questo modo, i
termini non sono pi luno pi esteso o pi ristretto dellaltro, ma sono perfettamente commisurati: lala, infatti, sempre lala di un alato, e lalato alato grazie
allala (t pterwtn pter pterwtn47).

40

Categorie 7, 6 b 34.
Categorie 7, 6 b 35.
42 Categorie 7, 6 b 34-35.
43 Categorie 7, 6 b 35-36.
44 Cr. Simplicio, 183, 25 ss; cfr. Fleet, Simplicius, On Aristotle Categories 7-8, p. 166, n. 142.
45 Cfr. Categorie 7, 6 b 38-39.
46 Categorie 7, 7 a 4-5 .
47 Categorie 7, 7 a 5.
41

141

2. Non sempre esistono dei termini da utilizzare per poter porre lattribuzione in
modo corretto. A volte c bisogno di coniare nuove parole sulla base del primo
elemento della relazione, non perch dovremmo imporre innovazioni superflue
alla terminologia quotidiana delle parole gi esistenti48 - e, di fatto, le espressioni
usate da Aristotele rivelano una certa cautela: a volte (note49), forse
(swj50) -, ma perch non esistono termini che esprimano il correlato reciproco.
2.1. il caso del timone. Lespressione il timone della nave (t phdlion
ploou) non pu essere convertita nella reciproca la nave del timone (phdalou
ploon). I due elementi non sono coestensivi, perch la nave pu essere attribuita
con unestensione maggiore rispetto al timone. Esistono, infatti, delle navi che
non hanno timoni. Per ottenere una corretta attribuzione, in modo che sia rispettata la coestensione dei termini e, quindi, la reciprocit, occorre, in questo caso, coniare un nuovo termine sulla base del primo. Se la relazione viene posta in modo
appropriato, c sicuramente correlazione: il timone timone del timonato
(phdaliwto phdlion51), e il timonato tale in virt del timone (t phdaliwtn phdalJ phdaliwtn52).
2.2. Allo stesso modo, lespressione la testa dellanimale (kefal zou) non
pu essere convertita nella reciproca lanimale della testa. I due elementi, testa e
animale, non sono coestensivi, perch la testa pu essere attribuita con
unestensione maggiore rispetto allanimale. Esistono, infatti, degli animali che
non hanno una testa. Si pensi, ad esempio, alle meduse, ai molluschi, ai crostacei,
ai granchi e alle bivalve53.
Per avere una corretta attribuzione, che assicuri la reciprocit del rapporto, occorre,
anche in questo caso, coniare un nuovo termine, poich non esiste una parola adatta alla
relazione che stiamo analizzando. Lattribuzione sarebbe corretta se si dicesse la testa
del testato (kefal kefalwto), di modo che si potrebbe anche dire che il testato
tale in virt della testa. Aristotele insiste sul fatto il correlativo proprio di ogni termine relativo quello che esprime la relazione inversa, ed egli sostiene che una tale relazione inversa c sempre, anche se non sempre potrebbe esserci il nome adatto54. interessante notare come, nel momento in cui Aristotele si trova a dover coniare dei nuovi
termini, egli non inventi delle parole particolarmente strane, ma le formi derivandole da
parole gi note allinterno del linguaggio comune (paronimicamente, il timonato da
timone, il testato da testa). In questo modo, egli insegna come coloro che apportano
delle innovazioni nel linguaggio dovrebbero cercare di preservare lintuitivit e la semplicit della comprensione, assicurando il mantenersi di termini e concetti comuni noti
ai pi. Questo vale anche, in una certa misura, per quegli ambiti in cui il linguaggio tecnico deve esprimere cose poco familiari alla maggior parte delle persone. Gli studiosi di
musica e di geometria, per quanto siano spesso costretti a usare termini particolari e poco noti ai pi, a volte, invece, riescono a utilizzare parole gi esistenti allinterno del

48

Simplicio, In Cat., 185, 5.


Categorie 7, 7 a 5.
50 Categorie 7, 7 a 6.
51 Categorie 7, 7 a 12-13.
52 Categorie 7, 7 a 14-15.
53 Si tratta degli esempi indicati da Simplicio, In Cat.,185, 20 ss.
54 Ackrill, Aristotles Categories and De Interpretatione, p. 100, nota a 6 b 28.
49

142

linguaggio comune, cui attribuiscono, per, un nuovo significato tecnico, come, ad esempio, colore e intervallo per la musica e centro per la geometria55.
In Categorie 7, 7 a 22-31, Aristotele torna ad insistere sul fatto che tutti i relativi, se
vengono attribuiti in modo appropriato (okewj), si dicono in relazione a dei correlativi. La conversione reciproca dunque carattere essenziale che non soffre eccezioni;
quando sembra che questo accada, segno che la relazione non stata posta nel modo
dovuto56.
In particolare, qui Aristotele aggiunge la specificazione di un requisito molto importante
per la corretta attribuzione dei relativi; si tratta di un parametro che ingloba in s i precedenti analizzati sopra: i termini devono essere posti in relazione a ci rispetto a cui si
dicono (prj at lgetai), e non in relazione a qualcosa di accidentale (prj ti
tn sumbebhktwn). Ad esempio, se lo schiavo venisse detto non schiavo del padrone
(doloj desptou), ma schiavo delluomo (doloj nqrpou) o schiavo del bipede
(doloj dpodoj), non ci sarebbe possibilit di conversione reciproca, perch il primo
termine non viene detto in relazione a ci rispetto al quale si dice, ma in relazione a
qualcosa di accidentale. Lo schiavo, infatti, schiavo del padrone e, per converso, il padrone padrone dello schiavo; se, al posto di padrone, si dicesse uomo, si potrebbe ancora sostenere lespressione schiavo delluomo, ma la conversione uomo dello schiavo
non avrebbe alcun senso. Naturalmente, in questo caso, Aristotele intende laccidente
non in senso assoluto, ma come esso si presenta rispetto alla relazione, o meglio rispetto a quellessenza (proprio quello che sono, della definizione iniziale) in riferimento alla quale si costituisce la relazione, e perci accidente in un senso soltanto relativo. rispetto alla relazione schiavo-padrone, che la qualifica uomo attribuita al padrone pu
apparire accidentale; giacch, in un senso assoluto, vero il contrario: uomo lessenza
(la sostanza) e lesser padrone qualcosa di accidentale57.
2.3.3. Parametri per una corretta attribuzione dei relativi
Aristotele procede ancora oltre nella delineazione dei parametri per una corretta attribuzione dei relativi. Dopo aver individuato in modo preciso qual il termine rispetto al
quale il relativo si dice, separandolo da tutti i termini accidentali, occorre rimuovere, dal
termine selezionato, qualsiasi riferimento accidentale e considerarlo, invece, nellunica
essenza per cui esso il correlativo del primo termine. In questo modo, i due termini
della relazione si diranno sempre e solo luno rispetto allaltro. Ad esempio, se lo schiavo si dice in relazione al padrone, e al padrone viene eliminato qualsiasi tipo di riferimento che si presenta come accidentale rispetto alla relazione (periairoumnwn
pntwn sa sumbebhkta st t desptV), come lessere bipede (t dpodi
enai58), la capacit di ricevere la scienza (t pistmhj dektik59), lessere uomo (t
nqrpJ60), e si lascia esclusivamente lessere padrone, allora lo schiavo si dir sempre
e solo del padrone, e il padrone si dir sempre e solo dello schiavo.

55

Cfr. Simplicio, In Cat., 186, 30 - 187, 10.


Pesce, Aristotele. Le Categorie, p. 63, n. 16.
57 Pesce, Aristotele. Le Categorie, p. 62, n. 18.
58 Categorie 7, 7 a 36-37.
59 Categorie 7, 7 a 37.
60 Categorie 7, 7 a 37.
56

143

Il parametro delleliminazione di ogni riferimento accidentale deve essere rigorosamente applicato solo nel momento in cui si sia perfettamente individuato il termine cui
il relativo fa riferimento.
Al contrario, se la relazione non stata posta in maniera appropriata, attribuendo, ad
esempio, lo schiavo alluomo e lala alluccello, e si andranno ad eliminare tutti i riferimenti che appaiono, in questo caso, accidentali, ma che sono, invece, lessenza stessa
della relazione, si verificheranno degli errori ancora pi profondi. Se, ad esempio, si attribuisce lo schiavo alluomo, e si elimina poi dalluomo il suo essere padrone, lo schiavo non sar pi detto in relazione alluomo, perch, non essendoci pi un padrone, non
ci sar pi nemmeno lo schiavo. Schiavo di un uomo si pu certamente dire, ma non in
quanto un uomo semplicemente un uomo, ma in quanto un padrone; perci, se si togliesse ad uomo questa qualifica di esser padrone, la locuzione schiavo di un uomo non
sarebbe pi possibile, perch non c schiavo di un uomo che non sia padrone61.
Allo stesso modo, se si attribuisce lala alluccello, e si elimina poi da questultimo il
suo essere alato, lala non potr pi essere detta in relazione alluccello, perch, non essendoci pi un alato, non ci sar pi nemmeno lala. Possiamo s dire ala di un uccello
ma non in quanto luccello semplicemente un uccello, ma in quanto alato; perci, se
si togliesse alluccello la qualifica di esser alato, lespressione ala di un uccello non sarebbe pi possibile, perch non esiste lala uccello che non sia alato. Se, al contrario,
venisse eliminato luccello, resterebbe lala e potrebbe essere riferita a un animale alato,
che non necessariamente un uccello62.
In conclusione di questo argomento, in Categorie 7, 7 b 10-14, di nuovo Aristotele
insiste sulla necessit della correttezza delle attribuzioni dei relativi. Nel caso in cui esistano gi dei termini, lattribuzione pi semplice; nel caso in cui, invece, non esistano
gi, occorre coniarne di nuovi ad hoc. In ogni caso, qualora lattribuzione abbia rispettato tutti i parametri di correttezza, non potr esserci termine la cui relazione con il correlativo non potr essere convertita.
2.4. Quarta caratteristica: i relativi sono simultanei per natura
Dopo la correlazione che implica reciprocit, questa unulteriore caratteristica distintiva della categoria della relazione: i relativi sono simultanei per natura (ma t
fsei). Aristotele aggiunge il sembra (Doke dO t prj ti ma t fsei enai63)
forse perch sussiste un margine di incertezza su questo punto, come sar poco pi avanti testimoniato dalle numerosi eccezioni alla regola che viene qui presentata, oppure
semplicemente perch sta riportando unopinione che apparteneva anche ai filosofi a lui
precedenti64.
Simultanee (come si dir poi nel cap. 13) determinazione temporale e vuol dire
perci che contemporaneamente si generano e contemporaneamente periscono. Lessere
o il non-essere delluna richiede perci lessere o il non-essere dellaltra65.
Subito, per, Aristotele introduce delle eccezioni:

61

Pesce, Aristotele. Le Categorie, p. 63, n. 15.


Cfr. Simplicio, In Cat., 186, 13.
63 Categorie 7, 7 b 15.
64 Cfr. Simplicio, In Cat., 189, 26 ss. Si tratta di una caratteristica su cui anche Platone sembra
concordare (cfr. Repubblica 438 B).
65 Pesce, Aristotele. Le Categorie, p. 63, n. 17.
62

144

Non per tutti i relativi, per, risulta vero che siano simultanei per natura66.

Si appena parlato di due caratteristiche dei relativi: linterdipendenza e la simultaneit. Aristotele precisa, in questo passaggio, che linterdipendenza dei relativi non implica
sempre la simultaneit temporale. Non per tutti i relativi, infatti, risulta vero che siano
contemporanei per natura. Solo pi avanti67, lAutore distinguer tra due tipi di simultaneit: la simultaneit secondo il tempo o contemporaneit (ma kat tn cronon) e la
simultaneit naturale (ma fsei). La prima si d nel caso di cose la cui generazione
avviene nello stesso tempo, e non una prima e una dopo; la seconda si d nel caso di cose correlative di cui nessuna causa dellesistere dellaltra: il doppio e il mezzo, ad esempio, sono correlativi, poich se c il doppio c il mezzo e se c il mezzo c il
doppio, e nessuno dei due causa dellesistenza dellaltro, poich esistono e smettono
di esistere insieme. Ci sono dei casi in cui questo non si verifica.
Due sono gli esempi che Aristotele porta per illustrare il fatto che a volte
allinterdipendenza dei relativi non fa seguito la loro simultaneit temporale:
1. il rapporto tra la scienza e lo scibile;
2. il rapporto tra la sensazione e il sensibile.
2.4.1. Primo esempio di eccezione alla quarta caratteristica: la scienza e lo scibile
Il primo esempio riguarda i rapporti tra la scienza (pistmh) e lo scibile
(pisthtn). Lo scibile sembra essere anteriore (prteron) alla scienza, poich, nella
maggior parte dei casi e per lo pi (p t pol68) acquisiamo conoscenza di oggetti
preesistenti.
Anticipando quanto verr spiegato pi avanti, in Categorie 12, anteriore quel termine, tra due, che, se viene soppresso, comporta la soppressione anche dellaltro; ci che
posteriore implica ci che anteriore, ma non implicato da esso69. Nella maggior parte
dei casi, dunque, se non esiste dapprima lo scibile, impossibile che si dia la scienza.
Aristotele ha appena affermato che, nella maggior parte dei casi, lo scibile risulta anteriore alla scienza, poich, per lo pi, acquisiamo le conoscenze di oggetti preesistenti.
Aggiunge ora che, infatti, in pochi casi o in nessuno si potrebbe vedere che la scienza
nasce insieme allo scibile. Quali sono queste poche cose rispetto alle quali la scienza
simultanea allo scibile? Porfirio70 addita tali cose negli enti fittizi; se, ad esempio, qualcuno si forma la nozione di chimera, la conoscenza della chimera viene ad esistere nello
stesso momento in cui viene formata limmagine immaginaria (il phantasma) di essa.
Allo stesso modo, chi per primo insegn alle genti le lettere dellalfabeto introdusse,
contemporaneamente, anche la conoscenza delle lettere, e chi scopr larte della pittura
introdusse, insieme alle immagini dipinte, anche larte della pittura, che una conoscenza. Pesce71, seguendo linterpretazione di Boezio72, intende che qui lAutore faccia
riferimento alle idee fittizie come la chimera e il centauro, che, avendo una realt soltanto mentale, incominciano ad esistere non appena siano concepite. Senonch, siccome
66

Categorie 7, 7 b 22-23.
Cfr. Categorie, 14 b 27 e ss.
68 Categorie 7, 7 b 24.
69 Cfr. Simplicio, In Cat., 191, 21 e ss.
70 Cfr. Porfirio, In Cat., 121, 5 ss..
71 Cfr. Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 64 n. 20.
72 Cfr. Boezio, 229 CD.
67

145

la scienza soltanto delle cose che sono, della chimera e del centauro non si d propriamente scienza, ma soltanto opinione, cosicch questi nemmeno possono veramente
dirsi scibili. Di qui lesitazione di Aristotele: in pochi casi, se pure ve ne sono73. Il passo, tuttavia, mi sembra meglio interpretato da Simplicio74, il quale afferma che le poche
cose rispetto alle quali la scienza simultanea allo scibile non sono solo le realt fittizie,
ma, pi in generale, tutte le entit intellegibili, le quali sono prive di materia ed esistono
simultaneamente alla scienza, che sempre in atto, in quanto il Nous per Aristotele
sempre pienamente attualizzato75.
Quanto allaggiunta di Aristotele per cui forse in nessun caso si potrebbe vedere che
la scienza nasce insieme allo scibile, Simplicio76 specifica che questo potrebbe accadere
per due motivi:
1. perch alcune persone negano le generalizzazioni e lesistenza di realt intellegibili;
2. perch, sebbene queste realt esistano in natura, noi acquisiamo i concetti di esse
solo in un secondo momento, per cui accade che, anche in questi casi, ci troviamo di fronte a uno scibile che preesiste alla scienza.
Per comprendere lesempio dello scibile in rapporto alla scienza, si dovrebbe distinguere, come giustamente fa Bods77, tra scienza in atto e scienza in potenza. La
scienza in atto rigorosamente simultanea al suo oggetto e, in un certo senso, coincide
con il suo oggetto78. Le cose, per, sono, ancor prima che oggetti della scienza, oggetti
potenziali di essa, cosicch loggetto potenzialmente conoscibile precede
lattualizzazione della scienza, suo correlativo.
Seguendo Bods79, possiamo distinguere, nel ragionamento che Aristotele conduce
in questo esempio, tre ipotesi:
1. (Categorie 7, 7 b 27-28) labolizione completa delloggetto conoscibile sopprime
non soltanto la scienza (in atto), ma anche la possibilit della scienza (in potenza);
2. (Categorie 7, 7 b 28-35) labolizione di tutta la scienza in atto non abolisce la
possibilit, da parte delloggetto, di essere conosciuto scientificamente perch essa risiede nel soggetto umano;
3. (Categorie 7, 7 b 33-35) labolizione di ogni possibilit di scienza nel mondo abolisce, da parte delloggetto, la possibilit di essere conosciuto scientificamente,
ma non abolisce loggetto stesso. Si tratta, questultima, di una convinzione realista per la quale il pensabile non si riduce a un relativo ed esiste al di fuori della relazione che intercorre tra esso e il pensiero.
In Categorie 7, 7 b 27-28, troviamo esplicitata lipotesi numero 1: se si elimina il conoscibile, si elimina unitamente anche la scienza; poich nel momento in cui il conoscibile viene soppresso, non c pi nulla di cui la conoscenza possa dirsi tale, cosicch es-

73

Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 64 n. 20.


Cfr. Simplicio, In Cat., 191, 7 ss..
75 Cfr. Metafisica, 1072 b 13 ss.
76 Cfr. Simplicio, In Cat., 191, 15 ss.
77 Cfr. Bods, Aristote, Catgories, p. 125, n. 4.
78 Cfr. De Anima, III, 4, 429 a 24; 430 a 3-7; 7, 431 a 1-2; 8, 431 b 22-23.
79 Cfr. Bods, Aristote, Catgories, p. 35, n. 1.
74

146

sa semplicemente non esiste. Infatti, Del niente, del non-essere non pu esserci scienza, ma soltanto non-scienza (ignoranza, gnoia)80.
In Categorie 7, 7 b 28-29, si trova lipotesi numero 2: se, al contrario, si elimina la
scienza, non si elimina per ci stesso il conoscibile. Se loggetto conoscibile continua ad
esistere quando la scienza stata eliminata, esso continuer ad esistere potenzialmente:
non sar, infatti, uno scibile attualizzato. In quanto scibile potenziale, anche la scienza
di esso esister in potenza81. Se anche, per inattivit, perdessimo momentaneamente cognizione della realt, il conoscibile, nondimeno, continuerebbe ad esistere.
Aristotele porta lesempio della quadratura del cerchio, di cui - dice - non si ha ancora una scienza. Simplicio82 riporta che Giamblico sembra contraddire la notizia riportata da Aristotele, in quanto dice che la quadratura del cerchio sia stata scoperta dai Pitagorici e che, in seguito, Archimede risolse il problema83 attraverso la spirale, una
nuova curva, oltre quelle generabili con il solo uso di riga e compasso, che consentiva di
spostare il problema della rettificazione della circonferenza a quello di tracciare la tangente alla spirale; Nicomede risolse la questione attraverso una linea chiamata concoide; Apollonio attraverso una linea che egli stesso chiam sorella della concoide e
che sostanzialmente era identica a quella proposta da Nicomede; Carpo attraverso una
linea tracciata da un doppio movimento; e molti altri hanno affrontato elegantemente
il problema. E Simplicio continua sorprendedosi del fatto che Giamblico non fa menzione di quanto scrive Porfirio intorno alla quadratura del cerchio. Porfirio84, infatti, non
concordando con la versione di Giamblico, afferma che, se anche ci fossero state al
tempo di Aristotele delle scoperte intorno alla questione, esse non potrebbero comunque
essere considerate delle prove scientifiche legittimamente dimostrate: si sarebbe trattata
soltanto di una presentazione degli strumenti attraverso i quali poter accedere alla soluzione del problema, ma non una vera e propria dimostrazione. Simplicio segue qui la
versione di Porfirio. Il fatto che Aristotele scriva che il problema non sia stato risolto, in
maniera ultimativa, dai matematici, non vuol dire che non fossero ricerche al tempo
dellAutore o in epoche a lui precedenti. Aristotele vuol dire che il fatto che il problema non sia stato ancora risolto dai matematici pu dipendere o dallincapacit di questi
o dallintrinseca contraddittoriet delloggetto (e perci dalla sua non esistenza, in quanto scibile). Ma, se si tratta di un problema solubile, il fatto che la soluzione non sia stata
ancora trovata, non vuol dire che essa non sussista gi, eterno oggetto intellegibile, che
dal pensiero umano pu essere soltanto scoperto, ma non certo creato85.
Infine, in Categorie 7, 7 b 32-33, viene presentata lipotesi numero 3: se si elimina
lanimale, si sopprime la possibilit che si dia la scienza, in quanto lanima, che
lanimale possiede, il soggetto in cui la scienza ; le cose che possono essere conosciute attraverso la scienza, tuttavia, non vengono meno, poich esse esistono non in
quanto conosciute, ma in quanto prgmata, cio cose realmente esistenti86 e, quindi,
80

Pesce, Aristotele. Le categorie..., p. 64, n. 21.


Cfr. Porfirio, In Cat., 120, 25 e ss.
82 Cfr. Simplicio, In Cat., 191, 34 - 193, 16.
83 Anche Ammonio, In Cat., 75, 10 e ss., riporta la notizia secondo la quale Archimede ha, se
non risolto scoperto lesatta soluzione, al problema, perlomeno indicato una possibile via da seguire.
84 Cfr. Porfirio, In Cat., 120, 14 ss..
85 Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 64, n. 22.
86 Cfr. Ammonio, In Cat., 75, 20 e ss..
81

147

potenzialmente conoscibili. La scienza cosa umana e luomo non ci sarebbe (e quindi


nemmeno la scienza), se non esistesse lanimale (se non esistesse, cio, la vita dotata di
sensibilit) di cui luomo una specie. Forse Aristotele procede fino allanimale, anzich fermarsi alluomo, per sottolineare quei processi fisiologici, coinvolgenti non solo il
senso e la memoria ma altres gli appetiti, che necessariamente si accompagnano
nelluomo al costituirsi della scienza87.
2.4.2. Secondo esempio di eccezione alla quarta caratteristica: la sensazione e il sensibile
Il secondo esempio che Aristotele porta per illustrare il fatto che a volte
allinterdipendenza dei relativi non fa seguito la loro simultaneit temporale riguarda i
rapporti tra la sensazione (asqhsij) e il sensibile (asqhtn).
Usando lo stesso metodo argomentativo dellesempio precedente, Aristotele mostra
come il sensibile risulti essere anteriore alla sensazione, dal momento che il rapporto tra
i due elementi rivela una disparit.
- Ipotesi 1: se si elimina il sensibile, si elimina insieme anche la sensazione. Questo
perch le sensazioni riguardano il corpo e sono nel corpo, e, se il sensibile viene
eliminato, viene eliminato anche il corpo - dal momento che il corpo un sensibile -, e se il corpo non c viene eliminata anche la sensazione. Infatti, Oggetti dei
sensi sono solamente le sostanze corporee, di modo che, se non ci fossero corpi
sensibili, non potrebbero esserci sensazioni88.
- Ipotesi 2: se, invece, viene eliminata la sensazione, non si eliminer insieme il
sensibile. La sensazione viene eliminata nel momento in cui si elimina il soggetto
senziente, cio lanimale; in questo caso, non sarebbe, ad ogni modo, eliminato il
sensibile, come, ad esempio, il corpo, il caldo, il dolce, laspro. Ci che pu essere percepito, infatti, pu esistere anche se non c una corrispondente percezione
di esso89. Laccostamento di esempi non deve turbarci in quanto la fisica qualitativa di Aristotele non tollera distinzioni di qualit primarie e secondarie; il caldo,
il dolce, lamaro hanno altrettanta realt oggettiva quanto il corpo90. Secondo tale ragionamento, dunque, si deve ammettere che i corpi inanimati conservano le
loro propriet dette sensibili anche quando non pi possibile averne sensazione
per mancanza di corpi dotati di sensibilit e, dunque, che anche, ad esempio, il colore una propriet oggettiva dei corpi, a prescindere dal fatto che essa sia visibile oppure no91.
Come ben sottolinea Bods92, largomento aristotelico poggia sul fatto che i corpi
senzienti siano soltanto una parte dei corpi sensibili. Leliminazione del sensibile implica leliminazione della sensazione per gli stessi motivi per cui leliminazione
delloggetto della scienza implica leliminazione della scienza. Ma, mentre la scienza
viene soppressa soltanto in mancanza delloggetto di scienza93, la sensazione viene sop87

Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 65, n. 23.


Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 65, n. 25.
89 Cfr. Porfirio, In Cat., 76, 5 ss.
90 Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 65, n. 27.
91 Bods, Aristote, Catgories, p. 126, n. 2.
92 Bods, Aristote, Catgories, p. 126, n. 1.
93 Cfr. Categorie, 7 b 29-30.
88

148

pressa non soltanto in mancanza di un oggetto sensibile, ma anche in mancanza di uno


spazio in cui aver luogo, e cio i corpi dei soggetti dotati di sensazione. Ci che consiste in una determinazione oggettiva come, ad esempio, il colore, diventa un sensibile
grazie a un soggetto senziente.
Come obietta Bods94, sostenere che il visibile sia oggettivamente, o in s, il colo95
re lasciar comprendere che il colore soggettivamente il visibile, e cio sempre relativo alla vista, al soggetto vedente. E se il colore realmente visibile solo grazie alla
vista, allora ne risulta che il visibile e la vista sono naturalmente simultanei; il che contraddirebbe la tesi aristotelica. La soluzione a questa aporia distinguere tra il sensibile
in potenza e il sensibile in atto. Il sensibile qui dichiarato anteriore alla sensazione, infatti, esclusivamente il sensibile in potenza, e cio ci che non ancora realmente sensibile per il soggetto senziente.
In Categorie 7, 8 a 6-12, Aristotele aggiunge una importante differenziazione tra la
sensazione e il sensibile. La sensazione nasce insieme a ci che capace di avere sensazione, insieme, cio, al soggetto senziente, ovvero lanimale: lanimale e la sensazione,
infatti, nascono insieme. In questo senso, lesistenza del corpo [] condiziona
lesistenza della sensazione96.
Aristotele aggiunge un ulteriore condizionamento che vede la sensazione come posteriore rispetto al sensibile: lanteriorit del corpo inorganico rispetto a quello organico
dellanimale. Ed infatti il composto sempre posteriore rispetto ai suoi componenti97.
Il sensibile c fin da prima che ci sia la sensazione: gli elementi, inorganici, come il
fuoco, la terra e lacqua, dei quali lanimale costituito, esistono da prima che ci sia
lanimale nella sua interezza e, quindi, la sensazione. Perci, anche da questo ragionamento, risulta che il sensibile sembrerebbe essere anteriore rispetto alla sensazione.

3. Aporia: se le sostanze possano far parte dei relativi


Aristotele presenta unaporia: conformemente a quanto stato precedentemente presentato quasi come la definizione dei relativi, ci si pu chiedere se qualche sostanza
possa far parte dei relativi e se questo possibile sia per le sostanze prima sia per le sostanze seconde.
Porfirio98 parla di quasi-definizione (oon rismj) e non di definizione vera e
propria, in quanto non possibile dare definizioni dei generi sommi e delle cose che cadono sotto le categorie99. Stando a tale quasi-definizione, i relativi sono tutte quelle
cose che, ci che sono, lo si dicono essere di altre cose o comunque sempre in relazione
ad altro100. Sembrerebbe, allora, che alcune sostanze, almeno quelle che si dicono di
qualcosa, e cio le sostanze seconde, possano far parte dei relativi.
94

Cfr. Bods, Aristote, Catgories, p. 126, n. 2.


Cfr. De Anima, II, 7, 418 a 26-27.
96 Pesce, Aristotele, Categorie, p. 65, n. 28.
97 Pesce, Aristotele, Categorie, p. 65, n. 28.
98 Cfr. Porfirio, In Cat., 121, 25 ss.
99 Porfirio parla di cose che cadono sotto il nome di categorie e non di categorie stesse perch
il termine categoria si riferisce al predicato, ed il termine generalissimo col quale viene indicata qualsiasi categoria. Cfr. S. K. Strange, Porphyry, On Aristotle Categories, p. 129, n.
385.
100 Cfr. Categorie, 6 a 36-37.
95

149

Aristotele estende lambito dellanalisi a tutta la sostanza per indagare se questo caso
sia possibile per ogni tipo di sostanza, per nessun tipo di sostanza o solo per la sostanze
seconde. La sostanza, come scrive Ammonio101, pu essere: universale o particolare, un
intero oppure una parte; di conseguenza, Aristotele si trova a indagare una quadruplice
area:
1.1. la sostanza particolare come intero, ad esempio Socrate;
1.2. la parte della sostanza particolare, ad esempio questa mano o questa testa;
2.1. la sostanza universale come intero, ad esempio luomo;
2.2. la parte della sostanza universale, ad esempio la mano o la testa.
3.1. Se la sostanza prima possa far parte dei relativi
Per quanto riguarda la sostanza prima, chiaro che non fa parte dei relativi. Essa, infatti, come sappiamo, non si dice di altro, mentre il relativo per definizione quel che
si dice di altro; vi dunque tra sostanza prima e relativo assoluta incompatibilit102.
N lintero n la parte della sostanza particolare si dice in relazione a qualcosa.
1.1. Sostanza particolare come intero. Un determinato uomo, infatti, non si dice un
determinato uomo di qualcosa, n un determinato bue si dice un determinato bue di
qualcosa.
1.2. Parte della sostanza particolare. Lo stesso vale anche per le parti (t mrh) delle
sostanze prime: una determinata mano, infatti, non si dice una determinata mano di
qualcuno. Una determinata mano la mano di un determinato individuo;
lindividualit di una parte dunque determinata dallappartenenza di essa
allindividuo di cui fa parte. Ogni parte della sostanza prima si presente cos abbastanza
chiaramente come sostanza prima essa stessa103. Le parti della sostanza, infatti, debbono essere anchesse sostanza.
3.2. Se le sostanze seconde possano far parte dei relativi
Nella maggior parte dei casi (p ge tn pleston104), le sostanze seconde non fanno parte dei relativi.
2.1 La sostanza universale come intero. Nel caso delle sostanze universali considerate come interi, evidente che esse non possono far parte dei relativi. Infatti, luomo, ad
esempio, non si dice uomo di qualcosa ( nqrwpoj o lgetai tinj nqrwpoj105),
n il bue bue di qualcosa (odO boj tinj boj106), n il legno legno di qualcosa
(odO t xlon tinj xlon107), dal momento che si tratta di esseri sostanziali, per se.
Possiamo certo dire che un uomo o un bue sono di qualcuno, nel senso che sono possesso di qualcuno, che appartengono a qualcuno. Bisogna, tuttavia, operare una distinzione tra il di relativo e il di possessivo. Lo schiavo del padrone pu significare insomma
due cose diverse, a seconda che si voglia mettere in luce il nesso relativo o quello pos101

Cfr. Ammonio, In Cat., 76, 8 ss..


Pesce, Aristotele, Categorie, p. 66, n. 30.
103 Bods, Aristote, Catgories, p. 127, n. 5.
104 Categorie 7, 8 a 22.
105 Categorie 7, 8 a 22-23
106 Categorie 7, 8 a 23.
107 Categorie 7, 8 a 23.
102

150

sessivo, a seconda cio che si voglia dire: lo schiavo si dice cos (e si costituisce tale) in
relazione ad un padrone oppure lo schiavo appartiene ad un padrone108.
2.2 Le parti delle sostanze universali. Per alcune sostanze seconde, tuttavia, e precisamente per le parti delle sostanze seconde, ci possono essere dei dubbi. La testa, ad esempio, si dice testa di qualcuno ( kefal tinj lgetai kefal109), e la mano si dice mano di qualcuno ( cer tinj lgetai cer110). Testa e mano sono specie delle teste e delle mani particolari, e cio appartenenti a dei determinati individui.
3.2.1. Le definizioni di relativo e la possibilit di inclusione delle sostanze
Se la definizione dei relativi, secondo la quale lessenza della cosa relativa consiste
nel dirsi di altra cosa, viene assunta come adeguata, diventa molto difficile e, in ultima
analisi, impossibile poter asserire che nessuna sostanza si dice in relazione a qualcosa.
Le parti delle sostanze seconde, infatti, come abbiamo precedentemente osservato, si
dicono di qualcosa, e, precisamente, dellintero costituito dalla sostanza prima; di conseguenza, esse rientreranno in quella prima definizione dei relativi che stata data in
Categorie 7, 6 a 37.
Aristotele, tuttavia, non pu accettare questa soluzione, perch la sostanza, soggetto
di ogni predizione e di ogni inerenza, lassolutamente per se, e il suo essere non pu
consistere nellessere relativa a qualcosa di altro da s. Pertanto, per tener fermo il
principio che nessuna sostanza pu essere relativa, bisogner modificare quella definizione e sostituirla con laltra affermante che lessenza della cosa relativa consiste nel
suo essere in relazione ad altro, nel suo essere di altro111, e non pi nel dirsi di altro.
Il difetto della definizione iniziale sta nel suo essere troppo ampia, essa include tutti
i relativi, ma va oltre di essi112. La prima definizione si applica a tutti i relativi, ma non
coglie laspetto per cui, per essi, lessere in relazione a qualcosa qualcosa di ben diverso dallessere detti di altre cose. Il dirsi relativamente a qualcosa, infatti, non rivela
lessenza dei relativi ed una propriet che appartiene anche ad altre cose, come alle
parti della sostanza; lessere relativo a qualcosa, invece, stabilisce la vera essenza dei
relativi ed una propriet esclusiva dei relativi113. La testa, ad esempio, si dice di qualcosa, ma il suo essere non consiste nella relazione con la cosa in relazione alla quale la
testa viene detta; la testa, infatti, pu fungere da soggetto, mentre nessun relativo pu
mai assurgere al ruolo di soggetto.
La seconda definizione, proposta da Aristotele, corrisponde a quella che troviamo nel
sesto libro dei Topici:
Non si deve tralasciare che non forse possibile definire altrimenti alcune nozioni, ad
esempio il doppio, separatamente dalla met, e tutte le altre cose che, considerate per
s, si dicono relative. Per tutte le cose siffatte, infatti, lessere consiste nello stare in un
certo modo rispetto a qualcosa, cosicch risulta impossibile spiegare una di esse, prescindendo dal suo essere relativo114.

108

Pesce, Aristotele, Categorie, p. 66, n. 32.


Categorie 7, 8 a 26-27.
110 Categorie 7, 8 a 27.
111 Pesce, Aristotele, Categorie, p. 67, n. 34.
112 Pesce, Aristotele, Categorie, p. 67, n. 35.
113 Cfr. Simplicio, In Cat., 198, 20 ss.
114 Topici, VI, 4, 142 a 26-30.
109

151

La sostanza di ogni nozione relativa si riporta a qualcosaltro, poich lessere proprio


ci che sta in un certo rapporto rispetto a qualcosa sidentifica essenzialmente con ciascuna delle nozioni relative115.

La formula che contiene in se stessa il definiendum non propriamente una definizione - in quanto si tratterebbe di una petitio principii -, ma utile a precisare che lessenza
dei relativi consiste nella relazione che essi assumono con i rispettivi correlativi.
La prima definizione non viene, tuttavia, esclusa da Aristotele come errata e non ulteriormente utilizzabile; egli stesso afferma che essa si accorda con tutti i relativi116. Essendo, per, essa una definizione generalissima, lAutore sente il bisogno di presentarne
una pi restrittiva, che non si applichi indistintamente a tutte le cose che, sia in modo
propriamente detto sia in senso lato, possano essere dette relative, ma esclusivamente a
quei relativi che nei Topici vengono detti relativi in s, come il doppio e il mezzo. La
prima definizione non deve necessariamente essere eliminata e sostituita dalla seconda;
seguendo Bods117, quel che lAutore intende qui mostrare che la prima definizione
fa appello a un criterio linguistico ed , pertanto, una definizione secundum dici; la seconda, invece, fa appello a un criterio ontologico ed , pertanto, una definizione secundum esse. Se ci si attiene alla prima definizione (generale), la testa far parte dei relativi
parimenti al doppio; ma ci che Aristotele intende mostrare che la testa non affatto,
come il doppio, un relativo in s, dal momento che il suo essere non si riduce alla relazione con qualcosa di altro da s, ma una parte della sostanza che, come tale, deve essere essa stessa considerata sostanza.
Dalla seconda definizione di relativo proposta da Aristotele, secondo la quale
lessere dei relativi consiste, appunto, nello stare in una certa relazione con qualcosa, risulta che, qualora si conosca in maniera determinata uno dei relativi, si conoscer in
maniera determinata anche ci in relazione al quale esso si dice. Se, invece, non si conosce affatto ci in relazione al quale questa sta, non si sapr nemmeno se sta in una
certa relazione rispetto a qualcosa. Se lessere stesso della cosa designata dal primo
termine condizionata dallessere della cosa designata dal secondo termine, segue che
la conoscenza della prima non sar possibile senza la conoscenza della seconda118.
Per illustrare questo corollario che discende dalla seconda definizione, Aristotele
presenta due esempi specifici.
1. Il doppio e il mezzo. Se si sa, in maniera determinata, che una certa grandezza
doppia, immediatamente si sapr anche di che cosa essa doppia.
2. Il pi bello e il meno bello. Similmente, se si sa che una determinata cosa pi bella, per ci stesso si sa necessariamente e in maniera definita rispetto a cosa essa sia pi
bella. Non si pu chiamare una cosa migliore, se non si sa di che cosa migliore; non
basta la semplice presunzione che sia migliore di qualcosa di peggiore, perch potrebbe
darsi che, di quella cosa, non ci fosse niente di peggiore119.
Per quanto riguarda le parti delle sostanze seconde, come, ad esempio, la testa e la
mano, possiamo senza dubbio affermare che si pu conoscere in maniera determinata
ci che sono, senza dover necessariamente conoscere ci in relazione a cui si dicono.
Non necessario sapere in maniera determinata di chi sia questa testa o di chi sia questa
115

Topici, VI, 8, 146 b 3-4.


Cfr. Categorie, 8 a 33-34.
117 Cfr. Bods, Aristote, Catgories, p. 129, n. 4.
118 Pesce, Aristotele, Categorie, p. 67, n. 36.
119 Pesce, Aristotele, Categorie, p. 68, n. 37.
116

152

mano per sapere che sono, appunto, una testa e una mano. Come scrive Ammonio120, se
anche ponessimo che Socrate abbia il corpo interamente coperto tranne la mano, sapremmo in modo definitivo che si tratta di una mano, sebbene non sappiamo di chi essa
sia.
Ora, nel caso dei relativi, se si conosce un elemento della coppia, si conoscer anche
laltro; nel caso della mano, invece, anche se si conosce la mano, non si conosce di chi
essa sia. chiaro, pertanto, che la mano non un relativo, e lo stesso vale per le altre
parti della sostanza. E, se questi tipi di realt non rientrano tra i relativi, possiamo affermare che nessuna sostanza rientra tra i relativi, dal momento che lunico dubbio sorgeva riguardo alle parti delle sostanze seconde.

4. Una importante indicazione metodologica


Alla fine del capitolo, Aristotele presenta unindicazione metodologica intorno alla
riflessione svolta sui relativi.
Probabilmente difficile fare affermazioni forti intorno a questi argomenti, senza averli
prima indagati molte volte (ripetutamente); non inutile, tuttavia, aver esposto delle
aporie intorno a ciascuno di essi121.

Secondo Ammonio122, Aristotele assume qui un atteggiamento profondamente filosofico. In riferimento a questioni particolarmente problematiche che richiedono molte analisi e investigazioni, egli non intende presentare al lettore unopinione basata su una
scelta casuale e superficiale, ma decide prendere una posizione solo dopo aver lungamente esaminato e indagato il problema. E poich vedere e sollevare un problema
lunica strada che pu condurre alla soluzione dello stesso, Aristotele afferma che esporre le aporie non mai inutile. Il non sollevare problemi - continua Ammonio - potrebbe significare due cose: o che si ha la consapevolezza di tutto, come per la provvidenza; oppure che si completamente privi di consapevolezza e non c nulla per cui
possa sorgere qualche problema. Poich noi, in quanto esseri razionali, ci troviamo in
una via mediana tra queste due posizioni estreme, ci avviciniamo alla conoscenza sistematicamente indagando intorno a problemi e questioni.
Secondo Pesce, la conclusione di Aristotele resta dubitativa: tra il mantener ferma la
prima definizione e il negare che la sostanza possa in nessun modo essere relativa, Aristotele rimane incerto. Il punto chiarito che le due posizioni sono incompatibili123. A
me sembra, invece, che lAutore sia ben consapevole dellesposizione delle due possibilit di definire i relativi, come sembra riconoscere lo stesso Pesce poco pi avanti: in
realt Aristotele pervenuto alleffettiva soluzione del problema mediante la distinzione
tra piano linguistico e piano reale124.

120

Cfr. Ammonio, In Cat., 79, 15 ss..


Categorie 7, 8 b 21-24.
122 Cfr. Ammonio, In Cat., 79, 25 ss..
123 Pesce, Aristotele, Categorie, p. 68, n. 39.
124 Pesce, Aristotele, Categorie, p. 68, n. 39.
121

153

Capitolo Ottavo

La qualit
Poithta dO lgw kaq' n poio tinej lgontai: sti dO poithj tn pleonacj legomnwn. n mOn on edoj poithtoj xij ka diqesij legsqwsan.
diafrei dO xij diaqsewj t monimteron ka polucroniteron enai: toiatai
dO a te pistmai ka a reta: te gr pistmh doke tn paramonmwn enai
ka duskintwn, n ka metrwj tij pistmhn lbV, nper m meglh metabol
gnhtai p nsou llou tinj toiotou: satwj dO ka ret: oon dikaiosnh ka swfrosnh ka kaston tn toiotwn ok eknhton doke enai
od' emetbolon. diaqseij dO lgontai stin eknhta ka tac metabllonta, oon qermthj ka katyuxij ka nsoj ka geia ka sa lla
toiata: dikeitai mOn gr pwj kat tataj nqrwpoj, tac dO metabllei k
qermo yucrj gignmenoj ka k to gianein ej t nosen: satwj dO ka p
tn llwn, e m tij ka atn totwn tugcnoi di crnou plqoj dh
pefusiwmnh ka natoj pnu dusknhtoj osa, n n tij swj xin dh prosagoreoi. fanern dO ti tata bolontai xeij lgein sti polucronitera
ka duskinhttera: toj gr tn pisthmn m pnu katcontaj ll' ekintouj
ntaj o fasin xin cein, katoi dikeinta g pwj kat tn pistmhn ceron
bltion. ste diafrei xij diaqsewj t t mOn eknhton enai t dO polucronitern te ka duskinhtteron. - es dO a mOn xeij ka diaqseij, a dO
diaqseij ok x ngkhj xeij: o mOn gr xeij contej ka dikeinta pwj kat
tataj, o dO diakemenoi o pntwj ka xin cousin.
Eteron dO gnoj poithtoj kaq' puktikoj dromikoj gieinoj nosdeij lgomen, ka plj sa kat dnamin fusikn dunaman lgetai. o gr
t diakesqa pwj kaston tn toiotwn lgetai, ll t dnamin cein fusikn to poisa ti vdwj mhdOn pscein: oon puktiko dromiko lgontai
o t diakesqa pwj ll t dnamin cein fusikn to poisa ti vdwj,
gieino dO lgontai t dnamin cein fusikn to mhdOn pscein p tn
tucntwn vdwj, nosdeij dO t dunaman cein to mhdOn pscein. mowj dO
totoij ka t sklhrn ka t malakn cei: t mOn gr sklhrn lgetai t
dnamin cein to m vdwj diairesqai, t dO malakn t dunaman cein to
ato totou.
Trton dO gnoj poithtoj paqhtika poithtej ka pqh: sti dO t toide
oon glukthj te ka pikrthj ka strufnthj ka pnta t totoij suggen, ti
dO qermthj ka yucrthj ka leukthj ka melana. ti mOn on atai poithtj
esin fanern: t gr dedegmna poi lgetai kat' atj: oon t mli t
glukthta dedcqai lgetai gluk, ka t sma leukn t leukthta dedcqai:
satwj dO ka p tn llwn cei. paqhtika dO poithtej lgontai o t at
t dedegmna tj poithtaj peponqnai ti: ote gr t mli t peponqnai ti
lgetai gluk, ote tn llwn tn toiotwn odn: mowj dO totoij ka
qermthj ka yucrthj paqhtika poithtej lgontai o t at t dedegmna
peponqnai ti, t dO kat tj asqseij ksthn tn erhmnwn poiottwn
pqouj enai poihtikn paqhtika poithtej lgontai: te gr glukthj pqoj ti
kat tn gesin mpoie ka qermthj kat tn fn, mowj dO ka a llai.
leukthj dO ka melana ka a llai croia o tn atn trpon toj erhmnoij

paqhtika poithtej lgontai, ll t atj p pqouj gegensqai. ti mOn


on ggnontai di pqoj polla metabola crwmtwn, dlon: ascunqej gr tij
ruqrj gneto ka fobhqej crj ka kaston tn toiotwn: ste ka e tij
fsei tn toiotwn ti paqn pponqen, tn moan croin ekj stin cein
atn: tij gr nn n t ascunqnai diqesij tn per t sma gneto, ka
kat fusikn sstasin at gnoit' n diqesij, ste fsei ka tn croin
moan ggnesqai. - sa mOn on tn toiotwn sumptwmtwn p tinwn paqn
duskintwn ka paramonmwn tn rcn elhfe poithtej lgontai: ete gr n t
kat fsin sustsei crthj melana gegnhtai, poithj lgetai, - poio gr
kat tataj legmeqa, - ete di nson makrn di kama [t at]
sumbbhken crthj melana, ka m vdwj pokaqstantai ka di bou
paramnousi, poithtej ka ata lgontai, - mowj gr poio kat tataj
legmeqa. - sa dO p vdwj dialuomnwn ka tac pokaqistamnwn ggnetai
pqh lgetai: o gr lgontai poio tinej kat tata: ote gr ruqrin di t
ascunqnai ruqraj lgetai, ote crin di t fobesqai craj, ll
mllon peponqnai ti: ste pqh mOn t toiata lgetai, poithtej dO o. mowj dO totoij ka kat tn yucn paqhtika poithtej ka pqh lgetai. sa
te gr n t gensei eqj p tinwn paqn gegnhtai poithtej lgontai, oon
te manik kstasij ka rg ka t toiata: poio gr kat tataj lgontai,
rgloi te ka maniko. mowj dO ka sai kstseij m fusika, ll' p tinwn
llwn sumptwmtwn gegnhntai dusapllaktoi ka lwj knhtoi, poithtej
ka t toiata: poio gr kat tataj lgontai. sa dO p tac kaqistamnwn
ggnetai pqh lgetai, oon e lupomenoj rgilterj stin: o gr lgetai
rgloj n t toiotJ pqei rgilteroj n, ll mllon peponqnai ti: ste
pqh mOn lgetai t toiata, poithtej dO o.
Ttarton dO gnoj poithtoj scm te ka per kaston prcousa morf,
ti dO prj totoij eqthj ka kampulthj ka e ti totoij moin stin: kaq'
kaston gr totwn poin ti lgetai: t gr trgwnon tetrgwnon enai poin
ti lgetai, ka t eq kamplon. ka kat tn morfn dO kaston poin ti
lgetai. t dO mann ka t puknn ka t trac ka t leon dxeie mOn n poin
shmanein, oike dO lltria t toiata enai tj per t poin diairsewj: qsin
gr tina mllon fanetai tn morwn kteron dhlon: puknn mOn gr t t
mria snegguj enai llloij, mann dO t diestnai p' lllwn: ka leon
mOn t p' eqeaj pwj t mria kesqai, trac dO t t mOn percein t dO
llepein. - swj mOn on ka lloj n tij faneh trpoj poithtoj, ll'o ge
mlista legmenoi scedn tosoto esin.
Poithtej mOn on esn a erhmnai, poi dO t kat tataj parwnmwj
legmena pwson llwj p' atn. p mOn on tn plestwn ka scedn p
pntwn parwnmwj lgetai, oon p tj leukthtoj leukj ka p tj grammatikj grammatikj ka p tj dikaiosnhj dkaioj, satwj dO ka p
tn llwn. p' nwn dO di t m kesqai taj poithsin nmata ok ndcetai
parwnmwj p' atn lgesqai: oon dromikj puktikj kat dnamin fusikn legmenoj p' odemij poithtoj parwnmwj lgetai: o gr ketai
nmata taj dunmesi kaq' j otoi poio lgontai, sper ka taj pistmaij
kaq'j puktiko palaistriko o kat diqesin lgontai, - puktik gr
pistmh lgetai ka palaistrik, poio dO p totwn parwnmwj o
diakemenoi lgontai. - note dO ka nmatoj keimnou o lgetai parwnmwj
t kat' atn poin legmenon, oon p tj retj spoudaoj: t gr retn
cein spoudaoj lgetai, ll' o parwnmwj p tj retj: ok p polln dO

156

t toiotn stin. poi on lgetai t parwnmwj p tn erhmnwn poiottwn


legmena pwson llwj p' atn.
`Uprcei dO ka nantithj kat t poin, oon dikaiosnh dikv nanton
ka leukthj melanv ka tlla satwj, ka t kat' atj dO poi legmena,
oon t dikon t dikaJ ka t leukn t mlani. ok p pntwn dO t toioton:
t gr pu cr taj toiataij croiaj odn stin nanton poioj osin.
- ti n tn nantwn qteron poin, ka t loipn stai poin. toto dO dlon
proceirizomnJ tj llaj kathgoraj, oon e stin dikaiosnh t dikv
nanton, poin dO dikaiosnh, poin ra ka dika: odema gr tn llwn
kathgorin farmzei t dikv, ote posn ote prj ti ote po, od' lwj ti
tn toiotwn odOn ll' poin: satwj dO ka p tn llwn kat t poin
nantwn.
'Epidcetai dO ka t mllon ka t tton t poi: leukn gr mllon ka tton teron trou lgetai, ka dkaion teron trou mllon. ka at dO
pdosin lambnei, - leukn gr n ti ndcetai leukteron gensqai: - o
pnta d, ll t plesta: dikaiosnh gr dikaiosnhj e lgetai mllon
porseien n tij, mowj dO ka p tn llwn diaqsewn. nioi gr diamfisbhtosi per tn toiotwn: dikaiosnhn mOn gr dikaiosnhj o pnu fas
mllon ka tton lgesqai, odO geian gieaj, tton mntoi cein teron
trou gein fasi, ka dikaiosnhn tton teron trou, satwj dO ka grammatikn ka tj llaj diaqseij. ll' on t ge kat tataj legmena
namfisbhttwj pidcetai t mllon ka tton: grammatikteroj gr teroj
trou lgetai ka dikaiteroj ka gieinteroj, ka p tn llwn satwj.
trgwnon dO ka tetrgwnon o doke t mllon pidcesqai, odO tn llwn
schmtwn odn: t mOn gr pidecmena tn to trignou lgon ka tn to
kklou pnq' mowj trgwna kkloi esn, tn dO m pidecomnwn odOn teron trou mllon hqsetai: odOn gr mllon t tetrgwnon to teromkouj
kkloj stn: odteron gr pidcetai tn to kklou lgon. plj d, n m
pidchtai mftera tn to prokeimnou lgon, o hqsetai t teron to
trou mllon. o pnta on t poi pidcetai t mllon ka t tton.
Tn mOn on erhmnwn odOn dion poithtoj, moia dO ka nmoia kat
mnaj tj poithtaj lgetai: moion gr teron trJ ok sti kat' llo odOn
kaq' poin stin. ste dion n eh poithtoj t moion nmoion lgesqai kat'
atn.
O de dO tarttesqai m tij mj fsV pOr poithtoj tn prqesin
poihsamnouj poll tn prj ti sugkatariqmesqai: tj gr xeij ka tj
diaqseij tn prj ti enai. scedn gr p pntwn tn toiotwn t gnh prj ti
lgetai, tn dO kaq' kasta odn: mOn gr pistmh, gnoj osa, at per
stn trou lgetai, - tinj gr pistmh lgetai. - tn dO kaq' kasta odOn
at per stn trou lgetai, oon grammatik o lgetai tinj grammatik
od' mousik tinj mousik, ll' e ra kat t gnoj ka atai prj ti
lgetai: oon grammatik lgetai tinj pistmh, o tinj grammatik, ka
mousik tinj pistmh, o tinj mousik: ste a kaq' kasta ok es tn prj
ti. legmeqa dO poio taj kaq' kasta: tataj gr ka comen, - pistmonej gr
legmeqa t cein tn kaq' kasta pisthmn tin: - ste atai n ka
poithtej ehsan a kaq' kasta, kaq' j pote ka poio legmeqa: atai dO ok
es tn prj ti. - ti e tugcnei t at poin ka prj ti n, odOn topon n
mfotroij toj gnesin at katariqmesqai.
[. . . . . . . . . . . . . . . . . . .]

