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CAPITOLO 1: L’ITALIA PREISTORICA E LE SUE PIÙ ANTICHE GENTI

- LE FASI PIÙ ANTICHE DELLA STORIA D’ITALIA


L’Italia è stata abitata durante il paleolitico, cioè durante il periodo in cui non solo non si
conoscevano metalli, ma non si sapeva levigare la pietra.
In questo periodo, se si osservano le armi tipiche di quel tempo, è possibili distinguere due
fasi: quella dell’ascia impugnata e quella della cuspide o scheggia ritoccata. In questo secondo
periodo si è sicuri nell’individuare tracce di religiosità, in quanto i morti venivano seppelliti
nelle stesse caverne in cui avevano vissuto, e tracce artistiche, come le pitture parietali.
Sappiamo anche che a quel tempo in Italia vivevano diverse razze alle quali però non
corrispondono differenze di civiltà.

Un nuovo periodo lo si ha con il neolitico, periodo in cui si comincia a levigare la pietra: l’uomo
non è più solo cacciatore, ma anche agricoltore e allevatore, inizia a vivere nelle capanne
radunate nei villaggi e i morti iniziano ad esser sepolti in tombe in posizione fetale, spesso
radunate nelle necropoli. Inoltre, con il fatto che si abbiano testimonianze di civiltà neolitica
anche in Sicilia, ciò conferma che in questo periodo l’uomo conosce la navigazione e può quindi
superare tratti di mare.

Con il diffondersi di oggetti di rame abbiamo il passaggio dall’età della pietra e quella dei
metalli, detta eneolitica: tutti si raffina, dalle abitazioni (compaiono le palafitte) fino ai
commerci; con la fusione di stagno e rame inizia l’era del Bronzo, durante la quale la
distinzione all’interno della civiltà si fa sempre più netta (guerrieri, agricoltori, allevatori,
tessitori).
Il villaggio assume una forma trapezoidale, con due vie principali e una zona lasciata libera per
le adunate o le cerimonie religiose, comprovate per il ritrovamento di fosse religiose, sia per
l’inumazione che per l’incinerazione; si nota, inoltre, che le abitazioni sono palafitte anche su
terreni non più paludosi ma asciutti. Altre forme di civiltà si distinsero per le loro peculiarità,
come i nuraghi della Sardegna o i Dolmen della Puglia.

Dall’anno 1000 a.C. inizia l’età del ferro, e con l’avvento dell’omonimo materiale sia come
oggetto di lusso sia come oggetto di uso comune, si ha il passaggio dalla preistoria alla storia.
Non si può parlare ancora di civiltà uniforme in Italia, bensì di vari nuclei di civiltà,
confermati anche da una profonda differenza nei costumi funerari: data la prevalenza al nord
di incinerati e al sud di inumati, è lecito supporre che l’incinerazione sia stata diffusa da genti
diverse sa quelle che inumavano i cadaveri.
- LE PIÙ ANTICHE POPOLAZIONI D’ITALIA
Si può intuire che l’Italia fino a qui descritta è popolata da quella che diverrà la gente Latina,
anche se la non presenza della scrittura rende difficoltosa l’identificazione di quelle
popolazioni.

Si è però, in un certo senso, concordi nell’identificare la civiltà della terramare con quella
degli Indo-Europei giunti in Italia in due grandi ondate, molto distanti l’una dall’altra: in una
prima fase abbiamo Latini e Siculi, mentre in una seconda ondata abbiamo Volsci a sud, Umbri
in Umbria, Sanniti in Abruzzo e Molise, nonché più tardi in Campania dove presero il nome di
Osci.

Più tardi arrivarono altri Indo-Europei: Illiri, Celti o Galli e Greci, che hanno mandato colonie
in Italia dall’VIII secolo a.C. in poi e hanno predominato in alcune regioni dell’Italia
meridionale e in Sicilia, dove dovettero fare i conti con i Fenici di Cartagine; abbiamo poi tre
altre grandi popolazioni: Liguri, Sardi, Etruschi.

- GLI ETRUSCHI
L’origine degli etruschi è di per sé ignota: c’è chi sostiene che vengano dall’Asia minore, chi
dalle Alpi, chi sostiene che siano originari dall’Italia e quindi discendenti dalle popolazioni
preesistenti. Non sapremo mai nulla di questa popolazione, fintanto che non verrà tradotto il
loro alfabeto, cioè un alfabeto greco con modificazioni proprie. Quelle poche parole che
sappiamo le dobbiamo alle tavole d’oro di Pyrgi, che celebrano la dedica di un tempio: sappiamo
poche parole perché si tratta di tavole bilingue, ovvero puniche e etrusche.

Gli etruschi non costituirono mai uno stato unitario anzi, erano noti per le rivalità delle loro
città, governate in un primo tempo da re e in un secondo momento da aristocratici; abbiamo,
però, testimonianze di legami religiosi come una lega di 12 città che aveva il proprio raduno
nel tempio di Voltumna, presso Volsini.
L’odierna Toscana è la regione più antica in cui sicuramente troviamo degli Etruschi, e dove si
costituirono le loro città più antiche, ma essi si espansero tanto a nord, conquistando città
come Mantova o fondandone di nuove come Modena, quanto a sud, nel Lazio e nella Campania.
Occuparono poi l’isola d’Elba e grazie ai Cartaginesi, con i quali condividevano l’ostilità nei
confronti dei Greci, riuscirono a conquistare la Corsica cacciando, appunto, i Greci.

Se al nord l’espansione etrusca fu frenata dai Celti, al sud fu fermata da Roma: a nulla valsero
le varie alleanze degli Etruschi nei confronti di altre città nemiche di Roma, ma non appena
furono sottomessi a Roma, gli Etruschi accettarono la loro condizione, subendo quella
romanizzazione che fece scomparire del tutto la cultura e la lingua etrusca.
- LA CIVILTÀ ETRUSCA
Gli etruschi subirono l’influenza di diverse civiltà, soprattutto quella greca, vista la presenza
di un alfabeto greco, di opere d’arte nonché divinità e mitologia greca; nonostante questi
molteplici influssi, la civiltà etrusca mantenne una fisionomia inconfondibile.
Possiamo dire che ignoriamo la letteratura etrusca data la non comprensibilità della lingua, ma
conosciamo principalmente l’arte e la religione: la prima grazie ai vari ritrovamenti, la seconda
tramandataci attraverso qualche scritto.

L’arte ha una forte impronta religiosa basata sulla religiosità stessa, che si configura come
cupa, rigida e grave, ma ciò non significa che non si possa avere una fuga da queste dimensioni
di dolore; lo stesso realismo nelle rappresentazioni, era opposto a quello delle opere
idealizzate dell’arte classica.

Gli Etruschi veneravano molte divinità, e possiamo trovare delle assimilazione e delle
vicinanze tra divinità Latine ed Etrusche: ad esempio la triade suprema etrusca è costituita
da Tinia che corrisponde a Giove, Uni che corrisponde a Giunone e Menrva che corrisponde
alla latina Minerva. Caratteristica della religiosità etrusca era la minuziosità delle
prescrizioni per ogni atto religioso: dalla struttura dei templi e dei recinti sacri, fino alle
formule dei riti.

Importante soprattutto la convinzione etrusca di poter conoscere il futuro, la volontà degli


dei, attraverso l’interpretazione del volo degli uccelli o osservando le viscere di animali
bruciare: stiamo parlando dell’arte degli auspici, di natura molto analoga a quella degli auguri
(che a Roma prendevano gli auspici per ogni atto importante della vita pubblica e privata).
Gli Etruschi erano preoccupati anche dal problema della morte e sebbene si immaginassero
vite liete nell’aldilà, nel quale il defunto potesse continuare a godere degli stessi benefici in
vita, nel complesso, la visone della morte etrusca venne sempre di più accentuando gli aspetti
cupi e orridi fino ad immaginare il defunto tormentato da mostri infernali.
CAPITOLO 2: LE ORIGINI E LE ISTITUZIONI ANTICHISSIME DI ROMA

- CARATTERI DELLA TRADIZIONE SULLA PIÙ ANTICA STORIA DI ROMA.


Tutto ciò che riguarda l’Italia pre-romana si basa solo su testimonianze archeologiche, ma
quello che invece verrà detto circa le origini di Roma si basa su una grande produzione
letteraria, sia del tempo sia di storici successivi. Si tratta però di fonti delle quali non si può
esser completamente sicuri, visto che oltre ai fatti storici raccontano anche leggende, come
ad esempio le liste dei magistrati o le tabulae dealbatae, nelle quali i pontefici scrivevano i
fatti più importanti accaduti, anno per anno.

Il tutto viene poi esagerato dagli antichi che tendevano ad esagerare e a enfatizzare, talvolta
anche inventare, le imprese dei loro antenati defunti, soprattutto in concomitanza di elogi
funebri. Ecco quindi che storici del calibro di Livio e Cicerone condannano queste
testimonianze perché cariche di leggenda, mentre a noi risultano importantissime per
conoscere coloro che le hanno create e per ricercare quel fondo di verità che presentano.

- GLI STORICI DELLE ORIGINI DI ROMA


Gli scrittori maggiori a noi pervenuti furono Livio e Dionigi di Alicarnasso, entrambi vissuti
sotto Augusto: Livio scrisse in latino a partire da Enea fino ai suoi giorni, Dionigi scriveva in
greco circa la storia di Roma, dalle origini alla prima guerra punica. Oltre a loro si devono
ricordare la Biblioteca storica del siciliano Diodoro che offriva, in greco, un riassunto della
storia universale, secondo fonti attendibili, sia greche che romane; o ancora si ha il riassunto
del bizantino Giovanni Zanora nei confronti della storia romana scritta da Cassio Dione.
Abbiamo poi anche i riassunti pervenutici in capitoli di Appiano, che scrisse un’opera generale
sulle guerre di Roma.

Tutti questi personaggi e molti altri si avvalsero delle opere degli annalisti, ovvero storici che
dalla fine del III secolo al I secolo a.C. elaborarono i ricordi tradizionali, le notizie contenute
negli annali dei pontefici e nelle memorie familiari, distribuendole anno per anno.

Narrazioni storiche erano anche le opere di Ennio e Catone: Ennio narrava nei suoi Annali in
esametri la storia di Roma fino al suo tempo; Catone scrisse le “Origines”, che raccontano sia
delle origini di Roma, anche se poi la narrazione arriva fino ai suoi tempi; questi due autori
hanno però influito poco sugli storici successivi.
- LA FONDAZIONE DI ROMA: LA LEGGENDA E LA REALTÀ
Tutti questi scrittori, però, accettavano l’idea che la fondazione di Roma fosse strettamente
collegata alla distruzione di Troia tramite una leggenda puramente greca: Enea avrebbe
fondato la città di Lavinio, mentre il figlio Ascanio avrebbe fondato Alba Longa; dalle
discendenze di Ascanio sarebbe nati Amulio e Numitore (il primo spodesta e sale al trono al
posto del secondo), la cui figlia, Rea Silvia, ebbe due gemelli, Romolo e Remo che, salvati dalla
morte che voleva per loro Ascanio, furono allattati e cresciuti da una lupa.
Romolo avrebbe poi delimitato il luogo in cui furono salvati, definendolo pomerio (confine
sacro), e il fratello sarebbe stato ucciso per aver valicato tale linea sacra: Romolo diventò il
primo re di una città che si affollò per l’arrivo di avventurieri.

La data della fondazione è diversa a seconda dello storico che parla, ma si è più o meno
concordi nel dire che Roma fu fondata il 21 aprile 753 a.C., secondo lo storico Varrone, nel
giorno della festa Palilie, una solennità agricola.
I Latini fondarono poi tante piccole comunità autonome nei colli del Lazio, alcune poi si
unirono in una lega sacra, il Settimonzio, che radunava i sette colli di Roma (Aventino,
Campidoglio, Celio, Esquilino, Palatino, Quirinale, Viminale). Un passo decisivo per la
costruzione della città lo si ebbe quando le tre cime del Palatino si fusero in una città sola, i
cui confini erano esattamente delimitati da un circuito di carattere sacro detto pomerio. A
poco a poco, poi Roma si estese verso gli altri colli allargando il pomerio e arrivando a
comprendere tutti i colli, ad eccezione dell’Aventino.

Inizialmente Roma non fu subito importante, anzi, sappiamo l’esistenza nel VII secolo a.C. di
una lega latina la cui egemonia era nelle mani di Alba Longa e Roma una sua subordinata.
L’ascesa del potere di Roma è una della più immediate espressioni della lenta ascesa della
città sotto i re.

*** ARCHEOLOGIA DEI RITI DI FONDAZIONE


Gli scavi alle pendici del Palatino fecero emergere un frammento del muro di cinta fatto
risalire da Carandini, colui che condusse gli scavi, al 730 a.C.: si trattava di parte del muro di
cinta fatto costruire da Romolo, che come datazione si avvicinava molto a quella proposta
dagli antichi storici.

Carandini pertanto sostiene che gli storici avessero quindi ragione: Roma fu dunque fondata
non per sinecismo ma per volontà di un uomo, Romolo, che disegnò per terra un cerchio su cui
ergere le mura di cinta.
- I RE DI ROMA
La tradizione ricorda i più famosi di questi re: Romolo, Tito Tazio, Numa Pompilio, Tullo
Ostilio, Anco Marcio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo.
Tutti probabilmente esistiti, ma non necessariamente in quell’ordine, circa questi re vengono
ricordati fatti e gesta memorabili, ma ciò non significa che fosse realmente così, visto che
spesso le innovazioni loro attribuite sono impensabili per quel tempo o addirittura avvennero
in un secondo momento.

Il problema non riguarda tanto un Tito Tazio prima nemico dei Latini e sovrano dei Sabini, che
entra in buoni rapporti con Romolo a tal punto da succedergli, o un Numa Pompilio che crea ex
novo tutte le istituzioni religiose, o ancora un Tullo Ostilio che abbia distrutto Alba Longa in
una battaglia decisiva tra Orazi e Curiazi; il problema, infatti, riguarda principalmente gli
ultimi sovrani:
 SERVIO TULLIO: Dubbie sono sia l’ipotesi di una trattato di pace con i Latini
conservato sul tempio di Diana, sia la riforma centuriata, nonché la costruzione delle
mura di cinta;
 TARQUINIO IL SUPERBO: A lui viene attribuita la fine della monarchia, dato che il
figlio Sesto aveva tentato di violare Lucrezia, la cui vendetta sfociò in una battaglia
civile che scacciò il Superbo da Roma. Vano fu il tentativo di chiedere aiuto a Porsenna:
egli aiutò il Superbo a rientrare a Roma, ma non gli riconsegnò la città. Porsenna stesso
governò roma per un brevissimo periodo per poi scappare per la presenza di individui
valorosi come Muzio Scevola, Orazio Coclite o la coraggiosa fanciulla romana Clelia.

Da un lato i Romani avevano un ricordo vivo della fine della monarchia con la cacciata dei
Tarquini e, se pure la loro tradizione era abbellita di leggende, non si può asserire
frettolosamente che essa sia senz’altro falsa.
Esisteva poi a Roma il rex sacrificulus, un sacerdote sopraintendente a talune cerimonie
religiose: poiché in origine toccava al re-capo dello Stato sopraintendere a tali cerimonie, si è
con verosimiglianza supposto che quella figura non sia altro che l’antica figura del re-capo
dello Stato, privato di tutti gli altri poteri e ridotto a semplice soprintendente religioso;
l’ipotesi non nega che Tarquinio sia stato cacciato, esclude solo che la sua cacciata possa dirsi
la fine della monarchia.

- LE ISTITUZIONI SOCIALI E POLITICHE DEL PERIODO REGIO


Dubbia è l’ordine della separazione tra patrizi e plebei, ma va diffondendosi l’idea che a mano
a mano le famiglie più potenti si siano staccate dalla popolazione costituendo il patriziato.

Le famiglie patrizie conservavano esatta memoria nella loro genealogia al punto di definirsi in
gens, ovvero famiglie che si riconoscono in un medesimo e antico antenato; ogni gens era
legata da vincoli religiosi e giuridici. La questione della gens divenne talmente importante e
diffusa al punto di inserire il nome di appartenenza della propria gens nel proprio nome:
abbiamo quindi un praenomen (il nome vero e proprio), il gentilizio e un cognomen, che
costituiscono i tria nomina.
Ogni famiglia patrizia era circondata da gente povera che chiedeva protezione: nascono
dunque le clientele in base alle quali ogni cliente appoggiava in ogni azione il proprio patronus
in cambio di protezione.
Patrizi e plebei erano però ugualmente distribuiti all’interno delle tribù ( Tizii, Ramni e
Luceri): ogni tribù comprendeva 10 curie che radunandosi costituivano il comizio curiato
(quale fosse il loro compito non lo sappiamo ma di certo, anche quando furono decaduti,
conservarono il compito di conferire il potere ai magistrati e risolvere i problemi delle
adozioni).
Dalle curie e dalle tribù provenivano i soldati: ogni curia “donava” una centuria di 100 uomini,
costituendo l’esercito romano, detto legione, caratterizzato da 30 centurie; in più vi era una
superclasse costituita da circa 300 cavalieri.

Il senato non decretava bensì consigliava ( senato consulto), ma tali consigli diverranno poi in
età repubblicana delle leggi. Quando il re moriva, il senato aveva il compito di eleggere un
interrex tra i senatori: doveva durare al massimo 5 giorni, tempo necessario per l’elezione di
un nuovo re che, se mancava, veniva sostituito da un secondo interrex.

Il re comandava l’esercito, giudicava nei processi e deliberava in ogni altra questione che
riguardava lo Stato. La sua autorità era però limitata: i vari capi famiglia avevano un’autorità
dispotica su di essa, l’elezione del sovrano non avveniva per volontà divina ma per elezione dei
comizi curiati e inoltre la sua autorità non era valida se non sancita dai comizi.
Il re era anche il capo religioso nonché garante della pax deorum, la pace con gli dei, in
funzione della quale si avvaleva dunque di sacerdoti che conoscevano le modalità con le quali
mantenere questo tipo di pace. I più importanti sacerdoti erano:
 PONTEFICI: capeggiati dal pontefice massimo, erano gli interpreti del diritto sacro;
 FEZIALI: erano gli interpreti delle norme regolanti i rapporti con altri popoli;
 AUGURI: erano gli interpreti dei segni che le divinità mandavano agli uomini per far
conoscere il loro volere, erano dunque incaricati di trarre gli auspici;
 VESTALI: erano le sacerdotesse della dea Vesta e custodi del fuoco sacro;
 FLAMINI: erano i sacerdoti addetti alle singole divinità (Flamine Diale, Marziale e
Quirinale);
 SALII: erano i sacerdoti di Marte che con le loro danze sacre si propiziavano il dio
della guerra.

- GLI ACQUISTI TERRITORIALI DI ROMA DURANTE LA MONARCHIA


Senza dubbio sotto la monarchia il potere di Roma si estese al di fuori dei limiti della città,
ma molto probabilmente le dimensioni furono esagerate dagli storici.
Di sicuro Roma in età monarchica doveva abbracciare un territorio di 100 kmq che arrivarono
ad una cifra prossima ai 900 kmq sotto Servio Tullio, con una sorta di dominio sul Lazio. Egli
fondò il tempio di Diana sull’Aventino perché fosse il santuario dei Latini: trasferì dunque a
Roma quella supremazia un tempo appartenuta ad Alba Longa.

Tra le varie città appartenenti alla Lega Latina, iniziò ad instaurarsi un legame che
permetteva ai loro cittadini di legarsi ad altri tramite commerci o sposalizi e non solo, ma
avevano anche il diritto di voto nelle altre città e la relativa cittadinanza.
CAPITOLO 3: LE RIFORME COSTITUZIONALI NEL “I” SECOLO DELLA REPUBBLICA

- LA PRIMITIVA COSTITUZIONE REPUBBLICANA


Caduta la monarchia nel 509 a.C., Roma fu retta da un governo aristocratico detenuto
esclusivamente da famiglie patrizie ed in particolare, governata da due magistrati, detti
inizialmente pretori e chiamati successivamente consoli.

Etimologicamente pretore significa “colui che sta davanti” (deriva da prae-itor), pertanto,
consci del fatto che effettivamente i consoli inizialmente non avevano tal nome, si è propensi
a pensare che, inizialmente, a comandare Roma fossero tre pretori, ognuno a capo della milizia
fornita dalla propria tribù. Presto le loro funzioni si differenziano: due continuarono a
conservare il comando dell’esercito in guerra e mantennero il nome di consoli, mentre il terzo,
detto pretore, si occupò delle questioni civili presenti nell’Urbs.
La carica del console era annuale, come dimostrato dai registri dei fasti consolari, e
collegiale, dato che tra loro i consoli avevano diritto di veto sulle iniziative del collega.
Essi venivano eletti dai comizi curiati, che conferivano loro l’ imperium, il quale permetteva di
prendere decisioni di vita o di morte nei confronti di tutti coloro che erano al di fuori del
pomerio, mentre all’interno del confine sacro i cittadini avevano il diritto d’appello
(provocatio) ai comizi.

Al di sotto dei consoli abbiamo due questori, in origine incaricati di inchieste giudiziarie, ma
poi addetti soprattutto all’amministrazione dell’erario, cioè la cassa dello Stato; in un secondo
momento vennero disposti altri due questori, con il compito di seguire l’esercito e
amministrare le relative finanze.

Quando la patria era ritenuta gravemente minacciata, uno dei consoli nominava un dittatore,
che non poteva rimanere in carica più di sei mesi, cioè più della normale durata di un’impresa
bellica. Questi assommava in se il potere dei due consoli, e prendeva anche il nome di magister
populi, decretando come suo collaboratore sottoposto un comandante di cavalleria, detto
magister equitum.

Il Senato rimaneva sempre come Consiglio dei capi dello Stato, cioè dei consoli, che ne
designavano i membri; esso era costituito da soli patrizi.

- LA REAZIONE DELLA PLEBE CONTRO IL GOVERNO PATRIZIO


Era naturale che la plebe avrebbe prima o poi reagito al patriziato, e la situazione diventava
sempre più gravosa quanto più si chiedevano contributi alle plebe in denaro, attraverso le
tasse, e sangue nelle guerre; tutto ciò comportava loro dei debiti e li riduceva in schiavitù nei
confronti dei creditori, qualora non fossero stati in grado di pagare.
La lotta tra patrizi e plebei fu dunque politica, in quanto i plebei mirarono sempre più
consapevolmente ad avere uguaglianza di diritti politici con i patrizi, ma fu anche economica,
perché essi pretesero non solo la riduzione dei debiti esistenti, ma anche la distribuzione di
terre e di viveri, che impedisse di dover contrarre in futuro nuovi debiti.
Nel 494 a.C. ci fu la prima ribellione della plebe, che ottenne il riconoscimento di
un'importante magistratura, quella dei tribuni della plebe (tribunus plebis), i quali avevano i
poteri di ius auxilii (diritto d'aiuto: il tribuno poteva intervenire per salvare chiunque fosse
minacciato da un magistrato) e intercessio (il diritto di veto contro i decreti dei magistrati,
le delibere dei comizi e i senatusconsulta in contrasto con gli interessi della plebe), nonché la
prerogativa dell'inviolabilità personale ( sacrosanctitas).

Accanto ai tribuni, troviamo come funzionari della plebe gli edili, che, custodi da principio del
santuario della plebe dedicato a Cerere, diventarono i cassieri delle finanze della plebe e i
sopraintendenti da tutte le iniziative che la plebe prendeva per il miglioramento della vita
cittadina.

La popolazione venne poi ripartita in nuove tribù territoriali, così da ripartire le varie famiglie
patrizie diminuendo il loro potere d’influenza e favorendo l’accrescersi del prestigio della
plebe. Nacquero perciò i “concilia plebis tributa”, cioè l’assemblea in cui la plebe si raccoglieva
secondo le tribù territoriali; più tardi si ebbero poi anche assemblee di tutto il popolo
ordinate con questo sistema, ma ebbero sempre poca importanza e servirono per lo più a
eleggere magistrati minori.
Le deliberazioni di tali concili si chiamavano plebisciti che, sebbene non avessero valore
legale, erano considerati sacrosanti e posti sotto la tutela delle divinità, come accadeva per i
tribuni.

In altre parole, la plebe era stata in grado di costruire “uno stato nello stato”, con magistrati
e leggi proprie, generando una situazione assurda che avrebbe potuto risolversi solo nel
momento in cui i patrizi avrebbero aderito alle richiese della plebe per la parità dei diritti.

- IL DECEMVIRATO
Forse a fine V secolo i plebei riuscirono ad ottenere diminuzione di debiti, frumento a basso
prezzo e assegnazioni di ager publicus a singoli individui, ma collettivamente a un vasto gruppo
di persone. La vera conquista, però, fu la stesura delle XII tavole che fecero si che le leggi
fossero scritte, mettendo fine all’arbitrio patrizio anche nelle questioni giudiziarie: si trattò
dell’unica vera conquista plebea visto che nulla mutò della situazione socioeconomica.

Secondo la tradizione, nel 451 a.C. furono sospese tutte le magistrature ordinarie ed eletti
dieci uomini, detti decemviri, con l’incarico di redigere un codice di leggi. I decemviri
sarebbero stati tutti patrizi e avrebbero scritto un corpus di 10 tavole di leggi, ma siccome
alla fine dell’anno il lavoro non era stato ultimato, e dato che i plebei insistevano per esser
integrati nel decemvirato, vennero eletti nuovi decemviri nel 450, di cui tre erano esponenti
della plebe.
Di questo collegio la persona più autorevole divenne Appio Claudio, che cercò di dare alle leggi
che rimanevano da elaborare un contenuto sfavorevole alla plebe, e codificò il divieto di
matrimonio tra patrizi e plebei; nello stesso anno un ultimo sopruso provocò la ribellione della
plebe.
Appio Claudio, per impadronirsi di una fanciulla, Virginia, fidanzata all’ex tribuno della plebe
Icilio, persuase un suo cliente a dichiarare che era una schiava e impose che fosse consegnata
a quel cliente. Il padre di Virginia uccise la fanciulla, piuttosto di lasciarla morire in schiavitù,
provocando in tal modo la solidale ribellione della plebe romana, che si ritirò sull’Aventino e
poi sul monte Sacro.
I decemviri dovettero rassegnarsi ad abdicare: Appio Claudio si uccise, e le magistrature
normali furono restaurate, mantenendo però le leggi elaborate dal decemvirato.

- L’ASCESA DELLA PLEBE


Subito dopo l’esperienza delle XII tavole, la tradizione colloca le leggi Valeriae Horatie nel
449 a.C., ad opera dei due consoli in carica Valerio Potito e Orazio Barbato: ci sono ignote in
forma e sostanza, ma sembrerebbero affermare una serie di conquiste della plebe.
Si è certi, però, della prima vera conquista plebea attraverso “la rogazione Canuleia” del 445
a.C., che ottenne l’abolizione del divieto di matrimonio tra patrizi e plebei.

Dal 444 a.C., poiché i patrizi si ostinavano a rendere inaccessibile ai plebei, questi ultimi
incominciarono non soltanto a rifiutare la leva, ma anche ad impedire l’elezione dei magistrati,
in particolare dei consoli. In questo periodo, invece dei consoli, divennero capi dello stato i
tribuni militari, con poteri consolari (tribuni militum consulari potestate), e potevano
accedere alla suprema magistratura anche i plebei.
A questo punto, tanto valeva che la cosa fosse ufficializzata: nel 367 a.C. le leggi Licinie
Sestie riabilitarono il consolato, dando diritto ai plebei di occupare uno dei due posti.

Già dal 421 a.C. la plebe aveva accesso alla questura, e più o meno nello stesso periodo gli edili,
vista la loro utilità, furono affiancati da due edili curuli eletti dai comizi tributi: i quattro
edili avevano il compito di sorvegliare i mercati ed esercitare la forza di polizia urbana.

I plebisciti divennero poi a tutti gli effetti delle leggi nel 287 a.C., con la lex Hortensia e, nel
330 a.C. attraverso la lex Ogulnia, i collegi sacerdotali vengono aperti anche ai plebei.

- L’ORDINAMENTO CENTURIATO E LA CENSURA


Un altro elemento che diminuì il prestigio del patriziato fu l’ordinamento centuriato, che gli
antichi attribuiscono a Servio Tullio, e che suddivideva il popolo romano in 5 classi e 193
centurie: la prima comprendeva 80 centurie di cui 40 di iuniori (inferiori ai 45 anni) e 40 di
seniori, la seconda, la terza e la quarta erano di 20 centurie ciascuna con seniori e iuniori equi
distribuiti mentre la quinta presentava le stesse caratteristiche, adeguate a 30 centurie; al
di sopra della prima classe stavano 18 centurie mentre al di fuori della quinta classe vi erano
gli inermi e proletari.

Questo ordinamento militare divideva i romani in classi, secondo il servizio che dovevano
prestare ma soprattutto in base al censo, cioè alla ricchezza. Questa divisione era coerente
con tutti i costi di guerra, in quanto era chiaro che la fanteria pesante delle prime tre classi
era tra le più ricche e meglio armate, potendo permettersi i notevoli costi degli accessori
bellici, mentre le rimanenti classi, costituivano le truppe ausiliarie con armi leggere.
Era poi logico che coloro che si addossavano il compito più gravoso di difendere la patria nelle
legioni erano coloro che avevano il predominio anche all’interno dell’assemblea centuriata, in
quanto la superclasse e la prima classe, ad esempio, se avessero votato insieme avrebbero
costituito la maggioranza in ogni caso

La necessità che l’ordinamento centuriato comportava era quella di redigere esatte liste del
censo dei cittadini e questa necessità portò alla costituzione dell’ordine dei censori, comparsi
a metà del 5 secolo, i quali venivano eletti ogni cinque anni (due persone) e restavano in carica
solo 18 mesi. Essi non solo redigevano le liste dei contribuenti, ma sceglievano i nuovi membri
del senato in base all’onorabilità necessaria per quella determinata carica pubblica.
Di qui si sviluppò il diritto dei censori a controllare i costumi dei cittadini (censura morum) col
correlativo diritto di colpire di biasimo coloro che si allontanavano dalle consuetudini morali
vigenti.

