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STORIA DELLA STORIOGRAFIA

Una tradizione di quindici secoli

DALLA STORIOGRAFIA CLASSICA ALLA MODERNA: NOVITÀ E


DISCONTINUITÀ

Nella generale crisi e involuzione in cui tramontò l’antica civiltà ellenistico-romana del
Mediterraneo, la storiografia subì dispersioni o perdite di una gran parte dei testi, anche di
primaria importanza, ma soprattutto mutamento di valori e di categorie del giudizio storico;
profonde innovazioni nel sistema cronologico, nella natura e nella valutazione delle fonti;
sostituzioni di nuovi ai vecchi elementi o parametri di riferimento logico e pratico; alterazione
profonda del lessico e dei connotati grammaticali del discorso.

L’Italia fu colpita da questo radicale e totale sconvolgimento delle condizioni civili di quell’
IMPERIUM SINE FINE che era stato a lungo ritenuto l’impero di Roma. Uno sconvolgimento che
fu la tempesta di un lungo arco di tempo. Nel IV secolo, fra gli anni di Costantino e quelli di
Teodosio, molto si era già disperso dell’antico patrimonio culturale classico, ma il peggio venne
con il dilagare delle invasioni germaniche nel V secolo e con il drammatico acuirsi della crisi
economica e sociale nel V e VI secolo - crisi che toccò il suo culmine nel VII secolo.

Il cosiddetto rinascimento carolingio, il periodo dominato dalla figura di Carlomagno, non durò a
lungo, e i secoli IX e X furono ancora un’epoca di profondo travaglio, di letali traversie e di ulteriori
impoverimenti del patrimonio morale e culturale dell’Occidente già romano; furono ancora “secoli
bui”, secondo l’espressione consueta che indicava nel Medioevo una lunga notte della civiltà.

LA “STORIOGRAFIA” NELL’ITALIA DEI “SECOLI BUI”


Per le epoche antecedenti, almeno fino al Mille, occorre piuttosto parlare di storiografia in Italia.
Una storiografia scritta da ecclesiastici, tratta soprattutto di chiese, di abbazie o monasteri. Altri
problemi si delineano già per quella che possiamo considerare e definire “storiografia pontificia”.
Problema, comunque, ancor più radicale per ciò che riguarda la storiografia dei “secoli bui” è se
essa possa essere qualificata come storiografia.

Già gli storici più insigni della latinità vi si erano conformati in opere che lasciarono un segno
profondo nella memoria storica dei tempi successivi, a cominciare da Livio nei suoi libri AD URBE
CONDITA e da Tacito, autore di un’opera anch’essa famosa e denominata ANNALES.

Un altro genere storiografico antico, la biografia, aveva avuto indubbiamente una assai maggiore
libertà compositiva, e fu anche il genere che più si poteva legare ai nuovi tempi. La vita degli
apostoli, dei martiri, dei santi, dei padri della Chiesa e dei suoi uomini rappresentava infatti un
modulo letterario molto idoneo alla esemplificazione di una pedagogia eroica ed edificante delle
comunità cristiane. In questa storiografia, gli avvenimenti erano meno importanti del loro senso
generale. Gli avvenimenti erano la cronaca alla quale quotidianamente si assisteva di persona o di
cui si aveva in vario modo notizia. Erano la storia che direttamente si viveva o si subiva, e in cui i
si esaltava o si soffriva.

V-XII SECOLO: I GRANDI EVENTI FRA CRONACA E STORIA

Nella storiografia dei “secoli bui” non sono, però, soltanto la sua tipologia né soltanto la sua
qualità storiografica a dover essere messe in evidenza.

Tempi che nell’Europa occidentale furono quelli della formazione di nuovi nuclei e centri storici
protagonisti della successiva storia europea fino a tutta l’età moderna; dei popoli che formeranno
poi le nazioni dell’Europa moderna; gli Stati che attraverso innumeri variazioni e integrazioni o
riduzioni andranno a costituire il plurisecolare quadro geopolitico di base delle vicende europee.

Gli scrittori di cronache e di storie, infatti, sono per un verso strettamente legati alle vicende delle
singole entità o dei nuclei o centri storici in cui si ritrovano a muoversi e, per un altro verso,
condizionati dalla filosofia cristiana della storia, che è per tutti la bussola esclusiva per inquadrare
e giudicare i fatti, e dal metro dell’esercizio della PIETAS cristiana quale criterio di valutazione
della quotidianità.

Vi fu un dislivello generalmente assai forte tra il piano della grande storia che oscuramente e
faticosamente si viveva e il piano della storiografia,tutta concentrata sulle forme e sulle apparenze
cronachistiche alle quali ci si interessava

A una migliore collocazione della storiografia nel panorama culturale del tempo può anche giovare
il confronto con gli svolgimenti coevi della filosofia e del pensiero giuridico, fino al cosiddetto
risorgimento del diritto romano e alla formazione dell’imponente CORPUS del diritto canonico e
del non meno ragguardevole sistema del diritto comune.

NASCITA DEI COMUNI E STORIOGRAFIA COMUNALE

Su queste basi la conformità tra storiografia italiana e storiografia europea fin oltre il Mille è un
dato evidente. I maggiori autori italiani di questo periodo - da Paolo Diacono a Luutprando da
Cremona - e le cronache coeve navigano anch’essi nelle acque di quella storiografia per la quale
la storia dei Franchi poteva essere senz’altro definita GESTA DEI PER FRANCOS, e per la quale
gli avvenimenti erano meno importanti del loro senso generale.

Nel complessivo quadro europeo dei “secoli bui”, l’Italia era peraltro un paese dalla singolare
struttura geopolitica, sospesa com’era fra l’Oriente (al quale apparteneva la sua parte meridionale)
e l’Occidente (al quale apparteneva la sua parte centro-settentrionale). Proprio per questa sua
bipartizione la penisola poté avere un ruolo anche nei rapporti culturali fra Est e Ovest. Al suo
centro, si trovava un potere politico-religioso, qual era il papato, in costante rafforzamento. L’Italia
fu inoltre la culla dell’ordine benedettino.

Vi si sviluppò un particolarismo politico-istituzionale assai più spinto che negli altri paesi europei,
destinato a restare la nota più caratteristica della sua storia per molti secoli. Proprio da questo
particolarismo, l’Italia avrebbe visto emergere tra XI e XII secolo, con il Comune, una delle sue
massime e più originali creazioni in fatto di civiltà politica. Nei limiti sopra indicati, la storiografia
italiana dei “secoli bui” espresse appieno la complessità strutturale del mondo italiano, che tanto
la distingueva nel contesto europeo.

La storiografia comunale italiana, alla quale si affiancò ben presto quella relativa al Mezzogiorno
monarchico è una delle pagine maggiori della coeva storiografia europea, per forza, densità,
novità e varietà di espressione del mondo nuovo che la generava: un mondo che nella generale
vicenda della civiltà europea diede luogo a innovazioni definitive e condizionamenti, dall’ambito
della banca e della finanza a quello delle scienze e del loro metodo, da quello della vita di società
e delle buone maniere a quello dei rapporti tra cultura e potere, da quello delle lettere e delle arti a
quello della filologia e della critica.

Nello stesso periodo divenne specifico e consistente il contributo italiano allo sviluppo del
pensiero politico europeo. È discutibile fino a qual punto rientri in tale specificità l’elaborazione del
pensiero ierocratico che da Papa Gregorio VII a papa Bonifacio VIII portò alle ultime conseguenze
la tesi della preminenza del potere ecclesiastico su quello civile.

Nel pensiero politico da considerare più propriamente italiano, la tendenza ierocratica non è
affatto assente, e si manifesta in varie forme e con vari episodi, fino a suoi sostenitori come Egidio
Colonna e Agostino Trionfo durante i secoli XIII e XIV. Resta che un’espressione di pensiero
politico davvero qualificabile come italiana si può ritrovare nei giuristi che resero gli Studi italiani, a
cominciare da quello di Bologna, il faro del rinnovamento del diritto nella nuova Europa.

LO SVILUPPO DEL PENSIERO STORICO: LA “DE FALSO CREDITA ET


EMENTITA CONSTANTINI DONATIONE DECLAMATIO”

Ciò premesso, con gli scritti dedicati ai Comuni e alle monarchie meridionali, i semi sparsi
nell’esperienza storiografica italiana, fra l’XI e il XIV secolo, siano sbocciati e abbiano dato tutti i
loro frutti nel periodo successivo, portando al rapido conseguimento di un primato, culturale e
civile, destinato a durare per più di due secoli e di cui la storiografia fu un campo di esplicazione
fra i più notevoli. Per gli storici neppure il ritorno al latini ebbe grandi effetti rispetto alla nuova
cultura e allo spirito del tempo.

Il migliore latino richiedeva una filologia nuova e un rigore stilistico e grammaticale che portavano
all’implicita promozione di una sensibilità più attenta alle forme e ai volti propri del passato. Il
latino rimase poi ancora per molto tempo la lingua della comunicazione internazionale,
dell’erudizione, di alcuni particolari usi civili, degli ambienti religiosi.

Documento-simbolo del nuovo avvio storiografico può essere considerata la DE FALSO CREDITA
ET EMENTITA CONSTANTINI DONATIONE DECLAMATIO, composta da Lorenzo Valla nel 1440 e
pubblicata a stampa nel 1517. Né questa né altre critiche riducono il valore della diretta polemica
con la curia romana su un documento considerato ufficiale e avvalorato da una lunga tradizione
storica, o il vigore di un attacco che non si rivolgeva a una semplice memoria o trasmissione
cronachistica, o la perizia dell’analisi linguistica, che fu il principale strumento critico usato da
Valla per confutare l’autenticità del testo, o il particolare impegno di una critica svolta non in via
marginale o addirittura incidentale nel quadro di altri interessi, bensì in una monografia ad hoc,
che già solo per questo assumeva il significato di un attacco frontale a un elemento centrale del
pensiero storico-politico-giuridico della Chiesa di Roma.

TRA QUATTROCENTO E CINQUECENTO: STORICI ITALIANA, STORIA


EUROPEA

Il recuperato classicismo porta inoltre a separare e distinguere in maniera chiara antichità classica
e mondo medievale, al quale si applicano prontamente gli stessi criteri di studio adottati per
l’antichità. Con l’invenzione della stampa nasce poi la prassi delle edizioni critiche, che sollecitano
fortemente la filologia testuale e la critica delle fonti.

Con la scoperta del Nuovo Mondo si vanno gradualmente affermando nuove spinte agli studi
storico-etnografici e alle connesse comparazioni. Comparazioni sollecitate anche all’instaurazione
di rapporti commerciali diretti con l’India e l’Estremo Oriente e, dopo la caduta di Costantinopoli,
dalla trionfale affermazione della potenza ottomana.

Di tutti questi avanzamenti l’Italia è in Europa, per tutto il periodo umanistico e rinascimentale,
prima anticipatrice e poi massima protagonista. Un primato consacrato anche dalla frequenza con
cui autori italiani cominciano a scrivere, su commissione dei rispettivi sovrani, storie dei vari paesi
europei ispirate e condotte con i nuovi criteri.

Così a Enea Silvio Piccolomini, il futuro papa Pio II, l’imperatore Federico III chiese di scrivere un
BELLUM AUSTRIACUM, poi malamente titolato HISTORIA AUSTRIACA o HISTORIA FRIDERICI
III, ossia una storia del contrasto fra la corona asburgica e gli Stati austriaci, che fu messa a
stampa oltre due secoli dopo.

Così l’urbinate Polidoro Virgilio ebbe a Londra, da Enrico VII, l’incarico di scrivere una storia
dell’Inghilterra, gli ANGLICAE HISTORIAE LIBRI XXVII, pubblicati a Basilea nel 1555.

Così il veronese Paolo Emili, al quale Luigi XII commissionò una storia di Francia: intitolata DE
REBUS GESTIS FRANCORUM LIBRI X, pubblicata a Parigi tra il 1516 e il 1539.

E così in Portogallo, dove nel 1461 il governo avrebbe voluto assumere come storico del paese
Biondo Flavio, ma non ci riuscì.

RADICI DELLA NUOVA STORIOGRAFIA: PETRARCA, BOCCACCIO, SALUTATI

Al centro di tale quadro ben si può porre, ancora una volta, Firenze, i cui “cancellieri umanisti”
furono in prima linea nello sviluppo della nuova storiografia, cosi come lo furono nel conformare le
scritture cancelleresche ai modelli della prosa classica.

Iniziatore di questa fase è indubbiamente Coluccio Salutati per la parte che ebbe nell’affermare i
valori umanistici. Il suo trattato DE THRANNO (1400) ha un’importanza storico-politica che va
assolutamente sottolineata. Pur riconoscendo il rispettivo ruolo storico di Cesare, di Bruto e di
Cassio, vi si afferma infatti che Cesare non era propriamente un tiranno. Lo si raffigura, invece,
come un detentore di un grande potere conseguito per vie legali. La sua uccisione non è quindi
giustificabile con l’accusa di violazione tirannica. Allo stesso modo, la monarchia si configura
come la forma di governo preferibile.

Vale anche la pena di notare che proprio con Petrarca, Coluccio Salutati aveva condiviso
l’interesse per la figura di Cesare, così importante per la sua riflessione politica. Salutati aveva
raffigurato Cesare non come il primo imperatore romano, bensì come il protagonista dell’ultima
fase della storia repubblicana di Roma. Inoltre, nel parlarne aveva decisamente spostato l’accento
dalla dimensione del VIR ILLUSTRIS capace di grandi e mirabili imprese a quella dello statista e
dell’uomo di governo, e, per l’appunto, aveva escluso che potesse essere qualificato come
tiranno.

È vero, che dopo Petrarca, la storia romana, e più in generale la storia antica, entra nel circolo
della considerazione storico-politica della prima età moderna; viene spogliata dei suoi tratti
medievali provvidenzialistici ed emancipata dalla dottrina o filosofia della storia fondata sulla
successione degli imperi o da altre dottrine storiche pregiudiziali e condizionanti; comincia ad
essere analizzata e ricostruita come una grande fase storica della civiltà di cui l’Europa moderna
si sente continuatrice, oltre che erede.

LA STORIOGRAFIA UMANISTICA

Nella già accennata centralità fiorentina, allo sbocciare del nuovo tempo umanistico i nomi che
subito risaltano sono quelli di Leonardo Bruni e di Poggio Bracciolini, le cui storie di Firenze vanno
dalle origini al 1404 e dal 1352 al 1455.

In realtà, non sono pochi in Bruni i motivi che ne mettono in risalto un non trascurabile interesse
storiografico: come l’esaltazione della LIBERTAS fiorentina, che si è formata nella lunga e
travagliata vicenda della storia cittadina e che è considerata la civiltà politica nella quale soltanto
si può esplicare il maggiore valore umanistico rappresentato dalla VIRTUS individuale; o come il
passaggio già chiaro dallo stato comunale cittadino allo stato regionale.

Quanto a Bracciolini, la cui opera si crede che non regga il confronto con quella di Bruni, ma che
“in merito alla storiografia occupa una posizione particolare”, sono certo almeno da apprezzare la
sua diligenza nel narrare le guerre sostenute da Firenze e la sua chiara esaltazione della Firenze
medicea, e in specie della politica del vecchio Cosimo.

Da Livio è tratto il principio della storia come MAGISTRA VITAE in quanto magistero morale,
scuola di vita morale, educazione alla virtù umanisticamente intesa. In conclusione, si può pure
ritenere non eccelso l’avvio fiorentino della storiografia umanistica, mossa fortemente, oltre che
dall’accennata concezione della storia come magistra vitae, dalla definizione ciceroniana della
storia come OPUS ORATORIUM MAXIME, di cui risentì a lungo la prassi storiografica posteriore.

La storiografia umanistica di altre parti d’Italia lo conferma ampiamente con i suoi molti nomi di
rilievo, a Napoli con Lorenzo Valla e Giovanni Pontano, in Lombardia con Donato Bossi e Giorgio
Merula ecc.

Per Firenze si può parlare di una genesi prettamente culturale della storiografia umanistica, nata
nel quadro di una restaurazione dell’antichità nel cui ambito certamente il genere letterario della
storiografia non poteva mancare.

Infine, il tempo umanistico fu anche quello della rivelazione e della prima pratica di un “uso
pubblico” della storia, che trovò rapidamente una sua istituzionalizzazione con la nomina di
storiografi ufficiali di monarchie e repubbliche oppure con la diffusa committenza di determinate
trattazioni storiche a letterati e studiosi più o meno di grido.

BIONDO FLAVIO E LEONARDO BRUNI


Se i temi dinastici o comunali e politico-istituzionali e le vicende belliche prevalgono di gran lunga
fra gli storici, è vero pure che interessi più larghi non mancano di affacciarsi nella storiografia del
tempo.

Protagonista fu Biondo Flavio. A parte le grandi visioni medievali, la storia dell’età antica aveva
sempre attratto soprattutto per le sue connessioni con gli orizzonti cittadini e comunali dominanti
in storici e cronisti. Con Biondo si andò oltre queste prospettive. All’antichità egli si volse in una
prospettiva antiquario-archeologica e di erudizione che fondò tutta una serie di nuove discipline
storiche, destinate a un grande futuro nella tradizione europea. Così fu con il DE ROMA
INSTAURATA, manuale di topografia di Roma antica; con l’ITALIA ILLUSTRATA, una sorta di
dizionario storico-geografico dell’Italia centro-settentrionale; con il DE ROMA TRIUMPHANTE,
manuale di antichità romane. Una vera e propria storia del Medioevo furono le HISTORIARUM AB
INCLINATIONE ROMANORUM IMPERII DECADES, in 32 libri pubblicate nel 1483.

Egli si accingeva consapevolmente a riempire un vuoto storiografico, postulando un’esigenza


fondata. Così, quando esalta l’impero romano perché ha portato unità culturale e sicurezza al
mondo europeo. Cosi, quando manifesta la sua preferenza per i periodi di pace.

È inoltre lo stesso Bruni a notare che l’Italia del suo tempo, come l’antica Etruria, è caratterizzata
da una ricca fioritura di città-Stato.

In Biondo, la prospettiva italiana si riduce al proposito di scrivere delle cose accadute nell’età
post-romana UBIQUE in Italia, con una nozione puramente geografica del paese italiano, di cui lo
stesso Biondo nota quanto il pluralismo politico del suo tempo sia di ostacolo a padroneggiare le
vicende storiche. Era già un guadagno aver individuato il tema di un’Italia post-romana.

LA “STORIA PRAMMATICA”

La storiografia umanistica tende a irrigidirsi in un modulo letterario e compositivo che andrà


diventando sempre più statico e uniforme. Mutò l’idea della storia come MAGISTRA VITAE. La
storia diventò maestre della vita in un senso eminentemente pratico, come scuola di arte politica,
individuazione di ciò che l’esperienza insegna come ricorrente nel governo degli Stati e nelle
relazioni fra di loro, nei rapporti politici fra uomini, partiti, istituzioni, realtà variamente statali. Le
arti, come avrebbe detto Niccolò Machiavelli, della volpe e del leone.

Nasce così una nuova “storia prammatica”. Fatti umani considerati, analizzati, descritti e giudicati
con criteri anch’essi tutti e soltanto umani. Che in questa nuova tipologia della materia storica la
guerra abbia un primato tematico non sorprende. Era già nella storiografia antica la preminenza
della guerra come tema dominante della materia storica e massimo metro del relativo giudizio.

Nel nuovo prammatismo storico che ora si afferma la guerra non è semplicemente un dato di fatto
costitutivo della realtà storica, né un percorso tematico obbligato in forza di una convenzione
letteraria. La guerra diventa ora davvero una naturale estensione, una ineluttabile integrazione,
della politica.

Nella STORIA D’ITALIA di Francesco Guicciardini questa implicazione è di una evidenza


macroscopica; nel Machiavelli sarà un’altrettanto macroscopica implicazione della politica
considerata come naturale e indefettibile sintesi delle arti della volpe e di quelle del leone.

MACHIAVELLI E GUICCIARDINI

L’esame della volontà politica e dei fini dell’azione politica diventa così per lo storico un punto
centrale di ricerca e di osservazione per la ricostruzione dei fatti e per il giudizio su di essi che egli
intende proporre.

La forma espositiva può essere diversa. In Guicciardini, l’inserzione dei discorsi dei protagonisti è
realizzata in base a un criterio che si rifà alla storiografia antica anche più che alla storiografia
umanistica. I discorsi dei protagonisti servono allo storico per delinearne il carattere e la
personalità in quanto elemento costitutivo della condizione storica in cui si opera, per indicare, di
questa condizione, dettagli che possono meno facilmente rientrare nel solco principale della
narrazione. Il Guicciardini ha tentato una rappresentazione complessiva e unitaria dell’amara
vicenda degli Stati italiani.

Col Machiavelli, ci troviamo di fronte ad una intelligenza storica superiore. Gli è chiaro che “la
storia si fa del POSITIVO e non del NEGATIVO”, ravvisando un AUGUMENTO anche quando o là
dove non si vede che una ROVINA.