157

[8 b 25] Chiamo qualit ci per cui alcune realt si dicono di una certa qualit. Ma
la qualit una di quelle cose che si dicono in molti modi.
Una specie di qualit possono essere detti lo stato abituale e la disposizione. Lo stato
abituale differisce dalla disposizione per il fatto di essere pi stabile e pi duraturo: di
questa natura sono le scienze e le virt. La scienza, infatti, sembra far parte delle cose
durevoli e difficili da mutare, anche nel caso in cui la scienza sia stata acquisita solo in
una certa misura, a meno che non si abbia un grande cambiamento in seguito a una malattia o a qualcosaltro di questo genere. Lo stesso vale per la virt: la giustizia, la temperanza e ciascuna delle cose di questo tipo non sembrano poter essere facilmente rimosse n mutate. Si dicono, invece, disposizioni le cose che possono essere facilmente
rimosse e velocemente mutate, come ad esempio il calore e il freddo, la malattia e la salute, e tutte le altre cose di questo tipo. Secondo queste, infatti, luomo si trova in una
certa disposizione, ma muta in fretta, diventando da caldo freddo e passando dallessere
in buona salute allessere ammalato. E lo stesso vale anche per le altre disposizioni, a
meno che non capiti che anche una di queste, per il lungo tempo trascorso, diventi naturale e inestirpabile e del tutto difficile da mutare, nel qual caso si potrebbe forse gi parlare di stato abituale. evidente che si intendono chiamare stati abituali le cose pi durature e pi difficili da mutare. Infatti, di coloro che non hanno acquisito completamente
le scienze e che possono facilmente mutare, non si dice che possiedono uno stato abituale, anche se sono disposto, pi o meno bene, nei confronti della scienza. Di conseguenza, lo stato abituale differisce dalla disposizione per il fatto che questultima pu mutare
pi facilmente, mentre il primo pi duraturo e pi difficile da mutare. E gli stati abituali sono anche disposizioni, mentre le disposizioni non sono necessariamente stati abituali. Coloro che possiedono degli stati abituali, infatti, si trovano anche in una certa disposizione rispetto a essi, mentre coloro che si trovano in una disposizione non possiedono affatto uno stato abituale.
Un altro genere di qualit quello per cui diciamo che si valenti nel pugilato o nella corsa, o sani o malati, e in generale tutte quelle determinazioni che si dicono secondo
una capacit o unincapacit naturale. Ognuna di esse, infatti, si dice non perch si in
una certa disposizione, ma per il fatto che si possiede una capacit naturale a fare facilmente qualcosa o a non patire nulla. Ad esempio, i buoni lottatori o i buoni corridori
vengono chiamati cos non perch si trovano in una certa disposizione, ma perch possiedono una capacit naturale a fare facilmente qualcosa; e le persone sane vengono
chiamate cos perch possiedono una capacit naturale a non patire nulla di ci che pu
loro capitare, mentre i malati hanno unincapacit a non patire nulla. Lo stesso vale nel
caso del duro e del molle: il duro, infatti, viene detto tale perch ha la capacit di non
dividersi facilmente, mentre il molle viene detto tale perch incapace di questa stessa
cosa.
Un terzo genere di qualit costituito dalle qualit affettive e dalle affezioni. Di questo tipo sono, ad esempio, la dolcezza, lamarezza, lasprezza e tutte le cose che rientrano nello stesso genere di queste, e inoltre il caldo, il freddo, la bianchezza e la nerezza.
Che queste siano delle qualit chiaro, poich le realt che le hanno ricevute si dicono
qualificate in virt di esse: il miele, ad esempio, si dice dolce perch ha ricevuto la dolcezza, e il corpo si dice bianco perch ha ricevuto la bianchezza. E lo stesso vale anche

158

per gli altri casi. Queste vengono dette qualit affettive non perch le realt che le hanno
ricevute abbiano patito qualcosa. Il miele, infatti, non si dice dolce perch ha subito
qualcosa, n nessunaltra realt di questo tipo. Allo stesso modo, il caldo e il freddo si
dicono qualit affettive non perch le realt che li hanno ricevuti hanno subito una qualche modificazione, ma perch ognuna delle qualit dette capace di produrre
unaffezione nelle sensazioni che vengono chiamate qualit affettive. La dolcezza, infatti, genera una certa affezione che riguarda il gusto; il calore genera una certa affezione
che riguarda il tatto, e lo stesso le altre qualit.
La bianchezza e la nerezza e gli altri colori, tuttavia, non si dicono qualit affettive
nello stesso modo in cui lo si dicono le determinazioni di cui abbiamo detto, ma in
quanto derivano essi stessi da una affezione. certo chiaro che, a causa di unaffezione,
si abbiano molti cambiamenti di colori. Si pu, infatti, diventare rossi per la vergogna e
pallidi per la paura e cos per ognuna di queste cose. Se, quindi, qualcuno affetto da
qualcuna di queste affezioni, per natura probabile che assuma il colore corrispondente.
Infatti, la stessa disposizione degli elementi corporei che si presentata ora nella vergogna potrebbe presentarsi per costituzione naturale e, dunque, il colore corrispondente
pu presentarsi per natura. Quindi, tutti i sintomi di questo tipo, che hanno avuto origine
da affezioni stabili e durature, vengono detti qualit. Infatti il pallore o il colorito scuro
si chiamano qualit sia che si siano generati nella costituzione secondo natura, - si dice,
infatti, che siamo qualificati secondo questi -, sia che il pallore o il colorito scuro siano
sopraggiunti, rispettivamente, a causa di una lunga malattia o di una scottatura, e non
possono essere ristabilite facilmente o durano per tutta la vita, e anche in questo caso si
chiamano qualit - si dice, infatti, ugualmente che siamo qualificati secondo essi. Tutte
le determinazioni che derivano da cause che si dissolvono facilmente e che si arrestano
in fretta, invece, sono dette affezioni, e infatti non si dice che siamo qualificati secondo
esse: di fatti, chi arrossisce per la vergogna non viene detto rubicondo, e chi impallidisce per la paura non viene detto pallido; si dice, piuttosto, che hanno patito qualcosa. Le
determinazioni di questo tipo, di conseguenza, sono dette affezioni, e non invece qualit. Un discorso simile va fatto anche intorno allanima, parlando di qualit affettive e di
affezioni. Tutte le determinazioni che, nella loro genesi, vengono prodotte direttamente
da certe affezioni si chiamano qualit: ad esempio, la follia manica, liracondia e le cose
di questo tipo. Infatti, si viene qualificati secondo queste come folli o come iracondi. Lo
stesso vale anche per tutte le deviazioni non naturali, ma che hanno avuto origine da
certi altri sintomi di cui non facile liberarsi o addirittura assolutamente irremovibili:
anche in questi casi si parla di qualit, dal momento che si viene detti qualificati secondo queste.
Invece, tutte le cose che si generano da qualcosa che si dissolve rapidamente si dicono affezioni: ad esempio, chi addolorato pi irascibile; non si dice, infatti, irascibile
colui che pi irascibile in un simile stato affettivo; si dice, piuttosto, che ha patito una
certa affezione. Le cose di questo genere, quindi, si dicono affezioni, e non qualit.
Un quarto genere di qualit costituito dalla figura e dalla forma che si trova in ogni
cosa, e inoltre dalla dirittura e dalla curvatura e da ci che simile a queste. Infatti, secondo ciascuna di esse, una realt si dice qualificata. Una cosa, infatti, si dice qualificata
per il fatto di essere un triangolo o un quadrangolare, e per il fatto di essere dritta o curva. E ogni cosa pu essere detta qualificata anche secondo la forma. Il raro e il denso, il
ruvido e il levigato sembrerebbero significare una qualit, ma sarebbe conveniente che
tali cose fossero estranee alla divisione della qualit. Ciascuna di esse, infatti, sembra
piuttosto manifestare una certa posizione delle parti. Infatti, una cosa densa per il fatto

159

che le parti sono vicine luna allaltra, , invece, rada per il fatto che le parti sono distanti luna dallaltra; e una cosa levigata per il fatto che le parti giacciono in qualche modo su di una retta, , invece, ruvida per il fatto che alcune parti la superano altre restano
indietro.
Quindi, forse potrebbe presentarsi anche qualche altro tipo di qualit, ma quelli che
vengono soprattutto detti tali sono pressa poco questi.
Qualit, quindi, sono quelle che abbiamo detto; qualificate, invece, sono le cose che
vengono paronimicamente in modo conforme ad esse, o in qualsiasi altro modo derivano da esse. Nella maggior parte dei casi, quindi, anzi quasi in tutti, queste si dicono paronimicamente: luomo bianco, ad esempio, deriva dalla bianchezza, e il grammatico
dalla grammatica, e il giusto dalla giustizia, e cos in tutti gli altri casi. In alcuni casi,
tuttavia, poich non si hanno dei nomi per le qualit, esse non possono dirsi paronimicamente da queste. Ad esempio, il corridore o il pugile vengono chiamati cos per una
attitudine naturale, e non perch derivano paronimicamente il loro nome da qualcosa.
Non si hanno, infatti, dei nomi per le qualit in virt delle quali questi si dicono qualificati, come, invece, nel caso delle scienze, in virt delle quali vengono detti, a seconda
della disposizione, pugili o atleti. Si dice, infatti, scienza del pugilato e scienza della
ginnastica, dalle quali coloro che hanno queste disposizioni derivano paronimicamente
il proprio nome. A volte, per, anche se si ha un nome (per la qualit), ci che viene
qualificato in virt di questa non vi deriva paronimicamente il proprio nome: luomo
moralmente retto, ad esempio, non deriva dalla virt. Luomo [eticamente] retto si dice
tale perch possiede la virt, ma non trae il proprio nome paronimicamente dalla virt.
Questo, tuttavia, non accade in molti casi. Sono, dunque, dette qualificate le cose che
traggono il proprio nome dalle qualit che abbiamo detto in maniera paronimica o in
qualunque altro modo.
C anche la contrariet secondo la qualit: giustizia, ad esempio, il contrario di ingiustizia, e bianchezza il contrario di nerezza, e lo stesso vale per le altre qualit, e per
le cose che sono dette qualificate secondo esse: il giusto, ad esempio, contrario
allingiusto, e il bianco al nero. Questo, per, non accade in tutti i casi: infatti, il rosso o
il giallo o altri simili colori, pure essendo delle qualit, non hanno nulla di contrario. Inoltre, se uno dei due contrari una qualit, anche laltro lo sar. Questo chiaro se si
esaminano le altre categorie: se, ad esempio, la giustizia il contrario di ingiustizia, e la
giustizia una qualit, allora anche lingiustizia lo sar. Nessuna delle altre categorie,
infatti, adatta allingiustizia, n la quantit, n la relazione, n il luogo, n in generale
nessuna di queste cose eccetto la qualit. E lo stesso accade in tutti gli altri casi di contrariet secondo la qualit.
Le cose qualificate, poi, ammettono il pi e il meno. Una cosa bianca, infatti, si dice
pi o meno bianca di unaltra, e una cosa giusta si dice pi o meno giusta di unaltra.
Daltra parte, la stessa cosa riceve accrescimento: ci che bianco pu diventare ancora
pi bianco. Questo, per, non accade in tutti i casi, anche se nella maggior parte. Si potrebbe, infatti, sollevare laporia se la giustizia pu essere detta pi giustizia di unaltra
giustizia, e lo stesso riguardo alle altre disposizioni. Alcuni, infatti, discutono intorno a
queste aporie, poich affermano che la giustizia non si dica affatto essere tale pi o meno della giustizia, n la salute della salute, affermano, invece, che luno ha meno salute
dellaltro, e luno ha meno giustizia dellaltro; e lo stesso per la grammatica e per le altre disposizioni. Ma, quindi, ci che si dice secondo queste accoglie il pi e il meno. Infatti, una persona pu essere detta pi esperta in grammatica rispetto ad unaltra, e pi
giusta, e pi in salute, e lo stesso negli altri casi. Triangolare e quadrato, invece, non

160

sembrano accogliere il pi, n nessunaltra figura, poich le cose che accolgono la definizione di triangolo e di cerchio sono tutte triangolo o cerchio allo stesso modo, mentre
di quelle che non la accolgono non si potr dire che luna lo pi dellaltra. Infatti, il
quadrato non pi cerchio del rettangolo, dal momento che nessuno dei due accoglie la
definizione di cerchio. In generale, allora, qualora nessuna delle due cose accolga le definizioni stabilite, non potranno essere dette luna pi dellaltra. Non tutte le qualit,
quindi, accolgono il pi e il meno.
Quindi, nessuna delle cose che abbiamo precedentemente detto propria della qualit, ma le cose si dicono simili e dissimili esclusivamente in virt delle qualit. Una cosa,
infatti, si dice simile a unaltra solamente per il fatto che qualificata. Caratteristica
propria della qualit, quindi, sarebbe che, in base ad essa, si dice il simile e il dissimile.
Non deve turbare il fatto che qualcuno dica che, essendoci proposti di trattare della
qualit, abbiamo incluso molti relativi, dal momento che gli abiti e le disposizioni sono
dei relativi. Infatti, in quasi tutti i casi di questo tipo, i generi si dicono in relazione a
qualcosa, ma questo non vale nel caso delle realt particolari. La scienza, infatti, essendo un genere, si dice ci che in relazione ad altro - si dice, infatti, scienza di qualcosa ; nessuna delle cose singole, invece, si dice ci che in relazione ad altro: ad esempio,
la grammatica non si dice la grammatica di qualche cosa, n la musica la musica di
qualche cosa, ma, se le consideriamo secondo il genere, anchesse si dicono in relazione
a qualcosa: ad esempio, la grammatica si dice scienza di qualcosa, e la musica si dice
scienza di qualcosa, non musica di qualcosa. Le realt particolari, quindi, non sono dei
relativi. Daltro canto, noi siamo detti qualificati in base alle singole scienze, poich sono queste che possediamo - siamo, infatti, detti sapienti per il fatto che possediamo
qualcuna delle singole scienze. Di conseguenza, queste singole scienze, in base alle quali noi siamo talvolta detti qualificati, sarebbero anche delle qualit, non sono dei relativi.
Inoltre, se capitasse che la stessa cosa fosse sia una qualit sia un relativo, non sarebbe
affatto assurdo enumerarla in entrambi i generi.

Sommario
Il capitolo, interamente dedicato alla trattazione della categoria della qualit, pu essere diviso in quattro sezioni.
I. Nella prima, si dice che la qualit fa parte delle cose che si dicono in diversi modi
(sti poithj tn pleonacj legomnwn), e vengono presentate quattro diverse
specie di qualit.
1. Lo stato abituale (xij) e la disposizione (diqesij) costituiscono ununica specie (edoj) di qualit. Il primo differisce dalla seconda per il fatto di essere stabile, duraturo e difficile a rimuoversi. Sono stati abituali le scienze (a pistmai)
e la virt (a reta). La disposizione, al contrario, non affatto stabile, ma pu
essere facilmente rimossa e velocemente mutata. Sono disposizioni qualit come
il caldo e il freddo, la salute e la malattia: facilmente, infatti, luomo che si trova
in una certa disposizione pu mutare diventando da caldo freddo e passando
dallessere in buona salute allessere ammalato. In alcuni casi, una disposizione
prolungata nel tempo, pu progressivamente trasformarsi in uno stato abituale.
Tra stati abituali e disposizioni c una relazione non biunivoca: tutti gli stati abituali sono anche disposizioni - coloro che possiedono degli stati abituali si trova-

161

no in una certa disposizione rispetto ad essi -, ma non tutte le disposizioni sono


necessariamente stati abituali.
2. Una seconda specie di qualit costituita dalle cose che si dicono secondo una
capacit o unincapacit naturale (kat dnamin fusikn dunaman). Ad
esempio, i buoni lottatori o i buoni corridori possiedono una capacit naturale a
lottare e a correre; e le persone sane possiedono una predisposizione naturale a
non patire nulla; ci che duro possiede la capacit di non dividersi facilmente,
mentre il molle incapace di questa stessa cosa. Ognuna di queste cose possiede
una capacit naturale a fare facilmente qualcosa o a non subire qualcosa.
3. Un terzo tipo di qualit costituito dalle qualit affettive (paqhtika poithtej)
e dalle affezioni (pqh). Le qualit affettive possono essere divise in due sottogruppi. 3.1. Le qualit affettive in grado di produrre una modificazione nelle sensazioni. Sono qualit affettive di questo tipo, ad esempio, la dolcezza, lamarezza
e lasprezza, e il caldo e il freddo. Nessuna di queste si dice qualit affettive
perch le cose che la ricevono subiscono qualche modificazione, ma perch ognuna di queste qualit capace di produrre una modificazione nelle sensazioni:
la dolcezza produce una certa affezione che riguarda il gusto; il calore genera una
certa affezione che riguarda il tatto, etc. 3.2 Le qualit affettive che derivano esse
stesse da unaffezione. Sono qualit affettive di questo tipo, ad esempio, la bianchezza, la nerezza, il rossore. Tali determinazione possono essere permanenti, o
di lunga durata e difficili ad estinguersi, oppure momentanee facili a rimuoversi:
nel primo caso, si parla di qualit, nel secondo caso si parla di affezioni.
4. Un quarto tipo di qualit costituito dalle figure (scm) e dalle forme (morf).
Qualificati secondo la figura sono il triangolare o il quadrangolare, il dritto o il
curvo; qualificati secondo la forma sono il raro e il denso, il ruvido e il levigato.
Questi ultimi, tuttavia, sembrerebbero non rientrare nella categoria della qualit,
in quanto, pi che una qualit, manifestano, piuttosto, una posizione reciproca
delle parti.
II. Nella seconda sezione del capitolo, si spiega che, nella maggior parte dei casi, il
qualificato trae il proprio nome in modo paronimico dal nome della qualit corrispondente: luomo bianco, ad esempio, si dice tale perch qualificato dalla bianchezza e
ne deriva, quindi, paronimicamente il proprio nome; il grammatico dalla grammatica, il
giusto dalla giustizia, etc. Non sempre, per, la qualit ha un nome: in quel caso i qualificati non possono derivare il proprio nome in modo paronimico da quello della qualit.
Altre volte capita, invece, che, pur esistendo un nome per la qualit, il qualificato non
tragga da esso il proprio nome: luomo moralmente retto ( spoudaoj), ad esempio,
non trae la sua denominazione dal nome della qualit che possiede, cio la virt.
III. Nella terza sezione, si presentano ed analizzano le caratteristiche attribuibili alle
qualit.
1. La qualit ammette contrariet. Giustizia, ad esempio, il contrario di ingiustizia,
e bianchezza il contrario di nerezza. Il contrario di una qualit anchesso, di
necessit, una qualit. Similmente, anche i rispettivi qualificati hanno dei contrari: il giusto, ad esempio, contrario allingiusto, e il bianco al nero. Questo, per,
non accade sempre; in alcuni casi, infatti, la qualit e i qualificati non hanno nulla
di contrario: il rosso e il giallo, ad esempio, non hanno contrari.
2. La qualit ammette il pi e il meno e riceve accrescimento. Una cosa bianca, infatti, pu essere detta pi o meno bianca di unaltra, e una cosa giusta pu essere
detta pi o meno giusta di unaltra. Lo stesso qualificato pu, poi, ricevere accre-

162

scimento: ci che bianco pu diventare ancora pi bianco. Questa caratteristica,


tuttavia, non sempre valida, dal momento che, in alcuni casi, la qualit non
ammette pi e meno.
3. Lunica vera caratteristica propria della qualit , allora, lammettere somiglianza
e dissomiglianza. In base alla qualit, si dice il simile e il dissimile.
IV. Nella quarta e ultima sezione del capitolo, Aristotele spiega che non affatto
contraddittorio laver incluso tra le qualit molti relativi, come, ad esempio, gli abiti e le
disposizioni). Questi, infatti, come generi, sono dei relativi; come specie e come qualificazioni dei singoli, invece, sono qualit. Se capita che qualcosa sia e una qualit e un relativo, non affatto assurdo enumerarla in entrambi i generi.

1. Le diverse specie di qualit


1.1. Stati abituali e disposizioni [Categorie 8, 8 b 26 - 9 a 13]
La prima specie della qualit, presentata in Categorie 8, 8 b 26 - 9 a 13, costituita
da stati abituali1 e disposizioni. Aristotele introduce qui una precisa e puntuale distinzione tra stati abituali e disposizioni che non presente in Metafisica D, in cui i significati di disposizione e di stato abituale sono trattati separatamente, seppur luno immediatamente in successione rispetto allaltro2.
Lo stato abituale (xij) si distingue dalla disposizione (diqesij) per dei fattori che
potremmo dire quantitativi3, e cio per il fatto di essere pi duraturo e pi stabile4. Gli
stati abituali, dunque, durano nel tempo e mutano difficilmente; tali le scienze e le virt5. In entrambi questi casi, infatti, colui che le possiede, le possiede non momentanea1

Seguendo la scelta lessicale di Fermani, Aristotele. Le tre etiche, traduco con stato abituale il termine greco xij, che corrisponde al latino habitus., e che fa riferimento alluso intransitivo del verbo cw. Il termine xij pu essere tradotto anche nella accezione di possesso, come si vedr nel Cap. 10 in riferimento alla coppia possesso/privazione.
2 Cfr. Metafisica D 19 e 20. I concetti di stato abituale e di disposizione si intersecano, come vedremo ***, nel secondo significato del termine abito.
3 Cfr. Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 72, n. 4.
4 La distinzione si basa, dunque, sulla durata nel tempo e sulla maggiore o minore facilit nel
cambiamento. Cfr. Ackrill, Aristotles Categories, p. 104. Se la distinzione si basa su questi
criteri, diventa inconsistente lobiezione di Lucio e Nicostrato per cui annuncia una prima specie
di qualit e poi nomine non una, ma due realt (cfr. Simplicio, In Cat., 231, 20-21; Moraux,
LAristotelismo presso i Greci, vol. II, p. 116): tali realt, infatti, non sono intrinsecamente
diverse, ma differiscono per fattori quantitativi.
5 La virt intesa come stato abituale una tesi classica del pensiero aristotelico. Si veda Etica
Nicomachea II, in particolare 5-6. Non ci si lasci ingannare da alcune traduzioni che presentano
la virt come una disposizione (si veda, ad esempio, Aristotele, Etica Nicomachea, Introduzione, traduzione, note e apparati di C. Mazzarelli, Bompiani, Milano 2000, 2001 ). Per alcuni
aspetti, il termine aristotelico hexis corrisponde meglio al nostro termine disposizione, piuttosto che ad abito: una virt come il coraggio una disposizione perch la condizione per la
quale sono disposto in modo da agire coraggiosamente ; lhexis indica proprio questa condizione. Tuttavia, abito la traduzione del termine hexis che si ormai consolidata, e poi Aristotele oppone lhexis alla disposizione o diathesis, in quanto pi stabile di questultima. Perci, la
virt un abito stabile, e Aristotele distingue lesercizio della virt da quello di unarte in quanto luomo virtuoso deve agire sapendo <che sta agendo virtuosamente>, deliberando ci che
compie e scegliendolo per se stesso, agendo a partire da una condizione personale salda e inalterabile (J. Annas, The morality of happiness, Oxford University Press, Oxford 1993, trad. it. La
2

163

mente, ma in modo duraturo, in quanto sia la scienza6 sia la virt fanno parte delle cose
che non possono essere facilmente rimosse o mutate. Della scienza, in particolare, Aristotele sostiene che pu essere annoverata tra le cose stabili e durature, perch lo resta a
meno che non sopraggiunga una malattia o qualcosa di simile che la dissolva o la trasformi7; essa un [] possesso permanente che soltanto un grave squilibrio psichico,
comunque originato, pu alterare e distruggere8. chiaro - aggiunge lo Stagirita9 - che,
anche nel caso di qualit durature e difficili a rimuoversi, si parla di stato abituale esclusivamente nel caso in cui si tratti di un possesso completamente acquisito; invece
[ ] coloro che non hanno acquisito completamente le scienze e sono facili a rimuoverle, non si dice che possiedono uno stato abituale, anche se stanno in una certa posizione, pi o meno buona, nei confronti della scienza10.

curioso come, quando si tratti di spiegare che anche le qualit solitamente intese come
durature possono presentarsi come mere disposizioni, Aristotele presenta sempre il caso
delle virt, e non, piuttosto, quello delle scienze. Questa scelta pu trovare una sua
spiegazione in un passo dellEtica Nicomachea, in cui si afferma che
[] a nessuna delle funzioni umane appartiene la stabilit tanto quanto alle attivit
conformi a virt. Si ritiene, infatti, che esse siano pi persistenti persino delle scienze11.

Mentre la scienza e la conoscenza possono essere cancellate dalla malattia, della virt,
secondo Aristotele, non c oblio12 perch
[] la virt qualcosa di stabile13.

La virt una [] condizione stabile della persona, e non un tipo di cosa che dimentichiamo o mutiamo facilmente14.
Ci che caratterizza lo stato abituale, allora, sono in primis i fattori della stabilit e
della durata e, solo in seconda battuta, sono le qualit maggiormente atte ad assumere i
caratteri di stabilit e di durata: le scienze e le virt.
Le disposizioni, diversamente dagli stati abituali, sono facili a rimuoversi e possono
essere velocemente mutate. Aristotele porta come esempi di disposizioni il caldo e il
freddo, la salute e la malattia. Si noti che, mentre gli esempi degli stati abituali si riferiscono a stati dellanima (scienze, virt), e quindi determinazioni di tipo psicologico o
morale, gli esempi delle disposizioni sono, invece, attinenti a stati corporei, fisici o fimorale della felicit in Aristotele e nei filosofi dellet ellenistica, Vita e Pensiero, Milano 1998,
pp. 80-81).
6 Che la scienza sia qualcosa di duraturo e permanente una tesi platonica espressa, tra gli altri
loci, in Cratilo, 437 A.
7 Secondo Bods, Aristote. Catgories, p.133, n. 8, Aristotele starebbe qui pensando, oltre
alle malattie, alle gravi ferite che causano la follia, labbruttimento o altri difetti propri delle
bestie.
8 Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 72, n. 6.
9 Cfr. Categorie 8, 9 a 4-8.
10 Categorie 8, 9 a 5-8.
11 Etica Nicomachea I, 10, 1100 a 35 - b 3.
12 Cfr. Etica Nicomachea I, 10, 1100 b 17.
13 Etica Nicomachea VIII, 4, 1156 b 12. E si ricordi che, nellEtica, anche la scienza sar ricondotta al concetto di virt, venendo annoverata tra le virt dianoetiche (Pesce, Aristotele. Le
categorie, p. 72, n. 5). Cfr. Etica Nicomachea I, 13, 1103 a 3-7.
14 T. Irwin, Aristotles first principles, Oxford University Press, Oxford 1988, trad. it. I principi
primi di Aristotele, Vita e Pensiero, Milano 1996, p. 472.

164

siologici15. In questi casi, lo Stagirita presenta una mutazione che va da contrario a contrario, e in un solo verso.
Secondo queste [le disposizioni quali il caldo e il freddo, la salute e la malattia], infatti,
luomo si trova in una certa disposizione, ma muta in fretta, diventando da caldo freddo
e passando dallessere in buona salute allessere ammalato16.

interessante notare come qui Aristotele accenni solamente al fatto che luomo pu facilmente mutare dallessere caldo allessere freddo, dallessere in buona salute allessere
ammalato, come se fosse, invece, pi difficile che si verifichi il mutamento opposto:
dallessere freddo allessere caldo, dallessere ammalato allessere in buona salute.
La possibilit di una subitanea mutazione vale per ogni tipo di disposizione,
[] a meno che non capiti che anche una di queste, per la grande quantit di tempo
(con il passare del tempo), diventi naturale e inestirpabile e del tutto difficile da rimuovere, nel qual caso si potrebbe forse gi parlare di stato abituale17.

Poich il criterio che permette di distinguere lo stato abituale e la disposizione quello


quantitativo della durata e della stabilit, le stesse qualit, che possono essere associate
allo stato abituale o alla disposizione in quanto maggiormente atte ad assumere i caratteri di instabilit e precariet piuttosto che quelli di stabilit e di durata, possono, in diversi contesti, essere associate a due sottospecie diverse. Qualora una qualit manifestatasi
come disposizione persista per molto tempo tanto da diventare naturale e difficile a rimuoversi, si pu gi parlare di abito. Labito e la disposizione non sono, allora, due
compartimenti stagni, strettamente circoscritti e non comunicanti. Questa considerazione potrebbe spiegare e rendere comprensibile anche una possibile contraddizione tra il
testo delle Categorie e quello di Metafisica D intorno alla qualit della salute. In Categorie 8, la salute viene presentata come una disposizione18, tanto che si dice, come abbiamo osservato sopra, che luomo pu facilmente passare dallessere in buona salute
allessere ammalato. Metafisica D sembra presentare una dottrina incompatibile con
questa. Aristotele sta elencando i diversi significati del termine xij (stato abituale), e
pone come secondo il seguente significato:
Stato abituale [] significa la disposizione in virt della quale la cosa disposta disposta bene o male, sia per s sia in rapporto ad altro: per esempio, la salute un abito in
questo senso: infatti essa una disposizione di un certo tipo19.

In questo secondo senso, [] si chiama abito la disposizione per effetto della quale
qualcosa disposto bene oppure male: come con la salute una cosa disposta bene,
mentre con la malattia disposta male. Con entrambe, poi, cio con la malattia e con la
salute, una cosa disposta bene o male in due modi, e cio: per s, oppure rispetto a un
altro. Per esempio, sano ci che ben disposto per s; invece robusto ci che ben

15 Questo non significa, tuttavia, come vedremo pi avanti per il caso della salute (cfr. Infra, pp.
***), che non possano darsi casi in cui delle disposizioni corporee acquisite con lesercizio e
labitudine - la forza e il vigore, ad esempio - si trasformino in abiti. Cfr. Bods, Aristote. Catgories, p. 133., n. 5.
16 Categorie 8, 8 b 37 - 9 a 1.
17 Categorie 8, .
18 Cfr. Categorie 8, 8 b 35-37: Si dicono, invece, disposizioni le cose che possono essere facilmente rimosse e velocemente mutate, come ad esempio il calore e il freddo, la malattia e la
salute, e tutte le altre cose di questo genere.
19 Metafisica D 20, 1022 b 10-12.

165

disposto a compiere qualcosa20. La salute un abito inteso come quel tipo di disposizione in virt della quale qualcosa disposto bene. Anche la salute, seppur annoverata
tra le cose facili a rimuoversi o mutarsi, in un soggetto dalla costituzione forte, vigorosa
e poco soggetta a malattie, pu assumere i caratteri dellabito21.
Solo alcune disposizioni, con il passare del tempo e con lassumere dei caratteri della
stabilit e della permanenza, diventano abiti, cosicch linsieme delle disposizioni sar
sempre maggiore rispetto a quello degli abiti e includer in s questultimo. Per questo,
Aristotele afferma che
[] gli stati abituali sono anche disposizioni, mentre le disposizioni non sono necessariamente stati abituali. Coloro che possiedono degli stati abituali, infatti, si trovano anche in una certa disposizione rispetto a essi, mentre coloro che si trovano in una disposizione non possiedono affatto uno stato abituale22.

Il rapporto tra stati abituali e disposizioni non , dunque, biunivoco: mentre gli stati abituali sono sempre anche delle disposizioni, le disposizioni non necessariamente si tramutano in stati abituali.
1.2. Capacit e incapacit naturali [Categorie 8, 9 a 14-27]
La seconda specie della qualit, presentata in Categorie 8, 9 a 14-27, costituita da
capacit naturali, attitudini o predisposizioni di tipo fisico (kat dnamin fusikn
dunaman), e dalla loro controparte negativa, e cio le inattitudini o incapacit naturali. Tali capacit o incapacit sono quelle di fare facilmente qualcosa oppure di non patire nulla. La dnamij di cui qui si parla una potenza completamente attiva che si trova
nelloggetto stesso in cui avviene il movimento o il mutamento23. Si tratta del secondo
caso previsto nel primo dei significati di potenza che Aristotele presenta in Metafisica
D 12, 1019 a 15-16:
Potenza (dnamij), in primo luogo, significa il principio di movimento o di mutamento
che si trova in altra cosa oppure in una stessa cosa in quanto altra.

La dnamij fusik quella propria delle realt che hanno in s tale principio, e differisce da una potenza che si oppone allatto e che esprime la [] possibilit puramente
in quiete, la potenza passiva, come nella materia24. Si tratta qui della capacit di fare e
di opporre resistenza, di reagire25.
Gli esempi che Aristotele adduce per illustrare questo secondo tipo di qualit sono
sei, quattro riferiti allessere umano, e due riferiti alla materia, ai corpi26. Posseggono
una capacit o unincapacit naturale:

20

S. Tommaso dAquino, Commento alla Metafisica di Aristotele, PDUL Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2005, vol. II: Libri 5-8, Libro 5, Lezione 20, p. 271, n. 1064.
21 Cfr. Zanatta, Aristotele. Le categorie, pp. 603-604.
22 Categorie 8, 9 a 10-13.
23 Cfr. Trendeleburg, La dottrina delle Categorie, p. 185. Cos anche Viano, Aristotele, Categorie, 8, 8 b 25 - 10 a 10. Stati e disposizioni, capacit e incapacit naturali, qualit affettive e
affezioni, in Bonelli - Guadalupe Masi, Studi sulle Categorie di Aristotele, p. 219.
24 Trendeleburg, La dottrina delle Categorie, p. 185.
25 Viano, Aristotele, Categorie, 8, 8 b 25 - 10 a 10, p. 219.
26 Il concetto di capacit naturale viene esteso al di l dellambito umano per essere attribuito
alle propriet delle cose. Cfr. Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 74, n. 17; Viano, Aristotele,
Categorie, 8, 8 b 25 - 10 a 10, p. 220.

166

1. puktikoj: chi valente nel pugilato, il buon lottatore, colui che possiede
unattitudine naturale alla lotta;
2. dromikoj: chi valente nella corsa, il buon corridore, colui che possiede
unattitudine naturale alla corsa;
3. gieinoj: chi fisicamente vigoroso, sano, colui che ha una predisposizione
naturale a non patire nulla27;
4. nosdeij: chi fisicamente cagionevole, colui che ha unincapacit costitutiva
a non patire nulla.
5. t sklhrn: ci che duro, ci che ha la capacit, la predisposizione naturale a
non dividersi facilmente ;
6. t malakn: ci che molle, ci che ha lincapacit a dividersi facilmente28.
La resa dei termini greci , in questa parte del testo, particolarmente ardua in quanto nel
testo originale vengono usati quattro aggettivi sostantivati [] di cui almeno tre non
hanno nessun equivalente in italiano. Ed infatti i quattro termini designano - ed questo
un punto essenziale, perch su di esso si fonda la costituzione stessa di questa seconda
classe di qualit - non lo stato, ma soltanto la capacit, []. Perci la perifrasi [] non
rende piena giustizia al testo, perch gran parte dellinteresse del brano sta proprio nella
scoperta che certi aggettivi qualificativi indicano soltanto una capacit e non un possesso29.
Secondo Ackrill30, la trattazione aristotelica delle capacit naturali sarebbe incompleta, in quanto mancherebbero diversi livelli di riflessione. In primo luogo, mancherebbe
la trattazione delle capacit in generale. Allo studioso appare strano che lo Stagirita tratti della capacit naturale come una specie distinta di qualit, senza dire nulla sulle capacit in generale. In particolare, non vengono prese in considerazione le mere attitudini o
inattitudini come quelle nei confronti della trigonometria o dellessere spezzato: si pu
essere capaci di imparare la trigonometria o essere spezzati senza tuttavia avere una capacit specifica. Mancherebbe, poi, la trattazione delle capacit acquisite o abilit. Mancherebbero, inoltre, distinzioni tra: abilit e inclinazioni; tratti del carattere e stati della
mente e del corpo; mera possibilit e positiva propensione, tendenza, atteggiamento; tra
abilit naturali e abilit acquisite; etc. In breve, la trattazione aristotelica sarebbe manchevole e lacunosa. Oehler31, daltro canto, ha asserito che il testo manca di un chiaro

27

Torna qui il riferimento alla salute, gi trattata nel primo tipo di qualit, come disposizione.
Non c, tuttavia, contraddizione tra i due riferimenti, in quanto, come ha giustamente sottolineato H. G. Apostle, Aristotles Categories and Propositions (De Interpretatione), The Peripatetic
Press, Grinnell, Iowa 1980, p. 82, ci che noi traduciamo con sano (healthy) ha due significati
diversi: da un lato, laggettivo che deriva da salute (health), intesa come [] disposizione
della persona sana quando non malata, ed il tipo di qualit indicato in 8 b 35 - 9 a 1;
dallaltro lato, laggettivo che deriva da salute (healthiness), intesa come [] capacit naturale che fa s che la persona resti in salute, e questa capacit resta appannaggio dellindividuo
anche nel momento in cui, per cause di forza maggiore, si ammala. Su questa differenza di
ambiti, cfr. anche Trendelenburg, La dottrina delle categorie, p. 186.
28 Si noti che le il duro e il molle costituiscono, per Aristotele, le prime propriet dei corpi fisici
che vengono percepire al tatto. Cfr. Meteorologica IV, 4, 382 a 8 ss..
29 Pesce, Aristotele. Le categorie, pp. 73-74, n. 12.
30 Cfr. Ackrill, Aristotles Categories, pp. 105-106.
31 Cfr. Oehler, p. 258.

167

punto di delimitazione tra capacit naturali e disposizioni. Apostle32 ha cercato di obiettare alle accuse di incompletezza mosse da Ackrill dividendole in quattro gruppi: 1.
mancanza della trattazione delle capacit generali di fare o subire qualcosa, come la mera capacit di imparare la trigonometria; 2. mancanza della trattazione delle capacit acquisite; 3. mancanza della trattazione dellattitudine ad acquisire delle capacit di fare o
patire qualcosa; 4. altro. Intorno al punto 1., Apostle ritiene che le capacit generali appartengano alla natura (in questo caso, intesa come essenza) delle cose e siano indicate
dalla loro forma o dalla loro differenza33. Per quanto concerne il punto 2., Apostle sostiene che le capacit acquisite non sono affatto trascurate, in quanto rientrano negli abiti e nelle disposizioni, una soluzione che aveva gi proposto lo stesso Ackrill come ipotesi da confermare34. Quanto, poi, alle capacit di cui si parla nel punto 3., Apostle scrive che esse possono essere associate a quelle del punto 1. in quanto tale labilit di imparare unarte, per mezzo della quale si crea unopera darte. Infine, Apostle ricorda che
Aristotele stesso ammette la possibilit di aver omesso delle qualit, ma, secondo lo
studioso, nessuno di quelle considerate da Ackrill possono essere annoverate tra le qualit omesse.
Rispetto allanalisi dei due studiosi condotta sul testo aristotelico, rispettivamente, da
un lato, ponendo domande al testo aristotelico rivelandone le lacune e le incompletezze
e, dallaltro, proponendo soluzioni alle aporie, si deve, a mio avviso, riconoscere che, se
consideriamo le Categorie come un testo trascritto da lezioni orali, e il metodo di rinvenimento dei generi sommi come euristico, molte delle accuse di frammentariet e carenza dovrebbero cadere. La tassonomia aristotelica mi sembra non avere la pretesa di essere totalmente esaustiva, ma ha lobiettivo di raggiungere un grado sufficiente di categorizzazione tale da permettere un ordine abbastanza strutturato che guidi il pensiero e il
linguaggio. Questo ben dimostrato dalla sottolineatura aristotelica, posta dopo aver
enumerato i quattro tipi di qualit:
[] forse potrebbe presentarsi anche qualche altro tipo di qualit, ma quelli che vengono soprattutto detti tali sono pressa poco (scedn) questi35.

Questa affermazione sembra confermare che il metodo di indagine filosofica sia, in questo campo, asistematico e aprogrammatico, ma si basi, piuttosto, sullintuizione e sulla
capacit delle tassonomie ottenute di spiegare gli eventi fenomenologici in modo da
rapportarli ad un ordine sufficientemente equilibrato.
1.3. Qualit affettive e affezioni [Categorie 8, 9 a 28-35]
1.3.1. Gli esempi di qualit affettive e il rapporto tra qualit ed enti

32 Cfr. Apostle, Aristotles Categories, pp. 82-83, n. 8. Sulla stessa lunghezza donda di Apostle si situa Zanatta, Aristotele. Le categoriep. 605-606.
33 La vista, ad esempio, fa parte dellanima, che la forma dellanimale. Labilit
nellimparare la trigonometria discende dallabilit di imparare cose razionali e dal fatto che la
trigonometria una conoscenza razionale. La capacit di non essere facile a rompersi nella natura del diamante e di altri corpi ad esso simili. Tali capacit sono propriet delle cose oppure
sono indicate dalle differenze, e le differenze sono un tipo di qualit (1020 a 33 - b 1), non qualit senza qualificazione, come il bianco, ma analoghe a quelle indicate in 3 b 10-23 (Apostle,
Aristotles Categories, pp. 82-83, n. 8).
34 Cfr. Ackrill, Aristotles Categories, pp. 105.
35 Categorie 8, 10 a 25-26.

168

Il terzo tipo di qualit quello costituito, secondo quanto Aristotele riporta in Categorie 8, 9 a 28-29, dalle qualit affettive (paqhtika poithtej) e dalle affezioni
(pqh). Nel corso della trattazione, tuttavia, si vedr come lo Stagirita giunga infine ad
escludere che i pqh possano essere annoverati tra le qualit.
Subito Aristotele, in Categorie 8, 9 a 29-31, adduce una lista di esempi di questa terza tipologia di qualit, tutti concernenti delle qualit percepibili a livello sensibile: la
dolcezza e lasprezza (entrambe si riferiscono al senso del gusto), il caldo e il freddo
(senso del tatto), la bianchezza e la nerezza (senso della vista). Il fatto che tali determinazioni rientrino sicuramente tra le qualit reso evidente, dal punto di vista di Aristotele, a partire dallosservazione per cui
[] le realt che le hanno ricevute si dicono qualificate in virt di esse: il miele, ad esempio, si dice dolce perch ha ricevuto la dolcezza, e il corpo si dice bianco perch ha
ricevuto la bianchezza. E lo stesso vale anche per gli altri casi36.

Questa spiegazione ripropone un rapporto ineludibile tra qualit e qualificati per cui le
prime non possono essere conosciute senza riferimenti ai secondi e i secondi non possono essere conosciuti senza riferimento alle prime. Ci si richiama qui in modo evidente
alla descrizione delle qualit presentata nellincipit del capitolo:
Chiamo qualit ci per cui alcune realt si dicono di una certa qualit37.

