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méthexis 29 (2017) 59-88 brill.com/met Eschine di Sfetto: alcune nuove testimonianze Francesca Pentassuglio Sapienza

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méthexis 29 (2017) 59-88 brill.com/met Eschine di Sfetto: alcune nuove testimonianze Francesca Pentassuglio Sapienza

brill.com/met

Eschine di Sfetto: alcune nuove testimonianze

Francesca Pentassuglio

Sapienza University of Rome, Italy francesca.pentassuglio@gmail.com

Abstract

The paper aims at examining some new testimonies on Aeschines of Sphettus that were not included in Gabriele Giannantoni’s Socratis et Socraticorum Reliquiae, and that refer to different aspects of the Socratic’s life and works. Some texts concern Aeschines’ biografy; namely, his relationship with Socrates (Suid. s.v. Σωκράτης), his patronymic and his poverty (Aristoph. Vesp. 1243–1247, 323–326, 459; Suid. s.v. σεσέλλισαι; Hesych. Miles. s.v. σεσέλλισαι). Other testimonies directly refer to Ae- schines’ logoi Sokratikoi, with regard both to the style (Mich. Psellos Ἔπαινος τοῦ Ἰταλοῦ 19, 83; Hermog. De ideis I 409, 5) and to the content of specific dialogues, such as the Aspasia (Philod. Vit. X = PHerc. 1008, coll. xxi–xxii; Harpocrat. s.v. Ἀσπασία), the Miltiades (Stob. ii 34, 10) and the Alcibiades (Priscian. De construc- tione vii 187. 7–8). Leaving aside Aristophanes, all the new fragments derive from late sources, and they can be ascribed to the Socratic with different degrees of certainty. Evidence for their attribution, indeed, is not always compelling. I will thus argue for the inclusion of some of these textes in a new collection of Aeschines’ fragments, by trying at the same time to define their place and their relevance within the complex of the sources on the Socratic.

Keywords

Aeschines of Sphettus – new testimonies – Alcibiades Aspasia Miltiades – Socratic dialogue – Minor Socratics

Oggetto del presente contributo è l’esame di alcune testimonianze sulla figura di Eschine di Sfetto che non compaiono nelle Socratis et Socraticorum Reliquiae

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Pentassuglio

di

Gabriele Giannantoni,1 la cui sezione vi A costituisce un punto di partenza

un testo di riferimento essenziale per ogni successiva indagine sulle testimo- nianze antiche relative al pensiero e alle opere del Socratico.

e

Di tali testimonianze si tenterà di definire, nel corso dell’analisi, il peso e la

collocazione all’interno del complesso delle fonti su Eschine; tutte relativa- mente tarde, a eccezione di Aristofane, esse fanno infatti riferimento ad aspetti diversi della vita e della produzione letteraria del Socratico. I primi testi presentati interessano questioni relative alla biografia di Es- chine – quali la formazione, il patronimico e la condizione economica (testi 1–3) – e ai suoi scritti, con particolare riferimento alle qualità stilistiche dei dia- loghi (testi 4 e 5). Le successive quattro testimonianze possono invece essere collegate a opere specifiche, come l’Aspasia (testi 6 e 9), il Milziade (testo 7)

e l’Alcibiade (testo 8), o per l’esplicita menzione del titolo o per l’allusione a motivi dottrinali che trovano riscontro in quanto sappiamo, sulla base di altre fonti, dei temi trattati in quei dialoghi. Non tutte le testimonianze, tuttavia, possono essere attribuite a Eschine con lo stesso grado di certezza, e se in alcune il riferimento è esplicito e l’attribuzione al Socratico è dunque pacifica, per altre essa risulta problem- atica o addirittura dubbia. Va inoltre precisato che, pur essendo tutti i passi assenti dalle Reliquiae di Giannantoni, due di essi comparivano già in prec- edenti edizioni, e non rappresentano dunque una novità in senso assoluto nel panorama delle fonti sul Socratico. Per dar conto di tale diversificazione, si è scelto di organizzare i nuovi frammenti nel seguente modo.

Le prime nove testimonianze sono attribuibili al Socratico con un maggior

grado di sicurezza, benché in alcuni casi (come Aristofane) la questione sia più controversa e l’attribuzione non possa essere dimostrata con argomenti defini- tivi. Di queste, solo le prime sette sono assenti in tutte le precedenti edizioni, mentre il passo di Prisciano (testo 8) e quello di Arpocrazione (testo 9) com- parivano già nello studio di Dittmar.2 La prima sezione (testi 1–5) è dunque

costituita da testimonianze “inedite” relative alla vita e agli scritti di Eschine;

la seconda sezione (testi 6–7) da testimonianze “inedite” relative a specifici

dialoghi; la terza (testi 8–9) include i due passi che, sempre riferiti ai dialoghi eschinei, non si trovano nelle Reliquiae e tuttavia erano già inseriti in prec- edenti edizioni. In un’ultima sezione (testi 10–11), saranno infine prese in con- siderazione due ulteriori testimonianze: un passo di Fozio (Biblioth. cod. 61), per cui non è possibile trovare argomenti sufficienti a favore dell’attribuzione,

1 Cfr. G. Giannantoni, Socratis et Socraticorum reliquiae, collegit, disposuit, apparatibus notisque instruxit G. Giannantoni, Bibliopolis, Napoli 1990 [d’ora in poi: ssr], vol. iii, pp. 593–629.

2 H. Dittmar, Aischines von Sphettos. Studien zur Literaturgeschichte der Sokratiker, Berlin 1912.

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e una massima conservata da Stobeo che appartiene senz’altro a uno scritto dell’omonimo oratore. Poiché essa, tuttavia, è stata inserita tra i frammenti es- chinei sia nell’edizione settecentesca di Fischer3 che in quella ottocentesca di Hermann,4 sarà brevemente presa in esame in sede di conclusione.

i

1. Suid. s.v. Σωκράτης (ed. Adler): φιλοσόφους δὲ εἰργάσατο Πλάτωνα […],

Ξενοφῶντα Γρύλλου, Aἰσχίνην, Λυσανίαν Σφήττιον, Kέβητα Θηβαῖον, Γλαύκωνα Ἀθηναῖον, Bρύσωνα Ἡρακλεώτην.

Dei filosofi formò Platone […], Senofonte figlio di Grillo, Eschine, Lisania del demo di Sfetto, Cebete di Tebe, Glaucone Ateniese, Brisone di Eraclea.

2. Aristoph. Vesp. 1243–1247 (ed. Coulon): μετὰ τοῦτον Aἰσχίνης ὁ Σέλλου δέξεται, | ἀνὴρ σοφὸς καὶ μουσικός, κᾆτ᾽ ᾁσεται | ‘χρήματα καὶ βίαν | Kλειταγόρᾳ τε κἀμοὶ | μετὰ Θετταλῶν’.

(Bdelicleone) Poi toccherà a Eschine “figlio di Sello”, uomo sapiente e istruito, che canterà: «Venga ricchezza e forza a me e a Clitagora, tra i Tessali».

Ivi, 323–326: ἀλλ᾽ ὦ Zεῦ Zεῦ μέγα βροντήσας | ἤ με ποίησον καπνὸν ἐξαίφνης | ἢ Προξενίδην ἢ τὸν Σέλλου | τοῦτον τὸν ψευδαμάμαξυν.

(Filocleone) Ma tu Zeus, Zeus signore dei tuoni, fammi diventare d’improvviso come fumo, o come Prossenide o il “figlio di Sello”, quella falsa vite.

Ivi, 459: καὶ σὺ προσθεὶς Aἰσχίνην ἔντυφε τὸν Σελλαρτίου.

(Bdelicleone) E tu per fascina usa Eschine, butta sul fuoco il “figlio di Sellartio”.

3. Suid. s.v. σεσέλλισαι (ed. Adler): μάτην ἐπῆρσαι. ἀπὸ Aἰσχίνου τοῦ Σελλοῦ, ὀς

ἦν κομπαστὴς καὶ ἀλαζὼν ἐν τε τῷ διαλέγεσθαι καὶ ἐν τῷ προσποιεῖσθαι πλουτεῖν. Λυκόφρων δ’ἀπέδωκε τὸ σελλίζεσθαι ἀντὶ τοῦ ψελλίζεσθαι. ὁ γὰρ Aἰσχίνης πένης

3 Aeschinis Socratici Dialogi tres graece. Tertium edidit ad fidem codd. mss. Vindobb. medic. avg. et libb. editt. Platonis Stobaeique veterum denvo recensuit emendavit explicavit indicemque ver- borum gaecorum copiosissimum adiecit Ioh. Frider. Fischerus, sumptu hered. Ioh. Irenothel Mulieri, Lipsiae 1786 (fr. xiii).

4 K.F. Hermann, De Aeschinis Socratici reliquiis, Göttingen 1850, p. 20.

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ὢν ἐθρύπτετο ἐπὶ πλούτῳ, λέγων ἑαυτὸν πλούσιον. ἦν δὲ Aἰσχίνης Σελλοῦ. ἐκ μεταφορᾶς δὲ ἔλεγον τοὺς τοιούτος Σελλούς καὶ τὸ ἀλαζονεύεσθαι δὲ σελλίζειν.5

Darsi le arie di Sello: esaltarsi vanamente. Da Eschine “figlio di Sello”, che era un millantatore e un ciarlatano nelle discussioni e nel fingersi ricco. Licofrone ha utilizzato “darsi le arie di Sello” al posto di “parlare confusamente”. Eschine infatti, pur essendo povero, mostrava ritrosia rispetto alla ricchezza, dicendo di essere lui stesso ricco. Eschine era poi “figlio di Sello”. Per metafora chiamavano quelli come lui “Selli” e il vantarsi “darsi le arie di Sello”.

Cfr. Hesych. Miles. s.v. σεσέλλισαι: Aἰσχίνης τις ὑπῆρχε Σελλοῦ καλούμενος, ἀλαζὼν καὶ ἐν τῷ διαλέγεσθαι καὶ ἐν τῷ προσποιεῖσθαι πλοῦτειν, πενόμενος δὲ καθ’ ὑπερβολήν, ὡς τοὺς παραπλησίους τούτῳ καλεῖσθαι <σεσέλλισαι>.

Darsi le arie di Sello: esiste un certo Eschine, detto “figlio di Sello”, ciarlatano sia nelle discussioni che nel fingersi ricco; estremamente indigente, tanto che rispetto a quelli simili a lui si dice <darsi le arie di Sello>.

4. Mich. Psellos Ἔπαινος τοῦ Ἰταλοῦ 19, 83 (ed. Littlewood): καὶ ἄλλως μὲν ἐν

Πλάτωνι τὸ κάλλος τοῦ λόγου ἐπαινεσόμεθα καὶ τὸ μέγεθος, ἄλλως δὲ ἐν Ξενοκράτει καὶ ἄλλως ἐν Aἰσχίνῃ τῷ Σωκρατικῷ˙ καὶ οὕτω αὐτὸ […] προσαρμόσομεν καὶ πρὸς τὴν ἑκάστου τέχνην καὶ δύναμιν τὰς ἀρετὰς τοῦ λόγου ἀκριβωσόμεθα.

Ed elogeremo in un modo la bellezza e l’elevatezza dell’eloquio in Platone, in altro modo in Senocrate e in un altro ancora in Eschine il Socratico; e così […] metteremo ciò a confronto e descriveremo accuratamente le qualità del dis- corso secondo l’abilità e la capacità di ciascuno.

5. Hermog. De ideis I 409, 5 (ed. Rabe): ἐπεὶ οὐδὲ Ἡρόδοτον μετὰ Nικόστρατον

δήπουθεν ἢ μετ’Aἰσχίνην, ἀλλ’οὐδὲ μετὰ Ξενοφῶντα ἡμεῖς τάττοιμεν ἂν λόγων τε δυνάμεως ἕνεκα καὶ τῆς κατ’αὐτοὺς ἕξεως, ἄλλως τε καὶ ἐν εἴδει πανηγυρικῷ˙ τῇ δὲ ἀκολουθίᾳ τοῦ περὶ τῆς ἰδέας ἐκείνης λόγου ἑπόμενοι ταύτῃ τῇ τάξει κεχρήμεθα, ἰδίᾳ μὲν τοὺς ἄλλους πανηγυρικούς, ἰδίᾳ δὲ τοὺς ἱστορικοὺς τιθέντες.

