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La materia

La matière
Die Materie
Matter
Franco Ferrari

La chora nel Timeo di Platone.


Riflessioni su «materia» e «spazio»
nell’ontologia del mondo fenomenico*

1. L’identificazione della chora del Timeo


con la hyle secondo Aristotele

L’esposizione della concezione platonica della «materia» si presenta straordina-


riamente complessa e problematica per una serie di ragioni, di molte delle qua-
li si darà conto nel corso di questo contributo. La prima e forse la più rilevante
di tali ragioni risiede comunque nel semplice fatto che dai dialoghi di Platone
risulta assente la stessa nozione di materia. È infatti noto che solo con Aristote-
le si sviluppò una trattazione sistematica di questa categoria filosofica, la quale
assunse, anzi, nel grande allievo di Platone una collocazione di primo piano. È
altrettanto noto che in Platone si trova il sostantivo destinato a divenire con Ari-
stotele il terminus technicus per materia, ossia u{lh; ma il significato che esso as-
sume è ancora quello generico diffuso nella lingua quotidiana, vale a dire «le-
gname» (ma anche bosco, selva), che solo a partire da Aristotele viene trasferi-
to nella lingua filosofica1.
In Platone, dunque, manca la nozione di materia e il sostantivo hyle riveste
un significato filosoficamente privo di rilevanza. Ciò non significa, tuttavia, che
egli non abbia in qualche misura affrontato il tema della materialità e che dalle
tesi esposte nei dialoghi, in particolare nel Timeo, non sia ricavabile qualcosa di
simile a una concezione relativa allo status e alla funzione della materia nella
costituzione ontologica del mondo. Dal momento però che nel Timeo non si par-

* Sono molto grato a Francesco Fronterotta per avere letto e commentato criticamente una prima ste-

sura di questo saggio. La responsabilità delle tesi in esso contenute è naturalmente solo mia.
1
Cf. PLATO, Tim. 69A, dove, a partire dal suo significato di materiale di legno, viene utilizzato me-
taforicamente per indicare gli elementi base di cui si compone il discorso. Non c’è dubbio che il termine
latino silva restituisca piuttosto bene il significato originario del sostantivo greco (che è quello di legna-
me, ma anche di bosco). Sulla natura non tecnica dell’occorrenza di hyle nel Timeo cf. L. BRISSON, Le Mê-
me et l’Autre dans la structure ontologique du «Timée» de Platon, Academia Verlag, Sankt Augustin 19942,
p. 222.

«Quaestio», 7 (2007), 00-00 • 10.1484/J.QUAESTIO.1.100060


4 Franco Ferrari

la di materia, e che la tradizione successiva ha considerato le affermazioni pla-


toniche contenute in questo dialogo come riferentesi alla hyle, è opportuno ini-
ziare questa esposizione proprio dall’esame del celebre passo nel quale Aristo-
tele opera l’identificazione tra il principio evocato da Platone nel Timeo e la pro-
pria nozione di materia; si tratta infatti di un passaggio strategico, perché que-
sta identificazione ha percorso l’intera filosofia antica e ancora oggi viene pre-
supposta, in forma più o meno consapevole, da tutti coloro che intendono parla-
re della materia platonica.
All’interno della discussione relativa al luogo (tovpo") contenuta all’inizio del
libro D della Fisica, Aristotele discute la posizione di coloro che, partendo dal-
la constatazione che il luogo può apparire come l’intervallo della grandezza, ar-
rivano a identificarlo con la materia (u{lh). Tra costoro viene annoverato proprio
Platone, il quale avrebbe addirittura assimilato la spazialità alla materialità. Os-
serva in proposito Aristotele:

«Per questa ragione anche Platone sostiene nel Timeo che la materia e lo spazio [th;n
u{lhn kai; th;n cwvran] sono la medesima cosa. Infatti il partecipante [to; metalhptikovn)]
e lo spazio sono un’unica e identica cosa. Pur definendo in modo diverso il parteci-
pante lì [nel Timeo] e nelle cosiddette dottrine non scritte, sosteneva in ogni caso che
il luogo e lo spazio fossero la stessa cosa [to;n tovpon kai; th;n cwvran to; aujtov]» (Phys.,
D 2, 209b11-16).

Qualche riga sotto (209b33-210a2) Aristotele torna in forma cursoria sulla


concezione platonica dello spazio e della materia, chiedendosi (e chiedendo po-
lemicamente a Platone) per quale ragione le idee e i numeri non si trovino in un
luogo, come invece dovrebbe conseguire dalla assimilazione del partecipante al
luogo (to; meqektiko;n oJ tovpo"), tanto nel caso in cui tale partecipante sia il gran-
de e il piccolo (delle dottrine non scritte), quanto in quello in cui esso sia la ma-
teria (come risulta invece dal Timeo).
Come si vede, la testimonianza aristotelica relativa alla concezione platoni-
ca della materia si presenta davvero problematica e difficile da decifrare. Alcu-
ni assunti sembrano comunque ricavabili in modo immediato. Prima di tutto,
Aristotele attribuisce a Platone l’identificazione tra la materia e la misteriosa en-
tità che compare nel Timeo con il nome di chora. Questa identificazione ha per-
corso l’intera storia del platonismo antico, tanto che dopo Aristotele per un pla-
tonico risulterà quasi inevitabile considerare chora e hyle come sinonimi. Del
resto, anche Proclo, il grande commentatore neoplatonico di Platone, reputa del
tutto naturale concepire il piano della causalità materiale come connotato tanto
dall’elemento costitutivo (e dunque propriamente materiale) quanto da quello lo-
La chora nel Timeo di Platone 5

cale e spaziale (th;n de; u{lhn ejx ou| h] ejn w|/), codificando in questo modo una
tendenza largamente diffusa tra i platonici antichi2.
Naturalmente l’identificazione proposta da Aristotele (e accettata sostanzial-
mente da tutti i platonici successivi) rappresenta, come molti commentatori mo-
derni non hanno mancato di rilevare, una forzatura delle tesi di Platone, il qua-
le non parla di materia e soprattutto non opera expressis verbis l’identificazione
che gli attribuisce il suo discepolo. Tuttavia, come si vedrà meglio in seguito,
Aristotele è probabilmente meno inaffidabile di quanto molti interpreti siano di-
sposti a riconoscere. In particolare, il suggerimento più significativo ricavabile
dalle sue affermazioni, ossia l’invito a ricercare nel Timeo all’interno della trat-
tazione della chora l’esposizione della concezione platonica della materia, mi
sembra degno della massima considerazione e sostanzialmente corretto.
Aristotele poi attribuisce a Platone una seconda identificazione, quella tra la
chora, precedentemente assimilata alla hyle, e il misterioso partecipante (to;
metalhptikovn o to; meqektikovn), ossia un’entità di cui si dice che partecipa (cioè
prende parte) a qualcosa d’altro (da sé), ossia, presumibilmente, all’intelligibile
(che per Platone è la realtà che viene partecipata). Inoltre, Aristotele sostiene che
Platone avrebbe definito in modo diverso questo partecipante nel Timeo (dove es-
so assume la denominazione di chora o di hyle) e nelle dottrine non scritte (dove,
come si evince dal passo menzionato sopra, esso viene chiamato grande e picco-
lo), fermo restando che ai suoi occhi il luogo e lo spazio sono identici. È vero che
nel Timeo (e in generale nei dialoghi) non si trova menzione esplicita di questo
partecipante; ma è altrettanto vero che Aristotele potrebbe avere ricavato questa
espressione proprio dalla lettura della sezione del Timeo dedicata al terzo genere,
ossia alla chora, chiamata anche ricettacolo universale (pandecev"), di cui si dice
che partecipa in modo estremamente aporetico e difficile da concepire all’intelli-
gibile (51A-B), o addirittura potrebbe essersi servito di un’espressione coniata da
Platone all’interno delle celebri dottrine non scritte. Non c’è dubbio, in ogni caso,
che l’interrogativo polemico che Aristotele rivolge a Platone circa la collocazione
delle idee e dei numeri nello spazio (dove essi non potrebbero ovviamente trovar-
si), ha senso solo ipotizzando che Aristotele stia alludendo in qualche forma alla
concezione secondo la quale la materia del Timeo, che nelle dottrine non scritte
assume la denominazione di grande e piccolo, partecipa all’intelligibile, rappre-
sentato dalle idee e dai numeri (i quali, dunque, se partecipati da una entità in
qualche misura spaziale, finiscono per risultare essi stessi spazializzati)3.