Rispetto a quella prima descrizione delle qualit, in Categorie 8, 9 a 32 Aristotele aggiunge che le realt qualificate sono tali perch hanno ricevuto (t dedegmna) delle
qualit. Il ricevere (dcomai), allora, la cifra ontologica che mette in relaziene la qualit e le realt, gli enti. Come sottolineato da Pesce38 e, in seguito, da Viano39, Aristotele
utilizza il verbo greco, gi usato da Platone40, senza determinarne il significato tecnico e
filosofico in cui lo assume.
Non tutte le qualit affettive appartenenti a questo terzo gruppo possiedono le medesime caratteristiche; di conseguenza utile dividere tali qualit in due sottogruppi: da un
lato, le qualit affettive in grado di produrre una modificazione nelle sensazioni, e,
dallaltro, le qualit affettive che derivano esse stesse da unaffezione.
1.3.2. Qualit affettive che producono una modificazione nelle sensazioni
Alcune delle qualit affettive sono chiamate tali, e cio, per lappunto, affettive
(paqhtika), non in quanto le realt che le hanno ricevute abbiano subito una certa modificazione, ma perch le suddette qualit, accolte nelle realt che le ricevono, sono in
grado di produrre una modificazione nelle sensazioni41. Tali qualit non producono del-

36

Categorie 8, 9 a 32-35.
Categorie 8, 8 b 25.
38 Cfr. Pesce, Aristotele. Le categorie p. 75 n. 20.
39 Cfr. Viano, Aristotele, Categorie, 8, 8 b 25 - 10 a 10, p. 221.
40 Cfr. Platone, Timeo, 50 C, aveva usato tale verbo in riferimento al principio materiale, al ricettacolo amorfo che, appunto, riceve tutte le forme.
41 Come si capisce dagli esempi successivamente addotti da Aristotele, non si tratta qui della
possibilit di attribuire un subire unaffezione alle qualit stesse (come sembra leggersi in Viano, Aristotele, Categorie, 8, 8 b 25 - 10 a 10, p. 221) - ad esempio, la dolcezza -, che, prese in
se stesse, sono avulse dalle sensazioni e dalle affezioni, quanto alle realt che hanno ricevuto
tali qualit - ad esempio, il miele, che ha ricevuto la dolcezza -.
37

169

le modificazioni nelle sensazioni dellente ricevente, ma rendono lente ricevente capace di produrre delle modificazioni nelle sensazioni, delle affezioni negli organi di senso.
Sono qualit affettive di questo tipo la dolcezza e lasprezza, il caldo e il freddo. Il
miele, ad esempio, che ha ricevuto la qualit della dolcezza, non ha subito alcuna modificazione nella sensazione, ma, ricevendo la dolcezza, mutua da essa la capacit di produrre delle affezioni negli organi del gusto, o, meglio, la della dolcezza qualit insita
nellente qualificato, cio il miele, in grado di produrre una precisa modificazione in
qualcosa di diverso da s, e cio negli organi del gusto. Non il miele ad essere affetto
nel momenti in cui riceve la dolcezza, ma siamo noi, anzi, sono i nostri organi di senso
ad essere affetti al contatto con il miele. Allo stesso modo, il fuoco e il ghiaccio, che ricevono, rispettivamente, la qualit del caldo e la qualit del freddo, non patiscono, essi
stessi, alcuna modificazione sensoriale, ma, grazie alle qualit ricevute, sono in grado di
produrre delle precise affezioni negli organi del tatto. Non sono il fuoco e il ghiaccio a
sentire caldo e freddo, ma sono i nostri organi di tatto a subire delle modificazioni al
contatto con essi.
1.3.3. Qualit affettive che derivano da unaffezione
In altri casi, le qualit affettive sono dette tali perch derivano esse stesse da
unaffezione. Nel caso, appena trattato, delle qualit che producono una modificazione
nelle sensazioni, si escludeva che il miele, ricevendo la qualit della dolcezza, ne venisse affetto; nel caso di un corpo che diventa bianco, al contrario, impossibile escludere
che sia stato affetto, e abbia, quindi, subito una modificazione42. Sono qualit affettive
di questo secondo tipo, per Aristotele, la bianchezza, la nerezza, il rossore, e cio tutte
qualit di tipo cromatico. infatti a causa delle affezioni che si verificano dei mutamenti di colore.
Poich le stesse modificazioni cromatiche possono essere prodotte da cause di tipo
diverso, Aristotele ci indica che occorre distinguere tra: 1. modificazioni nelle sensazioni che sono prodotte da cause stabili e durature - riconducibili a delle qualit affettive
propriamente dette - e 2. modificazioni nelle sensazioni prodotte, invece, da cause temporanee ed effimere - riconducibili a delle mere affezioni (pqh) -. Ad esempio, le persone possono assumere un colore, e la loro pelle pu risultare rossa, per diversi motivi:
a. per costituzione fisica; b. per una scottatura; c. per la vergogna. Queste diverse cause
producono la medesima disposizione di elementi corporei (diqesij tn per t
sma)43. Tale disposizione, per, ha un peso completamente diverso a seconda della
causa che lha prodotto, tant vero che nei primi due casi si pu parlare di qualit affettive a tutti gli effetti, mentre nel terzo caso si ha a che fare non con delle qualit, ma
con delle mere affezioni.
1. Le affezioni prodotte da cause stabili e durature rientrano nelle qualit affettive
intese in senso proprio. I criteri di discernimento sono, come per quanto riguardava la distinzione tra lo stato abituale e le disposizioni, quelli della durata e della
stabilit - cio la maggiore o minore facilit al mutamento -. Le cause stabili e
durature possono essere di due tipi: a. cause che appartengono alla natura stessa
dellindividuo, alla sua costituzione fisica; b. cause che producono degli effetti
che non possono essere facilmente ristabiliti o che, una volta comparsi, durano
poi per tutta la vita. Si pu, ad esempio, avere un colorito pallido: a. per costitu42
43

Cfr. Ammonio, In Cat., 86, 18-21.


Categorie 8, 9 b 17.

170

zione fisica, naturale, e cio, diremmo noi oggi, per una maggiore o una minore
concentrazione di melanina nella pelle e, quindi, una diversa pigmentazione; b.
per una causa che rende il pallore duraturo e difficile a rimuoversi, come una
lunga malattia e la conseguente convalescenza, che pu essere pi o meno lunga
a seconda della gravit della malattia. Allo stesso modo, si pu avere un rossore
della pelle o un colorito scuro: a. per costituzione fisica, quindi per una diversa
pigmentazione della pelle; b. per cause che rendono gli effetti duraturi, e cio, ad
esempio, rispettivamente, la presenza di couperose - un arrossamento intenso e
cronico - e labbronzatura data da una lunga esposizione al sole. Tutti gli effetti
di questo tipo, che si originano da affezioni stabili e durature, costituiscono delle
qualit affettive, perch, sia le affezioni dei casi di tipo a. sia quelle dei casi di tipo b. permettono di qualificare lindividuo.
2. Le affezioni prodotte da cause temporanee e passeggere non rientrano nelle qualit affettive, ma restano delle mere affezioni (pqh). Le persone possono assumere un rossore della pelle per la vergogna o un colorito pallido per la paura, per
cause, cio, che nulla hanno di stabile o durevole, ma che sono strettamente connesse a una circostanza momentanea. I casi di questo tipo non possono essere ascritti alle qualit affettive perch essi non permettono di qualificare lindividuo.
Chi diventa rosso ( ruqrin) per la vergogna non pu essere chiamato rosso,
rubicondo (ruqraj) - facendo uso, come si vede bene nel greco, di un paronimo-, perch ha solo momentaneamente assunto una colorazione rossa. Similmente, chi impallidisce ( crin) per paura non pu essere chiamato pallido
(craj) perch il pallore non lo qualifica.
Fin qui, gli esempi che riguardano la colorazione del corpo. Aristotele aggiunge che
la stessa distinzione tra qualit affettive e affezioni va operata anche intorno allanima
(kat tn yucn)44, e cio in riferimento a degli stati emotivi e psichici. Anche in questa sfera interiore, la distinzione va operata seguendo i criteri di durata e di stabilit delle affezioni. Sono qualit affettive tutte quelle che appartengono al temperamento e
allindole della persona fin dalla nascita45 come, ad esempio, la pazzia ( manik kstasij)46 e la collera ( rg). Questo reso evidente, dal punto di vista di Aristotele,
dal fatto che possibile qualificare le persone secondo esse: come folli (maniko) oppure come colleriche (rgloi). Sono qualit affettive anche le deviazioni non naturali
(kstseij m fusika), che non appartengono cio al temperamento e allindole
dellindividuo fin dalla nascita, ma che dipendono comunque da cause sorte successivamente di cui non facile liberarsi o addirittura irremovibili. Anche in questi casi gli
individui risultano qualificati.
Sono, daltro canto, mere affezioni gli effetti prodotti da cause temporanee e che si
dissolvono facilmente. Una persona che incline alla collera perch addolorata47 non
pu essere qualificata come collerica; cos come non pu esserlo, stando agli esempi
di Porfirio48, chi si arrabbia una tantum oppure si arrabbia per cose appropriate. Colle44

Cfr. Categorie 8, 9 b 33 - 10 a 10.


Sulla convinzione che il tipo di carattere appartenga a ciascuno di noi fin dalla nascita, si veda Etica Nicomachea VI, 13, 1144 b 3 ss.
46 Sulla follia intesa come una deviazione e un essere al di l dei normali limiti della natura umana (kstasij), si veda Etica Nicomachea VII 7, 1149 b 53.
47 Sul nesso tra la sofferenza e la collera, si veda Retorica II, 2, 1379 a 11-14.
48 Cfr. Porfirio, In Cat., 131, 15 ss..
45

171

rico (rgloj), in questo caso, non deve essere inteso come lespressione di una persona che ha la predisposizione ad assumere atteggiamenti di collera - perch, in questo caso, ricadrebbe nel secondo tipo di qualit -, ma nel significato di una persona qualificata, per sua natura, in questo modo49.
1.3.4. Lesclusione delle affezioni dalle qualit
Come si detto allinizio della trattazione del terzo genere di qualit, Aristotele annovera in questo le qualit affettive e le affezione, ma, poi, nel corso dellanalisi, giunge
ad escludere che i pqh possano essere annoverati tra le qualit. chiaro, dunque, che
in molti, tra i commentatori antichi e moderni, si siano chiesti come questo sia possibile.
Simplicio50 riporta due posizioni principali intorno alla questione:
1. alcuni pensano che, nel passo in cui Aristotele, trattando di collera dovuta alla
sofferenza, sostiene che i casi come questo e altri simili [] si dicono affezioni,
e non qualit51, si deve sottendere che essi non sono precisamente qualit affettive; le affezioni sarebbero comunque delle qualit, anche se non qualit affettive52.
2. Altri sostengono, invece, che le qualit affettive e le affezioni esprimano la stessa
cosa, e la distinzione starebbe forse - aggiunge Simplicio - nel fatto che le affezioni sarebbero subordinate alle qualit affettive in quanto hanno una durata minore.
In entrambi i casi, le affezioni vengono ricondotte e ascritte alla qualit. In particolare,
la seconda posizione si presenta, per Simplicio, come assurda in quanto Aristotele
stesso a distinguere chiaramente le affezioni dalle qualit. Daltro canto, sempre secondo il commentatore neoplatonico, non si dovrebbe cadere nellerrore opposto di separare
nettamente le due cose, il che sarebbe in conflitto con laffermazione di Aristotele: un
terzo genere di qualit costituito dalle qualit affettive e dalle affezioni53. Secondo
Simplicio54, unaffezione non pu certo essere identificata con una qualit affettiva, anche se, in un certo senso, deve esserle simile, dal momento che impossibile parlare di
qualit affettiva senza far riferimento allaffezione. Laffezione costituirebbe una
condizione, una sorta di presupposto per la qualit affettiva, nella quale laffezione raggiunge la completezza.
Simplicio55 riporta anche la polemica dei pensatori della cerchia di Nicostrato nei
confronti della terza specie di qualit56. Questi discutevano il fatto che, per Aristotele,
tanto il colorito di breve durata quanto quello di lunga durata si generassero da ununica
e medesima affezione, e rivendicavano il fatto che questo non pu valere anche per quei
colori, come per esempio il bianco della neve, che sono connaturati alla realt. Per dimostrare le loro ragioni e le mancanze della posizione aristotelica, tali pensatori analiz49

Cfr. Porfirio, In Cat., 131, 20 ss..


Cfr. Simplicio, In Cat., .
51 Categorie 8, 9 b 32-33.
52 Cfr. P. Studtmann, Aristotles Category of Quality: A regimented Interpretation, Apeiron,
36 (2003), pp. 205-227.
53 Categorie 8, 9 a 28-29.
54 Cfr. Simplicio, In Cat., 257, 20 ss..
55 Cfr. Simplicio, In Cat., 257, 31-36.
56 Sulla difficolt di interpretare lobiezione di Nicostrato si veda Moraux, LAristotelismo presso i Greci, vol. II, p. 116.
50

172

zarono le asserzioni dello Stagirita, scoprendo una presunta incoerenza nelluso del termine pqoj. Il pqoj dunque, in un caso, la causa del colorito, nellaltro caso il colorito stesso in quanto manifestazione conseguente a una reazione affettiva passeggera57.
Effettivamente, forse uno slittamento del significato del termine pqoj presente nel
testo aristotelico. Laffezione ci da cui derivano le qualit affettive58; infatti, a causa di unaffezione che si verificano dei cambiamenti cromatici59. Le determinazioni
cromatiche, che manifestano una disposizione degli elementi corporei, sono le stesse in
concomitanza con le stesse affezioni che le generano, ma tali affezioni, intese appunto
come cause, possono esser di diverso tipo: durevoli e difficili a mutare, oppure temporanee e facilmente mutabili60. Nel primo caso, si parla di qualit; nel secondo caso, si
parla di affezioni, stavolta intese come manifestazione effimera conseguente a una causa
non durevole61.
1.4. Figure e forme
In Categorie 8, 10 a 11-24, viene presentata la quarta specie della qualit, costituita
dalle figure e dalle forme. Si tratta dellunica tipologia che riguarda una configurazione
esterna piuttosto che una qualit interna. Questo il motivo per cui, secondo Simplicio62, viene presentata per ultima: perch superficiale ed esternamente imposta alla
superficie del corpo.
La figura (scm) ci che viene delimitato attraverso un limite o dei limiti, e cio
da una linea o da pi linee (sarebbe pi corretto dire segmenti)63, ed il contorno di un
piano o di un solido. Non deve essere intesa come lestensione delle linee o del piano perch, in tal caso, si tratterebbe di una quantit -, ma come il modo in cui una superficie si configura, ad esempio se ha o non ha degli angoli64. Porfirio65 spiega come una
mera unione di linee non produca, tout court, una figura, e dunque una qualit, quanto,
piuttosto, una quantit; la qualit ha luogo quando le linee si trovano in una relazione
reciproca in modo da formare degli angoli. Ad esempio, quando i segmenti si trovano in
posizioni reciproche in modo tale da formare tre angoli, e in modo da delimitare una
particolare area circondandola, si ha la figura del triangolo. Tale figura una qualit
non in virt del colore, non in quanto possiede tre angoli, ma in quanto, da tre segmenti
e da tre angoli, si forma una certa configurazione della superficie. Qualificati secondo la
figura sono, secondo gli esempi aristotelici, il triangolare o il quadrangolare, il dritto o il
curvo. Le altre qualit simili alla dirittura (eqthj) e alla curvatura (kampulth), cui
fa riferimento lo Stagirita66, potrebbero essere quelle della spiralit e della conicit,
57

Moraux, LAristotelismo presso i Greci, vol. II, p. 117.


Cfr. Categorie 8, 9 b 11.
59 Cfr. Categorie 8, 9 b 11-12.
60 Cfr. Categorie 8, 9 b 14-19.
61 Che laffezione per Aristotele possa dirsi in molti sensi peraltro dimostrato da Metafisica D,
21.
62 Cfr. Simplicio, In Cat., 261, 20-22.
63 Si tratta della definizione di figura che Porfirio, In Cat., 132, 22-23, attribuisce agli studiosi
di geometria.
64 Cfr. Simplicio, In Cat., 261, 22-25.
65 Cfr. Porfirio, In Cat., 132, 30 - 133, 12.
66 Cfr. Categorie 8, 10 a 12-13.
58

173

considerate dagli studiosi di geometria come combinazioni di dirittura e curvatura67. La


linea, in quanto pura lunghezza scevra di larghezza, una quantit; in quanto dritta o
curva, una qualit. La superficie, in quanto definita dalla lunghezza e dalla larghezza,
appartiene alla quantit; in quanto piana, appartiene alla qualit.
La forma (morf), poi, per Aristotele, pu assumere due diversi significati: 1. la
forma (edoj) sostanziale68; 2. la qualit che una superficie o un corpo hanno. chiaro
che, in questo preciso contesto, lo Stagirita non si stia riferendo alla forma sostanziale
delle cose, ma alla forma della superficie o del corpo, in base alla quale diciamo che le
cose sono belle e ben modellate, oppure brutte e deformi69. Qualificati secondo la forma
sono il rado e il denso, il ruvido e il levigato.
Sulla differenza tra la figura e la forma i commentatori antichi hanno dato luogo ad
un dibattito. Secondo alcuni, la differenza consisterebbe nel fatto che la prima appartiene solo alle realt inanimate, e la seconda solo agli organismi viventi70. Una declinazione di questo pensiero linterpretazione di Ammonio71, secondo il quale la nozione di
figura pi ampia rispetto a quella di forma, poich ogni forma ha anche una figura, mentre non tutte le figure hanno una forma. Inoltre, si parlerebbe di forma esclusivamente nel caso di realt animate, e di figura anche nel caso di realt inanimate. Questa differenziazione, per Simplicio, non si accorda n con la pratica scientifica n con
luso generale, che attribuiscono i termini indipendentemente alluna e allaltra realt,
parlando di figura nel caso di creature viventi, e di forma nel caso di oggetti inanimati. Secondo altri commentatori, la forma appartiene solo alle realt naturali; tra gli altri, Giamblico sembra avallare questa opinione affermando che non si parla di forma nel
caso di enti matematici e geometrici, perch la forma (morf) sempre materializzata72.
Tommaso dAquino scrive nel suo commento alla Fisica che [] la forma e la figura
differiscono luna dallaltra per il fatto che la figura implica la determinazione della
quantit: infatti la figura ci che contenuto da un confine o dai confini; mentre si
chiama forma ci che d lessere specifico al prodotto []73. Una posizione avvicinabile a questa quella di Simplicio74, per il quale la figura ci che delimitato da un
contorno esterno, e la forma ci che definito dai termini (poperatseij) di proporzione e sproporzione75.
67

Cfr. Porfirio, In Cat., 133, 24-25; Simplicio, In Cat., 262, 26-27.


Aristotele, infatti, usa i termini edoj e morf in maniera interscambiabile. Questo rende difficile la traduzione dei due termini e di scm (qui tradotto con figura). La confusione , forse, meno evidente nella lingua inglese, che spesso traduce scm con figure, morf con
shape e, infine, edoj con form. Cfr. Fleet, Simplicius. On Aristotle Categories 7-8, p.
123.
69 Cfr. Simplicio, In Cat., 261, 25-32, che segue qui, quasi testualmente, Porfirio, In Cat., 133,
15-19.
70 Cfr. Simplicio, In Cat., 262, 1-2.
71 Cfr. Ammonio, In Cat., 88, 1-4.
72 Cfr. Simplicio, In Cat., 262, 12-16.
73 S. Tommaso dAquino, Commento alla Fisica di Aristotele, Vol. III: Libri 7-8, PDUL Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2005, p. 69, commento a Fisica, 245 b 3 - 246 b 20.
74 Cfr. Simplicio, In Cat., 262, 10-12.
75 B. Fleet, Simplicius. On Aristotle Categories 7-8, Duckworth, London 2002, p. 180, n. 446,
sottolinea come per Simplicio la forma possieda una valenza estetica che manca totalmente alla
figura. Nella descrizione del concetto di forma il commentatore neoplatonico ha, forse, in
mente il riferimento a Timeo 87 D e a Filebo 64 E.
68

174

Alla presentazione del quarto gruppo di qualit fa seguito unosservazione di grande


importanza per le relazioni che possono intercorrere tra le diverse categorie a partire
dalla considerazione di alcune singole realt. Aristotele spiega come il raro e il denso, il
ruvido e il levigato, per quanto [] connessi alla forma e comunemente ritenuti qualitativi76, dovrebbero, invece, non rientrare in questa categoria, quanto, piuttosto in quella della quantit o quella della relazione, in quanto [] viene riconosciuta decisiva per
la loro origine la posizione delle parti (qsij)77. Infatti, una superficie viene detta densa per il fatto che le sue parti sono vicine luna allaltra; viene, invece, detta rada per il
fatto che le sue parti sono distanti luna dallaltra; e, inoltre, una superficie levigata se
le sue parti giacciono in qualche modo lungo una retta; , invece, ruvida se alcune sue
parti si trovano non allineate rispetto alla retta, ma sono alcune dietro ad essa ed altre
davanti. Se si considerano il denso e il rado, il ruvido e il liscio dal punto di vista delle
sensazioni e delle percezioni che si hanno di essi, allora risulta evidente che essi siano
delle qualit78; se, invece, si riconducono tali sensazioni ai fondamenti che le producono, allora denso e rado, ruvido e liscio devono essere sussunti, da un lato, sotto la categoria della relazione, in quanto la posizione (qsij) una relazione79, dallaltro si avvicinano alla categoria della quantit80, perch le parti che hanno una posizione le une
rispetto alle altre formano una quantit, come la linea, la superficie, il corpo81. Sebbene
le categorie, in quanto generi sommi dellessere, siano radicalmente irriducibili, dal

76

Trendelenburg, La dottrina delle categorie in Aristotele, p. 189.


Trendelenburg, La dottrina delle categorie in Aristotele, p. 189.
78 Se la [] misura dellimpressione sensibile [] viene applicata a questi concetti, allora non
c dubbio che essi appartengono alla qualit allo stesso modo del caldo e del freddo percepiti
dal senso del tatto (Trendelenburg, La dottrina delle categorie in Aristotele, p. 189).
79 Cfr. Categorie 7, 6 b 3.
80 Secondo Trendeleburg, La dottrina delle categorie in Aristotele, p. 190, non sarebbe affatto
strano che Aristotele avvicini qui delle qualit a dei rapporti quantitativi. Gi Pitagora aveva
iniziato a tradurre la qualit del tono musicale in rapporti quantitativi; e la posizione delle parti
sembra entrare in gioco anche quando Aristotele riconduce i colori, bianco e nero, a differenze
anteriori, al dilatante e al comprimente (diakritikn e sugkritikn, Met. I [X] 7, 1057 b 8
ss.).
81 Cfr. Categorie 6, 5 a 15-23. Secondo Bods, Aristote. Les catgories, p. 137, n. 2, il mostrare come le percezioni sensibili possano essere rapportate alla posizione delle parti costitutive
delloggetto non costituisce un argomento solido, in quanto la posizione delle parti stessa pu
essere rapportata a delle cause ancora pi profonde. Ad esempio, come si dice in Generazione
degli animali, V, 3, 783 a 37 - b 1, il freddo contrae e il caldo dilata, per cui la densit potrebbe
essere ricondotta al freddo. Bods si chiede, inoltre, come mai la linea, la superficie e il solido,
in quanto determinati da una posizione delle parti, non possano costituire anchesse delle qualit. Secondo il parere dello studioso, queste realt non vengono enumerate tra le qualit perch,
per Aristotele, esse non rientrano tra le qualit generalmente e comunemente riconosciute come
tali. A mio avviso, sembra pi appropriata la distinzione presente in Porfirio, In Cat., 132, 30 133, 12, per cui sono diversi i rispetti per i quali la linea o la superficie o il corpo possono cadere sotto la quantit o sotto la qualit: come si diceva Supra, p. ***, la linea una quantit in
quanto pura lunghezza senza larghezza, ma una qualit in quanto dritta o curva; la superficie,
appartiene alla quantit in quanto definita dalla lunghezza e dalla larghezza, ma viene sussunta
sotto la categoria di qualit in quanto piana. Non certo secondo la loro estensione quantitativa che la linea, la superficie e il solido potrebbero essere ricondotti sotto la categoria di qualit,
che qui Aristotele sta trattando.
77

175

punto di vista delle realt individuali e delle specie che sotto le categorie vanno sussunte, si configurano dei confini niente affatto rigidi, ma che, anzi, spesso oscillano.
1.5. Un elenco aperto
La divisione in quattro specie e la presentazione delle diverse tipologie di qualit non
hanno la pretesa di essere esaustive e definitive. Ci risulta massimamente evidente in un
passo in cui Aristotele afferma che, nella realt, potrebbero essere osservati ulteriori
specie di qualit, ma quelle elencate sono sufficienti in quanto racchiudono tutti i modi
in cui le qualit vengono di solito nominate:
[] forse potrebbe presentarsi anche qualche altro tipo di qualit (lloj trpoj
poithtoj), ma quelli che vengono soprattutto detti tali sono pressa poco (scedn)
questi82.

Si tratta non di unincompletezza, ma di un essere volutamente approssimativi. Queste


righe hanno suscitato un acceso dibattito gi a partire dagli antichi83. Principalmente ci
si chiesto se le qualit citate o alcune di esse o altre affini a esse andassero ascritte al
non meglio precisato altro tipo di qualit (lloj trpoj poithtoj).
Al di l di tutti i dibattito che tentano di poter porre lultima parola sulle tassonomie
aristoteliche, mi sembra che laffermazione dello Stagirita indichi chiaramente una volont che non quella di poter dire lultima parola sulle classificazioni del reale, quanto
piuttosto quella di fornire degli strumenti, mai esaustivi ma sempre in fieri, per poter
comprendere, nel modo migliore di volta in volta possibile, una realt multiforme. Non
escluso che Aristotele intendesse persino invitare chi lo ascoltava a intraprendere
unindagine personale volta alla ricerca di ulteriori qualit che si danno nel reale84, in un
percorso che, progressivamente, d luce a una ricognizione sempre pi analitica.

2. Le qualit e le realt qualificate


2.1. Realt qualificate che si dicono in modo paronimico a partire dalle qualit
Chiarissima agli occhi di Aristotele risulta la distinzione tra le qualit (poithta) e i
qualificati (t poi). evidente come non sia possibile offrire una definizione della
qualit considerata per se stessa, come categoria, perch, in quanto genere sommo, non
potrebbe essere definita senza cadere in una petitio principii. possibile, tuttavia, darne
delle descrizioni. Da un lato, delle qualit si possono illustrare le diverse tipologie (le
quattro specie sopra presentate), dallaltro si pu dare di esse una presentazione che trova poi il suo ineludibile corrispettivo in quella delle realt qualificate. Le qualit sono
[] ci per cui alcune cose vengono dette di una certa qualit85.

Quanto alle realt qualificate, possiamo affermare che esse sono ci che viene denominato a partire dalle qualit in modo paronimico o in qualche altro modo, purch sia
sempre per derivazione dalle qualit86.
82

Categorie 8, 10 a 25-26.
Simplicio, In Cat., 263, 13 ss; 267, 18 ss., riporta le diverse posizioni di Andronico, Eudoro,
Acaico, Plotino e Giamblico.
84 Cfr. Porfirio, In Cat., 88, 20 ss..
85 Categorie 8, 8 b 25.
86 Cfr. Categorie 8, 10 a 27-29.
83

176

Nella maggior parte dei casi (p tn plestwn) - sostiene Aristotele - le realt qualificate stanno con le qualit corrispondenti in un rapporto di paronimia87. Come illustrato nel Capitolo 1 delle Categorie,
Paronime, infine, si dicono le cose che vengono nominate in base a un certo nome da
cui, per, differiscono per la terminazione. Ad esempio, il grammatico ( grammatikj) deriva dalla grammatica (p tj grammatikj) e il coraggioso ( ndreoj) dal
coraggio (p tj ndreaj)88.

Tre sono gli esempi che Aristotele porta nel Capitolo 8: a. il bianco dalla bianchezza, b.
il grammatico dalla grammatica, c. il giusto dalla giustizia. Uno di essi lo stesso presentato gi nel primo Capitolo, appena citato: quello del grammatico ( grammatikj),
cio di colui che possiede la scienza della grammatica, e da tale scienza (p tj
grammatikj) deriva la propria denominazione. Allesempio del grammatico, si aggiungono quello dellindividuo bianco ( leukj), cos chiamato a partire dal colore
che lo determina, e cio la bianchezza (p tj leukthtoj)89, e quello della persona
giusta ( dkaioj) che deriva la propria denominazione dalla virt che possiede, la giustizia (p tj dikaiosnhj).
Si noti che le realt qualificate che si dicono in modo paronimico mutuano le loro
denominazioni dalle qualit che possiedono e che determinano il loro essere. I paronimi,
dunque, che, stando alla definizione data nel Capitolo 1, sono individuati da un fenomeno esclusivamente linguistico, esprimono, invece, un rapporto di inerenza di cui il piano
terminologico solo una veste esteriore.
2.2. Realt qualificate che non si dicono in modo paronimico a partire dalle qualit
Le realt qualificate, come si diceva pocanzi, stanno con le qualit corrispondenti in
un rapporto di paronimia nella maggior parte dei casi (p tn plestwn), non quindi
in tutti. Ci sono dei casi, infatti, in cui i qualificati non costituiscono dei paronimi. E
questo pu avvenire per due diversi ordini di ragioni.
1. In alcuni casi, le realt qualificate non possono essere dette paronimicamente a
partire dalle qualit corrispondenti perch tali qualit non hanno dei nomi. Ad esempio, dromikoj, e cio chi valente nella corsa, il buon corridore, viene
cos chiamato non perch deriva il nome paronimicamente da qualcosa, ma perch possiede unattitudine naturale alla corsa. Lo stesso vale per il pugile ( puktikj)90, cos chiamato perch possiede unattitudine naturale al pugilato. Tali
individui qualificati [] risultano determinati in base a qualit che non sono paronimicamente ricostruibili: a fronte del corridore non c la corridicibilit, cos come a fronte del pugile non c la pugilibilit; tuttavia corridore e pugile
non determinazioni qualitative che possono, se il caso, caratterizzare un certo
uomo91. La situazione di tali qualit e realt qualificate viene messa da Aristotele in contrasto con quella delle scienze specifiche e delle persone che le possiedono. Mentre non ci sono dei nomi che indicano la corridicibilit e la pugilibi87

Cfr. Categorie 8, 10 a 29-32.


Categorie 1, 1 a 12-15. Si veda Supra, p. ***.
89 Esempio citato anche in Categorie 5.
90 Gli esempi del dromikoj e dello puktikj sono quelli gi presentati tra le qualit del secondo tipo in Categorie 8, 9 a 14-15.
91 S. Maso, Aristotele, Categorie 8, 10 a 11 - 11 a 39. Forma, qualit, relativi, in Bonelli - Guadalupe Masi, Studi sulle Categorie di Aristotele, p. 238.
88

177

lit, esistono invece dei nomi per la scienza dellatletica e per la scienza del pugilato (puktik pistmh lgetai ka palaistrik), e coloro che le possiedono derivano le loro denominazioni paronimicamente da esse: gli esperti
dellatletica (palaistriko) e gli esperti del pugilato (puktiko). Dunque, le
persone valide nellatletica e nel pugilato non derivano i loro nomi paronimicamente dallessere capaci di compiere le suddette attivit, ma dalla loro capacit di
acquisire tali arti attraverso lesercizio e la conoscenza92. Il pugilato e la ginnastica, infatti, [] designano non gi le attitudini innate, ma quel complesso di nozioni, di regole e di esercizi che costituiscono la scienza e larte93.
2. In altri casi, pur avendo le qualit un nome, le realt qualificate da esse non vi derivano paronimicamente il proprio nome. il caso delluomo moralmente retto (
spoudaoj), che si dice tale perch possiede la qualit della virt, ma non deriva
dal termine ret la propria denominazione. Questo - aggiunge Aristotele - accade in pochi casi.
In breve, [] la paronimia senzaltro la chiave principale per risolvere, in modo esplicito dal punto di vista linguistico, la relazione tra qualit ed ente qualificato; purtroppo non esaustiva94.

3. Caratteristiche della qualit


Nella terza sezione del capitolo [Categorie 8, 10 b 12-25], si presentano ed analizzano le caratteristiche attribuibili alle qualit. Come si vedr, delle tre presentate ed analizzate, esclusivamente lultima, e cio lessere detta simile e dissimile, propria
solo della qualit, e non attribuibile anche ad altre categorie.
3.1.Prima caratteristica: la qualit ha dei contrari
La prima caratteristica quella per cui c contrariet (nantithj) secondo la qualit. Questo viene mostrato per induzione a partire dagli esempi, luno riferito alle qualit
dellanima, laltro alle qualit del corpo95:
[] giustizia (dikaiosnh) il contrario di ingiustizia (dikv), e bianchezza
(leukthj) il contrario di nerezza (melanv), e lo stesso vale per le altre qualit96.

E se si d contrariet per le qualit, si dar contrariet anche per le realt qualificate corrispondenti, e cio quelle realt che, essendo determinate da una certa qualit, derivano
da essa il proprio nome in maniera paronimica. Questo accade perch ci che qualificato riceve la propriet di avere contrari propria della qualit; la qualit inclusa in ci
che viene da essa qualificato97. Cos
[] lingiusto (t dikon) contrario al giusto (t dikaJ), e il bianco (t leukn) al
nero (t mlani)98.

92

Cfr. Porfirio, In Cat., 135, 10 ss..


Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 78 n. 33.
94 Maso, Aristotele, Categorie 8, 10 a 11 - 11 a 39. Forma, qualit, relativi, p. 238.
95 Cfr. Simplicio, In Cat., 277, 25.
96 Categorie 8, 10 b 12-14.
97 Cfr. Simplicio, In Cat., 277, 22-23.
98 Categorie 8, 10 b 14-15.
93

178

Risulta evidente dagli esempi che le realt qualificate vengono denominate paronimicamente a partire dai nomi delle qualit e si trovano in una opposizione di contrariet
nei confronti delle realt qualificate secondo le qualit contrarie: lingiusto (dikon),
qualificato dallingiustizia (dikv), contrario al giusto (dikaJ), qualificato dalla
giustizia (dikaiosnh); bianco (leukn), qualificato dalla bianchezza (leukthj), contrario a nero (mlani), qualificato dalla nerezza (melanv). La contrariet, quindi, non appartiene solo alle qualit, ma anche a quanto viene qualificato in
virt delle qualit.
La contrariet allinterno della categoria della qualit risponde a una precisa regola
illustrata da Aristotele come segue:
[] se uno dei due contrari una qualit, anche laltro lo sar99.

Se la giustizia una qualit, anche il suo contrario, lingiustizia, lo sar. Non possibile, infatti, sussumere lingiustizia sotto nessunaltra categoria diversa da quella della
qualit, in cui si trova il suo contrario. Questa regola risulta chiara e consequenziale se
si osserva la definizione dei contrari che stata data nel Capitolo 6:
[] si definiscono contrarie le cose che hanno la massima distanza allinterno dello
stesso genere100.

Questa prima caratteristica, lammettere contrariet, non un proprio esclusivo della categoria della qualit per due ragioni:
1. la contrariet non sussiste in tutti i casi di qualit e, di conseguenza, in tutti i casi
di realt qualificate: ad esempio, il rosso o il giallo o altri simili colori, pure essendo delle qualit, non hanno nulla di contrario101;
2. la contrariet sussiste anche in categorie diverse da quella della qualit, quale
quella della sostanza e quella dei relativi.
Per quanto concerne la seconda ragione, si rinvia alla trattazione della contrariet nei
Capitoli 5 e 7102. Quanto, invece, al primo punto, la contrariet non ha luogo quando si
ha a che fare con degli intermedi. Anche questa regola discende dalla definizione dei
contrari data in Categorie 7, 6 a 17-18, sopra citata. Tra gli stati intermedi, e tra uno stato intermedio e un estremo non si pu mai avere una distanza massima; ne discende che
non si potr dare contrariet. Aristotele adduce, qui, degli esempi di colori intermedi: il
rosso e il giallo non hanno nulla di contrario, perch costituiscono delle intermediet tra
il bianco e il nero, unici contrari allinterno della qualit del colore. La contrariet non
ha luogo neppure tra gli stati intermedi che si riferiscono a sensi diversi da quello della
vista: non hanno contrario, ad esempio, il tiepido - la contrariet sussiste, infatti, solo tra
caldo e freddo - nella sfera del tatto, n il tono emesso pizzicando la corda mediana della lira - la contrariet sussiste, infatti, solo tra suono grave e suono acuto - nella sfera
delludito103.
Come osserva giustamente Simplicio104, non sussiste contrariet non solo in riferimento agli intermedi percepiti dai sensi, ma neppure in riferimento alle figure geometriche: al triangolo e al quadrilatero, ad esempio, nulla risulter contrario. Lammettere
99

Categorie 8, 10 b 17-18.
Categorie 7, 6 a 17-18.
101 Cfr. Categorie 8, 10 b 15-17.
102 Cfr. Supra, pp. ***.
103 Questi sono gli esempi presentati da Simplicio, In Cat., 277, 30-31.
104 Cfr. Simplicio, In Cat., 278, 26-27.
100

179

contrariet, quindi, s una caratteristica della qualit, ma non costituisce un proprio esclusivo.
3.2. Seconda caratteristica: la qualit ammette le differenze di grado
Una seconda caratteristica delle realt qualificate (t poi) quella di ammettere il
pi e il meno (t mllon ka t tton), e cio delle differenze di grado.
Questa seconda caratteristica consegue dalla prima, e cio dal fatto che c contrariet secondo la qualit. Dove c contrariet infatti, c anche la possibilit di ammissione
del pi e del meno105. Infatti, una realt qualificata dal colore bianco potr essere detta
pi o meno bianca di unaltra, e, parimenti, qualcosa di giusto pu essere detto pi o
meno giusto rispetto a qualcosaltro. E tali differenze di grado si verificano non solo nel
confronto di una realt con unaltra realt - un corpo bianco pu essere detto pi bianco
rispetto ad un altro -, ma anche allinterno di una stessa realt, tramite accrescimento
(pdosin) - un corpo bianco (leukn) pu diventare ancora pi bianco (leukteron) -,
oppure tramite riduzione. Chiaramente, il confronto di una realt con se stessa sotto lo
stesso rispetto della qualit - in questo caso, del colore bianco - pu avvenire, per il
principio di non contraddizione, solo in due momenti temporali diversi.
Poich, tuttavia, come si osservato pocanzi, non tutte le realt qualificate ammettono la prima caratteristica, e poich la seconda discende dalla prima, allora neppure
questa seconda caratteristica apparterr a tutte le realt qualificate. E, di fatto, per Aristotele, ci sono realt qualificate che non possono ammettere delle differenze di grado.
Questo vale, in particolare, per le qualit del quarto tipo: le figure geometriche non
possono n accrescere o diminuire la loro determinazione, n possono essere comparate
rispetto al pi e al meno106. Il quadrato, il triangolo, il rettangolo, e in generale tutte le
figure geometriche non possono:
1. ammettere il pi e il meno nel confronto con altre realt della stessa specie: il
quadrato, ad esempio, non pu essere detto pi quadrato rispetto ad un altro quadrato n il triangolo pu essere detto pi triangolo rispetto ad un altro triangolo;
2. accrescere o diminuire la loro determinazione rispetto a se stessi: un triangolo
non pu diventare pi o meno triangolo.
Queste due impossibilit derivano dal fatto che ci che accoglie la definizione di una figura geometrica non pu accoglierla in misura maggiore o minore, perch delle due
luna: o la accoglie oppure non la accoglie, tertium non datur. Cos, tutte le realt che
accolgono la definizione di quadrato, di triangolo, di rettangolo, di cerchio, etc., sono
tutte, rispettivamente, quadrati, triangoli, rettangoli, cerchi, allo stesso modo, senza nessuna possibilit di gradazione. E questo vale non solo per le figure geometriche, ma anche per tutte le realt qualificate secondo tali figure: non accolgono il pi e il meno e
non hanno accrescimento o riduzione ci che quadrato, ci che triangolare, ci che
rettangolare, etc., in quanto tali realt accolgono in loro la definizione della figura geometrica che le qualifica.
Non ci sar pi n meno neppure tra le realt che non accolgono una determinata definizione. Ad esempio, non si pu dire che il quadrato sia pi cerchio del rettangolo, dal
momento che n il quadrato n il rettangolo accolgono la definizione di cerchio107. La
definizione di triangolo non pu essere confrontata per mezzo di una relazione compara105

Cfr. Ammonio, In Cat., 89, 24 - 90, 3.


L. Sorbi, Aristotele. La logica comparativa, Leo S. Olschki Editore, Firenze 1999, p. 146.
107 Cfr. Categorie 8, 11 a 10-12.
106

180

tiva con quella della circonferenza; ossia il triangolo non pi circonferenza del quadrato108. E, pi in generale, non ci pu essere comparazione secondo il pi e il meno tra
due realt che non accolgono la stessa definizione109.
Intorno a questa seconda caratteristica sussiste unaporia che Aristotele riporta affermando che alcuni ne discutono110: se la giustizia e le altre virt, le scienze e le disposizioni che cadono sotto la categoria della qualit possano ammettere il pi e il meno. Si
potrebbe, infatti, facilmente osservare e sostenere che la giustizia non pu dirsi pi o
meno giustizia rispetto alla giustizia, n la salute della salute, n la grammatica della
grammatica, e cos via per tutte le altre virt e conoscenze. Daltro canto, si afferma, a
ragione, che un uomo pi giusto di un altro, che un uomo ha meno salute di un altro,
che un uomo conosce la grammatica meglio di un altro. Com possibile che la giustizia, la salute, la grammatica non abbiano possibilit di ammettere delle differenze di
grado, mentre ci risulta possibile in riferimento alla persona giusta, alla persona sana,
alla persona che possiede la conoscenza della grammatica? Questa divergenza non causa affatto problemi o contraddizioni, dal punto di vista di Aristotele, in quanto a non
ammettere gradazioni sono le qualit in s e per s considerate, mentre ad ammettere il
pi e il meno sono le realt qualificate secondo quelle qualit. In questa prospettiva, risulta del tutto coerente che, ad esempio, la virt della giustizia, in s considerata, non
ammetta differenziazioni di grado, in quanto ci che esprime massimamente la definizione di giustizia, essendo la giustizia stessa; la persona giusta, invece, pu partecipare
in grado maggiore o minore di quella virt, determinando cos la possibilit di una comparazione. solo negli enti che partecipano delle qualit che possono essere ammessi il
pi e il meno.
Secondo la testimonianza dei commentatori antichi, Aristotele discute qui di tale aporia perch si trattava di una questione su cui erano intervenuti diversi pensatori e diverse scuole. Su tale problematica si era continuato a indagare anche dopo Aristotele, di
modo che le posizioni a riguardo possono essere divise in quattro gruppi111.
1. La prima posizione quella attribuita ai Platonici e a Plotino112, secondo i quali
tutte le qualit e tutte le realt qualificate sono in grado di accogliere il pi e il
meno, dal momento che ogni ente materiale lo ; la materia, infatti, a causa della
sua connaturata indeterminatezza, pu sempre aumentare e diminuire.
2. La seconda posizione113 contraria alla prima, ed quella cui, secondo Porfirio e
Simplicio, fa riferimento lo Stagirita quando riporta che alcuni dubitano che la
giustizia ammetta una gradazione comparativa. Secondo tale posizione, alle qua108

Sorbi, Aristotele. La logica comparativa, p. 146.


Questa regola, che si attribuisce a tutte le realt che non accolgono la stessa definizione, vale, chiaramente, anche per le realt che appartengono alla categoria della sostanza. Ad esempio,
un uomo non pu essere detto pi o meno cavallo rispetto ad un cane, in quanto n luomo n il
cane accolgono la definizione di cavallo e si ha, pertanto, un nonsense. Una comparazione risulta impossibile.
110 Cfr. Categorie 8, 10 b 32-33.
111 La presentazione di queste quattro posizioni si trova in Simplicio, In Cat., 284, 12 - 285, 8,
che riprende chiaramente Porfirio, In Cat., 137, 25 - 138. Cfr. anche Boezio, 257 B.
112 Cfr. Plotino, Enneadi VI, 3, 20-39. In realt, in questo passo, mentre chiaro che ammettono
il pi e il meno le realt che partecipano delle qualit, quindi i qualificati, la questioni molto
pi incerta per ci che concerne le qualit stesse, come la salute e la giustizia. Cfr. Fleet,
Simplicius. On Aristotle Categories 7-8, pp. 182-183, n. 520.
113 Questa posizione, seconda in Simplicio, invece presentata per terza da Porfirio.
109

181

lit non competono il pi e il meno, e vede, dunque, sorgere unaporia nel momento in cui si osserva che, mentre laccrescimento e la riduzione non si hanno in
riferimento alle qualit stesse, questi hanno luogo in riferimento alle realt qualificate.
3. La terza posizione ricordata da Simplicio quella degli Stoici114, che distinguevano tra qualit che non crescono e non diminuiscono e che non ammettono il pi
e il meno (xij), come le virt - e, di conseguenza, anche le realt qualificate secondo tali quali qualit, anchesse non suscettibili di pi e di meno - e quelle che,
invece, li ammettono (diqesij), come le conoscenze tecniche, e di conseguenza
tutte le realt qualificate secondo tali quali qualit, anchesse suscettibili di pi e
di meno115.
4. La quarta posizione distingue tra qualit immateriali e separate e qualit materiali
e realt qualificate, e sostiene che le prime non ammettono il pi e il meno, le seconde, invece, li ammettono. Questa posizione si differenzia dalla prima in quanto quella non poneva la distinzione tra materialit e immaterialit qui decisiva116.
La posizione aristotelica prende le mosse dalla seconda posizione e offre una soluzione
allaporia prime non distinguendo tra qualit e realt qualificate. Le prime non ammettono il pi e il meno in quanto possiedono interamente tutte le determinazioni che fanno
di esse quelle precise qualit che sono; le seconde, invece, partecipano in misura maggiore o minore delle qualit e sono suscettibili, quindi, di comparazione.
Dopo la trattazione della caratteristica di ammettere il pi e il meno, in ogni caso, risulta chiaro che questa non un proprium della qualit perch:
1. non tutte le realt qualificate lammettono: si tratta, cio, di una caratteristica che
non ricopre interamente e non coincide perfettamente con linsieme delle realt
sussunte sotto la categoria della qualit;
2. tale caratteristica appartiene anche ad altre categorie, quali quella dei relativi117 e
quella dellagire e del patire118.

3.3. Terza caratteristica: la qualit si dicesimile e dissimile


Nessuna delle caratteristiche precedenti costituisce una peculiarit esclusiva della
qualit; il fatto di essere detta simile e dissimile, invece, appartiene solo a questa
categoria, un proprium.

114

Costituisce la seconda posizione nel testo di Porfirio.


Questa distinzione stoica fa capo ad una maggiore o minore perfezione attribuibile alle qualit. Una distinzione espressa anche a livello linguistico: mentre Aristotele ha usato i termini xij
e diqesij per distinguere ci che duraturo e permanente (xij) da ci che facile a rimuoversi (diqesij), gli Stoici hanno mutuato questi stessi termini per distinguere le qualit pi
perfette (xij), e cio le virt, da quelle meno perfette (diqesij), e cio le conoscenze tecniche. Cfr. Strange, Porphyry. On Aristotle Categories, p. 152, n. 486.
116 A questa quarta posizione Porfirio obietta che non esistono qualit immateriali, in quanto esse non sarebbero altro che sostanze.
117 Sul tema dellammissione del pi e del meno in riferimento alla categoria dei relativi, si veda
Supra, pp. ***.
118 Sul tema dellammissione del pi e del meno in riferimento alla categoria dellagire e del patire, si veda Infra, pp. ***.
115

182

Una cosa, infatti, si dice simile a unaltra solamente per il fatto che qualificata. Caratteristica propria della qualit, quindi, sarebbe che, in base ad essa, si dice il simile e il
dissimile119.