- CARATTERI DELLO STATO ROMANO ARCAICO


Alla fine del quarto secolo, quattro erano le assemblee del popolo, i comizi curiati, centuriati,
tributi e i concili tributi della plebe, con tre deliberazioni diverse, le leggi, i plebisciti e i
pareri del Senato. I consoli potevano esser sostituiti dai dittatori, che dovevano però
rendere conto ai tribuni della plebe, i censori avevano potere esclusivo, indipendente dai capi
dello Stato, nel giudicare la morale dei senatori mentre gli edili venivano eletti dai comizi
tributi e gli edili curuli dai comizi tributi del popolo.

Si trattava di un disordine che però rendeva rari e facilmente eliminabili i conflitti, dato che
il potere dei magistrati del popolo non poteva esser revocato se non a fine mandato e solo i
magistrati autorizzati potevano convocare le assemblee.
È in questo clima, però, che il Senato diviene a tutti gli effetti l’organo dirigente della vita di
Roma: questi ex magistrati di grande esperienza avevano la competenza di prendere tutte le
più gravi deliberazioni, ma anche uomini nuovi potevano accedere a questa ambita posizione.

Non che le agitazioni mancassero ma si tentava di evitare situazioni gravi.


Appio Claudio Cieco propose di integrare la plebe cittadina nelle tribù locali, essendo essa
manchevole di proprietà immobiliari: la cosa suscitò non poca agitazione, ma nel 304 a.C. la
plebe fu integrata nelle tribù rurali.
Nello stesso anno, Gneo Flavio pubblicò un manuale in cui erano registrate tutte le formule,
dette “actiones”, richieste per poter agire correttamente di fronte a magistrati romani; non
rivelava nessun segreto, ma dava a tutti la possibilità di conoscere le procedure civili,
completando l’opera di divulgazione del diritto.

Importante fu poi il ruolo delle colonie fondate ad Ostia, Anzio e a Terracina, con lo scopo di
allontanare da Roma la parte più miserabile della popolazione, attraverso questi provvedimenti
di carattere economico nei confronti dei proletari; non sappiamo invece di distribuzioni sicure
di agro pubblico ma è certo che ci furono.
Si è dubitato invece che nel 367 a.C., a seguito delle leggi Licinie Seste fu proposto che
nessun Romano potesse avere più di 500 iugeri (iugero=2518 m2) di agro pubblico, visto che si
suppone che nel IV secolo vi fossero ricchi che potevano aver usurpato terreno a danno di
plebei poveri, la cui l’assegnazione di terreno avveniva con 2-4 iugeri a testa; tali usurpazioni
si verificarono sicuramente solo più tardi, sotto il periodo graccano, ma non significa che già
nel IV secolo vi fossero persone in grado di sottrarre abusivamente agro pubblico.

All’iniziativa di Licinio e Sestio si affianca anche la concessione ai debitori di pagare i


creditori a rate, deducendo dal capitale gli interessi già pagati, che vennero ripetutamente
ridotti; nel 326 furono poste serie limitazioni al diritto del creditore di impadronirsi
senz’altro del debitore moroso.

Vennero così placate le proteste interne facendo si che patrizi e plebei divennero quel blocco
di concordia che vide l’unificazione dell’Italia sotto Roma: tale unificazione dimostrò che,
sebbene le lotte interne, Roma fu sempre solida di fronte al nemico.
CAPITOLO 4: LA CONQUISTA DELL’ITALIA CENTRALE

- DALLA FINE DELLA MONARCHIA ALLA PRESA DI VEIO (396 A.C.)


La fine della monarchia, provocando gravi contese nell’interno di Roma per l’avvento di un
governo esclusivamente patrizio, indebolì di conseguenza i romani nel loro predominio sul
Lazio. I Latini cercarono di liberarsi dalla egemonia di Roma e otto città costituirono una lega
militare contro Roma, alla cui testa stava un dittatore. Ne succedette un periodo di ostilità,
che si concluse con una vittoria dei Romani presso il Lago Regillo nelle vicinanze di Frascati.

I Latini, dunque, scesero a patti con Roma con il foedus Cassianum, che prende il nome dal
console Spurio Cassio, il quale stabiliva che tra Roma e la Lega Latina doveva durare pace e
alleanza perpetua e garantiva parità di diritti e doveri tra i due contraenti; Roma e Lega si
alternarono poi nel comando dell’esercito nelle guerre comuni.

Aderì poco a questa alleanza il popolo degli Ernici, in quanto la solidarietà tra Ernici, Latini e
Roma era indispensabile per contrastare le invasioni di Volsci e Equi.
Connessa direttamente alla battaglia contro i volsci, che avevano conquistato Anzio e fondato
Velletri, è la leggenda di Coriolano: dopo aver strappato ai Volsci la città di Corioli, Coriolano
si inimicò la plebe romana rifiutando di far eseguire una distribuzione gratuita di frumento;
fuggì e si rifugiò presso i volsci convincendoli di marciare con lui contro Roma, per poi
fermarsi di fronte alle preghiere della madre e della moglie. Non si sa quanto questa leggenda
sia vera, ma sottolinea l’interferire delle contese interne nelle lotte con i nemici esterni.

La battaglia contro gli Equi è invece legata alla figura di Cincinnato, un modesto contadino che
nel momento del bisogno accettò la dittatura, sconfisse velocemente il nemico e deposto il
comando, dopo 16 giorni, tornò al suo lavoro nei campi. La sostanza dei fatti è autentica, come
la battaglia di Roma nel 431 a.C., presso il monte Algido, dove gli Equi furono sconfitti e
ritornarono al proprio territorio.

Di sicuro Roma iniziò a sentirsi egemone sulla Lega latina e la cosa è testimoniata dalla
battaglia che condusse interamente da sola contro la città di Veio, che a nord di Roma le
contendeva il controllo della città di Fidene. Diversi sono gli eventi principali di questa guerra:
 La famiglia nobile dei Fabii addossò su di sé e suoi propri clienti il compito di tener
lontani i Veienti, ma vennero sconfitti: ciò significa che le famiglie nobili erano ancora
in grado di radunare attorno a sé un piccolo esercito;
 Nel 428 a.C. il console Cornelio Cosso sconfisse i Veienti, uccidendo il loro re Tolunnio e
decretando la fine di Fidene;
 La lotta decisiva con Veio fu tra il 407 e il 396 a.C., nella quale Furio Camillo, nominato
dittatore, iniziò ad occupare la città: Veio fu spopolata, uccidendo o vendendo gli
abitanti come schiavi e il suo territorio fu diviso fra i cittadini romani.
La vittoria contro Veio fu importante sia perché liberò Roma dalla sua più importante nemica,
sia perché si ebbero importanti conquiste territoriali tutte e favore della Lega Latina: i
territori vinti dagli Equi e i Volsci finirono alla Lega, e lo stesso valeva per le colonie che
vennero fondate; venne incorporato tutto il territorio del Lazio fino a Terracina.
La piccola differenza in meno, per Roma, rispetto alla lega latina, era di gran lunga
compensata dalla maggiore omogeneità in confronto ai territori della lega latina: in altre
parole, la distruzione di Veio consolidò il potere romano.

- LA ROTTA DAVANTI AI GALLI E LA RESTAURAZIONE DEL PRESTIGIO DI ROMA


(353 A.C.)
L’ascesa della potenza di Roma fu subito messa a repentaglio dall’arrivo in Italia dei Galli
(Italia settentrionale e litorale adriatico) che, sebbene tendessero a diventare sedentari e
dediti all’agricoltura, erano molto inclini alle razzie nei paesi vicini: fu per questo che i Galli,
sotto il comando di Brenno, assediarono l’etrusca Chiusi per poi marciare contro Roma, la
quale non riuscì a respingerli, probabilmente a causa della mancanza di un sistema di mura..
L’unico punto in cui poter organizzare una difesa era la rocca del Campidoglio, anche se i Galli,
dopo aver cercato di occuparlo, si fecero convincere con una buona quantità di oro ad
abbandonare la città e a ritornare da dove erano venuti.
Parte della tradizione vuole attenuare la gravità del disastro, narrando che in realtà i Galli
furono allontanati dalla spada di Camillo, vincitore dei Volsci: l’unica verità è che di fatto colui
che restituì la vittoria a Roma, fu proprio Camillo.

In seguito al disastro gallico le città latine sciolsero i vincoli del Foedus Cassianum con Roma,
smettendo di inviare contingenti militari in soccorso dell’alleata. Alcune città, poi, si
ribellarono, mentre altre cercarono di riprendere la loro libertà d’azione contro Roma;
occorsero diverse guerre fino al 358 per riportare tutto sotto controllo: da qui in avanti
Roma si comporterà in maniera diversa a seconda della città in questione, così da dividerle
l’una dall’altra.

Altri tentativi di insediare Roma erano stati opera degli Etruschi, in particolare con le città
di Tarquini e Caere, ma ebbero risultati fallimentari, in quanto la stessa Caere diventò
“civitas sine suffragio”: i suoi abitanti dovettero rinunciare al diritto di pace e guerra, al
potere legislativo e giudiziario e dovettero sottoporsi all’autorità dei magistrati romani e
pagare tributi, nonché compiere il servizio militare imposto ai Romani, ma non ebbero il
diritto di voto.

- LA PRIMA GUERRA SANNITICA E L’ULTIMA RIBELLIONE DEI LATINI (338 A.C.)


Dopo aver capovolto la situazione in positivo, Roma era diventata molto più forte e più estesa
territorialmente (superava i 3000 kmq), quindi le vari discese dei Galli non ebbero più nessun
grave effetto: Roma ora era preparata a riceverli e aveva anche munito le città di mura.
L’espansione ricominciò verso il sud, dove c’era la terra fertile e ricca della Campania,
comportando un confronto contro i Sanniti, un gruppo omogeneo di pastori e agricoltori sulle
montagne dell’Abruzzo, le cui tribù costituivano federazioni che spesso si stringevano attorno
ad altre città, tra cui quella di Capua.
Una lotta tra la lega di Capua e i Sanniti dell’Abruzzo offrì a Roma l’occasione di intervento,
che si trasformò nella prima guerra sannitica, che pare servisse ad impedire che i Sanniti si
annettessero alla lega di Capua e a persuadere i campani in un’alleanza latino-romana.
Questo però favorì una simpatia tra Campani e Latini, comportando un loro tentativo di
spezzare l’egemonia romana; la lotta durò dal 340 al 338 a.C. e vide due episodi principali:
 T. Manlio Torquato condannò a morte il figlio per esser uscito di sua volontà dalle fila
dell’esercito;
 P. Decio Mure si suicidò, dopo aver sentito gli auguri che dicevano che solo la sua morte
avrebbe portato la fine della guerra.

Nel 338 a.C. i Romani avevano vinto e potevano regolare in modo nuovo la sorte degli ex
alleati:
 La Lega Latina venne sciolta e i membri delle città persero il diritto di commercio e
connubio tra di loro, per conservarlo solo nei confronti di Roma;
 Alcune città furono lasciate autonome, ma sempre sotto la volontà di Roma, mentre
altre riebbero la cittadinanza;
 Terracina e Anzio furono trasformate in colonie romane, consentendo ad alcuni indigeni
di diventare coloni;
 A Velletri fu espulsa la componente antiromana;
 I Campani vennero privati di una parte del loro territorio, ma ebbero la cittadinanza
sine suffragio con alcuni privilegi.

Si trattò, dunque, di una sistemazione favorevoli ai vinti: Roma non si preoccupò di dividerli
ma di gettare basi per una futura collaborazione; le basi dell’impero erano state gettate.

- LA SECONDA GUERRA SANNITICA: LE LOTTE CON GLI ETRUSCHI (327–304 A.C.)


Il tentativo di Roma di conquistare per assedio Napoli fece riaprire le ostilità contro i
Sanniti, già minacciati in precedenza dall’accrescere del potere di Roma.
Nella prima fase i Romani si allearono con Napoli, concedendole un’alleanza a condizioni
favorevolissime, per poi attaccare i Sanniti, mentre la seconda fase fu quella che durò di più
e che terminò con la vittoria romana, mediante la conquista del centro sannita di Boiano.

Prima, però, si passò attraverso gravi sconfitte subite dai Romani, come le forche caudine:
Gaio Ponzio, comandante dei Sanniti, bloccò i romani e li costrinse a passare sotto il giogo,
cioè tre lance piantate per terra e una terza messa come architrave, così da obbligare colui
che passava a chinarsi, in atto di sottomissione; umiliazione, peraltro, che verrà pagata dai
Sanniti.

La tradizione leggendaria vuole che il Senato si rifiutasse di accettare la pace con i Sanniti,
per lasciargli la colonia di Fregelle, ma in realtà per parecchi anni non si poté riprendere la
guerra, senza considerare la preparazione di Roma ad una nuova riscossa: si sta parlando della
riforma della legione, che per evitarne la rigidità venne suddivisa in unità minori autonome,
dette manipoli, e adottando il pilo, una lunga lancia da scagliare contro il nemico a distanza,
prima del corpo a corpo.
Anche la nuova lotta non risparmiò ai Romani delle sconfitte, da aggiungere alla necessità di
doversi difendere a nord dagli Etruschi: in questa battaglia contro gli Etruschi furono messe
in campo ben 4 legioni. Famosa fu la marcia del console Fabio Rulliano al di là della selva
Ciminia, nella quale sorprese il nemico etrusco, generando danni che lo costrinsero a chiedere
la pace nel 315 a.C.: pace che lasciava poco conquiste territoriali ai Romani, ma li lasciava
liberi nella guerra contro i Sanniti.

Nel 304 a.C. Roma riuscì a domare le rivolte sannite, costringendoli alla pace: essi mantennero
intatta la loro autonomia, dovendo però rinunciare a Fregelle e abbandonando ogni ingerenza
in Campania e dintorni, territori in cui Roma si apprestò a fare trattati per assicurarsi la
supremazia. In conclusione, dopo la seconda guerra sannitica il territorio romano ascendeva a
circa 8000 kmq e aveva alleati in altri 20'000 circa.

- LA TERZA GUERRA SANNITICA O PRIMA GUERRA ITALICA


Nel 298 a.C. i Sanniti si allearono con i Galli Senoni, gli Umbri, i Sabini e gli Etruschi,
generando quella che prende il nome di terza guerra sannitica.
La guerra decisiva avvenne a Sentino, in Umbria, nel 295 a.C., anno in cui i romani
sbaragliarono tutti i nemici e si assicurarono il predominio su tutta l’Italia centrale: i Galli
dovettero fare subito pace e cedere ampie zone di territorio, su cui poi fondarono la colonia
romana di Sena Gallica; li seguirono Umbri e Etruschi, che furono legati a Roma da trattati di
alleanza.

Più tenaci i Sanniti e i Sabini, finirono per resistere fino al 290 a.C.: i primi non persero che
poco territorio, ma furono ormai interamente circondati da vecchi e nuovi alleati di Roma, e
per la loro sorveglianza fu fondata una colonia di diritto latino, Venosa; i secondi furono
senz’altro annessi a Roma come cittadini senza suffragio.

-> L’espansione di Roma nella penisola italica


CAPITOLO 5: LA LOTTA CON PIRRO - L’ASSESTAMENTO DELLA CONQUISTA

- ROMA E LA MAGNA GRECIA


Fino alla fine 4 secolo, Roma non si era mai politicamente preoccupata della Grecia nonostante
la cultura greca fosse già permeata all’interno di Roma, e la stessa cosa valeva per i Greci
d’Italia meridionale. Questi ultimi resistevano ormai debolmente alle riscosse degli indigeni, e
dopo varie richieste, l’unica possibilità per la Magna Grecia di riacquistare la vitalità di un
tempo era l’aiuto dei Romani, ottenuto intorno al 282 a.C.

L’avanzata di tale aiuto, però, andava ad occupare tutte quelle città che tenevano
maggiormente alla loro indipendenza, come Taranto, la più potente tra tutte: questa,
preoccupata dell’espansione e della potenza romana, nel 303 a.C. concluse un accordo con
Roma, la quale si impegnava a non varcare con le loro navi il mar Ionio, oltre il promontorio di
Lacinio. In un momento molto proficuo per Roma, questa ben pensò di non rispettare tale
accordo: Taranto affondò subito 4 navi romane e chiese l’aiuto al re dell’Epiro, Pirro.

- PIRRO IN ITALIA
Pirro giunge in Italia con quelle pretese di cercare un compenso quel compenso alle
disillusioni in patria che il suo eccezionale talento militare gli permetteva di credere agevole,
in quanto Tolomeo Cerauno era appena riuscito ad impadronirsi dei regni di Tracia e
Macedonia, ai quali il sovrano dell’Epiro ambiva.

Giunto a Taranto sconfisse per ben due volte i Romani, spiazzati dal suo utilizzo dell’elefante
sul campo di guerra: prima nel 280 a Eraclea, e poi nel 279 presso Ascoli, in Puglia.
Non potevano bastare alcune vittorie, pagate per di più a caro prezzo, a fiaccare l’eccezionale
capacità di resistenza dei Romani, che ormai avevano compreso le sue strategie belliche.
Perciò Pirro cercò ripetutamente di fare pace con i Romani per andare a tentare nuova
fortuna in Sicilia e ci sarebbe anche riuscito, se i Cartaginesi, prevedendo un attacco di Pirro
in Sicilia contro di loro, non avessero fatto forti pressioni sui romani perché non cedessero.

Pirro tuttavia non desistette dal passare in Sicilia, dove c’era il massimo del caos dopo la
morte del tiranno di Siracusa Agatocle, e si fece paladino delle città greche, sconfiggendo e
confinando i Cartaginesi nella sezione ovest della Sicilia. Egli rimase re di Sicilia fino a quando
i dissensi tra i Greci non ricominciarono a prevalere, e a quel punto decise di tornare in Italia,
dove i Romani erano pronti a sconfiggerlo a Benevento nel 275 a.C.. Deluso e amareggiato,
Pirro muore ad Argo nel 273, privando la Magna Grecia del suo massimo difensore, e
lasciandola alla mercè dei romani, ai quali fu ora assai facile di domare le ultime resistenze.

La lega sannita fu disciolta, e patti separati furono conclusi con le tribù principali mentre
Taranto dovette arrendersi, accettare una guarnigione romana e mettere una parte della sua
flotta a disposizione di Roma. Le altre città greche si allearono e rinnovarono la loro ribellione
contro Roma: i Bruzii dovettero rinnovare a peggiori condizioni l’alleanza, i Lucani perdettero
il territorio dell’antica città greca di Posidonia, dove fu eretta la colonia latina di Pestum,
mentre fu poi fondata la colonia latina di Brindisi.
Anche a Nord avveniva un forte rimaneggiamento: nel 269 il territorio dei Piceni fu
confiscato ed i suoi cittadini allontanati o ridotti alla condizione di cittadini senza suffragio
(unica eccezione era Ascoli, riconosciuta come indipendente e alleata), ai Sabini furono
concessi i soli diritti politici, a Caere fu confiscata metà del territorio mentre i ribelli di
Volsini furono costretti a rifugiarsi presso il lago di Bolsena.

Il tutto avveniva nel 264 a.C., anno di inizio della prima guerra punica: è in questo periodo che
si registrò un notevole aumento della popolazione romana, che comprendeva circa un milione di
persone.

- STRUTTURA DELLO STATO FEDERALE ROMANO


Sarà utile ora riepilogare gli elementi di cui la compagine dello Stato romano venne a
consistere in seguito alla complicata storia, che siamo venuti riassumendo.

C’erano i cittadini aventi pieno diritto, distribuiti in tribù, che vivevano o sul territorio di
Roma o in municipi, cioè città preesistenti al dominio romano a cui furono concessi i pieni
diritti di cittadinanza (Tuscolo), o in colonie, ovvero città fondate con cittadini romani che
conservano i diritti di cittadinanza (Ostia).
I cittadini dei municipi e delle colonie godevano del diritto di voto, che veniva però
scarsamente praticato vista la lontananza, e avevano magistrati dediti all’ordinaria
amministrazione, mentre per il resto dipendevano da Roma. Inoltre, nel loro atto di
fondazione era previsto che Roma concedesse loro uno Statuto, allo scopo di regolarne la vita.

Abbiamo poi i “cittadini sine suffragio”, quindi con diritti civili ma privi di diritti politici,
organizzati in municipi dotati di uno statuto. Essi conservavano con modificazioni i loro
magistrati, i quali erano affiancati da quattro prefetti speciali, che venivano eletti ogni anno
dai comizi allo scopo di mantenere la giurisdizione di tali municipi.

I socii latini conservavano il diritto latino e continuavano a costituire stati autonomi con
diritto di connubio e commercio con Roma, ma non tra di loro. Inoltre, potevano possedere
beni sul territorio romano, e stabilendosi a Roma divenivano cittadini romani; diritto
reciproco era concesso ai Romani, ma era di minor valore.
Condizioni pari alle città latine avevano le “colonie di diritto latino”, sia quelle fondate dalla
Lega Latina sia quelle fondate dai Romani, attribuendo ai loro abitanti i diritti latini nei
riguardi di Roma; più tardi verrà limitato ai coloni latini il privilegio di prendere la
cittadinanza romana trasferendosi a Roma.

Gli alleati (socii) di Roma stavano al di sotto dei “socii latini”, e le condizioni di alleanza
variavano a seconda della città in questione, a seconda della gravità con la quale si ribellarono
a Roma e secondo la maggiore affinità etnica con i Romani.
I trattati di alleanza si dividevano in “foedera aequa”, in cui Romani e alleati avevano pari
diritti e doveri; negli altri “foedera”, gli alleati riconoscevano la supremazia di Roma (questa
era la maggioranza dei trattati).
In ogni caso gli alleati erano obbligati ad inviare contingenti militari a Roma mentre altre
città, oltre a ciò, avevano anche l’obbligo di fornire flotte. In particolare, i contingenti degli
alleati non erano fusi nelle legioni, ma costituivano le ali aggregate alle legioni, comandate dai
prefetti dei socii.

Il diritto di monetazione che non esistevano per i municipi romani di pieno diritto, esisteva
solo eccezionalmente per quelli senza suffragio; in teoria esistevano per i Latini e per gli altri
socii, ma la moneta presto si diffuse in tutta Roma: dopo il 268 a.C. incomincia ad esser
coniata la moneta d’argento e si crea l’unità del denario equivalente a 10 assi, 4 sesterzi e 2
quinarii.
CAPITOLO 6: LE PRIME DUE GUERRE PUNICHE

- ROMA E CARTAGINE
La guerra contro Pirro aveva consolidato la solidarietà d’interessi tra Roma e Cartagine, come
testimoniava un probabile contratto tra le due potenze nel 509 a.C., nel primo anno della
repubblica. Roma non era né una potenza commerciale, né navale: quindi Cartagine non si
sentiva minacciata, né Roma costituiva una minaccia. Inoltre, Roma non aveva intenzione di
inimicarsi Cartagine, così che essa non impedisse i rifornimenti navali nel Lazio; la stessa cosa
valeva per Cartagine, la quale aveva interessi nel mantenere aperti i mercati con l’Italia, che
erano sempre più sottoposti al controllo romano.
Perciò, Roma estendeva il suo dominio in Italia centromeridionale mentre Cartagine faceva la
stessa cosa in alcune regioni del Mediterraneo (Africa, Sicilia, Sardegna, Corsica e Spagna).

La situazione mutò quando Roma iniziò ad affacciarsi sulla Sicilia, sebbene non avesse
intenzione di espandersi in quel territorio. Si aggiungeva che, se Roma non era una potenza
navale e commerciale, lo erano parecchie città greche cadute sotto la sua egemonia, di cui si
doveva tutelare, negli stessi interessi di Roma, la floridezza.
Bastò un’occasione, non cercata da Roma, perché l’ostilità latente si manifestasse e desse
luogo a uno dei più lunghi e importanti conflitti del mondo antico, paragonabile solo per
importanza al conflitto tra la Grecia e la Persia.

Stavano di fronte due organizzazioni statali analoghe in apparenza, ma di fatto differenti, e


fu proprio la diversità socio-politica a decretare la vittoria di Roma:
 Roma non era una potenza navale, ma lo erano tutte le città greche a lei suddite;
 Cartagine era una potenza navale con un esercito di sudditi e mercenari, quindi
elementi poco fidi e omogenei;
 Roma era meno organizzata di Cartagine, ma nella sua salda compagine c’era uno spirito
di umanità, un senso di dignità e una coscienza rigorosa del diritto individuale.
- LA PRIMA GUERRA PUNICA (264–241 A.C.)
I Mamertini, ovvero i mercenari campani che tenevano dal 289 il dominio di Messina, erano
stati costretti a chiedere l’aiuto di Cartagine per salvarsi da Siracusa, che sotto il comando
del tiranno Ierone cercava di riprendere l’unificazione della Sicilia greca. Ammesso nella città
un presidio cartaginese, i Mamertini pensarono di potersene liberare e di rivolgersi invece ai
Romani, i quali deliberando di inviare soccorsi, iniziarono di fatto la prima guerra punica.

In un primo momento la guerra fu contro le città siciliane, e lo stesso Ierone dopo aver
notato che Roma teneva in pugno Messina e minacciava Siracusa, decise di accordarsi e
allearsi con Roma. Con il suo aiuto, i Romani ottennero importanti successi, ma poterono
sconfiggere formalmente Cartagine solo attraverso una battaglia navale che impedisse
l’arrivo di rinforzi dall’Africa.
La flotta romana fu costruita nel 260 a.C. e perfezionata con l’aggiunta dei corvi, cioè
piattaforme uncinate che consentivano di agganciarsi ad una nave, permettendo ai soldati
romani di passare sulla nave nemica, trasformando il duello navale in un duello terrestre. Nello
stesso 260 il console Gaio Duilio conquistava per Roma, presso Milazzo, la prima grande
vittoria navale.

Nel mentre, Cartagine spostò la guerra in Sicilia per evitare l’ennesima battaglia campale,
perciò il console Marco Attilio Regolo, deliberò di riprendere la guerra in Africa: in un primo
momento riuscì nel suo scopo, che era quello di sollevare Numidi e Libici contro Cartagine,
tanto che questa chiese la pace, per poi rifiutarla a causa delle condizioni troppo gravose.
Con l’arruolamento di nuove truppe mercenarie greche, al comando dello spartano, Cartagine
distrusse l’esercito di Regolo e prese prigioniero il generale stesso.

La guerra venne riportata in Sicilia, dove si prolungò fino all’anno della sua fine, nel 241.
I Romani non riuscirono mai ad impedire che i Cartaginesi conservassero libere comunicazioni
con la Sicilia e quindi potessero sostenere presidi nella parte occidentale: solo dopo l’estremo
sforzo del console Lutazio, Cartagine si arrese e chiese la pace, dopo aver perso gran parte
dei rinforzi. I Cartaginesi furono costretti ad abbandonare la Sicilia, le isole minori e a
pagare 3200 talenti, equivalenti a 27 milioni di euro.

La fine della guerra provocò una rivolta dei mercenari punici, che mise in pericolo Cartagine
stessa e fu domata con estrema difficoltà. Cartagine perdette, in conseguenza alla rivolta, il
controllo sulla Sardegna e Corsica e, quando tentò di recuperarle nel 238, Roma la precedette
dichiarandole nuovamente guerra e costringendola, poi, a cedere loro le isole e per di più a
pagare altri 1200 talenti.
- LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA
Roma uscì quindi dalla guerra con un incremento territoriale di incalcolabile valore, ma era
stremata dopo la quasi trentennale contesa, considerando che i superstiti erano rovinati, dal
punto di vista economico. Nonostante la vittoria, dunque, il dopo guerra romano fu irrequieto,
e ne fu segno anche la ribellione di Falerii, domata in pochi giorni con la distruzione della città
stessa.

La depressione presto si risolse, in quanto l’Urbs cominciò a sfruttare le nuove conquiste


territoriali, specialmente la Sicilia dove Roma fino ad allora aveva conservato forme di
predominio: le città continuarono a pagare tributi come facevano con Cartagine, con la
differenza che ora questi andavano a Roma. Furono dunque costituite le prime due province di
Sardegna e Sicilia, governate da un pretore che vi aveva un potere assoluto militare e civile,
durante l’anno del suo governo, senza nessuno di quei limiti a cui era sottoposta l’autorità dei
magistrati a Roma; i cittadini potevano insorgere a Roma per il mal operato del pretore solo a
carica finita.

La principale conseguenza della prima guerra punica fu perciò di dare un nuovo indirizzo alla
politica romana: in questo caso si trattava di un indirizzo imperialistico.

(La prima guerra punica: i domini di Roma e


Cartagine alla metà del 3 secolo a.C.)
- ROMA E LE GUERRE CONTRO I GALLI E GLI ILLIRI
Due furono le questioni postguerra che Roma dovette affrontare: le agitazioni dei Galli
nell’Italia settentrionale e la pirateria degli Illiri.

