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TESTI E SAGGI

RINASCIMENTALI
gh

LODOVICO DOLCE

DIALOGO
DIALOGO DEL MODO DI ACCRESCERE E CONSERVAR LA MEMORIA

DEL MODO
DI ACCRESCERE
E CONSERVAR
LA MEMORIA

a cura di
ANDREA TORRE

EDIZIONI
DELLA
NORMALE
SCUOLA NORMALE SUPERIORE
PISA 2001
gh

I
VI A. TORRE
TESTI E SAGGI
RINASCIMENTALI
SCUOLA NORMALE SUPERIORE
PISA
I

Collana diretta da
LINA BOLZONI
VI A. TORRE
LODOVICO DOLCE

DIALOGO
DEL MODO
DI ACCRESCERE
E CONSERVAR
LA MEMORIA

a cura di
ANDREA TORRE

SCUOLA NORMALE SUPERIORE


PISA 2001
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

ISBN 88-7642-103-3

Pubblicazione realizzata con fondi del Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica, nell'ambito
del programma Il sogno nella letteratura italiana del Rinascimento: studio delle tipologie e delle funzioni e costruzione di
un archivio informatico di parole e immagini.
DIVENIRE MEMORIA V

PREMESSA

Si inaugura, con il Dialogo del modo di accrescere e conservar la


memoria di Lodovico Dolce, una nuova collana che da un lato si
rifà a una tradizione che è stata viva e importante – la collana della
Scuola dedicata alla pubblicazione di testi umanistici inediti e rari␣ –
e d’altro lato intende allargare l’ambito cronologico, aprirsi alla
saggistica e all’edizione di testi che non sempre rientrano nelle tra-
dizionali divisioni disciplinari.
Vorrei dedicare questo progetto che prende vita al ricordo di
Paolo Fossati e al suo amore per i libri.

Lina Bolzoni
VI A. TORRE
DIVENIRE MEMORIA VII

Delle ombre che emersero


da tenebre profonde
ti sarà dolce al fine, anche se adesso è amara,
l’immagine e la lettera.
G. Bruno, Le ombre delle idee
VIII A. TORRE

a Luigi e Andrea
DIVENIRE MEMORIA IX

DIVENIRE MEMORIA

Mostra, quasi d’onor vestigi degni,


Di non brutte ferite impressi segni.
T. Tasso, Gerusalemme liberata

I. «I dèi cangiati in nuove forme io canto»

Egli si vede non rade volte avenire, nobilissimo Messer Giacomo, che per
difetto della natura, liberale a pochissimi delle sue grazie, o di altro impedi-
mento, che sia in noi, molti huomini prudenti e in qualche studio di lettere
esercitati, non possono i loro concetti, sì come essi gli hanno nell’intelletto,
così di fuor con la lingua esprimere perfettamente. La qual cosa, sì come è
compassionevole, così veramente è degna di scusa. Ma coloro i quali da folle
licenza mossi hanno ardimento di mandare a gli inchiostri le loro invenzioni,
senza ordine et ornamento, e senza sapere con qualche piacevolezza dilettare
l’animo di chi legge, sono sempre stati e debbono meritamente esser ripresi.
Il che se è difficile (ché nel vero esser si vede) molto più è da credere, che
difficile cosa sia lo esprimere o con parole, o con inchiostro i concetti d’al-
trui, di maniera che non si offenda né l’intelletto di chi gli legge, né l’orecchie
di chi gli ascolta; percioché fa di mestiero che noi quasi un’altra lingua e quasi
(se far si può) un’altra natura prendiamo. Non è dunque di sì poca importan-
za, come alcuni stimano, l’officio di tradurre un libro d’una lingua in un’altra
in modo che si possa comportevolmente leggere1.

Dinanzi a queste parole gli attenti detrattori di Lodovico


Dolce2 non mancherebbero di rilevare come più di una volta l’au-

Desidero ringraziare Lina Bolzoni per i preziosi consigli che hanno reso possi-
bile la realizzazione di questo libro e Paola Barocchi per averlo accolto tra le
pubblicazioni della Scuola Normale. Questo lavoro nasce nel dialogo curioso e
complice con Stefano Tomassini.
1
Thyeste. Tragedia di messer Lodovico Dolce tratta da Seneca, Venezia,
Giolito 1547, lettera prefatoria «al Magnifico Messer Giacomo Barbo» [corsivi
miei].
2
La prima e tuttora più completa fonte di notizie biografiche su Lodovico
Dolce è E.A. CICOGNA, Memoria intorno la vita e gli scritti di messer Lodovico Dolce,
in «Memorie dell’I.R. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti», XI, 1862, 93-200.
Contributi più recenti, e tra loro differenti per tenore critico e finalità d’indagine,
ci sono stati offerti da: C. DI FILIPPO BAREGGI, Il Mestiere di Scrivere. Lavoro
X A. TORRE

tore veneziano abbia celato l’esistenza della «natura altra» da lui


assunta, presentando come creazioni originali testi che in realtà
sono la traduzione di opere scritte in latino da altri e già circolanti
nel ricco mercato editoriale veneziano. Il termine traduzione an-
drebbe però còlto nel suo significato etimologico, e più vasto, di
traductio, – trasferimento di strutture, di concetti e di forme – che
spazia dal grado minimo della trasposizione parola per parola a
quello massimo della riscrittura, implicando quindi quel naturale
moto di «accrescimenti e diminuzioni» che già Andrea Menechini
ravvisava nei volgarizzamenti del Dolce:

Onde il DOLCE merita ogni lode in aver seguito la strada de’ Moderni,
ponendovi per entro alcune coselle di suo, per farla parer più vaga senza
obligarsi alle parole, non avendo in pensiero, come egli stesso afferma nel
principio del Libro, di far una semplice traduzione, essendo malagevol cosa
ridurre una Lingua in un’altra di parola in parola, senza accrescimento, o
diminuzione3.

D’altronde la «strada de’ Moderni» nel variegato mondo del-


la cultura tipografica veneziana era anche quella che faceva della
citazione un atto automatico e della duplicazione di testi – tematica
e formale – una costante, come ben ci dimostra proprio uno dei
più irriducibili rivali del Dolce, quel Girolamo Ruscelli che, dopo
aver affermato in rapida successione che il dolciano Dialogo della
institution delle donne «è tutto del latino di Lodovico Vives, del
quale potevate almeno far pure qualche menzione», che con la
Vita del Boccaccio, in tutto e per tutto opera del Sansovino, il Dol-
ce ha «fatto del mantello saio, e non v’è paruto se non honorevole,
il soprascriverla per descritta da voi», e ancora che il libro delle
Osservationi grammaticali, essendo «piccolissimo e tutto di cose
altrui, si può chiaramente conoscere che non vi sia di vostro se
non la colla delle congiunture nel rappattumarlo», il Ruscelli, di-
cevo, non si è di certo fatto scrupoli nell’impossessarsi del com-
mento dolciano all’Orlando furioso e nel presentarlo – senza mai

intellettuale e mercato librario a Venezia nel Cinquecento, Roma, Bulzoni 1988,


passim; G. ROMEI, Dolce, Lodovico, in Dizionario biografico degli italiani, Roma,
Istituto della Enciclopedia Italiana 1991, XL, 399-405; R.H. TERPENING, Lodovico
Dolce. Renaissance Man of Letters, Toronto, University of Toronto Press 1997.
3
Delle lodi della poesia d’Omero, et di Virgilio. Oratione composta dall’Ec-
cellente Signor Andrea Menechini; il testo è in appendice alla seconda ristampa
di L. DOLCE, L’Achille, et l’Enea. Dove egli tessendo l’historia della Iliade d’Homero
a quella dell’Eneide di Vergilio, ambedue l’ha divinamente ridotte in ottava rima,
Venezia, Giolito 1572, 42.
DIVENIRE MEMORIA XI

nominare il Dolce – come propria annotazione in calce all’edizio-


ne del poema da lui curata nel 1556 per i tipi del Valgrisi4. Non
stupisca quindi più di tanto il fatto che nel mare magnum delle
traduzioni dolciane, accanto alle opere dei classici latini e greci
(questi ultimi tradotti dal latino) volgarizzate «per mostrar mag-
giormente a’ giovani la bellezza della nostra lingua, e la capacità
grande, che aveva di raccogliere in sé le bellezze di tutti gl’altri
idiomi», navighino anche libri che tra le loro carte velano testi
latini di autori più o meno contemporanei5; e non muova a scan-
dalo la naturalezza con cui il Dolce li ripropone ora a un maggior
numero di lettori, in quanto egli, conscio del fatto che l’aura del-
l’originalità non vale il «ben commune» (che, si badi, è sì quello
dei lettori ma anche quello dello stampatore, e di riflesso del lette-
rato suo collaboratore), traduce questi testi «perché si vegga quan-
to gli ingegni de’ moderni s’accostano a quelli de gli antichi»6 e
perché l’estraneità del grande pubblico alle lingue classiche non
pregiudichi la diffusione di opere degne d’interesse7.

4
G. RUSCELLI, Tre discorsi a Messer Lodovico Dolce, Venezia, Plinio
Pietrasanta 1553, 47-48; per la questione del commento all’Orlando furioso si
veda D. JAVITCH, Ariosto classico. La canonizzazione dell’Orlando furioso, trad. it.
Milano, Bruno Mondadori 1999, 92.
5
La citazione è tratta dalla voce Dolce, Lodovico, nella Historia delle Vite
de’ Poeti Italiani di Alessandro Zilioli, [Biblioteca Marciana Venezia, Ms. Ital., X,
118]. Sul problema della traduzione nel Cinquecento si vedano: W. ROMANI,
Lodovico Castelvetro e il problema del tradurre, in «Lettere italiane», XVIII, 1966,
152-179; B. GUTHMÜLLER, Fausto da Longiano e il problema del tradurre, in
«Quaderni Veneti», XII, 1990, 9-56.
6
Dolce giustifica così nella dedica «al molto Honorato e Virtuoso Messer
Angelo de’ Motti» l’accostamento delle epistole di Pico della Mirandola, Ermolao
Barbaro, Marsilio Ficino e Angelo Poliziano a quelle di Plinio il Giovane e del
Petrarca nella da lui curata raccolta di Epistole di G. Plinio, di Messer Francesco
Petrarca, del Signor Pico della Mirandola et d’altri eccellentissimi huomini, tradotte
per messer Lodovico Dolce, Venezia, Giolito 1548. Queste parole, che sembrano
evocare l’ormai prossima querelle fra Antichi e Moderni (su cui si veda J.A.
MARAVALL, Antiguos y Modernos. Visión de la historia e idea de progreso hasta el
Renacimiento, Madrid, Alianza Editorial 1986), sono seguite da una delle molte
prese di posizione dolciane a favore della traduzione: «Né penso che alcuno mi
debba recare a biasimo, perché io abbia posto le mani nelle cose del Petrarca,
padre e prencipe della polita Lingua Thoscana; sapendosi che le sue epistole
sono piene di dottrina, e di nobilissimi precetti morali, ma scritte (colpa di
quella rozza età) in così barbara lingua, che da pochissimi sono lette; né possono
elle per la mia traduzione perdere tanto, che non risplenda in esse alcun lume
del Divino ingegno e della mirabile eloquenza di cotale huomo in qualche parte
per aventura più chiaro, che non fa nel Latino».
7
Cfr. Dialogo dell’Oratore di Cicerone, tradotto per Messer Lodovico Dolce,
Venezia, Giolito 1547, cc. iiir-iiiiv: «Dall’altra parte considerando l’utile che
XII A. TORRE

L’intervento del Dolce sugli originali latini, almeno per quanto


riguarda le opere in prosa, procede infatti nella direzione di
un’attualizzazione delle tematiche, filtrate secondo un gusto più
moderno e più laico, e di una ridefinizione formale che attraverso
tagli, sintesi e aggiornamenti (di exempla e auctoritates) guida la
metamorfosi del testo dalla rigida e fredda struttura trattatistica
quasi sempre a quella più vivace e scorrevole del dialogo; entrambe
le operazioni mirano a innalzare il livello di comprensibilità del-
l’opera e ad allargarne il bacino d’utenza in nome della mèta ulti-
ma da raggiungere: un equilibrio tra utilità e diletto – attivo poi
anche in poesia – che sottragga il testo alla formula del trattato
cortigiano, finalizzato al piacere o all’edificazione di un ristretto
uditorio, e che ne sottolinei la volontà di giovare a un più ampio
pubblico. Non è tenendo «sempre in mano le bilance d’Aristotele»
e in bocca la lingua e «gli essempi di Virgilio e di Homero» che si
perviene al «dilettare, intento principalissimo del poeta»8, così come

dalla lezione di questo libro può venire a infiniti huomini, a i quali per qual si
voglia difetto è tolto di poter sentir ragionare Cicerone nella sua lingua (…);
dandomi a credere che se la traduzione non sarà di quella perfezione che si
converrebbe a sì degna opera, almeno si debbano trovare in lei due parti neces-
sarie: le quali sono (se non m’inganno) chiarezza ne i sensi e facilità nello stile, cosa
che io veggo fin qui in molte traduzioni desiderarsi. Con tutto ciò non sono io
cotanto arrogante che io presumi di avere non dirò espressa ma neppure in parte
alcuna addombrata la divina immagine di Cicerone (…); et ancho perché i
colori della nostra lingua non sono per aventura bastanti a questo ritratto. (…)
A quegli veramente che, come io odo, prendono disdegno che sì fruttuose vigilie
del Principe de gli oratori Latini siano fatte communi a tutta Italia, affermando
la mia essere fatica inutile e vana, rispondo che, serbandosi nelle traduzioni i
medesimi concetti, ragionevolmente ne segue che ’l medesimo profitto se ne
possa trarre in tutte le lingue, e tanto più nella regolata Thoscana, quando ella
è men corrotta e più ricca delle altre Italiane e Barbare. Là onde se bene alcuni
di questi tali ha doppo lunghi sudori appresa a gran pena qualche poca cogni-
zione d’alcuna parte di questo Dialogo, non però dovrebbe egli portare invidia
al ben commune, cioè che altri con poca fatica (mercè d’un bello intelletto) in
brieve tempo ne potessero intendere altretanto e più di lui» [corsivi miei].
8
Tutte le citazioni sono tratte dalla lettera «Ai Lettori» con cui il Dolce
introduce l’edizione da lui curata de L’Amadigi del signor Bernardo Tasso, Venezia,
Giolito 1560. Particolarmente significativo è un passo della lettera in cui il Dolce,
descrivendo il procedimento compositivo seguito da Bernardo Tasso, sembra
offrirci di riflesso un’immagine di se stesso impegnato nell’«officio di tradurre»:
«È ben vero che avendo il signor Tasso la invenzione col mezo di molte belle favole
trovate dal suo felicissimo ingegno, e con la disposizione, e con l’arte, ristringendo,
allargando, mutando, fatta di comune propria e sua particolare, non s’è obbligato
ad alcune cose che piacquero all’Ariosto, come di serbare la moralità ne’ principii
di ciascun canto, ma quelli è ito variando per maggior vaghezza».
DIVENIRE MEMORIA XIII

è di grande utilità, non solo per gli studiosi, «l’abbreviare e ridurre


in compendio i buoni autori (…), percioché ne i gran volumi la
memoria si perde e prima che’l legente pervenga al fine si scordano
le cose lette»9. Lungi dal voler sfidare l’originale con la resa di ogni
sua sfumatura semantica e poetica, l’«officio di tradurre», svolto
con assiduità e costanza dallo scrittore veneziano, è una tangibile
metafora della tensione, riscontrabile lungo tutta l’esperienza del
Dolce, tra la quotidiana necessità di calcare la scena povera della
cultura tipografica veneziana, e l’indefessa volontà – che della pri-
ma è l’esibita elaborazione, la declinazione poetica – di preservare
l’intelletto e le orecchie di un pubblico a cui sia concesso senza
limitazioni di poter «comportevolmente leggere» i libri; tra l’ inti-
ma curiosità per i meccanismi dell’arte letteraria, che lo portò a
sperimentarne, spesso con un volo senza rete, ogni luogo10 e ad
abitarne, con viva partecipazione, tutte le principali battaglie 11, e il

9
L. DOLCE, Somma di tutta la natural filosofia di Aristotele, Venezia, Sessa
1565 (anche in questo caso il passo appartiene alla lettera introduttiva del Dolce
«Ai Lettori»).
10
Dalla minuziosa analisi critica, che Claudia Di Filippo Bareggi condu-
ce, dell’universo editoriale veneziano nel Cinquecento emerge con definitiva
chiarezza l’oggettivo primato della produzione dolciana: in 36 anni di lavoro,
al servizio di pressoché tutte le tipografie della Laguna, Dolce diede alla luce ben
358 opere (96 originali, 202 lavori di edizione, 54 traduzioni e 6 traduzioni-
edizioni), fra le quali 263 si possono ascrivere al settore letterario e 29 a quello
storico, 25 sono invece i testi di interesse linguistico, 24 appartengono al ramo
della trattatistica, e infine 11 sono le opere esoteriche, 5 quelle filosofiche e una
sola d’argomento religioso. Differenziata fu chiaramente la distribuzione di
queste opere nel corso complessivo dell’attività del Dolce, così come sensibil-
mente differente per stagione fu la sua collaborazione con gli stampatori vene-
ziani, a testimonianza del fatto che il nostro autore fu attentissimo a cogliere
ogni cambiamento nei gusti del pubblico del tempo e particolarmente avvertito
nel leggere i rapporti di forza caratterizzanti il variabile mercato editoriale della
Repubblica (cfr. C. DI FILIPPO BAREGGI, Il Mestiere di Scrivere. Lavoro intellet-
tuale e mercato librario a Venezia nel Cinquecento, ed. cit., 58-60 e 323-327).
11
Dalla questione della lingua, in cui intervenne teoricamente, con I
quattro libri delle Osservationi Grammaticali, e praticamente, con la summa di
esempi intitolata Modi affigurati e voci scelte et eleganti della volgar lingua, ai
molti dibattiti proprî di una critica letteraria, che in Italia s’inaugurò nel 1535
proprio con La poetica d’Horatio, tradotta per Messer Lodovico Dolce; dalla dia-
lettica concernente la morfologia del genere tragico rinascimentale, a cui prese
parte con traduzioni e opere originali, alla querelle divampata intorno all’Orlan-
do furioso e più in generale intorno al rapporto fra epica classica e romanzo
moderno, querelle a cui prese parte con interventi critici [Orlando furioso di
Messer Ludovico Ariosto (…). Con una breve apologia di Messer Lodovico Dolcio
contra i detrattori dell’autore, Cravoto, Torino 1536; Orlando furioso di Messer
Ludovico Ariosto (…). Con una brieve dimostrazione di molte comparazioni et
XIV A. TORRE

‘dovere’ della presenza a fianco dei più influenti protagonisti di


una eccezionale stagione artistica, primo fra tutti quel «messer
Gabriello, a spese del quale», come al Dolce ricorda il Ruscelli,
«vivevate, e vivete voi»12.
Viva perché vitale e attiva, la presenza del Dolce sulla scena
veneziana è dunque una naturale conseguenza della rivoluzionaria
comparsa e del repentino sviluppo dell’arte mechanica della stam-
pa, ovvero di quella ri-produzione tecnica del libro che ha profon-
damente modificato i protagonisti del mondo della cultura, i loro
rapporti reciproci e i frutti di tali rapporti: l’autore, nel comporre
l’opera, tiene ora in costante considerazione il possibile lettore-com-
pratore che d’altra parte, con lo sviluppo quantitativo e qualitativo
dell’alfabetizzazione, tende ad assumere un atteggiamento più co-
sciente di fronte all’opera propostagli e aspira ad un ruolo sempre
più attivo nell’elaborazione del materiale letterario13; fra i due s’in-
sinua poi in modo decisivo la vera e propria creatura della «rivolu-
zione del libro»14, il collaboratore editoriale, colui che sonda gli

sentenze dell’Ariosto in diversi autori imitate, Venezia, Giolito 1542 – nell’ed.


Valvassori del 1566 la Brieve dimostrazione presenta numerose aggiunte –;
Eleganze, con un discorso sopra a mutamenti e diversi ornamenti dell’Ariosto, Sessa,
Venezia 1564] e opere di letteratura (Dieci canti di Sacripante, Zoppino, Venezia
1537; Le prime imprese del conte Orlando di Messer Lodovico Dolce, Venezia,
Giolito 1572).
12
G. RUSCELLI, Tre discorsi a Messer Lodovico Dolce, ed. cit., 5. Sulla vita
quotidiana nella casa-tipografia di Gabriele Giolito si veda S. BONGI, Annali di
Gabriele Giolito de’ Ferrari, Roma, Ministero della Pubblica Istruzione 1890, I,
V-LXXXIV.
13
L’invenzione e il successo editoriale delle Raccolte (di lettere e poesie
soprattutto) sono una significativa testimonianza di questa estensione della
pratica di scrittura letteraria, come possiamo vedere nella lettera del Dolce «Al
Signor Silvio di Gaeta», che fa da dedica alla raccolta, da lui curata, delle Lettere
di diversi eccellentissimi huomini, Venezia, Giolito 1554: «Non essendo,
eccellentissimo Signor mio, cosa veruna più in uso de gli huomini, di quello ch’è
lo scriver l’un l’altro, né più necessaria, né di maggior commodo, è nel vero da
maravigliare che per lungo tempo in questa nostra lingua volgare per molti, che
ci siano stati, dottissimi huomini e di nobile intelletto dotati, pochissimi abbia-
mo veduti riuscire a una lodevole perfezione. Ma questo si comprende in buona
parte esser proceduto dal non avere avuto costoro esempio da imitare. Percioché
dapoi che ’l dottissimo Messer Paolo Manuzio mandò fuori i libri delle lettere
di diversi eccellentissimi ingegni da lui raccolte, subito s’è veduto per le città
d’Italia fiorire una copia grandissima di scrittori nobili». Sulla fortuna delle
sillogi epistolari cfr. Le “carte messaggiere”. Retorica e modelli di comunicazione
epistolare: per un indice dei libri di lettere del Cinquecento, a cura di A. Quondam,
Roma, Bulzoni 1981.
14
Si fa riferimento alla fondamentale analisi della cultura tipografica
cinquecentesca di E.L. EISENSTEIN, Le rivoluzioni del libro. L’invenzione della
DIVENIRE MEMORIA XV

interessi della piazza, contatta gli autori pubblicabili, organizza le


linee editoriali e partecipa direttamente alla fase produttiva in veste
di curatore, commentatore, traduttore o, caso non raro, autore del-
l’opera15. A crescere e variare è anche il mercato librario, non più
rivolto esclusivamente alla corte, ecclesiastica o signorile, meno spe-
cialistico e più aperto alle esigenze di una cultura media, ma so-
prattutto più fortemente regolato da una domanda, differenziata e
in continuo aumento, e da un’offerta che non può più prescindere
dal fornire un prodotto nuovo nei contenuti o almeno originale
per veste e formule editoriali. Figlio in tutto e per tutto del suo
tempo, Dolce fu sì sempre pronto nel comprendere le mutazioni di
gusto del pubblico ma anche abile nell’indirizzare le scelte del let-
tore con proposte anche innovative e con scaltre operazioni di pub-
blicità16, arrivando quasi a delineare egli stesso nuove zone del mer-

stampa e la nascita dell’età moderna, trad. it. Bologna, il Mulino 1995. Sulla
stampa «come fattore di mutamento» si vedano anche: M. MCLUHAN, La galas-
sia Gutenberg. Nascita dell’uomo tipografico, trad. it. Roma, Armando 1976; W.J.
ONG, Oralità e scrittura, trad. it. Bologna, il Mulino 1986; L. FEBVRE - H.J.
MARTIN, La nascita del libro, trad. it. Bari, Laterza 1988.
15
Questa nuova figura d’intellettuale, immersa in una vasta corrente di
rapporti (con la merce e con le persone), si serve del libro come mezzo di una
personale promozione sociale e culturale, e come strumento privilegiato per
intervenire nelle principali aree del dibattito culturale cinquecentesco. Cfr. A.
QUONDAM, “Mercantia d’onore, mercantia d’utile”, in Libri, editori e pubblico
nell’Europa moderna, a cura di A. Petrucci, Bari, Laterza 1977, 53-105; ID., Nel
giardino del Marcolini. Un editore veneziano tra Aretino e Doni, in «Giornale
storico della letteratura italiana», XCVII, 1980, 75-116; ID., Il letterato in tipo-
grafia, in Letteratura italiana, 2. Produzione e consumo, a cura di A. Asor Rosa,
Torino, Einaudi 1983, 555-686; nel caso specifico del Dolce si veda invece P.
TROVATO, Con ogni diligenza corretto. La stampa e le revisioni editoriali dei testi
letterari italiani (1400-1570), Bologna, il Mulino 1991, 209-240.
16
Memorabile resta, nell’edizione giolitina della Comedia dantesca da
Dolce curata nel 1555 (quella in cui per la prima volta e proprio per iniziativa
del nostro si stampò accanto al titolo l’attributo boccacciano ‘Divina’), l’allet-
tante quanto difficilmente credibile promessa, contenuta nella dedica al vesco-
vo Coriolano Martirano, di una revisione del testo sulla base di «uno esemplare
frascritto dal proprio scritto di mano del figliuolo di Dante, avuto dal dottissimo
giovane Messer Battista Amalteo». Meno eclatante ma ugualmente indicativo
dell’abilità imprenditoriale dolciana, nonché particolarmente suggestivo per la
catena di letture che sembra costruire, è l’invito che in chiusa alla Somma di tutta
la natural filosofia di Aristotele Dolce rivolge ai suoi lettori: «Non è da tacere che
sarà senza utile a chi leggerà questi libri [scil. le Somme di Aristotele] il leggere
altresì il nostro volumetto della memoria, percioché il profitto delle lezioni è il
ricordarsi e la natural memoria ha sempre bisogno di essere aiutata dall’arte che
l’accresce e ce la conserva. Né si può dire che sia nostro altro che quello ch’in essa
memoria conserviamo» (ed. cit., 98); considerando che entrambe le opere sono
state stampate dal Sessa, il Dolce sfrutta la contiguità tematica per proporre un
XVI A. TORRE

cato editoriale: con il recupero di opere come il De Institutione


foeminae christianae (Basilea, Winter 1538) di Lodovico Vives, lo
Speculum Lapidum (Venezia, Sessa 1516) di Camillo Leonardi da
Pesaro e il Libellus de coloribus di Antonio Tilesio (Venezia, s.i.t.
1528), confluiti rispettivamente nel Dialogo della institution delle
donne secondo li tre stati che cadono ne la vita humana (Venezia,
Giolito 1545), nel Trattato delle gemme (Venezia, Sessa 1565) e nel
Dialogo nel quale si ragiona delle qualità, diversità e proprietà dei
colori (Venezia, Sessa 1565)17, Dolce sembra infatti voler dimostra-
re come di testi a lungo confinati negli elitarî dominî di un
tecnicismo protoscientifico si possa fare letteratura, una letteratura
di consumo o di pubblica utilità, che dir si voglia, ma comunque
una letteratura munita di «ordine et ornamento» e in grado di dive-
nire comune commercio di un sempre maggiore numero di letto-
ri18, senza la presunzione di raggiungere i massimi sistemi dell’Arte
ma con forse la segreta speranza di solleticarne l’ispirazione19.

ideale percorso di lettura utile commercialmente e non privo d’interesse cultu-


rale in quanto riflesso della politica editoriale dei Sessa stampatori incentrata
sulla commercializzazione e sulla popolarizzazione di testi filosofici e scientifici.
17
Su questi testi si vedano: Nel cerchio della luna. Figure di donna in alcuni
testi del XVI secolo, a cura di M. Zancan, Venezia, Marsilio 1983; F. DAENENS,
Superiore perché inferiore: il paradosso della superiorità della donna in alcuni
trattati italiani del Cinquecento, in Trasgressione tragica e norma domestica. Esem-
plari di tipologie femminili dalla letteratura europea, a cura di V. Gentili, Roma,
Edizioni di Storia e Letteratura 1983, 11-50; A. CHEMELLO, L’«Institution delle
donne» di Lodovico Dolce ossia l’«insegnar virtù et honesti costumi alla Donna», in
Trattati scientifici nel Veneto fra il XV e il XVI secolo, a cura di E. Riondato,
Vicenza, Neri Pozza 1985, 103-134; C. DE BELLIS, Astri, gemme e arti medico-
magiche nello Speculum lapidum di Camillo Leonardi, in Il mago, il cosmo, il
teatro degli astri. Saggi sulla letteratura esoterica del Rinascimento, a cura di G.
Formichetti, Roma, Bulzoni 1985, 67-113; J. LICHTENSTEIN, Éloquence du coloris:
rhétorique et mimésis dans les conceptions coloristes au 16° siècle en Italie et au 17°
siècle en France, in Symboles de la Renaissance, II, Paris, Presses de l’Ècole Nor-
male Supériore 1982, 169-184.
18
Cfr. L. DOLCE, Dialogo nel quale si ragiona della qualità, diversità e
proprietà dei colori, Venezia, Sessa 1565 (rist. anast. Bologna, A. Forni Editore
1985), c. 5r: «Già pochi giorni a dietro ogni sciocco pedante con intendere
superficialmente i Poeti o gl’Historici Latini, si pavoneggiava fra’ volgari con
l’addurne una sentenza hora di questo, hora di quello autore, le più volte alla
rovescia, e facendo qualche barbarismo. Hora perdono questi huomini di poco
sapere in grande parte l’alterezza, perché spesso trovano chi, mercé di queste
tradozioni, intende meglio che essi non fanno et abonda di maggior memoria
et intelletto. E veggonsi alle volte molte Donniciuole ragionar più volte sicura-
mente con huomini dotti di cose gravi e contenute ne’ Libri di Filosofia».
19
Cfr. la lettera del Dolce «Ai Lettori» che precede la Vita dell’invittissimo
e gloriosissimo imperador Carlo Quinto, Venezia, Giolito 1561, 2: «Nondimeno,
DIVENIRE MEMORIA XVII

Da un’analoga intuizione muove anche il Dialogo del modo di


accrescere e conservar la memoria (Venezia, Sessa 1562), ed è lo stes-
so Dolce a suggerircelo con divertito ammicco nella lettera
dedicatoria «Al Magnifico et Eccellentissimo signor Filippo Ter-
zo», dove rivela di aver voluto offrire l’opera a questo stimato ora-
tore veneziano «per ingannare i giovani disiderosi di cose nuove; i
quali veggendola intitolata a Vostra Signoria, stimandola per ciò
cosa buona, diventeranno volenterosi di leggerla» (p. 6): andando
oltre una lettura dell’espressione come tòpos encomiastico e veden-
do in essa una prefigurazione del Dialogo come silenico simulacro
in negativo, possiamo forse intenderla come allusiva immagine in
anteprima della veste dialogica di cui Dolce ammanta l’originale
latino, ma anche come prima dimostrazione del potenziale emoti-
vo dell’immagine (che, come vedremo, ci consentirà di mettere in
relazione la tradizione mnemotecnica col dibattito artistico e con i
conflitti di religione del Cinquecento), e soprattutto come epigrafica
rivelazione del duplice statuto dell’opera come autonoma forma di
vita ed essenziale mezzo per vivere.

II. Johannes Host e l’arte della memoria tra Riforma e Controriforma

A questa letteratura minore, se non minima, appartiene di buon


grado anche il Congestorium artificiosae memoriae, trattato latino di
arte della memoria20 di cui lo scrittore veneziano ci dà nel 1562 una

quantunque un tal carico sia così grande, e picciolissime le mie forze, potrà a me
per aventura avenir quello, che aviene talvolta a un mediocre Scultore, il quale
togliendo a scolpire in qualche bella pietra di porfido, o di serpentino, o pure
di alcun polito e candido marmo, benché il suo lavoro non sia molto perfetto,
ella è riguardevole per la rarità della materia in cui è intagliata. Così tale da ogni
sua parte è il soggetto di che ho preso a scrivere, che potrà da se medesimo di
gran lunga supplire alla debolezza del mio ingegno et alla bassezza del mio stilo;
né pur solamente supplire ma nobilitar l’uno e l’altro, e parimente destare i Faleti,
i Tassi, i Ruscelli, i Cari, et altri nobil Scrittori dell’età nostra a scriverne degnamen-
te» [corsivi miei].
20
Sull’arte della memoria, oltre ai classici saggi di Frances A. Yates e di
Paolo Rossi e al prezioso repertorio icono-bibliografico La Fabbrica del Pensiero.
Dall’arte della memoria alle neuroscienze, a cura di L. Bolzoni e P. Corsi, Milano,
Electa 1989, si vedano i recenti: Gedächtniskunst. Raum - Bild - Schrift. Studien
zur Mnemotechnik, a cura di A. Haverkamp e R. Lachmann, Frankfurt am
Main, Suhrkamp 1991; Mnemosyne. Formen und Funktionen der kulturellen
Erinnerung, Frankfurt am Main, Fischer 1991; La cultura della memoria, a cura
di L. Bolzoni e P. Corsi, Bologna, il Mulino 1992; Ars memorativa. Zur
kulturgeschichtlichen Bedeutung der Gedächtniskunst 1400-1750, a cura di J.J.
Berns e W. Neuber, Tübingen, Max Niemeyer Verlag 1993; L. BOLZONI, La
XVIII A. TORRE

traduzione in forma di dialogo: tacendo l’esistenza del testo latino,


il Dolce ci offre un solo fugace indizio sull’autore quando, introdu-
cendo tavole di alfabeti visualizzabili che possono giovare al ricor-
do, avverte il lettore «che un Tedesco ci ha posto nomi Tedeschi e
latini, che sono diversi da quei ch’io ho sopra detto» (p. ***).
Dietro l’anonimo tedesco si nasconde il predicatore domeni-
cano Johannes Host von Romberch21, complessa figura di illumi-
nato difensore della fede cattolica che, nonostante l’indefessa lotta
sostenuta contro il «pestifero contagio dell’eresia luterana»22 e l’in-
faticabile opera di divulgatore della vecchia fede23, non riuscì a evi-

stanza della memoria. Modelli letterari e iconografici nell’età della stampa, Torino,
Einaudi 1995; Das enzyklopädische Gedächtnis der Frühen Neuzeit. Enzyklopädie-
und Lexikonartikel zur Mnemonik, a cura di J.J. Berns e W. Neuber, Tübingen,
Max Niemeyer Verlag 1998 (il volume è un’interessante antologia che raccoglie
testi di arte della memoria composti tra il XVI e il XVIII secolo); Memoria e
memorie. Atti del Convegno Internazionale di Studi, Roma, Accademia dei
Lincei 18-19 maggio 1995, a cura di L. Bolzoni, V. Erlindo, M. Morelli, Firenze,
Olschki 1999; Seelenmaschinen. Gattungstraditionen, Funktionen und
Leistungsgrenzen der Mnemotechniken vom späten Mittelalter bis zum Beginn der
Moderne, a cura di J.J. Berns e W. Neuber, Wien, Buhlau 2000; S. HEIMANN-
S EELBACH , Ars und Scientia. Genese, Überlieferung und Funktionen der
mnemotechnischen Traktatliteratur im 15. Jahrhundert, Tübingen, Max Niemeyer
Verlag 2000.
21
Sui principali momenti della vita di Johannes Host si veda N. PAULUS,
Die deutschen Dominikaner im Kampfe gegen Luther (1518-1563), Freiburg,
Herder 1903, 134-153.
22
Ibidem, 139: «Dem Kölner Oberhirten rühmt Host nach, dab er, wie
kaum ein anderer, eifrigst bestrebt sei, seine Diözese von der Pest der Ketzerei rein
zu erhalten» [corsivo mio]. Sull’identificazione tra eresia e pestilenza si veda G.
FRAGNITO, La Bibbia al rogo. La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della
Scrittura (1471-1605), Bologna, il Mulino 1997, 114-115.
23
Host fu autore di opere teologico-catechistiche (Christliche Regell ueber
alle Gottes, Köln, apud Heronem Alopecium 1531; Determinatio miscellanea
Theologica quaestiones, Köln, apud Heronem Alopecium 1532; De idoneo verbi
Dei ministro, Köln, apud Heronem Alopecium 1532; Ratio confitendi omnibus
confessoribus simul ac poenitentibus perutilis ac scitu necessaria, Köln,Ioh. Dorstius
1532) e curò la pubblicazione di polemisti cattolici a lui contemporanei (Malleus
I. Fabri in haeresim Lutheranam, iam vehementiori studio et labore recognitus,
Köln, Quentel 1524; Enchiridion locorum communium adversus Lutheranus Ioanne
Eckio authore, Köln, s.i.t. 1525; Antilogiarum M. Lutheri Babylonia, per I. Fabri,
Köln, Quentel 1530; Farrago miscellaneorum Conradi Wimpinae a Fagis, Köln,
apud Io. Soterem 1531; Dionysii Carthusiani scalae religiosorum pentateuchus,
Köln, s.i.t. 1531; Ioannis Mensingi de Ecclesiae Christi sacerdotio libri duo, Köln,
Quentel 1532; Septem Psalmorum Poenitentialium pia atque non indocta enarratio
per Dionysium Carthus, Köln,s.i.t. 1532) e di testi Scolastici (Alberti Magni
Moralissima in Ethica Aristotelis commentaria, Venezia, Scotto 1520; Questiones
DIVENIRE MEMORIA XIX

tare l’infamante citazione nell’Index librorum prohibitorum come


«autore eretico o sospettato d’eresia»24. Queste accuse avevano già
interessato l’operato del predicatore nei suoi primi anni di servizio
a Colonia, suscitandone la sdegnata risposta:

Su ciò che io ho sofferto nei 25 anni trascorsi da quando sono stato nomina-
to predicatore per aver sempre riferito la Parola di Dio senza alcuna modifi-
ca, senza timore, forte e chiaro, potrei scrivere una tragedia (...) ci sono alcu-
ni che mi accusano di aver falsato la parola di Dio con le mie prediche; mi
definiscono “nemico della verità”, perché non ho approvato la condanna al
rogo di alcuni sospetti eretici. (...) Mi dovrei meravigliare molto più se non
avessi nemici, visto che combatto il male, non adulo nessuno, critico pubbli-
camente e privatamente i vizî degli uomini (...)25.

Di nemici Host doveva averne, e non solo tra i seguaci di


Lutero: più volte nei suoi scritti emergono uno spirito riformistico
e un atteggiamento critico nei confronti delle preoccupazioni mon-
dane della Chiesa, per molti versi ascrivibili a quell’umanesimo cri-
stiano che aveva avuto la sua più completa realizzazione nell’unione
erasmiana tra le eredità del mondo classico e il recupero delle origi-
ni semplici e pure del cristianesimo26. L’eliminazione dei gravi abu-
si della Chiesa veniva avvertita anche da Host come non più
procrastinabile, e alla sua attuazione poteva risultare funzionale per-
fino il profondo caos suscitato «dall’eresia» protestante: se Lutero
avesse anelato ad una reale riforma ecclesiastica, se si fosse rivolto ai
superiori della Chiesa per eliminare gli abusi – dice Host –, il mon-
do intero lo avrebbe seguito e la sua protesta, a cui va comunque il
merito di aver evidenziato il problema, avrebbe posto le basi per un
nuovo inizio, al quale non servivano nuove leggi ma solo la corretta

subtilissime Ioannis de Gandavo summi Averroyste in octo Libros Aristotelis de


physico Audito, Venezia, Giunti 1520; alcune fonti attribuiscono alla cura edi-
toriale di Host anche scritti di Tommaso d’Aquino e del domenicano inglese
Robert Holkott).
24
Cfr. N. PAULUS, Die deutschen Dominikaner im Kampfe gegen Luther
(1518-1563), ed. cit., 152
25
Questa accorata autodifesa si trova in una lettera, sulla fermezza dei
predicatori, inviata al domenicano sassone Johann Mensing, posta in appendice
all’edizione hostiana della Farrago miscellaneorum di Konrad Wimpina. Cfr. N.
PAULUS, Die deutschen Dominikaner im Kampfe gegen Luther (1518-1563), ed.
cit., 141 [trad. mia].
26
Tra l’altro Host, durante il suo soggiorno di studio a Venezia, fu curatore
della pubblicazione di un interessante scritto di Erasmo, il De duplici copia
verborum (Venezia, s.i.t. 1520).
XX A. TORRE

e completa esecuzione di quelle tradizionali27. Host tra l’altro parla


per esperienza diretta: egli viene da un Ordine appena uscito da
una grave e lunga crisi, foriera di scontri e divisioni interne che ne
hanno seriamente minato le fondamenta. Il movimento di riforma
domenicana, che dal XV secolo si oppose a questa crisi, anche se non
riuscì a riportare il fervore spirituale e lo zelo apostolico di un tem-
po, ricondusse la maggioranza dei conventi alla disciplina e alla vi-
talità, fornendo così all’Ordine una nuova veste con la quale affron-
tare la transizione dal Medioevo all’età moderna28. Per quanto l’Or-
dine non avesse preclusioni verso la nuova cultura, alcuni dei suoi
membri si preoccupavano dei possibili pericoli che in essa v’erano
per la morale cristiana; tra questi, i teologi di Colonia – dove Host
occupava una posizione non secondaria – brillarono nella difesa
dell’ortodossia e nel rilancio del tomismo; quest’ultima non fu solo
un’operazione di recupero ma assunse anche i connotati di una scelta
forte, ‘di lotta’: contro l’ormai libero recupero del mondo classico
nella sua integralità, contro un platonismo sempre più velato da
riflessi magici, alchemici e cabbalistici, contro un immaginario non
più fedele vassallo di un codificato sistema di vizî e di virtù.
Un momento paradigmatico di questa nuova età dell’oro
tomistica, dalle indubbie predisposizioni reazionarie, fu il cosid-
detto affare Reuchlin29, che per il giovane Host dovette rappresen-

27
«Adhortari debeat Lutherus ut Ecclesiae primates a se et ab aliis, si quae
funesta labes fuerit, studiosissime abstergerent, ut avaritiam seponerent,
symoniam, superbiam, ambitionem, hypocrisin, gulam, luxuriam et id genus
pestes clerici vitarent, ut mundanis rebus non deservirent, sed ut haec vitia in
eis reformarentur (...) ut corruptelae et abusus a sanctuario Dei tollerentur (...)
Si haec hisque similia Lutherus docuisset, aestimo totus ei mundus fuisset
assensus. At quis laudare possit quod omnes vituperat, laicos alioqui clericis
infestos ad rapinas et sacrilegia provocat, et omnia pervertit et conturbat? (...)
Hoc tamen bonum ex illa haeresi spero Deus pro sua bonitate et omnipotentia
elicet, ut vita nostra secundum apostolica vestigia et antiquorum patrum
sanctorumque sanctiones reformetur, utque veterum statuta et piae ordinationes
quae pro nostra tepiditate ferme in abusum abierunt, reformentur, nec opus erit
novis, quia vetustae sanctissimae procul dubio existant»; il testo è una lettera
inviata da Host al vescovo di Colonia, in cui lo zelante domenicano rende conto
del proprio operato nella lotta contro i luterani. Cfr. N. PAULUS, Die deutschen
Dominikaner im Kampfe gegen Luther (1518-1563), ed. cit., 139n.
28
Per una più dettagliata trattazione di questo momento cruciale della
storia dell’Ordine domenicano si veda W. HINNEBUSCH, I domenicani, trad. it.
Milano, Ed. Paoline 1992.
29
In nome del potere taumaturgico che gli studî cabbalistici attribuivano
alla lingua ebraica, l’umanista tedesco Johannes Reuchlin (1455-1522) si era
opposto alla messa al bando dei testi talmudici, reclamata dall’ebreo convertito
DIVENIRE MEMORIA XXI

tare una sorta di prova generale per quella parte di ‘avvocato del-
l’ortodossia cattolica’ che il domenicano si trovò a impersonare lungo
tutta la vita, salvo poi esserne enigmaticamente spogliato da mor-
to30. La violenta disputa divampata su suolo tedesco tra l’ambiente
umanistico, solidale con Reuchlin, e i teologi domenicani della
Facoltà di Colonia offrì inoltre ad Host la possibilità di abbando-
nare l’officio di predicatore in patria e di essere collocato in una
sfera d’azione più diretta e avanzata: la ‘prima linea’ dell’azione
antiluterana di Host e della sua opera di riattivazione dell’insegna-
mento tomistico venne così ad essere l’Italia, dove si recò come
procuratore del suo superiore Hoogstraeten, e più specificamente
Venezia, centro culturale europeo distante, e consciamente indi-
pendente, dal mondo, di corte o di curia, italiano31.

Johann Pfefferkorn e sostenuta dai teologi domenicani dell’università di Colo-


nia: il tono dello scontro, inasprito da ripetuti attacchi personali, fu particolar-
mente violento e, sebbene l’intera generazione dei giovani umanisti appoggiasse
Reuchlin contro i domenicani vedendo nella disputa una lotta fra l’affermazione
del Nuovo Sapere e le strenue opposizioni della reazionaria cultura Scolastica,
l’esito del processo che la Facoltà di Teologia, rappresentata dal priore di Colonia
Jacob von Hoogstraeten e dal suo giovane allievo Johannes Host, intentò contro
Reuchlin, fu negativo per l’umanista. Cfr. F.A. YATES, Cabala e occultismo nell’età
elisabettiana, trad. it. Torino, Einaudi 1982, 30-36; C. ZIKA, Reuchlin’s De verbo
mirifico and the Magic Debate of the Fifteenth Century, in «Journal of Warburg and
Courtauld Institutes», XXXIX, 1976, 104-138; sui riflessi mnemotecnici della
speculazione filosofica di Reuchlin si veda G.R. EVANS, The Ars praedicandi of
Johannes Reuchlin (1455-1522), in «Rhetorica», III, 2, 1985, 99-104.
30
R. KRAFT, Zeitschrift des Bergischen Geschichtvereins, IX, 1873, 152: «La
sua importante attività per l’antica fede (forse il cattolicesimo non riformato)
come insegnante d’università e predicatore a Colonia, il suo ardente zelo per la
Chiesa Romana, la sua incredibilmente ricca attività di scrittore, che mostra un
odio furente contro Lutero e la sua Riforma, l’integra purezza della sua condot-
ta; tutto questo darebbe alla Chiesa Romana il diritto di considerare il monaco
che si consuma per essa come una delle sue colonne nel Reno, se la misteriosa
fine della sua vita e la sua designazione come luterano nell’Indice dei libri proibiti
non lo collocassero come uno dei problemi non ancora risolti della storia al
tempo della Riforma. Poiché è possibile che il Romberg, il cui odio contro
Lutero e gli altri riformatori non conosceva limiti, alla fine si sia convertito»
[trad. mia].
31
Non bisogna però trascurare anche il ruolo che Venezia svolse come
‘porta’ italiana della Riforma; si veda a proposito M. FIRPO, Riforma protestante
ed eresie nell’Italia del Cinquecento, Bari, Laterza 1993, 11: «Vero e proprio nodo
della propaganda eterodossa in Italia fu Venezia, con i suoi tipografi avidi di
novità, i suoi indaffarati gazzettieri, i suoi mercanti in rapporto con mezzo
mondo, il suo Fondaco dei tedeschi dove tra i sacchi di pepe e le balle di
pannilana non era difficile nascondere qualche fascio di volumi luterani, poi
XXII A. TORRE

Nel fulcro dell’industria editoriale italiana Host come autore


o in veste di semplice curatore diede alle stampe diversi volumi che,
oltre a testimoniarci gli interessi umanistici dell’eclettico domeni-
cano, non possono non apparire come momenti di un preciso pro-
gramma d’intervento culturale vòlto a rinsaldare le basi Scolastiche
della dottrina dell’Ordine di fronte alla tempesta teologica
riformistica. Stando al numero di pubblicazioni, Host capitalizzò
appieno il breve periodo del suo soggiorno veneziano con una
prolificità accostabile al tradizionalmente riconosciuto primato pro-
testante nell’utilizzo dei nuovi mezzi pubblicistici per la formazio-
ne e il controllo dell’opinione pubblica32. In un momento cruciale
per la storia della Chiesa occidentale, quando la frattura luterana
appariva tutt’altro che insanabile e i suoi motivi in parte accettabili
anche da ambienti cattolici, Host decise dunque di affrontare il
nemico sul suo terreno preferito, quello della stampa e del dibattito
culturale, avviando così, non sulla via della confutazione e dell’apo-
logia ma lungo quella dell’educazione e della missione intellettuale,
la breve ma intensa stagione dei controversisti pretridentini, le cui
opere sono importanti quali lavori di preparazione al Concilio e per
una giusta valutazione dell’opera teologica di esso.
Proprio a Venezia nel 1520 il nostro domenicano diede alla
luce il Congestorium artificiosae memoriae33, un testo apparentemente
lontano per tematiche dalla sua restante produzione ma coerente
con la secolare tradizione domenicana nello studio della memoria34

messi in vendita con le dovute cautele (e a prezzo remunerativo) nelle botteghe


dei librai. Già nel ’20 un francescano tedesco che insegnava nella città lagunare
informava Giorgio Spalatino, predicatore dell’elettore di Sassonia, del fatto che
vi si potevano acquistare opere di Lutero». Sui rapporti tra editoria veneziana
e Riforma si veda anche P.F. GRENDLER, L’inquisizione romana e l’editoria a
Venezia. 1540-1605, trad. it. Roma, Il Veltro 1983.
32
Sul rapporto tra stampa e Riforma si veda J.F. GILMONT, La Réforme et
le livre. L’Europe de l’imprimé (1517-1570), Paris, Cerf 1990.
33
Congestorium artificiosae memoriae V. P. F. Ioannis Romberch de Kyrspe,
Venezia, in edibus Georgij de Rusconibus 1520. Il trattato, in realtà composto
sette anni prima a Colonia per il compagno di studî Johann Grevebach, è
dedicato dal domenicano tedesco al cardinale Grimani, conosciuto e assidua-
mente frequentato all’epoca del affare Reuchlin, e al Generale dell’Ordine Garcia
de Luaysa, che pochi giorni prima gli aveva offerto il baccellierato in teologia.
34
Con la sintesi fra psicologia aristotelica della memoria e ars memoriae
ciceroniana, attuata da Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, una disciplina
retorica come la memoria artificiale abbandona lo status basso di arte liberale e
si allontana dalla pericolosa dimensione occulta dell’ars notoria, per divenire
parte della virtù cardinale della prudenza, degno oggetto di analisi dialettica e
utilissima attività virtuosa, come ci testimonia la ricca tradizione della mnemonica
DIVENIRE MEMORIA XXIII

e significativo per comprendere le trasformazioni che l’arte della


memoria conobbe nel corso del Rinascimento. Seppur distante dai
voli magici di un Bruno o dalle architetture alchemiche di un
Camillo, questo trattato, dal latino Scolastico35 e dalla struttura
didascalicamente funzionale, non è privo di fascino, il fascino di-
screto della sintesi tecnica e del compendio pedagogicamente strut-
turato: il trattato è introdotto da una digressione dell’autore sulle
origini più o meno mitiche dell’arte della memoria e sui suoi più
esperti fruitori; le due parti successive sono invece quelle che mag-
giormente infondono al testo il suo carattere manualistico (soprat-
tutto attraverso il susseguirsi continuo di exempla tratti dalla tradi-
zione classica, di citazioni dai numi tutelari dell’ars memorandi e di
suggerimenti pratici e teorici per una corretta ed efficace creazione
di luoghi e immagini, nonché per un’altrettanto esatta collocazione
delle ultime nei primi); il finale ha invece contorni più originali e
moderni, e si presenta come lo schizzo di un sistema di memoria
enciclopedico attraverso cui l’autore, seguendo anche reminiscenze
lulliane, vuole sottrarre all’oblio del tempo tutte le scienze, teologi-
che, metafisiche, morali e così pure le sette arti liberali.
Ponendosi, coerentemente con la più alta tradizione memo-
rativa, come Wunderkammer della mnemotecnica tre-quattrocen-
tesca e antologia dei vari filoni classico-medioevali dell’ars, il testo
di Host, se pur non possiede il dono dell’originalità, innegabilmente
spicca per esaustività e ordine. Il Congestorium, con la sua opera di
sintesi della tradizione retorica della memoria artificiale (quella di
Cicerone, Quintiliano, e della Retorica ad Erennio) con quella cri-
stiana (da Agostino a Tommaso), con quella psicologica (che si fon-
da essenzialmente sui Parva Naturalia di Aristotele) e con quella
lulliana, risulta di fondamentale importanza per gli sviluppi che
nella cultura europea avrà la pratica mnemonica, tanto nei suoi

predicatoria, delle summae di esempi e similitudini, e dei trattati sull’ars ascrivibili


alla tradizione Scolastica. Sulla questione della memoria e dell’arte della memo-
ria nel Medioevo si vedano, oltre al volume miscellaneo Jeux de mémoire. Aspects
de la mnémotechnie médiévale, a cura di B. Roy e P. Zumthor, Paris-Montréal,
Vrin-Les Presses de l’Université de Montréal 1983, i due recenti contributi di
Mary Carruthers: The Book of Memory. A Study in Medieval Culture, Cambridge,
Cambridge University Press 1990 e The Craft of Thought. Meditatio, rhetoric and
the making of images, Cambridge, Cambridge University Press 1998.
35
Anche se il Paulus ne sottolinea il felice stile compositivo affermando
che «Host schreibt in der Tat ein viel besseres Latein als seine Kölner
Ordensgenossen Hochstraeten, Köllin und Bernhard von Luxemburg» [N.
PAULUS, Die deutschen Dominikaner im Kampfe gegen Luther (1518-1563), ed.
cit., 137].
XXIV A. TORRE

esiti ermetico-cabbalistici36 quanto nel suo dissolversi entro la logi-


ca moderna37. L’indubbio valore del trattato all’interno della tradi-
zione dell’ars memoriae può però essere ulteriormente confermato
attraverso una sua più precisa collocazione nella complessa trama
di rapporti socio-culturali del periodo, così come una maggior at-
tenzione agli elementi di possibile convergenza con gli altri testi, o
le altre attività, del domenicano può meglio chiarire le motivazioni
che spinsero Host a quest’impresa.
Nel corso del XVI secolo la frattura religiosa, che nelle co-
scienze e nelle istituzioni taglia trasversalmente l’Europa, si riflette
nella contrapposizione fra immagine cattolica e parola protestante,
fra una complessa struttura narrativa e persuasiva che ruota intor-
no a immagini sempre più disciplinate, e un sistema che non accet-
ta l’esibizione dell’immagine, esaltando invece il potere, anche

36
Il carattere molteplice e multiforme del sapere rinascimentale contri-
buisce a trasformare l’arte della memoria, se non nell’aspetto tecnico almeno per
quanto riguarda il suo ruolo all’interno della cultura: quella che prima era una
struttura formale continuamente modificabile, diviene ora una costruzione
logico-metafisica organizzata su basi cosmologiche, alchemiche o più general-
mente magiche, una sorta di macchina universale che offre la chiave non solo
per comprendere e ricordare il reale ma anche per modificarlo partendo dal
presupposto che nella magia così come nell’ars memoriae è l’immaginazione a
governare i fantasmi (lo spirito pneumatico) che fanno da tramite fra il Soggetto
(soggetto psichico singolare o collettivo) e la Natura (animata e inanimata, il
corpo, la divinità). Sull’argomento si vedano: D.P. WALKER, Spiritual and Demonic
Magic from Ficino to Campanella, London, The Warburg Institute 1958; F.A.
YATES, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, trad. it. Bari, Laterza 1995; W.
WILDGEN, Das kosmische Gedächtnis, Frankfurt am Main, Peter Lang 1998.
37
Delineando un metodo incentrato sulla disposizione sistematica e or-
dinata delle nozioni, che sia in grado di portare alla luce l’unità profonda e le
leggi di connessione che si nascondono dietro la caotica molteplicità delle scien-
ze, Ramo prima, Bacone e Cartesio in seguito, hanno condotto, sia pure a prezzo
di una sostanziale trasfigurazione, nei quadri della logica moderna «l’antico
problema della memoria artificiale che aveva per oltre tre secoli appassionato
medici e filosofi, studiosi di retorica, enciclopedisti e cultori di magia naturale»:
contro una sterile memoria artificiale che si piegava a esibizionistici giochi
intellettuali o si era caricata di riferimenti magici essi proponevano una dottrina
«degli aiuti della memoria» che, solidamente fondata sul primato del principio
ordinatore dei luoghi, sostenesse i movimenti del ragionamento e presiedesse
alla conservazione delle conoscenze certe e dimostrate (cfr. P. ROSSI, Clavis
universalis. Arti della memoria e logica combinatoria da Lullo a Leibniz, Bologna,
il Mulino 19832, 155-197). Sul metodo ramista si vedano W. J. ONG, P. Ramous.
Method and the Decay of Dialogue. From the Art of Discourse to the Art of Reason,
Cambridge (Mass.), Harvard University Press 1958 e C. VASOLI, Dialettica e
retorica dell’Umanesimo. «Invenzione» e «metodo» nella cultura del XV e XVI
secolo, Milano, Feltrinelli 1968.
DIVENIRE MEMORIA XXV

immaginifico ma soprattutto educativo ed evangelizzatore, della


parola. La Riforma protestante cerca di ricucire lo strappo ravvisa-
to fra mentalità moderna e morale cristiana, tornando alle radici
ebraiche della fede e attuando una sistematica e intollerante rimo-
zione della cultura pagana del Rinascimento (a suo avviso causa
della secolarizzazione della Chiesa romana e della disgregazione
dell’originario universalismo cristiano), sostituita unicamente da
uno studio filologicamente rigoroso della Bibbia. Il recupero della
cultura ebraica comporta anche la riattivazione delle sue istanze
aniconiche che, rafforzando ulteriormente la devozione esclusiva
per il Verbo di Dio, contribuiscono ad avviare un processo di radi-
cale negazione dell’immaginario profano e delle materializzazioni,
sotto forma di prodotto d’arte, che hanno interessato idoli e fanta-
smi di tale immaginario; si assiste così a una vasta azione censoria
nei confronti di una cultura, come quella rinascimentale, che «ri-
conosceva ai fantasmi suscitati dal senso interno un peso grandissi-
mo (...); aveva creato tutta una dialettica dell’eros, nella quale i
fantasmi, che si imponevano dapprima al senso interno, finivano
con l’essere manipolati a volontà» e infine «credeva fermamente al
potere dei fantasmi, che si trasmettevano dall’apparato fantastico
dell’emittente a quello del recipiente»38. Chiaramente anche un’ars
– come l’arte della memoria – che offre gli strumenti tecnici e le
nozioni operative per creare e governare immagini interiori, non
può sfuggire al revisionismo iconoclastico dei protestanti: il suo
stesso esistere relativizza l’onnipotenza della parola, che in tale ot-
tica può sopravvivere ai tempi solo appoggiandosi a un fantasma.
La Bildkritik dei Riformatori comporta dunque anche una
Gedächtniskunstkritik: l’arte della memoria è pericolosa perché in-
segna a introdurre nella mente e nel cuore immagini che sanno
eccitare i sensi e, così facendo, rivela la propria empietà poiché si
sostituisce di fatto all’agente evocatore per eccellenza, la Parola di-
vina39. In ambito cattolico invece la sopravvivenza dell’arte della
memoria è spiegabile proprio a partire dalla fortuna che essa co-
nobbe come fondamentale supporto della disciplina interiore del
religioso e come valido ausilio all’indottrinamento dei fedeli; non
stupiscono quindi le rappresentazioni mentali a cui Ignazio di

38
I.P. COULIANO, Eros e magia nel Rinascimento, trad. it. Milano, il Saggiatore
1995, 284.
39
Su concetti come la «parola evocatrice» in Lutero o la «parola dipingen-
te» in Calvino si veda J.J. BERNS, Umrüstung der Mnemotechnik im Kontext von
Reformation und Gutenbergs Erfindung, in Ars memorativa. Zur kulturgeschicht-
lichen Bedeutung der Gedächtniskunst 1400-1750, ed. cit., 35-73.
XXVI A. TORRE

Loyola invita i discepoli per facilitare in loro il ricordo del sacrifi-


cio di Cristo40, così come non desta meraviglia la ricomparsa del-
l’indissolubile nesso tomistico memoria-immagine in testi teologi-
ci che ben prima della distratta deliberazione tridentina 41 compre-
sero il potere persuasivo della comunicazione figurata:
Sapeva ancho molto bene la chiesa istrutta dal magistero de lo spiritosanto,
che tra’l popolo Christiano era maggior il numero de li idioti, che non sanno
lettere, che il numero di quelli, i quali leggendo le scritture, potevano con-
templar la passion di Christo, il martirio de’ santi, e tutti i misterii de la fede
nostra; e però ad istruzion loro, e commodo de’ semplici, fu introdotto ragio-
nevolmente l’uso de le imagini, ne le quali leggendo come in un libro, e
contemplando il ritratto de le cose che vedevano, tenessero a memoria il be-
neficio di Christo per amarlo, e la gran constanza de’ santi martiri per imitarli.
Anzi per eccitar più facilmente, e con maggior impulso la fede, e la devozion
dell’animo de’ credenti, così dotti come indotti. Perciò che quello che si cava
a poco, a poco da le scritture, in un istante vien proposto, e con maggior
efficacia ne le imagini42.

40
Per un’analisi del rapporto fra immaginazione e memoria nel pensiero
del fondatore dell’Ordine gesuitico si ricorra a: C. BOLOGNA, Esercizi di memo-
ria. Dal «theatro della sapientia» di Giulio Camillo agli «Esercizi Spirituali» di
Ignazio di Loyola, in La cultura della memoria, ed. cit., 169-222; P.H. KOLVENBACH,
Imàgenes e imaginaciòn en los Ejercicios Espirituales, in «Cis», 18, 1987, 200-
217; P.A. FABRE, Ignace de Loyola. Le lieu de l’image, Paris, Vrin 1992. Sull’ela-
borazione teorica e sull’applicazione pratica delle metodiche mnemotecniche
gesuitiche si vedano anche: J. D. SPENCE, Il Palazzo della memoria di Matteo
Ricci, trad. it. Milano, il Saggiatore 1987 e F.R. DE LA FLOR, Teatro de la memoria:
siete ensayos sobre mnemotecnia española de los siglos XVII y XVIII, Salamanca,
Junta de Castilla y Leon 1988.
41
Cfr. H. JEDIN, Genesi e portata del decreto tridentino sulla venerazione
delle immagini, in Chiesa della Fede, Chiesa della Storia, trad. it. Brescia,
Morcelliana 1972, 378: «Il decreto deve la sua esistenza senz’altro all’energia ed
alla tenacia, con la quale il capo dell’episcopato francese, il cardinale di Guisa,
in tutto il mese di novembre [1563], ma principalmente nella congregazione
decisiva del 28 dello stesso mese, insistette perché il concilio non chiudesse senza
aver emanato un responso definitivo sulla questione delle immagini, utilizzabile
nelle lotte confessionali divampanti in Francia. Esso si rivolge quindi in prima
linea contro il calvinismo colà dominante che aveva portato la questione al
centro dell’interesse, sul piano teoretico, durante il colloquio di religione di St.
Germain, ma soprattutto sul piano pratico a causa degli assalti iconoclastici».
Per i rapporti tra il decreto tridentino e le arti figurative si vedano anche P. PRODI,
Ricerca sulla teorica delle arti figurative nella Riforma cattolica, Bologna, Nuova
Alfa Editoriale 1984; M. BRUSATIN, Storia delle immagini, Torino, Einaudi 1989
e D. FREEDBERG, Il potere delle immagini, trad. it. Torino, Einaudi 1993.
42
M. ALBERTINO - G. DEL BENE, Confirmatione et stabilimento di tutti i
dogmi catholici, Venezia, s.i.t. 1555, c. 273r. Poco prima gli autori (due canonici
di Verona) avevano affermato che «le nostre Imagini devon’esser segni rimemorativi
DIVENIRE MEMORIA XXVII

Riconoscendo, come Aristotele, che le immagini sono indi-


spensabili all’atto cognitivo umano o ammettendo, con Tommaso
d’Aquino, l’incapacità dell’umana scienza a comprendere le cose
spirituali non avvertibili attraverso i sensi, non si può che conside-
rare immenso il potere delle immagini e decisivo il ruolo dei cosid-
detti idiotarum libri all’interno dei programmi di educazione reli-
giosa e di evangelizzazione:
Fuit autem triplex ratio institutionis imaginum in ecclesia: primo ad
instructionem rudium qui eis quasi quibusdam libris edocent; secundo ut
incarnationis mysterium et sanctorum exempla magis in memoria essent dum
quotidie oculis repraesentantur; tertia ad excitandum affectum quod ex visis
efficacius incitatur quam ex auditis43.

Nel momento in cui sul cattolicesimo calavano minacciose le


ombre della riforma protestante, la Chiesa vedeva il proprio potere
temporale sempre più subordinato ai grandi Stati europei, e l’espe-
rienza umanistica incoraggiava a un uso più critico e autonomo
della ragione, il magistero filosofico di Tommaso poteva ancora ap-
parire, agli occhi di un suo attento discepolo e devoto divulgatore
com’era Host, la più salda opposizione agli attacchi dei nemici della
fede tradizionale; e una virtuosa memoria debitamente modellata
dalle tecniche di visualizzazione del sapere e dai meccanismi di atti-
vazione e controllo delle reazioni emotive poteva ancora risultare,
agli occhi di uno strenuo e illuminato difensore della causa cristia-
na, una valida esemplificazione della possibilità di contrastare il pro-
testantesimo sul terreno della prevenzione e dell’educazione piutto-
sto che su quello dell’intransigente opposizione. Se per certi aspetti
dunque il Congestorium artificiosae memoriae potrebbe costituire uno
dei momenti, minori ma non per questo irrilevanti, della cosiddet-
ta Seconda Scolastica44, non si deve d’altra parte trascurare l’intri-
gante coincidenza che pone questa trattazione della metodica delle

principalmente della incarnazion del nostro Signor Giesù Christo» (c. 268v)
[corsivi miei].
43
TOMMASO D’AQUINO, Commentarium super libros sententiarum, lib. III,
dist. 9, art. 2, q. 2, (citato in D. FREEDBERG, The hidden god: image and interdiction
in the Netherlands in the sixteenth century, in «Art History», 5, 1982, 149, nota␣ 53).
44
Per una sistematica trattazione di questa corrente di pensiero, che fece
rifiorire il tomismo medioevale e che si svolse parallela a quelle promosse dalla
rinascita del platonismo, dell’aristotelismo (tanto averroistico quanto
alessandristico) e del naturalismo, si ricorra a C. GIACON, La Seconda Scolastica,
Milano, Bocca 1950 e a P. DI VONA, Studi sulla Scolastica della Controriforma,
Firenze, La Nuova Italia 1968.
XXVIII A. TORRE

imagines memoriae (condotta da Host capillarmente e proporzio-


nalmente preponderante nel complesso del testo), e la riattivazione
della loro funzione etico-devozionale, alle soglie dell’aspra querelle
sulle immagini e sull’arte sacra che opporrà la furia iconoclasta pro-
testante ai teologi e ai teorici dell’arte controriformista45.

III. Scrittura della memoria e teatro del dialogo

È dunque il Congestorium un ultimo riflesso dell’ormai


soccombente immaginario medioevale, o il primo bagliore di un
conflitto forse già pronto a divampare in tutta la sua violenza?
Quanto il Dolce nella sua scelta editoriale possa esser stato conscio
della questione non ci è dato stabilirlo appieno, anche se perlomeno
sospetta può apparire la pubblicazione veneziana presso che in
concomitanza con la discussione tridentina sulle immagini e, sicu-
ramente, ancor più felice il casuale incontro tra un testo, quello di
Host, che si fonda sulla sintesi di potenziale immaginifico e ordine
strutturale, e un autore come il Dolce che dello stretto legame fra
parola (scritta e recitata) e immagine (mentale e artistica) ha fatto,
più che un topico indirizzo di poetica46, un punto di riferimento

45
Ricordando che il Congestorium fu scritto nel 1513 (ma ciò non è
determinante, essendo più significativa la data di pubblicazione), resta il fatto
che il primo attacco protestante – per la verità più iconofobico che iconoclastico
– contro le immagini risale al 1522, ad opera del luterano Carlostadio (Von
Abtuhung der Bilder); il testo suscita l’immediata reazione dei domenicani Emser,
Eck e Neudorfer (i primi due, autori di opusculi pubblicati nel 1522; il terzo,
di un testo sulla venerazione delle immagini come culto dei santi, pubblicato nel
1528), mentre è accolto più tiepidamente da Lutero, che non giungerà mai a
predicare la distruzione delle immagini pur vietandone l’adorazione. Meno
indifferente risulterà Zwingli, per il quale è necessaria una totale abolizione del
culto delle immagini così come l’Antico Testamento predicava contro il culto
materialistico-pagano degli idoli. Il più violento e sistematico attacco alle im-
magini sarà però quello di Calvino (Institutio, 1559), materializzatosi poi
nell’inarginabile caccia alle immagini che nei Paesi Bassi (1560-1566) porterà
alla distruzione di un imprecisabile numero di opere d’arte.
46
Sulla vitalità di tale indirizzo si veda L. DOLCE, I quattro libri delle
Osservationi Grammaticali, IV, Venezia, Giolito 1562, 189: «Simile al Poeta è
il Dipintore, percioché l’uno e l’altro è intento alla imitazione, dissimile in
questo: che l’uno imita con le parole e l’altro con i colori; quello per la maggior
parte cose che s’apprestano all’animo, e questo a gli occhi; (…) Nondimeno
perché i versi e le parole sono il pennello et i colori del Poeta, con che egli va
adombrando e dipingendo la tavola della sua invenzione, per fare un ritratto
cotanto maraviglioso della natura che ne stupiscono gli intelletti de gli huomini,
dee porre ogni suo principale studio e diligenza in comporgli tali, e con voci così
DIVENIRE MEMORIA XXIX

costante del suo agire tanto nel macrocosmo degli interventi che lo
videro protagonista nell’ambiente culturale veneziano, quanto nel
microcosmo delle modalità operative che contraddistinsero la sua
produzione letteraria. Di tale virtuosa relazione il Dialogo della me-
moria può essere una fedele cartina di tornasole in quanto, come si
tenterà di mostrare in seguito, proprio in nome dello scarto retori-
co dell’immagine sembrano instaurarsi interessanti riferimenti in-
crociati tra nuclei tematici presenti in più di un’opera dolciana e
suggestioni ispirate dalle caratteristiche e dalla natura della forma
dialogica scelta dall’autore per la sua riscrittura.
Al solido vincolo che fin dal mitico banchetto di Simonide
Melico unisce poesia, pittura e mnemonica in nome dell’intenso
potere della visione, e alla penna di chi come il Dolce stabilisce «a
sort of ideal conversation with the text he is translating»47 ben s’ad-
dice infatti una forma letteraria come il dialogo, inafferrabile nel
suo porsi sulla soglia che separa tra loro i generi come «un labile
confine esposto ad eterogenee frequentazioni, a differenti
attraversamenti»48. La molteplicità delle voci dialoganti riflette così

belle et appartinenti alla materia di che egli tratta, che ne riesca quel fine ricer-
cato e desiderato da chi legge, e senza il quale ogni sua fatica è posta e consumata
indarno».
47
R.H. TERPENING, Lodovico Dolce. Renaissance Man of Letters, ed. cit., 129.
Non una vera e propria monografia ma una raccolta di saggi che, pur soffermandosi
in particolare sulla produzione teatrale del Dolce, mirano a delineare l’esperienza
culturale dell’autore veneziano, il libro di Terpening si propone l’«overriding
goal» – peraltro solo superficialmente raggiunto – «of clarifying Dolce’s role in the
diffusion and expansion of culture in the cinquecento» (8), analizzando temi e
fonti di alcune sue opere, difendendo strenuamente l’autore dalla secolare accusa
di plagiatore di mediocre ingegno («Later critics seem to disparage Dolce, following
the example of Muratori and other earlier critics, often without having read the
works under discussion. It is ironic that so many critics accuse Dolce of plagiarism
when they themselves merely repeat what other have said, often using almost the
exact words and usually without acknowledgement», 174) e soprattutto insisten-
do sulla felicità dello stile e sulla indefessa volontà di giovare ai lettori, che agli
occhi di Terpening ne hanno fatto, più che un «operaio della letteratura», «the
master of those who know naught» (164).
48
N. ORDINE, Il dialogo cinquecentesco italiano tra diegesi e mimesi, in
«Studi e problemi di critica testuale», XXXVII, 1988, 155. A testimonianza del
rinnovato interesse critico su forme e fortuna del genere dialogico nel Cinque-
cento si vedano: J. R. SNYDER, Writing the Scene of Speaking. Theories of Dialogue
in the Late Italian Renaissance, Stanford, Stanford University Press 1989; R.
GIRARDI, La società del dialogo. Retorica e ideologia nella letteratura conviviale del
Cinquecento, Adriatica, Bari 1989; Il dialogo filosofico nel ’500 europeo. Atti del
convegno internazionale di studi, Milano, 28-30 maggio 1987, a cura di D.
XXX A. TORRE

del genere il carattere proteiforme – per moduli espressivi e tema-


tici49␣ – e ne rivela la natura anfibia sospesa «tra lo scambio vitale
della parola, che fonda nell’immanenza pluridiscorsiva la sua pecu-
liare ragione di esistere, e il ritratto immobile di questa vitalità,
reiterabile all’infinito nella forma stabilita della scrittura»50. Un ul-
teriore riflesso dello “specchio dialogico” è quello che abbaglia il
lettore introducendolo nell’illusoria dimensione del testo e nelle
vesti di un interlocutore dialetticamente più o meno attivo a se-
conda dei modelli formali a cui il dialogo s’ispira e delle finalità del
messaggio che vuole comunicare: l’eredità platonica è rinvenibile
ad esempio laddove i dialoganti si pongono in una prospettiva dia-
lettica fortemente agonistica, dando un corpo e una voce a idee e
valori differenti, che dietro la loro opposizione lasciano presagire
l’esistenza di una verità ultima51; invece il dialogo diegetico

Bigalli e G. Canziani, Milano, Franco Angeli 1990; L. FORNO, Il “libro anima-


to”: teoria e scrittura del dialogo nel Cinquecento, Torino, Tirrenia Stampatori
1992; V. COX, The Renaissance Dialogue in its Social and Political Contexts,
Cambridge (Mass.), Cambridge University Press 1993; V. VIANELLO, Il «giardi-
no» delle parole. Itinerari di scrittura e modelli letterari nel dialogo cinquecentesco,
Roma, Jouvence 1993; A. PATERNOSTER, Aptum. Retorica ed ermeneutica nel
dialogo rinascimentale del primo Cinquecento, Roma, Bulzoni 1998.
49
Cfr. S. SPERONI, Apologia dei dialogi, I, in Trattatisti del Cinquecento, II,
a cura di M. Pozzi, Milano-Napoli, Ricciardi-Mondadori 1996, 694: «E percioché
di quelle cose che noi usiamo per dilettarci una è certo, e forse prima, la varietà
e novità, quindi avvien che l’autor del dialogo, messa in silenzio la sola e propria
sua voce, riempie quelli di varii nomi e costumi e novi e varii ragionamenti: varii
dico quanto alle cose di cui si parla e quanto al modo del favellare».
50
F. PIGNATTI, Introduzione a C. SIGONIO, Del dialogo, Roma, Bulzoni
1993, 61.
51
Cfr. C. SIGONIO, Del dialogo, ed. cit., 139: «Mi chiedo tuttavia se non
possiamo considerare piuttosto il dialogo padre di ogni nobile dottrina, dal
momento che ci mostra la via imboccata la quale possiamo con discreta facilità
passare dalle cose che si comprendono secondo opinione a quelle che sono
oggetto di indagine razionale, vale a dire dalle nozioni che poggiano sulla
verisimiglianza a quelle basate sulla verità»; e in controcanto un più disilluso S.
SPERONI, Apologia dei dialogi, I, ed. cit., 705: «che nel dialogo non pur si imitano
le persone che sono in esso introdotte, ma nelle cose che vi si dicono disputando
la vera e certa scienza che si può d’esse acquistare non è espressa in effetto, qual
è nel metodo aristotelico, ma imitata e ritratta (...) così ancor la dottrina la quale
in essa impariamo non è scienza ma di scienza ritratto, il quale ad essa si
rassimiglia». Sulla teoresi del dialogo in Sigonio si veda R. GIRARDI, “Elegans
imitatio et erudita”: Sigonio e la teoria del dialogo, in «Giornale storico della
letteratura italiana», vol. CLXIII, a. CIII, fasc. 523, 1986, 321-354; per lo
Speroni cfr. invece J. R. SNYDER, La maschera dialogica. La teoria del dialogo di
Sperone Speroni, in «Filologia Veneta», II, 1989, 113-138.
DIVENIRE MEMORIA XXXI

ciceroniano – in cui l’elaborazione retorica del trattato didattico


prevale sulla mimèsi, sulla dialettica e sulla reciproca confutazione
dei dialoganti 52 – costituisce il modello che alimenta il tòpos
umanistico della «cultura come dialogo»53, come comunicazione
fra i tempi e fra i saperi. Il dialogo interamente o parzialmente
narrativo risponde quindi adeguatamente «all’esigenza di descrive-
re il milieu della conversazione, ponendo in posizione centrale
l’omogeneità tra luoghi, circostanze, personaggi e valori da esalta-
re»54 e si offre come conveniente modulo espressivo e degna meta-
fora di un universo, come quello cortigiano, che insieme alle pro-
prie idee comunicava anche se stesso, di un «quadro culturale che
rendeva praticabile e significativa la rappresentazione narrativa di
eventi sociali in quanto cornici di dibattito»55. Diversamente, una
forma mimetica pura risulta più funzionale al pieno sviluppo della
dimensione dialettico-ideologica del dialogo, a un’esaltazione del
suo contenuto di pensiero56, e quindi tenderà a prevalere quando
al microcosmo centralizzato e finito della corte si sostituirà una

52
Cfr. F. TATEO, Tradizione e realtà nell’Umanesimo italiano, Bari, Dedalo
1967, 236: «Il dialogo ciceroniano è alla base del genere dialogico della prima
fase del ’400, soprattutto per il tono eloquente che lo distingue, e viene seguito
più che nella cornice, più che nei dettagli strutturali, in certo procedimento
logico, più tipico del persuadere retorico, che del dimostrare filosofico».
53
M.S. SAPEGNO, Il trattato politico e utopico, in Letteratura italiana, 3. Le
forme del testo, II. La prosa, ed. cit., 973. Sul dialogo umanistico si veda anche
D. MARSH, The Quattrocento Dialogue. Classical Tradition and Humanistic
Innovation, Cambridge (Mass.), Harvard University Press 1980.
54
N. ORDINE, Il dialogo cinquecentesco italiano tra diegesi e mimesi, ed. cit., 167.
55
P. FLORIANI, Il dialogo e la corte nel primo Cinquecento, in La corte e il
“Cortegiano”, I. La scena del testo, a cura di C. Ossola, Roma, Bulzoni 1980, 95.
56
Cfr. T. TASSO, Dell’arte del dialogo, a cura di G. Baldassarri, in «La
Rassegna della letteratura italiana», serie VII, I-II, 1971, 134: «Abbiam dunque
che ’l dialogo sia imitazione di ragionamento fatto in prosa per giovamento degli
uomini civili e speculativi» (su Tasso teorico del dialogo si vedano F. PIGNATTI,
I «Dialoghi» di Torquato Tasso e la morfologia del dialogo cortigiano rinascimentale,
in «Studi Tassiani», XXXVI, 1988, 7-43 e G. BALDASSARRI, L’arte del dialogo in
Torquato Tasso, in «Studi Tassiani», XX, 1970, 5-46); cfr. anche F. PIGNATTI,
Introduzione a C. SIGONIO, Del dialogo, ed. cit., 43: «nell’imitazione dialogica
l’atto materiale del discorrere riconducubile ancora alla dimensione dramma-
tica dell’agire, svolgerà una funzione per così dire di involucro, all’interno della
quale la centralità sarà conquistata dalla sostanza intellettuale del pensiero e
dalle sue dinamiche ragionative. (...) se per il dialogo si vorrà parlare ancora di
azione, si tratterà ora di un’azione puramente speculativa e il linguaggio sarà,
aristotelicamente, la figura con cui questa si offre alla comunicazione degli
uomini».
XXXII A. TORRE

realtà culturale pluricentrica, organizzata secondo esperienze so-


ciali diverse e talora in conflitto (oltre alla corte, l’accademia, la
tipografia e l’università). La contrapposizione tra diegèsi e mimèsi
nel dialogo cinquecentesco non è però così frontale e schematica
come la sintetica ricognizione del tema qui effettuata può erronea-
mente suggerire: lo stesso Dialogo della Memoria di Lodovico Dol-
ce è inseribile nel ventaglio delle numerose possibili variazioni che
contraddistinguono la morfologia di questo genere e ne testimo-
niano la derivazione da modelli classici differenti. La forma del
dialogare dolciano in quest’opera è apparentemente mimetica e le
sigle che introducono le battute di Hortensio e Fabrizio rimanda-
no senza dubbio a quel tipo di imitazione che «può montare in
palco e si può nominare rappresentativa»57; ma è lo sviluppo del
colloquio a negare tale classificazione palesando così l’intimo rap-
porto che lega la struttura di questo dialogo alla sua natura di ope-
ra tradotta.
L’ordinata e didascalica struttura del trattato latino volgarizza-
to impedisce quel rapporto dialettico tra i personaggi che la scelta
formale del dialogo mimetico auspicherebbe; all’autore si prospetta
infatti il difficile compito di dare apparenza drammatica ad un te-
sto originariamente modellato sulla forma mentis Scolastica, che certo
non spicca per malleabilità seppur presenti – nel metodo della lectio
e della disputatio, della obiectio e della responsio – innegabili legami
con la forma dialogica. L’assenza del dibattito appiattisce così le
figure dei due interlocutori, che solo raramente vivono in autono-
mia rispetto ai contenuti che stanno esponendo e al rapporto gerar-
chico che fa di Hortensio un magister della dottrina mnemonica e
di Fabrizio un silenzioso e attento discipulus58; proprio gli interventi
di quest’ultimo, rari, brevi e rispettosi della loro funzione di indica-
tori delle pause del discorso e delle variazioni del tema59, fanno
emergere il sostrato trattatistico dell’opera dolciana e ne confessano
la sostanziale alterità dai dialoghi filosofico-scientifici tardocinque-
centeschi e secenteschi, dove invece la spalla è un interlocutore cu-
rioso che sollecita spiegazioni e orienta la discussione.

57
L. CSTELVETRO, Poetica d’Aristotele vulgarizzata e sposta, I, 4, a cura di
W. Romani, Bari, Laterza 1978, I, 36.
58
Su questa struttura catechistica, propria soprattutto del dialogo
ciceroniano, si veda il saggio di G. POLARA, Quali itinerarî paralleli seguirono
Bloom e Stephen al ritorno?, in Il dialogo. Scambi e passaggi della parola, a cura di
G. Ferroni, Palermo, Sellerio 1985, 47-62.
59
Spesso le parole di Fabrizio sono la puntuale traduzione dei titoli
intercapitolari del testo latino. In altri casi essi fungono da fulmineo riassunto
DIVENIRE MEMORIA XXXIII

Ciononostante è proprio la scelta dialogica a evidenziare la


volontà del Dolce di forzare, in direzione di una più immediata
leggibilità, la regolata macchina del trattato latino allentandone
qua e là la rigorosa trama di capitoli e paragrafi: l’esposizione logi-
ca e lineare dei precetti mnemonici compiuta dal domenicano te-
desco viene infatti turbata dall’agire metafrastico di Dolce, che nel
suo procedere per tagli, spostamenti, aggiunte e sintesi sembra ap-
plicare all’originale latino una tecnica di montaggio non troppo
dissimile dai principî compositivi delle sue riscritture per il teatro.
Se in opere come la Didone è «il riconoscimento ludico del perso-
naggio nella voce del suo attore/interprete» a frantumare «il senso
autonomo della scrittura»60, qui, ma anche nel Dialogo dei colori o
nel Dialogo della institution delle donne, la frantumazione è tutta
interna alla pagina, e attiva il trapasso dall’indistinto monologante
del trattato alla polifonia della traduzione dialogata; polifonia che
aumenta la profondità scenica del testo, eliminando il carattere
disameno di una scrittura puramente e rigorosamente dimostrati-
va. Il teatro è in questo caso attratto dentro la scrittura per fornire
un adeguato supporto immaginifico e un dilettevole involucro
drammatico alla materia che si offre alla lettura e alla memoria: in
un interiore Teatro della Memoria va in scena una civile conversa-
zione veneziana tra maschere61 (ché questo sono tanto il docente

della materia appena esposta da Horazio, istantanee summae che, affidate alla
memoria, trattengono il nucleo della lezione seguita (la res memoranda senza
esemplificazioni e ornamenti) oppure si configurano come elemento attivatore
del processo di reminiscenza che riporterà alla mente del discepolo l’intera
lezione del maestro e anche il luogo, il tempo e l’occasione di quella lezione.
60
S. TOMASSINI, L’abbaino veneziano di un «operaio» senza fucina, in L.
DOLCE, Didone. Tragedia, a cura di S. Tomassini, Parma, Zara 1996, XII. Unica
effettiva assunzione di responsabilità critica, approfondita e senza compromessi,
nei confronti di Lodovico Dolce, questo studio rivela con vibrante lucidità la
predisposizione umana, le modalità operative e i riflessi culturali di una «fuga dal
centro della letteratura» verso l’«orizzonte dell’esperienza soggettiva» finalmente
dispiegata «nei loci interni di un’ordinata e polita pagina stampata» (X-XII).
61
Cfr. G. BENZONI, La forma dialogo: un’apertura con chiusura, in Crisi e
rinnovamenti nell’Autunno del Rinascimento a Venezia, a cura di V. Branca e C.
Ossola, Firenze, Olschki 1991, 23: «E, naturalmente, detto espositore, una
volta giunto al ’500, dovrebbe sostare a lungo per inventariare un’età in cui il
dialogo prolifera incontentabile, dilagante, debordante sino a sovrapporsi alla
trattatistica precedente, ora induttivamente ora deduttivamente, di definizione
in definizione, sino ad accamparsi – al posto di questa che resiste nell’ambito
universitario – quale trattatistica tout court. (…) Non mancano, come si può
constatare, i veneziani e scrittori, anche se non tali di nascita, comunque a
Venezia – ove, pure questo va detto, si stampa il grosso dei dialoghi – operanti,
XXXIV A. TORRE

Hortensio quanto il discente Fabrizio), offerta all’istruzione e al


diletto dello spettator che legge. L’arte della memoria costituisce
infatti un indispensabile ausilio per l’atto del ricordare e sbagliano
«quegli ignoranti nemici della scienza» che la «riprendono, come
non aiutatrice ma distruggitrice della memoria», perché
qual profitto potrebbe alcun cavare di aver con somma diligenza letto e rilet-
to alcun libro, overo di studiare qual si voglia arte, se, quando fa bisogno,
non l’avesse in pronto et alle mani; o non potesse ricordarsene per insegnare
altrui quello che sapesse, o valersene per lui alle occasioni? (p. 15).