Il simile e il dissimile sono concetti peculiari ed esclusivi della qualit, proprio come
luguale e il disuguale lo sono della categoria della quantit, come stato detto in Categorie 6120.
Aristotele accorda, nei libri della Metafisica, ampio spazio alla riflessione intorno ai
concetti di identico, uguale e simile, perch essi sono i diversi significati che luno, di
applicabilit trans-generica, e
[] strettamente connesso a ciascuna delle categorie121,

[] assume nelle diverse categorie, cio lidentico (uno nella sostanza),il simile (uno
nella qualit), luguale (uno nella quantit), ecc. Tutti questi concetti, afferma Aristotele, sono oggetto della scienza dellente in quanto ente, cio della filosofia prima, perch
sono tutti attributi per s dellente e delluno. Poi ci sono i loro contrari, cio il contrario
delluno, che il molteplice, dellidentico, che il diverso, del simile, che il dissimile,
delluguale, che il disuguale, ecc. Anche questi concetti sono oggetto della scienza
dellente in quanto ente, perch i contrari sono sempre oggetto della stessa scienza122.
Alluno appartengono - come spiegammo nella nostra Divisione dei contrari123 lidentico, il simile e luguale; al molteplice appartengono invece: il diverso, il dissimile e il disuguale124.

Lessere uno si declina in modo differente a seconda della categoria in cui si trova: nella
sostanza individua lidentit, nella quantit individua luguaglianza, nella qualit individua la somiglianza.
Lo stretto nesso che Aristotele pone tra il dirsi simile e dissimile e la categoria
della qualit confermato dal fatto che preponderante il riferimento a questa categoria
in relazione al concetto di somiglianza nei luoghi della Metafisica in cui viene illustrata tale nozione, in particolare Metafisica D 9, 1018 a 15-18 e Metafisica I 3, 1054 b
119

Categorie 8, 11 a 16-19.
Cfr. Categorie 6, 6 a 26-27. Cfr. anche Supra, pp. ***.
121 Metafisica I, 3, 1054 a 14-15. Pur essendo strettamente connesso, al pari dellessere, a tutte
le categorie, non si esaurisce in nessuna di essa, proprio come lessere.
122 Berti, Profilo di Aristotele, p. 206.
123 Alessandro di Afrodisia, Commentario alla Metafisica di Aristotele, G 2 1003 b 32, p. 250,
13-20 Hayduck (= Testimonia Platonica, 39 B; cfr. K. Gaiser, Testimonia Platonica. Le antiche
testimonianze sulle dottrine non scritte di Platone, a cura di G. Reale con la collaborazione di
V. Cicero, Vita e Pensiero, Milano 1998), spiega come lidentico, il simile e luguale possano
essere riportati alluno, mentre i loro contrari, il diverso, il dissimile e il disuguale possano essere riportati al molteplice, e aggiunge che, per conoscere come quasi tutti i contrari si riducano
come a loro principio alluno e al molteplice, Aristotele rimanda alla Distinzione dei contrari
come allopera in cui ha trattato dellargomento, ma ne ha discusso anche nel secondo libro Intorno al Bene. Cfr. anche Alessandro di Afrodisia, Commentario alla Metafisica di Aristotele, G
2 1004 b 27 - 1005 a 2, p. 262, 18 ss. Hayduck (= Testimonia Platonica, 40 B Gaiser); PseudoAlessandro, Commentario alla Metafisica di Aristotele, I 3, 1054 a 29 Hayduck, (= Testimonia
Platonica, 41 B Gaiser). Sulla riconduzione di tutti i contrari alluno e alla molteplicit, si veda
J.N. Findley, Plato. The Written and Unwritten Doctrines, Routledge & Keganpaul, London
1974, trad it. Platone. Le dottrine scritte e non scritte. Con una raccolta delle testimonianze antiche sulle dottrine non scritte, Vita e Pensiero, Milano 1994, pp. 416-417.
124 Metafisica I, 3, 1054 a 29-32.
120

183

3-13125. In questi passi, vengono enumerati diversi significati di simile, la maggior


parte dei quali fa riferimento alle affezioni - che, come si visto -, sono un tipo di qualit. Il nesso tra somiglianza e qualit raggiunge lindissolubilit nel momento in cui Aristotele spiega che si dicono simili le realt
[] la cui qualit identica (poithj ma)126.

Sorge, allora, il problema di scoprire in quale modo una qualit possa essere detta identica, la stessa, una sola (ma). Stando ai modi in cui qualcosa pu essere detto identico
riportati in Metafisica D 9, 1018 a 13-14, la qualit potrebbe esserlo per numero, per
specie, per genere o per analogia. Ora, di certo non potr esserlo in quanto categoria,
e cio in quanto genere sommo: se le realt fossero dette simili solo in quanto ineriscono ad esse delle qualit, tutto sarebbe simile a tutto. Ma anche nel caso in cui la qualit
fosse la stessa per genere o per analogia, a causa delleccesso di ampiezza della comprensione, risulterebbe comunque difficile pensare a qualcosa che non sia simile, o, almeno, si tratterebbe di un livello di somiglianza molto vago. Stante il continuo slittamento tra i termini specie e genere127 cui Aristotele d luogo soprattutto in questo
Capitolo delle Categorie, resta arduo tentare di dire se la qualit sia identica per genere
oppure no. Se considerassimo come generi della qualit i quattro gruppi sopra divisi: 1.
abiti e disposizioni, 2. attitudini e inattitudini naturali, 3. qualit affettive, 4. figure e
forme, dovremmo credere che qualsiasi realt abbia un qualsiasi abito o una qualsiasi
forma e figura sia simile ad unaltra. In questa prospettiva, colui che ha la predisposizione a correre risulterebbe simile, ad esempio, allindividuo di salute cagionevole perch entrambi hanno unattitudine naturale a fare o patire qualcosa. Si tratta di una maglia, atta a connettere le realt, ancora molto ampia. E lo sarebbe ancora troppo se considerassimo simili le realt che possiedono delle qualit identiche per sottogenere. Se
ogni corpo fosse simile ad un altro per il fatto di avere un colore (che costituisce una
specie dellaffezione), risulterebbero simili tutte le realt estese, a prescindere dal loro
tipo di colore.
Simili risultano, invece, ad un livello pi determinato, le realt che possiedono una
qualit che la stessa per specie, e cio, ad esempio, quelle che
[] hanno unaffezione che una e identica per specie - per esempio il colore bianco -,
ma lhanno in grado maggiore o minore: e tali cose sono dette simili appunto perch
una la specie della loro affezione128.

In questo senso, [] si dicono simili ci che pi bianco e ci che meno bianco129,


a prescindere dalla loro sostanza. Ad esempio,
[] loro simile al fuoco in quanto giallo e rosso130.

125

Non posso, in questa sede, presentare i diversi significati di simile che Aristotele illustra in
Metafisica D 9, 1018 a 15-18 e Metafisica I 3, 1054 b 3-13. Rimando, pertanto, agli studi analitici dei luoghi citati: Aristotele, Metafisica, a cura di G. Reale..., vol. III, p. 239, pp. 485-486; S.
Tommaso dAquino, Commento alla Metafisica di Aristotele, vol. 3: Libri 9-12, PDUL Edizioni
Studio Domenicano, Bologna 2005, pp. 208-211.
126 Metafisica D 9, 1018 a 16-17.
127 Cfr. Supra, pp. ***.
128 Metafisica I 3, 1054 b 9-11.
129 S. Tommaso dAquino, Commento alla Metafisica di Aristotele, vol. 3: Libri 9-12, p. 211.
130 Metafisica I 3, 1054 b 13.

184

Nel risalire dalla qualit numericamente una alla specie fino al genere, passando per i
sottogeneri, assistiamo ad un incremento progressivo del livello di somiglianza che
sempre inversamente proporzionale al livello di dissomiglianza (chiaramente in riferimento alla stessa qualit). Questi due concetti, essendo contrari, sono relativi e si richiamano, quindi, costantemente a vicenda; sono luno il negativo dellaltro. Poich
Dissimili si dicono le cose nei sensi opposti a quelli del simile131,

risulteranno dissimili le realt la cui qualit non identica132, e non sar identica, a sua
volta, per numero, per specie, per sottogenere, per genere, a seconda dei casi. La somiglianza e la dissomiglianza dipendono luna dallaltra. Le realt simili dal punto di vista
di una qualit identica solo per genere saranno dissimili per sottogenere, per specie e
per numero; il che significa che ci troviamo di fronte a una somiglianza molto debole,
surclassata da una presenza massiccia di dissomiglianza. Viceversa, le realt simili dal
punto di vista di una qualit che identica per specie risulteranno simili, a fortiori, anche per sottogenere e per genere, e la presenza di dissomiglianza sar relegata solo alla
differenza numerica.

4. Alcune qualit sono anche dei relativi


Aristotele perfettamente consapevole di aver incluso, nel corso della trattazione
della qualit, anche dei relativi allinterno di questa categoria. Per questa sua lucida coscienza, prende posizione a riguardo affermando che una tale inclusione non deve assolutamente turbarci.
Di fatto, nel corso della trattazione, sono stati sussunti sotto la qualit gli stati abituali e le disposizioni, che sono, chiaramente, dei relativi: lo stato abituale sempre in riferimento a qualcosa, e la disposizione sempre disposizione di qualcosa. Tale situazione,
agli occhi di Aristotele per nulla critica o contraddittoria, viene spiegata e risolta attraverso due prove133. Innanzitutto, si deve notare che non sotto lo stesso rispetto che le
stesse realt sono ascritte a due categorie diverse. Occorre operare una distinzione tra i
generi e i casi specifici, particolari, ascrivibili al genere: in generale, si pu dire che i
primi (i generi) sono classificati sotto la categoria dei relativi, i secondi (i casi specifici)
sotto quella della qualit.
La prima prova che Aristotele adduce per dimostrare questo che la scienza, ad esempio, che un genere, sempre scienza di qualcosa e va ascritta, quindi, alla categoria dei relativi; i singoli casi della scienza, invece, cio le scienze specifiche, come la
grammatica, la musica, la geometria, non si dicono mai in relazione ad altro: non ha
senso parlare, ad esempio, di una grammatica di qualcosa (tinj grammatik) o di una
musica di qualcosa (tinj mousik). Ha senso, piuttosto, operare il nesso opposto: se
consideriamo tali casi individuali di scienza in rapporto al loro genere, sar del tutto
consono parlare della grammatica come scienza di qualcosa (tinj pistmh), cio
della normativit della lingua, e della musica come scienza di qualcosa, e cio dei
suoni. Dunque, mentre i generi sono dei relativi, i casi particolari non lo sono mai, ma,
in tutti questi casi, si presentano come delle qualit, precisamente della prima delle
quattro tipologie elencate nel presente Capitolo.
131

Metafisica D 9, 1018 a 19.


Cfr. Metafisica D 9, 1018 a 16-17.
133 Cfr. Porfirio, In Cat., 91, 5 ss..
132

185

La seconda prova si basa sul fatto che ciascuno di noi viene detto qualificato in base
alle singole scienze non perch partecipa del genere della scienza, ma perch possiede
una specifica e particolare scienza: la grammatica, la musica o la geometria. Solo la determinazione particolare in grado di qualificare un certo ente. E, dunque, ancora una
volta, le singole scienze, in base alle quali siamo detti qualificati, sono delle qualit, e
non dei relativi come i generi cui esse appartengono.
A queste due prove, Aristotele aggiunge una spiegazione ancora pi radicale: se anche
[] capitasse che la stessa cosa fosse sia una qualit sia un relativo, non sarebbe affatto
assurdo enumerarla in entrambi i generi134.

Non c nessun paradosso nel classificare sotto una categoria diversa quanto stato gi
sussunto sotto la categoria dei relativi, neppure se si trattasse della medesima cosa. Nel
nostro caso, tuttavia, mi sembra di poter dire che sono diversi gli aspetti e i punti di vista che riguardano la scienza intesa come genere e le singole conoscenze135.
La tassonomia aristotelica proposta in questa opera presenta delle maglie malleabili
ed elastiche che permettono, di volta in volta, un allargamento o un restringimento il cui
obiettivo quello di riuscire a dare conto, nel migliore modo possibile, della realt che
ci circonda. Ci che interessa Aristotele non certo la tenuta di un modellino teorico
da applicare al reale, quanto, al contrario, la ricerca di strumenti che permettano una
comprensione quanto pi esaustiva possibile, quindi, di fatto, quasi sempre solo sufficiente. Mi sembra, pertanto, di poter dire che la trasversalit che caratterizza il fatto che
le diverse aree di applicazione delle categorie interferiscono non sia un limite della dottrina aristotelica136, quanto, piuttosto, una ricchezza.

134

Categorie 8, 11 a 37-38.
[] bench nulla vieti che la stessa cosa rientri in pi categorie, non questo il caso presente; per gli abiti e le disposizioni, appartengono alla relazione soltanto i generi, ma non le specie che sono quelle che danno luogo ad effettive qualificazioni (Pesce, Aristotele. Le categorie, p.81 n. 47).
136 In questo senso sembra andare la posizione di Maso, Aristotele, Categorie 8, 10 a 11 - 11 a
39. Forma, qualit, relativi, p. 242 n. 23: peraltro chiaro che la trasversalit costituisce
un limite, stando allimpostazione gerarchico-classificatoria del sistema logico di Aristotele.
Questi infatti non ha provveduto a sviluppare una vera e propria Relationenlogik, cf. Oehler
1997, p. 324.
135

186

Capitolo Nono

Lagire e il patire

<. . . . . . . . . . . . . . . . . . .>
'Epidcetai dO ka t poien ka pscein nantithta ka t mllon ka t tton: t gr qermanein t ycein nanton ka t qermanesqai t ycesqai ka
t desqai t lupesqai: ste pidcetai nantithta. ka t mllon dO ka t
tton: qermanein gr mllon ka tton sti, ka qermanesqai mllon ka tton,
ka lupesqai mllon ka tton: pidcetai on t mllon ka t tton
t poien ka t pscein.
<. . . . . . . . . . . . . . . . . . .>
[`UpOr mOn on totwn tosata lgetai: erhtai dO ka pOr to kesqai n toj
prj ti, ti parwnmwj p tn qsewn lgetai. pOr dO tn loipn, to te potO
ka to po ka to cein, di t profan enai odOn pOr atn llo lgetai
sa n rc qh, ti t cein mOn shmanei t podedsqai, t plsqai, t dO
po oon n LukeJ, ka t lla dO sa pOr atn qh. - pOr mOn on tn
proteqntwn genn kan t erhmna: per dO tn ntikeimnwn, posacj ewqe
ntitqesqai, hton.]

<. . . . . . . . . . . . . . . . . . .>
Anche lagire e il patire accolgono i contrari e il pi e il meno. Di fatti, il riscaldare
contrario al raffreddare, lessere riscaldato allessere raffreddato, il provare piacere al
provare dolore. Di conseguenza, essi accolgono i contrari. E accolgono anche il pi e il
meno. Infatti, possibile riscaldare in misura maggiore o minore, e lessere riscaldato in
misura maggiore o minore, e provare dolore in misura maggiore o minore. Lagire e il
patire, quindi, accolgono il pi e il meno.
<. . . . . . . . . . . . . . . . . . .>
[Sulle categorie, quindi, stato detto tutto ci. Abbiamo parlato anche del giacere
nella trattazione dei relativi, affermando che si dice in modo paronimo a partire dalle
posizioni. Quanto alle categorie rimanenti - il tempo, il luogo e lavere -, poich sono
chiare, non si dir nullaltro su di esse se non ci che stato detto allinizio: che lavere
significa il calzare le scarpe, lessere armato; il luogo, significa, ad esempio, nel Liceo,
e cos via tutte le altre cose che sono state dette intorno a queste categorie].

Sommario
In questa sezione, Aristotele presenta le categorie dellagire e del patire, espresse,
come si pu vedere dagli esempi, dalle forme attive e passive del verbo. Due sono le
propriet che vengono attribuite a tali categorie: 1. il possedere un contrario, 2.
lammettere il pi e il meno. A questo punto, la trattazione sembra interrompersi in mo-

do brusco, per essere ripresa in un testo giudicato come un raccordo di un compilatore


posteriore e che, per tale inautenticit, gli editori moderni riportano tra parentesi quadre.
In questa parte, sono menzionate sommariamente le categorie del giacere (kesqai), del
tempo (potO), del luogo (po) e dellavere (cein), le quali vengono dichiarate cos
chiare da non necessitare di una trattazione ulteriore.

1. Agire e patire, giacere, tempo, luogo, avere


Dopo aver trattato quattro dei dieci generi sommi enumerati allinizio dellopera, la
sostanza, la quantit, i relativi, la qualit, i quali hanno richiesto una trattazione ampia
e particolareggiata, Aristotele tratta, in questa sezione, dellagire e del patire, e menziona brevemente le restanti quattro categorie: il giacere, il tempo, il luogo, lavere. Secondo quanto scrive Simplicio, Aristotele avrebbe potuto parlare in maniera pi diffusa delle restanti categorie, ma la sua breve trattazione, in unopera che si presenta come
unintroduzione, sufficiente a presentare il loro significato generale, esposto attraverso
degli esempi, in modo che gli studenti, esercitandosi a sussumere le cose sotto i generi
sommi corrispondenti, si rendessero conto essi stessi del funzionamento delle categorie1. La stessa esposizione attraverso esempi, tuttavia, potrebbe costituire, al contrario,
non unintroduzione, ma uno scritto che fungeva da strumento didattico utile a chi assisteva alle lezioni. Questa seconda ipotesi spiegherebbe, a mio avviso, il carattere fortemente ellittico di alcuni passaggi delle Categorie.
Il fatto che Aristotele non avesse bisogno di presentare, in questa opera, una trattazione maggiormente articolata intorno alle suddette categorie, testimoniato anche dalle
analisi delle stesse che lo Stagirita inserisce in altri luoghi dei suoi scritti. Simplicio2 e
Porfirio3 sono concordi nellattestare che delle categorie dellagire e del patire si tratta
nel De Generatione et Corruptione4, e qualcuno ha persino ipotizzato che Aristotele abbia scritto unopera specifica sullagire e sul patire, essendo difficile pensare che egli
le abbia voluto liquidare in cos poche battute5; della categoria del tempo e di quella

Simplicio, In Cat., 295, 6-10 ss. Cfr. Boezio, 261 C.


Simplicio, In Cat., 295, 10 ss.
3 Porfirio, In Cat., 141, 15 ss.
4 Cfr. De Generatione et Corruptione, I 7, 323 b 1 ss.
5 Si tratta di Trendelenburg, La dottrina delle categorie, p. 221, il quale asserisce che diversi
indizi inducono a formulare lipotesi dellesistenza di uno scritto aristotelico sullagire e sul patire. In De Anima II 5, 416 b 35 - Alcuni affermano che il simile patisce dal simile; abbiamo
gi spiegato come questo sia possibile o impossibile nella trattazione generale (n toj kaqlou lgoij) attorno allagire e al patire (per to poien ka pscein) -, c un rimando a un
passo che, come detto pocanzi, gli interpreti hanno additato in De Generatione et Corruptione I
7, 323 b 1. Tuttavia, la medesima questione trattata nel luogo del De Anima viene qui discussa
in termini fisici senza che questi assumano quel carattere di universalit cui sembra alludere la
citazione (Trendeleburg, La dottrina delle categorie, p. 221). Anche De Generatione Animalium IV 3, 768 b 15 - Di questo si trattato nella trattazione specifica sullagire e sul patire (n
toj per to poien ka pscein diwrismnoij): a quali esseri appartengono lagire e il patire - sembra rimandare a uno scritto che, secondo Trendelenburg, avrebbe come titolo appunto:
Per to poien ka pscein (Sullagire e il patire); neppure in questo caso, infatti, secondo
lo studioso tedesco, potrebbe trattarsi del luogo suddetto del De Generatione et Corruptione in
quanto l non si parla del tema cui qui si accenna. Inoltre, egli aggiunge che nel catalogo degli
2

188

del luogo si tratta nella Fisica6, e di tutte queste categorie si tratta anche nella Metafisica7.
Simplicio spiega lellitticit delle Categorie e lanalisi di alcuni concetti menzionati
in questa opera e trattati in altre con il fatto che, per quanto concerne lespressione significante, i principi sono stati resi chiari in questo trattato logico che costituito dalle
Categorie; per quanto riguarda, invece, gli oggetti significati, se ne ha unappropriata
esposizione nella Metafisica8.

2. Caratteristiche dellagire e del patire


Aristotele tratta insieme delle categorie dellagire e del patire perch esse coesistono
nello stesso tempo, nel senso che dove esiste luna esiste anche laltra. Si tratta, in breve, di due categorie che vanno lette e comprese in coppia. In questo modo, inoltre, come
sottolineano Filopono e Simplicio, gli studenti avrebbero potuto comprendere che queste due categorie non si sarebbero dovute confinare in generi completamente separati e
senza possibilit di comunicare, ma erano cos vicine da poter essere disposte anche tra i
relativi9.
Una tesi che trova consenziente la maggior parte degli studiosi quella per cui Aristotele avrebbe ricavato le categorie dellagire e del patire dalle forme attive e passive
del verbo, basandosi, dunque, sulla struttura linguistica del greco10. Una tesi che, persino nel momento in cui venisse evidentemente legittimata come vera, potrebbe illuminare il momento euristico della struttura categoriale da parte di Aristotele, ma non certo
pretendere di valutare il valore delle categorie riducendole a un piano meramente linguistico.
Il passo aristotelico riporta immediatamente, senza preamboli, le caratteristiche che
possono essere attribuite alle categorie dellagire e del patire.
scritti aristotelici riportati da Diogene Laerzio, V, 22, viene menzionato il titolo Per to
poien ka peponqnai.
6 Cfr. Fisica, 208 a 27 ss.
7 Cfr. Metafisica D 21, 1022 b 15 ss; 23, 1023 a 8 ss; H 6, 1045 b 26 ss; K 12, 1068 a 8 ss.
8 Cfr. Simplicio, In Cat., 295, 15.
9 Cfr. Filopono, In Cat., 165, 22 - 166, 26; Simplicio, In Cat., 261, 1 ss. Per testimoniare ulteriormente la possibilit di slittamento e spostamento delle diverse categorie, Simplicio aggiunge che un certo interprete, additato in Archita, ha, invece, collocato la categoria dellavere e
quella del luogo prima di quelle dellagire e del patire, con la motivazione che, siccome tutte le
cose che si muovono si muovono verso un determinato luogo, e poich lagire e il patire sono
dei movimenti in atto, allora il luogo, nel quale lagire e il patire si danno, deve esistere prima di
essi. seguendo Giamblico che Simplicio identifica tale interprete con il pitagoreo Archita (cfr.
R. Gaskin in Simplicius, On Aristotle Categories 9-15, Duckworth, London 2000, p, 190, n. 10).
In realt, tuttavia, i testi cui Simplicio si riferisce come derivanti dal pitagorismo del secolo IV
risalirebbero, invece, a un trattato sulle categorie di origine peripatetica e risalente al I o II secolo d. C. Si veda P. Moraux, Der Aristotelismus bei den Griechen, vol. 2, De Gruyter, Berlin/New York 1984, pp. 608-623. Questo trattato, riportato in modo frammentario da Simplicio,
pu essere letto in H. Thesleff, The Pythagorean Texts of the Hellenistic Period, Abo Akademi,
Abo 1965, e in T. Szlezz, Pseudo-Architas ber die Kategorien, Berlin/New York 1972.
10 Cfr, Oehler, Aristoteles Kategorien, p. 267. Cos anche Pesce, Aristotele, Categorie, p.
83: Le categorie del fare e del patire sono evidentemente ricavate, come chiariscono gli esempi, dalle forme attive e passive del verbo.

189

2.1. Prima caratteristica: lagire e il patire ammettono contrari (Categorie 9, 11 b 14)


Riscaldare (t qermanein) e raffreddare (t ycein) sono contrari ed entrambi appartengono alla categoria dellagire; essere riscaldato (t qermanesqai) contrario a
essere raffreddato (t ycesqai), ed entrambi appartengono alla categoria del patire,
come anche il provare piacere (t desqai) contrario al provare dolore (t
lupesqai).
stato osservato come, in questo caso, Aristotele sembri esprimersi in modo piuttosto frettoloso, senza curarsi nemmeno di aggiungere la riserva che non si tratta di un carattere comune, attribuibile a tutti gli elementi sussumibili sotto le categorie dellagire e
del patire11. La caratteristica si adatta, infatti, agli esempi qui riportati, ma non al tagliare e al bruciare e allessere tagliato e allessere bruciato che pure Aristotele adduce in
Categorie 2 a 3-4 per illustrare le categorie dellagire e del patire. In quei casi, infatti,
risulta difficile, se non impossibile, pensare a dei contrari12. Lattribuzione della propriet di accogliere i contrari allagire e al patire, come riportata nel passo di Categorie
11 b 1-4, sembra, pertanto, estendere alle intere categorie una caratteristica che appartiene solamente ad alcune specie di esse. Laccogliere i contrari non solo non appartiene
in modo esclusivo allagire e al patire, ma non appartiene neppure a tutti i casi inclusi in
queste due categorie13. A quali casi sussunti sotto le due categorie appartiene, allora, la
propriet di accogliere i contrari? Gli esempi addotti da Aristotele sembrano far riferimento a verbi che si riportano ad aggettivi qualificativi, e precisamente alle coppie: caldo/freddo, piacevole/doloroso e, come sappiamo da Categorie 8, le qualit ammettono
contrari14.
2.2. Seconda caratteristica: lagire e il patire ammettono il pi e il meno (Categorie 9,
11 b 4-8)
Per illustrare questa seconda caratteristica dellagire e del patire, Aristotele riprende
gli stessi esempi portati in riferimento alla prima propriet. possibile riscaldare (qermanein) in misura maggiore o minore, essere riscaldati (qermanesqai) in misura
maggiore o minore, e provare dolore (lupesqai) in misura maggiore o minore.

11

Cfr. Pesce, Aristotele, Categorie, p. 83.


Si potrebbe forse obiettare che contrario del tagliare cucire, o unire, e che contrario
dellessere tagliato essere cucito od essere unito; ma, propriamente, queste determinazioni esprimono la contrariet del tagliare e dellessere tagliato non gi nella specificit caratteristica
delle nozioni che tali verbi indicano, bens nella genericit della valenza del separare che appartiene anche ad altri verbi: ad esempio, a squartare, recidere, segare, dividere, ecc. ed
ai relativi passivi (Zanatta, Aristotele, Categorie, p. 635)
13 Cfr. Simplicio, In Cat., 296, 30 ss. Il parlare, lo scrivere e il costruire, ad esempio, pur appartenendo alla categoria dellagire, non si trovano mai in uno stato di contrariet rispetto a qualcosa.
14 Cfr. Pesce, Aristotele, Categorie, p. 83: [] gli esempi addotti in questo capitolo [] sono scelti tra verbi che si riportano ad aggettivi qualificativi (alle coppie caldo-freddo e piacevole-doloroso) che, come sappiamo, ammettono e contrariet e pi e meno.
12

190

3. Lagire e il patire e la categoria della qualit


Per comprendere meglio il rapporto tra lagire e il patire e la categoria della qualit,
utile seguire la spiegazione di Simplicio15. La categoria dellagire esprime
unoperazione, mentre la categoria del patire esprime unaffezione (pqoj), non, per,
in riferimento al carattere della passione (pesij) - dal momento che questa una qualit -, ma rispetto al movimento della passione (pesij). Simplicio afferma che Aristotele
omette tale spiegazione in quanto si tratta dellovvia concezione di questa coppia di categorie. Le contrariet degli esempi addotti da Aristotele si costituiscono in conformit
con delle qualit contrarie (ad esempio, la qualit caldo contraria alla qualit freddo);
e poich dai contrari seguono contrari, ne discende che: 1. la contrariet avr luogo nella
categoria dellagire, qualora lagire sia costituito come operazione di quei generi che
ammettono contrariet; 2. se la contrariet ha luogo nella categoria dellagire, lo avr
anche in quella del patire, perch ci che viene operato dallagente ci che viene patito
dal paziente. Lazione dunque ha una duplice valenza: ci sono azioni che hanno il proprio contrario nel patire, come nel caso del riscaldare - lelemento che scalda scalda la
cosa scaldata -; altre, invece, sono assolute, come nel caso del costruire, del parlare e
dello scrivere, nei quali non sussiste uno stato di contrariet. I contrari, dunque, non sono il segno distintivo dellagire e del patire, ma appartengono solo a quegli elementi
che, in riferimento alloperazione o allaffezione, possono essere annoverati tra le cose
che accolgono contrariet.
2. Seconda propriet: Lagire e il patire ammettono il pi e il meno (Categorie, 11 b
4-8). Infatti, possibile riscaldare ed essere riscaldati, o raffreddare ed essere raffreddati, in misura maggiore o minore, dal momento che il pi e il meno nelle qualit stesse
del caldo e del freddo16. Anche nel caso di questa caratteristica, dunque, le categorie del
fare e del patire non la posseggono in s, ma, per cos dire, in maniera derivata, per il
fatto che ammettono il pi e il meno le qualit cui i verbi fanno riferimento.

4. Lagire e il patire in Metafisica D 15


Il passo delle Categorie in cui Aristotele tratta dellagire e del patire appare in disaccordo con quanto si legge in Metafisica D 15. Qui, infatti, lo Stagirita presenta un tipo di
relazione che ricorda da vicino il rapporto che si instaura tra lazione e la passione lette
nelle Categorie.
Scrive Aristotele in Metafisica D 15, 1020 b 26-30:
In un altro senso, si dicono relative le cose che stanno fra loro come ci che pu riscaldare rispetto a ci che pu essere riscaldato, o ci che pu tagliare rispetto a ci che
pu essere tagliato e, in generale, lagente (t poihtikn) rispetto al paziente (t paqhtikn).

e ancora in Metafisica D 15, 1021 a 14-26:


Lattivo (t poihtik) e il passivo (t paqhik) sono fra loro in relazione secondo la
potenza attiva e la potenza passiva (kat dnamin poihtikn ka pawhtikn) e le
attualit di queste: per esempio, ci che pu riscaldare (t qermantikn) in relazione
a ci che pu essere riscaldato secondo la potenza, mentre, a sua volta, ci che riscalda

15
16

Cfr. Simplicio, In Cat., 296, 10 ss.


Cfr. Simplicio, In Cat., 297, 1 ss.; Filopono, In Cat., 166, 33 - 167, 9.

191

(t qermaon) in relazione a ci che riscaldato (t qermainmeon) e ci che taglia


in relazione a ci che tagliato secondo latto.

Confrontando le due trattazioni, possiamo notare due discrepanze, di cui luna immediata, laltra conseguente alla prima. 1. Lagire e il patire, che nel nostro scritto vengono
presentate come due diverse categorie, qui sono comprese nella stessa categoria, quella
della relazione. Fu forse per la discrepanza tra questi testi della Metafisica e quello delle
Categorie che gi nellantichit fu sollevata la questione sul perch lagire e il patire
fossero due categorie distinte e non cadessero, piuttosto, entrambe sotto lunica categoria della relazione17. 2. Poich Aristotele mostra come i relativi non possano presentare
contrariet18, in quanto relativi e contrari sono due tipi diversi di opposizione che non
possono identificarsi19, affermando che lagire e il patire sono dei relativi, si asserisce,
di conseguenza, che essi non possano ammettere contrari, il che in contraddizione con
quanto espresso in Categorie, 11 b 1-4. Ora, che delle medesime determinazioni siano
indicate come esempi della propriet del fare e del patire di ammettere la contrariet e
siano anche annoverate sotto unaltra categoria che esclude assolutamente tale rapporto,
costituisce indubbiamente una difficolt20.
Prima di tutto, si potrebbe obiettare che, nel testo della Metafisica, si fa riferimento
alle nozioni di potenza e atto, che non sono presenti nella nostra opera. Questo fatto non
basta a giustificare, tuttavia, lincongruenza dei due testi perch la relativit degli esempi addotti da Aristotele risulta anche a prescindere dai chiarimenti che la dottrina della
potenza e dellatto comporta. La relazione, come si vede, non deve limitarsi alla potenza e al suo oggetto, ma deve estendersi egualmente allagire e al patire effettuali21. Un
relativo tale nella misura in cui il suo essere coincide con lo stare in un determinato
rapporto rispetto a qualcosaltro, ed conoscibile nella misura in cui si conosce in che
tipo di rapporto esso sta rispetto a ci cui si riferisce22. Seguendo tale ragionamento,
lagire e il patire risultano essere dei relativi, in quanto ci che agisce agisce su qualcosa, e lagire si riferisce a ci che subisce, e per conoscere in modo determinato ci che
agisce in quanto, appunto, agente, si deve conoscere in modo determinato ci che subisce lazione23.
, in ogni caso, impossibile sussumere totalmente lagire e il patire sotto la categoria
dei relativi. Lessere dellagire e del patire non consiste nella relazione che intercorre
tra luno e laltro elemento. Non si pu, infatti, ridurre il loro essere a una mera relazione, come fossero la destra e la sinistra. C qualcosa di addizionale che sopraggiunge
nellessere grazie ad essi, in riferimento al quale un componente si caratterizza come
agente, e laltro come paziente. Simplicio spiega il rapporto che intercorre tra i relativi e
lagire affermando che, in generale, lagire si dice in riferimento a un agente, a qualcosa
che opera, ma non ogni operazione si dice in relazione a qualcosa che patisce. Ci sono,
infatti, delle azioni per cos dire assolute, come parlare, correre, leggere, che non possono in alcun modo essere messe in relazione a qualcosa che patisce e che quindi non
possono cadere sotto la categoria dei relativi. Si potrebbe obiettare che, al camminare
delluomo, il terreno subisce dei mutamenti; ma non per questo fatto che il camminare
17

Cfr. Simplicio, In Cat., 299, 1 ss.


Cfr. Categorie 7, 6 b 15.
19 Cfr. Categorie 6, 5 b 10; Categorie 10, 11 b 32 ss.
20 Zanatta, Aristotele, Categorie, p. 637.
21 Trendeleburg, Dottrina delle categorie, p. 222.
22 Cfr. Categorie 7, 8 a 31-37.
23 Cfr. Apostle, Aristotles Categories and Propositions (De Interpretatione), p. 87.
18

192

viene considerato un agire, ma in virt del movimento che esso rappresenta; similmente, il patire dolore o il diventare nero o bianco sono considerati casi del patire non in
virt della loro relazione con gli agenti che provocano questi stati, ma in virt del modo
in cui essi si presentano24. Come ben spiega Filopono, infatti, lagire e il patire hanno
luogo grazie a un sostrato comune che il movimento, mentre i relativi hanno bisogno
di almeno due soggetti, i relata implicati nella relazione25. Pu accadere che qualche agire e qualche patire coinvolgano due o pi soggetti, ma si tratta di un fatto accidentale
e non essenziale; ragione per cui lagire e il patire non possono essere fatti completamente coincidere con la relazione.
Lagire (t poien) e il patire (t pscein), in s e per s considerati, nella loro assolutezza, e non come propriet di una determinata cosa, costituiscono due generi completamente separati, e, in quanto tali, sono giustamente presentati da Aristotele come due
distinte categorie. Ma ci che vale per i generi e per le nozioni concettuali assolute di
agire e patire non detto che valga, senza modificazioni, per le specie e per le singole
determinazioni del fare o del patire26. Questultime, infatti, possono essere, per cos dire, suddivise in due gruppi:
1. le determinazioni assolute, come parlare, correre, leggere, che:
1.1. non possono essere messe in relazione a qualcosa che patisce e che quindi non
possono cadere sotto la categoria dei relativi;
1.2. che neppure possono avere dei contrari o ammettere il pi e il meno (perch o si
parla oppure non si parla, e tertium non datur, non ci possono essere delle gradazioni come per il riscaldare o il raffreddare, lo schiarire e lo scurire);
2. le determinazioni non assolute:
2.1. relative, come le coppie riscaldare/essere riscaldato, tagliare/essere tagliato e, in
generale, agente/paziente;
2.2. le determinazioni derivanti da aggettivi qualificativi (alle coppie caldo/freddo,
piacevole-doloroso) che ammettono sia la contrariet sia il pi e il meno.
Il primo gruppo , per cos dire, dato per scontato, poich incluso gi nel fatto che le
categorie dellagire e del patire sono separate e assolute: per questo Aristotele non ne
presenta degli esempi in Categorie 9, semplicemente perch non ve ne bisogno; ed
ovvio che non rientra nella trattazione di Metafisica D 15, dedicata ai relativi, perch
non costituisce nessun tipo di relazione. Il secondo gruppo, invece, ci che deve essere
spiegato perch questo tipo di determinazioni, pur appartenendo a due distinte categorie,
hanno in qualche modo dei punti di contatto e, dunque, ammettono delle relazioni, e non
sono assolute, ma ammettono contrariet e il pi e il meno. A questo secondo gruppo
appartengono quelle azioni che possono essere riportate ad aggettivi qualificativi (alle
coppie caldo/freddo, piacevole-doloroso) che ammettono sia la contrariet sia il pi e il
meno, e quelle azioni che possono essere sussunte sotto i relativi, come le coppie riscaldare/essere riscaldato, tagliare/essere tagliato. Ora, poich questo secondo gruppo deve
24

Trendelenburg riporta come definitivo il commento di Simplicio attorno alla problematica.


Cfr. Trendelenburg, Dottrina delle categorie, p. 222: Simplicio [] ha affermato che lagire
e il patire, concepiti ciascuno per s, non sono implicati in una semplice relazione. Lagire produrrebbe qualcosa; nella fattispecie, ci sarebbero attivit che si limitano al soggetto, per esempio
camminare, correre (peripaten, trcein). Infine, un concetto potrebbe in generale cadere
sotto la relazione senza che la stessa cosa accada per le sue specie, come per esempio nel caso di
scienza e di grammatica (pistmh e grammatik).
25 Cfr. Filopono, In Cat., 165, 22 - 166, 26.
26 Cfr. Zanatta, Aristotele, Categorie, pp. 638-639.

193

rientrare allinterno delle categorie di agire e patire, occorre che queste abbiano la facolt di ammettere la contrariet e il pi e il meno, che quanto Aristotele afferma, il che
non vuol dire che queste due caratteristiche siano sempre presenti necessariamente in
tutti i casi come qualit essenziali dellagire e del patire. Questo dimostrato anche dal
fatto che il Filosofo non attribuisce, alle due categorie, la contrariet e il pi e il meno
simpliciter, ma adduce degli esempi che riguardano sia il caso delloperazione sia il caso dellaffezione, e gli esempi che Aristotele sceglie non sono certo casuali, ma i pi
appropriati alle categorie di cui sta trattando27.
Quanto alla caratteristica della contrariet, la contraddizione prima rilevata non sussiste, perch non sotto il medesimo rispetto che il riscaldare, che un agire, ad esempio, relativo e contrario; esso contrario al raffreddare, anchesso un agire, ed relativo a essere raffreddato, che invece un patire. Il testo delle Categorie e quello della
Metafisica trattano, pertanto, di due tipi di rapporto ben diversi28. In altri termini, la
contrariet e il pi e il meno si trovano allinterno della stessa categoria che si sta prendendo in considerazione, allinterno, cio, dellagire o del patire: il riscaldare, che un
agire, contrario al raffreddare, che anchesso un agire, e ci si pu riscaldare in misura maggiore o minore. La relazione, invece, cos come presentata in Metafisica 15, ha
luogo solamente nel rapporto tra una determinazione appartenente allagire, il riscaldare, e una appartenente al patire, lessere riscaldato.
Che, nel caso delle categorie, si parli di nozioni in s e per s considerate, nella loro
assolutezza, e non come propriet di una determinata cosa e che, invece, nel caso degli
esempi riportati sia nel testo delle Categorie sia in quello della Metafisica, si tratti le
singole determinazioni del fare o del patire, delle singole operazioni e affezioni, dimostrato anche linguisticamente dai termini che Aristotele utilizza: nel primo caso, fa uso
dellinfinito sostantivato (t poien; t pscein); nel secondo caso, fa uso di participi e
aggettivi verbali (poion; pscon; poihtikn; paqhtikn).
Inoltre, lopposizione che fa dellagire e del patire in s considerati due categorie diverse viene superata negli esempi pratici di azioni e passioni, operazioni e affezioni, che
Aristotele in altri luoghi delle sue opere. In De Anima II 5, 416 b 32 - 417 b 6, ad esempio, si dice che la percezione un patire e che essa non sarebbe possibile senza lazione
esercitata da un oggetto esterno; tale patire non altro che un progresso verso la vera
natura della percezione stessa, verso la propria entelechia29. In un certo senso, dunque,
qui laffezione e latto si intersecano30. In De Anima III 2, 426 a 9, lazione e la passione
vengono presentate in un rapporto ancora pi stretto, tanto che esse coesistono nel paziente e in ci che viene realizzato:
Lazione (pohsij) e la passione (pqhsij) si trovano in ci che subisce ( t
psconti)

e il rapporto ancor pi radicalizzato in Fisica III 3, 202 b 11-14:

27

Simplicio, In Cat., 299, 30 ss. accetta qui la risposta di Giamblico.


Cfr. Zanatta, Aristotele, Categorie, p. 639.
29 Cfr. De Anima, II 5, 417 b 6: ej at gr pdosij ka ej ntelceian.
30 [] lalterazione e, con ci, il patire, si rivelano soltanto un progresso verso la vera natura
della percezione stessa: patendo, infatti, la percezione raggiunge il suo proprio fine e la sua propria essenza. La vista, per esempio, patisce a partire dai colori che vede, ma, mentre patisce, realizza appunto la sua essenza. Nel cuore del patire, in altre parole, qui presente un agire.
(Trendelengurg, Dottrina delle categorie, p. 228).
28

194

[] lagire (t poien) e il patire (t pscein) sono la stessa cosa (t at sti), non


perch sia unica la definizione che esprime la loro essenza [], ma perch sono in
rapporto tra loro come la strada che da Tebe porta ad Atene, e da Atene porta a Tebe.

In questi passi evidente come La realt dellagire e del patire si manifesta nella stessa
cosa, e precisamente in ci che viene realizzato. [] come da Tebe ad Atene e da Atene
a Tebe la strada la stessa, sebbene le due cose siano diverse secondo il concetto, allo
stesso modo agire e patire, sebbene differenti, vengono a coincidere.
Nellapprendimento lagire del maestro e il patire del discepolo si fondono in unit.
Nellatto delludito si manifesta la realt del suono agente e delludito ricettivo (paziente)31.
Lagire e il patire, dunque, in s considerati, come categorie, sono due cose distinte e
separate; considerati, invece, fenomenicamente in termini fisici, possono addirittura venire a coincidere nella stessa cosa. Per tale motivo, nel dare conto della realt, risulta
molto difficile poter offrire una sussunzione esclusiva e definitiva rispetto alla categoria
corrispondente. Tuttavia, per non rinunciare alla sussunzione e, dunque, a una classificazione dellessere, Aristotele quasi estremizza le differenze tra i due concetti facendone due categorie bene distinte32. Il Filosofo assume due diversi punti di vista: sul piano della formalizzazione ontologica, lagire e il patire costituiscono due categorie distinte; sul piano fisico-fenomenico, essi non possono essere radicalmente distinti. E, infatti,
come spiega Aristotele stesso in Fisica III 3, 202 b 16-22, dal fatto che, a livello fenomenico, lazione e la passione coesistano in una realt, quella di ci che subisce, non
segue che, eo ipso, limparare si identifichi, a livello concettuale, con linsegnare o che
percorrere il tragitto da Tebe ad Atene sia lo stesso che percorrerlo da Atene a Tebe:
Se ci che si insegna (ddaxij) si identifica con ci che si impara (maqsei), non vuol
dire che anche limparare (t manqnein) si identifichi con linsegnare (t
didskein), come, se anche la distanza che separa due oggetti sia unica, non vuol dire
che il trovarsi in una estremit o in unaltra della distanza stessa sia la stessa cosa. In
generale, in senso proprio (kurwj), linsegnamento identico allapprendimento n
lapprendimento allinsegnamento, n lazione (pohsij) alla passione (pqesij), ma a
ci cui queste cose appartengono, il movimento. Secondo il ragionamento (t lgw),
infatti, lessere latto di qualcosa su qualcosaltro differisce dallessere atto di qualcosa
da parte di qualcosaltro.

5. Collocazione della trattazione


Molti commentatori riportano, come intestazione del presente capitolo delle Categorie, la titolazione Sullagire e sul patire, titolazione che, come anche per tutti gli altri titoli delle sezioni, secondo Simplicio33, non presente nel testo aristotelico. Di opinione
contraria , invece, Filopono34, il quale attribuisce il titolo ad Aristotele stesso.
I commentatori antichi si sono interrogati sulla posizione della trattazione dellagire e
del patire rispetto alle altre categorie, e a essi, in particolare a Filopono e a Simplicio,
31

Trendelengurg, Dottrina delle categorie, p. 228.


Trendelengurg, Dottrina delle categorie, p. 229.
33 Cfr, Simplicio, In Cat., 208, 5. Sulla trattazione delle categorie dellagire e del patire da parte
di Simplicio, si veda N. Vamvoukakis, Les catgories aristotliciennes daction et de passion
vues par Simplicius, in P. Aubenque (ed.), Concepts et catgories dans la pense antique, Paris
1980, pp. 253-269.
34 Cfr. Filopono, In Cat., 166, 31-32.
32

195

sembrato che la collocazione migliore sia stata quella immediatamente successiva


allesposizione della qualit in quanto lagire e il patire esistono in riferimento alla qualit di qualcosa35. Lagire, tuttavia, sembra esistere anche in riferimento alla sostanza,
come, ad esempio, nel caso del generare e del costruire edifici36, ma anche in riferimento alla quantit, come, ad esempio, nel caso del contare, e, infine, in riferimento alla relazione, poich lagire e il patire stessi sono dei relativi37. Di conseguenza, come auspica Simplicio, sarebbe pi appropriato affermare che la trattazione dellagire e del patire
trova collocazione immediatamente dopo quelle delle prime quattro categorie perch intrinsecamente connesse ad esse, in quanto costituiscono lnrgeia, lazione, e il pqoj,
laffezione, che si attribuisce a una realt soggiacente (parxij)38. Simplicio aggiunge
una motivazione ulteriore rispetto a quella riportata anche da Filopono, quella per cui le
categorie precedentemente trattate possono riferirsi sia alle realt corporee sia a quelle
incorporee, mentre lagire e il patire e i generi successivi si attribuiscono esclusivamente alle realt che hanno un corpo39. A mio avviso, occorre specificare che il problema
dellordine assegnato alle diverse trattazioni interne alle Categorie, per, ha senso solo
se si assume che Aristotele abbia scritto un trattato con il fine di pubblicarlo. La nostra
opera, al contrario, si presenta come uno strumento didattico assemblato non secondo il
criterio della perfetta esposizione e divulgazione, ma come una sorta di dizionario
consultabile, in cui lordine della trattazione non ha molto peso.

35 Questa motivazione si trova in Filopono, In Cat., 163, 24 - 164, 5 e in Simplicio, In Cat., 295,
15 ss.
36 Il riferimento alla categoria della sostanza, di per s, non decisivo perch, come gi letto nel
Capitolo 5, tutte le categorie devono la loro esistenza al rapporto con la sostanza. Se non esistesse la sostanza, sarebbe impossibile che esistesse alcunch. Lo stesso concetto si trova ripetuto nella Metafisica. Cfr. Metafisica L 5, 1071 a 2: senza le sostanze non possono esistere neppure le affezioni n i movimenti delle sostanze; Metafisica Z 1, 1028 a 22-24: nessuno [dei
predicati] [] esiste per s, n pu essere separato dalla sostanza (corsivo mio); Metafisica L
1, 1069 a 24: Nessuna delle altre categorie si pu separare dalla sostanza.
37 Anche questa motivazione presente in Filopono, In Cat., 165, 22-25, e in Simplicio, In Cat.,
295, 18-22.
38 Cfr. Simplicio, In Cat., 295, 20 ss.
39 Cfr. Simplicio, In Cat., 295, 25. Per quanto riguarda la sostanza, potrebbe essere riferita alle
realt corporee nel caso della sostanza prima, in quanto questa, essendo un sinolo, sempre dotata di un corpo; potrebbe essere riferita alle realt incorporee nel caso delle sostanze seconde
oppure alla sostanza intesa come forma e come sostanza separata e soprasensibile, cos come
presentate, rispettivamente, in Metafisica Z (si veda, in particolare, Metafisica Z 8, 1033 b 5-7;
si veda anche Metafisica L 8, 1017 b 23-26: [] sostanza si dice [] ci che, essendo un
qualcosa di determinato (tde ti), pu anche essere separato (cwristn), e tale la struttura
(morf) o la forma (e doj) di ciascuna cosa (kstou)) e in Metafisica L. Per quanto riguarda
la quantit, ci si potrebbe riferire alle realt corporee nel caso della linea, della superficie e del
solido, alle realt incorporee, invece, nel caso del numero e del discorso. Per quanto riguarda i
relativi, ci si potrebbe riferire alle realt corporee nel caso dellala/alato, del timone/timonato
etc., alle realt incorporee, invece, nel caso dellabito, della scienza etc. Per quanto riguarda, infine, la qualit, ci si potrebbe riferire alle realt corporee nel caso delle qualit affettive e delle
affezioni (dolcezza, amarezza, caldo, freddo, bianchezza, nerezza), alle realt incorporee, invece, nel caso dellabito (ne sono esempi la scienza e la virt) e della disposizione.

