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Schizofrenia: il viaggio verso l'interno di Joseph Campbell

(tratto da Miti per vivere, ed. Oscar Mondadori)


Nella primavera del 1968 fui invitato a tenere una serie di conferenze sulla schizofrenia all'Istituto Esalen di Big Sur, in California; l'anno precedente ero intervenuto parlando della mitologia e sembrava che Michael Murphy, il giovane e geniale direttore di quella fondazione cos interessante, ritenesse possibile una certa connessione fra i due temi. Tuttavia, dal momento che io non sapevo quasi niente sulla schizofrenia, come ricevetti il suo invito gli telefonai. Mike, non so niente sulla schizofrenia, gli dissi. Che ne dici se invece parlassi di Joyce? Ma certo, benissimo rispose. Per mi piacerebbe lo stesso sentire qualcosa da te sulla schizofrenia. Cerchiamo di combinare una specie di dibattito, a San Francisco, con lo psichiatra John Perry: tu sulla mitologia e lui sulla schizofrenia. Ti va bene? Allora non conoscevo Perry, ma pensai: Bene, perch no? Inoltre avevo fiducia in Mike Murphy ed ero certo che avesse in mente qualcosa di molto interessante. Qualche settimana dopo giunse per posta, da San Francisco, una busta inviatami da John Weir Perry, con la copia di un suo scritto sulla schizofrenia pubblicato nel 19621. Da questa lettura appresi, con grande meraviglia, che l'immaginario che si sviluppa nella schizofrenia assai simile al viaggio dell'eroe mitologico, da me descritto e spiegato nel lontano 1949 in L'eroe dai mille volti. Quel mio lavoro si basava sullo studio comparato delle varie mitologie, con qualche riferimento soltanto, qua e l, alla fenomenologia dei sogni, all'isteria, alle visioni mistiche o ad altre simili cose. Principalmente, era una raccolta dei temi e dei motivi ricorrenti in tutte le mitologie, e allora non avevo idea che potessero anche corrispondere alle fantasie della pazzia. Secondo il mio giudizio, questi erano i temi e i motivi simbolici universali, archetipici, psicologici, che tutte le mitologie tradizionali presentano: e ora, da questo saggio di J.W. Perry, venivo a conoscenza del fatto che le medesime figure simboliche sorgono spontaneamente da quella condizione mentale di rottura e di sofferenza che colpisce alcune persone quando vengono colte da una crisi schizofrenica. E questa la condizione di chi ha perso il contatto con il modo di vivere e di pensare della sua comunit e, ormai completamente isolato, si crea un mondo tutto suo di visioni e di fantasie. In breve: lo schema abituale di questo stato prevede dapprima una rottura, un distacco dall'ordine e dal contesto sociale in cui la persona inserita, seguito da un lungo e profondo ripiegamento all'interno, negli strati pi profondi della psiche e, per cos dire, all'indietro nel tempo. Qui si scatena una serie caotica di incontri, esperienze oscure e terrificanti che, se la vittima fortunata, riescono per ad avere una funzione in un certo senso stabilizzante, di appagamento, e infondono nuovo coraggio. In simili casi segue poi il viaggio di rinascita e di ritorno alla vita. Questa anche la formula universale del viaggio dell'eroe mitologico che nel mio libro avevo distinto e definito nelle tre fasi: separazione, iniziazione e ritorno.
L'eroe si avventura fuori dal mondo abituale quotidiano in una regione di meraviglie soprannaturali, dove si scontra con forze straordinarie e riporta una vittoria decisiva. Egli, poi, ritorna da questa misteriosa avventura con il potere di profondere benefici sui suoi simili2.

Secondo J.W. Perry, in certi casi di schizofrenia bene lasciare che il processo segua il suo corso, senza arrestare la psicosi attraverso la shockterapia o altre cure del genere, ma, al contrario, assecondando il processo di disintegrazione e poi di reintegrazione. Tuttavia, il medico dovr essere in grado di capire il linguaggio delle immagini della mitologia; dovr comprendere cosa significano
1 In 'Annals of the New York Academy of Sciences', vol. 96, 27 gennaio 1962, pagg. 853-876. 2 J. Campbell The Hero with a Thousand Faces, Pantheon Books, New York, pag. 30 (trad. it. L'eroe dai mille volti, Feltrinelli, Milano)

Schizofrenia: il viaggio verso l'interno

quei segni frammentari e quei segnali che il suo paziente, completamente staccato da una forma di pensiero e di comunicazione razionali, tenta di far emergere per stabilire qualche contatto. Interpretata cos, la crisi schizofrenica un viaggio, all'interno e all'indietro, per recuperare qualcosa che scomparso o che andato perso, e per ripristinare, quindi, un equilibrio vitale. Lasciamo andare il viaggiatore. La sua nave si capovolta e sta affondando, ed egli forse sta annegando; tuttavia, come nell'antica leggenda di Gilgamesh il profondo tuffo sul fondo del mare cosmico permette di cogliere il fiore dell'immortalit, proprio laggi, nell'abisso, si trova l'unico valore per lui vitale. Per questo non dobbiamo allontanarlo da esso, ma aiutarlo a compiere il suo viaggio e a riemergere dalle sue profondit. Il mio soggiorno in California fu davvero meraviglioso. Le conversazioni con Perry e le conferenze che tenemmo insieme aprirono in me prospettive completamente nuove: cominciai a pensare al significato che il materiale mitologico, sul quale per anni avevo lavorato con entusiasmo in modo pi o meno accademico, pu avere per chi vive nel disagio mentale, e alle tecniche attraverso cui pu rispondere a dei bisogni reali. J.W. Perry e M. Murphy mi fecero conoscere un saggio, Shamans and Acute Schizophrenia (Gli sciamani e la schizofrenia acuta)3, scritto da Julian Silverman del National Institute of Mental Health (Istituto nazionale per le malattie mentali); anche qui trovai qualcosa di estremo interesse, attinente ai miei studi e alle mie convinzioni. A quel tempo, in una mia opera4, avevo gi messo in evidenza che, tra i popoli primitivi dediti alla caccia, l'immaginario mitico e le cerimonie rituali derivavano, per la maggior parte, dalle esperienze psicologiche dei loro sciamani. Lo sciamano una persona (uomo o donna) che, nella sua prima adolescenza, sub una violenta crisi psicologica, qualcosa che oggi verrebbe definita una 'psicosi'. Di solito la famiglia, in ansia, per curare il ragazzo manda a chiamare un anziano sciamano e questi, grazie alla sua lunga esperienza e attraverso strumenti, canti, e pratiche adeguate, ci riesce. Come rileva J. Silverman: Nelle culture primitive ove ammessa una simile, eccezionale risoluzione di una crisi vitale, l'esperienza fuori del normale (lo sciamanesimo) considerata particolarmente benefica per l'individuo, sia dal punto di vista conoscitivo, sia da quello emotivo; si ritiene poi che egli possieda una coscienza dilatata. Al contrario, in una cultura cos razionalmente ordinata come la nostra o, per citare ancora le parole di J. Silverman, in una cultura che non offre guide di riferimento per capire questo particolare genere di esperienza critica, l'individuo (lo schizofrenico) subisce una particolare intensificazione delle sue sofferenze, che superano di gran lunga le sue ansie originali. Vorrei descrivervi il caso di uno sciamano eschimese che, all'inizio degli anni Venti, fu intervistato dal grande esploratore e studioso danese Knud Rasmussen. Rasmussen era dotato di una carica umana, di una simpatia e di una comprensione per le persone davvero infinite, ed era capace di parlare in modo meraviglioso, da uomo a uomo, con i personaggi pi strani che incontr lungo il suo viaggio attraverso le terre artiche del Nord America, nel corso della Quinta Spedizione Danese Thule, che tra il 1921 e il 1924 part dalla Groenlandia e raggiunse l'Alaska. Igjugarjuk era uno sciamano eschimese dei Carib, una trib che viveva nelle tundre del Canada settentrionale. Da giovane questo stregone aveva avuto costantemente dei sogni che non riusciva a interpretare: strani esseri sconosciuti venivano a parlargli, e quando si svegliava ricordava tutto cos bene che poteva descrivere esattamente ci che aveva visto ai suoi amici e alla sua famiglia. Questa, preoccupata ma anche consapevole di ci che stava avvenendo, mand a chiamare un vecchio sciamano di nome Peqanaoq che, diagnosticato il caso, mise il giovane su una slitta nella quale poteva appena stare seduto, e nel cuore dell'inverno, nella notte dell'inverno artico totalmente
3 In 'American Anthropologist', vol. 69, n. 1, febbraio 1967 4 J. Campbell The Masks of God, vol. 1, Viking Press, New York, capp. 6 e 8 (trad. it. Le maschere di Dio, Bompiani, Milano).

