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Universit degli Studi di Trento Corso di Laurea Triennale in Matematica

PLATONE E LE ORIGINI DELLA MATEMATICA

SEMINARIO

Angelo Danese & Giulia Perina (responsabile Prof. Gabriele H. Greco)


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aresco di 772 cm di base realizzato tra il 1509 ed il 1511


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La Scuola di Atene  Raaello Sanzio

1 In copertina:

Sulla porta d'ingresso dell'Accademia era scritto il motto:  Non entri nessuno che sia ignorante di geometria

Il suo entusiasmo per la matematica lo rese famoso non come matematico, ma come il  creatore dei matematici

CARL B. BOYER

PREMESSA
Quando al liceo si studia Platone ci si soerma sulla sua biograa, su alcuni suoi scritti, sulle sue teorie pi note (come ad esempio la Teoria delle Idee o la Teoria della Linea. . . ), sulla sua Accademia e sulla sua opera di formazione e si trascura (quasi del tutto) la gura di  Platone matematico . Scopo del seminario, infatti, quello di approfondire questo aspetto del losofo ateniese, il quale, prima di tutto, subordina il sapere scientico al sapere losoco aermando che la scienza deve rispettare due esigenze:

un alto grado di rigore nelle procedure conoscitive e nei concetti adottati; un distacco della ricerca teorica da interessi particolari e dalla dimensione applicativa delle conoscenze.

Ci possibile soprattutto alla matematica, che Platone concepisce come una disciplina formale, legata a concetti depurati dalla particolarit e variabilit dell'esperienza sensibile e legata a procedure dimostrative rigorose. Questo permette di valorizzarne gli aspetti teorici a danno di quelli pratico-applicativi, relativi al calcolo. Il seminario costituito da: 1. una prima parte (curata da Angelo Danese) in cui, con un approccio prevalentemente storico, si tratta lo sviluppo della losoa della matematica di Platone ripercorsa dal losofo bizantino Proclo e dal losofo novecentesco Hsle; 2. una seconda parte (curata da Giulia Perina) in cui si propone una reinterpretazione della prima matematica greca data dallo storico-matematico novecentesco Fowler, evidenziando i contributi matematici dell'Accademia di Platone; 3. due appendici (curate da Angelo Danese); nella prima si presenta la cronologia della matematica in et antica, mentre nella seconda la lettura dell'opera di copertina

Indice
I LA FIGURA DI PLATONE NELLA STORIA DELLA MATEMATICA 11
1 2 INTRODUZIONE PLATONE E IL SUO TEMPO
2.1 2.2 La vita e il contesto storico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Gli scritti e le dottrine non scritte

11 13
13 14

IL RUOLO DI PLATONE NELLA PROMOZIONE E DIFFUSIONE DEGLI STUDI MATEMATICI 16 CONFRONTI


4.1 4.2 Pitagora e Platone . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Platone e Peano: analogie nell'introduzione aritmetica del numero

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19 23

5 6 7 8 9

IL PROBLEMA DEL V POSTULATO DI EUCLIDE

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LA FONDAZIONE ONTOLOGICA DELLA MATEMATICA 29 I MATEMATICI DELL'ACCADEMIA PLATONE VS ARISTOTELE 31 35

PROCLO: LA SUA FIGURA E IL RAPPORTO CON PLATONE 38 40

10 PLATONE COME MATEMATICO

II I CONTRIBUTI MATEMATICI DELL' ACCADEMIA DI PLATONE 43


11 INTRODUZIONE 43

12 LE CARATTERISTICHE DELLA PRIMA MATEMATICA GRECA 45


12.1 Il Menone di Platone . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12.2 Una geometria non aritmetica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12.3 Gli aritmi o numeri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12.4 Logos /Analogon o rapporto/proporzionalit . . . . . . . . . . . . 12.5 Il linguaggio della matematica greca . . . . . . . . . . . . . . . . 45 49 52 53 56

13 LA TEORIA DEL RAPPORTO ANTIFAIRETICO


13.1 Il rapporto antifairetico 13.2.1 Diagonale e lato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13.2 Alcuni calcoli con l'antifairesi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13.2.2 Circonferenza e diametro 13.3 Algoritmi antifairetici

57
57 58 58 61 62 62 62 64 66 69 69 71

13.2.3 Supercie e sezione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13.3.1 La Proposizione di Parmenide

13.3.2 Un algoritmo per il calcolo dell'antifairesi 13.4 Calcoli in cui si sfrutta l'antifairesi 13.4.1 Il ciclo metonico

13.3.3 Un algoritmo per il calcolo della convergenza

. . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

13.4.2 L'Equazione di Pell . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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ELEMENTI

II: DIMENSIONE DEI QUADRATI

73
73 73 76 78 87 96

14.1 Il problema della dimensione del quadrato . . . . . . . . . . . . . 14.2 Libro II degli Elementi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14.3 Le ipotesi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14.4 Primo tentativo: metodo degli gnomoni 14.5 Secondo tentativo: sintetizzare i rapporti

14.6 Terzo tentativo: lati e diagonali generalizzati

15 IL CURRICULUM MATEMATICO NELLA DI PLATONE


15.2 Arithmetike te kai logistike

REPUBBLICA

100

15.1 Platone matematico? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 100 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 101 15.3 Geometria piana e solida . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 104

16

ELEMENTI

IV, X E XIII: IL DIAMETRO E IL LATO

109

16.1 Il diametro e il lato: presentazione del problema

. . . . . . . . . 109

16.2 Il pentagono . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 109 16.3 La media e ultima regione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 112 16.4 Osservazioni da un punto di vista antifairetico . . . . . . . . . . . 112 16.5 Libro X . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 115 . . . 115 16.5.1 Una classicazione di alcune linee incommensurabili

16.5.2 Aree e linee esprimibili . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 117 16.5.3 Aree e linee mediane . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 118 16.5.4 Somme e dierenze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 121 16.5.5 Binomio e apotome . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 124 16.5.6 Le sei linee alogoi additive e sottrattive 16.6 Lo scopo e le motivazioni del Libro X . . . . . . . . . . 125 . . . . . . . . . . . . . . . 129

III

APPENDICI

131

17 CRONOLOGIA DELLA MATEMATICA IN ETA' ANTICA 131

18 STORIA DI COPERTINA

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IV

BIBLIOGRAFIA

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Parte I

LA FIGURA DI PLATONE NELLA STORIA DELLA MATEMATICA


1 INTRODUZIONE
Questa prima parte del seminario incentrata sullo sviluppo e sull'approccio alla matematica nell'opera losoca di Platone. Ho ripercorso prima di tutto il contesto storico in cui il losofo greco ha operato e, successivamente, ho inquadrato il suo pensiero losoco e le rispettive inuenze da parte dei suoi predecessori Socrate e Pitagora.

Per approfondire lo sviluppo della matematica in Platone ho letto il Com-

mento al primo libro degli Elementi di Euclide, un'opera del losofo Proclo
risalente al V secolo d.C.; a tutt'oggi quest'opera resta una fonte essenziale per la conoscenza della storia della matematica greca. Un altro strumento di utilissima consultazione stata l'opera I fondamenti

dell'aritmetica e della geometria in Platone del losofo novecentesco Vittorio


Hsle, il quale, facendo leva sulla convinzione  di Platone  di dover elaborare analiticamente i principi dell'aritmetica, come anche la convinzione che l'aritmetica deve essere sviluppata senza concetti geometrici, aerma che Platone supera la matematica del suo tempo e anticipa sviluppi molto posteriori. Aancando a questa lettura quella di un abstract di Domenico Massaro, ho analizzato il rapporto/contrasto tra il pensiero losoco di Platone e quello del suo allievo Aristotele. Quest'ultimo, che era soprattutto un losofo e un biologo, sempre stato restio a seguire i matematici platonici nelle loro astrazioni e

Vittorio Hsle

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nei loro tecnicismi; ecco perch, fatta eccezione per aver posto i fondamenti della logica, non diede nessun contributo durevole alla matematica, nonostante i chiari interventi in materia presenti nelle sue opere che compongono il Corpus

Aristotelicum.
Inne, confrontando l'opera di Platone con i noti Elementi di Euclide (composti tra il IV e il III secolo a.C.) ho osservato la modernit di Platone come matematico. Tuttavia, ci sono alcuni matematici, etichettati come  denigratori di Platone , i quali vedono nel suo pensiero losoco-matematico una sorta di antiscienza che ha portato alla svalutazione della conoscenza e dell'esperienza sensibile. A mio parere, per, tutto questo senza fondamento perch nel Timeo (che l'opera in cui ci sono le maggiori tracce della matematica platonica) Platone, anche se ritiene la conoscenza sensibile inferiore, aerma che la conoscenza intellegibile pura esiste grazie a quella sensibile, cos come la matematica acquisisce il suo metodo di investigazione grazie all'osservazione dei fenomeni sici e meccanici.

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2
2.1

PLATONE E IL SUO TEMPO


La vita e il contesto storico
Aristone, che gli impose il nome

Nacque ad Atene da genitori aristocratici:

del nonno, Aristocle e Perittione, la quale, secondo Diogene Laerzio (storico greco antico, 180-240 d.C.), discendeva da Solone. La sua data di nascita viene ssata da Apollodoro di Atene (storico e grammatico greco antico, 180-115 a.C.), nella sua Cronologia, nel settimo giorno del mese di Targellione, ossia alla ne di maggio del 428 a.C.. Ebbe due fratelli, Adimanto e Glaucone, citati nella sua Repubblica, e una sorella, Potone, madre di Speusippo, futuro allievo e successore, alla sua morte, alla direzione dell'Accademia di Atene. Fu un altro Aristone, un lottatore di Argo, suo maestro di ginnastica, a chiamarlo Platone, (dal greco platos  ampio) date le ampie spalle. Avrebbe partecipato a tre spedizioni militari, durante la guerra del Peloponneso: a Tanagra, Corinto e Delio (tra il 409 a.C. al 407 a.C.). Dopo la parentesi del governo oligarchico e lo-spartano dei Trenta Tiranni, il nuovo governo democratico accus di empiet e di corruzione Socrate, condannandolo a morte nel 399 a.C.. Platone frequent l'eracliteo Cratilo e il parmenideo Ermogene, ma non certo se questa notizia sia reale o se voglia giusticare la sua successiva dottrina, inuenzata sotto diversi aspetti dal pensiero dei suoi due grandi predecessori Eraclito e Parmenide da lui considerati gli autentici fondatori della losoa. Sempre verso il 399 a.C. insieme con altri allievi di Socrate sarebbe andato a Megara, poi a Cirene, frequentando il matematico Teodoro di Cirene e ancora in Italia, dai pitagorici Filolao ed Eurito. Di qui si sarebbe recato in Egitto dove i sacerdoti l'avrebbero guarito da una malattia, ma la fondatezza della notizia di questi viaggi molto dubbia. A partire dal 395 a.C. avrebbe iniziato a scrivere i primi dialoghi nei quali aronta il problema culturale rappresentato dalla gura di Socrate e la funzione dei sosti. Nascono cos, in un possibile ordine cronologico, l'Apologia (il suo primo dialogo), il Critone (in cui Socrate discute la legittimit delle leggi), lo

Ione (parodia ironica di poeti), l'Eutifrone, il Carmide, il Lachete, il Liside,


l'Alcibiade I, l'Alcibiade II (queste ultime due attribuzioni a Platone sono tuttavia discusse), l'Ippia Maggiore, l'Ippia Minore, il Trasimaco (che conuir nella Repubblica come primo libro), il Menesseno, il Protagora ed il Gorgia. Intorno al 388 a.C. Platone stato a Siracusa, in quel tempo governata da Dionigi I. Qui strinse amicizia col cognato del tiranno, Dione, che guard con favore ai programmi politici di Platone. Ma opposto fu l'atteggiamento di Dionigi I, che costrinse Platone ad abbandonare Siracusa per Atene; fatto sbarcare nell'isola di Egina, nemica di Atene, l venne fatto prigioniero e reso schiavo, ma per sua fortuna il socratico Anniceride di Cirene lo riscatt. Tuttavia anche quest'episodio, narrato con varianti da Diogene Laerzio, molto dubbio. Nel 387 a.C. ad Atene, acquistato un parco dedicato ad Academo, fond una scuola con il nome di Accademia, in onore all'eroe greco, consacrandola ad Apollo e alle Muse. Sull'esempio opposto a quello della scuola fondata da Isocrate nel 391 a.C.

Platone discorre con

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i suoi discepoli nell'Accademia

e basata sull'insegnamento della retorica, la scuola di Platone ha le sue radici nella scienza e nel metodo da essa derivato: la dialettica. sonaggi di passaggio ad Atene. Dalla creazione dell'Accademia al 367 a.C. Platone scrive i dialoghi in cui si sforza di determinare le condizioni che permettono la fondazione della scienza: il Clitofonte (tuttavia di incerta attribuzione), il Menone, il Fedone, l'Eutidemo, il Convito, la Repubblica, il Cratilo ed il Fedro. Nel 367 a.C., poco prima dell'arrivo di Aristotele nell'Accademia, Platone a Siracusa su invito di Dione che, con la morte di Dionigi I e la successione al potere di suo nipote Dionigi il Giovane, conta di poter attuare le riforme impedite dal precedente tiranno. Ma i contrasti con Dionigi, che sospetta nello zio intenzioni di ribellione, portano all'esilio di Dione. trasformazione istituzionale dello Stato siracusano. Nel 365 a.C. Siracusa in guerra e Platone torna ad Atene, con la promessa di poter tornare a Siracusa alla ne della guerra insieme con Dione. Ad Atene scrive il Parmenide, il Teeteto ed il Sosta. Nel 361 a.C. Platone compie il suo terzo e ultimo viaggio in Sicilia. Non c' per Dione, verso il quale Dionigi manifesta un'aperta ostilit. I tentativi di Platone di difendere l'amico portano alla rottura dei rapporti con il tiranno siracusano che arriva a imprigionare il losofo. Grazie all'intervento di Archita di Taranto, nel 360 a.C. Platone pu ripartire per Atene e durante il viaggio sbarca a Olimpia per incontrare per l'ultima volta Dione che progettava una guerra contro Dionigi, dalla quale Platone cerc invano di dissuaderlo. Nel 357 a.C. Dione riuscir a impadronirsi del potere a Siracusa ma tre anni dopo verr ucciso. Dunque, ad Atene, Platone scrisse le ultime opere: il Timeo, il Crizia, il Platone pu tuttavia rimanere a Siracusa come consigliere di Dionigi e coltivare i suoi progetti di Per questo motivo l'insegnamento si svolge attraverso dibattiti e conferenze tenute da illustri per-

Politico, il Filebo e le Leggi.


Mor nel 347 a.C. e la guida dell'Accademia venne assunta dal nipote Speusippo. La scuola sopravviver no al 529 d.C., anno in cui venne denitivamente chiusa da Giustiniano dopo vari periodi di alterne interruzioni della sua attivit.

2.2
lettere.

Gli scritti e le dottrine non scritte

Di Platone sono pervenute tutte le opere che comprendono 36 dialoghi e 13 Il losofo ateniese si avvale del dialogo perch lo ritiene l'unico mezzo in grado di riportare l'argomento trattato alla concretezza di un dibattito fra persone, oltre a far mettere in luce il carattere di ricerca, elemento chiave della sua losoa. Egli vuole inoltre evidenziare col ricorso al dialogo l'importanza del discorso orale rispetto al  nero su bianco . In genere si suole riunire i dialoghi platonici in vari gruppi a seconda che risalgano:

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1. ai primi anni della sua attivit letteraria, sotto la viva inuenza di Socrate; 2. alla maturit, quando compose e svilupp la teoria delle idee; 3. all'ultimo periodo, quando sent l'urgenza di difendere la propria concezione contro gli attacchi alla sua losoa, attuando una profonda autocritica della teoria delle idee. Lo stile muta notevolmente da un periodo all'altro: nei periodi giovanili si hanno interventi brevi e briosi che danno vivacit al dibattito; negli ultimi, invece, vi sono interventi lunghi che danno all'opera il carattere di un trattato e non di un dibattito, trattandosi piuttosto di un dialogo dell'anima con se stessa. In genere il protagonista Socrate, il suo maestro, che assume una parte secondaria soltanto negli ultimi dialoghi. La caratteristica di questi dialoghi che il soggetto principale in questione solito discorrere molto pi dell'interlocutore a cui si rivolge, il quale, si limita solamente a confermare o disapprovare quello che il protagonista espone. Aristotele, suo discepolo, ha poi aperto anche la questione delle  dottrine non scritte di Platone. Alcuni studiosi contemporanei hanno, anzi, sostenuto che la vera losoa platonica non sia quella contenuta nei dialoghi, ma sia stata esposta in modo sistematico solo nelle lezioni da lui tenute nell'Accademia. I testi a noi giunti sarebbero stati, invece, destinati ad un pubblico pi largo, quindi avrebbero avuto un carattere divulgativo, perch incapaci di descrivere una  verit che non si pu tradurre per iscritto.

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IL RUOLO DI PLATONE NELLA PROMOZIONE E DIFFUSIONE DEGLI STUDI MATEMATICI

Ad ogni modo, attraverso le opere platoniche a noi giunte ed attraverso le ricerche condotte da studiosi e/o appassionati in materia, siamo in grado di argomentare quella che lo stesso Platone chiama  Fondazione losoca della Matematica . I Dialoghi contengono un centinaio circa di passaggi di carattere matematico il cui valore molto variabile. Platone infatti arriv alla matematica solo quando aveva circa 40 anni, probabilmente durante il suo primo viaggio in Italia e dopo aver incontrato Archita di Taranto. Fino a questo momento le sue opere testimoniano un'ammirazione per cos dire  passiva verso questa scienza. Il punto di svolta rappresentato dal

Menone a partire dal quale la matematica non solo gioca un ruolo sempre pi
importante ma viene anche trattata in modo pi tecnico e specialistico. Non bisogna dimenticare che al tempo di Platone la matematica era l'unica scienza che fosse pervenuta a darsi uno statuto epistemologico compiuto, cio l'unica scienza che avesse raggiunto propriamente il livello di scienza, cosa che non si poteva dire per la sica, per la biologia, ecc.. Ad esempio, secondo Platone, la sica condannata ad essere esposta nei termini di un racconto verosimile vale a dire: la sola possibilit che le si ore quella di servirsi costantemente e strutturalmente di un linguaggio matematico, quindi la matematica merita il nome di scienza perch i suoi oggetti sono sempre esistenti. Ecco perch la matematica assume un grande valore agli occhi di Platone: essa scienza, non conoscenza empirica; conoscenza dell'universale; conoscenza di ci che vero sempre; dunque la matematica aiuta la mente ad innalzarsi al di sopra della realt empirica. E' noto che Platone nella Repubblica prescrive ai futuri loso un lungo curriculum di studi in cui la matematica occupa la posizione preminente. Secondo Platone sono necessari circa dieci anni di studi matematici per potersi dedicare con successo alla losoa. Al tempo stesso Platone colui che indica, per primo e con estrema chiarezza, quali sono i limiti della matematica: poich la stessa matematica dimostrazione, essa deve partire da presupposti, cio da ipotesi, a cui, per, non in grado di rendere ragione. Questo suo limite, addirittura, fa s che essa non possa nemmeno essere chiamata vera scienza; nella Repubblica, infatti, Platone dice che la matematica pi propriamente  dianoia . Per capire esattamente cosa il losofo intende, e quindi il ruolo che la matematica occupa nel pensiero platonico, occorre far riferimento alla cosiddetta

Teoria della Linea  esposta nella Repubblica  con la quale si esplica il rapporto tra la losoa con il suo metodo specico e le altre scienze con i propri. Con questa teoria Platone vuole sancire l'enorme dierenza tra il mondo dell'opinione e quello della verit, tra il sensibile e l'intellegibile (ossia tutto ci che accessibile all'intelletto umano).

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Immaginiamo un segmento bisecato rappresentante il mondo visibile da una parte (C-E), e il mondo intellegibile dall'altra (A-C); quello visibile, dato che accessibile alla nostra percezione, rappresentato dal tratto pi lungo. Suddividiamo ulteriormente i due segmenti in modo da ottenere quattro parti. lungo. Anche questa volta alla sfera del concreto va riservato il segmento pi

Secondo Platone la conoscenza si articola in due stadi:

l'opinione 1. immaginazione (AB) : Forme intelligibili pi alte, perch raggiunte e sviluppate per via puramente speculativa, cio la vera scienza che la losoa 2. credenza (BC) : Forme di verit intelligibili, ma meno alte, perch basate su un riscontro empirico, cio la geometria e le scienze in genere

la conoscenza 1. ragione discorsiva (CD) : Gli oggetti visibili, ossia gli animali, le piante, gli uomini e tutte le loro produzioni 2. intellezione (DE) : Le manifestazioni di oggetti visibili, ossia le immagini, le ombre, i riessi nell'acqua, i miraggi, le illusioni ottiche, ecc...

Dunque, la matematica attiene all'ordine intellegibile, ma non ancora conoscenza delle forme, non scienza in senso proprio: essa qualcosa di intermedio tra l'opinione e l'intelletto. In generale, anche se la scienza appartiene (per Platone) al mondo dell'intellegibile, sempre un gradino al di sotto del vero sapere, cio della losoa; infatti  il losofo che giunge alla verit, non lo scienziato perch quest'ultimo non a contatto con la realt dell'idea. Questo ha portato molti interpreti a vedere nel modello platonico un ostacolo allo sviluppo della scienza sperimentale. Ma non va neppure ignorato che merito di Platone l'elaborazione di una teoria della scienza che si basa su modelli matematici e sul principio universale dell'ordine e dell'armonia di chiara derivazione pitagorica. Platone riconosce l'esistenza delle cosiddette idee-

numeri ; cerchiamo di capire cosa si deve intendere con questa espressione.


Nel pensiero platonico l'idea  traducibile pi correttamente con forma  il vero oggetto della conoscenza: essa non soltanto il fondamento gnoseologico della realt (gnoseologia =dal greco gnoseos loghia, discorso sulla conoscenza), ossia la causa che ci permette di pensare il mondo, bens ne costituisce anche il fondamento ontologico, essendo il motivo che fa essere il mondo. Infatti, come ci fa notare Vittorio Hsle, Platone parla di  ontologizzazione della matematica

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anzich di  matematizzazione della losoa : la matematica non pu fondare l'ontologia (=dal greco ontos loghia, discorso sull'essere  tutto ci che riguarda l'essere), ma solo l'ontologia pu fondare la matematica, anche se quest'ultima, nel movimento dialettico della via in su, in grado di indirizzare ai principi supremi. I numeri, invece, costituiscono l'oggetto proprio della matematica; infatti, i numeri e le grandezze (che a loro volta sono l'oggetto della geometria) presentano dei caratteri che non si riscontrano nella realt empirica. la geometria ne descrive e dimostra le propriet. Per, questi oggetti matematici sono a loro volta molteplici. Ad esempio ci sono molti cerchi, molti triangoli, ci sono anche molti numero tre, molti numero quattro (infatti possiamo sommare tre pi tre, quattro pi quattro, possiamo moltiplicare tre per tre. . . ) ma ciascuno di questi oggetti matematici a sua volta , secondo Platone, l'immagine di un'idea, di una realt ideale che non pu avere questo carattere di molteplicit perch, proprio per la sua universalit, essa deve essere una. Ad esempio nella realt empirica non si trova un cerchio perfetto, tuttavia il cerchio esiste perch

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4
4.1

CONFRONTI
Pitagora e Platone

Abbiamo gi visto una piccola analogia tra il pensiero pitagorico e quello platonico. Pitagora nacque a Samo nel 575 a.C. circa e mor a Metaponto nel 495 a.C.; stato un matematico, legislatore e losofo greco antico. La sua gura avvolta nel mistero e le informazione note su di lui le dobbiamo a testimonianze risalenti ad epoca pi tarda. Pitagora fonda la Scuola Pitagorica a Crotone intorno al 530 a.C. sull'esempio delle comunit orche e delle sette religiose d'Egitto e di Babilonia, terre che  secondo la tradizione  avrebbe conosciuto in occasione dei suoi precedenti viaggi di studio. L'indirizzo del pensiero pitagorico era politicamente conservatore e seguiva un rigoroso codice di condotta. Ai membri veniva imposta una dieta vegetariana, infatti sembra che i Pitagorici credessero nella dottrina della metempsicosi, ossia della trasmigrazione delle anime, con la conseguente preoccupazione che un animale macellato potesse essere la nuova dimora dell'anima di un amico morto. La scuola di Crotone eredit dal suo fondatore non solo lo studio dei culti esoterici, ma anche l'interesse per la matematica, l'astronomia, la musica e la losoa. In campo matematico i Pitagorici si interrogarono sulle propriet dei numeri pari e dispari, dei numeri triangolari e dei numeri perfetti, lasciando un'eredit duratura a coloro che si sarebbero occupati di matematica. Ad essi si devono le seguenti scoperte: 1. la somma degli angoli interni di un triangolo pari a due angoli retti. Pi in generale, nel caso di un poligono di n lati la somma degli angoli interni uguale a 2n-4 angoli retti; 2. in un triangolo rettangolo, il quadrato costruito sull'ipotenusa equivalente alla somma dei quadrati costruiti sui cateti, ossia il teorema noto come Teorema di Pitagora ; 3. la soluzione geometrica di alcune equazioni algebriche; 4. la scoperta dei numeri irrazionali ed in particolare l'esistenza di 5. la costruzione dei solidi regolari. Se teniamo presente che i babilonesi avevano assegnato misure numeriche alle cose che li circondavano (dai movimenti del cielo al prezzo dei loro schiavi), possiamo intravedere nel motto pitagorico  secondo cui  Tutto numero  una forte anit con la cultura mesopotamica. Il teorema stesso che oggi viene associato al nome di Pitagora molto probabilmente aveva un'origine babilonese. Per giusticare la denominazione di Teorema di Pitagora stata avanzata l'ipotesi che i Pitagorici siano stati i primi a fornirne una dimostrazione anche se questa congettura non ore possibilit di verica.

2;

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Secondo i Pitagorici, inoltre, esiste una coppia di principi: l'Uno o principio limitante e la Diade o principio di illimitazione. Dunque tutti i numeri derivano da questi due principi: dal principio limitante si hanno i numeri dispari, da quello illimitato i numeri pari. I Pitagorici individuarono, inoltre, 10 coppie di opposti, conosciuti come

opposti pitagorici, intorno ai quali ruota il pensiero losoco pitagorico:


1. bene e male 2. limite ed illimite 3. dispari e pari 4. rettangolo e quadrangolo 5. retta e curva 6. luce e tenebre 7. maschio e femmina 8. uno e molteplice 9. movimento e stasi 10. destra e sinistra Ed inne, individuarono i cosiddetti  numeri importanti :

1 o Monade : indica l'Uno, il principio primo ed considerato un numero n pari n dispari che geometricamente rappresenta il punto; 2, o Diade : femminile, indenito e illimitato; rappresenta l'opinione (sempre duplice) e, geometricamente, la linea; 3 o Triade : maschile, denito e limitato; geometricamente rappresenta il piano; 4 o Tetrade : rappresenta la giustizia, in quanto divisibile equamente da entrambe le parti e, geometricamente, rappresenta una gura solida; 5 o Pentade : rappresenta vita e potere; infatti la stella iscritta nel pentagono era il simbolo dei pitagorici; 10 o Decade : numero perfetto; infatti secondo la loro concezione astronomica i pianeti erano dieci e questo numero veniva rappresentato con il

ttraktys (cio il triangolo equilatero che ha 4 punti per lato) una gura
ritenuta sacra e considerata la radice e la fonte della natura eterna. Su di essa i Pitagorici prestavano giuramento in segno di adesione alla scuola. Inoltre il 10  contiene l'intero Universo poich dato dalla somma di

1+2+3+4 in cui l'1 rappresenta il punto geometrico, 2 sono i punti necessari per individuare la linea, 3 sono i punti necessari per individuare un piano e 4 sono i punti necessari per individuare un solido

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Ecco perch, dunque, per i Pitagorici la razionalit misurabilit e armonia; tutto ci che si presenta come incommensurabile , invece, irrazionale. Dal canto suo Platone voleva riscattare le ipotesi dell'aritmetica e della geometria dalla loro mancanza di fondazione usandole come veri e propri  gradini (questo uno dei possibili signicati letterali della parola hypothesis  hypo sotto e tithemi metto/colloco) per salire alla contemplazione del Bene o, per lo meno, fondare tutto il campo degli enti matematici nell'Uno. Nel Parmenide Platone pone la seguente ipotesi l'Uno che l'Uno e dimostra che: 1. l'Uno esclude la molteplicit, in nessun caso pu essere molti; 2. l'Uno in s non ha parti e non un tutto, in quanto il tutto ci che non privo di nessuna parte; 3. l'Uno in s non ha alcuna forma geometrica, perch non ha inizio, non ha mezzo, non ha ne; 4. l'Uno in s non n in s, n in altro, cio non in alcun luogo; 5. l'Uno non in movimento e neppure in quiete; 6. l'Uno non identico o diverso n a s n ad altro; 7. l'Uno non simile o dissimile a s n ad altro; 8. l'Uno non ha misure uguali o disuguali n a s n ad altro; 9. l'Uno in s del tutto esterno al tempo; 10. l'Uno che Uno non partecipa dell'Essere, non uno e non conoscibile. Il concetto di Uno viene ripreso da Platone in due saggi nei quali spiega la struttura degli enti matematici; oltre all'Uno, a cui attribuisce un carattere aritmetico, viene introdotto anche il concetto di Diade Indenita a cui, invece, attribuisce un carattere geometrico. Sempre nel Parmenide, Platone esalta la  determinazione duale dell'Uno  , cio una dualit fondata su una sorta di principio grazie al quale possibile ottenere una molteplicit innita: partendo dall'Uno vengono generati tutti gli altri numeri, per mezzo di un'azione sinergica dell'Uno e della Diade Indenita. Ma per Platone, la Diade Indenita non solo responsabile della generazione dei numeri naturali a partire dall'Uno; essa diviene sempre pi dominante nell'articolazione dei rapporti, delle grandezze razionali e allo stesso tempo di quelle irrazionali che, com' noto, i Greci non consideravano numeri. A questo punto, Platone pone la dierenza tra Diade Indenita e diade, la quale intesa come il primo numero ideale (equivalente al  nostro due): la Diade Indenita funge da principio di molteplicit e non pu essere identica al  numero due . Essa, infatti, si manifesta all'interno della serie numerica per la prima volta nella diade, ma non si manifesta soltanto in essa, bens in tutti i numeri maggiori di Uno (cio non principio solo del due ).

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D'altra parte Platone fonde quanto esposto nella Teoria della Linea con quanto esposto nella sua  Teoria dei numeri naturali aermando che il concetto di pari e dispari trova la sua specica applicazione in tutte le sfere dell'essere (in natura, nella storia, nell'etica, nella politica e anche sul piano delle entit matematiche). In un certo senso Platone sintetizza questo suo pensiero impostando la seguente proporzione: Uno : diade = dispari : pari che ricalca quella impostata da Pitagora: uno : molteplicit = quadrato : rettangolo A prescindere da ci la Diade Indenita ricorda il concetto di sezione di Dedekind; infatti, allo stesso modo della Diade Indenita, la sezione garantisce l'esistenza di grandezze irrazionali. Ma, in aggiunta a ci, interessante che gi in Platone venga stabilita una certa continuit fra i numeri naturali e le grandezze siano esse razionali o irrazionali (una continuit che com' noto era estranea alla matematica antica e che solo in quella moderna ha ricevuto riconoscimento generale). Dunque la Diade Indenita di Platone si potrebbe interpretare come un prodromo del concetto di sezione di Dedekind: in quest'ultimo stato portato a concettualit il pensiero per cui fra i numeri naturali e le altre grandezze non sussiste una profonda cesura ma un nesso da cogliersi in modo puramente aritmetico.

4.2

Platone e Peano: analogie nell'introduzione aritmetica del numero

Nello scenario storico-matematico del XIX secolo spicca il matematico italiano Giuseppe Peano, nato a Spinetta di Cuneo il 27 agosto 1858 e deceduto a Torino il 20 aprile 1932. Nel corso della sua attivit precis la denizione di limite e forn il primo esempio di una curva che riempie una supercie, la ben nota curva di Peano, mettendo in evidenza come la denizione di curva allora in corso non fosse conforme a quanto intuitivamente si intende per curva. Inoltre essa rappresenta uno dei primi esempi di frattale (ed stata ragurata in un monumento a Cuneo). Uno dei primi a contribuire al calcolo vettoriale di Grassmann fu proprio Peano; inoltre dimostr importanti propriet delle equazioni dierenziali ordinarie ed ide un metodo di integrazione per successive approssimazioni. Nel 1894 pubblic il Formulario di matematica (contenente oltre 4000 tra teoremi e formule per la maggior parte dimostrate) con il quale si propose di sviluppare un linguaggio formalizzato che potesse contenere tutti i risultati dei pi importanti settori della matematica.

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Ma, sicuramente, uno dei meriti di Peano quello di aver fatto ordine nell'aritmetica; egli, infatti, ha  caratterizzato l'insieme dei numeri naturali ponendo degli assiomi (che in quanto tali sono indimostrati ed indimostrabili) attraverso i quali determina il signicato di tre simboli:

N0 :=
0

insieme dei numeri naturali

:=

zero applicazione del successore tale che

:=

[x] := x + 1

Tali assiomi aermano che: 0. 1. 2.

N0

un insieme

lo zero un numero naturale : 0

N0 [n]

il successore di un numero naturale un numero naturale :

N0 , n N0
3.

 principio di induzione (un insieme a cui appartengono lo zero ed i successori dei suoi elementi contiene i numeri naturali) : sia S un
insieme tale che

0S

[n] S n S ,

allora

S N0 m, n N0
e

4.

due numeri naturali distinti hanno successori distinti :

[m] = [n] m = n
5.

lo zero non il successore di nessun numero naturale :

[n] = 0

n N0
D'altra parte abbiamo visto che Platone riconduce la molteplicit innita dei numeri naturali a due concetti fondamentali: all'Uno, come principio della serie numerica, ed alla Diade Indenita come un'operazione che, qualunque forma abbia avuto, era in ogni caso da iterarsi. Infatti, anche se quest'ultima non ha la funzione di un'addizione iterata bens di duplicazione, ha nel suo contenuto una somiglianza formale al concetto di successivo di Peano: la Diade Indenita responsabile della generazione dei numeri naturali a partire dall'Uno cos come l'applicazione del successore genera i numeri naturali partendo dallo 0 (0,

1 = [0] = 0 + 1, 2 = [1] = 1 + 1,

3 = [2] = 2 + 1, 4 = [3] = 3 + 1,

. . . ).

Dunque, possiamo dire che l'applicazione del successore denita da Peano richiama in linea di principio la Diade Indenita di Platone e come aerma Vittorio Hsle nella sua opera I fondamenti dell'aritmetica e della geometria in

Platone (Milano, Vita e Pensiero, 1994, p. 82 3d):


[. . . ] Si potrebbe dire che il concetto di successivo di Peano il successore storico della Diade Indenita di Platone. E non si esagerer a dire che anche in aritmetica, e non solo in geometria, Platone e l'Accademia si sono avvicinati alle ricerche assiomatiche della matematica moderna molto pi di quanto sia capitato in qualunque altro periodo intermedio fra la loro epoca e quella moderna..

