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STORIA ROMANA

IL «MIRACOLO ROMANO»
Da un piccolo villaggio di pastori e contadini ad un impero che domina per otto secoli su
gran parte dell’Europa occidentale e dell’Oriente.

IL PROBLEMA DELLE ORIGINI


Le origini di Roma sono state narrate da autori della letteratura come Cicerone, Virgilio, Tito
Livio e Dionigi di Alicarnasso, che però scrivono in un’era molto vicina alla nostra, che è quella
Augustea: la tradizione leggendaria, infatti, è codificata e fissata una volta per tutte solo in quel
periodo della storia letteraria, attraverso opere come l’Eneide, nella quale si narra però solo una
delle tante tradizioni leggendarie. Anche Fabio Pittore, il primo storico annalista che visse nell’età
di Annibale (III secolo), trattò la storia delle origini come materia letteraria (aveva usato anch’egli
leggende e testi greci che gli permisero di risalire fino al 400. Pochi sono dunque i documenti certi
che narrano le origini della città di Roma. Si parla invece di varie leggende, da una parte di Romè,
figlia di Telefo, figlio a sua volta di Eracle, che avrebbe fatto di Roma una città Etrusca; si parla
inoltre di Romos, figlio di Ulisse, secondo cui la città sarebbe stata greca.
Non ci sono documenti scritti prima della fine del VII secolo (anche a causa dell’incendio
gallico del 390 che ha distrutto gran parte del materiale). Per questo motivo dobbiamo fare
affidamento soprattutto sulle fonti archeologiche, tra cui i documenti epigrafici, che hanno inizio con
la seconda parte del VII secolo (l’alfabeto apparve fin dal II millenno): ricordiamo la Fibula d’oro
della tomba Bernardini di Preneste (Palestrina); il vaso di Duenos (composto da tre piccoli
contenitori saldati insieme); un cippo quadrangolare in tufo posto sotto la pietra nera nel Foro
(lapis Niger) sul quale compare una iscrizione bustrofedica (databile al VI-V secolo).
A partire dal IV secolo e man mano che si avanza nel tempo le fonti diventano sempre più
numerose, e a partire dal III secolo si aggiungono anche quelle numismatiche.

VIII e VII SECOLO A.C.


L’ITALIA PRIMA DI ROMA
Alla metà dell’VIII secolo l’Italia presentava tutta una serie di popoli o stabilmente stanziati,
oppure ancora in movimento. Tra questi i popoli più importanti furono gli Etruschi e i Greci, che
lentamente hanno influenzato anche i Romani. L’impero commerciale del mediterraneo era nelle
mani dell’Oriente, con i Fenici che avevano le loro basi, e i Greci che fondarono le loro colonie.

POPOLI DELL’ITALIA PRIMITIVA

- substrato mediterraneo pre-indoeuropeo:


i Liguri;
i Sicani, popolazione autoctona della Sicilia spinta verso sud-ovest dai Siculi (parenti dei
cosiddetti Pelasgi1) provenienti dall’Italia nel XII secolo per alcuni, nell’XI per altri (a meno che
Siculi e Sicani non siano della stessa stirpe o proprio identici).

- popoli transalpini (che si sono presentati a seguito di ondate di popoli indoeuropei che hanno
sommerso gran parte dell’Europa, l’Iran e l’india):
i Veneti;
alcune popolazioni celtiche (che si stabiliscono tra il VI-V secolo;
gli Umbri, che furono un tempo il popolo più esteso dell’Italia centrale;
sullo stesso litorale Adriatico, i Piceni che si stabiliscono vicino ad Ancona;
a sud (sopra il Lazio) Sabini e Sanniti, Dauni, Peuceti, Iapigi e Messapi intorno a Taranto;
1
Nome dato ad un gruppo di popolazioni, come gli Entri, Coni, Morgeti e Itali che, secondo una generalizzazione
alquanto esagerata di Dionigi di Alicarnasso, erano tutti di origine Greca (teoria panpelasgica).
ancora, ma sull’altro versante, Lucani e Brutii;
in Italia centrale, invece, il popolo indoeuropeo più importante era quello dei Latini, stabilitisi
tra il Tevere e i Monti Albani;
a nord dei Latini, tra la valle dell’Arno e l’Appennino, nella cosiddetta Etruria, gli Etruschi,
che hanno però origine ignota (tra l’ VIII e il VII secolo i Greci li chiamavano Tyrrhenoi, i Romani
Tusci o Etrusci) e che avevano colonizzato anche alcune zone del nord della penisola, tra cui Felsina
(Bologna), Melpum (Milano) e altre nel sud come Volturnum (Capua) e Pompei, dove si trovano
alcune iscrizioni.

LE LINGUE PARLATE
Regna anche una varietà di lingue, anche se alcune mostrano affinità. È stata confermata dai
linguisti anche l’esistenza di una lingua unica indoeuropea e molto arcaica. Di questa ci sono
alcune parole che hanno conservato la loro origine indoeuropea, e che designano soprattutto nomi
della vita religiosa, della vita costituzionale e familiare (es. rex, flamen, pater, mater).
Oltre al latino, si parlavano altre lingue indoeuropee come il falisco, il veneto, l’umbro e
l’osco (utilizzato da tutti i popoli dell’italia del sud-ovest). Non indoeuropee erano invece il ligure,
il messapico e lo iapigio (che hanno invece affinità con l’illirico).

LA CULTURA ETRUSCA
È una civiltà urbana, che rispetto dunque ai villaggi delle altre popolazioni possiede città con
tanto di mura, costruzioni in pietra, e una federazione di dodici città-stato governate da magistrati
(o eventualmente da un dittatore [mastarna] che agiva allo stesso modo di quello romano).
Inizialmente il popolo era governato dai re, che avevano come simboli i fasci e delle insegne
(la corona d’oro e lo scettro sormontato dall’acquila). La società era patrizia e quasi feudale, da
una parte c’erano infatti dei principes, cioè dei notabili, che detennero il potere finché la plebe non
prese il sopravvento e si affermò con forza, dall’altra c’era anche un’immensa classe servile (gli
schiavi potevano diventare liberti e a quel punto legarsi anche ad una clientela).
Erano materialmente e tecnicamente evoluti, perché praticavano il drenaggio dei suoli ed
erano assai esperti nella scienza idraulica, attraverso la quale irrigavano i campi da coltivare.
L’artigianato era molto praticato, non solo veniva lavorata la ceramica, ma si estraevano anche da
giacimenti e miniere lo stagno, il rame e il ferro (per esempio dell’isola d’Elba) a fini commerciali.
Per quanto riguarda la cultura, la religione era rivelata attraverso libri sacri di profeti, che
davano precetti su come interpretare fulmini e tuoni, su come vivere in città tra gli uomini, su
come analizzare le viscere delle vittime sacrificali, o sulle conoscenze necessarie per la discesa
degli uomini nell’aldilà, che per gli Etruschi era diviso tra un Paradiso ed un Inferno (secondo
influenze orientali e greche) governato da bestie feroci, mezze animali e mezze uomini, spesso
irose, ma che potevano essere placate tramite il sangue di combattenti (da ciò, secondo alcuni
storici, il munus gladiatorium). Vi era anche un pantheon di divinità assimilabili a quelle greche.
L’arte è un altro elemento importante per quanto riguarda gli etruschi, i quali si fecero
influenzare soprattutto dall’arte greca. Tratto distintivo di ogni città etrusca erano le necropoli,
dove si possono notare alcuni elementi stilistici greci, nonché grande ricchezza dei corredi. Si
occuparono anche dell’urbanistica, costruendo strade o ponti, ed edifici templari.
La lingua etrusca non è considerata una lingua indoeuropea, ma si cercano affinità con il
basco, il caucasico o dialetti preellenici, anche perché spesso si incontrano prestiti greci e italici
negli unici documenti che ci sono rimasti, ovvero epigrafi che sono però solo brevi epitaffi
(recentemente sono state scoperte alcune iscrizioni bilingui, in etrusco e punico, a Pirgi). Gli
Etruschi hanno permesso ai popoli della penisola ad imparare a leggere.

INFLUENZA FENICIA NEL MEDITERRANEO


A partire dall’XI secolo a.C. alcuni navigatori fenici avevano effettuato delle ricognizioni
sulle coste africane e spagnole, e anche gli Etruschi, tra l’ VIII-VII secolo attraversarono un periodo
orientalizzante che si tradusse nella presenza in alcune grandi sepolture di oggetti o fabbricati alla
maniera fenicia, o proprio importati dalla Fenicia. Inoltre, è documentata la presenza di mercanti
Fenici anche in altre zone della penisola, come in Sicilia, Sardegna, Malta, ma anche nella stessa
città di Roma, dove tra l’VIII-VII secolo una colonia ha potuto stabilirsi nel Foro Boario.

I GRECI IN ITALIA (CALABRIA) E IN SICILIA


Il popolo greco si stanziò tramite alcune colonie in Italia meridionale, in particolare nella
zona della Sicilia, ma anche in Calabria, dove assai facilmente riuscì a fondare nuove città a partire
dal VIII secolo a.C. Cuma sembra essere stata la città, insieme a Ischia, più antica e più a
settentrione di quelle colonizzate.
In Sicilia i Calcidesi fondarono Nasso; i Megaresi si stabilirono a Megera Iblea; i Corinzi a
Siracusa. Tutti i popoli che già vivevano in quelle zone furono sottoposti a quella che oggi si
chiamerebbe acculturazione, cioè un processo di ellenizzazione, che riguardò in seguito (e in varie
fasi) anche la città di Roma. Tanto più che è stato osservato che la città di Roma fu fondata circa
negli stessi anni di quella achea di Sibari, e la fine della monarchia romana coincide forse non
troppo casualmente con quella della caduta di Sibari. Ciò che è certo è che comunque i Greci hanno
commerciato con Roma fin dal VII secolo a.C., come testimoniano alcuni reperti archeologici
ritrovati nella zona del Foro o sul Palatino.
Fondamentale fu la nascita e lo sviluppo del pensiero pitagorico, nato con Pitagora, che era
emigrato a Crotone (si raccontava che Numa Pompilio fosse stato suo allievo). Questa corrente di
pensiero sarà cassa di risonanza per secoli e secoli, fino all’imperatore Claudio.
Anche la letteratura romana ha ereditato molto dalla cultura greca e dalla Magna Grecia,
tanto più che i primi autori latini vengono da Taranto e dall’Apulia (Livio Andronico e Ennio), o
da Capua (come Nevio), mentre la commedia è stata inventata da Epicarpo, un siceliota.
A causa della densità di città fondate dai Greci, Polibio ( VI secolo) arriva a definire questa
parte dell’Italia Magna Grecia, definizione che sarà poi ripresa da Cicerone.

21 APRILE 753 A.C.


Una data fissata idealmente come quella della nascita di Roma, nonché dies natalis di Romolo
stesso.
Secondo gli autori greci, viene chiamato in causa un re Arcade, Evandro, che sarebbe venuto
a stabilirsi sulla riva sinistra del Tevere dove, accolto dal re degli Aborigeni, si sarebbe poi fermato
sul colle Palatino. Tutto ciò sarebbe accaduto 60 anni prima della guerra di Troia. Evandro stesso,
poi, avrebbe accolto Eracle nel foro Boario. Gli stessi autori greci fanno intervenire anche Enea, che
dopo la caduta di Troia si sarebbe rifugiato nel Lazio.
Secondo gli autori latini (come Fabio Pittore intorno al 200 a.C.), invece, raccontano la storia
di Romolo e Remo, che avrebbero fondato la città su un colle.
Queste leggende si sono combinate prima di essere esposte nella forma definitiva da Tito
Livio e Virgilio, sono incentrate su due personaggi, Enea e Romolo. Enea era figlio di Anchise e di
Venere e avrebbe fondato nel Lazio Lavinio; suo figlio, Ascanio (che i Romani chiamavano Iulo per
consacrarlo antenato dei Giulii) avrebbe invece fondato Alba Longa. Romolo, suo discendente
(alcuni lo considerato nipote di Enea) avrebbe a sua volta fondato Roma. Con il fratello Remo, figli
gemelli del dio Marte e di una vestale albana, sarebbero venuti sulle rive di Alba Longa sulle rive
del Tevere dove avrebbero fondato la città tra il 754 e il 748.

DALLA LEGGENDA ALLA REALTÀ DEI FATTI STORICI


Accade sempre che però alle leggende corrisponda un minimo di verità, e infatti, vicino a
dove si dice per tradizione che sia stata fondata la casa («capanna») Romuli sono stati ritrovati i
resti archeologici di alcune capanne, nonché materiale ceramico, entrambi risalenti alla metà del
VII secolo a.C., momento della fondazione. Di recente, poi, è stato trovato anche un centro abitato
protetto da alcune mura, appartenenti ad un periodo che risale al VIII-VII secolo. Questo tipo di
costruzioni erano attribuite a quell’epoca ancora solo agli Etruschi, e poiché nelle vicinanze (nel
Foro) si trovano anche delle necropoli, che all’interno delle tombe avevano corredi funebri formati
da armi, elmi e addirittura un carro da combattimento, è da ritenere che si trattasse non di antichi
Romani, quanto invece di un popolo guerriero dal quale con delle mura i popoli del Palatino si
erano difesi.

IMPORTANZA DEL LUOGO DELLA FONDAZIONE


Livio stesso mise in evidenza l’importanza della zona dove si sono stanziati i primi contadini
romani, che sfruttarono le terre intorno al Tevere, nonché la strategica isola Tiberina, che
permetteva ai contadini di rifugiarvisi nei momenti pericolosi, nonché di attraversare più
facilmente il fiume intorno agli insediamenti.

CHI ERA REALMENTE ROMOLO?


Lo si diceva figlio di Enea o di Lavinio, re del Lazio, e di una troiana, Romé. Plutarco ci parla
di tutte le varie leggende nella sua Vita di Romolo, confrontandole con quelle del mitico fondatore
di Atene, Teseo. Viene messo in evidenza dagli studiosi moderni come l’eroe che era riuscito a
riunire tutti gli abitanti dell’Attica sia assai diverso dal costruito, artificiale Romolo, che non ha
personalità mitica o storica al di fuori del mito, ed è nato come risposta al fatto che i Romani non
possedevano una mitica «storia delle origini». Romolo non era altro che una posteriore
identificazione con Quirino (Romolo divinizzato, appunto); tuttavia è anche stato sostenuto da
alcuni critici che Romolo potrebbe essere stato anche un possibile capo di bande che vivevano di
pastorizia e brigantaggio, tanto più che il suo dies natalis, il 21 aprile, è anche la data in cui si
celebrava la festa dedicata a Pale, divinità femminile protettrice degli armenti.

I SETTE RE DI ROMA
La monarchia romana sarebbe durata, secondo Fabio Pittore, sette generazioni di 35 anni
ciascuna, ovvero 245 anni divisi in 7 re, a partire dallo stesso Romolo. In realtà anche tutto questo è
stato costruito dai Romani stessi e dalla lunga tradizione storiografica posteriore; elaborati infatti
sono i giochi di dualismo tra «il buono e il cattivo», Romolo e Remo, uno prescelto e l’altro
respinto, l’associazione di Romolo e Tito Tazio che segnano i buoni rapporti tra la civiltà dei
Romani e quella dei Sabini, la successione Romolo/Numa Pompilio, fondatori rispettivamente
della politica e degli aspetti religione. Questi dualismi sono inoltre prefigurazione della diarchia
consolare repubblicana, nonché della divisione tra patrizi e plebei.
I re furono:
- Romolo, romano, fondatore politico;
- Numa Pompilio, sabino, fondatore della religione;
- Tullio Ostilio, romano, fondatore della potenza guerriera;
- Anco Marcio, sabino, che permise la prosperità economica e si preoccupò dei cambiamenti
sociali2;
- Tarquinio Prisco, etrusco;
- Servio Tullio, etrusco;
- Tarquinio il Superbo, etrusco.

CAUSE DELLA FORMAZIONE DELLE LEGGENDE DELLA ROMA ANTICA


Le leggende di questa prima parte della storia romana si sono formate a causa di una base di
folklore italico, al quale si sono aggiunti elementi di storiografia greca, e spiegazioni eziologiche;
da questi elementi si è poi sviluppata una vulgata non sempre coerente.
Dunque Roma non è stata fondata il 21 aprile del 753 a.C., ma è anzi il risultato di anni, secoli
di cambiamenti sul suolo italico e nella zona in cui effettivamente si stanziarono le prime comunità
di pastori che successivamente divennero il grande popolo romano.
Questa società arcaica era di tipo pastorale, ed impose il culto totemico del lupo e il rito
arcaico dei Lupercali (14 febbraio).

2
Nota l’alternanza, nei primi quattro re, di sovrano romano e sovrano sabino.
VI SECOLO A.C.
LA ROMA ETRUSCA
Gli ultimi tre re della monarchia di Roma furono tutti etruschi, in quanto la città rimase in
mano al popolo etrusco per parecchi anni.
Gli Etruschi arrivarono vicino al Tevere nel VII secolo, e ciò è documentato dall’esistenza di
un Vicus Tuscus alle pendici del Palatino. La loro presenza è dunque certa, a differenza dei tre re
(anche i nomi non sono altrettanto costruiti come le figure).

Il loro apporto materiale principale fu:


1) Bonifica delle aree acquitrinose che fece sviluppare l’agricoltura nel Lazio e in Campania, e
fece comparire le prime grandi proprietà;
2) Costruzioni in pietra, a partire dai templi3 che erano ancora in legno, fu pavimentata la zona
del Foro per farne la piazza principale (uno degli elementi distintivi per una città, vedi l’ agorà
greca), e furono anche costruite le mura.

Il vero cambiamento però fu nella organizzazione della città e dei suoi quadri amministrativi e
nelle sue istituzioni politiche e sociali; tali cambiamenti furono favoriti dalle famose (ne parla Livio
così come Dionigi di Alicarnasso) riforme di Servio Tullio, che organizzò politica ed esercito su
base timocratica (il più conosciuto tra i sovrani etruschi, proprio per questo motivo: secondo
alcuni era un ex servo, secondo altri, come l’imperatore etruscologo Claudio, era un condottiero
forse etrusco chiamato Ma starna, cioè dittatore, che si sarebbe reso signore di Roma dopo aver
eliminato il partito dei Tarquini).

LE RIFORME DI SERVIO TULLIO

1)Quadri amministrativi
I cittadini furono distribuiti in curie e tribù, non più etniche ma territoriali (cioè dipendevano
dalla zona in cui uno viveva): tutti erano domiciliati in una certa zona ed erano obbligati a
rimanervi, nonché a pagare delle tasse ( conseguente scomparsa del sistema curiato)

2)Organizzazione sociale
Con il sistema gentilizio le tribù erano divise in 10 curie, quindi c’erano 30 curie, ognuna con
un nome diverso secondo il sistema numerico organizzato da Varrone, che per alcuni rimane un
uomo «ossessionato dalle cifre».
Con Servio Tullio, al sistema curiato se ne sostituisce uno CENSITARIO che era basato sul
domicilio e sulla ricchezza, stabilita attraverso un census (censimento dei cittadini romani liberi e
dei loro rispettivi beni) dal quale derivava una classifica sociale ed una conseguente distribuzione
dei diritti politici in base alla ricchezza. Si esprimeva politicamente attraverso i comizi centuriati,
e in una nuova organizzazione dell’esercito.
La classifica sociale stabilisce 5 classi di cittadini in base alla quantità di assi posseduti (tale
classifica non corrisponde, in realtà, alla ricchezza reale dei cittadini romani dell’epoca, ma
equivale semplicemente ad un valore limite entro il quale rientrava il cittadino con i suoi beni).
Questo sistema ricorda molto quello di Clistene di Atene.

3)Organizzazione dell’esercito
L’esercito romano era formato dagli stessi cittadini che avevano (come ricorda Livio) diritti e
doveri non solo civili, ma anche militari: per questo dovevano praticare la militia, cioè il servizio
militare.
Ciascuna delle cinque classi di cittadini fu divisa in centurie (gruppi di 100 uomini), delle
quali una metà doveva essere di juniores, cioè l’effettivo dell’esercito, mentre l’altra metà
comprendeva i seniores, ovvero le riserve. Armamento e vettovagliamento era a carico del
cittadino stesso, e questo significò che i meno abbienti (capite censi, cioè quelli che non
possedevano altro che la propria testa) non potevano combattere, così come gli schiavi, i liberti e i
cittadini privati dei loro diritti civili.
La classe sociale che possedeva più centurie, dunque più combattenti, era la prima, che ne
aveva 98 (18 cavalieri + 80 fanti).

3
Piano piano i templi si moltiplicarono: sorsero per esempio quello di Cerere e di Libero e Libera tra il 496 e il 493 a.C.
4)Organizzazione politica
La centuria era non solo unità di combattimento, ma anche unità di voto. Questo faceva sì
che la prima classe detenesse la maggioranza dei voti, per questo i comizi centuriati sono
dominati dai più ricchi, tuttavia vi erano alcuni aspetti che attenuavano tutto ciò:
*l’esistenza del patriziato, cioè di una nobiltà ereditaria che viveva circondata da clienti
protetti da un padrone in cambio della fides;
**la potenza della monarchia etrusca, che impediva che fossero prese delle decisioni come
durante la repubblica perché il re aveva comunque l’ultima parola su tutto, o spesso i comizi erano
convocati solo per acclamare progetti regi, riuniti in armi al suono della tromba (questa
accentuazione militare dipende essenzialmente dall’ultima parte della monarchia, che risultò
infatti abbastanza violenta).

TARQUINIO IL SUPERBO E LA FINE DELLA MONARCHIA A ROMA


- Salì al potere contro la volontà dei patres;
- Impedì la sepoltura di Servio Tullio (atto fortemente sacrilego);
- Istituì una sua guardia del corpo armata formata da stranieri e Romani;
- Fu ostile nei confronti della aristocrazia;
- Mise su un potere in cui era l’unico a prendere delle decisioni importanti per lo stato (al
massimo lo faceva con qualche consigliere personale);
- Annodò alleanze con altre famiglie, anche straniere;
- Fu attento a far accrescere lo splendore della città in modo da accattivarsi il popolo.

Tutte queste informazioni che ci dà Dionigi di Alicarnasso ci mostrano tutte le motivazioni


per cui Tarquinio il Superbo fu considerato alla maniera dei tyrannoi greci. Ma il suo ultimo atto di
tracotanza fu la violenza contro la nobile Lucrezia, che spinse Lucio Giuno Bruto, secondo quanto
racconta Tacito, a «stabilire la libertà e il consolato». Lucio Giuno Bruto è in realtà un personaggio
costruito che non ebbe nulla a che fare con l’espulsione dei Tarquini, che fu invece il risultato della
decadenza etrusca, di un risveglio dei popoli italici e di movimenti interni in Magna Grecia.
La partenza di Tarquinio il Superbo da Roma è dovuta all’intervento del re di Chiusi
Porsenna. Tarquinio morì a Cuma nel 495 a.C., e con lui anche la monarchia etrusca. La nascita
della Repubblica è invece il risultato di un sussulto dell’aristocrazia (meglio dire del patriziato) di
Roma contro la dominazione straniera e tirannica.
Da questo momento a Roma sarà sempre un tabù pronunciarsi sulla monarchia, e le
istituzioni repubblicane furono costruite evitando che si potessero ripresentare periodi in cui il
potere era concentrato nelle mani di uno solo.

RELIGIONE ROMANA ARCAICA


Nel calendario liturgico più antico e importante, quello di Anzio (datato tra II e il I secolo
a.C.) ci sono menzionate alcune festività di origine italica e pre-etrusca. L’archeologia invece ci
mostra che c’era una zona consacrata allo spazio religioso pubblico, sostituito poi dalla Regia,
associato ad un luogo sacro dedicato a Vesta. La persona del re, inoltre, si nota che era associata in
modo stretto alla religione.

Prima degli etruschi:


Plinio notava che i primi romani erano più sensibili al mistero della presenza divina. Come
altri popoli del mediterraneo credevano all’esistenza di forze misteriose superiori, i numina, e
consideravano la Terra (Tellus, Terra Mater) la generatrice di ogni forme di vita (in lei deponevano i
loro defunti). A questi tempi risale probabilmente un calendario che divide il tempo in dies fasti
(consacrati all’azione) e dies nefasti (consacrati alla divinità) per rendere efficace il lavoro dei campi
e le battaglie.
Anche gli antichi romani dovettero venerare gli animali, ma non fino al punto che si possa
parlare di totemismo. Il capro incarnava il dio Fauno, e in occasione dei Lupercali (14 febbraio) i
devoti coperto il ventre con pelle di capro facevano una processione intorno al Palatino.
In Giove Lapis si riconosce la selce che uccide e la pietra del fulmine; in Giove Terminus il
cippo di delimitazione.
Si trattava di una religione pratica, naturalistica e terrena. Piano piano, attraverso influssi
prima italici, poi etruschi, e poi greci, la religione ebbe modo di mutare.

**Componenti italiche
- Corrente indigena-mediterranea dominata dalle divinità telluriche della fecondità, sia
femminili che maschili; Quirino si dice dominasse prima i colles sabini del mons chiamato in
seguito Quirinale; sul Campidoglio, invece, c’era Saturno 4, al quale era anticamente consacrata
tutta l’Italia, anticamente chiamata, appunto, Saturnia.
- Corrente indoeuropea che ha posto (secondo Dumézil) alla testa del mondo divino dell’antica
Roma la triade arcaica Giove-Marte-Quirino (il cui culto era collocato sul Quirinale), dove Giove è
divinità del cielo luminoso, Marte quella combattente e dei guerrieri, e Quirino dio della pace e
della prosperità.

**Componenti etrusche
Agli Etruschi si deve l’istituzione di un culto pubblico, basato su:
1) la fecondità (verso le greggi, la famiglia e soprattutto la terra) stimolata dai riti dei Pallia (in
onore di Pales, divinità pastorale) e dei Lupercalia (in onore di Fauno, divinità pastorale) e i
Saturnalia che inaugura il «ciclo cerealicolo»;
2) la vittoria che si ricercava attraverso le danze dei Salii, le corse dei cavalli e la purificazione
delle armi e delle trombe di guerra , mentre in ottobre era segnata la chiusura della stagione di
guerra attraverso nuovi sacrifici lustrali;
3) la morte, per la quale si celebravano riti in onore dei defunti nel mese di febbraio, che era
anche quello delle purificazioni.
Per quanto riguarda la religione privata, essa si organizza intorno ai Lari, ai Penati e a Genio.

**Componenti greche
A partire dal VII-VI secolo sono penetrate a Roma influenze greche (difficilmente distinguibili
da quelle etrusche) come il culto di Minerva e dei Dioscuri dal Lazio, e di Cerere dalla Sicilia.
Ci fu inoltre una spiritualizzazione dei riti e del pensiero determinata dal pitagorismo,
tanto che la religione romana di quest’epoca risulta assai diversa da quella del VI-V secolo.

RELIGIONE ROMANA TRA IL VI-V SECOLO


La triade primitiva Giove-Marte-Quirino viene sostituita da quella capitolina Giove-
Giunone-Minerva, il cui culto fu collocato sul Campidoglio, considerato collina sacra di Roma.
Così, Giove (in etrusco Tinia e in greco Zeus) diventa il signore degli dei: è Optimum, cioè
garantisce l’Ops, l’abbondanza e Maximus, cioè signore del mondo divino e umano. Giunone (in
etrusco Uni, sposa di Tinia, e in greco Hera) è Iuno regina, divinità delle donne. Minerva, infine, è la
greca Athena che domina sulle arti ed è dea dell’intelligenza (e dell’attività spirituale).

LE FESTE DEL CALENDARIO ROMANO


45 feste annuali sono ordinate nel calendario, che era formato da calende (il primo giorno del
mese), none (il 5 o il 7) e idi (il 13 o il 15). Le feste erano classificate in cicli, e si andava da quello
guerriero a quello dei morti e delle lustrazioni, da quello agricolo a quello pastorale.

L’ORDINE DEI SACERDOZI


I sacerdozi controllano l’ordine delle feste e l’osservanza dei loro riti. Questo ordine, che la
tradizione vuole sia stato creato da Numa Pompilio, è individuale o collegiale e gerarchico. Una

4
Nella mitologia, era stato detronizzato dal figlio Giove: trasposizione mitologica dell’avvento dei popoli indoeuropei.
delle cariche gerarchiche più importanti è quella del pontifex maximus, che dirige il collegio dei
pontefici e che diverrà poi il più alto responsabile della religione romana.
A fianco dei pontefici operano inoltre due collegi: le Vestali e gli auguri, che osservavano e
interpretavano il cielo; e gli aruspici, introdotti dagli Etruschi, erano specializzati
nell’interpretazione dei fulmini e nell’epatoscopia, ovvero l’esame delle viscere (del fegato) delle
vittime sacrificali.
C’erano inoltre il collegio degli epuloni, incaricati dei banchetti sacri, e il collegio «degli
uomini incaricati per i sacrifici».

