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I l i OP E IRE

DEI DUE

FILOSTRATI
VOLGARIZZATE

DA V. LANCETT1

V o ta m e

H.

MILANO
DALLA TIPOGRAFIA D I PAOLO ANDREA MOLINA

Cow(ra<% a i 8 5 i.

, num. ! y56

PROEMIO
DE L T R A D U T T O R E

Quest* opera delle Vite de'SoGati sfug gita alia barbarie de' secoli di mezzo sommamente commendevole, s per la sua ingenuit e chiarezza, come per la giudiziosa critica che vi si & de' pi celebri professori d'eloquenza, e pei frammenti che ci ha serbati di varie loro orazioni. Ella riempie eziandio va rie lacune della storia letteraria de'pri mi tre secoli dell' era nostra, le quali senz' ssa vi rimarrebbero. Il Sinesio nella vita di Dione, lo Zonara nel se condo degli Annali, e sopra tutto il Suida, ci trasmisero testimonianze ed elogj di coteste V ite, raccolte dal giovin

PROEMIO

Filostrato. In due soli libri le ha egli ristrette, come si legge nella sua dedica, e non in quattro, come il Suida ha preteso, e le scrisse ai tempi di Ales sandro Severo, giacch nella vita di Eliano rammenta la morte di Eliogabalo, e in quella di Aspasio ( che il medesi mo Suida pone sotto l'impero di Ales sandro ) racconta egli stesso di averle scritte, mentre Aspasio era vecchio. L' arte sofstica ha lo stesso Filostrato nel suo proemio divisa in due classi, cio T antica e la moderna. La prima comincia da Gorgia e termina ad Iso crate. La seconda ha principio da Eschine e finisce in Aspasio. Ma la differenza che passa tra l'antica e la moderna, e che PAutore ha saggiamente avvertito, indusse il gran commentatore di l u i , l'erudito Oleario, a ripartir 1' opera in tre parti, nella prima delle quali si hanno le vite di que' filosofi, cui gli antichi applicarono il nome di sofisti, nella seconda quelle de' sofisti esercenti l'arte sofistica antica, e nella terza quelle

DEL TRADUTTORE.

de'professori della moderna. Questa di visione si da me pure seguita. Nessun dubbio pu nascere sulla fede storica di queste Vite. Filostrato cita pi volte i testimonj di quanto narra; scriveva in Ro m a , dove stavano i pi dotti uomini ; dedicava al primo magi strato dell'impero le sue Storie; ed era ancor giovine e della propria fama ge loso. Per ci Corse lasci di scrivere le vite di alcuni sofisti ch'ei pur conobbe; confessando egli stesso in quella di Aspa sio, che dell'altro Filostrato, di Nicagora e di Apsine ha taciuto, per es serne a mi co , e dicendo in quella di Nicete e di Damiano di avere esclusi dalla sua storia Aribarzane, Senofrone, Pitagora cirenaico, Sotero, Soso, Nicandro, Fedro, Giro e Filaca per non esserne degni. Ben vero per altro che alcuni ne ha registrati, quai sono Varo, Fenice ed Eliodoro, che per la stessa ragione poteano lasciarsi in obblio. Di queste Vite de'Sofisti non cono sco sinora verun volgarizzamento in

PROEMIO DEL TRADUTTORE,

alcuna delle lingue moderne, tranne qualche brevissimo brano, che qua e l s'incontra nella Dz/aM del Mazzoni. L essermivi io cimentato pel prim o, a malgrado di moltissime diffi colt, valgami di scusa agli errori in cui fossi caduto, se pu farsi luogo scuse in questa sorta di studj. La chiarezza , che io principalmente ho studiato di conservare nel mio vol garizzamento, mi dispensa dall'abbon dar nelle note, come agevolmente avrei potuto, parendomi il pi delle volte che bastino all' uopo i semplici rapidi cenni, cui mi sono limitato.

DI FLAVIO FDLOSTRATO
LE VITE

DEI SOF ISTI


/.ARA'/

INDICE DE'SOFISTI
DI CUI SEGUON LE VITE

LIBRO
PARTE

PRIMO.
PRIMA

cAe yuron cA/amafi

I. Eudosso. II. Leone. III. Diade. IV. Cameade.


PARTE

V. Fi!ostrato. VI. Teomnesto VII. Dione. V ili. Favorino.


S E C ON D A

IX. Gorgia. X. Protagora. XI. Ippia. XII. Prodico. XIII. Po!o.

XIV. Trasimaco. XV. Antifone. XVI. Crizia. XVII. Isocrate.

P A R T E TE RZA

XVIII. Eschne. XIX. Nicete. XX. Iseo. XXI. Scopeliano. XXII. Dionisio. LIBRO I. Erode. II. Teodoto. III. Aristocle. IV. Antioco. V. Aessandro. VI. Varo Pergeo. VII. Ermogene. V ili. Filagro. IX. Aristide. X. Adriano. XI. Cresto. XII. PoHuce. XIII. Pausania. XIV. Atenodoro. XV. Tolomeo. XVI. Erodiano. XVII. Ruffo.

XXIII. LoHiano. XXIV. Marco. XXV. Polemoae. XXVI. Secondo.

SECONDO. XVIII. Enomarco. XIX. ApoHonio da Naucrati. XX. ApoHonio ateniese. XXI. Pro!o. XXII. Fenice. XXIII. Damiano. XXIV. Antipatro. XXV. Ermocrate. XXVI. Eraclide. XXVII. Ippodromo. XXVIII. Varo di Laodicea. XXIX. Cirino. XXX. FUisco. XXXI. Eiano. XXXII. Eliodoro. XXXIII. Aspasio.

CMVMZB J^iVfCHVM ( r ) .

Coloro che aj^la RlpaoHa attesero, e il volgo chiam sofisti , e coloro ) Eziando ch^ pi pfopriamente goRsti < venperp detti, jjO in ; due Hbpi ;ho a te descritto^ ewttnr domi,pota la familiarit che tu hai, cd^ qt^!St*^rte, tu phe 3II4 ^irpe :dei soAsta ^gode appartieni (2), e richiamandomi alta jp^moria altres le -cose, che ^a in A&tiochja nei tempio di Apollo, Dafneo noi d^l.soEsti insien^e favellammo (3), No di
(') Non Antonino [Hodumen, ; conie ritenne H Veur^io, che te presenti Vite ha creduto scritte ai tempi di Macrino Au gusto, ma Antonio o Antonino Gordiano fu questi, che f a nn o aag deU' era nostra venne sostituito ne! consolato a Cassio Dio n e , regnando Alessandro Severo, sotto it quale vedemmo net proemio averte Fitostrato scritte. (a) Probabitmentie per parte di donne. Erode, come s! vedr, appartenne ad una famiglia cospicua, e fu arconte dette citt libere deli' Asia. (3) Come ne' tempi mqderni in pi luoghi si sostengono te tesi StosoRehe nette thiese , cos attora servivano i temp} atte

'4

tutti ho i genitori notato, ma soltanto di quelli che da chiara prosapia discesero ; imperocch mi son ricordato che Cuiaia, soRsta egli pure, iacendo menzion de'pa renti ( 1), nessun altro, fuori che Omero, cit, giudicando egli che meritasse di es sere trasmesso* alla n% em ofi& de' psteri cme ad Omehy fu padre u Aumte (2). l tre a ei poc giova al deio d'imparale H Hnoscfe accuratamente il padre e la! nldre dell'uno o dell'altro, e pi non a^e#ae le virt ed i vizj, n quanto retta mente i contrario operasse, sia a caso, 9!& deliberatamente^ Codesto studio, o ec^ellenti&simo Console, te pure allevlera dalle iatiche dell'animo, come gi la tazza d'Elena alleviava dalle medicine egizie. Statti sano, o principe delle Muse.
radunante dei dotti, come ai & notato neMa Vita di ApoHonio, e sinanoo aHe lezioni de* giovinetti, come aeHa Vita di Ippo dromo si rilever usarsi in Smirne dat maestro Megistia. ([) Da questo passo deducesi avere Crizta scritto le Vite di alcuni uomini iUustri. Noi per non ne trovammo pur cenno presso nessun atro scrittore. (2 ) Aft/e; chiamavas! i! Hnme, e perci JMf&Mgewe iu detto Onero da taciti.

PROEM IO.

L antica arte de'sofisti va chiamata una rettorica so&nte, per la ragione eh* ella sUol disputare delle cose medesime, di che disputano i fHosoB. QueQo per che i 6losoC con tutte !e Loro sottili interrogazioncelle, e coPaggiugnere alcun che per ischiarire di quando in quando la materia sulla quale interrogavano ( t ) , dicevano di non intendere (a)) 1' antico soBsta all' incontro dichiara di interamente conoscere. Quindi usa di proemiare i suoi
(t) Tale era il metodo di Zenone, di Socrate, ec. , ! quali a (orza di interrogazioni, 1' ana derivante dall' altra, si riducevan ad una ben dedotta conseguenza, come si pu rilevare dalle opere d! Platone, di Senofonte, ecc. (3 ) Socrate, sopra gli altri, a forza di dire che nuli* altro sapeva che di nulla sapere, usava tanto interrogare, e con tanta sagacit , che ne risultava quel vero, di cui era suscettibile 1' oggetto in questione.

16 jt !n

PROEMIO oppure: m'e^^e < 9 Mcuro per /'uomo. H

discorsi in questo modo : to M, to conoico ; ovvero : :o qua! genere di esordio d aH' orazione certo carattere di ingenuit, spira Sducia a chi ascolta, e mostra una chiara inteHigenza dell' oggetto. E il costume de' 61oso6 somigliantissimo a quell' umano vaticinare che gii Egizj ed i Caldei, e prima di essi g!i Indiani, istituirono, trovando ogni cosa nelle case degli astri. La soSstica in vece nasce da una divinazione ispirata e dagli oracoli. Conviene udire i! Pitio a pronunziare:
/ / HMr MMww e wMMwv Ze arene (t)y

ovvero : iMocrnK o quest^ altro: Ow(a

?eg<!0 a le, 3%MMrw,

Z'a&wo G w c cowce4" (a);

j&Mtone e JVew/t pare /e H M M % rt (3) /

e pi altre siffatte parole, ch'egli alla maniera de' soSsti profer (4). L 'antica SoSstica pertanto, anche in trat(t) L'intero oracolo, di cui questo verso fa parte, si trova ne! primo libro di Erodoto. (s) E questo pure & in Erodoto nel !ib. vtt, e fo rammen tano Cornelio Nepote netta vita di Temistocle, e Massimo tirio nella disserta:, m. (5) Svetonio nella vita di Nerone fa cenno di questa satira, cui quel principe non dava retta. (4) Cio affermando e sentenziando, come i sofisti usano, e non proponendo o interrogando, come usano i filosofi.

PROEMIO

!?

tando argomenti 6!oso6ci, soleva maneggiarti pi largamente^ imperciocch disputava della fortezza, ed anche de!!a giustizia degli eroi e degli id d j, ed eziandio del modo col quale il mondo ebbe forma. Ma la Sofstica presente^ che a quella prima successe, e che bisogna non chiamar nuova, essendo antica essa pure, ma seconda, ha tolto a dipingere i ricchi ed i poveri, gli ottimati e i tiranni, e le cause finite (t), di cui la storia tien conto. Il principato della SoEstica antica ottenne in Tessaglia Gorgia leontino; quello della seconda Eschine, Sgliuol di A trom eto, dappoi che cess dall* amministrar la re pubblica, e and a vivere in Caria ed in Rodi (a). I di scepoli di Eschine per trattavano le cause secondo i precetti deli* arte, ed i seguaci di Gorgia come vien viene. L'origine delle aringhe estemporanee dicono per che da Pericle sia derivata (il quale ebbe concetto di gran parlatore ) , altri dice da Pitone bizantino (3), cui sola mente si vuole che fra gli Ateniesi possa contrapporsi Demostene , tanta era la franchezza, e l ' esuberante piena del suo aringare. Avvi nondimeno chi difende es sere la estemporanea orazione qna invenzione di Eschf(t) Quelle cio, nelle quali t'argomento non &dubbio, o non si presenta sotto due aspetti. Veggasi in proposito il terzo libro di Quintiliano. (9 ) Di questi si trover pi innanzi la vita. (3) Di Pitone & parlato di nuovo nella vita di Iseo. f/MuriMr; , & M M . //. 9

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PROEMIO

n e , essendo stato egli che navigando a Rodi presso Mausolo di Caria, !ui con improvviso discorso lod. A me pare assolutamente che &a tntti i mortali Eschine esercitasse questo genere d^ parlare al!' improvviso, sa quando partiva per qualche legazione, sa quando al ritorno ne dava conto, sia nel trattar cause, sa ne! par lare a! popolo ; ma che vo!!e soltanto lasciare dopo d s le orazioni, che avea stese in iscritto, per non parere d troppo dilungarsi dalla opinione d Dem ostene, cio che della estemporanea aringa fosse autor Gorgia. Quand ' egli in fatti s present ne! teatro d'A tene, e che os dir : Proponete ; fu veramente i! primo a professare di esporsi a cota! cimento, mostrando di saper tutto, e d compromettersi di parlare al!' istante su qua!unque subbetto (t). Ta! cosa per a Got^gia venne in pensiero in questa occasione. Prodco da Cho (a) avea composta una leggiadra favola, dove la Virt e la Volutt adorne d vesti femminili stavano intomo ad E rcole, questa per con doppiezza ed astuzia, l ' altra rozza ed nornata, ed offerivano ad Ercole ancor fanciullo quella ozio e morbidezze, questa pallidezza e disagi (3). E per dir (') HrtBM M Mi CMHs GoygM M pascere yuaMifo/AM,

scrive pur Cicerone nei secondo libro FYnMtM. (9 ) Di tu i pure si ha !a vita pi innanzi. (3) L' Ereo! e di Prodico ricordato da Cicerone ne! primo degli e da pi altri. Un beHissimo componimento dram matico ne scrisse l ' immorta! Metastasio, che h a/

PROEMIO

,9

tutto in una parola, Prodico andava declamando in torno mercenariamente cotesta favola, ampliandola in pi parole, allettando i paesi e le genti, alla foggia di Orfeo e di Tamiri $ laonde sal in molta stima presso i Tehani, ed in maggiore presso i Lacedemoni, com'ppmo che tali esempi narrava per istruzione della giovent. Ma Gorgia, rimproverando Prodico del suo continuo ripetere le stesse cose, diessi egli pure al parlare im provviso $ e quindi non and nemmen egli esente dalla invidia. Stava in Atene certo Cherefonte, non quegli che la commedia chiam giaHogno&) ( t) , perch questi pel suo eccessivo vegliare era anzi soggetto alle inBammazioni ^ ma quel, di cui parlo, esercitavasi in ci per modo, che gli altri con petulanza insultava, e con somma im prudenza mordeva. Questo Cherefonte celiando sopra uno dei discorsi improvvisi di Gorgia: ZhmnM, o Gorgia, gli chiese, per <yu<t/ cagtone /e ,/ye gow/tano # yenfre, e now go/^MO yboco 7 Ma egli, senza punto alterarsi a rispose, &Mc)c&e f* tZ siffatta dimanda:

cowy^er! ; non oggf per cAe to M cAa /a terra produce /e ^erg/te per cota/ razzo J'Mom&M. Gli Ateniesi, tosto che si accorsero della furberia de' sofisti, ordinarono che fossero banditi dal foro, come coloro che una i"i(') La Commedia di Aristofane intitolata i e n w o /e , dove tra gli attori & Cherefonte, famigliare di Socrate.

PROEMIO

qua causa facevano trionfar d'una giusta, e troppo va levano spra il diritto (:). O nd' , che tanto Eschine quanto Demostene se ne rinfacciarono a vicenda, non gi perch ci fosse nna malvagit, ma s per tentar d rendere l'u n a!tro sospetto ai giudici; in privato per andavan superbi di essere sotto quel nome ammirati. Anzi Demostene gloriavasi presso i suoi famigliari di avere strascinato nei sso parere i voti de'giudici contra Eschine. A!l'incontro Eschine, quando fu a Rodi, dove avrebbe potuto far come altrove, non diede, per quanto parm i, la preferenza a un ctal mtodo, ne! quale non si sarebbe pure esercitato se prima non avesse dato opera in Atene a siffatti studj. Gli antichi adunque chiamaron sofisti non quelli soltanto , che avessero in aringaruna vote eccellente e riuscissero chiari, ma altres que' BlosoS, che un torrente di parole adopera vano nel discorso. Di questi dapprima necessario nar rare , giacch , sebbene sofisti realmente non fossero, tali per apparivano, e il nome essi pur ne portavano.
(t) E i Romani eziandio dannavano press'a poco per !e stesse ragioni l'arte retorica, si ne! consolato di Fannio Strabone e di Valerio Messala, come in queHo di Domizio Enobarbo e di Licinio Crasso. Vedi Svetonio de! libro De c/or. , e vedi ci che dei retorici scrisse parimenti !' incontentabile Sesto Empirico.

PARTE PRIMA
FILO SOFI VOLGARMENTE CHIAMATI SOFISTI

I. EU DOSSO (!).

^Jn Eudosso adunque d Gnido, mentre attendeva con tutto P animo atta RtosoSa accademica, venne posto ne! numero de' soSsti pe! suo Sorto partare, e per H pregio di Bortamente parlare atP improvviso. E degno detta denominazion di soBsta venne tenuto s netP Etlesponto, netta Propontide, ed a MemR, come in quetta parte dett'Egitto, che at d t di MemC s estende, alta quate conBna P Etiopia, e dove abitano i sapienti, cio i GinnosoSsti (a).
(t) Dei vatj Endossi che si conoscono, due nacquero in Gni do , 1' un de' qua!! fu medico , 1' a!tro che il qui registrato, & filosofo e medico. Visse questi ai tempi di Piatone, del quale fa anche discepolo. Ne padano Suida , Plutarco , Strabone, e pi di tutti Diogene Laerzio nel !ib. vm. (9 ) Dice Strabone, che Eudosso accompagn Platone ne!

VITE DEI SOFISTI


H. LEONE. Leone da Bizanzio da giovine Ri discepolo di Pia tone ; giunto per all' et virile venne chiamato soBsta, a cagione della variet del parlar su o , e per la forza di persuadere che era nelle sue risposte. Imperocch presentatosi a Filippo, il qua! preparava una spedizione contra Bizanzio, cos gli disse : Dimmi, o Filippo, qua! ragione ti muove a disporre tal guerra ? E risponden dogli egli : Perch la tua patria, che bellissima fra le citt, mi ha invaghito di !e i, e perci alla porta della mia bella voglio recarmi $ Leone soggiunse tosto : Non vanno alla porta della bella armati d spada coloro che degni sono di essere amati ; e gli amanti non hanno bisogno di atromenti guerreschi, ma di musicali. E cos Leone con poche parole a Fitippo dirette liber Bizan zio , mentre Demostene ne adoper moltissime con gli Ateniesi (t). Mandato lo stesso Leone oratore ad Ate ne , !a citt gi da gran tempo era in preda alle civili discordie, e la repubblica amministravsi senz' ordin
viaggio di Egitto ; e Laerzio scrive che ebbe un colloquio con !conuR gran sacerdote di Eliopoli. De' ginnosofsti si Citta am pia menzione nella vita d! Apollonio Tianeo. (r) Poche e spiritose parole di Leone bastarono a salvare Bi zanzio dalla ambizione di Filippo, mentre Demostene ebbe tanto a fare per persuader gli Ateniesi a difendersi contra lo stesso Filippo.

LIBRO I.

a3

di leggi. Condotto al!' udienza, !a forma del suo corpo diede abbondante materia di riso, atteso che era grasso e di ventre assai rilevato. Non turbossene per egli, e : Di che ridete, o Ateniesi? disse loro; forse perch sono s pingue e di tanta mole ? sappiate che !a mia moglie pi grassa di me, eppure, quando noi siamo in pace uno stesso letticciuolo ci cape am bedue, laddove se siamo discordi la intera casa non ci basta. In tal modo il popolo ateniese si ravvide, e si raHorz per la con cordia restituitagli da L eone, che seppe con prudenza e a norma delle circostanze far uso. de' suoi motti im provvisi.
IH .

D IA D E . Diade sicuramente efesio trasse i principi della SlosoEa dall'Accademia, e per ci appunto venne in cre dito di soEsta. Vedendo egli che Filippo su i Greci ag gravava , lo indusse a rivolgersi contro l ' A sia, e con suo discorso persuase ai Greci che lor gioverebbe il se guirlo in quella spedizione ( i) , dicendo: Bello essere il servir fu o ri, ove trattisi di salvare la libert della patria.
(t) Capitan generale di tutta la Grecia fu allora Filippo.

VITE DEI SOFISTI


!V .

CARNBADE

(<).

Anche l'ateniese Cameade annoverato fra ! sofisti. FilosoSca era la maniera sua di pensare, ma spinse la Io n a dell' aringare a somma gravit.
V.

F IL O S T R A T O

(a).

a me parimenti noto un Flostrato egiziano, il quale filosofo con la regina C leopatra, e fu appellato sofista. Imperocch si volt al panegirico, ed al variato genere di parlare, conversando con tal do n n a, la quale con vert essa pure !o studio delle lettere in licenza di co stumi. O nd' th alcuni gli applicarono il seguente epi gramma :
<AaMi saMo , 7%Miraio , CAe a C/eopafnt va: C // ngaa/t a /ei per wJofe pratcegRe ^ sa/ (3). (t) Plinio, Eiiano, Diogene Laerzio, Cicerone, ec. celebrano 1' eloquenza d! questo sapiente. ( 3 ) Di costui parla tra gli altri Plutarco neHa vita di Antonio. (3) Questi versi sono una parodia di alcuni di Teognide. L'a cume di essi sta nel doppio senso deHe parole. Io ho tentato di conservarlo, secondo la natura della ma lingua.

LIBRO I.
YI.

TEOMNESTO.
Per la ragion medesima di sapere ben contornare i discorsi, a lta c a sse de'sofisti 6i ascritto anche Teomnesto da N ancrati, che filosofava pubblicamente. VI.

D IO N E (t).
I. Ma non so qual nome dare a Dione da P rusia, essendo egli stato egregio in ogni cosa. Imperocch ri spetto alla facolt dell' aringare, pu dirsi ch'ei fosse il corno d'Amaltea, s ricco era di elegantissime sen tenze; ed imitava il sonoro parlare di Platone e di De mostene , ai quali colla voce sua face e c o , come il bi( t) A Sinesio che dottamente scrisse la vita d! Dione, questa che Filostrato ne fece non va troppo a sangue. Ma noi non ci fermeremo sulle discrepanze dei due biografi per non ingolfare! inutilmente in lunghe g estio n i. Avvertiremo soltanto, che que sto Dione da Pfusia fu soprannomato CfMOdomo a cagione della sua eloquenza, che le di lui opere giunsero sino a n o i , che la prima edizione di esse di Milano de! !4?6 in foL, e la mi gliore di Parigi del :6o4, pure in fol. ; e che oltre 8 0 orazioni, nelle quali incontransi frequenti tratti eloquentissimi, contengono nn Trattato dei doveri de' sovrani, che ua capo d'opera di facondia e di senno.

36

VITE DEI SOFISTI

schero suHe c e tre , che ne rende il suono semplice ed esatto. Ottima a! tre s netta orazion di Dione ta tem peratura de* costumi. Perocch spesse volte rimpro verando te citt ferocemente discordi fra to ro , non riusc n insultante , n severo , ma ta ferocia ne dom pi co! freno, cornei cavatti, che cotta frusta.Lodando poi te citt dirette d a ottime teggi, fece s che non avessero a insuperbire , ma invece considerassero, che cambiando metodo sarebbe un rovinarsi. In ogni attra parte detta BtosoBa parim enti, ta indote di tui non era de! genere volgare, n simulata, ma vi attendeva pon deratamente , temperandola per col condimento di una apparente leggerezza. Quanto poi fosse atto a scri ver? ta storia ne fanno pruova i suoi Gei/ct. Aveva egti viaggiato fra i Geti (t), attora quando ebbe ad errare qua e l tontan dalla patria. N mancano di pregio o il suo Sermone eu&tMco, o l ' Rog/o JeZ pappaga//o , o qua lunque altro de' meno serj opuscoli da Dione composti, ma degnissimi sono detl' ingegno di un soBsta ; giacch i! metter mano anche in tal sorta di scritti appartiene al soBsta. II. Contemporaneo di Apollonio Tianeo e di Eufrate da T iro , BtosoB, us con essi famigtiarmente (a), beqch fossero que'due vicendevolmente nemici in una maniera aflatto indegna della BtosoSa. La sua andata ai Geti non voglio io per chiamare un esiglio, giacch non fu costretto da verun decreto a fuggire; n !o chia(') Ora JVbMaw.
(3 ) Ricorrasi H quinto libro deHa vita di ApoHonio in questo proposito.

LIBRO I.

iy

mer un viaggio, perocch disparve nascostamente, sot traendosi agli occhi ed agli orecchi degli nom ini, di portandosi in diverse maniere ne'diversi paesi, pe! ti more di coloro che tenevano l ' imperio di Rom a, dai quali era stata bandita ogni sorta di 6!oso6a (t). Or se minando !a te rra , o tagliando alberi, ora cavando acqua ad uso di bagni, o d'inafHar gli orti, ora pi al tri rozzi mestieri facendo per guadagnarsi il vitto, non perci neglesse !o studio delle lettere, ma con due li bretti per tutto quel tempo si and confortando. Erano questi il Fedone di Platone, e la orazione di Demostene sulla falsa ambasceria. Quando poi frequent gli accam pamenti, dove soleva attendere a meschini lavori, e os serv i soldati per la morte di Domiziano inclinati a far novit, stim non dover egli rimanersene indifler e n te , soprattutto quando gi vide scoppiato il tumul to , ma sedutosi nudo sopra un'alta ara, in questo modo il suo parlar cominci:
/ Mot sfnMci ipog/A f accorK) t W w (a):

Le quali parole da lui dette , e palesato n&n esser egli un m endico, n qual essi il credevano , ma Dione fi losofo , con molto vigore 1' accusa del tiranno stabil, e mostr che i soldati con saviezza operavano facendo cosa che piaciuta sarebbe ai Romani. L 'arte sua di persuadere tale era di fatto, che quei pure vinceva, che di greca favella poco o nulla sapevano (3). Perci l'im(') (a) (3) vedr Erano ! tempi di Dominano. i! primo verso de! Hbro u n detta Odissea. Lo stesso merito ebbero Favorino ed Adriano, come si in appresso.

28

VITE DEI SOFISTI

pradore di Roma, Traiano, !o ricevette nell'aureo coc chio , nel quale tratti sono gli im peratori quando trion fano delle eseguite battaglie ( i) , e ad ogni istante a Dione volgendosi gii dicea : Non so quello che tu ne pensi, ma ti dico che io ti amo quanto me stesso. Nelle orazioni di Dione incontransi varii modi di genere in teramente sofstico; ma bench frequente uso ei ne faccia, 1' orazione per magnifica e adatta all* oggetto di cui parla.

Vili.
F A V O R IN O (t).

I. Anche il filosofo Favorino si rese celebre fra i so fisti per la sua eloquenza. Era egli del paese de' Galati occidentali, della citt di Arles , fabbricata sulle rive del Rodano. Nacque ermafrodito, cio composto del sesso cos maschile che femminino; e ci dallo stesso suo volto appariva, perch rimase imberbe anche in vecchiezza (3). Ci pare la voce sua manifestava, la quale era acuta , disarmonica e Sacca , come sogliono per natura averla gli eunuchi. Ardea per s fattamente
(<) Ci parimenti raccontano Snida e Fozio, ec. (a) Lo rammentano con !ode lo Snida, Aulo Gellio, Luciano, il nostro Filostrato in pi altri luoghi di queste vite, e tra mo derni il Vossio principalmente, e il lonsio, e il Tillemont, ec. (5) Luciano nel DemoHaMe ne trasse argomento di molte fa cezie , ed anche nell* JShnKCC.

UBRO I.

39

de! fuoco di venere, che un uomo consolare scriven dogli il tacci di adultero. II. In una questione eh' egU eM)e eoli' imperadore A driano, nessuna molestia sofferse. Laonde tre cose diceva essere *da ammirarsi in lu i, cio&, che un gallo parlasse greco : che un eunuco fosse accusato di adul terio : e che avesse contrastato con l ' imperadore senza suo danno. Ma ci ridonda anzi a lode di Adriano, che essendo imperadore volle disputare da pan a pari con uno , cui poteva dar morte (i).
QtMwJo t/ co/ mtor *< aA ra (a)

se giunge a temprare il suo sdegno allora vittorioso , perch


Z M wpretwo acer ia ^ y /ra (5)

ove la ragion non la freni. Giova coteste massime ap poggiare alle sentenze de' po eti, i quali studiansi di emendare i costumi de' principi. Allora poi che venne egli scelto pontefice della religion della patria, decret giusta le leggi a ci relative, che chiunque professasse filosofia venisse esentato dai carichi. Vedendo adun(t) Tanto pi singolare la mansuetudine di Adriano vrso Favorino , quanto pi facile era quel principe a torsi dagli oc chi chi !o superava in alcun' arte , di ch& egli pretendesse il primato. E ben rispose da poi Favorino medesimo ad alcuni am ici, che !o incoraggiavano a ribattere una parola indebitamente usata dall' imperatore : come volete che io mi creda pi dotto di uno che ha trenta legioni al suo comando? Questo aneddoto racconta Sparziano nella vita di quel principe. (a) Omero , Iliade r !ib. ! , trad. di Monti. (3) I v i , lib. .

3o

VITE DEI SOFISTI

qae Favorino che l 'imperadore con ta! decreto mirava a sentenziar contra !ui, come se eg!i non fosse $!osofb, in questo modo a ano favor !o rivolse: " I o , g!i d i;se , H ho fatto nn sogno, o imperadore, che a te pur debbo * esporre. Emmi apparso il mio maestro D ione, e de! w tno decreto ponendomi in avvertenza mi ha detto che * noi non nasciamo so!tanto per noi medesimi, ma altres " per !a patria. Io pertanto, o imperadore, quest* ob* bligo accetto, e a! mio precettore ubbidisco". In siffatti trattenimenti soleva ! 'imperadore ingannare i! tem p o , e a!!eviarsi da!!e pubMiche c u re , volgendo !'animo ai soSsti ad ai 6!oso6. III. Ma g!i Ateniesi lo ebbero in esecrazione. P e rocch un giorno accorsero in folla, e massimamente quelli che investiti erano di a!cuna magistratura in A tene, ed atterrarono !a statua di bronzo di Favorino, non altrimenti che se foss* eg!i il pi acerbo nemico dell' imperadore. Lo che venuto a sua cognizione, non ebbelo a m a!e, n del!a sofferta ingiuria sdegnossi, ma soltanto disse: Cos avessero fatto gli Ateniesi con a Socrate, rompendone !a statua di bronzo, anzi che M forzandolo a bevere !a cicuta! H Fu egli assai famigUare de! soSsta E rode, che i! teneva in conto di mae stro e di p a d re , e g!i scriveva : * Dove ti vedr io ? e " qnando bacer !a tua bocca? ^ perci venuto a morte lasci ad Erode i libri e la casa che aveva a R om a, non che il suo Autolicito, che era un Indiano, di co lor nero, carissimo s ad Erode che a Favorino. Co stui mentr' essi pranzavano !i divertiva co! parlar suo misto di indiano e d greco, e coi tanti barbarismi

LIBRO I. 3t eh' et commetteva con qoeHa errante sma lngua. La lite poi che Favorino ebbe con Polemone, ebbe prin cipio nella Io n ia , e gii Efesj ne presero p a rte , coi fa vorire il prim o, mentre Smirne era trasecolata d Po!emone ; a Roma per si fece pi rilevante (t). Perch g!i nomini consolari e i Bgli loro , parte lodavano i nno, parte esaltavano 1' altro , dando ansa alla emulazione di entrambi, la quale anche Ira i sapienti spesse volte accende guerra , giacch l ' umano ingegno che all'emolazion si abbandona non va soggetto a vecchiaia (a). Quindi &, che degni sono essi di perdono, salvo il rimprovero che meritano per le invettive che l'nn con tro l'altro vibraronsi. Le ingiurie senza lcnn riguardo sparse, ancor che vere , non assolvono dalla ignominia nemmeno coloro da cni si scagliano. A coloro pertanto, che danno a Favorino il nome d soSsta, bastevole prnova che il fosse questa sua controversia avnta con un soSsta ; attesoch 1' emulazione test rammentata suole appunto incontrarsi ne' professori d cotest'arte. IV. Il favellar su o , che ricco era d emdizione e d b r io , sapeva accomodare ad una certa scioltezza di esprimersi. Dicesi che anche nel parlare all'improvviso fosse paragonabile .all' impeto di un rapido 6ume. Le orazioni per contra Prosseno n scrisse Favorino , a mio avviso, n immagin pare ; ma le credo aborto di nn giovinastro ubbriaco, o a meglio dir vomitante. L'o( j ) Se ne parta di nuovo netta vita di Polemone. (a) sentenza di Tucidide che le emulazioni non invecchiano mai.

33

VITE DEI SOFISTI

razione poi iR co&M cAw wor troppo pre^fo ; e quelle che fece pai g^oJMtort a p a '^ g w i, !e reputiamo di ugual merito e bene composte, e molto pi le sue ch*^ertazMn!^/o*o/!<}Ae, tra cui principalmente le parom e; imperocch , selAene i pirronisti non assentano mai , pure non rifiuta loro la facolt di trattare le cause fo rensi. M entr' egli fu maestro in Roma, dappertutto si attendeva allo studio delle lettere ; e dicasi per la ve r it , coloro eziandio che della greca lingua erano ignari prendean diletto in udirlo. Bello era il suono della sua pronunzia, l'espression del suo volto, la modu lazione della voce. Bello anche il tono suo declamatoria, -che gli uditori chiamavano il c a n to , ma che era una soverchia arte per piacere, giacch anche col declamare si camta. Si pretende eh' egli avesse udito Dione , ma egli nc era s distante, quanto ogn'altro che non l'avesse udito mai: Fin qui ho sctto de' professori di filosofia, che nella sofistica ottennero fama. Quelli per che propria mente ebbero nome di sofisti furono i seguenti.

PARTE SECONDA
PROFESSORI DELLA SOFISTICA ANTICA

IX .

GORGIA (t).
I . J l paese de' Leontini ih Sicilia diede il natale a G orgia, a! quale noi reputiamo aversi ad attribuire , come a padre de' sofisti, P a rte che questi professano. Im perocch, se in s gran pregio si tiene EschMo per aver tanto aggiunto a!!a tragedia, ornandola del manto e deli' aito co tu rn o , ed alle persone degli eroi e de* nuoci, e di quelli che di dentro accennano i gesti) e per avere indicato ci che va fatto dietro la scena ; cosi , dobbiamo riguardar Gorgia qual primo tra i pfo(t) S conosciuto e celebre questo nome presso gii antichi ed i moderni , che scrissero del)'arte oratoria , che lo stimo af fatto inutile di ulteriori illustrazioni, bastandomi di avvertire che il sig. di Burigny nella sua stria di Sicilia & forse quegli che ne ha tessuto pi esattamente la Storia.
.f/nM rn^rf
3

Tom. / f .

34 VITE DE! SOFISTI fessoti dell' arte s n a , perch &t eg!! che insegn ai so* fsti il promovere 4 e controversie ne* discorsi ; e perch fu mirabile parlatore, e vivace e di magniSco stile ne' grandi argomenti ; come anche per avervi introdotto !e divisioni ed i raccozzam eli de!!e parti, per cui l 'o r a zione diventa straordinaria s per sublimit che per allet tamento. Egli ornavala eziandio di sentenze poetiche, dandole con ci grazia e importanza. Come poi aringasse all' improvviso con somma facilit, io l ' ho fatto osser vare ne! he! principio di questo trattato. Non dee per tanto sorprendere, che insegnando egli in Atene gi carico d 'a n n i, ottenesse !' ammirazione dei pi ; pe rocch sapeva, per quanto mi n o to , tenere da!!a sua voce sospesi i dottissimi Crizia ed Alcibiade, giovinetti, Tucidide e Pericle (t) gi verso !a vecchiezza piegati. Aggiungasi che Agatone poeta tragico, cui Marte dram matica accorda sapienza ed eleganza, non fece che imi tar Gorgia co* suoi versi jambici. II. Anche nelle solenni assemblee de' Greci si rese illustre , recitando dall' ara unn orazione pitica, a cagion della quale eretta gli venne una statua d' oro nel tempio di Pitio. Cos pure l ' orazione olimpica fu da lui composta con sagacissima civile prudenza, trattando in essa di sommi interessi. E quando osserv che i Greci erano fra loro divisi, )i persuase alla concordia, inci(') Sa Gorgia and in Atene l'anno secondo della ottantesima ottava olimpiade, come scrive Diodoro Siculo nel lib. v t, come poteva essere udito da Pericle, morto di contagio due anni prima? Probabilmente Diodoro s' ingann.

LIBRO I

35

tandoli contro ai baabari, persuadendoli persino ad isti tuire qual premio del valor militare non solo la citta dinanza reciproca delle citt lo ro , ma quella altres delle citt de' barbari. Recit parimenti in Atene l ' ora zione funebre in onor di *coloro , che erano morti in guerra, e che gli Ateniesi onorar vollero di pubblica sepoltura e di elogj ( i ) , e la compose con egregio ar tifizio. Quando p o i, volendo istigar gli Ateniesi contro i Medi e i Persiani, mirava a quello scopo medesimo che si era prefsso nella orazione olimpica, nulla tocc della concordia fra i G reci, perch inutil era con gli Ateniesi, i quali aspiravano al principato, cui non avrebbero potuto conseguire, se prima non si convin cevano che bisognava tentare qualche ardita impresa. Molto si trattenne ad encomiare i trofei de' M edi, mo strando che i trofei dalle genti barbare riportati degni erano di in n i, quelli riportati dai Greci di lagrime. III. Dicesi che Gorgia sia arrivato al centesimo ottavo anno di e t , senza che la vecchiezza lo avesse abbat tuto , e che mor in istato di perfetta salute, e coi sensi spiranti vigor giovanile.
X.

PROTAGORA

(2).

Protagora di Abdera fu sofista egli p u re , e scolaro


(!) Frequente argomento all'eloquenza greca fu il panegrico de' morti alte battaglie di Salamina e di Maratona. (a) Anche Laerzio ne scrisse la vita, dalla quale prese poscia Suida quanto egli pure ne espose.

36

VITE DEI SOFISTI

in sua patria di Democrito. Molta intimit ebbe co! magi persiani al tempo che Serse invase la Grecia; im perocch ebbe per padre M eandro, il quale ricchissimo e r a , pi che non sogliono essere i Traci per la mag gior parte. Accogliendo egli Serse in sua casa , e re galandolo , ottenne da lui che il fgliuol suo potesse conversare co' mgi, giacch i magi della Persia non usano insegnare ad alcuno , che non sia persiano, a meno che il re noi comandi (:). Ci che Protagora susurrava intorno allo star dubbioso se vr fossero o non vi fossero Dei, pare a me che procedesse dall' empia 6!oso&a persiana, imperocch ben vero che i magi riferiscono agli Iddii quanto essi operano occuttamente, ma vietano ogni pubbico culto de' n um i, non volendo parere che tutta la virt loro dai numi provenga^ Fu senza dubbio per questa cagione eh' egli venne dagli Ateniesi espulso da tutta l'Attica o fors' anco, secon do alcuni, condannato ; ovvero, come ad altri paruto, per concorso di sentenze, ma senza determinata cagione. Mentre dall' Epiro traghettava per le isole, venutQ jn timore delle triremi degli Ateniesi, che co privano il mare, ridottosi in piccola barchetta , rest sommerso. F u egli il primo che introdusse lo insegnar per m ercede, e quindi 1' autor primo di un u so , che non si deve rimproverare ai Greci ; tanto pi che que gli studii che noi ci procacciamo spendendo , pi at tentamente seguiamo che quelli che nulla cofano. Del
(t) Riveggasi in questo proposito quanto detto nella vita di ApoHonio.

LIBRO I.

3y

resto Piatone riconobbe che l'elocuzion di Protagora era notabile per gravit, ma aggiunse che con tutta la sua gravit riusc negligente, per Io pi troppo ver boso e prolisso, e il suo stile rassomigliarsi a quello di una lunga novella.
X I.

IPPIA

(<).

Ippia, sofista di Elea, fu di tal memoria dotato, an che essendo vecchio, che uditi una volta cinquanta nomi li ripeteva nell'ordin medesimo nel quale li udiva. Nelle sue dispute poi mischi geometria , astronomia , musica , e giuochi di parole. Aring parimenti di pit tu ra e d' arte statuaria ; ma di ci ( com'egli diceva ) si parler altrove: a Sparta si dee favellare dei varj si stemi de' governi, di colonie, di opere pubbliche, per ch gli Spartani aspirando al principato, amavano cotal genere di discorsi. Il suo TTroico poi anzi un dia logo che un' orazione ; perch Nestore all* assedio di Troia insegna a Neottolemo, fgliuol di Achille, ci che uno debba fare, onde sia tenuto per uomo buono e for te. Andato in legazione pi spesso di qualsivoglia altro greco, n o n iscem in verun luogo la sua gloria, n concionando, n disputando. Raccolse quindi buona
(t) Singoiar menzione di Ippia lasciarono Platone, Luciano, e Cicerone tra gli antichi. Pare che dal primo abbia Filostrato raccolto ci che qui ne scrive.

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V ITE DEI SO FISTI

quantit di d an aro , e venne ascritto. alle ^rib s delle grandi che delle piccole citt ; e fa appunto per amor di guadagno ahe and anche ad In ic o , ed in favore di codesti abitatori di un villaggio di Sicilia, che Pia tone mise Ippia alle strette. Essendo poi grandissima la fama di lui anche in altri tem pi, egli nella variata e ben condotta orazione che disse in O lim pia, l ' intera Gre cia palp. Non secco ma abbondante fu lo stile s u o , tenendo una maniera naturale di parlare , e rarissima mente ricorrendo ai modi poetici.
X II.

PRODICO. Tanta fu la celebrit di Prodico da Ceo per la sua erudizione, che Senofonte, fgliuol di Grillo, trovandosi prigioniero in Beozia ( t ) , diede in pegno la propria persona, pel piacere di udirlo a discorrere: quando and legato ad A ten e, e che al senato si present, vennevi giudicato per uomo pi di tutti capace a trat tare gli affari, sebbene fosse di orecchio un po' d u ro , e avesse voce alquanto aspra. Egli andava a caccia di nobilissimi giovani, appartenenti alle pi ricche fam glie , e pagava sin anche i mezzani di cotesta sua cac ciagione ; essendo egli avido di danaro, e dedito ai piaceri. Quella orazione di Prodico , eh' io rammentai
(t) Che Senofonte rimanesse prigioniero ia Beozia nessuno scrittore, che io sappia , io ha detto, fuor che Filostrato.

LIBRO I.

3g

su! princpio , e eh' egli intitol fa e/ez/owe ^ ^ c o /c , venne da Senofonte medesimo trovata degna di illustra zione , siccom'ei fece con un magniBco discorso. A che pr dichiarer io i! carattere dello stile di Prodico, poi che Senofonte ne ha parlato abbondevo!mente? (t)
X III.

POLO

(a).

I! sofista Po!o di Acraganti Venne ammaestrato da G orgia, mediante* un grosso sborso, per quanto si dice; giacch Polo appartenne a! numero dei pi dovi ziosi. V 'h a chi pretende che eg!i fosse l'inventor primo di introdurre i confronti tra consimili, ovvero di con trapporre le cose contrarie , ovvero anche .di difEnirle ; ma non bene provato di che fosse inventor veramente; imperocch,Polo fece uso di cotesti ornamenti, quando gi si eran trovati. Ond' che Platone deridendolo per coteste sue aHettazioni sciam : O mio (3) Polo, per parlar teco alla tua maniera.
(t) Net lib. n delie cose memorabili di Socrate. (a) 11 Meursio neHe note ad ApoHonio Discolo molte testimo nianze di questo Polo raccolse, alle quali non sarebbe dHBcite di aggiugnerne altrettante. (3) Rare che fosse questa una espressione aNettata di chi Acca pompa di atticismo. Cos noi ridiamo di alcuni moderni, che ad ogn! pi piccola cosa danno lodi superlative.

4o

VITE DEI SOFISTI


x iv . TRASIMACO.

Coloro che pongono tra ! soSsti anche Trasimaco di Calcedonia, non udirono, a parer m io, Platone, allor che disse che tanto vale il radere un lione, quanto il calunniare Trasimaco (<). Le quali parole tendono a rinfacciargli la sua eloquenza da foro, e lo aver ne' giudizj fatto le parti di accusatore.
XV.

ANTIFONTB

(a).

I. Quanto ad Antifonte ram nusio, io non sd se ab biasi a chiamar buono o cattivo. Meritamente va detto
(t) Nel primo della RepubMica Piatone ha voluto farsi beH di Trasimaco ; ma si veggano gli encomj che ne fecero Dionisio d' Alicarnasso negli opuscoli, Cicerone neU' Oratore, ed altri. (a) D un solo Antifonte, del quale cento testimonianze ,m i sarebbe facl di addurre, il lonsio nel tv libro della erudita sua opera &r!pi. RMi. ne ha fatto tre; Perche Platone nel JMeneMeno introduce Socrate a ragionare con un AntMonte , riducendolo a non saper pi che rispondere, egli il crede tutt' al tro che questo , come se non fosse noto quanto Socrate godesse d venire a dispute co' soSsti, e strigner loro i panni addosso per modo di soffocarli. Cosi l ' Antifonte memorato da Dionisio da lu stimato diverso dal nostro. ben vero che pi altri Awtfont vi ebbero, dei quali ragguagliano tanto il Meursio, che

LIBRO L

4,

buono per !e seguenti ragion! : capitani moltissime volte 1' esercito, e moltissime vinse : accrebbe l ' armata cavale di sessanta legni muniti d' armi e d' uomini ate niesi. F u senza contrasto superiore ad ogn' altro nel dono della parola , e nella invenzione. Per ci dunque tanto da me che da chicchessa debb'essere applaudito. Nondimeno egli parr cattivo per queste altre* ragioni : rovesci la repubblica, ridusse alla schiavit il popolo d' Atene, favor gli Spartani, copertamente a principio, poscia in palese ; laonde sottopose alla genia de'tiranni il governo degli Ateniesi (<). II. Vogliono alcuni che Antifonte inventasse la noi* per anco esstente arte oratoria, altri che la miglio rasse. Mlti dicono che si fece dotto da s, senza mae stri , altri che venisse in parte istruito da suo p a d re , il quale pretendono essere stato Sofilo , professor di retto ric a , che fu precettore s del figlinolo d C lina, e s di altri ricconi. Dappoi che Antifonte ebbe acquistata la virt somma di persuadere ^ e il soprannome di Ne^ store, perch di qualunque cosa parl&sse ei convnceva, promise di recitar discorsi consolatorj, d' ogni maniera, come se non vi fosse affanno il pi vivamente descritto, che merc l ' ingegno non si potesse dileguare. Ma la commedia (a) venne a rosicchiare Antifonte, qualBcanil Fabricio, ma questi li sanno motto meglio distinguer^ che l ' Ionsio. (t) Fu egli che v! introdusse it governo oligarchico de' 4oo tiranni, come si ha da Tucidide. (a) A que' tempi i comici non la perdonavano ad alcuno, e il governo H lasciava fare. Chi non sa ci che Becero di Socrate! Un Antifonte censurato da Aristofane ne!le

4*

VITE DEI SOFISTI

dolo come terribile ne' raggiri forensi, e che a gran prezzo vendesse a notabilissimi scellerati le sue difese, scritte a scorno della equit e del diritto. Come ci sia far io chiaro. Nel!^ altre discipline ed arti accade, che chi in esse eccellente ottenga laudi ed onori : nella medicina pi si ammirano coloro che pi ne san n o , che i meno istrutti : cos nella m usica, e nella divina zione : e cos purd ne' mestieri fabbrili e ne' pi bassi lavori di artigiano. Quanto all'arte oratoria ella bens lo d ata, ma avuta in sospetto come versatile, tendente ad arricchire, e sempre disposta a far fronte al diritto. E ci non solamente dal volgo si giudica (t), ma ezian dio .dagli uomini pi lodati nella cultura delle lettere. Gli oratori perci, che per invenzione e per dicitura si rendbn celebri, vengono chiamati raggiratori terribili, e al valor loro vien dato un nome poco onorevole. Lo che essendo , non a maravigliarsi, credo i o , che anche Antifonte desse materia ai comici, i quali le cose che sono pi commendevoli amano principalmente di mettere in ridicolo. III. Mor egli in Sicilia ai tempi di Dionisio il tiran n o , e le cagioni della sua morte noi pi ad Antifonte che a Dionisio ascriviamo (a) ; imperocch egli si fece
(t) Che Antifonte cadesse in sospetto ai ppolo a cagione detta sua eloquenza confermato da Tucidide nel lib. v m , e da Plutarco nelta vita di Nicia. (a) Pare che Antifbnte si rifuggisse in Sicilia per sottrarsi alle vendette di Atene, che dovea riguardarlo come reo di stato, sia per intelligenze segrete che ebbe con gli Spartani, sia per essere stato creator! e partigiano del governo oligarchico, che

LIBRO I.

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beCe delle tragedie di Dionisio, il quale di esse pi che della tirannide andava fastoso; e una volta che Dionisio nna curisa disputa avea promosso intorno ai metalli migliori, interrogando gli astanti qual fosse la terra o l ' isola che ne contenesse di ottim o, Antifbnte, che vi si trovava a caso presente : Io giudico ottimo , disse , quel metallo di che son fatte in Atene le statue di Armodio e di Aristogitone (t). Per questa cagione fu messo a m o rte, e si disse che aveva insidiato alla vita di Dionisio, e provocatigli contro i Siciliani. Err per tanto Antifbnte, s per avere offeso il tiranno, sotto il quale avea preferito di vivere anzi che sotto il governo popolare della sua patria, e s per aver dato man alla insurrezione dei Siculi da un lato, ed alla servit degli Ateniesi dall' altro. Oltre a che , distogliendo Dionisio dallo scriver tragedie lo distolse dall' ozio ( che oziosi sono siffatti studj ) ; e i tiranni si rallentano da! vigore e dal!a cura di sommettere i sudditi, quando tornino ad occuparsene, e riescono men crudeli, e meno ru bano e meno ardiscono ; anzi un tiran n o , che scriva tragedie, io lo paragonerei ad un medico ammalato che si cura da s. Perocch la composizon della favola, i canti lugubri, le distribuzioni dei cori, e la imitazion d e'c o stu m i, cose tutte che debbono portar con s l ' imprnta della probit, correggono la violenta e in domita indole de' tiranni, come le pozioni medicinali
fu poco dopo disfatto. Plutarco, Tucidide, Fozio, ed altri si accordano sulla trista Sne eh' ei fece. (t) Celebri Ateniesi che liberaron la patria dalla tirannia.

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V ITE DE! SO FISTI

correggono !e malattie. Queste osservazioni per non voglio che sieno prese come un'accusa che io faccia ad Antifonte, ma bens come un consglio giovvole a tu tti, acci non provochino i tiranni, n concitino lo sdegno de' Seri animi loro. IV. Molte furono le orazioni di Ini ne! genere giudi ziario, in cui si trovano congiunte gran robustezza e grand' arte. Altre pure ne ha del genere soBstico, e tra queste eccellente quella Je/Za C oncorda, le cui sentenze riescono insigni e al!' intutto BlosoBche: grave parimenti ne !a dicitura, e tutta sparsa di poetici m odi, e , per dam e pi ampia id e a , rassomigliano a verdi e Boriti p rati, stendentisi per larga ed uguale pianura.
X V I.

CRIZIA

(<).

I. C rizia, certamente soBsta, non va riguardato co me un malvagio, ancorch sovvertisse il popolo atenie se , perch si. era quel popolo sovvertito da s medesim , gonBandosi di tanta superbia, che non ubbidiva oramai nemmeno a coloro, presso cui stava !' autorit delle leggi. Ma per avere fastosamente parteggiato pei Lacedemoni, violato i giuramenti, distrutte le bastie a favor di Lisandro, proibito che in veruna parte di Gre cia rimaner potessero qnegli Ateniesi, eh' egli aveva
( ') Di costui veggasi U beU'articolo scritto da Bayle.

LIBRO I.

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mandati in esiglio, minacciato colmarmi spartane chiun que ricoverasse un bandito d' Atene , superato in fero cia ed in uccisioni i trenta tiranni ( t ) , partecipato al detestabile consiglio de' Lacedemoni di vuotar I' Attica de!!a greggia degli uomini, e abbandonarla alle pecore; per tutto c i , di co, parmi essere stato costui il pi pessimo di quanti si resero celebri per sceUeraggini. II. Se a tanto ai fosse costai indotto. per essere in colto e ma!e educato, mi verrebbe iu acconcio il par lar di coloro, che pretendevano esser egli stato corrotto dai Tessali e dai colloquj che ebbe in quella regione ; atteso che i corti ingegni si lasciano facilmente guidare a qualsivoglia maniera di vivere. Ma siccome venne squisitamente allevato, come appare da molte sentenze contenute ne' suoi discorsi, e siccome ei Ai della stirpe di Dropide , che fu dopo Solone il preside degli A te. niesL, non possibile che dai pi non si creda aver egli commesse tutte coteste abominazioni per la malva git del suo ingegno. E fa pur maraviglia eh' egli non si agguagliasse a Socrate figliuolo di Sofronisco, insie me al quale buona pezza filosofo, acquistando dai con temporanei lode di sapientissimo e di giustissimo, ed invece si rassomigliasse ai Tessali, che in mezzo ai ba gordi esercitano il fasto , l ' intemperanza , e le tiranni che crudelt. Tuttavia nemmeno i Tessali trascuravano gli studj della sapienza (s) , poich s le grandi che le
(i) Un de'qual! era lo stesso Crizia. Costui fu il Robespierre de* suoi giorni. (a) Parla nuovamente de' Tessali Filostrato nella vita di Scopeliano, ohe si vedr pi innanzi, e in una sua lettera a Giulia, ec.

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VITE DEI SOFISTI

piccole citt di Tessaglia , prendendosi a modello Gorgia leontino, ed avrebbero anche tolto ad incitar Crizia, se alcun pegno di sapienza avesse Crizia dato loro. Ma egli non si prendeva di ci H menomo pensiero , e rendea !oro pi pesante !a signoria de' po chi, quando disputando coi magnati di quella provincia condannava ogni forma popolare di repubblica, e gli Ateniesi accusava di vivere ingannati pi che nessun altro popolo detta terra. Laonde, chi faccia a tutto ci riflessione, dubiter se Crizia non abbia egli depravato i Tessali anzi che i Tessa!! Crizia. III. F a eg!i in 6ne ucciso da Trasibulo (t)^ il quale richiam i! popolo dall' esigio ; e pretendono alcun! che mor da valoroso, perch conserv !a tirannide si no all' estremo ; ma io dico che onorata morte non fa chiunque ritenga quel!o che non aveva a buon diritto acquistato. Per la qua! cosa tanto presso di me, quanto presso ! Greci tutti s la dottrina di lui che g! studiati suo! scritti, ottengono pochissimo pregio. Quando ! nostri discorsi non sono conformi ai costum i, siamo smili a pive che suonano coi fiato. altrui. IV. Del resto , !o stile di Crizia fu ricco di sentenze e sublime e sommamente dignitoso e grave, non della gravit ditiram bica, n di poetici modi sfoggiaste , ma composto di vocaboli perfettamente appropriati, e di naturale andamento. So eh' ei merita lode anche per 1' arte di esser breve nell' abbondanza delle cose, e pel valor suo nelle aringhe in difesa, e per gli atticism i, (t) Ci pure aHermano Diodoro, Senofonte, e Cornelio Nepote.

LIBRO I.
non troppi n fuor di Inogo, d che faceva uso ; giac ch non osservare il decoro nell'attica elocuzione un barbarismo. Ma nelle orazioni di lui le voci attiche' ri splendono come tanti raggtti di luce. anche bello in Crizia il trapassare senza congiunzioni in alcun luo go comune ; ed esercitatissimo nel maraviglioso , si quanto alle sentenze, come quanto alla dicitura. Ben vero che Spesso lo spirito del suo discorso debole e Racco, ma riesce soave e leggiero come un zefRro. xyn. I S O C R A T E (<). I. La s&ena che copriva il cadavere del retore Iso crate (a), in atto di cantare, indica quel sentimento di persuasione eh' egli ebbe nell* esercitare i precetti e le leggi dell' arte oratoria, avvicinando tra' loro le cose p a n , e contrapponendo le opposte, senza essere stato per l ' inventor primo di una perfetta orazione, ma egregiamente valendosi delle invenzioni altrui. Esercitossi eziandio nel genere e nei numeri della orazione contornata, e nella compostezza ed armonia della vo c e , che furono i mezzi co' quali Demostene la propria lingua corresse. Demostene discepolo di Iseo, ed anche
(t) Ch! non conosce quest'oratore? De! suo merito poi debbonsi consultar fra g!! altri Plutarco, Dionisio d'Alicamasso, Fozio, Ermogene, Snida , Fabricio , ecc. (s) I! sepolcro di Isocrate fu diligentemente descritto da Plu tarco. Una sirena ebbe pur Sofocle sulla sua tomba.

48 VITE DEI SOFISTI ammiratore di Isocrate , il super nondimeno nelto spi rito , ne!!a veemenza, netta orazion Contornata, e nella rapidit delta voce e de* pensieri ; ma quanto atta gra vit , essa in Demostene fu assai pi aspra e concitata, ed in Isocrate motto pi diticata e piacevote (t). Detta gravit demostenica ci sia esempio it seguente passo (a): worta/t (aMt /a morte p re ic w e *7y!ne J e / w^er fo ro , awcAe a/can tewe^^e rtncAw o per ewtar/a. ^ perci Hece^jarto cAe g/f uofwfm Auont a cA/are az/oni sempre it a p p ^ n o , < % a ^a/Ja speranza antmat/, e cAe yrtementc joitewgano ^Ma/un^Me JCMgura /or man t/t 7^&o. Att' incontro ta gravit di Isocrate proce de pi ornatamente in questa guisa (3): .Po* cAe /'um*w rM (erra, JoMo c/e/ pojta,./!* *n Jwe part/ <&PMa, e f una di ^ueyte cAiamata ^ j / a , / ' a/fra JEaropa, /a metd & e^^a tu a//eawza Jtrime , come M a^ej^e a partirne f /mpero con G/oye. II. Trascur pure ' amministrazione detta repubbtica , e schiv te assembtee ; s per t'esitit detta voce, come per l'invidia degti Ateniesi, !a quate maggiormente prendea di mira cotoro, che avean fama d' essere un cotat poco pi dotti degti attri. Non per questo neglesse att' intutto i pubblici affari ; imperocch co' suoi scritti riconcim Fitippo agti Ateniesi, e con te osservazioni eh' ei fece intorno a //a pace ritir gti Ateniesi dai toro
(t) Nessuno tneglio di Dionisio confront questi due som^n! oratori. 11 giudizio di lui sta fra gli opuscoli, che nella presente Collana si pubblicarono l 'anno scorso. (a) Nella versione <% e#a Corona. (5) Nel PaTtegMeo.

L IBR O I.

4p

progetti di forze navali, comech di mala voglia essi in tal proposito gii prestassero orecchio. Recit anche una orazion Atneg'trMM in Olimpia, con la quale per suase la Grecia a imprendere una spedizione contro^ P A sia, ponendo in obblio le contese domestiche. IH. Ma questa orazione, sebbene elegantissima su tutte le altre di l ui , di luogo ad accusarlo che fosse composta e insiem rappezzata di varii brani di ci che nello stesso argomento gi disse Gorgia. Ottime per tra le orazioni di Isocrate sono !' ^rcAidanMM e 1' WMirtyros; perocch nella prima trasfuse il carattere !acedemonio, sempre indignato delta rotta di Lenttri ; ed ivi non solo squisite son le parole, ma splendida la co struzione , ed acre e stringata 1' orazion tutta, cosicch in quella parte favolosa eziandio relativa ad Ercole ed ai buoi, l'elocuzione riesce rapida e breve. Nell'^wMr(yroy poi maggiore la forza, e ristretta nelle leggi del numero , di modo che una sentenza succede all' a ltra , e finisce in periodi di parti uguali. IV. Molti furono i suoi discepoli, il pi chiaro dei quali fu il retore Iperide, giacch di Teopompo da Chio e di Eforo da Cuma (t) io non voglio dir nulla n in biasimo n in lode. Ma coloro che lo vogliono porre in commedia, com e/U ricafore diyZauti, assai s'in g an n an o , perch ben era il padre suo Teodoro chiamato in Atene i/ y&Aricafore diyZauti, ma n flauti conobbe egli m a i , n verun altro vile mestiero ;
( <) Varj ne rammenta Plutarco , cio& Iseo, Timoteo , Asc!epiade , Teodette , Leodamo , ec.
,

Tom. //.

5o VITE DEI SOFISTI th non avrebbe ottenoto una statua in Olimpia (t) se esercitato avesse qualsisia lavoro artigianesco. Mor 6nalmente in A tene, in et Ji quasi cent' anni, e va po sto &a queMi che aBrontaron !a guerra, perch cess J i vivere ne' (atti J i Cheronea, mancandogi i! cuore di annunziare la sconBtta degli Ateniesi (a).
(<) La pose Afareo Sgliuolo di !pp!a, e Sgliastro d! Isocrate, che maritossi a Pia tana, rimasta vedova di Ippia. (a) Volle morire di sSnimeoto, ricusandosi, cosi vecchio, a qualunque cibo per nove giorni continui.

PARTE TERZA
PROFESSORI DELLA SECONDA SOFISTICA

X V III.

E S C H I N E (<). I. D Eschine BgHuo! di Atrometo, che noi'poniamo eapo della seconda sofistica, ecco ci che possiam rac contare. La repubblica intera degli Ateniesi era divisa in fazioni, e parecchi di essi eran ligi al re di P ersia, parecchi ai Macedoni. Delle prime faceano parte gli aderenti del re persiano, e Demostene nativo del bor go di Peana n' era alla testa ; e degli aderenti al re Fi lippo era capo Eschine del borgo di CotocL A ciascun d 'essi mandavano danaro que' monarchi ; valendosi il
(t) s conosciuto quest' oratore, tanto presso gli antichi che presso i moderni, che sarebbe adattazione il citarne verun testi monio. La discordia che fu tra Demostene e !ui li pose entrambi nell' occasione di emularsi, e li ress celebri. Nt di questa re cheremo testimonianze, perch le loro orazioni ne sono amplis simo documento, e gli storici greci ne schiarirono le cagioni.

52

VITE DEI SOFISTI

persiano dagli Ateniesi per impedire a Filippo di pas sare in A sia, e tentando Filippo di impoverir gli Ate niesi , acci non ne frastornassero il passaggio. Non fa per delle dissensioni tra Eschine e Demostene questo solamente i! principio, cio che l'uno parteggiasse ne!!a sua repubblica per uno di que' re , I' altro per l 'a l t r o , ma ben anche, a parer mio, la contrariet de' costumi; perch dalla diversit degli animi suol derivare un odio, di cui non puossi allegare cagione alcuna. Diversi erano essi nelle seguenti cose : pare che Eschine fosse allegro e disinvolto bevitore, e che tutta !a gentilezza delle sue maniere ricevesse da Bacco ; di fatto sin dalI' et sua giovenile nel declamar le tragedie (]), giusta l'am m aestram ento degli istrioni, seppe nella debita gravit contenersi. All' incontro Demostene pareva so brio , di guardatura severa, e beveva acqua , ond' era annoverato fra gli irresoluti e i melensi. E molto pi dappoi che spedito ciascun d'essi con altri compagni ambasciatore a Filippo, e alloggiati in uno stesso alber go , quegli fu coi coHeghi piacevole e d' animo ilare ed aperto, e questi pi aspro, e sempre intento a studiare. Contribu ad accrescere la reciproca avversion lo ro , 1' orazione detta innanzi a Filippo per la restituzione di AmBpoli, in occasion della quale manc la voce a Demostene. N fu Eschine del numero di colorq , che talvolta gittavan lontano lo scudo, ma valorosamente si
(t) A Bacco erano sacre te tragiche rappresentazioni, !o che andava avvertito acci non paresse che vi fosse contraddizione neH'esposto periodo.

LIBRO I. 33 comport a T am ina, dove per suQ valore gii Ateniesi superarono ! Beoti, e il premio di nna corona dalla re pubblica ottenne , s per varie altre cagioni, e s per aver posta una incredibile rapidit ne! recare ad Atene 1' annunzio de!!a vittoria. II. Quando Demostene Io ca!unni come autore della rotta de' F ocensi, gli Ateniesi ne rigettaron !' accusa, ma la sentenza de! condannato Antifonte nocque a !ui pure , e g!i areopagiti g!i proibirono di trattare a! co spetto !oro !a causa de! tempio di De!o (t). Certo parimenti che divenuta pi!agora (a) non pot presso mo!ti evitare !a taccia di aver aperta a Fi!ippo !a via di E iatea, mettendo sossopra con speciose paro!e e contenenti !a intera Pi!ea. Eg!i pertanto usc d' A tene, non perch alcuno g!i ordinasse la fuga, ma cacciato daHa vergogna di essere stato ne'pubblici suffragi al di sotto di Demostene e di Ctesifonte. Era pensier suo di recarsi presso Alessandro, che stava per venire sopra Babilonia e Susa; ma giunto ad Efeso, e udita la morte di lui, e che g!i affari dell'Asia erano imbrogliatissimi, si ferm a Rodi. Quest' isola attissima era agli studj ; ed egli introducendovi la scuola de' soSsti, iyi la sua vita condusse, all' ozio ed alle Muse sagriScando, e gli attici costumi rimpastando coi dorici. III. Nell' orazione estemporanea, paragonata alla ra(t) De' fatti qui e pi innanzi accennati si possono avere pi minute notizie e dati' orazione di Demostene sa ta Corona, e da Ptutarco neHa vita di Iperide, e da pi altri scrittori. (3 ) Cosi chiamavansi i deputati dette citt detta Pitea man dati a! consesso degli AmRzioni.

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VITE p E I SOFISTI

pidit di un fiume , e pressoch JMngnsenM composta, it primo At egli etti ne fosse concessa !ode ; che non era dianzi motto frequente nette dispute de' sofisti il t&yfnamcMfa par/are (t). Ci dunque ebbe principio da E schine, che !' orazione estemporanea con que! divino impeto espresse, che hanno gU annunziatori degti oracoti. E fatto egti ascottator di Piatone e di Isocrate, motto d! proprio ingeguo vi aggiunse. Di fatto notasi in lode di Eschine un certo tume di evidenza net discr so, una certa genti! gravit, e una certa grazia mista a motta forza, e, per dirto in una parola, !a sua maniera di dire rimase inimitabile. IV. Delle orazioni di Eschine vogliono alcuni esistere anche la q u a rta , detta ta De/Mca (2), la quale per fa torto atta eloquenza d! lui. N le orazioni relative ad AmSssa, con !e quali dichiar saera la region de! Cirreo (3) , avrebbe egli venustamente e con eleganza composte, per non avere, dice Demostene , ben con(n) Quel parlare che par#, e dir pure che &, una vera ispi razione celeste, quello che ne' poeti sempre si esige , quello che negli oratori riesce possente in modo da strascinar gli animi, come essi vogliono. I moderni tempi ne somministrano sommi esempi, quanto gli antichi ; ed i Rtologi dei passati secoli e del presente ne hanno assai dottamente scritto. (a) Le tre altre sono, contna rim arco; a." <?eM a ma? FKceeMct Legazione ; 3." *fe#a Corona, contro Ctesifonte. Per la bellezza loro furono chiamate le tre Grazie. Quanto alla jDs//aca ( che gli areopagiti gli vietaron di recitare ) & incerto se siasi conservata. (5) Cioh spettante al tempio di D eio, e perci sacrileghi gli AmRssesi che la occuparono.

LIBRO I.

55

su!tato gli Ateniesi; e cos pure nelle orazioni deliache, dove tocca la dottrina delie cose divine e !e genealogie degli Iddi, non che le antiche storie, molta negligenza manifest , avuto massimamente riguardo che aringava per gli Ateniesi, i quali gelosi erano dei loro diritti sul tempio di Deio. A tre sole orazioni pertanto ridu riam o l ' eloquenza di Eschine, quella che si oppone a 2w narco, quella tu de//a Zegaztone, e quella A accuia a Avvi un quarto suo fru tto , cio !e che molte non sono, ma pienissime di eccel lente dottrina e di moralit ([). V. Un saggio bellissimo de* suoi costnmi died' egli ai R odian, cui leggendo un giorno pubblicamente l ' ora zione contra Ctesifonte , facevan essi le maraviglie co me fosse con tal orazione rimasto perdente ; e rimpro veravano gli Ateniesi di avere mal giudicato. Allora egli disse loro: Non vi fareste cotal maraviglia se aveste B udito Demostene parlar contr'essa; B prendendo in tal modo non solo a lodar l ' avversario, ma eziandio a li berar dalla Colpa i giudici.
X IX .

N I C E T E (a). I. Lasciati da parte il cilicio Aribarzane, i siciliano


(<) Nove erano, e per !a bellezza loro furon chiamate le nove M use, a qaanto scrive Fozio. (a) Fa questi !1 maestro d Plinio il giovine e d Scopeliano, e venne da Adriano impiegato nel museo egizio. Di Ini pacano

56 VITE DE! SOFISTI Senofrone, e Pittagora da C irene, i quali vennero giu dicati incapaci s ad inventare come delle cose inven tate a par!ar degnamente, i quali per ne!!a scarsezza di nobi!i sofisti, furono in pregio presso i Greci del tempo loro, cme i poveri cibi a chi manca d'ogni vit to, passiamo a Nicete da Smirne. I! quale ammaestrato a!!' ingrosso e stringatamente, seppe amp!iare gli ac cessi de!!a scienza, come ampli quelli di che abbell Sm irne, aHargando !a citt sino alle ])orte che menano ad Efeso, !a magnificenza de!!e paro!e a que!!a dei fatti conguag!iando. Ta! era eg!i, che se trattava di cose !ega!i mostratasi ecce!!ente ne!!a e!oqnenza del foro, se di argomenti quai praticano i sofisti, !' avresti detto ec cellente in quel genere, tanto destram ente, e quasi a g a ra , sapea 1' nn genere e 1' altro maneggiare ; impe rocch la giudiciaria eloquenza alleggiadr con non so quale sofstico adornamento, e la soSstica rinforz coi frizzi giudiziali. La sua maniera di dire si allontan dalla maniera antica e civile, parendovi qnasi riscaldato dal nume Bacco, e ditirambi cantando. Proprie per ed ammirabili sentenze introdusse, amabili al pari del miele del tirso di Bacco, e al pari del latte. H. Bench di molti onori andasse insignito, e in Smirne di lui non si parlasse , che come d' uomo am mirabile e di illustre o rato re, egli non frequentava pe r i convegni del popolo. Lo che venendogli rinfacciato
e Quintiliano, e Ptinio suddetto. Va distinto da un pi antico menzionato due volte da Seneca, e dal M'cela, suo con temporaneo, del quale fece menzione Eusebio.

LIBRO I.

5?

da molti : Io pi tem o, rispose, am popolo che loda che uno che insulti. Un giorno sbracciandosi contro di lui ne! tribunale un pubblicano, e dicendogli : Zmc/awM aM aiare , Nicete urbanissimamente rispose : ^&&aia guanto M M M, ma non mordi. Per comando dell' impe ratore ebbe ad intraprendere un viaggio di l dell' Alpi e del Reno , e questa ne fu la cagione. Un uomo con solare, per nome RuHo ( ) ) , aspramente e con indugi trattava nella revision de'giudizj gli Smirne*; di che Ni cete piccatosi non poco: &aMi oc/ tuo nte(odo, gli disse, e pi veder non volle un ta! giudice ; di che per tutto i! tempo che fu prefetto de!!a c itt, RuSo non se ne mostr gran fatto oileso, ma posto al!a testa dell' eser cito de' C elti, gli riarse l ' ira nel petto. Imperocch !a propizia fortuna rende g!i uomini in ogni cosa orgo gliosi , sino a non voler pi soHerire c i , che prima di quell' aura favorevole tolleravano pazientemente. Molte informazioni pertanto , e tutte assai noceyoli a Nicete , scrisse all' imperator N erva, il quale gli rispose : Cita innanzi a te il reo perch si difenda, e se il trovi col pevole condannalo al supplizio. Ci scrisse Nerva, non per consegnare Nicete ad un nem ico, ma per indurre Ruflb a perdonargli. Ma Ruffo comprese che non era a lui lecito n !' uccidere un tal uom o, n sottoporlo ad una multa , senza compromettersi coll' im peratore, dal quale era stato costituito giudice del proprio nemi. (') Quei Ruffo probabilmente che insieme a Nerva e ad ChEto venne relegato da Domiziano, e di cui si & cenno pi volte nella vita di ApoUonio.

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VITE DE! SOFISTI

co. F a dunque per ci che Nicete viaggi a! Reno e ne! paese de' Ce!ti. Quando poi giunse a difendere !a. sua c a asa, tartass Rado per m odo, eh' eg!i ebbe a sparger pi lagrime sopra Nicete , che non fa !' acqna co!!a qua!e i! misur ()), e ne usc non so!amente salv o , ma chiaro eziandio e cospicno sopra tutti g!i Smirnei. Di ! a poco tempo il soBsta Eraclide di Licia (i) volle illustrare cotest' uom o, e intitol il suo libro : Aicete espurgato, senz'accorgersi che poneva le vesti d'un pigmeo sugli omeri d 'u n colosso.
XX.

IS E O

(3).

I. Iseo nativo dell' Assiria, soBsta , la prima sua gio vinezza consum ne'piaceri. Di cibi e di vini non era mai sazio, vestiva di leggieri e lucidi d rap p i, frequen tava gli am ori, faceva apertamente il crapulone. Ma giunto che fu alla virilit cangi per m odo, che sarebbesi detto un altr' uomo. Quel brio che in gni azion sua, e sul suo volto trasparia, s dal volto che d all'a(!) Cio l ' acqua della clepsidra ( specie di orologio ) i che serviva a determinare ai rei il tempo di recitare te proprie difese(a) Se ne ha pi innanzi la vita. (3) Di questo !seo leggasi la terza lettera (lib. n ) di Plinio, e il Tillemont nella Storia di Traiano, che dice essere stato da gli Ebrei della Siria chiamato !saia. Di lui pure fa cenno Gio venale nella Satira terza. E noi pi innanzi troveremo che fu maestro de' solisti Dionisio e Marco.

LIBRO I.

5g

nimo allontan, n pih intervenne agli strepiti della li ra e de' Hauti del teatro. Modesti e variati abiti adott , riform !a mensa, diede bando all'am ore, quasi avesse perduto i suoi primi occhi; cosicch interrogandolo un giorno i retore Ardie : <Se cerla ^onna g/i p a re r e a^, Iseo tosto modestamente rispose : CAe ara guardo Je / ma/ (f occA/ ; e dimandandogli un altro : Qua/ Fa m/gf/or ja /ja e ucce//! rispose : R o ce^^afo <& occMparm: cw , pot'cA Ao coMpre^o eA^to p*enJew/ma^a wegVf ora T an talo , aggiugtiendo che tutti i piaceri erano favole e sogni. IL A Dionisio milesio discepol suo, il quale decla mava canticchiando, Iseo rampognandolo disse: G?oytweMo tom o, /o won Ao /wjegnafo a cantare. E quando questo giovinetto ionio lodava in sua presenza quelle magniBche parole che Niceta disse di Serse : Aoi con /a wgta wafe /egAercMO iSgtna (t) , Iseo largamente ridendo : &r:occo , rispose, cowe /a r/wurcA/era/ ? Le orazioni da lui scritte solea recitare come se fossero improvvisate, ancorch nel comporle vi stesse intorno dall' aurora al mezzod. H suo ge nere oratorio non n pomposo n stitico, ma gastigato , naturale , ed appropriato agli oggetti, e la elocu zione concisa, ed invenzione di Iseo il ridurre a compendio Targomento da trattarsi, come dalle sue orazioni principalmente appare, non che dagli altri suoi

( ') Parole dette per celia, perch il maggior vasceHo di Serse approdando a s piccola isola come Egina pareva quasi sover chiarla.

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VITE DEI SOFISTI

scritti. Ne! rappresentare in una sua declamazione i La cedemoni , che stanno consultandosi intorno ai para p e tti, egli cos brevemente deSn la materia con le pa role di Omero (t):
a , e J uomo uo/no

* Cos v o i, Lacedem oni, appoggiatevi m eco, e in tal x modo muniti saremo di parapetti Quando poscia Pitone accus la citt di Bizanzio di averlo posto a tradimento in prigione col pretesto di un comando del1' oracolo, e che quel tradimento venne sottoposto al giudizio , mentre Filippo allontanavasi con 1' esercito , Iseo tntta la quistione a tre punti ridusse, ne'quali con? aiste il sno aringo: Io t&ostrer traditore Pitone, che * infnse il comando di un divino oracolo, che per esso x fu carcerato dal popolo, e per esso pure fece levare w il campo a Filippo; perch Iddio non avrebbe ema* nato cotale oracolo, se qualche traditor noi fngeva, * n il popolo decretato avrebbe eh' ei fosse carcerato, * se tale egli non e ra ; n Filippo avrebbe mosso il n cam po, se non avesse trovato chi lo istigasse a ve* nire x. (') Ripetuto questo verso d'O m ero nella Iliade, cio ne! !ib. x !n , e ne! xvt; noi !o rendiamo con e parole de! cav. Monti.

LIBRO I.
X X I.

S C O P E L IA N O

(t).

I. Patter Jet soBsta Scopetiano, cominciando da ci che in biasimo di tui venne detto. Pretendesi non es-* sere egti degno di annoverarsi fra i soBsti, e i! tacciano di ditirambico, di poco gastigato, e di grossotano. Ci per attro si asserisce da cotoro che hanno gracite e lan guida voce, e che non sanno dire una parola atl' im provviso. Gti uomini sono per natura invidiosi; ond' che i piccoti si fan beHe de' g ran d i, i brutti de' betti, i tenti e zoppi dei teggieri e votoci, i timidi degti au daci, gti atieni datte Muse de'tirici, i non esercitati de' lottatori. Non quindi a maravigtiare se gti scitinguati, e quetti cui la legge severamente vieta il partare, e se coloro che sono inetti a. concepire una splendida id e a , n atti a giudicare di quette da altri concepite, pren dessero a scherno e biasimassero un uomo che preva leva su tutti i Greci dett' et sua per una eloquenza ra pidissima , audacissima e piena di magniBcenza. Ma giacch alcuni ignoravano la virt di tu i, mostrer io qnat egli fosse, e di quai pregi fornito, anche per parte detta sua famigtia. II. Egti fu ponteBce in A sia, come il furono i suoi
(') D! lui parla Filostrato !n altri luoghi, cio nel secondo li bro della vita di A pollonit, e nelle seguenti vite di Polemone e di Erode. Molto pure ne scrisse Celio Rodigino nel lib. xx,

Lect. awt.

VITE DEI SOFISTI

antenati, da padre in Gg!io. Grandissima tal dignit e di sommo dispendio. Nato a nn parto stesso col frate! suo, furon entrambi posti giacere ne!!a medesima culla, e nei quinto giorno dal!a lor nascita, !' un d'essi venne colpito dal fulmine, e questi bench giacente presso il colpito, non ne riport verun danno o paura, abbench il fuoco del fulmine soglia essere pronto e sulfureo per m odo, che oltre a quelli che oflende da vicino anche i lontani o istupidisca, o accechi, o insordi, e molti al tres tolga di cervello. Ma nulla di ci Scopeliano sof ferse, perocch giunse sano ed intero alla decrepitezza!. Perch io mi prenda di ci maraviglia trovo opportuno spiegare. Cenavano una volta otto mietitori sotto uh al tissimo rovero nell' isola di Lenno in quel luogo, che il 4:orno dell' isola detto, che un porto di forma bre vemente curva, a guisa di picciole coma. Insorto un temporale al di sopra del rovero, e scoppiato sovr'es so il fulmine, i mietitori ne rimasero tutti morti in quella positura nella quale si trovavano; cio l'uno col bicchier fra le mani, 1' altro in atto di bevere, questi intingendo nel tegame, quegli mangiando, altri altro facendo, per dettero la vita, e restarono abbronziti e neri, a simiglianza di quelle statue, che adornano i bagni. Ma egli cresciuto sotto il favore de' numi evit la morte portata dal fulmine, cui schivar non poterono que' robustissimi agricoltori, e continu vivere coi sensi illesi, con animo ilare, n a sonnolenza soggetto, non avendo patito mai di torpore. ^ III. Frequent le esercitazioni dei retori alla scuola

LIBRO I.

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J i Nicete smirneo ( t ) , declamatore egregio, ed orator sommo ne! foro. E pregandolo i C!azomenii che andasse a declamare in patria, lusingandosi di fare un gran gio vamento alla citt se un tant' uomo vi aprisse scuo!a, eg!i se ne iscns lepidamente, dicendo che: 7 ruMJgnMo/i cantina non cantano. Sce!se pertanto Smirne come campagna adatta a!!a sua voce, e vide che ivi i! suono rpercotevagli ottimamente. Imperocch l'in te ra Ionia era istituita e composta a guisa di un museo, di cui Smirne teneva il principal posto, Come negli [strumenti musica!! l ' emisferio. IV. Varie son !e cagioni che si adducono su!!' essersi il padre suo , di buono e mansueto eh' eg!i era , cam biato in severo e diffcile. Chi una ne d ice, chi un' alt r a , chi parecchie, ma io esporr !a pi vera. Morta a Scopetiano !a madre, i! vecchio men a!tra mogtie, con nozze non a! tutto perftte e legittime. Lo che vedendo eg!i, to!se ad am m onito ed a pregare ; cosa che sempre molesta riesce ad uomini d' et cadente. La donna dal canto suo fnse contr'esso u n 'a c cu sa , chiamando!o amante di lei, e che avuta una ripu!sa non voleva dar sene pace. A questa calunnia prest rinforzo un servitorello cuciniere per nome C iter, i! quale con moine adulando i! padrone, come veggiamo in comm edia, questi o consimili parole diceva : Padrone , i! Eglino! tuo desidera ardentemente che tu muoia, ed impaziente del tardo ma non lontano fine de!!a tua vecchiezza, vuoi porvi mano egli stesso, e l ' opera mia con rega!i
( ') Del quale vedemmo poc' anzi la Vita.

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VITE DEI SOFISTI

ricerca. Egli ha pronti a tuo danno diversi morta!! ve* leni, il pi attivo de' quali mi ha ordinato di porre in qualche vivanda , promettendomi libert, cam pi, casa-, danari, e quant' altro io bram ar potessi della tua roba. Questo premio mi accorda se l ' ubbidisco ; se poi mi riS u to , minaccia battiture , torm enti, duri ceppi, e una pesante ruta di mulino. Con siffatte moine circondando il padrone, questi, venuto poco dopo a m orte, e fatto il testamento , lui dichiar ered e, chiamandolo figlio, occhio, anipaa sua. Di che nou molto a stupirsi, aven do egli s ben corteggiato quel vecchio amante , cui ; com' verisimile, pi gli anni che l ' amore scemavano il senno, tanto pin che anche i giovani innamorati han no sempre poco giudizio. N pure a stupirsi che il servo potesse vincere Scopeliano giovine, e valente orator legale, quando venne seco lui in causa avanti il tribunale, con la scorta del testamento, opponendo le sue ricchezze alla oratoria di lui facolt, imperocch largamente impinguato dalla ered it, e comperate a tutta forza di danaro le lingue d' ognuno, non che i suffragi dei giudici, risult interamente vincitor nella lite. Per la qual cosa Scopeliano diceva che i beni di Anassagora erano stati dati in pascolo alle pecore, ed i suoi ai servi. Quando poi Citer, ingranditosi anche nel1' amministrazione pubblica, e ultimamente invecchiato, vide i suoi domestici affari andar a m ale, il nome suo disprezzato, e s medesimo pagato di percosse da colo ro, cui richiedeva i suoi danari, preg umilmente Sco peliano di volersi dimenticare le ingiurie e rinunziare allo sdegno, ricevendo indietro la casa paterna, sol che

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a lui ne lasciasse una p a rte , giacch amplissima e r a , per istarvi comodamente) non che due campi verso il mare ; cosicch quella parte di casa dove mor, oggi pure chiamata !a casa di Citer. Queste cose ho io vo luto narrare , acci non si ignorassero, e per mostrare che gli uomini sono ii giuoco non solo del!a fortuna, ma anche di s medesimi reciprocamente. V. Che alla scuota di Scopeliano !n Smirne concor ressero g!i Io n j, i L id j, i C arj, i Meoaj, gli Eo!j, non che i Greci di Nisia e di Frigia, natura! cosa, essendo Smirne vicina a que'popoli, ed offrendo un tragitto op portuno s per mare che per terra. Ma eg!i istru ezian dio i Cappadoci, g)i Assirj, i F enicj, e i pi nobi!i Achivi, non che tutta !a giovent ateniese. A molti per diede occasione di tacciar!o di negligenza e d incuria, perch spesse vo!te, prima che prendesse a de clamare, intrattenevasi dei pubb!ici ailari co' magistrati di Smirne. Ma eg!i destrissimo era in siffatte cose, ne!!e quali mostrava un talento naturate, anzi pure straordi nario; studiava assai poco di giorno, e !a notte dormiva meno di tutti gli a!tri uomini. O notte, ei sciamava, ft* jommamewte p rw a/t wt wp/ewza ag/t Jee, e !ei chiamava in aiuto a!!e sue fatiche. Dicesi che tal volta rimanesse da!!' aurora 6no a!!a sera studiando. Attese anche a!!a lettura di tutti i poem i; ed invaghissi per modo della tragedia che datogli ad imitare la decla mazione de! suo precettore ne divenne rivale, essendosi in ci Nicete acquistata la comune ammirazione. Ma Scopeliano and assai pi oltre con !a sonora sua voce, sino a rappresentare /e AattagMe tFe' g'gantt, e ai servir
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VITE DE! SOFISTI

Ji modello, quanto alla pronunzia, agli stessi recitatori di Omero. De' soSsti, egli pregi sopra ogn' altro Gor gia leontino ; e de' retori quell!, 1' orazion de' quali splendesse per sonorit. Riusc grazioso pi per na tura che per esercizio, perocch agli Ionj dalla na tura insinuata la pulitezza delle maniere. N e'suoi di scorsi intraduceva anche le frasi opportune a promovere il riso, dicendo che la severit non era troppo atta per la sua imponenza a conciliar gli animi. Soleva presen tarsi alla radunanza con ilare volto , massimamente se trovavasi accompagnato da qualche burbero, mitigando cos colla tranquillit dell' aspetto gli ascoltatori. Quanto al suo contegno ne! foro, egli non vi era n avaro, n maledico ; perocch gratuitamente si prestava in favor di co!oro, di cui la causa fosse capitale; e a quelli che introducevano sarcasmi ne!!e orazioni, e che miravano a destar l ' ira negli anim i, ei dava i! nome di vecchiere!!e ubbriache e furenti. Traeva lucro per dalle sue declamazioni, ma stabiliva i! prezzo de!la mercede se condo !o stato domestico di ciascheduno. Mostravasi all'uditorio non in aria di fasto e d'orgogio, n come uomo che tem esse, ma come convenivasi a chi va a combattere per la sua g!oria, e che ha Sducia di non ingannarsi dell'esito. DaHa cattedra poi favellava con soavit somma; ma quando era interamente in salute , il parlar suo sentiva dell'aspro, e pareva troppo robu sto ; gli occhi poi non Sssava giammai n sopra di s , n addosso agli uditori, ma rapidamente girandoli ogni cosa osservava. Graziosissimo, era il suono della sua voce e non meno soave la pronuncia. Di quando in quando

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6y

si battea snlle cosce , s stesso e g!! ascoltanti eccitando. Eccellente era pure nella orazion colorita (i) e ne' teemin! ambigui. Dove per pi ammirabil comparve si fu ne! trattare argomenti che richiedessero maggior forza di stile, come furono i ^fe^/camenta^!, in proposito di Dario e di Serse. Nella qual sorta di cose a me pare essere egli riuscito superiore ad ogni altro soSsta, e averne tramandato ai posteri il modello, perocch vi manifestava un gran brio , e al tempo stesso que!!a leg gerezza che propria del!' indole de' barbari, oltre ad una maggior veemenza di movimenti e di gesti, che di cesi usasse in tali occasioni, a guisa di baccante ; e di cendogli non so qua! discepolo di Po!em one, eh' egli Jec/amaya a tamburo battente, Scope!iano ribalzan dogli il motto , fero , disse , <wa t/ m/o tamburo % o < % ! ^<aea (3). VI. Venne mandato pi volte legato ag!i imperadori, perch un certo buon genio soleva in esse legazioni ac compagnarlo. Splendida sopra !e altre fu quella che im* prese a motivo delle viti ; la quale egli ebbe non sola mente a favor degli Smirnei, come il pi delle volte, ma
(t) Di questa specie di orazione si trover schiarimento nelle vegnenti vite di Polemone e di Ruffo. Tuttavia giova pur con sultarne Quintiliano ne' primi capi del libro nono.

(a)

A TicM?,

//a aMafore

P/TMtaHtMMmo yMro , cAe

Co^/ru;/o f acca MMe e gWMC CttOM cft /auro , e tur/cHaPf A io^ra t/ma yMa acc;ar.
Cosi il cav. Monti tradusse i versi d ' Omero nel vn dell' Iliade, descriventi lo scudo del figliuolo di Telamone.

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VITE DE! SOFISTI

sibbene a nome d tutta l ' Asta. Ecco !o scopo di questa legazione. Aveva !' imperadore (t) decretato che non esstessero vigne ne!!' Asia , parendogli che i! vino in ducesse g!i Asiatici a!!e ribe!tioni, e ordinato per con seguenza , che !e piantate si tagliassero, e che non se ne piantassero d nuove. Era quindi necessaria una le gazione a nome comune, e !a scelta di un nom o, che a simglianza d Orfeo e di Tamri sapesse far uso a!!' uopo di tutta !a grazia e dolcezza de!!e paro!e. Tutti per tanto elessero ScopeHano ; ed egli s felicemente conse gu Soggetto de!!a sua legazione, che non solo restituir fece la licenza di piantar nuove viti, ma anche intimar una multa a chi non le piantasse. Quanta lode poi si acquistasse per cotesto affar delle viti, ci stesso ch'egli ne pubblic, lo dim ostra, perocch que!!a orazione tra !e pi maravglose di !u ; e lo dimostra ci che a!!a orazione tenne dietro, cio i doni eh' egli ottenne da!!'imperadore, come in ta!i casi costume, e !e molte acclamazioni e gli applausi, e la (rotta di nobi!issmi giovani che lo segu nella Ionia per averlo precettor di sapienza. VII. Giunto in Atene, volle in propria casa alloggiarlo A ttico, padre del soBsta Erode (2) , che de' retorici ta lenti d lu iacea pi stima, che non ne facessero gi i Tessa!! di Gorgia. A ta! effetto comand che si abbat tessero tutti i busti degli antichi re to ri, che ornavano i portici de!la casa, come corrompitori di suo 6g!o.
( ') Domiziano: e se ne vegga la pruova netta vita d'Apollonio. (9) Del quale sar narrato pi innanzi.

LIBRO!.

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Giovinetto era per anco Erode aHora, e sotto !a patria podest , ed era unicamente invaghito della eloquenza estemporanea, ma non sentvasi tanto ardito da eserci ta tis i. Fino a quel tempo non avea conversato giammai con ScopeHano, n sapeva a qual metodo si dovesse attenere per ben parlare a!Pimprovviso; ond' che l'a r rivo di lui gii riusc gratissimo. Di fatto quando !o ebbe udito, e i precetti de!!a estemporanea orazione imparati, ne!!' amor suo confermoss!, e trovossene ammaestrato; e (atto pensiero tra s di conseguir lode dal p a d re , !o invit ad una declamazione, nella quale egli avrebbe espresso il carattere oratorio dell' ospite loro ; e il padre s pago rimase dell' ingegno imitativo del Sgliuol su o , che gli regal cinquanta talenti, dandone quindici a ScopeHano. Ma Erode altrettanto aggugnendo a quanto avea ricevuto dal padre, tutto a ScopeHano don, chia mandolo suo maestro. Dal che puossi intendere di qual animo fosse Erode, che di ci pi pregio iacea che delle aurifere acque de! Pattlo. VII!. La felicit che ne!!e sue legazioni !o accompa gn da ci pur si raccoglie. G!i Smrnei avean bisogno di !ui, perch accettasse una legazione che era di gran momento per essi ; ma eg!i era gi vecchio, e in quella et che pi non propria a intraprendere viaggi. Ven ne pertanto eletto Polemone ( t ) , che non era pi stato in legazione veruna. Facendo egli dunque i suoi voti, perch propzia gli fosse la fortuna, preg g!i si conce desse !a persuasiva di ScopeHano, e abbracciandolo sul
(t) Altro soEsta, di cui si ha la vita in questi libri.

yo

V ITE B EI SO FISTI

Unire di un suo discorso cos gentilmente, applicandogli !e parole di Patroclo, gli disse :
^ %MMto c/[cor nu* CA' <o ^e//e tue coperto arm t 7c ^ a // e a / Hem/co, Mgawwato ^mAtawta, M t m <? c o n y a rw e{ cne<! Lo ^cAtVJe (t).

Anche Apollonio T ia n eo ,i! cui sapientissimo ingegno ad ogn' altro prevalse, aanover Scopeliano tra gli no* mini degni di ammirazione (a).
X X II.

D IO N IS IO

(3).

I. Se Dionisio da Mileto nato sia da parenti illustris simi, come alcuni pretendono, ovvero da ingenui, come altri vuole, non andrem qui cercando, giacch fu egli chiaro per virt propria. Agli antenati ricorrer debbono coloro, che disperano del proprio merito. Divenuto adunque disccpol di Iseo, il quale, come dissi, fu uomo, la cui dicitura era sommamente n atu rale, egli pure l'acquist quanto basta, non che l ' ornamento delie sentenze , che Ri parimenti un de' pregi di Iseo. Gra ziosissimo riusc ne' discorsi, non tanto per da lussu( t) Om ero, Hiade, lib. x v t, traduz. det cav. Monti. (a) Vedasi il !ib. n deMa vita di Apollonio. (5) menzionato da Dione ne! Ub. L x t i . Lo troveremo anche maestro del sofista Antioco.

LIBRO I.
reggiar& di meMHluit, come pi a!tri soSsti, ma usan done da buon economo, giusta ci che a suoi famigliali diceva : *7 mia/e ca preso co//a punta de/ dito, non a mano piana ; di che Dionisio di pruova in tutte le ora zioni e declamazioni, sia dialettiche, sia legali, e sia mo rali, e soprattutto nel p/qgnwfao re!ativo a Cheronea ; imperocch interrompendo con 1' orazion sua Demoste ne, il quale dopoi! compianto della strage di Cheronea accingevasi a porger consigli, con questi flebiti accenti fin : O CAetvnea/ o sciagurati campi/ E poco dopo : O Feozia ornai trapassata ai AarAari/ Attristateci, o ^ ro i, cAe neg/i Z^/isi scendeste , poicA cinti cademmo presso jP/ataa / E pi innanzi : Ag/i A rc a d i, cui si yh co/pa di esercitare /a guerra per mercede, ecco oramai cAe i/ contratto di nuoca guerra si propone, giaccA^ /a sciagura de//a Grecia nodriscono /' Arcadia , e una guerra ^ imminante, di cui non si potr /oro / r co/pa. Tal era l'idea della orazione di Dionisio, a senso della quale gli uscivano le declamazioni, e in queste tanto appena soffermavasi quanto era uso di fare Iseo. II. Racconter ora in qual modo nacque ed invalse 1' opinione che Dionisio ammaestrasse i suoi discepoli nella facolt della memoria, adoperando le arti de' Cal dei. Arte di memoria n si d , n si diede mai (<);
(t) Della memoria artificiale per altro , di cui si fa inventore un Simonide da Chio , veggasi tra gli antichi Cicerone nel se condo De oraf. e nel secondo jPe Troppi sono moderni, cominciando da Lodovico Dolce sino a n o i, che si possono senza pompa di pedanteria citare, tanto pi che poco o nulla vi da imparare con certezza ne' loro sistemi.

?3

VITE DEI SOFISTI

bens !a memoria d le arti, ma essa non pu venire in* segnata, n puossi con arte veruna acquistare, essendo un dono de!!a n atu ra, ed una porzione dell'anima im mortale. N alcuno stimerebbe mortali le cose um ane, n potersi insegnare quelle che impariamo, se gli uo mini non avessero 1' aiuto dell memoria. La quale io lascer che i poeti chiamino, come pi lor piaccia, o m adre, o Sglia del tempo. Ma chi sar s goffamente nemico della propria gloria, s' egli del numero dei dotti, che insegnando ai giovinetti renda loro dubbiose !e cose che insegna, e di cui li abbia rettamente istruiti? E da qual fonte traevan essi cotal forza di memoria ? Non da altra che dal diletto che ne provavano, e di cui non sentivano saziet, e che Dionisio prolungava, studiandosi di ripeter loro pi volte le cose eh' ei ve deva da essi volentieri ascoltate. Que' giovani pertanto che erano di pi docile indole le stampavano nell' ani mo, e imparandole, pi per effetto dello studi che della m em oria, ad altri le recitavano. Quindi si sparse fama di codesti valenti in memoria, e che con arte l ' avessero conseguita; e quindi trassero alcuni occasione di dire che le declamazioni di Dionisio erano minuziosamente composte, come se altri le avesse prima ad altro og getto applicate ; tanto pi che lo stile di lui era sen tenzioso e conciso. III. Distinti onori egli ottenne dalle citt, che della sua dottrina faceano stim a, distintissimi dall' imperadore. Imperocch Adriano lo nomin presidente di non oscura provincia, e volle annoverarlo tra i cavalieri, e

LIBRO I.

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accordargli i vantaggi del Museo (<), che consstono in una mnsa egiziana, cui sono invitati i sommi uomini d qua! si voglia parte de! mondo. Molte citt visit e di verse regioni percorse, n mai venne incolpato o di turpi amori o di superbia, mostrandosi ognora temperantis sim o, e d animo sempre uguale. Quelli poi che attrbniscono a Dionisio 1' amante (Ft A tutea (a) mal conoscono senza dubbio il numero oratorio di Dionisio, meno ancora l'elocuzion sua , e sono affatto imperiti nell' arte degli entimemi ; perch cotesta diceria non gi di Dionisio, ma di Celere (3), il quale scrisse dell ' arte rettorica. Era Celere capo della segreteria impe riale, a Batto inesperto nelle declamazioni, e sempre 6n dai primi anni contrario a Dionisio. IV. Non debbo omettere le seguenti cose, le quali io ho udite da Aristeo, il principale de' Greci della mia e t , e informato di moltissime circostanze spettanti ai soSsti. Dionisio invecchi, serbando una splendidissima lama. Cominciava allora il gran credito di Polemone,

(t) Onore che ottennero P o lm o n e , di cui si ha la vita fra questi, e pi altri, come rilevasi dalle dissertazioni del Kustero, che il Gronovio ha poste nel tom. vm del suo Tesoro di an tichit. (a) Pantea , moglie di Abradate re di Susa , cadde prigioniera di C iro, & quale diella in custodia al medo Araspa , che se ne invagh, come racconta Senofonte al principio del v libro della Ciropedia, ed anche nel vn. (3) Caninio Celere, al quale Adriano a&db l'ammaestramento di M. Aurelio e di V ero , giusta la testimonianza di Capitolino nella vita di essi.