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buia e gelida, lo trascin lontano. In una deserta pianura fu costruito per lui un igloo, cos piccolo da poterci stare soltanto seduti a gambe incrociate. Al giovane non fu permesso di camminare sulla neve: sollevato dalla slitta, fu portato nell'igloo e sistemato su una piccola stuoia di pelle. Non gli furono lasciati n acqua n cibo. Gli fu ordinato di pensare solo al Grande Spirito che sarebbe apparso di l a poco e fu lasciato solo per trenta giorni. Dopo cinque giorni, il vecchio stregone ritorn portando una bevanda di acqua tiepida; dopo quindici giorni port una seconda bevanda e un pezzetto di carne. Questo fu tutto. Il gelo e il digiuno furono cos tenibili che, come lo stesso Igjurgarjuk disse a Rasmussen, a volte era come se morissi un po'. Durante tutto questo tempo il giovane pensava, pensava, pensava al Grande Spirito, finch, verso la fine della prova, giunse infatti uno spirito amico sotto le spoglie di una donna che sembrava librarsi nell'aria sopra di lui. Non la rivide mai pi, ma ella divenne il suo spirito guida. Finalmente, il vecchio sciamano lo riport a casa, dove gli fu imposto di digiunare per altri cinque mesi. Come Igjurgarjuk disse al suo ospite danese, questi digiuni, ripetuti spesso, sono il mezzo migliore per ottenere la conoscenza delle cose pi nascoste. La sola vera saggezza, disse Igjurgarjuk, vive lontano dall'umanit, nelle grandi solitudini, e pu essere raggiunta unicamente attraverso la sofferenza. Solo la privazione e la sofferenza schiudono la mente di un uomo a ci che nascosto a tutti gli altri. Un altro potente sciamano, che Rasmussen incontr a Nome, in Alaska, gli raccont di una simile avventura nel silenzio. Questo vecchio, che si chiamava Najagneq, era caduto in disgrazia: lo sciamano, di solito, vive in una situazione piuttosto pericolosa, perch quando le cose vanno male, la gente del villaggio tende a dame la colpa alle sue magie. Questo vecchio, per proteggersi, aveva creato tutta una serie di trabocchetti, di trucchi e di feticci mitologici per spaventare e tenere lontani i suoi vicini. Rasmussen, riconoscendo che la maggior parte degli 'spiriti' di Najagneq erano soltanto sue invenzioni, un giorno gli chiese se tra di essi ve ne fosse uno in cui lui credesse veramente; Najagneq rispose: S, uno spirito che noi chiamiamo Sila, e che non pu essere spiegato con le parole. E uno spirito molto potente, che regge l'universo, le stagioni e tutto ci che vive sulla terra. cos potente che quando parla all'uomo la sua voce non giunge attraverso le comuni parole, ma attraverso le tempeste, le nevicate, i rovesci di pioggia, le burrasche del mare e tutte le forze che l'uomo teme; oppure attraverso il sole, la calma del mare e i piccoli fanciulli innocenti che giocano e sono ancora ignari di tutto. Quando i tempi sono felici, Sila non ha niente da dire al genere umano: scomparso nel nulla infinito e rimane lontano fintanto che la gente non fa cattivo uso della vita e ha rispetto per il suo cibo quotidiano. Nessuno ha mai visto Sila. Il luogo dove risiede cos misterioso che egli pu essere con noi e, nello stesso tempo, infinitamente lontano. E cosa dice Sila? Colui che abita, o che l'anima stessa dell'universo, rispose Najagnaq, non pu essere mai visto: soltanto la sua voce pu essere udita. Tutto quello che sappiamo che egli ha una voce delicata come quella di una donna, una voce tanto bella e gentile che persino i fanciulli non ne hanno timore. E quello che dice Sila ersinarsinivdluge, 'Non avere paura dell'universo'.5 Queste parole venivano da uomini molto semplici, almeno secondo i nostri concetti di cultura, sapere, grado di civilt, eppure la loro saggezza, che proviene dal profondo del loro intimo, corrisponde fondamentalmente a quanto abbiamo sentito e imparato dai pi venerati mistici. una grande e universale saggezza umana, che raramente ci dato di conoscere attraverso le normali vie del nostro pensiero razionale.
5 Da K. Rasmussen Across Arctic America, G.P. Putnam's Sons, New York - Londra, pagg. 82-86; e da H. Osterman The Alaskan Eskimos, as Described in the Posthumous Notes of Dr. Knud Rasmussen. Report of the Fifth Thule Expedition, 1921-24, vol. X, n. 3, Nordisk Forlag, Copenhagen, pagg. 97-99

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Nel suo articolo sullo sciamanesimo, Julian Silverman ha distinto due tipi molto differenti di schizofrenia: una 'schizofrenia semplice' e una 'schizofrenia paranoide', ed nella prima che appaiono le analogie con quella che io ho definito 'la crisi dello sciamano'. Nella schizofrenia semplice lo schema caratteristico vede l'individuo allontanarsi dagli impatti con l'esperienza del mondo esterno. C' come un restringersi e un ridursi dell'interesse e dell'attenzione verso il mondo reale, che cos si ritira e svanisce, e le incursioni dell'inconscio prevalgono e sopraffanno l'individuo. Invece, nella schizofrenia paranoide, la persona rimane vigile ed estremamente sensibile al mondo e ai suoi avvenimenti, ma interpreta tutto secondo le proiezioni delle proprie fantasie, paure e tenori, e con un senso di trovarsi in pericolo per gli assalti esterni. In realt, gli assalti provengono dall'interno, ma il malato li proietta all'esterno, immaginando che tutto il mondo stia all'erta contro di lui. Questa, afferma Silverman, non il tipo di schizofrenia che conduce a un genere di esperienze interiori analoghe a quelle dello sciamanesimo. come se lo schizofrenico paranoide, egli spiega, incapace di comprendere o sopportare lo sgomento che proviene dal suo mondo interiore, dirigesse intempestivamente la sua attenzione al mondo esterno. In questo tipo di soluzione abortiva della crisi, il caos interiore non viene, per cos dire, affrontato e risolto, oppure non suscettibile di essere affrontato e risolto. La vittima di questa pazzia , diciamo, in fuga e allo sbando nella distesa delle proiezioni del suo inconscio. Il tipo opposto di malato psicotico, invece, assai penoso a vedersi, sprofondato nella fossa di serpenti del suo abisso interiore: tutta la sua attenzione, tutto il suo essere laggi, impegnato in una battaglia di vita o di morte con le terribili apparizioni di energie psicologiche scatenate. Questo esattamente ci che avviene anche al potenziale sciamano nel periodo del suo viaggio visionario. Dobbiamo domandarci, allora, in che cosa differiscano lo schizofrenico semplice e lo sciamano nel suo stato di trance: la risposta , semplicemente, che lo sciamano primitivo non rifiuta l'ordine sociale e le sue forme, anzi, proprio in virt di esse che viene ricondotto alla sua coscienza razionale. E quando poi ritornato dal viaggio, questa sua esperienza personale interiore generalmente riconferma, rinvigorisce e rafforza quelle forme sociali ereditate, in quanto la sua personale simbologia onirica si accorda perfettamente alla simbologia della sua cultura. Tra la sua vita interiore e quella esteriore vi una fondamentale affinit. Nel caso, invece, di un paziente psicotico moderno vi un distacco reale e nessuna effettiva associazione con il sistema simbolico della sua cultura. Il sistema simbolico riconosciuto non offre nessun aiuto al povero schizofrenico, atterrito e completamente perso nelle invenzioni della sua stessa immaginazione, davanti alle quali egli si sente totalmente smarrito. Come ho gi detto e come ben potete immaginare, il mio viaggio in California fu estremamente interessante. Quando tornai a New York (tutto avveniva come se uno spirito-guida stesse disponendo ogni cosa per me), Mortimer Ostow, un eminente psichiatra americano, mi invit a discutere un suo saggio che si accingeva a leggere a un congresso della Society for Adolescent Psychiatry. Lo studio riguardava certe comuni caratteristiche che, rilevate dallo stesso Ostow, sembravano collegare, come appartenenti allo stesso ordine, i 'meccanismi' (cos li aveva definiti Ostow) della schizofrenia, del misticismo, dell'esperienza con l'LSD e anche dell"antinomismo' dei giovani moderni, intendendo con questo termine l'insieme di quegli atteggiamenti aggressivi e antisociali che dominano il comportamento e le azioni di un gran numero di studenti e di assistenti universitari dei nostri giorni. Anche questa lettura costitu per me una grande esperienza, poich apr la mia mente a un altro campo molto critico verso il quale potevano indirizzarsi i miei studi sul mito; un campo che gi conoscevo personalmente nella mia qualit di professore universitario. Imparai che quel ritirarsi dal mondo esterno per sprofondare all'interno di se stessi provocato dall'LSD poteva essere paragonato alla schizofrenia semplice, mentre l'antinomismo della giovent contemporanea era paragonabile alla schizofrenia paranoica.