E poiché non potremmo certo disporre nell’ordine Erodoto dopo Nicostra- to o dopo Eschine, ma neppure dopo Senofonte, a motivo sia della potenza

5 Cfr. Phot. s.v. σεσέλλισαι: μάτην ἐπῆρσαι. ἀπ’Aἰσχίνου τοῦ Σελλοῦ, ὃς ἦν κομπαστὴς καὶ ἀλαζὼν ἐν τε τῷ διαλέγεσθαι καὶ ἐν τῷ προσποιεῖσθαι πλοῦτειν. Λυκόφρων δ’ἀπέδωκε τὸ σελλίζεσθαι ἀντὶ τοῦ ψελλίζεσθαι.

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dei suoi discorsi sia della capacità che essi rivelano, specialmente nel genere del panegirico, abbiamo utilizzato questa disposizione seguendo l’ordine dell’argomento proprio di quel genere, collocando da una parte gli altri autori

di discorsi panegirici, dall’altra quelli di opere storiche.

1. La voce Σωκράτης della Suida rimanda direttamente a un elemento essenzia-

le della biografia eschinea: il suo legame con il “maestro”. Presentando Eschine

come uno dei giovani che Socrate direttamente «formò» (εἰργάσατο), la voce si colloca immediatamente tra le testimonianze che insistono sulla diretta filiazi-

one della riflessione eschinea dall’insegnamento socratico. Le fonti antiche sono pressoché unanimi nel presentare Eschine come uno

dei più fedeli e genuini discepoli di Socrate.6 Il passo, pertanto, può essere letto in parallelo con le testimonianze di Diogene Laerzio (ii 47 = vi A 39 ssr), che lo inserisce tra i quattro discepoli «più illustri (οἱ διασημότατοι)», insieme ad Aristippo, Fedone ed Euclide; di Temistio, che lo include tra coloro che formano ὁ γνήσιος Σωκράτους χορός, «il seguito legittimo di Socrate» (Orat.

xxxiv 5 = vi A 38 ssr); di Elio Aristide, il quale nel De quattuor lo definisce ὁ

Σωκράτους ἑταῖρος (348 = vi A 10 ssr)7 e nel De rhetorica (76 = vi A 31 ssr) fa riferimento a lui come a un discepolo “legittimo” di Socrate, affermando: «se davvero, come nel caso di alcuni figli, così anche i compagni si devono dire legittimi, abbiamo appreso dalla tradizione che Eschine fu un discepolo <le- gittimo> di Socrate (<γνήσιον>8 Aἰσχίνην Σωκράτους παρειλήφαμεν)». Platone

stesso, nonostante la sua ostilità per il Socratico,9 riferisce che egli era pre-

sente sia in tribunale, durante il processo di Socrate (Apol. 33e), sia in carcere,

al momento della sua morte (Phaed. 59b-c = vi A 5 ssr), confermando così

una tradizione che lo vuole particolarmente fedele al “maestro”. Nella stessa direzione conduce anche la notizia, che Diogene Lerzio attribuisce a Idome- neo e riporta in due versioni leggermente diverse (ii 60; iii 36 = vi A 3 ssr),

6 Tra gli interpreti, tale aspetto fu sottolineato già da K.F. Hermann, op. cit., p. 5: «Aeschinem Lysaniae filium et ingenio et sermone secundum Platonem et Xenophontem proxime ad com- munem magistrum Socratem accessisse unanime antiquitatis judicium est».

7 E così Plutarco in Quom. adul. ab am. intern. 26 p. 67e (vi A 11 ssr).

8 <γνήσιον> add. Reiske. Cfr. P. Aelii Aristidis opera quae exstant omnia, ediderunt Fridericus Waltharius Lenz et Carolus Allison Behr, E.J. Brill, Lugduni Batavorum 1976.

9 Sui rapporti di ostilità tra Eschine e Platone cfr., oltre ai due passi menzionati di Diogene Laerzio, Suid. s.v. σύστασις (vi A 4 ssr) e Hesych. Miles. De vir. illustr. 3 (vi A 4 ssr). La notizia si trova in contrasto con quanto riferito da Plutarco in Quom. adul. ab am. intern. 26 p. 67d-e (vi A 11 ssr) e con quanto si legge in Socratic. epist. xxiii (vi A 103 ssr).

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secondo la quale sarebbe stato Eschine, e non Critone, a consigliare a Socrate

la fuga dal carcere.10

Questa prima testimonianza non presenta problemi di attribuzione e il rif- erimento al Socratico pare chiaro. Non soltanto, infatti, Eschine è nominato

subito prima di Λυσανίας Σφήττιος – che molte fonti11 presentano come il padre

di

Eschine e che Platone nell’Apologia (33e) nomina insieme al figlio tra colo-

ro

che sono presenti al processo – ma un’indicazione fondamentale è fornita

dalla contestuale menzione di figure, quali Cebete e Glaucone, altrimenti note come appartenenti alla cerchia socratica.

2. Le tre testimonianze tratte dalle Vespe aristofanee sono di attribuzione con-

troversa. Allo stato attuale delle fonti, non è possibile dimostrare con argomen-

ti definitivi che l’Eschine citato da Aristofane sia Eschine di Sfetto. Tanto per

ragioni cronologiche, quanto per i caratteri stessi del teatro aristofaneo – che non manca di allusioni, motteggi, riferimenti a figure reali e contemporanee – tale identificazione non è tuttavia da escludersi. A tale ragione più generica possono essere aggiunte alcune considerazioni che, benché non decisive di per sé, possono almeno supportare tale eventualità. La maggiore difficoltà è rappresentata senz’altro dal fatto che Aristofane parla di un Aἰσχίνης ὁ Σέλλου, mentre, stando ad altre fonti, Eschine era figlio di

10 Idomeneo adduce in entrambi casi l’ostilità di Platone nei confronti di Eschine come motivazione della falsa attribuzione platonica dei λόγοι sulla fuga dal carcere, indiret- tamente nella prima versione, più esplicitamente nella seconda. Mentre, infatti, nel primo testo (ii 60) viene chiamata in causa l’inimicizia tra Platone e Aristippo, che poi avrebbe condizionato l’oggettività del primo nel suo racconto (in quanto Eschine fu particolarmente amico del Cirenaico), nel secondo (iii 36) Aristippo non compare più come tramite, e Diogene menziona direttamente l’ostilità di Platone nei confronti di Eschine. La critica moderna tende a negare, con poche eccezioni, qualsiasi storicità a tale notizia: così E. Zeller, Die Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen Entwick- lung, ii 1 (Sokrates und die Sokratiker. Plato und die alte Akademie), Tübingen 1862, n. 2, p. 200 e P. Natorp, s.v. Aischines (n. 14), in re , vol. I , 1 (1894), p. 1048; si veda inoltre K. Kleve, Scurra Atticus. The Epicurean view of Socrates, in G.P. Carratelli (ed.), Suzetesis. Studi sull’Epicureismo Greco e Romano offerti a M. Gigante, G. Macchiaroli, Napoli 1983, pp. 227–228; 234. Per una più approfondita discussione della testimonianza diogeniana si veda A. Angeli, I frammenti di Idomeneo di Lampsaco, “Cronache Ercolanesi”, 11 (1981), pp. 60–61; sulle motivazioni storico-filosofiche dell’antisocratismo di Idomeneo si veda ivi, pp. 56 ss.

11 Cfr. Diog. Laert. ii 60 (vi A 3 ssr); Ael. Aristid. De rhet. I 66 (vi A 10 ssr); Philostrat. Vit. Apoll. I 35, 1 (vi A 14 ssr); Suid. s.v. Aἰσχίνης (vi A 25 ssr); Phrinicus ap. Phot. Biblioth. cod. 61 (vi A 33 ssr); Phrinicus ap. Phot. Biblioth. cod. 158 (vi A 33 ssr).

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Lisania12 o di Carino13 e non di Sello. È possibile tuttavia avanzare alcuni argo- menti per sostenere, a partire da un’ipotesi di Meister,14 che ὁ Σέλλου non sia un patronimico in Aristofane e che dunque nei passi in questione non vada rav- visata una terza tradizione, peraltro non altrimenti attestata, sul patronimico

di Eschine. Il commediografo schernisce ripetutamente un uomo povero di nome Es-

chine il quale, nonostante l’estrema indigenza, vanta la sua ricchezza. Oltre

ai passi delle Vespe qui presentati, un Aἰσχίνης ὁ Σέλλου viene nominato negli

Uccelli, dove è presentato ironicamente come un uomo dalle grandi ricchezze (ἆρ᾽ ἐστὶν αὑτηγὶ Nεφελοκοκκυγία, ἵνα καὶ τὰ Θεογένους τὰ πολλὰ χρήματα τά τ᾽ Aἰσχίνου γ᾽ ἅπαντα).15 Una fonte preziosa sono poi i lessicografi, che alludono

allo stesso Eschine nella spiegazione dei verbi σελλίζειν e σεσέλλισαι; si tratta,

in particolare, delle rispettive voci della Suida, di Esichio di Mileto e di Fozio,

per cui si rimanda alla sezione successiva (3). Ora, è interessante osservare come, sempre nelle Vespe (v. 1267), Aristofane attribuisca lo stesso appellativo ὁ Σελλοῦ ad Aminia, il quale viene spesso schernito dal commediografo per la sua povertà e vanteria:

πολλάκις δὴ 'δοξ᾽ ἐμαυτῷ δεξειὸς πεφυκέναι καὶ σκαιὸς οὐδεπώποτε:

ἀλλ᾽ Ἀμυνίας ὁ Σέλλου μᾶλλον οὑκ τῶν Kρωβύλων, οὗτος ὅν γ᾽ ἐγώ ποτ᾽ εἶδον ἀντὶ μήλου καὶ ῥοᾶς δειπνοῦντα μετὰ Λεωγόρου: πεινῇ γὰρ ᾗπερ Ἀντιφῶν: ἀλλὰ πρεσβεύων γὰρ ἐς Φάρσαλον ᾤχετ᾽, εἶτ᾽ ἐκεῖ μόνος μόνοις τοῖς Πενέσταισι ξυνῆν τοῖς Θετταλῶν, αὐτὸς πενέστης ὢν ἔλαττων οὐδενός (vv. 1265–1274).

Coro. Ho spesso creduto di essere abile, e per nulla sciocco; ma più fur- bo è Aminia, figlio di Sello, della stirpe di Crobilo. Una volta l’ho visto mangiare con Leagora, ma mica mele o melograne. Una fame degna di Antifonte. Ha fatto anche un’ambasceria in Tessaglia e là stava coi “mise- rabili”, miserabile lui più di tutti.16

12

Cfr. nota precedente.

13

Diogene Laerzio (ii 60) e la Suida (s.v. Aἰσχίνης) danno notizia della doppia tradizione sul patronimico di Eschine; cfr. vi A 3 e vi A 25 ssr.

14

R.

Meister, Aἰσχίνης ὁ Σελλοῦ, “Jahrbücher für classische Philologie”, 141 (1890), pp. 673–678.

L’ipotesi fu accolta anche da H. Krauss, Aeschinis Socratici Reliquiae, Leipzig 1911, n. 10,

p.

20, il quale tuttavia non allega tali testimonianze alla sua raccolta.

15

Cfr. Aristoph. Av. 821 ss. e Schol. in Aristoph. Av. 823a.

16

Trad. G. Paduano (Aristofane. Gli Acarnesi, Le Nuvole, Le Vespe, Gli Uccelli, introduzione, traduzione e note di Guido Paduano, Garzanti, Milano 1979).