V ITE DEI SOFISTI non ancor conosciuto da Dionisio. Trattava questi una causa dei Sardi dinanzi a! giudizio de' cento-viri, che tenevasi in Lidia. Capitato adunque una sera Dionisio a Sardi, interrog Dorione Critico suo ospite, dicendo gli: Polentone egli qui? Cui Dorione rispose : Un uomo di Lidia ricchissimo, le cui sostanze sono in pericolo, ha fatto venir da Smirne Polemone per suo avvocato, obbligandosi pagargli due talenti, e dimani ei ne tratta la causa. A ci Dionisio soggiunse : T n mi annunzj cosa quanto inaspettata altrettanto bramata, che mi sia dato di udir Polemone, di cui non conosco ancora verun ci mento. Parrebbe, replic Dorione, che mal tu soffra un giovinetto, che gi si fatto un gran nome. Aggiugni, disse Dionisio , eh' egli, a di Minerva , non lascia mi pur dorm ire, e mi desta palpitazione ne! cuore e ne!!' animo , quando rifletto a!!a moltitudine de' suoi ammiratori. Imperocch sembra ad alcuni che !a fa condia gli piova in bocca da dodici canali, e altri !a misurano a palmi, qpme i crescimenti del Ni!o. Tu per liberami da cotesta incertezza, e dimmi cosa trovi in me ed in !ui di pi o di meno. Dorione aHora, modesta mente, rispose, o Dionisio, e saviamente giudichi di te e di !ui. A te !a sapienza diede la facolt di conoscer te stesso e di poter conoscere altrui. Lo ud pertanto Dio nisio a trattar queUa causa, e nel partirsi dal foro cos disse: Gran forza ha questo at!eta, ma non da!!a pale stra (t). Ci da PolemQne saputosi, and a!!a casa di Dionisio, e !o sfid a declamare. E partendosi Po!emone
( ') Cio , non ancora abbastanza esercitato.

LIBRO I.

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dopo averne sostenuto con gran lode l'impegno, Dioni sio in aria d rivale, quasi a forza trattenendolo per un braccio, come quelli che entrano a lottar nello stadio, scherzosamente gli disse :
i JMf/M/ un <0 y^roH paZen(t (t).

V. Agli uomini illustri o una terra o 1' altra presta il sepolcro. Ma la tomba di Dionisio posta nella chiaris sima citt d! Efeso, ne! pi illustre suo luogo, cioi nel foro, nella quale citt Uni di vivere, dopo avere passata la prima et in Lesbo ad istruire la giovent.
X X III.

L O L L I A N O (a). I. LolHano da Efeso Ai il primo che tenne cattedra di soBsta in A tene, e ih anche della dignit di pretore investito presso il popolo ateniese. Spettava un tempo a questo magistrato il far leva de' soldati e condurli alla guerra : ora attende all' annona ed alle vettovaglie che portansi a vendere in piazza. Insorta un giorno una
(t) Questo, che nell'originale un iambo , debb'essere stato nn verso allora noto di antico poeta, non giunto sino a noi. D ionisio, come vedemmo, era da M ileto, e compiacevasi di ricordarlo. (a) Di costai reca lo Spon nel secondo volume de'suoi viaggi nna iscrizione trovata in Atene, dalia quale si rilevano il nome, p renom e, e cognome che eb b e, cio& Lucio Agnosia flM ore LoM ano; Pi oltre il troveremo maestro di Teodoto e di F ilagro.

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VITE DEI SOFISTI

sommossa nel luogo, dove s vendeva il pane, e gli Ate nisi avendolo preso a sassate per ucciderlo, Pancrasio, il cinico, che dopo ci fu professore di BlosoSa nell ' Istmo , fattosi innanzi agl! Ateniesi, cos disse loro : Non pane ma parole vende Lolliano, e con queste pa role acquet in modo gli Ateniesi, che gittarono a terra le pietre di che eran provvisti. Fatte venir di Tessaglia assai vittovaglie , al cui pagamento il pubblico erario non bastava, commise a suoi famigliar! che andassero a prenderle e trasportare ; poi gran copia di danaro ne trasse. Questo prova quanto foss' egli ingegnoso e destro nella civile amministrazione , come pur quanto probo , giusto e magnifico, perocch tutto que! danaro, salvo le spse, ai provveditori rimise. II. Pare che il maggior merito di questo sofista, per talento e per arte assai valente, consistesse nell'epicherema (t), che una particolar maniera di argomentare, la quale ove sia bene adoperata fa ottimo effetto; tanto pi eh' egli abbondava di elocuzione, e conosceva l ' arte di inventare e di disporre egregiamente le ragioni in ventate. Risplendono anche nella orazion sua le scelte parole, come il luccicar de' baleni (3). Tutti ci confer mano dal pi al meno; nessuno per lasci d'approvar grandemente ci che sono per dire. Accusando egli Lepti(t) Sorta d! argomentazione o di sillogismo , in cui ad ogni premessa si aggiunge la sua pruova.

(a) JV P HyZawtmt*,

Mer ymum nHcan(t&M *i-

mMa scriveva in questo proposito Quintiliano, lib. vni. Siffatte espressioni usa Filostrato anche nelle vite di Crizia e di Erode.

LIBRO I.

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ne per !a legge da !u! promulgata, per la quale pi non veniva frumento in Atene dal Ponto, cos nella orazione sciam : Ze AoccAe < s^e/ jono cA/uia w t^/gor Mwa /egge ; e pocAa ^MaAe fo/gono /e w^hwag/Ze agR QueMo cAe Z an^ro pu /a re com urna guerra na^a/e (t), Zep^we Aa con /a ^ua /e ^ e . E quando si oppose agii Ateniesi, i quali per mancanza di danaro avean decretato che si vendessero le isole, in questi sensi proruppe; &M/WM&', o AcKHWo, J t y a w n r D e/o , e /aycta/a /gg/re or cA'e//a ^en^c (a). Parlava a!P im provviso alla maniera di Ise o , de! qua!e parimenti fa senza dubbio discepolo. Guadagnava anche moltissimo, non solo co! recitare !e sue declamazioni, ma altres coll* aprir scuola e insegnarne i precetti. Vi ha di lu due statue in Atene, una su!la piazza, Taltra in un bo schetto, che dicesi aver piantato eg!i stesso.
X X IV .

M ARCO. I. Non ometter il sofista Mat*co da Bizanzio, a cagion de! quale mi d' uopo riprendere Greci, [imi tandomi a dire quant' ei valesse , e non negandogli la !ode che gli dovuta. La stirpe di Marco si riporta al(t) Era Lisandro 1' ammiraglio degli Spartani sul Sture della guerra del Peloponneso. (3 ) Quasi dicendo: Sommergila, anzi che lasciarla, come nna schiava , porre all' incanto.

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VITE DEI SOFISTI

l'antico Bizante (t). Il padre suo ebbe lo stesso nom e, e manteneva in vicinanza J i nn tempietto molti servi, che negoziavano per le vie Jel mare. Quel tempietto posto ne' contorni Jelle bocche J i Ponto. Maestro Ji Marco fa Iseo, Jal quale impar pure la naturale elo cuzione, eh' egli aJornar seppe con certa splendida leg gerezza. Modello pi d' ogn' altro notabile del genere oratorio di Marco si lo -Spartano, dove persuade i La cedemoni a non accoglier coloro che nudi provenivano dall' isola Sfacteria (a). Ne! qua!e proposito cos comin ci !! suo discorso : < * L ' uomo spartano, che avesse a conservato il suo scudo sino alla vecchiaia, farebbe M senz' altro man bassa sopra cotesti ignudi *. Qual uomo fosse poi nelle dispute, si pu raccorre da quanto segue. Trattando egli nella scuoia de!l' arte de' sofisti, e come sia ricca e v aria, rassomigii l ' aringo sofistico a!!' Iride , e cos continu ii suo discorso : " Chi nel^ l ' Iride un co!or solo vedesse, non potrebbe degua!) mente maravigtiarne ; ma chi tutti i colori eh' e!!a ha * ne conosca, assai ne rimarr stupito (3) n. Quelli, che tale disputa attribuiscono allo stoico Alcinoo, si ingan nano tanto pei genere della orazione, quanto pel tutto insieme; e ingiustissimi sono fra gli uomini coloro che anche le cose loro ai soSsti attribuiscono.
(t) Figliuot di N ettano, e d! Ceroessa Sglia d! Iu s , giusta ci che ne scrive Eustazo. Fu H fondatore di Bizanzio, ora Costantinopoli. (3) H soggetto di questo fatto si ha da Tucidide ne! v libro. (3) Non & egli questo un antico indizio di quelta luce , di che la fisica moderna fu trovatrice ?

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II. De! resto !a stessa austerit de! sopraccglio , e il vo!to indicante !' ingegno, manifestavano soSsta i! no stro Marco. Imperocch eg!i volgeva sempre alcun pen siero in mente, e tutto s medesimo consecrava a quan to giovar potesse a!!a prontezza de! dire. E ci dag!i occhi suoi si scorgeva per !o pi fssi, a cagione de!!e occulte sue meditazioni. N i! negava eg!i stesso. Im perocch chiedendog!i un de'suoi famig!iari come avesse declamato i! giorno dianzi : A mio giudizio, rispose, con sufficiente dignit, ma a giudizio degli amici no. E sorpreso l'a ltro da cota! risposta: Io , continu Mar c o , mi valgo eziandio di un silenzio che tu tt' altro che ozioso, perch due o trie cause vo esercitando, ol tre quell'una di cui tratto pubblicamente. Sordidamente teneva la barba e la chioma, cosicch il volgo il repu tava assai pi rustico d quello che convenga ad u coltivator di sapienza. Questo stesso giudizio fece di lui Polemone il soSsta. Perch egli and alla scuola di Polemone, che gi godeva di certa celebrit; e stando se duti coloro che ad ascoltar venivano, avendolo cono sciuto un d'essi, che soleva insieme a lui navigare a Bizanzio, questi il mostr a chi vicin gli sedeva, e quegli all' altro vicino , e cos tutti vennero a sapere eh' egli era il soSsta di Bizanzio. Laonde chiedendo Polemone un argomento su cui parlare, tutti si rivolsero a Marco, acci egli il proponesse. E dimandando Polemone : A che vi volgete tutti a quel rustico, il qual non dar verun argomento? Marco ad alta voce, com 'ei soleva, e bieco guardando,proruppe: Io e dar l'argom ento e il declamer. Per to che Polemone intendendo chi egli

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VITE DEI SOFISTI

e r a , ed avendo nna volta adito da lu una orazion do rica , molte e grandiose lodi di lui e del suo mirabile ingegno, con improvvisa orazione recit. E cos decla mando, ed essendo da nn declamatore ascoltato, l ' uno dell'altro maravigliato rimase. III. Dopo ci andato Marco a Megara ( furono i Me garesi i fondatori di Bizanzio ) , trov i cittadini tumul tuanti contra gli Ateniesi con grandissimo impeto, ed aver di recente fatta una legge con la quale si esclu devano dall'intervenire ai piccoli giuochi pitii (t). Postosi pertanto ad aringarli, convert per modo que' Mega resi , che lasciaronsi persuadere ad aprire le case loro, e gli Ateniesi accogliervi, insieme ai figli ed alle mogli loro. Venne egli parimenti pregiato dall' imperadore Adriano, dacch and a lui qual delegato dai Bizantini, essendo egli pi d' ogni altro antico imperatore som mamente inchinato a promovere ogni maniera d 'a rti e di scienze.
XXV.

PO LEM ON E

(a).

I. Il sofista Polemone non nacque n a Smirne, come volgarmente fu creduto, n nella Frigia, come a molti
(<) Piccoli chiamavansi cotesti giuochi celebrati a Megara in confronto dei pi solenni e grandiosi che si celebravano a Dello. (a) Spesse volte in queste vite citato Polentone, il quale fu veramente per pi titoli ragguardevole, e in oor del quale tanto lo Spanemio come il Vaillant riportano alcune medaglie, che 1 * Oleario ha riprodotte nella sua edizione dei due Filostrati.

LIBRO I.

sembrato, ma bens a Laodicea, citt delta Caria, vicina a! fiume Lieo, posta Ira terra, ma assai pi ricca delle citt marittime. La famiglia di Polemone cont molti consoli, ed oggi pure d'nom ini consolari fornita. Mol te citt lo educavano, e principalmente quella di Smir ne. Gli Smimei conoscendo in lui, tuttor giovinetto, non so che di grandioso, affastellarono su! capo di Po!emone tutte !e ghirlande, dalla patria accordate, decretando a favore di lui e di tutta la sua famiglia ogni sorta di par ziali onori, che fossero in pratica presso loro; sino a concedere ad esso ed a' suoi posteri la presidenza ai giuochi olimpici di Adriano ( ') , e l'u so della sacra tri rem e; la quale fatta in mezzo al mare, e governata dal sacerdote di Dionisio, suol condursi nel porto, levate !e ancore, ne! mese di Antesterione (a). II. Varie scuole, delle quali seppe egli approfittarsi, erano in Sm irne, tanto perch dalla frequenza deMa gente la citt apparisse maggior che non e ra , Concor rendovi !a giovent s da! continente come da!!e isole,
Due orazioni di lu i, insieme a quelle di Imerio ec. stamp la prim a volta Enrico Stefano nel t5 6 y , poscia il Possno , in To losa nel )6 3 y , e ultimamente l'O rellio a Lipsia nel con dottissime note. (i) ! giuochi olimpici propriamente detti ran comuni a tutta 1' Asia , e segnatamente alla ionia ; questi, ed altri da Adriano istituiti ( che perci ebbe il soprannome di Oh'mpio ) si celebra vano solamente in Smirne. ll^Salmasio nelle sue illustrazioni a Sparziano ne informa con particolare erudizione. ( 3) Menzione di questo onore a Polemone accordato si trova tanto nel suo monumento sepolcrale, del quale fatto cenno sul Cne di questa v ita , quanto nel tv libro delta vita di Apollonio.

.F'MMrRjrj , lo/n. //.

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VITE DEI SOFIST!

e non gi la discola e scapestrata ma la monda e Borita ; quanto acci i pubblici affari camminassero di buon ac cordo e senza sedizioni. Imperocch prima di questo tem po fu Smime afflitta dalle discordie, e la parte superiore della citt erasi divisa dalla marittima! Fu egli anche in sommo credito nella citt, per le legazioni da lui soste nute , essendo pi volte andato dinanzi agli imperadori a difendere gli interessi delle provincie. Fn egli che in favor degli Smirnei cambi per modo Adriano, gi tutto propizio agli Efesi:, che in una sola volta mille miriadi spese per la citt loro, per cui vennero edificati gli emporj dell'annona, ed il ginnasio ( t) , che supera in magnificenza ogn' altro dell' Asia , e l ' insigne tempio sul promontorio opposto a quel di Mimante. F u egli parimenti che rimproverando coloro che malamente trattavano i pubblici affari, e molti prudenti consigli suggerendo, smmamente giov alla citt. Sostenne ezian dio l'altrui petulanza e superbia con tanto maggiore for tezza, quanto pi comuni eran que' viz) alle menti degli Ionii. E giov altres nel non permettere che si riferissero a! tribunale le controversie, che qua e l sorgevano, con ciliandole privatamente; parlo delle controversie relative a faccende pecuniarie. Quelle per che intentar si doveano contro gli adulteri, i sacrileghi, gli omicidi, i cui delitti vanno espiati, non solo volle che ad altro tribunale si sottoponessero, ma s pure che i rei si cacciassero fuori di Smirne. E ci pure, di che parecchi gli facean colpa,
( ') Di ci pure trovasi indizio nei celebri marmi di Oxford Sotto it numero xxvm.

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cio che ne' suo! viaggi seco gran bagagli traesse, e m olti cava!!), e assai pi servi, e cani di vrio genere, adatti a diverse sorte di caccia, e che eg!i sedesse ne!!e bighe , e qneste fosser ornate di arnesi d* argento, a!!a foggia de' Frigi o de' Celti ; ci pure, dico , accresceva la lama di Smirne. E aggiunge decoro a!!a citt !a piaz za, e !a magniScenza de!le fabbriche; e !o aggiungono !e famiglie cospicue per ricchezza. Cosicch non solo !a citt rende ce!ebre quest'uom o, ma eg!i pure fa celebre !a citt. Ma Po!emone ebbe anche gran cura di Lao* dicea, visitandovi frequentemente !a sua famiglia, e ser vendo a! pubb!ico bene i! meg!io eh' ei poteva. III. I favori eh' egli ottenne dag!i imperadori sono i seguenti. L'im peradore Traiano g!i accord di poter viaggiare per mare e per terra immune da ogni sorta di carichi. Ma Adriano !a stessa concessione accord a tutti i domestici di !u i, e di pi Io ammise ne! circolo del Museo (t), onde ricever da esso l'alim ento de! sa pere egizio ; e trovandosi egli di presenza in Rom a, e avendo chiesto venticinque miriadi, !' imperatore g!i fece contare i! doppio di questa somma, senza preten dere che Polemone ne giustiScasse n i! bisogno n !a conversione. Dipoi avendolo gli Smimei accusato di ave re egli spesa a capriccio una gran parte de! danaro avuto da!!' im peratore, !' imperadore scrisse loro una lettera de! tenor seguente: ./Antonio Anemone Aa fe*o conto a me J e / denaro cAe M g/f Ao MWMHfwiitrato. Ognun vede essere questa una specie di perdono, e
(t) Cio a!!a mensa che era preparata nella sala deUe Muse.

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certamente non avrebbe per cotesto amor de! danaro dovuto esprsi a! perdono egli che anche ne!!e a!tre cose non faceva forza ad essere virtuosissimo. Quando !' imperatore voHe dedicare i! tempio di Giove Olimpico di A tene, dopo cinquecento sessant' anni finalmente terminato, con pomposa e lunga celebrazione, tra le al tre fste ( t) , ordin pure a Polemome che avesse a re citarvi una sacra orazione. Ed egli, secondo il suo so lito, intento alle immagini che gi volgea nel pensiero, si abbandon alla foga de! discorso, e daHa estremit de! tempio molte egregie cose peror, cominciando l'o razione dallo stabilire, che non senza il nume presente avrebbe eg!i sentito !' impeto , che gi i! trasportava. L'im peradofe lo riconcim parimenti co! Sgliuo! suo A ntonino, consegnandogli !o scettro, pe! quale egli di mortale che era passerebbe ad esser Dio (a). Come ci accadesse necessario spiegare. Esercitava Antonino i! governo proconsolare in tutta l ' A sia, ed albergava in casa di Po!emone, come !a migliore di Smirne, e spet tante a potentissimo cittadino. Tornando Po!emone di notte da un viaggio, si pose su!!a sua porta a gridare, che g!i si faceva violenza, e g!i si vietava !' uso de!!e
(t) Questo tempio venne fondato da Deucalione, istaurato da Pisistrato, continuato da Perseo e da Antioco Epifane, poscia in parte distrutto da S iila, che ne trasport le colonne al Campidoglio. I successivi re , amici di Augusto, presero [A rico struirlo, ed Adriano il ridusse a termine. Tutto ci si ha dal Meursio, che ne cita le varie testimonianze. (a) La superstizione o meglio l'adulazione soleva collocare nel numero degli Iddii gli imperadori, che morivano.

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sne propriet, cosicch obblig Antonino a trasportarsi in a!tra casa. Ci venne a notizia de!!' imperadore A driano, i! qua! per non ne fece mai motto per non riaprire !a piaga. Ma pensando a quello che avverrebbe dopo la sna m o rte, e che in ta!i occasioni anche g!i animi pi mansueti vengono provocati da coloro che stuzzicano e che istigano, cominci per temere che Polemone avesse a patirne ; ed perci che nel suo testamento, dove le faccende dell'imperio ordin, lasci scritto : 7/ JWemone ./!* <yuegfi cAe a me (ReJe cotmgRo ; e ci fece per conciliargli grazia come a benefattore, e per preparargli un sicurissimo perdono. Di fatti Antonino di quanto Avvenne a Smirne piacevolmente scherz, mostrando serbarne viva me moria, ma mostrando per g!i onori, di che in ogni oc casione lo distingueva, quasi per dargliene pegno, che non per ispirito di vendetta se ne ricordava. Gli scher zi , di che fece uso verso di lu i, furon questi. Andato Polemone a Roma , Antonino , poi che !' ebbe abbrac ciato, disse: Assegnategli uu alloggio, e badate che nes suno nel cacci. Ed una volta che un attor di tragedia ne' giuochi olimpici celebrati in Asia e da Polemone presieduti, si appell all* imperadore d ' essere stato da Polemone espulso sul bel principio de!!o spettacolo, l ' imperadore dimand a!!' istrione in che ora fosse sta to cacciato dal teatro, e rispondendo egli: % rio {/ mez zogiorno , l ' imperadore urbanissimamente soggiunse : jSH to / : yerM /a mezza noMe, e non me ne appena/. IV. Ma ci che segue nuovi argomenti fornisce & de!!a mansuetudine del!' im peradore, e della alterigia

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dei soBsta. Di s brioso animo era Po!emone che pretendea conversare con le citt come superiore, co' prin cipi come non inferiore, cogli Iddi come eguale. De clamando egli la prima volta che and ad Atene le sue estemporanee orazioni tra' que' cittadini, pochissimo si trattenne a lodar la citt , bench tante e s giuste cose potesse dire in commendazione di Atene (t) ; n spese Stolte parole intorno alla gloria eh' egli erasi di gi acquistata, bench questo genere di eloquenza soglia dare non pccol risalto alle declamazioni de'soBsti; ma sapendo benssimo che gli ingegni degli Ateniesi aveano pi bisogno di freno che di sprone : csi pero r : Corre y n ta , o AtenteM, cAe fot Mate doMt a^co/intort oraztont ; or. to ne yr /' ^partenza. Es sendo venuto a Smirne il principe del Bosforo (a), uo mo colto in ogni greca disciplina, che viaggiava la Io nia, non solo ricus Polemone di porsi nel numero de' suoi seguaci, anzi chiedendo egli ripetutamente che an dasse a vederlo, tanto seppe fare che invece mosse il prncipe a recarsi alla casa di lu i, portandogli in dono dieci talenti. Passato poscia a Pergam o, e infermatosi di g o tta , s fece porre nel tempio (3); ed essendogli ap parso Escalapto, e ammonitolo che si astenesse dal be(t) Primo argomento degti aringhi de' sofisti era sempre 1' e !ogio delta citt, ove perorava. (a) Poi che ci accadde ai tempi di Antonino P io , cotesto principe , 0 r e , de! Bosforo chiamavasi Remeta!ce, come in segna Capitolino nella vita di quell' Augusto. (5) !1 tempio d'Escnlapio, menzionato nella vita di Apollonio a principio del lib. tv.

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ver freddo, Potemone g! chiese : E che faresti, o egre gio, se avessi a curare un bue? (t) V. Quell* alto sentire di s medesimo, quella Gducia del proprio m erito, aveva egli imparata da! Blosofo Tim ocrate, col q u ale, venuto in Io n ia , avea convivuto quattr' anni. Non fuor di luogo il dar conto di cote sto Timocrate. Costui fu del regno di Ponto, e nacque in Eraclea, citt montata alla foggia de' Greci. Dappri* ma attese alla scienza m edica, ed era bene istruito delle opinioni di Ippocrate e di Dem ocrate; ma dopo che ebbe udito Eufrate da Tiro (a) corse a piene vele nella filosofia di lui. Eg!i era per s fuor di modo ira condo, che mentre disputava gli si rizzavano i peli della barba e i capegti sul cap o , come un !ione aizza* to. La sua lingua era volubile, veem ente, pronta. Per ci carissimo fu a Polemone, che amava quella violen* za di discorrere. Essendo poscia insorta una coatrover* sia fra Timocrate e Scopeliano, il quale di peci e di empiastri faceva uso, la giovent di Smime si divise in partiti. VI. Polemone, stato discepo! di entrambi, parteggi per Tim ocrate, eh' eg!i chiamava il padre della sua !ingua. E scusandosi presso lui della questione eh' egli
( t) Polemone, come detto d is o p r a , trattava gli Id d i!, come fossero par! suo!. E per udendosi proporre per medicina it bevere acqua fresca, ha 1' aria di ridersene, e di schernirlo. Ai d nostri per altro il curare la gotta con ampie bibite d'acqua fu in molta , ma non durevole, voga. ( 3) Di costui pure nel t e nel v della vita d! Apollonio ha Filostrato fatto menzione.

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ebbe con Favorino, con verecondia e sommessamente il faceva, a guisa de'fanciulli che temono !o stafBle dei m aestri, se a caso qualche fallo commisero. La mede sima sommissione adoper con ScopeHano un po'dopo, quando si trov nominato ambasciadore degH Sm irnei, augurandosi la di lui persuasiva, eh' ei diceva le armi di Achille. Ma con Erode di Atene ora sommessamente ora atteramente si comport (t). Come ci fosse ho brama di raccontare, trattandosi di cose beitele degne di memoria. Erode amava assai pi !a facolt di partare alt' improvviso , che ' esser console, o discender da consoli. Non conoscendo ancor Polemone, and a Smirne a conversare con lui in que'tem pi, ch'ei gover nava le citt Ubere. Abbracciatolo adunque, e pi volte baciatolo, nello staccar delle labbra gli disse: E quan do , o p a d re , ti udiremo noi ? E quanto a s cercava di dilazionare il pi che poteva di farsi da lui sentire, dicendo che in presenza di tant' uomo si sarebbe tro vato troppo impicciato a parlare. Ma egli senz' altra, pausa : Ascoltami oggi, disse , e andiameene subito. E avendolo udito E ro d e, confess che rimase stupefatto di un uomo che tanto valeva e nella elocuzione e nella invenzione estemporanea. Tutto ci palesa la vasta di lui fantasia, e la grande erudizione, di cui, per Giove, sapea far uso fino a destar maraviglia. Le cose che se guono dimostrano la sua modestia e i ben composti costumi. Erode adunque, venuto a udirlo declamare
(t) Di tutte queste particolarit si trovano indiq nele vite di Favorino, di Scopeliano, e di Erode.

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accolse egli con luogo panegirico degno dei detti e latti d i ini. V II. Dalle parole di Erode in nna deite sue lettere a Barbaro (<) puossi rilevare 1' esterna attitudine che Polentone assumeva negli aringhi, ed io di quelle mi vaiT per darne conto. AHaceiavasi a declamare con volto modesto ma pieno di Bducia ; ponevasi indi a ge stire s che pareva affetto di paralisia. Gli argomenti dei discorsi non istabiliva in presenza della moltitudine, m a alquanto in disparte frammezzo a pochi. Splendida e ben contenuta era la sua voce, e mirabil pronunzia facea la lingua sua risonare. Narra Erode che una volta ne! massimo fervore de! discorso cadde gi della cattedra, a tanta veemenza e*a giunto, e dice che quando avea sviluppato un periodo, 1 'ultima parte di esso profti a sorridendo, in prova che per lo pi i! parlar suo non gli cagionava alcuna fatica $ e che nei campi della eloquenza egli batteva la terra co' piedi a guisa di generoso cavallo. Aggiunge che egli ascolt la prima declamazione di lui alla maniera di chi giudica nna causa; la seconda, come ascolta chi ama ; la terza; come chi ammira; perch lo ud tre giorni di seguito. Ed anche gli argomenti rammemora Erode, dei quali Io ud parlare. U primo fu Demojfene cAe nego <& ayer afuto M Jono ta/ent*, di che Demade gli aveva intentata la colpa (a), appoggiato a ci che Ales(t) H troveremo ricordato anche pi innanzi. (a) Nella vita di Eschine vedemmo un cenno di ci. Quanto all' accusa di Demade, ella confermata da Plutarco nella vita di Demostene. -

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sandro ne scrisse agii Ateniesi, visti i conti di Dario, t / o f azione che a questa successe tratt de/ (/foraggere / trq// da//c popo/aa/on/ d/ G rac/a, dappoi che !a guerra peloponnesiaca erasi terminata con !a pace (t). II terzo argomento spettava ag/< A/en:ej:, onda fer// ne//a yrma d/ r^puAi/ica popo/ara, dopo !e im prese sostenute ad Egopotamo (a). Per !e quali orazioni scrive Erode averg!i mandato quindici miriadi, a tito! di paga per averle udite ; e che non avendo voluto ac cettarle, egli pens che i! facesse in spregio di !u!. Sog giunge che cenando egli un giorno insieme al critico Munazio da Tralci, questi gti disse : P arm i, o E rode, che Potemone si sia sognato di venticinque miriadi (3), e perci stimi non essere secondo it suo merito ricom pensato, non avendogliele tu mandate; e seguita Erode dicendo avervi aggiunte le dieci, le quati Polemone di buon grado accett , come chi ricupera una cosa smar rita. Ci pure dice Erode di Potemone, cio che non and mai a declamare per cagion su a , n mai venne a gara con tu i, e che votte anzi partir da Smirne di n o tte , per non parere che vi fosse astretto datla forza, stimando audace impresa i! cimentarvi:! anche costret to. Altre volte per fece gli elogj di Polem one, e il giudic al di sopra d'ogni ammirazione. Imperocch
(t) Troveremo trattato !o stesso argomento anche da Erode. (a) La battaglia d Egopotamo, netta quale gli Spartani con dotti da Lisandro presero Atene comandata da Conone, e il governo iv! intrudo dei M i tiranni, da vedersi principalmente in Senofonte. (3) Circa diciannove mila scudi dei nostri.

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avendo eg!i (Erode) declamato innanzi agli Ateniesi su! proposito de' trofei, ed essendo stato ammirato per !a forza de! suo discorso : Leggete, ei jispose, !' aringo di Po!em one, e aMora i! Conoscerete. E ne' giuochi olim pici avendoto i Greci esaltato dicendog!! : T u Mi M w a/^ro Demostene, eg!i disse : JV, ma jfUenH un a/tro Fr^yio, dando questo nome a Po!emone, perch a quei giorni Laodicea spettava aUa Frigia. E chiedendog!i ! 'imperadore Marco: Che ti par eg!i di Po!emone? Ero de ad occhi chiusi rispose :
. . . .<# nte f oreccMo introna

/ / galoppar

r a p ^ cava/Zi (<).

Vo!endo indicare !a vibratezza deHa pronunzia e !' ar monia del discorso. Cos pure richiesto da Barbaro it conso!e quai maestri avesse avuto , rispose : Cajo e Sempronio 6n che fui principiante, e Polemone quand 'i o era gi dotto. V ili. Narra poi Po!emone di aver eg!i udito anche D io n e, e perci essere andato ne!!a Bitinta. E disse : Ze seowcHMwe w *prosa st portano suMe ^pa//a, a <yue//e S p o e t i a&&Mognano ! carri (a). Anche i tratti seguenti sono nel numero di queHi che onorano Po!emone. Dispntavasi a Smirne intorno ai tempii ed a!!a giur!sd!zion !oro, e Polem one, gi su! declinar deUa vita, vi si ag(t) Ver:! di Omero nel i della Iliade. (a) Le buone prose scarsissime sono, parmi che voglia d ire , e pi che abbondantissimi i cattivi versi. per da riflettere, che il testo dice: t de' prosatori, t de* p o eti, cosicch po trebbe altri ia altro senso intendere questo passo.

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giunse qu al difensore. Ma ne!!' atto eh' eg!i era !n pro cinto d incamminarsi (t) a sostenere i diritti de! tem pio , cess di vvere, e !a citt si provvide di a!tri di fensori. M a questi avendo malamente condotto !a causa nel pretorio del!' imperadore, !' imperatore posti gli oc chi sugli avvocati degli Smirnei: Non avevate vo i, chiese lo ro , scelto in difensore di questa causa Polemone? Appunto , risposero essi, se ta parli del soBsta. Al che l'im p e ra to re aggiunse: pu darsi adunque eh' egli pure abbia scritta qualche orazione su cotesti diritti, giacch aveva a trattarne alla mia presenza la controversia, e ch'essa d tanta importanza. Pu darsi, o imperatore, risp o sero , ma a noi non consta. Allora l ' imperatore accord una proroga alla causa, sino a che si recasse quella orazione. L a quale poi letta in pretorio, l 'impe rato re con sua sentenza le diede la vittoria della causa. Laonde gli Smirnei partironsi, recando seco le altre, e gloriandosi di aver fatto rivivere Polemone. IX. E perch le parole degli uomini illustri, non solo seriamente dette ma anche per ischerzo, degne son di memoria, riferir eziandio le lepidezze di Polem one, acci non paia che io le abbia neglette. Un giovinetto della Ionia attendeva in Smirne ai piaceri, pi che non sogliono gli Ionj, e 1' abbondanza delle ricchezze, che suo! essere una pessima maestra agli ingegni procaci, i! conduceva a perdimento. I! nome de! giovinetto era Varone. Corrotto dagli adulatori, erasi egli persuaso di
(t) Alla volta di R o m a, dove siffatte pretensioni di parecchie citt dell'Asia (non soltanto di Smirne) venivano giudicate.

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essere il beHissimo di tutti ! beli, il sommo *a ! gran di , l ' eccellentissimo nella forza e nell'arte di esercitar la palestra ; e che nemmanco le Mnse potrebbero pi gentilmente cantare di Ini, ove a cantar si ponesse. Cos pur de' sofisti parlando , vantavasi che ov' egli de clamasse (e talvlta frattanto declamava), lascivasi die tro a gran distanza le lingue loro. Quelli che erano da lui salariati , contavano fra' carichi. lo!*o quello pur d ascoltarlo a declamare. A cotale tributo and parimenti soggetto Polemone , ancora giovine , e non colpito da abituali acciacchi, e ricevette danari per siffatto carico ; ma perch noi coltivava gran fa tto , n frequentava le declamazioni di lu i, il giovinetto se 1' ebbe a male, e il minacciava dei t*/?! ; i quali fipi sono uno scritto di chiarante cessata la paga a chi non adempie il suo de bito. Siccome per gli amici di Polemone lo rimbrotta vano, chiamandolo pigro e indolente, come colui che potendo far s che il giovine non avesse a chiedergli retribuzione veruna , purch sapesse con buon garbo renderselo benevolo , egli tralasciasse di farlo, ed anzi il provocasse e indispettisse, Polemone, ci udendo, and ad ascoltarlo. Ma essendo la declamazione an data in lungo sino a sera avanzata, n scorgendosi pur di lontano la 6ne del discorso, e questo in ogni sua parte abbondando di solecismi, di barbarismi e di con traddizioni , Polemone allora salt in piedi, e a mani giunte sdam : O rs , b a ro n e , (/anwn! pura t ttp:. Giunse a caso un d Polemone dove un assassino, reo di molti delitti, crasi posto alla tortura per ordine del proconsole, il quale per confessava di non ben sapere

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qua! pena le colpe d colui meritassero : Ord/na , gli diss'egli, cAe tmparf /e /ezton! a memorta. Imperocch, essendo egli soBsta, quantunque assai cose avesse im parato , pare stimava tra tutti gli esercizj molestissimo 1'esercizio di imparare a memoria. U n' altra volta ve dendo un gladiatore, tutto grondante di sudore, e timoroso di perder la vita nel conBitto: Je/ pannato , gli disse, cAe jern^rt uno , cAe coda a dec/amare. E abbattutosi un giorno in un soBsta, che stava mangiando salsicce, sardelle, ed altre sudicerie: .//m/co , gli disse , di cota/ ro&a pascendoti non potr* no&:7mente e^pn'mere f tndo/e d* Z?ar/o o d{ &r*e. Dicendogli il Blosofo Tim ocrate, che Favorino era un gran chiacchierone , urbanissimamente Polemone gli ri spose : 7 a / ogm ceccA/ere//a, alludendo alla di lui qualit d'eunuco. Finalmente nell' attor di tragedie , che si rappresentavano a Smirne nelle lste olimpiche, avendo piegate verso terra le mani, mentre sciam : O Gtoce / e alzati gli occhi al cielo, dicendo : O terra / Polemone, delle olimpiche fste presidente, lo scacci, dicendo che Co/ut acca commesso un so/ecMmo con /e man/. Nuli' altro aggiugner di questo genere , ba stando il sin qui detto a dimostrare la di lui lepi dezza. X. Fervido ed acre lo stile di Polemone, e suona acuto quanto una olimpica tromba. Lo rendono per dignitoso le sentenze alla marniera di Dem ostene, ed una gravit, non gi ruvida, ma splendida e divina, e come effusa dal tripode di Apollo. Malamente ne giudi cano coloro che pretendono eh' egli sappia meglio di

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vernn altro soSsta trattare !e accuse, e meno ben le difese. De! quale giudizio provano la fallacia varie ora zioni d! lui di un genere Snito, dove prese a difendere; e quella massimamente per Demostene, in cui sostiene eh' egli non ricevette i cinquanta talenti. Perocch as sumendo una difesa, bench diffcile, seppe adoperarvi i suoi favoriti ornamenti e artiSzj. Uno stesso errore avverto in coloro, che lo dicono meno esperto negli ar gomenti, cui fa d'uopo di colorire, e schivare perci questa via , come un cavallo schiva la difficolt de'luo ghi , e perci biasimare siffatto genere di eloquenza, allegando que' versi di Omero : O <& o a/ par porle aire A Pfuio C o& M cA'aAru Aa /aMro, a&ru core (t). Lo che pu forse aver d e tto , sottintendendo e accen nando che siffatti argomenti non troppo si accordano co'buoni costumi. In essi all' incontro era egli ottima mente esercitato, e ne fanno pruova la declamazione intitolata : Z aefu/tero tegrefo, quella di 3ewo/bnta cAite^enfe A morire per &?crate, quella di <So/one cAe propone f a^o/Vz/ow Je//e /egg!, ^accA Alt Mirato Aa a ^ e te rn a cuitoJa. Lo stesso dee dirsi di quella di jPcoMMfene cAe {^opo /a Aattag^a CAeronea j ntedfejMwo, e efegno e*emp/ar morte Jt cA/ama per /a comp/ZcM ju a con ^ r p a / o , e !' altra in cui pcrJMa^fe cAe aF yem'r FMppo JeAAajf ^ugg/re (nrem z, e pi quella, ove con/rma /a /egge i&cAtn e , cAe reo morte &cAiara cAMn^ue par/aj^e
{') Versf d' Otncro ne! tx detta Hiade, traduzione di Manti.

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Minawzi f?t guerra. Nette quati tutte particolarmente, che stto te orazioni co/orafe da tu! stesso proposte, to stite per cos dire imbrogliato, e te sentenze nett' un senso e nell' attro sono adoperate. XI. A cagione de'catcoli che il tormentavano dovette soventi volte assoggettarsi a! medici, eh'egti chiamava i cava-pietre di Potemone. Informando con lettera Erode di questa sua m alattia, cos gli scrivea : * Se mi abbi* sogna mangiare , le mani mi cadono ; se andare , mi * mancano i piedi ; se torm entare, le mani e i piedi * allora mi servon ". Cess di vivere nel cinquantesi mo sesto anno di et. Questa misura delta vita in al tre scienze H principio delta vecchiezza, ma nei sofisti giovent, perch la scienza toro divien pi saggia in vecchiando (<). Non avvi alcun suo sepolcro in Smirne, bench mott! se ne menzionino. Chi dice esser egli se polto in un orto vicino al tempio detta V irt , chi poco lungi di t verso it mare. Trovasi in quel sito un tem pietto , nel quate si vede un ritratto di Potemone con quett' abito eh' egti aveva quando fece te orgie netla tri reme (a ), e sotto quetto atcun dice eh' egti giaccia. Al tri in fine pretende ch'ei riposi nell'atrio detta sua casa sotto te statue di bronzo. Ma nulta vero di tutto ci.
(<) Lessi in una beU'opera moderna che i letterati sono an cora giovani a cinquant anni, perch press'a poco a ta!e et comin ciano ad aver nome. Amerei che altri prendesse a dimostrare la verit t) l ' insussistenza di questa proposizione. A favore per di essa st il concetto qui espresso da Filostrato. (a) Si disse nel principio di questa vita che ebbe 1' onore di condurre la trireme sacra di Bacco.

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Imperocch s' egli avesse cessato di vvere a S m im e, nessuno di que' magniSc! tempi! che ivi sono sarebbesi reputato indegno di raccogliere !e m e ossa. Assai pi sicuro ch'ei venisse sepolto in L a o d w a alle porte di S ria, dove sono i monumenti de' suoi maggiori ^ e che vi fosse sepolto ancor vivente ; dicendosi eh' egli stesso a forza Io impose ad alcuni suoi strettissimi am ici, e che gi calato nell' urna dicesse a coloro che la chiu devano : Ponete # copercAio, ponete/o, a/trtmena # yo/e non mi troyereAAe tacitM rw, e visto que'fam igliari a piangere, disse : Datemi un corpo , cA' M traymtjgrer w eyw ('). La virt di Polemone con Pole mone si estinse^ perocch i di !ui successori ben !o ag guagliarono quanto al genere, ma nessuno vi fu eh* potesse alla sua virt compararsi, tranne uno, del quale dar qui appresso alquante notizie. XXV!. SECO N D O (a),

I. Tralasciar non dobbiamo di far menzione dell'ate niese Secondo, che molti chiamarono t/ cA/otfo A /e( ') Pativa d calcoli ed era paralitico come s! & veduto; dovea dunque trovarsi infelicissimo. Cambiatemi il corpo, dice egli qui, e allora mi contenter di vivere. (s) Di Secondo, da altri detto Elosofb, da altri grammatico, abbiamo alle stampe le <&ntwne m ora// e le rirp M te , pubblicate !a prima volta da Luca Olstenio a Roma nel )638 insieme ai DeMt di DemoMo e di Democrate, poi da Tomaso Gale negli

, &MM. / /

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g n o , perch era Bglio di un falegname. H soBsta Se

condo fu dunque lussureggiante nella invenzione, ma castigatissimo nello stile. Essendo stato precettore di Erode , venne ad alterco con In i, gi divenuto precet tore egli pure; ond' che Erode per ischernirlo ripetea spesso :
H vacato g/t enw/f VMa/.

Quando m o r, fu onorato dell' elogio funebre, e fu p ian to , bench cessasse di vivere assai vecchio. Pi cose degne d! memoria esistono di quest* uomo, e prin cipalmente questa controversia : a L ' autore di una se* dizione sia punito di m orte, e colui che la frena ed a acqueta premiato. O ra chi mosse una sedizione, e po% scia la fren, invoca i! premio *. Questa causa pe ror egli brevemente cos: Qual il primo oggetto? a senza dubbio l'eccitam ento alla sedizione. Quale il x secondo? 1' estinzione di essa certamente. Se dunque * per il mal fatto dovevi riportare il castigo, abbiti il s premio , se p u o i, per il bene che dopo facesti " .T a l fu cotest* uomo. Egli sepolto nelle vicinanze di Eieusi spila destra del cammino che conduce a Megara.
BMtofoyitH, a Cambrigia nel *6 7 0 , indi ad Amsterdam ne! t 6 8 8 , e di nuovo dallo Schier a Lipsia nel !^54- Le devolg anche i! Fabricio nel tom. xtn de!la A i/, g r. , e alcuni ^ o / o g t g!i attribuisce il Latnbecio nel tom. vt della AM. , ma con poco fondamento, imperocch lo suppone uno de' Gin noso fsti delle In d ie, lo che nessun altro n suppose n ammise

Rnpra.

i.
ERODE (!).

L D e ! ! ' ateniese Erode !e seguenti cosa sono a sa persi. H soBsta Erode apparteneva per la paterna pro sapia ad uomini ripetutamente insigniti detta consolar dignit, e discendea dagli Eacidi (a), della ricchezza
()) Tiberio Claudio Attico Erode & il vero suo nome. Suida ne ha partato, confondendolo in alcune cose con Attico Erode suo padre. Auto Gelti nei libri n e n i ne scrisse pi esatta mente. Le iscrizioni, che serbano memoria di in i, trovate netta villa Borghesi, ed at Triopio ( luogo de* sepolcri della sua fami glia ), vennero illustrate dal Satmasio, dal Casaubono, e ultima mente dall'insigne archeologo Ennio Quirino V isconti, che le tradusse, comment e pose in luce a Roma nel ty g ^ in 4- Al cune di esse furon trovate dal celebre Spon. H Casaubono sup pose erroneamente che una di esse fosse riferibile all' Erode che fu re di Giudea. N schiv qualche sbaglio su) di lui cnto anche l ' eruditissimo Tillemont, che ne tratta nelta vita di Antonino Pio. Ci che qui ne scrive Filostrato con insolita diligeuza pure in pi luoghi suscettibile di schiarimenti citeriri ; ed io mi studier di somministrarli di mano in mano , giacch nel t. n x , delle AfemoirM <fc /.M urature trovasi in proposito una dotta fatica del sig. di Burighy. (a) Da Aiace, quanto alla stirpe paterna, da Cecrope, ossia

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de'quali si giov in altri tempi la Grecia per far guerra ai Persiani. N sdegnaron giovarsene tanto M ilziade, quanto Cimone, uomini eccellenti, e di somma autorit presso gli Ateniesi, ed altri Greci nella guerra che fe cero contro i Medi (t). Imperocch il primo innalz trionfai monumento pei Medi sconftti, l ' altro pun i barbari per le azioni che perSdamente osaron commet tere di poi. Ma Erode meglio d'ogni altro fece bell'uso delle ricchezze : cosa non solamente non facile ma si pure molto ardua e diffcile ; perocch quelli che ab bondano di agi sino alla saziet riescono petulanti con gli altri. Sogliono costoro vituperar come cieco il Dio delle ricchezze (a), il qual p e r , bench a molti pi <ehe cieco rassembri, veggentissimo fu per Erode. Im perocch vide gli am ici, vide le citt, vide le genti tut t e , giacch di tutto prendeasi cura quest' u om o, e per mezzo delle accumulate ricchezze gli animi confortava con immancabile liberalit. Diceva egli che conveniva far buon uso delle ricchezze, soccorrendone i bisognosi
da Teseo, quanto aHa materna, ha il Salmas!o provato discendere questa iMustre famiglia ; perci cari furono ad Erode i borghi di Maratona e di CeRsse , come pertinenti l'uno alla trib di Aiace, l'altro a quella di E retteo, cio di Cecrope, e quindi di Teseo. (t) S l'u n che l'altro d e 'tr e sommi generali qui nom inati, appartenne alla discendenza di Aiace. E pare altres che Milziade fosse uno degli antenati di Erode. (a) P luto, Dio delle ricchezze, diverso da Plutone , Dio dell ' inferno , del quale dai mitologi si Roge ministro. detto ricco, perch le ricchezze, che dovrebbero essere il premio esclusivo de' b uoni, cadono spesso nelle mani di chi ne fa pessimo o so , e non ha merito alcuno per possederle.

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acci non trovinsi nella miseria, e non gi sommini strandole ai non bisognosi, acci ad essere bisognosi non si riducalo. Morte ricchezze chiamava quelle che non servivano ad uso com une, e avaramente si tenean custodite, e carceri del danaro diceva que' tesori, che alcuni gelosamente nascondono* Ed a Coloro che sola mente ai nascosti tesori stimano aversi a &r sagri Ecj come agli Iddii, dava il nome di Aloadi, i quali sagriBcavano a Marte, dopo che lo avean posto in catene (t). II. Di coteste di lui ricchezze molte furono le sor g e n ti, e da molte famiglie gli derivarono; le principali per dagli assi paterno e materno. Ipparco suo avo do vette subire la conBsca de' beni per un delitto di lesa maest che gli Ateniesi non denunziarono, ma che non rimase nascosto all' imperatore. La &rtupa per favor Attico di lui Sglio e padre di E rode, di ricco, che era, divenuto povero, scoprendogli un vero immenso te soro, nascosto in una delle case ch'ei possedeva presso il teatro. Ma pi da timore compreso che dalla gioia per la grandezza di quello , scrisse a!P imperatore una lettera in questi termini : io Ao ttw ato , o /m uratore , un tesoro neMa caia ; cAe tmpowt tu cAe ne /ccM ? E l'imperatore (regnava allora Nerva) rispose: -ServM dt c/ cAe Aa! trovato. Ma continuando Attico ne' suoi tim o ri, riscrisse : Z a yomm de/ tesoro superare /o jtafo ; egli rispose : Z? fu jerwti o/tre /o ^tato tuo d / c: cAe /a yr^Hna t! , peroccA roAa tua.
(<) Intorno a questa favola veggas! Erasmo nelle ChiHadi, pag. 86.

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D ' allora in poi grande Al Attico , e pi grande Erode ; a! quale oltre !e paterne dovizie quelle pur della ma dre pervennero, che ne eran di poco inferiori. III. La magniScenza di cotesto Attico di fatti era in* signe. Trovandosi il figlio Erode alla testa delle citt libere dell'Asia ( :) , e veggendo che la citt di Troad stava inale a bagni, che l ' acqua dai pozzi cavata riuscia fangosa, e che la piovana bisognava raccorre in conche, scrisse all'im peratore Adriano, che non la sciasse perir di squallore quell' antica citt , s comoda mente situata sulla sponda de! m are, e le sommini strasse trecento miriadi di dram m e, onde procurarsi l'acqua, dacch aveva gi accordate somme anche mag giori ad alcuni villaggi. Approv l ' imperadore la pro postagli liberalit, che assai si confaceva alla sua ma niera di pensare, e deleg lo stesso Erode a presiedere all' opera di quelle acque. Ma essendo salita la spesa alla somma di oltre settecento miriadi di dramme , i procuratori dell' Asia (a) scrivendo all' imperadore non potersi permettere che prodotti di cinquecento citt (3) si avessero a spendere per la fontana di una sola, e di ci l ' imperadore lagnandosi con Attico , Attico, il pi magniBcente degli uom ini, gli rispose : Aon prenderti
(t) Magistratura straordinaria accordata ad Erode , per essere quel eh'egt e ra , giacch ordinariamente erano esse dirette dai prefetti deHe provincie. (s) Cio i questori, ! ricevitori, quelli che riscuotevano i tributi. (3) Altrettante ne conta Giuseppe Flavio ne! Mb. n detta Guerra giudaica.

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%yM!Mo,o tm peroJore, ^ ji ptcctb/a coja ; percA ^wawto j: fpejo a / /d Je//e trecento fMviaJi w A^no a m:o /!g/A), a mw /!g#o n//a c/ttd. E i! testa mento , co! quale lasci che si distribuissero ogn' anno a! popofo ateniese cent'once per nomo, pmova la gran dezza dell' animo suo ; d! che in altre occasioni pari mente di saggio, sia sagriGcando pi volte a Minerva cento b n o i, e a! sacro convito invitando i! popol d 'A te n e , diviso per trib e per c!assi $ sia ne!le leste dio nisiache , al tempo che scuopresi il simulacro di Bacco ne!!' Accademia (<), somministrando i! vino ne! Cera mico ai cittadini ed agli stranieri, tatti adagiati sopra Ietti di ellera. IV. M a , poi che del testamento di Attico si fatta menzione , opportuno eh' io narri !a cagiona, per !a qua!e Erode disgust gli Atenisi. Gi dissi !a disposi zione portata da!!' atto testamentario, che Attico avea scritto , giusta il consiglio de' suoi liberti, i quali co noscendo !a avara indole dei liberti e dei servi di Ero de , vollero prepararsi un asilo presso i! popolo di Ate ne , come autori di quella liberalit. Che coi liberti di Erode avvenissero trattative, ne sia argomento !a invet tiva , eh' ei fece contr' essi, con pungentissime parole. Pubblicato che Ai il testam ento, Erode convenne con gli Ateniesi di dare a ciascuno, una volta ta n to , cin que mine, ossia cinquecento once, sciogliendosi da!I' obbligo della distribuzione annuale. Quando per an(t) Ossia ne! Ceramico, dov'era H tempio di Bacco. Vedi Meursio de Regib. A th ., tib. ! , c. so.

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darono a! banchi per avervi il danaro convenuto, egli produsse i confessi di ricevuta degli avi e de'padri loro, ai quali dai genitori di Erode si era prestato danaro, e volte esserne compensato, laonde alcuni non presero n u lla , alcuni assai p o c o , ed altri rimasero tuttora Ob bligati, pereh non bastava la convenuta somma a com pensare gli antichi debiti. La* qual cosa esacerb gli animi degli Ateniesi, che si tennero per fraudati del le gato , n cessarono di averlo in odio anche allora, che di sommi beneScj ad essi Ai liberale. Ed perci che dicevano chiamarsi panatena:co lo stadio, per essere stato costrutto co' d anari, di cmi vennero IM M ! g# AteW M M frodati. V. Presiedeva Erode in Atene tanto ai cognomi ( t) , quanto ai paneMeny. E quando ottenne la dignit di presidente delle fste pawafenee, cos apnunzi : E a v o i, Ateniesi, e quanti Greci verranno fra v o i, e gli * atleti pei combattimenti, io raccoglier in uno sta* dio, in bianchi marmi costrutto a. Dopo la qual pro(<) Cosa abbiasi a intendere intorno a ci non saprei dire , non trovando negl! altri interpreti veruna spiegazione soddisfa cente , n in Meursio, e in altri che degli usi dell'antica Grecia hanno scritto, alcun cenno di siHatta autgriti. Pu supporsi che non fosse lecito di applicare un nome ad alcuna via, o edilizio, o giuoco , o festa , o altra cosa spettante al pubblico, senza li cenza di E ro d e, cmi non dovette andar a sangue che lo stadio eh' ei fabbric, come detto subito dopo, venisse chiamato Pauatenaico , cio latto co' danari degli Ateniesi , giusta il rac conto di Filostrato. Ma ci pure una congettura, e forse non moho felice.

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inessa, condusse a termine nello spatio di quattro anni Io stadio posto suHe sponde dell' Hisso, alzando una fabbrica, superiore alte pi magnifiche, non potendosi paragonare con essa nessun teatro ()). Rispetto aHe fe ste panatenee ho anche udito !e seguenti cose : Una vela, spiegata al vento, e tntta bellamente dipinta, so spesa ad una nave, e questa non tirata da alcun caval lo , lentamente scorreva per mezzo di macchine di sotto nascoste (a) , e partendosi dal Ceramico, munita di mille re m i, all' Eleusinio giungeva, intorno al quale girava, passando poscia a^ seno Pelasgico, indi al Pitio, d'on de spingevasi fin l , dov' ella tuttora si trova. L ' altro Iato dello stadio occupato dal tempietto della Fortu n a , di cui contiene la statua in avorio, come colei che le cose tutte governa. Egli cambi pure le vesti degli efebi ateniesi in quelle che Oggid par usano, e fu il primo che di bianchi manti li orn (3) ; perocch pri m a ne indossavan di n e ri, t o ' quali sedevano intorno ai p a lp iti, e facevano i loro passeggi, in memoria de! compianto degli Ateniesi, i quali piangevano i! bandi tore Coprea, che in altri tempi essi uccisero, strappan dolo dall' altare degli EraclidL Co strusse Erode ezian dio in Atene un teatro in onor di Regilla (4), colie sof( ') Ne patta Pausania nell' Attica. Si vedrA pi innanzi che in questo medesimo stadio ebbe Erode il sepolcro. (a) Non diremo essere questa una nave a vapore o a mole ? Ne lascio la decisione agli intelligenti. (3) Rilevasi da questo passo che le feste Panatenee da Erode ce lebrate furono di nuova (orm a, cio diverse da quelle usate prima. (4) Sua moglie da ci che segue , e come dalla iscrizione della villa Borghesi rammentata nella prima nota.

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6 He tutte di cedro; ed elegantemente ornato di pi statue della stessa materia. D e'quali due ediUc) non trovasi in tutto il mondo romano nulla di somigliante. anche prezzo dell' opera il far qui parola del teatro ben sofEttato eh' ei fabbricar lece ajCorinto, molto in feriore per di quel di Atene, sebbene per altro sia esso celebratissimo altrove per alcune particolarit ; e cos pure delle statue dell' istm o, e di quelle colossali del Nettuno Istmio e di Amftrite, e di pi altre che ricca mente pose nel tempio, non quella pure ommettendo de! delSno di Melicerta (i). Dedic eziandio lo stadio, che trovasi in Delfo, ad Apolline Pitio, e l'acqua della citt di Olimpia a Giove; come anche dedic ai Tessali ed ai Greci abitanti vicino al seno Miliaco i bagni pra ticati nelle Termopili e salutari agli infermi. Benemerito si rese eziandio a Canusio, borgo d 'Italia, procurando loro pi nette ed abbondanti le acque, di che vi si aveva sommo bisogno ; e delle citt dell' E ubea, del Peloponneso, della Beozia, per diversi motivi ; non che di Oric , luogo dell' E p iro , che ridotto era agli estre mi , e di pi altri paesi. VI. Bench tanto illustre per cotante opere fosse di venuto , a lui parea tuttavia di nulla aver fatto di gran de , finch non gli fosse dato di traforar l ' istm o, sti mando egli magnifica impresa tagliare il continente, congiungere i due pelaghi, e raccorciare ai naviganti quel tratto di mare per lo spazio di sei mila e venti stadj. Teneva per in s questo desiderio, n osava
( ') Vedi Pausania ne! C orinto, e Strabane a! Hb. v<n.

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aprirlo a!!'im peratore,-onde non essere rimproverato d aspirare ad un' opera, cni Io stesso Nerone non pot fare (t). Questo sno pensiero si pales, com 'io seppi dall' ateniese Ctesidemo , ne! seguente modo. Erode viaggiava per Corinto insieme a Ctesidemo, quando ar rivato a!!' istmo : O JVieM nwo , sciam , to ^ w r r e f , ma nessuno t/ conce^er^. Sorpreso Ctesidemo di ta!i paro le, richiese ad Erode che cosa vorrebbe ; ed egli cos g! rispose : Io sono da gran tempo smanioso di lasciare ag!i uom ini, che verranno dopo di m e , un monumento di que!!' anim o, che un grand' nomo aver deve , ma ben capisco che questa gloria io non potr mai conseguire. Ctesidemo aHora rammemor le !odi convenienti ai detti ed ai latti di !ui, le qua!i non sono d a nessun superate. Ma Erode gii soggiungeva. Queste cose che tu racconti sono caduche, e soggette a! tem po , e gli uomini sogliono chi un detto chi un altro at tribuirci e biasimarcene. Ma il taglio dell'istmo un'or pera immortale e di ta! genere, che supera la comune credenza ; parendo a me che i! taglio de!!' istmo abbia bisogno de! concorso di Nettuno, o di colui, che vol garmente si chiama !' Ercole di Erode (a).
(t) Ne! sesto Mbro della vita d! ApoUonio stesamente pariate di ci. (a) L ' Ercole di Erode da! Meursio creduto colui che nslta battag!!a di Maratona fece tanta strage de' Persiani con un ara tro. Ma que! dottissimo s'in g an n , perch cotesto Ercole , cos sornomato per !a sua forza , viveva ai tempi di Erode , che probabilmente i! proteggeva, e (orse fu que! Sostrato, di cui para Luciano. Veggasi intanto ci che ne racconta FHostrato.

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VII. Egli ancora giovinetto di prhno pe!o era alto quanto Un altissimo Celta, perocch la sna statua giun geva ad otto piedi. Erode ne la la descrizione in nna sna lettera a Ginliano, dicendo che ponea qualche cura alla capigHatura, che folti aveva i sopraccigli, s che insieme si congiungevano, come se fossero uno solo , che vibra dagli occhi un grazioso raggio, indizio della sna indole , la quale era impetuosetta ; che aquilino ha il naso, e la collottola grossa, a cagione delle fatiche e de* cibi. Aggiunge essere costui di petto gagliardo ed aspro, ma bello; avere le gambe un cotal poco incur vate a! di fuori, ma egregie per ben camminare ; dice che va vestito di pelli di lupo insiem cucite, che ha combattuto con cinghiali, con lupi s cervieri che co m uni, e con ferocissimi tori, e far di ci testimonianza le cicatrici che mostra. Pretendono molti che cotesto Ercole sia nativo della Beozia, ma Erode racconta avere udito da lui medesimo che la madre sua fu una bifolca, donna di tanta forza quanta un bue, e il padre, m aratone, rustico eroe, cui venne in Maratona eretta una statua. Richiesto quest'rcole da Erode, s ei fosse anche immortale , rispose essere di pi lunga vita che la mortale ; e di nuovo interrogatolo di quai cibi si nu trisse , di latte , rispose, principalmente fo u so , e le c ap re, e i pastori, e le giovenche e le cavalle mi ali mentano. Anche dalle poppe dell' asina io ricavo un latte saporito e leggiero. Se poi mi abbatto in farina d ' orzo , dieci moggia ne mangio. Questa discendenza mi attribuiscono gli agricoltori maratonj e beoti, i quali mi hanno pure cognominato Agatione, perch

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parvi !oro talvolta un buon consigliere. Erode a!!ora : m qua! m odo, disse, e da c h i, fasti istruito de!!a lin gua? perocch tu mi sembri in ci non incolto. Cu! ri spose Agatione : la parte inedia deli' Attica ottima scuola per uno che bram i di bene imparare $ laddove g!i abitanti di Atene ammettendo ne!!a citt !oro i gio vani che vengono dalla T ra cia , da! P p n to , e da altre provincie di barbari, lasciano corromper da essi !a lin gua !o ro , anzi che ad essi !a buona faveUa insegnare. AH'incontro g!i abitatori d!!a ragione mediterranea, ai <[ua!i non si &ammisc!nano i barbari, hanno purgato idiom a, e il purissimo accento attico. Ma non interve nisti , dimand Erode , ad a!cun so!enne radunamento giammai? S , rispose Agatione, a que! di Pitia inter venni, non per nel congresso, ma da!!'altura de! Par naso ascoltando coloro che gareggiavano ne!!a m usica, ne! tempo che vi era i! celebre tragico Panimene. E biasimevo!i a me parvero i sapienti greci, vedendoli prender diletto in udire !e sciagure dei Pelopidi e dei Labdacidi (t) ^ perch a male opere consig!iano que!!e favo!e, cui si presta lede. Vedendo Erode che in tal guisa costui filosofava, !o interrog eziandio de' giuochi gimnici, e cesa a !ui ne paresse. Ed eg!i : Mi fanno ri dere sgangheratamente , rispose, veggendo uomini com batter &a loro ne!!' esercizio de' cinque giuochi, nel pugilato, ne! corso e ne!!a !o tta , ed esserne perci coronati. Coronisi piuttosto 1' at!eta corridore, che ab bia superato nel corso H cervo o i! cavaMo, o chi in
( ') Argomeat! frequentissimi delle greche tragedie di que'temp!.

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pi gravi combattimenti si esercita , misurandosi co! toro o co!!'orso, come io io tutti i giorni, negandomi la fortuna un cimento pi iHustre , giacch in Acaro ania pi non si trovano !ioni. Maravigliatosi pertanto E rode, H preg che seco mangiar volesse ; ed eg!i : Di m ani, disse, verr a te verso i! mezzod a! tempio di Canobo ; fa che vi sia !a pi !rga tazza del tempio piena di la tte , non per munto da una donna. And infatti il giorno dopo all' ora indicata, e annasata la tazza: Questo la tte , disse, non puro, ed io vi sento l'odore de!!a mano di donna; e detto ci, senza bevere il latte , part. Ma Erode non credendo a ci eh' ei dicea de!! d o n n a, mand pe' caprai onde saperne i! ve ro , e informato che cos appunto stava? !a co sa, capi che l'indole di quel!'uomo era divina. V ili. Co!oro poi che accusano Erode di aver alzate le mani conho Antonino su! monte Ida in que! tempo, ne! quale eg!i era presidente de!!e citt libere de!!'Asia, e !' a!tro esercitava !' autorit proconsolare in tutta l'Asia, ignorano a mio avviso la inyeMM'a di Demostrato contra Erode ( )) , ne!!a qua!e di cento cose rimprove randolo, nessuna menzione fa di cotesto furore, laonde non va considerato per tale. vero che tessendosi in contrati am bedue, urtaronsi, come*suole accadere nei luoghi difBcili ed angusti, ma non si oflesero con le
(t) D! ci s! para pi innanzi, come anche a! principio detta vita di Teodoto. 1! titigio venne discusso d'innanzi att' itnperad o re , che attora trovavasi a Sirm io, e ne furono accusatori gti Ateniesi, cui pareva tirannica t' autorit di Erode.

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man!. Cosicch DemostMfto non avrebbe taciuta questa colpa di E ro d e , egli che s ac cia m e n te lo ha vitupe rato , sino a volgersi io biasimo ci che pi degno di lode era in Ini. Fu anche latta nna imputazione ad Erode di omicidio, in questi termini : la moglie sua Regilla , da Ini resa gravida , trovavasi gi all' ottavo mese, quando Erode, per piccola causa, ordin a! suo Uberto Alcimedonte di percuoterla, e percossa ella nel ventre, la donna abort, e dovette morire. Le quali cose, come v ere, scrisse nella imputazion d'omicidio B radna, fratello di RegiHa, uomo chiarissimo tra'co n solari (<), ornato (ai calzari) (a) del segno di nobilt, consistente in nn taltone d'avorio, a loggia di piccola luna. Comparso per nella curia de' Romani, nulla sep pe dir di probabile intorno all' accusa da esso intenta ta , ma !e proprie Iodi prolissamente ramment , traen done il principale argomento dalia chiarezza della stir pe. Per lo che, Erode , mordendolo : F u , disse , Ad/ /a noA/VM Moo a//e noe* e , vantandosi anche l'accusatore di nn beneScio da lui fatto a non so quale citt d 'Italia , Erode molto generosamente rispose : /o parimente potr: yantar/af c!, <?M a/M N <yue y jie /a te rra , ayei^t a JZ/uffere ana mta cauja. Giov sommamente in sua discolpa, s il non aver egli impo-

(t) Due furono i consoli Bradua , Appio Annio ai tempi d! A ntonino, e M. Atilio Metitio a queM di Commodo. Apparten nero alia famigUa Atitia discendente da AtiHo Regolo. ^ (a) Queste insegne esteriori di patriziato sono da) Salmasio dottamente iHustrate.

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sta quella barbarie contro RegUta, c s: taverne eoa gravissimo lutto compianta !a morte. Ma Ji ci p u re , come di un dolor simulato, il calunniarono; tuttavia la verit prevalse. Di fatto n si sarebbe veduto sorgere il teatro in onore di lei estinta, n ritardare a cagion di essa la seconda sua ballottazione per la diguit conso la re , se puro uscito non fosse da quel processo, n gH ornamenti di lei si sarebbero portati ed appesi nel tem pio di Eieusi, se egK della sua morte rodasse macchia to. Che ci sarebbe anzi stato un provocare le Dive alla vendetta, che p regale di perdono; Oltre a c i , tutto T aspetto dlia sua casa per questa cagione mut, facendo di bigio e di nero colore coprire, e del nero e malinconico marmo di Lesbo intonacare, le pitture e le parti della casa; ond' che il sapiente Lucio ('), che era addetto al consiglio di Erode, non riuscendo di fargli cangiar parere, prese a beffamelo, per quanto s dice. IX. Non vuoisi om ettere, che anche presso gli stu diosi della sapienza egli pure acquist gran concetto, e fu de'pi illustri che ne coltivassero gli stud). Quando era discepolo di Musonp da Tiro (a ), argute uscivano le sue risposte, e di graziose lepidezze opportunamente abbellite. Lucio pertanto famiglarssimo di E ro d e , an d a ritrovarlo in tempo d cotesto suo lu tto , e con (t) Forse Lucio Patarese menzionato da Fozio al cod. ng. Ne dice pi cose anche H Sahnasio ne' Prolegomeni a Solino. (a) Questo Mmonto io stesso? di cui s & parlato m e! !ib. V ! delta vita d! Apollonio.

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queste parole Io ammon : " O Erode ^ ogni eccesso " biasimevole ( t) ; sopra di che ha udito. lungamente x disputare Musonio, e molto io pur disputai. Anzi te M parimenti ho udito nelle leste d'OUmpia ci stesso ai 3 Greci esa!tare, quando volevi che anche i Su mi di * mezzo corressero all' ingi. Ma dove son ora quei H tuoi pensamenti? Tu sei fuor di te stesso, lai cose * che ci rattristano, e ti abbandoni all'eccesso delia x tua opinione * ; e pi altro soggiunse, ma non po tendolo persuadere, ne part sdegnato. Vedendo indi a poco i servi di lui che in una fontana delia casa lava vano alcuni rafani, dimand: A ohi debboh servire di cena? E dicendo essi che li preparavano per E ro d e , Lucio soggiunse: * Erode fa ingiuria Regilla pascen^ dosi di bianchi rafani in una casa tutta nera *. Le quali parole vennero riferite ad Erode, ed egli per non essere posto in celia dai saggi levar fece dalla sua casa il buio che v' era. fam o so parimenti il seguente fatto dello stesso Lucio. L'im perador Marco attendeva agli studj della sapienza presso il Slosofo Sesto di Beozia (z), frequentandolo^ e andando a casa di lui. Lucio adun q u e, che era venuto a Roma , incontratosi coli' impe([) !1 testo dice : taMo ct cAe 6Mere Me diocre , ma it sentimento mi parve oscuro, ed alquanto a n t o logico: noi diciamo per proverbio: #.K!PercMo rompe tf coparcAto, forse le prime parole di Lucio sono qui pure un pro verbio ; ma mi paruto il meglio di ben determinarne il significato. (a) Probabilmente Sesto Empirico, checch ad altri sa diver samente paruto. , font. 7/. 8

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ra d e re , uscito d casa , gli chiese dove andasse e per qual negozio. Cai Marco rispose : Anche ad un vecn cho reca onore Io imparare : perci vado a udir Se* sto filosofo, per imparare ci che ancora non so Lucio aHora, aliando !e mani a! cielo : " O Giove ! w sciam ; 1' imperador de' R om ani, gi c a n ato , va a M scuoia, con le tabelle legate alla cintura, come un a fanciullo ; ed Alessandro, il mio re , mor nel trente" simo secondo anno della sua et (:) a. Basti il sin qui detto per mostrar l ' indole della filosofa da Lucio professata ; poich assai ve n' ha per ben conoscerlo , come a giudicare della bont del vino basta averne il gusto. X. E cos and a terminare il lutto d Erode per la estinta Regilla. Quello poi eh' egli sostenne a cagion della Bgla Panatenaide gli venne mitigato dagli Atenie si , coll' averla sepolta nella rocca, e decretato che il giorno della di tei morte fosse levato .dall' anno (3). Es sendogli morta dipoi l ' altra figlia, chiamata Elpinice , cadde al suolo , e percotendo la terra gridava : QaaR eieiym'e t! dar ?o , mia ? cAe Ao to a cA:uder con ta nef jepoZcro 7 Ma ii Slosofo S esto , appros simatosi a lui: A/o/to, gli disse, a //a tua/^Z /a daraf, moderatamente ne pinger: /a perd/ta. Tanto alta mente le sue figlie piangeva, quanto avea l ' animo
(t) Intende d i Alessandro it Macedone, a! quale era Aggetta !a Beozia, patria s di Sesto come di Lucio. (a) I d nc/Mt* si volevano dimenticare dai Greci e dai Ro mana; ma come si levavano dal calendario, senza turbare 1' or dine de' tempi !

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esacerbato contro A ttico, Sgltuol su o , che riguardava p er uno stoMdo , {netto alle lettere , e senza memoria. Non potendo dunque costui apprendere i rudimenti deHe lettere, venne in mente ad Erode di allevare insie me con esso ventiquattro fanciulli suoi coetnei, dando loro i nomi delle lettere deir alfabeto , onde quasi per forza esercitare la memoria di lui, costretto a ricordarsi dei nomi delle lettere applicati ai fanciulli. Vide eziandio eh' egli era amico (lei vino, e dedito a scorretti amori, onde cos vaticin di lui, vivente delle sue rendite : tfw in mwpte es** nw&t (i). Venuto indi a m orte, ad Attico lasci i beni mater ni, e sovr' altri eredi trasfer il dominio della sua roba. Lo che parve inumana cosa agli Atenisi, dimenticati di Achille, di Polluee e di Mennone, da lui gi pianti come proprj Sgli, bench servi gli fossero ; come colorq. che non scio furono onorati e probi, ma s pur gene ro s i, docili, # degni della educazione'di lui. Conserv pertanto le loro immagini, in Sgura di cacciatori, o gi iti sulla caccia, o disposti a recarvisi ; altre ne pose nelle selve, altre ne' cam pi, altre vicino alle fo n ti, ed altre sotto l'om bra delle piante; e non trivialmente, ma dando luogo ai reclami di chi per ci rimanea frasta gliato o mosso dal suo luogo. I quali al certo non avrebb' egli cotanto onorati, se non li avesse conosciuti de gni di encomio. E quando i Quintili) (z) andarono pre(t) Verso d Omero sui Eoire de! Kb. )V de!!' Odissea. (s) Due frate!!! Quietiti! ricorda Dione ne! !ib. , e!oe Cardiano o Condiano, e Massimo. Furono insieme consoti t'aono t5 t, e insieme governarono 1^ Pannonia , secondo parve a! Casaubo

VITE DEL SOFISTI

letti in G recia, e In! biasimarono per cbteste immagini di que' giovinetti, come superflue : fot cAer !Wpofla, rispose, cAe to J e ' mM! warm! ycciia cAe mt ptace ? XI. Cagion prima degli alterchi avuti coi Q uintili dicono motti essere stata la solennit de' giuochi P itii, n e ' quali fron essi di contraria opinione intorno alle gare m usicali; altri pretende che il furono le parole con le qali Erode li offese in faccia a Marco ; percioc c h , vedendo che l'im peratre li onorava con insolita distinzione, bench fossero Troiani : 7o per , disse , 6?o for^o awcAe a / G/oye ^ Owero, per ayer yhw rfto ! 21roMtn!. Ma la pi vera cagion fu questa. Mentre que*personaggi presiedevano in G recia, gli Ateniesi li chiamarono alla loro assemblea, dove tai parole osserva rono, le quali signiBcavanoche la tirannia li opprimeva, volgendo gli occhi ad E rode, e implorando per ultimo che i loro lagni fossero portati all' imperatore. I Quin ti!) per aggraziarsi il popolo le udite accuse ea sommo calore riferirono ; Erode all' incontro scrisse che essi lo insidiavano, ed eccitavan tumulto negli Ateniesi contra di lui. T ra questo subuglio si agginsero a ingrossar la procella i Demostrati, i Prassagori, i Mamertini (t), ed altri parecchi, che nell' amministrazione della repub blica erano nemici di Erode. Movendo perci lite con no , dietro nn passo di SifHino. No! qui !i troviamo anche pre fetti de!!' Acaia. Netta vita di Aristide si trover fatta nuova menzione di essi.
( ') Teodeto parimente , di cui Segue fra poco ta vita , fu di fa! numero.

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tr* essi E rode, come istigatori del popolo a di Ini dan no, !i trasse al tribunale de! presidente, ma essi di na scosto ricorsero all'imperatore M arco, fidandosi tanto dell* animo de!!'imperatore, che era assai popolare, qnanto delta opportunit. Imperocch allora l'im pera dore avea preso in sospetto Lucio (V e ro ), suo collega ne!!' imperio, ed Erode ne'suoi sospetti avvolgeva, che era conseio dei sentimenti di Lucio. A que' giorni l'im peradore si trovava in PannOnia nel borgo del Sirm io, onde accudire alla guerra (t). Vicino a! suo patazzo al bergava Demostrato, cui Marco accordava libero !' ac cesso, e spesso chiedeva se nella gii occorresse. Ed egli postosi in animo di vie pi meritarsi la sua benignit, lui corteggiava, e l'im peradrice (a) , ed nna lor Sgliuoletta, che ancor ba!bettava. Questa principalmente con molti vezzi circondandole ginocchia del padre, i! pre gava che si conservasse amici gli Ateniesi. A! tempo stesso Erode abitava in un sobborgo, ove sorgevano va rie torri pi o meno atte. Ivi parimenti erano giunte con esso !ui due fanciulle, gi nubili, di bellissime for me , le quali, allevate sin dall' infanzia, Erode avea fatto sue coppiere e sue cuoche, e Bglie le chiamava, e come sue Sglie amava. Il padre loro era Alcimdonte liberto di Erode (3). Queste una notte, mentre giacean sepolte nel sonno in una delle pi ben munite torri del
(t) Ci avvenne tra gli anni t 6 8 e t^ 5 , tempo in cui Marco Aurelio si trov in quelle parti per combattere co' Germani.
(3 ) iH w R tx t.

(3) Quello stesso, cui si pretese avere Erode comandato di percuotere Regilla, come detto di sopra.'

VITE DEI SOFISTI

luogo, il fulmine uccise. Sbalordito Erode da tale sciagura recossi al pretorio dell' imperadore , tutto fuori di s, e bramoso di morire. E fattosi a parlare inye contro l ' im peradore, senza p u r colorire l 'orazion sua, come il po teva egli in tal genere di eloquenza esercitato, e sen za temperar con parole il suo sdegno. All'incontro con nudi e pungenti detti esclamava : Qaesto adunque # vantaggio cAe to traggo d //' osp:/b di Lucio, cAe a me tu mandasti ? g/accA per questo so/o ngoardo ta m/ g/ad/cAi ? e /n graz/a di una ^mmiwetta e d/ una Aam^ina d / tre anni mi perdi. Basseo (t) per tan to , che prefetto era del p reto rio , minacciandolo di morte , Erode gli rispose : ^m ico , raro cAe un yeccAio s ' impaur/jca ; e , ci d e tto , partissene dal pre torio , che molt' acqua tuttavia rimanea da colare (a). Noi pertanto dobbiam o, tra le azioni di M arco, degne di un filosofo, ci pure descrivere, eh' ei fece in questa causa. Non aggrott dunque e ciglia, n chiuse gli oc chi, come se arbitro fosse in tal affare, ma rivoltosi agli Ateniesi: Ora esponete, o Stentasi, lor disse, /a mo stra causa , ^aantun^ue Zrode non /o permetta. Uditi poscia i difensori della causa, con s medesimo per pi ragioni si dolse. E venendogli dipoi letta un' altra di-

(t) costui nominato da Dione e da SjRlino. D villano che era in orgine divenne prefetto de! pretorio. E qua! carica fosse questa noi gi notammo nel quarto libro delta vita d Apollenio. (a) La clepsidra, cio un orologio ad acqua, simile press'a poco a! nostri oriuoli a polvere, set viva di misura agli oratori ne' tribunali, come si & altrove avvertito.

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lsa degli AtenieSf^!), nella quale apertamente assali vano E ro d e, dicendo che con molto miele avea resi a s ligi i magistrati della G recia, ed esclamando in un sito - OA UMe/e amaro / ed in un altro : A a^s coloro cAe mor/yafM) J e / coo(agw / & commosso rimase di quauto ascolt, che giunse persino a piangere a vista di tutti. E perch 1' apologia degli Ateniesi conteneva le accuse tanto di Erode che de' liherti, ? Marco + l ' ira sua sai liberti sfog , condannandoli a / gpMKgo poMtMmen/e !% nt&e, giusta le proprie di lui espressioni*. Al solo Alcimedonte perdon la pena come abbastanza afflitto della perdita delle figlie (a). Cos con filosofico animo M rco operava (3). XII. Avvi chi dice, che oltre le multe fu Erode man dato in esiglio, e c il non v ero , e dicono aver sog giornato in quello stesso borgo di Orico nell' E p iro , eh' egli rifabbric, onde procacciatisi quella maniera di vivere che pi cQnfacesse alla sua salute. Erode il fabbric, essendovi caduto inferm o, ed ivi celebrane do pi sacrifcj per conseguire la liberazione dalla ma lattia ; ma n gli fu intimato esiglio^ n esiglio sostenne; di che dpr per testimonio lo stesso divo Marco. Impe rocch dopo le guerre di Pannonia Erode soggiornava nell' Attica presso i celebri villaggi di Maratona e di
(]) Questa doveva essere scrtta da Demostrato, che vedemmo gi nell'articolo 8 ., e vedremo ne! !5. di questa v ita, quttnto fosse nemico di Erode. (a) Uccise dal fulm ine, come vedemmo. (3) La bont di Marco Aurelio non era minore della sua sapienza.

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VITE DEI SOFISTI

Celesta, e <M suo la b ^ o pendeva la giovent, concor rente da ogni p a r te , la quale frequentava Atene per de siderio deUa di !ui eloquenza. Trovandosi per nel ti more se Marco gli fosse contrari, a cagione degli atti passati in pretura, mandogM una lettera, che non difese ma istanze conteneva : Maravigliarsi gli ( scriveva ) a di non capir la ragione per cui pi non gli dirigesse w sue lettere, tanto pi che per lo dianzi s di &eqaante * scriveagli, che sino a tre scrivani in Hn slo giorno w gli capitavano, i quali si toccavano le calcagna l ' un n l ' altro a. L'im peradore per rescrisse pi volte e di pi case ad E rode, temperando le proprie lettera con amtnirabil prudenza, da una delle quali io traggo, e qui espongo quello che al nostro istituto appartiene. Il prin cipio di esse lettere era questo : iS&wnw sano , amico JEroJe. E dopo aver fatto parola delia guerra invernale, in che allora occupava il suo tm po, e compianta la ihoglie, statagli ultimamente rapita dalla morte ( t) , e dette poche cose intorno al mal essere della sua sa lute, soggiungea quanto segue : " Quanto a te p o i, den sidero s che tu sii sa n o , e s che tu mi creda a te a favorevole ; n crederti ingiuriato, se avuti nelle mani a alcuni delinquenti, ho conti' essi usat giustizia, la * pi mite per che fosse possibile. Di ci adunque non a volermi far colpa. Se per altro in alcuna cosa io ti
(t) Mor viaggiando in oriente, !n compagnia di M. Aurelio, come narra Capitolino. Questa lettera per conseguenza fu scritta circa- 1' anno ! ^5 dell' era n o stra, nel quale avvenne l ' indicato viaggio. y

LIBRO II.

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p sono dispiaciuto, ancora ti dispiaccio, proponimi il M gastigo, nel tempio di Minerva, che & nella citt, in * occasion de'mister} ()). Perocch a! tempo che la B guerra maggiormente infuriava ho latt voto di vop termi iniziare nelle cose sacre. Cos adunque si faccia, n presiedendo tn stesso ai sacri riti Tale fu I' apolo* gi dr M arco, non meno benigna chp grave. Chi per tanto ha mai parlato in tal guisa ad uno, cui punisse di esig!io ? E chi lu pi degno che di tal guisa g!i si par lasse ? X III. Corse leggiera lama eziandio, ohe Cassio, il quale presiedeva in oriente , macchinasse novit contra Marco (a), e che Erode i! rimproverasse con una let tera del tenor seguente; Z&vtFe a CaMW* <Se* iM tmpazzAo ? La qual lettera non solo va riguardata come un rimprovero, ma ancora come argomento della forza di un uomo, che in favor dell' imperatore le armi deli' in gegno adoperava. Ma l'orazione che Demostene recit coatra E ro d e, annoverata Ira le ecceiientissime. Il carattere di essa , quanto ai costum i, semplice ; dal principio sino aiia fine eiia continua neiia sua gravit ; ii genere per deiia elocuzione variato e dissimile, non di meno pregevole. Sta quindi che cqtesta ora zione fu tenuta in gran pregio dagli invidiosi in odio di Erode, perch da essa un tant' uomo offendevasi ; ma in quel modo che ci fece palese con quanta fortezza
( ') Cio dei mister) eleusini. Veggasi pi innanzi la vita di Adriano. (2 ) Di Avidio Cassio veggasi Dione tib. n x i , e Capitolino nella vita di M. Aurelio.

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VITE DE! SOFISTI

sopportar sapesse le ingiurie, cos conoscer fece le pa role eh'egli ebbe un giorno in Atene col cinico Proteo. Codesto Proteo (t) era dei numero di coloro, che ar ditamente spingono la filosofa, e Un per gittarsi da s stesso nel fuoco in Olimpia. Costui metteva Erode in ridicolo, accusandolo di parlare una lingua semibarbara. A lui dunque rivoltosi Erode: 2Tu, gli disse, mi fa i per seguitando di ingiurie : a cAe /!ne ii y h i ta ? e Proteo continuando pure ad offenderlo, cos di nuvo Erode gli disse : JVoi Marno entravM&i in^eccAiaN, tu oc/ calun niarm i, io ne/i'udirti; mostrando cos ch'ei lo ascoltava e rideva, persuaso che le false accuse non vanno mai al di l delle orecchie. XIV. Ora dir del genere della sua elocuzione , ri portandomi al carattere de'suoi discorsi. Ch' egli ebbe per maestri Polemone, Favorino e ScopeHano, e che fu scolaro altres di Secondo ateniese , io l ' ho gi detto. Quanto all' arte critica ei segu Teagene di G nido, e Munazio da Trailo, e nella filosofia platonica Taaro da Tiro (a). La struttura della sua orazione era abbondevolmente adorna , la forza per del discorso piuttosto blandamente insinuantesi che gravemente incalzante; fei'mo il suono, il tuono simile a quello di C rizia, e tali le
( ') Il vero nome del nostro fu P ereg rin o , e volle esser chia mato A v ito non so per qual capriccio , come avverte Luciano in una epistola a Cromo, in cui descrive a lungo la morte ch'ei fece. Ne fanno anche menzione Aulo Gellio , Massimo T irio , Tertulliano, Eusebio, ed altri. (a) Cahrisio Tauro , menzionato pi volt# da Aulo Gellio, da Suida , da Eusebio, ecc.

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sentenze quali non facilmente vengono nelT altrui pen siero. Gii ornamenti Jet discorso alquanto drammtici, derivanti dal sabbietto, anzi che altrove attinti. Oltre a ci l ' orazione riusciva soave, frequenti te figure, e chiarezza , e variet in abbondanza. Lo spirito di essa pi non veemente, ma tene e sodo at tempo stesso. It carattere insomma delta orazione di ui era general mente simigHante ad arena d'oro che per lucidi punti net fiume traspiare; imperocch a tutti g!i antichi pre v a le , e con Crizia rivaleggi, anzi it rese pi famigliare ai G reci, che allora ma! pregiandolo il trascuravano. Applaudendogli pertanto con ammirazione la Grecia, e lui chiamando uno i&ec: ( reto?! ) , di cotat lode , bench s grande, non lasci insuperbirsi, ma gentilissimamente ai plaudnti rispondea : Aon aJfrt jono m tg/wr, cAe (t). Del resto, bench assai superiore ad ogn* altro ei fosse per ingegno , non fugg per mai la fatica^ ma persin tra i bicchieri, e la notte fra gti intervalli del sonno, istudi, o n d ' che alcuni meschini e digiuni il chiamavano ora^or &en Generalmente uno pi eccellente di un altro, e l'altro in qualche cosa migtiote det prim o, e questi am mirabile nel parlare improvviso e subitaneo , 1' altro nella diligentissima composizione del discorso; ma Ero de super tutti i sofisti in tutti i generi, e, la forza del mover gli afletti acquist non soltanto dalla tragedia , ma anche dalta osservazine delle umane vicende. Molte
( ') Pessimo uomo e cattivo otTtore (u costui t come si ha da Plutarco e da Fozio.

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sono le epMto/e d Erode , !e dM F artazw f!! Aarw, e g!! opportuni compentK!, che contengono ii Bore deiT antica erndiatione. Coioro poi che io biasimano per ch, essendo egii giovine e neiia P eonia, in nn discor so , che aH a presenza de!!' imperatore recitava, smarissi (t), ignorano, per quanto pare, che !o stesso accadde a Demostene perorante innanzi a Fiiippo. Ma questi, tornando ad Atene, domand onori e corone, ancorch gii Ateniesi perduto avessero AmSpoli, laddove Erode, se ngual caso avesse incontrato, sarebbe volato al Da nubio, disposto ad ailogarvisi. Imperocch tanto a cuore gii stava ia lama e la gloria di esser celebre per elo quenza ,c h e degno di morire giudicato sarebbesi, ove in alcun modo peccasse (a).. XV. Mor di tabe verso il settantesimo sesto anno di et ; e siccome era morto in Maratona, ed aveva ordi nato ai liberti che neilo stesso iuogo io seppettissero, gii Ateniesi io rapirono apertamente daiie mani degii efebi, e precedendo ii feretro uomini di ogni et, che lagrime

([) Ci devesi riferire ai tempi della spedizione di Adriano ce]]'m irio contro i Sarmati, l'anno !<g, nel quale Erode aveva circa a5 anni. (a) Una orazione di Erode giunta sino a n o i, e tende a persuadere u n ' alleanza tra gli Spartani ed i Peloponnesiaci per far fronte ad Archelao re di Macedonia. H primo a stamparla fu Aldo ne'suoi greci* (Ven. t 5 5 , in fog.) , 1' ultimo fu R. Fiorillo a Lipsia nel t 8 o t, in 8 .0 , con una lettera proemiale d i H eyne, e con altri frammenti attribuiti ad E ro d e, tra cui le quattro iscrizioni poste al Triopio , ed ora nella villa Borghesi, illustrate, come ho detto , da! Visconti.

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e iodi spandevano, cerne 6gli orbati di un ottimo ^adre, il seppeilirono ne! Panatenaico , ponendogli ii Mgnente epitaiEo, che mo!to in poche parole comprende :
Th f c H e ia aMa R v J e ,*

aM &v
; M vto^M J* o&a ym a

Queste sono !e memorie di Erode ateniese, in parte ^cordate da aitri, e in parte tuttora.ignorate. II. TEODOTO. Ai soSsta Teodoto or mi guida ii discorso. Egli Ai preftto in Atene, ai tempo che g!i Ateniesi erano in discordia con Erode, ma non mosse contro di iui veru n a querela apertamente, bench di soppiatto gii tendesse insidie, giovandosi deiie occasioni. Era egli uno di co loro che praticano ii foro ; per conseguenza fu s con giunto a Demostrato, che gii prest i' opera sua quando componea !e orazioni, che scrisse contro Erode. Fn egli pure i! primo che presiedette aiia istruzione dei giovani ateniesi, con io stipendio di dieci miia dramme paga togli daii'hnperatore ()). Lo che per aitro non cosa che meriti serbarne m em oria, giacch non tutti queiii che tai cattedra ottengono degni sono di venir memo(t) F u M. A aretto ^ che istitu in Atene una specie di univer sit. Ci pur menzionato netta vita d* Lottiano , in quetta di Cresta, e altrove. Vedasi anche su ci t'Epitome di SiStino.

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ra ti,# a a beasi che Marco sottopose al giudizio di Ero de i SlosoB platonici, stoici, peripatetici, e sino Io stesso Epicuro, e questo, per !a celebrit che aveva, egli stesso pose alla direzione de' giovani, onorandolo coi tito!i di ot/eta da' cM/t jermonn ^ de/ decoro d e /f arte orator/a. De! resto Tedoto fu parimenti ascolAtor di LoHiano, n per questo fasci di ascoltar anche Erode. Visse ol tre ai cinquant' a n n i, e tenne !a cattedra due anni. Quanto a!!a forma de! suo d ire , tanto nel genere giu diziario , com e, e p i , ne! sofistico, serb un sempre uguale andamento.
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A R I S T O C L E (t).
Ha nome tra i soBsti anche Aristoc!e, originario di Per gamo, del quale racconter quello che ho udito dire in mia giovinezza. La stirpe di lui discendeva da consoli. Dopo avere impiegato negli studj della filosofia peripatetica tutto il tmpo dalla puerizia alla pubert, pas s ai sofisti, frequentando in Roma Erode, il quale com poneva orazioni all' improvviso. E perch nel tempo eh' eg!i spese intorno alta filosofia vestiva tanto sordida(t) Fior a! tempi di Traiano e di Adripno , come narralo Suida , e sicuramente Rno a queHi di A ntonino, giacch il veggiamo a Roma , quando vi era Erode attico. Scrsse dell' arte oratoria, non ch lettere e declamazioni dirette agli imperadori, ma nulla del suo & sino a noi pervenuto. Egli & menzionato gi innanzi in altre di queste Vite.

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mente, che Iacea schifa, pi tardi indoss pi morbide vesti, e quella miseria lasci. Dipoi attese avidamente a ta tti que' diletti che si paonno ottenere dai concenti delia cetra, del flauto e della voce, quasi inseparaMI ne fosse. Perocch egl! che s frugalmente avea prima viv u to , si rese seguace de* teatri e delle musiche loro senza verun riguardo al proprio decoro. Trovandosi in Pergamo investito d autorit, e tenendo alla sua voce soggetti i G reci, E ro d e, che intraprese un viaggio, gli mand a Pergamo tutti i suoi discepoli, e si aument in cotal modo l'autorit di Arstocle, quanto un suffragio di Pallade (t). Il genere della sua eloquenza splendido e interamente attico, pi adatto per alle dissertazioni che alle controversie ; perch l ' orazione vien meno , se di bile e d impeti subitanei sparsa. L ' atticismo di lui tuttava, se con la elocuzione d Erode si paragoni, si trover molto pi tenue di quel che paresse pel suono e per la gravit della voce. Arstocle usc d vita che gi gli si imbianchiva la te s ta , e ornai vicino alla vec chiaia.
IV .

A N T I O C O (a). I. In Ega d Clca vide la luce il soBsta Antioco, nto da s illustre famiglia, che oggi pure la stirpe d lui
(t) Modo proverbiale de' Greci. (9 ) BeMa testimonianza in onor di costui ci ha trasmessa Dione Cassio nel settantesimo settimo libro della sua storia. Egli si acquist il favore di Severo e di Caracalla coll' essersi gittato

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cospicua per la dignit consolare. InRngendosi d* es ser tmido, 3 perci n dedam ar volendo concione al cuna, n amministrare i pubblici affari: M)m t<oF, diceva, ma me mede^tmo femo; perocch ben conosceva lain domabil sua bile,e l'impossibilit di contenerla. Soccorse per generosamente g!i Egei con le proprie ricchezze ) don vittovaglie ogni qual volta sapesse che ne abbiso gnavano , e spese intorno ag!i ediBzj per vecchiezza ca denti. Parecchie notti andava a dormire nel tempio di Esculapio (t)^ tanto per motivo d e'so g n i, quanto per quello di trovarvi conversazione, come accade tra co loro che ivi rimangono svegliati, e che par!ano tra !oro. Anzi con lui svegliato !o stesso Nume favellava, parendogH offerire gran pruova dell'arte sua col guarire An tioco. II. Ne'prim i anni fu Antioco discepolo di Dardano d' Assiria ; cresciuto nell'adolescenza lo fu di Dionisio da Mileto (a ), che allora gi dimorava in Efeso. Poco abile riusc per nel disputare, comech si riputasse eloquente pi di nessun altro ; e soleva trattare l ' arte oratoria come una specie di ragazzata, acci paresse, non gi che egli non potesse conseguirla, ma che non l'avesse In pregio. Tuttavia nelle declamazioni fu eccellentissimo^
mezpo nudo entro la neve in faccia a tatto 1' esercito, che pe! soverchio freddo si era disanimato, e che riprese coraggio a tal vista. Antioco troveremo ricordato anche nellf vite seguenti di Alessandro e di Ermogene. (t) Giova richiamare in questo proposito ci che scrtto ne! primo libro della vita di ApoHonio. (*) Quello stesso d cui leggemmo la vita nel ltbro antecedente.

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e le cause, che chiamano colorate, tratt io modo da iion poterglisi nulla rimproverare, perch veemente nelr accusare e ne!lo stringere, decente ed urbano ne! di fendere , e sommamente cauto e guardingo in ci che spetta ai costumi $ in una parola dir essere i! suo ge nere di aringare pi soBstico di que! che si usi ne! giu diziario, e pi giuridico di quel che importino !e ora zioni sofstiche. Oltre a ci nessun soBsta meg!io di !ui trattava gii aHetti de!!' animo, non adoperando n pro lisse monodie , n esc!amazioni affettate , ma valendosi in ci di una maniera di dire stringata, pi ricca di senso che di parole. Lo che, come appare da altre con troversie, da questa principalmente risulta. " La vio!enM tata vergine vo!!e !a morte di colui che !a violent ; M nacque poscia da quello stupro un bambino. G!i avi n contendono fra loro a chi debba afBdarsene l'educa" zione. Chi dunque aringa per 1' avo paterno , conse^ gnisi (d ic e ), il fanciuHo, e tosto consegnisi, pria che w il materno latte assaggi *. L ' altra controversia co me segue : Il tiranno, dopo aver abdicato l ' imperio * per vivere privatamente , venne ucciso da u n o , che * eg!i aveva reso eunuco ; e costui !a sua causa difende * dicendo essersi compensato a. Qui !a maggior forza dell' accusa sta nel preterire aringando !e cose a!!' og getto spettanti, e g!i affetti con gran vigore promovere : A chi ha eg!i ci confessato ? dimanda. A fanciulli ? * a donnicciole? a giovinetti? a vecchi? ad uomini? a Ma io non ne veggo nome a!cuno negli atti Otti mamente eziandio difese la causa de'Cretesi, cAe erano (om. 7/. Q

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accuMMt ^epo/cro Gto^e ( t ) , ragionando splendi damente con la scorta della GlosoGa naturale, e delia universale scienza delle cose divine. Oltre a ci ei de clamava estem poraneamente, n trascurava per quel genere di dire che si perfeziona m editando, come it provano diversi suoi scritti, e sopra tutto la di lui -Sto r ia , nella quale di saggio e dello stile e dell' arte storica , e acquistossi lode eziandio di eleganza. Rispetto alla sua morte , dicono alcuni eh' egli cess di vivere settuagenario, altri pi giovine, e chi dice in patria, chi altrove.
V.

ALESSANDRO. I. Di Alessandro, volgarmente detto Peloplatone (a), fu patria Seleucia, non ignobile citt di CiUcia; egnal nome ebbe il padre, uomo esercitatissimo nelle aringhe giudaiche $ bellissima fu la m adre, come attestano i ri tratti , e somigliantissima all' Elena di Eumelo ; a quell'E lena dico, da Eumelo dipinta, -la quale fu trovata de gna di venir dedicata nel foro romano. fama che di questa donna parecchi fossero gli amanti, e il pi noto di tutti essere stato Apollonio il Tianeo ; e tutti aver essa sdegnato, eccetto Apollonio, cui-fece copia di s,
(t) Cio, che vantavansi di possederlo, come rilevasi dall'inno d Callimaco a G iove, dallo Spanemio, ecc. e la cui tradizione volle Antioco sostenere. (2 ) Cio , Platone bastardo.