Nella storia post-romana dell’Occidente europeo e dell’Italia, egli non vede “più la rovina
dell’Imperio, che è tutto in terra, ma lo augumento dei pontefici e di quegli altri principati che di
poi l’Italia infino alla venuta di Carlo VIII governarono”.

Così i regni affermatisi nel territorio dell’Impero d’Occidente dopo la sua caduta, sia l’Italia sia
altre nazioni, non solamente variarono il governo e il principe, ma le leggi, i costumi, il modo di
vivere, la religione, la lingua, l’abito, i nomi.

Nel pluralismo italiano, Machiavelli ravvisa soprattutto l’ “insuccesso di un processo di


unificazione” anziché “una dimensione che, se non è quella monarchico-unitaria di altri paesi, è
già una dimensione italiana. La diversità di vedute non impedirà, sia al Machiavelli che al
Guicciardini, di comprendere il “significato europeo delle guerre d’Italia apertesi nel 1494”.

Realistico- Machiavelli- ma pervaso di grandi idee etico-politiche; sostanzialmente repubblicano e


legato all’ordinamento comunale fiorentino; appassionato critico della condizione politica
dell’Italia nel contesto europeo e sostenitore della formazione di un grande Stato italiano per
mettere il paese sullo stesso piano delle grandi potenze transalpine; fiducioso nelle possibilità di
reagire, con la forza della volontà e dell’iniziativa politica e sulla scorta della “lezione” del passato
e della riflessione sul presente, ai condizionamenti delle situazioni storiche.

Pessimista- Guicciardini- sulla condizione umana e sulle sue prospettive di azione e di riforma;
chiuso nella logica degli interessi e delle convenienze immediate e particolari; fautore di un regime
oligarchico; convinto sostenitore del pluralismo politico italiano come grande risorsa e ragione
della molteplice fioritura di centri di cultura e di civiltà nel paese; oppositore perciò di ogni idea di
superare il pluralismo con la formazione di un grande Stato peninsulare; fidente
nell’ammaestramento della storia ma più ancora nel valore condizionante e obbligante del
presente.

IL RINASCIMENTO E LA FIORITURA DELLA STORIOGRAFIA

La preminenza in Europa della storiografia italiana fu fortemente accresciuta dal rilievo e


dall’originalità del pensiero politico italiano di allora grazie a Machiavelli.

Nel Regno di Napoli, si ebbe ad opera del marchigiano Pandolfo Collenuccio, la prima vera storia
unitaria e complessiva del Mezzogiorno d’Italia, che rimase poi un classico. Angelo Di Costanzo e
Camillo Porzio furono, a loro volta, storici di un certo rilievo nel trattare le cose del Mezzogiorno.

La “pubblica storiografia” veneziana proseguì dopo Bembo sulla stessa linea di ufficialità. Paolo
Paruta segue le vicende del reggimento veneziano e le buone ragioni del suo governo nell’azione
a livello italiano ed europeo.

A Firenze, una vera schiera di storici degni di nota si accompagnò ai due maggiori, da Bernardo
Segni a Iacopo Nardi, da Francesco Vettori a Benedetto Varchi ed ad altri.

Notevole è pure che da Firenze ci si volgesse alle vicende di altre parti d’ Italia, come accadde
con Donato Giannotti, autore di un’opera sulle istituzioni e sul regime politico veneziano in cui
l’esame del loro stato attuale è sempre accompagnato dall’indicazione della loro origine e vicenda
storica. E ciò richiama ancora al fatto che negli scrittori fiorentini del periodo, l’interesse per
l’osservazione politica integra costantemente l’interesse per la ricostruzione storica. In tutta Italia,
il modulo storiografico umanistico durò molto a lungo.

Il rinnovamento umanistico toccò pure quel genere storiografico particolare che sono le biografie,
le autobiografie e la memorialistica. Negli ampliamenti tematici dell’epoca rientrano anche quelli
relativi alla storia della cultura e alla storia dell’arte.

La tradizione della storia letteraria comincerà in Italia e in tutta Europa alquanto più tardi. Non che
ne manchino mai gli elementi. È anzi da ricordare che, addirittura agli inizi della tradizione
letteraria nazionale, il DE VULGARI ELOQUENTIA di Dante offre una ricostruzione della storia della
poesia italiana dalla Scuola siciliana al Dolce Stil novo praticamente seguita poi da tutta la
storiografia posteriore. Nel caso italiano, la questione della lingua nazionale, discussa pressoché
ininterrottamente, a partire dallo stesso Dante, in termini spesso fortemente drastici e alternativi,
ha tuttavia fornito altrettanto spesso elementi di storia della cultura e della letteratura nazionale,
poi gradualmente sedimentati nella tradizione culturale del paese e fecondi, quindi, di effetti
importanti non solo su questo piano.

Per la storia dell’arte, la biografia ebbe fin da principio una maggiore sostanza di costruzione
storica. Giovò a questo effetto, la forte caratterizzazione regionale e provinciale dell’arte in Italia.
Certo è che già nei secoli XIV e XV, nelle discussioni sull’eccezionale personalità di Giotto o sulla
cupola di Filippo Brunelleschi, o sulla figura di Maestro Colantonio e sul rapporto della sua arte
con quella del suo discepolo Antonello da Messina.

Le VITE di Giorgio Vasari sono ben lontane dal presentarsi come un frutto repentino ed
estemporaneo della cultura nazionale.

NUOVI CONCETTI STORIOGRAFICI: MEDIOEVO E MODERNO

Il primato storiografico italiano nell’Europa dell’Umanesimo e del Rinascimento non significò


affatto un esclusivismo monopolistico. Grandi figure certo non mancano nella storiografia europea
di quel periodo: da Philippe de Commynes a Jacques-Auguste de Thou, da Tommaso Moro a
Francesco Bacone.

Il primo italiano non fu soltanto di ordine tecnico ( filologico, erudito, compositivo, letterario ecc.),
ma si animò e visse anche di grandi idee storiografiche, passate poi nell’Olimpo del patrimonio
culturale europeo e rimasti come un legato indiscusso per molti secoli. Le idee del Medioevo e del
Moderno furono la principale acquisizione del pensiero italiano. Il Medioevo e il ristabilimento
della cultura classica, delle HUMANAE LITTERAE e della migliore arte come inizio di un’epoca
nuova, che portò subito il nome di Moderno, rimasero poi, nella tradizione storiografica europea,
ma valsero allo stesso tempo a fornire gli elementi di base per tutto un nuovo periodo storico.

Il boemo Cristoforo Keller, professore a Halle dal 1693 al 1707, introdusse il termine Medioevo,
che è poi rimasto proprio di quella “età di mezzo” di cui gli umanisti italiani avevano elaborato
l’idea come spazio storico fra l’età antica e la moderna.

L’ITALIA COME SPAZIO STORICO UNITARIO

Oltre che per queste ragioni di carattere generale, il periodo umanistico-rinascimentale doveva
rimanere nella storia della storiografia italiana per un motivo più specifico e nazionale. È in questo
periodo che si può dire che davvero decolli, se non si vuol dire che addirittura nasca, l’idea di
storia d’Italia.

La STORIA D’ITALIA di Guicciardini è correntemente ritenuta come la prima, vera, grande storia
italiana nel senso proprio del termine; non si saprebbe indicare altra opera di pari altezza e forza
intellettuale che da allora fino alla STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA di Francesco De
Sanctis abbia stretto in un organico racconto le vicende della penisola e abbia saputo analizzarle
e rappresentarle come legate da un comune, inesorabile filo di logica e di svolgimento storico.

L’oggetto proprio della STORIA del Guicciardini, più che sull’Italia considerata in sé e per sé come
persona storica, verteva sulle “guerre d’Italia” ed estendeva il raggio del suo interesse
storiografico fin dove giungevano i nessi e le implicazioni di quel molteplice e molto complesso
nesso di manovre diplomatiche e di azioni belliche in cui le guerre d’Italia consistevano. Storia
d’Italia in quanto storia di quelle guerre.

Nello stesso periodo del Machiavelli e del Guicciardini, emerge la figura di Francesco Vettori che
oltre ad occuparsi della storia italiana, studia anche la storia europea. Nell’epistola proemiale della
sua opera, SOMMARIO DELLA ISTORIA D’ITALIA DALL 1511 AL 1527, il Vettori scriveva di aver
constatato di non poter parlare di questa storia senza “parlare di quello che è successo fuori
dall’Italia, perché le cose delle quali si tratta sono in modo collegate insieme”.

UN NUOVO “BISOGNO DI STORIA”


La diffusione della nuova cultura storica maturata nel periodo dell’Umanesimo e del Rinascimento
fu non solo larga, ma anche relativamente rapida. La nuova cultura storica si riversò in non esigua
misura anche nella letteratura e nelle arti del tempo.

Di particolare interesse è notare poi come e quanto si diffonda quello che potrebbe essere definito
un vero e proprio “bisogno di storia” al di fuori degli schemi tradizionali e più elementari trasmessi
specialmente dall’istruzione religiosa. L’informazione storica diventa adesso, più di quanto lo
fosse mai stata nella consuetudine europea preumanistica, sia una premessa sia un
completamento indispensabile dei discorsi politici.

Tipica da questo punto di vista è la prassi degli ambasciatori veneziani di includere, quasi sempre
all’inizio e a premessa delle loro relazioni al Senato, un ampio squarcio sulla storia dei paesi in cui
sono inviati, per il quale viene chiaramente utilizzata la più nota e accreditata letteratura
disponibile.

CONTRORIFORMA E STORIOGRAFIA

Ha avuto molta eco la definizione di Riforma cattolica, che è sembrata dare all’azione della Chiesa
romana nei frangenti del XVI secolo e nel lungo periodo delle guerre di religione una propria
autonomia e spontaneità.

Non si può fare a meno di notare che il sommovimento religioso nell’Europa occidentale ebbe
allora effetti di grande rilievo anche nella storia della storiografia. Ciò non si riferisce soltanto alla
nascita della storiografia ecclesiastica, accentrata sulla contesa nata dall’iniziativa di Matthias
Vlacich, intorno al quale operarono i “Centuriatori di Magdeburgo”, ossia i compilatori della
ECCLESIASTICA HISTORIA INTEGRAM ECCLESIAE CHRISTI IDEAM [...], presentata come opera
di alcuni studiosi che vivono nella città di Magdeburgo.

A questa visione protestante della storia della Chiesa si rispose da parte cattolica con varie opere,
fra cui quella del gesuita spagnolo Francisco de Torres, PRO CANONIBUS APOSTOLORUM ET
EPISTOLIS [...], edita nel 1572; quella su commissione di papa Gregorio XIII, di Carlo Sigonio,
HISTORIAE ECCLESIASTICAE LIBRI XIV.

Nessun dubbio è comunque possibile sul fatto che questa storiografia controriformistica, per
quanto prodotta assai largamente in Italia e ad opera di scrittori italiani, vada più che mai riportata
alla storiografia pontificia anziché a quella propriamente italiana.

Ciò non vuol dire che la storiografia, come l’intera cultura italiana, non abbia risentito il peso
negativo delle lotte religiose in Europa e della Controriforma in Italia. Ne risentì moltissimo, così
come risentì della mutata scena politica europea e dell’ancor più mutata scena politica del paese.
La grande e condizionante novità sul piano politico era costituita dalla sopravvenuta sovranità
spagnola su gran parte della penisola. In seguito Controriforma e Spagna formarono il binomio
individuato come causa della “decadenza” italiana dopo la grande stagione rinascimentale e se
lungo fu il tempo di una revisione del giudizio sulla Controriforma, addirittura più lungo fu quello di
una revisione del giudizio, via via consolidatosi, sul carattere nefasto dei due secoli di signoria
spagnola in Italia.

Paolo Sarpi osservava che era l’Italia stessa ad essere uscita dal grande circuito storico europeo
e a trovarsi emarginata rispetto ai grandi centri e avvenimenti della storia europea.

DISTACCO DALL’EUROPA E PROVINCIALISMO ITALIANO


L’impoverimento del suo orizzonte storiografico non significò affatto una riduzione del prestigio
della storiografia italiana in Europa. Si configurò e prese sempre più corpo il distacco dell’Italia dal
gruppo di testa dei paesi europei e apparve sempre più evidente il suo arretramento culturale.

Il poeta francese Jean Regnault de Ségrais diceva che l’AVEUGLEMENT italiano consisteva
nell’incapacità di scorgere il dato di fatto del proprio arretramento anche culturale e la fatale
conseguenza era che nel paese regnava un’ignoranza, rispetto agli avanzamenti europei, coperta
solo dalla mal riposta presunzione di trovarsi ancora nel precedente stato di superiorità. In effetti,
nel corso del XVII secolo erano sempre più gli italiani a doversi recare all’estero per i loro studi
anziché gli stranieri a dover venire a tale scopo in Italia.

Persisteva la convinzione della grande e superiore capacità degli italiani nelle cose dell’arte e della
cultura. Roma e Venezia restarono due grandi centri di contatti e di informazioni che riguardavano
tutta l’Europa e per Venezia anche il Mediterraneo ottomano. E l’Europa aveva bisogno degli
italiani che possedevano studi, conoscenza e versatilità, sapevano vedere ed intendere, dire e
scrivere quello che avevano visto ed inteso; perciò proseguì l’ “emigrazione intellettuale” dall’Italia
verso la restante Europa che aveva già caratterizzato il periodo precedente, ma che tra il XVI e il
XVII secolo si venne evolvendo in una “fuga dei cervelli” dalla penisola, che non offriva più le
ampie prospettive dell’ancora recente passato.

Molti autori avevano. composto le loro opere su commissione di sovrani o altri eminenti stranieri.
Vittorio Siri ottenne la nomina a storiografo ufficiale del re di Francia ed anche altri si videro
riconosciuti incarichi o commissioni di un certo prestigio.

Una discussione importante: sanciva la crisi del presupposto umanistico di una perfezione
esemplare degli antichi, da doversi imitare, ma da non potersi superare, anche perché la
perfezione degli antichi era fondata sull’imitazione della natura, madre di ogni perfezione. In Italia
la si iniziò tempestivamente. È già del primo decennio del secolo il PARAGONE TRA IL VALORE
DEGLI ANTICHI E DEI MODERNI pubblicato nel 1628, del genovese Vincenzo Gramigna che
contemplava scienza, musica, lettere, arti, filosofia ed esprimeva la crisi di passaggio dalle misure
rinascimentali a quelle dell’epoca successiva.

Fu solo quando il tema divenne di grande attualità in Francia con la QUERELLE DES ANCIENS ET
DES MODERNES, al tempo di Luigi XIV, che la questione prese un rilievo europeo che non aveva
avuto fino allora: una misura evidente della diversità di effetti che ormai separava le iniziative
italiane da quelle transalpine.

LA GRANDEZZA DI PAOLO SARPI

Paolo Sarpi fu indubbiamente in questo periodo, il maggiore storico italiano.

La STORIA DEL CONCILIO DI TRENTO nasceva nel Sarpi non da un’iniziativa curiale o
ecclesiastica, ma nel vivo e nel caldo di un’esperienza fra quelle più caratteristicamente italiane,
quale di certo è quella veneziana.

La STORIA del Sarpi era apparsa a Londra nel 1619 per iniziativa di George Abbott, arcivescovo
di Canterbury, che fece trascrivere il manoscritto circolante inedito a Venezia e affidò la cura della
pubblicazione a quella singolare figura che fu Marcantonio De Dominis. L’uso di uno pseudonimo
e la pubblicazione all’estero dicono molto sulla condizione morale e politico-culturale dell’Italia di
allora. Nella sua opera, Sarpi attacca la chiesa romana e la critica su alcune decisioni prese.

Attaccava la monarchia papale, soprattutto per il peso, negativo, che si attribuiva a tale
monarchia sia sulla purezza della fede cristiana sia sulla prassi della vita religiosa e civile.

TACITISMO E RAGIONI DI STATO

Il tacitismo non era solo un dato che confermava i limiti intrinseci della vita civile per effetto dei
condizionamenti politici e confessionali tra i quali ci si muoveva.

Il tacitismo presentava un altro aspetto di grande interesse storico e cioè la riduzione del pensiero
politico ad una casistica dell’ “arte di governo” come ispirata da quel che era indicato come
ragion di Stato. L’insistenza su questo tema dei numerosissimi che ne trattarono in Italia trovò la
sua espressione di maggiore livello in Giovanni Botero, che ottenne ampia eco e che introduceva
la geografia e la considerazione delle sue implicazioni antropiche tra le discipline indispensabili
alla considerazione di ogni sviluppo storico-sociale. Il livello del pensiero politico italiano di allora
non fu più alto di quello della storiografia.

LA PRECETTISTICA SUL MODO DI FARE STORIA

Un indizio indiretto di ciò è anche il fatto che si sviluppava pure una precettistica sul modo di
scrivere la storia. Questa precettistica non è più quella prevalentemente letteraria e retorica in
auge nel periodo umanistico, quando non molti scrittori si occupavano della storia come genere
letterario, quasi in rispondenza ad un’analoga scarsezza nell’antichità classica, allora modello
indiscusso anche della tipologia letteraria, per cui si riluttava a definire generi letterari quelli nn
familiari alla tradizione antica.

È lecito affermare che certamente non mancava negli umanisti il senso della storia.

La precettistica della seconda metà del XVI secolo è già su un piano diverso. Solo in parte ciò è
dovuto al fatto che, come in ogni altro campo, si affermò allora una forte preoccupazione di
stabilire ed osservare un’ortodossia analoga a quella vigente in tutta la cultura del tempo.

Mentre continuava la tradizione della storia come genere letterario, l’attenzione si andò
concentrando in misura sempre maggiore su questioni di fondo. La distinzione aristotelica fra
scienze dei fatti (storia) e scienze delle cause (filosofia) cominciò ad apparire insoddisfacente. Ci
si mosse verso la rivendicazione dello spazio problematico delle cause alla storia, con una
riluttanza crescente a lasciare i problemi delle cause ai filosofi.

Di questi sviluppi, la maggiore anticipazione fra XVI e XVII secolo è senz’altro da vedere in Jean
Bodin. Il rilievo della storiografia sia come problema tecnico-metodologico di ricerca di fonti, sia
come problema filosofico rinascerà nella seconda metà del XVII secolo; anche il contributo
italiano non solo fu rilevante, ma toccò l’eccellenza per un aspetto con il Muratori e per l’altro con
il Vico.

IL “RINNOVAMENTO”

Una veduta storiografica ormai consolidata anticipa allo scorcio del XVII secolo quel
rinnovamento italiano che da tempo appariva avviato solo dalla metà del XVIII secolo. Ne fanno
fede vari elementi e la presa di coscienza che allora maturò dell’arretramento della cultura e della
vita intellettuale italiana in Europa. Il Muratori affermava che in quel secolo l’Italia “lasciò rapirsi,
non già le lettere, ma il bel pregio della preminenza in alcune parti delle lettere e trascuratamente
permise che altre nazioni più fortunate le andassero avanti sul sentiero della gloria che ella aveva
dianzi insegnato ad altri”.

Gli studi storici italiani cominciarono a rivelare con l’inoltrarsi del XVIII secolo una nuova vivacità,
che li andò via via allineando alle esigenze intanto maturate nella storiografia moderna
specialmente nei paesi allora in Europa più dinamici.

La storiografia imboccò proprio in questi decenni la via che doveva costituire il fatto nuovo, il
fenomeno più notevole del suo sviluppo in quel secolo, ossia l’erudizione.

La vera novità dell’erudizione seicentesca era nella sua impostazione “scientifica”, intesa non più
come particolarità disciplinare nel campo della HUMANAE LITTERAE, bensì come un’esigenza più
generale di attendibilità fattuale e testuale della materia trattata.

IL PENSIERO STORICO DEL MURATORI


In realtà, l’erudizione italiana si era andata già volgendo alle nuove esigenze del sapere storico.
Ferdinando Ughelli aveva collaborato alla prosecuzione e annotazione delle vite dei pontefici e dei
cardinali pubblicate dallo spagnolo Alonso Chacón. La sua idea di costruire una serie completa
dei vescovi delle diocesi italiane lo portò alla pubblicazione dell’ITALIA SACRA.

Il rilievo del Muratori è dovuto ad aspetti fondamentali della metodologia e delle tecniche di
ricerca. Egli portò nei suoi lavori storici uno spirito particolare, che si espresse anche negli intensi
rapporti da lui mantenuti con i dotti del suo tempo in Italia e fuori Italia, fra i quali erano figure
come quella di Leibniz; ugualmente portò nei suoi lavori uno spirito di equilibrio e di moderazione
che non gli impediva di nutrire né ansie e pensieri di rinnovamento, né prese di posizione decise
su problemi che andavano ben al di là del campo storico.