V e IV SECOLO A.C.
DUE SECOLI OSCURI
I due secoli che seguono la cacciata dei Tarquini sono oscuri, e questo non dipende solo dalla
penuria di fonti (letterarie e archeologiche), ma anche dall’«orgoglio nobiliare» delle gentes che
hanno voluto riscrivere la storia per darsi dei famosi antenati.
La nascita della Repubblica è avvenuta, nonostante tutto, con l’istituzione del consolato e in
seguito alle prime lotte con i popoli del Lazio: tra il 450 e il 390 Roma rimarrà in cerca di un
equilibrio, che troverà solo dopo l’organizzazione delle sue istituzioni politiche e
nell’organizzazione sociale, con la formazione di una nuova «nobiltà».

FASTI CONSULARES
Intorno al 296 a.C. i pontefici iniziarono a redigere delle registrazioni pubbliche di cronaca
annuale, gli Annales, con la lista dei magistrati eponimi che servirono come date. Per il periodo
precedente i pontefici si inventarono di sana pianta una lista che conteneva «pseudo-antenati» dei
grandi personaggi del tempo. Livio, infatti, racconta la storia della Roma delle origini in maniera
incoerente proprio per questo: la storia degli inizi della Repubblica è stata dunque falsificata dai
personaggi influenti dell’epoca, che volevano vedere il loro nome associato a quello dell’avvento
della libertas repubblicana.

509 – Partenza di Tarquinio sotto la spinta di Lucio Giunio Bruto.


508 – Guerra contro Tarquinio: intervento di Porsenna dietro richiesta di
Tarquinio stesso; quando Porsenna si impadronisce di Roma, saranno i Latini e
i loro alleati a sconfiggerlo.
501 – Iniziano i conflitti tra patrizi e plebei; verranno eletti solo in seguito
tribuni della plebe inviolabili.
GUERRA CONTRO VEIO
Veio era la potente città etrusca vicina di Roma, con la quale i Veienti si scontrarono nel 476
a.C. sul Granicolo. Roma vince, e sfrutta la sua vittoria. Gli Etruschi saranno poi sconfitti a loro
volta dinanzi a Cuma dai Cumani e dagli alleati siracusani.

PASSAGGIO DA MONARCHIA A REPUBBLICA


La critica ha cercato di distinguere il vero dal falso, ma il problema rimane quello del
passaggio tra monarchia e Repubblica. Dal rex si passa ad un magistrato supremo unico o a gruppi
di magistrati (consoli o pretori).
A Roma sembra che il potere sia stato inizialmente esercitato da un praetor maximus,
magistrato che, in quanto maximus, era tale tra più di una persona sola. Dopo i decemviri ai pretori
si sostituirono i consoli (magistrati annuali e collegiali), innovazione tutta romana, e per questo
istituzione più caratteristica della Repubblica.
Queste trasformazioni sono però avvenute in un clima di guerre e conflitti interni:

**Guerre
Legate a conflitti di frontiera (il territorio romano si estendeva in quel periodo ancora solo
fino a 5 o 6 miglia dalla città), dovuti al fatto che si erano posti problemi di frontiera con tutte le
città latine vicine, ma anche con gli Etruschi e con i Sabini.
- guerra con i Latini, vittoria romana che comporta la stipula di un trattato di alleanza;
- guerra contro i Volsci, con l’aiuto dei Latini e degli Ernici, incuneati tra Equi e Volsci;
- guerra contro i Sabini, le cui incursioni sul suolo romano si erano moltiplicate.
Roma, difendendosi, comincia a stabilire la sua autorità sul Mediterraneo.

**Difficoltà interne
L’espulsione dei Tarquini era stata in parte dovuta all’opera di famiglie patrizie ostili ai
tiranni etruschi, che invece erano appoggiati dalla plebe. Per questo motivo si era ritenuto che le
prime magistrature, in seguito all’instaurazione del nuovo regnum, fossero state ricoperte solo da
patrizi, mentre invece recenti scoperte hanno portato alla luce notizie sul fatto che la plebe si
impose fin da subito (sin dal 509!) come forza politica, ma solo in seguito a molteplici lotte.
***I patrizi: questi ricchi si erano costituiti nella nobiltà senatoria, costituita dalle famiglie
discendenti dei patres, e si assicuravano a titolo ereditario alcuni monopoli, soprattutto religiosi.
***I plebei: erano un gruppo che non apparteneva all’elite senatoria. Parte di questo gruppo,
chi non era né patrizio né cliente di un patrizio, ma anzi piccolo proprietario, artigiano o
commerciante, si trovò di fronte ad alcune difficoltà, come cattivi raccolti, carestie, debiti,
rallentamento dell’attività economica.

CONSOLI PATRIZI E PLEBEI


Tra il 509 e il 486 ci furono 12 consoli plebei: questo mostra che ci furono forti agitazioni
politiche; dobbiamo ricordare la secessione della plebe (sul monte Sacro per alcuni, sull’Aventino per
altri) che sarebbe stata seguita dalle prime nomine dei tribuni (inizialmente due, poi quattro).
Dal 485 al 470, invece, non ci furono altri consoli plebei, probabilmente perché in quel
momento c’era stata una serrata patrizia dovuta all’avvento della potente famiglia dei Fabii (che
precedentemente era stata occupata nella guerra contro Veio).
Fino al 461 a.C. un solo plebeo riuscì a diventare console, sicuramente in seguito ad ulteriori
conflitti interni tra i due schieramenti sociali. Tali conflitti avrebbero portato, a metà del V secolo,
all’avvento del Decemvirato.

LE CONQUISTE DELLA PLEBE


Per ottenere una legislazione scritta e uno statuto che mettesse fine ai privilegi del solo
patriziato i plebei iniziarono una lunga lotta. Secondo la tradizione, la plebe avrebbe organizzato
una assemblea popolare (concilium plebis) sulla base della divisione in tribù (che a quel tempo
erano 4 urbane e 21 rustiche), convocata dai tribuni, e con la quale la plebe prendeva delle
decisioni. Fu poi il tribuno Arsa, sempre secondo la tradizione, ad insistere per ottenere leggi
scritte che fissassero l’imperium, cioè dei limiti per il potere consolare dei patrizi: il patriziato
dovette cedere.

IL COLLEGIO DEI DECEMVIRI


Nel 451 a.C. e poi nel 450 i Fasti Consulares si interrompono per segnalare l’avvento di un
collegio di dieci magistrati straordinari con poteri consolari, incaricati di legiferare al fine di
rendere a tutti uguale libertà.
Poiché in un solo anno non riuscirono a terminare il loro lavoro, che consisteva nel redigere
una costituzione scritta e un codice di leggi, anche nel 450 fu eletto un nuovo collegio, stavolta con
alcuni rappresentanti plebei. Ma se il primo si era comportato in maniera integerrima, il secondo si
approfittò della propria posizione per mantenere il potere. La plebe fu allora costretta ad una
nuova secessione, sull’Aventino, e cacciò i decemviri.
Alla fine dei due anni erano state redatte XII tavole (10 nel primo anno, 2 nel secondo) sulle
quali, secondo Livio, si trovava «la fonte di tutto il diritto pubblico e privato».

LE LEGGI DELLE XII TAVOLE


Le leggi elaborate dai Decemviri furono redatte su XII tavole di bronzo che furono appese nel
Foro e fatte imparare a memoria a tutti gli scolari (così capitò per esempio a Cicerone). Il loro testo
ci è noto da frammenti mutili, e c’è buona probabilità che siano state ispirate alla legislazione
ateniese di Solone, ma anche da quelle della Magna Grecia. C’è chi ipotizza che i testi che
possediamo o sono greci oppure sono redazioni successive al 450, poiché la chiarezza, la
concisione, la sobrietà e l’alto livello di cultura che possiedono non potrebbe essere state raggiunte
in un’epoca ancora così primitiva.
La legge delle XII tavole è la prima lex rogata, ossia «legge votata», dai comizi centuriati.

**Significato delle leggi


Da un diritto consuetudinario si trattava di passare ad uno scritto, fissato, che facesse
trionfare l’uguaglianza dei diritti di tutti i cittadini.

**Contenuti principali
- La società romana si fonda sulla famiglia e la proprietà, e la protezione di questi diritti è
garantita; viene stabilito che dopo un certo periodo la possessio può diventare proprietas;
- Trattandosi di una società primitiva, che vive di agricoltura e allevamento, sono stabiliti i
principali delitti: il furto, il danneggiamento del raccolto, la falsa testimonianza; è organizzata la
tutela dell’ordine ereditario;
- Nella famiglia, il pater familias non ha più potere decisionale su tutta la gens ma solo sulla
famiglia (moglie e figli), ed è ridotto il suo potere; per quanto riguarda i figli, il padre può venderli,
ma solo per tre volte, dopo le quali il figlio è «emancipato», cioè libero;
- La giustizia è resa accessibile per tutti. Nelle dispute, la parte lesa e quella colpevole sono
obbligate a trovare un compromesso. Se l’accordo non è possibile, si può ricorrere alla legge del
taglione. Il ricorso alla pena di morte, invece, è reso più difficile, e la pena deve essere
autorizzata dai comizi centuriati, assemblea sovrana del popolo ( abolizione della giurisdizione
criminale del console, che mantiene invece potere coercitivo, amministrativo e poliziesco);
- Si stabilisce una differenza tra ricchi e poveri, non tra patrizi e plebei;
- È vietato il matrimonio tra patrizi e plebei5 (nelle ultime due tavole).

LE LEGGI VALERIAE-HORATIAE
Nel 449 divennero consoli L. Valerio e M. Orazio che, secondo la tradizione, fecero votare tre
leggi con le quali la costituzione romana divenne patrizio-plebea, poiché tali leggi ufficializzano
le conquiste della plebe:

1) si riconosce l’inviolabilità dei tribuni della plebe;


2) i plebisciti (le decisioni dei concilia plebis) hanno ora autorità ufficiale;
3) i patrizi devono rinunciare all’imperium consolare, e sarà da ora impossibile creare
magistrature senza fare prima appello al popolo.

Quello che ancora non venne regolato era l’accesso della plebe al consolato: nulla lo
impedisce e nulla lo autorizza. Se da una parte il patriziato, fondandosi sulle tradizioni del mos
maiorum («diritto atavico», cioè degli antenati), vuole mantenere il suo monopolio, dall’altra la
plebe si mobilita sempre più per spezzare tale monopolio.
Intanto i patrizi tentano un espediente: alle rivendicazioni della plebe che voleva rivestire il
consolato rispondono con l’istituzione dei tribuni militari, dotati di imperium consolare ma che alla
fine del loro mandato non ricevevano gli stessi privilegi del console (che aveva diritto al titolo
consolare, ad un posto d’onore in Senato, alla toga bordata di porpora e al diritto di esporre le
immagini dei propri antenati).
Secondo alcuni storici l’istituzione del tribunato militare è dovuta soprattutto ad esigenze
militari, in quanto Roma doveva ormai condurre troppe guerre e su molti fronti.

GUERRE TRA ROMA E I SUOI NEMICI


Dal 444 al 290 si sono succeduti una serie di conflitti:

- Contro Veio
La guerra era scoppiata a causa di Fidene, che Veio teneva per controllare la via Salaria e il
commercio del grano tra la Campania e l’Etruria. Roma volle impadronirsi di questo importante
luogo di transito: viene dunque conquistata Fidene e in seguito, dopo un assedio di dieci anni,
anche Veio.

- Le invasioni galliche
Nella prima metà del IV secolo abbiamo la seconda ondata delle invasioni celtiche, che
costituisce un fenomeno storico di grande importanza politica e psicologica. La civiltà dei Galli è
nazionale e conquistatrice, animata da un contadiname attirato dai terreni della penisola, dal sole
delle regioni meridionali e dalla fama delle loro ricchezze. Spinti forse da altri popoli
intraprendono tre spedizioni verso l’Italia:

5
Questa legge sarà considerata «inumana» da Cicerone; la disposizione sarà abolita già nel 445 dalla Lex Canuleia.
1)Sconfitta degli Etruschi a Chiusi, presa di Roma; si accampano nel Foro, ma non riescono
a prendere il Campidoglio; si ritirano minacciati dai Veneti e dalle popolazioni alpine;
2)Presa di Felsina (alla quale danno il nome di Bononia), raggiungono il Lazio ma si ritirano
di fronte ai Romani;
3)Roma viene nuovamente minacciata, ma è salvata dal dittatore Lucio Furio;
successivamente graverà una nuova minaccia, ma stavolta Roma è padrona di tutto il Lazio e della
Campania, e impone ai Galli una pace di 30anni.
Queste battaglie vittoriose per i Romani ebbero come effetti negativi la distruzione di
monumenti e archivi (ricordiamo l’incendio gallico del 390), ma come effetti positivi riuscirono a
rafforzare il morale dei Romani e a radicare nella loro memoria il ricordo del tumultus gallicus, orde
di barbari che combattevano contro tutte le regole stabilite.

- In Campania
Roma fu spinta ad intervenire in Campania dopo aver intimidito la città di Tuscolo, alla
quale aveva imposto un foedus aequum (un trattato di alleanza paritario).

- Guerre sannitiche
Padrona del Lazio, Roma si trovò di fronte ai Sanniti, contro i quali nel 341 (e non nel 343,
come riporta la tradizione) iniziò la prima delle tre guerre, che non furono segnate solo da vittorie,
ma anche da gravi sconfitte per i Romani (nella seconda, per esempio, due legioni romane sconfitte
furono obbligate a passare sotto il giogo nemico  Disastro delle Forche Caudine, 321 a.C.).

341 Queste guerre ebbero come conseguenze, una volta che i


Prima guerra sannitica Romani ottennero la sottomissione dei Sanniti:
327-304 - Capua diviene municipio federato;
Seconda guerra sannitica - si scioglie la Lega Latina e viene creato il porto di Ostia;
298-291 - contatto diretto con le civiltà della Magna Grecia;
Terza guerra sannitica. - primi contatti con la punica Cartagine.

Per quanto riguarda l’ultimo punto: i Cartaginesi erano da tempo in contatto con gli
Etruschi per via del commercio (vedi tavolette di Pirgi, con iscrizioni bilingui puniche ed
etrusche), in particolare erano legati alla città di Cere (di cui Pirgi era il porto). Roma si alleò con
Cere e concluse un trattato con Cartagine (il primo secondo Diodoro Siculo, Livio conferma;
Polibio, invece, data il primo trattato nel 509 a.C.), secondo il quale venivano delimitate le zone
commerciali: Roma poteva commerciare nella Sicilia cartaginese, e non poteva invece in Sardegna
e in Africa (tranne che a Cartagine).

IL COMPROMESSO LICINIO-SESTIO
La situazione politica era alquanto ingarbugliata, e fu aggravata dall’azione di due tribuni
della plebe, Caio Licinio e Lucio Sestio, rieletti per dieci anni consecutivi, che seminavano
l’anarchia boicottando le elezioni e paralizzando l’azione dei consoli con il loro potere di veto. Il
Senato fu allora costretto in più occasioni a fare appello ad un dittatore per migliorare la
situazione. In seguito, accettò le famose leges Liciniae Sestiae del 367 a.C., che risolsero:
- il problema dei debiti con una legislazione contro l’usura e una riduzione dei debiti in corso;
- la questione agraria limitando l’estensione del possesso dei terreni dell’ager publicus (suolo
conquistato e diventato proprietà del popolo romano);
- il problema dell’accesso al consolato, punto fondamentale della riforma: fu ristabilito il
consolato, ma uno dei due consoli poteva essere plebeo.

ORGANIZZAZIONE DELLE MAGISTRATURE REPUBBLICANE


Il patriziato risponde al compromesso precedente attraverso l’istituzione di nuove
magistrature che sottraggono poteri al consolato, ma assai presto anche i plebei ottennero di
accedere alle nuove magistrature. Vennero create:
- PRETURA CURULE: per 1 magistrato con poteri giudiziari;
- EDILITÀ CURULE: per 2 magistrati, incaricati (con edili plebei) dell’approvvigionamento della
città e con compiti di polizia nei mercati;
- DITTATURA: funzione dal potere sovrano, ma effimero perché limitata nel tempo (anche
questa divenne poi accessibile ai plebei).
La plebe finisce così per trionfare ovunque politicamente, e alla fine del IV secolo lo stato
patrizio-plebeo è stato organizzato.

UNA NUOVA NOBILTÀ


Piano piano assistiamo ad un progressivo ma lento declino del patriziato, e all’apparizione di
famiglie patrizie più aperte, come quella dei Fabii, disposte cioè a legami con la plebe.
Contemporaneamente emergono anche famiglie plebee che si arricchiscono in fama e denaro. Si
costituirono allora un «partito di centro» e, nella società, una nuova nobilitas che aveva tra i suoi
avi almeno un ex magistrato curule (edile, pretore, console). Questo fece sì che il Senato cessò di
essere nelle mani dei patrizi.
Le grandi conquiste della plebe si concludono con la grande censura di Appio Claudio Cieco
6
del 312 a.C., durante la quale questo personaggio, rappresentato in maniera icastica dalla
tradizione, si rese celebre per due riforme istituzionali importanti:
- fece ammettere in Senato i figli dei liberti riorganizzando la composizione delle tribù
permettendo ai poveri (humiles) e ai liberti di farvisi iscrivere;
- fece costruire, da Roma a Capua, la Via Appia, che era il simbolo delle mire
espansionistiche di tutti coloro che guardavano alla Magna Grecia ed esaltava la grandezza di
Roma.

ISTITUZIONI DELLA REPUBBLICA ROMANA ALLA FINE DEL IV SECOLO A.C.


A Roma vige una Repubblica aristocratica governata da un Senato che è affiancato da una
serie di magistrati che dirigono lo Stato.
Le magistrature sono state create in base ai bisogni (poiché Roma non aveva una costituzione
scritta), ed erano gerarchiche, specializzate, elettive, collegiali e annuali (così da evitare un
ritorno al potere personale, tirannico).
I magistrati curuli, cioè cum imperio, ovvero i consoli e i pretori, sono eletti dai comizi
centuriati; i magistrati minori (edili, tribuni e questori), invece, sono eletti dai comizi tributi.
Tutti comunque da assemblee popolari.
Le magistrature sono:

6
Fu il fondatore della gens Claudia e il primo a dare alla sua famiglia quel prestigio che ancora la contraddistingueva in
età imperiale.
Dittatura – NON ELETTIVA E NON ANNUALE
Magistratura eccezionale per la sua limitazione temporale. Il dittatore viene eletto dai
consoli su decisione del Senato in un periodo di crisi dello Stato, ed ha funzione civile
(per i compiti militari è assistito da un comandante della cavalleria scelto da lui).
Possiede, per breve tempo, l’imperium dei due consoli, ma il suo potere non annulla
quello delle altre magistrature, che egli però assoggetta alla sua autorità.

Interré – NON ELETTIVA E NON ANNUALE


Altra magistratura straordinaria: se i due consoli muoiono improvvisamente e
brutalmente, l’interré viene incaricato di rieleggere i consoli e di trasmettere loro gli
auspici entro cinque giorni (durata del suo mandato).

Censura
I censori sono 2, rappresentano la più alta autorità morale dello stato e vengono eletti
ogni 5 anni per rimanere in carica 18 mesi. Sono necessariamente ex consoli, ma non
hanno imperium. Si occupano del census dei cittadini e dei loro beni; redigono l’album
senatorium con relativo diritto di escludere per infamia; gestiscono inoltre il patrimonio
pubblico, e in particolare la locazione dell’ager publicus, l’appalto delle rendite
pubbliche, la costruzione e la manutenzione degli edifici, etc.

Consolato – apice del cursus honorum


Anche i consoli sono 2, e possono essere considerati i presidenti della Repubblica.
Hanno imperium domi militiaeque.

Pretura
Il pretore è unico, incaricato della giurisdizione civile (pretore urbano); è affiancato
però da un collega, il pretore peregrino, che si occupa delle liti giudiziarie tra cittadini
romani e peregrini, oppure tra peregrini residenti a Roma.

Edilità
All’inizio gli edili erano plebei, poi sono stati solo patrizi, e poi sono tornati ad essere
anche plebei. Non hanno imperium. Si occupano dell’approvvigionamento della città,
dell’attività di polizia nei mercati, del mantenimento dell’ordine pubblico nella città,
dell’organizzazione dei giochi pubblici.

Questura – primo gradino del cursus


I questori sono 4, e la loro origine risale agli inizi della repubblica. Hanno poteri
finanziari e si occupano dell’amministrazione del tesoro pubblico, l’aerarium.

Tribunato
È una magistratura tutta plebea, molto particolare. Il tribuno deve essere di origine
necessariamente plebea, e dispone di una potestà inviolabile e superiore, ha ius
intercessionis che gli permette di intercedere qualsiasi decisione degli altri magistrati, ius
auxilii che gli permette di aiutare qualsiasi cittadino che si ponga sotto la sua
protezione.

LE ASSEMBLEE POPOLARI
Sono assemblee che raggruppano tutto il populus, ovvero il corpo civico.

- Assemblea curiata
È un vestigio dell’epoca regia, e si riunisce ormai solo per atti formali. Le curie furono presto
sostituite da 30 littori (accompagnatori con una fascia).
- Assemblea centuriata
È la più importante. Rappresenta il popolo diviso in cinque classi di 193 centurie, ciascuna
delle quali costituisce una unità di voto. La prima classe, composta dai cittadini più ricchi, con le
sue 98 centurie, detiene la maggioranza assoluta. Questo privilegio è reso ancora più forte dal fatto
che durante le votazioni, inizialmente erano le centurie dei cavalieri a votare per prime, ma poi, in
una fase successiva, la centuria che sarebbe stata chiamata a votare per prima era estratta tra le
centurie della prima classe. Il voto della prima centuria determinava poi quello delle centurie
successive.
I comizi centuriati eleggevano: magistrati curuli, capi militari, censori; votavano le leggi
importanti come quelle costituzionali, dichiaravano la guerra, etc.

- Assemblea tributa
Riformata da Appio Claudio Cieco nel 312, rappresenta il popolo diviso in tribù non più
territoriali ma personali, e che ormai raccolgono anche gli humiles, ovvero i più poveri (operai e
proletari).
I comizi tributi eleggono i magistrati inferiori e votano i plebisciti, cioè le decisioni prese dai
concilia plebis.

- Concilia plebis
Sono le assemblee della sola plebe che si riuniscono convocate da un tribuno.

IL SENATO
Rappresenta l’assemblea maggiore, e secondo quanto affermò Cicerone nella pro Sestio, «i
nostri antenati fecero del Senato il custode della repubblica».
Era composto da 300 membri, sottoposto al controllo dei censori, che redigevano ogni cinque
anni un nuovo album senatorium, che conteneva la lista dei suoi componenti. I membri di questa
assemblea, chiamati seniores o patres, erano tutti ex magistrati reclutati tra i rappresentanti della
nobilitas (quest’ultima annovera sempre più personaggi aperti verso il mondo esterno italico e
extra-italico).
Il Senato dava il suo parere su ogni questione che gli era sottoposta. Controllava l’attività dei
magistrati, si occupava anche del controllo finanziario, degli affari internazionali,
dell’amministrazione in generale e della giustizia. Regolava, insomma, la politica di Roma.
Il primo a parlare durante l’assemblea era il princeps senatus, patrizio e di rango censorio.
Espresso il suo parere, la sua sententia, tutti procedevano al voto. La decisione era il
senatoconsultum, ed esprimeva l’autorità suprema (l’auctoritas), che vincolava i magistrati.
III SECOLO A.C.
LA ROMA DEL III SECOLO
La città moltiplica i contatti con il mondo greco dell’Italia meridionale determinando una
ellenizzazione sia nell’ambito artistico che religioso, e un coinvolgimento sempre più attivo nella
politica del mediterraneo.

**Economia
Prevale un’economia rurale (di tipo agricolo-pastorale) di sussistenza come in tutte le
società antiche. Molto importante è la nascita di uno stato romano-campano, se si considera la
ricchezza agricola e arbustiva della Campania. Nel Lazio, invece, si pratica soprattutto
l’allevamento di transumanza (in inverno il pascolo viene portato in pianura; in estate invece in
montagna). Sembra prevalere la media e piccola proprietà contadina.

Il grande avvenimento del III secolo, però, in campo economico è la comparsa della
monetazione romana7, la cui nascita attesta lo sviluppo economico di Roma e il nuovo
orientamento della sua economia. All’inizio della guerra contro Pirro si comincia a produrre
moneta, nello specifico la moneta di bronzo (quella in argento si conierà solo nel 269), che si
misurava in assi (asse = unità monetaria). In rapporto con questa creazione dobbiamo porre
l’istituzione dei triumviri monetales, cioè un collegio incaricato della coniazione (aveva sede sul
Campidoglio).

**Società
È in particolare l’alta società romana che sin dal IV secolo aveva iniziato a conoscere delle
significative trasformazioni, sia con la formazione di una nuova «nobiltà», sia con il progressivo
ingresso nella classe dirigente di nuovi personaggi, che mostrano una italicizzazione della nobilitas.
La classe dirigente, dunque, è ora più dinamica, e questo grazie soprattutto all’apporto dei
Campani, che giocheranno un ruolo fondamentale nella politica romana del Mediterraneo e
dell’Italia del sud, tanto che si è affermato che «le prime guerre puniche sono state un loro
affare».

**Esercito
Ha sempre un ruolo determinante nella politica espansionistica della Roma repubblicana: è
rimasto ancora censitario, nazionale e non permanente. A differenza degli eserciti greci, i Romani
non impiegavano truppe di mercenari. Solo alla fine del III secolo avrà l’opportunità di sfruttare
truppe di «alleati», forniti dalle città italiche sottomesse o vicine.
La militia, cioè il servizio militare, continua ad essere un diritto-dovere del cittadino romano,
che durante il periodo delle campagne militari (quindi quello della bella stagione, da marzo a
ottobre) mette insieme le sue forze e la sua armatura per combattere per la salute dello stato.
Solitamente l’esercito era formato da quattro legioni composte da 3000 fanti e 300 cavalieri.
Le truppe erano divise in due armate consolari.
Agli inizi del III secolo Roma ancora non possedeva una flotta.
Polibio riconobbe all’esercito romano due primati: la virtus dei soldati, e soprattutto il loro
addestramento intensivo.

CONQUISTE DELL’ITALIA CENTRALE E MERIDIONALE


In seguito alla terza guerra sannita Roma possiede quei mezzi che le permetteranno di poter
allargare gli orizzonti della sua potenza. Dal 291, dunque, inizia a muoversi per la conquista della
penisola intera.

**Italia centrale

7
La prima moneta, infatti, fu coniata in Asia minore nel VII secolo a.C.
- La Sabina (sempre indipendente, ma zona di transito per soldati e mercanti romani) fu
devastata fino all’Adriatico dal console Curio Dentato nel 290. La regione fu annessa, le città
sabine ricevettero dei precetti che le amministravano; i territori confiscati furono colonizzati.
- I Galli Senoni avevano attaccato Arretium e furono bloccati; questo comportò l’annessione
di gran parte dell’ager gallicus.
- In Etruria, dove le città erano preda di scontri intestini tra aristocratici (sostenuti dai
romani) e democratici; i loro territori sono a poco a poco perduti e le città etrusche vengono ridotte
a città federate (foederatae, cioè legate a Roma da un trattato).
Il territorio romano, dunque, si estende.

**Italia meridionale

-Guerra contro Pirro (280 – 275 a.C.)