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Il senso di minaccia proveniente da ogni angolo di quello che viene definito il 'sistema', cio la moderna societ civile, per molti di questi giovani non affatto una messa in scena, ma una reale condizione dell'anima. La loro rottura reale, e ci che viene fatto saltare in aria e distrutto il simbolo reale delle loro paure interiori. Inoltre, molti giovani sono persino incapaci di comunicare, perch per loro ogni pensiero talmente carico di emozioni che non riescono a trovare nel linguaggio razionale le parole che lo definiscono. Tantissimi di questi ragazzi non riescono nemmeno a formulare una semplice frase, ma, intercalando ogni parola con un vuoto 'cio', si riducono a usare una specie di linguaggio gestuale da sordomuto, o a dei silenzi carichi di tensione emotiva, mentre cercano disperatamente comprensione e approvazione. Spesso, trattando con loro, si ha l'impressione di trovarsi in un manicomio senza mura; e la cura indicata per i mali di cui a gran voce si lamentano non sta affatto nella sociologia (come pretendono i giornali, televisione e molti politicanti), ma nella psichiatria. Il fenomeno dell'LSD, d'altro canto, , almeno per me, pi interessante. Si tratta di una schizofrenia raggiunta intenzionalmente nella speranza di ottenere una specie di liberazione spontanea, che per non sempre si verifica. Anche lo yoga una schizofrenia intenzionale: uno si distacca dal mondo, si tuffa nell'interiorit... e infatti la gamma delle visioni sperimentate in questo modo la stessa di quelle di una psicosi. Ma allora, qual la differenza? Che cosa distingue lo psicotico da chi fa uso di LSD, da chi pratica lo yoga, da un mistico? Indubbiamente si tratta sempre della stessa esperienza d'immersione nel profondo mare interiore. Le immagini simboliche che si incontrano sono, in molti casi, identiche (tra poco svilupper ulteriormente questo punto). Ma esiste una differenza fondamentale; volendo spiegarla con parole semplici, possiamo dire che simile a quella che passa tra un tuffatore in grado di nuotare e uno che non ne capace. Il mistico, che possiede delle doti naturali per questo genere di cose e che segue, passo dopo passo, le istruzioni del suo maestro, entra nell'acqua e scopre di riuscire a nuotare; invece lo schizofrenico, impreparato, non guidato e senza doti innate, caduto o si lasciato intenzionalmente cadere nell'acqua, e ora sta annegando. Pu essere salvato? Se gli viene lanciata una corda, sapr afferrarla? Dapprima opportuno capire in che acque sprofondato: sono le stesse, abbiamo detto, dell'esperienza mistica. Qual , dunque, la loro natura? Quali sono le loro caratteristiche? E che cosa occorre per nuotare? Sono le acque degli archetipi universali della mitologia. Per tutta la mia vita, come studioso di mitologia, ho lavorato con questi archetipi e posso assicurarvi che esistono veramente e sono gli stessi in tutto il mondo. Essi vengono rappresentati in modi diversi nelle varie tradizioni, a seconda che ci si trovi, per esempio, in un tempio buddista, in una cattedrale medioevale, in uno ziggurat sumerico, o in una piramide maya. Le immagini delle divinit variano naturalmente nelle diverse parti del mondo in base alla flora, alla fauna, alla posizione geografica, alle caratteristiche razziali; i miti e i riti vengono interpretati in modo differente, o hanno differenti funzioni razionali, e differenti sono anche i costumi sociali che attribuiscono loro maggior valore e fona. E tuttavia le forme archetipiche essenziali e le idee che dietro a queste si celano sono spesso sorprendentemente le stesse. Dunque, che cosa sono questi archetipi? Che cosa rappresentano? Lo psicologo che meglio di chiunque altro ha trattato questo tema, riuscendo a dare degli archetipi la descrizione e l'interpretazione pi approfondita, sicuramente Carl Gustav Jung, che li definisce 'archetipi dell'inconscio collettivo', appartenenti cio a quelle strutture della psiche che non sono il prodotto della semplice esperienza individuale, ma sono comuni a tutto il genere umano. Secondo la sua visione, lo strato pi profondo della psiche un'espressione del sistema istintivo della nostra specie, che ha le sue radici nel corpo umano, nel sistema nervoso e nel nostro meraviglioso cervello. Tutti gli animali agiscono istintivamente. Agiscono anche, va da s, secondo modi che essi

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devono apprendere, in relazione alle circostanze e secondo la 'natura' di ogni specie. Osserviamo un gatto che entra in una stanza e poi, per esempio, un cane: entrambi sono mossi da impulsi propri della loro razza, gli stessi impulsi che modellano la loro vita. Anche l'uomo diretto e governato in modo simile. Egli possiede una biologia che ha ereditato e una biografia personale: gli 'archetipi dell'inconscio' sono espressione della prima. Jung li distingue dai ricordi personali repressi, ricordi di frustrazioni, paure infantili, shock (ai quali peraltro la scuola freudiana presta tanta attenzione), che invece definisce 'inconscio personale'. Cos come il primo ordine biologico e comune alla specie, il secondo biografico, determinato in senso sociale e specifico per ogni vita separata. Molti dei nostri sogni e delle difficolt che incontriamo ogni giorno derivano, naturalmente, da questo secondo ordine; ma in una crisi schizofrenica l'individuo si inabissa nel 'collettivo', e il mondo d'immagini che sperimenta qui appartiene largamente all'ordine degli archetipi del mito. Ora, per quanto riguarda il potere dell'istinto, ricordo di avere visto, in uno di quegli splendidi documentari di Walt Disney sulla natura, una tartaruga marina che deponeva le uova nella sabbia, a circa una decina di metri dalla riva; alcuni giorni dopo, ecco spuntare dalla sabbia una miriade di tartarughine appena nate, grandi come una monetina, che senza un attimo di esitazione si dirigevano tutte verso il mare. Senza perlustrare i dintorni, senza andare per tentativi, senza dubbi del tipo: Qual per me il posto migliore dove dirigermi subito? Non una sola di quelle piccole creature sbagli strada, finendo in mezzo ai cespugli, per esempio, con un Oh! di sorpresa, o tornando indietro pensando Sono stata creata certamente per qualcosa di meglio di questo! Niente affatto! Tutte quante si diressero esattamente l dove la madre sapeva si sarebbero dirette: la madre tartaruga, cio, o Madre Natura. Nel frattempo, uno stormo di gabbiani, che si erano comunicati l'avvenimento con alte strida, cal di colpo, come bombardieri in picchiata, su queste piccole creature dirette verso l'acqua. Le tartarughe sapevano perfettamente che era l che dovevano andare, e vi si affrettavano alla massima velocit consentita loro dalle corte zampette: zampe che conoscevano perfettamente la loro funzione! Non era stato necessario nessun allenamento e nessuna prova. Le loro zampe sapevano quello che dovevano fare, cos come i loro minuscoli occhi sapevano quale direzione seguire. L'intero sistema stava funzionando in modo perfetto: la divisione di piccoli carri armati si avvicinava, goffamente ma il pi in fretta possibile, al mare; e poi... Ebbene, uno avrebbe potuto pensare che per tali minuscole creaturine le grandi e possenti onde del mare potessero rappresentare qualcosa di minaccioso. Neanche per sogno! Le tartarughine si buttarono dritte in acqua, e gi sapevano nuotare! Naturalmente, appena entrate, furono subito attaccate dai pesci. La vita proprio dura! A proposito, quando la gente dice di volere tornare alla natura, si rende davvero conto di ci che questo significa? Ecco un altro significativo esempio dell'infallibile legge dell'istinto, offerto ancora una volta da piccoli esseri: una nidiata di pulcini appena usciti dal guscio. Se un falco vola sopra il loro recinto, i pulcini corrono a cercare un rifugio, ma se si tratta di un piccione non si spostano. Dove avranno imparato a capire la differenza? Chi, o che cosa, ci domandiamo, determina le loro decisioni? I ricercatori hanno costruito delle sagome di legno a forma di falco, e le hanno trascinate attraverso il recinto per mezzo di un filo metallico: tutti i pulcini si sono subito messi a cercare un riparo. Ma se quelle stesse sagome venivano fatte muovere all'indietro nessun pulcino si turbava. La prontezza a rispondere a specifici impulsi stimolatori e i risultanti schemi di azione appropriata sono, in tutti questi casi, insiti nella fisiologia della specie. Conosciuti come 'meccanismi innati di induzione' fanno parte del sistema nervoso centrale e sono presenti anche nella struttura fisica della specie Homo sapiens. questo, dunque, ci che s'intende per istinto. Ma se avete bisogno di qualche ulteriore dimostrazione, o avete ancora dei dubbi sulla forza e la saggezza con cui il puro istinto guida gli