196

6. Le ultime quattro categorie: essere in una posizione (kesqai), avere


(cein), dove (po), quando (potO)
6.1. Lessere in una posizione (t kesqai)
Per quanto riguarda la categoria dellessere in una posizione, Aristotele rimanda il
lettore a quanto detto precedentemente nella trattazione dei relativi, in cui si affermava
che il giacere si dice in modo paronimo a partire dalle posizioni. La posizione (qsij)
sempre posizione di qualcosa, e cio della cosa che si trova in una certa posizione, ed ,
pertanto, un relativo. Lessere in una posizione, invece, in s e per s considerato, deriva
la propria denominazione in modo paronimo dalle diverse posizioni, ma si trova in una
categoria diversa, a s stante, che non quella dei relativi40. Negli esempi che illustrano
lessere in una posizione, tutti espressi mediante verbi intransitivi allinfinito - stare
supino (nakesqai), stare eretto (stnai), stare seduto (kaqsqai) - esso viene
assunto come luniversale, il genere, sotto il quale vengono sussunte le rispettive forme
specifiche, le singole posizioni determinate - la supina (nklisij), leretta (stsij),
la seduta (kaqdra) -, le quali cadono sotto la relazione. In questo senso, il rapporto che
si instaura tra la categorie dello stare in una posizione e le singole posizioni simile a
quello che intercorre tra le categorie dellagire e del patire e le singole operazioni e affezioni41.
6.2. Il dove (po), il quando (potO), lavere (t cein)
Delle restanti categorie - il quando, il dove e lavere -, Aristotele afferma che, poich
sono chiare, non si dir nullaltro su di esse se non ci che stato detto allinizio, e cio
nella sezione 442: che, cio, tempo , ad esempio, ieri, lanno scorso; il luogo , ad esempio, nel Liceo; lavere , ad esempio, il calzare le scarpe, lessere armato.
Per quanto riguarda le categorie del dove e del quando, Aristotele non aggiunge
nullaltro oltre agli esempi riportati. Potrebbe, tuttavia, essere interessante osservare
quanto viene detto da Porfirio e Giamblico, riletti da Simplicio43. I due commentatori
antichi affermano che le categorie del dove e del quando non sono delle categorie primarie, ma, come nel caso dei relativi, sopraggiungono in cose gi esistenti44.
La categoria del dove non coincide con lo spazio. Si potrebbe dire che lo spazio ha
unesistenza anteriore rispetto a quella del dove: solo nel momento in cui qualcosa in
uno spazio, possiamo dire che sia in un qualche dove. La categoria del dove ammette, al suo interno, delle differenze; si pu distinguere, infatti, tra un dove indefinito,
40

Cfr. Categorie, 6 b 11-14.


Come dunque i concetti di agente e paziente (poion; pscon), di attivo e passivo (poihtikn; paqhtikn) cadevano sotto la relazione (prj ti), e tuttavia agire e patire (t poien e t
pscein), considerati per se stessi, costituivano categorie proprie, allo stesso modo le posizioni
(qseij), le quali appartengono alla relazione, si rapportano allo stare in una certa posizione
(kesqai) (Trendelenburg, Dottrina delle categorie, pp. 231-232).
42 Cfr. Categorie 4, 2 a 1-3.
43 Due sono i commentari di Porfirio sulle Categorie di Aristotele, uno dei quali, dedicato a Gedalio, andato perduto, laltro parzialmente sopravvissuto, e la parte che ci rimasta si ferma
proprio nel punto in cui si inizia a discutere il punto che riportano Simplicio, In Cat., 297, 28 ss.
e Boezio, 262 D - 263 A. Il commentario di Giamblico andato interamente perduto.
44 Sulla dipendenza delle categorie del dove e del quando da categorie primarie, si veda anche
Filopono, In Cat., 163, 4 - 164, 5; Ammonio, In Cat., 92, 6-12.
41

197

come, ad esempio, in citt, e tra un dove che assume un grado di progressiva determinatezza, come, ad esempio, nel Portico o in questa precisa parte del Portico. Similmente, la categoria del quando non coincide con il tempo. Si potrebbe dire che il tempo ha
unesistenza anteriore rispetto a quella del quando, in quanto solo di ci che nel tempo
si dice che ha un quando, come lanno scorso, questanno o il prossimo anno. Il
tempo stesso, invece, come anche lo spazio, non si trova nella categoria del quando,
ma in quella della quantit. La categoria del quando ammette delle differentiae di tempo: infatti, lo scorso anno si dice in riferimento al tempo passato, questo anno si dice in riferimento al tempo presente, e il prossimo anno si dice in riferimento al tempo
futuro45.
La categoria dellavere verr ripresa e trattata in Categorie 15, in cui saranno analizzati i diversi modi in cui lavere si dice. Lavere esprime il possesso di determinate cose
acquisite: essere vestito significa avere addosso degli indumenti, essere calzato significa
avere delle scarpe ai piedi. Queste cose non si identificano con il loro possessore, nel
senso che non appartengono alla sostanza, n possono essere identificate con gli accidenti della sostanza, quali il colore degli occhi. Si tratta di un possesso di altro che
forma una categoria a s, che appunto lavere46.
Allinterno della categoria dellavere, si possono avere delle divisioni che dipendono
dalla natura delle cose possedute, le quali possono essere, ad esempio, animate, come
schiavi domestici o buoi, oppure inanimate, come, ad esempio, mantello e armi47. Porfirio e Giamblico ammettono, inoltre, che ci possano essere anche delle divisioni interne
alla categoria dellavere, a seconda che questo riguardi il corpo oppure lanima. Simplicio, tuttavia, si chiede se possa davvero esistere un avere che riguardi lanima. Gli stati
acquisiti dallanima, infatti, potrebbero essere non un avere o un possesso, ma, piuttosto, delle qualit; gli stati mentali, infatti, non sono collocati, per cos dire, spazialmente
nellanima come lindumento sul corpo e le scarpe ai piedi, ma sono condizioni che alterano lanima con la possibilit di diverse gradazioni (ammettendo, cio, il pi e il
meno), come il corpo riceve il bianco e il nero, e non come esso ha un mantello o delle
armi48.

45

Cfr. Filopono, In Cat., 164, 22-23.


Cfr. Simplicio, In Cat., 298, 10 ss.
47 Cfr. Simplicio, In Cat., 298, 15 ss.
48 Cfr. Simplicio, In Cat., 298, 20 ss.
46

198

Sezione Decima

Gli opposti

[pOr mOn on tn proteqntwn genn kan t erhmna: per dO tn


ntikeimnwn, posacj ewqe ntitqesqai, hton.]
Lgetai d teron trJ ntikesqai tetracj, j t prj ti, j t
nanta, j strhsij ka xij, j katfasij ka pfasij. ntkeitai dO
kaston tn toiotwn, j tpJ epen, j mOn t prj ti oon t diplsion t
msei, j dO t nanta oon t kakn t gaq, j dO kat strhsin ka xin
oon tuflthj ka yij, j dO katfasij ka pfasij oon kqhtai - o
kqhtai.
Osa mOn on j t prj ti ntkeitai at per st tn ntikeimnwn
lgetai pwson llwj prj at: oon t diplsion to mseoj at per
st diplsion lgetai: ka pistmh dO t pistht j t prj ti
ntkeitai, ka lgeta ge pistmh at per st to pisthto: ka t
pisthtn dO at per st prj t ntikemenon lgetai tn pistmhn: t gr
pisthtn tin lgetai pisthtn t pistmV.
Osa on ntkeitai j t prj ti at per st tn ntikeimnwn
pwsdpote prj llhla lgetai: t dO j t nanta, at mOn per stn
odamj prj llhla lgetai, nanta mntoi lllwn lgetai: ote gr t
gaqn to kako lgetai gaqn, ll' nanton, ote t leukn to mlanoj
leukn, ll' nanton. ste diafrousin atai a ntiqseij lllwn. - sa dO
tn nantwn toiat stin (12 a) ste n oj pfuke ggnesqai n kathgoretai nagkaon atn qteron prcein, totwn odn stin n mson:
[n d ge m nagkaon qteron prcein, totwn sti ti n mson pntwj.]
oon nsoj ka geia n smati zou pfuke ggnesqai, ka nagkan ge
qteron prcein t to zou smati nson geian: ka perittn dO ka
rtion riqmo kathgoretai, ka nagkan ge qteron t riqm prcein
perittn rtion: ka ok sti ge totwn odOn n mson, ote nsou ka
gieaj ote peritto ka rtou. n d ge m nagkaon qteron prcein,
totwn sti ti n mson: oon mlan ka leukn n smati pfuke ggnesqai,
ka ok nagkan ge qteron atn prcein t smati, - o gr pn toi
leukn mlan stn: - ka falon dO ka spoudaon kathgoretai mOn ka
kat' nqrpou ka kat' llwn polln, ok nagkaon dO qteron atn
prcein kenoij n kathgoretai: o gr pnta toi fala spouda stin.
ka sti g ti totwn n mson, oon to mOn leuko ka to mlanoj t fain
ka crn ka sa lla crmata, to dO falou ka to spoudaou t ote
falon ote spoudaon. p' nwn mOn on nmata ketai toj n mson, oon
leuko ka mlanoj t fain ka crn: p' nwn dOnmati mOn ok eporon
t n mson podonai, t dOkatrou tn krwn pofsei t n mson
rzetai, oon t ote gaqn ote kakn ka ote dkaion ote dikon.
Strhsij dO ka xij lgetai mOn per tatn ti, oon yij ka tuflthj
per fqalmn: kaqlou dO epen, n pfuken xij ggnesqai, per toto

lgetai kteron atn. stersqai dO tte lgomen kaston tn tj xewj


dektikn, tan n pfuken prcein ka te pfuken cein mhdamj prcV:
nwdn te gr lgomen o t m con dntaj, ka tufln o t m con yin,
ll t m con te pfuken cein: tin gr k genetj ote yin ote dntaj
cei, ll' o lgetai nwd odO tufl. t dO stersqai ka t cein tn xin
ok sti strhsij ka xij: xij mOn gr stin yij, strhsij dO tuflthj,
t dO cein tn yin ok stin yij, odO t tufln enai tuflthj: strhsij
gr tij tuflthj stn, t dO tufln enai stersqai, o strhsj stin. ti
e n tuflthj tatn t tufln enai, kathgoreto n mftera kat to
ato: ll tuflj mOn lgetai nqrwpoj, tuflthj dO nqrwpoj odamj
lgetai. ntikesqai dO ka tata doke, t stersqai ka t tn xin cein j
strhsij ka xij: gr trpoj tj ntiqsewj atj: j gr tuflthj t
yei ntkeitai, otw ka t tufln enai t yin cein ntkeitai. [ok sti
dO odO t p tn katfasin ka pfasin katfasij ka pfasij: mOn
gr katfasij lgoj st katafatikj ka pfasij lgoj pofatikj, tn
dO p tn katfasin pfasin odn sti lgoj. lgetai dO ka tata
ntikesqai llloij j katfasij ka pfasij: ka gr p totwn trpoj
tj ntiqsewj atj: j gr pote katfasij prj tn pfasin
ntkeitai, oon t kqhtai - o kqhtai, otw ka t f' kteron prgma
ntkeitai, t kaqsqai - m kaqsqai.] - ti dO strhsij ka xij ok
ntkeitai j t prj ti, fanern: o gr lgetai at per st to
ntikeimnou: gr yij ok sti tuflthtoj yij, od' llwj odamj prj
at lgetai: satwj dO odO tuflthj lgoit' n tuflthj yewj, ll
strhsij mOn yewj tuflthj lgetai, tuflthj dO yewj o lgetai. ti t
prj ti pnta prj ntistrfonta lgetai, ste ka tuflthj eper n tn
prj ti, ntstrefen n kkeno prj lgetai: ll' ok ntistrfei: o gr
lgetai yij tuflthtoj yij.
Oti dO od' j t nanta ntkeitai t kat strhsin legmena ka xin k
tnde dlon. tn mOn gr nantwn, n mhdn stin n mson, nagkaon, n
oj pfuke ggnesqai n kathgoretai, qteron atn prcein e: totwn
gr odOn n n mson, n qteron nagkaon n t dektik prcein, oon
p nsou ka gieaj ka peritto ka rtou: n dO sti ti n mson,
odpote ngkh pant prcein qteron: ote gr leukn mlan ngkh pn
enai t dektikn, ote qermn yucrn, - totwn gr n mson ti odOn
kwlei prcein: - ti dO ka totwn n ti n mson n m nagkaon n
qteron prcein t dektik, e m oj fsei t n prcei, oon t pur t
qerm enai ka t cini t leuk: p dOtotwn fwrismnwj nagkaon
qteron prcein, ka oc pteron tucen: o gr ndcetai t pr yucrn
enai odO tn cina mlainan: - ste pant mOn ok ngkh (13 a) t dektik
qteron atn prcein, ll mnon oj fsei t n prcei, ka totoij
fwrismnwj t n ka oc pteron tucen. p dO tj stersewj ka tj
xewj odteron tn erhmnwn lhqj: odO gr e t dektik nagkaon
qteron atn prcein, - t gr mpw pefukj yin cein ote tufln ote
yin cein lgetai, ste ok n eh tata tn toiotwn nantwn n odn
stin n mson: ll' odO n ti stin n mson: nagkaon gr pote pant t
dektik qteron atn prcein: tan gr dh pefukj cein yin, tte
tufln con yin hqsetai, ka totwn ok fwrismnwj qteron, ll'
pteron tucen,- o gr nagkaon tufln yin con enai, ll' pteron
tucen: - p d ge tn nantwn, n stin n mson ti, odpote nagkaon n

200

pant qteron prcein, ll tisn, ka totoij fwrismnwj t n. ste


dlon ti kat' odteron tn trpwn j t nanta ntkeitai t kat
strhsin ka xin ntikemena. ti p mOn tn nantwn prcontoj to dektiko dunatn ej llhla metaboln gensqai, e m tini fsei t n prcei,
oon t pur t qerm enai: ka gr t gianon dunatn nossai ka t
leukn mlan gensqai ka t yucrn qermn, ka k spoudaou ge falon ka
k falou spoudaon dunatn gensqai: - gr faloj ej beltouj diatribj
gmenoj ka lgouj kn mikrn g ti pidoh ej t beltw enai: n dO pax
kn mikrn pdosin lbV, fanern ti telewj n metabloi pnu polln
n pdosin lboi: e gr ekinhtteroj prj retn ggnetai, kn ntinon
pdosin elhfj x rcj , ste ka plew ekj pdosin lambnein: ka
toto e gignmenon telewj ej tn nantan xin pokaqsthsin, nper m
crnJ xerghtai: - p d ge tj stersewj ka tj xewj dnaton ej llhla
metaboln gensqai: p mOn gr tj xewj p tn strhsin ggnetai metabol,
p dO tj stersewj p tn xin dnaton: ote gr tuflj genmenj tij
plin bleyen, ote falakrj n komthj gneto, ote nwdj n dntaj fusen.
Osa dO j katfasij ka pfasij ntkeitai, fanern ti kat' odna tn
erhmnwn trpwn ntkeitai: p mnwn gr totwn nagkaon e t mOn
lhqOj t dO yedoj atn enai. ote gr p tn nantwn nagkaon e
qteron mOn lhqOj enai qteron dO yedoj, ote p tn prj ti, ote p tj
xewj ka stersewj: oon geia ka nsoj nanta, ka odtern ge ote
lhqOj ote yedj stin: satwj dO ka t diplsion ka t misu j t
prj ti ntkeitai, ka ok stin atn odteron ote lhqOj ote yedoj:
od ge t kat strhsin ka xin, oon yij ka tuflthj: lwj dO tn
kat mhdeman sumplokn legomnwn odOn ote lhqOj ote yedj stin:
pnta dO t erhmna neu sumplokj lgetai. o mn ll mlista dxeien
n t toioto sumbanein p tn kat sumplokn nantwn legomnwn, - t
gr gianein Swkrth t nosen Swkrth nanton stn, - ll' od' p
totwn nagkaon e qteron mOn lhqOj qteron dO yedoj enai: ntoj mOn
gr Swkrtouj stai t mOn lhqOj t dO yedoj, m ntoj dO mftera yeud:
ote gr t nosen Swkrth ote t gianein lhqOj ato m ntoj lwj to
Swkrtouj. p dO tj stersewj ka tj xewj m ntoj ge lwj odteron
lhqj, ntoj dO ok e qteron lhqj: t gr yin cein Swkrth t tufln
enai Swkrth ntkeitai j strhsij ka xij, ka ntoj ge ok nagkaon
qteron lhqOj enai yedoj, - te gr mpw pfuken cein, mftera yeud,
- m ntoj dO lwj to Swkrtouj ka otw yeud mftera, ka t yin
atn cein ka t tufln enai. p d ge tj katafsewj ka tj pofsewj
e, n te n te m , t mOn teron stai yedoj t dO teron lhqj: t
gr nosen Swkrth ka t m nosen Swkrth, ntoj te ato fanern ti t
teron atn lhqOj yedoj, ka m ntoj mowj: t mOn gr nosen m ntoj
yedoj, t dO m nosen lhqj: ste p mnwn totwn dion n eh t e
qteron atn lhqOj yedoj enai, sa j katfasij ka pfasij
ntkeitai.

[Sui generi che ci eravamo proposti sono sufficienti le cose che sono state dette. Occorre, invece, trattare degli opposti, e dire in quanti modi solitamente si pone
lopposizione].

201

Si dice che una cosa si oppone a unaltra in quattro modi: 1) come i relativi, 2) come
i contrari, 3) come la privazione e il possesso, 4) come laffermazione e la negazione.
Ognuno di questi casi d luogo allopposizione, per dare unidea, 1) come il doppio si
oppone al mezzo per i relativi, 2) come il male si oppone al bene per i contrari, 3) come
la cecit si oppone alla vista per la privazione e il possesso, 4) e come seduto e non
seduto per laffermazione e la negazione.
1) Tutte le cose che si oppongono come i relativi si dicono ci che sono in s degli
opposti o in qualsiasi altro modo, ma sempre in relazione ad essi: il doppio, ad esempio,
si dice ci che in s, e cio doppio, del mezzo; e anche la scienza si oppone allo scibile
al modo dei relativi, e la scienza si dice ci che , appunto, dello scibile, e anche lo scibile si dice ci che in relazione al suo opposto, la scienza, poich lo scibile si dice tale
grazie a qualcosa, cio la scienza. Le cose che si oppongono come i relativi, quindi, si
dicono ci che sono dei loro opposti o in qualsiasi altro modo, ma sempre in relazione
gli uni agli altri.
2) Le cose che si oppongono come i contrari, invece, non si dicono in nessun modo
le une in relazione alle altre, ma si dicono, appunto, le une contrarie alle altre. Infatti il
buono non si dice buono del cattivo, ma contrario al cattivo, n il bianco si dice bianco
del nero, ma contrario al nero. Di conseguenza, queste opposizioni sono diverse le une
dalle altre.
2.1 Tra tutti i contrari tali che luno o laltro appartiene alle cose nelle quali essi si
generano per natura o di cui si predicano, non c nulla di intermedio. [Invece, tra quelli
dei quali non necessario che luno o laltro vi appartenga, c certamente qualcosa di
intermedio]. La malattia e la salute, ad esempio, si generano per natura nel corpo di un
animale, ed necessario che luna o laltra, la malattia o la salute, appartenga al corpo
dellanimale. E il dispari e il pari si predicano del numero, ed necessario che luno o
laltro, il dispari o il pari, appartenga al numero. E tra questi, appunto, non c nulla di
intermedio, n tra la malattia e la salute, n tra il dispari e il pari.
2.2 Invece, tra i contrari dei quali non necessario che luno o laltro appartenga alla
cosa, c qualcosa di intermedio: il nero e il bianco, ad esempio, si generano per natura
in un corpo, e non necessario che luno o laltro appartenga al corpo - non ogni cosa,
infatti, o bianca o nera. E cattivo e virtuoso si predicano sia di uomo sia di molte altre
cose, ma non necessario che luno o laltro di essi appartenga alle cose di cui si predicano. Non tutte le cose, infatti, sono o cattive o virtuose. E tra queste c, appunto, qualcosa di intermedio: tra il bianco e il nero, ad esempio, ci sono il grigio, il giallo e tutti
gli altri colori, tra il cattivo e il virtuoso c ci che non n cattivo n virtuoso. In alcuni casi, ci sono dei nomi per gli intermedi, come, ad esempio, tra il bianco e il nero ci
sono il grigio e il giallo; in alcuni casi, tuttavia, non comodo attribuire un nome al
termine intermedio, ma ci che intermedio viene determinato attraverso la negazione
di ciascuno degli estremi: ad esempio, ci che non n buono n cattivo, e ci che non
n giusto n ingiusto.
3) Privazione e possesso si dicono in riferimento a una medesima cosa, come, per esempio, la vista e la cecit in riferimento allocchio. Per dirla in generale, ci in cui si
genera per natura il possesso anche ci di cui si dice ognuno di questi (la privazione e
il possesso). Di ciascuna delle cose capaci di accogliere il possesso, diciamo che privata qualora il possesso non sussista in alcun modo nella cosa in cui sussiste per natura
e nel tempo in cui la possiede per natura. E infatti chiamiamo sdentato non ci che non
ha denti, e cieco non ci che non ha la vista, ma ci che non li ha mentre, per natura,

202

dovrebbe averli. Alcuni esseri, infatti, non hanno vista n denti alla nascita, ma non si
dicono sdentati n ciechi.
Lessere privato e lavere il possesso non sono privazione e possesso. Possesso, infatti, la vista e privazione la cecit, ma lavere la vista non la vista, n lessere cieco
la cecit. La cecit, infatti, una certa privazione, mentre lessere cieco essere privato, non una privazione. Inoltre, se la cecit fosse la stessa cosa che lessere cieco, entrambi si predicherebbero della stessa cosa. E invece, luomo si dice cieco, ma in nessun
modo luomo si dice cecit. Sembra, tuttavia, che anche questi - lessere privato e
lavere possesso - si oppongano come privazione e possesso, poich il modo di opporsi
lo stesso. Come, infatti, la cecit si oppone alla vista, cos anche lessere cieco si oppone allavere la vista. Daltra parte, neppure il contenuto dellaffermazione e della negazione si identifica con laffermazione e la negazione, dal momento che laffermazione
un discorso affermativo e la negazione un discorso negativo, mentre ci che sta sotto
laffermazione o la negazione non affatto un discorso. Eppure, anche questi si dicono
opporsi luno allaltro al modo dellaffermazione e della negazione. Infatti, il modo di
opporsi in questi due casi lo stesso. Infatti, come talora laffermazione si oppone alla
negazione, ad esempio sta seduto - non sta seduto, cos si oppone anche il contenuto di
ciascuna di esse, lo stare seduto - il non stare seduto.
Che, poi, la privazione e il possesso non si oppongano al modo dei relativi, risulta
chiaro dal fatto che ci che sono non lo si dice del loro opposto. La vista, infatti, non
vista della cecit, n si dice in altro modo in relazione ad essa. Similmente, la cecit non
potrebbe dirsi cecit della vista; piuttosto la cecit si dice privazione della vista, e non
cecit della vista. Inoltre, i relativi si dicono in relazione a dei convertibili di modo che,
se anche la cecit rientrasse tra i relativi, ci in relazione a cui si dice dovrebbe potersi
convertire; ma non si converte: la vista, infatti, non si dice vista della cecit.
Che le cose che si dicono secondo la privazione e il possesso non si oppongono neppure al modo dei contrari risulter, poi, chiaro dai seguenti argomenti. Dei contrari tra i
quali non c nessun intermedio, necessario che luno o laltro di essi sussista sempre
nelle cose in cui si genera per natura o di cui si predica, poich nulla intermedio ai
contrari di cui necessario che luno o laltro sussista in ci che capace di riceverlo,
come nel caso della malattia e della salute, e nel caso del dispari e del pari. Nel caso dei
contrari tra cui non ci sono intermedi, invece, non mai necessario che luno o laltro
sussista in tutto: non infatti necessario che tutto ci che sia capace di riceverli sia o
bianco o nero, n caldo o freddo, dal momento che, tra questi estremi, nulla impedisce
che ci siano intermedi. Inoltre, avevamo detto che cera qualcosa di intermedio tra quei
contrari di cui non era necessario che luno o laltro di essi appartenesse a ci che era
capace di riceverli, a meno che luno non gli appartenga per natura: ad esempio, al fuoco lessere caldo e alla neve lessere bianca. In questi casi, necessario che uno determinato dei due contrari sussista, e non quello dei due che dovesse capitare, poich impossibile che il fuoco sia freddo e che la neve sia nera. Di conseguenza, non necessario che luno o laltro dei contrari sussista in ci che capace di accoglierli, ma uno solo
vi sussiste per natura, e uno determinato dei due, non quello che capiti.
Nel caso della privazione e del possesso, tuttavia, non risulta vera nessuna delle cose
che abbiamo detto. Non , infatti, necessario che luno o laltro di essi sussista sempre
in ci che capace di accoglierli - ci che non possiede ancora la vista per natura, infatti, non si dice cieco, n ci che non ha denti si dice sdentato -; di conseguenza, queste
cose non fanno parte di quei contrari tra i quali non c nulla di intermedio. E nemmeno
di quelli tra i quali c qualcosa di intermedio, poich talora necessario che luno o

203

laltro di essi sussista in ci che capace di riceverlo: nel momento in cui, infatti, ormai naturale possedere la vista, allora si dir o cieco o che possiede la vista, e non un
determinato caso dei due, ma quello dei due che capiti; non , infatti, necessario che o
sia cieco o possieda la vista, ma quello dei due che capiti. Quanto, invece, ai contrari tra
i quali si ha qualcosa di intermedio, risultava che non in nessun caso necessario che
luno o laltro sussista in tutto, ma solo in alcune cose, e, in queste, uno determinato dei
due. Di conseguenza, chiaro che le cose che si oppongono secondo la privazione e il
possesso non si oppongono in nessuno dei due modi in cui si oppongono i contrari.
Inoltre, nel caso dei contrari, se sussiste ci che capace di accoglierli, possibile
che si verifichi un cambiamento dalluno allaltro, qualora non gliene appartenga uno
per natura come al fuoco appartiene lessere caldo. Ci che sano, infatti, pu ammalarsi, il bianco pu diventare nero, il freddo caldo, e da retti si pu diventare malvagi e
da malvagi retti. Lindividuo malvagio, infatti, se guidato verso occupazioni e discorsi
migliori, progredirebbe, anche se a piccoli passi, verso lessere migliore. E se anche
conseguisse una sola volta un piccolo progresso, sarebbe chiaro che potrebbe cambiare
completamente o conseguire un progresso ancora pi grande. Diventa, infatti, sempre
pi facile dirigersi verso la virt, qualunque sia stato il progresso che aveva conseguito
allinizio; di conseguenza, logico che conseguir un progresso anche maggiore. E se
questo avviene sempre, si muter completamente nello stato abituale contrario, a meno
che non gli venga precluso dal tempo. Quanto alla privazione e al possesso, invece
impossibile che si dia un mutamento reciproco. Il mutamento, infatti, avviene dal possesso alla privazione, ed impossibile che abbia luogo dalla privazione al possesso. Colui che diventato cieco, infatti, non vede di nuovo, chi calvo non rimette i capelli, e
chi sdentato non rimette i denti.
4) chiaro che tutte le cose che si oppongono come affermazione e negazione non si
oppongono in nessuno dei modi che abbiamo detto. Solo in questo caso, infatti, sempre necessario che luna sia vera e laltra sia falsa. Nel caso dei contrari, infatti, non
sempre necessario che luno sia vero e laltro sia falso, n nel caso dei relativi, n nel
caso del possesso e della privazione. Salute e malattia, ad esempio, sono contrarie, e
nessuna delle due o vera o falsa. Similmente, il doppio e il mezzo si oppongono come
relativi, e nessuno dei due o vero o falso. E non accade neppure nel caso di ci che si
dice secondo possesso e privazione, come, ad esempio, la vista e la cecit. In generale,
le cose che si dicono senza alcuna connessione non sono n vere n false. E tutte le cose
che abbiamo detto si dicono senza connessione. Peraltro, potrebbe sembrare che una siffatta cosa accada soprattutto nel caso dei contrari che si dicono secondo connessione Socrate gode di buona salute, infatti, contrario a Socrate malato -, ma neppure in
questi casi sempre necessario che luno sia vero e laltro sia falso. Se, infatti, Socrate
esiste, allora luno vero e laltro falso, ma, se Socrate non esiste, entrambi sono falsi,
poich, se Socrate stesso non esiste affatto, non vero n che Socrate gode di buona salute n che malato. Nel caso della privazione e del possesso, invece, se non esiste affatto, nessuno dei due vero, se invece esiste non sempre uno dei due vero. Socrate
possiede la vista, infatti, si oppone a Socrate cieco come la privazione si oppone al
possesso, e, se Socrate esiste, non necessario che luno o laltro sia o vero o falso.
Quando, infatti, egli non ha ancora la vista per natura, entrambe sono false; e, se Socrate
non esiste affatto, anche in questo modo sono entrambe false, sia che egli ha la vista sia
che cieco. Nel caso dellaffermazione e della negazione, invece, sia che il soggetto esista sia che non esista, sempre luna sar vera e laltra sar falsa: se Socrate esiste, infatti, chiaro che Socrate malato e Socrate non malato devono essere luna vera e

204

laltra falsa, e lo stesso se non esiste: infatti, se egli non esiste, lessere malato sar falso, mentre il non essere malato sar vero. Di conseguenza, solo nel caso di questo tipo
di opposti, potrebbe essere proprio il fatto che luno o laltro di essi sia sempre o vero o
falso, e cio nel caso di tutte le cose che si oppongono come affermazione e negazione.

Sommario
In questo capitolo, Aristotele tratta dellopposizione.
Quattro sono i tipi di opposizione: 1. i relativi (per esempio, il doppio e il mezzo), 2.
i contrari (per esempio, il bene e il male), 3. la privazione e il possesso (per esempio, la
cecit e la vista), 4. la contraddizione, cio laffermazione e la negazione (per esempio,
seduto e non seduto).
1. I relativi. Si dicono relativi quegli opposti che si determinano come tali sempre in
riferimento ad altro, e precisamente ai loro correlativi. Per esempio, il doppio si dice tale sempre in relazione al mezzo; e la scienza si dice tale sempre in relazione al suo opposto, lo scibile. La relazione bilaterale: lo scibile, dal canto suo, si dice tale sempre in
relazione alla scienza. I relativi, dunque, si dicono ci che sono dei loro opposti sempre
in relazione gli uni agli altri.
2) I contrari. Sono opposti che si differenziano dai relativi in quanto non si dicono
affatto luno in relazione allaltro, ma luno contrario allaltro. Per esempio, il bene non
si dice bene del male, ma contrario al male; il bianco non si dice bianco del nero, ma
contrario al nero. I contrari possono essere divisi in due gruppi.
2.1 Contrari che non ammettono intermedi. Non ammettono intermedi quei contrari
per i quali necessario che luno o laltro appartenga alle cose nelle quali essi si generano per natura o di cui si predicano. Per esempio, tra la salute e la malattia, che si generano per natura nel corpo di un animale, e tra il pari e il dispari, che si predicano del
numero, non ci sono intermedi.
2.2 Contrari che ammettono intermedi. Ammettono intermedi quei contrari per i quali non necessario che luno o laltro appartenga alle cose nelle quali essi si generano
per natura o di cui si predicano. Per esempio, tra il bianco e il nero, che si generano per
natura in un corpo, esistono degli intermedi: il grigio, il giallo, e tutti gli altri colori; tra
il cattivo e il virtuoso, che si predicano delluomo e di molte altre cose, esiste qualcosa
di intermedio: ci che non n cattivo n virtuoso.
2.2.1 In alcuni casi, tali intermedi hanno dei nomi, come nel caso del grigio, del giallo e degli altri colori; in altri casi, invece, essi vengono determinati attraverso la negazione dei termini contrari, come nel caso di ci che non n cattivo n virtuoso.
3. Il possesso e la privazione. Si dicono in riferimento a una medesima cosa, nella
quale si genera per natura il possesso (ad esempio, la vista e la cecit si dicono in riferimento allocchio, la cui funzione propria quella della vista). Tre sono le condizioni
per poter parlare di privazione: a) il soggetto deve essere capace di ricevere il possesso
(il sasso non pu dirsi privo della vista); b) la privazione deve essere attribuita alla cosa
o alla parte della cosa in cui il possesso dovrebbe sussistere per natura (lorecchio non
pu dirsi privo della vista); c) la privazione va attribuita alla cosa o alla parte della cosa
nel tempo in cui il possesso dovrebbe sussistervi per natura (gli animali che alla nascita
non hanno vista n denti non si dicono sdentati n ciechi.
Possesso e privazione non si identificano con lavere il possesso e lessere privato,
anche se il modo di opporsi lo stesso. Questo pu essere mostrato in due modi. a) Pos-

205

sesso , ad esempio, la vista e privazione la cecit. Lavere la vista non la vista, n


lessere cieco la cecit. La cecit una privazione; lessere cieco, invece, non una
privazione, ma un essere privato. b) Se, ad esempio, la cecit si identificasse con
lessere cieco, entrambi si predicherebbero della stessa cosa. Invece, luomo si dice cieco, ma non si dice cecit.
La stessa differenza sussiste tra laffermazione e la negazione (ad esempio, sta seduto e non sta seduto) e ci che affermato e ci che negato (lo stare seduto e il
non stare seduto), anche se, questi ultimi, si oppongono al modo dellaffermazione e
della negazione.
A. Differenze rispetto ai relativi. La privazione e il possesso si differenziano dai relativi per le seguenti caratteristiche:
a) mentre i relativi si dicono ci che sono del loro opposto (ad esempio, lo schiavo
del padrone, il padrone dello schiavo), il possesso non si dice della privazione, n la
privazione si dice del possesso (ad esempio, la vista non si dice vista della cecit, n la
cecit si dice cecit della vista).
b) mentre i relativi si dicono dei correlativi dando luogo a una rapporto che pu essere convertito, il possesso e la privazione non sono passibili di conversione reciproca.
B. Differenze rispetto ai contrari. Aristotele presenta due argomenti dai quali risulta
che il possesso e la privazione si differenziano dai contrari.
I. Il primo argomento si divide in tre possibilit che riguardano i contrari e che non
possono essere riscontrate nel possesso e nella privazione.
a) Il possesso e la privazione si differenziano dai contrari che non ammettono intermedi. Mentre per i contrari che non ammettono intermedi, necessario che luno o
laltro di essi sussista sempre nelle cose in cui si genera per natura o di cui si predica,
per il possesso e la privazione non necessario che luno o laltro di essi sussista sempre in ci che capace di accoglierli. Ad esempio, ci che non possiede ancora la vista
o i denti per natura non pu essere detto privo della vista o dei denti.
b) Il possesso e la privazione si differenziano dai contrari che ammettono intermedi.
Mentre per i contrari che ammettono intermedi, non mai necessario che luno o laltro
sussista in ci che capace di riceverli (ad esempio, ci che capace di ricevere il bianco e il nero non detto che sia o bianco o nero, ma pu essere giallo o grigio, etc.), per
il possesso e la privazione, invece, talora necessario che luno o laltro di essi sussista
in ci che capace di riceverli: per larco di tempo in cui naturale possedere, ad esempio, la vista, necessario che o il possesso (la vista) o la privazione (la cecit) sussista.
c) Il possesso e la privazione si differenziano dai contrari che, pur ammettendo intermedi, sono tali che uno determinato dei due deve appartenere a ci che lo accoglie.
Mentre per i contrari che ammettono intermedi e di cui uno solo dei due costituisce una
caratteristica essenziale del sostrato, necessario che uno determinato dei due estremi
appartenga a ci che capace di riceverlo (ad esempio, al fuoco lessere caldo e alla neve lessere bianca), per il possesso e la privazione, invece, nel tempo in cui il sostrato
dovrebbe per natura possedere la determinazione, luno o laltro degli opposti deve sussistere, indifferentemente o il possesso o la privazione.
II. Nel caso dei contrari, in un sostrato capace di accoglierli, qualora a esso non appartenga per natura solo uno dei due (come il caldo al fuoco), il mutamento pu avvenire dalluno allaltro, in entrambi i sensi. Ci che bianco pu diventare nero e ci che
nero pu diventare bianco; ci che freddo pu diventare caldo, e ci che caldo diventare freddo; da virtuosi si pu diventare cattivi e da cattivi virtuosi. Nel caso del possesso e della privazione, invece, impossibile che si dia un mutamento reciproco. Il mu-

206

tamento avviene, infatti, dal possesso alla privazione (ad esempio, dalla vista alla cecit), ma mai dalla privazione al possesso (dalle cecit alla vista).
4. Laffermazione e la negazione. Si distinguono da tutti gli altri tipi di opposizione
per il fatto che sono le uniche a dover essere, in qualsiasi caso, necessariamente luna
vera e laltra falsa. Questa caratteristica risulta chiara attraverso il confronto con gli altri
tipi di opposizione.
A. Nel caso degli opposti considerati per se stessi e senza connessione, evidente
che essi non sono luno vero e laltro falso: salute e malattia (per i contrari), doppio e
mezzo (per i relativi), vista e cecit (per la privazione e il possesso). In generale, tutte le
cose che si dicono senza connessione non sono n vere n false.
B. Nel caso degli opposti che si dicono secondo connessione, e cio nel caso di due
proposizioni aventi come contenuto o una coppia di contrari o luna la privazione e
laltra il possesso, si hanno risultati differenti. Tuttavia, anche se, date alcune condizioni, le proposizioni potranno risultare luna vera e laltra falsa, questo non accadr mai
come legge necessaria per tutte le situazioni. Nel caso di proposizioni aventi come contenuto una coppia di contrari, ad esempio, Socrate gode di buona salute e Socrate
malato, si ha una doppia possibilit: a) se Socrate esiste, luna deve essere vera e laltra
falsa; b) se, invece, Socrate non esiste, entrambe le asserzioni sono false perch ci che
non esiste non pu essere n sano n malato. Nel caso di proposizioni aventi come contenuto luna un possesso e laltra una privazione, ad esempio Socrate possiede la vista
e Socrate cieco, a) se Socrate esiste, non necessario che luna sia vera e laltra sia
falsa, perch quando egli non ha ancora la vista per natura, non si pu dire che sia cieco;
b) se Socrate non esiste, entrambe le asserzioni sono false.
A differenza di tali tipi di opposizione, nel caso dellaffermazione e della negazione,
le asserzioni, ad esempio Socrate malato e Socrate non malato, risulteranno
sempre necessariamente luna vera e laltra falsa, sia che il soggetto esista sia che non
esista: infatti, se Socrate esiste chiaro che luna deve essere vera e laltra falsa, se non
esiste, lessere malato sar falso, mentre il non essere malato sar vero.

1. I relativi
1.1. La definizione dei relativi
Il primo tipo di opposizione cui Aristotele dedica una trattazione pi analitica, anche
se gi trattato molto pi diffusamente nel Cap. 7 delle Categorie, dunque quello dei
relativi. Questi vengono presentati attraverso la definizione generale:
Tutte le cose che si oppongono come i relativi si dicono ci che sono in s degli opposti o in qualsiasi altro modo, ma sempre in relazione ad essi []1.

definizione che riecheggia quella gi presente nel Cap. 7, interamente dedicato


allanalisi dei relativi:
Si dicono relative tutte quelle cose che, ci che sono, lo si dicono essere di altre cose o
in qualsiasi altro modo, ma sempre in relazione ad altro2.

Categorie 10, 11 b 24-25: Osa mOn on j t prj ti ntkeitai at per st tn


ntikeimnwn lgetai pwson llwj prj at.
2 Categorie 7, 6 a 36-37. Prj ti dO t toiata lgetai, sa at per stn trwn enai
lgetai pwson llwj prj teron:

207

Laggiunta o in qualsiasi altro modo ( pwson), presente in entrambi i passi riportati, e ripetuta nuovamente in Categorie 11, 11 b 33 ( pwsdpote)3 ha unimportanza
rilevante per due ordini di motivi. Per un verso, perch nella lingua greca i relativi possono essere espressi non solo attraverso luso del caso genitivo, come nel caso del doppio del mezzo e della scienza dello scibile (t diplsion to mseoj; pistmh to
pisthto), ma anche attraverso luso del caso dativo, come nel caso dello scibile che
si dice tale in riferimento alla scienza (pisthtn t pistmV)4 o anche di apposite
preposizioni5. Per altro verso, perch non tutti gli opposti relativi si dicono nello stesso
modo in cui si presentano gli esempi che qui riporta Aristotele, e cio come il doppio si
dice del mezzo, il mezzo si dice del doppio, la scienza si dice dello scibile, lo scibile si
dice per la scienza. Ci sono relativi, infatti, che non si danno in termini di inflessione
data dalla sintassi del caso (ptsij), come, ad esempio, grande e piccolo: non si dice,
infatti, che il grande grande del piccolo o che il piccolo piccolo del grande, ma il
grande tale in relazione al piccolo e il piccolo tale in relazione al grande6.
Tale definizione dei relativi sufficiente a presentare il loro particolare modo di opporsi perch rende chiara la loro reciprocit coesistente7, e li distingue in modo evidente
dalle altre tipologie di opposti. I relativi, infatti, sono gli unici opposti che sorgono e
scompaiono insieme8. Si tratta, pertanto di una definizione perfettamente coerente con
la finalit tassonomica di Aristotele di questa sezione dellopera9.
3

Categorie 10, 11 b 32-33: Osa on ntkeitai j t prj ti at per st tn


ntikeimnwn pwsdpote prj llhla lgetai:
4 Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 88 n. 1: [] i due esempi sono scelti in modo che, nella
conversione, nel primo si conservi lo stesso caso (il genitivo), mentre nel secondo si abbia il
passaggio dal genitivo al dativo. Cos anche Tricot, Aristote. Organon, vol. I, p. 56 n. 2.
5 Cfr. Simplicio, In Cat., 382, 26-27.
6 Una dottrina espressamente aristotelica. Cfr. Categorie 7, 6 b 8-9; Categorie 7, 6 b 31-32.
7 Cfr. Simplicio, In Cat., 383, 1-2.
8 Cfr. Categorie 7, 7 b 15-22. Lo stesso tratto distintivo attribuito ai relativi si trova nello Pseudo-Archita, per ntikimnwn (De oppositis), ed. Thesleff, Pyth Texts, 16, 3-6.
9 Risulta, a mio avviso, inconsistente la presunta dimostrazione, presente in Zanatta, Aristotele.
Le categorie, pp. 646-648, che il capitolo 10 delle Categorie sia precedente al capitolo 7, basandosi sul fatto che Aristotele presenta i relativi con la definizione di Categorie 10, 11 b 24-25,
giudicata dallo studioso comune e pre-scientifica, piuttosto che con quella di Categorie 7, 8 a 28
ss., considerata come una determinazione scientifica e formalmente rigorosa (Zanatta, Aristotele. Le categorie, pp. 647). Secondo lo studioso, sarebbe assurdo che Aristotele, al tempo
dello scritto dei Post-praedicamenta, disponesse gi della formulazione pi rigorosa della definizione dei relativi e non la utilizzasse, ragion per cui Zanatta suggerisce di riconoscere che
[] la nozione di relazione quale presentata in questo capitolo delle Categorie anteriore
alla trattazione scientifica e specifica di questa nozione stessa, quale per lappunto offerta nel
capitolo 7 (Zanatta, Aristotele. Le categorie, pp. 647). Il che, secondo lo studioso, [] non
significa che Cat. 10 anteriore alla sola sezione di Cat. 7 in cui viene delineata la seconda definizione dei relativi, ma che anteriore allintera trattazione del capitolo 7 [] (Zanatta, Aristotele. Le categorie, pp. 647). In realt, come sottolinea Oehler, Aristoteles. Kategorien, p.
269, Aristotele stesso ad affermare, in Categorie 7, 8 a 28-33, che la prima definizione adottata ( prtepoj rismj) [] si applica a tutti i relativi (parakolouqe psi toj prj
ti); la ragione per cui lo Stagirita decide di introdurre un secondo criterio di definizione data
la fatto che il primo si presenta non adeguato (kanj) a risolvere laporia dellappartenenza
della sostanza tra i relativi o meno. Dal momento che non si tratta di una questione presente nel
capitolo 10, la prima definizione dei relativi, senza ulteriori precisazioni, risulta adatta a questo
tipo di trattazione.