I Galli, rimasti pacifici durante tutta la guerra di Roma contro Cartagine, si misero in moto
nel 225 verso Roma, ma vennero battuti in una grande battaglia nelle vicinanze di Telamone in
Etruria, dopo cui i Romani iniziarono la sottomissione dell’Italia Settentrionale. Nel 222 il
console M. Claudio Marcello sconfiggeva a Clastidio (provincia di Pavia) la principale tribù
gallica, quella degli Insubri, e assicurava a Roma il dominio su tutta l’Italia Settentrionale.

Gli alleati italici che avevano interessi commerciali superiori a Roma nell’Adriatico, chiedevano
a Roma di metter fine alle piraterie degli Illiri: i Romani intervennero solo dopo che un loro
ambasciatore inviato alla loro regina fu assassinato, facendo intuire che gli Illiri fossero
responsabili. Nel 229 passarono l’Adriatico con 200 navi, e nel 228 la regina Teuta dovette
chiedere la pace: essi divennero tributari di Roma e si dovettero impegnare a non navigare
con più di due navi a sud di Lissio, mentre le città greche sotto il predominio illirio ebbero dai
romani la libertà a condizioni abbastanza favorevoli.

Il predominio in Illiria portava con se l’ostilità della Macedonia, che la considerava


sottomessa alla sua influenza. I Romani ne ebbero coscienza, infatti, inviarono ambasciatori ai
Greci, nemici della Macedonia, per renderli consapevoli della loro vittoria. I Romani furono
pertanto ammessi ai giochi istmici, il che implicava una specie di riconoscimento della loro
affinità etnica con la Grecia, ma soprattutto un primo contatto ufficiale tra queste culture.

Roma impegnata contro i Galli non poteva prevedere e pensare che Antigono Dosone, re di
Macedonia, battendo gli Spartani nel 222, avrebbe costituito una federazione greca intorno a
sé. Alla Macedonia i Romani tornarono a pensarci solo nel 220 a.C., quando Demetrio di Faro
ruppe l’amicizia con loro e si diresse contro la Macedonia: nel 219 a.C. una flotta romana
avanzò contro Faro e costrinse Demetrio alla fuga, liberando la città.
I Romani inevitabilmente si inimicarono Filippo 5° di Macedonia, ma dovevano ora pensare di
nuovo a Cartagine, perché stava per riscoppiare una nuova guerra.

- LA CONQUISTA CARTAGINESE DELLA SPAGNA


Cartagine inizia un’espansione militare ed economica per fronteggiare le perdite subite dalla guerra e
due furono le linee proposte: quella di Annone, nell’Africa, e quella di Amilcare Barca, in Spagna.
L’opera del Barca, continuata da Asdrubale, era quella di recuperare i territori spagnoli costieri, persi
dopo la prima guerra punica. Nel 226 a.C. i Romani concordarono con Asdrubale il trattato dell’Ebro,
riconoscendo ai Cartaginesi il diritto di conquistare la Spagna soltanto a sud dell’Ebro, per assicurarsi
che i Galli dell’Italia settentrionale non fossero aiutati dai Cartaginesi.

Alla morte di Asdrubale salì al potere il figlio di Amilcare Barca, Annibale, a cui il padre aveva fatto
giurare odio eterno a Roma: della guerra di Spagna ne fece una questione personale sia per
ricompensare i Cartaginesi dei territori persi, sia per porre le basi per una nuova guerra contro Roma.
Annibale attaccò quindi Sagunto, alleata di Roma, per provocare un conflitto, e Roma chiese la
consegna di Annibale e dei suoi consiglieri: il rifiuto punico significò la riapertura dell’ostilità.
- LA SECONDA GUERRA PUNICA: LE FORZE IN CONTRASTO
Annibale si era avviato alla guerra con un programma preciso e una genialità bellica che
avrebbe dato i suoi frutti sul campo di battaglia. La tattica da lui utilizzata durante le
battaglie dimostrerà la sua superiorità militare attraverso l’aggiramento e l’annichilimento
degli avversari, mediante l’alternarsi di cavalleria e fanteria. Le innovazioni strategiche sono
accompagnate dalla novità del suo piano politico: portare la guerra in Italia e provocare con la
sua presenza la dissoluzione della federazione stretta intorno a Roma.
Tuttavia, qui risiede la grandezza e il limite del piano di Annibale, dato che egli non si accorse
del fatto che la federazione italica avesse una sua struttura tutta particolare: la fedeltà a
Roma era altamente radicata in ogni singolo aspetto della vita degli Italici.

Annibale ottenne dei successi per la novità strategica del suo piano, ma i Romani presto
impararono ad evitare i conflitti, avendo la possibilità di sostituire le truppe esauste con
guarnigioni pronte all’attacco, rispetto al generale punico che aveva poche possibilità di
rinnovare l’esercito con nuove forze. In altre parole, Roma seppe battere Annibale perché
seppe contrapporre alla sua superiorità di generale, la superiorità del proprio ordinamento
politico.

- LO SVOLGIMENTO DELLA GUERRA FINO DOPO CANNE


I Romani a questo punto allestirono due eserciti, uno destinato a invadere la Spagna, l’altro a
sbarcare in Africa. La notizia dell’arrivo di Annibale in Italia, costrinse Roma ad abbandonare
il primo piano e a sospendere il secondo, ed il console Publio Cornelio Scipione dalla Spagna,
dove era, fu costretto a tornare indietro, lasciandovi solamente un corpo di spedizione al
fratello Gneo.

Cornelio Scipione non fu in grado di impedire ad Annibale di varcare le Alpi e di giungere fino
al Ticino, dove avvenne un primo scontro con i Cartaginesi, contro i quali i Romani persero, per
poi vincere subito dopo presso il Trebbia, grazie alla loro vicinanza con Piacenza. L’anno
seguente lo scopo di Roma era quello di sbarrare la strada ad Annibale, ma questi riuscì a
portare l’esercito consolare di Flaminio presso il lago Trasimeno, distruggendolo.
Mentre tutta l’Italia centrale restava aperta al saccheggio cartaginese, a Roma divenne
dittatore Fabio Massimo, detto il temporeggiatore per via della sua prudenza, per poi
riprendere l’offensiva con l’elezione di Emilio Paolo e Terenzio Varrone.
In Puglia, presso Canne, Annibale sconfisse ancora una volta l’esercito romano attraverso la
tecnica dell’accerchiamento, che annichilì le legioni di Emilio Paolo, portandolo alla morte.

Nemmeno questa sconfitta fece vacillare l’alleanza degli alleati di Roma, e da questo baluardo
di speranza si comprese che per sconfiggere Annibale, era necessaria la strategia di
logoramento di Fabio Massimo, la quale impediva che ad Annibale arrivassero sostegni da
Cartagine, controllando il mare, e dalla Spagna; questo avrebbe portato la diminuzione degli
effetti militari e delle vettovaglie nell’esercito punico.
- LA FASE DECISIVA DELLA LOTTA
La vittoria che i Romani avevano ottenuto nel 215 sulle sponde dell’Ebro, in Spagna,
dimostrava l’inizio della loro rivalsa, ma una serie di vicende diverse valse a prolungare più del
credibile la guerra.

Innanzitutto in Sicilia, dopo la morte di Ierone nel 215, il nipote Jeronimo si schierò con
Annibale e questo portò Claudio Marcello ad essere inviato a domare la ribellione, ponendo
Siracusa sotto assedio.
Approfittando delle discordie interne, il comandante romano riuscì a occupare la città e
qualche anno dopo, nel 210, per il tradimento di un generale libico al servizio di Cartagine, il
controllo delle città ribelli ritornava ai romani.

In quegli stessi anni i Romani tornavano a essere impegnati in Illiria, poiché Filippo di
Macedonia aveva stretto un’alleanza con Annibale, la quale prevedeva appunto la cessione dei
territori romani in Illiria alla Macedonia. Per sventare quest’alleanza i romani suscitarono una
guerra in Grecia, in cui ebbero come alleati gli Etoli, che tenne impegnata la Macedonia per
diversi anni.

Nonostante la morte di Publio e Gneo Scipione, i Romani riuscirono a sormontare le difficoltà


in Spagna grazie al giovane figlio di Scipione che aveva ricevuto la nomina di “privato con
comando militare”, dato che era diventato generale senza essere magistrato.
Scipione, negli anni seguenti si adoperò con geniale tenacia per creare un sistema tattico che
permettesse di mettere Annibale alle strette, a tal punto che quest’ultimo si vide costretto a
far venire in Italia il fratello Asdrubale con il suo esercito, nel 208.
Il console Livio Salinatore riuscì, però, ad impedirgli di unirsi al fratello sconfiggendolo e
uccidendolo sul Metauro presso Sena Gallica, mentre Scipione occupava poco a poco tutta la
Spagna, rendendo inutile anche l’intervento di Magone, altro fratello di Annibale.

- LA VITTORIA FINALE DI SCIPIONE


A questo punto, i Romani poterono pensare a portare la guerra in Africa, colpendo
direttamente Cartagine, così da costringere Annibale a lasciare l’Italia.

Scipione fu scelto nel 204 a comandare la spedizione in Africa, e grazie all’esperienza


maturata in Spagna elaborò una tattica di accerchiamento che dava alla seconda e terza fila
maggiore libertà di movimento, a tal punto da riuscire a battere i cartaginesi nella grande
battaglia ai Campi Magni.
Dopo questa sconfitta i cartaginesi richiamarono il loro generale e lo scontro fra le truppe di
Annibale e di Scipione avvenne in una posizione incerta, non lontano da un luogo detto Zama.

La vittoria dei Romani decretò una pace durissima, che prevedeva la rinuncia della Spagna e
dei domini extrapunici in Africa, nonché 10.000 talenti di indennità e la consegna di tutta la
flotta, con il divieto di portare avanti guerre senza il consenso di Roma.
La vittoria dava a Roma l’incontrastato dominio sul mediterraneo occidentale e la portava a
sostituire Cartagine anche come stato commerciale, ma faceva sorgere il problema dei
rapporti tra Roma ed i grandi stati ellenistici.
(La seconda guerra punica e i domini di
Roma e Cartagine alla fine del 3 secolo a.C.)
CAPITOLO 7: IL PREDOMINIO IN ORIENTE E L’ESPANSIONE IN OCCIDENTE

- I NUOVI PROBLEMI DELLA POLITICA ESTERA ROMANA


Alla fine della seconda guerra punica, immediato fu il problema di organizzare una politica
estera che sfruttasse e difendesse la vittoria: parve ovvio recuperare l’Italia settentrionale
e la Spagna, ma molto più preminente era assicurarsi il predominio nell’Oriente ellenico e
monitorare un’eventuale rifioritura di Cartagine.

In altre parole, viene ad affermarsi una politica di supremazia assoluta su tutto il mondo
civile, poiché Roma era improvvisamente diventata intollerante a qualsiasi stato attorno a lei,
che potesse agire secondo una propria autonomia.
Questa universalità di Roma nacque a prevenzione di qualunque tipo di minaccia da parte dei
grandi Stati Ellenistici e la strategia era quella di indebolire i suddetti stati, per poi renderli
innocui, attraverso l’aiuto dato agli stati più deboli che invocavano l’aiuto romano, dovunque
l’ordine costituito sembrasse minacciato.

In questa linea politica agiscono anche fattori:


 CULTURALI: la cultura greca era ormai molto diffusa e a Roma si desiderava che i
Greci riconoscessero la supremazia romana, rendendo così i costumi greci parte del
proprio patrimonio;
 ECONOMICI: Le vittorie ottenute spinsero Roma ad imporsi dovunque vi fossero
traffici economici vantaggiosi.

Ovviamente nella stessa Roma vi furono dei contrasti interni nati da delle rivalità tra uomini
più che tra diversità di programmi politici: in particolare, si può citare lo scontro ideologico
tra Scipione l’Africano e Marco Porcio Catone, il quale desiderava l’espansione di Roma, senza
dover accettare costumi esterni, come aveva predisposto Scipione; si trattò di linee opposte
che non intaccarono mai la politica romana.

- LA GUERRA CONTRO FILIPPO DI MACEDONIA (200–196 A.C.)


Nel 204 a.C. moriva Tolomeo 4 Filopatore, re di Egitto, e questa morte manifestava in pieno la
decadenza dello stato tolemaico, corroso dal conflitto insanato tra Greco-Macedoni
conquistatori ed indigeni sottomessi, e da una burocrazia immensa e parassitaria.
Volle approfittare dell’occasione Antioco III di Siria, il quale, però, temendo di suscitare la
rabbia di Filippo V di Macedonia, si accordò con il sovrano macedone allo scopo di spogliare
l’Egitto di tutti i suoi possedimenti extra-africani: il siriano avrebbe occupato la Fenicia, la
Palestina e Cipro, mentre il macedone le isole Cicladi e le città della Tracia.

A seguito delle numerose richieste di aiuto da parte degli ambasciatori di Rodi e di Pergamo, i
Romani nel 200 a.C. decisero di intervenire, e la guerra si sarebbe potuta evitare, se i
Macedoni avessero rispettato la richiesta di Roma di ritirarsi dalla Grecia e restituire tutti i
territori sottratti all’Egitto.
In Grecia, i Romani trovarono poco entusiasmo, dato che solo Atene inizialmente si schierò
con Roma, ma ben presto le cose cambiarono: nel 199 a.C. i Romani invasero la Macedonia e gli
Etoli si schieravano dalla loro parte; nel 198 a.C. compariva una flotta romana sull’Egeo, e la
lega achea passava dalla parte di Roma; nel 197 a.C. si accordava con Roma anche il re Nabide
di Sparta.

La battaglia decisiva avvenne a Cinoscefale, nel 197, durante la quale i Romani guidati da Tito
Quinzio Flaminio, sfruttatarono la tattica ormai perfezionata dei manipoli, costringendo
Filippo V a chiedere subito la pace.
Flaminino nel suo entusiasmo per la vittoria appena ottenuta, concesse subito la pace: il
macedone dovette abbandonare tutti i suoi possedimenti extra-macedoni, cedere a Roma la
sua flotta e pagare 1000 mille talenti di indennità.
Sempre all’interno della sua euforia, Flaminino decreta nel 196 a.C. la libertà di tutte le città
greche, ritirando a poco a poco le truppe dal Peloponneso (per poi ritornarvi, dato che le città
greche rientrarono subito in conflitto tra loro).

- LA GUERRA CONTRO ANTIOCO DI SIRIA (192–188 A.C.)


Un primo segno della tensione greca fu l’agitazione della Lega etolica che si riteneva mal
ricompensata per gli aiuti dati a Roma, nella guerra contro Filippo di Macedonia.
La lega etolica non fu in grado di ottenere l’appoggio della lega achea, necessario per una lotta
seria contro Roma, dato che in un disperato tentativo di vincere Sparta attraverso
l’assassinio del sovrano Nabide, intervennero gli Achei per aggregare Sparta alla propria lega
e unificare il Peloponneso.
L’unica speranza che rimaneva agli Etoli, dopo aver perso gli Achei, risiedeva in Antioco III.

Il sovrano siriano arrivò in Grecia facendosi promotore di una crociata contro i Romani,
proponendo a Filippo V di costituire un’alleanza anti-romana: cosa che Filippo V rifiutò
memore delle sconfitta, e pertanto rispettoso del suo status di alleato di Roma.
Antioco, si recò in Grecia con un esercito insufficiente, ne seppe con abile propaganda
sollevare le masse popolari, che oltretutto odiavano i Romani. I Romani ebbero agio di
apprestare quell’esercito, che nel 192 batteva alle Termopili il re di Siria e lo costringeva ad
abbandonare la Grecia.

A questo la guerra si spostò in Asia, e il comando dell’operazione venne affidato a Lucio,


fratello dell’Africano: di fatto a condurre le operazioni sarà il fratello Scipione, che seguirà
Lucio in guerra, sotto le vesti di legato e consigliere.
La battaglia decisiva dopo aver annichilito gli Etoli, avvenne a Magnesia, dove Scipione
sconfisse Antioco, imponendo la pace di Apamea, la quale prevedeva il confinamento dello
Stato Siriaco al di là del fiume Tauro, la consegna di tutta la flotta e un’indennità di 15.000
talenti; le città greche in Asia minore furono lasciate autonome, ad eccezione dell’Etolia.

La vittoria comportò per i Romani il controllo del Mediterraneo e il controllo indiretto


dell’Asia Minore, attraverso un’egemonia che aveva la prerogativa di essere universale e di
pretendere una condizione stabile di pace: si andava elaborando la futura PAX ROMANA.
- LA RICONQUISTA DELL’ITALIA SETTENTRIONALE E LA SUA ROMANIZZAZIONE
Quelle terre, di cui a Roma si sentiva il bisogno per stanziarvi cittadini e alleati, furono
trovate nell’Italia Settentrionale, dato che l’Italia meridionale era considerata poco
redditizia sia dai proletari in cerca di terre che dal governo, il quale non aveva interesse
militare.

Dopo la seconda guerra punica era rimasto tra i galli un ufficiale cartaginese, Amilcare, che
continuò a dirigere la loro ribellione contro Roma, ma i Romani in due campagne (197, 196)
poterono abbastanza facilmente assoggettare gli Insubri e ristabilire l’ordine.
Più lento fu l’assoggettamento dei Galli Boi, situati tra Piacenza e Rimini, da cui ne conseguì la
confisca di metà del territorio a vantaggio dello stato Romano.
Nel 197 cominciò anche l’assoggetamento dei Liguri, che occupavano di qua e di là delle Alpi il
territorio litorale, e che si concluse intorno al 175 con la resa ligure.

A mano a mano tutta l’Italia settentrionale fu sottoposta a questo processo di


romanizzazione a cui era diventato impossibile sottrarsi, vennero fondate le colonie di
Bologna, Parma e Modena, ed in seguito fu fondata anche Aquileia, destinata a diventare il
centro degli scambi dell’Italia con la zona danubiana. Allo stesso tempo sorsero anche le
grandi strade commerciali e militari, come la via Emilia, che andava da Rimini a Piacenza, e la
via Flaminia, che andava da Arezzo a Bologna.

- LA FINE DELL’AUTONOMIA DELLA MACEDONIA E DELLA GRECIA


I romani dovettero per qualche decennio durare la fatica di cercare di tutelare con la sola
forza del loro prestigio, da lontano, la loro politica di egemonia senza dominio militare e
finirono col convincersi, prima sporadicamente poi sistematicamente, che il trapasso alla
conquista era inevitabile. Il primo passo fu una nuova guerra con la Macedonia.

Filippo V aveva cercato di riorganizzare il proprio stato, per poter estendersi in Tracia, e per
questo i romani avevano deciso preventivamente che gli avrebbe successo il figlio minore
Demetrio (ostaggio a Roma), ma il figlio maggiore, Perseo, convinse il padre a uccidere
Demetrio per lasciar a lui il trono, promettendogli vendetta contro Roma.
La guerra portata avanti dai Romani, perarltro mal organizzata e svogliatamente condotta,
vide un miglioramento quando il comando della guerra venne affidato a Lucio Emilio Paolo, il
quale sosteneva la necessità di un protettorato diretto sul territorio. Nel 168 a.C., dopo aver
fortificato l’esercito romano ai piedi dell’Olimpo, Emilio Paolo sconfisse Perseo a Pidna,
costringendolo alla resa.
Il regno di Macedonia venne suddiviso in quattro repubbliche, senza diritto di connubio e
commercio, venne sciolto l’esercito ed, infine, i Romani si attribuirono i diritti del re, relativi
al prelievo dei tributi, ai terreni e alle miniere.
In quegli anni, la durezza della repressione romana fu anche accreciuta dall’irrequietezza che
dava loro la situazione Orientale, ed in particolare egiziana.
Antioco IV di Siria, infatti, approfittò delle lotte interne per la successione dinastica del
trono egiziano, per attuare un attacco preventivo invadendo l'Egitto e ponendovi il proprio
protettorato. Ad Alessandria fu però scelto come sovrano il fratello di Tolomeo VI
Filometore, cioè Tolomeo VII Euergete, il quale troncò l’accordo con Antioco IV e si divise il
regno con il fratello.
Così Antioco nel 168 a.C. invase nuovamente l'Egitto, convinto che i Romani fossero impegnati
contro i Macedoni, ma vicino ad Alessandria, incontrò una spedizione romana che gli ordinò di
lasciare immediatamente l'Egitto e Cipro. Il legato romano Popilio Lenate disegnò un cerchio
nella sabbia intorno a lui e gli disse “Qui delibera”: Antioco, conscio della sorte di Perseo,
cedette.

Una parola dell’ambasciatore di Roma era bastata a salvare l’indipendenza dell’Egitto, tuttavia
l’episodio dava ai Romani coscienza di sé e sfiducia negli altri.
Le leghe greche subirono diverse punizioni a seconda del loro ruolo all’interno nella terza
guerra macedonica, come risultato della nuova presa di coscienza romana:
 La Lega Achea dovette consegnare a Roma mille tra i suoi personaggi più autorevoli, che
vennero trasferiti in Italia;
 Rodi fu un caso particolare, essendo neutrale: i Romani adottarono la soluzione di
costruire nell’isola di Delo un porto franco, comportando dunque la rovina per una città
commerciale come Rodi.

Nel 149 a.C. si ribellava ancora la Macedonia per incitamento di Andrisco, figlio di Perseo: la
ribellione fu domata da Quinto Cecilio Metello che adoperò l’assorbimento della Macedonia
entro i confini romani, per esser governata da un magistrato con potestà proconsolare.
Sorte analoga toccò alla Grecia, dopo che Sparta si ribellò alla Lega Achea, che si apprestava
a riprendersela, e non rispettò la volontà dei Romani di lasciare libere le altre città: Roma
guidata in Grecia da Lucio Mummio e da Quinto Metello, sconfisse gli Achei e distrusse
Corinto, costringendo alla resa; tutte le leghe greche furono demolite e la Grecia fu
sottoposta al controllo del proconsole risiedente in Macedonia.

- LE RIBELLIONI IN SPAGNA E LA PRESA DI NUMANZIA (133 A.C.)


La zona meridionale della Spagna occupata da Roma, fu ordinata in due province messe nelle
mani di un pretore con potestà proconsolare e gli indigeni erano sottoposti ad un tributo
fisso, alla leva obbligatoria e Roma poteva sfruttare i loro bacini minerari. Tuttavia, Roma non
resistette a qualunque tipo di razzie e violenze, e furono questi episodi che fecero istituire le
cause per la concussione a carico dei funzionari e generarono una rivolta degli indigeni.

Si trattò di ribellioni (Lusitani e Celtiberi) che misero in luce la deficienza del sistema di
mutare di anno in anno i comandanti delle truppe e per questo le rivolte furono sedate, non
prima di qualche sconfitta dell’esercito romano.
Scipione l’Emiliano riprese il comando nel 134 a.C. sedando le rivolte e prendendo per fame
Numanzia, ormai circondata da una serie di campi fortificati, e venne lentamente migliorando,
fino a che la Spagna, con l’inizio dell’impero, divenne la provincia extra-italica più romanizzata.
- LA DISTRUZIONE DI CARTAGINE (146 A.C.)
È verosimile che il timore che Cartagine potesse approfittare delle ribellioni spagnole per
rimetter piede nei suoi vecchi domini, contribuisse ad avviare i Romani verso la politica di
disgregazione totale dello Stato Cartaginese.

Innanzitutto, Annibale si suicidò nel suo rifugio presso Antioco III, essendo ricercato dal
Senato, a causa dei suoi continui aiuti nei confronti dei nemici di Roma. Cartagine, invece,
aveva sempre rispettato il trattato di pace con Roma, ma questo venne meno nel momento in
cui la città, esasperata dalle continue riduzioni del proprio territorio, dichiarò guerra a
Massinissa, re di Numidia, che aveva ottenuto il permesso da Roma di rivendicare i territori
cartaginesi che un tempo appartenevano ad un suo antenato.
Roma aveva di nuovo un pretesto per dichiarar guerra a Cartagine, e i Cartaginesi, consapevoli
del fatto che non potevano resistere a Roma, si arresero subito ma non poterono accettare di
esser cacciati, per creare una nuova città a 10.000 miglia dal mare: si riorganizzarono più che
poterono contro Roma, guidati dalla forza della disperazione.
La terza guerra contro Cartagine venne condotta da Scipione Emiliano, figlio di Paolo Emilio e
figlio adottivo di un figlio di Scipione l’Africano, che distrusse Cartagine nel 146 a.C.,
cospargendo di sale il territorio affinchè non vi crescesse più nulla; i suoi cittadini furono
uccisi o resi schiavi, ed il territorio fu trasformato in una provincia d’Africa, governata da un
pretore con sede in Utica.

- L’ANNESSIONE DEL REGNO DI PERGAMO (133 A.C.)


Concluse il periodo delle grandi conquiste il tentativo di annettere il regno di Pergamo, il cui
sovrano, Attalo III, nel suo testamento aveva lasciato il suo regno a Roma, ad eccezione di
Pergamo, decretandola libera. L’annessione non fu immediata visto che le classi sociali più
basse iniziarono una ribellione che fu domata soltanto nel 130 a.C., e al termine della quale
quasi tutto il regno di Pergamo, fu annesso a Roma sotto il nome di provincia d’Asia.

(I possedimenti romani dopo la fine delle guerre puniche e la conquista della Grecia e della Macedonia, nel 146.)
CAPITOLO 8: LA TRASFORMAZIONE INTERNA DI ROMA.
- LA TRASFORMAZIONE POLITICA
Intorno al 241 a.C. avvenne una riforma dei comizi centuriati in cui si mettevano in rapporto le
tribù locali con le 5 classi in cui si dividevano i comizi centuriati. Sebbene sia oscura nei
particolari, questa riforma viene ricordata perché non riuscì ad arrestare il processo di
trasformazione dello Stato romano in oligarchia senatoria, in quanto:
 Solo il senato poteva tenere in mano il governo;
 Il senato era costituito da ex-magistrati ed ex-tribuni della plebe
 Il senato trattava la relazioni diplomatiche con i vari stati, riducendo a pura formalità
il voto del comizio;
 Il senato deteneva l’amministrazione finanziaria e il potere giudiziario;
 Le clientele delle famiglie più nobili erano talmente estese da togliere la libertà di
voto, facendo dunque scadere la funzione dei comizi, contando che il numero dei votanti
era sempre minore. (FENOMENO DEL CLIENTELISMO)

Una minaccia al potere del Senato lo potevano costituire uomini nobili e ricchi come Scipione
l’Africano e Scipione l’Emiliano, i quali, con la loro influenza sull’esercito e sulle masse,
potevano aspirare a sostituire il potere oligarchico senatorio con una dittatura.
Questa, infatti, poteva sorgere per contrasto tra queste grandi figure e l’autorità senatoria,
ma il pericolo fu tenuto lontano, dato che questi uomini furono stroncati presto dal Senato,
attraverso l’elaborazione di cavilli che imposero dei limiti tra le cariche: ad esempio, non si
poteva accedere al consolato per una seconda volta, se non dopo una pausa di dieci anni; venne
poi anche stabilità una gerarchia delle magistrature, in modo tale che si potesse diventare
consoli solo dopo aver ricoperto determinate cariche.

Dal 172 a.C. iniziarono ad esser eletti due consoli plebei e gli stessi tribuni diventarono
pertanto molto più conservatori, cominciando a valersi del diritto di veto per impedire che
fossero votate leggi sfavorevoli all’oligarchia senatoria.
La nobilitas riuscì anche ad evitare che nuovi ricchi penetrassero tra di loro, soprattutto per
quanto riguardava i cavalieri:
 I senatori iniziarono ad indossare il laticlavio, la fascia rosso porpora diversa da quella
stretta, detta angusticlavio, indossata dai cavalieri;
 Da un punto di vista economico i senatori si tennero lontani da tutti quei traffici mobili
propri dei cavalieri.

Mutarono anche i rapporti con gli Italici, nei confronti dei quali si aprirono i traffici con
l’Oriente, liberandoli dalla concorrenza Cartaginese, anche se il senato tentava lo stesso di
tenere sotto controllo il rapporto tra gli alleati: essi furono infatti messi tanto più in
subordine, quanto più le guerre diventarono facili e di esito sicuro.

Accaddero mutazioni notevoli anche all’interno dell’esercito: molti nobili e ricchi tendevano a
non entrare più nel manipolo, bensì a costituire un gruppo di privilegiati e futuri comandanti,
facilitando la proletarizzazione dell’esercito, cioè l’inclusione nell’esercito dei nulla tenenti
esclusi dalle 5 classi serviane.
- LA TRASFORMAZIONE ECONOMICA
Le guerre avevano decimato e ridotto in miseria i piccoli proprietari terrieri, i quali furono
assorbiti dai latifondisti, generando un enorme aumento del proletariato; in altre parole, se la
maggior parte della popolazione continuava a decadere economicamente, le classi alte si
arricchivano alle loro spalle.

Le guerra, inoltre, aveva comportato un afflusso ingente di schiavi: il lavoro servile si sostituì
a quello libero, con tutte le conseguenze del caso, tra cui ben due rivolte da parte degli stessi
(la prima tra il 135 e il 132 a.C. e la seconda tra il 104 e il 101 a.C.).
L’accentramento dei terreni nel latifondo rese anche più facile la trasformazione della
produzione agricola: se prima il prodotto principale era il grano, ora era sostituito dalla vite,
dall’ulivo e dall’allevamento di greggi, poiché il grano veniva importato con facilità da altri
luoghi, quali l’Africa Settentrionale.

In questo periodo lo Stato fu in grado di riassestare le proprie finanze e addirittura


astenere il cittadino dal pagamento delle tasse, ma mancava nelle classi dirigenti quella
volontà di condurre una politica che giovasse ai piccoli proprietari in decadenza. Quando Gaio
Gracco porrà all’ordine del giorno la restaurazione economica delle classi dei piccoli
proprietari, provocherà la rivoluzione.