2 PROCL. In Plat. Tim., I, 357, 13-14 Diehl. Sull’assimilazione di chora e hyle nel platonismo antico

cf. M. BALTES, Der Platonismus in der Antike, Frommann-Holzboog, Stuttgart-Bad Cannstatt 1996 (Bd. 4),
p. 283, n. 5 e pp. 379-383.
3 Sull’esigenza di collegare queste affermazioni di Aristotele alla concezione platonica della genesi
6 Franco Ferrari

Le osservazioni appena fatte non tolgono nulla alla oggettiva problematicità


della testimonianza aristotelica su una presunta concezione platonica della ma-
teria. Esse tuttavia dovrebbero in un certo senso legittimare l’operazione che si
intende attuare in queste pagine, consistente appunto nel tentare di ricostruire
la posizione di Platone sullo statuto e la funzione della materia a partire dalle af-
fermazioni consacrate alla chora contenute nelle pagine 48E-52D del Timeo.

2. Verosimiglianza non verità: lo statuto epistemico del discorso


sul mondo

La trattazione platonica della chora si trova dunque all’interno del lungo di-
scorso di Timeo dedicato alla genesi e alla costituzione (gevnesi" kai; suvstasi")
ontologica del cosmo. Trattandosi, come è universalmente noto, di un discorso
sottoposto a precisi vincoli epistemologici (i quali si estendono anche alle affer-
mazioni relative alla chora), è opportuno spendere qualche parola a questo pro-
posito.
In una premessa tanto nota quanto spesso trascurata, Timeo riconduce il li-
vello epistemico di qualsiasi trattazione alla natura ontologica della realtà og-
getto della trattazione stessa. In questo modo, egli stabilisce una sorta di paral-
lelismo onto-epistemico in cui il grado di affidabilità di un discorso viene fatto
dipendere dalla natura dell’oggetto di cui questo discorso si occupa. Dal mo-
mento che le riflessioni in questione vertono intorno al cosmo sensibile, il qua-
le costituisce un gignovmenon, ossia un’entità sottoposta al divenire e dotata del-
lo statuto di copia (eijkwvn) di un modello (come Timeo ha assunto dialetticamen-
te poco sopra), esse non potranno ambire a risultare stabili e inconfutabili, ossia
vere (come quelle relative al modello, cioè all’essere), ma, nel migliore dei casi,
dovranno accontentarsi di raggiungere il livello della verosimiglianza. Afferma
in proposito Timeo:

«Ma la cosa più importante è cominciare ogni esame prendendo le mosse dal suo prin-
cipio naturale. Così, dunque, bisogna distinguere fra l’immagine e il suo modello, poi-
ché i discorsi sono congeneri a ciò di cui parlano: da un lato, dunque, i discorsi su ciò
che è stabile, saldo ed evidente al pensiero, bisogna che siano anch’essi stabili e so-
lidi e, nella misura in cui, per i discorsi, è possibile e conveniente essere inconfuta-
bili e invincibili, di nulla devono mancare; dall’altro, i discorsi su ciò che imita il mo-
dello, e che non è che una sua imitazione, bisogna che siano, rispetto ai primi, vero-

ontologica delle idee e dei numeri (ideali) formulata nelle dottrine non scritte cf. P. AUBENQUE, La matiè-
re de l’intelligible. Sur deux allusions méconnues aux doctrines non écrites de Platon, «Revue philoso-
phique de la France et de l’Etranger», 172 (1982), pp. 307-320, in particolare pp. 310-316.
La chora nel Timeo di Platone 7

simili; l’essere è rispetto al divenire [pro;" gevnesin oujsiva] nello stesso rapporto in cui
è la verità rispetto alla credenza [pro;" pivstin ajlhvqeia]. Se dunque, Socrate, non sa-
remo in grado di proporti, su molti aspetti e riguardo a molte questioni, sugli dèi e sul-
la generazione dell’universo, dei ragionamenti perfettamente e compiutamente coe-
renti con se stessi e del tutto esatti, non stupirti; ma se ti presenteremo dei ragiona-
menti non meno verosimili di altri, dovremo esserne soddisfatti, ricordandoci che io
che parlo e voi che siete i miei giudici apparteniamo alla natura umana, sicché, se ci
si offre un racconto verosimile su questi argomenti, conviene non cercare ancora ol-
tre» (Tim., 29B-D, tr. di Fronterotta).

Timeo riconduce dunque le pretese epistemico-veritative di un discorso alla


natura del campo oggettuale al quale esso si rivolge. Questo significa che, dal
momento che lo statuto epistemico di una trattazione dipende in larga misura
dalla natura ontologica dell’oggetto al quale essa si riferisce (i discorsi sono sug-
genei'" alle cose di cui parlano) e dal momento che il mondo fisico costituisce
una copia di un modello, e che esso rappresenta un’entità generata, ossia sog-
getta a generazione (gevnesi"), ogni discorso relativo al mondo sensibile non po-
trà ambire all’esattezza e alla inconfutabilità proprie della trattazione di un og-
getto immobile, eterno e perfetto, ma dovrà inevitabilmente accontentarsi di con-
seguire il livello della verosimiglianza4.
Naturalmente queste considerazioni di ordine epistemologico non comporta-
no una radicale svalutazione delle riflessioni relative alla generazione e alla co-
stituzione del mondo sensibile sviluppate nel corso del dialogo. Esse intendono
solamente richiamare l’attenzione sull’inopportunità di attendersi dal discorso
di Timeo l’esattezza e la stringenza argomentativa di un ragionamento relativo ai
principi dialettico-metafisici. Ma non sarebbe corretto considerare queste limi-
tazioni tali da destituire la narrazione di Timeo di ogni rilevanza filosofico-scien-
tifica, assimilandola a una sorta di histoire mythique, come pure ha tentato di fa-
re un autorevole studioso francese5. In realtà, il discorso verosimile di Timeo non
può venire considerato affidabile alla stregua di un’argomentazione dialettica re-
lativa a entità metafisiche (come le idee), ma neppure respinto come un raccon-
to estraneo alla verità filosofica. Si tratta certamente di un discorso non vero, ma
neppure falso, bensì appunto verosimile. Il suo contenuto è dunque non solo sen-
sato, ma anche in larga parte affidabile, sebbene non tutto ciò che vi si dice va-

4 Sulla questione della natura epistemica del discorso verosimile (che è sia logos che mythos) cf. il

classico studio di B. WITTE, Der EIKWS LOGOS in Platos Timaios. Beitrag zur Wissenschaftsmethode
und Erkenntnistheorie des späten Plato, «Archiv für Geschichte der Philosophie», 46 (1964), pp. 1-16; sui
differenti livelli di verosimiglianza assunti dal discorso di Timeo cf. P.L. DONINI, Il «Timeo»: unità del dia-
logo, verosimiglianza del discorso, «Elenchos», 9 (1988), pp. 5-52.
5 Cf. P. HADOT, Physique et poésie dans le «Timée» de Platon, «Revue de Théologie et de Philosophie»,

115 (1983), pp. 113-133.


8 Franco Ferrari

da preso alla lettera. Il suo alto grado di affidabilità dipende dall’assunzione di


principi dialettico-metafisici (sottratti dunque al vincolo della verisimiglianza e
dai quali questo discorso verosimile in qualche misura deriva), mentre l’assen-
za di una cogenza assoluta va ascritta alla natura dell’oggetto intorno al quale
esso verte.
Dunque da esso è legittimo attendersi una trattazione tutto sommato affida-
bile della struttura ontologica del divenire, vale a dire una descrizione in grado
di cogliere in modo corretto l’impianto complessivo della realtà soggetta a gene-
razione; sarebbe invece del tutto fuori luogo pretendere di assumere alla lettera
ogni affermazione in esso contenuta, e in particolare sarebbe epistemologica-
mente scorretto assegnare piena consistenza ontologica a tutte le figure «miti-
che» di cui tale discorso si serve.

3. Un genere difficile ed oscuro

Le cautele di ordine epistemologico sopra richiamate assumono contorni anco-


ra più netti quando la trattazione di Platone affronta il tema della materia, o me-
glio del dominio che Aristotele troverà naturale identificare con la materia. L’in-
troduzione di questa realtà, e per la precisione di questa specie (ei\do") o genere
(gevno"), scandisce addirittura un punto di svolta nello sviluppo del monologo di
Timeo, il quale arriva a reclamare l’esigenza di un nuovo inizio (eJtevran ajrchvn),
dal momento che la partizione ontologica iniziale (quella tra essere e divenire)
si dimostra insufficiente rispetto all’obiettivo di comprendere la struttura cau-
sale del mondo fenomenico. Osserva dunque Timeo:

«Quanto detto fin qui, dunque, salvo qualche cenno, ha mostrato ciò che è stato pro-
dotto dall’intelletto; ma bisogna aggiungere al nostro discorso anche ciò che si è pro-
dotto in virtù della necessità. Infatti la genesi di questo mondo è avvenuta nella forma
di una mescolanza che deriva dalla combinazione di necessità e intelletto; e, poiché
l’intelletto dominava la necessità, persuadendola a realizzare per il meglio la maggior
parte delle cose soggette alla generazione, in questo modo e a queste condizioni, in
virtù della necessità vinta dalla persuasione intelligente, fu originariamente costitui-
to il nostro universo» (Tim., 47E-48A).