Ma i precetti per accrescere e conservare la memoria possono


a loro volta essere compresi in profondità e ritenuti con saldezza se
esposti in una forma che ne levighi la scorza pedantescamente nor-
mativa e, tanto per il piacere con cui si fa leggere quanto per la
meravigliata partecipazione che sa suscitare, evochi essa stessa
imagines e loci nella mente del lettore62. Caso unico – allo stato
attuale delle conoscenze – nella tradizione mnemotecnica cinque-
centesca, la scelta dolciana di narrare in forma di dialogo la storia e
la teoria dell’arte della memoria, oltre a visualizzare il carattere pe-
dagogico-divulgativo che fin dal titolo il testo denuncia63, si offre
come esemplificazione, in diretta e in progress, di una fra le possibili
applicazioni delle regole di memoria e sembra suggerire al lettore
un rapporto più attivo e meno mediato con il loro centro propulsore,

a Venezia attivi. Ciò in sintonia con una città dalla loquacità intensa e diffusa
e, anche, con le discussioni insite nella dinamica stessa dell’azione governativa
le cui direttive nascono dal dibattito nelle sedi istituzionali. C’è convergenza,
insomma, a Venezia tra “ragionar” e “parlar”».
62
Cfr. L. MULAS, La scrittura del dialogo. Teorie del dialogo tra Cinquecento
e Seicento, in Oralità e scrittura nel sistema letterario, a cura di G. Cerina, C. Lavinio,
L. Mulas, Roma, Bulzoni 1982, 262: «Essendo un genere imitativo il dialogo può
arricchire la messa in scena dei detti con fatti, anche minimi e irrilevanti, che, privi
di per sé di capacità di dilettare, hanno tuttavia la capacità di accrescere il diletto
che viene dalle parti più importanti del discorso (...). Il diletto agisce in questo caso
come attivatore e potenziatore della memoria, poiché quei piccoli e graziosissimi
fatti sono i loci ai quali la memoria collegherà, per ritrovarle più agevolmente, le
parole pronunciate dagli interlocutori» [corsivi miei].
63
Il titolo, distante sia dagli ermetico-platonici «Tempio», «Ars» e «Idea»
sia dagli enciclopedici «Arca» e «Thesaurus» (che rimandano tutti a un’idea della
memoria come contenitore di sapienza), sembra invece sottintendere l’impulso
dinamico a una quotidiana prassi mnemonica. Ugualmente, il più sobrio e
allusivamente scientifico «Trattato delle Gemme» è il titolo che Dolce propone
per il suo volgarizzamento dello Speculum lapidum di Camillo Leonardi, mo-
strando così di voler tralasciare i pur remoti riferimenti a pratiche magico-
enciclopediche.
DIVENIRE MEMORIA XXXV

l’immagine, nonché interessanti punti di convergenza con altri due


Dialoghi dolciani, quello «nel quale si ragiona della qualità, diver-
sità e proprietà dei colori» e quello «della pittura intitolato L’Aretino»:
Dopo lo aver ragionato assai lungamente intorno a i luoghi, resta a volgere il
nostro sermone a quello che al proprio essere di questa arte appartiene. Fa-
cendosi adunque i luoghi per nostro uso et in quelli dovendosi contenere
alcuna cosa, dobbiamo hora considerare di dipingere in essi le imagini, per le
quali gli abbiamo fatto, di qualunque maniera; altrimenti la fatica che vi ci
abbiamo posta insino a qui riuscirebbe vana, come altresì indarno faressimo
le carte se in quelle non iscrivessimo alcuna cosa (p. 81).

IV. Ombre e colori della memoria

L’ipotetica trilogia dolciana sull’immagine si apre nel 1557


con l’opera che ha per protagonista «il flagello de’ principi» e che è
comunemente conosciuta e studiata in quanto voce del dibattito
cinquecentesco sull’imitazione64, e come strategico intervento let-
terario a favore della pittura veneziana (rappresentata dall’equili-
brio umanista di Raffaello e dall’armonioso colorismo di Tiziano)
e contro il primato del disegno, michelangiolesco e tradizional-
mente tosco-romano65: il commiato del protagonista dal letto-

64
Cfr. R.W. LEE, Ut pictura poesis. La teoria umanistica della pittura, trad.
it. Firenze, Sansoni 1974, 17: «Il Dolce può ancora accettare senza difficoltà il
vecchio concetto dell’imitazione letterale applicato alla natura in generale, ma
per quanto riguarda la figura umana, tema di gran lunga prevalente nella pittura
italiana, di fronte alla quale il resto della natura ha sempre avuto un carattere
sussidiario, il concetto non si può più applicare. Ed è a proposito della figura
umana in azione che il Dolce, seguendo il metodo dei critici letterari del suo
tempo che prescrivevano le regole della poesia rifacendosi ad Aristotele e ad
Orazio, formulò la sua dottrina dell’imitazione ideale»; a riguardo si vedano
anche E. PANOFSKY, Idea. Contributo alla storia dell’estetica, trad. it. Firenze, La
Nuova Italia 1952 e J. GRAHAM, ‘Ut pictura poesis’. A bibliography, in «Bulletin
of Bibliography and Magazine Notes», XXIX, 1972.
65
Cfr. E. BATTISTI, Il concetto d’imitazione nel Cinquecento italiano, in
Rinascimento e Barocco, Torino, Einaudi 1960, 204: «Nei suoi [scil. del Dolce]
scritti c’è indubbiamente il tentativo di trovare un accordo fra esperienza e
creazione, fra natura e stile: di qui il peso enorme che le sue pagine ebbero per
la formazione del Barocco. Specialmente la sua interpretazione critica di Tiziano
restò normativa: per merito di essa il gusto veneziano potè affiancarsi con pari
dignità teorica a quello tosco-romano». Sul Dialogo della pittura si vedano
anche: S. ORTOLANI, Pietro Aretino e Michelangelo, in «L’Arte», 25, 1922, 15-26;
ID., Le origini della critica d’arte a Venezia, in «L’Arte», 26, 1923, 1-17; M. W.
ROSKILL, Dolce’s Aretino and Venetian Art Theory of the Cinquecento, New York,
New York University Press 1968.
XXXVI A. TORRE

re66 lascia intravvedere in limine i motivi di quello che in apparenza


è un attacco dai toni controriformistici67 e che a posteriori si rivela
come «la difesa di un’arte che, dopo aver estratto dal michelangio-
lismo tutto quanto poteva servire per superare un momento di sta-
si, che altrimenti avrebbe potuto condurre all’accademismo, rinvi-
gorita e sicura di sé, si sente di riprendere il proprio cammino sen-
za più aiuto, anzi desiderosa di liberarsi da quegli influssi che, dive-
nendo troppo potenti, potrebbero snaturarla»68 e allontanarla dalla
sua peculiare origine: l’intima fusione del colore e del disegno.
L’Aretino e il Dolce, convinti entrambi che «il senso dello scrivere
sull’arte risiede nel potere (e nella prepotenza) di tracciarne le co-
ordinate ideologiche»69, relativizzano la ‘divinità’ di Michelangelo,
oscurando il suo eccellere nel disegno con la circolare perfezione
del dipingere tizianesco70: l’uno plasmando il materiale linguistico
con la stessa fisicità degli impasti di colore, l’altro collocando i con-
tenuti della nuova arte in un contesto culturale unitario, i due com-
pari tentano di strappare Venezia al suo splendido isolamento e
alla sua inclinazione verso l’Oriente, per interessarla maggiormen-
te ai problemi italiani e contrapporla così a Roma come polo cul-
turale simmetrico e di pari prestigio.

66
Cfr. L. DOLCE, Dialogo della pittura intitolato L’Aretino, in Trattati d’arte
del Cinquecento fra Manierismo e Controriforma, I, a cura di P. Barocchi, Laterza,
Bari 1960, 206: «E di presente io temo che la pittura non torni a smarrirsi
un’altra volta, percioché de’ giovani non si vede risorgere alcuno che dia speran-
za di dover pervenire a qualche onesta eccellenza; e quei che potrebbono divenir
rari, vinti dall’avarizia poco o nulla si affaticano nelle opere loro».
67
Cfr. A. BLUNT, Le teorie artistiche in Italia dal Rinascimento al Manierismo,
trad. it. Torino, Einaudi 1966, 133: «L’attacco in questione fu promosso
dall’Aretino e proseguito a nome suo dall’amico Lodovico Dolce. Fu ispirato da
motivi del tutto personali e non era in alcun modo connesso con le critiche serie
e di carattere religioso fatte al Giudizio Universale, benché successivamente, a
quanto sembra, Gilio da Fabriano abbia attinto argomenti dall’opera del Dolce».
68
M. POZZI, L’«ut pictura poësis» in un dialogo di L. Dolce, in Lingua e
cultura del Cinquecento, Padova, Liviana 1975, 13.
69
M. PIERI, Furore e Maniera. Alle origini della scrittura sull’arte con una
Appendice sull’Idillio, Parma, Zara 1984, 29. Sulla politica culturale dell’Aretino
e sul ruolo determinante che in essa gioca il Dolce si vedano anche G. FALASCHI,
Progetto corporativo e autonomia dell’arte in Pietro Aretino, Messina-Firenze,
D’Anna 1977, e CH. CAIRNS, Pietro Aretino and the Republic of Venice. Researches
on Aretino and his circle in Venice 1527-1556, Firenze, Olschki 1985.
70
Cfr. L. DOLCE, Dialogo della pittura intitolato L’Aretino, ed. cit., 145:
«Tiziano, il quale diede alle sue figure una eroica maestà e trovò una maniera di
colorito morbidissima, e nelle tinte cotanto simile al vero, che si può ben dire
con verità ch’ella va di pari passo con la natura»; e anche 202: «E certo in questa
tavola [l’Assunzione della Vergine di Tiziano] si contiene la grandezza e terribilità
DIVENIRE MEMORIA XXXVII

Otto anni dopo (1565) la città lagunare è indirettamente evo-


cata anche dalle pagine del Dialogo dei colori, opera singolare nel
suo ibridismo di galateo letterario-cortese del colore e di
pseudotecnico manualetto di pittura71: il colore, a Venezia più che
altrove, non è solo quello che nei pittori fa sembrare viva ogni figu-
ra, ogni carne tremante, ma anche quello «degli antichi sudori del-
la tinta» che incrementa il valore di ogni manifattura, quello vio-
lentemente umano «della merda e del sangue» e, non ultimo, quel-
lo che per la comune genesi combinatoria – per addizione e sottra-
zione – ricorda i Teatri di retorica e memoria del «divino» Giulio
Camillo72.
Anche in questo Dialogo, dov’è nuovamente ribadito il dirit-
to del profano cólto a parlare d’arte73, l’immagine è analizzata come

di Michelagnolo, la piacevolezza e venustà di Rafaello, et il colorito proprio della


natura».
71
La patina tecnica del dialogo dolciano, che in modo palese propende
verso un uso letterario del discorso e della figura del colore, è probabilmente un
residuo di superficie del già citato Libellus de coloribus di Antonio Tilesio, un
trattato latino stampato a Venezia nel 1528, che Dolce traduce abbondante-
mente nelle prime pagine facendo proprio un sistema di mappatura del colore,
fondato sulla nomenclatura, l’etimologia e i principî d’uso dei colori.
72
Per le citazioni: M. BRUSATIN, Storia dei colori, Torino, Einaudi 1983,
56 e 58. Sulla memoria del Camillo si vedano invece, oltre al fondamentale L.
BOLZONI, Il teatro della memoria. Studi su Giulio Camillo, Padova, Liviana 1984:
L. B. WENNEKER, An examination of L’Idea del Theatro of Giulio Camillo, including
an annotated translation, with special attention to his influence on embleme literature
and iconography, Ph. D., University of Pittsburg 1970; G. BARBIERI, L’artificiosa
rota: il teatro di Giulio Camillo, in Architettura e Utopia nella Venezia del Cinque-
cento, a cura di L. Puppi, Milano, Electa 1980, 209-218; C. BOLOGNA, Il «Theatro»
segreto di Giulio Camillo: l’«Urtext» ritrovato, in «Venezia Cinquecento», 1,
1991, 217-271; L. BOLZONI, Erasmo e Camillo: il dibattito sull’imitazione, in
«Filologia antica moderna», IV, 1992, 69-113; M. TURELLO, Anima artificiale.
Il teatro magico di Giulio Camillo, Udine, Aviani 1993; L. BOLZONI, Scrittura e
arte della memoria. Pico, Camillo e l’esperienza cinquecentesca, in Giovanni Pico
della Mirandola. Atti del Convegno Internazionale di Studi nel cinquecentesimo
anniversario della morte (1494-1994), Mirandola, 4-8 Ottobre 1994, a cura di
G. C. Garfagnigni, Firenze, Olschki 1997, 359-381; A. TORRE, Scena Speranze.
Il paradigma del teatro nell’arte della memoria rinascimentale, in «Scena‹e›. Studî
sulla vita delle forme nel teatro», V-VI, 2000, 9-32.
73
L. DOLCE, Dialogo nel quale si ragiona della qualità, diversità e proprietà
dei colori, ed. cit., c. 7r: «E ne favellerò teco non come dipintore, ché ciò
appartenerebbe al Divin Tiziano; né meno la tua vaghezza è di apparare il
componimento de’ colori; ma come si fa da uno il cui studio è di lettere e non
di pittura»; da confrontare con L. DOLCE, Dialogo della pittura intitolato L’Aretino,
ed. cit., 155: «E dico che nell’uomo nasce generalmente il giudicio dalla pratica
e dalla esperienza delle cose. E non essendo alcuna cosa più famigliare e dome-
stica all’uomo, di quello ch’è l’uomo, ne seguita che ciascun uomo sia atto a far
XXXVIII A. TORRE

oggetto retorico, come forma che comunica un messaggio. Una


forma che può essere visivamente semplice, come ogni singolo co-
lore di cui il Dolce ci rivela le numerose sfumature di significato in
una sequenza cromatica suggestivamente assimilabile a un ordina-
to schema di luoghi mnemonici:
Il ceruleo mi fa ricordar del Cesio. Questo adunque avrà il secondo
luogo74;

oppure una forma che può presentare contorni più ermetici, come
le imprese di famose case tipografiche veneziane75 spiegate dall’au-
tore nella seconda parte del dialogo, dove, sempre nella forma di
catalogo, il Dolce dà vita a un vero e proprio dizionario del figurabile,
utile per la composizione e la lettura di emblemi e imprese76: ogni

giudicio di quello che egli vede ogni giorno, cioè della bellezza e della bruttezza
di qualunque uomo; (...) Onde, avendo l’uomo, come ha, questa cognizione
intorno alla forma vera, che è questo individuo, cioè l’uomo vivo; perché non
la dee aver molto più intorno alla finta, che è la morta pittura?».
74
L. DOLCE, Dialogo nel quale si ragiona della qualità, diversità e proprietà
dei colori, ed. cit., c. 9v.
75
Troviamo: l’«Ancora col Delfino avoltovi a torno» (c. 54r) che fregia i
libri di Aldo Manuzio e dinota la fermezza; la «Fenice, che arde nelle fiamme,
risguardando incontra il Sole» (c. 57v), simbolo dell’immortalità e degno em-
blema quindi della tipografia giolitina «perché gl’impressori con l’imprimer de’
libri tengono vivi i nomi de gli Scrittori, e gli rendono immortali»; e infine,
esemplificativo dell’accortezza diplomatica del Dolce, «la Gatta, la quale tiene
un Topo in bocca» (c. 56v) scelta come insegna da messer Marchiò Sessa, in cui
l’autore riconosce tanto l’utilità («La Gatta mangia i Topi, i quali sono di gran
danno a una casa, percioché rodono cose di valore, come ornamenti di casa, libri
e cose simili»[corsivo mio]) quanto «che non vi può essere amicizia e concordia
che duri se non tra pari» (per la quotidiana battaglia tra gatti e cani). Quest’ul-
tima impresa ritorna anche nel Trattato delle gemme, Venezia, Sessa 1565, c. 88v:
«GATTA, figura di una gatta col topo stretto in bocca; trovandosi scolpita in un
Diaspro, fa chi la porta legata in uno anello d’oro, abondevole de’ beni di
fortuna, e massimamente della mercanzia de’ libri». Nel Dialogo della memoria
invece, stampato anch’esso per i tipi del Sessa, compare lo stesso capostipite di
questa importante impresa editoriale veneziana come personaggio di una rap-
presentazione mentale vòlta a memorizzare gli estremi di una trattativa com-
merciale (cfr. il testo a p. 188); sui Sessa si vedano S. CURI NICOLARDI, Una
società tipografico-editoriale a Venezia nel secolo XVI, Firenze, Olschki 1984, e N.
VIANELLO, Per gli «Annali» dei Sessa tipografi ed editori in Venezia nei secoli XV-
XVII, in «Accademie e biblioteche d’Italia», XXXVIII, 4-5, 1970, 262-285.
76
Sui rapporti fra impresistica e arte della memoria resta fondamentale
(anche per ricchezza di immagini) lo studio di L. VOLKMANN, Ars memorativa,
in «Jahrbuch der Kunsthistorischen Sammlungen in Wien», 3, 1929, 111-203.
Si vedano anche: L. VOLKMANN, Bilderschriften der Renaissance. Hieroglyphik und
Emblematik in ihren Beziehungen und Fortwirkungen, Leipzig, K. W. Hiersemann
DIVENIRE MEMORIA XXXIX

singolo oggetto elencato si presta infatti ad essere identificato come


lettera-immagine di uno dei tanti alfabeti visibili, consigliati spes-
so anche nel Dialogo della memoria «a fine che più facilmente la
cosa medesima mova l’animo e con più forza gl’intendimenti spiritali
si stampino nella memoria» (p. 105). D’altronde il colore, elemen-
to determinante insieme alla specie e alla forma per discernere gli
elementi del reale77, risulta una componente non secondaria anche
della prassi mnemonica, poiché da un lato il contrasto cromatico
tra immagine e luogo, stimolando la percezione sensoriale, aiuta la
facoltà ritentiva 78, e dall’altro le potenzialità metaforiche e
metonimiche del colore rinviano ai criterî associazionistici di so-
miglianza, contiguità e opposizione, su cui la mente umana fa leva
per ricordare, sicché il colore bianco, ad esempio, «purissimo colo-
re, (...) trasportandosi per via di metafora all’animo, si prende per
sincero»79; o, non diversamente, «la cosa accidentale e la propria si
noterà nel suo soggetto: come nel Moro la negrezza, nell’Arabo il
colore fosco, nello Schiavone la rossezza, ne’ Francesi e Tedeschi la
bianchezza» (p. 137, corsivi miei), di modo che il richiamo
mnemonico risulti immediato. Nel Dialogo dei Colori non vi è però

1923; M. PRAZ, Studi sul concettismo, Firenze, Sansoni 1946; R.J. CLEMENTS,
Picta poësis. Literary and Humanistic Theory in Renaissance Emblem Books, Roma,
Edizioni di Storia e Letteratura 1960; R. KLEIN, La forma e l’intelligibile. Studi
sul Rinascimento e l’arte moderna, trad. it. Torino, Einaudi 1975; G. INNOCENTI,
L’immagine significante. Studio sull’emblematica cinquecentesca, Padova, Liviana
1981; W. NEUBER, Locus, Lemma, Motto. Entwurf zu einer mnemonischen
Emblematiktheorie, in Ars memorativa. Zur kulturgeschichtlichen Bedeutung der
Gedächtniskunst 1400-1750, ed. cit., 351-372. Nella stessa produzione dolciana
è presente una raccolta di imprese: Imprese Nobili et ingeniose di diversi Prencipi
et d’altri personaggi illustri nell’arme et nelle lettere. Le quali, col disegno loro
estrinseco, dimostrano l’animo et la buona o mala fortuna de gli Autori loro. Con le
dichiarationi in versi di messer Lodovico Dolce et d’altri, Venezia, G. Porro 1578.
77
L. DOLCE, Dialogo nel quale si ragiona della qualità, diversità e proprietà
dei colori, ed. cit., c. 6r: «Mentre io vo riguardando questa gran Machina del
Mondo, ve n’è una non picciola, anzi forse non minore di qualunque altra: il
vedere ogni cosa distinta col suo proprio colore, dalla cui varietà prendono gli
occhi infinita contentezza e diletto. Percioché il cielo, la terra, le piante, l’herbe,
i fiori, gli animali brutti e l’huomo, tutti sono diversi non solo di specie e di
forma, ma di colori».
78
Cfr. il testo a p. 128: «Ora alle volte aviene che non troviamo agevol-
mente l’imagine della cosa di cui vogliamo ricordarci, né per intendimento di
essa, né per suono di voce, né per capi di parola. In questo caso è mio consiglio
che la imagine, da noi formata con le lettere o sillabe sovra dette, al suo luogo
tenga l’iscrizione da esso luogo di contrario colore».
79
L. DOLCE, Dialogo nel quale si ragiona della qualità, diversità e proprietà
dei colori, ed. cit., c. 12r.
XL A. TORRE

traccia evidente di quelle strategiche provocazioni intellettuali che


ritornano invece con frequenza nel Dialogo della pittura.
Il nucleo polemico di quest’ultima opera è la teorizzazione
che Dolce fa del decorum sulla scorta di «categorie non morali ma
estetiche»80, affermando la necessaria convenevolezza del prodotto
artistico tanto nei confronti del soggetto ritratto quanto dell’am-
biente a cui è destinato: in ogni momento della pittura 81 l’artista
deve porre «riguardo alla qualità delle persone, né meno alle nazio-
ni, a’ costumi, a’ luoghi et a’ tempi» così che «se dipinge un putto,
dee dargli membri da putto, né dee fare un vecchio con sentimenti
da giovane, né un giovane con que’ da fanciullo. Il simile è
convenevole che si osservi in una donna, distinguendo sesso da
sesso, et età da età, e dando a ciascuno convenientemente le parti
sue»82. Il concetto di decorum è però un punto di riferimento co-
stante non solo per chi dà visibilità e dignità artistica alle forme
partorite dall’ingegno, ma anche per coloro che questi fantasmi
creano a beneficio della propria memoria, imprigionandoli poi
negl’invisibili recessi della mente:
Percioché dobbiamo formar le imagini che abbiamo nella mente con certe
linee et attitudini del corpo proprie e convenevoli alle loro qualità e condi-
zioni, in modo che anco l’interno rappresentino: come per esempio per un
vecchio fingeremo un huomo tremante, di corve spalle, che paia che gema,
con le labbra pendenti, con la barba bianca, lunga, e squallida, e co’ capegli
rari e canuti. Allo ’ncontro per un bel giovane ricercheremo una forma gra-
ziosa et una statura convenevole, e lo faremo di viso alquanto lunghetto, co’
capegli inanellati, con delicate mani, e tale che dimostri vivezza ne’ gesti. E
così serberemo la qualità di ciascuna età e di ciascun sesso (p. 93).

Inoltre sia il pittore che lo mnemonista debbono comporre


il racconto, sulla tela o nella mente, «disponendo ordinatissima-
mente le cose nel modo che elle seguirono»83, non diversamente da
come Aristotele suggerisce agli scrittori di teatro con la sua unità
80
M. POZZI, L’«ut pictura poësis» in un dialogo di L. Dolce, ed. cit., 20. Faro
della trattazione dolciana è chiaramente l’Ars poetica oraziana, tradotta dallo
stesso scrittore veneziano: La poetica d’Horatio, tradotta per Messer Lodovico
Dolce, Venezia, Bindoni 1535.
81
Dolce applica alle arti figurative la tripartizione dell’oratoria in inventio,
dispositio ed elocutio, riconoscendo nell’invenzione la scelta dell’evento da rap-
presentare e il piano generale del quadro che il pittore ha elaborato nella propria
mente; nel disegno, la proiezione dell’invenzione in un bozzetto senza colore; e
nel colorito, l’atto che offre al quadro la sua veste definitiva.
82
L. DOLCE, Dialogo della pittura intitolato L’Aretino, ed. cit., rispettiva-
mente 165 e 177.
83
Ibid., 166.
DIVENIRE MEMORIA XLI

d’azione: se la corretta successione dei fatti nella storia dipinta rin-


salda la verisimiglianza del quadro e impedisce che la confusione
infastidisca l’occhio dello spettatore, la costituzione di un’ordinata
griglia di imagines fixae e la regolare giustapposizione di imagines
mobiles, legate fra loro come a «formare una catena di comuni azio-
ni», fortificano la memoria naturale rendendo possibile quel pro-
cesso logico a base associazionistica su cui si fonda la reminiscenza:
E nel vero è cosa agevole, dai luoghi ordinatamente posti, la imaginata mate-
ria pronunziar con ordine e con dottrina; con sicura prontezza procedendo
da una cosa in un’altra, con diverso ordine, dritto, oblico e contrario. (...) e
quello che non ha fatto l’arte del Maestro o la natura, noi col nostro pensiero
ridurremo in ordine di continuità e vicinanza (p. 58).

Ma la convenevolezza e l’ordine, se garantiscono l’accettabilità


delle immagini – interne o esterne –, di certo non sono in grado da
soli di dare a queste spirito, vita, e di dotarle così anche del potere
di muovere «gli animi de’ riguardanti, alcune turbandogli, altre
rallegrandogli, altre sospingendogli a pietà et altre a sdegno»84: è la
tensione emotiva, creatasi nell’animo del fruitore di un’immagine
«maravigliosa, dilettevole, ridicolosa, o crudele, di rara qualità, e
timida, maravigliosa, cioè di gesto atroce e crudele, di volto che
appresenti aspetto di chi stupisce, e ripiena di tristezza» (p. 93), a
stabilire tra i sensi dello spettatore e la sua memoria un legame di
intensità tale che, grazie ad essa, il contenuto formale o metaforico
dell’immagine riesce a sottrarsi all’indifferente fluire del tempo.
L’intenso potere dell’immagine e dell’immaginazione che fin
dalle origini soggiace alla fitta trama di rapporti che legano poesia,
pittura e mnemonica, sembra dunque unire anche i destini del Dia-
logo della pittura, del Dialogo della memoria e del Dialogo dei colori,
sottolineando una volta di più il complesso gioco di specchi, che
nel Cinquecento fa sì che «i poemi si possono così trasformare in
gallerie, i testi in palazzi, le collezioni in enciclopedie e in castelli
interiori, e viceversa»85.

84
Ibid., 186.
85
L. BOLZONI, La stanza della memoria. Modelli letterari e iconografici
nell’età della stampa, ed. cit., XX. Vera e propria denuncia di questa ‘poetica
dell’intersezione’ è un passo del Dialogo della memoria: «Overo ce li imagineremo
per le figure come che gli dipingono i Pittori. Dell’arte de’ quali se avremo
qualche famigliarità o contezza, ci sarà più agevole il formarle. Come chi volesse
raccordarsi della favola di Europa, potrebbe valersi dell’esempio della pittura di
Tiziano; et altretanto di Adone e di qual si voglia altra favola, o historia profana
o sacra, eleggendo specialmente quelle figure che dilettano e quindi sogliono la
memoria eccitare» (cfr. il testo a p. 146).
XLII A. TORRE

V. Promemoria veneziano

Le tre opere fatte dialogare si rincorrono a breve distanza in


un periodo che, come abbiamo visto, è sì caratterizzato da una
profonda ridefinizione dei caratteri e delle finalità dell’immagine,
tanto pittorica quanto mnemonica, ma che, specificamente a Ve-
nezia, intravvede anche più macroscopici segnali – politici, cultu-
rali e sociali – di un ormai prossimo e vasto mutamento di stagio-
ne. A Venezia dunque, un’età di memoria: nella quale è significan-
te lo sforzo di inventariare ogni istante di un avventuroso volo che
con le ali della passione e della volontà, e non con la bussola del-
l’intelletto, aveva prodotto un’illusoria sensazione di libertà e auto-
nomia86. Del minaccioso incombere di tempi nuovi deve essersi
accorto anche il Dolce, uomo apparentemente classico per la sua
ansia di visualizzare nell’inchiostro ogni esperienza di sapere e per
la sua ossessiva voracità nel memorizzare sulle carte ogni trasmissibile
insegnamento degli antichi maestri (che in negativo può anche con-
siderarsi un intimo terrore di dimenticare, di perdere «ciò che ti ha
fatto, un po’ per caso, uomo di lettere capace di citare un passo
difficile, di abbinare senza sforzo apparente un nome classico, un
aggettivo, un colore, una virtù»87) ma nel contempo intimamente
anticlassico per la sua fede in una cultura che vive del dialogo fra i
sensi e la ragione e che ascende dal piano dell’esperienza verso quello
del pensiero88.
Passione e volontà, si diceva: nell’incontro di queste due forze
tra le carte dell’officina tipografica sembra materializzarsi il piccolo
mondo del Dolce, un microcosmo in cui la Letteratura («Appresso
abbiate sempre nell’animo che né la chiarezza del sangue, né l’am-
piezza delle facoltà, né i meriti del clarissimo Padre vi posson ren-
der tanto nobile appresso gli huomini, né tanto grande nelle digni-
tà della vostra illustre patria, quanto gli ornamenti delle lettere et il
studio delle virtù»89) invade con i forsennati ritmi dei torchî ogni

86
Su Venezia come imago memoriae dei valori del Rinascimento nell’età
della Controriforma si veda W.J. BOUWSMA, Venezia e la difesa della libertà
repubblicana, trad. it. Bologna, il Mulino 1977.
87
R. PIERANTONI, I giocattoli della memoria, ne «La Stampa» del 14 ottobre
1995.
88
Cfr. L. DOLCE, Dialogo della pittura intitolato L’Aretino, ed. cit., 155: «E
dico che nell’uomo nasce generalmente il giudicio dalla pratica e dalla esperien-
za delle cose».
89
Cfr. la lettera del Dolce a «Messer Federigo Badoaro», conservata nella
Nuova scielta di lettere di diversi nobilissimi huomini, Venezia, Muschio 1574,␣ 112.
DIVENIRE MEMORIA XLIII

più riposto anfratto della vita, e in cui la Vita («Arei sommamente


caro che’l latore fosse hoggi dopo desnare il Ragazzo di vostra Si-
gnoria»90) dà libero sfogo alle energie ereditate dalla letteratura, né
l’una si oppone all’altra, o la governa, ma insieme reciprocamente
si compenetrano; la letteratura non si pone in lui come elemento
accessorio o vocazione, come empito radioso e incorporeo d’asso-
luto, quanto piuttosto come un’altra possibilità di vita che viene a
incarnarsi in un ostinato, e quindi etico, impegno pratico nella
scrittura e nella lettura, che di ben più nobili slanci poetici ha im-
parato a leggere le nude ossa, a riconoscere la partitura delle idee.
L’evidenza reale di una sovrapposizione senza residui in Dol-
ce fra ciò che è vita e ciò che fa letteratura, testimoniata dall’im-
pressionante media annua del suo lavoro intellettuale, trova poi
una sublimata corrispondenza all’interno dei testi nella costante
declinazione della materia trattata in termini di generale ed esperibile
utilità. E questa visione profondamente pragmatica dell’atto arti-

90
La citazione è tratta da una lettera di Dolce «Al Signor suo Compare
Messer Pietro Aretino Divinissimo», raccolta poi in Lettere scritte all’Aretino,
Marcolini, Venezia 1552, 378. Un’ulteriore, evidente e al contempo ambigua
per il carattere burlesco dell’opera, testimonianza della presunta omosessualità
dolciana – segno dell’integrazione dell’erotismo, dell’amore e della sensualità
nella cultura e nel vissuto quotidiano di Venezia in un momento di forte
ridefinizione del senso della vita – è costituita dal Capitolo d’un Ragazzo, in cui
il Dolce chiede insistentemente a messer Anselmi di permettere il ritorno a quel
ragazzo che fino a pochi giorni prima «era la mia vita, e ’l mio diletto» e che ora,
scappato, era andato a prestar servizio proprio presso di lui: bello («Egli ha un
viso da far arder Giove») e cólto («Avea il Petrarca e gli Asolani a mente»),
rappresentava l’unico sollievo («Egli la cura avea della mia stanza, / Trarmi le
calze quando andava a letto, / E di menarmi, s’io volea, la manza») e l’unico
sostegno («Meco non è Amarilli o Galatea, (…) Ma una vecchia che pare una
strega; / Che s’io voglio un servigio, e’ mi bisogna / Pregarla, e spesse volte ella
me l’ niega») per il Dolce che amaramente ne piange la fuga («E starci senza io
non ne posso un’ora») e ne sogna il ritorno («Dormirà nel mio letto a suo
bell’agio / Così ne’ fatti per modo di dire, / Egli farà la donna di palagio»).
Indicativo del carattere non del tutto faceto della composizione è il finale, dove
Dolce non nasconde qualche preoccupazione sul fatto che il Capitolo venisse
letto pubblicamente da personaggi influenti: «Mandatemi il ragazzo, e se vi pare
/ Di bruciar questa scritta, non sia rio, / Anzi sarà una cosa da lodare. / Che in
man del vostro Cardinale e mio / Potrebbe capitar per isciagura: / E mi fareste
rinnegar Iddio. / Non già ch’abbia pensiero, né paura, / Ché di me sospettasse
oncia di tristo: / Sa ben sua Signoria la mia natura. / Ma voi potrebbe cogliere
sprovisto» (Il primo libro dell’Opere Burlesche di Messer Francesco Berni, di Messer
Giovanni Della Casa, del Varchi, del Mauro, di Messer Bino, del Molza, del Dolce
e del Fiorenzuola. Ricorretto, e con diligenza ristampato, Usecht al Reno, appresso
Jacopo Broedelet 1726, 341-346).
XLIV A. TORRE

stico emerge anche dal Dialogo della memoria: un testo, che cammin
facendo non esiterà a risultare qua e là oscuramente astratto, nasce
invece da un bisogno pratico, dalla semplice e comprensibile ri-
chiesta di chi, «non per difetto d’ingegno ma per mancamento di
memoria» (p. 7), fatica a trarre il massimo profitto dai lunghi studî;
non beneficiato dal dono naturale di una memoria pari a quella
degli illustri mnemonisti che il compagno Hortensio, subito cala-
tosi nei panni del magister, gli elenca un po’ scortesemente, Fabri-
zio si affida all’aiuto dell’amico, conscio della sua esperienza in
materia («io so che molto in così fatto esercizio ti sei affaticato»,
p.␣ 9). Da un incontro che l’inizio ex abrupto del dialogo contribu-
isce a rivestire di casualità e quotidianità nasce dunque una lunga
lezione, in cui le voci dei maestri antichi e moderni dell’ars
reminiscendi si accavallano sovrastandosi l’un l’altra, vanamente
controllate da un ordine ormai spoglio della propria sistematicità,
ma attentamente ed elegantemente filtrate dalla filigrana della tra-
duzione dolciana, «perché la viva voce suole apportar sempre non
so che di più» (p. 9): la traduzione in forma di dialogo che Dolce fa
del trattato latino offre a quest’ultimo un’occasione di vita in più,
che è tanto una possibilità in più di essere ricordato, poiché di fatto
diviene una res memoranda calata e riposta in un edificio dramma-
tico immaginificamente produttivo, quanto un’opportunità in più
di vivere come scrittura, poiché il testo decomposto ancora traluce
fra le maglie della riscrittura, seppur con un riflesso deformato,
parziale, franto.
Dopo le proemiali definizioni di memoria naturale, memoria
artificiale e reminiscenza, Dolce entra nel vivo della trattazione
focalizzando lo sguardo sulle norme riguardanti i luoghi, le imma-
gini e l’ordine, elementi costitutivi di ogni mnemotecnica, il cui
«bello artificio (…) non tanto si approva per l’autorità de gli anti-
chi, quanto per la lunga pratica che si suol far di giorno in giorno»
(p. 32); e dominio del quotidiano, tanto che di essi possiamo forni-
re cataloghi alfabetici e schematiche illustrazioni, sono ad esempio
i tanti mestieri ai cui nomi e attributi possiamo agganciare ogni
nostro ricordo, ma anche il paesaggio del mondo reale che attraver-
so i canali della percezione dialoga con i loci immaginarî della no-
stra mente: da una parte infatti l’introiezione della topografia e del-
l’architettura del mondo esterno nei dominî dell’interiorità sugge-
risce un sempre più razionalizzato spazio mentale e un’immagine
della memoria come luogo ordinato e misurato, mentre dall’altra le
leggi che all’atto della conservazione mnemonica presiedono alla
formazione di un intimo paesaggio mentale, fatto di necessarie uni-
DIVENIRE MEMORIA XLV

formità e simmetrie mai deluse, contribuiscono a una sempre più


geometrizzata e schematica percezione, nonché concettualizzazio-
ne, dello spazio sensibile esteriore91. Questa dialettica interno-esterno
è sintomatica della dimensione retorica dell’arte della memoria, che
risulta dominante all’interno del Dialogo e pienamente conforme
con le sue più prossime fonti classiche e Scolastiche; tale lettura in
chiave retorica ben si sposa altresì col valore d’uso delle tecniche
mnemoniche e più in generale della vis memorativa, che Dolce sot-
tolinea con costante frequenza lungo tutto il dispiegarsi del dialogo
fino alle sue ultime battute, dove l’autore esemplifica ancora una
volta il metodo proposto ragionando «alquanto intorno alle cose
profane (…) che dipendono dai numeri; e così le mercanzie, i debi-
ti, il giuoco de’ dadi, delle carte, de gli scacchi, e così fatti» (p.␣ 185):
d’altronde le osservazioni sulla memoria che nel Medioevo dimora-
vano esclusivamente tra le carte dello studioso fanno ora bella mo-
stra di sé perfino nella precettistica del comportamento, come ci
testimonia questo passo del Dialogo della istitution delle donne, in
cui Dolce ha ben in mente le grandi potenzialità infantili di
ritenzione mnemonica sostenute da più di un’auctoritas classica:
Segue la terza e maggior considerazione, la quale è che non solo dobbiamo
guardarci di fare alcun atto men che honesto in presenza delle nostre figliuo-
le, ma di dir parola né lasciva né inconsiderata, perché sì come esse sono atte
a imprender con poca fatica e quelli e queste, così ad ogni tempo ne fanno di
loro la memoria con dolce diletto conserva. Et aviene che non solo le cose
per lungo uso vedute et ascoltate ci dimorino nella memoria, come io dico,
ma che anchora non vi pensando noi ci escano fuor di bocca et in opera le
mettiamo92

È dunque un’ars memorandi del quotidiano quella che lo scrit-


tore veneziano vuole filtrare dal trattato latino, specchio fedele di
un sapere che si acquista ancora «col dono di Dio e col nostro
sudore» (p. 79) e non con topiche a meccanica combinatoria come
quella di Jacopo Publicio ricordata nel Dialogo tanto per la «divina
commodità» che promette quanto per l’impermeabile «oscurezza»
che rende «più agevole intendere gli oracoli di Apollo» (p. 113): se
si accetta di buon grado il ricorso a rappresentazioni diagrammatiche

91
Cfr. G. SACCARO DEL BUFFA, Dalla narrazione alla scena pittorica me-
diante le tecniche della memoria, in «Arte Lombarda», XXXVIII, 3-4,
1993-1994, 79.
92
L. DOLCE, Dialogo della istitution delle donne, secondo li tre stati che
cadono nella vita humana, Venezia, Giolito 1547, c. 9r.
XLVI A. TORRE

e a «note, o lettere materiali», ancora lontano dalla formazione e


dalla mentalità di Host e di Dolce è lo sviluppo dinamico e creativo
di queste strutture di conservazione della conoscenza che di lì a
poco si affermeranno in termini logici e magici. Siamo dunque di
fronte a un’alterità di stagione e di umori difficilmente superabile e
che fa sentire il proprio peso soprattutto nella parte conclusiva del
testo, quella forse più confusa, meno convinta e convincente (e tale
effetto si amplifica chiaramente nel passaggio dall’originale latino
al volgarizzamento), proprio in ragione di una materia lontana dal-
l’evidenza e dalla brevità che sole sono sufficienti a «condur que-
st’arte a perfezione per più facil via e con poche figure, e parimente
più utili» (p. 115); l’accento principale è dunque posto sempre sulle
immagini: immagini che si offrono come spazio per la scrittura («Il
che si farà con più utile, se porremo i simolacri de i casi nel corpo
delle vive imagini», p. 117); immagini che riducono ad unità il
molteplice della scrittura («Possiamo nondimeno formar parole delle
quali ciascuna sillaba dinoti un’altra parola di cui ella sia il
cominciamento. In tal guisa con la imagine di una sola parola di-
pingeremo intere proposizioni», p 126); immagini che si organizza-
no come scrittura (e racconto: «Oltre a ciò, essendo che una imagine
conduce l’huomo nella ricordanza d’un’altra, sarà profittevole mol-
to porle insieme, l’una all’altra appresso a guisa di catena», p. 124).
Presenze ineludibili del quotidiano e luoghi di feconde
intersezioni fra immagini e lettere erano nell’età della stampa an-
che «i libri con figure, come per lo più hoggidì si sogliono stampa-
re, nella guisa che si possono vedere nella maggior parte di quelli
che escono dalle stampe dell’accuratissimo Giolito» (p. 147) e le
opere di quegli autori che, come il Boccaccio, «discrivono la natura
de gli Dei e raccontano come e con quali figure gli antichi gli di-
pingevano» (p. 148) – fonti primarie per plasmare efficaci immagi-
ni di memoria –, oppure i libri dei cosmografi93 e «l’ingegnosa in-
ventiva di Virgilio e di Dante» (p. 36) – ausilî indispensabili per
fabbricare i luoghi con l’immaginazione –. Avviandosi a descrivere
«la forma delle terre habitabili» come esempio di «luoghi veri e
particolari», Hortensio ci tiene a precisare che l’immagine che pro-
porrà ricalca la visione che della Terra avevano gli Antichi «che più
non pensavano che si potesse habitare» (p. 46); assente nel testo
dell’Host questa glossa del postcolombiano Dolce, esploratore di

93
Cfr. il testo a p. 52: «Tu puoi vedere che io t’ho fatto un picciolo schizzo
di questa bassa parte della terra per dimostrarti che non solo il sapere le cose della
Cosmografia aiuta la memoria, ma né anco senza questa cognizione si può
intender pienamente né le Historie, né le sacre lettere».
DIVENIRE MEMORIA XLVII

primo piano del Nuovo Mondo della stampa tipografica, suggeri-


sce curiosi parallelismi tra lo spirito dei primi viaggi di scoperta e
l’avventura culturale di chi al di qua delle colonne d’Ercole della
Tradizione andò in cerca di nuovi arcipelaghi testuali da creare com-
binatoriamente e di nuove terre dell’immaginario da descrivere. E
quali terre dell’immaginario possono essere più suggestive alla let-
tura, e più fertili per la composizione, di quelle descritte da Dante
nel suo viaggio oltremondano? Non a caso il richiamo alle «diverse
magioni» dell’Inferno dantesco è il luogo in cui si assiste a uno dei
più significativi scarti che il testo del Dolce fa rispetto all’originale
latino; già citato dall’Host – attraverso le parole dell’Enea virgiliano
– come inventario di loci immaginarî, l’Inferno è qui evocato per la
felice intuizione dantesca della legge del contrapasso che, in quan-
to associa colpe terrene e pene infernali attraverso principî di somi-
glianza o contrarietà, viene letta dal Dolce come una vera e propria
legge mnemonica che presiede alla costruzione di un sistema di
loci: i tre luoghi invisibili, e quindi comuni, dell’oltremondo cri-
stiano sono stati resi visibili da Dante mediante la sua descrizione
di luoghi abitati da imagines agentes e attraverso la fisicità cartacea
delle sue parole (quasi iscrizioni poste a calce di una complessa
rappresentazione del cosmo) a tal punto che, con la Yates, si può
vedere la Divina Commedia come «l’esempio supremo della con-
versione di una summa astratta in una summa di simboli ed esem-
pi, dove la memoria è la facoltà che opera questa conversione, for-
mando un ponte fra l’astrazione e l’immagine»94. Grazie alla possi-
bilità di «distinguere le pene secondo la qualità de’ peccati» (p. 37)
– legge che opera tanto da principio ordinatore degli spazî inferna-
li quanto da causa efficiente delle immagini tristemente terribili
che li abitano – il lettore è in grado di legare più tenacemente alla
memoria le parole di Dante, e di conservarne più a lungo il mes-
saggio di salvazione riposto dietro le metafore poetiche, come lo
stesso Dolce ci suggerisce in un passo del Dialogo dei colori:
MAR: E chi mandasse un Dante?
COR: Dante Poeticamente discrive le pene de’ cattivi, e ’l premio de’ buoni,
cioè de’ beati, ponendo l’Inferno, il Purgatorio, e ’l Paradiso. (…) Verrebbe
adunque a dinotare che colui, leggendo Dante, potrebbe ottimamente apparare
quello che sia da fuggire e quello che da seguitare. Verrebbe anco a inferire che
colui a cui mandasse il dono fosse huomo di bello intelletto e dotto95.

94
F. A. YATES, L’arte della memoria, trad. it. Torino, Einaudi 1972, 88.
95
L. DOLCE, Dialogo nel quale si ragiona della qualità, diversità e proprietà
dei colori, ed. cit., c. 72v-73r. In questa seconda parte dell’opera, sfruttando il
XLVIII A. TORRE

L’allusione dolciana all’«ingegnosa inventiva» di Dante non è


interessante solo come sottolineatura della dimensione creativa di
quello che implicitamente è un sussidio mnemonico, o solo come
richiamo all’importanza non secondaria e alla presenza non trascu-
rabile che il tema della memoria ha nell’opera dantesca96, ma an-
che perché ci offre un saggio del lavoro di aggiornamento a cui
Dolce sottopone gli exempla e le auctoritates dei testi che rielabora.
Alle voci della tradizione poetica classica egli affianca quelle dei
maestri moderni e dei loro più recenti seguaci, disponendole in
una sequenza mentale che suggerisce accoppiamenti a mezzo fra il
prammatico intervento encomiastico e la delineazione di una per-
sonale (e forse anche epocale) genealogia letteraria:
Onde sovvenendomi di Giovenale, mi sovverrà subito parimente di Persio,
di Horazio e di qualunque altro Poeta abbia scritto Satire. E se udirò nomare
Homero, mi ricorderò di Virgilio; se di Dante, mi verrà in mente il Petrarca,
il Bembo, il Cappello, il Veniero, il Tasso e ciascun altro buono e gentil Poeta
di volgari Rime (p. 135).

Queste aggiunte, come si è già potuto notare, rispondono


anche alle variazioni quantitative di un mercato librario fattosi più
laico e composito, e alla comparsa di un lettore conscio della qua-
lità della letteratura a lui contemporanea così come dello statuto di
prodotto di consumo che essa ora ha; un «terzetto di Dante» ap-

pretesto del dono e dell’«isprimere diversi concetti, secondo diversità di colori»


(c. 37v), Dolce dà vita a un vero e proprio repertorio-dizionario di simboli.
96
Pensiero agostiniano e riflessioni Scolastiche si fondono nelle numerose
occorrenze del tema all’interno dell’opera di Dante dove la memoria si presenta
di volta in volta: come thesaurus che offre il ricordo delle esperienze passate alla
ragione (Convivio, IV, XXVIII, 11: «E benedice anco la nobile anima in questa
etade li tempi passati (…) però che, per quelli rivolvendo la sua memoria, essa
si rimembra de le sue diritte operazioni») o alla fantasia (Vita Nuova, XVI, 2:
«molte volte io mi dolea, quando la mia memoria movesse la fantasia ad imaginare
quale amore mi facea»); come facoltà dell’anima (Purgatorio, XXV, 83: «l’altre
potenze tutte quante mute; / memoria, intelligenza e volontade / in atto molto
più che prima agute»); nella veste di due fortunate immagini metaforiche, quella
del libro (oltre all’incipit della Vita Nuova si veda Rime, LXVII, 59: «nel libro
de la mente che vien meno») e quella del sigillo (Convivio, I, VIII, 12: «Onde acciò
che ’l dono faccia lo ricevitore amico, conviene a lui essere utile, però che
l’utilitade sigilla la memoria de la imagine del dono»); in stretto rapporto con
l’intelletto (Paradiso, XXXIII, 57: «Da quinci innanzi il mio veder fu maggio /
che ’l parlar nostro, ch’a tal vista cede, / e cede la memoria a tanto oltraggio»).
Per la memoria degli angeli si veda B. NARDI, Il canto XXIX del Paradiso, in
«Convivium», XXIV, 1956, 294-302.
DIVENIRE MEMORIA XLIX

partenente al Paradiso può dunque subentrare a un passo evangeli-


co come memento di un precetto morale, e i più noti luoghi del
Petrarca possono pienamente fungere da versi mnemonici di cui
ritenere, a seconda delle necessità, il contenuto (allo scopo di ricor-
dare un Pietro o un Francesco di nostra conoscenza, la forma della
pietra…) o la forma («Se averrà anco che tu ti voglia raccordar di
alcun verso, potrai allogar per i capi, massimamente quando insie-
me convengono. Altrimenti si può far per cadauna prima lettera di
ciascuna parola, come volendo ridursi in mente questo Voi
ch’ascoltate in rime sparse il suono in questa guisa V. C. A. I. R. S. il
S.», p. 184), la lettera o l’immagine.
Accanto alle immagini consigliate e a quelle evocate vi sono
poi anche quelle realmente offerte agli occhi del lettore: ben venti-
quattro immagini accompagnano infatti il testo, dialogando con le
battute intrecciate di Hortensio e Fabrizio di cui esse sono insieme
rappresentazione e prefigurazione, istantanee summae che possono
vivere autonomamente, magari confluendo nel mare magnum
dell’impresistica, o abbandonarsi allo sguardo curioso del lettore in
cerca dei legami analogici fra parola e figura, fra ricordo e racconto
poiché
se diligente sarà l’ascoltante, et attento a bastanza, conferendo le parole con
le imagini e riducendole a memoria tenacemente, benissimo ridirà le cose
udite (p. 184).

Concentrare immagini e parole in un unico locus memoriae è


anche quanto Dolce fa nella parte conclusiva del Dialogo, laddove
abbozza una catalogazione mnemonica delle scienze e delle arti,
ora conservando la rigorosa griglia di sostantivi, verbi e altre com-
ponenti del discorso delineata da Host, ora frantumandola in un
continuum destrutturato (e talora bruscamente, quanto arbitraria-
mente, interrotto) di parole: gli elenchi che si dispiegano lungo più
pagine valgono sì da possibile visualizzazione di quell’ordine che
tradizionalmente è una componente imprescindibile dell’atto
mnemonico ma sono anche di esso una rappresentazione depoten-
ziata e caotica, parziale e non autosufficiente, come del resto ci
segnala la costante presenza al loro fianco di descrizioni di immagi-
ni di memoria che di tali spazî ordinati sole possono consentirci la
conservazione o la reminiscenza:
Queste parti porremo con quattro imagini secondo la regola detta sopra.
Onde nel primo luogo porremo uno che tenga nella mano destra il libro
della Fisica, nella manca la Loica; o pur nella destra una tenaglia che sia volta
L A. TORRE

da una meza ruota e cosa tale, e nella manca con le forbici divida un compas-
so. Nel secondo luogo un altro tenga inanzi al petto il libro della Fisica aper-
to, in una carta del quale sia dipinta la spera celeste, in un’altra sia notato per
via di iscrizione predicamentale, o alcun predicatore si sforzi di levare a colui
il libro. Così nel terzo luogo pongasi uno che ascendendo una scala, mostri
di adorare un Crocefisso, che sia appeso al sommo della scala, con qual si
voglia colore scrivendo queste parole: OPUS MANUUM TUARUM SUM
DOMINE. Et un altro gli leghi i piedi alla scala con penne di struzzo, et egli
tenga sopra la testa una sporta piena di fave, nel destro homero legami, nel
sinistro un’aquila, la quale col rostro laceri un bianchissimo porcello. Nel
quarto luogo finalmente porrai un segnalato predicatore, il quale con la de-
stra porga alla bocca un’ossa, e con la manca cacci le mosche. Ecco che io ti
pongo inanzi gli esempi, accioché più agevolmente tu mi possa intendere: tu
ancora farai il simile. Tutte queste cose con una sola imagine et in uno stesso
luogo non è malagevole a porre (p. 167).

La forma dell’ordine, sia essa schema, elenco o topica, non ha


ancora raggiunto in Dolce un fascino tale da predominare sulla
fantasia iconica, sull’emblema che genera passioni e domande. La
fiducia risiede ancora nell’intenso potere delle immagini, special-
mente di quelle ambigue e apparentemente illogiche che, con un
brusco sussulto interrompendo momentaneamente il lineare per-
corso visione-comprensione, stimolano la curiositas di chi le osser-
va e ne risvegliano l’ingegno: la visione si fa allora osservazione, e la
fredda lettura calda memorizzazione.
È dunque all’insegna di un mai trascurato pragmatismo e di
un’ansia nomenclatoria inesorabilmente disciolta nella sinteticità
dell’elemento iconico che Hortensio congeda il suo allievo final-
mente in grado di «cicalar nelle corti» (p. 191), e il Dolce tutti i
lettori che lo hanno seguito in questo viaggio fra le arti sorelle della
pittura, della poesia e della memoria artificiale compiuto all’indo-
mani dell’avvenuta frattura tra parola e cosa, apparenza temporale
e verità eterna, quando officine dell’immaginario mnemonico, come
quella riattivata dallo scrittore veneziano col suo «officio di tradur-
re», si offrono come esperibili occasioni di un’ancora possibile cor-
rispondenza analogica fra le cose e i segni; anche se, proprio per la
presenza mediatrice della memoria, questi segni sono ormai leggi-
bili solo in quanto «segni della distanza, i segni come sostituzione
della cosa perduta, come vestigia da decifrare e da affidare alla scrit-
tura»97:

97
C. OSSOLA, Rassegna di testi e studi tra Manierismo e Barocco, in «Lettere
Italiane», XXVII, 1975, 4, 450.
DIVENIRE MEMORIA LI

Percioché le voci sono segni delle cose, onde se abbiamo le immagini delle
cose è mistiero che quelle siano le voci, altrimenti non potressimo isprimer la
cosa conceputa, né la imagine allogata nella sua sede (p. 141, corsivo mio).

Rilanciare nel 1562 il Congestorium artificiosae memoriae non


significò dunque per il Dolce unicamente averne intuito le finalità
catechistiche o le motivazioni polemiche antiluterane, e di conse-
guenza averne avvertito con mirabile tempismo la spendibilità in
un mercato culturale, reso a riguardo particolarmente sensibile da-
gli sviluppi del Concilio di Trento; così come, l’iniziativa editoriale
non potè derivare soltanto dall’aver scorto gli ingranaggi di una
macchina retorica che ruba all’oblio le voci di Dante, Petrarca e
Boccaccio, o gli sguardi di Raffaello e Tiziano, per affidarli all’imi-
tazione dei posteri98. In un’arte che, nelle intenzioni dei suoi creato-
ri, si presta quotidianamente ad accompagnare senza alcuna distin-
zione prìncipi dell’eloquenza, giocatori incalliti e indaffarati mer-
canti, l’elemento di maggior fascino fu per Dolce il sostare della
memoria artificiale nella dimensione del margine, su zone di confi-
ne in cui diverse pratiche di sapere si intrecciano, scambiandosi sug-
gestioni ed esperienze. È anche grazie a un immaginario nel quale i
fantasmi – prima di lasciarsi incasellare nelle razionalizzanti griglie
dei loci – emergono caoticamente in virtù di spontanee evocazioni e
associazioni mnemoniche, che si rivela possibile ombreggiare99, con
una lingua veloce e duttile, nell’animo del lettore immagini così
conturbanti da non trovare «niuno così affreddato da gli anni, o sì
duro di complessione, che non si senta riscaldare, intenerire, e com-
muoversi nelle vene tutto il sangue»100; immagini che innescano un
avvolgente gioco di riflessi tra realtà e finzione, tra scrittura, sogno
e visione101, tra originalità e ri-creazione. È in questa soglia che il

98
Si confronti il testo a p. 149: «Ciascun buon Poeta e Pittore con più
agevolezza si potrà servir dell’ufficio di quest’arte per la prontezza ch’egli avrà
di formar così fatte imagini per cagione di memoria».
99
Ibid., p. 97: «Le imagini delle cose facciamo in tal guisa che vi adom-
briamo la somiglianza delle nostre faccende, per la quale esse faccende somma-
riamente ci si rappresentino» (corsivo mio).
100
Si cita dalla lettera in cui il Dolce descrive ad Alessandro Contarini il
dipinto, o meglio «la poesia di Adone poco tempo adietro fatta e mandata dal
divin Tiziano al Re d’Inghilterra»; cfr. Nuova scielta di lettere di diversi nobilissimi
huomini, et eccellentissimi ingegni, ed. cit., 512.
101
Ibid., 509: «Pure quel tanto, che io ne saprò ombreggiare con questa
penna, basterà, se io non m’inganno, a crear nel vostro bell’animo una maraviglia
tale, quale alquanto a dietro produsse la mia lingua in quello del Magnifico
Messer Pietro Gradenico, in guisa che, sognandosi egli la notte una eccellenza
LII A. TORRE

dialogo e la riscrittura trovano il loro convenevole locus – d’azione e


di memoria –; è in essa che la «natura altra», assunta dal Dolce, si
rivela come sintesi tra scrittura e divenire102, tra Letteratura e Vita, e
mostra la propria ragion d’essere:
Et in ciò potrei far l’officio de la cote, la quale, come che da sé non tagli,
aguzza il coltello e lo fa atto a tagliare; et essere parimente simile a colui che
di notte, portando il lume in mano, a se stesso poco giova ma dimostra il
sentiero a gli altri che camminano dopo di lui103.

incomparabile, il giorno che seguì, volendone certificar gli occhi suoi, andato
a vederlo, trovò che l’effetto di gran lunga avanzava la sua imaginazione, et il mio
abbozzamento».
102
Cfr. G. DELEUZE, Critica e clinica, trad. it. Milano, Raffaello Cortina
Editore 1996, 13: «La scrittura è inseparabile dal divenire: scrivendo si diventa-
donna, si diventa-animale o vegetale, si diventa-molecola fino a diventare-
impercettibile». In una prospettiva di piena compenetrazione tra il fare e l’es-
sere, l’esperienza dolciana si colloca nella dimensione del divenire, abita quel
centro astorico e intempestivo che vive della comunicazione con altri tempi e
altri spazî.
103
L. DOLCE, I quattro libri delle Osservationi Grammaticali, I, ed. cit., 22.
Proprio in limine quest’ultima citazione dolciana vale essa stessa da luogo di
memoria, di una memoria letteraria che si fa traccia di poetica e sfacciata affer-
mazione di sé: l’espressione sintetizza infatti i ritratti di Quintiliano (cfr. PETRARCA,
Familiares, XXIV, 7: «Equidem quantum tuo magnifico opere collato cum eo
libro quem de causis edidisti (…), satis intelligentibus patet multo te melius
cotis officio functum esse quam gladii et oratorem formare potentius quam
prestare»), Virgilio (cfr. DANTE, Purgatorio, XXII, 67-69: «Facesti come quei che
va di notte, Che porta il lume dietro e sé non giova, Ma dopo di sé fa le persone
dotte») e Cicerone (ancora PETRARCA, Familiares, XXIV, 3: «Heu et fraterni
consilii immemor et tuorum tot salubrium preceptorum, ceu nocturnus viator
lumen in tenebris gestans, ostendisti secuturis callem, in quo ipse satis miserabiliter
lapsus es»).
DIVENIRE MEMORIA LIII

NOTA AL TESTO

Criterî di edizione

La trascrizione del testo è stata condotta sull’editio princeps


del 1562 (G. B. et Marchiò Sessa, Venezia) e integrata, laddove
lacune, errori o difficoltà di comprensione lo richiedevano, ricor-
rendo alle due ristampe postume del 1575 (Eredi di Marchiò Sessa,
Venezia) e del 1586 (G. B. Sessa e Fratelli, Venezia): la scelta della
prima edizione si giustifica anche per la constatata assenza di varia-
zioni sostanziali nelle successive due. Gli esemplari utilizzati sono
conservati presso la Biblioteca “Passerini Landi” di Piacenza (ed.
1562, con segnatura FF. XII. 54; ed. 1586, con segnatura TT. XI.
16) e la Biblioteca Palatina di Parma (ed. 1575, con segnatura E.
XI. 6355). Per sanare guasti dell’opera ci si è avvalsi anche del testo
latino di Johannes Host (la copia del Congestorium artificiosae
memoriae da me consultata è conservata presso la Biblioteca
“Passerini Landi” di Piacenza con segnatura FF. XII. 16). Nel com-
plesso la trascrizione è stata realizzata secondo un criterio media-
mente conservativo vòlto a rendere più agile la lettura e la com-
prensione del dialogo pur nel rispetto delle peculiarità della scrit-
tura cinquecentesca del Dolce.

Si è distinta u da v.
Si è sempre conservata la h etimologica e pseudoetimologica
(huomo, honori, herbe, historie), tranne che nelle forme del verbo
avere; nei casi di alternanza (hora / ora, anchora / ancora) il testo si
è mantenuto tale. Si sono conservati i digrammi etimologici ch e th
(christiani, thesoro, theatri, Athene, Thebe).
Si è sempre scritto -ii per -ij (vitij, principij), ma si è mante-
nuta l’alternanza fra -ii e -i.
I nessi ti e tti seguiti da vocale (proportione, lettioni, spatio)
sono sempre stati scritti zi, (tranne che per natia). Per spetie si è
chiaramente distinto fra specie e spezie; il termine Datia si è reso
con Dacia; -antia, -entia (costantia, impatientia) sono state scritte
-anzia, -enzia; è presente l’oscillazione con le forme -enza, -anza
(reminiscenzia / diligenza).
Si è rispettata la grafia ci in giudicio, preciose e ociose.
Si è mantenuta l’oscillazione tra c e g in luogo.
LIV A. TORRE

La i diacritica, ove compare, è stata conservata (lascieremo,


ogniuno, abbraccierà), così come la i prostetica (istesso, isperano, iscusi,
istudio).
Sono state rispettate le oscillazioni del vocalismo (maravi-
glieranno / meravigliarsi, disiderosi / desiderosi, mestieri / mistieri).
La congiunzione et è stata trascritta e davanti a consonante; la
e tironiana è stata resa come et davanti alle vocali e come e davanti
alle consonanti.
Si è provveduto all’integrazione dell’apocope postvocalica nei
casi di a (a’), co (co’), de (de’), ne (ne’).
Nei casi di congiunzione grafica tra articolo determinativo e
pronome relativo (iquali, laquale) si è provveduto alla separazione;
sono state mantenute disgiunte le preposizioni articolate del tipo a
gli, de gli, de i, a le, de le, ne le, e si è preferita la forma disgiunta nei
casi di a bastanza (invece di abastanza) e a pena (apena) oscillanti
nel testo.
È stata regolarizzata l’accentazione, scrivendo a, i, o, u con
l’accento grave, ed e con l’accento acuto nelle forme sé, né, percioché,
perché, con quello grave per è, cioè; laddove compariva poiche, si è
integrato l’accento acuto per evidenziare la congiunzione causale
(poiché) e si è provveduto alla divisione dei termini quando il signi-
ficato era dopo che (poi che).
Si è conservato irregolare l’uso delle maiuscole, che nel testo
risulta spesso funzionale alla visualizzazione delle lettere iniziali
(ovvero a un criterio di classificazione mnemonica).
Sono state sciolte tutte le abbreviazioni (Eccellentiss., Chiariss.,
Prestantiss., V. S., M., S., Ser.), anche quelle tachigrafiche (secoño >
secondo).
Si è adottato il corsivo per i titoli delle opere citate.
Sono state introdotte le virgolette basse (« ») per evidenziare
termini o proposizioni utilizzati come esempi per l’atto memorativo.
Si è ritenuto opportuno intervenire nell’uso della virgola e
del punto e virgola, al fine di attenuare le difficoltà di lettura di
una prosa che inevitabilmente è influenzata dall’originale latino; si
sono conservati i due punti quando introducono un elenco o una
spiegazione (ma sono stati sostituiti dalle parentesi, quando hanno
chiara funzione parentetica).
Nel testo sono state utilizzate le parentesi angolari (‹ ›) per
segnalare le eventuali integrazioni, e le parentesi quadre ([ ]) per le
espunzioni.
NOTA ALMEMORIA
DIVENIRE TESTO LV

Correzioni al testo

p. 14: né la effigie né le membra] nella effigie ne le membra


p. 27: vostra vergogna] nostra vergogna
p. 58: come sarebbe] a me sarebbe
p. 76: nel terzo] pel terzo
p. 86: tre cose] quattro cose
p. 87: nodo] modo
p. 87: quanto vogliono] quando vogliono
p. 92: qualità de’ luoghi] quantità de’ luoghi
p. 92: Sibuto] Sibutio
p. 93: vivezza ne’ gesti] rivezza ne’ gesti
p. 97: imagini delle cose] imagini delle dose
p. 99: segno delle cose] segni delle cose
p. 107: elette in iscambio] elegger in iscambio
p. 111: bisogna poner] bisopra poner
p. 124: ha nel] hanno nel
p. 129: abbiano somiglianza] abbiamo somiglianza
p. 142: Giovenale] Horatio
p. 154: due parti] tre parti
p. 163: Alimenti] Altrimenti
p. 163: Esercizio] Esercito
p. 164: Estrazione cubica delle radici] delle radici, estinzione Tubica
p. 165: qualunque divisione] qualunque divino
p. 173: più proposizioni] più proporzioni
p. 174: attenersi alla promessa] attenerti alla promessa
p. 185: numero articolare] numero particolare
p. 187: con l’aggiunta] con l’aggiunto

Qualunque altro intervento sul testo è stato segnalato nelle note di


commento.
VI A. TORRE
DIALOGO DELLA MEMORIA 1
2 LODOVICO DOLCE
DIALOGO DELLA MEMORIA 3

Al Magnifico et Eccellentissimo
Signor Filippo Terzo

So che molti si maraviglieranno, Eccellentissimo Signor Fi-


lippo1, che avendo io per adietro avuto bellissima occasione di
honorar più d’una segnalata opera, che della lingua Latina io por-
tai alla Volgare, del nome di Vostra Signoria honoratissimo, hora
io ardisca d’indirizzarle questo picciolo volume nel quale si tratta
della memoria: cosa più convenevole a un giovane a pena introdot-
to ne’ principii delle buone lettere che a un pari di Vostra Signoria,
nel quale risplendono pienamente tutte le liberali discipline. Ma
questi tali cesseranno di meravigliarsi quando intenderanno le ra-
gioni che mi mossero a fare così.

1
Cfr. F. SANSOVINO, Venetia città nobilissima et singolare discritta in XIIII
libri, Venezia, Steffano Curti 1663, 607: «Filippo Terzo. Dottore, Filosofo et
Oratore illustre, dottissimo nelle lingue Greca et Latina, compose una Rhetorica
latina, con più Orazioni e Versi latini, grechi e volgari». Un esauriente, quanto
entusiastico, ritratto del dedicatario del Dialogo ce lo offre anche Andrea
Menechini nell’orazione Delle lodi della poesia d’Omero, et di Virgilio, Venezia,
Giolito 1572, s.i.p.: «(...) dottissimo et eccellentissimo gran Filippo Terzo; ché
so ben io che il Mondo l’averebbe a sommo grado, essendo il detto gentilhuomo
un de’ primi Teologi, Giureconsulti, Filosofi et Oratori, che siano stati giamai,
Thesoro di tutte le Scienze e di tutte le Discipline; il qual, avendo con incom-
parabile integrità congiunta l’Eloquenza con la Sapienza, salendo ne gli Arringhi,
fa stupir gli ascoltanti con tanta gioia e con tanto trastullo che laudando l’ono-
rano, e onorandolo l’essaltano, et essaltandolo l’ammirano; onde egli con (...)
la prontissima vivacità della profondissima memoria, con la vivacissima profon-
dità de’ maravigliosi concetti, e con tutti quei lumi e quegl’instrumenti, desi-
derati in un Oratore da Aristotele e da Marco Tullio per la suprema Monarchia
dell’Eloquenza; tutto ardore, spingendo, movendo, tirando e infiammando gli
animi de gli Auditori, quasi folgor gli conduce ove più gli è a grado; (...). Ma
perché per la bassezza mia non posso recar altro onore e altra altezza di gloria
a questo divino Spirito (...) dirò per bocca dell’istesso DOLCE: Levi l’antica Roma
al Ciel sovente / E gli Antonii, e gli Ortensii, e i Ciceroni. / Cerca tu l’Orator che
a noi proponi, / Tullio, e formò l’Idea de la tua mente. / Ecco VINEZIA nostra vede,
e sente / Tra i leggiadri del TERZO alti sermoni / De la sua lingua uscir folgori, e tuoni,
/ Che feriscono i cor’; ma dolcemente. / Voi TERZO, Voi de’ cor’ tenete impero, / Onde
in Voi, come in casa al Mondo rada, / Tanti occhi, e tante orecchie intenti stanno;
/ I saggi dunque, e i buon’ certezza avranno, / Che saldo in piedi si rimanga il vero,
/ E vinta a terra la menzogna cada».
4 LODOVICO DOLCE

Nel vero mi vergognava ad appresentarle inanzi opera alcuna


da me tradotta di Cicerone2, percioché a me non era nascosto quello
che a tutti è manifestissimo: che, sì come tra i letterati e i ben dotti
non è alcuno che meglio intenda le opere di quel divino Oratore,
così parimente non si trova alcuno che più ornatamente di lei po-
tesse spiegarle e ridurle nella nostra favella. E qui Vostra Signoria,
che è modestissima, non si turbi se io a lei dirò quello che non si
potrebbe negare da’ suoi nimici. È cosa certissima che, quantun-
que questa inclita città nell’arte dell’orare e negli studi dell’elo-
quenza, come in ogni altra facultà, è abondevole d’ingegni felicissi-
mi, di rado (o per aventura non mai3) fu alcuno che portasse seco
nelle dispute del palazzo tanti ornamenti di lettere di quanti Vostra
Signoria è adorna. Percioché, oltre alla cognizione delle Latine e
delle Greche, delle quali è posseditrice al pari di ciascun altro, è
nudrita insin da fanciullo dal latte purissimo della Filosofia e di
tutte le buone arti, in guisa che la eloquenza con queste accompa-
gnando, n’è riuscito quel perfetto oratore che fu più tosto ne’ suoi
facondissimi scritti espresso che ritruovato da Cicerone. E in ciò
non solamente è il consenso comune de gli intendenti ma in parti-
colare ne rendono testimonianza i non mai a bastanza lodati Ora-
tori, il Signor Camillo Trivigino et il Signor Francesco Sonica4, i

2
In veste di traduttore o curatore, il Dolce si occupò di altre due opere
ciceroniane: Dialogo dell’Oratore di Marco Tullio Cicerone, tradotto da Messer
Lodovico Dolce, Venezia, Giolito 1547; Le Orationi di Marco Tullio Cicerone,
tradotte da Messer Lodovico Dolce. Con la vita dell’Autore e con un breve discorso
in materia di Rhetorica. E con le Tavole, 3 voll., Venezia, Giolito 1562.
3
o...mai: ‘forse in nessun caso’. Cfr. BOCCACCIO, Decameron, II, 5, 18 (si
è ricorsi all’edizione a cura di V. Branca, Torino, Einaudi 1992): «Andreuccio,
io sono molto certa che tu ti maravigli e delle carezze le quali io ti fo e delle mie
lagrime, sì come colui che non mi conosci e per avventura mai ricordar non
m’udisti»; L. DOLCE, I quattro libri delle Osservationi Grammaticali, I, ed. cit.,
106: «Qui è da avertire che mai, o giamai, quando privazion di tempo significa,
non si pon senza la negativa».
4
A questi due «chiarissimi Oratori» contemporanei il Dolce dedicò le
prime due parti della sua traduzione de Le Orationi di Marco Tullio Cicerone,
mentre la terza venne da lui indirizzata, con lettera del 15 gennaio 1561 (le
precedenti erano rispettivamente dell’8 e del 10 gennaio), a Vincenzo Pellegrini,
anch’egli «oratore chiarissimo». Poche notizie si hanno di Camillo Trevisan, ad
eccezione della sua certificata associazione all’Accademia della Fama fondata da
Federico Badoer; così lo presenta il Dolce: «(...) Dovendo adunque queste
Orazioni in man de gli huomini uscire, ho giudicato bellissimo e grandissimo
ornamento alla mia fatica se la prima parte uscisse sotto il nome di Vostra
Signoria la quale è uno de’ maggiori e più chiari Oratori non solo di questa città,
ma della nostra età parimente. (...) Onde col petto pieno di sapere, con la lingua
facondissima, con la pronunzia dolcissima, e con l’aspetto amabile e a tutti
DIALOGO DELLA MEMORIA 5

quali amendue Vostra Signoria ama et honora tanto, e dai quali


essa è amata et honorata parimente. Né questo basta: ché nelle cose
della Poesia ella è di così bello e felice ingegno, et è così ripiena
dello spirito e furor celeste, che nell’una e nell’altra lingua (cioè
Latina e Volgare) ha più volte scritto versi di tanta perfezione, che
si comprende chiaramente che, quando le cure forensi5 da tal facultà
non l’avessero rimossa, avrebbe avuto nell’uno e nell’altro stile di
gran lunga piuttosto i primi che i secondi honori 6.
Queste adunque tante eccellenze, e rarissime qualità, in Vostra
Signoria collocate, mi spaventano di far quello che sommamente
disiderava. Percioché, conoscendo la imperfezion delle mie tradu-
zioni e la perfezion di lei non solo nell’intendere e nel giudicare ma
anco nello scrivere, temeva non7 i dotti m’avessero avuto per poco
prudente avendole a cotale huomo dedicate: come chi appresentasse

grato, quante volte è salita ne gli arringhi, ha fatto stupire i circostanti. (...) Le
sue facultà, come quella che è del tutto nimica dell’avarizia, dispensa qual si
conviene a pio et honoratissimo gentil’huomo. (...) Di che ne fa fede il bellis-
simo et amplissimo palazzo di Murano, da lei fatto fabricare con sì bello ordine
di Architettura, et adornato di tante egregie statue e pitture di mano di maestri
eccellentissimi, che può contender con l’antiche fabriche de’ Romani» (L. DOLCE,
Le Orationi di Marco Tullio Cicerone, I, ed. cit., cc. iir-iiv). Di Francesco Assonica
sappiamo invece che fu avvocato di gran fama a Venezia intorno al 1540 e
personalità di spicco della vita politica della Repubblica (fu anche Fiscale della
Serenissima Signoria); membro anche lui, come il Trevisan e il Terzo, dell’Ac-
cademia della Fama (di cui fu legista civile) e amico di Tiziano, così viene
descritto dal Dolce: «(...) E chi non dubita che ella (e sia lontana ogni adulazio-
ne) non si lasci a dietro i Crassi e gli Antonii? È adorna di perfette dottrine,
dotata di tenace memoria, fortissima nel disputare, facilissima nel narrare,
vehementissima nel movere, et efficacissima nel persuadere (...) Dilettasi di
diverse virtù e tra queste della Pittura: onde fra gli altri ornamenti della sua
Magnifica casa vi ha aggiunto quelli che posson venir dal pennello del divin
Tiziano. La sua famiglia è nobilissima e fregiata anco de gli honori di Santa
Chiesa» (ibid., II, ed. cit., c. iiir). Sull’Assonica si veda E.A. CICOGNA, Delle
inscrizioni veneziane, III, Venezia, Picotti 1830, 152.
5
quando le cure forensi: ‘nel caso in cui [con valore condizionale] gli affari
del foro’. È giustificazione topica; cfr. CICERONE, De Oratore, I, 1, 1: «Ac fuit
cum mihi quoque initium requiescendi atque animum ad utriusque nostrum
praeclara studia referendi fore iustum et prope ab omnibus concessum arbitrarer,
si infinitus forensium rerum labor et ambitionis occupatio decursu honorum,
etiam aetatis flexu constitisset».
6
secondi honori: cfr. PETRARCA, Triumphus Fame, III, 24 (si è utilizzata
l’edizione a cura di V. Pacca, Milano, Mondadori 1996): «Dopo venia Demostene,
che fori È di speranza omai del primo loco, Non ben contento de’ secondi
honori».
7
temeva non: ‘temevo che’. Cfr. DANTE, Inferno, XVII, 76 ( si è utilizzata
l’edizione a cura di G. Petrocchi, Milano, Mondadori 1966-1967): «E io, te-
mendo no ’l più star crucciasse».
6 LODOVICO DOLCE

al gran Tiziano qualche disegno o pittura rozamente causata8 da


alcuna statua antica di mano di eccellentissimo maestro; o che io
fossi un nuovo Formione, il quale prese ardire di recitare ad Anni-
bale un libro, ch’egli aveva composto dell’arte della guerra9.
Nondimeno per non parere che io mi diffidi della sua
humanità, la qual giostra di pari con la grandezza delle sue virtù,
ho preso finalmente animo di dedicare a Vostra Signoria questo
picciolo libretto, in cui s’insegna il modo di accrescere e di conser-
var la memoria, parte di cui ella altresì abonda, sì per honorare la
mia fatica, come per ingannare10 i giovani disiderosi di cose nuove;
i quali veggendola intitolata a Vostra Signoria, stimandola per ciò
cosa buona, diventeranno volenterosi di leggerla11. E se poi si
sganneranno, non stimeranno indegna di laude la mia accortezza.
Vostra Signoria adunque riceva12 la mia buona volontà, et iscusi la
debolezza delle mie forze.
In Venezia. Il dì primo d’Ottobre MDLXII.
Di Vostra Signoria Servitore
Lodovico Dolce
8
rozamente causata: ‘grossolanamente riprodotta’.
9
L’aneddoto è tratto da CICERONE, De Oratore, II, 18, 75: «Nec mihi opus
est Graeco aliquo doctore, qui mihi pervulgata praecepta decantet, cum ipse
numquam forum, numquam ullum iudicium aspexerit; ut Peripateticus ille
dicitur Phormio, (…); quid enim aut adrogantius aut loquacius fieri potuit
quam Hannibali, qui tot annis de imperio cum populo Romano omnium
gentium victore certasset, Graecum hominem, qui numquam hostem, numquam
castra vidisset, numquam denique minimam partem ullius publici muneris
attigisset, praecepta de re militari dare?».
10
ingannare: ‘allettare’. Cfr. PETRARCA, Canzoniere, LXX, 31 (si fa riferi-
mento all’edizione a cura di M. Santagata, Milano, Mondadori 1996): «Che
parlo? o dove sono? e chi m’inganna, Altri ch’io stesso e ’l desiar soverchio?».
11
Un analogo ‘inganno’ era già stato perpetrato dal Dolce due anni prima
per la raccolta delle sue Tragedie, nella Dedica delle quali, rivolta «Al Chiaris-
simo e Prestantissimo Marc’Antonio da Mulla, Gravissimo Senatore della
Republica Veniziana», il nostro autore così spiega il suo agire: «Sogliono molte
volte, prestantissimo Signore, le statue, o una dipinta imagine, benché di mano
di rozo artefice, esser riverite dalle genti per rispetto del luogo ove sono elle
poste. Là onde avendo io alquanti anni a dietro composte le presenti Tragedie,
togliendo le invenzioni, le sentenze, e la testura da gli antichi, per dar loro
riputazione (quello che nell’altre impressioni alle medesime mancava) ho volu-
to honorarle del nome di Vostra Signoria honoratissima et Illustre di ogni
virtuosissima qualità» (L. DOLCE, Tragedie. Di nuovo ricorrette e ristampate,
Venezia, Giolito 1560, c. 2r).
12
riceva: ‘accolga benevolmente’. Cfr. L. DOLCE, Modi affigurati e voci
scelte et eleganti della volgar lingua, Venezia, Sessa 1564, c. 145v: «Così è più
leggiadro ricevimento, accoglimento che accetto».
DIALOGO DELLA MEMORIA 7

HORTENSIO, FABRIZIO

HOR. Io mi rallegro teco sommamente Fabrizio, poi che nello stu-


dio delle leggi sei pervenuto in picciol tempo a tal grado di perfe-
zione, che puoi ad ogni tua voglia adornarti delle insegne del dot-
torato.
FAB‹R›. Tu t’inganni Hortensio13, ché io ne ho fatto assai minor
profitto di quello che stimi, e ciò non per difetto d’ingegno ma per
mancamento di memoria.
HOR. E come per mancamento di memoria?
FAB‹R›. Sappi Hortensio mio che, quantunque io intenda assai bene
quanto d’intorno a questa materia si scrive, nondimeno tra poco
mi si scorda ogni cosa, come se avessi bevuto l’oblio di Lethe14.
HOR. Certo bellissimo dono di Natura è la memoria. Onde gran-
dissima lode fu recata a Quinto Fabio Massimo, il quale ebbe una
singolar memoria delle historie antiche15. Similmente è lodatissimo
Giulio Cesare, il quale era di così tenace memoria dotato, che di

13
Il nome di uno dei protagonisti del dialogo richiama, probabilmente
non a caso, quello di un illustre oratore latino, Quinto Ortensio Ortalo, ricor-
dato più volte da Cicerone e Quintiliano per la prodigiosa memoria (De Oratore,
III, 61, 230; Tusculanae disputationes, I, 24, 59; Institutio Oratoria, XI, 2, 24)
e onorato dal primo con la dedica dell’omonimo dialogo retorico Hortensius.
Così ne parla Cicerone nel Brutus: «Hortensius igitur cum admodum adulescens
orsus esset in foro dicere, celeriter ad maiores causas adhiberi coeptus est (...).
Primum memoria tanta quantam in nullo cognovisse me arbitror, ut quae
secum commentatus esset, ea sine scripto verbis eisdem redderet quibus
cogitavisset. Hoc adiumento ille tanto sic utebatur ut sua et commentata et
scripta et nullo referente omnia omnium adversariorum dicta meminisset»
(CICERONE, Brutus, 88, 301).
14
Cfr. F. RIGOTTI, Il velo e il fiume. Riflessioni sulle metafore dell’oblio, in
«Iride», VIII, 14 (aprile 1995), 140: «Tutta la mitologia greca e romana è lì
schierata a dimostrare questa che è quasi un’ovvietà: nell’Ade vi sono due fonti,
quella del Lete, a sinistra (per il pensiero greco direzione del tramonto e del buio
ovvero nefasta) e quella della memoria, Mnemosyne, a destra (direzione del sole
e della luce=direzione fausta)». Sulla fortuna delle metafore dell’oblio nella
cultura occidentale si veda ora H. WEINRICH, Lete. Arte e critica dell’oblio, trad.
it. Bologna, il Mulino 1999.
15
Cfr. CICERONE, De senectute, IV, 12: «Multae etiam ut in homine Romano
litterae; omnia memoria tenebat, non domestica solum, sed etiam externa bella».
8 LODOVICO DOLCE

niun’altra cosa, fuor che delle ingiurie, si scordava16. Che dirò di


Seneca, che duemila nomi da altri recitati col medesimo ordine
ripigliando recitò? Lo stesso, avendo dugento discepoli parimente
recitato dugento versi, egli incominciando dall’ultimo e tornando
all’indietro, gli recitò tutti agevolmente. Cinea, essendo mandato
da Pirrho ambasciadore a Roma, il secondo giorno ch’egli v’entrò,
salutò ogni Senatore per il proprio nome. Mitridate sapeva così
pienamente i diversi linguaggi di ventidue nazioni, alle quali
signoreggiava, che a ciascuno nella propria sua lingua rendeva ra-
gione. Ciro, re de’ Persi, si ricordava il nome di ciascun soldato,
che era nel suo esercito, benché fosse grandissimo17. Carmada ogni
volume da lui una volta letto teneva così bene nella memoria, che
poscia lo recitava come lo avesse inanzi18. Scrive Seneca che Porzio
Latrone si valeva della memoria invece di libri; percioché le cose,

16
Cfr. CICERONE, Pro Ligario, 12, 35: «Sed parum est me hoc meminisse,
spero etiam te, qui oblivisci nihil soles nisi iniurias - quam hoc est animi, quam
etiam ingeni tui! - te aliquid de huius illo quaestorio officio, etiam de aliis
quibusdam quaestoribus reminescentem, recordari»; ma il passaggio immedia-
to si ha con G.M.A. CARRARA, De omnibus ingeniis augendae memoriae, cap. I,
a cura di G. Giraldi, Novara, Ist. Geog. De Agostini 1967, 110: «Que precipue
cum obbrobrio et erubescentia discuntur, fixiora sunt eamque ob causam mens
tenacissima est iniuriarum. Mira igitur laus fuit Cesaris, qui nullarum rerum
nisi iniuriam immemor fuit».
17
La fonte classica di questa carrellata di uomini illustri dall’eccellente
memoria è PLINIO IL VECCHIO, Naturalis Historia, VII, 24, 88: «Memoria
necessarium maxime vitae bonum cui praecipua fuerit, haut facile dictu est, tam
multis eius gloriam adeptis. Cyrus rex omnibus in exercitu suo militibus nomi-
na reddidit, L. Scipio populo Romano, Cineas Pyrrhi regis legatus senatui et
equestri ordini Romae postero die quam advenerat. Mithridates, duarum et
viginti gentium rex, totidem linguis iura dixit, pro contione singulas sine inter-
prete adfatus». Riferimenti sparsi a questi esempi di buona memoria si trovano
anche in Valerio Massimo (Factorum et dictorum memorabilium libri IX, VII, 7,
16), Quintiliano (Institutio Oratoria, XI, 3, 50), Aulo Gellio (Noctes Atticae,
XVII, 17, 2) e Cicerone (Tusculanae disputationes, I, 24, 59). Il testo da cui però
ha attinto Host, e di riflesso anche il Dolce, è il Rerum Memorandarum di
Petrarca, che infatti presenta tutti gli illustri mnemonisti citati, e nel medesimo
ordine; Petrarca ricorda inoltre le prodigiose memorie di Lucullo, Ortensio e
Temistocle, presenti anche in Plinio e nel Congestorium, ma omesse dal Dolce.
Cfr. PETRARCA, Rerum Memorandarum Libri, l. II, capp. 1-14 (De Memoria),
ed. critica a cura di G. Billanovich, Firenze, Sansoni 1945, 41-50.
18
Tanto il Dialogo del Dolce quanto il testo latino di Host riportano
l’errata lezione «Carneade» con ogni probabilità tratti in inganno dal Carrara
(De omnibus ingeniis augendae memoriae, cap. I, ed. cit., 107: «aut quis non
admiretur Carneadem grecum, bibliotece qui volumina memoriter legentis
more representavit?»). Si è corretto il testo sulla scorta di PLINIO IL VECCHIO,
Naturalis Historia, VII, 24, 89: «Charmadas quidem in Graecia quae quis exegerat
volumina in bibliothecis legentis modo repraesentavit».
DIALOGO DELLA MEMORIA 9

che egli apparava, mai non gli uscivano di mente19. Ma questi sono
pochi a rispetto de i molti, che ve n’ebbero disagio. Percioché la
memoria è fragile, e soggetta a molti accidenti. Là onde si legge in
Plinio20 che uno, cadendo da un alto luogo, si scordò del proprio
nome21. Di qui aviene che se ella non è aiutata dall’arte, per ogni
picciola cosa languisce e muore. Onde molti, col trovamento di
diversi luoghi et imagini, si sono sforzati di sovvenire a sì fatto
difetto, e di accrescerla e conservarla22. Sì che io non prendo
maraviglia che in te abbia luogo quel mancamento, che suole esse-
re in molti, i quali hanno gentile e pellegrino ingegno.
FAB‹R›. Io ti sarei di molto tenuto se tu, il quale io so che molto in
così fatto esercizio ti sei affaticato, mi porgessi alcun aiuto, in guisa
che de’ miei studi io potessi ritrar quel frutto, che si conviene alle
molte fatiche che io ci ho fatto.
HOR. Io ti potrei rimetter a quello che intorno alla memoria hanno
scritto alcuni. Ma perché la viva voce suole apportar sempre non so
che di più23, et appresso tengo in animo di aggiungerci alcune mie
fantasie, ne ragionerò alquanto teco, ma però così pienamente ch’io
spero di poter giovarti.