Ne derivano le ANTICHITÀ ESTENSI in cui, oltre ad una piena prova del suo metodo di lavoro, si
ritrova pure formata l’idea dell’importanza del Medioevo come epoca storica, contro la
trascuratezza e la cattiva fama di quell’epoca nella tradizione umanistica, come anche appariva
ormai chiaro dai lavori ad esso dedicati negli studi eruditi del tempo. Per l’Italia affiorava un’altra
convinzione forte del Muratori, ossia il rilievo dei Longobardi nella storia della penisola e la
necessità di non fermarsi alle note negative accumulate su di essi dalla tradizione storiografica
pontificia ed ecclesiastica.

Da allora, il Muratori avrebbe pubblicato RERUM ITALICARUM SCRIPTORES.

Gli SCRIPTORES consistevano in una ricca serie di fonti narrative e documentarie sulla storia
dell’Italia dal 500 al 1500, che è rimasta poi l’insuperato fondamento degli studi in materia.

Il Muratori pubblicò le ANTIQUITATES ITALICAE MEDII AEVI dedicate ad illustrare usi, costumi,
istituzioni civili ed ecclesiastiche, lettere ed arti del popolo italiano e gli ANNALI D’ITALIA in cui
volle narrare la storia civile d’Italia dall’inizio dell’era cristiana fino al 1500, ma proseguendo poi
fino al 1749. Gli ANNALI fornivano un tipo di narrazione in cui la storia civile era strettamente
limitata alla storia politica.

Il pensiero storico del Muratori emerge sostanzialmente unitario in tutte le sue opere: l’autonoma e
specifica importanza del Medioevo come periodo della storia italiana ed europea, il rilievo dei
Longobardi nella storia italiana e la loro relativa rivalutazione, le origini medievali della nobiltà
italiana, la vita delle città italiane sempre notevole, il peso negativo del particolarismo politico nella
penisola e delle rivalità fra gli Stati italiani, le rovinose lotte di partiti e di fazioni all’interno dei
Comuni, un certo patriottismo italiano fatto di amore e di orgoglio per la storia della penisola e per
le sue glorie civili e culturali.

Il Muratori rimane un punto di svolta essenziale negli studi storici.

L’IDEA DELLA STORIA IN GIAMBATTISTA VICO

La fama del Muratori si diffuse con larghezza e rapidità.

Non altrettanto si può dire per il Vico, che è l’altra vetta del pensiero storico italiano tra il XVII e il
XVIII secolo e della sua eco europea. L’attività propriamente storiografica del Vico fu esigua,
limitata com’è alla biografia di Antonio Carafa ed al racconto della cosiddetta congiura di
Macchia, avvenuta a Napoli nel 1701.

Secondo Vico, i “secoli d’oro” sono formazioni storiche che si incontrarono nella maturità delle
culture e delle civiltà. A questa luce il linguaggio, i miti, i riti, le credenze, le mentalità, i
comportamenti sono altrettanti contrassegni dello sviluppo culturale e civile dell’umanità; sono il
fondamento sul quale si formano le religioni, il diritto, le istituzioni politiche e sociali, i sistemi
economici, le arti, le filosofie e le scienze; sono le tracce preziose quanto impreteribili del graduale
arricchimento storico della razionalità umana e della sua consapevolezza logica; sono anche il
testimonio che l’uomo in atto o in potenza è sempre lo stesso uomo, solo per ciò può recuperare
la sua infanzia storica e seguire la storica. maturazione delle grandi vette a cui nel corso della
storia si porta.

RINNOVAMENTO E LETTERATURA POLITICA


Il XVIII secolo fu fervido per l’Italia di pensieri e di opere importanti anche sul piano storiografico.

L’Italia, maestra di civiltà all’Europa e suo primo paese anche dal punto di vista economico e
materiale, fucina di grandezza letteraria, artistica, filosofica e culturale, era poi andata
rapidamente perdendo questo primato innanzitutto e soprattutto per la rivalità degli italiani e per
la loro imprevidenza, che aveva chiamato gli stranieri nella penisola provocandone
l’emarginazione politica, economica e culturale. La Spagna e il suo malgoverno avevano
accentuato la decadenza del paese.

Per fortuna, con il recupero dell’indipendenza dinastica di Napoli e della Sicilia nel 1734 e con
l’avvio sempre più spinto di una politica di riforme, l’Italia aveva cominciato a recuperare il terreno
perduto e le prospettive ne erano giudicate, verso la fine del secolo, molto rosee.

In questo quadro interferivano vari altri elementi. Il ruolo della Chiesa che alla luce delle dilaganti
idee illuministiche appariva una parte non solo contraria all’interesse nazionale, ma oppressiva e
spegnitrice delle energie italiane, con l’Inquisizione, i suoi roghi (Giordano Bruno), la DAMNATIO
della scienza moderna (Galileo Galilei), la censura e l’Indice dei libri proibiti.

Anche sul piano più generale della struttura assunta negli ultimi due secoli dalla società italiana vi
fu un processo analogo di elaborazione critica. Persistenze feudali, privilegi giudiziari e fiscali di
classe, vincoli alla libertà del commercio, privative e monopoli di vario genere, rigidità corporative
nelle iniziative e nelle attività economiche, irrazionalità fiscali e metodi e sistemi di imposizione e
di riscossione arretrati, ordinamenti giudiziari, legislazioni e normative che erano il regno di una
clamorosa confusione, inefficienze e ristrettezze dei sistemi di istruzione ed una serie di altre
questioni occuparono allora il pensiero italiano con ricerche e riflessioni assai spesso di
straordinario interesse.

LE ACCADEMIE

Da notare è la fioritura di studi (università) che vide una presenza notevole di ecclesiastici.

Nello stesso tempo si attivò negli studi della storiografia la nobiltà italiana. Le accademie erano in
nettissima prevalenza letterarie; la produzione di versi e prose accademiche si moltiplicò a
dismisura.

La fioritura accademica del XVI secolo indicava una risposta all’analoga fioritura accademica che
si ebbe allora in tutta Europa, in gran parte sull’esempio e sul modello italiano. Alcune accademie
che cominciarono a fiorire furono dedicate a studi e ricerche scientifiche oppure a compiti
filologici e linguistici di grande rilievo per l’identità e la coscienza italiane (la Crusca di Firenze).

Sullo stesso cammino si sarebbe via via incontrata anche la nascita di riviste storiche, l’istituzione
di istituti e centri di studio nei vari campi della ricerca storica e vari altri elementi istituzionali e
non, pubblici e privati.

STORIOGRAFIA ERUDITA DEL XVIII SECOLO

Il tempo di Muratori e di Vico nel segnare l’avvio al rinnovamento fu ricco di nomi e di opere.

Una figura a lungo dimenticata ma di un certo rilievo fu in questo campo il benedettino Benedetto
Bacchini, autore di un DE ECCLESIASTICAE HIERARCHIAE ORIGINIBUS ed editore del LIBER
PONTIFICALIS di Agnello Ravennate.

Francesco Bianchini intraprese una ISTORIA UNIVERSALE PROVATA CON MONUMENTI E


FIGURATA CON SIMBOLI DEGLI ANTICHI.

Ma il nome più rappresentativo di questo periodo è Scipione Maffei. La sua opera più importante,
VERONA ILLUSTRATA, è indubbiamente fra i maggiori conseguimenti dell’erudizione del suo
tempo ed è rimasta anche in seguito un testo di sicuro interesse. Le sue quattro parti rispondono
ad un disegno nuovo per la sua epoca. La prima parte tratta della storia della città dalle origini a
Carlomagno; la seconda tratta degli scrittori veronesi; la terza e la quarta sono una sorta di
prontuario delle cose e degli edifici più notevoli della città. Un’attività molteplice quella del Maffei
che nasceva anche da un’ampia esperienza europea.

L’OPERA DI PIETRO GIANNONE

Pietro Giannone scrisse l’ISTORIA CIVILE DEL REGNO DI NAPOLI (1723).

L’efficacia dell’opera è nel rivendicare la pienezza del potere, ancor più che l’autonomia, dello
Stato rispetto alla Chiesa, nonché nel denunciare la serie storica delle usurpazioni attraverso le
quali, nel corso dei secoli, la Chiesa aveva costruito e sviluppato la serie di privilegi ed immunità
che ne facevano insieme uno Stato nello Stato ed un anti-Stato.

Il posteriore laicismo meridionale ed italiano avrebbe avuto perciò nella ISTORIA un suo testo
fondamentale di riferimento.

Per i quindici secoli di storia del Mezzogiorno si sarebbero raccontati i vari stati ed i cambiamenti
del suo governo civile sotto tanti principi che lo dominarono; le variazioni registratesi per la polizia
ecclesiastica in esso introdotta e per i suoi regolamenti.

Si andava oltre i canoni della storia prammatica e si faceva delle istituzioni, del diritto, della
legislazione, degli ordinamenti politici e sociali, delle magistrature, della vita e degli istituti
culturali, dei feudi, della pubblica amministrazione, la materia amplissima e propria di quella nuova
storia.

Le interferenze tra Chiesa e Stato occupavano un luogo di prim’ordine. Sino alla fine dell’ancien
régime, per non parlare del dopo, quei rapporti ed interferenze avevano una tale portata sul piano
della vita pubblica ed erano così pregiudiziali anche nella vita quotidiana privata da giustificare più
che ampiamente il rilievo che il Giannone volle dare a questo tema. Ad animarlo era il suo ideale
filosofico, laico e razionalistico, che avrebbe trovato la sua massima espressione in un’opera
rimasta a lungo inedita: IL TRIREGNO.

LA STORIA E LE STORIE

Una menzione particolare dev’essere riservata, nella storia della storiografia italiana del XVIII
secolo, al deciso approfondimento della storia di lettere ed arti.

Pietro Verri scrisse i PENSIERI SULLO SPIRITO DELLA LETTERATURA D’ITALIA.

Girolamo Tiraboschi scrisse la STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA apparsa fra il 1772 ed il
1772 e il 1782. Il Tiraboschi può essere definito il Muratori della storiografia letteraria italiana.

La poesia e la letteratura continuano ad obbedire a criteri teorici, classificatori, esteriori o


puramente pragmatici e la storia della letteratura fu investita dal soffio delle nuove idee.

Dopo il Vasari si opera un’ampia sistemazione del panorama storico-artistico nazionale, di grande
valore anche nel quadro europeo. In questa vicenda si delinea in maniera ancora più rivelata, la
questione del rapporto tra la complessiva italianità dell’arte della penisola e il dominante
protagonismo di “scuole” e botteghe regionali e cittadine secondo le quali per antica tradizione
sono in grandissima parte conosciute e classificate le opere d’arte italiane. Un senso
dell’italianità, un pensiero e un sentimento vivo dell’arte non mancavano nelle opere.

UNA NUOVA STAGIONE DEL PENSIERO POLITICO

Il XVIII secolo segnò anche un certo ritorno del pensiero politico italiano sulla scena europea.

La politica economica costruita da Ferdinando Galiani in relazione ai problemi della circolazione


della moneta e sul criterio della libertà del commercio dei grani indicava nel pensiero italiano una
grande capacità di autonomia di riflessione e di proposta rispetto alle tendenze ed agli andamenti
del pensiero europeo del tempo, che perciò non mancò di notarla e di farne materia di propria
riflessione.

Il maggiore successo italiano fu l’opuscolo di Cesare Beccaria DEI DELITTI E DELLE PENE (1764),
che questo successo meritava ampiamente per la profondità delle sue vedute, fatte valere con
un’assai poco comune forza di sintesi, che colpivano al cuore pilastri dell’ordine costituito quali la
pena di morte e la tortura.

Nella discussione sull’ANCIEN RÉGIME sin nelle sue più radicate consuetudini di governo il
Beccaria aveva segnato un punto di non ritorno su questioni e problemi fra i più interni alla logica
di quel regime. Una fama straordinaria toccò pure alla SCIENZA DELLA LEGISLAZIONE di
Gaetano Filangieri.

DALLA “STORIA CIVILE” DI VERRI ALLA “STORIA ITALIANA” DI DENINA

La storiografia italiana della seconda metà del Settecento non conobbe opere di particolare
rilievo. Saverio Bettinelli scrisse DEL RISORGIMENTO D’ITALIA NEGLI STUDI, NELLE ARTI E NEI
COSTUMI DOPO IL MILLE, che destò una notevole eco. Il Bettinelli è una figura molto
rappresentativa dello spirito italiano del tempo e si nota la sua esperienza di viaggiatore in molti
paesi europei.

Un ingegno ben più organico e vigoroso presiede alla STORIA DI MILANO di Pietro Verri. Doveva
essere, per l’autore, un lavoro per quanto possibile sintetico e scorrevole, pensato per lettori colti,
ma non specialisti.

Diverso discorso è da farsi per Carlo Denina, autore di un’opera -DELLE RIVOLUZIONI D’ITALIA-
che ambiva a presentarsi come una vera e propria storia d’Italia quali al Denina non sembrava che
fossero le opere del Biondo, del Sigonio, del Muratori.

Nelle RIVOLUZIONI D’ITALIA non si trovava alcun robusto concetto di storia o di politica a cui si
appoggi la narrazione di tremila anni di storia della penisola a cominciare dagli Etruschi. Anche i
giudizi storici che vi succedono sono largamente inficiati o da un facile moralismo o da idee
distanti da quelle plausibili per una qualsiasi materia storica o da convinzioni pregiudiziali di vario
ordine.

L’opera del Denina certamente rispose all’attesa di una storia d’Italia, e vi rispose anche con l’idea
che dava delle storiche difficoltà di un’unità italiana, e con un certo campanilismo culturale circa i
primati italiani antichi e rinascimentali. Certo è che le RIVOLUZIONI furono la trattazione di storia
d’Italia più letta anche in Europa e dal 1815 in poi, conobbero una nuova e maggiore fortuna.

ITALIA NAPOLEONICA: DA CUOCO A ROMAGNOSI


Dal Croce al Venturi, l’opinione su questo punto è concorde. Il Croce non esitava a scrivere che
“la storiografia civile del Settecento non è da cercare nei suoi eruditi” perché “la più valida
storiografia settecentesca” va cercata “nei libri di riformatori e critici, che trattano i vari problemi
del tempo loro, la lotta dello Stato contro la Chiesa, l’opera del dispotismo illuminato che si
alleava alla classe media o classe della cultura contro il feudalesimo o i resti del feudalesimo, la
critica e satira degli scrittori della nuova scienza dell’economia contro i cattivi ragionamenti e gli
errati calcoli economici che i preconcetti e i privati interessi sostenevano, le richieste dei giuristi di
rendere conforme ai tempi e di unificare le secolarmente sovrapposte legislazioni, far cessare lo
scandalo del persistente diritto penale, nato in età barbariche, e così via”.

Fu allora che si fissò definitivamente quello schema di storia d’Italia al quale abbiamo già
accennato, che esaltava il ruolo e il primato italiano del Rinascimento e vedeva poi una caduta
verticale delle condizioni del paese, una decadenza che rendeva necessaria una ripresa generale
di tutto il tono della vita morale e sociale della penisola e della cultura italiana perché il rapporto
con l’Europa fosse ripreso in tutta la sua decisiva portata.

Il SAGGIO STORICO SULLA RIVOLUZIONE NAPOLETANA DEL 1799 di Vincenzo Cuoco (1800) fu
subito tradotto, ma interessò da principio soprattutto come una delle voci sollevate dalla
propagazione della Rivoluzione francese in Europa, e su un episodio che aveva richiamato
fortemente l’attenzione dell’opinione internazionale.

La critica all’astrattismo politico diventa una delle maggiori lezioni del SAGGIO. L’altra e
correlativa lezione sta nel richiamo al dato storico che impone il senso del limite dell’azione, e che
per il caso napoletano viene dal Cuoco genialmente correlato alla critica della nozione di
“rivoluzione passiva”: la rivoluzione che non scaturisce dalla volontà e dalla partecipazione di un
autentico soggetto rivoluzionario, ma viene importata dall’esterno e modellata sull’esempio e sui
tipi di esperienze allogene.

L’opera del Cuoco induce a sottolineare il delinearsi negli anni napoleonici di una storiografia che
non può essere definita napoleonica nel senso immediato del termine, ma che certo al clima
politico ed alle inclinazioni culturali di quegli anni per molti versi si ricollega a stagione
napoleonica conclusa.

Al nome del Cuoco si possono perciò ricollegare quelli di Carlo Botta, David Winspeare, Luigi
Blanch, Gian Domenico Romagnosi, Pietro Colletta. Fra costoro i disegni più ambiziosi furono del
Botta, autore tre opere: STORIA D’ITALIA CONTINUATA DA QUELLA DEL GUICCIARDINI SINO
AL 1789 (1832), STORIA DELLA GUERRA DELL’INDIPENDENZA DEGLI STATI UNITI D’AMERICA
(1809) e STORIA D’ITALIA DAL 1789 AL 1814 (1824).

Il Winspeare fu autore di una STORIA DEGLI ABUSI FEUDALI (1811).

Fama ancora maggiore fu quella di Pietro Colletta, la cui STORIA DEL REAME DI NAPOLI DAL
1784 AL 1825 (1834) rimase a lungo l’opera più comprensiva e attendibile nella sua materia.

Un’autentica intelligenza storica nutrita anche di buoni studi di diritto e di economia, fu


certamente quella di Luigi Blanch. La sua bibliografia si compone di articoli e saggi. Emerge in lui
una solidità di giudizio e una capacità di analisi che indicano una forte tempra di scrittore. La
storia napoletana dei primi trent’anni del XIX secolo fu da lui esaminata con grande acume. I suoi
interventi su molti aspetti e problemi, momenti e figure della storia moderna sono ugualmente
considerati illuminanti anche al di là di quanto ci si attenderebbe, e si estendono spesso alla storia
del diritto e dell’economia. La sua opera DELLA SCIENZA MILITARE CONSIDERATA NEI SUOI
RAPPORTI COLLE ALTRE SCIENZE E COL SISTEMA SOCIALE (1834) fu apprezzata anche da
studiosi stranieri e fu anche tradotta in francese.

Di Gian Domenico Romagnosi va ricordato DEL RISORGIMENTO DELL’INCIVILIMENTO ITALIANO


(1831), uno sforzo non banale di interpretazione della storia antica e moderna d’Italia.

Carlo Cattaneo scrisse il saggio LA CITTÀ CONSIDERATA COME PRINCIPIO IDEALE DELLE
ISTORIE ITALIANE (1858), in cui fin dai tempi più antichi vedeva nelle città l’asse centrale intorno
al quale ruotava la storia d’Italia. I suoi scritti di linguistica, filosofia, economia, sulla storia di paesi
extraeuropei, insieme alla sua capacità di enucleare linee interpretative di fondo di grandi processi
storici, ne fanno la voce di un’esperienza preziosa della storiografia italiana, che, sia pure
implicitamente e in modo assai vario, non ha mai mancato di dare i suoi frutti.

LA RESTAURAZIONE E L’EMARGINAZIONE ITALIANA

La ripresa e le aperture del XVIII secolo, culminate negli anni napoleonici, conobbero un’indubbia
e forte contrazione negli anni della Restaurazione post-napoleonica. Il congresso di Vienna segnò
da ogni punto di vista una riduzione dell’Italia ad area subordinata e marginale della politica
europea. Nessuno dei sovrani italiani era rimasto in piedi sotto Napoleone, mentre la Sicilia rimase
borbonica e la Sardegna sabauda solo grazie alla protezione della flotta inglese.

Solo in Toscana si ebbe un regime in cui si poté almeno godere di una certa tolleranza, e così le
cose rimasero fino al 1848.

Fu, a ben vedere, una nuova provincializzazione dell’Italia, più grave di quella precedente post-
rinascimentale, non avendo più l’Italia un grande patrimonio di cultura e di capacità da offrire agli
altri paesi europei. Non può sfuggire che nel primo caso era stata piuttosto l’Italia a staccarsi
lentamente, e quasi inconsapevolmente, da un’Europa che cresceva e che ben presto sentì di
averla sopravanzata, benché la presenza italiana vi restasse cospicua.

Nel XIX secolo sembra accadere il contrario. È l’Europa a dare l’idea di non prestare più alla
cultura italiana quell’attenzione che per molti versi nel XVIII secolo sembrava ristabilita. La cultura
italiana non perde affatto di interesse, è la sua capacità di circolazione europea a ridursi. Di
questa vicenda generale della cultura italiana la storiografia partecipò appieno. Mentre cresceva la
fama del Vico, le opere degli storici italiani persero via via di rilievo nel quadro europeo. Nel
dibattito europeo poco mancò che i nomi degli storici italiani praticamente sparissero.

Il Croce fu indotto a scrivere la sua STORIA DELLA STORIOGRAFIA ITALIANA NEL SECOLO
DECIMONONO (1921).

Sugli stessi maggiori temi della storia italiana grandeggiarono in tutto il secolo autori stranieri, da
Jean-Charles-Léonard Simone de Sismondi che scrisse HISTOIRE DES RÉPUBLIQUES
ITALIENNES DU MOYEN-ÂGE. L’opera più nota di storia italiana fu di Jacob Burckhardt: LA
CIVILTÀ DEL RINASCIMENTO IN ITALIA.