La constatazione che il mondo sensibile è il prodotto dell’azione combinata


di due cause, quella intelligente (nou'") e razionale (che agisce finalisticamente
in vista del bene o del meglio) e quella necessaria (ajnavgkh), ossia priva di orien-
tamento, induce Timeo ad allargare la partizione iniziale, introducendo, accan-
to ai due generi ipotizzati in apertura del suo discorso, un ulteriore genere (a[llo
gevno"), che evidentemente si colloca in qualche misura all’interno della dimen-
La chora nel Timeo di Platone 9

sione della causa necessaria, dal momento che l’ipotesi della sua esistenza si è
resa inevitabile una volta riconosciuta la presenza, accanto all’intelletto, anche
della necessità.
Nella prima parte della sua trattazione Timeo era ricorso quasi unicamente
alla causa intelligente, e per mezzo di essa era riuscito a spiegare la genesi on-
tologica del mondo come totalità, dell’anima cosmica (e delle anime individua-
li), degli astri e del tempo (29D-47E). In tale contesto aveva talora accennato al-
l’esistenza di un genere diverso di causa, la cosiddetta concausa (sunaivtion), ma
ne aveva limitato l’uso in modo radicale6. L’ambito della causalità intelligente si
presenta, all’interno della descrizione mitica, estremamente variegato, com-
prendendo una pluralità di soggetti, quali il mondo delle idee, il vivente intelli-
gibile, il demiurgo, l’intelletto; si tratta, però, di un’articolazione funzionale al-
le esigenze didattiche del discorso, alla quale non corrisponde in realtà una ana-
loga pluralità di individui metafisici, dal momento che tutte le entità introdotte
da Platone nel racconto mitico non sono che aspetti diversi di una medesima
realtà, di cui richiamano di volta in volta le differenti funzioni. In altre parole,
alla proliferazione mitica di una serie di individui (le idee, il vivente, il demiur-
go, l’intelletto) corrisponde sul piano metafisico un’unica entità, l’essere (to; o[n),
che assume sia la funzione paradigmatica (metaforizzata dal vivente intelligibi-
le, modello del vivente sensibile, cioè del cosmo) che quella dinamico-efficien-
te (metaforizzata dal demiurgo)7.
Il riconoscimento della presenza, accanto all’intelligenza (che esercita co-
munque una certa prevalenza, espressa metaforicamente attraverso l’accenno al-
la persuasione, peiqwv), anche della necessità (che assume i contorni di una cau-
sa errante, aijtiva planwmevnh, e non orientata)8, rende dunque inevitabile l’am-
pliamento della partizione ontologica iniziale. Prima di provvedere a tale am-
pliamento, Platone individua l’ambito principale di applicazione della causa er-
rante, e dunque del terzo genere che si appresta a trattare, nel campo degli ele-

6 Sul rapporto tra causa e concausa nel Timeo si veda G. CASERTANO, Cause e concause, in C. NATALI /

S. MASO (a cura di), Plato Physicus. Cosmologia e antropologia nel «Timeo», Hakkert Editore, Amsterdam
2003, pp. 33-63.
7 Ho cercato di dimostrare la tesi dell’identità metafisica tra mondo delle idee (vivente intelligibile)

e demiurgo (intelletto produttivo) in due recenti lavori, ai quali rinvio anche per gli opportuni riferimen-
ti bibliografici: F. FERRARI, Causa paradigmatica e causa efficiente: il ruolo delle idee nel «Timeo», in NA-
TALI / MASO (a cura di), Plato Physicus cit., pp. 83-96; ID., Separazione asimmetrica e causalità eidetica
nel «Timeo», in L.M. NAPOLITANO VALDITARA (a cura di), La sapienza di Timeo. Riflessioni in margine al
«Timeo» di Platone, Vita e Pensiero, Milano 2007, pp. 147-172.
8 Sul rapporto tra ragione (intelletto) e necessità cf. F.M.D. CORNFORD, Plato’s Cosmology. The «Ti-

maeus» of Plato translated with a running commentary, Routledge & Kegan Paul, London 1937, pp. 160-
177; sul tema della «persuasione» della necessità ad opera dell’intelligenza si veda il classico studio di
G.R. MORROW, Necessity and Persuasion in Plato’s «Timaeus», ora disponibile in R.E. ALLEN (ed.), Stu-
dies in Plato’s Metaphysics, Routledge & Kegan Paul, London 1965, pp. 421-438.
10 Franco Ferrari

menti corporei; anzi, arriva in qualche modo a dichiarare che l’introduzione di


questa nuova dimensione dovrebbe consentire di fare luce intorno alla natura
dei corpi primari (prw'ta swvmata), ossia dei quattro elementi empedoclei, ab-
bandonando l’ingenua ma diffusa convinzione che essi siano assimilabili alle
lettere di cui sono costituite le cose, quando in realtà non sono neppure equipa-
rabili alle sillabe (48B-C)9. Dunque, proprio allo scopo di chiarire la natura e la
genesi ontologica dei corpi, emerge l’esigenza di allargare la partizione stabili-
ta all’inizio del monologo di Timeo. Sostiene in proposito questo misterioso per-
sonaggio10:

«Dunque, il nuovo principio del discorso intorno all’universo deve procedere a di-
stinzioni maggiori rispetto al precedente; allora, infatti, distinguemmo due generi,
mentre ora bisogna illustrare un terzo e differente genere [trivton a[llo gevno"]. Perché
i due di prima erano sufficienti per il nostro discorso precedente, l’uno posto come ge-
nere del modello, intelligibile e sempre identico a se stesso, il secondo come imita-
zione del paradigma, soggetto alla generazione e visibile. Non distinguemmo allora un
terzo genere, giudicando che due fossero sufficienti, ma adesso il discorso pare ci co-
stringa a tentare di descrivere un genere difficile e oscuro» (Tim., 48E-49A).

La terza specie ontologica11, collocata accanto all’essere-modello e al dive-


nire-copia, si presenta dunque difficile e oscura (calepo;n kai; ajmudrovn). E del
resto, il motivo dell’oscurità ritorna numerose volte nel corso della trattazione
del terzo principio, in particolare a proposito della relazione che esso intrattie-
ne con l’intelligibile (Timeo definisce «difficile a dirsi e meraviglioso» il modo
in cui il ricettacolo viene impresso dalle idee, in 50C, e considera estremamen-
te problematica e difficile da concepire la partecipazione del ricettacolo all’in-
telligibile, in 51B). Come vedremo, questa oscurità, la quale si aggiunge in un
certo senso all’oscurità propria di ogni trattazione del mondo sensibile, rende
inevitabile il ricorso sistematico a metafore, che prendono il posto di un’impos-
sibile esposizione dialettica e concettualmente trasparente. Non c’è affermazio-
ne relativa al terzo genere che non presenti una componente metaforica, spesso
davvero molto forte.

9 Sull’analogia alfabetica cf. ora M. MIGLIORI, Ontologia e materia. Un confronto tra il «Timeo» di Pla-

tone e il «De Generatione et corruptione» di Aristotele, in ID. (a cura di), Gigantomachia. Convergenze e di-
vergenze tra Platone e Aristotele, Morcelliana, Brescia 2002, pp. 35-104, in particolare pp. 57 sqq.
10 Sull’elevato profilo intellettuale del personaggio di Timeo si vedano le considerazioni di T.A.