208

1.2. C unintermediet tra i relativi?


Una delle questioni sorte intorno ai relativi, trattata dallo Pseudo-Archita, e discussa
da Simplicio, quella che riguarda la possibilit dellesistenza di un termine intermedio
(mson) tra di essi. Secondo il pensatore pitagorico, esistono degli intermedi tra i prj
ti: ad esempio, tra padrone e schiavo c luomo libero, e tra maggiore e minore c luguale10.
Mentre dottrina espressamente aristotelica quella di porre degli intermedi in alcuni
tipi di contrariet, lo Stagirita non parla mai di mestethj tra i relativi, n nei Praedicamenta n nei Postpraedicamenta n altrove nelle sue opere. Per questo motivo, appare evidente che lo Pseudo-Archita si basi su [] una falsa interpretazione della dottrina della relazione11, e lo stesso Simplicio12 sostiene che, su questo punto, il pitagorico
si allontana dallaristotelismo autentico. Le mestethj qui citate, infatti, non si trovano tra i correlativi come tali, bens tra cose, propriet ecc. che sono per altri versi correlate13. Una tale intermediet tra relativi non stata, probabilmente, neppure considerata
da Aristotele, dal momento che, se egli lavesse almeno presa in considerazione, pur
non accettandola, avrebbe presentato, come ulteriore differenza tra i relativi e i contrari,
quella per cui i primi, a differenza dei secondi, non ammettono intermedi14.
1.3. Un ordine di progressione: dallinterdipendenza allesclusione totale
Il fatto che Aristotele abbia scelto di enumerare per primi, tra gli opposti, i relativi ha
suscitato la questione dellordine di presentazione delle diverse modalit di opposizione
e, di conseguenza, dei nessi che le vincolano. Secondo Simplicio15, Aristotele presenta
come primo modo di opporsi quello proprio dei relativi perch questultimi hanno una
caratteristica distintiva particolare che nessuno degli altri modi possiede: il fatto che le
cose che si oppongono come i relativi coesistono16. I relativi, in altre parole, costituiscono lunico tipo di opposti in cui sussiste una dipendenza reciproca, e non, piuttosto,
unesclusione. Ragionando in tale prospettiva, Tommaso dAquino osserv [] una
specie di progressione fra i vari tipi di opposti, che va dai relativi, che si implicano e
quindi dipendono luno dallaltro, ai contraddittori, che si escludono totalmente e quindi
sono indipendenti luno dallaltro, nel senso che, una volta esclusisi, non rimane nulla17. Sebbene linterpretazione di Tommaso fosse inerente alla Metafisica aristotelica18,
10

Pseudo-Archita, per ntikimnwn (De oppositis), ed. Thesleff, Pyth Texts, 16, 19-21.
Moraux, LAristotelismo presso i Greci, vol. II, tomo 2, p. 193-194.
12 Cfr. Simplicio, In Cat., 384, 11-13.
13 Moraux, LAristotelismo presso i Greci, vol. II, tomo 2, p. 194.
14 Cfr. Simplicio, In Cat., 384, 11-13.
15 Simplicio, In Cat., 382, 16-19.
16 Cfr. Filopono, In Cat., 169, 4-11.
17 C. Rossitto, Opposizione e non contraddizione nella Metafisica di Aristotele, in E. Berti (ed.),
La contraddizione, Citt Nuova, Roma 1977, p. 44.
18 S. Thomae Aquinatis, In Duodecim libros Metaphysicorum Aristotelis Expositio, edition iam
M.R. Cathala, exarata retractatur cura et studio P. Fr. Raymundi M. Spiazzi, Marietti, TorinoRoma 1950, pp. 247-248, 922: In primo luogo [Aristotele] mostra in quanti modi possono
dirsi gli opposti (opposta dicuntur) <essi sono detti> in quattro modi, che sono i contraddittori, i contrari, il possesso e la privazione, i relativi. Una cosa, infatti, si contrappone o si oppone
11

209

la progressione da lui rilevata corrisponde perfettamente allordine in cui gli opposti sono presentati nel capitolo 10 delle Categorie19, un ordine in cui gli opposti si susseguono [] in una progressione che va, per cos dire, dallopposizione pi debole a quella
pi forte20. In tale progressione, [] ogni tipo di opposizione si rivela come una forma di negazione: la relazione corrisponde ad una negazione-implicazione; la contrariet
ad una negazione-esclusione; il possesso e la privazione ad una negazione in un unico
senso (cio dal possesso alla privazione) e la contraddizione ad una negazione assoluta21. Questo tipo di considerazione, che colloca la relazione, la contrariet, il possesso
e la privazione, la contraddizione in un climax, potrebbe giustificare lunicit del termine dato agli opposti (ntikemena).
Tale ordine aristotelico degli ntikemena non viene rispettato dallo Pseudo-Archita,
il quale elenca con esempi, in successione, gli nanta, xij e strhsij, prj ti22, e
infine katfasij e pfasij23. Un criterio nella scelta di tale ordine potrebbe essere
osservato nella graduale diminuzione del contenuto di realt oggettuale insito nei diversi
tipi di opposizione, o, meglio, di un graduale aumento della riflessione e dellattivit
dialettica nei confronti della realt che ci circonda. Lopposizione per contrariet presuppone determinati caratteri oggettivi allinterno di oggetti anche singolarmente presi:
ad esempio, la qualit della bianchezza e la qualit della nerezza possono sussistere nello stesso oggetto e nello stesso tempo se riferiti a diversi parti o sotto diversi rispetti; il
possesso e la privazione costituiscono, rispettivamente, la presenza e la mancanza di un
determinato carattere oggettivo che pu riguardare lo stesso soggetto, ma in tempi diversi; la relazione prevede un oltrepassamento del singolo soggetto per metterlo in correlazione con unulteriore realt, richiedendo, cos, una capacit dialettica e un primo

ad unaltra o secondo dipendenza (ratione dependentiae), in quanto dipende da quella cosa stessa, oppure secondo lesclusione (ratione remotionis), in quanto luna esclude laltra, il che avviene in tre modi (tripliciter): <1> infatti, o lesclusione totale (totaliter removet), e non resta
nulla (nihil relinquens), e tale la negazione (et sic est negatio); <2> o resta solo il soggetto (relinquit subiectum solum), e tale la privazione (et sic est privatio); <3> o restano sia il soggetto
sia il genere (relinquit subiectum et genus), e tale la contrariet (et sic est contrarium). Infatti,
i contrari non solo sono nello stesso soggetto (in eodem subiecto), ma anche nello stesso genere
(in eodem genere).
19 Lo stesso ordine che si ripete in Topici II, 2, 109 b 19-20, segno che non si tratta di un ordine
casuale, ma che rispetta un preciso disegno dettato da leggi teoriche. L. Palpacelli, Etymological
note, in M. Migliori - L. Palpacelli - M. Bernardini, The relation of contrariety in the ancient
thought and in the Aristotelian formalization, in U. Savardi, The perception of contraries,
McGraw-Hill, Milano 2009, pp. 3-28, p. 11, osserva come tale idea di progressione venga confermata dalletimologia dei termini che indicano gli opposti. La preposizione nt, di cui si
compongono i termini ntikemenoj (opposto), nanton (contrario), ntifatikj (contraddittorio), potrebbe, infatti, designare un grado di progressione dallessere alternativo alla contrapposizione fino allesclusione.
20 Rossitto, Opposizione e non contraddizione, p. 44.
21 Rossitto, Opposizione e non contraddizione, p. 44.
22 Lo Pesudo-Archita, in realt, preferisce indicare i relativi con lespressione prj t pwj conta piuttosto che semplicemente con prj ti. Cfr. Moraux, LAristotelismo presso i Greci,
vol. II, tomo 2, p. 192.
23 Pseudo-Archita, per ntikimnwn (De oppositis), ed. Thesleff, Pyth Texts, 16, 3-6; cfr.
Szlezk, Architas, pp. 61-68 (testo), pp. 80-85 (traduzione). Cfr. Simplicio, In Cat., 382, 2021.

210

livello di riflessione sulla realt24; con laffermazione e la negazione siamo al livello del
giudizio espresso tramite il linguaggio su una realt che pur giace sotto il pensiero e le
parole25.
Lordine adottato da Aristotele perfettamente in sintonia con la finalit della sezione 10 della sua opera, in cui intende dimostrare come le quattro forme di opposizione
siano luna diversa dallaltra e abbiano ciascuna delle caratteristiche peculiari, non gi
in riferimento ad ununica pietra di paragone costituita dal rapporto con la realt, ma per
loro intrinseca natura26.

2. I contrari
Il secondo modo dellopposizione cui Aristotele dedica una trattazione pi analitica
quello proprio della contrariet. Questa viene, innanzitutto, presentata attraverso una
comparazione che la differenzia dai relativi, di cui si appena trattato. I contrari sono
degli opposti che differiscono dai relativi in quanto non si dicono affatto luno dellaltro
o luno in relazione allaltro, ma luno contrario, appunto, allaltro. Per esempio, il bene
non si dice bene del male, ma contrario al male; il bianco non si dice bianco del nero,
ma contrario al nero.
2.1. Una tesi paradossale: la contrariet una relazione
Sul rapporto tra la contrariet e la relazione dovette sorgere una discussione di cui i
commentatori aristotelici non potettero non far menzione. Secondo la testimonianza di
Simplicio, come, del resto, anche secondo quella di Filopono27 e di Ammonio28, ci fu un
filone di pensiero, probabilmente sorto prima di Nicostrato e da questultimo avallato, il
quale sostenne che la contrariet non che un tipo di relazione. Una simile tesi dovette
risultare quantomeno bizzarra, o paradossale, ragion per cui i promotori stessi della concezione cercarono di definirne i precisi contorni. Deve essere operata una distinzione tra
lnantithj, la contrariet, e gli nanta, i contrari. Questi ultimi non possono essere
considerati dei relativi, in quanto, ad esempio, [] lesistenza di una cosa bianca non

24 In realt, i relativi pi grande e pi piccolo possono essere riferiti allo stesso soggetto, ma
sempre in relazione a due cose diverse.
25 In tale ipotesi del criterio seguito dallo Pseudo-Archita, mi discosto da quanto formulato da
Moraux, LAristotelismo presso i Greci, vol. II, tomo 2, p. 192: Lopposizione per contrariet presuppone determinati caratteri oggettivi in ciascuno degli opposti (avere e privazione), con
la differenza che il carattere in uno presente, nellaltro puramente assente. La relazione, invece, non risulta dalle peculiarit reali delle cose, bens dal loro rapporto reciproco. Affermazione e negazione, infine, non dipendono dalle cose, bens soltanto dalle enunciazioni sulle cose. Troppo forti appaiono, a mio avviso, le affermazioni intorno alla relazione, che sembra non
avere la sua ragion dessere in un rapporto di dipendenza che pur esiste nella realt dei fatti (padre-figlio; padrone-schiavo), e intorno allaffermazione e alla negazione, che sembrano appartenere ad un mondo linguistico totalmente alienato dallontologia.
26 La dimostrazione che le quattro forme di opposizione siano tutte diverse tra loro una preoccupazione che ricorre spesso nel testo. Cfr., ad esempio, Categorie 10, 11 b 37-38; Categorie
10, 12 b 16-17; Categorie 10, 12 b 26-27; Categorie 10, 13 a 15-17; Categorie 10, 13 a 37 - b 1.
27 Cfr. Filopono, In Cat., 188, 20-29.
28 Cfr. Ammonio, In Cat., 102, 2-5.

211

implica lesistenza di una cosa nera29; la contrariet come tale, invece, secondo quei
pensatori, dovrebbe essere associata alla [] relazione, per il fatto che, se qualcosa
viene designato come contrario, allora devesserci un altro qualcosa contrapposto a esso
come contrario30.
Nicostrato accolse tale concezione, spingendosi, per, persino oltre. Tent, infatti, di
mostrare come non solo la contrariet per se stessa considerata, ma anche i singoli contrari siano dei relativi31. Sulle argomentazioni portate dal filosofo medioplatonico per
sostenere e difendere tale tesi non si hanno notizie precise, ma si potrebbe ricostruire un
ragionamento simile al seguente:
Lopposizione contraria una relazione.
Bianco e nero sono opposti contrari.
Bianco e nero sono dunque correlati32.
Come riporta Simplicio,
Nicostrato crede di dimostrare che i contrari si dicono luno in relazione allaltro (t
nanta prj llhla lgetai), costruendo la propria argomentazione non sulle cose
che si sussumono sotto la contrariet (ok p tn p t nanton), ma sulla base
della contrariet stessa (p'ato to nantou)33.

Il filosofo medioplatonico, pertanto, doveva prendere le mosse del ragionamento dalla


contrariet stessa, per giungere a dimostrare che anche gli enti contrari si dicono luno
in relazione allaltro. Per contrastare tale posizione estremista di Nicostrato, Simplicio
propone un parallelismo con il concetto di uguaglianza: mentre luguaglianza in s
(son at) costituisce una relazione, gli enti uguali non costituiscono delle relazioni,
ma rientrano nella quantit34.
A ben vedere, il rapportare lopposto a una certa relazione non sembrerebbe adeguato
soltanto agli enti che rientrano nella contrariet, ma a tutti i modi in cui lopposizione
viene detta. Questo evidente nel caso dei relativi, ma pu essere osservato anche negli
altri tre casi: due concetti contrari sono correlati: ad esempio, il bene esiste e si definisce
in relazione al male e viceversa, il bianco in relazione al nero, etc. (due enti cui possono
attribuirsi, rispettivamente, due determinazioni contrarie, invece, non hanno bisogno,
per esistere e per essere spiegati, luno dellaltro); similmente, il possesso tale in rela29

Moraux, LAristotelismo presso i Greci, vol. II, tomo 2, p. 121.


Moraux, LAristotelismo presso i Greci, vol. II, tomo 2, p. 121.
31 Cfr. Simplicio, In Cat., 385, 10-12. Secondo H.J. Krmer, Platonismus und ellenistiche Philosophie, De Gruyter, Berlin 1971, p. 90 e n 335, Nicostrato, ammettendo una sussunzione dei
contrari (gli nanta) sotto i prj ti, si riallaccerebbe alla dottrina accademico-senocratica delle due categorie, secondo la quale contrari e relativi rientrerebbero, entrambi, allinterno della
sovracategoria del rispetto a qualcosaltro (prj ti in quanto prj teron). In tal senso, la
posizione di Nicostrato potrebbe essere stata introdotta allinterno del Peripato sotto influsso accademico. Ermodoro, infatti, seguendo la bipartizione senocratea, divise la realt in due categorie: il per s e il relativo ad altro (prj tera) e questultimo gruppo, a sua volta, in contrari (nanta) e relativi (prj ti). Cfr. Simplicio, In Phys., 247, 30 ss.
32 Moraux, LAristotelismo presso i Greci, vol. II, tomo 2, p. 122; cfr. anche Gio, Filosofi
medioplatonici, pp. 206-207.
33 Simplicio, In Cat., 385, 10-12. K. Praechter, Nikostratos der Platoniker, Hermes LVII, pp.
481-517, p. 500, ravvisa in questa posizione di Nicostrato, cio nel voler rapportare non solo i
contrari, ma anche la contrariet stessa, allunico genere dei relativi, una movenza tipica della
concezione platonica del sensibile come immagine da rapportare al mondo ideale.
34 Cfr. Simplicio, In Cat., 385, 12-17.
30

212

zione alla privazione, poich non potrebbe esistere, ontologicamente, una privazione ontologica se non ci fosse anche un possesso, n avrebbe senso parlare di una privazione
se non in relazione ad un possesso; anche laffermazione e la negazione, essendo portatrici di verit e di falsit, non avrebbero senso se non luna in relazione allaltra. In generale, dunque, nei diversi tipi di opposizione, sussiste una comune propriet di richiamarsi a vicenda, di acquisire senso in un rapporto reciproco. Sarebbe errato denominare tale rapporto relazione (prj ti), dal momento che tale espressione, essendo usata da Aristotele in senso tecnico per indicare, in modo specifico, un preciso tipo di opposizione, verrebbe a creare un caso ambiguo di omonimia. Si dovrebbe far riferimento a un termine diverso che contenga in s il concetto di correlazione, e che potrebbe essere individuato nello stesso termine aristotelico di opposizione, stavolta non considerato secondo la definizione di Boezio, che vale esclusivamente per gli enti cui si attribuiscono le diverse forme di opposizione35, ma come un concetto che si situa in un ambito meta-empirico e che si presenta come scevro dalle implicazioni fenomeniche
dellattribuzione ai singoli sostrati36.
2.2. Contrari e intermedi
I contrari si dividono in due gruppi: 1. quelli che non ammettono intermedi e 2. quelli
che ammettono intermedi.
2.2.1. Contrari che non ammettono intermedi: perfezione della salute e astrazione del
numero
Secondo Aristotele, non ammettono intermedi quei contrari per i quali necessario
che luno o laltro appartenga alle cose nelle quali essi si generano per natura (pfuke)

35

Il fatto che le quattro forme di opposti sarebbero accomunate dal non poter coesistere insieme
e dallescludersi a vicenda se attribuiti alla medesima realt unevidenza fenomenologica che
non riguarda di concetti in s considerati di relazione, contrariet, possesso e privazione, affermazione e negazione.
36 Si tratta di una movenza, per un verso molto simile e per altro verso distante, rispetto a quella
platonica presente in Fedone, 103 B 1 - C 2, in cui si tratta, per, espressamente non degli opposti in generale, ma precisamente dei contrari. Simile perch il procedimento, nei due casi,
quello che consiste nel distinguere gli opposti nella loro azione nella realt e quelli che, invece,
sono considerati e pensati in s. A prescindere dalla [] natura di questi contrari in s, che
per Platone sono enti in s sussistenti, ma che manterrebbero la loro valenza anche se li prendessimo come concetti irrinunciabili dei nostri procedimento logico-linguistici, quel che ci interessa notare il diverso rapporto che si viene a creare. In sintesi, se prendiamo una cosa piccola questa pu diventare grande, quindi possibile dire che da una cosa piccola nasce una
grande, cio da un contrario nasce un altro contrario. Se per prendiamo la piccolezza in s,
questa non pu mai diventare grandezza n in s n nei processi. La modificazione riguarda il
sostrato, e quindi loggetto implicato (ma potremmo dire anche il contrario: riguarda loggetto e
quindi il sostrato), di cui i contrari sono attributi che, come tali, possono essere sostituiti dal loro
contrario (Migliori, The relation of contrariety in the ancient thought and in the Aristotelian
formalization, in Savardi (ed.), Perception and cognition of contraries, p. 8). Il passo platonico resta, daltro canto, distante dalla distinzione che stiamo operando in riferimento al concetto
di opposizione perch, in questo caso, si va oltre il rapporto tra empirico e meta-empirico per
attingere una relazione dialettica che implica i concetti stessi dei diversi modi di opposizione.

213

o di cui si predicano (n kathgoretai)37. Un primo esempio riguarda i contrari che si


generano per natura in un sostrato: tra la salute (geia) e la malattia (nsoj) non c
nessun intermedio (mson), perch essi si generano per natura nel corpo degli animali, e
luno o laltro debbono necessariamente appartenere al corpo di un animale38, tertium
non datur. Secondo la testimonianza di Simplicio, tale esempio rivela una dottrina diversa rispetto a quella espressa da alcuni medici dellantichit39. Secondo questultimi,
infatti, tra la salute e la malattia esisterebbe uno stato neutro non rapportabile a nessuno
dei due opposti40, tra i quali sembrerebbero sussistere dei passaggi graduali. Ma evidentemente Aristotele concepisce la salute come faranno poi gli Stoici con la virt, come uno stato perfetto, di fronte al quale ogni sia pur minima deviazione gi malattia41.
Un secondo esempio di contrari che non ammettono intermedi riguarda quei contrari
per i quali necessario che luno o laltro appartenga alle cose di cui si predicano (n
kathgoretai): il pari (rtion) e il dispari (perittn) si predicano del numero
(riqmo kathgoretai) ed necessario (nagkan) che uno dei due (qteron) appartenga al numero42, tertium non datur, dal momento che [] ogni numero o sar divisibile per due o non lo sar43.
Parit e disparit delluno
Anche intorno a questo secondo esempio, tuttavia, potrebbero essere presentate delle
riserve44. La classificazione dei numeri in pari e dispari viene fatta risalire a Pitagora45,
ma il fatto che una dicotomia tanto drastica potesse far sorgere delle aporie e delle obiezioni si riscontra gi in un frammento di Filolao, in cui si parla di unulteriore classe in
cui dividere i numeri: quella dei pari-dispari, una mescolanza delle prime due, che dovrebbe essere attribuita al prodotto di un numero pari e di uno dispari, e non, piuttosto,
allunit46. Non sappiamo fino a che punto i Pitagorici abbiano considerato, nelle loro
teorie, questa terza divisione di cui parla Filolao. Sembra, tuttavia, che i Neopitagorici,
prendendo spunto dalle considerazioni di Platone in Parmenide, 143 E47, proposero una
37

Cfr. Categorie 10, 11 b 38 - 12 a 2. La necessit dellesserci luno o laltro dei contrari di


una coppia e lesclusione di ogni termine intermedio sono, a ben guardare, la stessa cosa, giacch o luno o laltro richiede in questo caso evidentemente leliminazione del n luno n
laltro. Senonch il procedimento di Aristotele non tautologico, perch per lui quella necessit
concepita come uno stato di fatto (Pesce, Aristotele, Categorie, p. 89 n. 6).
38 Cfr. Categorie 10, 12 a 4-6.
39 Cfr. Simplicio, In Cat., 386, 14-15. Cfr. anche Simplicio, In Cat., 332, 25-26.
40 Su tale condizione neutrale si veda la posizione di Galeno in R. Durling, A Dictionary of Medical Terms in Galen, Leiden 1993, p. 118.
41 Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 89 n. 5.
42 Cfr. Categorie 10, 12 a 6-8..
43 Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 89 n. 5.
44 Cfr. Simplicio, In Cat., 386, 8-10.
45 Cfr. T. Heath, A History of Greeks Mathematics, Clarendon Press, Oxford 1921, rist. Dover,
New York 1981, vol. I: From Thales to Euclid, p. 70.
46 Heath, A History of Greeks Mathematic, vol. I, p. 70.
47 Platone utilizza le espressioni: 1. pari volte pari (rtia rtiakj), 2. dispari volte dispari (peritt perittkij), 3. dispari volte pari (rtia perittkij), 4. pari volte dispari
(peritt rtiakj), attraverso le quali intende indicare, rispettivamente: 1. il prodotto di due
numeri pari; 2. Il prodotto di due numeri dispari; 3. Il prodotto di un numero dispari e un nume-

214

nuova classificazione, dividendo i numeri in quattro specie: 1. i pari volte pari (rtia
rtiakj), la cui met un numero pari, e la cui met della met ancora un numero
pari, e cos via fino al raggiungimento dellunit, e cio numeri della forma 2 ; 2. i paridispari (rtioprissoj), i quali possono essere dimezzati una sola volta, in seguito alla quale lasciano un numero dispari come quoziente, e cio sono numeri della forma 2
(2 +1); i dispari-pari (perissarti), che possono essere dimezzati due o pi volte,
dopo le quali raggiungono un numero dispari come quoziente, e cio sono numeri della
forma 2 (2m+1)48.
La scuola pitagorica da sempre fu sensibile alla trattazione della coppia paridispari49. Secondo quanto riportato dallo stesso Aristotele nel I libro della Metafisica, i
Pitagorici sostenevano, come testimoniato dal frammento di Filolao sopra citato, che
luno derivasse sia dal pari che dal dispari perch , insieme, pari e dispari50. Una prima
spiegazione di questa dottrina potrebbe essere quella per cui lunit, in quanto principio
di tutti i numeri, non potrebbe essere determinata n come pari n come dispari, e sarebbe quindi detto dai Pitagorici perissj-rtioj (pari-dispari). C, tuttavia,
unulteriore spiegazione possibile, attribuita ad Aristotele dal matematico Teone di
Smirne, secondo la quale lunit pari-dispari in quanto, se aggiunta ad un numero pari,
d un numero dispari e, se aggiunta a un numero dispari, d un numero pari, cosa che
non potrebbe accadere se lunit non partecipasse di entrambe le nature51. Questa seconda spiegazione si presenta come vicina a una dottrina propria di Aristotele (tale dovette sembrare a Teone di Smirne), il quale, tuttavia, non giunse, con essa, a sostenere la
doppia natura pari e dispari del numero uno. Lo Stagirita sostiene la tesi secondo la quale il numero si costituisce per aggiunzione (kat prsqesin), attraverso unaddizione
iterata52, tanto che una delle critiche pi aspre che egli rivolge a Platone laver posto i
numeri ideali e la conseguente impossibilit che la loro successione sia data per progressiva aggiunta delluno53.
Ora, se, come documentato da diversi testi della Metafisica, Aristotele era a conoscenza delle dottrine pitagoriche dei numeri, compresa quella intorno alluno, e in Categorie 10 non accenna affatto alla possibilit che ci sia un numero, luno, che possa partecipare insieme delle due nature del pari e del dispari, perch egli non accettava una
n

n+1

ro pari; 4. Il prodotto di un numero dispari e un numero pari. Cfr. M. Migliori, Dialettica e verit. Commentario filosofico al Parmenide di Platone, Prefazione di H. Krmer, Introduzione di
G. Reale, Vita e Pensiero, Milano 1990, 2000 , pp. 232-242; cfr. anche J.E. Annas, Aristotles
Metaphysics. Books M and N translated with introduction and notes, Oxford University Press,
Oxford 1976, trad. it. Interpretazione dei libri M-N della Metafisica di Aristotele. La filosofia
della matematica in Platone e Aristotele, Introduzione e traduzione dei libri M-N della Metafisica di Aristotele di G. Reale, Vita e Pensiero, Milano 1992, pp. 88-89.
48 Cfr. Heath, A History of Greeks Mathematic, vol. I, pp. 71-72. Sulla futilit matematica di
queste classificazioni,e sulle implicazioni che hanno nella dottrina platonica del due indefinito,
si veda Annas, Aristotles Metaphysics. Books M and N, pp. 84-92.
49 Forse proprio attraverso la tradizione pitagorica anche Platone consider il pari e il dispari
come propriet aritmetiche fondamentali. Cfr. Repubblica 510 C 2 - D 3.
50 Metafisica A 5, 986 a 19 ss.. Sulle implicazioni, in questa dottrina, dei rapporti tra i concetti
di limite e illimitato, si veda Reale, Aristotele. Metafisica, vol. III, p. 50 n. 11.
51 Teone riporta che anche Archita fosse in accordo con la tesi attribuita ad Aristotele. Cfr.
Heath, A History of Greeks Mathematic, vol. I, p. 71.
52 Cfr. Metafisica M, 6, 1081 b 14-17.
53 Cfr. Metafisica M, 6, 1080 a 30-35.
2

215

simile tesi54. In generale, lo Stagirita espressamente poco favorevole alle teorie dei Pitagorici intorno ai numeri, e ne contesta soprattutto la posizione ontologica per cui tutta
la natura, e persino lintero cosmo, consistano o siano costituiti da numeri55. Molto di
ci che sappiamo intorno alle dottrine pitagoriche dei numeri, ci viene riportato da Aristotele, il quale critica aspramente la tesi secondo la quale il numero il principio sia
della materia delle cose - la causa materiale, per dirla in termini aristotelici - sia delle
loro caratteristiche formali, permanenti e accidentali56. Sembra che i Pitagorici concepissero i numeri non solo come unit fisiche ed estese, ma anche come realt intellegibili e principi formali, in quanto non solo costituiscono i componenti materiali primari di
tutte le cose, ma danno ordine e identit formale alle realt materiali57. Al contrario, il
numero, per Aristotele, non ha consistenza ontologica; non ha unesistenza n immanente n separata, privo dellaspetto metafisico acquisito in ambito platonico e si ottiene, piuttosto, tramite astrazione. Il concetto di numero di Aristotele, rendendo il
numero relativo alla cosa che numerata, congiunge stabilmente il numero al contare, e
da ci risulta analitico che il numero sia ci con cui noi contiamo. Questa una teoria
opportunamente anti-platonista: i numeri non esistono indipendentemente da noi e dalla
nostra attivit di contare []58. Tale teoria [] richiede necessariamente che lo zero
e luno non siano numeri. Nella misura in cui i Greci non numerarono lo zero, questo
fatto non sorprende; ma per luno, il discorso pi complicato59. Lo status delluno
qualcosa di non definito in modo chiaro. In Metafisica I, luno viene presentato come la
misura del molteplice60, che come il genere del numero61; e

54

Cfr. Heath, A History of Greeks Mathematic, vol. I, p. 72.


Cfr. Metafisica A, 986 a 1-2: [] pensarono che gli elementi dei numeri fossero elementi di
tutte le cose, e che tutto quanto il cielo fosse armonia e numero; Metafisica A, 986 a 16-17:
[] costoro sembrano ritenere che il numero sia principio non solo come costitutivo materiale
degli esseri, ma anche come costitutivo delle propriet e degli stati dei medesimi; Metafisica
A, 987 b 28: [] i Pitagorici affermano che i numeri sono le cose stesse [] (o d'riqmoj
ena fasin at t prgmata). In altri passi, Aristotele fa delle affermazioni ambigue intorno alla dottrina pitagorea dei numeri, sostenendo che, secondo quei pensatori, i numeri hanno
molte somiglianze (moimata poll) con le cose che sono (cfr. Metafisica A, 985 b 27), e
sono ci che primo in tutta quanta la realt (cfr. Metafisica A, 986 a 1). Tali espressioni, tuttavia, rafforzano, e non contrastano, linterpretazione ontologica, da parte dello Stagirita, della
dottrina pitagorea. Cfr. T. Angier, Techne in Aristotles Ethics. Crafting the Moral Life, Continuum: Studies in Ancient Philosophy, London 2010, p. 132. La critica di Aristotele ai Pitagorici
inflessibile: essi hanno parlato dellessenza e dato delle definizioni in modo troppo rozzo e superficiale, come confondendo lessenza del doppio e lessenza del due (cfr. Metafisica A, 987 a
23-26), e pertanto scambiando [] la predicazione (ad esempio, x doppio) con la specificazione di una sostanza (ad esempio, x due) (Angier, Techne in Aristotles Ethics, p.
132). Su questo punto, si veda anche Reale, Aristotele. Metafisica, vol. III, p. 55 n. 35.
56 Metafisica A, 986 a 16-17.
57 In Metafisica M, 1080 b 16-20, Aristotele spiega che, per i Pitagorici, i numeri non sono
monadici, cio inestesi e incorporei, ma hanno magnitudine, quindi occupano uno spazio.
58 Annas, Aristotles Metaphysics. Books M and N, p. 74.
59 Annas, Aristotles Metaphysics. Books M and N, p. 75.
60 Cfr. Metafisica I, 6, 1057 a 3-4. Sulle aporie conseguenti lammissione che luno sia misura
del molteplice, si veda Annas, Aristotles Metaphysics. Books M and N, p. 76.
61 Cfr. Metafisica I, 6, a 3.
55

216

in un certo senso, luno e il numero si oppongono (ntkeita pwj t n ka


riqmj), in quanto relativi, poich luno misura (mtron) e il numero il misurabile
(metrhtn)62.

In tale prospettiva, il primo molteplice, quindi - stante il fatto che il molteplice come il
genere del numero - il primo numero risulta essere il due63. Questa visione aristotelica
delluno attraversata da unambiguit, che egli stesso riconosce64, ma che spesso emerge nelle sue trattazioni: lintreccio tra [] lunitariet di una cosa [] e [] il
suo essere numericamente una65. Il filosofo [] avrebbe potuto formulare i suoi problemi in maniera piuttosto diversa, se fosse giunto a vedere che i problemi relativi alle
unit sono alquanto distinti dai problemi relativi allunit66. Spesso egli tratta insieme
le questioni che riguardano lessere uno di numero e lessere uno nel genere o nel tipo.
In buona misura, Aristotele vittima della lingua greca, poich la singola n parola
copriva un campo che noi spartiamo tra uno, unit, e unitariet; anzi gran cosa
che Aristotele riesca ad operare le distinzioni che opera67. Seppur in tale ambiguit,
riassumendo semplicisticamente, se, dunque, luno per Aristotele non pu essere considerato un numero sic et simpliciter, resta chiara laffermazione per cui ogni numero deve risultare, necessariamente, o pari o dispari.
Asimmetria degli esempi
I commentatori hanno rivelato delle asimmetrie tra i due esempi di contrari che non
ammettono intermedi. In primo luogo, unasimmetria tra generi e specie. Da un lato,
laffermazione aristotelica per cui o la salute o la malattia deve necessariamente essere
presente nel corpo dellanimale valida soltanto nel caso in cui la malattia sia considerata come genere. Tale posizione sembra essere confermata da un passo del IV libro dei
Topici. Il filosofo ha appena affermato che, se il genere contrario a qualcosa, anche la
specie dovr esserlo, ma subito ammette che 68.
C unobiezione (nstasij) in riferimento alla salute e alla malattia (p tj gieaj
ka nsou): la salute, infatti, considerata in senso assoluto (plj), contraria alla
malattia; una certa malattia (tj nsoj), invece, che una specie della malattia (edoj
osa nsou), quale, ad esempio, la febbre, loftalmia e tutte le altre, non contraria a
nulla69.

2.2.2. Contrari che ammettono intermedi


Dopo aver trattato degli contrari che non ammettono intermedi, Aristotele procede
allanalisi dei contrari che, invece, li ammettono. Ammettono intermedi - quelli che gli
Stoici chiameranno difora - i contrari per i quali non necessario che luno o laltro
appartenga alle cose nelle quali essi si generano per natura o di cui si predicano. Per e62

Cfr. Metafisica I, 6, 1057 a 4-6.


Cfr. Metafisica I, 6, 1056 b 27-32.
64 Cfr. Metafisica I, 6, 1057 a 6-7: [] non tutto ci che uno anche numero: per esempio,
non un numero una cosa indivisibile.
65 Annas, Aristotles Metaphysics. Books M and N, p. 73.
66 Annas, Aristotles Metaphysics. Books M and N, p. 74.
67 Annas, Aristotles Metaphysics. Books M and N, p. 73.
68 Bods, Aristote, Catgories, p. 144 n. 4.
69 Topici IV, 3, 123 b 34-37.
63

217

sempio, tra il bianco e il nero, che si generano per natura in un corpo, esistono degli intermedi: il grigio, il giallo, e tutti gli altri colori; tra il cattivo e il virtuoso, che si predicano delluomo e di molte altre cose, esiste qualcosa di intermedio: ci che non n cattivo n virtuoso.
2.2.1 In alcuni casi, tali intermedi hanno dei nomi, come nel caso del grigio, del giallo e degli altri colori; in altri casi, invece, essi vengono determinati attraverso la negazione dei termini contrari, come nel caso di ci che non n cattivo n virtuoso.
il nero e il bianco, ad esempio, si generano per natura in un corpo, e non necessario
che luno o laltro appartenga al corpo - non ogni cosa, infatti, o bianca o nera. E cattivo e virtuoso si predicano sia di uomo sia di molte altre cose, ma non necessario che
luno o laltro di essi appartenga alle cose di cui si predicano. Non tutte le cose, infatti,
sono o cattive o virtuose. E tra queste c, appunto, qualcosa di intermedio: tra il bianco
e il nero, ad esempio, ci sono il grigio, il giallo e tutti gli altri colori, tra il cattivo e il
virtuoso c ci che non n cattivo n virtuoso. In alcuni casi, ci sono dei nomi per gli
intermedi, come, ad esempio, tra il bianco e il nero ci sono il grigio e il giallo; in alcuni
casi, tuttavia, non comodo attribuire un nome al termine intermedio, ma ci che intermedio viene determinato attraverso la negazione di ciascuno degli estremi: ad esempio, ci che non n buono n cattivo, e ci che non n giusto n ingiusto.

3. Il possesso e la privazione
3) Privazione e possesso si dicono in riferimento a una medesima cosa, come, per esempio, la vista e la cecit in riferimento allocchio. Per dirla in generale, ci in cui si
genera per natura il possesso anche ci di cui si dice ognuno di questi (la privazione e
il possesso). Di ciascuna delle cose capaci di accogliere il possesso, diciamo che privata qualora il possesso non sussista in alcun modo nella cosa in cui sussiste per natura
e nel tempo in cui la possiede per natura. E infatti chiamiamo sdentato non ci che non
ha denti, e cieco non ci che non ha la vista, ma ci che non li ha mentre, per natura,
dovrebbe averli. Alcuni esseri, infatti, non hanno vista n denti alla nascita, ma non si
dicono sdentati n ciechi.
Lessere privato e lavere il possesso non sono privazione e possesso. Possesso, infatti, la vista e privazione la cecit, ma lavere la vista non la vista, n lessere cieco
la cecit. La cecit, infatti, una certa privazione, mentre lessere cieco essere privato, non una privazione. Inoltre, se la cecit fosse la stessa cosa che lessere cieco, entrambi si predicherebbero della stessa cosa. E invece, luomo si dice cieco, ma in nessun
modo luomo si dice cecit. Sembra, tuttavia, che anche questi - lessere privato e
lavere possesso - si oppongano come privazione e possesso, poich il modo di opporsi
lo stesso. Come, infatti, la cecit si oppone alla vista, cos anche lessere cieco si oppone allavere la vista. Daltra parte, neppure ci che sta sotto (il contenuto)
laffermazione e la negazione si identifica con laffermazione e la negazione, dal momento che laffermazione un discorso affermativo e la negazione un discorso negativo, mentre ci che sta sotto laffermazione o la negazione non affatto un discorso. Eppure, anche questi si dicono opporsi luno allaltro al modo dellaffermazione e della
negazione. Di fatti, il modo di opporsi in questi due casi lo stesso. Infatti, come talora
laffermazione si oppone alla negazione, ad esempio sta seduto - non sta seduto, cos si
oppone anche i contenuti di ciascuna di esse, lo stare seduto - il non stare seduto.

218

Che, poi, la privazione e il possesso non si oppongano al modo dei relativi, risulta
chiaro dal fatto che ci che sono non lo si dicono del loro opposto. La vista, infatti, non
vista della cecit, n si dice in altro modo in relazione ad essa. Similmente, la cecit
non potrebbe dirsi cecit della vista; piuttosto la cecit si dice privazione della vista, e
non cecit della vista. Inoltre, i relativi si dicono in relazione ai loro corrispettivi (correlativi) di modo che, se anche la cecit rientrasse tra i relativi, ci in relazione a cui di dice dovrebbe convertirsi; ma non si converte, infatti la vista non si dice vista della cecit.
Che le cose che si dicono secondo la privazione e il possesso non si oppongono neppure al modo dei contrari risulter, poi, chiaro dai seguenti argomenti. Dei contrari tra i
quali non c nessun intermedio, necessario che luno o laltro di essi sussista sempre
nelle cose in cui si genera per natura o di cui si predica, poich nulla intermedio ai
contrari di cui necessario che luno o laltro sussista in ci che capace di riceverlo,
come nel caso della malattia e della salute, e nel caso del dispari e del pari. Nel caso dei
contrari tra cui non ci sono intermedi, invece, non mai necessario che luno o laltro
sussista in tutto: non infatti necessario che tutto ci che sia capace di riceverli sia o
bianco o nero, n caldo o freddo, dal momento che, tra questi estremi, nulla impedisce
che ci siano intermedi. Inoltre, avevamo detto che cera qualcosa di intermedio tra quei
contrari di cui non era necessario che luno o laltro di essi appartenesse a ci che era
capace di riceverli, a meno che luno non gli appartenga per natura: ad esempio, al fuoco lessere caldo e alla neve lessere bianca. In questi casi, necessario che uno determinato dei due contrari sussista, e non quello dei due che dovesse capitare, poich impossibile che il fuoco sia freddo e che la neve sia nera. Di conseguenza, non necessario che luno o laltro dei contrari sussista in ci che capace di accoglierli, ma uno solo
vi sussiste per natura, e uno determinato dei due, non quello che capiti.
Nel caso della privazione e del possesso, tuttavia, non risulta vera nessuna delle cose
che abbiamo detto. Non , infatti, necessario che luno o laltro di essi sussista sempre
in ci che capace di accoglierli - ci che non possiede ancora la vista per natura, infatti, non si dice cieco, n ci che non ha denti si dice sdentato -; di conseguenza, queste
cose non fanno parte di quei contrari tra i quali non c nulla di intermedio. E nemmeno
di quelli tra i quali c qualcosa di intermedio, poich talora necessario che luno o
laltro di essi sussista in ci che capace di riceverlo: nel momento in cui, infatti, ormai naturale possedere la vista, allora si dir o cieco o che possiede la vista, e non un
determinato caso dei due, ma quello dei due che capiti; non , infatti, necessario che o
sia cieco o possieda la vista, ma quello dei due che capiti. Quanto, invece, ai contrari tra
i quali si ha qualcosa di intermedio, risultava che non in nessun caso necessario che
luno o laltro sussista in tutto, ma solo in alcune cose, e, in queste, uno determinato dei
due. Di conseguenza, chiaro che le cose che si oppongono secondo la privazione e il
possesso non si oppongono in nessuno dei due modi in cui si oppongono i contrari.
Inoltre, nel caso dei contrari, se sussiste ci che capace di accoglierli, possibile
che si verifichi un cambiamento dalluno allaltro, qualora non gliene appartenga uno
per natura come al fuoco appartiene lessere caldo. Ci che sano, infatti, pu ammalarsi, il bianco pu diventare nero, il freddo caldo, e da virtuosi si pu diventare cattivi e
da cattivi virtuosi. Lindividuo cattivo, infatti, se guidato verso occupazioni e discorsi
migliori, progredirebbe, anche se a piccoli passi, verso lessere migliore. E se anche
conseguisse una sola volta un piccolo progresso, sarebbe chiaro che potrebbe cambiare
completamente o conseguire un progresso ancora pi grande. Diventa, infatti, sempre
pi facile dirigersi verso la virt, qualunque sia stato il progresso che aveva conseguito
allinizio; di conseguenza, logico che conseguir un progresso anche maggiore. E se

219

questo avviene sempre, si muter completamente nellabito contrario, a meno che non
gli venga precluso dal tempo. Quanto alla privazione e al possesso, invece impossibile
che si dia un mutamento reciproco. Il mutamento, infatti, avviene dal possesso alla privazione, ed impossibile che abbia luogo dalla privazione al possesso. Colui che diventato cieco, infatti, non vede di nuovo, chi calvo non rimette i capelli, e chi sdentato non rimette i denti.

4. Laffermazione e la negazione
Delle quattro tipologie di opposti, laffermazione e la negazione costituiscono quella
che raggiunge il pi alto grado di opposizione. Si distinguono da tutti gli altri tipi di opposizione per il fatto che sono le uniche a dover essere, in qualsiasi caso, necessariamente luna vera e laltra falsa. Questa caratteristica risulta chiara attraverso il confronto
con gli altri tipi di opposizione.
4.1. Gli opposti e i valori di verit
Aristotele distingue radicalmente il quarto tipo di opposizione da tutti i precedenti
sulla base della caratteristica per cui soltanto nel caso dellaffermazione e della negazione si ha una coppia di enunciati contraddittori luno dei quali risulta necessariamente
vero e laltro necessariamente falso.
chiaro che tutte le cose che si oppongono come affermazione e negazione non si oppongono in nessuno dei modi che abbiamo detto. Solo in questo caso, infatti, sempre
necessario che luna sia vera e laltra sia falsa70.

Questa peculiarit degli opposti contraddittori pu essere clta, oltre che dagli esempi
che pure Aristotele in seguito porta, anche da una constatazione apodittica71: nulla di ci
che si dice senza connessione (tn kat mhdeman sumplokn legomnwn odOn)
accoglie dei valori di verit opposti, e le cose che si oppongono secondo le altre tre tipologie di opposizione sono, appunto, dette senza connessione72 (neu sumplokj), come, ad esempio, bianco/nero per i contrari, doppio/mezzo per i relativi, vista/cecit per
il possesso e la privazione73. I valori di verit - e, pi precisamente, i valori di verit opposti - sorgono solo nel momento in cui si ha una connessione di determinati elementi.
Per mostrare che il dividere dal vero dal falso sia una prerogativa dei contraddittori, Aristotele mostra come essa non possa essere attribuita alle altre forme di opposizione. Si
sofferma, in particolare, sui contrari e sulla privazione e il possesso, tralasciando, invece, completamente la trattazione dei relativi, poich a loro riguardo il problema addirittura fuori luogo. Stante infatti che il relativo ci che, quel che , si dice di altro, ossia del correlativo, non ha senso chiedersi non soltanto se sia necessario, ma anche se
sia possibile che uno sia vero e laltro sia falso74.
Per quel che concerne il caso dei contrari, occorre aggiungere delle informazioni pi
specifiche. Si potrebbe obiettare, infatti, che ci siano dei casi in cui valori opposti di verit possano essere attribuiti a dei contrari: quando, cio, dei contrari che non ammetto70

Categorie 10, 13 a 37 - b 3.
Cfr. Simplicio, In Cat., 404, 5-9.
72 Cfr. Categorie 10, 13 b 10-12.
73 Cfr. Categorie 10, 13 b 3-10.
74 Zanatta, Aristotele: Le categorie, p. 665.
71

220

no intermedi vengano detti secondo connessione e predicati dello stesso soggetto. Ad


esempio, Socrate gode di buona salute (t gianein Swkrth) contrario a Socrate malato (t nosen Swkrth)75. Godere di buona salute (t gianein) e essere malato (t nosen) sono due contrari che, in questo caso, attraverso una connessione, vengono attribuiti allo stesso soggetto, Socrate, e che non ammettono intermedi: delle due luna, o si sani o si malati, tertium non datur. Sembra, pertanto, che la salute o
la malattia debbano necessariamente concernere Socrate76. In realt, tuttavia, si potrebbe
rispondere correttamente allobiezione affermando che neppure in questi casi sempre
necessario che un contrario sia vero e laltro sia falso. La ragione di ci viene spiegata
dallo stesso Aristotele:
Se, infatti, Socrate esiste, allora luno vero e laltro falso, ma, se Socrate non esiste,
entrambi sono falsi, poich, se Socrate stesso non esiste affatto, non vero n che Socrate gode di buona salute n che malato77.

Le due affermazioni assumono valori di verit opposti solamente nel caso in cui il soggetto cui ci si riferisce, in questo caso Socrate, esiste. Se, invece, Socrate non esiste, entrambe le affermazioni risulteranno false, dal momento che chi non esiste non pu essere n sano n malato78. I contrari, dunque, non condividono la peculiarit dei contraddittori, perch questultimi si dividono sempre in vero e falso, sia che Socrate esista sia che
non esista.
Neppure nel caso delle cose cui sono attribuiti possesso e privazione secondo una
connessione79, ossia nel caso delle proposizioni che esprimono un possesso o una privazione80, si verifica la caratteristica pocanzi attribuita ai contraddittori. Se il soggetto
non esiste, entrambe le proposizioni X ha la vista e X cieco risultano false, poich
di chi non esiste non si pu dire n che abbia la vista n che sia cieco; se, invece, il sog75

Secondo Simplicio, In Cat., 404, 12, Socrate gode di buona salute e Socrate malato sono dei prgmata, e cio oggetti non proposizionali (anche se non necessariamente sostanze),
in quanto si riferirebbero, rispettivamente, alla salute e allinfermit di Socrate. Il termine
prgmata usato da Simplicio in questa sede potrebbe avere assunto delle connotazioni stoiche.
Gli Stoici, infatti, erano soliti chiamare le espressioni come Socrate gode di buona salute e
Socrate malato prgmata o lkta. I lkta (letteralmente, i dicibili) sono i significati,
incorporei, veicolati dalle parole. La teoria stoica distingue tra loggetto reale, corporeo, le parole e le proposizioni, cio, linsieme di suoni articolati, anchessi corporei e, infine, il significato
(lektn) dei suoni che vengono emessi con la voce. I lkta possono essere incompleti o completi: incompleti sono gli elementi linguistici singolarmente considerati, come il singolo verbo
senza soggetto (ad esempio, corre), completi quando ci si riferisce allintera proposizione (ad
esempio, Socrate corre). chiaro che, in questo caso, si stia trattando di lkta completi. Cfr.
R. Gaskin, The Stoics on Cases, Predicates and the Unity of the Proposition, Bulletin of the
Institute of Classical Studies, 41 (1997), pp. 91-108.
76 Cfr. Categorie 10, 12 b 27-32.
77 Categorie 10, 13 b 16-19.
78 Con un ribaltamento dei valori di verit, Simplicio, In Cat., 404, 30-35, piuttosto che affermare la falsit dei due enunciati, mostra la verit delle negazioni di essi: Di ci che non esiste
[Socrate], la negazione Non si d che Socrate goda di buona salute vera quanto Non si d
che Socrate sia malato. Questo perch il non essere malati non la stessa cosa che godere di
buona salute, come anche il non vedere non la stessa cosa che essere ciechi. Affermare di un
muro che non goda di buona salute e che non abbia la vista chiaramente vero, ma falso dire
che malato e cieco.
79 Cfr. Simplicio, In Cat., 404, 1-2.
80 Cfr. Gaskin, Simplicius: On Aristotle Categories 9-15, p. 226, n. 802.