Storici rispettati furono, fra gli altri, Luigi Tosti, Cesare Balbo, Carlo Troya. Il capolavoro
storiografico italiano è la STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA (1870) di Francesco De
Sanctis.

STORIOGRAFIA “NEOGUELFA” E “NEOGHIBELLINA”

Non giovarono allora alla storiografia italiana alcune etichette con le quali si è stati poi soliti
indicarla e descriverla. Storici “guelfi” e storia “ghibellini” furono a lungo le principali di tali
etichette. Si riferivano alla questione del ruolo della Chiesa nella storia italiana e nella storia
moderna.

Appaiono come se fossero ormai soltanto ideologia rispetto alla loro genesi al tempo del
Machiavelli e del suo veemente auspicio di un principe che sottrasse l’Italia al suo destino infelice
procuratole dalla Chiesa, o al tempo della grande ondata illuministica con la sua esaltazione della
Ragione e la sua individuazione ed esaltazione del Galilei come eroe e martire di quella Ragione.
Vi erano di più, le idee liberali, democratiche, nazionali, sociali dell’Europa post-illuministica; vi era
la passione risorgimentale non meno viva di quei suoi precedenti storici.

Il neoguelfismo e il neoghibellinismo degli storici di quel periodo (dal Troya al Tosti, dal Balbo a
Cesare Cantù) sanno di forte ideologismo.

Accomunati da un identico mito nazionale declinato in modo diverso o opposto, gli storici delle
due “scuole” obbedivano poi a propri richiami specifici. L’opinione corrente finì con il considerare
più feconda la “scuola” cattolico-liberale o neoguelfa e più irretita nei suoi pregiudizi ideologici la
“scuola” opposta.

Dei neoguelfi, il Croce ricordava “il lato positivo per il quale fecero avanzare la scienza storica” in
quanto, “pur uomini di passione e fede”, erano “anche uomini di meditazioni e di critica, di
esperienza politica e morale, eruditi, studiosi, indagatori”, con grandi “meriti verso la filologia” e
“ricerche, edizioni e raccolte di cronache e di documenti”, e con l’avvio alla “investigazione della
vita sociale d’Italia” nonché con giudizi e concezioni spesso mantenuti nella storiografia
posteriore e accettati anche in quella straniera protestante e razionalistica. Dei neoghibellini
riteneva inferiore l’erudizione, prevalente un tono retorico dell’esposizione a scapito della
sostanza storica del discorso, l’adozione del vagheggiamento dell’unità nazionale quale principio
e criterio storiografico, un razionalismo in ritardo sui tempi.

POSITIVISMO E “SCUOLA STORICA”

La fondazione nel 1841 dell’ “Archivio storico italiano” segnò un momento eminente nel graduale
maturare di una nuova temperie degli studi storici in Italia, attestato anche dalla serie di iniziative
che in rapida successione temporale, specialmente dagli anni Quaranta del secolo, andavano
nella stessa direzione: istituzione di cattedre universitarie, pubblicazione di “biblioteche storiche”
e di “dizionari storici”, avvio di raccolte organiche di fonti di storia locale nazionale.

Nel breve giro di tre o quattro decenni dall’unificazione politica del paese, si ebbe tutta una serie
di nuove iniziative dello stesso o di affine tipo sia in ambito regionale sia pertinenti all’ambito degli
Stati preunitari; tutte contribuirono a porre su basi più aggiornate e in più costante contatto con la
coeva storiografia europea l’attività storiografica in Italia.

La “Rivista storica italiana” nacque nel 1884 per impulso di Costanzo Rinaudo, che la diresse fino
al 1922, e con la collaborazione di Pasquale Villari, di Ariodante Fabretti e di Giuseppe De Leva.
L’intento della rivista era di sopperire alla mancanza di un centro “che raggruppasse e facesse
conoscere tutto il movimento storico italiano, e ad un tempo fornisse notizia di quanto al di fuori si
pensa e si scrive sulla nostra storia”.

L’idea della storia come scienza assunse allora connotati del tutto nuovi. Lo storico doveva
dimenticare qualsiasi sua idea o concetto politico o filosofico o di altro ordine; “servirsi dei
documenti come il fisico si serve delle esperienze e il naturalista delle osservazioni”; considerare
l’archeologia come la sua geologia e il lavoro sulle fonti come il suo processo chimico”; ricercare
da quali scienze o gruppi di scienze e “da quali quali cultori della scienza attendersi uno
scambievole e sicuro aiuto per giungere alla soluzione di singoli problemi connessi” alla ricerca
storica, essendo improbabile un “cultore di scienze storiche” esperto anche di biologia o
meccanica; vedere “la parte più rigorosamente scientifica di tutta la storia” nella cronologia che si
basa su dati astronomici, come le eclissi ricordate da storici e cronisti; contare “per la
ricostruzione su antropologia o psicologia, o psicologia sperimentale o addirittura psichiatria”.

Secondo il Villari, il metodo storico doveva essere “positivo e sperimentale”.

Nel 1833 venne fondato l’Istituto storico italiano, con lo scopo di dare “unità e sistema alla
pubblicazione de’ Fonti di storia nazionale”. In realtà l’attività dell’Istituto gravitò soprattutto sulla
storia medievale, nel ricordo dell’opera e del magistero muratoriano, messo in evidenza anche dal
“Bullettino dell’Istituto storico italiano e Archivio muratoriano”, che dal 1866 accompagnò con
studi e ricerche l’attività dell’Istituto, presso il quale si iniziarono due collane rimaste basilari negli
studi storici italiani: le “Fonti per la storia d’Italia” e i “Regesta chartarum”.

Sotto la direzione di Vittorio Fiorini e di Giosue Carducci fu pure iniziata la riedizione critica dei
RERUM ITALICARUM SCRIPTORES muratoriani. Lo stesso Fiorini avviò, nel 1896, una “Biblioteca
storica del Risorgimento italiano”, che divenne una collana importante di fonti risorgimentali.

A sua volta, la rivista “Studi Storici”, fu fondata a Pisa nel 1892 da Amedeo Crivellucci e da Ettore
Pais, fu l’esplicito araldo del positivismo storiografico, che allora giunse a maturità.

Trasferitosi il Crivellucci a Roma nel 1909, vi portò la rivista, nella cui direzione entrarono Volpe,
Salvemini, Giacinto Romano, procurando la collaborazione di un’altra leva di studiosi.

Il “Giornale storico della letteratura italiana”, fondato nel 1883 da Arturo Graf, Rodolfo Renier e
Francesco Novati, espresse anch’esso nel suo campo, con molto vigore, il nuovo indirizzo
storiografico erudito e positivistico, come già nella sua titolazione fa intendere l’uso dell’aggettivo
“storico”.

LA STORIOGRAFIA ECONOMICO-GIURIDICA E L’INFLUENZA GERMANICA

Già negli anni Novanta del XIX secolo si era fatta forte l’influenza del materialismo storico e del
marxismo in tutta la cultura italiana. Storici come Ettore Ciccotti per l’età antica, Giuseppe Salvioli
e lo stesso Salvemini per il Medioevo furono tra quelli che diedero varie espressioni alla nuova
tendenza. E notevoli furono anche gli spunti storici nei lavori di Antonio Labriola, indubbiamente il
maggiore dei pensatori marxisti italiani, che del marxismo diede una versione strettamente ispirata
alla concezione dialettica del materialismo storico lontana dal clima positivistico prevalente.

Il marxismo italiano vide nettamente prevalere le sue versioni positivistiche ed evoluzionistiche,


mentre il suo influsso sugli studi storici si andò piuttosto rapidamente esaurendo.

Nel campo della storia medievale e moderna si rimase confinati nello spazio nazionale. Anche gli
autori maggiori videro solo raramente tradotti i loro libri, mentre negli studi di storia italiana si
faceva sempre maggiore e più autorevole la presenza di studiosi stranieri, soprattutto francesi e
tedeschi. Sempre più nel corso del secolo la conoscenza delle lingue straniere si rese necessaria.

Dalla metà del XIX secolo, l’influenza germanica affiancò e anche soppiantò in notevole misura la
tradizionale influenza francese. Ne derivò un netto guadagno degli studi italiani per l’ampliamento
in senso europeo e moderno delle metodologie e delle tematiche coltivate o da coltivare.

VOLPE E SALVEMINI

Nel primo ventennio del XX secolo gli studi storici italiani non mutarono granché. La profonda
innovazione segnata nella fisionomia generale della cultura italiana dall’emergere, prima con
Benedetto Croce e poi con Giovanni Gentile, di tutto un nuovo corpo di dottrine, attinenti anche
alla storia, non ebbe ripercussioni immediate molto consistenti, se non nel campo filosofico e in
quello letterario.

Gioacchino Volpe, nei volumi MEDIOEVO (1926) e ITALIA IN CAMMINO (1927), diede modo al
Croce di ravvisarne un limite depauperante in una sorta di riduzione del movimento storico ad
una, per così dire, meccanica e dinamica delle forze in campo, che si risolveva in un “profilo
esterno di dramma storico”, ma senza nessuna rappresentazione del “dramma intimo” ad esso
sottostante. Quella Italia, notava il Croce, “cammina, ma non pensa, non sogna, non medita, non
si critica, non soffre, né gioisce: cammina”.

Croce impuntava al Volpe di essersi “cacciato in una via che lo rimena al materialismo storico”,
l’aspirazione ad immergersi nella materia storica in modo da coglierne il ritmo ad un più profondo
livello. Ben più rilevante fu l’influenza che sul Volpe ebbero le ideologie nazionalistiche. Volpe
scrisse l’ITALIA MODERNA che può essere giudicato il suo capolavoro.

Diverso fu il cammino del Salvemini, anch’egli volto agli studi di storia moderna con pregevoli
lavori, oltre che sulla Rivoluzione francese, su Mazzini, su Cattaneo, sui partiti politici nell’Italia
unita. Una data segnò LA RIVOLUZIONE FRANCESE (1905) che trattava il tema dal 1789 al 1792.
La sua attività politica portò ben presto Salvemini ad altri avvii, ma dopo la guerra egli diede
ancora prova del suo ingegno storico con lezioni sulla politica estera dell’Italia unita e soprattutto
con le opere che scrisse nell’esilio a cui fu costretto dalla sua strenua opposizione al fascismo.
Egli proseguì la sua polemica nei confronti delle storiografie ideologiche.

STORICI E FASCISMO

La non edificante vicenda del Volpe storico nel periodo fascista fu vissuta un po’ da tutta la
storiografia italiana che al regime variamente si adattò. Il fascismo si acquistava dei sicuri meriti
nell’organizzazione istituzionale degli studi nel campo storico forse più che in altri campi.

Risale al 1934-1935 l’istituzione di una Giunta centrale per gli studi storici, che aveva come suoi
“organi diretti” l’Istituto italiano per la storia antica, l’Istituto storico italiano per il Medioevo,
l’Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea e la Società nazionale per la storia
del Risorgimento italiano.

Dalla Giunta e dai suoi organi sarebbero dipese tutte le istituzioni italiane nel campo della ricerca
e degli studi storici. Importante fu pure la fondazione, nel 1934, di un Istituto per gli studi di
politica internazionale. Già nel 1921 era stato fondato l’Istituto per l’Oriente, che nel 1933 divenne
Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente. Per l’Africa si rimase all’Istituto coloniale italiano,
nato nel 1906, poi Istituto italiano per l’Africa. Un suo rilievo ebbe pure l’Istituto nazionale di studi
romani, fondato nel 1925. Era anche stato fondato un istituto italiano di archeologia.

A molto valse l’appoggio delle maggiori personalità della cultura italiana di allora, a cominciare da
Gentile. Le direzioni degli istituti furono assegnate a studiosi solitamente di grande prestigio,
come il Volpe per la storia moderna e contemporanea.

Un altro luogo di importanza per gli studi storici fu l’ENCICLOPEDIA ITALIANA, ideata e diretta da
Gentile. La redazione dell’ENCICLOPEDIA fu un luogo di formazione per molti giovani storici che
vi acquisirono attitudini importanti alla visione ed alla rappresentazione sintetica di grandi
momenti, movimenti, problemi e protagonisti del passato non soltanto italiano, ma europeo e
mondiale, con un deciso allargamento delle loro prospettive, di cui si sarebbero visti nel futuro
tutti i frutti. Il condizionamento fascista non vietò che all’opera collaborassero anche studiosi di
varia età tiepidi nei confronti del regime, se non addirittura ostili, anche se si ebbero casi di
censura di voci importanti o interruzioni di collaborazioni non meno importanti.

Peraltro, c’è da notare che dei dodici professori universitari che nel 1931 rifiutarono il giuramento
di fedeltà al regime fascista ben cinque erano storici o interessati alle materie storiche (Francesco
Ruffini, Ernesto Buonaiuti ecc.).

PER UNA NUOVA STORIA: L’INFLUENZA DI CROCE

Dopo la prima guerra mondiale una nuova fase certamente si aprì nella storiografia italiana. Si
discuteva ormai di positivismo e di idealismo, di marxismo e di storicismo, di razionalismo e di
irrazionalismo o di spiritualismo, e di altre “scuole”.

Espressione di quelle esigenze può essere considerata la “Nuova rivista storica”, fondata nel 1917
da Corrado Barbagallo, dall’Anzilotti, da Ettore Rota e da Guido Porzio. Il clima della guerra
portava ad una rivendicazione di italianità della storiografia nazionale rispetto alla lamentata
dipendenza dalla cultura e dalla storiografia germaniche.

Al progetto di una tale rivista si era interessato anche il Volpe, e ad essa collaborarono studiosi
come Salvemini, Ciccotti, Romolo Caggese, Ciasca, Silva, che continuavano in molti e vari modi
l’esperienza della “scuola economico-giuridica”, mentre numerosi nuovi giovani studiosi vi fecero
le prime armi.

La battaglia principale di Croce era contro il positivismo e la sua “storiografia scientifica”, contro il
materialismo storico, contro ogni filosofia della storia, contro l’erudizione e la filologia fine a se
stesse.

Agli inizi degli anni Venti, sotto l’urgenza di una ormai molto diversa congiuntura storica, Croce
elaborò e formulò la sua visione della storia etico-politica quale sola prospettiva storiografica
provveduta di rigore metodologico e di pienezza di senso storico. Nel decennio 1922-1932 ne
diede versioni esemplari in STORIA DEL REGNO DI NAPOLI (1923), STORIA DELL’ETÀ
BAROCCA IN ITALIA (1929), STORIA D’ITALIA DAL 1871 AL 1915 (1928), STORIA D’EUROPA NEL
SECOLO DECIMONONO (1932).

Al Croce si rifece in vario modo anche tutta una generazione di storici maturati o già prima del
1915 o fra le due guerre mondiali, che continuarono la loro attività anche nella seconda metà del
secolo, benché per molti di essi l’influenza crociana non impedisse altre e più o meno minori
influenze, e benché in progresso di tempo tale influenza andasse declinando e spesso addirittura
giustapponendosi o incertamente convivendo con altre influenze: Federico Ichabod, Giorgio
Falco, Ernesto Sestan.

Nella “Nuova rivista storica” l’ingresso, nel 1930, di Gino Luzzatto e la collaborazione di Piero Pieri
nella redazione diedero un nuovo avvio a varie tematiche. Con Luzzatto si sarebbero poi rinnovati
anche gli studi di storia economica.

GLI ANNI DEL FASCISMO: CORRENTI STORIOGRAFICHE E RAPPORTI CON


LA STORIOGRAFIA EUROPEA

Negli studi di storia delle religioni e del cristianesimo si ebbero ugualmente molti progressi. Dal
positivismo e dall’erudizione dominanti nella seconda metà del XIX secolo, si passò agli inizi del
XX secolo a nuovi indirizzi e a nuove vedute ad opera di giovani studiosi come il Salvatorelli,
l’Omodeo, il Buonaiuti.

Il Salvatorelli passò poi a trattare di storia medievale e moderna, e praticò un tipo di storiografia
molto attento alla dimensione religiosa e alle forze morali degli sviluppi storici.

Omodeo ebbe una vicenda più complessa. Formatosi sotto l’influenza del Gentile, divenne poi un
convinto sostenitore delle idee di Croce, così come passò agli studi di storia contemporanea, in
cui segnò una traccia non peritura con i suoi lavori di storia del Risorgimento, e in particolare sulla
Restaurazione in Italia e in Francia e sul Cavour, in diretto antagonismo con le varie interpretazioni
nazional-fasciste e revisionistiche del Risorgimento, del quale si sottolineavano la complessità e i
valori liberali e moderni.

Buonaiuti sviluppò una visione profondamente spiritualistica del cristianesimo per la quale si
attrasse i fulmini della curia romana, perdendo anche la cattedra nel 1929 perché i Patti
Lateranensi non permettevano l’esercizio di funzioni pubbliche ai sacerdoti che avevano lasciato
l’abito o erano stati ridotti allo stato secolare.

Un vicolo cieco fu quello imboccato da vari storici che al fascismo si riportarono per la loro attività
storiografica, spesso rinnegando o invertendo gli indirizzi che avevano seguito in precedenza e
adombrando spesso una tal quale continuità, che si considerava potenziata dal fascismo, fra la
storia di Roma antica e quella italiana.

Proprio l’avvento del regime fascista portò ad una riconsiderazione critica della storia italiana del
Risorgimento e dell’Unità sulla base di motivi morali e sociali, e non in base a motivi fondati
sull’asserita debolezza dello Stato unitario e della sua politica di potenza, e a cui reagirono in
particolare il Croce e l’Omodeo.

Franco Venturi, nel 1939, con LA JEUNESSE DE DIDEROT DE 1713 À 1753, dava una molto
persuasiva prova del suo ingegno storico e avviava su una solida base gli studi che ne avrebbero
fatto nel dopoguerra uno dei più illustri ed importanti studiosi dell’Illuminismo.

Nello Rosselli aveva condotto importanti studi sul Risorgimento e aveva felicemente individuato la
grande importanza degli ultimi anni di Mazzini nella storia dei movimenti democratici e sociali
nell’Italia appena unita.

Notevole fu ancora l’interesse crescente per le questioni delle origini dei fenomeni storici, politici,
religiosi o altri, in cui sembrano fare irruzione nella storia straordinarie energie e forze morali.

Questioni che occuparono uno spazio cospicuo furono pure quelle dell’unità della storia d’Italia,
della decadenza di grandi entità e organismi politici e civili, dei “fattori realistici” da considerare
come determinanti nel corso della storia.

PENSIERO POLITICO E CULTURA FASCISTA

Nella storiografia italiana di questo periodo confluirono vari settori della cultura nazionale. Un
esempio ne è il pensiero meridionalistico, che ebbe in Giustino Fortunato un esponente dal quale
furono illustrati con grande cura molti aspetti e momenti della storia del Mezzogiorno, oltre a
sollecitare una riflessione di alta ispirazione sul fascismo e sul suo significato nella storia, anche
morale, del paese.

Una serie di personalità di forte rilievo, da Gaetano Mosca a Vilfredo Pareto a Maffeo Pantaloni
ebbe una notevole influenza sulla vita culturale del paese. Si è parlato poi di una “scuola italiana”
del pensiero politico, caratterizzata da una visione realistica dei problemi della vita politica, con
una forte accentuazione soprattutto del ruolo delle classi dirigenti, in particolare della classe
politica che con vari metodi, si assicurano il governo e il controllo della società in cui operano.

Meno evidenti furono fino alla prima guerra mondiali gli sviluppi del pensiero liberale e
democratico, che si fecero invece importanti dal momento in cui l’avvento del fascismo mise fuori
causa il regime liberal-democratico del paese.

Una fucina di nuovi pensieri fu l’esperienza dell’antifascismo nell’esilio. Si staglia in essa Carlo
Rosselli, il cui SOCIALISMO LIBERALE (1930) è un generoso tentativo di fondere l’ispirazione
socialista con una piena riaffermazione delle ragioni liberali. L’esilio portò peraltro a maggiore
sviluppo anche le tendenze comuniste fiorite nella scia della Rivoluzione russa, ma la riflessione di
Gramsci, che ne fu la massima espressione, rimase ignorata fino all’indomani della caduta del
fascismo.

La novità più rilevante di questo periodo fu proprio il fascismo. Il pensiero politico fascista fu
espresso in forma ufficiale nella voce ad esso dedicata dell’ENCICLOPEDIA ITALIANA. Voce
firmata da Mussolini, ma scritta dal Gentile, il cui testo Mussolini modificò variamente. Nel
fascismo convissero ispirazioni ed indirizzi molto diversi, che trovavano il loro maggiore punto di
convergenza nella visione dello Stato come effettiva incarnazione storica e politica della nazione,
protagonista e dominatore della vita sociale in tutti i suoi aspetti: punto teorico che fu forse il
maggiore elemento totalitario del regime.

L’ENCICLOPEDIA ITALIANA voluta da Gentile, che ne ebbe da Mussolini l’autorizzazione e i


mezzi, finì con il non soddisfare appieno lo stesso Mussolini e gran parte delle gerarchie del
partito fascista. Si decise di dar vita, per volontà di Mussolini ad un DIZIONARIO DI POLITICA
(1940). Sia nell’ENCICLOPEDIA sia nel DIZIONARIO la partecipazione degli storici fu cospicua.