24

IL PROBLEMA DEL V POSTULATO DI EUCLIDE

Nel Parmenide di Platone presente un interessante tentativo di fondare e stabilire la validit e la verit della geometria euclidea e reciprocamente la falsit delle geometrie non euclidee. Le geometrie non euclidee sono quelle geometrie costruite negando o non accettando uno dei cinque postulati di Euclide. Quello che oggetto di studio per Platone  e non solo  il V postulato (noto anche come  postulato delle rette parallele ): Se una retta taglia altre due rette determinando dallo stesso lato angoli interni la cui somma minore di quella di due angoli retti, prolungando le due rette, esse si incontreranno dalla parte dove la somma dei due angoli minore di due angoli retti. Detto V postulato nella tradizione didattica moderna in genere sostituito dall'assioma di Playfair : Data una qualsiasi retta r ed un punto P non appartenente ad essa, possibile tracciare per P una ed una sola retta parallela alla retta

r data.
Il desiderio di dimostrare tale postulato risale n dall'epoca antica a Tolomeo e Proclo, ma il fatto che esso venga introdotto in modo esplicito come assioma (dallo stesso Euclide), fa pensare che Euclide si fosse gi accorto intuitivamente della sua indimostrabilit. Proclo (410-485 d.C.), che l'autore al quale dobbiamo la maggior parte delle informazioni sulla matematica greca nel suo Commento al I libro degli

Elementi di Euclide, a proposito del V postulato scrive:


[. . . ] Anche questo deve essere assolutamente cancellato dai

postulati perch un teorema. Solo agli inizi dell'Ottocento in alcuni studiosi cominci a maturare la convinzione che il V postulato fosse indimostrabile e, come tale, non fosse un teorema. Da parte sua Proclo, come tanti altri studiosi, riuscito solamente a mostrare che esistono numerosi teoremi della geometria euclidea che sono equivalenti al V postulato. Quest'ultimo regola il comportamento di due rette tagliate da una trasversale e tuttavia equivalente a proposizioni relative alla somma degli angoli dei triangoli e dei poligoni; agli angoli inscritti in una semicirconferenza; al teorema di Pitagora (che relativo all'equivalenza di quadrati); all'esistenza dell'ortocentro e del circocentro di un triangolo. Il V postulato il presupposto dell'intera teoria euclidea della similitudine (infatti, senza di esso non si pu dimostrare che esistano poligoni simili che non siano uguali). La storia dei tentativi di dimostrazione del V postulato rivela come il risultato sembrasse sempre pi vicino; tuttavia, alla ne, risultava che la conclusione

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era ottenuta facendo appello a una nuova proposizione che risultava equivalente al V postulato stesso. Ad esempio, prendiamo in considerazione la Proposizione sull'unicit della

parallela attribuita a Proclo:


Dati nel piano un punto e una retta esterna ad esso, per il punto passa al pi una retta parallela alla retta data. Sappiamo che l'esistenza della parallela un teorema della geometria, che ritroviamo nella Proposizione 31 del I libro degli Elementi di Euclide. Dunque, la proposizione precedente aerma che la parallela per un punto a una retta, che gi sappiamo esistere, unica. Quindi si dimostra che:

Dal V postulato segue l'unicit della parallela.

Dimostrazione Siano r una retta e P un punto esterno ad essa. Sia


una trasversale qualsiasi e

PQ l'angolo che essa forma con r. Delle rette passanti per P al pi una pu formare con P Q (dalla parte di ) un angolo tale che + = 2 retti (si veda la gura sotto). Tutte le

altre, per il V postulato, incontrano r, per cui per P passa al pi una retta parallela a r.

Dall'unicit della parallela segue il V postulato.

Dimostrazione Siano r e s due rette che, tagliate dalla trasversale t,


formano due angoli sopra). Sia che

tali che

+ < 2

retti (si veda la gura

PR + = 2

la retta per P che forma con retti.

PQ
2

un angolo

PR

risulta distinta da r (poich

tale > ) e

risulta parallela a r per le Proposizioni 27 e 28 degli Elementi di

Euclide. Dall'unicit della parallela segue allora che s non pu essere


parallela a r e che di conseguenza s'interseca con r, come richiesto dal V postulato.

2 Se due rette r e s formano con una trasversale t due angoli coniugati interni la cui somma due retti (oppure angoli alterni interni o angoli corrispondenti uguali), allora r e s sono parallele.

26

Altre proposizioni equivalenti al V postulato sempre attribuibili a Proclo sono le seguenti: 1. Se una retta incontra una di due rette parallele, allora incontra anche l'altra. 2. Due rette parallele a una terza sono parallele fra loro. 3. Se una retta parallela a una seconda retta e quest'ultima parallela a una terza retta, allora la prima retta parallela alla terza (transitivit del

parallelismo ).
4. Due rette secanti sono divergenti (ossia i segmenti di perpendicolare abbassati dai punti di una sull'altra ad essa secante aumentano oltre ogni limite) mentre due rette parallele mantengono distanza nita (ossia superiormente limitata). Inoltre, sempre grazie a Proclo, si apprende che Posidonio (II secolo a.C.) riusc a dimostrare il V postulato assumendo come denizione di rette parallele la seguente: Si dicono parallele due rette equidistanti. Questo risultato appare a prima vista risolutivo, in quanto sembra comportare solo il cambiamento di una denizione e nel denire si pu agire con una certa libert. In realt le cose non stanno cos: quando si congiungono due o pi propriet bisogna accertare che esse siano compatibili, altrimenti la denizione priva di referente (ad esempio non esiste alcun  cerchio con quattro angoli retti , dato che  essere cerchio e  avere quattro angoli retti sono propriet incompatibili). Prima di denire  parallele due rette equidistanti occorre stabilire che  essere retta e  essere il luogo dei punti equidistanti da una retta sono compatibili; in altre parole bisogna aver dimostrato la seguente proposizione: Il luogo dei punti equidistanti da una retta una retta. Posidonio, proponendo la nuova denizione di parallele per ottenere come teorema il V postulato, assumeva implicitamente la proposizione precedente che, come si pu dimostrare, equivalente al V postulato. Infatti, consideriamo una gura, detta quadrilatero birettangolo isoscele ; su una base AB si tracciano due segmenti uguali AD e BC perpendicolari ad AB e si unisce C con D:

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La domanda sorge spontanea: si ottiene un rettangolo? Bisogna stare attenti prima di rispondere. Dato che siamo abituati a ragionare nella geometria euclidea saremmo tentati a rispondere aermativamente. Ma qui stiamo ragionando nella geometria assoluta (o neutrale, cio quella geometria in cui non si assume il V postulato di Euclide, in nessuna delle sue forme equivalenti) ed occorre essere cauti. Osserviamo che i triangoli rettangoli DAB e CBA sono uguali per il primo criterio di congruenza dei triangoli rettangoli, per cui DB = AC ; ne segue che sono uguali, per il terzo criterio, i triangoli ADC e BDC. Sono quindi uguali gli angoli in C e in D del quadrilatero. Non si pu per concludere che tali angoli sono retti. Anzi, come gi sappiamo, supporre che C e D siano retti equivale ad affermare che la somma degli angoli di ABCD 4 retti, e quindi che vale il V postulato. Osserviamo ancora che, se si suppone che AB = CD allora, per il terzo criterio di congruenza, sono uguali i triangoli DAB e CDA e pertanto l'angolo in D retto, per cui ABCD un rettangolo e vale il V postulato. Quelle che abbiamo analizzato sono due proposizioni equivalenti al V postulato, ma ve ne sono numerose altre, tra cui, ad esempio: 1. Un angolo inscritto in una semicirconferenza retto. 2. L'angolo al centro di una circonferenza doppio del corrispondente angolo alla circonferenza. 3. Per tre punti non allineati passa sempre una circonferenza. 4. Le tre altezze di un qualsiasi triangolo passano per uno stesso punto. 5. I tre assi dei lati di un qualsiasi triangolo passano per uno stesso punto. 6. . . . Dunque, il V postulato di Euclide non un teorema bens un'aermazione non dimostrata e non evidente che viene assunta per vera in modo da fondare una teoria, una dimostrazione o un procedimento che altrimenti risulterebbe incongruente. Sar solo nella prima met dell'Ottocento che verr gettato il principale presupposto per l'evolversi delle geometrie non euclidee, quando Gauss e Bolyai, al termine di numerosi e intelligenti tentativi di dimostrare il V postulato di

Euclide, si sono convinti della sua indimostrabilit.

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LA FONDAZIONE ONTOLOGICA DELLA MATEMATICA

Nel Menone Platone aerma che la caratteristica peculiare della Matematica quella di non fondarsi da s; in particolare, secondo il losofo, la geometria procede a partire da presupposti ottenuti da immagini sensibili. Per  presupposto Platone intende, sempre nel Menone, il punto di partenza di una deduzione geometrica (quindi potrebbe essere l'equivalente del postulato per i matematici) che esige comunque una fondazione. all'intuizione. Ed proprio in questo che Platone, facendo anche uso della sua Teoria della linea, manifesta una grave crisi della matematica: troppo viene giusticato con l'intuizione. Solo nel dubbio sulla possibilit di fondare la matematica  che consegu al riconoscimento dell'indimostrabilit e quindi del carattere ipotetico del V postulato di Euclide  sar compiuto il tentativo di appellarsi all'intuizione. Entro tale crisi Platone cerca di superare  l'ostacolo facendo riferimento ad argomentazioni di tipo ontologico. In ogni caso Platone percorre il suo pensiero (probabilmente) gi a partire dal Protagora e da altri dialoghi  sparsi , senza mai pubblicare esplicitamente il suo progetto ontologico di fondo. Nello scenario della crisi geometrica dei fondamenti di grande rilievo il contributo di Leodamante di Taso, un geometra greco attivo intorno al 380 a.C. (quindi contemporaneo di Platone). Nella sua scuola matur il concetto di diorisma che consisteva nella distinzione dei casi di possibilit o di impossibilit nella risoluzione di determinati problemi, soprattutto geometrici. Inoltre, secondo il losofo Eudemo da Rodi  discepolo di Aristotele  Leodamante contribu ad aumentare il numero dei teoremi conosciuti e a giungere a un insieme pi scientico. Di Leodamante, sia Diogene Laerzio (storico greco antico, 180-240 d.C.) che Proclo (losofo bizantino, 412-485 d.C.) scrivono che ricevette da Platone lo stimolo ad adoperare per primo il metodo dell'analisi. A tal proposito, von Fritz dice (Vittorio Hsle, I fondamenti dell'aritmetica Per la matematica da sola non in grado di fornire questo fondamento, a meno che non ricorra

e della geometria in Platone, Milano, Vita e Pensiero, 1994, p. 132 9):


[. . . ] nella versione di Diogene Laerzio viene allo stesso tempo sottinteso che Platone ha scoperto il metodo analitico del quale abbiamo traccia gi nel Menone. Anche se qualche accenno di tale metodo l'abbiamo gi in Ippocrate di Chio (geometra, 470-410 a.C.), sicuramente, continua von Fritz, Platone che [. . . ] ha contribuito a far s che un metodo no ad allora applicato in maniera pratica, ora pi, ora meno, divenisse oggetto di un'accurata ricerca. Questo vuol dire che Leodamante fu spinto da Platone ad articolare il metodo analitico; non a caso, grazie ad un appunto di Diogene Laerzio, si capisce che

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con Platone e Leodamante viene per la prima volta imposto al metodo analitico di procedere no al suo punto terminale, ossia no agli assiomi, cos da diventare metodo deduttivo. Secondo Hsle, proprio grazie a questo appunto, si percepisce l'interesse di Platone per i fondamenti della geometria. Inoltre sorretta la tesi secondo la quale nella Teoria della linea si attua una valorizzazione ontologica delle ricerche promosse da Leodamante su stimolo di Platone: ricerche che hanno contribuito, secoli dopo, alla comprensione dell'indimostrabilit del V postulato di Euclide. Dunque, Platone avverte la necessit di colmare tale lacuna per mezzo di un assioma indimostrabile, ma questa necessit fece precipitare la geometria in una radicale crisi dei fondamenti, nella quale sembra che il ricorso all'intuizione (a cui lo stesso Platone si era convinto) abbia svolto un ruolo non irrilevante. In questa dicile congiuntura il ruolo di Platone stato quello di aver insistito su un concetto di geometria rigoroso (che rinuncia all'intuizione e quindi anche  moderno ) e di aver rimosso la crisi per mezzo di una costruzione ontologica. In questa luce, Hsle conclude la sua opera I fondamenti dell'aritmetica

e della geometria in Platone (Milano, Vita e Pensiero, 1994, p. 136 11):


 verosimile che il responsabile del crollo di primi tentativi antieuclidei, no alla loro rinascita nel XVIII e XIX secolo, sia stato Platone. A buon diritto bisognerebbe chiamare la geometria euclidea  geometria platonica .

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I MATEMATICI DELL'ACCADEMIA

Platone fond la sua scuola ad Atene nel 387 a.C. con il nome di Accademia ; era una scuola losoca ed allo stesso tempo un istituto di formazione scientica e politica che durer pi di 900 anni e verr chiusa nel 529 d.C. da Giustiniano. Sul piano giuridico l'Accademia era un'associazione religiosa dedita al culto di Apollo e delle Muse. Inoltre, fu uno dei centri di formazione dei giovani di buona famiglia ateniesi e stranieri e per questo fu in diretta concorrenza sia con l'insegnamento dei sosti sia con altri istituti come la scuola fondata dall'oratore Isocrate e pi tardi il Liceo fondato da Aristotele. Grazie ad Aristotele sappiamo che all'interno della scuola, Platone insegn alcune dottrine che dierivano da quelle contenute nei suoi dialoghi ed erano pi profondamente inuenzate dal pitagorismo. L'Accademia, vivo Platone, da un lato funziona come un vero e proprio istituto di ricerca, frequentato da giovani intellettuali e da scienziati provenienti da diverse citt uniti da convinzioni e programmi comuni di lavoro; dall'altro luogo di formazione politica da cui escono loso che si impegneranno (in diverse citt) in tentativi di riforma costituzionale. Il modo in cui Platone ha diretto l'Accademia e le sue idee sugli elementi che formano un individuo educato sono state di grande inuenza nella teoria dell'educazione; infatti, nella Repubblica Platone enuncia un programma educativo basato sulla dialettica inteso come strumento per la ricerca del bene. Platone, soprattutto, imposta il problema educativo come problema politico in senso stretto (molto diversamente da Socrate) perch dall'educazione dei giovani dipende la loro corretta collocazione nello Stato. Secondo Platone tutta l'organizzazione dello Stato deve essere sottoposta al controllo dei loso perch soltanto essi hanno la migliore comprensione della verit e perch da essi dipende il buon governo dello Stato; dunque, occorre dedicare la massima attenzione alla formazione dei giovani che accederanno alla classe dei loso. Sin dal suo approccio alla matematica Platone ha sostenuto l'importanza di questa scienza nella formazione del losofo (e non solo); questa visione ha avuto un'inuenza duratura in materia, grazie alla quale ci si preoccupati di dare denizioni precise e ipotesi chiare costituendo, cos, le basi per il sistema di Euclide della matematica. Tra i matematici dell'Accademia di Platone rivestono un ruolo importante Teeteto, Eudosso di Cnido e Filippo di Opunte. Teeteto nacque ad Atene tra il 415 e il 413 a.C. e mor nel 369 a.C.; stato un losofo greco dapprima discepolo, a Cirene, del matematico Teodoro. Si trasfer ad Eraclea ed inne ritorn ad Atene dove entr nell'Accademia come scolaro e presto diviene amico di Platone che, tempo dopo, gli intitol un dialogo. Non ci sono giunte notizie di contributi particolari di Teeteto alla losoa, sebbene la sua presenza nell'Accademia testimoni il suo interesse per la disciplina. Per quanto riguarda l'indagine matematica, egli si occup del problema dell'irrazionale quadratico e di stereometria: probabilmente fu il primo ad ap-

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plicare in stereometria i metodi di costruzione mediante la linea e il circolo, gi introdotti nella planimetria. A Teeteto attribuita anche la costruzione dei cinque poliedri regolari o solidi

platonici (cio poliedri convessi che hanno per facce poligoni regolari congruenti
con tutti gli spigoli e i vertici equivalenti), di cui anche Platone parla nel Timeo.

Platone associa il tetraedro, l'esaedro (o cubo), l'ottaedro e l'icosaedro rispettivamente ai quattro elementi di Empedocle, ritenuti costituenti qualunque oggetto naturale: fuoco, terra, aria e acqua. Infatti, si riteneva che qualsiasi oggetto contenesse (come microcosmo) percentuali diverse di queste quattro sostanze (cio di questi quattro solidi) e che tali dierenze determinino il  carattere dell'oggetto. Ad esempio, la pagina di un libro formata da un po' di terra ( solida ed ha una forma rettangolare denita), un po' di acqua (si pu deformare), un po' di fuoco (brucia) e un po' di aria (fa fumo). Il dodecaedro, invece, veniva associato all'immagine del cosmo intero realizzando la cosiddetta quintessenza, cio l'elemento costitutivo dei corpi celesti.

Nel Timeo, infatti, Platone scrive: [. . . ] Dio lo ha usato per il tutto.

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Tuttavia, Euclide nel XIII libro dei suoi Elementi riferisce che tre dei cinque solidi regolari erano gi conosciuti dai Pitagorici e che grazie a Teeteto si giunse alla conoscenza dell'ottaedro e dell'icosaedro. Probabilmente a lui dovuto il teorema secondo cui  vi sono cinque e soltanto cinque poliedri regolari . Un'ulteriore merito di Teeteto quello di aver calcolato i rapporti tra i lati dei solidi platonici e i raggi delle sfere circoscritte (discussi anche in seguito negli

Elementi di Euclide).
Il dialogo che Platone compose in memoria dell'amico Teeteto contiene informazioni riguardanti un altro matematico greco ammirato da Platone: Teodoro di Cirene (465 a.C.  ?). Platone fa notare che egli fu il primo a dimostrare l'irrazionalit delle radici quadrate degli interi non quadrati da 3 a 17 incluso. Eudosso di Cnido, nacque a Cnido (un'antica citt greca dell'Anatolia) nel 408 a.C. e mor nel 355 a.C.; stato un matematico e astronomo greco antico a cui sono attribuiti risultati di grande importanza per il fondarsi della matematica come scienza. Dato che tutti i suoi lavori sono andati persi, le nostre conoscenze su di lui sono ottenute da fonti secondarie, come ad esempio i poemi astronomici del poeta greco Arato di Soli (310 a.C.  240 a.C. circa). Oltre che allievo di Platone, Eudosso stato anche allievo dell'amico del losofo ateniese Archita di Taranto (Taranto, 428 a.C.  Mattinata, 347 a.C.) che era losofo, matematico, politico, scienziato, stratega, musicista e astronomo. Si presume sia stato Archita ad avviare Eudosso allo studio del problema della duplicazione del cubo di lato unitario che consiste nel determinare, con riga e compasso, il lato di un cubo il cui volume doppio di quello di un dato cubo. Secondo Archimede fu Eudosso a sviluppare la teoria delle proporzioni che consent di superare le dicolt che si incontrano per trattare i numeri irrazionali. Questa teoria viene ripresa nel V libro degli Elementi di Euclide ed alla denizione 5 si legge: Si dice che una prima grandezza con una seconda nello stesso rapporto in cui una terza con una quarta, quando, se si considerano equimultipli qualsiasi della prima e della terza e altri equimultipli qualsiasi della seconda e della quarta, i primi equimultipli sono ambedue maggiori o minori o uguali, degli altri equimultipli presi nell'ordine corrispondente. Proviamo a chiarire la denizione con una notazione moderna; consideriamo

due qualsiasi numeri interi m ed n che formano gli equimultipli ma e mc del del quarto. Dunque, abbiamo tre possibilit:

a b, c e similmente la terza e la quarta hanno un rapporto . d a c Ora, per dire che b = d possiamo ragionare in questo modo: prendiamo
quattro quantit a, b, c, d, tali che la prima e la seconda hanno un rapporto

primo e del terzo e, rispettivamente, i due equimultipli nb e nd del secondo e

3 Il problema di duplicazione del cubo di lato unitario uno dei tre problemi greci, assieme al problema di trisezione dell'angolo (cio la costruzione di un angolo di ampiezza pari ad un terzo di un altro angolo qualsiasi dato) e al problema di quadratura del cerchio (cio costruire un quadrato che abbia la stessa area di un dato cerchio, con uso esclusivo di riga e compasso).

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1. 2. 3.

ma>nb ma<nb ma=nb

e e e

mc>nd mc<nd mc=nd

Si nota che la denizione dipende dal paragone tra le quantit ma e nb e le quantit mc e nd, ma non dipende dall'esistenza di una comune unit di misura di queste quantit. D'altra parte, la complessit della denizione riette la profonda innovazione concettuale e metodologica coinvolta e consente di trattare rigorosamente i numeri reali pensati come rapporti di grandezze. Del matematico, losofo ed astronomo Filippo di Opunte abbiamo ben poche notizie; sappiamo che nacque nel IV secolo a.C. nell'antica colonia di Medma, situata presso l'odierna Rosarno. Fu discepolo di Socrate ed in seguito discepolo, amico e segretario personale di Platone di cui cur le opere postume. Il suo pi grande merito in matematica quello di essere tra i fondatori dell'ottica geometrica, ossia quella branca dell'ottica che studia i fenomeni ottici assumendo che la luce si propaghi mediante raggi rettilinei. Con questa assunzione, gli unici fenomeni rilevanti sono la propagazione rettilinea, la riessione e la rifrazione ed possibile dare una spiegazione approssimata (ma suciente in molti casi) del funzionamento di specchi, prismi, lenti e di sistemi ottici pi complessi costruiti con essi.

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PLATONE VS ARISTOTELE
Si dice che il padre,

Aristotele nacque nel 384 a.C. a Stagira, citt macedone nella penisola Calcidica (nella Grecia del nord) e mor a Calcide nel 322 a.C.. di medico e di amico. Aristotele, come glio del medico reale, doveva pertanto risiedere nella capitale del Regno di Macedonia, Pella. Rimasto orfano, in tenera et, dovette trasferirsi ad Atarneo (una cittadina dell'Asia Minore di fronte all'isola di Lesbo), dal tutore Prosseno il quale, verso il 367 a.C., lo mand ad Atene per studiare nell'Accademia dove rimarr no alla morte del suo maestro Platone. Quando il diciassettenne Aristotele entra nell'Accademia, Platone a Siracusa e torner ad Atene solo nel 364 a.C.; in questi anni la scuola retta da Eudosso di Cnido, il quale inuenz il giovane studente che, molti anni dopo, nell'opera Etica Nicomachea in merito ai ragionamenti di Eudosso scrive: [...] avevano acquistato fede pi per la virt dei suoi costumi che per se stessi: appariva di un'insolita temperanza, sembrando ragionare, nell'identicare il bene col piacere, non perch amante del piacere, ma perch pensava che la cosa stesse veramente cos.. Secondo l'impostazione didattica dell'Accademia Aristotele dovette iniziare con lo studio della matematica per passare tre anni dopo alla dialettica. Come sappiamo, nel 347 a.C. Platone muore ed alla direzione dell'Accademia gli succede il nipote Speusippo; Aristotele, che evidentemente si riteneva il pi degno, lascia la scuola insieme con Senocrate, un altro pretendente alla guida dell'Accademia, per trasferirsi ad Atarneo su invito del tiranno della citt, Ermia, dove gi operavano altri due allievi di Platone: Erasto e Coristo. Nello stesso anno tutti e quattro si trasferiscono ad Asso dove fondano una scuola. Nel 344 a.C. Aristotele si reca a Mitilene, sull'isola di Lesbo, dove insegna no al 342 a.C., anno in cui chiamato in Macedonia dal re Filippo anch faccia da precettore al glio Alessandro Magno. Nel 340 a.C. Alessandro diviene reggente del regno di Macedonia ed Aristotele torna  forse  a Stagira, mentre intorno al 335 a.C. si trasferisce ad Atene dove fonda una scuola nel Liceo, cio nel ginnasio annesso al tempio di Apollo Licio, che verr poi chiamato Peripato (o luogo dedicato alle passeggiate, dall'usanza istituita da Aristotele di insegnare passeggiando nel giardino che circonda la scuola). Nel Liceo Aristotele realizza la pi grande raccolta di materiale di documentazione mai eettuata no a quel momento; ad esempio, sua la raccolta di pi di 150 Costituzioni greche, o quella delle opere prodotte dai loso precedenti. Inoltre, organizza ricerche in svariati campi del sapere: losoa, zoologia, botanica, sica, astronomia, poetica e politica. Per quanto concerne il campo della matematica, Aristotele aveva un'opinione diversa da quella del suo maestro Platone che formul il problema del metodo in questi termini:  io so che una proposizione matematica vera: perch vera? . Platone trov la soluzione nel Nicomaco, sia vissuto presso il re dei Macedoni, Aminta III, prestandogli i servigi

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dimostrare delle proposizioni tali che, se esse sono vere allora anche la proposizione da dimostrare vera; quindi il suo modo di procedere era di andare

all'indietro.
Aristotele, invece, non pensava tanto al processo di scoperta della dimostrazione matematica e poneva il problema del metodo sotto questa forma:  io so che un teorema vero, so che per l'ho dedotto da certe proposizioni; mi dimentico del fatto che queste proposizioni sono state introdotte come ipotesi per risolvere quel problema, e assumo certe proposizioni vere in modo assoluto (cio come assiomi) . Dunque, mentre per Platone la dimostrazione era un processo all'indietro, che va dal teorema da dimostrare alle ipotesi, per Aristotele era un processo che va avanti da alcune ipotesi che vengono dichiarate come assolutamente vere no al problema da risolvere. Ad ogni modo, non si sa esattamente quando nato il cosiddetto metodo

assiomatico, per pare che grazie ad alcuni allievi della scuola di Platone, tra
cui Eudosso, ne siano state gettate le basi. Platone, che sosteneva una teoria del metodo del tutto diversa, fu molto sconcertato da questo modo diverso di prospettare il problema e si oppose duramente a questa formulazione. Nelle opere precedenti alla Repubblica, Platone aveva prospettato la matematica come il mezzo di paragone di qualsiasi conoscenza, era ci a cui si doveva conformare qualsiasi scienza che volesse propriamente diventare scienza. A partire da quest'opera, invece, egli conduce una violentissima polemica contro la  matematica assiomatica (e contro i matematici che appoggiano questo nuovo metodo): organizzare la matematica come sistema assiomatico vuol dire partire da principi in qualche modo ingiusticati e ci, secondo Platone, vuol dire ridurre la matematica a una pura convenzione perch gli assiomi  i punti di partenza di ogni costruzione matematica  non hanno una giusticazione. Un'altra dierenza che possiamo cogliere nel pensiero losoco di Aristotele e Platone sta nel fatto che quest'ultimo aveva sempre ritenuto essenziale per la comprensione dei fenomeni sici la matematica (come testimonia ampiamente il

Timeo ); l'impulso che spinge Aristotele ad escludere i metodi matematici dalla


sica si fonda proprio sull'esigenza di non allontanarsi dall'esperienza: Il sico ricerca su cose reali, il geometra ragiona su enti astratti. Perci nulla pu essere pi dannoso di mischiare la geometria e la sica e di applicare metodi e ragionamenti puramente geometrici allo studio della realt sica.. La produzione losoca aristotelica in nostro possesso consta dei trattati del

Corpus che ci sono giunti integralmente, ossia quegli scritti sistematici che Aristotele compose per il suo insegnamento. Oltre a queste opere, dette acroa-

matiche o esoteriche (perch destinate agli ascoltatori interni alla scuola), il


losofo scrisse anche dei dialoghi destinati al pubblico che lui stesso chiam

essoterici e di cui noi possediamo solo alcuni frammenti.


Attraverso la lettura e l'interpretazione di alcuni passi del Corpus Ari-

stotelicum possibile rintracciare elementi che, a posteriori, sono pertinenti

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alla geometria non euclidea.

Ad esempio, nell'opera Analitici posteriori Ari-

stotele aerma che impossibile che due rette parallele s'intersechino cos come impossibile che la somma degli angoli interni del triangolo sia diseguale (ossia maggiore o minore) rispetto a due angoli retti; nel De Caelo prendono vita i concetti di impossibile/possibile a cui corrispondono rispettivamente un falso/vero; negli Analitici primi (II 16) Aristotele dice [. . . ] ci che fanno quanti credono di dedurre le parallele. Essi stessi ignorano di assumere cose che non possibile dimostrare se le parallele non esistono. Secondo il matematico novecentesco Tth, con l'espressione dedurre le parallele Aristotele si riferisce al tentativo di dimostrare (senza ricorrere al V postulato) quella che Euclide nei suoi Elementi indica come la proposizione I 29: Se r e s sono parallele, allora formano con una trasversale t angoli coniugati interni supplementari, angoli alterni interni e angoli corrispondenti uguali.. Nell'opera Etica Eudemia (1222 b 39 ss.) emerge la piena coscienza di Aristotele del carattere puramente tetico, cio indimostrabile, dell'assioma euclideo; si legge: se infatti non vi alcuna altra causa del fatto che il triangolo sia cos com', questo potrebbe essere un principio, e potrebbe essere la causa di ci che segue. Da questo principio dipendono tutti gli altri teoremi, se quello subisce un cambiamento allora mutano anche questi. Inne, nell'Etica Nicomachea attraverso la sua dettagliata interpretazione Tth giunge alla conclusione che, per Aristotele, la scelta fra un assioma euclideo ed uno non euclideo costituisce un atto di libert analogamente alla scelta etica (anche se nel caso specico una tale scelta non pu essere inuenzata n da piacere n da dolore). Attraverso l'opera di Eudosso, inoltre, si evince il livello di astrazione delle discussioni, in Accademia, sui problemi fondamentali della geometria ed in particolare il legame AristotelePlatone. Dunque, da tutti questi passi possibile intuire che i matematici greci, poco prima di Aristotele, si sono evidentemente sforzati di trattare conclusioni a partire da ipotesi antieuclidee. In particolare, dalle ricerche di Tth sui topoi antieuclidei in Aristotele, emerso che il losofo era a conoscenza del carattere assiomatico del V postulato di Euclide. Ad ogni modo, non da escludere che i dati geometrici presenti in Aristotele risalgano all'Accademia; infatti, essa era il centro della ricerca matematica di allora in cui si gettarono i presupposti per gli Elementi di Euclide.

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PROCLO: LA SUA FIGURA E IL RAPPORTO CON PLATONE

Proclo Licio Diadoco nacque a Costantinopoli l'8 febbraio 412 e mor ad Atene il 17 aprile 485; stato un losofo bizantino al quale v il merito di aver sviluppato il neoplatonismo, una corrente di pensiero che si rifaceva a Platone e che fu originata prima da Plotino e sviluppata poi da Porrio e Giamblico. La formazione di Proclo (al ne di essere avviato alla professione di avvocato, come il padre) inizia con lo studio della grammatica e della retorica con Leonade e successivamente losoa, retorica latina, diritto romano e matematica ad Alessandria d'Egitto. Per qualche tempo, a Costantinopoli, consolid una buona fama come uomo di legge; tuttavia prefer occuparsi di studi losoci cos ritorn ad Alessandria d'Egitto dove studi losoa aristotelica con Olimpiodoro il Vecchio e matematica con Erone di Alessandria. Nel 431 si rec ad Atene, il centro culturale dell'epoca, per studiare con Siriano il quale vista l'intelligenza del suo allievo fece conoscere Proclo a Plutarco di Atene che in questi anni era il capo dell'Accademia. Per due anni visse con Plutarco che lo tratt come un glio; morto questi la direzione dell'Accademia pass a Siriano che divenne maestro di Proclo. Nel 437, per, Siriano mor improvvisamente e Proclo (a soli venticinque anni) gli succedette come diadoco dell'Accademia. Il suo lavoro di ricerca pu essere diviso in due parti. La prima condensata nei Memoranda o Commentari sul pensiero platonico, il primo dei quali scritto all'et di ventotto anni. Molti di questi commenti sono giunti no ad oggi sia pure incompleti; riguardano in particolare i dialoghi di Platone Repubblica,

Timeo, Alcibiade I e II, Cratilo e Parmenide in cui egli analizza e riaerma il


pensiero di Platone, che molte volte a quel tempo veniva male interpretato. La seconda parte dell'attivit losoca, invece, di contenuto teologico e si condensa negli scritti sull'Istituzione teologica e nei sei libri che compongono la

Teologia platonica.
Per Proclo, Platone riveste sia il ruolo di  musa ispiratrice al quale tributare un culto, sia di interprete dei suoi scritti diventando, cos, il garante della trasmissione della losoa espressa nelle sue opere. Scrisse il gi citato Commento al I libro degli Elementi di Euclide, frutto del suo insegnamento all'Accademia che per noi una fonte essenziale sulla storia della matematica greca. La lologa Maria Timpanaro Cardini (Arezzo, 1890  Firenze, 1978) che ha curato una traduzione dell'opera, nella sua introduzione alla stessa scrive: L'originalit della losoa di Proclo consiste in una mirabile unione di rigore logico e di forza di astrazione e di fantasia, di scienza e di fede [. . . ] Infatti, Proclo riprende il problema che era gi stato di Socrate e Platone: l'Uno e i Molti. Egli lo interpreta nella forma metasico-religiosa tipica di Plotino

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ponendo all'origine del tutto l'Uno dal quale escono i Molti i quali, a loro volta, all'Uno ritornano. Inoltre, il Commento al I libro degli Elementi di Euclide una fonte preziosa per la ricostruzione della losoa matematica di Platone (che abbiamo gi arontato); riferendosi esplicitamente a quest'ultimo  citandolo cinquantuno volte  Proclo scrive (p. 66): Platone [. . . ] dette un impulso immenso a tutta la scienza

matematica e in particolare alla geometria per l'appassionato studio che vi dedic e che ha reso noto sia riempiendo i suoi scritti di ragionamenti matematici, sia risvegliando dovunque l'ammirazione per questi studi in coloro che si dedicano alla losoa. e riguardo al suo ruolo di ispiratore e guida di studi e ricerche si legge (p. 68): Filippo di Opunte, discepolo di Platone e da lui iniziato alle matematiche, fece delle ricerche seguendo le indicazioni di Platone.. Queste informazioni sono estrapolate dalla Storia della Geometria di Eudemo da Rodi, un'opera a noi non pervenuta che Proclo cita esplicitamente e mostra a pi riprese di conoscere per lettura diretta. Tra i suoi interessi, inne, Proclo coltivava la scienza ed in particolare l'astronomia, confermando di essere un uomo di grande cultura; quindi scrisse l'Hypotyposis, un'introduzione alle teorie astronomiche di Ipparco e Tolomeo. E, a tal proposito, la Cardini aggiunge: [. . . ] per cui gli si addicono (a Proclo) gli epiteti che gli sono stati attribuiti: teologo, ierofante, poeta, asceta nel tenore di vita, visionario, teurgo, taumaturgo, fantastico, credente nella metempsicosi..