19
Cfr. SENECA IL VECCHIO, Controversiarum libri, I, prefazione, 17-18:
«Memoria ei [Porzio Latrone] natura quidem felix, plurimum tamen arte adiuta.
Numquam ille quae dicturus erat ediscendi causa relegebat: edidicerat illa, cum
scripserat. (...) In illo non tantum naturalis memoriae felicitas erat, sed ars
summa et ad comprehendenda quae tenere debebat et ad custodienda, adeo ut
omnes declamationes suas, quascumque dixerat, teneret etiam. Itaque
supervacuos sibi fecerat codices, aiebat se in animo scribere».
20
Cfr. PLINIO IL VECCHIO, Naturalis Historia, VII, 24, 90: «Nec aliud est
aeque fragile in homine: morborum et casus iniurias atque etiam metus sentit,
alias particulatim, alias universa. Ictus lapide oblitus est litteras tantum; ex
praealto tecto lapsus matris et adfinium propinquorumque cepit oblivionem,
alius aegrotus servorum, etiam sui vero nominis Messala Corvinus orator».
21
L’esempio tratto da Plinio non è presente nel Congestorium artificiosae
memoriae di Host, dove invece (a c. 1r) si afferma che: «undique defectibilis
hominum generi innascitur memoria».
22
Host ricorda i molti maestri dell’ars in un lungo elenco non tradotto
dal Dolce. Cfr. J. HOST, Congestorium artificiosae memoriae, ed. cit., c. 1v: «Inter
quos Seneca, Tullius, Quintilianus, Stephanus de Lauro, Franciscus Petrarca,
Mateolus Veronensis, Iacobus Publicius, insuper Petrus Ravennas legum doctor,
Ioannes Surgant, Ioannes Reuchlin, Georgius Resch, Georgius Sibuti praecipui
sunt quos viderim et quos plures aliorum libros de hac arte impressos legerim».
23
Cfr. L. DOLCE, Dialogo della pittura intitolato L’Aretino, ed. cit., 154:
«(…) ricercando che prima non vi sia grave di spendere alquante parole intorno
alla dignità della pittura. Ché, se bene io ne ho letto altre volte, non l’ho per ciò
a memoria; senzaché, la viva voce apporta sempre con esso lei non so che di più».
10 LODOVICO DOLCE

FAB‹R›. Io te ne avrò obligo grandissimo.


HOR. Dico adunque che quantunque la memoria, come ho detto,
sia dono della natura ella nondimeno si conserva et accresce con
l’arte24. Et ogni nostra fatica nelle lettere è vana, se la memoria a
guisa di spirito non l’accompagna; percioché l’apparar delle disci-
pline è riposto nella memoria, la quale è di tanto momento 25 che
non senza cagione fu chiamata thesoro di qualunque cosa26. Ecco
che la parte migliore di noi, ch’è l’intelletto, con l’ali di questa
aggirando, contempia27 le cagioni e, discorrendo nelle cose passate,

24
Cfr. la pseudociceroniana Rhetorica ad C. Herennium, III, 16, 28:
«Memoria utrum habeat quiddam artificiosi, an omnis ab natura proficiscatur,
aliud dicendi tempus idoneum dabitur. Nunc proinde atque constet in hac re
multum valere artem et praeceptionem, ita de ea re loquemur». Il concetto è
ribadito in modo più articolato ed elegante nel dialogo De Oratore, II, 87, 356:
«Qua re confiteor equidem huius boni naturam esse principem, sicut earum
rerum, de quibus ante locutus sum, omnium; sed haec ars tota dicendi, sive artis
imago quaedam et similitudo est, habet hanc vim, non ut totum aliquid, cuius
in ingeniis nostris pars nulla sit, pariat et procreet, verum ut ea, quae sunt orta
iam in nobis et procreata, educet atque confirmet»; così appare il passo nella
traduzione dolciana del dialogo ciceroniano: «Qui potrebbe dire alcuno: adunque
la memoria si può insegnare? Io rispondo che, così in questa come nelle altre cose
da me dette, la Natura è Maestra, percioché l’arte della eloquenza (overo che la
tenga certa conformità di arte) non ci dà l’ingegno, ma ce lo polisce et accresce»
(ed. cit., 258); così invece nei Sermoni, altrimente satire e le morali epistole di
Horatio ridotte da Messer Lodovico Dolce, satira IV del libro II, Giolito, Venezia
1559, 124: «Che s’hora t’uscirà fuor de la mente Alcuna cosa, in breve spazio
puoi Ripigliarla di nuovo: o che sia questo Don di natura, o sia ministra l’arte
È l’uno e l’altro in te maraviglioso». Sulla Rhetorica ad C. Herennium e sul suo
ruolo di testo-guida della tradizione mnemotecnica classica si veda H. CAPLAN,
Of Eloquence. Studies in Ancient and Mediaeval Rhetoric, Ithaca-London, Cornell
University Press 1970 (in particolare, sulla memoria, il cap. IX, Memoria: Treasure-
House of Eloquence, 196-246).
25
di tanto momento: ‘importanza, rilievo’.
26
Cfr. CICERONE, De Oratore, I, 5, 18: «Quid dicam de thesauro rerum
omnium, memoria? Quae nisi custos inventis cogitatisque rebus et verbis
adhibeatur, intellegimus omnia, etiam si praeclarissima fuerint in oratore,
peritura» e QUINTILIANO, Institutio Oratoria, XI, 2, 1: «Nam et omnis disciplina
memoria constat frustraque docemur, si quidquid audimus praeterfluat, et
exemplorum, legum, responsorum, dictorum denique factorumque velut
quasdam copias, quibus abundare quasque in promptu semper habere debet
orator, eadem illa vis praesentat neque immerito thesaurus hic eloquentiae
dicitur».
27
contempia: Cfr. L. DOLCE, Modi affigurati e voci scelte et eleganti della
volgar lingua, ed. cit., c. 183r: «Tempio, templo, contemplare, contemplo, contempio.
‘Contempio’ usò il Bembo: Scusimi quel, ch’in voi scorgo e contempio. Ove è da
avertire che non si direbbe ‘contempiare’ ma ‘contemplare’».
DIALOGO DELLA MEMORIA 11

riguarda le presenti e antivede le avenire28. Né solo questa memoria


è in noi, ma si vede anco esser ne gli animali bruti29: come princi-
palmente nel cane, il quale, se bene è stato alcun tempo lontano
dal padrone o da alcuno altro con cui abbia avuto dimestichezza,
rivedendolo, subito se ne ricorda e gli fa vezzi e lo accarezza, nella
guisa che si legge del cane di Ulisse, dal quale solo, dopo lo spazio
di venti anni ritornando a casa egli, fu conosciuto30. Vedesi altresì
che essendo alcun cane menato in lontanissimo luogo, da se mede-

28
Cfr. BONCOMPAGNO DA SIGNA, Rhetorica Novissima, a cura di A. Gaudenzi,
in «Bibl. Jur. Medii Aevi», II, Bologna 1891, 255: «Che cosa è memoria. Memoria
è un glorioso e ammirevole dono di natura, per mezzo del quale rievochiamo le
cose passate, abbracciamo le presenti e contempliamo le future, grazie alla loro
somiglianza con le passate». Come fedele rappresentazione delle parole di
Boncompagno ed elegante antiporta del trattato che si va spiegando potrebbe
porsi l’Allegoria della Prudenza di Tiziano. Quest’opera, composta probabil-
mente fra il 1560 e il 1570 (quindi non molto distante dal Dialogo), «è la sola
tra le sue opere che possa essere detta emblematica anziché semplicemente alle-
gorica: cioè una massima filosofica illustrata mediante un’immagine visiva an-
ziché un’immagine visiva investita di connotazioni filosofiche». Il quadro rap-
presenta tre volti umani (le tre età della vita umana) posti sopra tre volti animali
(cane, leone, lupo, circondati da un serpente: iconografia egizia della Prudenza):
‘l’allegoria emblematica’ induce lo spettatore a mettere in relazione tre modi e
forme del tempo «con l’idea della prudenza o, più in particolare, con le tre
facoltà psicologiche nel cui combinato esercizio consiste questa virtù: la memo-
ria, che ricorda il passato e da esso impara; l’intelligenza, che giudica del presente
e agisce in esso; la previsione, che anticipa il futuro e provvede per o contro di
esso» (cfr. E. PANOFSKY, Il significato delle arti visive, trad. it. Torino, Einaudi
1962, 147-168, citazioni alle pagine 150 e 152).
29
Cfr. L. DOLCE, Somma di tutta la natural filosofia di Aristotele, ed. cit.,
82: «Quanto alla memoria intellettiva è da sapere l’huomo aver la memoria
comune con le bestie, la quale si chiama sensitiva, ritenente le fantasme sensibili
e parimente organica la nominiamo. Ma la memoria intellettiva è sola propria
dell’huomo, custoditrice e conservatrice de i concetti e delle imagini, overo delle
cose le cui specie sono dall’intelletto apprese. (…) Di questa memoria sono
soggetto le cose passate, cioè la specie intelligibile già buona pezza pensatovi fitta
nell’animo»; UGO DI SAN VITTORE, Didascalicon, I, III, trad. a cura di V. Liccaro,
Milano, Rusconi 1987, 71: «Gli animali che dispongono dei sensi non solo
accolgono in se stessi le forme delle cose che si presentano alle loro percezioni,
ma quando cessa l’atto della sensazione e viene meno la fonte sensibile di essa,
sono in grado di conservare le immagini delle forme conosciute attraverso le
sensazioni, realizzando così la loro capacità di ricordare».
30
Cfr. L’Ulisse di Messer Lodovico Dolce da lui tratto dall’Odissea d’Homero
et ridotto in ottava rima nel quale si raccontano tutti gli errori, e le fatiche d’Ulisse
dalla partita sua di Troia, fino al ritorno alla patria per lo spatio di vent’anni. Con
Argomenti et Allegorie a ciascun canto, così delle Historie, come delle favole, et con
due Tavole: una delle sententie et l’altra delle cose più notabili, canto XV, ottave 50-
3, Venezia,Giolito 1573, 133.
12 LODOVICO DOLCE

simo sa ritornare alla casa del padrone31. E negli huomini è gran


maraviglia che, scordandoci noi spesso le cose recenti, ci ricordia-
mo puntualmente ogni atto da noi fatto nella fanciullezza32. Ora,
che la memoria si sostenga e si accresca con l’arte, oltre alle molte
autorità33 de gli antichi è confermato anche da San Thomaso, ove
egli assegnando la ragione dice che: «gl’intendimenti semplici e
spiritali dell’animo agevolmente si dipartono, se essi non sono come
legati dalla catena di certe somiglianze corporali»34.

31
Cfr. QUINTILIANO, Institutio Oratoria, XI, 2, 6: «eo magis, quod illa
quoque animalia, quae carere intellectu videntur, meminerunt et agnoscunt et
quamlibet longo itinere deducta ad adsuetas sibi sedes revertuntur» e ALBERTO
MAGNO, Metaphysica, I, tract. I, cap. 8, in Opera Omnia, t. XVI, pars I, Münster,
in aedibus Aschendorff 1951-, 12: «Sed non habentia rationes veram memoria
[animales] utuntur loco rationis et ordinat aliquo modo suae vitae commodum
per quandam civilitatis et felicitatis similitudinem, sicut est videre in apibus et
gruibus et multis huiusmodi animalibus; sed tam apes quam grues vigent solum
memoria. Cuius signum est, quod a longinquis locis, ad quae transferuntur,
revertuntur ad proprias habitationes et casas».
32
Cfr. QUINTILIANO, Institutio Oratoria, I, 3, 1: «Ingenii signum in parvis
praecipium memoria est: eius duplex virtus, facile percipere et fideliter continere».
Cfr. anche SENECA IL VECCHIO, Controversiarum libri, I, prefazione, 3: «nunc
quia iubetis, quid possit experiar et illam omni cura scrutabor. Ex parte enim
bene spero. Nam quaecumque apud illam aut puer aut iuvenis deposui, quasi
recentia aut modo audita sine cunctatione profert; at si qua illi intra proximos
annos commisi, sic perdidit et amisit, ut, etiamsi saepius ingerantur, totiens
tamen tamquam nova audiam»; TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, II, II,
quaestio 49 (De singulis prudentiae partibus quasi integralibus), articulus unicus
(si è utilizzato il testo delle edizioni Paoline, Roma 1962): «ex quo fit quod
eorum quae in pueritia vidimus magis memoremur»; e MATTEO DA PERUGIA,
Tractatus de memoria augenda per regulas et medicinas, [la copia utilizzata non
riporta indicazioni riguardanti tipografo, luogo e data dell’edizione], c. iir:
«Attentio autem magis et maxime profunda dictum est ad memoriam valet.
Valet igitur et admirari et delectari in his quae attentionem et profunditatem
inducunt. Huius autem signum maxime habemus in pueris qui quia multum
delectantur in formis et in signis rerum propter hoc quae eis nove et insuete sunt
earum bene memorant. Unde dicit Averrois hoc memorant multotiens quod
fecit in puericia bona ramemoratione quod homo in puericia multum amat
formas et figuras et multum in eis delectat et admirat».
33
alle molte autorità: ‘dalle molte autorevoli testimonianze’. Ricorrente
nel testo è l’uso arcaico della proposizione ‘a’ con valore di ‘da’ come introdu-
zione a un complemento d’agente; cfr. BOCCACCIO, Decameron, X, 8, 13: «che
dunque ami? dove ti lasci trasportare allo ’ngannevole amore? dove alla lusingevole
speranza?».
34
TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, II, II, q. 49, a. unic.: «Ideo
autem necessaria est huiusmodi similitudinum vel imaginum adinventio, quia
intentiones simplices et spirituales facilius ex anima elabuntur nisi quibusdam
similitudinibus corporalibus quasi alligentur».
DIALOGO DELLA MEMORIA 13

FAB‹R›. Questo mi sovviene aver letto.


HOR. Inventore di quest’arte dicesi esser stato Simonide35. Di cui si
scrive che, avendo costui, come era il costume, dettato molti versi
in lode d’un giovane ch’era stato vincitor nella lotta, il quale aveva
seco patteggiato di dargli certo premio, egli all’usanza de’ Poeti
aveva fatto spesse digressioni in honore di Castore e di Polluce. Là
onde il giovane gli diede una parte del guiderdone, dicendo che’l
rimanente egli dovesse ricercar da que’ due fratelli, ch’esso aveva in
molti versi honorati. I quali tuttavia glielo pagarono. Percioché,
facendosi un superbo e gran convito in honore della vittoria avuta
dal giovane, e trovandosi a quello Simonide, venne a lui un messo,
che gli disse che due giovani a cavallo lo aspettavano fuori della
porta con grandissimo disiderio di favellargli. Levossi tosto Simonide
dal convito e, uscito in istrada, non trovò alcuno; ma ben conobbe
all’effetto che Castore e Polluce se gli erano dimostri grati delle
lodi che esso loro aveva date. Percioché a pena egli si era partito
dalla soglia, che’l tetto del luogo, ove era il convito, ebbe a cadere;

35
La vicenda di Simonide di Ceo, uno dei più ammirati lirici greci dell’età
presocratica (556-468 a. C. circa), fa un po’ da incipit canonico ai trattati mo-
derni sull’arte della memoria e, con la Yates (L’arte della memoria, ed. cit., 27),
«si può forse congetturare che [essa] formasse l’introduzione usuale alla parte
dedicata alla memoria artificiale nei manuali di retorica» greci. L’intervento del
poeta greco al banchetto di Scopa ha il merito di sottolineare l’importante ruolo
che per una corretta e duratura memorizzazione giocano l’ordine e il senso della
vista: il primato di questo senso sugli altri emerge poi anche da un’altra afferma-
zione attribuita a Simonide, quella della sostanziale uguaglianza tra poesia e
pittura poi confluita nell’oraziana formula dell’ut pictura poësis (si vedano L.
DOLCE, Dialogo della pittura intitolato L’Aretino, ed. cit., 152: «avendo alcuni
valenti uomini chiamato il pittore poeta mutolo, et il poeta pittore che parla» e
ID., I quattro libri delle Osservationi Grammaticali, IV, ed. cit., 189: «né manca-
rono di quegli che il Poeta parlante Dipintore, et all’incontro il Dipintore mutolo
Poeta addimandarono»). Cfr. ancora F.A. YATES, L’arte della memoria, ed. cit., 28:
«La teoria dell’equazione poesia-pittura poggia anch’essa sulla supremazia del
senso della vista: il poeta e il pittore pensano entrambi per immagini, che l’uno
esprime poetando, l’altro dipingendo. Le sottili e sfuggenti relazioni con le altre
arti che percorrono tutta la storia dell’arte della memoria sono così già presenti
nella fonte leggendaria, nei racconti attorno a Simonide, che vide poesia, pittura
e mnemonica in termini di intensa visualizzazione». Per una più diffusa tratta-
zione del racconto di Simonide (oltre alla breve nota di V. D’AGOSTINO, Simonide
inventore della mnemotecnica in Cicerone e Quintiliano, in «Rivista di studi clas-
sici», fasc. 1, 1952, 125-127) si vedano H. BLUM, Die antike Mnemotechnik,
Hildesheim-New York, Georg Olms Verlag 1969, 41-45 e L. MARIN, Le trou de
mémoire de Simonide, in «Traverses», 40, aprile 1987, 29-37.
14 LODOVICO DOLCE

et in guisa macerò tutti coloro che vi si trovarono, che, procurando


i loro parenti di seppellire i corpi, non potevano a verun segno
conoscer netto né la effigie né le membra di alcuno. Ma Simonide,
ricordandosi dell’ordine con cui egli ciascuno aveva veduto sedere,
rese ad ognuno il suo corpo.
FAB‹R›. Parmi anco di aver veduto questo esempio in Quintiliano;
ma seguita36.
HOR. Gli antichi filosofi adunque, o fosse principalmente Simonide,
o Metrodoro37, o qualunque altro, disiderando di sovvenire in que-

36
In effetti il brano è fedele traduzione di un passo quintilianeo: Institutio
Oratoria, XI, 2, 11-14. Come possiamo vedere il Dolce non riutilizza la propria
traduzione della versione ciceroniana del racconto (CICERONE, De Oratore, II,
86, 352-4; ricordiamo che il volgarizzamento dolciano è del 1547), allontanan-
dosi così pure dal testo di Host, che rievoca la mitica origine dell’ars memorandi
attraverso le parole di «Marco Tullio» (cfr. J. HOST, Congestorium artificiosae
memoriae, tract. IV, conclusio operis, ed. cit., c. 74r-v).
37
Cfr. PLINIO IL VECCHIO, Naturalis Historia, VII, 24, 89: «Ars postremo
eius rei facta et inventa est a Simonide melico, consummata a Metrodoro Scepsio,
ut nihil non isdem verbis redderetur auditum». Metrodoro di Scepsi, «persona
di gradevole parola e di grande cultura, salito a un tale vertice d’amicizia con
Mitridate da essere chiamato padre del re» (PLUTARCO, Le vite di Cimone e di
Lucullo, trad. a cura di C. Carena, M. Manfredini e L. Piccirilli, Milano, Fon-
dazione Lorenzo Valla-Mondadori 1990, 125) ed esponente di spicco della
tarda retorica greca, è ricordato da Cicerone (De Oratore, II, 88, 360) e da
Quintiliano (Institutio Oratoria, XI, 2, 22) per il suo avvalersi dei segni dello
zodiaco come di immagini di memoria, adeguatamente impressionevoli (e quindi
utilizzabili come imagines mobiles) e corredate di un ordine predefinito (che alla
bisogna ne fa imagines fixae, luoghi di memoria già pronti all’uso): la divisione
in dieci gradi di ogni decano (tre per ogni segno zodiacale) si presume che gli
consentisse la formazione di trecentosessanta loci ben indicati per la realizzazio-
ne di sorprendenti imprese mnemoniche (cfr. L.A. POST, Ancient Memory Systems,
in «Classical Weekly», XV, 1932, 109: «With a little calculation he [Metrodoro]
could find any background by its number, and he was insured against missing
a background, since all were arranged in numerical order. His system was therefore
well designed for the performance of striking feats of memory» e H. BLUM, Die
antike Mnemotechnik, ed. cit. 121: «[Metrodoros] arbeitete auch eine eigene
Variante des System aus, indem er bei den zwölf Tierkreiszeichen 4320
mnemonische Stellen unterbrachte»). Il sistema mnemonico di Metrodoro ri-
tornerà costantemente in chi si richiamerà, con accenti più o meno mistico-
magici, ai segni zodiacali come notae di memoria. Una visualizzazione, tutt’altro
che mistica o alchemica, di trecentosessanta luoghi di memoria ce la offre il
Dolce, forse memore del retore di Scepsi, nel suo Giornale delle historie del
mondo, delle cose degne di memoria di giorno in giorno occorse dal principio del
Mondo fino a’ suoi tempi, riveduto, corretto et ampliato da Guglielmo Rinaldi
(Venezia, al Segno della Salamandra 1572), dove per ogni giorno dell’anno
DIALOGO DELLA MEMORIA 15

sta parte alla debolezza humana, scrissero libri di cotale arte; di cui,
come piace a Cicerone, fa mestiero38 in qualunque dottrina.
Percioché, qual profitto potrebbe alcuno cavare di aver con somma
diligenza letto e riletto alcun libro, overo di studiare qual si voglia
arte, se, quando fa bisogno, non l’avesse in pronto et alle mani39; o

riporta una o più notizie degne di memoria; così il curatore Guglielmo Rinaldi
introduce l’opera nella dedica «al Clarissimo Signor Luigi Michele»: «Se, quanto
è il piacere e beneficio che si ha nel leggere et acquistare la cognizione dell’Historia,
tanto fosse sicura la memoria de gli Huomini in ritenerla, ardirei di dire, Clarissimo
Signor mio, che non fosse parte alcuna nel Tesoro delle Lettere, intorno la quale
più si dovesse l’huomo affaticare. (…) Ma qual Themistocle, o Mithridate,
Lucullo, o Hortensio, può vantarsi di poter con la memoria ciò che legge rite-
nere, in tanta varietà e copia di scrittori? È opera veramente più tosto divina, che
mortale. Non doverà esser stimata inutile fatica quella, che sie impiegata a
sollevar la memoria dal soverchio peso, e sovvenirle in così fatto modo, ch’ella
non perda punto delle sue forze, in conservarsi con molta minor fatica tutto
quello, che dalla lezione le viene presentato. Sì come già pensò di fare il genti-
lissimo, e non mai stanco di giovare, Messer LODOVICO DOLCE, riducendo
con breve esposizione gli illustri fatti così de gli antichi, come de’ moderni, sotto
certo ordine di giorni. Sì che non vi ha mese, anzi quasi giorno nell’anno, che
passi vuoto d’Historia. Ordine, che non pur giova a presto ritrovare e leggere le
cose memorabili, ma anco ad applicarle così ne’ parlamenti, come ne’ scritti a
quello che s’intende trattare sotto il medesimo giorno. E spero, doverà esser
aggradito per loro uso così da giudiciosi Poeti, come Oratori».
38
fa mestiero: ‘è necessario, opportuno’. Cfr. BOCCACCIO, Decameron, II,
3, 39: «E così disposta venendo, Iddio, il quale solo ottimamente conosce ciò
che fa mestiere a ciascuno...»; L. DOLCE, Modi affigurati e voci scelte et eleganti
della volgar lingua, ed. cit., c. 6r: «è della prosa, e famigliarissimo presso il
Boccaccio. Dicesi anco è mistieri o fa mistieri: di che non adduco esempi».
39
in pronto et alle mani: ‘immediatamente disponibile’. Quasi a ricordare
il carattere pratico e l’utilità reale di questa disciplina, la formula ricorre frequen-
temente nei trattati di arte della memoria ma non solo, come si può vedere in
PETRARCA, Secretum, I, 54 (si è utilizzata l’edizione a cura di E. Fenzi, Milano,
Mursia 1992): «Non tamen vel sillaba hec [le sillabe della parola ‘morte’] summis
auribus excepta vel rei ipsius recordatio compendiosa sufficiet; immorari diutius
oportet atque acerrima meditatione singula morientium membra percurrere; et
extremis quidem iam algentibus media torreri et importuno sudore diffluere,
ilia pulsari, vitalem spiritum mortis vicinitate lentescere. Ad hec defossos
natantesque oculos, obtuitum lacrimosum, contractam frontem liventemque,
labantes genas, luridos dentes, rigentes atque acutas nares, spumantia labia,
torpentem squamosamque linguam, aridum palatum, fatigatum caput, hanelum
pectus, raucum murmur et mesta suspiria, odorem totius corporis molestum,
precipueque alienati vultus horrorem. Que omnia facilius ac velut in promptu
et ad manum collocata succurrent, si cui familiariter obversari ceperit memoran-
dum aliquod conspecte mortis exemplum; tenacior enim esse solet visorum
quam auditorum recordatio»; se «in pronto» è un latinismo (in promptu) ricor-
rente nella prosa volgare, più rara e sicuramente più suggestiva (almeno nell’am-
bito di un lessico dell’ars memorandi) è la formula «alle mani», alla quale si può
16 LODOVICO DOLCE

non potesse ricordarsene per insegnare altrui quello che egli sapes-
se, o valersene per lui alle occasioni? Né è per certo da dubitare che
ciò che è necessario, non sia parimente utile. E qual cosa è più
necessaria della memoria?
FAB‹R›. Ciò è cosa certissima.
HOR. Lo aver memoria nel vero conviene a ogni sesso, et a ogni
stato e condizione: sì come a’ religiosi, a’ secolari, e ciascun artefice,
a’ leggisti, theologi, predicatori, et oratori40. Essendo che a ciascun
di costoro è mistiero che si ricordi di quello che gli appartiene, che
è convenevole al suo ufficio, et utile alla sua professione. È vero che
questa arte alcuni riprendono, come non aiut‹at›rice41 ma distrug-
gitrice della memoria. Come che si debba biasimare Aristotele, Ci-
cerone, Seneca, e Quintiliano, et altri antichi, che lei sommamente
lodano. Ma questi, che così stimano, sono sciocchi, percioché dan-
nano in altrui quello che essi non isperano di potere ottenere. Ma,

forse accostare «di mano in mano», anch’essa espressione molto frequente nel
testo: le mani ritornano spesso nei precetti mnemonici come lettere di alfabeti
figurati, come note memorative a margine di un processo di reminiscenza, come
luoghi di memoria o immagini efficaci (la mano d’oro), e talvolta abitano le
rappresentazioni reali delle immagini di memoria, ovvero le illustrazioni che
accompagnano i trattati. Nel frontespizio dell’Ars memorativa di Anton Sorg
(Augsburg 1490) viene ad esempio rappresentato un maestro di mnemotecnica
che sta compiendo il gesto di contare e tale iconografia ritorna, secondo Ludwig
Volkmann, in una fortunata traduzione tedesca del De remediis utriusque fortunae
di Petrarca (Von der Arzney bayder Glück, des guten und widerwertigen, Augsburg,
Steyner 1523) dove nella silografia che fa da frontespizio all’ottavo capitolo dal
primo libro (quello dedicato alla memoria) si ha l’immagine di un dotto che
sembra compiere il gesto di contare con le dita, circondato da una serie di scudi
riportanti dei disegni e affiancato da una figura allegorica di donna con un libro
in testa e uno sotto il braccio: Volkmann, evidenziando i rapporti tra questa e
altre silografie che corredano l’opera petrarchesca e alcune immagini di memo-
ria proposte in trattati di mnemotecnica quattro-cinquecenteschi, giunse a
suggerire una possibile lettura mnemonica del De remediis nell’ambito della
cultura germanica del Cinquecento, lettura che potrebbe in parte giustificare la
fama che proprio in Germania e proprio nel Cinquecento Petrarca ebbe come
maestro di arte della memoria (cfr. L. VOLKMANN, Ars memorativa, ed. cit., 160
e 164-166).
40
Si ricordi qui per esteso il titolo del trattato di Host: Congestorium
artificiosae memoriae Joannis Romberch de Kryspe, omnium de memoria praeceptione
aggregatim complectens. Opus omnibus Theologis, praedicatoribus, professoribus,
iuristis, iudicibus, procuratoribus, advocatis, notariis, medicis, philosophis, artium
liberalium professoribus, insuper mercatoribus, nunciis, et tabelariis pernecessarium.
41
Cfr. BOCCACCIO, Decameron, VI, 4, 3: «la fortuna ancora, alcuna volta
aiutatrice de’ paurosi».
DIALOGO DELLA MEMORIA 17

come è in proverbio, la scienza non ha alcun nimico fuor che l’igno-


rante42.
FAB‹R›. Per certo chi non sa quanto una gemma vaglia, non la può
prezzare.
HOR. Hora comincerò dalla diffinizione; percioché dal sapere il
nome nasce poi la cognizion delle cose43. La memoria adunque,
per quanto al presente nostro proponimento appartiene, è natural-
mente (per così dire) conserva delle specie e forme dell’animo; e
per via dell’arte si fortifica ella et aumenta, essendo che o per vigo-
re della memoria, che dalla natura abbiamo, o per aita dell’arte,
che da noi medesimi troviamo, ci ricordiamo di qualunque cosa,
di cui ci piace o ci è utile il ricordarci44. Di qui due sorti di memo-

42
Con questa breve battuta Dolce sintetizza ben due capitoli del
Congestorium, dedicati rispettivamente alla confutazione dei detrattori dell’ars
e alle sue occasioni d’utilizzo (cfr. J. HOST, Congestorium artificiosae memoriae,
I, I-II, ed. cit., cc. 6-7).
43
Cfr. CICERONE, De Officiis, I, 2, 7: «omnis enim, quae a ratione suscipitur
de aliqua re institutio, debet a definitione proficisci, ut intellegatur quid sit id
de quo disputetur» e UGO DI SAN VITTORE, Didascalicon, VI, III, ed. cit., 191:
«Mi ricordo che, quando ero ancora allievo delle prime scuole, mi impegnavo
intensamente ad imparare tutti i vocaboli corrispondenti agli oggetti che vedevo
ovvero che adoperavo, ritenendo francamente che non possa iniziare lo studio
della natura delle cose colui che ignora ancora i loro nomi»; il passo ciceroniano
(presente anche nel Congestorium) funge da preambolo anche per un altro
trattato di ars memorandi, l’anonimo manoscritto tardoquattrocentesco Tractatus
solemnis artis memorativae, conservato nel Cod. lat. ambrosiano T. 78 sup. e
trascritto da Paolo Rossi in appendice a Clavis universalis. Arti della memoria e
logica combinatoria da Lullo e Leibniz, ed. cit., 292: «Tractatus solemnis artis
memorativae incipit. Artificiosae memoriae egregia quaedam atque preclarissima
praecepta in lucem allaturi, non invanum esse duximus quod ipsa sit primum
effingere cum iuxta Ciceronis sententia in primo De officiis, omnis de quacumque
re sumitur disputatio a diffinitione proficisci debeat ut sciri possit quid sit id de
quo disputatur». Questa formula funge da incipit della trattazione anche nel
Dialogo dei colori: «percioché malagevolmente si può intender la qualità e con-
dizione d’una cosa, se prima non si sa ciò che ella è» (L. DOLCE, Dialogo nel quale
si ragiona della qualità, diversità e proprietà dei colori, ed. cit., c. 7r).
44
La dialettica natura/artificio su cui poggia l’intera tradizione retorica
dell’arte della memoria è ben rappresentata nel dialogo Della eloquenza (1557)
di Daniel Barbaro, in cui così si fronteggiano Arte e Natura: «ARTE: O quanto
ti son tenuta in nome suo! Che mi gioverebbe avvertire un affetto di Natura se
altra fiata in quello abbattendomi la memoria presta non mi dicesse: “Eccoti,
o Arte, quello che ancora vedesti”? Che esperienza si truova in me senza di essa?
Chi s’accorgerebbe che in alcuna di voi, o Anime, io mi ritrovassi, se non fusse
la memoria come guardiana e tesoriera di tutte le parti dello ingegno? Onde con
verità si dice che “tanto sa l’uomo, quanto si ricorda”. Nasce la memoria dal bene
18 LODOVICO DOLCE

rie diremo trovarsi naturali: l’una è quella, che è riposta negli ani-
mi nostri, o nasce parimente col pensamento 45. E come scrive
Diomede, è un veloce e saldo comprendimento dell’animo; il qua-
le prende aita dall’esercizio del leggere, dallo intendimento dello
esporre o spiegare ciò che si è letto, dalla cura dello scrivere, da un
sollecito discorso, e diligente ragione46. Alberto Magno dice ritro-
varsi nell’uomo tre sorti di memoria. Delle quali la prima chiama
conservativa delle proprietà sensibili, le quali sono apprese dalla
stimativa; e questa è secondo la parte sensibile, e segue pure la
stimativa. La seconda è da lui detta conservativa delle specie
intellegibili: e questa è seguace della ragione, et è nell’ultima parte
del cervello; e pare che Damasceno queste due tocchi, quando e’
dice che: «la memoria è fantasia abandonata da alcuna cosa, e
conservazion del senso e dell’intelligenza»47. Ma io tuttavia mi dò a

ordinare, l’ordine dallo intendere e dal pensamento. Però posso io con le imagini
in alcuni luoghi riposte artificiosamente indurre la memoria delle cose.
NATURA: A lungo andare tu le sei più tosto di danno che di pro alcuno; però non
mi piace altro che uno essercizio di essa memoria che si fa mandando molte cose
a mente» (D. BARBARO, Della eloquenza, in Trattati di poetica e retorica del
Cinquecento, a cura di B. Weinberg, Bari, Laterza 1974, II, 350). Sull’apporto
del patriarca di Aquilegia alla fortunata stagione veneziana di fertile intersezione
tra retorica, arti figurative e mnemotecniche, e soprattutto sul suo ruolo non
secondario per la decrittazione del ‘misterioso’ Theatro di Giulio Camillo, si
veda G. BARBIERI, La natura discendente: Daniele Barbaro, Andrea Palladio e
l’arte della memoria, in Palladio e Venezia, a cura di L. Puppi, Firenze, Sansoni
1982, 29-54.
45
Cfr. B. GIAMBONI, Fiore di rettorica, 82 (Come il dicitore si dee recare
a memoria la sua diceria), ed. critica a cura di G. Speroni, Pavia, Università degli
Studi di Pavia 1994, 101: «Dei saper che sono due le memorie, cioè naturale e
artificiale. La naturale è quella che coll’animo è congiunta, e insieme col pensier
nata». Sull’importanza della sezione sulla memoria di questo volgarizzamento
duecentesco dell’Ad Herennium e sui suoi rapporti con la coeva e successiva
tradizione mnemotecnica si veda F. A. YATES, L’arte della memoria, ed. cit., 81-
83.
46
Mai citato fra i maestri dell’ars memorandi o fra i suoi mirabili interpreti,
questo Diomede è il famoso grammatico latino del IV sec. d. C. autore di una
Ars grammatica in tre libri. Per il passo citato si veda DIOMEDIS, Artis grammaticae
libri III, I, in Grammatici latini, a cura di H. Keil, Hildesheim, G. Olms Verlag
1961, I, 419: «Memoria est velox animi et firma perceptio, cuius facultatem
fovet exercitatio lectionis enarrationisque intentio, stili cura, redditio sollicita
et diligens et iteratio atque repetitio frequens».
47
SANCTI PATRIS JOANNIS DAMASCENI, Orthodoxe fidei accurata editio, in-
terprete Jacobo Fabro, liber II, cap. XX (De memorandi facultate), Venezia, s.i.t.
1515, c. 14r: «Memoria est imaginatio relicta ab aliquo sensu aut confirmatio
sensus et intelligentiae».
DIALOGO DELLA MEMORIA 19

credere che la prima nell’huomo non sia diversa dalla imaginazione.


La terza memoria è nella superior parte della ragione, et è nomata
ritenzione, overo conservazione essenziale della somiglianza del vero
e del bene48.
FAB‹R›. Non mi dispiacciono queste diffinizioni.
HOR. Ma San Thomaso afferma esser due maniere di memorie.
L’una naturale, la quale è nella parte intellettiva: potenza che pura-
mente conosce e conserva solo le specie. L’altra [parte] nella parte
sensitiva, la quale è thesoro delle specie (per usar questi termini)
intenzionali, overo delle intenzioni sensibili apprese col senso49. Il
cui organo è nell’ultima parte del capo: come si può vedere da
questa figura che è qui dipinta50. In questa tu vedi ove è il senso
comune, ove la fantasia, la cogitativa, la imaginativa, la stimativa,
la memorativa, et anco l’odorato e il gusto.

48
Cfr. ALBERTO MAGNO, Metaphysica, I, tract. I, cap. 7, ed. cit., 10: «Et
cum memoria non tantum sit thesaurus et coacervatio formarum sensibilium
prius acceptarum, sed etiam intentionum convenientis et inconvenientis, boni
et mali, amici et inimici et huiusmodi cum sensibilibus ab aestimativa
acceptorum».
49
Cfr. TOMMASO D’AQUINO, In Aristotelis libros De Sensu et Sensato, De
Memoria et Reminiscentia Commentarium, Liber Unicus, lectio II, n. 320 (si è
utilizzata l’edizione Marietti, Torino 1949): «Unde concludit quod memoria sit
intellectivae partis animae, sed per accidens; per se autem primi sensitivi, scilicet
sensus communis». Il commento si riferisce ad ARISTOTELE, Della memoria e della
reminiscenza, 1, 450a.
50
Le ultime due battute di Hortensio offrono una decisa sintesi del passo
del Congestorium artificiosae memoriae (tract. I, cap. IV, c. 7v). Cfr. ALBERTO
MAGNO, De anima, II, tract. 4, cap. 7, in Opera Omnia, ed. cit., 158: «Thesaurum
autem eius reservantem intentiones, qui memoria vocatur, in posteriori parte
cerebri posuerunt, qui locus est siccus propter nervos motivos,qui oriuntur ab
ipso. Cuius signum est, quia laesa illa parte perditur vel laeditur memoria in
omnibus animalibus. Phantasiam autem, quae convertit se tam super intentiones
quam super formas, posuerunt in medio mediae cellae tamquam centrum inter
imaginativam et memoriam» ma anche L. DOLCE, Somma di tutta la natural
filosofia di Aristotele, ed. cit., 71: «Memoria è potenza sensitiva interiore, la quale
le specie delle cose sensibili da gli altri sensi interiori riceve e conserva. Il cui
oggetto è il sensibile per sé sensato, come conservabile. Percioché conserva ella
le specie, che concepisce la virtù imaginativa, cioè la fantasia. L’organo della
memoria è l’ultimo ventricolo del cervello». Nella copia del Congestorium da me
consultata manca la figura che segue (diversamente da quanto indicato dalla
YATES, L’arte della memoria, ed. cit., 238), figura invece presente nella Somma
aristotelica approntata dal Dolce.
20 LODOVICO DOLCE

FAB‹R›. Benissimo io ciò veggio, et ogni cosa posta e collocata al


suo luogo.
HOR. E perché questa parte è più humida di quello che fa bisogno,
onde mal conserva le ricevute specie, da ciò aviene che la maggior
parte, intendendo a così fatto difetto, con diversi modi d’unzioni
procurano di asciugarla51; di che mi riserbo a ragionar in luogo più

51
Cfr. TOMMASO D’AQUINO, In Aristotelis libros De Sensu et Sensato, De
Memoria et Reminiscentia Commentarium, l. II, n. 321: «Cum enim potentiae
sensitivae sint actus corporalium organorum, necesse est ad diversas potentias
pertinere receptiones formarum sensibilium quae pertinet ad sensum, et
conservationem earum, quae pertinet ad phantasiam sive imaginationem; sicut
in corporalibus videmus quod ad aliud principium pertinet receptio et
conservatio: humida enim sunt bene receptiva, sicca autem et dura bene
conservativa» [il passo commenta ARISTOTELE, Della memoria e della reminiscen-
za, I, 450b]. Sulla medicina per la memoria confronta il più recente e interes-
sante contributo sulla storia medievale dell’ars reminiscendi, M. CARRUTHERS,
The Book of Memory. A Study in Medieval Culture, ed. cit., 46-79.
DIALOGO DELLA MEMORIA 21

dicevole. È vero che intorno a ciò ci bisogna esser molto considera-


ti. Ma quanto appartiene al difetto della natural memoria, io giu-
dico convenevole di sovvenire non per via di medicine, ma di luo-
ghi et imagini, come ho detto; la quale industria fu chiamata da gli
antichi Memoria Artificiale: e ciò per cagione, che ella molto ac-
cresce il sapere. Et è, per diffinirla con Marco Tullio, una imaginaria
disposizione di cose sensibili nella mente, sopra le quali la memo-
ria, volgendosi e piegandosi, viene a eccitarsi et a ricever giovamen-
to, di maniera che le cose da lei prima apprese, con più agevolezza,
più distintamente e più a lungo può ricordarsi52. Là onde qui non
riceverai la memoria, o sia naturale, o aiutata dall’arte, nella guisa
che ella si distingue dalla reminiscenza, ma sì come unitamente
partecipa di amendue: sì come arte di conservar ciò che ella ap-
prende e ridurlo in prontezza di considerare et agevolezza di legge-

52
Deve trattarsi di un’errata lettura di Rhetorica ad C. Herennium, I, 2, 3:
«Memoria est firma animi rerum et verborum et dispositionis perceptio». Host
l’ha probabilmente tratta dall’anonimo Tractatus solemnis artis memorativae, ed.
cit., 292: «Est igitur artificialis memoria dispositio quaedam imaginaria vel
localis vel idealis mente rerum sensibilium super quas naturalis memoria reflexa
per ea summovetur atque adiuvatur ut prius memoratorum facilius, distinctius
atque divitius denuo valeat reminisci». Nel testo non compare però alcun rife-
rimento a «Marco Tullio». Si veda anche la definizione che Jacopo Ragone ne
dà nelle sue Artificialis memoriae regulae (1434), importante perché una delle
poche che afferma esplicitamente la sostanziale identità di luoghi e immagini
in nome della comune matrice immaginaria: l’arte della memoria consta infatti
di luoghi e immagini o, più correttamente, di imagines fixae funzionalmente
strutturate, minuziosamente ornate e logicamente ordinate, entro le quali ven-
gono collocate imagines mobiles che grazie a una veste esteriore impressionabil-
mente efficace attivano il processo associazionistico del ricordo o addirittura
veicolano esse stesse i contenuti affidati alla memoria (cfr. JACOPO RAGONE,
Artificialis memoriae regulae, in G. ZAPPACOSTA, Studi e ricerche sull’Umanesimo
italiano, Bergamo, Minerva Italica 1972, 36: «Differunt vero loci ab imaginibus
nisi in hoc, quod loci sunt non anguli ut exstimant aliqui sed imagines fixe supra
quibus sicut supra carta alie pinguntur imagines delebiles sicut litterae; unde
loci sunt sicuti materia. Imagines vero sicuti forma. Differunt ergo sicut fixum
et non fixum»). Il trattato del Ragone, uno dei più diffusi del primo Quattro-
cento, è importante perché, come anche quello di Pietro da Ravenna, sembra
allontanarsi dall’impostazione etico-retorica propria della tradizione domenicana
di testi mnemotecnici per rivolgersi con maggior sensibilità agli orientamenti
della sua età: la massiccia presenza di esemplificazioni (e la loro funzionalità
pedagogica), il tentativo di adattare la mnemotecnica alle più varie attività (dalle
carte da gioco alla diplomazia) e il progressivo svincolamento della memoria
dall’ambito religioso della Prudenza fanno intravvedere le nuove modalità con
cui la cultura della memoria si presenterà alla società dell’Umanesimo. Sulle
regulae del Ragone si veda M.P. SHERIDAN, Jacopo Ragone and his Rules of Artificial
Memory, in «Manuscripta», IV, 3, 131-148.
22 LODOVICO DOLCE

re. E questa il Petrarca nel Libro della contraria fortuna dice ricevere
aiuto con queste parole: «Se avrai la memoria caduca e debole,
fermala coi sostegni della diligenza e dell’arte. Percioché la indu-
stria si contrappone a tutti i difetti della memoria e dell’ingegno;
ella sovviene, né lascia perire e menomar veruna parte. Questa può
conservar con verdissimo ingegno e stilo i vecchi Filosofi e Poeti.
Questa i decrepiti Oratori con salda voce, con forti fianchi, e con
tenace memoria parimente. Onde, se tu ti conosci la memoria in-
fedele, non voler confidartene53: ponle spesso ripari, e quello che le
credi54, tosto da lei riscuoti»55.
FAB‹R›. Sono molto ingegnose queste parole del Petrarca.
HOR. Fra la memoria e la reminiscenza v’entra questa differenza.
Che la memoria separatamente e distintamente torna alle cose, for-
mando con imagini gli intendimenti distinti. Ma la reminiscenza,
o diciamo ricordazione, è co‹me un› movimento intrapreso e rin-
tuzzato dalla oblivione, e serve a tempo e a luogo con raccoglimen-
to dell’ordine e della dipendenza delle cose (per così dire) reminisci-
bili (cioè che entrano nella rimembranza)56; ‹così com›e quando da

53
confidartene: ‘porre fiducia in essa’. Cfr. BOCCACCIO, Decameron, V, 7,
5: «e credendo che turchio fosse, il fé battezzare e chiamar Pietro e sopra i suoi
fatti il fece il maggiore, molto di lui confidandosi».
54
credi: latinismo, ‘affidi’. Cfr. PETRARCA, Rerum Familiarium Libri, XVII,
5, ed. critica a cura di V. Rossi e U. Bosco, Firenze, Sansoni 1923-24, III, 251:
«Quid ergo? Scito me nusquam amena loca conspicere quin subito redeam in
memoriam ruris mei eorumque simul quibuscum libenter valde, si datum esset,
illic precipue vite brevis fragmenta consumerem. Te igitur et rus illud, dum tibi
ista dictarem memorie credidi; necque enim scribendi instrumenta aderant; illa
autem, ubi domum est reditum, depositum bona fide restituit».
55
PETRARCA, De Remediis utriusque Fortunae, liber II, dialogus CI (De
inopi et infirma memoria), in F. PETRARCHAE, Opera quae extant omnia, Basilea
1554 [rist. anast. Ridgewood (New Jersey), The Gregg Press Incorporated 1965],
219: «DOLOR: Memoria labascit. RATIO: Adesto ne corruat, et labentem iugi
exercitatione sustenta. Fac quod muro ruinam minanti fieri solet, adhibe repagula
opportunis locis, et fragilem crebris ac validis adminiculis circumvalla. DOLOR:
Memoria fluxa est. RATIO: Diligentia et artificio illam stringe, cunctis ingenii
memoriaeque; defectibus occurrit industria. Nil patitur industria perire, nil
minui. Haec est quae philosophos et poetas senes virentissimo ingenio ac stilo,
hac est quae decrepitos oratores voce solida validisque lateribus ac tenaci memo-
ria servare potest. (...) DOLOR: Infida memoria est. RATIO: Noli ergo illi fidere,
saepe calculum secum pone, quicquid credideris confestim exige, et quod cras
facturus fueras nunc facito».
56
Cfr. ARISTOTELE, Della memoria e della reminiscenza, 2, 451b (per tutte
le traduzioni si è ricorsi all’edizione delle Opere, a cura di G. Giannantoni, Bari,
Laterza 1973): «Inoltre è ben chiaro che uno può ricordare una cosa non perché
DIALOGO DELLA MEMORIA 23

un simile siamo portati ad un altro simile, o da un contrario a un


altro contrario, overo dalla proprietà siamo ridotti al soggetto57.
Ma la memoria artificiale viene da luoghi et imagini, di maniera
che l’animo per via della memoria, col mezo delle cose pensate,
può entrar nelle cose sensibili che sono fuori di lui. Di che non è
mestieri che teco parli con più chiarezza.
FAB‹R›. Io intendo a bastanza.
HOR. Verrò adunque a spiegarti da quali cose sensibili riceva la
memoria aiuto. Dico che da quel poco che si è detto, appar chiara-

adesso rammemora, ma perché fin dall’inizio ha conservato la sensazione e


l’affezione: ma quando uno riprende la scienza o la sensazione che ebbe un
giorno o una qualche esperienza, il cui stato dicevamo essere la memoria, questo
rammemorare una di quelle cose di cui abbiamo parlato: torna allora il ricordare
e la memoria attuale tiene dietro all’atto del memorare». La memoria dunque
si differenzia dalla reminiscenza, perché nella prima l’oggetto da ricordare è
sempre presente, potenzialmente o attualmente, in chi ricorda, mentre la secon-
da è attivata solo quando tale oggetto è caduto dalla coscienza. Si veda anche L.
DOLCE, Somma di tutta la natural filosofia di Aristotele, ed. cit., 82: «Sono oltre
a ciò due uffici della memoria: cioè ritenere le specie intelligibili una volta
impresse nell’intelletto passibile; e rappresentarle e rinovarle quante volte il
bisogno ne lo ricerchi. Il secondo ufficio è rinovare e quasi da morte risuscitar
le specie le quali una o più volte siano uscite dell’intelletto o dell’animo: e questo
è detto reminisci e reminiscenza. Perché reminisci è raccordarsi le cose che già
erano andate in oblio: il che molto a tempo si fa dalle circostanze della persona,
del tempo e del luogo».
57
Cfr. ARISTOTELE, Della memoria e della reminiscenza, 2, 451b: «Perciò
col pensiero andiamo a caccia della serie successiva dei movimenti cominciando
da un’intuizione presente o da un’altra o da una simile o contraria o vicina»; due
delle tre leggi di associazione erano già state formulate da PLATONE, Fedone, 74d
(trad. a cura di G. Cambiano per l’ed. Utet, Torino 1987): «Non c’è alcuna
differenza, disse: ogni volta che, vedendo una cosa, da questa visione arrivi a
pensarne un’altra, sia simile sia dissimile, ha necessariamente luogo la remini-
scenza». Un esempio dell’applicazione di questi princìpi associazionistici per la
memoria ce lo offre G.M.A. CARRARA, De omnibus ingeniis augendae memoriae,
cap. I, ed. cit., 115: «Alterum est, ut aut simile per simile aut per contrarium
figuremus aut per proprietatem. Primi exemplum est, ut, si nomen Avicenne
sim locuturus, alicuius illustris medici nomen scribam, cuius aut par sit aut
paulo debilior auctoritas. Secundi exemplum est, si idem per indocti medici
nomen cum irrisione conscripsero; si Tersitem per Achillem, bonum per malum,
informem per formosum annotavero. Exemplum tertii est, si Ovidium per
magnum nasum, Platonem per humerorum amplitudinem, Crispum per
anulatos capillos, Ciceronem per Gelasinum sculpsero; quin ipsa nominis origo,
ipsa declinatio facere ad tenedum aliquid potest». In R. JAKOBSON, Saggi di
linguistica generale, trad. it. Milano, Feltrinelli 1992, 22-45, questi tre criteri
sono stati trasposti nella linguistica: similitudine e contrarietà rimandano alla
metafora, contiguità alla metonimia.
24 LODOVICO DOLCE

mente che la parte ritentiva dell’anima (che è quanto si dicesse


conservativa) può stabilirsi e fortificarsi con l’arte. E questo per via
di luoghi e d’imaginate forme di quelle cose, delle quali ricordar ci
vogliamo: o siano di lettere, o di parole, o di versi, o di prose, o di
qualunque altra cosa; quando, avendole noi poste in certi ordinati
luoghi, sovente le andiamo raccogliendo nella mente e discorren-
dole con la considerazione. In che è riposta quasi tutta la somma di
questa arte. E puossi insegnar con pochi precetti: ma fa mistieri di
lunga pratica et esercitazione. Onde è bisogno che ciascuno in ciò
misuri le proprie forze prima che entri a procacciar di apprender
questa memoria artificiale. Ché, quantunque la memoria, come s’è
detto, si faccia perfetta con l’arte, nondimeno ella ha principio dalla
natura. Onde l’Atheniese Thalete, Filosofo di gran fama, stimò ve-
ramente felice colui che è sano del corpo, abondevole de’ beni del-
l’animo, e di capace natura58: percioché indarno si procura d’inse-
gnare a chi non è acconcio59 a imparare. E di questi, che non sono
atti ad apprender le buone discipline, si trovano sette condizioni. I
primi sono quelli che mal disposti chiamiamo; i secondi quei che
sono di tardo ingegno; i terzi alcuni spensierati, che perdono il
tempo; i quarti gli incostanti; i quinti quei che si danno alla gola; i
sesti i lussuriosi; i settimi gli amalaticci, o languidi e tormentati dai
dolori60. Chi adunque disidera di arricchirsi del thesoro di questa

58
Cfr. DIOGENE LAERZIO, Vite dei Filosofi, I, 1, 37, trad. a cura di M.
Gigante, Bari, Laterza 1962, 18: «Chi è più felice? Chi è sano di corpo, ricco di
risorse spirituali, bene educato di natura. Dice [Talete] che bisogna ricordarsi
degli amici presenti ed assenti, non acconciarsi la faccia ma esser bello nella
pratica della vita».
59
Indarno (...) acconcio: ‘inutilmente si cerca d’insegnare a chi non è in
grado di imparare’. Cfr. L. DOLCE, Modi affigurati e voci scelte et eleganti della
volgar lingua, ed. cit., c. 215v: «Acconcio per atto, commodo e polito. È molto
in uso de’ Prosatori: e sempre invece di atto usato dal Bembo».
60
L’elenco delle persone poco atte al ben ricordare suggerisce la tradizio-
nale ripartizione dei peccati capitali, evidenziando così in nome della facoltà
memorativa una linea di continuità fra integrità spirituale e salute corporea e
prefigurando l’elezione, che fra breve Dolce presenterà, dei luoghi dell’oltremondo
dantesco a luoghi strutturalmente ed emozionalmente adatti alla ritenzione di
ricordi; cfr. F. A. YATES, L’arte della memoria, ed. cit., 87: «Ora possiamo guar-
dare, con gli occhi della memoria, al trecentesco dipinto dell’Inferno nella
chiesa domenicana di Santa Maria Novella. L’Inferno vi è diviso in luoghi
corredati di iscrizioni (proprio come raccomanda Romberch), che indicano i
peccati puniti in ognuno di essi, e contengono le immagini che è naturale
attendersi in tali luoghi. Proiettando questo dipinto nella nostra memoria,
come un prudenziale memento, praticheremo forse ciò che il Medioevo avrebbe
chiamato memoria artificiale? Credo di sì».
DIALOGO DELLA MEMORIA 25

memoria, è necessario che abbia tre parti. Buona disposizion di


anima, di cui la memoria è parte; buono habito61 di corpo il quale
serve altresì alle forze sensitive di essa anima; e nel fine, che lo
stesso corpo abbia buona convenienza con la medesima anima. Et
a queste parti (come scrive il sovra detto Petrarca62) richieggono tre
altre condizioni: l’esser libero da altre facende, mansueto, e sobrio.
E nel vero non bisogna che la mente, occupata da altre cure, sia
sviata dalle fatiche delle lettere, ché non solamente negli studi si
ricerca disiderio di apparare e acutezza d’ingegno, ma fa anco mistieri
della tranquillità dell’animo.
FAB‹R›. Questo è verissimo.
HOR. Senza dubbio il disiderio di sapere, come vuole Aristotele63, è
naturale in tutti gli huomini. Et ove è mancamento d’ingegno,
quivi fa bisogno di maggiore istudio; e che molto più (come bene
consigliò il Filosofo Cleobolo64) vi sia il sapere e la dottrina; e,
seguitando parimente il ricordo di Boezio, che con la diligenza si
sottraggia e sgombri le nuvole dell’ingegno65. La tranquillità poi

61
disposizion (...) habito: latinismi, ‘stato, condizione’. ‘Abito’ va inteso nel
senso etimologico di id quod habetur, ‘la cosa che è presentata’.
62
Come si vedrà fra poco, Petrarca offre nel De remediis utriusque fortunae
validi consigli per una vita sana e, di conseguenza, per una non difficoltosa
azione rammemorativa.
63
Cfr. ARISTOTELE, Metafisica, I, 1, 980a: «Tutti gli uomini sono protesi
per natura alla conoscenza: ne è un segno evidente la gioia che essi provano per
le sensazioni, giacché queste, anche se si metta da parte l’utilità che ne deriva,
sono amate di per sé, e più di tutte le altre è amata quella che si esercita mediante
gli occhi».
64
Di Cleobulo, filosofo greco anteriore a Talete e iscritto alla cerchia dei
cosiddetti sette sapienti, ci tramandano alcune sentenze Demetrio Falareo (Sen-
tenze dei sette sapienti, in I Presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di H.
Diels, trad. it. Bari, Laterza 1990, 73: «Cleobulo lindio, figlio di Evagoro disse:
1. Ottima è la misura. (...) 3. Star bene nel corpo e nell’anima. 4. Essere avido
di ascoltare e non cianciare. 5. Sapere molto piuttosto che essere ignorante») e
Diogene Laerzio, (Vite dei Filosofi, I, VII, 91, ed. cit., 42: «Delle sue canzoni che
erano cantate nei conviti ebbe speciale rinomanza questa: Dominano tra gli
uomini rozza ignoranza e ciarloneria, ma l’opportunità ti preserverà. Sii sollecito
del bene. La gratitudine non sia vana»).
65
Cfr. PSEUDO-BOÈCE, De disciplina scolarium, 5, 4, a cura di O. Weijers,
Leiden-Köln, E. J. Brill 1976, 121: «Quippe miserrimi est ingenii semper inventis
uti et numquam inveniendis. Stulciusque est magistratus oracionibus omnino
confidere, sed primo est credendum donec videatur quid senciat, postea
fingendum est eundem in docendo errasse, ut si forte reperire queat quid
commisse obiciat sedulitati».
26 LODOVICO DOLCE

dell’animo in questo è profittevole, ché non lascia che l’intelletto,


o la parte concupiscibile, sia affogata dall’ira, o dall’impazienza.
FABR. Questa nel vero è parte similmente lodevolissima.
HOR. Devesi adunque principalmente essere intenti a frenar le pas-
sioni dell’animo. Percioché lo studio poco giova a coloro, ne i quali
ha luogo o soverchia allegrezza, o soverchia tristezza, o soverchia
ira, o qualsivoglia altra passione; essendo che così fatte perturba-
zioni o lo impediscono, o da quello nel tolgon via. Onde ne segue
che la mansuetudine è sommamente utile allo studioso. La sobrie-
tà è finalmente necessaria a i disiderosi d’imparare: la qual si deve
osservar nel mangiar, nel dormire, e in tutte le operazioni
dell’huomo; e fuggir sopra tutto la imbriacaggine, la quale, essen-
do continua o lunga, aliena la mente et offosca il lume dell’intellet-
to, come dice il beato Girolamo66. All’incontro dice il lodevolissi-
mo Petrarca: «L’esser temperato e parco nel vivere rimoverà dalla
casa vostra le podagre, vi leverà la doglia della testa, le vertigini del
cervello, il vomito, il rutto, la nausea, e il sudore, e il rincrescimen-
to e la noia di voi medesimo, la pallidezza, e’l rossore; e parimente
finirà la puzza della bocca e della persona, che offende voi e chi vi
si avicina. Oltre a ciò la debolezza de’ piedi, il tremar delle mani, e’l
crollar della testa; e (che è giovevolissimo) modererà e frenerà il
vostro animo»67. Abbia adunque il mio discepolo disiderio d’impa-

66
San Girolamo nella lettera 52, inviata al sacerdote Nepoziano, espone
una serie di precetti per chi ha abbracciato lo stato clericale, predicando tra
l’altro la moderazione negli alcolici: «Numquam vinum redoleas, ne audias illud
philosophi: ‘hoc non est osculum porrigere, sed propinare!’ Vinolentos sacerdotes
et apostolos damnat et vetus lex prohibet. Qui altari serviunt vinum et siceram
non bibant. (…) Quidquid inebriant et statum mentis evertit fuge similiter ut
vinum. (…) sed modum et aetatis et valitudinis et corporum qualitates exigimus
in potando» (SAINT JÉRÔME, Lettres, LII, 11, a cura di J. Lebourt, Paris, Les belles
lettres 1951, II, 187). Della necessità di sobri comportamenti per una buona
riuscita negli studi parla anche Alcuino da York nel suo dialogo Sulla Retorica
e le Virtù, in cui, sulla scorta del De Inventione ciceroniano, l’autore descrive le
cinque parti della retorica all’imperatore Carlo Magno. Cfr. W.S. HOWELL, The
Rhetoric of Charlemagne and Alcuin, Princeton, Princeton University Press 1941,
136: «KARLUS: Suntne aliqua eius praecepta, quomodo vel illa optinenda sit vel
augenda? A LCUINUS : Non habemus eius alia praecepta nisi ediscendi
exercitationem et scribendi usum et cogitandi studium et ebrietate cavenda,
quae omnibus bonis studiis maxime nocet, quae non solum corpori aufert
sanitatem, sed etiam menti adimit integritatem».
67
PETRARCA, De Remediis utriusque Fortunae, l. II, dialogus X (De tenui
victu), ed. cit., 137: «DOLOR: Tenuis me victus extenuat. RATIO: Mallesne igitur
tumefieri? Haec tenuitas podagram tuis pellet e finibus, dolorem capitis auferet,
DIALOGO DELLA MEMORIA 27

rare, acutezza d’ingegno, buona sanità, da vivere e da vestire, me-


diocre facultà, luogo commodo, ozio di tempo, e tranquillità di
animo; ordine di studio, modo, forma, e perseveranza. Ma perché
DIO, la natura, o la fortuna, non danno così a tutti egualmente
questi beni, non può ciascuno agevolmente acquistarli. Et anco
pochissimi vengono a perfezione; perché buona parte di coloro,
che gli posseggono, malamente gli usano. Onde il Petrarca ragio-
nevolmente questi vitupera dicendo: «Le cose che DIO, la natura,
o l’arte v’ha dato, perché ve ne serviste nelle opere di virtù, voi,
seguendo il vizio, rivolgete in vostra vergogna e danno. Il cibo e il
vino alla crapula e alla imbriacaggine, l’ozio e la quiete al sonno, la
sanità e la forza alle ingiurie, lo ingegno alle fraudi e a gl’inganni; la
dottrina alla superbia, la eloquenza al pericolo, le case e i vestimenti
alla superbia e alla vana alterezza, le ricchezze all’avarizia e alla
prodigalità»68. Onde col male operare, male impiegando questi beni,
avviene che o ne siamo da noi stessi spogliati; o per difetto della
nostra ingratitudine non ci vengono più dati.
FABR. Parole da scriversi con lettere d’oro.
HOR. Non è dunque da maravigliarsi, se a’ nostri giorni si veggono
tanti ignoranti, sciocchi e di rintuzzato ingegno, poscia che eglino69
i doni della natura e della fortuna guastano, e del tutto estingono,
col mezo delle cattive arti. Credo che non ti sia nascoso quanto

cerebrique vertiginem vomitumque et ructum et nauseam et sudorem


taediumque et fastidium tui ipsius, pallorem alternum ac ruborem, odorem
quoque et oris et corporis tibi atque aliis importunum sistet. Praeterea pedes
instabiles, manus tremulas, nutans caput, quodque est optimum, animum ipsum
moderabitur frenabitque».
68
PETRARCA, De Remediis utriusque Fortunae, l. I, dialogus XXI (De ocio
et quiete), ed. cit., 28: «GAUDIUM: Vigiliis defessus, somno totus incubui. RATIO:
Sic est non mutatis stylum, cuncta fere uno modo agitis, et quae Deus ipse, vel
natura, vel ars aliqua vobis ad obsequium dedit, in vestrum dedecus damnumque
convertitis: potum cibumque ad ebrietatem et crapulam, ocium et quietem ad
somnolentiam et marcorem, valetudinem ad voluptates, formam corporis ad
libidinem, robur ad iniurias, ingenium ad fraudes, scientiam ad superbiam,
eloquentiam ad discriminem, domicilium ac vestitum ad pompam inanemque
iactantiam, opes ad avaritiam et luxum, prolem et coniugium ad metum et
sollicitudinem immortalem».
69
eglino: plurale arcaico di ‘egli’, cui corrisponde nell’uso moderno ‘essi’.
Cfr. P. BEMBO, Prose della volgar lingua, III, XVI, a cura di C. Dionisotti, Milano,
Tea 1989, 210: «E queste voci, che al maschio tuttavia si danno, i meno antichi
dissero Egli et Eglino più sovente. (...) Sono nondimeno comunalmente ora,
Eglino et Elleno, in bocca del popolo più che nelle scritture, come che Dante ne
ponesse l’una nelle sue canzoni».
28 LODOVICO DOLCE

grandemente offenda la memoria, e quanto la guasti il soverchio


mangiare, e’l soverchio bere, e que’ cibi che sono duri da digerire:
come sono le carni di bue, le ove dure, e cose simili; le quali o
sogliono produrre cattivi humori, o empiono la testa di nocevoli
vapori. Oltre a ciò il lungo sonno, il troppo vegghiare, l’eccessivo
caldo, e’l troppo freddo70; e parimente ogni estremo: come le gran
passioni, l’usar carnalmente, e cose tali71. Ora, accioché tu non
istimi che bastino solo le condizioni de’ luoghi e delle imagini,
prima tratterò di queste; e poi seguirò, intorno al modo, alla for-
ma, al luogo, al tempo, e alla continovazion dello studio, quello
che mi parerà che sia convenevole a chi impara, osservandosi tutte
le cose che appartengono e sono utili alla memoria.
FABR. Io ti porgo attentissime orecchie.
HOR. Concedendosi (come per le cose dette di sopra è da concede-
re) che la memoria sia riposta nella virtù de’ luoghi e delle imagini
convenevolmente ordinate, è chiaro che ella prende vigore dall’ar-
te, considerando che l’anima per le cose sensibili si conduce a
rimembrar le straniere. Ma perché ciascuno possa schifar la
confusion dell’ordine delle cose di cui vogliamo ricordarci, e così
fatti incommodi, si ricercano specialmente quattro parti. Prima si
conviene la natural potenza ricevitrice delle specie imaginate, la
qual di sopra abbiamo detto esser memoria naturale. Di poi è ne-
cessaria la cosa di cui disideriamo tener memoria. E questa non
entra nell’intelletto corporalmente, overo nella memoria si rinchiu-

70
Cfr. G. M. A. CARRARA, De omnibus ingeniis augendae memoriae, cap.
I, ed. cit., 120: «Verum, si superflua frigiditas immoderate iungatur siccitati,
consurgere oportet pessimam memoriam, et in capiendo indispositam, et in
recogitando hebetem. Si autem coniungatur caliditas siccitati, velox quidem
erit spirituum motus, sed difficilis fiet inscriptio. Erit igitur captio difficilis, sed
rememoratio sat facilis».
71
Cfr. ALBERTO MAGNO, Quaestiones super naturam animalium, IX, qq. 8-
10, in Opera Omnia, ed. cit., 207: «Ad tertium dicendum, quod talis emissio
memoriam enervat propter tres rationes. Quia inordinata desideria obnubilant
sensum per Aristotelem in Ethicis; sed cum frequenter emittuntur sperma et
menstruum, nimis faciunt desideria hominem exardescere et per consequens
offuscant sensus et ita memoriam. Praeterea, memoria viget in parte posteriore
cerebri, et ista pars cerebri per emissionem maxime extenuatur, et per consequens
memoria debilitatur». Sui rapporti tra memoria ed eros nell’ottica di una visione
pneumatica dell’organismo-uomo si vedano I. P. COULIANO, Eros e magia nel
Rinascimento, ed. cit., (in particolar modo le pagine141-265) e M. CIAVOLELLA,
Eros e memoria nella cultura del Rinascimento, in La cultura della memoria, ed. cit.,
319-334.
DIALOGO DELLA MEMORIA 29

de; ma (come dice Aristotele nel terzo libro dell’Anima72) la pietra


non è nell’anima, ma la specie, o diciamo forma della pietra, in-
dottavi dalla fantasia; la qual, se averrà che per qualche imagine
formata dalla nostra imaginazione verrà riposta in alcun luogo che
abbia corpo, starà più salda nella memoria. Il che hora è il mio
intendimento. Là onde io affermo che i luoghi e le imagini sono a
questa industria sommamente necessari. La terza parte che si ricer-
ca, è una diterminata mesura per numero73 di qualunque cosa, et
un convenevole ordine per proporzione. La quarta è un continovo74
ripigliamento delle cose ordinate con i loro luoghi, accioché elle
per trascuratezza non vengano a rendere oscurezza o confusione.
Dirò adunque, con Marco Tullio, che necessari sono i luoghi e le
imagini parimente, affine che quelli tengano l’ufficio della carta e
queste delle scritture75; in quanto, disiderando alcuno ricordarsi di
alcuna cosa, dèe por le sue imagini in certi luoghi con devuta di-
sposizione, ordine, e distinguimento. Il che con certo ordine dinota
le diverse operazioni dell’anima; percioché quello che comprende
il senso è appresentato dalla imagine, formato dalla cognizione,

72
Cfr. ARISTOTELE, Dell’anima, III, 8, 431b-432a: «La facoltà sensitiva e
quella conoscitiva dell’anima sono in potenza quasi oggetti, e cioè da una parte
l’intelligibile, dall’altra il sensibile. Ma è necessario che siano o le cose o le forme:
ma non sono le cose, perché non c’è la pietra nell’anima, bensì la forma della
pietra». Cfr. anche AGOSTINO, Confessiones, X, VIII: «Haec omnia recipit recolenda,
cum opus est, et retractanda grandis memoriae recessus et nescio qui secreti
atque ineffabiles sinus eius: quae omnia suis quaeque foribus intrant ad eam et
reponuntur in ea. Nec ipsa tamen intrant, sed rerum sensarum imagines illic
praesto sunt cogitationi reminiscenti eas».
73
diterminata mesura per numero: ‘esatta proporzione’.
74
continovo: arc. per ‘continuo’. Cfr. L. DOLCE, Modi affigurati e voci scelte
et eleganti della volgar lingua, ed. cit., c. 109r: «Del continovo è della prosa. E
servando questa maniera del continuovo, di continovo usarono alcuni moderni».
75
Cfr. CICERONE, De Oratore, II, 86, 354: «Itaque eis, qui hanc partem
ingeni exercent, locos esse capiendos et ea, quae memoria tenere vellent effigenda
animo atque in eis locis conlocanda; sic fore, ut ordinem rerum locorum ordo
conservaret, res autem ipsas rerum effigies notaret atque ut locis pro cera,
simulacris pro litteris uteremur» e ID., Partitiones Oratoriae, 7, 26: «Nihil sane
praeter memoriam, quae est gemina litteraturae quadam modo et in dissimili
genere persimilis. Nam ut illa constat ex notis litterarum et ex eo in quo
imprimuntur ipsae notae, sic confectio memoriae tamquam cera locis utitur et
in his imagines ut litteras conlocat»; ma la similitudine ritorna anche in
Quintiliano (Institutio Oratoria, XI, 2, 21) e in ANONIMO, Tractatus solemnis
artis memorativae, ed. cit., 292: «Nam cum ars imitetur naturam in quantum
potest, volenti autem scribere primum carta et cera preparanda est, quibus loci
simillimi sunt. Imagines autem litteris, dispositio autem et collocatio imaginum
scripturae, pronuntiatio autem lectioni comparantur».
30 LODOVICO DOLCE

investigato dallo ingegno, giudicato dalla ragione, conservato dalla


memoria, appreso dalla intelligenza, e ridotto alla contemplazione.
FABR. Certo Hortensio questo discorso è dotto, ingegnoso et utile.
HOR. Per le imagini dunque poste ne’ luoghi vegniamo a cognizio-
ne delle cose ivi allogate76. Là onde ben disposta si dèe dir che sia la
memoria, secondo Giovanni di San Geminiano, quando, come dice
egli, è larga per capacità (in che nondimeno a me pare, che meglio
fia a non caricarla insieme77 di molti pensieri), lunga per lo spazio
del tempo, e sostenuta per lo studio da molti appoggi 78. E grande
aiuto le arreca, col testimonio di Aristotele, il buono ordine, come
s’è tocco, delle cose che l’uomo ha vaghezza di conservar nella me-
moria79. Et oltre a ciò la inclinazion del disiderio, lo addattamento
di diverse e maravigliose similitudini80, e finalmente una diligente

76
allogate: ‘collocate nei luoghi’. Cfr. L. DOLCE, Modi affigurati e voci scelte
et eleganti della volgar lingua, ed. cit., c. 88r: «Locare, allogare. Ambi d’un me-
desimo significato: che è collocare, e dar luogo. (...) Allogare è usato da’ Prosatori».
77
insieme: ‘nel medesimo istante’. Cfr. DANTE, Inferno, XIII, 43-44: «sì de
la scheggia rotta usciva insieme Parole e sangue; ond’io lasciai la cima».
78
JOHANNES DE SANCTO GEMINIANO, Summa de exemplis ac similitudinibus
rerum, liber sextus, cap. XLII, s.i.t., Venezia 1499, 245: «Sic memoria tunc est
bene disposita cum est rotunda et larga per capacitatem, et longa per
diuturnitatem, et diversis panniculis et diversis adminiculis fulta per
studiositatem». La Summa di fra Giovanni è tra i primi esempi dell’applicazione
della memoria artificiale, così come era stata teorizzata da Tommaso e Alberto,
alla predicazione riformata dai domenicani, espressione medievale dell’oratoria
classica; gli esempi e le «insolite similitudini» (si pensi alla materializzazione
della mente umana attraverso l’immagine del ventre femminile) costituiscono
infatti la rappresentazione fisica delle intenzioni semplici e spirituali citate di
Tommaso; «tuttavia [come sottolinea F.A. YATES, L’arte della memoria, ed. cit.,
79] la similitudine usata nel sermone non è, rigorosamente parlando, la
similitudine usata nella memoria artificiale: infatti l’immagine di memoria è
invisibile, e resta celata entro la memoria di chi ne fa uso, dove, peraltro, può
diventare la matrice nascosta di una serie di immagini esteriorizzate». Sull’au-
tore si veda A. DONDAINE, La vie et les œvres de Jean de S. Gimignano, in «Archivium
Fratrum Praedicatorum», II, 1939.
79
Cfr. ARISTOTELE, Della memoria e della reminiscenza, 2, 452a: «in effetti,
come i fatti sono correlati tra loro secondo un certo ordine di successione, così
lo sono pure i movimenti mnemonici. Si richiamano facilmente alla memoria
quei fatti che hanno un certo ordine, come le dimostrazioni geometriche, dif-
ficilmente quelli che sono confusi». Cfr. anche TOMMASO D’AQUINO, Summa
Theologiae, II II, q. 49, a. unic.
80
Cfr. TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, II II, q. 49, a. unic.: «Et
sunt quattuor per quae homo proficit in bene memorando. Quorum primum
est ut eorum quae vult memorari quasdam similitudines assumat convenientes,
nec tamen omnino consuetas».
DIALOGO DELLA MEMORIA 31

e spessa considerazione81. E questo si apprende dalla diffinizion


che egli fa della memoria, dicendo: la memoria è una posizion sot-
to ordine, et uno assiduo discorrimento che si conserva con la re-
miniscenza, cioè ricordazione. Il che si espone82 che’l contemplar
le specie, o diciamo forme, serbate nella fantasia, la memoria accre-
sce. Alla qual oppenion allude Cicerone, quando e’ dice la memo-
ria artificiale contiensi in luoghi et imagini83. Percioché quello che
dice Aristotele «posizion sotto ordine», ciò Cicerone intende per i
luoghi; e per le imagini che esso dice, Aristotele chiamò «assiduo
discorrimento»; la qual cosa non discorda, percioché questo
discorrimento altro non è che apprender le imagini nell’intelletto.
Là onde il Geminiano paragona la memoria al ventre della donna.
Ché, sì come nel ventre si genera la creatura humana, così nella
memoria (cioè nella specie o forma serbata nella memoria) si viene
a generar la parola della mente, che è quasi sua prole e parto84. Per

81
Cfr. ARISTOTELE, Della memoria e della reminiscenza, 2, 452a: «Perciò
rammemoriamo subito le cose a cui pensiamo spesso: e infatti, come in natura
questo tien dietro invariabilmente a quest’altro, così ugualmente nell’agire umano
la ripetizione genera la natura».
82
Il che si espone: ‘ciò significa che...’
83
Cfr. CICERONE, De Oratore, II, 88, 359: «Rerum memoria propria est
oratoris; eam singulis personis bene positis notare possumus, ut sententias
imaginibus, ordinem locis comprehendamus»; ma il riferimento testuale esatto
è quello dello pseudo-Cicerone della Rhetorica ad C. Herennium, III, 16, 29:
«Constat igitur artificiosa memoria ex locis et imaginibus».
84
JOHANNES DE SANCTO GEMINIANO, Summa de exemplis ac similitudinibus
rerum, l. sextus, cap. XLII, ed. cit., 245: «Memoria assimilatur ventri. (...) Nam
venter mulieris vocatur uterus eo quod feto impleatur: sed sicut ex utero concipitur
fetus carnis ita ex memoria idest ex specie in memoria servata concipitur verbum
mentis quae est quasi quedam proles ipsius partus. Ex utero ante luciferum
genui te». Una differente sfumatura ha invece la metafora in Agostino dove col
ventre s’intende non il grembo ma lo stomaco, un ricettacolo delle immagini del
ricordo che riesce a trattenere i ricordi perché li ingerisce e li assimila, posseden-
doli integralmente: cfr. AGOSTINO, Confessiones, X, XIV: «Nimirum ergo memo-
ria quasi venter est animi, laetitia vero atque tristitia quasi cibus dulcis et amarus:
cum memoriae conmendantur, quasi traiecta in ventrem recondi illic possunt,
sapere non possunt» e SAN GIROLAMO, Commentarium in Ezechielem, I, 3, in
Patrologia cursus completus, series Latina, a cura di J.-P. Migne, Paris 1857-1866,
XXV, 35: «Quando vero assidua meditatione in memoriae thesauro librum
Domini considerimus, impletur spiritualiter venter noster, et saturantur viscera».
Sul significato della memoria all’interno della riflessione filosofica di Agostino
e sull’incontro nella sua ars memoriae di oratoria classica e pensiero cristiano si
vedano: W. SCHMIDT-DENGLER, Die «aula memoriae» in den Konfessionen des
heiligen Augustin, in «Revue des études Augustiniennes», XIV, 1968, 69-89; A.
SOLIGNAC, Il «memoria» dans la tradition augustiniennes, in Dictionnaire de
spiritualité, ascétique et mystique, doctrine et histoire, ff. LXVI-LXVII, 994-1002; W.
32 LODOVICO DOLCE

la qual cosa chi vuol esser (per così dire) memorevole, bisogna che
tenga queste quattro chiavi d’aprir e serrar la memoria: cioè, che di
dentro sia netto delle cure che tirano a sé l’animo; ‹che sia› sobrio e
benigno; che disponga per ordine e numero le imagini; e quello
che apprende la mente, sia intento a discorrer e considerar molto
spesso85. Percioché, quando alla memoria artificiale si daranno questi
sovvenimenti, averrà (come dice lo scrittore ad Herennio86) che ciò
che l’huomo avrà appreso, reciterà in guisa come egli alhora lo
leggesse87.
FABR. Hora seguite de’ luoghi, delle imagini, e dell’ordine, che dite
esser così utili per fare acquisto della memoria.
HOR. Il bello artificio di questi luoghi, di queste imagini, e di que-
sto ordine, non tanto si approva per l’autorità de gli antichi, quan-
to per la lunga pratica che si suol far di giorno in giorno. Quando

HÜBNER, Die «praetoria memoriae» im zehnten Buch der «Confessiones» Vergilisches


bei Augustin, in «Revue des études Augustiniennes», XXVII, 1981, 245-263; B.
L EVON ZEKIYAN , L’interiorismo agostiniano. La struttura onto-psicologica
dell’interiorismo agostiniano e la “memoria sui”, Genova, Studi editoriale di cul-
tura 1981; D. DOUCET, L’«ars memoriae» dans le «Confessiones», in «Revue del
études Augustiniennes», XXXIII, 1987, 49-69; S. FERRETTI, Zur Ontologie der
Erinnerung in Augustinus’ Confessiones, in Mnemosyne. Formen und Funktionen
der kulturellen Erinnerung, ed. cit., 356-362.
85
Di questi quattro precetti mnemonici, solo gli ultimi due si ritrovano
nella Summa di Giovanni da San Gimignano e, insieme ad altrettanti, richia-
mano alla mente le quattro regole per la memoria suggerite da Tommaso nella
Summa Theologiae: «Sunt numer quattuor secundum philosophum quae iuvant
hominem ad bene memorandum. Primum est ut illa quorum bene vult recordari
aliquo ordine disponat. Secundum est ut circa ea affectum adhibeat. Tertius est
ut ea ad aliquos similitudines non omnino consuetas reducat. Quartum est ut
illa per frequentem meditationem repetat» (JOHANNES DE SANCTO GEMINIANO,
Summa de exemplis ac similitudinibus rerum, l. sextus, cap. XLII, ed. cit., 245).
86
Benché già nel 1491 Raffaele Regio avesse confutato la paternità
ciceroniana del primo trattato romano di retorica, Host continua ad attribuirlo
a Tullio, differentemente da quanto fa il Dolce dichiarandone l’anonimia. Cfr.
J. HOST, Congestorium artificiosae memoriae, I, VII, ed. cit., c. 11r: «teste Cice-
rone ad Herennium lib. III».
87
Rhetorica ad C. Herennium, III, 17, 30: «Nam locis cerae aut cartae
simillimi sunt, imagines litteris, dispositio et conlocatio imaginum scripturae,
pronuntiatio lectioni. Oportet igitur, si volumus multa meminisse, multos nobis
locos conparare, uti mutlis locis multas imagines conlocare possimus»; si veda
anche una delle fonti moderne di Host, il De omnibus ingenii augendae memoriae
(Bologna, 1491) di Giovanni Michele Alberto Carrara (Bergamo, 1439-1490),
che, ricordando il duplice paragone loci/cera e imagines/lettere del «Cicero ad
Herennium» afferma: «Sic enim fieri potest ut, que accepimus, quasi legentes
reddamus, neque multum intersit an a vertice an a calce incipiamus» (cfr. G.M.A.
CARRARA, De omnibus ingeniis augendae memoriae, cap. I, ed. cit., 114).
DIALOGO DELLA MEMORIA 33

si vede che, avendo noi poste ordinatamente e in diversi luoghi le


imagini delle cose delle quali ci vogliamo ricordare, ripigliandole
nella nostra fantasia, possiamo fermamente et agevolmente pro-
nunziar quello che elle significano con quell’ordine che ci piace; e
recitiamo prontissimamente quasi infinite cose che caggiono sotto
la collocazion delle nostre imagini, di maniera che da gli ascoltanti,
che questo artificio non sanno, ciò cosa stupenda e sopra humana
verrà giudicata.
FABR. Questo come si fa egli88?
HOR. Prima io andrò investigando la diffinizion di tutti i luoghi, il
partimento, il trovamento, il numero, la qualità e l’ordine; di poi
faremo di nostra mano la imagine, e quanto ricerca tutto l’ordi-
ne89. Quanto alla prima parte, questa voce «luoco» è considerata da
Aristotele in diversi luoghi diversamente. In fine par che si risolvi
nella quantità e nella qualità, et in ciò che contiene et è contenuto.
Ma lasciando questo da parte, apprendiamo da questo Filosofo,
luoco esser fermo termino di corpo che contiene 90. E secondo San
Thomaso, luoco è il medesimo (quanto all’essenza) che è la super-
ficie del corpo che alluoga91. E qui prende San Thomaso superficie

88
egli: forma arcaica con valore neutro pleonastico. Cfr. PETRARCA, Can-
zoniere, CCCLVIII, 8-9: «Dunque vien’, Morte: il tuo venir m’è caro. Et non
tardar, ch’egli è ben tempo omai».
89
quanto...ordine: tutto ciò che esigono la successione delle imagines
memoriae e la concatenazione delle res memorandae.
90
Cfr. ARISTOTELE, Fisica, IV, 212a: «Se, dunque il luogo non è nessuna di
queste tre cose, ossia né forma, né materia, né intervallo che sia sempre qualcosa
di diverso da quello della cosa che viene spostata, necessariamente il luogo è
l’ultima delle quattro cose, il limite, cioè, del corpo contenente (in quanto esso
è contiguo al contenuto). E chiamo ‘contenuto’ un corpo che possa esser mosso
mediante spostamento. Sembra, tuttavia, cosa ben importante e difficile la com-
prensione del concetto di luogo, per il fatto che esso ha tutta la parvenza della
materia e della forma ed anche per il fatto che il cambiamento locale dell’oggetto
spostato avviene in un contenente che è in quiete. (...) Dunque, il luogo è il primo
immobile limite del contenente. (...) E per questa ragione pare che il luogo sia una
superficie, e una sorta di vaso o un involucro. Oltre a ciò il luogo è insieme con
la cosa, perché il limite è insieme col limitato».
91
Cfr. TOMMASO D’AQUINO, In octo libros physicorum Aristotelis expositio,
libro IV, lectio IV, 439, a cura di P. M. Maggiolo, Roma, Marietti 1965, 216:
«Si autem accipiatur vinum et amphora seorsum ab invicem, non sunt partes:
unde neutri competit esse in seipso. Sed cum sunt simul, utpote cum amphora
est plena vino, propter hoc quod et amphora et vinum sunt partes, idem erit in
seipso, ut expositum est, non primo, sed per partes: sicut album non primo est
in homine, sed per corpus, et in corpore per superficiem. In superficie autem
non est per aliquid aliud: unde primo dicitur esse in superficie».
34 LODOVICO DOLCE

nel significato che da Aristotele è preso per termino. Percioché ter-


mino è una concava superficie, essendo che ella è la interna e
parimente l’ultima del corpo che contiene; ché oltre a quella di
esso corpo non v’è altra interna. E di qui è detto «luogo», e secon-
do la stessa un corpo contien l’altro. Conciosia cosa che la superfi-
cie esteriore (cioè la parte di fuori: com’è della terra che tocca l’ac-
qua, e dell’acqua che tocca l’estrema parte dell’aere, e parimente
l’estrema dell’aere che tocca il fuoco e le altre così fatte cose) non è
luoco, perché il corpo non è in lei. Ma il luoco è, quando il corpo
v’è posto dentro, percioché esso non contiene, ma è contenuto da
un altro. Di qui resta luoco esser termino, overo una concava su-
perficie di corpo che un altro corpo contiene: come la superficie
della botte, che contiene il vino, è il luogo di esso vino.
FABR. Cotali diffinizioni sono molto sottili.
HOR. Con ugual modo o maniera, diciamo in questo nostro artificio
il luogo essere una superficie di alcuna cosa fatta dalla natura, dalle
arti, overo dall’opera di alcuno artefice, o formata dalla nostra
imaginazione92; percioché nella sola virtù del pensiero e imaginazion
nostra formiamo o similitudine, o imagine, o segno, che poi con
devuto ordine ci rappresenta le cose, delle quali vogliamo ricordarci,
a ogni nostro talento. E sì come il luoco al corpo, che è posto in
quello, è termino esteriore, perché lo allogato non è parte overo
accidente di esso termino, così parimente le specie o forme delle cose,
da loro col mezo della fantasia prese e da i luoghi, per via della
imaginazione solamente, ridotte nella nostra mente, possono di-
menticarsi et uscir di quella, rimanendo i luoghi93; in vece de’ quali,
altri poi vi si debbono riporre: a guisa pure di botte atta al vino che si
netta con l’acqua, e quella poi si sparge fuori per riporvi il buon
liquore. E con la medesima ragione che’l corpo collocato, pe’l nome
almeno di questa voce «esteriore», si dice essere «in luogo», diciamo
che le specie (cioè le imagini delle cose da ricordarci) si concedono
essere in luogo, almeno, come finti corpi che riempiono esso luogo94.