BILANCI

L’Italia aveva contribuito con molte voci alla particolare e ricca vicenda della storiografia
medievale. Dalla filologia umanistica al Muratori si sarebbe poi delineato il grande tracciato di un
altro importante tratto distintivo del lavoro storico italiano di attiva partecipazione e di
interscambio con quanto al riguardo si faceva in Europa. Dalla metà del XIX secolo in poi, questo
tratto si sarebbe andato rivitalizzando, fino a segnare uno degli aspetti più importanti del
riallineamento all’Europa al quale la cultura italiana aveva pensato fin dal XVIII secolo.

Modelli storiografici originali e rilevanti segnarono nell’età moderna in modo peculiare il cammino
della storiografia italiana. Dalla “storia prammatica” umanistico-rinascimentale alla “storia civile”
canonizzata dal Giannone; dalla “storia nazionale” variamente perseguita fino al grande disegno di
Francesco De Sanctis alla “storia economico-giuridica”; dalla “storia scientifica” di taglio
positivistico alla “storia etico-politica” nella formulazione del Croce.

Nella storia della letteratura la contrapposizione fra “scuola storica” e “scuola estetica” ha
consentito ugualmente alla storiografia italiana originalità e fecondità di accenti e di
conseguimenti.

Parallela fu pure la costante tendenza della storiografia italiana a riconoscersi non solo nei modelli
storiografici di volta in volta tenuti presenti, ma anche nello sforzo ricorrente di costruire un
pensiero storico.

Il pensiero storico italiano che così si viene definendo nel tempo dà luogo a numerosi e molteplici
esiti, di grande rilievo anche nel quadro europeo. Valga a darne solo un esempio lo sforzo di
trovare e rappresentare un senso intrinseco della storia d’Italia quale storia di una delle grandi
nazioni europee del Medioevo e dell’età moderna: un problema quanto mai altri intrinseco e
coessenziale sia alla storiografia italiana.

Ancora più interessante per il profilo europeo dell’Italia in questo settore è la profondità teoretica
che la riflessione sulla storia ha avuto in molti momenti della cultura e della civiltà europea.
Basterà ricordare il pensiero machiavelliano sull’autonomia e sulla natura della politica e quello del
Vico sulla natura e sulla struttura della conoscenza storica. E Machiavelli e Vico sono stati
certamente le stelle più brillanti in questo firmamento italiano.

Ancora tra il XIX e il XX secolo, con Cattaneo, con Labriola, intorno al nome di Croce o in
opposizione a lui e per alcuni aspetti nella scia del Gentile, e fino a Gramsci, il pensiero italiano ha
dimostrato una volta di più la sua attitudine e capacità a fare del pensiero storico una filosofia
della storia.

Dalla tradizione alla ricerca di altre dimensioni

ALLA FINE DELLA GUERRA

Il profondo sconvolgimento politico segnato dalla seconda guerra mondiale e dai suoi esiti in tutta
la realtà e la vita dell’Italia si riflesse immediatamente nella cultura e nella vita intellettuale del
paese. Di tale sconvolgimento la storiografia fu la testimonianza più significativa.

In Italia, come in altri paesi, la guerra si concluse con un mutamento di regime che portò da un
ordinamento a partito unico ad un ordinamento a base pluripartitica. Si ristabiliva l’ordinamento
liberal-democratico, che per circa venti anni il fascismo aveva o alterato in modo deformante o
addirittura soppresso.

FASCISMO E “HOMO ITALICUS”

Fu una delle maggiori personalità dell’Italia in cui il fascismo si affermò, Giustino Fortunato, a
formulare felicemente l’antitesi valutativa che trovò pieno e completo svolgimento nella
storiografia del dopoguerra: il fascismo era stato una rivoluzione o una rivelazione?

Giovanni Ansaldo scrisse: “Il fascismo è proprio l’Italia, di ieri e dell’altro ieri, così come sarà,
indubitatamente, l’Italia di domani e di domani altro”.

La condanna degli italiani e della loro storia era, per Fortunato, senza appello. Egli esprimeva così
una convinzione che divenne molto comune e si espresse in non pochi saggi di globale
valutazione storica negativa dell’Italia e del “carattere degli italiani”.

Questi saggi non furono di grande respiro storico, tranne pochissime eccezioni, di cui la maggiore
fu, senz’altro, l’ANTISTORIA D’ITALIA, di Fabio Cusin. L’autore stesso non lo presentava “come
libro di documentazione storica”. Egli partiva da un veloce, ma non superficiale esame della storia
d’Italia dall’alto Medioevo alla vigilia dell’affermazione del fascismo, al quale sono dedicati tre
quarti del libro.

Il fascismo poteva apparire come una sorta di vocazione storica dell’homo italicus. Sulla
storiografia italiana del nuovo dopoguerra il saggio del Cusin non ebbe una particolare influenza.
Egli aveva congiunto in un nesso nuovo la filosofia del “particulare" guicciardiniano, intesa come
filosofia all’italiana o dell’italiano, e i caratteri dell’Italia della “decadenza” fatta di Spagna e di
Controriforma, così efficacemente delineati dal De Sanctis nella sua STORIA DELLA
LETTERATURA ITALIANA. Di questa micidiale miscela il fascismo era stato una nuova e
peggiorata edizione, che aveva profondamente aggravato le debolezze dello Stato monarchico
uscito dal Risorgimento nella scia della Rivoluzione francese.

“SALVATI” E “SOMMERSI”

Nello svolgimento degli studi italiani l’urgenza assunta dal problema storico del fascismo non
impedì che gradualmente si giungesse al mutamento di prospettive metodologiche ed
interpretative che in un non lungo lasso di tempo finì con l’avere.

Il ritorno alla pace non segnò per la storiografia una catastrofe ed una ripartenza da zero. La
continuità fu assicurata sia da vecchi che da giovani studiosi. L’impatto politico del dopoguerra si
ebbe con il ritorno all’insegnamento di qualche professore che ne era stato allontanato dal
fascismo, come accadde per Gaetano De Sanctis.

Alcuni furono estromessi dall’università, ma poi vi furono riammessi, poiché nelle relative
procedure furono “molti i “salvati”, pochissimi i “sommersi””.

IL CASO VOLPE
Gioacchino Volpe fu tra i “sommersi”. Egli continuò i suoi studi e mantenne sulla scena
storiografica italiana una presenza tutt’altro che trascurabile. Portò a termine ITALIA MODERNA,
una storia d’Italia dal 1815 al 1914.

Il modo di tale rappresentazione è sempre quello consueto dell’autore e per ITALIA MODERNA
vale ancora di più il giudizio di Omodeo, per cui era proprio di Volpe offrire nelle sue pagine più il
quadro di un “fascio di fattori storici” che una reale e unitaria sintesi storiografica: un rilievo
perfettamente in linea con l’osservazione del Croce circa l’assenza in Volpe di una partecipe ed
unitaria rappresentazione del dramma della storia.

Pur nelle traversie del dopoguerra, Volpe mantenne l’autorevolezza così a lungo riconosciutagli.

UNA “INSURREZIONE POLEMICA”

La storiografia dell’Italia unita non aveva ancora avuto uno sviluppo paragonabile a quella sul
Risorgimento. I suoi testi di riferimento più autorevoli erano rimasti la STORIA D’ITALIA DAL 1871
AL 1915 del Croce (1928) e l’ITALIA IN CAMMINO del Volpe (1927). I suoi temi erano polarizzati
sulla portata, sviluppo e positività dello Stato unitario e della sua azione all’interno ed all’esterno,
sul rapporto tra popolo e nazione in quello Stato, sul rapporto tra Italia ed Europa da questi punti
di vista.

CATTANEO E NUOVE INFLUENZE

Con la fine della guerra, la discussione si fece subito più serrata. Venne ripresa in più approfondita
considerazione la possibilità di una soluzione federalista anziché unitaria ed accentrata
dell’unificazione italiana. Si ebbe subito una rinnovata attenzione per il pensiero di Carlo Cattaneo.

Neppure allora il pensiero storico di Cattaneo mise radici nella storiografia nazionale più di quanto
fosse accaduto prima. Continuò a sfuggire quel “carattere razionale” che egli individuava nella
storia italiana, affermandone non solo la possibilità di “considerazione unitaria”, bensì anche la
non anomalia rispetto alla storia nazionale degli altri popoli europei. Rimase di lui una nuova
traccia nella cultura del paese.

La discussione sul Risorgimento e l’unità nazionale fuoriuscì dal quadro tradizionale in quanto
venne condizionata non solo dagli effetti politici del crollo del fascismo e del suo regime, bensì
anche dal più generale mutamento culturale che allora si ebbe in tutta Europa. Nel campo della
storiografia ciò comportò una pratica eclisse dell’influenza germanica.

Si ebbe un più diffuso e profondo richiamo alla storiografia anglosassone e alla storiografia
francese.

EGEMONIA E FISIONOMIA DELL’IDEALISMO

Lo stretto rapporto con la storiografia tedesca si affiancava ad una forte preminenza attribuita
nella cultura italiana al cosiddetto neo-idealismo, rappresentato dagli inizi del secolo XX da
Benedetto Croce e da Giovanni Gentile.

Croce si era sempre più orientato a quello che aveva definito “storicismo assoluto” e ad una
identificazione della filosofia come “metodologia della storia”. Gentile era andato per una via
diversa, mantenendo la specificità della filosofia come attività puramente teoretica, ma su un
fondamento storico, espresso dalla sua identificazione di filosofia e storia della filosofia. Entrambi
promossero numerose iniziative nell’ambito della cultura storica.

Croce primeggiava sia come storico operoso e di grande rilievo, sia come teorico della
storiografia, e la sua TEORIA E STORIA DELLA STORIOGRAFIA e il successivo LA STORIA
COME PENSIERO E COME AZIONE furono indubbiamente per molti decenni tra i libri più letti
dagli storici italiani.

Durante il fascismo fu notevole l’attività di Gentile a favore degli studi storici e fu ampio lo spazio
riservato alla storia, a cura di storici italiani, nella ENCICLOPEDIA ITALIANA, una delle maggiori
imprese della cultura nazionale non solo di quel tempo, da lui ideata e portata a compimento.

I loro discepoli già paiono annunciare “la posizioni, se non altro politiche, che poi li distingueranno
dai loro maestri: i gentilizi più verso marxismo e cattolicesimo, i crociani più verso il liberal-
socialismo rosseggiano”.

Sia Croce che Gentile si erano attivamente interessati del pensiero di Marx e avevano recepito
largamente la riflessione di pensatori politici e di economisti di quel tempo. Negli studi storici
italiani di allora tutto ciò si era riflesso sia attraverso Croce e Gentile, sia autonomamente.

Ciò spiega i primi rapporti sia di Volpe che di Salvemini con Croce, alla cui rivista Volpe
inizialmente collaborò, così come la loro rapida contrapposizione a mano a mano che si
sviluppava e si chiariva il pensiero di Croce, che sempre più emerse nella sua figura di più
autentico e deciso risolutore del cosiddetto “neoidealismo” in un vigoroso storicismo.

CROCE, OMODEO E L’ “ISTITUTO CROCE”


Nel nome del croce continuò un’attività storiografica spesso di notevole livello.

A parte le ricerche e gli studi che ancora coltivò fino alla morte, nel 1952, il Croce aveva pure dato
alla cultura italiana un contributo di altra natura e di grande rilievo. Aveva fondato a Napoli nel
1946 un Istituto italiano per gli studi storici del quale pensava di affidare la direzione all’Omodeo.
Alla fine di aprile del 1946 Omodeo morì.

Croce ritenne che la sua scomparsa fosse una perdita molto grave per la storiografia italiana.
Dopo aver pubblicato L’OPERA POLITICA DEL CONTE DI CAVOUR, Omodeo aveva intensificato i
suoi studi sulla Francia della prima metà dell’Ottocento, dai quali nacque LA CULTURA
FRANCESE NELL’ETÀ DELLA RESTAURAZIONE.

Omodeo fu l’effettivo punto di riferimento di un settore importante della storiografia italiana post-
bellica, solitamente poco messo in rilievo: il settore formato da una serie di studiosi legati alle
posizioni politiche proprie della piccola, ma molto differenziata galassia raccolta nel Partito
d’Azione. Li univa una visione molto critica di vari aspetti del Risorgimento e dell’Italia unita, ma
anche un vivo senso delle tradizioni liberali e democratiche del paese: quasi una via tra Gobetti e
Fortunato, da un lato, e Omodeo e Croce, dall’altro.

La figura di Omodeo era di un rilievo tale che ben s’intende come Croce. In Omodeo, egli aveva
particolarmente apprezzato , oltre che lo spessore di grande storico, anche il “continuo interagire
fra riflessione sulla natura e lo statuto della conoscenza storica e sulla posizione dello storico
rispetto ad essa, da una parte, e concreta ricerca dall’altra”. Era stata proprio quella riflessione a
portare Omodeo dalla giovanile adesione alla filosofia delGentile ad una conversione crociana.

Per Croce era una figura particolarmente idonea a reggere un istituto in cui metodologia e critica
storica dovevano avere una parte di rilievo. In luogo dello scomparso Omodeo, Croce scelse a
direttore del suo Istituto lo Chabod.

L’Istituto era destinato ad ampliare la formazione universitaria di giovani avviati agli studi storici
attraverso lo studio di varie discipline non solo filosofiche, ma attinenti al diritto, alla politica,
all’arte, alla religione, al pensiero economico e sociale. L’Istituto fu aperto a giovani, anche
stranieri, di ogni appartenenza politica e culturale.

I “QUADERNI” DI GRAMSCI

Si ebbe la rapida ed amplissima diffusione del pensiero di Antonio Gramsci, quale fu rivelato e
conosciuto attraverso una prima pubblicazione dei suoi QUADERNI DAL CARCERE.

Al nome di Gramsci andavano associati concetti nuovi o rinnovati, come quelli della distinzione tra
“dominio” ed “egemonia” nei rapporti fra le classi e nella politica interna ed internazionale; di
“intellettuali” in rapporto alla cultura ed al potere; dei rapporti fra “città” e “campagne”; di “classi
subalterne” e loro cultura e vita materiale.

Gramsci si poneva in opposizione al Croce, da lui giudicato il maggiore puntello ideologico delle
forze conservatrici in Italia. Costruire un edificio di pensiero alternativo, un “anti-Croce” fu una
delle ispirazioni dominanti dei QUADERNI. Questa ispirazione culminò con la critica all’Italia unita
e alle sue basi risorgimentali, che non era un generale “processo al Risorgimento”, bensì, più
propriamente, una critica altrettanto radicale della sinistra socialista, che aveva fallito nella lotta al
fascismo e per il cui avvenire e rifondazione Gramsci elaborava la sua riflessione politica.

Per il suo legame col pensiero italiano del tempo si finì col parlare di “italomarxismo”, sicché si
rese preferibile definire gramsciana, anziché propriamente marxistica, la serie degli studi nati, non
solo nella storiografia politica ed economico-sociale, dal pensiero di Gramsci, la cui fortuna fu
talmente rapida da mettere in ombra anche quel tanto di storiografia della stessa parte politica
formatasi a prescindere dai QUADERNI gramsciani.

STORIOGRAFIA CATTOLICA E “QUARTO SETTORE”

A Gramsci si rifece ugualmente il parallelo emergere della più giovane storiografia cattolica del
dopoguerra.

Nasceva dalla comune avversione dei due indirizzi alla tradizione liberal-democratica dello Stato
nazionale unitario e alle sue basi risorgimentali.

I motivi di critica facevano che vi fosse fra loro una convergenza spontanea ed ampia nella critica
alla “monarchia giacobina”, come venne definito lo Stato nazionale unitario ed accentrato, con la
sua ideologia, ugualmente antisocialista ed anticlericale, inguaribile conservatore,
irrimediabilmente avverso alle classi subalterne e alla loro cultura.

Questa convergenza non voleva affatto dire identità fra storiografia cattolica e storiografia
gramsciana, ma comportava vicinanze notevoli anche nelle prospettive e tecniche di ricerca.

La contrapposizione tra “paese reale” e “paese legale” esercitava ora un’attrazione storiografica
irresistibile.

Al di là della sommaria ed approssimativa tripartizione della cultura italiana post-bellica in liberal-


democratica, gramsciana e cattolica, si fece pure presente un molto ampio “quarto settore”, che
comprendeva filosofi, scienziati, letterati, studiosi di varie discipline. Si trattava di posizioni che
erano e si definivano neo-illuministiche, neo-positivistiche, empiristiche, scientistiche e di altre
significative pertinenze, che erano le più sensibili alle influenze anglosassoni, costituendo un
ampio canale di più facile penetrazione di tali influenze.

IL CRITERIO GENERAZIONALE

Su un tale sfondo, oltre che nel più generale contesto di tutta la vita contemporanea si svolse
l’attività degli storici italiani nel ventennio post-bellico. È stata più volte tentata una distinzione
generazionale di tale attività. Si son distinti alcuni generazionali e si è giunti a contare fra il 1900 e
i primi anni del 2000 fino a sette generazioni di storici, i cui dati anagrafici consentirebbero di
individuare successive stagioni storiografiche e che “si susseguono a ritmo serrato, ma con
alcune brusche fratture in corrispondenza di eventi” come guerre, mutamenti di regime politico, la
Resistenza, il Sessantotto.

LA STORIA ANTICA

Appare notevole lo spostamento di interessi che rapidamente maturò nelle discipline


antichistiche. Da un lato, il declinare dell’influenza germanica sembrò favorire una certa
transizione da un modello euristico-filologico di grande e più che sperimentata solidità e fecondità
critica ed interpretativa ad un modello storiografico che si apriva a nuovi interessi dal punto di
vista di analisi socio-antropologiche e della vita sociale. Ciò si tradusse in un certo spostamento
anche della ricerca e dei temi di studio verso il tardo-antico.

Figura eminente ne fu Santo Mazzarino, nei cui primi lavori il concetto di “mondo antico” risultò
già variato sia cronologicamente che tematicamente e LA FINE DEL MONDO ANTICO, che
evadeva appieno dalle ambagi dell’alternativa fra un giudizio positivo ed uno negativo su quel
mondo, lo confermò e lo definì ancora meglio. Dall’altro lato, la prospettiva mediterranea estesa
verso Oriente consolidava in una nuova direzione la revisione della tradizione del solitario e
demiurgico “miracolo greco”, sia portando l’Asia Minore a formare una parte costitutiva
dell’esperienza ellenica, sia confrontando quest’ultima con quella parallela dei Fenici, antichi
mediatori fra Oriente ed Occidente.

Mazzarino passò poi ad una molto ampia ricostruzione storica complessiva della storiografia
antica. Proprio la più ampia delle opere di Mazzarino diede luogo nei suoi confronti ad una forte
polemica di Arnaldo Momigliano. Questi aveva già raggiunto la sua maturità di studioso prima
della guerra ed aveva dimostrato le sue singolari qualità di ricercatore ed interprete in vari saggi e
volumi.

Fra queste idee era un certo privilegiamento sia dell’espansione imperiale di Roma quale matrice
di un edificio politico, che rese possibili convivenze e scambi culturali senza precedenti, sia del
periodo ellenistico rispetto a quello precedente della storia greca quale momento genetico di un
cosmopolitismo, che consentiva la formazione di una interiorità ben più realmente libera della
vantata libertà delle città-Stato greche e favorevole all’avvento del cristianesimo ed alla sua
esaltazione della vita interiore.

Profonda su di lui l’influenza del pensiero antropologico e delle scienze sociali francesi ed
anglosassoni, in questa scia si definì pure l’importanza decisiva che egli venne ad assegnare al
fattore religioso ed ai rapporti interculturali nella storia.

Rispetto al Mazzarino, la posizione del Momigliano non poteva essere altra che di critica. I Greci
non avevano avuto veri interessi e cultura storica, né per essi fu mai vera opera storica la
biografia, né i loro storici possono guidarci ad una migliore comprensione degli aspetti più
importanti della cultura e della storia greca.

Momigliano fece una critica severa della storiografia tedesca sul mondo greco. Ciò su cui i due
studiosi più concordavano era di stringere fortemente il rapporto fra Grecia ed Oriente.

Giovanni Pugliese Carratelli, coetaneo di Momigliano, trattò l’Oriente classico e fu quasi


altrettanto avaro nel fare nomi e dare indicazioni bibliografiche. Mentre Momigliano lo era stato
per la sua insoddisfazione circa le metodologie e gli indirizzi degli studi italiani di allora, Pugliese
lo era per l’oggettiva scarsezza di bibliografia orientalistica in Italia.

Pugliese Caratelli poteva già tracciare un vivo quadro dello sviluppo che in Italia gli studi
orientalistici andavano prendendo con giovani e meno giovani studiosi, da Evaristo Breccia a
Sergio Donadoni. Lo sviluppo degli studi orientalistici è andato via via crescendo.