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PLATONE COME MATEMATICO

Nel corso di queste pagine, dunque, abbiamo appreso il notevole contributo di Platone alla storia della matematica e quali possono essere i metodi e i mezzi per una giusta comprensione di questa disciplina che, a detta di molti studenti di oggigiorno,  molto dicile . Tuttavia, il ruolo di Platone nella storia della matematica ancora oggi oggetto di aspre dispute. Alcuni, come ad esempio il letterato Franois Lasserre nella sua opera The Birth of Mathematics in the Age of Plato, lo considerano un pensatore eccezionalmente profondo e incisivo; altri, come ad esempio Cherniss, lo dipingono come  un pieraio che adesc i matematici distogliendoli da problemi concernenti la realt del mondo ed incoraggiandoli ad abbandonarsi ad oziose speculazioni . In ogni caso, pochi potrebbero negare che Platone abbia avuto un inusso notevole sullo sviluppo della matematica (e questo l'abbiamo visto proprio nell'Accademia e nel contributo dato dai suoi matematici). Nel Commento al I libro degli Elementi di Euclide Proclo riporta i quattro punti fondamentali che, per Platone, fanno un buon matematico: 1. deve essere critico e chiedersi il perch delle cose impostando le dimostrazioni da un punto di vista generale; inoltre non deve accontentarsi di una sola dimostrazione perch i principi delle gure e quelli dei numeri non sono gli stessi, ma dieriscono per il genere sostanziale. Ma se la propriet essenziale una sola, anche la dimostrazione sar una sola [. . . ]; 2. deve essere coerente nel corso del suo ragionamento e renderlo il pi rigoroso possibile mediante l'uso del linguaggio specico; 3. deve essere cosciente degli strumenti che utilizza nel corso di una dimostrazione e di una qualunque argomentazione; 4. deve fare una sorta di  classicazione per ordinare le conoscenze note; in particolare dato che la scienza matematica occupa un posto intermedio fra gl'intelligibili e i sensibili, [. . . ] il matematico deve inoltre considerare in essa tre specie di dimostrazioni: quelle pi intellettive, quelle pi discorsive e quelle pi attinenti all'opinione.. Platone, inoltre, presenta il suo programma per una corretta educazione matematica nel settimo libro della Repubblica, aermando che essa si compie attraverso cinque momenti. Innanzi tutto occorre studiare l'aritmetica, poi la geometria e la stereometria; solo successivamente si passa alle due scienze  applicate , cio l'astronomia e la musica. Dunque, la novit introdotta da Platone quella di aver aggiunto alle discipline che originariamente facevano parte del quadrivio la stereometria: egli, infatti, riteneva che alla geometria solida non fosse stato dato un suciente rilievo. La graduazione delle cinque discipline matematiche ovviamente determinata sulla base della chiarezza e della semplicit che caratterizza ciascuna di

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esse, per cui la prima propedeutica alla seconda, la seconda alla terza e cos via; e dunque, per Platone, l'aritmetica la scienza pi chiara e pi semplice. Questa scansione sarebbe stata appoggiata anche dall'amico Archita di Taranto, il quale avrebbe dichiarato che: [. . . ] la scienza del calcolo sembra avere, in rapporto alla sapienza, una netta superiorit sulle altre discipline; poich anche pi ecacemente della geometria riesce a trattare ci che vuole.. Di parere non del tutto concorde sembra essere Euclide che, non a caso, organizza la suddivisione dei tredici libri dei suoi Elementi in questo modo:

Libro I: esposizione dei principi (denizioni, postulati, nozioni comuni) che verranno usati in tutta l'opera e prime nozioni di geometria elementare; Libri II-VI: geometria piana e teoria delle proporzioni; Libri VII-IX: aritmetica e teoria dei numeri; Libro X: classicazione degli incommensurabili; Libri XI-XIII: geometria solida.

D'altra parte Vittorio Hsle fa notare (I fondamenti dell'aritmetica e della geo-

metria in Platone, Milano, Vita e Pensiero, 1994, p. 52):


In questa priorit dei numeri rispetto ai concetti fondamentali della geometria necessario cogliere la stupefacente modernit di Platone. Con tale concezione infatti, che ai suoi tempi fu quasi il solo a sostenere, Platone si avvicinato alla matematica contemporanea persino pi di Eudosso. Oggi, infatti, nella scuola secondaria di I e II grado lo studio della matematica procede seguendo la scansione suggerita da Platone salvo l'aggiunta di branche della matematica sviluppatesi ex-novo a partire dai secoli successivi.

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Parte II

I CONTRIBUTI MATEMATICI DELL' ACCADEMIA DI PLATONE


11 INTRODUZIONE
L'obiettivo di questa seconda parte dimostrare il notevole contributo dato da Platone e dai matematici riuniti nell'Accademia allo sviluppo della matematica della Grecia del IV secolo a.C.. Per far questo, mi sono appoggiata al libro di D. H. Fowler (28 Aprile 1937 - 13 Aprile 2004) The Mathematics of

Plato's Academy, in cui l'autore conduce un'attenta e dettagliata analisi storica


e matematica delle testimonianze antiche, orendo una ricostruzione della prima matematica greca sorprendentemente rivoluzionaria. La sua attenzione rivolta principalmente alle ricerche di alcuni matematici dell'Accademia, tra cui i pi noti sono Teeteto, Eudosso e Filippo di Opunte, i quali si pensa abbiano fornito molti argomenti, secondo alcuni gli ingredienti principali, su cui si sviluppato il materiale degli Elementi di Euclide. Questo il motivo per cui, oltre ad alcuni passi tratti da due opere di Platone, il Menone e la Repubblica, vengono presi in esame anche lo stile e le procedure impiegate da Euclide nella dimostrazione delle proposizioni presentate nei Libri II, IV, X e XIII degli Elementi. Non bisogna per dimenticare che l'attenzione di Fowler, come la nostra, non rivolta tanto agli Elementi di Euclide, ma all'importanza rivestita da Platone e dai matematici dell'Accademia. Il titolo dell'opera di Fowler , infatti,  La Matematica dell'Accademia di Platone e non la  La Matematica degli Ele-

menti di Euclide . Gli Elementi di Euclide, infatti, sotto alcuni aspetti, non
sono interessanti quanto i dialoghi di Platone, principalmente per due ragioni. La prima che non sappiamo quanto l'opera che oggi noi chiamiamo Elementi coincida con il testo originale o quanto invece se ne discosti, dal momento che il libro stato pi volte ricopiato e inevitabilmente modicato. In altre parole, l'opera di Euclide non ore una testimonianza diretta sulla matematica antica, come fanno invece i dialoghi di Platone. In secondo luogo, l'autore degli

Elementi, nel formulare le denizioni e gli enunciati, si atteneva a delle rigide


regole che l'hanno costretto a rinunciare alla registrazione di alcuni risultati, cui egli probabilmente era giunto o aveva, comunque, i mezzi per farlo. L'eetto di quest'atteggiamento stato che i numerosi matematici, che si sono ispirati a lui e hanno preso come libro di riferimento per i loro studi gli Elementi, non hanno continuato sull'investigazione di alcuni problemi che erano stati aperti gi dai matematici dell'Accademia e hanno invece preferito rivolgere la loro attenzione ad altre questioni, sviluppando tecniche dierenti e conducendo la matematica su una strada molto diversa da quella, altrettanto promettente, che avevano cominciato a percorrere gli studiosi di questa materia nell'antichit.

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Vale, inoltre, la pena soermarsi sull'originalit della visione di Fowler, che in pi punti della sua opera dichiara esplicitamente di riutare la visione storica ormai consolidata e accettata dalla maggior parte degli studiosi di matematica antica e avanza delle ragioni molto convincenti sulla necessit di prenderne le distanze. Egli ritiene, infatti, che per apprendere la prima matematica greca non si debba commettere l'errore, gi avvenuto in passato, di studiare le testimonianze antiche alla luce della concezione matematica d'oggi, pesantemente inuenzata dallo sviluppo dell'algebra e dell'analisi aritmetica nel XIX e XX secolo. appunto questa la procedura seguita da Fowler, il quale, basandosi unicamente sulle conoscenze e sulle tecniche proprie della prima matematica greca, arriva a risultati a volte inaspettati no persino a risolvere il problema, formulato da Fermat, di trovare le soluzioni della cos detta equazione di Pell.

The Mathematics of Plato's Academy suddivisa in tre parti, di cui la prima,


quella di cui mi sono occupata, contiene la descrizione della struttura matematica e storica su cui si appoggia tutta l'interpretazione dell'autore. Nella mia presentazione manterr la suddivisione in cinque capitoli scelta da Fowler, cominciando, quindi, a tracciare le caratteristiche che, secondo questo studioso, costituiscono i tratti salienti della prima matematica greca.

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12

LE CARATTERISTICHE DELLA PRIMA MATEMATICA GRECA

12.1

Il Menone di Platone

Il Menone una tra le opere di Platone appartenenti alla maturit del losofo; si tratta di un dialogo tra Socrate e il suo amico Menone, che si svolge a casa di quest'ultimo. Nel passaggio (Menone, 81e-85d), di seguito riportato, viene trattato uno dei temi principali di quest'opera, ossia il quesito di come sia possibile imparare, conoscere. A questo riguardo, il Socrate di Platone espone all'amico la dottrina della reminescenza, secondo cui il processo attraverso il quale si impara e si conosce puramente di rammemorazione (in Greco anamnesis ); per convincere l'amico, lo invita a chiamare uno qualsiasi dei suoi servi e, appoggiandosi alla teoria della maieutica, attraverso una serie di domande, risveglia le conoscenze matematiche del fanciullo, che riuscir a duplicare un quadrato con lato lungo due piedi. L'aspetto interessante in questo dialogo, ai ni della nostra analisi, riguarda, comunque, le tecniche di cui Socrate si avvale per risolvere questo problema matematico. MEN. S, Socrate, ma in che senso dici che non apprendiamo

e che quello che denominiamo apprendere reminescenza? insegnarmi che sia davvero cos?

Puoi

SOC. L'ho detto, Menone, poco fa che sei capace di tutto! Certo,

mi chiedi ora s'io possa insegnare, proprio a me che sostengo non esistere insegnamento, ma reminescenza, per vedermi cadere subito in contraddizione con me stesso.
MEN. No, per Zeus, Socrate, non avevo aatto questa inten-

zione, ma l'ho fatto per abitudine. E, allora, se puoi, comunque sia, dimostrami davvero che cos, dimostramelo!
SOC. Non certo facile, ma, per amor tuo, ugualmente mi c'im-

pegno. Chiama uno di questi molti servi del tuo seguito, quello che vuoi, s che proprio in lui possa darti la dimostrazione che desideri.
MEN. Benissimo. [a un servo] Vieni qua! SOC. greco, e parla greco? MEN. Alla perfezione: nato in casa mia. SOC. Sta attento ora se ti sembra ch'egli si ricordi o se apprenda

da me.
MEN. Star attento. SOC. [traccia un quadrato] Dimmi, ragazzo, riconosci in questo

uno spazio quadrato?


SER. S. SOC. E sai che uno spazio quadrato ha uguali tutte queste linee,

che sono in numero di quattro?


SER. Senza dubbio. SOC. E che uguali sono anche queste linee che lo intersecano a

mezzo?

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SER. S. SOC. E non pu essere un simile spazio maggiore o minore? SER. Certo! SOC. Ammesso che un lato sia di due piedi e di due anche il

lato adiacente, quanti piedi sarebbe l'intero? Vedi un po': se un lato fosse di due piedi e quest'altro di uno solo, non vero che lo spazio sarebbe di una volta due piedi?
SER. S. SOC. Ma siccome di due piedi anche da questa parte, non

risulta di due volte due?


SER. Risulta di due volte due. SOC. Quanto fa due volte due piedi? Calcola e dimmi il risultato. SER. Quattro, Socrate. SOC. E potrebbe esservi uno spazio doppio di questo, ma simile

a questo, avente tutti e quattro i lati uguali?


SER. S. SOC. E di quanti piedi sar? SER. Otto. SOC. S via, allora, prova a dirmi quanto sia lungo ciascun lato.

Se in questo il lato di due piedi, quanto sar il lato di quello doppio?


SER. Evidentemente il doppio, Socrate. [. . . ] SOC. Aermi che un lato doppio dia luogo ad una supercie

due volte pi grande? E mi spiego: non parlo di una supercie che sia lunga da una parte, breve dall'altra, ma di una supercie come questa, uguale da tutte le parti, solo che doppia, e cio di otto piedi. Vedi un po' se ancora ti sembra che debba avere il lato doppio.
SER. Secondo me s. SOC. Questo lato non diverr doppio se, prolungandolo, ve ne

aggiungo un altro di eguale grandezza?


SER. Senza dubbio. SOC. E dici che su questa linea si costruir una supercie di otto

piedi, se tracciamo quattro linee uguali?


SER. S. SOC. Disegniamo, quindi, quattro linee uguali a questa. questa,

no?, la supercie che sostieni essere di otto piedi.


SER. Esattamente. SOC. Ma in tale supercie non entrano quattro quadrati uguali

al primo, che di quattro piedi?


SER. S. SOC. E quant'? Non quattro volte quattro? SER. Come, no? SOC. E chi che quattro volte pi grande di altro, forse il

doppio?
SER. No, per Zeus! SOC. Quante volte, allora, pi grande? SER. Il quadruplo.

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SOC. Raddoppiando, dunque, il lato, non ottieni, ragazzo mio,

una supercie doppia, ma quadrupla.


SER. vero! SOC. E quattro per quattro fa sedici. No? SER. S. SOC. Con quale linea otterremo, dunque, una supercie di otto

piedi? Non otteniamo da questa linea una supercie quadrupla rispetto alla prima?
SER. Dico di s. SOC. E dalla met di questa linea si ottiene una supercie di

quattro piedi?
SER. S. SOC. E sia! SER. S. SOC. Non si verr, dunque, costituendo tale spazio con una linea

La supercie di otto piedi non , dunque, doppia

rispetto a quella di quattro e la met di quella di sedici?

minore di questa, e maggiore di quella? O no?


SER. A me pare di s. SOC. E va bene, rispondi sempre come sembra a te!

Dimmi:

questa linea non era di due piedi e quest'altra di quattro?


SER. S. SOC. Ma allora il lato di una supercie di otto piedi deve essere

maggiore di quello di una supercie di due piedi e minore di quello di una di quattro.
SER. Necessariamente. SOC. Cerca, dunque, di dirmi di quale lunghezza deve essere. SER. Tre piedi. SOC. Se dev'essere di tre piedi dobbiamo aggiungere a questa

linea la met di essa, per cui sar, appunto, di tre piedi; la prima linea , infatti, di due piedi e quest'altra di uno. E cos, da quest'altra parte, abbiamo una linea di due piedi e una di un piede. In tal modo si forma lo spazio quadrato di cui parli.
SER. S. SOC. Ma se questo lato di tre piedi e di tre piedi quest'altro

lato, l'intero spazio non sar tre volte tre piedi?


SER. Sembra. SOC. E tre volte tre piedi quanto fa? SER. Nove. SOC. Ma perch la supercie fosse il doppio della prima, di

quanti piedi doveva essere?


SER. Di otto. SOC. Da una di tre piedi non pu dunque costruirsi un quadrato

la cui supercie sia di otto piedi.


SER. No, certo! SOC. Da quale linea allora? Cerca di rispondermi con precisione:

e se non vuoi fare il calcolo numerico, indicamelo!

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SER. Per Zeus, Socrate, non lo so davvero! [. . . ] SOC. E ora dimmi: [ABCD]? Comprendi? SER. S. SOC. Possiamo aggiungerne un altro uguale [BINC]? SER. S. SOC. E ancora un terzo [CNLO], uguale a ciascuno degli altri

non questo uno spazio di quattro piedi

due?
SER. S. SOC. E riempire quest'angolo che resta vuoto [DCOM]? SER. Certo! SOC. Non avremo cos quattro superci quadrate uguali? SER. S. SOC. Ebbene, quante volte presi tutti insieme [AILM], i quattro

quadrati sono pi grandi di ciascuno d'essi?


SER. Quattro volte. SOC. A noi per serviva una supercie doppia: ricordi no? SER. Certamente. SOC. E questa linea che tracciamo da un angolo all'altro di cia-

scun quadrato, non li taglia in due parti uguali?


SER. S. SOC. E non sono forse, queste, quattro linee uguali che circo-

scrivono questa supercie?


SER. Lo sono. SOC. Guarda un po': qual la dimensione di questa supercie? SER. Non capisco. SOC. Ciascuna delle quattro linee non taglia in due parti uguali

ciascuno dei quattro quadrati? O no?


SER. S. SOC. E quante di queste met vi sono all'interno di questo quadra-

to [BDON]?
SER. Quattro. SOC. E in quest'altro quadrato [ABCD]? SER. Due. SOC. E che cos' il quadrato in rapporto al due? SER. Il doppio. SOC. Quanti sono, dunque i piedi di questo quadrato [BDON]? SER. Otto. SOC. E su quale linea costruito? SER. Su questa [DB]. SOC. Cio su quella che va dall'uno all'altro angolo del quadrato

di quattro piedi [ABCD]?


SER. S. SOC. Codesta linea i sosti la chiamano diagonale. E, se tale

il suo nome, diremo, o servitorello di Menone, che, come tu sostieni, sulla diagonale che si costruisce la supercie doppia.

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SER. Esattamente, Socrate.

Questo passo del Menone datato attorno al 382 a.C. e costituisce la prima testimonianza diretta ed esplicita sulla matematica dell'antica Grecia. La stessa cosa non si pu, infatti, dire a proposito delle altre tre fonti che vengono generalmente chiamate in causa nella discussione sulla matematica di questo tempo. In primo luogo si possono citare i commentari su Aristotele, discepolo di Platone, e su Archimede, vissuto circa un secolo dopo, risalenti al VI secolo d.C. e scritti da Simplicio e da Eutocio rispettivamente; in questi, troviamo descrizioni dell'opera di Ippocrate e di Archita, contemporanei di Platone, che provengono, direttamente o indirettamente, dal libro Storia della Geometria, andato perso e scritto attorno al 325 a.C. da Eudemo, un allievo di Aristotele. Non meno indiretti sono gli Elementi di Euclide, compilati probabilmente attorno al 300 a.C., che ci orono una trattazione scritta e anonima della matematica sviluppata da alcuni predecessori di Euclide, in un testo che, a sua volta, passato tra le mani di un numero sconosciuto di scribi e editori prima di arrivare alle versioni oggi a nostra disposizione. Inne, per trovare pi che delle stringate e isolate testimonianze sulla matematica dei pitagorici e su Pitagora stesso, dobbiamo proseguire no agli scritti agiograci notoriamente distorti e acritici di Giamblico, risalenti al III secolo d.C.. In un tale contesto, appare evidente la particolare importanza di questo e altri passi, tratti dai dialoghi di Platone, come uniche prove dirette, in quanto scritte da chi si trovava al centro dello straordinario gruppo di matematici dell'Accademia, i quali hanno il merito di aver dato inizio allo stile e alle tecniche, oltre alle problematiche, che domineranno questa scienza. Un altro aspetto che rende particolarmente importante il dialogo tra Socrate e il servo di Menone dato dal ragionamento seguito dal losofo per duplicare il quadrato, che ci ore un esempio dello stile e dei metodi con cui viene affrontato un tipico problema dai matematici dell'antica Grecia. Fowler, infatti, prende spunto proprio da questo passo del Menone, per introdurre le tematiche fondamentali che presenter nel corso del suo libro.

12.2

Una geometria non aritmetica

Fowler evidenza, in primo luogo, un aspetto, a suo giudizio, negativo della matematica dell'antica Grecia, ossia che essa completamente non aritmetica.

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Per capire cosa si intenda con quest'aermazione, si deve prima di tutto chiarire il signicato di matematica aritmetica. Fowler denisce aritmetica quel tipo di matematica che caratterizzata dall'uso di un'idea di numero che sucientemente generale per descrivere quella che adesso chiamiamo la linea dei numeri positivi e la sua aritmetica. e complesso. Il range dei numeri impiegati nelle matematiche aritmetiche, che si sono sviluppate nel corso della storia, pi o meno esteso La matematica babilonese, ad esempio, aritmetica, anche se ristretta all'uso dei cos detti numeri regolari, cio i divisori di potenze di 60, di estrema importanza per il sistema numerico sessagesimale da loro usato; infatti, questi numeri possono essere scritti sottoforma di frazione comune (cio una frazione in cui il numeratore e il denominatore sono numeri interi) con i denominatori contenenti potenze di due, di tre e di cinque. In tempi successivi, il campo dell'aritmetica si esteso no a comprendere la descrizione, formale o informale, di quantit irrazionali, complesse, innitesimali e innite. Questo tipo di numeri permane anche all'interno della geometria, dove una linea viene individuata da una `lunghezza'; l'`area' di un rettangolo data dal prodotto delle lunghezze della sua base e della sua altezza, e questa prima denizione si estende all'area di molte altre gure bidimensionali; le gure tridimensionali hanno un `volume' numerico. Il rapporto di due quantit diventa il quoziente dei due numeri che esse rappresentano, scritto o in forma decimale o come frazione. La famigliarit con le manipolazioni dei numeri porta all'esperienza e alla condenza che permettono la nascita dell'algebra. La matematica occidentale no al XVI secolo dominata da un tipo di visione aritmetica, che culminata nel XIX e XX secolo, dove l'analisi impregnata di formule aritmetiche. Questo il motivo per cui, oggi, la descrizione della linea dei numeri e della sua aritmetica alla base delle nostre conoscenze e intuizioni matematiche. I Greci, al contrario, hanno originariamente sviluppato tecniche che sembrano potersi perfettamente adattare per una descrizione della linea dei numeri positivi, ma non sono in grado di considerare le operazioni aritmetiche su di essa. Il principale ingrediente della matematica greca , infatti, la geometria, basata sulle propriet dello spazio tridimensionale, cos come ci provengono dall'esperienza. Nel passo del Menone visto sopra, Socrate d una prova di questo atteggiamento comune, quando chiede, in apertura al dialogo con il servo: E non pu essere un simile spazio maggiore o minore? Inoltre, la tipica soluzione a un problema o la dimostrazione di una proposizione consiste generalmente in una gura o un insieme di aermazioni che si riferiscono a essa. Questa , infatti, la procedura che adotta lo stesso Socrate di Platone, quando si accinge alla duplicazione del quadrato: Ciascuna delle quattro linee non taglia in due parti uguali ciascuno dei quattro quadrati?. . . E non sono forse, queste, quattro linee uguali che circoscrivono questa supercie?. . . E quante di queste met vi sono all'interno di questo quadrato?. . . E che cos' il quattro in rapporto al due?

50

La geometria dell'antica Grecia pu, dunque, anch'essa essere denita non aritmetica. Un'altra prova di quest'aspetto ci viene, ancora una volta, oerta dal dialogo riportato sopra, quando Socrate cerca di far ragionare il servo a proposito dell'area di un quadrato con lato due piedi. Questa domanda, che per la concezione che oggi abbiamo della geometria, ci sembra dover avere una risposta immediata, merita invece per Socrate un ragionamento molto pi articolato: Se un lato fosse di due piedi e quest'altro di uno solo [comprenderebbe due quadrati adiacenti di un piede, formanti un rettangolo, come questo], non vero che lo spazio sarebbe di una volta due piedi?; ma siccome di due piedi anche da questa parte [e, quindi, comprende due rettangoli adiacenti uguali a quello di prima], non risulta di due volte due? Questo passaggio illustra l'operazione base di somma della geometria, che consiste nell'aancare gure gi conosciute, per studiare quelle nuove cos ottenute. La caratteristica non aritmetica della geometria greca appare altrettanto evidente negli Elementi di Euclide, ad esempio nel modo in cui viene usata la parola `uguale'; se prendiamo, in particolare, la Proposizione 35 del Libro I, leggiamo che: Parallelogrammi che stanno sulla stessa base e sugli stessi paralleli sono tra loro uguali. La gura usata da Euclide, in questo caso, una diretta esplicitazione dell'enunciato della proposizione. L'uguaglianza intesa come uguaglianza tra aree non espressa numericamente. Quale sia il tipo di visione che Euclide aveva della geometria e quali siano le fonti cui egli attinge un problema che ha occupato i critici dall'antichit no ad oggi, ma non ci sono indizi sucienti per arrivare a delle conclusioni signicative. Fowler stesso non se ne occupa, ma aerma che nel corso del suo libro user la geometria nello stesso modo di Socrate e Euclide, ossia come una descrizione non aritmetica dello spazio, attraverso aermazioni e relazioni che sono manifeste; in altre parole, il suo atteggiamento nei confronti della geometria vuole essere conforme a quello dell'epoca, cos come viene descritto da Platone stesso, nella Repubblica VII, 527a: [Coloro che praticano la geometria] la descrivono in un modo ridicolissimo e meschino, comportandosi da persone pratiche e non rilevando nei loro discorsi che scopi pratici. Parlano di `quadrare', di `costruire su una linea data', di `aggiungere per apposizione', usano ogni sorta di simili espressioni. Gli oggetti di studio di questo tipo di geometria sono i punti, le linee e le gure semplici bi- e tridimensionali, le quali vengono manipolate in svariati modi e, tra le principali preoccupazioni, ci sono la trasformazione, la combinazione e il confronto di queste gure. La nozione stessa di `uguale' per Euclide, infatti, si riferisce non tanto alla forma, quanto alla grandezza, cio ha lo scopo di

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vedere se due linee, due gure piane o due regioni tridimensionali sono uguali in grandezza e, se non lo sono, quale sia la maggiore e quale la minore; anche questo un aspetto gi evidente nel dialogo del Menone tra Socrate e il servo.

12.3

Gli aritmi o numeri

All'interno della geometria greca, precedentemente descritta, i numeri vengono, comunque, utilizzati in modo aritmetico, come testimoniano i passaggi del Meno-

ne sopra citati, cos come il seguente (Menone 83e):


Ma se questo lato di tre piedi e di tre piedi quest'altro lato, l'intero spazio [che dato da tra rettangoli adiacenti, ognuno contenente tre quadrati adiacenti di un piede] non sar tre volte tre piedi? I numeri impiegati nella matematica greca vengono indicati da Fowler con il loro nome originale, ossia arithmoi ; per essere altrettanto fedeli al signicato della parola greca, parleremo di aritmi anzich di numeri. linee, ai numeri cardinali, cio alla sequenza 1, 2, 3, . . . conviene usare la seguente sequenza: Per capire a cosa si riferissero i matematici grechi con questa parola, si pu pensare, a grandi Tuttavia, per rendere in maniera pi rigorosa il senso concreto che i Greci attribuivano agli aritmi,

duet, trio, quartet, quintet, . . .


(il primo termine della sequenza, monas, stato omesso perch ha un diverso signicato rispetto alle altre grandezze) Questi numeri sono stati elencati in ordine di grandezza (`un quartet maggiore di un trio '), possono essere sommati a catena (`un trio pi un quartet da un

septer ') e possono essere sottratti `i minori dai maggiori'.


Gli aritmi possono anche apparire sotto altre forme, come, ad esempio, la sequenza di avverbi: una volta, due volte, tre volte, quattro volte, . . . Queste due sequenze di numeri possono interagire le une con le altre, per dare la moltiplicazione; come si gi riscontrato nel dialogo tra Socrate e il servo: due volte due, dis duoin, tre volte tre, treis tris. La divisione o la divisione con resto, quando il pi piccolo non sta nel pi grande un numero di volte esatto, viene descritta in modo simile. Ci sono, inoltre, altre sequenze numeriche, come: singolo, doppio, triplo, quadruplo, . . . met, terzo, quarto, quinto, . . . La scelta sull'utilizzo del tipo di sequenza numerica generalmente dettata non da motivi tecnici, ma per una maggiore convenienza o eleganza grammaticale e stilistica. Si deve, tuttavia, porre particolare attenzione nel non confondere l'ultima sequenza citata con le espressioni,

1 1 1 1 2 , 3 , 4 , 5 . . . che portano a fraintendere il pensiero matematico dell'antica Grecia.

52

La moltiplicazione nasce quando un numero ripetuto agisce su un numero cardinale e viene esplicitamente descritta in termini di addizione, come traspare dalla Denizione 15 del Libro VII: Un numero si dice moltiplicato per un altro numero quando il primo sommato a se stesso tante volte quante sono le unit del secondo, e quindi viene prodotto un certo numero. Vedremo in seguito che la divisione viene descritta in modo simile, ma in termini di sottrazione. L'arte degli aritmi viene chiamata dai Greci arithmetike, termine che pu essere tradotto come `teoria dei numeri'; infatti, per i motivi gi esposti, non converte altrettanto fedelmente il senso di questa parola la traduzione pi frequente `aritmetica'. Tuttavia, come gi per aritmi, Fowler preferisce lasciare anche la parola arithmetike nella sua forma originale.

12.4

Logos /Analogon o rapporto/proporzionalit

Torniamo a occuparci del concetto che, nella prima matematica greca, corrisponde alla nostra concezione di divisione. Prima di tutto, si deve precisare che i termini logos, rapporto, e analogon, proporzione, si riferiscono a due entit matematiche dierenti. Il rapporto, nel linguaggio contemporaneo, una funzione di due (o pi) variabili. Per rendere pi breve la scrittura, al posto di `il rapporto di a con b ', scriver, come Fowler, `a:b '. Euclide d la seguente denizione di rapporto (Denizione 3, Libro V): Un rapporto una sorta di relazione, in rapporto alla dimensione, tra due grandezze dello stesso tipo. Dall'altra parte la proporzione una condizione che pu o meno essere vericata tra quattro oggetti. Anche in questo caso l'espressione `il rapporto di a con b uguale al rapporto di c con d ' pu essere accorciata con la scrittura `a:b::c:d '. La denizione che d Euclide la seguente (Denizione 20, Libro VII): Sono detti numeri proporzionali quando il primo multiplo o parte o parti del secondo allo stesso modo con cui lo il terzo del quarto. Euclide, tuttavia, non specica cosa si debba fare quando un numero `parti' di un altro, ossia il primo non sta nel secondo un numero di volte esatte. Questo porta spesso a sostenere che, proprio a causa della scoperta dell'incommensurabilit, la prima matematica greca non fu in grado di sviluppare una teoria sul rapporto o sulla proporzionalit che appoggiasse su solide basi. All'interno del Topici, un trattato di Aristotele che si propone di trovare un procedimento che renda capaci di ragionare deduttivamente, l'autore presenta un metodo corretto, che eviti le sosticherie, in cui ogni termine deve essere introdotto in modo non ambiguo e, una volta collegate le varie deduzioni fatte, si pu cos giungere alle proprie conclusioni. Egli avanza un esempio matematico, in cui si aerma la seguente proporzione:

53

il rapporto di A con B uguale al rapporto di a con b (A:B::a:b )

Quest'aermazione viene chiamata da Fowler `Proposizione dei Topici ' e anche inseguito ci si riferisce ad essa con questo nome. La Proposizione dei Topici una versione della Proposizione 1, Libro VI degli Elementi : Triangoli e parallelogrammi che hanno la stessa altezza stanno gli uni con gli altri come le loro basi Per dimostrare questa proposizione Euclide procede nell'usuale metodo, che stato mostrato in precedenza: disegna una gura appropriata e fa un'osservazione su essa che, implicitamente, vuole riferirsi alla sua denizione di proporzionalit; cos facendo, appare evidente che le quattro grandezze interessate soddisfano la condizione per cui possono dirsi proporzionali. Fowler costruisce una denizione di proporzionalit dierente da quella data da Euclide, per poi orire, grazie a questa, una dimostrazione alternativa della Proposizione dei Topici. Per far questo, egli si serve solamente dei concetti e delle tecniche che erano a disposizione dei matematici dell'antica Grecia. Afferma, poi, di non volerla presentare come una ricostruzione storica di una denizione o di una dimostrazione che pu essere esistita nella Grecia di quei tempi; infatti, non ci sono delle testimonianze per sostenere questo. Il suo scopo , invece, quello di far capire che una tale dimostrazione non aatto impensabile per la Grecia di quel tempo, come molti sostengono; inoltre, attraverso questo tentativo verr anche introdotta un nuovo tipo di manipolazione, che si dimostrer molto importante. Proposizione dei Topici. Per far questo, cominciamo col prendere una proposizione equivalente alla denizione che vogliamo rimpiazzare, e la utilizziamo come se fosse una denizione; per il caso delle linee prendiamo la Proposizione 16 del Libro VI: Se quattro linee rette sono proporzionali [a:b::c:d ], il rettangolo compreso tra gli estremi [ad ] uguali al rettangolo compreso tra i medi [bc ] ; se il rettangolo compreso tra gli estremi uguale al rettangolo compreso tra i medi, le quattro linee dritte sono proporzionali, di cui ci interessa solo la prima met. Per il caso dei numeri, adattiamo la In seguito, saranno date altre denizioni di rapporto e proporzionalit, che daranno luogo a delle nuove dimostrazioni della

Proposizione 19 del Libro VII, simile a quella appena vista:

54

Siano a e b due oggetti geometrici e siano n e m due numeri, deniamo a:b::n:m se ma = nb, dove ma l'operazione di moltiplicazione, vista come addizione ripetuta. Siano a e b due linee rette e siano A e B due regioni di piano, deniamo a:b::A:B se il prisma rettangolare con base A e spigolo b uguale al prisma con base B e spigolo a. Per problemi dimensionali, non si pu dare un'analoga denizione di proporzionalit tra quattro regioni di piano; tuttavia il problema pu essere risolto, dimostrando prima la Proposizione dei Topici in questi casi pi semplici, in modo da ridurre due delle regioni di piano, se non tutte e quattro, a delle linee. Date queste denizioni la dimostrazione della Proposizione dei Topici segue immediatamente; infatti, quella che vogliamo ottenere la seguente proporzione:

a:b::A:B, che indica che il prisma di base A e spigolo b dovrebbe essere uguale
a quello di base B e spigolo a. In questo caso, per, abbiamo che entrambi sono dei parallelepipedi rettangolari con spigoli a, b e c, dove c la lunghezza del rettangolo di partenza (come mostrato in gura). CVD

Si ponga attenzione sul fatto che questa dimostrazione espressa secondo i criteri della teoria della proporzionalit; infatti, i rapporti a:b e A:B non sono stati deniti e non hanno alcun signicato se presi singolarmente e non all'interno dell'espressione di proporzionalit a:b::A:B. Le denizioni che Euclide presenta, riguardanti il rapporto, non ci orono delle informazioni sucienti per dare una dimostrazione alternativa della Proposizione dei Topici e, per questo motivo, Fowler aerma che non sono matematicamente adeguate. Non troviamo, tuttavia, da nessuna parte, n negli Elementi n altrove, una denizione matematicamente rigorosa di rapporto tra aritmi. Inoltre, nonostante la parola logos appaia frequentemente in riferimento al rapporto, non abbiamo prove del fatto che qualcuno abbia mai usato qualcosa che corrisponda al nostro concetto di frazione comune

m n. Tuttavia, i documenti che ci sono giunti, in cui si fa riferimento ai rap-

porti isolati, nel senso che non si trovano all'interno di una proporzione, sono piuttosto abbondanti, tanto che possibile aermare che essi rappresentavano un'importante componente della prima matematica greca.

55

12.5

Il linguaggio della matematica greca

Il procedimento seguito nei ragionamenti dei matematici greci si distanzia notevolmente dagli elaborati meccanismi concettuali cui siamo abituati oggi. La nostra tendenza , infatti, quella di operare nel campo della geometria come in quello dell'aritmetica, al contrario di come avviene nella geometria greca, dove, come mostrano i passaggi gi citati, si agisce con delle chiare manipolazioni direttamente sulle gure disegnate. A questo proposito, basta prendere in considerazione la Proposizione 47 del Libro I (oggi conosciuta come Teorema di Pitagora): Nel triangolo rettangolo il quadrato costruito sull'angolo che sottende l'angolo retto uguale ai quadrati costruiti sui lati che contengono l'angolo retto. Mentre per Euclide questo risultato ci mostra che un quadrato pu essere tagliato in due e manipolato in modo da formare altri due quadrati, oggi viene interpretato in questo senso:

p2 + q 2 = r2 .
In altre parole, i quadrati, che Euclide interpreta letteralmente, sono stati da noi sostituiti con delle analoghe forme aritmetiche. D'altra parte in un ragionamento matematico l'importante non sono le parole che si utilizzano, ma il signicato che esse racchiudono. Nell'antica Grecia anche i concetti matematici possono essere espressi nel linguaggio quotidiano, anche se molte volte ci appare oscuro e ambiguo, tanto che non ne comprendiamo il signicato. Bisogna anche dire che, bench il linguaggio simbolico, ormai famigliare alla matematica aritmetica d'oggi, sia molto pi veloce e conveniente in termini di chiarezza, tende a farci dimenticare il reale signicato che esso nasconde. Scrive, infatti, Fowler (The Mathematics of Plato's Academy, New York, Oxford University Press, 1987, pp. 24-25): La nostra famigliarit, n dal sedicesimo secolo, con la conveniente notazione delle frazioni decimali e, n dal diciannovesimo secolo, con la ben consolidata matematica aritmetica, ha portato a un attutirsi della nostra consapevolezza del meccanismo che dev'esserci dietro a un formalmente corretto vantaggio delle manipolazioni aritmetiche dei numeri reali. Nella prima matematica greca, che abbiamo pi volte rilevato essere non aritmetica, non troviamo n la nostra notazione di frazione comune n un altro concetto che sia a esso equivalente. I matematici di pi alto calibro dell'epoca, tuttavia, se da una parte tentano una precisa ed esplicita analisi dei concetti che pongono alla base dei loro ragionamenti, dall'altra sembrano non farsi alcuno scrupolo nell'usare liberamente l'idea del rapporto tra due numeri o tra due grandezze geometriche, che evidentemente appare a loro molto naturale.