92
Cfr. Rhetorica ad C. Herennium, III, 16, 29: «Locos appellamus eos, qui
breviter, perfecte, insignite aut natura aut manu sunt absoluti, ut eos facile
naturali memoria comprehendere et amplecti queamus».
93
rimanendo: ‘anche se i luoghi si conservano, rimangono’.
94
La definizione aristotelica di luogo ritorna con minime differenze ma
altra applicazione in L. DOLCE, Dialogo nel quale si ragiona della qualità, diversità
e proprietà dei colori, ed. cit., c. 7r: «Egli è vero che Aristotele, tenendo una strada
di mezo, stimò che ’l colore fosse termino di corpo, non di quella parte da cui
è contenuto esso corpo, che questo sarebbe superficie (come vogliono i
DIALOGO DELLA MEMORIA 35

FABR. Avendo assai a bastanza, come a me pare, diffinito quello che


è luogo, e con maggior dottrina di quello che per aventura è
convenevole, bene sia che tu venga alla divisione et alla quantità di
tai luoghi.
HOR. Questo io farò volentieri. Oltre alle parti della diffinizione che
pone Aristotele per l’esser materiale, cioè «superficie del corpo che
contiene», e per il formale, come stabile e primo, ragionevolmente
aggiunse questa voce «primo» a differenza del luoco comune.
Percioché comune luoco è quello che molte cose contiene, le quali
sono senza intramezo. Come, per cagion di esempio il concavo, o
diciamo la circonferenza del supremo cielo, o vogliamo dire dell’ul-
tima spera, è nel vero il luogo del fuoco, dell’aere, dell’acqua, e della
terra; ma ‹è› comune perché molte cose queste tramezano: come è il
cielo della Luna e delle altre spere. Ché nella guisa che l’acqua cinge
la terra, così l’aere l’acqua, il fuoco l’aere, e la spera della Luna il
fuoco. Parimente eziandio il cielo di Venere abbraccia la Luna, quel-
lo di Mercurio Venere, Mercurio è cinto dalla spera del Sole, e così
va seguitando; come dimostra la figura dell’universo. Ma proprio
luoco (che anco si chiama «particolare») è il termino del corpo che
contiene senza intramezo. In tal guisa noi riceviamo hora per luochi
propri, overo particolari, quelli ne’ quali immediate la cosa imaginata
scriviamo. Come sono le mura, o le pareti, le fenestre, e le colonne,
o altre parti delle nostre camere; stuffe, tinelli, e così fatti luoghi95;
overo arbori, sassi et animali: come Leone, Capra, o altre specie di
animali prese nelle valli, ne’ fiumi, ne’ monti, negli horti, e parimente
ne’ luoghi da paschi; quando abbiamo a trattar di cose che cadono
sotto l’occhio. E dovendo trattar d’invisibili, formeremo altri luoghi
pur naturali, ma nel cielo: e in una parte porremo i cori de gli Ange-
li, in altra le sedie de’ beati, e quivi i Patriarchi, colà i Profeti, gli
Apostoli, i Martiri, i Confessori, le Vergini, gl’Innocenti, le Vedove
et i Maritati. In che ci imaginiamo le differenze delle porte, de’ muri,
e delle altre cose, che sappiamo appartenenti a ogni stato. Onde
questi luoghi si potranno chiamare imaginarii e finti, benché essi
siano in effetto, ma nondimeno da noi veduti, né conosciuti.
FABR. Hora meglio intendo, ché venite a’ particolari.

Pithagorici) ma della lucidezza, né però non terminata, che ciò sarebbe lume
(come piacque a Platone). Colore è adunque termino et estremità di lucido e
terminato corpo».
95
Cfr. Rhetorica ad C. Herennium, III, 16, 29: «ut aedes, intercolumnium,
angolum, fornicem et alia, quae his similia sunt».
36 LODOVICO DOLCE

HOR. Parimente è da fare intorno al Paradiso, ponendovi i quattro


fiumi de’ quali fanno menzione le sacre lettere96, et altresì ogni
qualità di arboro fruttuoso: come il pomo, il pesco, la noce, e gli
altri. Così altrove il grano, l’orzo, la spelta, e somiglianti. Le viti, e
l’herbe di diverse sorti, fiori, viole, e gigli. E con questo vario
distinguimento di cose vedute e non vedute, che siano in effetto o
imaginarie, ciascuno si potrà formare de i luoghi; come più inanzi
tu vedrai più chiaramente. Onde potremo imaginarci lo Inferno, e
le habitazioni di là giù, distinguendolo nel Limbo de gli antichi
Padri, nel ricetto de’ fanciulli che muoiono senza battesimo, e ag-
giungendovi il Purgatorio, nel quale, come nell’Inferno, ordinere-
mo diverse magioni97. E sebben vi saranno luoghi comuni, si fa-
ranno essi propri e particolari con seggi di particolari iscrizioni. In
che ci gioverà assai l’ingeniosa inventiva di Virgilio e di Dante98.

96
Sono il Pison, il Ghicon, il Tigri e l’Eufrate, secondo a quanto viene
affermato in Genesi, 2,10-14.
97
Cfr. BONCOMPAGNO DA SIGNA, Rhetorica Novissima, ed. cit., 278: «Ma
noi, senza dubitare, crediamo nella fede cattolica, e dobbiamo senza posa ricor-
dare le invisibili gioie del Paradiso e gli eterni tormenti dell’Inferno». I consigli
mnemonici contenuti nell’opera di Boncompagno (Bologna, 1235), valido
esempio delle tendenze mistiche dell’ars dictaminis bolognese, prefigurano la
connotazione scolastica dell’ars memoriae come pratica devozionale e attività
virtuosa (a testimonianza degli avvenuti contatti, in terra bolognese, tra la
scuola di dictamen e la Casa domenicana).
98
Il riferimento all’oltremondo dantesco come inventario di loci immagi-
nari è una novità dolciana che va ad integrare l’inferno virgiliano già ricordato
da Host; «l’ingegnosa inventiva» di Dante, essenzialmente basata sulla legge,
mnemonica, del contrappasso (legge di associazione che collega colpe terrene e
pene infernali attraverso princìpi di somiglianza o contrarietà), è ricuperata dal
Dolce come exemplum classico per la costruzione di un sistema di luoghi di
memoria. L’accostamento dell’Inferno dantesco a quello di Virgilio ritorna come
integrazione anche in un’altra riscrittura dolciana, il Dialogo dei colori: nel Libellus
de coloribus (Venezia, Bernardino Vitali 1528) di Antonio Telesio, una delle due
fonti del Dolce insieme al Del significato de’ colori e de’ mazzoli (Venezia 1535)
di Fulvio Pellegrino Morato, l’esempio scelto per visualizzare il color cesio sono
gli occhi dell’infernale Caronte così come li aveva descritti Virgilio nel viaggio
oltremondano di Enea; così glossa invece Dolce in uno dei pochissimi momenti
che lo vedono prendere le distanze dall’originale latino: «E da questo fatto horrore
stimo, che prendesse il nome Cariddi, e Caronte. Di cui dicendo Virgilio, che
egli aveva occhi di fiamma, volle dinotar che quel vecchio, i cui occhi erano di
color Cesio, era horribile e crudele. Il che imitando Dante disse: Caron dimonio
con occhi di bragia / Loro accennando tutti li raccoglie, / Batte col remo qualunque
s’adagia. Il che espresse mirabilmente anco Michel’Agnolo nel Caronte, ch’egli
dipinse nel giudicio» (L. DOLCE, Dialogo nel quale si ragiona della qualità, diver-
sità e proprietà dei colori, ed. cit., c. 11r). Oltre che per l’aggiornamento testuale,
effettuato col richiamo alla descrizione di Dante, il passo dolciano è interessante
DIALOGO DELLA MEMORIA 37

FABR. Cioè in distinguere le pene, secondo la qualità de’ peccati.


HOR. Così è a punto. E da ciò che insino a qui detto abbiamo, si
comprende alcuni luoghi esser comuni, alcuni propri; e gli uni e
gli altri venir dalla natura, o dall’arte, overo esser finti dal nostro
pensiero; essendo che noi a guisa di quelli che in effetto sono, for-
miamo luoghi non veduti, né mai uditi: come quelli che giamai
non furono, né hoggi in alcuna parte sono, né in veruna giamai
saranno oltre la nostra imaginazione. E che ciò sia agevole a potersi
fare, lo ci dimostra la industria de gli Artefici, i quali alla sola voce
di cui99 ordina fanno politi e stupendi edifici, de’ quali mai alcun
simile non videro. Oltre a ciò cotal cosa si conferma esser di gran
lunga facile per lo esempio di altri: come Sibuto100, col testimonio
delle Scritture101 e parimente anco con moltissimi esempi, questa
facilità ci fa toccar con mano.
FABR. Io questo Sibuto non ho giamai non pur letto, ma né pure
udito raccordare.

per il cenno finale alla rappresentazione michelangiolesca della scena dantesca


nella Cappella Sistina: l’autore crea così un sottile filo di memoria tra la notazio-
ne di gusto pre-enciclopedico riguardante il colore, le testimonianze letterarie ad
essa accostabili e la sua rappresentazione reale sotto forma di prodotto d’arte.
99
cui: forma arcaica di ‘chi’. Cfr. BOCCACCIO, Decameron, II, 8, 55: «Ma
poi che in ciò discreta vi veggio, non solamente quello, di che dite vi siete
accorta, non negherò esser vero, ma ancóra di cui vi farò manifesto»; e PETRARCA,
Triumphus Eternitatis, 8-9: «E veggio andar, anzi volare, il tempo, E doler mi
vorrei, né so di cui».
100
Georgius Sibutus pubblicò a Colonia nel 1505 una Ars Memorativa
concionatoribus et iusperitis multum utilis et fructuosa. Sue notizie ci vengono
fornite da L. VOLKMANN, Ars memorativa, ed. cit., 160: «Ein Schüler von Celtes
war Georg Sibutus, Professor der Rhetorik in Köln, später in Wittenberg,
gleichzeitig Rechner, Dichter und Arzt. Seine ARS MEMORATIVA, die 1505 und
1506 bei Quentel in Köln erschien, umfaβt nur 7 Seiten und ist ziemlich schwer
verständlich, mit zahlreichen Vergil- und Ovidzitaten durchsetzt. Er benutzt
auch di Verse vom Anfang der Aeneis “Arma virumque cano”, um sich bei jedem
Buchstaben eine Person vorzustellen, deren Name mit diesem Buchstaben anfängt;
eine gelehrte Künstelei, die immer weiter von der Anschauung wegführte».
101
Enumerando, all’inizio della sua opera, le regole per la formazione dei
luoghi ed esaltandone la funzionalità per la ritenzione mnemonica, Sibutus
ricorre subito a un esempio biblico (Isaia, 39), secondo una prassi che si ripeterà
spesso nel corso del breve trattato; cfr. GEORG SIBUTUS, Ars Memorativa, Quentel,
Köln 1505, c. 2v: «Etiam filius Balan Merodach rex Babyloniae maxima indu-
stria excogitavit; mittens libros et munera ad Ezechiam non Isaie videbat; sed
ut visis aut cognitis locis domus suae et quae posita illic fuerunt vi quadam
arriperet». Meglio delle parole di Sibutus, l’originale biblico mostra come la
minuziosa descrizione del suo palazzo, effettuata da Ezechia agli inviati del re
babilonese, ne faciliterà il futuro saccheggio.
38 LODOVICO DOLCE

HOR. Ciò poco importa. Ora, la necessità ci costringe le più volte a


valerci di luoghi imaginari, e ciò aviene quando, ricercando in ciò
la natura, ella non ci serve. Ma usar solamente questi è nel vero
pericoloso. Onde io consiglio che o solo si adoprino quegli che
sono effettualmente (per usar questa voce nuova), o astringendoci
la necessità, mescolandogli insieme con gl’imaginari; come seguen-
do, più chiaramente vedrai.
FABR. Questo ragionamento già comincia a dilettarmi.
HOR. Le cose vere, che stanno ne i loro termini fuor de la nostra
imaginazione, sono, come poco dianzi dicemmo, rupi, monti, col-
li, fiumi, prati, selve; e cose simili con le loro parti. Le imaginarie e
invisibili sono il Cielo, il Paradiso, l’Inferno, e’l Purgatorio. Quelle
che hanno luogo dall’arte sono le case, i palazzi, le chiese, i mona-
steri, e cose tali. E partendole in particolari luoghi e comuni, questi
luoghi saranno di tre qualità: grandissimi, maggiori, e grandi; che
da altri sono detti necessari, commodi, et artificiosi; ma comunque
si chiamino, non abbiamo a quistionar de’ nomi. Le pareti, le
fenestre, le colonne, e le altre cose così fatte, in cui dicemmo che si
ha da fare la iscrizione, noi chiamiamo grandi. Ma non perciò mi
piace che si commetta alcuna cosa a gli angoli, affine che la strettez-
za delle collocate imagini, e l’oscurezza che ve ne nasce, non impe-
disca l’ordine. Onde è da stimare isciocca e vana la openion di colo-
ro che in qual si voglia maggior luoco vi comprendono cinque cose:
cioè quattro angoli, o pareti, e la porta, o centro della camera; es-
sendo che né l’arte né la natura ci amministra alcuna cosa in tal
guisa. Ora le cose che vi si contengono (come le camere delle case,
le sale, i cenatoi, e i ricetti da dormire, e le altre parti), nelle quali si
pongono i luoghi particolari, da alcuni si sogliono dir luoghi mag-
giori, che da altri sono detti commodi. I grandissimi e comunissimi
sono le città, i castelli, et in questi i monasteri, le chiese, le capelle,
le badie, et i collegi. Similmente i theatri, le fortezze, le case, e se
altro vi si truova. E così fatti chiamano luoghi necessari. Il che non
mi par detto acconciamente, percioché anco i particolari, ne’ quali
si fanno le iscrizioni, sono necessari, e parimente quelli che sono
detti commodi. E per far lo allogamento delle imagini, è mistiero di
proprio e diterminato luoco, il quale immediate ricevi102 esse imagini.

102
ricevi: ‘accolga’. Anomala uscita della terza persona singolare del con-
giuntivo presente ricordata anche dal Bembo con il ricorso a esempi illustri
(Petrarca, Canzoniere, CXXV, 80; Boccaccio, Decameron, II, 10, 24). Cfr. P.
BEMBO, Prose della volgar lingua, III, XLV, ed. cit., 256-257.
DIALOGO DELLA MEMORIA 39

FABR. Di ciò mi par detto a bastanza. Hora aspetto che mi ragioni


del numero de’ luochi, e come si debbono formare.
HOR. Perché convien che formiamo i luoghi imaginari secondo
che conosciamo i veri, questa contezza è da apprendere dalla quan-
tità, dalla qualità, dall’ordine, e dalle altre guise de gli accidenti, i
quali molto vagliono per conoscere qualunque cosa. Onde essen-
do che tutto quello che andiamo in ciò speculando è indirizzato
all’opera et all’utile, bisogna che i luoghi compartiti, studiosa-
mente quanto si puote il più, facciamo, per quanto appartiene
alla sostanza loro, con mental (dirò così) incorporazion di nume-
ro e di ordine103. Quanto al termino della quantità, gli abbiamo
diviso in grandi, in maggiori, e grandissimi. Della proporzion de’
luoghi propri con le imagini, che dentro vi si hanno a porre, se-
guirò poco più inanzi. D’intorno al numero, non altrimenti di
quello che hanno fatto gli altri moderni, che in ciò hanno buona
openione, non solo è mio parere che se ne abbiano a ordinar
dugento, o cinquecento, o di altro certo diterminato numero, ma
che faccia mistiero di assaissimi; in guisa che, facendosi bisogno
ricordarci di molte cose, abbiamo a porre in molti luoghi molte
imagini: come fanno gli scrittori che, avendo a fare una lunga
scrittura, prendono un maggior foglio di carta o, quando un fo-
glio non basti, vi aggiungono molti fogli. E chi molto legge, è
mistiero che volga diversi volumi104. Ecco lo esempio di Seneca. Il
quale non avrebbe potuto recitar due mila versi (sì come egli scri-
ve di se stesso, e di Porzio Latrone nel proemio delle Declamazio-

103
La matrice retorica dell’ars è qui evidente; cfr. Rhetorica ad C. Herennium,
II, 30, 47: «Enumeratio est per quam colligimus et commonemus quibus de
rebus verba fecerimus, breviter, ut renovetur, non redintegretur oratio; et ordine
ut quicquid erit dictum referemus, ut auditor, si memoriae mandaverit, ad idem
quod ipse meminerit reducatur».
104
LODOVICO DA PIRANO, Regule memorie artificialis, in B. ZILIOTTO, Frate
Lodovico da Pirano e le sue «regulae memoriae artificialis», in «Atti e memorie della
società istriana di archeologia e storia patria», XLIX, 1937, 217: «Nunc autem
de locis incipiemus tractare et primo de prima regula, videlicet Locorum
multitudine. Per hanc regulam multitudinis locorum habemus notare quod, si
volumus recordari multarum rerum, oportet multa loca preparare, ut exempli
gratia qui scribere volunt magna volumina et varia ac diversa, multum de carta
preparant; similiter fiat de locis». Come rileva lo Ziliotto nell’introduzione, le
Regule non sembrano costituire un un vero e proprio trattato quanto piuttosto
una serie ordinata di appunti sviluppabile per l’insegnamento orale e forse real-
mente sviluppata dal religioso durante il suo magistero filosofico-teologico svol-
to presso l’Università di Padova nel periodo 1422-1426 o nel successivo 1432-1433.
40 LODOVICO DOLCE

ni105) se egli non fosse stato aiutato dalla moltitudine de i luoghi.


E di qui il beato Tomaso di Aquino ci conforta ad aver molti
luoghi106. Il quale fu seguito da alcuni belli intelletti, che furono
dopo lui et a questi tempi: come dal Petrarca107, da Pietro

105
Cfr. SENECA IL VECCHIO, Controversiarum libri, I, prefazione, 2: «Hanc
[memoriam] aliquando adeo in me floruisse, ut non tantum ad usum sufficeret
sed in miraculum usque procederet, non nego; nam et duo milia nominum
recitata quo erant ordine dicta reddebam et ab his, qui ad audiendum
praeceptorem mecum convenerant, singulos versus a singulis datos, cum plures
quam ducenti efficerentur, ab ultimo incipiens usque ad primum recitabam.
Nec ad complectenda tantum quae vellem velox mihi erat memoria, sed etiam
ad continenda quae acceperat solebat bonae fidei esse. Nunc et aetate quassata
et longa desidia, quae iuvenilem quoque animum dissolvit, eo perducta est, ut,
etiamsi potest aliquid praestare, non possit promittere: diu ab illa nihil repetivi».
106
Nell’articolo della Summa dedicato alla memoria come parte della
prudenza non vi è un reale invito all’uso di molti luoghi. L’unico accenno ai loci
memoriae è un richiamo all’Aristotele del Della memoria e della reminiscenza [2,
452a]: «Secundo, oportet ut homo ea quae memoriter vult tenere sua
consideratione ordinate disponat, ut ex memorato facile ad aliud procedatur.
Unde Philosophus dicit...» (Cfr. TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, II II,
q. 49, a. unic.).
107
Oltre alla suggestiva struttura dei Rerum memorandarum libri (cfr. F.A.
YATES, L’arte della memoria, ed. cit., 95: «Suppongo che questi riferimenti alla
memoria artificiale, in un opera in cui le parti della prudenza e altre virtù sono
le “cose da ricordare”, sarebbero sufficienti a classificare Petrarca come apparte-
nente alla tradizione sulla memoria, e a classificare i Rerum memorandarum libri
come un trattato etico destinato per la memorizzazione, non meno degli
Ammaestramenti degli antichi») e ai già citati precetti mnemonici del De remediis
utriusque fortunae, è un passo del Secretum a confermare la non estraneità del
poeta alle pratiche della memoria artificiale, e a creare un singolare e momenta-
neo legame tra le confessioni petrarchesche e il Dialogo del Dolce: «F. Imo vero
inter legendo plurimum; libro autem e manibus elapso assensio simul omnis
intercidit. (...) A. Quotiens legenti salutares se se offerunt sententiae, quibus vel
excitari sentis animum vel frenari, noli viribus ingenii fidere, sed illas in memorie
penetralibus absconde multoque studio tibi familiares effice» e poco dopo Agostino
ribadisce: «quod cum intenta tibi ex lectione contigerit, imprime sententiis utilibus
(ut incipiens dixerim) certas notas, quibus velut uncis memoria volentes abire
contineas» (PETRARCA, Secretum, II, 122 e 126, corsivi miei). I brevi brani citati
non sono però gli unici riscontri testuali che danno fondamento alla lunga e
duratura fama di assiduo frequentatore e indiscutibile auctoritas delle pratiche
mnemoniche che Petrarca godette soprattutto nel Cinquecento (Host, Friesen,
Garzoni, Gesualdo…) e che lasciò traccia addirittura nella Encyclopédie di Di-
derot (cfr. P. ROSSI, Clavis universalis, ed. cit., 307-309); altri passi, che popolano
in numero consistente gli scritti petrarcheschi, presentano infatti legami tanto
con la mnemotecnica quanto con una, più ampia, cultura della memoria; talora
si sono rilevate esemplari applicazioni dei meccanismi mnemonici (come la
costruzione di imagines agentes, singole o strutturate in percorsi narrativi) e tracce
non trascurabili della persistenza nel linguaggio petrarchesco di un vero e pro-
prio lessico tecnico della memoria.
DIALOGO DELLA MEMORIA 41

da Ravenna 108, da Giovanni [di] Michele 109, da Matheolo

108
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria,
Bernardinus de Choris de Cremona impressor, Venezia 1491, c. 6r: «et siquis
locorum copiam habere cupiat (...) Ego autem omnes homines Italiae copia
rerum absque chartarum revolutione superare volui in sacris scripturis iure
canonico civilique; et aliis multarum rerum auctoritatibus dum essem adolescens
mihi centummilia locorum paravi et nunc ipsis decemmilia addidi in quibus per
me dicenda posui ut in promptu sint quando memoriae vires experiri cupio».
Il trattato di Pietro da Ravenna è stato uno dei più letti (tradotto in inglese e
ristampato nelle principali città tedesche) e citati fra quelli quattrocenteschi
della memoria. In esso l’autore, aggirando la funzionalità pedagogico-devozionale
della medievale fabbrica delle imagini, ricupera la lezione retorica ciceroniana
e quintilianea per realizzare un’arte della memoria laica, una mnemotecnica
volta eminentemente a scopi pratici e utilizzabile per chiunque; la memoria
tomistica, con la sua attenzione per le imagines agentes come strumento per
giungere agli invisibilia, fa ancora sentire i suoi influssi, seppur liberi dal manto
spirituale: Pietro si concentra sull’efficacia delle immagini nel catturare l’atten-
zione (anche attraverso un’eccitazione dei sensi) e nell’assicurare la conservazio-
ne del loro contenuto. Notizie sulla vita di questo maestro dell’ars reminiscendi
ci vengono offerte dal Tiraboschi, che ne esalta soprattutto la prodigiosa memo-
ria e la fama internazionale come giureconsulto: scolaro a Padova di Alessandro
da Imola (più volte ammirato spettatore delle sue performances mnemoniche)
intorno alla metà del XV sec.; professore a Pisa (probabilmente fra il 1477 e il
1480) e poi a Padova come Interprete del Diritto Canonico (lì forse ricoprì
anche il compito di Assessore del Podestà); nel 1497 si trasferì in Germania,
chiamato dal duca Bugislao di Pomerania per porre rimedio allo stato di deca-
denza della locale Università di Gripfwald; da lì, anni dopo, si trasferì a
Wittemberg (dove gli furono affidati la cura e il governo dell’intera sede acca-
demica) e poi, incalzato da un funesto contagio pestilenziale, a Colonia, dove
«fu tale il concorso di ogni ordine di persone ad udirlo, che non v’era luogo a
tanta folla capace»; professore dell’uno e dell’altro Diritto, consigliere saltuario
dell’imperatore Massimiliano, Pietro ingaggiò qui, proprio prima del desidera-
to ritorno in Italia (che mai si compì come testimoniano le ultime notizie di lui
rimasteci, che lo ritraggono frate del terz’Ordine di S. Francesco in Sassonia,
probabilmente a Wittemberg), una disputa col domenicano Hoogstraeten
(maestro di Johannes Host von Romberch) a riguardo di certe proposizioni
intorno alle leggi. Per ulteriori notizie biografiche si veda G. TIRABOSCHI, Storia
della Letteratura Italiana, tomo VI, parte I, Modena, Società Tipografica 1790,
556-567 (la citazione qui riportata è di pagina 562); sulla singolarità e sull’im-
portanza di questo personaggio del Gran Teatro della Memoria ha insistito
soprattutto Paolo Rossi (Clavis universalis, ed. cit., 51-54; Il passato, la memoria,
l’oblio, Bologna, il Mulino 1991, 38-42).
109
Cfr. G.M.A. CARRARA, De omnibus ingeniis augendae memoriae, cap. I,
ed. cit. 115: «Mihi vero facillimum videtur non modo centum sed propemodum
infinitos locos effingere, cum neminem lateat situs civitatis originalis; igitur,
cum per portam mens ingreditur, dum ferens se ad diversas regiones, vias
considerat, dumque amicorum domos, edes deorum, pretoria publica repetit,
miram colorum quantitatem assequetur». Giovanni Michele Alberto Carrara
42 LODOVICO DOLCE

Veronese (altrimenti Perugino, come piace ad alcuni110), da

nacque a Bergamo l’1 luglio 1483. In tenera età fu avviato agli studi dal padre
Guido, che predicava soprattutto la conoscenza dei grandi classici latini, Virgilio
e Cicerone su tutti; a questi furono accostati ben presto Aristotele, Boezio,
Tommaso e Scoto. Nel 1454 iniziò a Padova gli studi universitari che quattro
anni dopo lo insignirono del titolo di ‘doctor physicus’. Così ce lo descrive G.
Giraldi nell’introduzione al volume G.M.A. CARRARA, Opere scelte, ed. cit., XVIII:
«Dotato di una memoria prodigiosa conosceva a mente poeti e prosatori latini
classici, ma anche possedeva la conoscenza delle teorie dei medici, dei filosofi,
dei commentatori, e disponeva di questo immenso materiale per i suoi trattati».
Tornato a Bergamo affiancò alla professione di medico (non avendo mai rico-
perto uffici di corte, questa restò per sempre la sua unica fonte di sussistenza)
l’attività di letterato, cospicua e multiforme: la poesia di gusto virgiliano (in cui
spiccano il Buccolicum Carmen, le epistole metriche dei Sermones Objurgatorii
e numerose liriche), l’opera filosofica (che contiene importanti trattati come il
De omnibus ingeniis augendae memoriae, il De Fato et Fortuna e il De Choreis
musearum sive de origine scientiarum), testi di teologia, medicina, logica e filo-
logia (singolari e interessanti le sue postille critiche al pensiero scientifico e
teologico di Dante nella Commedia; si cfr. a proposito G. GIRALDI, Gli errori di
Dante in un poema umanistico inedito, in Studi sul Rinascimento, Torino, Gheroni
ed. 1962, 95-117), e anche una commedia, l’Admiranda (queste e altre opere
sono ora raccolte nei quattro volumi dell’Opera Omnia del Carrara, curata da G.
Giraldi per la Pergamena Editrice). I suoi rapporti con gli altri umanisti furono
caratterizzati da rivalità (soprattutto con gli “umanisti del sud”, Porcello e
Beccadelli) e collaborazioni (Gian Mario Filelfo, Ermolao Barbaro e Niccolò da
Correggio), sventure familiari e contrasti professionali (fu costretto alla quaran-
tena nei boschi perché dei colleghi lo accusarono di aver visitato dei malati di
peste) caratterizzarono l’ultima parte della sua vita. Morì a Bergamo nell’ottobre
del 1490, quando aveva in corso di pubblicazione un libello sulla memoria. Sul
trattatello mnemonico del Carrara si veda anche G. GIRALDI, Un trattato umanistico
sulla Memoria, ne «I problemi della Pedagogia», 2, 1955, 279-288.
110
«Più scarse son le notizie, che negli scrittor di que’ tempi troviamo
intorno a Matteolo da Perugia, e maggior fatica perciò ci è forza di usare per
ricercarne le epoche della vita. Anzi diversi sono i giudizi, che diversi uomini
dotti di quella età ce ne hanno dato, mentre se alcuni l’esaltano come uomo
divino, altri ce lo dipingono come impostore» (G. TIRABOSCHI, Storia della
Letteratura Italiana, tomo VI, parte I, ed. cit., 462). Professore di Medicina a
Padova dal 1449 al 1470 (probabile data della sua morte come ci testimonia
l’explicit del trattato: «Explicit tractatus de memoria editus in Italia a domino
Matheolo medicine doctore famosissimo, mortuo Anno domini milesimo
quadringentesimo septuagesimo»), questo domenicano ci ha lasciato un tratta-
to sull’arte della memoria, il Tractatus clarissimi philosophi et medici Matheoli
perusini de memoria augenda per regulas et medicinas, legato alla tradizione sco-
lastica e a una terapeutica della memoria che, sulla base della psicologia aristotelica
e della medicina di Galeno e Avicenna, studia la localizzazione fisica della facoltà
mnemonica e il regime di vita più salutare per la conservazione e l’accrescimento
della memoria. Nel breve testo, al di là dei tradizionali richiami all’ordine e alla
semplicità, non compaiono avvertimenti riguardanti la giusta quantità di loci
memoriae.
DIALOGO DELLA MEMORIA 43

Sibuto111, da Chirio112, e da molti altri che non volsero in ciò


accostarsi a Cicerone; il quale stimò che solamente cento luoghi
bastassero113. Di qui, dice Giovanni di Michele: «A me pare che si
possano formare agevolissimamente non solo cento ma presso che
infiniti luoghi quando a niuno è nascoso il sito della sua città»114.
Ma è molto necessario che quegli che incominciano a imparare
quest’arte, a guisa de’ fanciulli che apparano a conoscer la lettere
sopra una picciola tavola, si contentino di pochi luoghi, insino
che e’ siano fatti più pronti per l’uso e per l’esercitazione115.
Percioché è fermo ordine di così fatta arte, che non si gravi la
memoria col peso di soverchie cose. Là onde le regole del Publicio116

111
Cfr. GEORG SIBUTUS, Ars Memorativa, ed. cit., c. 2v: «Nam rerum
copiam, locorum multitudinem et figurarum multiformitas quadam recitanti
vehementiam probent facillimam».
112
Si fa qui riferimento a Consulto Chirio Fortunaziano, retore latino del
IV secolo, autore di una Ars rhetorica che ebbe molto successo a livello scolastico
sia per l’organizzazione delle materie, sia per l’esposizione condotta a domande
e risposte (cfr. H. BLUM, Die antike Mnemotechnik, ed. cit., 141: «Ebenfalls aus
Quintilian schöpft der Rhetor C. Chirius Fortunatianus (4. Jh.) in seiner
Darstellung der Mnemotechnik und der Gedächtnispflege mit einfachen Mitteln.
Sie ist in die Form eines Frage- und Antwortspiels gekleidet»), di cui si riporta
qui un esempio: «In omni memoria quid observandum est? Ut non tantum
firme contineamus, verum etiam cito percipiamus. Scripta sola? Immo et cogitata.
Et quae sunt ab adversa parte dicta, semper eo quo dicta sunt ordine refutabimus?
Non semper, sed opportunis locis disponere debemus» (Fortunatiani Artis
Rhetoricae, III, 13, in Rhetores latini minores, a cura di K. Halm, Lipsia, B. G.
Teubner 1863, 128).
113
Questo praeceptum memoriae, che non compare nel dialogo De Ora-
tore, né tantomeno nella pseudociceroniana Rhetorica ad C. Herennium, è citato
dal Carrara; cfr. G.M.A. CARRARA, De omnibus ingeniis augendae memoriae, cap.
I, ed. cit., 114: «Cicero centum eos [locos] satis esse iudicavit; Beatus Thomas
plures habendos consuluit».
114
Ibid., cap. I, ed. cit., 115: «Mihi vero facillimum videtur non modo
centum sed propemodum infinitos locos effingere, cum neminem lateat situs
civitatis originalis. (...) Accedet ad hoc potestas atria effigendi, in quibus quantum
libeat numerum locorum faciet, ut inscribi quecumque voluerit possint».
115
Cfr. QUINTILIANO, Institutio Oratoria, XI, 2, 32: «Illud neminem non
iuvabit isdem, quibus scripserit, ceris ediscere. Sequitur enim vestigiis quibusdam
memoriam et velut oculis intuetur non paginas modo, sed versus prope ipsos,
estque cum dicit similis legenti». Si veda anche L. DOLCE, Dialogo della istitution
delle donne, ed. cit., c. 17v: «Similmente insegnandolesi il modo di scrivere, non
le si ponga per esempio alcun verso vano o ripieno di malo odore, ma qualche
brieve sentenzietta raccolta o dalle lettere, che dette abbiamo, o da’ precetti de’
buoni Philosophi, accioché ella scrivendola molte volte la imprimi e conservi
nella memoria».
116
Le regole mnemoniche, che nelle intenzioni dell’umanista spagnolo
Jacopo Publicio avrebbero dovuto sollevare la sua mente dal peso della prigione
44 LODOVICO DOLCE

intorno allo accrescimento de’ luoghi, io non concederei, se non a


gli esercitati; e specialmente quando quivi la occorrente materia co-
stringerà l’huomo a formar nuovi ricetti di raccordarsi117. Il che aviene
alhora che siamo astretti dalla necessità o a confermar con autorità
la collocata materia o ad accrescerla et ampiarla con i partimenti.
Ma più acconciamente nel collocar lascieremo ne i luoghi alcuni
vani per ricever le autorità, le allegazioni, e le divisioni. Dice il
Publicio che chi vorrà accrescere i luoghi senza fatica, ponga cento
finti animali per ordine di lettere e di alfabeto; e questi formi grandi
e brutti; e potrà anco a gli animali mescolare alcune cose, accioché
con questa diversità molto più essi stiano impressi nella memoria.
Co’ quali, per la lor grandezza, ne potremo ordinar molti e diversi
luoghi d’imagini, come fia il voler nostro118. Come dirò più larga-
mente, favellando de’ luoghi imaginari. Ma, se avverrà che alcuni
abhorrificano tanta moltitudine di luoghi, fia bisogno, volendo rac-
cordarsi di molte cose, di porne maggior numero nel medesimo
luogo o levarne via le prime. Di che mi riserbo a dire più oltre.

corporale, sono contenute in un’Ars memoriae collocata in appendice al com-


pendio di retorica Oratoriae artis epitome, stampato a Venezia nel 1482. Questo
testo sull’arte della memoria, il primo a stampa, risente fortemente della tradi-
zione mnemonica medievale e della teorica tomistica delle immagini come
similitudini corporee che conservano nella memoria le deboli intenzioni spiri-
tuali. L’Ars memoriae si suddivide in tre capitoli dove l’autore, riprendendo
soprattutto la memoria dell’Ad Herennium, ci illustra come e con quali carat-
teristiche formare luoghi e immagini, fornendoci anche numerose illustrazioni
(alfabeti visivi, l’uomo come luogo di memoria, le sfere dell’universo come
mappa mnemonica precostituita e utilizzabile): non a caso questo trattato è
oggetto di attenta analisi da parte del Volkmann che nel suo studio iconologico
sull’arte della memoria (Ars memorativa, ed. cit., 145-148) si sofferma anche
sulla rielaborazione che queste illustrazioni subirono nel 1460 (il testo mano-
scritto di Publicio deve dunque essere anteriore a questa data) ad opera del
monaco inglese Thomas Swatwell. Notizie sulla vita del Publicio e, in particolar
modo sui suoi anni di insegnamento universitario in Germania, si possono
trarre da A. SOTTILI, In margine al catalogo dei codici petrarcheschi per la Germa-
nia occidentale, in Il Petrarca ad Arquà. Atti del convegno di studi nel VI cen-
tenario, Arquà Petrarca, 6-8 novembre 1970, a cura di G. Billanovich e G.
Frasso, Padova, Antenore 1975, 293-314 (sul Publicio in particolare 293-302).
117
ricetti di raccordarsi: nel testo latino abbiamo «receptacula
reminiscendarum», ovvero ‘luoghi di memoria’.
118
Cfr. JACOPO PUBLICIO, Ars Memoriae, liber I, Venezia, Erhardus Ratdolt
1485, c. 4v: «Quae qui sine labore moltiplicare voluerit. Centum conficta
animalia litterarum et alphabeti ordine exquiret ac unicuique figurae quinque
maxima et difformia animalia accommodabit: vel res aliquas animalibus
commiscere poterit, ut diversitate hac firmius memoriae impressa inhereant.
Quibus eorum magnitudine plurimos ac diversas imaginum sedes pro sententia
nostra statuere poterimus».
DIALOGO DELLA MEMORIA 45

FABR. Io non credo che altra cosa con tanta attenzione ascoltassi
giamai.
HOR. Sono alcuni che per i grandissimi luoghi dicono che si deb-
bano prender dieci imagini, et in ciascuna quattro o dieci camere
per i maggior luoghi, nelle quali pongono per sedie delle imagini
quattro angoli e la porta; overo quattro pareti e il centro (come di
sopra abbiamo tocco accostandoci pure al ricordo di Cicerone per
più agevole modo, che vi fa il quinto). Ma questa cotal maniera si
potrà serbar nelle cose imaginarie; ché in quelle 119 davero stimo
che ciò sia più faticoso che utile. Percioché volle Cicerone (quan-
tunque fra cento case si trovasse a pena una fabbricata a questa
guisa) che si ponesse il quinto luogo; ma che ciò si facesse con una
mano di oro o di argento120. E tuttavia in ciò fu seguito da quel di
Ravenna, e da coloro che lui imitarono. E con tutto ciò io ancora
questa openion lodo; pure che’l decimo si segni con la nota del
numero articolare; e il quinario, che vi va in mezo con quella di
Cicerone; essendo che, quando la mente, che vuol trovar luoghi,
entra nella città, si volge a diverse parti, e va considerando le strade
e le case de gli amici, le chiese e i publici palagi. Et avendo ella in
tal guisa trovata una gran quantità di luoghi, nel primo apporrà
una mano d’oro, e il decimo segnerà con una croce o con la figura
d’un danaio; nel quintodecimo altresì vi dipingerà una mano d’ar-
gento, o pur di oro; nel ventesimo noterà il carattere di così fatto
numero; nel ventesimoquinto da capo un’altra mano; e nel trente-
simo pure il carattere del medesimo numero121; e così di mano in
mano seguitando, come più inanzi si vedrà con maggior chiarezza.
FABR. Hora vorrei che mi ponesti inanzi gli esempi de’ luoghi par-
ticolari.

119
in quelle: nelle immagini reali.
120
Cfr. Rhetorica ad C. Herennium, III, 18, 31: «Et, ne forte in numero
locorum falli possimus, quintum quemque placet notari: quod genus, si in
quinto loco manum auream con locemus, si in decumo aliquem notum, cui
praenomen sit Decumo; deinde facile erit inceps similis notas quinto quoque
loco conlocare».
121
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed.
cit., c. 11v: «Unum tamen non omittam quod hoc in loco scribere promisi utile
in locis esse iudico quae pro rebus auditis reponendis fabricavimus: si in quinto
loco manus aurea ponatur, in decimo crux aurea, in quintodecimo manus
argentea, in vigesimo imago ipsius numeri et sic in ceteris facere monet mea
doctrina».
46 LODOVICO DOLCE

HOR. Per trovare i luoghi veri e particolari, giova assai lo andare in


diversi e lunghi paesi. Onde San Girolamo nomina molti huomini,
che furono lodati per i loro peregrinaggi122. Pietro da Ravenna affer-
ma ancora egli per cagion di ciò averne tre anni continovi discorse
molte provincie e regni; per veder le città, le terre, i castelli, e le case,
e gli altri edifici, e le cose che in quei paesi e luoghi si trovavano. Il
che se tutti non possono fare, questi debbono quello che vien loro
raccontato, o che è scritto da’ buoni autori, ridursi inanzi gli occhi
della mente. Et a ciò è anco di gran giovamento la lezion delle Sacre
Scritture, e delle historie parimente. Similmente recano grandissi-
mo profitto i libri de’ cosmografi: come di Tolomeo, di Strabone, di
Plinio, di Pomponio Mela, e di altri, con la discrizion di città overo
Regni123. Gioverà a riguardar la pittura del Mappamondo, e così
fatte pitture, percioché quivi si apprenderà il sito, e l’ordine delle
provincie e delle terre, non solamente d’un solo Regno, ma quasi di
tutto il mondo. La cui habitata parte (secondo gli antichi, che più
non pensavano che si potesse habitare124) è divisa in Africa, in Asia,
e in Europa; e ciascuna di queste in altre parti. Il che mi è paruto di
toccare, giudicando la contezza di questo in ciò assai appartenere125.
FAB‹R›. A me fia grato che, se ben questi libri ho altre volte veduti,
non ti sia grave di descrivermi con le parole la forma delle terre

122
Cfr. SAINT JÉRÔME, Lettres, XLVI, 9, ed. cit., II, 109: «Longum est nunc
ab ascensu Domini usque ad praesentem diem per singulos aetates currere qui
episcoporum, qui martyrum, qui eloquentium in doctrina ecclesiastica virorum
Hierosolymam venerint putantes se minus religionis, minus habere scientiae,
nec summam, ut dicitur, manum accepisse virtutum, nisi in illis Christum
adorasset locis, in quibus primum evangelium de patibulo corruscaverat».
123
Cfr. GEORG SIBUTUS, Ars Memorativa, ed.cit., c. 4r: «Loci prius nobis
invisi postquam noti diligenti aliorum descriptione perpalant. Ut in plurimum
apud cosmographos Ptolomeum, Strabonem, Dionysium, Plinium ubi non
universis regionis dumtaxat sed totius mundi descriptionem percipiem. Quod
etiam per poetas sancta oratione in mediocribus locis factum esse novimus». Si
ricordino: di Tolomeo, l’Introduzione geografica in 8 libri; di Strabone, la Geo-
grafia in 17 libri; di Plinio, i libri III-VI della Naturalis Historia; di Pomponio
Mela, la Chorografia o De situ orbis in 3 libri.
124
Sui rapporti tra scoperte geografiche, letteratura e immaginario collet-
tivo si vedano, oltre all’indispensabile R. ROMEO, Le scoperte americane nella
coscienza italiana del Cinquecento, Milano-Napoli, Ricciardi 1971, anche L.
OLSCHKI, Storia letteraria delle scoperte geografiche. Studi e ricerche, Firenze, Sansoni
1937 e First Images of America. The Impact of the New World on the Old, a cura
di F. Chiappelli, Berkeley 1976.
125
Il che...appartenere: ‘cosa che mi à sembrata opportuna sottolineare,
ritenendo che la conoscenza di questi luoghi reali consistesse proprio in ciò’.
DIALOGO DELLA MEMORIA 47

habitabili, o diciamo conosciute da gli antichi; e parimente del


mare, per maggior intelligenza delle cose c’hai detto.
HOR. Questa parte adunque del mondo, della quale ebbero notizia
gli antichi, oltre a gli altri parimente, che sono in Zone et in Climi,
è da’ Cosmografi (come ho detto sopra) divisa in tre parti: cioè in
Europa, Africa et Asia. E l’acqua che va cingendo le sue parti, o per
quelle entra, con general nome è detta mare. È vero che esso dalla
diversità de’ luoghi, e provincie della terra, prende diversi nomi, e
i suoi seni sono chiamati diversi mari126. Parte la Europa dall’Africa
il mare Mediterraneo, il quale dall’Oceano occidentale presso alle
Gadi et alle colonne d’Hercole non avendo di larghezza più che
dieci miglia, apre le terre e vi entra. Dice Pomponio Mela che l’Africa
dall’Asia parte il Nilo, il quale da Mezzogiorno si diffonde nella
Ethiopia e, discorrendo l’Egitto e con maravigliosa fertilità bagnan-
dolo, mette per sette bocche nel mare. Divide l’Asia dalla Europa il
Tanai, et entrando da Tramontana quasi nel mezo della palude det-
ta Meotide, et insieme col Ponto (detto hoggidì il mar maggiore)
parte il rimanente dell’Europa dall’Asia. Il che inteso, come si può
veder nella carta che è qui posta, andrò toccando le più principali
regioni e provincie di qualunque terra, volendo esser brevissimo e
dir ciò come per trascorso.
FABR. Prima discrivimi l’Europa, nella quale noi habitiamo.
HOR. Chiude l’Europa dalla parte di Occidente il mare Atlantico,
da quella di Tramontana l’Oceano Britannico, da Oriente il Tanai,
la Meotide, e’l Ponto (che dicemmo esser mar maggiore), e da
Mezogiorno il mare Mediterraneo. In questa per la temperatezza
dell’aere vi sono molte regioni e popoli. Dalla parte di occidente
verso il levar del Sole, delle provincie più nomate è la Spagna, che
Hiberia et Hesperia altre volte è detta. Le cui parti sono la Betica,
hoggidì detta il Regno di Granata, la quale a i nostri tempi il Re
Ferdinando127 con lo assedio e ‹una› guerra di dieci anni tolse dalle

126
Cfr. AMBROGIO, Exameron, dies III, cap. III (Unitas acquarum. Diversitas
et origo marium), a cura di G. Banterle, Milano-Roma, Città Nuova 1979, 124:
«Unde pulchre habes quia Deus congregatione acquarum vocaverit maria. Ita
et una est generalis collectio, quae dicitur mare, et multae collectiones, quae
maria pro regionibus nuncupantur».
127
Ferdinando II d’Aragona, detto il Cattolico (1452-1516), assunse il
comando del Regno d’Aragona nel 1479 alla morte del padre, re Giovanni II;
nello stesso anno, grazie al matrimonio contratto dieci anni prima con Isabella
di Castiglia, riuscì a unificare le due corone di Aragona e Castiglia, ponendo così
48 LODOVICO DOLCE

mani de’ Saracini, et aggiunse al commodo de’ Christiani; la


Lusitania, overo Portogallo; e la Tarraconese, overo Catalogna. E
queste sono le principali parti di Spagna, nelle quali ci sono eziandio
altri Regni. Tra li quali è famosissimo il Regno di Gallizia, per l’uti-
le peregrinaggio che si suol fare al Santo Apostolo Giacomo di
Campostella. Oltre a ciò il Regno di Castiglia e di Legione rese
molto celebre a gli Astrologi il prudentissimo Re Alfonso, il quale
con maraviglioso ingegno formò le tavole de’ movimenti de’ corpi
celesti128. La Francia segue la Spagna, essendo di mezo tra l’una e
l’altra i monti Pirrenei. Le parti della Francia sono l’Aquitania
Lugdunese, la Narbonese, overo il Delfinato, o la Provenza, e la
Belgica che si distende insino al Rheno. Se vogliamo distinguer le
provincie principali della Francia, ecco che ci verrà inanzi la Nor-
mandia, la Bretagna, la Turonia, la Piccardia, la Fiandra, la
Brabanzia, la Geldria, ‹l’›Olanda, ‹la› Selandia, ‹la› Burgundia, ‹la›
Lotheringia, ‹la› Lucelburgia, la Elvezia, overo ‹l’›Alsazia, la quale è
piuttosto da esser congiunta con la Germania. Segue alla Francia la
gran Germania, la quale si distende fra il fiume Rheno dall’Occi-
dente, fra il mare da Tramontana, e fra il Danubio dalla parte di
Mezogiorno. Le principali regioni della Germania sono la Franconia
overo Francia Orientale, la Vuestvalia, la Frisia, la Sassonia, la
Thuringia, l’Hassia, la Marca Brandemburghese, la Misia, la Slesia,
la Moravia, la Cimbrica Chersoneso, che hoggidì è detta Dacia, e
‹la› Denmarca a Tramontana. Percioché v’è un’altra Dacia che a’
nostri dì è chiamata Valachia, di che ragionerò più inanzi. Dopo la
Cimbrica Chersoneso v’è ‹la› Norvegia e la Svezia. Fra il Danubio e
le Alpi Alceriche vi pongono la Prima Rhetica, la quale è detta
Svevia, benché ella si distenda oltre il Danubio. Dopo questa la
Vindelicia, overo Bavera, di cui simil parte e non picciola si disten-
de parimente di là dal Danubio. V’è ‹la› Noricia, alla quale alcuni

le basi per una riorganizzazione interna e per un rafforzamento del Regno volti
a una politica estera di portata europea. Negli stessi anni intensificò la lotta
interna contro i Mori che culminerà nel 1492 con la conquista di Granata e
l’espulsione degli ebrei sefarditi: la riconquistata unità religiosa costerà però la
perdita di molte forze economicamente attive.
128
Alfonso X di Castiglia e di León, detto il Saggio (1221-1284), succe-
dette al padre Ferdinando III nel 1252; mirò alla corona imperiale e combattè
i Mori, anche se viene ricordato soprattutto per l’impulso da lui dato alla cultura
castigliana un po’ in tutti i campi: promosse la traduzione di testi arabi in
castigliano (divenuto lingua nazionale), compose egli stesso poesie profane,
curò l’attività legislativa e soprattutto commissionò a un gruppo di astronomi
della sua corte la realizzazione di tavole astronomiche (le Tavole Alfonsine appun-
to, composte nel 1252 e stampate a Venezia nel 1483).
DIALOGO DELLA MEMORIA 49

ascrivono la Stiria e la Carinzia; la superior Pannonia, che hoggidì


è detta Austria; la Pannonia Inferiore, che è detta Ungheria dal
mare Adriatico; l’Histria e l’Illiria, hoggidì Dalmazia e Schiavonia129;
e la Liburnia. La Italia si contiene dalle Alpi al mare Mediterraneo.
In questa vi sono non poche regioni: la Lombardia, la Thoscana
(terra di lavoro), la Marca l’Abruzzo, la Calabria e la Puglia, e così
delle altre. All’Ungheria seguita la Misia o, più veramente, la Mesia
superiore, la quale è detta Servia, Roscia e parte di Bosina; la Mesia
inferiore, che contiene i Bosinesi et i Valacchi. La Bulgaria; la Dacia,
che eziandio è detta Valacchia; la Thracia, in cui è Costantinopoli,
già città Imperiale di Grecia; Epiro; overo Romania, Dedania,
Molossa, Caonia; Peloponneso; overo Morea, Acaia (e quivi
Corintho). Arcadia è Sicionia detta dal Re Sicione, da cui proce-
dette il Regno de i Sicioni130. Macedonia, Thessalonica, Ellado,
overo Attica, ove fu Athene, Boezia, ove fu Thebe, città celebratis-
sime e di tanto grido. Ecco la Grecia, che nel vero è grandissima,
hoggidì guasta131 dal Turco. Dalla Germania insino alla Scizia v’è la
Sarmazia ampissima regione, le cui parti sono Polonia, Massonia,
Prussia, Lithuania, Samezia, Livonia e Russia. La Scizia e le dette
regioni dalla fierezza delle genti ottennero nome di paesi Barbari.
Ora lasciando adietro la particolar discrizion di queste, è da passare
alle provincie dell’Asia.
FABR. E quali sono le regioni dell’Asia?
HOR. Io non ne parlerò di tutte ma di quelle che sono appo i nostri
più nomate. Noi intenderemo lei, quanto alla larghezza, esser divi-
sa in due parti: cioè in Settentrionale e Meridionale. E, prima della
Settentrionale, poscia della Meridionale, ragioneremo. Questa
adunque terza parte del mondo, quantunque generalmente sia chia-
mata Asia, nondimeno minore Asia è detta una sua parte; la quale
ha molte provincie e regioni adorne di nobili chiese, delle quali
soleva esser capo San Giovanni Evangelista. Hora sono state di-
129
Schiavonia: altrove Stiavonia o Slavonia, indica le terre slave a est del
mare Adriatico; il termine Sklavenes con il quale fin dal VI sec. s’indicavano gli
Slavi mostra come quelle popolazioni fossero ritenute schiave per eccellenza: nel
latino medievale del sec. XIII Sklavus ha dato origine a sclavus, sostituendo
servus per indicare lo stato giuridico di asservimento, e confluendo poi, con lo
stesso significato, in quasi tutte le lingue dell’Europa occidentale.
130
Cfr. AGOSTINO, De Civitate Dei, II, libro 18, cap. 2: «Erat etiam tempore
illo regnum Sicyoniorum admodum parvum, a quo ille undecumque doctissimus
Marcus Varro scribens de gente populi Romani, velut antiquo tempore, exorsus est».
131
guasta: ‘rovinata, depredata’. Cfr. DANTE, Inferno, XIV, 94: «In mezzo
mar siede un paese guasto».
50 LODOVICO DOLCE

strutte e ridotte nelle lor moschee da gl’infedeli. Quivi è il mar


Maggiore, la Bithinia, la Galatia, la Paflagonia, la Pisidia, ‹la›
Cappadocia, ‹la› Caria, ‹la› Litia, la Panfilia, ‹la› Lidia; e presso que-
sta nel mare è l’isola detta Meleta. V’è la Frigia, provincia pur del-
l’Asia minore, Tenedo, la Cilicia, l’Armenia minore e la maggiore;
l’isola di Colco, di donde dicono i Poeti che Giasone ammaestrato
da Medea levò il vello d’oro. Alla qual favola diede occasione il
trovarsi quivi alcuni torrenti che scaturiscono oro, il quale è raccol-
to da gli habitanti in pelli di lana132. Il monte Tauro nasce dalla
Panfilia, e si distende insino a gl’Indi. Va la Scizia, overo la Sarmazia
di Asia, dal fiume Tanai con lungo tratto verso l’Oriente. L’una si
contiene di là, e l’altra di qua dal monte Imavo. Il mare, che quivi
si vede, da tutti suol chiamarsi Caspio, Hircano, e Scithico; e dal-
l’Oceano Settentrionale entra, quasi fiume, per occulte vie. In que-
sto è un’Isola detta Talge, la quale senza esser lavorata sempre è
fertile et abondante. Quivi ci sono molti paesi: cioè l’Hircania,
l’Albania, ‹la› Battria, ‹la› Margiana, ‹l’›Aria, ‹la› Segdiana; la region
de’ Sacari, Sericana, nella quale si dice che si trova la seta, a guisa di
lanugine, attaccata sugli alberi.
FABR. Bel dono, se ciò è vero.
HOR. Le regioni dell’altra metà dell’Asia sono dal mar Rosso tre
Arabie: cioè l’Arabia deserta, la Pe‹t›rea, ove è Pe‹t›ra principal sua
città133; e l’Arabia felice, di donde viene l’incenso: ove è l’aria sem-
pre pura e temperatissima. E perciò dice il Bembo:
Ne l’odorato e lucido Orïente,
Là sotto ’l puro e temperato cielo
De la felice Arabia, che non sente,
Sì che l’offenda, mai caldo né gelo134.

V’è similmente tre Sorie: Palestina, Fenicia, e Soria detta Corva.


Tutto il terreno, che è da Damasco insino a Gaza, è detto terra di

132
Cfr. L. DOLCE, Le Trasformationi, canto XIV, ottave 29-38, Venezia,
Giolito 1563, 147-148. Sulle Trasformationi del Dolce e, più in generale, sul
multiforme transito dei miti ovidiani nel Rinascimento si veda ora B.
GUTHMÜLLER, Mito, poesia, arte, trad. it. Roma, Bulzoni 1997.
133
Petrea...città: si è provveduto a integrare l’errata lezione delle edizioni
del ’62 e del ’75 (che riportavano entrambe: «la Perrea, ove è Pera principal sua
città») con quella, parzialmente corretta («la Petrea, ove è Pera principal sua
città»), del 1586, sulla scorta anche dell’originale latino dello Host («arabia
petrea, ubi metropolis petra»).
134
P. BEMBO, Stanze, I, 1-4.
DIALOGO DELLA MEMORIA 51

Canaan e terra di promissione dalle sacre lettere135. Nella quale


sono singolari provincie la Damascena, ‹la› Gallilea, ‹la› Samaria,
‹la› Giudea, ‹la› Palestina. V’è la Mesopotamia, e la Caldea, ove è la
Babilonea, l’Assiria, ‹la› Susiana, ‹la› Media, ‹la› Perside, la Parthia,
la Carmania deserta, un’altra Carmania, ‹la› Drangdana, ‹la›
Gedeosia, ‹l’›Aracosia, ‹il› Parapetriso, l’India di là e di qua dal
Gange. La region de’ Sitri e, nel mare Indico, Taprobana notabile
Isola. Le regioni poste al merediano ultimo discritto da Tolomeo
sono a quaranta gradi. Similmente volendo tu veder particular
discrizion de’ luoghi da me nomati, quanto al sito, alla fertilità, a
ciò che contengono, et alle proprietà e costumi de gli habitanti,
potrai ciò cercar da Plinio, da Strabone, e da Tolomeo.
FABR. Hora è tempo che tu ti volga all’Africa.
HOR. L’Africa dalla parte di Occidente è terminata dal mare Atlan-
tico, dal Mezogiorno dal mare Ethiopico, dall’Oriente dal Nilo. Non-
dimeno vi si aggiungono ancora alcuni paesi, che sono oltre al Nilo
al Mar Rosso. Dall’Occidente tra il monte Atlante, il quale per la
sua smisurata altezza dissero i poeti che sollevava il cielo, la prima
regione è la Mauritania Tingitana; la seconda è la Mauritania
Cesariese; la terza la Libia interiore; la quarta la Numidia che da
alcuni Mappalia fu detta; la quinta l’Africa minore, nella quale fu
quella gran Cartagine di trecentosessanta stadii, ostinata emulatrice
dell’Imperio Romano; la sesta è la Cirenaica, la quale eziandio è
detta Pentapoli dal numero delle città, delle quali ve n’è una, detta
Cirene, la quale porge il nome alla regione; la settima è Marmarica;
l’ottava è la Libia, del qual nome si chiama anco tutta l’Africa; la
nona l’Ethiopia interiore; la decima l’Egitto inferiore, nel quale già
i figliuoli d’Israel viddero sotto ‹il› Faraone miracoli stupendi, che
erano fatti da Dio per le mani di Mosé nel campo de’ Thanei;
percioché Thanis è nobile città di Egitto, alhora adorna di real pre-
sidenza. Nell’Egitto vi è Damiata, e’l Cairo, ove soleva habitare il
Soldano, la quale è anco detta Alchir. Dipoi questo Egitto c’è un
altro Egitto detto Thebaide, di monachi e di anacoriti. Et in questo
v’è la città di Thebaida, che si dice già avere avuto cento porte, cen-
to palazzi, et altretanti Prencipi. Dopo questo v’ha l’Ethiopia, che136

135
è detto...lettere: ‘è chiamato dalle Sacre Scritture terra di Canaan e Terra
Promessa’.
136
che: in cui. Cfr. P. BEMBO, Prose della volgar lingua, III, LXIV, ed. cit., 284:
«Et alle volte che la medesima Che si legge in vece di Sì che...E ancóra in vece di
Nel quale assai nuovamente il pose una volta il Petrarca: Questa vita terrena è
quasi un prato, Che ’l serpente tra fiori e l’erba giace».
52 LODOVICO DOLCE

sono genti mediterranee in gran numero e maravigliose. I Trogloditi,


i quali si pascono di serpenti, non formano accenti humani ma gri-
dando forme incomposte. I Garamanti, i quali hanno le mogli
communi. Gli Augili; i Blenni, ‹che› non hanno capo e il volto loro
è nel petto. I Satiri, quali furono da Sant’Antonio veduti. Gli Atalanti,
i Getuli, e molte altre genti, delle quali scrivono i Cosmografi sovra
detti. Vi sono alcune poche Isole: come le Gadi, che sono vicine alla
Betica; la Corsica, la Sardegna, la Sicila presso la Italia; Corfù, posta
nel mare Adriatico; Euboea, che è Negroponte, è allo ’ncontro di
Candia; Rhodi e Cipro sono nel mare dalla parte di Tramontana;
Hibernia; Anglia, che già fu detta Albione e Bretagna, di cui è parte
la Scozia; Thile e Islanda posta nell’ultimo mare; le Orcadi sono per
numero trenta; e la Scandia è memorabile. Tu puoi vedere che io
t’ho fatto un picciolo schizzo di questa bassa parte della terra per
dimostrarti che non solo il sapere le cose della Cosmografia aiuta la
memoria, ma né anco senza questa cognizione si può intender pie-
namente né le Historie, né le sacre lettere.
FABR. Con questo cotal saggio che me ne hai fatto avere, quando
fia tempo, ricercherò con più diligenza i libri di coloro che ne trat-
tano pienamente.
HOR. Molto dunque ci gioverà al fabbricare delle imagini, quando
abonderemo delle discrizioni delle terre, dei regni, e delle provin-
cie137; le quali si faranno secondo le cose notabili de i regni, delle
provincie e delle terre; e così più acconciamente in quelle formere-
mo i luoghi particolari. Egli è vero138 che [diversi] in diversi luoghi
et a diverse guise si trovarono propri e comuni luoghi. Percioché il
greco Metrodoro ne’ dodici segni dello Zodiaco (che sono Ariete,
Tauro, Gemini, Cancro, Leone, Vergine, Libra, Scorpione, Capri-
corno, Sagittario, Acquario e Pesci) ordinò trecento e sessanta luo-
ghi, per aver questo cerchio, come lo misurano gli Astrologi,
altretanti gradi. Ma, come dice Quintiliano nell’undicesimo libro
delle sue Istituzioni, questa fu vanità, gloriandosi costui più dell’ar-

137
quando...provincie: è soggetto a «ci gioverà».
138
Egli è vero: uso pleonastico di ‘egli’. Cfr. P. BEMBO, Prose della volgar
lingua, III, XVIII, ed. cit., 213: «...e ciò è, che questa voce Egli, non sempre in vece
di nome si pone; con ciò sia cosa che ella si pon molto spesso per un cominciamento
di parlare, il quale niente altro adopera, se non che si dà con quella voce prin-
cipio e nascimento alle parole che seguono; come diede il Boccaccio: Egli era in
questo castello una donna vedova...».
DIALOGO DELLA MEMORIA 53

te che della memoria naturale 139; come che egli140 abbia voluto di-
mostrare così fatti luoghi non essere acconci o proporzionati allo
allegar cose. Il che tuttavia è necessario, come ad Aristotele vedia-
mo che piace. Ma come che molto grandi siano que’ segni, come ci
dimostra Iginio141, nondimeno non conveniva sì gran numero alle
vive imagini de gli huomini, se tanto grandi non se facessero, che
le figure de gli animali, de’ quali appo noi appresentano le forme,
crescessero ad estrema grandezza. E di qui aviene che Giovanni di
Michele sprezza il por de’ luoghi che fa Guidone suo padre142, il
quale prese i suoi luoghi da gli animali ordinandogli con le lettere
dello Alfabeto latino, in guisa che da ciascuna lettera comincia il

139
Si è corretto il testo che nella stampa aveva «nel secondo libro»; l’errore
è forse legato al fatto che nell’undicesimo libro dell’Institutio Oratoria il luogo
deputato alla trattazione della memoria è il capitolo secondo. Cfr. G.M.A.
CARRARA, De omnibus ingeniis augendae memoriae, cap. I, ed. cit., 114:
«Metiodorus in signis duodecim per quae sol meat, tercenos et sexagenos invenit
locos, quod tot gradibus apud astrologos obliquus ille circulus secari soleat.
Verum, auctore Quintiliano, vanitas fuit istius philosophi, atque iactatio in sua
memoria, potius arte quam natura gloriantis»; e chiaramente, QUINTILIANO,
Institutio Oratoria, XI, 2, 22: «Quo magis miror, quo modo Metrodorus in XII
signis, per quae sol meat, trecenos et sexagenos invenerit locos. Vanitas fuit atque
iactatio circa memoriam suam potius arte quam natura gloriantis».
140
egli: si fa riferimento a Quintiliano.
141
Si tratta di Caio Giulio Hyginio detto l’Astronomo, nato nella provin-
cia spagnola tra il 60 e il 50 a. C.; condotto ancora fanciullo a Roma, fu allievo
del poligrafo e grammatico Cornelio Alessandro, nonché liberto di Augusto, da
cui venne proclamato prefetto della Biblioteca Palatina. A questo erudito, amico
di Ovidio e Clodio Licinio, vengono attribuite opere di vario genere: come il
Poeticon Astronomicon o Astronomia, trattato in quattro libri, con cui Hyginio
offre ai non specialisti della materia i rudimenti della conoscenza astronomica
(definizioni, catalogo stellare, leggende celesti, meccanica della sfera...); il trat-
tato mitologico Genealogiae (pubblicato nel Cinquecento come Fabularum
liber ad omnium poetarum lectionem mire necessarius, et nunc denuo excursus,
Basilea 1535); e altre opere, tutte andate perdute, tra cui un commento a
Virgilio, il trattato De agricultura, e scritti religiosi, geografici e storici. Le
immagini delle costellazioni, raccolte e interpretate in chiave mitologica da
Hyginio, si porrebbero dunque come immense imagines memoriae già pronte
per l’uso e già inserite in un complesso sistema di loci, l’ordine sidereo.
142
Guido Carrara era medico, astrologo, poeta, teologo, psicologo, ora-
tore. Il figlio Giovanni lo ricorda con grande affetto e stima in diverse proprie
opere, offrendoci anche notizie sulla sua attività letteraria: tra le tante opere,
tutte perdute, sembra vi fossero un De meteoris, un lavoro sulla memoria e
orazioni latine di soggetto teologico. Morì a Bergamo nel 1457 (per ulteriori
notizie si confronti l’introduzione biobibliografica al volume G. M. A. CARRARA,
Opere scelte, I, ed. cit., V).
54 LODOVICO DOLCE

nome d’uno animale. Là onde dice Giovanni che: «posto che que-
sti nomi fossero Asino, Basilisco, Cane, Dragone, Elefante, Fauno,
Grifone, Hiena, Iuvenca, Leone, Mulo, Nottola, Panthera, Qua-
glia, Rinoceronte, Simia, Toro, Tigre, Orso e così fatti; egli ciascu-
no di questi divideva in cinque luoghi particolari, o diciamo pro-
pri: come sarebbe nella testa, ne’ piedi dinanzi, nel ventre, ne’ piedi
di dietro, e nella coda. Et essendo questo tale ordine dato dalla
natura, non si poteva di leggeri in noverargli confonder l’intelletto
humano»143. Ma a me questo modo pare inconvenevole, se si144
debbono in quelli (il che dopo Pietro da Ravenna è mio ordine, e
di coloro tra’ moderni che più sanno) discriver le vive imagini. Ché
se io vorrò scriver nella testa del cane o della pecora questa propo-
sizione «l’anima è immortale», ciò non quadra con l’intento di chi
scrive, se non, secondo la fantasia di alcuni, a colui massimamente
che sa por nelle sue dita huomini interi; sì come avenne che un
certo dottore, dovendo ridursi in memoria alcune proposizioni,
disse a un huom da bene: «Ecco poste ne’ luoghi le note da musica,
cioè Gamaut, Are, Bemi, e le altre che seguono»; e nel Gamaut si
imaginò certo suo amico, il cui nome era Angelo, che portava la
croce sopra le spalle; e così di mano in mano145. Ma in costui lode-

143
G.M.A. CARRARA, De omnibus ingeniis augendae memoriae, cap. I, ed.
cit., 114: «Guido pater meus ex animalibus cepit locos suos, et eorum ordinem
ex alphabeto latino deduxit, ut a singula littera unius animali nomen incoharetur;
perinde ac si nomina hec sint: Asinus, Basiliscus, Canis, Draco, Elephas, Faunus,
Griphus, Hyrcus, Iuvenca, Leo, Mulus, Noctua, Ovis, Panthera, Qualea,
Rynocheron, Simia, Taurus, Tigris , Ursus, Xistus, Philosophus, Yena, Zacheus.
Hec singula in quinque locos dividebat: in caput, in anteriores pedes, in ventrem,
in posteriores pedes, et in caudam. Nam hunc ordinem ipsa natura porrexit,
neque confundi in eis enumerandis ingenium potest».
144
Le edizioni del 1562 e del 1575 presentavano la lezione «se e si», mentre
quella del 1586 la lezione «se è si»; si è corretto il testo sulla scorta di Host («si
vive imagines (...) in ipsis describi debeant»).
145
Nelle trattazioni classiche della memoria (Quintiliano, Cicerone,
Aristotele) è assente qualunque riferimento a un processo di memorizzazione
attraverso il canto, suggerito soltanto molti secoli dopo dal neoplatonico Marsilio
Ficino. In una lettera del 1458, inviata a un non ben identificato Banco arithmetre,
mettendo in guardia l’amico sui sedicenti insegnanti di memoria («Ego autem
te moneo, ne ullo pacto eiusmodi homines imiteris. Nam profitentur quod
nesciunt, quod maximum est vitium, et solis preterea prestigiis quibusdam sive
artificiosis captiunculis velut aranearum telis confidunt, nec eorum adhuc ullus
repertus est, cuius memoria ex improviso fecunda promptaque fuerit») e ricor-
dando che si deve innanzitutto capire ciò che si vuole ricordare («Quod si
memoria ac reminiscentia valere cupis, primum curato ut quod ediscendum est,
acute integreque intelligas»), integra la classica precettistica mnemonica e la
eleva a disciplina filosofica di comprensione del tutto, attraverso l’introduzione
DIALOGO DELLA MEMORIA 55

rei più tosto la buona imaginazione. Percioché la regola della no-


stra arte è che i luoghi a ricever le imagini debbano esser propor-
zionati, in guisa che fra gli uni e gli altri vi sia pari proporzione.
Tuttavia io non nego che i luoghi imaginarii per via di certo
diterminato ordine non ci partoriscano alcun utile. E quelli che
avremo ordinati si potranno discernere o per natura, o per arte. Et
in ciò nel vero il numero delle lettere dell’Alfabeto ci potrà porgere
alcuna prontezza, e celerità parimente. Onde non senza ragione
alcuni, prendendo le fabricate case per luoghi comuni, in quelle
vanno distinguendo in esse le camere per luoghi particolari con
l’ordine pure dello Alfabeto; e queste sono d’istrumenti e d’anima-
li. Come sarebbe: Alabarda, Ariete, Arbore; Barca, Bombarda,
Buffolo; Carretta, Cervo, Cigno, Cuna; Damma, Deca, Diadema,
Doglio; Elefante; Falce, Fenestra; e così di mano in mano seguitan-
do l’ordine sì delle consonanti, come delle vocali. Il che si farà in
cotal modo che in alcuna casa presso la porta si porrà uno Ariete; e
d’indi fra lo spazio di cinque piedi formerai un Arbore, e di poi
con simili intervalli una Barca; e così di mano in mano noterai
agevolmente più luoghi. Et in questo ordine di collocare si vedrà di
leggeri la quantità; percioché questa lettera A servirà per tre, quat-
tro e cinque cose, secondo l’ingegno di chi trova. Così parimente la
B, la C e le altre lettere. E quantunque nelle cose, che formiamo,
questo ordine sia molto commodo e necessario, come si dirà più
inanzi, non però ci par convenevole il modo tenuto da Giorgio
Resch nella sua Fisica Margarita146. Là onde io non ne ho voluto

dei concetti di proporzione e armonia, connessione e continuazione («Etenim


unus quisque ordo proportionem et harmoniam sive connexionem sive
continuationem continet»). L’ordine delle immagini e dei concetti, che deve
sempre accompagnare lo mnemonista, trova così un’espressione sensibile nelle
dolci e rigorose armonie musicali («Postremum vero circa memoriae partem
quod observari debet, id est ut sepenumero et id quidem clara voce et suavi
quodam cantu quod didicimus repetamus»). Cfr. M. FICINO, Epistulae ad bancum
datae (Figline, 1458), in Supplementum Ficinianum, I, a cura di P. O. Kristeller,
Firenze, Olschki 1937, 39; P. CASTELLI, Marsilio Ficino e i luoghi della memoria,
in Marsilio Ficino e il ritorno di Platone, II, a cura di G. C. Garfagnini, Firenze,
Olschki 1986, 383-395. Sui rapporti tra mnemotecnica e musica si veda C.
BERGER, The Hand and the Art of Memory (the Guidonian Hand in Medieval
Music Theory and Rhetoric), in «Musica disciplina», XXXV, 1981, 87-120.
146
Nella Margarita Filosofica di Gregorio Reisch (la prima edizione è del
1496; quella utilizzata è: G. REISCH, Margarita Filosofica nella quale si trattano
tutte le dottrine comprese nella ciclopedia, Venezia, Barezzo Barezzi e Compagni
1599), famoso e diffuso manuale enciclopedico cinquecentesco, ben tre capitoli
sono dedicati alla memoria: nel primo trattato del terzo libro (Delle parti della
retorica) al cap. XXIII (Della memoria, 195-197), ricordando che la memoria
56 LODOVICO DOLCE

far menzione, come se esso fosse utile al far delle imagini; percioché
d’intorno alla materia, di cui abbiamo in animo di parlare ordina-
tamente, è mistieri di porvi la qualità delle cose e l’ordine. Ma se
però vogliamo finger che alcune imagini facciano alcune operazio-
ni intorno a sì fatti animali, che dichiarino il proponimento no-
stro, agevolmente lo concederemo. Oltre a ciò faremo nelle mem-
bra loro alcuna iscrizione, come seguiremo più inanzi.
FABR. Hora io aspetto che tu venga alle condizioni de’ luoghi.
HOR. L’abondanza delle cose e delle parole, accomodata alla molti-
tudine de’ luoghi per la diversità di molte figure, ci porge (per dirlo
più volte) una facile via da recitar con grandissima vehemenza e
spiegar con prontissime parole qualunque cosa vogliamo, pure che
con diritto ordine si pongano i luoghi e con devuto spazio e distan-
za; e che vi si osservi la lunghezza, l’altezza, la lucidezza, e le altre
condizioni che convengono. Il primo avertimento nostro sarà
adunque che tu faccia i luoghi con dicevole convenevolezza et or-
dine. Percioché è ufficio di colui, che si vuol valere della memoria,
che (come dice Cicerone) con la facilità che egli potrà recitare i
luoghi cominciando dalla fronte, con la stessa, aiutato dalla dili-
genza, tornando a ripigliarli dal fine, possa parimente annoverarli
con contrario ordine. E ciò (come ci ricorda il Petrarca) accioché
non siamo impediti dallo sturbamento dell’ordine147. E benché

«procede dalla natura, ma non vi è dubbio che possa esser fatta più pronta con
l’arte» (195) e che nel nostro esercizio mnemotecnico «ci aiuterà molto l’avere
cognizione delle sperienze humane e delle nature» (196), l’autore propone un
esempio di memoria locale (poi visualizzata in una griglia) basata sulle iniziali
dell’alfabeto («Essendo levata via ogni confusione di questa cosa, spiegheremo
il luogo, le imagini, e l’ordine bene messo con vinti lettere, non mutando
l’ordine, che per natura l’istesse osservano: come a, b, c, d, e...Ciascheduna di
queste avrà cinque dizioni secondo il numero e l’ordine delle vocali, le quali
sono a, e, i, o, u», 196). Il cap. XXIX (623-624) del secondo trattato (Delle potenze
dell’anima sensitiva) del decimo libro tratta invece «della memoria, e remini-
scenza, e di quai cose, e in che modo possiamo raccordarsi della causa della
memoria e delle sue qualitadi», ricorrendo alla trattazione psicologica che di esse
fa Aristotele nel Della memoria e della reminiscenza, e alla teoria gnoseologica
agostiniana dei phantasmata («Percioché quella [la imaginativa] conserva solo
le specie ricevute dal senso comune, senza differenza di tempo. Ma la memoria
conserva e queste, e le intenzioni causate dalla estimativa, e le imagini della
fantasia con la differenza del tempo passato, nel quale erano sentite», 623). Tra
le Conclusioni, poste in appendice all’intera opera, trova infine spazio l’ultimo
brano (858-864) riguardante la memoria: una fedele traduzione in volgare della
Phoenix sive artificiosa memoria di Pietro Tomai da Ravenna.
147
Nella stampa si ha «siano impediti». Pur mantenendo fermo il fatto che
tanto la fonte latina quanto il senso logico della frase richiedono l’uso di una
DIALOGO DELLA MEMORIA 57

possiamo cominciare da man destra, da sinistra, dall’altezza o dalla


bassezza, overo con quale altro ordine che ci parrà, nondimeno è
da prender questo ordine dalla parte manca148, come diremo se-
guendo e come è precetto di Pietro da Ravenna, il quale nelle no-
stre case, ne’ monasteri e nelle chiese, ci conforta a prendere i luo-
ghi per ordine secondo il sito e la qualità delle fabriche, e secondo
la disposizion delle cose che si trovano149. La cui utilità è tale che, sì
come nelle carte de’ libri si torna a legger più volte ordinatamente
la materia che vi si contiene, così parimente si può ripetere da’
luoghi quello che vi è posto. E, come dice l’istesso Petrarca, se averrà
che noi veggiamo molti huomini da noi conosciuti starsi ordinata-
mente in alcun luogo, non importa che diciamo i loro nomi co-
minciando più dal primo che da colui che è nel mezo; così altresì
aviene che ne i luoghi da noi per ordine posti possiamo
acconciamente parlar del soggetto, che v’abbiamo posto, comin-
ciando da alcuna parte, et in qual si voglia luogo et imagine che
formiamo150. Et io stesso ho dimostro ciò per esperienza ad alcuni,
i quali ascoltandomi, recitai una stessa materia quando comincian-

prima persona plurale, non bisogna altresì dimenticare che talora nell’italiano
antico la forma «siano» funge anche da prima persona plurale dell’indicativo
presente («siàno») oltre che da terza plurale del congiuntivo presente («sìano»):
la mancanza di ulteriori occorrenze nei testi dolciani esaminati ci ha però indot-
to ad emendare la lezione (ringrazio il prof. Alfredo Stussi per avermi segnalato
il fenomeno). Cfr. Rhetorica ad C. Herennium, III, 17, 30: «Item putamus
oportere ex ordine hoc locos habere, ne quando perturbatione ordinis inpediamur,
quo setius, quoto quoque loco libebit, vel ab superiore vel ab inferiore parte
imagines sequi et ea, quae mandata locis erunt, edere possimus». Se da Host
Cicerone era ancora ritenuto autore della Ad Herennium, ben più difficoltosa
da spiegare è l’attribuzione a «Franciscus» di un’affermazione contenuta in
quest’opera. Bartolomeo da San Concordio, contemporaneo di Petrarca, fa
però precedere la propria opera, Ammaestramenti degli antichi, da un volgariz-
zamento del capitolo dell’Ad Herennium dedicato alla memoria e da un anoni-
mo trattatello in volgare sulla memoria artificiale: la fama che Petrarca godeva
come mnemonista e precettore di ars memorandi potrebbe aver indotto qualcu-
no ad attribuirgli alcune affermazioni della retorica latina volgarizzata.
148
Viene qui perfezionato il parallelismo tra scrittura mentale, da realiz-
zarsi nelle carte dei luoghi con l’inchiostro delle immagini, e materiale prassi
scrittoria, chiaramente identificata nella (più prossima) forma occidentale con
il tradizionale incipit a sinistra.
149
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed.
cit., c. 6r: «hoc suadeo ut in aliqua ecclesia et monasterio habeantur loca solum
pro reponendis rebus quas quotidie convenit recitare».
150
Anche qui cfr. Rhetorica ad C. Herennium, III, 18, 30: «Nam ut, si in
ordine stantes notos quamplures viderimus, nihil nostra intersit, utrum ab
summo an ab imo an a medio nomina eorum dicere incipiamus, item in locis
ex ordine conlocatis eveniet, ut in quamlibebit partem quoque loco lubebit
imaginibus commoniti dicere possimus id, quod locis mandaverimus».
58 LODOVICO DOLCE

do dal proemio, quando dal mezo, ripigliando dal fine, hora il capo
et hora la fronte. E nel vero è cosa agevole, dai luoghi ordinata-
mente posti, la imaginata materia pronunziar con ordine e con
dottrina; con sicura prontezza procedendo da una cosa in un’altra,
con diverso ordine, dritto, oblico e contrario. Così adunque è biso-
gno che ne abbiamo partitamente molti comuni luoghi per una
però materia: come sarebbe qui un monasterio, colà un theatro,
altrove una chiesa e cose simili, come una bottega di lanaiuolo, una
di pistore151, di setaiuolo, di barbiere o di altro artefice; e quello
che non ha fatto l’arte del Maestro o la natura, noi col nostro pen-
siero ridurremo in ordine di continuità e vicinanza. E’l medesimo
si osservi ne’ luoghi propri; come per esempio volendo ricordarci
di questo verso:
Giovani misurate il tempo largo152

e di questo terzetto153 di Dante:


Siate Christiani a movervi più gravi,
Non siate come penna ad ogni vento,
E non crediate, ch’ogni acqua vi lavi154.