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per desiderio d generar prole , essendo egli d'ndole pi divina che umana (i). Ma quanto poco verisimile ci sia ampiamente detto nei libri della vita di Apol lonio. La bellezza d Alessandro era divina, e angusta !a forma e al tempo stesso venusta. Imperocch soleva tenersi la barba ben composta e mediocremente lunga, grandi e allegri avea gli occhi, di conveniente misura il naso, candidissimi i denti, lunghi i diti e atti a ben ma neggiare le briglie di una orazione (2). Egli era anche ricco, e non sciupava le sue ricchezze in riprensibili di vertimenti. II. Giunto a ll'e t virile and legato al primo Anto nino per gli interessi di Seleucia. Gli venne per rim proverato, che troppo della sua bellezza si pavoneggias se. Parendo a lui che l'im peratore non gli abbadasse gran fa tto , con alta voce Alessandro gli disse : Dammi reMa o Cesare; e sdegnatosi l ' imperadore che con tanta baldanza gli avesse parlato, rispose : 2 "i aA&ado e ti co nosco , percA^ fu ie ' c o / n i , cAe t i augi /e cAiome, cAe i d e n ti t'im & ia n c A i, cAe /e Mgne ti ra d i, e cAe se m p re puzzi di ejiewze. In quasi tutto il tempo del viver suo tenne scuola in Antiochia, a R om a, a T arso, e presso-

(t) Di questi amori di ApoHonio nulla per dis$e Filostrato nella vita di lui. Ma nelle lettere da noi tradotte e pubblicate nell'antecedente volume osservisi la x m , dove per altro il nome di Alessandro in quello d Stratone ( forse , e senza forse , per error di Filostrato ) venne cambiato. (a) Elegante sembrata all' Oleario questa espressione, lo la giudico equivalere^ ad uno de' nostri secentismi.

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ch !n tutti ! luoghi d 'E g itto , giacch pervenne sino aita patria de'N udi (]). III. Brevi furono le sue dimore in Atene, non inde gne per di memoria. Era egli giunto fra' popoli della Pannonia, invitatovi dall' imperador Marco, che ivi guer reggiava , e che il fece suo segretario pel carteggio che avea coi Greci. Trasportatosi adunque in A tene, che non piccolo viaggio a chi dall'oriente vi arriva, q u i, disse, riposiamoci alquanto; e cos avendo stabilito, ag!i Ateniesi che desiderosi eran di intenderlo, diresse varie orazioni estemporanee. Udendo poi di Erode , soggior nante in M aratona, che tutta la giovent !ui solamente seguiva, g!i scrisse varie !ettere, nelle quali riclamava i Greci per s. Ed avendogli Erode risposto : % rr M co' Grec< ; ebbe luogo un gran concorso nel tea tro detto Agrippeo posto nel Ceramico ; e i! giorno es sendo molto inoltrato, n comparendo Erode, gli Ate niesi adiravansi contra di lu i, perch stancheggiasse in tal modo l ' uditorio, e interpretarono che il facesse do losamente. F u dunque necessario che Alessandro si met tesse a discorrere prima pure che Erode fosse giunto^ Le parole eh' ei disse furono in lode della citt ( a ) , e in scusa di s che non mai prima venuto fosse in Atene. La misura della orazion sua fu qual convenivasi, peroc-

(t) Cio de' GinnosoRsti , de' quali si parl a lungo nella vita di Apollonio, dove si fanno abitatori dell' Egitto, bench fossero in Etiopia. (a) Primo argomento di qualunque oratore , come vedemmo altro v e, era l ' encomio del popolo a cui parlava.

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ch le orazioni panatenaiche altro non sono che epto mi. Ma g! Ateniesi i! trovarono cos elegante, che surse ira essi un fremito d' applauso, continuato anche dap poi ch' ei tacque. tuttora noto l'argomento, col quale trionf, cio i/ richiamo ofeg/i .Sciti a//a primiera ^aga&onda /oro w ta , percA a&itando /e cittd diventano m a/ sani. Poi che si rimase in silenzio piccolo spazio di tempo, sal sulla cattedra con sereno volto, quasi che con quello che stava per dire apportasse agli ascoltanti una grata novella. Non poca parte dell' orazione avea gi declamata, quando capit Erode, tenendo in testa un cappello arcadico, come accostumavasi la state in Atene, forse per indicare con ci eh' ei veniva da fuora. Allora Alessandro, colta 1' occasione alla presenza di lui 1' orazion sua pieg ad uno stile di m ezzo, non privo per d' armonia, e all' arbitrio di esso lasci o di udire I' argom ento, che avea gi cominciato a tra tta re , o di proporne un altro. Erode pertanto rivoltosi agli spetta tori , e dicendo eh' ei farebbe ci che ad essi piaceva, tu tti ad una voce richiesero che 1' orazione intorno agli Sciti si udisse, perocch la disputa allora, come dai detti si capiva, potea rendersi splendida. In fatto anche in questa parte egli manifest un' ammirabile abilit. Im perocch le sentenze, che prima della venuta di Erode, nobilmente avea pronunziate, seppe in tal modo con al tre parole travisare, dopo 1' arrivo di lui, che a coloro, che le udivano la seconda volta, non parve che fossero una ripetizion delle prime. E ci che parimenti con sommo plauso fu ricevuto, avanti che Erode giungesse, fu il detto: CAe ancAe /'ac<yua stagnante rimane viziata;

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poscia, presente Ini, con altra maniera di esprimersi disse : ^fncAe /e ac<yue riescono pi& Jo/ci, ^aonJo in pa rto corso si M agano. Le seguenti parole spettano alla menzionata orazione scitica di Alessandro: Quando Jstro era inaurato ^ a / gAtaccio io cerso ii mezzogiorno waggiaca ; sciogiiecast, a / settentrione mi ricoigea, sanissimo J i corpo , e non ii malconcio come ora sono. Quei/'aomo, i^ <yt*a/e si adattasse a/ie stagioni ^e/i' a n n o , a ^uai grat^e malattia potreAAe andare sog getto ? Nella perorazione poi del discorso, parlando della citt, come quella che era il soggiorno di un liberissimo animo, fin coll'esclamare: M a io ne Ao aperte /e porte, eti ora yogiio respirare. E correndo allora incontro ad Erode, ed abbracciandolo disse : 7 u adesso incitami a / tuo AancAeMo; cui rispose Erode: J5come non ti incite rei , se me si /atramente Aai trattato ? Licenziato dipoi P uditorio, Erode , chiamati a s tra' suoi famigliari co loro che maggiori progressi avean la tto , dimand loro cAe ne dicessero <^i ^uei so/!sta?E avendogli Scepte da Corinto risposto che sinora avea trovato soltanto il F^eio ( i/ AastarJo ) mentre attendea Piatone, Erode rimprove randolo soggiunge : f a cAe tu ci non ripeta con yerun aitro, cAe ne riporteresti Aiasimo ^ i ignaro giudice; me anzi im ita, cAe cAiamo soArio /o stesso -Scope/iano ( t). Questo carattere Erode gli attribuiva , vedendo com' ei sapesse accomodare una elocuzione castigatissima a sen tenze soBstiche arditissimamente immaginate. Mentre
(t) H quale vedemmo che era un baccante, un entusiasta, quando riscatdayasi ne' suoi aringhi.

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egli poi prestavasi a (ars! udire da Alessandro, il snono de!!' orazione rese vibrato , sapendo eh' egl! di!ettavasi in principal modo de! genere della pronunzia, e intro dusse nel suo sermone modi assai pi v a rj, che quelli del flauto o della lir a , tanto pi che aveva osservato che anche Alessandro attentissimo era a cangiare il tuona de!!' orazione. L'argom ento da lui trattato vers sopra co/oro, cAe caduttr:e//a strage di tStcMa (t), sttpp/tearono g/t ^tentest dt iwp/orar pace a//e aww a /oro. Di questo celebratissimo fatto parlando, con gli occhi ^cni di lagrime, supplichevo!mente sciam : OA M eta, of. p a d re , si ma/ conoscer/ ^ e n e / Lo che udendo Aleisandro dicesi aver gridato : O jErode, noi starno fwKt pMrcto/tsswwt a (tto con/ronto, not so/!sft ^uan^t sta rno. lei quale e!ogio sommamente compiaciutosi Erode, secont^ndo !s propria indole, regal ad Alessandro dieci facchini dieci cavalli, dieci coppieri, dieci scrivani, venti tal*iti d' oro, gran quantit d* argento, e due fan ciulli di (olito balbettanti, sapendo eh' ei dilettavasi delle Hngu- stravaganti. Tali dunque furono le gesta di Alessandro 4 Atene. IV. Siccom} per io ho riferito i detti memorabili di altri seBsti, coi giova che Alessandro parimenti sia co nosciuto per es ; tanto pi che presso i Greci egli non consegu quella pienezza di lodi che meritava. Quanto grave pertanto efocondo egli fosse nel parlar suo, lo provano iseguenttsuoi detti: Afarytg a m a y a f CMwtpo, (<) Fatto notissimo, ampiamente descrtto da Tucidide, da Ptutarco , da Diodofo iculo, e da pi stri.

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VITE DEI SOFISTI

e f O/Z^po amaca suono ^e'/Zauti ; e poco dopo : JVeMa terra ^'^ra&i*a troct mo&t a/Aer/, campi omAreggiati , suo/o ignu&), nuMa, sterpi, te r r a , /!ort ; tM non /strapperesti una _/g//a araA/ea , n ca/cAere.ft! un /!f erAa !ct n a ta , cAe so/tanto y/ice <yue/ suo/o t%ef/e cose , cAe suo/e /fa esso produrre i/ sudore. E pi in nanzi : .EgR un pocer' Homo Je//a Tonta; g/t ioni/ pe r sono Greci cAe abitarono t paesi Je'&ar&an. Que ste maniere di dire Antioco conserv ( t ) , e per porre in ridicolo cotesto lussureggiare nella singolarit delle parole, quando Alessandro and in Antiochia, cos egl sciam : O ionie, o Y<iJie, o t a r s i e , o gq/^ggini, pre ponete. Nondimeno 1' esimia di lui virt nel declamare da ci stesso risulta, come anche da queste altre ppve. Parlando adunque in una sua orazione di jPeric/e) cAe t?e/ partito tfeMa guerra stato era promotore, ancA^ <^opo f oraco/o , co/ ^ua/e Aceca cAe A tto , mcocatc 0 "on incocato,acreM eycoritoiZaceJem ont; cos ? oracolo rinfaccia : Afa Tritio promette soccorrere g/i ^spartani ; eppure ei mentisce , peroccA /o stesso acey /oro pro messo ancAe a Tegea (a) ; e pi oltre aposfofando Da rio, acci le due rive dell'Istro congiungaper mezzo di un ponte, cos dice : (3) -Scorra sotto i tu(? pieJi b istro Jeg/i -Sciti, e se in p/act Jo corso a te %ca /' esercito , ta onora i7 /!ume, AecenJo Je//e sue a^t*e. Poscia rap(') Quel soHsta, de! quale parlato nel% vita antecedente. (2 ) Veggasi il primo libro di Erodoto. (5) E di ci p u re , come anche di qu/lo che subito dopo applicato ad A rtabano, vedi Erodoto n / lib. tv.

LIBRO II. *

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presentando nel discorso medesimo Artabano che dis suade Sers a non intraprendere una seconda spedi zione contra i Greci, de' seguenti stringati modi di dire lece uso : Amanendoft a casa, /e cose de/Za A n n a rtmangonst ^ttat sono ; ma /e cose da' Grect Aanno &en a/fw aspeMo : t/ mare angusto, g/t uomtnt yitrentt, e g/t Jddtt tn^tdtost. In altro luogo parlando ad infermi gia centi in luoghi bassi, e forzandosi a persuaderli di an dare alla m ontagna, cos de!la denatura favell : ^ me pare cAa f arcAtfatto dt (uMe /e cose a H ia adeguato < i compt a / &asso suo/o per essere ybrmatt dt wtaferta w/tsstma ; /e montagne a / f tncon^ro , par essere dt sttpertor d^ynttd, a&4ta poste tn a/to. Qttasfe t/ so/e sa/ttta per /e prtma, g/t a/frt aM andona. J? cAt neh amerd un /uogo , cAe o ^ re un gtomo pt& /ungo? Maestri di Ales sandro furono Favorino e Dionisio; da Dionisio per egli part semidotto avendonelo richiamato il padre am malato , allora appunto che poi mor. Ma di Favorino riusc egregio discepolo, e da lui principalmente impar la sua maniera di dire. Pretendono alcuni che Alessan dro morisse nelle Gallie , m entr' era ancora segretario dell' imperadore, altri in Italia, dopo aver cessato dall'ufEcio di scriver lettere ; e chi il dice morto di sessant' anni, chi di sessantotto, lasciando, chi dice un 6g lio , chi una 6g!ia, di cui non ho trovato cosa alcuna che meriti d'essere conservata.

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V if k DEI SOFISTI
v :. V A R O (<).

Non indegno di ricordanza reputiamo anche V a ro , nativo di Perga. Egli ebbe per padre Callido, uomo de' pi possenti fra' i P ergei, comandante Quadrato (a ), uomo consolare, che nelle orazioni estemporanee Iacea grand' uso de' /uogAt comMtM, e nello stile retorico imit Favorino. Il volgo dava a Varo il soprannome di c/cogna, perch aveva il naso rosso e latto a forma di rostro. E che di ci non senza motivo si facessero beffe, si pu raccorre dalle immagini che .stanno appese nel tempio di Diana a Perga. Il carattere della sua eloquenza questo : Veleggiando per l'EHesponto, desideri un caM vallo; venuto sul monte Atos, brami di navigare. Non " conosci dunque le strade, amico mio? e pensi tu che B gettando un po' di terra sull' Ellesponto, essa debba " rimanervi per farti servizio, mentre nemmeno i monti * son permanenti ? " Dicono poi che queste parole ei pronunciasse con voce splendida e benissimo sostenuta. Egli cess di vivere nella sua patria, .oramai vecchio, e
(t) _Ua Varo , stato arconte in Licia ai tempi di Fi lippo , rammentato in un greco numisma descrittoci da Vaitlant ; ma chi sa dirci se sia qnel medesimo che qui ricorda F i lostrato ? Lo Spanemio lo crede un discendente di questo. (a) Eusebio nomina pi d'una volta questa carica di era equivalente al proconsole , ma ( per quanto parmi ) in via straordinaria, o di supplemento.

LIBRO H.

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lasciando 6gliuo!i. La di !ui discendenza tuttora au torevole in Perga. VII.

E R M O G E N E (t).
Ma Ermogene, nato in Tarso, giunto al quindicesimo anno di et, tanta gloria erasi di gi acquistata nel fatto della e!oquenza, che sino all' imperador Marco dest desiderio di udirlo. And pertanto Marco ad asco!tar!o, e si compiacque della sua maniera di esporre, ed am mirandone 1' abilit di declamare a!!' improvviso di lar ghi premj gli fu generoso. Ma cess in lui cotesta virt quando tocc l'e t virile, bench nessuna malattia lo affliggesse (a), onde gli invidiosi trassero occasione di farne celia, dicendo: V/ dono aro/a deM 'essere senza duiAto w/anfe , come dfce Omero (3), peroccA
(]) Un Ermogene, nativo egli pure Ji Tarso nelia C!t!c!a, ed autore di storie , che furon cagione della sua morte , visse ai tempi di Domiziano , e to rammenta Svetonio ; ua attro , che profess Stoso Sa , ricordato e confutato da Tertulliano. Di questo nostro fa speziate menzione Suida. (a) A ventiquattro a n n i, dice Snida , il povero Ermogene di vent smemorato. (5) Net terzo della Iliade, vers. )5 5 , Omero dice : H *z flTEPQENT cio parote ye^cc/o f<7, come nel testo di Fitostrato si ha voluto indicare, a 6 ne di render frizzante la beffa, che attri facea di Ermogene, quando non fu pi buono a improvvisare. Ma i traduttori di O m ero, non esclusi it Ceruti e il Monti , non posero mente a cotesto epiteto.

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V ITE DEI SO FISTI

reggiamo cAe pi:r JBrmogefM Aa per^Mi /e afe. Cos pu re i! soSsta Antioco scherzando una volta disse : JBrmogene, cAe /ncta//o y ceccA/o, yh :n ceceAtezza ync/u//o. Tal era H genere oratorio, eh' egli adopr. Parlando alla presenza di Marco: .Eccoti', disse, o im peratore, un refora cAe Aa Agogno t e / pedagogo, un oratore cAe appetto /a ^ua etd, e pi altre cose pronunzi , con la stessa lepidezza. Fin di vivere in avanzata vecchiaia, accompagnato in singoiar modo della pubblica fama. E ben vero che* cadde di credito , quando l ' arte lo ebbe abbandonato (t).
V IH .

F IL A G R O . I. Filagro di Cilicia fu discepolo di Lolliano, n vi ha tra i soSsti il pi fervido e impetuoso di lui. Dicesi

(t) Pervennero per sino a noi alcuni suoi trattati di retorica, che Aldo fu il primo a divolgare co' Reion greci nel :5 t5 , riprodusse il Wecbel nel t5 3 o , ristamp il Porto a Ginevra nel t5 6 g , e la cui miglior edizione & quella col titolo o ra to ria a&yo/aftMwna con la versione e commenti di Gaspare Lo renzi e con la data di Colon. A llobrogi, ! 6 !%. De' suoi A*ol'ultima e pi accreditata edizione & di Norimberga ne! t 8 M. Essi per trovansi per lo pi uniti all'opera di Aftonio. Giulio Camillo Delminio friulano tradusse il primo il trat tato JeMe M % ee di Ermogene, stampandolo a Udine nel t5 g ( , e del quale con altri titoli si hanno altre edizioni, e cosi pure Filiberto Campanile napolitano nel t 6 o6 .

LIBRO II.

che un giorno appiccic uno schiaffo ad un ascottante perch erasi addormentato. Abbandonatosi nella prima giovinezza all* iracondia, non ne and esente nemmeno in vecchiaia, anzi tanto in lui crebbe, che persino ia faccia !<^ palesava per un pedante (i). Dopo avere tra moltissime genti viaggiato, e acquistato credito di ec cellente disputatore, giunse in A tene, dove per non profess l'arte per modo da istituirvi una scuola. Bens mostrossi avversario di E ro d e , come se per ci solo si fosse col recato. Passeggiava un giorno sul far della sera nel Ceramico, accompagnato da quattro uomini, di quelli che sono in Atene , partigiani de' sofisti ; e ve dendo passare alla sua diritta un giovinetto insieme a pi a ltri, prese a motteggiarli) alcun poco del pas sargli cos d' appresso, e gli disse : <Se/ fu un (a/e , cu/ cA/amano ^fm/?c/e ? 7/ sono, quegli rispose, se tt* intend/ cAZedere de/ ca/c/dese (a). y^st/ent/ dunque, riprese Filagro, da//* asco/tarmi, peroccA fu non mi semAr/ sano. Cui l'altro soggiunse : J? cA/ se/ tu cAe cosi par// ? Filagro allora ebbe a male di vedersi in luogo dove non era conosciuto. Questa millanteria prodotta dallo sde gno AmBcle , che era famigliare di E ro d e , non di mentic, e tra 'su o i colleghi la rifer, cui dimandando Erode : ^Presso <yua/e approdato scrittore trop/ ta questo

(*) Costui fu !! Barbetta de'suoi tem p i, stando a questa de scrizione. (a) A!tri Am&cti potean trovarsi in Atene , ottre questo. Ne! principio deMa vita di Adriano troverai menzionato di<auovo questo medesimo.

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VITE DEI SOFISTI

teMo? rispose l'altro : Predio 71/agro. In siffatti termini rimase per allora 1' alterco, ma il d vegnente informato Filagro che Erode abitava in un sobborgo, gli scrisse noa lettera nella quale il rimproverava eh' egli non fosse troppo curante de' modi decenti de' suoi discepoli. Ero de allora : ;ParnM, disse, cAe fa non !ncom:nc* rnofto ^p/entitam enfe, rimproverandolo di non sapersi accaparrare la benivoleuza degli uditori, la quale convien guada gnarsi con 1' esordio delle declamazioni. Ma egli, come se non avesse intesa la metafora, o anche intendendola, prese a scherno il consiglio, che ottimo era, di Erode, e non ottenne, declamando, il bramato successo, quan do abbattevasi alla presenza di ascoltatori poco be nevoli. II. Per quanto io raccolsi dai pi vecchi di m e, l ' orazione di lui non fu senza macchie, perocch aveva una certa maniera giovenile, e in parecchie senteuze distraevasi. Oltre a c i , soventi cadeva in puerilit. Alle lodi degli Ateniesi accomun una volta un piagnisteo sulla moglie , rapitagli dalla morte nell' Ionia. Quanto poi al declamare improvviso, ei lasci cogliersi al laccio in questa guisa. Aveva gi egli nell' Asia trattato l'ar gomento co/oro cAe infocano Mctefd e danaro t?eg//jconojMMf{ (<); e il modo col quale questo argomen(t) Da' non cMarnai, dice il testo ; e forse vuol signiEcare di coloro che non sono obbligati a veruna tassa , o prestazione, o soccorso ; ma non essendomi riuscito di giustificare con qual che esempio questo significato , ho prescelto quello che proba bilmente sari il meno lontano dal senso originale.

LIBRO II.

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to sostenne si mise in memoria, che era in lui celebra tissima. Venuto dunque a notizia di E rode, che Filagr trattasse con improvvisa orazione gti argomenti la prima volta propostigli, ma non pi se una seconda volta gli si proponevano , e in questo caso ripeteva quanto avea declamato dianzi, gli propose questo stesso argomento degJi sconosciuti. E postosi quegli a parlare immediatamente, questi leggeva insieme ad altri quella medesima declamazione eh' ei recitava. Surse pertanto in tutta la comitiva degli uditori un fracasso ed un riso siffatto, che Filagro gridando , e lagnandosi che gli si Iacea villania proibendogli di valersi di cosa gi s u a , non perci il suo torto distrusse in faccia a tu tti, che l ' avevano verificato. Qneste cose accaddero nel tempio di Agrippa. Di l a quattro giorni egli comparse nella curia degli arteBci, la quale & posta in vicinanza alle porte del Ceramico , poco lungi dalle statue equestri, dove con sommo applauso rappresent in una aringa-<^r!sfogitone cAe accasa tanfo Demo ftene come /yoreyo/e a: JMiedi, (guanto Z&cAt'ne come partigiano di 7% ppo, intro ducendo entrambi ad incolparsi l ' un l 'altro, e tale ener gia vi pose che la bile gli soffoc la voce ^essendo in natura provato che l ' anima, in cui sta la facolt del par lare, rintuzza per lo pi la voce nei biliosi. Dopo ci ottenne una cattedra a Roma, e perdette ogni autorit in Atene per le anzidette ragioni. III. Il carattere delle orazioni di Filagro, quanto alla esposizione, come segue : [Stimi tu cAg i/ so/e porti in sidia ad A p e r o , o cAe maggior cura di /ei si prenda cAe di <yuaf a/tra sia in cie/o ? Aon .sono <yueiti

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VITE DEI SOFISTI

gii oggetti t i ^uei/' immenso y^oco ; ma a me p ar ceramente cA'egii assegni a ciascun astro /a parte s u a , tic e n to ; a te t ii settentrione, a (e ii mezzogiorno , a te /a sera ; e tutti guanto notte, tu tti, ^ u a n t'io non risp/ento, /a te gii u^tci coltri. Ma guanto t/ <$bi Oceaw /d jpontfe <Sjpa^e pei cieK ia sua te/At /aee (<), ai/ora non ci Aanno a y r nu/ia ie ste/ie. Quali poi fossero !e sue misure ne! decornare puossi desumere daHe parole ch'ei d!r!ge agii sconosciuti. E dicesi che di coteste affettazioni eg!i grandemente si di!ettasse : ^m ico, oggi ti Ao conosciuto ; come pure: Oggi mi p a r e r a i sotto f arm i e con /a s p a ta ; ed anche: ^ it r a ami cizia io non conoM i cAe ^uei/a contratta con /e tispute. U ntatecene tun^ue, o amici, t a cAe a coi giustamente questo nome cogliamo serbare, e guanto aMisognewmo t i cAi ci aiuti ricorreremo a coi; titeci per toce aAAiamo a cercarci. IV. Filagro era di statura pi che mediocremente atta, di sopracciglio severo, di guardatura pronta, e incli natissimo all* ira, bench non ignorasse egli stesso i! suo ma! umore. Laonde interrogandolo un suo compagno perch non gli piacesse educare i figliuoli : PercA, ri spose , non piaccio nemmeno a me metesimo. Avvi chi dice eh' eg!i mor in mare, e chi in Italia, ne' primi an ni di sua vecchiezza.
(<) O m ero, O dissea, Hb. n t, a principio.

LIBRO II.

IX .

A R I S T I D E (!). I. Aristide Sgliuol d Eudem one, ovvero Eudem ona, gli Adrian! produssero, i qua!i compongono una piccola citt deHa M isia, gli Ateniesi educarono in que! vivo genere di d ire , di cui faceva uso E ro d e , e inSno Per gamo, borgo de!!' Asia, allev ne!!a eloquenza Aristoc!ea. Bench neUa prima sua giovent fosse ma! sano, pure non ricus mai la fatica. La qualit della sua malattia, e come patisse il tremore de* nervi, rammenta egli stesso ne' suoi j M r i sacri, che egli in forma di D /arii compose, e che sono eccellenti maestri nell' arte di ben ragionare in qualsivoglia materia. Siccome non ebbe dalla natura il dono di parlare all' improvviso, cos si applic a com porre studiosamente le sue orazioni. Egli si tenne sot* t ' occhi gli antichi, ma pecc non poco deHa natia ver* bosit, schivando per ne' discorsi ogni superflua leg gerezza. Non molto viaggi Aristide, perocch non eb be la smania di cattivarsi la grazia del volgo co' suoi aringhi, n sapeva contenere lo sdegno verso gli ascol tanti che non il lodavano. Le genti eh' ei visit furono

(t) Nacque fa n n o di G. C. !!g . il nome ch'egli stesso si d nella lettera scritta a M. Aurelio ed a Com modo p er la restaurazione di Smirne. Prese ancie il soprannome di TTKMforo per la guarigione eh' egli giudic miracolosa d' una sua malattia. Delle opere di lui parleremo nell'ultim a nota.

, fo?n. VY.

to

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g!I Italiani, ! G reci, e gli Eg!zj che abitano presso H Deit. !I. GII Smirne:! Innalzarongli una statua di bronzo ne!!a piazza. E l dire che Aristide I! fondatore di Smirne non altrimenti una esagerazione, ma bens giustissima e verissima lode. Imperocch s gravemente ei compianse presso l ' Imperatore Marco quella c itt , dal terremoti e dalle voragini rovinata, che continuan done la luttuosa descrizione l ' Imperadore cominci ge m ere, e udite queste parole : Zei teserta : ze/tr: trotta no, bagn di lagrime II libro, e ad istigazione di Aristide promise la restaurazione della citt. Aristide avea per conversato altre volte con Marco nella Ionia. Per quan to mi fu narrato da Damiano di Efeso, l ' imperadore gi da tre giorni dimorava In Smirne ( t ) , e non avendo per anco veduto Aristide dimand al Quinti!) (a), se forse fra la turba de' concorrenti non gli avesse posto mente ; cui risposero che essi pure noi videro, e a! tem po stesso non lasciarono di raccomandarglielo. Il giorno dopo andarono entram bi, conducendo Aristide. A!!ora l ' imperadore gli disse : PercA t/ reggiamo si ta r tt ? Rispose Aristide : Jb staya occupato, o im peratore , tm una mecMastone, e /a Mente <yt*anto sta m etttanto non pu staccavsf taM'oggetto cut pensa. Piacendo per tanto all' imperadore l ' Ingegno di lu i, e sapendo che era non meno semplicissimo che tutto dedito ag!i studj, gli chiese : Q uanto a n tir M? Ogg! propont, rispose
(t) M. Aurelio viaggi in Oriente l ' anno t j 6 . (?) Parlammo di ess! in una nota a!!a vita di Erode.

LIBRO II.

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Aristide, e Am eni udirai; non essendo io di <yue//i cAe vomitano, ma di yue//i cAe sog/iono /a^o? are con ri messione. <Sia per perm esso, o imperadore ^ anc&e a ' tuoi ^ m ig /ia ri di / r parie de/i' uditorio. Zo sia p u re, disse M arco, se /' argomento popo/are. E re plicando Aristide : Concedasi parimenti a d e s si, o im peradore , /o esc/amare e /' app/audire , per guanto sanno , 1' imperadar sorridendo : Ci, disse, sta a te. L'argomento deHa declamazione io non n o tai, ed perci che chi l'n n vuole chi l'altro. Tutti per si ac cordano in d ire , che Aristide alla presenza di Marco di prova di sommo spirito , cosicch per di lui mezzo la c itt , che prima la fortuna (t) avea distrutta, pot rialzarsi. N questo dico* io, quasi che 1 * imperadore an che di sua spontanea volont non fosse disposto a rial zare quella citt rovinata, che gli era pur cara dianzi , ma per notare che le menti de' principi e degli uomini sommi, ove il consiglio e il favellare le accendano, diventan pi vivide, e slanciansi con una specie di impeto a fare il bene. III. Da Damiano parimenti ho le seguenti notizie rac colto. Rimproverava questo soSsta coloro che aringavano a lf improvviso, ma tal conto faceva egli stesso di siffatta abilit (a), che vi si esercitava in privato, chiudendosi nel suo gabinetto, e lavorandovi intorno per modo, che un periodo da un altro derivasse, dall' una sentenza
() Cio un terremoto funestissimo, da pi storici menzionato. (a) Netta vita di Damiano, che viene in seguito si troveranno pressoch ripetute !e cose qui dette.

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l ' altra discendesse, e H tatto insieme quasi in globo ri manesse congiunto. Lo che parmi un biasciare anzi che mangiare, perch !' orazione estemporanea richiede anzi molta volubilit di lingua. Alcuni poi accusano Aristide, che troppo misero esordio premise a! suo so/tato mer cenario, cAe # natio campo sospira ( t ) , il quale argo mento intraprese con queste parole: Aon cesseranno co storo giammai t i annoiarci? Altri riprendono la di lui veemenza nel dissuadere i Lacedemoni a fortiEcarsi, dove cos disse : Ci cAM<%eremo noi paurosamente sotto t i un maro, come usano Ze coturnici? (a) Ed anche gli appongono a vizio !' introdurre un proverbio, che ren de troppo triviale 1* orazione ; imperocch rinfacciando a3 Alessandro che , le paterne orme calcando , delle astuzie si vale negli affari, disse che era JFTgiiuof t i suo p a tre . Disapprovano pure lo scherzo di chiamare co gnati t i 7% ppo,i mono cu/i y^rimaspi (3), come fu dis approvato altre volte Demostene, che peroraudo di nanzi ai Greci chiam scimia i/ trag/ico ( Eschine ) , e yMano JShomao (4). Ma io non voglio che stiasi al pa(<) Questa fra !e ottazioni edite di Aristide non si trova. (a) N t questa. Lo stesso argomento vedemmo pi sopra trat tato da beo. (3) G!i Arimasp!, popoli delia Sctzia, furon creduti non avere che un occhto. E un solo occhio rimasto era a F ilipp o , che 1' altro perdette nell' assedio di MetOne , come narra Giustino. Convien confessare che lo scherzo di Aristide qui riferito , oltr'essere molto ignobile, una gran freddura. Intorno agli Arimaspi vedi Strabono ^U b. ! ; P linio, lib. v n ; G ellio, lib. i x ; Solino, cap. <5; Eustazio, ecc. (4) Peroh& da giovine aveva Eschine Recitato tragedie , ed

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rer di costoro in giudicare di Aristide. Qual egli fosse motto meglio il dimostrano e l ' ito c rai* , p e rm e a n te g// ^f/entesf ds ira/asciare Zo sfudm de//a nausea (t) ; e rtm^roHafo Ga/Z/sfewe per ayer Me(a(o cAe si seppeMssero ! d w i (capitani) (a); e id eM eran # sug/t a ^ y rt d/ & c#ta ; e 1* FscAFne non c o r r e i d a/ danaro ne//a causa dt CAersoMepfe; e gti esc/us! da//e cose sa cre, dopo ayer ucctse /e /wnig/Fe; net qua! argomento principalmente Aristide insegna come adoperar si pos sano con sicurezza te sentenze tragiche , nette quali da certuni assai si facilita. Motti altri argomenti dette ora zioni di lui sono a mia notizia, che provano ta sua eru dizione, l'ingegno e ta forza det d ire , dalle quali io penso che debbasi giudicarne, anzi che da q u e 'tra tti ove talvolta cadde, che sanno dell' affettato. Det resto fu Aristide tra i sofisti il pi esatto osservatore deli' arte, e soprattutto diligente ne! trovar te sentenze, per cui si astenne dall' aringare estemporaneo ; perch il voler pro ferire ci che si con diligenza immaginato, tien ta
Enontao commedie pei villaggi, Pernottane nell* sua ce!A re orazione <feHa OonMM chiam villanamente sewt* (ragfc* 3 p rim o , e At//co i! secondo. (t) Acci pi non pensassero a! dominio de! mare, che frutt loro tanti malanni. (a) Questa pure & tra le orazioni inedite di Aristide. L* argo mento di essa trova:i nelle A&e di Ermogene , nel !ib. u t! di Diodoro Siculo, ne! : delle cose de'Greci di Senofonte, e in pi altri scrittori. Cosi presso Diodoro si hanno le Storie cui alludono i due argomenti qui successivi, giacch sul tento non mi sovviene che altri abbia parlato.

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mente occupata, e le impedisce di essere pronta. Di cono alcuni che Aristide cess di vivere in patria, ed altri nell'Ionia ; compiuti i sessantanni^ secondo alcu ni, o i settanta secondo altri (t).
( t) Nelle TVo^'tte Jfy // ycnHort grwct, ecc., pubblicate in Pa dova lo scorso anno t 8 i 8 dal sig. ab. Fortunato F e J e n c !, ab biamo (a pag. ag t) la serie delle migliori edizioni e versioni di qu an ti, fra gli scritti di , sono fino a noi pervenuti ; e noi crediamo pregio dell' opera il qui ricopiare le sue parole. < t Ci avanzano di lui ciuqaantatr oraztowt, e sono elogi di Dei, * di uom ini, di citt , declamazioni e discorsi di vario genere, x Le due orazioni & M % t Jt , e tfeMs & Roma , x furono stampate da Aldo, insieme con Isocrate, g r., Venezia, t5 t 5 , in fol. (*). Ma la prima greca edizione di tutte le orat zion!, procurate da E. Bonino, & di Firenze pei Giunti, t5 ty , M in fo!t Dopo questa si notano le seguenti. <) Per cura di G. M Cantero, gr. la t., Basilea per Perna <566 , in fol., assai pi H corretta della Ginubina. a) Sulla base di questa del Cantero " si fatta la G inevrina, gr. lat-, per P. Stefano ' 6 o%, voi. 3, in 8 . 3) Per cura di L. Normanno, gr. la t., U p sal, < 6 7 7 , " in 8 . 4) Per cura di S. J e b b , gr. lat-, O xford, 17 2 3 - 3 0 , a voi. a, in 8 . Questa si reputa la migliore edizione (**). Vi sta * unita una dissertazione di G. Masson, che d le pi esatte B notizie intorno ad Aristide. H eh ab. Jacopo Morelli, tratta a dai codici della Marciana, ha pubblicato per la prima volta , gr. la t., Venezia per Palese, 17 8 5 , in 8 , 1 * o ran o n e B centro Za ZeMwa , che fu riprodotti) da F. A. B VolSo coll'orazione di Demostene sullo stesso argomento, B H alla, <7 8 ^ , in 8 . 6 ) Monsignor M ai, tolta da un codice B V aticano, ha pubblicata un' altra orazione inedita di Aristide,
(*) Edizione r i p e t a t i da Aldo nei !5ay. (* * ) Tate A di fatto ma !e note diligentisshne di Samne! J e b b meritavano d ' e!*er c i t a t e , com' c i n t a h dotta t h a di A ristid e , scrtta da! M a n o a

LIBRO I!.
X.

A D R IA N O (t). I. Adriano d! Fenicia nacque in T ir o , e venne alle vato in A tene, dove per quanto ho udito da' miei maeB ma d contrario argom ento, ossa in favore delta legge di * Lettine (*), e leggesi netta parte terza det tomo prim o, Scri* ptorum veterum nova collectio, ecc., R om ae, per Brliaeum, !8a3, in 4 - Netto stesso codice ha pure trovato copia de!!' al tra orazione, e vi ha riscontrato ta!i e tante varianti da poter * correggere non pochi errori de! testo edito da! Morelti *. a Le orazioni di Aristide col titolo : /a n o a Ciotte ; M o n to < a <&nir*e aMerraia t&ti icrrem oio / a i A r i a n i <fo/?o ii (cr * remoto, con varie analisi ed estratti di altre orazioni, tradotte w dall'ab. Mc/cAi'or Cesanofii, leggonsi ne! suo corso rayioaaio w ^ i /e/M raiura greca Fin qui 1' erndito ab. F&ferici. Non vuoisi per tacere che 1' eloquente scrittor francese TAomas non giudica troppo favore volmente del merito di questo oratore ; < H di lui panigirico * soprattutto di Marc'Aurelio (son sue parote) troppo inferiore * al soggetto , non trovandovisi n elevatezza , n calore, n * sensibilit, n forza, ed offrendo una eloquenza debole ed una H Stoso Sa comune. Tal per press'a poco il carattere di tutte te altre sue produzioni *. ()) Egli mentovato pi volte in qneste Vite. L ' Allacci ha pubblicato alcuni frammenti dette sueD ec/anta:ioni a Roma nel t 6 ^n nella sua opera JSrcfryZa varia Graecor^m. Lo Suida, it T itlem ont, e il Yossio e lo Zeno parimenti ne hanno parlato.

<5a

VITE DEI SOFISTI

s tr i, and a! temp! di E ro d e , e dando saggio di una forza d'ingegno sommamente atta agii studj de!!a elo quenza , non oscuri indizj mostr che a pi alto sco po mirava. F u anche discepol di Erode verso 1' et di diciott' a n n i, e in breve tempo acquist presso lui quella stim a, che avevano gi conseguito Scepto ^ d AmScle ( i ) , e venne ascritto al corpo degli uditori del Cosa fossero essi ora dir. Dieci scolari di E ro d e , i pi eccellenti, dopo le lezioni cui tutti erano ammessi, si pascevano ancora per tanto tempo, quanto era misurato dalla clepsidra, contenente una porzione d' acqua (a) succiente alla recita di cento versi, che Erode soleva con bell' accento declamare, onde accat tarsi le lodi degli ascoltanti, e solo intento a ben dire. Avendo egli poi comandato a' suoi famigliar!, che non dovessero starsi oziosi nemmeno in tempo del pran zo , ma bens degli studj loro anche fra' bicchieri parlare, Adriano si pose a pranzare egli pure insieme a quelli, che chiamavansi dal clepsidrio, come uno de'parteci panti ai grandi misterj. Venuti essi in discorso del ca rattere oratorio di un tale soSsta, Adriano , fattosi in nanzi : * Io pure, disse, esprimer il carattere de' soBsti, x non gi riferendo i loro pleonasmi, o le sentenzinole, * o i periodetti, o il manierato, ma togliendomi ad imi* tarli interam ente, e riportando estemporaneamente le
(t) Principal! fra ! discepoli di Erode. AmEcle pur citato netta vita d! Filagro , e di nuovo in questa stessa di Adriano. (a) L ' aso di quest' orologio ad acqua fu da noi pi volte av vertito.

UBRO il.

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% sentenze J i tatti, con discorsi scorrevoli, e sciolto alla ?! lingua ogni &eno a. Ed avendo ommesso Erede, Amat ele lo interrog per qual ragione escludesse il precettor lo ro , amando egli il genere deMa sua eloquenza, e sa pendo che essi tutti l'amavano ? < <Perch, rispose Adria% n o , gli altri son ta li, che anche un ubbriaco prende* rebbe ad imitarli, ma rispetto ad Erode, principe delM 1' eloquenza , molto sarebbe eh' io tentassi imitarlo a * ventre digiuno, e senza aver prima bevuto a. Lo che ad Erode venendo ritrto, assai n iu lieto, perch com p i a c e v i d' esser lodato, come altre volte mostr. In vit poscia, essendo ancora assai giovine, Erode stesso a udire una sua estemporanea orazione. E allora Ero de , non gi per invidia, come alcuni calunniano, e pel piacere di criticare, ma con placido e benevolo animo ascoltandolo, approv il giovine, e in ultimo soggiunse: Questa :o & cAMMMnei fram m enti un co/osso , correg gendolo in parte de'difetti prodotti dalla leggerezza della et e dalla non matura pratica d e ll'a rte , e in parte lodandolo per la sublimit s delle parole che delle sentenze. Egli onor Erode anche in morte con orazione degnissima di tant' uom o, sino a far piagnere gli Ateniesi, cui la recit. II. Con tanta persuasione di s occup egli la catte dra degli Ateniesi, quasi non per la loro ma per la sua sapienza esistesse, che cominci l ' esordio in questa guisa: JW Huofo /e /eMere t?a#a Fentcia provengono (');
(t) Alludendo al (enicio Cadmo, che port in Grecia le lettere dell' alfabeto.

t54

V IT E DE! SO FISTI

e in qnesto proemio s fattamente s stsso esalt, che, anzi d ' esser egli il beneficato, parve accordar toro un beneScio. Sostenne per quella cattedra con sommo splendore ; magniBcamente vestito , adorno di gemme di altissimo prezzo, s quando andava a parlare scen dendo da! cocchio da argentee briglie arnesato , e s , quando finiva, tornandosi a casa contornato e pom posamente dalla folta de' Greci applaudito. Essi in fatto lo onoravano come prelato alle cose sacre del borgo Eleusinio , dove con magniBcenza i sacri riti celebrava. E d egli sapea conciliarseli e con giuochi, e con conviti e con cacce, e accomunandosi con esso loro ne'giuochi solenni della G recia, e tutti amicandosi o con roba o con giovenili trattenimenti ; cosicch erano essi affezio nati a lui non altrimenti che figli al padre grazioso e amoroso , che con essi si esercita ne' salti, che i Greci usano. Vidi perci molti di loro piangere ogni qual volta facevasi di lui menzione, e molti imitarne la voce, molti if passo, molti il gestire. III. U n' accusa intentatagli di omicidio schiv nel seguente modo: era in Atene un uomiciattolo, non mal esercitato nell' arena de' soSsti, a! quale chi donasse nn barile di vino, o c ib i, o ab iti, o danaro , ligio se lo rendeva a guisa di famelica pecora verso colui che col baston la conduce. Ma se veniva negletto , dicea roba da fuoco ed ingiuriava. Costui dunque si scaten contro A driano, conosciutolo di placidi costum i, e si pose ad esaltar C resto, sofista da Bizanzio (<). Adriano per
(') Del quale fra poco si tegger la vita.

LIBRO II.

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tollerava con pacato animo quant' ei faceva, dicendo che !e villanie di costoro sono morsicature di zanzare ; ma i di lui famigliar!, mal so ffren d o le, ordinarono ai suoi schiavi che il bastonassero ; per la qua! co sa, ve nutagli una inSammazone agli intestini, in capo a un mese m o r, dando tuttavia qualche altra occasione alla m o rte, perch durante la malattia bevette vino. I con giunti de! defunto accusarono d' omicidio a! presidente d ' Acaia il soBsta, nella sua qualit di Ateniese, perch era ascritto alla trib ed al quartiere di Atene. Ma egli neg la co!pa, dicendo non avere altrimenti percosso n eon !e proprie mani n con que!!e< degli schiavi co lui che dicevasi morto. E gli furono in questa causa di grand' aiuto dapprima ogni generazione di G reci, dai quali si fece su ci un compianto ed un gridore insoli to , poscia !a testimonianza de! medico rispetto a! vino. IV. Nel tempo che 1 * imperador Marco recossi in Atene per essere ammesso ai misterj (t) ^ Adriano vi ave va gi la cattedra di sofista. Marco pertanto tra !e cose deg!i Ateniesi degne de!!a sua curiosit questa pure no t , onde n !a erudizione di lui sconosciuta gli rima nesse; tanto pi che lo aveva egli stesso destinato alla istruzione de' giovani, non dopo averne fatto pruova ascoltandolo, ma soltanto indottovi dalla sua fama. Aggiungasi che Severo, uomo consolare, e pi eserci tato ne! genere giudiziario ( a ) , giudicava sinistramente
(t) Ci pure si veduto nella vita di Erode. (a) Molti At-eW visserp al tempo di M. A urelio, e tutti di famiglia consolare. Questo debb' essere Claudio Severo, che fu dello stesso Aurelio precettore, ed ebbe il consolato, in via supplem entaria, l'an n o !65.

.56

VITE DEI SOFISTI

di lu i, come <P ano che pompeggiasse negli argomenti soSstici. Marco stesso pertan to , desideroso di farne esperienza gli propose per argomento Jjpertta, cA <s as jo/t c o n ^ H retto , M occastowe cAe !n^asa R a te a (t). Eg!i pertanto s assennatamente questa declamazione compose, che venne giudicato come di nulla inferiore alla forza del dire di Po lemone ; ond' che maravigliatone l ' imperadore gli fu liberale di regali e di magnifici doni. Chiamo regali il vitto fattogli somministrale dal pubblico, la privativa dell' alloggio , le immunit , i sacerdozi, e quant'altro rende illustri gli nomini; e chiamo doni Poro, l'argento i cavalli, gli schiavi, e tutto ci che cade sotto il nome di ricchezze, delle quali colm si lu i, che la sua fa miglia. V. Allora che ottenuto ebbe anche la cattedra supe riore , egli si regol in Roma per m odo, che a coloro eziandio che non intendevano la lingua greca , venisse desiderio di udirlo. E in fatto gli prestavano orecchio non altrimenti che ad un soavissimo usignuolo, ammi rando 1' eleganza della favella, e le modiScazioni e i varj tuoni della voce, e abbadando al numero s del(t) Di questa iovasion d Filippo in Eiatea siamo informati da Diodoro Siculo, da Plutarco nella vita di Demostene , e da pi altri scrittori, alcun de' quali pretende che Demostene con sigliasse di eccitare i Tebani a mover guerra a Filippo. Ma della parte che in ci abbia preso Iperide nessuno, che io sappia, ha (atto cenno , nemmen Plutarco , che pur ne scrisse la vita, lpe ride fu grand' oratore , govern A tene, e mor vittima della vendetta di Antipatro.

LIBRO II.

<5?

I* orazione andante, come di quella aceompagnata da qualche modulazione. Ogm qual volta pertanto aveva ad anngare, al tempo de' pubblici spettacoli, che allora si eseguivano dai m im i, e che un nunzio compariva in teatro ad avvisare eh' egli avrebbe perorato, alzavansi tosto le persone s dell' ordine senatorio che dell' eque stre , a non solo quanti delle greche lettere studiosi fossero in R om a, ma anche soltanto della propria lin gua i cultori, e a gran passi affrettavansi all' Ateneo , correndo con una specie di im peto, e rabbuffando quelti che andavan pi lenti. VI. Giaceva ammalato in R om a, allora appunto che poi usp di v ita , quando Commodo lo scelse capo della s m segreteria, scusandosi di non averlo nominato pri ma. Egli per , invocate le Muse , giusta il costum e, e adorati i decreti d' Augusto, esal sovr' essi l ' ultimo fiato, valendosi di quell' onore per ornamento funebre. Cess di esistere all'et di circa ottant'anni, con tanta celebrit, che a molti parve un mago. Ma io ho abba stanza mostrato^ nel parlare di Dionisio, che egli, co munque s d o tto , non diessi giammai alle discipline dei prestigi Credo per che siffatta opinione acquistasse per avere nelle sue orazioni narrate molte mirabili cose intorno ai costumi dei magi. Alcuni lo accusano parimenti di impudenza, dicendo che uno de' suoi fami gliar! gli mand un regalo di pesi, sopra un bacii d'argento , tutto filettato d' oro , e che essendogli assai piaciuto il bacile, noi vo!!e restituire, e a chi lo avea mandato rispose : 2?erMM!mo ./cest! coprendofo ancAe A peso. Ma dicesi che tal risposta diede per ischerzo

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V ITE DEI SO FISTI

ad un ta!e de'suoi famigliar!, eh' ei sapeva non fate un libera! uso delle ricchezze, ma che il bacile restitu, gastigando con quel]a celia il suo discepolo. VII. Abbondante e sublime fu questo soSsta nelle sentenze, e pieno di variet nell'ornare le cause garba tamente , ad imitazione delle tragedie ; ma n teneva ordine, n i precetti dell' arte seguiva. Prese per dag!i antichi sofisti la vaga maniera del d ire , ed ebbe una voce pi presto sonora che forte ; e spesso anche gli manc cotesta magnifica voce, per avere voluto usarla da tragico pi del bisogno.

x:.
CRESTO (<).

I. Riguardo a! soSsta Cresto da Bizanzio i Greci sono veramente ingiusti, trascurando un uom o, che al di sopra di tutti i Greci si approfitt delle lezioni di Ero de , che molti ne istrusse eg!i stesso, ed anche de* pi rispettabili, tra' quali fu Ippodromo il soSsta, e Filisco, e il poeta tragico Isagora ; cos pure g!i applauditissimi retori Nicomede da Pergamo, ed Aquita nativo dell'an tica Galazia, ossia gaHo-greco, e it bizantino Aristeneto ; e tra quelli che Shosofaron con !ode furono Ca sse ro ateniese, Stospide che fu prefetto del tempio di Cerere Eleusina, e pi altri degni di memoria. Insegn
(t) Menzione J! !ut vedemmo neHa vita di A driano, a vedre mo !n pi altre successive.

LIBRO II.

egli verso i tempi di Adriano soSsta , ed ebbe cnto ascoltatori paganti, de' quali furono i principali i so praddetti. Trasferitosi poscia Adriano a Rom a, g!i Ate niesi decretarono che si mandasse nn legato a favor di C resto, chiedendo che l 'imperadore a lui conferisse la cattedra d'A tene ; ma egli presentatosi al loro congres s o , imped l'invio del legato suggerendo altri soggetti degni di riguardo, e chiudendo 1' orazio n sua con que ste parole : g ro n o idjpem&o non y un proII. Andava soggetto al vino, ma quella petulante ub ria c h e zz a , quel languore, quella ferocia che il vino suol produrre negli uom ini, sapea frenare. Egli tanto vegliava , che quand' anche protraesse la cena sino ai canti del gallo, pure alquanto di tempo accordava allo studio, prima di andare a dormire. Rimbrottava acre mente i jgiovani arroganti, ancorch fossero i pi atti a sostenere le spese de'pranzi, e fra questi Diogene di A m astri, che vedeva allevato nel fasto sin dalla adole scenza, e aspirante alle satrapi e , all c o rti, all' avvici namento de' m onarchi, e che diceva ^essergli stato cos predetto da un egiziano, il quale anche de' segreti della sua arte gli era stato maestro. III. La forma della orazione seppe egli variamente adornare di tutte quelle bellezze che pi risplendevano in quelle di Erode ; gli rimase per inferiore nel non aver cos pronta la copia de! d ir, a simigHanza di chi nell' arte pittorica esprime il suo soggetto con le linee, mna non usa i colori. Sarebbe tuttavia salito al medesi mo grado di m erito, se non fosse morto di cinquant ' anni.

VITE DEI SOFISTI


X II.

P O L L U C E (*). L Non so se dotto o non dtto chiamar si debba Polluce da Waucrati, ovvero, cosa che non pare credi bile , vda chiamato dotto e non dotto al tempo stesso. Imperocch se ben si considerano le parole di cui fece uso si vedr eh' egli orn !a sua favella dei modi attici; se si esamina poi l ' indole regnante nelle sue declama zioni si capir che dell' attica lingua non fece nessuno miglior uso di qualunque altro. Di lui pertanto si riten gano le seguenti notizie. II. Polluce si esercit con accuratezza neHa critica, giovandosi degli insegnamenti di suo padre, che valente critico fu. La sofistica poi tratt egli pi presto con impeto che con a rte , confidando nel proprio ingegno^ che ottimo era in lui. Bench stato fosse discepolo di A driano, pure egualmente alieno e dalle sue virt e da' suoi difetti ; perch n si curva sino a te rra , n
( ') Non va confuso co! JPaMice che neHa vita di Erode ve demmo &migliare d i n i , e morto in giovine et. Questi il Giulio Polluce, autore deH' Onomastico , di cui si hanno varie edizioni, e di altre opere menzionate da Suida, tra le quali a me pare non debbansi porre n !a <%on'a M e ra , stampata in Bologna per cura dei dotto Bianconi ne! ' 7 7 9 , n !a -S/oria ysiea , pubblicata da Ignazio Hardt a Monaco ne! tygs , bench ne portino il nome. Sopra di che non qui tuogo opportuno ! estenderti.

LIBRO II.

16:

troppo ti estolte. Be!!i sono per alcuni andamenti in coi si aggirano i suoi discorsi. La forma del suo dispu tare fu di questo tenore : " I! Proteo de! Faro un * miracolo di Omero; molte e varie sono le forme di !ui; perocch si soHev come onda, si accende come " fuoco , si infuria come lioue, impetuso ,come cinw ghiaie, strisda come drago, lucido come pantera , " e in Sgura d' albero frondoso H. I! carattere poi de!!a sua declamazione prenderemo dagli Vio/am , i qua!i per pagare /e p e rn ia n o ! , giacchi pretendesi aver egli ottimamente trattato questo argo m e n to ,!'u ltim a parte de! quale cme segue; intro duce un Sglio, che vive sul continente , il quale scrive da Babilonia a! padre isolano : " Io servo a! r e , cui j! venni donato da un satrapa, ma n monto il cavallo ?! del m edico, n maneggio !' arco persiano, n mi ac^ costumo a Ha g u e rra o alla caccia, come dovrei. Ma ?! stommi oeeupato ne! gineceo, e servo a!! concubine ^ de! re. N il re bassi ci a m al e , giacch io sono ?! eunuco. Moltissimo per piaccio a!!e medesime, de?? scrivendo ad esse !' Arcipelago, esponendo loro le M pi ce!ebri cose de' G reci, in qual modo gli E!ei cen !ebrino le solenni loro assemblee, con quai riti i Delfi ? < !e sacre funzioni eseguiscano, come sia t'a r a della ?! Misericordia presso gli Ateniesi. Ora t u , padre mio ^ ?! scrivimi di grazia come siano !e feste giacinzie dei ?! Lacedemoni, !e istmiche de'C orintj, e le pitie dei ^ Delfi. Come pure se gli Ateniesi escano vincitori dalla M guerra marittima. Statti sano, e sa!utami il fratello, a ?! meno che eg!i pure non sia gi venduto B. Ci Basta , iota. 77. !!

V ITE DEI SOFISTI perch ogni Imparziale ascoltatore conosca quali sieno i meriti J i Polluce ; ed imparziale il desidero, acci n benevolo n malevolo si dimostri. Narrasi per che tai cose pronunziasse con voce melliflua, la quale avendo allettato l'imperadore Commodo, lo elesse alla cattedra di Atene. Ei visse 6no al cinquantesimo ottavo anno di e t , e mor lasciando un 6g!iuo!o, libero ma non dotto.
X !H .

PAUSANIA

(!).

Cesarea di Cappadocia, vicina a! monte Argeo, fu patria del soBsta Pausania. Si approBtt Pausania delle istruzioni di E ro d e , ed uno fu di coloro che facean parte del Ctepsidro, e che volgarmente chiamavansi i (a). Bench per imitasse parecchie virt di Erode , e segnatamente quella di parlare all ' improvviso, pure aveva una goffa pronunzia, alla ma niera de'Cappadoci, smozzicando le lettere consonanti, abbreviando le lunghe, e le brevi allungando; per!och il volgo dicea di lui che era un cuoco, che *mal condiva le pi sontuose vivande. La forma della sn& declama(t) Che sia quest! lo stesso Pausania , de! qua!e abbiamo una diligentissima DMcmRwte (M /a G re cta, ornai pi non dubitano i critici. Stando a Fozio potremmo crederlo eziandio autore di un Lessico attico. (9 ) Nella vita di A driano, e in altri luoghi di quest' opera , si di ci dato conto.

LIBRO II.

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zione un po' pi negletta di quei che convenga ; non ]e manca per n il vigore, n le maniere degli antichi, come pnossi rilevare, da' snoi aringhi. Molti son e s s i, che Pausania declam in R om a, dov% pass la sua vi t a , e dove gi inoltrato nella vecchiezza mor. Tenne eziandio !a cattedra di Atene , d' onde partendo, dopo le motte cose che in onore degli Ateniesi avea d etto , soggiunse oppartunamente que' versi di Euripide :
Avo/g/mi, o 2T-MO, At jparfe cA* io /wegga ancor ia cara (erra (t).
X IV .

A TE N OD OR O.
Il soBsta Atenodoro fn sommamente illustre fra gli Eniesi per la patem a prosapia, e chiarissimo &a tutti i Greci per i precettori e 1' educazione che ebbe. Da ragazzo fu scolare di Anstcle, e giunto agli anni de!!a discrezione lo fu di Creste. Da entrambi pertanto acqui et la (orza del d ire , con favella quasi a ttica , e l'u so di ben condurre il discorso. Insegnando poseia egli stesso in Atene ne! tem po, che pur v' insegnava Pollu ce , ebbe a rimproverarlo di puerilit nelle sue lezioni, chiamandole g/t orti A 7*anta&) (a) ; parendomi volesse
( ') Nell* Ercole furioso d ' Euripide , vers. t 4 o6 . (a) Cio non bastanti a! bisogno dello scolaro, tome furon qneglt o r ti, che pieni di fratti e dt erbaggi non erao utili a T an talo , che non potea valersene.

!64

V ITE DEI SOFISTI

significare un superficiale genere di dire e leggiero, se all' apparenza pi o men si riguardi. F u egli di severi costumi, e venne a morte ne! Bore degH a n n i, impedi togli dalla fortuna 1' acqnisto di maggior gloria.
XV.

TOLOMEO. I. Tolomeo da Naucrati ottenne tra i soSsti ana splendida lama. Era egli un di color, cui nel tempio di Naucrati sommiaistravasi il vitto ( t ) , onore che a pochi col accordato. Scolaro ma non imitator fu di E ro d e , accostandosi egli pi presto alla maniera di Polemone. Di fatto la robustezza, il b rio , e la condotta delle sue orazioni ei trasse dal teatro di Polemone. Dicesi altres che aringasse estemporaneamente con incredibile facilit. Tenne dietro anche alle cause ed al foro, non s per da acquistarne gran nome. Gli venne dato il soprannome di Maratone , perch, giusta il parere di alcuoi, fu ascritto alla popolazione di Atene come abitante nel borgo di Maratona ; ovvero, come ho udito da a ltri, perch nelle orazioni attiche inser le lodi di coloro , che si segnalarono per bravura nella guerra di Maratona.
(<) Ne! Pritaneo di Naucrati somministrava!! a pubbliche spese l'alim ento ai pi benemeriti della patria, come racconta Ateneo nel lib. rv. Cosi pur si faceva in quello di A tene, come ha provato il Meursio.

LIBRO II.

!65

IL Avv! per chi riprende To!omeo di non aver sa puto discernere g!i argomenti de' suoi discorsi, n ca pire dove fossero stringenti e dove n ; datogH per og getto d' accusa, che i Te&ani Mnputiano mgrat/tM^ne ii per non ayere pro^eHt t Zero a / tempo cAe Ve&e f^enne S t r u t t a ^ Jf/ej^an^ro (<), tratt egli splendidamente una ta! controversia, adoperandovi anche !a massima prudenza ; pure it catunniano, dicen do : & %UMta Amputa y^^e y tta , ancora ^ /e ^ ja n J r o , cA* yare^Ae ^tafo ji teFwerar/o J a condan nare r A/eMeny? & in wee My diopo fa morte J t /a:, cM jard ii aMtetto animo J a non conoscere cAe /a J a ta imputazione gta^tMJ:ma ? Ma chi in ta! modo censura non ha capito che !'apologia pei Messenj possa unicamente consistere ne!!' ottenimento de! perdono, come quel!i che sprezzato avessero A!essandro, e noi tem essero, mentre l'in te ra Grecia tremava dinanzi a lui. E ci mi sembrato di dover dire in sua difesa, onde e!udere un'accusa non meno fraudolenta che ingiu sta. Certo si , che Tolomeo fu tra i soBsti chiarissimo. E d avendo praticato diversi popoli e soggiornato in molte citt, in nessun luogo n macchi la sua gloria, n fu trattato al di sotto de!!a sua riputazione, ma, quasi tratto dalla fama, sopra splendido cocchio !e citt visi t. Fin di vivere gi vecchio in Egitto , non del tutto privo della vista, ma assai danneggiatone, a cagione di un trascorrimento di umori da!!a testa.
(t) Questo fatto storico minutamente trattato da Diodoro Siculo nel !ib. xvtt.

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VITE DE! SOFISTI


X V I.

ERODIAMO

(<).

Erodiano sm im eo, quanto aHa prosapia discese da! soBsta N iceta, e quanto aHa famiglia vantava antenati che furon ponteSci, o pretori militari. DaHa citt di Roma ottenne premii per la sua eloquenza, ed ebbe !a cattedra che ivi . L , essendo eg!i preletto degli istrioni, che una razza di gente che ha det feroce e non latta per ubbidire, si fece conoscere attissimo a questa magistratura, e superiore a qualsisia rimprovero. Essendogi morto in Roma un Sglio , nuHa diss' egli di effeminato e non degno di s, ma dopo avere tre volte esclamato: o mio / il mand a seppeHire. Venuto a morte egli pure in Roma, gii furono intorno gli amici tu tti, e consumando fra loro se ivi si avesse a dargli tom ba, o mandarlo imbalsamato a S d irn e , Erodiano grid : ./Von /ascer so&) *7yg/mo/ mio ; e cos di pro pria volont impose che insieme al figlio lo seppeUissero. Essendo stato discepolo di Aristocle, coltiv soprat tutto il gnere della orazion panegirica, versando per cos dire in poco bella tazza i buoni liquori. V 'h a chi dice che fu anche discepolo di Polemone.
(t) G i ricordato nella vita di Niceta.

LIBRO II.
X V !!.

RUFO

(<).

I! so6sta Rufo da Periato non loder io n pel patnmonio, n pel vanto di parecchi consoli nella sua fa miglia , n per avere con magnificenza presieduto in Atene alle feste di Pane; perocch siffatte circostanze, cui pi altre potrebbero aggiugnersi, non meritano di essere comparate alla di lui sapienza. Ma s il loder per la lingua e per l ' a r t e , di cui fece u so , massimamente nelle dispute colorate ( a ) , nel qua! genere ora torio acquist chiarezza di nome, tanto pi che diffci lissimo era il suo stile. Nelle cause colorate bisogna sa per imbrigliare la favella, e bisogna saperla stimolare in quelle che si tacciono; ciascuno oratore per secon do l'indole sua, per qnanto a me pare. Bench foss'egli di aperti costumi e senza malizia, pur sapea simulare egregiamente, quantunque non avesse per natura un ingegno adatto. Comech poi ricchissimo era tra quanti abitavano sull'Ellesponto e la Propontide, e non ordinaria gloria erasi acquistata per eloquenza estem poranea in Atene e nella Ionia e in Ita lia , non volle
(<) Nette medaglie di Giulia e di Caracalla si trova talvolta nominato un Rufo prefetto de'Sardim i. N la qualit di sofista, n il tempo nel qale Bor colui che qui descritto si oppongono a credere che sia egli stesso. (3) Vedemmo in pi luoghi di queste V ite , e segnatamente in quetla di Scopetiano , qual genere di arte oratoria sia questo.

.68

V ITE DEI SOFISTI

ma! mostrarsi avversario a nessuna citt a nessun privato, e pochissimo cur il guadagno. Narrasi pari mente di !u!, che rinforzasse ii corpo ne'giuochi ginna stici, osando sempre l ' astinenza degli atle ti, ed eserci tando !e membra press' a poco in qnel modo che g!i atleti le esercitano (<). Stato in et puerile scolaro di Erode, e giovinetto di Aristocle, gran proBtto lece sotto quest' ultimo ; nondimeno recavas! a maggior gloyia es serlo di E rode, cui chiamava il signore, l bocca di [Greci, il principe della eloquenza, o in altri siOatti modi. Fin i suoi giorni in patria d 'a n n i sessant' u n o , lasciahdo varj SgH, de' quali altro Lene non posso Are se non che furono generati da lni<
X V III.

ENOMARCO. Enomarco di Andro soSsta, non sal molto in cre dito , ma non parve nemmeno da spregiarsi. Egli inse gn in Atene al tempoi che pur v' insegnavano Adriano e Cresto. Essendo di un luogo assai vicino all' Asia , rimase infetto del parlar ionico, che molto si osava in E feso, come chi il fosse di on mal d'occhi (a). O nd'
(t) Intorno alla sobriet ed alle pratiche degli atleti degno di esser letto quanto ne scrive il Fabri nel lib. m de' suoi () Perch spesso le malattie degli occhi , cio flessioni, in fiammazioni e sim ili, riescono contagiose

U B R O II.

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che a molti & sembrato atbn essere egli stato giammai scolare Ji E rode, facendogli cos uo vero torto. ben vero che !orJ& alcun poco !a sua dicitura per l'anzi^ detta ragine ; ma !e sentenze eh* ei vibra sono affatto erodiane, e mirabi!mente soavi. Q ual eg!i si fosse co noscer pussi da! suo amafor A un r^raKo ; ben inteso che ne para da giovine. Cos .pertanto ivi si esprime: * O bellezza animata in un corpo senz'anim a! Qual M Dio ti ha dunque ^nta? Forse una De a, o una GraM zia, o !o stesso Cupido, padre deMa v y tu st ? Come M tutto ti sta, bene ! La forma de! volto, il color Horix dissimo, i! brio degli occhi, quel graziosissimo sort riso, e i! rossor delle guance, e l ' estremit degli. orecchi! Par che la voce sia h per uscirti dai labbri. M E fors' anco tu p a rli, qu:md' io sono assente, tu di M amor priva e nem ica, ingrata ad un Sdo am ante, * nessuna parola a me volgesti. Ma io ti scaglier semr pre !' imprecazione terribile a tutte le belle, augranM doti che una lunga vecchiezza ti aggravi a. Mor egli, chi dice in Atene chi nella patria s u a , gi canuto e latto vecchio. Ebbe un viso rozzo, e squallido, quanto quello di Marco da Bizanzio (t).
X IX .

APOLLONIO. Ma Apollonio da Naucrati si mostr negli insegna(!) Memorato pi sopra.

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VITE PEI SOFISTI

menti contrario ad E ractide, che gi occupava l a cat tedra di Atene (t). Esercitava per una civil maniera di dire, e molto gastigata; ma essendo meno veemente e men cavilioso riusc meschino neHa condotta e nel brio. Non sentendosi molto avverso agii am ori, ebbe da una concubina il Rg!io RoiEno, che profess reto rica dopo di !ui, ma mala ne im par, va!endosi de! proprio ingegno, tranne che usava paro!e e manierette tutte de! padre. Ond' che ripreso da un uomo dotto, rispose: Le /aggi mi accordano di y r d c 'ie n i pa terni ,* cui !' a!tro soggiunse : Zo accordano , ma a i /?* g/iMo^i /eyittiwM. A!cuni g!i ascrivono a co!pa di essere andato in Macedonia a servizio di una famiglia, che pur non era de!!e pi iMustri. Ma noi ci g!i dobbiamo perdonare, imperocch faci! sarebbe i! citare a!cuni, forniti di gran m erito, che fecero cose poco !ibera!i, per amore di guadagno, !e qua!i i! nostro Apo!!onio sappiamo non aver fatte ; tanto pi che !' aver suo ac comun con que'G reci, che ne aveano bisogno, e non fu difBci!e ne! pattuir !e mercedi. Cess di vivere in Atene a!!' et di settant' a n n i , e i! compianto di tutti g!i Ateniesi onor H suo sepolcro. Fu sco!aro di Adria no e di Cresto soSsti, ma s diverso di ciascun di !oro quanto chi non H avesse uditi mai. Le sue orazioni so!ea m editare, ritirandosi da!!a ge nte , e spendendovi intorno non breve spazio di tempo.
( ') Ci parimenti ripetuto neHa seguente vita di Eracide.

LIBRO II.
XX.

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APOLLONIO ATENIESE. I. Anche l'ateniese Apollonio divenne celebre presso i Greci, come robusto dicitore ne! genere giudiziario, e non {spregevole nelle declamazioni. Insegn in Ate ne , ai tempi di Eraclide e de! soSsta che aveva i! suo n ome, occupando !a cattedra politica (t) con !a mer cede di un ta)ento (9). Salito in fama ne!!e controver sie civi!i, venne adoperato in faccende di sommo rice vo , tanto come legato , quanto ne' pubblici a Rari, che gli Ateniesi riguardano per principali, cio le fste pa natenee , e la pretura. Ottenne anche !a dignit di ierofanta ne'm isterj eleusini, quand'era gi vecchio (3). Nella soavit della voce rimase inferiore ad Eraclide (/{), a Logimo G lauco, e ad altri consimi)i irofanti, ma
(t) Osservisi che sin d ' allora le sciente politiche venian pro fessate nella universit di Atene. (a) Fu dunque pagato meno di Teodoto e d C resto, che ve demmo avere 1 * emolumento di dieci mila dramme ; laddove il talento solo ascende a sei mila , che sono circa ottocento vent cinque de* nostri talleri. (3) N potvasi esserlo, se non in et senile. Uf&cio del ierofante era quello d ' istruire ne' mister} di Cerere gli iniziati. (4) Non quello gi menzionato, e di cui s! ha la vita pi ol tre , il quale era di Licia j ma bens un Eraclide ateniese , do vendo it ierofanta di Eieusi essere ateniese. Sopra di che veggasi il dotto Meursio.

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VITE DEI SOFISTI

neHa gravit, neHa magniBcenza e nel decoro fa supe riore a molti de' suoi antecessori. II. Mandato in legazione a Severo generale romano, venne a gara di declamazione col soBsta Eraclide (t) ; e la cosa Bn che Apollonio fu colmato di doni, all' al tro si tolsero le immunit. Sporgendo poi Eralide una falsa voce di ApoHonio, che dovesse Ira pochi d re carsi in L ibia, dove il Leptino (a) aveva preso l'impe rio , e raccolti da ogni parte del mondo i pi dotti uomini, e dicendo a lu! medesimo: Ora sei a tempo a leggera /'orazion? a ZcptiMo; 2? tu, gli rispose Apollonio, set a tempo a /eggergR ^He//a cAe Aai ^Ma su//e tmmanitd (3). III. L ' impetuosit del dire ApoHonio prese da quella di A driano, del quale era stato discepolo; ma riusc assai diverso da lui per i! soverchio uso di numeri me trici e di versi che vi introdusse; che se guardato se ne fosse, !a sua "dicitura potrebbe giudicarsi grave e digni tosa. I quali difetti, come rilevansi negli altri suoi aringhi, cos principalmente in quello di P a//ia cAe Mio/e persuader g/t Ateniesi J i non aAArMciare i corpi
(<) Questo )' Eraclide licio di sopra citato. Ne vedremo la vita andando avanti. (a) Severo fu nativo di Lepto , piccola citt dell' Africa. (5) M frizzo di queste parole nasce dall' allusione che Eraclide volle fare alla orazion di Demostene contro Leptine, dicendo ad Apollonio : Va a leggerla a Severo, se ti d l'animo ; e dall' al tra allusion di Apollonio alle immunit di cui godevano i Leptini , mentr* egli (Eraclide) era stato spogliato , in occasione di questa gara, di qnello che prim a aveva.

LIBRO II.

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cAe d^Mowo jappeJ/iri!. Eccone un tratto : Tieni a!ta * !a face, o tu che !a porti. A che per forza !' abbassi ^ " e volgi il fuoco all' ingi ? Sostanza celeste esso , " eterea, e tende al luogo che gli natio. Cotesto fuo* co i morti non libera, ma richiama gli iddii. O Pro* * m eteo, di Caccole e di fuoco dispensatore, di che grave ingiuria si accompagni il tuo d o n o , che ai r morti privi di sens viene applicato ! Soccorri, aiuta, ^ rapisci, se possibile, e storna quel fuoco ".Q uesto brano ho aggiunto, non per iscusare alcune maniere poco gastigate, ma per dimostrare che egli non ignor anche i numeri gastigati. Fin di vivere verso il settan tesimo quinto anno di et dopo avere lungamente par lato al popolo d'Atene. sepolto nel sobborgo della via reg ia, che in Eieusi, e che chiamasi il sobborgo del Fico sacro ; solendo ivi riposare coloro che porta rono per la citt le sacre immagini del tempio Eleu sino (f).
X X I.

PROCLO

(2 ).

I. Nel presente catalogo colloco eziandio Proclo da N aucrati, che aisai conosco, perocch fu uno de' miei
(t) Della via regia e del sobborgo del Beo, non che di tutte le nsanze relative ai riti di Eieusi, parla a dilungo e da par suo il dottissimo M eutsio, cui mi & forza rimettere il curioso lettore. (a) Dalla seguente vita di Ippodromo rilevasi che questo Pro clo ebbe il cognome di Pompeiano. Fior per quasi al medesi-

<?4 VITE DEI SOFISTI precettori. Proclo adunque nacque in !uogo tutt' altro che ignobile ne!!' Egitto. Ma veggendo che !e Azioni prevalevano fra'Naucratidi, e che !e pubbliche !eggi non vi erano serbate, and a cercar !a sua quiete in Atene. E partitosi clandestinamente daHa patria sopra una na ve , seco portando gran quantit di denaro, buon nu mero di servi, ed un magniSco assortimento di m obili, trasse co! !a su vita. Avute in Atene buone ezioni, acquist chiarezza di nome, essendo ancora in et gio vanile , e !' accrebbe neg!i anni deHa virilit. Ci prin cipalmente dovette a!!a propria condotta, poscia, se condo m e, ai beneScii ch'ei lece a qualsivoglia Atenie se , dando in ta! modo pruova deHa sua bont. Narrasi che salito sopra una nave nel P ire o , dimand ad uno di quelli che ivi pure si trovavano , se un tale tuttora vivesse e godesse buon nome in Atene ; e questa di manda riguardava un uom o, de! quale era egli stato ospite, in tempo di sua giovent ^ quando era aHievo di Adriano. E avendo udito che tuttora viveva, ma che a momenti uscir doveva della propria casa, la quale ponevasi all'incanto come ipoteca di dieci mila dramme da !ui prese a m utuo, gli mand tosto le dieci mila dramme avanti che 1' asta si aprisse, aggiugnendo que ste parole : Zt&era /a casa aia , to non ti yegga ma/MconM;o. La qual cosa noi giudichiamo degna non so!amente del ricco , ma di chi sa bene usare degli agi,
mar tempo un altro Proclo, soBata a neh' egli, noto ai numisma tici ed agli archelogi ; ma egli fu di Sm irne, e il nostro & di Naucrati.

LIBRO II.
ed ha T animo generoso, e ! diritti del!' amicizia vuol cordialmente osservare. II. Possedette pi case, due delle quali comperate in concorso, una al Pireo, !' altra ad Eieusi. A lui porta vasi dall' Egitto incenso, avorio, balsami, papiri, libri, ed altre siffatte merci ; le quali distribuendo egli a co loro che ne trafScano, non si mostr mai n avido di danaro , n spilorcio, n bramoso di maggior guadagno, n usuraio, ma sempre contnto de! suo stato. E co! proprio Sglio, il quale spendeva prodigalmente in galli, coturnici, cani e cavaMi, eg!i giovenilmente si accomo dava , anzi che timproverarnelo. Di ci alcuni gli fecero colpa, ed ei rispose : CAe /?nird presto a MAerzara co' wccAi cAe coi coetanei. Poi che il 6g!io e !a moglie morirongli, attaccossi ad una sgualdrina, comech per vecchiezza avesse gli occhi gi !ippi, e ad essa, che di nessun femminile diletto mancava, aMentando !a briglia, mostr d! prendersi minor pensiero de!la domestica eco nomia. III. L ' ordine de!!a sua istruzione era il seguente. Chi g!i pagava in una sola volta Cento dramme (t) avea sempre libero accesso. Teneva in casa anche una biblio teca, che offeriva , a chiunque comperar ne volesse , un supplemento a!!e lezioni. AfSnch poi n avessimo a burlarci tra noi, n ad ingiuriarci, come suo! acca dere nelle scuole de' sofisti, vi entravamo tutti insieme, e prendevamo posto in maniera, che tramezzo ai fan ciulli stessero i pedagoghi, e i giovinetti sedessero a par(t) Poco pi di tredici talleri nostri.

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VITE DEI SOFISTI

te. Rarissimo era che eg!i prendesse a far qualche di sputa ; ma quando ponevasi a disputare imitava, a parer nostro, Ippia e Gorgia. Le lezioni de! giorno precedente si richiamavano i! d successivo. Per forza di memoria, bench gi vecchio di novant' an n i, Proc!o fu maggior di Simonide. Lo sti!e di !ui non era affettato , e !' im peto de!!e sentenze sapeva de! metodo di Adriano.
X X II.

FEN ICE. I t tessalo Fenice non merita n di essere troppo lo dato, n di aver biasimo in tutto. Eg!i pure fu discepo!o di Filagro, e pi atto ad inventare che ad esporre; perocch ne!le invenzioni serbava buon ordine, e nm!!a introduceva, di inopportuno ; nella dicitura andava a salti, e mancava di numero. Parve eziandio pi atto pei giovani principianti che per quelli gi accostumati ad una abitudine, esponendo egH le cose nudamente e senza !' involucro di nessun ornamento di sti!e. Mor settuagenario, e venne non senza pompa sepolto in Atene. La sua tomba sta dirim ptto !a via della caser-, m a, dove si discende venendo da!l' accademia, a mano destra.

LIBRO 11.
X X H I.

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DAMIANO

(t).

I. H mo discordo mi porta a Damiamo , uomo vera mente chiarissimo, nativo di Efeso. Non debbono an noverarsi con lui n i S o te ri, n i Sosj, n i Nicandri, n i F e d ri, n i C iri, n i F ila c i, i quali meritano anzi i! nome di ludibrio de'G reci, che quello di soBsta degno di menzione. Di Damiano adunque s gii antenati furon uomini di gran dignit e molto autorevoli in Efe so , e s i*posteri esercitarono anch' essi gran dignit ; imperocch meritarono tutti d'ssere ascritti all'ordine senatorio, e furono insigni per chiarezza di nome e per somma liberalit. II. Ricco egli pure di dovizie d'ogni genere e di ma gnificenza , tanto con esse i bisognosi di Efso sovven n e , quanto la repubblica grandemente aiut, con profusion di danaro , e col ristaurare le pubbliche op ere, cadute in rovina. Congiunse altres il tempio alla citt di Efeso , aprendo verso quello una strad a, cui si di scende dalla via M agnetica, e nella quale alz un por tico , tutto di m arm o, della lunghezza di uno stadio. Col qual ediSzio volle che il tempio non avesse a man c ar di devoti, quando piovea. A quest' o p e ra , che gli
(t) Fiostrato !o ha nominato pi d 'u n a votta iti queste vite, con sentimento di grata amicizia. Lo nomina anche Suida, ma poi s'inganna in pretendere che salisse aHa dignit det consolato.

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VITE DEI SOFISTI

cost gran somma , diede il nome della propria moglie. Eg!i pure dedic il cenacolo, che nel tem pio, ren dendolo di tale ampiezza che avesse a superare tutti quelli che trovansi in altri tempj , e s sfoggiatam ele ornandolo, da non potersi adequatam ele descrivere , perocch vi incastr bellamente il marmo di F rig ia, che per lo addietro non era stato scolpito mai. Comin ci egli sin dalla adolescenza a far buon uso delle ri<chezze. Avuti per maestri Aristide ed Adriano (<), l'uno a Smirne , 1' altro in Efeso , pag a ciascuno diecimila dram m e, dicendo : Z&MrgZi m ia! pi caro i/ jo^tener grandi ^pe^e ih di/cKi, anzi cAe in ragazzi o in donzei/e coma ynno alcuni. E tutto ci che di que'due ho Q di sopra narrato il seppi da Dam iano, cui notis sima era la storia di ognuno. III. La sua opulenza adoper egli anche ne'seguenti modi : E prima tutti i terreni eh' ei possedeva coperse di alberi fruttiferi e fronzuti. In quelli poi che era a po sti in vicinanza a! mare form a forza di mano d'opera alcuni isolotti, arginandoli dinanzi al p o rto , onde as sicurar le stazioni alle navi che arrivavano cariche , e che pagavano la darsena. Delle sue case - suburbane , alcune eran costrutte con la stessa pompa di quelle di c itt , altre offerivano una specie di antri. Oltre a ci il suo contegno nel foro era ta le , che non amava ogni sorta di guadagno, n approvava che altri accettasse danaro da chicchessia, ma dove sapeva che alcuno fosse indigente egli prestavagli gratuitamente la sua assiste n(') De' quali vedemmo dianzi te vite.

LIBRO H.

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za. La stessa usanza teneva anche neHa sua scuoia d retorica ; perocch sapendo che alcuno era povero , quand' anche appartenesse alia pi inSma condizion di persone , eg!i lo assolveva dai pagamento, acci Ja spesa deiie lezioni non io impoverisse di pi. IV. L'orazion sua fu pi soSstica di quei che com porti i! genere giudiziario, ed ebbe l ' indole del genere giudiziario pi di quel che convenga ai genere sofstico. Giunto agii anni deHa vecchiezza lasci i'u n o e l ' altro studio , pi per fiacchezza di corpo che di mente. A quelli per, che dalla sua fama chiamati andavano ad Efeso, egii non si ricus mai, ed a me pure accord i ' accesso una e due volte, anzi Anche una terza. NeHa quale occasione vedi quanto quest' uomo rassomigliasse al cavallo di Sofbcie (t). Imperocch sebbene a cagion dei!' et paresse lento e freddo, ricuperava tostamente l ' impeto giovenile, se prendeva a discorrere. Fin la vita in p a tria , compiti i settant' a n n i, e venne sepolto in una sua villetta suburbana , dove pass la massima parte de' suoi giorni.

(t) NeHa vita di Polemone vedemmo Filostrato paragonar quel SOUsta al cavallo descritto da Omero. Per la stessa ragione qui paragonato Damiano al cavallo descritto da Sofocle nella prim a scena dell* Elettra , dove introduce Oreste a favellar col suo aio.

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VITE DEI SOFISTI


XXIV. ANTIPATRO (!).

I. Patria de! soSsta Antipatro Ai Serapoli, citt da porsi ne! numero delle pi Borenti dei!' Asia. G!i fu pa dre Zeustdemo, uno de' chiarissimi suoi cittadini. Con segnato agii ammaestramenti di Adriano e di PoUuce, si avvicin maggiormente a!!a maniera di Po!!uce, sner vando con le [oziosaggini de!!o sti!e !a forza de!!e sen tenze. Ud eziandio Zenone ateniese, da! quale impar !e sottigliezze dell'arte. Bench per possedesse la fa colt di parlare all' improvviso, non per ci neglesse le orazioni con studio composte. A noi recit !e orazioni olimpiche e panatenaiche, e prese a scrivere la storia de' latti dell' imperadore Severo , de! quale essendo stato gran tempo segretario, le !ettere che per !ui scris se portano con s non so quale splendore. Io sono di costante avviso che quest' uomo da molti fu superato 'nelle declamazioni e in tutti cotesti generi di scrivere, ma nelle epistole da nessuno ; e che egli, a guisa di egregio attor di tragedia, che sa ben la sua parte, rap present degnamente la persona de!l' imperatore. Nel suo discorso era chiarezza, sublimit di sentenze, e

(<) Nette prossime vite di Ermocrate e di Eraclide ram mentato di nuovo ; e di tui parta con onore Galeno net suo opuscoto t% s TAertaca diretto a Pisone. Motti Antipatri si cono scono nette storie di tetteratura , tutti da questo diversi.

LIBRO II.

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dicitura conveniente a!l' oggetto, ma trascurati quei nessi gentili, che nelle epistole fanno s bell' effetto. II. Ottenuta poi la dignit consolare, and presidente in Bitinia (t). Ma perch parve un po' troppo facile a por mano alla spada, venne rimosso dalla magistratura. Visse Antipatro sessant' otto a n n i, ed ebbe sepolcro in patria. Dicesi che sia m orto di inedia anzi che di ma lattia. Venne fatto precettore de' figli di Severo (a ), ond' che tra gli applausi che noi scolari gli facevamo, usammo chiamarlo maestro JegZZ MM/. Allorch il pi giovine di essi fu ucciso, come insidiatore alla vita del fratello, scrisse egli una epistola al m aggiore, la quale conteneva un funebre discorso ed un compianto : CAe tR Jtte occAZ uno so/o era a Za/ rZmasto , et/ una so/a mano J i tZue, ut/ent/o cAe <yt*e/Ze armZ, ne/Ze ^aaZZ avevaZZ egZZ egua/menfe ZsfruZfZ, avessero r/voZte condro s meJesZmZ. Le quali parole l'imperadore ebbe certamente sdegno di udire ; eome non le avrebbe udite in pace , se anche fosse un privato, non volendo che si movesse dubbio sulle vociferate insidie (3).
(t) G h dovrebbe essere avvenuto tra gli anni 3M e a ty del1' era volgare; ma i fasti consolari non ne fanno (che io sappia) verun cenno. (a) Caracalla e Geta. (5) Caracalla, dopo aver ucciso Geta in braccio alla madre , si rifuggi tra i soldati, gridando, che Geta avea tramato alla sna vita. Veggasi l bella moderna tragedia del Marsuzi su que sto fatto.

VITE DEI SOFISTI


XXV.

ERMOCRATE I. Nella corona de'sofisti molta celebrit ebbe Ermo crate da Focea , nel quale la forza dell'ingegno fu mag giore che in tutti gli a ltri, di cui si parlato Bn qui. Imperocch non fu discepolo di nessun soBsta di qual che rinom anza, ma solo di RuRno da Smirne ( : ) , che ard professar la retorica senza saperne gran latto; ep pure riusc maggior d' ogni Greco nella variet e nella disposizione del discorso ; e ci non solamente in alcuni argomenti (talvolta per meno bene), ma pressoch in quanti ei prendeva a trattare. Difatto egregiamente trat t eziandio le orazioni colorate, molte equivoche espres sioni ihtroducendo, e mischiando per entro il discorso un cenno di ci che intendeva, quando il vero signifi cato ne sopprimeva. II. Attalo figliuolo del soBsta Polemone fu suo avo (a): RuBniano, uomo consolare di Focea, maritatosi a Cal listo Bglia di Attalo, gli fu padre. Rapitogli dalla morte i genitore, ebbe a litigar colla m adre, e la controver sia fu tanto implacabile , che Callisto non sparse pure
(t) Gaudio Rufino nominato nei nummi di Smirne coniati in onor di Severo e de' Cesari CaracaHa e G eta, per esser egli il pretore di quella citt. (a) Di lui parimenti lo Spanemio ci ha conservato medaglie di gran modulo , le quali si 1' A rduino, che il Vaillant hanno autenticato.

LIBRO II.

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una !agrima , quand' egli su! primo Sor de!!' et cess di vivere, abbench que!!a et paia degna di commise razione anche ai pessimi. Chi ci so!o asco!tasse, ne accuserebbe !a cattiva indo!e de! giovine, vedendo che !a morte sua !a madre stessa non commosse. Ma chi vorr cercare la causa perch la madre g!i fosse tanto con tra ria , trover ch'eMa amava uno schiavo, che eg!i a ci si oppose come portano !e !eggi, ie quali in ta! caso permettono persino di uccideva, e ch'ella degna che all' intutto !' abborriscano coloro eziandio, che non hanno seco lei parentela veruna, per avere coperto di ignominia s medesima e il Sglinol suo. III. Se per Ermocrate facilmente da questa colpa si libera, non con eguale facilit !' altra potr evitare di aver consumata !a sostanza paterna, che amplissima ere dit , non in tener cavalli, o in esercizio di pubbliche cariche, donde per lo meno sarebbegli venuta qualche lam a, ma in crapule, ed in compagni, che lo strasci narono ne'stravizzi delta licenza, come gi fecero con Callia parasito , 6g!iuol di Ipponico. IV. Ma qnando Antipatro ( )) , divenuto segretario dell' im peradore, desider di darg!i in moglie !a pro pria figlia, le cui forme non erano molto avvenenti, egli dapprima non pose mente alla opulenza di !ni. Anzi allorch la sposa !o indusse ad avvertire quante in quel tempo fossero le ricchezze di Antipatro , rispose : iVbft yo/cr eg/i mai rendersi ycAiaw d i una gran dote e de/ /Mto de/ suocero. E comech i parenti lo eccitassero
(<) Quegli descritto neHa vita antecedente.

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VITE DEI SOFISTI

con molta insistenza a coteste nozze, ponendogli ripe tutamente sott' occhio i meriti di Antipatro, allora sota ei cedette che t' imperatore Severo , a lui che ito era in Oriente, consegn di sna mano ia fanciulla. AHora un suo famigliare lo interrog in qual tmpo avrebbe celebrato il giorno anaca#ptenb ( t ) , ed egli con som ma urbanit gli rispose: fcMca/tpterM (a) va ce/cArafo J a cAi ta/ /Aog/te conJacc. Non and molto che fece divorzio, vedendo che la moglie non era n bella di faccia , n gentil di costumi. V. Avendo l ' imperadore udito Ermocrate non l ' am mir meno del di tui a v o , e gti di licenza di chiedere quanf ei volesse. Ma Ermocrate disse : Le dignit , w le im m unit, te vittovagliea carico pubblico, ta pren testa ed il pontiEcato , t' avo nostro a n o i, suoi diM scendenti, tasci. Cosa adunque ti cercher io oggi, a che gi da gran tempo io non abbia ? Siccome per a mi stato ingiunto da Escutapio da Pergamo , ch'io a mangi una pernice condita d 'in cen so , e questo aron ma s raro tra n o i, che ci conviene onorare gli a iddj con farine e con foglie di alloro ; cos chiedo n cinquanta talenti di incenso, ond' io possa fare onore a agti iddj, e procurar at tempo stesso un rimedio per " me M . E f imperadore gli fece somministrar l ' incen(t) Cio il terzo d delie nozze, nel quale la sposa levavasi il velo e lasciatasi veder da! p are n ti, da! qual! riceveva donativi ed augurj. (a) Essendo la sposa , come vedemmo , bruttina , meglio pa reva allo sposo il tenerla coperta e nascosta, che !1 signiScata di questa voce.

LIBRO II.

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s o , lodandolo, e dicendo che arrossiva a udirsi chiesta s poca cosa. VI. Giov alle declamazioni di E rm ocrate, prima d tu tto , la gloria dell' avo; perocch gli uomini d'ingegno sono tra lor confrontati in m odo, che le virt dei pa dri propagate ne' 6gli ottengono maggior pregio. Per ci il vincitore olimpico ebbe maggiori onori per essere della famiglia degli Olimpici stati sempre vincitori. E il soldato ingenuo pi stimato perch nasce da parenti non stranieri alla guerra. Ed anche pi piacevoli rie scono gli stu d j, che Borirono nelle case de' genitori e degli antenati, e migliori le a r ti, quasi per ereditano diritto esercitate. A Ini Ai pur vantaggiosa l'avvenenza del corpo , perocch aveva una somma grazia, al pari di una statua da maestra mano scolpita , e simigliante a giovinetto di primo pelo. Ma la giovenile vivacit , che in mezzo agli uomini manifestava, produceva in molti quella ammirazione , colla quale si riguardano coloro, che accingonsi a grandi cose senza dar segno di mole sta fatica. A ci pur conferiva quel Bume di parole e quel suono di voce, e quel conoscere in un momento gli argomenti, s recitati traendoli a sorte, s decla mati a memoria , che pi sentivano la matura et di quel che potessero parer concepiti ed esposti dalla men te e dalla lingua di un giovine. Otto o dieci son le de clamazioni che si hanno di Ermocrate. Si ha pure una non lunga orazione eh' ei disse in Focea alla fontana Panionia. Per lo che io penso che nessuno avrebbe fa cilmente superato 1' eloquenza di codesto giovinetto, ove non gli fosse stato impedito di giugnere all' et vi

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VITE DEI SOFISTI

rile, succumbendo alla invidia del fato. Secondo a!cnn! Sn la sna vita di ventott' anni ; secondo a ltri, di ven ticinque ; e nel suo grembo lo accolsero la patria terra e le tombe paterne.
X X V I.

ERACLIDE

(t).

I. Uomo di ragguardevole autorit fu parimenti E ra clide di L icia, tanto a cagione della famiglia, essendo nato da buoni genitori, quanto per essere stato uno de' Hciarcbi (a). La quale dignit, comech spettante a non grande provincia de' Romani, per grandemente stimata ; a m otivo, credo io , della antica confedera zione. Ci non di meno l ' autorit di Eraclide fu mag giore negli studj della eloquenza; come quegli che fu valente nella invenzione, valente nella elocuzione, gastigato nel genere giudiziario, e non trasportato da fu ror bacchico nelle sue sentenze di genere dimostrativo. II. Dimesso dalla cattedra di A tene, da che insor sero contra lui i soc} di Apollonio da Naucrati, de'quali
(t) Verso la 6ne detta vita d! Niceta vedemmo rammentato questo Eractide, che dobbiam perci credere pi atta critica in clinato che alta soSstica. poi citato anche nelle antecedenti vite dei due Apollonj, il naucratide e l'ateniese, e nella seguente di Ippodromo. (s) Dignit principale in Licia, equivalente alta pontificia nelle cose sacre, ed atta giudiziaria nelle controversie tra citt e citt. Vedi Strabone, lib. n v .

LIBRO II.

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i! prim o, que! di mezzo, e 1' ultimo fu Marciano Dolic h io , si rec a Smirne, citt pi d' ogn' a!tra propensa a!!e muse de'soSsti (<) Che !a giovent ionica , !a li dia, la frigia^ e la caria accorressero nella Ionia, e cos !a gent potesse valersene giusta i! soMto, non da farsene caso , attesoch Smirne posta , per cos dire , aHa porta di tutte quelle popolazioni. Ma egli vi trasse eziandio i Greci d' E u ro p a, e i giovani orientali, e molti d 'E g itto , ai quali non rimaneva ignota la cele brit di lu i, da poi che aveva egli stesso disputato in Egitto con Tolomeo da Naucrati intorno agli studj della sapienza. Egli adunque empi Smirne di uno splendi dissimo concorso di forestieri, e le giov in pi altri m o d i, che andr pi innanzi esponendo. Una citt da molti ospiti frequentata, e massimamente da amatori della sapienza, terr dignitosamente i suoi consigli , e dignitose saranno le sue radunanze ; quella poi che alle cose sue tra' molti e prudenti uomini rettamente pu provvedere, sar diffcilissimo il superarla ; perocch avr cura d e'sacri ginnasi!, non che de'fonti de' p o rtici, in modo da bastare al bisogno di tutta la mol titudine. Che se cotesta citt sia opportuna per le fac cende m arittim e, siccome Smirne , ad essa anche il mare moltissimo contribuir. Eraclide adunque giov ad aumentare la bellezza di Sm irne, costruendo nel ginnasio di Escnlapio una fontana d' olio a soffitta in dorata , e vi esercit la magistratura pretoria, da cui gli Smimei posero il nome agli anni (a).
(<) Vedemmo neMe vite di A ristide, di Ruffo , e d' a ltr i, quanto quella citt !i onorasse. (a) Come i Romani segnavano gli anni col nome de' consoli,

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VITE DEI SOFISTI

III. Dicesi per che dovendo parlare estemporanea mente alla presenza dell' imperadore Sevro, colpito daHa magniSceaza deHa corte e degli astanti, ammu tol. Se'ci fosse avvenuto ad un oratore de! foro, potrebhesi a buon diritto fargliene colpa, essendo i cau sidici una razza d'uom ini temeraria ed ardita^ Ma ad un sofista, che passa !a maggior parte del giorno a in segnare ai ragazzi, pu per varie ragioni avvenir questo caso. Imperocch a far cadere un discorso estempora neo pu contribuire un che ascolti con viso burbero, o un soverchio ritardo a lodare, o anche un applauso che esca dell' ordinario. Che se nasca eziandio timore non forse l'invidia tenda i suoi lacci, com' era il caso di Eraclide,, che allora stava in sospetto della invidia di A ntipatro, tanto meno felicemente concepir le idee , e meno felicemente trover i pensieri; perocch siQatti sospetti abbuiano l mente , e legano la lingua. IV. Dicesi parimenti che venne multato nella maggior parte delle sue sostanze per aver tagliato! cedri sa cri (,). Nel qual tempo i suoi famigliari accompagnan dolo fuori del tribunale, il confortavano con l presenza loro e con opportune parole. E un di essi avendogli detto : M a nessuno , o J5rac/tJe, t! torn M Jono

cos g!i Smirnei con queUo de' pretori ; di che le medaglie ci somministrano moltissimi esempi. ( ') !n pi luoghi si trovavano alberi sacri ed inviolabili, per decreto degli im peradori; come vedemmo nella vita di Apollo n io , lib. t , cap. t6. H distruggerli in qualsivoglia modo era grave delitto , e gravemente punito. '

LIBRO II.

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Jec/anMZMne, n /a g /o n a c A e n e ac ^ u iita ^ :, e soggiun togli in proposito il verso del poeta : M m iM M 'M M i<??o awcor casa Appunto cos, rispose eg!i, scherzando gentilmente sulla sua disgrazia (t). V. Pare che con somma fatica, pi di qualunque al tro soSsta , egli ne acquistasse I* a r te , avendo trovata in ci poco indulgente la natura. Esiste un suo lavoro non Spregevole, libro di piccola mole, intitolato /e Je//a fatica. Con questo libro Ira le mani fu incontrato una volta dal soSsta Tolomeo da Naucrati, il quale in terrogandolo cosa vi fosse scritto : Ze & M % * iM /a yhtica, ei rispose ; e Tolomeo preso il libro e cancellatovi una lettera: O ra , disse, /a^ctaft p#*e M (ito/ (a). Anche le dispute, con le quali Apollonio da Naucrati Io combatt , lo rappresentano come uno stupido, ed uno che tutto quello che fa lo & con grandissimo stento. VI. T ra i precettori di Eraclide non sicuro che si annoveri Erode , ma trovansi al certo Adriano e Cresto. N si ha motivo di dubitare ch'egli abbia udito anche Aristocle. Del resto dicesi che egli facesse un dio del suo ventre, e voracissimo fosse, senza per che la sua
( ') Quasi dicesse : non f i rimango cAe to. H verso tratto dall' Odissea. (a) H testo reca in questo luogo le due parole , suHe quali avvenne il cambio fattovi da Tolomeo ; di esse 1' una significa yl/ca, com 'era nel titolo, l'a ltra <M M M , con la quale Tolomeo volle pungere il nostro Eraclide , cni vedemmo essere avversa rio , come lo fu Apollonio, il naucratide ; ma questo ginoco d parole non saprei com rendere nella lingua nostra.

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V ITE DEI SO FISTI

voracit g!i cagionasse alcun dan n o , imperocch Sui di vivere a o tta n ta n n i, e di corpo non guaste. H di lui sepolcro chiamato ZMo. Mor {asciando una Sgiia e alcuni poco savj liberti, i quali ebbero da lui per ere dit la , cos chiamandosi un campo del valore di dieci talenti, eh' ei comper presso Smime col gua dagno delle sue declamazioni.
X X V II.