221

getto esiste, non affatto necessario che una proposizione risulti vera e laltra falsa: potrebbe, infatti, accadere che il soggetto non sia ancora naturalmente e fisiologicamente
in grado di vedere (come i cuccioli appena nati)81 oppure che il soggetto non abbia proprio la capacit di vedere,e cio non abbia la vista neppure in potenza (non si pu dire,
ad esempio, che un muro abbia la vista o che sia cieco). In questi casi, entrambe le proposizioni risulterebbero false, pur esistendo il soggetto.
Come attestato da Simplicio82, Nicostrato obietta ad Aristotele che, pur avendo escludo dai relativi, dai contrari, e dal possesso e la privazione la caratteristica del dividere in modo dicotomico il vero dal falso, questa non possa assurgere al rango di peculiarit esclusiva (dion)83 dei contraddittori perch, da un lato, essa non appartiene solamente ai contraddittori e, dallaltro, perch non appartiene a tutti i contraddittori. Non
appartiene esclusivamente ai contraddittori perch, secondo Nicostrato, la necessit di
una divisione dicotomica del vero e del falso deve essere attribuita anche a quelle asser81

Simplicio, In Cat., 405, 7-20, insiste su questo punto, obiettando che il non avere la naturale e
fisiologica capacit di vedere si attribuisce ai cuccioli appena nati, ma non a Socrate, esempio
portato da Aristotele (cfr. Categorie 10, 13 b 24-27). Secondo il commentatore neoplatonico, lo
Stagirita avrebbe trasferito nel caso del possesso e della privazione lo stesso esempio che aveva
pocanzi usato in riferimento ai contrari, attribuendo a Socrate la disposizione che si attribuisce
agli animali che, al momento della nascita, non possiedono la vista. Tale trasferimento sarebbe
dettato, sempre secondo Simplicio, dal fatto che il metodo scientifico di dimostrazione richiede
di provare cose correlate sulla base degli stessi esempi (nella misura in cui questo sia possibile),
e Aristotele avrebbe accettato tale norma in quanto, secondo il Filosofo, non sono tanto importanti gli esempi addotti quanto ci che, attraverso essi, si riesce a dimostrare. Simplicio aggiunge che potrebbe sussistere una verit allinterno dellesempio aristotelico. Magari luomo, afferma il neoplatonico, non possiede la vista al momento della nascita o non la usa come usa il
senso del tatto, fino a che la levatrice non apre le sue palpebre e pulisce i suoi occhi (una teoria
presente nelle antiche enciclopedie mediche: cfr. Soranus in Gynaeciorum Libri IV, ed. J. Ilberg,
Leipzig 1927, 2.13.2, p. 60, 15-17; Oribasius in Oribasii Collectionum Medicarum Reliquiae,
vol. 4, ed. J. Raeder, Leipzig 1933, 29.3, p. 120, 26; Gaskin, Simplicius: On Aristotle Categories 9-15, p. 227, n. 807. Delle teorie riguardanti la vista nei neonati si trovano anche in Empedocle e negli Stoici. Secondo Empedocle, DK A.74, al momento della nascita lumore (grasa) si riassorbe e laria esterna entra a riempire i vasi (ggeoi) rimasti vuoti, permettendo
cos la vista (cfr. R. Laurenti, Empedocle, M. DAuria, Napoli 1999, p. 235). Anche secondo gli
Stoici, SVF 2. 804-808, la percezione e i sensi entrano a far parte dellorganismo vivente al
momento della nascita: limpatto dellaria fredda esterna fa s che lo spirito vitale (pnema)
dellinfante si trasformi dallo stadio vegetativo a quello animale. Cfr. Gaskin, Simplicius: On
Aristotle Categories 9-15, p. 227, n. 809). Oggi sappiamo che la vista del neonato comincia a
svilupparsi gi durante la gestazione e che i suoi occhi sono sensibili alla luce; al momento della
nascita, tuttavia, i neonati tengono quasi sempre gli occhi chiusi, e li aprono solo dopo pochi
minuti o poche ore. Gi nei primissimi giorni successivi al parto, poi, linfante in grado di
mettere a fuoco e distinguere gli oggetti posti a una distanza non superiore a una trentina di centimetri da lui; nei primi mesi di vita la sua vista diventa sempre pi acuta, fino a che, intorno ai
sei - otto mesi, riesce a vedere il mondo quasi come lo vede un adulto, distinguendo anche i colori. Possiamo, quindi, affermare che lesempio aristotelico valido anche per la medicina odierna: il Socrate appena nato non naturalmente e fisiologicamente capace di vedere come
pu vedere un adulto.
82 Simplicio, In Cat., 406, 5-15.
83 Le obiezioni di Nicostrato risultano chiare se si assume che egli utilizza, in questa sede, il
termine dion in senso stretto, presente in Porfirio, Isagoge 12, 13-22, come ci che appartiene
esclusivamente a tutti i membri di una certa classe.

222

zioni, positive o negative, che contengono un giuramento (S, per Atena, lho fatto!,
No, per Atena, non lho fatto!)84, alle espressioni di meraviglia (Com bello il Pireo!, Il Pireo non affatto bello) e a quelle di biasimo (Che uomo indegno!, Non
un uomo indegno)85. Daltro canto, la caratteristica, secondo Nicostrato, non appartiene
a tutti i contraddittori perch gli enunciati che riguardano un tempo futuro, stando la natura del contingente, non possono essere veri n falsi86.
Per queste obiezioni, gli Stoici avevano degli argomenti di difesa a favore di Aristotele87. Per quel che concerne il primo punto, essi rispondevano che scorretto e irrilevante asserire che il dividere dicotomicamente il vero dal falso non possa essere una caratteristica dei contraddittori basandosi sul fatto che essa possa essere attribuita ad altre
asserzioni, dal momento che lo Stagirita lha presentata come peculiarit dei contraddittori non in assoluto, in relazione a tutto il resto, ma solo relativamente alle altre tre tipologie di opposizione (contrari, relativi, possesso e privazione)88. Quanto al riferimento
alle asserzioni che contengono un giuramento (come anche per quelle che contengono
delle espressioni di meraviglia e di biasimo), gli Stoici si richiamano alla loro definizione di proposizione (xwma), secondo la quale essa precisamente ci che o vero o
falso89. Dal punto di vista stoico, un giuramento non pu essere vero o falso; s plausibile che, in esso, si giuri lealmente (eorkin) oppure che si spergiuri (piorkin), ma
esso non pu costituire unasserzione vera (lhqeein) o unasserzione falsa (yeudsqai), neppure se vi si giura qualcosa di vero o qualcosa di falso. In simili enunciati, infatti, altri fattori, quali le intenzioni e la condotta di colui che effettua il giuramento sono decisivi90. Simplicio91, su questo punto, si spinge oltre la posizione stoica, asserendo
84

Ammonio, In Int., 2,9-3,6, concorda con questa posizione di Nicostrato, contro quella degli
Stoici, ritenendo che i giuramenti siano suscettibili di verit o di falsit, e che lunica differenza
tra unenunciazione dichiarativa e un giuramento sia, in questultimo, laggiunta
dellinvocazione di una divinit. Cfr. Gaskin, Simplicius: On Aristotle Categories 9-15, p.
228 n. 816.
85 Sulla lettura di tali esempi delle espressioni di meraviglia e di biasimo si veda Gaskin, Simplicius: On Aristotle Categories 9-15, p. 228 n. 818.
86 Il riferimento alla questione dei futuri contingenti, che Aristotele tratta in De Interpretatione, 9. Degli enunciati che riguardano il passato e il presente, necessario che uno deve essere
vero e laltro deve essere falso. Ma cosa accade quando loggetto della proposizione contingente e riguarda il future? Riguardo a una battaglia navale futura, n lenunciato Ci sar una
battaglia navale n lenunciato Non ci sar una battaglia navale sono veri, ma contengono
soltanto la possibilit di diventare veri. Levento non necessario, e, pertanto, potrebbe accadere come anche non accadere; si tratta di una realt costituita in modo tale che potrebbe verificarsi luna o laltra delle due possibilit.
87 Cfr. Simplicio, In Cat., 406, 15-28.
88 Resta, in ogni caso, lobiezione per cui non possibile asserire che il dividere dicotomicamente il vero dal falso non possa essere una caratteristica dei contraddittori perch anche alcuni
contrari, come osservato in precedenza, la possiedono; il che costituisce la vera obiezione su
questo punto. Il punto di distinzione tra gli opposti contraddittori e quella tipologia di contrari,
tuttavia, cruciale: i primi dividono sempre dicotomicamente il vero dal falso, i secondi solo in
alcuni casi. Cfr. Gaskin, Simplicius: On Aristotle Categories 9-15, p. 229 n. 823.
89 Cfr. D.L. 7. 65; Sextus AM 8. 12; Cicero Acad. 2. 95.
90 Limportanza che gli Stoici tributano alle intenzioni di colui che effettua il giuramento viene
declinata in modo diverso da Cleante e da Crisippo. Secondo il primo, [] gi allatto del giuramento uno leale o spergiuro: se infatti giura con lintenzione di mantenere il giuramento,
leale; se invece non intende mantenerlo, spergiuro (H. von Arnim (a cura di), Stoici antichi:

223

che vero che gli enunciati che esprimono dei giuramenti non sono veri o falsi, ma il
fatto che si giuri lealmente o si spergiuri consiste in una funzione del valore di verit
che appartiene al contenuto proposizionale contenuto nellenunciato che comprende anche la formula del giuramento (linvocazione della divinit)92. Da una simile prospettiva, si salva loggettivit di un valore di verit che resta ancorato al contenuto proposizionale, il nocciolo dellenunciato, ma si perde completamente di vista la soggettivit
intenzionale del giurante93.
tutti i frammenti, introduzione, traduzione, note e apparati a cura di R. Radice, presentazione di
G. Reale, Bompiani Il pensiero occidentale, Milano 2006, SVF 1.581. Cfr. anche M. Baldassarri (a cura di), La logica stoica: Testimonianze e frammenti, vol. VIII: Testimonianze sparse ordinate sistematicamente, Lipotipografia Malinverno, Como 1987, p. 129). Mentre Cleante identifica le intenzioni del giurante esclusivamente allatto del giuramento, Crisippo insiste
sullimportanza della condotta del giurante fino alladempimento dellimpegno, e distingue il
giurare il vero (lhqeein), cio effettuare un giuramento il cui contenuto proposizionale sia
vero, dal giurare lealmente (eorkin) e il giurare il falso (yeudsqai), cio effettuare un giuramento il cui contenuto proposizionale sia falso, dallo spergiurare (piorkin) (cfr. SVF
2.197). Leorkin e lpiorkin non possono costituire delle proposizioni riconducibili a un
valore di verit univoco, perch devono essere giudicati a partire dalle intenzioni, e, aggiunge
Crisippo discostandosi, cos, da Cleante, anche dalla condotta del giurante.
91 Simplicio, In Cat., 406, 28-34.
92 Simplicio suddivide lenunciato che veicola il giuramento in due parti: il contenuto proposizionale e linvocazione della divinit. La formula invocativa, per se stessa, non denota nulla di
vero o di falso, ma, qualora sia connessa a un contenuto proposizionale, d luogo a un giurare
lealmente, anche se non a un giurare il vero, oppure a uno spergiurare, anche se non a un giurare il falso. Secondo Simplicio, infatti, solo al contenuto proposizionale, e non al giuramento,
appartengono i valori di verit o di falsit.
93 Secondo Gaskin, Simplicius: On Aristotle Categories 9-15, p. 229, n. 825, La posizione
corretta potrebbe collocarsi a met strada tra la posizione di Simplicio e quella degli Stoici: forse la verit della proposizione contenuta nel giuramento sufficiente ma non necessaria al giurare lealmente, e la sua falsit necessaria ma non sufficiente allo spergiurare. Le moderne
teorie del linguaggio sono concordi nellannoverare il giuramento tra i cosiddetti atti linguistici, enunciati di cui non si pu descrivere il contenuto o sostenere la veridicit, ma che servono
a compiere delle vere e proprie azioni in ambito comunicativo. Un atto linguistico consta di tre
parti: la locuzione (struttura ed enunciato), lillocuzione (lobiettivo, lintenzione comunicativa),
e la perlocuzione (effetto dellatto linguistico sullinterlocutore). La teoria degli atti linguistici
nasce allinterno della filosofia analitica anglosassone con la lezione dal titolo How To Do
Things With Words tenuta da J. L. Austin allUniversit Harvard nel 1955, il cui testo fu pubblicato postumo nel 1962: J. L. Austin, How To Do Things With Words, Clarendon, Oxford 1962,
trad. it. a cura di C. Penco e M. Sbisa, Come fare cose con le parole, Marietti, Genova 1987,
2002 . La teoria fu in seguito sistematizzata e divulgata da J. R. Searle, Speech acts: an essay in
the philosophy of language, Cambridge University press, Cambridge 1969, trad. it. di G. R.
Cardona, Atti linguistici: saggio di filosofia del linguaggio, Bollati Boringhieri, Torino 1976,
2009. Latto performativo (il cui nome deriva da to perform, eseguire), quale il giuramento,
unasserzione che, a differenza dallatto costatativo, non descrive un certo stato delle cose in
modo vero o falso, ma compie quanto si sta dicendo, producendo un fatto reale. L'atto performativo, quindi, non n vero n falso. Tuttavia, secondo Austin, se chi compie un atto performativo non lo fa nel contesto adatto, non ha le condizioni per farlo oppure non si comporta in modo
consequenziale (per esempio, nel caso di una promessa non mantenuta o di un falso giuramento), latto performativo abusato, ma continua a essere un atto performativo, seppur infelice.
Per dar conto del modo in cui gli atti illocutivi svolgono il loro compito, Austin ha introdotto
un certo numero di criteri che ha chiamato condizioni di felicit per distinguerli dalle condizioni
6

224

Quanto al secondo punto dellobiezione di Nicostrato, secondo la quale la caratteristica di dividere dicotomicamente il vero dal falso non appartiene a tutti i contraddittori
perch gli enunciati costatativi che riguardano un tempo futuro, stando la natura del
contingente, non possono essere n veri n falsi, Simplicio94 propone, in risposta, le due
diverse posizioni degli Stoici e dei Peripatetici a riguardo.
La posizione stoica, da un lato, eguaglia le proposizioni contraddittorie che riguardano il futuro a quelle che concernono il tempo passato e il tempo presente: una delle due
proposizioni deve essere necessariamente vera e laltra necessariamente falsa, dal momento che, nella visione stoica, gli eventi futuri sono gi stati determinati. Se domani ci
sar una battaglia navale, lenunciazione Domani ci sar una battaglia navale vera e
lenunciazione Domani non ci sar una battaglia navale falsa; se, al contrario, domani
non ci sar una battaglia navale, lenunciazione Domani non ci sar una battaglia navale vera, e Domani ci sar una battaglia navale falsa. Sia che la battaglia navale avverr sia che non avverr, necessariamente i contraddittori divideranno dicotomicamente il vero dal falso.
I Peripatetici, daltro lato, sono concordi con gli Stoici nellaffermare che i contraddittori che riguardano il futuro devono essere luno vero e laltro falso, ma indicare quale dei due sia vero e quale falso cosa, per sua natura, inafferrabile e instabile
(statoj)95. Nel caso del passato e del presente, gi determinato quale dei due contraddittori sia vero e quale sia falso; nel caso del tempo futuro, invece, questo non stato ancora determinato, ma lo sar. Per rispondere allobiezione di Nicostrato, infatti, i
contraddittori devono presentarsi, in un certo senso, come luno vero e laltro falso. Affinch, invece, la posizione dei Peripatetici si differenzi da quella degli Stoici, i contraddittori, in un altro senso, non si presentano come luno vero e laltro falso: questo si

di verit: gli atti linguistici pertanto non saranno veri o falsi ma, per usare i termini di Austin,
felici o infelici (in seguito Searle avrebbe introdotto il termine coronati da successo [successful]) per designare gli atti riusciti. Di conseguenza perch un atto linguistico sia compiuto felicemente (o con successo) necessario rispettare alcune condizioni []: Presenza di una procedura convenzionale []. Numero e tipi appropriati di partecipanti e circostanze []. La
procedura devessere eseguita da tutti i partecipanti, correttamente, e [] Completamente
[]. Condizioni di sincerit []. Comportamento conseguente. (A. Duranti, Linguistic Anthropology, Cambridge University Press, Cambridge 1997, trad. it. a cura di A. Perri e S. Di Loreto, Antropologia del linguaggio, Meltemi, Roma 2002, 2005 , pp. 201-202). Le ultime due
condizioni costituiscono i punti su cui, come abbiamo visto, insiste Crisippo: lintenzionalit del
giurante e la sua condotta fino alladempimento dellimpegno. Pur sussistendo una grande attenzione allintenzionalit del soggetto, dalla prospettiva delle condizioni dettate da Austin, tuttavia, colui che giura qualcosa per il futuro e che intende compiere qualsiasi sforzo per adempire
il proprio impegno, ma il cui tentativo viene vanificato da circostanze puramente esterne, compie comunque un atto infelice, perch la realizzazione di una singola condizione necessaria,
ma non sufficiente al raggiungimento della felicit dellatto linguistico. Non potremmo affermare, per, che egli abbia spergiurato.
94 Simplicio, In Cat., 406, 35 - 407, 15.
95 Il termine statoj (incerto) non deve essere letto nel senso che gli enunciati che riguardano
i futuri contingenti cambiano i loro valori di verit nel tempo, ma nel senso che i loro valori di
verit non sono (ancora) stati determinati (Gaskin, Simplicius: On Aristotle Categories 9-15,
p. 230 n. 833). Su un simile uso del termine in Boezio, si veda R. Gaskin, The Sea Battle and
the Master Argument: Aristotle and Diodorus Cronus on the Metaphysics of the Future, de
Gruyter, Berlin 1995, pp. 151-153.
2

225

verifica precisamente perch non si sa ancora quale dei due sia in modo determinato vero e quale sia in modo determinato falso96.
4.2. Le coppie di contraddittori nel De Interpretatione
Sul tema delle asserzioni contraddittorie non si pu trascurare lo scritto aristotelico
De Interpretatione, il cui Capitolo 6 dedicato proprio alla presentazione delle coppie
di contraddittori e rappresenta come il culmine della sezione introduttiva del trattato97, costituita dai primi cinque capitoli98. I capitoli successivi al sesto espongono una
sempre pi dettagliata analisi delle asserzioni contraddittorie99.
Nel Cap. 6, Aristotele esordisce presentando e definendo i due tipi di discorso dichiarativo o enunciativo:
96

La differenza tra il modo aristotelico e quello stoico di intendere la possibilit facilmente


comprensibile ritornando [] alla teoria della significazione. Per gli stoici si parte dai giudizi,
che sono dei lekt, dei significati. Sono anzitutto i giudizi a essere possibili, impossibili, ecc.
Posta una rappresentazione, la si confronta poi con loggetto di cui si parla. E ci vale anche in
una visione deterministica della realt, quale quella stoica. Aristotele parte invece dalla realt.
Per lui la possibilit una reale capacit, non una questione logica. Per questo egli ritiene che
una possibilit, una capacit reale, debba in qualche modo attuarsi (S. Tommaso dAquino,
Logica dellenunciazione: Commento al libro di Aristotele Peri Hermeneias, a cura di G. Bertuzzi e S. Parenti, PDUL Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1997, Lettura XII: Le enunciazioni future contingenti: gli inconvenienti del determinismo, p. 194).
97 C.W.A. Whitaker, Aristotles De Interpretatione: Contradiction and Dialectic, Oxford University Press, Oxford 1996, First published 1996, First published in paperback 2002, p. 78.
98 I primi cinque capitoli del trattato si presentano come unanalisi necessariamente propedeutica allindagine delle asserzioni. Per abbozzare un breve rsum, nel Cap. 1 vengono presentati
gli oggetti dellindagine: il nome (noma) e il verbo (ma) e, solo successivamente,
laffermazione (katfasij), la negazione (pfasij), il giudizio (pfansij) e il discorso
(lgoj). Aristotele definisce i suoni della voce, e cio le parole, come i simboli delle affezioni
che hanno luogo nellanima (tn n t yuc paqhmtwn smbola) e le lettere scritte (t
grafmena) come i simboli del suono della voce (tn n t fwn) (De Interpretatione 1, 16
a 3-4). Tali simboli, sia quelli proferiti sia quelli scritti, sono diversi in lingue diverse, ma le nozioni che essi esprimono sono le stesse. I nomi e i verbi, infine, presi per se stessi, senza connessione, non implicano n verit n falsit. Il Cap. 2 dedicato al nome; Aristotele vi spiega
che esso non tale per natura (fsei), ma viene assegnato per convenzione (kat sunqkhn),
e prescinde dal tempo (il nome Cesare, ad esempio, designa la stessa cosa al giorno doggi, a
duemila anni dalla morte, che al tempo dei Romani). Le parti del nome, cio le sillabe, se considerate separatamente e per se stesse, non hanno un significato e sono puri suoni. Il Cap. 3 tratta
del verbo, il quale esprime, invece, una determinazione temporale. Ad esempio, sta in buona
salute esprime non solo la salute, ma anche il suo sussistere al momento presente. Nel Cap. 4 si
spiega che il discorso (lgoj) un suono della voce in cui ogni parte, se considerata separatamente e per se stessa, ha significato. Anche il discorso, come il nome, non significativo per
natura, ma per convenzione. I discorsi possono essere di diversi tipi; solo a quello dichiarativo o
enunciativo (pofantikj), per, appartiene il valore di verit o di falsit. Lindagine degli altri
tipi di discorso (ad esempio il volitivo) spetta alla retorica e alla poetica; lindagine di quello dichiarativo, invece, spetta al trattato De Interpretatione. Nel Cap. 5 si spiega che laffermazione
e la negazione sono discorsi dichiarativi. I discorsi dichiarativi che formano ununit possono
essere: semplici, se qualcosa viene attribuito a qualcosa o qualcosa viene separato da qualcosa, o
composti, se formati da pi dichiarazioni semplici.
99 Cfr. Whitaker, Aristotles De Interpretatione, p. 78.

226

Laffermazione (katfasij) il giudizio che attribuisce qualcosa a qualcosa


(pfansij tinj kat tinj). La negazione (pfasij), invece, il giudizio che
separa qualcosa da qualcosa (pfansij tinj p tinj)100.

La contraddizione (ntfasij) ha luogo quando si hanno unaffermazione e una negazione che si oppongono (katfasij ka pfasij a ntikemenai)101. Tali affermazione e negazione possono essere considerate contraddittorie se, rispettivamente,
luna afferma e laltra nega una stessa determinazione in riferimento allo stesso oggetto.
Devono essere, chiaramente, esclusi i casi di omonimia, nei quali la determinazione
viene riferita a due realt diverse che hanno in comune esclusivamente il nome102.
Dico che due enunciati si oppongono se luno afferma e laltro nega la stessa cosa rispetto allo stesso oggetto, e non omonimamente lo stesso (m monmwj d) []103.

Affinch si abbia una contraddizione, tuttavia, non basta che sia evitata lomonimia, ma
devono verificarsi ulteriori condizioni, atte a poter replicare alle obiezioni dei sofisti,
che Aristotele aggiunge nel capitolo successivo.
[] e dovranno essere rispettate anche tutte le altre condizioni simili a questa [] che
aggiungiamo come replica alle capziosit dei sofisti (prj tj sofistikj
noclseij)104.

La caratteristica, di cui sinora si parlato, di dividere dicotomicamente il vero e il falso


appartiene non di certo a tutti gli enunciati, ma solo a quegli enunciati che si oppongono
in senso stretto in qualit di affermazione e negazione, e cio agli enunciati che si riferiscono a un soggetto universale presentato in forma universale, e agli enunciati che si riferiscono a soggetti singolari, come Aristotele dichiara espressamente:
[] in tutte le contraddizioni (ntifseij) che si riferiscono a un soggetto universale,
presentato in forma universale (tn kaqlou es kaqlou), necessario che uno dei
due giudizi sia vero e laltro falso; lo stesso avviene per tutte le contraddizioni che si riferiscono a dei soggetti particolari (sai p tn kaq' kasta), ad esempio Socrate
bianco (sti Swkrtej leukj) - Socrate non bianco (ok sti Swkrtej
leukj)105.

Per poter comprendere appieno simili distinzioni operate dal filosofo, occorre ricostruire i rapporti logici che intercorrono tra due proposizioni categoriche, presentati nel
Cap. 7 del De Interpretatione. Per classificare le asserzioni, Aristotele divide le cose (i
prgmata106) in due gruppi: gli universali (t kaqlou107) e i particolari (t kaq'
100

De Interpretatione 6, 17 a 25-26.
Cfr. De Interpretatione 6, 17 a 33-34.
102 Limportanza dellesclusione dellomonimia risulter manifesta nel Cap. 8 del De Interpretatione. Una sola, dichiara espressamente Aristotele, laffermazione o la negazione che esprime una sola determinazione intorno a un solo oggetto, che sia presentato in forma universale
oppure no (cfr. De Interpretatione 8, 18 a 12-13). Si tratta di enunciati singoli, che esprimono,
cio, un solo fatto, come, ad esempio, Ogni uomo bianco. Se, per, ci troviamo di fronte a
un caso di omonimia, per cui, con un solo nome, possiamo indicare due oggetti diversi, non abbiamo pi una sola affermazione (cfr. De Interpretatione 8, 18 a 18-19). Immaginiamo, ad esempio, di imporre a cavallo e a uomo il nome di mantello. In questo caso, lenunciato
mantello bianco equivarrebbe a dire cavallo e uomo sono bianchi e, cio, alle due affermazioni singole: cavallo bianco e uomo bianco (cfr. De Interpretatione 8, 18 a 19-23).
103 De Interpretatione 6, 17 a 34-35.
104 De Interpretatione 6, 17 a 35-37.
105 De Interpretatione 7, 17 b 26-29.
106 Cfr. De Interpretatione 7, 17 a 38.
101

227

kaston108). I primi sono quelli che, per natura (pfuke109), si predicano di pi soggetti
(p pleinwn kathgoresqai110): il termine uomo, ad esempio, universale perch
si predica di pi soggetti, e cio di tutti gli uomini, esattamente nella stessa accezione.
Particolari, invece, sono i termini che non si predicano di pi soggetti (kaq' kaston dO
m111): Callia, ad esempio, singolare perch non pu essere predicato, nello stesso
senso, di pi di un solo individuo112.
Dopo aver diviso i termini in due classi, segue una divisione delle asserzioni, le quali
si formano attraverso la connessione dei termini. Le asserzioni, come i termini, possono
essere universali oppure particolari113, a seconda della tipologia del termine su cui viene
composto lenunciato. Si tratta di una classificazione importante dellanalitica che riguarda quella che oggi viene chiamata quantificazione dei predicati. Alla distinzione
quantitativa, tra termini universali e termini particolari, si aggiunge una distinzione qualitativa, tra asserzioni affermative (che dichiarano che qualcosa appartiene a qualcosaltro) e asserzioni negative (che dichiarano che qualcosa non appartiene a qualcosaltro)114. Unulteriore divisione viene introdotta allinterno della classe di asserzioni
che hanno come soggetti i termini universali: le asserzioni universali, infatti, possono
essere presentate o in forma universale o in forma non universale. Si ha, cos, una suddivisione delle asserzioni in: 1. asserzioni intorno a un universale, che sono: 1.1. universali (Ogni uomo bianco, Nessun uomo bianco); 1.2. non universali (Qualche
uomo bianco)115; 2. asserzioni intorno a un individuo (Socrate bianco). I tre ge107

Cfr. De Interpretatione 7, 17 a 38.


Cfr. De Interpretatione 7, 17 a 39.
109 De Interpretatione 7, 17 a 39.
110 De Interpretatione 7, 17 a 39-40.
111 De Interpretatione 7, 17 a 40.
112 Aristotele definisce i termini singolari esclusivamente in negativo. Whitaker, Aristotles De
Interpretatione, p. 83, nota come il filosofo [] non definisce questi termini dicendo che i
singolari possono essere esclusivamente dei soggetti, mentre gli universali possono essere anche
dei predicati. Piuttosto, il suo modo di esprimersi propone una visione per cui gli universali possono essere detti di pi di un soggetto, e si lascia aperta la possibilit che un singolare possa essere correttamente predicato di qualcosa, fossanche solo di se stesso.
113 scorretto, in questo caso, utilizzare il termine particolari al posto di individuali, in
quanto Aristotele intende per particolari le asserzioni universali espresse in forma non universale. Su questo punto, si veda Whitaker, Aristotles De Interpretatione, p. 83 n. 2.
114 Cfr. De Interpretatione 7, 17 b 1-3.
115 Il gruppo delle asserzioni intorno a un termine universale presentate, per, non in forma universale il pi arduo da interpretare. La difficolt sorge sin dalla traduzione del greco del esempi: sti leukj nqrwpoj (De Interpretatione 7, 17 b 9-10) e ok sti leukj nqrwpoj
(De Interpretatione 7, 17 b 10), in cui non compaiono articoli. Una traduzione letterale, Uomo
bianco e Uomo non bianco, non ha un significato chiaro (cfr. Whitaker, Aristotles De
Interpretatione, p. 84), per questo qualcuno preferisce aggiungere larticolo indeterminativo
( A man is white, cfr. Ackrill, Aristotles Categories, p. 129). La delimitazione delle asserzioni presentate in forma non universale ancor pi problematica in quanto negli Analitici Primi si trova una diversa classificazione delle asserzioni, anchessa basata sulla quantit dei termini. Aristotele divide gli enunciati che costituiscono le premesse dei sillogismi in: 1. universali, 2. particolari, 3. indefiniti. La premessa (prtasij) dunque un discorso che afferma o nega qualcosa rispetto a qualcosa (katafatikj pofatikj tinoj kat tinoj). Tale discorso, poi, universale (kaqlou) o particolare (n mrei) o indefinito (dioristj). Con discorso
universale intendo quello che esprime lappartenenza a ogni cosa o a nessuna; con discorso par108

228

neri non formano una scala decrescente di generalit; il giudizio non-universale intorno
ad un universale vero anche se c, p. es., un solo uomo bianco116.
Dallincontro tra la qualit delle asserzioni (affermative o negative) e la quantit espressa dalla forma (universale o non universale), risultano quattro possibili combinazioni e, quindi, quattro possibili tipologie di enunciati categorici:
1. Enunciato universale espresso in forma universale affermativo. Esprime il fatto
che lestensione del soggetto, cio la classe degli individui che cadono sotto il termine
che funge da soggetto, totalmente inclusa nellestensione del predicato. In breve, ogni
individuo che cade sotto il soggetto cade anche sotto il predicato (ogni A B). Sono enunciati universali, espressi in forma universale, affermativi, ad esempio, Ogni uomo
bianco e Tutti gli uomini sono bianchi. In epoca medievale si indic questo tipo di
enunciato con la lettera a (la prima vocale della parola latina adfirmo)117. Si noti che
ticolare, intendo quello che esprime lappartenenza a qualche cosa o la non appartenenza a qualche cosa; con discorso indefinito intendo quello che esprime lappartenenza o la non appartenenza, a prescindere dalla forma universale o dalla forma particolare (neu to kaqlou
kat mroj), per esempio il discorso secondo cui i contrari sono oggetto della medesima scienza, oppure il discorso secondo cui il piacere non bene (Analitici primi I, 24 a16-20). I due
schemi, presenti rispettivamente, nel De Interpretatione e negli Analitici Primi, non sono sovrapponibili. Si noti che Aristotele non cita, nel passo degli Analitici Primi, le proposizioni particolari n le considera mai esplicitamente nella trattazione dellanalitica n come premessa n
come conclusione. Questa omissione pu essere spiegata sulla base della divisione, che lo Stagirita opera, in tre entit: gli individui, le classi che includono gli individui e i generi sommi, i
quali, a loro volta, includono le classi. Aristotele riconosce che le indagini e le ricerche riguardano per lo pi i Somma genera. Il De Interpretatione, che considera il giudizio in se stesso,
riconosce il giudizio singolare come un genere separato; gli Analitici Primi che considerano il
giudizi rispetto al loro valore nelleffettivo ragionamento, tengono conto del fatto che, tanto il
ragionamento scientifico quanto quello dialettico, riguardano in massima parte le classi e non
gli individui (Ross, Aristotele, p. 36). Si osservi, inoltre, che gli enunciati indefiniti enumerati nella classificazione degli Analitici Primi non compaiono in quella del De Interpretatione, e che i termini universali compresi in enunciati espressi in forma non universale, di cui si
parla nel De Interpretatione, non sono menzionati negli Analitici Primi. Ackrill, Aristotles Categories, p. 129, identifica gli enunciati particolari con gli enunciati che concernono termini
universali espressi, per, in forma non universale, i quali, secondo lo studioso, coinciderebbero
con gli indefiniti. Whitaker, Aristotles De Interpretatione, p. 90, sottolinea che gli enunciati
particolari (o parziali) non devono essere confusi n con il gruppo degli enunciati che riguardano termini universali espressi, per, in forma non universale, n con il gruppo degli enunciati
intorno a termini individuali (o singolari). Le asserzioni parziali sono assegnate allo stesso
gruppo degli enunciati universali espressi in forma universale []. Negli Analitici Primi, essi
vengono distinti come un gruppo separato. Per Aristotele, il vantaggio che segue lassegnare le
asserzioni parziali al secondo gruppo del De Interpretatione piuttosto che a un gruppo separato
consiste nel fatto che, in questo modo, ciascuno dei tre gruppi comprende entrambi i membri di
ogni coppia di contraddittori: non esiste coppia di contraddittori tale che i suoi due elementi appartengano a due gruppi diversi. Ci permette una trattazione separata di come la contraddizione
si d nei tre gruppi. Poich questo linteresse principale di Aristotele nel De Interpretatione, il
metodo di classificazione nel Cap. 7 segue le sue necessit (Whitaker, Aristotles De Interpretatione, p. 90).
116 Ross, Aristotele, p. 53. Qualche va inteso, qui, nel senso del moderno quantificatore esistenziale, cio almeno uno, assumendo che la classe individuata dal termine non sia vuota.
117 Nella logica dei predicati questo tipo di enunciato si formalizza nel modo seguente: x (B(x)
A(x)).

229

Aristotele, nel momento in cui intende formulare in modo rigoroso degli enunciati, mette al primo posto il predicato e al secondo posto il soggetto: la proposizione Ogni uomo bianco , a suo avviso, correttamente formulata come t leukn prcei pant
t nqrpw, con la quale si indica che il bianco appartiene alla totalit dellinsieme
uomo. Per rispettare questuso simbolizzeremo una proposizione universale affermativa con AaB, dove 'A' sta per il predicato (nel nostro caso 'bianco'), 'B' per il soggetto
('uomo') e 'a' indica che la predicazione insieme universale e affermativa118.
2. Enunciato universale espresso in forma universale negativo. Esprime il fatto che
lestensione del soggetto totalmente esclusa dallestensione del predicato; soggetto e
predicato, cio, sono disgiunti, e non esiste nessun individuo che cada sotto entrambi
(nessun A B). un enunciato universale, espresso in forma universale, negativo, ad
esempio, Nessun uomo bianco, oppure Ogni uomo non bianco. In epoca medievale si indic questo tipo di enunciato con la lettera e (la prima vocale della parola latina nego), per cui la proposizione universale negativa pu essere rappresentata con
AeB119.
3. Enunciato non universale (particolare120) affermativo. Esprime il fatto che
lestensione del soggetto parzialmente inclusa nellestensione del predicato. Soggetto
e predicato non sono disgiunti, poich c almeno un individuo che cade sia sotto il soggetto sia sotto il predicato (qualche A B, oppure non ogni A B). In epoca medievale

118

M. Mignucci, Aristotele e lesistenza logica, in M. Carrara - P. Giarretta (edd.), Filosofia e


logica, Rubbettino, Catanzaro 2004, pp. 3-37, p. 3. Il simbolismo usato stato introdotto da G.
Patzig, Aristotles Theory of the Syllogism. A logical-philological study of book A of the Prior
Analytics, Synthese Library, D. Reidel Publishing Company, Dordrecht 1968, pp. 1-2.
119 Nella logica dei predicati questo tipo di enunciato si formalizza nel modo seguente: x (B(x)
A(x)) oppure: x (B(x) A(x)).
120 di massima importanza non confondere le proposizioni particolari con le proposizioni individuali. Questultime costituiscono un giudizio intorno a un individuo, un membro di una
classe dotato di un nome proprio, ad es. Callia o Socrate; le prime, invece, costituiscono un giudizio intorno a un termine universale, preso, per, in una sua parte, e senza nominare gli individui compresi in tale parte. vero che, se Socrate bianco, allora qualche uomo bianco, ma la
bianchezza di Socrate una condizione meramente sufficiente, e non necessaria, alla bianchezza
di qualche uomo, e le due asserzioni di certo non si equivalgono (Whitaker, Aristotles De Interpretatione p, 89). La confusione tra le proposizioni particolari e le proposizioni individuali
pu crearsi scambiando i termini attraverso i quali esse vengono indicate. Aristotele utilizza due
espressioni chiaramente distinte: kaqkaston (individuali, lat. singularis, Engl. singular) e n
mrei (particolari, lat. particularis o particulariter, lat. partial. Probabilmente il primo ad usare
il termine particularis stato Apuleio, Peri Hermeneias, 266, 11 ss.). Nel Medioevo, i termini
hanno subto una confusione: il termine singolare stato a volte utilizzato per indicare quanto
designato dal termine particolare (cfr. Whitaker, Aristotles De Interpretatione, p. 89 n. 13),
cosicch laggettivo particolare ha assunto, col tempo, il significato di individuale, singolo, separato, al posto di quello di non universale. T. Waitz, Aristotelis Organon Graece,
vol. I: , p. 334, parla di enunciati intorno agli individui come particolari (enuntiatio particularis). Ackrill usa il termine particolare nel senso originale; in alcuni casi, tuttavia, traduce
lespressione kaq' kaston con particolare (cfr. Ackrill, Aristotles Categories, p. 47, p.
129). Per evitare tali scambi, Whitaker, Aristotles De Interpretatione, non utilizza il termine
particolare, a causa della sopraggiunta ambiguit, a favore dellaggettivo parziale.

230

tale fu indicato con la lettera i (la seconda vocale della parola latina adfirmo), quindi
la proposizione particolare affermativa pu essere rappresentata con AiB 121.
4. Enunciato non universale (particolare) negativo. Esprime il fatto che lestensione
del soggetto non totalmente inclusa nellestensione del predicato. Esiste almeno un individuo che cade sotto il soggetto, ma non sotto il predicato (qualche A non B). In epoca medievale questo tipo di enunciato fu indicato con la lettera o (la seconda vocale
della parola latina nego), quindi la proposizione particolare negativa pu essere rappresentata con AoB 122.
Prendendo ora in considerazione i rapporti logici che intercorrono tra queste quattro
tipologie di proposizioni categoriche, ne risulter uno schema noto come Quadrato logico aristotelico, o Quadrato delle opposizioni123. I vertici del quadrato sono costituiti dai quattro tipi di enunciati a, e, i, o. I lati e le diagonali del quadrato rappresentano i
diversi tipi di relazione tra gli enunciati, come mostrato nello schema seguente:

121

Nella logica dei predicati questo tipo di enunciato si formalizza nel modo seguente: x (B(x)
A(x)).
122 Nella logica dei predicati questo tipo di enunciato si formalizza nel modo seguente: x (B(x)
A(x)) oppure: x(B(x) A(x)).
123 I quattro modelli di proposizioni che Aristotele individua nel Cap. 7 del De Interpretatione
vennero rappresentati, nel Medioevo, nel Quadrato logico, o Quadrato delle opposizioni,
che fu allorigine della logica modale. Tale quadrato viene, in alcuni casi, denominato Quadrato di Apuleio, in quanto appare per la prima volta, nella sua formulazione grafica, allinterno
del Peri Hermeneias del filosofo di scuola platonica (cfr. Apuleio, Peri Hermeneias, 108, 19
ss.). Il quadrato si ritrova, poi, nei commentatori tardi di Aristotele: in Ammonio, In Aristotelis
De Interpretatione commentarius, edidit A. Busse, Berolini, Reimer 1897, 93, 10-18; tr. ingl.
Ammonius, On Aristotles On Interpretation 1-8, Ancient Commentators on Aristotle, Translated by D. Blank, Cornell University Press, Ithaca 1996; e in Boezio, Commentarii in librum
Aristotelis peri hermeneias. Pars posterior secundam edizione et indicem contines, edidit K.
Meiser, Teubner, Lipsiae 1880, 152, 10 ss. Negli anni 60 del secolo XX, R. Blanch, Structures
Intellectuelles. Essai sur lorganisation systmatique des concepts, Vrin, Paris 1969, integra,
senza affatto voler eliminare Aristotele, cui rende omaggio (cfr. Blanch, Structures Intellectuelles..., p. XXIX), il celebre quadrato in un esagono con laggiunta di altre due proposizioni
categoriche: Solo qualche (ma non ogni) A B , e la contraddittoria di essa O ogni o nessun
A B. Se solo qualche A B, allora solo qualche A non lo , e viceversa. Su questa base
si pu elaborato una variante della sillogistica classica, storicamente inedita, che introduce, con
il quantificatore solo qualche, una sorta di predicazione intermedia tra ogni A B e nessun
A B. In questo modo, si avranno nuovi sillogismi. Lintroduzione del quantificatore Solo
qualche, infatti, permette la traducibilit di una sillogistica esagonale. Lesagono di Blanch
utile nellambito della logica modale in quanto spiega la natura e limportanza della possibilit
bilaterale, un concetto fondamentale per capire la logica e il linguaggio naturale applicati ai valori modali.

231

1. La contraddittoriet. la relazione corrispondente alle due diagonali del quadrato,


cio quella che intercorre tra le proposizioni AaB e AoB, cos come anche tra AeB e AiB.
Di due proposizioni contraddittorie, una vera e laltra falsa. Secondo la formalizzazione logica:
(1) AaB AoB;
(2) AoB AaB;
(3) AeB AiB;
(4) AiB AeB124.
2. La contrariet. la relazione corrispondente al lato superiore del quadrato, quella
che intercorre tra un enunciato universale, espresso in forma universale, affermativo e
un enunciato universale espresso in forma universale negativo, aventi lo stesso soggetto
e lo stesso predicato. AaB e AeB sono contrari.
Se qualcuno afferma di un universale (p to kaqlou), in forma universale (kaqlou), che qualcosa gli appartiene o che non gli appartiene, si avranno degli enunciati
contrari (nantai pofnseij). Per affermare di un universale, in forma universale,
che qualcosa gli appartiene o che non gli appartiene intendo, ad esempio, Ogni uomo
bianco (pj nqrwpoj leukj) e Nessun uomo bianco (odej nqrwpoj
leukj)125.

I giudizi universali contrari possono essere entrambi falsi, ma non entrambi veri126. Secondo la formalizzazione logica, (AaB AeB), oppure, AaB AeB127. Si noti che la
dottrina del quadrato logico aristotelico valida se non si ammettono lesistenza logica
124

Loperatore logico del bicondizionale pu essere sostituito con , col quale si indica
che ci che si trova a destra di esso una conseguenza logica di ci che si trova a sinistra. Cfr.
Mignucci, Aristotele e lesistenza logica, p. 5.
125 De Interpretatione 7, 17 b 3-6.
126 Cfr. De Interpretatione 7, 17 b 22-23.
127 Oppure, AaB AeB e AeB AaB. Ma AaB AeB e AeB AaB. Cfr. Mignucci, Aristotele e lesistenza logica, p. 5.

232

e la possibilit dei termini vuoti, inclusi nei sistemi logici contemporanei128. La relazione logica che intercorre tra due proposizioni contrarie valida se si considera come assioma che il termine A non possa essere vuoto. Qualora lo fosse, infatti, entrambe le
proposizioni Ogni A B (AaB) e Nessun A B (AeB) risulterebbero vacuamente
vere129.
3. La subcontrariet. la relazione corrispondente al lato inferiore del quadrato,
quella, cio, che intercorre tra gli enunciati AiB e AoB. Aristotele non ha un nome per
indicare le coppie di proposizioni particolari affermative e negative []. La tradizione
ha supplito introducendo per esse il nome di 'subcontrarie'130. Essa caratterizzata dal
seguente rapporto logico: due proposizioni subcontrarie non possono essere entrambe
false, mentre possono essere entrambe vere. In breve, almeno una di esse deve essere
vera131. Quindi:
( AiB AoB), oppure, AiB AoB132.
Si noti che la relazione logica che intercorre tra due proposizioni subcontrarie valida
se si considera come assioma che il termine A non possa essere vuoto. Qualora lo fosse,
infatti, entrambe le proposizioni Qualche A B (AiB) e Qualche A non B (AoB)
risulterebbero false.
4. La subalternazione. La tradizione ha chiamato con questo termine la relazione corrispondente ai due lati verticali del quadrato, quella che intercorre tra AaB e AiB e tra
AeB e AoB. Se luniversale vera (rispettivamente AaB e AeB), allora anche la corrispondente particolare (rispettivamente, AiB e AoB) vera133. Si hanno, quindi, le due
leggi di subalternazione (reductiones ad subalternatam):
(1) AaB AiB; (2) AeB AoB, di cui non valgono, invece, com ovvio, le reciproche. Si noti che, anche in questo caso, la relazione logica che intercorre tra due proposizioni subalterne valida se si considera come assioma che il termine A non possa
essere vuoto. Qualora lo fosse, infatti, la proposizione Ogni A B (AaB) sarebbe vera,
mentre la proposizione Qualche A B (AiB) falsa; come anche Nessun A B (AeB) sarebbe vera, mentre Qualche A non B (AoB) sarebbe falsa.
Riassumendo, le proposizioni contrarie non possono essere contemporaneamente vere; quelle subcontrarie non possono essere contemporaneamente false; le subalterne
(AiB, AoB) sono sempre vere quando la subalternante (AaB, AeB) vera; delle contraddittorie, infine, la verit dell'una equivale alla falsit dell'altra.
Sono detti contraddittori due enunciati che, rispettivamente, affermano e negano
lappartenenza di una medesima caratteristica a un medesimo oggetto, nello stesso tempo e sotto lo stesso aspetto. Questi enunciati, secondo Aristotele, non possono essere entrambi veri: uno dei due (non importa quale, anzi non si sa quale) deve essere vero,
mentre l'altro deve essere falso.
128

Cfr. Mignucci, Aristotele e lesistenza logica, pp. 13-15.


Come Aristotele spiega in Categorie 10, 13 b 15-19.
130 Mignucci, Aristotele e lesistenza logica, p. 4.
131 Aristotele non dice espressis verbis quanto implicito nella sua caratterizzazione delle relazioni di contrariet e sucontrariet e cio che due proposizioni contrarie possono essere insieme false e due subcontrarie non possono essere insieme false [], ma le inferenze che riguardano questi rapporti sono [] immediatamente ricavabili da quelle da lui apertamente asserite (Mignucci, Aristotele e lesistenza logica, pp. 5-6).
132 Oppure, AiB AoB, e AoB AiB. Ma AiB AoB e AoB AiB. Cfr. Mignucci, Aristotele e lesistenza logica, p. 5.
133 Cfr. Topici II 1, 109 a 1-6.
129

233

4.3. Gli enunciati contraddittori e il principio di non contraddizione


Linsostenibilit della contraddizione [] stata teorizzata in modo pressoch definitivo da Aristotele mediante il celebre principio di non contraddizione134. Conseguentemente, non possibile analizzare e comprendere gli enunciati contraddittori a
prescindere dalla trattazione di tale principio.
Del principio di non contraddizione possiamo distinguere tre formulazioni: ontologica, logica e psicologica135.
1. La formulazione ontologica intende il principio di non contraddizione come una
legge della realt, una regola che governa lesistenza stessa delle cose. Dal punto di vista aristotelico, costituisce la formulazione pi importante, sulla quale si fondano le altre due. Il riferimento principale pu trovarsi nel IV libro della Metafisica:
impossibile che la stessa cosa appartenga e non appartenga (t at prcein te
ka m prcein dnaton) a una medesima cosa (t at), nello stesso tempo
(ma) e secondo lo stesso rispetto (kat t at) (e si aggiungano pure anche tutte le
determinazioni che si possono aggiungere, al fine di evitare difficolt di indole dialettica) (ka sa lla prosdiorisameq' n, stw prosdiwrismna prj tj logikj duscereaj)136.