Nonostante fosse impegnata su altri fronti, Roma dovette occuparsi anche delle questioni
dell’Italia meridionale: innanzitutto le rivalità tra le colonie greche e i popoli indigeni che esse
non riuscivano a tenere a freno. Questo accadde a Turi, città rivale di Taranto, che per resistere ai
Lucani fece appello a Roma. Quest’ultima stabilì una guarnigione nella città, ma ciò non impedì
alle fazioni locali di continuare a sbranarsi tra loro: c’erano aristocratici filo-romani e democratici
anti-romani alquanto accaniti.
Taranto, che abbiamo detto era rivale di Turi, era una città dorica dal glorioso passato. Essa
invia un esercito a Turi per cacciare via gli aristocratici, partigiani dei Romani. Questo, però, fu il
segnale per Roma di inviare un esercito che distruggesse il territorio tarantino. Dirimpetto, Taranto
chiese aiuto al re dell’Epiro, Pirro. Il giovane sovrano epirota aveva ereditato un regno amplissimo
tra l’Illiria, la Macedonia, la Tessaglia e l’Etolia a soli 23 anni; dopo averlo modernizzato voleva
conquistare l’intera Macedonia, dalla quale però fu cacciato, e si occupò allora di quanto accadeva
a Taranto. Nella mente di Pirro si prospettava l’idea di costituire un regno dal sud Italia alla
Macedonia, dopo aver riunito tutte le città della Magna Grecia.
Sbarcò a Taranto con un certo numero di uomini e di elefanti, che disorientarono i Romani, i
quali infatti inizialmente persero il conflitto in Campania. In seguito, Pirro riscontrò un’altra
vittoria nella regione di Ascoli, della quale però non seppe approfittare (da qui il detto «vittoria di
Pirro»). Seguirono negoziati tra Roma e Pirro e tra Roma e Cartagine per assicurare la protezione
della Sicilia. Ma quando Pirro sbarcò in quest’ultima e penetrò nella parte controllata da
Cartagine, si trovò di fronte oltre che all’esercito cartaginese anche alla rivolta dei Sicelioti
(schiacciati da forti tributi), e non seppe far altro che reimbarcarsi sulla penisola. Fu cacciato anche
da qui, dalle rivolte greche, e se ne tornò in Epiro, lasciando a Taranto una sola guarnigione.
Pirro fu definito «eroe-meteora», e morì colpito da una tegola lanciata dal tetto della sua casa
da una vecchia.

-La presa di Taranto (273-272 a.C.)


Tale guerra permise a Roma di conquistare tutta l’Italia del sud. Taranto era una città ricca,
che aveva una posizione strategica, e questo giustificò le ambizioni di Roma, che vi spedì un
esercito (i Cartaginesi, invece, vi inviarono nello stesso periodo una flotta).
Il comandante della guarnigione epirota ancora lì, Milone, consegnò la città ai Romani a
patto di avere via libera, insieme ai suoi; Taranto ricevette lo statuto di città libera da Roma,
anche se una guarnigione romana vi rimase acquartierata. La cittadella dovette pagare una pesante
indennità di guerra e, durante il trionfo, i consoli sfilarono sul territorio tarantino portando via
tutti i beni, dalle opere d’arte ai ricchi tesori. Roma aveva così sottomesso l’unica città in Italia in
grado di tenerle testa.
A quest’avvenimento fece seguito la sottomissione di tutta l’Italia meridionale indigena, e a
partire da questo momento, il termine «Italia», che prima indicava la Calabria (poi Magna Grecia),
venne esteso alla penisola intera.

CONSEGUENZE DELLA GUERRA CONTRO PIRRO E DELLA PRESA DI TARANTO


Importantissime furono le conseguenze di queste ultime due guerre: Roma e Cartagine,
grazie ai trattati durante la guerra contro Pirro, erano state poste di nuovo l’una di fronte all’altra,
l’una con il proprio esercito di terra, l’altra tramite la sua flotta di mare.

LA NASCITA DELLA LETTERATURA LATINA


Nella seconda metà del III secolo si assiste alla comparsa di quella che Grimal ha chiamato
«la prima generazione della letteratura latina». Nella prima metà dello stesso secolo è stata
preceduta dalla progressiva penetrazione della lingua latina e dall’arrivo di prigionieri di guerra,
ridotti in schiavitù, che hanno portato anche il greco, il quale rimase sempre – come oggi l’inglese –
la lingua dei rapporti internazionali.
Nel 272 (stesso anno della presa di Taranto) Livio Andronico, ancora fanciullo, giunge a
Roma insieme ad altri grecali (come erano chiamati ancora in senso dispregiativo). Egli sarà il
primo a scrivere in latino su argomenti greci: partendo infatti dall’Odissea egli traduce il tutto
presentando Ulisse come un eroe italico, mediatore tra la Grecia e l’Italia. Creerà anche il teatro
latino, sulle base però di leggende greche.

LA RELIGIONE ROMANA DEL III SECOLO


I segni di una ellenizzazione romana si erano già notati nei secoli precedenti: già agli inizi del
V secolo, infatti, erano state introdotte a Roma le divinità di Eleusi (Demetra e Kore), diventate
siceliote, dispensatrici di fertilità. La Cerere romana (Demetra), collocata sull’Aventino, è stata
adottata dalla plebe come sua divinità tutelare (il suo tempio è centro religioso della comunità e
ospita il suo tesoro). In seguito verrà introdotta anche Hera di Argo, altra divinità della fertilità e
immortalità, che porta sempre la melagrana, protettrice come Cerere dei frutti della terra. La statua
di Eracle posta nel Foro Boario aveva anch’essa caratteri tipicamente greci.

Nella prima metà del III secolo l’ellenizzazione romana della religione procede in altre tre
direzioni:
- introduzione di una nuova divinità su indicazioni dei Libri Sibillini: si tratta del dio
Asclepio/Esculapio, che sostituisce l’Apollo medicus latino;
- introduzione di un rito funerario di origine etrusca (e che si era radicato anche in Magna
Grecia): si tratta del munus, combattimento sanguinoso (sarebbe infatti l’antesignano del munus
gladiatorium) che si doveva svolgere sopra la sepoltura del defunto, e con il sangue versato dello
sconfitto il corpo del defunto si rinvigoriva. Il primo fu organizzato a Roma nel Foro Boario, e vi
presero parte tre coppie di combattenti;
- influenza del pitagorismo e dell’orfismo. Quest’ultima è una corrente di pensiero che si
esprimeva in raccolte (su tavolette di legno dette «orfiche») di versi sacri, oracoli o preghiere
attribuiti a Orfeo, una sorta di «passaporto per l’aldilà» che aiutava i defunti a compiere il viaggio
nell’Ade, proprio come aveva fatto Orfeo per cercare di salvare la sua amata.

LA PRIMA GUERRA PUNICA (dal 264 al 241 a.C.)


Questo conflitto che gli antichi chiamarono non a torto «Guerra di Sicilia», si conosce grazie a
Polibio, Livio, Diodoro Siculo e Cassio Dione, che hanno tratto le loro informazioni da un altro
storico, un greco, contemporaneo di Annibale e filocartaginese, ma possono anche aver attinto
dagli Annales di Fabio Pittore.

**Rapporti tra Cartagine e Roma


Cartagine era stata fondata alla fine del IX secolo da Fenici di Tiro, che aveva costruito il suo
regno nell’Africa nord-orientale (nell’odierna Tunisia) nonché lungo le coste africane, nel sud della
Spagna e nelle isole del bacino mediterraneo occidentale, dove costituì i grandissimo impero
mercantile. Proprio per il predominio del Mediterraneo si scontrò con gli interessi romani.
La forza di questa potenza commerciale risiedeva in particolare nella flotta, che usava più
spesso. Per gli scontri via terra, invece, faceva ricorso al mercenariato e agli elefanti, che aveva
desunto dalla guerra contro Pirro.
Roma, per parte sua, era una potenza essenzialmente di terra composta da cittadini ai quali
finalmente si aggiungono contingenti di alleati.
Tra Roma e Cartagine i rapporti furono corretti fino al 272 grazie a dei trattati che, durante
la guerra contro Pirro, per esempio, stabilirono di non concludere un accordo con Pirro; Cartagine
avrebbe inoltre consegnato a Roma navi e denaro per assicurarsi di trattenere Pirro sul suolo
italico.
Nel 273/272 a.C. una flotta cartaginese gettò gli ormeggi dinanzi al porto di Taranto mentre
l’esercito romano dava inizio all’assedio della città, ma non fu per questo motivo che cominciò il
primo conflitto.

**Come nacque il conflitto?


- per motivi economici opposti, legati per Cartagine al commercio e al carattere marittimo
della sua potenza e per Roma ad una nuova politica aperta verso l’esterno;
- episodio di Messina (che fu il fatto scatenante, 264 a.C.): i Mamertini di Sicilia erano assediati
dai cartaginesi, così i Romani (spinti dai Claudii) accettarono di difendere i Mamertini sperando di
raccogliere il loro bottino e desiderosi di assicurarsi i loro interessi commerciali.

**La guerra
Dall’episodio di Messina comincia una lunga guerra di 23 anni, segnata da scontri incerti sul
mare in Sicilia (attorno a Messina, Agrigento e Mylae, cioè Milazzo, dove Roma vinse nel 260 per la
prima volta grazie all’invenzione dei rostri) e poi in Africa, con il fallimento della spedizione
condotta da Attilio Regolo contro il parere di tutti i senatori. Altro scontro marittimo avvenne
nelle acque del tirreno dove, dopo una sconfitta, i Romani ricostruirono velocemente la loro flotta
navale e ottennero la vittoria delle isole Egadi imponendo la pace nel 241 a.C.

**Conseguenze del conflitto


- i Romani possiedono ora tutta la Sicilia, che diventa provincia romana e deve essere
abbandonata da tutti i Cartaginesi;
- a Cartagine, indebolita dalla pesante indennità di guerra e dalla sconfitta, scoppia una
rivolta sociale e la guerra dei mercanti delle quali Roma seppe approfittare per conquistare la
Sardegna;
- per risollevare Cartagine, il generale Amilcare intraprese la conquista della Spagna, dove
organizzò un impero barcide per il quale il suo successore, Asdrubale, fondò Cartagena (cioè
«Nuova Cartagine»), città alla quale diede una struttura monarchica;
- a Roma, invece, frutto della guerra, si è prodotta una flotta navale di 100 quinqueremi e 20
triremi messa a disposizione dei consoli. Inoltre, tecnici e strategici brevettarono il rostrum, uno
strumento che trasformava una battaglia navale in uno scontro tra fanti in mare.

LA SECONDA GUERRA PUNICA (218-201 a.C.)


Roma ha consolidato la sua posizione nell’Italia; si è inoltre stabilita in Gallia Cisalpina 8,
grazie all’occupazione di Mediolanum ad opera di Cn. Cornelio Scipione (che ne aveva dedotto
alcune colonie a cavallo del Po, nonché una rete stradale).
Annibale, invece, erede della dinastia aristocratica barcide, e divenuto stratego di Cartagine,
decide di riprendere la guerra: non curandosi di un trattato, assedia Sagunto9 e Roma è costretta
ad attaccarlo. Il conflitto sarà atroce, e si potrebbe chiamare «guerra annibalica» tanto fu dominato
dalla personalità di questo grande generale avversario.
A differenza della prima guerra, si combatté non solo in Spagna, ma anche sul suolo italico,
considerato sacro, che fu occupato dalle truppe di Annibale che vivevano delle sue risorse. In
seguito, lo scontro definitivo si ebbe in Africa, con la vittoria romana ad opera di Publio Cornelio
Scipione che chiuse le ostilità durante la battaglia di Zama del 202 a.C.

**Prima fase – intervento di Cartagine in Italia


Annibale sperava di sfruttare la rivolta dei Galli Cisalpini per penetrare nel territorio
italiano, ma il popolo era tenuto a bada dal console Publio Cornelio Scipione. In seguito non riuscì
neppure a rivoltare le città dell’Italia centrale, e questo lo spinse fino alla Campania, dove
sperava nella defezione di Capua (che aveva un territorio assai fertile, in cui avrebbe potuto
stanziare parte del suo esercito). Ma le sue speranze andarono presto deluse, anche se nel 216 a.C.
la battaglia di Canne aveva riportato un’importante sconfitta romana.
Tale sconfitta provocò alcune defezioni in tre aree della penisola:
- Capua si schierò con Annibale per recare danno a Roma (un trattato aveva anche previsto
la divisione dell’Italia fra Capua e Cartagine se la guerra fosse stata vinta dai punici);
- in Sardegna gli indigeni si sollevarono, ma fortunatamente tutto fu placato presto;
- in Sicilia la morte del vecchio Gerone II di Siracusa, alleato di Roma, permette ad
Annibale di sviluppare i suoi intrighi. Siracusa viene assediata dai romani inutilmente per otto
mesi. Un esercito cartaginese sbarca in Sicilia e occupa Agrigento, e questo portò ad una rivolta
sull’isola, che ebbe due conseguenze:
***Roma dovette mantenervi un esercito (che probabilmente sarebbe stato più utile altrove);
***la perdita di rifornimento di grano per Roma.
Nonostante le numerose defezioni, il pericolo per Roma non fu mai mortale, perché il resto
dell’Italia le rimase sempre fedele.

**Seconda fase – la riconquista delle città che hanno defezionato


Il principale obiettivo di Roma fu quello di riconquistare la Campania punendo Capua e i
Sanniti: presto la prima fu riconquistata grazie al trinceramento dei consoli intorno alla città
stessa. Secondo Livio, i cittadini eminenti furono o uccisi o messi in prigione, il resto della
popolazione venduta in schiavitù e venne modificato lo statuto della città, ridotta a borgo rurale.
Intanto a Roma il tesoro della città era esaurito, così il console Levino pregò i senatori di
versare nell’erario pubblico il loro oro e il denaro, e così fu fatto. Molte colonie alleate di Roma
erano ormai stanche, e dichiararono la mancanza di uomini e di non poter più collaborare con la
capitale.
Le reazioni romane furono violente nelle zone riconquistate:
- in Campania le città che si erano alleate con Annibale persero i loro territori, che
andarono a costituire l’ager campanus (6000 ettari di terra a disposizione del Senato e del popolo
romano);
- Quinto Fabio Massimo riuscì a riconquistare Taranto, che venne saccheggiata e subì la
stessa sorte di Capua. Questo atteggiamento romano nei confronti di Taranto e Capua pose fine
alle defezioni una volta per tutte;

8
Provincia romana fino al 42 a.C. Zona della pianura padana dal fiume Oglio alle Alpi piemontesi: praticamente
comprendeva l’odierna regione delle Marche, l’Emilia-Romagna, gran parte del Piemonte, della Lombardia e del
Trentino.
9
Si trova in Spagna, sulla costa tirrenica (Spagna Citeriore), proprio di fronte alle isole Baleari, nonché a nord di
Cartagena.
- Claudio Marcello, dopo tre anni di assedio, espugnò Siracusa. Vi fu un enorme saccheggio
e alcune morti, tra cui quella di Archimede, che era impegnato – durante la guerra – a risolvere un
problema di geometria;
- Marco Valerio Levino, invece, prese Agrigento e poi restituì la pace alla Sicilia.

**Terza fase – offensiva romana


Dopo aver assoggettato nuovamente a sé i territori del sud Italia, Roma conobbe altri
momento difficili, come quando arrivarono sulla penisola altri due eserciti cartaginesi di
rinforzo, uno sotto la guida di Asdrubale (che provocò agitazioni in Cisalpina e in Etruria 
vittoria romana del Metauro) e l’altro sotto quella di Magone (che sbarcò in Liguria e fu accolto
molto bene da alcune tribù indigene).
L’avvenimento principale di questa ultima fase fu però lo sbarco in Africa di Publio
Cornelio Scipione10. Si trattò del colpo di genio di un generale ormai già famoso agli occhi dei
senatori grazie alle sue vittorie in Spagna (aveva sconfitto Cartagena). Eletto console, riuscì a
convincere i senatori a consegnargli la provincia di Sicilia con il diritto di passare sul continente
africano.
Scipione partì con due legioni e truppe ausiliarie, e faceva affidamento anche sull’aiuto
del re della Numidia11 Massinissa; egli sbarca ad Utica e nel 203 ottiene una prima, brillante
vittoria sulle truppe cartaginesi, che sono costrette a richiamare prima Magone e poi Annibale.
Mentre si stavano concludendo tentativi di negoziato, Scipione sottopose le sue truppe ad
un addestramento intensivo per adottare una tattica che ricalcava quella degli avversari, e con
l’aiuto della cavalleria numida, il 29 ottobre del 202 sconfisse l’esercito cartaginese a Zama.
La pace fu conseguita nella primavera del 201; Cartagine consegnò tutte le sue navi da guerra
e i suoi elefanti a Roma, e si impegnò a pagare un’indennità di guerra altissima in cinquant’anni,
oltre che a non intraprendere altre guerre senza il consenso preventivo di Roma.

**Conseguenze del conflitto


- contraccolpi finanziari molto forti  Roma si dota di una moneta più leggera che faciliti
gli scambi;
- singolare rafforzamento delle istituzioni: il Senato (anima della resistenza) godette di un
immenso prestigio; decimato dalle prime sconfitte viene reintegrato mediante una lectio senatus e
da questo momento vengono stabilite le regole di reclutamento per l’assemblea 12, e diventato
effettivamente una assemblea di ex magistrati che orienta la politica dei magistrati in carica il
Senato guadagna prestigio;
- la guerra mise in evidenza comandanti militari di grande valore, che ottennero una fama
personale molto alta. Uno tra tutti Publio Cornelio Scipione, il quale assunse per primo il titolo di
imperator e ottenne il soprannome di Africanus;
- la prima guerra di Macedonia.

LA PRIMA GUERRA DI MACEDONIA (215-205 a.C.)


Fu un contraccolpo del secondo conflitto con Cartagine: il sovrano Filippo V volle
approfittarsi delle difficoltà in cui si trovava Roma per ottenere l’Illiria, dove la capitale aveva
stabilito un protettorato. Filippo si accordò con Annibale contro Roma, la quale rispose con
un’alleanza con gli Etoli, nemici della Macedonia. Alla fine, nel 205, fu semplicemente negoziata
la pace di Fenice che permetteva a Roma di mantenere i suoi possedimenti in Illiria, ma
soprattutto di evitare ulteriori aggressioni.

LE CONQUISTE E LE LORO CONSEGUENZE


10
Era stato spedito come proconsole in Spagna ed aveva conquistato Cartagena; controllava Cartagena e Sagunto, che
erano i maggiori porti del Mediterraneo occidentale; aveva posto fine all’impero barcide e costituito un passaggio in
Africa.
11
La Numidia era una regione dell’Africa del nord che si trovava, grosso modo, nell’attuale Algeria, cioè in una zona che
anticamente stava tra i territori controllati da Cartagine (Tunisia) e la Mauretania (attuale Marocco).
12
Si sceglie tra gli ex magistrati curuli (consoli e pretori) per anzianità; poi tra quanti erano stati edili, tribuni e questori.
Il fenomeno storico più importante dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.) è stato il
passaggio da Roma-città a Roma-capitale di un impero territoriale nel Mediterraneo.
Un fenomeno storico essenziale che caratterizzò questo passaggio fu l’ellenizzazione,
attraverso la quale, mentre l’Occidente metteva le mani sull’Oriente, era quest’ultimo a penetrare
nel mondo Occidentale, dando vita ad una koiné culturale greco-romana che poi costituirà la base
per le realtà occidentali future.

IL PROBLEMA DELL’IMPERIALISMO ROMANO


Imperium è parola latina, così com’è originariamente romano il concetto che la riguarda.
Per alcuni storici l’imperialismo romano non è stato offensivo, poiché Roma ha semplicemente
risposto ad attacchi che le sono stati mossi, difendendosi. Il Senato romano, inoltre, non ha avuto
un progetto espansionista.
Per altri storici ancora, invece, le conquiste sono state volute da tutti: dai senatori, avidi di gloria
e delle finanze (necessarie per la loro politica), dai cavalieri attenti allo sfruttamento dei paesi
conquistati, dal popolo attirato dalla possibilità di partecipare alla divisione dei bottini.
Il problema dell’imperialismo, al di là di queste argomentazioni, è stato posto fin
dall’antichità, per la prima volta da Polibio, un greco, deportato in Italia dopo la vittoria di Pidna
(168 a.C.), che ha meditato sulle ragioni del successo romano all’interno della sua opera Storia. Egli
spiega e giustifica la dominazione di Roma grazie alle sue istituzioni che sono equilibrate e
grazie al suo esercito, superiore a tutti gli altri; ma la superiorità maggiore Roma la raggiungeva
– per Polibio – in ambito religioso.
Nella morale politica del tempo, se un popolo era più forte di un altro aveva il diritto-dovere
di allargare i suoi confini e di usare la propria forza per espandersi. Così la maiestas populi Romani,
cioè la «superiorità del popolo romano», legittima l’imperium populi Romano, cioè la dominazione di
Roma.
Sulla scia di Polibio, gli storici fino al XX secolo hanno ammesso un imperialismo
premeditato, volontario, preparato direttamente dai piani del Senato. Ma sono punti di vista
assai criticabili: vista infatti la composizione del Senato romano e l’atteggiamento delle classi
dirigenti, sembra che nessuno a Roma progettasse, alla fine del III secolo, di intraprendere una
politica imperialista (per esempio, durante la prima guerra di Macedonia l’unica preoccupazione
di Roma era quella di contrastare ogni legame tra Filippo V e Annibale). Sarà solo dopo la
battaglia di Zama che Roma inizierà ad interessarsi sul serio agli affari del mondo greco. E di fatto
è lo scoppio della seconda guerra di Macedonia che costituisce la nascita dell’imperialismo
romano.
Tuttavia è giusto dire anche che l’idea era germogliata nella seconda guerra punica
nell’animo di eminenti personaggi come Scipione l’Africano. Ma bisogna sempre precisare che a
far sorgere una tale idea fu lo stesso Annibale che scandalizzò il popolo romano combattendo sul
suolo sacro italico. Si trattava comunque ancora di un imperialismo difensivo, «un imperialismo
che ancora ignorava se stesso».
In questo periodo si trova però espressa per la prima volta la teoria imperialista romana,
elaborata dal console Gneo Manlio Vulsone: secondo lui era di urgente necessità per Roma
assicurare la pace terra marique e sorvegliare tutto l’Oriente. Questa politica doveva portare
all’istituzione di protettorati di città e stati-clienti, e da lì all’annessione.
L’epoca delle annessioni si apre tra il 148-146 a.C. con la riduzione a provincia romana della
Macedonia, la presa di Corinto e infine la presa e distruzione di Cartagine, seguita dall’annessione
dell’Africa.

II SECOLO A.C.
LA SECONDA GUERRA DI MACEDONIA13 (200-196 a.C.)

13
Il regno di Macedonia si estendeva in Grecia, sopra la regione della Tessaglia.
Durante la seconda guerra punica Roma aveva stretto buoni rapporti con la città di Pergamo
(per citare, una ambasciata romana era andata a cercare la famosa pietra nera di Pessinunte) e con
la città di Rodi, importante piazza commerciale.
Ma la capitale, che non aveva dimenticato la guerra contro Pirro, decise di attaccare Filippo V
per cacciarlo dalla Grecia (la motivazione romana era dunque quella di garantire l’integrità della
penisola italica), ma per ottenere tale obiettivo si comportò in maniera alquanto aggressiva; Roma
vinse nella battaglia di Cinocefale14 nel 197, dalla quale non trasse alcun vantaggio territoriale.
I Greci, alla fine della battaglia, ottengono una serie di esenzioni (ma non la libertà, eleutheria,
completa): lo statuto della Grecia fu quello di uno stato cliente, cioè un protettorato con dei
vantaggi per Roma, e agirà come baluardo e barriera (stato cuscinetto, postazione avanzata, centro
di spionaggio).

LA TERZA GUERRA DI MACEDONIA (171-168 a.C.)


Il successore di Filippo V fu suo figlio Perseo, che ostentò da subito un vivo interesse per la
Grecia, rendendosi dunque pericoloso agli occhi di Roma, la quale decise allora – per la seconda
volta – di intervenire. Dopo tre campagne non risolutive, Lucio Emilio Paolo riportò la gloriosa
vittoria nella battaglia di Pidna.
Seguendo il consiglio di Catone, il Senato non volle annettere né la Macedonia, né l’Illiria 15.
Anche se Roma continua a rifiutare qualsiasi annessione territoriale, si comporta sempre più come
sovrana con la Grecia.

L’AVVENTO DEI NEGOTIATORES, L’IMPERIALISMO ECONOMICO (168-148 a.C.)


Nella prima metà del II secolo a.C., una folla di uomini d’affari italici ha seguito le legioni e
si è sparsa in tutta la Grecia (dov’erano chiamati semplicemente Romaioi). Erano i negotiatores,
uomini d’affari che potevano essere o mercanti o finanzieri, e la loro presenza ci è nota grazie
all’epigrafia in molte zone (come l’Illiria, l’Epiro, la Tessaglia, a Delfi, in Beozia16 o nelle Cicladi17).
Nella seconda metà del II secolo, invece, questi Romaici, raggruppati in società sempre più
ricche e potenti, iniziano a coinvolgere nei loro affari la classe dirigente romana e ad avere un peso
nella condotta del Senato, così da influenzare la politica orientale (solo allora si potrà parlare di
«politica mercantile»).

IMPERIALISMO COSCIENTE
Dal 148 al 133 a.C. abbiamo tutta una serie di avvenimenti che ci mostrano come
l’imperialismo non sia più un concetto estraneo al popolo romano, ma anzi gli interventi nelle
varie parti dell’Europa e dell’Oriente furono moltiplicati, e portarono numerosi risultati.

-ANNESSIONE DELLA MACEDONIA (148-146 a.C.)


Un oscuro mercenario asiatico si stava spacciando per il figlio di Perseo, e Roma interviene
con una spedizione che porta alla sua sconfitta e alla distruzione della Macedonia. Il Senato decise
di ridurla a provincia romana, e la sua amministrazione fu affidata ad un proconsole.
Questa fu la prima effettiva provincia romana nel bacino orientale del Mediterraneo.

-RIVOLTA E SOTTOMISSIONE DELLA GRECIA (147-146 a.C.)


Assai confuse le dispute della rivolta. Sostanzialmente la Grecia soffriva di lotte intestine tra
città, che potevano scatenarsi da un momento all’altro a causa di pretesti di ogni genere. Così, una
contesa tra Atene e Oropo sorta per motivi doganali si trasformò in un conflitto collettivo tra gli
Achei e Sparta, sostenuta dal senato romano.

14
Si trova in Grecia, nella regione della Tessaglia.
15
Corrisponde alla fascia costiera orientale Adriatica (Croazia, Bosnia, Monte Negro, Albania, etc…).
16
Altra regione storica della Grecia, a sud-est.
17
Arcipelago di isole disposte a cerchio (ecco perché Cicladi) intorno a Delo; si trovano a sud-est della Grecia, e sono 20.
Uno stratego acheo, approfittando del fatto che Roma era impegnata altrove (in Spagna e in
Africa), essendo a capo del partito antiromano, diede via al conflitto promettendo alla plebe
l’abolizione dei debiti, e fece votare la guerra contro Sparta, cioè contro Roma.
Da parte della capitale furono inviate in Grecia due legioni agli ordini di Lucio Mummio, e
le operazioni militari furono rapide. L’ultimo atto si recitò a Corinto, quando nel settembre del
146 Mummio si impadronì della città e ubbidendo all’ordine formale del Senato di «distruggere
Corinto» la abbandonò al suo esercito: gli abitanti furono massacrati o venduti come schiavi; la
città saccheggiata e incendiata; il suolo fu votato agli dei inferi; capolavori artistici furono portati
via o distrutti e dispersi. Polibio accorse sul campo e vide i soldati calpestare quadri o giocarvi a
dadi sopra.
Come hanno rivelato gli scavi archeologici – e come sarà anche per Cartagine – la distruzione
della città non fu totale, tuttavia il sacco di Corinto segna la fine della Grecia indipendente: anche
questa zona, infatti, diventa provincia romana con il nome di Acaia.

-LA TERZA GUERRA PUNICA (147-146 a.C.)


Nello stesso anno della sottomissione della Grecia Roma aveva anche distrutto Cartagine
attraverso una terza guerra punica, iniziata quando il Senato decide di approvare le continue
insistenze di Catone che, colpito dal riarmo della città, insisteva che bisognava distruggere
Cartagine («Carthago delenda est»).
La guerra fu condotta a partire dal 147 a.C. da Scipione l’Emiliano, in quell’anno console.
Egli portò, dopo un lungo e durissimo assedio, alla caduta della capitale punica. Gli abitanti
furono costretti alla schiavitù o all’emigrazione; la città fu incendiata e il suole dichiarato sacer, cioè
tabù, votato agli dei.
Il territorio punico divenne provincia romana con Utica come capitale e con il nome di
Africa. In pochi anni, allora, si è passati dal sistema del protettorato (che comunque non fu mai del
tutto abbandonato, anzi migliorato) a quello della pura e semplice annessione.
Si sviluppa ancora l’attività dei negotiatores in Oriente.

-ROMA EREDITIERA DI PERGAMO (13318 a.C.)


Il regno di Pergamo si trova nell’attuale Turchia, sulla costa orientale. I sovrani lo avevano da
sempre reso prospero e mantenuto il più potente dell’Asia, con porti attivi e città fastose, quasi
tutte con santuari meta di pellegrinaggi assai famosi. Nonostante fossero spesso in conflitto con i
loro vicini, i sovrani di Pergamo avevano invece mantenuto un atteggiamento favorevole nei
confronti di Roma, e Attalo III, uomo bizzarro, lunatico e affetto da manie di persecuzione, strinse
ancora di più le relazioni tanto che Scipione l’Emiliano, quando visitò Pergamo, fu accolto come un
trionfatore in un paese conquistato.
Attalo III morì nella primavera del 133 a.C. e lasciò nel suo testamento, in eredità a Roma,
tutti i suoi beni mobili e immobili, compreso dunque anche il tesoro della città. Sempre con il
testamento rendeva Pergamo una città libera, tanto che una parte degli schiavi fu liberata.
Ora Roma doveva assicurarsi il possesso dell’eredità.