I P P O D R O M O (t).
I. N alcuno stimer secondo a veruno de' sin qui mentovati soSsti anch# Ippodromo di Tessaglia. Pare anzi eh' egli ne abbia superato qualcuno, e non veggo in che rimanesse inferiore agli altri tutti. Patria di Ip podromo fu L arissa, una delle pi Roride citt de'Tessali, padre fu Olimpiodoro , che tutti i suoi coneittadini vinceva nell' arte di ben allevare i cavalli. II. Sembrando ai Tessali una gran cosa 1' aver pre sieduto, foss' anche una volta sola, ai giuochi pitii, Ip podromo ii presiedette due volte, e super gli anteces sori nelle spse e nella eleganza, con che diresse i giuo chi , e nella magnificenza e giustizia, colla quale equis simamente distribu i premj. Certo che quello eh' egli stabil per un attore di tragedia tolse ad ogni altro il modo di meglio fare , sia per giustizia y sia per gran(t) Rammentato nell'anterior vita J i Cresto, e neHa successiva di Filisco, a! quale fu cognato.

LIBRO IL

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dezza d' animo. Ctemente da Bizanzio era un attor tra g ico, al cu! merito nessuno s! agguagliava; !1 quale es sendo riuscito vincitore !n que'tempi che B!zanz!o venne assediato ( f ) , ebbe a partirsi senza aver conseguito it premio deHa vittoria, acci non paresse.che quella cit t , che avea prese le armi contro i Rom ani, aspirasse ad aver fama per un uom o, acclamato dalla voce di un banditore. Avendo poscia egualmente primeggiato nelle gare anSoniche, gli anSzion! gl! riSutarooo la vittoria, impauriti dalla circostanza soprallegata. Ma Ippodromo tmpetuosamente prorompendo sciam: Fene aMFano cotesti sperg!Hr!, cAe JecMono condro i/ e J i/ , ma !o co/ m/o wfo tF ytMon'a a C/ementa. Ed un altro attore (a) essendo perci ricorso all' impera dore , la sentenza d! Ippodromo venne confermata, pe rocch anche a Roma si trov che il Bizantino era stato superiore. III. Quest' uomo per che in ta! guisa pubblicamente s! comport nelle sue declamazioni us la pi grande mansuetudine. Abbracciata qu est'arte, cui congungeva un disordinato amor proprio ed un gran fasto, non fu per ma! avido di applausi, anz! diceva che mal volen tieri le eccessive lodi soHeriva; ed una volta che i Gre ci , acclamando mplte cose da esso egregiamente dette, il paragonavano a Polem one, percA^, diss' egli,
agguagliar ut! vuoi cogM tnwnor&tK ? (5)
(t) Ci dee riferirsi aM'anno <p5 o t g 6 , ne! quale Bizanzio tenne per Negro, e venne quindi combattuta da Settimio Severo. Questo fatto ampiamente descritto da Dione ne! !ib. nchv. (a) Gio un competitor di Ctemente. (3) Verso d'O m ero neM'Odissea.

193

VITE DEI SOFISTI

non pregiudicando in ta! guisa a Po!emoue, che era comunemente stimato divino, e a! tempo stesso non permettendo che ti giudicasse eh' eg!i g!i stesse a! paro. E quando Proc!o da Naucrati, i! pompeiano (t), com pose una orazione contra tutti ! professori di A tene, e che Ippodromo parimenti era in que!!a invettiva com preso , noi ci aspettavamo da lui una orazione, che a forma di eco rispondesse a' suoi detti ; ma eg!i nu!!a proferendo di contumelioso recit in vece un' orazione in Je //a modestia , prendendo argomento dal pa vone , che delle sue piume insuperbisce. Comportavas eg!i in ta! guisa verso i pi vecchi di lu i, il fossero di pochi o di molti anni ; come poi si comportasse coi coetanei si rilever da quel che segue. Un giovinetto , venuto in Atene dalla Ionia, andava esagerando le lodi di Eraclide 6no alla nausea : Ippodromo pertanto, ve dutolo tra'suoi ascoltatori, cos disse: Questo giovi netto am a r/ suo maestro ; Jun^ue giusto J i secon dar/o neJ/' afnor suo ; eJ certo cA' egii partird J a me con guadagno , ove a M ia imparato a /oJare convenien temente y e ci detto prosegu eg!i stesso a lodare E ra clide in un modo, che mai nessuno aveva usato 1' uguale. Pianse di poi la morte di Diodoto da Cappadoc ia , e a lutto vestissi per l ui , che aveva mostrato un ingegno eccellente neHa declamazione, bench assai giovine morisse in un viUaggio. Le quali cose provarono come Ippodromo fosse il padre d e'G reci, e come gli stesse a cuore che sorgessero dopo lui altri uomini il(<) Di cui si lesse poc'anzi !a vita.

LIBRO II.

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lustri. E ci egti attamente dichiar in Olimpia. Impe rocch a Fitostrato da Lenno ( t ) , che fecesi a tui co noscere, e che all'et di ventidue anni cmentavasi ad aringare estemporaneamente, grandemente giov, inse gnandogli P arte det tesser gii encom}, cio quali Iodi convenga fare , e qua!i ommettere ; e tutta ta moltitu dine de' Greci pregando Ippodromo (a gareggiare seco tui), eg!i, fattosi in mezzo: Aon sard mai*wo , disse , cAe io mi disponga a com&aKere co//e mie viscere (a), e, s dicendo, differ l'adunanza at giorno delle feste. Tut to questo pertanto mi offre chiaro argomento detla mente co tta, um anp, e modesta di cotest' uomo. IV. Occupata poi ta cattedra di retorica in Atene , tasciolla dopo quattr'anni , per impulso della md^lie , e per amor di ricchezze. Quella sua donna attendeva con molta cura atte faccende domestiche, ed era ottima custode det danaro. Ma se entrambi ta domestica am ministrazione trascuravano, te facolt ne venivano pre giudicate. Tuttavia non negligent te assemblee de Grec i , ma s le frequent, tanto per occasione di decla marvi , quanto per non essere dimenticato. Intorno a che ta virt di tui risalt maggiormente, perch avendo cessato di ammaestrar gli a ltri, egli per si conservava assiduo negli studj. Egli certo che Ippodromo fu di ligentissimo ad imparare , pi di qualsivoglia altro Gre(t) Chi fosse questo Fitostrato abbiamo indicato neHa prefa zione de! primo vo!ume. (3 ) Maniera affettuosa , che era frequente presso i Greci ed i Rom ani, cotne ^pnre ai d nostri, e segnatamente fra noi.
.ffU M D M !* ! , / o m . / / . *3

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VITE DEI SOFISTI

co, chedopilcappadoce Alessandro (t) abbiano avuto rinomanza. Primeggi anche per abbondanza di lezioni, dopo per il peripatetico Ammonio (a). N altri cono sco , che abbia scritto pi di lui ; n lasciava Ippodro mo giammai di studiare la declamazione, sia che vil leggiasse , o che viaggiasse , o che fermo stesse in Tes saglia , e ci chiamava e g li, con le parole degli inni di Euripide e di AmBone, un guadagno maggiore di qua lunque ricchezza. V. Beuch il suo volto fosse un poco pi che rozzo, pure gli si leggeva negli occhi la bont dell' indole , la gravit e la soavit. E ci parimenti narra avere in lui osservato Megistia da Sm irne, il quale era tenuto per il p& abile Bsonomista de' suoi tempi. A S m im e, dove non era mai stato, dovette Ippodromo andare a cagione di Eraclide (3). Appena uscito di nave recossi al foro in traccia di alcuno che lo istruisse degli usi de! luogo; ma vedendo un tempio, e seduti in esso i pedagoghi (/{), ed i servi pedestri, carichi delle bisacce de' libri, cap che ivi alcun uomo illustre stava insegnando, e vi entr. Salutato adunque Megistia, e non interrogato da al cuno , si assise. Ma Megistia pens che egli volesse parlargli degli scolari, e fosse per avventura o padre o
(]) Ricordato egli pure nelle vite antecedenti. (s) Ammonio Sacca, stato precettore di Origene e di Plotino, e di cui si ha una bella vita di Aristotele. (3) Sofista , di cui si gi veduta la vita. (4) Mei templi i filosofi ed i sofisti tenevano scuola, come si pi volte osservato si nella vita di Apollonio tianeo, che in parecchie di queste de'sofisti.

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L IB R O

II.

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aio d i q u a lc h e fan c iu llo , e gli ch iese q ua! m o tiv o ! i! c o n d u c e s s e Q u i p e r a s c o lt e r a i, s o g g iu n s e , co m e se fo ssim o soli. E sa m in a ti poscia gli s c o la r i, d o ra , se g u it M e g is tia , q u e! c h e tu b ra m i. I p p o d ro m o r i p o s e : B a rattiam o* le vest fra n o i, e I p p o d ro m o in d o ssi !a ean )id e , M egistia i! m a n to . C h e in te n d i fare* co n c i ? c h ie d ev a M egistia. B ra m o , ei r is p o n d e v a , c h e tu asco lti u n a d ec la m az io n e . P e n s aH ora MegLstia ch e c o s tu i, c h e co s^ p r o m e tte a , fosse fu r di cerv ello d e lir a n te ; m a Osser v an d o i! v o lg er degii o c c h i , e v ed e n d o c h e e r a s a n o d i m e n te , an z i ch e d e lira n te , b a r a tt c o n esso la veste , e a lu i, c h e u n te m a chiedevagli , p r o p o s e : 7/ fungo cAe f u o i W M MM6 p e r wow w e r p o tu to MccM&M6 <7. wtago a b i t e r (t). S a lito egli p e r ta n to e se d u to si n e lla b ig o n c ia , e d opth brevissim o silen zio sa lta n d o in p ied i a d u n t r a t t o , M egistia v en n e in m a g g io r so sp e tto di p rim a e h ' ei v acillasse , e c h e le q u a lit d 'in g e g n o d a lui e s te r n a te fo ssero u n effetto di p az zia. M a egli d a t o di piglio a l te m a , e d ic e n d o : O rn a i so n o io sic u ro A m si/HO , M e g istia tal tn arav ig lia n e p r e s e , c h e co rso g li al B an co su p p lic h e v o lm e n te il p re g c h e gli a c c o rd a sse i! fav o re d i sa p e re ch i egli era . o g g e tto di a p p re n d e re I o s o n o , r is p o s e , Ip p o r d ro m o d a T e s s a g lia , e q u i v e n n i p e r e s e r c ita r m i, ad d a u n sol u o m o e co s d o tto la m a n ie ra di d e c la m a re fra gli Io n ii. M a ti p re g o ch e tu p a z ie n ti sin c h e io a b b ia fin ita 1' o ra z io n m ia. T e r m i-

( ' ) Ci probabilmente alludeva a quatche fatto comunemente noto a que' giorni e in que' luoghi. La voce mago, come ogaun sa , equivale a quella di filosofo, di sapiente.

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VITE DEI SOFISTI

nato che ebbe i! discorso, gran concorrenza di coloro, che in Smirne attendevano agli studj, a!!a casa di Megistia vi ebbe, essendosi tosto spaila fra ttti la notizia che Ippodromo era col arrivato. Egli pertanto riassunto il datogli tem a, le cose che gi ne avea dette in altra frma tratt. Comparso poscia in pubblico a Sm irne, fu giudicato uomo egregio, e degno di essere posto ne! numero de'pi antibi. sofisti. * VI. Aveva ne! disputare !a dolcezza di Piatone e di Dione; ma ne! declamare la robustezza di Po!emone, rsa per pi gentile. Parlava egli con tanta facilit , quanta ne hanno coloro che senza intoppo !eggon co se ^ che gi molto conoscono. Avendo i! soBsta Nicagora (t) detto che la tragedia era la madre de! so/^t!, Ippodromo questa sentenza pi rettamente aggiust di cendo : ed !0 penso cAe t/ padre de* so^sN s/a Omero. Analizzava, diligentemente Archiloco, e diceva che Ome ro era la voce de' sofisti, e Archiloco /o spnto (a). Trenta**allo incirca sono le declamazioni di !ui ; le ot time poi sono, i Catantes! e g& <Sc:t!, e Z)emde artngante acc: non st aA&andon! ^/^ssandro ne/ tempo cAe trovavs! !n Jad*a (3). Si contano parimenti alcuni suoi Tnn! ag/! D e /, di genere lirico, imperocch seppe
(<) Menzione Ji costui si trover pi innanzi neHa vita di Aspasio. Anche il Suida ne ha pariate. (?) Insigne scrittore J i versi giambici, le cui punture e sotti gliezze egregiamente si aJattano all' arte sofstica. Cosi almeno parmi aversi a intendere questo giudizio di Ippodromo* (3) Nel nono libro di Q. Curzio trovasi il fatto cui questo argomento allude.

LIBRO II.

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eziandio toccare la lira conveniente agli mn (t). Fin di vivere, quasi settuagenario , neta sua patria, lascian do un figlio abbastanza atto ad aver cura della casa e d e 'c a m p i, ma di mente guasta e goffa, ed affatto ignaro degli stud} della eloquenza.

xxvm.
VARO. Coloro che stimano degn di menzione Varo di Laodi^y , non di menzione indegni sono essi pure. Costui abbietto, schiamazzante e fatu o , e la bella sua VQce deturpa con cantilene musicali, per quanto possa an che a forza introdurlo. A che nominer io o un suo maestro, o uno scolare? ovvero che ne scriver? sapendo che nessuno vorrebbe imparare da Ini, e che quelli che lo adirono si adontarono di averlo udito?
XX IX .

QUIRINO. Del soSsta Quirino fu Nicomedia la patria, e n nobile n abbietta l prosapia. Ingegno ebbe atto ad istruirsi, e pi ancora ad istruire, imperocch non ls^memoria sol tanto coltiv, ma eziandio la evidenza. Grand'uso fa egli
( ') D tn) cotesti, lavori d Ippodromo pervenuto.
n u lla

s!no a noi

t<)8

VITE DE! SOFfST!

degli incisi, e rafo Je'luoghi comuni, ma tnolta forza e vibratezza, e t'arte Ji mover g!i animi J! chU'ascolta. certo che pi volte aring. anche all'improvviso, e perch parve meg!io per natura Jisposto a trattare le cause, !'imperatore!o nomin avvocato fiscale. Sa!ito per taj.moJo ip qualche autorit, non perci divenne o molesto o superbo, ma rimase mansueto e simile a s medesimo. N di guaJagni fu aviJo , m a , come Ji Aristide rac contano gli Ateniesi, che dopo la imposizione delle vittovaglie e !' amministrazione delle isole toruossi alla pa tria co! suo vecchio mantello ( t ) , cos Quirino *!a sua patria rivide , .venerabile per povert. AvenJo!o gli emit tori dell' Asia incolpato di essere troppo pi buono nelle sue accuse J i quello che essi avrebbero voluto: .New meg?/o s a rrM e , egli Jisse, cAa voi adottaste /a wwa iow td, anzi cAe io /a cru(/e/td mstra ; eJ essendo que* spioni riusciti a sottoporre una piccola citt alla multa Ji parecchie miriadi Ji Jram m e, azione che Quirino Jovette contra sua voglia permettere : Questa causa, gli Jissero essi, ti porter pi a/to , ove gmnga ai/e orec chie de//'im peratore; cui rispose *egli : JVon io, ma voi dogete aspettarci i/ premio di aver rovinata una cittd. Un giorno che i suoi congiunti il confortavano, per un figlio che gli era morto: Quando mostrer d'esse;* uomo, Jisse loro , se no/ mostw o ra? Bench stto fosse sco lare Ji AJridHo, non pertutti isuo! Jetti approvava , notanJone egli alcuni, che gji parevano correggibili per impropriet J ' espressione. Il settahtesimo anno J ' et fu !' ultimo della sua vita, ed ebbe sepolcro in patria.
( ') Di ci si vegga Cornelio oepote, Plutarco , E liaco, ecc.

LIBRO II.
XXX.

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FILISCO . I. Filisco, parente di Ippodromo, e nativo egli pure di TessagHa, tenne sett'anni !a cattedra di Atene, senza goderne per !e esenzioni attribuite a ta! dignit. Co me ci avvenisse, sta bene di esporre. G!i Eordei di Macedonia (:), presso i qua!i Fiisco fu pretore, g!i fecero pi rega!i casalinghi * * * (a). Riferita !a contro versia a!!' imperadore (che era Antonino Cgtiuoto de!!a 6!osofessa Giu!ia (3), and Fiisco a Roma per difen dere !e sue ragioni , ed ivi praticando que' geometri e f!oso6, che fceano corona a Giu!ia, per autorit di !ei ottenne dal! imperadore !a cattedra di Atene. L im peradore per , come degli Iddj presso Omero si !egge, i qua!i non in Ogni cosa di buona vog!ia si accordan fra lo ro , ma ta!vo!ta di ma! anim o, non era propenso a Fi!isco, e !o aveva in concetto di un ciarlatano. Quando poi seppe che avea que!!a !ite, a!a qua!e doveva egli prestare udienza , diede ordine a co!ui che avea cura di regotare i giudizj, che prevenisse Fi!isco di dovere, non
(t) Si hanno medglie, che rammentano quelta popolazione.
(a) Qui travasi una lacuna nel te sto, cui nessun codice, tra t molti esaminati dal More! e dall' Oleario , pot riempire. (5) C io t Antonino Caracalla Bgtiuol di Severo , e di Giulia. Al principio della vita di Apollonio tianeo vedemmo quanto Giulia proteggesse le scienze. Per ci Filostrato il nome di 61osole& , ossia di saggia , a buon dritto le attribuisce.

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VITE DEI SOFISTI

per atrui mezzo, ma personalmente sostenere l'alterco. Recatosi egli al pretorio , dispiacque all'imperadore s nel moversi che nello starsi, e gli parve poco decente negli abiti, effeminato nella voce , trascurato nelle pa role , e a tutt' altro intento che ad esprimere ci che doveva. Per le quali cose 1 * imperadore, volgendosi a Filisco , gli di continuamente sulla voce, e per tutto il tempo che l'acqua scendea (j) parl contra lui, fa cendogli tramezzo varie brevissime dimande. E per ch Filisco non dava risposta alcuna alle interrogazio ni , l ' imperador disse : J capcg^ M fnan(/etanoper uo mo , ma /a yoce Aa mostrato cAe jet un retore (2 ) ; e dopo molte interruzioni di cotal fatta, ai mise dalla parte degli Eordei. Filisco allora disse : 7 u m: Aa! per conteeea f eeenz/one (fa! puAA/fc! earcA: ne//' accordar mi /a cattedra d: ^tene. Cui l ' imperadore ribatt ri spondendo : TV coteta eeenz!one accordo a fe , n a ^erwn a/tro d/ <^M e//o JtMd:o ,* cAe :o non pog/io per pocAe e meeeA/ne oraz/once/Ze pr:yar /e de//e puAA/icAe rend/te. Nondimeno poco dopo lo stesso.impe ratore concesse immunit dai pubblici pesi a Filostrato da Lenno di ventiquattr' auni in premio de! suo arin-

(t) Si not altrove che misura de' discorsi p r e contro nei pubblici giudi:} erano gii orologi ad acqua , ossia le clepsidre. (a) Pare che 1' imperatore non gli desse campo a dire la sua arin g a, ma ogni momento lo interrom pesse, sia disapprovando, sia chiedendo , sin che durava la misura della clepsidra , come fece Domiziano col Tianeo , siccome vedemmo al cap. 6 del lib. v!n , della vita di Apollonio.

LIBRO IL

lo t

gare (t). Qaesta per fu 1' occasione, per !a quale Filisco venn? privato de! favore delia immanit. II. Ma io non vorr pei diftti del suo volto, d e te sti e della pronuncia, rapirgli la lode dovutagli per la non comune sua abilit nella elocuzione e nella dispo sizione. L'ideadell'aringare di lui, anzi che opportuna alle cause ed al fo ro , peccava di loquacit ; ma lo il lustravano e i purissimi termini che usava, e il suono della voce, che per la sua novit porgea non so quale diletto. Usc di vita lasciando una Bglia'ed un Sglio non giunti alla virilit. L 'a n n o sessantasette di sua et fu 1' ultimo per lui ; e bench possedesse un bel campo in Atene ivi tuttavia non fu sepolto , ma nell' Accade mia , dove il Polimarca aveva istituito un combattimento in oqre dei cittadini morti in guerra (a).
X X X I.

E L I A N O (3). I. E lian o , che nato era in Roma, non parlava men


(t) DaUa et d! questo Fitostrato puoss! dedurre che ci av venisse ne! quinto annodeH'imperodi CaracaHa, cio l'anno n S de!!' era nostra. (n) Tanto PoHuce ne! !ib. vm, quanto Meursio ne! Ceramtco, riferiscono quest' annuo combattimento stabilito da! polimarca d ' Atene , cio da! capo di que! municipio, che noi diremmo i! podest.
(3) Essere questo E!iano que! medesimo , de! qua!e abbiamo i libri di varia sto ria , e )a storia degli anim ati, e diversissimo

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VITE DEI SOFISTI

b e n e !a lin g u a g re c a di q u e llo c h e g! a b ita to ri stessi d e ll'A ttic a . D egnissim o di en co m j eg!! a tue s e m b r a , p rim a p e r av ere p ra tic a to !a p u r it della lin g u a, b e n c h so g g io rn asse in c itt c h e d ' a!tro id io m a fa u so $ poi p e rc h offertogli il tito lo di soS sta d a Quelli cui sp e tta im p a r tir q u e s ta g raz ia , n im m eritev o le se n e c re d e tte , n si stim m ig lio r e , a m a lg ra d o cos g ra n nom e. C h e an z i esa m in a n d o s stesso a tte n t a m e n te , e' c o n o sce n d o si n o n tro p p o c a p a c e ad a r in g a r e , d iessi a s c riv e r e , e cos ac q u ist g lo ria . L a m a n ie ra del su o stile g e n e r a lm e n te se m p lic is s im a , e u n co tal p o c o si a c co sta alla eleg a n za di N ic o s tra to ( i ) ; ta lv o lta p e r r ic o rd a lo stile e il tu o n o d i D io n e (a).

II. Incontratosi un giorno Filostrato lennio con l ui, che teneva un libro fra le mani , e lo scorreva con agi tazione e disdegno , gli chiese coea ytMd/aMe ? cui egli: V7o d/ste^a f accula contro G /an:de, cAe ^ t/ noma cA' M d a / iranno cAe poc' onz/ re g n a la , e cAe Aa contaminato // nome romano d ' ogn: iorta dt (urp/tudtni (3). Soggiunse allora Filostrato : /o t! a/zeref a/ eetta
dall' altro Eliano autore di un trattato di tattica, ha dottamente provato Giacomo Perigonio net discorso premesso atta edizione da lui curata dette varie isto rie, fatta a Leida nel ty o t in <!ue votumi. (t) Nicostrato di Macedonia posto da Suida nel numero de' dieci fra i migliori retori di q u e 'te m p i, Bor nel regno di M. Aurelio. (3 ) Dione da Prusia , del quale vedemmo la vita. (5) !1 Vossio, ed attri con lui, ha pensato che qui si parlasse di Domiziano , ma it Perigonio e 1' Oleario giudicano doversi

LIBRO JI.

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c/eR, se a^cMjofo Zo menare i/w g c gnare ww tiranne vt^enfe opero' da uomo , ma tar/o , ^uadS' ^ morto , ognuno Awono. III. Diceva Eliano d non avere viaggi^t ma! oltre ! conSn! delle terre d 'Ita lia , n aver ma! montato una nave, n sperimentato il mare. Per !o che 1' autorit sua eras! fatta in Roma maggiore; appunto perch aman tissimo era deHa sua patria. Impar da Pausania, e aveva in sommo pregio Erode (t), come valentissimo fra' i retori per la variet del dhre. Visse al d! l li ses santa a n n i, e mor senza Egli, avendo egli ribrezzo alla procreazion della prole , e non essendosi per c! am mogliato. La qual cosa se abbiasi a porre tra le azioni felici o le meschine non oggetto da ricercarsi ai tempi presenti.
X X X II.

ELIODORO. Grandissima essendo la forza della fortuna nelle cose degl! uom ini, no! non isdegneremo d! annovegare nel catalogo de' sofisti anche Eliodoro, eome quegl! di cui la fortuna fece un giuoco maravigHoso. Venne costui scelto dalla sua patria a intraprendere !1 viaggio con

intendere di E!!ogaba!o , cui meglip conveniva i soprannome di come co!ut, che, ai dir di Lampridio, genera inpent/, e( fe^erM , a^<yne omne^ T f^ e r^ , Cahgn/ae , A eronn wM/. * ( ') SoCsti s 1' uu che !' altro , gi in queste vite descritti.

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VITE DEI SOFISTI

un compagno a! paese dei Celti. Ivi mentre T ^tro cadde ammalato, si sparse fama che l'imperadore avesse esclu so dai tribunali moltissime liti ^ Eliodoro pertanto cam min al pretorio , temendo di una sua causa. Chiamato dentro per pi presto di quel eh' ei credeva, dimand una proroga co! pretesto che il suo socio era infermo. Ma colui che chiamava le parti litiganti essendo pi in sistente , non accord il rita rd o , ma i! condusse a ma! suo grado nel pretorio, traendovelo per la barba. Quan do fu dentro rivolse con aria di conSdenza !o: sguardo all' imperadore ( t ) , e chiese che si ponesse l'acqua per misura del tempo $ e questa inchiesta con artifizio espo se: 21 parrai strano, disse, o gommo tmperaJore ^ c/te uno aecujt e gteew , ^ertisa^o eg/* eo/o (y trattare /a c a m a , ^uan^o a c: non t/ ^uo mancato. Proruppe allora !' imperadore : io non mat , <^a cAe , un Mdmo come co^tut; e altre parole dello stes so tenore contra Eliodoro lanci ^ agitando a! tempo stesso una mano , e stringendosi intorno a! petto la cla mide. Per la qua! cosa noi dapprima fummo per dare in uno ^croscio di riso (3 ) , stimando che !' imperatore g!i sputasse addosso. Ma quando lui e tutti i suoi Bgli vedemmo ascritti al!'ordine equestre, ci maravigliammo de!!a foFtuna , che manifesta !a sua potenza dove me-

(t) GaracaUa , che in quel tempo trovavas! tra i C elti, cio nelle Gallie, come si ha da Sparziano, da Erodiano, e da altri. (a) Qui Filostrato si annuncia per testimonio oculare del (atto. Egli era adunque a quei d nelle Gallie , e torse a! seguito del!' imperatore.

- LIBRO II.

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no si crederebbe. E ci anche maggiormente rilevasi da quanto segue : perocch , a guisa di qnell' arabo che ben cap che tutti gli affari vanno bene se la fortuna propizia, cos egli, giovandosi deir aura dell' imperato re , come i rettori di una nave, che alzano tutte ! vele a! vento favorevole : .^Megnam!, disse, o imperatore, tempo per dec/amartt un aringo ; e l'imperator gli ri spose : 71 a^jegn^r awjt! fargomento Je//'aWngo, e ^/a Z)em^tene cAe amm^to/Mce wMa^zt a TlYtppo , e cAe ancAe pone w* yga per timore (<). Postosi dunque ad aringare, non solo ottenne la benivolenzadell'impe ratore, ma gli applausi degli a ltri, volgendo occhi di fuoco a chi non gli applaudiva. Oltre a ci lo nomin patrocinatore di una delle pi gravi cause che trattavansi a Rom a, come attissimo a ben giudicare e a ben perorare. Dopo la morte dell'imperatore gli venne con cessa un' isola , dove essendo stato accusato di omicidio e dimandato a Roma, acci si scolpasse dinanzi ai prefetti del pretorio, venne giudicato innocente dell'appostogli delitto, e gii fu restituita l ' isola. Invecchi fi nalmente a Roma n stimato n spregiato.
()) NeUa battaglia di Cheronea contra Fitippo, ta paura pose 1' ale ai piedi a Demostene, che gettato to scudo e t'arm i pens a salvarsi. Caracalla H propone come presente in tale stato a Filippo , ed anche incapace a far uso di quetta eloquenza, che !o rendea si potente. Egli votea ridere delta costui vitt.

VITE DEI SOFISTI


X X X IH .

ASPASIO. I. Ravenna , citt d'Ita!ia, gener i! soSsta Aspasio, d! cui fu padre Demetriano, nomo peritissimo nell'arte retorica. Dottissimo riusc Aspasio, mo!to racco!se in udir gii a ltri, e segu volentieri le novit neUe maniere de! d ire , senza per inso!entire giammai, ma valendosi a tempo di que! che sapeva. Ci p rin c ip im e le accadde nel!a musica, dove i tempi de' tuoni rego!ano la voce de!!a !ira e de! flauto, e cos formano la me!odia. Stu diandosi per egli di essere semplice nella elocuzione, neglesse de! tutto i! brio ed i contorni ; e avendogli !a natura negato la faco!t di declamare estemporaneamen te , acquistoMa con la fatica. II. Mo!ti luoghi de!la terra percorse, parte a! seguito de!l'imperadore A!essandro (' ), parte in altrui compa gnia. Sedette anche sn!!a cattedra di Roma, approva s s im o nella sua giovent , ma non senza rimproyero in vecchiezza, perch ad nitri non volte cederla. L controversia che surse tra Aspasio e Filostrato da L enno, ebbe principio in Roma $ e fomentata dipoi nella Ionia dai soBsti Cassiano ed Aurelio , divenne maggio re (a). Un d' essi ben potea declamar nelle bettole infra
( t ) Alessandro Severo. (a) Si fatto cenno di essa netta vita dei due Filostrati , premessa al prim o volume della presente versione delle loro opere.

L !B R O

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i bicchier! che ivi sono ^ l'altro era bastantemente ar rogante per aspirare atta cattedra d! Atene (offerendose ne 1' oocasioue, d! cu! per a!tro abus), ma non per istruire alcun alt ro, fuorch Perigeto di Lidia. Ma del l'oggetto di tal controversia io ho altrove parlato; a che dunque ripeter quello che a sufficienza gi espo si? (t) Che sia per lecito ricever favori anche da! ne mico , si veduto in molte faccende degli uom!n!, e soprattutto in questa. Durante il dissidio, Aspasio acqui st il dono d! parlare estemporaneamente con somma facilit , nella qua! parte Filostrato gi era chiaro; e questi gastig la maniera de! suo dire , gi trascurata, riducendola all'esattezza di Aspasio. IH . Le lettere per da Filostrato scritte intorno allo stile epistoare son dovute ad Aspasio; perch essendo egli segretario di gabinetto dell' im peradore, a!cune ne scriveva a foggia quasi di declamazione, altre meno pre cise di quel che convenga a! sovrano indifferente; do vendo l ' imperadore , quando scrive le sue lettere, schi var del pari e gli entimemi e gli epicheremi, e dire aperta la sua sentenza (2 ) , n essere oscuro egli che detta !e leggi , poich la chiarezza la vera interprete della legge.
IV . F u A sp asio d isc e p o lo di P a u s a n i a , e u d t ez ia n d io Ip p o d ro m o . E d e ra egli m a e stro a R o m a assai vec( t) Non so dove Fitostrato abbia trattato d! ci. T ra ]e opere, cbe di lui ci rimangono , non ve n ' ha cenno. (s) in poche lettere sono atntnissibiti certe figure retoriche ; meno poi in quette d e 'p r i n c ip i , il cui parere deve equivalere ad un comando.

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VITE DE! SO FISTI LIBRO II,

c h io , quand' io queste cose scrveva. Ma di lui basti quanto si detto. Di FHostrato da Lenno per , e qual nomo foss'egti nel foro, qua!e in congresso, quale nelle interpretazioni, qua! 6na!mente negli aringhi, e quanto pure nella facolt del parlare estemporaneo $ dell' ate niese Nicagora, che pur banditore nel tmpio di Eieu si (t) ^ cos anche de! fenicio Apsine (2 } e di mo!ti pro gressi eh' ei fece, s da! lato de!!a memoria , come da queUo de!!' accurata maniera di favellare, a me non ispetta lo scriverne , perch potrei non essere creduto, e parere che io ne parlassi con favore per 1' amicizia che ad essi mi stringe.
(t) Di Nicagora fatta menzione di sopra neH* vita di R ia no. Quato aita sua carica di banditore, che rappresentava nei mister] di Cerere Eleusina !a parte di M ercurio, consultisi it Meursio, eruditissimo dette cose greche. (a) Dei soEsta Apsine si trova notizia in Suida. Ei visse 6no ai tempi di .Filippo e di Massimiuo.

DI

FLAVIO FILOSTRATO
IL V ECCH IO

LE S T O R I E DEGLI EROI

PROEMIO
DEL TRADUTTORE

render ragione degli 7& Y M H di 7%oy&Y% o, ossia delle Storie degli antichi E roi, eh' egli in questi libri va ripas sando , parmi sufficiente il richiamare alla memoria di chi legge quanto nella Vita di Apollonio prese egli occasione di scrivere, s nel libro III, cap. iQ e 3 2 , e s nel IV , cap. 1 6 , per censu rare i poemi di O/nero, forse all'epoca di lui in tal pregio tenuti che gli pa resse ingiusto e soverchio. N il primo n il solo fu egli che oscurar tentasse la splendida gloria di quel sommo poe ta. Non dir di Zot/o e d'^njagrco, i

a:2

PROEMIO

quali parvero pi dalia invidia che dal giudizio guidati ; ma JF%zgor<3, ma .ErYzcZ/fc, ma JCe^o/^we, ma lo stesso , non che altri, senza men tovare i moderni, si contano ira gli 0/7iero7M A% MM , ossia tra i censori di Onzero. Tuttavia non torr io n a giustificar n a riprendere verun di lo ro, massimamente sovvenendomi quella sentenza d'O raz/o, che asserisce di tro vare talvolta il buon O/Mero dormiente, e avuto riguardo al mio presente lavo ro, che copia fedele dello scritto di un O/M eroM M ZF& x?. N per questo nemico di O/nero dir se nel IV di -ProfaM&zo, e in tutto il cap. 18, e in altri luoghi molto onorevolmente favella di quel divino poeta. Ma egli mi pare che non ad altro fine abbia 7% M % n3% o tolto a censurare Orner, che per corregger coloro, i quali storico lui pi che poeta riguardano, e le cose da esso cantate giudicano non revocabili in dubbio, dacch le ha egli cantate.

DEL TRADUTTORE.

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Oltre a c i , quel molto che Omero disse di pochi Eroi, e quel pochissimo di tanti altri, non meno degni di im mortai fama , a 7%Mfra%o probabil mente sembrata una ingiustizia, cui volle con quest' opera riparare, per quanto ei seppe. Per la qual cosa, anzi pure per le quali cose tutte, n di rimproveri n di ingiuriosi sospetti vuoisi l'autore nostro aggravare, ma s essergli grato, che delle antichissime storie, che alla mitologia ed alla favola ornai son ri dotte , abbia voluto conservarci quel pi di verit, che egli pot raccogliere, e del velo che le ricopria sciogliendole, ai posteri presentarle per quel che fu rono veramente, e non da invenzioni poetiche e da mitologiche tradizioni in gombrate e guaste. Non so che altra italiana versione sia stata fatta di questi libri ; per lo che spero che almeno il merito d'esser questa la prima mi venga non senza indulgenza accordato. Quanto alle ri

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PROEMIO DEL TRADUTTORE,

partizioni dell' opera, mi sono intera mente attenuto ai testo pubblicato dal giudizioso Oleario.

LE S T O R I E
D E G H E R O I

D I A L O G H I

INTERLOCUTORI

un JFbwcto (t).

PROEM IO

I. ^Tgn. S e i ta Io n io , ospite m io , o d'altro luogo ? fsn. Io son di qaeUi, o Vignaiuolo, che abitano ne' contorni di Sidone e di Tiro. %?gn. O nd' che vai vestito alia ionica? (a)
(t) Questo colloquio & Snto in una campagna di Eieunte, vil laggio delia Tracia , come si osserver pi innanzi. (a) 11 vestire degli Ionj era sfarzoso, e alla maniera de'Sibariti. Se ne fatto cenno nei quarto della vita di Apollonio: e puossi intorno a ci consultare fra gli altri scrittori Ateneo nel lib. xtr.

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nicj.

LE STORIE
Questo I* abito nazionae anche per noi Fc-

E perch avete cambiato d' abito? Fen. I! lusso ionico ha invaso pure l'intera Fenicia, e credo che nessuno, i! qual ricusasse di accomodarvi!, andrebbe esente di critica. E perch cammini s ritto, e non abbadi a tutto ci che incontri ? Fan. Vignaiuol m i o , io ho bisogno di buon augurio e di oracolo per navigare felicemente. Dicesi che noi dobbiamo inoltrar nell' E geo, e porto opinione essere questo un mare difScile ed infausto ai naviganti. Vado pertanto incontro a! vento. Sai che i Fenicj sogliono per ta! modo esplorare ci che li assicuri di un pro spero corso. E in fatto e'son peritissimi nella nautica, ospite mio ; e voi pur foste, che anticamente collocaste ne! cie!o i! segno de!!'Orsa minore, e che ad essa dirigete i! corso de!!a navigazione (i). Ma quanto benemeriti siete per !a perizia de! navigare, altrettanto siete ripren sibili neHa m ercatura, perch avidi di guadagno e di voratori. Fen. Forse che non ami il guadagno tu p u re , o Vi gnaiuolo, che passi i tuoi giorni fra !e viti? e aspetti forse che alcuno ti faccia !a vendemmia, cambiando con
(t) Motto giovarono atta scienza degli astri te osservazioni degti antichi Feniej. L ' Arturo minore , comunemente detto t' Orsa ctinore , fu per ci appunto chiamato Fenicio, come attesta !gino , tib. H.

DEGLI EROI.

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or i tao! grappo!!, e al quale vender poi !! m osto, non che il vino nuovo, che io credo tu tenga sotter rato , come M arone? (t) Ospite Fenicio, se in qualche !uogo esstessero le terre de' Ciclopi, i qual! vivendosi in ozio, e nu!!a piantando e nu!!a seminando, sono da!!a terra pa sciuti , allora certamente rimarrebbero senza custodia tutte le produzioni del suolo, sia che a Cerere o che a Bacco Appartengano, n verun prodotto si vende rebbe , ma le cose tutte che nascessero si giacereb bero neglette e diverrebbero com uni, come nello stalletto de' maiali. Ma quando conviene allestir !a se mente , a ra re , piantare, ed una fatica fare all' altra succedere, per coltivare !a te rra , ed adattarsi alle stagioni dell' a n n o , allora indispensabHe !1 vendere e il comperare. Perch anche ne!l' agr!co!tura !! da naro necessario, altrimenti senz'esso non alimenti l'a ra to re , n il vignaiuolo, n il bifolco, n il ca praio , e ti mancherebbe s!n anco un bicchiere col qual bevere e far sagriScj. E questo stesso vendemmia re , che tra le faccende di campagna la piti dilette vole , conviene far!o per via di m ercede, a!trimenti starebbono g!i uomini inoperosi ed oziosi, appunto come Ggure dipinte. Con queste p aro le, o ospite, io ho difesa l causa d! tutta la gena degli agricoltori.
(<) Marone o sia Bgliuol d! Sileno, o lo sia di E vante, probabilmente il Bacco de' Greci. Netta immagine di Protesilao (che troveremo &a quelle di Filostrato) t menzionato di nuovo. O ltre a che tutti i mitologi ne tennero memoria.

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LE STORIE

Per ci poi che riguarda i! mio genere di vita, esso anche mo!to pi tranquillo, perch io non ho nulla a fare con mercatanti, n so pure cosa sia una dram ma , ma o compro o vendo col frumento il b u e , col vino il castrato, e con altro altre cose, previo un breve cambiar di parole da una parte e dall' altra. Few. Questo che tu mi n a rri, o Vignaiuolo, un trafHco au reo , e pi da eroi che da uomini. Ma che vuol questo c a n e , che mi viene intorno, gagnolan domi blandamente ai piedi , e tenendo bassa e molle 1' orecchia ? Esso presso t e , o ospite, l ' interprete del mio anim o, e indizio che a quelli che capitano in questo luogo io s favorevole ed affabile vado incon tro , che nemmeno al cane permetto di abbaiar verso loro, ma voglio che anch' esso li accolga per benvenu t i , e li accarezzi. Few. Puossi dunque entrar nella vigna? ??gn. Io non lo impedisco a nessuno, giacch vi ha abbondanza d'uva. Few. E permetti eziandio che si prepda qualche 6co? Ci pur si concede, essendoyene in quantit. E noci e pomi d ar , avendone io piantato come per companatico all' uva. F<BH . Cosa avr io a pagare ? Non altro tu d ev i, che mangiare liberamente e alim entarti, e poscia lieto partirtene. Few. Fai tu per avventura professione di Biosofia, o Vignaiuolo ?

DEGLI EROI.

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%gn. Questo pur io, unitamente a! buon ProtesHao. II. Few. Che ha! tu d! comune con Protesi!ao, se pure intndi quel d! Tessaglia ? (t) ^!gn. Quegli appunto , il marito di Laodamia , poi ch ama di essere cos chiamato (a). Fen. Che fa egli? Vive, e coltiviamo la terra insieme. Few. stato egli restituito alla v ita , o che altro ? I cas! suoi non gli racconta egli stesso, tran c h e , dopo esser morto a Troia a cagione di Elena, ri visse in Ftia, amante di Laodamia (3). Few. Narrasi per che, dopo essere tornato in vita, di bel nuovo sia m o rto , persuadendo la moglie a se guirlo. Questo ei pure lo d ice , ma bramando io una volta di sapere in qual modo fosse tornato in vita, egli ricus di appagarmi, dicendo che ci racchiude non so qual arcano del fato; ma quelli, che gi militarono in sieme a lui col in Troia (< % ), oggi compaiono in campo coll'abito da guerra, e crollando le piume dell'elmo.
(t) tolao fu il vero suo nome. Venne poi detto ProtesHao , perch fu it primo de' Greci che rimanesse morto a)l' assedio di Troia. Cos narra Igino, fhv. cut. (3 ) O ltre le testimoniarne de' mitologi sulla maritai tenerezza di Laodamia, bellissima quella di Ovidio espressa in una delle sue lettere degl! eroi. (3) Aveva ProtesHao amato dapprima Elena. Era egli re di Ftia. Del suo richiamo alla vita per le preghiere di Laodamia parlano principalmente Igino nel luogo citato, Luciano in uno de'suoi dialoghi d e 'm o rti, Properzio, Catullo, Ausonio, ecc. (4) Troia sta rimpetto al villaggio di E ieunte, dove Sngesi questo colloquio, c il vignaiuolo cos dicendo la accenna col dito.

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LE STORIE

Fw. Vignaiuol mo, queste cose, per Minerva, io non creder m a i , comech mi sarebbe carissimo che vere fossero. Nondimeno, se tu non sei occupato o in piantare o in condurre qualche rigagno!o a na(16are le piante, ti prego narrarmi tutto quello che tu sai di Protesilao ; e farai cosa grata ai medesimi ero i, ise mi rimanderai persuaso. FTgw. Le piante, o ospite, non dimandano acqua per ora, essendo gi il meriggio, e trovandosi in autunno, che la stagione che le inafEa da s. Ho duuque tutto il tempo di narrarti ogni cosa; n io vorrei pur nulla ta cerne ad uomini cortesi, trattandosi di grandi, anzi di vini oggetti. Saria per bene che ci sedessimo in qual che bella parte del campo. Few. Precedim i, che io ti seguir, foss' anche per mezzo la Tracia. Andiam nella vigna, o Fenicio, perch in essa troverai qualche delizia. Few. Andiamoci, che le piante emanano l non so che di soave. Che dici tu soave ? Divino devi dire perch Sori vi olezzano degli alberi silvestri, e i frutti dei do mestici; che. se per sorte ti abbatti in qualche albero domestico, il cui Bore non sia odoroso, strappane in vece qualche fglia, e fragrantissima la troverai. Fen. Quanto variata la bellezza di questo tuo podere ! come sbucciarono rigogliosi que' grappoli ! E tutti questi alberi come sono vagamente disposti ! che odore di ambrosia spira il terreno! Anche i viali che hai lasciato riescono graziosissimi, a mio giudi

DEGH EROI.

aat

zio ; ma tu m! sembri uu prodigo, lasciando incolto cos grande spazio di terra. Q ue'viali, ospite m io, sono sacri, perch in essi si esercita i! nostro eroe. Fen. Ci mi dirai, quando saremo seduti ne! luogo cai mi tonduci ; rispondimi ora a ci : questi terreni son essi tuoi ? o ne A padrone alcnn altro, che tu ali menti mentr' eg!i alimenta t e , come l'O eneo di Euri pide (t). Questo solo campice!!o, di molti che io ne aveva , mi rim asto, e non poveramente mi pasce; gli altri campi a me tolsero i pi potenti, quando io era tuttora orfano; e questo stesso cam picelo, che Xenide cherronesio occupava, ricuper ProtesHao, affacciandogli nn non so qual simulacro di s mede simo, per cui privato della luce partissene cieco. Feo. Valente custode al tuo campo acquistasti, e credo che non temerai che nessun lupo lo invada, avendo sifltto amico in aiuto. Algw. Ben dici; n a Sera alcuna permette egli l'a c cesso ; che n serpente qui trovasi, n taran to la, n veruno intrigante lo invade ; che sai essere una bestia

([) Oeneo istrutto da Bacco aHa coltivazione delie v iti, ab bondava d campi e di vigne , le quali distribu a pi coltiva tori , che lui mantenevano , venendo essi cos mantenuti da lui. Di ci veggasi la favola c u t i di Igino. Euripide scrisse una tragedia di Oeneo, che tra le perdute. Il primo verso per del prologo alta commedia delle Rane di Aristofane & uno di essa tragedia , e fa al caso nostro.

LE STORIE
impudente che esercita la sua barbarie in mezzo al foro (t). Fan. E in qual m odo, Vignaiuol mio , hai trovato questo tuo s pulito parlare ! il qua! parmi ben altro che il parlare di un uomo rustico. Noi fummo da giovinetti in c itt , o ospita , frequentando le scuole, e dando opera alla ClosoSa. Intanto le cose mie andavano alla peggio. I fondi ven nero consegnati ai servi, e questi non mi recavano nulla dei redditi; perci mi convenne prendere a pre stito , dando i fondi ip pegno, e quindi impoverire. Qui dunque tornato, consultai Protesilao ; ed egli, che era giustamente sdegnato m eco, avendolo io abban donato per vivere in c itt , non rispondeva. Ma insi stendo i o , e dicendo di voler morire, se era cos negletto, mi rispose: cam&ta/i di a&ito. In quel giorno per io non gli diedi re tta ; ma postomi dipoi a pe netrarne il senso, compresi che io doveva ubbidirlo, cambiando 1' abito del viver mio. Per !o che indossa tomi una veste pastorizia, e preso il bidente, ignaro oramai per sin della via che conduce alla citt, sento che in questo podere tutto mi va a seconda. E se o la pecorella, o Io sciam e, o una pianta non ben mi riesce, al medico Protesilao fo ricorso ; e della sua compagnia giovandomi, e abbadando al terreno, diven go di d in d pi saggio, giacch egli nel fatto di sag gezza moltissimo innanzi.
( t) 1 Legulei imbroglioni e pernicisi infestavano! tribunali e [!a societ anche ai tempi J i Fiostrato, per quanto scorgesi da questo passo e da pi altri sparsi qua e l nelle sue opere.

DEGL! EROI.

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Flsn. Te beato per siffatto consorzio e per cota! cam po, dove non solo vendemm} le olive e i grappoli, ma eziandio la pi pura e divina sapienza ! E forse io io ingiuria alla tna saviezza chiamandoti vignaiuolo. Cos chiamami pure ; che grata cosa anche a ProtesHao farai col darmi il nome di agricoltore, di ortolano, o altro consimile. III. Few. Qui dunque, o Vignaiuolo, voi due con versate ? Qui appunto, o ospite ; ma da quale indizio Thai tu sospettato? Fan. Dal parermi questa parte del podere soavissi ma e quasi divina; e quantunque io ignori se alcuno qui potesse rivivere, ben comprendo per che q u i , lungi dalla moltitudine, dee viversi Hetissimamente ed egregiamente. Imperocch questi alberi sono di esimia grandezza, e P et loro li estolle; e l'acqua di questa fonte scorrevole, e voi, credo io , ve ne dissetate, come se vi beveste diverse qualit di vino nuovo. T u poi ti sei costrutto varj frascati, ordinando e intral ciando per modo i ram i, che nessuno potrebbe me glio formare una ghnrlanda colle purissime erbe del prato. Eppure , o ospite , non udisti per anco i rosignuoli come in questo campo grecheggino, s quando si avvicina la se ra , come quando principia ad albeg giare. Fen. Parmi averli u d iti, ed ho osservato che non cadono in piagnistei, ma cantano allegramente. Ma parlami di ci che spetta agli e ro i, che quello che

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LE STORIE

pi volentieri udir. Permetti per che ci sediamo in qualche luogo ? Lo permette l ' Eroe, che cortese, accoglien doti come ospite in questi siti. Fen. Eccomi seduto ; e soavissimo dono mi parr 10 ascoltare un erudito discorso. Dimauda ora, ospite mio, ci che vuoi, e con fesserai che non indarno venisti. Sai che ad Ulisse, il quale lontan dalla nave andava errando incerto e dubbioso, fecesi incontro M ercurio, ovvero alcun di quelli che da Mercurio avevano ottenuta la saggezza, e consegu la comunione s del discorso che degli stu d j, eh' ei pot intendere col mezzo dell' erba ATo(t). Ma in vece mia Protesilao con la sua storia ti appagher, e pi lieto e pi dotto facendoti. Ch 1 1 saper molto non vi danaro che il paghi. fg o . Ma io, o buon uomo, non erro incerto e dub bioso ; all' incontro, cos Pallade m 'am i, vengo sotto ]' auspicio di un D io , perocch adesso comincio a comprendere il mio sogn. fYgn. Come fu esso questo tuo sogno? Parmi che tu accenni non so che di divino. Fert. Corre ornai il trentesimo quinto giorno da che partii dall' Egitto. Quando la mia nave approd qui
( t) Veggasi il decimo deHa (h&Mea. Quanto all'erba tnoy , che Mercurio diede ad Ulisse onde preservarlo da! prestigi di Circe meritano d' essere consultati Plinio nel xxy della & or/a n a tu ra i? , ed Apuleio net suo trattato tfeMe JeMe <?rie. Qui per & diversamente interpretata la pretesa virt di que st' erba.

DEGLI EROI.

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ad Eeunte, parvemi di leggere que' vers! di O m ero, ne? quali espone la lista de' G reci, e mi posi a chia mare gli Aohivi acci salissero nella nave, come se facil fosse il prenderli tutti insieme. Quando poscia Bnii di sognare ( ed era in me cessata alcun poco 1' agita zione ) , ne congetturai la lentezza e la lunghezza del mio viaggio marittimo; perch le apparizioni dei morti significano una tardanza in chi alcuna cosa studiosa mente imprende. E mentre stommi bramoso di pren dere dal mio sogno un pronostico, qui dalla nave di scesi, perocch il vento non concedeva di andar oltre. Passeggiando poi, come vedesti, ho te primamente in contrato , e gi di Protesiao parlam m o, e della lista degli Eroi parlerem o, dappoi che tu ti mostri a ci disposto ; e sar appunto un raccoglierli tutti sopra una nave 1' udirne prima la storia, poscia risalir sulla nave. Certam ente, o ospite, sotto l ' auspicio di un Dio qui giugnesti, e bene interpreti la tna visione. T er miniamo adunque il discorso , acci tu non dica che io mi diletto di trarti per le lunghe, troppo da esso distraendoti. Quel c h 'io desidero di sapere tu gi conosci. Voglio dire che amerei intendere qual sorta di con versazione hai tu con Protesiao, in qual Bgura a te si presenti, e se intorno agli affari di Troia racconti egli ci che i poeti raccontano, o ne differisca. E per affari di Troia m 'intendo la raunanza dell* esercito in Aulide, come anche i singoli e ro i, ' se fossero essi cos belli e forti e saggi come si decantano. Come poi
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LE STORIE

potr egli narrare !a guerra che a Trota s fece, non essendovi egli stato in tntto il tempo che d u r , per essere i! primo de'Greci che perisse mentre, per qnanto dicesi, discendeano daHe navi ? ^Tgn. Poco sapientemente, o ospite, vai queste cose pensando. Ad anime di ta! fatta divine e beate prin cipio di vita Tessere immuni de! corpo; perocch al!ora conoscono gli I ddj , de'quali sono seguaci, non gi onorandone i simulacri o per a!tre invenzioni della m en te, ma standosi con ess !oro in amp!issima con versazione. E !e vicende umane osservano, sciolti tanto da ogni infermit, quanto da!!o stesso corpo, per cui certamente dotati sono del!a scienza delle cose future, e trovansi per divino furore costretti a pronunziare oraco!i. I poemi di Omero pertanto chi credi t u , tra quelli che attentamente studiano O m ero, che !etti !i abbia come !i !egge e !i intende ProtesHao ? Ma prima di Troia e di Priamo non esisteva, o ospite, veruna racco!ta di versi, n si cantavano fatti non ancora ac caduti. La poesia trovavasi so!tanto negli oraco!i, e in Erco!e 6gliuolo di AIcmena, ma appena nata e non adulta (: ) ; n ancora avea cantato Omero; ma dop !a presa di Troia cominci egli a poetare, chi dice dopo poche generazioni, chi dopo otto. ProtesHao per ha conosciuto tutte le cose di Omero; e canta mo!ti fatti troiani avvenuti dopo di !ui, e pi altri soggetti o greci
( t) G!i oracoli antichi davano in versi le loro risposte , ed Ercole , non meno che Orfeo e Tamira , furon discepoli di Li no , il pi antico poeta che si conosca.

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o di medicina. Perci alia spedizione di Serse egli d il nome di terza strage degli nom ini, dopo queiie di Deucalione e di F e to n te , per aver essa tolto dal mon do una quantit di viventi. CAPITOLO PRIMO

f M /a *tafara degR JEro/. I. Fen. T u empirai, Vignaiuolo, il corno d'Amaltea, ove me amico tuo di s preclare cose istruisca; narra adunque schiettamente e nel modo che le udisti. Flgu. Cos fa r , per Giove ! altrimenti offenderei questo e ro e , amico della sapienza e del vero , se io negligentassi la verit, che egli us chiamare la ma dre della virt. Fen. Parmi che sin dal principio di questo nostro colloquio io palesassi i! mio difetto. Convien eh' io confessi che ho pochissima fede ne' racconti favolosi, e n' cagione il non essermi abbattuto giammai in un testimonio oculare, ma o in chi diceva di aver udito d ire , o in chi cos opinava, o in chi ad un poeta credeva. E ci che ai racconta della statura degli eroi, cio che era di dieci cu b iti, io stimo dicasi per lepi dezza , ed essere falso e poco probabile per uno che ne faccia esame, giusta la natura delie cose, e rifletta di qual misura sieno gli uom ini, che ora vivono. Quand' che tu cominciasti a trovar ci poco probabile? Fen. Gi da gran tem pq, o Vignaiuolo, cio fino

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dalla prima giovent ; perocch da ragazzo io tutto credeva, e la balia mi raccontava le favole, decan tandole leggiadramente, e talvlta accompagnandole col pianto. Ma come fui giunto a!!a et giovenile sti mai fosse vergogna lo ammettere que'racconti senza fame esame. De!!e cose per di ProtesHao, e del sno ap parire ih questo luogo, udisti mai favellare ? Few. Come poteva io udirlo, Vignaiuol mio, se oggi stesso, che da te 1 ? intendo , noi credo ? fiign. Comincer dunque il mio discorso da quelle cose che in altri tempi tu non credevi. Tu dici non credere che gli uomini fossero alti dieci cubiti ; per tanto dopo che ti avr su di ci appagato, la storia di Protesiao ti n a rre r , e della storia di Troia tutto quel che vorrai, e sono certo che non ne rivocherai in dubbio l pi piccola parte. Feo. Tu parli b e n e , e cos faremo. II. Odi adunque, o ospite. Io ebbi un avo, il quale prese ad esaminare parecchie di quelle cose, che tu metti in dubbio, e mi narr che una volta il se polcro d'Aiace era stato rovinato dal m are, presso cui stava, ma che vi si scopersero le ossa di lui, che erano della lunghezza di undici cubiti. Soggiungeva poi che l ' imperatore Adriano , andato a T fo ia , le ricompose , e costrusse ad Aiace il sepolcro che tuttora esiste, stringendo e baciando molte di quelle ossa (t).
(t) Detto scoprimento dei corpo di Aiace parla Pausania netl ' Attica. H sepolcro di lui era sulla sponda dell' Egeo , e lo rammentano Pomponio Mela, Strabone, Plinio, ecc.

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JFen. Non ti paia stran o , Vignaiuo! mio , che io sif fatte cose non creda ; perocch tu dici averte udite dalT avo tuo , o fors' anco datla madre, o datla b a lia , ma nulla dici di quello che tu stesso hai veduto, a meno che non parti di Prtesitao. ^7gw. S'io dessi rtta atte favole, torrei a narrarti del cadavere di O reste, che gli Spartani trovarono in Tegea, lungo sette cubiti (f) , o di quello che i Lidj sco persero dentro un cavallo di bronzo, che stato era in Lidia sepolto prima dell'epoca di Gige, e cha per uno scoscendimento di terra cagionato da un terremoto ap parve come un prodigio a que' pastori lid j, ai quali Gige .prestava t'o p e ra sua, qual mercenario. Nella ca vit det cavallo , avente da ambe le parti uno spor tello , giaceva un cadavere assai maggiore detla ordi naria statura umana (a). Ma se questi racconti possono rivocarsi in dubbio perch spettano a tempi troppo da noi distanti, non so cosa potresti opporre a ci che accadde ai d nostri. III. Non gran tempo che rottosi it lido de! 6ume Oronte espose atta vista di tutti il corpo di Arianne (3),
(t) Tegea , borgo d'Arcadia. Erodoto nel !ib. t racconta a .lungo la (avola di questo preteso ritrovamento de! gigantsco cadavere d Oreste. (2 ) Anche d! questo si trova testimonianza tanto nel secondo della Re/mM/ica di P latone, come nel terzo degli Q^ey d Cicerone. (3) O forse Ariarne , pretore d! Egitto , postovi da Camb!se, come s legge nel tv d Erodoto. Di s vasto cadavere trovato sull' Oronte scrive pure Pausania negli Arcadici.

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che alcuni dicono etope ed altri indiano, giacente nel suolo assirio, della grandezza di trenta cubiti. E questo stesso Sigeo, non sono ancora cinquant' anni com piuti, alla estrema punta del promontorio pales il corpo di un gigante, che Apollo dichiara di avere egli medesimo ucciso, perch combattevagli contro pei. Troiani. Io stesso, imbarcatomi pel Sigeo , vidi, o ospite, lo smosso terren o , e quanto fosse il gigante. Navigavano verso col anche molti dell' Ellesponto e della Io n ia , e tutti gli isolani, e i Greci tutti. Per due mesi continui stette quel grande esposto snl gran pro montorio , discorrendone ognuno a modo s u o , prima che I' oracolo signiScato avesse chi era. Fen. Amerei dunque, o Vignaiuolo, che tu mi di cessi tanto della grandezza di lui, che della propor zione delle ossa, non che de'serpenti che si pretende nascere dai giganti, come i pittori dipingono intorno ad Encelado e a' suoi compagni. ^Tg". Se mostruosi fossero, ospite m io, e di serpi coperti, io non vidi; ma quello che era in Sigeo aveva ventidue cubiti di lunghezza; giaceva in una grotta di sasso , co! capo verso i! continente , e co' piedi che 6nivano co! promontorio. Non vi scorgemmo per nes sun vestigio di serpenti, n osso alcuno che non fosse d'uom o. E certamente anche Janneo da Piperi (t) mio parente allontan , ora sono quattr' a n n i, uno de' suoi figli, che per mezzo mio avea voluto interrogare Protesilao intorno ad un consimile portento. Stava egli
(') sola Jet mare Egeo , ed una delle Cicladi.

DEGLI EROI. zappando le viti ne!!' isola di C o o , dove egli solo il possessore; e i! terreno ch'ei cominciava a zappare rim bombava , come fosse vuoto di sotto. Avendolo aperto, trovaron giacervi un cadavere della lunghezza di dodici cubiti, ne! cui cranio abitava un serpente. Il giovane intanto sopravveniva: che aveva egli a fare? noi ci chie demmo a vicenda; e Protesilao disse: .McocnatHO ^ue*i' o^p&e, ordinando cio che fosse noovamente sepolto i! cadavere, e nuHa scoprire di quanto in esso fosse. Disse eziandio ch'egli era uno di que'giganti, che Giove fulmin. Ma quello che fu veduto in L e n n o , e trovato da Menecrate stiriese, era grandissimo, ed io !o vidi 1* anno scorso , recandomi col da lan b ro (t) in b a rc a , giacch breve n 'e ra il tragitto sino a Lenno. Le ossa per non scorgevansi pi a luogo, le vertebre giacevano sparse e divise, probabilmente dai terremoti disgiunte, e !e costole pendevano dalle vertebre. Tuttavia po nendo mente che tutto ci formava un so! co rp o , ne risultava una orribile grandezza, non facile a descri versi , imperocch il solo cranio non si pot riempiere da n o i, che vi ci fermammo a bevere, nemmeno con due anfore di Creta. IV. Avvi dalla parte australe di Ianbro un promon torio , detto N auloco, sotto i! quale il fonte quasi stagnante, e !a cui acqua rende eunuchi gli animali maschi, e inebria le femmine in modo che si addor mentano. Ivi un pezzo di terra, che distaccossi, trasse con s il corpo di un grandissimo gigante, e se tu no!
( ') Altra isola delia Tracia , oggi Lem&ro.

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credi andiamvici. Imperocch egli giace tuttora ignudo, esposto alla vista di tutti, e il tragitto a Nautoco bre vissimo. Fan. Io andrei ben anco a! di ! dell'O ceano, Vignaiuo! m io , ov' io potessi trovare siffatto miracolo. Ma g!i affari tniei di commercio non permettono c h 'io tanto mi allontani, e mi forza starmi !egato alla mia nave come Ulisse, altrimenti e da prora e da poppa, giusta i! proverbio , me ne verrebbe danno. Quanto dici giustissimo ; ma alle cose eh' io ti ho raccontate tu non devi prestar fed e, se prima non hai navigato all'isola di Coo, ne!!a quale giacciono le ossa degli aborigeni, cio dei primi Meropi, come l son chiamati (t). In Frigia poi vedesti !e ossa di Ilio figlio di Erco!e (2 ) , e ne!la Tessaglia, com ' vero Giove , quelle degli Aloidi (3), de' quali si decanta il num ero, e la statura di ben sette jugeri. E i Napoli tani , che abitano nell' Italia, ripongono tra i prodigi l e ossa di Alcioneo, dicendo che moltissimi giganti furono co! percossi dal fulm ine, e sovra di essi ardere il Ve suvio. Oltre a c i , anche in PaHene, che i poeti chia mano Fiegra', la terra contiene parecchi di cotesti
(t) Meropi furon dtti i primi abitatori dell' isola, creduti nati dalla terra , dai nome di M erope, primo re loro , la cui Cglia C o s, o Coo , diede il nome all' isola stessa. () Le ossa gigantesche di lio trovate in Lidia sono ricordate anche da Pausania nell*Attica, che non d' rcole ma della terra lo crede figlio. (3) Uccisi da Apollo nell' isola Nasso , come narra Pausania nella Beozia, dicendo che ve n' erano i monumenti in Antedone.

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corpi di giganti, che quivi accamparono ( t ) , 6 motti ne vanno scoprendo !e piogge e i terremoti. N si ar rischia it pastore bazzicar per que' luoghi verso il mez zod , per to strepito che vi fanno g!i spettri che ivi si aggirano. Era forse anche ai tempi d? Ercote usanza jdi non aver molta fede siffatte cose, ed perci che quando in Erizia uccise Gerione, e che dicevas! che !o superava di assai netta sta tu ra , volte dedicarne te ossa in Otimpia, acci non si potesse mover dubbio su que sta sua impresa. .Fen. Rattegromi te c o , Vignaiuo! mio, di cotante tue cognizioni; io certamente ignorava queste somme cose, e imprudentemente non te credeva. Ma di ci che spetta a Protesitao, come va ta faccenda? Egti tempo che se ne parti. Ascotta dunque, ospite mio , cose di tu i, che pi non ti parranno immeritevoli di essere credute. CAPITOLO ProtifVao. I. sepotto Protesitao, non gi netta T ro a d e , ma
( t) Due JFYegre gli antichi scrittori dinotano, e spesso confon dono. L ' una in Campania, dove altre volte dicevasi il f e r o fn /t-an o , ed ora chiamasi la ; 1' altra nella Tracia , che poi fu detta Paf/ene. In questa il gigante Alcioneo venne ucciso , come scrive Suida , e non in quella da Filostrato detta, H quale , al pari di alcun altro , sbagli per la sim igliane del nome.

II.

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LE STORIE

in questa Chersoneso ( t ) , e grande il d! lui monameato , quello cio che vedi alla sinistra. Codest! olmi intorno a! sepolcro piantaroa le Ninfe, prescrivendo ad essi la legge, che volgendosi verso Hio i rami ne fiori scano prima del tem po, perdano tosto !e foglie, e pri ma del tempo periscano ; poich ta! parimenti fu il fato di Protesiao. Volgendosi per d'altra parte vive la pianta e rinvigorisce (a). Non tutti gli alberi per vicini al sepolcro hanno la consistenza di questi che sono ne!!' orto , i quali fioriscono in tutti i ram i, e durano in vita secondo !a natura loro. JPen. Lo veggo, o Vignaiuolo, e comech trovi mo tivo da maravigliarmene, tuttavia non me ne fo mara viglia : perch Dio sapientissimo. Q uesto, o ospite, il tempietto su o , dove s petulantemente si diport per odio de' parenti i! Medo , e per cui si rammenta che !e salate carni rivissero (3). Del qnale tempietto rimangono tu tto ra , come vedi, alcuni pochi rottami ; ma allora
(t) Cio !a Chersoneso di Tracia , s prossima ad Eteonte , dove si Sngono g!! interlocutori, ehe ponno distinguersene i luoghi principati. (a) Di cotesti alberi al sepolcro di Protesiao , che volgendosi verso Troia inaridiscono, fa menzione anche Plinio nel iv t delia Storia Naturale. (5) Nella CaMopc di Erodoto troviamo che il medo Artaicta, venuto dall* Asia quando Serse invase la Chersoneso di Tracia , mise a sacco il sepolcro di Protesiao, e ne insozz ii tem pio, e ch e, caduto prigioniero degli Ateniesi, nell'atto di far abbru stolire un pezzo di carne saiata , ia carne si mosse come se ri prendesse vita, lo che egli stesso attribu ad uu risentimento di i Protesiao, le cui ossa aveva gi profanato.

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bello et*a, per quanto io cred o , e non piccolo , come puossi congetturare dai fondamenti. La di lui statua poi rimatisi ancor sulla nave, e !a prora ne figura !a base, ed eg!i vi siede in abito da comandante, (t) A forza per d! fregarla, il tempo e coloro c h e , quanto vero Giove, sogliono ungere, o appiccicarvi i voti di cera (a), ne hanno ornai cambiata la (orma. Io per non me ne prendo gran c u ra , giacch con lui stesso con verso , e lui m iro, n pu veruna statua riuscirmi pi gradita di lui. Few. Spero bene che a me pure i! descriverai, e mi farai conoscere la sua Bgufa? ^!gn. Cos Pallade mi ami (3) come il far volentieri, ospite mio. Aveva egli circa venti anni di et, e prese a navigar verso Troia quando il primo pelo spuntavagli a! m ento, e la sua giovent era pi fragrante di un cespo di mirto. Un lieto sopracciglio gli si incurva sull ' occhio, perch ha molta ambizione della sua bellezza. N e'casi serj per sa guardar bieco ed arcigno; ma se
(t) Protesilao and atta guerra di Troia , conducendovi una nave carica di guerrieri, e fu il primo a sbarcare su! lido teu cro e ad esservi ucciso. Vedi Omero ne! secondo deHa Hiade. (a) GewtM Mtcerar* dice Giovenale neUa Sat. x. Usa vano anche gii antichi appender voti agli atari, vestire e ornare i simulacri , ecc. (3) Specie di giuramento adoperato dagli antichi. Due volte di sopra io tradussi vero , parendomi in que' luo ghi Seglio espresso in lingua nostra il giuramento , cejt Giope wti a m i, che il Vignaiuolo avea proferito. Qui mi t paruto it meglio di stare alla (orma del testo.

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ci abbandoniamo al soMazzo, oh i beg!! occhi ! o come dolci ed amabili! Ha inoltre la chioma bionda e non troppo lunga; per tanta che senza distendersi per la fronte sino aHa fronte arriva; la forma de! naso ha quadrata, come ne!!e statue; e manda da piccola bocca una voce pi sonora di una tromba. Sommamente g!i piace di scorrere ignudo, essendo ben complesso e leg giere, a modo de!!e statue di Mercurio poste in atto di prender corso. La sua statura di dieci cubiti a!!o in circa, e parmi che !' avrebbe avuta maggiore, se pe rito non fosse cos giovinetto. Few. Io il veggo , o Vignaiuo!, questo giovine, e raUegromi teco che tu g!i sii compagno. Or dimmi: egli armato ? o porta a!tro abito ? Sta avvolto in una clamide, o ospite, a!!a ma niera dei Tessali, appunto come questa statua. E por porina la clamide, e di quasi celeste splendore, pe rocch sai quanto sia lucente la prpora. Few. E d el!'am o re, ch'egli ebbe per Laodamia, come va ora ? Egli ama , o ospite, ed amato ; sono ap punto come due sposi, di nuova Camma accesi, e l ' un del!' altro a vicenda bramosi. Few. Lo abbracci t u , quand' eg!i viene, o ti scappa egli a guisa di fum o, come dicono i poeti ? ^igw. Gode di essere abbracciato , e permette che io i! baci e al mio seno lo stringa. Few. Capita eg!i di spesso, ovvero di tanto in tanto? In ciascun mese quattro o cinque volte, se non m 'in g a n n o , mi concesso il vederlo ; cio ogni volta

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eh' ai brami o seminare o potare a!cnna di queste piante, o raccoglierne i Bori ; perch assai li a m a , e ne accresce di mo!to !a grazia ogni qua! volta aggirasi intorno ad essi. III. Fan. Piacevole e ro e , e veramente sposo que sto che tu mi descrivi. ^ign. Ma anche m odesto, o ospite; perch sebbene, giusta 1' et s u a , amico sia degli scherzi, nulla per fa con petulanza, e alle volte mi strappa di mano la m arra, ov'io scavando mi abbtta in un sasso, e mi soccorre nelle cose difficili ; e quand' io m' abbaglio nelle faccende spettanti all'agricoltura, ei suole correg germi. Perocch io, non bene intendendo Omero (<), piantai /ung&! gli alberi, cio la pi corta parte met tendo nel terreno, e lasciandone fuori la pi alta ; ed ogni volta che Protesiao di ci rampognavami io gli opponea le parole di Omero ; ma egli un d mi rispose: Omero insegna anzi il contrario di quel che tu fai; che poeticamente parlando il piantar /ungM gli alberi si gnifica piantarli pro/on<%!, in quel modo che /ungM pur chiama i pozzi, i quali sono pro/n^i. E mi disse che gli alberi avrebbero vegetato assai meglio nel ter reno , ove la maggior parte di essi nel suolo fosse po sta , e la minore restasse esposta all' aria. E un' altra volta mettendomi io per inafBare il giardino, amico, mi disse, il profumo de' fiori non h a bisogno di acqua, in(t) Ne! xvtv JeH' Odissea Eurimaco , uno de' proc! , propone all* incognito Ulisse di servirlo nette faccende d campagna , tra te qua!! pone i! /angM g?i a Meri.

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segnandomi cos che i Cori non si denno assolutamente irrigare. IV. fa n . E dove passa egti it rimanente det tempo, o Vignaiuoto. fg n . Ora agti inferi, ora in F tia , e tatvotta anche netta T ro a d e , ove trovansi i suoi compagni, e d'onde, dopo aver dato ta caccia ai cinghiati ed ai cervi, ri torna verso m ezzod, e ponsi disteso a dormire. Few. In che tuogo incontrasi egti con Laodamia ? ^ In vicinanza agti inferi, o ospite; e dico ch'etta vi passa ta vita in mezzo atte donne assai dignitosa mente , essendo essa dt quet num ero, cui pure appar tengono e Atceste mogtie di Adm eto, ed Evadne di Capaneo, ed attre cos fatte di eguat modestia e sa viezza. Fen. Banchettano insieme, ovvero non hanno ci in uso ? ^?gn. Io non mi sono abbattuto giammai, ospite mio, a vederto n mangiare n bevere. Nondimeno io sogtio sut far detta sera mescergii di cotesto vino dette viti di Tasio (t) da tui stesso piantate; e avvicinandosi l 'e state , come pure a mezzo au tunno, gti preparo verso it meriggio i frutti detta stagione. Quando poi ta tuna conduce sutta terra t'in v e rn o , io riempio questo vaso di tatte , ed , eccoti, gti dico , i prodotti detta stagione, bevine ; e cos detto io mi ritiro. Tutto ci mangiato e bevuto pi presto di un batter d'occhio.
(t) Celebre era presso i Greci il vino di Tasio, come appare dai marmi riportati dal Golzio e dall' Arduino , non che, dalla testimonianza di Ateneo , ecc.

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Flen. De!!' et p o i, neHa qua!e m o r, che dice eg!i ? ^Zgn. Conypiange egli stesso, o ospite, i! caso suo , e iniquo e invidioso chiama que! demone, a! qua!e era allora afRdata !a cura di !u i, per non averg!i neppur concesso-di por piede in T ro ia; stimandosi non infe riore in battaglia n a Diom ede, n a Patroclo, n a verun degli Aiaci. Ben diceva che per e t , essendo egli allora s giovane, era inferiore agli E acidi, ancor ch giovine parimenti fosse Achille, essendovi !' altro A iace, che era gi uomo (t). Commenda poi que'versi che di lui cant Omero, (bench non tutti gli approvi), ne' quali avea detto della moglie di lu i, che
JereM ta Ze te//e go/e facerw a , e de/ Mto re pMHgea /<! c<!M (a),

...

e g ra/^ e avea chiamata la nave sulla quale era venuto, e lui AeMcoio. Di s poi dnolsi, che nulla fece in T ro ia , ma cadde su! suo terreno appena vi pose i! pie de. Porta ancora su! Banco impressa !a cicatrice, di cendo che la piaga e la vita ne! medesimo modo trascur. V. Fen. E in qua! m odo, o Vignaiuolo, gli esercizj del corpo eseguisce , giacch dicevi che questi pur fa ? ^?gn. Ogni movimento guerresco egli opera , fuorch il dardeggiare, e cos pure la ginnastica, eccetto !a

(<) Peleo padre di Achille, e Telamone padre di Aiace, erano Rgli di E aco, come scrive Apollodoro. (?) Nel secondo della Miade, e giusta la versione di Monti.

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LE STORIE

lo tta , perch dice t;he sottanto ! timidi tirano i dard i, e i poltroni lottano. Few. Il pugilato e il pancrazio come lo esercita egli? Suole esercitarsi all'ombra di queste piante. Ei scaglia il disco pi gagliardemente di qualunque uomo; perch lo spinge 6n sopra le nubi, e il manda lontano ben trenta cubiti, sebben , come tu vedi, o ospite, sia questo uno stadio al doppio maggior dell' olimpico. Ma di lu i, quando c o rre , non troverai pure un vestigio, n un'orm a sola cbe il piede abbia impressa nel suolo. Few. Grandi orme tuttavia stanno impresse in questi spazj, e ben adatte ad un eroe della statura di dieci cubiti. % *7gn. Quelle , o ospite , 1' orme sono di lu i, quando passeggia, o che in altro esercizio trattiensi ; ma se c o rre , nessun vestigio riman sulla te rra , tenendosi quasi sospeso, o come scivolante alla superScie dette acque. Ei dice di avere in Antide superato nel cor so Achille, intanto che i Greci gareggiavano sotto T ro ia , e di averlo altres vinto nel saltare. Quanto a guerra p e r , come gi dissi, egli cede ad Achille, tranne tuttavia la battaglia contra i M isj, nella quale dice averne egli ucciso assai pi di lui, ed avervi anche ottenuto il premio de! valor suo ( i) , e dice eziandio che anche ne!!a controversia a cagion dello scudo egli fu superiore ad Achille.
(t) A Telefo re di Misia Protesiao tolse a forza lo scudo , e Achille fer Telefo dopo. Nacque perci gara fra loro a chi spettar dovesse lo scudo, come detto in appresso.

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Few.. Qual f u , o Vignaiuolo, codesta controversia dello scudo ? perch nu!!a ne hanno prima detto i poeti ; n venne descritta in veruna de!! istorie che parlano di Troia. Questo, o ospite, potresti par dire di a!tre cose assai; giacch il nostro eroe motte narrazioni fa s d'uom ini che di fatti guerreschi, che sinora non espo sero gli scrittori conosciuti. De! che eg!i dice esser ca gione !a maravigtia in essi prodotta dai poemi di Om ero, per cui non pongono mente che a! so!o Achile e ad Utisse, negligentando cos g!i altri buoni e stre nui guerrieri, e quasi affatto tacendo di a!cuni, men tre ad a!tri assegnano con quattro versi una trireme (a). Accorda tuttavia che Achi!!e celebrato, giusta i! suo m erito, Ulisse o!tre i! suo merito. Tutto ci poi che di Stenelo, di Pa!am ede, e d' altri siffatti uomini si taciuto, io ti dir in appresso ; non reggendomi i! cuore che tu ne parta ignaro di alcun di loro. VI. Cos pure la storia di Mista , di cui fa parte !o scudo, io narrer quindi a p o c o , giacch menzion fa cendo de! pancrazio, de! pugilato e del disco, allo scudo arrivammo; odi ora gli egregi beneScj dell'eroe verso gli atleti, che per di lui eccitamento se ne pre valsero. Credo che avrai udito di un pancraziaste ci licio , che i nostri maggiori chiamavano Alterio, co(t) Di alcuni eroi delia Jiiade appena sono detti i nomi in occasione di annoverar !e navi accorse co'Grec!. Codesta trascuranza da Filostrato rinfacciata ad Omero s in bocca di Iarca come in bocca di Achiiie nei terzo e net quarto deiia vita di Apoitonio.

/O fH .

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LE STORIE

m' era di piccola statura, e molto inferiore a' suoi av versar) ? Fan. Ne sono inform ato, anzt ebbi occasione di istruirmene dalle statue di lu i, che veggonsi in bronzo pste in pi luoghi. A cotal scienza era egli sommamente inclinato, o ospite; e molta forza poi gli accresceva la forma de! ben composto suo corpo. Venuto per tanto a questo tem pio, mentr* era giovine , allorch navigava direttamente per Delfo, onde sostenere un decisivo combat timento, chiese a Protesilao in qua! maniera potesse vincere gli avversar), ed ei g!i rispose : Comprimendoli. Di che l'atleta rimase afflitto, parendogli che l'oracolo signiBcass che eg!i succumberebbe. Ma poscia avendo egli pel primo immaginato lo spediente di premere coi calzari neHa palestra, cap che gli aveva insegnato di non ritrarre i! piede. Perocch co!ui che dai catzari sforzato, bisogna assolutamente che sia com preso e rimanga al di sotto. E cos facendo cotesto atleta , consegu splendida rinomanza, e non rimase inferiore a veruno. Avrai probabilmente udito nominare que! P lu tarco , uomo destrissimo. Feo. Udii ; se tu intendi , come p a rm i, del pugilatore. ^:gw. Venuto egli nella seconda olimpiade per misu rarsi con gli a ltri, preg il nostro eroe che lo assicu rasse deHa vittoria ; ed egli imposegli che durante i! certame pregasse Acheloo (]).
( t) Sotto il nome di Acheloo intendevano ! Greci qualunque sorta d! acqua. Di che veggasi tra gli altri Macrobio nel quinto de' Saturnali.

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Few. Che voleva egli dire con questo enimma ? Combatt, dunque in Olimpia coti' egiziano Ermea , per acquistare la corona della vittoria ; ma ven nero meno ambidne , questi per le ferite, 1* a!tro per la sete ; perocch la pugna segai nell' ora di pieno me riggio; ma una nube scaricossi sopra lo stadio, e l'as setato Plutarco assorb 1' acqua , di cui s'imbevettero le pelli che gli circondavano le braccia. Ricordatosi allora dell' oracolo, come dipoi raccont, concep nuova fiducia, e ottenne la vittoria (i). Se ti abbat testi per caso nell' egizio Eudemone , in atto di com battere al pugilato, ne avrai ammirata la forza. A ctestui, che dimand come potesse fare a non esser vinto, egli rispose : Cl disprezzare la morte. Few. E ben ubbidisce all' oracolo, o Vignaiuolo ; poich si mette in tale abitudine, che pare a tutti invulnerabile, divino. L 'atleta Elice non navig mai personalmente a questo tem pietto, ma speditovi un suo famigliare chiese quante volte avrebbe vinto in Olimpia ? Ed egli rispose: Vincerai due volte, se tre non vorrai. Fen. Veramente da oracolo, o Vignaiuolo ; e forse tu narrerai quel che accadde in Olimpia ; cos che avendo gi dianzi ottenuta una vittoria, qnando ap pena entrato nell' et virile sostenne la prima volta una gran lotta, nell'altra olimpiade si present per la lotta e pel pancrazio. Di che gli Elei presero sdegno, e stabilirono l ' una e 1' altro impedirgli, trovando! col( t ) Soddisfatta ta sete , 1' uomo riacquista (orza e coraggio.

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pevole J! inosservanza alle leggi olimpiche; pur 6nalmente appena il coronarono pel pancrazio. Ma Prote silao ne lo aveva prima ammonito, acci quella invidia schivasse, sapendo eh' ei poteva intendersela con i pi valenti atleti. Tu ne hai spiegato ottimamente 1' oracolo, o ospite. VII. JFTen. Or dim m i, di grazia, qnai sono le ma lattie c h 'e i guarisce, giacch dicesti che molti di ci lo pregano (t). Egli le cura tutte, qualunque sieno ; ma prin cipalmente la ta b e , l ' idropisia , i mali degli occhi, e la febbre quartana. Oltr' a ci anche gli amanti si val gono de'suoi consigli, imperocch ei compiange di cuore coloro che nelle faccende amorose non ottengono l ' in tento , e insegna loro versi di artiScj, con cui facili tare il piacer loro. Agli adulteri per n una sola pa rola risponde, n verun rimedio amatorio somministra; e dice sentir per essi ripugnanza, perch sono cagione che amore in mal modo si ascolti. Quindi che es sendo qui venuto una volta un drudo insieme alla don na da lui sollecitata, e volendo contra il marito con giurare , che pur vi era ma ignorava la tresca, mentre costui sull' ora del mezzod erasi in questo medesimo luogo addormentato, essi ornai giunti erano all'ara per giurarsi amore. Che fece allora Protesilao ? Eccit que sto cane, il quale tu vedi quanto sia mite, acci li as saltasse a tergo, e li mordesse nell' atto stesso che giu(<) Lo disse i) Vignaiuoo di sopra nel prologo.

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ravano; e avendo in tal guisa interrotto i! giuramento, apparve al marito, e gli ordin, non di aver cura di es si, perocch i morsi ricevuti erano gi incurabili, ma s che apra gli occhi sopra di s e della sua famiglia. Insomma gli Iddj sanno tutte le cose, gli eroi ne sanno pi poco, e gli uomini assai meno. V ili. Ma troppi sono cotesti fatti, se tutti io qui vo lessi annoverarli, tanto pi che quelli avvenuti presso Ftia ed anche a Filaca (t) notissimi sono a tutti gli abitanti della Tessaglia. Ivi anzi un luogo sacro, che Protesiao illustr con molti portenti; e con grande benignit ed amicizia si presta pei Tessali, e talvolta con risentimento, ov' essi il trascurino. Fen. Cos Protesiao mi am i, o Vignaiuolo, come io il credo; giacch veggo che bene sta il giurare anche per questo eroe. Faresti certamente ingiuria, ospite mio, anche ad AmSarao, se ricusassi di credere che la terra il tie ne ascosto in un venerando speco (2 ) ; e ad AmSloco di lui figliuolo, che probabilmente meglio di me tn conosci, avendo il tuo domicilio nelle vicinanze del continente de'Cilicj (3); come pure offenderesti Ma rone Sgliuol di Evante, che suol frequentare i vigneti
(t) Che 4 ' Fitaca, citt di Tessagtia, fosse signore Prote siao , & testimonianza Pindaro neta prima dee Istm iche, vers. 83. (a) Di AmSarao dalia terra inghiottito, oltre Stazio nella Tebaide , veggasi Pausania neii' Attica. (5) Sappiamo dallo stesso Pausania (i. c.) che l'oraco! di AmStoco era netta citt di Matco.

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dell'Ism aro, e piantarti e circondar!!, acci producano soavissimi vini (t) ; e mentre sta eg!i facendo cota!i opere i contadini i! veggono in be!!issimo e delicato aspetto, e spirante non so che di vendemmia e di be vibile. Non pur da tacersi di Reso da Tracia, che fu da Diomede ucciso a!!a guerra di Troia ; dicesi eh' egli soggiorni a Rodope, e mo!te maraviglie si raccontano di !ui ; perocch dicono che d pasco!o a caval!i, che maneggia armi, e che va a caccia. E deHa cacciagio ne di cotesto eroe manifesto segno i! vedere cignali e daini e !e a!tre belve di que' monti venir di frequen te all'ara di Reso, e tasciarvisi immolare, bench non tenute da nessun !egame, e offerirsi volontarie a! col tello. Assicurasi pure che quest' eroe spinga !ungi da' suoi confini !a peste, la qua!e negli uomini di Rodo pe frequentissima, e per cui stanno intorno a! tempio molti ricettacoli. Laonde pare a me che alzerebbe sde gnato la voce tra' suoi commilitoni Diomede, veggendo che questo T ra c e , da !ui medesimo ucciso, e non il lustre per chiari fatti o memorabili imprese a T ro ia , tranne che da bianchi destrieri vi si facea tra r re , da noi tenuto in qualche conto, ed a lui sagriRchiamo, quando di Rodope o della Tracia intraprendiamo i! cammino ; e questi altri allo incontro, che insigni e divine cose operarono, trascuriamo, tenendo per favo losa , e come un temerario vanto, l ' opinione che di essi corre.
(t) Dolcissimo & chiamato H vino warcw/c dai succitato Pau sania.

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Fen. Io seguo d 'o r a innanzi, o Vignaiuolo, i! tuo parere, n credo che pi vi sar chi non presti fede a cotesti racconti. IX. Ma quelli, che sono ne' campi Iliaci, e che tn mi dicevi ()) aggirarvisi con abito militare, qnand' che si vedono? ?Tgn. Veggonsi certamente, e oggid pura si veggono in esimia e divina forma, s dai bifolchi ne' lnoghi cam pestri, come dai pastori. E talvolta si veggono per ma lanno di quel paese. Perocch se appaiono cospersi di polvere, significano siccit; se bagnati di sudore, piogge a diluvio. Che se sovr' essi o sulle armi loro veggasi macchia di sangue, presagiscono malattie ad Ilio ; e se nulla si scorge nelle ombre lo ro , ne seguo no buone stagioni, e allora i pastori sagriUcano ad essi chi nn agnello, chi un toro, chi un pollo, e chi qnalch' altra cosa di quelle eh' ei mangia. Tutti i contagi poi che attaccano le greggie dicono derivare da Aiace, indotti, a mio avviso, da quanto viene al di lai furore attribuito. Anzi pretendesi che in tal tempo Aiace sca gliandosi contro le greggie s le disperda, quasi per punire mortalmente i Greci di avere contra lui sen tenziato (a). N alcuno vi ha che conduca le pecore a pascolare presso il suo sepolcro, a motivo dell' e rb a , che ivi nasce pestilenziale e nociva. Corre fama per che una volta i pastori troiani diportaronsi petulante( ') Netta introduzione di quest! dialoghi. * (3 ) C!o& di avere accordato ad Olisse le armi d! Achille, che Aiace voleva per s& .

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mente contro A iace, in occasione che le pecore loro trovaronsi infette ; perch stanco intorno a! sno sepol cro diedero alt' eroe nemico di Ettore il nome di dis truttore di Troia e di pecore ; e qual di loro diceva che gi lu pazzo, e quale che impazziva tuttora ; ed uno, che arrogantissimo era sopra gli altri, gli declam contro, come ad un poltrone, una parte del poema di O m ero, sino alle parole :
............ a / cor 3"g/e un (error cAe //MMfe (t).

Afa vF Wfnaj!*, ei rispose, alzando dal sepolcro un or rido e acuto grido. Dicesi parimenti che faceva stre pito con 1' armi, siccome usava in battaglia. Non deve pertanto recar maraviglia la commozione di que' ta pini, i quali essendo troiani e pastori spaventaronsi alI'udire l ' impetuosa voce di Aiace , e parte caddero, parte tram ortirono, e parte fuggiron tremanti ai luo ghi dove pascevano. AH' incontro hassi ad ammirare Aiace, che nessun di coloro uccise, ma toller la pe tulanza che g!i usarono , contentandosi di mostrar loro di averli uditi. Ettore per ( io almeno cos la penso, o ospite) ignorava cotesta virt; perocch avendogli !o scorso anno latto insulto un giovincello, per quanto dicono, ancora ragazzo e ineducato, egli avventossi contro di lu i, lo uccise sulla strada, e precipitollo nel Sume^ X. Fen. Tu p a rli, o Vignaiuolo, ad uno che tutte queste cose ignorava, e che assai maravigliato rimane
(<) Hiad. lib. x t, traduz. di Monti.

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di cotesta istoria, perch io non avrei mai creduto che que!!' eroe apparisse. Ma intanto che tu mi nar ravi siffatte avventure de' Greci, io mi affliggeva per Ettore, di cui n un capraio n un bifolco fa mai pa rola, e che ma! noto rimane agii uomini di que! paese, anzi affatto sconosciuto. Se di Paride si trattasse, per cagion det qua!e ta!i e tanti prodi perirono, non vor rei pure udir cenno ; ma di Ettore, che era i! sostegno di Troia e di tutti i federati, e che !e quadrighe di resse , ci che nessun altro eroe fece, e le navi gre che incendi, e contraessi, piombatigli in massa addosso e d' ogni lato stringendolo, pugn , che non cercherei di sapere ? Che volentieri non ascolterei ? ove tu per non volessi passar oltre, n parlarne straccamente. Ascolta dunque chi te ne parler a lango, giac ch stimi che ci sia il parlare con diligenza. La sta tua che in Ilio di lui, lo qualifica per un semidio, ed oflre a chi con intelligenza la guarda varie modificazio ni nell' aspetto. Perocch vi appare un' indole di alta sapienza , ma terribile ; giocondo e soave, ma di gran vigore ; e scorgesi !a sua bellezza, comch scomposta mostri la chioma. EHa posta in luogo illustre della citt ; e molti beneCzj opera, tanto pubblici che priva ti ; ond' che gli abitanti le porgono suppliche, e le dedicano giuochi, per cui la statua s fattamente ri scaldasi, e di atletici spiriti si investe, che le stilla fuo ri il sudore* Un giovinetto assirio venuto ad Ilio vil laneggi Ettore , rinfacciandogli che fu strascinato da Achille, che Aiace lo colp d* un sasso, per cui rest quasi m orto, e che fu il primo a fuggire da Patroclo,

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il quale da altri e non da lui venne ucciso. Oltre a ci diceva non a lui ma ad altri appartener quella statua, e andava cicalando eh' ella era di Achille, postagli dopo che si ebbe recisala chioma per la morte di Patroclo. Dopo avere quel ragazzaccio tanniate coteste insolenze, partissi d 'Ilio , ma prima che avesse camminato dieci soli stadj, un 6ume che per la sua piccolezza non ha pur nome nella Troade, erasi grandemente gonBato, e, come riferirono i di lui compagni, salvatisi con la foga, un uomo coperto d ' abito militare si present alla testa del fiume, alto di statura, il quale con aspra e veemente voce lo esort a volgere le acque su quella via, per la quale il giovinetto in picciola quadriga viaggiava. E questa insieme al giovinetto il fiume sorprese e lui gri dante, e che gi aveva conosciuto Ettore, ne! suo letto strascin, e s lo perdette, che non fu nemmeno pos sibile di ritirarne il corpo; trasportandolo non so dove, e sottraendolo ad ogni ricerca. Few. Non conviene maravigliarsi, o Vignaiuolo, n di Aiace , che soffre pazientemente le contumelie de' p a sto ri, n barbaro dirsi E tto re , che le ingiurie di un giovinastro non toller. A quelli forse venne perdonato di aver fatto insulto a! sepolcro , perch erano Troia ni , ed avevano tuttora inferme le pecore. Ma qual per dono doveva aspettarsi il ragazzaccio d'Assiria, che con tanta temerit si diport contro l'eroe troiano ? N tra gli Assiri e i Troiani vi fu mai guerra, n Ettore in fest le greggie loro , come fece Aiace di quelle de' Troiani. XI. Egli p a re , o ospite, che tu parteggi per

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E tto re, n io vorr per questo contrastar teco. Ma tor niamo a!!e imprese di Aiace, perch di ! credo comin ciata !a digressione. Fen. Di l precisamente, Vignaiuo! m io; pertanto ritorniamovi, se s ti piace. Odi adunque, o ospite. Un giorno arriv in Eanzio una nave, donde due viaggiatori recaronsi avanti il sepolcro a divertirsi, giuocandovi ai dadi ; ma accor sovi Aiace : Per g!i Id d j, sciam, ponete fine a quel giuoco, che a mente mi richiama l ' ingegno di Palame d e , uomo sapiente e mio strettissimo amico; perch uno stesso nimico (t) rovin me e lui, alzandoci contro nn iniquo giudizio. Fen. Ti giuro pel Sole (a ), o Vignaiuolo , che io ne piansi; che quello che ciascun d'essi pat si rassomiglia in modo , che tende a concimare tra loro una mutua affezione, Perch, come la simigtianza delle faco!t pro duce pi volte l 'invidia, cos quelli che hanno provato disgrazie uguali, amansi a vicenda, compassionandosi reciprocamente. Hai tu per qualche testimonio da al legare , che visto abbia nella Troade l'ombra di Palamede f Delle ombre che appaiono, e che molte sono, non ancora ben certo a chi singolarmente apparten gano , essendo mo!te assai diverse per forma, per et e per armi. Di Palamede per ecco le cose che ho udito.
(t) C!o UHsse. (a) Giuramento proprio de' Ftnicj t de' Sirj che adoravano H Soie.

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F u g! in I!io un agricoltore,' il qua)e faceva que! che fo io. I! caso di Palamede !o affiggeva un cotal poco , e venendo spesso a! lido i! compiangeva dell'essere sta to , com' era fam a, lapidato dag!i Achivi. Perci tutto que!!o che g!i uomini credono potersi offerire ai se polcri , rec eg!i a!!a sua tomba , e scelti alcuni grap poli de' pi soavi, ne spremette un bicchier di vino, e disse che bevuto 1' avrebbe insieme a Pa!amede tosto che da' snoi lavori si dipartisse. Aveva costui un c an e, piacevole in vista ma ingannatore e p!en di insidie ; cui chiamava U!isse, e per onorar Palamede questo Ulisse gli sagriBc, udendo dime tante malvagit. Risolvette pertanto Palamede di visitare un bel giorno cotesto suo adoratore, e compartirgli a!cuno beneSzio. Sta va il contadino occupato a racconciare !e viti di non so chi, quando allacciandosi a !ui : Mi conosci t u , g!i disse, o agrico!tore? Come conoscerei, rispostegli, uno che mai non vidi? Perch dunque , soggiunse l'a l tr o , ami uno che non conosci? Comprese allora l'agri coltore essere quegli Palamede, e ch'ei fosse un eroe la forma sua lo indicava, alta, bella, virile, e non anco giunta al trentesimo anno. Laonde sorridendo abbraccioHo , dicendogli : Ben io ti amo , o Palamede , paren domi che tu sii stato sapientissimo Ira gli uom ini, e in ci che a sapienza di studj appartiene perfetto e di tutti i numeri fornito , e che soHeristi mali trattamenti dai Greci per le bindolerie di Ulisse. De! quale, se qui fosse il sepolcro, io lo avrei gi scavato, essendo egli un tristo pi maligno del cane, che io per memoria di !ui tengo. Perdoniamo ora ad Ulisse , rispose !' ere , pe-

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rocch di tutto ci ebbi vendetta laggi neH' inferno. Ma tu che ami leviti, dimmi, cosa temi principalmente rispetto ad esse ? Che altro, rispose, ho a temer che la grandine, che le strazia e ie rovina? Cingiamo adun que una di queste viti, disse Palamede, con una benda di cuoio, e cos anche tutte le altre resteranno immu ni dalla grandine. XII. Fan. L'eroe sempre sapiente, o Vignaiuolo, e sempre inventa qualche cosa che giovi agli uomini. E di Achille che dici tu ? Il quale , pi che ogn' altro Greco, noi reputiamo similissimo agli iddj. ^7gn. Anche i suoi diportamenti nel Ponto, se tu vi navigasti giammai, o ospite , e que!!o c h e , per quanto si dice, ei fa nell' isola ivi posta ( t ) , io ti racconter, dicendoti la non breve sua storia. Quanto poi a!le im prese di lui nella T ro ad e, elle sono eguali alle imprese degli altri eroi. Imperocch trattiensi a parlar con al cuni , cui suol frequentare, e a dar la caccia a!!e Sere; e che sia desso AchiHe il congetturano s dalia bellezza delle forme, e dati' alta statura , come dallo splendore del!'armi (a). Alle spalle di lui p e r , quasi compagna del suo spettro, succede una procella di venti.
(t) L ' isola di Leuca, la quale pure fu detta l ' isola di Achille, ove anticamente credevasi aver soggiorno 1' anima d! quell' eroe. Di essa isola parlasi diffusamente pi innanzi. (a) Anche nel quarto libro della vita d' Apollonio legammo l'om bra di AchiHe visibile in Ilio. Della singoiar sua bellezza veggasi tra gli altri Eliodoro nel secondo degli Etiopici. Quanto all'arm i, narra Omero che le fabbric Vulcano ad istanza di T e ti, quindi nessun altro potea vantarne di uguali.