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animali, potete andare a vedere su un libro di biologia, i cicli vitali dei parassiti. Leggete, per esempio, il comportamento del virus dell'idrofobia, e vi domanderete se un essere umano sar mai capace di stare alla pari con un simile prodigio. Esso sa perfettamente che cosa fare, dove andare e ci che deve attaccare nel sistema nervoso umano; sa come trasformare colui che ci hanno insegnato essere la creazione pi perfetta della mano di Dio in un misero schiavo, il cui solo impulso di mordere, per trasmettere cos alla vittima successiva il virus, che attraverso la circolazione sanguigna risalir alle ghiandole salivari per continuare all'infinito il suo ciclo. In ogni essere umano presente un sistema istintivo senza il quale non potremmo nemmeno nascere; ma ognuno di noi stato anche educato in uno specifico sistema culturale. Il paradosso dell'uomo, ci che lo distingue da tutti gli altri animali del creato, di nascere con dodici anni di anticipo. Nessuna madre, certo, vorrebbe che le cose andassero diversamente; ma cos, e questo il nostro problema. Il neonato non ha l'intelligenza di una tartarughina appena nata, grande come una monetina, e nemmeno quella di un pulcino che, appena uscito dall'uovo, ha ancora qualche frammento di guscio sulla coda. Assolutamente incapace di provvedere a se stesso, l'infante Homo sapiens deve affidarsi per dodici anni ai genitori o a qualcuno che li sostituisce; ed proprio durante questi dodici anni di dipendenza che diventiamo esseri umani. Impariamo a camminare, a parlare, a pensare, a riflettere secondo la terminologia della cultura in cui viviamo. Ci viene insegnato a rispondere a certi segnali positivamente, ad altri negativamente o con paura; e molti di essi non appartengono all'ordine naturale, bens a quello sociale: sono cio segnali specifici, propri di una particolare civilt. Tuttavia, gli impulsi che essi attivano o controllano sono impulsi naturali, biologici, istintivi. Ogni mitologia, quindi, un'organizzazione di segnali di reazione condizionati culturalmente, dove le tensioni, naturali e culturali, sono cos intimamente fuse tra loro che in moltissimi casi praticamente impossibile distinguerle. Questi segnali stimolano i meccanismi innati di induzione del sistema nervoso umano cos come i segnali della natura attivano i riflessi spontanei in un animale. Ho definito un simbolo mitologico operante come un 'segnale-guida stimolatore di energia' e J.W. Perry ha definito questi segnali 'immagini-urto': i loro messaggi non sono indirizzati al cervello, per esservi interpretati e poi trasmessi, ma sono rivolti direttamente ai nervi, alle ghiandole, al sangue e al sistema nervoso simpatico. Tuttavia, i segnali passano attraverso il cervello, e il cervello, istruito, pu interferire, interpretarli male, e cos mandare in corto circuito i messaggi stessi. Quando questo avviene, i segnali non funzionano pi come dovrebbero: i simboli mitologici ereditati si alterano e il loro valore di guida viene perso o frainteso. Oppure, e questo peggio, un individuo pu essere stato educato a rispondere a un particolare complesso di segnali proprio di un gruppo ristretto: il caso, per esempio, dei bambini cresciuti in cene sette che non partecipano, o addirittura si mostrano insofferenti, alle forme culturali del resto della societ. Una persona simile non potr mai sentirsi a proprio agio in un ambiente sociale pi vasto, ma avr sempre dei problemi e forse diventer un po' paranoide. Niente lo tocca, o ha per lui significato, o lo stimola come invece avviene negli altri. Cos costretto a ritirarsi, per cercare delle soddisfazioni, nel contesto limitato e limitante della setta, della famiglia, della comunit o della riserva con la quale stato 'sintonizzato'. Inserito in un contesto pi vasto, completamente disorientato, e anche pericoloso. Mi sembra che qui sia messo in luce un problema critico che genitori e famiglie si trovano a dover fronteggiare direttamente: quello, cio, di assicurarsi che l'imprinting che stanno dando ai loro figli sia tale da porli in sintonia, e non da alienarli, con il mondo nel quale si accingono a vivere. A meno che, naturalmente, non si sia deciso di trasmettere agli eredi la propria paranoia. Pi normalmente, i genitori razionali sperano di aver messo al mondo dei figli sani, sia in senso fisico sia sociale, sufficientemente in sintonia con il modo di sentire e di pensare della cultura nella quale

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stanno crescendo, affinch possano essere in grado di apprezzarne i valori, e di allinearsi costruttivamente con quegli elementi innovatori, giusti, vitali e fecondi che ne sono parte. Dunque esiste, come dicevo, questo problema, cos critico e cos importante per noi tutti, di fare in modo che la mitologia (la costellazione dei segni-simbolo, delle immagini-urto, dei segnali-guida stimolatori d'energia) che noi trasmettiamo ai nostri giovani possa inviare loro dei messaggi atti a metterli in un rapporto ricco e vitale con l'ambiente che sar il loro per tutta la vita, e non con qualche periodo passato, con un futuro religiosamente vagheggiato o, ancora peggio, con qualche setta querula e bizzarra, o con qualche moda passeggera. E un problema che io definisco critico perch, quando lo si risolve malamente, il risultato per l'individuo che ha ricevuto un'educazione sbagliata quello conosciuto in termini mitologici come Terra desolata: il mondo non gli parla e lui non parla al mondo. In questo caso si determina una scissione: l'individuo respinto su se stesso e si ritrova nella condizione primaria di quella scissione psicotica che lo far diventare o uno schizofrenico semplice, rinchiuso in una cella con le pareti imbottite, o un paranoide che urla frasi incoerenti in qualche manicomio senza mura. Ma prima di proseguire il discorso sul corso generale o sulla storia di questa dissociazione, di questa specie di viaggio (chiamiamolo cos) di discesa e di ritorno, vorrei soffermarmi sulle funzioni normalmente offerte da una mitologia che operi in modo giusto. A mio giudizio queste funzioni sono quattro. La prima ci che io ho chiamato 'funzione mistica': cio risvegliare e mantenere nell'individuo un senso di riverente timore e di gratitudine nei confronti del mistero dell'universo; non perch egli viva nel timore di questa immensit, ma perch si renda conto di parteciparvi, essendo il mistero dell'esistenza anche il mistero del suo essere interiore pi profondo. E questo ci che il vecchio sciamano dell'Alaska ud quando Sila, lo spirito dell'universo, gli disse Non aver paura. Infatti la natura, cos com' percepita dai nostri occhi temporali, brutale, come abbiamo visto. terribile, terrificante, mostruosa. qualcosa di 'assurdo' per le menti razionali dei filosofi esistenzialisti francesi. (La cosa davvero stupefacente dei francesi che essi sono stati indelebilmente 'plasmati' da Descartes: cos tutto ci che non pu essere analizzato secondo le coordinate cartesiane per loro dev'essere catalogato come 'assurdo'. Ma chi, o che cosa assurdo, potremmo chiedere, quando giudizi di questo tipo vengono espressi come una filosofia?) La seconda funzione di una mitologia viva e vitale quella di offrire un'immagine dell'universo che sia in accordo con la conoscenza del proprio tempo, con la scienza e il campo d'azione delle persone alle quali questa mitologia rivolta. Ai nostri giorni, naturalmente, le rappresentazioni del mondo di tutte le pi grandi religioni sono vecchie di almeno duemila anni, e gi solo per questo fatto ci sono ragioni sufficienti per determinare una scissione piuttosto grave. Se in un periodo come il nostro, di grande fermento e ricerca religiosa, ci si chiede perch le chiese stiano perdendo i loro fedeli, gran parte della risposta sta proprio qui. Esse infatti invitano il gregge a 'pascolare' e a trovare la pace in un terreno che non mai esistito, ma non esister mai e che in ogni caso non si pu trovare oggi in nessun angolo della terra. Una simile offerta mitologica un farmaco sicuro per condurre almeno a una leggera condizione di schizofrenia. La terza funzione di una mitologia vitale quella di rendere valide, sostenere e fissare le norme di un dato e specifico ordine morale, quello, cio, della societ in cui l'individuo deve vivere. E la quarta funzione quella di guidarlo, passo dopo passo, con forza, salute e armonia di spirito, attraverso tutto il prevedibile corso di una vita utile. Riguardiamo brevemente le fasi di questi vari stadi. Il primo stadio, naturalmente, quello del bambino che dipende, durante i suoi primi dodici anni di vita, sia fisicamente sia psicologicamente, dalla guida e dalla protezione della sua famiglia. L'analogia biologica pi evidente con i marsupiali: canguri e opossum. Il feto di questi mammiferi