Non si ponga nel primo luogo, che per aventura è presso la porta,
la primiera sentenza e l’altra nel quinto o nel sesto, ma piuttosto
nel secondo che segue immediate al primo, altrimenti si confonde-
rà l’ordine; e tanto più quanto un soggetto continua l’altro e con
esso è conforme. Ricercasi anco una convenevole distanza a i luo-

151
pistore: ‘fornaio’.
152
PETRARCA, Triumphus Temporis, 70-71: «Or vi riconfortate in vostre
fole, Gioveni, e misurate il tempo largo!».
153
terzetto: più comunemente, terzina. Cfr. L. DOLCE, I quattro libri delle
Osservationi Grammaticali, IV, ed. cit., 256: «I Terzetti furono trovati da Dante,
il quale gli prese per aventura da quella maniera di versi, la cui desinenza dicemmo
nel Sonetto porger più soavità e dolcezza. Questi (come fu detto) di tre in tre versi
per ordinario terminando il loro costrutto, accordando la consonanza del primo
con l’ultimo, e il secondo, che è quel di mezo, ha per corrispondenza il primo e
l’ultimo del secondo Terzetto: il che vanno seguendo gli altri di mano in mano
insino al fine, e questo fine ha un verso soprabondante, che col penultimo parimente
s’accorda». Un recente intervento sulle Osservationi del Dolce, e in particolar
modo sul problema delle sue fonti e sulla polemica col Ruscelli, è quello di D.
PASTINA, La Grammatica di Lodovico Dolce, in Sondaggi sulla riscrittura del Cin-
quecento, a cura di P. Cherchi, Ravenna, Longo Editore 1998, 63-73.
154
DANTE, Paradiso, V, 73-75.
DIALOGO DELLA MEMORIA 59

ghi in guisa che tra luogo e luogo v’entri lo spazio di cinque piedi.
È vero che Cicerone volle che questi spazii fossero mediocri, cioè o
poco più o poco meno di trenta piedi155. Ma all’incontro a Pietro
da Ravenna pare che lo stesso spazio si faccia di cinque pure, o di
sei piedi156; la quale openione io per esperienza ho riconosciuta
essere utilissima. Percioché, se l’intervallo si fa troppo largo, men
vale l’applicazion del pensiero, essendo che la troppa distanza lo fa
troppo trascorrere e gir vagando; sì come aviene che l’occhio, nel
ricòr le cose troppo lontane, più tosto le perde, nello spargersi in
diverse parti i raggi, che a sé le unisca. E la troppa vicinanza per la
mescolanza confonde le imagini in guisa che distintamente non si
possono vedere157; sì come le lettere l’una all’altra troppo ristrette
con malagevolezza ci lasciano levar la parola158. Nondimeno, quando
alcuno angolo abbraccia i luoghi o altra cosa notabile, ho io pure
per esperienza compreso che è assai bastevole che i luoghi siano
l’un l’altro distinti per lo spazio almeno di due piedi. E sempre
anco ho posto cura che sempre tra luogo e luogo vi sia qualche
tramezo; che’l luogo nel suo ordine sia degno di qualche nota. Ser-
beremo anco continovamente una tal quantità di luoghi che ella
non sia né troppo ristretta, né anco troppo alta, perché le imagini
ricercano nella superficie proporzione di larghezza e di lunghezza.
Ché, sì come il dipintore va accomodando le figure secondo la
qualità dello spazio del muro o della tela, in cui ha a dipingere, così
è mistiero che faccia chi disidera apprender questa arte. E di qui il
Petrarca, il quale è imitato dalla maggior parte, dice esser
convenevole che i luoghi abbiano non grande ma mezzana am-

155
Nella stampa si ha «tre». Si è corretto il testo sulla scorta di Rhetorica
ad C. Herennium, III, 19, 32: «Intervalla locorum mediocria placet esse, fere
paulo plus aut minus pedum tricenum». L’errore può forse esser stato provocato
dal volgarizzamento dell’Ad Herennium approntato a metà del XIII secolo da
Bono Giamboni, dove infatti leggiamo: «Ancora , è utile che i luoghi troppo
spesso non sieno né troppo lunghi, ma sieno presso quasi spazio di tre piedi» (B.
GIAMBONI, Fiore di rettorica, 82, ed. cit., 103).
156
PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed. cit.,
c. 6v: «mediocriter ergo [loca] distabunt si unus ab altero quinque vel sex
pedibus distabit».
157
Ibid., c. 6v: «Secunda sit regula: loca non debent esse nimium vicina
aut nimium distantia. Vicinitas enim, ut expertus sum, in appositione rerum
memoriam naturalem conturbat; si autem nimium distarent loca cum mora
quae locis tradita sunt recitamus».
158
levar: sollevare, isolare la parola dalla trama della proposizione, per
distinguerla dalle altre e quindi comprenderne il significato.
60 LODOVICO DOLCE

piezza159; percioché i luoghi troppo grandi fanno le imagini come


vaganti, et i troppo piccioli non le possono capere160; ché in una
picciol finestra la mente non concederà un camelo 161. In tal guisa,
se in uno spazioso luogo si porrà una cosa piccolissima, il senso
non apprenderà il termino del luogo, onde non sarà anco agevole
da ritrovare. Il che somigliantemente averrà alla memoria, ove in
un troppo gran luogo si collochi una figura. Il gran luogo adunque
per alcuna cosa imaginaria si divida in due parti: come fra due
colonne o fra due finestre distanti senza proporzione formerai nel
muro, per cagion di esempio, un tempio, uno altare, un palagio, o
cosa tale che il luogo sia distinto con debita misura; e se applicherai
alla superficie un huomo di convenevole statura con le braccia di-
stese, tu misurerai pienamente la lunghezza all’in su, e ‹la› larghez-
za dalla destra e dalla sinistra162. Né si faccia il luogo più alto che la
mano di chi sta nel pavimento vi possa arrivare; né sia maggior la
statura de l’imagine d’un comune huomo. E come che ciò si potrà
far con la esperienza, nondimeno la figura qui dipinta potrà dinotar
la quantità del luogo.

159
Si tratta ancora della Rhetorica ad C. Herennium, III, 19, 31: «Et
magnitudine modica et mediocris locos habere oportet: nam et praeter modum
ampli vagas imagines reddunt et nimis angusti saepe non videntur posse capere
imaginum conlocationem».
160
capere: latinismo, ‘contenere’. Cfr. L. DOLCE, Modi affigurati e voci
scelte et eleganti della volgar lingua, ed. cit., c. 36v: «Capere similmente è verbo
usitatissimo presso a i buoni autori (...) Usasi sovente nella prosa: Come è pos-
sibile che cotal luogo sì gran machina possa capere, cioè allogare, esser capace. Così
da cape ne vien capace e capevole, usato spesso dal Bembo».
161
in...camelo: si esemplifica la scarsa efficacia di immagini sproporziona-
te; l’immagine del cammello localizzato nella finestra non potrà essere accettata,
per la sua scarsa aderenza alla realtà, dalla mente umana, che quindi, per nulla
stimolata dall’immagine di memoria, faticherà a ricordare il contenuto a cui
quell’immagine rimandava. Cfr. JACOPO RAGONE, Artificialis memoriae regulae,
ed. cit., 36: «Loci vero quantitas non est adeo sumenda ut non videatur esse
capax imaginum, quia violentia aborret cogitatio, ut, si velles pro loco sumere
foramen ubi aranea suas contexit telas et in illo velles equum collocare, non
videretur modo aliquo posse equum capere».
162
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed.
cit., c. 6v: «Quarta sit regula: loca non sint alta quia volui homines pro imaginibus
positi loca tangere possint quod utile semper iudicavi».
DIALOGO DELLA MEMORIA 61

Finalmente conviene a i luoghi una cotal qualità: che essi non sia-
no né troppo oscuri, né troppo lucidi, overo di figura e di forma
simile, o rotonda e sperica163. Percioché l’oggetto che trascende,
guasta il senso; e di qui la cosa non proporzionata men si riceve
dalla potenza. Percioché non può la nottola riguardar la luce del

163
Rhetorica ad C. Herennium, III, 19, 32: «Tum nec nimis inlustres nec
vehementer obscuros locos habere oportet, ne aut obcaecentur tenebris imagines
aut splendore praefulgeant». Come si può vedere il precetto classico è arricchito
e più compiutamente precisato: nell’elezione o nella costruzione dei luoghi è
necessario evitare l’utilizzo di luoghi fra loro simili (per non incorrere nell’ine-
vitabile confusione che ne nascerebbe) e di luoghi di forma sferica (il divieto è
qui spiegabile invece con l’idea di perfezione legata alla forma sferica e, di
conseguenza, col basso grado di emozionabilità-memorabilità attribuito dalla
precettistica mnemonica alle forme perfette).
62 LODOVICO DOLCE

Sole; e la troppa bianchezza corrompe la vista di maniera che ella


non può vedere le cose che le si rappresentano. Così aviene che la
fantasia, conceputa nella troppa chiarezza de’ luoghi, è ribattuta in
guisa che si turba a un cotal modo la imaginazione. Occorre, oltre
a ciò, che la mente, allettata nel bello (come è la chiarezza), meno
avertisce quello che non è così bello. Onde il nostro giudiciosissimo
Petrarca non vuole che si scelgano verdeggianti prati, ameni cam-
pi, vaghi fiumi o dilettevoli boschi, ove s’oda vario concento
d’augelli; affine che il pensiero, da quella vaghezza ingombrato,
non si rimova dal suo intento164. All’incontro se i luoghi saranno
troppo adombrati, oscuri e tenebrosi, le imagini non saranno tanto
chiare alla vista quanto conviene: come le bellissime figure dipinte
ne’ muri non si veggono nel buio della notte 165. La nostra
imaginazione eziandio e la fantasia seguono per lo più quello che
apprendono i sensi esteriori166; come ho apparato dal Maestro di
coloro che sanno167 e dalla lunga esperienza. Là onde quasi tutti

164
Singolare è il contrasto che si genera tra il risoluto divieto apparente-
mente petrarchesco di utilizzare quelli che a tutti gli effetti possono sembrare
loci amoeni e l’atmosfera genuinamente petrarchesca evocata dalle parole del
Dolce; allo stato attuale della ricerca sui rapporti fra Petrarca e le mnemotecniche
non si è ancora trovato il passo petrarchesco riportante tale precetto ed è molto
probabile che Host (e Dolce con lui) abbia modellato secondo i propri bisogni
uno dei tanti richiami alla tranquillità dell’animo e alla solitudine contemplativa
formulati dal Petrarca.
165
JACOPO RAGONE, Artificialis memoriae regulae, ed. cit., 36: «et est ratio,
quia nimium remota vel angusta e nimium clara vel obscura causant moram
inquisitioni imaginative virtutis vel ex consequenti memoriam retardant di-
spersione rerum que representande sunt aut earum conculcatione, sicut oculus
legentis tedio affligitur, si litere sunt valde distincte et male composite aut nimis
conculcate».
166
Cfr. ARISTOTELE, Dell’anima, IV, 8, 432a: «Ora poiché nessuna cosa,
come sembra, esiste separata dalle grandezze sensibili, è nelle forme sensibili che
esistono gli intelligibili e quelli che si dicono per astrazione e quanti sono qualità
e proprietà dei sensibili»; ID., Della memoria e della reminiscenza, 2, 450a: «La
memoria, anche degli intelligibili, non è senza immagine: e l’immagine è affe-
zione del senso comune: di qui consegue che essa appartiene alla facoltà intel-
lettiva solo per accidente: per sé essa appartiene alla facoltà sensitiva primaria»;
ID., Del senso e dei sensibili, 6, 445b: «l’intelletto non comprende gli oggetti posti
all’esterno se non insieme alla sensazione». Si è corretto il testo del Dialogo che
in tutte le edizioni consultate riporta «segue», conformemente al «sequitur»
della versione latina. Probabilmente il verbo è stato coniugato logicamente in
relazione al fatto che imaginazione e fantasia sono qui sinonimi.
167
Maestro di color che sanno: Aristotele. La citazione dantesca (Inferno,
IV, 131) è una variante dolciana al testo di Host, che non parla direttamente di
Aristotele ma lo evoca citandone alcune opere.
DIALOGO DELLA MEMORIA 63

vogliono che i luoghi si facciano differenti e vi si pongano differen-


ti figure, perché la distinzione fa l’apprender più agevole. Sia dun-
que sì ne’ luoghi come nelle imagini disparità e differenza; e per
contrario schifisi più che si può la somiglianza, la quale impedisce
e sturba la mente. Così anco chi prende luoghi tra molte colonne,
o fenestre, e cose tali, per questa somiglianza sentirà confusione e
disturbo168. Schifisi anco spesso la somiglianza con aggiungervi una
mano humana, o sia di legno, o di oro, o di altra cosa; con porvi
pietre, arbori, sepolture, altari, galee, stelle, isole, navi, ponti; e
parimente vari strumenti d’uffici: come sarebbe a imaginarsi in un
luogo la incude d’un fabro, in altro cosa di altro artefice169. Final-
mente con altri differenti mezi il medesimo faremo: come sarebbe
imaginandosi diversi colori in guisa che un luogo sia bianco, un
altro nero, un altro di legno, un altro coperto d’oro; e dipingendo-
sene alcuni con i più principali colori: come vermiglio, verde, e
così fatti170. Che le imagini ancora siano differenti e dissomiglianti
l’una dall’altra è avertimento di Arnoldo Tungre171. Percioché que-
sta diversità tanto conferisce alla memoria, quanto alla vista le let-
tere d’inchiostro scritte in bianca carta; percioché la cose contrarie
poste a fronte si comprendono maggiormente. Ma perché il cer-
chio e la rotondità non dimostra‹no› assai il principio, né il fine,
per questo si vieta che i luoghi siano sferici, cioè rotondi. Percioché
la cosa che si dèe dir prima è mestiero che nel principio si ponga, e
quel che di poi, nel mezo o nel fine. Ora è ufficio di prudente

168
Cfr. Rhetorica ad C. Herennium, III, 19, 31: «Praeterea dissimilis forma
atque natura loci comparandi sunt, ut distincti interlucere possint: nam si qui
multa intercolumnia sumpserit, conturbabitur similitudine, ut ignoret, quid in
quoque loco conlocarit».
169
Cfr. JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, I, ed. cit., c. 4r: «Locorum
similitudo morte magis evitanda est. (...) Quas ob res opere, colore et altitudine
figurae ac diversa materia evitare poterimus. Vel si non locis optat et arte
comparatis lapidibus, saltem arboribus, tumulis, aris, monumentis, biremibus,
navibus, proclivis, pontibus, astris ac insulis varie effigent».
170
Cfr. M. BRUSATIN, Storia dei colori, ed. cit., IX: «I colori rispondono alle
leggi del richiamo, sono principi ordinatori della memoria che si salda per
necessità a supporti triangolari, come i concetti, al proprio simile e al proprio
opposto generando sintesi interpretative».
171
A questo teologo dell’Università di Colonia Host attribuisce un com-
mento al De memoria et reminiscentia aristotelico (cfr. J. HOST, Congestorium
artificiosae memoriae, III, I, ed. cit., c. 31r: «Et recte intellectus materie; nam ut
Tungris super Arist. De memoria et reminiscentia inquit…»); di lui sappiamo
soltanto che partecipò con uno scritto alla violenta querelle che oppose la Facoltà
all’umanista Johannes Reuchlin. Cfr. N. PAULUS, Die deutschen Dominikaner in
Kampfe gegen Luther. (1518-1563), ed. cit., 95.
64 LODOVICO DOLCE

capitano lo apparecchiarsi alla guerra molto prima, a fine che ve-


nendo il tempo del combattere, non sia costretto di andarvi disar-
mato; e dimostra la dapocaggine del difenditore, il non aversi
guernito avanti che giunga l’assalto. Sarebbe ancora atto di negli-
gente scrittore di ordinar la carta solamente alhora che dèe porsi a
scrivere. Devrai dunque aver sempre i luoghi apparecchiati, et avervi
molto bene discorso e consideratovi sopra172. Molti stimano che in
soletarie case et in certi terreni non frequentati si debbano fare i
luoghi173; ma noi ciò per l’esperienza che ci abbiamo fatto non
approviamo, dopo l’autorità di Pietro da Ravenna; per la quale ci
basta aver veduto una sola volta le case, nelle quali dobbiamo eleg-
gere i luoghi, vòte dalla moltitudine de gli huomini174. È anco ri-
cordo di alcuni che si facciano con la propria mano i luoghi delle
nostre case, per cagione che così facendo rimane più ferma in noi
la impression delle imagini e pronta la agevolezza del recitare. Di
qui vietano alcuni che si facciano luoghi nelle galee, o nelle navi.
Ma a me pare che basti aver veduta una nave, la qual m’imagino
che debba rimaner ferma; e se averrà che colà tornando, ove la
lasciai, non la trovi, certo mi turberà alquanto, ma la diligenza del
pensarvi servirà come ella fosse ferma nel mio animo. E così aviene
di ogni caduco luogo, ché alcuni ebbero parere che i luoghi si do-

172
Cfr. Rhetorica ad C. Herennium, III, 10, 18: «et reliqua, quoniam
nuperrime dictum facile memoriae mandatur, utile est, cum dicere desinamus,
recentem aliquam relinquere in animis auditorum bene firmam argumenta-
tionem. Haec dispositio locorum, tamquam instructio militum, facillime in
dicendo, sicut illa in pugnando, parere poterit victoriam».
173
Cfr. ibid., III, 19, 31: «Item commodius est in derelicta, quam in
celebri regione locos comparare, propterea quod frequentia et obambulatio
hominum conturbat et infirmat imaginum notas, solitudo conservat integras
simulacrorum figuras».
174
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed.
cit., c. 6v: «Tertia sit regula vana ut mihi videtur est opinio dicentium loca fieri
non debere ubi sit hominum frequentia: ut in ecclesis aut in plateis; nam ecclesiam
quandoquidem vacuam vidisse sufficit non enim semper ibi hominum
deambulatio visa fuit et in hoc experientia quae est rerum magistra contrarium
docuit». D’altronde già Quintiliano suggeriva di rafforzare la capacità di con-
centrazione del proprio animo per esser pronti allorquando le condizioni am-
bientali non risultassero ottimali per la meditazione: «Sed silentium et secessus
et undique liber animus ut sunt maxime optanda, ita non semper possunt
contingere ideoque non statim, si quid obstrepet, abiciendi codices erunt et
deplorandus dies, verum incommodis repugnandum et hic faciendus usus, ut
omnia, quae impedient, vincat intentio: quam si tota mente in opus ipsum
derexeris, nihil eorum, quae oculis vel auribus incursant, ad animum perveniet»
(QUINTILIANO, Institutio Oratoria, X, 3, 28).
DIALOGO DELLA MEMORIA 65

vessero fermar con chiovi; il che, secondo che a me ne pare, dinota


che con la sola imaginazione si possono stabilire. Nella qual cosa
dobbiamo sommamente affaticarci che questi luoghi ci stiano pie-
namente, ordinatamente, e fermamente nel continovo fissi nella
mente, in guisa che niuno ci esca; altrimenti faressimo perdita del-
la materia ch’esso contiene175. Onde, se non v’interviene il discor-
so, quel luogo non ci renderà quello che v’avremo deposto, e colui
che sarà abandonato dalla memoria affatto vedrà riuscire indarno
il suo proponimento. Per la qual cosa è profittevole di spesso tra-
scorrere essi luoghi col pensiero ancora vòti, accioché, quando ci
sia mestiero di adoperarli, siano a noi consideratissimi176. Ma se
avressimo da cercare i luoghi, quando vogliamo porvi le iscrizioni,
non sarebbe cosa di minor fastidio di quello che sarebbe a ordinar,
come s’è detto, la carta, quando dobbiamo scrivere. Si dèe dunque
tre o quattro volte ritornar col pensiero a ricercare e ponderare i
luoghi. Percioché la considerazione (come dice Aristotele) è con-
serva della memoria, e per questa ella parimente si viene accrescen-
do; percioché sovente riprendiamo le specie delle imagini e de’ luo-
ghi, che abbiamo nella fantasia riposte177.
FABR. Queste cose mi quadrano molto bene.
HOR. Ora avendo ragionato quanto appartiene alla quantità, alla
qualità, et all’ordine de’ luoghi, ci sarà hoggimai agevole il modo di
fabbricarli, se per aventura non turbasse alcuno l’essere stato da
diversi insegnate diverse forme. Come incominciando da Cicero-
ne, egli vuole che si prenda una regione o diciamo paese, et in
quella ordinare i nostri luoghi, o noi stessi imaginarci per regio-

175
Cfr. TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, II II, q. 49, a. unic.:
«Tertio, oportet ut homo sollicitudinem apponat et affectum adhibeat ad ea
quae vult memorari: quia quo aliquid magis fuerit impressum animo, eo minus
elabitur».
176
Cfr. LODOVICO DA PIRANO, Regule memorie artificialis, ed. cit., 217:
«Locorum premeditatio, id est quod antequam ponamus idola, debemus loca
premeditari, ut perpetuo mente habere possimus, et ea perfecte in memoria
collocare debemus».
177
Cfr. ARISTOTELE, Della memoria e della reminiscenza, I, 451a: «L’eser-
cizio conserva la memoria di qualcosa, richiamandone il ricordo; e ciò altro non
è che il contemplare spesso l’oggetto come immagine e non in se stesso»; e anche
TOMMASO D’AQUINO, In Aristotelis libros De Sensu et Sensato, De Memoria et
Reminiscentia Commentarium, l. III, n. 348: «Manifestum autem est quod ex
frequenti actu memorandi habitus memorabilium confirmatur, sicut et quilibet
habitus per similes actus, et multiplicata causa fortificatur effectus».
66 LODOVICO DOLCE

ne178. Ma secondo la sposizion di alcuni, dicesi che’l suo proponi-


mento fu di mostrare che v’avessero tre maniere di formare i luo-
ghi: la prima, di serbar l’ordine del cielo, overo anco di tutto il
mondo; la seconda, di prender diversi animali, i cui membri in que-
st’arte potranno esser luoghi. E perché i luoghi siano ordinati, si
può ordinare questi animali secondo l’ordine dell’Alfabeto per i loro
nomi, come s’è detto sopra e si dirà più chiaramente. La terza ma-
niera, benché ella paia più grossa, è nondimeno alla maggior parte
più famigliare, agevole et utile; e a’ comincianti appar quest’arte più
comoda, essendo che dalle cose facili alle difficili si passa più age-
volmente. Nell’ordinare i luoghi effettuali o per natura o per arte,
dobbiamo spesso ripigliar città, case, monasteri, e cose tali. In che
seguiteremo il modo di Pietro da Ravenna: il quale è che da mano
sinistra andiamo verso il corso del Sole tendendo alla destra,
divisando179 per diritta via i luoghi con quell’ordine che180 noi scri-
viamo sulla carta le lettere; il qual modo è via più acconcio di qua-
lunque altro. In che fu uno che, non essendo bene introdotto, da
principio caminava all’indietro a guisa che fa il Granchio o il Gam-
bero e, per usar più propria similitudine, sì come fanno gli Hebrei,
l’ordine di leggere o di scrivere le lettere incominciò alla rovescia.
Ma poscia la esperienza, che è delle cose maestra, levò costui da tale
errore. Volendo adunque fare i tuoi luoghi, entra nella città, o ca-
stello, o monasterio, o casa; e ciò che troverai a mano sinistra, in
muro, o nelle pareti, con diligenza noterai; indi segna quello che
troverai nel secondo luoco, e così parimente farai del terzo e de gli
altri secondo le regole poco anzi da me insegnate; in guisa che
fenestre, o colonne, o cose tali, che fanno alcun separamento ne’
muri, ci distinguano i luoghi; con questo ordine però: che tu non
vada al centro, anzi per l’ordinata via in essi muri a tutte le camere
overo tramezi; o, se nelle chiese, a i cori, alle cappelle, alle sacrestie,
e così fatti luoghi; finalmente te ne ritorni a uscir fuori per la porta

178
Cfr. Rhetorica ad C. Herennium, III, 19, 32: «si quis satis idoneos
invenire se non putabit, ipse sibi constituat quam volet multos licebit. Cogitatio
enim quamvis regionem potest amplecti et in ea situm loci cuiusdam ad suum
arbitrium fabricari et architectari. Quare licebit, si hac prompta copia contenti
non erimus, nosmet ipsos nobis cogitatione nostra regionem constituere et
idoneorum locorum commodissimam distinctionem comparare».
179
divisando: ‘fabbricando col pensiero’. Cfr. L. DOLCE, Modi affigurati e
voci scelte et eleganti della volgar lingua, ed. cit., c. 97r: «I prosatori hanno posto
divisare in vece di pensare come: io diviso di far la tal cosa, e divisando di dover
far bene».
180
che: ‘con cui’.
DIALOGO DELLA MEMORIA 67

per la quale sei entrato181. Ma se averrà che la natura o l’arte quivi


non abbia operato di maniera che si conoscano i luoghi a bastanza,
imaginatene alcuno di quelle cose che hai vedute: come sarebbe
altare, camera, o cosa tale. E se anco non sarà conceduto ad alcuno
di poter discorrere e veder tutte le cose di dentro, a guisa di diligen-
te architetto avertisca la varietà delle magioni e de i luoghi che di-
cemmo grandissimi, e de’ maggiori, ne’ quali ne finga de’ minori
dalle cose altrove da lui vedute. Non dobbiamo oltre a ciò trovarci
questi luoghi superficialmente, ma debbiamo ridurli e imprimer
tenacemente e saldamente nella memoria. Da che pende tutta la
importanza e’l vigor di quest’arte. Onde, camminando su e giù tre
o quattro volte, considera i luoghi, e poco di poi ripiglia il processo
della imaginazione et esamina la memoria. E se vedrai che tu non
ritenga le cose molto fermamente, ritornando colà, va’ ripigliando
ciò che v’hai posto, insino a tanto che bene a memoria lo ti riduca.
Percioché dice Publicio che per via di lunga considerazione e di
continovo esercizio possiamo imprimer nella memoria i luoghi tro-
vati con l’arte sì fattamente che non ad altra guisa ci può venir fatto
di conservar, raccogliere e ridur nella medesima182 le cose che ci
sono notissime. Essendo che, se in raccòr le imagini per ordine e
luogo, in una sola cosa erreremo, si dileguerà ogni memoria e s’in-
debolirà il vigor dell’animo183. E parmi insino a qui aver ragionato
assai abondantemente de i luoghi effettuali. Ora per aver contezza
delle cose del Cielo, del Paradiso, dell’Inferno, e del Purgatorio (che
invisibili a noi sono) molto giova la figura della spera materiale e di
tutto il mondo, come in questa si vede.

181
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed.
cit., c. 6r: «Accipio ergo ecclesiam mihi multum notam, cuius partes diligenter
considero in ea terque quater deambulans discedo, domumque redeo et ibi per
me visa mente revolvo et hoc pacto principium locis do. In parte dextra portae
ex qua recto tramite ad altare maius itur mihi primum locum constituo; deinde
in pariete post quinque aut sex pedes secundum et si ibi aliquid reale si positum,
ut est columna, fenestra aut his simile, ibi loco pono; si autem reale deficiat, ad
arbitrium meum imaginarium fingo; si tamen hoc, loca fabricans, omittere
vellet, timens ne rei appositae obliviscatur concedatur, dum modo sit memor ibi
locum constituisse; et sic de loco in locum procedatur donec ad eandem portam
loca fabricans revertatur et ista fiant in parietibus primis ecclesiae, omissis omnibus
quae in medio ipsius sunt».
182
medesima: riferito a «memoria».
183
Cfr. JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, I, ed. cit., c. 4r: «Locos arte
comparatos diuturna meditatione et iugi exercitio memoriae adeo imprimemus
ut non aliter tenere, colligere et memoriae reddere quae nobis notissima sunt
possumus. Distrabit enim memoria atque omnis animi vis effeminat, si in
colligendis imaginibus ordine et loco dumtaxat uno aberraverimus».
68 LODOVICO DOLCE
DIALOGO DELLA MEMORIA 69

FABR. Se ti par puoi hora venire a i luoghi imaginarii.


HOR. Così farò. E dico che con quella facilità, che formeremo le
imagini da porsi ne’ luoghi effettuali, dall’arte o dalla natura ordi-
nati, potremo con la chiarezza del nostro ingegno imaginarci altri
luoghi da quelli che insino a qui abbiamo discritto; e cose che non
sono, ma finte et imaginarie, le quali però nelle loro parti hanno
certa somiglianza con le vere. Percioché nella guisa che imaginiamo
un monte d’oro perché abbiamo già veduto e oro e monti, così
anco dalle parti di diversi animali, che appo noi si trovano famigliari,
componiamo la Chimera. E a questa maniera ci è lecito di poter
fingere de i luoghi a somiglianza di quelli che abbiamo veduto.
Nella qual cosa è molto profittevole ‹se› secondo l’ordine dell’Alfa-
beto alle vocali accoppiaremo le consonanti, onde cresceranno i
luoghi a numero di più di mille; overo se secondo questo stesso
ordine porremo animali per i luoghi, come dicemmo di sopra; overo
altri secondo il componimento delle lettere, come sarebbe: Asino,
Bue, Cervo, Delfino; e perché non mi sovviene alcun nome volga-
re intorno alla E, diremo Equus che vuol dire cavallo; Folpo ch’è
secondo il mio parere quel pesce che da’ Latini è detto Polipus;
Grifone, Hircus che dinota il Becco; Isparviere, Leone, Milvus ch’è
il Nibbio; Noctua che è la Civetta; Ovis ch’è la Pecora; Quaglia,
Rinoceronte, Sus che vuol dire il Porco; Toro, Orso184. E questi et
altri animali, i quali si potranno formare così grandi che con la
maraviglia ci commovano la memoria. Et anco i luoghi, secondo il
convenevole, si potranno far grandi, se ben vi si porgano dentro
piccioli animali, come alcuni de’ sovra detti e come sarebbe un
corvo, una tortora e così fatti. E se piacerà a noi di elegger gli ani-
mali celesti pur secondo l’ordine dell’Alfabeto, ciò approviamo; o
altrimenti, purché si serbi l’ordine che in quest’arte sommamente è
richiesto. E per ridurli tutti dinanzi a gli occhi, gli abbiamo posti
qui, prendendoli da Iginio185 con sì fatto ordine:

184
LODOVICO DA PIRANO, Regule memorie artificialis, ed. cit., 219: «Idolum
in toto dissimile per impositionem: (…). Per alphabetum: ut si imponerem aliqua
animalia vel aliquas res ad representanda elementa alphabeti, ut puta si ego
imponerem quod unus asinus representaret mihi hanc litteram A, et unus bos
significaret hanc litteram B; postea componerem ex idolis representantibus has
litteras seu sillabas vel dictiones. Et hoc posset fieri in dictionibus dissillabis vel
forte trisillabis et non ulterius, ne forte fieret confusio imaginum».
185
Si fa riferimento al De Astronomia di Caio Giulio Hyginio, pubblicato
per la prima volta a Ferrara (Augustinus Carnerius, 1475) e poi ristampato
anche a Venezia (Sessa, 1512).
70 LODOVICO DOLCE

Aquila Leone
Ara: che dinota altare Lepro
Ariete Libra
Auriga: cioè carattiere Lira
Aquaio Luna
Boote Marte
Capricorno Mercurio
Cancro Nave
Cassiopea Orione
Cane Perseo
Cigno Filliride
Circolo latteo Pesce
Corona Saturno
Delfino Saetta
Dragone Sagittario
Eridano: cioè il Po Serpentario
Equus: cioè cavallo Scorpione
Gemini Sole
Hercole Tauro
Hidra Triangolo
Iove

Con più famigliarità ci troveremo, e faremo i luoghi secondo l’or-


dine dell’Alfabeto per via dell’opera dell’artefice; come prima al-
cuni grandissimi et in quegli alcuni animali, e i ricetti più di sotto
delle imagini. Come cominciando prendiamo o città, o terra, o
castello; e secondo l’ordine dell’Alfabeto apparisce essere utile a
prendere in quelli chiese, case, e simili per istanze fatte da artefice.
Il che solamente sarà difficile a coloro che non sono stati per il
mondo, né per riferimento di altrui hanno avuto notizia di cosa
alcuna, in guisa che non possono distinguere le cose secondo l’or-
dine che conviene all’ufficio loro. Basta dunque a imaginarsi una
città, nella cui entrata siano le porte overo dalla manca mano di
chi vi entra o dalla manca di cui esca, in guisa che si vada dalla
sinistra alla destra parte seguendo il movimento del fermamento;
così vi poniamo il luogo nella guisa ch’esso fosse in effetto formato
per mano di alcuno huomo: come sono colonne, fenestre, e somi-
glianti cose. E se riguarderai l’Alfabeto primieramente si riguarde-
rà la lettera A, poi la voce «Abadia», la qual colà ponendo, è mistiero
di aver riguardo a quello che appartiene a’ luoghi religiosi ne’ mo-
nasteri e ne’ sacri chiostri; e ciò che si somministra secondo l’ordi-
ne delle lettere è mistiero che prendiamo per il luogo maggiore. E
da capo, riguardando l’A, agevolmente ci imagineremo uno dire-
mo così Armentario, che vuol dire stalla, nella quale stanzano gli
DIALOGO DELLA MEMORIA 71

armenti, overo ‹i› buoi. Come riguardando B, Bagno e molte cose


simili; e seguendo le consonanti con le vocali, questa voce latina
«Belluarium», nel qual luogo l’abate, secondo la sua disciplina,
conservi i suoi selvaggi animali; «Bibliotheca» che vuol dir libra-
ria; e così seguitando potrai far questo accoppiamento di lettere
imitando la forma d’un quadrato, il che applicheremo più inanzi
secondo la regola di Publicio186. Poi avendo trascorso per tutto il
monasterio, o sia palagio, casa, o altro luogo, la seguente lettera
del primo Alfabeto, ch’è B, ci dimostrerà la stanza d’un Barbiere,
‹d’un› Bellatore che vuol dire guerriero e combattitore, ‹d’un›
Bibliopola cioè libraio, ‹d’un› Bovicida cioè beccaio187, e d’un Boaro.
Così potrà come gli verrà in animo fingere la lettera Q, congiunta
alle cinque vocali; e di mano in mano le altre lettere. Ma special-
mente giudico che si debba osservar che prendiamo così fatta cit-
tà, terra o castello, villa o borgo, per i luoghi che abbiamo detto
grandissimi; e le case, i palagi e le chiese, per i maggiori, e le altre
cose di questa maniera; e di dentro e di fuori andiamo, quanto ci
si concede con la imaginazione; e nelle cose imaginarie come nelle
vere notiamo ciò che v’è (cioè il distinguimento delle mura, delle
pareti, delle entrate, delle porte, e di così fatti); e ciò dal di fuori.
Ma, se vorremo considerare o per via della persona o della fantasia
(secondo che ci torna bene) le parti di dentro della casa, vorrei che
si notasse sommamente la qualità de i muri, le pitture, le
incrostature, le colonne, gli spazii che vi vanno tra mezo, le
travamenta, i gradi, le porte di diverse camere, la diversità di esse
camere, e gli ornamenti, di maniera che altra cosa si vada collo-
cando sopra un letto, o una camera, che non si farebbe nella cuci-
na, nella sala, o nella stuffa. Percioché chi sia colui, che ponga in
una cucina letti, coltrici, padiglioni, tapeti, arazzi, sedili, o casse di
noci, et altri adornamenti delle camere; e non più tosto
gl’instrumenti di essa cucina, come sarebbono pentole, patelle,
pignate, gratelle, schidoni188, scudelle, secchi, e cose simili? Ma

186
Cfr. JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, III, ed. cit., c. 10r: «Magnam
nobis immensam et paene divinam commoditatem rerum et litterarum
adiunctionem afferre periculo iam copertum est. Caput namque rei obliqua
linea circumductum variabimus figura quadrati. Cum vero imago in homine;
aut obliqua linea sensim ducta: aut littera per orbis cardinalibus versa novas
primis adiiciet figuras».
187
beccaio: arcaico per ‘macellaio’ (propriamente è il venditore della carne
di becco, il maschio della capra).
188
gratelle (…) schidoni: utensili da cucina impiegati per arrostire sui
carboni carne, pesce o altre vivande. Cfr. L. DOLCE, Modi affigurati e voci scelte
72 LODOVICO DOLCE

chiunque avrà contezza di sì fatte cose, e della convenevolezza loro,


o per via di architettura, o per cognizion delle cose che, o per
dottrina di chi ne scrive, o per esperienza e pratica, e continua
famigliarità e veduta, avrà appreso talmente che a ciascuno artefi-
ce apporrà i suoi istrumenti, costui agevolmente nel vero formerà
da sé quasi infiniti luoghi opportunissimi a i suoi pensieri. De i
quali solo (per ripigliar ciò più volte) non è mio consiglio che si
debba valere; se non per aventura quando non avrà in pronto i
luoghi effettuali, cioé veri. Ma qualunque accorto artefice userà
gl’istrumenti più commodi al suo ufficio, ma non per tutti, e
parimente chi uno e chi un altro. Percioché non conviene al Bar-
biere la incude, la fornace, i mantici, le tenaglie, i martelli, le lime,
e cose tali; ma sì bene il rasoio, i pettini, i bacini, i lavatoi, e le altre
cose appartinenti al suo ufficio, le quai cose al fabro, all’orefice, o
ad altro simile non si richieggono. Là onde nel formare o imaginarti
de’ luoghi, diligentemente considererai qualunque cosa serva al-
l’ufficio di ciascheduno; e così potrai accrescer più acconciamente,
con l’applicar qua e là gl’istrumenti a i suoi artefici, i tuoi luoghi e
le cose che vi si conteneranno. In che lo aveduto ingegno sovverrà
subito all’arte e specialmente quando lo artefice avrà fatto acqui-
sto della cognizion di più cose; ché’l conoscer la proprietà di cia-
scuna cosa è di grandissimo giovamento. Percioché, se averrà che
io entri nella casa d’un pistore, non solamente quivi vedrò i cotti
pani, ma il forno, la pala, e gli altri istrumenti da cuocere il pane;
e così de gli altri artefici si dèe dire. Ma non solo ci è di profitto a
ricercar simili case o botteghe, ma anco a trovarsi (come s’è detto)
nelle chiese; e quivi considerar le capelle, gli oratori, gli altari, i
cori, i pergami, le sedie, e cose simili. E così le sepolture de’ poveri
e de’ ricchi adorne d’epitafii, d’imagini, di scudi, e di armi. Et in
tal guisa si abonderà di copia di luoghi.
FABR. Tu ragioni molto distintamente; cosa non meno dilettevole
che di profitto.
HOR. Ora, affine che più agevolmente apprendi l’arte di fingere i
luoghi imaginarii così grandissimi e maggiori (che comuni abbia-
mo chiamati) come particolari, ne’ quali senza intermezo si
ponga‹no› le imagini, riguarda hora questa figura.

et eleganti della volgar lingua, ed. cit., c. 173v: «Perché anco così fatti stromenti
occorrono allo scrittore, è bene a vedere se sono usati e in qual significato da’
nostri autori. Schidone adunque è lo spiedo, ove si fa l’arrosto (...). Né è fuor
di proposito il notar simili istrumenti, perché alle volte molti inciampano».
DIALOGO DELLA MEMORIA 73

Da questo chiarissimamente si può comprendere come si debbano


formare i luoghi effettuali e veri (o che siano naturali, o fatti di
nostra mano) e anco gl’imaginari maggiori e grandissimi. E così
con l’esempio di questa città non solamente una, ma quante ve ne
74 LODOVICO DOLCE

saranno necessarie, potrai agevolmente formare. In che nondime-


no è da osservare che per una stessa materia (come più volte ho
detto) tu faccia luoghi grandissimi, e i maggiori contigui; e in quel-
li considererai i luoghi minori con i suoi segni e note, in tal guisa
che, subito che con la mente entrerai in una imaginata e finta città,
quel che prima quivi troverai conforme alle nostre primiere regole
ti sia il primo luoco. Dipoi apprenderai l’abadia per luoco maggio-
re, et in quella l’armentaio e’l bagno, e gli altri così fatti luoghi
secondo l’ordine dell’Alfabeto; e seguendo la diversità delle sillabe
piglierai in essi i particolari luoghi, e i propri, ne i quali si fanno le
iscrizioni; e così continuerai nella guisa che di sopra abbiamo detto
de gli effettuali intorno alle condizioni de’ luoghi. E perché tu meglio
possa intendere il nostro avertimento, fisa gli occhi in quella carta
nella quale abbiamo dipinto la forma e l’ordine, che dimostra come
dobbiamo leggere i luoghi e in quale distanza, e le cose notabili che
ci recano i distinguimenti e le differenze di essi luoghi. Oltre a ciò
vi abbiamo altresì aggiunto i numeri, accioché si vegga che secon-
do il precetto di Cicerone nel quinto luogo vi ponemmo una mano
e, come vuole quel da Ravenna et altri, nel decimo la croce e nel
numero di venti e di trenta pur la medesima croce con le insegne di
essi luoghi. Et affine che similmente tu gusti più facilmente la for-
ma di questa nostra invenzione con i distinguimenti e segni di qua-
lunque luogo, avrai da sapere che i luoghi procedono di cinque in
cinque: e di qui nel primo quinario è posta la mano, nell’altro la
croce; ma i numeri perciò vanno seguitando fino al numero trenta.
E così facendo tai luoghi, secondo le regole di Cicerone e di
Quintiliano e de’ moderni, non sarai senza abondanza de’ luoghi; e
massimamente se in quelli porrai (come essi gli chiamano) i guar-
diani de’ luoghi, nelle membra de’ quali (nella guisa che tosto se-
guiremo) aggiungerai guernitissimi ripostigli di scritture. Ma ecco
qui la pittura.
DIALOGO DELLA MEMORIA 75

Sono molti che notano ciascun luogo in questa maniera: che (per
cagion d’esempio) nel primo porran rosai, nel secondo caule, nel
terzo cacio, nel quarto pane, nel quinto pesci, nel sesto aglio, e così
vanno seguitando; e tutti in ciascun angolo di camera sogliono
diputare un huomo per guardiano del luoco. Io nelle cose imaginarie
76 LODOVICO DOLCE

ciò del tutto non rifiuterei se perciò fosse di giovamento alla me-
moria. Ma negli effettuali è a bastanza ciò che io trovo posto per
mano de gli huomini; egli è vero che per differenza de’ luoghi tai
cose alcuna volta fingiamo. Avendo assegnati i luoghi che sono
fabricati nella Abbadia, resta, seguendo l’ordine dell’Alfabeto, ‹da›
prendere la vicina casa che è quella del Barbiere, e questa parimente
empier de’ luoghi; il che si farà senza difficoltà per le cose di sovra
dimostre. Ma si potrà tuttavia tener l’ordine pure dell’Alfabeto in
guisa che in essa Abbadia riceviamo per i maggiori luoghi l’aula,
che dinota sala e cortile, la bibliotheca cioè Libraria, ‹la› capella, ‹la›
cucina, ‹il› dormitoio, e va seguitando. Et in questi potremo, se-
condo il medesimo ordine, ordinare i luoghi minori: come sono
muri, colonne, altari e cose tali, overo forme di huomini a noi
notissimi; e ne’ loro membri formeremo luoghi con sì fatto ordine:
che’l primo, cioè il destro piede, sia a noi nel primo luogo, e la
gamba nel secondo, la man destra nel terzo, la spalla il quarto, la
testa il quinto, e l’altra spalla o braccio il sesto, e così di mano in
mano; nel vero per tal via faremo facilissimamente quasi infiniti
luoghi, per la iscrizione almeno, la quale si farà con lettere materia-
li acconciamente, come più oltre diremo più chiaramente189. I quali
luoghi tuttavia concediamo a gli esercitati e, quando la necessità lo
costringa, solamente et alhora che alcuno vorrà notarvi cadauna
parola di alcun testo. Ma quegli che cominciano, vogliamo che
prendano vive imagini e i minori luoghi, come sono muri, pareti, e
cose tali. A’ quali anco, le vocali, congiunte con le consonanti a
diversi modi, recheranno molta abondanza di luoghi, come dipoi
potremo ridurre190 da un quadrato o da una figura circolare. E qui
spiegheremo, perché con più agevolezza s’intenda, un modo solo
per lo quale si potrà apprender la materia del variare191. La lettera A
dunque, che è vocale, posta inanzi per ordine alle consonanti, farà

189
Troviamo un esempio di tale metodo in ANONIMO, De memoria arti-
ficiali adipiscenda tractatus, XIV, in R.A. PACK, Artes memorativae in a venetian
manuscript, in «Archives d’Histoire Doctrinale et Littéraire du Moyen Age»,
LVIII, 1983, 271: «Si vero fuerint quinque littere vel ultra, sicut ‘Abraam’, pones
in manu dextra scallam, que est pro A, in cubito laqueum, qui est pro B, super
scapulam dextram ronchonum, qui est pro R, super caput scalam parvam, que
est pro A, super aliam scapulam aliam scalam, que est pro parvam, que est pro
A, et in cubito sinistro flagellum apprehensum, quod est pro M, et sic de aliis
facies».
190
ridurre: ‘dedurre’.
191
la materia del variare: s’intende la tecnica combinatoria della lettere,
più avanti illustrata, attraverso cui si realizza la varietà dei loci.
DIALOGO DELLA MEMORIA 77

AB, AD, AF, AG, e va discorrendo. Somigliantemente EB si for-


merà dalla seconda vocale, EC, ED, con quel che segue. Il medesi-
mo farà la I, la O, e la U. Oltre a ciò ogni consonante potrà pren-
der la vocale, onde ne seguirà la varietà de’ luoghi; come si può
veder da te in questa figura.

1 Barbiere 1 Hastilatore: che giuoca di hasta


2 Bellatore, cioè soldato 2 Herbaiuolo
3 Bibliopola, cioè libraio 3 Historico
4 Bovicida: Beccaio 4 Hostiere
5 Bubulco: bovaro 5 Humorista
1 Calopifice: lavorator di legnami 1 Lanaiuolo
2 Ceretano: canta in banco 2 Lavezziere195
3 Cingulatore: maestro di far cinti 3 Ligator di libri
4 Colono: habitante 4 Lottatore
5 Cupifabro [: maestro di]192 5 Lusore: giuocatore
1 Dapifero: apportator di vivande 1 Macellaio
2 Decano 2 Medico
3 Dispensiere 3 Milite: soldato
4 Doleatore: maestro di far dogli193 e 4 Molinaio
botti 5 Mulatiere
5 Duca
1 Navigante
1 Fabro 2 Negromante
2 Feneratore: usuriere 3 Ninfa
3 Figulo: boccalaio194 4 Notaio
4 Fornaio 5 Nunzio
5 Fumicato: diremo spazza camini
1 Pastore
1 Gardiano 2 Pelliciari
2 Geometra 3 Pittore
3 Gioielliere 4 Poeta
4 Gondoliere 5 Pubescente: un giovene che mette la
5 Gubernatore barba

192
cupifabro: ‘vasaio’.
193
dogli: recipienti atti alla conservazione del vino, del grano e di altri
prodotti di uso quotidiano.
194
boccalaio: ‘fabbricante e venditore di boccali’.
195
lavezziere: chi lavora il lavezzo, o pietra ollare, per costruire vasi, sco-
delle, e simili utensili.
78 LODOVICO DOLCE

1 Radatore196 1 Tabellario: porta lettere


2 Retiario: che fa le reti 2 Telaiuolo
3 Rissatore: amator di risse 3 Tintore
4 Roditore: un topo 4 Tonditore
5 Rubricatore197 5 Tubicino: sonator di tromba
1 Sarto: serratore 1 Vasifero: che fa vasi
2 Signifero: bandieriere 2 Vectore: conduttore
3 Solfatore (per così dire): che canta la 3 Vigile: guardiano
solfa 4 Voratore
4 Sutre: Scarperaio 5 Volger casa

Ho prese queste voci accioché agevolmente ci occorra l’ordine de’


luoghi, ne’ quali ci piace porre i particolari. Onde dalle prime silla-
be tu stesso ti potrai imaginare altre voci, sì come meglio ti servi-
ranno; come anco delle imagini si dirà più inanzi. Né ti turbi i
medesimi nomi ripigliarsi per le imagini, come farò più inanzi,
percioché ivi sono le imagini delle persone alle quai servono i nomi,
e qui prendiamo i luoghi ove elle si pongono. E colui che fosse di
così rintuzzato ingegno che, secondo le sillabe che formano huomini
di diversi uffici, non sapesse imaginarci le case, costui nel vero ci
farebbe argomento di non essere atto ad apprender questa arte.
Percioché egli non saprebbe secondo quelle fabricar le imagini (come
più oltre insegneremo); là onde riuscirebbe a così fatto vana la spe-
ranza di così bello e raro artificio; nondimeno molte cose s’apparano
con l’uso che non sono state concedute dalla natura. Né a te sia
bastevole l’aver cognizion solamente de’ luoghi, né di qualunque
altra cosa che a ciò appartiene, la quale io sono per dimostrarti se
non passi più avanti delle parole; ma il tutto consiste nell’eserci-
zio198. Onde esercitandoti troverai migliori avertimenti col tuo in-
gegno, e meriterai forse che altri ti facciano parte di cose vie più
recondite e segrete. E sappi che le buone discipline non si possono
comperar per danari; il che se così fosse potrebbono le ricchezze di
Creso contender con la Sapienza di Salomone.

196
radatore: ‘rasatore, raschiatore di pelli e tessuti’.
197
rubricatore: l’amanuense che realizzava i titoli miniati nei codici antichi.
198
Dolce omette un passo di J. HOST, Congestorium artificiosae memoriae,
II, IX, ed. cit., c. 28v: «Nostri siquidem quaddam praecepti a deo iudeis per
scripta tradita quae vulgus ligarent: alia aiunt per Cabalam quam receptionem
aiunt sola traditione dignorum auribus indita. Et ut Christi verbum est non
eadem apostolis non eadem item discipulis et non eadem vulgaribus: eorum
siquidem erat nosse misterius regni dei».
DIALOGO DELLA MEMORIA 79

FABR. Io per me stimo che’l sapere si acquisti in due modi: col


dono di Dio e col nostro sudore.
HOR. Insino a qui abbiamo (per quel che io mi creda) appreso che
si possono moltiplicare i luoghi in infinito per accrescimento della
memoria. Nondimeno ciò sappiamo a tutti non essere gradevole, e
massimamente a coloro che seguendo per maestro Cicerone stima-
no che non sia dicevole di aver più che cento luoghi199. Per ischifar
adunque la copia de’ luoghi, due cose a così fatti sono utili: l’una a
ordinare in un solo luogo molte imagini; l’altra a via levare e
scancellare quelle che vi furono poste. Il Ravenna niega che se ne
possano mettere insieme molte200. Il che come si faccia ti dirò se-
guitando. Ma quanto a questo luogo appartiene: sì come l’animo
nostro si sente prima commovere dalle cose rare, inusitate, belle,
preciose, mirabili, terribili, o in qualsivoglia altro modo singolari,
così all’incontro, rivolgendo la mente altrove, in guisa si estingue la
memoria loro che rimesse elleno da que’ luoghi, vi si possono ripor
delle altre. Il che Publicio ci insegna con così fatte parole: «Accioché
con lunga e continuata fatica nel cercar nuovi luoghi non
istanchiamo l’animo e la mente, levando via le cose che già ci sono
note vi porremo di nuove, affino che dall’un canto alla memoria e
all’altro possiamo ricorrere alla dimenticanza; percioché, alle cose
che vi sono aggiungendovi di nuove, si partorirebbe confusione.
Onde per intervallo di tempo lascieremo che le cose primiere si
vadano oscurando, indebolendo, e mancando; overo a guisa di
procella e di contraria tempesta fuori cacciata, ci ridurremo nel-
l’animo le case vòte»201. Altri hanno vari e diversi modi. Ad alcuni
piace che per noi si finga che una cortina verde nasconda le primiere
imagini. Ad altri, che riputiamo i vòti luoghi esser ripieni di paglie.

199
Cfr. nota 113.
200
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed.
cit., c. 10v: «Undecima est conclusio cum quaereret quidam: utrum in eodem
loco plura collocare deberet. Respondi: si in locis ponere volo quae ab alio mihi
proponuntur ut illa proposita statim recitare debeam imagines unius rei tantum
in loco colloco; sed si quae libris lego in locis dispono ut illa memoriter pronun-
ciare possim tunc imagines plurium rerum in loco uno saepissime ponere non
dubitavi».
201
Cfr. JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, III, ed. cit., c. 14v: «Ne diuturno
iugique labore locorum indagine novorum: mentem animumque conficiamus
confertis iam notis, novarum rerum adiunctione confundemus ut inde memoriae
hinc oblivioni succurrere possimus. Temporum interdum curriculis priora
quaeque obscurari, debilitari et refringi finemus, aut veluti e sedibus procella
etiam adversa tempestate eiecta; vacuas iam domus factas mentem inducemus».
80 LODOVICO DOLCE

Al rimanente, che, tralasciando il considerare intorno alle imagini,


lasciamo che elle della nostra mente si dileguano. Et in tal guisa
sono altretanti diversi pareri et openioni, quanto in questa arte
sono diversi gli autori. Percioché v’ha di quegli che vogliono che ci
imaginiamo che vengano alcuni i quali atterrino e distruggano le
prime imagini202. Ma a me par difficil cosa ricordarci a un tratto di
quelle imagini delle quali vogliamo dimenticarci203. Ma giudico
più sano consiglio per le cose, o siano lezioni, o arringhi, o predi-
che, o altro di che tener memoria desideriamo, eleggere o palagio,
o monasterio, overo altro luogo grandissimo nel quale abbiamo a
por mille luoghi. E perché non fa mistieri di mettervi tutte le paro-
le, ma solamente le sentenze sommariamente di esse cose, per le
quali basteranno al più cento luoghi, se vorrai leggere, overo tratta-
re alcuna causa, o predicare, o altro negocio, porrai la prima del
primo giorno nel primo centinaio, la seconda nel secondo, e così
di mano in mano insino che sarai pervenuto al numero di mille il
decimo giorno con la decima lezione. E se frattanto non ripiglierai

202
Cfr. JACOPO RAGONE, Artificialis memoriae regulae, ed. cit., 54: «Postremo
non inutile mihi visum est pro illis maxime dumtaxat qui centum locos habebunt,
modum dare sive regulam delendi imagines de locis ut alias de novo collocare
possint, quia nisi hunc modum haberent, non possent aliquo pacto illis centum
locis uti, nisi semel tantum. (…) Voluit enim aliqui ut ad omnes locos quibus
imagines appositae sunt, imagineris unam cortinam extensam cooperientem
collocatas imagines iuxta parietem camere vel alterius loci. (…) Alii vero dicunt
ut non debeamus de collocatis imaginibus considerare et sic delerentur ipse
imagines. (…) Quidam etiam volunt ut fingamus cameras nostras plenas paleis
et sic non apparebunt imagines in illis collocatae».
203
A partire dalle affinità tra semiotiche e mnemotecniche, come mecca-
nismi di presentificazione, Umberto Eco afferma la relativa impossibilità fattuale
(se non si può dimenticare per cancellazione, producendo assenza, lo si può fare
per sovrapposizione, moltiplicando le presenze) e l’analitica contraddittorietà
di un’ars oblivionalis a partire dal fatto che «ogni asserzione, più che presuppor-
re, pone, rende presente nell’universo di discorso, per forza semiotica, le entità
che nomina, sia pure come entità di un mondo possibile. E se non si vuole
ragionare per estensione si dica che ogni emissione di termini pone la loro
intensione. E se le intensioni non sono fatti materiali sono almeno, in qualche
misura, fatti psichici o possono essere postulati come tali. Abbastanza per dire
che ogni espressione organizzata in funzione segnica da una semiotica, non
appena emessa, mette in gioco una risposta mentale. Per cui non si può usare
un’espressione per far svanire il suo proprio contenuto. Se le arti della memoria
sono semiotiche non è possibile costruire sul loro modello arti della dimentican-
za, perché la semiotica è per definizione un meccanismo di presentificazione alla
mente, e dunque un meccanismo per produrre atti intenzionali» (U. ECO, Sulla
difficoltà di costruire un’Ars oblivionalis, in Memento. Tecniche della memoria e
dell’oblio, numero monografico di «Kos», III, 30, aprile-maggio 1987, 41).
DIALOGO DELLA MEMORIA 81

le prime imagini de’ precedenti giorni, senza dubbio (ancora che


non volessi) elle saranno estinte, essendo che di continovo dovevasi
ripigliarle se tu avesti voluto ricordartene sempre. Avendo dunque
votati cotali luoghi con l’oblio, prima potrai cominciar dal primo
centinaio, la lezion dell’undecimo giorno, overo azione, o negocio
ponendovi. Le altre cose veramente che si ricercano di continovo
ritenere, ricercano il suo fermo, sodo, e spesso riconsiderato luoco.
Onde chi molte cose è vago di conservar lungamente nella memo-
ria, è mistiero che si faccia molti luoghi, come afferma il Ravenna,
aggiungendo che egli si aveva trovato cento mila luoghi, a’ quali
poi aggiunge dieci mila, e poscia soggiunge: «né perciò rimango di
farne de gli altri». Dice ancora: «È mio consiglio che s’abbiano
eziandio luochi nelle chiese e ne’ monasteri, solo per riporvi le cose
che tutto dì ci convien recitare: come sono argomenti, ragioni, fa-
vole, historie et anco prediche, le quali si fanno nella Quaresima; e
che questo ufficio si deputi solamente a cotai luoghi» 204. A ripigliare
adunque più volte i luoghi, vòti e con le imagini, ciò consigliamo
che si faccia quando elle ne saranno deposte. Ché se facessemo
quasi infiniti luoghi commodi a tutto quello che ci potesse occor-
rere, ove sovente non tornassimo a rivedergli, la loro memoria sen-
za dubbio ci abandonerebbe, et uscirebbe della mente.
FABR. Io conosco molto bene, che la considerazione e l’esercizio è
la perfezione di qualunque cosa.
HOR. Dopo lo aver ragionato assai lungamente intorno a i luoghi,
resta a volgere il nostro sermone a quello che al proprio essere di
questa arte appartiene. Facendosi adunque i luoghi per nostro uso
et in quelli dovendosi contenere alcuna cosa, dobbiamo hora con-
siderare di dipingere in essi le imagini, per le quali gli abbiamo
fatto, di qualunque maniera; altrimenti la fatica che vi ci abbiamo
posta insino a qui riuscirebbe vana, come altresì indarno faressimo
le carte se in quelle non iscrivessimo alcuna cosa. Così parimente
vani sarebbono i luoghi se non si volgessero a miglior uso. Là onde
qui addurremo la diffinizion, le condizioni, le forme, e’l modo di
applicarle a i luoghi, e finalmente l’uso delle imagini delle cose di
cui ricordare ci vogliamo. E, quanto appartiene alla prima parte,

204
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed.
cit., c. 6r: «hoc suadeo ut in aliqua ecclesia et monasterio habeantur loca solum
pro reponendis rebus quas quotidie convenit recitare: ut sunt argumenta rationes
historiae fabulae et praedicationes quae in quadragesima fiunt et hoc officium
illis locis tantum deputetur».
82 LODOVICO DOLCE

così fatte figure hanno vari nomi: percioché si chiamano più volte
specie, idoli, simolacri, somiglianze, figure, forme, idee et imagini,
e l’una si prende per l’altra. Il perché, quantunque nell’effetto a
quel fine per il quale le usiamo in vece di lettere una stessa cosa elle
siano, nondimeno per diversi rispetti ricevono diversi nomi. Dice
l’autore de i quattro libri ad Herennio: «Le imagini sono certe for-
me, segni, simolacri di quello di che ci vogliamo ricordare. Come,
per cagion d’esempio, volendo ricordarci d’un cavallo, d’un leone,
d’un’aquila, ci fia bisogno di collocare in alcuni luoghi le imagini
loro»205. Per conformità di questo dice Quintiliano nell’undecimo
delle sue Istituzioni: «È adunque mistiero a i luoghi, che s’imaginano
o si fanno, d’imagini o simolacri, li quali nel vero convengono for-
marsi. E ci sono quelle imagini note, nelle quali notiamo le cose
che apparare dobbiamo; ché, come dice Cicerone, abbiamo da va-
lerci de i luoghi in iscambio di cera e delle imagini in vece di lette-
re»206. Dice Cicerone «cera» perché gli antichi solevano scrivere in
certe cerate tavole. È detta anco la imagine specie. Percioché, se io
voglio raccordarmi di alcuna cosa, non ripongo io nell’animo la
sostanza materiale ma solo la sua specie. Ché, come sopra dicem-
mo, non è la pietra nell’animo ma la specie della pietra207. San
Thomaso scrive: «Trovasi due sorti di specie: l’una che da natura è
comune208 immediate a molti individui, la quale secondo il nome e
la ragione ugualmente partecipa: come Huomo. L’altra è l’inten-
zione che si posa nell’animo: come la specie in esso animo»209. Ché,

205
Rhetorica ad C. Herennium, III, 16, 29: «Imagines sunt formae quaedam
et notae et simulacra eius rei, quam meminisse volumus: quod genus equi,
leones, aquilae; memoriam si volemus habere imagines eorum, locis certis
conlocare oportebit».
206
QUINTILIANO, Institutio Oratoria, XI, 2, 21: «Opus est ergo locis, quae
vel finguntur vel sumuntur, et imaginibus vel simulacris, quae utique fingenda
sunt. Imagines voco, quibus ea, quae ediscenda sunt, notamus, ut, quo modo
Cicero dicit, locis pro cera, simulacris pro litteris utamur». Il riferimento è a
Cicerone, De Oratore, II, 86, 354.
207
Cfr. nota 72.
208
comune: Dolce traduce così il «communicabilis» presente tanto nel
testo di Host quanto nella fonte tomistica.
209
TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, I, q. 13 (Utrum hoc nomen
Deus sit communicabile), a. 9: «Respondeo dicendum quod aliquod nomen
potest esse communicabile dupliciter: uno modo proprie; alio modo per
similitudinem. Proprie quidem communicabile est, quod secundum totam
significationem nominis, est communicabile multis. (...) sicut natura humana
communis est multis secundam rem et rationem, natura autem solis non est
communis multis secundum rem, sed secundum rationem tantum; potest enim
natura intelligi ut in pluribus suppositis existens. Et hoc ideo, quia intellectus
intelligit naturam cuiuslibet speciei per abstractionem a singulari (...)».
DIALOGO DELLA MEMORIA 83

come al medesimo piace, la mente leva le specie dalla materia sen-


sibile, intelligibile, comune, et individua 210. Et altrove afferma l’ani-
ma intendere i corpi o altre cose non per essenza ma per le specie
loro211. E soggiunge: «Perché nulla apprende per ispecie infuse ma
per quelle solamente che si tolgono dalle cose sensibili» 212. E vi
pone un cotal ordine: che primieramente la specie al senso si
appresenta, dipoi alla imaginazione; appresso, se si dèe far (per così
dire) l’astrazione della specie intelligibile, s’offre all’intelletto passi-
bile, il quale si muta per le specie delle fantasme secondo il lume
dell’intelletto agente213. Ma alla memoria (perché ella è il thesoro e
il ricetto delle specie che si apprendono dall’anima) concorrono
quattro cose: la prima è il movimento de gli spiriti, il quale tira a sé
dalla cogitativa, overo imaginazione, le stesse figure alla parte
memorativa. L’altra è quando elle si fermano nella memoria. La
terza quando sono riportate alla imaginazione; e l’ultima quando

210
Cfr. ibid., I, q. 85 (Utrum intellectus noster res corporeas et materialis
per abstractionem a phantasmatibus), a. 1: «Intellectus igitur abstrahit speciem
rei naturalis a materia sensibili individuali, non autem a materia sensibili
communi» [corsivo mio]. Come possiamo vedere manca una fondamentale
distinzione tanto in Host quanto in Dolce.
211
Cfr. ibid., I, q. 84 (Utrum anima cognoscat corpora per intellectum),
a. 1: «Et ideo [Plato] existimavit quod oportet res intellectas hoc modo in seipsis
subsistere, scilicet immaterialiter et immobiliter. Hoc autem necessarium non
est. Quia etiam in seipsis sensibilibus videmus quod forma alio modo est in uno
sensibilium quam in altero (...) Et per hunc etiam modum forma sensibilis alio
modo est in re quae est extra animam, et alio modo in sensu, qui suscipit forma
sensibilium absque materia, sicut colorem auri sine auro. Et similiter intellectus
species corporum, quae sunt materiales et mobiles, recipit immaterialiter et
immobiliter, secundum modum suum: nam receptum est in recipiente per
modum recipientis».
212
Cfr. ibid., I, q. 84 (Utrum anima intelligat omnia per species sibi
naturaliter inditas), a. 3: «deficiente aliquo sensu, deficit scientia eorum, quae
apprehenduntur secundum illum sensum; sicut caecus natus nullam potest
habere notitiam de coloribus. Quod non esset, si animae essent naturaliter
inditae omnium intelligibilium rationes. Et ideo dicendum est quod anima non
conoscit corporalia per species naturaliter inditas»; e ibid., a. 4: «Ad primum
ergo dicendum quod species intelligibiles quas partecipat noster intellectus,
reducuntur sicut in primam causam in aliquod principium per suam essentiam
intelligibile, scilicet in Deum. Sed ab illo principio procedunt mediantibus
formis rerum sensibilium et materialium, a quibus scientiam colligimus».
213
Cfr. ibid., II, II, q. 173 (Utrum in prophetica revelatione imprimatur
divinitus menti prophetae novae rerum species, vel solum novum lumen), a. 2:
«Repraesentantur autem menti humanae res aliquae secundum aliquas species:
et secundum naturae ordinem, primo oportet quod species praesententur sensui;
secundo, imaginationi; tertio, intellectui passibili, qui immutatur a speciebus
phantasmatum secundum illustrationem intellectus agentis».
84 LODOVICO DOLCE

esse sono da essa imaginazione riconosciute: che è proprio ricor-


darsi214. Da che chiaramente si comprende come la somiglianza
della cosa, della quale si vuol ricordare, se si paragona alla stessa
anima e al modo con che si toglie da essa cosa, ragionevolmente si
chiamerà specie. Ma è detta idolo, quando niun’altra cosa che se
stessa dinota; ché, come scrive Cicerone in quello de’ fini de’ Beni e
de’ Mali, idoli sono vane imagini215. Onde possiamo similmente
quelle figure, che non ci significano altro che se stesse, nomare
idoli: come ponendo una vesta per una vesta. Simolacro è propria-
mente detto una finta imagine di alcuna cosa: come per un goloso
o divoratore imaginandomi un lupo, questo potrò dir simolacro
d’uno insaziabile mangiatore. Oltre a ciò la somiglianza s’indrizza
alla imagine. Onde dice l’autor sovra detto della Rhetorica: «Perché
è mistiero che le imagini siano somiglianze delle cose, dobbiamo
elegger quelle somiglianze che ci son note»216. E ciò nel vero è ben
detto, percioché il concetto dell’intelletto è somiglianza della cosa
intesa217, essendo che vi entra alcuna similitudine fra la parte che
conosce e fra quella che cade sotto la cognizione. E dice San
Thomaso: «Alcuna somiglianza è come principio, e questa è detta

214
G.M.A. CARRARA, De omnibus ingeniis augendae memoriae, I, ed. cit.,
103: «Igitur si philosophorum sententias interius perscrutemur, ad memoran-
dum quattuor motus concurrent. Primum, est motus spirituum qui a cogitativa
ad memorativam figuras transportat. Alterum, est pictura fixioque figurarum
in ipsa memorativa. Tertium, est reportatio earum a spiritibus a memorativa ad
cogitativam. Quartum, illa est actio qua eas cogitativa recognoscit; que proprie
est memorari».
215
Le imagines, «quae [Graeci] eidwla nominant», collocate in luoghi
opportuni hanno il potere di suscitare emozioni vane ma ugualmente molto
forti e quindi facilmente memorabili: «Tanta vis admonitionis inest in locis; ut
non sine causa ex iis memoriae ducta sit disciplina. (...) Nam me ipsum huc
modo venientem convertebat ad sese Coloneus ille locus, cuius incola Sophocles
ob oculos versabatur, quem scis quam admirer quamque eo delecter. Me quidem
ad altiorem memoriam Oedipodis huc venientis et illo mollissimo carmine
quaenam essent ipsa haec loca requirentis species quaedam commovit, inaniter
scilicet, sed commovit tamen» (CICERONE, De finibus bonorum et malorum, I, 6,
21 e V, 1, 2-3, corsivi miei).
216
Rhetorica ad C. Herennium, III, 20, 33: «Quoniam ergo rerum similes
imagines esse oportet, ex omnibus rebus nosmet nobis similitudines eligere
debemus».
217
Cfr. TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, I, q. 27 (Utrum aliqua
processio in divinis generatio dici possit), a. 2: «Sic igitur processio verbi in
divinis habet rationem generationis. Procedit enim per modum intelligibilis
actionis, quae est operatio vitae: et a principio coniuncto, ut super iam dictum
est; et secundum rationem similitudinis, quia conceptio intellectus est similitudo
rei intellectae».
DIALOGO DELLA MEMORIA 85

esemplare»218. Né sempre è mistiero che la somiglianza sia d’ogni


cosa, quando ella esce del nostro proponimento. Percioché le più
volte basta la proporzione, massimamente fra le cose corporali e
spirituali. Ché, se io porrò il Sole per IDDIO, assai bastevolmente
ecciterà in me la memoria la proporzione che in ciò reco a questi
due. Ché, sì come DIO, tutte le cose governando, solo di tutto ha
in mano il freno219, così parimente il Sole, solo più che ciascun’altra
stella o pianeta, illumina tutto il mondo, essendo che da lui tutte le
altre stelle e pianeti prendono il lume loro. Figura e forma essere
quasi una cosa medesima, o l’una all’altra vicina, lo abbiamo da
San Thomaso220. Ma figura è detta da questo verbo Latino «fingo»,
la quale dà termino alla quantità. E la forma dà l’essere specifico
alla cosa che si fa. Onde la specie, che si cava dalla cosa, imaginata
nel luogo, per via di similitudine potrà dirsi o figura o forma, se-
condo che noi o ad una o ad altra guisa qualificata ce la formiamo.
Idea, secondo Santo Agostino, possiamo latinamente dire o forma
o specie, percioché ella si deriva da «eidos», voce Greca che specie e
forma dinota221. Et è, come dice San Thomaso, la forma dell’esem-
plare per cui si fanno le cose e si conosce quello che è nella mente
dell’artefice222. E, secondo il tenor di queste parole, lo stesso esemplar
di far le imagini di ciò che vogliamo ricordarci, Idea si direbbe. Ma

218
Cfr. ibid., I, q. 35 (Utrum imago in divinis dicatur personaliter), a. 1:
«Ad primum ergo dicendum quod imago proprie dicitur quod procedit ad
similitudinem alterius. Illud autem ad cuius similitudinem procedit proprie
dicitur exemplar, improprie vero imago».
219
Cfr. PETRARCA, Canzoniere, CXXVIII, 17-18: «Voi cui Fortuna à posto
in mano il freno De le belle contrade».
220
Cfr. TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, I, q. 7 (Utrum Deus sit
infinitus), a. 1: «Ad secundum dicendum quod terminus quantitatis est sicut
forma ipsius: cuius signum est, quod figura, quae consistit in terminatione
quantitatis, est quaedam forma circa quantitatem».
221
AGOSTINO, De diversis quaestionibus octoginta tribus, quaestio 46 (De
ideis), in La vera religione, a cura di G. Ceriotti, Roma, Città Nuova 1995, 84:
«Ideas igitur latine possumus vel formas vel species dicere, ut verbum e verbo
transferre videamur. Si autem rationes eas vocemus, ab interpretandi quidem
proprietate discedimus; rationes enim Graece lógoi appelantur ideae».
222
Cfr. TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, I, q. 15 (Utrum ideae
sint), a. 1: «Idea enim graece, latine forma dicitur: unde per ideas intelliguntur
formae aliarum rerum, praeter ipsas res existens. Forma autem alicuius rei
praeter ipsam existens, ad due esse potest: vel ut sit exemplar eius cuius dicitur
forma; vel ut sit principium cognitionis ipsius, secundum quod formae
cognoscibilium dicuntur esse in cognoscente. (...) sicut similitudo domus
praeexisti in mente aedificatoris. Et haec potest dici idea domus: quia artifex
intendit domum assimilare formae quam mente concepit».
86 LODOVICO DOLCE

noi usiamo questi termini indifferentemente; nondimeno con più


usata voce diciamo imagini, come è presso Cicerone e Quintiliano
e quasi tutti i moderni. Et è propriamente imagine, come dice lo
stesso San Thomaso, la cosa che procede a somiglianza da un’al-
tra223; il quale afferma esser due maniere d’imagini: l’una che è in
un’altra pienamente, cioè nella medesima natura, come il figliuolo
è imagine del padre224. Et a ciò fare afferma che richieggiono spe-
cialmente tre cose: somiglianza, origine et equalità. L’altra è imper-
fetta, cioè nell’altrui natura: come una statua, che rappresenti Cesa-
re, la quale «imagine di Cesare» chiamiamo225. E questa cotal sorte
più ci conviene, perché non sempre ci è lecito di adoperar le pro-
prie. Onde tutto quello per la cui notizia conserviamo la memoria
d’un’altra cosa, la quale ci vien dai luoghi, diciamo imagine. Ché sì
come quella somiglianza, che ci dà contezza dell’aspetto di un Re,
alla maggior parte piacque di chiamare «imagine di esso Re», così
quella cosa per cui d’un’altra ci ricordiamo chiamiamo imagine del-
la stessa cosa; percioché la imagine è somiglianza e segno di quello
che vogliamo porre ne i luoghi. E, secondo Cicerone, le imagini
non sono altro che intendimento della materia. Ché, sì come la
figura dell’anello o del soggello riman nella cera senza che vi riman-
ga la materia di esso soggetto, così anco la memoria riceve in sé
dalla parte sensibile la somiglianza overo dipintura senza materia226.
Di qui la memoria non si esercita d’intorno la cosa ma d’intorno
alla somiglianza di lei. Là onde farassi buonissima ella per via delle
proprie imagini delle cose che siano simiglianti a esse cose.

223
Ibid., I, q. 35 (Utrum imago divinis dicatur personaliter), a. 1: «Ad
primum ergo dicendum quod imago proprie dicitur quod procedit ad
similitudinem alterius».
224
Cfr. PETRARCA, Rerum Familiarium Libri, XXIII, 19, ed. cit., IV, 206:
«curandum imitatori ut quod scribit simile non idem sit, eamque similitudinem
talem esse oportere, non qualis est imaginis ad eum cuius imago est, que quo
similior eo maior laus artificis, sed qualis filii ad patrem».
225
Cfr. TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, I, q. 35 (Utrum nomen
imaginis sit proprium Filii), a. 2: «Ad tertium dicendum quod imago alicuius
dupliciter in aliquo invenitur. Uno modo, in re eiusdem naturae secundum
speciem: ut imago regis invenitur in filio suo. Alio modo, in re alterius naturae:
sicut imago regis invenitur in denario. Primo autem modo, filius est imago
patris; secundo autem modo dicitur homo imago Dei».
226
Cfr. PLATONE, Teeteto, 191c-d (traduzione a cura di G. Cambiano per
l'ed. Utet, Torino 1987): «Ammettimi allora ai fini dell’argomentazione che
nelle nostre anime sia insito un blocco di cera, in uno più grosso, in un altro più
piccolo, e in uno di cera più pura, in un altro più sozza, e più dura, ma in alcuni
più umida e in altri invece di giusta consistenza. (...) Diciamo dunque che esso
sia un dono della madre delle Muse, di Mnemosine, e che in esso, sottoposto
DIALOGO DELLA MEMORIA 87

FABR. Ciò basti intorno alla diffinizione; aspetto che tu ragioni del
partimento di queste imagini.
HOR. Oltre a questo, perché le imagini, alcune pienamente e con
più chiarezza, altre imperfettamente e con più oscurità rappresen-
tano la cosa imaginata, si fanno di esse molti altri partimenti o per
rispetto alla materia di cui elle sono, o de i modi con che si forma-
no. Ma, quanto appartiene a conservar la memoria, è bisogno che
vi siano due somiglianze: l’una delle cose, l’altra delle parole227. E sì
come Sibuto non vuol che le ultime (che alcuni chiamano di voca-
boli, o diciamo voci o parole) se rechino all’oratore, così quelle
cose (che da Quintiliano sono chiamate delle sentenze, e da altri
delle orazioni o proposizioni) afferma esser proprie de’ Rhetori228.
E ciò stimo mosso da questa cagione: ché Marco Tullio dice che
noi riceviamo maggior peso e più fatichiamo il nostro ingegno,
alhora che cerchiamo di ridursi a memoria partitamente ogni
paroluccia229; percioché basta quando sommariamente la memoria
si sveglia con la imagine delle parole. E questa imagine è così discritta
da alcuni: la imagine della parola è somiglianza del termino in tut-
to o in parte somigliante all’istesso, secondo ch’è appreso dalla me-
moria. Ma (come dice Cicerone) si isprimono le imagini delle cose
quando si pongono le imagini de gli effetti 230. E ciò alle volte fac-
ciamo per via d’un solo simolacro, a guisa di coloro che per ricor-
darsi d’alcuna loro faccenda, o persona, o altro, si fanno un nodo

alle sensazioni e ai pensieri, si imprima qualsiasi cosa noi vogliamo ricordare di


quelle che abbiamo visto o udito o pensato da noi stessi, come quando impri-
miamo segni di sigilli; e che ciò che vi sia impresso, lo ricordiamo e lo sappiamo
finché la sua immagine resti impressa, mentre ciò che si sia cancellato o non sia
più in grado di imprimervisi, lo dimentichiamo e non lo sappiamo». Su questa
famosa similitudine platonica si vedano H. BLUM, Die antike Mnemotechnik, ed.
cit., 63-67 e J. PENNY SMALL, Wax Tablets of the Mind. Cognitive studies of memory
and literacy in classical antiquity, London-New York, Routledge 1997.
227
Rhetorica ad C. Herennium, III, 20, 33: «Duplices igitur similitudines
esse debent, unae rerum, alterae verborum».
228
Cfr. GEORG SIBUTUS, Ars Memorativa, ed. cit., c. 5v: «Imagines rerum
similitudines apud Fabium Quintilianum duplices accepimus verborum quasdam
minime oratori suadendas et quasdam sententiarum oratori perproprias in quibus
ipse dicendi fons non omnis artis vim posteritate persuasit».
229
Cfr. Rhetorica ad C. Herennium, III, 21, 34: «Cum verborum
similitudines imaginibus ex-primere volemus, plus negotii suscipiemus et magis
ingenium nostrum exercebimus».
230
Ibid. , III, 20, 33: «Rerum similitudines exprimuntur, cum summatim
ipsorum negotiorum imagines comparamus».
88 LODOVICO DOLCE

nel cinto o nel mocichino231; e così a quello riguardando, quanto


vogliono oltre loro soviene. Più232, la imagine della cosa (come al-
cuni vogliono) è quella per la quale non tanto il parlamento 233 an-
diamo considerando quanto la cosa che da lui è significata, in guisa
che più apparisca che da noi si ricerchino i concetti delle parole che
esse parole, per le quali gl’istessi concetti si spiegano. Queste imagini
adunque si vanno variando, sì come varie sono le cose di che pro-
cacciamo di ricordarci: cioè le semplici lettere, le sillabe, le parole,
et anco le cose, o le composte in molte guise. Le quali, se indrizziamo
a colui che dèe tenerne a memoria, queste serba egli impresse otti-
mamente e quelle debolmente. E per ischifar un cotal pericolo pren-
derai le imagini vive secondo la sostanza; o quelle cose che adope-
rano le vive, come sono istrumenti; overo che alcuna cosa operino
intorno alle vive. Se noi vogliam partir le imagini secondo quattro
guise di cose, è mestiero che le dividiamo in quattro forme: percioché
o vogliamo ricordarci delle cose o delle loro voci, e così secondo la
condizion dell’oggetto come materia. La seconda division si pren-
de dalla forma che loro si dà: che ‹è› che elle abbiano buone circo-
stanze, essendo che, alla guisa che fanno i colori, più o meno ci
allettano; onde, più destandoci la maraviglia l’una che l’altra, per
diverse vie siamo eccitati a quello che esse significano. Potrassi anco
fare una terza divisione da questo: che alcune ci fanno avere uno
asseguimento, o vogliamo dire acquisto, del fine, fermo, chiaro e
distinto, et operano nella memoria una debita conservazion delle
specie che vi tralucono; specialmente per questa cagione: che, fer-
mamente impressevi et imaginate secondo le loro condizioni, l’uf-
ficio loro ben forniscono, e caggiono debolmente o per la cattiva
disposizione o per essere impresse malamente. Ma se nel fine se-
condo i modi del fare si distingueranno, alcune chiameremo pro-
prie: quali si fanno per via di somiglianza, per collegamento, e per
una catena et arte di raccòr le parole234. Le altre nomaremo metafo-
riche: ove cioè entrerà il paragone, il fingimento, la translazione,
l’iscrizione e le altre così fatte che più chiaramente si spiegheranno.

231
mocichino: ‘fazzoletto da naso’. Cfr. BOCCACCIO, Decameron, VIII, 2,
9: «e oltre a ciò era quella che meglio sapeva sonare il cembalo e menar la ridda
e il ballonchio, quando bisogno faceva, che vicina che ella avesse, con bel
moccichino e gente in mano».
232
Più: traduce «autem», ‘poi, inoltre’.
233
parlamento: ‘nome, parola’.
234
Nel delineare le caratteristiche delle immagini di memoria si ricorre
qui alle quattro forme della nozione di causalità esposte da Aristotele: causa
materiale, causa formale, causa efficiente e causa finale.
DIALOGO DELLA MEMORIA 89

Così il modo di queste divisioni apparirà più lucido inanzi. Percioché


la maniera del formare dimostrerà come la materia da esser ricor-
data sia varia, e la imagine di ciascuna; la qual maniera, secondo la
diversità delle cose delle quali ci farà mestiero serbar memoria, as-
segneremo parimente diversa235. Hora, affine che più agevole e più
presta sia la cognizione, andremo investigando le condizioni delle
imagini, le quali ricerchiamo esser ben disposte.
FABR. Stimo che questo giorno sarà da me molto ben impiegato.
HOR. Essendo il nostro proponimento di destare la memoria natu-
rale a conservare e ritenere le cose che disideriamo, e non si facen-
do ciò per via di mezi usati, frequentati e pestati continovamente;
et appresso a ciò c’impedirebbe la equivocazione, la moltitudine, e
la oziosità; e se altre vi sono cattive condizioni, debbono somma-
mente esser cacciate dalle contrarie. Abbiamo adunque di sopra
detto che le imagini vogliono esser vive, essendo che elle operano
alcuna cosa intorno alle cose inanimate. Ma le ociose poco sogliono
mover la memoria, se intorno a quelle non si fa alcuno effetto. E
così tu schiferai gli altri pericoli, se concederai che le imagini ab-
biano quegli accidenti che loro sono commodi. Quanto alla quan-
tità e grandezza loro, non vogliono esser (come s’è detto de’ luo-
ghi) picciole, percioché le cose picciole non sogliono commovere
altrui e non lasciano che ben si possano vedere (come sarebbono
punti, athomi e cose simili; essendo ciò sì picciola cosa, che a pena
può, o debolmente, muovere il senso). Né parimente potrà
commover la fantasia bastevolmente, onde s’imprimerà malamen-
te. È vero che’l Ravenna volle rimediare a questo con la copia di
così fatte minutissime cose: come ponendo per una formica molte
formiche, che ascendessero o discendessero da un arboro, e così
invece di un pulice più pulici236. E perciò non ti piglierai la imagine

235
Si tenga a mente la lezione di QUINTILIANO, Institutio Oratoria, IX, 2,
63: «Gaudet enim res varietate, et sicut oculi diversarum adspectu rerum magis
detinentur, ita semper animis praestat, in quod se velut novum intendat».
236
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed.
cit., c. 7r: «Sed acutissimi iuvenis dicet quod haec praecepta non sunt omni ex
parte perfecta: formica in loco posita se movet non tamen propter sui parvitatem
commovebit granum piperis in manu motoris positum etiam non excitabit;
fateor hoc si formica sola collocetur sed multitudinem formicarum ascendentium
et descendentium arborem in loco ponam. Quod ergo formica sola facere non
potest, faciet multitudo et amicus etiam in loco multa grana movebit. Instabit
etiam ingeniosus iuvenis: pulex saltat nec commovet multitudo autem bene
collocari non potest; sed pro pulice amicum pulicem capientem collocabo; et
90 LODOVICO DOLCE

di eccessiva grandezza percioché, sì come l’occhio non sopporta


l’improporzionato splendor del Sole, come Aristotele afferma della
civetta237, così la imaginazione non comprende la improporzionata
somiglianza della cosa di cui abbiamo a ricordarci: non potendo
esser cosa (per così dire) fantasibile che non sia sensibile; e l’obietto
che trascende guasta il senso. Quanto altresì al numero delle imagini,
vi ha da essere un numero convenevole accioché non ci travagli
l’animo o l’esser elle più poche di quello che è necessario overo di
soverchio. E perciò in uno stesso luoco non ve ne poniamo più di
quello che serve allo intento e significhi lo stesso238. Come per la
Guerra potremo poner due o più che combattono. Ma nel medesi-
mo luoco non quadrarebbono le imagini della Giustizia, della Ca-
stità e di cose simili; altrimenti la confusione, che239 partorirebbe le
similitudine de’ luoghi, farebbe parimente il non distinto accop-
piamento delle imagini. Nondimeno alle volte non sarà nocevole a
collocar più parti d’una imagine in un luoco. Il Ravenna non dubi-
tava delle cose, le quali egli voleva a lungo raccordarsi, commetter
più imagini a un solo loco240. Il che non del tutto riprovarei, ove si
aggiungesse una salda e forte impressione e ‹un› continovo ripiglia-
mento, e fosse di quelle un ordine tale che elle, insieme collegate e
poste, paressero formare una catena di comuni azioni. E nel vero il
riguardarsi le figure l’una l’altra scambievolmente molto utile ap-
porta alla memoria: come se vedendo io Pietro operar qualche ef-
fetto con Paolo, è mistieri che non solamente dell’uno ma di
amendue mi sovenga. E benché ci ricordiamo più agevolmente di
poche cose che di molte, (e perciò ci convenga schifar l’inutile ac-
crescimento) non perciò debbono esser così menome e poche le

ego saepissime pro pulice excellentissimum omnium aetatis nostrae medicum


Magistrum Gherardum Veronensem posui quem semel capientem pulicem
aspexi». Il personaggio, inserito da Pietro nell’immagine mentale, è forse quel
Girardi (o Guardi) «eximii doctoris artium et medicinae magistri», autore di un
breve trattato quattrocentesco sull’arte della memoria (riportato integralmente
nell’Appendice II di P. ROSSI, Clavis universalis, ed. cit., 295-300).
237
Cfr. ARISTOTELE, Metafisica, II, 1, 993b: «Ma quantunque la difficoltà
si determini in due maniere, forse nel caso presente bisogna individuarne la
causa non già nella realtà oggettiva, bensì in noi: come infatti gli occhi dei
pipistrelli si comportano di fronte alla luce del giorno, così anche la parte intel-
lettiva della nostra anima si comporta di fronte alle cose che, per natura, sono
della massima evidenza». Come possiamo vedere, il Dolce (e con lui anche Host,
che parla di noctua) sostituisce il pipistrello aristotelico con una civetta, altro
animale esemplarmente notturno.
238
significhi lo stesso: ‘offra un senso allo stesso intento’.
239
che: complemento oggetto.
240
Cfr. nota 200.
DIALOGO DELLA MEMORIA 91

imagini che non possano empier l’ufficio loro. Schiferemo anco il


soverchio, se formeremo una imagine che operi quello che servi a
molte imagini, di maniera che con la sua azione rechi a noi tutto il
concetto; anzi per l’arte (dirò così) del dizionare, che vuol dire del
raccoglimento delle parole, si leva il medesimo vizio, come inanzi
si vedrà meglio. Et anco, perché la moltitudine non turbi l’animo,
ci si rimedia col collegar per via della considerazione gli accidenti
ne’ soggetti: di che eziandio dirò più oltre. Oltre a ciò, se una delle
cose opposte appresenti l’altra o se vogliamo adoperar la metafora.
E quando de gli effetti delle cose che si attribuiscono alle persone,
i quali si possono attribuir per metafora, si trovi alla cosa non cor-
porale l’habitudine non appropriabile; alhora prendiamo la cosa
non corporale, overo la somiglianza, a dinotar la incorporale. Schifasi
eziandio quella soverchia moltitudine d’imagini col suono della
voce, di maniera che in vece di questo verso
Havrai ogni cosa in voce, in fatti nulla
e parimente questi
Quante conche hanno i liti,
Ha tante doglie Amore241
si ponga una fanciulla, la quale io conobbi, che sempre faceva una
tal risposta a coloro che la ricercavano. Ma con tutto ciò, se vuoi
metter molte imagini in uno stesso luoco, è necessaria cosa che in
ciò consideri l’ordine. Il che sia porre quelle per ordine all’in su,
l’una sopra l’altra: come per esempio tu imaginerai Camillo, che
giaccia in terra, e Torquato, standogli sopra, l’offenda, e per questa
cagione venga battuto da Ottavio, e quivi sopraggiunto un comune
amico, procacci di partirgli l’uno dall’altro. Quello che sarà vicino
alla terra avrà il primo luoco, e così andrà seguitando di mano in
mano. Potrassi anco fare che Camillo tocchi il luoco, stando appog-
giato al muro, et inanzi a lui sieda Torquato; così Ottavio pieghi le
ginocchia, e’l comune amico si giaccia in terra. Oltre a ciò potrassi
in un luogo fingere un altare et appresso con bello ordine quello
che a ciò conviene: overo un cenatoio con una tavola apparecchiata
con ottime vivande, alla quale gl’invitati ordinatamente siedano242.