SZLEZÁK, Das Bild des Dialektikers in Platons späten Dialogen, de Gruyter, Berlin-New York 2004, pp. 218
sqq.
11 Vale qui la pena segnalare il recente volume di D. MILLER, The Third Kind in Plato’s «Timaeus»,

Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen 2003, in cui viene sostenuta la tesi secondo cui il genere in que-
stione è un kind di cui sono membri (individualmente distinti) il ricettacolo e la chora.
La chora nel Timeo di Platone 11

In generale, sembra di poter dire che l’uso di metafore è indirizzato alla com-
prensione degli aspetti funzionali del terzo genere, più che alla descrizione di
una sua presunta essenza. Timeo comincia con il dichiarare, in 49A, che il ge-
nere in questione si presenta come «ricettacolo di ogni generazione» (uJpodoch;
pavsh" genevsew") e come «nutrice» (tiqhvnh: cf. anche 52D); prosegue ribaden-
do la sua natura di «ricettacolo universale» (pandecev": 51A), per sottolinearne,
poi, la funzione di «madre» (mhvthr: 51A) all’interno di un processo generativo
fittizio; la componente materiale del terzo genere viene richiamata per mezzo
dell’assimilazione a un materiale molle soggetto a essere plasmato (ejkmagei'on:
50C) e per mezzo dell’equiparazione sia a una massa d’oro che assume forme
sempre diverse (50A-B), sia al liquido-base (inodore) destinato ad accogliere il
profumo (50E); la più celebre delle metafore è comunque quella spaziale, in
virtù della quale il terzo genere viene denominato cwvra (52A, B e D), ossia, cer-
tamente luogo in cui si trovano le cose, dal momento che esso fornisce la sede
(e{ndra) alle realtà soggette al divenire (52B), ma anche regione e territorio dalla
cui esistenza riceve nutrimento la città12.
La rete di metafore costruita allo scopo di dare conto delle funzionalità e del-
le caratteristiche del terzo genere appare davvero complessa e il compito di scio-
glierla si presenta improbo. Un primo quadro provvisorio è comunque ricavabi-
le dalle considerazioni fatte fino a questo punto. Prima di tutto, va constatato che
il terzo genere appartiene alla dimensione dell’ajnavgkh, ossia della causa erran-
te e non finalisticamente orientata (sebbene disposta in qualche misura a «ve-
nire persuasa» dall’intelletto); esso poi si presenta irriducibile sia all’essere,
cioè al mondo delle idee (auto-identiche, immutabili e intelligibili), sia al dive-
nire (mai identico a sé, sottoposto a mutamento e opinabile)13; per questo, ossia
in ragione della sua peculiarità ontologica, il terzo genere non è né conoscibile
dall’intelletto, né opinabile per mezzo della sensazione, ma risulta in qualche
modo afferrabile (si potrebbe forse dire congetturabile) per mezzo di un ragio-
namento «bastardo», ossia impuro, il quale non si serve della sensazione

12 Che la chora non sia tanto il luogo neutro in cui si trova qualcosa, ma ciò che fornisce nutrimento

alle cose che entrano in rapporto con essa (proprio come la regione fornisce il sostentamento alla polis),
viene segnalato da J.-F. PRADEAU, Être quelque part, occuper une place. TOPOS et CWRA dans le «Timée»,
«Les Études Philosophiques», 1995, pp. 375-399, in particolare p. 399. Un elenco completo (e ragiona-
to) di tutte le determinazioni attribuite al principio necessitante (26) è fornito da G. REALE, Per una nuo-
va interpretazione di Platone. Rilettura della metafisica dei grandi dialoghi alla luce delle dottrine non
scritte, Vita e Pensiero, Milano 199720, pp. 598-622; molto articolata anche l’analisi di G. CASERTANO, Il
nome della cosa. Linguaggio e realtà negli ultimi dialoghi di Platone, Loffredo, Napoli 1996, pp. 382-
387.
13 Sul significato ontologico ed epistemologico della partizione fondamentale tra essere e divenire cf.

il brillante articolo di M. FREDE, Being and Becoming in Plato, «Oxford Studies in Ancient Philosophy»,
Suppl. 1988, pp. 37-52.
12 Franco Ferrari

(met’ ajnaisqhsiva" aJpto;n logismw'/ tini novqw/: 52B)14; la sua introduzione è fun-
zionale al chiarimento della natura e della costituzione ontologica dei corpi fisi-
ci, ossia dell’ambito fenomenico della realtà; in tale contesto la funzionalità di
questo genere risulta sia di ordine locale e spaziale (rappresenta ciò in cui gli es-
seri si trovano), sia di tipo materiale e costitutivo (esprime ciò di cui le cose so-
no fatte).
Prima di tentare di approfondire il senso di questo primo approccio, occorre
analizzare più da vicino la natura del fenomeno che l’introduzione del terzo ge-
nere è chiamata a spiegare, ossia la genesi ontologica dei corpi fisici.

4. La natura qualitativa dei corpi fenomenici: una nuova ontologia


del sensibile

Le pagine del Timeo dedicate alla descrizione della genesi ontologica dei corpi
e del rapporto tra ricettacolo ed elementi primari, ossia corpi semplici, sono, per
unanime giudizio degli studiosi, tra le più difficili dell’intero corpus platonico.
Basti pensare che il passo 49C-50B presenta tanti e tali problemi interpretativi
(grammaticali, sintattici e ovviamente contenutistici) da avere dato luogo a una
serie impressionante di traduzioni ed esegesi15. Se poi si aggiunge che lo stesso
Aristotele si sentì in diritto di rimproverare a Platone il mancato chiarimento
della natura del rapporto tra ricettacolo ed elementi primari, non avendo egli
spiegato se il primo sia separato dagli elementi o si identifichi con essi (Gen. et
corr., B 1, 329a14-17)16, si comprende facilmente come le asserzioni platoniche
relative al ricettacolo universale costituiscano una fonte di difficoltà formidabi-
li e per certi aspetti addirittura insolubili.

14 Sulla natura di questo tipo di conoscenza cf. N. RESHOTKO, A Bastard Kind of Reasoning. The Ar-

gument from the Sciences and the Introduction of the Receptacle in Plato’s «Timaeus», «History of Philo-
sophy Quarterly», 14 (1997), pp. 121-137. Sul cosiddetto bastard reasoning che consente di determinare
la natura del ricettacolo cf. anche CORNFORD, Plato’s Cosmology cit., pp. 193-197.
15 Una prima, ovviamente parziale, panoramica dei problemi in gioco e dei tentativi di soluzione adot-

tati fino a un decennio fa si trova nel volume di BRISSON, Le Même et l’Autre cit., pp. 180-197; più recen-
temente si veda la discussione di MILLER, The Third Kind cit., pp. 73-93; vale la pena consultare anche
le note ad locum contenute in F. FRONTEROTTA (introduzione, traduzione e note), Platone, «Timeo», Riz-
zoli, Milano 2003; tra i contributi più significativi meritano una menzione: H. CHERNISS, A Much Misread
Passage of the «Timaeus» (Timaeus 49c7-50b5), ora disponibile in H. CHERNISS, Selected Papers, ed. by
L. Tarán, Brill, Leiden 1977, pp. 346-363; E.N. LEE, On Plato’s «Timaeus» 49d4-e7, «American Journal
of Philology», 88 (1967), pp. 1-28; D.J. ZEYL, Plato and Talk of a World in Flux: «Timaeus» 49a6-50b5,
«Harvard Studies in Classical Philology», 79 (1975), pp. 125-148 e M.L. GILL, Matter and Flux in Pla-
to’s «Timaeus», «Phronesis», 32 (1987), pp. 34-53.
16 Su questo passo si cf. K. ALGRA, Concepts of Space in Greek Thought, Brill, Leiden 1995, pp. 110

sqq. e MIGLIORI, Ontologia e materia cit., pp. 96 sqq.


La chora nel Timeo di Platone 13

Rispetto a questo quadro esegetico, che non sarebbe fuori luogo definire
sconfortante, va tuttavia riconosciuto che, almeno per le questioni che riguarda-
no l’argomento qui esaminato, l’argomentazione platonica sembra abbastanza li-
neare. Il senso del ragionamento di Timeo consiste, in estrema sintesi, in una
sorta di de-sostanzializzazione dello statuto ontologico dei corpi fenomenici, os-
sia della realtà spazio-temporale. Timeo infatti osserva che nessuno dei corpi
elementari, cioè dei quattro elementi, possiede una stabilità tale da meritarsi la
qualifica di tovde kai; tou'to, ossia di questo e codesto; l’incessante flusso nel qua-
le il mondo sensibile è coinvolto fa sì che di ciascuna realtà che lo abita si pos-
sa legittimamente dire solo che è tale (toiou'ton), vale a dire che rappresenta una
qualità (piuttosto che qualcosa di simile a una sostanza). Come detto il ragiona-
mento di Timeo presenta un andamento abbastanza contorto, ma non tale da pre-
cluderne la comprensione dei principali assunti filosofici.

«Innanzitutto, ciò che abbiamo chiamato acqua, quando ci sembra condensarsi, lo ve-
diamo trasformarsi in pietre e terra, mentre, quando evapora e si scioglie, questo stes-
so elemento si trasforma in soffio e aria, e l’aria, quando si infiamma, si trasforma in
fuoco, mentre quando a sua volta si raccoglie e si spegne, il fuoco torna di nuovo in
forma di aria, e ancora l’aria, quando si concentra e si condensa, si trasforma in nube
e nebbia; e da queste, quando sono ancora più concentrate, viene fuori acqua che scor-
re e, dall’acqua, di nuovo terra e pietra, producendosi reciprocamente, sembra, come
in un cerchio. Così, dal momento che ciascuna di queste cose non appare mai la stes-
sa, di quale di esse si potrebbe sostenere con fermezza, senza vergognarsi, che, di qual-
siasi cosa si tratti, è proprio questa e non un’altra? Non è possibile, ma è assai più si-
curo esprimersi su queste cose, ponendo quanto segue: di ciò che vediamo sempre di-
venire altro e di altra natura, come il fuoco, non bisogna dire il fuoco è un questo [tou'-
to], ma invece: il fuoco è un tale [toiou'ton], né che l’acqua è questo ma l’acqua è sem-
pre tale17. [...] Non bisogna dunque esprimersi in tal modo [ossia utilizzando termini
come questo, codesto ecc.] su ciascuna di queste cose, ma occorre chiamare così ciò
che è tale, che rimane simile a sé, pur passando sempre in ciascuna cosa e in tutte; e
bisogna appunto chiamare fuoco ciò che resta tale in ogni cosa, e così per tutto ciò che
sia soggetto al divenire. Ma ciò in cui ciascuna di queste cose, generandosi, appare
sempre e da cui poi di nuovo scompare, solo quello bisogna invece chiamare con l’e-
spressione questo [...], mentre ciò che è in possesso di una qualche qualità, caldo o
bianco o qualunque altro degli opposti, e tutto ciò che ne deriva, a nulla di tutto ciò,
al contrario, bisogna attribuire quelle denominazioni» (Tim., 49B-50A).