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XIII. Mancherebbemi il S a to , o ospite, a rammen tar tante cose. Perocch Ji Antiloco parimente si canta che una fanciulla iliese spesso scendeva a!Io Scamandro a Sne di conversare con t' ombra di Antiloco, e alla tomba appoggiavasi per amore di lei. Cos p ur si pretende che alcuni ragazzotti bifolchi giuocando ai dadi presso 1' ara di Achille posero mano al bastone, e alcun d' essi ne sarebbe rimasto ucciso se non li avesse Patroclo trattenuti spaventandoli, e gridando : A me basta il sangue di un solo, per causa dei dadi (t). E questo raccontasi tanto dai bifolchi, quanto da tutti gli abitanti d'ilio , coi quali noi siamo in commercio, stan do noi sulla riva delle foci dell' Ellesponto, e riguar dandone il m are, come ben puoi vedere, non pi di un fiume. XIV. Ma riprendiam o, o ospite, a parlar dello scu do , che Protesitao dice essersi ignorato da Omero e da tutti i poeti. Few. Finalm ente, o Vignaiuolo, richiami giusta it mio.desiderio l'interrotto discorso, che io credo raro a udirsi. Anzi rarissimo; e per ci ascolta attentamente. Fen. Attentamente, mi dici ? Non stettero s zitte le belle in udire i canti di Orfeo, come in ascoltar te io drizzo gli orecchi e volgo ta riscaldata mia m ente, e tutto nella memoria raccolgo. E parmi quasi di esser
(t) Aveva Patroco ucciso, a cagione de! dad! , A cante, o Cleonimo , ed crasi rifuggito presso Pe!eo padre di Achite. Sopra, di ci veggasi, fra gti a ltri, Ovidio netta epist- terza De

Ponto.

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ano d coloro che militarono a Troia , tanto ho fsso nell' animo ci di che pacammo. Giacch dunque sei s animato, o ospite, scio gliamo le vele da Aulide, essendo verissimo che ivi eransi congregati gli Achivi. F a perci voti a Protesiao onde ben principiare il discorso. Che i Greci, prima di assediar T roia, avessero saccheggiata la Misia, allora soggetta a Telefo, e che Telefo, che combatteva pel suo proprio in teresse, fosse ferito da AchiHe, te ne avranno istruito i p o e ti, cui non isfnggono cotesti fatti. Credere poi che i G reci, cui non era noto il paese, alzin vanto di avere essi rovinato gli affari di Priam o, questo contrario a ci che Omero attribuisce al vate Calcante (t), Peroc ch se navigaron diretti dal senno profetico, e se qnesto senno ebbero a duce, come ne avrebbero senza saperlo sottratte le navi, e dopo la sottrazion loro ignorato che erano nella Troade ? tanto pi che accorse con essi quantit di bifolchi, e di pastori. Quella regione disten de i suoi pascoli sino a! m are, e vi , se non mi in ganno , il costume di chiedere il nome a quelli che ivi arrivano in barca. M se anche in nessun di loro incontraronsi, o se nulla ad essi chiesero, Ulisse per lo meno e Menelao, che erano stati a Troia anteriormen te , come ambasciadori (2 ) , queste cose, a mio avviso, non avrebbero trascurato , n permesso che 1' esercito
(t) II quale, non ignorando le localit seppe molto bene con durli nel paese nemico. (a) Andarono a chiedere la restituzione di Elena , e delle ric chezze che nella sua fuga con Paride avea trasportate ; come narra Erodoto nella Euterpe.

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si allontanasse dai nemici. Non adunque malgrado loro i Greci depredarono i Misii, dacch erano venuti in notizia che tatti gli abitanti di quel continente erano opulentissimi ; tanto pi nel sospetto, che essendo essi vicini ad Ilio , non si lasciassero indurre ad associarvi a danno loro. A Telefo p er , che da Ercole discende va , ed oltra ci era di alto anim o, e signoreggiava quella bellicosa regione, non parvero altrimenti tolle rabili coteste soverchierie. Pose quindi sull'armi un grosso corpo s di frombolieri che di cavalli, traendoli parte dalla Misia a lui soggetta, perch credo eh' ei la dominasse Bno dove col mare conSnava ; e parte dalla Misia superiore, ed erano ausiliarj, di quelli che i poeti chiamano e sono pastori di cavalle, e bevitori del latte loro. E siccome il progetto de'G reci, per cui eransi messi in mare , non era ignoto , e Tlepolemo aveva mandato sopra una barchetta di Rodi nn nuncio al fratei suo con ordine di sigaiScargli a viva voce (per non essersi ancora inventate le lettere) quanto aveva egli udito in Anlide intorno ai Greci, cos tutti quelli che stanziavano ne' paesi entro terra associaronsi all ' arm i, e le genti di Misia e di Scizia innondarono a gara la superScie de! mare. Dice per ProtesHao essere stata questa la maggiore del!e loro imprese , tanto pei Greci che andarono nella T ro a d e , quanto per quelli che ebbero a combattere co' barbari. Di fatto generalmente si resero illustri per guerresco valore, e pi degli a!hi i seguaci di Telefo ; perch come gli Eacidi primeggiano di fama tra i Gre ci, cos insigne era quella di Telefo e di Aemo Bgliuo!

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Ji Marte. Celebri parimenti furono Eloro e J Atteo figli Jell' Is tro , fiume della Scizia. QuanJo i Greci principiarono a J uacir Je!!e navi , i Misii si opposero, scaglianJo contraessi JarJi e J aste; ma gli Achivi Jomarono colla forza que' resistenti , e gii ArcaJi assicu rarono agii scogli parecchie !or navi, perch erano al lora marinai novizj, e non per anco esercitati a navi gare. Omero in fatti , come ben sai, racconta che g!i ArcaJi prima Jella guerra troiana non erano pratici Ji nautica, n osavano prender parte in affari marittimi. Nondimeno Agamennone su! mar gli conJusse in ses santa navi, eh' eg!i apprest, quantunque Jianzi non si fossero avventurati giammai alla instabilit Jei Butti. Per la qua! cosa poi diedero pruove di militare perizia , e di forte animo ne! guerreggiare a piedi; laddove na vigando non erano n soldati n remiganti. Legaron dunque per ignoranza e per temerit !e navi !oro a!!e sirti, e molti Ji essi vennero gravemente feriti J a quelli, che stavano preparati su! liJo; pochi per furon com pianti. Ma Achille e Protesilao , mal fiJanJo Jegli Ar caJi , saltarono entrambi Je! paro sulle sp o n Je , come se si fossero intesi fra !o ro , e rispinsero i Misii, tra i quali i pi rozzi li giuJicaron Jem onii, perch erano fra tutti i Greci i pi Jistinti Ji bellezza e J'arm atura. XVI. Tosto poi che Telefo ebbe accampato l'eserci t o , e i Greci approJato furtivamente le nav i, tutti co loro che trovavansi imbarcati, eccetto il piloto e quegli che le cose Je!!a nave amministrava, saltaron fuori ad un tratto, e schieraronsi, come fossero in procinto Ji com battere, osservanJo insiemementc e !' orJine e i!
7?/nMr^<r; , tom. V/. ty

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silenzio. Rettamente quindi ne parl Om ero, lodando la maniera di guerreggiare de' Greci, e dicendone au tore Aiace Telamonio. Aiace diOatto aM'atehiese Menesteo, peritissimo pi degli altri capi a porre in ischiera !e truppe, e marciato contra Troia, e trattenutosi in Aulide ad insegnare come si avesse ad ordinare tutto l'esercito, ma che non rimproverava coloro che faceano strepito , proib, sino con le minacce , che ci si fa cesse , dicendo che era cosa indecente e da donna. Egli affermava eziandio che lo strepito un cattivo inter prete dell' animo. E dice che egli stesso insieme ad Achille ed a Patroclo si oppose ai Misi!, e ad Aemo 6gliuol di Marte si opposero Diomede, Palamede e Ste ndo. Ai Sgli dell' Istro poi furon contro gli Atridi, Locro , e gli altri con grosga schiera. Aiace il maggiore, oltr' a c i , dava il nome di tmetftor: a quelli che faceano mau bassa sull' ignobile volgo, come, intenti a uon onorevole messe ; e ar&OMCM& chiamava quelli che su peravano gli ottimati, e il pugnar loro stimava degnis sima impresa. Corse quindi egli stesso contro i figli dell ' Istro, cui per non riusc di abbattere, perch com battevano dalle quadrighe alla maniera di Ettore. Nel1' impeto della corsa urtando con 1' asta nello scudo produsse un fracasso che spavent ! cavalli, i quali riz zandosi e saltando imprevedutamente forzarono gli Sciti a saltar gi de! carro alla meglio, per cui venuti co raggiosamente all' armi con Aiace caddero entrambi tra fitti. XVII. Rammenta eziandio ProtesHao tra le pi illu stri gesta di Palamede come da l u i , da Diomede e da

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Stenelo ebbero morte Aemo e i suo! compagni, e come Palamede di quella utilissima impresa ricever con voHe a!cun prem io, ma s a Diomede il concesse, dichiaran do che questi nu!!a avea tra!asciato per meritarsi !a gloria dell'onor miitare. Ma se i Greci proposto aves sero qualche premip alla sapienza, non P avrebb' eg!i rinunziato a nessuno , per essere egli stato sin da primi anni studiosissimo deHa sapienza, e sempre in essa eser citatosi. Dice in oltre Protesilao che Palamede venne alle mani con Telefo , e riusc a torgli lo scudo. Dice che piombato Achille su Telefo inerme lo fer nella co scia, e che egli fu Sotto Troia il suo medico. Per quella ferita per Telefo stette male 6no al deliquio, e ne sa rebbe morto se non fossero accorsi i Misii a ritirarlo dal campo ; ne! quale incontro diconsi morti per di lui causa moltissimi Misii, i! cui sangue lord le acque de! Caico. XVHI. Dice pure che avendogli Achille mossa quistione per !o scudo, perch egli pure avea ferito Te!ef o , i Greci per decretarono che a Palamede si desse, perch Telefo non sarebbe stato ferito se prima lo scu do non gli era tolto. Racconta poi che anche le donne di Misia postesi a cavallo insieme agli uomini combat terono a guisa di Amazoni, e che di quello squadrone fu duce Iera moglie di Telefo ( t) , !a quale da Nireo
(<) Eustazio dice che la moglie di Telefo si chiamava cAe, ed era sorella di Priamo. Ditti pretende che ne fosse figlia. E figlia da altri affermata, ma chiamarsi ZctM&ee. 11 nome di / t r a soltanto da questo autore le viene attribuito.

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venne uccisa. Contr' esse mandaronsi tutti ! giovinetti che erano a! campo, non anco illustri per guerresco va lore. Caduta Ie ra , le donne misie alzaron le grida, e spaventarono in modo i loro cavalli, che andarono a pre cipitarsi nelle paludi del Caico. Cotesta Iera poi dice Protesiao essere stata la pi gran donna eh* egK abbia conosciuta, e bellissima sopra quante ebber fama di belle. Dice per ch'egli a Troia non avea veduto Ele na , moglie di Menelao, e che ora che la vede non gli duole eh' ella fosse cagione della sua morte ; ma se di Iera si ricorda afferma eh' ella era di forme tanto pi belle di Elena, quanto Elena delle donne troiane. Ma essa , o ospite, non trov per encomiatore nn Omero, il quale in grazia di Elena non introdusse nel suo poe ma quella divina femmina, che pur dopo che fu uccisa dicesi aver commossi gli Achivi, perocch i pi pro vetti esortarono i giovani a non ispogliar Ie ra , anzi nep pure a toccarla. In cotesta pugna, ospite m io, molti ira' i Greci rimasero feriti, e questi per consiglio del1' oracolo fecero uso de'bagni nelle tepide fonti della Ionia , che oggi pure dagli Smirnei sono chiamate Agamennonie. Credo che sieno dalla citt loro distanti quaranta stadj. Ivi un tempo vennero appese le galee di Lisia, che si presero nella guerra. XIX. Fen. Ch& ne diremo noi dunque, o Vignaiuolo? Se Omero abbia espressamente o per inavvertenza ommesso di menzionare s leggiadre cose e s convenienti ad un poeta ? Parmi che espressamente, o ospite: Perch es* sendosi egli proposto di celebrare Elena come la pi

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bella fra le d o n n e , e di ingrandire le guerre troia n e , come le maggiori che mai si facessero in qualsiasi luogo ; egli che per piacere ad Ulisse escluse anche Pa lamede da tutto il suo poema, e le pi illustri imprese al solo Achille attribu, cosicch pugnando Achille ogni altro Greco resta dimenticato, trascur pure di cantare delle gesta de' Misii, n questa impresa not, dove una donna pi bella di E len a, guerrieri di forza non infe riori ad Achille, e guerra sommamente illustre gli si ofleriva. E se di Palamede avesse fatto menzione non gli sarebbe per Dio stato facile a tener celato l ' infame tratto di Ulisse contro lui. Few. Che pensa egli adunque Protesilao di Omero ? giacch dicesti eh' ei lesse i poemi di lui. Dice che Omero tutti cant i poetici m odi, a guisa di un musicale concerto , e tutti super i poeti del suo tempo , per quanto alcun d' essi fosse eccellen te. Perch lo stil suo pi di quel d' Orfeo sublime, perch vince in dolcezza Esiodo, ed altri in altro , e perch prese per argomento la storia di T r o ia , alla quale si riferiscono del pari cos la fortuna di tutti i G reci, come le virt dei barbari. Dice che vi introdusse pi guerre , quali contro gli uomini, quali contra i ca valli o le mura, altre contra i fiumi, e alcune contra gli Dii e le Dee ; ed altres vi introdusse le Opere della pa ce , cio danze, c a n ti, amori e conviti ; che vi tratt pure de' lavri spettanti all' agricoltura, e delle stagioni dell' anno , e di ci che far si debba in campagna ; co me anche del navigare, dell' armi da Vulcano fabbri cate , e delle stirpi e vari! costumi degli eroi. Le quali

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cose tutte dice avere Omero divinamente eseguite, e poveri di giudizio esser coloro che non 1' hanno in al tissimo pregio ; anzi lo chiama fondatore di Troia esso p u r e , per avere questa dalle cantilene d'O m ero tanta fama ottenuto. Ammira eziandio in Omero quel saper egli porre alle strette i professori delia sua medesima a rte , e non aspramente ma copertamente e a buon di ritto rimproverarli ; tra i quali Esiodo per non poche sue mende, e sopra tutto dove degli studj ha parlato. Il quale descrivendo fra gli altri lo scudo di Cigno non fece pur cenno, com' era dover del poeta, della figura della Gorgone che vi era sopra. Oud' che Omero il corresse, dicendo :
a? co/to /a cr*K <fc% Gorgone Tbrfo-guafY&tnte, incoronata, e a,t /ati D a//a A tura e <?at 7*error gfgmta (t).

Cos cant egli della Gorgone. Vinse pure Orfeo in molte cose spettanti alla teologia, non che Museo ne' carmi degli oracoti. E Pamfo (a) che saggissimamente ide esser Giove il genttore tutti t f/y enti, per cni tutto dalla terra prodotto , queste idee troppo sem plicemente espresse, e di Giove in troppo abbiette pa role cant co'seguenti versi:
O Mmmo , re numi ecce&o ,

(t) Omero ne! quinto detta Iliade. Non ho ammessa, come soglio, la traduz. del cav. M onti, perch il testo recato da Filostrato non si accorda con quetlo, cui si attenne quell' illustre. (a) Degli inni di Pamfo si ha frequente menzione in Pausania. Di lui veggasi il Giratdi.

DEGLI EROI.
CAe thmori tfe/ paro enlro /o etereo ZM pMro a g n e i, cAe tfi capa//o o ww/o.

s63

Ma Omero , dice Protesitao, cant dignitosamente di Giove :


C?0rt<M0 Je'wemM a&iia(ore JMajMnw Giova aARafor t^e/f <?(ra (t)

perch soggiorna in purissima parte, e anima di l quan to sta sotto il cielo. E rispetto ai diversi combattimenti, di Nettuno contro Apollo , di Latona con Mercurio , di PaHade con M arte, di Vulcano con I' acqua, dice che Omero filosof alta maniera di Orfeo ; e quindi ben composti anzi per cos dire divini e stupendi essere i suoi versi ; come quello :
JMa ogni parie f ampio ciei rtw ona (a) ,*

e 1 * altro
Ba/:& Piufon (fajh ^na geife, ^uan(fo AeMwt ^yua^j /a (erra (5).

XX. Queste poi sono le cose eh' egli non loda in Omero ; e prima che mischiando gli Dii con gli uomini, alti fatti racconta degli uom ini, e piccoli ed umili de gli Iddj. Quindi che sapendo egli del certo essere stata dai venti trasportata Elena in Egitto insieme a Pari de (4), la ponga in vece sulle mura d* Ilio ad osservare (t) Hiad. !ib. H , traduz. di Monti. (a) !vi ne! quarto.
(5) IHad. xxH !, ma queste non sono !e parole precise de! poeta. I morti (con)' era Protesilao, d! cui qui si riportano i di scorsi) pare che non abbiano gran memoria. (4) Ci pure leggemmo nella vita di ApoHonio esser detto da Achille (!ib. t v , cap. t6).

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LE STORIE

i malanni degli accampati eserciti. Imperocch conve niva , quand' anche si avesse parlato d 'o g n ' altra fem mina y coprirla di un velo, e non manifestar cose che risultano obbrobriose a! bel sesso. Ma non era io Troia stessa provato che Paride rapisse Elena ; e dice che n E tto re , uomo di ottimi costumi, avrebbe negato che a Menelao si rendesse, se in Mio stata fosse ; n Priamo sofferto avrebbe eh' egli placidamente se la godesse, mentre tanti suoi Egli per ci miseramente sarebbero m orti; n possibil essere che Elena schivasse di venir trucidata dalle donne troiane, che per cagion sua per devano i m ariti, i fratelli, i figliuoli ; e aggiunge che forse ella stessa a Menelao rifuggita sarebbe, per salvarsi dall'odio di Troia. Scancellisi poi quel combattimento, che Omero dice avvenuto fra Paride e M enelao, per ultimare la guerra. Perocch dice (Protesiao} che Ele na fu in Egitto, e che i Greci, gi da qualche tempo informati del suo rapim ento, ne vollero tirar profitto, e ruppero la guerra per cupidigia delle ricchezze troia ne. E non approva in Omero, che propostosi di cantare !e imprese di T ro ia , ne tronchi il poema alla morte di E tto re , e ponga mano ad un altro poema , in cui de scrive Ulisse; e che per bocca de'poeti Urici Demodoco e Femio (f) celebri l'eccidio di Troia, e il cavallo fab bricato da Epeo per consiglio di Pallad; e interrottamente trattengasi su questi oggetti, anzich di Ulisse;
(<) Vengono rammentati cotesti poeti nell' Odissea ; e i] Giraldi scrisse di ciascun d' essi un articolo negli eruditi suoi dia loghi De Poe/Ay.

DEGL! EROI.

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a cagton de! quale e immagin la razza de'Ciclopi, che mai non furono al mondo , e i Lestrigoni descrsse, che nessuno seppe mai dove stessero ; ed oltre a ci per cagton sua 6nse la dea C irce, espertissima ne' veleni, e altre Dive introdusse prese dall'amore di lui, bench gi declinante ad una robusta vecchiezza, accordando gli una negra capigliatura, della quale dice che iacea pompa quando visit Nausicaa; per le quali cose tutte Protesilao chiama Ulisse lo zimbello di Omero. N va glia il dire che quella fanciulla fosse innamorata della celebratissima sapienza di lu i, perch nulla a Nausicaa detto n fatto aveva sapientemente. E zimbello di Ome ro il torna pure a chiamare per le altre cose che in di versi luoghi racconta di lui. Spesso gli fa correr rischi mentre dorm e, e quasi morto lo fa levare dalla nave de' Feaci in quel libro dell' Odissea, che ha per titolo Za nawgatwne (t). Narra che fu per lo sdegno di Net tuno che ad Ulisse non rimase nemmeno l'unica nave, e che perissero tutti quelli che vi erano so p ra, e non perch Polifemo la incendi ; che n Ulisse arriv mai nel paese di costui, n certam ente, ancorch di Net tuno fosse figlio quel gran Ciclope, Nettuno avrebbe preso sdegno per cotal figlio, che gli uomini divorava, qual feroce Hone ; e se a lui ed a'suoi naviganti oppose la furia dell' onde , il fece per cagione di Palamede , che gli era nipote (a). Liberato poscia da tutti i pericoli
noto agii eruditi, che tutti i libri dei due poemi di Omero avevano i! particolare lor titolo , che ne' codici Rao a noi pervenuti venne tralasciato. (a) Per !e frodi di Ulisse peri Palamede, come vedemmo.

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LE STORIE

ivi incontrati ) il le'm orire nella sua stessa Itaca, mo vendogli contro nn Sglio del m are, cio iacendol pun gere dal pesce Trigonio (t). Dice eziandio (Protesiao) che AchiHe non incoller mai contra i Greci per cagione della figlia di C risa, ma bens che assai si sdegn per amore di Palamede. Ma giovami il differire questo rac conto quando arriver ad Achille; trovandomi ora alla portata di riferire parzialmente anche degl! altri eroi quello, che intorno ad essi ho udito da Protesiao rac contare. Fcn. Tu assumi appunto quella parte di narrazione che mi carissimi! :
C/A capaM e d'MomMM ntt p a re PiRre <7 (3 )

e gi mi aspetto che illustri e grandi cose ascolter. Ascolta dunque, ospite mio. E tu, o Protesiao, fa che io nulla tralasci, n alcun mi dimentichi di quel li , che tu mi facesti conoscere. CAPITOLO III.

.M entore e J .^ n d /o c o .

I. Maggiore di et di tutti gli altri Greci recossi a Troia (die' egli) il Bgliuol di Neleo, N estore, gi in pi Palamede nasceva da Nauplio Sgltuo di Nettuno. (ApoHodoro, !ib. n). (t) Bi ci si &fatto gi cenno nella vita d'ApoHonio, lib. v). (a) Hiad. !ib. x.

DEGL! EROI.

a6 y

guerre esercitato net Sor de' suoi a n n i, e ne' giuochi ginnastici, ne'quali soleano proporsi i premii a chi vin ceva ne! pugilato o ne!!a !otta. Sopra ogni a!tro era eg!i peritissimo nel!a scienza di schierare un esercito, s Ji fanti che di cava!!! ; come pure sin da giovinetto erasi accostumato a!!a popo!are eloquenza, non quella, per Giove, che i! popolo ad u la, ma bens qneHa che !o istruisce e i! corregge , e ci stesso praticava con ornate e do!ci paro!e, cosicch anche i rimproveri, che ta!or facea n duri paressero n disgustosi. Tutto ci insomma che di lui disse O m ero, tutto esser verissimo Protesico pur dice. Que!!o ino!tre che da a!tri fu detto dele vaccbc di G erione, che Neleo e tutti i suoi, ec cetto Nestore , a Ercole rapirono , Protesico ripete , e non esser favola afferma. Ercole perci diede Messenia in premio a Nestore per !' equit sna di non aver presa parte veruna co'frateili in que! colpevole affare delle vacche (]). Dicesi anzi che di !ui s'invagh Ercole, veggendolo non meno egregio per !e doti dell' animo che per !e forme, e averlo amato assai pi di Ila e di Abdero ; i quali erano ancora fanciulli e di primissima gio vinezza; laddove prese amore a N estore, gi della pri ma barba adorno, e di que' pregi che s l'animo come i! corpo abbellano ; ond' che assai lo am , ed a vi cenda assai ne fu amato. Da Nestore pertanto si intro dusse il giurare per E rcole, che Uno allora non erasi praticato da alcuno , e !o impararon da lui gli altri che andarono a Troia.
(t) Intorno a ci veggasi il racconto che lo stesso Nestore la nel xn delle metamorfosi di Ovidio.

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LE STORIE

II. D!ce p o i, che suo Sglio fu Antiloco, il quale an d a! campo verso la met della guerra. Assai giovine era eg!i,' e di et non adatta ai!e faccende belliche, quando i Greci rannaronsi in Aulide ; e bramoso di trattar 1' arm i, il padre non volle. Ma eg!i, inoltrata ornai sino a! quint'anno la guerra, salita una nave, par tissi di c a sa , e ticovrossi nella tenda di Achille, sa pendo quanto gli fosse intimo amico suo p a d re , e pre g Achille che il padre pregasse, ov'egli sdegnato fosse per la sua disubbidienza. AchiHe, cui la bellezza di Antiloco piacque , e molto pi la vivacit de! suo spi rito: T u , gli disse, non ancora hai ben conosciuto il padre tu o , se stimi di non dovere conseguir le sue lo d i , esponendoti ad onorevole impresa, non disdicente alla tua et. E giustamente AchiHe parl ; imperocch somma gioia ebbe Nestore-in veggendo il figlio, e ne fu s gonSo, che ad Agamennone il present. Questi convoc tosto gli Achivi, e dicesi che in quell' oc casione Nestore parlando super s medesimo. E gli Achivi furon lieti di aggregarsi pel piacere di vedere un figlio di N estore, perocch nessun altro ebbe seco a Troia verun suo figlio, n vero, come talun pretende, esservisi trovato un certo Trasim ede, o non so qual altro. Stette Antiloco, con viso di rossore dipinto e con gli occhi bassi, riverente presso il padre, e non pochi furono quelli che ammirarono la bella figura di lu i, miglior di quella che ammirato avevano in AchiHe ; essendoch la figura di AchiHe aveva in s un misto di terrestre e di divino, quella di Antiloco parve a tutti gioconda e gentile. Soggiunge Protesiao non essere

DEGLI EROI.

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egti stato dagli Achivi dimenticato giammai, ma che in quell' occasione principalmente si ricordarono di !ni, per !a ragione che Antiloco aveva seco perfetta somig)!anza s di et che di statura; e che molti di essi non poterono trattenere le lagrime , compassionando !a gio vinezza di entrambi. I Greci tutti per altamente ap plaudirono alle parole di Nestore, cui qual padre ri guardavano. III. Anche la Sgara di Nestore posso rappresentarti, avendomela Protesilao descritta; cio ch'egli aveva il viso sempre ilare e sorridente, una barba venerabile, n per ci troppo lunga; e che dagli orecchi e dalla cervice, tuttora spirante giovenil gagliardia, poteasi compren dere quanto nelle palestre esercitato si fosse. Dice poi che Nestore camminava diritto della persona, n per vecchiezza incurvava, che gli occhi avea n e ri, e non larghe le narici; le quali cose in que' soli vecchi si tro vano , cui non manc mai la buona salute. IV. Dice inoltre che Antiloco fu in tutto simile a N estore, salvo che era pi atto di lui al corso, di pi schietta bellezza, e di chioma men folta. Di lui per queste particolarit mi racconta ; che amantissimo fu de' cavalli e della caccia, e negli intervalli della guerra inseguiva le Sere; ond' che pi volte insieme ad Achil le ed ai Mirmidoni sal sull' I d a , ed anche soltanto coi Pilj e cogli A rcadi, i quali faceano vendita di Sere al!' esercito , tanta quantit ne prendevano. Dicesi altres che fu valoroso negli incontri di guerra, veloce al corso, e assai spedito in ogni mossa d' armi ; che fu prudente ne! valersi de!!e notizie recate dagli esploratori; e che

zyo

LE STORtE

anche nelle battaglie non cess ma! d' essere grazioso. Aggiunge che venne uccso , ma non da M ennone, pro veniente dall' Etiopia, come da! volgo s credette. Fior senza dubbio un Mennone in Etiopia , della quale ai tempi della guerra di Troia tenne la supremazia, e sotto di lui dicesi che il Nilo ammucchiasse il monte Psammio ; ad esso del pari sagriScano tra Meroe e MemG cos gli Egizj che gli Etiopi, al primo sorger del sole ; dai raggi del quale colpita la sua statu a, manda fuori una voce , con che saluta quelli che l'adorano (i). Ma il Mennone troiano dice Protesiao essere tutt'altro, 1' ultimo di tutti gli eroi di T ro ia , il quale, sin che E t tore visse non parve nulla miglior di Deifobo o d 'E u forbo, e, morto lu i, fu tenuto per prontissimo e fortis simo , e Troia 1' ebbe in gran favore quando ornai He era disperata la sorte. C ostui, o ospite , dicesi aver uc ciso il bello ed ottimo Antiloco, mentre combatteva in difesa di suo padre. Per lo che dicono che AchiHe fece alzare una pira ad Antiloco, e molte vittime sopra vi impose, e le armi di Mennone e il di lui capo vi ab bruci, per onorarlo. Ma quanto a! certame, che Achil le istitu per Antiloco e per Patroclo, dice che ci ven ne pure per altri illustri soggetti praticato, che perci a lui stesso questo luogo fu assegnato, e che ad Achil le , a Patroclo e ad Archiloco si assegn Ilio. Dicesi anzi che anche in onor di Ettore si celebrarono i cer tami della corsa, dell' arco e del dardo ; perch ri spetto alla lotta ed al pugilato nessun troiano si arri(t) Di ci si & parlato anche nel quarto della vita del Tianeo.

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schiava, non ancora conoscendo la prima, e paventando i! secondo. CAPITOLO IV.

ZMomette e &ewe/o. I. Pari furon di et Diomede e Stene!o , ma questi di Capaneo era Aglio, I' altro di Tideo, i qua!i s! di cono uccisi mentre assediavano !e m u ra , I' uno dai Teb a n i, T a!tro colpito, credo , da un fulmine. Lasciati insepolti i loro cadaveri, gii Ateniesi a cagion di que' corpi intrapresero una gu erra, e ottenutane !a vittoria !i consegnarono alla sepoltura. I Agli p o i, giunti che furono alla pubert , combatterono per acquistar lode di animosi, pi ancora dei padri loro; dai quali deriv in essi la bellica robustezza, s che Diomede e Stendo furono ottimi ed egualmente prodi soggetti. II. Degni di pari gloria di fatto anche Omero li sti m a; perocch paragona Stenelo ad un lione, ad un torrente che seco strascina i ponti e tutt'altri ediSzj dall ' umano ingegno innalzati ; cos ben combatteva. La scia per Diomede come spettatore, disposto a fuggire e quasi pieno di paura. Ma Protesilao fa testimonianza, che ivi eziandio non esegu Diomede meno prodezze di Stenelo, n che minore amicizia passasse A *a loro , che fra Achille e Patroclo , rivaleggiando essi per modo , che afflitto si ritraeva dalla pugna colui , che inferior dell' altro vi fosse riuscito. Dice oltr' a ci che essi pre sero unitamente a combattere contra Enea e Pandaro,

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LE STOME

cio che Diomede scagliossi adosso ad E n e a , uomo sommo fra i T roiani, e Stenelo addosso a Pandaro, su perandolo ; comech a! solo Diomede attribuisca Ome ro questa lode, quasi dimenticando quanto fece da Ste n d o dire ad Agamennone con le seguenti parole : AfigHori < % e' n<Mtn poJrt a JriMo 7Vo: ci MHtMm ; noi 7e&e e jue iette Porte pugnammo (t). E quali furono le imprese di lui sotto Tebe, taM quelle a Troia. III. Ora sta bene, rispetto a Stenel, che tn sappia non avere altrimenti costrutto gli Achivi nessun baluar do contro T ro ia , n veruna bastia per difesa delle navi e per custodia de' bottini, ma i versi di Omero sulla espugnazione del baluardo sono figli della sua fantasia, con la quale egli il fabbric. Ben concede Protesiao che al tempo dell' ira di AchiHe si tenne discorso da Agamennone di innalzare una bastia, ma che il primo ad opporsi fu Stenelo, dicendo: io JFeAtaro eAe M M sen to /atto a&Aatter /e mura cAe a costrmr/e. E Diomede parimenti si oppose, dicendo : &weMe JoyertAtamenfe onorare ^cA ///e, se n o !, pertA eg/t fu to //e ra , et hncAtaJesstwo tra t Aasttont ; e sog giunge che A iace, fissando bieco lo sguardo sul re : O codardo , sciam , a cAe M jer^ow g/* stu^/ ? Stenelo biasim pure il fnto cavaUo, dicendo non ser vir esgo ad espugnare, ma a rubar la battaglia. IV. Simili pertanto ne! guerriero valore essi furono.
( ') HiatL, Kb. t v , traduz. di Monti.

DEGL! EROI.

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ed egualmente temati dai Troiani. Stenelo tuttavia ri mase a Diomede inferiore, quanto alla prudenza, alla forza de! parlare, ed al portamento s del corpo che dell' animo. Imperocch lastnavasi trasportar dallo sde gno , sprezzava il volgo, rimproverava con asprezza, e troppo pi tantamente e dilicatamente, di quel che al campo si addica, amava di alimentarsi. Diomede in vece faceva tutto a! contrario ; perocch ne! riprendere stava assai moderato , reprimendo i vampi del!' ira ; n perci lasciava che la moltitudine si comportasse petu lantemente , n che si avvilisse. Era poi di parere che stesse bene la pallidezza ne' soldati, e approvava che si dormisse , ove 1' occasion si prestasse ; mangiava di quel che trovava, e non bevea vino, se non quando sentivasi stanco delle fatiche. Rispetto ad Achille ei lo esaltava , non per facendone le maraviglie, n vene randolo, come usavan parecchi. E mi ricordo avere Protesilao talvolta lietamente citati i seguenti versi, che fngonsi detti (da Diomede) ad Agamennone :
aPMii (H HMt n 4Mpp?!Ca%0 A3 yMa o reria J i colanti doni ^ ifa /tc ro PeHde. 2&*a juper5o fjy/i giA per s . o r lu w' Aai yhMo C o n tar f orgoglio aMai ([).

Le quali s alte parole diceva avere Omero attribuite gli , quasi stato fosse egli stesso al campo , ideandole non solo come convenienti alle circostanze, ma come si trovasse egli pur cogli Achivi dinanzi a T roia; im(<) Omero , Diade, )ib. x suHa Ree , traduz. di Monti.

F*<to^ro^r/, tom.

[8

2^4

LE STORIE

perocch afferma (ProtesHao) che Diomede era uso mor dere AchiHe, it quale con !a sua ira insultava i Greci. Per ci che riguarda !a forma del corpo di ciascheduno di essi, PrtesHao dichiara che Stenelo fu aito e dirit to , ricco di capegli anzi che n , col naso rivoltato, e di color fosco, sparso per di tinte rosse e sanguigne; e che Diomede era quadrato, bruno, nou per anne rito , aveva il naso ben aggiustato , i capegli crespi, e non era privo di lordura. CAPITOLO FWoaete. Anche Filottete Bgliuol di Peanto milit negli ultimi tempi della guerra di T ro ia , dove meglio di qualun que scagliava i d a rd i, istruitone, come dicono ,* da Ercole Sgliuolo di Alcmena. E dicesi eh' egli ne rice vesse l ' arco per diritto di eredit, quando Ercole , gi vicino a lasciare la vita mortale, ordin che gli si appre stasse il rogo sul monte Oeta. Si aggiugne che i Greci il trascurarono lasciandolo in Lenno, perch un serpente di mare gli avea morso un piede, per cui dicouo che cadde gi dell' altezza del lido contro un sasso, e ne rest offeso, ma poi da un comando dell'oracolo venne spedito ai Greci, a Cn di battersi con Paride. I! quale avendo ucciso , indi presa anche Troia con 1' arco di Ercole ( t ) , dicono essere poscia guarito pier opera dei
(t) Sapevano i G reci, cos daH'oracoto prevenuti, che Trota non si poteva prendere senza te frecce di E rcole, che avea F i!ottete, dicono !gino e Tzetze.

V.

DEGLI EROI.

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Ggli di Esculapio. Soggiugne ProtesMao, che tutto ci non gran fatto discrepante da! vero; imperocch af ferma che 1' arco d' rcole fu ta!e appunto qual si de canta , che Filottete si trov presente a! di !ui certame sull' Oeta, donde, impadronitosi de!!'arco, part, e so! egli a! mondo sapeva come andasse maneggiato, e che illustri premi! consegu per la presa di Ttoia. H. Rispetto alla m alattia, ed a quelli che ta cura rono , egli narra la cosa diversamente. Dice che venne bens lasciato Fi!ottete nell'isola di Lenno, non per senza medici, n trascurato dai G reci, de* quali presso lui rimasero motti di cotoro che abitano M etibea, de' quali era eg!i it duce. Dice che gti Achivi piansero, perch egti, uomo forte e preferibile a m o lti, li abban donasse; che poi risanasse, tosto che fu sul terreno di L e n n o , dove si pretende caduto Vulcano, le cui glebe gli insanabili morbi guariscono, stagnano i flussi del sangue, sole vatgono a medicar le morsicature del ser pente di mare (t). Ne' tempi jquindi, che i Greci rima sero in Troia , F ilottete, insieme ad Euneo GgKuol di Giasone, espugn le piccole isole, cacciandone Carete che te teneva , e per 1' avuto soccorso concesse quelta parte di Lenno, che Filottete, il quale era ivi guarito, chiam Acesa. III. Lui di buona voglia a Troia condussero Diome de e Neottolemo invitandovelo a nome di tutti i Greci,
(<) H Bochart nel primo !ibro detta Geografa riporta un so lenne passo d! Galeno , it quale and espressamente a Lenno per veriBeare le virt medicinati di quette terre.

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LE STORIE

e leggendogli l'oracolo relativo all'arco, che Protesilao dice trasportato da Lesbo. Us! erano i Greci ai patrj oracoli, com' erano il Dodoneo, il Pitio, e quant' altri avean grido nella Beozia e nella Focide, Essendo Lesbo a poca distanza da Ilio, mandarono legati greci a quelI' oracolo, il quale, se mal non mi appongo, proferiva i vaticinj di Orfo ; atteso che la testa di lu i , dopo il fatto delle baccanti, stette in uno speco di Lesbo ( ') , e dal profondo della terra emetteva gli oracoli ; ond' che di esso pur si valevano nella indagine delle cose oc culte i Lesbj, e tutti gli altri E blj, e gli Ionj all' Eolia finitimi ; e sino a Babilonia le risposte di cotesto ora colo si mandavano. Molte cose appunto quella testa cant spettanti anche al re di P ersia, e dicesi che il primo Ciro profetando rispose : Que/ cAe ^ nno, o C/ro, ^ tuo; le quali parole vennero da lei cos 'interpretate, cio che Odrisio dell' Europa si impadronirebbe, poich Orfeo, che per la sua sapienza era divenuto possente, godeva grande autorit fra gli Odrisj, e fra i G reci, e dovunque si celebravano i mister) (a). Io credo per che Orfeo abbia voluto indicare che a Ciro sarebbe oc corso quello che a lui. Im perocch, intrapresa da Ciro la spedizione oltre il Danubio contro i Messageti e gli Issedoni, popoli della Scizia, vi fu da una donna, che a que'barbari comandava, ucciso e schiantatogli il capo ,

(<) Di ci si vide nn lungo canno anche nel quarto libro deHa vita di Apollonio tianeo. (a) Da Orfeo vennero introdotti ! riti sacri , e le prime ciri mnie religiose.

DEGLI EROI.

syy

come !e donne Tresse fecero ad Orfeo. Tutto questo, ospite, io ho inteso da Protesitao intorno a tale ora colo ed ai Lesbj ; soggiugnendo poi che Filottete and a Troia, non solo non ammalato, ma nemmeno di debil salute ; canuto per per vecchiezza, perch gi sessan ta anni contava , tuttavia pi vigoroso di parecchi gio vani ; che il vide Ara gli altri gagliardissimo; che poche ma sentenziose parole diceva, ed a pochissimi suggeriva i suoi ben ponderati consigli. CAPITOLO VI.

Agamennone e Mene/ao. Racconta poi che Agamennone e Menelao non si ras somigliavano n di figura n di gagliardia. Il primo di molte belliche imprese fu promotore, a nessuno de' pi forti guerrieri fu in battaglia inferiore, ci che a re ap partiene oper, sapendo da s medesimo quanto a prin cipe si addice , e secondando que' suggerimenti che al suo decoro miravano. Ebbe il comando de' Greci s per la dignit s u a , come per la forma del corpo, avendo grave e maestoso 1' aspetto, e direi quasi dajle Grazie aggiustato. Menelao allo incontro riusc nella guerra minore alla maggior parte de'G reci, e in ogni cosa si prevalse del fratello. E sebbene trovasse Agamennone sempre pronto e benevolo, pur lo invidiava sin anco di ci che per lui stesso faceva, perch avrebbe voluto co mandare egli pure , quantunque non ne fosse degno in verun modo. Laonde Oreste, di cui chiara era la gloria

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LE STOmE

tanto in Atene che in tutta Grecia, quando !' assassinio de! padre suo vendic, correndo gran perico!o in Argo, non ottenne da !ni soccorso, e forse anch' eg!i dagH Argivi sarebbe stato miseramente ucciso , se piombato su !oro insieme ai Focesi , suoi coHegati, non !i avesse Oreste dispersi, e il trono paterno, malgrado Mene!ao, ricuperato. Racconta che Mene!ao si acconciava i capeg!i a!!a maniera de' giovinetti, e perch anche g!i Spar tani de!!e chiome aveano cura, cos gli. Achivi g!i perdonavan eh' eg!i conservasse !e usanze de!!a p a tria , tanto pi che non perseguitavano essi nemmeno coloro che dal!' Eubea giungevano, bench pettinati goffa mente. Racconta infine eh' ei parlava con istraordinaria facitit, e i! suo discorso era laconico, sentenzioso, e an che gentile e soave. CAPITOLO Zt&Mneneo. Protesiao non conobbe a Troia i! cretese Idomeneo, ma dice che quando si tenne congresso in Aulide venne l'ambasciata di Idomeneo ad offerire soccorsi, a patto che avesse a dividere il comando con Agamennone (t); e che Agamennone p!acidamente ud !a proferta, e pre( ') Il senso che ProtesHao non vide Idomeneo alt' assedio di T ro ia , comech Omero it dicesse presente. Ognnno s! sar a quest' ora avveduto che tutto questo opuscolo d! Filostrato tende a contraddire Omero , $ a torgti quella quasi religiosa credenza che gti si prestava anticamente, siccome si avverti ne! proemio.

VII.

DEGU EROI.

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sent al congresso 1' ambasciatore, dicendo ad a!ta e chiara voce le seguenti parole : si o ^ r e , o AcAiw, d a cAi occupa i/ freno di Affnosse da Creta, f aMeanza mi/itare di cento cittd, cosiccA /a presa d i 7 ro ia aAiia a riuscirai un giuoco; e sodamente dim anda cAe sia considerato egua/e a d Agamennone, e quindi com' egR f i governi e diriga. io p e r , soggiunse Aga mennone, sono contento di cederg/i de/ tutto M coman do , of ' eg/i ne sia creduto pi capace di me. Snrse allora Aiace di Telamone, e cos parl: A oi a te, A ga mennone, con/Wfnmo ii principato, s percA f ordino d e /f esercito si mantenga, come per non dividerne a moiti i/ comando, i? noi guerreggiamo, non gid per servire a te o ad a /f r i, ma per ridurre Yroia a//a servit ; /a <yua/e i/ eie/ fog/ia cAe in /orza di mo/t# e iei/e e iiiustri gesta sia d a noi presa / PeroccA taZ ^a/ore in no/, si da espugnar 7roia per /orza, come Creta per giuoco. CAPITOLO V ili.

Aiace da Zocri. I. Dice poi che Aiace da Locri ne'fatti di guerra pareggi quasi Diomede e Stenelo, ma fu stimato men prudente di essi, e per nessun conto ubbidiente ad Agamennone : che ebbe per padre il pi gagliard' uo mo di Locri : che non ignobile esercito condusse, di chiarando eh' egli non avrebbe giammai volontariamen te servito n ad Atride n a verun altro, j ! n cA <yue-

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sta rM/?/enJe , alzando in cos dire 1' asta , guardando biecamente d 'in to rn o , e crollando il capo come un fu rente.' Protest che se gii altri di Agamennone segua ci, accorrevano per onor della Grecia, egli per quello dell' E uropa, dovendo i Greci a buon diritto trovarsi superiori ai barbari. Dice pure d! un mansueto drago ne, lungo cinque cubiti^ che insieme ad Aiace bevea, e presso gli stava, e gli era guida ne' viaggi, e a guisa di cane gli andava dietro (t). II. Aiace distacc dalla statua di PaHacte. Cassandra, che vi si era avviticchiata in atto supplichevole : non per questo la viol, o iece sovr' essa le lascivie, che le (avole inventarono, ma s alla sua tenda la condusse. Agamennone p o i, veduta Cassandra, che la propria bellezza con gli adornamenti dell' arte accresceva, di subito se ne invagh, e ad Aiace la tolse. Nacque per ci tra essi quistione sul dritto della p re d a , dicendo questi che sua la stimava per averla egli presale l'al tro, non solo non rendendola, ma lui accusando d'es sersi empiamente diportato verso la dea Pallade. Oltre a ci Agamennone sped emissarii frammezzo ai Greci a sparger discorsi sul fatto, a dichiarar che la Diva da eterno odio animata contro Aiace molte e orrende ven dette minacciava, ed a pronosticare la perdita dell' esercito se Aiace non fosse perduto. Sovvenendosi egli pertanto che Aiace (il Telamo(t) Di cotesti draghi mansueti frequenti in Macedonia ed al trove fa pur menzione Luciano ne' A euJow , e da essi ebbe origine !a (avola che da un drago nascesse Olimpia ) madre poi di Alessandro.

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nio ) fu per iniqua sentenza estinto, e che a Palamede non giov !a sapienza, per non perire egli pure vitti ma detta calunnia, fugg di notte sopra una barchetta, infuriando la proceUa, e con piccolo seguito ; ne! quale viaggio, eh' ei diresse dalla parte di Teno e di Andro, cess di vivere in vicinanza ai sassi de!!e Gire (t). Giunto ai Greci !' avviso di ta!e sciagura, pochi di essi toccaron cibo, e tutti alzando le mani al cielo, in onore di quel valoroso, e al mare volgendosi, il chiamavan per nome, e lo piagnevano, e contro Agamen none strepitavano, che la morte di Aiace sollecit, va lendosi anche di non sue mani. Tali esequie ebb' egli dipoi, quali n prima n dopo furon fatte ad alcuno, nemmeno a quelli, che la guerra marittima lev dal mondo. Imperocch nella nave di Locri, che trasport Aiace, alzato un catafalco di legnami, a guisa di pira, Ogni cosa fu coperta di nero, e nere vele vi apposero, e quanto nella navigazione $i adopera fu fatto nero, e con funi la ritennero, sin che non spirasse da sterra il vento, che fortemente sofHa sul primo albore da! mon te Ida. Quando fu sorto il giorno, e i! vento daUa mon tagna disceso, gittarono i! fuoco nella concava nave, e lei spinsero a gonSe vele in mezzo all' oceano ; n ancora a!to era i! so!e, eh' essa era gi a rsa , e con lei tutto ci che in s conteneva, ai mani di Aiace sagrificato.
(t) Me! secondo tibro deHe /m m agint, o A rp l/t, pi altre circostanze trover it tettore intorno ta morte di Aiace atte C/ne.

LE STORIE
CAPITOLO CMrone. Chirone, che in Pe!!o abitava, essere stato simile ad ogni altr'uom o (<) (dice Protesilao), e sapiente s d parole che d fatti. Tutte le specie d caccia sapeva, insegnava 1' arte militare, medici faceva, istruiva musi ci, dettava persino in diritto, e visse lunghissima et. Suoi discepoli furono Esculapio, Telamone, Peleo e Teseo. Ercole parimenti frequent Chirone, quando trattenuto non era dalle sue fatiche ; e dice che egli pure ( Protesilao ) ebbe parte alla conversazion di Chirone tanto insieme a Palam ede, come insieme ad Achille, e ad Aiace. CAPITOLO FMantede ed J fatti spettanti a Palamede riferisce (Protesilao ) nei seguente modo. Da nessun precettore ammaestrato, ma negli studj della sapienza gi esercitato, e gi di Chi rone pi dotto, si present a Chirone. Perocch prima di Palamede gli uomini non aveano per anco diviso P anno in stagioni, il nome dei mesi non era al mon(t) Centauro dai pi de* poeti si Suge Chirone, c tat pure da Omero , cui questi Erotcr sono contrapposti.

IX.

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d o , n quello de!!' anno ersi applicato a! tempo ; n ancora eran coniate le m onete, n gpsi vi e ra n o , n m isure, n numeri ; n insomma lo studia detta sa pienza venia coltivato, poi che non ancora si eran tro vate te lettere. Volpndo per Chirone istruirto di pi cse, e segnatamente di medicina: Io di buon grado, ^ gti disse, avrei ta medicina, non prima esistente, inn ventata , o Chirone ; ma, or* eh' ella trovata, non * vogtio da attri impai*arla. Aggioga! che questa tua a rte , come quetta che troppo presame di s , in-' * visa a Giove, invisa alte Parche ; e potrei ramH mentarti quei che avvenne ad Escuta pio, se in qne^ sto luogo medesimo non fosse stato colpito da un ?! fulmine (*) ". II. Mentre i Greci si congregavano in Aulide , egli immagin i dadi, giuoco tutt'altro che goffo, ma s sottilissimo, e che pu suggerir norma e consigti negli affari, che deano seriamente trattarsi. Il racconto per che parecchi poeti fanno, che in tempo che ta Grecia drizzava le armi contra T ro ia , Ulisse rimanevasi in Itaca , fingendosi impazzito, accoppiando all' aratro il bue col cavatto, ed averlo di ci Palamede, alta pre senza di Telemaco, redarguito, dice che sono sciocchez(<) Esculapio venne ucciso da un fulmine nel paese di Cinosuri in Lacedemonia , giusta tutti gli antichi mitologi , ed eru diti ; laddove Chirone abitava nel Pelio in Tessaglia. Come pu6 dunque Filostrato far dire a Palamede che si trova i<f casa di Chirone, che ivi Esculapio mor? Egli ha probabilmente seguita una diversa tradizione , o ha supposta una Cinosuri anche in vicinanza al Pelio. *

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ze. Perocch Ulisse and moltissimo volentieri ad Aulide, e il nome di lui acquist lama tra'G reci per l'e nergia de! suo parlare. Quindi surse discordia tra Pa lamede e lui. Accadde nella Troade un ecclisse del sole, e l ' esercito ne fu costernato, perocch lo crede va un segno del cielo relativo alle cose future. Reca tosi pertanto Palamede al congresso, spieg l'avvenuto fenomeno de! sole, dicendo che: Quando la luna pasB sa sotto di lui, egli rimane coperto e cagiona oscu" rit. Che se ci annunzia qualche disgrazia, sogM giunse, la soffriranno i Troiani, perch son essi gli * autori delle ingiurie, e noi qua venimmo per 1' offesa * che ci fecero. Giova per che al ritorno del sole " gli si faccia il sagriScio di un candido e non ancora " domato pulledro *. Convinti dalle ragioni di Palame de, i Greci approvavano la sua proposta , quando , fat tosi in mezzo Ulisse, cos rispose : Ci che sia il y meglio sagriScare, e ci che pregare, e in qua! modo, " diraHo Calcante, perocch siffatte materie spettano ai * Vati. Ci poi che accade nel cielo, e d'onde la pern turbazione degli astri provenga, lo sa Giove, da cui " siffatte cose sono ordinatamente disposte e stabilite, n E tu, o Palamede, prenderai meno sbagli, se !' ani* mo volgerai alla te r r a , anzi che investigare curiosa* mente le cose de! cielo *. Replic allora Palamede, dicendo: " Se tu fossi istruito, o Ulisse, intenderesti * che nessuno potrebbe favellar dottamente delle cose * del cielo, che prima non fosse molto bene informato * di quelle della terra. Che tu per di tali cognizioni " sia de! tutto digiuno io non dubito, imperocch fa-

DEGLI EROI. . ^85 w ma che voi itacesi non avete n stagione n tern ra (t) a. Per !e quali parole Ulisse parti pieno d 'ira , e Palamede eziandio, per avere cos aizzato contro d s tale avversario. III. Stando un giorno i Greci radunati in congres so, avvenne che passarono alcune gru volando alla ma niera loro. U lisse, rivoltosi a Palamede: Queste g ru , n gli disse, chiamano in testimonio Greci che esse M trovaron le lettere, e non gi tu a. E Palamede al lo ra: " Io, disse, non ho altrimenti trovato le lettere, n ma lui da esse trovato ; le quali soggiornando gi w nell' albergo delle M use, aveano bisogno di un tal ?! u o m o p e ro c c h sono gli Iddi, che per mezzo degli * uomini sapienti producono siffatte cose alla luce. Per * conseguenza le gru non si arrogano l'invenzion delle * lettere, ma bens volano, come porta il loro ordina* mento (a), e passano nella Libia a guerreggiarvi co' x pigmei. Ma tu non potrai dir nulla con ordine, perocch nemmeno in guerra sai l ' ordine mantene* re (3) *. Le quali parole credo dicesse, perch i
(t) Sterile e sassosa & quest' isola : M aeatn tu Mpcrrim!* icopw/M H M & M W o^Eram, disse Cicerone nel primo Ora?., e Virgilio nel terzo dell' Eneide : sco/M&M M acae, oltre le testimonianze di pi altri scrittori, e dello stesso Omero. (a) H passo de! testo mi qui sembrato pi oscuro de!!' or dinario ; e forse pu anche interpretarsi : ma fo?ano per MMegnare conte gt mantenga f crt&ne. (3) Se il sig. profess. Koliades ne! recente erudito suo para dosso, intitolato tMMe-Onuro (Parigi, [829, in fog ), si fosse ricordato di questo e d'altri consimili passi della presente Opera

aH6 LE STOR!E Greci aceusaroao Ufisse che abbattendosi in Ettore, in Sarpedone, o in Enea, abbandonava il posto, e trasferivasi in queHa parte de! campo, dove !a guerra fosse men perigliosa (t). Essendo adunque comparso in faccia a tutto i! congresso da meno che un fanciullo, ed egli vecchio inferiore al giovine, sollev contro di !ui Aga mennone, quasi aizzasse i lamenti de' Greci per !' as senza di AchiHe. IV. Per !a stessa cansa dice ( Protesilao ) che nuova mente nacqne tra essi discordia. I lupi, che scendevano dai monte Ida , mo!estavano i servi che portavano !e bagag!ie, e infestavano tu tt' intorno !e tende. Ulisse pertanto ordin che si munissero d' arco e di d a rd i, e dessero !a caccia ai !upi dalla parte de!!'Ida. Ma Pa lamede g!i fece una osservazione, dicendo : O Ulisse, ^ un comando di Apollo che i lupi sieno il principio * di un contagio}, e s quelli saetta, come colpisce i no* stri muli e i nostri cani. E questi antepone egli ag!i " uomini che ne cadranno iufermi, indotto da!!a bene" volenza che degli uomini ha, acci stieno in guardia.
di Filogtrato, messi in bocca a Protesitao , contemporaneo di Ulisse , e fatti esprimere da Palamede , suo emulo , non so con quanta felicit avrebbe potuta esaltare il preteso ingegno poetico di que! furbo regolo di taca. So bene cbe a Palamede sino ab antico si attribuisce un poema sulla guerra di Troia, anteriore a qnel di Omero , laddove nessuno prima di lui trov in Ulisse 1' autore delta Iliade e della Odissea , non che della continua zione , attribuita a Quinto Calabm , di que' due poemi. (t) Ulisse valeva pi per senno che per braccio, come ognun s , e del suo piccolissimo valor militare sar parlato pi di8tt-^ samecte fra poco.

DEGLI EROI. a8 y ?! Supplichiamo adunque Apolline Lieto e Fissio ( cio n terribile ai lu p i, e di lupi sterm inatore), che co'suoi ^ strali tolge par di vita coteste C are, e la peste nelle n capre riduca. Noi p e r , o G reci, prendiamo cura d ?! noi ; e noi schiveremo il contagio coi parchi cibi e ?! col moto veemeate. Io non istudiai 1' arte del medi* care, ma il buon senso mi porge questi consigli ?!. Con tali parole moder il soverchio uso delle carni, e tolse la prima refezione ai soldati. Alla seconda mensa poi aliment con erbaggi non artiBciosamente conditi l'esercito, gi al sao voler sottomesso, e ornai persuaso che quanto da Palamede era detto sapesse del divino, ed avesse 1' autorit di un oracolo ; tanto pi che av venne eziandio che il contagici da lui predetto infest le citt dell' Ellesponto, e principiando, come fam a, dal Ponto sino ad Ilio si estese, ma nessun de' Greci attacc, bencL fossero accampati in luogo infetto. Ol tre la dieta p e r , afEne di farli movere con veemenza, il seguente mezzo termine ingegnosamente pens. Sta bil che sulle cento navi col stazionate l ' esercito a schira a schiera si distribuisse, e desse de' remi nell ' on d e, gareggiando a chi primo circuisse colla sua nave il prom ontorio, o arrivasse allo scoglio, o pi presto che la vicina toccasse il lido o nel porto giugnesse; e indusse Agamennone ad assegnar premii ai pi celeri navigatori. Per lo che allegri vi si prestavano, sapendo di assicurarsi cos la buona salute, avendoli egli istruiti che pi sano e pi sicuro alla respirazione era il m are, che non la te r r a , corrotta e nello stato

a8 8 LE STORIE in cui era. Per tatte queste cause i Greci accordarongti il premio deHa sapienza. V. A Ulisse intanto pareva Ji vivere sconosciuto ed oscuro, e tutte !e sue astuzie andava macchinando con tro Pa!amede ; delie quati Protesilao racconta ci che segue. Indusse AchiHe a chiedere ai Greci di mover guerra aHe isole ed aUe citt marittime, purch seco ne andasse Palamede (t). Combatteronvi p e r , Palamede con va!ore e moderazione, ed AchiHe sfrenatamente , perocch, lasciandosi trasportare dalla spensie rata sua (orza, confondeva le imprese. Ond che Palamede , lieto di tal compagno, ne tratteneva gli impeti, e come si avesse a combattere gti dimostrava; imitando cos it custode de' teoni, che ora ptaca, ora stimota it generoso animate. N ci Iacea ritraendosi daHa pugna, ma nett* atto stesso che le frecce scagliava e schivava, e che to scudo opponeva e inseguiva te Schiere. Sciol sero adunque te vete t'u n del)' attro contenti, accom pagnati dai Mirmidoni e dai Tessati di Fitace. Le quati truppe vennero sin d'aHora poste sotto it comando di AchiHe , cosicch anche i Tessati, dice Protesitao (2 ) , presero it nome di Mirmidoni. Si presero dunque !e c itt , e gti egregi fatti di Palamede si divutgaronp, cio gti scavi dett' istm o, i Sumi incanatati nette c itt ,
(t) Parlano di questa spedizione Ditti candiotto net libro se condo , ed Eustazio ne' commenti al secondo detta Iliade, anno verando te citt che AchiHe espugn in tale occasione. (s) Principe di Filace in Tessagtia era Protesilao , come si veduto altrove. Nessuno dunque meglio di lui poteva dar conto de'suoi soldati.

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!e thiusre de' porti, 1&iorti&cazioni, e il notturno as salto di Abido, d' onde, essendo stati entrambi fer!t!, Achille si ritir, ma Palamede non istancandosene mai, prima che la mezza notte git^nesse , si impadron de! villaggio. VI. Ulisse in tan to , che innanzi Troia accampava*, and insinuando nel cuore di Agamennone prette ca lunnie, che furon credute dal poco prudente ascolta tore , cio che Achille avesse cominciato a eHettuare ii suo desiderio di esercitare il comando generate dei G reci, e che Palamede ne fosse il consigliere : JEssi r i torneranno y r poco, diceva, e a te condurranno Aaoi, c a v a iii, ed ostaggi, ma riterranno per s ! danari, co* ^ua/i Mt^Aeranno contro 4* te ^ueiii ^ r a ! G reci, cAe Aanno maggiore autorit, ^ionwew^ adunque commettere una m ilio n e ad ^cA iiie, guardandoci d a / a i , ora cAe ii conosciamo, e /w a r di Mia <yue#'a/tro scosta. JSd i!e Ao pencato u n a coca, merc /a <yaaie ei de&Aa venire in odio ai G reci, e eia d a essi ucciso. Narr quindi com' egli avesse combinato un raggiro con un Frigio , il quale verrebbe preso insieme all' oro che avrebbe con s. E parendo ad Agamennone che questa fosse una ben intesa astuzia, ed approvando la insidia, Opera dunque, o re, continu Ulisse; trattiemmi ^cAiiie coM, dove ci trova; e <yui ricAiama JPa/amede co/ pre testo , cAe Aisogna espugnar TVoia per mezzo di ./rtireazioni e di maccAine, aiie ^aaii de^e eg/i d a r mano^ peroccA tenendo egH senza ^ cA ii/e, non so io da me , ma da cAian^ae cifro meno esperto di me , potrd essere circonvenuto e trappo/ato. f/tosrM rf, tom. 7/. tg

spo LE STORIE VI Ci piacque, e tostamente una nave trasport a Lesbo i messaggeri. L'isoa non era per anco intera mente espugnata , ma lo stato deHa guerra era questo. Lionesso, citt de!PEo!ia , forte per n atu ra , e non priva di bauardi, dove dicono che fosse trasportato it capo di O rfeo, e quindi si trasfondesse non so qua!e armonia per fino ne'sassi, ond' che oggid pure queHa spiaggia trasmette co! moverne i sassi un suon musica le ; Lionesso era gi da dieci giorni assediata (che assai difHcile era il prendeva), quando vi giunsero i messag geri con gli ordini di Agamennone. Videro adunque esser debito l'ubbidirvi, e couveuire che l'un rimanesse, e Palamede partisse ; salutaronsi quindi con reciproco pianto. Quando poscia !a nave lo ebbe trasferito al campo, e che vi narr le imprese di quetta spedizione, tutto l'onore attribuendone ad AchiHe: 71t*, o re, sog giunse, comandi cAe io attaccAi Troia con /e mie maccAine, ma io stimo cAe a ci sieno di gran /unga mi gliori gii Eacidi .()), i/!gii di Cananeo e di T'ideo (a), non cAe Patrocio ed Aiace. CAe je p ur / d' uopo di opere inanimate,yte conto, per guanto da me dipende, cAe 7*roia sia Aen fo^to a&AottMta. Ma alcune macchine che Utisse astutamente costrusse mandaronsi innanzi, per cui parve che avesse Palamede ceduto aH' o r o , e venne per calunnia chiamato) traditore. Legategli per tanto le mani dietro, fu ucciso a sassate, che contr'esso scagnarono queHi del Pe!oponneso e d 'Ita c a (3) ; che
(t) Cio AchiHe ed Aiace Telamoaio. (a) Diomede e Steneto. (5) Cio i sudditi di Agamennone e di Ulisse, autori entrambi del reo complotto.

DEGLI EROI. 2 t)t gli altri Greci tutti non vollero por trovarsi presenti, perch , sebbene lo stimassero colpevole , assai lo ama vano. E un crudele editto allora si proclam: CAe necjMwo ceppc/tcco PH&wnedc, p Manente d* terra ^ cop r /jje , cotto powa J* Morto a cAi /o tracportacco, o g/* ordmaMe :/ cepo/cro. Emanato quest' ordine di Aga mennone, ii grande Aiace sul cadavere gittandosi motte lagrime sparse, poscia di !ui caricatosi, a spada nuda e di volo framezzo !a folta si dilegu. Avendolo poi seppellito, a malgrado 1' editto, il meglio che p o t, pi non comparve nell'assemblea de'Greci, n pi consiglio o parere espose, n usc a far guerra. VHI. Quando p o i, presa Chersoneso, Achille fu di rito m o , entrambi lo sdegno loro a cagion di Palamede manifestarono ; Aiace per non hmgo tem po, perch avendo saputo che i commilitoni se ne dolevano , com pianse il morto, e l'ir a depose. Ma AchiHe pi oltre la trasse, e un carme lirico in onore di Palamede cant, esaltandolo quanto gli antichi eroi; ed anche il pregava che gli apparisse in sogno, libando colla taz z a , colla quale usava bevere, per Mercurio, pel favore de'sogni (f). Cotesto eroe di fatto , non ad AchiHe soltanto , ma a tutti coloro da cui per poco si pregi la fortezza e la sapienza , degnissimo parve di onori e di lodi. E Protesilao, quante volte c' incontriamo a parlare di lui^ co piose lagrime sparge, commendando la fortezza del(]) Bevendo Achile in tal tazza, desiderando che Palamede gli apparisse in sogno, il qualificava come simigliantc a Mercu rio , che era il Dio delle arti.

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P eroe s in vita che in morte, in occasion d!!a quale n una parola alz di preghiera, n voce che fsse di compassione o di lam ento; ma solo dicendo: To ti com piango , o ^eritd , Ae priw a di wa p e riiti, incapo ai colpi espose, quasi conoscendo che Nemesi sarebbe frappoco insofta contr' essi. IX. Fenicio. Puossi eg)i, o Vignainoto, anche Palamede vedere, come ho veduto N estore, Diomede e Stenelo ? o deHa Bgura di lui nulla suole Protesilao fa vellare ? ^ign. Puossi, o ospite ; e vedi. La statura del suo corpo dice che Ai come quella de! maggiore Aiace , e di bellezza dice Protesilao avere gareggiato con Achille ed Autiloco, anzi pure con lui medesimo e con Euforbo troiano ; che ancora tenera gli spuntava sul mento l b a A a , e di riuscir ricciutella prometteva ; che le chiome avea rase sino alla cute ( t) , libere ed alte le sopracciglia e verso il naso congiunte, che era quadrato e bene composto; che la guardatura mostrava ferma ed acre in guerra, amabile poi in p a c e , e di piacvole espressione nel pronunziare i suoi pareri. Dicesi anzi che gli occhi suoi fossero< su quelli d' ogn' altro gran dissimi; e vuoisi che ignudo tenesse Palamede il mezzo tra un grave ed uno svelto atleta, e che sul volto molta pallidezza nodrisse, pi gentile per delle auree ciocche de'capegli d'Euforbo; la qual paltidezza aveva egli con tratto dal prender sonno ovunque si trovasse , e spesso
(<) Uso assai praticato A a gli antichi guerrieri, per noti otlerire -ai nemici un mezzo di presa.

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pernottando salta sommit det monte Id a, quando non et occupato in aflari di guerra. Da tui quindi i sa pienti appresero a contemplare i fenomeni cetesti da!!e pi subtimi atture. X. N una nave n un uomo a Troia condusse, ma navig netta barca stessa cot suo frateMo O eaco, sti mandosi, come dice Protesitao, valente egli solo quanto mlte braccia; nbn perci gli era ministro n sogget t o ; n alcuna Temnessa, n atcuna 16de aveva (t) che lavasse o gti sprimacciasse il te tto , ma ogni sua cosa da s stesso faceva, senza Vefun apparato. Perci aven dogli un# votta AchiHe detto : t^/^uanfo se/ da mo/tt o P a/am ede, per non w cre con fe t^eserw . E d egli, ambe te mani stendendo , rispose : A cAe dunque mi ser^treMon queste, o cA:7/e? Gti Achivi, netta division di un bottino gti recaron danaro, e arricchir lo volevano ; ma egli: JVo/ Wcepo, disse, ed H vot pure comando cAe po^cr: s^'ate, a/tnment! non o%Aedirete. E Ulisse una votta , vistolo ritornare dalf aver contemplato gli astri, gli chiese : CAe yedt O * ne/ cte/o o/fre no: ? J ei risp o se ;.m a meglio avrebbe fatto ad insegnare agti Achivi di qua! ragione si possano castigare i malvagi, che non avrebbero dato retta ad Ulisse, che mendaci e tortuosi raggiri contra lui macchinava. XI. Quanto ai fuochi che dicono avere Nauplione (a)
(]) Schiava Ji Aiace era Temnessa, di Patroclo ! 6 J e , e at tendevano agli uKci muliebri in casa loro. (a) Nauplione fu padre di Palamede, la cui morte volea ven dicare. Tornando i Greci da Troia , e sorpresi dalla tempesta

LE STOR!E
innalzato a danno de' Greci nei contorni delle spelon che d'Eubea, dice esser merissimo, e che ci ordinaron le P arche, e forse Nettuno stesso, senza il consenti mento , o ospite, dell' ombra di Palamede ; il quale, sapiente com' e r a , perdon alla frode che produsse l ' inganno. AchiHe per ed Aiace fecero alzargli una tomba nel finitimo continente degli Eolj, e un tem pietto di antica architettura gli edificarono, e posero la di lui statua, di maschia bellezza e bene arm ata, ed a lui sagriScano gli abitanti delle citt poste lungo il lido , in occasione delle solenni assemblee. Co desta tomba conviene cercarla ne'contorni di Metinn a e di Leptim no, che un altissimo monte nell'isola di Lesbo,XJI. Quanto alle cose di Ulisse egli racconta come segue. Essere stato facondissimo, anzi terribile parla tore , ma dissimulatore , invidioso e maligno , non che sempre cupo e quasi sopra pensiero, e in guerra forte pi in apparenza che in sostanza. Perocch non cono sceva n il maneggio dell' armi, n 1' arte di schierare un esercito , -n la naumachia , n 1' assalta delle, for tezze , n il modo di scagliar frecce e trattar gli archi. Molte per essere le imprese di lu i, non per chiaris sim e, tranne una, cio il cavallo scavato, ch eE p eo fabbric, ma inventor ne fu Ulisse: e que'm edesim i, che il cavallo riempivano, si accordano.a chiamarlo
intorno agH scogli Cafarei, pose un' acceso fanale da quel lato, c i Greci l dirigendosi come indizio di salvezza, vi trovarn la morte. Cosi g in o , Tzetze, ecc.

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audacissimo *)e!!e sue insidie. Gi uscito era di pubert quando giunse a T ro ia , e gi fatto vecchio in Itaca ri torn ; perch di pi !unghi sviamenti g!i fu cagione !a guerra che i Ciconj gii m ossero, quando egi and de predando !e coste marittime de!!' Ismaro. Di ci poi che a PoUfemo, ad Antifato, a Sci!!a ed ai !uoghi infema!i appartiene, e de! canto de!!e Sirene, Protesiao non ci permette pur di ascoltare, ma vup!e che ci tariam con cera g!i orecchi, e nu!!a si c re d a , non gi perch sieno raccolti privi di di!etto ed atti a goHevare !o spirito, ma per non essere nemmeno verosimiti, e pienamepte favotosi. E rispetto a!!' iso!a Ogigia e ad Aea (t), e che le Dive si innamorassero di !ui, ci im pone di navigar pi o!tr, e di nojt ispihger !a nave a forza di favo!e. Imperocch aggiunge che U!isse era gi uscito d^g!i anni convenienti a!!' am ore, che aveva i! naso schiacciato, picco!a !a statura, e !' occhio va gante a cagione de'suoi pensieri e cospetti. Pareva diHatto sempre pensieroso, e ci non troppo atto a concimare amore. Qua! uomo adunque si fosse UUsse, che uccise Pa!amede tanto a !ui superiore di saggezza e di forza, abbastanza con tati paro!e insegna Prote sHao. O nd' che atrest !oda i! piagnisteo che si legge in Euripide, quando ne' versi per Pa!amede cant :
Da cancro Mgnuof .

o GrtCf, a morte ; a A i (fare

? (?)

(<) L ' eoa sede di Catipso , t' a!tra d Circe. Di tutti questi (asti di Utisse ampiamente cant Omero neU' Odissea , come Ognun sa. (s) Antichi scrittori riportarono questo distico ; ma it (E re. (rag.) Io riporta quasi cotte stesse parote di Fitostrato.

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e quel che segu, dove segnatamente dice che ven nero a ci indotti da!!' ardito discorso J i cn uomo di astuta eloquenza. CAPITOLO XI.

Aiace 7e&wn0fM0 e Teucro. . Grande chiamaron gli Achivi Aiace figliuolo di Telamone, non dall'altezza del Corpo, n perch l'al tro fosse m inore, ma pei sommi suoi fatti ; e loro ot timo consiglir in quella guerra il costituirono per le imprese gi dal padre suo sostenute. Fu Telamone Che insieme ad Ercole pun Laom ednte, che aveva ingannato E rcole, e seco lui prese Troia. Di lui per tanto, anche inerme, si rallegravano; perch forte era, e sovrastante a tutto 1' esercito, e alto calzava, mo deratamente pen e con decenza. Tutti poi vi aderi vano quand' era arm ato, movendo a gran passo con tra i T roiani, trattando sveltamente lo scudo , bench fosse di tanta mole (t), e guardante di sotto la visiera con giocondi occhi, come fanno i Moni, sino a tanto che reprimono l ' impeto. Il battagliar suo cominciava insieme ad uomini fortissimi, dicendo che soltanto a cagion del numero andati erano a Troia i Licj, i Misj, ed i Pannon); degni stimava per i duci loro di seco pugnare, tali essendo da dar fama anche al vinto, e (') delle Mclamcy/oM. dice Ovidio nel nu

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potendo non riuscir vergognosa una ferita da ess! fatta. Superato il mmico, desisteva dai guerreggiare, dichia rando che 1' uccidere era da uom o, !o Spogliare da ladro! Alla presenza di Aiace nessuno teneva discorsi immodesti o ingiuriosi, nemmen coloro^ tra i quali in sorta fosse discordia ; tutti anzi si alzavano dalle sedie lo ro , o sulla via gli cedeano la m ano, non i plebei solamente ma gli ottimati. Ad AchiHe professava ami cizia , non volendo essi portarsi invidia l ' un l ' altro, n& a ci avendo gli animi inclinati. I disgusti che Achille sopportava, comech da non lieve cagione prodotti, cercava egli di mitigare, talvolta^ condolendosene, tal volta sdegnandosene. Se veduti erano insiem seduti o insieme passeggiaci, tutti verso loro si volgevano i G reci, ed uomini li giudicavano^ de' quali dopo Ercole non furono i simili mai. E dicevano pure che Aiace stato era allevato da E rcole, e avvolto quand' era fan ciullo in pelli di Mone, che l'ero e gli somministrava, e che offerendolo egli stesso a Giove, e invocando che invulnerabile fosse conservato in tutte le parti dalla lionina pelle vestite, un' aquila vol verso lui, indizio che la prece veniva esaudita, e il nome del fanciullo era da Giove protetto. II. A chiunque il guardava riuscia manifesto che privo ei non era di divina indole, tanto per la bellezza delle forme, quanto per la gagliardia del corpo; o n d ' che Protesiao usa chiamarlo la statua della guerra; ed avendogli io detto una volta, che per cotesto grande e pressoch divin uomo soggiacque sempre ad Ulisse nella palestra; ei rispose: se vero che abbiano

apS

LE STORIE

esstito ! Ciclopi, sar vera anche questa favola, e potr! pur dire che non con Aiace ma bens con Polifemo ha Ulhse lottato. Dallo stesso Protesilao ho di lui inteso queste altre cose ; cio eh' ei consegrata avea la sua chioma all' Ilisso, fiume del!' Attica (t), e che gli Ateniesi intervenuti al!' assedio di Troia !o am arono, e qua! duce !oro il seguirono, e quant' egli imponeva eseguivano. Di fatto egli atticizzava nel parlar suo, per la ragione, c re d 'io , che a Salamina abitava, la quale gli Ateniesi fecero borgo loro. Il Aglio che gli nacque, cui g!! Achivi chiamarono Eurisce, altrove educ, giusta !e istituzioni di A tene; poscia i! terz'anno dac ch era nato, al tempo che si incoronano in Atene i fauciulli, ne! mese Antesterione , a norma del ricevuto costum e, fra !e tazze introdusse, e sagrifc secondo il rito degli Ateniesi. E diceva egli stesso d! ricordarsi di coteste orgie dionisiache ai tempi di Teseo. HI. La storia per del!a m orte, ch'egli di propria mano si diede, pur troppo v era, e forse ne sent compassione Ulisse medesimo. Ma ci che si pretende aver egli detto agli infer! : ftafo aver non verrai per coati premio ; come anche : Per ci /a terra !<n (ai cofpo wascosf ; Ulisse certamente non disse, perch vivo laggi non discese mai, ma sono parole tutt'altrove proferite; es sendo assai verisitnile che anche Ulisse talvolta avesse (t) Antica superstizione fu questa, Ji cui tnohiesempj si hanno. AchiHe ta consacr atto Sperchio ^ Mennone a! Nilo, ecc.

DEGLI EROI. 399 a dolersi, e la sua propria vittoria biasm are, per com passione di cotant' nomo , che per cagion d'essa Cnt di vivere. Protesiao approvando cotesti versi d 'O m e ro , assai maggiormente loda il seguente :
JOa 2Yo[an A: MnienM tueio (t),

perch toglie agii Achivi que!!'iniquo giudizio, e rende giudici co!oro che probabilmehte avrebbero pronun^ ziato contro A face, *pe! motivo che !' odio stretto pa rente de! timore. Quando i! suo fnror lo invadev i Troiani ne paventavano assai pi de! solito, per paura che assalendo le mura !e distruggesse ; e a Nettuno e ad Apollo, mentre l'opera !oro prestavano in costruir baluardi, pcrgean preghira , che !a citt di Pergamo difndessero, e Aiace da!!e bastie venisse respinto, ove osasse investirle. I Greci per mai non cessaron d' am arlo, e sapendolo impazzito supplicaron piangendo ' oracolo di voler dichiarare in qual modo guarir po tesse e sana riavere la mente; allorch poi lo videro senza vita, e sulla sua spada caduto, s unanimi e forti alzron le g rid a , che sino dentr' Ilio si udirono. Gli Ateniesi il corpo ne esposero in pubblico, e Menesteo ne recit !' elogio , essendo in Atene H costume di onorare coloro che caddero in guerra. Un egregio fatto di Ulis se in questa occasione Protesiao rammenta. Esposto in tal m odo, rec ad Aiace le armi d'A chille, e lagrimando esclam: Vn , cAe tanto am aM , Ma ta
( ') L'odioso giudizio c h e le armi d'AchiHe ad Disse destin anti che ad Aiace, Protesiao non ai Greci ma ai Troiani, come b arb a ri, ama di attribuire.

3oo

LE STORIE

jeppeM&o, ed p&Me f/wfe, pt& JorAane sdegno. Gii Aeh!vi lodarono Utsse , e Tenero (:) pure it lod , ma 1' armi non volle accettare , essendo nn obbrobrio il prendere per onore sepolcrale le cose che furono cagton della morte. Il seppellirono quindi, deponendone il cor po neHa te rra , per avere Calcante deciso essere dalla religione proibito che l ' onore de! rogo s accordi a! suicidi. Cotesto Teucro poi fu giovane^ che per gran dezza d' anim o, per bellezza e per forza tenne Ira gli Achivi il secondo luogo. IV. .Hsn. E le imprese de' T ro ian i, o Vignaiuolo, !e conosce egli Protesilao? o non si degna di tenerne me moria , come se poco onorevoli sembrino a lui ? ^Tgn. Questa, o ospite, non 1' indole di Protesilao, in cui non trova luogo l ' invidia. Anche le imprese dei Troiani racconta con apertissima sincerit, e dice che sommo conto fecero del valore. Io te ne ragguaglier speditamente, prima di passare alla storia di Achille, perch se le narrassi dpo non ti parrebbono diegne di ammirazione. CAPITOLO ZsMore. Protesilao adunque lodando E tto re , ci parithenti che di lui narra Omero commenda ; perocch afferma che Omero ottimamente ne scrive e il maneggio de'coc([.) Frate! J i Aiace.

XII.

DEGLI EROI. 3o! eh !, e !e pugne, e i consigli, e che per !ui solo non per verun altro pot Troia resstere; e i vanti che ne! poema J i Omero Ettore f a , quando minaccia di incen diare le navi de'Greci dice che egregiamente esprimono !' impetuosit del!' e ro e , asserendo che ne!!' atto di combattere usava dir molte cose di ta! genere. Aggiun ge che atterriva con lo sguardo, e alta e rimbombante avea !a vece ; che di statura fu minore di Aiace Te!am onio, non per inferior nella pugna, che anzi al quanto de!!'ardore di AchiHe partecipava; che rimpro verava Paride cme codardo ed effeminato , a l ' accon ciar de!!a chioma, in che poneano cura i re ed i figli dei r e , per ci appunto cosa di s indegna stinyva. Abitudini atletiche aveva, non per cagion della !o tta, !a quale , come dissi, nemmeno i barbari conoscevano, ma per avere combattuto co' tori, stimando bene addirsi a! guerriero !' intromettersi con siffatte bestie. Questa appunto era !a lotta in che si esercitava, non gli sem brando per di e sercitarv i ; perocch stimava che af frontarle mentre muggivano, non temerne !a punta dei corni, fracassare i! cranio a! toro, non isfuggire da!! ' esserne ferito, fosse nn guerresco esercizio. La statua che in Ilio gli venne alzata mostra Ettore giovine, anzi di prima giovinezza, ma attesta Protesiao eh' ei fu motto pi bello e pi grande ; e afferma che di circa tre n ta n n i m or, non gi fuggendo, n a mani cadenti, come di Ettore calunniosamente Omero c a n t , ma bens combattendo strenuamente, e rimasto solo dei Troiani fuor de!!e mura cadde a!!a fine dopo lunga pu gna : che m o rto , venne rapito e legato ad un c a rro , ma poi restituito, giusta quanto Omero ne racconta.

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LE STORIE
CAPITOLO ^snea. XIII.

Inferiore a lui Ji valor guerriero fu E n e a , ma J i somma prudenza iufra i T roiani, e J i gloria a quela J i Ettore eguale. Oltre a ci conobbe le cose spettanti agli I J J j , e ci che il fato avea Ji lui Jestiuato Jopo la presa Ji Troia. Non lasci atterrirsi giammai J nes sun timore, e seppe anche ne'maggiori pericoli serbare il pi fermo contegno. Perci gli Achivi usavano Jire Ettpre esser la mano d e 'T ro ia n i, Enea la m enta; e pi si aombravan essi Je! senno Ji Enea che Jel furore di Ettore. Eguali furono entrambi Ji statura e Ji et ; il volto J i Enea per meti ilare pareva, ma pi fer mezza inJicava. Poca cura si prendea delia chiom a, la quale n acconciava, n rabbuffava, perch Jalla virt soltanto assumer volea gli ornamenti. Il suo sguarJo per bieco era per moJo, che a coloro che mancavano al proprio dovere bastava eh' ei li guardasse. CAPITOLO <Sarpedonta. In Licia visse i primi anni Sarpedonte, in Troia dap poi ; di onor guerriero fu quasi pari ad Enea. Seco i Lic} condusse, e s^i insigni uomini Glauco e Pandaro, il primo de'quati esercitatissimo et nel maneggio delXIV.

DEGL! EROI. 3o3 arm i, e Pandaro dicea, che Apollo di Licia and a lui mentr' era tuttora fanciullo , e !' arte dei saettare gii insegn ; eg!i perci invocava Apollo ogni qua! volta gli conveniva trattar 1' arco in affari di qualche impor tanza. Dice poi Protesiao essere andato Sarpedonte con tntto l ' esercito a favor de' Troiani. Oltre la ga g lia rd i e la bellezza, nobilissima per certo e divina, la voce parimente che della sua stirpe correva, obbli gava i Troiani. Imperocch era fama che gli Eacidi, i Dardanidi, ed i Tantalidi traessero origine da Giove <()), ed egli dallo stesso Giove essere stato generato (3 ), di che solo egli, di quanti per Troia o contro Troia pu gnarono, potea vantarsi ; e ci l ' autorit d 'E re d e in grand , e rese maggiore l ' estimazione degli uomini. Dice che mor al compiere di quarant' a n n i, e in Licia ebbe la tomba, accompagnandovelo i L icj, che il ca davere ne mostravano alle genti, frale quali venia tras portato. F u con aromati imbalsamato, s che parea che dormisse, ond' che i poeti scrivono essersi egli giovato della compagnia del sonno.
( ') E aco, avo di AchiHe e di Aiace, nato era da Giove e da Egina ; D ardano, bisavolo di Priamo , da Giove e da Etettra ; da Giove pare scendevano i Petopidi , e gli A f i d i , nati da Tantalo Hgtiuot di P iato , Hgtiuot di Giove. (9 ) Omero lo dice Sgtio di Giove e di Laodamia ; Erodoto (netta Pa/tunta) di Giove e d ' Europa.

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LE STORIE
CAPITOLO A/aMMMfro. XV,

Od! ora e notizie di Alessandro P a rid e , se per troppo non ti disgusti. Few. Mi fa veramente ira ; tuttavia non sar mate di udirle. Ei dice adunque che Alessandro era in odio a tutti i Troiani ; nelle cose di guerra per non me ritarsi verun disprezzo; leggiadrissima aver avuta la for ma, e gentHe essere state di voce e di ma&iere, come co!oi che lungo tempo rimasto era ne! Pe!oponneso (t) ; in ogni genere di pugna essersi esercitato; e quanto al!a perizia di scoccar dardi non aversi a creder da meno di Pandaro. Da giovinetto navig* in G recia, e , divenuto ospite di Menelao, preso rimase de!!a bellezza di E!ena. Non era giunto per anco a! trentesimo anno dell' et sua quando mor. Molto invan delta sua pro pria bellezza, che dagli altri mirata egli pure mirava; di che Protesilao piacevolmente lo burla, chiamandolo nn pavone, augello de!!a cui belt 6 lucidezza Prote silao si compiace, vedendolo talvolta eriger !e piume, circondarsi con 1' ale, queste con gli occhi vagheggia re, e ordinatamente e paratam ente disporle s che rassembrino a ben composti gioiellati monili : ;Ecco, dice
(t) Barbar! i T ro ian i, ctviH i G reci, civilissimi tra i Greci i Petoponnesiaci. Cos giudicavas! in Grecia.

DEGLI EROI.

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egli, coM eAa wmwMmmo Fen, AwMe )?gKw/ E interrogandolo io in qnal modo ii pavone a Paride s assomigliasse ; dal piacere a s medesimo, rispondeva; perocch egli pure andavas per vezzo guardando, e sino all' attillatura delle armi poneva oc chio. Le pelli di pantera gli pendean dalle spalle; ma nemmeno in guerra soSeriva di avere la chioma incol ta , e non liscia e splendente, come anche !e ugne deUe mani. La punta dei naso aveva a!quanto inclinata, bianchissimo era di carnagione , d'occhio azzurro, n molto a! di sopra dell' occhio sorgevagli il sopracciglio. CAPITOLO J%n<?, XVI.

a PoRdaaMMfe.

Eleno, Deifobo e Polidamante furono pari di valor guerriero, e una egual gloria di fortezza ottennero ; quanto poi ai consigli riuscirono sommamente illustri. Eleno inoltre perito era nell' arte fatidica non meno di Calcante. CAPITOLO -PM/r&o. Rispetto ad Euforbo Sgliuol di Panto, e che un Enforbo trovossi a Troia il quale da Menelao venne ucciso, tu probabilmente avrai udito parlarne in proposito di Pi, (O fH . ZZ. 30 XVII.

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LE STORIE

tagora da Samo (t). Diceva Pitagora essere egti stato Euforbo, e di troiano che era essere divenuto ionio, sapiente di soldato, e di corrivo ai piaceri temperante. E quando era Euforbo a Troia con gran diligenza !a chioma acconciava, che squaUida abbandonava quando diessi allo studio deHa sapienza. Protesitao poi riguarda Euforbo come un suo p a ri, e confessa che egti fer Patroclo, ma t' onor n ' ebbe Ettore ; e dice che se giunto fosse atta et virite, ta fama di tui non sarebbe stata minore di qnetta di E ttore, ed aggiunge che i Greci stessi eziandio ta sua bettezza esaltarono. La di tui statua in fatti & simite a quella, netta quate Apolto, superando sestesso in bellezza, intonso e leggiadro rappresentato. Queste cose, o ospite, to strenuo e divino eroe narra de' Troiani. CAPITOLO XVIII.

JPtgrMMone sopra Omero. Ornai resta, cred'io, che teniam discorso di Achille, se per non ti spaventi la prolissit del racconto. Fen. Se coloro , o Vignaiuolo , che secondo Omero mangiavano it toto, tanto ancora ne erano ghiotti, che sino gli aftri domestici trascuravano, non voler cre dere che io pure non sia del tuo racconto cos bra( ') Di ci pure s! parto net primo libro detta vita di Apoltonio Tianeo.

DEGL! ERO!. 3oy moso, quanf essi Jet loto, n che di buon grado di qui mi partissi, ov'anche per forza e contra mia voglia fossi alla nave condotto e in essa legato, e eh' io non piangessi e mi lagnassi di non essermi ancora appien saziato de* tuoi discorsi. Imperocch anche rispetto ai poemi di Omero hai di modo ridotta la mia mente che li debbo giudicar divini, e crederli superiori ad ogni umana forza : ed ora maggior maraviglia ne sen tir , non solo per la epica forma, e per non so qual diletto che cagionano, ma molto pi pei nomi e per le stirpi degli eroi ; lo che da Giove debb' essere inse gnato, essendo ad essi avvenuto di uccidersi e disfarsi 1' un 1' altro. Che tali cose Protesiao conosca, il quale di gi spirito, non mi reca stupore. Ma Omero d'on de ha egli tratto Euforbo, d' onde Eleno e Deifobo, e d 'o n d e , per Giove, i moltissimi forti uomini, anche dell' esercito nemico, di cui fa ne' suoi versi menzione ? E che le imprese loro Omero non abbia finto, ma s che la vera storia di quanto fecero ed operarono tes suto abbia, lo stesso Protesiao attesta, tranne poche cose le quali a capriccio debbe aver cambiato, a 6ne di render pi vario e dilettevole il suo poema. Laon de quello che molti dicono, che lo stesso Apollo il compose e il nome di Omero gli afBsse, a me pare che sia ben provato, per la ragione che il sapere coteste gesta pi conveniva ad un Dio che ad un uomo. ^Ign. Che gli Iddj sieno gli au to ri, ospite m io, di qualsivoglia carme, gli stessi poeti il confessano, allor che invocano gli uni Calliope, gli altri le Muse tutte, e molti il medesimo Apollo e tutte e nove le Muse ,

3o8 LE STORIE acci dieno mano atl' opera. Ma quest! poemi di Ome ro, bench non senza l'ispirazione degli Iddj, n ApoUo n !e Muse cantarono. II. Visse certamente, o ospite, visse un Omero poeta, e cant, come alcuni dicono, ventiquattro anni dopo t guerra di Troia, o, come altri pretendono, dopo cen to ventisett'anni, at tempo che g!i Ateniesi stabilirono neHa Ionia una colonia (t). A!tri parimenti affermano che cento sessant' anni trascorsero daHa presa di Troia sino ad Omero e ad Esiodo, nel qua! tempo entrambi cantarono neHa Calcide, questo !e lodi dei due Aiaci, e !a fermezza e il valore delie falangi !oro, I* altro te cose che al fratei Perse indirizz, con che gti insegna come intraprender debba !e opera ^ e aHa cultura de' campi attendere, per non avere bisogno d 'a lc u n o , e non mancar dei prodotti. E quest* ultimo parere intor no ai tempi di O m ero, ospite m io, il pi sicuro, giacch anche Protesitao vi assente. Perocch avendo una volta i due poeti in qusto stesso luogo recitato ciascuno un inno in sua lode, partiti che furono, l 'e roe accostatosi a me mi dimand a quale io avrei data la palma ; e avendo io proferito it pi cattivo, perch 1* accompagnamento de'gesti mi aveva sorpreso $ Pro tesitao ridendo mi rispose : anche a Panida occorso to stesso che a te ; il quale essendo re deHa Calcide, che nett' Euripo ; accord ta patma ad Esiodo sopra Omero, bench egti avesse ta barba pi lunga detta
(t) Stando alta cronaca d ' Eusebio ci sarebbe avvenuto !<{o anni dopo l'eccidio troiano, e non n y .

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tua. Omero adunque, ospite mo, fu poetale questi sono poemi di un Uomo. III. I nom i, !e qualit ed i fatti degli eroi raccolse egli in quelle citt, ne!le quali ciascuno di essi fu pos sente. La Grecia tutta visit a un' epoca dopo l ' espu gnazione di Troia, che non era ancora bastante a far di menticare i fatti a Troia eseguiti. Anche in altro modo, veramente divino e superiore ad ogni sapienza, ne fu in formato. Dice Protesiao che Omero navig una volta ad Itaca, dove udendo che l'om bra di Ulisse tuttora vigeva, con essa de'suoi carmi fece uso (t) ; e tosto che Utisse gli fu dinanzi, ei gli chiese delle gesta a Troia avvenute ; ed Ulisse afferm di tutte conoscerle e di tutte ricor darsele , ma che nulla avrebbe detto se Omero noi ri compensava, cio lodandolo nel poema, e celebrandone con un inno la sapienza e la forza. Lo che avendo Omero promesso, e assicuratolo che nel poema gli avrebbe, per quanto era in lu i, mostrata la sua grati tudine, Ulisse ogni cosa gli raccont con verit, e come avvennero, ch i mani di chi giace insanguinato nella fossa non usano mentire. E Omero gi se ne andava, quando Ulisse fichiamandolo disse : Palamede punito mi vuole della sua morte, ed io conosco di essere stato ingiusto verso di lu i, e che qualche pena ipi convien sopportare. Quelli che qui son giudici, o O m ero, se veri sono, e a pronta pena condannano. Ma quanto pi
(<) Che i man:, ossian le anim e, ovvero te ombre de'trapas sati , vivessero ed apparissero lungo tempo dopo la morte , fu creduto anticamente , e in pi luoghi si crede tuttora. I moderni le chiamarono corpi , soggetti per essi pure a perire.

3to LE STORIE !n faccia ag! uom ini, che abitano costass, rimarr ce!ato que! eh' io feci a dann di Palamede, tanto meno aspra sar !a pena che qui sopporto. Pregoti dunque non voler dire che Pa!amede fu a Troia, n valerti d !u qua! guerriero, n !a sapienza vantarne. Ben altri poeti coteste cose diranno, !e qua! per men versim! saranno tenute per averte tu ommesse. Ta! fu, o ospi te, la conversazione tra Ulisse ed Omero ^ e cos Ome ro i veri fatti conobbe, ma d' altr' abito ne coperse pa recchi, a norma di quanto !a sua narrazion richiedeva. IV. Few. Intorno a!!a patria di O m ero, e di qua!i parnti nascesse, hai tu, Vignaiuolo, interrogato giam mai Protesilao? ^Tgw. Anzi spessissimo, ospite mio. Few. E cos, che diss' eg!i ? Dice esserne bene informato ; ma dappoich Omero ne tacque, acci forse che !e citt, amiche de! va!ore, lo ascrivessero aUa !oro cittadinanza ; o forse perch vo!er de!!e Parche che Omero paia non avere nessuna citt per sua patria , cos dice che non farebbe cosa grata n a!!e Parche n a!!e M use, se ci divolgasse che pur finirebbe ad encomio di Omero ; peroc ch tutte !e c itt , tutte !e nazioni i! fanno su o , ed hanno tra loro conteso per attribuirsi ciascuna la cu!!a di Omero. E che io nemmeno ci a te celerei o tacerei se consapevo! ne fossi, te ne faccia prova quan to ho detto sinora, giacch parmi di averti esposto tutto que! eh' io sapeva. Few. Lo cred o , o Vignaiuolo. Si veneri dunque !a legge, per !a quale ta! silenzio conservasi. Ora Sna!-

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3<t

mente tempo che tu metta in vista AchiHe, seppure ei non sia per Spaventare noi pure a! par de' T roiani, quando egli dai baloardi li combatteva. CAPITOLO .<dfcAiM e. I. Non abbi paura di Achille, o ospite. Tu anzi lo incontrerai fanciullo al primo mio favellarne. Fen. Molto mi obbligherai, se me lo rappresenti 6n dall' infanzia ; giacch il troveremo dipoi armato e belligero. Cos sar; e tu stesso confesserai di essere in formato di tutto quello che spetta ad AchiHe. Eccoti dunque ci che da lui ne ho udito. Era Peleo visitato di soventi dalla figura di una N aiade, la quale presa, come p a re , di amore per esso, usava seco trovarsi sul monte Pelio, senza per, forse vergognandosi della sna debolezza, manifestar mai chi si fosse, n d'onde venisse. Avvenne che un giorno, essendo il mare in bonaccia, fu vista scherzare a cavalcion di delfni, e di cavalli mari ni (t), e Peleo ci dalla vetta del monte Pelio osservando, conobbe la Dea, e timore lo prese vedendola avvicinare. Ella per gli fece animo richiamando alla di lui me moria l 'Aurora che am Titone, Venere che ad Anchi(t) li chiama in questo luogo Filostrato, anzi che ypopo&Mm. E 1' Oeario !n tal proposito opportunamente pro duce le due segmenti medaglie, la prima delie quali presenta gli y/weamyM , l ' altra 1'

XIX.

LE STORIE se si diede, e la Lana che 1 * addormentato Endimion visitava. Ed io p u r , gli soggiunse, ti dar un 6g!io, o Peleo, che all' umana indole sar superiore. II. Poi che AchiHe fu n a to , i! diedero ad educare a Chirone. EgH Io aliment di fave e di midolle di cervo. Giunto all' et nella quale i fanciulli hanno bisogno di carrozzette e di bagatteU da giuocare, queste cose ei non gli proib, ma al tempo stesso avvezzollo alle frec ce, ai dardi, alla corsa. Avea pure una piccola a sta , da Chirone ripulita, e pareva che gi balbettasse nell* arte della guerra. Cresciuto poi giovinetto, gli trapelava dal volto un raggio di luce, e passava distinto per altezza di statura ( t) , essendosi fatto grande pi presto che gli alberi che si piantano intorno alle fonti ; e gi grande mente venia celebrato ne' conviti e ne' sacri banchetti. Siccme per inchinevol parve allo sdegno, Chirone lo ammaestr neHa musica, per essere questa idonea a mi tigar. l ' ira, e i subitanei e troppo fervidi moti dell' ani mo. Achille pertanto non dandosi posa e impar l 'a r monia, e sulla cetra cant ; e quegli antichi cantava che furono neHo stesso Sor degli anni, com'egli, cio Gia cinto, Narciso, e fors' anche Adone. E perch tanto in Ila che in Abdero ancor fresco era il duolo, per essere
3 )3

(t) ! numi e gli ero i, presso gli antichi, si rappresentavano co' vis! splendenti, come da! pittori della cristianit si pinsero fin quasi a' d nostri le aureole intorno alle teste de'personaggi della Sacra Famiglia, e de' Sant!. Come altrimenti esprimere ai sensi la superiorit loro alla comune umana natura ? Quanto alla statura d! veggasi le cose gi dette nel lib. tv della V tia

DEGLI EROI. 3r3 entrambi, cos giovinetti, l'u n o caduto in una fonte e scomparso, l'altro fracassato dalle cavalle d Diomede, cos non snza lagrime slea t sciagure cantare. Ho udito pure che a Callope sagriGc* pregandola d ac cordargli la musicale e la poetica facolt, e che la Diva gli apparve in sogno , e gli disse : ti accordo, o yneia/fo, tanto (fono <& mugica a J i poesia guanto Aaytar ti JeM a a rentier pi& /Feti ! ^ancAetti, e a^ a^^opire /a ma/attie; peroccA tra me e PaMaJe ^i ^ta&i/ito cAe ta rieyca un ^a/oro^o guerriero , ma a^pro in Aattag/ia ; e < K M pog/ion /e jParcAe ; ta Jan^ae in eMe ti esercita , eJ ama/e. % rrd poi ne'ytari giorni un poeta, a/ ^ua/e io geiorr /a coca pereA ce/e&ri co' yaoi w rji /e tue imprese. Cos a lu fu predetto , rispetto ad Omero. III. Cresciuto in giovinezza, non venne gi allevato, come molti asseriscono, in Sciro , l dove erano educate le verginelle. Infatto non pur verisimile che P eleo, chiarissimo fra gli eroi, conSnasse il Sgliuol suo in ve rna luogo, onde allontanarlo dai pericoli della guerra, tanto pi che Telamone (t) vi stimolava il suo Aiace; n lo stesso AchiHe avrebbe sofferto di venir posto in una scuola femminile, lasciando che altri andasse a conseguir lode e gloria sotto T roia; perch ambiziosis simo era. Fbn. E che seppe d queste cose Protesiao ? ^Tgn. Seppe quello che era pi credibile e pi vero ; perocch dice che Teseo, bandito da Atene per le sue
(<) Frate! di Peeo.