- LA TRASFORMAZIONE CULTURALE
Roma venne molto presto a contatto con la cultura greca, sia attraverso gli Etruschi sia
attraverso le colonie greche in Italia, e con il passare del tempo questo contatto si
intensificò a tal punto che i Romani assorbirono molti aspetti della cultura greca, mantenendo
però una propria originalità e senza mai venir a coincidere con i Greci.
Nei confronti della cultura greca iniziò a svilupparsi un duplice atteggiamento: attrazione e
repulsione, soprattutto da parte di coloro che sostenevano che avrebbe portato alla
distruzione dei capisaldi della civiltà romana. La Grecia, però, vinceva Roma soprattutto per
via di una grande affluenza di schiavi, quali Livio Andronico, Panezio, Carneade, i quali
portarono con sé la conoscenza di una produzione letteraria molto antica, ma soprattutto
ricca, a dispetto di una produzione latina più recente e semplice.

I Romani, sebbene fossero estranei alla filosofia, non rimanevano indifferenti alla religione e
alla filosofia: ad esempio il pitagorismo si divulgò in Roma, attraverso alcuni scritti di Ennio e
corrispondeva a certe esigenze mistiche della religiosità contemporanea; stoici, epicurei e
scettici erano invece i filosofi che esprimevano i problemi del momento, come il rapporto tra
individuo e Stato.

Ma in generale il problema su cui si discuteva era sempre lo stesso: su quale diritto si fondava
la supremazia di Roma. A divenire il credo dell’imperialismo romano fu la risposta di Panezio, il
quale sosteneva che la supremazia romana era tutela di giustizia e diritto del più saggio.
- LA TRASFORMAZIONE RELIGIOSA
Se letteratura e filosofia greca penetrarono a Roma su iniziativa privata, la religione venne
introdotta per iniziativa ufficiale, come misura atta a conservare la pax deorum.
Non c’era aspetto della vita romana che non fosse regolato da una divinità, tra le quali
spiccavano gli spiriti degli antenati (lari), quelli della casa (penati) e il genio, cioè lo spirito
proprio di ogni uomo maschio che lo proteggeva. Vi era poi anche una divinità per ogni attività
e per ogni fenomeno naturale: ad esempio Minerva proteggeva gli artigiani e Giove era la
personificazione della luce celeste.
Appunto perché ognuno si sentiva protetto dalle divinità in tutto, l’uomo romano era portato
ad affidare a collegi speciali di sacerdoti il compito di far si che queste divinità non si
offendessero; stessa cosa avveniva per le divinità della vita privata e delle gens.

Nonostante ciò, la religione romana fu fortemente influenzata a partire dagli Etruschi, che
introdussero la triade capitolina, il perfezionamento dei riti di auspici e auguri, e la
celebrazione dei trionfi militari. Attraverso la Grecia arrivarono gradualmente divinità come
Ercole, mentre altre furono introdotte direttamente, come Apollo, Cibele o Asclepio.

Tra II e I secolo avverrà l’applicazione dei caratteri delle divinità greche a quelle romane:
Venere divenne copia di Afrodite, Vulcano di Efesto, Giove di Zeus (…). In altre parole, la
religione si elevò ma perse quell’intensità interiore di cui era caratteristica: forse questa
fusione era inevitabile, ma resta il fatto che il predominio delle forme greche coincide con la
decadenza della religiosità romana.
CAPITOLO 9: DAI GRACCHI ALLA GUERRA SOCIALE

- LA QUESTIONE DELL’AGRO PUBBLICO E LA LEGGE DI TIBERIO GRACCO


(133–132 A.C.)
Tra II e I secolo a.C., due erano i problemi principali che venivano a delinearsi, in seguito alla
rapida formazione italica: la restaurazione dei piccoli possidenti terrieri e il problema dei
socii italici che volevano la parificazione dei diritti. E poiché un aspetto del problema agrario
era quello che si dovessero ammettere i non cittadini ai benefici che si ritenevano necessari
per i Romani, la connessione dei due problemi risultava strettissima.

Sebbene lo Stato disponesse a proprio piacimento dell’agro pubblico, era solito affittarlo a
chi pagava una tassa (vectigal), limitatamente a 500 iugeri, come imponeva la legge LICINIA
SESTIA del 367; ovviamente si riusciva ad aggirare il problema.
Per ridare terre ai contadini che ormai ne erano privi, Tiberio Gracco, tribuno della plebe, nel
133 a.C. propose che fossero revocati tutti quei possedimenti di agro pubblico abusivi,
concedendoli ai cittadini poveri che non potevano cederli, e che non si potessero superare i
500 iugeri, ad eccezioni di chi avesse figli maschi (ad ogni maschio vennero assegnati 250
iugeri in più, fino ad un massimo di mille). Solamente gli Italici ne avrebbero subito i danni,
perché il territorio in loro mano doveva esser sottoposto a revisione e non era prevista una
redistribuzione in loro favore.

L’aristocrazia senatoria si oppose con il veto del tribuno Mario Ottavio per ben due volte, ma
Tiberio Gracco, con l’approvazione del popolo, destituì Ottavio, violando la legge che
prevedeva l’impossibilità di dimettere un tribuno della plebe: la legge venne approvata e
triumviri scelti furono i fratelli Gracchi e il suocero Appio Claudio.

Come finanziare la riforma? Tiberio Gracco propose che il tesoro di Pergamo venisse
destinato alla realizzazione delle riforma agraria, sebbene come tribuno non potesse disporre
di quel tesoro, perché la gestione dei bottini di guerra spettava al senato. Inoltre, egli si
propose come tribuno della plebe per un secondo anno consecutivo, e dall’opposizione del
senato scaturirono scontri sanguinosi, in uno dei quali Tiberio Gracco cadde ucciso da Scipione
Nasica: ma non si osò abolire la legge da lui proposta.

GAIO GRACCO: LA FINE DEL MOTO AGRARIO (131–121 A.C.)


Il principale oppositore di Tiberio fu Scipione Emiliano, il quale si preoccupò che le leggi
graccane non fossero applicate tra gli Italiaci, ma morì prima di poter fare le sue proposte.
Pertanto il partito dei Gracchi capì che doveva mutare il proprio atteggiamento nei confronti
degli Italici, iniziando una decisa politica per introdurli nella cittadinanza: Marco Fulvio Flacco
decretò che venisse concessa la cittadinanza a coloro che la desideravano, mentre agli altri
bisognava invece riconoscere il diritto di appello ai comizi, contro l’imperio dei magistrati.
In senato successe il finimondo perché ogni allargamento della cittadinanza veniva visto come
un pericolo, e di conseguenza il provvedimento di Flacco venne respinto; la reazione degli
Italici si concretizzò con l’insorgere della colonia latina di Fregelle, che venne però repressa
con la strage.
Flacco però, nonostante gli insuccessi, riuscì a reintrodurre il principio di rieleggibilità, in anni
successivi, del tribuno della plebe, così da offrire una continuità politica: nel 123 a.C., infatti,
Gaio Gracco, fratello minore di Tiberio, venne eletto tribuno della plebe. Egli aveva a suo
vantaggio il fallimento di Tiberio e il fatto che fosse molto più rivoluzionario del fratello: il
suo intento era quello di dare una trasformazione a Roma in senso democratico.

Gaio, con il supporto di Flacco, propose una serie di plebisciti che avevano apparentemente
finalità diverse, ma che in realtà erano strettamente connessi:
 Ripropone la legge agraria del fratello;
 Elabora una legge frumentaria, che prevedeva distribuzioni di grano a prezzo irrisorio;
 I Gracchi volevano appoggi politici, dato che avevano tutto il senato contro, e chi
meglio degli equites, poteva rispondere a questo compito? Veniva data loro la
precedenza nei tribunali che giudicavano i casi di concussione (de repetundis);
 Per tutti coloro che non potevano fruire delle distribuzioni graccane, ma che volevano
coltivare la terra, l’ambiente graccano aveva emanato una legge coloniaria, volta alla
fondazione di colonie: la più importante fu fondata sul territorio della ex Cartagine, e
prendeva il nome di Junonia;
 Gaio Gracco propone che venga concessa la cittadinanza romana agli alleati latini e che
vengano concessi i diritti latini agli alleati italici;
 Costruisce vie di comunicazione che rendono facili i trasporti, evitando tassazioni.

Nonostante questi provvedimenti, la decadenza del prestigio di Gaio comincia con il fallimento
sulla legge della cittadinanza e l’abolizione della fondazione di Junonia. Si vennero a creare,
dunque, opposizioni violente, a tal punto che il senato decretò lo stato d’assedio, ovvero il
SENATUS CONSULTUM ULTIMUM, che prevedeva di entrare armati entro nel pomerio, con
l’obbligo di ristabilire l’ordine pubblico; il console Lucio Opinio entrò dunque a Roma,
uccidendo molti graccani, tra cui lo stesso Gaio Gracco.
Dopo questa repressione, le rivolte sociali finirono e la conseguenza naturale fu che i
proletari dovettero esser ammessi sempre in maggior misura nell’esercito, per compensare i
vuoti della fila dei possidenti.

L’oligarchia senatoria, combattendo quelle leggi agrarie che dovevano ricostituire la classe dei
piccoli possidenti, preparò la trasformazione della repubblica in impero.

- LA CONQUISTA DELLA GALLIA MERIDIONALE E LA GUERRA DI GIUGURTA


(121–105 A.C.)
Negli anni delle agitazioni graccane Roma faceva con relativa rapidità uno dei suoi più preziosi
acquisti, la Gallia Meridionale (Provenza), rendendola una provincia romanizzata, in grado di
assicurare comunicazioni dirette con la Spagna. Non è da escludere che interessi commerciali
avessero parte nella conquista della Gallia Narbonese: certo ne ebbero nella guerra contro il
re di Numidia, Giugurta.
Micipsa, figlio di Massinissa, che aveva regnato dopo la morte del padre, lasciò il suo regno ai
due figli Aderbale e Iempsale, e al nipote e figlio adottivo Giugurta. Quest’ultimo nel corso di
qualche anno uccise i fratellastri per prendere il potere, e massacrò la città di Cirta, in cui
erano presenti migliaia di commercianti romani.
L’intervento romano era inevitabile, e non si fece attendere; ma non fu tale da spingere le
cose all’estremo, in quanto il console del 111, Calpurnio Bestia, fece una pace con Giugurta a
miti condizioni. Gli avversari della fazione dominante del Senato gridarono alla corruzione e
pretesero che Giugurta venisse in Italia a fare i nomi delle persone da lui corrotte e, quando
il Senato con il suo solito atteggiamento di acquiescenza, gli permise di tornarsene
tranquillamente in patria, imposero la ripresa della guerra.
I romani dovettero lentamente modificare la loro strategia: e lo fecero soprattutto dopo che
assunse il comando della guerra Quinto Cecilio Metello, succedendo al precedente generale
che si era lasciato vergognosamente battere, seguito poi da Gaio Mario. Al principio del 105 la
situazione era così disperata per Giugurta che il re di Mauretania, Bocco, si decise a tradirlo
pur di avere salvo il proprio regno: la guerra era finita e Giugurta fu fatto prigioniero.

- LA GUERRA CONTRO I CIMBRI E I TEUTONI (105–102 A.C.)


Il risultato più notevole della guerra giugurtina fu che Mario tornò in Italia con la fama di
grande generale e con il seguito di un esercito di proletari fedelmente devoto. Il prestigio
che lo aveva portato al consolato (homo novus), si centuplicò e lo fece designare naturalmente
come l’unico generale che potesse tenere testa alle tribù germaniche dei Cimbri e dei
Teutoni, che avevano invaso la Gallia e minacciavano l’Italia. Egli procedette con un’energica
riorganizzazione dell’esercito, raccogliendo molte truppe dagli Stati vassalli di Roma e
soprattutto accrescendo il numero dei proletari, in relazione al cambiamento della struttura
tattica della legione, che prevedeva di togliere ogni differenza di armamento, così da dare
omogeneità alla legione senza togliere i vantaggi della tattica manipolare.
I germani, quando decisero di passare in Italia, fecero l’errore di dividersi e questo permise a
Mario di battere ad Acquae Sextiae, in Gallia, gli Ambroni e i Teutoni, per poi scendere in
Italia, per distruggere i Cimbri presso i Campi Raudii, vicino a Vercelli.

Per la prima volta l’esercito si rivelava fattore perturbatore della costituzione romana, come
entità a se stante, non dipendente dal resto dello Stato.

- IL CONFLITTO INTERNO DEI PARTITI E LA QUESTIONE DEGLI ITALICI


(103 – 92 A.C.)
Gaio Mario ottenne molti consolati consecutivi, sebbene le magistrature dovessero esser
reiterate di anno in anno, ma non era solo lui a dominare la politica di Roma, dato che i
senatori cominciavano a trovarsi in difficoltà contro l’ascesa dei cavalieri. Tuttavia entrambe
le parti, senatori e cavalieri, porteranno avanti una politica favorevole al popolo per
convinzione e per sistema, con tutte le complicazioni che ogni lotta politica ristretta porta
con sé.
Queste avvertenze permettono di comprendere la politica iniziata nel 103 dal tribuno della
plebe Appuleio Saturnino, con la solidarietà di Servilio Glaucia: Glaucia proponeva che il
tribunale speciale tornasse ai cavalieri, mentre Saturnino si occupava del problema dei
veterani di Mario che, in quanto proletari, avevano bisogno di terre.

Questi erano tutti provvedimenti che facevano insorgere i senatori contro Saturnino, e
quest’ultimo, per ovviare al problema, propose e ottenne l’istituzione di un altro tribunale
perpetuo e permanente che doveva occuparsi dei casi di lesa maestà al popolo romano.
Non si trattava di un crimine chiaro e circoscritto come quello di concussione, bensì di un
reato generico, e costituiva un’arma pericolosa contro gli aristocratici: i senatori per tutelarsi
si vincolarono tramite un giuramento, che Gaio Mario disprezzò a tal punto da abbandonare
Saturnino.
Il senato, si poté quindi sentire, con l’appoggio di Mario, abbastanza forte per proclamare
nuovamente, il senatus consultum ultimum. Lo stato d’assedio poneva Mario in un momento
cruciale: ubbidire al senato, entrare a Roma e con molte probabilità uccidere Saturnino e
Glaucia, nonché suoi referenti politici, o fare un colpo di stato? Alla fine Mario si incaricò di
eliminare con le armi gli amici di ieri, che si erano chiusi in Campidoglio.

È in questo quadro che entrò in scena Marco Livio Druso, il nuovo tribuno della plebe
moderato, come Gaio Gracco, che cercò la soluzione dei problemi intersecandoli tra di loro,
senza affrontarli uno per volta.
Egli propose ai senatori il recupero del predominio nelle corti di giurati per i processi di
corruzione nell’amministrazione provinciale (de repetundis), anche se, ovviamente, per
soddisfare gli equites indignati, propose che 300 dei loro membri venissero accolti in senato;
infine, per il popolo destinava una proposta per la fondazione di nuove colonie e una delle
solite misure sul prezzo del frumento. Tuttavia Druso, con il voler accontentare tutti, finì con
il sollevare l’ostilità comune, e compromise ulteriormente la sua persona con il farsi campione
della concessione della cittadinanza agli Italici.

La conclusione fu che le leggi imposte da Druso furono annullate, appena approvate, e poco
dopo venne assassinato. Gli Italici, o almeno quelli di Loro, che avevano cisto in Druso il loro
campione, si sollevarono, e Roma, dopo più di un secolo, tornava ad avere i nemici intorno a sé.

- LA GUERRA SOCIALE E LA CONCESSIONE DELLA CITTADINANZA AGLI ITALICI


(92 – 89 A.C.)
La maggior parte dell’Italia meridionale insorse: i Marsi e i Sanniti furono alla testa della
ribellione, a cui rimasero invece estranei Umbri ed Etruschi. La sede della lega costituita dai
ribelli fu Corfinio, dove due consoli e dodici pretori stavano alla testa della lega, coadiuvati da
un senato di 500 membri; educati agli ordinamenti militari romani, i ribelli poterono nel 90
infliggere ripetute sconfitte ai Romani.
I Romani si decisero allora concedere la cittadinanza richiesta, prima a coloro che erano
rimasti fedeli e poi a coloro che desistevano dalla ribellione in corso; isolati e ridotti in tal
modo i ribelli, e meglio organizzata la lotta contro di loro, essi furono cacciati dalle loro
posizioni.

Nell’88 Silla, eletto console, poteva iniziare l’assedio di Nola, uno degli ultimi loro baluardi, e
per quanto la presa della città fosse ritardata dalla guerra civile scoppiata tra i Romani, nello
stesso anno la guerra sociale poteva dirsi conclusa: i Romani avevano vinto, ma buona parte
degli Italici aveva ottenuto la cittadinanza.
Le città italiche furono istituite in municipi romani a sistema piuttosto uniforme: di regola i
municipi costituiti dopo la guerra sociale si riconoscono subito perché stanno a loro testa
quattro magistrati, i quattorviri, divisi in due giudici, quattorviri iure dicundo, e in due
soprintendenti all’amministrazione, quattorviri aediles.
CAPITOLO 10: DA SILLA AL PRIMO TRIUMVIRATO

- LA GUERRA CIVILE TRA MARIO E SILLA E LA GUERRA CONTRO MITRIDATE


La guerra sociale aveva lasciato strascichi inevitabili, in quanto le condizioni economiche dello
stato e dei privati avevano portato a leggi sulla riduzione dei debiti, tali da suscitare gravi
conflitti sociali tra i Romani. Non si era poi d’accordo nel voler accettare l’introduzione degli
Italici nelle tribù: il senato voleva che questa introduzione fosse limitata a poche tribù, circa
8, mentre i mariani volevano invece la distribuzione in tutte e 35 le tribù.

Nuovo motivo di sfida divenne la guerra contro Mitridate, re del Ponto sovrano sulla costa
settentrionale del Mar Nero, dell’Armenia minore, della Paflagonia e della Cappadocia
meridionale. Nel momento in cui i Romani, appoggiati da Nicomede III di Bitinia, gli imposero
di arrendersi, egli accettò, ma quando il successivo re di Bitinia, Nicomede IV, fece una
scorreria nel territorio pontico, Mitridate decise di dichiarare guerra a Roma: si trattava
della reazione della civiltà ellenistica, che aveva trovato in lui un nuovo campione, durante un
periodo di malessere economico.
Inoltre, non bastava che procedesse solamente come un trionfatore, né bastava ai Greci, che
percepivano fortemente la concorrenza dei commercianti italici e odiavano anche gli
appaltatori dei tributi di Roma: vennero sterminati ben 80.000 Italici, una delle più atroci
stragi della storia. Nel frattempo Mitridate aveva allacciato rapporti fragili con gli ultimi
superstiti della guerra sociale, e con altro successo pensò di estendere la guerra in Grecia:
Atene gli aprì le porte, pertanto sembrò che la Grecia volesse riaprire il conflitto contro
Roma.

A Roma si discuteva su chi dovesse, dunque, ottenere il consolato per la guerra contro
Mitridate: la disputa fu tra Mario e Silla. Sulpicio Rufo, il tribuno che propose la
distribuzione degli Italici nelle tribù, propose anche la sostituzione di Silla con Mario. Non
approvando le decisioni del senato, Silla decise di marciare con le sue legioni contro Roma,
facendo scoppiare la prima guerra civile e abbozzando una nuova costituzione.
Per il tempo che Silla rimase al potere sembrava palese che volesse allargare il potere del
senato e dei comizi centuriati, a spese dei tribuni e dei concili tributi della plebe; mai avrebbe
pensato che il console Cinna, eletto per volontà di Silla, si sarebbe a lui ribellato affiancando
Mario, che nel frattempo aveva messo in piedi un esercito di schiavi fuggitivi in Etruria per
marciare su Roma.
Quando però nell’86 a.C. Cinna e Mario diventano consoli, quest’ultimo morì restando con il
desiderio inappagato di sottrarre a Silla il controllo sull’Oriente.
- LA VITTORIA SU MITRIDATE E IL RITORNO DI SILLA A ROMA.
Mentre Silla combatteva contro Mitridate, giunse in Asia il console Valerio Flacco, inviato da
Cinna, per sostituire Silla nell’operazione: ovviamente Flacco non era così privo di senso di
responsabilità da suscitare una guerra fratricida davanti al nemico comune. Procedette,
quindi, per conto suo riconquistando la Macedonia, ma venne ucciso in una sommossa dal suo
legato Flavio Fimbria. Silla sconfisse Mitridate imponendogli un accordo di pace a buone
condizioni: rinunciare alle sue conquiste in Asia, cedere parte della sua flotta e pagare 20.000
talenti (85 a.C.).

Quando Silla decise di ripartire alla conquista dell’Italia, Cinna pensò bene di anticiparlo
portando la guerra in Grecia, ma le truppe si ammutinarono ed egli fu ucciso.
Ritornato in Italia, Silla ritrovò l’appoggio di molti individui della nobilitas, ma ebbe contro di
sé la maggior parte degli Italici, che vedevano in lui un reazionario ostile alla loro
parificazione nello stato romano. In uno sforzo estremo gli Italici marciarono su Roma, ma
vennero sconfitti da Silla presso la porta Collina, e nello stesso anno, sempre per volere di
Silla, Gneo Pompeo batteva i mariani che ancora predominavano in Sicilia e Africa, ottenendo
il titolo di Magno.

- SILLA AL GOVERNO
Subito dopo la battaglia, essendo morti entrambi i consoli, Silla fu nominato dittatore a
tempo indeterminato: i suoi poteri comprendevano il diritto di vita e di morte, la possibilità di
presentare leggi, di effettuare confische, di fondare città e colonie, di scegliere i magistrati.

Fu sulla base di questi poteri che Silla realizzò un'articolata serie di riforme, che, nelle sue
intenzioni, dovevano risolvere la crisi in cui si dibatteva da decenni lo Stato romano. Silla
depose poi la dittatura nel corso dell'81. Divenuto padrone assoluto della città, Silla instaurò
un vero e proprio regno del terrore, mettendo al bando e dichiarando fuori legge (prima
proscrizione) tutti gli oppositori politici, offrendo ricompense a chi li avesse uccisi.
Ormai virtualmente senza opposizioni, Silla attuò una serie di riforme tese a mettere il
controllo dello Stato saldamente nelle mani del Senato, allargato per l'occasione da 300 a
600 senatori.

La nomina a senatore fu resa, inoltre, automatica al raggiungimento della carica di questore,


mentre prima era demandata alla scelta dei censori. Per evitare l'accumulo di poteri si stabilì
un limite minimo di età per le varie magistrature: trent'anni per i questori, quaranta per i
pretori, ecc. Il potere dei tribuni della plebe fu inoltre fortemente ridimensionato: le loro
proposte dovevano essere approvate preventivamente dal Senato e il loro diritto di veto
limitato. Il potere giudiziario fu restituito al Senato, sia per i reati più gravi sia per le cause
di corruzione che la riforma graccana aveva demandato ai cavalieri.

È ovvio che la contraddizione di Silla sta nell’aver voluto restaurare l’autorità dell’oligarchia
fondando la propria personale autorità sull’esercito: non poté dunque opporsi alla storia di
Roma che porta all’affermazione del principato. Nel 79 a.C. Silla abdicò nei confronti della
dittatura in quanto riteneva di aver esautorato il suo compito di restaurazione dello stato e si
ritirò nella sua tenuta di campagna a Pozzuoli, dove vi morì nel 78 a.C.
- LA ROVINA DELLA COSTITUZIONE SILLANA
La costituzione sillana non poteva reggere perché minata sia da coloro che la volevano
distruggere, sia da coloro che la difendevano: usando entrambi le armi, non potevano che
accrescere l’importanza del fattore militare nella vita dello stato romano.

In Spagna, Sertorio aveva organizzato una ribellione degli indigeni nel tentativo di creare uno
stato romano-iberico da opporre a Roma, nell’attesa di tornare a Roma vittorioso; la guerra
contro Sertorio venne affidata nelle mani di Pompeo, giovane generale di Silla che non aveva
nemmeno iniziato la carriera senatoria. Tale conflitto durò fino al 72, quando Sertorio morì
per mano di un suo alleato, Perperna, che, diventato poi capo dei ribelli, si fece facilmente
sconfiggere da Pompeo.

Nel frattempo in Italia avveniva la rivolta di Spartaco, lo schiavo, che coinvolse non solo
schiavi, ma anche contadini nati giuridicamente liberi, ma nullatenenti.
Fu quando Marco Licinio Crasso si trovò in difficoltà contro Spartaco alla fine della rivolta
degli schiavi del 71 a.C., che Pompeo tornò in Italia con il suo esercito per mettere fine alla
sommossa. Egli poté enfaticamente comunicare al Senato che, mentre Licinio Crasso aveva
sconfitto in battaglia campale il grosso dell'esercito di Spartaco, lui aveva "estirpato la
guerra fino alle radici".

Per quanto entrambi provenissero dalle fila sillane, la stessa loro intenzione di sovrapporsi al
Senato li portava ad assumere il programma di riforma della costituzione di Silla.
Ciò fu ben evidente quando Pompeo decise di prendere il consolato con la forza: di fatto, a
differenza di Crasso, non aveva i requisiti per ottenere il consolato, essendo manchevole delle
magistrature minori; si trattava di una stessa violazione della costituzione di Silla.

L’esercito di Pompeo, di fatto distrugge la costituzione sillana e avvia una serie di legislazioni
che sanzioneranno la rovina: venne restituito ai tribuni il loro potere, venne tolta nuovamente
l’esclusività ai senatori sui tribunali, sostenendo che tale esclusività dovesse esser distribuita
in egual modo tra senatori, cavalieri e tribuni erarii.

- IL POTERE PERSONALE DI POMPEO


Nel 69 a.C., Pompeo era il beniamino delle masse romane anche se molti ottimati erano
profondamente sospettosi delle sue intenzioni. Il suo primato nello Stato fu accresciuto da
due incarichi proconsolari straordinari, senza precedenti nella storia romana.

Nel 67 a.C., due anni dopo il suo consolato, Pompeo fu nominato comandante di una flotta
speciale per condurre una campagna contro i pirati che infestavano il Mar Mediterraneo.
Questo incarico, come ogni cosa nella vita di Pompeo, fu circondato da polemiche e la fazione
conservatrice del Senato era sospettosa sulle sue intenzioni ed impaurita dal suo potere.
La nomina allora fu avanzata dal tribuno della plebe Aulo Gabinio che propose la Lex Gabinia,
che assegnava a Pompeo il comando della guerra contro i pirati del Mediterraneo, con un
ampio potere che gli assicurava il controllo assoluto sul mare ed anche sulle coste per 50
miglia all'interno, ponendolo al di sopra di ogni capo militare in oriente.
E mentre Lucio Licinio Lucullo era ancora impegnato con Mitridate e Tigrane II d'Armenia,
Pompeo riusciva a ripulire l'intero bacino del Mediterraneo dai pirati. Fu allora incaricato di
condurre una nuova guerra contro Mitridate VI re del Ponto, in Oriente (nel 66 a.C.), grazie
alla lex Manilia, proposta dal tribuno della plebe Gaio Manilio, che affidava a Pompeo la
conquista e la riorganizzazione dell'intero Mediterraneo orientale, attribuendogli tutte le
forze militari al di là dei confini dell'Italia romana.

Le campagne durarono dal 66 a.C. al 62 a.C. e furono condotte da Pompeo con tale capacità
militare ed amministrativa che, Roma annesse gran parte dell'Asia sotto un saldo controllo.
Pompeo non solo era riuscito a distruggere Mitridate nel 63 a.C., ma anche a battere Tigrane
il grande, re di Armenia, con cui in seguito fissò dei trattati.
Inoltre, Pompeo impose una riorganizzazione generale ai re delle nuove province orientali,
tenendo intelligentemente conto dei fattori geografici e politici connessi alla creazione di una
nuova frontiera di Roma in oriente. Le ultime campagne militari avevano così ridotto il Ponto,
la Cilicia campestre, la Siria a nuove province romane, mentre Gerusalemme era stata
conquistata. Ma per il momento il problema che si ponevano i Romani era un altro: che cosa
avrebbe fatto Pompeo col suo esercito, ora che la guerra era finita.

- DALLA CONGIURA DI CATILINA AL PRIMO TRIUMVIRATO


Durante l’assenza di Pompeo si erano delineate sempre meglio due fazioni opposte:
 “Filopomepiani”: Cicerone si rese noto come abile oratore, Marco Porcio Catone si pose
come difensore dell’autorità senatoria, realizzabile solo con la presenza di Pompeo;
 “Antipompeiani”: Marco Licinio Crasso, volle decretare l’annessione d’Egitto, e Gaio
Giulio cesare, era animato sia da ambizioni personali sia dal desiderio di fare una
politica antisenatoria.

In quel periodo il massimo incidente lo si ebbe nella congiura di Catilina: un nobile corrotto
che organizzò un’agitazione. In quegli anni Cicerone era console, pertanto pensò di trarne
vantaggio per un suo successo personale facendosi conferire i pieni poteri dallo stato, e
portando le cose all’estremo: i partigiani di Catilina furono uccisi, mentre quest’ultimo venne
sconfitto nella battaglia di Pistoia.