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aplacentali non pu rimanere nell'utero dopo che la provvista di cibo dell'uovo (il tuorlo) stata assorbita, e quindi i piccoli devono nascere molto tempo prima che siano in grado di vivere per conto loro. Il piccolo canguro nasce dopo solo tre settimane di gestazione: le sue zampe anteriori sono gi molto forti e sanno bene che cosa devono fare. La minuscola creatura (ancora una volta per istinto!) si arrampica lungo la pancia della madre fino a raggiungere il marsupio, dentro cui si sistema attaccandosi a un capezzolo che si gonfia (istintivamente) nella sua bocca in modo che il piccolo non lo perda, e rimane in questo secondo utero (un vero e proprio 'utero con vista') fino a quando non sar pronto a saltar fuori. Tornando alla nostra specie, una funzione esattamente simile viene svolta dalla mitologia, che un organo biologico non meno indispensabile e un prodotto non meno naturale del marsupio. Come il nido di un uccello, cos la mitologia formata da materiali diversi presi dall'ambiente locale, apparentemente in modo cosciente, ma secondo un'architettura dettata dall'inconscio. E non ha proprio importanza se le sue immagini confortanti, direttrici e informatrici sono adatte a un adulto: essa non intesa per gli adulti, la sua funzione principale essendo di portare alla maturit una psiche esitante, cos che possa fronteggiare il mondo. La giusta domanda da porsi, quindi, se questa mitologia sappia preparare un individuo a vivere in questo mondo cos com', oppure solo in qualche paradiso o in una societ immaginaria. La funzione seguente, di conseguenza, dev'essere quella di aiutare il giovane, che ora pronto ad avventurarsi fuori, ad allontanarsi dal mito, il secondo grembo materno, a diventare, come dicono in Oriente nato due volte, cio un adulto capace, che agisce razionalmente nel suo mondo e che ha lasciato dietro di s la stagione della sua infanzia. Ma c' ancora una critica decisa che sento di dover muovere alle nostre istituzioni religiose. Esse infatti chiedono e si aspettano che un individuo non abbandoni quel grembo materno che esse forniscono; come se a un piccolo canguro si chiedesse di rimanere nel marsupio della madre per sempre. Tutti noi sappiamo che cosa accadde nel XVI secolo: l'intero grembo di Madre Chiesa and in pezzi, e nonostante tutti gli sforzi e i tentativi compiuti per ricomporre l'unit della Chiesa, non stato pi possibile ricostituirlo. Cos ora distrutto. Al suo posto abbiamo 'il leggere, lo scrivere, il far di conto', una specie di marsupio artificiale di plastica; e se poi vogliamo arrivare fino al dottorato di ricerca, possiamo stare nell'incubatrice scolastica fino a quarantacinque anni. Ho notato (e forse anche voi) che quando vengono intervistati alla televisione dei professori, prima di dare una risposta chiara si interrompono continuamente fra mille smorfie, tanto che mi chiedo se stiano attraversando qualche crisi interiore o gli manchino solo le parole per dare forma a qualche pensiero particolarmente profondo. Invece, quando vengono poste a un giocatore professionista, di football o di rugby, delle domande anche piuttosto complicate, egli risponde con facilit e in modo pertinente. Infatti, questi ha lasciato il grembo materno a circa diciannove anni, quando era il miglior giocatore tra i suoi compagni; l'altro, poveretto, rimasto sotto quella specie di cappa soffocante dei suoi professori fino alla mezza et, e sebbene ora abbia raggiunto il suo dottorato, oramai troppo tardi per cominciare a sviluppare ci che un tempo si chiamava 'sicurezza in se stessi'. Egli porter per sempre nei suoi meccanismi innati di induzione l'impronta di quella cappa e rimarr nel timore costante che qualcuno dia un brutto voto alle sue risposte. Succede sempre cos: non appena avete imparato a svolgere una determinata professione e vi siete guadagnati un posto in questa nostra societ, incominciate a sentire gli acciacchi dell'et; si avvicina il momento di andare in pensione che arriva, inevitabilmente, con una rapidit incredibile. Ora avete tra le mani una psiche libera e utilizzabile: la vostra, un fardello di quell'energia che Jung defin 'libido disponibile'. Che cosa farne? la tipica fase, che spesso caratterizza l'ultima parte della mezza et, degli esaurimenti nervosi, delle crisi di alcolismo e cos via, quando la luce della vostra vita discesa, impreparata, in un inconscio, impreparato, e voi vi sentite annegare. Sarebbe

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stato molto meglio se, da piccoli, aveste ricevuto un solido imprinting dai miti dell'infanzia, in modo che, giunto il momento di questo tuffo all'indietro, di questa immersione nel profondo, lo scenario, laggi, potesse apparire un po' pi famigliare. Almeno, sapreste dare un nome a qualcuno dei mostri che incontrerete e, forse, avreste anche delle anni per difendervi. E un dato di fatto assai importante: le immagini mitologiche che nell'infanzia sono interpretate come riferimenti a elementi esterni soprannaturali, in realt sono i simboli dei poteri strutturanti dell'inconscio (o 'archetipi', come li chiam Jung). E sar proprio a questi poteri e alle forze naturali che essi rappresentano, le forze e le voci interiori dello spirito (Sila) dell'universo, ai quali tornerete quando dovrete affrontare, ineluttabilmente, quell'immersione nell'inconscio. Dunque, di fronte a questa sfida, che ci attende tutti, dobbiamo cercare di imparare a conoscere qualcuna delle correnti e delle maree del nostro oceano interiore. Vorrei parlarvi di ci che ho appreso recentemente a proposito delle esperienze, sconvolgenti, che un individuo attraversa in una crisi schizofrenica. La prima esperienza quella di un senso di scissione. La persona vede il mondo spaccarsi in due: una parte si allontana e lui si trova sull'altra. Questo l'inizio della regressione, un movimento di rottura e caduta all'indietro. Per un certo tempo l'individuo pu vedersi in due ruoli: uno quello del pagliaccio, del fantasma, della strega, del matto, dell'escluso; sta recitando una parte 'esterna', in cui si sminuisce indossando gli abiti del buffone vilipeso da tutti, della vittima. Ma dentro di s egli il salvatore, e lo sa: l'eroe scelto dalla sorte. Recentemente, un simile salvatore mi fece l'onore di alcune visite; era un giovane alto, molto bello, con la barba, gli occhi e i modi gentili di un Cristo, e il suo sacramento era l'LSD. L'LSD e il sesso. Ho visto il Padre, mi disse la seconda volta che veniva da me. Ora vecchio e mi ha raccomandato di aspettare. Sapr quando sar giunto per me il momento di sostituirlo. La seconda esperienza stata descritta in molti rapporti clinici: quella di un terrificante distacco, una regressione, nel tempo ma anche biologica. Ricadendo nel proprio passato lo psicotico diventa un infante, un feto nel ventre materno. Egli prova la spaventosa esperienza di scivolare all'indietro verso una coscienza animale, in forme animali, sub-animali, persino vegetali. Mi viene in mente la leggenda di Dafne, la ninfa tramutata in una pianta di alloro; questa immagine, in termini psicologici, ha il significato di una psicosi. Concupita dal dio Apollo, la vergine ne fu terrorizzata e invoc in aiuto il padre, il dio-fiume Peneo, che la tramut in una pianta. Mostrami il volto che avevi prima che tuo padre e tua madre nascessero! un tema frequente nella meditazione e nella filosofia zen dei maestri giapponesi. Nel corso di una regressione schizofrenica, anche lo psicotico pu giungere a conoscere l'estasi di un'unione con l'universo che trascende ogni limite personale: Freud la defin 'sensazione oceanica'. Nascono allora anche sensazioni di una nuova conoscenza; cose che fino a quel momento erano rimaste avvolte nel mistero risultano perfettamente chiare e vengono sperimentate nuove, ineffabili percezioni. Quando ne leggiamo il resoconto non possiamo che esserne completamente stupiti; io ne ho letti dozzine e corrispondono, spesso in modo incredibile, alle intuizioni dei mistici, alle immagini della mitologia induista, buddista, egizia e classica. Per esempio, una persona che non ha mai creduto alla reincarnazione, e nemmeno ne ha mai sentito parlare, incomincia a credere di essere vissuto da sempre, di essere passato attraverso molte vite, e tuttavia di non essere mai nato e di non essere destinato a morire. E come se fosse giunto a conoscere se stesso come quel S (atman) di cui leggiamo nel Bhagavad Gita: Mai esso nato, mai esso morir (...) Non nato, eterno, permanente e primordiale, non ha fine quando ha fine il corpo. Il paziente (chiamiamolo cos, ora) ha unito ci che gli resta della sua coscienza a quella di tutte le cose, le rocce, gli alberi, l'intero mondo della natura dal quale tutti noi abbiamo tratto origine. Egli in sintonia con ci che esiste da sempre: come lo siamo, in realt, tutti, all'inizio e