3)4 LE STORIE imprecazioni contra i! figlio, venne ucciso in Sciro da Licomede (t). I diritti deHa ospitalit, e !e genti gi liberate da! cinghiate di Ca!idonia (a), Tic ridam arono a Peleo, i! quale mand AchiHe d Sciro per vendicare Te seo. Andatovi eg!i insieme con Fenice (3), che per !a sua vecchiezza atto non era che a dar consigli, ne! suo primo impeto sommosse Sciro, postd in a!ta situazione sopra una roccia, e preso Licomede, ma non ucciso, gli domand con qua! cuore avesse ardito levar di vita un uomo tanto pi di !ui valoroso, ed anche infelice ? Ed avendo egli risposto : perch venuto e ra , o AchiHe, con maligna intenzione, e al mio trono aspirava $ il ri mise in libert, parendogli che operato avesse a buon diritto, e gli promise che a sua causa dileso avrebbe presso Peleo, e Deidamia figlia di Licomede spos. Na cque da essi Neotto!emo (4), il qua! nome gli fu dato in vista della giovinezza di AchiHe a! tempo deHa sua prima impresa guerresca. IV. Mentre AchiHe quivi i suoi giorni traeva, Tetide accorse, e de! figlio ebbe c u ra , non altrimenti di una mortale, usando le madri assistere i figli. Raccolto po scia l ' esercito in Aulide, il mand a Ftia, a cagion de! destino che g!i sovrastava. Ma quaudo permise che il
(t) Ippolito, sospettato di stupro con Fedra sua matrigna, fa duramente trattato da Teseo suo padre. Gli Ateniesi n'ebbero dispetto, e cacciaron Teseo. Che questa la cagion fosse del suo esiglio anche Tzetze lo scrive. (a) Per opera di Teseo. (5) Fu l ' aio di Achille dopo Chirone. (4) Da altri si chiam Pirro.

DEGLI EROI. 3.5 figlio tornasse presso Peteo, dicesi che gli procur tati arm!, quali nessuno avea portato ma!. Con te qua!! ad Au!!de presentatosi, empi d! speranza 1' esercito, -e fu con tanta certezza riguardato per 6g!iuol de!!a Dea, che a Tetide celebrarono sagri6zj suite rive det m are, e AchiHe adoravano, quando; nell'armi brittava. Interrogai parimenti Protesitao intorno a!!'asta di lui, e che cosa avesse di mirabHe ; e mi rispose, che !a lunghezza di quella era maggiore delte aste di chiunque a ttro , e s diritto e s va!!do esserne !! legno, che possibit non era di romperlo; che la punta sulla sommit era adamanti n a , quindi penetrava per tutto; e che t'estrem it infe riore era di metaHo investita, s che tutta in vibrarla folgoreggiava. .fn. E in quat modo, Vignaiuot mio, die' egti che ne fossero adorne te armi ? Non come Omero scrisse, o ospite. Ben dice che splendido pensiero fu cotesto di Omero di figurar sopra quelle le citt, gli astri, le battagtie, e ta cottura de' campi e te nozze e gti inni. Egli per ne favetta cos : non attre armi ebbe Achille che quette con che venne a Troia ; n sotto 1' armi essere egti morto , u averte portate Patroclo, mentr' egti stette corrucciato. Peroc ch Patrocto te proprie armi indossava quando venne ucciso, dopo aver combattuto gloriosamente ed essere quasi giunto atte mura ; n mai te armi d'AchiHe di vennero preda di alcuno. N sotto l ' armi ei m o r, ma quando pens di andare alte nozze, e gi delta corona di sposo era ornato, inerme fu ucciso (t). Dice poi che (t) !n tal modo 1' obbiezione che impenetrabili fossero 1' armi

3!6 LE STORIE le sue armi non erano adorne di veruno intaglio, n al cuna pompa in s aveano ; che varia per e mista M e era la m ateria, di splendore cangiante s variamente come r Iride ; ed perci che si giudicarono superare 1'umana industria, e come opera di Vulcano si decan tarono. V. A n . Pps'io sperare, o Vignaiuolo, che lui stesso mi m ostri, o che la forma del suo corpo tn mi de scriva ? Come non la descriverei innanzi a s attento uditore ? Dice adunque ( ProtesHao ) che folta chioma ebbe , pi bionda dell* oro, bellamente composta, co munque o egli o il vento ^agitasse; non perfettamente ritto era il n aso , ma u n cotal poco incurvato : il so pracciglio aveva ad arco come la luna; e tal vigore stava negli occhi suoi ( che belli erano ) , quand' ei riposava, qual mostra chi a forza trattiene gli impeti dell* anima; che se in azion si poneva, il vigor dello sguardo gli bal zava al pari che quel del cuore, e allora a chi il vedeva sembrava egli assai pi avvenente. I Greci press' a poco erano verso lui disposti, cme sogliamo esserlo verso i pi gagliardi lioni, che amiamo quando sono tran quilli, ma assai pi ci dilettano quando pieni d'ira slan ciansi impetuosi addosso al cignale o al toro o ad altro
di AchiUe, da Vulcano ad istanza d! Tett fabbricate, non ha pi luogo. Questo racconto anche Diti ha (atto , ed alcun al tro , aggiungendo che Achille venne a tradimento assassinato da Paride nell* atto che andava per {sposarsi a Polissena. Ma la storia esatta di AchiUe ha scritta il D relincourt, cmi ci ripor-

DEGLI EROI.

3<?

qua! a! voglia pi feroce animale. E indizio deH' acre animo di AchHle dice che avevasi neHa sna fronte, che piatta e spaziosa egli aveva. VI. Aggugne che giustissimo fu tra gl! eroi, s per propria inclinazione, che per P educazione avnta da Chi rone. Da esso AchiHe impar pare a sprezzar le ricchez ze , e s le sprezz, che di ventitr citt da esso prese e messe a ruba, egli d tutto il bottino non a!tro desi derio ebbe che d una donzeHa, la quale eziandio egli non si tolse da s , ma ai Greci la chiese. Per lo che accusando Nestore Greci d non aver lasciata ad Achil le la miglior parte della preda: Z a parte m a, diss'egl, **a <yue//a di ayer /a tte /e imprese ; guanto ai d a n a ri, ne aM ondi eAi yuo/e. VII. Del discorso, o ospite, che tenne Achille sde gnato contro Agamennone per cagione d Palamede (<), questo fu il principio. Rammentando le c itt , che en trambi avevano insieme espugnate : jEcco, sciam, yua/ yMe ii tradimento d i Paiamede. Afe pur cAiami in giu dizio cAiun^ue fuoie, giaccA ancA' io d i co/d yengo. Le quali parole Agamennone interpretando a lui dirette, e quindi rampognandone acremente Achille, Ulisse sog giunse cAe cAi i/ traditor di/ndew Aen potea dirji tra ditore eg/i pure ; laonde Greci, che tali parole non am misero , cacciarono Achille dall' arringo. Egli dunque con mille ngnre perseguit Agamennone, cominci te(<) Non dunque per Br!se!de) come disse O m ero, ma s per !a morte d Palamede , AchiHe entr iA quel formidabile sde gno, che diede s ampio campo alla vena poetica de'suoi cantori.

3.8 LE STORIE, ners lontano dal campo, nulla pi facendo che a co* mane vantaggio cadesse, n pi presentandosi ai con? gresso. AHora Agamennone , veggendo che t' opinion deg!i Achivi stava iofraddue, lo circu con preghiere, e di queste preghiere furono apportatori Aiace e Nestore a ci delegati ; it primo per ta parentela e per essere gi riconciliato co' Greci, avendo avuto poc' anzi ta cagion medesima di adirarsi, che ebbe AchiHe; Nestore poi, a cagion de! suo senno e detta et, cu! tutti gti Achivi ve neravano. O r poscia che essi ottennero da lui che Patroclo andasse in compagnia toro a guerreggiare, questi netta guisa che narra Omero vi mor, terminando i suoi giorni in battaglia contro i T roiani, e nell' atto che mirava a superarne le mura. AchiHe per in questa occasione nuHa disse e nuHa fece di ignobile; ma dopo averto con maschile animo pianto, e fattolo seppeltire in quet modo che a tui piacque e che supponeva gratissimo a Patroc!o, si dispose a mover contra Ettore. V ili. Quanto alle iperboli che Omero usa in parlar d e 'T ro ia n i, che al primo apparire di AchiHe perino ifMtem co/ carr/ /oro, e di quelti che uccisi furon ne! 6um e, e cosi pure de!!' impeto det Sutne stesso, i cui Rutti AchiHe eccitava, ProtesHao le loda, come inven zioni poetiche, ma !e scancella quai racconti composti per soto ditetto. N ad AchiHe, uomo di s colossale statura, essere stato difHcite superar lo Scam andro, tanto pi che esso un 6ume a molti a!tri inferiore ; n avere AchiHe combattuto con lui; ch, supposto pure avere il fiume contr'esso infuriato, eg!i standone dub bioso il devi, n a!!' onda sua si commise. Cose assai

DEGLI EROI. 3<9 pi verisimUi di queste , secondo !' opinion mia , suol egli narrare ; cio che spinti entro i! Eume i T roiani, pi assai ve ne perirono che in tutta !a guerra : che ci non a! solo Achille dovuto, ma ai Greci da lui rag giunti, che gi veleggiavano, e quanti nel Eume incon trarono misero a morte; laddove AchiHe, nan se ne cu rando , schiv di combatterli. Giunto era dalla Peonia uno , che da O m ero. parimenti i ricordato , e eh' egli chiama Asteropeo, nipote de! fiume Assio, e forte d'am be le mani. Che per superior fosse codesto Peonio agli Achivi ed ai Troiani, e che a!!a foggia de!!e be!ve con tro gli scudi s; avventasse, Omero in quella parte del suo poema non ammise; ben conducea costui le schiere interamente complete de'cavalieri peoni, ma non prima a Troia era giunto, che Achille li volse in fuga tutti atter r iti, credendo essi che un demonio contro loro infu riasse , perocch non eransi abbattuti mai in uomo di tal possa. Asteropeo per stette fermo, ed ebbe Achille molto pi a temere di lu i, che quando con Ettore si misur, e non illeso rimase, bench uccidesse il Penio. Il perch, dissuadendolo i compagni che non avesse nel d stesso a trovarsi con E tto re , eg!i non di !or r e tta , e dicendo : % gga eg/f cAe ancAe yr&e Zo contra Ettore si scagli, che postato si era in faccia^al1' accampamento. Quand' ei l'ebbe ucciso, strascin un tant' uomo , qual noi dicemmo ne!la sua storia eh' egli era, intorno a!!e mura, con barbaro e certamente pco umano costume, che appena gli si pu perdonare, ri guardandolo come una vendetta di Patroclo. E per vero AchiHe dotato era di animo pressoch divino , sempre

3ao

LE STORIE

liberale e grande verso gli amici, ond' che si adir coi Greci tutti a cagione di Palam ede, e vendic Seramente Patroclo ed Antiloco (t). Quello che si pretende aver egli detto degli amici ad Aiace Telamonio bello pure a sapersi. Avendolo Aiac, dopo codesti fatti , interrogato quali delle sue gesta gli fossero riuscite le pi difEcili : <ywe/ie cAe per g/i amici MJtenni , rispose Achille. E chiestogli nuovamente : quali pi lietamente o con minore rincrescimento avess'egli intrapreso: le stea? se parole rispose. Maravigliatosi Aiace, che a un tempo stesso cosiffatte imprese e difRcili e facili avessero a pa rergli, rispose: JPercA di Auon grado per. gKgHMct /uw^He impreca ^o^tengo, e d e /f incomodo cA' e jja reca mi tro^o a//efiato. Interrogatolo ancora : qual la fe rita , o AchiHe , che ti ha fatto pi male ? Qaei/a , ri spose, cAe eAAi da JEMore; non so, Aiace soggiunse, che tu avessi ricevuto da Ettore veruna ferita : <Si, per Gioye, replic egli, e n/ capo e we//e mani ; peroccA io te r?gnardb come ii mio capo, e Patroc/o era /e mani mie. IX. Di Patroclo, o ospite, racconta Protesilao che era poco maggior di et di AchiHe, egregio e prudente uom o, e sopra tutti i commilitoni ad Achille famigliarissimo : che rallegravasi quando AchiHe era allegro, dolevaai se dolente: e che sempre gli dava buoni consigli, e che stava a udirlo quando cantava. I cavalli d'AchiHe traevano con pari alacrit s lui che lo stesso AchiHe (a).
(<) Costui era stato uccso da Mennone. (2 ) Erano i cavai)! d ' AchiHe dotati delia facolt fatidica , scrive O rner, come vedremo un poco pi innanzi.

DEGLI EROI. 3at D statura e d forza stette di mezzo all' un Aiace ed all'altro ; essendo da meno del Telamouio, e da pi del Locrense. Biondo era Patroclo, gli occhi avea neri, pas sabilmente folte le sopracciglia, e ia capgliatur medio cre. Fermo sulla collottola teneva il capo, come quelli che sono esercitati alla palestra ; dritto era il n aso, a larghe le narici, a simglanza de' cavalli briosi. X. Few. Opportunamente mi rsovvenst, o Vignaiuo lo, i cavalli d' AchiHe ; perch ho grandissimo desiderio di udire per qual m otivo, essendo migliori degli altri tutti^ venissero giudicati divini? Ci stesso, o ospite, io parimenti all' eroe do mandai, il quale mi disse, che l'immortalit, che ad essi fu attribuita, una finzione di Omero ; ma che, mentre AchiHe Boriva, la Tessaglia, bella e feconda produttrice di buoni cavalli, due ne allev sotto la protezione di qualche Nume, Lampo e Xanto (<), maravigliopi.al cor so, e di indole egregia. E perch tutto ci che si diceva esser divino in AchiHe, otteneva fede, cos si credette divina anche la natura de' suoi cavalli, o almeno aver qualche cosa di superiore alla natura mortale. XI. La fine di Achilie fu quella stessa che Omefo pa rimenti racconta, dicendo che venne ucciso da Paride e da ApoHo ; perocch seppe ci che accaduto era nel Timbreo (2 ), dove, mentre ai sagriScii ed al giura-,
(t) Qui Filostrato ha* preso uno sbaglio. Lampo tr a it cayal)o d 'E tto re , quelli di AchiHe erano Balio e Xanto. (3 ) It campptORmbreo era . neH'agro troiano , cosi probabil mente chiamato dall'erba timbra, che vi abbondava. Ivi AchiHe and per impalmare Polissena, e venne assassinato.

3aa LE STORIE mento prestavasi, di che Apollo riceveva 1' omaggio, cadde nelle insidie che g!i si tesero. Quanto a ci che udirai dai poeti de! sagriScio di Polissena consumato su! sepo!cro di lui, e de' suoi am ori, !a cosa questa. AchiHe amava Polissena, e fe'patto di sposarla sotto con dizione che avrebbe allontanato i Greci da Tria ; Po lissena anch'essa amava AchiHe. Ambidue eransi veduti a!!' occasione che si tratt di redimere il corpo di E tto re ; perch andato Priamo ad AchiHe, prese per guida !a pi giovine deHe figliuole che ebbe da Ecnba; sai che sempre i 6g!i ultimi sono quelli che seguono i passi del padre. Ta! era per anche in amore la temperanza di AchiHe, per osservanza del giusto, che non ritenne per forza la fanciulla, bench fosse gi in sua m ano, e le nozze di lei con Priamo tratt, e de! digerirle 6dossi. Quando poi venne inerme assassinato, mentre si stavano prestando i giuramenti consueti, Polissena, ve* deado fuggir da! tempio le donne troiane, e dissiparsi ! troiani (perocch nemmeno !a morte di AchiHe !i li berava de! timor che ne avevano), dicesi che si rifugg presso i Greci, e condotta ad Agamennone, vi serb lo splendido e modesto contegno che sotto il paterno tetto praticava. Ma dopo tre giorni che il cadavere di AchiHe giaceva, and ella di notte al di lui sepolcro, e l sopra nna spada si abbandon, molti compassionevoli gemiti alzando come soglion gli amanti, e molte preghiere ad AchiHe, che nell'am or di lei persistesse, e sua facesse colei, che aHa nuzia! fde non aveva mancato. XII. Le cose che da Omero si dicono neHa sua secon

DEGLI ERO!.

3i3

da PsicQstasia (t), se pure Omero !e disse, quasi cio che anche !e Muse deplorassero Achi!!e defunto, e che !e Nereidi piangendo s battessero i! petto, non meno del ie altre ProtesHao temerarie !e chiam a; non essendo a tato venute !e Muse da comporne un !amentevo!e cau to, n avendo !' esercito veduta Nereide a!cuna, che s faciti sono a conoscersi appena compaiono. Accorda per che a!tri maravig!iosi accidenti occorsero, che non sono gran fatto distanti da!!e cose da Omero carrate. Im perocch dapprima il mar Nero, gonBandos!, attamente mugghi, e poco dopo !e sue acque si a!zarono a simigianza di un gran monte, ed inondarono i! Roezio (^). Di che atterriti gli Achivi, e incerti di queHo che ad essi ed a! paese accader potesse, quandi si avvicin i! pericolo e che il campo loro venne allagato, un acuto e generai piagnisteo si alz, come que!!o di una turba di femmine ad un mortorio. Locch parendo essere av venuto per opera di qualche nume, e confessandosi che le Nereidi tutte aveano corso pei Rutti (i quali co!!a illuvion loro non nocquero, ma leggieri e senz' impeto sul terreno posarono), egualmente, se non pi divine , si tennero le cose che poi seguirono. Poi che fu a!ta la notte si diffusero per l 'esercito i gemiti di Tetide, che i! suo figlio esaltava e a nome chiamava. Alto, forte e rim bombante spargevasi il grido, come un' Eco fra' i monti. E allora principalmente seppero g!i Achivi essere AchiHe (<) !t titolo d! uno de' cauti delta Odissea. (a) ProbabHmente un golfo presso Dardano, cosi detto di Poeteo, paese sulta spiaggia.

3a4

LE STORIE

Sgliuol d T tide, comech d c!& per altre cause non dubitavano. Perci quella tomba che tu vedi c o l , o ospite, in faccia al lido i Greci a gara costm ssero, nel qual tempo avvenne pure che si trov congiunta aH'ur na di Patroclo , e cos bellissimi sepolcrali ornamenti conseguirono e l'uno e l'a ltro , o n d ' che lui colmano di lodi coloro, che in pregio hanno l'amicizia.Ebbe egli pertanto una sepoltura tra tutti i mortali cospicua, ove ti riguardi a quanto per essa ! Greci fecero, i quaH dopo la morte di Achille stimarono persino indecente il tener lunghi i capegli; e !' oro, e quant'altro avevano o seco lui a Troia portato, o dai bottini raccolto, d conserva trasportaron sul rogo; locch eseguirono tanto immediatamente, quanto dipoi che Neottolemo (t) a Troia si rec. Nella quale occasione splendidissime ese quie rinnovate gli furono s dal Cgtio che dai Greci, dalla gratitudine stimolati, i quali partendosi de! tutto da Troia anche la tomba ne abbracciarono, parendo toro di ab bracciare lo stesso Achille. XIII. JFen. Qual dice Protesilao che fosse, o Vignaiuo lo, codesto Neottolemo? Di nobilissima indole, o ospite, ma al padre in feriore, non per in nu!!a minore di Aiace Telamonio, al quale giudica aver somigliato anche nelle forme. Dice che fu bello e simile al padre, e solo meno di lui come gli avvenenti lo sono meno a paragone delle statue. XIV. Achille oltr' a ci ottenne dai 'Tessali alcuni inni, che al sepolcro di lui tutti gli anni andavano la
(t) Figtiuol d! AchiHe.

D EGH EROI. 3*5 notte a cantare, mescendo la celebrazione degli Iddii ed i riti m ortuari!, alla maniera che praticata csi da! Lem nii, come dai Peloponnesi! discendenti da Sisifo. Few. Cade in acconcio, o Vignaiuolo, un altro discor so, che io per certo non trascurerei, n lascerei pas sare inosservato, se anche avessi tutt! gl! affari del mondo. ^/gn. Ma le digressioni, o ospite, sono da molti sti mate !nnt!!i ciance, e eziose parole che nuHa fnor che ozio producono. Tu poi devi aver occhio alla nave che comandi, e ubbidire ai vent!, e se la menoma aura t! sofEa a!la poppa, ti bisogna distender le vele, e an dartene con la tua nave, ogn' altra cosa posponendo al tuo viaggio. F<M. Sia salva la nave e quanto essa trasporta, ma a me pi piacevole ed utile ora lo spaziar colla mente; e le digressioni del parlar nostro non riguarder io co me inutili ciance, ma le potr a guadagno del mio mercatantare. Cos par sia , o ospite, se cos a te piace; e , giacch ne hai voglia, ascolta. Ci che in onore di Me licerta praticano quei di Corinto (che sono coloro che io intesi dicendo ! discendenti da Sisifo (i) ), e ci che pur fanno in onore de' 6gl! d! Medea, che dai partigiani d! Gtauca vennero uccisi, un piagnisteo che si rasso miglia ai cantic! usati ne'sacri6c!i agli Iddi!, ed ha in s non so che di divino, mirando a placar quest! e ad
( ') Sisifo BgMuol d ' Eolo avea regnato in Corinto.

3i6 LE STORIE ouorar quelo (<). La causa poi di que! delitto , dte ad istigazione di Venere !e donne di Lenno commisero con tro g!i uomini, tutti gii anni espiata in L e n n o , dove per Io spazio di nove giorni si distrugge col fuoco tutto quello che vi ; e il fuoco portato da Deio sopra la nave sacra. Se questa per vi giunge prima che le ese* quie sicno celebrate, essa non approda ad alcuna parte di Lenuo, ma va galleggiando in alto mare intorno a que' promontori!, sino a che le sia lecito di avvicinarsi; pe rocch mentre sagriBcano agli Dei inferi e maligni, vo gliono , a parer m io , che puro si conservi i! fuoco nel mare. Tosto poi che la pav sacra entrata nel por to , e che il fuoco stato distribuito s alle rimaste vet tovaglie, come a quelle cose che sussister non possono senza fuoco, allora dicono di essere a nuova vita ri nati (2 ). Le esequie tessaliche p o i, che ad Achille fa
( ! ) Melicerta portato da un delfino nell' Istmo di Corinto, vi fu da Sisifo '(atto seppellire, istituendo in onor suo i giuochi istmici, con ara e sagriHcii ; perocch non solo yolle onorar lui, ma placar parimenti le ombre di Atamante e di Ino , ge nitori di Melicerta, che pel dolore della morte del figlio si eranp precipitati in mare dalla rupe Moluride. Non Medea ! proprj figli Mermero e Ferene ammazz , ma si furono lapidati dai Corintii per vendicare la morte di Glauca, cui la rivale Me dea mand una veste avvelenata. !n questi due fatti veggnsi Pau sania nell' Attica e ne' Corintiaci. I riti funebri pertanto che si celebravano per Melicerta e pei figli di Medea avevano H doppio scopo di onorare gli Iddj e di placar le ombre de' trapassati, co me qui si accenna praticarsi per AchiHe. (a) Questo fatto di Lenno racconta Erodoto nella Po/Znn/a , ed Euripide nell' A rata. Solevano le donne di quell'isola festeg-

DEGLI EROI.

3iy

celebrar la Tessaglia, vennero ordinate ai Tessali da un oracolo procedente da Dodona; il quale impose nhe ^ Tessali naviganti verso Troia dovessero tutti gli anni celebrare sagriScii ad Achille, e che le vittime parte andassero in onor degli Dii, parte a propiziazion dei de funti. Cos didatto cammin da principio la cosa. La nave partiva da Tessaglia per Troia con le vele nere spiegate, trasportando quattordici sacerdoti, e due tori, un biancp ed un n e ro , mansueti entram bi, e le legne del monte Pelio, acci nulla occorresse loro di prender da Troia. Portavano inoltre il fuoco dalla Tessaglia, gli utensigli d e ' sagriCcii, e l'acqua presa dal 6ume Sperchio (i). Decretarono poscia i primi Tessali che si fa cesse uso ne' funerali di corone d' amaranto, acci se per sorte i venti spingessero assai lontano la nave, non le portassero gi Rosee e deformi. Bisognava pure ehe facessero entrar la nave nel porto di notte, e prima che toccassero, terra cantassero un inno a Teti, che cos di ceva : Ceru/ea Tlet! A mature grande cAe J a / (ro/ano ^raejt! a/fa natura apparsene, ma t/a cM ! Ammorta/ tao genere /!g//o aM/n^c, e J ora */ mare r^/ewe (3 ); a yue^/a
giare ogn'anno !a dea Venere. Ma coll'andar degli anni avendo esse negletto quest' uso , la Dea le pun col renderle puzzolenti s!, che gl! uomini non vollero pi ad esse appressarsi. Indispettite del creduto disprezzo esse li uccisero tutti. Ecco la ragione dei successivi riti espiatorj qui esposti. (t) Quello di cui fu Achille sempre devoto, ed al quale con sacr la propria capellatura, come notammo di sopra. ( 3 ) La pat te immortale e divina di AchiHe pass in Leuca,

3a8 LE STORIE ecce/ja tornea J i AcAi//e, purgata da/ /hoeo , da//e ^agr:w e!^er.*a; w^nt a / jacro rito, ceru/ea J e t ! , ? e t/ di Pe/ide. Cantato 1 'inno s! avviavano a! sepolcro , ed eccitato cogli scudi uno strepito, come in guerra, ed ese guite in un dato spazio alcune corse, gridavano tutti ad aita voce : AchiHe, AchiHe ! Coronata dipoi la cima dei colle, e scavatevi alcune fosse, ivi sagriBcavano al morto il nero toro ; ed al pasto invitavano anche Patroclo, come quello cui cotesti onori ad Achille riuscirebbero cari. Distribuite quindi le p a rti, e Baite le esequie, di nuovo verso la nave tornavano, dove immolato sulla sponda 1 * altro toro ad AchiHe, offerta la salsa polti glia, e sparse le interira derivanti da questa vittima (la quale gli era consacrata come a nume), sul far del gior no sciogliean la nave, seco le sacre carni portando, per non cibarsi di consacrate vivande in terra nemica. XV. Queste si venerande e s vetnste pratiche si.crede, o ospite, che violate abbiano que' tiranni, che di cono aver signoreggiato in Tessaglia dopo gli E acidi, ed anche abbiano i Tessali trascurate. Perocch alcune citt mandavano, altre non se ne prendeano pensiero, molte dicevano che manderebbero P anno dopo, e cos sempre differivano la funzione. Ma desolata la terra dalla siccit, e imposto dall' oracolo di celebrare Achil le, come era gimto, quegli onori che con l 'antica legge gli aveano decretato come a num e, essi ommisero nei
isola de! Ponto Eussioo, che Nettuno produsse ad istanza di Tet!, acci servisse di soggiorno ad Achille ad Etena. Vedi Pausania ne* faco/MC!.

DEGL! EROI. 3ap riti, su! pretesto di aver detto i' oracolo come era g:u; ne celebravano per le esequie come a m rto, sagri6candog!i a! solito, sino a! tempi, che Serse pass in Grecia. Nei qua] e stato di cose i Tessali seguendo !e parti di Medi di nuovo sospesero i sagriScii ad AchiUe, perch !a nave che trasport la famiglia degli Eacidi ne'paesi di Grecia, da Egina dov'era fece passaggio in Salatnina. Quando poi Alessandro Sgliuol di Filippo, di l a gran tem po, ridusse in servit il rimanente della Tessaglia, a Ftia in grazia di Achille perdon, e mossa guerra a Dario, si & 'nella Troade compagno ad Achil le, e allora i Tessali ripresero pensiero di lu i, e quanti cavalli Alessandro dalla Tessaglia traeva essi intorno alla tomba adunarono, deliberando per comune assenso di eseguire una specie di gara equestre, e dopo aver pregato, e compiuti i sacri riti, si ritirarono. Lo invoca* rono poscia (t) acci co! suo Balio, e col suo Xanto soc corresse contro D ario, e questa invocazione facevano stando a cavallo. Vinto che fu Dario, e trattenuto Ales sandro nella spedizione delle In d ie , i Tessati impiccioliron !e esequie, mandandovi un negro agnello ; ma perch coloro che intervenivano al!e esequie non si al lontanavano da T ro ia , o se si allontanavano ogni rito celebravano di* pieno giorno e non regolarm ente, AchiUe se ne sdegn. Che se io tutti i mali che daHa Tessaglia provennero discorrer volessi, i! parlar mio diventerebbe noioso e prolisso. Q uattr' anni sono, o poco prim a, essendomi qui comparso ProtesHao, mi
(i) Ecco H vero n o m e, che vedemmo poco pi addietro sba gliato.

33o LE STORIE disse ventre dai Ponto; aversi proveduto di una nave, visitato AchiHe in forma d' ospite, e cost avere frequen temente eseguito; e dicendogli io che egregio cultore dell'amicizia e molto amano colui sarebbe, che ancor? amasse AchiHe, ora p e r , mi rispostegli, tom o disgu stato di lu ; perch avendo io saputo eh' egli era coi Tessali irato a cagion dell' esequie , io gli dissi : P e r dona /oro, o AcAii/e, in grazia mia, ma egli non volle acquetarsi, e dichiar che avrebbe mandato loro qual che malanno dal mare ; temo quindi che quell' impla cabile e fero animo non provochi da Teti qualche sven tura a danno loro. S egli per, come io, o ospite, quand'ebbi adito Protesilao, credemmo che AchiHe mandar volesse nelle campagne dei Tessali, per danneggiare le messi, o la ruggine, o qualche pestifera nebbia, che sono per lo pi i mali che dal mare si distendono sui fertili terreni del continente. Io pensa! parimenti che parec chie citt di Tessaglia sorprese venissero da un diluvio, come lo furono Bura ed Elico, non che Atalanta che nella Locride (t), di cui ^ due prime si dicono s6om* parse, l ' altra essersi distaccata dal continente. Ma al trimenti parve ad AchiHe ed a Teti di operare a danno dei Tessali. Imperocch essendo in vigore un rigoroso decreto relativo a quell' ostrica, d' oudb gli uomini ca vano industriosamente la porpora, i Tessali vennero ac cusati che intorno al color della porpora operassero non so che di contrario alle leggi. Se ci fosse vero io
( ') Nell' anno 3 deHa olimpiade 88 avvenne 1 * inondazione di Atalanta , della quale si trova memoria in Tucidide, Diodoro, Strabone e Plinio.

DEGLI EROI.

33!

ignoro; so che gravi pericoti pesarono su! capo !oro, pei qua!! abbandonarono ! camp!, disertaronle case, !asciaron fuggire ! servi, o !! vendettero ; e molt! pi non mandano ad onorare ! mort! parenti, avendone s!n an co venduto ! sepolcri. H malanno pertanto che AchiHe minacci di recare ai Tessa!! per mezzo dei mare, no! stimammo che fosse questo. XVI. 7<cn. Funesta e J Fra, o Vignaiuolo, rammenti. Ma d!mm! d! grazia che riporta eg!i d! mirabi!e Protesi!ao da!!'isola de! Ponto ? ( :) L probabi!mente usa eg!! trovarsi con Ach!!!e. L appunto, o ospite ; e queste cose ne rife risce : essere ne! Ponto una iso!a verso quel!a !nospita csta, che rimane alla sinistra d! que!!! che entrano per !e foc! deH'Eussino: contener essa trenta stadi! d! !unghezza, e non p! d! quattro in larghezza : nascervi pioppi ed o!m! ed a!tre piante senza che vi s!eu cottivate; que!!e per che circondano i! tempio sono !n certo ordine disposte : essere !! tempio rivo!to a!!a pa!ude Meotide, !a quale co'suo! Rutti percuote e !! tempio e i! Pnto. Le statue che sono in esso rappresentano AchiHe ed E!ena da! Iato congiunti. Bench per 1' espression de!!' amore consista generalmente neg!i oc ch ile quindi i poeti celebrino l'am o re mosso per que sta via, pure AchiHe ed E!ena prima che si conosces sero d! vista, stando essa in Egitto, e dimorando eg!i sotto T ro ia , d! reciproco amore si accesero, va!en( ') Ossia da Lecca dove l'ombra d AchiHe stanziava, cio !a parte sua non m ortale, e dove Protesiao deve essere andato a visitarla.

33a LE STORIE dosi degl! orecchi ad irritamento de' desideri! de! cor po. Destinato ad essi dal fato un modo di vita suf ficiente a render!a immortale, il qual modo per non poteva aver effetto ne'paesi vicini ad Ilio ( t ) , essendo gi lorde di colpa le Echinadi giacenti presso Eniada ed Acam ania, perch Alcmeone, uccisa la madre, abi tato aveva la terra da Acheloo scavata, e pel suo stesso delitto nuovissima (4), cos.Teti preg N ettuno, che spuntar facesse dal mare qualch' isola, dove avessero ad abitare ; ed egli, ricordando i vasti spazi! del Ponto, e che nessun' isola in esso esistente visitavas! come ina bitabile, sorger fece l'isola di Leuca della grandezza che dissi, acci da Achille e da Eleua fosse abitata, ed offerisse ai nocchieriuna stazione sul m are, dove conSdare le navi. Perocch imperando egli su tutte quante le acque, e considerando che i fiumi Termodonte,Bori atene ed Istro rifluiscono ne! Ponto con perenni e danno si flutti, fece si che le terre e il fango de'Gumi, che dalla Scizia, ove principiano, sino al mare trasportano, si ammucchiassero, e cos form l'isola, quanta , stabilen dola !n fondo all'Eussino. Qui primamente Achille ed Elena3 videro e si abbracciarono; e le nozze loro lo stesso Nettuno, ed AmStrite, e le Nereid! tutte, e quanti fiumi e demoni frequentano la Meotide e i! Ponto, vol(t) De'paesi maochiatt di colpe, e perci infusti agii abitanti, richiamisi ci che detto neHa vita di ApoHonio, lib. m , cap. ao; lib. v , cap. !y ; e Hb. vt t , cap. 35. (a) L'oracolo avvert Aie maone che rifuggendosi in terra che fosse nuovissima non vi sarebbe perseguitato dalie furie della uccisa madre.

DEGLI EROI.

353

!ero celebrare. Dicono pure che ivi abitano gli uccelli Aghiron!, e narrano essere acquatici e puzzar di mare, e Achile averli fatti suoi ministri, conciliando amenit al bosco, sia eccitando colgali il vento, sia cogli sprazzi delle medesime ; locch fanno volando terra terra, o al meno assai di poco alzandosi in aria. XVII. Nessuna reMgiotte per vieta agli uomini, che nel pelago navigando si ingolfano, di approdare all' iso la, la quale posta quasi un ospitale ricovero alle navi. Resta tuttavia proibito a tutti i. naviganti tanto del Pon to , quanto greci o barbari, che nessuno vi stabilisca il suo domicilio. Quelli che ivi le navi loro condussero, o che ivi sagriScarono, sono obbligati di rimbarcarsi al tramontar del sole, e non pernottare in terra, e scioglier le vele se favorevole spira il vento, altrimenti legar la nave e in essa dormire. Imperocch fama che allora AchiHe ed Elena si convitino, e di poesie si tratten gano, e cantino il reciproco amore, non che i versi di O m ero, che i fatti di Troia risguardano, ovvero lo stesso Omero ; essendo che AchiHe ama tuttora la poesia, di che gli fece dono Calliope, e in essa con maggior di ligenza si esercita, dacch rimase libero dalle faccende militari. Quindi eh' egli cant un inno ad O m ero, propriamente, o ospite, con modi divini e aHatto poeti ci. Il quale e conobbe e canta anche Protesiao. JRsn. Sia concesso a me pure, o Vignaiuolo, di udir lo; potrebbe forse riuscirmi pregiudceyole? ^!gn. Moltissimi tra quelli, o ospite, che si recano all' isola, asseriscono di avere udito Achille altri versi cantare. Quest' inno per credo che soltanto Io scorso

334 LE STORIE anno t'abbia composto, e certamente pel senso e per !e sentenze lodevole; eccolo:
71?, cAe a?/e rife per/gHo^e incorno D e/f immenso Oce<ino, J?co, ti ayg/rt Can/a Va cetra ^ a yniet ^Ai ^coMa. Quei/a tH M i, cAe </e/ tifin o O m ew A ywe^ MWKO deg/i MOMMt Orbamente, D i y u cif encw tiator </e#e mie g M ta,

^ me < 7 nome ripeti. /ai t% egg? io & t^Mo io non perii : M meco sempre Pive Pa^rocio mio: M ii caw ^fiace Afeno t# un Dio non Per A/i ^fa' &aoni ^ ceie&rata ancor 7*roia e J /nniMa ,

^ non p r w ^ a e anwieAMata giace. Fcn. Veramente divino Achille, o Vignaiuolo, e con veniente alla dignit propria ed a quella di Omero ; do vendosi nei lirici canti n tropp* oltre spinger te idee , n soverchiamente estenderle. La poesia fu e!!a antica mente avuta in pregio di nobilissima arte, e adatta agli studi! della sapienza ? Anticamente per ce rto , o ospite ; perocch s! racconta che E rcole, quando conRcc sulla croce il centauro Asbolo ( t) , gli pose questa iscrizione:
^ & o /o ^pregiator < % ' uomini e Dei Fopra ii M^mino^o ai^er con/!Mo L^nga cena y ai prM^a a i yeccAi augei.

Fen. Su ci pure Ercole si manifest quell' insigne


(t) NeHa Chitiade quinta di Tzetze celebrata ta pugna di

Efcole e di Asbolo.

DEGLI EROI. 335 atleta d i' egli era, mando la magniloquenza, di che debbe essere animato il p o e ta , che prende a cantare. Ma torniamo all' isola. No! pure strascinarono i Rutti, come accade a molti che praticano il mare, e dall' ordine dei parlar nostro c! deviarono. Ritorniamovi, ospite. Tali aon dnnqne i canti; la voce poi, con che cantano, ha non so che di augnato e divino, e penetra con tant' impeto i flutti, che gii at territi nocchieri spaventa. Dicono inoltre coloro che ai* Pisola approdarono di aver anche ndito strepito di ca valli, suono d'armi, e quel fracasso che suole alzarsi in guerra. Che se, incamminandosi essi alle parti boreali o alle australi, qualche vento insorge che loro impedisca uscir de! porto, Achille il fa sapere alla poppa, ed esorta che cedasi al vento e si cambi di direzione* Molti infattb di cotesti navigatori del Ponto vengono q u i, e queste cose mi riferiscono , e che sogliono, quando scorgono da lungi l ' isola e che tratti si trovano in alto m are, abbracciarsi, per Giove, reciprocam ente, e sparger la grime di consolazione. Se poi vi approdano e la terra salutano, accorrono a! tempio di Achille a far preci e sagriRcii ; e l ' ostia dell' ara sempre p ro n ta, giusta la dignit della nave e de' naviganti. Q uanto a!l',urna d'oro, che talvolta apparve nell' isola di Chio, gli uomini eruditi, ospite, ne fanno menzione. A che pertanto ripetere ci che altri amplissimamente narr ? XVIII. Raccontasi altres essere AchiHe apparso una volta ad un mercatante, che frequentava l ' isola, e dopo aver seco lui favellato delle gesta di T roia, e trattenu tolo a pranzar seco, gli comand che andando a Troia

336

LE STORIE

avesse a condurgli nna fanciulla troiana, di cui gli disse il nome, la qnale stava per ancella con un tale. M ara vigliatosi I' ospite di siffatto discorso, e chiedendogli cosa volgesse egli per la mente, e qual bisogno aveva di una serva troiana: perch, egli rispose, ella i della stirpe di Ettore e de'suoi maggiori, ed l'ultim o avanzo del sangue de'Priam idi e de'Oardanidi. II mercadante cre dette che Achille ne fosse invaghito, e comperata la fanciulla torn all'isola. Applaudendolo Achille di suo ritorno, gli ordin che la serbasse entro la nave, e que sto , penso io, bisogn fare, essendo vietato alle donna por piede nell'isola. Andato egli sul far della sera al tempio venne trattenuto a convito insieme ad Elena e a lui. Tornatovi ancora, gran copia di danaro gli diede, di che tanto conto fanno i mercanti, e dice che gli ac cord i diritti della ospitalit, e gli concesse eziandio di potere esercitar con vantaggio la m ercatura, e che la nave sua fosse favorita dai venti. Poi che fu giorno, tu vattene, disse, ci per te ritenendo, e lascia per me la fanciulla sul lido. N ancora dilungato si era uno stadio da terra, che le grida della ragazza gli feriron le orec chie, avendola AchiHe dilaniata e sbranata (t). XIX. Ma le Amazzoni, che molti poeti dicono esser venute a T ro ia , ed aver combattuto con AchiHe, non furn da AchiHe uccise a Troia. N veggo in qual modo potesse verisimilmente accadere c h e , avendo Priamo mossa guerra alle Amazzoni in favore dei Frigii abi(t) Dett'odio di AchiHe verso un giovine troiano vedemmo un esempio neUa , tib. tv , cap. ta.

DEGLI EROI. 33? tanti a Migdonia, venissero indi a poco !e Amazzoni a soccorrere Troia. Io credo che in quella otimpiade, neUa quale Leonida da RoJi vinse ta prima votta to stadio (:) AchiHe sbaragliasse, come dicono, queHe validissime schiere nella medesima isola loro. JPen. Cosa di gran momento, o Vignaiuolo, hai toc cata, gli orecchi miei allettando , gi al tuo parlare in tenti. Queste cope per ti avr probabilmente narrate lo stesso ProtesHao. ; Egli stesso , o ospite, che un ottimo precet tore; potissime per sono a que'm olti che navigar so gliono pel Ponto ; perocch da queHa inospita parte di esso, dove si stendono i monti taurici, dicono aver sog giorno alcune Amazzoni, le quali, lasciato il Terpiod o n teed il Fasi cadenti dalle montagne, si aggirano pel continente, ed alle quali Marte, padre ed autor toro, in segn mischiarsi &a i bellici tumulti, e menr.ta vita fra l'arm i e i cavatti. Dicono che tanto numera di cavatti conducono at pascolo nette patudi toro, quanto pu ba stare per un esercito ; che non permesso ad uomo alcuno di inoltrare nel toro paese ; che quando brama le prende di aver Bgtiuoti si portano at Sume Atimo, e agti nomini che vi incontrano si mischiano; che tornate atte sedi e case loro rimandano ai conSni que'maschi che partoriscono, acci li raccolgano i p a d ri, i quati prendon quelti in cui si abbattono e li allevano p er farti
(t) Cio nella olimpiade )53. Sappiamo da Pansania (negli EMact ) che Leonida gran corridore acquist dodici volte la palma. .F/MMr&ir; , Rwt. 77.

338 LE STORIE servi ; che partorendo fanciulle le amano, ed al privilegi le ammettono della nazioni loro, e le alimentano, come usan le madri, salvo che non le allattano. CIA fanno per amore del mestier militare, non volendo che latte pren dano, n che alle poppe si attacchino. Quindi II nome di Amazzoni credesl ad esse dato, perch non prendo no alimento dalle cio dalle poppe. Le nntrono per di latte di cavalla, o di favi di rnggiada che a for ma di miele si raccoglie nelle canne de'fiumi. Ci poi che dal poeti e dagli scrittori di favole ne* loro monu menti letterari! scritto di coteste Amazzoni, esce dagli oggetti del nostro discorso, e non conduce a quello di che disputavamo. Riferir Invece quale sventura nell' isola Incontrassero, e quale ne fosse la conseguenza, dac ch questo pure da Protesilao mi fu detto (t). XX. Alcuni fabbricatori di navi, che trasportano le mere! dall' Eusslno all' Ellesponto, vennero un giorno spinti con molte nav! sulla sinistra sponda del mare, dove diconsl abitare le femmine. Da esse furono presi, tenuti alcun tempo in catene, e nelle stalle nodrltl, per poi renderli agli Sciti antropofag! di l del fiume. Avendo per una Amazzone sentito piet di un giovinetto, fatto con essi prigione, perch era avvenente, e quindi nato qualche amore in lei, ella persuase la regina, della quale era sorella, a non vendere gli ospiti loro. Quando per conseguenza sciolti furon dei ceppi, e che con esse per qualche tempo ebbero convivuto, gi il linguaggio loro
(t) H dotto libro di PeM sulle Amazzoni c! dispensa dal no tare in questo luogo !e molte favole o storie che se ne scrissero.

DEGLI EROI. 33g pattavano. Narrando !oro la procella e quant' altro incontraron sol m are, cadde il discorso snH' isola, alla quale erano stati qnalche tempo addietro, e sulle ric chezze ne! di lei tempio esistenti. Esse pertanto riflet tendo quanto opportunamente gidgnesser loro cotali ospiti, che nocchieri eran pure e fabbricatori di navi, tanto pi che altra volta avean trovato quel suolo attis simo a!la costruzlon delle navi, si posero tosto a co struirne in tal forma, che atte fossero a trasportar ca valli , potendo vincere AchiHe con la cavaHerla ; impe rocch le Amazzoni discese che sieno di sella sono una genia effemminata e veramente donne. AHora dunque cominciarono a maneggiare i remi e ad esercitarsi alla marina. Quando si videro addestrate nell' arte del na vigare, levate d'inverno le ncore dalle foci del Termodonte, diressero la corsa al tempio, distante, a dir mol to due mi!a stadj, con cinquanta navi, se non m 'in ganno. Scese che furon nell'isola, ordinarono agli ospi ti Ellespontiaci, che troncassero gli alberi, che intorno intorno adornavano il tempio. Ma quando le scuri riper cosse balzaron sovr* essi, a chi suUa fronte ; a chi snlla collottola, e che tutti stramazzarono presso gli alberi, le Amazzoni irruppero schiamazzanti nel tempio e i ca valli vi spinsero. Achille aHora volgendo loro torvo ed orrendo lo sguardo, non altrimenti che se contro lo Scamandro o contr'H ia si alzasse, incusse neUe ca valle un terrore pi forte del freno, per cu! rizzaronsi esse, stimando che strano fosse e non a loro convene vole il peso di queHe donne ; anzi degenerando in be stii modo, e tra le cadute Amazzoni slanciandosi, le

LE STORIE calpestaron co!!' unghie, coMe criniere atterrirono, e gH orecchi a guisa di crudelissimi lioni addrizzando, le nu de braccia divorarono deUe giacenti, i petti e le unite viscere ne dilaniarono ed ingoiarono. Satolle Realmente di umani cibi lascivamente dieronsi a saltellare per P i sola, e di marciume ubbriache impazzirono. Ridottesi all' ultimo sui promontori!, e di l guardata l ' ampia schiena del mare, pensandosi di balzar sovra un campo, si precipitarono nelle onde. Anche le navi delle Amaz zoni andarono a perdimento, a cagione di un vento, for tissimo ; per cui cos vuote e agitate entro il golfo senz'ordin veruno cozzaron fra loro e si ruppero , e, come accade nelle guerre marittime quando di Banco o di fronte i comandanti abbiano fatto im peto, una nave sommerse o fracass l'altra nave. Allorch poi non po chi &ammenti di esse navi portati furono al tem pio, e che mezzi e ancora spiranti vi giacevano gli uomir n i , e che qua e l disperse stavano le umane sem b ra e le carni rigettate dalle cavalle, Achille trov facilis simo il modo di purgar l ' isola, facendola inondare dai flutti del Ponto, e cos del tutto lavandola e ripu lendola. JPao. Chiunque, o Vignaiuolo, dice che tu non sei ca rissimo agli Iddj, bisogna che egli stesso ^ia sommamente in odio loro ; perch tali e s divine cose essendo a te note, io stimo che tu le tenga da essi, che amico e fa migliare ti fecero di Protesilao. Ma poi che di . eroici sermoni mi hai pasciuto , non oser io di nuovo inter rogarti in qua! modo egli riviva, ben sapendo che pror fana ed illecita giudicheresti la mia dimanda. T u per
340

DEGLI EROI.

341

nomineresti forse ! Cociti, i Flegetonti, ed Acherusia e siffatti nomi di fiumi e di paludi, e anche gii E aci, per Giove! e i tribunali e i giudici loro; ed egli forse ti per metterebbe il parlarne. ^ign. H permetterebbe senz' altro. Ma i gi sera , e i buoi abbisognano di riposo. Ben vedi che i bifolchi ritornano, tolti i buoi dall'aratro, ed io debbo riceverli, e il discorso tropp' a lungo ci porterebbe. Or dunque vanne allegramente alla tua nave, e teco portati quanto il nostr' orto ti offre. E, se i! vento A propizio, naviga, o ospite, tosto che tu abbia prima nella nave libato in onore di Protesiao, cos convenendo fare a quelli che salpano di qua. Che se contrario il vento ti fosse, qui torna al nascer dei sole a sciogliere tuoi voti. Fen. Ti ubbidisco, Vignaiuolo ; e csi sar fatto. Ben vorrei non partirmi, o Nettuno, se prima anche P altro racconto non abbia udito.

LETTERE
DI

FLAVIO FILOSTRATO
DA LENNO

PROEMIO
DEL VOLGARIZZATORE

D a un codice che fu di Mattia Corvino re d'Ungheria, passato dipoi nella bi blioteca imperiale di Vienna, cme si ha dal Lambecio, trasse e in latina lingua converse pel primo le Epistole di Filostrato il celebre grammatica An ton BonRnio. Nessuno Rn qui nella ita liana le trasporto, salvo, per quanto io sappia, il conte di Gastellara, giovine cavalier piemontese, che tredici ne ri-

346

PROEMIO

dusse in volgare, le quali si aggirano sulle rose, e spettano al genere erotico, e mandolle con un suo erudito ragio namento al eh. Davide Bertolotti, il quale insiem con esso le pubblic nel N .X r dello zYa&zno (da lui compilato ) al principio dell' anno 1818. Tre di esse per vennero allora escluse, e alcune m utilate, forse per avere il volgarizzatore dato troppo Ubero corso ai non modesti concetti del greco scrit tore. D i alcune dotte annotazioni parimenti le arricch, le quali io volentieri ho qui riportato, unitamente alla ver sione, comech non sempre molto fe dele. Quanto alle grazie ed alle Jeff come il conte di Ca s te lla i scrive nell indicato premesso ra gionamento, io confesso non andar troppo d accordo con lui. Retore, anzi sofista,

DEL VOLGARIZZATORE.

34?

era Filostrato, e in un seco! viveva nel quale ben fiorivano gli ingegni, ma, al pari del nostro seicento correano dietro all'am polloso, al manierato, al lezioso. Giuochi di parole, amfbologie, concer tini abbondano in queste lettere : finezza molta di pensieri, ma non molto giu dizio; contorto e forzato n lo stile; le parole incastrate ad una ad una come pietruzze in un mosaico ; tali a me sembrano, o forse tali me le & parere la fatica che mi costarono in volgariz zarle. Tuttavia, ve n'ha parecchie assai belle. Le pi finite sono quelle che trattano di cose erotiche, anche spet tanti alla greca venere, tanto a quei tempi e da uomini della condizion di Filostrato accarezzata. Queste sono anche le pi compiute; le altre per lo pi non sono che frammenti. Dal canto mio ho usata la maggior dilignza che per

348

PROEMIO DEL VOLGARIZZATORE,

me si poteva, acci nella nuova lingua di cui le vesto meno immodeste com paiano , ma non meno eleganti e gen tili.

LETTERE DI FILOSTRATO
DA LENNO

I. AD ASPASIO ('). L a forma dello stile epistolare parmi che abbiano egre giamente, dopo gH antichi, osservata il Tianeo e Dione (a) tra i filosofi, tra gli imperatori Bruto, o chiunque si fos se quegli di cui Bruto si valse a scrivere le sue lette re (3), e tra' principi di Roma il divo Marco, in quelle scritte da lu i, nelle quali oltre la sceltezza delle parole trovasi pure espressa molta fermezza e costanza di buon costume (4). T ra gli oratori poi l ' ateniese Erode otti(i) questi , di cu! s! ha la vita in quella de* So fisti, libro !t. Ivi anzi fatto cenno deHa presente lettera. (a) Le lettere del Tianeo, cio d! ApoHonio, vedemmo nel volume antecedente deHe opere d! Filostrato, del Rlosofb Dione da Pruaia abbiamo la vita nel presente volume. (5) Che le lettere note sotto il nome d! .Bru^o (d i cu! si hanno due codic! neH'^mtnMMua d! Milano) sieno lavoro o di del quale ha Filostrato dato la v ita , ovvero di un suo segretario, che credes! chiamato , comune opi nione de'critici. (4) Le lettere d! Marco Aurelio sono conosciutissime in tutte le lingue moderne, tanto ridondano di morale saggezza.

35o LETTERE mamente scrsse, tranne che us gH atticismi sino a!!a nausea, e troppo pi loquace si mostr di quello che a lettere convenga. Ben giova che lo stile epistolare adorno sia di atticismi alquanto pi del discorso volgare, ma deve accostarsi a!!a volgare consuetudine de! parlare, pi che 1' atticismo , ed essere composto di ta! genere de! favellar civile, che non vada privo di venust. Sia pure ornato, ma non colorato (t), perch se vogliamo andar dietro ai colori sembreremo affettati, e l ' affetta zione neHo sti!e epistolare & una fanciullaggine (a). Le lettere brevissime accordo c h e , per cos d ire , si con tornino , acci la scarsit de!le parole ne venga a!men compensata, e , si meschina essendo, acquisti certa sonorit (3). Da queUe lettere p e r , che vanno assai per le lunghe vorrei del tutto levata cotesta affet tata rotondit, !a quale sa pi di declamazione di quel che si adatti ad una lettera ; a meno che non sia ne cessario , poco avanti il Unir de!!a lettera, o ridurre ad epilogo quanto si detto prim a, o volerne trarre la conseguenza che da tutto i! gi detto derivi. La chia rezza !a miglior maestra in qualunque scrittura, e soprattutto nella epistola; perocch se lucido e aperto lo stile pi facimente persuaderemo s coloro che danno o che pregano, che cedono o che resistono,
(<) Nette Vite de' aoSsti & occorso pi di una volta di osser vare in che consista lo stile co/orato , che qui s! biasima. Noi potremmo dirla mantengA?. (i) E questo era il difetto d'^ypaj/o segretario dell'imperadore. (5) La rotondit de'periodi raccomandata dalla maggior parte de' gradatici e oratori.

LETTERE

35 !

copte pur quelli che accusano, che difendono, o che interrogano. E lucido riuscir Io stile, purch non si cada in modi di dire sconci ed abbietti, se adopreremo le sentenze popolari in maniera nuova, e le nuove con modi popolar!.
II. A BER EN ICE.

Quel rosso colore, di che ti imbelletti !e labbra e !e guance oRende !a vista. Oltr' a ci accusa di vecchiez za la faccia ; come se livida ne fosse !a bocca, sEorita e rugosa !a pelle. Lascia partanto codesto impiastrarti di belletto, e non aggiugner nulla alla eleganza delle tue form e, se non vuoi ch e, vedendoti dipinto it volto, i* non ti abbia a chiamar vecchia.
I H . AD ATENODORO.

Gli occhi sono i consiglieri in fatto di amore ; ma tu, mentre abiti a C orinto, ami soltanto per fama un gio vinetto Ionio. A me pare che pazzi furenti sieno coloro che non sanno c! che per !a mente loro si aggira.
IV . AD E P IT T E T O .

Se t! compiaci degli stolti applausi del popolo, fa conto che anche sieno popolo le cicogne, le quali fanno strepito quando no! passiamo : e in ci pi sapienti si mostrano del popolo ateniese, perch non chiedono mer cede alcuna de' loro applausi.

35s
V.

LETTERE
AD A R ISTO B O LO .

Avvi maggior temperanza in un amante che sa essere continente, che non ve n ' ha nel non amare del tutto ; e cos negli affari di guerra son grandi, non coloro che non ricevono pur una ferita, ma s quelli che colle fe rite riportano Vittoria.
V I. AD A TEN A IDE.

P a re a cAt non ama era il parere di Lisia; Jane, a cAt am a era quel di Platone (t). T u per dai tanto a ehi ama che a chi non ama. Ma questo nessun sapien te, credo, approver ; bens Laide (2 ).
V II. AD E P IT T E T O .

Paventa il popolo, presso il quale sei s potente.


V H I. A CA RITO NE.

T u credi che i Greci conserveranno memoria delle tue orazioni, quando avrai cessato di vivere. Ma quelli che nulla sono, mentre sono, cosa saranno quando pi non saranno (3)?
(t) nione (a) (3) Nel fe & v Platone introduce Socrate a combattere la opi qui citata, da Lisia sostenuta in una sua orazione. Famosa cortigiana. H verbo essere tanto pei greci e pei latini, come pei mo-

LETTERE
IX . A N ESTO RE.

353

Ti ho mandato Schi d'inverno. Credo che tu ti ma raviglerai o perch gi ve n* abbia, o perch ancora ve n' abbia.
X. A D IODORO.

Gii Eritri coltivano negli orti loro certi fratti senza nocciolo, d'onde spilla un umore bevibile al pari di vi no da ottime uve spremuto. Io ne ho co!to dieci e a te li mando. Tu per fanne uso in modo che te ne pasca a guisa di vino, ma non ti riscaldi pi che il cibo.
X I. A F1LEM ONE.

Se gi hai conoscenza di Diocle il tragico ( t ) , senz' altro il pregierai ; se ti fosse ignoto, scrivilo nel no vero dei pregiati; e fallo pur tu o , come suo lo fanno quelli che il conoscono, o che sin qui noi conobbero.

dern i, le ca! lingue dalla latina derivano, signiSca parimenti v vere. Chi , vive ; chi fu , morto. (<) Tra i varj Z)ioc/i ^ di cui ci trasmessa memoria, non trovo alcuno, che fosse scrittor di tragedie. JPoM/ce ed ne citano un comico, e pu darsi che sia que! desso, del quale parla

354

LETTERE
X II. AL FANCIULLO.

T a si s maligno, che di nessuno hai p iet , ed io s sciagurato che di nessun altro bramo i favori. Pur grata mi la sciagura, n vorrei che avesse 6ne il cruc cio di sofferir la ripulsa, acci n 6ne avesse la tua igno minia pe' tuoi detestabili costumi. Perocch qael c h 'io fo soltanto opera della mia volutt; ma il tuo delitto incorre nel comune rimprovero di colpa, che per ogni maniera ti dovuto.
X III. A G IU L IA AUGUSTA.

Il divino Platone non ha nulla da invidiare ai soGsti, bench alAmi fermamente ne sieno persuasi. La rivalit sua con essi nacque dall' errar loro per le grandi e pic cole c itt , alla maniera di Orfeo e di T am iri, liscian dole e palpandole ; ma tanto fu egli dalla invidia lon tano , quanto lontana la rivalit dalla invidia ; peroc ch l ' invidia alimento de' miseri ingegni, la rivalit invece sprone agli eccellenti. Chi invidia suole in vidiar ci che egli non pu conseguire ; ma quand'uno si trova capace a far checch sia o meglio o almeno non peggio di un altro, allora dalla rivalit animato. Platone adunque per le formole de' sofisti si spaziato s che non si lascerebbe da Gorgia stesso nel gorgtzzar superare, e molte maniere di dire conformi a quelle di Ippia e di Protagora gli sono famigliar!. Altri pur v' eb bero che altri emularono; poich il figlio di Grillo riva-

LETTERE

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legg!a co!!' Erco!e di Prodico , quando Prodico intro duce la Malizi^ e !a Virt innanzi ad rcole, invitan dolo a scerre il tenore delia sua vita. Molti e ragguarde voli pur furono gli aintniratori di Gorgia $ e primi tra essi i Greci che in Tessaglia andarono, presso i quali il go?gMzar# signiScava professare eloquenza ; poscia i Greci tu tti, alla presenza de'quali ne'giuochi olimpici disput egli con tra i barbari sulle gradinate del tempio. Dices! pure che Aspasia da Mileto rafBn il parlar di Pe ricle ad imitazione di Gorgia. Tutti sanno che Crizia e Tucidide presero da lui la sublimit e la severit del discorso, accomodandole alla propria indole, uno col grazioso suo favellare, l'altro con la forza della elocu zione. Anche il socratico Eschine, in favor del quale poc' anzi tu disputavi, per avere con tanto sugo e gastigatezza scritto i dialoghi (<), non isdegn, nella ora zione che scrisse di Targelia, gorgpzzare egli pure; pro va ne sia il seguente tratto : JTargeh'a ancata m Mg//a coJ TleMa/o ^nt/oco , cAa at Tle^^a/t comantfa^a. Le divisioni eziandio e L nessi dell' orazio ne che Gorgia invent, vennero comunemente prati cati, soprattutto dalla maggior parte degli scrittori epici. Credi altres, o Angusta, che nemmeno Plutarco, il pi audace fra i Greci, mal disposto contro i soSsti; n ti pensare che ma! senta di Gorgia. Che se noi credi, tu p u re, che sei la stessa sapienza e prudenza, con qual nome si abbia a chiamare ben sai ; mentre io, quand' an che il potessi, non posso dirlo (a).
(t) Dice Z nerno che per la loro eccellenza vennero da aleuti! attribuiti a <&cna(6 . (a) Per finire con un frizzo, secondo il solito, riesce osenra.

356

LETTERE
XIV. AL FANCIULLQ.

! poeti amorosi piacevoli sono ad ascoltarsi anche ai vecchi, perch !i invitano a meditar sali'am ore, e quasi di nnovo li ringioveniscono. Non crederti per che sia per te passato il tempo di siHatto ascoltamento; es sendo consaetudine di cotesti poeti di far s o che non si dimentichino le cose d'amore, o che si rammentino.
XV. AD E P IT T E T O .

Gli iniziati ai mister) di Rea cadono in furore , e no suono percuote loro gli orecchi; a rimedio del quale suole Arsi uso di cembali e d tibie. In egaal modo ta sei dagli Ateniesi commosso, quando ti applaudiscono, che pi non ti ricordi n chi tu sia, n da quai genitori prodotto.
X V I. A CLEOFONTE E D A G AJO.

Di quanto scriveste parte gi fatto , parte si & a momenti. Ancorch io sia di L enno, riguardo anche mbro per patria mia; ch in quel modo che la benevo lenza reciproca unisce le due isole, me pure congiunge a voi due.
Pare che yogUa dire eh* e! potrebbe dare a Plutarco 3 nome che si meriterebbe se nemico si mostrasse di Gorgia, ma che no! pu dire ; avuto riguardo ai molti suoi meriti.

LETTERE
XVII. AD EREZIANO.

35?

La poetica gena numerosa pi che g!I sciami del ie api. I prati alimentano le a p i, e le citt e le case I poeti* Ed a vicenda quelle co' favi, questi con splendido apparato di Intingoletti, I loro conviti presentano. Al cuni poeti adomano anche le seconde mense , e tali noi stimiamo essere I poeti amorosi, del cu! numero cotesto Celso, che l'in tera vita consuma ne*suoi canti, a modo delle buone cicale. Acci poi non di ruggiada ma di cibi si pasca, Io alla tua gentilezza Io racco mando.
X V I!!. AD ANTONINO.

Non annidano cicogne in devastate c itt , fuggendo esse persino l'ec o de'passati mali. Tu all'incontro abiti la casa, che tu stesso atterrasti, ed al Lari , che la pre siedono , sagrlEchl come se non vi fossero, oppure co me se, essendovi, dimenticassero che tu I beni lro ti appropri!.
X IX . AL FA N CIU LLO .

TI saluto, bench ta noi voglia ; ti saluto bench tu non m! scriva, o tu , con altr! gentile, con me superbo. Non d'aria sei composto, e di ci che all'aria s! mesce, ma di diam ante, di sasso , di St!ge. Fra poco t! vedr barbuto, e start! all'altrui porta aspettando. Amore e

358

LETTERE

Nemesi sono a! certo due num! assai celeri, e vanno continuamente qua e l aggirandosi.
XX. A MADONNA.

Danae ricevette !' oro, Leda !' augello, Europa i tori deHa greggia, Antiope ci che dai monti veniva, Amimone ci che venia dal mare. Ma i poeti favoleggiando fnsero cotesti doni, cose vere accennando avvo!te ne! dolcior dlie favole. Ricevi dunque tu pure, ricevi, e la scia quella fnta superbia di disprezzo, e metti a parte quella simulazione di castit, afEnch io pure divenga Giove o Nettuno ( !) , dando ci& che ta bram i, e ci ch 'io bramo ricevendo.
X X I. A LLA STESSA.

Momo nuli' altro diceva poter riprendere in Venere (e di che l ' avrebbe ripresa?), tranne una sola cosa, cio che il di le! calzare strideva, e troppo ne era lo strepito, e molesto il saono. Che se andata fosse a pi nudi, qua! era uscita de! mare, que! briccone non avrebbe trovato nuHa da sottilizzare e da porre in ridicolo. Oltre a ci pare a me che di furtivi amori dilettandosi, non po tesse per ci solo rimanersi nascosta, e che Vulcano tutte risapesse !e scappate di !ei per mezzo de! traditor calzare. Fin qui sta la favola. T u pertanto molto ben fai, ^ la pensi con pi prudenza di Venere, che de'piedi ti
( t) Ai quali appartennero le bell nominate in principio.

LETTERE 35g servi, come natura vno!e, e sfugg gH schern d Momo. O piedi da nessun vincolo stretti ! o libera bellezza ! o me tre volte beato e felice, se me pure calcar vogliate !
X X II. AD UN G IO V IN ETTO SCALZO.

La scarpa ti fa male, forse perch t strnge ; certo che il cuoio nuovo offende le tenere carni. Esculapio facilmente risana le ferite ricevute in guerra o alla cac cia, o in altro consimile caso, ma queste trascura, co me pi presto dalla stoltezza cagionate, che dalla av versa fortuna. Perch dunque non vai senza scarpe? Cosa invidii tu alla terra? Calzari, pianelle, stringhe e peduli sono avanzi da infermi e da vecchi. Perci in questi monumenti dipingono Filottete, come se zoppo fosse 0 ammalato (i). E il filosofo di Sinopia (a), e il tebanoC rate, ed Aiace ed Achille sono dipinti scalzi, e Giasone sol da una parte ; perch s racconta che nel passar egli un torrente gli fu dal fiume tolta una pia nella , rimasta nel Gange, e cos Giasone ebbe un pi libero, istruito dal caso, e non condotto dal proprio consiglio, di ci che pi giova di fare; e posi andosseqe bellamente, senza essere offeso da nessuna cosa che tra la terra e il piede si frapponesse. Non abbi pau ra. La polvere e 1' erba raccorranno la pianta del tuo piede, e tutti ne baceremo 1' orma (3). Oh modelli d
(t) E ra stato morsicato da un serpente nel piede. (a) il cinico andava col bastone per sostenere H debil suo corpo. (3) I bianchi e dilicati piedi non raramente celebrarono i poeti : Q M M ?<yM M ca/ccverM roM

36o LETTERE pi carissimi ! oh nuovi Cori ! oh piante delta terra! oh gratissimo bacio !
X X III. AD UNA OSTESSA.

Tutte le cose tue mi seducono ; !a veste di Uno, che parmi il peplo d 'Isid e , Posteria, che sem brali tempio di Venere, e i bicchieri, simiglianti ag!i occhi di Giu none, e il vino che come un Core, e l ' union dei tre d iti, con cui prendi il bicchiero , come la rosa dalle sporgenti bacche dell' edera avviticchiata. Io sto anzi in timor che non cada; ma esso vi riman saldo, come nn chiodo fsso, e par quasi insiem coi diti cresciuto. Che se di tratto in tratto ne assaggi, tutto quello che avanza nel bicchiero dal tuo alito riscaldato, e di venta pi soave del nettare ; discende quindi per la gola speditamente, quasi non dal vino ma dai baci temprato.
X X IV . A LLA M ED ESIM A .

Di vetro son fatti i bicchieri, ma le tue mani li con vertono in argento ed in oro , s che dal tuo contatto provien loro eziandio una certa dilicata mollezza. Ma disanimata ed immobile la lucidezza loro , non altri menti di quella delle acque stagnanti ; ma que' bicdisse Perno , nel!a sat. n. p e r AerAcm ,R<?pfarf.! , yZujrtre roMre dipae CAHM&aao, lodando ^Serena , ecc.

LETTERE

36 !

chieri che tu hai nel tuo volto (:) mi par che apportino, il diletto s per un altro genere di mollezza, e s princi palmente pel senso della vista. Il perch metti di grazia in disparte quei bicchieri, e tralascia di servirtene, tanto per cagion degli altri, quanto per timore della materia, tanto soggetta a rompersi. Coi soli occhi pertanto a me fa brindisi, pei quali anche Giove destin il suo bel coppiero, come adatti al palato. N voglia ti venga, quan d'anche il bramassi, di consumar vanamente il vino , ma versa acqua soltanto, e dal tuo labbro staccandola riempi de'baci il bicchiero, e dallo a quelli cui faccia d'uopo; perocch non v' alcuno che i doni di Bacco desideri dopo le viti di Venere.
XXV. ALLA M ED ESIM A .

Gli occhi tuoi tanto pi lucenti sn de' bicchieri, quant' io per essi riguardar posso anche 1' nima. Il ver miglio delle tue guance supera di splendore lo stesso vino ; cotesta zimarra di lino riflette lo splendor delle guance; i labbri poi tinti sono di sangue di rosa. A me pare altres che tu spilli acqua dagli occhi, come da due fonti, e per conseguenza che una tu sia delle Ninfe. Q uanti, che hanno prem ura, tu frmi! Quanti che ol trepassano trattieni ! Quanti senza dir motto inviti ! Io tra i primi, tosto che ti veggo, ho sete, e a mio malgrado mi fermo, e 1' afferrato bicchiero stringendo non lo ri traggo dalle labbra, ma te soglio bevere.
(<) Intende g! occhi, siccome si t g ii veduto neHa lettera an tecedente. Confesso che parm! questa una vera freddura.

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LETTERE
X Y Y I. A L FA N C IU L L O .

Nemmeno presso Menandro (<) Polemone rade a la chioma al suo elegante ragazzo ; ma ben os farlo in am trasporto di sdegno con la bella sua prigioniera, e poi sommamente rincrebbegli di averla rasa, e pien di ram marico si sfoga piangendo, e pentito si grida della stra ge contro !a sua chioma commessa. Anche la commedia adunque perdona al ragazzo, ma tn, non s perch, da t e stesso, o om icida, fai guerra al tuo capo. Che biso g n o ci era di ferro contro la chioma? A che pi oltre v a i portandovi dentro cotanti tagli ? Oh qual messe hai re c iso ! Non hai tu nulla imparato alla scuola dei poeti, c h e introducon chiomati gli Euforbi, i Menelai, e tutto I ' esercito degli Achivi? Anzi se alcun di loro descrive u n fiume, una chioma gli assegna. Come fra i doni sag:y* si pone 1' oro e T argento, cos anche la chioma. ! b a r b a r i sono chiomati di berretti, i Greci di morioni, gli ^yccH di palpebre, le navi di vele , la terra di m onti, n m o n t i di boschi, il mare di isole, i tori di corna, i Sami J c a n n e , le citt di mura. Pi formidabile parimente ^ il lione irsuto , e il cavallo gi di criniera adorno, e p i guerresco il gallo razzolando la paglia. Cos pure i c a p ie n t i venerano tra le stelle le chiom ate, e tra i sa-* c e r d o t i quelli che son capelloti; e degli Iddi ciascuno p e r la diversa sua chioma distinto ; Nettuno dal nero
( ' ) Autor di commedie JMwtatM&v, d! cui rimangono pochi f r a m m e n ti ; A nem one nome d! attore nelle stesse commedie*

LETTERE 363 crin e, Apotto intonso, Pane dai cape! fotti, Iside datla trecce sciott, Bacco daHa zazzera intralciata coti* ede ra ; e Venere non s! rase ma!, nemmeno quand' era in lattosio ho udito un uomo dotto chiamare ! raggi chio ma de! soie, e dir che Giove pi venerando riesce degli a!tr! D i!, perch erotta ed arruffa ta chiom a, e non in* ganna ove con essa annuisca. Mercurio po! chiomato non meno atte tempia che ai catcagni. Una citt, quando da! nemico stretta, inalbera per ultimo ta chiom a, ed una donna non prima gt! ornamenti det capo dim ette, che da una sciagura v! sia obbligata ; e se ta terra non chiomata, vi ha carestia ; anzi quando cade una pianta, no! ne moviamo lamenti, e pi cose d! lei canta !! poe ta, massimamente se abbia sonora ta voce; e tu di tante foglie strappate non piagn!. Ma io comporr F elogio funebre detta tua chioma : Oh baluardo detta betlezza ! Oh bosco di Cupido ! Oh astri det capo !
X X V II. AL FA N CIU LLO ( ') .

Gti Spartani vestivauo maglie di porpora, o perch quet vermiglio cacciasse spavnto negli inimici, o perch a quet colore fossero meno accorti del sangue (a). Ma
( ') La versione di questa lettera de! conte <# de! quale parlai nel proemio, e cos! pure la nota. NeHa edizion sna per essa rimase imperfetta di que! breve tratto , che io ho se gnato con le virgolette. (?) Che gli Spartani vestissero di rosso in guerra* oltre Filostrato , il dice Va!erio Massimo, Eliano , Plutarco, Clemente, e pi a lungo Senofonte, ove della repubblica laconica: A e' cMMn(t

364

LETTERE

v o i , g io v in e tti gen ti!!, v o i d o v e te v e stir m ag!!e e d a r m i d *o!e r o s e ; vo i A beH o a rn e s e ric e v e re d a c h i v 'a m a .

4&Zf

a m ti, egli dice, s i voi^e cAf i Zace^^emoni avessero scmK #fi tronzo e tona^Ae porpora, inyeroccM si pe#M MH Ai^ognare /e ^m unine a yMMto genew <C pesR, cAe pnufo si ferg(WM, e M < M & ! aMCC&MW. Ma leggtst per nell' antologia am epigramma sovra it re Leonida, in cni l'eroe dipinto in atto di ripudiare la porpora, come indegna d'nomo spartano. E Niccol Cragto, che al dottamente scrisse delle cose di Lacedemone, con fessa di non veder modo a conciliare nna cosi aperta contraddi zione. A me per questa non sembra opera cosi disperata, ed anzi confido d! poterne trarre nna spiegazione bellissima. E in vero se non saremo contenti delle sole testimonianze di qnelH autori che ci descrivono i Lacedemoni col saio purpnreo, ma leggeremo nel t degli Aromi di Clemente, vedremo cAe a /fin ybort <% e' giorni < % i Aattagfia vietato em a J ogni C a rfa n o f KSO rie/ia p o rp o ra / e se leggeremo ancora nel libro tv <ie'Po/i(ici d ' Aristotele, impareremo, che in Tsparta i re vestivano come gii nitimi </<?gii schiavi. Cosi verrassi a conoscere che ninno nella citt vestiva la porpora, e n anco il re: e se ne far alta e no bilissima quella risposta di Leonida re, quasi dicesse all' adulator che gli offeriva quella insegna regale! /^anne : Zeonit%a non veste porpora in trono come i signori <% e' &ar&ari ; ei veste so io p o r p ora in campo, ynanif ogn' uomo spartano piit cAe re e co//<t ceste e coM' animo / la quale sentenza parmi degna del campione delle Termopile, e poco lontana dalla risposta data da Lisandro, altro re de' Lacedemoni, quando avendogli Dionisio donate alcune bellissime gonne per le Sgliuole sue, egli le ricus e mandogH dicendo che non volea far brutte le sue Eglie con vesti cosi belle, perch la prole d' un re di Sparta, non gi di porpora, ma do veva adornarsi di sua sola bellezza. Questo narra Plutarco negli Apoftegmi, e mi pare se ne conforti moltissimo la interpreta zione da me data a quell'antico epigramma sopra Leonida.

LETTERE 365 A' candidi il giacinto, a' brani caro !! narciso, che Narciso anch' eg!i era un fanciullo ; ma !e rose a' can didi e abbruni son care. * Son esse che lusingarono Anchise, esse che discesero Marte , esse che avvertirono Adone di inoltrarsi *. La primavera se ne & !ieti i ca pelli , la terra se ne dipinge, ed Amore se le porta in cambio deHa face ([).
X X Y H I. A MADONNA ( j).

Se da me faggi s ostinatamente, accogli almeno io vece mia queste ros. Io ti prego eziandio che non solo tu ne faccia ghirlanda ai capegli, ma che anche sovra esse piacciati dorm iy. Ben vedi quanto sian belle a ve dersi, e come un vigore di fuoco le regga ; molli poi so no al tatto pi d'ogni pi molle pium a, pi che la grana di Babilonia, pi che la porpora di Tiro; le quali, quantunque sieno egregie cose, pure s genti! profumo non esalano. Io ho ad esse imposto di arrampicarsi amorosamente intorno al tuo collo, di invaderti i! seno, e di fare , per quanto da te s perm etta, le parti dell ' amante; e so che ubbidiranno a! mio comando. O rose beate! qual donna abbraccerete! Ma parlatele a

(])

11

testo veramente, continuando il periodo, dice: JO" w e

?e cAf'ome

prtmavern, 6MH g/i

(erra, ewe

/e yct amore. <(a) Questa parimenti il conte di Castellara tradusse; ma man candovi la chiusa, e parendomi nel resto alquanto dilavata ed infedele , non me ne servo.

LETTERE 366 nome mio, pregatela, persuadetela; e se non vuole ascol tarvi, disseccatevi.
X X IX . A L FAN CIU LLO ( ') .

Il rosaio ha dischiuse tutte le foglie, e diresti le rose aver messe le ali per volar sino a te. Or t u , secondo tua cortesia, deh le accetta ! e t! gir! per la memoria Adone, e che Venere le dipinse colle sue vene, e eh' el le son 1' occhio d' ogni siepe e d' ogni giardino. Bello l ' atleta se incoronasi d'oleastro : il prepotente mo narca , se di tia ra , ed il guerriero se d' elmo (a). Cos al fanciullo si addice la rosa, odorata come il suo alito, e vermiglia come il sommo della spa guancia. O giovi netto, sei tanto bello, che non tu a&juisti grazia dal So re , ma l'acquista il Sore da te.
XXX. A MADONNA (3).

Ti mando una corona, n perch' io ten faccia onore (il che pur bram o), ma perch ti degni privilegiare que ste fragili rose, le quali, come ti abbiano tocca la fron te, so che non potranno pi inaridire.
(t) Ed pur questa epistola una versione Jet medesimo. (3 ) Qui parlasi de! re di Persia, che da' Greci dicevasi il re per antonomasia: quindi della yfana neHa propria di lui, giacch a tutti era lecito l'uso della 7Tara tncAM(a (Briss., & .Keg/i. Pgr#., lib. 1, pag. 3 8 ). (3) E questa parimenti & versione del Conte di Castellara.

LETTERE
X X X I. AL F A N C IU L LO .

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Ben facesti a porre in uso ie rose anche nel ietto ; perch ia compiacenza che si trae dai ricevuti regaii grande argomento di onore verso chi ha regalato. Ed io veramente ho voiuto co! mezzo loro palparti, essend' esse ministre d'am ore, e ingegnose, e consapevoli di piacere ai betU. Sto nondimeno in timore che abbi sognino di riposo, per averti forse molestato mentre dormivi, come fece 1' oro a Danae. Che se qualche gra titudine vuoi mostrare a chi ti ama, rimandami le re!iquie loro, le qua!i ornai non la sola fragranza spireran delle rose, ma la tua parimente.
X X X II. A MADONNA.

Anche a Giove, quando sul monte Ida si addorment, !a terra produsse Sori, il giacinto, il loto, la grana. Per ch fra questi non si trovaron le rose ? Forse per essere a Venere consecrate, da cui la stessa Giunone costret ta prenderle a prestito, come gi prese il cesto? O forse perch non avrebbe Giove dormito, se quelle pur vi na scevano , e gli sarebbe abbisognato di chiamar lei per poter chiuder occhio (:)? Ma dove spandono l'odar loro le rose, giuoco forza che g!i uomini e g!i Iddi veglino

(:) La soia Giunone aveva il privilegio di conciliar sonno a Giove. N di ci6 , n d' altro panni che le mogli degli nomini abbiano molto ad invidiare alle mogli degli Iddj gentileschi.

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LETTERE

di buon grado : ch quella fragranza atta ad allon tanare ogn! quiete. Questa adunque lasciamo ad Omero ed alla poetica facolt. Tu per hai da trascurata ope rato, coll'addormentarti soletta fra le rose, e coll'eser citare la tua castimonia con chi non casto. Che anzi era d'uopo che qualche zerbin ti accostasse, ovvero io, che ti avrei fatto le veci di Giove ; a meno che tu non abbi pensato, o bellissima, al momento che le ghirlande ti levavi dal seno, di trovarti fra le braccia di un nuovo amante.
X X X III. A L FA N C IU L L O .

Che n ' avvenuto delle rose? Prima che arrivassero a te elle erano belle, n io per certo mandate le avrei, ove non avessero in s cosa che degne le facesse di ve nir conservate. Ma appena ti furon recate che inaridi rono ed esalarono. Io sicuramente non so intenderne la cagione, poi che nulla vollero esse indicarmi. Per quanto per puossi congetturando presumere, esse non pote rono sostenere il confronto di una superiore bellezza, n venendo a gara con te pari erano di forze, ma tosto che un*a pelle pi odorosa toccarono esse perirono (t). Cos struggesi la candela vinta da un maggior fuoco ; e
([) Pi volte gli antichi hanno celebrato la fragranza Ji alcuni corpi umani. Tutti sanno ci che dissero in tal proposito di Ales sandro Magno; due epigrammi si hanno nel lib. v n , dell*anto logia a ci relativi. Gli amanti generalmente confessano l ' edor soave delle belle. Le ultime parole dell' antecedente lettera xxxt, ci pure confermano.

LETTERE 36g cos gli a stri, sostener non potendo l'aspetto del sole, si abbuiano.
XXXIV. A MADONNA (:). S, le rose sono Cori sacri ad Amore, e l'Amore e le rose tengono pari stato. Vedi. Loro vaghezza vaghezza di giovent al modo che quella d'Amore ; sono esse m olli, molle quel Dio ; sono d 'o ro le corone delle rose, d 'o ro i capelli d'Amore ; armato egli di saette , cinte elle di spine ; stringe egli il fuoco nella destra, si dipingon elle nel colore del fuoco; le rose danno al vento le foglie, ed Amore le penne. Il tempo avversario an tico e delle rose e d' Amore : che l'aspro Iddio cos estingue l'o n o re della bellezza, come la vita de'Bori. Vidi a Roma uomini coronati e correnti (a), a signiBcare come ratta scorra la leggiadria, e a darne avviso d! usare l ' et, che a pena non curata , gi pi non . Non ti ristare adunque, fanciulla ; passa la giovinezza, e tardando perde stagione come la rosa; non ti ristare, su incoroniamoci, e si goda, e via si corra (3).
(!) Questa e le tre seguenti sono volgarizzate dal prelato conte di CasteHara ; non (orse con somma f e d e lt m a certo con ele ganza. Sue parimenti sono !e annotazioni. (a) Si accennano le feste di Flora, delle quali (Mt&'o nel v dei v. 555. (3) Cosi il libro della ove danna la vita epicurea. CoronemtM n<M rtMM awleqtHam maneMcant; HKMwn pmt&MW, yno non &MrwrM .flfMMrMri, lem.

LETTERE
XXXV. AL FANCIULLO.

La bellezza e )e rose hanno l loro primavera ; stolto colui che non gode il preseute, perch attende beni che non attendono, e viaggia tardo dietro cose veloci. L'invida et spegne e tronca la cima e il lume d' ogni bellezza (t). Ti affretta dunque, o amor mio, anzi mia viva rosa (a) ; e mentre vivi e puoi, godi la v ita, e a me fa parte de'doni tuoi.
X X X V I. A MADONNA.

So che le rose a te venute bene intesero il mio co mando , e rinfrescandosi alla neve de! tuo petto risto rarono la fuggente e stanca lor vita. Oh! le bene accor te, le bennate rose. Deh ! tali serbatevi insin eh' io vegna. Perciocch ho fermato di far ragione chi de' due abbia fatto miglior guadagno, o di profumo eHa, o voi di vita.
( ') S. Clemente Alessandrino nel Hb. n , del Pedagogo ha nn concetto similissimo al principio di questa lettera, ove parlando delle rosesoggiugne: proAniur eorant n iae Argvtia.! ,* antentm ^?accMcun% ei (a) Il vezzo di chiamare la persona amata col nome di rtMa piacque tanto, che da'Greci l ' imitarono anche i Latini. Quindi leggesi in Plauto, 3, 3, y4, D a, mem oceHm, mea rtw a, mi awime, mea

LETTERE
XXXVII. AL FANCIULLO.

T! !agn! ch'io t! sono avaro di ro se , n creder gi che ti manchi o di cara o d'am orosa fede. Ma eratni buono il pensare che a te biondo, a te ornato di native rose non bisognassero queHe che si colgono pe' giardini. N Omero le pose in capo al biondo M eleagro, forse perch era come nn porre brace sovra brace; n di rose inghirland AchiHe n M enelao, n quanti ebber voce di belli e di eroi (t). A chi ben guardi con mente sana, que! Bore invido , e presto a' inchina, e prestissimo
(<) FHostrato o non conosce o fnge di non conoscere la ra gione, per cui Omero non pose corona in testa ag!i eroi della Iliade. Omero non vi coron mai persona n di rose, n d 'altro Core, perch i Greci e Troiani at tempo antichissimo di quella guerra non ancora si coronavano (Vedi Ateneo, lib. !, cap. xv). E il poeta grande osservatore dette memorie antiche tutta ci di pinse quel!a vecchia semplicit senza neppur ta sciare queste pic cole circostanze. Ma siccome a* tempi suoi era poi venuto in grande amore la foggia dette ghirlande, egli te nomin, ma solo pep uso detta metafora; dal quale accorgimento pu conoscersi quanti artiRcj mirabili sono nell' Itiade , che si nascondono agli occhi persino de'pi sapienti. N qui lascer d'osservare, come l ' egregio Annibai Caro in quel suo immortale volgarizzamento detl' Eneide, ha fatto peccar Virgitio contra il costume, incoro nandovi Enea, che certamente nelt' Eneide non si incorona : Per ch descrivendo ta cena di Didone, e giunto al verso C/Mienas HMgntM giaiuuni ei v<nn co ro n a ci, in vece di dire cAe t/ vino gtngnere corona ^e'cao pi veramente cAe i ca/fci incoronavano, dice che si

3y a

LETTERE

non & pi. E la origine su a , a quanto narrano, pur la cosa tristissima, perch le genti di Fenicia e di Cipro lo dicono tinto in sangue per le spine che punsero la bella madre d'Amore. Non facciano serti adunque lordi del saugne d'una Dea ; e si fugga quel Ror s c ru d o , che n a Venere pure perdona.
X X X V III. A MADONNA ( ') -

T u se' bionda e vnoi sose f Tu bella, tu fatta come rosa, a che cerchi una s fuggitiva immagine di te stes sa (a) ?,A che il color del fuoco sovra i capelli? Io penso
coronarono i convitati, con manifesto peccato contro H detto da Virgilio, ed it costume eroico; Compar/r nuove tazze, e p;no, e P er Ke&tHMHfe in co ro n ar^ e Aere. H qua! errore anche ha ripetuto al giungere che gli ospiti fanno nel Lazio, ove traslat : ^ in v itarsi a coronarsi e Aere ; mentre neppure in quel passo ii poeta latino fa verun motto di coronazione. Sembra adunque che il Caro ignorasse in Virgilio quello stesso appunto che Filostrato ha ignorato in Omero. (t) E questa parimenti (insieme alla nota) & versione e layqro del prefato cavalier piemontese. Egli per le attribuisce il n. 5 g ; Io che pu anche essere errore di stampa. (a) Qui Filostrato canta la Pa/incA a, calcando le orme di tutti i sofisti che ponevano grande onore nel saper parlare di tu tto , prima in p r , quindi in contro. Cosi seguendo compiutamente l'esempio del loro principe Gorgia leontino, il quale, secondo* afferma Cicerone, fu il primo che dicesse ofEcio dell' oratore l ' in grandire le cose colla lode, e l ' inchinarle col vituperio. (C ic., .Brat. n. r/;; e La qual arte poi si fece utilissima a* giure-

LETTERE 3?3 che !! monile della colchica Medea data alla Glauce fosse tutto rose infuse di veleno (t), n s le tocc, che la donna fu cenere. Se le dici vaghe, pon m ente, che iniqua cosa che le belle sieno vinte in vaghezza da un Bore: se le dici odorate, rispondo non convenire che 1' odor loro combatta la fragranza che da te spira ; e snelle sono caduche, perch affrettam ela m orte?L'ap* passita rosa tale immagine appunto mi re n d e , qual di chi langue tra morto e vivo. Onde molti che si accen dono nell' amore delie rose, pi sono compunti di piet al loro mancare, che d* allegrezza al vederle, quando si drizzano tutt'aperte sullo stelo; imperocch la dolcezza presente vinta dal pensiero della morte vicina (a). Ma la bellissima tua testa A pi vaga di un campo segnato di mille Bori, che nA per sote cedono n per ge!o. Eh ! fammi lieto d'unsolo di que'tuoi capelli, e dir d 'aver tal rosa, che non vegga mai sera.
consulti, agli etici, agli scolastici, e^a quanti fecero delta sapienza una ragna da uccellare l ' inSnito popolo degli sciocchi. E certo pi comportabile sar it leggere qui Filostrato , che persuade una donna a non ascondere le trecce sotto un paniere di ro se, che non ci sarebbe stato it trovarci in mezzo Roma at buon tempo de'consoli, ed udirvi il gravissimo Cameade ambasciatore d 'A tene, quando at cospetto del popolo recit ta sua invettiva contro la giustizia. (Vedasi Lattanzio, tftv., cap. !%, lib. v.) ( ') Tlaio manm Hn^uiam. (HoraK, 7% ). f i , verj. 65.) (2 ) A questi detti consente quella nobilissima sentenza di Pli n io , !, xx, ! : in <h'em gtgnii naiarn, magna (ai /?a/ant eii) a<%BM)n#!OBe Aomwam: %aae yZorCni ee/w tier marcMMUf.

3y4

LE T T E R E XXXIX. AL FANCIULLO.

Quapto mai litigiosa e ostinata codesta tua bellez za! Ma quanto pi la trascuri, tanto pi rinforza, a simiglianza di piante, che dalla natura assistite non sof frono verno detrimento per l ' incuria de' coloni. Non monti tu a cavallo ? Non vai al circo? Non ti esponi al sole? Fior d' avvenenza il sole, e colorisce i belli, ma tu passeggi pallido, e come in ira a te stesso. 1" inganni per; bello sei quand' anche tu noi voglia, e facendo cos come fa! persuadi ciascuno che nessuna cura di te prendendo bello pur ti rim ani, a guisa delle uve e dei pom! o simili frutti, che belH sono, bench trascurati e negletti. Lo studiare per il modo di cincinnarti opera da civettino, perch ogni bellezza azzimata merita dis prezzo , come cosa che si avvicina alla frode ; laddove la semplicit, la lealt, e quella schiettezza nemica delle insidie, propria di que' soli cui tocc in sorte la belt delle forme. Tali amava Apollo i pastori, tali Ve nere i bifolchi, e Rea gli agricoltori, e Cerere coloro che non abitavano nella citt ; perocch tutto ci che dalla natura procede assai pi solido che quanto sa fnger l ' arte. Nessun vide mai che n gli astri, n i lion, n gli augelli si acconcino le chiome ; e coloro che d ' oro o d' avorio e di fasce adornano cavalli, fanno torto alla generosa indole dell' animale, volendo con l ' arte supplire o correggere ci che la natura nom diede.

LETTERE
XL. A MADONNA.

3?5

La donna che pone studio a farsi liuda vuol senza dubbio medicare qualche suo difetto, temendo che altri non se ne accorga. Ma queHa che bella naturalmente non ha bisogno di nulla torre a prestito, bastando essa sola alla perfetta bellezza di ciascnna sua parte. Ma i sopraccigli anneriti, !e chiome posticce, le guance im bellettate, le labbra tinte, e tutti quanti i modi inven tati a imposturar la bellezza, e tutti gli ingannevoli lisci trovati furono per emendare i difetti. Ci che meno raffazzonato anche pi bello. Per la qual cosa se tu interamente confiderai in te stessa, e di te sarai paga, io per ci appunto assai pi ti am er, argomentando dalla tua incuria di allindarti la solidit della tua bel lezza. Non ti impasticcia dunque !a faccia, n ponti nel numero delle femmine imbiaccate, ma bens di quelle che sono di forma ingenua, come gi furono le amate dall'oro, dal toro, dall'acqua, da! cigno, dal drago (:). Ma il belletto, la biacca, le \esti di T a ran to , e le col lane anguiformi, e i lacciuoli d'oro ai calzari, sono vezzi convenienti a Taide, ad Aristagora, a Laide (a).

(t) Accenna te varie trasformazioni det Giove donnaiuoto de' G entili, per D anae, E uro p a, Aetfa, OMn/Ma, ec. (a) Notissime cortigiane di Grecia furono e LatJe. Quanto ad .^M ag o n a sappiamo da .Aeneo (lib. u n ) , che abitava al Pi reo, e che it retore ne era invaghito.

3y6
X L I.

LETTERE
AL FA N CIU LLO .

D! che razza sei tu, o fanciullo, che. s indocil t! mo stri alP amore? Dimmelo di grazia. Ti diresti di Sparta ? Ignori dunque Giacinto, e non sai che si merit la corona per l'am or che dest (<) ? Ma debbi essere di Tessaglia. Non ti giova dunque l'esempio di Achille dar Ftia (a) ? Ovvero sei ateniese. E non vedesti in passan dovi Armodio ed Aristogitone (3) ? Oppure della Ionia. Ma qual paese pi dilicato di quello, ove stanno n Branchi ed Clari, delizie di Apollo (% ) ? Ma tu sei di C re ta , dove un amor vagabondo svolazza per le sue cento citt. A me pare per che tu sia scita e barbaro, e che da quelle are e da que' riti inospitali provenga. Osserva pur dunque le tue patrie leggi, e se me accet tare non vuoi, prendi il ferro ; io non mi ritiro. Non aver timore. Almeno una tua ferita desidero.
(t) Figliuol d fu C iacM e, e gii fu caro l'am ore di l troveremo rammentato anche nelle //nmaytnt di Fit?<MflaiO.

(a) Amato da CMre/M, am egli Patrocfo. E ci pur si ripete nelle fmBMgMM. (3) Nel v! di TKCMfMie leggiamo che .^rMogAone am ^ r Le statue loro erano in Atene, perci qui dimanda a! fan ciullo se non le vide. (4) Bellissimo giovinetto di Mileto fu b r a n c o , cui concesse ^ o M o il dono di vaticinare. Veggasi Canone (Narrazione 34)- Di C/aro fa cenno, tra gM altri, Teopompo.

LETTERE
X L II. A MADONNA (t).

Se spartana tn fossi, t! ricorderesti delia nave di Eiena (2 ); se corintia, degli stravizzi di Laide; se beota, delle nozze di Alcmena. Se fossi eliese, non udiresti forse il camminare di Pelope (3)? non ti stimolerebbe ad emu lazione quella che appena compinto lo spettacolo del certame vol alle nozze? Non venereresti Alleo, e non ti compiaceresti sposarti a quel fiume (4) ? La ninfa
(t) Questa lettera press'a poco una ripetizione- deHa prece dente. Lo stesso pensiero, ta stessa condotta, la chiusa stessa. Ci non puossi ascrivere a povert d'ingegno, ma alta compiacenza cagionata da una felice idea ; di che si hanno frequenti esempi s negli antichi che presso i moderni. (a) La nave sulla quale trasport P aride la rapita ,E7fna portava dipinta in poppa Venere e Cupido, e il nome pur ne teneva , perch, dice <%rviO (al x dell'Eneide), goient navM nomina accipere a ht/e/arum pictura ,* e se ce ha testimonianza in OvM o, che nella lettera che & scrivere ad Elena da Paride ne & men zione col seguente distico:

Qua /amen ccAor, comifafa C upone parvo -S]pon.scr coningii Jtat Dea piet ju<*.
Ricordare adunque la nave che accolse que'due fuggitivi amanti ricordare il pi bel momento di una libera espansione di af fetti , cos com' erano le cene di -ZaM%e, come fu la lunga notte di ^(/cmena. (5) A /o p # condusse 7 pptM?anM3 al talamo, appena Snita la gara, senza pur concederle tempo d piangere la morte del padre, che in essa gara per. Ne parla di nuovo fi/o strato nel : delle /m magini. (4 ) assai nota la mitologica narrazione di .^i/o Rume inna morato della fontana ^ re tm a , coir acque della quale and a me scere le sue.

3?8

LETTERE

Tiro nuotava incontro ad E nipeo, ed a !u!, che sul mare cacciava, si diede; ch buona era e degna di eccelsi amanti (t). Ma tu non mi sembri nemmeno tespiana ; altrimenti sagriHcheresti interamente a!l' amo r e ; n ateniese, perocch non ignoreresti i giorni di veglia e di festa, n le commedie di Menandro (2 ). Ma fossi tu pure barbara, o anche una delle vergini del Termodonte ; egli fama che queste eziandio corrono fra le braccia de' giovani, ed ai furtivi amori si pre stano (3). Nemmeno tressa, n sidonia tu sei (4), ch quelle parimenti furon tocche d' amore, e questa agli amplessi scese di Nino, 1' altra di Beote. Parmi che tro verei traccia di te, se non fossi tanto imperito nell' arte di indovinar dalla faccia. Ti padre Danao, e que!!a mano e quell' aspetto spirano stragi. Ma anche tra le Danaidi, celebri per l ' uccision de' m ariti, una trovossi
(<) AeMvno veramente, trasformatosi in JEh^peo , abus delta ninfa Ne vedremo un cenno ne! n dette fnwMgMM att' ar ticolo di (a) La giovent d'am b! i sessi ne' di festivi, come si sempre usato e si user sempre in ogni luogo, si dedicava agli allegri trattenimenti d' ogni maniera. Nette feste Dionisiache poi soteano principalmente rappresentarsi le commedie di Afewant&P, che trattavano anche aHora argomenti amorosi. * (3) Sut finire delta storia di nell'opuscolo che queste lettere precede si parlato delle Amazzoni quanto basta. (4) H Beote amato da codesta T re ^ a nacque da JVeMuno, e venne insieme ad Tb/o adottato per Sglio da Egli di nome atta Beozta, e 1' altro all' JSoHa. Veggasi ta favota !86 di /g;no. La .S& & M M 3 poi debb' essere fh ro p a it dotto Oleario !o crede, ed io con tui.

LETTERE

3yg

che H giovine amante salv. !o n a te supp!!chevo! mi prostro , ne !agr!me spargo ; termina pure il dram m a, ond' io venga, come da spada, copito.
X L II I. A MADONNA.

Se td se! casta, perch !o sei con me solamente? E se ad altri acconsenti, perch non anche a me ?
X L IY . AL FA N CIU LLO .