241
Non mi è stato possibile scoprire l’autore del primo verso; per il secon-
do si veda OVIDIO, Ars amatoria, II, 517-519: «Quot lepores in Atho, quot apes
pascuntur in Hybla, Caerula quot bacas Pallidis arbor habet, Litore quot conchae,
tot sunt in amore dolores».
242
Cfr. JACOPO RAGONE, Artificialis memoriae regulae, ed. cit., 40: «Si vero
volueris in uno loco plures imagines simul collocare, oportet quod accurate
92 LODOVICO DOLCE

FABR. Da ciò io posso comprender che possiamo imaginarci qua-


lunque cosa, pure che si serbi ordine e convenevole quantità.
HOR. Verrò adunque alla qualità de’ luoghi che possano risvegliare
e conservare la memoria. In che, come dice Cicerone, ciò che biso-
gni osservarsi è a noi insegnato dalla natura. Percioché, vedendo
noi cose picciole, e le quali siamo usi a vedere, non ne solemo tener
memoria; percioché l’animo non è mosso se non da cosa grande e
maravigliosa. Ma se all’incontro vediamo o udiamo alcuna cosa
che sia pienamente sozza e pienamente bella, sopramodo dishonesta
o honesta, incredibile, grande, e ridicola, di questa a lungo abbia-
mo costume di ricordarci243. Là onde vuol Sibuto che si facciano
imagini grandi e che movano al riso244. Ma Pietro da Ravenna le
ricerca non solo rare e maravigliose ma disusate, giocose, horrende,
di bello, di brutto aspetto, e che alcuna cosa facciano245. Al cui
parere Publicio quasi si conforma, ordinando che elle siano
maravigliose, dilettevoli, timorose, o che qualche altra notabile

notes ordinem situandi eas in loco illo, ut recte scias memorari eo ordine quo
illas locaveris, ne loco prime tertiam recitares imaginem, quod esset ridiculum
et confusio magna; et hoc apprime per triplicem ordinem facere poteris, videlicet
per ordinem terre per ordinem mense et per ordinem loci. Ordo terre est servare
situm elementorum, ut id quod est magis prope terram sit primum et quod
super ponetur illi sit secundum et sic ascendendo ut libuerit, et est pulcher
modus, modo scias ut apposite imagines inter se agant aliquid ridiculosum vel
crudele et cetera. (…) Ordo loci est ponere iuxta murum verbi gratia Franciscum
qui erectus stet (…) et post ipsum Franciscum pone Albertum aut alium sicut
daretur tibi ad recitandum, et habeas cordi quod omnes iste imagines aliquid
operentur (…). Ordo vero mense est imaginari unam mensam in medio duorum
banchorum. Unum sit iuxta murum alterum extra, in quo bancho ab extra
poteris, si expediens erit, locare tres vel quattuor aut plures imagines sicut in
bancho quod pones prope murum».
243
Rhetorica ad C. Herennium, III, 22, 35: «Docet igitur nos ipsa natura,
quid oporteat fieri. Nam si quas res in vita videmus parvas, usitatas, cottidians,
meminisse non solemus propterea quod nulla nova nec admirabili re commovetur
animus: at si quid videmus aut audimus egregie turpe, inhonestum, inusitatum,
magnum, incredibile, ridiculum, id diu meminisse consuevimus».
244
Cfr. GEORG SIBUTUS, Ars Memorativa, ed. cit., c. 6v: «Placuit igitur ut
hic de his breviter sentire: quod partim in verbis et partim in sentetiis adolescentiae
meae exercitium hausisse, cum ubilibet eas raras et ridiculosas eae oportebit et
per notitiam aut historiam imaginatas».
245
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed.
cit., c. 7v: «Imago igitur in loco talis poni debet quae se moveat; si non potest,
ab alio moveatur: rem talem in manu alicuius motoris ponas ut ex motu illo
memoria naturalis commoveatur»; cfr. anche c. 7r: «si cito meminisse cupis,
virgines pulcherrimas colloca: memoria enim collocatione puellarum mirabiliter
commovetur et qui vidit testimonium perhibuit».
DIALOGO DELLA MEMORIA 93

passione dimostrino246. Et aggiungono alcuni che elle si formino


proprie e distinte, e tali che solamente commovino la memoria
naturale. Ché per questa cagione è trovata questa arte: la quale
perciò chi sola vorrà usar ne’ suoi continovi studi, a costui altri-
menti non averrà di quello che soglia avenire a quegli i quali il
corpo con continove medicine indeboliscono e gli fanno perdere le
forze e’l vigore della natura. Avrai dunque per regola che la imagine
sia maravigliosa, dilettevole, ridicolosa, o crudele, di rara qualità, e
timida, maravigliosa, cioè di gesto atroce e crudele, di volto che
appresenti aspetto di chi stupisce, e ripiena di tristezza; o altrimen-
ti comunque vuoi singolare in guisa che, se la natura non si conce-
derà di vederne tale, si formi almeno col nostro pensiero e con la
imaginazione247. In che molto giova la forma e la rappresentazione.
Percioché dobbiamo formar le imagini che abbiamo nella mente
con certe linee et attitudini del corpo proprie e convenevoli alle
loro qualità e condizioni in modo che anco l’interno rappresenti-
no: come per esempio per un vecchio fingeremo un huomo tre-
mante, di corve spalle, che paia che gema, con le labbra pendenti,
con la barba bianca, lunga, e squallida, e co’ capegli rari e pur ca-
nuti. Allo ’ncontro per un bel giovane ricercheremo una forma
graziosa et una statura convenevole, e lo faremo di viso alquanto
lunghetto co’ capegli inanellati, con delicate mani, e tale che dimo-
stri vivezza ne’ gesti248. E così serberemo la qualità e la convene-
volezza di ciascuna età e di ciascun sesso. Oltre a ciò è da cercarsi

246
Cfr. JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, II, ed. cit., c. 5v: «Magna
quippe incredibilia, invisa, nova, rara, inaudita, flebilia, aegregia, turpia, singularia
ac pervenusta menti et memoriae nostrae ac recordationi plurimum conferunt».
247
Cfr. ANONIMO, Tractatus solemnis artis memorativae, ed. cit., 293: «Et
premicto pro generali regula imaginum collocandarum quod in locis semper
collocandae sunt imagines cum motu et acto ridiculoso crudeli admirativo aut
turpi vel impossibili sive alio insueto. Talia enim crudelia vel ridiculosa aut
insueta sensum immutare solent et melius excitare eo quod animus circa prava
multum advertat». Un esempio di immagine memorabile per la sua singolarità
ce lo offre il Carrara nel De omnibus ingeniis augendae memoriae, cap. I, ed. cit.,
115: «in ore asini rabidi caput Antonii constituam, morsibus fere ossa confringi,
cruorem effluere illum auxilia petere, et passis palmis vociferare: fieri non poterit
ut, cum voluero, non videam hunc oculis mentis mee et reddere Antonium
nesciam repetenti».
248
Cfr. JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, II, ed. cit., c. 5v: «Ut sic senem
hic artis gratia effingamus: tremulum, incurvum, gementem, labiis dimissis in
cano mento, iam mucidum nasum tergentem. E contrario laeta iuventus
excogitabit: corpis nostri pulchritudo et feditas sic indagabitur. Ut colli longitudo,
capillorum, digitorum et totius corporis proceritas admirationem nobis et stu-
pore praestant».
94 LODOVICO DOLCE

(benché a chi serberà queste qualità possono bastar questi due esem-
pi) che appariscano in qualunque animale certi come segni, che
dimostrino i propri affetti naturali: come che il lupo paia divoratore,
il lepro timido, la capra fugace, la giovanezza allegra, la vecchiezza
trista, il giovanetto prodigo, la donna avara, l’huomo liberale, la
fame pallida. Et in tal guisa si potranno pigliar quasi infinite quali-
tà di cotali imagini dai Poeti, i quali specialmente le discrivono249.
Et alle volte lo possiamo apprender dalle historie o da alcuno che
ce lo racconti: come che Homero fosse beone250, vergognoso e tem-
perato Virgilio, crudele Nerone, e Cesare clemente e liberale; le
imagini de’ quali potremo formar dalla qualità di quelle che vedu-
to abbiamo.
FABR. È agevole a serbar sì fatte qualità, convenevolezze, e condi-
zioni.
HOR. Poscia che abbiamo dimostro che le imagini non vogliono
starsi ociose, percioché elle in tal guisa non movono l’animo, è
perciò mistieri che le medesime da se stesse o per altra cagione si
movano con certo notabile dimostramento di bellezza, di bruttezza,
di ridicolo o di altra cosa segnalata e principale; senza le quali
condizioni poco o nulla si manifesterebbe la nostra imaginazione.
Porremo dunque sempre le imagini con movimento, atto, o gesto,
crudele, ridicolo, bello o sozzo, non consueto, insolito; e così fatte,
degne di ammirazione, le quali ci commovano la mente e l’animo.
Il che le cose che non hanno spirito non farebbono, se non le
ponessimo in mano di alcuno che lor desse il movimento, affine
che per esso movimento in noi la memoria si desti. Onde se la
natura non ci porge in ciò quello che è necessario, a ciò supplisca il
nostro pensiero e discorrimento, ammettendo le imagini sensate e
che facciano alcuno effetto notabilmente. Onde è da avertire che la
imagine operi qualche cosa o nel luoco o presso il luoco; e

249
JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, II, ed. cit., c. 6r: «Accedit secunda
signi species nobis quoque notatio. Qua naturales affectus in medium afferimus.
Sic enim cuiusque aetatis et animalis cuiusque passiones evolvamus. Voracem
lupum, timidas dammas, timidosque lepores, caprasque fugaces, laeta iuventus,
tristis senectus, prodiga adolescentia, avarissimae mulieres, liberales viri dicunt.
Huic rei diffinitionum ratio plurimum opitulabit, nec minus poetice
descriptiones».
250
Cfr. Sermoni, altrimente satire e le morali epistole di Horatio ridotte da
Messer Lodovico Dolce, epistola XIX (a Mecenate), ed. cit., 239: «Se a l’antico
Cratin porgete fede (...) Et ecco è riputato Beone Homero, perché molte volte
Ne’ suoi Poemi ha celebrato il vino».
DIALOGO DELLA MEMORIA 95

specialmente se ve ne porremo una sola. Come per cagione di


esempio, se noi avessimo a ricordarci di Giovanni, è mistiero che
tu ti imagini alcun Giovanni, il cui nome ti sia noto per cagione di
amicizia o di nimistà, o per virtù o vizio, overo per qualunque altra
notabile cosa; e che egli faccia nel luoco alcuno segnalato effetto251.
O, se la cosa sarà inanimata, che egli operi intorno a quella: come
volendo ricordarsi di un libro è mistiero ch’io finga un libro nella
mano d’uno che legga. Percioché è necessario che la imagine faccia
o patisca alcuna cosa, ché le ociose imagini (come s’è detto) o poco
o nulla muovono. E così aviene che molto spesso per le parole usiamo
il gesto del corpo: come per la guerra, uno che combatta; e per la
scrittura, uno che scriva; e così di mano in mano. Il che agevolmente
osserveremo, accomodando a ciascuna persona proprie armi,
istrumenti et ufficii, imaginandoci quelle che a loro convengano e
sono consuete a cotali operazioni. E le medesime armi, istrumenti,
et offici, quando altrimenti non gli sappiamo, potremo pigliarli da
gli autori, i quali ce gli distingueranno pienamente. Percioché l’aratro
non è dicevole all’orefice ma al contadino; così un elmo, ‹una›
corazza, ‹una› spada, e sì fatti, si richieggono al soldato. E finalmente
a tutto nostro potere è da schifare che la Equivocazione, la quale è
madre (come dicono) de gli errori, la memoria non inganni. Come
avenne ad uno il quale, dovendo disputare et avendo posto per la
maggior proposizione un Leone e per la minor un Orso, poscia che
venne alle mani e gli fu argomentato contra, rispose: «Niego il Leone

251
Cfr. ANONIMO, De memoria artificiali adipiscenda tractatus, X, ed. cit.,
269: «Prima regula, de locatione nominum cognitorum. Quotienscumque
nomina cognita locare volueris, ita ut memoriter habere possis, ut puta, Johanes,
Petrus, Paulus, Andreas, Bartholameus, somme aliquem Johanem tibi cognitum
per amicitiam vel odium, quem ponas in primo angulo prime camere, qui cum
ense, aliquid novi aut terribile sive crudelle aut ridiculum operetur». Si vedano
anche JACOPO RAGONE, Artificialis memoriae regulae, ed. cit., 39: «et si tibi ad
recitandum dabitur nomen notum ut esset exempli causa Lodovicus, debes
mente tua accipere unum Lodovicum qui tibi sit familiaris, et si esse poterit sit
aliquo gradu insignis et eum ponas in tuo primo loco scilicet ad paternoster non
otiosum sed in motu ridiculoso vel alio ut supra» e LEONARDO GIUSTINIANO,
Regulae artificialis memoriae, in A. OBERDORFER, Le ‘Regulae artificialis memoriae’
di Leonardo Giustiniano, in «Giornale storico della letteratura italiana», LX,
1912, 123: «De similitudine. Quarta decima, cum per similitudinem, cum paria
omnino, cum eadem ipsa collocamus: ut si, dato hoc nomine: Petrus, aliquem
continuo ponas quem noveris, qui ita nominetur». Il testo del patrizio veneto
Leonardo Giustiniano (già poeta non trascurabile e oratore) risale al 1432 e si
offre emblematico a sintetizzare l’irrinunciabile matrice ciceroniana, il costante
rifiuto di approcci speculativi, l’impostazione schematica per formule e le fina-
lità di utilità pratica che caratterizzano i trattati di mnemotecnica del secolo XV.
96 LODOVICO DOLCE

e concedo l’Orso»; volendo inferire252: «niego la maggiore, concedo


la minore». Ma se sovente i poco esercitati s’ingannano, l’ingegno e
la memoria naturale si aiuta, come hai compreso, leggermente con
le nostre regole: come volendo ricordarci di questa voce «pietra»,
ponendo per lei un vero sasso, averrà ch’io pronunzierò pietra; ma
potrebbe anco avenire che io dicessi selce, perché la pietra o diciamo
sasso ha proporzione con questa specie che è selce; e così mi potrebbe
venire in mente una pietra di porfido, o di serpentino, essendo la
pietra, che è genere comune a tutte queste specie: e in questo modo
si viene a fare equivocazione, che è a prendere una cosa in iscambio
d’un’altra. E per più chiarezza io porrò una imagine che esprimerà
questa voce «cane»; se non vi aggiungerò altro, questa imagine non
distinguerà il cane, animale nostro domestico e caro (come era a
me il cane, che visse nella casa mia tredici anni), dal pesce marino e
dalla stella che gli Astrologi s’imaginano nel cielo.
FABR. Di grazia Hortensio, perché io so che hai nella morte di que-
sto cane composto un sonetto (sì come già il dotto Feliciano253
dettò alcuni versi latini) prima che tu vada più oltre, non ti sia
grave di recitarlomi.
HOR. Io son contento, non perché io creda che questo sonetto t’abbi
a piacere ma solo per dimostramento dell’amore ch’io portava a
così fatto cane.
Innocente animal, che notte e giorno
Fosti molt’anni a me fido compagno;
E in un momento, ond’io mi dolgo e lagno,
A la terra, onde uscisti, hor fai ritorno.
Se, come meco al mio queto soggiorno,
Ove de l’hore io fo picciol guadagno,
Stavi, qual mansüeto et humil agno,
Via più d’amor, che di bellezze adorno.
Potessi al par del mio desio lodarti:
Forse che fra le stelle hora udiresti,
Se dir conviensi, il più bel loco darti.
E poi, che scendi a i luoghi oscuri e mesti,
Mio stil non fora stanco in celebrarti
Sì, ch’eterno per fama ogni hor vivresti.

252
inferire: ‘significare’. Cfr. L. DOLCE, Il Ragazzo, atto I, scena I, in La
commedia del Cinquecento, a cura di I. Sanesi, Bari, Laterza 1912, II, 209:
«MESSER CESARE: Tu vuoi inferire che gli innamorati son pazzi, è vero?».
253
Su Felice Feliciano, antiquario veronese del Quattrocento, si veda
L’antiquario Felice Feliciano Veronese. Tra epigrafia antica, letteratura e arti del
DIALOGO DELLA MEMORIA 97

FABR. Il Sonetto è vago e facile. Ma seguita.


HOR. Io dico che nel far delle imagini, togliendole da che che sia, si
dèe usar convenevole somiglianza e proporzione. Così è necessario
serbare una devuta ethimologia, che diremo derivazione, appresso
una diritta sposizione, e proporzionata cognizion della voce o dicia-
mo nome. Parmi averti assai a bastanza ragionato della natura delle
imagini. Resta solo che le raccomandi fermamente alla memoria e
che spesso, reiterandole una et un’altra volta, le vada teco discorren-
do. Onde è mistiero che si tengano molto bene a memoria le forme
dell’Alfabeto, o diciamo lettere, il che si fa spesso ripigliandole. Ora,
come si facciano queste imagini diremo più inanzi.
FABR. Io mi appresto ad ascoltare.
HOR. Se vai teco ripigliando quello che ho detto, le imagini sono
somiglianze di cose o di parole. Le imagini delle cose facciamo in
tal guisa che vi adombriamo254 la somiglianza delle nostre faccen-
de, per la quale esse faccende sommariamente ci si rappresentino.
E prendiamo la memoria di qualunque nome o voce distintamen-
te, formandovi alcuna spezial nota. E questo tal modo si varia se-
condo la varietà delle parole. Le somiglianze loro o sono a noi note,
o non sono. Le note sono animate, e le ignote inanimate. Fra le
animate alcune sono comuni, et alcune proprie. Delle proprie altre
ne sono semplici cioè sole, et altre molte. E parimente delle comu-
ni alcune ne sono semplici, et altre si formano di molte parti, come
più inanzi si vedrà chiaro. Le une adunque tu intendi esser proprie,
e l’altre improprie255. Quelle che noi formiamo per somiglianza,

libro. Atti del Convegno di Studi, Verona 3-4 giugno 1993, a cura di A. Condò
e L. Quaquarelli, Padova, Antenore 1995.
254
adombriamo: lo si colga nel senso sfumato di ‘accenniamo, abbozzia-
mo’ o, più forzatamente, in quello negativo di ‘velare (cfr. Canzoniere, XI, 14),
offuscare e incantare (Dec., VIII, 7, 85)’, il termine introdotto dal Dolce nella
sua traduzione sembra sottolineare il carattere approssimativo della mimesi
mnemonica del reale. Cfr. L. DOLCE, Modi affigurati e voci scelte et eleganti della
volgar lingua, ed. cit., c. 123v: «Ombreggiare usò eziandio [il Petrarca] togliendo
questo verbo per metafora da i Pittori, che pongono l’ombre alle figure che
dipingono, facendosi la pittura di ombre e lumi. (...) Adombrare, il medesimo».
255
Cfr. ANONIMO, Tractatus solemnis artis memorativae, ed. cit., 293:
«Verborum quidem similitudines aliae sunt notae, aliae ignotae, notabilius aliae
animatae, aliae inanimatae. Animatarum quaedam propriae quaedam
communes. Propriarum quaedam duplices, quaedam simplices. Communium
vero tam animatarum quam inanimatarum quaedam simplices, quaedam ex
duabus pluribusne partibus constituuntur, de quibus omnibus dicetur inferius.
Et primo videndum est de nominibus propriis simplicibus et duplicibus».
98 LODOVICO DOLCE

per collegamento, per catena et arte di raccòr le parole, possono


esser commode e proprie. Et ancora, ché possiamo anco formarne
di proprie per paragone, fingimento, e traslazione; nondimeno
queste tali furono trovate da gli autori, perché specialmente servis-
sero alle metaforiche. E non avendo noi alle mani la propria imagine
della cosa, per via della somiglianza ne formiamo alcun’altra in
vece di lei: come sarebbe a discriver la qualità del corpo a diversi
modi. Notiamo ancora le proprietà della cosa, o interpretiamo il
suo nome, o apprendiamo la cognizion della parola dal suono. Oltre
a ciò comprendiamo l’effetto dalla cagione, e così la cagione dallo
effetto. Le armi somigliantemente e gl’istrumenti ci dinotano i lor
posseditori et artefici; così eziandio il movimento del corpo appor-
ta seco i suoi significati. In tal guisa ciascuna delle cose opposte
l’una per l’altra si conosce e, discorrendole, ciò reca giovamento
alla memoria. Parimente entrano gli accidenti ne i loro soggetti,
come anco le proprietà di che per essi ci ricordiamo, e da capo di
questi per quelle. Le cose notabili finalmente delle persone e de’
luoghi, overo delle cose, ci servono per le imagini di quello che
dinotano. Di che Publicio ci dà molti esempi, come vedremo più
inanzi. E quello che sia somiglianza, collegamento, catena, overo
arte di raccòr le parole, e parimente paragone, fingimento,
traslazione, inscrizione, o se si trovano altri modi del formar le
imagini, tosto sarà luogo di ragionare.
FABR. Ora seguite della significazion delle imagini.
HOR. Quando dunque ci piacerà di mandarci a memoria le sole
pure imagini delle cose (come sarebbe la terra, l’acqua, l’aria, il
fuoco, pietre, arbori, case, pesci, et animali bruti; e così fatti che da
se stessi ci rappresentano la loro imagine e non dinotano veruna
cosa di più del loro significato, e proprissime sono) serberemo gli
ordini detti. E potendo anco trovarne de’ tali, quali sono quelle che
abbiamo prese per metaforiche, è mistiero di rappresentarle altri-
menti da quello che le proprie sono dal proponimento nostro.
Percioché, volendo dinotar pel riso di Socrate un fiorito prato, al-
tra cosa significherà il riso: cioè una propria passion di Socrate o di
altro huomo; et altra cosa rappresenterà: cioè i fiori e la dilettevole
vista del prato. Ora a volte componiamo le voci che rappresentano
le imagini mescolate di parole e di cose. Onde derivano tre sorti
d’imagini: Reali, Vocali, e Miste. Quella chiamiamo imagine Vo-
cale, che ha almeno consonanza o diciamo conformità con la cosa
della quale ci vogliamo ricordare per quanto appartiene al nome;
che è, se io porrò per Paolo un altro che abbia tal nome; overo con
DIALOGO DELLA MEMORIA 99

perfetta somiglianza della voce, come sarebbe in vece di esso Paolo


una pala e di Pietro una pietra. La Reale è quando non v’interviene
parte della voce, benché alquanto si confaccia alla cosa: come po-
nendo per Paolo alcuno eccellente huomo, riguardevole di costu-
mi e di Santità, e pienamente dotto. Percioché costui, quanto allo
effetto, si conformerà con San Paolo, ancora che egli altro nome
avesse. La Mista è quando ne vò imaginando una che sia alquanto
simile e di nome e di effetto. Onde ciascuna imagine del nome
significherà la cosa, overo appresenterà la voce. Percioché la mate-
ria di cui vogliamo ricordarci è o voce o segno delle cose e delle
voci, come sono i segni de i numeri. E di qui secondo la division
dell’Ente si moltiplicano le imagini. Percioché, o che l’Ente sia re-
ale o di ragione, cioè di qualunque intenzione256 esso sia, ricerca la
sua o propria o almeno metaforica imagine, in guisa che secondo
questo nostro ricordo si fermi nella memoria.
FABR. Parmi che tu possa hora ragionar della generale appropria-
zion delle imagini alle cose da ricordarci.
HOR. Bene. Più inanzi dichiariremo come la imagine, o sia di qua-
lunque sostanza o accidente, overo anco di parole e di parlamento
et orazione, si faccia propria. Hora ci basterà di toccar le cose, delle
quali ricerchiamo aver memoria. Tutte le imagini e somiglianze
delle cose, delle quali abbiamo caro il ricordarci, si prendono in
due modi, e questi sono: o dalla cosa stessa, o dalla voce che la
significa. Dalla parte della cosa si considera quanto in sé e propria-
mente, o come la riceviamo a rispetto dell’ufficio. Ché, se voglia-
mo prenderla nel primo modo (cioè la cosa stessa nella sua propria
e natìa forma), questa ci sarà commoda imagine nelle cose special-
mente che si manifestano alla vista. Ma volendola ricever dall’uffi-
cio o dalla operazione, o dall’instrumento dell’azione, ciò massi-
mamente si conviene alle cose intelligibili 257. Le cose invisibili, in-

256
intenzione: nella Metaphysica di Avicenna si utilizza questo termine per
indicare il rapporto di qualsiasi atto (percettivo, cognitivo, pratico) con un
oggetto. Nella gnoseologia scolastica la nozione di intenzione venne a interferire
con quella di ‘specie intelligibile’: ogni ente può esser colto nella sua realtà o
come simulacro intellettuale.
257
Cfr. ANONIMO, Tractatus solemnis artis memorativae, ed. cit., 293-294:
«Pro clariori doctrina notandum est imagines, ex quibus similitudines capiuntur,
formari posse dupliciter: aut ex parte rei, aut ex parte vocis. Si ex parte rei et tunc
dupliciter: aut respectu rei propriae in se, aut ex parte methafisicae. Ex parte rei
propriae in se similitudo capitur ut rem ipsam formando in propria forma et
naturali, et hoc modo in rebus naturalibus maxime convenit. Secundo modo
100 LODOVICO DOLCE

telligibili, e sostanziali sono: DIO, Angelo, Spirito, overo ‹il› de-


monio e le anime, perché elle non cadono sotto il senso e da esse
non si leva alcuna forma, o paragone al simile, in guisa che di loro
abbiamo proprie imagini. Là onde è mistiero di collocarle o per via
di pittura, o di fingimento, overo d’infrascrizione, o di componi-
mento di lettere, o di sillabe; o per altri modi, come più oltre si
vedrà. Gli accidenti anco spiritali (come sono ‹gli› habiti intellet-
tuali e morali) noi affigureremo con le medesime maniere, o con i
loro soggetti. Le sensibili et accidentali si formano dal soggetto, o
dalla somiglianza, et a molti altri modi che si diranno dapoi. I capi
delle cose che abbiamo da ricordarci sono questi:

Cosa, o diciamo materia Segni di numeri


Semplice Semplice
Composta Composto
Semplice Semplice
Cosa Voce
Segni Lettera
Voce Composta
Cosa Sillaba
Sostanza Dizione
Accidente Orazione
Sostanza Dizione
Intelligibile Nota
Sensibile Ignota
Intelligibile Orazione
Increata Prosa
Creata Verso
Increata Prosa
DIO Questione
Trinità Proposizione
Creata Argomentazione
Angelo Historia
Dimonio Lezione
Anima Collazione
Sensibile Sermone
Animata Argomentazione
Inanimata Sillogismo
Accidente Enthimema
Absoluto Induzione
Respettivo Esempio

Le imagini di tutti questi capi in diversi modi si fanno, come nel


formarle e nell’applicarle si vedrà. Inanzi a che è mistiero che io
spieghi diverse maniere che ho tocche.
DIALOGO DELLA MEMORIA 101

FABR. Di ciò ti voleva dire.


HOR. Giacomo Publicio prese alcune cose materiali le quali in di-
pinta figura portavano solamente somiglianza con le lettere, anco-
ra che il loro significato con le lettere molto non convenisse e non
avessero parte di voce258. Nondimeno abbiamo esperimentato che
ciò reca utile nel fabricar delle imagini che per modi metaforici si
fanno: come dimostreremo più inanzi nella scrittura, o vogliamo
dire iscrizione; e nella dichiarazion del suo quadrato più chiara-
mente apparirà259. Onde l’abbiamo qui, ove tu vedi, poste sotto
queste forme.

similitudo capitur ex parte rei methafisicae et secundum eius officium quod


operatur aut secundum instrumentum cum quo operatur, et isto modo praecipue
operamus in rebus invisibilibus».
258
ancora che...voce: ‘sebbene il loro significato avesse poco in comune con
le lettere, e l’iniziale del nome degli oggetti non corrispondesse necessariamente
alla lettera rappresentata’.
259
suo quadrato: si tratta di una delle illustrazioni dell’Ars memorativa di
Jacopo Publicio.
102 LODOVICO DOLCE
DIALOGO DELLA MEMORIA 103

Ma perché tu possa più chiaramente veder ciò che vi si contiene, tu


avertirai che ciascuna vocale è disegnata a tre figure ma ogni conso-
nante a due; delle quali figure i nomi sono questi. Si distingueran-
no in tre parti eguali.

A 1 Arta M1 Corona
2 Compasso 2 Trepiedi
3 Scala N 1 Porta
B 1 Liuto 2 Forca
2 Battifuoco O 1 Sonaglio
C 1 Ferro da piedi di cavallo 2 Pomo
2 Corno 3 Mondo
D 1 Testa di Toro P 1 Bastone da Vescovo
2 Mastello 2 Bandiera
E 1 Cancro, Granchio R 1 Forbice da Sarto
2 Meza ruota 2 Tanaglia
3 Siega S 1 Letto
F 1 Coltello 2 Tromba
2 Clava, Mazza T 1 Martello
G 1 Piva da pecoraio 2 Trivella
2 Lumaca, o diciamo cocuccia U 1 Huomo che alza le gambe
I 1 Colonna 2 Rasoio
2 Pesce 3 Torcolo
3 Torre X 1 Croce
L 1 Manara 2 Nave
2 Scure
104 LODOVICO DOLCE

E di queste figure tale è l’utile, quale si può vedere per i cerchi del
quadrato in queste diverse imagini che ci abbiamo posto, quando
di più commode alle cose, alle sentenze (cioè concetti) et alle voci
non ci sovengano. Percioché si possono far le imagini a diversi modi
secondo le somiglianze, le proprietà e le metafore delle cose. Nella
qual cosa tu avrai a sapere che vi sono due sorti di somiglianze:
l’una generale, secondo la quale prendiamo la propria forma, o
diciamo simolacro, imagine, o idolo di ciascuna parola o cosa sem-
plice. L’altra, di cui diremo più oltre, che è delle sostanze astratte:
non è a noi propria somiglianza ma facciamo le loro imagini per
via di fingimento, iscrizione, paragone, o traslazione. Ma le sostan-
ze visibili e corporee da se stesse arrecano le somiglianze. Ma ci è
solo questa differenza: che conviene imaginarci le inanimate come
istrumenti, in quanto bisogna che alcuna persona intorno a qual-
che cosa operi. E se anco la cosa animata sarà comune, è necessario
che (o huomo, o animal bruto che ella sia) c’imaginiamo lei fare
alcuna operazione. La singolare (ch’è d’una sola persona) si pon da
se stessa, et ella stessa è sua imagine e somiglianza; o pure si può
mettere alcuna cosa a lei somigliante, o di nome, o di sostanza:
come per Pietro mettendosi il proprio Pietro, o un altro huomo
ch’abbia lo stesso nome. Pongonsi altresì gli accidenti alle volte per
la loro somiglianza nel soggetto, come la bianchezza nella neve, nel
cigno, nella calce, e così fatti. Et anco talvolta all’incontro260 o per
qualunque altro modo del far le imagini. C’imaginiamo anco le
vocali per imagini, per le loro somiglianze sì delle lettere quanto
delle sillabe e delle parole. Là onde primieramente favelleremo del-
le imagini delle lettere, dipoi delle sillabe e delle parole. Intorno
alle lettere ve ne assegnamo di due maniere. Alcune per figurata
somiglianza, come le abbiamo depinte, famigliari al Publicio. In
vece delle quali noi nondimeno abbiamo formato un altro Alfabe-
to, non molto differente ma più acconcio al nostro proposito;
percioché con più agevole uso faremo il medesimo effetto per via
di sole figure di lettere, che egli ordinò per via di doppie: come
dimostreremo al suo luogo col mezo de’ cerchi mobili. Il Ravenna
prende altre imagini dal suono delle voci; il che è da una lettera che
esprimi e rappresenti la imagine di qual si voglia huomo: come
sarebbe a prendere Antonio, Alberto, Alvigi, per la lettera A; e per
la B, Bernardo, Benedetto, Bonifacio, e gli altri così fatti nella gui-

260
all’incontro: si fa qui riferimento a una delle tre leggi di associazione,
quella del contrario.
DIALOGO DELLA MEMORIA 105

sa che tu vedrai poco inanzi261. Ma quanto per hora è il nostro


intento, noi vogliamo col mezo di così fatte figure che si
appresentino le lettere dello Alfabeto a fine che più facilmente la
cosa medesima mova l’animo, e con più forza gl’intendimenti
spiritali si stampino nella memoria: come si disse di sopra con l’au-
torità di San Thomaso262. Percioché non sempre altre imagini sono
in pronto, e specialmente a quelli che hanno la fantasia mal dispo-
sta; i quali, quantunque tengano i luoghi nella mente, nondimeno
per essere eglino tardi nell’imaginare, sono anco meno atti a questa
opera e massimamente nell’incorporar le cose udite. A questi
adunque, come ultimo rimedio, concediamo queste lettere. I quali
acquisteranno grande utile se apprenderanno questa nostra arte.

L’uso nel vero di questo Alfabeto è di molto giovamento alla iscri-


zione, collocando nelle pareti, o anco nelle membra de gli animali,
parole, delle quali altre imagini non così subito occorrono alla
mente. Al cui difetto porg‹ono› alquanto di sovvenimento i carat-
teri delle lettere di altre nazioni, come sarebbono delle Greche,

261
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed.
cit., c. 7r: «Tertia est aurea conclusio, quia pro litteris alphabeti homines habeo
et sic imagines vivas: pro littera enim a Antonium habeo, pro littera b Benedictum,
et sic personas in quarum nominibus prima littera est illa qua collocare volo».
262
Cfr. nota 34.
106 LODOVICO DOLCE

delle Hebree, delle Caldee, e di qualunque altre genti, se, come


rare e per la loro forma maravigliose (il che agevolmente potranno
fare), ecciteranno l’animo; il che specialissimamente in questa arte
disideriamo263. Ecco qui il carattere Greco:

FABR. Aspetto intender le vive imagini delle lettere.


HOR. A questo io me ne verrò. Ora nondimeno in iscambio di
questo Alfabeto ci piace di porne un altro, e con figura che abbia
somiglianza con le lettere, e che più tuttavia commova la memoria
essendo di vivi animali, i quali nella prima sillaba 264 tengono parte
con le lettere; come sono questi: Anser, che dinota l’oca; Buffo che
significa la botta265; Corvo; Dragone; Ericius, che è il riccio; Falco-
ne; Graculus, la cornacchia; Harpia; Ibis, uccello simile alla cico-
gna, e va discorrendo, per tutte le vocali dall’Alfabeto, come si vede
in questa figura.

263
Cfr. JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, III, ed. cit., c. 10r: «Diversarum
quoque nationum et gentium litterae veluti novae nobis et ignotae figurae cum
plurimum mentem in recordationem excitant. Graecas hebraeasque hinc litteras
hic subiicere consilium fuit: ut diversarum figurarum ratione mentem facilius
levare possimus».
264
nella prima sillaba: più esattamente si fa riferimento alla lettera iniziale.
265
botta: toscano per ‘rospo’. Cfr. BOCCACCIO, Decameron, IV, 7, 23: «Era
sotto il cesto di quella salvia una botta di maravigliosa grandezza, dal cui venenifero
fiato avvisarono quella salvia esser velenosa divenuta».
DIALOGO DELLA MEMORIA 107

Nondimeno io mi ho ordinato uno alfabeto di persone vive, le


quali mi sono non solamente note ma strettissimi amici, cercando
che ciascuna mi rappresentasse quella lettera che è prima del suo
nome: come Angela, Beatrice, Cecilia, Elisabetta, Faustina, Giulia,
Helena, Irene, Laura, Marina, Nivetta, Orsola, Porzia, Rismonda,
Cusana, Tullia, Veneranda, Xantippa. Queste donne avendo io co-
nosciute da fanciullo, l’ho dipoi, come cose famigliari, elette in
iscambio di lettere. Tu potrai con questo esempio formarti o di
donne o di huomini quello alfabeto che vorrai e riporlo in qualche
luogo, accioché quando il bisogno ti occorra abbi in pronto le
imagini delle lettere. Prendi adunque, se voglia ti viene, huomini
da te conosciuti: come Antonio, Bernardo, Corrado, Dominico,
Emilio, Federico, Giovanni, Horazio, Iulio, Leonardo, Marino,
Nicolao, Ottone, Pietro, Quirino, Rinaldo, Severino, Tullio, e
Valerio. Le quai figure riponendo in alcun luogo con i segni, ché
non facciano equivocazione con le imagini overo caratteri, ti re-
cheranno assai facilità. Onde qui potrai veder le imagini de i nu-
meri. Noi per il numero (per così dire) digitale riceviamo nove
persone, con le quali famigliarmente pratichiamo: come per 1 una
certa giovane in cui ragionevolmente pare a noi che possa cadere
questa voce uno; per 2 Giovanni; per 3 Hercole; per 4 Mirtilla; per
5 Laura; per 6 Sigismonda; per 7 Agnesa; per 8 Properzia; per 9
Angelica; percioché da questi nomi ho preso il numero per via di
certe ragioni. Ma i numeri articolari266 disegniamo con alcuni ca-
ratteri, affine che più acconciamente si possano congiungere con
queste persone; come più inanzi si dichiara con più lunghi esempi.
Ma qui basterà a sapere che se la giovane che rappresenta 1, la
quale per hora diremo Cornelia, terrà una sola croce in mano,
dinoterà 11, se due 20. Così se vorremo porre il numero 12 in
mano di Giovanni, egli terrà una sola croce; ma se esso ve ne terrà
due significherà 22. Il che si vede in questa figura.

266
numeri articolari: i numeri che si formano dalla composizione (artico-
lazione) dei primi nove numeri fondamentali o numeri digitali.
108 LODOVICO DOLCE
DIALOGO DELLA MEMORIA 109

Con queste persone si raddoppiano i numeri: come Cornelia con


una fa undici, e così gli altri similmente al suo modo. Segue
poi quest’altra figura, che è la tavola de gli Alfabeti e de i numeri di
quest’arte. Ma è d’avertire che un Tedesco267 ci ha posto nomi Te-
deschi e latini, che sono diversi da quei ch’io ho sopra detto. Ma
ciò non importa.

267
Questa è l’unica allusione, per altro non esplicita, che Dolce fa a
Johannes Host von Romberch.
110 LODOVICO DOLCE

Hora io seguirò delle naturali imagini delle sillabe. Noi potremo


far le imagini delle sillabe con due sorti di somiglianze. Percioché o
congiungeremo le lettere poste nell’Alfabeto di sopra, o piglieremo
proprie imagini d’uffici‹o› disegnate per i loro nomi: come sarebbe
che la prima sillaba di ciascun nome ci rappresenti quella solamen-
te che noi vogliamo; onde per questa sillaba AB potrò intendere
Abbate, e per quest’altra BE Bernardo, e così altra di quelle imagini
che per queste tali sillabe avremo posto. A che Publicio ordinò un
proprio quadrangolo. Qui nondimeno è da osservare che nel com-
binare di così fatte sillabe, quella che prima è in ordine abbia la
prima parte del luoco. Onde se questa prima sillaba ME fosse da
comporre, è da por Marco, Matteo, Martino, o altro nome che da
DIALOGO DELLA MEMORIA 111

M incominci, in guisa che tocchi il luogo a cui si congiunga


Bernardo, overo abbia egli in mano la lettera E o il segno Reale che
noi per E riceviamo, overo favelli con Elisa, overo tocchi un Ele-
fante. Onde se così fatte imagini si ponessero nel luoco, e che ‹a›
Marco e Mattheo si concedesse presso a quelle fare alcuna opera-
zione, ciò rappresenterebbe non ME, ma EM. E di qui bisogna
poner più vicino al luoco quello ch’è primo in ordine; di che abbia-
mo detto di sopra268. Onde m’è paruto cosa più convenevole che
per questa sillaba AB si prenda Abbate secondo l’ordine delle silla-
be dell’Alfabeto: e così la prima sillaba si dissegnerà AB. Onde tu
potrai imaginarti un alfabeto di sillabe d’huomini che tu conosca,
a guisa di questo che qui io posi:

Abbate Barbiere
Accolito Berillo: gioia
Advocato Bianore
Africano Bombardiere
Aguzzino Bovaro
Ahenarius: che vuol dir calderaio Buffolo
Alchimista Cartaro
Ambasciadore Celata
Ancella Chirurgo
Apothecarius: libraio Cuoco
Aquaiuolo Custode
Argentiere David
Astrologo Decano
Attrato Discepolo
Aurifaber: orefice Dottore
Axifes: fabbricator d’assi da carro Duca
Elefantiere

268
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed.
cit., c. 8v: «Quarta est conclusio ut imagines alphabeti seu nomina demonstrantia
litteras bene memoria teneantur et saepe repetantur. Incipio ergo sic si mihi
contigat in loco ponere istam copulam et in loco pono Eusebium et Thomam:
hoc tamen ordine quia Eusebius locum tangit et Thomas astat coram eo; si
autem Thomas locum Eusebii tenuerit et Eusebius Thomae non copulam est,
sed hoc pronomen te in loco videbimus appositum. Est enim in arte hac haec
regula, ut prius in ordine loco sit propinquius sicut enim in charta primum e
scribimus in ista copula et ita et in loco; et idem observandum est generaliter in
omnibus dictionibus et aliis collocandis».
112 LODOVICO DOLCE

E senza che io stia a nomare ogni voce, tu puoi discorre per tutte le
lettere dell’Alfabeto e fingerne da te stesso. Dirò solo che questi
nomi abbiamo preso parte Volgari e parte Latini, sì come il
commodo ci veniva. Ora, se tu avrai sempre alle mani solamente
queste imagini di sillabe, non sarà malagevole il collocar
convenevolmente qualunque cosa, ove tu sappia aggiungere a quelle,
altre lettere o sillabe le quali formino interamente la parola che tu
ricerchi; a cui molto giova aggiunger la lettere Reali, il che è da
Publicio sopra modo lodato269. Ma qui non voglio tralasciare che,
se vorremo compor sillabe di tre lettere dall’alfabeto nostro posto
qui e dalle lettere reali, o che la vocale è nel principio della sillaba,
o nel mezo, o nel fine. Se la vocale sarà nel principio, alhora pongasi
la imagine della prima lettera, cioè A, E, I, O, et anco U, nel luoco:
come sarebbe Angelo, Elisa, Ioanne, Vincenzo et altro vi si aggiun-
ga che rappresenti le altre due lettere. Se la vocale sia in mezo,
prendasi la imagine dell’ultima lettera, a cui si apponga alcuna cosa
che significhi le altre. Se la vocale sarà nel fine, prenderemo la
imagine della prima lettera, la quale si abbia a esercitar con alcuna
cosa che dinoti le lettere precedenti. Gli esempi da se stessi sono
chiari270. È dunque sommamente da affaticarsi di avere in pronto
alcun simile alfabeto di sillabe a fine che più agevolmente si trovi il
modo d’imaginare ove più non ti accorrino le proprie imagini. Non
perciò è mistiero che tu v’abbia a ordinare il medesimo, o del tutto
a quello simile, percioché io ti ragiono (come in ogni altra facoltà
si fa) dell’arte in generale, la qual tu e ciascuno potrà a suo utile
ridur in particolare.
FABR. Così nel vero è secondo la diversità degl’ingegni.

269
Cfr. nota 118.
270
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed.
cit., c. 8r: «Quinta est conclusio in syllabis trium litterarum in quibus sic
proceditur. Si enim vocalis est in medio, ut in hac syllaba BAR, tunc imaginem
ultimae litterae accipio et rem aliquam addo cuius principium duabus
praecedentibus litteris simile sit; si ergo in loco Raimundum cum baculo locum
percutientem posuero legetur in loco syllaba BAR (...) Si autem vocalis sit in
fine, ut in syllaba BRA, tunc imaginem primae litterae in loco colloco et rem
mobilem seu semoventem cuius principium sit simile duabus sequentibus: si
ergo Benedictum cum rapis vel ranis in loco posuero dabit syllaba BRA (...) Sed
si vocalis est in principio syllabam faciens, ut in hoc verbo AMO, tunc semper
imago primae litterae collocando est in loco et res principium habens simile
sequenti syllabae: si ergo Antonius volvat molam, hoc verbum AMO positum
legimus (...)».
DIALOGO DELLA MEMORIA 113

HOR. Vuol Publicio che in giovare alla memoria abbia una quasi
divina forza il compor le parole con aggiungervi l’ordine delle cose
e delle lettere. E questo fu già da alcuno ordinato per via di quadra-
to in cinque cerchi. E perché io spero di rischiararti ogni oscurezza
che possa entrare in questa arte, voglio hora addurti le parole di
Publicio, dichiarandoti il senso che vi si può trarre. Egli adunque
dice che: «Per prova s’è veduto che l’aggiunger delle lettere e delle
sillabe ci apporta una grande, somma, e quasi divina commodità.
Percioché noi variaremo con la figura del quadrato il capo di qua-
lunque cosa, girandolo con obliqua linea. E quando la imagine
dell’huomo, overo una obliqua linea poco poco tirata, o una lettera
girata per i cardini del mondo271, si aggiungerà alle prime nuove
figure, overo quando le cose intere tirate, overo le non intere, ci
daranno modo di discriver le parti (percioché meglio e con isquisita
arte essendo elle girate, divise, levate, et aggiunte, congiungeranno
l’una lettera con l’altra) apriranno e significheranno il fine delle
cose. Percioché se all’oriente volgerai la lettera B, come centro della
terra, al ponente la C, al Mezogiorno la D, a Tramontana la F, a
queste la vocale si aggiunge; così la consonante, serbando il mede-
simo ordine, congiungerà le vocali alle liquide, con quel che se-
gue»272. Quello che egli voglia dinotar per queste parole, le quali
promettono una divina commodità, tu stesso considerando, stimo
che non lo intendi, e che sia più agevole intendere gli oracoli di
Apollo. Io nel vero ho trovato più facile il trovar da me stesso alcu-
na cosa nuova, della quale altri come di cosa rara e non usata pren-
dessero maraviglia, che io possa interpretar gli altrui sogni. Quan-
to alle parole di questo autore, parmi che’l suo intento sia tale che
se lettera, o sillaba, o qualsivoglia parola venga applicata a questa
figura, si varierà in diverse guise. Percioché egli trovò il quadrato
per variare i principii delle cose, overo di sillabe, overo di parole.
Ché se lettera o sillaba si applicherà a una linea obliqua, e si confe-
risca ad alcuna lettera del quadrato, farà uno et altro principio di
parola. Percioché se si aggira A per una linea obliqua e vi si aggiun-
ge B farà AB; C, AC, e così di mano in mano. E quando quella
sillaba che segue del quadrato riferirai a i cerchi per una et altra,
terminerà con l’esser girata l’applicazione a diversi modi. Percioché
verso l’Oriente farà A B A, overo A B V, verso Mezogiorno A B I,
all’Occidente ABEL, alla Tramontana A B O. Parimente si posso-

271
Si tratta chiaramente dei punti cardinali. La loro presenza nella dina-
mica delle ‘macchine’ combinatorie era frequente.
272
Cfr. JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, III, ed. cit., c. 10r.
114 LODOVICO DOLCE

no compor tutte le parole del mondo dalle cose dette di sopra, che
significano le lettere dell’Alfabeto, e dalle lettere di questa figura. E
di qui posi questa figura, parendomi che l’Alfabeto del Publicio le
servisse.

Nell’Alfabeto di sopra sono tre sorti di figure: percioché A attribui-


sce a sé Arta, il compasso, e la scala. La E il Cancro, la meza ruota
e la siega. La L la corona, il pesce, la Torre; la O il sonaglio, il
pomo, il mondo. E similmente la V un huomo che inalza le gam-
be, il rasoio, e’l torchio. E per questi tre segni sono tre cerchi: come
il più alto, nel qual si contiene B al Levante, D al Mezogiorno, C
verso Ponente, et F in Tramontana, serve per Arta, Cancro, Colon-
na, Mondo, e l’Huomo. Onde questi segni si attribuiscono sola-
mente a B, C, D, F: et Arta farà con essi AB, AC, AD, AF. Il Can-
cro forma EB, EC, ED, ET, EF, e così de i rimanenti. L’altro cer-
chio, che contiene L, M, N, P, si accomoda al compasso, alla meza
DIALOGO DELLA MEMORIA 115

ruota, al pesce, al sonaglio, et al Rasoio. Dal compasso si forma


AL, AM, AN, e AP; dalla meza ruota EL, EM, EN, EP: e così di
mano in mano. Il terzo cerchio ancora, overo di mezo, abbraccian-
do R, T, S, X, overo G, serve alla Scala, alla Siega, alla Torre, al
Mondo, et al Torchio. E alla scala farà AR, AS, AT, e AX, overo
AG. E così parimente per via di derivazione gli altri. Oltre a ciò
ogni consonante e liquida ha due segni, a i quali corrispondono i
due cerchi di sotto, in guisa che ciascuna primiera cosa, disegnan-
do la consonante, si conforma al cerchio, nel quale si contengono
A, E, I, U; e la seconda al più basso, dal quale è abbracciato V, R, L,
con i quali vanno variando a diversi modi la parola. Tutti questi
esempi si possono fare agevolmente da quello che s’è detto. Ora da
così fatta combinazione si ordinano le imagini delle parole. Ma
accioché prendiamo parte delle intere, basterà di condurle per via
di accrescimento e di diminuzione; percioché secondo si volgano,
si dividano, si accorzino, e si aggiungano, congiungono l’una lette-
ra all’altra; le altre cose più segrete che si nascondono nel senso
vedi tu se le puoi cavar fuori. Io seguendo la brevità giudico che si
possa condur quest’arte a perfezione per più facil via e con poche
figure, e parimente più utili. E ciò, se da tre cerchi avremo a com-
por queste sillabe in guisa che si ponga dal di sopra le lettere che le
cose significano, le usate nel mezo, e le vocali da basso; e così se-
condo il vario volgimento formeremo tosto varie sillabe. Percioché
noi potremo tutte le lettere del cerchio di mezo rivolger con una
dell’ultimo: come la B di quel di mezo sotto l’A dell’ultimo;
somigliantemente la C con l’A, e la D altresì pur con l’A. E poscia
tutte le lettere di esso cerchio di mezo con la B dell’ultimo. Né ci
verrà in mente alcuna sillaba che da questi non si possa comporre:
come si può vedere volgendo questi cerchi. Percioché nel primo
volgimento avrai AB, AC, AD, AE, AF, AG, AH, AI, AK, e le altre,
overo: BA, CA, DA, EA, FA, GA, HA, IA, KA: e così parimente
delle altre. Né ci è contrario che non abbiamo ad applicare il qua-
drato a formar le parole: percioché o che si volgano per il capo del
formar esse parole o per il fine, è medesimo. Ma noi con tutto ciò
abbiamo più tosto voluto una viva imagine per il principio, o per la
prima sillaba, la quale operi alcuna cosa, per la quale si venga a
compir lo avanzo della parola. Ma quest’arte del volgimento è
commodissima all’iscrizione, in guisa che scriviamo le parole che
non ci sono note per il collegamento de i segni e delle lettere o ne’
luoghi, overo (che più lodo) ne i membri delle vive imagini: come
si vedrà, e tu puoi riguardar questa figura.
116 LODOVICO DOLCE

Non perciò ho io formata questa figura per porre in lei la memoria


ma affine che per la diversa combinazion delle lettere, che ella con-
tiene, agevolmente troviamo le imagini delle sillabe; le quali poscia
avute, le possiamo applicare al loro luogo ove la materia lo ricerca.
Ma quando vorremo da una viva imagine e da materiali lettere
formare una sillaba, vogliamo che si osservi questo: che la lettera,
che sarà prima nella sillaba, si ponga nella destra della viva imagine,
e la seconda nella sinistra. Come col compasso e questa voce BA
formo AB se io consegno il compasso nella destra di BA; ma se
nella sinistra, ne segue BA. E parimente averrà delle altre sillabe o
voci, questo ordine serbando.
FABR. Ciò apparisce chiaramente.
HOR. Ora dalle imagini delle sillabe noi potremo, quando la neces-
sità ci astringa, formar diverse parole intere. Il che si farà con più
utile, se porremo i simolacri de i casi nel corpo delle vive imagini:
DIALOGO DELLA MEMORIA 117

come sarebbe il nominativo nella testa, il genitivo nella mano de-


stra, il dativo nella manca. Se aviene però che’l tuo Donato273 abbia
questo dativo, il quale i maestri et altri si dolgono esser levato da
molti libri. Onde dice anco quel Poeta:
Desia saper ognuno,
Ma pagar la mercé non vuole alcuno274.

FABR. Si trovono bene de’ Prencipi e de’ gentilhuomini cortesi.


HOR. L’accusativo si porrà nel petto, il vocativo t’imaginerai nel
corpo, e l’ablativo nelle ginocchia. Onde terminerai qualunque
parola col suo legittimo fine, secondo la varietà de’ casi, o che ella
sia corporale, o animata, o inanimata. Come se per cagione di esem-
pio vorrai ricordarti di questa voce «Cesare», perché ella è animata
essendo di se stessa imagine, ponendo alcuno di tal nome da te
conosciuto nel tuo luoco; la variazion di questi casi, «Cesar» nel
nominativo, «Cesaris» nel genitivo, «Cesari» nel dativo, «Cesarem»
nell’accusativo, «Cesar» nel vocativo, e nell’ablativo «Cesare», age-
volmente l’affigurerai, se porrai qualche bella nota ne i casi 275. Ma
perché s’abbia il distinguimento del numero di questi casi in una

273
Si fa qui riferimento alla più completa grammatica latina, quella redat-
ta nel IV sec. d.C. da Elio Donato. L’Ars Donati grammatici urbis Romae è
composta da una Ars minor, corso elementare che tratta delle otto parti del
discorso, e da una Ars maior, in cui la grammatica è trattata in modo più
approfondito e articolato; dal Medioevo l’opera ebbe grande fortuna come testo
principe per l’insegnamento della lingua latina, e il nome del suo autore divenne
un sinonimo dello studio della grammatica latina.
274
Cfr. Proverbia sentetiaeque latinitas medii aevi, n. 27639, a cura di H.
Walther, Göttingen, Vandenhoeck-Ruprecht 1963, IV, 736: «Scire volunt omnes,
mercedem solvere nolunt: / Vis casus scire, bursam debens aperire».
275
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed.
cit., c. 9v: «in corpore namque humano casuum imagines inveni: nam caput est
casus nominativus, manus dextra genitivus, manus sinistra dativus, pes dexter
accusativus, pes sinister vocativus, et venter seu pectus casus ablativus». Come
ha notato Umberto Eco nel suo studio sulle mnemotecniche come fenomeno
semiotico, tra il sistema dei casi grammaticali e il sistema del corpo umano i
teorici rinascimentali dell’ars memorandi hanno stabilito un dialogo che segnala
correlazioni per nulla deboli o arbitrarie: non a caso infatti il nominativo è
associato al capo (immagine del soggetto-individuo), l’accusativo al petto (che
può ricevere colpi e quindi subire un’azione), il genitivo e il dativo alle mani (che
posseggono e offrono), l’ablativo agli arti inferiori (che si offrono come stru-
mento all’agire) [cfr. U. ECO, Mnemotecniche come semiotiche, in La cultura della
memoria, ed. cit., 35-56].
118 LODOVICO DOLCE

stessa imagine, è da osservar quello che insegna il Ravenna, imagi-


nando che l’huomo ignudo dinoti il numero del meno, e il vestito
quello del più276, come in questa pittura si vede.

276
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed.
cit., c. 9v: «et pro numero singulari pono aut pulchram puellam nudam et pro
numero plurali ipsam egregie ornatam aut illum quem meminisse volo»; per i
termini «numero del meno (...) del più», indicanti il valore singolare o plurale
dell’espressione, si veda P. BEMBO, Prose della volgar lingua, III, V, ed. cit., 192:
«levandone tuttavia quelle voci, che per accorciamento dell’ultima sillaba che
si gitta, così nel numero del più come in quello del meno si dicono nelle prose».
DIALOGO DELLA MEMORIA 119

Volendo adunque por questa voce «faber» nel nominativo del nu-
mero del meno, considera che a certo fabro ignudo venga fatta
qualche cosa nella testa; e volendo intender di «fabri» in genitivo, è
mistiero che tu ti vada imaginando ch’egli abbia qualche offesa
nella destra mano. E così è da fare intorno a gli altri casi. E quando
tu voglia porre «fabris» nel dativo del numero del più, basterà a
imaginarti un fabro (o qualsivoglia artefice, pigliando questa voce
largamente) il quale dimostri nella manca mano alcuna cosa rara.
E così parimente hai da osservar di qualunque altro che adombri
col pensiero. E se ti gioverà variare alcuna cosa, o ch’ella sia anima-
ta o no, bisogna che tu la ti imagini applicata alle membra di alcu-
no huomo o ignudo o vestito, come averrà che il numero ricerchi,
in guisa che se tu vorrai dir «lapis» porrai nella testa di qualche
persona ignuda una pietra. E se vorrai dir «lapis» nel genitivo, farà
bisogno che alcuna figura ignuda tenga una pietra nella destra mano.
E volendo nel fine intender «lapidibus» nell’ablativo del numero
del più, tu potrai per cagione di esempio poner Paolo che percuota
le ginocchia di Pietro che sia molto ben vestito. E parimente si può
ricercar gli altri casi.
FABR. Hora ditemi delle imagini delle semplici parole.
HOR. È nel vero molto utile, come insegna il Ravenna, aver contezza
de gli Enti277. Là onde lascieremo ad altro luogo le imagini acci-
dentali; e così delle sostanze astratte le quali non si apprendono col
senso. È certamente divina cosa in quest’arte por gli alfabeti ne’ tre
gradi de gli Enti, et averli in pronto. Il che non solo ci acquista
prontezza (la qual viene dall’uso e dall’esercizio con certa prestezza
del locare) ma anco una general notizia delle cose, di maniera che
tra’ filosofi non abbiamo l’ultimo luogo. Percioché qual cosa è più
nobile che conservar appo noi in certo ordine di alfabeto tutta la
natura del primo grado. Onde, quando occorre che si favelli di
cosa (per usar questo termino) elementativa, la quale abbraccia
quattro corpi semplici e tutte le cose che da queste vengono com-
poste, le quali né vita né senso hanno, per ordine di alfabeto pos-
siamo recitar tutte le cose che in essi si trovano perfette, come sono
l’argento e l’oro, e le altre così fatte che imperfette sono, come il
piombo e simili. E perché in cotali elementi si conservano molte
cose (come nella terra pietre e metalli; delle pietre alcune preciose e
‹alcune› no; de’ metalli l’oro, l’argento, il rame, lo stagno, il piom-
bo e simili; alcune nell’acqua come le perle; alcune nell’aere come

277
Nella Phoenix non compare affatto questo precetto mnemonico.
120 LODOVICO DOLCE

le impressioni celesti278, delle quali scrive Aristotele ne’ libri delle


Metaure, et Alberto più diffusamente ‹ne’ libri› delle nevi, delle gran-
dini, della rugiada, delle nuvole, delle comete, e di cose simili) sarà
cosa di molto giovamento a ridurre i nomi delle pietre preciose in
ordine di Alfabeto, e ricercar la natura loro. Più oltre delle sette
specie di metalli e di qualunque cosa si ricerca a quel grado; come
si dirà a bastanza nel partimento dell’Ente. Così, avendo per cotal
mezo di cotai cose cognizione, potremo poscia trattare e disputare
de’ gradi de gli elementi: che sono semplicità, composizione,
mescolamento, e digestione o diciamo ordine279; et oltre a ciò del-
l’azione, passione, quiete, e movimento, e se altri accidenti vi sono.
Devesi adunque fare uno alfabeto de’ nomi delle perle, e delle pie-
tre preciose: così parimente de’ nomi delle acque, de’ fiumi, e de’
mari; e parimente de’ nomi de’ venti e di quelle cose che si genera-
no nell’ultima regione dell’aere, come: A‹ssub› apparente e ascen-
dente, la colonna piramidale, le comete, il Dragone volante, la lan-
cia, la stella cadente (overo come stella accesa, o stoppa similmente
accesa, o come le scintille d’una fornace). Così nella region di mezo:
lampi, folgori, gragnuole280, fulmini, e tuoni. Et anco nella bassa:
come nuvoli, piogge, pruine, rugiada, nebbie, nembi, nevi, e così
fatti. Et è altresì profittevole aver l’imagini loro. Il secondo grado è
delle cose che hanno l’anima vegetativa solamente: come sono le
herbe, i fiori, le biade, i boschi, gli arbori, et i frutti loro; le quai
cose raccogliendo in uno alfabeto specificatamente, conosciuta aven-
do la lor natura, non sarà malagevole lo avere imagini nella natura-
le Filosofia e, quando il bisogno lo ricerchi, favellarne comporte-
volmente281. Percioché quantunque tu non potessi, a guisa di un
altro Salomone282 disputarne pienissimamente (disputar per cagion

278
Cfr. L. DOLCE, Somma di tutta la natural filosofia di Aristotele, ed. cit.,
41: «Alle Meteore posero nome i Greci dall’altezza e speculazione delle cose alte.
I nostri le chiamano impressioni per cagione che nell’altra parte della regione
dell’aere s’imprimono cotali effetti. (…) Le impressioni adunque delle Meteore
sono di quattro sorti: cioè ignee, aeree, acquee e terrestri».
279
digestione o diciamo ordine: il Dolce ha conservato il termine latino
«digestio» affiancandogliene un altro che allontanasse ogni possibile ambiguità.
280
gragnuole: cfr. L. DOLCE, Modi affigurati e voci scelte et eleganti della
volgar lingua, ed. cit., c. 225v: «Gragnuola si usa per grandine. Vedi il Bembo
ne gli Asolani».
281
comportevolmente: ‘in modo convenevole’.
282
Cfr. Primo libro dei Re, 5,9-14 (si è utilizzata l’edizione CEI, Roma
1996): «Dio concesse a Salomone saggezza e intelligenza molto grandi e una
mente vasta come la sabbia che è sulla spiaggia del mare. (...) il suo nome divenne
noto fra tutti i popoli limitrofi. Salomone pronunziò tremila proverbi: le sue
DIALOGO DELLA MEMORIA 121

d’esempio del cedro di Libano) ti potrai almeno conoscere e dire


quest’arbore è Abete, quella Alno, quella Cedro, e quell’altra Ci-
presso. Così parimente farai menzione di molte sorti d’herbe, in
guisa che non parrà che ti sia nascosa la qualità di ciascuna di loro.
L’esempio delle quali agevolmente ciascuno da se stesso si può
imaginare. Oltre a ciò qual pianta sia fruttuosa, e quale sterile; e se
una è domestica, e l’altra selvatica; così qual più tosto e qual più
tardo cresca; e parimente di moltissime altre loro nature: come le
cose che convengono all’uso dell’huomo, o quelle che sono nocevoli,
lasciando da parte le contrarie, nella guisa che sono le cose da stittici:
lo ascenzio, l’aceto, l’acquarosa, le avellane, la fava, i capari, le ca-
stagne, le caole, i coriandoli, il zaffrano, le lenti, i lupini, l’olio di
olive salvatiche, le olive non mature, le persiche secche non matu-
re, tutti i peri domestici e salvatichi, i porri, la portulaca, i susini
salvatichi crudi, il reubarbaro, la ruta, la salvia, e così fatte herbe
che da altri sono state raccolte. Somigliantemente potremo racco-
glier per ordine di alfabeto quelle che accrescono l’intelletto, la
ragione, e’l senso283; con questo Alfabeto: Aloe, Ambra, Anacardo,
Anacardino, confezione284 di Acaba, confezione de’ Filosofi, confe-
zione di selce, confezione di hellera, di aromatico, di ambra,
elettuario285 di Baiadato, emblici, ebuli286 conditi, mitridatico287,
mirabolani288, nasturzio, olio di rose, olibano, Peucedano, Pillole
stomatiche, ravano, Salgemma, sambuco, sinape, Tiriaca, Vino e

poesie furono millecinque. Parlò di piante, dal cedro del Libano all’issopo che
sbuca dal muro; parlò di quadrupedi, di uccelli, di rettili e di pesci. Da tutte le
nazioni venivano per ascoltare la saggezza di Salomone; venivano anche i re dei
paesi ove si era sparsa la fama della sua saggezza».
283
Le piante che comporranno questo nuovo alfabeto mnemonico sono
anche, e non a caso, i principali ingredienti di ricette mediche utili a curare i danni
alla memoria e ad aumentarne le potenzialità ritentive: una più ampia trattazione
ne offrono il Carrara (De omnibus ingeniis augendae memoriae, II, ed. cit., 125-
128) e Matteo da Perugia (Tractatus de memoria augenda per regulas et medicinas,
ed. cit., cc. vr-v); sull’argomento si veda G. SACCARO DEL BUFFA BATTISTI, Medi-
camenti per aiutare la memoria. «El fenix de Minerva» (1626) di Juan Velazquez
de Azevedo, il «De internorum morborum curatione» (1620) di Ludovico Mercado
e le ricette all’anacardio, in La cultura della memoria, ed. cit., 233-270.
284
confezione: ‘preparato medicinale’.
285
elettuario: farmaco composto di vari ingredienti.
286
ebuli: ‘ebbio’.
287
mitridatico: tipo di cura farmaceutica che si basa sulla somministrazione
progressivamente crescente di sostanze nocive per favorirne l’assuefazione e
l’immunizzazione.
288
mirabolani: frutti di alcune piante asiatiche o africane, utilizzati in
conceria o, come astringente, in farmacia.
122 LODOVICO DOLCE

simili. Somigliantemente si può ciò osservare, quando si voglia for-


mare uno Alfabeto di cose che confortano il capo e il cervello.
FABR. Non accade venire a questi particolari.
HOR. Volendo noi partire i gradi della sostanza, che è vivere e in-
tendere, non sarebbono più che tre gradi. Il primo, che abbiamo
detto primieramente; e il secondo si dividerebbe nella guisa che si
divide la vita, che è in vegetativa, sensitiva, motiva, et intellettiva.
Onde in questo secondo grado non solo si dovrebbero allogar le
cose vegetative ma anco le sensitive overo che abbiano solo il senso
(come le imperfette: conche, ostriche, e così fatte) overo la
imaginazione, come sono gli animali perfetti; e così farebbono il
terzo grado quelli che sono dottati della ragione, come l’huomo,
l’anima, gli angioli. Ma perché qui solamente facciamo menzione
de i tre gradi della sostanza sensibile, la quale non eccede il senso,
di qui, tal distinzione e partimento ad altro luogo serbando, dicia-
mo il primo grado esser di quelle cose che hanno la sola ‹vita
elementativa›, il secondo di quelle che hanno solo la vita vegetativa,
e nel terzo ordine poniamo quelle che hanno il senso e la
imaginazione. Il terzo grado adunque sarà sensitivo, nel quale io
intendo gli animali così perfetti come imperfetti, in guisa che non
ci sia differenza che essi abbiano solamente il senso o che siano a
parte della imaginativa: ponendo in quest’ordine i vermini e le talpi
in terra; sopra la terra e nell’aria le mosche, gli augelli del cielo, i
buoi e gli huomini; e nell’acqua i pesci di diverse maniere; di modo
che sarebbe mistiero di ridur pur nell’ordine dell’alfabeto tutti i
nomi de gli animali che vivono in terra, overo oltre a lei, o in ac-
qua, nell’aere, o nel fuoco, i quali danno gran forza alla memoria.
Intorno a gli animali terrestri può bastar questo esempio: Apro che
vuol dir Cinghiale, Asino, Ariete, Bue, Camelo, Cane, Capra, Cer-
vo, Dragone, Dromedario, Elefante, e così fatti insino al compi-
mento dell’alfabeto. Negli augelli è agevole il formarlo, in caso che
non ci fosse nascosto quello che è Aquila, Civetta, Corvo, Cigno,
Guffo, e così fatti. Nel fuoco pochi vi si troveranno fuori che la
Salamandra, e se vi sono altri simili. Nell’acqua, le Anguille, Ballene,
Carpioni, Delfini e simili. De gli animali che vanno caminando e
serpeggiando sopra la faccia della terra, tanto e così fatto numero
che non possiamo del contrario rammaricarci. Ora vogliamo noi
che le imagini siano sì fattamente grandi che non solo non rechino
noia al corpo, come sono le zenzale e i pulici, ma che più tosto
commovano la mente, come abbiamo detto sopra. Ma se ci sarà in
grado di formare un alfabeto d’huomini, questo si dovrà fare se-
DIALOGO DELLA MEMORIA 123

condo la contezza che abbiamo de gli uffici loro: o de’ terrestri,


come sono i lavoratori della terra, quelli che cavano i metalli, e così
fatti; overo di coloro che si esercitano sopra l’acqua, come navigan-
ti o pescatori; e così parimente si potrà con molta agevolezza con-
siderar di qualunque altro ufficio. Volendo anco ridur in alcun or-
dine gli uffici, le dignità e gli stati de gli huomini, come sarebbe a
formare un coro de’ chierici di Santa Chiesa, cominciaremo dal
sommo Pontefice discendendo di mano in mano per li Cardinali
Patriarchi, Arcivescovi, Vescovi insino al più basso grado. E così
farassi ne’ prencipi terreni, venendosi dall’Imperatore, dai Re, dai
Duchi, dai Marchesi insino a i Conti, Gentilhuomini e Cavallieri.
Similmente volendosi avere de’ nomi de gli artefici, si porranno
essi nel suo ordine: come Scultori, Pittori, Architetti, Orefici e sì
fatti. De’ mecanici il medesimo: come Lanaiuoli, Calzolai, Sarti, e
simili. Così parimente averrà intorno a coloro che servono al vive-
re: come Hostieri, Cuochi, e di mano in mano. Intorno a trovare i
nomi propri de gli huomini, non mancherà Alessandro, Cesare,
Domiziano, e de gli altri. Et in ciò si potra il mio discepolo servir
di diversi dizionari: come del Cornucopia289, del Calepino290, e così
de i dizionari delle cose e de gli edifici. Né potrà esser nascoso che
che sia a colui che avrà contezza delle cose. Se tu formerai adunque
cotali Alfabeti non ti sarà punto difficile di fare imagini di qualun-
que sorta di cose. Come intorno alle pietre, di selci, di perle e di
ciascuna pietra gemma preziosa. Intorno alle herbe, arbori, viti,
fiori e cose tali. Intorno a gli animali, vermini, biscie, quadrupedi,
e di que’ che volano. E sarai prontissimo a ridurti cotai cose a me-
moria, e negli uffici de gli huomini. Quanto a i cieli (come sarebbe
di tutte le spere, cioè della Luna, di Mercurio, di Venere, del Sole,
di Marte, di Giove, e di Saturno; oltre a ciò del fermamento, del
Cielo delle ‹stelle fisse›291, e del primo mobile) non abbiamo da
formar proprio alfabeto ma da far le loro imagini per somiglianza
di lettere, o di sillabe, overo per iscrizione, fingimento, nota,
ethimologia, traslazione, e le altre tali, come si vedrà più inanzi.

289
Si fa riferimento al repertorio filologico e grammaticale realizzato da
Niccolò Perotto: il Cornucopiae sive commentaria latinae linguae, Venezia,
Paganino de’ Paganini 1489.
290
Un tempo i vocabolari latini erano chiamati ‘calepini’ in onore del
popolarissimo Dictionum interpretamenta, realizzato nel 1502 dall’umanista
bergamasco Ambrogio da Calepio (1435-1510).
291
Sulla scorta del Congestorium si è integrato il testo del Dolce che in tutte
e tre le edizioni interrompeva il periodo con puntini di sospensione.
124 LODOVICO DOLCE

Così parimente, volendo trascendere a i beati angioli, noteremo di


essi tre hierarchie e di ciascuna hierarchia tre cori, con tale ordine
che cominciando dalle cose più basse annovereremo gli Angioli, gli
Arcangioli, le Virtù della più bassa hierarchia; della mezana le Po-
destà, i Prencipati, e le Dominazioni; della più alta i Troni, i Serafini,
et i Cherubini. Le imagini di questi individui, come di Gabriello,
Rafaello, e simili292, si dimostreranno più oltre293. Onde lo aver noi
in pronto nelle cose elementative, nelle sensitive e negli uffici de gli
huomini gli alfabeti, ha nel ve‹ro› questa arte una forza e virtù,
come divina.
FABR. Aspetto che ragioniate dell’arte del formar le imagini delle
parole.
HOR. Il proprio modo di formar le imagini delle parole è che rice-
viamo una considerata somiglianza o d’una semplice cosa, o d’una
parola se io vorrò considerare quella assolutamente. Altrimenti ove
ci piaccia schifar la soverchia abondanza delle imagini, specialmen-
te in quello che ci è noto, formeremo una parola la quale ne
abbraccierà molte, o con sole lettere o con sillabe. Oltre a ciò, es-
sendo che una imagine conduce l’huomo nella ricordanza d’un’al-
tra, sarà profittevole molto porle insieme, l’una all’altra appresso a
guisa di catena294. Intorno adunque all’artificio del formar le paro-
le, si potrà osservare che ci rechiamo nella imaginazione una voce
di cui alcuna lettera possa dinotare il capo di alcuna parola. Onde
se vogliamo queste parole, Dominazioni, Virtù, Cherubini, Troni,

292
Cfr. ANONIMO, De nova ac spirituali quadam artificialis arte memorie,
XXV, anch’esso in appendice a R.A. PACK, Artes memorativae in a venetian
manuscript, ed. cit., 296: «Quorum per tres hierarchias officia novem esse
noverimus, scilicet Angelorum, Archangelorum, Virtutum; Potestatum,
Principatuum et Dominationum; Troni, Cherubin et Seraphin. Ac etiam Michael,
Gabriel, Rafael una cum cum aliis quatuor stantes ante tronum Dei prestolantes
Dei archana exerceri, mirabiliter laudem a nobilioribus incipiendo spiritibus
sex pro astantibus altaris primi catedrantis elligendi sane sunt». Nell’introduzio-
ne ai due testi anonimi (questo e il De memoria artificiali adipiscenda tractatus)
il curatore R. A. Pack cerca di ricostruirne la storia e ipotizza un unico autore
e una data di composizione sicuramente non anteriore al 1478.
293
dimostreranno più oltre: ‘mostrarsi, farsi vedere’. Cfr. BOCCACCIO,
Decameron, III, 5, 20: «Tuttafiata, se dura e crudele paruta ti sono, non voglio
che tu creda che io nell’animo stata sia quel che nel viso mi son dimostrata». Si
è corretto il testo che riportava la lezione «dimostrerà».
294
Cfr. QUINTILIANO, Institutio Oratoria, XI, 2, 20: «Ita, quamlibet multa
sint, quorum meminisse oporteat, fiunt singulaconexa quodam corio, nec errant
coniugentes prioribus consequentia solo ediscendi labore».
DIALOGO DELLA MEMORIA 125

Arcangioli, Serafini, Podestati, Prencipati et Agnoli, por separata-


mente l’una dall’altra, c’imagineremo questa parola «Ductaspa», la
qual ponendo noi in una sola imagine, come sarebbe una guida che
porti il pane nella pera295, per questa sola voce ci ricorderemo di
tutte le nove. Parve che di questo artificio si servisse colui che disse:
Le virtù intellettive ti dà SISPA296

cioè la Sapienza, l’Intelletto, ‹la Scienza›, la Prudenza, e l’Arte.