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alla fine. Viene affermato nel Gita: Quando uno distoglie completamente i sensi dagli oggetti cui essi si rivolgono, come una testuggine ritrae le proprie membra, allora, in quel momento, la sua saggezza viene fissata saldamente. In quella serenit si trova la sospensione di ogni dolore. In breve, cari amici, sto dicendo che il nostro paziente schizofrenico, in realt, sta sperimentando al di fuori della sua volont quel profondo, beato oceano che sia lo yogi, sia il santo cercano sempre di raggiungere; un oceano in cui essi nuotano, mentre lo schizofrenico vi annega. Stando a numerosi rapporti medici, pu sopravvenire poi una fase in cui il malato prova la sensazione di avere davanti a s un compito terrificante, con pericoli da affrontare e da superare; e ha anche la percezione di presenze invisibili che lo possono aiutare e guidare attraverso i pericoli. Queste presenze sono gli dei, gli angeli (o i demoni) custodi: poteri innati della psiche, capaci di affrontare e superare le forze negative che torturano, divorano e fanno a pezzi. Chi ha il coraggio di continuare, giunger, in una terribile estasi, a una crisi culminante, sconvolgente, o anche a una serie di queste crisi, al di l di quanto possibile sopportare. Sono crisi, per la maggior parte, di quattro tipi, in base al genere di difficolt che ha condotto il paziente alla regressione. Per esempio, una persona che stata privata nell'infanzia dell'amore indispensabile, che cresciuta in una casa senza o con pochissimo affetto e dove esistevano solo autorit, rigore e ordini, o che stata allevata in mezzo alle liti e alla rabbia, fra le urla di un padre ubriaco o in altre situazioni simili, nel suo viaggio all'indietro cercher di trovare nell'amore un nuovo orientamento e un nuovo cardine per la sua vita. Di conseguenza, quando sar tornato all'inizio della sua biografia, alla sensazione del primo impulso erotico alla vita, il compimento della sua crisi sar la scoperta, nel suo stesso cuore, di un centro di tenerezza e di amore nel quale, finalmente, riposare. Sar stato questo lo scopo e il senso di tutta la sua ricerca retrospettiva, la cui realizzazione sar configurata attraverso l'esperienza di una specie di appagamento mistico: una 'sacra unione' con una presenza che funge da moglie-madre (o semplicemente da madre). Se invece la persona cresciuta in una casa in cui il padre era una nullit, una presenza di nessun valore; in una casa dov' quindi mancato il senso dell'autorit paterna e di una presenza maschile da onorare e rispettare, in mezzo alla confusione e al disordine delle minuzie domestiche e delle preoccupazioni femminili, allora la ricerca sar orientata verso l'immagine di un padre adeguato. Quella persona cercher di trovare una specie di realizzazione simbolica di un rapporto superiore padre-figlia o padre-figlio. Un terzo tipo di situazione famigliare da cui deriva un defraudamento affettivo quella del bambino che sente di essere stato escluso dal cerchio famigliare, di non essere desiderato; oppure di un bambino che non ha mai avuto una vera famiglia. Nel caso di un secondo matrimonio, per esempio, quando si forma una nuova famiglia, il bambino nato dalla prima unione pu sentirsi, e trovarsi, realmente respinto, messo da parte o abbandonato. La vecchia favola della perfida matrigna e delle cattive sorellastre in questo caso del tutto pertinente. Lo scopo che una persona cos tenter di ottenere nel suo solitario viaggio interiore sar di ritrovare, o ricrearsi, un centro (inteso non pi come centro della famiglia, ma del mondo) di cui lui costituir l'esistenza cardine. J.W. Perry mi raccont di un paziente schizofrenico cos completamente e profondamente dissociato che nessuno riusciva a stabilire con lui la minima comunicazione. Un giorno, questo povero essere incapace di comunicare disegn, in presenza del dottore, un cerchio e mise la punta della matita nel centro. Il medico si chin sul disegno e disse: Tu sei nel centro, non vero? cos! Quel messaggio penetr nel paziente e diede inizio alla fase di ritorno. C' una descrizione interessantissima di una crisi schizofrenica nel penultimo capitolo del libro di Ronald David Laing La politica dell'esperienza6. Si tratta del racconto fatto da un ex comandante
6 R.D. Laing The Politics of Experience, Pantheon Books, New York, cap. 7 (trad. it. La politica dell'esperienza, Feltrinelli, Milano)

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di marina, diventato poi scultore, di una sua personale crisi schizofrenica (nella nostra tipologia, la quarta), al culmine della quale egli dovette affrontare e sopportare la percezione di una luce purissima, terribilmente pericolosa, sconvolgente e schiacciante. Il suo racconto ricorda con molta forza la luce del Budda descritta nel Libro tibetano dei morti, una luce che si suppone sperimentata nel momento stesso della morte: se si riesce a sostenerla essa genera liberazione, ma per la maggior parte degli uomini la sua intensit insopportabile. L'ex ufficiale della Marina britannica, un certo Jesse Watkins, di trentotto anni, era totalmente digiuno di filosofia e mitologia orientali; tuttavia, al culmine dell'esperienza, le immagini di questo viaggio protrattosi per dieci giorni, divennero perfettamente simili a quelle delle religioni induista e buddista. Tutto era cominciato per lui con la sensazione, allarmante, del tempo che scorreva all'indietro. Si trovava a casa sua in salotto e ascoltava, senza prestarvi molta attenzione, una canzone alla radio, quando inizi ad avere questa esperienza straordinaria. Si alz, si guard allo specchio per cercare di capire che cosa stava succedendo, e sebbene il volto che vide riflesso gli sembrasse vagamente familiare, gli apparve per come quello di un estraneo, non il suo. Ricoverato in osservazione in ospedale, fu messo a letto. Quella notte gli sembr di essere morto, e che fossero morti anche tutti gli altri pazienti intorno a lui. Continu a retrocedere nel tempo fino a raggiungere una sorta di paesaggio animale, dove lui si aggirava come una bestia; anzi, come un rinoceronte, spaventato e tuttavia aggressivo e guardingo. Poi prov la sensazione di essere un bimbo molto piccolo, e si sent piangere, proprio come un bambino. Era, contemporaneamente, l'osservatore e l'oggetto osservato. Quando gli diedero dei giornali da leggere non riusc a farlo, perch tutto, ogni singola riga, gli spalancava davanti associazioni sempre pi ampie. Una lettera della moglie gli fece provare la sensazione che lei fosse in un mondo differente, nel quale lui non avrebbe mai pi abitato. E sent che, l nel suo mondo, aveva ottenuto dei poteri, poteri innati in tutti noi. Per esempio, riusc in un solo giorno a fare cicatrizzare un brutto taglio sul dito, che non aveva permesso agli infermieri di curargli, concentrando, come disse, una specie d'intensa attenzione su di esso. Scopr che, seduto a letto, guardando fissamente gli altri pazienti ricoverati nel suo stesso reparto, poteva farli sdraiare e farli rimanere immobili. Sent di essere pi di quanto avesse mai immaginato; sent di essere sempre esistito, in ogni forma di vita, e di stare sperimentando tutto questo ancora una volta; ma sent anche di avere davanti a s un grande e terribile viaggio da compiere, e questo gli dava una sensazione di profonda paura. Ora, i grandi e nuovi poteri che egli stava sperimentando, di controllo sul proprio corpo e su quello degli altri, in India sono chiamati siddhi. L vengono riconosciuti (e lo stesso fece quest'uomo occidentale) come poteri latenti in tutti noi, insiti in ogni vita, e che lo yogi in grado di liberare in se stesso. Ne sentiamo parlare anche nello scientismo, cos come in certi tipi di 'guarigione per fede' che invocano la salute per i fedeli. I miracoli degli sciamani, dei santi, dei salvatori sono altrettanti esempi noti. Per quanto riguarda, poi, l'esperienza di identit con l'esistente e con la vita in tutte le sue forme, e le trasformazioni in forme animali, possiamo prendere in considerazione il seguente canto del leggendario poeta Amairgen, capo di quei Celti gaelici la cui nave tocc per prima le sponde dell'Irlanda:
Io sono il vento che soffia sul mare; Io sono l'onda del profondo oceano; Io sono il toro delle sette battaglie; Io sono l'aquila sulla roccia; Io sono una lacrima del sole; Io sono la pianta pi bella; Io sono un cinghiale coraggioso;

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Io sono un salmone nell'acqua; Io sono un lago nella pianura; Io sono la voce della conoscenza; Io sono la punta della lancia in battaglia; Io sono il dio che crea il fuoco [pensiero) nella mente.

Mentre seguiamo con l'immaginazione il corso di questo viaggio interiore durato dieci giorni, ci troviamo su un piano mitico ben noto, per quanto strano e mutevole. Anche i suoi passaggi culminanti, sebbene inconsueti, sono curiosamente e misteriosamente familiari. Il protagonista racconta di avere provato l'acuta sensazione che il mondo che stava ora sperimentando fosse situato su tre piani: lui si trovava nella sfera di mezzo, sopra si apriva un piano di pi alte realizzazioni, sotto era una specie di sala d'aspetto. Torna alla mente l'immagine cosmica della Bibbia: il paradiso e Dio in alto, la terra in basso e sotto di essa le acque. Oppure possiamo pensare alla Divina Commedia di Dante, ai templi torreggiami dell'India o a quelli maya del Centro America, agli ziggurat degli antichi Sumeri: al di sotto si apre l'inferno dei sofferenti, al di sopra il Cielo della luce e tra i due si alza la montagna delle anime che ascendono al cielo nei differenti stadi del progresso spirituale. Secondo Jesse Watkins, la maggior parte di noi si trova sul gradino inferiore, in attesa (en attendant Godot, potremmo dire), proprio come in una grande sala d'aspetto; non siamo ancora giunti nella zona centrale di lotta e di ricerca alla quale, invece, lui era riuscito ad arrivare. Tutt'intorno, accanto e sopra di lui, aveva la sensazione che ci fossero degli dei invisibili, cui era affidato l'ordine e il comando di tutte le cose; e nel punto pi alto, con il ruolo pi importante, si trovava il dio supremo. Ci che rendeva la situazione terribile, inoltre, era sapere che tutti, alla fine, avrebbero dovuto assumere quel ruolo dominante. Anche i pazienti intorno a lui, l nel manicomio, erano morti e si trovavano nella fase espiatoria di mezzo, cio in una sorta di risveglio (ricordiamoci che il significato della parola budda 'colui che si risvegliato'). E tutti erano sul punto, risvegliandosi, di occupare, ognuno nel proprio momento, quella posizione suprema nella quale diventavano Dio. Dio era un pazzo. Su di lui gravava tutto il peso: questo enorme peso, cos si espresse Watkins, di dover essere presente e consapevole, di dover reggere e governare ogni cosa. Il viaggio l, e ogni singolo individuo tra noi, disse, deve affrontarlo e completarlo: non si pu sfuggire; lo scopo di ogni cosa e di tutta l'esistenza quello di prepararsi a compiere un passo avanti, poi un altro e un altro ancora, e cos via... Non forse sorprendente trovare tanti temi orientali in questa specie di giornale di bordo del viaggio sul mare della notte compiuto da un ex ufficiale di guerra della Marina britannica, impazzito per un breve periodo? Un antico racconto buddista parla proprio della fine di un simile viaggio; lo si trova in un libro di favole induiste chiamato Panchatantra. Ha per titolo I quattro cercatori d'oro e narra di quattro bramini amici che, avendo perso le loro ricchezze, decisero di mettersi in cammino insieme per cercar fortuna. Giunti nella regione di Avanti (quella in cui un tempo visse e insegn il Budda), incontrarono un mago chiamato Terrore-Gioia. Dopo che gli ebbero raccontato quello che volevano e implorato il suo aiuto, questo personaggio solenne e imponente diede a ciascuno una magica penna d'oca e disse loro di andare a nord, verso le pendici settentrionali dell'Himalaia: l dove una delle penne fosse caduta, li assicur, il suo possessore avrebbe trovato il tesoro. Ebbene, la penne del capo dei quattro amici cadde per prima, e si scopr che il terreno, in quel luogo, era tutto di rame. Guardate! disse, Prendetene quanto ne volete! Ma gli altri preferirono continuare e cos il capo, rimasto solo, raccolse il suo rame e torn indietro. Poi cadde la penna del secondo, e l si trov dell'argento: il suo possessore prese la via del ritorno. La penna del terzo rivel dell'oro. Hai capito? disse il quarto del gruppo, Prima abbiamo trovato il rame, poi