**Formazione della provincia d’Asia


Siccome il fratellastro di Attalo III aveva impugnato il testamento per inficiarlo e presentarsi
come erede legittimo, avendo poi anche occupato alcune delle città pergamene e promesso la
libertà ai servi rurali e agli schiavi, Roma decise di inviare truppe che avrebbero in seguito
organizzato la provincia d’Asia con capitale a Efeso. Di tutte le province dell’impero, questa fu
la più ricercata dal proconsolato.

-INTERVENTI IN GALLIA MERIDIONALE


Questa zona fu trasformata in provincia romana. La Spagna romana si trovò dunque ad
essere collegata per terra all’Italia, e la costruzione della Via Domitia concretizzò questo legame.

18
Anno del tribunato di Tiberio Gracco.
-GUERRA GIUGURTINA
Per vendicare i negotiatores italici, messi a morte dal re Giugurta, re della Numidia, Roma
intraprese una guerra condotta prima da Cecilio Metello assistito da Gaio Mario, poi da Gaio
Mario assistito da Silla, che ebbe la meglio nel 105 a.C. quando, grazie al tradimento del re Bocco
di Mauretania che pur essendo suocero di Giugurta lo consegnò ai Romani, Roma vinse la guerra.
Tuttavia la Numidia non fu annessa, ma vi si stabilirono numerosi uomini d’affari. La
Mauretania, invece, divenne regno protetto; all’altra estremità dell’Africa, invece, si stabilì una
guarnigione. Tutto ciò permetteva a Roma il controllo del commercio africano.

-INTERVENTI IN ASIA MINORE


Al fine di reprimere la pirateria nel Mediterraneo orientale, un corpo di spedizione romano
sbarca in Cilicia, zona caratterizzata da coste frastagliate, che facevano da base per molti pirati.
Tutte queste furono annientate e si formò la provincia della Cilicia.
In seguito Roma ottenne in eredità anche il regno di Cirene dal suo re.

-GUERRE CONTRO MITRIDATE (88-66 a.C.)


L’avversario più temibile di Roma in Asia minore era Mitridate VI Eupatore, re del Ponto
19
(Cicerone lo definisce come «il nemico più accanito»). Egli, dopo essersi impadronito della
provincia d’Asia, massacrò gli italici che vi risiedevano; poi si atteggiò a liberatore della provincia.
Ci fu allora bisogno, tra l’88 e il 62 a.C. di tre guerre che richiesero da parte di Roma grandi
sforzi e l’invio dei migliori uomini, a partire da Silla, Lucullo, ma anche Pompeo maior. Nel 63
Mitridate si suicidò, e Pompeo ricevette l’incarico di riorganizzare le province della regione
anatomica (l’Asia, la Cilicia e la Bitinia, fascia di regni vassalli con la funzione di stati-cuscinetto
che dovevano proteggere il lato a oriente, esposto ai Parti).

-CONQUISTA DELLA SIRIA


Viene conquistata anche questa zona, ridotta a provincia romana.

-ULTIME GRANDI CONQUISTE


Negli anni successivi saranno conquistate anche le Gallie con Cesare, fu annessa l’isola di
Cipro e la Numidia, e solo in seguito alla battaglia di Azio, nel 31 a.C., sarà annesso anche l’Egitto.

CONSEGUENZE DELLE GRANDI CONQUISTE


Le prime conseguenze delle grandi conquiste furono sicuramente in campo economico; poi
avrebbero coinvolto anche quello sociale e politico.

**Dal punto di vista economico


Il saccheggio dei paesi conquistati e vinti, le grandi ricchezze ereditate o sottratte, le
indennità di guerra e i tributi gravanti sui provinciali erano enormi, e Roma non fu capace – in un
primo momento – a contenere i frutti delle proprie vittorie. Per fare un solo esempio, Pompeo
maior riportò dall’Oriente qualcosa come 70 milioni di euro.
Questo afflusso di oro determinò:
- un enorme movimento di capitali in una città che fino a quel momento era stata legata
solamente all’attività agricola;
- riflessi sui salari e sul costo della vita, che tesero ad aumentare a danno degli strati più poveri,
ma anche sulla vita finanziaria e sull’orientamento economico in generale;
- afflusso di schiavi;
- cambiamenti nella condotta bellica che hanno portato a trasformazioni nell’agricoltura italica:
l’allontanamento dei teatri di guerra, infatti, ha fatto sì che i campi fossero abbandonati per anni
dai contadini-soldati, ma allo stesso tempo c’era la necessità di garantire all’esercito il necessario
per sopravvivere: i piccoli contadini furono costretti o a vendere i loro terreni (provocando dunque

19
Zona nordorientale dell’Asia minore, nell’attuale Turchia.
un esodo rurale e una proletarizzazione della popolazione urbana) o a cambiare le pratiche
colturali, diversificando le produzioni e piantando viti e olivi anziché grano, ma con pesanti costi;
- evoluzione dell’economia di scambio, che mostra una Roma ormai, nel II secolo, aperta
all’esterno anche attraverso l’attività degli uomini d’affari, che si trovano ormai in tutto il
Mediterraneo e si raggruppano in società per azioni nelle mani di pubblicani, che spremono i
provinciali  Romani e Italici si lanciano ora in grandi imprese commerciali ( nel 218 fu emanata
una lex Claudia che doveva impedire ai Senatori di intraprendere attività commerciali a scopo di
lucro, ma questa impossibilità fu aggirata facendo ricorso a prestanomi).

**Dal punto di vista sociale e politico


1)Lo sviluppo della schiavitù è forse il tratto più importante:
- nelle campagne la manodopera servile crea una agricoltura di tipo nuovo e favorisce, in
alcune regioni, lo sviluppo dell’allevamento;
- nelle città l’afflusso di schiavi domestici cambia le condizioni della vita famigliare: alcuni di
essi vanno a svolgere ruoli importanti dal punto di vista culturale come medici, pedagoghi o scribi.

2)Formazione di una aristocrazia municipale20 nelle città dell’Italia, a cominciare da quelle


dell’Italia centro-meridionale, dove l’urbanizzazione e la municipalizzazione si vedono accelerare
(i borghi piano piano diventano città) grazie all’apporto dei nuovi ricchi (i negotiatores), che
vengono attirati dall’amministrazione di queste zone, e che costruiranno mura, fora e templi nuovi.

3)Ascesa dell’ordine equestre, costituitosi nel III secolo. Tra la nobilitas senatoria tradizionale
e i proletari si inserisce una categoria di cittadini privilegiati (e non una classe media, che a Roma
non esisteva) dal fatto che lo Stato gli conferiva il cavallo pubblico. Questi erano spesso o figli di
senatori o ricchi proprietari fondiari o pubblicani.
L’ordo equestre si poneva tra la nobiltà e la plebe, ed aveva come base economica quella delle
proprietà fondiarie. Nel II secolo, questi cavalieri, che nell’assemblea centuriata hanno un ruolo
fondamentale per l’elezione dei magistrati, aspirano a svolgere un ruolo più importante nella vita
sociale e giudiziaria, dove i tribunali sono controllati solo dai senatori (questo era in contrasto con i
loro interessi, perché nel 149 una legge Calpurnia aveva istituito le quaestiones perpetuae, dei
tribunali permanenti che avevano il compito di giudicare i promagistrati con i quali i cavalieri
avevano a che fare con gi affari commerciali e finanziari nelle province).

4)Aumenta il rischio dei conflitti politici, perché se da una parte la classe senatoria detiene
il monopolio delle funzioni maggiori (il Senato e le magistrature) nonché ricchezze fondiarie (ma
ha smesso di essere un gruppo omogeneo, dall’altra vi è (insieme a patrizi e plebei) anche un
gruppo di nobiles comprendenti i magistrati superiori e i loro discendenti. Sono dunque le
stesse gentes che si accaparrano le magistrature superiori; tuttavia, di fronte ai senatori e alle
ambizioni dei cavalieri questo gruppo dirigente appare bloccato e nel momento in cui si formano
nuove ricchezze, queste non sono del tutto nelle sue mani.

5)Formazione di una infima plebs, a causa della disparità crescente di rendite. Si trattava di
un proletariato libero costituito da esclusi dal mondo rurale, piccoli bottegai (tabernarii), disoccupati
cronici o vittime della concorrenza della manodopera servile. Sono una classe pericolosa, pronta a
costituire un esercito delle sommosse.

6)Ascesa dei liberti che diventano un gruppo sociale sempre più attivo nella vita economica
(in seguito lo saranno anche in quella politica). Erano schiavi (spesso ben dotati e astuti) divenuti
liberi, ma con diritti politici ridotti. Restano al servizio del loro padrone diventano clienti.
 conseguente avvento delle clientele, gruppi molto importanti di sostenitori dei capi
politici: quando, per esempio, Gaio Gracco scese nel Foro, era accompagnato da 3000 amici, ossia
clienti.

20
A partire dal II secolo queste aristocrazie municipali costituiranno i domi nobiles, così come li definisce Sallustio.
LA CRISI GRACCANA (133 e 125-121 a.C.)

**Origine degli scontri


Corrisponde alla prima grave crisi politica romana, che ha inizio in seguito alla formazione di
tre schieramenti politici: i liberali-conservatori sul tipo di Scipione l’Emiliano, vincitore di Cartagine;
i riformatori come Tiberio Gracco, influenzati dalla filosofia stoica; i conservatori che privilegiano – a
qualsiasi mezzo – la salvezza dello Stato. A scontrarsi sono coloro che vogliono la salvezza dello
Stato e coloro che privilegiano quella del popolo (salus rei publicae contro salus populi).
Gli scontri aumentano di intensità nel momento in cui per le elezioni dei magistrati inferiori
vengono introdotte le leggi tabellarie, che sostituiscono al voto orale la preferenza su delle schede.
Nel 133 a.C. il popolo reclama questa innovazione anche per l’elezione dei magistrati superiori.

**La questione agraria


In quegli anni era dibattuta anche la delicata questione agraria, che Appiano ha ben esposto
nel suo Bellum civile: il problema si era posto sin dal tempo delle prime conquiste di Roma nei
territori italici, che avevano portato alla formazione di un ager Romanus e in questo anche un ager
publicus. Nel primo è possibile una appropriazione privata, mentre nell’ager publicus è solo
eccezionale, in quanto si tratta di patrimonio del popolo romano. Poteva essere assegnata ad un
privato parte dell’ager publicus o a titolo gratuito (se un cittadino aveva compiuto un particolare
servizio allo Stato) o attraverso il pagamento di un canone. Si nota come, dunque, la proprietà
nell’ager publicus non può essere piena e intera, ma solo una possessio, cioè un godimento di quel
determinato terreno, che ufficialmente fa sempre parte dello Stato, quindi ancora del popolo
romano.
Nel tempo si produssero però delle acquisizioni illecite, e i possessores tesero a considerarsi
proprietari effettivi.  Danni alle piccole proprietà terriere, e costituzione di grandi proprietà di
terreni usurpati allo Stato, che utilizzavano la manodopera servile.
Da una parte, dunque, c’erano i contadini che reclamavano un pezzo di terra, dall’altra
proprietari che possedevano terra non loro, e che erano alquanto restii a restituirla.

**L’arrivo di Tiberio Sempronio Gracco


Giovane aristocratico, amico degli Scipioni, giudicò favorevole la situazione e si fece eleggere
tribuno della plebe per il 133. Presentò un progetto di legge, la rogatio Sempronia, che proponeva:
-di fissare un limite del possesso individuale dell’ager publicus;
-di organizzare una commissione incaricata di far applicare la legge, con poteri per poter
recuperare i terreni: questo significava però sottrarre al Senato alcuni dei suoi poteri, perché era
stata questa istituzione, fino ad allora, ad occuparsi della gestione dell’ager publicus;
-le terre recuperate dovevano essere ridistribuite ai cittadini poveri.

Presentata all’assemblea della plebe la legge si scontrò prima con l’intercessione di un


tribuno (Marco Ottavio); Tiberio rispose allora di abrogare i poteri del tribuno, cosa che fu
accettata e permise allora di votare nuovamente la legge. La deposizione del tribuno era una res
nova, rivoluzionaria, per i Romani: Tiberio era dunque egli stesso un pericoloso rivoluzionario.
Quest’ultimo fatto venne avvalorato da un atto che fu percepito come una provocazione, la
elezione di Tiberio come triumviro (si era proposto lui stesso) incaricato dell’applicazione della
legge insieme al suocero e al fratello, Gaio Gracco. Quando sollecitò anche un secondo tribunato
(cosa assolutamente contraria alla tradizione), fu assassinato e il suo corpo gettato nel Tevere
nell’estate del 133.

**Il fratello, Gaio Gracco


La questione ritornò alla ribalta con l’avvento del fratello di Tiberio, Gaio Gracco, eletto nel
124 a.C. come tribuno per l’anno successivo. Egli riprese in mano la rogatio Sempronia cercando di
modificarne alcuni punti con grande abilità che lo fecero rieleggere anche nel 122 a.C. (anche se i
suoi oppositori lo accusarono di aspirare a qualcosa di più):
-escluse dal recupero delle terre alcune di quelle che interessavano particolarmente il Senato;
-fece votare una lex Sempronia frumentaria, legge frumentaria a favore del proletariato;
-fu votata anche una legge giudiziaria che introduceva nei tribunali un numero di cavalieri
pari al numero dei senatori, cosa che ebbe come effetto di avvicinare anche i cavalieri ai tribuni
della plebe. Inoltre, sempre per attirare il favore dei cavalieri, concesse loro di sfruttare la
provincia d’Asia e fece riservare loro un posto onorario nei teatri, a fianco dei senatori.

L’opposizione si scatenò anche tra i suoi stessi amici. Nel 122 egli non fu allora rieletto per
l’anno successivo, come avrebbe voluto. Il Senato, allora, fece ricorso ad un senatusconsultum
ultimum che imponeva ai magistrati di tentare il possibile per la salvezza dello Stato: Gaio Gracco
fu allora massacrato con 3000 dei suoi seguaci.

**Che fine ha fatto la legge agraria dei Gracchi?


Più che eliminata, fu semplicemente modificata ancora una volta. Ma il problema agrario
sarebbe tornato per molto tempo sulla scena politica, causando sempre scontri violenti tra i
cittadini.
Rimane questo il primo episodio che avrebbe poi portato alle tragiche guerre civili.

I SECOLO A.C.
LE GUERRE SERVILI
L’importazione massiccia degli schiavi e le dure condizioni in cui essi lavoravano o venivano
trattati (nel sud Italia i loro padroni erano particolarmente feroci), portarono a numerose guerre
servili di relativa gravità:

-nel Lazio: gli schiavi impegnati nell’allevamento si davano spesso al brigantaggio. Fu il


primo intervento che i consoli dovettero mettere in atto per ristabilire la situazione;
-in Sicilia: scoppiarono qui le rivolte più gravi, tra il 135 e il 132 a.C., sia per il numero degli
insorti sia per la loro organizzazione. Sotto la spinta di uno schiavo di origine siriana (che si
spacciava per indovino) una prima rivolta si ebbe nel territorio limitrofo ad Enna dove egli si
fece incoronare re con il nome di Antioco e vi stabilì la propria capitale. I rivoltosi, ai quali si
unirono anche schiavi e plebei romani, si impadronirono in seguito di Taormina, Catania e
Messina.

-in Campania, nel 103, scoppiò una nuova rivolta di schiavi nata inizialmente come capriccio
di un cavaliere romano che si era innamorato di una schiava. I disordini raggiunsero anche la
Sicilia, dove presero parte anche i Romani che, dopo una serie di sconfitte, nel 101 il console in
carica riuscì ad avere la meglio.

-in Italia scoppia l’ultima e la più famosa rivolta di schiavi: siamo nel 73, e l’insurrezione è
dominata dalla personalità di Spartaco, uno schiavo più greco che barbaro. La rivolta ebbe inizio
con l’occupazione del cratere del Vesuvio e con una vittoria sul pretore incaricato di far
sloggiare gli insorti. I rivoltosi costituirono due gruppi, uno guidato da Spartaco. Tutta l’Italia del
sud fu saccheggiata, ma a differenza delle insurrezioni siciliane non si cercò di dar vita ad uno
Stato servile, quanto invece di riportare gli schiavi nelle loro terre di origine.
Due consoli furono inviati contro gli insorti. Spartaco iniziò allora una marcia verso nord
(forse per valicare le Alpi e ricondurre in patria gli schiavi della Gallia); sconfisse a Modena il
governatore della Gallia Cisalpina e, mutata tattica, ritornò verso la Lucania, forse per prendere
la via del mare. Roma, spaventata, diede a Licinio Crasso un comando straordinario (e sei
legioni). Pur bloccato, riuscì a sfuggire. Fu poi con l’aiuto di Pompeo che Crasso poté farcela a
sopraffare i rivoltosi. Spartaco fu ucciso, e 6000 schiavi crocifissi lungo la Via Appia (tra Capua e
Roma).

LA GUERRA SOCIALE (91-88 a.C.)


Diodoro Siculo la chiama «la grande guerra». La guerra ebbe inizio a causa del rifiuto di Roma
ad accordare la cittadinanza a tutta la popolazione italica. La questione si poneva sin dalle guerre
del III secolo, da quando l’Italia si presentava come un groviglio di uomini con statuti giuridici
diversi.
I cittadini romani, di per loro, costituivano una categoria privilegiata: erano membri del
corpo civico e partecipavano alle varie attività della città. Dopo la battaglia di Pidna erano stati
esentati dal pagamento del tributum (l’imposta diretta), avevano il diritto di partecipare alla
divisione dei bottini, alle assegnazioni agrarie, alle distribuzioni frumentarie.
Gli Italici, invece, e in particolare i Latini, nonostante avessero aiutato Roma ad acquisire
pregi e ricchezze, non potevano dividerle con la città, anzi erano sottoposti a oneri militari. I Latini
godevano di uno statuto a metà tra quello dei peregrini e i cittadini romani, ma partecipavano ai
diritti civili dei cittadini romani, tra cui le votazioni, per le quali dovevano venire a Roma e votare
in tribù estratte a sorte ogni volta. Aspiravano dunque al pieno diritto della cittadinanza.
Già Gaio Gracco aveva tentato di far approvare la proposta di dare la piena cittadinanza ai
Latini, ma il Senato aveva risposto con un secco rifiuto. Marco Livio Druso, allora, nel 91,
presentò una rogatio per una legge che accordava la cittadinanza agli Italici (insieme con alcuni
punti per una nuova legge frumentaria). L’oligarchia senatoriale, però, si scatenò contro Druso e
per appoggiare quest’ultimo 10.000 Marsi si mossero verso Roma decisi a mettere a sacco la città,
ma si riuscì a convincerli di ripensarci. Quando però Druso fu assassinato nella sua casa, fu
scatenata la rivolta dei Marsi, poi dei Sanniti e ben presto di tutta l’Italia centrale e meridionale.
Iniziò la guerra sociale, un durissimo scontro, lungo e atroce, che prese l’aspetto di una guerra
civile.
Talvolta la si è paragonata alla guerra di secessione americana, tanto fu la crudeltà e l’odio
manifestato dai rivoltosi: le donne furono scalpate prima di essere uccise, la popolazione, invece,
massacrata.
Molto presto Marsi e Sanniti diedero vita a due stati con istituzioni ed una capitale, e
coniarono moneta (segno di sovranità): su quelle dei Marsi c’era scritto Italia, mentre su quelle dei
Sanniti, in osco, Vitalia. Di fronte a tutto ciò Roma ebbe paura, e adottò misure repressive molto
forti, inviando contro gli insorti i suoi migliori generali (Mario e Silla).
Tramite tre leggi, poi, Roma diede prova della sua generosità accordando a tutti i cittadini
italici che deponessero le armi o che non le avessero mai prese in mano la cittadinanza romana (lex
Iulia). Nell’89 la guerra sembrò finita, anche se in alcune zone del meridione continuò ancora fino
all’anno successivo o fino all’80.

**Problema di integrazione degli alleati


Di fronte a questa questione il Senato voleva iscriverli in un numero ridotto di tribù, ma
questo determinò dure discussioni tra i populares e gli optimates (i conservatori), fino a quando un
senatoconsulto concesse l’iscrizione nelle 35 tribù già esistenti. Furono censiti i cittadini da
integrare, che furono ancor più di quanto si era pensato, e le conseguenze furono considerevoli:
-fu accelerato il processo di romanizzazione della penisola;
-a causa della guerra si formarono enormi clientele;
-si ebbe l’ingresso nella classe dirigente di cittadini provenienti da colonie e municipi italici,
che poco a poco andarono a rivestire le magistrature più importanti e a sostituire le antiche
famiglie senatorie.

RIVOLUZIONE INTELLETTUALE E SPIRITUALE


Negli anni tra il 215 e il 160 trionfa la «seconda generazione» della letteratura latina, con
Nevio, che scrisse la seconda epopea nazionale, dedicata al racconto della guerra Punica; nasce
anche la storiografia, con Fabio Pittore, nonché il genere comico attraverso Plauto, che accentua il
carattere italico e romano del teatro. Alla stessa generazione appartiene anche Ennio, condotto a
Roma da Catone, primo vero autore latino che scrisse un poema epico in esametri, gli Annales,
cantando la gloria di Roma.
La generazione del 160 è invece dominata dal circolo degli Scipioni, dove si raccolgono autori
come Polibio, Terenzio, Lelio il saggio, Pacuvio il primo poeta tragico, Accio il più grande tra i
tragici romani e infine Lucilio, che diede origine al genere satirico latino classico.

**Misticismo dionisiaco
In seguito al periodo delle conquiste si ebbe una profonda ellenizzazione anche in campo
filosofico, religioso e morale. Nel corso del III secolo le divinità e i culti greci erano già penetrati a
Roma, e la seconda guerra punica aveva dato origine ad una sorta di reazione nazionale che si
manifestò nel famoso scandalo dei Baccanali: a seguito di denunce nate da un episodio che chiamava
in causa i misteri bacchici, il Senato fece indagare, arrestare e condannare a morte più di 7.000
persone soprattutto in Italia meridionale, ma anche a Roma e in Etruria.
Alla stessa corrente mistica si ricollega lo sviluppo dell’orfismo e del pitagorismo, dottrina di
purezza associata a pratiche ascetiche.

**Stoicismo ed epicureismo
Lo stoicismo fu animato da Panezio di Rodi, che contro il degrado dei costumi predicò la
pratica della virtù o piuttosto delle quattro virtù cardinali: la conoscenza, la giustizia, il controllo di
sé e il coraggio. È il tipo di filosofia che meglio si adatta allo spirito del civis romano.
L’epicureismo, invece, conoscerà il suo vero successo nel II e nel I secolo a.C. con Lucrezio.

**Rivoluzione morale
Una evoluzione importante dei costumi si ebbe a partire dal II secolo, per questo autori come
Polibio, Sallustio, Seneca, Diodoro Siculo, per non parlare di Catone, fecero a gara a denunciare il
crescere del desiderio del piacere che corrompeva l’animo del civis e contemporaneamente la
salute dello Stato romano.
Già Catone, durante la sua censura, aveva emesso il divieto del lusso delle donne, e una
legge in seguito molto derisa aveva impedito di ingrassare le pernici. Ma sarà senz’altro Sallustio
che identificherà, nelle sue opere monografiche, le ragioni morali del declino della Repubblica nel
De coniuratione Catilinae. Ha saputo descrivere la fine della Repubblica romana essendo uno dei
suoi osservatori.

RAGIONI DELLA CRISI DELLA RES PUBLICA


Era stata la crisi graccana a dare inizio alle prime gravi difficoltà per il mantenimento della
sicurezza e dell’equilibrio per la Repubblica romana. In seguito, la guerra servile e quella sociale
hanno rivelato i punti di cedimento di una società e di uno Stato costruitisi nel tempo per una città-
stato che nel frattempo, però, era diventata un impero territoriale dalle dimensioni inusitate.
Per Sallustio e Varrone è Gaio Gracco che fu all’origine delle guerre civili, ma diciamo che
molto semplicemente, sia Gaio e che il fratello Tiberio furono all’origine di esse e della crisi politica
che scuoterà Roma, dominata da tentativi di instaurazione di poteri personali che vanno da Mario
e Silla a Pompeo e Cesare, fino a Marco Antonio e Ottavio.
L’ultimo secolo della Repubblica è decisivo per la storia di Roma, non solo perché si tratta di
un’epoca in cui – come scrive Appiano - «la violenza domina su tutto», ma anche perché si assiste
al crollo dei valori tradizionali sostituiti da una nuova mentalità e da nuove aspirazioni di vita.

LA RIFORMA DI MARIO PER L’ESERCITO ROMANO


L’esercito era sempre stato nazionale, censitario e non permanente. Durante il III secolo,
però, tutta una serie di elementi (tra cui l’allontanamento dei teatri di guerra, le campagne
devastate dalle guerre, la loro lunga durata, la riluttanza dei cittadini a servire nell’esercito) hanno
portato ad una riduzione del numero dei mobilitabili, tanto che si dovette ridurre il censo
minimo di accesso all’esercito e ammettervi anche i proletarii.
Gaio Mario, allora, introdusse una riforma che previde il servizio volontario, che venne a
completare quello obbligatorio. Nelle legioni entreranno dunque anche i proletarii volontari, ai
quali verrà dato un soldo come paga; avranno il diritto di partecipare alla spartizione del bottino
di guerra e alle distribuzioni di terre.
L’esercito, dunque, tenderà ad essere ancora più legato al proprio comandante, nonché a
professionalizzarsi. Inizia a svilupparsi uno spirito di corpo, e all’esercito nazionale repubblicano
si sostituiscono gli eserciti di Mario, di Silla, di Pompeo e così via.

GAIO MARIO E I SUOI CONSOLATI (107-86 a.C.)


Era un cavaliere originario di Arpino, la stessa città di Cicerone, nel Lazio. Doveva la sua
carriera a brillanti capacità militari, nonché all’appoggio che gli procurava la famiglia dei Cecilii
Metelli. Costoro lo fecero infatti entrare nella classe senatoria e accedere in seguito alla questura, al
tribunato e alla pretura.
Divenne proconsole in Spagna, si trovò legato di Metello in Numidia contro Giugurta, e fu
proprio là che decise di candidarsi al consolato contro la volontà del suo patrono. La sua
successiva elezione, nel 107, gli comportò la rottura con i Metelli, ma l’inizio di una straordinaria
carriera consolare durata venti anni, e caratterizzata:
-dal 107 al 100 da grandi successi;
-dal 99 all’86 dal suo coinvolgimento nella guerra civile.

**Il primo «homo novus»


Nessuno, cioè, della sua famiglia, aveva mai ricoperto prima di lui una delle magistrature del
cursus honorum. Mario era consapevole di dovere tutto alle sue qualità soprattutto militari, e –
diceva lui – alla sua integrità. Cicerone lo definisce come «un uomo incolto ma veramente un
uomo». Ciò lo dimostrò in più occasioni:
-con la sua riforma militare del 107;
-nella sua lotta contro Giugurta, sconfitto in più occasioni;
-nelle sue campagne contro Cimbri e Teutoni, sconfitti a Vercelli nonostante la paura che
Roma aveva che fossero numerosi e assai potenti come nel IV secolo a.C.;
-nell’esercizio dei suoi sei consolati consecutivi, quando egli apparve da subito come l’uomo
dei populares grazie alla sua riforma militare.

Dopo il disastro di Orange nel 105 una colazione composta da plebe e cavalieri determinò la
sua rielezione come console bis nel momento in cui Mario era impegnato in Africa contro Giugurta.
Quando rientrò a Roma scelse come giorno della sua entrata in carica come console lo stesso del
suo trionfo, cosicché senza deporre le insegne trionfali si recò in Senato indossando ancora il
mantello di porpora degli imperatores vittoriosi.
Si fece eleggere console ogni anno fino al 100 a.C. Mai le istituzioni repubblicane erano
state tanto irrise. Tuttavia Mario non era un uomo di Stato: egli non utilizzò il suo esercito per le
sue ambizioni, piuttosto si lasciò usare dai capi politici del tempo che seppero coinvolgerlo nei
conflitti e nella guerra civile.