Così quell’altro che scrisse quest’altro verso:
Fa che SALIGIA non ti sia la vita297

cioè la Superbia, l’Avarizia, la Lusuria, l’Ira, la Gola, l’Invidia, e


l’Accidia.
A somiglianza di questi potremo prendere infiniti esempi massi-
mamente nelle cose a noi note e famigliari delle quali abbiamo
avuto contezza senza il contesto dell’ordine298. Così anco ne’ versi,

295
pera: arc. per ‘borsa, bisaccia’.
296
Lo sfruttamento del valore fortemente icastico di carmina è uno fra i
più tradizionali espedienti mnemonici, in quanto grazie ad esso da una parte
l’accumulo di parecchie e spesso complesse immagini viene condensato nel
breve e regolato spazio di poche parole (conservando così il massimo numero
di informazioni possibili col minor sforzo di memoria) e dall’altra l’ambiguità
insita in un così breve assunto accresce la dimensione inventiva del lettore
interprete-mnemonista; non bisogna poi dimenticare l’involucro metrico-rit-
mico che partecipa in modo determinante alla memorizzazione del brano. Nel
verso qui proposto alle caratteristiche sopra evidenziate si aggiunge l’artificio
dell’acronimo che aumenta ulteriormente (anche a livello visivo) la natura sin-
tetica del testo; tra l’altro l’operazione non sembra qui limitarsi al solo signifi-
cante, se interpretiamo il termine ‘sispa’ come variazione del tardo latino ‘sispes’
sinonimo di ‘sospes’, che significa ‘sano’ (Du Cange, Glossarium mediae et infimae
latinitatis, IV, 497): il ricorso alla sapienza, all’intelletto, alla scienza, nonché alla
prudenza e all’arte, è infatti uno strumento fondamentale per mantenere o
raggiungere una condizione di sanità fisica e morale.
297
Cfr. Proverbia sentetiaeque latinitas medii aevi, n. 32602, ed. cit., V,
557: «Ut tibi sit vita, semper SALIGIA vita! / Sic et devita, que sunt non moribus
apta!». Sulla fortuna testuale e iconica di questa parola formata dalle iniziali dei
sette peccati capitali si veda A. WATSON, Saligia, in «Journal of the Warburg and
Courtauld Institutes», X, 1947, 148-150.
298
Cfr. L. DOLCE, Dialogo nel quale si ragiona della qualità, diversità e
proprietà dei colori, ed. cit., c. 40r: «MAR: E la fava, che significa ella? COR: Diverse
cose, ma basteracci che dinoti favola e ciance. Dividendo la voce in due sillabe,
cioè fa, va; che è quanto dire: fa’ pure i fatti tuoi, vanne pure ch’io ti conosco».
126 LODOVICO DOLCE

tosto che ci raccorderemo la prima parola, et anco la lettera299 di


ciascuno, agevolmente gli recitaremo. Possiamo nondimeno for-
mar parole delle quali ciascuna sillaba dinoti un’altra parola di cui
ella sia il cominciamento. In tal guisa con la imagine di una sola
parola dipingeremo intere proposizioni: di maniera che, per que-
sto concetto Alessandro tagliò un braccio a Fabrizio porrei solamen-
te «Abraam»300. Così parimente con quell’altro A voi carissimi pa-
dri dono un bianco Cigno, io porrei una voce per cui si dinotasse
«Cappadocia». Al quale effetto è molto utile la Ethimologia: come
questa voce «DEVS», cioè Dante eterna vita a’ suoi. Colui adunque,
che vorrà servire alla brevità, stimi utilissima cosa l’accomodarsi a
quest’arte e ripor qualche voce in ciascuna lettera delle parole. Sono
anco alcuni, i quali di molte intere parole una sola ne ordinano; il
che rende il senso dubbioso. E ciò è proprio di coloro che procura-
no di sillogizzare; come avenne già d’un certo cattedrante il quale a
un huomo da bene argomentò con queste parole: «Il topo rode il
cacio, ma il topo è di due sillabe, adunque due sillabe rodono il
cacio»; ora quando ci caderà nell’animo di ricordarci di quelle cose
che sono infra di loro con certo naturale ordine collegate, questo
congiungimento solemo chiamar colleganza; percioché per rispet-

299
lettera: lettera iniziale di ogni verso.
300
Cfr. JACOPO RAGONE, Artificialis memoriae regulae, ed. cit., 42: «Per
divisionem autem sillabarum est dividere nomen ignotum sive incognitum per
suas sillabas et accipere postmodum tot nomina nota quot sunt ille sillabe, ita
ut cuilibet sillabe nominis ignoti correspondat nomen notum cuiuslibet sillabe
in primo, ut si voluero locare istud nomen Abraam, accipiam primo a pro
agnum, pro bra brachiam quam ponam super capite ipsius agni. Tertio pro am
ponam Ambrosium qui dictam brachiam velit accipere de capite alius agni vel
quod aliquid aliud de ea facere velit, et sic habes istud nomen Abraam compositum
ex dictis tribus sillabis». Il Ragone rielabora qui in chiave di educazione
mnemotecnica un passo del De Oratore in cui Cicerone esemplifica i vari tipi di
facezia: «Duo sunt enim genera facetiarum, quorum alterum re tractatur, alterum
dicto: re, si quando quid tamquam aliqua fabella narratur, ut olim tu, Crasse,
in Memmium, comedisse lacertum Largi, cum esset cum eo Terracinae de
amicula rixatus: salsa, ac tamen a te ipso ficta tota narratio. Addidisti clausulam:
tota Tarracina tum omnibus in parietibus inscriptas fuisse litteras L.L.L.M.M.;
cum quaereres id quid esset, senem tibi quendam oppidanum dixisse: “lacerat
lacertum Largi mordax Memmius”» (De Oratore, II, 59, 240). Rispetto al testo
latino di Host (Congestorium artificiosae memoriae, III, XV, ed. cit., c. 41v:
«Antonius brachium amputavit») l’esempio è dal Dolce arricchito della presen-
za della imago agens di Fabrizio che, se anche non presta le sillabe del proprio
nome alla proposizione mnemonica, contribuisce comunque a incrementare
l’impatto emozionale della scena evocata (anche in relazione alla non casuale
omonimia tra l’interlocutore discepolo e il malcapitato coprotagonista del-
l’esempio).
DIALOGO DELLA MEMORIA 127

to del collegamento l’intelletto di leggeri concede una cosa essere


anteposta a un’altra: come la terra essere cinta dall’acqua, e questa
dall’aere, il quale poi circonda il fuoco. E dopo la spera del fuoco i
cerchi de’ pianeti con certo pur naturale ordine l’un cinge l’altro:
cioè ‹i cerchi› della Luna, di Mercurio, di Venere, del Sole, di Marte,
di Giove, e di Saturno. Sopra i quali è il fermamento, nel cielo
acqueo, e finalmente ‹i cerchi› del primo mobile. Et il medesimo
può far nelle altre cose naturali, le quali hanno certo e diterminato
ordine. Al cui effetto è utilissima la scala della natura, essendo che
agevolmente da basso ascendiamo ad alto e d’indi ritorniamo all’in
giù301. Le quai cose, se andremo ordinatamente rappresentandoci i
luoghi fatti ingeniosamente col nostro artificio, più di leggeri le
reciteremo e più a lungo elle ci staranno nella memoria. E questa
così fatta allogazione da noi è detta colleganza, e ciò perché quasi
per rispetto de’ luoghi ciascuna delle imagini si lega con l’altra. Ma
queste imagini perciò fatte senza i luoghi sono più caduche, e le
chiamiamo catena. Ma dove l’accoppiamento non sarà naturale lo
faremo col mezo dell’arte, imaginandoci l’una esercitarsi con l’al-
tra, in guisa che o tutte o alcune imagini con iscambievole (per così
dire) azione o passione si colleghino l’una con l’altra; essendo spes-
so necessarissimo che una imagine, che da sé sola dalla nostra men-
te si dileguerebbe, per un’altra si conservi nella memoria302. Ora

301
Si veda F. A. YATES, L’arte della memoria, ed. cit., 165-166: «L’arte opera
a ogni livello della creazione, da Dio agli angeli, alle stelle, all’uomo,agli animali,
alle piante, e così via, secondo la scala dell’essere come era concepita nel Medio-
evo, astraendo a ogni livello l’essenziale bonitas, l’essenziale magnitudo, ecc. (…)
Gli esempi di bonitas ai differenti livelli della scala dell’essere sono presi dal
lulliano Liber de ascensu et descensu intellectus, che è illustrato in un’edizione del
primo Cinquecento con un’incisione in cui vediamo Intellectus, con in mano
una delle figure dell’arte, ascendere la scala della creazione, i cui vari gradini sono
illustrati, ad esempio, con un albero al gradino “pianta”, un leone al gradino
“bruto”, un uomo al gradino homo, stelle al gradino coelum, un angelo al gradino
angelo, e, raggiungendo con Deus il sommo della scala, Intellectus entra nella
Casa della sapienza».
302
Il modello ha antiche origini, come ci conferma M. CARRUTHERS, The
Book of Memory, ed. cit., 114: «Memorial notae were commonly used for
concording schemes. Of these, the prototype is an alphabetical heuristic, which
has left many traces in the organization of written texts. (…) This alphabetical
system produces what is essentially a catena, in which a key-word or phrase acts
as the hook for several bits of stored material, the indexing words themselves
being stored alphabetically. The monastic practice so well described by Dom
Leclercq, “whereby the verbal ehoes [of Scripture] so excite the memory that a
mere allusion will spontaneously evoke whole quotations” is a version of this
type of memorial organization».
128 LODOVICO DOLCE

intorno alle imagini de i concetti, ove elleno sì fattamente si vada-


no esercitando agevolmente, lasciano in noi la loro memoria, come
per questo esempio si dimostrerà più chiaro: Il vincitore trionfa del
vinto. Percioché io porrò alcuno che abbia nome Vincenzo, il quale
un altro, di che nome si sia, meni legato con le mani dopo le spalle.
Ma quando avenga che non sia colleganza di concetto ma voglia-
mo recitar solamente alcuni nomi (come sarebbe: Pietro, Caterina,
cavallo, fanciullo, soldato) quivi ci andremo imaginando alcun Pie-
tro, che ci sia noto, il quale voglia porre Caterina sopra un cavallo,
ma il cavallo ritirandosi calchi co’ piedi il fanciullo, onde il padre,
volendo batter Pietro, offende il soldato che si sta di dietro. Così
intorno ad altri pensieri potremo, quando saremo più esercitati,
formarci con l’aita dell’uso e dell’arte quasi infiniti esempi.
FABR. Questo sia, se io non m’inganno, cosa agevole.
HOR. Ora alle volte aviene che non troviamo agevolmente l’imagine
della cosa di cui vogliamo ricordarci, né per intendimento di essa,
né per suono di voce, né per capi di parola. In questo caso è mio
consiglio che la imagine, da noi formata con le lettere o sillabe
sovra dette, al suo luogo tenga l’iscrizione da esso luogo di contra-
rio colore, in guisa che se’l luogo sarà nero le lettere siano bianche;
se bianco, facciansi le lettere nere303. E questa iscrizion si farà più
acconciamente con lo Alfabeto Reale, o di lettere, o di sillabe, overo
col carattero delle lettere Greche, come di sopra dicemmo. Nondi-
meno, quando averrà che la parola sia lunga, è da partir la parola
per metà, imaginandoci le sue sillabe appartate. Onde avendosi
a por con inchiostro o biacca, o altro colore, questa voce
ZEROBABEL304, nel primo luogo avremo a imaginarci ZERO, e
nell’ultimo BABEL. Ma, perché ciò si faccia con più brevità e con
maggior chiarezza, facciansi queste iscrizioni, come s’è detto sopra,

303
Il primo maestro di ars memorandi a suggerire, anche se in termini non
espliciti, questo precetto fu «Metrodoros von Skepsis, der den dunklen
Sternenhimmel mit den Tierkreizeichen als Stellensystem verwendete» e per
questo motivo «war offenbar ein dunkeloptimaler Eidetiker» (H. BLUM, Die
antike Mnemotechnik, ed. cit., 183).
304
Il termine è già presente nella Phoenix seu artificiosa memoria, anche
se Pietro da Ravenna lo utilizza come esempio di nome proprio difficilmente
memorizzabile. Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memo-
ria, ed. cit., c. 7v: «et advertat collocans ut semper amicum ponat agentem illud
quod communiter ab eo fieri solet: et ista conclusio clare procedit in nominibus
cognitis; si autem non conoscitur amicus illud nomen habens, veluti Bozdrab,
Zorobabel, tunc collocabis quod loco suo dicetur».
DIALOGO DELLA MEMORIA 129

nel corpo di qualche huomo. Ora ci sono molte parole straniere,


come Greche et Hebree et alcuna volta Latine, specialmente nelle
cose di Theologia, di Metafisica e di altre scienze specolative, e
specialmente nella Loica e nell’arte, che sono delle seconde inten-
zioni et imposizioni305, le quali non ricevono propria imagine e di
convenevole somiglianza. Nell’allogar di queste è molto necessario
l’alfabeto, e lo aver copia di cose che da sillabe incomincino306. In
che sia perciò molto utile la finzione, di maniera che da’ sovra detti
alfabeti formiamo di lettere, di sillabe e di parole più acconci
simolacri che possiamo. Come sarebbe se per questa voce
«Zorobabel» c’imaginassimo una sorella volgere una ruota, e que-
sto dinotar la voce «Barbara». E se la parola, di cui non abbiamo
contezza, sarà solamente d’una sillaba, si potrà fare in due modi:
come per una parola ignota prendendone una nota che con quella
nel cominciamento abbia conformità. Il medesimo faremo col
partimento della parola. Onde per CRI, parte della voce «Cribro»,
c’imagineremo un cribro diviso dal coltello in due parti. Finalmente
allogheremo le parole ignote con cose materiali che abbiano somi-
glianza nella voce con questo fingimento. Ché per questa voce «pala»
porremo l’istrumento così detto, e per questo verbo latino «cano»
un cane307. Puossi fare il medesimo più acconciamente con la
imagine delle sillabe, facendo che una persona operi con qualche
instrumento la cui prima sillaba si conformi con la seconda sillaba
della parola che si ha a porre: come per la stessa voce «pala» ponen-
do Paolo che accendesse una lampada; e per lo stesso verbo «cateo»,
Caterina che tenesse una nottola in mano. E questi vari modi del
fingere, o diciamo formar cose alle parole correspondenti con lo
esercizio e con la pratica vengono a farsi agevoli. Nella qual cosa
tuttavia è da schifare che non facilmente abbiamo a variare, ma
quello, che primieramente ci verrà inanzi per imagine, affatto rice-

305
imposizioni: nella logica medievale l’imposizione è l’atto con cui un
nome viene destinato a significare una cosa.
306
Cfr. ANONIMO, De memoria artificiali adipiscenda tractatus, XVI, ed. cit.,
272: «Modus locandi per similitudinem nomina supradicta tam Latina quam
Greca et barbara. Quotienscumque volueris recordari de hoc nomine ‘Ruth’ per
similitudinem, ponas in manu unius milieris (quia nomen mulieris est) more
supradicto ‘rutam’ herbam, quam comedat vel laniet dentibus et sic ‘Ruth’
habebis».
307
PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed. cit.,
c. 9r: «similitudine colloco imagines quando rem dictioni similem in litteris
licet in significatione dissimile invenio: ut quando pro verbo cano canem col-
loco».
130 LODOVICO DOLCE

viamo; accioché per aventura nel replicarle non avenga alcuno er-
rore; percioché sia agevole col fingimento di scriver con certi segni
la forma di qualunque cosa, o dinotare i naturali affetti, overo pren-
dere la imagine dalla ethimologia, o dal suono della voce, o pure
recando la proprietà a ciascuna parte del corpo la quale, ripigliandola
nella mente, sia a noi acconcia somiglianza per quello che è il no-
stro proponimento. Così ancora io stimo molto utile che si ponga-
no le insegne o diciamo proprietà convenienti di qualunque perso-
na o luoco per le stesse cose, persone e luoghi. I cui esempi presso
Publicio sono diversi: di fingimento, come a dipingere un vecchio
tremante, piegato nelle spalle, con le labbra pendenti, e co’ capegli
e mento canuto; et un giovane al contrario. Per dinotazione: come
un lupo vorace, una capra fugace, una damma timida. Così far la
giovinezza lieta, e la vecchiezza trista, e così fatte cose308. Usiamo la
ethimologia per le parole che si hanno ad allegare, imaginandoci
una figura che tenga la condizione che si vuol dinotar per via della
sposizione: come accadendoci d’imaginar Filippo, non ci occor-
rendo inanzi alcuno che ci fosse noto di tal nome, sarebbe da porre
la sua interpretazione, cioè quello che dinota questo nome, che
sarebbe: uno che amasse i cavalli. In che è tuttavia necessario di por
certo termino alla memoria, di maniera che con la equivocazione
non si venga a vacillare. Così parimente si porrà per uno stracciato
da’ cavalli, Hippolito; e per la sacra legge, Girolamo309.
FABR. Questo mi piace molto.
HOR. Similmente per via di traslazione facciamo una imagine d’una
cosa che per somiglianza e proporzione ne rassembri un’altra cosa:
come sarebbe che’l Sole significasse deità310, la verità il duello, una

308
Cfr. Rhetorica ad C. Herennium, IV, 49, 63: «Effictio est cum exprimitur
atque effingitur verbis corporis cuiuspiam forma quoad satis sit ad intelligendum,
hoc modo: “Hunc, iudices, dico, rubrum, brevem, incurvum, canum,
subcrispum, caesium, cui sane magna est in mento cicatrix, si quo modo potest
vobis in memoriam redire”».
309
JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, II, ed. cit., c. 6r: «Etymologiae
cognitio plurimum inquirendis imaginibus et signis confert. Philippus si
imaginem suam dure nobis praebeat, etymologiae et nominis sui ductu
similitudinem facile accomodabit. A philos enim amor et hippos equus ductum
habet hoc est amator equorum. Hieronymus sancta lex, Iacubus colluctator
interpretat».
310
Cfr. ANONIMO, De memoria artificiali adipiscenda tractatus, IV, ed. cit.,
266: «In prima camera sol erit pro similitudine divine maiestatis, cum in eo sit
sanctissime Trinitatis similitudo, videlicet calor, splendor et color».
DIALOGO DELLA MEMORIA 131

bocca d’oro l’inganno, un’ala d’oro la sapienza. Così con i nomi de’
metalli dinotiamo i giorni: come per l’argento, il Lunedì; pel ferro,
il Martì; per l’argento vivo, il Mercole, essendo questo dì nominato
da Mercurio; per lo stagno, il Giobbia; pel rame, Venere; per il
piombo, il Sabato311. Percioché, sì come gli Astrologi con questo
tale ordine ognuno de’ pianeti sogliono disputare a ciascun giorno,
così gli Alchimisti co’ nomi de’ pianeti nominano i metalli. E le
altre cose, che significano i loro istrumenti, e così l’arte e le cose
loro adombrano con certe parole di maniera che di raro agl’istessi il
Sole e la Luna rendono il vero e proprio splendore. Là onde così
fatti sciocchi quasi del continovo caminano al buio e, perché han-
no vòlto la notte in giorno e dopo le tenebre sperano la luce, si
pascono della sola speranza. E benché alcuni huomini d’intelletto
tengano quest’arte esser vera, nondimeno ella si trova ne’ fatti tanto
difficile che non che alcuno di povero si faccia ricco ma in contra-
rio diviene non sol povero ma sovente mendico. Ma tornando onde
ci dipartimmo, si dèe usar proprie et atte traslazioni et interpreta-
zioni affine che l’arte non c’inganni. Per cognizion della voce fare-
mo le imagini delle parole e delle cose, se per quelle poniamo quel-
le che sono proprie: come per l’annitrire un cavallo, per il mugito
un bue, e qualunque animale per il suono che esso suol fare. Onde
si legge presso Publicio: «Così Ennio disse “tartantara”, annitrir di
cavallo, mugito de’ buoi, belar di pecore, la notturna Strige e’l Pipi-
strello stridono, il bombito delle api, la Gru grua, il Corvo crastina,
l’Elefante barrisce perciò è detto anche Barro, le Ulule ulano, e
pipa lo Sparviero. Et altre di così fatti, ché molti sono, ci daranno le
imagini per via di esercizio e di uso col suono della voce»312. C’in-
terviene anco il movimento del corpo, il quale contiene questi esem-
pi. Le parti de’ piedi appartengono alla velocità; le ginocchia alla
misericordia; le dita infra loro aviticchiate al dolore; la testa piegata
al concedere, e volgendosi all’indietro al negare; il collo torto verso

311
JACOPO RAGONE, Artificialis memoriae regulae, ed. cit., 49: «Et primo
iuxta regulam archimistarum ponemus pro die dominica aurum id est aliquid
auri, pro die Lune aliquid argenti, pro die Martis ponemus ferrum, pro die
Mercurii argentum vivum, pro die Iovis stagnum, pro die Veneris ramum, pro
die Sabbati plumbum».
312
JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, II, ed. cit., c. 6v. «Nonnihil etiam
ad hanc rem operis onomathopeya nobis affert id est cogitio verbi e sono vocis
ducta. Si Ennium tarantantara dixit, equi hinnitus, mugitusque boum,
balativusque graegem, strix nocturna et vespertilio strident, bombitus apum,
grus gruit, crastinat corvus, tu cornu voce notat, barritus a barro, ululant ululae,
pipant accipitres, et alia quae plurima sunt: usu et consuetudine vocis sonitu
imagines praebebunt».
132 LODOVICO DOLCE

la spalla alla hipocrisia; la schena al fuggir; le natiche all’ocio; i


capegli alle ricchezze; le unghie alla crudeltà; i denti alla discordia;
le dita a Minerva; la fronte alla superbia; l’orecchie alla memoria313.
Ora, quando avenga che tu prenda alcun di questi per imagine,
guarda che non trabocchi in errare per cagion de i casi che di sopra
abbiamo posto nell’huomo; ma ciò di leggero schiferai con l’ag-
giungervi alcuna segnalata nota314, overo col concedere della men-
te. Le insegne finalmente molto giovano a una facile imaginazione;
come per cagione di esempio prenderemo, per la dignità di ciascun
personaggio, le sue insegne: come del Papa la gran mitra con tante
gemme, d’un cardinale il cappello rosso, d’un vescovo la mitra o
cappello verde. D’un prevosto, decano, o canonico il capuccio fo-
derato. D’un prete la veste che si porta all’altare, o il calice. D’un
diacono le stole, d’un suddiacono il manipolo, d’uno accolito il
cero, d’uno usciere le chiavi e la verga, dell’imperadore il diadema
imperiale, d’un re la corona, d’un duca la beretta, d’un prencipe la
bacchetta, d’un marchese la beretta foderata di pelli, d’un conte o
cavaliere ‹dagli› sproni d’oro essi sproni d’oro; d’un giudice la spa-
da, d’un pretore lo scettro, d’un consolo i fasci e la scure315. D’un
medico l’anello d’oro, overo uno orinale, d’un notaio la penna, d’uno
avocato un libro di statuti, d’un procuratore la carta della commis-

313
Cfr. ibid., II, ed. cit., c. 7r: «Eadem actu excogitabimus longeque
melius motu parte corporis indagare poterimus. Singulis enim corporis partes
numinibus dedicarunt. Peduum articulos saltu et velocitati, genua misericordiae,
digitos pectine iunctus dolori. Caput impositum vel reiectum in pectum con-
cessioni. In cervicem versum negationi. In humerum deiectum hippocrisi. Terga
fugae quieti et ocio nates. Capilli divitiis, ungues crudelitati, dentes discordiae,
digitos minervae, frontem superbiae, aures memoriae dedicarunt». Il Publicio
ha evidentemente sviluppato in funzione mnemotecnica i precetti dedicati dalla
retorica classica ai modi della declamazione (si veda ad esempio Quintiliano,
Institutio Oratoria, XI, 3).
314
Cfr. QUINTILIANO, Institutio Oratoria, X, 2, 28: «Non est inutile his,
quae difficilius haereant, aliquas adponere notas, quarum recordatio commoneat
et quasi excitet memoriam».
315
Cfr. ANONIMO, De memoria artificiali adipiscenda tractatus, III, ed. cit.,
265-266: «Imagines ordinales sunt quedam generosa signa que super januas
camerarum apprehenduntur indicantes ritum ordinemque tabernaculorum et
capellarum, ut ingressus unius recte ad alteram cognoscatur dillucidissime, sicut
mitria papalis super janua prime camere, mitria imperialis super janua secunde
camere, corona regalis super tertia, pileus cardinalis super quarta, crux patriarche
super quinta, mitria episcopalis super sexta, amictus sacerdotalis super septima,
camisia sacerdotalis super octava, cingulum sacerdotale super nona, manipulus
sacerdotalis super decima, stolla sacerdotalis super undecima (…)».
DIALOGO DELLA MEMORIA 133

sione, d’un dottor di leggi un cappuccio rosso col vaio316, d’un Po-
eta la corona dell’alloro. Il medesimo possiamo fare intorno alle
persone private, volendo tenerne memoria. Oltre a ciò ogni luogo
‹ne› ha, onde possiamo ridurci a memoria per quella via qualunque
cosa: come, se per il Romano Imperio si riceva l’Aquila, pel Regno
di Francia i Gigli d’Oro, così per il Ducato di Ferrara si potrebbe
por l’Aquila nera, e per la Repubblica Viniziana un Leone d’oro.
Così parimente ogni città, ogni villaggio e castello ha la sua parti-
colare insegna, la quale veggendo posta ove ci torna bene, non pos-
siamo non ricordarci del luoco che ella dinota; onde non sia
disconvenevole lo aver così fatti luoghi famigliari. Ora diverse cose
ancora hanno le proprietà loro, col mezo delle quali si possono
discriver per propri segnali e dimostramenti: come la Giustizia per
la spada, l’Equità per la libra, la Fortezza per la mazza, la Geometria
per il compasso, e l’Astrologia per l’astrolabio317.
FABR. Bellissime considerazioni.
HOR. Ora paragonando una cosa all’altra la cagione ci dimostrerà
l’effetto; e da capo per l’effetto ci ricorderemo della cagione318. Così
parimente l’uno de’ contrapposti si riconoscerà per l’altro, e il si-
mile dal suo simile319. L’armi e gli strumenti dinoteranno il suo
artefice. L’opera farà memoria dell’operante, e se v’è altra norma o
regola di ricordarci, o diciamo della reminiscenza. Di cui Aristotele
ci porge cinque avertimenti, cioè: che si venga a cognizion delle
cose per via di ordine320; che da un simile si perviene in un altro; ‹e

316
vaio: fodera che caratterizzava il copricapo di giudici e medici; cfr.
BOCCACCIO, Decameron, VIII, 5, ed. cit., 929: «E come che egli gli vedesse il vaio
tutto affumicato in capo e un pennaiuolo a cintola e più lunga la gonnella che
la guarnacca e assai altre cose tutte strane da ordinato e costumato uomo (…)».
317
JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, II, ed. cit., c. 8r: «Rerum insigna
sunt ensis iustitiae, aequitatis libra, herculea clava fortitudinis, geometriae
circinum, astrolabium astrologiae».
318
Cfr. LEONARDO GIUSTINIANO, Regulae artificialis memoriae, ed. cit.,
122: «De causa. Septima [scil. regula] causa pro effectu: ut si ensem cruentum
facias pro homine homicida, tubam pro bello. De effectu. Octava pro causa et
e contrario: ut si pro igne fumum palae ponas».
319
Cfr. PLATONE, Fedone, 74a: «Da tutto ciò non consegue che la remini-
scenza proviene sia da cose simili, sia da cose dissimili?».
320
Cfr. ARISTOTELE, Della memoria e della reminiscenza, 2, 452a: «in effet-
ti, come i fatti sono correlati fra loro secondo un certo ordine di successione, così
lo sono pure i movimenti mnemonici. Si richiamano facilmente alla memoria
quei fatti che hanno un certo ordine, come le dimostrazioni geometriche, dif-
ficilmente quelli che sono confusi».
134 LODOVICO DOLCE

da un contrario in un altro›321. Il quarto è che il luogo e il tempo ci


fanno ricordar della cosa che con lungo discorso si è trattata322; e
l’ultimo che la cosa si ripigli dalla proprietà323. Intorno alla cagione
questo è famoso: che ricordandoci dell’artefice ci ricordiamo anco
dell’opera. Percioché il Sarto ci dinoterà la vesta, il Calzolaio la
scarpa, e’l Berettaio la beretta. Così ove avremo posto diverse ca-
gioni ci raccorderemo de gli effetti loro; o che le cagioni siano in-
terne o esterne, naturali o artificiali, mondane o celesti. Come sa-
rebbe se ponessimo la imagine della prima causa, per la quale
vegniamo in cognizione d’IDDIO benedetto; ché, raccordandosi
che esso sia causa universale, subito ci verrà in mente che l’istesso
produsse le specie secondo i suoi generi così spiritali come corpo-
rali. A cui, se si aggiunge la scala della natura, si potrà porre insie-
me ordinatamente gli Angioli, i Dimoni, i corpi celesti, i quattro
elementi, e tutto quello che si contiene nel cerchio dell’universo.
Così eziandio i mathematici a ciascun pianeta attribuiscono la sua
influenza, di maniera che fanno il Sole donatore della sapienza,
Venere della felicità, e così di mano in mano. Ove dunque il Sole ci
apportasse il giorno, overo dipingendolo noi co’ suoi raggi,
poteressimo raccordarci della sapienza. L’effetto unico dimostra la
sua causa; o che ella sia naturale, o che operi dal suo proposto di
maniera che ciascun opera, o secondo il suo esser sostanziale o ac-
cidentale, induce ricordanza del suo facitore: come i fiori e le frondi
sono insegne del Maggio, e ci destano la sua memoria. Così la casa
ci fa ricordar del suo architetto, e del suo dipintore ci sovviene

321
e...altro: Si è integrato il testo (incompleto in questa prima come nelle
due seguenti edizioni) ricuperando il terzo «avertimento» aristotelico («et ab
uno contrario in alterum») presente nel testo di Host. Cfr. ARISTOTELE, Della
memoria e della reminiscenza, 2, 451b: «Perciò col pensiero andiamo a caccia
della serie successiva dei movimenti cominciando da un’intuizione presente o
da un’altra o da una simile o contraria o vicina».
322
Cfr. ARISTOTELE, Della memoria e della reminiscenza, 2, 452a: «Quindi
se chi cerca di ricordare avrà tentato molti movimenti, si muoverà verso ciò che
è più abituale, perché l’abitudine è come una natura. Perciò rammemoriamo
subito le cose a cui pensiamo spesso: e infatti, come in natura questo tiene dietro
invariabilmente a quest’altro, così ugualmente nell’agire umano la ripetizione
genera la natura».
323
Ibid. , 2, 452a: «Il ricordare, infatti, è possedere in sé la capacità di
suscitare movimenti (...). Ma bisogna avere un punto di partenza (...). E il
motivo è che allora si passa velocemente da un punto all’altro: ad esempio dal
latte al bianco, dal bianco all’aria, da questa all’umido e di qui uno si ricorda
dell’autunno, se davvero cercava questa stagione».
DIALOGO DELLA MEMORIA 135

veggendo la sue dipinte imagini. La dottrina altresì fa testimonio


di chi la possede. In tal guisa Publicio ci pone inanzi esempi dai
Mesi: e così vuole che Marzo ci sia dinotato dalla guerra, Aprile
dall’aprirsi che in tal mese fa la terra, Maggio dai fiori, Giugno
dalle herbe, Luglio dalle biade, Agosto dall’accrescimento de’ frut-
ti, Settembre dalle uve, Ottobre dai nespoli, Novembre dalle olive,
Decembre dalla occisione, Gennaio dalle due fronti con le quali
vede le cose passate e le avenire, e Febraio da Februo, il quale ri-
chiama la fiorita Primavera324. Ma come che le cose contrarie poste
insieme via più si comprendano, nondimeno in quanto alla me-
moria appartiene, per un contrario ci ricorderemo dell’altro: come
veggendo una cosa nera, possiamo intender la bianchezza. In tal
guisa l’una ci fa aver memoria dell’altra325. In che ci è di molto utile
la ironia: come a ricever per huom da bene un malvagio, per un
bianco un nero, per un virtuoso uno ignorante, per un sobrio un
goloso, e così fatti per via de’ loro contrari dicendo ogni cosa per
ironia. All’incontro il simile ci induce a memoria del suo simile
convenendo seco in alcuna cosa. Onde sovvenendomi di Giovenale,
mi soverrà subito parimente di Persio, di Horazio e di qualunque
altro Poeta abbia scritto Satire. E se udirò nomare Homero, mi
ricorderò di Virgilio326; se di Dante, mi verrà in mente il Petrarca,

324
JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, II, ed. cit., c. 6v: «Sic mensium
nomina colligemus: ut Martem bello deditum, Aprili mense omnia aperiunt;
pullulent et gemmas explicent flores et vites. Maius flores redundabat. Iunius
herbis et frondibus. (...) Omnia nunc florent Iulius segetibus ornent. (...) Augusto
omnes adhuc fructus accrescunt. September dulces habet uvas dulcesque affert
fructus. October sorbes e nespulas. November oleae baccas cruenteque mirtae
fructibus colligit. Ianuarius bifrons praeterita futuraque concernit. Febrarius a
februo et plutone floreum ver revocat».
325
Cfr. LEONARDO GIUSTINIANO, Regulae artificialis memoriae, ed. cit.,
123: «De contrario. Duodecima per contrarium; hoc est: cum quod collocandum
est, non illud sed aliud sibi omnino ponimus, ut pro albo Aethiopem facias qui
dentes ostendat» e LODOVICO DA PIRANO, Regule memorie artificialis, ed. cit.,
219: «Idolum in toto dissimile per contrarium est quando ponimus unum pro eius
contrario; ut si volumus reminisci boni vel albi, ponimus malum et nigrum et
sic de aliis».
326
Cfr. MATTEO DA PERUGIA, Tractatus de memoria augenda per regulas et
medicinas, ed. cit., c. iiiv: «Tertium documentum dicit enim philosophus quod
ex uno similium contigit reminisci alterius, unde cum fuerimus obliti cogitare
de Virgilio nobis occurrit Homerus cum Averrois dicit quod memorari contingit
propter suum simile et ita debemus illud sepe revolvere et sic facile obliti
reminiscemus».
136 LODOVICO DOLCE

il Bembo, il Cappello327, il Veniero328, il Tasso e ciascun altro buo-


no e gentil Poeta di volgari Rime. Parimente, quando avenisse che
si ragionasse di San Giovanni, agevolmente di San Mattheo, di San
Marco e di San Luca ci raccorderemmo, essendo che tutti questi
santi huomini convengono nel Vangelo. Somigliantemente ancora
gli instrumenti così naturali come artificiali imprimono in noi la
memoria di coloro che gli adoperano: ché ricordandoci de gli uni,
ci entra nella fantasia la ricordanza anco de gli altri. Percioché
veggendo uno aratro, un rastrello, e un cavallo, non volgeremo
nella mente un dottore o un marinaio ma più tosto un lavoratore
de’ campi. In questa maniera un elmo, una corazza, una lancia, et
una spada rappresentano un soldato o un cavaliere. Oltre a ciò
veggendosi un compasso, una spera e uno astrolabio, chi più tosto
non si ricorderà di uno astrologo che di un altro? Così per l’orinale
il medico, e pel martello si conoscerà il fabbro. E parimente la
Grammatica ci recherà in memoria Nicolò Perotto329, Aldo
Manuzio330 et altri huomini in quella professione eccellenti; e

327
Bernardo Cappello (1498-1565) fece parte di uno dei più vivaci circoli
letterari veneziani, quello che si riuniva in S. Maria Formosa presso la casa di
Domenico Venier (1517-1582). Amico di importanti letterati (Alamanni, B.
Tasso, Bembo, Caro, Della Casa) e collaboratore del cardinale Alessandro Farnese,
il Cappello fu autore di rime che vennero raccolte insieme a quelle di altri in una
silloge curata da Dionigi Atanagi e pubblicate a Venezia nel 1556.
328
Padrone di casa e mecenate del già citato “ridotto Venier”, questo uomo
politico veneziano, allievo dell’umanista Egnazio, è ricordato anche come
volgarizzatore delle odi di Orazio e autore di rime di gusto bembesco; insieme
al Cappello compare nel ‘sogno del Monte Parnaso’ raccontato da Aretino in
una lettera a Gianiacopo Lionardi: «Visto il tutto, mi lascio menare a l’uscio del
giardin principale, e ne lo appressarmici veggo alcuni Giovani, Lorenzo Veniero
e Domenico, Girolamo Lioni, Fra. Querini, Francesco Badovaro e Federico, che
col dito a la bocca mi fer cenno ch’io venga piano» (P. ARETINO, Lettere, tomo
I, libro I, lettera 280, a cura di P. Procaccioli, Roma, Salerno 1997, 387). Sul
Venier e sui suoi rapporti col Dolce si veda CURA DI FILIPPO BAREGGI, Il Mestiere
di Scrivere. Lavoro intellettuale e mercato librario a Venezia nel Cinquecento, ed.
cit., passim.
329
Niccolò Perotto (1429-1480), collaboratore del cardinal Bessarione e
poi segretario apostolico e arcivescovo di Siponto, è noto come traduttore di
classici greci e latini (Plutarco, Polibio, Marziale, San Basilio) e come autore di
opere di grammatica e filologia.
330
Descrivendo minuziosamente i momenti della vita di Carlo V, Dolce
si sofferma sugli uomini illustri nelle scienze e nelle lettere vissuti all’epoca
dell’imperatore spagnolo, fra i quali ricorda «Aldo Manuzio Romano, che con
la sua industria restituì molti libri Greci e Latini alla loro vera lezione, avendo
sempre nella sua Accademia i primi huomini d’Europa» (L. D OLCE, Vita
dell’invittissimo e gloriosissimo imperador Carlo Quinto, ed. cit., 170); con pari
DIALOGO DELLA MEMORIA 137

parimente averrà di tutti gli altri habiti così intellettuali come mo-
rali. L’effetto finalmente di ciascuno che opera dinota l’operatore:
come l’arare l’agricoltore, il combattere il soldato, e lo scrivere il
notaio; così qualunque proprio gesto: come il lattare dimostra la
balia, e parimente delle altre cose simili; e per recar le molte parole
in una, i riferimenti scambievolmente si allogano nella nostra me-
moria. Chiamo riferimento quello che necessariamente un’altra cosa
riferisce, cioé dinota e rappresenta (come, se pongo questa voce
«padre», s’intende anco posto il figliuolo, se il padrone altresì il
servo); percioché dal principio si ha rispetto al fine, e dal mezo
all’uno et all’altro, e così dal maggiore al minore e dalla ugualità,
che amendue esclude. Delle quali tutte cose lungo sarebbe l’addur-
re esempi, i quali agevolmente si possono cavar da quello che s’è
detto. Eziandio la cosa accidentale e la propria si noterà nel suo
soggetto: come nel Moro la negrezza, nell’Arabo il colore fosco,
nello Schiavone la rossezza, ne’ Francesi e Tedeschi la bianchezza, e
così negli altri; e che l’huomo sia risibile, annitribile il cavallo331; e
parimente daremo al suo soggetto qualunque proprietà e passione.
In che è sommamente da avertire che ciascun nome, che sostanza
significa, dinota specialmente due cose, cioè la sostanza e l’acci-
dente: come il Lupo prima ci dinoterà ‹l’›animale, e dipoi la voracità.
E questi così fatti nomi si vanno variando per paragone a guisa de
gli aggettivi; o che siano propri come: costui è più Alessandro di
Alessandro, cioè più valoroso; overo comuni come: Gasparo è più
bestiale di ogni bestia, più Asino di ciascun Asino. Per questi adunque,
e per quelli che da questi si traggono, così aggettivi come verbi e
partecipi, basterà aver posto il primitivo. Percioché la natura del
primitivo abbraccia virtualmente la forza del relativo.

deferenza ma maggior coinvolgimento si rivolge direttamente a lui il Dolce in


una lettera del 1543: «Dirò il vero: se questo è errore riprendetelo. Quando
m’occorre di scrivere ad altri, o di parlar con altri, quasi che mi par d’essere
qualche cosa di più: ma parlando con voi, o scrivendo a voi, sempre mi par
d’essere manco di me medesimo» (cfr. Nuova scielta di lettere di diversi nobilissimi
huomini, et eccellentissimi ingegni, ed. cit., 302). Sulla figura culturale di Aldo
e sulla sua innovativa prassi editoriale si vedano: E. PASTORELLO, L’epistolario
manuziano, Firenze, Olschki 1957; Aldo Manuzio editore. Dediche, prefazioni,
note ai testi, 2 voll., a cura di C. Dionisotti, Milano, Il Polifilo 1975; M. LOWRY,
Il mondo di Aldo Manuzio: affari e cultura nella Venezia del Rinascimento, trad.
it. Roma, Il Veltro 1984.
331
Cfr. JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, II, ed. cit., c. 7r: «Accidens et
perproprium subiecto notabit. Ut nigredo in mauro, fuscedo in arabis, rubedo
in dalmatis, albedo in gallicis, risibile in homine, hinnibile in equo, barritus in
elephante demonstrabit».
138 LODOVICO DOLCE

FABR. Basti di ciò aver fin qui detto. Hora insegnatemi a formar le
imagini, secondo il partimento loro, in vocali, reali e miste.
HOR. Questo voleva far io. E dico che avendo noi insino a qui
dimostro che si possono formare imagini con proprio e metaforico
modo di lettere, di sillabe e di parole, qui era da aggiungere per la
qual via possiamo formar generalmente vocali reali e composte
imagini; dipoi, più particolarmente, applicando il modo alle parti
loro soggette. Imagini vocali chiamiamo alcune note di lettere, sil-
labe, parole, overo ragionamenti (ancora che queste cotali note fos-
sero di lingua Greca, Hebrea e Barbara); overo ch’elle siano signifi-
cative o affatto senza alcun significato, percioché le imagini delle
cose significative si potranno far per iscrizione, finzione, o parago-
ne. Ora, quanto alla comune formazion di tutte, di che qui inten-
diamo di ragionare, si ricerca se la somiglianza della voce, che è
della imagine alla cosa imaginata, sarà (per così dire) omnimoda,
non sia soggiacente a veruna difficoltà: come volendo ricordarci di
Giovanni porremo un altro di quel nome. E dove non avenga tale
conformità, conformisi almeno in una sola lettera (come Giovan-
ni, Giacomo, e simili) et alhora con l’aggiungervi un’altra parola si
potrà supplire: come se per Giovanni si porrà Giacomo, il quale
porga delle uova a un Francese, che tenga delle ortiche in bocca; né
importa che si empia ciò che manca o con sillabe latine, o di altro
idioma. Ma quando la cosa e la sua imagine si conformeranno nel-
la prima sillaba, come Giovanni e Giobbe (ma più agevolmente), si
supplirà con l’addizione: come ponendo Giobbe a favellar con Rado,
nome commune alla maggior parte de gli Schiavoni; così per David
un Daco, o Daniello, o Damasceno, che porti in mano una vite, o
faccia altra cosa. E di qui averrà facilissimo il trovar delle imagini.
Se la prima sillaba converrà con la imagine di quello di che ricordar
ci vorremo, quello che resta parimente con l’aggiunger d’un’altra
imagine verrà a compirsi. Farannosi anco questi aggiungimenti per
iscrizione o per altri modi. Aviene anco molte volte che la imagine
in alcune sillabe convien con la cosa; ma alcune tuttavia sovrab-
bondano. In che è uopo che si usi la via del sottraggere in guisa che
almeno col solo nostro discorrimento e pensiero si levi il soverchio332.

332
Cfr. LODOVICO DA PIRANO, Regule memorie artificialis, ed. cit., 220:
«Idolum partim simile per diminutionem. Est diminutio quando pars rei principalis
ponitur pro prima sillaba illius nominis. Ut gratia exempli: si ego ponerem
caput roberti pro ista sillaba ro, vel caput francisci pro ista sillaba fran, etc. Alio
modo posset intelligi, si poneretur pars nominis ut redduceremus ad memoriam
totum nomen, ut pro robertus bertus, quod est pars diminuta eiusdem nominis,
et pro francisco ciscus».
DIALOGO DELLA MEMORIA 139

Come volendo ricordarmi di questa voce «Giona», porrò Gionata,


che sarà alcuno di tal nome da me conosciuto et ammettendo nella
mia fantasia queste due sillabe levate dal secondo nome rimarrà
«Giona». Overo se con l’effetto vorremo dinotar questo sottraggi-
mento, c’imagineremo questo Gionata ignudo da’ piedi quasi insino
alle natiche. Onde se lo vedremo spogliato della sua vesta da gli
homeri insino al cinto, non ci verrà nella mente «Giona», ma bensì
«ta» che è l’ultima sillaba che in tal guisa ci servirebbe per princi-
pio. Si può anco aggiungere alcun’altra cosa che di tal rimovimento
ci faccia aveduti. Onde se vedrai Gionata starsi in un sacco, dall’es-
sere otturata la parte inferiore di detto sacco di leggero ti potrai
ricordar che a questa voce fosse levata l’ultima parte. In che la parte
che si avesse a leggere dovrebbe essere applicata al cominciamento
del luoco. Percioché dovendo leggere «Giona», applicherai alla parte
di sopra del luoco la testa con la parte rimanente del corpo; se
dovrai leggere «Gionata», i piedi e le gambe. Somigliantemente per
questa voce «casto» sia bastevole imaginarci un arbore di castagno
tagliato, ché levate le ultime tre lettere rimarrà «casta»333. Onde già
disse certo Poeta:
Nasce ne’ boschi bella hirsuta pianta,
La qual con otto lettere si scrive:
Ma se tre ve ne levi, è cosa certa,
Che a pena una fra mille troverai334.

A che si conforma quel verso d’Ovidio:


Casta è colei, che non fu mai pregata335.

333
Si veda L. DOLCE, Dialogo nel quale si ragiona della qualità, diversità e
proprietà dei colori, ed. cit., c. 39r (Cornelio sta spiegando a Mario cosa significa
donare un determinato oggetto, in questo caso una castagna): «MAR. La casta-
gna, o foglie, o frutto, o nel rizzo? COR. Amor casto; ma che punge, occul-
tamente, di lui non se ne godendo».
334
Carminum proverbialium, totius humanae vitae statum breviter
delineantium, necnon utilem de moribus doctrinam iucunde proponentium, Loci
communes. In gratiam iuventutis selecti, addita plerumque interpretatione
Germanica, n. 4, Basilea, Ex officina Oporiniana 1576, s.i.p.: «Arbor inest silvis,
que scribitur octo figuris: / Fine tribus demptis, vix unam in mille videbis».
335
OVIDIO, Amores, I, VIII, 43-44: «Casta est quam nemo rogavit; Aut, si
rusticitas non vetat, ipsa rogat». Il verso ovidiano era già comparso in un’altra
opera del Dolce, il Dialogo piacevole in difesa d’i male avventurati mariti, in cui
l’Aretino, enumerando le virtù degli uomini e in contrapposizione i vizi delle
donne, ricorda detti memorabili di suoi contemporanei, fra i quali egli cita
140 LODOVICO DOLCE

Percioché le castagne sono durissimo cibo, il quale non è dedicato


ad altri, fuor che a quelli che macerano il corpo. Et in questa con-
siderazione alcuni pongono a tal sottraggimento una materia liqui-
da ne’ suoi ricettacoli: come di questa parola «vino» volendo avere
la prima sillaba, t’imaginerai un vaso di vino che abbia la parte del
disotto coperta. E se l’ultima, che è «no», nascondi la parte di so-
pra, overo fa partimento del vaso, come di Gionata dicevamo. E
ciò osservisi nelle cose minutissime che da se stesse non recano
bastevole imagine: come per la voce «pulice» si potrà porre una
coltra ripiena di pulici; il che secondo gli addotti esempi, hora «pu»,
hora «lice», verrà a significarci. Potremo anco nel nostro pensiero
le più volte imaginarci a nostro piacere o lettere o sillabe trasporta-
te: onde quando ci occorrà poner questa voce «Ave» pongasi Eva
ove l’e è trasposto per l’a. Parimente si traspongano anco le sillabe:
come per «rostro», «troros»336. Medesimamente si può imaginare
una lettera cangiata in un’altra, e così di sillaba in sillaba: come
invece di «corpo» ponendo «corvo», ove la v mutata in p fa «cor-
po». E così parimente si fa col cangiare una in un’altra lettera, e più
lettere in più lettere. Il medesimo diremo delle sillabe, come per
«fratello» ponendo «fattore». Ma questo è da lasciare a quegli, che
molto bene si sono esercitati, i quali con ogni facilissima noticciuola
giovano alla memoria. Possono ancora le imagini delle voci farsi
per via di libero discorrimento; non per certa conformità ma per la
rappresentazione che la volontà pose in quelle per certa proprietà:
come ponendosi il tamburo per la battaglia, per cagione che quel
suono eccita i soldati alla battaglia; la spada per la Giustizia, per
essere ella instrumento di esercitarla. Rappresentando la cagione
per l’effetto e da capo prendendo l’effetto per la cagione, come di
sopra di qualunque sorte di cagione s’è detto (e, per cagion di esem-
pio intorno allo efficiente o diciamo operante, porremo l’Architet-

anche «il mio compare Messer Lodovico Dolce» che costantemente aveva sulle
labbra l’ovidiano «Casta est quam nemo rogavit» (L. DOLCE, Dialogo piacevole
nel quale Messer Aretino parla in difesa d’i male avventurati mariti, Venezia,Curzio
Navò 1542, c. 8v-9r).
336
Cfr. LODOVICO DA PIRANO, Regule memorie artificialis, ed. cit., 220:
«Idolum partim simile per transpositionem litterarum vel sillabarum: ut si ego
ponerem maro pro Roma, ave pro Eva et mora pro amor» e LEONARDO GIUSTINIANO,
Regulae artificialis memoriae, ed. cit., 122: «De transpositione. Nona per
transpositionem; et est multiplex, ut ex his dillucide patet: patum aptum – pastu
stupa – saca casa – roma amor – specalum spelunca – estalum mustela. Haec est
pulcherrima et subtilissima collocandi ratio; quam sicuti sciemus et valebimus,
ignotissima verba et quemlibet sermonem barbarum et inconditum, qui nulla
ex parte aliquid significet, facile optimeque recordabimur».
DIALOGO DELLA MEMORIA 141

to per la casa) e l’effetto per la cagione (come il ghiaccio per il


freddo e parimente il sarto per la vesta, e la vesta per il sarto). Ma
queste sono regole da fare le imagini Reali, che mescolatamente
per la medesima ragione sono imagini delle parole significative e
delle cose che per quelle si dinotano. Percioché le voci sono segni
delle cose, onde se abbiamo le imagini delle cose è mistiero che
quelle siano delle voci, altrimenti non potressimo isprimer la cosa
conceputa, né la imagine allogata nella sua sede. E se io porrò la
imagine di una casa, non importa che io la prenda per la voce «casa»
o per uno edificio che si contiene di pietre e di legnami. Altrimenti
si fa nelle parole non significative e (per usar questo termino)
sincathegoremati delle seconde intenzioni337, le quali altre imagini
ricercano. Ma delle cose dette di sopra si fa la strada alle Reali.
Percioché le imagini, che si conformano per la sola cosa con lo
imaginato, si fanno per via di traslazione, di gesto, di corpo, di
favella, e de gli altri modi che propri e metaforici di sopra abbiamo
ricordato, e più inanzi più partitamente nell’applicazione
ripiglieremo. E perché di quest’arte la perfezione è la pratica e gli
esempi, se per via di traslato allogheremo una tortore per una casta
matrona, e una volpe per un huomo astuto, quantunque la imagine
non convenga nel nome e la cosa per quella rappresentata, moverà
ciò nondimeno la memoria, considerandosi che sì come nella tor-
tore è la castità così parimente nella matrona, e che l’astuzia della
volpe si contiene nell’huomo338. Onde una cosa stessa può esser

337
sincathegoremati delle seconde intenzioni: nella logica tradizionale i ter-
mini sincategorematici sono tutte quelle espressioni che non sono dotate di un
significato autonomo e che assumono un senso solo se associate ai termini
categorematici, o oggetti (prime intenzioni); ad esempio: e, o, se, allora, etc. Cfr.
LODOVICO DA PIRANO, Regule memorie artificialis, ed. cit., 219: «Sine alphabeto
fit quando imponimus aliquas res ad significandas dictiones sincategorematichas,
ut sunt signa verbalia et particularia ut…, et ut sunt nomina distributiva, rela-
tiva, adverbia et omnes partes indeclinabiles ut prepositiones, adverbia,
interiectiones et coniunctiones, ut puta si ego imponerem unum ligonem ad
significandam hanc coniunctionem et; nam volens facere memoriam huius
coniunctionis et oportet abstrahere idolum a ligone in suo loco posito. Simili
modo si ego imponerem lucernarium pro ista propositione ad, extrahere posset
idolum a lucernario in suo loco posito, et sic de aliis».
338
Cfr. L. DOLCE, Dialogo della istitution delle donne, secondo li tre stati che
cadono nella vita humana, ed. cit., c. 69r: «Et la Tortora, avendo perduto sua
compagna, non beve d’altra acqua che di torbidi e fangosi stagni, né si ferma se
non sopra rami secchi o spogliati delle lor foglie, né più si mescola con gli altri
uccelli allegri e festevoli della sua specie. Onde Salomone volendo significare
amor casto e santo fa della sposa (cioè della Chiesa) comparazione quando a
Colomba e quando a Tortora». Per la regola generale si veda LODOVICO DA
142 LODOVICO DOLCE

imagine di molte, per le diverse proprietà di essa separatamente


attribuite a diversi: come se in un luogo mi imaginerò un Leone
per un huomo forte et in un altro per un crudele. Nella qual cosa è
tuttavia da schifare l’anfibologia339. Di sopra abbiamo posti alcuni
esempi del gesto del corpo ma ve ne aggiungeremo ancora alquan-
ti. Così il cane nel mover la coda dinoterà favore et applauso; et
altresì diversi effetti della mano significheranno diverse cose: come,
innalzandole al cielo, l’animo d’uno che ori e dimandi aita. Per lo
levar del dito intendiamo un trattato esser descoverto, o avenimento
tale. E così a i soli segni vegniamo in cognizione di diverse opere
delle membra: come pel dito posto alle labbra si dinota il silenzio.
Onde Giovenale:
Tu con l’un dito tuo le labbra accheta340.

Così lo accennar de gli occhi ha ancora esso le sue significazioni. E


molte altre di queste cose che si osservano in diverse città. Simil-
mente se aviene che siamo usi di udire alcun saggio e bel detto, per
quello poniamo colui che lo dice. Come se qualcuno avesse sempre
in bocca quel verso del Petrarca,
Ahi null’altro che pianto al mondo duro341,

porrei questo tale. Nella guisa che anco praticando con certo scola-
re, che ogni tratto ragionando soleva dire «Ecco, ecco», mi valeva
di allogar costui per queste due voci. Né resterò anco di dire che,
essendo io giovanetto uditore qui in Vinegia dello Egnazio342 et

PIRANO, Regule memorie artificialis, ed. cit., 220: «Idolum partim simile per
transuptionem: fit idolum figurative transumptum, ut si ego ponerem florem
pro odore, lupum pro tiranno, agnum pro humili, Neronem pro crudeli et pro
columba simplicem».
339
anfibologia: discorso o modo di dire che può essere interpretato in due
o più modi diversi.
340
Si è corretta l’erronea attribuzione ad «Horazio» che Dolce fa del verso,
ricorrendo a GIOVENALE, Satire, I, 160: «Cum veniet contra, digito compesce
labellum».
341
PETRARCA, Canzoniere, CCCXXIII, 72: «Ahi, nulla, altro che pianto,
al mondo dura!».
342
Noto col nome accademico di Battista Egnazio, Giambattista Cipelli
(Venezia 1478-1553) fu un personaggio assai importante nella vita culturale
veneziana del primo Cinquecento. Introdotto nello studio delle lettere da Bene-
detto Brugnoli e della filosofia da Vincenzo Bragadin, a 18 anni aprì nella sua
casa una scuola privata di lettere che riscosse fin da subito ampio consenso.
Profondo conoscitore delle lingue classiche, all’attività di maestro accompagnò
quella di filologo, attirando così la gelosia del maestro umanista Sabelico che
DIALOGO DELLA MEMORIA 143

avendo egli famigliare «quamquam», e parimente «quippe», «qui»,


o «quae», quante volte io l’incontrava per l’istrada tante mi veniva-
no nella memoria questi due termini. Ma come sopra dicemmo,
quando aviene che ci manchino commode imagini, potremo di-
pinger le cose, delle quali abbiamo a valerci, in iscambio delle pa-
role; come di questo detto:

o superbo perché insuperbisci? non sai tu che’l superbo sprezza i superbi?

Agevolmente a ciò potremo venire col mezo di cotali lettere Reali o


Greche, con la nostra imaginazione, secondo la iscrizione di cui
sopra abbiamo fatto menzione, scritte nel muro, o parete, o nel
nostro luoco (come ci torna meglio) nella guisa che qui vedi:
O Su per ins
N sa ch sup
Sp i Supe

Così parimente trovai per queste parole latine: Amice lava, comede,
bibe, sollaciare, solve, vade; che vuol dire: Amico lavati, mangia e
bei, datti buon tempo, paga, e va’ con Dio.

cominciò a screditare il giovane durante le proprie lezioni: ne nacque un’inimi-


cizia fondata sulla consapevolezza della reciproca sapienza, un’inimicizia che
legò fortemente i due contendenti, tanto che per il proprio elogio funebre il
Sabelico scelse proprio il Cipelli. La Repubblica lo designò più volte suo oratore
in importanti cerimonie pubbliche (come nel 1515 quando il Senato veneto lo
inviò a Milano per congratularsi con Francesco I). Nel 1520 succedette a Raffaele
Regio come maestro d’umanità alla scuola di S. Marco della Cancelleria Ducale.
Intrecciò trame epistolari con importanti uomini del suo tempo (Bembo, Gasparo
Contarini, Erasmo...). Membro fin dal 1502 dell’Accademia Aldina, strinse un
rapporto di amicizia e di collaborazione col Manuzio. Tra le sue opere si ricor-
dano le Recenationes (1508), il De Caesaribus libri tres (1516), il De exemplis
illustrium virorum Venetae civitatis atque aliarum gentium (1554); molto più che
a questa produzione personale, la fama di Cipelli è legata alle edizioni di testi
classici, il cui testo veniva filologicamente restaurato e corredato di annotazioni.
144 LODOVICO DOLCE

Da questo ancora è molto chiaro quanto agevolmente possiamo


formare le imagini; le quali parte convengano con la cosa per via di
consonante e di voce conforme, e parte con la stessa cosa, o siano
doppie o semplici: come se per uno asino vorrò porre Antonio; il
quale, ancora che non sia conforme co’ costumi dell’asino, nondi-
meno si confà per via del suono della prima sillaba, e viene avere a
questa guisa qualche proprietà. Delle doppie tale è l’esempio: che
per queste parole, «Giovanni scrive», s’abbia a prendere alcuno di
tal nome, che faccia sì fatto effetto; e sarà conformità del nome e
del gesto del corpo presa dall’atto. Così parimente potremo pren-
der molte proposizioni, o diciamo concetti, da una sola persona,
che insiememente343 eserciti diverse azioni: come si dice di colui
che insieme mangiava, beeva, con la mano via cacciando la gatta,
con la bocca ridendo, con gli occhi accennando, e camminando
co’ piedi. Tutti questi fatti si potranno dinotar con una sola imagine;
pure che in questo si schivi il soverchio.
FABR. Questi esempi non sono fuor di proposito.
HOR. Hora verrò all’applicar de’ luochi e delle imagini naturali,
artificiali e miste alle cose. Dico adunque che alhora si dovrà sti-
mare che i luoghi nostri siano ottimamente applicati, quando sia-
no dirittamente fabbricati; e col loro ordine, secondo i precetti dati
di sopra, ridrizzandogli al memorabile: che è il commettere a essi
luoghi col nostro pensamento le imagini, overo le specie astratte
delle cose, delle quali ci abbiamo a raccordare con quell’ordine, col
quale dobbiamo spiegarle con la favella. Ma affine che queste
imagini si possano applicare nella guisa che si conviene, è mistiero
di fare a ciascuna la sua materia, e por quella ne’ luoghi con certo
dicevole ordine. Percioché fra le altre cose, che’l beato Thomaso
come giovevoli alla memoria va ricordando, è la primiera che
l’huomo di quelle cose, delle quali procaccia ricordarsi, prenda al-
cune convenevoli somiglianze344. È dunque da avertire che le parti

343
insiememente: ‘contemporaneamente’. Cfr. BOCCACCIO, Decameron,
Intr., 39: «Né fu una bara sola quella che due o tre ne portò insiememente, né
avvenne pure una volta, ma se ne sarieno assai potute annoverare di quelle che
la moglie e ’l marito, di due o tre fratelli, o il padre e il figliuolo, o così fattamente
ne contenieno»; cfr. anche L. DOLCE, Modi affigurati e voci scelte et eleganti della
volgar lingua, ed. cit., c. 42r: «Insieme, insiememente. La prima è del verso, la
seconda è delle prose. Né è da tacere che dal Petrarca fu usato inseme et insieme».
344
TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, II, II, q. 49, a. unic.: «Et sunt
quattuor per quae homo proficit in bene memorando. Quorum primum est ut
eorum quae vult memorari quasdam similitudines assumat convenientes, nec
omnino consuetas».
DIALOGO DELLA MEMORIA 145

soggettive, o diciamo materiali, di quest’arte sono due: percioché


la materia imaginabile o è di cose semplici, come di sopra dicem-
mo, o di doppie. Cosa semplice è quella che solo si comprende per
via dell’intelletto: come sono le sostanze astratte, IDDIO, gli
Angioli, e i Dimoni, l’anima, e lo Spirito de’ beati; che per non
esser da noi veduti non ci possono recar proprie imagini, ma per
via di congettura e di libero pensamento è da prendersi per noi
cosa per cui ci si rappresentino. La imagine di DIO si fa in vari
modi ma secondo quello che noi veggiamo e con divino habito.
Onde ci potremo imaginare una figura di riverenda Maestà, coro-
nata di corona Imperiale, e che nella destra mano tenga un fulmi-
ne, e nella sinistra il mondo: e ciò rappresenterà a noi il creatore
dell’universo. Oltre a ciò possiamo imaginarloci per iscrizione, fin-
zione, traslazione, comparazione, e per altri modi, come eziandio
le altre sostanze astratte, o vogliamo dire separate. Possiamo non-
dimeno poner così fatte non vedute sostanze con l’esempio di co-
loro che sogliono recitar Comedie o Tragedie345. Et imaginandoci
uno individuo, ve ne porremo un altro che si conformi col suo
nome: onde per San Michele prenderò uno di questo nome che da
me conosciuto sia. E così per San Pietro un Pietro che tenga in
mano le chiavi, e per San Paolo un Paolo che abbia altresì la spada
in mano. E dove cotali ci mancassero, si possono mettere in quella
vece altre imagini: come per Satan si potrà fingere un sarto che si
ponga le mani a’ denti. Così per Belzebub una donna detta Bela, la
quale veste una pelle di becco. Overo per via d’iscrizione, di finzio-
ne, o di traslazione. Le imagini delle cose sensibili, che hanno vita,
solemo allegar con alcuna special dinotazione, come per un huomo
nel quale null’altra cosa ci si appresenti fuor che la special natura:
così per un huomo un altro huomo, per una donna un’altra donna,
facendo distinzione solamente nel sesso. Con tutto ciò è da
imaginarsi le comuni sostanze vive operare alcuna cosa. Le cose

345
Per l’analisi di alcune interazioni fra l’universo teatrale e la tradizione
dell’arte della memoria si vedano: F. A. YATES, The Theatre of the World, London,
Routledge and Kegan Paul 1978; L. BOLZONI, Teatralità e tecniche della memoria
in Bernardino da Siena, in «Intersezioni», IV, 2, 1984, 271-288; N. DAVIS, The
English Mystery Plays and the Ciceronian Mnemonics, in Atti del IV colloquio della
Société internationale pour l’étude du théâtre médiéval, Viterbo, Centro studi sul
teatro medioevale e rinascimentale 1984; S. SVIZZERETTO, Magia della tempesta
nel Teatro di memoria. Shakespeare, Fludd e una scena ermetica, Roma, Atanòr
1986; L. GENTILLI, L’Arte della Memoria, in Mito e spectacolo en el teatro corti-
giano di Calderòn de la Barca, Roma, Bulzoni 1991, 27-36; A. TORRE, Scena
Speranze. Il paradigma del teatro nell’arte della memoria rinascimentale, in «Scena‹e›.
Studî sulla vita delle forme nel teatro», V-VI, 2000, 9-32.
146 LODOVICO DOLCE

particolari possono imaginarsi da se stesse, o per via di somiglian-


za: come per Pietro, Pietro; o d’instrumento: come Pietro per le
chiavi, Paolo per la spada, Giovanni per il calice; o per le insegne:
come Giovanni per l’Aquila, Mattheo per il Bue, e Marco per il
Leone346. Anco per l’operazione: come sarebbe a poner Pietro uno
che volgesse la pietra. Potranno tuttavia così le sostanze comuni,
come le particolari, e vive et inanimate, comporsi per finzione,
iscrizione di lettere e di sillabe, e ricever le imagini; il che è l’ultimo
ricorso ove altre non ci sovvengano. Parimente osservisi per tutto
di qualunque nome di animale, così nel genere come nella specie,
non meno comuni che particolari: come per questo nome «Ani-
male», ponendosi alcuno che non rappresenti altro che la sola na-
tura; e per un cavallo un cavallo, e per il Leone il Leone. Ma per un
cavallo brunello, grifone, leardo, baio, e simili, si metterà uno di
quel nome o, secondo le regole sopra addotte, gli Enti puri natura-
li, i quali dalla sola natura sono formati e a gl’individui recano la
propria imagine. Percioché in vece del pero potrassi adattar nel suo
luogo questo arbore; e così le altre cose che sono soggiacenti alla
vista. Ma le invisibili et ignote, nella guisa che sono i celesti corpi
(come Saturno, Marte, Giove, il Sole, Mercurio, Venere, e la Luna),
pongansi per i loro caratteri come gli dinotano gli Astrologi: come
per Saturno, per Giove, per Marte, per il il Sole, per
Venere, per Mercurio, e per la Luna. Così eziandio per i
segni del cerchio del Zodiaco ponendo i loro caratteri: come per
l’Ariete, per il Tauro, per i Gemini, per il Cancro, per il
Leone, per la Vergine, per la Libra, per lo Scorpione,
per il Sagittario, per il Capricorno, per i pesci. Medesima-
mente per gli aspetti celesti questi caratteri, per congiunzione,
per sestile, per Trino, per il quarto per la opposizione;
parimente per il capo e per la coda del Dragone, e così seguitando.
Overo ce li imagineremo per le figure come che gli dipingono i
Pittori. Dell’arte de’ quali se avremo qualche famigliarità o contezza,
ci sarà più agevole il formarle. Come chi volesse raccordarsi della
favola di Europa, potrebbe valersi dell’esempio della pittura di

346
JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, II, ed. cit., c. 8r: «Insignia enim
cuiusque rei proprium vocabulum exquisitum referent. (...) Leo Marcus, aquila
Ioannes, vitulus Luce, angelus Mathei, cathene Leonardi, pectines Basilii, pellis
Bartholomei, claves Petri, retia Andreae, cocleae et galerus Iacobi».
DIALOGO DELLA MEMORIA 147

Tiziano347; et altretanto di Adone348 e di qual si voglia altra favo-


la349, o historia profana o sacra, eleggendo specialmente quelle fi-
gure che dilettano e quindi sogliono la memoria eccitare350. A che
sono di utile i libri con figure, come per lo più hoggidì si sogliono
stampare, nella guisa che si possono vedere nella maggior parte di
quelli che escono dalle stampe dell’accuratissimo Giolito351. Ma,
per tornare a i corpi celesti, di questi per le proprietà potremo rac-

347
Cfr. L. DOLCE, Le Trasformationi, V, ottava 58: «Quivi fra molte giovani
e donzelle / La figliuola del Re [scil. Europa] stava a diletto, / Che bella potea
dirsi oltra le belle / Di persona così, come d’aspetto. / Né dipinse giamai Zeusi,
od Apelle, / Michel, né Titian sì raro oggetto, / Né degna d’aguagliare a questa
parmi / Opra d’antichi o di moderni marmi».
348
Si ricordino la dolciana Favola di Adone (Venezia, Giolito 1545) e la
lettera ad Alessandro Contarini in cui lo stesso Dolce descrive il dipinto, o
meglio «la poesia di Adone poco tempo adietro fatta e mandata dal divin Tiziano
al Re d’Inghilterra» (cfr. Nuova scielta di lettere di diversi nobilissimi huomini, et
eccellentissimi ingegni, ed. cit., 112).
349
Cfr. UGO DI SAN VITTORE, Didascalicon, III, V, ed. cit., 128: «In un
secondo tempo, se si offre l’opportunità, gli studenti leggano anche gli altri
scritti, poiché talvolta alternare cose più riposanti con altre più impegnative
procura piacere, e la rarità rende qualsiasi valore prezioso: ad esempio una frase
molto significativa impressiona di più la mente e viene più facilmente ricordata,
quando la si trova nel contesto di una favola».
350
Cfr. proprio la lettera di Dolce a «Messer Alessandro Contarini» rac-
colta nella Nuova scielta lettere di diversi nobilissimi huomini, ed. cit., 509-512:
«(...) Fu questa poesia di Adone poco tempo adietro fatta e mandata dal divin
Tiziano al Re d’Inghilterra. (...) percioché tra la serenità della guardatura, e il
mover della bocca, dimostra manifestamente l’intrinseco del suo animo; e tutto
poi serve in vece di parole. (...) Lo aspetto è parimente, qual si dee creder, che
fosse quello di Venere, s’ella fu mai: nel quale appariscono manifesti segni della
paura, che sentiva il suo cuore dell’infelice fine che al giovane avvenne. (...) Vi
giuro, Signor mio, che non si trova huomo tanto acuto di vista e di giudizio, che
veggendola non la creda viva: niuno così affreddato da gli anni, o sì duro di
complessione, che non si senta riscaldare, intenerire, e commuoversi nelle vene
tutto il sangue». Sui rapporti tra Tiziano e Dolce, e, in particolare, sull’impor-
tanza del volgarizzamento dei classici latini per le «poesie» del Maestro venezia-
no si veda C. GINZBURG, Miti, emblemi, spie, Einaudi, Torino 1986, 133-157:
la lettera al Contarini è secondo Ginzburg «una chiara testimonianza di come
la valutazione estetica in termini di verosimiglianza trapassa insensibilmente
nell’apprezzamento, quanto mai esplicito, delle virtù di stimolazione erotica del
dipinto» (138).
351
Cfr. L. BOLZONI, La stanza della memoria. Modelli letterari e iconografici
nell’età della stampa, ed. cit., 244: «Il libro figurato, ci avverte dunque il Dolce,
oltre alle immagini dei pittori, può offrire modelli e materiali per le immagini
della memoria. È uno dei modi in cui si realizza un paradossale equilibrio fra arte
della memoria e stampa, si attua cioè una collaborazione fra un’antica esperienza
e la moderna tecnologia che l’avrebbe a poco a poco svuotata di senso».
148 LODOVICO DOLCE

cordarci: come per Saturno imaginandoci alcun malvagio vecchio


da noi conosciuto, per Marte un soldato, per il Sole un huomo
illustre, per Venere una fanciulla lusuriosa, per la Luna una instabi-
le. Per valersi di queste e di simili cose gioverà a leggere il libro di
Fulgentio Dell’ornamento del mondo352, e quegli autori che discrivono
la natura de gli Dei e raccontano come e con quali figure gli antichi
gli dipingevano353. Giovanni Boccaccio nel suo libro Della natura

352
Fabio Planciade Fulgenzio, erudito latino operante in Africa nel V sec.
d. C., è autore di quattro curiose opere tutte caratterizzate da una singolare
reinterpretazione dei classici, e dell’edificio mitologico che essi presuppongono,
alla luce della Verità del cristianesimo. l’Expositio Vergilianae continentiae è un
dialogo in cui Virgilio svela le allegorie riposte sotto i versi dell’Eneide; il De
aetatibus mundi et hominis ripercorre la storia del mondo dalle origini, organiz-
zando il materiale storico mediante la tecnica - per alcuni aspetti mnemonica - del
lipogramma, per cui nel primo capitolo non compare mai la a, nel secondo manca
la b e così via; l’Expositio sermonum antiquorum illustra il significato di 76 parole
attraverso citazioni dai classici e il ricorso ad audaci etimologie; infine abbiamo
l’opera a cui con ogni probabilità fa riferimento il Dolce, ovvero i Mythologiarum
libri III, un’antologia di cinquanta racconti mitologici che cercano le motivazioni
scientifiche sottostanti ai racconti della religione pagana al fine di renderli
riutilizzabili anche dal mondo cristiano. Come ci testimonia la Yates (L’arte della
memoria, ed. cit., 89), le immagini mitologiche e le metafore poetiche, che Fulgenzio
trasse dalle favole degli dèi pagani, ebbero un enorme successo nel tardo Medio-
evo come suggestive imagines di memoria per sermoni morali e prediche: si pensi
al Fulgentius metaforalis del francescano inglese John Ridevall, vera e propria
«moralizzazione della mitologia di Fulgenzio, destinata ai predicatori».
353
Cfr. L. BOLZONI, Iconologia e arte della memoria, in «Arte Lombarda»,
XXXVIII, 3-4, 1993-1994, 118: «Col pieno Cinquecento (...) si attua, in Italia
e in Europa, un processo di costituzione e standardizzazione di modelli e di
repertori; a causa della divisione disciplinare che impera nelle nostre Università,
tendiamo a considerare separatamente il fatto che, a fine Cinquecento, si costi-
tuiscano i primi, grandi dizionari delle lingue moderne e si stampino dizionari
iconologici destinati a una lunghissima fortuna. Ma proprio il più celebre di
questi dizionari, l’Iconologia di Cesare Ripa ci invita a riflettere, a renderci conto
che si tratta di un unico processo, che coinvolge insieme le parole e le immagini.
(...) la tradizione dell’arte della memoria aveva concorso a delineare quel reper-
torio iconologico che il Ripa utilizza; nello stesso tempo l’intera opera del Ripa
potrebbe confluire in un trattato di memoria, più precisamente in quella parte
canonica in cui si danno esempi di imagines agentes, in cui si insegna a costruire
un repertorio di immagini memorabili pronte al riuso». Sulle numerosi e fertili
intersezioni fra arte della memoria, arti figurative e letteratura si vedano anche:
J. PH. ANTOINE, Ancora sulle virtù: la nuova iconografia e le immagini di memoria,
in «Prospettiva», 30, 1982, 13-29; ID., Ars memoriae – Rhetorik der Figuren.
Rücksicht auf Darstellbarkeit und die Grenzen des Textes, in Gedächtniskunst.
Raum – Bild – Schrift. Studien zur Mnemotechnik, ed. cit., 53-73; L. BOLZONI,
Costruire immagini. L’arte della memoria tra letteratura e arti figurative, in La
cultura della memoria, ed. cit., 57-98; G. SACCARO DEL BUFFA, Dalla narrazione
alla scena pittorica mediante le tecniche della memoria, ed. cit., 79-84.
DIALOGO DELLA MEMORIA 149

de gli Dei de’ gentili è ripieno delle discrizioni di così fatte imagini 354.
E ciascun buon Poeta e Pittore con più agevolezza si potrà servir
dell’ufficio di quest’arte, per la prontezza ch’egli avrà di formar così
fatte imagini per cagion della memoria. Ma per conto de’ Pianeti,
e de’ Segni dello Zodiaco specialmente, sono accommodatissime le
imagini d’Iginio, se noi c’imaginiamo ch’elle siano vive355. Potre-
mo anco per questi animali celesti riceverne di quelli che sono loro
simili de’ quali abbiamo cognizione e domestichezza: come per il
Tauro un toro, per l’Ariete un ariete, e così di mano in mano. I
nomi adunque delle sostanze, propri o comuni, come s’è detto,
poniamo con le loro imagini, che seco apportano: come per il pero
un pero, e per il pomo un pomo; cioè il frutto per il frutto e per
l’arbore l’arbore. Il che si osservi in tutti, se non che si faccia che
con questi l’huomo operi alcuna cosa, e se ne faccia fra loro alcuna.
E se averrà che siano maggiori di quello che essi convengano a i
nostri luoghi, né si possa porre una loro parte (come aviene in così
fatti terra, acqua, aere, fuoco, de’ quali basta a porre una parte),
facciansi le imagini a guisa delle sostanze a noi invisibili: come pel
cielo, alcuno che lo riguardi. Come sarebbe uno astrologo, overo
un’altra convenevole imagine. O per via d’iscrizione, e de gli altri
modi metaforici; il che comunemente si dèe osservare in tutte le
cose che si hanno ad applicare. Le nazioni da noi conosciute porre-
mo per le loro armi e per le insegne medesimamente delle loro
persone; e quelle che non sono, faremo ciò per i loro istrumenti,
come di sopra dicemmo. Basta anco negli huomini conosciuti il
porne uno per tutti: come per tutti i Mantovani, un solo Mantovano.
Parimente delle patrie, de’ Regni e luoghi: ché i noti si possono
allogar per gl’instrumenti, gl’ignoti per le insegne. Le cose artifi-
ciali altresì, se non saranno proporzionate a i luoghi, si potranno
rammemorar per gli artefici loro, percioché la cagione rappresenta
l’effetto, e l’effetto parimente la cagione. Là onde si potranno por-
re le cose minori, come sono vesti, sopravesti, cappelli, berette,
scarpe, e cose tali da se medesime et anco con l’artefice loro. Intor-
no alle accidentali è da serbar questo. Percioché il maestro di color
che sanno nel Trattato dell’Ente e della essenza dice questi non aver

354
Si veda La Genealogia de gli Dei de’ Gentili di Messer Giovanni Boccaccio,
con la spositione de’ sensi allegorici delle favole et con la dichiaratione dell’historie
appartenenti a detta natura. Tradotta per Messer Gioseppe Betussi da Bassano,
Venezia, appresso Giacomo Sansovino 1547.
355
L’opera in questione è il già citato De Astronomia di Caio Giulio Hyginio.
150 LODOVICO DOLCE

l’essere per sé, absoluto dal soggetto356. Sì come adunque l’acciden-


te non è l’Ente ma alcuna cosa dell’Ente, e non si può diffinire se
non per additamento, cioè per il soggetto che è estrinseco alla
quiddità di esso accidente, così ancora per via di arte non possiamo
avere la sua memoria se non nel soggetto della cosa considerata357.
E qui basterà assai, se per accidente prenderemo qualunque sog-
getto nel quale esso per eccellenza si ritrova; percioché, di questo
raccordandoci, sarebbe difficile a non comprender l’accidente a lui
proprio. Quando adunque ci occorrerà di raccordarci di questa voce
«schiacciato», pongasi alcuno che abbia il naso corvo; così per que-
st’altra «crespo» uno ch’abbia i capegli inanellati; e per la sapienza
alcuno che ne sia adorno, per la bianchezza il gesso, la neve, il
cigno; et allo incontro per la negrezza un corvo, overo Ethiopo, la
pece, il carbone; e parimente per la grandezza un Gigante. Percioché
o che gli accidenti siano nell’anima, come gli habiti intellettuali, le
passioni, le potenze, e le virtù, o pure siano oltre l’anima, come de
gli altri generi, possono per i soggetti, ne’ quali principalmente si
ricercano, allogarsi. Possiamo anco per i nomi raccordarci de’ loro
accidenti, secondo le regole insino a qui esposte: come per la bian-
chezza non porrai il soggetto se temerai di farci equivocazione; e fia
allogata una cosa sola pel rimanente, come il soggetto non per l’ac-
cidente ma per la stessa cosa. Il che è che non mi penserò358 della
bianchezza rammemorando la neve, ma la neve assolutamente, come
cosa e non soggetto della bianchezza. Ché alhora, secondo la regola
delle imagini delle vocali, et anco secondo i modi metaforici, sa-
rebbe da imaginarci gli accidenti, come di sopra dicemmo; e di
quelle ci raccordaressimo per via di voce, di favella, d’iscrizione, di

356
Cfr. TOMMASO D’AQUINO, L’Ente e l’essenza, 6 (si è utilizzata l’edizione
Rusconi, Milano 1995): «Diffinitionem autem ‹accidentes› habent incompletam,
quia non possunt diffiniri nisi ponatur subiectum in eorum diffinitione; et hoc
ideo est quia non habent esse per se absolutum a subiecto, sed sicut ex forma et
materia relinquitur esse substantiale quando componuntur, ita ex accidente et
subiecto relinquitur esse accidentale quando accidens subiecto advenit».
357
Cfr. ARISTOTELE, Metafisica, VII, 1031a: «È chiaro, pertanto, che si dà
la definizione soltanto della sostanza. Se si desse infatti la definizione anche delle
altre categorie, essa potrebbe aver luogo esclusivamente per aggiunzione, come
nel caso del dispari, giacché quest’ultimo non può essere definito ove si prescin-
da dal numero».
358
non mi penserò: cfr. L. DOLCE, Modi affigurati e voci scelte et eleganti della
volgar lingua, ed. cit., c. 8r: «Suolsi dire comunemente Io vado, io sto, io credo,
e così fatti; ma la polita Lingua Thoscana, con certo modo leggiadro e dilettevole
alle orecchie, vi aggiunge per lo più la particella Mi».
DIALOGO DELLA MEMORIA 151

finzione, e de gli altri modi. Ma le dignità, gli uffici, e gli accidenti


di questa maniera allogaremo col mezo de gli istrumenti, delle in-
segne, e d’altri modi: come il Pontefice per la gran mitra, il Notaio
per la penna o cartoccio da scrivere, e così di mano in mano, come
s’è detto. Oltre a ciò le passioni per notificazion, per cagione, per
finzione, e per i movimenti del corpo, e per infiniti altri modi ci
pongono le loro imagini. E questo basti aver detto intorno a’ sem-
plici così sostanze, come accidenti. Ma quando sia che si convenga
raccordarci d’alcuna cosa composta o mista, come sarebbe della
Chimera, dell’Hippogrifo dell’Ariosto, e così fatti, se ciò da se stes-
so o per via di acconcia somiglianza non si potrà porre, pongasi
almeno per risoluzion delle parti359.
FABR. Hora segui dell’applicazion delle imagini alle parole inten-
zionali e reali, o di casi effettuali.
HOR. Perché dalle cose nascono più agevolmente le dimostrazio-
ni di questa materia, di che ho preso a favellare (che formar si
possono le imagini delle voci; di quelle specialmente che signifi-
cano le seconde intenzioni, e delle ignote), di qui nelle scienze
reali, o pure effettuali, il modo di raccordarci è più agevole. Ma,
quanto appartiene al pieno frutto di questa fatica, è da procaccia-
re con ogni studio di essere molto bene ammaestrati in amendue.
Ora, le voci, che debbono destare in noi la memoria, sono o lette-
re, o sillabe, o semplici termini, overo di queste formate sentenze
e concetti. Per le lettere latine abbiamo di sopra un alfabeto for-
mato, e somigliantemente per le sillabe. Il che a maraviglia giove-
rà nelle incognite, barbare, e non significative, quantunque fosse-
ro latine: come sono quelle che da gli stessi sono dette
intergezioni360 e congiunzioni. Percioché di queste formiamo voci
incognite, come Greche, Hebree, e Barbare, ove altre imagini non
ci sovvengono, come di sopra s’è detto. Onde volendo usar questa
voce Hebrea «Patha», c’imagineremo Paolo per «Pa» et una tavola
nelle sue mani per l’altra sillaba «tha». Potrà anco essere una stessa
lettera e diversa sentenza: come se io ponessi questo latino avver-

359
JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, II, ed. cit., c. 7r: «Si mixtam
substantiam memorari cupis, epigramata aut species resoluta enodabit. Centauros
enim et chimera, species nobis facile evolvent».
360
intergezioni: cfr. L. DOLCE, I quattro libri delle Osservationi Gramma-
ticali, I, ed. cit., 116: «Le intergezioni, parte ancora ella della Volgar Gramma-
tica, alle altre s’interpone per cagion di esprimere gli affetti e le passioni dell’ani-
mo; come ella ci dimostra nel nome».
152 LODOVICO DOLCE

bio «quondam» per quest’altro verbo «condam», essendo che’l


primo significa «già», e’l secondo «fabbricare». Così con l’accre-
scere, menomare e levar via si commove la memoria361. Onde aven-
do noi a porre una parola ignota (come per aventura esser posso-
no le Greche, l’Hebree, e ciascun’altra barbara, alle quali noi si-
mili non abbiamo: come Bosdrab, Zorobabel, et altre di questa
maniera) invece di essa formeremo altre parole o per iscrizione, o
per i cominciamenti delle parole, overo pure per parole fatte dalle
nostre imagini cavate dalle sillabe362. Stefano di Lauro363 dice che
a due modi possiamo allogar le ignote: cioè o per via di somi-
glianza, che sia in alcuna voce, si formino le imagini; overo, par-
tendo la parola ignota in sillabe, per ciascuna si faccia la imagine,
la cui prima sillaba la dimostri. Percioché per le parole proprie,
che ci son note, poniamo le cose che elle significano (come per
Pietro, un huomo che Pietro si chiami) o le insegne delle persone
(come per Pietro la chiave, per Paolo la spada, per Giovanni il
calice, per Andrea la croce, e così va seguitando). I nomi comuni
solemo prender da gli huomini di grado e di dignità: come per
queste voci, «Pontefice», «Imperadore», «Re» e così fatti, que’ per-
sonaggi che sono posti in cotali fortune; et altrimente per le loro
insegne, istrumenti, o altri modi metaforici. Così anco i termini
accidentali ci si fanno manifesti per i loro soggetti, come detto
abbiamo delle Reali o pure effettuali imagini, essendo in questi
quasi lo stesso modo che la imagine e della cosa e del nome che la

361
JACOPO PUBLICIO, Ars memorativa, II, ed. cit., c. 7v: «Litterarum
adiunctione cominutione, detractione et alteri adiunctione memoria excitabit».
362
Un’altra soluzione ce la offre il Carrara, collegando fonicamente le
sconosciute parole straniere a termini apparentemente analoghi: «Septimum
est, ut cum ignota barbaraque nomina sumus servaturi, ea aut per quid simile
aut ipsas sillabas scribamus. Fiet hic locus clarior exemplo si servandus sit hic
sermo: Cimergot aender; primum considerare convenit utrum hii termini in
lingua nobis cognita quid significent; id si contingat, facilius scribentur; ferunt
enim Cimergot apud germanos deum significare; si id non contingat, alio fingemus
ingenio: lingua vernacula summitates arborum cimme noncupantur. Got apud
illustres venetos ciatum representat; fingito igitur cimmam unam mergi in ciato,
ciatumque ad undas illidi et fluitare, et ne ultima perdatur terminatio, et litteram
et undarum conflictum audiemus: sic Cimergot aender relegi facillimum est»
(G.M.A. CARRARA, De omnibus ingeniis augendae memoriae, cap. I, ed. cit., 116).
363
Lo Stefano da Lauro qui ricordato è forse quello Stephanus de Monte
autore di una Ars insolubilis docens de omnie scibili indifferenter disputare, pub-
blicata a Pavia nel 1490 per i tipi di Antonio de Beretis. La rarità dell’opera non
ci ha consentito un più preciso controllo testuale che fugasse ogni dubbio
sull’identificazione.
DIALOGO DELLA MEMORIA 153

significa. In tal guisa ponsi il superlativo per il positivo


bastevolmente, e per il comparativo; e finalmente per i derivativi
è a bastanza a porre i primitivi. Le parole si esprimono per le
operazioni delle imagini, in guisa che se l’atto non sempre si pon-
ga acconciamente (come il correre, il saltare, e così fatti), gli
dinotiamo per i soggetti, sì come parti e movimenti de gli huomini.
Oltre a ciò gli avverbi, le proposizioni, le congiuzioni, e le
intergezioni, sono da porsi o per via del suono della voce delle
lettere o delle sillabe, per combinazione, o inscrizione, et altri
modi, per i quali si rammemorano le parole non significative; di
che di sopra abondevolmente dicemmo. Nondimeno qui anco
aggiungerò alcuni esempi. Come volendo ricordarmi di questo
pronome relativo IO, posso porre Ioanne, o Io da Giove cangiato
in vacca; e tanto sarebbe se nelle mani di chi che sia ponessi una
statua di Giove intendendolo senza la g, alla latina. Per TU, po-
trei por Tadeo il quale avesse in mano un’ortica. E così va discor-
rendo. Le parole delle seconde intenzioni, e dell’Ente, e de’ Tra-
scendenti (come sono: Intenzione, Trascendente, Universale,
astratto, concreto, predicamento, predicabile, predicato, sogget-
to, soggicibile, univoco, equivoco, analogo, denominativo; e
parimente, genere, specie, differenza, proprio, accidente, supposito,
attributo, e nozione; et oltre a ciò, orazione, enunziazione,
diffinizione, questione, proposizione, premessa, conchiusione,
argomento, sillogismo, induzione, enthimema, e cotai termini) si
pongono per imagini fatte a somiglianza delle parole. Il medesi-
mo si fa ne’ termini di Rhetorica. Nondimeno, se vuoi esser per-
fetto, prontissimo in quest’arte, e sufficientissimo nelle
disputazioni et in qualunque cosa che occorra sia nel leggere come
nell’udire, non è cosa più utile che a gli alfabeti delle lettere e
delle sillabe, che sopra ti mostrai, aggiungervene un terzo de’
principii di tutte le scienze e di così fatti termini della seconda
imposizione e delle seconde intenzioni. E per dirlo insomma, se
tu partissi tutto l’Ente nella sua latitudine in reale e razionale, e
l’uno e l’altro insino alle minuteccie de gli atomi, et a qualunque
parte ponessi la sua imagine, quella riponendo nell’armaio e nello
scrigno della memoria con applicarla a i luoghi, certo ciascuno in
quest’arte esercitatissimo o vinceresti o almeno pareggeresti
agevolissimamente di abondanza di cose e di moltitudine
d’imagini. Onde per cagione di esempio ragioneremo quanto sia
a bastanza intorno alle considerazioni e soggetti dell’Ente.
FABR. A me sarà molto grato udir queste cose di momento.
154 LODOVICO DOLCE

HOR. Quantunque diversi autori partano la Filosofia in diversi modi,


come Hugone364, Angelo Poliziano365 et altri, e molti abbiano scrit-
to diversi trattati intorno alla divisione delle scienze, nondimeno
qui di molte ne recherò una sola, per cagion di esempio, da potersi
ridurre in memoria. Tutta adunque la Filosofia è divisa in due par-
ti. Percioché o ella è Theorica overo Speculativa, o Pratica. La Spe-
culativa intendiamo contemplatrice delle cose; e questa è o del-
l’Ente della ragione, overo tratta del Reale. La Razionale dividono
in Grammatica, Loica, e Rhetorica; le quali, essendo di sermone
convenevole, vero et ornato, tendono a un fine che è d’acconcio
parlare: onde acquistano nome di Trivio. E di qui noi l’abbiamo
abbracciate in un Triangolo, nel cui centro la T dinota che elle
sono Theoriche; e con le iscrizioni dinotiamo i loro soggetti, essen-
do che il convenevole parlare è proprio della Grammatica, l’Ente
della ragione della Loica, e l’eloquenza della Rhetorica. La parte
della Filosofia Reale da capo si divide in Matematica, Fisica e Me-
tafisica. La Matematica ancora fa intero il quadrivio. Onde abbia-
mo voluto farne memoria col quadrangolo. E perché parte sono
speculative e parte tendono alle operazioni, di qui abbiamo scritto