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l'argento, poi l'oro. Dopo questo troveremo sicuramente dei diamanti! Ma l'altro si tenne l'oro e il quarto decise di andare avanti.
Prosegu da solo. Il sole torrido dell'estate gli bruciava le membra e la sete lo faceva quasi vaneggiare mentre vagava sui sentieri della terra delle fate. Alla fine, su una piattaforma girevole, vide un uomo sulla cui testa una ruota girava vorticosamente; il sangue gli colava lungo tutto il corpo. Gli corse incontro e disse: Signore, perch te ne stai l cos, con quella ruota sulla testa? Ma prima dimmi se c' acqua da qualche parte qui intorno: sto impazzendo dalla sete. Nell'attimo in cui il bramino pronunci queste parole, la ruota lasci la testa dell'uomo e si pos sulla sua. Mio caro signore, esclam allora che cosa vuol dire tutto questo.' E l'altro rispose: Proprio allo stesso modo quella ruota si pos sulla mia testa. Ma quando se ne andr? chiese il bramino, fa molto male. L'uomo rispose: Quando qualcuno, con in mano una penna fatata come quella che avevi tu, giunger e parler come te; allora la ruota si sposter sulla sua testa. Ribatt il bramino: Da quanto tempo sei qui? L'altro allora chiese: Chi regna in questo momento? E udendo la risposta, Il re Vinabatsa, riprese: Quando regnava Rama, io ero poverissimo: allora mi procurai una penna magica e giunsi qui. Vidi un uomo con una ruota sulla testa e gli feci una domanda. Nell'attimo in cui gliela ponevo (proprio come hai fatto tu), la ruota lasci la sua testa e si pos sulla mia. Ma non riesco a calcolare i secoli. Colui che ora reggeva la ruota prosegu: Ti prego, dimmi, come ti procuravi il cibo? Mio caro signore, disse l'altro, il dio della ricchezza, timoroso che i suoi tesori gli venissero rubati, prepar questa cosa terribile, in m<v do che nessun mago potesse giungere fin qui. Ma se qualcuno ci fosse riuscito, allora sarebbe stato liberato per sempre dalla fame e dalla sete e preservato dalla vecchiaia e dalla morte. Tuttavia, avrebbe dovuto sopportare questa tortura. Ma ora permettimi di dirti addio. Mi hai liberato da una sofferenza indicibile, adesso posso tornarmene a casa. E se ne and7.

La vicenda, cos come l'ho riportata, un ammonimento rivolto a tutti gli uomini contro il pericolo di un'eccessiva avidit. Nella sua versione pi antica, per, questa leggenda del buddismo Mahayana simboleggia il lungo cammino da affrontare per diventare un bodhisattva: la domanda posta dal bramino all'uomo che soffre sotto la ruota il segno della totale e infinita compassione di chi ha intrapreso quel viaggio spirituale. opportuno, a questo proposito, ricordare la leggenda medioevale cristiana del Santo Graal: la figura del re ferito e la domanda che il primo cavaliere del Graal avrebbe dovuto porre per risanare il re e subentrare al suo posto. Viene anche da pensare al capo coronato di spine del Cristo crocefisso, e a numerose altre figure: Prometeo, incatenato a una roccia del Caucaso mentre un'aquila gli divora il fegato; Loki, anch'egli inchiodato a uno spuntone di roccia, con il veleno infuocato del serpente cosmico che in eterno gli cola sulla testa; Satana, cos come lo vide Dante, posto come perno al centro della terra, nella posizione del suo modello, il dio greco Ade (il Plutone dei Romani), signore degli inferi e delle ricchezze, che poi l'esatto equivalente di Kubera, il dio indiano della terra, signore dell'abbondanza e di quella tormentosa ruota presente nella favola di cui vi ho parlato. Ma per tornare alle visioni del nostro paziente schizofrenico, egli sent che il ruolo del dio supremo, pazzo e atrocemente sofferente, era qualcosa di troppo grande per lui. E, davvero, chi saprebbe affrontare e accettare volontariamente l'impatto di un'esperienza che porta a scoprire il senso vero della vita e dell'universo, nella pienezza della sua terribile gioia? Questa, forse, la prova suprema della nostra misericordia: essere capaci di affermare questo mondo cos com', senza riserve, portando dentro di noi tutte le sue terribili gioie con un senso di entusiasmo e di trasporto, e in tal modo lasciarlo, follemente, a tutti gli esseri viventi! In ogni caso, Jesse Watkins seppe, nella sua pazzia, di essere giunto al limite estremo per lui sopportabile. In certi momenti fu cos sconvolgente, disse a proposito della sua avventura, che il pensiero
7 The Panchatantra, The University of Chicago Press, Chicago, pagg. 434-441

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di affrontare di nuovo una simile esperienza mi terrorizza (...) D'un tratto ero stato messo di fronte a qualcosa di infinitamente pi grande di me, a esperienze molteplici, a un'eccessiva intensit di consapevolezza e a tante sensazioni al limite del tollerabile (...) Tutto questo l'ho provato solo per pochi, brevi attimi, ma stato come quando un improvviso lampo di luce accecante, un turbine di vento, o qualsiasi altra cosa simile vi si scaglia contro, e voi vi sentite troppo indifesi e soli per essere in grado di resistere. Una mattina Watkins permise ai dottori di non dargli pi sedativi, per tornare, in qualche modo, in s. Sedette sul bordo del letto comprimendo con fona le mani tra loro e cominci a ripetere il proprio nome. Continu a ripeterlo, pi e pi volte, senza mai smettere, e a un tratto, cos, semplicemente, cap che tutto era passato. Ed era vero. Le incredibili esperienze erano finite e lui era di nuovo sano di mente. Io penso che sia proprio qui l'indicazione del metodo da seguire quando si affronta un analogo viaggio avventuroso e si vuole trovare la strada del ritorno. Ossia: non si deve identificare il proprio s con nessuna delle figure e dei poteri sperimentati. Lo yogi indiano, che lotta per giungere alla liberazione, s'identifica con la Luce e non torna pi indietro; ma nessuno che abbia la volont di servire gli altri e di servire la vita concederebbe a se stesso una simile fuga. Lo scopo supremo della ricerca, se stabilito che si torni indietro, non dev'essere n la liberazione, n l'estasi del singolo, ma la saggezza e la forza di servire gli altri. Anche nel mondo occidentale troviamo un racconto, grandioso e famoso, di un viaggio verso la regione della Luce: quello, durato dieci anni, di Ulisse. L'eroe di Omero, come l'ufficiale Watkins della Marina britannica, era un guerriero che tornava, dopo lunghi anni di guerra, alla sua vita domestica, e si trovava quindi nella necessit di cambiare radicalmente l'atteggiamento psicologico avuto fino a quel momento. Tutti conosciamo la sua storia. Ulisse, partito da Troia dopo averla conquistata, con dodici navi giunse in un porto della Tracia, Ismaro, lo saccheggi, ne uccise gli abitanti e, impossessatosi delle donne e delle ricchezze, le distribu poi ai suoi uomini. Chiaramente, un bruto di tale tutta non era pronto per la vita domestica: occorreva un cambiamento completo di carattere. E gli dei, sempre attenti a queste cose, fecero in modo che egli cadesse in mani competenti. Per prima cosa Giove mand contro di lui una terribile tempesta, che fece a pezzi le vele e sospinse per nove giorni le navi fino alla terra dei Lotofagi. La terra di quella droga allucinogena detta 'oblio' dove, come Watkins nel manicomio, Ulisse e i suoi compagni furono fatti navigare attraverso un mare di sogni. Viene poi la serie delle loro avventure mitologiche, completamente diverse da qualsiasi cosa essi avessero mai conosciuto. Ci fu, dapprima, l'incontro con i Ciclopi e la fuga, costata assai cara, dalla terribile caverna di Polifemo. Segui un periodo di euforia mentre veleggiavano con il favore dei venti inviati dal dio Eolo. Ma sopraggiunse la bonaccia e le grandi navi dovettero essere sospinte con l'aiuto dei remi e con fatica sovrumana. Riuscirono cos a toccare terra, cio l'isola dei Lestrigoni, un popolo cannibale che affond undici delle dodici navi. Ulisse, di fronte a forze che gli era impossibile combattere, riusc a fuggire sull'ultima nave rimasta insieme col suo equipaggio atterrito. Sempre costretti a remare, esausti, in un mare di bonaccia costante, Ulisse e i suoi raggiunsero il luogo che doveva rivelarsi il culmine del loro terribile viaggio sul mare della notte: l'isola di Circe dalle chiome intrecciate, la ninfa che trasformava gli uomini in porci. Circe era uno di quegli esseri femminili che il nostro eroe, gi cos umiliato, non avrebbe certo potuto trattare come un bottino di guerra: troppi i suoi poteri! Fortunatamente per Ulisse e per la sua fama, per, il protettore e guida delle anime morte pronte alla rinascita, il dio misterico Ermes, giunse a dargli protezione: con un consiglio e con un amuleto. Cos, invece di subire la metamorfosi, l'intrepido navigatore, protetto dal dio, fin prima nel letto di Circe e poi, aiutato dalla maga, raggiunse il mondo degli inferi per incontrare le anime dei suoi avi. Qui Ulisse trov anche