56

13
13.1

LA TEORIA DEL RAPPORTO ANTIFAIRETICO


Il rapporto antifairetico
Per chiarire questo tipo di

Nel libro V, Euclide denisce il rapporto come una sequenza di numeri, generata da un processo di ripetute sottrazioni reciproche. procedura, Fowler si immagina una continuazione del discorso tra Socrate e il

servo di Menone, che sembra aver acquisito maggiore famigliarit e condenza


con la tecniche della prima matematica greca. Ne riporto solo la prima parte (The Mathematics of Plato's Academy, New York, Oxford University Press, 1987, pp. 25-26): SOC. Dimmi, ragazzo, qual il rapporto in termini di grandezza

tra questo mucchio di sessanta pietre e quello di ventisei pietre?


SER. Vuoi dire il numero di volte che il pi piccolo sta nel pi

grande?
SOC. Prova a rispondere. SER. Ci sta pi di due volte, ma meno di tre. SOC. Puoi essere pi preciso? SER. Ci sta due volte con otto pietre che avanzano. SOC. Queste `otto pietre' non sono in relazione con niente adesso. SER. Mi sono dimenticato di dire che esse sono ancora in re-

lazione con l'altro mucchio di ventisei pietre.


SOC. Prosegui. SER. Lasciami pensare. A questo punto posso descrivere il rap-

porto nello stesso modo. pietre.


SOC. Prosegui.

Cos posso dire che: due volte al primo

passo, e ora ti dir a proposito del rapporto tra otto pietre e ventisei

SER. Anche questa volta dir quanto il pi piccolo sta nel pi

grande, cio tre volte [con il resto di due pietre] e, poi, ti dir quante volte due pietre stanno in otto pietre, cio quattro volte esatte.
SOC. Quindi, hai sviluppato una relazione espressa da: primo

passo, due volte; secondo passo, tre volte; terzo passo, quattro volte esatte. Questo modo di procedere chiamato in termini tecnici rapporto.
(60:26 = [2, 3, 4]) Quello descritto sopra non l'unico modo per denire il rapporto, quindi, Fowler informa il lettore che si riferisce a esso in particolare con il nome di `rapporto antifairetico', mentre il processo di sottrazioni sottostante viene detto `antifairesi'. Queste parole derivano dal termine greco anthuphairein, che viene utilizzato da Euclide nelle Proposizioni 1 e 2 del Libro VII e in quelle 2 e 3 del Libro X, proprio per indicare quest'operazione di ripetute sottrazioni; infatti, il nome greco deriva a sua volta da anti-hypo-hairesis, che signica appunto `reciproca sub-trazione'.

57

I termini con cui oggi ci si riferisce a questo processo e agli oggetti coinvolti sono `algoritmo di Euclide' e `frazioni continue'; tuttavia, Fowler aerma di voler evitare l'utilizzo di queste espressioni. L'algoritmo di Euclide , infatti, basato su un processo di divisioni, mentre l'antifairesi si sviluppa attraverso una catena di sottrazioni. Le funzioni continue, poi, fanno uso dei numeri reali e si appoggiano su un concetto generale di funzione molto sosticato. Quello di Fowler , invece, un altro tipo di approccio, che si limita alla sola manipolazione degli aritmi, attraverso delle dimostrazioni geometriche formulate secondo lo stile della duplicazione del quadrato, adottato da Socrate nel

Menone (81-85), anche se molto pi elaborate rispetto a questa. Inne, sostiene


Fowler, gli Elementi di Euclide hanno probabilmente contribuito ad allontanare l'interesse dei matematici nei riguardi di questo processo. La parte del dialogo, che ho riportato, tra il Socrate di Fowler e il servo rivela gi un primo curioso aspetto dell'antifairesi, ossia che l'ordine lessicograco dei rapporti viene rovesciato nei passi due, quattro, sei, e cos via. Questo il primo fatto che mostra come la parit giochi un ruolo fondamentale in questo processo. L'antifairesi, cos come si applica agli aritmi, pu essere anche sfruttata per il rapporto tra due linee e, pi in generale, tra due grandezze numeriche qualsiasi, purch permettano le operazioni di confronto e sottrazione, che sono richieste da questo metodo. Un'operazione naturale della geometria aritmetica consiste nell'assegnare un valore unitario, all'interno di una costruzione geometrica, a una linea base o importante e, quindi, misurare, in base ad essa, la grandezza delle altre linee. La lunghezza di una diagonale di un quadrato unitario, ad esempio, radice quadrata di due, la diagonale maggiore di un esagono unitario due, mentre la minore radice quadrata di tre. Nella geometria di tipo antifairetico, invece, stimando il rapporto tra due linee, due aree o due volumi riguardanti una certa costruzione, si ottiene una procedura equivalente, di cui saranno di seguito esposti alcuni esempi. Dunque, Fowler, in questo secondo capitolo, intende studiare le propriet dei rapporti, antifairetico e non, senza mirare a sviluppare astratte teorie di rapporto o proporzione, simili a quelle ritrovate nei Libri V e VII degli Elementi.

13.2
13.2.1

Alcuni calcoli con l'antifairesi


Diagonale e lato

In questo primo esempio, il problema consiste nel, data una linea, costruire un poligono regolare che abbia la stessa come lato, prendere una diagonale di tale poligono (se i lati sono in numero maggiore o uguale a sei, c' pi di una diagonale) e, inne, calcolare il rapporto della diagonale scelta con il lato. Naturalmente, si procede, prima di tutto, disegnando la gura corrispondente al poligono preso in esame, poi, come testimonia il Socrate di Platone nel Menone, per la risoluzione del problema, necessario appoggiarsi a una costruzione geometrica aggiuntiva (Socrate, per duplicare il quadrato, costruisce una gura di quattro quadrati, contenenti un quadrato obliquo). Negli tre esempi considerati

58

di quadrato, pentagono, esagono proprio questo il metodo adottato da Fowler.

Prima di tutto, esaminiamo il quadrato, appoggiandoci sulla gura (a) sopra. Prendiamo un quadrato posto obliquamente, che indicher con il nome di quadrato piccolo che ha per lato l, lato piccolo, e diagonale d, diagonale piccola. Partiamo da questo per costruire un altro quadrato, quadrato grande, con lato

L, lato grande, di lunghezza pari a l pi d, come mostrato in gura; una volta


che la gura stata completata, risulta chiaro che la diagonale D del quadrato grande, la diagonale grande, due volte l pi una volta d. Si osservi che questa gura simile a quella che stata costruita dal Socrate di Platone nel Menone, per la duplicazione del quadrato e, inoltre, ricorda la dimostrazione del Teorema di Pitagora che si trova tra le Proposizioni 8 e 9 del Libro II degli Elementi ; infatti, tutte queste costruzioni consistono in un quadrato o in un rettangolo, posto obliquamente in un quadrato maggiore. Cominciamo con la stima del rapporto della diagonale grande pi il lato grande con il lato grande (cio (D

+ L)

: L ): chiaramente due volte, seguito

dal rapporto di D meno L con L (infatti, L sta in

D + L due volte con il resto di +l


= L)

L). Quest'ultimo rapporto, che come sempre del pi grande con il pi piccolo,
coincide con il rapporto della diagonale piccola pi il lato piccolo (d con il lato piccolo (l = D  L). Poich la dimensione della gura non inuenza questi rapporti, abbiamo dimostrato che il rapporto della diagonale pi il lato con il lato in un qualsiasi quadrato pari a due volte, seguito dallo stesso rapporto; quindi, pari a due volte, due volte, seguito dello stesso rapporto, che equivale a due volte, due volte, due volte, seguito dallo stesso rapporto; in altre parole, si ottiene una sequenza interminata di due volte, due, volte, due volte, ... Possiamo, a questo punto, modicare il primo termine del rapporto, per arrivare alla soluzione del nostro problema, ossia il rapporto della diagonale con il lato in un quadrato qualsiasi, che sar, evidentemente, una volta, due volte, due volte, due volte, ecc. . . Questa dimostrazione si basa sullo stesso ragionamento del servo di Fowler, cio i termini del rapporto dato, tra due numeri o tra due grandezze geometriche, pu essere calcolato e poi seguito dal rapporto tra i rimanenti numeri o le rimanenti grandezze geometriche. In questo caso, abbiamo ottenuto un comportamento ricorsivo, ossia il rapporto che abbiamo stimato pari a due volte seguito dallo stesso rapporto; in questo modo il rapporto originale, mangiandosi la propria coda, viene completamente stimato.

59

Osserviamo, inne, che solo per motivi di convenienza e brevit che abbiamo, prima, svolto il rapporto di L pi D con L e, solo in un secondo tempo, il rapporto di D con L, che quello che ci interessa; infatti, nel primo rapporto, si rivela immediatamente il fenomeno della ricorsione, mentre cominciando a calcolare da subito il rapporto cercato, lo stesso si manifesta solo una volta terminato il secondo passo. I due modi di procedere sono, comunque, del tutto equivalenti. Passiamo, quindi, al caso del pentagono. Si prova immediatamente che le diagonali di un pentagono si tagliano tra loro in modo da formare un altro pentagono pi piccolo, in una costruzione conosciuta con il nome di pentagramma, come mostrato nella gura (b). Si formano, inoltre, molti triangoli isosceli che rendono evidente che il lato L del pentagono grande uguale al lato l pi la diagonale d del pentagono piccolo, mentre la diagonale grande D pari a l pi due volte d (vedi gura). Stimiamo, quindi, il rapporto della diagonale D con il lato L: una volta, seguito dal rapporto di L con D  L, che per le considerazioni prima fatte, equivale al rapporto di

d+l (L = d+l) con d (d = DL).

Il secondo

rapporto : una volta, seguito dal rapporto di d con l, che coincide con quello di partenza. Dopo due passi, quindi, anche in questo esempio si ripresenta lo stesso comportamento ricorsivo. Abbiamo, dunque, risolto anche questo secondo problema: il rapporto della diagonale con il lato in un qualsiasi pentagono la sequenza, senza termine, una volta, una volta, una volta, e cos via. Ci sono molte proposizioni che coinvolgono il poligono negli Elementi; tra queste, la pi vicina al tipo di costruzione che abbiamo appena sfruttato la Proposizione 8, Libro XIII: Se in un pentagono equilatero ed equiangolo linee rette sottendono due angoli presi in ordine, queste si tagliano tra loro in un rapporto estremo e medio, e i segmenti maggiori sono uguali al lato del pentagono. Quest'aermazione si pu formulare in modo pi chiaro, come segue: Se in un pentagono equilatero ed equiangolo [due diagonali adiacenti] si tagliano tra loro,. . . i loro segmenti maggiori sono uguali al lato del pentagono [e i loro segmenti minori sono uguali alle diagonali del pentagono minore formato dalle diagonali maggiori].

Siamo, quindi, arrivati all'ultimo esempio che prendiamo in considerazione, vale a dire l'esagono. In questo caso ci sono due tipi di diagonale: quella maggiore coincide con il diametro del cerchio circoscritto e, quindi, due volte il lato dell'esagono, come mostra il triangolo equilatero di gura (c) che si forma dall'incontro di due diagonali maggiori adiacenti (la lunghezza del lato uguale al raggio del cerchio). La diagonale minore , invece, tale che il quadrato costruito su di essa tre volte quello costruito sul lato (questo risultato si trova, esplicitamente, nella dimostrazione della Proposizione 12, Libro XIII).

60

Quello della diagonale minore un esempio del problema che viene chiamato da Euclide `la dimensione dei quadrati', che consiste nel, data una linea numeri m e n, costruire un quadrato n volte il quadrato costruito su cui torneremo pi avanti.

e due

e fare lo

stesso con m ; cosa si pu dire sui rapporti tra questi lati, sar un argomento su

13.2.2

Circonferenza e diametro

In geometria una delle gure pi semplici il cerchio; tuttavia, trattare la circonferenza come una grandezza geometrica, ossia sommarla o confrontarla con altre grandezze lineari, crea non poche dicolt. Nonostante ci, Archimede nella sua opera Sulla Sfera e Sul Cilindro I, estende il campo della sua geometria no a comprendere tra gli oggetti del suo studio quelle curve bi- e tridimensionali che hanno un comportamento piuttosto regolare. libro si trovano alcuni assiomi che cominciano cos: Ci sono in un piano certe linee curve nite che o si trovino completamente sullo stesso lato della linea retta che congiunge le loro estremit o non hanno alcuna parte sull'altro lato. Chiamo concava nella stessa direzione una linea tale che, se due punti qualsiasi sono presi su di essa, tutte le linee rette che congiungono i punti cadono sullo stesso lato della linea, o qualcuna cade su uno stesso lato, mentre altre cadono sulla linea stessa, ma nessuna cade dall'altra parte. Sono presenti, inoltre, alcuni postulati, che dicono: Tra tutte le linee che hanno le stesse estremit, la linea retta quella minima. Delle altre linee che giacciono sul piano e hanno le stesse estremit, [due qualsiasi] sono diseguali quando entrambe sono concave nella stessa direzione e una o del tutto inclusa tra l'altra e la linea retta con le stesse estremit, o in parte inclusa e in parte coincide con l'altra; la linea inclusa la minore. Alla ne di questi postulati, Archimede ha formulato i principi che gli permettono di avanzare le seguenti aermazioni: Dopo questa premesse, se un poligono inscritto in un cerchio, chiaro che il perimetro del poligono inscritto minore della circonferenza del cerchio; ciascuno dei lati del poligono inferiore all'arco del cerchio tagliato fuori da esso. Nella Proposizione 1, poi, dimostra che il perimetro di un poligono circoscritto maggiore della circonferenza. Le prime sei proposizioni riguardano risultati teorici che mirano all'approssimazione della circonferenza attraverso poligoni inscritti e circoscritti; l'eettivo calcolo sulle grandezze dei perimetri di questi poligoni si trova, per, su un altro piccolo trattato di Archimede, Sulla Misura Nell'introduzione di questo

del Cerchio, in cui la Proposizione 3 aerma che:

61

Il perimetro di ogni cerchio tre volte il diametro e, inoltre, lo supera di [una linea] meno di una settima parte del diametro ma pi di dieci settantunesime [parti del diametro]. Si deve, per, fare attenzione sul fatto che le ultime parole di questa proposizione, `dieci settantunesimi', sono di dicile interpretazione e non si deve at-

10 71 . Vediamo quest'approssimazione da un punto di vista del rapporto antifairetico: il rapporto della circontribuirli lo stesso signicato della nostra frazione ferenza con il diametro meno di tre volte, sette volte pi di tre volte seguito dal rapporto di settantuno con dieci, cio pi di tre volte, sette volte, dieci volte: [3, 7, 10] < c : d < [3, 7]

13.2.3

Supercie e sezione

L'ovvia generalizzazione bidimensionale del problema di trovare il rapporto della circonferenza con il diametro consiste nel trovare il rapporto della supercie della sfera con la sua sezione equatoriale. Questo problema si presenta apparentemente persino pi complicato del precedente; al contrario, trova una risposta semplice e chiara, sempre nel trattato Sulla Sfera e Sul Cilindro I di Archimede, pi in particolare nella Proposizione 33: La supercie di una sfera quattro volte il cerchio massimo su essa. Archimede giunge ad altri simili risultati di rapporti commensurabili che, come questo, hanno un'espansione antifairetica contenete solo uno o due termini.

13.3
13.3.1

Algoritmi antifairetici
La Proposizione di

Parmenide

Nel Parmenide di Platone, si trova la seguente aermazione (154b-d): Se una cosa, in questo momento, pi vecchia rispetto ad un'altra, non pu diventare ancora pi vecchia, n pu diventare ancora pi giovane, di come la loro originale dierenza di et, perch se uguali sono sommati a disuguali, la dierenza che ne risulta, in tempo o in ogni altra grandezza, sar sempre uguale alla dierenza originaria. . . [Ma] se un tempo uguale viene sommato a un tempo maggiore e a uno minore, quello maggiore supera il minore di una parte minore [rispetto a prima]. Parafrasando e semplicando, Platone intende dire che, quando due persone invecchiano insieme, la dierenza tra le loro et si mantiene sempre costante, ma il rapporto tra queste, con il passare degli anni, diventa sempre pi vicino a 1:1. Se indichiamo con r e s le due dierenti et e con p il lasso di tempo che viene sommato a entrambe, possiamo schematizzare quanto detto in questo modo:

62

Se

p:p<r:s

(cio

r > s)

allora

p : p < (p + r) : (p + s) < r : s.

Fowler propone la seguente formula, leggermente pi generale di quella appena scritta: Se

p:q<r:s

allora

p : q < (p + r) : (q + s) < r : s,

e le assegna il nome di `Proposizione di Parmenide '. Questa proposizione, in una situazione attuale, potrebbe essere utilizzata per illustrare che la velocit media di un viaggio lungo un giorno deve trovarsi tra la velocit media del mattino e del pomeriggio. Un'interpretazione di questo tipo , tuttavia, impensabile per i matematici della Grecia antica, poich, secondo la Denizione 3 del Libro V degli Elementi, non consentito svolgere un rapporto tra due grandezze non omogenee, come la velocit e il tempo. Si pu, inoltre, osservare che non possibile applicare l'operazione di sottrazione dell'antifairesi a un rapporto tra due grandezze non confrontabili. La Proposizione di Parmenide, per, si pu applicare nel caso in cui p, q, r,

s sono numeri o meglio aritmi, bench la teoria sulla proporzionalit del Libro
VII di Euclide non contenga n proposizioni n denizioni sulla non proporzionalit, che chiariscano il signicato di aermazioni del tipo `il rapporto di p con

q maggiore o minore del rapporto di r con s '. Per studiare la Proposizione di Parmenide, riprendiamo la denizione che abbiamo precedentemente dato alla
proporzionalit e cerchiamo di estenderla alla non proporzionalit. dalla Proposizione 19 del Libro VII, dove Euclide aerma che: Se Partiamo

p : q :: r : s

allora

ps = qr

e viceversa

Estendiamo questa teoria, in modo da poter dire, sottoforma di denizione o di proporzione, che: Se

p:q<r:s

allora

ps < qr

e viceversa

A questo punto, possibile dare una dimostrazione della Proposizione di Par-

menide che sia conforme alle conoscenze e alle tecniche gi a disposizione di


Euclide:

p : q < (p + r) : (q + s),
che equivale a:

p.(q + s) < q.(p + r),

cio

ps < qr,

che, sfruttando l'estensione

della Proposizione 19 questa volta nel verso opposto, equivale a Analogamente, partendo e, dunque, la Proposizioni di Parmenide stata dimostrata.

p : q < r : s. (p + r) : (p + s) < r : s, si arriva alla stessa conclusione

Questo risultato pu essere interpretato come un ampliamento della teoria sia della proporzionalit che del rapporto, svolto con lo scopo di analizzare anche il concetto di non proporzionalit. La dimostrazione appena presentata non pu, per, essere ripetuta con p, q,

r e s grandezze qualsiasi, poich non sempre il prodotto tra due di esse trova
delle denizioni concrete, come, ad esempio, nel caso di due regioni di piano, due solidi, due intervalli di tempo, o due linee non rettilinee. In questi casi, tuttavia, si pu ricorrere al seguente risultato, esposto nel Libro V degli Elementi :

63

Se p : q :: r : s, p : q :: t : u, ecc. . . allora p : q :: (p + r + t + ecc...) : (q + s + u + ecc. . . ) Vediamo in che modo quest'aermazione trova applicazione nella Proposizione di Parmenide, in casi in cui le grandezze coinvolte non sono aritmi. Cominciamo dalla relazione p:q < r:s ; ripetendo un passaggio che lo stesso Euclide sfrutta per la Proposizione 18 del Libro V, sappiamo che esiste una grandezza x tale che p:q :: r:x e, per la Proposizione 8 dello stesso libro, x > s (notare che i ragionamenti appena fatti non sono altrettanto veri per i numeri). Per la Proposizione 12 del Libro V:

p : q :: (p + r) : (q + x)
Applicando, come prima, la Proposizione 8, segue che:

p : q < (p + r) : (q + s)
La prima diseguaglianza , quindi, stata provata e, con un ragionamento del tutto analogo, si verica anche la seconda; anche in questo caso la dimostrazione stata completata.

13.3.2

Un algoritmo per il calcolo dell'antifairesi

Una delle questioni fondamentali per la teoria del rapporto anthyphairetic , dato un rapporto

trovare una procedura per calcolare l'antifairesi [n0 ,n1 ,n2 ,

...] di tale rapporto. Per mostrare come si aronta questo problema, consideriamo il rapporto della diagonale minore con il suo lato in un esagono. D'ora in poi indicheremo con sulla linea assegnata mare il rapporto

il lato del quadrato n volte pi grande del quadrato

e con

quello m volte pi grande; quindi, per dare

una risposta al problema della dimensione dei quadrati di Euclide, dobbiamo sti-

n:

m.

Illustreremo la procedura da adottare, applicandola

all'esempio scelto; quindi, faremo un'approssimazione del rapporto quello costruito su lato dell'esagono, che consideriamo unitario. L'algoritmo che adotteremo per l'antifairesi di

3 : 1.

Ricordiamo, infatti, che il quadrato costruito sulla diagonale minore tre volte

dovr naturalmente ap-

poggiarsi alla manipolazione degli aritmi, senza ricorrere ad altre tecniche oggi a noi note, come l'approssimazione delle radici quadrate con numeri decimali o l'uso delle funzioni continue, del tutto estranee alla prima geometria greca. Il metodo che viene presentato in seguito si appoggia, infatti, sulla Proposizione di Parmenide. Prima di tutto, abbiamo bisogno di un test che sia in grado di farci capire se un certo rapporto p:q maggiore, minore o uguale di

3:1

e di due rapporti iniziali, che approssimano

,
,

uno per difetto l'altro per

eccesso. Il test da fare il seguente:

p:q

<

>

di

3:1

se

p2

<

>

di

3q 2

Le stime da scegliere come iniziali sono quelle che risultano pi naturali, come ci dimostra il servo di Menone nel dialogo di Fowler, e cio:

64


1:1 < o, pi in generale: n: 1 <

3:1

< 2:1

< (n

+ 1): 1.

Abbiamo, quindi, tutti gli ingredienti

necessari per esporre l'algoritmo cercato; si prosede nel seguente modo:

Sfruttiamo la Proposizione di Parmenide, cio: poich 1:1 < 2:1 allora 1:1 < (1 + 2):(1 + 1) < 2:1

Quindi, 3:2 compreso tra le due stime iniziali e, a questo punto, grazie al test mostrato prima, possiamo sapere se tale rapporto sia minore o inferiore a

:
32 = 9 <

3 22

= 12 quindi 3:2 <

Dunque, abbiamo migliorato la stima per difetto e posso aermare che: 3:2 <

< 2:1

Il nuovo rapporto (3 + 2):(2 + 1)=5:3, a cui occorre applicare il test: 52 = 25 <

3 32

= 27 quindi 5:3 <

Dunque, ancora una volta ci avviciniamo a 5:3 <

dal basso:

< 2:1

Applichiamo, quindi, il test al rapporto (5 + 2):(3 + 1)=7:4, e vediamo che: 72 = 49 >

3 42

= 48 quindi 7:4 >

Questa volta, dunque, migliora la stima per eccesso: 5:3 <

< 7:4

Si continua, poi, iterativamente.

L'algoritmo , quindi, dato da una serie di percorsi, alcuni dei quali portano la stima dal basso sempre pi vicino a

mentre altri migliorano a ogni passo la

stima dall'alto; nella tabella sotto sottolineata la ne di ogni percorso (ossia il passaggio precedente alla fase in cui da una stima per difetto si passa ad una per eccesso o viceversa). Scrivendo solo le stime sottolineate, abbiamo quindi che: 1:1 < 5:3 < 19:11 <

< 26:15 < 7:4 < 2:1

Scrivendo i rapporti con l'antifairesi, otteniamo:

[1] < [1, 1 ,2] < [1, 1, 2, 1, 2] < < [1, 1, 2, 1, 2, 1] < [1, 1, 2, 1] < [2]

65

Notare che nel rapporto antifairetico c' una sola ambiguit (guardare l'espansione di 7:4 che stata resa con [1, 1, 2, 1] anzich con [1, 1, 3]), che la seguente: [n0 ,n1 , ...,

nk + 1 ]

= [n0 ,n1 , ...,

nk ,1]

L'ultima stima che abbiamo deciso di calcolare, quindi, la migliore tra quelle scritte sopra : [1, 1, 2, 1, 2] <

3:1 3 : 1 = [1,

< [1, 1, 2, 1, 2, 1], da cui segue che: 1, 2, 1, 2, 1 o pi, . . . ]

Guardando la tabella, osserviamo che si poteva arrivare a questa stessa conclusione in un modo alternativo; infatti, leggendo le lunghezze di ogni percorso di stima o dal basso o dall'alto, che si trovano nell'ultima colonna, si nota che esse coincidono con l'espansione del rapporto

tranne che per i primi due termini,

che devono essere calcolati separatamente. Questa piccola discordanza pu, comunque, essere evitata se, anzich partire dalle stime n :1 <

< (n + 1): 1 (in questo caso 1:1 <

3:1

< 2:1), si scelgono

le seguenti, che naturalmente possono andar bene per qualsiasi rapporto: 0:1 <

< 1:0

(anche se una stima non che nell'antica Grecia non aveva evidentemente alcun signicato).

13.3.3

Un algoritmo per il calcolo della convergenza

Il problema inverso a quello appena esposto, in cui l'obiettivo era calcolare l'antifairesi di un rapporto p:q, consiste in, data un'espansione antifairetica [n0 ,n1 ,n2 , ...], risalire al rapporto in seguito:

tale che

= [n0 ,n1 ,n2 ,

...].

Nel caso di

espansioni nite, la questione si risolve immediatamente, come viene mostrato

[n0 ]

n0 : 1, n1 ]

banale;

sia [n0 ,

= p:q, dove p > q ; cerchiamo di determinare p e q :

p =

n0 q

r1

e q =

n1 r1 +

66

a questo punto, baster assegnare un valore a

r1 , per semplicit prendiamo


+1

r1 = 1

e abbiamo trovato che:

q =
Quindi: [n0 ,

n1

e p =

n0 n1

n1 ]

= (n0 n1 + 1) :

n1 .

Facciamo lo stesso ragionamento per [n0 ,n1 ,n2 ] = p:q ; abbiamo che:

p = n0 q + r1 q = n1 r1 + r2 r1 = n2 r2 + 0
Prendendo, quindi,

r2 =

1, si ottiene:

q = ( n1 n2

+ 1) n0

e p = ( n0 n1 n2 + +

n0

n2 )

cio: [n0 ,n1 ,n2 ] = (n0 n1 n2 +

n2 )

: (n1 n2 + 1).

Caso generale [n0 ,n1 ,n2 , ...,

nk ]

= p:q ; si trova che:

p = n0 q + r1 q = n1 r1 + r2 r1 = n2 r2 + r3
...

rj1 = nj rj + rj+1
...

rk2 = nk1 rk1 + rk rk1 = nk rk + 0


Ponendo

rk

= 1, ricavo

rk1 = nk

con una serie di sostituzioni, per esplicitare i vari casi precedenti.

rk2 = nk1 nk ; continuando, quindi, rj in funzione dei termini

dell'espansione antifairetica di p:q, ottengo i valori di q e di p, come nei

I casi che presentano dicolt, quindi, sono quei rapporti, che sviluppati con l'antifairesi presentano un'espansione di questo tipo [n0 ,n1 ,n2 . . . ], in cui l'ultimo termine non viene ricavato in un numero nito di sottrazioni. Per illustrare il modo in cui agire per calcolare la convergenza, in questi casi, prendiamo due esempi: [2, 3, 4, 5, . . . ] e [5, 5, 10, 5, 10, . . . ]. Cominciamo con il rapporto

= [2, 3, 4, 5, . . . ]. Se noi espandiamo

con

l'algoritmo per il calcolo dell'antifairesi che abbiamo appena esposto, allora le lunghezze dei percorsi per il calcolo delle stime per eccesso e per eetto saranno determinate dai termini della sua espansione. In altre parole, se per convenienza scelgo di partire dalla stima 0:1 < viene di seguito spiegato:

< 1:0, eseguendo l'algoritmo appena citato,

avr prima 2 stime per difetto, poi 3 per eccesso, 4 per difetto, ecc. . . , cos come

67

2 stime per difetto: signica che la stima dall'alto rimane Quindi, dopo due passi il rapporto : 2:1 <

1 : 0,

mentre la

stima dal basso, sar prima (0+1):(1+0) = 1:1 e poi (1+1):(1+0) = 2:1.

< 1:0

Nei due rapporti scritti sopra, ho sottolineato i numeri che vengono sommati in tutti e due i casi, che restano uguali, dal momento che la stima dall'alto rimane sempre 1:0. Il rapporto 2:1 poteva, infatti, essere subito calcolato in questo modo pi veloce: (21+0):(20+1), dove 2 sta per il numero di stime per difetto.

3 stime per eccesso: ripetendo lo stesso ragionamento di prima, la stima per difetto rimane porto

2:1,

mentre quella per eccesso diventa (32+1):(31+0)

= 7:3, cio, dopo cinque passi (i 2 precedenti pi questi ultimi 3) il rap-

viene cos approssimato: 2:1 <

< 7:3

4 stime per difetto: cambia la stima dal basso che diventa (47+2):(43+1) = 30:13, e la corrispondente approssimazione del rapporto 30:13 <

diventa:

< 7:3

5 stime per eccesso: la stima dall'alto diventa (530+7):(513+3) = 157:68; quindi: 30:13 <

< 157:68

Gli antichi matematici greci sarebbero, naturalmente partiti dalla stima 2:1 <

< 3:1, che nei ragionamenti appena visti, corrisponde all'approssimazione di che si ottiene al termine del terzo passaggio, coincidente con la prima stima

per accesso, dopo le prime due per difetto. Se vogliamo usare un algoritmo pi rigoroso dal punto di vista storico, quindi, dobbiamo saltare i primi 3 passi del procedimento prima esposto, che, facendo riferimento all'espansione [2, 3, 4, 5, . . . ], coincidono con 2 stime per difetto e 1 per eccesso; quindi, si riparte da 2 ( = 3-1) approssimazioni dall'alto, 4 dal basso e 5 dall'alto. Passiamo al secondo esempio

= [5, 5, 10, 5, 10, . . . ], a cui applichiamo il

metodo presentato prima, sempre partendo da 0:1 <

< 1:0:

5 per difetto: (51+0):(50+1) = 5:1; 5 per eccesso: (55+1):(51+0) = 26:5; 10 per difetto: (1026+5):(105+1) = 265:51; 5 per difetto: (5265+26):(551+5) = 1351:260; 10 per eccesso: (101351+265):(10260+51) = 13775:2651.

68

Dunque

viene cos approssimato: 5:1 < 265:51 < 13775:2651 <

< 1351:260 < 26:5

Questo rapporto non stato scelto casualmente, infatti, vedremo che i primi risultati al quello che Fowler ha chiamato il `problema della dimensione dei quadrati' saranno che:

(n2 + 1):1 (n2 + 2):1


porto di

= [ n, 2n, 2 n, 2 n, . . . ]

= [n, n, 2n, n, 2n, n, 2n, . . . ]

Dove le espansioni, come dimostreremo prossimamente, sono periodiche. Il rap-

27:1 n = 5.

= [5, 5, 10, 5, 10, . . . ] rientra proprio tra questi esempi, nel caso

Nel Libro X degli Elementi di Euclide viene introdotta l'antifairesi come un criterio per stabilire se due grandezze sono incommensurabili; la Proposizione 5, nello stesso libro, aerma che: Grandezze commensurabili hanno tra loro il rapporto che ha un numero con un altro numero. Dopo quest'aermazione, mettere in relazione il modello dell'antifairesi con i numeri coinvolti nel rapporto appare un passaggio naturale da compiersi; tuttavia, negli Elementi, non si trova, in nessun punto, niente che faccia riferimento a questo tipo di questioni. Euclide non dovrebbe aver avuto nessuna dicolt, a livello concettuale, nel comprendere le procedure che abbiamo precedentemente mostrato; nonostante ci, il silenzio su questi argomenti pu essere giusticato dal fatto che l'autore degli Elementi segue delle regole stilistiche molto restrittive, secondo le quali gli enunciati dei problemi non possono contenere riferimenti a gure geometriche o numeri specici e l'uso di un linguaggio simbolico non consentito. L'assenza di uno studio su questo genere di tematiche il motivo per cui i matematici che si sono formati attraverso la lettura degli Ele-

menti di Euclide, non hanno avuto alcuna esperienza diretta con le operazioni
dell'antifairesi e, dunque, non sono stati in nessun modo stimolati alla ricerca sulle sue propriet e sui suoi possibili sviluppi.

13.4
13.4.1

Calcoli in cui si sfrutta l'antifairesi


Il ciclo metonico

Dai tempi di Dario (490 a.C. circa), in Babilonia, gli astronomi adottano un calendario ciclico, in cui 235 mesi, alcuni dei quali di 29 giorni (detti `vuoti') altri di 30 (detti `pieni'), corrispondono a 19 anni. In Grecia questo calendario, attribuito a Euctemone e Metone, viene impiegato a partire dalla met del V secolo a.C. e, nel IV secolo, modicato da Callippo che lo sostituisce con un ciclo di 76 =

4 19

anni.

Sembrerebbe che questo calendario tenga conto di alcuni parametri astronomici molto precisi, tuttavia si poi scoperto che esso pu essere dedotto da delle considerazioni molto semplici, che sono di seguito elencate:

69

1. L'anno lungo poco pi di 365 giorni; 2. 12 mesi sinodici corrispondono a un po' pi di 354 giorni; 3. La lunghezza media di un mese sinodico (cio il tempo che intercorre tra un novilunio e quello successivo) di poco maggiore a 29,5 giorni (notare, infatti, che

354 12 = 29,5).

La dierenza tra un anno e un anno sinodico , quindi, di 365-354 = 11 giorni e viene indicata con il nome di `epatta'. Gli ideatori del calendario Metonico avevano come obiettivo quello di eliminare gli eetti dovuti a questa discrepanza, ossia volevano trovare un ciclo di p anni in cui l'accumularsi degli 11 giorni di anno in anno si avvicinasse a un numero intero q di mesi. necessario trovare due interi p e q tale che: 29,5q < 11p < 30q quindi, per come abbiamo denito la non proporzionalit, equivale a scrivere che: 29,5:11 < p:q < 30:11 Vogliamo mostrare come questo problema pu essere risolto con il nostro algoritmo di approssimazione. Prendiamo, quindi, due rapporti iniziali, uno dei quali sia minore di 29,5:11 e di 30:11 mentre l'altro sia maggiore di entrambi, che costituiscono le due stime iniziali dell'algoritmo; evidentemente vale la seguente: 2:1 < 29.5:11 < 30:11 < 3:1 Applichiamo ad ogni passo la Proposizione di Parmenide, ricavando di volta in volta una stima compresa tra quelle iniziali 2:1 e 3:1 e sempre pi vicina sia 29,5:11 che a 30:11, nch non troveremo un rapporto racchiuso tra quest'ultimi, che sar appunto il rapporto p:q cercato. Per far questo

Abbiamo, dunque, ottenuto p:q = 19:7, che, riportandoci al problema del calendario, signica che in un ciclo di 19 anni la dierenza di 11 giorni arriva a formare un numero di mesi molto vicino a 7. Un ciclo di 19 anni, quindi, approssimativamente Metonico.