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Sappiamo tuttavia dalla stessa commedia che questo Aminia era figlio di Pro- nape (Ἀμυνίας μὲν ὁ Προνάπους; v. 74) e pertanto in Ἀμυνίας ὁ Σέλλου il genitivo Σέλλου non indica certamente il nome del padre. A partire da questo dato è possibile ipotizzare che, quando Aminia viene deriso da Aristofane come ὁ Σέλλου per la sua orgogliosa indigenza, tale espressione – con la quale per lo stesso motivo è schernito anche Eschine – non sia da intendere come un pa- tronimico, ma piuttosto come un appellativo o un falso patronimico, di cui si trovano altri esempi in Aristofane17 e un parallelo in Ipponatte.18 Che questa, d’altra parte, sia un’interpretazione legittima del genitivo Σέλλου è mostrato da un passaggio della voce σεσέλλισαι di Esichio di Mileto (per cui si veda la sezione 3): nelle parole Aἰσχίνης τις ὑπῆρχε Σελλοῦ καλούμενος, il participio καλούμενος sta a indicare, infatti, che Σελλοῦ non va inteso come un patroni- mico, bensì come una sorta di soprannome. Quanto all’origine del termine

e dunque al senso dell’invettiva comica, sappiamo dall’Iliade che i Σελλοί, il

cui nome la commedia associa a tali personaggi, erano dei sacerdoti di Zeus a Dodona, i quali – stando al testo omerico – vivevano in condizioni di estrema indigenza:

Zεῦ ἄνα Δωδωναῖε Πελασγικὲ τηλόθι ναίων,/Δωδώνης μεδέων δυσχειμέρου, ἀμφὶ δὲ Σελλοὶ/ σοὶ ναίουσ᾽ ὑποφῆται ἀνιπτόποδες χαμαιεῦναι (Il. xvi, 234).

Signore Zeus, Dodoneo, Pelasgico, che vivi lontano, / su Dodona regni dalle male tempeste: e intorno i Selli / vivono, interpreti tuoi, che mai lavano i piedi, e dormono in terra.19

Quando, dunque, a Eschine viene attribuito l’appellativo ὁ Σέλλου, con ciò

si intende, molto probabilmente, che egli ha la natura, lo stile di vita di un

Sello; non a caso, non viene mai chiamato ὁ Σελλός, a conferma del fatto che Aristofane non intende identificarlo, ma paragonarlo ai Selli.20 Meister ritiene

17 Cfr. Vesp. 1267 (τῶν Kρωβύλου) e Ach. 1131 (Λάμαχον τὸν Γοργάσου).

18 Fr. 32.34 West (42a-b.43 Degani): Έρμῆ, φίλ’ Έρμῆ, Mαιαδεῦ, Kυλλήνιε. Hermes, figlio di Zeus e Maia, viene qui chiamato Mαιαδεύς, “figlio di Maia” o “rampollo di Maia” (così F. Sisti, Lirici greci, Garzanti, Milano 1990, p. 105, il quale sottolinea che l’uso del matron- imico in luogo del patronimico è probabilmente un indizio di parodia).

19 Trad. R. Calzecchi Onesti (Omero. Iliade, prefazione di Fausto Codino, versione di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino 1990).

20 Per questo motivo nella traduzione si è scelto di non rendere ὁ Σέλλου con “il Sello” e di mantenere l’espressione “figlio di Sello”, ponendola tuttavia tra virgolette per indicare che si tratta, appunto, di un appellativo. Quanto all’espressione ὁ Σελλαρτίου (riferita a Eschine al v. 459), per R. Meister, art. cit., p. 675, essa va intesa nel senso di Σελλοῖς ἄρτιος

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infatti che il genitivo ὁ Σέλλου venga di fatto utilizzato in modo equivalente all’aggettivo Σέλλιος («der Sellische») e che pertanto vada inteso come un “quasi patronimico” («quasi patronimisches Genitiv»); “figlio di Sello” è impiegato, in altre parole, allo stesso modo in cui “figlio di eroi” («Heldensohn») è utilizzato come equivalente di “eroico” («heldenhaft»).21 Ora, se tale ipotesi è corretta, la testimonianza di Aristofane non attesterebbe una terza tradizione sul patronimico di Eschine, che renderebbe senz’altro più controversa la loro attribuzione al Socratico. Pur accogliendo tale interpretazi- one, resta tuttavia aperto il problema dell’identificazione del personaggio.22 Benché, come è stato premesso, non sia possibile avanzare argomenti defini- tivi, alcune convergenze con altre fonti – sia in merito alla povertà di Eschine,

sia in merito alla sua concezione della ricchezza – non lasciano escludere una

simile identificazione. Di esse si tratterà nella discussione delle prossime testi-

monianze, in cui si fa menzione dello stesso Aἰσχίνης ὁ Σέλλου e che pertanto è possibile associare ai passi aristofanei.

3. Il terzo gruppo di testi, rappresentato dalla voce σεσέλλισαι della Suida,

di Fozio e di Esichio di Mileto, presenta i medesimi problemi di attribuzi-

one del precedente: anche in questo caso, infatti, le testimonianze si riferis-

cono a Eschine come ὁ Σέλλου; per esse valgono, pertanto, gli argomenti già avanzati. Al di là, tuttavia, delle osservazioni relative alla questione del presunto pa- tronimico, almeno altri due argomenti possono essere avanzati per non rifiutare

in via di principio tali testimonianze. Anzitutto, è possibile mettere in relazi-

one le voci qui presentate con uno scolio agli Uccelli di Aristofane (823a), che

Giannantoni include nella propria raccolta (vi A 6 ssr) e che – in un’edizione

zu Sellen passend, Sellengenosse»). Diversamente, ad avviso di D.M. MacDowell (Aristo- phanes. Wasps, Oxford University Press, Oxford 1971, pp. 195–196), il termine deriverebbe dall’unione di Σέλλου e del vero nome del padre di Eschine, che doveva terminare in -άρτιος; ciò esclude evidentemente l’identificazione con il Socratico. Per altre distorsioni comiche di nomi propri cfr. Vesp. 342, 466, 592 e 836.

21 R. Meister, art. cit., p. 675. In questa direzione va d’altra parte già una notazione di H. Krauss, op. cit., n. 10, p. 20, il quale commentando l’ipotesi di Meister afferma: «nomen Σελλοῦ patris nomen intellegendum non esse». In merito si veda anche l’osservazione di D.M. MacDowell, op. cit., p. 178, che traduce l’appellativo con “Son of Swank” e com- menta «“Son of Swank” is not a nickname of one particular individual, but may be applied to any boastful man». Il termine σέλλος non ha altre occorrenze in Aristofane se non nell’espressione ὁ Σέλλου, che compare anche ai vv. 1267 e 325.

22 R. Meister, art. cit., p. 676.

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posteriore rispetto a quella utilizzata nelle Reliquiae23 – fa menzione di un Aἰσχίνης Σελλοῦ, riportando inoltre le stesse informazioni sulla povertà e vana- gloria di Eschine:

Schol. in Aristoph. Av. 823a. α: τά τ’ Aἰσχίνου γε ἅπαντα: καὶ οὗτος πένης θρυπτόμενος καὶ αὐτὸς ἐπὶ πλούτῳ, καὶ λέγων ἑαυτὸν πλούσιον. ἦν δὲ Aἰσχίνης Σελλοῦ. ἔλεγον δὲ

ἐκ μεταφορᾶς τοὺς τοιούτος Σελλούς, καὶ τὸ ἀλαζονεύεσθαι δὲ σελλίζειν.

823a. β: ὅτι καὶ ὁ Aἰσχίνης οὗτος πένης ἦν θρυπτόμενος καὶ λέγων ἑαυτὸν πλούσιον. ἦν δὲ Aἰσχίνης Σελλοῦ, ὃς ἦν ἀλαζών. ἔλεγον δὲ ἐκ μεταφορᾶς τούτου καὶ τὸ ἀλαζονεύεσθαι σελλίζειν.

823a. α: tutte le sostanze di Eschine: anche costui era povero, benché mostrasse anche lui ritrosia rispetto alla ricchezza e dicesse di se stesso che era ricco. Es- chine era poi “figlio di Sello”. Per metafora chiamavano quelli come lui “Selli” e il vantarsi “darsi le arie di Sello”.

823a. β: perché anche questo Eschine era povero, benché rifiutasse (la ricchez-

za) e dicesse di se stesso ch’era ricco. Eschine era poi “figlio di Sello”, che era un ciarlatano. Da lui, per metafora, chiamavano anche il vantarsi “darsi le arie

di Sello”.

Come si può vedere da un raffronto testuale, le somiglianze tra le due testi- monianze sono tali da far supporre una diretta dipendenza dell’una dall’altra, o quantomeno il ricorso a una stessa fonte. Le voci dei lessicografi si aggiungono dunque a un corpo di testimonianze che include, oltre ai passi delle Vespe menzionati (testo 2), uno scolio aristofaneo che era già inserito – seppur in una diversa edizione – nelle Reliquiae di Giannantoni. Un secondo ordine di ragioni, di carattere più specificamente contenutistico, porta poi a tenere in considerazione le testimonianze della Suida, di Fozio e di Esichio. Combinando, infatti, i passi presentati ai punti 2 e 3, è possibile enucle- are una serie di informazioni sul personaggio a cui tutte le fonti fanno riferimen- to: Eschine “figlio di Sello” era un uomo «sapiente e istruito» (Vesp. 1244: ἀνὴρ σοφὸς καὶ μουσικός), estremamente indigente (Hesych. Miles. s.v. σεσέλλισαι:

πενόμενος δὲ καθ’ ὑπερβολήν), che tuttavia si vantava nelle discussioni (ibid.:

ἀλαζὼν καὶ ἐν τῷ διαλέγεσθαι) e diceva di essere ricco (Schol. in Aristoph. Av. 823:

23 Scholia Vetera et Recentiora in Aristophanis Aves, edidit D. Holwerda, 1991. L’edizione di riferimento in Giannantoni (Scholia graeca in Aristophanem cum prolegominis grammati- corum, A. Firmin-Didot, Parisiis) è del 1887 e non riporta questa versione dello scolio.

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Eschine di Sfetto

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λέγων ἑαυτὸν πλούσιον); le sue ricchezze si trovavano a Nubicuculia (Av. 821 ss.); veniva chiamato ψευδαμάμαξυς24 (“falsa vite”; Vesp. 326), millantatore (Vesp. 1248)25 e mentitore (Vesp. 324: καπνός;26 cfr. 459 e Hesych. s.v. ἀλαζών). Nel loro complesso le testimonianze evidenziano dunque uno specifico dato, la povertà di Eschine, su cui concordano tutte le notizie biografiche sul Socratico, oltre ad alludere a una precisa concezione della ricchezza che, pure, trova riscontro in altre fonti. Eschine è descritto unanimemente come povero dai testimoni e tale motivo si lega, anzitutto, alla notizia del suo viaggio a Siracusa: sia Diogene Laerzio (ii 61; iii 36), che Esichio (De vir. illustr. 3), che la Suida (s.v. σύστασις) riferis- cono infatti che egli si recò in Sicilia presso il tiranno Dionisio «per indigenza» (δι’ ἀπορίαν); analogamente, secondo Filostrato (Vit. Apoll. I 35, 1) e la voce Aἰσχίνης della Suida, tale viaggio fu intrapreso «per motivi di denaro» (ὑπὲρ χρημάτων).27 Sulla povertà del Socratico insistono poi altre fonti: nel Codex Vaticanus graecus 96 (fol. 62v = vi A 9 ssr) si legge che egli, «oppresso dalla povertà» (ἐπιέζετο ύπὸ πενίας), prese in prestito del cibo da Socrate, notizia riferita anche da Diogene Laerzio (ii 62 = vi A 13 ssr); Ateneo lo definisce πένητος (xi 507c = vi A 21 ssr) e Seneca (De benef. I 8, 1–2 = vi A 6 ssr) si riferisce a lui come pauper auditor, riportando un aneddoto – di cui si trova una simile variante in Diogene Laerzio (ii 34 = vi A 6 ssr) – che è in tal senso particolarmente indicativo.28

24 Il termine ἀμάμαξυς o ἁμάμαξυς indica un tipo di vite; sui possibili significati del composto si veda D.M. MacDowell, op. cit., p. 178. L’interpretazione più probabile è quella che fa rif- erimento alla capacità della vite di produrre l’uva, tra i frutti più preziosi per gli Ateniesi; “falsa vite” sarebbe dunque una persona che dà soltanto l’impressione di produrre qual- cosa di valore (ed è dunque un millantatore, il cui parlare non dà alcun frutto). Per questo tipo di composti cfr. Aristoph. Eq. 630: ψευδατραφάξυος.