Tale formulazione comprende delle importanti condizioni (nello stesso tempo, sotto
lo stesso rispetto, etc.); qualora esse non ricorrano, lappartenenza e la non appartenenza della stessa caratteristica allo stesso oggetto non d luogo ad alcuna contraddizione e,

134

E. Berti, Contraddizione e dialettica negli antichi e nei moderni, LEpos, Palermo 1987, p.
103.
135 Questa distinzione tripartita, che risente dellinfluenza del contributo di H. Maier, Die Syllogistik des Aristoteles, 3 voll., Tbingen, Laupp 1896-1900, stata assunta e analizzata dal logico polacco ukasiewicz nella sua opera J. ukasiewicz, O zasadzie sprzecznosci u Arystotelesa,
Studium krytyczne, Polka Akademia Umieijetnosci, Krakov 1910, ristampato a cura di J. Wolenski, Warszawa, PWN 1987., trad it. a cura di G. Franci e C. A. Testi, Del principio di non
contraddizione, Quodlibet, Macerata 2003. Le tesi contenute nellopera, poco dopo luscita del
testo in lingua polacca, furono riassunte in un articolo in tedesco, tradotto in seguito in inglese e
francese per facilitarne la diffusione: J. ukasiewicz, ber den Satz des Widerspruchs bei Aristoteles, Bulletin International de lAcadmie des Sciences de Cracovie, Classe dhistoire et
de philosohie, 1910, pp. 15-38. Traduzione inglese: Aristotle on the Law of Contradiction, in J.
Barnes, M. Schofield, R. Sorabji (eds.), Articles on Aristotle, III, London, Duckworth 1975, pp.
50-62. Traduzione francese: Le principe de contradiction chez Aristote, Rue Descartes, I, 1-2,
1991, pp. 9-32. Attraverso una critica inflessibile al principio di non contraddizione aristotelico,
ukasiewicz intende dimostrare che possibile pensare in modo del tutto rigoroso a prescindere
da esso. Tale principio, secondo il logico polacco, consisterebbe in una tesi che deve essere
provata, ed possibile trovarne la dimostrazione (ukasiewicz, Del principio di non contraddizione, p. 17); questo contrariamente alle considerazioni di Aristotele, che prevede esclusivamente una difesa confutatoria del principio (cfr. Metafisica G 4). Se, per, il principio non
possiede auto-evidenza, ma necessita di essere fondato a posteriori, il suo presunto valore universale diventa labile. Per mostrare tutto ci, ukasiewicz prende le mosse dalla distinzione del
principio di non contraddizione in tre formulazioni. Pur non intendendo negare, sulla scia di
ukasiewicz, la validit del principio di non contraddizione, reputo interessante e utile la distinzione dei tre aspetti indicati dal logico polacco.
136 Metafisica G 3, 1005 b 19-20.

234

dunque, non costituisce uninfrazione della regola137. Il principio di non contraddizione,


in questo senso, concerne lappartenenza reale (prcein) di una cosa a unaltra, cio
di una propriet a un sostrato, perci ha un valore fondamentalmente ontologico, ovvero, come si suol dire, innanzitutto una legge dellessere138.
2. La formulazione logica implica una concezione del principio di non contraddizione come legge del lgoj, che insieme pensiero e linguaggio. Anche tale formulazione
riscontrabile nel libro IV della Metafisica:
[] le affermazioni contraddittorie non possono essere vere insieme (t m enai
lhqej ma tj ntikeimnaj fseij)139
[] impossibile che i contraddittori, riferiti a una medesima cosa, siano veri insieme
(dnaton tn ntfasin ma lhqeesqai kat to ato)140

della quale Aristotele dice che si tratta della nozione pi salda di tutte (bebaiotth
dxa pasn)141. Secondo quanto precedentemente detto, due enunciati contraddittori
non possono essere veri contemporaneamente: uno dei due (non importa quale, anzi non
si sa quale) deve essere vero, e laltro deve essere falso.
La validit della formulazione logica si fonda sulla validit della prima, poich la
questione della verit degli enunciati nasce in riferimento a ci di cui essi parlano. Per
Aristotele, la verit la fedelt degli enunciati a uno o pi stati di cose esterni, e cio la
conformit degli enunciati con la realt. Il motivo per cui due enunciati contraddittori
non possono essere entrambi veri risiede nel fatto che, nella realt, a uno stesso oggetto
non pu appartenere e non appartenere la stessa caratteristica nello stesso tempo. Poich
il valore di verit di un enunciato viene deciso attraverso il confronto con la realt e con
lessere delle cose, i principi e le questioni che riguardano gli oggetti conosciuti e che
vengono significati nel discorso non possono restare indipendenti dalle problematiche
ontologiche. Nella logica aristotelica la verit si fonda sulla corrispondenza del pensiero
con la realt142.
137

[] Aristotele si preoccupa, nella formulazione del principio di non contraddizione, di precisare che limpossibilit dellappartenenza e insieme della non appartenenza di uno stesso predicato ad uno stesso soggetto vale solo nello stesso tempo (ma) e sotto lo stesso aspetto
(kat t at): nulla vieta, infatti, che in tempi diversi, o nello stesso tempo ma sotto aspetti
diversi, lo stesso predicato appartenga e non appartenga allo stesso soggetto (Berti, Contraddizione e dialettica, p. 108).
138 Berti, Contraddizione e dialettica, p. 103.
139 Metafisica G 6, 1011 b 13-14.
140 Metafisica G 6, 1011 b 16-17.
141 Metafisica G 6, 1011 b 13.
142 [] la impossibilit che una cosa spetti e non spetti - nello stesso tempo e sotto lo stesso
riguardo - una determinata propriet resa equivalente alla impossibilit che i due enunciati che
affermano rispettivamente il possesso e il non possesso di questa propriet siano contemporaneamente veri. Una sovrapposizione - questa - alla cui base sta il principio della adaequatio rei et
intellectus: solo presupponendo che i nostri enunciati rispecchino la struttura profonda del reale,
che siano cio immagini delle cose con le quali stanno in una relazione diretta di carattere biunivoco, lincongruenza ontologica diviene anche una incongruenza logica (C. Badano, La possibilit e il senso: Un itinerario intorno al tema della possibilit nella filosofia del pensiero:
Meinong Husserl Wittgenstein, Armando Editore, Roma 2008, p. 8). ukasiewicz si serve della
netta distinzione tra il punto di vista ontologico e quello logico del principio di non contraddizione aristotelico per mostrare come, nel pensiero dello stagirita, i due livelli si sovrappongano
e vengano quasi ad assommarsi, dando luogo a incongruenze logiche. Secondo il logico polac-

235

3. La formulazione psicologica, infine, significa concepire il principio di non contraddizione come legge che riguarda le credenze e le opinioni: due opinioni costituite da
due enunciati contraddittori non possono sussistere nello stesso tempo nella stessa coscienza. Sono coinvolti, in questo caso, non oggetti puramente logici, ma convinzioni,
appartenenti alla sfera della decisione soggettiva. Questa declinazione del principio si
trova espressa nel Cap. 3 del libro G della Metafisica:
[] impossibile (dnaton) a chicchessia (ntinon) di credere (polambnein)
che una stessa cosa sia e non sia (tatn enai ka m enai). [] se unopinione
(dxa) che in contraddizione con unaltra il contrario (nanta) di questa, evidente che impossibile, a un tempo (ma), che la stessa persona creda veramente che una
stessa cosa esista e, anche, che non esista (polambnein tn atn enai ka m
enai t at): infatti, chi si ingannasse su questo punto ( dieyeusmnoj per totou), avrebbe a un tempo opinioni contrarie (ma n coi tj nantaj dxaj)143.

In questo passo, Aristotele chiarisce sul piano, diciamo cos, gnoseologico144 quello
che altrove spiega sul piano ontologico e sul piano logico. Anche la formulazione psicologica o gnoseologica si fonda su quella di ordine ontologico145. I motivi per cui due opinioni o due credenze contraddittorie non possono sussistere contemporaneamente nella stessa coscienza sono due. Da un lato, la ragione risiede nel fatto che, se ci fosse
possibile e accadesse, si dovrebbe verificare esattamente ci che la formulazione ontologica esclude, e cio che due caratteristiche contrarie appartengono contemporaneaco, il principio di non contraddizione si rivelerebbe inconsistente, in quanto possibile che si
diano degli oggetti contraddittori. Poich ukasiewicz accoglie e assume la nozione di oggetto
proposta dal filosofo austriaco Alexius Meinong, secondo il quale oggetto tutto ci che non
nulla, avvalendosi della pensabilit degli oggetti inesistenti (la Daseinsfreiheit meinonghiana,
cfr. R. M. Chisholm, Brentano and Meinong Studies, Rodopi, Amsterdam 1982, pp. 59-60. Alla
base della Gegenstandtheorie di Meinong c la differenziazione tra gli oggetti, Objecte, e gli
obiettivi, Objective; la nuova dimensione dellobiettivit, Objectivitt, [] abbraccia anche
il modo di essere del non-esistente: la funzione critica che largomentazione meinonghiana intende assumersi proprio quella di mostrare come il nostro giudizio non si arresti allorizzonte
di realt materiale che si trova di fronte (Badano, La possibilit e il senso, p. 22)), egli prende in considerazione non solo gli oggetti reali, di cui abbiamo percezione, ma anche i concetti e
le immagini mentali. Un esempio di oggetto contraddittorio, appartenente proprio allinsieme di
oggetti non reali, ma mentali, il pi grande numero primo. Lespressione il pi grande numero primo ha un significato perfettamente comprensibile per noi, e riusciamo a costruire mentalmente loggetto corrispondente. Tale oggetto, per, un oggetto contraddittorio perch, in
primo luogo, non esiste qualcosa che sia il pi grande numero, in quanto la serie dei numeri
infinita; e, in secondo luogo, perch, se assumessimo come numero linfinito, dellinfinito non
potremmo dire n che un numero primo n che non lo . Si potrebbe controbiettare che gli
oggetti mentali contraddittori, tuttavia, non possono essere legittimamente considerati come
smentite del principio di non contraddizione, almeno in quella che ukasiewicz stesso chiama
formulazione ontologica e che riguarda, appunto, oggetti reali e percepiti, intorno ai quali non
si riscontrano contraddizioni.
143 Metafisica G, 3, 1005 b 23-32.
144 Reale, Aristotele: Metafisica, vol. III, p. 167, n. 15.
145Se la formulazione psicologica del principio di non contraddizione caratterizzata
dallincertezza (dato il coinvolgimento non di oggetti puramente logici, ma di convinzioni, appartenenti alla sfera della decisione soggettiva) ed estranea ai fondamenti della logica, il tentativo di Lukasiewicz stato quello di comprendere, in base a una disamina critica delle prove elenctiche fornite da Aristotele, se il principio risulti fondato nelle formulazioni logica e ontologica.

236

mente a uno stesso oggetto, il soggetto pensante, la coscienza. [] dallimpossibilit


che due propriet opposte appartengano contemporaneamente alla stessa cosa - la quale
non che unaltra formulazione dellimpossibilit che una propriet appartenga e contemporaneamente non appartenga alla stessa cosa -, Aristotele deriva limpossibilit che
due opinioni opposte appartengano contemporaneamente alla stessa persona, cio da
unimpossibilit reale deriva unimpossibilit psicologica [], in quanto anche le opinioni, e i pensieri, sono realt, e dunque sottostanno alla legge della realt. Si pu dire
pertanto che sul valore ontologico del principio di non contraddizione si fonda anche il
suo valore psicologico146. Daltro canto, poich gli enunciati hanno come contenuto un
pensiero, il quale, a sua volta, fa riferimento alla realt, qualora entrambe le proposizioni contraddittorie risultassero vere, nella realt dovrebbero verificarsi insieme i fatti
proclamati dagli enunciati; ma poich impossibile che, nella realt, a uno stesso oggetto non appartenga e non appartenga la stessa caratteristica nello stesso tempo, non potranno neppure risultare veri insieme gli enunciati contraddittori. Il criterio della verit e
della falsit, infatti, corrisponde alla struttura dellessere.
La formulazione ontologica risulta, dunque, essere quella preminente, in quanto le altre formulazioni sembrano appoggiarsi su di essa. Resta, in ogni caso, valida la risposta
heideggeriana allannosa questione della priorit delle formulazioni, che tanto ha diviso
gli interpreti: [] il vecchio dibattito, in cui ci si chiede se il principio di non contraddizione abbia in Aristotele un significato logico o ontologico, mal posto, perch
non c gi, prima di Aristotele, n logica n ontologia: luna e laltra non vengono alla
luce che sul terreno della filosofia aristotelica147.

5. Lopposizione: un caso di sinonimia o di omonimia?


Seguendo il metodo consueto ricorrente allinterno delle Categorie, Aristotele, dopo
aver presentato la quadruplice classificazione degli opposti148 e dopo averne schizzato
brevemente le caratteristiche che contraddistinguono ciascuno dei quattro modi attraverso degli esempi, procede a una trattazione pi analitica.
Una problematica si presenta ineludibile: come possono i relativi, i contrari, il possesso e la privazione, laffermazione e la negazione, pur nella diversit delle accezioni
particolari, ritrovare un senso fondamentale, unico e permanente, del termine opposti?149. La questione suscit un dibattito a partire dai pensatori antichi, e probabilmente

146

Berti, Contraddizione e dialettica, p. 104.


M. Heidegger, 1972, p. 192. Secondo ukasiewicz, al contrario, i principi logici, come quello di contraddizione, pur risultando non auto-evidenti ed indimostrabili logicamente, risultano
giustificati solo nella misura in cui la loro indiscutibilit risponde a necessit pratiche.
Ad avviso di Lukasiewicz, la ragione per la quale il principio di contraddizione da Aristotele
elevato, in assenza di una dimostrazione, al rango di dogma da ricercarsi nella natura praticoetica del suo valore. Un valore che, dal suo punto di vista, non distrugge la necessit e
loggettivit di cui Aristotele ha dotato il principio, essendo tale valore talmente rilevante,
che la mancanza di valore logico non risulta avere alcuna importanza (ukasiewicz, Del principio di non contraddizione, p.128).
148 La classificazione corrisponde a quella che si trova in: Topici II 109 b 17-20; Topici II 8, 113
b 15 - 114 a 25; Topici V 6, 135 b 7 - 136 a 13; Topici VI 9, 147 a 12 - b 28; Metafisica D 10;
Metafisica D 3, 1054 a 23-26; Metafisica D 4, 1055 a 35 - b 1; Metafisica D 7, 1057 a 33-37.
149 Pesce, Aristotele. Le Categorie, p. 85.
147

237

divise gli stessi Peripatetici. Secondo la testimonianza di Simplicio150, alcuni Peripatetici affermavano che i diversi tipi di opposizione appartenessero a un unico genere comune151. Con ogni probabilit, dunque, dovevano esserci altri Peripatetici, [] forse
addirittura la maggior parte []152 - se Simplicio riporta che solo alcuni di essi sostenevano una tesi diversa -, i quali, mossi dallintento di essere il pi possibile fedeli
alla posizione del maestro, che affermava di dover trattare degli opposti, e dire in
quanti modi solitamente si pone lopposizione153, assunsero la posizione per cui i quattro opposti potevano essere riportati a ununica denominazione, ntikemena, considerata meramente come una mnumoj fwn, cio come un termine omonimo. In tale prospettiva, [] lopposizione sarebbe di volta in volta differente allinterno di ciascuna
coppia di concetti154, avendo come unico loro elemento comune un mero nome. Giamblico, tra gli altri, condivise lesegesi della communis opinio dei Peripatetici155, criticando aspramente Nicostrato, il quale, dunque, doveva aver aderito allinterpretazione secondo la quale gli ntikemena costituivano un unico gnoj, e si contrapponeva alla
tesi della maggior parte dei Peripatetici156. La posizione di Nicostrato nei confronti del
dibattito intorno agli ntikemena alquanto singolare. Egli, infatti, come spesso anche
Plotino, [] ha criticato pi volte Aristotele per aver discusso cose eterogenee
allinterno di ununica e medesima categoria. Ora, per quanto riguarda i Postpredicamenti, le obiezioni di Nicostrato corrono esattamente nella direzione opposta: egli rimprovera pi volte ad Aristotele di aver tenuto distinte qui delle cose che in realt si coappartengono157. Un tale cambiamento di esegesi e di critica tra il testo dei Predicamenta e dei Postpredicamenta potrebbe far pensare allinautenticit della seconda parte
dellopera aristotelica; Nicostrato, invece, non ha mai espresso alcun dubbio intorno
allautenticit dellintero scritto158. I quattro ntikemena posti da Aristotele []
sembrano essere [] per Nicostrato suscettibili di una definizione unitaria, e trovare
quindi il loro punto di raccordo in un gnoj comune e non puramente equivoco159, costituendo, cos, un caso di sinonimia. Ponendosi in sintonia con quel piccolo gruppo di
150

Cfr. Simplicio, In Cat., 380, 22-24; 381, 2-17.


Anche Boezio, Cat., 264 C-D, attribuisce questa tesi ai Peripatetici.
152 Moraux, LAristotelismo presso i Greci, p. 120. La stessa attribuzione della tesi alla maggior parte dei Peripatetici anche in Gio, Filosofi Medioplatonici, p. 205.
153 Cfr. Categorie 11, 11 b 16: per dO tn ntikeimnwn, posacj ewqe ntitqesqai,
hton.
154 Moraux, LAristotelismo presso i Greci, p. 120.
155 Sulla posizione di Giamblico, cfr. Simplicio, In Cat., 380, 17 - 381, 2; 381, 17-22.
Allesegesi sostenuta da Giamblico si avvicinano i Neoplatonici: cfr. Gio, Filosofi Medioplatonici, p. 206; Moraux, LAristotelismo presso i Greci, p. 120: Anche in Plotino, com
noto, compaiono critiche [] contro lunitariet delle singole categorie.
156 Se, al contrario, Nicostrato avesse sostenuto che gli ntikemena non formano un gnoj
[], allora Giamblico non gli avrebbe imputato alcun errore, ma lo avrebbe considerato piuttosto un precursore della propria concezione (Moraux, LAristotelismo presso i Greci, p. 121
n. 116).
157 Moraux, LAristotelismo presso i Greci, p. 120. Cos anche Gio, Filosofi Medioplatonici, p. 205: singolare che, mentre laccusa di base di Nicostrato alle Categorie metteva in
rilievo lomonimia che veniva a insidiare le molteplici forme dei presunti gnh, il biasimo ora
rivolto ad Aristotele quello, di segno contrario, di aver operato nei Postpredicamenta delle distinzioni che rompono lunit del genere.
158 Moraux, LAristotelismo presso i Greci, p. 119 e n. 106.
159 Gio, Filosofi Medioplatonici, p. 205.
151

238

Peripatetici, di cui parla Simplicio, Nicostrato doveva essersi preoccupato di respingere come non pertinenti tutti i tratti distintivi indicati da Aristotele tra i diversi tipi di
ntikemena160.
La posizione cui Nicostrato ader, opposta a quella propria della communis opinio dei
Peripatetici, trov il consenso di Porfirio161 e di Simplicio, che ammette personalmente
di essere incline a considerare gli opposti come appartenenti a un unico genere, e non
semplicemente come un caso di omonimia162. In tale prospettiva, relativi, contrari, possesso e privazione, affermazione e negazione trovano ununificazione possibile in quanto tutti i quattro modi fanno riferimento a un unico significato di fondo che consiste nella definizione degli opposti e che denota un unico genere: Sono chiamate opposte tutte
quelle cose che non possono coesistere simultaneamente nello stesso oggetto, secondo
lo stesso rispetto, nello stesso tempo e in riferimento alla stessa cosa163. Questa definizione, attribuita a Nicostrato164, fu accolta da Boezio, il quale individu anchegli []
il nesso unitario che lega le quattro forme di opposti nel fatto che essi non possono coesistere insieme e si escludono a vicenda se attribuiti alla medesima realt165 e tradusse
come segue la definizione fatta risalire a Nicostrato: quae in eodem, secundum idem, in
eodem tempore, circa unam eamdemque rem, simul esse non possunt166. Tale posizione stata accolta anche tra i commentatori moderni: Pesce167 sembra essere incline
allesegesi della sinonimia, e anche Zanatta168 laccoglie.
Il significato presentato da Nicostrato e, successivamente, da Boezio viene dichiarato
comune in quanto si attribuisce a tutti e quattro i tipi di opposizione. Nel caso dei contrari, evidente che la stessa cosa non possa essere simultaneamente bianca e nera in relazione alla stessa parte e sotto il medesimo rispetto; neppure ci che si oppone come il
possesso e la privazione pu coesistere nello stesso tempo nella stesso oggetto: impossibile che ci siano contemporaneamente vista e cecit nello stesso occhio; e neanche
laffermazione e la negazione possono coesistere con lo stesso valore di verit: se, ad
esempio, laffermazione giorno vera, allora la negazione non giorno sar falsa169. La definizione resta valida persino in riferimento alla relazione, una tipologia di
160

Moraux, LAristotelismo presso i Greci, p. 121.


Cfr. Simplicio, In Cat., 381, 24-25.
162 Cfr. Simplicio, In Cat., 381, 25-27. Incerta , invece, la posizione dello Pseudo-Archita intorno alla questione. In per ntikimnwn (De oppositis), ed. Thesleff, Pyth Texts, 15, 14-15,
egli afferma che ka kat nmon ka kat fsin ntikesqai llloij lgetai, ma
non ci sono affermazioni pi precise in merito. Cfr. Moraux, LAristotelismo presso i Greci,
vol. II, tomo 2, p. 192.
163 Simplicio, In Cat., 381, 2-4.
164 Secondo Moraux, LAristotelismo presso i Greci, p. 121 n. 117, non certo che la definizione, attribuita da Simplicio, In Cat., 381, 2-17, ad alcuni Peripatetici, e contestata, come si vedr, da Giamblico, risalga a Nicostrato, in quanto potrebbe averla egli stesso recepita da altre
fonti precedenti. Raskin, Simplicius. On Aristotles Categories 9-15, p. 216 n. 612, si attiene
allincertezza professata da Moraux, affermando che, anche se Nicostrato non viene espressamente citato da Simplicio come autore della definizione comune attribuibile agli opposti, probabile, anche se non sicuro, che la citazione sia stata tratta dagli scritti del medio platonico, o
almeno basata su di essi.
165 Gio, Filosofi medioplatonici, p. 206.
166 Boezio, Categ., 264 D - 265 A.
167 Pesce, Aristotele. Le categorie, p. 85.
168 Zanatta, Aristotele. Le categorie, p. 642.
169 Cfr. Simplicio, In Cat., 381, 6-15.
161

239

opposizione particolare rispetto alle altre in quanto i relativi sono gli unici opposti che
ammettono, anzi richiedono, una correlazione. Neppure in questo caso, tuttavia, gli opposti possono coesistere in riferimento alla stessa cosa: uno stesso uomo non pu essere,
nello stesso tempo e sotto il medesimo rispetto, padrone e schiavo dello stesso uomo, n
padre e figlio, n pi piccolo e pi grande. E, dunque, se la definizione degli opposti si
adatta a tutte le specie, allora la classificazione presentata da Aristotele non quella
di un termine suddiviso nei suoi diversi significati, ma quella di un genere suddiviso
nelle sue specie; lopposizione, cio, non viene predicata omonimicamente, ma sinonimicamente170.
Giamblico obietta che, se lopposizione fosse realmente un sinonimo, non ci sarebbe
bisogno alcuno di spiegare i diversi modi in cui gli opposti, appunto, si oppongono. La
pretesa definizione comune proposta da Nicostrato perde, a suo avviso, ogni consistenza
nel momento in cui si osserva che essa deve essere declinata diversamente per ogni modalit di opposizione.
Se il termine [opposti] non fosse un omonimo (mnumoj), si avrebbero una definizione comune (koinj lgoj) e un genere comune (koinn gnoj) per tutti gli opposti
(pntwn tn ntikeimnwn). Poich, per - dice Giamblico - limpossibilit di coesistere nello stesso oggetto e secondo il medesimo rispetto si osserva, in un modo, nei relativi, in un altro, nellaffermazione e della negazione, in un altro ancora, negli altri tipi
di opposti, resta vera la definizione originale ( x rc lgoj)171, quella per cui gli
opposti sono omonimi (t mnuma enai t ntkemena). Perci - continua - anche
Nicostrato ha sbagliato a rivolgere la sua obiezione a favore dellappartenenza degli
opposti a un unico genere (n gnoj)172.

In questa direzione, e cio nella direzione di unomonimia, sembrerebbero andare le parole di Aristotele Occorre trattare degli opposti, e dire in quanti modi solitamente si
pone lopposizione173, come ammette lo stesso Simplicio, pur restando un sostenitore
della tesi della sinonimia174. possibile, tuttavia, parlare di diversi modi pur facendo
riferimento a un unico genere comune, dal momento che un pollacj legmenon non
esprime automaticamente lomonimia di un termine175. Si potrebbe far, in questo caso,
riferimento allomominia prj n, cio allomonimia in relazione a uno,
unomonimia relativa, a met strada tra lomonimia simpliciter (diversit di significati
dello stesso termine) e la sinonimia (identit di significato tra termini diversi)176, e alla

170

Cfr. Simplicio, In Cat., 381, 15-16.


chiama definizione originale ( x rc lgoj) quella che intende
lopposizione come omonimia, forse perch fu la prima posizione sostenuta dalla maggior parte
dei Peripatetici.
172 Simplicio, In Cat., 381, 17-24.
173 Categorie 11, 11 b 16: per dO tn ntikeimnwn, posacj ewqe ntitqesqai, hton.
174 Simplicio, In Cat., 381, 25-26.
175 Cfr. Simplicio, In Cat., 381, 29-30. Un caso simile , secondo Simplicio, quello della qualit,
della quale Aristotele dice espressamente che si dice in molti modi (cfr. Categorie 8, 8 b 26),
senza, tuttavia, voler affermare che si tratti di unomonimia. Cfr. Simplicio, In Cat., 438, 18 ss.
Al contrario, Moraux, LAristotelismo presso i Greci, p. 120, sembra far coincidere automaticamente lomonimia con un pollacj legmenon, nel momento in cui afferma che la maggior
parte dei Peripatetici, seguiti da Giamblico, assunsero lespressione ntikemena come un
pollacj legmenon.
176 Una sorta di analogia tommasiana, situata tra univocit ed equivocit.
171Giamblico

240

teoria del significato focale (focal meaning)177. In tale prospettiva, lopposizione si presenterebbe come un caso di omonimia prj n, in cui tutti i diversi tipi di opposti fanno
riferimento a un significato centrale, che costituito dalla definizione quae in eodem,
secundum idem, in eodem tempore, circa unam eamdemque rem, simul esse non possunt
.

177

Lomominia prj n stata, scorrettamente (concordo, in questo, con quanto sostenuto da E.


Berti, La metafisica nella filosofia analitica contemporanea, in G. Movia (ed.), Metafisica e antimetafisica, Vita e Pensiero, Milano 2003, pp. 75-91, pp. 84-85), identificata dallo studioso Austin con la paronimia, e definita come teoria del nuclear meaning. Cfr. J.L. Austin, Agathn
and eudaimona in the Ethics of Aristotle, in J.M.E. Moravcisik (ed.), Aristotle. A Collection
of Critical Essays, MacMillan, London 1968, pp. 260-296; ristampato in J.L. Austin, Philosophical Papers, edited by J.O. Urmson and G.J. Warnock, Oxford University Press, London 1970,
trad. it. di P. Leonardi, Saggi filosofici, Guerini, Milano 1990, pp. 9-36. Cfr. anche J.L. Austin,
The Meaning of a Word, in Philosophical Papers, edited by J.O. Urmson and G.J. Warnock,
Oxford University Press, London 1970, trad. it. di P. Leonardi, Saggi filosofici, Guerini, Milano
1990, pp. 57-75. G.E.L. Owen, allievo di Austin, ha contribuito a una migliore reinterpretazione
dellomonimia prj n, sganciadola dallidentificazione con la paronimia, e presentandola come
un tertium quid di cui le semplici dicotomie univoco o multivoco e sinonimo o ominimo
non riescono a dar conto (cfr. G.E.L. Owen, Logic and Metaphysics in some earlier works of
Aristotle, in I. Dring and G.E.L. Owen (eds.), Aristotle and Plato in the mid-fourth century,
Elanders Boktryckeri Aktiebolag, Gteborg 1960, p. 179; G.E.L. Owen, The Platonism f Aristotle, Proceedings of the British Academy, 51, London 1965, pp. 125-150, ristampato in M.
Nussbaum (ed.), Logic, Science, and Dialectic, Cornell University Press, Ithaca 1986, pp. 200220).

241

Capitolo undicesimo

I contrari

'Enanton d stin gaq mOn x ngkhj kakn, - toto dOdlon t kaq'


kaston pagwg, oon giev nsoj ka dikaiosnV dika ka ndrev deila,
mowj dO ka p tn llwn, - kak dO tO mOn gaqn nanton stn, tO dO
kakn: t gr ndev kak nti perbol nanton kakn n: mowj dO ka
mesthj nanta katrJ osa gaqn. p' lgwn d' n t toioton doi tij, p
dO tn plestwn e t kak t gaqn nanton stn.
ti tn nantwn ok nagkaon, n qteron , ka t loipn enai: giainntwn gr pntwn geia mOn stai, nsoj dO o: mowj dO ka leukn ntwn
pntwn leukthj mOn stai, melana dO o. ti e t Swkrth gianein t
Swkrth nosen nanton stn, m ndcetai dO ma mftera t at
prcein, ok n ndcoito to trou tn nantwn ntoj ka t loipn enai:
ntoj gr to Swkrth gianein ok n eh t nosen Swkrth.
Dlon dO ti ka per tatn edei gnei pfuke ggnesqai t nanta:
nsoj mOn gr ka geia n smati zou, leukthj dO ka melana plj n
smati, dikaiosnh dO ka dika n yuc. ngkh dO pnta t nanta n
t at gnei enai n toj nantoij gnesin, at gnh enai: leukn mOn
gr ka mlan n t at gnei, - crma gr atn t gnoj, - dikaiosnh dO
ka dika n toj nantoij gnesin, - to mOn gr ret, to dO kaka t gnoj, - gaqn dO ka kakn ok stin n gnei, ll' at tugcnei gnh tinn
nta.

A un bene necessariamente contrario un male. Questo risulta chiaro per induzione


dai singoli casi: alla salute, per esempio, contraria la malattia, alla giustizia
lingiustizia, al coraggio la vilt, e lo stesso negli altri casi. A un male, invece, a volte
contrario un bene, a volte un male. Al difetto, infatti, che un male, contrario
leccesso, che egualmente un male. Allo stesso modo, anche il mezzo, che un bene,
contrario a ciascuno di essi. Un tale fenomeno, tuttavia, si potrebbe vedere in pochi casi;
nella maggior parte dei casi, invece, a un male sempre contrario un bene.
Inoltre, non necessario che, se c luno dei contrari, ci sia per questo anche laltro.
Se, infatti, tutti godono di buona salute, ci sar la salute e non la malattia. Similmente,
se tutte le cose sono bianche, ci sar la bianchezza e non la nerezza. Inoltre, se Socrate
gode di buona salute contrario a Socrate malato, e non possibile che entrambi appartengano contemporaneamente allo stesso soggetto, non sarebbe possibile che, se c
uno dei contrari, ci sia anche laltro. Se, infatti, c che Socrate gode di buona salute,
non potrebbe esserci il fatto che Socrate malato.
chiaro che anche i contrari si generano per natura intorno a un soggetto che il
medesimo o per specie o per genere. Malattia e salute, infatti, si generano nel corpo di

un animale; la bianchezza e la nerezza semplicemente nel corpo; la giustizia e


lingiustizia, invece, si generano nellanima.
necessario che tutti i contrari si trovino o nello stesso genere o in generi contrari,
oppure siano essi stessi dei generi: bianco e nero sono nel medesimo genere - il colore,
infatti, il loro genere -; giustizia e ingiustizia sono in generi contrari - il genere
delluna la virt, il genere dellaltra il vizio -; il bene e il male non sono in un genere, ma essi stessi sono generi di alcune cose.

Sommario
In questo capitolo, Aristotele aggiunge alcune osservazioni alla trattazione della precedente sezione, dedicata ai contrari.
1. La contrariet di bene e male. a. A un bene sempre contrario un male. Alla salute, per esempio, che un bene, contraria la malattia, che un male; alla giustizia
contraria lingiustizia, al coraggio la vilt. b. A un male, nella maggior parte dei casi,
contrario un bene, ma talora contrario un altro male.
2. Non simultaneit dei contrari. a. Nel caso di due o pi soggetti, se esiste uno dei
due contrari, non necessario che esista sempre anche laltro. Pu accadere, per esempio, che tutte le cose siano bianche, e in questo caso ci sar la bianchezza, ma non il suo
contrario, e cio la nerezza. b. Nel caso dello stesso soggetto, se c uno dei contrari,
impossibile che ci sia anche laltro. Non possibile, infatti, che Socrate goda di buona
salute e nello stesso tempo sia malato.
3. Generazione dei contrari in uno stesso soggetto. I contrari si generano in relazione
ad un soggetto che lo stesso o per specie o per genere. La giustizia e lingiustizia, ad
esempio, si generano nello stesso soggetto per specie, cio nellanima razionale degli
esseri umani; il bianco e il nero, invece, si generano nello stesso soggetto per genere,
cio nel corpo; malattia e salute, infine, si generano nello stesso soggetto, che specifico rispetto al corpo in generale.
4. Status dei contrari in relazione ai generi. I contrari: a. o si trovano nello stesso genere - il bianco e il nero, per esempio, si trovano entrambi nel genere del colore; b. si
trovano in generi contrari - la giustizia e lingiustizia, per esempio, si trovano, rispettivamente, nella virt e nel vizio; c. sono essi stessi dei generi - il bene e il male non sono
in un genere, ma costituiscono essi stessi dei generi.
Queste quattro propriet attribuite ai contrari servono a distinguerli da altri due tipi di
contrapposizioni: le caratteristiche 1) e 2) differenziano i contrari dai relativi, perch
questi ultimi implicano necessariamente lessere dellaltro relativo in un altro soggetto e
non implicano necessariamente il non essere dellaltro relativo nello stesso soggetto in
relazione ad altri soggetti; le caratteristiche 3) e 4) differenziano i contrari dai contraddittori, perch questi ultimi non implicano un soggetto che sia lo stesso per genere o per
specie e non sono necessariamente inclusi o identificabili in generi contrari.

1. Caratteristiche dei contrari


1.1. La contrariet di bene e male
In questa prima parte della sezione, Aristotele si sofferma sulla contrariet in relazione al bene e al male. La dottrina aristotelica a riguardo pu essere tradotta in due affermazioni. Da un lato, a. il contrario di un bene sempre e necessariamente un male, e

244

questo - afferma lo Stagirita - appare evidente per induzione (pagwg) dai casi singoli1; segue una serie di esempi che riguardano la salute del corpo - alla salute, che un
bene, contraria la malattia, che un male - e la virt dellanima - alla giustizia, che
un bene, contraria lingiustizia, che un male; al coraggio contraria la vilt, e cos
via. Simplicio interpreta il procedimento di induzione a partire dai casi singoli come una
vera e propria prova (pstij) che Aristotele porta a sostegno della propria tesi2.
Dallaltro lato, b. il contrario di un male : b1. nella maggior parte dei casi un bene,
b2. a volte un altro male. Questa volta la tesi viene argomentata facendo uso dei concetti
di difetto, eccesso e mezzo. Sia il mezzo sia leccesso sono contrari al difetto: ad
esempio, sia il coraggio - che il giusto mezzo - sia limprudenza - che un eccesso sono contrari alla codardia. Al difetto, dunque, che un male, contrario leccesso, che
egualmente un male. Allo stesso modo, anche il mezzo, che un bene, contrario a
ciascuno di essi.
Per comprendere la dottrina aristotelica della contrariet rispetto alle nozioni di bene
e male, occorre distinguere i diversi punti di vista che lAutore mette in gioco. In particolare, due sono i modelli di riferimento che lo Stagirita sembra delineare.
1. In primo luogo, un modello binario, per il quale al bene qua bonum contrario
sempre, solo e necessariamente il male qua malum.
2. Ora, mentre il bene, in quanto misura e ponderazione, semplice e ha una sola
forma, il male, invece, in quanto dismisura e sbilanciamento, vario e pu assumere, rispetto al bene, due posizioni estreme tra loro opposte: il difetto e
leccesso. Si ha, cos, un modello ternario che presuppone, da un lato, il bene in
quanto misura e misurato, dallaltro vede dividersi in due parti il male in quanto dismisura e smisurato: il difetto e leccesso. Secondo questo schema il coraggio, che mediet, si oppone allimprudenza come il bene si oppone al male
in quanto eccesso ma si oppone alla codardia come il bene si oppone al male in
quanto difetto. I contrari, nel loro senso fondamentale, vengono definiti da Aristotele come gli elementi pi distanti allinterno dello stesso genere oppure
come generi estremi che non possono sussistere nella stessa cosa allo stesso
tempo e sotto il medesimo rispetto3. Ed essi vanno sempre in coppia, dal momento che per ogni contrario c sempre e solo un contrario4. Il contrario di un
male, allora, pu risultare essere talora un bene talora un male solo a condizione che lo sia rispetto a due cose diverse o sotto rispetti diversi. Il coraggio e la
codardia, infatti, non potrebbero essere contrari allimprudenza sotto lo stesso
rispetto e dal medesimo punto di vista, altrimenti laffermazione aristotelica si

Sul ragionamento induttivo (pagwg), che muove dal particolare al generale, si vedano: Topici I 12, 105 a 13-14; Analitici Posteriori I 1, 71 a 5-9; Etica Nicomachea VII 15, 1039 b 2631.
2 Cfr. Simplicio, In Cat., 409, 22-23. La prova (pstij) pu essere guadagnata tramite un ragionamento sillogistico oppure, come in questo caso, per induzione. Cfr. Gaskin, Simplicius, On
Aristotle Categories, p. 232, n. 853. Aristotele dovette considerare particolarmente stringente
la prova che porta qui a sostegno della propria tesi, dal momento che appare quasi come una sfida rivolta alleventuale obiettore a indicare anche un singolo caso in cui non si verifichi tale
legge (Pesce, Aristotele, Categorie, p. 98, n. 1).
3 Cfr. Categorie 11, 14 a 19-20; De Interpretatione 14, 23 b 22-23; Metafisica D 10, 1018 a 2531; Metafisica I 4, 1055 a 3-29.
4 Cfr. Metafisica I 4, 1055 a 19-21.

245

trasformerebbe in un nonsense. chiaro che non allo stesso modo il bene e il


male potrebbero risultare contrari a un male.
Potremmo illustrare i due modelli attraverso i seguenti schemi:
1. medietas qua bonum

un solo contrario: malum qua malum


eccesso

2. medietas qua mensura

malum qua dismisura


difetto

Tre sono le componenti del secondo modello, che presenta il bene come mediet tra il
difetto e leccesso. Ma a ben vedere, il secondo modello pu essere facilmente riportato
al primo, che consta di due elementi, qualora i due estremi venissero considerati insieme, come due facce della stessa medaglia, e cio come il malum qua dismisura o, se si
preferisce, come lestremo che si oppone alla mediet. Nel modello binario, infatti, i due
estremi risultano entrambi contrari al mezzo non specificatamente come leccesso e il
difetto, ma come lo sbilanciato, lo smisurato contrario al bilanciato, al misurato5.
Come spiega Simplicio nel suo commento, questi diversi rapporti di contrariet nascono da differenti nessi tra le categorie6: [] il difetto e leccesso sono contrari
allinterno della categoria della quantit, mentre bene e male (misura e dismisura) sono
contrari allinterno della categoria della qualit7. Nel caso dello schema ternario, possiamo, allora, distinguere due tipi di contrariet rispetto a uno dei due estremi:
1. laltro estremo, in riferimento alla categoria della quantit;
2. la mediet, in riferimento alla categoria della qualit.
Il bene e il male sono i due elementi maggiormente separati allinterno della categoria
della qualit; le virt e i vizi, infatti, che sono beni e mali, cadono sotto la categoria della qualit8. I due estremi, invece, sono i due elementi maggiormente separati e lontani
allinterno della categoria della quantit9; infatti le affezioni, in quanto divisibili, sono
5

Simplicio, In Cat., 410, 15 ss., spiega questa possibile riduzione del modello trinario al modello binario evidenziando come alla mediet qua bonum sia contraria una sola cosa, il male, e
alla mediet in quanto misura sia contraria una sola cosa, la dismisura, che raccoglie in s sia
leccesso sia il difetto. Gaskin, Simplicius, On Aristotle Categories 9-15, p. 232, n. 859,
commenta il passo di Simplicio affermando che, ai fini di presentare la contrariet tra bene e
male - quindi allinterno di un modello binario -, i due estremi devono essere considerati come
ununit in modo tale che un solo elemento cattivo - lestremo - risulti contrario al bene. In questo senso spiega anche Apostle, Aristotles Categories and Propositions, p. 91, n. 1: Il coraggio, ad esempio, considerato in relazione alla sua definizione o alla sua sostanza, un mezzo
e si trova tra due estremi, limprudenza e la codardia, i quali, essendo estremi, sono anche contrari; considerato in relazione alleccellenza e allottimo, invece, il coraggio un estremo ed
contrario allimprudenza e alla codardia, che sono estremi in quanto vizi. In questo modo,
limprudenza e la codardia, presi insieme come ununit, sono quanto vi di pi distante
dallottimo e, in quanto tali, costituiscono il contrario del coraggio; ognuno di essi, in quanto
pessimo, si oppone come contrario al coraggio.
6 Simplicio, In Cat, 410, 15 ss.
7 Gaskin, Simplicius, On Aristotle Categories, p. 232, n. 860.
8 Cfr. Categorie, 8 b 29.
9 Cfr. Etica Nicomachea, II, 8, 1108 b 26-33: [] vi maggiore contrariet (plesth
nantithj) degli estremi tra di loro (toj kroij prj llhla) rispetto al giusto mezzo: infatti sono pi lontani tra di loro rispetto al giusto mezzo, come sono pi lontani il grande dal
piccolo e il piccolo dal grande rispetto a quanto siano distanti tutti e due rispetto alluguale. Inoltre, come evidente, vi una qualche somiglianza di alcuni estremi con il giusto mezzo, co-

246

delle quantit10. E lo sono per due ordini di ragioni. In primo luogo, [] le affezioni
(cio gli stati affettivi) possono essere declinate secondo una differenziazione quantitativa poich ammettono diversi gradi che corrispondono alleccesso, alla mediet e al difetto, e perci si trovano allinterno della categoria della quantit al pari che in quella
della qualit11. In secondo luogo, e, secondo Gaskin, in principal modo, la considerazione esposta in Metafisica D, 13, 1020 a 26-30, in cui Aristotele spiega che le affezioni o, meglio, le qualit in generale possono essere considerate delle quantit per accidens in virt della divisibilit quantitativa delle cose cui essere si riferiscono12.
1.1.1. Obiezioni di incompletezza alla teoria aristotelica della contrariet di bene e male
Come abbiamo osservato, la dottrina aristotelica della contrariet in relazione al bene
e al male si articola in due affermazioni: 1. il contrario di un bene sempre e necessariamente un male; 2. il contrario di un male , nella maggior parte dei casi, un bene, ma
a volte un altro male. Tale dottrina, contenuta nelle Categorie, stata tacciata di incompletezza. Simplicio attribuisce a Nicostrato le principali obiezioni.
In primo luogo, il filosofo medioplatonico critica lincompletezza dellelenco delle
tipologie di contrariet presenti in Categorie, 11, 13 b 36 - 14 a 6, sostenendo che, oltre
alla contrariet di un gaqn e di un kakn e a quella di un kakn e di un altro kakn,
Aristotele [] avrebbe dovuto aggiungere che anche un ente assiologicamente neutro
(diforon) pu essere opposto per contrariet a un altro ente assiologicamente neutro13. Lobiezione di Nicostrato appare particolarmente pertinente in quanto tale tipologia di contrariet veniva menzionata, secondo la testimonianza di Simplicio, nello
scritto aristotelico intitolato per ntikeimnwn (Gli opposti)14, andato perduto, in cui
si dice che le cose che non sono n beni n mali (mte gaq mte kak) possono essere contrarie ad altre cose che non sono n beni n mali. Lunica differenza tra i due
testi sarebbe di natura terminologica, poich Nicostrato utilizza un vocabolo,
diforon (indifferente), stabilito in ambiente stoico e, quindi, pi recente rispetto allo scritto aristotelico, il quale, infatti, non riporta quel termine15. Ora, la questione :
perch Aristotele, nelle Categorie, non ha affatto menzionato la tipologia di contrariet
che vede opporsi le cose che non sono n beni n mali ad altre cose che non sono n beni n mali? La risposta di Simplicio si basa sulla natura introduttiva dello scritto16: se
Aristotele avesse menzionato quel tipo di contrariet, avrebbe poi dovuto affrontare una
me tra la temerariet e il coraggio e tra la dissipazione e la generosit; invece, riguardo agli estremi, tra di loro la dissomiglianza massima (toj dO kroij prj llhla plesth
nomoithj).
10 Simplicio, In Cat, 410, 16.
11 Gaskin, Simplicius, On Aristotle Categories, p. 232, n. 861.
12 Gaskin, Simplicius, On Aristotle Categories, p. 232, n. 861. Secondo Gaskin, in realt, sia
largomento aristotelico originale sia il commento di Simplicio risultano non troppo pertinenti,
motivo per cui lo studioso avanza la possibilit che potrebbe trattarsi di una glossa marginale
successivamente inserita allinterno del testo.
13 P. Moraux, LAristotelismo presso i Greci, vol. II, tomo 2: LAristotelismo nei nonAristotelici nei secoli I e II d. C., Vita e Pensiero, Milano 2000, p. 126. Cfr. Simplicio, In Cat.,
410, 25-26.
14 Simplicio, In Cat., 410, 26-29.
15 Cfr. Simplicio, In Cat., 410, 29-30.
16 Sulla natura dello scritto sulle categorie, si veda Infra, pp. ***.

247

serie di problematiche e aporie che avrebbero costituito un excursus di sproporzionata


ampiezza rispetto allintento dellopera. Sarebbe sorta - sottolinea Simplicio - laporia
se lindifferente, per usare il termine stoico, si opponga esclusivamente a un altro indifferente, o si opponga anche a un male - ad esempio, lessere sobrio, inteso in quanto intermedio, sembra essere contrario allessere ubriaco (meqein), che un male,- o a un
bene - ad esempio, lessere alticcio, ma non ubriaco (onsqai), in quanto intermedio,
sembra essere contrario allesser sobrio, che un bene. Tuttavia, tali contrariet, secondo Simplicio, hanno dellincongruo, perch lessere sobrio vi viene considerato in due
sensi: da un lato, come un bene, in opposizione allessere alticcio, dallaltro come un intermedio, in opposizione allessere ubriaco.17
Laltra obiezione che Nicostrato muove ad Aristotele si fonda sempre sulla presunta
incompletezza dellelenco delle tipologie di contrariet presenti in Categorie, 11, 13 b
36 - 14 a 6, ma questa volta riguarda la contrariet di un bene a un altro bene. Secondo
Nicostrato, lo Stagirita avrebbe dovuto aggiungere che, ad esempio, che un incedere
ragionevole contrario a uno stato di quiete ragionevole, e un piacere ragionevole
contrario a un dolore ragionevole18. Simplicio risponde allobiezione di Nicostrato
affermando che, in questo caso, non si tratta di contrari del tipo bene vs bene, da un lato
perch essi si armonizzano in relazione al fine delluomo che compie le due azioni o che
prova le due affezioni in modo ragionevole (mfrnwj19) e, dallaltro, perch la contrariet non risiede nella loro connotazione etica, ma nellopposizione dellincedere e
dello stare in s, del piacere e del dolore in s20. Lobiezione di Nicostrato nasce, dunque, da un evidente errore concettuale, che lo porta a confondere i contrari etici con i
contrari tecnici connotati eticamente mediante laggiunta di un avverbio.
1.1.2. La contrariet di vizi e virt nellEtica Nicomachea
La tesi per cui a un male possono essere contrari sia un bene sia un altro male chiaramente aristotelica, e trova conferma nel capitolo 8 del Libro II dellEtica Nicomachea,
in cui non si fa esplicitamente riferimento alle nozioni di bene (gaqn) e di male
(kakn), ma viene presentata la contrariet tra virt e vizi, di modo che lorizzonte in
cui si situa la trattazione chiaramente assiologico. Aristotele ha spiegato, nei capitoli
appena precedenti, che la virt consiste in una certa mediet (mesthj tij)21 tra due estremi che rappresentano, entrambi, il vizio: leccesso (perbol) e il difetto (llei-

17

Simplicio, In Cat., 410, 30 - 411, 7.


Cfr. Simplicio, In Cat., 411, 6-9.
19 Gaskin, Simplicius, On Aristotle Categories 9-15, p. 233, n. 868, fa notare che si tratta di
un avverbio usato da Platone, in particolare in Repubblica, 396 D 1, 517 C