19 12+7

= 235 mesi, che sono proprio i mesi del ciclo

70

13.4.2

L'Equazione di Pell

Fowler riporta un testo in cui Fermat, nel 1657, si rivolge ai matematici europei. Egli scrive che i matematici dall'antichit no ai suoi giorni hanno sempre privilegiato la geometra, a discapito dell'aritmetica, di cui quasi nessuno si mai occupato. Per questo motivo, egli lancia una sda ai suoi contemporanei, spronandoli alla risoluzione di alcuni quesiti aritmetici, sostenendo che, una volta arrivati al risultato, avrebbero compreso come le questioni di quel tipo non avevano nulla da invidiare in bellezza, dicolt e metodi di dimostrazione ai pi celebri problemi geometrici. Fermat propone il seguente problema: dato un numero qualsiasi che non sia un quadrato, esistono inniti quadrati che, se moltiplicati al numero dato e aumentati di un unit, danno come risultato un quadrato. Fornisce, poi, alcuni esempi: 3 un numero non quadrato, se prendo 1 come quadrato ho che 49. In altre parole, dato un numero n qualsiasi, l'obiettivo trovare quegli interi

3 1+1

d come risultato 4, che appunto il quadrato

di 2. La stessa cosa avviene, se si prende 16 come quadrato, infatti:

3 16

+1 =

q tali che
dere

nq 2 + 1 sia un numero quadrato p2 ; in realt, il problema si pu esten2 anche al caso di nq 1 e, anche se Fermat non lo nomina esplicitamente,

dagli esempi che riporta chiaro che comunque al corrente di questo ulteriore risultato. Eulero attribu all'equazione

x2 ny 2 = 1
il nome di Equazione di Pell, derivato da quello di John Pell, matematico britannico minore, che non ha avuto nulla a che fare con la risoluzione di questo problema, ma nonostante ci viene ancora oggi chiamata cos. Ancora una volta, il nostro algoritmo per l'approssimazione, si dimostra utile per la soluzione generale di questo problema; Fowler, dunque, intende mostrare con questo esempio, che la sda che Fermat lancia ai matematici del suo tempo si pu risolvere usando le conoscenze e gli strumenti matematici che erano gi a disposizione degli antichi greci. Nell'approssimare il rapporto

n:1

con il nostro algoritmo, dobbiamo applicare ad ogni passo la Proposizione di

Parmenide e abbiamo, inoltre, bisogno di confrontare la nuova approssimazione p:q con n:1, guardando quale sia il maggiore tra p2 e nq 2 , per vedere se la
stima per difetto o per eccesso. Si noti, per esempio, che questo stato fatto nel caso di

3:1,

e ha generato

una sequenza di `3sotto', `2sotto', `1sopra', `3sotto', `2sotto', `1sopra', ecc. . . , che contenuta nella sesta colonna della tabella relativa a tale calcolo. Questa sequenza continua indenitamente d luogo a un comportamento periodico, che studieremo in dettaglio pi avanti. Se nella tabella un rapporto p:q corrisponde al valore `1sopra', vuol dire che

p2

3:1 3q 2 ) di un'unit, quindi, viene vericata 2 la seguente uguaglianza: p nq = 1, cio x = p e y = q , sono soluzioni 2 2 dell'equazione di Pell x ny = 1.
supera (che nel caso di

nq 2

Quello che importante dire, per, che per qualsiasi valore di n l'algoritmo dell'approssimazione presenta questo stesso tipo di comportamento periodico,

71

dove appare sempre il valore `1sopra', che talvolta si alterna al valore `1sotto'. Questo signica che il nostro algoritmo sembrerebbe risolvere il problema generale dell'equazione di Pell, ossia per qualunque numero dato non quadrato

n, proprio com'era richiesto da Fermat. Le soluzioni, inoltre, sembrano sempre


presentarsi alla penultima convergenza prima della ne del periodo di di termini, si trovano sempre soluzioni di alternano soluzioni di

n:1.

Si distinguono, poi, due casi: quando il periodo contiene un numero dispari

x2 ny 2 = 1, 3:1

mentre se pari, si

x ny = 1.

La tabella per l'approssimazione di

un caso in cui il periodo ha

un numero dispari di termini e, infatti, troviamo le soluzioni dell'equazione

x2 3y 2 = 1,
ne di di

che sono x = 7, y = 4 e x = 26, y = 15.

A questo punto, riporto una tabella che contiene il calcolo dell'approssimazio-

5:1,

che vedremo sviluppare un periodo con un numero pari di termini. mentre x =38, y = 17 soluzione di

In questo caso, come si pu notare osservando la tabella, x = 9, y = 4 soluzione

x2 5y 2 = 1,

x2 5y 2 = 1

e andando

avanti con l'algoritmo si trovano tutte le soluzioni.

72

14
14.1

ELEMENTI II: DIMENSIONE DEI QUADRATI


Il problema della dimensione del quadrato

Tutto il capitolo 3 del libro di Fowler incentrato sul problema della dimensione dei quadrati, che abbiamo pi volte esposto: data una linea p e due numeri n e

m, cosa possiamo dire sull'antifairesi di

m,

ossia sul rapporto tra i lati

dei due quadrati n e m volte rispettivamente il quadrato su p ? Naturalmente, viene preso in considerazione solo il caso non banale in cui l'antifairesi del rapporto d luogo a un'espansione non nita. Il percorso seguito da Fowler prevede, prima di tutto, di analizzare il problema da un punto di vista aritmetico, ossia, applicando l'algoritmo per l'approssimazione a

n:

e osservando i termini dell'espansione di tale rapporto, vengono avanzate delle ipotesi su alcune propriet che appaiono evidenti. In secondo luogo, si aronta il problema geometricamente, tramite la costruzione di un'opportuna gura, che talvolta pu presentarsi molto elaborata, anche se si ottiene partendo da oggetti geometrici molto semplici, come quadrati, rettangoli e parallelogrammi. L'obiettivo dimostrare che le ipotesi, che erano state elaborate inizialmente, trovano poi conferma nelle propriet che sono esibite dalle costruzioni geometriche. Nel trattare queste questioni matematiche, Fowler in realt, come egli stesso dichiara, vuole mostrare come il problema della dimensione dei quadrati avrebbe potuto corrispondere ad uno studio gi arontato nell'antica Grecia, ma di cui sono sopravvissute solamente le gure geometriche che ne sono alla base. Queste gure, che sono giunte a noi sottoforma di semplici bench contorti esercizi geometrici, sono presenti nel Libro II degli Elementi e nel blocco di Proposizioni 1-5 del Libro XIII. Il compito pi faticoso quello di tentare una ricostruzione dell'analisi matematica che si sviluppata a partite da queste gure ed proprio quello che Fowler intende fare nel capitolo che adesso analizzeremo.

14.2

Libro II degli Elementi

Il Libro II contiene le denizioni di parallelogrammo rettangolare e di gnomone e quattordici proposizioni su quadrati, rettangoli e gnomoni. Gli enunciati di queste proposizioni possono essere convertiti e riassunti ecacemente da semplici costruzioni geometriche, come mostrato dalle seguenti gure (Figg.1-14) che corrispondono appunto alle Proposizioni 1-14 del Libro II.

73

Per avere un'idea di come Euclide formula tali proposizioni, riportiamo la quarta di queste come esempio: Se una linea retta [AB ] tagliata a caso [nel punto C ], il quadrato costruito sull'intera linea [AB ] uguale ai quadrati costruiti sui segmenti [AC

segmenti [2AC che signica:

+ CB CB ],

] e due volte del rettangolo contenuto tra i

AB 2 = AC 2 + CB 2 + 2AC CB .

Notare che tutte le operazioni che riguardano questa e le altre proposizioni di questo libro hanno un signicato puramente geometrico e non aritmetico, ossia non riguardano la manipolazioni di numeri che non siano aritmi (come il `due volte' della Proposizione 4).

74

Per quanto riguarda le tecniche e lo stile che Euclide impiega nelle dimostrazioni di queste proposizioni, prendiamo ancora una volta la quarta come modello. Per prima cosa egli individua i vari elementi dell'enunciato all'interno della gura:  Sia la linea retta AB tagliata a caso in C  ,  Il quadrato sull'intera linea retta  il quadrato su AB  e cos via. Segue poi la descrizione della costruzione geometrica su cui appoggia la dimostrazione: il quadrato ADEB, la diagonale BD, le linee CF e HK, la prima parallela a AD o EB e la seconda parallela a AB o DE, che attraversano la diagonale nel punto G. La dimostrazione , poi, per lo pi occupata da una lunga e meticolosa verica delle propriet di tale costruzione, ossia prova che la linea BC uguale a CG e, quindi, che CGKB il quadrato su CB, mentre HDFG il quadrato su AC, inoltre, aerma che il rettangolo AHGC uguale al rettangolo GFEK e che questi sono i rettangoli contenuti da AC e CB. Termina, quindi, in maniera molto coincisa riportando il risultato che segue immediatamente da queste propriet: Quindi, le quattro aree HF [cio HDFG ], CK [cio CGKB ], AG [cio AHGC ], GE [cio GFEK ] sono uguali ai quadrati su AC, CB e due volte il rettangolo contenuto da AC e CB. Il fatto che ci sembrerebbe determinante vericare all'interno di questa dimostrazione, cio che le quattro aree HF, CK, AG, GE costituiscono una decomposizione del quadrato su AB, viene appena accennato: Ma HF, CK, AG, GE sono l'intero ADEB, che il quadrato su

AB.
Le dimostrazioni 1-8 si appoggiano a un ragionamento molto simile a quello appena esposto per la 4, anche se le prove degli enunciati delle Proposizioni 5, 6 e 8 risultano pi brevi, dal momento che alcuni fatti, gi vericati nella 4, vengono presi per validi, ad esempio il controllo che CBGK un quadrato, a cui era stato dedicato molto spazio. Una caratteristica comune a queste dimostrazioni, quindi, l'amplio spazio che viene occupato dalla descrizione della costruzione geometrica e delle sue propriet, mentre il contenuto sostanziale degli enunciati automaticamente dedotto dalla gura e relegato a poche righe in chiusura. Un discorso a parte va fatto in particolare per le Proposizioni 9 e 14. La dimostrazione della 9 comincia in modo molto simile alle precedenti; infatti, Euclide comincia disegnando due triangoli rettangoli isosceli, che vengono fatti combaciare, in modo da formare un altro triangolo rettangolo doppio, a questo punto applica la Proposizione 47 del Libro I, chiamata teorema di Pitagora. La dimostrazione della 14 si rif anch'essa a una Proposizione del Libro I, ossia la 45: Sia costruito il parallelogramma rettangolare BD uguale alla gura piana A. L'ultima proposizione del Libro II, inoltre, d un importante contributo, ossia mostrare come sia possibile convertire un rettangolo in un quadrato di area uguale.

75

Fatta eccezione per l'utilizzo delle Proposizioni 45 e 47 del Libro I, il Libro II degli Elementi completamente autosuciente, nel senso che basato solamente sulla manipolazione di gure geometriche elementari, come linee e quadrati, sullo stile del ragionamento di Socrate nel Menone di Platone, per la duplicazione del quadrato.

14.3

Le ipotesi

Grazie agli algoritmi che sono stati presentati nel precedente capitolo, siamo in grado di sviluppare i rapporti

n :

m,

tramite l'antifairesi, e, quindi, di

osservare i termini dell'espansione, per avanzare delle ipotesi. Per esempio:

2:1

= [1, 2, 2, 2, 2, . . . ]

3:1 = [1, 1, 2, 1, 2, 1, 2, 1, 2, . . . ] 3 : 2= [1, 4, 2, 4, 2, 4, 2, 4, 2, . . . ] 4:1 = 2:1 = [2] 4: 2= 2:1 4 : 3= [1, 6, 2, 6, 2, 6, 2, 6, 2, . . . ]


Una congettura che si pu formulare gi da subito che l'espansione dei rapporti

n :

ha un tipo di comportamento periodico che si manifesta dal

secondo termine. Con l'obiettivo di svelare nuove ipotesi, riportiamo nella pa-

n : 1 n:1

gina seguente una tabella, in cui sono presenti le espansioni dei rapporti del tipo e

(2n + 1) :

per

1 n 50

(si noti che quando n un quadrato,

commensurabile e l'espansione contiene un solo termine, mentre negli

altri casi l'ultimo termine del periodo, che comincia con il secondo termine, viene seguito da una virgola). Per completare l'ipotesi avanzata prima, possiamo notare che ogni periodo nisce con un termine doppio rispetto a quello che apre l'espansione del rapporto; il caso generale , quindi:

n:

m = [n0 ,n1 , n2 , ..., nk , 2n0 ] n2 : 1,


si

Se, poi, si passa a un'analisi dei rapporti che sono nelle vicinanze di osserva che:

(n2 1) : 1 = [(n 1),1, 2(n 1)] (n2 + 1) : 1 = [n,2n] (n2 + 2) : 1 = [n,n, 2n].

76

Ci si deve, tuttavia, soermare su un aspetto importante; bench le operazioni che stanno alla base dell'algoritmo per il calcolo delle espansioni in tabella siano molto semplici, talvolta richiedono la manipolazione di numeri piuttosto

elevati e danno luogo a dei periodi molto lunghi (si veda il rapporto

19 : 1).

, quindi, da escludere l'ipotesi che i matematici dell'antichit abbiano avuto a disposizione un numero cos elevato di esempi; infatti, pi ragionevole pensare che si siano limitati allo studi di rapporti del tipo pochi altri del tipo

n:

n : 1

con

2 n 20

m,

in cui non cos evidente l'ipotesi che l'ultimo

77

numero del periodo sia il doppio rispetto al primo termine dell'espansione. Se, inoltre, si tiene conto che i soli mezzi a loro disposizione sono la Proposizione di Parmenide e i ristretti strumenti dell'arithmetike greca, non pensabile che queste congetture aritmetiche siano dimostrabili. Da un punto di vista storico, molto pi coerente arontare il problema geometricamente, costruendo delle gure che possono confermare le ipotesi e permettono di elaborarne altre. Ad esempio, seguendo quest'ottica, il rapporto

2 : 1= [1,2]

da interpretare come un'aermazione geometrica, riguardante il

rapporto della diagonale con il lato di un quadrato unitario.

14.4

Primo tentativo: metodo degli gnomoni

Questo metodo un confronto diretto con il problema. L'obiettivo riuscire a riferire le aermazioni che riguardano l'antifairesi alle gure geometriche appropriate. Per costruire queste gure geometriche, viene preso il quadrato unitario e ad esso si aggiungono degli gnomoni che permettono di ottenere quadrati della dimensione voluta. Una volta raggiunto quest'obiettivo, possibile dimostrare le aermazioni, lavorando sulle costruzione geometriche. prima proposizione: Cominciamo con la

PROPOSIZIONE 1

2 : 1 =[1, 2].

DIMOSTRAZIONE Andiamo a dimostrare il risultato equivalente

(1 +

2) : 1 =[2].

Per prima cosa, realizziamo una costruzione geo-

metrica, in cui siano presenti delle linee corrispondenti ai soggetti dell'enunciato. Cominciamo a prendere P, quadrato unitario costruito sul lato AB, che , quindi, la linea unitaria. Aggiungiamo a P lo gnomone

Q+R+S

uguale a P ; dunque il quadrato , dato da AC .

P pi lo gnomone, 2P e il suo lato AC

2.

Verichiamo che BC

< AB, fatto che servir per l'antifairesi che calcoleremo pi avanti. BC non pu essere uguale ad AB, infatti, se cos fosse, lo gnomone

Q+R+S

sarebbe 3P, che troppo; ne segue che BC deve essere

minore di AB. Aggiungiamo, inne, ad AC la linea AD = AB = 1; dunque, chiaro che CD =

AD + AC = 1 +

2.

La costruzione ,

quindi, terminata; cominciamo a calcolare l'antifairesi del rapporto:

78

(1 +
Evidentemente d:

2) : 1 = CD : AB

CD2AB = BC ; quindi il primo passo dell'antifairesi


CD:AB = [2, AB:BC ], dove BC < AB

Quello che vogliamo provare, per concludere la dimostrazione che

AB.BC = CD:AB, che, per come stata denita la proporzionalit,


equivale a dire che:

AB 2 = CD.AC ,
ossia che il quadrato su AB, cio P, uguale al rettangolo contenuto da CD e AC. Sappiamo che lo gnomone

Q = S, dunque CD.AC =
Quindi:

Q+R+T

Q + R + S= P Q+R+S =

e che T =

P =

AB 2 .

CD:AB = [2, CD:AC ] = [2, 2, AB:BC ],


e, ripetendo lo stesso ragionamento iterativamente, si conclude che

(1 +

sizione

2) : 1 =[2], che equivale 2 : 1 =[1, 2], CVD.

proprio all'enunciato della propo-

Per avere il risultato pi generale, si deve prendere un quadrato di lato np e dimensione

nP 2 ,

quindi, ripetendo la stessa dimostrazione, si ottiene:

(n2 + 1) : 1 = [n,2n].
PROPOSIZIONE 2

3:1=

[1,

1, 2].

DIMOSTRAZIONE Anche in questo caso, proveremo il fatto equivalente che

3) : 1 = [2, 1]. Partendo dal quadrato unitario P, Q + R + S uguale a 2P. Il quadrato AC 2 , dato da P pi lo gnomone, , quindi, 3P e il suo lato AC = 3. 1 Verichiamo che AB < BC < AB ; infatti, se BC = 1 AB , lo 2 2 gnomone Q + R + S sarebbe troppo piccolo, perch inferiore a 2P,
aggiungiamo lo gnomone 79

(1 +

mentre, se BC = AB, lo stesso gnomone sarebbe 3P, ossia troppo grande. Aggiungiamo un secondo gnomone congiungendosi a

T + U + V + W + X,

che

Q + R +S ,

forma uno gnomone di larghezza BD. 1 +

Aggiungiamo, poi, a T un rettangolo Y di lato EA = AB = BD

1;

quindi,

EC = EA + AC =

3.

Abbiamo, inne, che Q =

S, T = X = Y, U = W e la costruzione conclusa. Calcoliamo,


dunque, l'antifairesi di:

(1 +

3):1

= EC:AB

Poich EC - 2AB = BC, dove BC < AB, dopo il primo passo abbiamo che: EC:AB = [2, AB:BC ] e, sapendo che AB - 1BC = CD, con

CD < BC (perch
a:

BD = BC + CD),

con il secondo passo si arriva

EC:AB = [2, 1, BC:CD ]


Quello che manca da provare , quindi, che BC:CD = EC:AB, ossia che il rettangolo contenuto tra BC e AB uguale a quello contenuto da EC e CD (BC.AB = EC.CD ).; in altre parole, dobbiamo vericare che:

R + U = Y + T + U,
quindi:

cio R = 2T. Sappiamo che

2Q + R = 2P ,

2Q + R + 2T = 2P + 2T ;
inoltre, poich

P = Q + T,

arriviamo al risultato voluto: R = 2T,

che ci permette di concludere:

EC:AB = [2, 1, EC:AB ] = [2, 1, 2, 1, BC:CD ] = [2, 1], CVD.


Quest'ultimo risultato, anche con l'aiuto della tabella, pu essere cos generalizzato:

(n2 1) : 1 = [(n 1),1, 2(n 1)] (n2 + 2) : 1 = [n,n, 2n] (n2 + n) : 1 = [n,2, 2n] (2n2 + n) : 2 = [n,4, 2n]

Analizziamo le dimostrazioni che abbiamo appena riportato, evidenziando le proposizioni del Libro II su cui ci siamo appoggiati. La gura iniziale della prima proposizione, quando il quadrato un rettangolo, come stato fatto per la 5 e la 6. L'aermazione del rettangolo DC.BC in

AC 2

stato un

costruito, ricorda quella della 4 o della 7 del Libro II, a cui viene poi aggiunto

AC 2 = 2P

caso particolare dell'enunciato della 4 del libro degli Elementi. La scomposizione

T +Q+R

un esempio invece della 1. Tutte le linee

80

n, che vengono usate in questa ed altre dimostrazioni, possono essere costruite


Se passiamo alla proposizione 2, possiamo osservare come la costruzione

sfruttando la proposizione 14 del Libro II. geometrica su cui appoggia comprenda un doppio gnomone molto simile a quello usato per la Proposizione 8 del Libro II, mentre la scomposizione del rettangolo

AB.BC in

R+U

un esempio della Proposizione 3.

Queste osservazioni ci fanno capire come le Proposizioni 1-10 del Libro II degli Elementi si riferiscano a propriet di gure generali, nel senso che tutte le costruzioni geometriche corrispondenti a queste proposizioni scaturiscono da una linea iniziale, che viene in seguito divisa in due segmenti individuati da un punto qualsiasi su di essa; le nostre proposizioni 1 e 2, al contrario, sono state convertite in gure che rispondono a dei rapporti antifairetici molto precisi. Quello che Fowler vuole provare con queste dimostrazioni , infatti, che Euclide, con il Libro II, voglia introdurre gli ingredienti e le gure geometriche che stanno alla base del calcolo della sviluppo antifairetico di alcuni rapporti, ma li riporta sotto forma di esercizi e proposizioni che sono autonomi e non fanno alcun riferimento esplicito all'antifairesi. Le proposizioni del Libro II, dunque, sarebbero delle aermazioni generali che sono illustrate con la scopo di fornire gli strumenti necessari al calcolo dell'antifairesi. Il metodo dello gnomone giustica in questi termini le Proposizioni 1-10 e 14 del libro degli Elementi che stiamo analizzando. L'aermazione, nella nostra proposizione 1, che

AC 2

P +Q+R+S

P + 2P

, ad esempio, un caso particolare dell'aermazione generale della

Proposizione 4 del Libro II. La nostra seconda proposizione, invece, una variante della 5 e 6 di Euclide, a seconda che lo gnomone sia sommato o sottratto dal quadrato iniziale. Andando avanti, mostreremo come, in realt, tutte le 14 Proposizioni del Libro II possono essere spiegate come aermazioni generali di manipolazioni particolari necessarie nei rapporti antifairetici. Torniamo ad altri esempi in cui viene utilizzato il metodo degli gnomoni.

PROPOSIZIONE 3

(n2 1) : 1 = [(n 1),1, 2(n 1)].

DIMOSTRAZIONE Per dimostrare una proposizione con n qualsiasi, come in questo caso, Euclide prende un n piccolo ssato;

81

scegliamo, quindi, anche noi n = 4. Quello che dobbiamo dimostrare

15 : = [3, 1, 6] e scegliamo di provare il risul1 (3 + 15) : 1 = [6, 1]. Partiamo dal quadrato unitario P1 di lato AE, mentre chiamiamo P9 il quadrato di dimensione (n 1)2 P1 = 9P1 e lato AB = (n 1) = 3. Aggiungiamo a P1 lo gnomone Q1 + Q2 + Q3 + R + S uguale a 2(n 1)P1 = 6P1 , quindi, 2 2 15. Il il quadrato AC (n 1)P1 = 15P1 e il suo lato AC =
, quindi, che tato equivalente segmento BD = AE = 1; aggiungiamo poi a AD una linea FA = AB

3,

quindi, FC =

F A + AC= 3 +

15

. Abbiamo gi vericato

1 2 AE < BC < AE . La costruzione , quindi, nita e possiamo cominciare con il calcolo


nella dimostrazione della proposizione 2 che: dell'antifairesi. Primo passo:

(3 +

15) : 1 = F C : AE

e, poich FC - 6AE = BC, con BC <

AE, abbiamo: FC:AE = [6, AE:BC ]


e AE = BD - 1BC = CD con CD < BC. Dopo il secondo passo, quindi:

FC:AE = [6, 1, BC:CD ]


Ci manca, dunque, da provare che BC:CD = FC:AE, che equivale a BC.AE = FC.CD, cio il rettangolo BC.AE, che pu essere scomposto in a ponibile in

U + R, uguale a quello 6T + U , dove T indicano R+U


=

contenuto da FC e CD, scomi rettangoli uguali

T1 , T2 ,

T3 .

In altre parole, dobbiamo provare che:

6T + U ,

cio R = 6T

Se, inoltre, chiamiamo Q i rettangoli uguali scrivere S = 3Q, e, essendo

Q1 , Q2

Q3 ,

possiamo

3Q + S + R
= 6 P1 e

lo gnomone uguale a

2(n

1)P1 = 6P1 ,

abbiamo che:

6Q + R 6T + R
=

Q+T

P1 6Q+
e abbiamo provato

e, sommando 6T da entrambe le parti della prima uguaglianza:

6T + 6P1 ,

dunque: 6P1 +R =

6T + 6P1

che R = 6U ; quindi:

FC:AE = [6, 1, FC:AE ] = [6, 1, 6, 1, BC:CD] = [6, 1], CVD.


Per dimostrare la prossima proposizione, anzich scegliere un n piccolo ssato, come abbiamo appena fatto, manterremo un n generale e adotteremo una notazione adatta. Sappiamo che le dimostrazioni di Euclide, cos come gli enunciati, fanno uso di un linguaggio quotidiano e non simbolico, che non permette indicare direttamente una propriet che vale in generale e non solo per casi particolari. , tuttavia, riconosciuto che, nonostante queste limitazioni pratiche, l'autore degli Elementi era consapevole della possibilit che certe dimostrazioni potessero essere dimostrate subito a livello generale.

82

PROPOSIZIONE 4

(n2 + 2) : 1 = [n,n, 2n].

DIMOSTRAZIONE Come sempre dimostriamo il risultato equiva-

(n + (n2 + 2)) : 1 =[2n, n]. Prendiamo un quadrato Pn2 2 uguale n P1 di lato AC = n, a cui aggiungiamo uno gnomone Q1 + Q2 + ... + Qn + R + S di dimensione 2P1 ; quindi, il quadrato AD2 2 uguale n + 2 di lato AD = (n2 + 2); aggiungiamo, inoltre, n  1
lente gnomoni della stessa larghezza del primo, che messi tutti n assieme formano uno gnomone di larghezza inferiore all'unit. Aggiungiamo, dunque, un ultimo gnomone

T1 + T2 + ... + Tn + U1 + U2 + ... + Un +

V + W + X,

in modo che la larghezza di tutti gli n + 1 gnomoni

sia complessivamente un'unit, cio CF = AB = 1. Inne sommiamo a AF la linea GA = AC = n ; quindi GD = GA + AD = n +

(n2 + 2).
ma

Per provare che

come sempre osservare che

1 (1 + (n + 1))AB < CD < n AB , basta 1 2 (2n(n + 1))AB + (n+1)2 AB 2 < 2P1


il calcolo due passi

1 2n 2 2 n AB + n2 AB dell'antifairesi di (n +
sono:

> 2P1 . Cominciamo, quindi, con (n2 + 2)) : 1 = GD : AB . I primi

1 GD - 2nAB = CD con CD < n AB (poich AB = CF )

AB - nCD = EF con EF = AB - nCD < CD,


quindi GD:AB = [2n, n, CD:EF ] Se proviamo che CD:EF = GD:AB, la dimostrazione conclusa. Poich AB = CF, questo equivale a vericare che CD.CF = GC.EF e, scomponendo i due rettangoli:

83

nR + U = 2nT + U , T =P1 ,

cio

2T = R
e

Dalla costruzione iniziale, sappiamo che da cui segue che:

2nQ + R = 2P1

nQ +

2nQ + 2T + R = 2T + 2P1 2P1 + R = 2T + 2P1


R = 2T, CVD. PROPOSIZIONE 5

(2n2 + n) :

2 = [n,4, 2n].

DIMOSTRAZIONE Distinguiamo due casi. a:

Nel primo caso, assu-

miamo n pari; quindi, se poniamo n = 2m, il risultato si riduce

(4m2 + 1) : 1 = [2m,4, 4m],

che pu essere provato nello stesso

modo delle proposizioni precedenti, partendo da un quadrato

P4m2 =

4m2 P1

e aggiungendo uno gnomone di dimensione

P1 ,

e cos via.

Il caso interessante, dunque, quello con n dispari, di cui faremo una dimostrazione, seguendo il metodo generale visto per la proposizione 4. = 3. La procedura, che adesso vedremo, pu essere naturalmente ripetuta allo stesso modo per un n ssato, ad esempio n

P2 = 2P dove P1 , come sem1, AC = 2. Il quadrato P2n2 in 2 gura pari a 2n P1 , quindi AD = (2n2 ) = n 2. Aggiungiamo a quest'ultimo quadrato uno gnomone nQ + R + S di grandezza nP1 e larghezza DE, ottenendo un quadrato AD2 = (2n2 + n)P1 di (2n2 + n). Sommando altri 3 gnomoni della stessa lato AD =
Partiamo da un quadrato pre, il quadrato unitario; quindi,

84

larghezza del primo, la larghezza complessiva dello gnomone ottenuto 4DE = DF, che minore di quinto gnomone

2.

Aggiungiamo, quindi, un

nT +4U +V +W +X

e di larghezza FG, in modo che,

assieme agli altri 4, formi uno gnomone di larghezza DG = Sommiamo, inne, la linea

2 = AC . HA AD = n 2 ad AG, ottenendo cos = la linea HE = HA + AE = n 2 + (2n2 + n). La costruzione (2n2 + n)) : 2 = HE : AC . I completata e abbiamo che (n 2 +
primi due passi dell'antifairesi danno come risultato:

HE - 2nAC = DE AC - 4DE = FG
quindi HE:AC = [2n, 4, DE:FG ] Manca, dunque, da provare che DE:FG = HE:AC, che equivale a

DE.AC = HE.FG e, grazie alla scomposizione di questi due rettangoli, quello che dobbiamo vericare che:

4R + U = 2nT + U ,
Per costruzione abbiamo: segue la tesi, CVD.

cio 2R = nT e

2nQ + R = nP1

4Q + T = 2P1 ,

da cui

La novit di questa dimostrazione sta nel fatto che, anzich partire dal quadrato unitario, si prende per prima cosa un quadrato di dimensione

2P1 ;

questa scelta

naturalmente dettata dal fatto che il rapporto non pi del tipo

n:

n:1

ma

con m = 2, in questo caso. Allo stesso modo pu essere dimostrato il

risultato generale:

PROPOSIZIONE 6

(mn2 + 2n) :

m = [n,m, 2n], mP1 . n : 1


e il metodo

partendo, questa volta, da un quadrato di dimensione Questo dimostra che i rapporti

n: m

non sono pi complicati da maneg-

giare di quelli, apparentemente pi semplici, della forma

degli gnomoni pu esser utile per vericare le espansioni sia del primo che del secondo tipo di rapporto, quando danno luogo a un periodo di lunghezza uno o due. Passiamo, quindi, al caso di rapporti che hanno espansioni con periodo contenente tre termini, cio del tipo rapporto del tipo

n :

m = [n,m, m, 2n],

in quanto i primi

due termini del periodo sono palindromi. Prendiamo come primo esempio un

n:

PROPOSIZIONE

m, in cui n e m assumono 7 5 : 2 =[1, 1, 1, 2].

valori piccoli.

85

DIMOSTRAZIONE Cominciamo con un quadrato miamo uno gnomone secondo gnomone

Q+R+S

di dimensione

BC che, per i soliti motivi, inferiore a

2. Prendiamo, quindi, un T + U + V + W X che, assieme al primo, forma + uno gnomone di larghezza totale 2. Prendiamo poi una linea FA = AB che sommiamo alla linea AD. Abbiamo che FA = AB = 2 = BD, AC = (2 + 3) = 5, F C = F A + AC = 2 + 5, quindi, ( 2 + 5) : 2 = F C : AB . Dopo i primi due passi di antifairesi si
arriva a:

P2 = 2P1 . Som3P1 e di larghezza

1 FC - 2AB = BC con 2 AB < BC < AB 1 AB - 1BC = CD con 2 BC < CD < BC


Prendo CE = CD e il terzo passo mi d:

1 BC - 1CE = BE con 2 CE < BE < CE


allora, FC:AB = [2, 1, 1, CE:BE ] Basta dimostrare che FC:AB = CE:BE, cio FC.BE = CE.AB, che scomponendo i due rettangoli equivale a:

2(Q R) + R U = U + V ,
Per costruzione:

cio

2Q + R = 2T + 2U + V
e

2Q + R = Q + R + S = 3P1 T + U + V + W + X =3P1 ,
infatti, poich

2T + 2U + V =

AD2 = 8P1 e AC 2 = 5P1 , T +U +V +W +X =AD2

AC = 3P1 ,

da cui la tesi, CVD.

L'elemento di novit di questa dimostrazione dato dal terzo passo dell'antifairesi, che comporta la necessit di mettere a confronto il secondo e il primo gnomone. Osserviamo il quadrato su BD in gura, in cui una retta viene divisa in due e le viene sommata un'altra retta, esattamente come avviene per la Proposizione 10 del Libro II. La maggior parte dei rapporti della tabella che hanno tre termini come periodo, sono esempi del risultato generale:

86

PROPOSIZIONE 8

(2n2 + 2n + 1) :

2 = [n,1, 1, 2n],

che pu essere vericato con la stessa tecnica illustrata nella dimostrazione della proposizione 7. Non sono per riconducibili allo stesso risultato i due esempi

2, 2, 12]

37 :

41 : 1

= [6,

2=

[4,

3, 3, 8],

che si possono dimostrare nello stesso modo, Si deve, infatti,

ma sono dicilmente riconducibili ad una forma generale con l'uso delle sole tecniche che la prima matematica greca dava a disposizione. applicare un ragionamento algebrico, per capire che rientrano nel caso generale:

(n2 m2 + n2 + 2nm + 1) :

(m2 + 1) =[n,m, m, 2n].

Questa formula pu essere vericata per valori piccoli di n e m sempre con lo stesso modo e si pu anche dimostrare che il risultato vale per valori qualsiasi. La stessa procedura poi pu essere applicata a rapporti con periodi di quattro termini. Che contengono numeri piccoli, come per esempio e

8:

7 : 1 = [2, 1, 1, 1, 4]

2=

[1,1, 1, 1, 2], che sono entrambi esempi della formula generale:

(3n2 + 4n + 1) :
periodo di lunghezza cinque

3 = [n,1, 1, 1, 2n].
in cui tutti i termini as-

Si pu persino pensare di dimostrare con il metodo degli gnomoni il rapporto con

13 : 1 =

[3,

1, 1, 1, 1, 6],

sumono valori bassi. A questo punto, per, l'ecacia del metodo degli gnomoni si ferma; infatti, se si prendono rapporti che hanno un'espansione con termini di valore elevato o con periodo di lunghezza maggiore, le gure corrispondenti sono troppo complesse per essere analizzate con le stesse procedure, che sono state n qui esposte.

14.5

Secondo tentativo: sintetizzare i rapporti

Il primo tentativo consisteva nel formulare delle ipotesi del tipo

n :

m =

[n0 ,n1 , n2 , ..., nk , 2n0 ], che abbiamo poi vericato, costruendo con l'utilizzo di quadrati, rettangoli e gnomoni una gura geometrica corrispondente per alla forma equivalente

(n0 m + n) : m = [2n0 , n1 , ..., nk ],

dove l'espansione

puramente periodica. Questo metodo, tuttavia, ha mostrato dei limiti, che ci spingono a tentare un dierente approccio al problema; questa volta, quindi, ci domandiamo se sia possibile risalire al rapporto la cui antifairesi d un'espansione puramente periodica [n0 , n1 , ..., nk ] e mostrare il perch, se n0 pari e dromi, allora il rapporto della forma

( n + 1 m) : 2

n1 ,..., nk sono palinm. Naturalmente questa

domanda, qui formulata in modo molto generale, vista nell'ottica della prima matematica greca, porter a delle risposte molto particolari, dati i limitati strumenti che questa mette a disposizione. Molto pi plausibile, da un punto di vista storico, , infatti, occuparsi dei rapporti la cui antifairesi porta a espansioni molto particolari come [1], [2], . . . , [1, 2], [1, 3], . . . , [2, 1], [2, 3], . . . , [1, 2, 3], . . . . L'unico studio che nell'antichit stato esplicitamente condotto in questo settore, e che giunto no a noi, riguarda il caso pi semplice [1], corrispondente

87

a una linea AB tagliata in un punto C tale che AB:AC = [1], allora

CB

con CB < AC e AB:AC = AC:CB che equivale a AB.CB =

AB1AC = AC 2 .