25 Cfr. Schol. in Aristoph. Vesp. 1248: τοῦτο, φησὶν, ἐπάξω πρὸς τὸ σκόλιον Aἰσχίνου ἐπεὶ κομπασὴς ἦν, con D.M. MacDowell, op. cit., p. 293.

26 Nota D.M. MacDowell, op. cit., p. 177 che il termine “fumo” è usato altrove in Aristofane per indicare persone alle cui parole non corrispondono azioni (cfr. Av. 1126 e Schol. in Aristoph. Av. 822).

27 Cfr., rispettivamente, vi A 3, 4, 14 e 25 ssr.

28 Tali testimonianze di carattere aneddotico attestano che il motivo della povertà di Es- chine entrò nelle stesse conversazioni che egli ebbe con il “maestro”. Nel passo citato del De beneficiis, Seneca riferisce che Eschine, vedendo che altri facevano a Socrate molte offerte, avrebbe dichiarato: «non trovo nulla degno di te che io possa donarti, e per questo soltanto mi sento povero. Ti faccio perciò dono dell’unica cosa che possiedo: me stesso (me ipsum). Ti prego di apprezzare questo dono, di qualunque valore sia, e di considerare che gli altri, pur donandoti molto, tengono di più per sé». A tali parole, Socrate avrebbe risposto: «perché mai non mi avresti fatto un grande dono, a meno che tu non stimi te

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Pentassuglio

Nelle tre voci, inoltre, si fa allusione a una peculiare concezione della ric- chezza che risulta del tutto coerente con quella presentata da altre fonti. Esse permettono di stabilire, infatti, che Eschine assunse in merito a tale questione una posizione molto probabilmente in contrasto con quella dominante, che trovò espressione nei suoi dialoghi e in particolare nel Callia e nel Telauge. Rispetto al Callia, in particolare, la trattazione di tale motivo è ben attestata da due testimonianze: l’Epistola pseudo-socratica vi (1–4 = vi A 74 ssr ) e un passo della Vita di Aristide di Plutarco (25, 7–9 p. 334b-d = vi A 75 ssr), da cui emerge una concezione della ricchezza basata sull’equazione πενία = πλοῦτος, che ha il suo fulcro nell’idea della natura interiore della vera ricchezza e che, come è noto, rappresenta un vero e proprio topos nella letteratura socratica e negli scritti socratici senofontei in particolare.29 Da tale tesi sulla natura della vera ricchezza seguono, come due corollari, l’effettiva povertà dei ricchi sem- pre insoddisfatti e, di contro, la reale ricchezza di chi, pur possedendo poco, ha sempre il necessario per soddisfare i propri bisogni. I veri ricchi sono, in ultima istanza, coloro che non hanno bisogno di ciò che non possiedono e che sono in grado, mediante una “compressione” dei bisogni, di soddisfare questi ultimi con risorse materiali minime. A una simile concezione possono essere ricondotte le testimonianze in questione e, in particolare, l’affermazione apparentemente paradossale se- condo cui Eschine, pur essendo povero, affermava di essere ricco e mostrava ritrosia nei confronti della ricchezza. Tutto, infatti, pare rimandare a un con- testo socratico: basti pensare che lo stesso atteggiamento paradossale è fatto proprio da Antistene nel Simposio senofonteo (iv 34–44) e da Socrate stesso sia nell’Economico (ii 2–4) che nei Memorabili (cfr. almeno I 2, 1; I 3, 5; I 6, 1–8); entrambi rifiutano infatti la ricchezza materiale e si presentano come ricchi pur possedendo quasi nulla. Non è possibile in questa sede approfondire le implicazioni filosofiche di tale concezione della ricchezza né la sua specifica trattazione all’interno del Callia, in cui la questione è inserita all’interno di una più ampia discussione

stesso di poco valore? Avrò dunque cura di restituirti a te stesso migliore di come ti ho ricevuto»; con una simile offerta, commenta infine Seneca, Eschine «superò la generosità di Alcibiade, pari alla sua ricchezza, e ogni munificenza dei giovani ricchi».

29 Cfr. Xen. Symp. iv 34–44; Oecon. ii 2–5; Mem. I 6, 2–10. In merito si veda almeno L.-A. Dorion, Socrate, p uf, Paris 2004, pp. 101–111 e Id., Xenophon’s Socrates, in S. Ahbel-Rappe- R. Kamtekar (ed.), A companion to Socrates, Blackwell, Oxford 2005 (Blackwell Compan- ions to Philosophy, 34), pp. 96–100; 104–105. Sul problema della ricchezza nella letteratura socratica si veda inoltre D.M. Schaps, Socrates and the Socratics: When Wealth Became a Problem, “The Classical World”, 96/2 (2003), pp. 131–157; in particolare pp. 142–151 per la trattazione del tema negli scritti socratici senofontei.

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sulla ὀρθὴ χρῆσις. È qui sufficiente sottolineare come il motivo dell’indigenza di Eschine rimandi in modo significativo all’eredità dell’insegnamento socratico, tanto da un punto di vista biografico – come testimoniano alcuni aneddoti – quanto per la convergenza di alcune posizioni che tale questione sottende.

4. Il passo di Michele Psello si riferisce esplicitamente ad Aἰσχίνης ὁ Σωκρατικός

e dunque, non lasciando adito alla possibile omonimia con Eschine oratore,

non presenta sostanziali problemi di attribuzione. Esso, inoltre, può essere facilmente collocato tra le testimonianze che riportano il giudizio degli an- tichi sullo stile dei dialoghi eschinei, cui è immediatamente legata la questione dell’attendibilità e dell’autenticità dei suoi scritti, sollevata da diverse fonti. I giudizi degli antichi sugli scritti di Eschine non sono uniformi e, special- mente in merito alla questione dell’autenticità, si riscontra nelle fonti una doppia tradizione. Nonostante Panezio, infatti, considerasse i dialoghi di Es- chine ἀληθεῖς,30 insieme a quelli di Platone, Senofonte e Antistene, Diogene Laerzio (ii 60 = vi A 22 ssr) attesta una tradizione malevola che sostenne la non autenticità delle opere di Eschine e che sembra far capo a Menedemo di Eretria. A ciò si aggiungevano poi una più generale tradizione ostile ai Socratici che colpiva anche Eschine – la cui voce più rappresentativa è senza dubbio

Ateneo, collettore della tradizione (V 215c-216d) – e infine il giudizio di Aris- tippo, il quale, pur essendo in rapporti amichevoli con il Socratico, avrebbe accolto la voce secondo cui Eschine era un plagiario.31 Un’altra parte della tradizione ha insistito, al contrario, sulla raffinatezza

e la purezza dello stile di Eschine. È il caso di Ermogene (De ideis ii 12, 2 =

vi

A 20 ssr ), la cui testimonianza sarà discussa a breve; di Luciano (Paras. 32 =

vi

A 24 ssr), che attribuisce alla raffinatezza dei suoi scritti persino la buona

fama del Socratico presso Dionisio di Siracusa; di Frinico (ap. Phot. Biblioth.

cod. 61 e 158 = vi A 33 ssr), che giunge a considerare i suoi discorsi come un

canone ed Eschine come uno dei più illustri rappresentanti della lingua attica,

o ancora di Longino (Ars rhet. fr. 48, 190–204 = vi A 34 ssr) e dell’anonimo De

rhetorica (fr. 49, 100–109 = vi A 35 ssr), che sottolineano il carattere armonioso, persuasivo e accurato dello stile eschineo. È a questa seconda tradizione, dunque, che la testimonianza di Psello può essere ricondotta, confermando la persistenza di una positiva valutazione de-

gli scritti di Eschine, di cui ancora il dotto bizantino (1018–1078) sottolinea «la

bellezza e l’elevatezza» in un paragone con l’eloquio di Platone e Senocrate.

30 Cfr. Diog. Laert. ii 64 (vi A 27 ssr). Per le possibili interpretazioni del termine si veda G. Giannantoni, L’ “Alcibiade” di Eschine e la letteratura socratica su Alcibiade, in G. Giannan- toni e M. Narcy (ed.), Lezioni socratiche, Bibliopolis, Napoli 1997, pp. 351–352.

31 Cfr. Diog. Laert. ii 62 (vi A 4 ssr).

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Pentassuglio

Unitamente alle altre fonti, pertanto, la testimonianza di Psello può essere inserita in una lettura complessiva dei giudizi sugli scritti di Eschine che tenta

di conciliare simili valutazioni positive con le accuse di plagio rivolte al So-

cratico, interpretando queste ultime nel senso che gli scritti eschinei erano a

tal punto fedeli nel riprodurre le parole e i pensieri del maestro da essere for-

malmente indistinguibili dai discorsi pronunciati da Socrate. È questa, d’altra parte, la via percorsa già da Elio Aristide (De rhet. I 76–78 = vi A 30 ssr).

5. La testimonianza di Ermogene presenta, a differenza della precedente, alcu-

ni

problemi di attribuzione. In primo luogo, il retore – che menziona Eschine

in

altri luoghi dell’opera – altrove specifica che si tratta del Socratico, aggiun-

gendo ad esempio dopo il suo nome la precisazione λέγω δὲ τὸν Σωκρατικόν (ii 12, 2 = vi A 20 ssr), o riferendosi direttamente a lui come τῷ Σωκρατικῷ

Aἰσχίνῃ (I 329, 5 = vi A 20 ssr). In secondo luogo, Eschine è nominato insieme

a Nicostrato, oratore macedone particolarmente lodato da Ermogene e dalla

Suida, il che potrebbe portare a pensare che il riferimento sia qui, piuttosto, all’omonimo Eschine, e che i due oratori siano contrapposti agli storici. Proprio il raffronto con gli altri passi in cui Ermogene cita il Socratico, tut- tavia, fornisce alcuni elementi per non escludere l’attribuzione della testimo-

nianza a Eschine di Sfetto. Nel primo dei passi citati (ii 12, 2), in cui come si è visto il riferimento al Socratico è esplicito, quest’ultimo è menzionato insieme

a Senofonte – proprio come in questa testimonianza – e con lui viene messo

a confronto. Lì Ermogene afferma inoltre che la trattazione di Eschine segue

nell’esposizione quella di Senofonte, e a questo stesso ordine espositivo sembra far riferimento il retore quando afferma, nel passo in questione, che Erodoto non può essere disposto dopo Nicostrato o dopo Eschine, «ma neppure dopo Senofonte», come se quest’ultimo precedesse effettivamente il Socratico nella trattazione. Quanto poi alla menzione di Nicostrato, si può notare come an-

che nell’altro passo a cui si è fatto riferimento (I 329, 5), il retore macedone sia accostato al nome di Eschine, che è però indicato in questo caso come ὁ Σωκρατικός. Qui Ermogene – parlando dell’uso di un certo tipo di σχήματα – afferma che questi si trovano «sia in Senofonte che in Eschine Socratico, e cer- tamente anche in Nicostrato». La menzione del retore in sé, pertanto, non è un indizio sufficiente per escludere che Ermogene stia qui facendo riferimento a Eschine di Sfetto. Ora, a differenza della precedente testimonianza di Michele Psello, il passo

di Ermogene non fornisce informazioni specifiche sullo stile degli scritti eschi-

nei, in quanto il retore sta qui illustrando, piuttosto, l’ordine con cui intende trattare i diversi autori. Benché i criteri di tale scelta espositiva sottendano, come si evince dal testo, dei giudizi di valore sullo stile dei vari scrittori, tutto

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ciò che si può ricavare dal passo in merito a Eschine è un riferimento indiretto, vale a dire l’indicazione secondo cui a motivo della «potenza» dei discorsi di Erodoto – in senso retorico, di “forza” dello stile – e della «capacità» che essi esprimono (τε δυνάμεως ἕνεκα καὶ τῆς κατ’ αὐτοὺς ἕξεως) lo storico non può es- sere disposto nell’ordine dopo Eschine. Del positivo giudizio di Ermogene sugli scritti eschinei siamo tuttavia infor- mati da altri passi dell’opera, con cui la testimonianza in questione può essere messa a confronto. In De ideis ii 12, 2 (vi A 20 ssr) egli afferma che Eschine si distingueva per «purezza» e «chiarezza», e che tali caratteri lo rendevano più raffinato (λεπτότερος) dello stile di Senofonte, poiché era più misurato nei “vezzi” derivanti dai miti e dai racconti leggendari. La conclusione del re- tore è che, così come Senofonte ha superato Platone in semplicità (ἀφελείᾳ) – termine generalmente associato allo stile lisiano – allo stesso modo Eschine ha superato Senofonte in finezza (τῇ λεπτότητι); rispetto a quest’ultimo, inoltre, lo stile eschineo era «anche molto più puro, nonché assolutamente accurato nella semplicità (πολλῷ καθαρ τερός ἐστιν ἐπιμελής τε ὡς ἐν ἀφελείᾳ σφόδρα)». In accordo con tali affermazioni, in I 329, 5 Ermogene attribuisce a Eschine – oltre che a Senofonte e Nicostrato – l’uso di figure «semplici» (ἀφελῆ) e «pure» (καθαρά). La combinazione delle tre testimonianze fornisce dunque un quadro più completo del giudizio del retore sugli scritti eschinei. Se ne può infatti con- cludere che Ermogene, il quale elogiava lo stile di Eschine e lo preferiva, ad esempio, a quello di Senofonte, considerava tuttavia i suoi scritti inferiori, in qualche modo, alla “forza” dei discorsi di Erodoto.

ii

6. Philod. Vit. X (PHerc. 1008)32 coll. xxi–xxii (ed. Acosta Méndez-Angeli):33

32 Per le testimonianze sui Socratici minori rinvenute nei papiri ercolanesi si veda G. Giannantoni, I Socratici minori nei papiri ercolanesi, “Elenchos”, 4 (1983), pp. 133–145, in cui non si fa menzione, tuttavia, di questo frammento papiraceo.