**Il declino dell’«homo novus» e il conflitto con Silla


Tenendosi in disparte durante la guerra sociale (si era fatto costruire una casa nei pressi del
Foro) e per sfuggire al clima romano alquanto preoccupante, si fece assegnare nel 98
un’ambasceria in Oriente, dove conobbe per la prima volta Mitridate, re del Ponto. Da questo
suo nuovo interesse per gli affari orientali nacque poi il suo conflitto con Silla.
Quando la guerra sociale stava per concludersi, infatti, si presentò una nuova possibilità di
attacco da parte di Mitridate, che stava premendo contro la provincia d’Asia. Il Senato tergiversò
su a chi consegnare il comando della spedizione: a Silla, al quale il Senato aveva attribuito
legalmente la provincia d’Asia, o a Mario, generale esperto ma ormai anziano e malato, però forte
della sua conoscenza del sovrano e del sostegno dei populares?
Mario aveva deciso di inviare due tribuni militari che conducessero la guerra al posto suo,
e questo fatto fu visto da Silla come una provocazione: così, il futuro dittatore marciò su Roma
con le sue legioni e ottenne dal senato la messa al bando di Mario. Questi riuscì a fuggire in
Campania, dove fu catturato dove si nascondeva, ma riuscì ancora una volta a scappare, stavolta
ad Ischia e poi in Africa, dove raggiunse i suoi partigiani.
Dopo la partenza di Silla per l’Asia, poiché i popolari avevano ripreso piede a Roma, Mario
sbarcò in Etruria, reclutò alcuni soldati, si unì a Cinna (uno tra i populares) e nell’87 fece il suo
ingresso a Roma, abbandonata ai massacri. Silla fu allora dichiarato dal Senato nemico pubblico.
Nel gennaio dell’86 Cinna e Mario assumevano il consolato insieme, ma nello stesso mese
Mario morì di pleurite. Avrebbe potuto fondare una monarchia militare, ma non lo volle.

LA DITTATURA DI PUBLIO CORNELIO SILLA (82-79 a.C.)


Silla fu un personaggio completamente diverso da Mario, ma con quest’ultimo egli dominò la
vita politica romana per diversi anni, causando lotte interne tra i loro partigiani.
Era un aristocratico di vecchia famiglia patrizia, erudito, generoso e brillante, uomo di
successo, diplomatico e ottimo capo militare. Aveva cominciato tardi, in realtà, la sua carriera
politica; era stato questore servendo in Africa agli ordini di Mario, poi pretore distinguendosi per il
fasto dei «giochi di Apollo»; in seguito si era dovuto fronteggiare sia con Mitridate che contro i
Parti, eterni rivali di Roma per la questione della divisione dell’Armenia.
Provò un vivo risentimento quando vide preferirsi dal Senato Mario per la risoluzione della
guerra contro Mitridate.

**Prima della dittatura


Si fece eleggere console per l’88 a.C. e gli furono affidate le operazioni in Asia. Per ottenere
poi l’appoggio dei Cecilii Metelli, sposò una di loro, Cecilia Metella. A causa del suo scontro con
Mario marciò su Roma con le sue legioni, e con lui per la prima volta dei legionari violavano il
suolo sacro della città. Fu il suo primo colpo di stato.
Egli partì prima per la Grecia e poi per l’Asia, ma a Roma le agitazioni continuavano
incessanti, e anche in Italia continuavano a scontrarsi partigiani di Silla contro partigiani di Mario.
Quando si apprese il ritorno di Silla a Roma i disordini ripresero con maggiore intensità. Egli
sbarcò a Brindisi con il suo esercito, ma vi trovò ad opporglisi un esercito senatorio comandato
dai consoli e incaricati di applicare la decisione presa dietro istigazione di Cinna di proclamarlo
nemico pubblico. Silla era dunque fuori legge. Ma dopo accaniti combattimenti si impadronì di
Roma; ci furono circa 70.000 morti tra i due eserciti, ma a questo numero si aggiunsero le
proscrizioni, che su 12.000 prigionieri ne misero a morte 3.000 nel Campo Marzio.

**Proscrizione dell’82
Non avendo ottenuto dai senatori l’autorizzazione legale per procedere ad una «epurazione»
del Senato, Silla si prese la responsabilità su di sé: fece allora affiggere la proscrizione di 80 senatori
(tutti magistrati o ex magistrati mariani) e 440 cavalieri, inventando così un nuovo sistema di
epurazione, una «purga controllata» destinata ad evitare massacri più ingenti.

**La dittatura di Silla


Per poter porre rimedio al vuoto di potere, una lex Valeria (primo esempio di lex de imperio)
gli attribuì la dittatura, cioè pieni poteri senza limiti di tempo con alcune conseguenze: la
legalizzazione delle sue precedenti azioni; il diritto di vita e di morte; il diritto di dividere le terre
dell’ager publicus e di dedurne colonie; diritto di disporre dei regni sconfitti.
Gli anni 81-80 furono caratterizzati da una intensa attività politica:
-furono resi al Senato alcuni poteri che erano stati ridimensionati in passato;
-le proposte di legge dei tribuni dovevano subire una autorizzazione preliminare;
-il diritto di intercessione dei tribuni fu ridotto.
Tutti questi elementi hanno fatto pensare che Silla fosse un difensore del Senato, ma dall’altra
parte:
-epurò il Senato attraverso le proscrizioni;
-portò il numero dei suoi membri da 300 a 600, inserendoci i suoi migliori sostenitori;
(e questo fa pensare, di contro, che condusse una politica fondamentalmente personale)
-aumentò il numero dei magistrati;
-le giurie dei tribunali furono restituite ai senatori.

Dopo aver celebrato un fastoso trionfo si circondò di 24 littori (il doppio di quanti ne avevano
i consoli), mentre la propaganda lo presentava come il capo benedetto dagli dei, particolarmente
caro a Venere, che gli permetteva di essere un eterno vincitore. I Greci lo chiamavano Epaphroditos,
cioè «protetto da Afrodite-Venere», cosa che i Latini traducevano con Felix, ossia «fortunato». Era
la prima volta che un imperator utilizzava le divinità per la propria ambizione personale.

Stanco, malato, riteneva di aver compiuto quanto avrebbe dovuto per lo Stato, e prese allora
la decisione di ritirarsi a vita privata per alcuni nell’80, nel 79 per altri. Abbandonò la sua carica di
dittatore e si occupò della stesura delle sue memorie. Morì nel 78 a.C.
Per alcuni storici la sua decisione potrebbe essere stata presa in seguito ad un rafforzamento
delle forze popolari. Per i «democratici», cioè i populares, Silla fu il tiranno per eccellenza, rispetto
invece a Cesare, che volle essere opposto alla crudeltà del primo. Tuttavia lo storico non può
tralasciare le trasformazioni che Silla seppe portare allo Stato, non solo dal punto di vista politico,
ma anche per quanto riguarda il rinnovamento urbano, per esempio, sia a Roma che in molte città
italiche.
Dopo di lui si impose Pompeo.

L’AVVENTO E LA SIGNORIA DI POMPEO MINUS (79-48 a.C.)


Figlio di Gneo Pompeo Strabone, signore del Piceno durante la guerra sociale, Pompeo fu
assai presto aiutato dalla sorte: prima ereditò un’importante clientela dal padre, poi scelse il
campo di Silla quando costui sbarcò a Brindisi. Ebbe il merito di uscire vincitore e in Africa, dove
era stato inviato contro i partigiani di Mario, e dove i suoi soldati lo salutarono con l’appellativo
Magnus, che nessuno aveva mai portato dopo Alessandro Magno. Nel 79, all’età di circa trent’anni,
celebrò a Roma il suo primo trionfo.

**I primi successi


Li dovette sicuramente a Silla, alla sua smisurata ambizione, all’assenza di scrupoli e alla
capacità di utilizzare a suo vantaggio le situazioni pericolose che lo contraddistinguevano.
Rivendicando il consolato per il 79 a.C. si inimicò Silla e si era alleato con i «nobili» contro
il dittatore. Pompeo apparve per questo, dopo il ritiro di Silla, come l’uomo del Senato. Sposò
una parente dei Metelli anche lui e appoggiò la candidatura al consolato di M. Emilio Lepido,
nemico acerrimo di Silla (prima di combatterlo e di imporsi anche su di lui).

-Contro Lepido
Definito «una vera canaglia», Lepido non aveva potuto accedere ad un secondo consolato, e
decise allora di sollevare l’Etruria e la Cisalpina. Pompeo riuscì a neutralizzarlo.
-Contro Sertorio
Sertorio era un eccellente ufficiale originario della Sabina, era un popolare, e aveva saputo
conquistare il cuore e l’animo degli Spagnoli durante il suo governo. Sognò di restaurare a Roma
uno stato democratico partendo dalla Spagna. Tenne testa a Metello e a Pompeo inviati in Spagna
contro di lui. Roma si trovò minacciata, e decise allora di conferire a Pompeo un imperium infinitum
maius. Egli riuscì ad annientare Sertorio, che venne assassinato da uno dei suoi luogotenenti.
-Contro Spartaco
Pompeo si affrettò a dar man forte a Crasso, che disperava di vincere. La vittoria fu ottenuta,
e Pompeo rientrò a Roma pieno di gloria e divorato dall’ambizione. Un’ambizione che inizia a
spaventare il Senato, contro il quale si formerà un’alleanza tra Pompeo e Crasso, che troverà in
seguito il suo campo di azione in Oriente.

**Accordo con Crasso e consolato del 70


Entrambi assetati di potere ma minimamente in contrasto, Crasso e Pompeo si misero
d’accordo per costringere il Senato ad accordare il diritto di presentarsi insieme al consolato, cosa
che era legalmente impossibile dato che Crasso aveva appena rivestito la pretura, e avrebbe
dovuto aspettare almeno un anno prima di candidarsi alla magistratura superiore, per non parlare
di Pompeo che non era mai stato magistrato, ma era ancora cavaliere.
L’accordo del Senato, però, rendeva la loro candidatura legale. Era un nuovo colpo di stato,
un nuovo colpo per le istituzioni repubblicane, ma certamente un accordo pacifico, privo di scontri
civili.
I due, Crasso e Pompeo, diventati ormai consoli, ne approfittarono per ripristinare tutte le
leggi sillane, per esempio:
-i tribuni recuperarono i loro poteri;
-la censura venne ristabilita, ed i nuovi censori radiarono 64 senatori considerati corrotti;
-furono iscritti nelle liste altri cittadini italici;
-i cavalieri riottennero il loro posto nelle giurie dei tribunali a scapito dei senatori, nello
stesso momento in cui veniva giudicato Verre (ex propretore della Sicilia) accusato da Cicerone.
Pompeo passerà dalla parte dei cavalieri, dei quali favorisce l’avidità negli affari finanziari delle
province.

**Imprese in Oriente
In quel momento Roma si trovava di fronte a molteplici pericoli: dalle scorribande dei pirati
nel mediterraneo alle incursioni dei barbari, fino ai nuovi intrighi di Mitridate in Asia.
Pompeo assunse allora l’incarico della guerra contro i pirati, facendosi concedere (con
l’appoggio del giovane senatore Gaio Giulio Cesare) poteri eccezionali: per tre anni ricevette il
comando supremo su tutti i mari e le coste, dal Bosforo fino alle colonne d’Ercole (lo stretto di
Gibilterra). Mai un imperator aveva racchiuso in sé così tanti poteri, e questo era un ulteriore segno
del degrado delle istituzioni repubblicane.
Nel corso di una campagna-lampo di 3 mesi Pompeo distrusse la pirateria in tutto il
Mediterraneo. Sulla scia di questo successo si lanciò in una campagna contro Mitridate, forte
della lex Manilia, propagandata da Cicerone nella De imperio Cn. Pompei, dove l’oratore cercava di
convincere il popolo ad accettare il decreto che avrebbe permesso a Pompeo di avere grandi poteri
e ricchezze da sfruttare nella sua guerra. L’imperium che gli veniva concesso era di nuovo
illimitato. Questo «costruttore di impero» organizzava l’Oriente in province circondate da regni
protetti e da una corona di stati devoti a Roma.
A Roma vi tornò solo dopo aver sconfitto quattordici nazioni.

**Una monarchia mancata


L’imperator vincitore avrebbe potuto impadronirsi del potere civile, tuttavia egli aveva il
timore di agire nel quadro costituzionale. E poi sentiva che in sua assenza Cesare stava prendendo
piede politicamente, grazie alle numerose vittorie in battaglia. Pompeo, da parte sua, per evitare la
guerra civile, licenziò le sue truppe e si accontentò di chiedere gli onori del trionfo: nel corso di
due giorni fu celebrato il trionfo più fastoso mai visto e fu costruito nel Campo Marzio un primo
teatro permanente in pietra. Pompeo vi era raffigurato con una statua che lo eroizzava mentre
reggeva un globo, simbolo del mondo e dunque simbolo di padrone del mondo (kosmokrator).

IL PRIMO TRIUMVIRATO
Mentre Pompeo combatteva in Oriente, Roma attraversava le rivalità tra i populares e gli
optimates oltre che le rivalità tra Cesare e Crasso, nonché la congiura di Catilina ai danni del
console Cicerone, nel 63 a.C. Quest’ultimo dovette condannare a morte i congiurati e esiliare
Catilina, e per questi motivi sarà poi esiliato a sua volta.
Nel 60 a.C. Cesare ritornò dalla Spagna e cercò di ottenere il consolato per l’anno
successivo. Nello stesso momento, probabilmente in quell’estate, concluse un patto segreto con
Pompeo e Crasso che, mentre lui, sebbene di origine patrizia, disponeva dell’appoggio dei
populares, avevano rispettivamente il prestigio militare e il denaro. Questo accordo ha preso il
nome di primo triumvirato, e fu ufficializzato solamente nel 56 a Lucca.
Previde ed ebbe come conseguenze:
- una nuova legge agraria che permise la spartizione dell’ager publicus tra i veterani di guerra;
- il consolato di Crasso e Pompeo nel 55, grazie al sostegno dei soldati di Cesare.
Di fatto a Roma regnava l’anarchia, e le cose si complicarono maggiormente quando Crasso
morì nel disastro della battaglia di Carre (53 a.C.) durante la quale le legioni romane erano state
annientate dal popolo dei Parti, impadronitisi delle loro insegne.

ROTTURA DEL TRIUMVIRATO E SCONFITTA DI POMPEO


L’anarchia raggiunse il suo apice tra il 54 e il 53, quando per le strade di Roma si
scontravano le truppe di Clodio, sostenitore dei populares, e quelle di Milone, loro oppositore.
Per ristabilire l’ordine il Senato dovette far appello a Pompeo tramite un senatoconsulto
ultimo: l’uomo dei cavalieri si era infatti avvicinato ai senatori, che così evitavano – nonostante il
duro colpo che davano alle istituzioni – di scomodare una nuova dittatura.
Pompeo ristabilì allora momentaneamente la pace civile, mentre intanto Cesare portava
avanti la conquista delle Gallie. Quando si liberò di questo impiccio scoppiò il suo conflitto con
Pompeo.

Infatti la rottura avvenne nel 50, ma fu solo quando Cesare passò il Rubicone 21, nel 49 a.C.,
che ebbe inizio la guerra civile.

21
Il fiume che oggi si trova nella Romagna, segnava storicamente il confine tra l’Italia e la Gallia Cisalpina: attraversarlo
con le proprie truppe significava dunque marciare armati sul suolo sacro.
Mentre Cesare si impadroniva di Roma, Pompeo e i suoi abbandonarono l’Italia con
l’intenzione di raggiungere l’Asia. Vinto in Grecia a Farsalo, nel 48, Pompeo raggiunse l’Egitto
dove fu assassinato.

DITTATURA DI CESARE
Gaio Giulio Cesare apparteneva ad una famiglia patrizia che era stata alleata con Mario.
Sposò inoltre Cornelia, la figlia di Cinna. In questo modo egli strinse da subito forti legami con i
populares, e ad assai presto si manifestò anche la sua ambizione. Un’ambizione priva di scrupoli
che lo fece nominare a soli 17 anni flamine di Giove e a 38 – età abbastanza giovane – eleggere
pontefice massimo. È poi da ricordare la sua orazione funebre (pronunciata quando era questore)
per la morte della vedova di Mario, sua zia Giulia, durante la quale egli affermò che la gens
Iulia discendeva direttamente da Venere.
Non sappiamo se veramente Cesare avesse o no un piano politico per tutto ciò che fece, ma
di sicuro possiamo affermare che si seppe ben adattare agli avvenimenti che lo coinvolsero. Fino al
49 il suo principale obiettivo fu quello di conservare la pace civile (per questo si accordò con
Crasso e Pompeo), ma durante gli stessi anni conquistò la Gallia e con questa anche gloria e
indipendenza economica. Inoltre, la sua conquista delle Gallie ebbe il merito di aver riequilibrato
l’impero territoriale verso occidente.
Passato il Rubiconde, mentre Pompeo scappa dall’Italia, egli rafforza qui le sue posizioni,
promettendo alla plebe una distribuzione di denaro e procedendo ad una di grano. Farà inoltre
votare una lex che concedeva la cittadinanza romana a tutti i cittadini liberi della Gallia
Cisalpina, creando così l’Italia romana dalle Alpi fino allo stretto di Messina.
Dopo la morte di Pompeo, invece, renderà l’Egitto un protettorato di Roma, e aggiungerà
all’impero la provincia dell’Africa nova, cioè il regno di Numidia annesso dopo la battaglia di
Tapso (che consisté in una campagna contro i Pompeiani in Africa, nel 46 a.C., dove sconfisse
Catone iunior, cioè l’Uticense, il pronipote di Cato maior, un forte anticesariano che si suicidò ad
Utica, la capitale della provincia, per salvaguardare la libertas repubblicana).
Dal 46 al 44 a.C. era signore di Roma, e fu aureolato del prestigio delle sue vittorie,
accumulando onori, e nel frattempo completa i suoi poteri: nel 46, infatti, gli viene attribuita la
dittatura per dieci anni, ma nel 44, invece, un senatoconsulto lo proclama dittatore a vita.
Le monete lo raffiguravano con una effigie (privilegio regale), il giuramento di fedeltà era
fatto in suo nome (privilegio riservato solo a Giove), la sua statua era esposta in Campidoglio
insieme con quella dei sette re, e lui, nominato anche parens patriae, si presenta come un nuovo
Romolo.

**Morte di Cesare
Nel 44 Cesare aveva 57 anni, e sembrava invulnerabile sia per la propria reputazione, sia
perché è in possesso pieno delle sue capacità militari, politiche e intellettuali. I suoi partigiani gli
erano tutti fedeli e aveva previsto una campagna contro il popolo dei Parti, e già 16 legioni erano
stanziate in Epiro e in Macedonia. Sembra avere un’inviolabilità morale.
Ma nel 45 già era nata l’idea di liberarsi di lui, anche perché si temeva la campagna partica,
e anche alcuni dei cesariani erano passati dalla parte dei congiurati che si raggrupparono intorno
all’idea di libertas per giustificare il loro gesto, che si compì il 15 marzo del 44, giorno delle Idi,
in Campo Marzio, nella curia del Teatro di Pompeo, in cui si sarebbe svolta l’ultima assemblea del
Senato in cui sarebbero state prese le ultime misure per iniziare la campagna partica. Un gruppo di
congiurati, guidati da Cassio e Bruto (suo figlio adottivo) lo uccise con 25 coltellate.
Nonostante la sua morte avrebbe aperto un nuovo, lungo periodo di guerre civili (che
sarebbero durate per 13 anni), Cesare aveva posto già le basi per il futuro principato di Augusto, e
Svetonio non si sbagliò inserendolo nelle sue Vite dei dodici Cesari come il fondatore del regime.

CONSEGUENZE DELLA MORTE DI CESARE


Gli anni tra il 44 e il 31 a.C. saranno inquadrati da due eventi chiave: la morte di Cesare e la
battaglia di Azio. Sono un periodo di estrema importanza per la storia di Roma perché marcano la
fine della dittatura e l’inizio di un periodo che sarebbe durato per lunghi secoli, quello del
principato.
Tuttavia marcano anche la fine della repubblica aristocratica che si richiamava all’ideale
della libertas e l’avvento di un regime personale definito impero ma di fatto una monarchia (nel
senso etimologico del termine) ma anche di una nuova cultura che diventa (dopo essere stata a
lungo solo a tratti ellenistica) per la prima volta greco-romana e acquista una propria personalità.

VERSO IL SECONDO TRIUMVIRATO


Morto Cesare l’idea dei congiurati era quella di gettarne il cadavere nel Tevere e di
proclamare il ritorno della libertà, tuttavia, di fronte alle ostilità del popolo che era venuto a
sapere dell’assassinio, i congiurati guidati da Cassio e Bruto dovettero trovare rifugio sul
Campidoglio. Nel frattempo, unico uomo che avesse autorità legale, Marco Antonio era fuggito
anch’egli a nascondersi. Lepido, capo della cavalleria di Cesare, invece, era rimasto nel Foro con
le sue truppe.
Dal marzo del 44 fino alla fine del 43, dopo molti tentennamenti, la situazione fu ristabilita:
Marco Antonio si attira il favore del popolo impugnando il testamento di Cesare e
comunicandone il contenuto, organizza i funerali del dittatore e ne pronuncia un elogio funebre.
Bruto e Cassio, con gli altri congiurati, saranno costretti ad abbandonare Roma.
Erede della ricchezza, di fama e in denaro, di Cesare, era Ottavio, suo pronipote, che
all’annuncio della morte dello zio si trovava ad Apollonia22 per studiare. Egli raggiunse i veterani
di quello che effettivamente (con una adozione) era diventato suo padre (ora Ottavio si chiamava
Gaio Giulio Cesare), ed essi lo accolgono come suo successore. Recluta inoltre 3.000 uomini e si
pone come rivale di Antonio.
Cicerone, invece, dal canto suo cerca di restaurare la classe senatoria, ma questo ha per
effetto di sollevare la battaglia di Modena (43 a.C.), dove il Senato si scontra contro Antonio (fu la
prima delle altre cinque guerre civili che seguirono). Antonio, sconfitto, si ritira in Provenza, ma i
due consoli che comandavano l’esercito opposto (Irzio e Pansa) cadono entrambi in battaglia.

IL SECONDO TRIUMVIRATO (43 a.C.)


Ottavio, intanto, è proclamato imperator, marcia su Roma e si impadronisce del tesoro
dello Stato, organizza poi comizi elettorali e si fa eleggere console (contro ogni regola).
Nonostante l’intervento di Cicerone, Ottavio, un Machiavelli ante litteram, inizia con Marco
Antonio un’opera di riconciliazione che si concretizza nel 43 grazie alla mediazione di Lepido e
di un loro comune amico, Asinio Pollione. È questo il secondo triumvirato.
Dopo un incontro sul fiume Reno è istituita una magistratura a tre, e una legge Titia
consacrerà ufficialmente l’accordo che, rispetto al primo di Cesare Pompeo e Crasso, non fu
segreto, ma ratificato da una proposta di legge.

**Conseguenze del Secondo Triumvirato


- una nuova proscrizione (che vide come primo nome in cima alla lista, che comprendeva 17
avversari politici dei triumviri, Cicerone) che comportò circa 300 vittime complessive tra senatori e
cavalieri, ma quello ad essere maggiormente colpito fu il Senato;
- la spartizione dell’impero: Lepido  Gallia Narbonense23 e province iberiche, Antonio 
Gallia Comata24 e Cisalpina, Ottavio  Africa, Sicilia e Sardegna;
- una guerra contro i Cesaricidi per recuperare l’Oriente, ricco di uomini e di denaro. Antonio e
Ottavio si adoperarono per una marcia verso est, e nel 42 a.C. ottennero la vittoria di Filippi.
Cassio prima, Bruto poi si suicidarono;
 Ne derivò, a causa della conquista dell’Egitto, una nuova spartizione dell’impero:

22
Nell’Epiro (zona a sua volta confinante a nord con la Macedonia, e che si trova nell’Illiria, odierni Balcani).
23
Sud-ovest della Francia, al confine con i Pirenei.
24
Corrisponde alle zone della Gallia oltre le Alpi (detta anche Transalpina o semplicemente Gallia).
Lepido  Africa;
Antonio  Gallia;
Ottavio  Spagna, Sicilia e Sardegna.
Furono poi divisi anche i compiti:
Antonio  aveva il compito di raccogliere uomini a sufficienza per una nuova guerra contro
i Parti: di fatto gli venne assegnato di occuparsi dell’Oriente;
Ottavio  si sarebbe occupato invece dei problemi che Sesto Pompeo, figlio di Pompeo
Magno, stava creando occupando la Sicilia, e poi avrebbe proceduto con le distribuzioni di terre
per i veterani della battaglia di Filippi: di fatto Ottavio doveva badare all’Occidente, avendo il
vantaggio di rimanere a Roma;
Lepido  da questo momento si ritira in Africa e non intervenendo che assai poco
successivamente, perde tutti i suoi poteri di triumviro: di fatto la scena politica rimase da questo
momento nelle mani di Ottavio e di Marco Antonio.

PRIMI DISSAPORI TRA OTTAVIO E MARCO ANTONIO


Ottavio, in Italia, deve portare a termine i compiti che gli sono stati assegnati:
1) La divisione dei terreni da assegnare ai veterani di Filippi non gli è resa molto facile dai
partigiani di Antonio, e da ciò nasce un conflitto, la guerra di Perugia, contro il fratello di
Antonio e sua moglie, ma grazie alla mediazione di Asinio Pollione e di Mecenate la rottura tra
Ottavio e Antonio, in questo caso, è evitata (se nella I Egloga delle Bucoliche Virgilio si duole del
fatto che gli era stato sottratto un terreno nella zona di Mantova, nella IV canta la speranza della
pace ritrovata a Roma grazie alla nuova situazione politica);
2) Sostenuto anche da Antonio, Ottavio riprende il controllo in Sicilia eliminando Sesto
Pompeo. Viene poi ricevuto a Roma come trionfatore di tutto l’Occidente.

Antonio, in Oriente, dovette raccogliere denaro per la successiva spedizione contro i Parti.
Dopo un soggiorno ad Alessandria (sul quale si è molto scritto a causa dei suoi rapporti con
Cleopatra) intraprese la guerra, che si risolse tuttavia con un insuccesso. Nonostante ciò, Antonio
celebrò il trionfo ad Alessandria, e questo scandalizzò i Romani per i quali era inconcepibile
celebrare un trionfo al di fuori di Roma.
È a questo punto che le fonti antiche, dalla parte di Ottavio, presentano Antonio come lo
zimbello di Cleopatra, che avrebbe voluto spartire l’impero territoriale romano con i figli di lei e
magari spostare la capitale da Roma ad Alessandria.

ROTTURA DEL TRIUMVIRATO (33 a.C.)


I primi segni della rottura risalgono al 35 a.C. quando Ottavio rifiuta energicamente di
inviare truppe ausiliarie ad Antonio che stava preparando la sua rivincita contro i Parti. Il 1°
gennaio del 33 Ottavio annuncerà la rottura definitiva che portò alla guerra di Azio.

PRIMA DELLA BATTAGLIA DI AZIO (32-31 a.C.)


Nel 32 a.C. Ottavio è senza potere legale, perché ha sciolto il triumvirato. I suoi avversari
stanno preparando la sua messa in stato di accusa, ed egli reagì allora con un atto di forza:
rientra a Roma, convoca il Senato e vi compare circondato dai suoi uomini per far proclamare
Antonio nemico dello Stato. I consoli, intanto, sostenitori di Antonio, fuggono ad Efeso con 300
senatori.
Con un senatoconsulto si dichiara guerra ad Antonio, che viene sciolto da tutti i suoi poteri,
e a Cleopatra: ci si prepara al conflitto.
-In Oriente vengono messi insieme un potente esercito e una flotta, e si inizia una propaganda
contro Ottavio;
-In Occidente, invece, Ottavio fa di più: si fa prestare prima in Italia e poi in tutto l’Occidente
un giuramento di fedeltà che nello stesso tempo gli attribuiva il comando della guerra. Una
propaganda, inoltre, è scatenata contro Antonio.
LA BATTAGLIA DI AZIO (31 a.C.)
Lo scontro tra i due eserciti ha luogo nel Mar Adriatico il 2 settembre del 31 a.C. all’ingresso
del golfo di Ambracia, ad Actium. Cleopatra decise presto di ritirarsi ad Alessandria, così Antonio
avrebbe dato l’ordine al suo esercito di ritirarsi e di fuggire in Macedonia e poi in Asia. La battaglia
fu vinta da Ottavio, divenuto ormai padrone di tutto il territorio romano, e unica figura potente.
Gli storici non sono mai stati chiari su quanto avvenne: accanito combattimento? O non si
arrivò neppure ad un vero scontro? Sta di fatto che i poeti antichi l’hanno sempre celebrata come
una grande vittoria militare terra marique. Apollo fu considerato l’artefice della vittoria.