Al di là delle difficoltà di cui si diceva, il senso del ragionamento di Platone

17 Ho qui modificato la struttura sintattica accettata da Fronterotta; non credo, in ogni caso, che la

questione sia veramente decisiva; si tratta piuttosto di collocare l’enfasi della frase su un punto anziché
su un altro; per questo mi paiono condivisibili le osservazioni di D.P. HUNT, The Problem of Fire: Refer-
ring to «Phenomena» in Plato’s «Timaeus», «Ancient Philosophy», 18 (1998), pp. 69-80, in particolare
pp. 70-71.
14 Franco Ferrari

sembra abbastanza perspicuo. L’instabilità che caratterizza il flusso fenomenico


della realtà sensibile non consente alcuna forma di fissazione linguistica (l’uso
di termini quali questo, codesto, ecc.) che presupponga in qualche misura una
sostanzializzazione del referente oggettuale. Gli stessi elementi primari, cioè
aria, acqua, terra e fuoco, non rappresentano entità stabili (equiparabili, muta-
tis mutandis, alle sostanze aristoteliche), ossia degli individui metafisici (tovde
kai; tou'to), bensì determinazioni qualitative (toiou'ton) appartenenti al terzo ge-
nere, vale a dire al ricettacolo universale. Questo aspetto emerge in modo abba-
stanza esplicito in due passi successivi, nei quali Timeo spiega che il fuoco e
l’acqua (che si sarebbe tentati di considerare come entità autonome) non sono in
realtà che sezioni spazio-temporalmente circoscritte del ricettacolo, le quali ri-
sultano rispettivamente infuocate e inumidite, ossia soggette a modificazioni di
natura qualitativa. Dichiara in proposito Timeo:

«E per quanto sia possibile avvicinarsi alla sua [del ricettacolo] natura, si potrebbe di-
re così, nel modo più corretto: ogni volta appare fuoco la porzione infuocata di esso,
acqua la porzione liquida, terra e aria nella misura in cui accoglie delle imitazioni di
esse [mimhvmata touvtwn]» (Tim., 51B; cf. anche 52D).

Lasciando per il momento da parte la questione di che cosa siano le imita-


zioni alle quali qui si allude, vale la pena richiamare l’attenzione sull’elemento
teorico più rilevante del ragionamento di Timeo, che consiste appunto nella con-
siderazione dei corpi fisici come qualità del ricettacolo. Timeo arriva addirittu-
ra a dire che l’unico soggetto ontologico dotato di stabilità, e dunque suscettibi-
le di vedersi assegnare determinazioni linguistiche fissanti (questo, codesto), è
proprio il ricettacolo, di cui, dunque, i corpi fenomenici non sono che modifica-
zioni qualitative. Tutto ciò significa evidentemente che l’ontologia del sensibile
si profila come un’ontologia qualitativa e non sostanziale. Mi sembrano dunque
molto pertinenti le considerazioni svolte qualche tempo fa da Rafael Ferber, il
quale osservava, a proposito della natura degli enti fenomenici nel Timeo, che
«le cose sensibili, infatti, non sono più cose o soggetti ontologici, ma solo entità
“relazionali”, vale a dire, il loro status categoriale è fondamentalmente diverso
da quello delle idee. La loro struttura non può più essere resa da quella sogget-
to-predicato, o Fx»18. Si potrebbe, anzi, dire che gli enti sensibili sono predica-
ti del ricettacolo, ossia qualità appartenenti allo spazio-materia, cui, solo, spet-
ta lo statuto di soggetto ontologico19.

18 Cf. R. FERBER, Perché Platone nel «Timeo» torna a sostenere la dottrina delle idee, «Elenchos», 18

(1997), pp. 5-27, in particolare p. 21. Si veda anche CHERNISS, A Much Misread Passage cit., p. 361.
19 Si potrebbe dunque affermare che i corpi fisici appartengono alla dimensione aggettivale e non no-
La chora nel Timeo di Platone 15

Il quadro metafisico che sembra profilarsi in questa famosa ed enigmatica pa-


gina del Timeo dovrebbe potersi provvisoriamente descrivere nei seguenti ter-
mini. La genesi della realtà sensibile, di cui Timeo accentua gli aspetti fenome-
nici a discapito di quelli sostanziali (o presunti tali), assume i caratteri di un’a-
zione, dai contorni ancora misteriosi (e in realtà destinati a rimanere in gran par-
te tali), che il mondo intelligibile esercita nei confronti del ricettacolo universa-
le, ossia del terzo genere. Tale azione determina nel ricettacolo l’assunzione di
qualificazioni temporanee (ossia delimitate sia spazialmente, in quanto interes-
sano solo sezioni di esso, che temporalmente), che corrispondono esattamente ai
corpi sensibili. Questi ultimi, dunque, si generano nel momento in cui il ricet-
tacolo partecipa, in un modo che Timeo non ha remore a definire estremamente
aporetico e difficile da concepire (metalambavnon de; ajporwvtatav ph/ tou' nohtou'
kai; dusalwtovtaton), all’intelligibile, ossia alle idee (51A-B). Questo significa
che la genesi del sensibile è concepita come un evento dinamico, in cui un sog-
getto ontologico, l’intelligibile, agisce su un altro soggetto ontologico, il ricetta-
colo, determinando in esso delle modificazioni qualitative. I tre generi evocati
da Timeo all’inizio di questa sezione, cioè il modello, la copia e il ricettacolo
(48E-49A), e menzionati alla fine della stessa, nella forma rispettivamente del-
l’essere, del divenire e della chora, ossia della spazialità (52D), costituiscono
dunque i protagonisti dell’evento metafisico della generazione del sensibile:
l’essere e il ricettacolo rappresentano le cause di questo processo, il divenire,
cioè la copia, ne esprime il prodotto.
L’intera trattazione del ricettacolo è percorsa, come detto e come si dirà me-
glio sotto, da una serie di metafore, la cui funzione è esattamente quella di de-
scrivere l’evento metafisico più misterioso, ossia la generazione ontologica dei
corpi, la quale dipende dalla partecipazione del ricettacolo all’intelligibile. Il
senso dell’impostazione platonica risulta comuque già chiaro dai passi riportati
e discussi fin qui. Esso risiede nel richiamo alla natura fenomenica e qualitati-
va dei corpi, i quali non costituiscono individui metafisici collocati accanto al-
le idee, ma modificazioni prodotte in qualche forma (misteriosa e difficile da
comprendere) dalle idee su un’entità, il ricettacolo universale appunto, intro-
dotta da Platone allo scopo di tentare di risolvere le aporie della partecipazio-
ne20.

minale del linguaggio; cf. in proposito le intelligenti osservazioni di HUNT, The Problem of Fire cit., pp.
75 sqq.
20 Su questo motivo mi permetto di rinviare al mio saggio Separazione asimmetrica e causalità eideti-

ca cit., passim.
16 Franco Ferrari

5. Tra spazio e materia: la natura ambigua del terzo genere

Le affermazioni platoniche intorno al ricettacolo universale del divenire pre-


sentano un alto grado di problematicità, e spesso sconfinano nella vera e propria
contraddittorietà, tanto da indurre più di uno studioso a considerare filosofica-
mente inconsistente (e di fatto incoerente) questa sezione del Timeo21. Natural-
mente, la più vistosa di queste presunte contraddizioni consiste nella compre-
senza nella descrizione del ricettacolo di due aspetti apparentemente inconci-
liabili, quello costitutivo-materiale e quello locale-spaziale; ma non si tratta del-
l’unico elemento di ambiguità: è stato osservato, ad esempio, che Timeo sembra
alternare due modelli inconciliabili per spiegare la costituzione ontologica dei
corpi fisici, l’uno qualitativo (fondato sostanzialmente sulla teoria delle idee),
sviluppato da 49A fino a 52D, l’altro geometrico (mirante a ricondurre le carat-
teristiche dei corpi alla loro composizione geometrica), introdotto a partire da
53C22; inoltre, le affermazioni di Timeo sembrano tutt’altro che univoche circa
la natura ontologica delle entità che si trovano nel ricettacolo (somiglianze, for-
me, qualità, o semplicemente corpi fenomenici) e il rapporto che intrattengono
con esso (come già Aristotele aveva notato); per non parlare, infine, della que-
stione, a dir poco misteriosa, relativa al rapporto tra la condizione del ricettaco-
lo nella fase pre-cosmica, precedente (logicamente o temporalmente)23 l’inter-
vento della divinità, e in quella cosmica, ossia successiva a questo intervento.
Le difficoltà e le incoerenze appena richiamate sono reali, ma probabilmen-
te non sono tali da negare del tutto consistenza filosofica al ragionamento plato-
nico. Occorre però riconoscere che ogni tentativo di ricostruire la dottrina del
terzo genere dovrà inevitabilmente accettare l’esistenza di un margine di opacità
(o di contraddizione e incoerenza), di cui Platone, del resto, dovette perfetta-