33 Filodemo. Testimonianze su Socrate, edizione, traduzione e commento a cura di Eduardo Acosta Méndez e Anna Angeli, Bibliopolis, Napoli 1992, pp. 152–154 (cfr. pp. 183–184). Per questa sezione del testo non si riscontrano sostanziali divergenze rispetto alla successiva ricostruzione proposta da G. Ranocchia, Aristone, «Sul modo di liberare dalla superbia» nel decimo libro «De vitiis» di Filodemo, Olschki (Accademia La Colombaria. Serie Studi), Firenze 2007, pp. 275–277, ad eccezione di un’integrazione delle prime due linee della col. xxi, per cui si veda la nota successiva.

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[δ’] ε[ἴρ]ων ὡς

ἐπὶ τὸ | [πλ]εῖστον ἀλαζόνος εἶδος || xxii [……] … [……

… | … δ]ιανοε[

].34

Σ . [……] | ON [ἀ]λλὰ καὶ τἀναντ[ί]α

Pentassuglio

μᾶλ|λον στ’ ἐπαινεῖν ὃν ψέγε[ι, τα]|5πεινοῦν δὲ καὶ ψέγειν ἑαυτ[ό]ν | τε καὶ τοὺς ο ός ἐστιν εἰωθ[έναι | πρὸς ὁνδήποτε χρόνον μ[ε]|τὰ παρεμφάσεως ν βούλεται· | συνεπινοεῖται δ’α[ὐ]τῶι καὶ |10 δειν[ό]της ἐν τῶι [πλ]άσμα[τι] | καὶ πιθανότης. Ἔσ[τι]ν δὲ τ[οι]|οῦτος ο ος τὰ πολλ[ὰ] μωκᾶ[σ]|θαι καὶ μορφά- ζειν καὶ μειδι|ᾶν καὶ ὑπανίστασ[θ]αί τισιν ὡς |15 ἐπιστᾶσιν ἄφνωι μ[ε]τ’ ἀναπ[η]|δήσεως καὶ ἀποκαλύψεως | καὶ μέχρι

πολλ[οῦ σ]υνὼν ἐ[ν]ί|οις σιωπᾶν · κἂν ἐπαινῆι τις | αὐτὸν ἢ κελεύη[ι] τι [KE] λέ[υ] γ̀ ́ ειν |20 ἢ μνημονευθήσεσθαι φῶσιν | αὐτόν, ἐπιφωνεῖν· “ἐγὼ γὰρ | οἶδα τί πλή[ν γε] τούτου ὅτι [οὐ]δὲν οἶδα;” καὶ· “τίς γὰρ [ἡ]μῶν λ[ό]|γος;” καὶ · “εἰ δή τις [ἡ]μῶν ἔστα[ι |25 μ]νεῖα” καὶ πολὺς [εἶ]ναι τ[ῶι]· | “μακάριοι τ[ῆ]ς φ[ύσ]εως οἱ μ[έν] | τινες ἢ τῆς δυνάμεως ἢ τ[ῆς] | τύχης” καὶ μὴ ψιλῶς ὀνομά|ζειν ἀλλὰ “Φαῖδρος ὁ καλός |30 καὶ “Λυσίας ὁ σοφός” καὶ ῥήμα|τ’ ἀ[μ]φίβολα τιθέναι, “χρη[στόν]” | “ἡδύν” “ἀφελῆ” “γενναῖον” “ἀν[δρεῖ]|ον ”καὶ πα- ρεπιδείκνυσθ[αι] | μὲν ὡς σοφά, προσάπτειν [δ’ ἑ|35τέροις] ὡς Ἀσπασίαι καὶ [Ἰσχο|μάχ]ωι Σωκράτη[ς] […]

L’ironico ha al massimo grado l’aspetto del ciarlatano […] pensa […] ma, piut- tosto, il contrario, cosicché è solito elogiare chi biasima e sminuire e biasimare se stesso e quanti può in ogni occasione, dando una falsa rappresentazione delle cose che intende (dire); fa parte dell’idea dell’ironico anche l’abilità nella dissimulazione e la capacità di persuadere. Egli è tale da farsi beffa di molte cose, fare smorfie, sorridere e, quando alcuni sopraggiungono si alza all’improvviso con un balzo e scoprendosi il capo, e tace a lungo quando si trova insieme ad alcuni. E se qualcuno lo loda e lo esorta a dire qualcosa, op- pure gli dicono che verrà ricordato, egli esclama: “cosa so mai se non questo, che non so nulla?”, “qual è mai il nostro discorso?” e: “se davvero ci sarà un ri- cordo di noi” e insiste su questo: “alcuni sono beati per le qualità naturali o per capacità o per sorte”; non si limita poi a chiamare per nome, ma (aggiunge):

“Fedro il bello” e “Lisia il saggio” e assegna epiteti equivoci come “utile”, “dolce”, “semplice”, “nobile”, “coraggioso” e a volte espone in prima persona delle idee presentandole come sagge, a volte le attribuisce ad altri, come Socrate ad As- pasia e a Iscomaco […].

34 G. Ranocchia, op. cit., p. 277, propone la seguente integrazione: ἑαυτὸ]ν [δ’] ο[ὐκ ἐξαίρει, οὐδ’ἀπο]δ[ηλο]ῖ νοεῖ [πρ]ὸϲ τ[ὸν πληί]ον.

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7. Stob. ΠEPI TOY E Y KAIPOΣ ΛEΓEIN II 34, 10 (ed. Meineke): Aἰσχίνης ὁ

Σωκρατικὸς ἐπιπληχθεὶς ὅτι Σωκράτει ἐσχολακὼς σιωπ “οὐ γὰρ μόνον” εἶπε “λέγειν ἔμαθον παρὰ Σωκράτει, ἀλλὰ καὶ σιωπᾶν.”

Eschine il Socratico, rimproverato perché – nonostante fosse adirato con Socrate – taceva, rispose: “non appresi da Socrate, infatti, soltanto a parlare, ma anche a tacere”.

6. La testimonianza di Filodemo riportata rappresenta un estratto di un più

ampio frammento papiraceo, del cui contenuto è necessario render conto in breve per collocare opportunamente il possibile riferimento all’Aspasia

eschinea.35

Filodemo descrive qui due “tipi”: il σεμνοκόπος, ostentatore di grandezza, e l’ εἴρων,36 dissimulatore e ipocrita, entrambi connessi alla figura di Socrate. La caricatura del tipo ironico (εἴρων) si deve in realtà a un Aristone,37 che ne

35 Per quanto segue si farà essenzialmente riferimento all’edizione di E. Acosta Méndez e A.

Angeli, Filodemo. Testimonianze su Socrate, cit., pp. 219–231. Sulla testimonianza si veda anche J. Opsomer, In Search of the Truth. Academic Tendencies in Middle Platonism, Konin-

kli j ke, Brussel 1998, pp. 113 ss.

36 E.A. Acosta Méndez e A. Angeli, op. cit., p. 219 accolgono l’ipotesi di F. Wehrli (Die Schule

des Aristoteles. Texte und Kommentar, Heft vi: Lyko und Ariston von Keos, Basel-Stuttgart 19682, pp. 54 ss.) secondo cui Filodemo ricorse – per i tipi descritti nel De vitiis – a un’opera

di Aristone destinata alla cura del vizio della ὑπερηφανία nelle coll. X –xvi 28, mentre

nelle coll. xvi 29–xxiv 27 utilizzò uno studio descrittivo di diversi tipi, simile ai Carat- teri di Teofrasto. Diversamente, Jensen e Knögel avevano ipotizzato una fonte comune per gli excerpta utilizzati da Filodemo, da identificare nel Περὶ τοῦ κουφίζειν ὑπερηφανίας

di Aristone; si veda C. Jensen, Ariston von Keos bei Philodem, “Hermes”, 46 (1911), p. 395 e W.

Knögel, Der Peripatetoker Ariston von Keos bei Philodem, Leipzig 1933, p. 25.

37 Non è chiaro dal testo filodemeo se il personaggio vada identificato con il filosofo peri- patetico di Ceo, discepolo di Licone, o con lo stoico Aristone di Chio; su tale questione

si veda G. Ranocchia, Il ritratto di Socrate nel De superbia di Filodemo (PHerc. 1008, coll.

21–23), in L. Rossetti e A. Stavru (a cura di), Socratica 2008. Studies in Ancient Socratic Lit-

erature, Levante, Bari 2010, pp. 304–312, il quale propende per la seconda soluzione. A favore dell’identificazione del personaggio con Aristone di Chio si era già espressa an- che A.M. Ioppolo, Il ΠEPI TOY KOYΦIZEIN YΠEPHΦANIAΣ: una polemica antiscettica in Filodemo?, in G. Giannantoni e M. Gigante, Epicureismo greco e romano: atti del congresso internazionale, Napoli, 19–26 maggio 1995, Bibliopolis, Napoli 1982, vol. ii, in particolare pp. 721 ss., soffermandosi sulle divergenze tra il ritratto dell’ εἴρων di Aristone e quello dei suoi predecessori nel Peripato. C. Jensen, art. cit., e W. Knögel, op. cit., avevano invece identificato l’Aristone citato da Filodemo con il Peripatetico. Sulla tradizione peripatetica ostile al Socratismo si veda almeno W. Knögel, op. cit., pp. 34 ss., L. Woodbury, Socrates und Archelaos, “Phoenix”, 25 (1971), pp. 299–309; M.T. Riley, The Epicurean Criticism of Socrates, “Phoenix”, 34 (1980), p. 55, K. Kleve, art. cit., p. 245; G. Giannantoni, Socrate e i

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Pentassuglio

tratta nell’ultima parte dello scritto Sul modo di liberare dalla superbia (Περὶ τοῦ κουφίζειν ὑπερηφανίας), citato senza interruzioni da Filodemo nel decimo libro del trattato Sui vizi e le contrapposte virtù (PHerc. 1008). Secondo alcuni è dunque ad Aristone, e non a Filodemo, che si deve attribuire nella sua interez- za questo ritratto dell’ironico, come si evince dal fatto che lo stesso Filodemo, in altri scritti, non presenta mai l’ironia in modo negativo;38 la questione, tut- tavia, esula dai nostri scopi e non può essere approfondita in questa sede.39 Nella prima parte del brano (col. xxi 1–37), Filodemo contrappone il σεμνός, individuo grave e dignitoso, al σεμνοκόπος, il quale ostenta dignità e grandezza;40 una contrapposizione che, come notano Acosta Méndez e Angeli,41 presenta la terminologia e le caratterizzazioni proprie degli autori della commedia. Nella seconda parte del brano (coll. xxi 37–xxiii 37), che qui maggiormente interessa, egli delinea invece il carattere dell’ εἴρων42 associato a quello dell’ ἀλαζών,43 con costanti riferimenti a Socrate, come mostrano le numerose allusioni a Platone, Senofonte e Aristofane.44 Proprio nelle Nuvole

Socratici in Diogene Laerzio, “Elenchos”, 7 (1986), pp. 193 ss., A.A. Long, Socrates in Hellenis- tic Philosophy, “Classical Quarterly”, 38 (1988), p. 155.