TRASFORMAZIONI SOCIALI E CULTURALI DI QUEST’EPOCA

**Nell’ambito sociale
In questo periodo tutte le classi sociali sono state toccate da profonde trasformazioni:
-per quanto riguarda le classi dirigenti, i «nuovi senatori» provenienti da municipi dell’Italia o
dalle province occidentali cominciarono ad occupare posizioni di rilievo (i consoli sotto Ottaviano
saranno tutti italici, e anche Agrippa, suo braccio destro, non è di Roma);
-per quanto riguarda l’ordine equestre, in costante ascesa dall’età di Pompeo e Cesare, hanno
guadagnato molto dalle proscrizioni, e tra tutti si ricorda il ruolo che avrà Mecenate durante il
periodo del principato augusteo (era un grande aristocratico etrusco che non volle mai rinunciare
alla sua appartenenza all’ordine equestre, proprio perché questa era molto vantaggiosa anche se
non gli permetteva di accedere alla classe senatoria);
-per quanto riguarda le classi inferiori, i liberti occupano posizioni sempre più privilegiate
nella vita economica e sociale (si potrebbe ricordare che il padre di Orazio, infatti, era un liberto).
Naturalmente, tutti coloro che beneficiarono di una promozione sociale erano appassionati
sostenitori del princeps.

**Nell’ambito culturale
Nascono o si sviluppano orientamenti che contrastano con gli antichi valori repubblicani:
-crisi dell’oratoria: ormai sono scomparsi Ortensio Ortalo e Cicerone e l’eloquenza politica
perde il suo valore in Senato, dove è sempre e solo il princeps ad orientare l’assemblea ( rifugio
nella storia, nella scienza e nell’erudizione: Sallustio, Cornelio Nepote, Varrone);
-nuovi intellettuali italici celebrano il nuovo potere: sono giovani brillanti provenienti da
tutta Italia e sono pronti ad utilizzare le loro opere per promuovere il principato augusteo
(pensiamo a Virgilio da Mantova, Orazio da Venosa, Ovidio da Sulmona o Properzio dall’Umbria,
Livio da Padova) e si raccolgono tutti intorno alla figura di Mecenate, amico di Ottavio;
-diffusione dell’epicureismo politico e colto (nella buona società), affiancato da uno più
popolare;
-si sviluppano idee di pace, portata da un «salvatore», e naturalmente si tratta di Ottavio (
l’idea della guerra civile è oggetto di orrore, e ben presto il concetto diverrà un tabù, esattamente
com’era accaduto per la monarchia);
-per quanto riguarda la religione, Cesare aveva già beneficiato di una divinizzazione ufficiale
votata dal Senato nel 44, per il suo funerale: egli è conosciuto come il divus Iulius e fu ammesso tra
le divinità dell’Olimpo. Ottavio, dal canto suo, non trascurerà niente per apparire protetto dagli
dei25: sacralizzò infatti i suoi poteri, e tramite questi la sua persona.

Ottavio seppe dare l’immagine di sé come del salvatore dello Stato, liberato una volta per
tutte, tramite le sue vittorie in Occidente e poi in Oriente, dallo spettro delle guerre civili. Era il
nuovo salvatore, era il restauratore della Repubblica e dei valori tradizionali, che erano stati minati
dai miraggi orientali del «nuovo Dioniso» (com’era presentato dalla propaganda Antonio).

CONSEGUENZE DELLA BATTAGLIA DI AZIO

25
Per un atto di pietas votò un tempio a Marte Vendicatore (della morte di Cesare) in seguito alla battaglia di Filippi del
42 a.C. e dopo la vittoria contro Sesto Pompeo, invece, ne votò uno ad Apollo, suo protettore accreditato, sul Palatino.
La battaglia di Azio era destinata a diventare come la manifestazione dell’epifania del
Principe che gli dei avevano spedito sulla terra per ridare a Roma la pace e la serenità. Gli elogi nei
confronti di Augusto vincitore di Azio si sprecano, durante il principato, e uno tra tutti coloro che
lo proclamano tale è Properzio, nel IV libro delle sue Elegie politiche.

Nel 30 a.C. Ottavio prepara l’invasione dell’Egitto: due eserciti (uno guidato ad ovest da
Cornelio Gallo e l’altro ad est guidato dallo stesso Ottavio) per sconfiggere una volta per tutte
Marco Antonio e Cleopatra. Quest’ultima prova a conservare il suo trono negoziando con
Ottavio, che brama invece il tesoro dei Tolomei.
Malgrado un successo iniziale, Marco Antonio è tradito e battuto. Crede che la regina sia
morta e si pugnala. Ottavio intanto guadagna tempo, tratta con la regina e recupera il tesoro dei
Tolomei. Qualche giorno dopo anche Cleopatra, non volendo apparire nel trionfo di Ottavio, si
suicida. Verranno poi uccisi il figlio di Cleopatra e Marco Antonio come quello di Cesare e
Cleopatra.
L’Egitto è ridotto a provincia romana con uno statuto particolare, in quanto sarà Cornelio
Gallo, un cavaliere, a prenderne il comando come primo governatore, e ne farà divieto ai
senatori di entrarvi senza autorizzazione.

PER RISTABILIRE LA PACE

**In Oriente
-le città che si erano dichiarate contro Antonio ricevono dei privilegi, quelle che erano state
saccheggiate da Ottavio si vedono rimettere i loro debiti, ma dappertutto conservano il loro statuto
di autonomia;
-alcuni sovrani furono messi a morte, ma i più passarono alla svelta dalla parte di Ottavio per
poter essere perdonati e, come Erode, si sottomisero a lui giurando fedeltà.

**In Occidente
Ottavio ritorna a Roma nel 29 a.C.
In precedenza sappiamo che il Senato e il popolo romano gli avevano giurato fedeltà
dandogli il comando della battaglia. Egli celebrò allora il trionfo di Azio, per la vittoria
dell’Illiria e dell’Egitto. Dedica il tempio del divus Iulius nel Foro nel luogo preciso in cui il corpo
del dittatore era stato bruciato nel marzo del 44 a.C. Viene aperta la Curia Iulia. Nella sala di
riunione del Senato, invece, venne posta una statua della Vittoria che equivalere a perpetuare il
ricordo della battaglia di Azio e del suo vincitore.
Per la terza volta nella sua storia, Roma era in pace, una pace che doveva ad Ottaviano.

IL MIRACOLO DI AZIO
Subito dopo la battaglia Ottavio fece erigere due trofei: l’uno al tempio del dio Apollo che si
trovava proprio di fronte al campo di battaglia, sul golfo di Ambracia; l’altro, invece, elevato a
Marte, Nettuno ed Apollo, nel luogo stesso dell’accampamento. Naturalmente Ottavio voleva
mostrare chiaramente la vittoria terra e per mare.
Da questo momento in poi cominciarono a nascere soprattutto elementi di leggenda legati a
questa grande battaglia, leggenda che si appoggiava sia su misure politico-religiose che su una
mirabile propaganda letteraria ed artistica.

**Misure politico-religiose
Fu opportuno ringraziare la divinità protettrice di Ottaviano, cioè Apollo: per questo fu presa
la decisione di costruire un tempio per Apollo sul Palatino. Di fronte ad Azio, invece, viene
fondata la città greca e libera di Nicopolis, cioè «città della Vittoria».

**Propaganda letteraria-artistica
Virgilio, Orazio e Properzio cantano la vittoria di Azio come un’impresa di Ottavio, e dai loro
versi si sviluppano il tema della vittoria totale per terra e per mare, Ottavio viene visto come erede
degno di suo padre e il salvatore della patria; in questa vittoria è stato favorito dagli dei, e dalla
natura. Viene inoltre tracciato un parallelo tra la battaglia di Azio e quella di Salamina insistendo
sulla difesa dell’ellenismo di fronte alla barbarie egiziana.
Per quanto riguarda l’arte, il tema della vittoria allude costantemente ad Azio.

CONDIZIONI DELLA CAPITALE ROMA IN QUESTO PERIODO


È una città vecchia che ha già dietro di sé sette secoli di storia. Ha conosciuto profonde
trasformazioni che hanno inciso sul quadro monumentale e sul modo in cui la popolazione, in
maggioranza cittadini e peregrini, viveva. È diventata una città ellenistica, ma è lungi da essere
una bella città, anche perché molti dei lavori iniziati da Cesare erano stati interrotti a causa della
guerra civile e abbandonati.

**I problemi
-estensione: Roma non è più contenuta, ma è diventata una città aperta;
-approvvigionamento: non era molto adeguato (lo aveva dimostrato la guerra contro Sesto
Pompeo);
-pericoli sulla sicurezza: incendi e inondazioni (piene del Tevere) poco tenute a bada così come
l’insicurezza e le manifestazioni popolari;
-manutenzione degli edifici antichi: bisogna infatti ripararli senza sosta;
-circolazione assai scomoda: Roma non era infatti mai stata soggetta ad un piano urbanistico
ben preciso, ma si costruiva dove si poteva. Ora mancava spazio e il Foro era diventato troppo
piccolo.

**Progetti e lavori di Cesare


Il dittatore aveva previsto, per guadagnare spazio, di sfruttare al massimo il Campo Marzio,
che era il solo terreno ancora disponibile, a costo di deviare il corso del Tevere. Aveva previsto un
piano di costruzioni e ricostruzione di alcuni edifici, ma le guerre civili ne franarono la
realizzazione.

**Ci pensa Ottavio


Abbandona alcune iniziative cesariane, ma ne prosegue altre come il collegamento tra il Foro
e il Campo Marzio e porta a termine la costruzione di tutto ciò che era già stato iniziato. Il teatro
progettato diventerà il teatro di Marcello. Intraprende lavori di costruzione di edifici totalmente
nuovi o restauri.
Ottavio incoraggia soprattutto le costruzioni da parte dei privati. Distribuisce così grande
quantità di sesterzi a beneficiari e organizza delle distribuzioni eccezionali di grano. Completò il
necessario con il superfluo e avviò una politica di svaghi.
L’attività di Agrippa come edile fu inoltre esemplare: si dedicò all’approvvigionamento di
acqua per la città, che fu migliorato (aggiunse due acquedotti ai quattro che già esistevano e
rinnova il sistema di drenaggio).

CONDIZIONI DELL’ITALIA IN QUESTO PERIODO


L’Italia, comprendente ora la penisola più la Gallia Cisalpina, vede per la prima volta
allontanarsi dal suo territorio brigantaggio e disordini di ogni tipo. Il sentimento di unità e di
nazionalità che si era mostrato durante il giuramento nei confronti di Ottaviano divenne ancora
più forte dopo la battaglia di Azio. Tutti gli uomini liberi sul suolo italico hanno la cittadinanza
romana e dispongono di importanti privilegi: ogni cittadino ha però due patrie, cioè Roma e la sua
città di provenienza. Roma e il Senato amministrano infatti tutta la federazione di città che è
l’Italia, dove ogni regione conserva la propria individualità (si parla così ancora etrusco in Etruria,
greco in Magna Grecia, anche se il latino prevale sempre di più).
In campo economico gli sforzi intrapresi prima di Azio cominciano a portare i loro frutti, e le
guerre civili hanno facilitato le trasformazioni iniziate nel secolo precedente: diminuzione dei
piccoli proprietari; sviluppo delle colture arbustive e dell’allevamento a scapo della cerealicoltura.
L’agricoltura rimane comunque di sussistenza, così come lo era ai tempi di Cato maior.
Il problema posto invece dopo la morte di Cesare, di dove sistemare i veterani della battaglia
di Filippi, non è ancora regolato.
L’elemento nuovo in economia è l’ingresso della Gallia Cisalpina, che indica il passaggio in
questa regione ad una agricoltura e ad un allevamento di scambio.
Nel campo dell’artigiano sia rurale che urbano l’Italia brilla ancora per la qualità e la varietà
dei suoi prodotti.

Ma più che alla sua economia, l’Italia deve il suo rinnovamento al suo personale politico,
dovuto innanzitutto alla scomparsa dell’antica nobilitas e alla crescita dei nuovi nobili romani,
nonché all’apparizione di numerosi Italici che si raggruppano intorno alla figura di Ottavio .
Questi ultimi sono spesso ricchi e costituiscono i più ferventi sostenitori del principato.

ORIGINI IDEOLOGICHE DEL PRINCIPATO


**Introduzione
Il 19 agosto del 14 d.C. sarebbe morto a Nola, in Campania, Ottaviano Augusto. L’intera
Italia lo avrebbe pianto come il salvatore dalle guerre civili, il restauratore della pace e della
Repubblica romana. Egli si vantava delle sue res gestae, un elenco di azioni e imprese compiute
dall’imperatore stesso durante il suo principato, redatte da lui stesso e portate a termine qualche
mese prima della sua morte; sarebbero state incise su tavole di bronzo e poste di fronte al suo
mausoleo nel Campo Marzio.
A Roma i senatori fecero a gara per proporre gli onori da accordargli, e ci fu anche qualcuno
che propose di denominare tutto il periodo del suo regno come «il secolo di Augusto». Roma si era
riconosciuta e in Ottavio e nel regime dal lui instaurato, che le aveva fatto prendere coscienza della
missione che le era stata affidata dalla Provvidenza, cioè quella di sottomettere i vari popoli per
disciplinare la pace.
Non si trattò di una «nascita», quanto più di un «lento affiorare» di caratteristiche e
situazioni che hanno poi portato alla formazione del Principato, che infatti non è stato creato ex
nihilo, né attraverso piani prestabiliti.

**Le origini

-MODELLO ELLENISTICO: nel bacino orientale del Mediterraneo Roma aveva incontrato le
monarchie nate dal regno di Alessandro Magno; i loro abitanti erano convinti della necessità che
un sovrano assoluto governasse la loro terra, e piano piano anche i cittadini romani si abituarono
all’idea di monarchia, un’idea tutto sommato «moderna». E poi, gli imperatores rimanevano
affascinati dalla figura di Alessandro Magno: per esempio, Augusto, quando fu condotto ad
Alessandria espose pubblicamente la salma del grande re deponendo su di essa una corona d’oro e
fiori in segno di venerazione. Quando invece gli fu chiesto se avesse voluto vedere anche la tomba
dei Tolomei, egli rispose che «aveva voluto vedere un re, non dei morti» (di questo ne parla
Svetonio). Fu inoltre sul modello della tomba di Alessandro che poi Augusto, al suo ritorno a
Roma, intraprese la costruzione del suo mausoleo.

-L’ESTENSIONE DELLE CONQUISTE: la Repubblica, che aveva conquistato una grandissima


quantità di territori e province, e spesso non aveva saputo amministrarle correttamente, si era
dimostrata in questo modo nel complesso abbastanza fragile. L’allargamento geografico dei confini
dell’impero territoriale romano esigeva dei cambiamenti nella natura del potere, almeno secondo
quanto affermano sia autori antichi che storici moderni. Questi ultimi sono dell’idea che prima o
poi le strutture repubblicane si sarebbero dimostrate insufficienti a tenere saldo un potere così
immenso come quello che si andava sempre più formando. E come Roma era il centro del potere,
così questo potere non poteva che essere concentrato nelle mani di uno solo.

-DISCREDITO DELLE ISTITUZIONI ANTICHE: dalla morte di Cicerone nessuno si infervora più per
restaurare seriamente le basi della Repubblica romana, e dopo la quasi totale sparizione dell’antica
nobilitas senatoria nessuno, a parte Ottavio (paradossalmente), pretende di difendere l’antico
valore della libertas.

-EVOLUZIONE DELLA MENTALITÀ: prendendo confidenza con l’idea della monarchia, ci si mette
anche in testa che i vincitori devono il loro successo alla loro fortuna, dono degli dei. Questi ultimi
vengono pregati anche privatamente per la saluta di un solo imperator, come se la salute dello Stato
potesse dipendere da un solo uomo. Inoltre, se un tempo la fortuna di ogni cittadino tutti la
dovevano trovare nella vita pubblica, ormai ognuno la cerca al di fuori del Foro, nella pace dei
campi o nell’abbandono del suo destino a quello di un comandante militare.

-INFLUENZA DELLE CORRENTI FILOSOFICHE: l’epicureismo, divenuto ormai diffuso e praticato,


presenta di per sé la monarchia come un punto di arrivo, una conquista per l’umanità: per i
discepoli di Epicuro, infatti, essa appariva come un regime in cui i cittadini si sono liberati dal peso
delle preoccupazioni della vita pubblica e possono così consacrarsi interamente alla vita interiore.

PUNTI A SFAVORE PER LA COSTITUZIONE DEL PRINCIPATO DI AUGUSTO


Il trionfo di Ottavio nel 29 significava la fine della guerra civile e il ritorno ad uno stato di
diritto, ma quale? Per riuscire ad imporsi come figura unica, Ottavio doveva superare alcuni
ostacoli:
1)Non poteva far alcun tipo di riferimento alla monarchia, al titolo di re, perché questo
concetto conservava a Roma ancora una sufficiente carica emotiva che potevano portarlo dritto
dritto verso la stessa fine che aveva fatto il suo padre adottivo: era la lezione delle Idi di Marzo.
2)Non poteva ignorare il Senato, che era ancora depositario del mos maiorum, perché sarebbe
significato inimicarsi gran parte delle grandi famiglie romane, tuttavia il potere dell’assemblea era
stato indebolito fortemente dai duri colpi della guerra civile.
3)La sua personalità era contestata in quanto il suo successo era dovuto principalmente, per
alcuni, al suo padre adottivo Cesare; per quanto riguardava la sua famiglia, le origini di essa
avevano ispirato chiacchiere e pettegolezzi, per esempio si diceva che il padre naturale fosse stato
un homo novus; per quanto lo riguardava, invece, si ricordava il suo atteggiamento spietato,
violento come capo militare.
4)La sua posizione istituzionale era vaga: non aveva infatti più alcun potere dei triumviri da
quando nel 33 aveva rotto con Marco Antonio. Gli restavano dunque il consolato (che riveste tutti
gli anni a partire dal 31 a.C.) che però non gli conferisce alcun potere militare; la sacrosanctitas e la
potestà tribunizia dei tribuni della plebe (a vita), che egli possiede pur non essendo uno di loro; e
naturalmente il giuramento di tutti i cittadini dell’Italia e delle province, che gli era stato fatto
prima di Azio.

PUNTI A FAVORE PER LA COSTITUZIONE DEL PRINCIPATO DI AUGUSTO


Ottavio disponeva di contro anche di appoggi di prim’ordine:
1)Era figlio del divus, unico imperator mai divinizzato a Roma (ma anche di Veenere!).
2)Era alla testa di un esercito unico, perché oltre alle sue truppe anche quelle di Marco
Antonio erano passate dalla sua parte.
3)Era immensamente ricco, poiché oltre al denaro ereditato dal padre naturale possedeva
anche l’immensa ricchezza di Cesare, nonché ormai il tesoro dei Tolomei.
4)Nel 43 a.C. era stato acclamato imperator ed aveva trasformato questo titolo in un elemento
del suo nome, collegandolo definitivamente alla sua persona come un prenome.
5)Appariva contemporaneamente come l’uomo della vittoria e come l’uomo della pace.
Con il solo scopo apparente di fare restaurare il passato Ottavio ha sfruttato i suoi elementi a
favore, e il suo genio risedette proprio nell’aver compreso che per instaurare un regime
personale doveva tenere insieme le istituzioni della Repubblica, consolidarle, ma allo stesso
tempo svuotarle del loro potere.

COMPROMESSO ISTITUZIONALE DI OTTAVIO (28-27 a.C.)


Nel 28 Ottavio inaugura il suo sesto consolato con Agrippa come collega: i due consoli
restano a Roma tutto l’anno, organizzano un census e il Senato è rinnovato. Ottavio diventa
princeps senatus, cioè il primo che parla durante le assemblee, quello che è in grado – dunque – di
orientare le udienze. Nello stesso anno sono emanate leggi morali e suntuarie che aumentano i
privilegi dei buoni cittadini: la Repubblica di un tempo sembrava restaurata.
Nel 27 Ottavio rimette tutti i suoi poteri al Senato, che di contro lo prega di restare. Si giunge
allora ad un compromesso, che sarebbe durato parecchi secoli:
-per dieci anni Ottavio riceve il comando delle province in cui stazionano le truppe, e
questo imperium proconsolare gli sarebbe stato rinnovato fino alla sua morte (per periodi di dieci e
cinque anni)  Ora Ottavio dispone del potere legale che gli mancava;
-il Senato, per parte sua, conserva la gestione delle province pacificate, cioè che non
comportano un esercito  questo elemento fece pensare che forse il Principato di Augusto fosse
stata una diarchia, ma considerando il fatto che abbiamo notizia di cinque editti di Augusto a
Cirene, sappiamo che l’imperatore intervenne anche nelle province senatorie come nelle sue.
Vengono inoltre emanati tre decreti:
1)Assegnazione del titolo di Augustus (che Ottavio porterà come cognome). Questo termine
era ripreso dal gergo religioso: se per Svetonio si lega ad «augurio», per Livio, invece, si oppone ad
humanus. La parola prende tutto il suo valore se però la si lega a quella di auctoritas, infatti
Augustus è «il portatore di auctoritas». Tutto quello che Ottavio compirà da questo momento in poi,
dunque, sarà aumentato da una qualità superiore, in rapporto con la divinità. Erano stati proposti
anche Romulus o Quirinus, ma erano stati poi scartati perché evocativi fin troppo del potere regio.
Dal 27, insomma, Ottavio diventa Imperator Caesar Divi Filiius Augustus, nome che segnala il suo
imperium (nel praenomen), la sua filiazione divina («figlio del Divino»), il cognomen Caesar che
diventa «nome di famiglia», nonché la sua nuova qualità di «portatore di auctoritas».
2)Conferimento dell’alloro e della corona civile come allusione al suo trionfo, e al suo ruolo
di salvatore della patria.
3)Affissione di uno scudo d’oro nella Curia con le parole di virtus, clementia, iustitia e
pietas26: la virtus come qualità dell’uomo; la clementia è la generosità, valore tradizionalmente
affibbiato anche a Cesare suo padre; la iustitia era valore fondamentale per poter esercitare il
potere e dimostrarsi equi con il prossimo; la pietas comprendeva invece tutto ciò che ognuno
doveva alla divinità, ai parenti e alla propria civitas.

Dal 27 al 23 a.C. Augusto non chiederà che di esercitare il consolato, che gli permette di
esercitare una sorta di tutorato su Roma, sull’Italia e sugli altri magistrati.

DEBOLEZZA DEL SISTEMA CONSOLARE (CRISI DEL 23 A.C.)


Nonostante che il Principato sembrava ormai essersi saldamente formato, nel 23 a.C. siamo a
conoscenza di una crisi (anche se le informazioni a riguardo sono molto imprecise) che svelò la
debolezza del sistema, secondo il quale tutto poggiava sulle spalle dell’imperatore. Furono
modificate alcune cose:
-rinuncia di Augusto al consolato: si accontentò dell’imperium proconsolare rinnovabile,
rifiutando a tutte le altre magistrature che gli furono proposte (la dittatura, censura a vita e
consolato perpetuo) dal Senato e dal popolo romano (accetterà solo missioni eccezionali);
-conferma della tribunicia potestas: senza essere membro della plebe, infatti, Augusto
possedeva tutti i poteri dei tribuni della plebe (sacrosanctitas e inviolabilità, veto sugli altri

26
A partire da Scipione l’Africano, vincitore della seconda guerra punica, questi valori rappresentavano le quattro virtù
ideali dell’uomo romano.
magistrati, diritto di convocare il Senato, diritto di porre leggi, ius auxilii), ma il suo potere si
estende non solo a Roma ma anche per tutto l’impero territoriale romano;
-elezione come Pontifex Maximus alla morte di Lepido, viene inoltre salutato «padre della
patria» dal senato e dal popolo romano, che lo inquadrano ormai come un «patrono» su scala
imperiale.

Le istituzioni della Repubblica, tra cui non solo il Senato e le magistrature, ma anche i comizi,
continuano ad esistere, e Augusto è un semplice cittadino, tuttavia tutte le decisioni da prendere
sono subordinate alla sua ultima parola. Egli lascia funzionare tutto, ma se qualcosa non va è la
sua sola parola ad essere legge.

AUGUSTO
Era nato il 23 settembre del 63 a.C. a Roma.
Il padre (Gaio Ottavio) era un homo novus; la madre, Atia, era nipote di Cesare, che molto
presto si interessò al bambino e lo introdusse alla vita romana, vegliando anche sulla sua
educazione.
Nel 45 a.C. Ottavio combatte al fianco dello zio contro i Pompeiani in Spagna. Senza
informarlo Cesare lo adotterà facendolo suo erede. Nel 44, invece, si trovava ad Apollonia (in
Epiro) per studiare e per preparare una campagna contro i Parti, quando venne a sapere della
morte del dittatore e soprattutto di essere stato adottato, e di essere l’unico erede. Con un passo
dell’Iliade dice alla madre di voler vendicare la morte di Cesare: «che io muoia subito, hanno
ucciso il mio amico ed io non ero là per difenderlo».
Ottavio, partito per vendicarsi del padre adottivo, stabilirà a Roma un regime che durerà per
5 secoli e che segnò da vicino la storia degli uomini dopo di lui.
**La sua famiglia
Aveva fatto sposare, nel 40, sua sorella Ottavia a Marco Antonio, per concludere il trattato
di pace di Brindisi.
Degna di nota è soprattutto la sua lunga passione per la terza moglie Livia, una donna
appartenente per nascita e matrimonio alla più alta aristocrazia repubblicana (la gens Claudia)
aveva poi divorziato, sebbene incinta, per sposare Augusto che si era appena separato da
Scribonia. Tutto ciò fu uno scandalo. Caligola la definì un «Ulisse in sottana», per mettere in
evidenza la sua astuzia e il fatto di aver giocato un ruolo politico alquanto importante («come
doveva fare una donna»).

**La sua ideologia


Tutto per Ottavio nasce dal sentimento di vendetta; il suo animo complesso, la cui grandezza
e il cui genio non smisero mai di brillare, si adatta alle circostanze in cui si trova per portare avanti
la sua azione politica.
La sua ideologia si fonda sul tema della pax (è sotto di lui che viene costruito il monumento
dell’Ara pacis Augustae), l’ordine sociale, il ritorno delle virtù romane, la restaurazione della
religione tradizionale, la grandezza di Roma e la difesa della libertas. E per celebrare tutto questo,
autori, scultori, poeti, architetti, artisti di ogni genere.

I COLLABORATORI DI AUGUSTO
Tra i suoi collaboratori emergono due figure fondamentali, che sono Agrippa e Mecenate. Un
passo celebre di Cassio Dione presenta i due dopo Azio che si domandano «che cosa fare?»:
ristabilire la Repubblica?, dice Agrippa; o «una monarchia senza il nome», come raccomanda
Mecenate? Dietro questo dialogo fittizio (ma non necessariamente falso!) si profilano l’influenza di
questi due consiglieri, nonché i loro contrasti (qui forse troppo accentuati). La loro fedeltà ad
Augusto, comunque, fu assoluta.

**Mecenate
Etrusco, appartenente all’ordine equestre, che non desiderò mai lasciare; gran signore, ricco,
discepolo di Epicureo, dai gusti raffinati; protettore dei poeti Virgilio, Properzio e Orazio.
Era innanzitutto un diplomatico (negozia il trattato di Brindisi) e una sorta di ministro
dell’interno, capace di sventare cospirazioni e assicurare l’ordine.

**Agrippa
Per molto tempo la sua azione è stata considerata solo quella di un soldato. Un lavoro recente
ha invece arricchito la sua personalità.
Egli era già con Ottaviano quando il futuro imperatore seppe, ad Apollonia, della morte del
dittatore suo padre adottivo. Fedele, abile stratega, grande costruttore (durante la sua censura),
benefattore, ottimo amministratore, fu anche autore di una autobiografia e di opere tecniche.
Rude soldato dai talenti molteplici, insomma, mette tutta la sua energia nell’esaltare la
grandezza di Roma e dell’Impero, del Principe e della dinastia.
Era stato rivestito della potestà tribunizia e dell’imperium proconsolare. Divenne inoltre
correggente di Augusto, ossia suo collega.

GERARCHIA IMPERIALE
Oltre che creatore di un nuovo regime, Augusto volle anche riformare la società romana in
base ai principi della sua ideologia (ritorno alla morale antica, rafforzamento della coesione sociale,
etc). Una serie di leggi, dunque, stigmatizzò il celibato, l’adulterio delle donne e diede dei
privilegi ai padri di famiglia.
Sul piano giuridico, invece, la società era formata da:
-due ordines che erano quello equestre e quello senatorio;
-cittadini romani di Roma e dell’Italia e delle province;
-i Latini;
-i Latini iuniani, cioè schiavi liberati al di fuori delle misure prese da Augusto;
-i peregrini, ovvero gli stranieri;
-i dediticii, cioè uomini liberi che non possono però diventare cittadini;
-schiavi.
Augusto concentrò la sua attenzione principalmente su i due ordines.