Quest'ultima espressione mostra come, per trovare un punto C su AB che porti a queste relazioni, basta rifarsi alla costruzione geometrica su cui si appoggia la dimostrazione della Proposizione 11 del Libro II. Si guardi la gura corrispondente a questa proposizione, per vedere come opera Euclide: ABDE il quadrato su AB, F divide in due parti uguali il segmento AE, AG costruito in modo che FG = FB e, inne, AGHC il quadrato su AG. Nella dimostrazione si applicano la Proposizione 6 di questo libro a GAFE e il Teorema di Pitagora al triangolo ABF. La stessa costruzione sfruttata in altre proposizioni degli

Elementi e se ne trova una denizione nel Libro VI (Denizione 3):


Si dice che una linea tagliata in media e ultima ragione quando l'intera linea sta al segmento maggiore come il segmento maggiore sta al segmento minore. Euclide chiama `media e ultima ragione' quella proporzione che adesso conosciuta con il nome di `sezione aurea' e illustra le sue propriet tramite una serie di proposizioni, enunciate all'inizio del Libro XIII.

Passiamo adesso all'espansione puramente periodica [2]. Abbiamo gi visto che il rapporto

2:1

della diagonale con il lato in un quadrato unitario cor-

risponde all'espansione antifairetico [1, il punto

2]; quindi, se ABDE

il quadrato su AB,

come nella gura sopra, abbiamo che AB:(EB-AB) = [2]. Possiamo individuare

C1

su AB costruendo una gura simile a quella della Proposizione 11,

analizzata prima. Aggiungiamo, quindi, il segmento AG ad AB, in modo che

EG = EB ; costruiamo il quadrato AGHC su AG, ottenendo cos EB - AB. Se

AC1

= EG =

C1 C2

AC1 ,

allora:

AB : AC1 =
dove che

[2,

AC1 : C2 B ],

2 AB : AC1 = AC! : C2 B , cio AB.C2 B = AC1 che, in altre parole, signica il rettangolo contenuto da AB e C2 B uguale al quadrato su AC1 . Questa

costruzione spinge Fowler a tentare di dare una denizione pi generale della media e ultima ragione.

88

DEFINIZIONE Si dice che il punto

C1

divide AB nella media e

ultima ragione di ordine n, che d'ora in poi indicheremo con `murn', se, presi n puntiC1 , C2 , . . . , Cn1 , Cn su AB tali che ...

= Cn1 Cn , Cn B

allora

Cn

sta tra A e B e

AC1 = C1 C2 = 2 AB.Cn B = AC1 .

Si noti che da questa denizione, e in particolare dall'aermazione che

2 AC1 , AC1 .

segue che

minore di

Per questo motivo,

AB.Cn B = AC1 , essendo AB evidentemente maggiore di Cn B, AC1 , ACn vengono detti `segmento minore',

`segmento iniziale' e `segmento maggiore' rispettivamente.

PROPOSIZIONE 1 Se
[n].

C1

taglia AB nella murn, allora

AB : AC1 =

DIMOSTRAZIONE Per la denizione di murn, con

AB nAC1 = Cn B,

Cn B < AC1 ;

quindi:

AB : AC1 = [n, AC1 : Cn B ].


Sempre per denizione:

2 AB : Cn B = AC1 ,

che equivale a

AB :

AC1 = AC1 : Cn B ,

CVD.

Vediamo a questo punto come dividere il segmento AB nel mur3 e, poich questa procedura pu essere ripetuta per qualsiasi ordine, indichiamo i punti che dividono il segmento con

C1 , Cni , Cn ;

questa notazione viene scelta da

Fowler perch, come egli stesso dichiara, fornisce un compromesso tra lo stile di Euclide e la tendenza attuale di dare aermazioni di valore generale. COSTRUZIONE Costruiamo il quadrato ABDE su AE (vedi gura pagina seguente); prendiamo n punti F1 , F2 (= E), F3 , Fn1 , Fn , in modo che AF1 = F1 F2 = F2 F3 = ... = Fn1 Fn ; si aggiunga ad AE il segmento AG tale che Fn G = Fn B . Una volta costruito il quadrato AGHC1 su AG, si ottiene il punto C1 su AB tale che AC1 = AG. A questo punto si prendono su AB altri n 1 punti C2 , C3 , . . . , Cn1 , Cn in modo che AC1 = C1 C2 = C2 C3 = . . . = Cn1 Cn .

89

Per provare che questa costruzione ha dato la divisione del segmento che

AB cercata, dobbiamo vericare 2 AB.Cn B = AC1 . Abbiamo che:

che

Cn

sta tra A e B e

2 2 Fn G2 = (AFn + AG)2 = (AFn + AC1 )2 = AFn + AC1 + 2AFn .AC1


(per la 4 del Libro II) ma

2AFn .AC1 = nAE.AC1 = AE.nAC1 = AB.ACn ,


quindi

2 2 Fn G2 = AFn + AC1 + AB.ACn .

Inoltre

2 Fn G2 = Fn B 2 = AFn + AB 2

(per la 48 del Libro I o la 8a del

Libro II) quindi,

2 2 2 AFn + AB 2 = AFn + AC1 + AB.ACn ,


ossia

2 AB 2 = AC1 + AB.ACn .

Grazie a quest'uguaglianza possiamo dire che sta tra

ACn < AB , quindi Cn

B.

Sottraendo

AB.ACn

da entrambi i lati:

2 AC1 = AB 2 AB.ACn = AB.ACn + AB.Cn B AB.ACn = AB.Cn B

90

Nell'ultimo passaggio stata sfruttata la Proposizione 2 del Libro II, che permette di dire che , quindi, terminata.

AB 2 = AB.ACn +AB.Cn B .

La costruzione

n = 2m, che collegato AFn = 2 mAB , quindi, Fn B 2 = AFn + AB 2 = m2 AB 2 + AB 2 = (m2 + 1)AB 2 e AC1 = AG = Fn G AFn = Fn B AFn = (m2 + 1)AB mAB . Se si pone come unit AB , allora, applicando la proposizione 1, si ha che:
Vale la pena esaminare a parte il caso in cui n pari, cio con il problema della dimensione dei quadrati; infatti, sotto quest'ipotesi,

AB : AC1 = 1 : (
Quindi, siamo tornati al risultato che:

(m2 + 1) m) = [2m] (m2 + 1) : 1 = [m, 2m].

Come gi anticipato, le propriet della media e ultima ragione vengono illustrate nel Libro XIII degli Elementi, in particolare attraverso gli enunciati delle prime cinque proposizioni che si trovano in questo libro. Non solo per il loro soggetto, ma anche per lo stile con cui vengono esposte e dimostrate, queste proposizioni ricordano quelle del Libro II. Un aspetto importante da notare , inoltre, che queste aermazioni, pur essendo riferite alla media e ultima regione denita da Euclide, possono essere allargate anche alla media e ultima ragione di ordine n. Per dare una conferma di questa possibilit, Fowler mostra la generalizzazione della prima proposizione di questo libro. La Proposizione 1 del Libro XIII la seguente: Se una linea retta viene tagliata nella media e ultima ragione, il quadrato che sta sul segmento maggiore pi la met dell'intera linea cinque volte il quadrato che sta sulla met dell'intera linea. Seguiamo la stessa dimostrazione data da Euclide, basata sulla gura sotto, in cui i nomi dei vertici sono fedeli alla costruzione originale, mentre le lettere che indicano le porzioni interne sono state aggiunte, per una maggiore chiarezza, da Fowler.

AB tagliata nella media e ultima ragione nel punto C , e sia DA = 1 AB ; quello che dobbiamo dimostrare che DC 2 = 2 5AD2 . Dalla denizione di media e ultima ragione segue che:
Sia la linea retta 91

AB : AC = AC : CB
che equivale a: Inoltre, essendo cio

AB.CB = AC 2 ,

cio

P =Q

AB = 2AD, sappiamo anche che AB.AC = 2AD.AC , R = S1 + S2 ; quindi: P + R = Q + S1 + S1

sommando da entrambe la parti

T:
cio

T + P + Q = T + Q + S1 + S2 ,
Sfrutto, inne, il fatto che qui, segue

AD2 + AB 2 = DC 2
Da

AB = 2AC e, quindi, AB 2 = 4AC 2 . 2 2 immediatamente la tesi DC = 5AD , CVD. AD =


1 2 e, quindi: 2

Se poniamo come unit la linea retta AB,

DC 2 =5AD2 ,

se AB = 1, 1 2 ( 5+1) proprio il valore che oggi si fa corrispondere alla sezione aurea e viene, infatti, chiamato `numero aureo'. Quello che dimostra questa proposizione, in termini di antifairesi, che:

(AD + AC) = 5AD2 , 1 1 ( 2 + AC)2 = 5( 2 )2 , cio AC = 1 ( 5 + 1). 2


che equivale a

1: (

1 2

5-

1) =

[1]

Si noti, inoltre, come questo risultato non e non pu nemmeno essere convertito in un rapporto tra lati di quadrati interi. Vediamo, quindi, la generalizzazione di questa proposizione degli Elementi, in modo da estendere questa aermazione alla murn.

PROPOSIZIONE 2 Se una linea retta viene tagliata nella murn,


il quadrato posto sul segmento iniziale pi la met dell'intera linea presa n volte linea.

(n2 + 4) volte il quadrato posto sulla met dell'intera

92

AB la linea retta che viene tagliata nella 2 C1 , e sia Dn A = ( n )AB ; dobbiamo dimostrare che Dn C1 = 2 2 2 (n + 4)AD1 , come si vede dalla gura. Per la denizione di murn, 2 sappiamo che: AB.Cn B = AC1 , cio P = Q. Inoltre, poich D1 A = 1 2 AB : AB.AC1 = 2D1 A.AC1 , cio R = 2S . Sommando nR da
DIMOSTRAZIONE Sia murn in entrambe le parti della prima uguaglianza, si ottiene:

P + nR = Q + nR = Q + 2nS ,
Sommando a questa

n2 T :

P + nR + n2 T = Q + n2 T + 2nS ,
cio

2 2 AB 2 + ADn = Dn C1 .
e, da qui, si arriva alla tesi

2 2 Essendo AB = 2AD1 , AB = 4AD1 2 2 Dn C1 = (n2 + 4)AD1 , CVD.

La procedura di generalizzazione che abbiamo illustrato sulla Proposizione 1 del Libro XIII pu essere ripetuta anche per le quattro proposizioni successive a questa. Occupiamoci, a questo punto, della sintesi dei rapporti con periodo lungo due termini, anche se, come aerma Fowler, non improponibile guardare alle seguenti proposizioni come alla ricostruzione di risultati raggiunti dai matematici della Grecia antica.

PROPOSIZIONE 3 Se

a0 na1 = a2

primi due passi dell'antifairesi del rapporto di due linee

a1 ma2 = a3 sono a0 : a1

i e

a0 : a1 = [n, m],

allora:

ma0 .a2 = na2 1 [n, m] un rapporto antifairetico, den 1, m 1, a0 > a1 . Per ipotesi, abbiamo che: a0 : a1 = [n, m, a2 : a3 ] Sempre per ipotesi, l'estensione di questo
DIMOSTRAZIONE Poich vono essere: rapporto puramente periodica e, quindi:

a0 : a1 = a2 : a3 ,
che equivale a Quindi:

a0 .a3 = a1 .a2 .

a0 .a1 = a0 .(ma2 + a3 ) = ma0 .a2 + a0 .a3 = ma0 .a2 + a1 .a2 . ma0 .a2 = a0 .a1 a1 .a2 = a1 .(a0 a2 ) = na2 , 1
CVD. e

Da cui segue che:

PROPOSIZIONE 4 Se a0 na1 na2 , allora a0 : a1 = [n, m]. 1


DIMOSTRAZIONE Scriviamo

= a2 ,

dove

a0 > a1 > a2

ma0 .a2 =

a3 > a2
che:

e che

a1 ma2 = a3 ; vogliamo provare che a0 : a1 = a2 : a3 , cio che a0 .a3 = a1 .a2 . Abbiamo

93

a0 .a3 = a0 .(a1 ma2 ) = a0 .a1 ma0 .a2 = a0 .a1 na2 = 1 a1 .(a0 na1 ) = a1 .a2
Poich, per ipotesi CVD. Si pu notare come in queste ultime due proposizioni le numerose espressioni simboliche che troviamo, bench possano essere sempre convertite nel loro corrispondente signicato geometrico, sono manipolate in modo algebrico molto di pi che in tutte le dimostrazioni che sono state n qui incontrate. Per questo motivo, non si possono pensare come possibili risultati della prima matematica greca. Vediamo, quindi, come abbiamo fatto per al murn, la costruzione che, data una linea retta

a0 > a1 , a0 .a3 = a1 .a2 < a0 .a2

e, quindi,

a3 < a2 ,

AB ,

ci permette di trovare su essa il punto

C1

tale che

AB :

AC1 = [n, m].


COSTRUZIONE

Per prima cosa si deve individuare il punto B ' su AB tale che nAB '2 = mAB 2 . Si costruisca a tale proposito il quadrato ABDE , e su EA si prenda J tale che nAJ = mAB . Prendendo EJ come diametro, si tracci la semicirconferenza che incontra AB in B '. Per 2 2 la Proposizione 14 del Libro II, AJ.AE = AB ' , quindi, nAB ' = 2 nAJ.AE = mAB . Abbiamo, quindi, trovato il punto B ' necessario per procedere alla ricerca di C1 . Su AE , si prenda il punto Fm tale che AFm = m (AB); inoltre, sia G il punto su AJ tale 2

94

che

Fm G = Fm B '; inne, si ponga su AB il punto C1 con AC1 = AG. Si prendano, sempre su AB , i punti C2 , . . . , Cn , in modo che AC1 = C1 C2 = . . . = Cn1 Cn . Quello che dobbiamo provare, per 2 concludere, che mAB.Cn B = nAC1 .
2 AFm

Fm G2 = (AFm + AG)2 = (AFm + AC1 )2 = 2 2 2 + AC1 + 2.AFm AC1 = AFm + AC1 + mAB.AC1
Inoltre:

2 Fm G2 = Fm B '2 = AFm + AB '2 ; 2 AC1 + mAB.AC1 = AB '2 .

quindi:

A questo punto, si moltiplica da entrambe le parti per n, tenendo conto che

nAB '2 = mAB 2 :


2 nAC1 + mnAB.AC1 = mAB 2 .

Quindi:nAC1

= mAB 2 mnAB.AC1 = mAB.(AB nAC1 ) = mAB.Cn B . Dunque, AB : AC1 = [n, m], CVD. AB ,
abbiamo che:

Se prendiamo come unit la linea retta

AC1 = GFm AFm = B 'Fm AFm =


2 (AFm AB '2 ) AFm =
Quindi, ponendo

(m + 4

m n)

m 2

q=n

2p = m,

otteniamo:

[q, 2p] = 1 : (
che equivale a:

(p
2p q )

2p q )

p), (p2 q 2p) : q


un

[p, q, 2p] =

(p2

:1=

In altre parole, abbiamo provato che ogni rapporto della forma rapporto di lati di quadrati. seguente proposizione generale.

[p, q, 2p]

Estendendo questo risultato, possiamo dare la

PROPOSIZIONE 5 Se
tre numeri

AB : AC

= [n1 , n2 , ..., nk ], allora esistono

p, q

r,

che dipendono da

n1 , n2 , . . . , nk

tali che:

pAB 2 = qAB.AC + rAC 2


e viceversa. Questa proposizione, tuttavia, richiede delle manipolazioni molto complicate che non sono pensabili all'interno della prima matematica greca, in cui non si poteva ricorrere all'uso di queste espressioni simboliche, cui oggi siamo abituati.

95

14.6

Terzo tentativo: lati e diagonali generalizzati

Quando abbiamo introdotto la procedura di sottrazioni a catena, a cui stato assegnato il nome antifairesi, il primo rapporto su cui abbiamo applicato questo

metodo quello della diagonale con il lato in un quadrato unitario

2 : 1.

Per svolgere l'antifairesi di tale rapporto, ci siamo appoggiati, secondo la consuetudine della prima matematica greca, ad una costruzione geometrica, che consisteva in un quadrato nel cui angolo sinistro inferiore abbiamo posto obliquamente un secondo quadrato pi piccolo. Con il terzo tentativo Fowler intende riprendere lo stesso tipo di procedura vista in questo esempio, per estenderla ad un qualsiasi rapporto tra lati di quadrati

n :

m.

Riprendendo la costruzione su cui si basa l'antifairesi di

2 : 1,

ricordiamo che aveva evidenziato le seguenti relazioni tra il quadrato

piccolo e di quello grande:

L=l+d D = 2l + d, l eL indicano il lato del quadrato piccolo e di quello grande rispettivamente, D le loro diagonali. Non ci sono problemi nel disegnare un quadrato con lato L = al + bd, qualsiasi siano i valori di a e di b, nel calcolare la diagonale corrispondente D = 2bl + ad; tuttavia, non tutti i valori che si assegnano ad a e a b confermano il comportamento periodico, che abbiamo visto caratterizzava D : L = 2 : 1 = [1, 2]. Per calcolare l'antifairesi e le convergenze dei rapporti d : s, basta utilizzare gli algoritmi che abbiamo gi esposto, in cui i rapporti venivano invece indicati come p : q . Per ricordare il funzionamento di tali algoritmi, riportiamo l'esempio del calcolo delle convergenze di 2 : 1. 2 : 1 = [1, 2, 2, 2, 2, . . . ] =
dove

Questo signica che, partendo dalla stima iniziale dell'antifairesi di sono, quindi:

0 : 1 < < 1 : 0 e applicando

ad ogni passo la Proposizione di Parmenide secondo l'algoritmo per il calcolo

c' prima una stima di

per difetto, poi due per eccesso,

altre due per difetto, due per eccesso e cos via. Le convergenze che ne risultano

n1 = 1: la stima per eccesso resta 1:0, quella per difetto diventa (1 1 + 0) : (1 0 + 1) = 1 : 1; n2 = 2: la stima per difetto resta 1:1, quella per eccesso diventa (2 1 + 1) : (2 1 + 0) = 3 : 2; n3 = 2: la stima per eccesso resta 3:2, quella per difetto diventa (2 3 + 1) : (2 2 + 1) = 7 : 5 , ecc., ecc. . . .
Schematizziamo questo procedimento come segue:

96

dove, appunto, le convergenze sono state calcolate come stato illustrato sopra, cio:

dk+1 = nk+1 dk + dk1 lk+1 = nk+1 lk + lk1


con

d0 = l0 = 1 2:1
della

Quello che dobbiamo fare a questo punto convertire il rapporto

diagonale con il lato, qui espresso aritmeticamente, in una forma geometrica, in modo da poter operare su di essa con quelle manipolazioni che abbiamo visto caratterizzano la matematica antica, grazie alle quali speriamo di poter dimostrare la periodicit dell'antifairesi di

D : S. =

Applichiamo l'algoritmo visto prima al rapporto

7 : 1.

L'ipotesi che intendiamo provare, dunque, che cercare un lato e una diagonale della seguente forma:

7 : 1 = [2, 1, 1, 1, 4],

in

cui il periodo comprende quattro termini; per questo motivo, siamo guidati a

dk+4 = 7blk + adk lk+4 = alk + bdk


Altre analisi, inoltre, suggeriscono che i valori appropriati di a e di b corrispondono a quelli di e

dk esk

rispettivamente, appena prima del termine nale del pe-

riodo `2n0 '. In questo caso, quindi, dove

2n0 = 4 = n4 ,

abbiamo che

a = d3 = 8

b = l3 = 3.

La nostra congettura , dunque, la seguente:

dk+4 = 21lk + 8dk lk+4 = 8lk + 3dk


Cerchiamo, quindi, di trovare una gura geometrica con lato diagonale in forma geometrica.

L = 8l + d e D = 21l +8d, che sia adatta a convertire questa congettura aritmetica


La scelta che Fowler trova pi congeniale quella di

prendere un parallelogrammo piccolo con lato

l = 1,

diagonale

d=

e l'altro

97

lato un multiplo intero

pl di l. l

Naturalmente questa costruzione si pu estendere

ad un qualsiasi rapporto tra lati di quadrati parallelogrammo ha un lato lungo

n:

m,

dove, in questo caso, il

una diagonale

che misura

n.

La Proposizione 20 del Libro I degli Elementi, che tratta la disuguaglianza

p deve soddisfare dl pl p 2 o 3; scegliamo p = 2 e disegnamo il parallelogrammo grande di lati L = 8l + 3d e 2L = 16l + 6d, dove l = 1 e 2l = 2 7 la sua diagonale maggiore. sono i lati del parallelogrammo piccolo e d =
elementare tra i lati dei triangoli, ci informa che

d + l.

Nel caso di

7 : 1,

quindi,

Quello che manca da provare, per sapere se la gura scelta quella adatta, che la lunghezza dalla diagonale maggiore quella voluta, cio

del parallelogrammo grande sia

D = nbl + ad.

Guardando la gura, comunque, si deduce

immediatamente che:

AB = bl, DE = ad, EF = p2 bl
L'unica cosa che manca da calcolare , quindi, la lunghezza di questo sfruttiamo la Proposizione 12 del Libro II degli Elementi : Nei triangoli ottusangoli il quadrato del lato opposto all'angolo ottuso maggiore, rispetto alla somma dei quadrati dei lati comprendenti l'angolo ottuso, del doppio del rettangolo compreso da uno dei lati che contengono l'angolo ottuso e dalla proiezione dell'altro su esso.

BD.

Per far

G; il lato opposto a esso AB , AG e BG. Notiamo che BD due volte BC , quindi, il rettangolo contenuto da BD e BG due volte quello `compreso da uno dei lati che contengono l'angolo ottuso [BG] e dalla proiezione dell'altro su esso [BC ]'. La Proposizione 12 trova, quindi, la seguente esplicitazione:
Nel nostro caso il triangolo ottuso in mentre i due lati che lo contengono sono

ABG,

AG2 = AB 2 + BG2 + AB.BD,


che equivale a:

b2 d2 = b2 l2 + p2 b2 l2 + bl.BD,

98

cio, poich

d2 = nl2 , segue che b2 nl2 = b2 l2 + p2 b2 l2 + bl.BD, 1 p ) = bl.BD, e nalmente:


2

quindi:

bl2 (n

BD = bl(n 1 p2)
Abbiamo, quindi, tutti gli ingredienti necessari per calcolare

D:

D = AB + BD + DE + EF = bl + bl(n1 p2 ) + ad + p2 bl = nbl + ad, CVD. A questo punto, abbandoniamo il caso generale di n : m e occupiamoci 7 : 1, dove L = 8l + 3d e D = 21l + 8d, calcolando dell'antifairesi del rapporto anzich D : L, (2L + D) : L. (2L + D) : L = [4, L : (D2L)] = [4, (8l + 3d) : (5l + 2d)] = [4, 1, (5l + 2d) : (3l + d)] = [4, 1, 1, (3l + d) : (2l + d)] = [4, 1, 1, 1, (2l + d) : l] = [4, 1, 1, 1, (2L + D) : L] = [4, 1, 1, 1]. 7 : 1 = [2, 1, 1, 1, 4], CVD. n : m
tra

Quindi,

Il terzo tentativo, dunque, fornisce uno strumento per vericare le congetture formulate a proposito dell'antifairesi di qualsiasi rapporto lati di quadrati, senza incontrare dicolt derivanti dalla lunghezza del periodo o dalla grandezza dei suoi termini, come avveniva invece nei due metodi precedenti. Le tecniche della prima matematica greca, per, non sono sucientemente potenti per formulare un'estensione generale dell'antifairesi di tali rapporti. Non si trova, inoltre, nessuna documentazione di osservazioni e studi condotti nell'antichit sul comportamento palindromo dei rapporti

n :

m.

Non , comunque, nemmeno pensabile che i primi matematici greci, con le conoscenze a loro disposizione, potessero giusticare in qualche modo questo comportamento, nemmeno per rapporti molto particolari.

99

15

REPUBBLICA DI PLATONE
Platone matematico?

IL CURRICULUM MATEMATICO NELLA

15.1

Il modo in cui Fowler guarda a Platone e al suo ruolo all'interno dell'Accademia, come egli stesso dichiara, stato fortemente inuenzato dalla lettura dell'analisi rigorosa e dettagliata che Cherniss conduce nella sua The Riddle of the Early

Academy. All'interno di quest'opera Cherniss parla dell'Accademia, precisando


che non si trattava di una scuola in cui veniva insegnata una dottrina metasica ortodossa n di un'associazione i cui membri dovevano aderire alla teoria delle idee. Le teorie metasiche, infatti, non erano uciali e l'istruzione formale era rilegata alla sola matematica. Tratta, poi, del ruolo che Platone aveva all'interno dell'Accademia, appoggiandosi agli scritti di Filodemo (losofo epicureo, vissuto tra il 110 a.C. e il 35 a.C. circa) e Proclo (losofo bizantino del V secolo d.C.), che aermano come la matematica abbia avuto uno straordinario progresso sotto la sua direzione, in particolar modo nel campo della geometria. Proclo nomina Teeteto, Leodamante, Filippo di Opunte e altri sei esperti in matematica, che condussero i loro studi insieme all'interno dell'Accademia. Si dice anche che Platone abbia indotto Filippo a rivolgere la sua attenzione agli studi matematici, abbia dato origine ai teoremi sulla sezione, e abbia raccomandato a Leodamante il metodo d'indagine per analisi. Nonostante queste testimonianze, per, come ammette Cherniss, non abbiamo documentazioni certe che Platone abbia insegnato a qualcuno di questi matematici. Fowler concorda con Cherniss nell'aermare che Platone ha contribuito all'eccezionale sviluppo della scienza all'interno dell'Accademia, grazie all'intelligente critica del metodo, alla formulazione di problemi pi generali, che i matematici attorno a lui riuniti ricercavano con zelo, e grazie al fatto di aver suscitato, in coloro che si occupavano di losoa, un interesse nei confronti della matematica. Resta, comunque, il fatto, aggiunge Fowler, che il principale interesse di Platone la dialettica, la scienza suprema delle idee, nei confronti della quale la matematica assume un ruolo propedeutico; d'altra parte, per, non si pu nemmeno escludere che il direttore dell'Accademia, il quale ha mostrato una conoscenza dettagliata sulle tecniche e sui problemi della scienza del suo tempo, abbia comunicato con i matematici, dimostrando pari competenze. L'importanza che Platone attribuisce alle scienze matematiche emerga con estrema evidenza alla lettura della Repubblica, dove viene ribadita, comunque, la superiorit assoluta della losoa. La Repubblica un'opera composta da dieci libri, ognuno dei quali comprende un dialogo, in cui emerge il pensiero politico platonico. Bisogna tener presente la profonda delusione di Platone nei confronti della politica di Atene, che aveva condannato Socrate, l'uomo a suo parere pi giusto; , infatti, proprio questo il motivo che spinge il losofo a tratteggiare, attraverso questi dialoghi, il disegno di uno Stato ideale, in cui l'uomo giusto possa trovare un suo collocamento senza essere tormentato. Platone

100

consapevole che questo Stato giusto condannato a rimanere ideale e, quindi, come avviene per ogni altra idea, va imitato, sebbene sia impossibile da attuare totalmente. Il Socrate di Platone presenta lo Stato ideale, partendo dalla sua nascita; egli ritiene che uno Stato, per funzionare, debba avere tre classi sociali: i governanti, i difensori, i produttori. Ogni classe ha il compito di svolgere le sue funzioni, che non sono per di ugual livello, sebbene siano tutte fondamentali. La classe dei governanti si costituisce tramite la selezione di difensori che maturando diventano governanti: la forza sica cede il passo a quella intellettuale e morale. Il Libro VII si apre con il celebre mito della caverna, allegoria del losofo che si solleva dal sensibile alle idee e ritorna nel mondo per governarlo; la missione del losofo, infatti, non si realizza nella pura contemplazione dell'intellegibile, egli dev'essere costretto a governare. Vengono, quindi, esposti i criteri di scelta dei futuri loso dialettici, le loro qualit e la loro educazione graduale, a partire dall'infanzia: dopo un periodo propedeutico di educazione ginnica, coloro che si sono dimostrati promettenti proseguiranno con lo studio della matematica; solo a trent'anni, dopo una seconda selezione, incominceranno a essere avviati alla dialettica, per un tirocinio quinquennale che preceder la loro attivit pratica all'interno della citt; inne, dopo i cinquant'anni, i loso governeranno lo Stato. Nella Repubblica VII, Platone distingue cinque diverse discipline matematiche: l'aritmetica (arithmetike te kai logistike, 524d526c), la geometria piana (526c527c), la geometria tridimensionale (528a-d), l'astronomia (527d528a) e la teoria musicale (530d531c). Alla ne della spiegazione sull'importanza di educare il futuro governante a queste discipline, Platone chiarisce che non si devono considerare come soggetti tra loro scollegati (531c-d). Credo, poi, ripresi, che, se l'indagine metodica di tutte queste discipline che abbiamo esaminate perviene a riconoscerne la comunanza e congenialit reciproca, e se si deduca quale sia la loro mutua anit, la loro trattazione contribuisca a portarci alla nostra meta e la fatica non sia vana; se non cos, proprio vana. . . . Per, Socrate un compito enorme quello di cui parli . . . Intendi dire, replicai, il preludio o che cosa? Non sappiamo forse che tutto questa non che un preludio alla vera canzone che si deve imparare? L'obiettivo nostro e di Fowler mostrare il contributo che questi argomenti possono dare nel chiarire il concetto che abbiamo n qui appreso di rapporto.

15.2

Arithmetike te kai logistike

Nei frammenti che ci sono giunti dall'antichit la parola logos compare molto frequentemente, ma con un gamma di signicati tra loro anche molto diversi; di tutti questi documenti, quelli interessanti, ai ni dell'analisi che stiamo conducendo, trattano argomenti di carattere matematico e proprio su di essi che Fowler si soerma.

101

Platone e i matematici dell'Accademia, ad esempio, usano spesso il termine

logos con il signicato di rapporto e utilizzano non meno di frequente le altre


parole che da esso derivano, come logistike, l'arte del logos, e logismos, che sta per calcolo. All'interno del nostro studio sulla prima matematica greca, non si deve trascurare l'importanza dell'interrogarsi sull'accezione che Platone e i matematici del suo tempo attribuiscono, nei loro scritti, a tali termini. Questa indagine, tuttavia, complicata da alcuni fattori: Platone si riferisce alla logistike e all'arithmetike talvolta come fossero la stessa cosa, mentre altre volte sembra voler tracciare una distinzione tra esse; la parola logistike trova un utilizzo anche nel linguaggio quotidiano, quando viene usata per il calcolo pratico o all'interno di conti nanziari e Platone stesso la nomina, a volte, con questo signicato; a partire dal primo secolo a.C., la logistike teorica comincia a riferirsi a quel tipo di calcolo artefatto che i matematici tendevano a escogitare sugli insiemi numerici, come i `sassolini' o il `bestiame sull'isola di Sicilia'. Nonostante queste dicolt, per, indiscussa la volont di Platone, nella Repubblica VII, di rivolgersi alla logistike te kai arithmetike, alla geometria, all'astronomia e alla teoria musicale come a scienze teoriche, che non hanno nulla a che fare con il sensibile, come egli stesso ribadisce pi volte. Una discussione sul signicato che Platone attribuisce alle parole logistike e arithmetike si tova in Greek Mathe-

matical Thought and the Origin of Algebra di J. Klein (in Burkert, LSAP, 446
n. 119, pp. 18-19). Ne riporto di seguito un passo. A fronte di denire una quantit di oggetti, abitualmente determiniamo il loro numero esatto - `numeriamo', cio contiamo, gli oggetti. . . Per essere in grado di contare, dobbiamo conoscere e distinguere i singoli numeri, dobbiamo  distinguere l'uno e il due e il tre (Repubblica VII, 522c). Platone chiama la scienza che si occupa di tutti i numeri possibili l'`arte del numero'  `aritmetica'. Tuttavia, abbiamo anche l'abitudine di moltiplicare e dividere queste quantit. Questo signica che non siamo pi soddisfatti del numero con cui abbiamo contato gli oggetti in questione, ma vogliamo generare da questo nuovi numeri, nel caso in cui desideriamo estrarre una terza parte di questa quantit o desideriamo produrne una che sia quattro volte pi grande. Nel svolgere tali moltiplicazioni o divisioni o qualsiasi altro tipo di calcolo che applichiamo alle quantit, dobbiamo sapere in anticipo come i dierenti numeri sono in relazione tra loro e come si costituiscono di per s. Questa scienza . . . chiamata l'`arte del calcolo'  `logica'. Fowler d'accordo con queste aermazioni, anche se critica il modo e la terminologia con cui sono esposte. Ritiene, infatti, che Klein non abbia compreso appieno il ruolo dei numeri ripetuti nella matematica greca, ma soprattutto sia schiavo della concezione comune con cui oggi guardiamo al rapporto di due numeri, come se dovesse esser manipolato e pensato come frazione. Quest'aspetto, secondo Fowler, spiega la dicolt che Klein incontra nel dare una descrizione di moltiplicazione e di divisione, la quale, infatti, risulta esageratamente elaborata.

102

Prendendo spunto da questo, Fowler presenta la necessit di respingere le tecniche e le preoccupazioni che sono proprie della matematica aritmetica dei giorni nostri, fondata sulla manipolazione aritmetica delle frazioni, con la sua conseguente estensione ai numeri reali, e sviluppare al suo posto delle procedure che si adattino agli strumenti matematici dell'antica Grecia. Bisogna riconoscere e compiere questo passo, per capire che calcoli esatti, rapporti di grandezze incommensurabili, approssimazioni e altre manipolazioni possono essere fatte senza andare contro le restrizioni imposte dagli aritmi, di cui abbiamo gi parlato. Fowler ritiene che la logistike e il logismos devono esser concepite come `teoria del rapporto'. Fin qui, stata trattata la teoria della logistike antifairetica, ma ci sono anche altri tipi di teoria del rapporto, come la logistike riferita all'astronomia e alla teoria musicale. L'abilit con cui Platone riesce a passere tra queste dierenti idee di rapporto ha il merito di conferire unit al suo curriculum. Andiamo, quindi, a esaminare la descrizione che Platone d all'arithmetike

te kai logistike all'interno della Repubblica VII (522c-526c), per vedere se coincide con il nostro punto di vista. Lo studio del rapporto inizialmente legato alla manipolazione degli aritmi; infatti, i rapporti sono espressi in vari modi come una sequenza di numeri. In questo senso l'arithmetike e la logistike hanno un ruolo fondamentale; come dice Platone: Con questo intendo dire, in generale, la scienza del numero e del calcolo. Non vero che qualunque arte o scienza se ne deve servire? [522c] Che poi aggiunge, sempre riferendosi a questa scienza: appartiene a quelle discipline che cerchiamo e che per loro natura conducono all'intellezione. [523a] Per dimostrare quest'aermazione al suo interlocutore Glaucone, Platone usa l'esempio delle tre dita: pollice, indice e medio; mettendole a confronto, il pensiero viene destato dal torpore e l'intelletto guidato verso la vera comparazione, non basandosi sul modo in cui esse ci appaiono, che dipende dalla loro vicinanza o sulle loro caratteristiche irrilevanti, come il colore, il tatto o il peso, ma semplicemente osservandole in relazione al  grande e piccolo . Gi attraverso l'analisi degli Elementi abbiamo potuto notare come la teoria delle grandezze geometriche e astratte, oltre a quella dei numeri, si servano proprio di questo stesso tipo di confronto; il  minore con il maggiore , infatti, un'espressione onnipresente nei Libri V e VII. In altre parole, anche per Euclide questo confronto tra numeri e grandezze costituisce l'ingrediente essenziale per la denizione di ogni tipo di rapporto. Un altro aspetto evidenziato da Platone la dicolt di queste discipline, bench la fatica necessaria per il loro apprendimento sia ripagata dal loro straordinario fascino.