38 Così G. Ranocchia, art. cit., pp. 301–302.

39 Sulla critica epicurea all’ironia socratica, di cui ci fornisce una testimonianza Cicerone (Brut. 292 = fr. 231 Us.), si veda almeno K. Kleve, art. cit., pp. 227–228; 246–248 e A.M. Ioppolo, art. cit., pp. 725–726.

40 Filodemo prescinde in tale contrapposizione dalla αὐθάδεια, laddove Aristotele (Eth. Nic. 1108a 19–22) aveva definito la σεμνότης come μέσον tra l’ αὐθάδεια e l’ ἀρέσκεια. Si veda in merito F. Wehrli, op. cit., pp. 59 ss. e E.A. Acosta Méndez e A. Angeli, op. cit., p. 220.

41 E.A. Acosta Méndez e A. Angeli, ibid.

42 Per tale caratterizzazione dell’ εἴρων si rimanda a O. Ribbeck, Über den Begriff des εἴρων, “Rheinisches Museum”, 31 (1876), pp. 395–398; W. Büchner, Über den Begriff der Eironeia, “Hermes”, 76 (1941), pp. 350–353 e W. Knögel, op. cit., pp. 32–39; 43–45. Per l’identificazione del tipo ironico qui descritto con Socrate si veda A.M. Ioppolo, art. cit., pp. 720–721. Sull’accusa di εἰρωνεία come parte della polemica antisocratica degli Epicurei, nonché sulla sua connessione con l’accusa di ἀλαζονεία (a partire dalla definizione aristotelica), si veda anche la più recente analisi di J. Opsomer, op. cit., pp. 113–115.

43 Il termine compare anche in alcune testimonianze su Eschine Socratico e in particolare in uno scolio agli Uccelli di Aristofane (823a), in cui il Sello, a cui la figura di Eschine è associata, viene definito ἀλαζών (cfr. vi A 6 ssr, in cui è riportata tuttavia una versione meno estesa dello scolio: Aἰσχίνου˙ καὶ οὗτος πένης, θρυπτόμενος καὶ αὐτὸς ἐπὶ πλούτῳ, καὶ λέγων ἑαυτὸν πλούσιον). Sulla critica epicurea alla ἀλαζονεία di Socrate, di cui si ha una testimonianza in Plutarco (Adv. Col. 1117d; cfr. 1118d) si veda K. Kleve, art. cit., p. 234.

44 J. Opsomer, op. cit., p. 115, seguendo W. Büchner, art. cit., p. 35., rileva come – oltre a riman- dare al Socrate platonico – l’ εἴρων di Aristone-Filodemo sia vicino al ritratto del κόλαξ fornito da Plutarco nel De adulatore et amico (mentre Socrate, in Plutarco, esemplifica il παρρησιαστής ed è dunque all’opposto del κόλαξ; cfr. ivi, n. 164, p. 115).

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Eschine di Sfetto

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aristofanee (443–451), d’altra parte, i due caratteri vengono accostati per

la prima volta per descrivere l’atteggiamento dei Sofisti e in particolare di

Socrate.45 Nella caratterizzazione dell’ εἴρων fornita da Aristone-Filodemo46 confluiscono dunque sia il filone aristotelico47 che quello della commedia; così, alla nozione di εἰρωνεία «intesa aristotelicamente ora come disprezzo ver-

so gli altri ora come falso autodisprezzo», si aggiunge la concezione dell’ironia

come ἁπάτη, propria della commedia, cosicché la figura di Socrate «divenne il simbolo del dissimulatore, dell’ipocrita e del buffone che gesticola e blatera allo scopo di ingannare».48 Quanto, poi, al possibile riferimento all’Aspasia eschinea, centrale è natu- ralmente l’ultima notazione di Filodemo sull’atteggiamento dell’ εἴρων, il quale

«a volte espone in prima persona delle idee presentandole come sagge, a volte

le attribuisce ad altri». Per esemplificare questo secondo caso, Filodemo men- ziona infatti ancora una volta Socrate, il quale avrebbe attribuito le proprie

idee ad Aspasia e a Iscomaco. Benché Filodemo non menzioni esplicitamente né Eschine né il suo dia-

logo Aspasia, il passo può essere letto in parallelo con due testimonianze

di Senofonte in cui Socrate cita direttamente Aspasia, in entrambi i casi

nell’ambito di una conversazione con Critobulo e sempre in merito alla ques- tione dell’educazione della sposa. In un passo dell’Economico, alla domanda di Critobulo se coloro che hanno delle buone mogli si siano occupati della loro educazione, Socrate risponde che per avere chiarimenti in proposito lo presen- terà ad Aspasia, che a tale riguardo ha più competenza di lui (iii, 14–15 = vi A 71 ssr). Analogamente, nel ii libro dei Memorabili, Socrate cita le affermazioni

45

Si

veda in merito G. Ranocchia, art. cit., p. 304. Notano E.A. Acosta Méndez e A. Angeli, op.

cit., pp. 220–221 che l’affinità tra l’ εἴρων e l’ ἀλαζών che emerge dal testo di Filodemo sem-

bra a prima vista contraddire la definizione che Aristotele formula della εἰρωνεία e della ἀλαζονεία nell’Etica Nicomachea (1108a 20 ss.) e nell’Etica Eudemia (1221a 23 ss., 1233b 38

ss.), in cui esse sono descritte come i due vizi estremi rispetto a un μέσον che è l’ ἀλήθεια; seguendo F. Wehrli (op. cit., p. 61), i due studiosi la interpretano come una diversificazione puramente formale. Anche per la caratterizzazione di Socrate come σεμνοκόπος (col. xxi,

vv.

35–38), d’altra parte, Aristone utilizza la parodia di Aristofane nelle Nuvole (v. 362).

46

Per l’identità di giudizio di Aristone e Filodemo in merito al carattere di Socrate si veda

E.A. Acosta Méndez e A. Angeli, op. cit., p. 221, che sottolineano in proposito il riferimen- to agli μνημονεύματα socratici alle linee 35–37 della col. xxii. Dello stesso avviso era già

K.

Kleve, art. cit., pp. 245, 247; cfr. inoltre A.M. Ioppolo, art. cit., p. 720. Sulla questione

della distinzione tra ciò che risale senza dubbio ad Aristone e ciò che potrebbe ritenersi

un’“intrusione” filodemea si veda G. Ranocchia, art. cit., in particolare pp. 300–304.

47

Cfr. Eth. Nic. 1108a 19 ss. In merito si veda W. Büchner, art. cit., pp. 344 ss.

48

Così E.A. Acosta Méndez e A. Angeli, op. cit., p. 221; si veda inoltre W. Knögel, op. cit., p. 38

e M.T. Riley, art. cit., p. 67.

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Pentassuglio

di

Aspasia circa le capacità delle buone “mezzane” di combinare matrimoni e

la

necessità che queste non ingannino i futuri coniugi con elogi infondati (ii 6,

36 = vi A 72 ssr). Ora, la lettura parallela delle tre testimonianze risulta di particolare interesse

in quanto i due passi di Senofonte suggeriscono l’esistenza di legami tra Aspasia

e Socrate stesso e, ancor più significativamente, mostrano un’associazione tra

l’attività dell’etera e quella di Socrate, che nel Simposio senofonteo vanta pre- cisamente l’esercizio dell’arte del mezzano.49 Tale associazione risulta dunque

in

accordo con la notazione di Filodemo, secondo cui Socrate avrebbe attribuito

ad

Aspasia le proprie idee. Ancor più indicativa è, tuttavia, l’insistenza delle fon-

ti sull’interesse di Aspasia per la questione della formazione dei buoni matrimo-

ni e dell’educazione delle giovani spose, in quanto ciò si accorda perfettamente

con quanto sappiamo dei temi trattati nell’Aspasia eschinea, soprattutto a par- tire dal lungo brano che Cicerone ha conservato nel De inventione (i 31, 51 ss. = vi

A 70 ssr). Nel passo, che riporta una conversazione tra Aspasia, Senofonte e sua

moglie, Aspasia è infatti presentata, di nuovo, nell’intento di stabilire l’armonia

e l’accordo nelle unioni matrimoniali, in questo caso interrogando alternata-

mente Senofonte e la moglie sulle aspettative riposte nel rispettivo coniuge. Se il collegamento tra i due passi di Senofonte e l’affermazione di Filodemo

è legittimo, le informazioni sugli interessi della Milesia riportate dalla testi- monianza senofontea stabiliscono dunque un legame (benché indiretto) con i temi trattati nell’Aspasia eschinea. Tutto ciò pare legittimare una lettura intertestuale di questo insieme di testimonianze,50 da cui si può concludere che, se il riferimento a Iscomaco rimanda con ogni probabilità all’Economico di Senofonte,51 nel caso di Aspasia non è da escludere un’allusione al dialogo eschineo.

7. La testimonianza di Stobeo, oltre a fare – come nel caso di Psello – esplicita menzione di Aἰσχίνης ὁ Σωκρατικός, rendendo così pacifica l’attribuzione al So- cratico, presenta un’evidente analogia di contenuto con altre testimonianze su Eschine. Sempre secondo Stobeo (ii 31, 23), nel Milziade di Eschine Socrate avrebbe menzionato infatti tra le qualità di Milziade il fatto che «quando entrò nell’adolescenza ritenne che era bello tacere (σιωπᾶν καλὸν ἡγήσατο εἶναι) e se ne è stato in silenzio più delle statue di bronzo», il che lascia intendere che Socrate avesse trattato precedentemente nel dialogo, a scopo pedagogico, della virtù del σιωπᾶν. È Plutarco (De recta rat. aud. 4 p. 39b-c = vi A 78 ssr) a fornirci

49 Cfr. Xen. Symp. iii 10; iv 56–64.

50 Oltre ai passi menzionati, cfr. Philod. Oecon., frr. 5, 19 ss.; 11, 14 ss. e Plat. Menex. 235e–236b,

249d-e.