Sussidi importanti vennero dall’archeologia, dalla storia del diritto, dalla storia della religione e da
altre discipline, innanzitutto la linguistica.

LA STORIA MEDIEVALE. VOLPE E SALVEMINI

Questo excursus sugli studi di storia antica nell’Italia del ventennio post-bellico dà da solo l’idea
del peso di questi studi nella cultura e nel lavoro storico dell’Italia del tempo; se si facesse
riferimento all’archeologia, all’epigrafia, alla linguistica, alla storia delle religioni e ad altre
discipline, ciò apparirebbe ancora più chiaro. Non si esagera a dire che fino alla guerra solo la
storia medievale rappresentava un campo ed un corpus di studi equivalente.

La medievistica italiana conservava la sua ascendenza muratoriana.

Volpe e Salvemini furono i dioscuri della medievistica italiana tra il XIX ed il XX secolo. In Volpe, la
società era il contesto perennemente mutevole, flessibile, duttile in cui agivano i protagonisti,
individuali e collettivi, della storia.

Per Salvemini, la nozione di società presupposta nei suoi studi era una realtà più determinata e
chiaramente articolata. La stagione medievistica di Salvemini durò molto meno di quella di Volpe
e la sua eco si ridusse poi per varie circostanze.

Entrambi gli storici passarono ad interessi di storia moderna e contemporanea, per i quali
acquistarono un rilievo non inferiore a quello avuto come medievisti.

LA MEDIEVISTICA POST-BELLICA

Fu proprio allora che cominciarono ad operare più efficacemente anche molte voci della maggiore
storiografia europea rimaste in Italia senza echi molto tempestivi, dal MAHOMET ET
CHARLEMAGNE di Henri Pirenne a L’AUTUNNO DEL MEDIOEVO di Johan Huizinga, a LA
SOCIETÉ FÉODALE di Marc Bloch; LA LIBERTÀ E LA PACE di Nino Valeri, STATO E NAZIONE
NELL’ALTO MEDIOEVO di Ernesto Sestan.

Questi studiosi si formarono come una nuova generazione che portò a discussioni spesso di
grande interesse. Su Sestan e Valeri si avvertiva l’influenza crociana.

Il medieviasta più crociano poteva essere considerato Gabriele Pepe che fu anche il più
contestato della sua generazione come autore ideologico nei suoi giudizi ed approssimativo nel
suo esercizio critico.

UNA NUOVA FASE

Fu questa l’apertura di una fase che vide fiorire una folta generazione di valenti medievalisti, tra i
quali Emilio Cristiani, Paolo Mamma, Elio Conti che diedero alla medievistica italiana un’ampiezza
di temi e di prospettive non conosciuta prima: storia della storiografia medievale; storia della
storiografia medievistica; studio delle strutture scolastiche; strutture della riforma gregoriana e
suoi sviluppi; movimenti religiosi ed altri connessi problemi; storia delle città; storia sociale
istituzionale, in una visione più sciolta e concreta della società e delle istituzioni; fenomeni
demografici ed economici che accompagnarono la ripresa europea delX secolo in poi.

Importante è notare che negli studi medievistici si ebbe un equilibrio fra persistenti influenze
germaniche e francesi e nuove influenze anglosassoni maggiore che in altre branche degli studi
storici italiani.

Nuovi centri di studi medievali si ebbero in Italia, fra i quali il Centro italiano di studi sull’alto
Medioevo fondato a Spoleto e il Centro internazionale di storia economica a Prato.

Una novità particolare fu la serie degli studi longobardi di Giampiero Bognetti.

Si trattava di una nuova fioritura della tradizione medievistica italiana alla luce di criteri di metodo
e di vedute generali che anche in altri paesi europei venivano allora dando i loro maggiori e più
autentici frutti; la dimostrazione migliore ne è che ancora per gli anni Sessanta non sembra potersi
parlare per gli studi medievali italiani di quella “invasione” delle scienze sociali che si avverte
molto più precocemente in altri settori storiografici. Nel corso degli stessi anni la penetrazione
dell’influenza francese negli studi medievistici si fece cospicua.

DOVE ANDAVA LA MEDIEVISTICA ITALIANA?

La conoscenza dell’Italia medievale fu fortemente ampliata ed innovata.

MEDIEVALE E MODERNA, MODERNA E CONTEMPORANEA


Qualcuno dei medievalisti continuò ad interessarsi anche si storia moderna.

Solo dopo la guerra si diffuse la pratica della separazione delle cattedre di storia medievale e di
storia moderna.

Mentre si scioglieva il binomio “medievale e moderna”, non si può dire che lo sostituisse
immediatamente l’altro di “moderna e contemporanea”. In Italia era la storia del Risorgimento a
svolgere una funzione di supplenza della storia contemporanea.

Nel corso degli anni Cinquanta si ebbe in tempi relativamente rapidi e senza contrasti preclusivi,
anche l’emersione della storia contemporanea come disciplina autonoma, con propria
periodizzazione e proprie problematiche, riconosciuta ed inserita nel quadro accademico-
universitario.

Una spinta fu anche data dalla necessità che le forze di molto prevalenti dell’Italia del dopoguerra
sentirono di approfondire la storia delle loro radici e del loro sviluppo nell’Italia unita nella quale si
erano trovati all’opposizione, spingendo a rafforzare il nesso tra storia e politica militante.

CHABOD, CANTIMORI, VENTURI

Nella storia moderna e contemporanea il dopoguerra storiografico fu contrassegnato dalla


crescente presenza ed influenza di Chabod. Ripresi i suoi studi su Carlo V, egli redasse per la
STORIA DI MILANO un molto ampio contributo.

Accanto agli studi cinquecenteschi Chabod coltivò sin da prima della guerra un tema tipicamente
alla Volpe, ossia la politica estera dell’Italia unita. Avrebbe dovuto scrivere una STORIA DELLA
POLITICA ESTERA ITALIANA DAL 1870 AL 1896, progettata in cinque volumi, di cui riuscì a
pubblicarne uno solo.

La prima parte tratta del mutamento di idee e di ideali dopo la guerra franco-germanica del
1870-1871, dell’idea di Roma e del suo peso culturale e politico, dell’antinomia fra ordine e libertà
nel pensiero e nella prassi politica del tempo.

La seconda parte è dedicata alle basi economiche, finanziarie e militari dell’Italia.

La terza parte delinea una serie di profili di coloro che nel periodo ebbero parti di primario rilievo.
L’opera destò grande e giustificata ammirazione.

Ebbero di sicuro una maggiore risonanza le sue trattazioni su L’IDEA DI NAZIONE e sulla STORIA
DELL’IDEA D’EUROPA, che entrarono molto nella cultura corrente ed ebbero echi anche fuori
d’Italia.

Per Chabod si è molto discusso sulla possibilità di inquadrarne l’attività nel modulo crociano della
storia etico-politica. Nel suo modo di fare storia egli insegnava “due buoni canoni storiografici”:
guardarsi da qualsiasi anacronismo, così come da qualsiasi strumentalizzazione politica o
ideologica del passato, vestendone i protagonisti “coi panni dei nostri avversari o dei nostri fautori
politici ed ideologici di oggi”.

In parallelo con Chabod, ebbe grande rilievo negli anni Cinquanta Delio Cantimori. L’uomo aveva
dietro di sé una storia personale complessa, essendo via via passato da originarie simpatie
familiari per il repubblicanesimo mazziniano ad una lunga fase di fervente fascismo e di professata
simpatia per il nazismo hitleriano ed all’adesione al Partito comunista, salvo poi a distaccarsene
nel 1956.

Egli aveva pubblicato il volume ERETICI ITALIANI DEL CINQUECENTO, relativo non a luterani e
calvinisti ed altri protestanti italiani, bensì a quegli spiriti travagliati, ma liberi e coraggiosi, che non
aderirono a nessuna chiesa.

Al volume sugli eretici tenne dietro RIFORMATORI E UTOPISTI (1943), che riguardava un mondo
di azioni e di pensieri eterodossi rispetto al contesto contemporaneo e volti ad un’azione di
palingenesi etica, sociale o culturale.

Non meno rilevante fu il ruolo assunto da Franco Venturi, lo storico italiano più cosmopolitico per
formazione e per ambiti e modi di ricerca. Già, esule in Francia, aveva prima della guerra
individuato nell’Illuminismo il momento cruciale sia della modernizzazione che dell’affermazione
delle idee moderne di libertà e di democrazia, come sosteneva in LA JEUNESSE DI DIDEROT, il
suo capolavoro giovanile.

Il Settecento di Venturi non era quello dei filosofi, delle dottrine politiche, degli utopisti, del
dissenso. Era il Settecento dei progetti e della promozione di riforme politico-istituzionali,
giurisdizionali, economiche, sociali che avevano avuto o non avuto corso nell’Italia
prerivoluzionaria.

Oltre che dell’Illuminismo, Venturi scrisse pure IL POPULISMO RUSSO e vari altri studi sulla
Russia del XIX secolo, individuando negli intellettuali e nell’organizzazione che sostennero le idee
populiste russe come una pagina di storia del socialismo europeo. Anche questi studi russi gli
procurarono una grande notorietà internazionale.

Venturi aveva aperto così un campo di studi che si sarebbe poi dimostrato di straordinaria
fecondità. La sua idea di storia era ispirata al Croce anche più di quanto non si possa dire per
Chabod.

UNA SVOLTA DEGLI ANNI SESSANTA: INFLUENZE EXTRADISCIPLINARI

Il ruolo di Cantimori e di Venturi non può essere pareggiato a quello di Chabod.

I giovani che iniziarono la loro milizia intellettuale e storiografica negli anni Sessanta, aveva ormai
preso corpo una realtà culturale che cominciava ad essere non solo lontana da quella
dell’anteguerra, ma diversa anche da quella dell’immediato dopoguerra. Già allora cominciava un
altro tratto della cultura contemporanea che si sarebbe rapidamente intensificato e cioè
l’incalzante rapidità dei mutamenti di prospettive e problemi emergenti nel dibattito culturale di
attualità.

LA PRECOCITÀ DEI GIOVANI: ERNESTO DE MARTINO

Ernesto De Martino, allievo di Omodeo, aveva maturato interessi da lui definiti etnografici o
etnologici. Il suo IL MONDO MAGICO segnò un tentativo audace ma suggestivo di mostrare come
nell’uomo primitivo si sviluppasse la facoltà razionale, senza che svanisse mai davvero la
precarietà della sua condizione originaria di disgregante incertezza, dalla quale lo avevano salvato
soltanto le pratiche magiche.

Corretto dal Croce sul fondamento teorico di questi punti, De Martino passò a coltivare la storia di
temi di antropologia mediterranea e del Mezzogiorno d’Italia.

De Martino ampliò notevolmente la prospettiva storiografica italiana per le problematiche di


aspetti e momenti di antropologia culturale e trattò in uno sforzo di inserimento e di
differenziazione storiografica nelle grandi tematiche delle scienze sociali contemporanee.

GLI STUDI SUI SECOLI XVI E XVII

La modernistica italiana degli anni Cinquanta e Sessanta procedette con vari ampliamenti tematici
rispetto agli storici che erano sul proscenio della disciplina all’indomani della guerra, ma su una
via diversa di metodo e di ricerca.

Questa via portava soprattutto a distaccarsi da grandi questioni di principio o di periodizzazione


ed a perseguire l’individuazione di concreti fatti e problemi e di particolari ambiti geografici e
sociali, che avevano costituito la materia viva dell’esperienza dei tempi studiati.

Così per il XVI secolo se ne eclissava la lettura come epoca di ingresso nell’età moderna e
dominata dalla grande storia diplomatico-militare. Prendevano un nuovo risalto le storie interne
delle varie parti d’Italia viste nelle loro basi economiche e sociali, nelle loro specificità culturali e
nei relativi riflessi istituzionali e politici.

Si approfondì la storia religiosa sia come storia della reazione cattolica alla secessione
protestante, sia come una storia della penetrazione protestante in Italia maggiore e più profonda
di quanto si fosse mai supposto fino ad allora.

La maggiore novità della modernistica riguardò il XVII secolo. Già ne era cominciato prima della
guerra il superamento della visione tradizionale di età della decadenza e dei “tempi grigi” dell’Italia
post-rinascimentale, dell’oscurantismo ecclesiastico, del malgoverno e sfruttamento straniero
straniero (spagnolo). Anche in questo caso si trattava di una riconsiderazione nella chiave
nazionalistica, intesa a rivendicare l’insopprimibile vitalità dello spirito e del popolo italiani e a
registrare responsabilità straniere nella decadenza dell’Italia post-rinascimentale.

Nel dopoguerra, anche l’Italia del famigerato Seicento si ricercarono le trame di concreti e corposi
processi economici e sociali, politici e culturali, che davano un volto inedito e di una evidente
specificità e dinamismo alla supposta, inerte Italia di quel secolo.

Per l’Italia spagnola ebbe importanza decisiva il suo pieno inserimento nel quadro operativo
dell’impero spagnolo e delle sue vicende. Per l’Italia cattolica ne furono delineati il tipo particolare
di religiosità e di prassi religiosa; l’impatto dell’azione della Chiesa sulle classi dirigenti, la loro
cultura e la loro presenza ed attività inquisitoriale di cui si andò prendendo sempre meglio
coscienza.

Per l’Italia economica si passò dalla constatazione del declino rispetto all’epoca precedente alla
delineazione del nuovo volto che in questo campo ed in quello sociale il paese andava prendendo
per effetto del suo passaggio da una posizione centrale di dominio e di avanguardia ad una
posizione sempre più dipendente e periferica di arretratezza rispetto alla più avanzata Europa.

La struttura oligarchica assunta dalla già Italia comunale e quella di una rinnovata struttura
feudale nell’Italia meridionale furono oggetto di individuazioni ed approfondimenti che si sono
rivelati resistenti al tempo. La luce portata su zone della vita italiana rimaste fino ad allora del tutto
in ombra cambiò notevolmente e certamente incrementò la conoscenza storica del paese, con
l’acquisizione di varie serie di fonti prima solo parzialmente o per nulla note.

Ls connessione con gli sviluppi della contemporanea storia europea fu di gran lunga ampliata o
addirittura instaurata e ciò ebbe importanza notevole anche per la storia economica e per quella
demografica, per le quali si cominciarono allora ad avere studi specifici sulle strutture familiari e
parentali, che affiancarono ed incrementarono gli studi su varie forme associative, dalle
corporazioni artigiane alle congregazioni e confraternite religiose.

Nuova attenzione ebbero il mestiere delle armi e le carriere burocratiche. Riti e forme della
sacralità e della vita civile furono ugualmente esplorati non più sul piano descrittivo del più
ingenuo folclore.

Le maggiori novità di metodo e di temi della storiografia europea del tempo circolarono e furono
praticate in Italia. E largamente a quella europea fu pure la discussione italiana su altri problemi di
rilievo, quali il Rinascimento o l’età moderna come periodizzazione e tematiche.

Appariva ancora preferibile, anche per il Seicento, il giudizio che Marino Berengo aveva dato sugli
studi italiani del Cinquecento. Non solo egli aveva auspicato che gli studi si spostassero sempre
più dai “verba generalia” a fatti e problemi concreti ma, aveva pure auspicato che proprio la larga
adozione dei temi, di esperienze culturali, di metodi di ricerca nuovi sollecitasse ad andar presto e
vigorosamente avanti: auspicava in primo luogo che gli studi italiani crescessero anche e
innanzitutto su stessi.

GLI STUDI SUL SECOLO XVIII

Altrettanto si può dire per gli studi sul Settecento, di cui si vide una fioritura addirittura maggiore
che per i due secoli precedenti.

A ben guardare, forse anche per questa più ricca serie di studi, il quadro storiografico relativo al
XVIII secolo appariva articolato fra problematiche e cronologie non sempre facilmente
congiungibili fra loro. Nella stessa periodizzazione del secolo apparivano chiaramente
discriminanti le date del 1748, con la conclusione delle guerre di successione e del 1796, con la
prima discesa di Napoleone in Italia, ingresso effettivo della Rivoluzione francese nella penisola.
Per l’inizio del secolo non solo si oscillava fra il 1701 - inizio della guerra di successione spagnola,
con la decisiva discesa austriaca in Italia del 1706-1707 - ed il 1713-1715, fine di quella guerra e
successivi trattati di pace, ma per varie parti d’Italia apparivano più importanti gli anni Trenta, coi
mutamenti dinastici che allora vi furono.

E ulteriori complicazioni alla fisionomia storiografica del secolo derivavano dal rapporto che se ne
proponeva con il successivo movimento risorgimentale, del quale ormai da tempo era andato
declinando l’inizio tradizionale al 1815 e si era affermato il collegamento con la ripresa o il
“rinnovamento” settecentesco del paese, anche prima del periodo rivoluzionario e napoleonico.
Dall’altro lato si aveva il problema di datare l’inizio di tale rinnovamento, che appariva diverso da
parte a parte della penisola.

L’essenziale finiva col convergere in alcune più sostanziali questioni, quali la più o meno supposta
ripresa dei contatti della cultura italiana con la più recente e moderna cultura europea; le
ripercussioni italiane della “crisi della coscienza europea” tra XVII e XVIII secolo e connesse nuove
concezioni antropologiche e idee di natura; lo sviluppo della cultura illuministica e riformatrice e la
realtà delle riforme riportate al “dispotismo illuminato”; i rapporti fra Stato e Chiesa sul piano del
potere e su quello culturale, a partire dal giurisdizionalismo; il nascere ed il diffondersi della
Massoneria nei suoi vari aspetti sociali, politici e culturali; la persistenza delle strutture feudali ed
oligarchiche, che, consolidatesi nel periodo precedente, non avevano impedito svolgimenti di cui
la formazione e le vicende del “ceto civile” nel Mezzogiorno erano un esempio; il significato dei
mutamenti dinastici in Lombardia, Mezzogiorno e Sardegna.

Per gli anni dal tardo Settecento in poi, gli sviluppi dell’utopismo e del pensiero rivoluzionario, la
questione e la natura del “giacobinismo” italiano, le vicende delle repubbliche del 1796-1799, la
“monarchia amministrativa” napoleonica, la vendita dei “beni dello Stato” negli stessi anni
napoleonici, la soppressione del regime feudale e i connessi problemi sociali, le “insorgenze” e i
moti anti-rivoluzionari ed anti-francesi; il delinearsi di una “idea italiana”, in vario modo unitaria,
nell’ambito del sentimento nazionale.

LA FOLTISSIMA SCHIERA DEI MODERNISTI

A Giorgio Spini si devono numerose ed importanti ricerche in materia di eretici, protestanti e


libertini italiani, ma anche le suggestioni relative ad una presenza attiva dei protestanti nella storia
italiana fin oltre il Risorgimento, con un’acuta sensibilità all’importanza degli elementi teologico-
religiosi nel corso storico.

Armando Saitta apportò alla storia del giacobinismo italiano un contributo che ne cominciò a
delineare meglio il legame con la posteriore democrazia risorgimentale e post-risorgimentale.

Furio Diaz con opere di grande rilievo approfondì lo studio del movimento intellettuale e politico
dell’Illuminismo, ma si sforzò anche di delineare un modulo storiografico definibile come
illuministico; diede un sostanzioso contributo alla storia moderna della Toscana medicea.

Gabriele De Rosa fu tra i primi innovatori della storia della religiosità popolare in senso socio-
culturale e sul filo del rapporto fra clero e fedeli nel Mezzogiorno d’Italia.

Marino Berengo seppe unire ad una spiccata sensibilità per la storia delle città come complessi
organismi politico-istituzionali ed economico-sociali, per cui giunse ad una complessiva
delineazione del fenomeno urbano in Europa, una non minore sensibilità per la storia degli
intellettuali come produttori di cultura e della libreria e dei librai come elemento di mediazione
culturale della società.

Ruggiero Romano portò i suoi interessi in vari campi, dalla storia economica a quella delle
mentalità e dei comportamenti, con una vera e propria passione socio-antropologica ed un’ansia
per innovazioni metodologiche e tematiche, che non sempre furono persuasive, e parvero talora
prossime al capriccio intellettuale, ma gli consentirono sia di apportare vari importanti contributi
alla storia economica italiana, sia di operare come editore e realizzatore di iniziative editoriali che
furono di grande rilievo per gli studi storici italiani.

Vittorio De Caprariis scrisse e Nicola Matteucci incanalarono nei loro studi del pensiero politico
italiano ed europeo una linea di schietta ispirazione liberale che ne accrebbe il pregio, mentre De
Caprariis scrisse un libro rilevante sulle guerre di religione in Francia e Matteucci contribuì molto
ad aprire la cultura storica italiana alla conoscenza degli studi politologici e storico-politici
americani.

È opportuno ricordare che uno dei percorsi di svolgimento della storiografia italiana sull’età
moderna è stato visto in una progressiva ma netta attenuazione della forte politicizzazione rilevata
nella storiografia degli anni dal fascismo al dopoguerra.

Senz’altro fondata è l’osservazione che l’attività degli studiosi di storia moderna si venne facendo
per la partecipazione a convegni e seminari internazionali in Italia e fuori, per periodi anche lunghi
di insegnamento o di studio all’estero.