Nel frattempo Pompeo tornò vittorioso dall’Asia, chiedendo terre per i suoi veterani e la
ratifica dei suoi acta in Siria e nella guerra contro Mitridate, dato che Pompeo aveva dato un
nuovo assetto all’Oriente, creando provincie, regni clienti, che doveva essere poi ratificato
dal senato; il senato non approvò, perché non era disposto a subire l’autorità di Pompeo.
Il “no” del senato indebolì ulteriormente Pompeo, e si arrivò così ad una serie di incontri
segreti tra Cesare, Pompeo e Crasso, i quali pattuirono un accordo comune chiamato
Triumvirato, che non era un accordo istituzionale, ma un’alleanza privata, grazie alla quale i
tre divennero padroni assoluti dello stato.

La conseguenza fu che nel 59 Cesare assunse il consolato e fece passare la legge che
garantiva la distribuzione di terre per i veterani di Pompeo e rettificava i provvedimenti presi
in Oriente. E per conto suo Cesare si fece assegnare come provincia proconsolare a partire
dal 58 per un quinquennio, la Gallia Cisalpina e l’Illirico.
LE SORTI DEL TRIUMVIRATO
Chi aveva guadagnato più dall’accordo in conformità della sua reale preminenza era
evidentemente Cesare, che si era assicurato un comando militare alle porte di Roma e la
possibilità di larghe imprese in Gallia. Crasso e Pompeo restavano per il momento inermi:
l’abilità di Cesare era consistita precisamente nel lasciarli in quelle condizioni.

Nel 58 a.C., nonostante Cesare non fosse presente in Roma, riuscì a prevalere per mezzo di un
seguace senza scrupoli, quale Publio Clodio: ottenne l’esilio di Cicerone accusandolo di aver
fatto uccidere i seguaci di Catilina senza il giudizio del popolo, allontanò poi anche Catone con
il pretesto di fargli ridurre Cipro a provincia romana.
Nel 57 incomincia la reazione: Cicerone ritorna alleandosi con Pompeo, proponendogli ampi
poteri per assicurare a Roma quell’approvvigionamento fino ad allora manchevole; nel
frattempo a Roma le bande cesariane di Clodio si scontravano con quelle di Annio Milone.

Nonostante il prestigio di Cesare crescesse per le sue vittorie in Gallia, fu necessario


ristabilire l’equilibrio, e ciò avvenne nel convegno di Lucca del 56 a.C., in cui si decretava che
Crasso avrebbe ottenuto la provincia di Siria, Pompeo la Spagna mentre Cesare avrebbe
rinnovato di 5 anni il suo dominio in Gallia.
Nel 53 l’equilibrio venne nuovamente interrotto dalla morte di Crasso, sconfitto a Carre in
Mesopotamia e ucciso, in un tentativo di conquista della Partia. La sconfitta aveva la
conseguenza di provocare una rivalità tra Parti e Romani, ma ebbe l’effetto immediato di
mettere di fronte sempre più Pompeo e Cesare.
Intanto in Roma i disordini tra le bande di partigiani opporti crescevano, fino a che nel 52
Clodio era assassinato dalla banda di Milone.
CAPITOLO 11: CESARE

- LA CONQUISTA DELLA GALLIA


Le popolazioni celtiche occupanti la Gallia erano suddivise in tribù, divise politicamente e
socialmente, ma unite da un punto di vista religioso, regolato dai druidi.
Dopo che la Gallia Narbonese fu sottomessa a Roma, rimanevano nella Gallia centrale Edui
Arverni e Sequani, mentre a sud-ovest gli Aquitani e a nord-est i Belgi. La disputa tra Edui e
Sequani fu tale da costringerli a chiedere l’aiuto ai germani Suebi, guidati da Ariovisto,
favorendo quindi la penetrazione germanica soprattutto di Cimbri e Teutoni.
Contemporaneamente gli Edui chiesero l’espulsione degli Elvezii: questi chiesero il permesso a
Cesare di passare sul territorio della Gallia già romana.

Cesare negò il permesso e ottenne anche il pretesto per intervenire fuori dai limiti della
provincia contro gli emigranti, iniziando la conquista della Gallia: nel giro di pochi anni Cesare
aveva sconfitto gli Elvezii, i Germani e i Belgi.
Cesare pensava ora di potersi permettere anche la conquista della Britannia ma la sua doppia
spedizione del 55 e del 54 a.C. si rivelò fallimentare e comunque da sospendere, visto che in
Gallia stavano scoppiando delle rivolte: fu in questo contesto che si distinse la figura di
Vercingetorige, che capeggiò la prima ondata di ribellioni (54 – 53 a.C.) ma poi fu costretto a
riconoscere la superiorità di Roma, e ad arrendersi presso Alesia nel 50 a.C.

LA GALLIA E CESARE: IL CONFLITTO CON POMPEO


Di colpo, con la conquista della Gallia, Cesare aveva affermato la sua personalità dominatrice,
rivelandosi un grande generale, ed identificando la grandezza dello Stato Romano con la
propria grandezza; a questo punto aveva dalla sua parte ben 10 legioni su cui contare, nello
scontro contro Pompeo.
Il conflitto scoppiò nello stesso 50, a causa di una doppia illegalità giuridica di Cesare: in
primis Cesare poté conservare il suo controllo sulla Gallia oltre il suo consolato, visto che la
norma voleva che l’assegnazione delle province avvenisse prima della nomina a consoli di coloro
che poi le avrebbero dovuto governare come proconsoli (quindi poté tener la Gallia due anni di
più fintanto che non fossero eletti i nuovi consoli), e in secondo luogo si prevedeva che i
candidati per il nuovo consolato fossero presenti in Roma, mentre Cesare non riuscendoci
aggirò il problema facendo approvare una disposizione che lo liberasse da tale obbligo.

Inizia così a nascere l’ostilità di Pompeo, in quanto se Cesare mirava ad un’autocrazia che
avesse nell’esercito la sua base di forza, Pompeo voleva raggiungere un primato che avesse
sanzione e consenso del Senato.
Vennero messe in dubbio le possibilità di Cesare di ottenere il consolato fintanto che si
trovasse in Gallia, mentre Pompeo riuscì a prolungare il suo; al contempo Cesare, attraverso
dei tribuni a lui complici, continuava a porre il veto su tutte le decisione prese, mentre
proponeva che lui e Pompeo lasciassero il consolato insieme. Il Senato decise la sostituzione
di Cesare in Gallia con l’avvertenza che se entro un determinato termine non l’avesse lasciato,
sarebbe stato considerato nemico pubblico.
Nel frattempo a Roma venne imposto lo stato d’assedio e i tribuni della plebe Marco Antonio e
Quinto Cassio furono costretti a fuggire poiché si erano opposti a questo provvedimento: a
Cesare rimase solo la ribellione, e con la sua legione di istanza a Ravenna, varcò il Rubicone,
confine del pomerium tra Gallia Cisalpina e Italia, e occupò Rimini (questo atto di
prevaricazione passò alla storia insieme al detto “il dado è tratto”).

- LA VITTORIA SU POMPEO
Nonostante Cesare fosse accompagnato da una sola legione, trovò l’Italia impreparata e
Pompeo non fu in grado di contrastarlo, anzi, nel momento in cui arrivarono i primi rinforzi a
Cesare, il senato fu ben accetto di accogliere la soluzione di Pompeo di sgomberare l’Italia
lasciando a Cesare Roma. I pompeiani si rifugiarono in Macedonia, dove a Tessalonica fu
spostato il senato: Pompeo sperava in un’impresa simile a quella di Silla, che dall’Oriente era
riuscito a riconquistare l’Italia.

Cesare preferì non attaccare subito Pompeo volendo prima conquistare, dopo aver occupato
tutta l’Italia e le isole, Spagna a Marsiglia: quest’ultima, infatti, si era ribellata contro Roma
sebbene fosse sua alleata, pertanto, dopo la sua sottomissione, fu privata di quella condizione
di privilegio che godeva da sempre nei confronti di Roma.
Tuttavia non riuscì la conquista di Cesare dell’Africa, dato che le sue legioni, guidate da
Curione, furono contrastate dall’esercito di Pompeo, affiancato da quello di Giuba, re di
Numidia; il possesso di Italia Spagna e Gallia era sufficiente per dichiarar guerra a Pompeo.
Prima, però, Cesare assunse la dittatura (consentendogli di eleggere qualsiasi magistrato ad
eccezione dei tribuni della plebe), con lo scopo di indire nuove elezioni per l’anno successivo
assicurandosi il consolato, quindi depose la dittatura e attaccò Pompeo attraverso un doppio
sbarco in Epiro dove trovarono un esercito già preparato da tempo ad accoglierli: non c’è da
stupirsi se in un primo momento la battaglia fu a favore di Pompeo.

Le cose cambiarono quando Cesare, nei pressi di Durazzo, costrinse Pompeo a seguirlo per poi
sconfiggerlo presso Farsalo nel 48 a.C.. Pompeo si rifugiò in Egitto con la speranza che re
Tolomeo 14° lo ospitasse: questi lo fece uccidere a tradimento per apparire compiacente agli
occhi del vincitore; molti pompeiani fuggirono in Africa, tra cui Catone, mentre gli altri
passarono sotto Cesare, attratti dalla mitezza che affermò con le parole e con i fatti.

(Le campagne condotte in Gallia da


Cesare tra il 59 e il 50 a.C.)
- IL DOMINIO SULL’IMPERO
Dopo che Pompeo fuggì in Egitto, Cesare in un primo momento lo seguì, e fu lì che gli fu
consegnata la testa del suo nemico. Volle però approfittare delle tensioni tra Tolomeo e la
sorella Cleopatra per cercare di costruire un ordinamento a lui favorevole in Egitto, e
invaghitosi di Cleopatra, vide in lei la futura regina dell’ordinamento che aveva in mente,
inimicandosi ovviamente gli alessandrini di Tolomeo che solo a stento riuscirà a sconfiggere; il
regno resta a Cleopatra preparando una futura annessione.

Dopo qualche mese di indugio utile ai pompeiani per risollevarsi, Cesare riprese le sue
campagne militari, tra cui quella contro Farnace, figlio di Mitridate Eupatore, desideroso di
rivendicare i territori paterni: la battaglia di Zela si concluse con il famoso “veni, vidi, vici”.
Fu ripresa la conquista dell’Africa conclusasi con la vittoria di Cesare a Tapso nel 46 a.C.,
nella quale molti nobili romani furono uccisi, mentre altri invece fuggirono in Spagna per poter
organizzare la rivolta. Catone, a cui era stata affidata la difesa di Utica, si uccise alla notizia
della vittoria di Cesare illuminando la propria vita di una luce di martirio per una vita da
sempre dedita al raggiungimento dei propri ideali.

Cesare era ora padrone dello stato, e gli venne conferita sia la dittatura per altri dieci anni,
che la preafectura morum che spettava ai censori, con la quale aveva la piena facoltà di
controllare i cittadini anche nella vita privata. Tuttavia Cesare non dava segno di
restaurazione della repubblica, che andasse al di là di una restaurazione dell’ordine e
dell’autorità dello Stato. In particolare, i provvedimenti presi portarono alcuni cambiamenti:
 I tribunali vennero riportati nelle mani di senatori e cavalieri;
 Vennero elaborate leggi per limitare il lusso;
 Diminuì il numero di proletari che avevano il diritto di ricevere distribuzioni gratuite di
frumento;
 Cercava di tutelare il lavoro libero di fronte alla concorrenza degli schiavi;
 Prendeva misure per assicurare l’ordine pubblico;
 Precisava meglio le condizioni dei municipi;
 Riformava il calendario;
 Adoperò la confisca dei beni pompeiani rinnovando la distribuzione della ricchezza, e
diminuendo la ricchezza della vecchia aristocrazia.

Cesare, di fatto, creava senza una precisa impronta di creazione e la sua stessa mitezza nei
confronti dei nemici poteva impedire che egli si irrigidisse in un suo programma.

- VERSO IL REGNO
Cesare, come Silla e Pompeo, aveva la sua forza nell’esercito, con la differenza che Silla e
Pompeo non avevano legami con nessuna tendenza politica tradizionale; quindi Cesare
assomigliava di più a Mario, con la differenza che Mario rimase un semplice capo militare.
Cesare si valse, dunque, della sua libertà di fronte al popolo per costruire un nuovo ordine,
attraverso l’identificazione della sua figura con l’impero.

Spesso si è discusso se Cesare volesse accettare o meno la corona, con tutte le implicazioni
divine e religiose che comportava: la risposta è sicuramente affermativa.
La sua dittatura decennale fu cumulata a un consolato decennale, per poi ottenere la
dittatura a vita, innalzata con l’attributo di sacrosantità.
Egli aveva già il diritto di portare l’abito del trionfatore o di chiamarsi imperatore a
permanenza; furono addirittura creati sacerdozi in suo onore e un mese venne a lui dedicato
(Julius, Luglio). Certamente la sua relazione con Cleopatra contribuiva a tutta questa ritualità
delle forme legali, ed era poi noto che amasse richiamare l’attenzione su una sua presunta
origine divina. Il passaggio alla monarchia era nell’aria, ma Cesare non si arrischiava, perché
sapeva perfettamente che si sarebbe inimicato molti all’interno del senato.
Per lui la regalità era una forma politica anche nei suoi aspetti religiosi, ma al contempo la
considerava come l’unico mezzo per raggiungere l’omogeneità dell’impero nell’accentramento
nella sua persona. Non sembra stupire la notizia che nel giorno della sua morte, alla vigilia di
una battaglia contro Parti e Daci, volesse andare in senato per proporsi come re dei barbari,
ovvero dei provinciali, e non dei romani.
Nel 15 Marzo del 44, venne ucciso barbaramente a colpi di pugnale da due repubblicani: Marco
Giunio Bruto, suo nipote adottivo, e Caio Cassio.

- IL SIGNIFICATO DI CESARE
Il significato più profondo della sua figura sta appunto, possiamo dire paradossalmente, in ciò
che non gli possiamo attribuire con sicurezza, ma che pure era implicito nel suo programma e
infatti fu realizzato dai suoi successori. Cesare creerà quindi per i secoli successivi la figura
del sovrano che impersona lo stato e perciò fonde e unifica in sé gli elementi diversi che sono
nello stato.

Perciò se Augusto fu colui che organizzò di fatto l’impero di Roma, e lo organizzò tenendo
conto di quella reazione repubblicana che uccise Cesare e quindi con maggiore rispetto per la
tradizione della nobilitas romana, il creatore dell’Impero fu Cesare.
CAPITOLO 12: DALLA MORTE DI CESARE ALLA BATTAGLIA DI AZIO

- DALLA MORTE DI CESARE (44 A.C.) ALLA BATTAGLIA DI FILIPPI (42 A.C.)
Gli uccisori di Cesare non ottennero quella pubblica insurrezione in favore degli ordinamenti
repubblicani che essi speravano: soldati e popolo volevano vendicare la morte di Cesare.
Di questa occasione seppe ben approfittarne Marco Antonio che, dopo il funerale, sollevò
tutta l’indignazione popolare contro i cesaricidi costringendoli a scappare da Roma, ma rimase
tuttavia deluso all’apertura del testamento di Cesare: egli designava come suo successore non
Marco Antonio ma il giovane Gaio Ottavio, nipote adottivo, conosciuto sotto il nome di
Ottaviano, che avrebbe dovuto accompagnarlo nella campagna contro i Parti.

Ottaviano si accorse da subito dell’ostilità di Antonio e ne approfittò, dunque, per trarre


dalla propria parte quei repubblicani che simpatizzavano per Cesare, come Cicerone, ora
smarriti dopo la morte di Cesare.
L’ostilità tra Antonio e Ottaviano fu tale da arrivare allo scontro armato, che ebbe come
casus belli il tentativo da parte di Antonio di deporre Decimo Bruto dalla sua carica di
governatore della Gallia Cisalpina, scatenando la rabbia dei consoli allora in carica, Irizio o
Pansa, simpatizzanti per Decimo Bruto; Antonio venne sconfitto presso Modena dall’esercito
di Ottaviano, in parte da lui acquistato, in parte sottratto ad Antonio.

Ottaviano capì che non poteva portare avanti il patteggiamento con i repubblicani a lui ostili
per le modalità con cui si avvalse di un esercito, quindi marciò direttamente su Roma,
imponendo con la forza di esser nominato console.
Era dunque chiaro che Ottaviano non voleva una restaurazione della repubblica a vantaggio del
senato, e fu altrettanto chiaro che si sarebbe legato con Antonio per la condivisione
dell’ostilità nei confronti dei repubblicani. Dal canto suo, Antonio era già legato a Lepido, ora
governatore in Gallia, e l’accordo urgeva sempre più, visto che Bruto e Cassio avevano piegato
sotto di sé l’Oriente, diventando padroni rispettivamente di Macedonia e Siria.

Ottaviano Antonio e Lepido costituirono un secondo triumvirato che, a differenza del primo,
fu pubblicamente riconosciuto come una magistratura al di sopra delle altre e i triumviri si
chiamarono precisamente triumviri reipublicae constituendae, cioè con il compito di creare
una nuova costituzione per lo stato romano.
I triumviri definirono in primo luogo la propria devozione a Cesare, riconoscendolo come un
dio, per poi compilare le liste di proscrizione, dove ognuno dei tre la propria lista di nemici,
senza avere la possibilità di interferire su quella degli altri: non c’è da stupirsi se in cima alla
lista di Marco Antonio comparve il nome di Cicerone, che lo colpì aspramente con l’oratoria
sanguinosa delle sue “Filippiche”.

Nel 42 a.C. avvenne la battaglia decisiva contro Bruto e Cassio presso la pianura di Filippi in
Macedonia: alla fine del primo giorno gli eserciti vincitori erano quello di Antonio, su Cassio, e
Bruto, su Ottaviano, ma alla fine del secondo giorno a vincere saranno Antonio e Ottaviano;
tra le forze repubblicane da sconfiggere ora restava solo la flotta di pirati di Sesto Pompeo
che dominava su Sicilia Sardegna e Corsica.
- DALLA BATTAGLIA DI FILIPPI AL PATTO DI MISENO (39 A.C.)
Alla costituzione del triumvirato, Ottaviano aveva avuto da governare l’Africa, la Corsica, la
Sardegna e la Sicilia; Antonio aveva avuto la Gallia Cisalpina e Transalpina mentre Lepido
aveva avuto la Spagna e la Gallia Narbonese. Dopo la battagliad di Filippi le cose cambiarono,
in quanto Antonio governava sia sull’Oriente che sulla Gallia Narbonese e Transalpina,
Ottaviano governava sulla Spagna, mentre a Lepido rimaneva solamente l’Africa; la Gallia
cisalpina non venne più considerata provincia, ma come parte dell’Italia unificando il
territorio, attraverso un decreto di Cesare.

Il compito di Antonio in Oriente era quello di riordinare le province e gli stati vassalli, quindi
raccogliere il denaro, mentre Ottaviano aveva in Italia il compito di redistribuire le terre ai
veterani di guerra. Quest’ultima cosa, già ardua di per sé, divenne ancora più difficile quando
Ottaviano si vide contro Flavia, la moglie di Antonio, e Lucio, il fratello, desiderosi di
togliergli il potere: si arrivò allo scontro armato della battaglia di Perugia del 40 a.C. in cui
Lucio capitolò.
Antonio rimase estraneo al conflitto e, anzi, si pacificò con Ottaviano nell’accordo di Brindisi,
nell’Ottobre del 40: Antonio rinunciava alla Gallia Narbonese e alla Gallia Transalpina in
favore di Ottaviano e per aumentare la concordia sposò la sorella di Ottaviano, Ottavia.
L’accordo di Brindisi venne integrato con quello di Miseno, stretto nel 39, per cui Antonio e
Ottaviano si riconciliavano con Sesto Pompeo e gli riconoscevano il governo della Corsica,
Della Sardegna e Sicilia, nonché gli promettevano il governo del Peloponneso.

- DAL PATTO DI MISENO ALLE GUERRE CON I PARTI (34 CIRCA)


Questi patti erano, più che degli accordi, dei compromessi, visto che ognuno aveva i propri
interessi.
Il primo contrasto sorse tra Sesto Pompeo e Ottaviano: Sesto Pompeo continuava a fare il
pirata procurandosi pericolose simpatie in Italia, e dopo molte burrascose trattative, con gli
accordi di Taranto del 37 a.C., Ottaviano ottenne da Antonio il permesso di combattere
contro Sesto Pompeo: la spedizione organizzata da Agrippa avrà successo, e Sesto Pompeo
verrà messo in fuga versa l’Asia.
Il secondo scontro lo abbiamo tra Ottaviano e Lepido, in quanto Ottaviano rivendicava la
Sicilia, appartenente a Lepido: nelle scontro vinse Ottaviano, che sottrasse il governo di
Lepido dall’Africa e dalla Sicilia e lo esautorò dalla carica di triumviro, lasciandogli solo quella
di pontefice massimo.

Nel frattempo in Oriente, Antonio fu costretto a scontrarsi con i Parti che invasero la Siria:
difficile fu il ricacciarli oltre il confine dell’impero (37 a.C.), ma in un secondo momento
Antonio, forse volendo imitare l’impresa di Alessandro Magno contro la Persia, decise di
organizzare una seconda rappresaglia, fallendo però miseramente. I Parti non invasero
nuovamente l’Oriente di Antonio, viste le divisioni interne, ma riusciranno a riprendersi
l’Armenia (31 a.C.), sottratta loro da Antonio nel 36 a.C.
- IL CONFLITTO DEFINITIVO FRA ANTONIO E OTTAVIANO
L’inimicizia tra Ottaviano e Antonio divenne definitiva quando Antonio sposò nel 37 a.C.
Cleopatra, regina d’Egitto, noncurante del suo matrimonio con Ottavia, sorella di Ottaviano,
che venne ripudiata solo in un secondo momento.
Antonio procedette alla divinizzazione della sua figura, della moglie e dei loro figli: Antonio fu
assimilato a Osiride (Dionisio), Cleopatra a Iside (Afrodite), il figlio Alessandro a Helios e la
figlia Cleopatra a Selene. In seguito, i figli ricevettero in dono, come territori, il regno di
Armenia (a Alessandro) e il regno di Cirene e Libia (a Cleopatra Selene), mentre un terzo
figlio, Tolomeo Filadelfo, ricevette in dono i territori di Cilicia e Siria, donati
precedentemente da Antonio alla moglie.

Gli Italiani non potevano non mostrare sdegno per Antonio, che rinunciava alle proprie
tradizioni per abbracciarne di nuove, per di più orientali, quando, allo stesso tempo, vedevano
invece un Ottaviano che rafforzava le tradizioni e i costumi romani, avvalendosi dei suoi
fervidi amici quali Agrippa e Mecenate; potere e prestigio di Ottaviano continuavano a
crescere soprattutto dopo una fortunata campagna in Dalmazia.

I problemi di Ottaviano insorsero quando si avvicinava la data di scadenza del suo triumvirato
e la popolazione insorgeva per le troppe tasse: Ottaviano sebbe abilmente tenersi stretta la
carica di triumviro, così da esser pronto allo scontro con Antonio quando divenne inevitabile.
Lo scontro avvenne presso Azio (2 Settembre del 31) e in cui si ebbe una totale vittoria da
parte di Ottaviano, dato che parte della flotta di Antonio si era ritirata, Antonio e Cleopatra
fuggirono in Egitto senza mai operare una vera e propria resistenza, arrivando al suicidio
volontario.
CAPITOLO 13: LA NUOVA ORGANIZZAZIONE DELL’IMPERO

- LA SITUAZIONE DELL’IMPERO DOPO LA BATTAGLIA DI AZIO E IL PROGRAMMA


DI OTTAVIANO
Alla fine della battaglia di Azio l’Egitto passò sotto il diretto controllo non di Roma, ma di
Ottaviano, che lo governò tramite il prefetto d’Egitto. A questo, si aggiunse la consapevolezza
di Ottaviano relativa al fatto che i soldati erano un’elemento essenziale della sua potenza e
che quindi, in qualche modo, doveva assicurarsi la loro devozione, senza però scardinare la
tradizione romana.
In questo stava la grandezza di Ottaviano: trovare il modo di utilizzare il più possibile nel
nuovo Stato i vecchi uomini e le vecchie cose ma al contempo, dare a sé, con l’appoggio
dell’esercito, la più ampia somma di poteri; su questa impresa verrà forgiata la nuova Roma di
Ottaviano.

- LE FASI DELLA COSTITUZIONE AUGUSTEA


A partire dalla battaglia di Azio, Ottaviano ritenne opportuno fondare il proprio potere
prendendo a base l’antica autorità consolare, allargata per lui con alcuni privilegi sino allora
inerenti ai tribuni della plebe: di fatto fu eletto ogni anno console, nel 36 a.C. ottenne
l’inviolabilità mentre nel 30 lo ius auxilii, cioè il diritto di intercessione sulla persona lesa.

Per accrescere la sua supremazia militare si fece designare come imperator, che da lì in poi
diverrà termine comune per designare qualunque capo di Stato, ma di fatto deteneva il potere
illegalmente. Per ovviare a questo problema il 13 gennaio del 27 a.C. consegnava solo
apparentemente il potere nelle mani del senato, che gli conferiva a sua volta la carica
proconsolare nelle province, dove risiedeva la maggior parte dell’esercito: la carica del
consolato accanto a quella del proconsolato fece si che Ottaviano diventasse padrone
indiscusso dell’esercito; il senato gli conferì, poi, il titolo di Augustus, volto a sottolineare la
religiosa elevazione del principe sopra gli altri uomini.

Tuttavia i poteri di cui Augusto poteva disporre erano diversi a seconda della parti dello
stato, in quanto, nelle province lasciate all’amministrazione del senato, egli era dotato di
autorità consolare limitata dal senato e dai singoli proconsoli nelle province, mentre in quelle
province lasciate direttamente nelle sua mani aveva il pieno controllo senza alcuna limitazione.

Riassumendo, il 12 a.C. l’autorità imperiale di Augusto risultava:


1. Dall’avere un’autorità superiore a tutti gli altri magistrati romani (imperio
proconsolare), che gli dava in mano direttamente quasi tutto l’esercito;
2. Dall’avere la facoltà di controllo sugli altri magistrati, propria dei tribuni della plebe
(potestà tribunizia) ma senzi i limiti di tempo (un anno) e di spazio (Roma) propria dei
tribuni;
3. Dall’avere per il diritto personale di stabilire norme giuridiche, per il controllo sul
Senato e sui Comizi, piena facoltà di legiferare su tutto l’impero;
4. Dall’essere capo religioso del popolo romano, cioè pontefice massimo.
- LA STRUTTURA DELLO STATO ROMANO AL TEMPO DI AUGUSTO
Augusto divenne a tutti gli effetti capo dello Stato, ma in questo compito non era
completamente solo, bensì era assistito nelle sue deliberazione da familiari e funzionari dello
stato (Mecenate, Agrippa), privi però di qualsiasi autorità.

Gran parte delle entrate statali confluiva nel fisco, la cassa dell’imperatore, mentre il resto
finiva nell’erario, la cassa dello Stato, considerando anche che spettava solo all’imperatore il
compito di battere monete d’oro e argento, mentre il Senato batteva solo quelle di bronzo.
I Comizi persero la loro importanza a differenza del Senato, che di fatto venne rinnovato per
via delle selezioni dell’imperatore in persona, così da costituire un grande corpo
amministrativo, a cui facevano capo alcune province, di cui l’imperatore nominava i funzionari e
le cui entrate finivano direttamente nell’erario. L’imperatore aveva poi la facoltà di riunire il
senato a suo piacimento per sentirne il parere, piuttosto che far votare i consulti o costituirlo
in alta carica giudiziaria in merito a talune questioni.

Di grande peso fu che Augusto considerasse privilegio dei senatori la maggior parte delle alte
cariche dello Stato, ovvero quasi tutti i governi delle province, e conservasse ai discendenti di
senatori, che avessero un censo di almeno un milione di sesterzi, la carriera della
magistratura: fu così costituita la carriera senatoriale al di sotto della quale Augusto
organizzò la carriera degli equestri, ovvero di coloro che possedessero almeno
quattrocentomila sesterzi e discendessero da un cavaliere o fossero eletti da Augusto a
quella carica. A questi erano riservate le cariche di prefetto dell’Egitto, di comandante della
guardia imperiale e di rappresentati del fisco nelle province.

Anche l’esercito subì, ovviamente, delle modifiche: in primis il numero delle legioni fu ridotto
da 60 a 25, e poi Augusto si dotò di una guardia personale (pretoriani) che abitava in città e
aveva il compito di difendere l’imperatore. Per quanto riguardava il reclutamento, esso non
veniva effettuato attraverso una leva obbligatoria ma tramite una leva volontaria, ed inoltre
Augusto dispose una cassa dell’esercito, che andasse a pagare i premi ai soldati congedati.
La riforma dell’esercito si basava, poi, nella distribuzione delle legioni sui confini e non al
centro. Queste legioni si concentreranno soprattutto nelle province imperiali e non statali,
ovvero Spagna, Gallia, Siria e Egitto.

Anche il sistema delle tasse subì della modifiche, sia con il diminuire delle entità delle
imposte, sia con il dare maggior importanza a tributi fissi piuttosto che alle decime, basate su
percentuali; impose poi che coloro che non possedevano terre dovessero pagare il tributum
capitis.