51 Cfr. in particolare Oecon. iii 14, vii ss.

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Eschine di Sfetto

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maggiori informazioni in merito, citando un’espressione di Eschine che appar- tiene a una discussione su questo tema: «il silenzio è per il giovane un sicuro ornamento (τῷ νέῳ κόσμος ἀσφαλής ἐστιν ἡ σιωπή) in ogni caso e specialmente quando, ascoltando un altro parlare, non si agita e non urla a ogni parola». L’elogio del silenzio e la capacità di tacere, che nella testimonianza in ques- tione sono presentati come un risultato dell’insegnamento socratico, doveva- no dunque essere dei motivi trattati nei dialoghi eschinei, presumibilmente – stando alle fonti – nel Milziade.52 Ora, il passo di Stobeo, benché si presenti come una testimonianza di tipo biografico e non faccia riferimento a un pre- ciso dialogo, può essere ugualmente messa in relazione con i frammenti del Milziade. Non si può escludere, infatti, che l’elogio del silenzio, che Eschine aveva appreso direttamente da Socrate, fosse poi divenuto un tema caro alla sua riflessione e abbia trovato una sua speciale trattazione, come suggeriscono i passi esaminati, proprio nel Milziade, che è d’altra parte uno dei dialoghi es- chinei per cui disponiamo di minori testimonianze. Si potrebbe anzi ipotiz- zare che proprio la ripercussione di tale aspetto dell’insegnamento socratico nelle opere eschinee potrebbe essere tra le ragioni che spinsero Stobeo a fare menzione di tale aneddoto della biografia di Eschine. Si noti, inoltre, che il dovere del silenzio per i giovani presenta evidenti richiami alla tradizione pitagorica; pur non risalendo al pitagorismo origi- nario, infatti, esso divenne un motivo celebre nel pitagorismo più tardo.53 La sua prima attestazione è nel Busiride di Isocrate (28–29), in cui appare legato proprio alla formazione dei discepoli: «anche adesso si ammirano coloro che sostengono di essere suoi discepoli [scil. di Pitagora] a motivo del loro silenzio, più di quelli che godono di grandissima fama per il loro parlare (ἔτι γὰρ καὶ νῦν

52 Il tema dell’elogio del silenzio permette di istituire diversi collegamenti con altre opere, non soltanto della letteratura socratica. In primo luogo, si può istituire un confronto con le parole con cui il Socrate platonico riconosce ironicamente a Protagora l’arte del σιωπᾶν nella discussione (329b). In un passo della Costituzione degli Spartani di Senofonte, inol- tre, si trova addirittura lo stesso paragone con le statue di pietra (ἐκείνων γοῦν ττον μὲν ἂν φωνὴν ἀκούσαις ἢ τῶν λιθίνων, ττον δ᾽ ἂν μματα μεταστρέψαις ἢ τῶν χαλκῶν; iii 5). Il silenzio, qui presentato come una virtù degli adolescenti, è altrove considerato una virtù femminile, come ad esempio nell’Aiace di Sofocle (v. 286): γύναι, γυναιξὶ κόσμον ἡ σιγὴ φέρει; cfr. inoltre Aeschyl. Sept., v. 217 e Democrit. ap. Stob. Flor. iv 23, 38 (fr. 68 B 274 D.-K.). Si veda inoltre il fr. 6 dell’Epitafio di Gorgia (fr. 82 B 6 D.-K.): τοῦτον νομίζοντες θειότατον καὶ κοινότατον νόμον, τὸ δέον ἐν τῶι δέοντι καὶ λέγειν καὶ σιγᾶν καὶ ποιεῖν καὶ ἐᾶν («ritenendo [scil. gli Ateniesi] che la legge più divina e universale sia dire, tacere e fare ciò che si deve quando si deve»; trad. M. Bonazzi).

53 Si veda in merito C. Riedweg, Pitagora. Vita, dottrina e influenza, Vita e Pensiero, Milano 2007, pp. 118–119.

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Pentassuglio

τοὺς προσποιουμένους ἐκείνου μαθητὰς εἶναι μᾶλλον σιγῶντας θαυμάζουσιν ἢ τοὺς ἐπὶ τῷ λέγειν μεγίστην δόξαν ἔχοντας; § 29)». Se tali collegamenti sono legittimi, pertanto, la testimonianza in questione fornirebbe un’ulteriore prova della presenza di elementi pitagorici nei dialoghi eschinei, non solo nel Telauge – in cui essi sono più espliciti54 – ma anche in un dialogo sui cui contenuti siamo scarsamente informati come il Milziade.

iii

8. Priscian. De constructione vii 187. 7–8 (159, 6–8 ed. Hertz): Aἰσχίνης ἐν τῷ

Ἀλκιβιάδῃ ὑπὲρ Θεμιστοκλέους: αὗται μέγισται ἐλπίδες ἦσαν Ἀθηναίοις περὶ τῆς σωτηρίας ἅσσα ἂν ἐκεῖνος περὶ αὐτῶν βουλεύσαιτο.

Eschine nell’Alcibiade, a proposito di Temistocle: le decisioni che quello avreb- be preso a loro riguardo erano per gli Ateniesi anche le più grandi speranze per la salvezza.

9. Harpocrat. s.v. Ἀσπασία (ed. Dindorf): Λυσίας ἐν τῷ πρὸς Aἰσχίνην τὸν

Σωκρατικὸν, οὗ διάλογος ἐπιγραφόμενος Ἀσπασίᾳ. […] Λυσικλεῖ δὲ τῷ δημαγωγῷ συνοικήσασα Πορίστην ἔσχεν, ὡς ὁ Σωκρατικὸς Aἰσχίνης φησίν.

Lisia nell’orazione contro Eschine Socratico, il cui dialogo è intitolato Aspasia […]. Ebbe Poriste dopo aver convissuto con il demagogo Lisicle, come afferma Eschine Socratico.

8. Il passo sembra dipendere direttamente da una testimonianza di Elio Aris-

tide sull’Alcibiade (De quatt. 348 = vi A 50 ssr), che Prisciano riprende con

54 Telauge è inserito nella leggenda di Pitagora, in cui ricopre un ruolo centrale nelle rico- struzioni delle διαδοχαί: cfr. Euseb. Praep. ev. 14, 15; Theodoret. Graec. aff. cur. ii 23; Suid. s.v. μπεδοκλῆς e Tελαύγες. Telauge è variamente presentato dalle fonti come figlio, allievo e successore di Pitagora: cfr. Timeo in Diog. Laert. viii 54 (cfr. viii 56), Neante e Ermippo in Diog. Laert. viii 55–56; Theophrast. Phys. Opin. Fr. 3 D. 477; Simplic. Phys. 25, 19; si veda inoltre la lettera apocrifa di Telauge menzionata in Diog. Laert. viii 53 (Tηλαύγης δ’ ὁ Πυθαγόρου παῖς ἐν τῇ πρὸς Φιλόλαον ἐπιστολῇ φησι τὸν μπεδοκλέα Ἀρχινόμου εἶναι υἱόν). Sulla questione si veda già K.F. Hermann, op. cit., pp. 25–26; R. Hirzel, Der Dialog. Ein literarhistorischer Versuch, Leipzig 1895, pp. 126, 135–136; H. Dittmar, op. cit., pp. 214–221. Sull’identificazione del personaggio cfr. anche H. Krauss, op. cit., pp. 110–113 e J. Humbert, Socrate et les petits socratiques, p uf, Paris 1967, p. 231. Sulla figura di Telauge nella tra- dizione pitagorica si veda il più recente studio di P.S. Horky, Plato and Pythagoreanism, Oxford University Press, New York 2013, pp. 58; 90; 93; 117–119; 122.

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Eschine di Sfetto

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lievi variazioni. Dittmar – che come si accennava cita il frammento pur non inserendolo nella vera e propria raccolta – ne fa infatti menzione proprio nel commento al passo di Elio Aristide.55 Il retore conserva un lungo brano in cui Socrate espone i meriti politici di

Temistocle ad Alcibiade – il quale si era spinto a biasimare il politico – al fine

di mostrare al giovane la necessità dell’ ἐπιμέλεια ἑαυτοῦ. La testimonianza

porta dunque alla luce il carattere parenetico dell’intervento socratico e, più

in

generale, la centralità nel dialogo dell’esortazione a perseguire e coltivare

la

virtù morale. Socrate istituisce infatti un diretto confronto tra l’ ἐπιστήμη

di

Temistocle e quegli uomini che ritengono di poter ottenere risultati senza

ἐπιμέλεια ἑαυτοῦ, sottoponendo all’attenzione di Alcibiade la seguente con- siderazione: se tutte le imprese e i successi militari di Temistocle sono da

ricondurre alla sua ἐπιστήμη e non alla τύχη, e se a un uomo di tal sorta la

conoscenza, per quanto grande, non fu sufficiente a evitare l’esilio e il disonore della città, cosa può accadere a uomini che non hanno alcuna cura di sé (De quatt. 348)? Nell’ambito di tale ampia ῥῆσις, il frammento riportato da Prisciano si in- serisce nella sezione in cui sono elencati i meriti di Temistocle nei confronti degli Ateniesi, le cui speranze di salvezza – afferma Socrate – dipendevano interamente dalle decisioni del politico. Ora, il testo riportato da Prisciano presenta delle variazioni non significative rispetto a quanto si legge nell’orazione di Elio Aristide;56 pertanto, esso non aggiunge molto a quanto già sappiamo attraverso il lungo brano del De quat- tuor. L’unica novità è la menzione esplicita del titolo del dialogo (Aἰσχίνης ἐν

τῷ Ἀλκιβιάδῃ), che manca in Elio Aristide, il quale apre il brano affermando di

voler esaminare «cosa ci dice di Temistocle Eschine il Socratico», senza specifi- care in quale opera.

9. Il passo di Arpocrazione, inserito tra le testimonianze sull’Aspasia già da Krauss,57 compare nell’edizione Dittmar, il quale – come nel caso del passo

di Prisciano – non lo include tuttavia nella raccolta delle Reliquiae. Lo stu-

dioso inserisce infatti la testimonianza in apertura del primo capitolo (Die Aspasiadichtung der Sokratiker), in cui vengono esaminate le varie versioni del bios di Aspasia tra cui, appunto, quella di Arpocrazione.58 La voce viene

55 H. Dittmar, op. cit., p. 269.

56 αὗται μέγισται ἐλπίδες ἦσαν Ἀθηναίοις τῆς σωτηρίας, ἅττ’ ἂν ἐκεῖνος ὑπὲρ αὐτῶν βουλεύσαιτο.

57 H. Krauss, op. cit., p. 46.

58 La voce di Arpocrazione ha un interesse soprattutto storico; in essa, infatti, le opinioni dei filosofi su Aspasia sono brevemente riassunte e più spazio viene dato ai legami della Milesia con la storia attica. Si veda in merito H. Dittmar, op. cit., pp. 1–10.

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Pentassuglio

qui citata per intero e messa a confronto con la versione di Plutarco nella Vita Periclis (24) e con quella fornita dallo scolio al Menesseno di Platone (235e).59 Giannantoni, diversamente, ne riporta soltanto la sezione iniziale, in cui è detto che Lisia scrisse un’orazione contro Eschine Socratico, «il cui dialogo è intitolato Aspasia».60 Nella parte della voce omessa da Giannantoni, Arpocrazione dà notizia del figlio che Aspasia ebbe da Lisicle, con il quale la Milesia – come sappiamo dallo scolio al Menesseno – ha convissuto dopo la morte di Pericle.61 La testimonianza, che non solleva evidentemente problemi di attribuzione, conferma per alcuni aspetti le notizie rese note da altri testimoni sul bios di As- pasia. Essa concorda, in primo luogo, con quanto riportato nel già citato scolio al Menesseno in merito ai rapporti di Aspasia con Pericle e con Lisicle. Nello scolio si legge infatti che «dopo la morte di Pericle sposò in seconde nozze il mercante di pecore Lisicle e da lui ebbe un figlio di nome Poriste;62 rese Lisicle un oratore abilissimo, proprio come aveva preparato anche Pericle a tenere discorsi in pubblico»;63 le fonti citate sono Aἰσχίνης ὁ Σωκρατικὸς ἐν διαλόγῳ Ἀσπασίᾳ καὶ Πλάτων καὶ Kαλλίας ὁμοίως Πεδήταις, di cui Arpocrazione men- ziona soltanto la prima.64 Combinando le due testimonianze apprendiamo dunque che Poriste è il figlio che Aspasia, dopo la morte di Pericle, ebbe da Lisicle. Quest’ultimo, tut- tavia, è definito nello scolio προβατοκάπηλος, “mercante di pecore”, così come in Plutarco (Vit. Pericl. 24, 5–6 p. 165b-c = vi A 66 ssr) e in Dione Crisostomo (Orat. lv (38) 22 = vi A 68 ssr). Quella di Arpocrazione è dunque l’unica testi- monianza nota in cui Lisicle è definito δημαγωγός e in cui si fa riferimento alla sua attività politica. Ora, è possibile tentare di conciliare le due versioni supponendo che lo sco- liasta, il quale afferma che Aspasia fece di Lisicle un ῥήτορ δεινότατος, faccia già riferimento allo status che il “mercante di pecore” acquisì grazie alla frequen- tazione di Aspasia.

59 Ivi, pp. 4–9.

60 Cfr. vi A 59 ssr.

61 Cfr. vi A 66 ssr e Plutarch. Vit. Pericl. 24, 5–6 p. 165b-c.

62 Ad avviso di B. Ehlers, Eine vorplatonische Deutung des sokratischen Eros: Der Dialog Aspa- sia des Sokratischer Aischines, Beck, Munich 1966, pp. 82–83, si tratta di un epiteto meta- forico e non del nome reale del figlio.