Era ovvio che da questa tanto incrementata prassi internazionale derivassero pure maggiori
impulsi all’introduzione di sollecitazioni di tematiche e di metodi affermatisi Oltralpe, anche al di là
di quanto già non accadeva per via più generale.

LA STORIA CONTEMPORANEA E LA PREVALENZA GRAMSCIANA

Furono di gran lunga i problemi della storia contemporanea d’Italia a segnare nella seconda metà
del Novecento il fronte in maggiore movimento e con maggiori ricadute e riflessi sia nel mondo
degli studi di storia, sia nella vita culturale e civile del paese.

In questo settore storiografico più che in ogni altro il nome di Croce segnò una linea di decisa
frattura, sia per la contestazione del significato positivo da lui attribuito alla storia dell’Italia
liberale, sia per il modulo della storia etico-politica al quale egli si atteneva.

Né ebbe maggiore attualità storiografica la citata ITALIA IN CAMMINO di Volpe, che


rappresentava l’Italia unita come una nazione in via di progressiva affermazione alla luce della
particolare ideologia nazional-fascista dello stesso Volpe.

La linea seguita fu quella della generale revisione critica, alla quale abbiamo a suo luogo
accennato, promossa dalla “scoperta” di Gramsci intorno al 1950: una linea critica che non fu
portata avanti e sviluppata soltanto da quella che fondatamente possiamo definire “storiografia
gramsciana”, né soltanto da quella cattolica ma dalla maggiore parte di coloro che allora si
affacciarono a questi studi, divenendo quasi una “communis opino” pregiudizialmente accettata.

La prevalenza della storiografia gramsciana su questo piano rimase a lungo assai forte. Ne fecero
le spese il nome e l’opera di Omodeo, del quale i due volumi postumi IL SENSO DELLA STORIA e
DIFESA DEL RISORGIMENTO fornivano una visione dell’Italia risorgimentale e unita, ricca di
motivi storici e storiografici di notevole importanza.

Gramsci aveva ritenuto questa storiografia frutto di un’azione politico-culturale, per cui “il gruppo
Croce-Omodeo e C. era andato santificando untuosamente il periodo liberale”.

Gramsci aveva richiamato l’attenzione su questioni varie, che suonarono allora come nuove ed
originali sollecitazioni critiche e problematiche: il Risorgimento come “conquista regia”; la
“rivoluzione passiva”; il rapporto tra Nord e Sud nel Risorgimento “come rapporto tra una grande
città ed una grande campagna”; il problema sociale e politico derivato all’Italia unita dalla
mancata effettuazione di una “rivoluzione agraria” e numerosi altri elementi e proposte di critica e
di discussione.

Assumendo e facendo propri questi temi, la storiografia gramsciana si mosse con la


preoccupazione di riscontrarli e dimostrarli nell’esame di alcuni momenti e problemi critici e mise
capo ad una serie numerosa di opere concepite e scritte in coerenza con tale orientamento
storiografico da studiosi quali Paolo Alatri, Giampiero Carocci, Giuseppe Berti, Elio Conti.

A metà degli anni Cinquanta, il Procacci poteva imputare all’Alatri di essersi preoccupato di
esprimere nel suo LOTTE POLITICHE IN SICILIA SOTTO IL GOVERNO DELLA DESTRA (1954), un
giudizio pienamente negativo su quel governo, temendo che lo ritenesse inaffidabile per una sua
certa apparenza di pregiudizio moralistico.

Per Procacci non si poteva ammettere che si riconoscesse “alla classe liberale dei primi anni
dell’unità una “legittimità” non attribuibile all’opera storica di una borghesia arretrata come quella
dell’Italia unita”.

In qualche caso, lo stesso segretario del Partito comunista italiano, Palmiro Togliatti, intervenne di
persona nel dibattito storiografico, fu significativo un suo DISCORSO SU GIOLITTI nel quale
sostenne la tesi di un risvolto positivo del riformismo giolittiano. Tesi storica che aveva evidenti
implicazioni politiche di attualità nella politica togliattiana; e rispondeva ad un criterio non del
tutto automatico e scolastico di trasposizione del pensiero o dell’ispirazione gramsciana nel
lavoro storiografico, che non sempre si poteva ritrovare nelle pagine degli storici gramsciani.

È a questo graduale passaggio ad una più autentica sterilizzazione che si deve l’importanza del
lavoro storico fatto da parte gramsciana, arricchendo non di poco il patrimonio ed il panorama
storiografico italiano relativo alla storia dell’Italia risorgimentale e post-risorgimentale.

Arricchimento che trovò insieme una sistemazione ed una sintesi negli undici volumi che Giorgio
Candeloro dedicò alla STORIA DEL’ITALIA MODERNA. L’opera fornì “una verifica puntuale
dell’ipotesi storiografica gramsciana” su tutto l’arco del Risorgimento e dell’unità italiana,
condotta anche rifuggendo da ogni separazione e contrapposizione fra “paese legale” e “paese
reale”, le classi politiche e dirigenti e la base sociale, istituzioni e società, e quindi riassumendo in
un unico modulo storiografico le diverse componenti della storia italiana e dando al senso ed alla
dimensione nazionale di questa storia tutta la sua dovuta e pregnante rilevanza.

L’opera di Candeloro è un punto di riferimento attendibile anche per il giudizio e non solo per la
ricostruzione dei fatti sulla storia nazionale.

LIBERAL-DEMOCRATICI E CATTOLICI

La storiografia liberale tenne fortemente il campo non solo con gli esponenti delle generazioni
precedenti (da Chabod a Valeri), ma anche con le più giovani leve delle generazioni dagli anni
Venti agli anni Quaranta con un apporto nettamente caratterizzato in senso liberale e
democratico, benché spesso e molto influenzato dalla tradizione azionisti di Venturi, Garosci e
Valiani.

Con quelli di Romeo e di Spadolini, i nomi da fare sono numerosissimi. Roberto Vivarelli,
Giuseppe Talamo, Galasso e Guido Pescosolido. Ad alcuni di questi studiosi si dovettero lavori e
contributi di grande importanza sia dal punto di vista dell’ampliamento della conoscenza storica
dell’Italia risorgimentale ed unitaria, sia da quello delle novità di metodo e di tecnica storiografica
che essi apportarono.

Nel 1992, Gabriele De Rosa osservava che “la rivoluzione della storia civile” italiana “al confronto
fra due egemonie, la marxista e l’idealista” poteva apparire “come una grande lite in famiglia, con
l’ospite, incomodo, ma più importante storicamente e politicamente, sull’uscio, in attesa del
permesso di entrare”.

CHIESA E STATO IN ITALIA NEGLI ULTIMI CENTO ANNI (1948), importante libro di un esponente
autorevole della migliore tradizione cattolico-liberale, studioso del giansenismo, Arturo Carlo
Jemolo, fu addirittura tra gli iniziatori del dopoguerra storiografico. Fu la cultura laica ad
accoglierlo con maggiore consenso e non solo per la critica che l’autore vi aveva svolto del
Concordato italiano del 1929.

Da allora, la partecipazione cattolica al dibattito storiografico fu continua e rilevante, in specie per


gli studi di storia contemporanea, con due centri promotori: da un lato, quello facente capo a
Gabriele De Rosa, attivo fra il Mezzogiorno, Roma ed il Veneto; dall’altro, quello che muoveva
essenzialmente da Bologna, che trasse spunto anche da figure di particolare rilievo
nell’esperienza cattolica del dopoguerra, quale fu Giuseppe Dossetti.

Da Gabriele De Rosa prese avvio una serie di ricerche e di studi sulla storia del movimento
cattolico in tutte le sue espressioni, da quelle ecclesiastiche e religiose a quelle politiche e sociali,
fino a quelle di ordine economico e finanziario.

De Rosa tendeva a dimostrare l’autonomia del movimento cattolico e della sua ispirazione in
dottrine ed in valori sia rispetto agli altri grandi movimenti e correnti di pensiero del mondo
contemporaneo, e di quello italiano, in particolare rispetto alle stesse istanze ecclesiastiche, che
venivano esse stesse differenziate nelle loro posizioni e tendenze.

De Rosa tendeva a dimostrare l’importanza decisiva o condeterminate della presenza e


dell’attività cattoliche nella vita pubblica e sociale dell’Italia contemporanea, anche nei periodi in
cui quella presenza e quell’attività potevano apparire alla retroguardia del movimento storico ed in
crisi e compressione rispetto alle forze del mondo laico. Lo studioso non tralasciava quel
problema del rapporto tra clero e fedeli che costituiva un elemento vivo dei suoi studi di storia
socio-religiosa del Mezzogiorno nell’età moderna. Non sorprende che De Rosa sia stato anche un
punto di riferimento nell’attività di partiti e forze politiche cattoliche in Italia.

ALCUNE FIGURE

Anche per la storia contemporanea, alcune figure di studiosi possono essere ricordate come
Salvatorelli, la cui STORIA DELL’ITALIA FASCISTA (1956) fornì una delle prime sistemazioni del
tema “fascismo” come “Italia fascista”. Suo fu pure PENSIERO E AZIONE DEL RISORGIMENTO
(1943), inteso a delineare nettamente che cosa fosse l’Italia che allora ri-sorgeva e ritrovandola
nella sua ispirazione ed adesione ai valori liberali e democratici del moto risorgimentale ed
unitario.

Rilevante fu l’attività di Giacomo Perticone che nel 1938 si era interessato di GRUPPI E PARTITI
POLITICI NELLA VITA PUBBLICA ITALIANA ed in seguito lavorò molto sui temi del socialismo, del
comunismo, delle Internazionali, sulla vita e la classe politica nell’Italia contemporanea.

Perticone sostenne, in polemica col Croce, l’autonomia disciplinare della storia contemporanea.

Carlo Zaghi coltivò con uguale impegno la storia dell’Africa, anche in relazione all’imperialismo
europeo ed all’espansione coloniale italiana.

IL PROBLEMA DELLA CONTINUITÀ FRA ITALIA FASCISTA E POST-FASCISTA

Sarebbero da ricostruire il ruolo e gli effetti del dibattito politico svoltosi intenso nel paese e nelle
istituzioni fin dai primissimi anni dell’Unità.

Poco frutto diede la discussione sul problema della continuità o discontinuità del regime post-
bellico col precedente periodo fascista. Già nell’immediato dopo-guerra, le due opposte tesi
furono variamente formulate. Quella della discontinuità fu sostenuta da storici di varia tendenza
politica ed argomentata essenzialmente con l’ “ingresso delle masse” nella vita dello Stato italiano
attraverso i grandi “partiti di massa” cattolico, comunista, fascista.

La tesi continuista puntava sulla persistenza di elementi istituzionali e sociali, di apparati


burocratici, di gruppi di potere, di comportamenti e mentalità.

Si ritornava così sul problema del rapporto tra fascismo ed essenza originaria della storia
nazionale italiana in Fortunato e in Cusin.

Il lavoro storico delle nuove generazioni proseguì a prescindere da tale presunta o reale questione
di fondo. Si mirò a stabilire date periodizzanti anche per penetrare nell’intimo del rapporto fra
storia italiana e fascismo. Così è con il giudizio del Romeo sull’effettiva rottura della trazione e
dello spirito risorgimentale solo nel corso e per effetto della seconda guerra mondiale, quando
sopravvennero “una radicata sfiducia nelle virtù e capacità del popolo e della nazione italiana ad
operare nel mondo moderno, il declino dello spirito militare e dell’orgoglio nazionale, la crisi
evidente del senso dello stato, lo scetticismo e la sfiducia nella capacità educativa della scuola”.

LE NOVITÀ DI ROMEO

Le novità effettivamente maggiori per la storia contemporanea dell’Italia non vennero da questo
aggrovigliarsi di problemi. Vennero da iniziative individuali che balzarono subito al centro delle
discussioni e della ricerca.

Così fu per Rosario Romeo che diede subito, con IL RISORGIMENTO IN SICILIA (1950), una più
che persuasiva dimostrazione del suo talento storico. Egli vi svincolava la storia siciliana dal
fuorviante predominio del problema dei rapporti fra l’isola e Napoli; riportava il rinnovamento
siciliano al riformismo borbonico dell’ultimo ventennio del XVIII secolo; metteva in luce sia una
resistenza alle istanze di rinnovamento molto più forte e duratura, sia una società siciliana più
preparata ad accogliere le idee nuove del periodo risorgimentale di quanto si pensasse, oltre che
le oggettive ragioni di una profonda tensione sociale.

In due saggi del 1956 apparsi sulla rivista “Nord e Sud”, Romeo confutò poi la tesi gramsciana del
Risorgimento come “rivoluzione agraria mancata”. Questa espressione non è di Gramsci, ma
esprime il succo del suo pensiero nella vulgata gramsciana.

I primi vent’anni dell’unità avevano consentito un forte progresso dell’agricoltura e una


“accumulazione originaria” di capitale per cui negli anni Ottanta del XIX secolo si era potuti
passare a dotare il paese di infrastrutture moderne, come le ferrovie, che agevolarono la
commercializzazione dei prodotti agricoli e l’orientamento ad investire i profitti di questa fase nel
settore industriale. Ne risultarono sacrificate le campagne rispetto alle città e il Mezzogiorno
rispetto al Nord.

Nella visione di Romeo, soltanto così, l’organismo economico nazionale avrebbe acquisito la forza
per provvedere anche alle campagne ed al Mezzogiorno. La tesi di Romeo sconvolse il campo
gramsciano in quanto ne attaccava le vedute sulla storia dell’Italia risorgimentale ed unita su più
piani, da quello della politica sociale a quello della politica economica e fiscale.

La meschina politica di un paese guidato da classi politiche e dirigenti ispirate da rozzi criteri
egoistici di profitto e di dominio si trasformava in una politica lungimirante di modernizzazione e
sviluppo di quel paese, malgrado tutto quel che questo potesse significare per quelle classi
dirigenti e per le classi popolari.

Romeo inseriva il problema della trasformazione del paese nell’ambito degli studi internazionali di
economia dello sviluppo, che nel dopoguerra erano andati raggiungendo la piena maturità. In
seguito Romeo svolse un’attività storiografica di un grande impegno non solo sulla storia
dell’Italia risorgimentale, ma ancora ancora sulla storia economica, politica e culturale dell’Italia
unita e su idee e momenti della storia moderna.

A questi studi, egli accompagnò un’attività di recensione di opere maggiori e minori della
storiografia italiana ed europea, che gli diedero le vesti e le funzioni di “guardiano della
storiografia” contro le mode, gli ideologismi, le derivazioni politiche, le errate prospettive di
metodo ricorrenti nella storiografia dei suoi anni con crescente frequenza non solo ai suoi occhi.

L’attività di Romeo culminò poi nell’ampia biografia CAVOUR E IL SUO TEMPO. Si trattò della
prima biografia davvero totale e globale dello statista piemontese, scritta con viva partecipazione
passionale ed ideale al mondo laico e liberale, di cui Cavour è visto come uno dei massimi
esponenti.

RENZO DE FELICE

L’attività di storico di Romeo “rimane una delle vette più significative della storiografia italiana del
secolo ventesimo”. Altrettanto si può dire per Renzo De Felice che fu portato alla ribalta degli
studi storici italiani da una biografia.

I quattro volumi del suo MUSSOLINI offrirono ben più di quanto l’idea di una biografia possa
suggerire. Sul piano biografico, l’opera era nata con l’intento di approfondire la figura di Mussolini
sul piano documentario ed al di fuori degli schemi ideologici e di parte con cui fino ad allora la si
era considerata.

De Felice si era volto a questo tema nella scia di un precedente lavoro, che gli era stato
commissionato, sulla STORIA DEGLI EBREI ITALIANI SOTTO IL FASCISMO e che lo condusse
spontaneamente a concentrare la sua attenzione sulla figura del Duce. Già nel secondo volume
dell’opera, IL FASCISTA, l’interesse più propriamente biografico del primo volume si ampliò fino a
trasformare l’opera in una dettagliata storia del fascismo, che coincideva in alta misura con una
storia d’Italia nel periodo fascista e coincideva con una storia del tempo di Mussolini.

Il nuovo e ben più complesso lavoro venne sorretto da una documentazione di straordinaria
vastità, che a distanza di decenni ha continuato a rendere le note a piè di pagina di De Felice un
imprevedibile, amplissimo serbatoio di fonti e di spunti di ricerca per il periodo trattato. Né De
Felce mancò di sviluppare in varie occasioni l’idea che gradualmente si veniva facendo di
Mussolini in un’interpretazione generale del fascismo.

De Felice aveva solo il grande merito storiografico di mettere in evidenza che il fascismo e
l’avventura mussoliniana avevano risposto a precise circostanze storiche in modi che non
potevano essere tenuti ed interamente ridotti a quelli di una bieca ondata di violenza reazionaria, e
neppure a quelli delle ideologie o dottrine di cui il fascismo e Mussolini si erano fatti banditori.

L’opera di De Felice forniva agli studi storici che si facevano sempre più strada in tutta la
storiografia del tempo, uno dei punti di riferimento più autorevoli a livello mondiale.

Al contrario di Romeo, che non fece “scuola” nel senso accademico ed universitario, la vasta e
profonda influenza di De Felice si esercitò in modo spontaneo e crescente, egli fu a capo di una
“scuola” numerosa e notevole, “in larghissima parte dedita allo studio del fascismo, molto
operosa e composita, solo in parte riconducibile ad un progetto revisionistico, che si è mossa con
sensibilità, interessi e risultati diversi, fornendo contributi che sono entrati a far parte della cultura
storiografica italiana ed internazionale”, sicché “convergenze e divergenze con i risultati e le
interpretazioni di questa scuola si sono di volta in volta prodotte da parte di studiosi e correnti
storiografiche di diversa ispirazione”.

Nell’area De Felice si distinsero allo stesso modo altri studiosi, fra i quali Eugenio di Rienzo e
Paolo Simoncelli.

PRESCINDENDO DA SCUOLE E GENERAZIONI

Un panorama degli studiosi italiani che procedesse per scuole non darebbe però il senso del
grande fervore e del grande sviluppo tematico e metodologico di questo campo storiografico in
Italia. Un semplice elenco di nomi come Silvio Lanaro, Nicola Tranfaglia, Aurelio Lepre, Vittorio
Vidotto, Lucio Villari e Renato Moro.

LA STORIA ECONOMICA E DEMOGRAFICA


Un settore di grande rilievo fu quello della storia economica che si sviluppò su più linee in
prosecuzione degli studi precedenti sull’economia italiana dell’età dei comuni e delle signorie; sul
suo declino post-rinascimentale e sulla “crisi generale” del Seicento.

A parte problematiche e periodizzazioni, si trattava di una crescita generale della disciplina nel
quadro degli studi storici italiani, concordemente rilevata da coloro che se ne occuparono.

Luigi De Rosa, nel convegno del 1967 della Società degli storici italiani, si rallegrava che nel
ventennio post-bellico “la storia economica, un tempo considerata tutt’al più e dai più benevoli
“ancilla historiae”, fosse ora entrata per la porta principale nel Regno di Clio”.

A sua volta Ruggiero Romano, studioso, di forte personalità ed esperienza, nonché di singolare
profilo, dopo aver affermato addirittura che “alla fine della seconda guerra mondiale la situazione
della storiografia economica italiana era disastrosa”, notava che quando egli scriveva “la lista dei
nomi di calibro internazionale era di primissimo piano” e che “un enorme recupero era stato
compiuto”. Al Romano non pareva che gli storici economici italiani avessero fatto di più e temeva
che senza una originale iniziativa in fatto di approfondimento delle tematiche trattate e di
innovazioni concettuali, “tra venti o trent’anni una nuova generazione sarebbe stata costretta a
sacrificarsi per effettuare un nuovo recupero”.

Per il periodo risorgimentale ed unitario, una notevole attività svolse Carlo Maria Cipolla in
relazione anche a grandi opere da lui curate per editori stranieri. Cipolla raccolse i principali frutti
del suo lavoro nel volume SAGGI DI STORIA ECONOMICA E SOCIALE (1988), ma aveva pure
pubblicato una STORIA ECONOMICA DELL’EUROPA PREINDUSTRIALE (1974).

A quarant’anni dalla fine della guerra, gli studi storici italiani si muovevano anche nel campo della
storia economica molto attivamente ed in costante contatto con le più sviluppate storiografie
estere, con apporti di ricerca e di metodo decisamente apprezzabili.

È senz’altro molto significativo che anche per questo settore storiografico si facessero sentire e si
formulassero dubbi di fondo equivalenti a quelli che abbiamo notato per la storiografia dell’età
antica, medievale e moderna.

Luigi De Rosa concludeva la sua relazione del 1986 sottolineando “un pericolo” in cui la
storiografia economica dell’età contemporanea poteva facilmente incorrere.