L’Italia venne poi divisa in undici regioni, mentre Roma in quattordici quartieri: il tutto con lo
scopo di distribuire al meglio l’amministrazione pubblica. Poiché tutti gli Italiani erano rimasti
fino ad allora esenti da qualsiasi tassa, vennero imposte due nuove tasse: quella di
successione, e quella sulle vendite che dovevano alimentare l’erario militare.
(Le provincie romane durante l’impero di Augusto)

- LE GUERRE DI AUGUSTO
La politica di Augusto fu ovviamente pacifica ed egli si compiacque di chiudere più di una volta
le porte del tempio di Giano, religioso segno della pace perfetta.
L’idea direttrice di Augusto fu quella di avere per confini le Alpi in tutta la loro estensione, il
Danubio e l’Elba; la conquista delle alpi fu la più facile, benchè lunga. Solo nel 6 d.C. Tiberio
per volere di Augusto riuscì a prender la Boemia (che prese il nome dai Galli Boi), che allora
era in mano ai Marcomanni; la Mesia fu poi ridotta a provincia mentre la Tracia fu lasciata ad
un re vassallo fedele.
Augusto dovette però rinunciare al confine dell’Elba: nella prima fase della guerra morì Druso
avvicinandosi solamente al confine, mentre in un secondo momento il sovrano della tribù dei
Cherusci, Arminio, riuscì a tenere un assalto nella selva di Teutoburgo alla triplice legione di
Quintilio Varo, massacrandoli. Pertanto il confine dell’impero romano rimase fino al Reno:
l’assimilazione della cultura latina da parte dei Germani fu pertanto solo indiretta.

Uno dei punti più vulnerabili da sempre era il confine con i Parti, l’Armenia, da sempre contesa
tra Parti e Romani: Augusto seppe però evitare la guerra imponendo ai nemici di Roma in
Armenia il riconoscimento della supremazia di Roma, ed in tal modo, il sovrano Fraate IV
restituì a Roma le insegne prese a Crasso, in cambio del riconoscimento della supremazia di
Roma. Ben presto, però, insorse una controreazione partica e pertanto Augusto non insistette
ulteriormente al suo protettorato sui Parti.

In Oriente, nel 25 a.C., il regno vassallo di Galizia fu trasformato in provincia romana, per poi
esser allargata facendo le spese del vicino stato del Ponto. In Palestina fu prima favorito il
formarsi di uno stato vassallo potente sotto Erode, ma alla sua morte lo stato fu diviso in
quattro regni di cui il più grande, la Giudea, con capitale Gerusalemme, fu sottoposta al
diretto controllo del dominio romano e trasformata in provincia.
- LA RIORGANIZZAZIONE SOCIALE E MORALE
Poco si sa degli interventi augustei all’interno delle singole province, tuttavia sappiamo che
visse da vicino le loro realtà vivendo nelle province stesse: in particolare nella Gallia, dove
risiedette presso Lugduno, l’odierna Lione, per tre anni di fila.

In Italia, invece, divenne forte il culto della sua figura, e furono erette diverse statue sia per
volontà del popolo, sia per volontà dello stesso Augusto. Egli ebbe anche l’idea di indire delle
assemblee provinciali per mantenere vivo il suo culto e per alimentare la lealtà di queste
province verso Roma, dando modo ai provinciali di radunarsi e far sentire le loro opinioni.
La preoccupazione principale dell’imperatore, però, era la spiritualizzazione dell’Italia:
siccome Augusto attribuiva agli Italiani il compito di governare l’impero, bisognava dunque
cercare di limitare la costante diminuzione delle nascite attraverso la concessione di privilegi
ai padri di almeno tre figli, e la multa ai celibi e agli sposi senza figli; entrambi provvedimenti
che avevano lo scopo di diminuire la denatalità, che costituiva un fattore di decadenza.

All’Italia Augusto riservò la maggior parte delle costruzioni pubbliche, destinate soprattutto
a celebrare il nuovo ordine delle cose e i nuovi ideali di pace/grandezza imperiale: tra i vari
edifici eretti a Roma bisogna sicuramente ricordare il teatro di Marcello, il portico di Ottavia
e il Pantheon. Nella tradizione Augusto era ovviamente legato anche ai culti tradizionali, che
costituivano la fortuna della città, e cercò addirittura di ridar vigore a vecchie cerimonie
dimenticate, tra cui i Giuochi Secolari, che la tradizione voleva avvenissero ogni 110 anni: è in
questa occasione che venne pronunciato il Carme Secolare di Orazio, nel quale si pregava il
Sole di non vedere nulla più grande di Roma.
Ripristinò anche alcuni collegi sacerdotali e, come ben sappiamo impose il culto
dell’imperatore, senza essere ostile ai nuovi culti; semmai si impegnò affinchè culti egizi non
fossero celebrati all’interno di Roma.

- IL NUOVO SIGNIFICATO DELL’IMPERIALISMO ROMANO


Sotto Augusto l’imperialismo romano acquistò una profonda consapevolezza relativa ad una
missione da compiere: la conquista non era più un fatto bruto, il dominio del più forte, ma
diventa il dominio del migliore, che sa assicurare ai popoli giustizia e pace.

È in questo periodo che Augusto si circonda di molti poeti che scrivono in suo onore: Virgilio
sarà nell’Eneide il poeta ufficiale dell’età augustea; Orazio Flacco riprenderà nelle sue odi
motivi patriottici e civili di attualità; Properzio rievocherà nelle sue poesie antiche leggende
italiche; Livio narrerà in una grande opera di 141 libri tutta la storia romana, con riverenza
per la tradizione; Dionisio di Alicarnasso diffonderà idee analoghe, ma con minore efficacia.
- LA FAMIGLIA DI AUGUSTO: SUA MORTE
Comprendere come era fatta la famiglia di Augusto significa anche comprendere il problema
della designazione del suo erede, in quanto dalla prima moglie Sempronia ebbe una figlia,
Giulia, famosa per i suoi scandali, mentre dalla seconda moglie Livia non ebbe figli, se non
quelli nati da una precedente relazione di lei, Druso e Tiberio.

Egli pensò di dar in moglie ad Agrippa la figlia Giulia, per adottarne i figli da eleggere come
eredi, ma Gaio e Lucio morirono giovani. Infine, poiché Druso era morto, la scelta ricadeva per
forza di cose su Tiberio, sebbene Augusto e il futuro erede fossero già in combutta, e questi
vivesse in una specie di esilio a Rodi. Tiberio venne adottato e in parte assegnato al trono, e
sebbene avesse un figlio, Druso, fu costretto ad adottare il nipote nonché figlio di suo
fratello Druso, Germanico, da designare come erede.

Alla sua morte Augusto lasciò un elenco delle sue imprese, le Res Gestae, chiamate anche
Monumento Ancirano, visto che la prima copia e più completa fu scoperta ad Ancira in Asia
Minore, che fissavano le varie tappe della trasformazione che la sua opera instancabile fece
subire all’impero.
CAPITOLO 14: GLI IMPERATORI DELLA CASA GIULIO-CLAUDIA

- L’EREDITÀ DI AUGUSTO E I SUOI PROBLEMI


Augusto non era stato in grado di amalgamare stato e esercito in modo da evitare scontri
futuri, senza contare che aveva favorito la crescita dell’Italia ma non delle province, che
quindi spingevano per avere la parità dei diritti. Il primo problema era quello che dava
maggiori problemi: l’aristocrazia romana cercava di accattivarsi il favore dell’imperatore visto
che grazie a lui i senatori potevano ricoprire le cariche più prestigiose, ma al contempo si
presentava anche il mal contento delle grandi famiglie che si sentivano trascurate
dall’imperatore, e dell’aristocrazia, che non dimenticava che un tempo aveva governato Roma e
che quindi non si piegava facilmente al volere imperiale; con Tiberio incomincia, inoltre, il
culto per la libertà repubblicana in certe famiglie, soprattutto in quelle in cui vigeva lo
Stoicismo.

Dal punto di vista dell’esercito era normale che i soldati cercassero di eleggere come
imperatore uno dei loro comandanti, che assicurasse loro privilegi di vario genere. In
particolare poi i pretoriani stanziati a Roma avevano agio di imporre il proprio volere, sia allo
stesso imperatore, sia al senato, ma destavano anche l’invidia degli altri corpi armati per il
tempo più breve della ferma, per la residenza privilegiata e per i donativi dell’imperatore.

- TIBERIO (14–37 D.C.)


Le difficoltà della gloriosa eredità augustea si fecero sentire subito a Tiberio. Uomo già
anziano, sperimentato nel governo a cui era stato associato da Augusto negli ultimi anni,
aristocratico d’animo, freddo e tagliente di modi, ligio al dovere e onesto fino allo scrupolo,
ma incline al pessimismo, egli assunse la sua carica senza entusiasmo e solo dopo che il senato
insistette, di fronte alle sue esitazioni, perché egli diventasse imperatore.

Dopo una serie di rivolte militari, sedate da Druso e Germanico, Tiberio aveva proceduto alla
formulazione del suo programma. Dal punto di vista della costituzione egli mantenne il
programma di Augusto ma aumentò l’autorità del Senato, con cui voleva un’intima
collaborazione, e perciò tolse ai comizi, il potere di eleggere magistrati e lo affidò al Senato.
Non volle oneri speciali e fuggì dal culto della sua personalità, proclamandosi uomo degno di
esser trattato da uomo, mentre nelle finanze riuscì a portare il bilancio a buone condizioni.

Nelle province ritenne necessario evitare estensioni di confini e mandò Germanico ad


effettuare tra il 14 e il 17 d.C. alcune spedizioni punitive in Germania, per ripristinare il
prestigio delle armi romane, per poi richiamarlo nel momento in cui, inorgoglito, tentò
conquiste oltre il Reno; Germanico venne poi mandato in Oriente a mantenere l’ordine.
Tiberio, conscio che il nipote Germanico fosse un uomo ambizioso e irrequieto, lo fece
controllare dal governatore di Siria, Pisone, nella sua spedizione in Oriente, e ne sorse uno
scontro tra i due. Quando Germanico nel 19 morì, si pensò ad un suo avvelenamento e molti
credettero che questo fatto non fosse estraneo all’imperatore, che forse aveva voluto
agevolare la successione del figlio Druso.
Pisone si sottrasse alla condanna con il suicidio, confermando i sospetti sull’imperatore: è
probabile che il tutto fosse falso ma non mancò di sollevare l’opinione pubblica contro Tiberio.
Sorse allora la figura di Elio Seiano, prefetto del pretorio.

Nel frattempo Tiberio continuava la sua politica, soprattutto estera ma emergeva con
chiarezza che non aveva più gusto al comando: lasciò mano libera a questo prefetto del
pretorio e nel 26 abbandonò Roma per ritirarsi a Capri, dove vi morirà anni dopo.
Tuttavia, Seiano non poteva considerarsi padrone visto che Tiberio continuava a far sentire la
sua volontà con numerose lettere. Seiano voleva succedere al trono di Tiberio, e per farlo
doveva eliminare il figlio di Tiberio, Druso (avvelenato nel 23 da Seiano), e la vedova e i figli
di Germanico, coinvolti in un numero copioso di intrighi da parte di coloro che volevano
speculare sulla pretesa uccisione di Germanico: Tiberio fu persuaso a far condannare
Agrippina e il figlio maggiore Nerone alla relegazione all’isola Pandataria, un terzo figlio fu
segregato a Roma e il terzo, Caligola, scampò alle condanne perché troppo giovane per
oscurare Seiano.

La potenza di Seiano giungerà al culmine quando, nel 30, Tiberio gli conferirà la potestà
proconsolare e nel 31 lo nominerà come suo collega e console. Nonostante ciò, il prefetto del
pretorio commise l’errore di voler affrettare la successione, congiurando contro Tiberio:
Tiberio aprii gli occhi, fece sostituire Seiano e lo condannò a morte assieme a coloro che
avevano agito con lui; sotto Tiberio i processi di lesa maestà divennero più frequenti.

Poiché la famiglia di Germanico continuava a dar sospetti Tiberio si inasprì contro di loro, che
si lasciarono tutti morir di fame per la disperazione ad eccezione del più giovane, Caligola.
Come successore Tiberio aveva solo il figlio del figlio di Druso, Tiberio Gemello, considerato
però troppo giovane; adottò quindi Caligola, conscio del fatto che se anche non si fosse curato
di lui, il Senato e il popolo, per l’affetti che conservavano alla memoria del padre Germanico,
lo avrebbero voluto imperatore. Sebbene Tiberio fosse una persona scrupolosa e incapace di
decidere prendendo decisive posizioni, lasciò nelle mani di Caligola un impero ben consolidato
contro tutte le ribellioni; ma aveva inasprito le relazioni del potere imperiale con il Senato.

CALIGOLA (37–41 D.C.)


Nominato imperatore anche grazie all’aiuto del prefetto del pretorio Macrone, Caligola non
continuò l’opera di Tiberio, che prevedeva una collaborazione con il Senato, ma procedette
all’instaurazione ad una sorta di monarchia assoluta, distaccandosi dalla tradizione augustea:
egli voleva non il rispetto della tradizione romana, ma l’introduzione di elementi orientali come
il culto divino del sovrano e dei suoi congiunti. L’impopolarità di Caligola crebbe non solo per
questi motivi, ma anche per l’abitudine a spese senza misura, che misero in condizioni
imbarazzanti le finanze romane, già assestate con fatica da Tiberio.

A questa impopolarità cercò rimedio con alcune spedizioni militari, come il progetto della
conquista della Britannia e una avanzata in Germania, senza concludere nulla di buono e
cadendo nel ridicolo. Cominciarono le congiure: alcune furono scoperte; ma infine una,
organizzata dall’ufficiale Cherea, riusciva a sorprendere Caligola e a ucciderlo nel 41, dopo
poco più di tre anni di regno.
- CLAUDIO (41–54 D.C.)
Avendo Caligola fatto uccidere il cugino Tiberio Gemello, non esisteva più alcun appartenente
alla famiglia Giulia in grado di succedergli al trono, ad eccezione del fratello di Germanico,
Claudio, che debole di salute e timido tanto da essere ritenuto deficiente, non aveva mai
preso parte alla politica né era stato adottato dalla famiglia Giulia. Nonostante ciò, il Senato,
affezionato alla figura di Germanico, propose Claudio come successore di Caligola rifiutando
qualsiasi altra proposta.

Claudio divenne imperatore a 51 anni, e proclamò di voler ritornare al programma di Augusto


per assicurarsi la fiducia del Senato e dell’esercito: utilizzò diversi espedienti per riavere la
fiducia del Senato, tra i quali la restaurazione di alcuni culti, come quello dei feziali, per
concludere i trattati di pace. Inoltre, restaurò la censura, allontanò da Roma astrologi che
diffondevano dottrine orientali e cercò di sopprimere le prime parvenze di cristianesimo.
Voleva poi render migliore il governo nelle province in modo che fosse meno forte la
differenza di queste con l’Italia, e voleva che il Senato facesse in queste province una politica
non sottomessa al suo volere.

L’aristocrazia romana non era contenta di questi provvedimenti, e ne scaturirono scontri con
singoli cavalieri e senatori, generando la sfiducia di Claudio nei loro confronti: come
provvedimenti abbiamo, ad esempio, l’elezione di senatori tra le fila dei suoi liberti (Narcisso
e Pallante). Egli Diminuì poi l’economia dell’erario di fronte al fisco, allargò il cerchio di
persone tra cui si potevano eleggere i senatori, e per rispetto delle condizioni delle province,
si preoccupò dell’organizzazione dei culti non romani, come quello del dio orientale Attis.

Tuttavia è presente una contraddizione all’interno del governo di Claudio, che gli causò una
certa impopolarità: egli voleva conservare i privilegi dell’aristocrazia romana, ma cercare di
rendere lo stato tutto omogeneo e unitario dal punto di vista dei diritti, inimicandosi così
l’aristocrazia romana che egli voleva proteggere.
Inoltre molte disavventure domestiche colpirono la sua vita: aveva sposato Messalina, dalla
quale ebbe Britannico e Ottavia, che fu costretto a uccidere per la sua immoralità; si sposò in
seconde nozze con Agrippina, figlia di Germanico, che da un precedente legame aveva avuto
Nerone, preoccupandosi di assicurargli la successione a danno di Britannico. Agrippina
persuase Claudio al matrimonio tra Nerone e Ottavia e quando Claudio giudicò che la
successione di Nerone era ormai definitiva, Agrippina avvelenò il marito.

- NERONE (54–68 D.C.)


Nerone aveva solo 17 anni quando salì al potere, e per lui governarono la madre Agrippina, il
maestro Seneca e il prefetto del pretorio Burro. Sin da subito assistiamo ad un
consolidamento della figura dell’imperator,e definita come salvatrice del mondo, a discapito
del Senato, e la cosa diviene palese quando Nerone inizia a governare, mostrandosi come un
uomo di cultura compiacente di poetare e declamare sé stesso.
Nonostante ciò, era anche un immorale, senza affetti profondi, desideroso solo di
primeggiare senza alcun tipo di ostacolo: fece avvelenare il fratellastro Britannico, fece
uccidere la madre nel 59 e allontanò Seneca dal governo nel 62, anno in cui fece uccider la
moglie Ottavia per sposare la donna che amava, Poppea.
Al contempo vi erano problemi ben più gravi, dato che in Partia era sorto un conflitto per il
controllo dell’Armenia, in Britannia era scoppiato un conflitto da parte della regina Boudica e
gli Ebrei insorgevano in Palestina, per il mal governo dei pretori romani.
Nerone poco si preoccupava di tutto questo, visto che poteva avvalersi di abili generali in
grado di organizzargli quelle guerre: ricordiamo Corbulone, che condusse la guerra in Partia
nel 63 ottenendo il riconoscimento del vassallaggio partico nei confronti di Roma, e
Vespasiano, che condusse le lotte contro gli Ebrei, finché fu nominato imperatore e sostituito
dal figlio Tito nella spedizione.

Nerone pensava ad esaltare sé stesso, e nel 66 effettuò un viaggio in Grecia dove, per
esprimere la sua riconoscenza, la liberò dalla condizione di provincia per elevarla al grado di
alleata di Roma, privando quindi la capitale delle entrate greche e aggravando ulteriormente
le finanze romane.
Al ritorno dalla Grecia, Nerone aveva dovuto affrontare diversi moti contro di lui: nel 65
avvenne la congiura Pisoniana (da parte di Calpurnio Pisone), alla quale probabilmente
partecipò Seneca che dovette uccidersi, mentre nel 66 venne scoperta un’altra congiura nella
quale era coinvolto Corbulone, che si uccise a sua volta. Inoltre, nel 64 era scoppiato un
terribile incendio che bruciò gran parte di Roma: la cosa aveva cause occasionali ma Nerone
ne approfittò per costruirsi una dimora estesa e sontuosa, la domus aurea, facendo
inevitabilmente circolare la voce che fosse stato lui ad appiccare il fuoco. Nerone cercò di
liberarsi dall’accusa accusando i Cristiani e perseguitandoli, ma la cosa non bastò a placare il
fermento del popolo.

Non sarebbe bastato se molti militari non fossero insorti: il gallo romanizzato Giulio Vindice
diede il segno della ribellione. Il suo moto venne represso e fu seguito in Spagna da Sulpicio
Galba, a cui aderì Otone, ex marito di Poppea, confinato da Nerone in Portogallo.
Nerone non seppe reprimere questo secondo moto, soprattutto non seppe impedire che i
pretoriani in Italia parteggiassero per Galba, sicché nel giugno del 68 egli si trovò
interamente abbandonato e fu ucciso; il senato proclamava imperatore Galba.

Nerone aveva dunque cercato di riprendere il tentativo di Caligola di instaurare la monarchia


assoluta in Roma; ma aveva portato in questo tentativo una tale inesperienza e inumanità e
ingiustizia, che, per quanto avesse la fortuna di avere generali capaci di condurre guerre
vittoriose e quindi di rafforzare il prestigio dell’imperatore presso l’esercito, non poté
sottrarsi al destino di vedersi ribellare contro il Senato, popolo e infine molta parte
dell’esercito stesso.
CAPITOLO 15: I FLAVI

Durante tutta la serie dei successori di Augusto fino alla morte di Nerone, era avvenuto che
il problema della coesistenza di imperatore, Senato ed esercito non era stato durevolmente
risolto. Togliere l’autorità ai membri dell’aristocrazia senatoria non si poteva perché
rappresentava tutta una tradizione amministrativa, che non poteva facilmente essere
stroncata. C’era poi l’esercito rimasto nel complesso fedele gli imperatori, ma dopo aver dato
prove sufficienti di sapere pensare a se stesso. Da tutto questo complesso di azioni e reazioni
nasceva la situazione del Giugno del 68.

- GALBA, OTONE, VITELLIO (68–69 D.C.)


Galba, giunto in Italia, non riuscì a mantenersi a lungo, dato che il Senato in sostanza era
contento di lui, che si proclamava restauratore della libertà repubblicana, ma egli non fu abile
dimostrandosi severo con i pretoriani e colpendo troppo coloro che erano stati favoriti da
Nerone, e il paradosso fu che finì con l’attirare a sé queste simpatie proprio l’ex marito di
Poppea, Otone.

Egli aveva desiderato di essere nominato da Galba successore: al suo rifiuto si diede
all’opposizione e, approfittando delle amicizie con i pretoriani, fece uccidere Galba e fu
nominato imperatore il 15 Gennaio del 69. Ma già dall’inizio di quel medesimo anno le legioni
del Reno si erano risvegliate e avevano preteso di imporre a imperatore uno dei loro generali,
Vitellio. Nella primavera del 69, due schiere al comando rispettivamente di Cecina e di
Valente penetrarono in Italia nella pianura padana: Otone cercò di sbarrare loro la strada,
presso Cremona, ma fu sconfitto e preferì uccidersi.

Vitellio non fece in tempo a declinare il suo programma che le province d’Oriente
proclamarono che volevano Vespasiano imperatore che, come Vitellio, non guidò il suo esercito
volto alla conquista dell’Italia: mentre il figlio Tito si occupava delle ribellioni giudaiche, egli
stesso occupò l’Egitto e mandò verso l’Italia le legioni guidate da Muciano.
Ma la ribellione si era estesa in Mesia e Pannonia, dove si voleva Vespasiano imperatore, ed le
provincie partirono alla volta dell’Italia, guidate da Antonio Primo (sicuramente ambiva a
qualcosa), anticipando le truppe di Muciano. I partigiani di Vespasiano marciavano su Roma,
dove erano iniziati a scoppiare parecchi scontri e tradimenti contro Vitellio, che venne ucciso
da Antonio Primo nel 69 d.C.: Vespasiano poteva dirsi senza suo merito padrone dell’Italia e
senza rivali.
VESPASIANO (69–79 D.C.)
Vespasiano della famiglia dei Flavi, era il primo imperatore a non appartenere ad una famiglia
patrizia, anzi, egli era il tipico rappresentante dei legionari italici, che al tempo costituivano il
nerbo dell’esercito romano.

Il primo problema che dovette affrontare fu la riforma dell’esercito, per evitare che
avvenissero di nuovo le ribellioni del 68–69, sebbene lui stesso ne fosse uscito favorito e
illeso: sciolse alcune legioni e, per aver soldati più responsabili, escluse gli Italici dalle legioni,
allontanando dunque dall’esercito quella parte di esso che contribuì a formare l’impero.
Tuttavia, nemmeno la parte orientale dell’impero si conformava alla sua politica, e
rimpiangevano la figura di Nerone, dato che uno dei primi atti di Vespasiano fu togliere la
libertà concessa da Nerone alla Grecia, che ritornò a pagare i suoi tributi.

Nel 69 Giulio Civile, nobile dei Batavi, cercò di organizzare una vasta ribellione avvalendosi
delle sue conoscenze presso il servizio militare, volendo sollevare tutta la Gallia contro Roma;
fu necessaria una dura repressione nel 70 per domarlo, ma ciò era sintomo che nemmeno le
legioni in Occidente ispiravano fiducia in Vespasiano.
Pertanto questi volle limitare il reclutamento alle parti più romanizzate delle province: i
legionari venivano scelti tra i centri urbani e se non avevano la cittadinanza romana, la
avrebbero acquistata arruolandosi. Per poi aver un maggior numero di soldati, l’imperatore
favorì la formazione di centri urbani, allargando la cittadinanza a quelle legioni più inclini alla
romanizzazione; il paese da lui preferito fu la Spagna.

Altro problema che dovette affrontare Vespasiano, fu il suo atteggiamento nei confronti del
Senato che aveva poche simpatie per lui visto che favoriva le province. L’ostilità era tanta e
fu incrementata dai filosofi, che furono cacciati dall’Italia, mentre furono puniti o esclusi dal
Senato quei senatori ostili a Vespasiano, che vennero sostituiti da nuovi membri scelti
dall’imperatore, anche nelle file dei provinciali.
Altro problema era quello della successione: Vespasiano designò come suo successore il figlio
Tito, resosi glorioso per aver domato la ribellione giudaica nel 70 e per aver distrutto il
tempio di Salomone.
Altro problema era quello finanziario, dato che Nerone aveva speso senza limiti, e Vespasiano
pertanto adoperò ingenti tasse, sfruttò al massimo i domini territoriali e ridusse le spese,
risanando il bilancio.

Infine c’era la difesa dei confini dell’impero da consolidare. Sappiamo che i romani non si
erano mai del tutto ritirati sulla sinistra del Reno: essi avevano sempre tenuto qualche testa
di ponte anche a destra. Ora Vespasiano fece occupare una vasta zona, detta campi decumani,
pressappoco tra l’odierna Heidelberg e il lago di Costanza, cingendo questa zona, come del
resto la linea transrenana occupata, con un imponente sistema difensivo, l’inizio di quello che
sarà il limes di Domiziano.

Concludendo, Vespasiano inizia un’era nuova nella storia dell’impero romano, caratterizzata
dalla sempre maggiore importanza delle provincie, dalla loro intensa romanizzazione e dai
lavori per assicurarne le difese; egli fu uno dei più mirabili organizzatori dell’impero romano.
- TITO (79–81 D.C.) E DOMIZIANO (81–96 D.C.)
A Vespasiano succedette, secondo le previsioni, il figlio Tito. Il suo regno di nemmeno tre anni
è povero di avvenimenti importanti, ma Tito lasciò ottimo ricordo di sé, a tal punto da essere
definito delizia del genere umano, per la mitezza e umanità e per il suo sforzo di andare
d’accordo con il Senato. Di particolare importanza è ricordare che egli eresse il Colosseo,
spianando una parte della domus aurea di Nerone e, sempre sotto di lui, avvenne l’eruzione del
Vesuvio che distrusse Pompei, Ercolano e Stabbia.

Molto più importante è il regno del fratello Domiziano che generò non poco odio visto che
cadde in una congiura ordita dai suoi stessi compagni fidati.
Domiziano amò esser definito come esplicito padrone dell’impero facendosi chiamare dominus
e deus, facendosi nominare censore perpetuo per eleggere e dimettere a suo piacimento i
senatori, appoggiandosi alla propria armata di cui ne aumentò il soldo e perseguendo tutti gli
oppositori, in particolare i filosofi. Durante il suo regno fece di tutto per ridare autorità ai
vecchi culti di Roma, in particolare Minerva e Giove, e perseguitando gli Ebrei tra il 93 e il 94,
poiché il loro proselitismo aveva trovato seguaci perfino in alcuni suoi congiunti.
In altre parole, voleva però sottomettere la maggior parte delle forze dello Stato.

Altrettanto notevole è l’opera di Domiziano nelle provincie. In Britannia estese il dominio


romano oltre la Scozia, fortificando i nuovi territori acquisiti. Questo sistema difensivo ebbe
particolare successo in Germania, dove allargò il dominio romano al di là del Reno,
trasformando i comandi di basso e alto Reno in due province vere e proprie: qui vi istituì il
limes romano (confine), cioè un sistema di palizzate e fosse, interrotto da torri di guardia e
fortezze e accampamenti di soldati, che definivano il confine romano, impedendo nel modo più
preciso che i barbari riuscissero a valicarlo; l’opera di Domiziano venne perfezionata e
allargata da Adriano, facendo del limes il maggior baluardo dell’impero romano.

Domiziano fu meno fortunato nella campagna contro i Daci, guidati dal re Decebalo, contro i
quali Domiziano fu costretto a riconoscere l’indipendenza della Dacia e a comprarne la
benevolenza con un forte tributo annuo. Ciò contribuì a far crescere il malcontento
nell’aristocrazia romana: Domiziano cadde pertanto in una congiura di aristocratici nel 96.
(Una visione d’insieme dei possedimenti durante il regno di Vespasiano; si noti il Limes);

(Le provincie dell’Impero romano al tempo della massima espansione – Regno di Traiano).
CAPITOLO 16: DA NERVA A COMMODO

- CARATTERI GENERALI DEL SECONDO SECOLO DELL’IMPERO


Con Domiziano si era avuto l’ennesimo scontro tra Senato e imperatore: il Senato era geloso
del proprio prestigio visto che le cariche più importanti erano destinate ai suoi membri e
pertanto voleva difenderlo e semmai accrescerlo; Domiziano aveva cercato di domare il
Senato con la violenza e persecuzioni, ma ne era caduto vittima. Il Senato in sé non aveva
molta forza ma i suoi componenti conservarono la propria influenza, in quanto erano normali
esecutori dei comandi dell’imperatore, e questi doveva smetterla di entrare in conflitto con
persone delle quali avrebbe dovuto fidarsi.

Con il successore di Domiziano, Nerva, inizia il periodo più florido di Roma, soprattutto
perché venne ad attenuarsi fino a scomparire il contrasto tra imperatore e senato: gli
imperatori davano garanzie di incolumità e autorità ai senatori, i quali ricambiavano con la
piena collaborazione con lo stato. È un periodo in cui tutti sentono Roma come la propria
patria e le terre lontane guardano a Roma come la ‘madre delle genti’ e pregano affinché duri
in eterno. Questo è anche il periodo in cui procede instancabile l’opera di trasformazione dei
centri barbari città romanizzate, ed è anche il periodo in cui strade, commerci e opere
pubbliche prendono il massimo sviluppo.