IL SENATO SOTTO AUGUSTO


Nell’epoca repubblicana non esisteva un ordo senatorius, ma la sola condizione richiesta ad un
uomo per entrare in senato era quella di aver ricoperto almeno la prima delle magistrature
(questura), e soprattutto di possedere un capitale equivalente al censo equestre.
I legami tra senatori e cavalieri, anche per questo, erano abbastanza stretti: i figli dei senatori
erano infatti tutti cavalieri; a loro volta questi, assumendo la questura, potevano entrare in Senato,
il che comportava però il dover rendere il cavallo pubblico allo Stato.

I membri del Senato, che sotto Augusto era solo un’assemblea, portavano sulla tunica (al di
sotto della toga) una larga banda di porpora, cioè il laticlavio. Dopo la morte di Cesare era successo
che da una parte il numero dei senatori era aumentato; dall’altra i figli dei senatori e i figli dei
cavalieri usurpavano il laticlavio per ostentare le loro ambizioni. Augusto reagì allora:
-diminuendo il numero dei senatori in Senato;
-vietando di portare il laticlavio ai figli dei cavalieri, mentre i figli dei senatori possono
portarlo, in quanto evidentemente agli occhi di Augusto essere figli di senatori significava essere
predestinati a diventare senatori a propria volta, tuttavia benché membri dell’ordine senatorio, i
figli dei senatori rimangono dei giovani cavalieri che portano il laticlavio;
-istituendo l’angusticlavio, una banda più stretta, per i giovani cavalieri;
-fissando un nuovo censo senatorio: ora è necessario, per i figli dei senatori, un milione di
sesterzi per aspirare alla questura. Questo ha però due conseguenze significative:
 se si è già senatori ma non ci si trova al di sotto del censo o si rinuncia alla qualità di
senatore oppure il Principe può colmare il deficit;
la creazione di un censo differente e più elevato stabilisce una nuova barriera tra
senatori e cavalieri, e i discendenti dell’ordine senatorio tendono a formare un gruppo sociale
ben definito.
-fissando uno ius honorum: per chi è figlio di un senatore e vuole entrare in senato, bisogna
che egli possegga, oltre al nuovo censo, anche il «diritto di presentarsi candidato alla prima
magistratura», che si andrà a sommare alla rispettabilità del nome di famiglia;

L’ammissione al senato avviene ancora, come sotto la Repubblica, a partire dalla questura,
ma è l’imperatore che decide. La riforma di Augusto nei confronti del Senato mira allora a voler
creare le migliori condizioni possibili per assolvere alla sua funzione tradizionale e a confermare il
suo primato nella gerarchia sociale.
Erano fissate due sedute al mese in una data fissa e durante i senatusconsulta c’era necessità di
raggiungere un quorum.
Se da una parte il Senato continua ad essere un organo sociale nobile e rispettato da tutti,
dall’altra perde sempre più la sua importanza e dal punto di vista decisionale e da quello politico.
A più riprese, infatti, egli ha necessità di appoggiarsi all’aiuto di Augusto; ha perduto il controllo
in politica estera, in quella militare e in una parte della politica fiscale molto importante.
I senatori, inoltre, oscillano tra la sottomissione al Principe e la sterile organizzazione di
complotti maldestri. Tuttavia rimane ancora il simbolo della res publica.

CONTROLLO DI AUGUSTO SU MAGISTRATI E COMIZI


Di fatto, Augusto controllava le elezioni attraverso una serie di poteri: la nomiatio, cioè
l’accettazione della candidatura; la commendatio, ovvero una raccomandazione fatta da Augusto.
I comizi cessarono allora di giocare un ruolo politico importante, persero qualsiasi tipo di
competenza giuridica, e vuotavano della loro sostanza le magistrature tradizionali. Piano piano,
insomma, sarebbero spariti dalla vita politica.

ORDINE EQUESTRE SOTTO AUGUSTO


Essere cavalieri dava dei privilegi (portare la tunica con la banda di porpora stretta, anello
d’oro, posti riservati agli spettacoli), ma nessuna eredità legale: non si nasce cavalieri (a meno che
non si sia figli di senatori), lo si diviene.
L’ordo equestris era assai più aperto di quello senatorio: poco importava, infatti, l’origine
geografica o sociale di qualsiasi dei suoi membri, ma contavano innanzitutto i propri meriti e la
propria capacità di servire.
Con questo ordo rinnovato, allora, Augusto si creò tutta una elite di funzionari diligenti e
pronti sempre a sostenere il nuovo regime.

L’ESERCITO SOTTO AUGUSTO


L’esercito è nato sui campi di battaglia, ed è il mezzo attraverso il quale la pace è stata
restaurata. Augusto si è fatto campione di questa pace, ma non poteva certo ignorare l’esercito,
tutt’al più che è a lui solo che i soldati prestano il sacramentum che, dalla Repubblica, legava il
soldato al suo generale.
L’esercito, ormai, è inoltre un gruppo di professionisti e Augusto seppe circondarsi anche di
generali competenti membri della sua famiglia, come Agrippa, Tiberio e Druso.

**Riforme un esercito permanente


1)Non abolisce il principio dell’obbligo militare per tutti, ma l’arruolamento volontario è
sufficiente a fornire le 6.000 reclute legionarie necessarie ogni anno;
2)Il soldo dei legionari è portato a 25 denari;
3)Il reclutamento è essenzialmente italico, anche se consente qualche apporto di cittadini
romani provinciali;
Si arriva a costituire un esercito ormai permanente composto da 25 legioni, le quali
ricevettero ognuna un numero d’ordine e un soprannome (come per esempio la III Augusta).
**Unità ausiliarie e legioni
La distinzione tra le due si precisa sotto Augusto anche se esisteva già da tempo.
1)L’insieme dei corpi ausiliari equivale in numero d’uomini al corpo delle legioni;
2)In origine i corpi ausiliari ricevevano un nome che evocava l’etnia dei proprio soldati (come
per esempio l’ala Thracum per i Traci). Al suo congedo l’ausiliare può beneficiare del privilegio di
ricevere la cittadinanza romana, e suo figlio potrà arruolarsi in una legione.

**Ripartizione delle truppe


Augusto installò una guarnigione in a Roma quando l’Italia non ne conosceva; nelle
province, invece, sono ripartiti i gruppi ausiliari e le legioni.
Non fu dimenticata la sicurezza marittima: malgrado il Mediterraneo, dopo Azio, sia
diventato un grande mare romano, due porti in particolare ebbero per missione di controllare le
due parti del mare intero. Ogni flotta è posta sotto il comando di un prefetto di rango equestre.
Sono flotte permanenti, che oltre alla loro funzione di polizia sono una riserva di uomini,
assicurano la logistica delle operazioni, trasportano truppe e anche l’imperatore da una parte
all’altra dell’impero.

L’AMMINISTRAZIONE DELL’IMPERO
Il successo di una «monarchia mascherata» come quella di Augusto sta nell’aver saputo
amministrare correttamente gli immensi territori dell’impero. E il desiderio comune di pace, la
riorganizzazione degli ordini senatorio ed equestre, il senso dello Stato e del dovere che
impregnava il mos maiorum hanno facilitato questa impresa augustea.

**Roma

-Organizzazione amministrativa
Sebbene la popolazione abbia continuato a crescere, le sue strutture amministrative rimasero
arcaiche per lungo tempo, così Augusto le modificò profondamente:
1) nel 7 a.C. divide il territorio urbano in circoscrizioni (regiones) che hanno a capo un
magistrato tratto a sorte trai pretori, i tribuni della plebe e gli edili;
2) divide le circoscrizioni in quartieri (vici), a capo dei quali sta un vicomagister, spesso un
liberto, incaricato di funzioni religiose e amministrative;
3) l’insieme dell’amministrazione della città è affidato invece ad un praefectus urbi, un
senatore coadiuvato anche da altri senatori che vigilano su acquedotti, sulle opere e i luoghi
pubblici, gli edifici sacri, sul letto e le rive del Tevere (questa antica istituzione dell’epoca
repubblicana viene resa permanente proprio da Augusto);
4) sono costituite coorti di vigili per lottare su incendi e assicurare la polizia notturna.

-Monumenti e azione edilizia


Roma aveva il dovere di essere la più bella città dell’impero, così Augusto si vantò di
«lasciarla in marmo dopo averla trovata in mattoni» (ne parla Svetonio). La sua azione si sviluppò
attraverso il restauro e completamento di monumenti danneggiati e l’abbellimento con continue
costruzioni che simboleggiassero la grandezza della città e il ritorno alla pace.
Da una parte Augusto, anche per ingraziarsi maggiormente il popolo, donò alcuni terreni,
che fece costruire, e che erano appartenenti alla casa imperiale e alla sua famiglia; dall’altra, invece,
vengono annessi alla domus imperiale altri spazi considerati per tradizione appartenenti alla storia
comune (come per esempio il Palatino).
Quattro settori della città furono particolarmente curati da Augusto: il Foro romano; il Foro
di Augusto; il Campo Marzio; il Palatino.

**L’Italia
Gli uomini liberi che si trovano sul suolo italico, sono tutti cittadini romani che non pagano
imposta fondiaria; i suoi municipi sono autonomi, sebbene teoricamente il territorio italiano
rimanga sotto il controllo del Senato.
Augusto divise l’Italia il 11 regioni, anche perché ognuno potesse votare nel suo luogo
d’origine.
L’organizzazione generale dell’impero che segue può sembrare estremamente rigida, in
realtà era flessibile e capace di adattarsi a variabili realtà. Lo statuto amministrativo di una
provincia, insomma, non è mai definitivo, quindi una provincia può diventare senatoria o
imperiale.

-Le province senatorie


I loro governatori portano il titolo di proconsole come sotto la Repubblica, sono scelti tra
senatori che siano ex consoli o ex pretori. La loro azione è aiutata anche da questori per le
faccende finanziarie.
Augusto rimette però in vigore la legge di Pompeo che prevedeva che per assumere
l’incarico di proconsole dovevano essere passati almeno cinque anni dalla fine dell’ultimo
mandato assunto, e l’incarico poteva durare un anno soltanto.

-Le province imperiali


I loro governatori portano il titolo di legato d’Augusto propretore, e sono scelti direttamente
dall’imperatore per una durata che solo Augusto può decidere di quanto sia. Per quanto riguarda
invece le province imperiali con più di una legione, esse sono governate da un ex console.
Alcune province imperiali non prevedevano legioni, ma semplicemente truppe ausiliarie: in
questo caso sono rette da un prefetto di rango equestre.

-L’Egitto
Il suo statuto è particolare. Legalmente è annesso all’impero del popolo romano, tuttavia è
trattato come proprietà personale dell’imperatore, che continua a regnarvi secondo gli stessi
principi dei precedenti Lagidi (altro nome dei Tolomei). L’imperatore è qui rappresentato da un
praefectus d’Egitto.

LA POLITICA RELIGIOSA SOTTO AUGUSTO


Da una parte una linea tradizionalista, dall’altra una innovatrice, con la fondazione del culto
imperiale.
Per quanto riguarda il ramo della tradizione, Augusto, rispetto al padre adottivo Cesare che
si era sempre dimostrato alquanto scettico, ostentava forme di religione ancestrale con una
fedeltà pignola spinta fino alla crudeltà. Non trascura allora nessun sogno, nessun prodigio,
nessun auspicio, poiché potrebbero rivelarsi infallibili; e se si svegliava la mattina mettendo il
piede nella scarpa sbagliata, lo prendeva come un segno funesto.
Era un homo religiosus, ma non ingenuo, poiché seppe infatti sfruttare di ogni avvenimento il
lato religioso, naturalmente a suo favore politicamente.

**Restaurazione
Per ridare splendore ai sacerdozi ne assume su di sé i fondamentali; diventa il restauratore
dei templi, e ridà vita ad alcuni riti caduti in desuetudine.

**Rinnovamento
Associa alle sue varie riforme le divinità che si accordano con esse:
-culto di Opi e di Cerere alle distribuzioni frumentarie;
-culto dei Dioscuri con l’età della giovinezza.
Attribuisce inoltre un’importanza singolare ad alcune divinità come Venere, Apollo, Marte e
Vesta. Ma il rinnovamento più grande arriva con l’istituzione del culto imperiale.

FONDAZIONE DEL CULTO IMPERIALE


Per quanto riguarda le origini, assai discusse, sono state avanzate tre grandi ipotesi:

-origine ellenistica e orientaleggiante: nel mondo ellenistico, infatti, molti re, uomini, eroi politici
importanti avevano ricevuto onori divini (uno fra tutti Alessandro Magno), e siccome colui che
propose il nome Augustus (Lucio Munazio Planco) era appena tornato dalla corte di Alessandria, si
sono potuti rinvenire proprio in quella zona i prodromi del culto imperiale;

-origini romane e nazionali: probabilmente fu il secolo degli imperatores che avrebbe ispirato il
culto imperiale, basti pensare che Cesare era stato il primo ad essere divinizzato proprio perché
ritenuto un valoroso generale che si era particolarmente mostrato agli occhi di tutto il potere
romano, e che Augusto risultava quindi «figlio del divinizzato», e attraverso di lui discendeva da
Venere;

-origini indigene: in particolare si pensa siano state origini iberiche, tutt’al più che nel corso
della straordinaria seduta in Senato del 27 a.C., un tribuno della plebe si votò ad Augusto alla
maniera degli Iberi esortando anche i suoi compagni a fare lo stesso. Fu inoltre proprio nella
penisola iberica che fu innalzato il primo altare monumentale in onore di Augusto.

QUESTIONE DELLA SUCCESSIONE


Quest’opera colossale religiosa, politica, amministrativa sarebbe stata del tutto effimera se
non si fosse assicurata la successione: bisognava dunque trasmettere l’auctoritas e le qualità
personali di Augusto. Tuttavia designare apertamente un successore significava ammettere
l’esistenza di una monarchia e dare origine ad una dinastia; di contro, non dire nulla significava
aprire di nuovo la strada alle guerre civili. Questo dilemma tormentò Augusto, il quale peraltro
non aveva figli maschi e non era mai stato invocato nessun principio di successione.
Si orientò all’ora verso il sistema di associazione del suo successore al suo governo
indicando così manifestamente, rispettando però una parvenza di legalità, su chi si indirizzava la
sua scelta. Un matrimonio, insomma, o un’adozione, potevano sottolineare la sua scelta.

1)Il primo ad essere preso in considerazione fu suo nipote (figlio della sorella Ottavia),
Marcus Claudius Marcellus, che fu iniziato alla carriera politica abbastanza velocemente, e fatto
sposare alla figlia di Augusto, Giulia. Tuttavia egli morì, e le sue ceneri furono custodite nel
mausoleo dello zio in Campo Marzio.

2)Augusto accelerò allora la carriera del figliastro Tiberio (Titus Claudius Nero), nato lo stesso
anno di Marcellus, ma quando quest’ultimo morì, non fu Tiberio ad essere preso in considerazione
per il potere, anzi Agrippa, che già era stato promosso correggente del princeps ed era inoltre
sposato con la figlia di Augusto, Giulia.

3)Dal matrimonio tra Agrippa e Giulia nacquero due figli, Gaius Caesar e Lucius Caesar, che
furono adottati da Augusto, cosicché potessero succedere e al loro padre adottivo e al loro padre
naturale. Agrippa muore.

4)Tiberio fu allora obbligato da Augusto a lasciare la moglie Vipsania (figlia di Agrippa) per
sposare Giulia. Onori e incarichi si accumulano su di lui, ma quando riceve la potestà tribunizia
decide di ritirarsi spontaneamente in esilio per cinque anni a Rodi, dove trascorrerà una vita da
comune privato.
5)In sprezzo di ogni regola, Gaius Caesar fu designato console per cinque anni più tardi, e i
cavalieri lo proclamarono «Principe della gioventù». Tre anni dopo anche suo fratello Lucius
ricevette gli stessi onori. I due fratelli fecero insieme apprendistato al governo, ma morirono ben
presto entrambi nella loro prima missione ufficiale.

6)Restavano allora due persone, in seno alla famiglia imperiale, che avrebbero potuto
prendere il posto di Augusto: Tiberio e Agrippa Postumo (figlio di Agrippa e di Giulia). Entrambi
furono adottati dall’imperatore, che domandò a sua volta a Tiberio di adottare il figlio di Druso e
della sorella Ottavia (dunque suo nipote), Germanico.
Tiberio fu allora investito ancora una volta della potestà tribunizia. Per via del suo carattere,
invece, Agrippa Postumo fu ripudiato da Augusto ed esiliato su un’isola. L’ordine successorio,
dunque, si faceva più chiaro: prima Tiberio, e poi Germanico.
Nel 13 d.C. Tiberio ricevette i poteri di Augusto, che morrà l’anno successivo, il 14 d.C.

I SECOLO D.C.
LA DINASTIA DEI GIULIO-CLAUDII
Nessuno col tempo mette in discussione il regime del Principato, anzi lo si sperimenta, lo si
modifica e lo si adatta. Nessuno propone la restaurazione della Repubblica, neppure coloro che
spesso vi fanno riferimento. Il governo di uno solo, come sosterrà Tacito, è riconosciuto come
necessario per mantenere la pace e non ritornare alle guerre civili.
Sotto la dinastia dei Giulio-Claudii entrano in gioco numerosi elementi, come la personalità
del Principe, il peso dei suoi congiunti, i suoi rapporti con il Senato (che molto spesso hanno
determinato anche l’immagine che ci è stata data del regno), le relazioni con gli eserciti, il modo di
essere un sovrano accettato dalla plebe, l’interesse per amministrazione e province. Inoltre,
dominerà profondamente il ricordo di Augusto.
La dinastia comprese:
-Tiberio;
-Caligola;
-Claudio;
-Nerone.

TIBERIO (dal 14 al 37 d.C.)

**Ritratto
La storiografia senatoria ce lo presenta come un cattivo principe, alle volte un tiranno, che
avrebbe dato al Principato una forma autocratica. Numerosi studi hanno ridimensionato queste
considerazioni.
In tutti i campi, prima di salire al potere, egli ha già dimostrato il suo valore. È uno degli
uomini più adatti per prendere il posto di Augusto; in più è colto, un buon oratore, un fine
ellenista, appassionato di astrologia, e non manca di intelligenza come di carattere.
Paradossalmente, nonostante fosse repubblicano di convinzione, ligio al dovere civile, non
suscitò molta simpatia nei confronti del Senato, ma anche verso il popolo.
Timido, maldestro, ferito dall’essere stato l’eterno secondo alla successione, insofferente
agli obblighi della vita pubblica che la sua funzione comportava, divenne misantropo, brusco e
sospettoso.

**Il suo regno


Il testamento di Augusto lasciava in eredità a Tiberio e a Livia, sua moglie, tutto quanto;
Agrippa Postumo, a quel punto, fu messo a morte. Il Senato, il popolo romano e i magistrati e
l’esercito prestarono fedeltà al nuovo imperatore che, a imitazione di Augusto, rimise tutti i suoi
poteri all’assemblea per poi riottenerli immediatamente da essa.
Dopo l’investitura fu votata una lex de imperio, che diventerà sempre più una formalità
all’inizio di ogni regno.
Nei primi mesi di governo sono segnalate una rivolta sul Reno e una sul Danubio, ma Tiberio
ne venne facilmente a capo. Si possono, da questo punto in poi, distinguere tre fasi del suo regno:

-dal 15 al 23 d.C.
Si instaura un regime piuttosto «liberale». Non mancano le difficoltà, in Africa come in
Gallia si riscontrano alcune rivolte. Viene condotta una spedizione in Germania da Germanico,
suo figlio adottivo. Si riscontrano difficoltà famigliari sia per il carattere di Livia sia per le
rivalità tra Tiberio e Germanico. Quando quest’ultimo morirà (nel 19) l’opinione pubblica
sospettò che una persona vicina a Tiberio lo avesse avvelenato per riservare la successione a suo
figlio Druso, ma anche quest’ultimo morirà, e l’imperatore ne rimase alquanto addolorato.

-dal 23 al 31 d.C.
Questo periodo è dominato dalla personalità di Seiano, che diventa il personaggio più
importante del regime dopo Tiberio; la morte del figlio dell’imperatore gli fece probabilmente
sperare di essere nominato come suo successore, tanto più che Seiano chiese di sposare la vedova
di Druso, ma l’imperatore glielo impedì. Per essere poi ancora più libero a Roma con molta
probabilità consiglia all’imperatore di ritirarsi in Campania. Tiberio si rinchiude in una villa a
Capri, da dove non si allontanerà mai più.
Nel 30 Tiberio e Seiano vengono designati consoli per l’anno successivo (cosa eccezionale!).
Non sappiamo con certezza se Tiberio cercò di prevenire le ambizioni di Seiano, o se tentasse di
contrastare la sua figura, legata a gruppi che contrastavano le truppe di Germanico, tuttavia
accadde che Seiano fu arrestato e giustiziato, e i suoi partigiani e i suoi figli messi a morte.

-dal 31 al 37 d.C.
Tiberio continua a governare da Capri con la stessa attenzione maniacale. Suscitò dei
processi di lesa maestà che permettevano di far giudicare dal Senato i sospetti, magari facendo
confiscare i loro beni, punirli con la morte o con l’esilio.
Arrestò, prima di morire per malattia, una nuova crisi finanziaria. Nel 37, deceduto, non si
sapeva chi lo avrebbe sostituito, poiché non aveva preparato un successore. Esitava – sembra – tra
suo nipote e suo pronipote (figlio del figlio di suo fratello) Gaius Iulius Caesar, soprannominato
Caligola. Secondo una diceria sarebbe stato quest’ultimo ad aver dato il colpo di grazia
all’imperatore morente.

CALIGOLA (dal 37 al 41 d.C.)


Dell’avvento al potere di Caligola si sa molto poco, solo che il prefetto del pretorio vi ebbe un
ruolo importante, e che il popolo di Roma, così come il Senato, lo accolsero con gioia: era colui che
la folla acclamava come «nostro bimbo», «nostra stella». Dunque, oltre ai miliardi che Tiberio gli
lasciava, Caligola disponeva sicuramente di un grande capitale di popolarità.
Meno di quattro anni dalla sua salita al potere, tuttavia, egli viene assassinato da una
cospirazione dei pretoriani e di liberti imperiali. Nessuno lo pianse: né i pretoriani che
acclamarono il nuovo imperatore, né i senatori, né il popolo romano che si manifestò in favore del
candidato dei pretoriani.
Le sole voci che ci parlano di questo imperatore, purtroppo, ne fanno un quadro così nero
che ci si deve interrogare sul loro valore. Ma un punto che mette d’accordo tutti sono le ragioni
della sua popolarità, che gli derivava: dalla giovinezza, dal padre Germanico, dalla sua infanzia
nei campi dei legionari dove gli fu dato il soprannome di Caligola («piccolo stivaletto da soldato»,
dalla sua parentela con Marco Antonio e Augusto.
Tutto il resto è soggetto a discussione: per molto tempo, per esempio, si è supposta una
malattia che lo avrebbe portato ad avere un comportamento stravagante, ma un’analisi più
approfondita mostra anche che essa non fu così significativa da determinare un cambiamento
politico netto.
Non sappiamo se realmente progettò una maldestra politica all’estero in Britannia, e neppure
se pensò seriamente di introdurre il culto rivoluzionario di Iside e Se rapide. Alcuni storici lo
pensano, altri invece ritengono che non ci siano prove a sufficienza per poterlo affermare con
certezza.
Fatto sta che Caligola vuotò le casse dello stato, annetté la Mauretania, restò padrone della
macchina governativa e amministrativa e scontentò il popolo giudaico volendo installare una
sua statua nel tempio di Gerusalemme, il sancta sanctorum.

CLAUDIO (dal 41 al 54 d.C.)


Dopo l’assassinio di Caligola, mentre il Senato decideva di restaurare la Repubblica, i
pretoriani perquisirono la domus sul Palatino alla ricerca di un membro della famiglia giulio-
claudia che potesse sostituirlo. «Un soldato che correva da tutte le parti […] lo tirò fuori dal suo
nascondiglio, e mentre Claudio, terrorizzato, si gettava alle sue ginocchia, lo salutò imperatore»,
dice Svetonio parlando di lui. Questo aneddoto sottolinea tre verità: Claudio non teneva a divenire
sovrano, fu il primo imperatore investito dai pretoriani, verso i quali – per paura – promise una
somma di denaro.

**Ritratto
Nipote di Tiberio e zio di Caligola, nonché fratello cadetto di Germanico.
La sua carriera era stata molto lenta, e tutti lo consideravano un po’ nello stesso modo in cui
ne parlava la madre, che affermava fosse «Una caricatura d’uomo, un aborto semplicemente
abbozzato dalla natura». Effettivamente balbettava e non era solido sulle gambe. In più, tutti
dubitavano della sua intelligenza.
Restò cavaliere finché Caligola non se lo affiancò come collega al consolato. Ma, più che altro,
Claudio visse in disparte, studiando filologia e storia: scrisse una storia di Roma, una dell’Etruria e
una di Cartagine (le ultime due in greco).
Fu ridicolizzato assai dagli antichi, in particolare da Seneca che fece della sua apoteosi una
trasformazione in zucca (Apokolokyntosis del divino Claudio); costantemente lo si presentò come un
ubriacone, come lo zimbello dei pretoriani, delle sue mogli (ne ebbe quattro, due delle quali assai
tristemente famose, Messalina per le sue tresche oscene, Agrippina perché madre del futuro
Nerone) e dei liberti.
Attualmente è stato rivalutato per la qualità della sua azione sia interna che esterna:
-trasformò l’amministrazione centrale dell’Impero in una grande cancelleria;
-intraprese ogni tipo di lavoro e costruzione pubblica;
-si occupò della giustizia;
-riprese la politica augustea;
-mise un interesse particolare per l’approvvigionamento di Roma;
-fondò numerose colonie;
-assunse la censura e la esercitò con scrupolo.
Nel complesso, nonostante fosse uno spirito tradizionalista la sua opera fu innovatrice e
rivoluzionaria.

**Il suo regno


Salito al potere, nel 41 d.C., punì gli assassini di Caligola; si afferma la politica dinastica (con
l’apoteosi di Livia); l’imperatore mostra il senso di dignità imperiale rifiutando il prenome di
imperator.
Nel 43 conquista la Britannia. Nel 44 la Giudea ridiventa provincia romana.
Nel 54, invece, muore, forse avvelenato dalla moglie Agrippina in quanto avrebbe messo
sullo stesso piano Britannico e Nerone per la sua successione, ma Agrippina avrebbe voluto
accelerare l’ascesa di suo figlio. Il Senato conferirà l’apoteosi a Claudio, e la moglie diventò sua
sacerdotessa come Livia lo era stata per Augusto.

NERONE (dal 54 al 68 d.C.)


Il caso, o più verosimilmente il veleno fecero di Nerone il nuovo imperatore di Roma. Egli
ha solo 17 anni, ed è il più giovane Principe mai salito sul trono finora. La sua ascesa al potere
deriva dalla accurata organizzazione che ne fece sua madre Agrippina, sorella di Caligola: la
morte di Claudio fu tenuta nascosta, Britannico trattenuto, mentre Nerone, invece, si presentò
dai pretoriani offrendo loro un donativum, che lo fa proclamare nuovo imperatore. Il giorno
stesso Nerone si presenta in Senato leggendo un discorso elaborato per lui da Seneca: vi
riprendeva i temi augustei, tra cui quello di un governo equamente diviso tra imperatore e Senato.
Da parte di madre e padre Nerone discende da Ottavio e da Marco Antonio: era stato adottato da
Claudio, e riuniva dunque i due rami nemici dei Giulii e dei Claudii.
Legato a questo personaggio è il problema del «Neronismo», via politica alquanto originale,
vicina più ad un genere di vita, o ad un ideale estetico, che ad un programma politico.
**Ritratto
Le testimonianze letterarie ci presentano Nerone come «il nemico del genere umano» - dice
Plinio il Vecchio –, oppure «semplicemente» come un mostro che uccise il fratellastro, praticò
l’incesto con la madre prima di farla assassinare, fece sparire sua moglie e il suo precettore, si fece
sposare da uno dei suoi liberti, comportandosi inoltre da istrione e auriga, e dando fuoco a Roma.
Gli ambienti giudaici e gli scrittori cristiani, invece, lo presentarono addirittura come un
anticristo e come la Bestia dell’Apocalisse di Giovanni.
Le testimonianze archeologiche, invece, ci mostrano un uomo di cultura, di gusto, amante di
scultura e pittura, che avrebbe voluto trasformare Roma in una «Neropolis» con il cuore di essa
che sarebbe stata la Domus Aurea, un palazzo imperiale concepito come mondo chiuso.
Nerone impose un governo autocratico, ma anche una vera e propria rivoluzione culturale.
Era infatti un giovane Principe affascinato dal mondo orientale e dalla Grecia, un megalomane e
un musicista che prendeva molto sul serio le sue attività liriche, crudele, istrione, tormentato e
angosciato da paure di ogni tipo, un dandy che usava uno smeraldo come occhiale (poiché
miope). I suoi versi poetici – come ci racconta Tacito – non erano affatto ridicoli, anche se egli si
credeva il più grande artista del suo tempo.