21 Da ultimo ha ravvisato una sostanziale incoerenza nella trattazione platonica del terzo genere K.

SAYRE, The Multilayred Incoherence of Timaeus’ Receptacle, in G.J. REYDAMS-SCHILS (ed.), Plato’s «Ti-
maeus» as Cultural Icon, University of Notre Dame Press, Notre Dame 2003, pp. 60-79. Meno radicale,
ma pur sempre propenso a considerare parzialmente incoerente la trattazione platonica, anche ALGRA,
Concepts of Space cit., pp. 72-120.
22 Sulla compresenza di questa doppia spiegazione cf. K.J. LEE, Platons Raumbegriff. Studien zur Meta-

physik und Naturphilosophie im «Timaios», Königshausen & Neumann, Würzburg 2001, pp. 126-151.
23 Come è noto, la questione relativa alla natura della generazione del cosmo nel Timeo, se cioè essa

sia temporale (come reputavano Aristotele e i commentatori cristiani) o logico-metafisica (come credeva-
no Senocrate e poi i grandi commentatori neoplatonici pagani), rappresenta uno dei problemi esegetici
più dibattuti dalla letteratura filosofica antica; una raccolta commentata dei documenti più significativi
di questo dibattito si trova in M. BALTES, Der Platonismus in der Antike, Frommann-Holzboog, Stuttgart-
Bad Cannstatt 1998 (Bd. 5), testi a pp. 84-180 e commento a pp. 373-535. Quale sia l’interpretazione cor-
retta rimane ancora in dubbio, anche se gli argomenti portati da Baltes in favore dell’interpretazione meta-
forica (cioè logico-metafisica) mi sembrano, se non definitivi, certamente molto consistenti: M. BALTES,
Gevgonen (Platon, Tim. 28B 7). Ist die Welt real entstanden oder nicht?, ora in M. BALTES, Dianoemata.
Kleine Schriften zu Platon und zum Platonismus, Teubner, Stuttgart-Leipzig 1999, pp. 303-325.
La chora nel Timeo di Platone 17

mente essere consapevole, se si considerano i suoi continui accenni alla natura


misteriosa e per certi aspetti quasi incomprensibile di questa realtà.
Si è osservato che l’attribuzione al terzo genere di una natura insieme mate-
riale e spaziale rappresenta l’elemento di maggiore ambiguità contenuto nella
descrizione platonica. Si era anche detto, all’inizio di questo contributo, che pro-
prio Aristotele aveva assegnato a Platone l’identificazione tra chora e hyle. Sem-
bra dunque inevitabile affrontare il problema del rapporto tra questi due aspet-
ti del terzo genere.
In verità, l’atteggiamento corretto che occorre assumere consiste esattamen-
te nell’abbandonare la pretesa, avanzata da molti interpreti, di privilegiare un
aspetto a discapito dell’altro, e dunque di considerare il ricettacolo da un lato
solamente come luogo e spazio, dall’altro unicamente come materia costitutiva
dei corpi fenomenici24. Il terzo genere platonico è entrambe le cose; o meglio:
esplica sia una funzione spaziale che una funzione materiale e costitutiva. Que-
sta duplicità di aspetti non sarebbe di per sè troppo problematica; le difficoltà
vengono in realtà ingigantite dal fatto che la descrizione platonica alterna una
prospettiva metafisica (che attiene alla genesi ontologica dei corpi fenomenici)
a una prospettiva fisica (che si riferisce ai corpi fisici già generati e bisognosi di
un luogo da occupare e nel quale muoversi). Insomma, i corpi fenomenici ven-
gono esaminati tanto dal punto di vista metafisico, dove assumono i caratteri di
proiezioni delle idee nel ricettacolo, quanto da quello fisico, in cui essi appaiono
a noi come oggetti connotati per mezzo del movimento locale25.
Il ricettacolo è dunque senza dubbio spazio (cwvra) e luogo (tovpo"), sede
(e{ndra) dei corpi fisici. Ma a un livello precedente e più fondamentale, esso è lo
spazio metafisico in cui si manifestano le idee, o meglio le proiezioni delle idee
nell’universo spazio-temporale. Se il mondo è una copia e un’immagine dell’es-
sere, ossia delle idee, queste ultime devono avere uno specchio nel quale riflet-
tersi, dando così origine alle immagini di sé, vale a dire agli enti fenomenici. Si
comprende in questo modo come molti interpreti abbiano equiparato il ricetta-
colo a uno specchio in cui le idee si riflettono; nell’ambito di una simile analo-

24 Tra coloro che hanno interpretato il terzo genere in termini topologici e spaziali si possono men-

zionare R.D. MOHR, The Platonic Cosmology, Brill, Leiden 1985, pp. 90 sqq., il quale ad esempio repu-
ta insignificante l’analogia della massa d’oro formulata in 50A-B, e J.J. CLEARY, Plato’s Teleological Ato-
mism, in T. CALVO / L. BRISSON (eds.), Interpreting the «Timaeus-Critias», Proceedings of the IV Sympo-
sium Platonicum, Academia Verlag, Sankt Augustin 1997, pp. 239-247. Tra i fautori di un’interpretazio-
ne unicamente materialistica del ricettacolo si segnala il vecchio studio di E. SACHS, Die fünf platonischen
Körper, Spengler, Berlin 1917 («Philologische Untersuchungen Heft», 24), pp. 223-232. Un’ampia di-
scussione delle quattro opzioni possibili (il ricettacolo è 1. materia, 2. spazio, 3. entrambi, 4. né l’uno né
l’altro) si trova in MILLER, The Third Kind cit., pp. 19-32.
25 Queste considerazioni, come molte di quelle che seguono immediatamente, devono molto alle ana-

lisi di ALGRA, Concepts of Space cit., pp. 93-110.


18 Franco Ferrari

gia, il terzo genere fornirebbe il medium che consente l’attuarsi della generazio-
ne ontologica dei corpi fisici26. L’analogia tra ricettacolo e specchio non è priva
di elementi euristici (dal punto di vista strutturale la nascita di un’immagine al-
lo specchio e quella di un corpo nel ricettacolo possono venire equiparate sulla
base delle seguenti corrispondenze: corpo originale = forma intelligibile; imma-
gine = corpo fenomenico; specchio riflettente = ricettacolo), ma non va natural-
mente presa alla lettera. Il ricettacolo non può, ad esempio, venire assimilato a
una superficie liscia; inoltre – e si tratta probabilmente della caratteristica più
estranea all’analogia – il ricettacolo è dotato di un movimento incessante e di-
sordinato, al quale solo l’intervento dell’intelligibile (metaforizzato dal dio de-
miurgico) pone fine (attraverso l’imposizione di numeri e figure, ossia strutture
geometrico-matematiche)27.
Dunque il terzo principio è certamente ciò in cui (to; ejn w/)| si manifesta l’a-
zione del piano intelligibile sul sensibile; in questo senso, esso costituisce il luo-
go metafisico in cui le idee proiettano immagini di sé nell’universo spazio-tem-
porale. In un passo enigmatico Platone dichiara che le cose che entrano ed esco-
no sono immagini delle cose che sono sempre (tw'n o[ntwn ajei; mimhvmata), ossia
delle idee (50C)28; poi aggiunge che il ricettacolo accoglie le somiglianze di tut-
ti gli enti che sono sempre (ta; tw'n pavntwn ajeiv te o[ntwn ajfomoiwvmata), vale
a dire delle idee (51A); e infine dichiara che la chora riceve le forme (morfaiv)
degli elementi fisici (52D). Ciò dovrebbe indurre a ritenere che le entità accol-
te dal ricettacolo non siano i corpi fisici (come si sarebbe tentati di desumere da
50B), bensì qualcosa di simile a caratteri immanenti derivati dalle idee. Del re-
sto, i corpi fisici non possono entrare nel ricettacolo, per la semplice ragione che
essi non esistono indipendentemente dal ricettacolo, che rappresenta, come si
dirà tra breve, il loro principio costitutivo-materiale. Dunque, l’ipotesi che a en-
trare nel ricettacolo siano copie intelligibili delle idee (o forse meglio qualità de-