364
Cfr. G. M. A. CARRARA, De omnibus ingeniis augendae memoriae, cap.
I, ed. cit., 109: «Quartum est, ut que multa collecturi sumus, quantum fieri
potest ad paucitatem brevitatemque reducamus. Nam, ut patet, si topichorum
universales propositiones in memoria habuerimus, facile erit ex eis ad particulares
materias argumenta formare, Ugo namque in didaschalione dixit aliter adiscentem
procedere, aliter memoraturum» e MATTEO DA PERUGIA, Tractatus de memoria
augenda per regulas et medicinas, ed. cit., c. iiv: «Nam que discimus oportet
perplura explicari et dividi, sed que volumus meminisse colligere et breviare
oportet. Unde peroptime dicitur ab Hugone in didaschalion: “Sicut ingenium
in dividendo investigat et invenit ita memoria colligendo custodit. Oportet ergo
ut que discendo divisimus commendando memorie colligamus”». Personalità
di spicco della filosofia scolastica agostiniana, lo scozzese Ugo di San Vittore
(1096-1141) fu autore di opere mistiche o riguardanti l’insegnamento della
filosofia: a queste si ascrive il Didascalion o Eruditionis didascalicae libri VII, vera
e propria introduzione alla filosofia ed esposizione di un metodo che, sottoli-
neando l’indispensabilità di ogni sapere, si propone di mostrare la perfetta
congruenza di ragione e fede. Sui rapporti con l’arte della memoria si vedano
G.A. ZINN, Hugh of Saint Victor and the Art of Memory, in «Viator», V, 1974,
211-234; I. ILLICH, Von der Prägung durch das Schriftbild. Überlegungen zur
Arche Noah des Hugo St. Victor, in Mnemosyne. Formen und Funktionen der
kulturellen Erinnerung, ed. cit., 48-56 e M. CARRUTHERS, The Book of Memory,
ed. cit., passim.
365
Il riferimento dolciano è qui probabilmente alle prolusioni latine te-
nute dal Poliziano all’apertura dei corsi universitari.
DIALOGO DELLA MEMORIA 155

nel quadrangolo per dar ricordo della loro qualità. Il soggetto del-
l’Aritmetica non è alcun che dubiti che sia il numero semplice-
mente preso, e della Musica il numero quando è sonoro. Che della
Geometria sia la materia l’assoluta grandezza, e la circolare del-
l’Astrologia, lo dimostrano le lettere scritte nelle cose. La Fisica
ancora, overo naturale, sotto la quale si contiene la Theorica della
Medicina, è scritta da Aristotele in diversi libri: come ove egli tratta
Del Fisico udito, Del cielo e del mondo, Della generazione e corruzio-
ne, ne’ libri Delle Meteore, De’ minerali e De gli elementi. Così
parimente in quei Dell’Anima, De gli animali e delle piante, Del
senso e sensato, Della memoria e della reminiscenza, Del sonno e della
vigilia, Della vecchiezza e della giovanezza. Oltre a ciò Della respira-
zione et ispirazione, e nel libro Del nutrimento e nutribile, Della
sanità et infirmità, Del movimento del cuore, Della morte e della vita.
E perché così fatta scienza considera della natura, l’abbiamo voluta
raccordar per questa figura N, di cui il T, che è in mezo, è nota
della speculazione. Ma l’Ente soggetto mobile, e’l corpo della me-
dicina, che è intorno al sanare, come significano le lettere inscritte
all’N, e la Metafisica, che è delle sostanze astratte, le quali sono e
più perfette e più semplici (per questo le raccordiamo per la O,
ch’è figura simplicissima circolare, overo di tutte perfettissima). Ora
la dottrina ispirata da DIO, la qual si contiene nel vecchio e nuovo
testamento, che è chiamata Theologia, avendo DIO per soggetto,
è dinotata per D e T. Ma quella che fu trovata per industria
dell’huomo, da Aristotele e da Avicenna più volte Prima Filosofia
chiamata, ha l’Ente, in quanto è Ente per soggetto: e ciò è dimo-
stro dalla E, e dalla M. E perché amendue sono speculative, con la
T le loro qualità significhiamo. La Pratica ancora, che è parte di
filosofia, o è attiva o fattiva. L’attiva Aristotele in Ethica, Politica,
et Economica divide. Da lui non abbiamo la Monastica. Là onde
tutte le altre parti vogliamo rammemorar per la M. Di cui una
parte dinota il soggetto dell’Ethica essere il sommo bene, l’altra
dell’Economica la Republica de’ cittadini, e la terza, della Politica,
la Republica della Comunanza de’ Regni e delle Provincie. E per-
ché parte secondo alcuni sono speculative e parte pratiche, piacqueci
di dinotarlo per la T, e per la P. Sotto queste si comprendono i
Canoni e le Leggi. La parte fattiva l’abbiamo che è di sette arti
mecaniche: che sono lanaiuoli, facitori di armature, l’arte del navi-
gare, l’agricoltura, la medicina, la cacciagione, e l’appartinente a’
Theatri; l’abbiamo rinchiuse in sette foglie d’arbori, come si vede
nella presente figura.
156 LODOVICO DOLCE

FABR. Quest’arbore mi par molto al proposito e veggo ogni parte


ordinatamente discritta.
HOR. Queste così fatte parti della Filosofia tu ti potrai raccordar
per diverse altre maniere: come sarebbe fingendo altretanti luoghi
particolari, ne’ quali tu le abbi a collocar secondo le assegnate rego-
le, o per via di modi propri o metaforici. Sarebbe nondimeno utile
per la Theologia porre una camera, e per la Metafisica un’altra. Et
in queste prender tanti luoghi particolari che bastino a ricever le
DIALOGO DELLA MEMORIA 157

note imagini, le quali siano rappresentate o per atti, o iscrizione,


notificazione, o per altro qualsivoglia modo. Per cadauna delle quali
particolari scienze sarebbe tuttavia peraventura commodo di
imaginarci un arbore a somiglianza di questo universale, ponendo
nella radice il soggetto, ne’ rami i principii, et il fine ne’ frutti. Il
che, a fine che con maggiore agevolezza far si possa, toccheremo
qui, secondo che mi occorrerà al presente, i soggetti, i principii, et
il fine. Onde per più chiaro esempio è convenevole da notarsi cia-
scuna scienza essere habito intellettuale, e di qui nella natura delle
cose oltre l’intelletto non vi avere alcuna imagine366; ma, come di
sopra abbiamo detto, la porremo a somiglianza de gli altri acciden-
ti, o secondo i modi metaforici. Essendo adunque solamente cin-
que habiti, cioè Sapienza, Intelletto, Scienza, Prudenza, et Arte,
potremo ciò porre con una sola imagine: cioè SISPA. Onde si po-
trà imaginare uno Hispano, ma qui diremo Spagnuolo, cangiando
l’h in s, come abbiamo detto di sopra; overo (per così dire) Simone,
il qual porti un pane in mano; overo che egli sia a ragionamento
con Paolo; o altrimenti esercitarsi. Oltre a ciò si potrebbe prendere
alcuno vestito di segnalato habito, nel quale siano iscritte queste
parole: «Sapienza» nell’estremità del lembo, «Intelletto» nella de-
stra, «Scienza» nella (diremo) mitra della testa, «Prudenza» nella
sinistra, et «Arte» nell’altra parte del lembo. Potrassi anco altri-
menti dipingere un huomo Metafisico, e questo aver per la Sapien-
za; per questa cagione specialissimamente, che è cosa notissima la
Metafisica essere habito di Sapienza. Onde toccandosi egli la fron-
te col dito, dimostrerà di aver intendimento di alcuna cosa; e nella
bocca terrà una massa d’oro, la qual servirà per imagine della scien-
za. Oltre a ciò nella sinistra si potrà fingere un serpente, il quale ci
dinoterà la Prudenza, perché di lei è la sua proprietà. Dipoi
acconciamente si collocherà l’Arte, se si fingerà Mario voler via
levare il serpente prendendolo per la coda. Finalmente se tu vorrai
trovar di tutti questi habiti il particolare, e dividere l’arte in
iscienziale e mecanica, e por ne’ suoi luoghi ciascuna parte, ciò
farai per via di questi e di somiglianti modi. Overo imaginati alcun
Francese o artista, che per qualche notabil segno ti sia noto, il qua-
le abbia appo lui una tavola alla destra, in cui sia per l’agricoltura
un vomero, per la cacciagione una rete, per la navigazione un
rematore, per l’arte del fabbro il martello e la tenaglia, per la medi-
cina gl’istrumenti del chirurgo, per l’architettura alcuno istrumento

366
e...imagine: ‘e per questo motivo ogni scienza non può avere altra
immagine che quella creata per lei dall’intelletto’.
158 LODOVICO DOLCE

che la significhi. Potrebbonsi oltre a ciò ordinar questi istrumenti


nel destro lato dell’huomo e, per servar l’ordine, il vomero in terra
e di sopra la rete, su la quale il rematore o un remo, e dipoi la lana
e le altre cose, secondo il partimento da me fatto. E per l’arti libe-
rali con pari forma dall’altro lato una tavoletta di Alfabeto, overo
Donato per la Grammatica, per la Loica il suo libro, per la Rhetorica
il titolo, per l’Aritmetica una tavola da calcolare, per la Musica
canti, per la Geometria il compasso, per l’Astrologia l’astrolabio,
overo una spera materiale. Potrebbono nondimeno queste cose porsi
o per via dell’arte del collegamento, overo per catena col mezo de
gli autori overo de i seguaci particolari di quest’arte; overo se porre-
mo l’intelletto, o la scienza diversamente nell’intelletto: come Gram-
matico, Loico, Rhetorico, Aritmetico, Astronomico, Ethico, Eco-
nomico, Politico, Fisico, Medico, Metafisico, e Theologico; overo
in iscienza, come Grammatica, e le altre così fatte. Ma se dipoi
considereremo per sé qualunque habito de’ particolari e raccoglie-
remo ciascuno essere, o artificiale, o naturale, o (per usar questo
termino) usuale (come se io volessi locare il partimento della Gram-
matica), mi basterebbe oltre i detti modi a porre o Graziano, o una
Donna che sapesse grammatica, la quale tenesse in mano o un com-
passo, o una scala, o cose tali che di sopra dicemmo. E questo tale
artificiale sarà dinotato nella testa con la lettera N, o abbia i segni
di questa lettera, e nella manca la U. Oltre a ciò potrai col mezo
dell’arte delle parole fingere questa voce latina «Anus», cioè un’an-
tica donna, e le sue lettere, cioè A, N, U, il medesimo rappresente-
ranno. E se finalmente discenderai alla Grammatica o alla Loica o
ad alcun’altra di così fatte arti, e troverai che ella si riceve in quattro
modi, e vorrai allogar le membra di così fatta divisione, tu ti
imaginerai solamente quattro imagini di quattro principali parole:
cioè cognizione, diduzione, giudicazione, e locuzione. E queste
imagini vedute, tosto ti occorrerà che l’artificial Grammatica al
primiero modo è habito di conoscere evidentemente le conchiusioni
Grammaticali per i principii pur Grammaticali; dipoi che nel se-
condo modo è ricevuta habito di cavar le conchiusioni della Gram-
matica per i principii di essa Grammatica; e dipoi, che nel terzo
modo è habito della dirittezza di ciascuna convenevole locuzione;
e che finalmente nel quarto modo si riceve per habito di pronta-
mente et artificialmente favellare secondo le vere regole Gramma-
ticali. Per le quali cose sia bastevole una donna dotta in Gramma-
tica, o alcun Maestro di cotale arte, il quale nella destra mano per
la lettera C tenga un corno, o cosa tale; e nella destra spalla, o
eziandio nella aperta mano di quel braccio una testa di toro, o la
DIALOGO DELLA MEMORIA 159

figura della D. Parimente nell’altra spalla porti un pesce, una torre


o colonna; oltre a ciò nella mano sinistra una scure. E di queste
quattro lettere, cioè C, D, I, et L, per via di tali figure finte nel
corpo della Grammatica, ti sovverrà della Cognizione, della Dedu-
zione, della Giudicazione, e della Locuzione. Dalle quali poscia
sarai subito condotto nelle membra della distinzione. Ma se ti par-
rà da prender questa memoria da queste sillabe, «co», «de», «iu»,
«lo», tu la comporrai da esse lettere quasi allo stesso modo. Oltre a
ciò potrai iscriver in loro tutte queste parole intere; e così lo stesso
si può fare a vari modi. Medesimamente con questi simili esempi
potrai ricordarti di Loica, di Rhetorica, e di tutte le discipline ma-
tematiche, e di qualunque altra parte di filosofia, così morale come
naturale; et eziandio di Theologia insieme con la prima accezion di
Filosofia diversamente per via della analogia. Percioché ciascuna di
queste si riceve a questi quattro modi. Più oltre, perché ogni arte, e
per parlar più generalmente, ogni habito intellettuale, o è attuale o
habituale, e parimente semplice o composto (e’l composto si partisce
nel totale) per ricordarci di questi opereremo secondo la forma di
così fatto esempio. Onde, volendo raccordarci la Grammatica esse-
re attuale, habituale, semplice attuale o semplice habituale, overo
anco composta attuale, o parziale, overo totale, overo finalmente
composta habituale, parziale o totale, per tutti questi membri ba-
sterà raccordarsi almeno di questi nomi: atto, habito, semplice e
composto, composto parziale e totale. Le quai cose s’iscrivon se-
condo la nostra intenzione nelle imagini di alcuno che appresenti
la Geometria, ‹la› Loica, ‹la› Rhetorica, ‹l’›Aritmetica, ‹la› Geome-
tria, ‹l’›Astrologia, o qualunque altra parte di Filosofia secondo la
proporzion de’ luoghi memorativi. Se finalmente interverrà qual-
che ragionamento della unità di alcun habito intellettuale, come
sarebbe che alcun dimandi se la Grammatica sia una scienza, e che
per acconcia risposta tu voglia addurre i ricevimenti della unità,
basterà a porre nel luogo la imagine di essa unità con l’aggiungervi
le imagini di queste parole, «semplicemente», «semplicità» e «con-
tinuità», dall’un lato nell’altro; o di queste, «luogo», «artificio», «sog-
getto», e così fatti; parimente «genere», «specie», e «sopposito»; le
quai voci sono da formarsi con lettere, sillabe, o con gli altri modi
che di sopra dicemmo. Et in pronto si avrà tutto il partimento di
un’arte sola. Se ultimamente sarà ricercato di alcuna scienza se ella
è comune o particolare, e per la risposta vorrai rammemorare i
modi della comunità, sia a bastanza a por questi termini: predica-
zione, applicazione, continenza. E ciascun di loro dividere in cotal
forma:
160 LODOVICO DOLCE

del nome
Predicazione della cosa
Comune Applicazion del nome
Continenza della cosa soggetta

E le imagini di cotal forma potrai comporre con altre lettere reali


nel luogo disputato. Onde, volendo specificare alcuna scienza, cioè
(per cagione di esempio) se la Grammatica è comune o particolare
arte overo scienza, la piena risposta, che far si puote in questa
dimanda, potrai dinotar con così fatta forma:
per predicazione del nome
della cosa
Non è è
del nome
per applicazione del nome sogg.
per continenza particolare
Grammatica
Grammatica di nome
Comune per predicazione della cosa sogg.
È della cosa Non è
per applicazione della cosa sogg.

E volendo mandarti nella memoria questa forma secondo la nostra


arte, tu ti imaginerai una donna che dinoti esser la Grammatica. Il
cui destro lato significhi Negazione, e’l sinistro l’Affermativa. Così
dalla parte destra si porranno le imagini della predicazione, del-
l’applicazione, e della continenza; come nelle ‹ginocchia› per la pre-
dicazione una Pica, la quale tenga nella bocca N e R, overo in un’ala
N, nell’altra R. Nel braccio un’Aquila, la quale abbia nell’una delle
ali N, nell’altra N e S. Nella spalla scrivisi la imagine della Conti-
nenza con le nostre lettere. Per queste cose adunque si dinoterà la
Grammatica per niuno di questi modi esser comune. E perché,
come abbiamo dimostro, uno de’ contrapposti si notifica per l’al-
tro, e se non v’è uno v’è l’altro, la Grammatica è dunque particola-
re arte e scienza. Pongasi anco nella parte destra l’applicazione e la
predicazione. E facciasi che questa figura ponga un piede sopra
una scala, per dinotar che la Grammatica è scala e via di ascendere
alla cognizion delle altre discipline. Come puoi vedere in questa
figura che è qui assai maestrevolmente dipinta.
DIALOGO DELLA MEMORIA 161

FABR. Io ci veggio particolarmente ogni cosa.


HOR. E quello c’ho detto intorno alla Grammatica, come di prima
di tutte le discipline, è da intender per via di analogia di ciascun’altra;
onde, considerandosi così fatti termini, potrà qualunque huomo
ridursi nella memoria i partimenti. Parimente i princìpi, il mezo,
e’l fine di qualunque habito esser diversi non è chi dubiti. Volendo
162 LODOVICO DOLCE

aver memoria di questi, come sarebbe di questi termini «propinquo»,


«rimoto», e «rimotissimo», si potrà por la Grammatica, la quale
porti nella destra mano un pomo d’oro, col quale si tocchi il capo,
et abbia nel capo la pece, la qual macchi così fatto pomo, e con la
sinistra con le forbici si tondi i capegli. Oltre a ciò per il saper
grammaticale porrai nelle sue membra, conchiusioni, termini, e sì
fatte cose. Il medesimo intendiamo della Loica, della Rhetorica, e
dell’altre discipline, e di ciascuna parte della Filosofia. Somigliante-
mente ove ci fosse in grado di porre il soggetto dell’attribuzione,
potrai imaginarti un huomo, che rappresenti la medesima scienza,
e sotto i suoi piedi il soggetto, nella testa il fine, e per le membra
del corpo i princìpi di quella scienza; come per la Theologia un
perfetto et eccellente Filosofo, il quale abbia in mano la imagine
del Signore e nel capo le imagini della cognizione, dell’amore, e
della fruizione, fatta367 secondo l’ordine delle dianzi dette. Nelle
membra l’essenza divina, gli attributi, gli atti, la forma, la relazio-
ne, gli articoli, i precetti, i sagramenti, e gli altri così fatti che cava-
no nella Theologia e parimente nelle altre discipline; come si vede
in queste figure:

Essenza Divina
Theologia

Attributi
Atti Cognizione
Forma Amore fruizione
Relazione Lodazione
Articoli
DIO Precetti
Sacramenti Aristotele
Sostanza
Metafisica

Ente, parti Accidente


Passione Uno Bene humano
Molti Virtù, vizio
Morale

Sommo Ethica Volontario


bene Politica Involontari
forma
Economica materia
Ragion generale
Comune
Speciale
Naturale

367
fatta: si riferisce all’intera immagine mnemonica della Teologia appena
tratteggiata.
DIALOGO DELLA MEMORIA 163

Positiva
Canonica
Civile
Consuetudinale
Theorica
Pratica
Militare
Giustizia Amare IDDIO Comparativa
Ragione

Honestamente Antica
vivere
A ciascuno dar Nova
quel ch’è suo

Alimenti Età
Complessioni Colore
Humori Naturali Figura Mascolo
Membra Distanza fra
Virtù fruire
Operazione Cibo
Specie Aere
Bere
Sonno
Vigilia
Esercizio
Sanità, cose non Azione
naturali Replezione, operazione
del corpo sensato
Vacuazione
Accidenza dell’anima
Infirmità
Contra Natura Causa
Accidente
Spera
Circolo maggiore
minore delle virtù
Astrologia

Zodiaco Cogitazione
Arco de’ moti
Quantità Segno
continua Grado
del mobile Minuto
Secondo
Terzo
Punto
Linea
Angolo
Figma larghezza
164 LODOVICO DOLCE

Geomoetria
Quantità
Quantità Cenno Cognizione della larghezza
continua de’ corpi
dell’immobile
Capacità
Lunghezza
Larghezza
Profondità
Piano
Sodo
Articolo
Aritmetica

Unità Dito
Numero Assoluto Numero
Par Composto
Impare

Annoverazione
Addizione
Sottrazione
Specie del numero

Mediazione
Specie del Dupplicazione
numero Moltiplicazione Sommare
Divisione Unità
Progressione col quadrato
Estrazione cubica delle radici

Altezza
Infinità
Mediocrità
Musica

Lunghezza
Brevità
Grossezza
Melodia Sottilezza
Apotone
Proporzion
di vocali Diesis
Accento di
consonanti Thono
Dithono
Diatesseron
Diapenthe Dilettazion nel canto
Diapason per la concordanza
Epitrito delle voci
Emiolio
Duplare
Triplare
Quadruplare
DIALOGO DELLA MEMORIA 165

Epogdono368
Invenzione
Disposizione
Bellezza delle Rhetorica forma Locuzione, movimento della

Parti
parole materia volontà al fine
fine Memoria
Pronunziazione
Termino
Cathegorema
LOICA

Enarrazione Sincathegorica distinguimento della verità.


Orazione
Proposizione
Grammatica

Lettera
Sillaba

parola, nome, pronome


Retta Locuzione Orazione
Costruzione

FABR. Non son inutili questi partimenti.


HOR. Ora ordinando noi un’arte universale, giudico ben fatto di
ragionare intorno a qualunque universalissimo insino alle specie
athomi. Onde abbracciando tutta la larghezza dell’Ente poniamo
ne’ nostri luoghi le imagini formate di ciascuna sua parte, così sem-
plice o (per così dire) incomplessa, come composta e complessa. In
che non voglio io disputare se alcuna cosa è inanzi all’Ente; né
meno se’l primiero partimento di questo Ente sia nell’Ente in atto
o in potenza, nell’Ente per sé e per accidente, e così fatte cose. Ma
mio intento si è di dimostrar come sono le membra di qualunque
divisione, né si possano col mezo di poche imagini mandare a me-
moria. Questa dunque la divisione:

368
Diatesseron, Diapenthe (…) Epitrito, Emiolio (…) Epogdono: termini
usati nel linguaggio musicale dell’antica Grecia e del Medioevo che rispettiva-
mente indicano: un intervallo di quarta, uno di quinta, un piede formato da tre
lunghe e una breve, un rapporto di 3/2, e uno di 9/8.
166 LODOVICO DOLCE

Ente
Ente in atto
Un in potenza
molto Ente
Semplice
Composto
Ente nell’anima Ente
Quiditativo
Fuori dell’anima non quiditativo

Questa e così fatte considerazioni spettano all’intelletto. Ma io,


che ricerco di fortificar la memoria, quanto posso m’affatico d’es-
ser breve369. Onde se alla maniera di questo partimento ti vorrai
raccordar delle parti dell’Ente sia a bastanza allogare: uno, anima,
atto, semplice, quiditate; ché, facilmente raccordandoti una cosa
di molte, verrai alla considerazion dell’opposto, e l’anima dinoterà
alcuna cosa essere in lei et alcuna fuori; così l’atto farà ricordarti
della potenza, così il semplice del composto, e la quidità della non
quidità. Per queste adunque parole, «uno», «anima», «atto sempli-
ce», «quidità», pon la imagine della unità, e rappresenterà uno; e
nella sua destra mano metti per iscrizione «Anima»; overo seguita
le altre vie di sopra dimostre. Nella spalla destra per «Atto» pongasi
una scala e nella manica alcun segno. Nella mano un porcello che
morda una pera.
FABR. Molto operano queste imagini.
HOR. Ora, perché l’Ente si divide in assoluto e rispettivo, in uno e
molti, così parimente finito et infinito, altresì per analogia ritenerà
i suoi membri. Ma volendo disporre a qualunque parte la propria
imagine, questo si può fare appartatamente secondo i modi che

369
Cfr. I dieci libri di Architettura di M. Vitruvio tradutti e commentati da
Monsignor Barbaro eletto Patriarca d’Aquilegia, V, proemio, Venezia, Marcolini
1556, 128: «Bisogna adunque insegnando esser breve, perché la brevità soccorre
alla memoria, ma è necessario ancho provedere che la brevità non sia oscura,
perché si offenderebbe la intelligenza, e però per contentar la memoria e lo
intelletto, insegnando fa bisogno di brevità, e di chiarezza là dove ottimamente
Vitruvio dice in questo luogo, che le scritture de i precetti, cioè il dar precetti,
et ammaestramenti scrivendo, se non si stringono, cioè se non si danno con
brevità, e con poche, et aperte sentenze non si dichiarino (ecco la chiarezza)
ponendovi impedimento la frequenza, cioè la inculcazione, dove s’oscura lo
intelletto, e la moltitudine, cioè la longhezza, dove si offende la memoria,
rendono dubbiose le cogitazioni di chi legge, e per cogitazione pare che Vitruvio
intenda le virtù più interiori dell’anima, che sono la memoria e lo intelletto».
DIALOGO DELLA MEMORIA 167

dicemmo. Nella qual cosa tuttavia sarebbe sommamente necessa-


rio a tesser l’ordine de i membri, affine che non ne diciamo più, né
meno di quello che essi sono. Potrassi adunque in questo luogo per
cagion di esempio divider l’Ente in parti in tal guisa:
1 ENTE
Reale
Di Ragione

2 REALE
Trascendente
predicamentale

3 TRASCENDENTE
DIO
Creatura
Operazione
Uno
Vero
Bene
Cosa
ad alcuna cosa

4 PREDICAMENTALE
Sostanza
Accidente

Queste parti porremo con quattro imagini secondo la regola detta


sopra. Onde nel primo luogo porremo uno che tenga nella mano
destra il libro della Fisica, nella manca la Loica; o pur nella destra
una tenaglia che sia volta da una meza ruota e cosa tale, e nella
manca con le forbici divida un compasso. Nel secondo luogo un
altro tenga inanzi al petto il libro della Fisica aperto, in una carta
del quale sia dipinta la spera celeste, in un’altra sia notato per via di
iscrizione predicamentale, o alcun predicatore si sforzi di levare a
colui il libro. Così nel terzo luogo pongasi uno che ascendendo
una scala, mostri di adorare un Crocefisso, che sia appeso al som-
mo della scala, con qual si voglia colore scrivendo queste parole:
OPUS MANUUM TUARUM SUM DOMINE. Et un altro gli le-
ghi i piedi alla scala con penne di struzzo, et egli tenga sopra la
testa una sporta piena di fave, nel destro homero legami, nel sini-
stro un’aquila, la quale col rostro laceri un bianchissimo porcello.
Nel quarto luogo finalmente porrai un segnalato predicatore, il
quale con la destra porga alla bocca un’ossa, e con la manca cacci le
168 LODOVICO DOLCE

mosche. Ecco che io ti pongo inanzi gli esempi, accioché più age-
volmente tu mi possa intendere: tu ancora farai il simile. Tutte
queste cose con una sola imagine et in uno stesso luogo non è
malagevole a porre: assai basti ad aver dimostra la via. Alcuni divi-
dono l’Ente Reale a questa maniera:
Ente Reale Semplice
Per sé DIO
Per accidente D’intelligenza, è essere et essenza
Per sé Fassi uno
secondo la sua natura Forme
secondo la causalità Sostanziali
Secondo la Natura Accidentali
Semplice Composto
Composto Di sostanza corporea
Di sostanza incorporea

Queste imagini parimente potransi applicare secondo le regole date.


Si potranno anco fare per l’arte delle parole e per il collegamento,
come di sopra fu detto; et a mille altre maniere di esercizio e di
pratica. Se vorremo anco seguir gli ultimi membri dell’Ente, cioè
della sostanza e dell’accidente, vi porremo questa figura:
1 Sostanza
Incorporea
6 Incorruttibile
Corporea
Cielo empireo
2 Incorporea
Primo mobile
Intelligenza
Fermamento
Anima intellettiva
Saturno
3 Intelligenza
Giove
Spiriti beati
Marte
Dimonii
Sole
4 Spiriti beati
Venere
Serafini
Mercurio
Cherubini
Luna
Throni
7 Corruttibile
Dominazioni
Elemento
Principati
Elementato
Potestadi
8 Elemento
Virtù
Fuoco
Arcangeli
Aere
Angeli
Acqua
5 Corporei
Terra
Incorruttibile
9 Elementato
Corruttibile
Cose imperfette
Perfette
DIALOGO DELLA MEMORIA 169

10 Imperfette Argento
Impressioni Elettro
Ignee Cupro
Aeree Ottone
Acquee Rame
Miste Stagno
11 Aeree Piombo
Nella suprema regione 17 Perfetta
In quella di mezo Vegettabile
Nella bassa Sensibile
12 Nella suprema Imaginativa
Comete Razionale
Colonna piramidale 18 Vegetativa
Lancia Arbori
Candela accesa Herbe
Assub ascendente, overo come Gramigne
scintille di fornace. Fiori
Come stoppa accesa Semente
Come stella cadente lunga 19 Sensitivi
Candela accendente un’altra can- Vermini
dela Mosche
Lume precedente nella notte con Talpe
certo salto Conche
Stella cadente a terra Ostriche
Dragone volante 20 Imaginativa
Assub alcuna volta apparente, al- Terrestri
cuna volta no Acquatici
13 In quella di mezo Volatili
Tuoni Ignei
Folgori 21 Terrestrei
Lampi Ovi
Saette Buoi
Grandine Cavalli
Gragnuola Leoni
14 Nella parte bassa Lupi
Nubi Volpi, con gli altri
Pioggia 22 Acquatici
Neve Sturioni
Pruina Luci
Rugiada Carpioni
Nuvolo Varuoli
Nembo Scombri, e gli altri
15 Terrea 23 Volatili
Metalli Aquila
Solfo Guffi
Argento vivo Corvi, e gli altri
Pietre 24 Ignei
16 Metalli Salamandra
Oro
170 LODOVICO DOLCE

Qui posto abbiamo quasi tutto il partimento della sostanza, po-


tendo tu anco di ciascuna parola trovare agevolmente ciascuna
imagine overo mandarti a memoria le membra secondo le cose
dette. Il che, quando avrai fatto, tu conoscerai con larghissima pro-
va questa arte esser presso che divina per prestamente pervenire
alla fine del tuo intento. Ora l’accidente riceve parecchie divisioni,
percioché alcuna cosa è separabile alcuna inseparabile, et oltre a ciò
altra in atto altra in potenza, altra impropria altra appropriata. E
per venire al nostro proponimento, essendo alcuno accidente
predicabile, altro predicamentale, et ultimamente contra sostanza,
si dèe a i suoi membri applicar le imagini:
1 L’accidente è nella sostanza 4 Per Estrinseco
Per intrinseco Dell’agente al paziente: cioè
Per estrinseco l’azione del paziente, passione al-
2 Per Intrinseco l’agente; il misurato alla misura,
Assolutamente l’avente all’habito.
Respettivamente 5 Misura
3 Assolutamente Scorrente: cioè tempo, quando
Per Natura, cioè quantità Dimorante: cioè luoco
Per Forma, cioè qualità 6 Luoco
Assolutamente: dove
Respettivamente: sito

FABR. Veggio avere inanzi gran parte de i termini di Filosofia, o


diciamo della Dialettica.
HOR. Qui il numero, la distinzione, e la sufficienza, ci farà
raccordare i nove generi de’ predicamenti accidentali o per via di
sei imagini operative, overo applicando ad ogni membro una
imagine. E perché con le mie imagini alcuni non convengono, se
non forse per accidente, sarà bastevole insino a qui aver abondato
di esempi. A somiglianza de’ quali tu ne potrai trovar de gli altri,
et anco de’ migliori; percioché non si sanano le malattie de gli
huomini con le contemplazioni di medicina, né alcun diviene
virtuoso per la sola speculazion delle virtù ma, essendo egli ciò
dato a gli studi, è bisogno che per venire alla perfezione si eserciti
per via dell’operazione e dell’uso370. Così tu ancora, per contem-

370
Fra i tanti inviti ad un uso frequente dei precetti mnemonici il più
stimolante sembra essere quello di CICERONE, De oratore, I, 34, 157: «Exercenda
est etiam memoria ediscendis ad verbum quam plurimis et nostris scriptis et
alienis; atque in ea exercitatione non sane mihi displicet adhibere, si consueris,
etiam istam locorum simulacrorumque rationem, quae in arte traditur. Educenda
deinde dictio est ex hac domestica exercitatione et umbratili medium in agmen,
in pulverem, in clamorem, in castra atque in aciem forensem; subeundus visus
DIALOGO DELLA MEMORIA 171

plar371 l’arte della memoria del continovo, non te ne farai per questo
maestro, se tu non t’affatichi di apprenderla per via dell’uso. Non-
dimeno non sarà senza utilità di venire hora a ciascun
predicamento, come a cosa che sia a bastanza intorno alla quanti-
tà delle specie; e somigliantemente verrò annoverando quelle del-
la qualità e de gli altri; ma quanto però a questo proposito per
hora potrà essere assai; se ne vorrai veder più pienamente leggerai
Harmando372. Somigliantemente Paolo Pergoleto373 piantò di que-
sti alcuni arbori, i quali perciò non hanno spiegati i rami quanto
doveano, come per aventura ho fatto io, in guisa che non è cosa
alcuna che non abbiamo fatto nel mezo al caldo del giorno starsi
nascosa sotto la loro ombra. Ora ricercando gli esempi, basti a
toccarne questi capi:

Quantità Ternario
Continua Quaternario, e gli altri
Discreta Qualità
Continua Habito, o disposizione
Linea Natural potenza, o impotenza
Superficie Passione o qualità passibile for-
Corpo ma, e intorno a questa alcuna co-
Tempo stante figura
Discreta
Binario

hominum et periclitandae vires ingeni, et illa commentatio inclusa in veritatis


lucem proferenda est».
371
per contemplar: ‘per aver costantemente studiato’ l’arte della memoria.
L’uso dell’infinito presente per il passato si ha in BOCCACCIO, Decameron, IX, 1,
5: «nella città di Pistoia fu già una bellissima donna vedova, la qual due nostri
fiorentini, che per aver bando di Firenze dimoravano...».
372
Si fa qui riferimento ad Armando di Beauvoir, pensatore domenicano
del XIV secolo, autore del primo commento al De ente et essentia di Tommaso; le
11 lezioni che compongono il commento, scritte probabilmente per i suoi allievi
di Montepellier, ci danno testimonianza di uno spirito fedele al pensiero
dell’Aquinate ma anche critico e aperto ad altre correnti filosofiche contemporanee.
373
Filosofo e teologo attivo a Venezia negli ultimi decenni del XIV secolo,
Paolo della Pergola si addottorò presso lo Studio di Padova intorno al 1420 e,
dal febbraio 1421 al luglio 1454, insegnò nella scuola di Rialto, alla quale tentò
di fornire un’organizzazione simile a quella della facoltà patavina; il potere
politico dello Studio di Padova frustrò tale progetto ma non riuscì a far chiudere
la scuola veneziana, che continuò ad essere frequentata da dotti maestri e giovani
allievi, entrambi appartenenti al patriziato veneziano. La produzione filosofica
di Paolo è orientata nel campo della logica, dove si fece portavoce degli insegna-
menti oxoniensi (la nuova logica di Guglielmo Heytesbury e Radolfo Strode)
portati a Venezia dal suo maestro, Paolo Veneto: Dubia in Consequentias Strodi,
De sensu composito et diviso ad Petrum de Guidonibus, De scire et dubitare,
Compendium logicae.
172 LODOVICO DOLCE

Questi si possono riporre nello scrigno della memoria, nella


guisa delle altre cose che sopra dicemmo. Parmi soverchio di ad-
durre in questo luogo gli athomi di queste specie ché, per tacer
delle altre, tante sono le varietà de gli habiti intellettuali, morali e
Theologicali, se vogliamo riguardar a i loro soggetti, oggetti, et
opposti, che non si possono ristringere in un pugno. L’Ente della
ragione, per ripigliar da principio, è più difficile da collocarsi che
della seconda intenzione; né ha così proprie imagini come le parti
delle altre discipline. Onde si potrà partire in questo modo, et ap-
plicarvici alcuna convenevole imagine:

1 Ente della ragione Equivoco


Relazione Analogo
Negazione Denominativo
Privazione 9 De’ predicamenti tutti insieme
2 Relazione Universale rispetto al particolare
Conseguente modo d’apprendere D’indifferente
Cose escogitate per l’intelletto 10 Universale rispetto al particolare
3 Escogitare per l’intelletto Genere
Proprio Specie
Improprio Differenza
4 Proprio 11 Particolare rispetto all’universale
Loicale Alla natura comune particolare
5 Improprio Alla natura comune et accidente,
Grammaticale overo proprietà
Rhetoricale Singolare et individuo
6 Loicale 12 D’Indifferente
Incomplesso Accidente
Complesso Proprio
7 Incomplesso De’ predicamenti
De’ trascendenti predicamenti 13 Singolari
De’ predicamenti tutti insieme e Di sostanza, cioè sopposito
di ciascuno Di qualità, cioè attributo
8 De’ trascendenti predicamenti Di relazione, cioè nozione
Intenzione 14 Complesso
Trascendente Condizione del complesso
Universale Complesso
Astratto 15 Complesso
Concreto Senza discorso
Predicamento Con discorso
Predicabile 16 Senza discorso
Predicato Orazione
Soggetto Enunziazione
Subicibile Questione
Univoco Promessa conchiusione
DIALOGO DELLA MEMORIA 173

17 Enunziazione Sofistico
Cathegorica Necessario
Hipotetica 20 Imperfetto
18 Con discorso Enthimema
Perfetto Esempio
Imperfetto Induzione
19 Perfetto 21 Conduzione del complesso
Sillogismo Esser detto per sé
Formale Esser detto d’ogni cosa
Dialettico Esser detto di nulla
Reduplicazione

Le imagini di questi potrai far nella guisa che sopra dicemmo, se-
condo i numeri; et abbraccierai venti capi, i quali si potranno porre
in cinque overo in dieci luoghi, perché essi stiano nella memoria.
FABR. Nel vero mostri di aver cognizione di tutte le scienze.
HOR. Ora le imagini delle voci complesse, che de’ concetti e delle
sentenze diciamo, sono più agevoli al ricordare; e, come di sopra
ho detto, il tutto si ripone in questo: che le imagini non siano
ociose. Se adunque alcuna cosa opereranno, o si schermiranno del-
le altre offese, ci rappresenteranno i concetti interi. Il che ci verrà
fatto di leggeri, essendo che dalle cose semplici con molta agevolezza
si passa alle composte. E sì come avendo contezza di molti termini
con più prestezza si forma un parlamento, così da ciascuna imagine
più proposizioni eziandio formeremo. A che accresce molto di gio-
vamento con la catena della colleganza l’arte delle parole. Onde è
da schifar di non porre con soverchi luoghi un’abondanza vana e
soverchia parimente, come sarebbe il mettervi ogni parola (il che è
di maggior fatica che utile); percioché nelle cose composte la virtù
naturale più si unisce alla memoria che nelle semplici; e parimente
la virtù della memoria si acquista col mezo della natural industria.
E perché la imagine delle cose semplici subito dinota quello di che
vogliamo ricordarci, di qui (secondo il mio parere) molti s’ingan-
nano stimando che ciò basti senza il dono della memoria naturale,
essendo che l’arte, come ministra della natura, ferma i suoi fonda-
menti e supplisce a quello che manca. Essendo noi adunque per
raccorre il frutto di questa industria, se la Theorica si accompagne-
rà con la Pratica, e questi miei raccordi saranno approvati con l’uso
e con l’esercizio, sia cosa profittevole che ne’ composti s’aggiunga-
no generali avertimenti a i particolari, de’ quali disideriamo con-
servar memoria: come de’ semplici abbiamo copiosamente ragio-
174 LODOVICO DOLCE

nato, in guisa che questo sarà più agevole. Ogni orazione, o dicia-
mo parlamento, si compone di semplici voci, onde chi conoscerà
le imagini de’ termini, meglio collocherà i composti. In che sia
utile essere alquanto nel mio ragionar più particolare. Dico che
ogni maniera d’orazione o si piega con certe parole sciolte, che è
detto prosa, o con parole da certi numeri legate, e ciò è detto verso.
La orazione sciolta si partisce in proposizione, autorità, argomenti,
historie, concioni, collazioni, o sermoni al popolo. Ogni proposi-
zione si pone o per nota della questione, o è presa dai premessi.
L’argomentazione si forma dal sillogismo, dall’enthimema,
‹dall’›induzione, overo ‹dall’›esempio. Ogni orazione adunque, o
proposizione, overo autorità, quando è semplice, come a questo
luogo appartiene, fassi de’ termini significativi, la cui unione par-
torisce alcun tutto significativo; il qual tutto diciamo suo soggetto,
et assai sia a bastanza a por questo oggettabile, cioè principio della
proposizione o della autorità; percioché dal segnato si conoscerà il
segno, e da capo pel segno si dimostra la cosa segnata. Là onde in
qualunque orazione, o semplice et ignuda proposizione, la quale si
formi almeno dal nome e dal verbo se sarà intera (il che è detto del
soggetto e predicato), ponendo esso soggetto che alcuna cosa fac-
cia o patisca o si faccia intorno a lui, subito da quell’atto si ordinerà
il predicato; e per tal via si comporrà pienamente la orazione, o la
proposizione, eccetto la diterminazione, che si fa per i sincathego-
remi; ma agevolmente si occorreranno alla memoria per l’ordine
nostro. Percioché, se per questa orazione, o proposizione, Giovan-
ni scrive bene, m’imaginerò un Giovanni mio amico che scriva, per
la considerazion della sua scrittura si rappresenterà la qualità del-
l’atto; percioché, concedendo che la scrittura sia buona, necessa-
riamente ne seguirà la proposizione che Giovanni bene iscriva. Ma
nelle proposizioni estensi374 è bisogno riferir le cose alla cosa prin-
cipale, della quale oggettalmente elle sono, come in questa propo-
sizione: Gli Spagnuoli sogliono le più volte darci buone parole, ma i
fatti poscia con le parole non corrispondono. Quivi potrai porre alcu-
no di tal nazione375, il quale ti abbia pregato, che tu gl’insegnassi
l’arte della memoria, promettendoti i mari et i monti, ma non ave-
va nell’animo di attenersi alla promessa. Il che poi da te veduto,
potrai argomentar quel verso di Dante:

374
estensi: che si estendono dalla principale, ovvero le subordinate.
375
Nel testo di Host si afferma invece: «Itali dant bona verba, sed nec factis
verba probant» (Congestorium artificiosae memoriae, IV, VI, ed. cit., c. 64r).
Dolce salvaguardia la sincerità nazionale attribuendo agli Spagnoli la scarsa
propensione a mantenere le promesse fatte; ma questo non è l’unico caso in cui
DIALOGO DELLA MEMORIA 175

Lunghe promesse con l’attender corto376

e dinotar questo col fingere un giovane, il quale tenga una borsa in


mano, e paia di prometter molto, avendo la lingua d’oro, la quale
imbratti con la mano sporca, ritratta et adunca. Potrassi questo
parimente significar in più modi. Come formando due Spagnuoli,
i quali promettano di dover cavar dal fango oro, ponendo inanzi di
essi loro alchimistici strumenti, e così fatti.
FABR. Intorno a questi esempi non ispendete più parole, ch’io per
me ne saprò finger bastevolmente.
HOR. Le autorità eziandio, e le orazioni, o che siano brevissime o
lunghe, si ponno porre quasi ne’ medesimi modi; oltre le allegazioni,
che avranno i suoi speciali segni. Per gli autori prenderemo i nomi
de gli amici; e’l detto secondo pur le vie dimostre. Se mi piacerà
allegare alcuna cosa esquisita e principale, porrò una imagine la
quale mi dimostrerà quattro tener una corona nelle mani. E
minaccierà di levarnela loro la imagine della unità, con una croce.
L’autorità parimente pongo secondo gl’istessi ordini. Nella qual
cosa sarebbe di grande utile, anzi necessario, il porre imagini di
tutti i libri della Bibbia, de i dottori della sacra Theologia, de i
volumi dell’una e altra Legge, e così de i principali autori in Meta-
fisica, Filosofia naturale, in Medicina, nelle arti liberali, e se altre
facultà vi sono per le quali è mistieri di eleggere alcun huomo in
cotali discipline di qualche fama. Per i libri anco particolari, come
sono il Genesi, l’Esodo, e così fatti, porremo anco le loro imagini,
per essere via più pronti. Ma perché ciascun libro ha il suo titolo,
col medesimo egli si potrà dinotare con l’arte dell’iscrizione. Ma io
ti conforto a dilettarti delle vive imagini, le quali sogliono eccitar

Dolce attacca la Spagna e il suo popolo: nel Dialogo della istitution delle donne
ad esempio egli ricorda la storia (esemplare per castità e rispetto del sacro vincolo
matrimoniale) di una donna veneziana che alle continue e insidiose profferte di
un gentiluomo spagnolo perfidamente rispose lei essere una cosa sola col ma-
rito, il quale doveva quindi essere il reale beneficiario di tali avances (cfr. L.
DOLCE, Dialogo della istitution delle donne, secondo li tre stati che cadono nella vita
humana, ed. cit., c. 41r). Questi sparsi accenni sono forse spie dei malumori e
dei timori veneziani per la crescente dominazione straniera sul territorio italia-
no, ricordata come un’inquietante ombra anche dalle parole del Nunzio nella
Didone (1547): «Ma così va, così è ragion, che pianga / Chi di Barbare genti si
fa servo» (L. DOLCE, Didone. Tragedia, atto III, scena V, ed. cit., 69).
376
DANTE, Inferno, XXVII, 110: «Lunga promessa con l’attender corto».
176 LODOVICO DOLCE

più la memoria. Et in queste facultà si potrà formare un alfabeto di


libri. Ma si dèe sommamente avertire che, nella guisa che ogni
disciplina usa il suo stilo e la sua via d’insegnare, così finalmente
usa le sue distinzioni, di maniera che in una vi si pongono capitoli,
in altra paragrafi, canoni, leggi e titoli; onde ci bisogna avere imagini
che ci dinotino ciò che citare vogliamo. Percioché nella Bibbia ci
sono libri, i quali hanno solamente capitoli, come il Genesi e l’Eso-
do. Altri si dividono in parti, come è il libro de’ Re, e’l Paralipomeno;
e gli altri pure in capitoli. Onde pel libro del Genesi si potrebbe
porre una donna, che partorisse o avesse molti figliuoli, e pel capi-
tolo la imagine della unità. Così ne’ libri de’ Re si troverebbono
altre cose simili. Sonovi anco le Epistole di San Paolo e di altri Apo-
stoli, ove le allegazioni si fanno in cotal modo: dalla prima a’ Corinzi
al terzo; e perché in così fatte non è mistiero di porre il nome della
Epistola, né del capitolo, basterà a porvi pur la imagine, che signi-
fica uno, la quale tenga in mano una cortina, et un’altra, che dinota
tre, s’affatichi di levargliela di mano. Oltre a ciò per i quattro libri
del Vangelo sia a bastanza a porre overo quattro huomini dello stes-
so nome (cioè Mattheo, Marco, Giovanni, e Luca), overo gli ani-
mali, per li quali sono significati nelle sacre lettere (come per
Mattheo l’Angiolo, overo un giovane, per Marco il Leone, per Luca
il Vitello, e per Giovanni l’Aquila). Così per il libro de gli Atti de gli
Apostoli piglierai una propria imagine. Quanto a i libri della Filo-
sofia di Aristotele (cioè Metafisica, Fisica, Del cielo e del mondo,
Della generazione e corruzione, Delle Metheore, De’ minerali, De gli
elementi, Dell’anima, De gli animali, Del senso e del sensato, Della
memoria e reminiscenza, Del sonno e della vigilia, Della giovanezza e
vecchiezza, Della respirazione et ispirazione, Del nutrimento del cuo-
re, Della morte e della vita, e se altri libri egli fece) è convenevole
altresì aver proprie imagini. Somigliantemente nella sua moral Fi-
losofia: come Ethica, Politica, Economica, e Monastica. Non meno
per la Logica, e per la Poetica. Ma in questi è anco da avertire che in
alcuni di loro si fanno divisioni per capitoli, negli altri per i com-
menti del testo; che si scrivono T e C con aggiungervi del numero.
Bisogna adunque avere o note, o lettere materiali. Le proposizioni
similmente si poneranno secondo le regole date avanti. Nella Me-
dicina si riceveranno alcuni principali e segnalati medici, da i cui
nomi i libri sono intitolati, o per via di altre regole, come insegnato
abbiamo. Nell’una e nell’altra ragione377 ci sono titoli di libri, titoli

377
ragione: il termine va qui colto nell’accezione arcaica di ‘funzione o sede
dell’organo amministrativo della giustizia, cioè del tribunale’.
DIALOGO DELLA MEMORIA 177

di materie, i quali si dividono in capitoli, in canoni, in Ragione


Pontificia e Cesarea, et in leggi, e queste da capo in paragrafi. Onde
è necessario di ricever le imagini de’ libri, delle distinzioni, delle
cause, della penitenza, e della consecrazione nel detto decreto. Ne’
Decretali, Sesto e Clementine, i titoli de i capitoli e de’ paragrafi.
Imaginati adunque particolari imagini, le quali ti dinotino i libri e
ciascuna lor parte insino alle chiose et alle parole, come:

Distinzione overo
Causa Chiosa
Questione Parola
Penitenza Libri di ragion Canonica
Consecrazione Decreto
Canone Decretali
Capitolo Sesto
Paragrafo, Clementine

In ragion Civile avrai imagini per questi libri, e nominarolli


latinamente: ff.ve. I. digestum vetus ff. no. I. digestum novum. Volumen
Infortiatum Instituta Auctenticum, Auctentica, Liber feudorum. Ne’
quali si allegano titoli, leggi, paragrafi, chiose, e parole, come san-
no quelli che hanno pratica nelle cose delle leggi 378. Per questi dun-
que tu similmente prenderai convenevoli imagini. Il che noi fare-
mo chiaro con un solo esempio. Voglio dire che se Extra se, trin, et
fide ca.firmiter § ci parrà di raccordarci, si potrà porre un altare,
sopra il quale sia posto un Trepiedi, sopra il quale sieda la imagine
della unità, la quale tenga in mano § con tale segno reale, a cui sia
legata una corda da suono, la quale si affatichi un gatto di levare; in
tal guisa.
378
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed.
cit., c. 9v: «Octava est conclusio pro dominis iure consultis et de voluminibus
iuris civilis. Dicere incipiam et quando illo locis tradere volo colores quibus
teguntur accipio: pro ff. veteri pellem albam, pro ff. novo pellem rubeam, pro
inforciato pellem nigram, pro Codice pellem viridem, pro volumine varii coloris
pellem, pro Istitutionibus librum parium, et pro autentico tabellionem
instrumentum magnum habentem colloco; pro autentico puellam privilegium
habentem, pro libro feudorum comitem alicuius castri, pro decreto autem cum
in eo sint sanctorum patrum auctoritatis senem aliquem in loco scribentem
pono, pro decretalibus Papam in throno sedente colloco; pro clementinis puellam
cui nomen est Clemens. (...) Allegationes autem decreti sic collocantur: nam
pro allegatione quae sit per distinctiones ponitur puella quae pannum vel chartam
laceret, pro quaestione autem colloco iuniperam percutientem famulam, pro
consecratione est sacerdos hostias consecratas, pro poenitentia est Iunipera quae
mihi sua peccata levia confitetur».
178 LODOVICO DOLCE

A somiglianza di questa tu potrai da te stesso imaginarti quasi infi-


niti esempi, i quali rimetto alla pratica et all’esercizio. Ora se tu
avrai cognizion delle distinzioni, de i libri, e della materia in quelli
trattata, agevole cosa ti fia; ma se altrimenti, con faticoso esercizio
et uso otterrai ciò che disideri. Raccoglierai adunque i sommari de’
libri in qualunque facultà, ponendo le imagini come s’è detto.
FABR. Già mi hai posto inanzi un mondo di cose, e stimo che poco
più ti rimanga.
HOR. Così a punto è. Ora intorno alle conchiusioni non si dèe
avere altra sollecitudine, di quella che si è avuta nel legar le propo-
sizioni, né però da capo delle quistioni, essendo ogni proposizione
dubitabile quistione. Ma è da por solamente le note della quistione
per la sua imagine; le quai sono: se una cosa è, che è, di che 379,

379
di che: ‘di chi’.
DIALOGO DELLA MEMORIA 179

perché, per cagion di che, quanto, quale, dove, in che modo, e con
che; con quai termini possiamo dimandar qualunque cosa del
mondo; né è veruna proposizione, che venendo in dubbio, sotto
queste note non si comprenda. Se dunque conoscerai le loro natu-
re, facilmente potrai formar le imagini. Et eccoti questa forma:

Quistione Accidentale
Essenziale Quanto
Accidentale Quale
Essenziale Quando
D’incomplesso Ove di località
Di complesso Modo delle cose
D’incomplesso De gl’istrumenti
Se una cosa è Quanto continuo
Della quiddità della cosa che è Quanto discreto
Di complesso Quale
D’inherenza Proprio
Del soggetto al predicato: cioè per- Appropriato
ché è, per qual cagione sia il pre- Quando
dicato Eterno
Per qual cagione materiale Temporale
Di che formale Temporaneo
Perché efficiente Temporale
Da che finale Cose passate
Per cagion di che Presenti
Future
Ora, quanto s’appartiene all’incorporare de gli argomenti, essendo
ellino orazioni o proposizioni, si collocheranno a somiglianza di
questi, secondo le regole di sopra dette; se in quanto essendo ogni
argomentazione d’una proposizione dall’altra illazione, la quale si
fa o per sillogismo, induzione, et enthimema, overo per esempio,
sia utile lo avere imagini delle note della illazione (che sono «onde»,
«adunque», «per ciò», e così fatti) e le causali nelle condizioni (come:
se l’huom corre, egli si muove). Il rimanente si porrà nella guisa
delle proposizioni. La condizion de’ leggisti è o argomentar per
ragione, o con l’addurre il testo. La sostanza della ragione si collo-
cherà con le sue principali parole, e porransi i Canoni, e le leggi da
essi allegate secondo le regole dianzi dette. E quando quegli che
argoiranno380 addurranno il testo, porrai ciò per le parti sostanzia-
li, con modi delle historie e delle collazioni, se elle saranno lunghe;
e se brevi, a guisa de’ Filosofi. Ma quando la consequenza sarà buo-

380
argoiranno: ‘faranno delle asserzioni’.
180 LODOVICO DOLCE

na, l’arguto Filosofo la concederà di leggeri, pure che sia il princi-


pale constituto. E perché ciò non si concede agevole a farsi, è mistiero
che si formino imagini, che fuori ne pongano tutta la materia: come
volendo provar per via d’induzione questa conchiusione, l’huomo
scrive, m’imaginerò in un luogo che Pietro, Giovanni e Socrate scri-
vano. E dipoi per ammirazione concederò che tutti gli huomini
scrivano. Il che non potendosi appieno per la stessa natura inserire,
nel vicin luogo si dovrà allegare o per somiglianza, o per finzione, o
per iscrizione, o per comparazione, o per qualche altro modo, se-
condo che s’è detto di sopra. Il sillogismo possiamo ricordarci pel
solo mezo, nel quale è riposta tutta la forza sua. E la consequenza
che si fa dal mezo (il che è notissimo al loico) è formale. Là onde
per questo sillogismo:
ogni ladro si dèe punir con l’ultimo castigo;
Socrate è ladro;
adunque Socrate è da punirsi con l’ultimo castigo

basterà a porre alcun ladro, a cui sia tagliata la testa, e costui dimo-
stri con la mano Socrate. E questo altro:
ogni medico risana;
Girolamo è medico;
adunque Girolamo risana

Qui sie381 a bastanza di por Girolamo, il quale si stia presso il letto


d’uno infermo. Bisogna che si dimostri la cagione dell’operare, al-
trimenti questa dottrina sarebbe vana, percioché conosciuta la ca-
gione, non possiamo non intendere l’effetto. Onde dobbiamo af-
faticarci di tenere il mezo, ch’è cagione della conchiusione nella
mente382. Prenderai dunque l’oggetto della conchiusione con la nota

381
sie: cfr. P. BEMBO, Prose della volgar lingua, III, L, ed. cit., 263: «e poi nel
tempo che corre, condizionalmente ragionandosi, Sia e Siano e Fora, voce del
verso, di cui l’altr’ieri si disse, che vale quanto Sarebbe, e Saria quello stesso, che
si disse spesse volte Sarie nelle prose; delle quali sono parimente voci Fie e Fieno,
Sie e Sieno, in vece delle già dette».
382
Cfr. il quattrocentesco Tractatus artis memorativae eximii doctoris artium
et medicinae magistri Girardi, in appendice a P. ROSSI, Clavis universalis, ed. cit.,
298: «Si vis memorari argumenta et quascumque orationes sillogisticas sufficit
pro quolibet argumento habere memoriam medii et ratio est quoniam, ut dicit
Aristoteles in primo priorum, medium est in virtute totus sillogismus»; cfr.
anche G.M.A. CARRARA, De omnibus ingeniis augendae memoriae, cap. I, ed. cit.,
116: «Sextum est, ut sylogimos reddituri medium terminum precipue
comprehendamus; eo cognito, modus figuraque sylogismi ipsum ordinem
propriorum verborum apportabit».
DIALOGO DELLA MEMORIA 181

della quistione, e quello che sarebbe da rispondere, e qual risposta


da approvare, e qual ti sarebbe convenevole mezo da far la
conchiusione. Come volendo provare che alcuno abbia piedi, cioè
questa conchiusione Giovanni ha piedi, prendi questa quistione:
chi ha piedi? La qual quistione ricerca questa risposta: chi corre overo
il corrente. Sia adunque il «corrente» il mezo d’indur la conchiusione.
Per tutto questo argomento basterà porre alcuno, i cui piedi abbia-
mo in grande ammirazione, attribuendo il corso e il salto a’ piedi
nella guisa detta di sopra. Egli è vero che essendo la maggior pro-
posizione virtualmente tutto il sillogismo, sarà bastevole a por quella,
e di leggeri si concederà l’altra parte dell’argomento. E dove ci en-
trerà difficultà, sia mistieri di soggiunger l’estremità minore: come
nel detto sillogismo ponendosi per imagini «ogni corrente ha pie-
di», et aggiungendovisi Giovanni, il rimanente è impossibile che
non s’intenda. Percioché presa quella, tutti i termini si hanno sotto
la maggiore, de’ quali termini il sillogismo si forma. Potremo
adunque legare gli argomenti de gli opponenti alle membra con
solenne nota, per rendergli poi subito applicati a’ luoghi loro; po-
nendo nel sillogismo la maggiore nella mano diritta di cui argoisce
per via d’iscrizione, notazione, somiglianza, e così fatti; la minore
nel petto; e nella mano sinistra la conchiusione383. Non sarebbe
perciò sconvenevole tenere una imagine della maggiore e della mi-
nore, e poi darle tosto la sentenza del proposto argomento nella
guisa che sarebbe da negarla, concederla, o distinguerla. Onde gio-
verà assai nelle contese e disputazioni aver molte di queste imagini
apparecchiate, come:

Concedo Conseguente
Nego Maggiore
Distinguo Minore
Antecedente

Ma è d’avere alcuni avertimenti: come sarebbe a non conce-


der la Gatta e poi negar che’l topo roda il cacio; o negando il Leo-
ne, conceder l’Orso. Ora, affine che tu possa agevolmente notar la
consequenza formale allogata dal solo mezo, o dalla maggior pro-
posizione, e dalla estremità minore, è notabile ad aver le imagini de

383
ANONIMO, Tractatus solemnis artis memorativae, ed. cit., 295: «Argumenta
possumus congrue argumentibus applicare quibus absentibus locorum
custodibus affigantur. Si enim sologismus fuerit, maiorem dexterae, minorem
sinistrae accomodemus, aut potuerimus pro maiori tenere imaginem notatam
vel medii aut conclusionis».
182 LODOVICO DOLCE

i modi, nelle quali tu riponga o tutto l’argomento o con l’argo-


mento essa imagine del modo. Et ecco che io pongo:

Barbara Festino
Ferio Baroco
Baralypton Darii
Celantes Darapti
Dabitis Felapton
Fapesmo Dissamis
Celarent Datisi
Frisesmorum Bocardo
Cesare Ferison
Camestres

Per questi così fatti modi384 avrai decinove huomini, da te cono-


sciuti, la mano destra di ciascun de’ quali sia per la maggior propo-
sizione, il petto e la mano sinistra per la conchiusione. Dovendo tu
adunque disputare, farai i tuoi luoghi; e riponi in quelli i contenuti
argomenti secondo che a te paia che si convenga, secondo la iscri-
zione, o gli altri modi da noi detti. Ma ciò sopra modo avertisci:
che, se alcuno argomento sarà lungo (sì come fanno alcuni tessen-
do homelie385) e che questo abbia ad occupar più luoghi, è da ap-
prendere alcuno indice del susseguente (come sarebbe segnando il
principio con alcuna solenne nota) e che la sua imagine tenga il più
alto luogo; e’l simile osservasi in tutti.

384
modi: i nomi sopra elencati sono quelli dei diciannove modi validi
(quelli in cui la conclusione segue davvero dalle premesse), in cui possono essere
ripartiti i vari tipi di sillogismo categorico. Questi modi sono a loro volta sud-
divisi in quattro figure a seconda della posizione occupata dal termine medio
nelle due premesse. I nomi dei modi non sono completamente casuali ma sono
stati scelti dagli Scolastici in modo da inglobare informazioni su quantità e
qualità delle premesse (basta osservare il tipo e la posizione delle vocali nella
parola), e sulla maniera in cui i modi della seconda, terza e quarta figura possono
essere derivati da quelli della prima (è qui necessario valutare la posizione delle
consonanti, soprattutto in relazione alle vocali). Tenendo presente che in questo
singolare sistema mnemonico le proposizioni universali affermative sono indi-
cate da a, le universali negative da e, le particolari affermative da i e le particolari
negative da o, il secondo sillogismo presente nel nostro testo (quello di ‘Girolamo’)
apparterrebbe ad esempio al tipo Darii.
385
La precettistica mnemonica incide sulle forme e sui metodi della pre-
dicazione «suggerendo un ordine dell’argomentazione particolarmente effica-
ce, l’osservazione dei concetti e degli “ammaestramenti” con immagini di gran-
de forza memorativa e, addirittura, la tendenza a stabilire ferme e solide connes-
sioni tra i “luoghi” mentali della memoria e la “disposizione spaziale” del discor-
DIALOGO DELLA MEMORIA 183

FABR. Io stimo che questo tuo ragionamento m’avrà reso un gran


profitto.
HOR. La medesima maniera si può osservare intorno alle lezioni,
concioni e sermoni, che si fanno alla moltitudine, studiando per-
ciò in questa guisa: che tre o quattro volte trascorrendo, le risolvia-
mo in minutissime particelle di concetti, deponendole secondo il
modo da noi detto intorno alle proposizioni. Dico che quello di
che a parlare abbiamo dobbiamo dividere in parti principali, o di-
ciamo conchiusioni, le quali veggiamo l’una dipender dall’altra, e
quelle separatamente dipinger con le proprie imagini; né porremo
ciascuna parola ma solo pigliar‹emo› qualche sentenza per la forza
che suole avere l’autorità. Il che si farà acconciamente per via della
colleganza, per la catena et arte delle parole; oltre a ciò anco aven-
do riposto certe imagini al luogo loro, v’imprimeremo dentro o
cadauna sillaba o le parole col mezo dell’arte della iscrizione, pro-
cedendo dalla diritta alla sinistra a cadaun membro. E così gli esempi
piglierai dalle cose dette. In ciò il partimento è commodissimo,
percioché incita l’animo del lettore, prepara la mente dell’inten-
dente, e riforma artificiosamente la memoria. La lunga materia
adunque (per ripigliar da capo) del tutto si dèe dividere; di poi
ciascun concetto por386 ne’ luoghi per le loro imagini. Da che si
può comprender chiaramente nella guisa ch’è mistiero d’allogar le
historie; il che è che dividendole in particelle ciascuna si vada col-
locando con sì fatta condizione che prima si noti il tempo della
cosa avenuta: come sarebbero hoggidì gli anni della incarnazione
del Signore nostro GESÙ CHRISTO; il medesimo potendosi anco
pigliare d’uno Imperatore, o da qualche Pontefice, dipoi del luogo
ove la stessa cosa fu fatta. Le imagini prenderemo per le insegne, o
per altri modi di sopra ricitati. Nel fine porremo le persone, che ciò

so, legata, non di rado, a precisi riferimenti topici» (C. VASOLI, Arte della memo-
ria e predicazione, in «Lettere Italiane», XXXVIII, 4, 1986, 479); sul rapporto
tra ars memorandi e ars praedicandi si vedano: C. DELCORNO, L’ars praedicandi
di Bernardino da Siena, in «Lettere Italiane», XXXII, 4, 1980, 441-475; J. BERLIOZ,
La mémoire du prédicateur. Recherches sur la mémorisation des récits exemplaires
(XIIIe-XVe siècles), in Temps, mémoire, tradition au Moyen Age, Publication
Université de Provence, 1983, 159-183; L. BOLZONI, Il Colloquio spirituale di
Simone da Cascina. Note su allegoria e immagini della memoria, in «Rivista di
Letteratura Italiana», III, 1, 1985, 9-65; G.R. EVANS, The Ars praedicandi of
Johannes Reuchlin (1455-1522), in «Rhetorica», III, 2, 1985, 99-104.
386
por: dipende dal ‘dèe’ della proposizione precedente.
184 LODOVICO DOLCE

operarono, o per via della propria imagine, o altrimenti come le


proposizioni.
FABR. Ogni cosa hora m’è chiarissima.
HOR. Se averrà anco che tu ti voglia raccordar di alcun verso, po-
trai allogar per i capi, massimamente quando insieme convengo-
no. Altrimenti si può far per cadauna prima lettera di ciascuna
parola, come volendo ridursi in mente questo:
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono

in questa guisa V. C. A. I. R. S. il S., ponendole nel corpo di Fran-


cesco o di Pietro387; overo per la iscrizione delle sillabe o delle paro-
le. Percioché si dèe alle volte sceglier le principali parole del verso,
e col ripigliarle tre o quattro fiate formar le loro imagini e porle ne’
luoghi; in che l’arte sovviene alla natura. Si potrà anco il detto
verso allogarsi per via di somiglianza: come sarebbe imaginando
un vecchio Poeta il quale dimostrasse i suoi versi in una carta, ove
fosse dipinto uno che sonasse. In cotai cose giova molto l’assiduità
del leggere e una diligente considerazione. È nondimeno da non
lasciare a dietro che non solo per gli esempi si pongono i versi ma
anco per la significazion de’ termini. Pongonsi finalmente le imagini
de’ concetti, rappresentando o le proprie o qualunque altra in gui-
sa che non fa mistieri di ripor tutte le parole; come spesso abbiamo
replicato seguendo l’autorità di Cicerone. Ora le cose che dai libri
si prendono con lo spesso ripigliamento s’imprimono nella memo-
ria. Ma riporre in un subito le parole d’uno oratore o predicatore,
è cosa da huomo esercitatissimo, e da pellegrino ingegno e fortifi-
cato da quest’arte; percioché fa bisogno di diligenza, di fatica, e di
sommissima avertenza nell’ascoltare. Ma con tutto ciò più importa
la viva voce; e molto più anco penetra nell’animo il viso, l’habito,
e’l gesto di chi parla. Massimamente quando aviene che, favellando,
qualche raro huomo usa diligenza, e tutto ciò che conviene nel-
l’esprimere con dignità e gentilmente i suoi concetti, facendo il
suo esordio sì fattamente che commova l’animo dell’ascoltante, ren-
dendolo sì benigno, attento, e docile, così parimente usi la sua
narrazione distinta, lucida, chiara, e brieve, osservando le altre par-
ti della Rhetorica, che non accade che io dica. Onde, se diligente
sarà l’ascoltante, et attento a bastanza, conferendo le parole con le
imagini e riducendole a memoria tenacemente, benissimo ridirà le

387
Francesco...Pietro: i due nomi richiamano in modo più o meno diretto
il nome (Francesco) e il cognome (Pietro/Petrarca) dell’autore del verso.
DIALOGO DELLA MEMORIA 185

cose udite. Ma se all’incontro per negligenza dell’ascoltante o per


difetto del dicitore, mancherà alcuna delle parti dette, a fatica l’ascol-
tante ne rapporterà alcuna cosa. Nel modo adunque che egli
favellerà, consideri l’ascoltante, e noterà diligentemente il tutto; e
per tutti i punti principali componga imagini, con le quali, con
quella brevità che converrà388, riempirà i suoi luoghi. E se egli dirà
qualche solenni autorità e degne da esser notate, per queste ancora
ordinerà imagini.
FABR. Tutto è detto benissimo.
HOR. Potrebbe per aventura quello, che insino a qui ho detto, esse-
re a te e a tutti gli studiosi bastevole ma, affine che io verso te non
sia più parco di quello che si conviene alla nostra amorevolezza,
ragionerò anco, prima ch’io faccia fine, alquanto intorno alle cose
profane, solo perché tu da questo comprenda che è agevole conser-
var la memoria delle cose straniere. Come sono quelle che dipen-
dono dai numeri; e così le mercanzie, i debiti, il giuoco de’ dadi,
delle carte, de gli scacchi, e così fatti, il Filosofo terrà totalmente
nella memoria, che se ne meraviglieranno molti. Al che è molto
utile avere in pronto le imagini de’ numeri389; e del loro vario
mescolamento disegnar la istessa cosa. Onde sarà da porre le nove
persone, et accompagnarvi altresì diversi numeri secondo la varietà
delle imagini del numero articolare. Onde per cagion di esempio,
una tal donna mi rappresenterà almeno questo numero uno; e se io
le darò, comunque sia, una croce, undici avrà a dinotare; le due

388
Cfr. MATTEO DA PERUGIA, Tractatus de memoria augenda per regulas et
medicinas, ed. cit., c. iiir: «Colligere autem est ut ea de quibus prolixi scriptum
et disputatum est ad brevem quandam et compendiosam summam redigamus.
(…) Idcirco dico quod memoria hominis hebes est et brevitate gaudet». Matteo
da Perugia riprende qui l’insegnamento di Ugo di San Vittore: «Mi esprimo
così, perché la memoria umana è limitata, predilige la concisione, e quando si
estende a molti oggetti, è meno efficace su un singolo argomento» (Didascalicon,
III, XII, ed. cit., 135).
389
Cfr. PIETRO TOMAI DA RAVENNA, Phoenix seu Artificiosa Memoria, ed.
cit., c. 10r: «Duodecima erit pulcherrima conclusio: ut aperiam quo pacto
numerorum imagines fieri debeant et pro omnibus numeris quos possumus
excogitare viginti tantum imagines inveni; illas ergo specialiter describam: pro
numero decem est mihi crux magna aurea vel argentea; pro viginti similitudo
litterae r ferrea vel lignea rei alicui rotunda coniuncta quia numerum viginti hoc
modo in charta scribimus 20; pro triginta similitudo illius figurae eodem modo
rei rotundae coniuncta; et sic usque ad numerum centum imagines habeo quae
decem sunt. Novem etiam imagines numerorum habeo incipiendo ab uno
usque ad numerum novem quas in digitis manuum hominis fabricavi».
186 LODOVICO DOLCE

vent’uno; se porrò la croce nel trepiedi, trent’uno; e così di mano


in mano, come detto abbiamo di sopra. Così anco la croce si pone
per diece ma secondo l’aggiungimento delle persone si va variando
il numero: come sarebbe a dire, con questa donna farassi undici,
con Giovanni dodici, e con Pietro tredici, e così de gli altri. Così
parimente due croci faranno venti e 21, 22, 23, e così de gli altri
con l’accrescimento delle persone. Il qual modo, se tu ti farai fami-
gliare, agevolmente manderai a memoria tutto quello che s’integra
per numeri. La qual cosa è sommamente necessaria non meno a’
dotti, che a’ quelli che le lettere non hanno, in guisa che dirò che
chi annoverar non sa nulla sa, secondo l’autorità di Boezio390.
FABR. Io ciò non approvo.
HOR. Questo per hora non molto importa, né io voglio stare a
disputarlo altrimenti. Dirò solo che ciò anco è molto necessario a’
mercatanti, in modo che abbiano apparecchiati molti luoghi et
imagini, massimamente di numeri; ché senza l’aritmetica non po-
trà fare cosa veruna. Se alcuno adunque vorrà tenere ordinatamen-
te nella memoria la quantità e’l numero delle sue mercatanzie, quelle
ponga col loro ordine ne’ suoi luoghi. E perché le cose inanimate
per se stesse non molto sogliono commovere altrui, per questa ca-
gione ne aggiungeremo di vive che intorno ad esse alcuna cosa si
veggano operare. Onde, se alcuno qui in Vinegia avrà comperato
bambagio, seta, peppe, zenzaro, perle, e cose tali da mandare a
vendere ove che sia, e vorrà ricordarsi il peso loro, a ciascun di
questo ponga il suo numero, come sarebbe trecento libbre di
bambagio, e nel primo luogo ponga similmente alcuno che tenga il
segno del centenaio triplicato, cioè un corno, overo bachetta con
due annella; e così tenga in quella una libbra, o stadera, nella quale
penda alcuna parte del bambagio. Puossi fare altrimenti: come fin-
gendo nel primo luogo un sacco pieno, sopra il quale uno, seden-
do, tenga un corno, o una bacchetta con due annella nella mano
manca, e nella diritta una stadera. Ma voglio che nel logar391 di
cotali numeri si osservi questo: che se egli si porrà il numero del
centinaio, overo di mille nel principio del luogo, nella destra delle

390
Cfr. BOÈCE, Institution arithmétique, I, I, 5, a cura di J. Y. Guillaumin,
Paris, Les belles lettres 1995, 7: «[Arithmetica] Est enim sapientia earum rerum
quae vere sunt cognitio et integra comprehensio. Quod haec qui spernit, id est
has semitas sapientiae, ei denuntio non recte philosophandum, siquidem
philosophia est amor sapientiae, quam in his spernendis ante contempserit».
391
logar: ‘ordinare nei luoghi’.
DIALOGO DELLA MEMORIA 187

imagini del numero digitale rappresenti se stesso con l’aggiunta


pur del digitale; come se il tale terrà il corno, dinoterà il numero di
cento e tre, e, se nella manca, trecento. Il che per cagione di distin-
guere si dèe osservare in ogni cosa. Porrai adunque nel secondo
luogo la quantità della seta, in guisa che se tu avrai centomila brac-
cia di raso, o d’ormigino392, o di cosa tale, t’imaginerai nel secondo
luogo l’huomo, colui da cui l’avrai comperato, o pure alcuno altro
da te conosciuto, che sia mercatante di cotai panni, il quale misuri
quel panno, o abbia su’l capo una coda di pavone, overo un corno
d’argento al collo, che gli penda alla destra parte. Nel terzo luogo
t’imaginerai il pepe in uno aperto sacco; e, se fosse di centocinquan-
taquattro libbre, porrai una figura che porti nella destra mano il
corno e l’arco, e nella manca la stadera, con la quale cavi il pepe del
sacco per pesarlo. Il somigliante è da far del zenzaro, e delle perle, e
di qualunque altra cosa inanimata. Ma, se averrà che ad alcuno
occorra di mandare altrove pecore, buoi, o cavalli, a un di loro
solamente aggiunga il numero: come, essendo mille pecore, nel
primo luogo ponga una pecora che mangiato abbia un pavone insino
alla coda, che ancora tenga in bocca; nel secondo un bue che tenga
nella bocca un corno di corriere, e rappresenta cento; nel terzo
porrai cinquantacinque cavalli, et uno sieda sopra un de’ cavalli,
tenendo nella diritta mano un arco, col quale batta il cavallo. E
cose simili si possono imaginare.
FABR. Piaccionmi queste fantasie.
HOR. In tutti i debiti, obbligazioni, e contratti per la maggior par-
te, et anco sempre si suol notare il dì, il mese e l’anno, et il luogo,
ove essi si fanno393. Onde è bisogno di tenere a memoria le note de
i mesi e de i giorni che di sopra abbiamo detto, come:
392
ormigino: arc. per ormesino, tessuto di tela estremamente leggero e
sottile impiegato nella confezione di drappi e indumenti di gran pregio (di
conseguenza può indicare, estensivamente, una stoffa pregiata). Cfr. L. DOLCE,
Dialogo della pittura intitolato L’Aretino, ed. cit., 182: «E, quanto a’ panni, dee
avere il pittor riguardo alla qualità loro, perché altre pieghe fa il velluto et altre
l’ormigino, altre un sottil lino et altre un grosso grigio».
393
Cfr. LEONARDO GIUSTINIANO, Regulae artificialis memoriae, ed. cit.,
124: «In collocandis creditis servandum est ut primo ordine loci deinde primus
semper existat, et res sive causa debiti sequatur, et creditor deinde ultimus
ponatur. At quoniam in tali re plura sunt conformanda, hoc est numerus
pecuniarum et causa crediti, idcirco, nequid perturbet et officiat, debitor
representet oportet numerum temporis et creditor numerum pecuniarum». Un
esempio di rappresentazione mentale valida a memorizzare termini e protago-
nisti di una trattativa economica ci viene offerto anche in J. RAGONE, Artificialis
memoriae regulae, ed. cit., 50.
188 LODOVICO DOLCE

Domenica segnata per l’oro


Lunedì per l’argento
Martedì per il ferro
Mercurio per l’argento vivo
Giobbia per lo stagno
Venere per l’ottone
Saturno per il piombo

Così volendo dinotare i mesi, come:


1 per Gennaio un con due fronti
2 per Febraio huom fabrile
3 per Marzo un guerriero
4 per Aprile un che porta una clava
5 per Maggio un che porta fiori
6 per Giugno un herbolaio
7 per Luglio un mietitore
8 per Agosto un che raccolga uve
9 per Settembre un che faccia vino
10 per Ottobre un che abbia in mano nespoli
11 per Novembre un che tenga un ramo d’olivo
12 per Decembre un che ammazzi il porco

Gli anni del Signore basterà a segnarli con le imagini de i numeri.


E la sostanza di alcuna cosa con l’applicazion dell’arte a i concetti.
Sia adunque questo caso (come dicono i leggisti) ne i termini:
Mario da Uderzo comperò in Vinegia l’anno del Signore MDXX, in dì di Mercore
a dodici di Giugno, dieci libbre di pepe, e per ciascuna libbra ha promesso di dare
a Messer Marchiò Sessa394, honoratissimo Mercatante395 di libri, un ducato e
mezo da libbre 6, soldi quattro per ducato; e parimente per venticinque libbre di
zaffrano comperate nello stesso giorno ha promesso di dare al sovra detto ducati 3:
cioè ducati tre.

394
«Mercadante da libri» o «mercatorum librorum ad signum Gathe»,
Melchiorre Sessa fu uno dei protagonisti della straordinaria avventura dell’edi-
toria veneziana; seppur la sua produzione risulti notevolmente minore rispetto
a quella dei Giolito o dei Giunti, la cura nella pubblicazione e le originali scelte
editoriali ne fanno un interessante caso di editore-tipografo-libraio. Cfr. S. CURI
NICOLARDI, Una società tipografico-editoriale a Venezia nel secolo XVI, Firenze,
Olschki 1984.
395
Mercatante: cfr. L. DOLCE, Modi affigurati e voci scelte et eleganti della
volgar lingua, ed. cit., c. 125v: «È da avertire che ne gli approvati antichi scrittori
non si trova mercante, ma sempre mercatante, e così mercatantare e mercatanzia.
Parimente usarono i buoni prosatori, ricco mercatante, ricchissimo, grandissi-
mo, picciol, grande, leale, e di chiara fede. Così mercatantare».
DIALOGO DELLA MEMORIA 189

Qui porrai qualunque huomo, o donna, che tenga nella mano de-
stra una coda di pavone, e nella manca una bacchetta con due
annella, o pure il corno con cui batta una doppia croce posta pres-
so di lei, la qual significa venti; e sarà riposto l’anno. Dinanzi a così
fatti porrai nondimeno imagini nello stesso luoco, secondo la re-
gola di sopra data, in guisa che uno herbolaio cavi di mano della
figura la croce, onde egli sdegnato, gli sparga addosso argento vivo;
e con questo sia posto il giorno del mese. Dipoi t’imaginerai quivi
una tavola apprestata, nella quale sia posto un sacco di pepe et in
quella una croce da cui penda una stadera; e Pietro, prendendo la
croce, dimostri ad Antonio, che abbia un’ancora in mano, un ducato
che sia posto sopra quella tavola, et un altro divida col coltello. E di
poi si aggiungeranno imagini del 1520, e’l dì di Mercore del mese
di Giugno. E di ciò basti fin qui aver detto. Quando avesti vaghez-
za di ridire tutti i punti, che avesti tratto col dado, avrai i luoghi
apparecchiati alle mani, et in ciascuno porrai le imagini di ciascun
tratto. Come giuocando con due dadi non potrai trar punto alcu-
no che non sia 11, 12, 13, 14, 15, overo 16, e così di mano in
mano. Onde se trarrai nel primo gettar de’ dadi 11, per questo
tratto porrai uno che nel primo luogo tenga un dado in mano. Se
la seconda volta trarr‹ai› dodici punti, porrai nel secondo luogo
alcuno che con un altro favelli; e parimente per ciascun tratto por-
rai in ciascun luogo le sue imagini. E se il tratto sarà di cento, fia
mistieri di aver cento luoghi, in caso che tu non voglia allogare in
un luogo più imagini, secondo l’arte che di sopra insegnato abbia-
mo, o che tu non voglia nel tratto d’un solo allogar più numeri.
Ora, se tu vorrai raccordarti la somma di così fatti tratti, in ciò tu ti
valerai della memoria naturale: come sarebbe gettando un due, non
essendo più che un punto in uno e nell’altro due, agevolmente
potrai tenere nella memoria questa somma; onde ‹per› il primo
numero basterebbe a porre un giovane con un dado, e per il secon-
do un altro con due, e così di mano in mano.
FABR. Di questo non seguitar più avanti, ch’io intendo quel che se
ne può dire; segui del metodo ch’io debbo osservare nel giuoco
delle carte396.

396
A partire dal Quattrocento, divenute per il loro largo impiego elementi
del quotidiano, le carte offrono la loro doppia natura di oggetto (luogo fisico in
cui si può ‘allogare’ qualcosa) e simbolo (imagines ad alto potenziale evocativo)
a chi è in cerca di solidi ausili didattici o a chi si avventura in più o meno
complesse costruzioni divinatorio-filosofiche. Sulla spendibilità mnemotecnica
delle carte da gioco (vista anche come non secondario indizio dei complessi
190 LODOVICO DOLCE

HOR. Per valersi in questo della memoria dèe considerarsi princi-


palmente ‹che› nelle carte sono quattro sorte di figure, come per
cagion di esempi diremo la prima denari, la seconda spade, la terza
bastoni, e la quarta coppe; e ciascuna di questa sorte ha il suo re,
cavallo e fante. Per queste adunque figure t’imaginerai quattro
huomini che rappresentino queste quattro figure adorne con le loro
proprie insegne. Le imagini de i numeri significheranno il rima-
nente: come la croce le dieci spade, i dieci denari, i dieci bastoni e
le dieci coppe; e così de gli altri numeri. Giuocando dunque alcu-
ni, di leggeri potrai porre ciascun lor punto, come di sopra dicem-
mo. Così anco, se alcuno t’imporrà che tu reciti le lor carte e
parimente l’ordine loro, riporrai ciascun punto e ciascuno di essi in
altrettanti luoghi, con quell’ordine che le prendesti. Il che ti sarà
facilissimo avendo per inanzi apparecchiati i luoghi e parimente
concepute le imagini. Percioché non si può fare insieme le imagini,
i luoghi, e la memoria: percioché la mente, intenta in una cosa,
un’altra ne perde. E ciò può bastare in generale a tutte le carte, che
secondo diverse nazioni diverse sono. È da avertire che se tre o
quattro giuocheranno siano altresì distinti i luoghi in tre o in quat-
tro parti; e fra queste stesse quattro parti si lascino tanti luoghi vòti
quante ciascun de’ giuocatori ha carte in mano, i quali subito dopo
il tratto delle carte empierai d’imagini397.
FABR. Puoi anco dir due parole del giuoco de gli scacchi.
HOR. Nel giuoco de gli scacchi (secondo noialtri Italiani) v’entrano
il re e la reina, i rocchi, gli arfili, i cavalli e le pedine. E questi si

legami tra letteratura e gioco) si vedano: L. NADIN, Carte da gioco e letteratura


tra Quattrocento e Ottocento, Lucca, Pacini Fazzi Editore 1997; C. ALBERICI, Un
mazzo di carte istruttivo tedesco del sec. XVI per insegnare le Istituzioni di
Giustiniano, in «Rassegna di studi e di notizie», I, 2, 1974, 37-60; M. ROSSI,
“Res logicas… sensibus ipsis palpandas prebui”: immagini di memoria, didattica e
gioco nel Chartiludium logice (Strasburgo 1509) di Thomas Murner, in «Annali
della Scuola Normale Superiore di Pisa. Classe di Lettere e Filosofia», s. III, XX,
4, 1990, 831-879.
397
Cfr. JACOPO RAGONE, Artificialis memoriae regulae, ed. cit., 44: «Primo
expedit, sicut ipse ludus cartarum partitus est in partes quattuor, videlicet da-
nari coppe spade et bastoni, ita tibi invenias personas quattuor que conveniant
egregie cum dictis ludis, id est pro ludo denariorum eliges tibi aliquem qui
multum divitiarum habeat aut aliquem qui pecuniis multis abundet, ut esset
gratia exempli pro magno divite Cosmas de Medicis aut alius huiusmodi, si
Cosmam non agnosceres; pro ludo vero spate aliquem famosum magistrum
artis dimicandi de spata; pro ludo autem coppe aliquem famose bibentem vel
insignem ebrium; pro ludo bastoni accipies aliquem magnum hominem cui
ponas unum magnum bastonum in manibus».
DIALOGO DELLA MEMORIA 191

fanno una parte neri un’altra bianchi, variandoli per lo scacchiere.


Per i principali adunque eleggerai sedeci persone da te conosciute
vestite di bianco o con fregi bianchi, et altrettante nere o con fregi
neri; e queste porrai in due luoghi con insegne, o alcune operazioni,
accioché siano in un punto quando il bisogno lo ricerchi; e quando
vorrai ricordarti il giuoco, per ciascun tratto ripon la sua imagine
nel suo luoco, in guisa che se’l rocco bianco leverà il nero fingerai
nelle tue imagini che un bianco parimente levi un nero398. Ma con
le regole dette di sopra potrai raccordarti agevolmente di qualunque
cosa. Né so per ora che altro dirti. Basta averti avertito (se io non
m’inganno) con qualche fondamento et ordine di tutto quello che
può occorrer per accrescere e conservare il nobile thesoro della
memoria. Ma in tutte le cose ci vuole esercitazione, e sopra tutto in
questa. Sappi anco che parlando teco, che letterato sei, ho usato
termini che non convengono a tutti. E (che più d’ogni altra cosa
importa) non avendo memoria, per via dell’arte non potrai farla
giamai, ma ben la pote accrescere, dilucidare e render perpetua.
FABR. Io del tuo ragionamento rimango molto soddisfatto; e te ne
ho per questo un obligo quasi infinito, sperando col mezo de’ tuoi
raccordi in breve dottorarmi e comparere ancora io a cicalar nelle
corti.

Il Fine

398
Sulla funzionalità mnemonica del gioco degli scacchi si veda R.D. DI
LORENZO, The Collection Form and the Art of Memory in the Libellus super ludo
schacorum of Jacobus de Cessolis, in «Medieval Studies», XXXV, 1973, 205-221.
Già Quintiliano accomunava il gioco della dama e un’orazione in nome del
ruolo centrale giocato dall’ordine compositivo: cfr. QUINTILIANO, Institutio
Oratoria, XI, 2, 38: «An vero Scaevola in lusu duodecim scriptorum, cum prior
calculum promovisset essetque victus, dum rus tendit, repetito totius certaminis
ordine, quo dato errasset recordatus, rediit ad eum, quocum luserat, isque ita
factum esse confessus est: minus idem ordo valebit in oratione, praesertim totus
nostro arbitrio constitutus, cum tantum ille valeat alternus? Etiam quae bene
composita erunt, memoriam serie sua ducent».