Tenue pagamento io ti ho stabiito, perch son pove ro. Ma nudo parimenti t'Amore, nude !e Grazie, nudi g!i astri. Io veggo che anche Ercole ne!!e pitture vesti to di pe!!i di be!ve, e dorme per !o pi su!!a terra ; ed Apo!!o ha indosso una sotti! vesticciuo!a, sia che si eserciti a! disco, che cammini, o che saetti. A!!'incontro i re di Persia stanno awo!ti ne! !usso, sedono sovr'alti scanni, e Anno pompa di gran copia d' oro ; nondi meno buscarono grandissime rotte dai Greci tapini. Po vero era Socrate, eppure i! ricco A!cibiade portava il suo mante!!o ; attesoch !a povert non vizio, n scanceHas! i! vizio, per quanto favorevo! sta !a fortuna. Guarda i! teatro, e vedrai che i! popo!o vi composto di poveri; guarda i tribuna!!, e poveri giudici vi tro verai ; guarda !e guerre : i ricchi, e que!!! che sono ca richi di arm! dorate, abbandonano !e 6!a, noi invece combattiamo va!orosamente. Anche neg!i stess! aHar!, che spettano a voi be! zerbini, considera quanta diffe renza pass! da!!' uno all' altro. 1! ricco insu!ta petu!an

38o LETTERE temente, colui, che a guisa di schiavo mostrasi alla fm persuaso ; i! povero ringrazia come uno che riceva un favore. Quegli gloriasi della p red a, il povero tace ; il ricco attribuisce la riuscita alla forza della sua autorit, il povero alla gentilezza di chi accorda; il ricco manda per suo messaggiero un adulatore, un parassito, il cuoco, o altri che il serva a tavola, il povero va egli*stesso, acci anche in questa parte non gli venga meno l ' onor dell' impresa ; il ricco co' stessi suoi doni palesa tosto gli am ori, che si propalano da que' molti che ne son consapevoli, di modo che n vicini, n i forestieri ignorano la faccenda ; ma chi di povero amante si vale suol quasi rimanersi nascosto ; perch a lui non giunge 1' albagia delle inchieste, e paventando gli altrui discor s i , e i pi possenti rivali (che cosa facilissima), simula ed occulta la sua felicit. Ma che bisognano ulteriori parole? Il ricco ti chiama bardassa, ed io signore; egli ti dice servo, io Nume; egli ti dichiara parte delle cose sue, io il mio tutto. Q uindi, se il ricco prende ad amare un altro, nemico si mostrer del primo; laddove il povero ama una sola volta. Chi pu giacersi a canto di un infermo? Chi vegliare con lui? Chi seguir uno in battaglia? Chi esporre il corpo dove si scagliano i dar di ? Chi morire per cagion tua? Ed io mi trovo ricco di tutte queste qualit.
XLV. A MADONNA.

Se brami danaro , sappi eh' io sono povero ; se ami cizia e schietti costumi, son riccp. Minor vergogna

LETTERE 38: per me Tesser povero, che per te il mercenario amor tao. Perch & mestieri aHa cortigiana!'am m etter co loro che scortati sono da picche o da spade, per essere gente pronta a pagar la mercede ; ma proprio delta donna ingenua il tendere att' ottim o, e con amore e benevolenza abbracciare i probo. Comanda come a te p iace, che io star attento a* tuoi detti. Vuoi che io navighi ? salir sutta barca : eh' io sia ferito? !o soffrir: che esali lo spirito ? noi ricuso : che passi tramezzo al fuoco? non mi ritiro. Qual ricco per farebbe tai cose?
X L Y I. AL FA N C IU LLO .

Che i o , che tuo ospite sono , ti ami ardentemente, non farti maraviglia. Non giusto condannar gli occhi d' uno straniero , i quali per nna medesima ragione si accendono s all' aspetto della bellezza come a quello del fuoco, perocch all' una forza risplendere , e 1' altro dal proprio splendore ha vita. Nessuna distin zione passa tra gli orecchi e gli occhi, che sono del paro nuncj dell'animo s atto straniero che al nazionale. Branco certamente non fugge ApoHo perch forestiero, n Ha Ercole, n Licimnio Radam anto, n Patroclo Achille, n Crisippo Lajo (]). Anche Policrate da Samo (t) Gi conoscemmo alcuni di questi amanti; noterem dunque gli altri non prima d'ora menzionati. D! Z ,!C M nn/<7 figliuolo di .E/eMri'one , stato accidentalmente ucciso da TA ?/?<?2f?no , si ha notizia in lib. tt, cap. 4 e 8. .^ienfO per (lib. xm) sulla testimonianza di asserisce che Atamani# am Ta, e non Licwinto. D Za/o che rap Crwppo Bgliuol di A/o/M s ha la testimonianza dello stesso -<4;eneo (L e.), e quella di

38i LETTERE arse per Sm erdi, e Agesitao per un fanciullo persiano, dt cui non so it nome (<). Forestiere pur sono !e piog ge alta te rra , i Sumi al mare , Esculapio ag!i Ateniesi, Giove a n o i, !t Nilo agli Egizj, il Soie a tutti. Cosi !' aaima peUegrina nei corpo, t' usignuolo nell' a ria , la rondine netta, casa , e Ganimede net cieto , e P alcio ne netto scogtio, e P elefante in mezzo ai Rom ani, e 1' auge! fenice tra gti Indiani, ai quali rarissimo si mo stra. E i primi che veggono ta cicogna tosto !' adora no (a). Pettegrine son pure te tettere perch vennero daHa Fenicia, e te ninfe Sirene, e ta teologia de'm agi; dette quali cose tutte per ^ o n maggior ditetto ci ser viamo che delte dom estiche, perch ci che raro de sideriamo di avere, e ci che casalingo non cariamo. L'amante forestiero anche migliore per essere ignoto, e non dar motivo di sospettarne, e rimanersi pi facitmente avvolto nella sua oscurit. Ma se ti fa bisogno di un amator perm anente, ascrivimi alta tua trib , e siami un fraterno Giove, un paterno Apollo, e la trib sia quella delt' Amore (3).
( t) In questo amor suo PoAcrate ebbe rivale -^nac/eonte, come s ha da E/tano net Kb. : i detta diaria Aorta. Il nome del fanciullo amato da ^geM&:o s trova in PAttarco nelta vita di questo r e , e fa Sfegatate.

(a) Ciconta etiam grata , peregrina , Aospita , leggiamo in


Petronio. (5) Anche forestieri erano ammessi alla cittadinanza ed alle trib , ove ne fossero degni, come vedemmo pi d ' una volta nelle vite de'soEsti. Ignoro se fra le trib di Atene alcuna pren desse il nome da Giove e da Apollo, che per vi erano in gran

LETTERE
XLVII. A MADONNA.

383

Una bella femmina, ha da sapere sceglier gl! amanti, non secondo la condizion lo ro , ma fecondo 1' anim o, potendo lo straniero esser buono, e cattivo il nazionale, tanto pi che questo naturalmente superbo. La citta dina pertanto non niente diversa dai sassi e da qual sivoglia altra cosa perm anente, cui conviene per forza essere stabile ; all' incontro lo straniero rassomiglia ai pi celeri D ii, al Sole , ai v e n ti, agli astri, a Cupido, dai quali anch' io reso sollecito qui venni, da miglior causa condotto. Non ischernir le mie preci, che n& Ippodamia sprezz Pelope, comech forestiero e barba ro , n Elena colui che per essa era ito, n Fillide que gli che dal mar tornava ( t) , n Andromeda chi correa verso lei ; ben compresero esse che co' natii soggiornar possono in una sola c itt , co' forestieri in parecchie. P ur, se cos vuoi, facciasi un patto, o di qui rimanerci entrambi , o insieme entrambi partire. Ma tu non accetti questa condizione. Considera dunque che nem meno il pesce pu rendersi forestiero, bench gli piac cia cambiar di luogo, che per sempre tu tt' uno. E che altro sono le patrie ^ fuorch misere dimensioni di
culto , so bene ch& ogni trib aveva it nome suo particotare , come le confraternite presso n o i, e vorrebbe che vi fosse la trib di Amore per esservi ascritto. (<) Cio jDemq/oonfe at suo ritomo da Troia per la via de! mare, e da atteso.

384 LETTERE tmidi legislatori, che strnsero in confini ed in porte le case lo ro , perch la nostra benevolenza sia angu stiata, n ci prenda voglia di oltrepassar la misura, con la quale si circoscrive l 'amor de!l& patria? Ma io ospite son dell' am ore, e tu della bellezza. Non venimmo noi verso di lo ro , ma essi vennero a n o i, e noi volentieri alla presenza loro demmo luogo , come i naviganti alla presenza degli astri. A me dnnque la qualit di stranie ro non debbe esser d'impedimento all' am ore, n a te far tale ostacolo da non dare ascolto agli amanti. Rice veresti per avventura uno sposo fuggitivo, come Adra sto , che suoi generi dichiar Polinice e T id eo , onde rivendicare il suo regno ? Avvi forse alcuno che neghi alloggio ad uno straniero, il quale si presenta non per accendere ma per estinguere il fuoco? Non farmi la spartana, o ragazza, n voler imitare Licurgo. Amor non conosce la legge che espelle gli stranieri.
X L V IH . AL FA N C IU LLO .

Quante volte io spalancai gli occhi acci tu partissi, come quelli che stendon reti alle belve per dar loro agio di andarsene ! Ma tu resti immobile a guisa di co loro che con gran premura si procurano nuovi sedili, e quando 1' altrui luogo hanno preso non possibile in durli a sgombrare. E gi di nuovo inarco le palpebre alla mia maniera: Vattene dunque una buona v o lta , sciogli quest' assedio , e fatti la mira ad altri occhi. T u ricusi ubbidire, perch gi tropp' oltre sei ito, anzi pur sino all' anima. Quanto per mirabile cotesta fiamma

LETTERE

385

che mi arde ! In tal pericolo mi trovo avvolto, che m! forza invocar acqua ^ ma n!uno che ne apporti, perch trovar chi valga ad estinguer ta! fuoco d o c i lissima cosa, sia che da una fonte, sia che da un fiume !a tragga; perch 1' acqua stessa dall' amore infuocata ed arsa.
X L IX . A MADONNA.

Che nuova maniera d'ingannare cotesta ? che nuo va tirannide ? Tu mi attrai con gH sguardi, e mal mio grado mi rapisci, in quel modo che la Cariddi assorbe i naviganti. Essi furon pertanto gli scogli d' am ore, e i vortici degli occhi, ne' quali ove uno si implica som merge. E ci nemmeno Cariddi pu fare. In essa il naufragio accade di estate; e per poco che uno tratten ga il corso acquista speranza di salvamento, e tro ta un albero ih mezzo al pelago ; ma chi in questo mare tras portato si trova, nessuna via di uscirne conosce.
L. AL F A N C IU L L O .

I nidi ricettano gli uccelli, gli scogli i pesci, gli occhi i fanciulli avvenenti. Quelli per vanno soggetti ad er rare , cambiando i luoghi del ritiro , e trasferendo qua e l il domicilio, perch ivi si fermano dove i tempi li guidano. Ma una bella form a, ov' abbia una volta pia cevolmente penetrato negli occhi, non pi si parte da tale alloggiamento. Cos anch'io ho dato ricetto a te, e ti porto in ogni luogo entro le reti degli occhi. Se , iom. 7/. 5

386

LETTERE

alcuno per l'erba si aggira, te mi par di vedere a! pas seggio, e !e pietre stesse fra etti ti assidi agitarsi; se per mare, il mar ti sostiene come gi Venere; se pei prati, tu il pi notabil Sore ne sei, n altro ne nasce, che ti aggnagli ; che per belli e graziosi vi sorgano, non vivon che un giorno. E quando in vicinanza al Snm e, per tutto dirti, mi trovo, non s& in che modo esso mi dispare dagli occhi, e credo che tu in sna vece scorra e ti avvolga bello, grande, e pi vasto del mare. Che se alzo gli occhi al cielo, mi sogno che il sole sia tram ontato, spaziandosi altrove, ed in suo luogo ri splenda altri, che io bramo ; se poi toma la notte non veggo che due stelle, Esper e te.
L I. A MADONNA.

Con qua! parte espngnasti il cuor mio ? Non forse palesemente cogli occhi, la cui sola eccellente bellezza soggioga? In quella maniera che ji tiranni risiedono nelle rocche, i re ne' palazzi, gli Dii negli alti tem pli, cos si colloca Amore nella rocca degti ucchi, cui mun del riparo non di legno o di creta, ma soltanto d e 'so praccigli, e vi si pone placidamente e a poco a poco, anzi prestissimo, perch ha le a le , e liberamente per ch ignudo, e minaccioso perch saettatore. Gli occhi poi essendo i primi sentir la bellezza, cos ar dono sommamente, per disposizione, credo io, di qual che num e, acci per lo stesso canai della vista incon trino motivo e d piacere e di doglia. A che dunque, o tristi, porta-Saccole , testimonj curiosi deli' amore e

LETTERE

38?

detta eleganza de' corpi, foste ! primi a infiammarmi con la bellezza ? ! primi a ricordarmi 1' animo suo , fa cendomi dati* esterno argomentar dell' interno ? i primi a costringermi a lo d ar, dopo il so le, un altro fuoco ? poi che di tal colpa siete r e i, vegliate ed abbruciate , e stancatevi in mille pensieri, non sapendo ottener grazia da quelli in cui vi Bssaste. Oh Dei ! Beati coloro che sono ciechi sin dalla nascita, e in cui non aperto veran sentiero all' amore !
L II. AL F A N C IU L LO .

Io chiuder gli occhi innanzi a te : e in qual modo ? come gli assediati chiudon le porte; tu per vi stai den tro di guarnigione. Deh dimmi, chi ti introdusse? qual che cosa che negli occhi risiede, che gli amorosi senti menti seconda, che 1' anima illude. Questa in altri tempi non altro pensava che quel che voleva, ed ai bellissimi precetti della SlosoSa soltanto attendeva. L'am or suo era il contemplare i vasti spazii del cielo, l'iudagare qual fosse la vera natura loro, e come una leg ge di necessit tutto ci producesse. Trattenimento pia cevolissimo a me pareva il misurarne l'ampiezza insiem col sole e con la luna : angustiarmi, per cos d ire , allo scomparire di questa, rallegrarmi del pieno suo lume, scorrere in compagnia di tutto 1' altro coro degli astri ; e nessun de' misterii che il nostro mondo produce la sciare intatto e negletto. In tal guisa dalle umane affe zioni pienamente lontana, si trova ora presa da due begli occhi, e messi tutti gli altri studj in disparte di

388

LETTERE

ci solo si cura , e quanto daHa esterna forma racco!se internamente conserva e neHa mente ripone. Tutto queHo poi che ammette dentro di s diventa saa luce se giorno, e diventa sonno !a notte.
L III. A MADONNA.

Quanto amo gli occhi tuoi, tanfodio i miei. In quelH somma prudenza ravviso, iti questi troppa curiosit ; arditi son essi, e nulla sanno tener nascosto di quanto videro una volta. Quindi che non trascuraron di dire all' animo mio : hai tu veduto colei, che ha s egregia capigliatura, s bella faccia? V a , t'in o ltra , e tratta la tua causa cogli scritti, colle lagrime, con le preghiere. Ed egli prontissimo ubbidisce; ubbidisce, non senten dosi abbastanza forte di resistere a quei ghiotti arcieri, che anche a suo malgrado il traggono fuora, e per for za lo strascinano a quella opinione, gi da essi preventiyamente adottata. Prima che Amore in lui volasse, non altro certamente di bello avea conosciuto 1' animo mio, che il sole; quest'era il suo spettacolo, questo la sua maraviglia. Ma gustata la umana bellezza, a quello studio rinunzi, e cadde in acerba servit, frutti della quale sono il lungo passeggiar sulla p o rta , cadere in te r r a , e combattere col freddo e col caldo, e conten dere col rivale, sino al punto : o tu , o :o. Tu per a tutto ci puoi porgere rimedio con immorta! premio aHa pena de! giorno, ed applicando una memoria, che mai non verr meno ad up breve diletto del corpo. Quel che darai cosa facile e comune a ciascuna femmina;

LETTERE

38g

quello per che n e conseguir!, non potrei con parole esprimere ; cio benevolenza ; e memoria Jet nome , e notti produttrici fors'anco di una madre e di un padre.
HV. AL FA N C IU LLO .

Quando Agamennone frenava lo sdegno, uomo era egregio, e rassomigliante, non ad uno, ma a molti Dii:
.df Gt'ove, arm alo <fe/ fremen<&! , J!a.Mom<'gZia vo/io e weMo ^guar^o , A e/ y!awco a Afarie e% ft JVeMM neZ peMo.

Quando p o i, non vergognandosi di s medesimo, al piacer della collera si abbandonava, e crude), diveniva anche contro i colleghi, parevi un cervo o un mastino, e nessun vestigio gli rimaneva degli occhi di Giove. Nell ' ira traboccano i cinghiali, i ca n i, i serpenti, i lu p i, e ogn'altra belva di ragion priva. Ma chi bello mal sopporta anche un riso forzato, massimamente ove gli cagioni una disgustosa trasformazione del volto. Di fatto non fa onore al sole che una nuvola gli oscuri la fac cia. Che dunque cotesto guardo severo? cos' questo buio ? che significa s trista oscurit ? Sorridi, cessa dall'ira, e volgimi di nuovo la serena luce degli occhi.
LV . A MADONNA.

Ieri ti ritrovai dallo sdegno agitata, e parvemi di ve dere tutt', altra persona. Di ci stato era motivo una alienazione di m ente, la quale guastava all'intutto la grazia.de! tuo volto. Ora adunque prendi un divrso

3go LETTERE contegno, e non affettar la severa ; che n pi stimia mo essere lucida !a luna, ove dalie nubi sia circondata, n avvenente Venere se si adira o se piagne, n begli g!I occhi di Giunone quando si Indispettisce con Giove, n azzurro l mare., quand' turbato. Minerva parimenti gltt I! Cauto , perch !e sformava II volto ; anzi chia miamo Erinni !e Eumenidi, perch fanno pompa di In dole severa, ed anche c! dilettiamo degli spini delle rose, come nati da un arbusto campestre, che sebbene, possano pungere e cagionar dolore , pur tramezzo alle rose risiedono. Cos Sor della donna la tranquillit della faccia. Cessa dunque di essere aspra e terribile, e non privar di corona la tua bellezza, n strappare a te stessa le rose, che spuntano da que'tuoi begli occhi. E se qualche fede hanno appo te le mie parole, prendi lo specchio, ed osserva U cambiato tuo volto. Fai bene a volgere II viso dall'altra parte; fai bene a non guar darti ; altrimenti o ti odieresti, o ti spaventeresti, o pi non ti conosceresti, o ne anderesti pentita.
L V I. AL FA N CIU LLO .

Capisco che sei persuaso, ma che ti fa ribrezzo la vergognosa azione. E 6no a quando rifiuterai quel do no , co! quale a te si presenta !' amico ? Non forse per !o stesso motivo che In O m ero, a!!or che narra I' arrivo a Troia di Nireo e di Achille, si riportano I versi In onore de'leggiadri fanciulli? Forse non pel medsimo d o n o , che quanti ad Aristogitone e ad Armodio furono addetti ne rimasero amici 6no aHa mor

LETTERE 3gt te ? Non serv forse anche ApoUo aJ Admeto ed a Branco ? E Giove non rap egli Ganimede, di c u i, pi che del n ettare, s! compiaceva ? Perocch voi so li, o belli, soggiornate anche nei cielo, come in qualunque altra citt. Non voler dunque ricusare d avere un amante , che se non pu darti l ' immortalit, pu per dar la sua vita. Se ci incredibile t sembrasse, io sono p ronto, ove tu il voglia, ad incontrar tosto la morte. E quand' io mi sia appeso ad un laccio, non sarai tu , o inum ano, la cagione del morir mio ?
L V II. A MADONNA.

T u mi imponi che io non veda, ed io dico a te di non lasciarti vedere. Che intende con questo ordinare il legis!atore ? cosa intende con quello? Ma se n !'una cosa n 1' altra ci sia proibita, tu non togli a te la lde della comparsa, n a me la facolt della compiacenza. N il fonte dice: non bevi; n il pomo: non racco glimi; n il prato: guardati di inoltrare. Segu tu pure, o donzella, coteste leggi, e ammorza la sete de! viag giatore sudato , che il tuo astro ha messo fuor di cam mino.
L V IH . A MADONNA M A RITATA .

Egli tuttuuo che si faccia una cosa dal marito o dall ' amante. In ci anzi, dove maggiore il pericolo, mag gior parimente la grazia ; n tanto lega 1' animo un favore palesemente concesso, quanto un furtivo dilet

3ga LETTERE to ( ') ) perch tatto ci che furtivamente s! ottiene rie sce pi grato. Cos Nettuno ne! purpureo Rutto si av volse ( a ) , e Giove In pioggia d' o ro , In bue, In drago, e In altre coperture si ascose; per cui nacquero Bacco, ApoUo ed rcole, tutti DII, frutti di adulterio. E dice Omero che allora piacevolmente si trattlen con Giu none, quando nascostamente la vede, quasi In dolce furto cambiando II maritale diritto.
HX. AL FA N C IU LLO .

Un fuoco se grande bello, se un focherello un lume. Non abbruciarti adunque ma servi, ed abbi l'ara della piet dentro il cuore, accettando un costante amico, in vece di un men durevole ofScIo, e prevenen do Il tem po, che solo distrugge I belli, che sono po polari tiranni. Molto mi preme (per dirti quel c h 'io sento) che col tuo tardare, col tuo frapporre Indugi!, non sopravvenga la prima barba , e l'eleganza del volto ti adombri , come le affoltate nubi sogliono nascondere il sole. Ma che temo io quello che ormai si vede? gi la peluria ti spunta, gi le guance la m ostrano, gi su tutto il volto germoglia. Ah che tardando invecchiammo

( ') Da tutte queste lettere d genere erotico risulta la rilassa tezza morale d! chi le scrisse, che par tuttavia scusarsi in alcun modo coi costumi del suo secolo. Ma in questa !o scrittore di spiega la licenza dell' uomo libertino e procace. (a) De' suoi amori eoa -^m/mone vedremo nuovi cenni nelle immagini.

LETTERE

3p3

entram bi, ta per non aver ubbidito p! presto, !o per aver avuto riguardo a pregarti. Pyima dunque che tutta la tua primavera s dilegui, e che il verno ti prenda, fa che io fruir possa di lei, per amore, per cotesta la nugine, per la quale mi sar d'uopo dimani giurare (t).
LX. A MADONNA.

Una perigliosa spesa il. drudo f a , se arriva a persua dere ; affannosa, se non ottiene. Il pericolo della sua felicit deriva dalla legge; 1' affanno poi suol essere la mercede dell' amore. Tuttavia egli molto meglio il temer di qualcuno, ove conseguito si abbia ci& che si bramava, che sprezzato morire di malinconia.

L X I.

AL

FA N CIU LLO .

Ti lodo di aver coll' arte deluso il tem po, radendoti la peluria ; cos ci che per natura se n ' era ito , ri mane per arte. Graditissima in fatto la ricupera delle cose perdute. Ascolta pertanto un mio consiglio. Abbi cura della capigliatura e de' ric c i, de' quali alcuni deb bono scenderti visibilmente lungo le guance (giacch faci! sarebbe a chiunque il volesse rimoverti dalla faccia cotesta lanugine), ed altri gi per le spalle si spandano, come racconta Omero degli E ubei, che si acconciano
(t) Giuravano gl! antichi per !a barba o per le ginocchia, riguardandole come sacre.

394 LETTERE i capegli dietro la testa (]). Perocth un capo di capeHi fecondo assai pi grato a vediersi che la pianta di Minerva, comech n anche !a rocca di lei convenga veder n u d a , o tneno ornata (2 ). Nude per mantienti le guance^ s che nulla nuoca allo splendor loro ^ n !o annuvoli, n !o adombri ; ch in que! modo che non fanno un bel vedere gli occhi chiusi, cos n le guance di pelo coperte. O dunque con empiastri, o con rasoi, o con la punta delle dita, o cpn erbe e saponi, o con altra qualsiasi arte, procurati una bellezza pi durevole. Im iterai, cos facendo, gli Iddii, che mai non invec chiano.

L X II.

MADONNA.

I e r i, quando chiusi le palpebre, s per che per poco placidamente mi riposassi, mi sembrato che lungo tempo avessi dorm ito, e ne rimproverai gli oc chi , come rozzi e mal pratici di amore. Perch vi di menticaste di lui ? perch ne trascuraste la custodia ? Dov' egli ? Che gli avvenne ? Ci almeno manifestate mi. Sperando sentirmi rispondere, andai dov'io credea di vederti, e cos agitato di te cercai, come se fossi stata rapita. Che avrei dunque fatto, se tu fossi partita

( t ) ................................ e so? cA M M na Da tergo orna?/ e w sttMa fronte wmfa scrive Omero nel n della 7/taJe , giusta la versione di Cemti. (3) Allude senz' altro alla rocca di Atene, dov' era il tempio di Paf/a^e, circondato da ulivi.

LETTERE 3pS per !a campagna come !o scorso a n n o , lasciando per molti giorni !a conversazione de!!a citt? Sarebbe cer tamente finita per m e , poi che nessun diletto pi gu sterei n per !a via deg!i orecchi, n per quella degli occhi. Perch io son d' avviso che quando tu esci deit citt ti tengano pur dietro, tratti dal tuo aspetto, quanti in essa son Dei. E che farebbero essi qui soli ? Ma quand' anche rimanessero ai luoghi loro , io per non vi sarei lasciato, come un aggiunto, uno scudier dell' amore. Se occorresse di scavare , prenderei il ba dile; se di potare, aggiusterei le viti; se inafBarele erbette, condurrei l'acqua sino ad esse. Qual ruscello s cieco sarebbe, che non irrigasse il tuo terreno ? Ma di ci solo ti prego; fra le cose che in villa si nsano, non farmi mungere it latte , perch io non amo altre mamme toccare.
L X II I. AL FA N CIU LLO .

Perch mi vai m ostrando, o fanciullo, la lanugine ? Tu non finisci di esser bello, ma bens incominci. Una belt precoce passa velocemente e non dura, e si estin gue come una fiammata di paglia ; quella invece che solida e stabile si conserva ; e il tempo non fa torto a coloro che belli son veramente, ma belli li mostra, ed anzi che invidiarli ne fa buona testimonianza. Anche Omero chiama venustissimo il giovinetto cui spuntano sul mento i primi peli, Omero che molto bene sapea rilevar 1' avvenenza e in versi descrivere. N avrebb'egli tale sentenza pronunziata se prima non avesse accarez

3g6

LETTERE

zato e baciato un egpat mento di amato fanciullo. Pri ma che cos germogliassero, non differivano le tue guance da quelle femminili, s tenere e lucide eranoi E d o r a , che metti la b a rb a , pi maschio appari e per ftto. Ma che ? Hai forse volato agguagliarti ad un eu nuco, qualit d 'u o m in i, i cui menti sono sterili e duri come lapidi? Costoro si vergognano assai pi di questa privazione, che dell' altra , parendo loro questa rima nersi occulta , e quella somministrare a chi osserva nn argomento manifestissimo dell' esser loro.
L X IV . A MADONNA.

Chi ti ha tosata in tal modo, o bellissima? Ben pazzo e barbaro colui che non sa perdonare ai don! di Venere. Nemmeno la chiomata terra s grato spettacolo offre, come la ben chiomata femmina. Oh mano teme raria ! T u hai da essa ricevuto il maggior dan n o , che ricever si possa da un nemico. Io certamente nemmeno ad una schiava reciderei la chiom a, per rispetto alla bellezza, il cui disprezzo una indegnit. Ma poi che il male fatto, dimmi almeno dov fu riposta la chio ma , dove tagliata, come io possa capitolar col nemico e impadronirmene, come baciarla, sebbene gittata al suolo. O ale di amore! O primizie di bottino tratte dalla sommit della testa ! O reliquie della bellezza !

LETTERE
LXY. A LLA M ED ESIM A .

Incerto stommi e dubbioso di quello che io abbia principalmente a lodare in te. Forse la testa? o occh! veramente faci ! gli occhi dunque ? o guance ! dunque !e guance ? ma a s mi rapiscon te labbra, e bruciano grandemente^ comech chiuse per decenza, ma per abbastanza aperte perch ne traspiri un odor soavissi mo. Anche indossata !a veste, le nascoste bellezze a me paiono a guisa di luce splendenti. O Fidia, o Lisippo , e tu, o Policleto, quanto fuor di tempo cessaste di esistere ! DifEcilmente innanzi a costei potuto avreste scolpire altra statua. Eccellentissima !a bellezza della tua mano , eccellentissima I* ampiezza del p etto , eccel lentissima la proporzione del ventre ; n trovo parole Con che descrivere il rimanente. Se anche dal Bgliuol di Priamo siffatta bellezza avesse a giudicarsi, la lite resterebbe in sospeso. Foss* io pur P aride, accorder io il trionfo a codeste parti? certamente son le migliori; o dar la palma alle altre! e queste mi seducono. Con cedi eh* io ti possegga, e allora pronunzer.
tX V I. A LLA M ED ESIM A .

Quando Alessandro stette giudice fra le tre Dee, non eravi Elena spartana, quella so la, cui se interveniva, avrebbe egli dichiarato p e rla pi bella, perch Tamava. Ci dunque che a lui nel suo giudizio non fu concesso, ora io emender. Cessate, o Dive, dall'angustiarvi,

LETTERE ponete Eae alla gara. Ecco eh' io tengo il pomo. Rice vilo , o bellissima ; ecco che tu vinci le Dee ; leggi la iscrizione sul pomo. Oltre a ci mi varr anche di un altra; lettera in luogo di pomo. L 'una sar per Eride, l ' altra per Erote ; questa muta, quella parlante. Non disprezzala, non istruggila. Nemmeno in tempo di guerra lecito violare i patti. Cosa poi quello che io nella lettera ho commendato? ella dir: 7o t* amo, o JSwppa; e tu sottoscriviti a queste parole. Oh quanto anche di tali lettere, che tu scrivessi, sta il mio pomo in aspet tazione!
398

L X V II.

A LLA

M ED ESIM A .

Tralascia di portare le scarpe, e non avvolgiti ! piedi in false e ingannevoli pelli, che illudono pel colore, che le fa belle. Se tu le poni di pelle candida, la con fonderai col candor de'tuoi piedi, perocch non facil discernere l ' una cosa dall' altra, quando entrambe son simili; se di nera, ne renderai disgustoso 1' aspetto con quel tristo colore ; se di rossa, farai temere che vi sia da qualche parte concorso il sangue. Fossero pure tutte le altre tue cose esposte agli occhi, che inBnitamente pi bella appariresti, intera mostrandoti ai riguardanti. Nondimeno, se s ti pare, alle altre tue parti sii pro pizia , e non negar loro il coprimento e i veli oppor tuni, ma permetti ai piedi di restar nudi, come il collo, le guance , le chiome , e le giranti pupille degli occhi. Dove la natura ha commesso errore, ivi fa d'uopo che l ' arte con sottile ingegno ne copra i difetti, ma dove

LETTERE 399 !a bellezza per t medesima commendevole, non ab bisognano rimedj. Non voler dunque diffidar di te stes sa , e ne' tuoi piedi confida. Ad essi il fuoco, ad essi il mare propizio ; se varcar ti piacesse un Stime, egli si fermer; se passare sovr'aspri sassi, ti parr di calcare !' erbetta. Perci illustre per gli argentei piedi chiam Teti que! poeta, che s esattamente conobbe il meglio della bellezza. Tal parimenti i pittori dipingono Venere uscente del m are, e le Leucippidi. Tienti i pi prepa rati per chi preparato a baciarli, e nemmeno in oro li allaccia. Odio que'nodi, il cu! prezzo un supplizio. Giova egli che alcuno sia legato ne'ferri da cosa legata in oro ? a meno che per ci pure questa non sia prefe ribile , recando insieme al danno qualche piacere. Non volere, o bellissima, far male ai piedi, non volere na sconderli, poi che nulla in essi che meriti d'esser nascosto. Ma s dolcemente passeggia, e di te lascia le molli orme, acci la terra pur anco ottenga i tuoi favori.
L X V III. AD UNA CO RTIG IA N A .

Ci che agli altri par turpe e degno di riprensione, per essere tu impudente, arditella, sfacciateHa, ci appunto a me piace moltissimo in te. Noi di fatto te niamo in gran pregio que' cava!H, che han pi baldan za , i lioni superbi, e gli augelli che alta portano la testa. N tu pertanto diversamente la pensi, di che giustamente alcuno si fa meraviglia, poich essendo donna sopra molt' altre beHissima , alzi le sopracciglia,

LETTERE e con maestoso passo ti movi. Se una rocca pur si trovasse delia bellezza, ella supererebbe i castelli dei re , perch noi questi temiamo, e voi amiamo. Tu ti fai pagare; e Danae parimenti accett oro e ghirlande , e queste aggradisce anche Diana, illustre per la sua verginit (t). Tu fai copia di te anche ai villani ; ed Elena ai pastori. Ubbidisci ai sonatori di cetra; e non ubbidiresti adocchiando Apollo ? Tuttavia non vorrei che rifiutassi gli inviti ai flautisti, l'arte de'quali sacra alle Muse ; n ai servi, acci credessero col tuo bene ficio diventar liberi ; n vergognati, o bellissima, di aver pratica con cacciatori e con marinai, che tosto se ne vanno, e Giasone , che primo sostenne i perigli del mare , non dispiacque all' amante ; n co' soldati mercenarj dando rifugio alla superbia loro. Ai poveri poi non essere avversa nemmen con parle, poich gli Iddii ne ascoltano i voti. Rispetta il vecchio per et venerabile, il giovine come novizio istruisci, e l'ospite trattieni se avesse fretta. Cos fece Timagora, cos Lai de , ed Aristagora, e il glicerio di Menandro, sulle cui vestigia tu pur cammini. Valente nella scienza, ti mo strasti anche valente nell' uso, ed hai pure un senno accomodato all' opportunit delle circostanze ; n tanto scotta il fuoco quanto il tuo fiato, n si grato all'orec chio il flauto quanto la tua voce.
400

(<) Intende alludere alle corone che si offerivano a D iana nel tempio d' Efeso. E smili offerte ad altri nmai troveremo ram mentate nella lettera seguente.

LETTERE
LXIX. AD UN FANCIULLO CINEDO.

Tu vendi te stesso, e cos fanno i mercenari!; ti pre tti a chiunque paga, e cos osano i barcaiuoli. Noi di te godiamo, come de' Sumi, e ti maneggiamo, come si fa delle rose. Tu piaci agii avventori , perch nudo ad essi ti offri, e ai giudizio toro ti sammetti ^ lo che sol tanto concesso a quelle forme, cui la fortuna fu pro diga di favori. Non vergognati dunque della tua facifit, ma bens va superbo di tua condiscendenza. Difatto 1' acqua a tutti comune, il fuoco non appartiene ad uno solo, gli astri servono a tutti, e per tutti spleude il dio Sole. La casa tua il tempio della bellezza, sa cerdoti ne sono quelli che vi entrano, Dei quelli che vi sono inghirlandati ( t ) , e il danaro un tributo de'gra ziati. Pregoti di signoreggiar gentilmente, e allora non solo riceverai, ma verrai pure adorato.
LXX. A MADONNA.

Neppure di una lettera agli esuli sei cortese ? Non concedi adunque agli amanti n un gemito, n il pianto, n quant' altro la natura richiede. Deh non volermi dalla tua soglia rispingere, come dalla patria mi rispinse
(i) Le ghirlande, o corone, sono regali comnni fra g!i aman ti , come vedemmo di sopra. I cinedi non debbono vergognarse ne , poich !e corope si offrono anche agii ld<%. Cos ha in que sto luogo opinato il diligentissimo O/ear/o.

tom. 7/.

26

^oa LETTERE fortuna, n rinfacciarmi un disgraziato accidente, pre scritto dala superiore autorit. Etne parimenti fu Ari stide , ma poi restituito a!!a patria ; e il fu Senofonte, ma senza aeuna sua colpa; e Temistocle, ma venerato dai barbari stessi ; come anche Alcibiade, ma quegli aveva resa sicura Atene come fosse cinta di mura ; n i fu meno Demostene, ma I' invidia i colp. Fuggiasco pure sin anco il mare , quand' rispinto dai soie (f), e i sole medesimo quando la notte prevae. L'autunno cede all' inverno che sopravviene, e !' inverno parte al'avvicinarsi la primavera, e per dir tutto in una parola i tempo susseguente pone in bando l'antecedente. Gii Ateniesi per diedero ospizio al' esue Cerere, ed a Bacco, che cangiava sede, e ai vagabondi Eraclidi; ne! qua! tempo eressero parimenti l ' ara dea Misericordia, come ai oro decimoterzo Nume, cui non di vino e di latte Ubavano, ma di lagrime e di rispetto verso i sup plichevoli. Tu dunque erigi dei paro cotesta a r a , abbi piet di un pover' uomo, ond'io non vada esigliato due volte, e fuor dela patria, ed escluso dall'amor tuo. Che se mi avrai compassione, allora non sar pi esue.
L X X I. AL FA N C IU LLO .

Non so come io mi chiami a castimonia, di che fai pompa, se una ferocia contraria alle leggi della natura, se una filosofia armata di ruvidezza, se una timidit
(t) Opinion d ' e di fihacM o, che qui segue 7%?, era che de! (lusso e riHusso de! mare cagion fosse i! sole.

LETTERE 4o3 che si & gloria di contrariare i piaceri, o se un ma gnanimo disprezzo di ci che rende dilettevole la vita. Checch per ne sia, e checch ne paia ai SlosoS, dico ch'ella cosa bella a primo aspetto e idealmente, ma nel fatto inumana. Che pu avere in s di lodevole il morire prima che tu cessi di vivere, l ' essere coronato per castit prima che il Sor degli anni illanguidisca, il porti nel sepolcro prima che abbi cominciato a im putridire , il vederti intorno gli amici, che ta guadagni, prima che sia da tatti abbandonato e (uggito ? All' in contro egli bello il prevenir colla notte la lunga not te ( t) , bevere prima di aver sete, e mangiare prima ohe la fame ti punga. Qual dunque credi ta che sia il tuo giorno ? quello di ieri ? ma esso perito. Quel d'oggi? ma non tuo. Qael di domani? Non so se ti arriver. Pure e tu ed esso bramati siete.
L X Y II. A MADONNA.

Bisogna rasserenar !a fronte, acci nulla di (osco intorbidi la tua bellezza. Giocondissime sono quelle ore, che pi famigliar! giungono , e al riso si consacrano ; la bellezza dalla conservata serenit della fronte palesa, come da uno specchio, la sua volutt. Offuscandola adunque meno , comparirai splendentissimo astro , pi
( ') La notte degti am anti ciascun pu capirta ; ta tunga notte quetta che CatuMo ha parim enti espresso con questi versi ctun A w t* OCCf'M /HJ? M u r est p e rp etu a una

4o4 LETTERE lucido de! giorno. Se queste parole ti paiono pindari che , ella parimenti sentenza di Pindaro ^ che il rag gio che da te parte serva di regola agli occhi miei.
H X I I . A MADONNA UN POCO ATTEM PATA ( t) .

SaHo am le ro s e le sempre larga di lodi le simiglia alle vergini, e le canta del colore del gomito delle Gra zie , quand' elle denudano le braccia (a). I! vaghissimo d'ogni Bore ha per breve, come ogni altro Sore, la Vita , e solo ingiovanisce alla dolce stagione. Ma la tua
(<) Questa lettera parimente venne fatta italiana dal conte CasieMara, che tutte !e lettere di FY&Mirnfo, in cui si parla rose, come vedemmo, alla nostra lingua ridusse. Sua pure nota , tratta per in parte dall' O/eario. (a) Questo verso di ci fu conservato dallo scoliaste TTeccrMo pubblicato da Fti/fic CTrg/no. di di ta di

E la comparazione tra le rose e le vergini non fu dopo <S^ mai n da' poeti n da' prosatori dimenticata. Onde & GewwmM? a Rmitco monaco scriveva : i;'&t vartorwn ^a/cAWytt&i WM verecHncfiae , ec. Ed ; Aojae vifynM MaiMiiwoL E Cofam^Ma nella Coltivazione: ThgeHMO MH/Ma w&one aAtperta gewaf ro ia Aowoyv?. E l'^ rto ^ o ; L a fe?gwM%t a//a WM ;

e it

; .................. mira puntar ia roM

D a/ M<! e Mrginefia. Cosi questa graziosa similitudine dall' antica F a^c pervenne sino a' nostri poeti.

LETTERE 4o5 bellezza , o donna , sempre nuova ; sulle tue guance rde una rosa eterna, e autunno v' cos lieto , come v! fu primavera.
L X X IV . i .............................( i) .

I! far d'occhietto alla bella non un vizio, perocch per amare bisogna vedere ; e credo che chi non ama non abbia occhi (a).
(!) A questo frammento di lettera manca l ' indirizzo. (a) 11 testo non precisamente cosi come la versione, ridncendosi ad un giuoco di parole, (ondato sui verbi greci ifyn (amare) e pet%ere. Ci non veriEcandosi nella lingua ita liana , ho procurato di rendere lo stesso concetto ma alla nostra maniera.

DI FLAVIO FILOSTRATO
DA LENNO

LE

IMMAGINI

DI FLAVIO FILOSTRATO
IL G IO V IN E

I RITRATTI

PROEMIO
DEL VOLGARIZZATORE.

Tra gli scrtti dei due que sto , che ha nella prima parte il titolo di TnHwagHM e nella seconda quello di .%&*#&!, forse il pi accreditato degli altri tutti , s per essere la sola opera greca sino a noi pervenuta, che versi intorno alle arti del disegno, e s per ? eleganza delle descrizioni, tanto ben concertate con le idee pittoriche da la sciar dubbio se pi vi si ammiri lo scrittore o l'artista. parimenti,

4<o

PROEMIO

che Apr ai tempi di Adriano, lasci una lodevole descrizione di quattordici la quale comunemente vediamo accompagnata all' opera dei ed anche ZM CM zno il vivace suo stile adoper intorno parecchi ritratti ; ma le descrizioni del primo spettano par ticolarmente all' arte della scultura ; e quelle del secondo hanno per princi pale oggetto il merito degli originali anzi che quello delle loro pitture. I due libri delle JyM M M gw M del vec chio contengono la minuta informazione di sessantaquattro quadri, che ornavano il portico di Napoli; l'al tro libro di il giovine rap presenta diciassette quadri, piuttosto im maginati che realmente esistenti, come ha giudiziosamente pensato in uno degli impressi a Gottinga nel 1802 , voi. V.

DELVOLGARZZATORE.

4n

Due latine versioni si fecero dei pri mi due libri. La pi antica dovuta a parer mio a! celebre nostro gram matico jYegyv, la seconda ad Avanzo. De' ritratti la prima version latina venne eseguita da r/co TM foreM , che fu il primo raccogli tore e commentatore delle Opere dei due Queste poi rivide e cor resse interamente, sulla scorta di varj codici, T instancabile (% ano, al testo ed al giudizio del quale, come ne'libri anteriori cos ne'presenti, io mi sono interamente attenuto; giacch non potei consultare 1' edizione che di essi libri ha pubblicata a Lipsia nel 1825 il chiaro sig. j& zco% w . Prima del secolo corrente nessuna versione italiana si fece n delle 7n?M M igw M n de' TMraMt, mentre della & TYaneo, come vedemmo,

4! 2

PROEMIO

se ne pubblicarono tre contemporanea mente nell'anno i 5 ^g. N in altra lin gua moderna finora si videro, fuorch nella francese, per opera di che molta diligenza vi pose, e di abbondanti note e di parecchie in cisioni arricch il suo libro , stampato in foglio nel 161 Alla fine una dotta e leggiadra femmina greca (la sig. PefreMmi' da Gorfu) intraprese a ridurle alla lingua nostra, e probabil mente non avrebbe desistito dalla ben cominciata fatica , se la notizia che ad uno stesso lavoro avea posto mano il dottissimo giovine conte JPerfM Xzrt non l'avesse, per quanto ella stessa di chiara , scoraggiata e fattole cader la penna dalle dita. All'ZLjor&'o ed alle prime sei /7M 7M % g77M solamente si riduce il volgarizzamento di le i, che si leg gono nel Giornale di lettere ed arti di

DEL VOLGARIZZATORE.

^3

Venezia del i 8 a 5, vol.VHI, pag. i 65 .Q u e sta fedele e nitida versione meritando, a parer mio, d'essere pi divulgata e co nosciuta, ho io perci interamente adot tata , e qui ripetuta, non stimandomi capace di meglio fare. Al tempo stesso ho assunto le informazioni pi esatte intorno a quella al co: PerfMKzyv attri buita , e che mi era affatto ignota. So pra di che mi sia permesso di ricor dare un fatto, che vi ha non piccolo rapporto. Erano forse passati quattro e pi anni dacch si era pubblicato con le stampe di Brescia il mio volgarizzamento della famosa satira di Petronto , al quale mi avevano animato parecchi chiarissimi uomini , e tra questi il cav. Vincenzo , quand' io , valen domi della benevolenza di che mi ono rava , volli prendere consiglio da lui

4 '4

PROEMIO

sulla nuova versione che andava tra me ideando delle Opere dei due A questo colloquio trovossi presente il co: divenuto indi a poco genero del cav. Approva rono entrambi il mio progetto, parla rono delle difficolt che avrei avuto a superare, secondo il nella Vita di , e secondo il ne' libri delle /mwKZgwM, e ben mani festavano quanto essi conoscessero ad dentro 1 ' Autore. Tranne 1 ' ^?o//o?z/o , che pur lasciava desiderio di vederlo rifatto, osservarono nuli' altro aversi in lingua italiana degli scritti di quei due retori; lodevole pertanto esserne l'im presa ; non insuperabili le difficolt ; averci pi d' una volta il co: iPer&xzrt pensato egli pure; e finirono non solo a confermarmi nel mio progetto, ma quasi

DEL VOLGARIZZATORE.

4-5

ad esgere che io non ponessi altro ri tardo ad effettuarlo. Molti motivi, che inutil sarebbe di esporre, rallentarono il mio lavoro, anzi che affrettarlo, sicch n potei comin ciarne la pubblicazione prima del 1838, n ridurlo a compimento prima d'ora. Intanto que* due sommi lumi delia ita liana letteratura cessaron di vivere. Ma in quel frammezzo il pensiero del co: .Permear/, per quanto seppi ultimamen te , non rest senza effetto ; perocch un suo volgarizzamento di alcune di coteste TniM M gM M aveva egli letto, poco prima che la morte s per tempo il rapisse, nell'Accademia pesarese. Comech incompleta rimasta sia lopera sua, qual ornamento e qual merito non acquisterebbe (diss'io fra me) il secondo volume della mia versione di se potessi arricchirlo almeno in parte

4 '6

PROEMIO

di quella fattane da si illustre scrit tore ? Mentre io di si bel pensiero mi com piacea, e meditava il modo di realiz zarlo, la F/Mjofeca T&z&zna nel suo quaderno 1 58 (febbraio 182^) pag. 2 2 8 annunzi /e & z ^rwMZ po% & z ^ F ilip p o Mer c ri, coM Ze Zez/oMi JM iaM oycr/M f pafiazMz. 1828, /?er &M xe&3 : ^ogr^/?c<2, volumi a , in 8 , e lodata Teleganza e purit di stile, non che le diligentissime cure del tra duttore , ne rec per saggio TTTM M M gwze XV del libro primo. Con qual coraggio doveva io dunque .scendere in una palestra dove tre s nobili atleti mi avevano prevenuto? E appunto le j& M H M gM M io aveva lasciate in ultim o, perch superiore alle m ie forze giudicai la fatica di renderle s eie-

DEL VOLGARIZZATORE.

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ganti e venuste come appaiono ne' te sti originali. Risolsi dunque (e mi parve che della risoluzion mia dovessero an dar contenti gli amatori di questo ge nere di letteratura) di raccogliere e ren der pubbliche le versioni della jP e% r< ? % di tentare di alcuna ottenerne di quelle del co: .Per&xzrt, le quali per non arrivano che al primo libro ; e alle mancanti supplire con alcune al meno del sig. le quali in tanto mi sono procurato da R om a, giacch non ne sino ad ora ira noi (in Milano) neppure un esemplare. Del? j!%or^/o adunque e delle prime sei T/M W M zgW ! abbiasi la debita lode la gentildonna corcirese. Delle altre (ov'io riuscissi ad averne) che ad altri saran dovute, render ledei conto di mano in mano. Duoim i che il confronto di

, & M H . V/.

3y

4<8

PROEMIO DEL VOLGARIZZATORE,

esse con quelle da me volgarizzate sar tutto ia m io pregiudizio, ma la gratin tudine dei Lettori mi varr di compenso. Ove mi accadesse di aggiugnere qual che schiarimento alle annotazioni al trui, segner la mia nota colla sigla L .
Milano ; ! 5 IugHo 1 83o.

DELLE

IMMAGINI
D!

FLAVIO FILOSTRATO

E S O R D IO ^

C h i non ama !a pittura fa grande ingiuria al!a verit, ed anche aHa sapiente poesia, che s un'arte, che l'al tra mirano con pari sforzo ad esprimere le immagini e le opere degli eroi : ed in oltre mostra di non punto pregiare la simmetria, eh' pur quell'arte con cui an che l ' eloquenza s' abbellisce (t). A voler sottilizzare , la pittura fu trovato degli D ei, tanto avuto riguardo aH'aspetto terrestre quando le sta(t) A tutti noto quale a{Unit esista tra !a pittura e !a poe sia ; siccome ognuno sa che !a simmetria, o proporzione di par ti , dote precipua non so)o di queste a r ti, ma eziandio de!l 'oratoria.

4^0

ESORDIO

g!oni pingno variamente i prati, quanto ai celesti fe nomeni. Chi bramasse investigare pi addentro 1' ori gine delle arti conoscerebbe essere 1' imitazione la pi antica delle invenzioni, e la pi prossima alla natura. Trovaronla uomini saggi, che or pittura, ora plastica P appellarono. Molte sono le spezie della plastica ; che tanto l'imitare in bronzo , quanto lo scolpire in mar mo Ligdino (t) o di Paro; anzi lo stesso avorio e la stessa scultura altro in vero non sono che una plastica. La pittura poi s'aiuta dei colori ; n ci solo (a, ma con quest' unico mezzo, ella assai pi opera che le al tre arti con molti. Imperciocch fa apparire le ombre, e !o sguardo esprime ora de! furente, or dell' afflitto ed ora dell'allegro. La plastica punto non mostra lo splen dore degli occhi, quali eh' essi sieno , mentre la pit tura fa ben conoscere qual occhio vivace, quale ce ruleo e qual nero $ distingue la chioma bionda , la ful va , la rilucente , ed il colore de!le vesti e delle armi : rappresenta infine e camere e case e boschi e monti e fontane e l'e te r e , che tutto in s abbraccia- Quanti adunque alto levassero il pregio di questa scienza, e quante citt ardessero d'amore per essa fu detto da al tri , e da quell'Aristodemo di Caria appresso il quale io per cagione deUa pittura albergai quattro anni. Que sti nel dipingere seguiva la maniera di Eumelo e aggiugneavi di molta venust. Ma il presente discorso non versa su pittori, n sulla storia loro : noi solo promet(<) Spezie di marmo di rara bianchezza, che solevasi trarre da!!' A rabia, e d! cui facevano grande uso gli scultori.

ESORDIO 4n tiamo alcune pittoresche Immagini, le quali femmo ar gomento Ji conversazione con alcuni giovani, acciocch apprendessero a ben giudicare ed a formarsi il gusto. L' occasione offerta ai nostri ragionamenti fu questa. Celebravasi un solenne certame appo i Napoletani. La citt loro posta in Italia; essi sono greci d'origine, e molto colti, ondjB anche ne'loro studj grecizzano. Non essendo io per nulla disposto a declamare in pubblico, i giovani, che frequentavano la casa de! mio alberga tore , mi davano per ci fastidio ; ond' io mi recai a diporto fuor delle mura ne'sobborghi, che stanno a mare, dove havvi un portico esposto a zefiro con quat tro, se ben mi ricorda, <o cinque arcate, riguardanti il Tirreno. Esso splendeva di quanti marmi pu vantare la magnificenza, e sopra tutto di pitture. V' erano de? quadri sospesi, che qualcuno a parer mio avea rac colti non senza buono intendimento, spiccando in essi la virt di parecchi pittori. Io sentiami tratto da per me stesso a lodare que' dipinti, ma vi si aggiunse che un figlio del mio ospite, giovinetto affatto, poich toccava il decimo anno, era meco e bramoso di udire e di ap prendere, in vedermi intento a rimirarli mi preg, che glieli spiegassi. Per non parere un dappoco, sia come vuoi, gli dissi; mi serviranno essi per argomento di una declamazione quando verranno i giovani. Venuti questi, proponga , io soggiunsi, il fanciullo, e sia consecrata a lui la mia fatica. Voi seguitemi intanto ; n solo m'approvate, ma se qualche cosa non al tutto io chiaramente spiegassi, interrogatemi.

LE IMMAGINI
!. LO SCAMANDRO.

Sapevi tu, o fanciuto, questo essere un fatto ome rico {t), o l'ignoravi prima d 'o ra? Poich maravigliato ti mostri come ii fuoco possa vivere sui!'acqua. Raffron tiamo dunque ci che t* noto $ ma per un istante stacca gii occhi dai quadro, finch abbiamo considerato ci che ne forma ii soggetto. Tu ben sai quale sia ii passo delt'Itiade i dove Omero fa che AchiHe sia tutto ira per cagione di Patroclo, e che gii Dei movansi a combattere fra di ioro. Ma di quanto agii Dei si ap partiene nuli' aitro contien !a pittura $ soio mostra che Vuicano largamente e fortemente infierisce contra lo Scamandro. Rivolgi ora di nuovo gli occhi alla tavola. Tutto viene di l. Questa l ' alta c itt, questa la rocca d'Ilio. Ecco la campagna bastantemente vasta per contenere 1' Asia schierata contra l'Europa. Questo il fuoco che sterminato invade la campagna, e di cui gran parte serpeggia intorno alle rive del fiume, a tal eh' essa non ha pi alberi, E gi il fuoco di Vulcano trascorre sull'acque: il fiume se ne duole e si fa a sup plicare Vulcano. Ma n il fiume viene dipinto colla chiotna per essere abbruciata, n Vulcano pingesi zop picante perch furibondo trascorre ; e nemmeno il c(!) Lo Scamandro per favorire i Troiani contro i Greci stra ripa , e pone in rischio la vita di AchiHe. G iunone, amica de' G re c i, ottiene da Vulcano che col suo fuoco freni la furia dei fiume. Hiad., lib. x x t, v. a3o.

t,E IMMAGINI

4a3

!br deHa Camma & biondo, corne i! so!ito, ma traente a!!' aureo e a! biancastro ; cose tu tte , che in vero non sono in Omero.
II. CO M O .

I! dio Como (donde venne fra gli uomini i! o fare stravizzo ) stassi, come io credo, aHe dorate porte deHa camera nuziale. Non per s facile il di scernere questo, perch la scena quasi di notte ; e la notte non in Bgura, ma espressa per l'ora tenebrosa. Il vestibolo annunzia bene che gli sposi, che sul letto riposano, sono ricchi assai. Como giovane, e non an cora giunto a pubert, verso a' giovani s'avvia tutto mollezza, rosso per vino, e dormiente in piedi per ub riachezza. Dorme egli col volto posato sul petto , talch non gli si vede il collo, e colla sinistra sostiene un* asta da caccia; ma la mano credendo afferrarla si ap re, ed ei non se ne accorge, siccome avviene in sul primo sonno, che la nostra mente vinta dal sopore si dimentica ci che abbracciava ; e per questo anche !a Caccola, che ha nella destra per lo languor de! sonno sembra chi g!i sfugga di mano. Pure i! timore che i! fuoco non gli si accosti alla gamba fa che Como ritiri la sinistra verso !a destra, e !a Caccola alla sinistra trasportando evita !' ardore de! fuoco, ed allontana la mano dal!o sporgente ginocchio. un vantaggio pe' pittori !' aver ad esprimere belle facce, senza il che i loro dipinti sono quasi ciechi. Ma in quanto a Como, poco si giova del volto , che sta chino , e dal capo riceve ombra, i! che

4a4 LE IMMAGINI insegna , a parer m o, a que' che sono sn! coetanei che non s! dee gozzovigliare a faccia scoperta. Le rimanenti parti del corpo sono tutte ottimamente de lineate , e vengono dalla Caccola illuminate e poste in veduta. La corona di rose al certo merita lo d e, ma non gi per la forma, che non grande artifizio l ' imitare l ' aspetto de* Cori con tinte o gialle, o cilestri. piuttosto & commendarsi la delicatezza e morbidezza del Serto; ed in fatti io ldo la rugiada, che hanno le rose, o nd ' che in sse quasi dipinto l'odore. Che altro di Como si vede, che altro, se non i convitati ? D i, non ti ferisce forse il suono de'crotali, l'acuto schiamazzio , e H disordinato rimbombo ? Le lampadi mandano chiarore, e per esse i convitati scorgono ci che hanno davanti, e sono scorti a un tempo da noi. gran concorso di gente e le femminette vanno a paro cogli uomini, ed hanno calzari simili, e portano cinture fuori de! costume (t); ma Como permette, che le donne virilmente si addobbino, e che gli uomini ve stano stola donnesca, e donnescamente camminino. Le corone poi non sono pi vegete, ma perdettero la fre schezza nel rassettarle sul capo, dopo che per lo scor razzare s'erano scomposte; ch de'dori libero istinto 1' abborrire i! tocco de!!e m ani, che anzi tempo !i fa appassire. La pittura imita altres un certo crepito, di cui grandemente Como abbisogna ; quando la de( ') L'allegria nuziale faceva a costoro dimenticare 1' usanza. Per altro le cinture e ! calzari virili erano diversi da que' delle donne. ,

LE IMMAGINI 4*5 atra , ritirando !e d ita, batte nell' incavata pa!ma della sottoposta sinistra, onde cos le mani stesse, a guisa di cembalo percosse, fanno concerto.
H I. LE F A V O LE.

Le favole vanno a visitare Esopo, perch % H vogliono bene, avendo egli presa cura di loro. Anche Omero ebbe!e a cuore, ed Esiodo, ed Archilo co nello scrivere contro Licambe ( t) ; ma Esopo, fu queUo che per via di fvole tratt d' ogni fatto umano, e alle bestie diede lingua per aiutare !a ragione ; imperciocch egli abbatte l ' avarizia, 1' ingiuria e la fraude perseguita, e di tali qualit egli veste or un qualche leone , ora una volpe , ora un cavallo , n lascia m u ta, per D io, nemmen la testuggine, con che la giovent s'instruisce delle umane faccende. Merc dunque di Esopo le favole essendo salite in pregio, vannosi alle porte del saggio per fregiarlo di, bende, e inghirlandarlo di verde serto. Egli sta, io cre do, meditando qualche favola, e ci indicato dal sor ridente volto, e dagli sguardi a terra conftti ; ch ben conobbe il pittore che per inventar fvole occorre una mente sgombra da cure. NeHa pittura poi campeggia la RlosoBa col rappresentarsi i corpi d que' che sosten gono 1' azione. Veggonsi in fatti le bestie sostituite agli uomini starsi in coro d* intorno ad Esopo, presane la
( ') S! ta che ArchBoco cotla mordacit de' suoi giambi astrinse H suo nemico e suocero Licambe ad impiccarsi ; ma non n o to , che a questo 6 ne adoperasse anche !a Avola.

496

LE IMMAGINI

scena da in i medesimo ; ed aHa testa del coro !a vol p e ; perch deM'opera sua Esepo si vaie in motti ar gomenti ; come del personaggio di Davo s va! la com media (<).
IV . M EN ECEO .

Ecco !' assedio d T eb e, e !e mura con sette porte. L ' armata condotta d Polinice di Edipo, e s divide in sette corpi. Ad essi s accosta AnSarao con faccia^ mesta, conscio com' de' futuri eventi. Anche gH altri capitani n temono, ed alzano a Giove le mani. Capaneo sta guatando le m ura, e ne disprezza i bastioni, siccome facili a scalarsi. Egli non ancora dai bastioni respinto $ poich iT ebani indugiano ad incominciare la pugna. Grazioso ! pensiero del pittore. Nel rap presentare dietro le mura i combattenti parte g!i fa ve dere interi, parte coperti sino alle gambe, parte sino a mezzo il corpo ; di alcuni s vede il p etto, d altri !a sola testa , poi gli elmi, e da ultimo le punte de!!'aste. Questo un saperne, o fanciullo, di prospettiva; che in fatti devono sottrarsi gli uomini agli occhi e scom parire a mano a m ano, che gira il muro. E nemmen Tebe senza il suo vate (3 ). Tiresia profer vaticinio

(i) Nelle commedie greche e latine Davo un servo scaltro che ha molta parte nell' intreccio del dram m a, come il Brighella nelle commedie nostre, il Frontino in quelle de' Francesi, ec. (3) Gl! assediami avevano AnBarao, d cui s' fatta menzione; gli assediati Tiretia-

LE IMMAGINI

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intomo a Meneceo Egtio d Creonte, che com' egti fosse morto presso it covile di un serpente ta citt sarebbe fatta tibera. Egti senza saputa det padre sen muore, giovane da compiangersi per t' et sua fresca, ma da dirsi beato per t'intrepido cuore. O r vedi industria di chi dipinse ! Rappresent un giovane non pattido per mollezza, ma pieno di grande animo, spirante patestra e di un colore tra Rorido e bruno, come sono quetti che si todano dat 6gtio di Aristone (:). Ha it petto patpabite , e ben proporzionati i Banchi, te cosce e te gambe. Robuste e ben tarchiate sono le spatte, ed il cotto pieghevole. Di chioma egti ha quanto basta a non parere eOeminato, e sta presso !a tana del serpente con la spada sguainata, e gi immersa net seno. Raccoglia mone , o fanciullo, il sangue ne! sottoposto grembo : esso scorre gi., l'anima sta per partirsene, e gi gi ne udrai to strido. Imperciocch anche 1' anime portano af fetto ai bei corpi, e per questo contra vogtia se ne di staccano. Alt' uscire del sangue egli sviene e cad e, ed abbraccia ta morte con occhio sereno e soave, come se fosse per accogtiere it sonno.
Y. IL N IL O .

Qui lunjgo it Nito scherzano alcuni Pietnei, omicciuoti, ta cui statura corrisponde at nome (a). It Nito si com(<) Platone. (3) Chi neHa Ssica, cerca !a ragione delle bizzarre tradizioni trover , che e tanto vale caM o (misura di tre

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LE IMMAGINI

piace assa! di toro per molte ragion!, e in ispecialit per quella, elid essi il festeggiano allorquando allaga l'Egitto. Qui dunque si accostano, e molli quasi della stessa sua acqua, vengono a lui tutti ridenti. Diresti che abbiano sin la parola; altri gli sedono sulle spalle, altri gli pendono dalla chioma, albi gli dormono tra le braccia, altri si trastullano nei suo grembo. Egli ora dalle brccia, ora dal grembo sparge su loro Sori, eh' ssi intessono in corona, e in quello s'addormentano su i Sori, e quindi spirano un sacro e soave odore. Alcuni tra loro volgono d' altra parte coi sistri, istromenti usati su quelle correnti. I coccodrilli e gl' ipopotami, che taluno suol pingere in sieme co! Sume , ora stannosi ne' pi profondi gorghi, a Sne di non ispaventare i fanciulli. Ma i! simbolo dell'agricoltura e quel della navigazione cel fanno ri conoscere pel Nilo ( t) , merc quanto, o fanciuHo, ora dir. Oltrech il Nilo rende navigabile l ' Egitto, gl'imparte anche fertilit di suolo inzuppandolo delle sue acque. Nel!'Etiopia po i, dov'esso ha principio,
spanne circa) quanto /Mgmeo o n a n o , appunto perch alto u n cubito. Come & maggiore o minor numero di cubiti, a cui ascende i Nito, produce maggiore o minore ubertA nell'E gitto, cos confondendo l ' idea di cnAiio con quella di n a n o , si dato per fausto corteggio al Nilo un copioso stuolo di questi omicciu o li, che diconsi suoi Egli, il che si osserva espresso anche in qualche statua e medaglia. Di qua 1' altra erronea opinione , che una razza d! pigmei feracem ente intorno le sor genti del Nilc , in Etiopia. (]) T ra i sim boli, onde usavast contrassegnare la figura de! N ilo, erav! una m arra, ed un timone di nave.

LE IMMGINI

419

presiede un Genio qual dispensiere, da cui mandasi 1* regolata misura de!!e stagioni. Si rappresenta in guisa, che comprendasi toccar esso it cieto co)!a sua statura, ed i! piede posa presso !e fonti, qual tu, o Nettuno, a cui con capo chino egti rivolge gti occhi e prega, che gti sia dato t'avere di motti fanciutti (').
V I. GLI A M O R I.

Ecco gti Amori raccogliere mete; n maravigliarti che sieno motti. Nati datte ninfe essi governano tutto it genere umano. Sono motti perch motte sono te cose di cui gti uomini invaghiscono. L'Amor ceteste dices che su in cieto attenda atte cose divine. Sent tu qua! soave fragranza s' alzi dat giardino, o hai forse ottnso T odorato ? Atmeno sii pronto d' orecchio, se no, ottre te parole, ti percuoteranno te mete. Questi Stari di piante camminano diritti, ed in mezzo a toro tibero to spaziare. L'erba teneretta i viali ricopre, e a chi vo lesse dormire appresta un tappeto. Datte sommit de' rami !' auree poma e rubiconde e giattette invitano to sciame degti Amori a cottivarle. Le faretre sono dorate, e d' oro i dardi, che hanno dentro. It drappetto tutto nudo, e per svolazza teggiero, e tatora pende datte piante de' meti. Le svariate vesti giacciono sutt' erba e fanno pompa di mitte colori. Non hanno in capo co( ') Ossia cwMi perocch tanto pi fertite diventa l'E gitto, quanto pi cubiti s'atza ; e i cubiti co! nome di pecAe* confon dono co' HgM.

43o

LE IMMGINI

ro n e , ch ad essi bastante fregio la chioma. Tra cilestri e purpuree souo !' a!!, ed in taluni d'oro, e man ca solo, che flagellando I' aria n'esca musicate armonia. Oh i bei canestrini in cui riporre !e mete! Quante sar doniche, quanti smeraldi e pure margherite non hanno nel contorno ! La toro testura potrebbesi credere la voro di Vulcano. Ma di Vulcano non abbisognano gti Amori per iscale da atberi, poich essi sanno alzarsi da s , e montare sui meti. N parter di q u e ', che batta no, o scorrazzano, o dormono, e stanuosi allegri man giando mete. Ma veggiamo quei l, che cosa intendano di fare. Ecco quei quattro Amorini pi beiti di tu tti, tche stanno in disparte dagti attri. Due di toro si sca gliano a vicenda una m eta, e t'altro paio l ' un tira frecce at compagno, e it compagno a tui. Ma nei toro votti non v ' segno di minaccia, ed anzi offroosi 1' un l ' altro it petto, perch i dardi in atcuna parte feriscano. BetP enigma ! Guata, o fanciulto, s'io afferro l ' idea det pittore. Per costoro additata P amicizia e to scam bievole afltto. Quei che giuocano atte m ete, sono ne! principio di am ore, quegti che getta la m eta, prima !a bacia, e t' attro che a mani supine sta per cogtierta 6 vede, che ta bacer tosto che prendala, e cos ta ri mander. Ma it paio di sagittari conso!ida it gi co minciato amore. Li primi a mio dire scherzano per dar principio alt'amore; questi dardeggiano perch t' amore non cessi. Or ve't quegli altri, che hanno tanti spetta tori attorno ; essi sono presi da coltera e tra toro v' una totta. Ora dir quale sia la lo tta, poich anche questo desideri. L'uno super !' avversario, e gi g!i vo!a

LE IMMAGINI 43 t ani dono, i! preme co' piedi ed in atto d soCocarlo^ n !' altro si perde d' animo, e si rizza sott' esso , e si Ubera dalla mano che sta p e r. soffocarlo, storcendogli I' un de' diti in guisa, che gli altri non hanno pi presa, n ponno far da tanaglia. Quegli del dito torto si duole e morde l'orecchio al nemico. Gli Amori astanti cor*rucciati che sia s cattivo e le leggi offenda della pale stra, il lapidano a furia di mele (t). Ma non ci fugga quella lepre l; e agli Amori uniamoci per cacciarla. La bestia sta sotto i meli acquattata, e mangia le frutta che cadono, molte delle quali abbandona roseechiate ; ma i fanciulli la cacciano, o le fanno paura quale col crepito delle mani, quale col grido, quale coll'agitare della cla mide. Altri schiamazzando le volano sopra, altri a piedi l'incalzano da presso. Ve'quello, che di un salto vuol coglierla e la lpre smuccia altrove. Uno le tende insidie ai piedi, e avendola gi presa se la lascia sfuggire di mano, di che s'alza un rider grande. Chi cade su! fian co, chi boccone, chi sopino, e tutti in atteggiamento di chi ha sbagliato il colpo, ma niuno le tira dardi, ch sforzansi di pigliala viva per fame a Venere carissimo olocausto. Tu gi sai quale voce corre intorno la lepre, che valga molto nel!e faccende veneree. Dicesi della femsmina, che allatti i parti, e che dorante il latte nuovamente impregni e partorisca, cos che non In resta mai tempo !ibero dal parto. Il maschio poi, com' natura d e 'b a schi , semina, genera e tuttavia partorisce. I pi scioc( ') L'arcano significato di questa {otta non {spiegasi da Filostrato ; ma i commentatori intendono che sia i! contrasto tra l'a more celeste, e il profano.

433

LE IMMAGINI

ch tra gli amanti riconscono neHa lepre non so quale attrattiva amorosa , e coll' arte magica uccellano . loro amor! (t). Ma lasciamo tali cose a que'che sono tristi e indegni di essere riamati. Dimmi, scorgi tu in qual parte stia Venere? Che hanno che Are le me!e con es sa ? Or min tu quella pietra scavata d'onde scaturisce un* acqua azzurrina, verdiccia, ed ottima a bere, che si conduce anche per innaffiare i meli ? Qui osserva Ve nere, il cui simulacro forse fu posto daHe ninfe in pre mio deHo averle fatte madri degli Amori, e perci felici di prole. Lo specchio d' argento, quel sandalo d o rato , e 1' auree fbbie non sono certo senza ragione col ap pese, che dimostrano essere arnesi di Venere ; il che viene anche espresso in iscritto, e dicesi che son doni a lei fatti dalle ninfe. Gli Amori le olirono essi pure le primizie de'frutti, e quei che stanno intrno preganla, che sempre bello conservi Torto loro.
V II. M EN NO N E.

Ecco l'esercito di Mennone; tutti per deposero !e armi, mostrando d voler piangere i! principe loro, che parmi essere stato ferito nel petto da una lancia. Al1' aspetto di codesta larga ed aperta campagna, di quelle
(t) La credenza del doppio sesso delle lepri era comune presso gli antichi. Vedi Plinio ed Etiano. 1 naturalisti moderni cono scono la ragione de! goffo abbaglio. Similmente era comune il pregiudizio, che la lepre (osse opportuna e di gran virt nelle amorose malie; n a nostri d del tutto sbandita dal volgo s sciocca opinione.

LE IMMAGINI 433 tende , d que' ripari tutt' intorno fortiScati, e d una citt chiusa da bastioni e mura, non veggo perch io non abbia a credere che costoro sono Etiopi, e questa Troia. Qui si piagne Mennone Sgtio de!!' Aurora. fa ma , che venuto egli a recar soccorsi a Troia sia stato ucciso da AchiHe, quantunque non meno grande, n minor fosse di tui. Osserva quanto sopra i! terreno s stenda, e come sia lotta !a ciocca de'suoi capegH, da tn i, se ma! non mi appongo, avuti in cura per consecrar!i a! Nito (*), !e cui foci sono in Egitto, ma !e sor genti in Etiopia. Osserva !a betta sua forma, e i! ma schio vigore eh' et!a mostra, bench gi gti occhi sien chiusi. Osserva que' primi peti de! mento, cme ben s Combinino coU'et di cotui che l'uccise. N potrai dite che Mennone sia nero, perch queta sua purissima ne grezza !a vedi in certo modo spandente. In atto stanno !e Deit; ! 'Aurora sut morto Sgtio piangente, che quasi oscura i! Sote, e che prega !a Notte ad anticipare i! suo arrivo, acci !' esercito non inottri, ed etta possa t Sgtiuo! suo trasportare, poi che Giove i! permette. Ed eccoto gi trasportato. Netta estremit dqt quadro scorgesi un be! tratto dett' arte pittorica ; perocch in una parte detta terra si vede, non gi ta tomba di Mennone, ma Mennone stesso, ne! modo che in Etiopia fu tras formato in nera pietra, cottocato a guha d'uomo se duto, e cotta vera sembianza , io credo , di Mennone. I raggi de! so!e cadono suHa statua, ne cotpiscono ta
(t) Vedemmo altrove l'uso degli Eroi di consecrar^ ai numi !a loro capigliatura.

, lom. 7/.

28

434 LE IMMAGINI bocca, e ne traggono un suono, come l'arco lo trae da! plettro, e produce per tal maniera una voce, dalla quale sembra prender conforto 1' Aurora (t).
V ili. NETTUNO ED AMIMONE.

Io penso che avrai Ietto in Omero come Nettuno partendosi da Eg!a per andare a soccorrer gli Achivi camminasse il mar^ in quel modo che si viaggia per te r ra. Il mare tranquillo, e ne onora l'accompagnamento con le balene e co'suoi cavalli, perocch tutti seguono e festeggiano Nettuno, com ' dipinto in questa tavola. Avrai, credo, parimenti osservato presso Omero terre stri essere i cavalli di questo nume, avere i pi d 'a c ciaio , essere rapidi, e dalla sferza eccitati ; in questo quadro all'incontro sono al carro attaccati i cavalli ma rini , con zampe atte a ondeggiare sulla superfcie de!l ' acqua, proprie a! nuoto, e simiglianti, per Giove, ai delfini. Ivi poi sembra Nettuno sdegnarsi e prendersela con Giove, come autore della non prospera spedizione de' Greci, e m^I disposto contr' essi. Ma in questo qua dro appare di lieto aspetto, e mosso dagli stimoli di un amante. Di fatto il Nume incapricciato di Amimone figlia di Danao, venuta a attigner acqua alla fonte di

( ') Di JMiMHone e della parante sua statua pi cose ci ha gi fatto conoscere nei sesto libro della /om'o T/nnco. Chi pi ne bramasse legga Pausania nella descri zione del!* Focide, e JFVawo net secondo libro della Cwerrn

LE IMMAGINI 435 Inaco. Gi si avvia par dare )a caccia a lei, !a qua!e non $a pure d' essere amata. H timore e !o spavento della fanciulla, e l'aurea brocca di man caduta!e , mostrano eh' ett' sorpresa, n sa capire n immaginarsi cosa pre tenda Nettuno, che gi lascia i! mare. La fanciulla nata lm e n te candida d' oro adorna, che il proprio splen dore mesce a quello de!!e onde. Ora diam !uogo, o gio vinetto, a!la niufa ; perocch gi l'incurvato Hutto a!!e nozze si adatta, il qupte ora verdastro ed azzurro, ma che frappoco Nettuno sapr colorare di porpora (').
IX . LE P A L U D I.

Umido il terreno, ma di felci e di canne abbondan te, le quali senz' essere n seminate n coltivate rice vono alimento dalla fecondit delle paludi. E la tamarice vi dipinta ed il giunco, che parimenti nascono ne' fondi paludosi. Alte montagne sorgono intorno di varia
(t) I) ^TgeweWo e 1' O ra rio hanno arricchita di annotazioni la descrizione di questa p ittu ra , facendo grande sfggio di eru dizione. A me pare che non ve ne fosse necessit veruna. Per ch , rispetto alla prima p a rte , chiunque siasi famigHarizzato a!)a lettura di comprende che qui at suo sotito egli si compiace di contraddire ad Omero ; e rispetto all* oggetto rap presentato, i diziouar} di mitologia ne istruiscono quanto basta. Gli indicati autori s! perdono anche a interpretare cosa abbia voluto significare VY/ogfrafo nelle ultime parole relative al render purpuree le onde verdastre del mare ; credo che nessun d' essi abbia colto nel segno , parendo a me che nascondano una idea di genere licenzioso. G enere, nel quale l ' autor nostro, come vedemmo dalle sue lettere, nou scrupoleggiava gran fatto.

436 LE IMMAGINI natura, perocch dove H pino verdeggia indizio che il suolo vi Amagro, dove i chiomati cipressi segno che argilloso; e cosa altro dimostrano quegli abeti se non l ' asprezza del monte , e la non convenienza del fon do? non amando essi n il terren grasso, n il mol to calore, e perci lungi dai fertili campi soggiornano, e pi facilmente crescono in mezzo alle rupi. Dai mon ti parimenti scaturiscono queste fonti e discendono, le acque loro mischiando, e convertendo la sottoposta campagna in una palude, nou per totalmente incolta, n troppo sucida e brutta. La pittura ha qui rappre sentato i rigagnoli che intorno si dilatano, come piace alla natura condurli, la quale d' ogni cosa maestra dottissima ; ella che intralcia tutti codesti erbosi meandri, tanto comodi al moto degli uccelli che nel1' acqua soggiornano. Osserva appunto come guazzino per 1' onda le anitre coi gozzi gonH come otri. Che ti pare di quella famiglia di oche, !e quali sono dipinte nuotare e ondeggiare sulla supercie dell'acque, sicco me porta l ' incinazion loro ? Tu devi conoscere quest! augelli sostenuti sopra alte gambe e con lungo becco, che sono dilicati ospiti. Eccoli dipinti con piume d! vario colore, e posti in varie situazioni; perocch ano l sovra un sasso s! regge ora sull' un piede or sull' al tro ; questo si rinfresca le penne ; questo le lava ; que sto pesca non so cosa nell' acqua, e quest' altro guarda la terra intorno se nulla vi abbia di che cibarsi. Che poi que' cigni sieno retti dagli Amorini non dee recar ma raviglia , essendo numi insolentelli, e abbastanza forti per domare e soggiogar questi uccelli. Tratteniamo*

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adunque ad osservare cotesta cavalcata, e non oltrepas siamo per ora trascuratamente l 'acqua, sulla quale essa fatta. Bellissima 1' acqua di questa parte della pa lude, cost appunto zampillante dalla sorgente, e stret ta in vaghissima peschiera. Gli amaranti appaiono in mezzo all' acqua , de' quali crescono da un lato e dal l'altro le graziose spiche, e le acque riempiono del viva cissimo loro colore. Intorno ad essi cavalcano gli Amorini sui sacri cigni, da morsi d'oro frenati, e l'uno ne allenta del tutto le briglie, l'altro le regge, e qual piega a! mezzo, quale verso la riva si avvia. Fa conto di udirli aizzare i cigni, e a vicenda sSdarsi , e proverbiarsi 1' un !' altro, come dai visi loro denotasi. Uno fa rovesciar l'altro, un altro gi rovesciato, quell' altro smont da sua posta dall'uccello per potersi lavar in quel suo ipodromo* Que'cigni che sono pi valenti al canto, stanno schierati tutt' intorno le rive, intonando, a quel che pare, un inno guerriero, adatto a chi sta combattendo. Vedi tu quel giovinetto alato che tegola il canto ? il vento zefiro , che d l ' intonazione ai cigni. Egli dipinto a foggia di giovine vago e dilicato , che tale il suo simbolo ; i cigni tengono larghe le ale, onde potervi accogliere il vento (t). Ecco anche il fiume uscire della palude, al largarsi, e farsi gonfio dell'onde. Bifolchi e pastori vi passano sopra sul ponte. Se a lodar prendi il pittore per
() Doversi H preteso canto de'cigni non atta voce loro ma p!t'ale da zeSro mosse, insegnano molti critici ed eruditi, ed anche Dtone CrtMMtomo, e Gregorio JVazMfMWO, citati in questo luogo dati' O/earM?.

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le capre, eh' egli ha dipnte saltellanti ed ardite, & per !e pecore che lente e come stanche procedono ; o se per !e pive, ovvero per co!oro che a gonSe gote !e suo nano, noi loderemmo il minor merito di questa pittura, cio quella parte di lei, che spetta dlla imitazione, e la sceremmo addietro la sapienza e il decoro dell'opera, che veggiamo essere le due pi laudevoli parti di questo lavoro. Io che dunque tal sapienza consiste? Nell'aver posto un paio di palme sul fiume , esprimendo in tal modo un gentilissimo concetto. Conoscendo il pittore ci che delle palme si favoleggia, cio che v' abbia tra esse il maschio e la femmina, ed istruito delle nozze loro, e come i maschi alle femmine si accoppino, ab bracciandole co'ram i, e ad esse per tal modo inol trandosi , ha due palme di diverso sesso dipinte !' una sopra una riva, 1' altra sulla tiva opposta $ e quindi i! maschio, preso d'amore, si piega e il fiume attraversa ; e la femmina, mal grado la distanza in che si trova non potendo accoglierlo, si abbassa e si assoggetta a forTnare un ponte sull'acqua; il quale sicurissimo ai pas seggeri , attesa la durezza della corteccia (t).
(t) In nessun albero (orse, quanto netta palm a, donde nasce it d attero, pi evidente !a variet det sesso. Gti antichi si av videro di tal variet, tua non ta osservarono s sottilmente qnanto moderni. Se ^%M(ra(o avesse potuto conoscere g!i p /a n fe , di che it celebre D arw /n ai d nostri ha preso argo mento per un egregio poema didascalico , egregiamente alla lin gua nostra ridotto dat chiariss. dott. GAerancfint, quanti bei pensieri vi avrebbe pescati per maggiormente ingentilire questa sua pittura !

LE IMMAGINI X. AMFIONE.

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Dice:! che Mercurio fu il primo a trovare !a tira, in venzione sagacissima, componendola di due com a, de! ponticetto, e del cheti, o corpo sonoro (t), e cbe dopo averta fatta conoscere ad ApoHo ed atte Muse !a regal at tebano AmSone. Costui dimorando in Tebe, che an cora non ra cinta di m ura, diessi a cantare in mezzo ad un mucchio di pietre, te quati accorsero ad ascoltarto. Tutto ci rappresentato netta pittura. Osserva adunque se at vivo sia pinta ta prima tira. I poeti dico no cb' e!!a fatta det corno di una capra dai pi& bian chi ; i! musico to adopera per ta tira, 1' arciere per t'uso proprio (1 ). Nere e datla sega divise tu vedi coteste corna, e motto atte a ferire. I! legno, di che ta lira A composta, i tutto di duro bosso, e non offre la menoma asprezza di gruppi. Non appare avorio in veruna parte di essa, perch non ancora gli uomini conoscevano l'e lefante, n t*uso cui servir potessero 1 coma di lui (3). Nera parimenti la cheti, ma come porta la natura sua lavorata a pennetto, e d' ogni parte circondata di lacciuoti, che insieme s congiungono per mezzo di bor chie giattognote. Le corde, parte stanno afBsse all' in(t) Ci che no! diciamo 1* cassa (3 ) Cio per far !e frecce, che Omero dice formarsi con !e coma caprine. (5) Veramente Ornano fra gl! ornamaat! delle sedie rea!! ri corda l 'avorio, ma PmtM W M nell' dice che elefante solo aliora si conobbe, che pass nell' India.

44? LE IMMAGINI ferior cavalletto o ponticello , ed alle borchie fan capo; dall' altra parte, che sotto il travicello rimane, tutto par vuoto ; e tal veramente debb' essere 1 * ordine delle corde, acci ben diritte nella lira si estendano. Ora che rappresenta qui AmSone, se non ch'egli canta? e di una mano il suo pensiero sulla lira esprime, tanto solo dei denti mostrando, quanto bastante a chi capta. Io credo ch'egli esalti la terra, qual produttrice e madre di tutte le cose ; ed ella con spontaneo movi mento gli oHre le sorgenti mura. Bella la sua chioma, bench priva di ornamenti, e sulla fronte dispersa, d 'o n de luqgo le orecchie scendendo al pelo del suo mento si unisce, ;al quale porge non so quale risalto. Una mag gior grazia per gli d la mitra, che i poeti ne' loro car mi a foggia di Apoteti dicono avergli le Grazie tessuto, dono ragguardevole, e non molto inferiore a quel dell^ lira. Io son d' avviso che Mercurio, innamorato, a lui questi due doni abbia fatto. Aggiugni che anche la cla mide eh' ei p o rta, gli provien da Mercurio, perch non di un colcy solo, ma il va mutando, e appar can giante a smigHanza dell' iride. Egli siede sopra alto sasso, batte col piede la misura del canto, colla destra tcca le corde, e I' altra mano ha pronta co' diti diste si, lo che avrei creduto che appena osasse di esprimere I' arte della scultura. Ma sia pure cos. Ora, quanto alle pietre, come stanno esse ? tutte accorrono al canto, ed ascoltano, e diventano un m uro, del quale gi sorta una parte, parte inatto di sorgere, e parte va sull'or me delle altre. Rivaleggiano codeste pietre, e piacevoli

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sono, ed a!!a musica ubbidienti. La muraglia presenta sette porte, quanti erano i toni delia lira (t).
X I. FETO N TE.

Le lagrime delle Eliadi (2 ) sono d 'o r o , e cadono, per quanto fama, a cagion di Fetonte; il quale, nato dal Sole, desideroso di guidar cocchi, ard salire sul carro paterno, e non sapendo tener bene !e briglie, tra vi dal retto cammino, e precipit nell' Eridano. Pen sano i filosofi che ci signiSchi un eccesso della natura ignea; i poeti poi e i pittori mettono sottosopra cavalli e cocchio, e quindi confondono !e cose celesti. Osserva pertanto. Qui la Notte caccia il giorno dalla parte del mezzod, e il g!obo del Soie verso terra scendendo trae seco le stelle. Qui le Ore abbandonando le porte del cielo fuggono verso le Tenebre, che vengono loro incon tro; ed i cavalli staccati dal giogo furiosamente si sban dano. La Terra perci vien meno, ed alza le mani al cielo per 1' estremo calor che la strugge. Intanto quel ragazzaccio cade fuori del carro e viene gi a precipizio, co' capegH arsi e tutto il corpo infocato. Egli piomber
(t) O piuttosto quante ne erano !e corde. Su! numero delle qua!!, e sulla origine e (orma di cotesto istromento 3 buon generio ha scrtto dieci immense pagine in foglio, alle quali ri metto il lettore. (a) Sorelle di FWonM, che vennero trasformate in pioppi, igww ne nomina sette, OfM&o tre sole ne rammenta. Le lagrime lo ro , che qui diconsi d 'o r o , secondo la pi comune opinione tangiaronsi in elettro, ossia in ambra.

44* LE IMMAGINI nelP Eridano, e prester occasione di favoleggiar d! que! fiume; perocch ! cigni gonSando a ta! Sne !a genti! gola, faranno materia de' canti !oro quel giovincello , e levatisi per l'aere in gran numero anderanno a cantar!! su! Caistro e su! Danubio, n vi avr !uogo dove questa favola rimanga ignota. S! varranno a ta! uopo de! pron to e favorevole ZeCro, che dicesi ispirai) loro i lamen tevoli suoni. E ci appunto rilevasi dalli aspetto di cotesti augelli, giacch pur tempo che a guisa d' organi mandino fuori la voce. Quanto poi a queste donniccio le, che stanno sulla riva, n ancora sono in alberi con vertite, si vuole che sieno le Eliadi, che cos trasformate pe! dolor del fratello, e ridotte in piante, spargono la grime, come dalla pittura veggiamo espresso; perocch gi hanno gettato !e radici alle estremit, ed alberi sono sino a! bellico, e gi !e mani diventano ramoscelli. Ohi m la chioma ! com' tutta foglie di pioppo ! Ohim !e lagrime! come sono auree! e quella che innonda !a atnza deg!i occhi risplende sali'azzurra pupilla, e ne trae una specie di raggio ^ e qne!!a che su !e guance discesa brilla in mezzo a! vermiglio di esse ; le altre poi su! petto cadute gi in oro si convertirono. Il 6ume eziandio piange, !' impeto de' suoi flutti raffrena , e i! proprio sen a Fetonte distende, mostrando co! gesto di volerlo accogliere. Ora egli si prester alla coltura delle Eliadi, per mezzo del!e aure e de' freddi che esa lano da lui, e le gocce che ne scendono indurir, e da! suo limpido seno trasmetter ai b atb ari, su!!' oceano abitanti, !e bacche e i frutti de' pioppi.

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XH. IL BO SFO RO .

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Codeste femminette che stanno su! !ido gridano, e pare che ! cavalli radrenino, acci non sbatziuo i fan-s ciulli, n& aita briglia sien sordi, ma s che arrivin !e Bere e !e calpestino; ed essi, a mio avviso ascoltano , e in ci si mostrano ubbidienti. Ma dopo la caccia, e dopo !a provvigione da li derivata, nna nave !i trasporta da!!' Europa ne!!' Asia per quattro stadj a! pi, che tate !'intervallo ira i due popoli. I fanciulti esercitano essi stessi !' ufBcio di marinai, ed ecco che hanno gittate !e ancore. Una amenissima casa !i accoglie, con camere da !etto, sale da pranzo, e una Sta di Snestre, ed cir condata da muraglia co'merli. I! pi be!!o di tu tta la casa un portico a semicerchio contornato da! m are, e costrutto di un sasso che rassomiglia ne! colo!<e a!!a cera, e che tolto dalla fonte che !o produce. questa un tepido rigagnolo, che scaturisce da!le montagne detta Frigia, passa !e sue acque entro !e cave de'marmi, parte de'quali con esse inonda, e fa s che !e pietre gi cre sciute prendano !a Sgura dell'acqua, d'onde proviene !a variet de! co!or loro ; perch ov' e!!a stagna limaci ciosa, i! sasso diventa ceruleo; dove pura, diventa can dido, e cos l'acqua rende diversi i sassi, a norma de!!e fenditure variamente disposte, da!!e quali deriva. A!ta quindi &!a sponda, ed offre !e prove di tutti cotesti can giamenti. Una fanciulla ed un giovine, entrambi avve nenti , ed aMevati da!!o stesso maestro, accesi di reci proco amore, e mancando !oro ogni occasion di abbrac-

444 LE IMMAGINi ciarsl, corsero impetuosamente verso questo scoglio, on de trovarvi l m orte, e quinci dopo i primi ed ultimi amplessi s precipitarono in mare. Perci Cupido seduto sullo scoglio, distende verso II mare la m ano, e cos I! pittore Intese esprimere tal soggetto. Rispetto poi a!1' altra casa, che vien dopo, ivi una giovine donna passa I vedovili suol giorni, avendo abbandonata la citt* per evitare gl! Importuni amor! de'giovanl; iqual! complottaron fra loro di rapirla , e qui sfacciatamente venuti, lei con regali sollecitarono. Ma essa, per quanto pare, facendo seco loro la mansueta, eccit vlemmagglormente !a baldanza de' giovani ; poi di nascosto qui rifuggita , ha preso ad alloggiare questa casa ben munita ; osserva com' essa fortificata. Sovrasta quivi un precipizio sul mare , la cui parjte, che nell' onde rimane Immersa , vi sta quasi 3 caso, e quella prominente postiene la casa, cb$ gparda al m&re; 1' ombra che ne deriva cagione qhe H mare sembri annerirsi a chi con acuto occhio lo miri ; tutto questo terreno rassomiglia in ogni sua parte una nave , tranne che non ha movimento. Trasferitasi dppque In essa casa la donna, non perci gli amanti abbandonaron l'assedio, ma l'uno In una barchetta a prora azzurra, l ' altro a prora indorata, un terzo a pi colori, vanno navigando; alcun! vest!t! In abito da ban chetto , di che si fan belli, ed altr! di corone adorni ; quale suonando II flauto, quale, come sembra, plauden do , e qqale, credo Io, cantando , le glttano ghirlande e baci, e non muovono I remi, ma sii!trattengono, e n quel precipizio si accostano. La giovin donna per sta, tutto dalla sua casa guardando , come da na vedetta,

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e di quegl! abiti da Como (t) si ride, e verso gli amanti dispettosa li costringe non a navigar solamente, ma s pure a nuotare. Se pi lungi osservi incontrerai le greg gie , e udirai muggire i buoi, e il suon delle pive ti fe rir l'orecchio. Ti abbatterai parimenti in cacciatori e in villani, in Bumi, in laghi ed in fonti; perch la pit tura ha voluto rappresentare le cose come sono, come saranno e come essere puonno, non offendendo per nulla la verisimiglianza a malgrado la variet delle co se , ma esprimendo quello che a ciascuna conviene, non altrimente che se delincasse un oggetto unico, e ci fin a tanto cbe noi non siamo giunti al tempietto. Il quale vedi in questa parte collocato, sulle sue co lonne , con lampada sospesa all' ingresso, onde assicu rare il cammin delle navi che dal Ponto provengono (a).
X III. I PESCA TO RI.

Perch non mi dimostri qualch' altro oggetto ? Delle cose spettanti a! Bosforo ho veduto quanto basta (3).
(t) H Dio de'banchetti e delie crapule, come a tutti noto. (a) Questo quadro interamente fantastico ed allegorico ; n so qual pregio otterrebbe il pittore che prendesse a dipingerlo. Egli pare che debba interpretarsi per la tendenza giovenite agli amori licenziosi, e per la resistenza costante della castit, a fronte delle minacce e dei pericoli. (5) Queste parole sono del fanciullo , cui vedemmo nel proemio che ya spiegando le pitture esposte nel portico di Napoli. Segue la risposta di lui ; cosicch parrebbe che l'anterior qua dro del , ed il presente, non fossero che unA sola pittura.

446 LE IMMAGINI Che dici? Mi rimane a spiegare ci che appartiene atta pesca, a norma del mio primo intento. Scorriamo adun que , non gi le cose di picco! momento, ma que!!e soltanto che degne sono d' essere rammentate, ommettendo di par!ar di co!oro che pescano co!!' am o, o in sidiano con !e nasse, o prendono con !e reti o col tri dente ; de' qua!! pochissime paro!e udirai, cio quelle soltanto che parranno pi convenienti a!!a condizione de!!a pittura. In que!!a vece poniamo mente a costoro che sono occupati a prendere i tonni ^ meritando essi distnta menzione per !' eccellenza di ta! pescagione. I tonni adunque entrano ne! mare, partendosi dai!' Eussino, ne! qua!e nascono, e ne! qua! si aumentano , parte d! pesci, parte di !imo e d'a!tr! umori, che l' Istro e la Meotide in esso trasportano, i qua!! sono cagione che !e acque de! Ponto Eussino sieno pi do!c! e pi atte a bevers! de!!e a!tre acque marine. Ess! vi nuotano a schiera come una falange di so!dat!, a o tto , a sedici e !n doppio numero, e !e acque fendono !' un presso !' al tro, nuotando e sostenendosi a vicenda, lasciando tanto spazio fra !oro, quanto conviene alta propria corpora tura. In mi!le maniere puonno essere presi, perch o si lancia contr' ess! un acuto (erro, o s! spargon pastigHe, ovvero basta una p!ccio!a rete a chi di piccio! numero si accontenta. Ma !! miglior modo di cota! pesca !! Seguente. A!cuno, che sappia contar prestamente ed ab bia buona vista, si pone a guardare, sa!ito sopra un'at ta trave; e bisogna ch'ei tenga Essi g!i occhi su! ma re, e ne esteuda pi !ungi che pu la veduta; tosto che egli osserva i pesci inoltrare, grida ad altissima voce

LE IMMAGINI 44? verso quelli che : tanno neHe barchette, e d!ee !oro qual ne sa H numero, anzi quante migliaia; questi cn reti pi grosse e facili a strngersi, !i chiudono, e Anno una ricca preda, con la quale H padron de!!a pesca pronta mente arricchisce. Ora osserva !a pittura, e vedrai con gli stessi occhi tuo i, che appunto tutte !e cose che ho detto vi si vedono latte. Qui colui che guarda con at tenti occhi sul m are, a fine d rilevare il numero de' pesci. Nell'azzurra lucidezza delle onde traspaiono i vari loro color; primi sembrano del tutto nri, un po' meno quelli che vengono dopo, gli altri che succedono gi ingannano la vista, poscia paiono quasi ombre, poi son simili all' acqua, tanto che fa d'uopo indovinarne i colori, perch !a vista, che dall' alto nelle acque s im merge , si oscura e vacilla s da non potervi scorgere ci che contengono. Piacevole a vedersi codesta frotta di pescatori, con quelle facce imbrunite per essere sem pre al sole ; chi lega il rem o, chi remiga a forza di braccia, chi incoraggia il vicino, e chi percuote l ' altro che non voga. Un grido si alza fra i pescatori, tosto che i pesci sono caduti nelle reti, parte de'quali hanno gi preso, parte stanno prendendo. Incerti poi di quello che abbiansi a fare di tanta quantit, allargano la rete, e ne lasciano scappare alcuni; perocch l'abbondanza fa loro esercitare liberalmente il mestiere.
X !V . SEM ELE.

Ecco il tuono, di cui sembra udirsi il fragoroso mug gito (f), ed ecco rappresentato il fulmine, il cui splen(') H testo dice: Meo t/ hiono yrwta tMMt gag&smfs.

448 LE IMMAGINI dor abbaglia gli occhi; e i a Gamma che dal cielo s! scaglia, e tutto invade i! reale palazzo, ti spiega questa favola, se tu ben la ricordi. Una nuvola di fuoco avvolge Tebe, e piomba sulla reggia di Cadmo, perocch Giove, secondo usan gli amanti, va a veder Semele; ma Seinele, per quanto pare, ne muore; e Bacco per man di Giove nasce, a parer m io, tramezzo alle Camme. In tanto la trasparente ombra di Semele al cielo si avvia, dove la celebreranno co'suoi carmi le Muse. Bacco pe r, squarciato 1' utero materno , salta fuori, tutto lucicante e splendido come stella, s che il fuoco ne rima ne oscurato. Ma le Camme allargandosi formano a Bac co nna grotta pi deliziosa di quante ne chiude 1' As siria e la Lidia ; le serpeggiano intorno aggruppati i viticchi e le edere, e gi le stesse viti e le piante e i virgulti nati dalla terra senza previa cultura, crescono e sorgono in parte a mezzo le Camme. Non occorre ma ravigliarsi che in grazia di Bacco la terra coroni il fuo co, perocch ella fra poco bagorder seco lui, e offrir fontaue di vino, e trarr latte s dalle glebe che dai sassi, a guisa che si trae dalle poppe. Ascolta Pane, che pare che celebri Bacco, saltando e gridando Evo sulle cime del monte Citerone. Ma Citerone in Cgura umana si lagna de' malanni che frappoco debbono ac cadere sopra di lui ( i); ora porta una corona d'edera,
Ma come si pu dipingere il tuono. Come immaginarne la for m a? fo dubito che questo passo ci sia giunto alterato ne'codici; ed perci che mi feci lecito di ridurne le parole ad un sensn pi naturale e pi sicuro. (t) Si accenna la crudel morte di Pen(e<?, per mano dell* Baccanti sul C iterone, montagna della Beozia.