26 L’interpretazione del ricettacolo come specchio ha avuto sostenitori illustri: ad esempio CORNFORD,

Plato’s Cosmology cit., p. 177 (ma cfr. anche pp. 181, 184, 194) e MOHR, The Platonic Cosmology cit.,
pp. 92-93. Ad essa si è opposto con argomenti piuttosto consistenti J. KUNG, Why the Receptacle is not a
Mirror, «Archiv für Geschichte der Philosophie», 70 (1988), pp. 167-178. L’analogia è stata riproposta
recentemente in modo efficace, soprattutto con un’attenuazione di certi eccessi, da A. MERKER, Miroir et
cwvra dans le «Timée» de Platon, «Études Platoniciennes», 2 (2006), pp. 79-92.
27 Scrive in proposito J. DILLON, The Riddle of the «Timaeus»: Is Plato Sowing Clues?, in M. LOYAL

(ed.), Studies in Plato and the platonic Tradition, Essays Presented to John Whittaker, Asghate, Alder-
shot-Brookfield-Singapore-Sydney, pp. 24-42: «besides the paradigmatic function of the system of forms,
there is also an efficient, or creative, function inherent in them, which brings about the (continual) impo-
sition on the material substratum of projections of the forms, in the mode of geometrical (or quasi geo-
metrical) figures» (p. 30).
28 Il passo non è privo di problemi testuali, anche piuttosto significativi; per un primo approccio ai

quali rinvio a MILLER, The Third Kind cit., p. 102 e a FERRARI, Causa paradigmatica e causa efficiente cit.,
pp. 93-94.
La chora nel Timeo di Platone 19

rivate dalle idee) non sembra affatto azzardata, sebbene essa (destinata per al-
tro ad avere un grande successo nel platonismo antico) non possa considerarsi
priva di difficoltà (sia testuali che di ordine filosofico)29.
Come detto, il ricettacolo non è solo il luogo metafisico in cui si manifestano
le idee (o le forme immanenti) dando in questo modo origine ai corpi fenomeni-
ci. Esso è anche lo spazio fisico di questi corpi, ossia la sede nella quale essi si
muovono e in generale divengono. Non si tratta tuttavia di uno spazio assoluto,
vale a dire omogeneo, astratto e geometrico, come quello della fisica moderna.
In altri termini, la chora non è assimilabile a un contenitore neutro nel quale si
trovano i corpi fenomenici; non lo è, per la semplice ragione che essa è anche
principio costitutivo di questi corpi, ossia qualcosa di analogo alla causa mate-
riale o al sostrato.
Quando Aristotele assimila la chora del Timeo alla hyle compie certamente
una forzatura ermeneutica; tuttavia, la sua operazione non è del tutto illegittima,
come dimostra un’analisi, anche superficiale, delle analogie adottate da Platone
a proposito delle funzioni del terzo genere. La difficoltà di assimilare questo ge-
nere alla materia dipende soprattutto dal fatto che, mentre la presenza in esso di
un aspetto spaziale è abbondantemente provata dall’uso da parte di Platone di
termini che richiamano esplicitamente questo motivo (chora, topos, hendra), nel
caso della componente materiale mancano formulazioni esplicite (almeno dal
punto di vista terminologico), e tale aspetto emerge quasi unicamente attraver-
so il ricorso alle metafore.
La più esplicita di queste è probabilmente quella della massa d’oro, cui Ti-
meo equipara il ricettacolo del divenire. Egli spiega che:

«se qualcuno, dopo avere modellato con dell’oro ogni tipo di figura, non smettesse di
trasformarle tutte in tutte le altre, e se gli si chiedesse, indicandogli una di queste, di
cosa si tratta, la risposta di gran lunga più sicura rispetto alla verità sarebbe quella di
dire che si tratta di oro; mentre il triangolo e tutte le altre figure che si sono generate
nell’oro, mai si potrebbe dire che sono queste, giacché mutano nel momento stesso in
cui sono poste, ma bisognerebbe accontentarsi se esse ammettono con una certa sicu-
rezza una simile denominazione: tale (di tal specie)» (50A-B)30.

29 A favore dell’ipotesi delle forme immanenti si è espresso ALGRA, Concepts of Space cit., p. 102, se-

condo il quale i costituenti della generazione sono dunque quattro: 1. le idee trascendenti, 2. i caratteri
autoidentici, immagini e qualità che entrano nel ricettacolo, 3. i corpi fenomenici, 4. il ricettacolo. Vale
la pena segnalare il saggio di E.D. PERL, The Presence of the Paradigm: Immanence and Trascendence in
Plato’s Theory of Forms, «The Review of Metaphysics», 53 (1999), pp. 339-362, il quale sostiene la na-
tura sia trascendente che immanente delle forme. Sulla presenza nel platonismo antico di una concezio-
ne delle forme immanenti cf. F. FERRARI, Dottrina delle idee nel medioplatonismo, in F. FRONTEROTTA / W.
LESZL (a cura di), Eidos – Idea. Platone, Aristotele e la tradizione platonica, Academia Verlag, Sankt Au-
gustin 2005, pp. 253-246, in particolare pp. 243-245.
30 Sulla analogia dell’oro cf. E.N. LEE, On the «Gold-Example» in Plato’s «Timaeus» (50A5-B5), in
20 Franco Ferrari

Timeo contrappone nuovamente la stabilità ontologica (tou'to) del ricettaco-


lo, che permane al mutare della configurazione fenomenica delle entità che lo
occupano, alla natura qualitativa (toiou'ton) e mutevole dei corpi sensibili. Sul
piano metafisico, dunque, il ricettacolo non è solo ciò in cui (to; ejn w|)/ si mani-
festano le proiezioni delle idee (dando così origine ai corpi fenomenici), ma an-
che ciò di cui (to; ejx ou|) questi corpi sono costituiti.
La presenza di una componente materiale nella descrizione delle funzioni del
terzo genere emerge in modo altrettanto evidente nel caso della metafora del-
l’impressione, cui Platone assimila l’evento metafisico della partecipazione. Egli
osserva infatti che il ricettacolo rappresenta una sorta di ejkmagei'on, cioè di ma-
teriale molle disponibile a ricevere le impronte provenienti dall’esterno; e ag-
giunge che esso viene mosso e formato (kinouvmenovn te kai; diaschmatizovmenon),
e dunque impresso, dalle realtà che vi entrano (50C); per concludere, qualche
riga dopo, sostenendo che il ricettacolo rappresenta ciò in cui si realizza l’im-
pronta (ejn w|/ ejktupouvmenon), vale a dire ciò che viene impresso (50D).
Del resto, anche l’altra immagine alla quale Platone assimila la generazione
ontologica dei corpi fenomenici comporta l’attribuzione al ricettacolo di un
aspetto materiale e costitutivo. Timeo infatti invita a paragonare la generazione
fisica alla nascita di un figlio, equiparando la funzione del modello a quella del
padre, la funzione del termine intermedio, ossia del ricettacolo, a quella della
madre, e il prodotto, ossia il cosmo generato, al figlio (50C-D). È noto che nella
cultura filosofico-scientifica della Grecia del V-IV secolo la madre rappresenta
l’aspetto passivo e materiale della riproduzione; in realtà, il complesso delle me-
tafore platoniche attenua questo elemento passivo, dal momento che il ricetta-
colo viene paragonato anche alla nutrice (tiqhvnh: 49A e 52D), che assolve alla
funzione di nutrire e allevare il fanciullo, ossia, fuori di metafora, il divenire fe-
nomenico31.
L’analisi approfondita del complesso gioco metaforico approntato da Platone
rende indubbiamente meno bizzarra l’identificazione tra chora e hyle formulata
da Aristotele. Il ricettacolo universale del divenire assume chiaramente i con-
torni di un principio costitutivo e materiale nei confronti del divenire stesso.
Tanto che la natura ontologica dei corpi fenomenici viene espressamente assi-
milata a una qualificazione spazialmente e temporalmente circoscritta del ricet-
tacolo. Il quale si profila, dunque, sia come il luogo metafisico (dove appaiono
le proiezioni delle idee) e fisico (dove si muovono i corpi) del divenire, sia come

J.P. ANTON / G.L. KUSTAS (eds.), Essays in Ancient Greek Philosophy, State University of New York Press,
Albany 1971, pp. 219-235 e MILLER, The Third Kind cit., pp. 93-96.
31 Per questo aspetto cf. LEE, Platons Raumbegriff cit., pp. 126-127 e MILLER, The Third Kind cit., pp.