- NERVA (96–98) E TRAIANO (98–117)


Il regno di Nerva, già molto anziano, fu estremamente breve, ma pure importante.
Egli si trovò improvvisamente a dover consolidare il colpo di Stato del Senato e aveva contro
di sé i pretoriani di Domiziano: per domarli dovette scendere a patteggiamenti
apparentemente indecorosi. Consapevole che la debolezza del nuovo sistema era il non poter
contare sull’esercito, scelse come suo successore Traiano, un generale molto capace e dalla
grande autorità. Nel suo breve regno, Nerva ebbe il tempo di porre le basi per le istituzioni
alimentari, l’organizzazione per assicurare cibo ai bambini poveri.

Essendo Traiano un comandante militare, voleva lasciar traccia di sé nelle imprese militari,
pertanto riprese quelle espansioni coloniali che erano cessate con Augusto.
In primis venne ripresa l’offensiva contro i Daci che avevano umiliato Domiziano, con il dubbio
se la Dacia dovesse esser punita o conquistata: Traiano optò per la seconda, non a caso anche
per impossessarsi dei possedimenti presenti nelle miniere in Transilvania.
La guerra si svolse in due fasi (101–102 e 105–107), comportando l’annessione della Dacia come
provincia e una sua conseguente romanizzazione (ora infatti si chiama Romania, con un
evidente richiamo a Roma); tutte le fasi della guerra sono descritte nella colonna traiana.

La seconda impresa di Traiano fu il tentativo di sottomettere la Persia tra il 114 e il 117,


impresa che non riuscì a portare a termine a causa delle ribellioni in Oriente degli Ebrei,
dovendosi quindi accontentare dell’annessione dell’Armenia e della Mesopotamia e di far
riconoscere al re dei Parti la supremazia di Roma su tutto il regno. Procedette poi alla
conquista dell’Arabia nel 106 a.C., ponendo quindi l’influenza romana sulle carovane che
dall’Arabia andavano verso l’Oriente.
Tuttavia le varie imprese di Traiano furono effimere: lo stesso Adriano, suo successore, fu
costretto a distruggere in parte quello che creò il suo predecessore per varie necessità.
Nonostante ciò, Traiano deve invece esser ricordato per le sue imprese di pace e
romanizzazione: egli era favorevole a guerre audaci, quanto poco incline a cambiamenti
radicali, pertanto non c’è da stupirsi se fu parco nell’allargamento della cittadinanza romana,
concedendola ai provinciali. Inoltre, si adoperò al risollevamento dell’Italia, ripopolandola e
proteggendone l’agricoltura, anche attraverso il perfezionamento dell’istituzione alimentare
di Nerva; con Traiano poi i curatores diverranno dei magistrati regolari mettendo fine
all’autonomia dei municipi. L’impero con lui iniziò un lungo periodo di pace e non c’è dunque da
stupirsi se gli fu attribuito il titolo di optimus princeps.

- ADRIANO (177–138)
Adriano fu il successore di origine spagnola di Traiano, il quale incominciò subito a dare
all’impero un indirizzo assai differente da quello impressogli dal predecessore. Siccome le
guerre di Traiano avevano indebolito in forze e finanze sia l’esercito che l’impero, Adriano
optò per un periodo di pace, rinunciando alla conquista della Mesopotamia e alla totale
sottomissione dei Parti, troppo difficili e forti da sconfiggere.
Ciò non significa che Adriano trascurò la fortificazione delle frontiere e la disciplina
dell’esercito: egli trasformò il reclutamento dei soldati in regionale, il che significa che i
soldati di una provincia dovevano combattere per quel territorio o altri vicini, con il vantaggio
di avere soldati che conoscevano il territorio e meno irrequieti perché vicini alle loro famiglie.

Adriano poi si differenziò da Traiano per il suo atteggiamento nei confronti dei provinciali: se
Traiano favorì l’Italia senza allargare di molto la cittadinanza, Adriano favorì i provinciali
accentuando l’importanza degli elementi greci presenti nell’impero. Concesse pertanto la
cittadinanza a molte province e fondò nuove città di istanza orientale e (quindi greche) con la
speranza che potessero contribuire alla solidità economica e militare dell’impero.
L’Italia subì invece l’umiliazione di esser divisa in quattro distretti, ognuna controllata da un
consolare (ex-console): questo era una limitazione all’autonomia dell’Italia e uno scontro con il
Senato, ma Adriano lo ritenne un intervento necessario sia per poter avere tutte le regioni
sotto il suo controllo, sia per imporre quel controllo necessario, viste le precarie condizioni
economiche. Si ricordino anche le costruzioni che Adriano portò avanti, come la villa Adriana
e il Mausoleo in cui fu seppellito, Castel Sant’Angelo.

ANTONINO PIO (138–161) E MARCO AURELIO (161–180)


Antonino, di origine spagnola, fu un imperatore onesto, saggio, privo della genialità di Adriano
ma dall’alto senso morale; Antonino venne detto Pio per il suo zelo religioso verso gli antichi
dei romani. La mitezza caratterizzò ogni suo provvedimento: per non aggravare le tasse fece
rigorose economie, per accattivarsi l’animo del senato abolì la divisione dell’Italia in quattro
zone restituendone l’amministrazione al Senato. Inoltre, non fece vere guerra, ma solo
tentativi di spostare un po’ più avanti i vari confini per costruire un primo limes di difesa
contro i Barbari; anche se quello in Britannia fallì, fu più durevole quello di Germania.

Antonino Pio scelse il suo successore per adozione: Marco Aurelio, anch’egli di origine
spagnola.
Non appena Marco Aurelio salì al trono dovette affrontare la guerra contro i Parti (161–166)
ma non lo fece da solo: si fece supportare da un fidato collaboratore, Lucio Vero, dal 161 al
169. Già in passato abbiamo avuto imperatori che facevano affidamento ad un “aiutante” ma il
caso di Lucio Vero è particolarmente importante, perché per la prima volta vennero attribuiti
così tanti poteri ad un fidato, a tal punto da poter dire che per la prima volta abbiamo un caso
di diarchia a Roma; sarà di fatto un problema perché sarà una della cause scatenanti della
scissione imperiale.

Nonostante Lucio Vero avesse l’incarico della guerra contro i Parti, il vero comandante
dell’esercito fu Avidio Cassio, che ne uscì vittorioso nel 166: nuovamente una parte della
Mesopotamia venne annessa all’impero, mentre Avidio stesso ottenne un grande comando
militare su tutto l’Oriente.
Nel 166, poi, cominciarono anche le minacce sul confine del Danubio: parecchie tribù
germaniche (Marcomanni, Iapidi, Quadi) furono spinte ad invadere i confini romani giungendo
in Italia fino ad Aquileia. Marco Antonio e Lucio Vero sconfissero una ad una queste tribù
costringendole a ritirarsi parecchi chilometri al di là del Danubio, a restituire bottino e
prigionieri ed imponendo la pace nel 175.
Ma due cose impedirono Marco Aurelio di portare a compimento la lotta secondo il suo volere:
un’epidemia che invase l’impero e la ribellione di Avidio Cassio nel 175, il quale si fece
proclamare imperatore in Oriente dai suoi soldati, ma dopo tre mesi cadde. Nel 178 ripresero
le ribellioni germaniche, ma Marco Aurelio morì due anni dopo e il suo successore non continuò
la sua opera.

Per quanto Marco Aurelio cercasse di andare d’accordo con il Senato, rimise l’Italia sotto la
tutela di funzionari imperiali non più di rango consolare ma pretorio, sotto il nome di giuridici.

- COMMODO (180–192)
Marco Aurelio scelse come suo successero non un figlio adottivo ma il figlio naturale,
Commodo, il quale era privo delle intenzioni di seguire le attitudini dei suoi predecessori: egli
era violento, tirannico e amava la brutalità.

Dopo che scoprì una congiura del Senato a suoi danni, operò confische e condanne per poi
appoggiarsi sempre più all’esercito, di cui aumentò il soldo, e dando grande autorità ai
favoriti; aiutò poi le classi più basse, fomentando l’odio nelle classi più alte.
Ritornò dunque ai sistemi tirannici di Nerone e Domiziano e pretese di farsi adorare come
dio, in particolare come Ercole. Come Nerone voleva cambiare il nome di Roma in Neropolis,
così Commodo voleva modificarlo in Colonia Commodiana.
Il malcontento di Roma crebbe decisamente e le province, oppresse da pesi fiscali sempre più
forti, diventarono irrequiete, e infine Commodo venne avvelenato da un proprio ciambellano
(notte del 31 Dicembre 192).

L’impero illuminato degli Antonini, precipitato inaspettatamente nella tirannide, finiva così
tragicamente, e si iniziava un periodo di lotte civili e di profonde trasformazioni sociali.
CAPITOLO 17: I SEVERI
ELVIO PERTINACE (GENNAIO-MARZO 193) E LA SITUAZIONE GENERALE ALLA
MORTE DI COMMODO

Lo stesso prefetto del pretorio che organizzò la congiura di Commodo fece salire al trono
Elvio Pertinace che da subito agì contro le azioni di Commodo, favorendo la classe senatoria.
Ma ben presto i pretoriani si stancarono di lui e lo fecero uccidere e sostituire da Didio
Giuliano che aveva loro offero un imponente donativo. Nello stesso tempo le truppe delle
provincie, non volendo essere da meno dei pretoriani e desiderando assicurarsi particolari
vantaggi col nominare loro un imperatore: in Siria era nominato Pescennio Nigro, in Pannonia
Settimio Severo e in Britannia, Clodio Albino. Di questi tre candidati il più vicino a Roma, e il
più abile, Settimio Severo, riusciva per primo a occupare Roma e a destituire Didio Giuliano.

Si stava verificando la medesima situazione verificatasi alla morte di Nerone, ma ben più
grave, perché duratura: quello che stava accadendo era la perfetta testimonianza che la
collaborazione tra imperatore e senato era in grave declino. Infine, se teniamo conto che
l’esercito era costituito prevalentemente di provinciali provenienti dal mondo rurale, allora
possiamo dire che alla morte di Commodo si attuarono tre fatti: instaurazione di una
dittatura militare, prevalenza assoluta delle province sull’Italia e relativa prevalenza del
mondo rurale su quello urbano più romanizzato.

- SETTIMIO SEVERO (193 – 211)


Settimio Severo, prima di salire al potere doveva sistemare i suoi due temibili rivali.
In primis cercò di accattivarsi il senato rimpiangendo la memoria di Elvio Pertinace, vinse
Pescennio Nigro in Oriente, e Albino in Gallia, mentre nel 196 nominò il figlio Bassiano come
suo successore: il senato ancora un volta non vedeva di buon occhio questa discendenza non
per adozione, e il padre pertanto fece assumere dal figlio il nome assai caro all’aristocrazia
senatoria di Marco Aurelio Antonino; ma questo figlio passerà alla storia con il nome di
Caracalla.

Due furono le guerre che accompagnarono Settimio Severo nel corso del suo impero: una dal
197 al 202 contro i Parti di Pescennio, mentre l’altra dal 208 fino alla morte nel 211 contro i
Britanni; se nella prima vinse senza risultati pari allo sforzo militare, la seconda non fu
portata a termine perché morì nel corso della campagna.

Il regno di Settimio Severo deve esser ricordato anche per le trasformazioni all’interno
dell’impero, dato che egli favorì i provinciali a danno dei pretoriani: permise ai provinciali di
entrare nelle truppe pretoriane, fino ad allora concesse solo agli Italici e mise alle porte di
Roma una legione che servisse da contrappeso alla potenza e prepotenza dei pretoriani.
Poi cercò di spezzare le province in territori minori, di modo che non si venisse a creare un
centro troppo potente attorno ad un unico governatore. Volle, inoltre, una rigorosa distinzione
tra il patrimonio dell’imperatore (il fisco) e quello della sua casa privata, in modo da
aumentare le sue ricchezze, aumentando di conseguenza la potenza della sua famiglia.
Infine l’autorità proconsolare dell’imperatore fu estesa anche sull’Italia.
- CARACALLA (211–217); MACRINO (217–218);
ELAGABALO (218–222); SEVERO ALESSANDRO (222–235)
Il moto di perfetto conguagliamento d’Italia e province giungeva alla più completa
realizzazione con Marco Aurelio Antonino, detto Caracalla, il quale nel 212 concedeva la
cittadinanza romana a tutti i provinciali; questo atto non bastava a dare stabilità al suo regno.
I soldati tornavano ad essere irrequieti e durante una guerra con i Parti il prefetto dei
pretoriani Opellio Macrino uccideva Caracalla e si faceva proclamare imperatore dei soldati.

La famiglia dei Severi reagì prontamente, in quanto Giulia Domna, moglie di Settimio Severo,
aveva parenti in Siria molto ricchi e potenti perché appartenenti ad una famiglia di sacerdoti
del Dio Sole Elagabalo: un nipote, Avito Bassiano detto Elagabalo, fu proclamato imperatore e
riuscì a sopraffare Macrino.
Una volta giunto a Roma, Elagabalo si promosse nella diffusione del culto del Dio Sole e si
abbandonò a ogni forma di misticismo orientale. A causa di questo comportamento di impronta
orientale, vi furono delle tensioni per le quali Elagabalo si vide costretto ad adottare Severo
Alessandro, che lo uccise nel 222. In pratica, Severo Alessandro salì al trono per una
reazione all’orientalizzazione e, su consiglio della madre, favorì il senato.

Per evitare ingerenze militari, diede la prefettura del pretorio al giurista Ulpiano, di rango
senatorio non più equestre, mentre sedici senatori costituirono una specie di supremo
consiglio imperiale; nelle province l’amministrazione del senato era limitata e in ambito
religioso Severo Alessandro era mosso da spirito universalistico, tale da esser favorevole a
tutti i culti, purché lontani dalle tradizioni della classe senatoria.

La crisi con il senato si manifestò in tutta la sua gravità a causa della crisi finanziaria e a
causa del disordine nell’esercito e la sua insufficienza a difendere i confini dell’impero. La
politica estera, inoltre, cominciava a diventare pericolosa per Roma, soprattutto a causa di
una nuova ribellione dei Parti, ora guidati dalla dinastia dei Sassanidi, cioè un’espressione di
un movimento nazionalista persiano, che contribuì a fomentare la rivalità con Roma; nel
mentre i Germani si facevano minacciosi sul Danubio e sul Reno.
Severo riuscì a trattenere gli uni e gli altri, ma cadde nel 235 vittima di una delle tante
sommosse militari del suo regno, in una delle quali era già stato ucciso Ulpiano. Cominciava così
l’anarchia militare.
CAPITOLO 18: L’EVOLUZIONE ECONOMICA E SOCIALE DELL’IMPERO

Con Severo Alessandro siamo giunti ai limiti di un età, in cui la trasformazione lentamente
operatasi nelle condizioni economiche, sociali, politiche, culturali, religiose dell’Impero
durante circa tre secoli, si manifesta bruscamente in quella si suole chiamare una crisi, cioè
uno scatenamento di forze latenti.

- ITALIA E PROVINCE: URBANIZZAZIONE, CITTADINANZA ROMANA


L’ultimo secolo della Repubblica fu caratterizzato da problemi politici e sociali pertinenti
solamente l’Italia, come la proletarizzazione dei contadini e l’estensione della cittadinanza
romana a tutti gli Italiani. Nonostante ciò l’elemento italico dominava ovunque, compatto
ormai per la latinizzazione diffusa in ogni parte della penisola, e non a caso l’ultimo secolo
della repubblica e il primo dell’impero sono i più fruttuosi di letteratura latina; questa
situazione contribuiva anche la decadenza del mondo ellenistico, sia spirituale che economica.

Ma con Augusto si instauro in tutto l’impero una pace, quale l’umanità non aveva mai goduto: la
pax romana sembrerà corrispondere ai più rosei sogni degli utopisti. Se alle frontiere ancora
si conoscevano scontri con i barbari circostanti, nell’interno dell’impero per quasi due secoli si
ebbe poca esperienza di ciò che fosse guerra.
Di qui la rinascita del mondo ellenistico, in particolare in Egitto e Asia, sia nello spirito sia nel
campo economico, insieme allo sviluppo della Spagna, dell’africa e della Gallia, nelle quali si
formarono nuovi centri di popolazione, si iniziarono a coltivare zone prima abbandonate, si
diffusero scuole e abitudini di cultura in ogni parte.
Questa fioritura creava ovviamente una forte concorrenza ai danni dei paesi meno ricchi e
fertili e assistiamo, infatti, ad un declino della Grecia e dell’Italia, la cui produzione agricola
non era in grado di reggere la concorrenza, senza contare il grande flusso migratorio verso i
paesi che sembravano offrire maggiori possibilità di vita e guadagno. La situazione peggiore la
si aveva in un’Italia aggravata dalle crisi, dalle guerre sociali e costretta a subire continui
mutamenti nelle proprietà, a causa delle confische e degli stanziamenti veterani.

La decadenza dell’Italia era, in particolare, molto grave, perché essa era stata la creatrice
dell’Impero e ne formava tuttora la spina dorsale. Nonostante questo continua decadenza, alla
quale gli imperatori cercavano invano di porvi rimedio, i primi due secoli dell’impero si possono
dire di continuo progresso: in quasi ogni angolo del territorio romano vi erano ordine, onestà e
abbondanza di iniziative. Inoltre, i commerci si intensificarono grazie al netto miglioramento
e incentivo delle infrastrutture, che favorirono anche un grande flusso di merce di lusso
dall’Oriente verso l’Occidente, nonostante le difficoltà e i costi del trasporto.
La floridezza venne accompagnata anche da una grande urbanizzazione: iniziavano a crescere
sempre più nuovi centri e attorno agli accampamenti dei soldati, ormai stabili, si vennero a
definire dei villaggi, costituiti da veterani. E anche nei minori agglomerati urbani o assimilati
agli urbani, come i pagi, propriamente cantoni, e i saltus, grandi tenute coloniche
direttamente dipendenti dall’imperatore, non mancava una certa misura di autonomia locale.
Inoltre, la partecipazione alle magistrature locali dava luoghi a privilegi, tra cui la
cittadinanza romana: i decurioni, insieme con i veterani dell’esercito, formavano, oltre ai
membri delle classi senatoria ed equestre, i cosiddetti honestiores, che, a differenza degli
altri (gli humiliores), non potevano subire determinate condanne (schiavitù, bastonatura).

Tuttavia l’uniforme sviluppo dell’impero non significava certo omogeneità, in quanto vi era
infatti un profondo dualismo: la parte occidentale era sottoposta all’influsso italiano, mentre
quella orientale era di influenza ellenistica; vi erano poi delle zone “neutrali”, in cui non vi era
né l’influenza latina, né quella greca. La situazione, poi, si aggraverà nel momento in cui Marco
Aurelio stanzierà entro i confini dell’impero i barbari: saranno sempre nuovi elementi estranei
e difficilmente assimilabili introdotti nello Stato romano.

- SINTOMI DI DECADENZA
Sappiamo che già dal tempo della repubblica l’economia dell’impero romano tendeva alla
costituzione di latifondi, cioè all’accentramento della proprietà in mano di pochi. L’impero
favorì questo processo, perché gli imperatori con le confische si appropriarono di enormi
estensioni di terreno, le cui rendite servirono all’amministrazione dello stato, dato che fino ad
allora il denaro passava regolarmente solo dai paesi conquistati all’Italia, e non viceversa.

Ma l’allargarsi del latifondi significava che sempre maggiore numero di contadini decadeva da
piccolo proprietario a nulla tenente, e l’introduzione degli schiavi nella coltivazione dei
latifondi impedì a lungo che questi proletari vi potessero trovare lavoro. Nonostante ciò, alla
fine delle guerre di conquista diminuì l’afflusso di schiavi e aumentò il prezzo degli stessi:
iniziarono quindi ad esser assunti dei cittadini liberi nei latifondi.
Ma questi coloni furono oppressi dalle condizioni che venivano imposte loro dai proprietari, e
in ispecie dall’imperatore: come al solito accade, sfruttando di più i terreni, la conseguenza è
l’ulteriore diminuzione delle loro rendite e quindi il peggioramento della loro situazione.
Ovviamente si scatenarono ribellioni da parte dei contadini, al punto che essi cercarono di
sfuggire al loro indebitamento progressivo, scappando dai latifondi: e allora il governo li legò
alla terra, imponendo a loro e ai loro discendenti di non allontanarsene; il colono diventava
servo della gleba.

Alla fine del II secolo e ancora più al principio del III la prosperità era ormai un ricordo: le
guerre contro i barbari e le guerre civili avevano provocato gravi distruzioni di ricchezze,
alcune epidemie avevano accresciuto la miseria e l’economia agricola andava a rotoli.
A questo punto, si diffondeva ovunque il pauperismo, al quale gli imperatori cercarono di
venire incontro attraverso la costruzione di collegi di mutuo soccorso (collegia tenuiorum) e
distribuzione gratuita di alimentari ai poveri (alimentationes).

Peggiore era la situazione dei decurioni, costretti a rifondere lo stato delle tasse che i
cittadini non pagavano più. In altre parole, il decurionato diventò un peso insopportabile dal
quale si cercava di fuggire e l’unico rimedio fu l’obbligatorietà del decurionato, per quelli che
erano decurioni e per i loro discendenti e per quelli che avessero censo sufficiente per
assumersene i pesi, creando l’infelice classe dei curiali; esenti dal decurionato erano i membri
della burocrazia imperiale e veterani.
Molto significativa e gravosa fu la crisi monetaria del III secolo dovuta, in primis,
all’eccessivo flusso di capitale per comprare merce di lusso in Oriente, senza considerare che
la quantità di oro e argento non veniva più rinnovata dalle miniere in via di esaurimento. Ne
consegue che si iniziarono a coniare cattive monete, ovvero di bronzo o piombo ricoperte con
uno strato sottilissimo di argento: la causa naturale, oltre all’inflazione, fu che la gente
nascondeva le monete “buone” e pertanto si fu costretti a ritornare a forme di pagamento in
natura quali il baratto.

Anche i soldati ebbero pagamenti in natura e ciò costrinse ad organizzare l’annona militare
per la raccolta delle vettovaglie, e anche a permettere ai soldati di occupare dei campi per
coltivarli e trarne il vitto. Così la crisi economica, per cui lo Stato romano diventava sempre
più povero e quindi aveva sempre meno energie per lottare contro i nemici esterni, dovendo
fare i conti con tanti malcontenti interni, veniva ad agire direttamente anche sulla struttura
dell’esercito.

- IL PROBLEMA DELL’ESERCITO
La crisi dell’esercito fu caratterizzata da due fenomeni in particolare:
 DECADENZA DELL’ARTE MILITARE ROMANA: i centurioni (ufficiali subalterni al
comando delle centurie, in cui si suddividevano le legioni) divennero protectores, cioè
centurioni legati maggiormente all’imperatore. Questo periodo di permanenza al seguito
imperiale, li portava a venir meno al loro compito di istruire l’esercito, il quale venne
messo nelle mani dei campi doctores. Inoltre, l’intero esercito stava diventando sempre
più barbaro, dato che gli Italici vennero esclusi dall’esercito e il reclutamento divenne
sempre più provinciale, provocando una decadenza della qualità dell’esercito;
 DIFFICOLTÀ DI RECLUTAMENTO: il fatto che venissero messe delle milizie sui
confini, generava la mancanza di una milizia difensiva a Roma, pronta a fronteggiare
qualunque pericolo; se poi si tiene conto che Adriano permise il reclutamento militare
regionale e che Settimio Severo permise ai soldati di prender casa vicino
all’accampamento, ne consegue che il soldato divenne più indolente e con poca voglia di
spostarsi, salvo che per tentare avventure a suo vantaggio.
CAPITOLO 19: PROBLEMI SPIRITUALI E DIFFUSIONE DEL CRISTIANESIMO

- LA LETTERATURA E IL DIRITTO
Tra l’ultimo secolo della repubblica e il primo dell’impero si osserva una grande fioritura della
letteratura latina, la quale non risente più del confronto del modello greco, essendo la Grecia
non più un modello ma una cultura assorbita e rielaborata: molti autori non si
comprenderebbero se non fossero confrontati con la letteratura greca, ma al contempo
riflettono la spiritualità romana del tempo.

In particolare, con Augusto la letteratura si fece più seria e dominata da una serie di norme
morali e religiose, non imposte ma corrispondenti alle esperienze delle guerre civili: si
guardava al passato con orgoglio, cercando auspici per l’avvenire.
Poi era sopravvenuto il conflitto tra l’idea imperiale e il repubblicanesimo dell’aristocrazia,
che, quando si appartava dallo stato, cercava conforto nella stoica accettazione della realtà
del mondo così come si presenta, anche quando impone il sacrificio della propria vita; solo con
l’avvento di Nerva avvenne la conciliazione tra aristocrazia e principato, di cui le opere di
Tacito sono la massima espressione.

Solo nel campo del diritto il mondo latino non avrà interruzioni, dato che man mano che gli
anni passavano l’impero aumentava dimensioni e la popolazione si allargava di continuo: a
questo punto bisognava estendere una legislazione univoca che agisse su milioni di persone, le
quali, prima di entrare nel mondo romano, avevano regole proprie.
A partire dal terzo secolo vediamo lo sviluppo parallelo di diritto romano e diritto provinciale,
di cui conosciamo meglio il primo che si venne a definire attraverso l’azione legislativa e lo ius
praetorium o honorarium: nel periodo repubblicano, ogni qual volta che saliva al potere un
nuovo pretore, questi si apprestava a riscrivere i criteri secondi i quali avrebbe governato,
visto che le norme scritte erano molto antiche.

Gli specialisti di questioni giuridiche erano i giureconsulti, i quali, benché semplici privati,
venivano interrogati sulla risoluzione di determinate questioni oppure pubblicavano opere in
cui esponevano la loro interpretazione del diritto; in età imperiale, i giureconsulti furono
spesso anche dei consiglieri dell’imperatore.

La situazione ovviamente cambiò dopo l’editto di Caracalla, quando la maggioranza dei sudditi
ricevette la cittadinanza e quindi dovette sottoporsi a tutte le norme del diritto romano.
La situazione sarebbe dovuta andare così, ma vennero in contrasto le tradizioni secolari del
diritto romano e le condizioni di cose troppo differenti dei nuovi territori conquistati da
Roma. Alla fine si permise il mantenimento delle norme e delle tradizioni provinciali,
inglobandole nel diritto romano e contribuendo alla sua formazione.

Si venne in tal modo anche preparando una scissione interna del diritto romano, che avrà poi
modo di manifestarsi quando Oriente e Occidente si separeranno: si avrà allora un diritto
romano-bizantino redatto da Giustiniano, diverso dal diritto occidentale romano germanico.
- L’ORIENTALIZZAZIONE DELLA RELIGIONE
La religione pagana latina ebbe lunga vita grazie alla sua identificazione con le fortune dello Stato
romano, e lo stesso Augusto iniziò una nuova tradizione religiosa vestendo i panni del pontefice
massimo e associando la dignità imperiale con la tutela degli patrii. Ma varie forze tendevano a
disgregare questo culto romano, e si possono ricondurre alla ricerca di certezze più profonde,
rispetto a quelle che offriva la religione romano, considerata ormai troppo austera e con scarsa
considerazione dei problemi della morte.

Pertanto le crisi economiche e sociali riflettevano una crisi spirituale del mondo classico, che non
riusciva a collocare il destino dell’uomo al di fuori dei contesti dello stato.
Ci fu chi cercò soluzioni nella filosofia, ma questa era una pratica per pochi e soddisfaceva solo in
parte il bisogno di immortalità e diretta esperienza del divino, tralasciando le masse popolari; a poco a
poco gli uomini troveranno nel Cristianesimo quelle risposte relative al bisogno di immortalità e di
maggior presenza della fede.

Tuttavia a dar risposte non vi era solamente il Cristianesimo, ma anche i culti di derivazione orientale
(Demetra, Orfeo, Iside e Mitra), i quali offrivano speranze di vita ultraterrena e miglioravano la
qualità dell’esistenza terrena. Cambiavano anche i rituali e i sacerdoti, che diventavano delle vere e
proprie guide spirituali e non più funzionari che dovevano semplicemente recitare delle formule.
Di derivazione orientale è anche il culto dell’imperatore, che prevedeva l’identificazione completa
dell’imperatore con una divinità, anche se i Romani non la accettarono mai completamente: durante la
vita dell’imperatore veniva venerato il suo genio e la divinità di cui si faceva portavoce, e solo dopo la
sua morte, quando con l’apoteosi si confermava l’ascesa dell’imperatore nella cerchia degli dei, si
ufficializzava la sua figura con una divinità.

- LA DIFFUSIONE DEL CRISTIANESIMO


Il Cristianesimo ebbe grande diffusione perché modificava totalmente i valori nella vita del singolo, in
relazione alla comunità, e offriva la salvezza dopo la morte: quelli che credevano in Gesù e trovavano in
lui la purezza e la forza di rinnovare la vita, sarebbero stati redenti.

Il Cristianesimo nacque in ambiente Ebraico, a mano a mano si distaccò e differenziò da esso, e


proprio quando avvenne questa scissione, nacquero i primi problemi: gli Ebrei godevano di una propria
autonomia religiosa ma rispettavano le norme dell’impero, e con il differenziarsi del Cristianesimo gli
imperatori ritennero che non era possibile che usufruissero delle medesime norme concesse agli
Ebrei, né che ne venissero create delle nuove per loro; questo perché il Cristianesimo era considerato
pericoloso.