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che quasi gli cade dal capo, trovandosi coronato contra sua vbglia per causa d! Bacco. Ecco Megera che pianta a lui vicino un abete, e (a scaturire un fonte d' acqua, a cagion forse del sangue di Atteone e di Penteo (t).
XY. ARIANNA (a).

Che Teseo abbia lasciato Arianna, mentre dormiva, nell' isola Dia (quantunque alcuno ci rechi non alla ingratitudine di Teseo, ma alla divinit di Bacco), Io hai per avventura udito ancora da!!a nutrice, simile anch?essa alle altre , che usate a favole di tal sorta le ac compagnano, quando esse vogliono, ancor colle lagrime. Pertanto, non mestieri dire esser Teseo quel della nave, e Bacco quello eh ' in terra: n , come tu l'i gnorassi , ti dico di volger 1' animo alla fanciulla che giace su i sassi quasi sepolta in molle sonno. N basta commendare il pittore per quelle cose, di che altri an cra potrebbesi commendare. Perch ritrarre bella Arian(t) Atteone venne lacerato da' can! nei Citeroae, poco lungi da Tebe , dov' era !a reggia d! Cadmo. (2 ) La Versione di questa de! sig. AferfHrt, del cui votgariMamento ho parlato ne! mio proemio a que st'opera di Io !a ho tratta da! quaderno n.<* i58 delta (febbraio ! 8 ag, pag. 33Q). Essa mi invogtia di poterne alcuu'altra arrecare, prima che o i! mio lavoro analogo o !a presente stampa arrivino al termine loro. Se a tempo mi giunge da Roma it chiesto esemplare sar allora abi litato a regatarne anche i miei tettori. ti 3 t lugtio !83o.

, /om. ii.

33

45o LE IMMAGINI na e be! Teseo non &a qualsivoglia scultore o dipintore dHBcHe cosa, innumerevoli essendo 1 sega! di Bacco , de'qua!! solo uno che s! tocchi leggermente, di un Dio^ si ha la Bgura : ch i corimbi a foggia di corona, ben^ ch rozzo sia il lavoro : ch il corno nato sotto le tem pia: eh' anche pi, la pantera sono argomento e sim bolo di questo Iddio. Ma qui con niuno altro segno, che con quello dell'Amore, Bacco dipinto: lasciate, come non opportune , le gaie vesti, i tirsi e le nbridi. N al presente le baccanti suonano i cembali, n i sa tiri i Hauti. Che pi ? Pane stesso per non turbare i sonni della &nc!u!!a si resta dal saltare. E Bacco , ve stito di porpora e ornato il capo di rose, si accosta ad Arianna, ebrio d'amore, come dice il tejo Anacreonte di quei che amano perdutamente. Teseo ama certamen te , ma ama il fumo d'Atene, come se pi non cono scesse Arianna , o non l'avesse prima conosciuta ; anzi credo che abbia egli smenticato il laberinto, n sappia pi dire per qual cosa in Creta navigasse. Tanto ; guarda solo quelle cose che sono innanzi la prora. Vol giti ora ad Arianna : anzi allo stesso Sonno. Il petto tutto nudo, il collo supino, molle la gota. L' ascella destra esposta agli occhi di tutti, e l'altra mano riposa sulle vesti, acciocch il vento non mostri le cose na scoste. Oh come placido e soave il respiro, o Bacco! Se poi odori o di pomi o di grappoli, i! dirai dopo averla baciata.

t E IMMAGINI
X V I. P A S IF A E .

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Pastfae ama nn toro, e prega Dedalo suggerirle qual che spediente che induca la bestia ad amare ; egli per ci fabbrica nna vuota giovenca rassomigliante a quella vacca della mandra, colla quale il toro soleva addome sticarsi. Qua! fosse l'effetto della loro unione, si rileva dalla forma del Minotauro, che la natura ha mostruo samente composta. Qui per vero dire non espresso l'accoppiamento ; questa per l ' ofHcina da Dedalo edificata, nella quale stanno intorno disposte le sta tu e, quali perfettamente compiute, e quali che aspet tano l'ultima m ano, avendo gi i piedi separati, e di notando la mossa loro. L 'arte della scultura non era prima di Dedalo giunta a tanta squisitezza. Dedalo grecizza nella sua stessa fsonomia, e l ' eccellenza della sua arte e 1' acutezza della mente dal suo volto palesa ; e grecizza anche negli abiti, perocch veste nn manto bruno , ed dipinto colla parte superiore de' piedi nuda , giusta la mpda che piace agli Atenie si (<). Egli siede tutto intento a lavorar la giovenca t associando gli Amorini all'opera sna, perch gli d 'u o po imprimerle certa quale lubricit. Spettano senza dubbio, o fanciullo, al numero degli Amorini costoro
()) H manto bruno era gi i! comune vestito degli uomini d'A tene, s distinti che de! volgo. ed ta!e il portavano, a! dir di jRJanoy ma cresciuto i! lusso, rest ai 6!oso6 ed alla poveraglia.

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LE IMMAGINI

che girano !a triveHa , questi a!tri che spianano coH'ascia !e parti tuttora rozze deHa giovenca, e questi che !a simmetria ne misurano che deve l'opera avere. Ma quelli che la sega maneggiano, superano ogni pensiero ed ogni arte, che attribuir si possa aHa mano de! pit tore ed a!!a qualit de'colori. Osserva gi ftta ne! !egno la sega e gi dentr' esso condotta ; guarda come la ti rino cotesti Amorini; uno seduto in terra !a spinge in su , 1' altro daH' a!to il seconda , ora stendendosi, ora rannicchiandosi, come possiamo credere che e' vadano via via facendo; l'un o indica che sta per istendersi, 1' altro disteso che sta per contraersi ; e questi che da terra spinge a!l' ins, manda grosso 6ato da! p etto, e 1' altro, che di sopra con ambe !e mani si sforza, ri tiene i! fiato e gonfiasi il ventre. Intanto Pasifae tutta di divino splendor circondata pi di qua!unque Irid e , sta fuori guardando fra la mandra i! torello, e sperando poter!o sedurre s per !a sua figura che per !e ricche vesti. Ma !e si !egge ne! volto !a tormentosa dubbiezza, ben comprendendo qual fosse !' amor suo. Corre perci ad abbracciare !a bestia : ma i! toro non capisce adatto ci ch'ella si vog!ia, e tien l'occhio suHa sua vacca. Dipinto i! toro superbo, condottier de!l'armento, d gagliarde corna, di candido pe!o, quadrato, con ampia giogaia, con grasso colto, e lieto guardando la sua dilet ta ; !a qua!e sciolta fra !a mandra si aggira, ed tutta candida, tranne la testa che nera ; e!la non si cura de! toro ; e va qua e l saltellando a guisa di fauciuHa, che fugge l ' importunit de!!' amante.

L E IMMAGINI XVII. PEtO PE O SIA IPPODAMIA.

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Questo subug!!o cagionato da!!' arcade Enomao, ed arcadi sono e de! Peloponneso tutt! costoro che gridano, che quasi t! par d! sentirli; ci deriva da! ro vesciamento del cocchio avvenuto per artiSzio di Mirtilo. Da quattro corsieri era esso tirato, perocch non ne era ancora introdotto 1 * uso in guerra ; ma !e qua drighe erano gi note ed in pregio ne' certami. I Lidi per amantissimi de' cavalli ai tempi di Pelope, si va levano di bighe e di quadrighe; pi tardi usarono carri a qattro timoni, e furono i primi ad attaccarvi otto cavalli. Osservalo fanciullo,! cavalli di Enomao, quan to inSeriscono, pieni di rabbia e di spuma ; cosa che ne' destrieri d' Arcadia spezialmente si nota ; e quanto neri sieno, ed accoppiati per una trista ed iniqua ca gione ; all' incontro i cavalli di Pelope vedi come son candidi, docili alle briglie, pronti ad ubbidire, placidi, e in atto di nitrire come se presentissero la vittoria. Osserva parimenti Euomao barbaro e truce al pari del tracio Diomede, che giace ! stramazzato. N credo che di Pelope diffiderai, della cui bellezza pot Nettuno maravigliarsi, quand' egli ancor fanciullo versava il vino agli Iddj su! monte Sipilo ; e nuovamente maraviglian done quando gi grande e giovinetto era fatto, il pose egli stesso su questo cocchio. Il quale cocchio e sulla terra e sul mare trascorre, senza che pure una goccia verso 1' assale ne spruzzi, resistendo 1' acqua sotto i! pi de' cavalli al par della terra. Pelope adunque ed Ip-

454 LE IMMAGINI podamia hanno vinta !a corsa, ntrambo seduti nel cocchio, e gi da maritai nodo congiunti. Sinora per ardono di reciproco amore, a tale che a stento si ri tengono da!!' abbracciarsi. Egli vestito assai ricercatamente alla maniera di Lidia, e quella et e quella bel lezza conserva, che poc'anzi vedesti in lui, mentre chie deva i cavalli a Nettuno (<). Ippodamia A in abito da nozze, ed ha il volto scoperto, ora che con quella vit toria ottenne di andar ira le braccia di lui. E il Some Alfeo esce de' suoi gorghi, ed offre una corona di olivo salvatlcoa P elope,che lungo la sponda sul cocchio passeggia. Quanto alle tombe che sono nell' Ippodro m o, vi giaccion sepolti gli amanti uccisi da Enomao per protrarre le nozze della Cglia, e gi tredici giovani avea messi a morte. Ma la terra stessa produce Sori in torno le tombe, afBne che anche gli amanti partecipino in alcun modo delle corone dalla sconStta di Enomao derivanti.
X V U I. PENTEO.

Qui sta dipinto, o fanciullo , quel che avvenne sul monte Citerone, i cori delle Baccanti, le pietre d'o nd e zampilla il vino, i ramusceUi da cui stilla il nettare , e

(t) Da ci si comprende che l'o rd in e di queste immagini n e' testi, che noi seguiamo, venne alterato, e che prima della p re sente dovevasi leggere la descrizione, che noi troveremo a! n. n i di questo libro. Perci appunto il sig. di nella sua francese versione quella a questa antepose.

LE IMMAGINI

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!a te rra , te cu! zolle sono da! latte impinguate. Ecco 1' edera arrampicante^ i serpenti drizzati, i tirsi, gii atberi dai qua!i credo che grondi i! m iele, ed ecco t' abete a terra caduto, opera di gran momento da donne eseguita, mosse dalla divinit di Bacco. Esso cadde, e rovesci Penteo, che ag!i occhi de!!e Baccanti era sem brato un !ione. Ora esse straziano !a preda !oro : nna A sua madre : le altre !e sorelle della madre ; queste gK troncan le m ani, quella lo trae pei capegli. T u puoi dire che urlano, tanto si veggono accese di furor bac chico. Lo stesso Dionisio le sta quasi da una vedetta guardando, pien d 'ira nel volto, e le donne stimolando e pungendo. Esse dunque uon veggono quel che si fac ciano, e per quanto Penteo le preghi dicono di udire it fremito di un lione. Tutto ci viene rappresentato come avvenuto su! monte. Le cose che si offrono pi vicine sono : la citt di Tdbe, la casa di C adm o, e il com pianto per cotesta sciagnra. I parenti raccotgono le membra del defunto, per tentar pure se possa intero chiudersi nel sepolcro. T u vedi esposto il capo di Pen teo , a non dubitarne, ma in guisa che abbia a mover piet net medesimo Bacco, mostrando in viso il primo Sor giovenile, la morbida guancia, la bionda chiom a, cui non ancor cinse n l'e d e r a , n lo smilace, n il tralcio della vite, cui nessun suono di flauti, n veruno calor di Bacco alter ; alle quali cose ebb'egli l'animo costantemente avverso, e perci inimicavasi le Baccan ti; cosicch pazzo appunto fu egli per non aver voluto con Bacco impazzire. Degno pur di piet dee credersi que! che accade alle donne. Quante cose ignorarono

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esse ne! Citerone, che qui ora finalmente conoscono ! Perocch ora non solo sono Ubere de! furore, ma s pur de! vigore con che insanivano. Sul Citerone le vedi tutte trasportate ed intente a!!e lor g a re , e rimbombar la montagna delle alte lor grida ; qui all' incontro stannosi c h ete, e cominciano a capire ci che commisero mentr' erano furenti ; e sul terreno assise , 1' una tiene la testa inclinata sin sopra i ginocchi, 1' altra sopra la spalla. Vorrebbe Agave il BgUo abbracciare, ma teme pur di toccarlo, poi che del sangue de! 6 g!io stesso ha tinte le mani, il viso, e la nuda parte del seno. Qui an che si veggono Armonia e Cadmo, non pi qua!i erano prima, ma ormai dal!e Parche trasformati in draghi ; perocch gi la squamma !i co p re, i piedi e le cosce scomparvero, e gi il cangiamento deHa forma loro ar riva sino al!e parti superiori. Essi rimangono istupiditi, e a vicenda si abbracciano, come desiderosi che al meno gli avanzi de' corpi loro rimangano (t).

(t) ! nostri lettori debbono essersi avveduti come noi rispar miamo ad essi la noia di ricordar !oro !e favole o le allegorie, che di mano in mano si vanno esprimendo in queste Immagini, e della nostra discrezione probabitmecte ci saranno grati. Ess! possono assai facilmente, ove se ne fossero dimenticati, riscon trarle in OfM&o, in 7g<no, in P a u sa n ia , in ne'dizio nari di Mitologia , di che si ha abbondanza ; e noi parlandone, dovremmo parer plagiar], anche non Tessendo, del ^7gtner<<?, del , e dell' O /cario, che hanno esaurita tutta l'erudizione possibile intorno cotesti soggetti. A che dunque imbrattare mag gior copia di carta ? Non avvertiremo quindi innanzi pertanto che le cose meno comuni, e meno facili a ricordarsi.

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X IX . I T IR R E N I.

45?

Ecco la nave sacra, e ia nave corsara. Quella go vernata da Bacco, questa da! T irre n i, che esercitano la pirateria nei mare che li circonda. Nelta nave sacra Bacco va strepitando, e strepitano insieme a lui !e Bac canti ; e )a musica !oro per 1' ampio mare risnona, co me accade a! tempo dette orgie. It mare sommette te spatte a Bacco, a simiglianza del terreno di Lidia (t). Nett' attra nave atl' incontro i condottieri sono istupi d iti, si dimenticano di rem are, e ta maggior parte di essi ha perduto te mani (a). Che signiSca adunque questa pittura? I Tirreni, o fanciulto, tendono insidie a Bacco, avendo inteso eh* egli era un dissotuto ed un cabatone, che navigava in barca d 'o ro , tant'era ricco, ie che lo accompagnavano alcune donnicciole di Lidia, satiri, e sonatori, ed un vecchietto con ta verga (3), e u<na buona provvigione di vin Maroneo insieme allo stesso Marone (4), e che seco navigavano Pani sotto forma di becchi; perci congiurano di rapir le Baccanti, e di permetter toro il cibarsi delle capre, d che il suolo
( t) Era questa una dette provincie pi divote a Bacco. (?) Accortosi jBacco delta toro congiura 1! pun , rendendoti furiosi, poscia trasformandoti in delfni. Perci hanno perduto !e m a n i, come Cadmo e sua mogtie, netta immagine anteceden te , avean perduta ta forma de' piedi, ecc.

(5) -A V eno.
(4) Di cotesto M trone compagno di viaggio a Bacco si partato ne! proemio deHe <Rone afeg/i ih?*.

458 LE IMMAGINI de' Tirreni abbonda. A tal 6 ne la nave corsara naviga aHa loggia di una da guerra; imperocch a prora ed a prua munita di &!ti alberi; uncini e mani di ferro ed aste armate di (alci e di punte la difendono, e acci metta paura a quelli che la incontrano, ed abbiano & crederla un mostro marino , l ' hanno dipinta di azzur ro, e daHa parte della prora sembra che spalanchi due occhi feroci (i) ; sottile poi ne la poppa, arcata come la mezza ^ x n a , a simigliaDza della coda de' pesci. L a nave di Bacco all' incntro pare in tutte le sue parti una rupe, salvo che alla prora coperta di squamtne, ed ha un incrocicchiamento di campanelli, afBnch, se i Satiri oppressi dal vino si addormentassero, non abbia Bacco a navigar senza strepito. La prora per fatta a forma di una aurea pantera, che bestia gratissima a Bacco, calida pi che altro animale, e che salta leggie ra come una Baccante (a). Osserva adunque codesta belva navigare con Bacco, e addosso ai Tirreni saltare prima pure che Bacco il comandi. Vedi quel tirso in mezzo alla nave cresciuto, che fa 1' ufEzio d ' albero m aestro, cui stanno attaccate le vele purpuree , tutte splendenti d 'o ro , intessute dalle Baccanti , che folleg giano sulle cime del Tmolo (3), e fatte nella Lidia in
(t) Abbiamo da JPoffwce che gii antichi davano alte navi tor la forpia di qualche animale. L'occhio del Ento animale era alla prora , dove ne collocavano la testa. (3 ) Ben conviene alla nave di .Bacco la Sgura della pantera anche per essere animale ghiottissimo del v in o , come scrivono ed altri. (5) Monte di F rig ia , abbondante di v iti, dove Bacca amava di celebrar le sue o rg ie, come narrano i mitologi.

LE IMMAGINI 4?9 onore di Bacco. Ammirabile pure quella volta di viti e di edere d che si vede coperta la nave, e que' tralci e ramUscelli che sovr'essa s intrecciano; ma pi am mirabile si quella fontana di vino, come se la nave il produca dal suo (ondo, o a guisa di tromba lo spinga. Ma torniamo ai Tirreni 6 n che ci sono ; poich Bacco in procinto di metterli in furore. Gi le forme dei DelBni investono i Tirrehi, non prima da! mare p a sci ti, n prima d 'o ra abitatori de! mare. Questo ha gi ver dastri i fianchi, altri ha la pelle lubrica, ad altri crescon le lische su! dorso, e questo caccia fuori la coda ; uno ha gi cambiato i! c a p o , un altro ha il c a p o , ma gli mancan le m ani, e questo grida perch perde i piediJ Bacco intanto dall'alto della prora sorride a tal vista, e imprime a piacer suo la forma di pesci, in vece del l'u m a n a , ai T irreni, e di maligni che erano li rende buoni. Palemone perci poco dopo si pone a bisdosso di un delfino, n vi sta altrimenti cogli occhi aperti, ma si sdrpia supino sovr'esso, e si addormenta. Arione at testa gli pure che ne! Tenaro i de!6 ni sono amici degli uomini, e amanti del cant, e in grazia degli uomini e della musica sono sempre pronti a mettersi in schiera Contro pirati.
XX. I S A T IR I.

Celene il luogo qui rappresentato (t), come s pu


(t) Citt capitale della F rg ia, dove avvenne la famosa sEda musicale di JMriM e di

46b LE IMMAGINI comprendere dalle lontane e daHa g ro tta , ma non vi Marsia, forse ito a pascolare la greggia, o intento alla sua gara. Non trattienti a lodar 1' acqua, perch s'ella dipinta graziosa e tranquilla, assai pi grazioso giu dicherai fra poco Olim po, il quale , poich ha test dato Bato alle pive, sta cantando ( t ) , graziosamente egli pure, sdraiato su molli B ori, e di sudore cosperso e insiem di ruggiada, che irrig il prato. ZeBro che nella chioma gli sofBa, lo invita ; ed ei pure, traendo la voce dal petto, agita !' aria. Gli giacciono appresso le canne, gi diventate sonore, e gli utensili di lerro da raggiustare le pive. Un grappo di S a tiri, inna morati di lui, rubicondi e sorridenti guardano Bssamente il giovinetto, l ' uno desideroso di palpargli il petto , 1' altro di abbracciarlo , un altro di rapirgli un bacio; e gli spargono innanzi i Bori, e come un idolo lo adorano. Un di essi, pi astuto degli a ltri, abboc cando l linguetta di una cannuccia ancor tepida la succia, e si immagina di baciare Olimpo, e gli par sino di gustarne l ' alito.
X X I. O L IM P O .

Per chi gonB tu le tue pive, Olimpo (2 )? Qualbiso(t) Amator della musica , al par di A fa m a , pur dagli an tichi celebrato O/tmpo, cio da P/afone, da J%<<arco, da -Sfra to n e , da OfM&o , ec. Se ne parla anche nella Immagine susse guente. (3) La cornamusa, o piva , antichissimo pastorale istrom ento, que! che poi Rato si gonSa, essendo composta di un otre di pelle, come ognun s&. Le ho dunque dato il suo nome ; tuttavia pi innanzi ne nobiliter i! vocabolo, chiamandola tibia.

LE IMMAGINI 461 gno di musica in un deserto ? Qui non ti stede in nanzi n pastor n capraio, n al!e ninfe tn canti, so lite saltellare in cadenza al suon delle tibie. Ma tu, af fezionato, non so perch, all'acqua di cotesta rupe, di essa ti alletti, e in lei tieni Esso lo sguardo. A che ti serve ella? che n ti seconda, n ti ubbidisce, n noi ti misu riamo il giorno coll'acqua ( t ) , comech ci piacerebbe che tu continuassi a cantar sino a notte. Che se in essa tu miri la tua bellezza, deh lascia star l'acqua, che noi sapremo assai meglio rappresentare quanto si trova in te. Prima di tutto hai l'occhio turchino, il quale d somma grazia alla tua musica, cos accerchiato com ' da quel sopracciglio, che esprime il senso della cantilena. La guancia par che si vibri e quasi saltelli mentre canti, tanto pi che per quanto fiato tu dia alla tibia non per ci gonfi in verun modo la faccia. La tua chioma n incolta pu dirsi, n mantecata all'uso de'zerbini di c itt , ma n arida si manifesta, cos rinchiusa dalle acute e verdi foglie di pino, che vaga corona ti fanno, la quale darebbe pur vezzo anche ai galanti; lasciando che di fiori si adornino le fanciulle, o quelle donnicciuole che se ne abbellano. De! tuo petto dir eh' esso pieno non solamente di 6 ato, ma s pure di vigor musicale e di concetti poetici da accompagnar con !a tibia. Tale !' acqua ti rappresenta, alla qua!e stai dal sasso guardando co! corpo inclinato ; che se ti mostras(t) Cio colia clepsidra, ossia oriuolo ad acqua, che vedemmo altrove adoperata dagli antichi in pi occasioni, come misura del tempo.

46a

L E !MMAG!NI

g diritto non ben renderebbe !e parti ai petto inferio ri , perch !e imitazioni che da!!' acqua provengono sono snperUcia!!, e ci che !ungo ne!!' acqua riman raccor ciato. Che se !a tua immagine ne!!' onde agitata, ci va attribuito a!!a tibia, che sofHa su!!a fonte, ed a! pit tore, a cui si deve i! tuo cantar con !a tib ia, e i! sof fiar de!!a tibia, e il moversi deHa fonte per cagion de!!a tibia.
X X !I. M ID A .

I! Satiro dorm e, epper paliam one a bassa voce , acci , svegiandosi , non confonda !e cose che stiamo guardando. Mida co! vino !o prese in Frigia, ne'dintorn di coteste montagne che vedi, versando i! vino neHa fon te, presso !a qua!e giace disteso, rigurgitando i! vino mentre dorme. Piacevo!e que!!a smania di ^a!tare ne' Satiri,,piacevole que!!oro famigliare sorriso; i buoni fra !or inchinano ad amare, e sanno far sue !e donne li die , vezzeggiandole con finissima arte. Ad essi pure egregiamente conviene !' esser dipinti rozzi, sanguigni, grossolani, inso!enti, coHe orecchie aHungate, coHe n a tiche scarme, e da! mezzo in gi a forma di cavaHo ()). QueMo che venne preso da Mida qui dipinto, come

(<) Non fesse pertanto , come le capre , debbono aver l'ungh!e del piede, ma intere, stando a questa descrizione; i pittori per e i poeti la pensano diversamente , annoverando i satiri nella famiglia dei e noi crediamo che que sta volta la sbagli.

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sogliono dipingersi i Satiri, ma oppresso da! vino dor me, russando, come fa 1' ubbriaco ; perocch ei si berebbe pi fcilmente l'intera fontana, che una sola tazza qualch' altro. Le ninfe quindi saltellano, scher zando, intorno a! Satiro addormentato. Com ' dilicato e morbido cotesto Mida , tutto azzimato e curante la capigliatura e il b erretto , con quel tirso fra le mani e quella veste indorata I Ma ecco le lunghe orecchie , per cagion delle quali i suoi leggiadri occhi paiono sonnacchiosi, e di leggiadri diventano languidi. La pit tura ha tentato di esprimere tutte queste cose, gi note ai pi, e gi divolgate fra gli uomini col mezzo delle canne, non volendo la terra nascondere sotto silenzio quello che le fu raccontato.
X X IH . N A RCISO .

La fontana rappresenta veramente Narciso, ma la pit tura rappresenta non meno la fontana che tutto ci che appartiene a Narciso. Il giovinetto or ora tornato dalla caccia, sta sopra il fonte, e vaghezza ne trae, e della sua propria Bgura si accpnde, e vibra sguardi sull'acqua, come tu vedi, che paiono saette. Qui pure l ' antro di Acheloo e delle Ninfe. La pittura si uniforma a! verisimite, e perci le statue sono lavorate assai rozzamente, e fatte di pietra qui nata; ed alcune sono gi rose dal tempo, altre guaste dai 6 g!i dei pastori e de'bifolchi, fanciulli ancora e ignari del nume. Tuttavia alla fonte non manca la presenza del nume Bacco, avendola Baceo stesso prodotta per favorir le Baccanti ; perci ella,

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adorna di viti, di edere e di bei pampini, e di ramuscelli in gran copia e di tirsi ; presso di lei si raccol gono i sagaci uccelletti, canterellando ciascuno secon do la propria indole : e candidi Sori sorgono intorno a! fonte, non ancora compiuti, giacch vi sorgono per sol lazzo del giovinetto. La pittura poi, che tende ad imitar la natura , Suge stillato un rugiadoso umore dai Sori ; sui quali sta un' ape , la quale non so se viva sia e dalla pittura ingannata, o se inganni noi, cui pare che sia una vera ape. Ma sia pur cos. Te alm eno, o giovinetto, nessuna pittura inganna , n ti consumi dietro i colori 0 la cera, ma s ti illude la vera acqua che ti rappre-! senta tale , qual ti vedi. N temer puoi che ti tradisca la fonte , perch col suo incresparsi cangi la situazione del corpo, ne muova la mano , e mai non rimanga nel sito medesimo. Tu pertanto come da un amico, cui fossi ito all'incontro, aspettati da lei ci che ti lice aspettare. Su dunque : gi gi la fonte persino il parlar ti dirige. Ma costui nulla ode di quanto noi gli diciamo, e Sssi ha nell'acqua gli orecchi e gli occhi. Noi quindi lo dise gneremo in parole qual nel dipinto : ritto sui piedi in crocicchiati, appoggiandosi all'asta che ha nella mano sinistra, e la destra tenendo sui Banchi, che veggonsi rialzati da un lato, e dal lato sinistro rientranti. La posizion della mano lascia uno spazio all' aria nella cur vatura de! gomito, e mostra le rughe dove piegasi alla giuntura, non che 1' ombra del concavo della mano, e 1 tratti dell' ombra riescono obbliqui a cagion d e 'd iti piegati in dentro. L'. anelito che dal petto gli esce non s se al cacciatora convenga o ad uno gi fatto amante.

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L' occhio per interamente di amante ; perch aven dolo per natura azzurro e Cero, !a brama che g!i sta dentro !o illanguidisce. Egli spera forse di essere de! par! am ato, vedendosi da!!a sua ombra guardato con que!!a stessa tenerezza eh' eg!i a !ei guarda. Mo!te cose potremmo pur dire de!!a chioma, se avessimo a parlare de! cacciatore, i cui movimenti ne! correre sono inSniti, massimamente ove si fosse trovato esposto a qualche vento; nondimeno, cos com' , non !a lasceremo inos servata. E!!a folta e bionda, e parte g!i cinge il collo, parte fra gli orecchi si divide, parte sventola sulla fron te, e parte ondeggia sulla barba. Sono due Narcisi, mostrantisi reciprocamente una stessa Sgura, salvo che que sto sta collocato in alto, e quello immerso ne!la fon tana; peroch il giovincello si posto sul margine della placida acqua, come s'ella a lui fosse intenta, e quasi famelica della sua beHezza.
X X IV . GIA CIN TO .

Tu vedi un giacinto ^ giacch la pittura !o ha qui figurato ^ esso attesta che fu generato in grazia di un bel giovinetto, de! quale, appena nato, piange la morte, ri conoscendo, credo io, la sua nascita dalla morte di lui. Non ti trattenga questo prato ; perocch da lui nasce i! Sore, secondo !a natura del terreno. La pittura per fa vedere che il giovinetto avea !a chioma rossiccia, e che il sangue ancora vivo, dalla terra assorbito, color il Sore quasi a sua simiglianza. Esso gli cola da! capo, su! quale piomb que! disco, Appena pu credersi che
fOBt. //. go

466 LE IMMAG!N1 s gran co!pa si Attribuisca ad Apollo. Ma perch noi non veniamo a farci censori delle favp!e, n tali siamo da rivocarle in dubbio, ma soltanto siamo osservatori delle cose dipinte, cos esamineremo l pittura. E prim a osserviamo il monticello, su! quale i! disco scagliato. Angusto il monticello, e appena bastante a starvi uno in piedi. Costui sollevando la gamba diritta e le p a rti posteriori, rende chiue que!!e davanti, e mostra rialzata 1' altra gamba, per cui gli d'uopo che al tempo stesso si avanzi secondando il movimento della mano destra. Il gesto poi di chi sostiene il disco questo; Ha il capo piegato, e tanto gli forza chinarlo sin che prenda la mira di sotto il Banco, poi tratto sulla parte destra ap poggiandosi, gittare il disco di sotto in su. E cos vera mente lo scagli Apollo, n in altro modo avrebbe potuto spinger!o s lontano. Poi che i! disco piomb su! giovi netto, egli ne giace abbattuto. Spartano i! giovine, di ritto sulle gambe, ed esercitato al corso; ha il braccio alzato, e mostra la bellezza de!!a sua ossatura. Apollo perci volge altrove lo sguardo, standosi pur anco sul monticello, col viso a terra chino. All'incontro sta imper territo ZeSro, che ebbe invidia di lui, e che scagli i! di sco addosso al giovinetto. Tutto ci pare a que! vento uno scherzo ed un giuoco, e vi guarda da!!' aito. Penso che vedrai eh' egli ha le tempia alate, e !a figura dilicata. Porta anche una corona composta di ogni sorta di So ri ^ ai quali frappoco intreccer pure il giacinto.
XXV. GLI A N D R IO TI.

Soggetto di questa pitter il torrente di vino, che

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46?

s! trova nell' isola d! Andro, e gl! Andrioti che vi si so no ubbriacat! ( t) ; perocch per benefcio d Bacco agli Andrioti s' apre il terreno, da cui scaturisce il vino , e d loro un 6 ume, non veramente ampio, se il paragoni ad uno in cui scorra acqua, ma vasto e miracoloso per essere pieno di vino. A chi sia concesso di qui dissetarsi lecito ridersi del Nilo e dell' Is tro , e dir di essi che riuscirebbero molto migliori se, anche pi piccoli, cor ressero vino essi pure. Ci credo io vanno costoro, d'edera coronati e di pampini, cantando ai fanciulli ed alle fan ciulle^ cos questi che saltellano sull'una riva e sull'altra, e quelli che cascano in terra. Ed verisimile che in quelle loro canzoni non ommettano dire che l ' Acheloo vanta le sue canne, il Peneo i suoi o r ti, e il Pattolo i Cori ; ma che questo fiume rende gli uomini facondi nel foro, ricchi, amici degli amici, e fa belli e alti quattro cubiti i nani; perocch uno che se ne sia saziato pu benis* simo confondere insieme e immaginar tali cose. Cantano pure che questo fiume soltanto non accessibile n a
(t) L'!so!a uua delle Cicladi. JM/mo net lib. n , scrive: femp/o ybntcm noym Januar/M Mmper ya^ore creA. Non A dunque una fonte di vino , ma di acqua che ne ha il sapore. Il pi mirabile sta nel termine periodico del giorno 5 di gennaro, nel quale scaturiva. fgpja/Ma negli JSKact assicura che ne' sacriScj di Bacco usciva ogni due anni un ruscello di vino dal tempio di Ci si pu credere. Non veggiamo noi pure nelle nostre Aigre praticarsi le fontane di vino , me diante un semplicissimo meccanismo? Non abbiamo pozzi, che ad epoche Rase rigurgitano, e ne sappiamo il come e il donde?

468 LE IMMAGINI cavalli n a buoi, e che Bacco lo versa, e perci puro si beve, ed ai soli uomini riservato. Fa dunque conto di udir tutto c i , comech parecchi di codesti can tanti , a quel che p a re , balbettino pel vino che hanno ingollato. Le cose poi che !a pittura presenta sono que ste : giacesi il Fiume sdraiato sopra un letto di grappoli, d'onde cola un rigagnolo, ed grassotto e ben tarchia to, e gli crescono intorno i tirsi, come le canne ne!l'acqua. Oltrepassiamo la villa e i banchetti ivi sparsi, e incontreremo all' imboccatura del Sume i T rito n i, che succiano il vino dalle conchiglie, parte bevendone, parte cacciandol col 6 ato ; tra essi ve n' ha di gi ubbriachi e barcollanti. lutando naviga in Andro Bacco provocator dei conviti, e gi la sua nave entrata nel porto, e Satiri e Baccanti e Sileni trae seco, e insietn con essi lo Scherzo e il Tripudio, i pi allegri e i pi dediti a ben trincare fra i numi, volendosi egli godere i! suo torrentello il pi lietamente che sia possibile.
X X V I. LA NASCITA DI M E R C U R IO .

Codesto fanciullino, ancora in fasce, che caccia le vacche entro una caverna sotterranea, e poi ruba di soppiatto le frecce di Apollo, egli Mercurio. Assai pia cevoli sono i furti di questo Dio, narraudosi che ap pena Mercurio nato era da Maja si dilett di m b a r e , e riusc mirabilmente in quest' arte. N ci il nume fa ceva per indigenza, ma per inclinazione e per passa tempo ; della qual cosa se vuoi vedere gli indizj, os serva quanto qui dipinto. Ei nasce sulla vetta dal

LE IMMAGINI 469 l'Olimpo, vicino alla pi eccelsa stanza degli Iddj. L , dice O m ero, non si sentono piogge, non si odono venti, n cadono nevi malgrado 1' altezza del monte, il quale veramente divino, e immune da tutti qne'casi, cui vanno soggette le montagne degli uomini (t). Ivi le Ore raccolgono il nato Mercurio. Sono esse dipinte cia scuna secondo la propria forma. Lo avvolgono nelle fasce, di bellissimi Bori cosperse per renderle pi di stinte. Assistono di poi le Ore alla madre di Mereurio, in letto giacente, e intanto Mercurio di nascosto si li bera delle fasce , e gi ritto cammina , e dall' Olimpo discende. Il monte di ci si sollazza e ne ride a guisa d uomo. Vorrei che tu notassi che l'allegria dell'Olimpo deriva dall'esser nato Mercurio sopra di lui. Qual poi il furto gi da lui fatto ? Le vacche, alle laide del]' Olimpo pascenti, coteste, dico, cui son d' oro le cor na, e la pelle pi candida della neve, perch sacre ad Apollo, ha egli sottratte e nella sotterranea caverna cac ciate , non per farle m orire, ma per tenerle nascoste
(t) Nel vt dell' Odissea. Aa cAe guarda con azzurre /uci ^ii'O/impo torn, tomo ai/a ymm De' sempiterni <let se^e tranyuii/a, CAe n * yenti conM M H'ono , n Bagna Za pioggia mai, n Mai /a neve ingomAra , JM a un seren puro fi si spande sopra Da nuie accana non o^so , e nn fico CaniMo /ante ia circonda, in cui < R giocon^an mai sempre i Dii teati. Yenione di Tppo/ito An^entonte.

6yo

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un giorno, tanto che ApoHo giunga ad arrabbiarsene. Dopo c i , come se egli non vi avesse avuto parte ve runa , rientra nelle fasce. ApoHo si presenta a M a ja , chiedendo le sue vacche ; ma non gli crede e lla , e pensa che il nume voglia scherzare. Vuoi tu intendere que! che dice? perch, se non si vede la voce, ben gli si legge nel volto il pensiero. Par dunque che cos dica a Maja : Il fanciullo, che tu ieri hai partorito , mi of fende, avendo nascosto sotterra, non so ben dove, le vacche, di cui mi compiaccio ; ma egli la Bnir male , e sar cacciato in voragini pi profonde di quelle, dove cacci le mie vacche. Maja a tali parole si maraviglia, n le vuol credere. Mentre vanno contendendo fra loro, Mercurio sta dietro ad ApoHo, e saltandogli rapidamen te alle spalle gli slega senza strepito 1' arco ^ e d sop piatto il trasporta, ma per noi nasconde. E qui pure la maestria del pittore manifesta; perch rappresenta ApoHo con la faccia bassa , ma fa s che appaia sorri dente ; di quel sorriso per che basta ad occupare la superfcie de! volto, perch il piacer de!!a burla comin cia ad ammansarne lo sdegno (t).
(i) Convengo che sotto M velo di questa favola, e delle altre che la greca mitologia et ha trasmesse, possa trovarsi nascosta qualche dottrina ElosoSca ; ma stando all' oggetto che F%Mfrnfo intende encomiare, cio alla pittura , non so convenire che es ser debba nn bel quadro quello, dove non uno il pensiero, giacch in codesta unit consiste il varo bello delle art! sorelle. Il yigBner/o ha tentato di riprodurre co! bulino i quadri di f<, e i! suo tentativo, se ma! non mt appongo, giustiHca questa osservazione, la qnale parm estensibile pressoch a tutte !e present immagini.

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X X V II. A M FIARAO.

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Sulla biga ( perocch non ancora usavano gli eroi !e quadrighe, tranne E ttore, !I pi audace di tutti) tratto AmSarao, che da Tebe si parte, nel tempo che la terra per cagion sua, come dicono, erasi allontanata, e va nell'Attica a pronunziare oracoli, e a dare veraci risposte, egli sapiente in mezzo a gente illustre per studj della sapienza. Di que' sette che tentarono rimet ter sul trono il tebano Polinice, nessuno, fuori di Adra sto e di AmGarao, retrocesso, essendo gli altri rima sti nella citt di Cadmo. Perirono questi o di lancia, o di pietra, o di scure, eccetto Capaneo che dicesi ferito dal fulmine, dopo aver egli pel primo ferito Giove colla sua arroganza. Ma di costoro si parler altrove ; ch la presente immagine il solo AmBarao riguarda, il quale via fugge con le sue corone e co' suoi allori. E da os servarsi la rapidit delle giranti ruote. Candidi sono i cavalli, dalla gonfia narice anelanti, della cui schiuma il terreno cosparso , e la criniera cascante. La sottil polvere, che alla sudata lor pelle si attacca, meno belli li rappresenta, ma molto pi al vivo. AmSarao, coperto d' armi l'intero corpo, il solo elmo ha cavato, avendo consecrato il eapo ad ApoHo, del quale anche nell'aspetto si vede essere sacerdote e profeta. La pit tura rappresenta eziandio il giovine Oropo in mezzo a cilestri femmine, che signiBcano le acque del mare (t),
(]) Oropo , citt fra L'Attica e T anagra, come si ha da A tt4<w!ta, e solo dodici stadj distante dati' antro di , fu !a prima che a questo Vate accordasse divini onori.

4; a LE IMMAGINI ed ivi pure !I tempietto di AmSarao, e il sacro e divino suo antro. L dipinta la verit in bianche vesti rav volta, e la porta dei sogni (perocch consultato per via di sogni ) , e il sonno stesso vi Bgnrato con !a A c cia dimessa, e in zimarra bianca a! di sopra deHa nera, per indicare, io cred o , che notte per tu i, ma che al giorno spettano i snoi fantasmi; egli ha Ira !e mani il corno, pel quale suole introdurre i sogni per ta vera porta (').
X X V III. LA CACCIA D E ' C IN G H IA L I.

Non vogliate correrci innanzi, o cacciatori^ n spro nare i cavalli, prima che ci sia noto quel che in tendete di fare, e di che andate a caccia. Voi dite d' es sere usciti con animo di prendere il cinghiale ; ed io ben veggo le tracce della belva, che gli olivi ha spiantato, guaste le viti, e n Eco n frutto qualunque, n albera fruttifero h a lasciato illeso, ma tntti dalla terra ha schian ta to , scavando l 'a n o , schiacciando l'a ltro , e confri candosi contro un altro. E lui veggo pare, orrendo per le sue setole, e schizzante fuoco dagli occhi, e gi stri dendo i denti contra voi, o uomini gagliardi ; perocch tal sorta di Bere sente lo strepito a grandissima di stanza. Voi per fate caccia aHa bellezza di codesto

(') Due porte Sngono i poeti (Omero, ffy M o , C oM o, ec.) aperte ai sogni ; una cornea, ed una eburnea. Per la prima en trano i sogni che debbono verificarsi, per la seconda i fallaci ed incerti.

LE IMMAGINI 4?3 giovinetto, di cu! vi credo p'esi, e volete esporvi a! pericoli !n favor suo. Perch qual motivo vi spinge a stargli s vi cini? Quale a toccarlo? Quale a star sempre a lui rivolti ? Quale per urtarvi tra voi co' cavalli ? Ma che fo io? La pittura mi ha tratto fuora di m e, parendomi che costoro non dipinti fossero, ma vvessero, si movessero, ed amassero ; e perci parlo loro, come se potessero udir mi, e mi par quasi che avrebbero a darmi risposta. N t u , sorpreso forse al pari di me , hai pur detto una mezza parola che mi levasse d 'in g an n o , n sai come allontanar l'illusione, e lo stordimento da lei cagionato. Consideriamo adunque quello che qui dipinto, poich siamo d'innanzi ad una pittura. Circondano il giovinetto alcuni giovani civili, in nobili studj esercitati, e simi gliane ad uomini patrizj. L 'u n o spira vigor dalla faccia, l'altro gentilezza, l'altro urbanit, e quest'ultimo di resti che leva ora gli occhi dai libri. De' cavalli su cui sono montati, nessuno eguale a ll'altro , perocch ne vedi un bianco, un biondo, un nero , un baio-carico. I fieni e gli arnesi loro sono d' argento e di fattura fri gia ( t ) , e d 'oro le briglie. Dicesi che i barbari che abi tano sull'oceano, spargono cotesti colori sul rame in fuocato, dove si ristringono, induriscono, e conservano a lungo i dipinti. N tutti hanno uno stesso abito o della stessa foggia. Uno cavalca scioltamente e leggiero, e debb' essere , a mio credere , un buon lanciatore di dardi. Un altro ha il petto e le cosce arm ate, e minac(<) Cio ricamati. Nella vita di Po/emone (tra quelle de* S0 6 st! ) si accennano codesti pregiati lavori di que* tempi.

474 LE IMMAGINI eia Ji venir alle prese colla belva. II giovinetto poi montato sopra un cavai bianco, tranne !a testa che ha n e ra , come v e Ji, e porta sn!!a fronte un candiJo ber retto ritndo, come la luna piena ; g!i abbigliamenti ha d 'o r o , e !e reJini Ji color cremisino; il qua! colore, mescendo Io splendor suo coll' o ro , i! fa parere nna gemma color di fuoco. La sua veste una cappa, al quanto agitata dal vento, ed ha pieghe cui d il colore la porpora punica, che i Fenici lodano sommamente, ed alla quale sogliono attribuire un altissimo prezzo, perch, quand' anche sembri brunetta, la luce del sole I' abbella, e i vaghi Sori del prato la colorano. Egl! per vergognando Ji spogliarsi nnJo all' altrui presenza si avvolto in una camiscinola, anch'essa porporina, che sino alle mani gli arriva, perch la cappa appena gli giugne a mezza coscia ed al gomito. Ei ride e guarda piacevolmente intorno, e i capegi governa per modo che se il vento pur li agitasse non abbiano a coprirgli gli occhi. Altri (orse ne loderebbe le guance e la forma del naso, non che le altre singole part Jel viso ; ma io ne ammiro )a nobilt Jell' animo. Di fatti egli si mostra cacciatore gagliarJo, cavalca altie ro , e capisce d'essere amato. I muli e i mulattieri trasportano i suoi fardelli, cio i lacci, le r e ti, gli arnesi Ja caccia, e i dardi e le aste colla punta di ferro. Dietro codesta truppa seguono i condottieri de' cani, e gli esploratori, come pure varie qualit di ca ni , non solo egregi per odorato e per velocit, ma valentissimi altres per coraggio e per forza, poich contro la belva indispensabil era la forza. La pittura

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quindi rappresenta cani di Locri, di Sparta, d 'I n d ia , e di Creta, gii un! infuriati ed abbaianti, gli altri in tenti ad inseguire !a Sera e a correre su!!' orme sae. I cacciatori intanto allargatisi intorno stavan celebran do !a cacciatrice D iana, delta quale qui presso il tem pi, con nna statua, che la vetust ha reso leg giera , e con parecchi teschi d'orsi e di cinghiati. Qui vanno pascendo te bestie a lei sacre, pultedri, lupetti, tepri e porcelini d'ogni qualit, che nuHa temon da gli uomini. Fatte le preci s! d principio alla caccia; n la belva sta molto nascosta, ma sbalza fuor delle insidie, e corre addosso ai cavalieri, da quel repenti no impeto atterriti. Essi per tirando frecce la su perano, non per ferendola gravemente, s perch'ella ad esse resiste, s perch il timor loro li fa pi de boti a ferire ; piagata per leggermente in un Ranco elta fugge pel bosco, indi si ricovera in una profonda palude, e da questa al lago. La inseguono tutti per tanto con alte grida sino alla palude; ma il giovinet to insiem con la Sera si gitta net lago, accompagnato da quattro cani. La belva in atto di volergti mor sicare il cavatto, ma il giovane schiva il pericolo, e piegandosi a destra scaglia un dardo a due mani, e ler!sce il cinghiale tra il collo e la spalla. I cani p! lo tirano a terra, e ! cacciatori dalla riva alto schia mazzano lacendo a chi ha pi voce. Uno d! ess! anzi caduto, perch non potendolo ritenere dovette lasciarsi trasportare a capriccio. Quest' altro va pre parandogli una ghirlanda co' Sori de! pratello che in mezzo alla palude. Il giovinetto sta. tuttora nel !ago,

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ed ancora ne!!'atto d scagliare il dardo. Gli altri ri mangono stupefatti, e gli hanno gli occhi adosso, come se guardassero nna pittura.
X X IX . PER SEO .

Non questo il mar rosso!? e questa non l'india e l'E tiopia? E codesto Greco non egli in Etiopia? E questo non nn suo latto da prode) spontaneamente per cagion d'am ore intrapreso? Suppongo, o fanciullo, che avrai udito parlar di Perseo, che dicesi avere in Etiopia uc ciso un mostro marino colossale, che del pari assali va le gregge e gli uom ini, che per terra incontrava. Ci dunque il pittore ricorda, compassionando Andro meda esposta al mostro. Il combattimento gi se guito , e il mostro giacente sul lido gitta fontane di sangue, che rosse orna! fanno le acque de! mare. In tanto Amore scioglie i legami di Andromeda, ed di pinto con 1' ale, secondo il solito , ma pi grandicello del solito ; oltr' a ci rappresentato ansante, come fosse pien di faccende. Lo avea di fatto Perseo pre gato, prima di porsi a! cimento, di intervenire egli p a re , e anch' egli coll' agitar le sue ale combatter la. Sera. E ben vi intervenne, e il greco giovine esaud. Graziosissima la fanciulla, s per esser s candida trovandosi in Etiopia, e pi ancora per essere s bella $ perocch vincerebbe per dilicatezza una fanciulla di Li dia , per gravit una di Atene, e per gagliardia una A Sparta. La grazia poi della sua bellezza ben si accorda con la circostanza , poich pare che al tempo stesso e non

LE IMMAGINI 4y? creda ag! occhi propr!, e maravigliata ai consoli. E!!a frattanto guarda Perseo, e ornai gli addrizza nn gen tile sorriso ; ed egli, non molto da lei distante, giace su molle e odorosa erbetta, tutto sudato, messo in di sparte lo spauracchio della Gorgone, acci non aves sero a trasformarsi in sassi gli uom ini, che gli andas.sero incontro. Molti in fatto sono i pastori che latte e vino gli porgono perch si disseti. Piacevoli sono a veder si codesti Etiopi per lo strano color loro, per lo sgan gherato rider che fanno, e per la romorosa lor gioia ; e quasi tutti si rassomigliano. Perseo accetta que' do ni , appoggiato su! sinistro suo gomito, onde tener alto il petto, che tuttora ane!ante, e lo sguardo ha fsso ver la fanciulla. Il vento agita i! suo manto porporino, macchiato di gocce di sangue, di che lo cosperse la Se ra nel combattimento. Vadano a nascondersi i Pelopidi, e alla spatla di Perseo facciano di berretto (t), che essendo naturalmente bella e sanguigna ha ora per la sostenuta fatica acquistato un color pi vivace , essen d o g l i anche gonfiate le vene, a cagione della stanchez za e dell' ansamento. A ci per altro contribuisce non poco eziandio la fanciulla.
XXX. PELOPE.

L'elegante abito, alla foggia di Lidia, il garzoncello


(<) Dalle eburnee spalle dei discendenti di hanno preso occasione poeti ed ! mitograf a inventar molte favole. Veggasi la nota alla seguente Immagine.

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di primo pelo, il dio Nettuno che a lui sorride e lo alletta coi cavalli, esprimono il lidio Pelope, avviatosi al mare per invocare Nettuno contra Enomao, il quale ricusava ogni genero, ed uccidendo gli amanti di Ippodamia delle spoglie loro arricchivasi. Alle preci d P e lope ecco venirgli incontro da! mare aa aureo cocchio. Terrestri ne sono per i destrieri, ma tali da potere con pi leggiero scorrer !' Egeo, senza che il cocchio si bagni. L'im presa dunque succeder propizia a Pe lope, ma noi esamineremo quella del pittore. E certa mente non piccola fatica, a creder mio, debb'esser quella di appaiare quattro cavalli, e non confondere insieme i pi di ciascuno, e ispirar loro, per cos dire, molto brio e mansuetudine al tempo stesso, e l'uno rappresentar trattenuto quando meno il vorrebbe, 1' altro inquieto e zappante coll'unghie il terreno, e questi rimanersi ubbi dienti e tranquilli. Nettuno poi delta bellezza di Pelope si compiace, e le narici allarga, sbuffando (t). Ci pu re spetta a ll'a rte ; Nettuno ama il garzoncello, e l'o rigine di questo amor suo riferisce a! paiuolo ed a Cloto (a). La spalla di Pelope vi si vede risplendere. Non
(t) H testo dice 56 m/r/Me ,* ma il nitrire propriet del cavallo, e non dell* uomo, e mi sembrato poter surrogare all'ardita espressione del greco scrittore questa che pur ne rende l ' idea. (3) 3"an(afo invit a pranzo gli Dii dell'Olimpo , e di loro in tavola le membra del Sgtiuol Pe/ope , per fare sperimento del poter loro. (% )% <? fu quetta che uscir lo fece vivo e sano dalla caldaia , dove fu messo a bollire. Cewre , che gi ne avea mangiato una spalla, gliela rimise d'avorio. Perci i suoi discen denti furon detti da//e , come vedemmo nella Immagine antecedente.

LE IMMAGINI

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Io distorna Nettuno dalie nozze, ben comprendendo quant' egti ne sa bramoso, e lietamente il prende qua si a caso per mano, tenendo Pelope alta la destra nelI' atto che gli chiede come abbia a regolarsi nella cor sa, di che ha la mente occupata, e va pomposo, te nendo 1' occhio rivolto ai cavalli. Dolce e altero il suo sguardo, e porta un berretto, di sotto al quale piove a guisa d' aureo rigagnolo la gioyin chioma, e al volto si ristringe, dove insieme alla lanugine del men to Sorisce, e qua e l separandosi riman tuttavia rego lata ed in ordine. Le anche e il petto e quanto potrebbesi dire delle parti nude di Pelope, la pittura tenne coperto. Imperocch i Lidii ed i barbari dell'Asia su periore , richiudendo le bellezze loro in cotal sorta di vesti, usano di codeste fogge adornarsi, laddove dalla natura soltanto raccoglier dovrebbero gli ornamenti. Chiuse dunque e coperte sono le altre p a rti, tranne quella porzione dell' abito , dov' la spalla sinistra, che l ' arte del pittore ha trascurato, acci lo splen dore di esaa non rimanesse celato. Egli t gi notte, ma il garzoncello dal proprio omero illuminato, non altrimenti che la stella Esper illumina le tenebre.
X X X I. LE STRENNE.

Egli pur bello il coglier fichi, e far di essi parola. Ecco un mucchio di Schi n e ri, che stillano sugo , ac comodati sqpra foglie di viti. Son essi dipinti con la pelle rotta, parte colla bocca alquanto allargata, d' on de cola il miele, e parte ornai dalla stagione squarciati.

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LE IMMAGINI

Presso loro gittato un ramo, a! certo non inutile, n& privo di frutti, perocch fa ombra ai Schi, de' quali al cuni sono ancor crudi ed acerbi, altri invecchiati e ru gosi , altri semiaperti, e con la goccia sugosa in cima. Quel Reo posto l in alto stato beccato da un pas sere, e parmi che fosse de' pi saporiti. Uno strato di noci sparso sul pavimento, alcune gi dalla scorza uscite, altre soltanto in p a rte , ed altre che appena mostrano qualche taglio ; osserva qui anche una ca tasta di pere, e un monacello di pomi gli uni sugli al tri a dozzine, odorosi tutti e color d' oro. Quelli che tirano al rosso non lo sono soltanto superficialmente, ma provien loro dalla sostanza interna. E qui sono ! regali delle ciriege, ed ecco pure i grappoli d'uva nel paniere acconciati ; il quale paniere tessuto co' vimini della vite e non d' altra pianta. Che se tu poni mente al contesto de' tralci, ed alle uve che ne pendono, e come vi si discernano tutti gli acini, tu alzerai inni di lode a Bacco, e stando nella vigna il chiamerai : % ftero&*7e porta-grappoh (t). E dirai pure che quelle di pinte uve ai possono mangiare, e sono piene di vino. Bello parimenti il vedere quel fresco miele avvolto nelle tenere foglie di Beo, e gi presso a diventar uva, e ornai pronto a colare, se alcuno il premesse. In u n 'al tra foglia sta pure cascio ultimamente quagliato, e an cor tremolante; e v'hanno tazze di latte non solamente candido, ma s pure splendente come stella ; perch la pinguedine che il cuopre lo fa parer tale.
(') Cosi !o chiam Orfeo in un suo inno.

pr/mo M/*o.

DELLE

IMMAGINI
DI

FLAVIO FILOSTRATO

SECONDO

!.

V E R G IN I CANTANTI L INNO

A i t a ebnrnea Venere gentili vergini in genti! boschetto di mirti cantano l ' inno. Una saggia e non invecchiata maestra !e guida $ anche neHe prime mghe risiede un certo bello, che rende venerabile l'et m atura, correg gendola con le reliquie del Sor primo degli anni. La 6 gura di Venere questa: vergognosetta per essere tutta nuda, ma contegnosa in ogni sua parte $ la materia formata di pezzi d'avorio insieme riuniti. Ma perch la Dea non ama di esser vista dipinta, tanto innanzi si sporge, eh' egli pare che potrebbesi abbrancar con le mani. Vuoi tu che moviamo alcun discorso della sua ara, giacch riccamente provvista d'incenso, di ca melia e di mirra ? A me sembra pertanto di essere ispi rato da quell'enfasi che SaHo tributava aVenere. Lodisi adunque l'ingegno adoperato in questa pittura. E prima
.F/M M HLfn, tom . / A

48a

LE IMMAGINI

di tutto per averla ornata di gemme a Venere grate , non solo imitandone i colori, ma eziandio Io splendore, facendole lucide, quasi a 6 ne di aguzzare !a vista. O l tre a ci , ei pare che presti modo a udir l'in n o ; peroc ch cantano le fanciulle, cantano tu tte , e la m aestra tien l'occhio ad una che stona, e con !e mani battendo, la richiama al!a debita melodia. H loro abito p o i, ve ramente meschino, e che non le impedirebbe se vo lessero saltellare, e la fascia che lor cinge i! c o rp o , e !a tonaca stretta a! braccio, e il passar loro co' pi n u d i , e lo starsene Ira le molli erb ette, rinfrescandosi alla ruggiada; e le vesti simili al prato, e i colori di esse, l'u n de'quali prende aumento dall'altro, tutto c i , dico, vi mirabilmente espresso. Coloro difatto che dipingendo non esprimono le cose, come veramente so gliono apparire, non imitano nelle pitture la verit. C he se noi vorremmo commettere a Paride, o ad altro giu dice qualunque, il giudizio della bellezza di coteste V e r gini , parm i, che ognuno si troverebbe molto imbaraz zato a dar sentenza, tanto rendono dubbia fra di loro la vittoria. Rosee le braccia, gli occhi neri, le guance b e lle , piacevoli le voci. Il graziosissimo inno che c a n tano quel di Saffo. Canta insieme ad esse e sulle stesse corde C upido, piegando l'arco, e la sua corda ripete tutti i numeri dell'arm onia, e ne cava quanto pu d a una cetra promettersi. Rapidi si volgono gli occhi del Nume , forse rivolti, a quel eh' io penso , a qualche ritmo. Cosa cantano esse adunque? perocch la pitturar esprime pure in certo modo anche il canto. Dicono che Venere fu generata dal mare per influenza del cielo ,

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ma non dicono in qua! isola ci avvenisse ; credo per che diranno che accadde in Paio. Nondimeno la sua nascita celebrano apertamente, e tenendo a!to !o sguardo accennano che nel c!e!o ebbe origine, e con le mani supine, agitate asimiglianza de' Rutti, mostrano ch'eHa nacque da!!' oceano $ e il !oro placido riso finalmente indizio della tranquillit del mare.
II. IL NODRIM ENTO DI A C H IL L E .

Ecco i daini ed una lepre ; questa preda che quel1' AchiHe ha latto, il quale ora sta qui; ma l'altro che si porr contra Ilio prender le c itt, i cavaHi, !e coorti de' guerrieri; e i fiumi combatteranno contra lui, che vorr impedir !oro di correre. In premio di tutte coteste imprese egli otterr Briseide, e !e sette fanciulle di Le sbo, ed oro, e tripodi, e molta autorit sopra i Greci. Le azioni sue per , mentre sta con Chirone, mi paiono premiabili di pomi e di miele. N altro per ora tu ami, o AchiHe, che i piccoli presenti, tu che in altri tempi sdegnerai le citt e la parentela di Agamennone. AchiHe difatto in mezzo al cam po, volgendo in fuga i Troiani con la sola sua voce, e gagliardemente opprimendoli, sino a render sanguigne le acque dello Scam andro, e i suoi cavaHi immortali, e lo strascinamento di Ettore , e il fremito di lui su! corpo di Patroclo, fu gi descritto da O m ero, il quale lo dipinse pure e cantante e sup plicante , e alloggiato sotto !o stesso tetto con Priamo. Ma quello che ci sta qui avanti ci viene daHa pittura rappresentato non per anco animato di maschio vigore,

484 LE IMMAGINI ma tuttora fanciullo, e da Chirone podrito di latte , di midolla e di miele, tenero ma a rrab b iateli, e gi buon corridore; perocch diritta la gamba del fanciullo, e le sue mani cadenti verso il ginocchio , le quali sono ottime guide al corso. Graziosa e non immobile !a ca pigliatura , poich si vede ZeSro che in essa scherzando la rabbuila per modo che piegandola di qua e di l ora & parerlo un fanciullo ed ora un altro. Ma il sopracci glio , e quella fierezza che indica sdegno scorgesi gi ne! fanciullo, il quale per la tempera con benigno sguardo e con placida guancia, e talvolta accompagnata da un gentil sorriso. La zimarra eh' ei veste gli vien dalla m ad re, a parer m io, essendo cos bella e porpo rina , e di un colore infocato, che tende al violetto. Chirone blandamente Io eccita, come farebbe con un lioncino, a predar !epri, e a pareggiare i daini ne! cor so. Ei dunque si presenta ora a Chirone colla preda di un daino, e ne domanda il premio. Si compiace egli della richiesta, e chinando le gambe anteriori si aggua glia a!!' altezza del fanciullo, porgendogli vaghi e odo rosi pom i, che si trae de! seno ; tali almeno sono da! pennello indicati. Gli d pure di propria mano un favo di m iele, che gocciola, essendo il luogo un egregio pascolo alle api ; perch, dov' esse in buone erbe s incontrino , di quelle, per cos dire , si impregnano , e quindi ampj favi ne nascono, e tutte le cellette loro stillano miele. Chirone poi qui dipinto in figura d Centauro. Pingere un cavallo, cui sia attaccato un uom o, non olire alcuna singolarit ; ma combinarne ed unir ne il carattere v ero, e dare a ciascuno que' tocchi ,

LE IMMAGINI 485 che ne distnguano il principio ed il 6 n e , per modo che , se ano cerchi dove termina l'uomo, ci gli sfugga dagli occhi, questa io stimo opera di pittore eccellente. H carattere di Chirone deriva daHa sua giustizia e daHa prudenza , che ne consegue , ed anche daHa c e tra , da cui prende le dolcezze della musica. Ora per si scorge in lui non so quale amorevolezza, ben sapendo Chiron e , che essa alletta i fanciulli, pi che non li nutra il latte. Tutto questo si osserva all'ingresso deHa caverna. Ma il ragazzo che l nel campo , ed il Centauro , sul quale scherzosamente cavalca, sono pur dessi di nuovo. Insegna Chirone ad Achille 1' equitazione, e s mede simo presta ad uso di cavallo, e modera il correr suo s, che il fanciullo vi possa reggere; ed a lui volgendosi, che gongola pel piacere, sorride egli p u re, quasi gli dicesse : vedi eh' io per te zappo coH' ugna il terren o , senza lo stimolo deHo sprone ; vedi che per te mi eccito da me stesso alla corsa; ma il cavallo suol essere aspro, e toglie la voglia di ridere. T u pertanto, divn fanciullo, da me diligentemente istruito nell' arte del cavalcare, e reso ora degno d questa cavalcatura, tu m onterai, fatto g ran d e , sulla groppa di Xanto e di Balio, pren derai molte citt, molti prodi ucciderai, affrettandoti a tanto correr sovr' essi quant' essi si affretteranno a fug girti. Queste cose, belle e di buon augurio, Chitone predice ad AchiHe, e ben diverse dalle predizioni di Xanto (:).
(t) Perch .Xanlo !n Omero predice ad tua morte, (liad., lib. xtx). l'imminente

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II!. LE CEN TA URESSE.

T u forse credevi che !a razza delle Centauresse fosse generata da!!e querce o dai sassi, ovvero da!te cava!!e che dicono avere i! Bgiuo! d'Issione coperte ( t ) , da cui derivarono i Centauri, ne' quali si mischiarono dne nature. Ma queste ebbero madri della stessa specie toro, che gi furon femmine e puHedri di forma infantile, ed alloggiarono in piacevoHssima abitazione. Imperocch penso che non meno piacevole troverai tu pure il m onte Pelio , e il vivere che ivi , e !a pianta del frassino , che dai venti nodrita pregevo! si rende per essere cos d iritta , e per non rompersi anche adoperata ad uso di asta. Bellissime poi ne sono le caverne e le fontane,Ted anche le Centauresse che vi stanno d'appresso, le qua li , se non le guardiamo ove sono cavalle, simigliantissime troveremo alle Najadi, e se le osserviamo in com plesso , ponno giudicarsi Amazzoni ; perocch pare che la dilicata morbidezza della forma muliebre acquisti parte della maschi! vigora, vedendone insieme il ca vallo. Di cotesti Centauri fanciulli alcuni giacciono fascia ti , alcuni escono francamente daHe fasce , altri paion piagnenti, ed a!tri fanno assai bene i! fatto lo ro , sor ridendo al!e poppe di soave liquore abbondanti. Ve n' ha di que!H che fanciullescamente scherzano coHe
( ') /Mi'owe da una n u b e , eh' ei credette essere G/uwcna , ge ner un mostro, it quale congiungendosi alle cavalle produsse i Centauri. Cos la Favola.

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m adri, e di que!!i che le abbracciano, m entre stanno esse chine sui ginocchi; e costui tira un sasso alla ma dre, e gi si diporta da petulante. N la forma di que* fanciulli pu dirsi per anco perfetta, a cagione del so verchio nodrimento di latte. Alcuni per vanno saltel lando, e manifestano a quest' ora non so quale asprez za. La prima criniera spunta in essi come un' erbetta, e molli hanno ancora le ugne. E quanto coteste Centauresse appaiono belle anche nella parte ove sono ca valle ! Alcune delle quali crebbero insieme a bianche ca valle, ed altre a baie; e in esse varia e riluce quel li scio, di che sogliono splendere i cavaHi meglio governa ti. Ecco una Centauressa candidissima nata da una ca valla nera ; essendo pur vero che la variet de' colori quant' pi grande, tanto pi concorre all'armonia del bello.
IV . IP P O U T O .

Cotesto m ostro, che in figura di toro, di color bion d o, slanciasi colla rapidit di un delfino sopra i cavalli di Ippolito, mandato da Teseo. Esso vien da! mare a danno di quel giovinetto, senza verun giusto motivo; perocch F e d r a , sua matrigna, una fa!sa accusa gli ha mosso, cio che Ippolito amante 1' avesse tentata, !ad* dove ardeva essa di amore per lui. Teseo pertanto, in gannato da tale accusa, provoca contro i! figlio i! di sastro, che qui si presenta ai nostri occhi. E tu pur ve di i cavaHi,che sdegnosi del giogo rabbuffano la sciolta criniera, sgambettando alla foggia de'magnanimi e ge

488 LE IMMAGINI nerosi destrieri, pieni per di timore e di spavento. E spargendo della schiuma toro il terren o , uno fuggendo si volge al mostro, un altro gli salta addosso , un altro il guarda con l ' occhio bieco, e un altro slanciasi impe tuosamente nel mare, dimenticandosi di s medesimo e del sito. Dalle larghe narici esce acuto il n itrito , che tu devi udire, se ben guardi la pittura. Quanto alle ruo te del cocchio, una ha i raggi dissestati, perch il coc chio ribaltato nella furia d 'una voltata; n' altra, di staccatasi dall' assale gira da s , spinta tuttora dal primo urto. Spaventati pur sono i cavalli de'seguaci, n quali gettano gli uni a terra, o gli altri trasportano, che pur vorrebbono col morso dirigerli. Ma tu in ta n to , o giovinetto, egregio veneratore della castit , offeso sei dalla ingiuria della matrigna, e molto pi da quella del padre. Perci anche la immagine fa compassione, e for ma come un poetico lamento sopra il tuo caso. Queste rupi dibatto, per le quali tu con Diana cacciavi, si la cerano le guance, prendendo sembianza di do n n e, e questi dipinti prati, simiglianti a que'giovinetti, che tu chiamavi intemerati pnri, lasciano per cagion tua mar cire i lor fiori. Le nutrici Ninfe, da queste fonti emer gendo, si strappano le chiome, e sgorgano acqua dalle mammelle. A te non giov n il vigore n il braccio, che parte de' tuoi membri giace straziata, parte calpe stata , e squallida la tua chioma ; ancora il tno petto respira, quasi perch non esca l'a n im a , e l'occhio tuo le ferite membra riguarda. Oh qual bellezza! che noi finora ignoravamo che potesse venir offesa ! giac ch nemmeno adesso ella abbandona il giovinetto, cui !e ferite sembrano an%i conciliar venust. \

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V. RODOGUNE.

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Oltre !e armi di rame e le purpuree vest, anche il sangue d non so qua! risalto al campo di guerra. Ac cresce poi grazia a questa pittura il rappresentarvi gR uccisi in diverse m aniere, e i cavalli per terrore disor dinati, e la insozzata onda de! fiume, presso i! quale ac cadde l'im presa. I prigionieri poi, ed i! trofeo per ca gion !oro inna!zato, spettano a Rodogune (t) ed ai Per siani, per aver vinto g!i Armeni, che mancaron di fede, allorch, per quel che si dice, Rodogune segu ne! guer reggiar !a vittoria, senza pur arrestarsi un momento , quanto bastasse a raccogliere la distesa sua chioma. E!!a forse perci non rialza i capegli, e si Compiace de!!a vittoria; e ben comprendi che per questo fatto ella verr celebrata s con !a cetra che coi flauti, in qua lunque luogo Greci si trovino. A lei dappresso dipin ta una cavaUa di Nisa di mante! nero con le estremit de' piedi bianche, e candido il petto, e da candide nrici sbuffante, e con fronte perfettamente rotonda. Di gemme e di monili e d' ogni genti! fregio !' ha Rodogu ne adornata, acci saltelli, e mastichi piacevolmente il morso. Tutto sulla principessa per la porporina veste riluce, tranne !a sua bellezza ; una bellissima fscia !a cinge, che sino al ginocchio le arriva, e tanto pi be!!a
(i) Era 6gl!a di a di per quanto scrive Ctepresso e non gi la figlia di M asp e, ta quale fu ma dre di e di <S!ww.

LE IMMAGINI perch presenta in essa diverse immagini tessute. Quella parte detta veste che dati' omero te scende at gomito contenuta da Rbbie tra toro distanti, che tasciano per nudo il braccio dove i nodi non giunsero a tirare ta veste, ma 1' omero ne rimane coperto ; 1' abito tuttavia non interamente da Amazzone. Dobbiamo parimenti ammirare to scudo, che basta a coprirle esattamente ii petto, e in ci pure ta forza detta pittura conoscere; perch ta mano sinistra, spinta fuor detta cinghia strin ge un dardo e tiene lp scudo lontano dat petto; e pre sentandosi rettamente ta circonferenza de!!o scudo netla sua larghezza, ne rende patese tutta ta forma esterna. Non essa d 'o ro , e non rappresenta che Sgure di ani mali ? L 'interno atl' incontro, e dov' etta tiene le mani, tutto porporino, e dalta bianchezza del braccio acqui sta pure un certo risalto. Parmi, o fanciullo ( : ) , che tu senta il belto che ivi , e che ti piacerebbe udirne qual che indizio ; ascoltami adunque. EHa ora intenta a far sagriGzj e implorare di poter mettere in fuga gti Ar meni , e sta raccolta in atto supplichevole ; elta prega di aver a vincere que'guerrieri, come ti vinse test, sem brandomi eh'elta non desideri vincerli con l'a m o re . Quetta parte detta capigliatura, che sta ordinata e ra c colta , aggiustata con tal m odestia, che rattem pra ta sua Serezza ; quetta poi che rimane sciotta e negletta ta rappresenta pi risoluta e gagliarda. Aggiugui eh' es490
(t) I lettori si ricorderanno che queste descrizioni si Hogono fatte ad un ragazzo, curioso di sonoscere it significato di co teste pitture.

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sa & bionda, e che la porzion di capeg!! meno composta vnce !o stesso oro. Quella parte poi che da ambe le parti le resta ha un colore alquanto diverso dall' altra per la ragione che cos bene ordinata. Ne segue la grazia de' sopraccigli, che vicini al naso principiano e nascon con esso ; e maggior grazia d loro quel semi cerchio che fanno agli occhi, perocch non solamente debbono star sopra gli occhi, ma anche starvi d'intorno. La guancia acquista adescamento dagli occhi, e rallegra colla sua ilarit, poi che sulle guance principalmente risiede !a soavit de! riso. Gli occhi sono per modo tem prati che H colore azzurro sembra Unire in bruno; !' allegrezza che dimostrano nasce dalla occasione pre sente , ma la bellezza loro procede dalla natura, e la gravit da! dignitoso dominio eh' e!!a esercita. DiHcata i a bocca, e tutta piena di venerea do!cezza, e sarebbe soavit somma il baciarla, come somma dMHcolt il descriverla. Vedi adunque , 0 fanciullo , quello che pi ti piace, o !e Borite ed egna!i labbra, o !a picciola boc c a , o il cantar de!!e preci pe! suo trofeo. Che se noi vorremmo ascoltarne !e paro!e forse !a udremmo parlar greco.
V I. L ATLETA ARRICHIONE.

Eccoti ora giunto ai giuochi olimpici, ed a! pi beilo che in Olimpia si usa; essendo esso i! Pancrazio de' for ti (t), pe! quale vi coronato Arrichione , che ne! vin(<) Questo giuoco
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s! faceva a modo di fotta stando i com-

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cere mor (t). Questo giudice greco Io incorona; e ben pu darglisi il nome di yen&'ero s nel senso di aver avuto cura della yer&d, e s per esservi accuratamente dipinto, e nella foggia solita di cotesti giudici. Il terreno consiste in una valletta della misura di uno stdio, che comprende tutto cotesto spazio. Qui le acque dell'Alleo si versano leggerissime in mare, cosicch esso il solo de' Rumi che perci scorra sulla superBcie delle acque del mare. Sorgono lungo il suo lido gli ulivi salvatici di color biancheggiante, belli p e r , e in nulla cedenti alla foltezza dell'Apio (a); ma faremo a ci attenzio ne, e ad altre cose parecchie , dopo che avremo per corso lo stadio. Guardiamo intanto cosa faccia Arrichione, pria che finisca ; perocch pare non aver egli vinto soltanto il suo avversario, ma eziandio tutti quanti i Greci. Questi perci strepitano, e fuggono dalle sedi lo ro, ed altri scuotono le mani, altri la veste, altri fanno gran salti, ed altri si pongono allegramente a lotta co' vicini. Le quali cose siccome destano ammirazione, cos

battenti distesi sul terreno, e vincendo colui che toglieva al ri vale le possanze di moversi, ovvero in piedi lottando netla ma niera ordinaria, ed anche col pugilato, come avvertimmo al trove. ( t) Di cotesto Arrichione fa menzione Pansania nell' dicendo conservarsi in Figalia nna statua in onor suo : come; un'altra in onore di Crenga, coronato esso p a r dopo morto, se ne conserva in Argo nel tempio-di Apollo. () Confronta 1 * ulivo all' Apio, perch di quello si coronavano i vincitori ne* giuochi olimpici, di questo quelli de' nemei e degli istmici.

LE IMMAGINI 4g3 non permettono agl! spettatori Ji contenersi. 0!tre a ci, chi s privo Ji buon senso che lieto non acclami a cotesto atleta? H quale avendo gi molta gloria ottenu to, pei* aver vinto due altre volte in Olimpia, una mo!to maggiore oggi ne acquista, guadagnandosi !a vittoria con la vita, e avviandosi alla sede de' beati tuttora coperto di polvere. Malizia sarebbe I' attribuir ci al caso ; perch Arrichione aveva premeditato ogni cosa a fine di conseguir la vittoria ; io per non ti lascer igna ro del combattimento. Coloro, o fanciullo, ehe si eserci tano a! Pancrazio pongono in pratica qualunque sorta di lotta; anzi l d'uopo darsi tai colpi da cader stramaz zoni ; lo che non cosa troppo sicura pei lottatori ; ma fa pur d 'uopo che sieno muniti di alcuni lacci, pei quali in cadendo abbiano a rimanere di sopra; hanno poi bisogno altres di artiSzj, onde o nell' un modo o nell' altro superar 1' avversario. Essi e co' piedi si dan no il gambetto, e si contorcono le mani, perocch le cito lo scagliarsi e 1' offendersi, essendo tutto concesso a! pancraziaste, tranne il morso e la puntura. Gli Spar tani per ci pure accordano, esercitandosi, credo io, continuamente alla guerra ; ne' giuochi elei tuttavia escludono cotesti modi, ma approvano ogn' altra sorta di offese. Perci l ' avversario di Arrichione, strettolo a mezza v ita , si risolse di ucciderlo, calcandogli il gomito sulla gola, per chiudergli il canal del respiro, e co' ginocchi premendogli il ventre, e con le punte de' piedi attorcigliandogli le gambe, cosicch al soffoca mento lo trasse, e quindi ad una morte sonnolenta, che tutti i sensi gli tolse. Ma avendo egli un cotal po-

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co inSevoito it premito dette ginocchia, non pre venne it cotpo di Arrichione, it quate avendo potuto sottevare ta pianta de! piede, per cui netta parte destra stava in pericoto, e liberata una gamba, e a s traendota verso it ventre, come se pi non potesse resistere, pieg sut tato sinistro, e gli strinse it cotto de! piede netta piegatura de! ginocchio s (attam ente, che it cal cagno dat matteoto gti stog, torcendolo con somma for za all' infuori. Perch 1' anima vicina a partirsi dal cor po gi reso languido, con uno sforzo le d vigore in quella parte appunto in cui pi oHeso. Qui difatto dipinto 1' avversario, che mentre co! gomito soffoca A r richione moribondo egti stesso, e con la mano ac cenna che va mancando. Atl' incontro Arrichioue di pinto come sogliono essere i vincitori ; sortendogli il sangue di vivissimo colore, puro e netto il sudore, e lieto ridendo, come sogtiono i vivi, quando sentono di aver vinto. VH. ANTILOCO. T u devi, a mio credere, datla lettura di Omero aver sospettato l ' amor di AchiHe per Antitoco, osservando che questi era il pi giovine di tutti i G reci, e consi derando al mezzo talento d 'o r o , datogli in premio del giuoco. Egli in oltre annunzia ad AchiHe la caduta di P atroclo, a ci indotto astutamente da M enelao, che avuto riguardo alta tenerezza di AchiHe gli procura conforto, adoperando un tal messaggero. Antitoco per piange atl'aspetto de! dolore dell' amante , e te m ani

LE IMMAGINI 4g5 g! tiene, acci non si uccida. AchiHe poi, s 'io non mi inganno, compiacesi e di essere da lui toccato, e dette sue agrime. Tali sono te pitture di Omero ; ma qui it soggetto det pittore Mennone, venuto datt'E tiopia, che uccide Antitoco, it qnate combatte net campo in di fesa det padre; e gti Achivi quasi da spavento percossi, perch prima dett'arrivo di Mennone si riguardava come una (avota tutto ci che si andava dicendo degti uomini neg ri, gti stessi Achivi, ricuperato it cadavere , pian gono Antitoco, cio gti A tridi, que! d 'Ita c a , i 6 gli di Tideo, e i due Aiaci. Quet d'Itaca si conosce datta Ce ra ed aperta Ssonomia, Menetao datta delicatezza, Aga mennone da una quasi divina maest ; it Bgliuol di T i deo si conosce datta sua franchezza ; e it Tetamonio da! suo terribite aspetto, e it Locro datt' ardimento c onoscerai. I sotdati compiangono it giovinetto, facendo g l i intorno, e cantandone te esequie. E piantate ne! terreno !e aste si appoggiano ad esse co'piedi incrocic chiati, e mogissimi cotte teste per tristezza cadenti. Guardati da! giudicare di AchiHe datta sua chioma, di cui dopo l'uccisione di PatroctonOn ebbe pi cura; ma s lo manifesta ta sua betlezza, !' atta statura, e questa stessa negtigenza de' suoi capegti. Egti piange , abban donatosi sut petto di Antitoco, e il rogo, a mio credere, gli destina, e quanto su! rogo va p osto, cio te ar mi probabitmente e it capo di Mennone. Difatto M en none sub ta pena stessa di Ettore, cosicch in ci pu re Antitoco non fu men vendicato di Patrocto. Men none intanto, terribile in virt, sta innanzi al!' esercito degli Etiopi, stringendo !' asta, vestito delta pelle di un

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Mone, e sorridendo crudamente verso AchiHe. Ma guar diamo ad Antiloco. Gi gli fiorisce il mento oltre !a prima lanugine, bionda ha la capigliatura, snella la gam ba, e mostra un corpo atto a correre assai facil mente ; il sangue ha vivo, come un color sull' avorio , perocch venne dall' asta ferito nel petto. Giace il gio vinetto n s rattristato, n tale che ad un morto so migli , ma ilare e quasi ridente ; perch Antiloco , uc ciso dal colpo deH' asta , porta espressa in viso la leti zia di aver salvato il pdre ; e 1' anima lasci quel viso, non mentre dolevasi, ma quando vi prevaleva il con tento.
V ili. M ELETE.

La favola di Enipeo (t) , e come Tiro ne divenisse amorosa, narrata da Omero, il quale racconta ezian dio la frode di Nettuno, e la lucidezza delle onde, sotto le quali giacquero. Questa per un' altra favola, non gi spettante alla Tessaglia, ma bens alla Ionia. Criteide Ji Ionia ama Melete (3 ) , il quale ha sembianza di giovinetto, e pu tutto intero vedersi dallo spettato re, come colui che nello stesso luogo ove nasce si versa in mare. Beve la ninfa, comech non abbia sete , e l 'a cqua n* assorbe, e strepitando favella, aHa foggia appunto
( 1) Z h y eo fiume di Tessaglia, 7Yro Bglia di <SaZfBoneo, ehe JV*MttMO, ebbe prendendo fa Bgnra di JShyco. Cos la mitologia, Luciano, ec. (3 ) Fiume della Ionia]?, vicino a Smime.

LE IMMAGINI di chi para con altri ; ed anche le amorose sue lagrima versa nell' acqua ; e il 6 ume, anch' esso amante, si com piace della loro mischianza. La bellezza dunque della pittura nello stesso Melete riposta, il quale allargato iram ezzoal croco, al loto e d a l giacinto (t), come co lui che di quel Sore si allegra per la giovenile sua et, esprime una fresca e dilicata bellezza, ed essere altres non malamente negli studj allevato. T u diresti che gli occhi di Melete stanno meditando qualche poesia (a). Aggiugni che a lui pure d grazia il non gittare impe tuosamente le sue sorgenti, come si usa dipingere i Sumi rozzi e ineducati, ma radendo terra coll' estre mit delle d ita , senza romor veruno le onde tributa al mare. A noi di (atto la sua acqua si rappresenta co me a Criteide, i cui sogni, come dicono, essa illude. Ma questi non sono sogni, o CHteide, n tu scrivi nell'acqua il tuo amore; ch te il Sume ama, ed io bene il ravviso che sta preparandovi un talamo, sollevando le onde, ac ci sotto esse possiate giacere. Che se tu noi credessi, io sono pronto a dirti con quale artiBcio il talamo sia composto. U n' aura leggiere , penetrando nell'acqua, la rende convessa, e ne fa una cam era, cui di vivaci co lori adorna ; poich l ' opposto splendor del sole cad& appunto sopra le sospese onde (3). Ma perch mi tiri

(t) Son quest! i Sor! pi celebrati da Omero. (2 ) Padre di Omero fu creduto non & quindi strano che una Ssonomia poetica gii si attribuisca. (3) Delta pittura d e di .^/m/none, che gi vedem mo, trovasi qualche cosa di somigliante.

font. VA

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LE IMMAGINI tu ora pel saio, o fanciullo? Perch non vuoi che il resto della pittura ti esponga ? Se a te cos p iace, de scriviamo parimenti Criteide. E ben dimostri che ti 6 a caro che su lei cada il discorso. Descrivasi adunque. Anch'essa di Sgura dilicata e veramente ionica : il pu dore le adorna il viso, e quel colore succiente alle sue guance ; ha i capegli rannodati sotto l'orecchio ; e da purpurea ghirlanda abbelliti; la quale io credo es sere dono di una Nereide o di una Naiade, giacch dee credersi che codeste dive danzino insieme a lei presso il Melete, che non lungi dalle foci ha la sorgente. Porta sul viso scolpito un non so che di semplice e di grazioso, chnem m en per le lagrime rimane alterata la dilicatezza del volto. Bellissimo il collo, tanto pi che privo di ornamenti. In vero le collane e lo splendor delle gemme, e i monili non piccolo vantaggio aggiun gono alle donne di mediocre figura, e non poco ne ac crescono la bellezza; ma non convengono n alle brutte n alle bellissime, rimproverando le prime, e distraen do gli sguardi dalle altre. Vediamone ora le mani. Molli e lunghette le dita , e non candide meno del braccio. Osserva poi come il braccio anche pi candido sembri deUa candida veste ; e le rigide poppe che ci brillano agli occhi. Ma che fanno qui le Muse ? Come si trova no esse alle fonti di Melete ? Quando gli Ateniesi con dussero le colonie loro nella Ionia, le Muse ne dires sero le n avi, sotto la Sgura di a p i, perocch volentieri soggiornavano nella Ionia per cagione di Melete , assai pi dolce a beversi che il CeSsso e l'Olmeo. Ad esse adunque , che stanno qui danzando, va incontro. Ora
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LE IMMAGINI 499 per Ulano !a nascita di Om ero; e Melete per mezzo de! Rglio sno dar modo a Peneo di correre con argen tei Rutti, a Titareso di volger !eggiero e sicuro, ad Enipeo di esser detto il divino, ad Assio il bellissimo, a!!o Xanto di proceder da Giove, ed aU'Oceano di vederli tutti da lui stesso prodotti.
IX . PANTEA-

Bellissima anche pe' suoi costumi fu descritta Pantea da Senofonte ( ') , s per aver ricusato gli amori d Araspe , e non aver ceduto a Ciro , e s per aver voluto comune la tomba con Abradata. Quale poi fosse la sua capigliatura ,*quale il sopracciglio, e quali l'aspetto e la b occa, ancora Senofonte no! disse , bench in siffatte descrizioni si mostrasse tanto abile. Il pittore per , niente atto allo scrivere, ma esercitatissimo a! dipingere, comunque mai non vedesse Pantea , pure versato nella lettura di Senofonte , 1' ha dipinta quale dall'indole sua pot immaginarla. Le mura , Rgliuo! m io, le case in Ramme, !e avvenenti donne di L idia, tutto ci , dico ^ lasciamo che i Persiani facciano, e che rubino, per quan to e Rno a quanto i! possano. Ma di Creso, pel quale quel rogo destinato, Senofonte non fa menzione ; quindi n il pittor lo conobbe, n fece cosa a Ciro (t) Nel quinto e nei settimo libro della Cw vpe<& <!. Era A:niM moglie di radala principe di Susiana, e bellissima sopra tutte le donne d'Asia. _

5oo LE IMMAGINI gradita. Rispetto per ad Abradata ed aHa per In! mor ta P a n te a , ch c! !a pittura intende rappresentare , vediamo qua! ne sia l'argomento. Amavansi entrambi di reciproco amore, e intorno all'armatura de! marito po neva !a donna tutti i suoi ornamenti. Pugnava eg!i in favor di Ciro contra Creso , stando sopra un cocchio da quattro tim oni, e perci da otto cavaHi tirato , gio vine ancora e di primo p e lo , cio nella et che i poeti compiangono, se le novelle piante vengono svelte da! suolo. Le ferite , o fanciullo, son quelle appunto che soglion fare gli alabardieri, essendo stabilito per co stume in ta! sorta di guerre di lacerarsi in ta! guisa. II sangue , che si vede sgorgato poc' anzi ha in parte n i c chiato !e arm i, in parte la sua persona, ed anche spruz zato qua e l il pennacchio de!!' elmo. Il qua!e pennac chio di color nero sorge sull' elmo d' oro , e aggiugne splendore al!' oro stesso. Onorata pompa funebre son parimente le a rm i, non avendole egli vergognosamente maneggiate ; n in battaglia perdute. Molti donativi dall'Assiria e dalla Lidia portati offre Ciro a! valoroso guerriero , ed a!tri parecchi, tra quali un carro di sab bia d'oro , tratto dai tesori non ancora coniati di Creso. Ma Pantea giudica non aver quella tomba ottenuto suf ficienti onori, ov'ella pure non fccia parte delle ese quie di Abradata. Ed ecco che gi col pugnale si tra forata il petto, e con siffatto coraggio, che n un ge mito so!o ha per ci messo; ond'che cos morta con serva la genti! bocca , e tutta la sua bellezza, di che le riman pure i! Sor sulle labbra per m odo, che chiaro appare, bench sia resa muta. Non ancora estrasse il

LE IMMGINI 5o: ferro dalla ferita, ma le resta infsso, ed etta it tiene per ta im pugnatura, che it manico ha d 'o ro , tempe stata di smeraldi. I diti poi sono tuttora egregi. H do lore in somma non t'ha cambiata io parte nessuna; anzi ben si conosce che non solamente non si doluta, ma che lieta di m orire, poi che di sua propria mano si uccide. EHa m uore, non come ta mogtie di Protesilao ( t ) , che tutta inghirlandata facea furiosamente sagriScj (a), n come la moglie di Capaneo (3), che le esequie gli celebr ; ma la sua bellezza, senza appa rato , e com' era mentre visse A bradata, conserva e porta con s ; spandendo sugli omeri e sulla fronte la Dera e folta sua chioma, mostrando il suo cotto di ne ve , che pure nel dolor lacer, non si tuttavia che il guastasse, veggendovisi i segni dell'unghie tanto dilicati quanto il pennello pu rappresentarli. N lo incarnato dette guance lei bench morta abbandon ; e ancora durano l ' avvenenza e la verecondia detta sua 6 gura. Vedi le narici, un po' .contratte , che servono di base al naso, del quale le negre sopraccigtia sotto la candida fronte sembrano ram i, curvati alta foggia di mezze lu ne. Gti occhi poi non lodiamoli, Sgliuot m io, perch sieno grandi e n e ri, ma s pel sentimento che manife stano. Quanta grazia, per Giove, da quell'anima otten nero ! e in tal modo composti, che destano bens com(t) Laodamia, d! cui s! parlato celia Storia d! ProtesHao, che sta fra quolte degl! E ro i, contenute in questo stesso volume. (a) AM' immagine dell' estinto marito , come racconta VgMM. (3) Evadne , d! cu! vedremo ta pittura frappoco.

5oa LE IMMAGINI passione, ma nulla perJono della vivezza loro ; e pieni son Ji coraggio, dalla ragione per pi che Jalla te merit cagionato ; e la morte gi sentono, ma non per anco rimangono spenti. Il DesiJerio, compagno Jell'Amre ; s fattamente Ji quegli occhi si im paJron, ch chiaramente Ja essi, per cos J ire , Jistilla. Lo stesso) Amore in fatto nella storia Jel quaJrd Jipinto, e vi pur dipinta una Jonha Ji H J i a , ch in un catino d' ro , come v e Ji, raccoglie il sangue.
X. CASSANDRA.

Costoro sparsi qua e l pel triclinio, i! sangue con ifuso col vino, e questi che spirano 1' anima seJenJo a mensa, quel vaso rovesciato J a un calcio dall'uom o che gli sta presso agonizzante ; e la Jonzella ih abit J i profetessa ; che guarda alla scure, J a cui vieti mi nacciata^ rappresentano il ritorno da Troia di Agamen n o n e , in cotal moJo ricevuto da Clitennestra, essen dogli tanto ubbriaco, che lo stesso Egisto non pavent di dar mano al delitto. Clitennestra avendo avvolto Aga mennone nelle insidie di un camice senz' aperture , lo colp con questa grand' ascia , che abbatterebbe ! pi grossi alberi, e con l'ascia stessa ancor calJa uccise la vergin Sglia Ji Priamo, paruta bellissima a J Agamen none , e pronunziatrice Ji oracoli che non eran cre duti. Se noi vogliamo, o fanciullo, riguarJar tutto ci come un Jram m a, grandi fatti in piccolo spazio vi fu rono tragicamente eseguiti ; se come una pittura, assai pi cose vi osserverai. Bada bene. Coteste faci sommi

LE IMMGINI 5o3 nistrano ln ce , giacch questi (atti accaddero di notte ; e codeste tazze , lucide pi det fuoco per essere d'oro , servono i bever loro. Cariche sono di carni le mense imbandite dai re agli Eri. Ma nessuna di tali cose qui ordinata, perocch i commensali stanno per ren der l'anim a; e l'u n o vediamo rovesciato dagli altrui calci, un altro tutto ro tto , alcuni al posto lo ro , e cader dalle mani le tazze, la maggior parte pieni di sangue , non avendo pi forza alcuna i movimenti ; pe rocch eran pure ubbriache Quanto poi alla condizion degli estinti, questi ha la gola tagliata, donde e cibo bevanda rigurgita, quegli decapitato mentre sta tra cannando , l'uno reso monco della mano che tiene la taz z a , l'altro dalla sedia cadendo trae spco la tavola ; chi stramazza colla testa e le spalle in gi, che un poeta il direbbe Cimbaco ( i) , e chi appena crede che a lu sovrasti la m o rte, e chi non riesce a fuggire perch il vino gli ha sequestrate le gambe. Nessuno de' morienti impallidito, perch morendo framezzo alle tazze non cos presto il rubicondo colore svanisce. Ma in questa scena la parte principale di Agamennone, che non cade sui campi troiani, n sulle rive di qualche Scamandro, ma tra giovinetti e donnicciuole, come un iu e yor , giacch tale appunto il pro verbio applicato a quello che dopo aver faticato e nodritosi fa cotal fine. Di somma piet degno ci che ayvenne a Cassandra. Come le sta sopra con la scure
(t) Voce usata da Omero, parlando di liVoco , ne! v dei!' ucciso da^w-

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Clitennestra, guardandola con occhio furente, tirandola pei cap egli con ruvido braccio ! Ed ella in vece quant' dilicata, quanto divina ! Ella gi in procinto di ca dere sopra Agamennone , a Ini le ghirlande gettando , quasi per coprirlo delle sacre sue bende. Ma gi la scure le piomba addosso , cui volge ella lo sguardo , al zando un pietoso grido, acci Agamennone, udendola, ne abbia compassione in que' pochi m omenti, che le pu sopravvivere ; e possa poi negli Elisi narrar tutto ad Ulisse nel congresso ^elle anime.
X I. PANE.

Asseriscono le Ninfe che Pane danzi sgarbatamente ed offenda la decenza del ballo , saltando e risaltando alla maniera de' pi selvatici becchi. Yorrbbono esse insegnargli una danza pi gentile. Ma egli non d loro veruna re tta , ed anzi le va sporcamente palpando e. drizzando; ed esse verso il mezzod, quando Pane la sciata la caccia si pone a dorm ire, lo assalgono. Dor miva dunque poc'anzi con paciSche e dimesse narici, mitigando col sonno la sua naturale iracondia. Ora per si sdegna oltre m odo, trovandosi cos assalito dalle Ninfe, che di gi gli hanno legate a tergo le mani, e sta in timore che le gambe eziandio non gli vogliano legare. La b a rb a , di che fa egli grandissimo pregio, gli hanno tolta co' rasoi ; e fanno esse conto di capa citare la ninfa Eco a pi non curarlo, e a non de gnarsi di favellar seco lui. Ci in monte riguarda le Ninfe. Tu per poni mente alle loro famiglie. Imper

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ciocch nella specie *de!le Naiadi stillano acqna daHa chioma ; e !o squallore di quelle ninfe bifolche non meno bene espresso del rnggiadoso colore delle altre ; e parecchie hanno splendida la capigliatura contornata d Bor d giacinto interamente aperti.
X I I . T lN D A R O .

Parmi che tn pure ammiri codeste api s egregia mente dipnte, delle quali ponno distinguersi appuntino n pungiglioni e le zam pe, e bene appropriate son pure !e ale e colori che le coprono, avendole Parte variata a imitazione della natura. Perch dunque non trovans ne' loro alveari queste diligentissime bestiolne ? E a qual 6 ne sono qui attruppate nella citt intorno alla porta di Dafanto? (t) Per essere nato Pindaro, come tu vedi ; e il padre suo sin d^lle fasce il dispone a di ventare un egregio cantore. A questo attendono esse, mentre il fanciullo deposto fra rami di alloro e d m irto; avendo il padre congetturato d avere nn divn Sglo, perch al nascer di lui sonarono entro !a casa i cembali, e udirons timpani d Rea (a). Narrasi pure che le Ninfe carolarono per cagion su a , e che Pane salt; e di pi s dice che quando Pindaro s diede a compor versi, questi, non pi curandosi di saltare,
( ') Nome det padre di P/nctano. Alcuni per lo dicono figliuolo di <&o/7e?;no sonatore di (lauto. (2 ) Prossimo alla casa dove nacque P/nAtro in Tebe era il tempio di R e a , della quale divotissimo fu sempre il padre di Ini.

5o6 LE IMMAGINI versi d Pindaro si mise a cantata. Egregiamente scol pita !a statua di Rea innalzata presso !a sua porta ; e credo potersi capire che sia di sasso, dalla crudezza della dipintura, che ben la qualiSca per un intaglio. Essa rappresenta eziandio varie Ninfe test uscite dai fonti e tutte stillanti. Ma ecco P a n e , che danza non so qua! ballo, e i! viso ha lieto, e il naso senza segno alcuno di collera. E le Api della casa scherzano intorno al fanciullo, spandendogli il mie! sulle labbra, e riti rando i pungiglioni per paura di non mandar a male l'opera che presero a fare. E!le vengono probabilmente da!!' Im etto , o da altri beati luoghi dov' in uso il cantare. Io penso che le medesime qualit istillino esse in Pindaro.
X III. A IACE DA LO C R I , O SSIA LE G IR E .

Codesti scog!i che sorgono fuor dell' onde, e i! mare intorno ad essi fremente, e quell'Eroe su per gli scogli, di terribile aspetto, che guarda con bieco cipiglio il m are, indicano Aiace da Locri. La sua nave colpita da! fu!mine, ed egli gettatosi fuori di queHa gi messa in Camme, si pose a !ottare co'flutti, fendendone al cuni, traendone a s alcuni a ltri, ed altri co! petto ur tando. Arrivato finalmente alle Gire, che sono rupi sporgenti fuor dell'Egeo, prorompe in arroganti parole contro gli Iddj. Per ci lo stesso Nettuno alle Gire si avvia, terribile, Bgliuol mio, e tutto tempestoso e cruc ciato, e co'capegli orridamente arruffati. Eppure anch' egli nn tempo combatt sotto Troia insieme ad Aia-

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So?

C J a Locri ( allora modesto e riverente agli Iddj ) , e de! suo scettro !o rinforz ; ma ora veggendolo cos in solente, volge contr' esso it tridente, e sta per percuo tere la cima della ru p e, che sostiene Aiace, onde e lu e la sua superbia percuotere al tempo stesso. Tale la storia di questo quadro. Quanto poi alla viva rappre sentazione degli oggetti, vedesi il mare imbianchito per l'agitazione de'Butti, e gli scogli che vi stan sotto sca vati dal continuo loro urto. Una Bamma divampa dal mezzo della nave , contra la quale sofBando il vento, essa continua il suo corso, servendole il fuoco di vela. Aiace, come da ubbriachezza in s rivenuto, misura con la vista il pelago tutt' intorno, e n la nave n la terra veggendo, n di Nettano curandosi che ornai gli sopra, fa tuttora cme uno che tenta arrampicare e salvarsi. LA robustezza non ha per anco abbandonato il suo braccio, e la cervice tiene a lta , come gi contra Ettore ed i Troiani. Nettuno pertanto, spingendo il tri dente, abbatte un pezzo della rupe e insiem con essa Aiace stesso. Le altre Gire per dureranno Bn che du rer il mare, e inviolabili resteranno anche da Nettuno.
X IY . TESSA GLIA .

Al primo aspetto questa pittura sembra egiziana, ma l'argomento