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Tiresia, il cieco vate nel quale si uniscono la saggezza maschile e quella femminile; dopo che Ulisse ebbe imparato da lui tutto ci che poteva, ritorn, molto migliorato, dalla maga Circe, un tempo pericolosa e ora sua maestra e guida. Circe lo aiut a raggiungere l'isola del Sole, suo padre, dove per, nel luogo che fonte di ogni luce, l'unica nave rimasta si schiant e Ulisse, perduti i suoi compagni, fu gettato in mare e restituito, da correnti inarrestabili, a Penelope, la moglie terrena, e alla vita di un tempo... Ma sulla via del ritorno dovette sostare otto anni, presso la materna e non pi giovane ninfa Calipso, e un tempo pi breve nell'isola della graziosa Nausicaa, figlia di Alcinoo. Con l'aiuto del re dei Feaci fu finalmente riportato, immerso in un sonno profondo, alla sua dolce terra e alla sua casa: ora era pronto per quella vita di marito e padre consapevole che lo attendeva! Un lato importante di quest'epica del mare oscuro interiore il modo in cui viene rappresentato il viaggiatore, che non desidera mai fermarsi in nessuno dei luoghi dove approda. Nella terra dei mangiatori di loto, i compagni di Ulisse che si cibarono del fiore non sentirono pi il desiderio di ritornare in patria; ma Ulisse li trascin piangenti alle navi, li leg e fugg lontano. Durante la sua idilliaca sosta nell'isola di Calipso, poi, Ulisse se ne stava spesso tutto solo, a guardare lontano sul mare, verso la sua patria. Anche Jesse Watkins fu capace, alla fine, di distinguere se stesso, uomo appartenente a questo nostro mondo, dal pazzo ricoverato in manicomio. Il punto di svolta coincide con l'esperienza della luce (che in Omero rappresentata dall'isola del Sole sulla quale si schianta la nave di Ulisse), quando Watkins intuisce di non essere solamente un folle terrorizzato dall'annientamento totale, ma anche un uomo che si psicologicamente dissociato da una forma di vita equilibrata. Siede (come gi sappiamo) sul letto, stringe forte le mani e, pronunciando il suo nome, il nome del suo corpo terreno, ritorna a s, come un tuffatore che riemerge alla superficie dalle oscure profondit del mare. L'immagine mitologica della rinascita la pi comune e appropriata per simboleggiare un simile ritorno alla vita, intesa come rinascita a un nuovo mondo; la stessa immagine che si present alla mente di Watkins mentre sperimentava questa liberazione spontanea. Quando ne venni fuori, raccont, improvvisamente ebbi la sensazione che tutto fosse molto pi vero di quanto non fosse mai stato prima. L'erba era pi verde, il sole splendeva pi forte, la gente era pi viva e io la potevo distinguere pi chiaramente. Potevo vedere la cose cattive e le cose buone, tutto quanto: ero molto pi consapevole. Ne possiamo forse dedurre, not R.D. Laing commentando l'esperienza, che non dal viaggio che dobbiamo guarire, poich questo solo un modo naturale di uscire dal nostro terrificante stato di alienazione noto come 'normalit'... Di opinione molto simile erano anche J.W. Perry e J. Silverman; questa interpretazione venne avanzata per la prima volta da Jung in un saggio scritto nel 1902 e intitolato Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti8. Ricapitolando, quindi: il viaggio interiore dell'eroe mitologico, dello sciamano, del mistico e dello schizofrenico , in teoria, lo stesso; e quando ha luogo il ritorno, la liberazione, questa sperimentata come rinascita, la nascita, cio, di un lo 'nato due volte', non pi legato e limitato dall'orizzonte del suo mondo diurno. Ora sappiamo che questo Io non che il riflesso di un S pi vasto, la cui precisa funzione di fare in modo che le energie di un sistema istintivo archetipico possano essere messe in atto vantaggiosamente in una situazione spazio-temporale contemporanea. Oggi non temiamo pi la natura e neppure la societ che ne figlia, anch'essa mostruosa, quanto basta per poter continuare a vivere. Il nuovo Io in accordo con tutto questo, in armonia, in pace: per chi torna dal viaggio, infatti, la vita pi ricca, pi forte e pi gioiosa. Il vero problema, dunque, come compiere il viaggio, o i viaggi (poich possono essere pi di
8 In C.G. Jung Opere, vol. 1, Boringhieri, Torino

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uno) senza naufragare. La risposta non pu essere quella di non permettere a un individuo di diventare pazzo; bens di insegnargli, prima, qualcosa dello scenario che deve aspettarsi, delle forze che dovr affrontare nel viaggio, e offrirgli una sorta di formula grazie alla quale possa riconoscere e domare queste forze, incorporandone poi le energie. Sigfrido, dopo avere ucciso Fafnir, bevve il sangue del drago e subito scopr, con sua grande sorpresa, di capire il linguaggio della natura, la propria e quella esterna. Non si trasform in drago, sebbene dal drago avesse tratto quei poteri che perse quando ritorn nel mondo degli uomini. C' sempre, in questo viaggio avventuroso, il grande pericolo di ci che in psicologia si definisce 'inflazione': una condizione da cui lo psicotico viene sopraffatto e che lo fa identificare con l'oggetto della sua visione o col testimone di questa, cio il soggetto della visione. Il trucco consiste nel rendersi conto di ci senza perdercisi dentro; capire, cio, che possiamo essere tutti salvatori quando agiamo in relazione ai nostri amici o nemici. Siamo l'immagine di un salvatore, ma non siamo Il Salvatore, cos come possiamo essere padri o madri, ma non saremo mai Il Padre o La Madre. Quando una fanciulla, crescendo, diventa consapevole del piacere che la sua femminilit in fiore inizia a suscitare negli altri e d credito di ci al proprio Io, e gi diventata un pochino pazza. Sbaglia a collocare la propria identificazione, perch la causa dell'eccitamento che produce negli altri non il suo stupito, piccolo Io, ma il nuovo meraviglioso corpo che sta crescendo intorno a esso. Ricordo una massima giapponese a proposito delle cinque fasi della vita di un uomo: A dieci anni, un animale; a venti, un folle; a trenta, un fallimento; a quaranta, un impostore; a cinquanta, un criminale. A sessanta, aggiungerei (et nella quale si gi passati attraverso tutto questo), uno incomincia a dare consigli ai propri amici; a settanta (rendendosi conto di essere stato frainteso), se ne sta zitto e passa per saggio! A ottant'anni, disse poi Confucio, seppi finalmente quale fosse il mio posto, e me ne stetti fermo. Per concludere, vorrei sottolineare la lezione che offrono questi pensieri espiatori con le parole conclusive della sublime visione che ebbe san Giovanni nel suo esilio sull'isola di Patmo:
E io vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perch il primo cielo e la prima terra erano passati e il mare non esiste pi. E io vidi la citt santa, la Gerusalemme nuova, mentre discendeva dal cielo, da presso Dio, preparata come una sposa che si abbellita per il suo sposo. E udii una voce potente che parlava dal trono: Ecco la tenda di Dio tra gli uomini, egli porr le sue tende con loro, essi saranno il suo popolo e Dio stesso sar con loro e asciugher ogni lacrima dai loro occhi e la morte non esister pi, n lutto, n grida, n sofferenza esisteranno pi, perch le cose di prima sono scomparse. (...) Poi l'angelo mi indic un fiume di acqua di vita che risplendeva come cristallo e profluiva dal trono di Dio e dall'agnello. In mezzo alla piazza della citt e al fiume, di qua e di l, ci sono degli alberi di vita che producono dodici frutti, dando ogni mese il suo frutto, e le foglie degli alberi sono destinate a guarire le nazioni.

(1970)