LA STORIA GIURIDICA

In un altro grande campo storiografico, quello della storia del diritto, la polemica contro
l’idealismo filosofico, ossia contro Gentile e contro Croce, caratterizzò gli studi italiani dopo la
guerra con punte di asprezza non minori che in altri campi. Poiché per Croce il diritto rientrava
appieno nel campo della pratica politica e nella categoria dell’economico o utile, la storia del
diritto avrebbe dovuto per questo verso rientrare altrettanto pienamente nel campo della storia
politica e sociale.

Il Calasso conferì piena autonomia allo studio del medievale diritto comune staccandolo
definitivamente dagli studi romanistici e vedendo in esso una creativa sintesi della tradizione
romana con le esigenze che aveva fatto valere la Chiesa.

Paradisi, oltre a dare con MASSARICIUM IUS (1937) un contributo molto importante alla storia del
regime delle terre e delle persone nell’economia altomedievale, aprì con una STORIA DEL
DIRITTO INTERNAZIONALE NEL MEDIOEVO (1940) un campo pressoché nuovo per la
storiografia giuridica.

Rilevanti su questo piano sono state la figura e l’attività di Paolo Grossi: a lui si deve
l’elaborazione del concetto di un “diritto senza Stato”, fondato sulla nozione di autonomia come
base dell’ordine giuridico medievale, per cui nella sintesi giuridica operata spontaneamente a
livello sociale e culturale nel Medioevo, egli ha visto una salvaguardia di istanze e valori che nel
diritto positivo degli Stati moderni sono stati alterati da incongrue mitizzazioni di valori e
procedure.

Un altro impulso rinnovatore è venuto dalla trasposizione dello storico del diritto dal campo dei
testi legislativi o delle “fonti del diritto” al campo degli organi giurisdizionali cui l’amministrazione
del diritto è confidata e allo studio della prassi sociale e politica dell’amministrazione giudiziaria.

Molti parrebbero i nomi da fare come Antonio Marongiu, Ennio Cortese, Adriano Cavanna. In ogni
caso è chiaro il notevolissimo avanzamento degli studi che non solo hanno dato autonomia al
diritto comune alla storia del diritto romano, ma ne hanno ampliato la materia fino all’età moderna
e contemporanea.

È quasi paradossale che la storia del diritto continui ad essere un ambito in cui è meno facile che
in altri campi ritrovare punti di orientamento generalmente convenuti, anche quando non
prevalenti.

LA STORIA DELLE DONNE

Un impulso potente venne dai movimenti femministi di questi anni. Dare alla presenza femminile
nella storia il dovuto rilievo e fondare al riguardo un’autonoma disciplina storiografica riuscì meno
facile facile di quanto si potesse pensare, ma fu importante che si iniziasse con ricerche di storia
contemporanea.

Si trattava di dare al tema dello studio - la donna - un significato storico diverso da quello
tradizionale, per cui di donne si era parlato sempre nelle storie di tutti i tempi e di tutti i paesi. Si
trattava di evitare assolutamente di ridurre l’interesse della presenza storica femminile ai casi
trasgressivi della pazzia, della prostituzione, della stregoneria o magia e dell’amante, della
mantenuta, della carità, dell’assistenza, della vita religiosa.

Il problema era di far sì che la storia delle donne vivesse come storia di genere, ossia come storia
complessiva dell’universo femminile nella quotidianità, nel vissuto quotidiano dell’intero genere
umano in quanto effettivamente convissuto umano di uomini e donne.

Le due prospettive della separatezza tra una storia delle donne come storia di genere ed una sua
immersione nelle reti di relazioni in cui le donne concretamente vivono avrebbero continuato a
farsi valere ed a contrapporsi all’incremento di questi studi. Nel 1989 sarebbe anche stata fondata
la Società italiana delle storiche.

Il problema di questo settore storiografico portò a ricercare metodi e categorie specifici


nell’esperienza femminile nei diversi periodi e nelle diverse realtà storiche, nonché secondo i vari
livelli di ciascuna realtà e la diversità delle posizioni femminili.

DONNE E FEDE. SANTITÀ E VITA RELIGIOSA (1994), di Lucetta Scaraffia e Gabriella Zarri, dava
una chiara dimostrazione della maturità effettiva che questa branca degli studi storici aveva
raggiunto in Italia e che poi sarebbe proseguita con sempre nuove conferme e senza interruzione,
negli anni seguenti.

GRANDI OPERE, STORICI ITALIANI E STRANIERI

In alcuni casi le storie italiane di autori stranieri non solo hanno avuto larghissima fortuna
editoriale, ma sono rimaste a lungo a far testo sui temi in esse trattate.

Gli storici inglesi ed americani che hanno studiato i più vari temi della storia italiana sono stati
davvero molti, a cominciare da Fernand Braudel e Jacques Le Goff. Non pochi di questi storici
stranieri hanno pure conseguito in Italia solide e durature posizioni accedemiche.

Va notato subito che in Italia lo studio della storia di altri paesi è venuto crescendo nella seconda
metà del XX secolo in misura davvero ragguardevole, contrastando così una molto lunga assenza
o insoddisfacente presenza degli storici italiani su questo piano.

Il generale progresso degli studi storici italiani si è potuto anche vedere in un caso significativo
come quello della redazione di storie “universali” o “generali”. Delle CAMBRIDGE HISTORIES
sono state tradotte sia l’antica, la medievale e la moderna che quella economica.

Imprese di tipo particolare furono nello stesso periodo le grandi storie di città. Precedette le altre
la grande STORIA DI ROMA, cominciata a pubblicare nel 1938 nello spirito di esaltazione della
romanità allora imperante e proseguita dopo la guerra.

Dopo la guerra si ebbero dal 1953 al 1962 una STORIA DI MILANO, una STORIA DI NAPOLI nella
cui scia sarebbero nate poi varie storie cittadine, in particolare di Venezia, di Torino.

Ebbe molto corso la storia di varie parti d’Italia, come la STORIA DEL MEZZOGIORNO, diretta da
Galasso e Romeo, la STORIA DELLA SICILIA e la STORIA DELLA CULTURA VENETA.

LA STORIA D’ITALIA

Può essere considerato molto significativo che le opere complessive di maggiore successo
editoriale e più presenti nel dibattito culturale del tempo furono quelle dedicate alla storia d’Italia.

Prima della guerra si era avuta una STORIA POLITICA D’ITALIA in vari volumi che nel giro di pochi
decenni ebbe tre redazioni, di rilievo scientifico e culturale crescente.

Una storia d’Italia in più volumi si era pure proposto nel 1922 Gioacchino Volpe, che ne pubblicò
allora un PROGRAMMA E ORIENTAMENTO. Per Volpe, il punto di partenza era intorno al Mille,
quando si poteva ormai scorgere un popolo italiano come attivo soggetto storico.

L’inizio della storia d’Italia veniva di fatto riportato, secondo la già vista indicazione del Volpe, agli
inizi del secondo millennio cristiano.

LA “STORIA D’ITALIA” EINAUDI

Una novità effettiva fu la STORIA D’ITALIA edita fra il 1972 e il 1976 dalla Einaudi, in cinque volumi
concepita da Corrado Vivanti e Ruggiero Romano. L’iniziativa si diceva promossa per le profonde
trasformazioni dell’Italia dopo la guerra, nonché per i non meno rilevanti cambiamenti che nello
studio del passato faceva registrare la più recente storiografia.

L’opera adottava come punto di partenza la caduta dell’impero romano. Poi si procedeva
progressivamente con parti distinte sulla storia politica e sociale, la storia religiosa, la storia della
cultura, la storia economica e L’ITALIA FUORI D’ITALIA, ossia l’Italia vista dell’esterno.

Era un esame dei “caratteri originali” dai punti di vista dai quali si voleva osservare la storia
italiana: i quadri ambientali, la vicenda del suolo, la storia agraria, la tipologia economica, il diritto,
le forme del potere e le gerarchie e classi sociali, il folklore e la magia e la religione, la lingua e la
letteratura, la scena teatrale, lacerazioni e contrasti, il carattere degli italiani. Era un esame
orizzontale di tutta la storia italiana.

Ciò ebbe una grande eco nell’opinione politica del paese, non solo di sinistra, ma anche cattolica
e di altra ispirazione. Si era bene avvertito che l’iniziativa nasceva da una visione esplicitamente
ed ancor più intimamente critica della storia italiana nei suoi esiti politici e sociali, nonché come
un contributo che si voleva portare alla coscienza del paese sotto questo aspetto: ragion per cui
la discussione che si svolse intorno alla STORIA einaudiana fu fortemente condizionata anche da
tale ragione politica.

Storiograficamente, fatte tutte le possibili critiche al piano e all’ispirazione dell’opera, rimane


fermo che essa offrì alla storiografia italiana una serie di studi e di idee di notevole consistenza.

Sarebbe stato da osservare che nell’opera si presentavano i frutti del costante ampliamento ed
aggiornamento degli studi storici italiani, di cui l’opera offriva una possibilità di consuntivo.

Il successo commerciale fu grande. Dal 1978 seguì ad essa una serie di ANNALI, dedicati
all’approfondimento di temi e problemi particolari, mentre già dal 1977 era stata avviata la serie
LE RAGIONI DALL’UNITÀ A OGGI.

LA “STORIA D’ITALIA” UTET

Un criterio del tutto diverso ispirò la STORIA D’ITALIA della Utet. Il progetto nacque dall’idea di
Galasso (lo scrittore di questo libro) di una “storia degli antichi Stati italiani”, che avrebbe dovuti
trattare le vicende dei maggiori Stati italiani nell’età moderna fino all’unificazione. La proposta fu
accettata, ma poi l’editore preferì optare per una STORIA D’ITALIA.

Fu mantenuta viva l’idea di rifarsi alle concrete entità ed unità politiche succedutesi sul territorio
italiano nel corso dei secoli; fu adottata la discesa dei Longobardi al di qua delle Alpi, considerata
come il vero atto di rottura della tradizione romana e l’origine specifica di vari aspetti della storia
d’Italia, per delineare i tratti comuni e mettere in evidenza l’unità nelle diversità delle vicende del
paese; furono previsti volumi di raccordo tra le varie storie dei singoli Stati e realtà politiche.

Si trattava di un progetto ispirato al “carattere multinazionale della storia nazionale italiana” quale
si presenta per tredici secoli dall’invasione longobarda all’unificazione del 1861.

La storia dell’utes ebbe anch’essa un successo commerciale notevole e duraturo.

ALTRE STORIE D’ITALIA

Molte altre iniziative di storie d’Italia fiorirono negli anni. Molto più consistente delle altre fu la
STORIA DELLA SOCIETÀ ITALIANA, dell’editore Teti di Milano, con una folta direzione. Con essa
si tornava al vecchio criterio che iniziava la storia d’Italia dal periodo più antico, già dal IV
millennio a.C., ma si manteneva la multisettorialità della trattazione, estesa all’ambiente, alla
tecnica, alle più varie espressioni e manifestazioni della vita sociale.

RUGGERO ROMANO E LA SUA NUOVA “STORIA D’ITALIA”

Il caso più interessante fu la STORIA D’ITALIA dell’editore Bompiani che alla fine degli anni
Ottanta fu progettata e diretta da Ruggero Romano, con un’assai sorprendente decisione,
considerando la sua paternità della STORIA D’ITALIA di Einaudi.

La nuova STORIA di Romano non faceva alcun esplicito accenno alla STORIA einaudiana. Essa
recava in quattro pagine di una premessa intitolata PER UNA STORIA D’ITALIA la conferma di uno
dei criteri di base dell’opera precedente: in Italia il paese è vecchio, la nazione è giovane.
Confrontava la storiografia italiana con quella europea e distingueva due storiografie: “una
orgogliosa, una complessata”.

La prima rivendicava l’antichità non solo della nazione, ma anche dello Stato nazionale; la
seconda era tormentata dal dubbio sulle proprie origini nazionali e statali: un dubbio che poteva
riguardare molti altri paesi europei.

Nel dopoguerra l’Italia, diceva Romano, era passata dalla depressione post-bellica, che la faceva
considerare secondo una vieta ottica di commiserazione per le sue antiquate caratteristiche, al
successo mondiale mondiale del suo “miracolo economico”, con i prodotti italiani diffusi in tutto il
mondo ed infine agli “anni di piombo”, che avevano fatto tornare la commiserazione, ma facendo
eccezione per la letteratura, l’economia.

Del “modello italiano” Romano ravvisava due tipi: uno romano-imperiale ed uno comunale-
mercantile, il primo imposto con le armi, l’altro per via pacifica. Entrambi comprendevano tutti gli
aspetti e momenti della vita sociale, dall’organizzazione politica a quella economica. Il secondo
modello italiano era tramontato col Rinascimento. In seguito i modelli erano stati importati
dall’estero.

LE STORIE DELL’ITALIA CONTEMPORANEA

Un cenno particolare merita la STORIA DEL RISORGIMENTO E DELL’UNITÀ D’ITALIA di Cesare


Spellanzon della quale egli pubblicò cinque volumi di grosso formato. L’opera si distingue per
l’ampiezza narrativa, la ricchezza documentaria e l’equilibrio dei giudizi e delle ricostruzioni.

Tra la STORIA DELL’ITALIA CONTEMPORANEA, diretta da Renzo De Felice e la STORIA


DELL’ITALIA REPUBBLICANA, a plurima direzione e coordinata da Francesco Barbagallo, vi
furono anche altri tentativi e ancora di più ve ne furono in seguito.

La fitta produzione di scritti di ogni ampiezza sulla storia dell’Italia unita e post-fascista e
repubblicana è andata poi ancora infoltendosi negli anni Novanta e seguenti. Si è trattato di un
grande esame di coscienza collettivo, cominciato già dagli inizi stessi e durante il fascismo e ne
sarebbero rimaste varie opere storiograficamente di rilievo come quella di Angelo Tasca,
pubblicata a Parigi in francese nel 1938 ed in italiano nel 1950, NASCITA E AVVENTO DEL
FASCISMO.

STORIE D’ITALIA AD UNICO AUTORE

Più rare furono a lungo le storie complessive d’Italia dovute a singoli autori. Il SOMMARIO DELLA
STORIA D’ITALIA del Salvatorelli andava dai tempi preistorici ai nostri giorni e continuò ad avere
un suo particolare luogo di autorevolezza e prestigio la voce che Gioacchino Volpe scrisse nel
1932 per l’ENCICLOPEDIA ITALIANA.

Per l’occasione di questa riedizione, Volpe richiamò la polemica del Croce sull’unità della storia
d’Italia, ribadendo non solo possibilità, bensì anche la legittimità di una storia dell’Italia prima della
sua unificazione e prima che il pensiero dell’unità cominciasse a diventare, col Risorgimento, un
pensiero storicamente attivo. Oltre la storia dell’Italia già fatta, c’era la storia di “una Italia che si
fa, che cresce, che dà segni di sé sempre più chiari, in virtù di spinte interiori ed anche esterne ed
avverse, che acquista coscienza di sé, alimentando negli italiani certo orgoglio di fronte agli altri
popoli, non so se più come italiani o più come discendenti di Roma, ed essi soli discendenti”.

Il Volpe rimandava per il prosieguo della sua STORIA alle sue PAGINE RISORGIMENTALI che
raccoglievano studi di anni diversi e lontani.

Dopo la guerra, la storia italiana fu spesso riconsiderata nel suo insieme da singoli autori, a
cominciare dal Cusin con la sua ANTISTORIA.

Dopo la guerra, fra varie altre scritture fin troppo evidentemente legate al loro momento storico,
merita di essere ricordato il breve opuscolo DELLA STORIA D’ITALIA, che Carlo Antoni scrisse
nell’estate del 1943 e che fu da lui pubblicato a Roma nel 1947. E ciò venne ad assumere quando
fu scritto, che si rivela appieno nei “terribili interrogativi” e nelle “temute incognite” con cui il
saggio si chiude circa l’idoneità italiana a reggersi in unità e libertà.

Anche Rosario romeo scrisse scrisse nel 1978 una voce enciclopedica sulla storia d’Italia, poi
raccolta nel volume ITALIA MILLE ANNI. DALL’ETÀ FEUDALE ALL’ITALIA MODERNA ED
EUROPEA. Cominciando non dal Mille, ma dal 476 d.C., il testo dedicava uno spazio
proporzionalmente maggiore al periodo dal 1945 in poi.

LE STORIE DI RODOLICO E PROCACCI

In seguito le prove personali più notevoli le offrirono uno storico di vecchia ed uno di nuova
generazione, Niccolò Rodolico e Giuliano Procacci, entrambi scegliendo lo stesso titolo: STORIA
DEGLI ITALIANI.

Entrambi gli autori concordarono pure nel presupporre che quella nuova Italia post-Mille avesse
un fondamento romano: per Procacci non solo nella struttura materiale del paese, né solo per “la
grande tradizione della cultura classica” che gli italiani via via recuperarono, bensì per “certe
strutture e permanenze più profonde che neppure la grande rivoluzione del cristianesimo è
riuscita a cancellare completamente”; per Rodolico, elementi di sopravvivenza della romanità che
non sono di ordine politico ed istituzionale, ma sociale, quali la famiglia e la struttura familiare,
l’ordinamento della proprietà privata ed in particolare fondiaria, le pratiche agrarie e
manifatturiere, la progressiva trasformazione del diritto romano antico nel nuovo “diritto comune
italiano”, così come della parlata latina in quella italiana.

Diverso era lo spirito informatore delle due opere: un non banale e non acritico compiacimento
per il progressivo affermarsi del popolo italiano e dell’Italia unita come potenza nel quadro
europeo, in Rodolico; un occhio più attento alle vicende sociali e culturali, in uno spirito di
evidente gramscismo, in Procacci.

Il problema che i due storici si erano proposti di risolvere col titolo delle loro opere rimaneva
tuttavia del tutto irrisolto. Vi si parlava di “italiani”, ma non si cessava mai di vederli e trattarli
nell’ambito delle varie strutture politiche, sociali, istituzionali, culturali in cui essi avevano vissuto.
L’Italia respinta dalla porta tematica per il proposito degli autori di trattare nei loro libri della sua
gente e non di essa, vi rientrava molto largamente non già soltanto dalle finestre tematiche che
essi via via aprivano nel corso della trattazione, ma dalla stessa porta tematica principale.

È da notare che Rodolico, fermandosi con la sua STORIA alla fine della guerra del 1918, vi
apponeva un paragrafo in cui non si rinunciava a spingere avanti lo sguardo per vedere come era
finita l’eredità della conclusione del 1918. Rodolico pensava che si dovesse “risalire alla fine
dell’800 ed al principio del ‘900”, quando si era formato, nella vita unitaria del paese, un “popolo
nuovo”, con “una borghesia che nella sua elevazione trae con sé un proletariato che acquista una
sua coscienza operaia” e relativi contrasti sociali e politici.

Nell’ “afflosciamento dei partiti” venne fuori il fascismo, che infranse il trinomio risorgimentale di
unità, indipendenza e libertà, lasciando cadere quest’ultima e che non poteva essere considerato
solo una parentesi nella storia del paese e non riuscì ad asservire tutti gli italiani, che ad esso
resistettero in molti fin dall’inizio del regime, né fece tutto male, anche se l’opera del fascismo era
stata travolta e ridotta in rovina dalla nuova guerra.

“La conciliazione è storia viva”, concludeva Rodolico, mettendo allo scoperto il suo spirito di
fervente cattolico.

Nel breve paragrafo conclusivo è evidente l’imbarazzo dell’autore che sente il peso della rinuncia
a trattare del mezzo secolo post- 1918, in cui aveva vissuto la seconda parte della sua vita.

In realtà, si esprimeva il dramma etico-politico e lo smarrimento culturale e storiografico di chi


vedeva crollare o mutare il mondo borghese e nazionale, al quale il fascismo aveva dato la breve
certezza di aver trovato un saldo approdo e non riusciva ad intravedere abbastanza chiaramente
un nuovo avvio: quasi un bilancio generazionale di borghese e di studioso deluso e disorientato.

La STORIA del Procacci si concludeva con alcune pagine in cui la vigorosa passione politica dello
storico traboccava apertamente. Non solo era “difficile, data la prospettiva ravvicinata e
deformante”, narrare gli “sviluppi della situazione politica italiana dal 1948” in poi, ma “anche
inutile”, poiché sul piano della politica interna era continuato il “predominio della Democrazia
cristiana e del suo moderatismo”, in politica estera il “costante allineamento sulle posizioni
dell’atlantismo filoamericano”.

NELLA TRADIZIONE NAZIONALE: IL “POLITICO” COME “POTERE”

La storiografia italiana si era di molto rafforzata nei decenni post-bellici. E tutto ciò a non contare il
forte potenziamento delle discipline storiche nell’università, che andava sempre più diventando
una “università di massa”, l’editoria che dalle riviste alle collane e alle “grandi opere” faceva Alloa
storia uno spazio di gran lunga maggiore che in precedenza, la crescita di istituti e centri di ricerca
anche fuori dell’università.

Questo rafforzamento della storiografia italiana è proseguito nei decenni successivi sia con gli
studiosi che a cavallo tra XX e XXI secolo hanno raggiunto la piena maturità della loro figura e di
intellettuali e di storici.