63 Sulla “formazione retorica” di Pericle da parte di Aspasia cfr. anche Plat. Menex. 235e (vi A 66 ssr).

64 Ad avviso di Dittmar, op. cit., p. 3, la citazione dei Πεδήται si riferisce alla notizia del figlio Poriste, quella di Eschine alla formazione di Lisicle come oratore. Lo studioso contesta su questo punto sia P. Natorp, Aischines’ Aspasia, “Philologus”, 51 (1892), n. 9, p. 496, sia U. von Wilamowitz-Moellendorf, Leserfrüchte, “Hermes”, 35 (1900), p. 551.

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iv

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10. Phot. Biblioth. cod. 61, 20a (ed. Henry): Φέρεται δὲ αὐτοῦ καὶ ἄλλος λόγος, ὁ

δηλιακὸς νόμος˙ οὐκ ἐγκρίνει δὲ αὐτὸν ὁ Kαικίλιος, ἀλλ’Aἰσχίνην ἄλλον σύγχρονον τοῦδε Ἀθηναῖον τὸν πατέρα εἶναι τοῦ λόγου φησίν.

È poi riportato anche un altro suo65 discorso, La legge di Delo; Cecilio tuttavia non ne riconosce l’autenticità, ma sostiene che l’autore dello scritto sia un altro Eschine, suo contemporaneo e Ateniese.

11. Stob. Ἔπαινος Zωῆς iv 98, 25 (ed. Meineke): Aἰσχίνου. Oὐχ ὁ θάναθος δεινόν, ἀλλ' ἡ περὶ τὴν τελευτὴν ὕβρις φοβερά.

Di Eschine: non la morte è terribile, ma temibile è la tracotanza quando si è

vicini alla fine della vita.

10. Nel passo riportato Fozio fa menzione, trattando di Eschine oratore, di un

discorso intitolato La Legge di Delo, che ad avviso di Cecilio – retore siciliano vissuto sotto Augusto66 – non sarebbe autentico ma sarebbe stato composto da

un altro Eschine, «suo contemporaneo e Ateniese». Ora, il riferimento a questo ἀλλ’ Aἰσχίνην ἄλλον σύγχρονον τοῦδε Ἀθηναῖον potrebbe far pensare a Eschine

Socratico, soprattutto alla luce del fatto che non sono noti altri contemporanei

di Atene di nome Eschine. Tra gli otto personaggi con questo nome menzi-

onati da Diogene Laerzio (ii 64 = vi A 40 ssr), infatti, l’unico Eschine a cui potrebbe essere attribuito il discorso, oltre al Socratico, è quello che «ha messo per iscritto le arti retoriche»; Diogene tuttavia non fa menzione della sua pro- venienza né sono disponibili altre informazioni sul suo conto. Al di là di ciò, non è possibile comunque trovare argomenti sufficienti a so- stegno dell’attribuzione della testimonianza a Eschine Socratico. Non solo, in- fatti, Fozio – che cita Eschine altre due volte nella sua Bibliotheca – fa sempre riferimento a lui come a Aἰσχίνης ὁ Σωκρατικός67 ma, ciò che è più importante, in nessun’altra fonte si fa riferimento a questo discorso su La Legge di Delo e la notizia non trova pertanto alcuna conferma.

65 Vale a dire di Eschine l’oratore, di cui tratta questa sezione della Bibliotheca.

66 Fu autore, tra l’altro, di un’opera sui dieci oratori; non abbiamo tuttavia che frammenti dei suoi scritti (cfr. E. Ofenloch, Cecilii Calactini Fragmenta, in aedibus B.G. Teubneri, Lipsiae

1907).

67 In Biblioth. cod. 167 si legge ἀπό Aἰσχίνου τοῦ Σωκρατικοῦ (vi A 26 ssr) e in Biblioth. cod. 61 Fozio cita «Eschine figlio di Lisania (Λυσανίου Aἰσχίνην)» e aggiunge ὃν καὶ Σωκρατικὸν καλοῦσιν (vi A 33 ssr).

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11. Un ultimo frammento, che non compare nelle Reliquiae di Giannantoni, è stato oggetto di controversia tra gli studiosi sin dalle prime edizioni settecen- tesche. Fischer è il primo,68 nella sua edizione del 1786, ad attribuire al So- cratico la massima di Stobeo. Tale associazione, criticata già da Dittmar,69 è oggi definitivamente esclusa grazie all’identificazione del frammento con un passo de Sulla corrotta ambasceria (181) di Eschine oratore, a cui la massima va pertanto attribuita. Lo stesso Fischer riconosce, d’altra parte, che si tratta di un’attribuzione dubbia: «neque tamen certo sciebamus, an ab eo esset profecta, nam in exemplo Veneto c. i 15, 00, 8, b, legitur sine nomine auctoris».70 Pure, dopo aver menzionato il caso simile di un’altra massima di Stobeo (ii 8, 26: ἀνθρ πῳ δέ τοι οὐκ ἄπορον καλὸν κἀγαθὸν εἶναι),̇ 71 egli ipotizza che il passo possa essere attribuito all’Assioco, un dialogo perduto di Eschine («superiora illa verba sumpta videri possint ex Axioco Aeschinis, qui interiit»), se è vero che in quel dialogo Eschine trattò del tema della morte («si quidem Dialogus ille exposuit de morte»).72 Seguendo la precedente edizione di Fischer, Hermann73 sostiene l’attribuzione della massima all’Assioco di Eschine sulla base degli stessi ar- gomenti e ipotizza, a partire da una concordanza con un passo dello pseudo- platonico Assioco (365c), che anche il dialogo di Eschine fosse περὶ θανάτου. A tal proposito, si può notare come il tema della morte e il problema dell’atteggiamento da tenere di fronte a essa, cui il frammento rimanda, non si trovino trattati in nessun dialogo di cui siamo a conoscenza, almeno in questi termini. Una riflessione sul tema della morte non doveva, d’altra parte, essere com- pletamente estranea agli scritti di Eschine, sebbene non si riscontrino altre indicazioni sul motivo specifico del timore della morte, né su quello della temibilità della ὕβρις nel momento che la precede. In merito possono essere richiamate due tarde testimonianze dei Loci Communes di Antonio (I, xlii 13) e di Massimo il Confessore (58, 14) 74 che presentano sotto il nome di Eschine

68 I.F. Fischer, op. cit., pp. xxxv ss.

69 H. Dittmar, op. cit., p. 162. Alcuni dubbi in merito all’attribuzione del frammento al Socratico furono sollevati già da H. Krauss, op. cit., pp. 68–70.

70 I.F. Fischer, op. cit., p. 178.

71 Cfr. vi A 94 ssr.

72 Fischer cita a questo punto anche la massima conservata da Massimo il Confessore (58. 14); cfr. infra, n. 75.

73 K.F. Hermann, op. cit., p. 20.

74 Nel Περὶ ὕπνου (20a), l’autore attribuisce a Simocrate la medesima idea, espressa in forma più ampia: Tὸ μὲν ἐγρηγορέναι δὶα παντός ἀθανάτου φύσεως ἴδιον, ὕπνου δὲ μετρίως μετέχειν τῶν καθ’ἡμᾶς, ὡς ἔοικε, καὶ ἀνθρ πινον˙ τὸ δέ πέρα καθεύδειν τοῦ πρέποντος τοῖς τεθνήκοσι

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la massima: «dormire oltre il conveniente si addice ai morti piuttosto che ai

vivi».75

Ora, un possibile legame tra la riflessione eschinea e il tema del timore della morte può essere stabilito, sebbene in modo molto indiretto ed in via ipotetica, combinando una testimonianza di Temistio con un passo di Diogene Lerzio, che già Giannantoni collega e riporta in sequenza (vi A 38 ssr). Nella prima, Temistio (Orat. xxxiv 5) parla in riferimento a Socrate di una «ricerca comple- ta sui beni e sui mali» (ἅπασαν τὴν σκέψιν περὶ ἀγαθῶν καὶ κακῶν) e aggiunge che di questa e di altre indagini «continuava a occuparsi il seguito legittimo di Socrate: Cebete, Fedone, Aristippo, Eschine (ἐπὶ δὲ τούτων διέμενε τῶν ὅρων ὁ γνήσιος Σωκράτους χορός, ὁ Kέβης, ὁ Φαίδων, ὁ Ἀρίστιππος, ὁ Aἰσχίνης)». Ora, di

un discorso sui beni e sui mali parla anche Diogene Laerzio (ii 92) il quale, rife- rendosi in particolare ai Cirenaici, afferma che, per costoro, «colui che conosce

a fondo il discorso sui beni e sui mali (τὸν περὶ ἀγαθῶν καὶ κακῶν λόγον) è in

grado di parlar bene, di essere estraneo al timore degli dei e di evitare il timore della morte (τὸν περὶ θανάτου φόβον)». La riflessione sul timore della morte, dunque, si trova attribuita esplicitamente soltanto ad Aristippo, ma è collegata

da Diogene a un λόγος περὶ ἀγαθῶν καὶ κακῶν in merito al quale, stando a Temi-

stio, la ricerca iniziata con Socrate fu continuata dai suoi più fedeli allievi, tra cui lo stesso Eschine. Il collegamento, come è evidente, è fortemente congetturale e, in ogni caso, non dirimente ai fini della questione della paternità della massima, che – come

è stato mostrato – non è più in discussione.

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μᾶλλον ἤπερ τοῖς ζῶσιν ἁρμόδιν. τὰς πλείστας τῆς ζωῆς μοίρας ἀφρησαι˙ ἀει γὰρ καθεύδεις καὶ τῆς ἐνθάδε μεταβέβηκας λήξεως.

Il frammento è riportato con lievi variazioni dai due testimoni; cfr. Anton. I, xlii 13: τὸ

πέραν καθεύδειν τοῦ πρέποντος τοῖς τεθνηκόσι μᾶλλον ἤπερ τοῖς ζῶσιν ἁρμόδιον (vi A 12 ssr)

e Maxim. 58. 14: Ἀισχίνου. Tὸ πέρα καθεύδειν τοῦ πρέποντος τοῖς τεθνηκόσι μᾶλλον ἤπερ

τοῖς ζῶσιν ἁρμόδιον (vi A 94 ssr). Nella massima è stato visto un richiamo al tema, di derivazione omerica, della fratellanza tra il sonno e la morte (così C. M á rsico, Los filóso- fos socráticos, Testimonios y fragmentos ii. Antístenes, Fedón, Esquines y Simón, Editorial Losada, Buenos Aires 2014, n. 11, p. 358). Il dictum non pare, tuttavia, rimandare in modo esplicito alla caratterizzazione arcaica del sonno come fratello della morte, su cui si veda Il. xiv 231 e xvi 682 (cfr. xvi 672). Nell’ambito della letteratura socratica, fondamentale sul tema è una testimonianza di Stobeo su Euclide (iii 6, 63 = ss r ii A 11), in cui il sonno

e la morte sono presentati come due daimones assegnati a ciascun uomo. Per un’analisi

approfondita del passo e per gli opportuni rimandi testuali si veda A. Brancacci, The Double Daimon in Euclides the Socratic, in P. Destrée and N.D. Smith (eds.), Socrates’ Divine Sign: Religion, Practice and Value in Socratic Philosophy, “Apeiron” 38 (2005), pp. 143–154.

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Le nuove testimonianze su Eschine, come si è tentato di mostrare, attengono a vari aspetti della sua biografia e dei suoi dialoghi e, nel panorama generale delle fonti sul Socratico, apportano contributi di peso diverso. Se letti in parallelo alle altre testimonianze pervenute, tuttavia, questi testi forniscono spesso informazioni aggiuntive o elementi di conferma tanto ris- petto ad alcune notizie sulla vita di Eschine (quali, ad esempio, la povertà e la fedeltà all’insegnamento socratico), quanto in merito al giudizio degli au- tori antichi sulle sue opere e ad alcuni specifici motivi dottrinali trattati nei dialoghi (nell’Aspasia e nel Milziade in particolare). Nel loro complesso, esse contribuiscono ad arricchire la comprensione di una figura che, stando alle fonti, occupava un posto di primo piano all’interno della prima generazione di Socratici, e che tuttavia non ha ancora goduto, forse, di sufficiente attenzione da parte della critica.

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