103

E certo, secondo me, non potrai trovare facilmente molte cose che ad apprendere e praticarle impongono maggiore fatica di questa. [526b] Riferendosi ai problemi in questo campo, aerma: Perch anche oggid, pur sprezzati e maltrattati dalla gente volgare nonch da chi li indaga senza rendersi conto di quanto siano utili, tuttavia crescono forzando tutti questi ostacoli, per il fascino che esercitano; e non c' da meravigliarsi che aquistino grande notoriet.  S, disse, hanno il loro fascino, e un fascino sublime. [528c-d] Platone fa una distinzione tra questa logistike aascinante e quella legata al mondo quotidiano. Sarebbe, dunque, opportuno, Glaucone, prescrivere per legge la disciplina di cui stiamo parlando, e persuadere chi dovr svolgere nello Stato le funzioni pi importanti, a studiare il calcolo e ad applicarvisi, non in una maniera volgare, ma nch possa pervenire, con la sola intellezione, a contemplare la natura dei numeri, senza usarne per comprare e vendere come fanno grossisti e mercanti, ma per ragioni belliche e per aiutare l'anima stessa a volgersi dal mondo della generazione alla verit e all'essere ... utile per questo, come si diceva or ora: spinge energicamente l'anima in alto e la costringa a ragionare sui numeri in se stessi, sempre respingendo chi ragiona presentandole numeri relativi a corpi visibili o palpabili. [525] La logistike pratica, quella di mercanti e grossisti, fa riferimento principalmente ai calcoli aritmetici. Tuttavia, quale sia lo status ontologico dell'aritmetica dei rapporti tutt'altro che evidente; infatti, per quanto semplici e basilari possano sembrare ai nostri occhi queste operazioni, hanno presentato enormi ostacoli di comprensione nella prima matematica. Le documentazioni su queste frazioni da una parte, abbiamo aritmetiche, inoltre, sono molti scarse, se non assenti. La situazione , dunque, piuttosto straordinaria: la logistike pratica, quella del mondo sensibile, dove le quotidiane operazioni aritmetiche, che coinvolgono tipi di numeri comuni a tutti, sono svolte senza alcuna dicolt, anche se, molto dicile spiegare in modo corretto e completo la procedura con cui sono state fatte; dall'altra, invece, la logistike teorica in grado di denire tutti gli strumenti di cui si avvale in modo puntuale e preciso, ma senza riuscire ad eseguire i calcoli di ogni giorno.

15.3

Geometria piana e solida

Platone non d una denizione di geometria piana, ma espone i suoi vantaggi e aerma la necessit di apprendere questa disciplina, per arrivare a contemplare l'essere (Repubblica VII, 526d-527c). SOC. Occorre invece esaminare la sezione pi larga e di pi vasta

applicazione, per vedere se in qualche modo pu farci scorgere pi

104

facilmente l'idea del bene... Ora, se costringe a contemplare l'essere, la geometria conveniente; se la generazione, non lo . . . Ebbene, quelli che si intendono anche un poco soltanto di geometria non verranno a negarci che questa scienza sia proprio l'opposto di come la descrivono coloro che la praticano. . . La descrivono in un modo ridicolissimo e meschino, comportandosi da persone pratiche e non rilevando nei loro discorsi che scopi pratici. Parlano di `quadrare', di `costruire su una linea data', di `aggiungere per apposizione', usano ogni sorta di simili espressioni. . . La si coltiva in funzione della conoscenza di ci che perennemente , ma non di ci che in un dato momento o nisce di essere qualcosa.
GLAUC. D'accordo!

La geometria la conoscenza di ci che

perennemente .
SOC. Allora, mio nobile amico, attirer l'anima alla verit e

sar capace di produrre pensiero losoco, per mantenere in alto ci che ora (e non si dovrebbe) teniamo in basso... Allora, dobbiamo raccomandare gli abitanti del tuo Bello Stato di non trascurare assolutamente la geometria. Non sono disprezzabili nemmeno i suoi vantaggi secondari.
Dal passo, che stato appena riportato, traspare l'importanza che Platone attribuisce alla geometria; resta, comunque, piuttosto dicile capire a quale geometria si stia riferendo in questa parte di dialogo. Nel trattare la geometria solida, invece, fornisce molte pi informazioni (528a-d). SOC. Dopo la supercie piana, prima di scegliere un solido in

se stesso, l'abbiamo scelto gi soggetto a un movimento di rotazione


[astronomia].

Invece giusto prendere, dopo la seconda, la terza

dimensione, cio la dimensione dei cubi e degli oggetti dotati di profondit.


GLAUC. ...Per, Socrate, si tratta di problemi di cui, sembra,

non si ancora trovata la soluzione.


SOC. Duplice ne il motivo, feci io; nessuno stato tiene in onore

tali questioni, che vengono indagate con scarso impegno perch sono dicili; e coloro che indagano hanno bisogno di un maestro senza il quale non potrebbero trovare la soluzione. Ora, in primo luogo, dicile che questo maestro esista; poi, anche se esistesse, in una situazione come quella d'oggi, quei ricercatori non gli obbedirebbero, per l'esagerato concetto che hanno di s. Se per lo stato tutto collaborasse in quest'opera di magistero, tenendo quelle questioni nella dovuta considerazione, costoro obbedirebbero; e i problemi, indagati con continuit e intensit, si rivelerebbero nella loro eettiva realt. Perch, anche oggid, pur sprezzati e maltrattati dalla gente volgare, nonch da chi li indaga senza rendersi conto di quanto siano utili, tuttavia crescono forzando questi ostacoli, per il fascino che esercitano; e non c' da meravigliarsi che acquistino grande notoriet.
GLAUC. S, hanno un loro fascino, e un fascino sublime.

105

Si noti come Platone rimarca il fatto che le questioni di geometria  vengono indagate con scarso impegno cos come i problemi in questo settore vengono  sprezzati e maltrattati dalla gente volgare . Non molto chiaro a cosa Platone si stia riferendo, se alla geometria solida in generale oppure, pi in particolare, alla costruzione di solidi regolari o alla duplicazione del cubo. Queste interpretazioni, per, che sono tra le pi accreditate, appaiono incompatibili con le informazioni che si ricavano da Ippocrate, Archita e Teeteto, i quali aermano che queste questioni erano molto indagate dagli esperti, mentre erano poco considerate dalla gente comune. Fowler avanza un'interpretazione alternativa. La prima fase del problema di duplicare un cubo consta nel trovare una composizione geometrica da cui ricavare appunto la costruzione del cubo doppio. Allo stesso modo si procedeva per la duplicazione del quadrato, come abbiamo dedotto esaminando il dialogo tra Socrate e il servo nel Menone. Ci sono giunte testimonianze che il problema della duplicazione del cubo, per quanto riguarda questa fase preparatoria, era stato risolto da Ippocrate e Archita, con il presunto contributo di Eudosso e Platone, al tempo in cui veniva composta la Repubblica. La fase successiva del problema sta nel cercare di arrivare alla soluzione eettiva. Per la duplicazione del quadrato, questa fase consisteva nello stimare il rapporto

2 : 1 ed stato battezzato da Fowler con il nome di `problema della dimensione


Fowler ritiene che, nel passo della Repubblica VII che stato riportato, Pla-

dei quadrati'. tone intendesse riferirsi proprio a questo quesito, che possiamo chiamare `problema della dimensione dei cubi'; questo spiegherebbe la frase  la terza dimensione, cio la dimensione dei cubi e degli oggetti dotati di profondit (528b). Proviamo, dunque, ad arrivare alla risoluzione di questo problema, procedendo, com'era stato fatto con i quadrati, con un ragionamento euristico. La generalizzazione della Proposizione di Parmenide in tre dimensioni e una tabella dei cubi no a 99 ci permettono di applicare l'algoritmo del calcolo delle convergenze, per ottenere la seguente espansione:

2 : 1 =[1,

3, 1, 5, 1, 1, . . . ].

Fin qui, non abbiamo alcuna informazione che ci permette di prevedere come potrebbe andare avanti l'espansione; estendiamo questo calcolo, andando a prendere una tabella che comprenda i cubi no a 999, cos da raggiungere (vedi tabella che segue):

2 : 1 =[1,

3, 1, 5, 1, 1, 4, 1, 1, . . . ].

Non abbiamo guadagnato niente di rilevante per il nostro obiettivo. Il calcolo di questo rapporto pu continuare ntanto che l'operazione di elevamento al cubo fattibile; i primi 75 termini sono:

2:1=

[1, 3, 1, 5, 1, 1, 4, 1, 1, 8, 1, 14, 1, 10, 2, 1, 4, 12, 2, 3,

2, 1, 3, 4, 1, 1, 2, 14, 3, 12, 1, 15, 3, 1, 4, 534, 1, 1, 5, 1, 1, 121, 1, 2, 2, 4, 10, 3, 2, 2, 41, 1, 1, 1, 3, 7, 2, 2, 9, 4, 1, 3, 7, 6, 1, 1, 2, 2, 9, 3, 1, 1, 69, 4, 4, . . . ].

106

Nemmeno i primi 75 termini dell'espansione mostrano la possibilit di formulare qualche ipotesi; infatti, non si manifesta nessuna chiara periodicit, n nessun apparente comportamento regolare di

p3 2q 3

che pu portare ad una

generalizzazione dell'equazione di Pell. Il grande ostacolo che si incontra nella risoluzione del problema della dimensione dei cubi, infatti, sta nel non riuscire, a questo livello, a formulare delle congetture, su cui cominciare ad indagare. Per usare la stessa metafora di Fowler:  la caccia ai risultati non pu cominciare nch la preda non stata identicata . In realt, questo problema tutt'oggi compreso solamente in parte. Per formulare delle prime congetture generali, infatti, bisogna aspettare il lavoro di Gauss sull'espansione delle funzioni continue di un qualsiasi numero reale, che egli stesso lascia incompleto per la sua dicolt. Anche dopo la sviluppo elettronico dei computer, si riescono a raggiungere dei risultati solo molto particolari. Ci si pu, allora, fermare alla seguente indagine: i termini dell'espansione sono limitati o, se non lo sono, possiamo avere una qualche idea sul loro tasso di crescita? Ancora una volta, ci si deve accontentare di risposte molto particolari, come la limitazione molto debole di

nk ab

, con

b > 1.

Con la sua interpretazione alternativa, dunque, Fowler mostra come il problema della dimensione dei cubi presentato da Platone nella Repubblica VII trova la sua applicazione anche nei giorni nostri, infatti il suo fascino attrae ancora un certo gruppo di matematici, anche se molto circoscritto. Fowler, per, ha anche mostrato come questo problema si possa accordare, senza il rischio di cadere in nessun anacronismo, all'interno della formulazione antifairetica della prima matematica greca. Tornando alla geometria piana, pi avanti leggiamo che (Repubblica VII, 530b):

107

Allora, per studiare l'astronomia, cos come la geometria, ci serviremo di problemi. . . Fowler ritiene che da questa frase traspare lo stupore di Platone di fronte all'iniziale successo dovuto all'impiego nella geometria piana delle procedure basate sull'antifairesi. Anche oggi, tuttavia, non si conosce alcuna tecnica che, utilizzando solamente le conoscenze necessarie per applicare l'antifairesi, porti a dei risultati per problemi di geometria solida.

108

16

ELEMENTI IV, X E XIII: IL DIAMETRO E


IL LATO
Il diametro e il lato: presentazione del problema

16.1

Avevamo gi introdotto il problema del diametro e del lato, riportando gli studi e le osservazioni condotte nell'antichit da Socrate. Questo problema segue un ragionamento molto simile a quello trattato per la diagonale e il lato, dal quale si sono dedotti i soddisfacenti risultati sulla dimensione dei quadrati. Nei casi che ora andremo a trattare, si parte sempre da un poligono regolare inscritto in cerchio e si prova a esprimere la relazione tra il diametro di questo e un lato del poligono. Alternativamente al lato, pu essere presa una diagonale del poligono e, al posto del diametro, si pu considerare il raggio del cerchio, poich duplicare o dimezzare un rapporto ha un eetto sulla corrispondente antifairesi che non facile giusticare. Una volta esaminato questo problema, si possono indagare le simili questioni tridimensionali, in cui si esaminano lo spigolo o il diametro di un poliedro inscritto o circoscritto da una sfera. Le costruzioni geometriche che vengono associate a tali problemi si trovano nei Libri IV e XIII degli Elementi ; la maggior parte di queste portano a delle linee commensurabili o sono comunque analizzati allo stesso modo dei lati dei quadrati (si vedano le Proposizioni 12, 13, 14, 15 del Libro XIII), inoltre le loro rispettive antifairesi sono descritte da calcoli brevi e ormai ben noti. Ci sono, per, tre esempi che portano a delle relazioni molto pi intricate, che quelle precedentemente incontrate per i lati dei quadrati e sono il pentagono, l'icosaedro e il dodecaedro. Il caso preso in esame da Fowler quello pi complicato tra i tre, vale a dire il pentagono.

16.2

Il pentagono

109

Poich la costruzione base su cui Euclide si appoggia per disegnare il pentagono (Proposizione 11, Libro IV) il decagono, prendiamo appunto un decagono

A1 B1 A2 B2 . . . A5 B5 inscritto in un cerchio, come in gura. Se si tracciano i diametri, come A2 B4 e A3 B5 , si ha naturalmente che essi si incrociano nel centro
C del cerchio. Se consideriamo gi angoli sottesi alla circonferenza da un lato del decagono, sappiamo che essi misurano un ventesimo del cerchio, ossia 18. Guardando la gura, quindi, si nota come si formino molti triangoli isosceli 36-72-72; tra questi, si considerino in particolare il triangolo A3 B3 D , in cui B3 D = B3 A3 , cio il lato del decagono, e il triangolo A2 CD, dove A2 D = A2 C , vale a dire il raggio del cerchio circoscritto, che coincide con il lato dell'esagono inscritto. Da queste osservazioni si deduce che

A2 B 3

si pu scomporre il lato del

decagono pi quello dell'esagono, entrambi inscritti e, quindi, diviso nella media e ultima ragione; questa conclusione stata dimostrata nella Proposizione 9 del Libro XIII. Un altro triangolo isoscele 36-72-72 B5 EB2 ; se si osserva, inoltre, che B5 EB2 e A2 EB3 sono due linee tra loro perpendicolari, si ottiene che A2 E = ED = q , dove 2q = r, il raggio del cerchio. Sia B3 E = p; sfruttiamo la Proposizione 3 del Libro XIII, la quale appartiene a quel blocco di enunciati di cui abbiamo gi parlato e in cui vengono esposte le propriet della media e ultima ragione:

B3 E2 = 5A2 E2 ,
quindi:

cio

p2 = 5q 2 .

B3 A3 = B3 D = B3 E ED = p q , B3 A2 = B3 E + EA2 = p + q . A1 A2 B 3 ,
cio abbiamo che:

inoltre:

Considerando il triangolo rettangolo

2 2 A1 A2 + A2 B3 = A1 B3 , 2
quindi:

A1 A2 + (p q)2 = 16q 2 , 2

A1 A2 + p.r = 10q 2 = 10( 3 )2 . 2 2 A1 A3 B 3 :

Analogamente per quanto riguarda il triangolo rettangolo

2 2 A1 A2 + A3 B 3 = A1 B 3 , 3
quindi:

oppure

A1 A2 + (p q)2 = 16q 2 , 3

r A1 A2 = p.r + 10( 2 )2 . 3

Questi esiti corrispondono a quelle che, al giorno d'oggi, esprimiamo nella seguente forma aritmetica: lato del pentagono =

r 2 r 2

(10 2 5) (10 + 2 5).

diagonale del pentagono =

110

Negli Elementi non troviamo nulla che corrisponda a questi risultati e non immediato comprendere il motivo di tali assenze, dal momento che queste formule aritmetiche potrebbero benissimo essere espresse in un idioma molto vicino a quello delle Libro II o delle prime 5 proposizioni del Libro XIII, come dimostra il seguente enunciato: Il quadrato sul lato [o sulla diagonale] di un pentagono minore [o maggiore] di 10 quadrati sulla met del raggio [q ] del rettangolo contenuto dal raggio [r = 2q ] e dal lato [p ] del quadrato pari a cinque volte il quadrato sulla met del raggio. Quest'aermazione pu essere cos sintetizzata:

r r l2 + r.( 2 5) = 10( 2 )2 r r d2 r.( 2 5) = 10( 2 )2 ,

dove l e d sono rispettivamente il lato e la diagonale del pentagono. Essa non per nulla dicile da capire come viene chiarito dalla seguente costruzione geometrica, la quale, pur essendo diversa dalle gure che generalmente si incontrano negli Elementi, riette stile e le tecniche molto ani a quelle euclidee. Non si pu nemmeno pensare che Euclide non fosse interessato a questo genere di questioni, se si pensa che, per fare un esempio, la Proposizione 11 del Libro XIII dedicata proprio al pentagono. Vediamo, quindi, di capire per quale motivo negli Elementi non si trovano formulati in nessun modo tali fatti. Per ciascuno dei problemi riguardanti la relazione tra il diametro e il lato del pentagono, del icosaedro e del decagono, anzich dimostrare qualcosa che corrisponda alle nostre descrizioni metriche, Euclide enuncia solamente risultati qualitativi, sopprimendo ogni costante numerica. Questa caratteristica testimoniata proprio dalla Proposizione 11 del Libro XIII, dove si aerma che: Se in un cerchio che ha il suo diametro esprimibile inscritto un pentagono equilatero, il lato del pentagono la linea retta alogos [cio senza rapporto] chiamata minore.

111

Tale proposizione signica che il lato di un pentagono esprimibile come la dierenza dei lati dei due quadrati, dove questi quadrati soddisfano a loro volta una serie di relazioni qualitative, e non quantitative, che sono state descritte nella classicazione del Libro X, che pi avanti esamineremo.

16.3

La media e ultima regione

La media e ultima ragione fornisce un altro esempio di come Euclide nel Libro XIII segua la procedura che abbiamo appena presentato nel caso del pentagono. All'interno della matematica aritmetica d'oggi si adotterebbe la seguente formulazione: se una linea di lunghezza 1 viene tagliata nella ragione media e ultima, il segmento maggiore pari a rapporto

1 2 ( 5 1) : 1.

1 1 5) e il loro 2 ( 5 1), il minore 2 (3 Queste aermazioni, tuttavia, che hai nostri occhi

rappresentano i fatti essenziali della media e ultima ragione, non trovano una corrispondenza negli Elementi, anche se indubbio che Euclide le abbia trovate nelle sue ricerche a proposito di questa materia e avrebbe potuto esprimerli geometricamente senza problemi, utilizzando il linguaggio e gli strumenti della prima matematica greca, in particolar modo sfruttando le prime cinque proposizioni del Libro XIII, che abbiamo pi volte nominato. Anzich procedere in tal modo, per, egli d la seguente aermazione (Proposizione 6, Libro XIII): Se una linea retta esprimibile viene tagliata nella media e ultima ragione, ciascuno dei segmenti una linea retta alogos, la quale viene chiamata apotema. Ancora una volta Euclide adotta una terminologia qualitativa, anche se questa volta il concetto che intende esprimere piuttosto semplice, tanto da non richiedere una terminologia pi tecnica. Egli intende aermare che ognuno dei segmenti pu essere espresso come una dierenza di due linee incommensurabili tra loro, ma tali che i quadrati su tali linee sono commensurabili tra loro e con il quadrato costruito sull'intera linee retta.

16.4

Osservazioni da un punto di vista antifairetico

Andiamo a esaminare i rapporti n qui incontrati da un punto di vista antifairetico, in modo da dare una spiegazione alla mancata analisi metrica negli

Elementi di alcune gure, come il pentagono. Gli ostacoli in cui ci si imbatte


se si tenta di analizzare la questione da questo punto di vista sono due: prima di tutto, il calcolo dell'antifairesi in taluni casi pu risultare complicato, sia sul versante pratico che su quello teorico; in secondo luogo, una approccio euristico a questo problema risulta impraticabile e vedremo nel dettaglio perch. Mostriamo, quindi, le dicolt che si incontrano nel tentare di sviluppare

1 far questo ap2 ( 10 2 5) :(1 o 2). Per plichiamo l'algoritmo per il calcolo delle convergenze a ( 2 + 3) : 1, che ,
l'antifairesi di rapporti del tipo comunque, un esempio di un rapporto leggermente meno complesso rispetto a

112

quelli che riguardano le relazioni tra il lato di un pentagono regolare e il raggio del cerchio circoscritto. All'interno di questa procedura, come abbiamo visto, sono necessari dei test che servono a stabilire se:

p:q

<, =, >di ( 2 + 3) : 1

Trascurando il signicato teorico di alcune manipolazioni e i problemi che riguardano la loro coerenza da un punto di vista storico, supponiamo di poter aermare che:

( 2 + 3) : 1 3)q se p <, =, >di ( 2 : 2 2 cio se p <, =, > di (5 + 2 6)q , p:q

<, =, >

di

ammesso di riuscire a giusticare queste operazioni, compreso il risultato aritmetico che

2. 3 = 6,

possiamo meglio chiarire che

p : q <, =, >
se cio se anche se nel caso di test si riduce a:

p2 5q 2

( 2 + 3) : 1 <, =, >di 2 6q 2 ,
di

p4 10p2 q 2 + 25q 2

<, =, >

di

24q 4 ,

p2 < 5q 2

sarebbero necessarie ulteriori precisazioni, pos-

siamo concludere che, nel caso del rapporto che stiamo prendendo in esame, il

p:q

<, =, > di

( 2 + 3 : 1)

se

p4 + q 4 <, =, >

di

10p2 q 2 .

I calcoli dell'algoritmo sono riassunti nella seguente tabella:

Anche dimenticandosi delle complessit di ordine teorico, legate al signicato delle manipolazioni e dei ragionamenti che abbiamo appena presentato, per arrivare a identicare il test che stabilisce se il nuovo rapporto sia una stima per difetto o per eccesso, i problemi non sono niti.

113

Questa tabella, infatti, ci mostra la velocit esorbitante con cui i valori numerici crescono, tanto che, solo per arrivare a stimare i primi tre termini che costituiscono l'estensione antifairetica di questo rapporto, necessario coinvolgere dei numeri che superano di gran lunga la capacit standard dei numeri greci. Se ci fermiamo ai calcoli presenti in tabella, inoltre, non si manifesta n una possibile periodicit n un comportamento regolare di alcun tipo. Continuiamo, comunque, ad ignorare questi scrupoli di ordine matematico e storico e continuiamo nella nostra ricerca, sperando di arrivare a formulare un'ipotesi plausibile, per poi tentare delle dimostrazioni deduttive, come abbiamo fatto per il problema della dimensione dei quadrati, seguendo cio un procedimento euristico. Per il pentagono otteniamo:

lato:raggio = ...]

( 10 2 5) : 2 =[1,

5, 1, 2, 3, 2, 28, 2, 27, 3, 22, 1, 7, 1. 9,

lato:diametro = 10, . . . ]

( 10 2 5) : 4 =[0,

1, 1, 2, 2, 1, 6, 1, 56, 1, 54, 1, 1, 1,

diagonale:raggio = 2, . . . ]

( 10 + 2 5) : 2 =[1,

1, 9, 4, 1, 1, 1, 2, 1, 1, 2, 3, 7, 1,

diagonale:diametro = 1, . . . ].

( 10 + 2 5) : 4 =[0,

1, 19, 2, 3, 6, 5, 1, 1, 1, 3, 2,

Siamo arrivati a una situazione molto simile a quella incontrata per il problema della dimensione dei cubi; infatti, come in quel caso, anche questa volta i termini delle espansioni non si presentano con nessuna regolarit. L'approccio antifairetico di questo problema fallito. Anche provando a calcolare direttamente i rapporti del lato o della diagonale con il raggio o il diametro del pentagono, appoggiandosi ad argomentazioni solamente geometriche, allo stesso modo visto per il quadrato, come osserva Fowler, non porta ad alcun risultato. Per la media e ultima ragione deve esser portato avanti un altro tipo di discorso; infatti, essa rappresenta un rapporto che pu essere stimato geometricamente e analizzato anche da un punto di vista metrico. Seguendo l'approccio geometrico, si ottiene una semplice espansione, puramente periodica:

1 2(

5 1) : 1 (3 2

5) =[1].

Si pu, inoltre, notare che questo rapporto molto pi semplice da stimare anche direttamente, applicando cio l'algoritmo per il calcolo delle convergenze, infatti, il test per stabilire se il nuovo rapporto costituisce una stima per difetto o per eccesso del rapporto in esame si riduce a:

p:q

<, =, >
se

di

1 2(

1 5 1) : 2 (3

5)

p2

<, =, > pq + q 2 .

114

I numeri coinvolti nel calcolo dell'estensione dell'antifairesi, inoltre, crescono meno velocemente che nel precedente rapporto. Non , per, possibile, basandosi su un unico esempio, prevedere che cosa avviene in generale, cos come non semplice capire cosa ci sia di speciale nel caso della media e ultima ragione, che appare cos diversa e semplice rispetto agli altri rapporti. La discussione , inoltre, complicata da un altro aspetto; abbiamo visto che tutti i rapporti tra lati di quadrati portano a rapporti antifairetici della forma [n0 , n1 , ..., nk , 2n0 ] e contengono in qualche punto della loro espansione un termine pari . La media e ultima ragione, quindi, un esempio di un'espansione antifairetica periodica, che non pu essere espressa come rapporto tra lati di quadrati. Dalle considerazioni n qui fatte, quindi, appare piuttosto evidente che, se mai questi fenomeni siano stati studiati nella prima matematica greca, hanno portato a conoscere il comportamento regolare che proprio solamente dei rapporti della forma

(p (p

q) : r,

che hanno un'estensione che eventualmente

periodica, di questo tipo:

q) : r = [n0 ,n1 ,

...,

nk , m0 , m1 , ..., ml ].

Una conclusione molto pi plausibile di tutto questo discorso , comunque, che ogni indagine aritmetica euristica, riguardante questi problemi, sia stata abbandonata gi a partire dalle sue primissime fasi, a causa dei calcoli laboriosi a cui portava e dal momento che sembrava non si potesse arrivare ad alcun risultato.

16.5
16.5.1

Libro X
Una classicazione di alcune linee incommensurabili

L'indagine che abbiamo appena presentato evidenzia un contrasto. Da un lato, c' la spettacolare riuscita dello studio riguardante l'antifairesi che si genera dai rapporti tra i lati di quadrati,

n :

m,

in cui molte tecniche, alcune

aritmetiche, altre geometriche, sono mescolate insieme in modo da conuire coerentemente in un unico risultato. Dall'altro lato, al contrario, si registra uno scarsissimo successo nella ricerca di un simile comportamento regolare e prevedibile in rapporti geometrici di altro tipo; fatta eccezione per l'analisi sulla media e ultima ragione, in cui si arriva a dei risultati piuttosto soddisfacenti. Fowler sostiene che proprio questo evidente contrasto che ha portato ad accentuare la tendenza a considerare i lati dei quadrati come l'ingrediente base su cui si deve appoggiare la descrizione di ogni altro oggetto geometrico. Egli ritiene, infatti, che il Libro X debba esser visto come un prodotto di quest'atteggiamento. Il Libro X si presenta come un volume massiccio contenente 115 proposizioni, alcune delle quali molto lunghe. Il soggetto di tutti questi enunciati, come appare n dalla prima denizione, l'incommensurabilit e l'incommensurabilitnel-quadrato, ed la prima volta che quest'argomento viene esplicitamente trattato negli Elementi. Questo libro si apre con quattro denizioni, che ho ripor-

115

tato poco pi avanti, all'interno delle quali s'incontrano con frequenza i due aggettivi rhetos, che Fowler traduce come `esprimibili', e alogos, che lascia invece nella sua forma originale. Questi termini vengono spesso resi, nella lingua d'oggi, con le parole `razionale' e `irrazionale' rispettivamente; Fowler, tuttavia, riporta nel dettaglio svariati motivi per cui questa traduzione non consigliabile. La nozione aritmetica che nella matematica d'oggi abbiamo di razionale e irrazionale porta, infatti, a molteplici equivoci teorici e non riette fedelmente i concetti che Euclide voleva suggerire con l'uso dei due termini greci. L'obiettivo di Fowler tentare di svelare le motivazioni che possono aver spinto Euclide a scrivere il Libro X degli Elementi, che chiamato da Stevin l' incrocio della matematica , senza tentare una riorganizzazione del libro di Euclide, sforzo che egli giudica del tutto inutile al nostro scopo. Per raggiungere i suoi propositi aerma di voler evitare di entrare in merito alle discussioni portate avanti dai critici su questo libro, mentre principalmente interessato a presentarne una descrizione geometrica. Per la comprensione di quanto segue, necessario introdurre le prime quattro denizioni che Euclide riporta in apertura del Libro X: 1. Le grandezze che vengono misurate con la stessa misura sono dette commensurabili, quelle che non possono avere nessuna misura in comune sono dette incommensurabili. 2. Linee rette sono commensurabili-nel-quadrato quando i quadrati costruiti su di esse sono misurati dalla stessa area, sono incommensurabili-nelqudrato quando i quadrati costruiti su di esse non possono avere nessuna area come misura comune. 3. Sotto queste ipotesi, provato che esistono innite linee rette che sono commensurabili e incommensurabili rispettivamente, alcune in lunghezza soltanto, altre anche nel quadrato con una linea assegnata. La linea assegnata sia detta l'esprimibile, quelle linee rette che sono commensurabili con essa sia in lunghezza che nel quadrato o nel quadrato soltanto siano dette esprimibili anch'esse, mentre siano dette alogoi quelle incommensurabili con essa. 4. Sia il quadrato sulla linea retta assegnata chiamato l'esprimibile e le aree che sono commensurabili con esso siano dette esprimibili, mentre siano dette alogoi quelle che sono incommensurabili con esso e le linee rette che li generano, che sono, nel caso che le aree siano quadrati, i lati stessi, ma nel caso le aree siano qualsiasi altra gura piane, le linee su cui sono descritti i quadrati uguali a tali gure, sono dette anch'esse alogoi. Precisiamo che, come vedremo meglio in seguito, mentre Euclide chiama la linea assegnata e il suo quadrato come l' esprimibile , Fowler preferisce mantenere la distinzione tra una linea o un 'area esprimibile e la linea o il quadrato esprimibile, parlando di linea assegnata o di quadrato assegnato rispettivamente e usando la lettera

a2

per riferirsi a essi.

116

16.5.2

Aree e linee esprimibili

Le denizioni e le proposizioni che sono di seguito riportate, sono state scritte da Fowler e vengono adattate alle denizioni e alle proposizioni del Libro X.

DEFINIZIONI (Denizioni 3-4) C' una linea assegnata. Un'area


chiamata esprimibile se commensurabile con il quadrato sulla linea assegnata; una linea detta esprimibile se il lato di un quadrato esprimibile.

PROPOSIZIONI (Proposizioni 5-16)


1. Due qualsiasi aree esprimibili sono commensurabili. Viceversa, tutto ci che commensurabile con un'area esprimibile esprimibile. 2. La somma e la dierenza di due aree esprimibili esprimibile. 3. Due linee esprimibili sono commensurabili se e solo se i loro quadrati hanno un rapporto uguale a quello di un certo numero quadrato con un altro numero quadrato. (Per esempio le linee

2a

18a = 3 2a

sono linee esprimibili e commensurabili).

4. Se due linee esprimibili sono incommensurabili, allora i loro quadrati saranno commensurabili, quindi possono essere anche indicate come commensurabili-nel-quadrato-soltanto. (Questo ad esempio il caso di

e di

2a).

5. Una linea commensurabile con una linea assegnata esprimibile; inoltre, una linea commensurabile-nel-quadrato con una linea esprimibile esprimibile. 6. La somma e la dierenza di due linee esprimibili commensurabili e esprimibile. Le dimostrazioni di questi enunciati sono molto banali, poich seguono direttamente dalle denizioni di area e linea esprimibile, oltre che da quelle di commensurabile(-nel-quadrato) e incommensurabile(-nel-quadrato).

PROPOSIZIONE (Proposizione 19) Il rettangolo contenuto da linee


commensurabili esprimibili esprimibile.

117

DIMOSTRAZIONE Siano

l'altezza e la lunghezza rispettivasono commensurabili, per ipotesi, Essendo

mente del rettangolo. Dalla Proposizione dei Topici, sappiamo che

h.w : h2 = w : h. Poich h e w h.w e h2 sono commensurabili.


esprimibile, quindi,

una linea esprimibile,

segue per denizione che il lato di un quadrato esprimibile, cio

h2

h.w

esprimibile, perch commensurabile con

un'area esprimibile, CVD. Notare che non viene sfruttato il fatto che la linea

commensurabile, nella Pu

dimostrazione si richiede, infatti, solamente il fatto che sia esprimibile. rispetto a quando incommensurabile con la linea assegnata Anche nelle prossime dimostrazioni la lettera

essere talvolta interessante capire cosa cambia nel caso in cui commensurabile,

a.

verr usata per indicare

l'altezza del rettangolo in esame mentre w si riferir alla sua larghezza.

PROPOSIZIONE (Proposizione 20) Se un'area esprimibile applicata a un'altezza esprimibile, la sua larghezza esprimibile e commensurabile con la sua altezza. DIMOSTRAZIONE Poich mibili per ipotesi, CVD. Osserviamo che Euclide usa due operazioni base per trasformare un'area in una linea: prendendo il lato che genera un quadrato di eguale area oppure, com' stato fatto in questa dimostrazione, applicando l'area a una lunghezza data, cio considerando l'altezza

h.w

h,

quindi anche

h2 ,

sono espri-

h.w

sono commensurabili.

Quindi, poich

h.w : h2 = w : h, h commensurabile con w, dunque, w esprimibile,

del rettangolo di area uguale a quella assegnata,

che avr, quindi, una conseguente larghezza

w.

16.5.3

Aree e linee mediane

PROPOSIZIONE (Proposizione 21) Un rettangolo contenuto da linee incommensurabili esprimibili alogos. DIMOSTRAZIONE Quando incommensurabili, quindi, essere, cio alogos, CVD.

sprimibili, allora, sempre perch

w sono linee incommensurabili eh.w : h2 = w : h, h.w e h2 sono 2 essendo h esprimibile, h.w non lo pu
e

DEFINIZIONI (Proposizione 21, 23/24) Un'area si dice mediana


se uguale a un rettangolo contenuto da linee incommensurabili esprimibili. mediano. Il Libro X contiene molti lemmi, porismi (stanno in una posizione intermedia tra i teoremi e i problemi), denizioni e osservazioni non numerate. Scrivendo 23/24 vogliamo indicare il porisma e la lunga osservazione che si trovano tra le Proposizioni 23 e 24; infatti, Euclide non d una denizione esplicita di area mediana. Una linea si dice mediana se il lato di un quadrato

118

PROPOSIZIONE (Proposizione 22) Se un'area mediana applicata


a una linea esprimibile, la sua larghezza esprimibile e incommensurabile con l'altezza. DIMOSTRAZIONE Sia

per denizione di area mediana,

h.w l'area mediana. Allora, h.w = b.c dove b e c sono linee incommensurabili esprimibili. Quindi, h : c = w : b, e sfruttando la 2 2 2 2 2 Proposizione 22 del Libro VI, h : c = w : b . Dal momento che h 2 2 e c sono aree esprimibili, e quindi commensurabili, abbiamo che w 2 commensurabile con l'area esprimibile b e, dunque, a sua volta esprimibile. Tuttavia, w incommensurabile con h, poich h.w non
esprimibile e esprimibile, CVD.