106-109.
La chora nel Timeo di Platone 21

il sostrato metafisico (improntato dalle idee) e la materia fisica delle realtà fe-
nomeniche32.
Anche l’assimilazione del terzo genere alla materia va assunta con la massi-
ma prudenza, per scongiurare il rischio di veri e propri fraintendimenti. La ma-
teria alla quale allude eventualmente Platone non è una materia inerte, passiva
e dunque neutrale. Si tratta piuttosto di una materia caratterizzata da un movi-
mento incessante, irregolare e disordinato; del resto, già all’inizio del suo lungo
monologo Timeo aveva affermato che l’azione cosmopoietica di dio (concepito
come un artigiano divino)33 non si esercita su un sostrato in quiete, bensì kinouv-
menon plhmmelw'" kai; ajtavktw", ossia dotato di un movimento irregolare e di-
sordinato (30A); la natura cinetica del ricettacolo viene nuovamente sottolinea-
ta all’interno della celebre (e francamente misteriosa) sezione in cui Timeo so-
stiene che la nutrice, ossia la chora, viene scossa dagli elementi (o piuttosto dal-
le tracce degli elementi) che si trovano in essa (nella forma di qualità disposte
in modo non omogeneo), e, a sua volta, scuote questi elementi, producendo così
un moto incessante e disordinato, che caratterizza lo stato dell’universo in as-
senza della divinità, cioè in assenza di un principio razionale e intelligibile
(52E-53A)34. In questo contesto, la cosmogenesi viene scandita in due fasi (di-
stinte probabilmente solo sul piano logico e non su quello temporale): nella fa-
se precosmica il sostrato viene impresso in modo misterioso da forme (morfaiv)
derivate dalle idee degli elementi, le quali danno origine a tracce precosmiche
dei corpi primari; su tali tracce si esercita l’azione cosmopoietica del demiurgo,
che consiste nella schematizzazione geometrico-matematica (ei[desiv te kai;
ajriqmoi'": 53B) delle entità presenti nel sostrato35.
L’ambiguità di fondo che percorre la trattazione del terzo genere, ossia del-

32 Sulla doppia natura della chora, contemporaneamente ciò in cui appaiono le cose sensibili e ciò di

cui esse sono fatte, è tornato recentemente anche L. BRISSON, À quelles conditions peut-on parler de «ma-
tière» dans le «Timée» de Platon?, «Revue de Métaphysique et de Morale», 108 (2003), pp. 5-21, il qua-
le sembra però confinare questa dualità sul piano fisico.
33 Sul significato filosofico della metafora artigianale (attiva tanto sul versante cosmologico che su

quello politico) cf. M. VEGETTI, Il mondo come artefatto. Cosmo e caos nel «Timeo» di Platone, in M. VE-
GETTI, Dialoghi con gli antichi, a cura di S. Gastaldi / F. Calabi / S. Campese / F. Ferrari, Academia Ver-
lag, Sankt Augustin 2007, pp. 111-122.
34 Sulla descrizione del caos precosmico rinvio a CORNFORD, Plato’s Cosmology cit., pp. 197-210; G.

VLASTOS, The Disorderly Motion in the «Timaeus», ora in ALLEN (ed.), Studies in Plato’s Metaphysics cit.,
pp. 379-399; BRISSON, Le Même et l’Autre cit., pp. 466-513; molto utili anche le note ad locum di FRON-
TEROTTA, Platone, «Timeo» cit., pp. 278-281.
35 Bisogna però riconoscere che questa ricostruzione non è affatto priva di aspetti problematici, per

lo più connessi alla mancanza di affermazioni inequivoche circa il rapporto tra fase precosmica e fase cos-
mica. Una buona discussione si trova in F. KARFIK, Die Beseelung des Kosmos. Untersuchungen zur Kos-
mologie, Seelenlehre und Theologie in Platons «Phaidon» und «Timaios», Saur, München-Leipzig 2004,
pp. 152-160.
22 Franco Ferrari

l’ambito della causa errante, trova forse l’espressione metaforica più pregnante
nell’utilizzo del termine chora, con il quale Platone sembra volere riassumere la
natura del ricettacolo. In effetti, la chora non è solamente la regione e il luogo in
cui si trova la città; essa, in quanto territorio, è anche la fonte del suo sostenta-
mento, e, per traslato, la materia primordiale di cui si costituisce.

6. Conclusioni: materia e indeterminazione secondo Platone

Giunti al termine di questa panoramica sulla concezione platonica della mate-


ria (certamente parziale e bisognosa di ulteriori approfondimenti), vale la pena
riprendere in mano la testimonianza di Aristotele, il quale, come si ricorderà,
aveva individuato una sostanziale convergenza (se non altro dal punto di vista
del contenuto filosofico) tra la concezione della chora contenuta nel Timeo e la
teoria relativa al partecipante esposta nelle dottrine non scritte. Questa conver-
genza risulta rafforzata ove si consideri che Aristotele applica al grande e al pic-
colo, cioè al principio di indeterminazione delle dottrine non scritte, la medesi-
ma immagine utilizzata da Platone a proposito del ricettacolo. Esponendo i con-
torni generali dell’ontologia del suo maestro, e in particolare la teoria dei prin-
cipi formulata nell’ambito dell’insegnamento orale, Aristotele ipotizza che Pla-
tone avrebbe duplicato il principio di indeterminazione (che nei Pitagorici era
rappresentato da un’unica realtà, l’a[peiron) introducendo appunto la diade in-
determinata (ajovristo" duav") del grande e del piccolo, in ragione del fatto che da
essa, come da un materiale molle (w{sper e[k tino" ejkmageivou), si generano i nu-
meri, cioè le idee (assimilate a numeri), nel momento in cui questa dualità en-
tra in contatto con (cioè partecipa al) l’uno (Metaph., A 6, 987a33-b1). Dunque
la diade indeterminata viene equiparata, esattamente come il ricettacolo del Ti-
meo, a un materiale molle (si pensi alla cera), pronto a subire l’impressione da
parte di qualcosa di assimilabile a sua volta a uno stampo (tuvpo"). Si ricorderà
che nel Timeo l’immagine dell’impressione serviva a evocare l’evento metafisi-
co della partecipazione (del ricettacolo all’intelligibile); anche nella testimo-
nianza aristotelica il grande e il piccolo partecipano dell’uno, dal quale risulta-
no in qualche modo impressi, e attraverso questa partecipazione (kata; mevqexin)
danno origine alle idee (987b20-22). Se poi si considera che Aristotele si sente
legittimato, certo non senza qualche forzatura, ad attribuire all’uno la funzione
di essenza (oujsiva) e al grande e piccolo quella di materia (u{lh) della generazio-
ne ontologica delle idee, la solidarietà funzionale tra il ricettacolo e la diade in-
determinata risulterà ancora più evidente.
Platone sembra avere immaginato per la generazione ontologica (non tempo-
rale) delle idee uno schema abbastanza simile a quello descritto a proposito del-
La chora nel Timeo di Platone 23

la generazione ontologica dei corpi fenomenici: un sostrato illimitato e fluttuan-


te entra in qualche modo in contatto (per mezzo della partecipazione) con un
principio limitante, venendone impresso; il risultato di questa «impressione» è
costituito dai corpi fisici nel caso del ricettacolo e dalle idee (numeri) nel caso
del grande e del piccolo. Quest’ultima nozione dovette costituire l’espressione
più generale, ossia più comprensiva, con la quale Platone concepì il principio
di indeterminazione, da intendersi dunque come fluttuazione tra due estremi in-
determinati (il grande e il piccolo, il più e il meno, l’eccesso e il difetto ecc.)36.
Si tratta, come si vede, di una nozione fortemente astratta, la quale com-
prende al proprio interno anche l’aspetto materiale. In effetti, l’analisi conte-
stuale della sezione del Timeo dedicata alla chora (causa errante, ricettacolo uni-
versale, ecc.) e della testimonianza aristotelica intorno al principio del grande e
piccolo induce senz’altro a concludere che per Platone la dimensione materiale
costituiva un aspetto (o anche una funzione) che concorre, accanto ad altri (spa-
ziale, locale, cinetico), a determinare la natura del principio di indeterminazio-
ne, il quale esprime la condizione ontologica della realtà prima (in senso logico)
della partecipazione alla dimensione intelligibile e razionale dell’essere.

36 Sulla diade indeterminata del grande e del piccolo come nozione comprensiva di ogni forma di in-

determinazione (e dunque anche del ricettacolo del Timeo) si veda il monumentale studio di H. HAPP, Hy-
le. Studien zum aristotelischen Materie-Begriff, de Gruyter, Berlin-New York 1971, pp. 82-136, in parti-
colare p. 130.