Non c’è da stupirsi se iniziarono le persecuzioni contro i Cristiani: le prime si attestarono con Claudio,
in maniera confusa, per poi diventare ufficiali con Nerone, che li accusò dell’incendio di Roma e iniziò
anche a definire i capi d’imputazione delle loro persecuzioni, legati al fatto che si rifiutavano di
accettare il culto dell’imperatore, o perché costituivano con le loro associazioni delle comunità non
lecite. Tali persecuzioni testimoniano che siamo giunti ad un momento in cui il Cristianesimo è forte tal
punto da dover esser distrutto o assimilato, come accadrà con Costantino.

La nuova religione dovette anche confrontarsi con le eresie che nacquero dal suo stesso seno
(Marcionismo, Montanismo, Gnosi), ma ciò non impedì il rafforzamento di una Chiesa unitaria, che vide
in Roma il suo centro principale di diffusione. E la stessa Roma nell’incrociarsi di queste tendenze
assumeva sempre più la funzione di regolatrice e moderatrice con quella tradizione di universalismo,
che ereditava dall’Impero e che continuerà, anche quando la capitale sarà trasportata altrove.
CAPITOLO 20: DALL’ANARCHIA MILITARE ALL’IMPERO CRISTIANO

- PARTI E GERMANI
A causare la decadenza dell’impero non sono solo problemi militari, politici, economici o
religiosi, ma a questi vanno aggiunte forze esteriori, come i popoli confinanti dei Parti e dei
Germani.
Da una parte abbiamo la dinastica partica dei Sassanidi, portavoce della religione di
Zarathustra, che sostituendosi a quella degli Arsacidi, organizzerà una politica offensiva
contro Roma ben più vivace della precedente.
Più minacciosa era la possibilità di penetrazione delle tribù germaniche, ormai autonome, che
spingevano per entrare entro i confini di Roma alla ricerca di nuove terre in cui vivere; a
questa situazione contribuì Roma stessa, perché non essendo in grado di vincere tali tribù, le
confinò al di là del Danubio. I Romani da una parte non riuscirono a contrastare queste
invasioni, ma non si dispiacquero del fatto che un popolo dalle buone doti militari andasse a
ripopolare zone di scarsa densità demografica, dando nuovo vigore all’esercito, a danno però
della ferra disciplina romana. Infatti i Germani furono annessi con diverse modalità entro i
confini dell’impero romano: per la maggior parte divennero federati, cioè una sorta di alleati,
con la differenza che vivevano entro i confini dell’impero.

Lo svolgimento politico ed economico dei Germani, che non fu del resto uniforme per tutte le
tribù, ci giunge attraverso due scritti molto diversi e distanti di 150 anni l’uno dall’altro:
 Cesare, “De Bello Gallico": Cesare ci parla dei Germani come una popolazione in uno
stato di seminomadismo, che viveva di caccia, pastorizia e agricoltura, pertanto la
proprietà fondiaria non poteva esser che rudimentale;
 Tacito, “Germania”: Tacito afferma che la proprietà privata era ormai stabilita e le
tribù si spostavano per pressioni nemiche o per eccesso di popolazione.

Infine, l’unità delle genti nelle tribù era mantenuta dalla politica, in quanto i membri della
tribù costituivano un’assemblea che decretava guerre in comune ed eleggeva per le guerre un
capo, il duce. L’altro legame era quello religioso perché ogni tribù dava importanza particolare
importanza a qualcuna delle divinità naturalistiche che erano patrimonio dei Germani: il
sacerdozio comune tra le tribù rendeva più concreto il legame religioso.

- IL PERIODO DELLE RIVOLUZIONI MILITARI: 1) FINO A DECIO (235–249)


Gli attacchi su Reno e Danubio altro non fecero che rendere più caotica la situazione: i singoli
generali confondevano le loro ambizioni personali con la convinzione di esser ciascuno il solo
capace di risolvere le guerre, alle quali i soldati speravano di sottrarsi sostenendo i loro
generali. L’esercito romano venne così ad indebolirsi, ma per molti altri fattori: crisi
monetaria, presenza di soldati di diverse nazionalità nelle legioni, epidemie. Con l’assassinio di
Severo Alessandro, inevitabile fu la reazione del senato che, difendendo i propri interessi,
difendeva anche quelli dell’Italia ormai in decadenza; il tutto venne interrotto dall’inizio di un
periodo di anarchia militare.
Il successore di Alessandro Severo fu Giulio Vero Massimino che, non essendo nelle grazie
del senato, appoggiò il vecchio proconsole dell’Africa Gordiano I e poi organizzò un governo
tutto suo: 20 senatori (Vigintiviri rei publicae curandae ) furono scelti per preparare la difesa
dell’Italia e tutelare lo stato, e due di questi furono nominati imperatori con parità di poteri,
Pupieno Massimo e Calvino Balbino, il cui potere doveva esser ovviamente limitato da quello dei
18 colleghi.

La cosa ebbe successo perché Massimino fu ucciso dalle sue truppe che passarono dalla parte
del senato. La discordia tra i due imperatori, il fatto che le truppe di Roma favorissero
Gordiano III (figlio di Gordiano I) e i dissidi con il senato, provocarono il crollo dell’intero
sistema, elevando a imperatore Gordiano III. Egli trovò un valido consigliere nel prefetto del
pretorio Timesiteo, e la sua fortuna durò tanto quanto la vita di questi: quando il prefetto del
pretorio, infatti, cadde in una guerra con i Parti, un generale di origine araba, Filippo, si fece
nominare prefetto del pretorio e uccise l’imperatore proclamandosi suo successore.

Nel frattempo, i Goti facevano una delle loro più pericolose spedizioni sul Danubio, e il
governatore della Mesia, Decio, era alla fine del 248 proclamato imperatore dai suoi soldati.
L’anno dopo egli vinceva e uccideva in battaglia, presso Verona, lo stesso imperatore Filippo.

- IL PERIODO DELLE RIVOLUZIONI MILITARI:


2) DA DECIO A GALLIENO (249-268)
Decio dimostrò sia grande attaccamento alla propria provincia illirica che all’impero, infatti si
adoperò sin da subito a perseguitare coloro che rifiutavano la devozione al culto tradizionale
di Roma.
Per farlo si avvalse dell’aiuto di Valeriano, al quale attribuì tutti i poteri civili dell’imperatore
ma non quelli militari per evitare l’usurpazione, attribuendogli poi la potestà censoria, che
comprendeva tutte le branche dell’amministrazione civile; il sistema ovviamente crollò con la
morte di Decio nel 251.

Valeriano divenne imperatore solo nel 253, associandosi il figlio Gallieno, e dovette subito
affrontare un attacco simultaneo dei Persiani e dei Germani: Gallieno si diresse in Gallia,
mentre Valeriano andò verso la Persia, dove venne fatto prigioniero, forse anche a
tradimento, e morì in prigionia.
Tuttavia le province d’Oriente erano meno compromesse da questa umiliazione, rispetto a
quello che ci si poteva aspettare: il principe di Palmira, Odenato, si fece portavoce degli
interessi romani e riconquistò la Mesopotamia, con conseguenti riconoscimenti da parte di
Gallieno.
La morte di Valeriano provocò anche una facile inclinazione alla ribellione da parte dei
provinciali, ognuno dei quali possedeva un proprio usurpatore, ed in Gallia uno di questi,
Postumo, riuscì nel 258 a crearsi un saldo governo, che pretendeva di esser il vero governo
romano e nemmeno la sua uccisione mise fine al movimento da lui iniziato.
In questo caos di certo non si oscurò la figura di Gallieno, protettore della civiltà ellenistica e
amante della filosofia neoplatonica di Plotino, che era ovviamente in disaccordo con il senato,
a tal punto da togliere ai governatori di rango senatorio il comando militare delle province.
Inoltre, si avvalse anche di un corpo d’armata centrale pronto a lanciarsi laddove ce ne fosse
bisogno.
Anche Gallieno cadde sotto una congiura militare nel 268 e al suo posto venne eletto dai
congiurati Marco Aurelio Claudio, detto Claudio II.

- VERSO LA RESTAURAZIONE: CLAUDIO IL GOTICO, AURELIANO, CARO, PROBO


(268–285)
Claudio II venne detto il Gotico perché nel suo biennio di regno, prima di morir di peste,
l’unico fatto che dovette fronteggiare fu un attacco devastante dei Goti, che riuscì a vincere,
creando in questo modo delle condizioni di relativa tranquillità, che permisero al suo
successore, Aureliano, di riunificare il regno. Non appena Aureliano salì al trono dovette
fronteggiare nuove invasioni barbariche che, una volta respinte, lo convinsero a far costruire,
ad opera di cittadini obbligati, delle mura di cinta in molte città, soprattutto a Roma, dove le
mura repubblicane ormai erano inutili.

Subito dopo si apprestò a distruggere lo stato di Palmira, guidato dalla regina Zenobia, vedova
di Odenato, che si era di fatto proclamata padrona dell’Asia romana e dell’ Egitto. Tornato
dall’Oriente, Aureliano poteva con facilità sottomettere la Gallia, perché Tetrico, stanco della
sua posizione precaria, si accordava con lui e gli cedeva i poteri. L’unità dell’impero era di
nuovo costituita e Aureliano decise di sacrificare la provincia della Dacia, che del resto era
già stata abbandonata dai suoi predecessori e occupata dai Goti Occidentali.

Con lui il dispotismo orientalo ebbe una delle sue più significative affermazioni, in quanto si
fece proclamare dominus et deus, e per sua iniziativa il culto del sole venne innalzato a culto
massimo di Roma. Anche Aureliano nel 275 venne ucciso dai soldati mentre si apprestava a
combattere i Persiani, seguendo il destino dei suoi predecessori.

L’unico punto saldo in questo status di caos era il senato, che suggerì un proprio favorito,
Claudio Tacito, che rimase difensore del senato senza però concedergli alcun diritto.
Nonostante ciò, in pochi mesi, Claudio Tacito fu ucciso dai soldati che scelsero come nuovo
imperatore Probo, collaboratore di Aureliano: Probo continuò l’opera di Aureliano, pur essendo
consapevole che servisse una collaborazione con il senato; cadde in una rivolta nel 282.

Gli successe Caro, ma ben presto morì e rimasero come successori i figli Carino e Numeriano:
Numeriano subì le sorti del padre, mentre Carino, che era stato lasciato in Occidente,
dovette fronteggiarsi con il favorito dell’esercito, Valerio Diocleziano, che ne uscì vincitore,
diventando l’unico imperatore (285).
- DIOCLEZIANO E LA SUA SUCCESSIONE (285–312)
Con Diocleziano ritornò sul trono anche la disciplina, ma divenne anche molto più rigido
l’assolutismo monarchico, comprendendo l’adorazione dell’imperatore ed esautorando il senato.
Il suo desiderio principale era evitare il ripetersi dell’anarchia militare e assicurare una
giusta distribuzione di comandi efficienti.

Diocleziano divise, in primis, il potere imperiale tra due imperatori o Augusti, legandosi
dunque a Valerio Massimiano, a cui affidò il governo d’Occidente, e ciascuno dei due Augusti si
scelse un Cesare come aiutante e possibile erede: Diocleziano scelse Galerio e Massimiano
Costanzo Cloro; ai due Cesari veniva riservato un governo speciale nelle province.
Nessuno dei quattro scelse come sede Roma (Diocleziano Nicomedia e Massimiano Milano) ma
in compenso ciascuno dei quattro aveva un proprio territorio, una propria milizia e un proprio
prefetto del pretorio e una milizia centrale.

Le province aumentarono perché quelle esistenti furono scisse in altre più piccole: in ognuna il
potere militare venne affidato ad un dux mentre quello civile a un praeses; le provincie furono
poi radunate in 12 gruppi, detti diocesi, ognuno dei quali messo nelle mani di un vicario,
subordinato a due prefetti del pretorio, ciascuno a capo di una prefettura.

Il sistema di tassazione si basava sull’annona, il contributo in natura che si era già introdotto
per il mantenimento dell’esercito: si prevedevano due imposte, una uguale per tutti e l’altra
misurata sui possedimenti terreni: ciò provocò il ritorno dei servi della gleba, perché solo
legando i contadini alla terra si poteva evitare che fuggissero dalle tasse da pagare.
Diocleziano tentò di ovviare la crisi finanziaria coniando una nuova moneta ma non fece altro
che peggiorare la situazione, e per impedire il rialzo dei prezzi fece pubblicare un calmiere,
che rimase ovviamente inefficace.

Non poteva mancare il tentativo di unità religiosa, resa problematica dal continuo
avanzamento del Cristianesimo e del Manicheismo: Diocleziano operò persecuzioni contro
entrambi, per poi arrivare a definire punibile con la morte qualsiasi cristiano. Qui si può ben
vedere il problema del nuovo regime: la troppa rigidezza che cercava di bloccare il corso dei
fenomeni.
Dopo che i due Augusti (Diocleziano-Valerio Massimiano) si ritirarono, i due Cesari
(Galerio-Costanzo Cloro) divennero Augusti scegliendosi due Cesari (Massimino Daia-Valerio
Severo) sempre con il sistema delle adozioni. Ma ben presto le famiglie si sentirono
trascurate e si vendicarono: morto Costanzo Cloro, i soldati proclamarono imperatore il figlio
Costantino mentre Roma proclamò augusto il figlio di Massimiano, Massenzio.

Accadde che c’erano quattro Augusti (assieme a Galerio e Costanzo Cloro), e alla morte di
Galerio, Costantino e Massimino entrarono in conflitto. Sebbene fosse in minoranza netta e
registrasse iniziali insuccessi, Costantino batté Massimino presso il Ponte Milvio.
- COSTANTINO (312–337)
Con la croce che Costantino si fece incidere sullo scudo abbiamo testimonianza di un
imperatore mosso da un’anima religiosa, in quanto durante un sogno pare che ricevette un
ammonimento divino da parte del Dio cristiano; la sua vittoria non poté che confermargli la
convinzione di essere stato ispirato dalla divinità.
Con Costantino e Licinio, che divenne imperatore in Oriente alla morte di Galeno, ci si trova di
fronte ad un grande fenomeno di tolleranza religiosa, in quanto l’editto di Milano del 313
poneva ufficialmente termine a tutte le persecuzioni religiose e proclamava la neutralità
dell'Impero nei confronti di ogni fede. Sempre a Costantino si deve l’inserimento di autorità
ecclesiastiche in funzioni giudiziarie e il riconoscimento di autorità e autonomia alla Chiesa, a
tal punto da convocare nel 325 il concilio di Nicea per condannare eretiche le varie forme di
scismi; nello stesso concilio venne redatto il Credo Cattolico.

Errore è considerare questo imperatore come mosso solo dal problema religioso, dato che egli
cercò di ripristinare l’unità del potere imperiale, e lo scontro tanto rinviato con Licinio
avvenne nel 324 con una piena vittoria di Costantino, e quindi del Cristianesimo visto che,
nonostante Licinio supportasse il compare con l’Editto di Milano, si appoggiava sempre più alle
forze pagane orientali.

Costantino poi cercò di portare avanti l’opera di riorganizzazione della burocrazia iniziata da
Diocleziano operando modifiche conformi alle esigenze dell’assolutismo, attraverso la
moltiplicazione degli uffici di palazzo e la riduzione della potenza del prefetto del pretorio.
I quattro più alti funzionari di corte divennero il quaestor sacri palatii, con larghe funzioni di
grazia e giustizia; il magister officiorum, capo degli uffici di cancelleria e comandante della
nuova milizia dei palatini, il comes sacrarum largitionum e il comes rerum privatarum, che con
funzioni diverse amministravano la finanza imperiale.
Di altrettanta importanza le riforme dell’esercito: due comandanti supremi erano istituiti,
uno per la fanteria (magister peditum) e uno per la cavalleria ( magister equitum); dall’armata
centrale dei comitatenses, che era accresciuta a spese dei limitanei, erano distinti dei
reggimenti di guardie di palazzo, novelli pretoriani, sotto il nome di palatini.

Infine, per rompere tutti i legami con la tradizione del principato, Costantino spostò la
capitale da Roma a Bisanzio, ribattezzata con il nome di Costantinopoli.
Il tutto avvenne senza immaginare che la Chiesa di Roma avrebbe raccolto a sé sempre più
fedeli: accadde dunque che in Oriente si aveva il fenomeno del cesaropapismo (l’imperatore
controlla la chiesa di cui ne è anche in una certa misura il capo), mentre in Occidente la
Chiesa si affermerà indipendente dallo Stato, come corpo di origine divina.

Tuttavia negli ultimi anni Costantino si avvicinò molto alla dottrina di Ario, non tanto per le
sue teorie quanto perché non riusciva a comprendere perché dovesse esser esclusa. Nel 337
Costantino proco prima di morire si fece battezzare, da un vescovo incline all’Arianesimo.
CAPITOLO 21: IL TRAMONTO DELL’AUTORITÀ IMPERIALE IN OCCIDENTE

- GLI EREDI DI COSTANTINO (337–361)


Sebbene Costantino avesse unificato l’impero, non riuscì a superarne il dualismo di potere e
religione (Occidente cristiano e Oriente con varie confessioni religiose), anzi semmai lo
aumentò facendo di Costantinopoli una seconda Roma. Le cose poi peggiorarono quando
Costantino lasciò il regno spartito tra i suoi tre figli, Costantino II (Gallia, Spagna Britannia),
Costante (Italia, Africa, Pannonia) e Costanzo (Asia e Egitto). Presto Costante divenne il più
forte dato che riuscì ad ottenere il regno di Costantino II dopo averlo ucciso, ma cadde sotto
l’usurpatore Magnenzio che a sua volta cadrà sotto Costanzo, al quale bisogna riconoscere il
merito di aver riunito una seconda volta l’impero (353).

Tuttavia Costanzo sentiva il bisogno di condividere il potere, pertanto nominò come cesare il
cugino Giuliano, che si rivelò un buon generale in grado di ristabilire la sicurezza sul Reno,
nonostante la vita dedita agli studi. Anzi, fu forse fin troppo talentuoso visto che le sue
truppe lo nominarono nel 360 augusto: chiese l’ufficializzazione al cugino, che venne
ovviamente rifiutata, ma quando nel 361 Costanzo moriva, Giuliano venne riconosciuto tale.

- GIULIANO L’APOSTATATA, GIOVIANO, VALENTINIANO E VALENTE GRAZIANO


(361-378)
Si è soliti accompagnare il nome di Giuliano con l’appellativo Apostata, per il semplice fatto
che egli andava controcorrente rispetto a tutta la sua famiglia cristiana, dato che era mosso
da un sentimento pagano, impostato sulla filosofia neoplatonica. Se non perseguitò i cristiani
fisicamente, lo fece psicologicamente allontanandoli da tutte le posizioni importanti che
ricoprivano, come l’insegnamento nelle scuole. Nel suo breve regno (361–63) mentre
conduceva una campagna contro la Persia, riuscì a sistemare le finanze riducendo le tasse di
1/5 e alla sua morte venne eletto dall’esercito Gioviano. Egli si apprestò a trattare la pace con
la Persia, cedendole una parte della Mesopotamia romana; in generale governò con tolleranza
verso tutti durante il suo brevissimo regno (363-364).

Con Valentiniano a Occidente e Valente a Oriente si ritorno ad un impero cristiano, e gli


stessi imperatori si distinsero perché mossi dal sentimento religioso cristiano, che li rendeva
premurosi e volti a tutelare gli umili: vennero pertanto istituiti i defensores plebis, ovvero
avvocati incaricati da ciascuna città di difendere gli interessi degli umili. Essi riordinarono
anche le finanze comunali, prevedendo che fosse il latifondista ad essere responsabile delle
tasse del proprio colono.

Nel 375 morì Valentiniano, al quale successe il figlio Graziano come Augusto, affiancato però
da fratellastro Valentiniano II.
Nel frattempo l’Oriente subiva l’invasione degli Unni che costrinsero i Goti a penetrare
all’interno dell’impero. Valente gli consentì di stare in Tracia, ma questa si rivelò insufficiente
ad ospitarli, pertanto procedettero verso Costantinopoli: Valente reagì intercettandoli ad
Adrianopoli nel 378, anche se in seguito subì una sconfitta che gli costò la vita.; dopo Valente
avremo Teodosio come Augusto.
- TEODOSIO (378–395)
Teodosio cercò di attenuare gli effetti della sconfitta di Adrianopoli del 378, annettendo i
goti entro l’impero, in qualità di federati, e integrandoli nell’esercito, aumentando così la sua
barbarità e anche le tasse, per pagare la ricompensa pattuita. Egli era molto cristianoe
condusse pertanto una politica religiosa in entrambe le parti dell’impero, anche grazie ad
Ambrogio, vescovo di Milano. Sia Graziano che Teodosio rifiutarono non solo la carica di
pontefice massimo, ma cercarono anche di ostacolare il paganesimo, decretandone la fine.

Nel 383 l’usurpatore Magno Massimo uccise Graziano e cercò poi di scacciare Valentiniano II
dall’Italia: fu qui che Teodosio, nel 388, entrò in azione uccidendo Magno Massimo e
restituendo l’Occidente a Valentiniano II, che divenne sempre più legato al Cristianesimo; si
ricordi il massacro di Tessalonica del 390, dopo il quale egli fu costretto a riconoscerlo
pubblicamente, sotto la spinta di Ambrogio, per essere ammesso nuovamente ai sacramenti.
Valentiniano II morì nel 392 e l’esercito nominò suo successore Flavio Eugenio, con il quale si
ebbe l’ultima apparizione del Paganesimo; pertanto la sconfitta di questi per mano di
Teodosio, significò anche una vittoria del Cristianesimo (394). Teodosio morì l’anno seguente.

- LA DIVISIONE DEFINITIVA TRA ORIENTE E OCCIDENTE.


CARATTERI DELLO SVOLGIMENTO DELLE DUE PARTI (395)
Con la morte di Teodosio abbiamo un accentuarsi della divisione tra Oriente, nelle mani del
figlio Arcadio, e Occidente, nelle mani del figlio Onorio e sotto la guida del generale Stilicone.
Con Arcadio abbiamo una continua politica di contenimento chiaramente anti-barbarica, e
quando le necessità portarono l’imperatore a servirsi dei Germani, questi entrarono
nell’esercito, ma sempre subordinati all’autorità imperiale. In Occidente, invece, assistiamo al
fenomeno degli stati romano–barbarici per via dell’insediamento all’interno dell’impero dei
popoli barbari.
Tuttavia però possiamo notare importanti distinzioni tra i due imperi: in Oriente abbiamo
un’economia fondata sul denaro, vista la sua disponibilità, mentre in Occidente abbiamo
un’economia basata sul baratto; in Oriente abbiamo anche una maggior distribuzione di
cariche che evita, come in Occidente, l’accumularsi di troppi incarichi in una sola figura.

Dal punto di vista economico, la legge che imponeva che fossero coltivati anche terreni
confinanti con quelli propri, finiva per esser vantaggiosa perché in tal modo il signore
allargava il suo possedimento, trovando poi il mezzo per liberarsi delle tasse. In tutto l’impero
aveva anche grande estensione il patrocinio: i grandi signori prendevano sotto la propria
protezione i poveri oppressi dalle tasse e ne facevano i propri seguaci; in questo potere
latifondista si ponevano le basi del sistema economico feudale.

L’unica unità che era rimasta era quella legislativa: Teodosio II riunirà in una raccolta tutte le
legiferazioni imperiali sotto il nome di Codice Teodosiano, il quale resterà però molto in vigore
in Occidente, servendo come base dei codici romano barbarici, mentre in Oriente sarà
sostituito dal Corpus Iuris di Giustiniano.
- DAL TRAMONTO DI STILICONE ALL’AVVENTO DI VALENTINIANO III
(406 – 425)
Stilicone liberò l’Occidente da numerosi pericoli, soprattutto dalla doppia invasione dei Goti
nel 401 e nel 405, guidate prima da Alarico e poi da Radagaiso. Nel 406 con l’invasione di
Vandali, Suebi e Alani, insieme alla presenza dell’usurpatore Claudio Costantino, che si
impadronì di Gallia e Spagna, Stilicone rimase ucciso, dopo aver perso la fiducia di Onorio, nel
408. In Oriente ad Arcadio (morto nel 408) succedette il figlio Teodosio II, mentre in
Occidente, l’inetto Onorio si fece affiancare da diversi uomini di fiducia tra cui, Costanzo,
che divenne permanente.

La mancanza di Stilicone si fece sentire subito con l’invasione di Alarico, che si ripresentava
in Italia pretendendo compensi in denaro per i suoi servigi, e dopo diverse semi-offensive per
cercare di avere una risposta, egli procedette al sacco di Roma, che durò tre giorni,
seminando panico e terrore in tutto l’impero. I Goti di Alarico arrivarono anche in Spagna e in
Gallia, portando con se come ostaggio la sorella di Onorio, Galla Placida: il governo imperiale
seppe ben utilizzare i Goti per contrapporli ai nemici che aveva in quelle regioni.
Essi uccisero Giovino che si era sostituito come usurpatore a Claudio Costantino, e in Spagna
massacrarono le popolazioni di invasori: i Goti ebbero dunque il permesso di stare come
federati in Aquitania.

Galla Placidia venne liberata e sposò Costanzo, collaboratore di Onorio, nominato Augusto,
mentre nel 423 morì Onorio. La concordia tra Oriente e Occidente avvenne con il matrimonio
di Valentiniano III, figlio di Placidia e Costanzo, con Eudossia, figlio di Teodosio II.

(I territori dell’impero romano d’Occidente e d’Oriente alla fine del IV secolo)


- LA FINE DELL’AUTORITÀ IMPERIALE IN OCCIDENTE (425–476)
La politica dei decenni successivi fu tanto in Oriente quanto in Occidenti determinata soprattutto
dalle lotte con gli Unni e con i Vandali:
 UNNI. Gli Unni erano capitanati da Attila che ebbe un diverso atteggiamento con le due parti
dell’impero: con l’Oriente era in perenne conflitto, infatti lo sconfisse due volte nel 441 e nel
447 obbligandolo a pagare forti tributi, mentre era in buoni rapporti con l’Occidente, in
particolare con il comandante delle truppe Ezio, di origine germanica. Ad un certo punto i
rapporti tra i due mutarono: Attila volle in moglie la sorella di Ezio, Onoria, e la Gallia, ma di
fronte al rifiuto operò con la sconfitta di Ezio nel 451, per poi procedere l’anno dopo contro
l’Italia. Dimenticò però il suo piano, ovvero esser ostile a solo una parte dell’impero, pertanto
accondiscese all’ambasciata di pace di papa Leone I sul Mincio. Attila morirà nel 453, insieme al
suo impero;

 VANDALI. Questi arrivarono in Africa accettando la richiesta di aiuto del governatore


Bonifazio nel 429, ma non se ne andarono nemmeno ad aiuto ultimato. Roma riconobbe il loro
dominio in Africa ritirando a mano a mano le truppe e con il loro sovrano, Genserico, tentarono
quella pacificazione con l’impero romano che mancò con Attila: nonostante Genserico avesse
sposato una delle figlie di Valentiniano III, l’accordo duraturo mancò. Le ostilità ripresero
quando Valentiniano III venne ucciso nel 455 dalle truppe di Ezio, dato che il primo fece
uccidere Ezio per cercare di riprendersi le libertà d’azione. I Vandali approfittarono del caos
per saccheggiare Roma, per poi diventare padroni del Mediterraneo; l’impero d’Oriente cercò di
distruggerli inutilmente in un attacco del 468, e si dovrà aspettare Giustiniano, una sessantina
d’anni, perché questo avvenga.

La fine dell’impero romano d’Occidente era vicina: in Britannia mancavano truppe di stanziamento
romano, la Gallia era divisa tra Franchi, Visigoti e Burgundi ed inoltre i Germani avevano ormai
costituito dei regni autonomi, i regni romano-barbarici, dove vigeva il codice romano–germanico, che
cercava di mettere in accordo e rispettare entrambe le parti. Se a questo poi si aggiungono miseria e
corruzione, la fine era davvero vicina.

Ad aggravare le cose vi era anche una dignità imperatoria che ormai non contava più, perché priva del
sostegno delle truppe completamente barbarizzate.
In Italia, sparita con Valentiniano III la dinastia discendente da Teodosio, si succedevano gli
imperatori o suscitati dal Senato, come Maiorano, o imposti dall’impero d’Oriente, come Antemio, nei
contrastanti sforzi di assicurare ciascuno il proprio predominio. Nel 474, dopo la morte di Antemio e
una breve parentesi di Glicerio, saliva al trono il candidato dell’imperatore d’Oriente, Giulio Nepote.
Nel 475 il generale Oreste depose Nepote per mettere sul trono il figlio Romolo Augustolo che a sua
volta venne deposto da Odoacre, dopo che gli venne negata la possibilità di un dominio sull’Italia; in
Italia avremo dunque Odoacre, privo del titolo di imperatore, che decretava la fine dell’impero
d’Occidente.

Tuttavia questa affermazione non è corretta: di fatto non esistette mai un impero d’Occidente
perché laddove mancasse un Augusto, avrebbe regnato su tutto il territorio l’altro Augusto; sarebbe,
dunque, più corretto dire che avvenne la fine dell’autorità imperiale in Occidente.

La tradizione imperiale romana continuerà con la Chiesa, la quale sarà l’erede dell’impero di Occidente,
e continuerà in aspetti diversissimi tra di loro e dall’originale ad essere una delle forze più vive della
civiltà medievale.