PROPOSIZIONE (Proposizione 23, 23/24)


1. Un'area commensurabile con un'area mediana mediana. 2. Una linea commensurabile con una linea mediana mediana.

DIMOSTRAZIONE 1. Sia

b2

(uguale a) un'area mediana e sia

c2

commensurabile con

b2 .

h, b2 = v.h e c2 = w.h, dove v esprimibile e incommen2 2 surabile con h. Poich c commensurabile con b , v commensurabile con w e, dunque, anche w deve essere esprimibile e 2 incommensurabile con h, cio c mediana.
Applichiamo entrambe queste aree alla linea esprimibile quindi

2. Sia

una linea mediana e

commensurabile con

b;

allora,

b2

mediana e

commensurabile con

appena provato

c2

mediana, dunque,

b . Per quanto abbiamo c mediana, CVD. 2a 2a e


).

Si noti che due linee mediane possono essere commensurabili (come e

32a = 2 2a), commensurabili-nel-quadrato-soltanto (come 8a = (2 2)a) o incommensurabili-nel-quadrato (come 2a e

3a

Due aree mediane possono a loro volta essere commensurabili o incommensurabili; se riprendiamo gli stessi soggetti dell'ultima proposizione, infatti, dove

b2

c2

sono aree mediane e

h, v

sono esprimibili possiamo prendere

commensurabili o incommensurabili. Se, invece, due aree mediane sono incommensurabili, dire che sono commensurabili-nel-quadrato-soltanto pu avere un

119

senso nella matematica aritmetica, ma non ha nessun signicato dal punto di vista geometrico, infatti, un caso che non viene mai preso in considerazione nel Libro X.

PROPOSIZIONE (Proposizione 24) Il rettangolo contenuto da linee


mediane commensurabili mediano. DIMOSTRAZIONE Riprendiamo la dimostrazione della Proposizione 19 vista in precedenza e la adattiamo a questo caso. Siano due linee mediane commensurabili, allora e

h2

sono commensurabili. Quindi,

h2 e un'area anche h.w , per il

mediane

w le h.w

primo punto

della proposizione precedente, mediano, CVD.

PROPOSIZIONE (Proposizione 25) Il rettangolo contenuto da linee mediane commensurabili-nel-quadrato-soltanto o esprimibile o mediano. Prima di provare quest'ultimo enunciato, utile introdurre il seguente lemma, che ci permette di spezzettare la dimostrazione di Euclide in passi concettualmente semplici.

LEMMA (53/54) Un rettangolo la media proporzionale tra i quadrati


sui suoi lati.

DIMOSTRAZIONE LEMMA Guardando la gura (a) e applicando per due volte consecutive la Proposizione dei Topici, si ottiene

b2 :

b.c = b : c = b.c : c

, quindi,

b : b.c = b.c : c

, CVD.

DIMOSTRAZIONE PROPOSIZIONE Siano plichiamo

c,

come in gura

(b), le due linee mediane commensurabili-nel-quadrato-soltanto, ap-

b2 , b.c e c2 a una linea esprimibile h, in modo che b2 = u.h, b.c = v.h e c2 = w.h. Dunque, per la Proposizione 22, u e v sono esprimibili e entrambi incommensurabili con h; inoltre: u : w = h.u : h.w = b2 : c2 ,
e, poich

b2 e c2 sono commensurabili, anche u e w sono tra loro com2 mensurabili. Ora applicando il lemma, abbiamo che b : b.c = b.c : 2 c , cio u.h : v.h = v.h : w.h, dunque, v la media proporzionale 2 2 tra u e w . Quindi, v = u.w ; poich u e w sono esprimibili, v
120

esprimibile e anche

lo . Inne, poich

pu essere sia commen-

surabile che incommensurabile con

h,

allo stesso modo

v.h = b.c

di conseguenza esprimibile o mediano, CVD. La mediana pu essere considerata come il primo esempio di un alogos, anche se da alcuni studiosi non viene classicata in questo modo. Utilizzando i risultati n qui illustrati, si possono provare le seguenti aermazioni.

Se un'area esprimibile applicata a un'altezza mediana, la sua larghezza mediana e commensurabile-nel-quardato-soltanto con l'altezza. Se un'area mediana applicata a un'altezza mediana, la sua larghezza mediana e pu essere commensurabile o commensurabile-nel-quadratosoltanto con l'altezza.

16.5.4

Somme e dierenze

PROPOSIZIONE (Proposizioni 36, 73) N la somma n la dierenza


di due linee esprimibili incommensurabili esprimibile. DIMOSTRAZIONE Siano rabili, con

x e y due linee esprimibili incommensux maggiore di y . Chiamiamo: q+ = x + y e q = x y . 2 2 2 2 2 2 Allora: q + 2 = x + 2xy + y , q 2 + 2xy = x + y . Ora x + y esprimibile, perch somma di esprimibili e x.y un'area mediana per denizione; quindi, 2x.y mediana e, per questo motivo, in2 2 2 2 commensurabile con x + y . Allora, n q+ n q possono essere 2 2 commensurabili con l'area esprimibile x + y e, dunque, nessuno
dei due esprimibile, CVD.

Notare che, bench le manipolazioni aritmetiche di che, seppur parallele, sono distinte.

2 q+

2 q

possano essere pre-

sentate in modo uniforme, il signicato geometrico rappresentato da due gure

PROPOSIZIONE (Proposizione 26) N la somma n la dierenza


di due aree mediane esprimibile. DIMOSTRAZIONE Procediamo per assurdo. Supponiamo che

x2

siano due aree mediane e che

x y

sia esprimibile. Applichia-

mo queste aree a un'altezza esprimibile

h,

in modo che

x2 = h.u,

y = h.v e x y = h.(uv), come nelle gure (a) e (b) che seguono. Allora, per denizione di area mediana, u e v sono entrambe esprimibili e incommensurabili con h, mentre, poich abbiamo supposto x2 y 2 esprimibile u v esprimibile e commensurabile con h (per la Proposizione 20). Abbiamo, quindi, che v e u sono due linee esprimibili incommensurabili la cui somma o dierenza u v esprimibile, ma questo contraddice la precedente proposizione. Dunque, n somma n dierenza di

x2

e di

y2

esprimibile, CVD.

121

Con ragionamenti analoghi a quelli n qui presentati, si possono dimostrare le seguenti aermazioni:

N la somma n la dierenza di due linee esprimibili mediana. N la somma n la dierenza di due aree mediane incommensurabili mediana.

PROPOSIZIONE BASE SULLA SOMMA (Deriva dalla Proposizione


28 del Libro VI e da parte della Proposizione 17 del Libro X, oltre che da 59/60) Sia che

q = x + y . Se q 2 applicato a una linea h in modo q = h.w, allora w pu essere scritto come


2

w =b+c
con Viceversa, dato uguale a e

b > c, h.b= x2 + y 2
con

h.c = 2x.y

w = b+c

b > c,

w.h, 2x.y = h.c.

pu essere scritto come

allora q , il lato del quadrato q = x + y , con x2 + y 2 = h.b

2 DIMOSTRAZIONE Per ipotesi, abbiamo q = x + y , allora q = x2 + 2xy + y 2 . Costruiamo i rettangoli adiacenti h.u = x2 , h.v = y 2 2 2 e h.c = 2x.y . Chiamiamo x +y = h.b, dunque, b = u+v . Abbiamo

122

q 2 = h.b + h.c e q 2 = h.w, quindi, evidentemente w = b + c. 2 2 2 2 2 Poich 2x.y (x y) = x + y , 2x.y < x + y , che equivale a dire che h.c < h.b, cio c < b. La prima parte della dimostrazione
cio conclusa, passiamo al viceversa. In questo caso, abbiamo per ipotesi

w = b + c e c < b. Vediamo, prima di tutto, come 1 b in u + v con h.u = x2 , h.v = y 2 e x.y = 2 h.c. Per 53/54 1 2 2 sappiamo che x.y media proporzionale tra x e y , quindi 2 h.c 1 media proporzionale tra h.u e h.v , cio c media proporzionale tra 2 c u e v . Allora: u.v = ( 2 )2 . Si deve risolvere il problema geometrico c u + v = b e u.v = ( 2 )2 . Questo il problema dell'applicazione
con scomporre ellittica delle aree, che viene studiato e risolto da Euclide nel Libro X (Proposizione 28). Il procedimento esposto da Euclide, richiede che

h.w = q 2

c ( 2 )2

non sia maggiore di

b ( 2 )2 ; essendo, per ipotesi, b > c, questa

condizione rispettata, quindi, possiamo proseguire senza problemi. Si guardi la gura. costruito il quadrato

b c ( d )2 = ( 2 )2 ( 2 )2 . 2
di lati

AB = b viene tagliato a met nel punto c; sia b ( 2 )2 su BC e un altro su CD = d , in modo che 2


b 2 l'ipotenusa del triangolo rettangolo

Quindi,

b d c 2 , 2 e 2 . Inoltre:

c b P + Q + R = BC 2 CD2 = ( 2 )2 ( d )2 = ( 2 )2 , 2
d'altra parte Dunque,

P + Q + R = S + R,

poich

P + Q = S.

c S + R l'applicazione ellittica richiesta di ( 2 )2 su AB , allora, AD = u e DB = v la scomposizione richiesta di AB = b. 2 2 Inne, si costruiscano x = h.u e y = h.v sulla stessa diagonale, da cui segue immediatamente che q = u + v fornisce la scomposizione
del quadrato richiesta, CVD. Con ragionamenti analoghi, si dimostra la seguente:

PROPOSIZIONE BASE SULLA DIFFERENZA Sia 2 2

applicato a una linea

in modo che

q = h.w,

q = x y . Se allora w pu

essere scritto come

w = bc
inoltre:

con

b > c,

h.b = x2 + y 2

h.c = 2x.y .
conb

Viceversa, dato uguale a

w = bc

> c,

allora

w.h, 2x.y = h.c.

pu essere scritto come

q , il lato del quadrato q = xy , con x2 + y 2 = h.b e

Passare da un rettangolo della forma

h.(u v) a un quadrato uguale della forma

(x y)2 e
linea

viceversa una delle operazioni fondamentali per la comprensione del

Libro X. Un altro ruolo importante nella teorie di questo libro rivestito dalla

d =

(b2 c2 );

Euclide si riferisce usa l'espressione `il quadrato su

maggiore del quadrato su scelta di Fowler, tale linea

c d

del quadrato su

d'.

D'ora in avanti, seguendo la

verr chiamata il `quadrato dierenza' di

c.

123

PROPOSIZIONE (Proposizioni 17 18) Con le stesse notazioni della


precedente proposizione,

commensurabile con

se e solo se

commensurabile con il quadrato dierenza DIMOSTRAZIONE Abbiamo che con

d.

b = u+v e d = b se e solo se b
Binomio e

d b d b 2 + 2 e v = 2 2 , da cui si ricava u v ; , dunque, chiaro che u commensurabile

u=

commensurabile con

d,

CVD.

16.5.5

apotome
Analogamente la dierenza di due linee e-

DEFINIZIONI (Denizioni 36 e 72) La somma di due linee esprimibili incommensurabili non n esprimibile n mediana; essa viene chiamata un binomio. sprimibili incommensurabili non n esprimibile n mediana; essa viene chiamata un apotome.

PROPOSIZIONE (Proposizione 60 e 97) Se il quadrato su un binomio (o su un apotome ) applicato a un'altezza esprimibile, la sua larghezza un binomio (o un apotome ). DIMOSTRAZIONE Se ibile, dunque,

sono linee esprimibili, allora

x2

y2

sono aree esprimibili e, quindi, la loro somma

x +y = h.b esprimh. Siano ora x e y linee esprimibili incommensurabili, allora x.y mediana, quindi, 2x.y = h.c ancora mediana, il che equivale a dire che c esprimibile e incommensurabile con h. Allora, b e c sono linee esprimibili incommensurabili; quindi, b + c un binomio e b c un apotome, b
esprimibile e commensurabile con CVD.

Questo risultato si trova riassunto all'inizio della tabella, leggendo da destra a sinistra: le colonne 9 e 10 implicano 4, 5, 6 e 7, in questo ordine. La seguente proposizione ci informa sulle condizioni in cui vale il viceversa di questa proposizione.

PROPOSIZIONE (Inversa delle Proposizioni 54 e 91) Se il lato di un

w = b + c un binomio c un apotome ) e altezza h un binomio x + y (o un apotome x y ), allora h, b e c sono reciprocamente commensurabili. Un tale
quadrato uguale a un rettangolo di larghezza (ob binomio (o un tale apotome ) chiamato un primo binomio (o un primo apotome ) secondo la classicazione che segue.

(b c).h = (x y)2 , allora x2 = h.u e y 2 = h.v , come in gura. Ne segue che h.u e h.v sono esprimibili e, quindi, h, u e v sono reciprocamente commensurabili e, per le Proposizioni 17 e 18, lo stesso vale per h, b e c, CVD.
DIMOSTRAZIONE Prendiamo, come nelle ipotesi Nella seguente denizione l'espressione ` commensurabile con' abbreviata con

C,

mentre `non commensurabile con' viene indicato con

C.

124

DEFINIZIONE (47/48 e 84/85) Siano, come sempre,


esprimibile,

una linea

con

b>c

linee esprimibili incommensurabili e

d=

(b2 c2 )
1. 2. 3. 4. 5. 6.

la loro dierenza quadrata. Allora abbiamo le seguenti

sei classi reciproche esclusive di binomiali

b+c

e apotome

b c.

hCb, hCc, hCd , hCc, hCd hCb hCb, hCc, hCd hCb, hCc, hCd hCb, hCc, hCd hCb, hCc,hCd
un

Nella

k -esima classe b + c chiamato k -esimo apotome rispetto a h. h

k -esimo

binomio e

bc

un

Le sei classi di binomiale dipendono dalla scelta particolare della linea assegnata

h.

Se

viene sostituita da una linea incommensurabile con essa, chiaramente,

le classi non variano; al contrario, se viene rimpiazzata da una linea incommensurabile con essa, le classi permutano. Si pu introdurre qualsiasi permutazione delle prime tre classi che comporta un uguale cambiamento d'ordine nelle rimanenti tre.

16.5.6

Le sei linee

alogoi additive e sottrattive

La tabella, che va letta appoggiandosi all'ultima gura, riassume molte informazioni relative alle sei linee alogoi additive e le sei sottrattive del Libro X. Nella tabella si usano le abbreviazioni `exp' che sta per esprimibile e `med' per mediana; naturalmente, le linee sono tra loro commensurabili se e solo se hanno lo stesso susso.

125

PROPOSIZIONE (prima riga: Proposizioni 36, 54, 74 e 91) Se


un primo binomio (o

b+c b c un primo apotome ) rispetto a h, allora il lato x + y del quadrato uguale a h.(b + c) un binomio (o il lato x y del quadrato uguale a h.(b c) un apotome ).
I risultati di riga 1 e delle colonne 4-7

DIMOSTRAZIONE Le colonne 1-3 soddisfano la condizione per il primo binomio o apotome. seguono immediatamente. Quindi,

sono esprimibili (colonne 4

e 5) e incommensurabili (colonna 7), allora

q+

un binomio

un

apotome, CVD. PROPOSIZIONE (seconda riga: Proposizioni 37, 55, 75 e 92) Se

bc

un secondo binomio o apotome, allora Una tale linea

sono mediane,

commensurabili-nel-quadrato-soltanto e contengono un rettangolo esprimibile.

x+y h
e

detta un primo bimediano e

xy
1)

un primo apotome di un mediano.

DIMOSTRAZIONE Poich

sono incommensurabili (colonna Poich

h.b = x2 + y 2

mediana (colonna 6).

sono com-

mensurabili (colonna 3)

h.u = x2

h.v = y 2
e

sono commensurabili

(colonna 4 e 5); nessuno dei quadrati pu essere esprimibile, poich la loro somma mediana, quindi

x2 + y 2 sono mediani e reciprocamente commensurabili. Quindi, x e y sono mediani e commensurabili-nel-quadrato-soltanto, poich x.y esprimibile (ho
applicato la Proposizione 24), CVD.

x2 , y 2

PROPOSIZIONE (terza riga: Proposizioni 38, 56, 75 e 93) Se


un terzo binomio o apotome, allora tale linea

bc x e y sono mediane, commensuraxy


un secondo

bili-nel-quadrato-soltanto e contengono un rettangolo mediano. Una

x+y

detta un secondo bimediano e

apotome di un mediano.
DIMOSTRAZIONE Come nella precedente proposizione, si deduce

x2 , y 2 e x2 + y 2 sono mediani e reciprocamente commensurabili, 2 2 ma x + y = h.b e 2x.y = h.c sono incommensurabili, poich b e c sono, come sempre, incommensurabili. Inne, poich x.y mediana, x e y sono commensurabili-nel-quadrato-soltanto, CVD.
che

PROPOSIZIONE (quarta riga: Proposizioni 39, 47, 57, 76 e 94) Se

bc un quarto binomio o apotome, allora x e y sono incommensura2 2 bili-nel-quadrato e tali che x +y esprimibile e x.y mediana. Una tale linea x + y detta un maggiore e x y un minore.
DIMOSTRAZIONE Si guardi la riga 4.

PROPOSIZIONE (quinta riga: Proposizioni 40, 58, 77 e 95) Se


un quinto binomio o apotome, allora nel-quadrato e tali che tale linea e

bc

xey

sono incommensurabili-

x2 + y 2

mediana e

x.y

esprimibile. Una

x+y

detta il lato di un'area esprimibile pi una mediana

xy

ci che produce con un'area esprimibile una mediana.

DIMOSTRAZIONE Si guardi la riga 5.

126

PROPOSIZONE (sesta riga: Proposizioni 41, 59, 78 e 96) Se


un sesto binomio o apotome, allora quadrato e tali che mediana. Una

bc

xey

sono incommensurabili-nel-

x2 + y 2 e x.y tale linea x + y

sono entrambi incommensurabili e detta il lato di una somma di due

aree mediane [incommensurabili] e

xy

ci che produce con un'area

mediana una mediana [incommensurabile]. DIMOSTRAZIONE Basta solo vericare che

x2 + y 2 = h.b c,
CVD.

2x.y =

h.c

sono incommensurabili. Questo segue immediatamente dal fatto

che, come sempre,

incommensurabile con

PROPOSIZIONE (Proposizione 36-42, 72/73 e 111/112) Ognuna


delle linee mediana. DIMOSTRAZIONE Si considerino prima di tutto le righe 1, 2, 4 e 6; in ognuno di questi casi

xy

nelle colonne 8 e 9 alogos e nessuna di esse

q 2 = x2 +y 2 2x.y la somma o la dierenza


A questo punto, si passi a considerare le

di un'area esprimibile e mediana (colonne 6 e 7), quindi, non n esprimibile n mediana. righe 3 e 6. In questo caso

q2

la somma di due aree mediane

incommensurabili, quindi, non n esprimibile n mediana (per la Proposizione 26), CVD. PROPOSIZIONE (Proposizioni 42-47 e 79-84) Ognuna delle linee

q = xy

pu essere divisa in un unico modo in una somma o

dierenza di tipi appropriati di linee

y.

Per la dimostrazione si usa il seguente lemma:

LEMMA (41/42) Se x + 2 2 2 2 allora x + y > x1 + y1 .

y = x1 + y1

con

x > y , x1 > y 1

x > x1 ,

x+y = 2s, xy = 2d e x1 +y1 = 2d1 . Allora x = s + d e x1 = s + d1 e, dunque, poich per ipotesi x > x1 , deve essere d > d1 . Applicando la Proposizione 5 del Libro
DIMOSTRAZIONE LEMMA Siano II, abbiamo che:

x.y + d2 = s2
quindi Allora:

x1 .y1 + d1 = s2 ,

x.y < x1 .y1 .


da questo segue che

2 x2 + y 2 + 2x.y = x2 + y1 + 2x1 .y1 , 1 2 2 x + y > x1 + y1 , CVD. 2 2

DIMOSTRAZIONE PROPOSIZIONE Consideriamo per primo il caso del binomio. Supponiamo, per assurdo,

q = x + y = x1 + y1 ,

x e y sono coppie x > y e x1 > y1 . Se x x > x1 . Allora:


dove

di linee esprimibili commensurabili, dove e

x1

non sono uguali, possiamo supporre

2 x2 + y 2 + 2x.y = x2 + y1 + 2x1 .y1 , 1

127

Per il lemma

2 x2 + y 2 > x2 + y1 . 1

Quindi:

2 (x2 + y 2 )(x2 + y1 ) = 2x1 .y1 2x.y . 1


Tuttavia, il membro al lato sinistro esprimibile, mentre quello al lato destro non lo , quindi

x = x1

y = y1 .

Un ragionamento simile

pu essere applicato a un apotome. Si pu inoltre fare per ogni

q nelle

righe 2, 4, e 5, poich una delle entrate nelle colonne 6 e 7 un'area esprimibile e l'altra una mediana. Tuttavia, il procedimento che faremo, dato da Euclide per le righe 3 e 6, aronta tutti i casi delle righe 2-6. Sia

q =xy

una delle linee alogoi prese dalle colonne 8

e 9, righe 2-6 e si supponga che:

q = x y = x1 y1 ,
Si esprimino

con

x>y

x > x1 > y1 .

q 2 = h.w dove w = b c, h.b = x2 + y 2 , h.c = x.y , 2 b > c, q = h.w1 dove w1 = b1 c1 , h.b = x2 + y1 , h.c = x1 .y1 , 1 b1 > c1 . Allora h.w = h.b h.c = h.b1 h.c1 con b > b1 . Questo ci porta a due dierenti decomposizioni del binomio o del apotome w ,
2
che impossibile, CVD.

PROPOSIZIONE (Proposizioni 66 e 103) Se


binomio (o

w = b + c un k -esimo w = b c un k -esimo apotome ) rispetto a h, e w1 commensurabile con w , allora w1 un k -esimo binomio (o un k -esimo apotome ) diviso nello stesso rapporto come w .
DIMOSTRAZIONE Siano

glianza,

w : w1 = b : b1 ; allora vale anche l'uguaw : w1 = (w b) : (w1 b1 ), cio w : w1 = c : c1 . Se w e w1 sono commensurabili, quindi lo sono anche b e b1 , c e c1 , d e d1 . Allora, w1 un binomio della stessa classe di w , CVD.
PROPOSIZIONE (Proposizioni 66-70 e 103-107) Qualsiasi linea commensurabile o commensurabile-nel-quadrato con una qualsiasi delle linee alogoi nelle colonne 8 e 9 lo stesso tipo di linea e divisa nella stesso rapporto. DIMOSTRAZIONE Se bile-nel-quadrato con

q1 = x1 y1 commensurabile o commensura2 q = x y ; allora, q1 = h.(b1 c1 ) commensu2 rabile con q = h(bc). Dunque, b1 c1 commensurabile con bc, dunque della stessa classe di binomio o apotome di bc. Ripetendo i ragionamenti che abbiamo pi volte illustrato, si conclude che q1 un irrazionale dello stesso tipo di q ed diviso nello stesso rapporto,
CVD.

PROPOSIZIONE (Proposizione 111) Nessun binomio commensurabile con alcun apotome. DIMOSTRAZIONE Procediamo per assurdo. Supponiamo che sia

q = x + y = x1 y1 ,
esprimibili.

Si scriva

b + c = b1 c1 ,

x e y , x1 e y1 sono linee incommensurabili q 2 = w.h, dove h esprimibile; allora, w = dove b + c un primo binomio e b1 c1 un
dove 128

mentre

b che b1 sono commensurabili con h, c e c1 sono entrambi incommensurabili con esso. Tuttavia, poich(b1 b2 ) = c1 + c, allora c = (b1 b2 ) c1 , in cui la linea esprimibile c stata scritta come un apotome (b1 b2 ) c1 , che
primo apotome. Dunque, sia impossibile, CVD.

Quello che abbiamo provato con queste proposizioni che le tredici classi di linee

alogoi : mediane, binomi, apotome, primi binomi, ecc. . . sono tutte distinte tra
loro; inoltre, ogni linea che commensurabile o commensurabile-nel-quadrato con una linea appartenente ad una certa classe anch'essa in quella classe. I risultati descritti nelle colonne 8 e 9, come mostrano le seguenti proposizioni, sono del tutto generali.

PROPOSIZIONE (Proposizioni 71-72 e 108-110)


1. Il lato di un quadrato uguale a una somma (o dierenza) di un'area razionale e mediana d solamente una delle linee alogoi additive (o sottrattive) delle righe 1, 2, 4 e 5. 2. Il lato di un quadrato uguale a una somma (o dierenza) di due aree incommensurabili mediane d solamente una delle linee

alogoi additive (o sottrattive) delle righe 3 e 6. PROPOSIZIONE (Proposizioni 112-113) Se un'area esprimibile
applicata a un'altezza

h2

binomio (o apotome ), la sua larghezza

un apotome (o un binomio) della stessa classe rispetto a

h.

PROPOSIZIONE (Proposizione 114) Se b1 +c1 un binomio, b2 c2 un apotome e b1 : b2 = c1 : c2 , allora il rettangolo (b1 + c1 ).(b2 c2 )
esprimibile. Ci sono molte varianti che derivano dall'identit pi elementare

(b + c).(b c) =

b2 c 2 ,

riguardo alla quale si possono costruire dimostrazioni molto semplici,

anche geometriche, che possono essere estese ad altre linee alogoi. Le dimostrazioni che d Euclide sono molto lunghe e complicate, anche se non al punto che sostengono molti critici. metico o algebrico. Questo ore una testimonianza di come Euclide non concepisse gli argomenti trattati nel Libro X in modo arit-

16.6

Lo scopo e le motivazioni del Libro X


Egli ritiene che il Libro X quello che meglio

Fowler termina la prima parte del suo libro con una serie di considerazioni e di conclusioni sugli Elementi. sfumatura aritmetica. Nel Libri II e X viene studiata la geometria piana, basata principalmente sui rettangoli e sui quadrati e non si mostra nemmeno l'interesse di dare degli analoghi risultati per i cubi o per qualsiasi altra gura tridimensionale. I risultati della geometria bidimensionale, infatti, non trovano corrispondenza in quella dimostra che Euclide scrive un trattato puramente geometrico, con nessuna

129

tridimensionale, fatta eccezione per la versione della Proposizione dei Topici in tre dimensioni. Con la descrizione del Libro X, inoltre, Fowler ha provato che l'obiettivo di Euclide non fare una classicazione degli irrazionali quadratici o delle radici di equazioni quadratiche o biquadratiche con coecienti interi o frazionari, come si spesso sostenuto. Il soggetto principale del Libro X sono, infatti, le descrizioni qualitative dei rapporti di certi tipi di linee e i termini rhetos e alogos si riferiscono ai rapporti di queste linee. L'idea di rapporto che emerge dal Libro X, inoltre, del tutto non aritmetica; quelli che si incontrano, infatti, sono tutti rapporti tra aritmi, ossia quelli che Fowler ha battezzato rapporti antifairetici. Da una parte, quindi, abbiamo la matematica aritmetica che ha esteso l'idea di numero oltre gli aritmi, no a includere quantit frazionarie e tipi di numero sempre pi generali, che sono stati poi usati per denire e manipolare i rapporti. Quest'ampliamento del concetto di numero ha generato la dicotomia tra numeri razionali, che possono essere considerati come rapporti tra aritmi, e numeri irrazionali, che non possono essere scritti come rapporti di aritmi. Tale dicotomia non viene accennata in nessun punto del Libro X e non corrisponde a nessuna delle classicazioni che vengono in esso considerate. Dall'altra parte abbiamo la matematica antifairetica, in cui i rapporti possono essere completamente descritti con gli aritmi e considera rapporti tra i lati di quadrati commensurabili, che sono della forma

n:

m,

e alcuni sporadici

esempi di rapporti che esprimono la media e ultima ragione. Per descrivere altri tipi di linee, oltre a quelle esprimibili, la strada pi naturale da seguire quella di generare altre linee sommando, sottraendo o applicando altre operazioni simili a coppie di linee esprimibili. Questa proprio la procedura che, secondo Fowler, viene seguita nel Libro X da Euclide, che partendo dalle linee esprimibili, costruisce linee mediane,

apotome e binomi. In questo disordine matematico, il Libro X, si colloca come


uno tra i pochi tentativi di ordine terminati con successo.

130

Parte III

APPENDICI
17

CRONOLOGIA DELLA MATEMATICA IN ETA' ANTICA


1850 a.C.  Con il Papiro di Mosca si ha un primo esempio di calcolo del volume di un tronco di piramide. 1650 a.C.  Con il Papiro di Rhind lo scrivano Ahmes presenta la prima approssimazione conosciuta del vere equazioni di primo grado.

a 3.16, il primo tentativo di quadratura

del cerchio utilizzando una sorta di `arcotangente' e mostra di saper risol-

585 a.C.  Spicca il losofo e matematico Talete di Mileto, al quale associato il ben noto teorema che porta il suo nome; inoltre, Proclo attribuisce a Talete anche cinque teoremi di geometria elementare: 1. Un cerchio diviso in due aree uguali da qualunque diametro 2. Gli angoli alla base di un triangolo isoscele sono uguali 3. In due rette che si taglino fra loro, gli angoli opposti al vertice sono uguali 4. Due triangoli sono uguali se hanno un lato e i due angoli adiacenti uguali 5. Un triangolo iscritto in una semicirconferenza rettangolo

530 a.C.  Pitagora e i suoi discepoli studiano la geometria e le vibrazioni delle corde della lira; scoprono inoltre anche l'irrazionalit di

2.

370 a.C.  Teeteto costruisce i solidi regolari (o solidi platonici); Eudosso utilizza il `metodo di esaustione' per determinare delle aree. 350 a.C.  Aristotele aronta la discussione sul ragionamento logico nell'Or-

ganon, ponendo le basi della logica classica.


335 a.C.  Eudemo da Rodi scrive la Storia della Geometria un'opera, purtroppo andata perduta, che un'indiscussa fonte di notizie. 300 a.C.  Euclide nei suoi Elementi studia la geometria come sistema assiomatico, dimostra l'innit dei numeri primi e presenta il ben noto `algoritmo di Euclide'. Nella Catoptrica enuncia la legge della riessione; inoltre, dimostra il Teorema Fondamentale dell'Aritmetica.

131

260 a.C.  Archimede nell'opera Sulla Misura del Cerchio calcola le prime due cifre decimali esatte di

mediante poligoni inscritti e circoscritti.

Nella Quadratura della Parabola calcola l'area di un segmento di parabola. Altre sue opere rilevanti sono Sulla sfera e sul cilindro, Sui conoidi e

sferoidi e Sui galleggianti.

240 a.C.  Eratostene usa il `crivello di Eratostene' per isolare i numeri primi dall'innit di numeri non primi, dimostrando inoltre che i numeri primi sono a loro volta inniti. Scrive Sulla misurazione della Terra.

225 a.C.  Apollonio di Perga scrive Sulle sezioni coniche, dando nome all'ellisse, alla parabola e all'iperbole. 75 d.C.  Erone di Alessandria realizza l'eolipila e molti altri congegni meccanici. Formula le leggi della riessione e la formula che esprime l'area di un triangolo in funzione dei suoi lati e del semiperimetro.

140 a.C.  Ipparco sviluppa le basi della trigonometria. 250 d.C. circa  Diofanto scrive Arithmetica, la prima trattazione sistematica dell'algebra. 320 d.C.  Pappo di Alessandria scrive la Collezione matematica in cui vi il Teorema dell'esagono, che viene posto come fondamento della moderna geometria proiettiva. La sua opera maggiore Synagoge, un compendio di matematica in otto volumi che tratta di geometria, matematica ricreativa, duplicazione del cubo, poligoni e poliedri.

390 d.C.  Teone di Alessandria redige varie edizioni commentate di opere matematiche e scientiche, tra cui gli Elementi di Euclide (grazie a cui quest'ultima fu sottratta all'oblio) e l'Almagesto di Tolomeo.

IV secolo d.C.  Proclo scrive il Commento al I libro degli Elementi di Eu-

clide, un'opera destinata ad essere una delle pi preziose per l'approfondimento della storia della matematica greca.

450 d.C.  Tsu Chung-chi calcola il

con sette cifre decimali.

132

18

STORIA DI COPERTINA

L'aresco La Scuola di Atene fu commissionato da papa Giulio II al pittore e architetto Raaello Sanzio, nel 1509; l'opera, che rappresenta un capolavoro nell'ambito del mito di Platone, oggi sita nella Stanza della Segnatura in Vaticano. Le identit di alcune gure dell'aresco, come Platone o Aristotele, sono certe. Ma gli studiosi sono in disaccordo su molte altre gure e, addirittura, alcune di esse hanno una doppia identit: sono sia loso antichi sia contemporanei di Raaello. La scena, in un alto e imponente edicio, dominata da Platone il quale tiene nella mano sinistra il Timeo, mentre con la mano destra  e precisamente con l'indice  indica l'alto; alla sua sinistra c' Aristotele, con in mano la sua

Etica, con il quale Platone aronta una vivace discussione pubblica.


Attorno a loro ed ad altri loso e matematici sono raccolti in gruppi i loro seguaci. All'estrema sinistra c' Epicuro, alle cui spalle presente Federico Gonzaga fanciullo. Al centro in primo piano c' Eraclito, con le sembianze di Michelangelo, che appoggia il gomito su un grande blocco, mentre all'estrema destra troviamo Euclide, con i tratti del Bramante, che disegna a terra. Il personaggio sulla destra di Eraclito Parmenide, mentre il personaggio a anco di quest'ultimo oggetto di discussione. Secondo quanto riportato da Michael Lahanas potrebbe trattarsi di Ipazia, una matematica di Alessandria d'Egitto del IV-V secolo; oppure di Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, nipote del papa Giulio II. Il personaggio notevole per essere l'unico con lo sguardo rivolto verso lo spettatore. Inne, i due giovani che si trovano all'estrema destra, in vesti contemporanee all'epoca della creazione dell'aresco, sono interpretati come gli autoritratti di Raaello stesso con l'amico e collega Sodoma. Nell'aresco, la geometria chiaramente rappresentata dal gruppo di persone sito nella parte anteriore destra; l'astronomia dietro di loro, dove il re ed il globo simboleggiano il contrasto tra l'astronomo Tolomeo e la dinastia dei sovrani macedeoni d'Egitto; la musica, invece, occupa il primo piano a sinistra, indicata da una tavoletta su cui inciso un sistema armonico; inne, alle loro spalle  a completare le discipline del quadrivio  l'aritmetica (forse meno facilmente identicabile).

133

134

Parte IV

BIBLIOGRAFIA
1. Vittorio Hsle: I fondamenti dell'aritmetica e della geometria in Platone, Vita e Pensiero, Milano, 1994 2. Proclo: Commento al I libro degli Elementi di Euclide, Giardini, Pisa, 1978 (prologo, pp. 25-85) 3. Domenico Massaro: Matematica e losoa in Platone - Seminario G.R.I.M., Universit di Palermo, 1996 - Quaderni di Ricerca in Didattica, n.7, 1997 (pp. 118-135) 4. Paolo Rossi: Dizionario di Filosoa, La Nuova Italia 5. David Herbert Fowler: The Mathematics of Plato's Academy. A new

reconstruction, Claredon Press, Oxford, 1987 6. Zeller E., Mondolfo R.: La losoa dei Greci nel suo sviluppo storico a cura di Margherita Isnardi Parente, parte II vol. III/1, Firenze 1974 7. Zeller E., Mondolfo R.: La losoa dei Greci nel suo sviluppo storico a cura di Margherita Isnardi Parente, parte II vol. III/2 Firenze 1974

135