**Il suo regno


I primi cinque anni di regno di Nerone (dal 54 al 59 d.C.) sono chiamati il quinquennio felice,
che per molti secoli, anche a causa di scrittori antichi, si era ritenuto essere una sorta di periodo di
serenità totale che si sarebbe concluso con la morte di Agrippa. Oggi, invece, se si cerca una svolta
politica la si pone tra il 61 e il 62, quando Nerone indurì il suo atteggiamento verso il senato. Prima
di queste date, invece, Nerone tenta di infondere nella società romana i suoi nuovi valori: il gioco,
la festa, il lusso, la fortuna.
IL QUINQUENNIO FELICE
54 – alla salita al trono di Nerone, egli è assistito da due consiglieri: Burro, il
prefetto del pretorio e il suo precettore, Seneca il filosofo. Per quanto riguarda,
invece, la politica estera, se ne sarebbe occupata sua madre Agrippina.
55 – Uccisione di Britannico. Reazione contro la politica di Claudio.
58 – Il Senato rifiuta di accordare a Nerone una nuova riforma fiscale che egli
aveva proposto.
59 – Morte di Agrippina.

60 – Prima edizione dei Neronia, giochi quinquennali, secondo una formula


greca. Ci furono gare musicali, ginniche, ippiche.
62 – Morte di Burro. Tigellino, anima dannata dell’imperatore, diventa il nuovo
prefetto del pretorio. Seneca si ritira piano piano dalla corte imperiale, e sono
resuscitati in Senato i processi di lesa maestà.
64 – Luglio: incendio di Roma.
65 – Congiura dei Pisoni: suicidio di Seneca, Lucano, Pisone, etc.
66 – Costruzione del colosso di Nerone. Chiusura del tempio di Giano.
Proclamazione della pace universale. Rivolta in Giudea degli ebrei, repressa da
Vespasiano.

Durante il suo ultimo anno di regno, il 68 d.C., ci furono contatti tra Vindice e altri
governatori come Galba per rovesciare l’impero. Galba ottenne l’appoggio del legato Otone e del
questore Cecina. Anche i pretoriani di Roma si dichiararono dalla parte di Galba e dunque contro
Nerone, il quale sarà dichiarato nemico pubblico dal Senato. Crollo del regime.
Abbandonato da tutti, Nerone si suicida aiutato da una schiava che gli darà il colpo di grazia
mentre stanno per arrestarlo. Le sue ultime parole, si dice siano state: «Quale artista muore con
me!». Aveva poco più di 30anni, e la sua morte diede origine ad un periodo di guerre civili.

LA POLITICA DEI GIULIO-CLAUDII


È spesso difficile cercare di individuare che cosa risalga ad Augusto e che cosa ai suoi
successori; a lungo si è attribuito molto al primo, tuttavia oggi gli storici hanno scoperto che i
Giulio-Claudii non sono stati solo dei continuatori: anch’essi, infatti, hanno innovato senza
sconvolgere e hanno approfondito e consolidato l’opera di Augusto, con il quale si misero spesso
in rapporto. Se Tiberio si dimostrò in tutto e per tutto continuatore di Augusto, Caligola, invece,
riteneva che sua madre era il frutto di un incesto tra Giulia e Augusto.

**La dinastia
Ad eccezione di Tiberio, tutti i Giulio-Claudii sono di sangue dei Giulivi, stirpe che si
estingue con Nerone. L’eredità dinastica fungeva assai da carisma.
Tiberio ostentò a più riprese la sua fedeltà nei confronti di Augusto, a cominciare da quando
in Senato, prima di essere eletto imperatore con tutti i poteri del compito, rimandò le cariche
all’assemblea per poi vedersele ridare immediatamente.
Caligola, Claudio e Nerone, invece, fondano la loro legittimità attraverso la parentela con
Antonia, figlia di Ottavia e Marco Antonio.

**I rapporti con il Senato


Augusto aveva tenuto rapporti molto buoni con il Senato, cercando di mantenere per questo
organo istituzionale un’apparenza di libertà e potere. Ingannò per questo grandissimi storici che
parlarono spesso di diarchia, ma in realtà Augusto non spartì mai il potere con nessuno. I suoi
successori proseguirono questa collaborazione con il Senato:
-Tiberio: il suo atteggiamento fu quello di voler rendere partecipe del governo dell’impero
l’assemblea, non ebbe insomma mai problemi con il Senato, a meno che non fosse proprio
quest’ultimo a crearne, disturbato dall’atteggiamento del Principe, che rimase però deluso spesso
dal comportamento servile di alcuni dei senatori. Tiberio rifiutò tutti i titoli imperiali, conservano
solo quello di Augustus.

-Caligola: molto semplicemente, le relazioni tra questo e il Senato furono inizialmente buone,
successivamente cattive. Egli comunque non sconvolse la composizione dell’assemblea facendovi
entrare alcuni cavalieri italici, anzi molti storici lo considerano come il vero creatore dell’ordo
senatorius per eccellenza.

-Claudio: la sua politica nei confronti del Senato è contemporaneamente autoritaria e


conciliatrice, anche perché è innegabile un ritorno ad alcune pratiche augustee e una volontà di
onorare l’assemblea sotto numerosi aspetti (in un discorso noto attraverso un papiro, l’imperatore
Claudio incita i senatori a non essere delle comparse). Ma fu autoritaria perché, forse sotto la
pressione dei liberti, volle controllare direttamente l’azione dei senatori.
Molto importante fu il fatto che Claudio inventò un nuovo modo per reclutare i senatori,
ossia il procedimento della adlectio: era una nomina diretta di un uomo nuovo al Senato, che
sarebbe stato collocato ad una posizione superiore rispetto a quella della magistratura d’ingresso.
Insomma, una promozione, permise di cambiare in parte la composizione dell’assemblea,
portando per esempio tre adlecti tribuni della plebe nella Curia. La possibilità dell’adlectio si aveva
in base alla magistratura della censura, che l’imperatore in questione rivestì durante il suo regno.

-Nerone: anche per quanto riguarda questo imperatore, le sue relazioni con il Senato
seguirono la linea positiva inizialmente e quella negativa successivamente. La linea negativa fu
imboccata a partire da quando l’assemblea rinunciò di accettare la riforma fiscale del nuovo
imperatore nel 58 d.C. Nel 62, invece, si svolse il primo processo di lesa maestà al regno. Da allora
l’autorità dei patres si indebolisce, poiché Nerone mette in disparte o elimina le grandi dinastie
senatorie.

**La politica estera


Da Augusto in poi furono tre gli elementi di questa politica:
-presenza militare alle frontiere;
-diplomazia attiva;
-sistema dei regni-clienti.
Queste tre linee saranno seguite sebbene con qualche sfumatura dai Giulio-Claudii. Il più
fedele fu Tiberio, che fece condurre alcune spedizioni contro i Germani (ma non per conquistarli),
una solida rete di stati-clienti lungo il Danubio, una diplomazia abile in Oriente.
Caligola non sappiamo se abbozzò una politica in Occidente; Claudio e Nerone, invece, si
allontanano in parte dalle parole d’ordine di Augusto.

**Le opposizioni
Dal regno di Augusto a quello di Nerone le opposizioni presentano delle caratteristiche
identiche: innanzitutto non provengono dal popolo di Roma, che è indifferente alle questioni
politiche se non in alcune rare occasioni, a teatro o al circo (applaudiva, per esempio, gli attori
detestati da Caligola), in cui reclama pane o l’alto costo dei viveri.
Opposizioni permanenti, invece, sono percettibili in due gruppi:
-i provinciali: nell’insieme le rivolte che si presentarono nelle varie parti dell’impero sono
poco numerose e molto locali, e la differenza dei disagi fu sempre differente; inoltre, mai questi
problemi hanno effettivamente preoccupato le autorità o il regime.
-l’aristocrazia: è tra le grandi famiglie senatorie27 che l’opposizione è più vivace, ma più che
trattarsi di una intolleranza al sistema, ci si scaglia sulle figure degli imperatori, contro i quali

27
Alcune di esse: gli Iunii Silani, i Silii, gli Scribonii Libones, i Calpurnii Pisones, gli Anii.
nascono complotti o congiure che trovano nello stoicismo non un’argomentazione politica
(poiché infatti questa filosofia esaltava la monarchia), ma un’etica. Comunque sia non si può
parlare di una vera e propria opposizione, perché anche i complotti e le congiure risultano assai
sterili al fine di mutare la situazione. Com’è già stato detto, non si mette in discussione il sistema in
quanto tale, ma le persone che governano.

L’ESERCITO SOTTO I GIULIO-CLAUDII


Dalla morte di Augusto, globalmente l’esercito rimane quello che è sempre stato, leale cioè
alla casa imperiale. Il solo imperatore a non essere più rispettato fu Nerone, verso il quale un
tribuno di una coorte pretoria, implicato nella congiura di Pisone, espone le sue ragioni di
avversità prima di essere messo a morte. A Nerone che gli domandava come mai avesse
dimenticato il suo giuramento di fedeltà verso l’imperatore, rispondeva: «Non c’è stato nessuno
che ti abbia amato e rispettato più di me prima che ti dimostrassi assassino di tua madre e di tua
moglie, auriga, istrione e incendiario: allora ti ho odiato» (da Tacito, Annales). È peraltro la
sollevazione degli eserciti di provincia e il tradimento del prefetto del pretorio che provocarono
fuga e morte di Nerone.
Questa entrata in scena degli eserciti è una trasformazione fondamentale del I secolo d.C.

IL CULTO IMPERIALE SOTTO I GIULIO-CLAUDII


Dal regno di Augusto il culto imperiale era rivolto verso Cesare, un morto, ma anche verso
Augusto, un vivente. Questi due aspetti non scompaiono sotto i Giulio-Claudii, ma l’apoteosi di
Augusto, le innovazioni di Caligola e Nerone li trasformano per dare vita ad una nuova religione
ufficiale.
Per quanto riguarda gli imperatori morti:

-L’apoteosi: dopo Augusto, è il solo Claudio ad accedere al rango delle divinità. Gli onori che
Tiberio aveva affidato ad Augusto, dunque, servirono come modello per i successori che avrebbero
ricevuto l’apoteosi.
Questo rituale fu inaugurato proprio per Augusto, e raggiungerà la sua perfezione nella
seconda metà del II secolo. Il corpo (più tardi rimpiazzato da un simulacro di cera) era posto sopra
una pira eretta nel Campo Marzio, intorno alla quale la società sfilava. Un’aquila fuggiva dalla
pira, portando l’anima del Principe. Quando il corpo è completamente bruciato venivano raccolte
le ossa (Livia le raccoglierà ad Augusto) per metterle nella tomba.
Alla fine del rito, si poteva onorare l’essere umano sia come divinità che come morto, anche
se a Roma questo faceva divertire alcuni spiriti scettici, come Vespasiano, che prima di morire
avrebbe detto «Sento di diventar divino».

-Tempio del Divino Augusto: fu eretto nel Foro, ed aveva dei sacerdoti che gli erano stati votati,
nonché un collegio (sodales augustales) che raccoglie membri delle famiglie senatorie e di quella
imperiale.

-Sviluppo del culto domestico di Augusto: nasce innanzitutto nella famiglia imperiale, e Livia ne
è la sacerdotessa. Ad ogni morte di un componente della famiglia imperiale, poi, si nota una
fiammata del culto imperiale, in particolare alla morte di Germanico e a quella della sorella di
Caligola, Drusilla, divinizzata.

Per quanto riguarda gli imperatori vivi:

-Tiberio: rifiutò sempre qualsiasi onore divino che gli fu proposto; tuttavia, dall’uccisione di
Seiano, si delinea un cambiamento: sulle monete e sulle iscrizioni ufficiali la Provvidentia
divinizzata è associata all’imperatore che, reprimendo il movimento di Seiano, ha messo d’accordo
il mondo e la volontà divina.
-Caligola: il suo breve regno pone un problema non risolto: per alcuni, infatti, egli fu il primo
a voler imporre una concezione teocratica e teologica del potere (sarebbe apparso abbigliato alla
maniera di Bacco o di Apollo o di Giove); per altri, invece, sarebbe stato semplicemente l’oggetto
di critiche maldicenti e calunniose. In nessun caso, comunque, avrebbe tentato di instaurare un
dispotismo alla maniera orientale o di imporre la sua adorazione da vivo ai Romani.

-Claudio: si richiamò ai comportamenti di Tiberio, ma fu l’unico, in seguito, a ricevere


l’apoteosi.

-Nerone: egli sembrava indifferente alla religione tradizionale. In compenso era molto
superstizioso: consultava gli astrologi, non esitava a ricorrere alla magia, si volse verso i culti
orientali e utilizzò il culto imperiale come uno strumento di potere assoluto (la voce stessa
dell’imperatore era ritenuta divina). Fu associato soprattutto ad Apollo fin dai primi mesi del suo
regno.

LA «RIVOLUZIONE SPIRITUALE»
Così un grandissimo storico italiano, Santo Mazzarino, mettendo in parallelo il «vangelo
secondo Augusto» e il vangelo di Gesù sottolinea la nascita di due fedi simultaneamente e di
un’era nuova in data di nascita dei loro fondatori. Probabilmente ci sono motivi significativi per
ritenere che i due culti furono concorrenti: incontestabilmente, infatti, ci furono conflitti.

**Il caso giudaico


Alla fine del regno di Tiberio muore sulla croce a Gerusalemme uno sconosciuto di nome
Gesù. Coloro che egli aveva attirato di fronte a sé sono disorientati dopo la sua morte. Il prefetto
della provincia di Giudea, Ponzio Pilato, la cui esistenza è testimoniata da un’epigrafe, ha fatto
rapporto all’imperatore sull’argomento, ma il fatto non ebbe conseguenze.
Per quanto riguarda gli ebrei, erano gli unici all’interno dell’impero ad essere estranei al culto
imperiale: per loro, partecipare ad un atto di culto verso l’imperatore era come bestemmiare,
meglio morire. I Giudei della Diaspora, dispersi in tutto il bacino del Mediterraneo, condividevano
anch’essi la fede dei loro antenati: erano monoteisti, rispettavano i divieti alimentari e praticavano
riti ed usi come la circoncisione.
Al posto del culto imperiale, secondo un compromesso con l’imperatore, essi dovevano
offrire quotidianamente un sacrificio al loro Dio per il sovrano romano. Tale compromesso fu però
rimesso in discussione da Caligola.
Un giudeo non poteva facilmente accedere alle cariche politiche di una città o occupare un
posto di rilievo, anche se la religione ebraica era permessa. A questa situazione se ne aggiungeva
una politico-religiosa che divideva il popolo ebraico in parecchie fazioni secondo le posizioni
adottate nei confronti della Legge del tempio e del sacerdozio.
Si distinguevano inoltre numerose sette, quattro delle quali più grandi delle altre.

**Gesù
I Sadducei avrebbero cercato di farlo condannare come zelota, cioè come un agitatore, dando
immediatamente una dimensione politica alle sue imprese messianiche. Fu condotto – dall’autorità
romana – un processo contro di lui, che sarebbe stato condannato alla crocifissione e denigrato con
il titulus affissogli sulla croce, «INRI» (Iesus Nazarenus Rex Iudeorum).
Gesù aveva affermato senza posa che il suo regno era nei cieli e che bisognava rendere a
Cesare quel che era suo, cioè pagare l’imposta. Per tutto ciò apparve come fautore di disordini.

**I cristiani
I cristiani riuscirono da subito ad estendere i loro proselitismi alle comunità giudaiche della
diaspora, e poi ai pagani (aspetto che si può schematizzare attraverso il conflitto tra Pietro e Paolo).
La loro non era semplice strategia, ma convinzione profonda quella che il regno divino dovesse
ancora presentarsi e sarebbe stato contrassegnato dal ritorno di Gesù e dalla resurrezione dei
morti.
Differenziandosi col tempo le comunità cristiane si separarono lentamente dalle colonie
giudaiche, tra cui la più importante quella di Roma. Questa rottura con il giudaismo porta al fatto
che i cristiani non ebbero più gli stessi privilegi dei giudei, e la loro religione assume carattere
illecito, illegale, anche perché monoteista e poiché rifiutava ogni forma di culto imperiale.

**Il cristianesimo e lo Stato romano, rapporti


Nello Stato romano i cristiani dovevano obbedire all’imperatore e ai suoi funzionari, nonché
rispettare la gerarchia sociale esistente. Tuttavia la comunità cristiana credeva in qualcosa di
scandaloso per quella romana: «La nostra città si trova nei cieli», dice Paolo, e questa affermazione
dovette seriamente destabilizzare i cittadini del mondo antico, che ritenevano fondamentale il loro
legame come la città di appartenenza.
Per parte sua, lo Stato non si interessa ai cristiani, che inizialmente vennero confusi con gli
ebrei. La prima allusione al cristianesimo che venne fatta a Roma in un testo letterario la si ritrova
in Svetonio, che afferma: «Claudio espulse da Roma i giudei che si agitavano sotto la spinta di un
certo Chrestus»28. Qualche anno dopo, con Nerone, la distinzione è già fatta, perché i cristiani
saranno accusati di un crimine immaginario: aver dato fuoco alla città nel 64. Sempre Svetonio,
parlando di Nerone, afferma: «furono condannati ai supplizi i cristiani, genere di uomini dediti ad
una nuova, malefica superstizione».
Ma nessuna legge sancisce l’appartenenza al cristianesimo. E non ci fu, sotto Nerone, alcun
tipo di persecuzione nel vero senso della parola.

EVOLUZIONE DELL’AMMINISTRAZIONE SOTTO I GIULIO-CLAUDII


Augusto aveva già organizzato un apparato amministrativo efficace e adatto alle dimensioni
del mondo romano, e centrato su Roma. Peraltro, alla sua morte lasciò un Breviarum imperii, un
«quaderno di lavoro» che forniva statistiche militari, l’ordine di battaglia dell’esercito, risultati
diplomatici e amministrativi, e indicava le riserve del Tesoro e le rendite dello Stato.
I Giulio-Claudii perfezionarono l’amministrazione, ma le trasformazioni più importanti
furono dovute soprattutto all’opera di Tiberio e Claudio:

**Amministrazione centrale

Tiberio:
-sparisce il Consiglio del Principe, che viene rimpiazzato da un collegio di comites, più
informale e più efficace;
-sorvegliò con cura il funzionamento degli uffici (pose dei consolari alla testa di alcuni di
essi e moltiplicò i posti dei tecnici).

Claudio (vero riorganizzatore dell’amministrazione) affidò l’amministrazione ai liberti,


grazie ai quali gli uffici divennero dei veri ministeri che rendevano l’imperatore indipendente
dal Senato e dai cavalieri.
Contrariamente da quanto affermano gli storici antichi, in particolare Svetonio e Tacito, la
politica di Claudio non dipese da quello che gli vollero far fare i liberti che, invece, assolsero i loro
compiti senza cedimenti, ma le loro ricchezze e i loro crescenti poteri suscitarono rancori e gelosie
da parte dei senatori (come Svetonio o Tacito!).

**Amministrazione provinciale
Durante i Giulio-Claudii si constata anche un miglioramento dell’amministrazione
provinciale; i loro governatori erano controllati da assemblee provinciali.

28
Oggi si è concordi nel ritenere che Svetonio si dovesse riferire all’agitazione scatenata dalla predicazione del
cristianesimo nella colonia giudaica a Roma.
Tiberio:
-vegliò che l’amministrazione fosse equa e parecchi governatori furono per questo
condannati per gli affari di concussione e di abuso di potere;
-conservava per molto tempo i governatori da lui apprezzati;
-aiuti finanziari ai provinciali.

Claudio, nato a Lione, non poteva certo trascurare le province, ma questo portò anche a
critiche negative nei suoi confronti, tanto che fu accusato di «voler mettere in toga tutti i Greci, gli
Spagnoli, i Galli e i Britanni». La sua politica comportò quattro punti principali:
-fondazione di nuove colonie e municipi (per riallacciarsi alla politica di Cesare e Augusto);
-generosa politica di naturalizzazione (diritti di cittadinanza, richieste dei diritto di entrare
in Senato, etc);
-rafforzamento dei poteri dei procuratori imperiali 29 (sia nelle province senatorie che in
quelle imperiali);
-politica di grandi lavori (strade, acquedotti).

La Repubblica era definitivamente stata sepolta, e nessuno contestava l’impero.


LA CRISI DEL 68/69 E L’AVVENTO DEI FLAVII
La morte di Nerone avrebbe aperto un anno e mezzo di crisi, di grande estensione geografica,
che avrebbe messo in evidenza le contraddizioni e le ambiguità del regime di Augusto, e per molti
versi si avvicinò alle guerre civili repubblicane.
Si apprese che si poteva fare un imperatore anche fuori di Roma, ma chi lo faceva?
Governatori e legioni, dunque tutti cittadini romani italici. Pochi provinciali avrebbero preso parte
a questa guerra italica: essi avrebbero semplicemente aspettato.

GALBA (dal giugno 68 al gennaio 69 d.C.)


Era anziano, rigido e severo, insomma l’antitesi di Nerone. Era di antica famiglia patrizia;
governava la Tarraconense30 nel 68; senatore fedele a tutti gli imperatori che lo stimavano. Ma
quando venne a sapere che Nerone lo avrebbe fatto assassinare si pose alla testa della rivolta
contro di lui, pur restando in Spagna (dove gli sarebbe stata annunciata la morte dell’imperatore,
sia il suo riconoscimento, da parte dei pretoriani e del Senato, di lui come nuovo imperatore).
Arrivato a Roma dopo essere salito al potere, commise un errore dopo l’altro:
-rifiuta di consegnare un donativum ai pretoriani con la scusa di dover restaurare le finanze
della città, ma poi ricopre di vantaggi i suoi partigiani nelle Gallie;
-fa giustiziare una serie di collaboratori di Nerone, e massacra le truppe neroniane;
-persegue i delatori senza però passare dal Senato;
-abbandona gli affari ai suoi pedagoghi, gente assai mediocre.

In meno di sei mesi riesce ad alienarsi tutti quelli che in quel periodo contavano a Roma,
dai pretoriani al Senato, fino al popolo romano che rimpiangeva Nerone. Anche per l’esercito gli
mancò abilità, e peraltro, avendo inviato l’unica legione a lui fedele in Pannonia 31, non ebbe nessun
soccorso quando il legato di Germania inferiore, Aulo Vitellio Germanico, venne proclamato
imperatore dalle sue truppe nel gennaio del 69. La sua unica risposta fu quella di adottare uno dei
Pisoni per farlo suo successore, ma i pretoriani da parte loro uccisero sia lui che Pisone, e
proclamarono imperatore Otone: ne rimanevano due, cioè uno di troppo.

OTONE (dal gennaio all’aprile 69 d.C.)

29
Sono i legali dell’impero.
30
È la parte della Spagna subito sotto la Francia, nella zona dei monti Pirenei.
31
Una zona dell’Europa centro-orientale, compresa tra il Danubio e il fiume Sava, che scorre tra la Croazia e la Slovenia.
Patrizio anch’egli, ma di famiglia più recente di quella di Galba, era stato marito di Poppea
prima di Nerone, che lo aveva per questo fatto inviare in Lusitania 32 come governatore di
provincia.
Il Senato gli conferì la potestà tribunizia, il nome di Augusto e tutti gli onori di principe. Ebbe
anche il sostegno delle legioni, del popolo e quello dei pretoriani, grazie ad un donativum.
Beneficiava inoltre di straordinaria popolarità.
Tuttavia le truppe di Aulo Vitellio invasero l’Italia, e ad esse Otone non poté opporre che un
contingente militare assai inferiore. Nell’attesa delle legioni che dovevano arrivare dal Danubio,
Otone viene battuto vicino a Cremona. Il giorno seguente alla sua sconfitta si uccide. Siamo
nell’aprile del 69 d.C.

AULO VITELLIO (dall’aprile al dicembre del 69)


Forte e gaudente. Era stato console e proconsole d’Africa prima che Galba lo nominasse
comandante dell’esercito del Reno. Fu acclamato imperator a Lione dai suoi soldati quando i suoi
luogotenenti lo informarono della vittoria di Cremona contro Otone, e che il Senato lo aveva
riconosciuto imperatore apparendo come il vendicatore di Galba.
Arrivato a Roma con le sue legioni scioglie le coorti pretorie che rimpiazza con i suoi soldati e
rinvia nelle province le truppe di Otone.
Nel frattempo, in Oriente, il legato di Siria, il prefetto d’Egitto e il comandante delle truppe
di Giudea, Tito Flavio Vespasiano, si accordano contattando le truppe sul Danubio e dei regni
clienti, nonché governatori di altre province. Nel luglio del 69, allora, ad Alessandria, il prefetto
d’Egitto proclama imperatore Vespasiano. Si conoscono poco le ragioni di questa scelta, ma
sicuramente si pensa che la scelta sia ricaduta su Vespasiano in quanto egli aveva più fama, in
quanto controllava l’approvvigionamento di grano di Roma.

**Lo scontro
Le truppe di Vespasiano entrano in Italia dal nord nell’autunno del 69; le forze di Vitellio,
invece, sono schierate a Cremona.
1)Le Spagne, le Gallie, la Britannia si uniscono a Vespasiano;
2)Vitellio cerca di negoziare comprendendo di non poterlo superare;
3)I pretoriani e il popolo di Roma, fino allo strato più basso, si oppone all’accordo;
4)Roma diventa allora il campo di battaglia tra le due parti:
-le truppe di Vespasiano si trincerano sul Campidoglio, che fu poi bruciato;
-il prefetto della città viene linciato dalla folla;
-Domiziano, uno dei figli di Vespasiano, riesce a fuggire;
-l’esercito del Danubio, giunto a Roma, assale la città;
5)Viene ucciso Vitellio;
6)Il Senato riconosce Vespasiano come imperatore, ma egli attese che la pace si fosse
ristabilita prima di entrare a Roma. Si trovava ancora ad Alessandria.

INTERPRETAZIONE DELLA CRISI DEL 68/69


Le ragioni sono molteplici, tanto fu complessa:
-Non si trattò di una crisi di regime, ma del fallimento di un uomo, Nerone: nessuno pensò
di restaurare la Repubblica;
-Il ruolo dei pretoriani viene cancellato da quello degli eserciti di provincia e si afferma
con chiarezza la personalità di qualsiasi capo di armata;
-Probabilmente ci furono anche contrapposizioni sociali, perché Vitellio è interprete
volontario delle classi inferiori, mentre Vespasiano dei quadri superiori.

CONSEGUENZE DELLA CRISI DEL 68/69


Alla fine del 69 d.C. niente permetteva di sperare in qualcosa di meglio:
1)situazione interna

32
Provincia iberica che comprendeva l’odierno Portogallo e parte dell’altopiano interno della Spagna.
-l’imperatore non era a Roma;
-il santuario più sacro della città era in rovina (il Campidoglio, poiché era stato bruciato);
-la guerra giudaica ristagnava;
2)situazione esterna
-alcune delle province si agitavano;
-popoli in rivolta;
-stringimento di accordi con i barbari da parte di alcuni popoli;
-ovunque conflitti;
-eserciti vittoriosi, ma assai divisi.
In realtà i mali erano minori di quanto si credesse. In due anni, Vespasiano riuscì a ristabilire
completamente la situazione.

PRINCIPATO DI VESPASIANO E DI SUO FIGLIO TITO (dal 69 all’81 d.C.)

**Vespasiano (dal dicembre 69 al giugno 79 d.C.)


Nato da una famiglia di nobili municipali (il padre apparteneva all’ordine equestre) della
Sabina33, comincia la carriera come cavaliere. Ebbe una carriera solida più che straordinaria.
Svetonio ci dice che non era temibile come uomo («vista l’oscurità del suo nome e della sua
nascita»). Modesto, realista e prudente, «imperatore del buon senso», esperto conoscitore dei
segreti dell’amministrazione e delle finanze, fu inoltre generale assai valido.
Seppe scegliersi bene i propri collaboratori e inquadrare bene la situazione da ristabilire. Tra
chi lo aiutò, anche suo figlio Tito.

**Tito (dal giugno 79 al settembre 81 d.C.)


Fu allevato a corte con Britannico (ai tempi di Claudio, dunque). Ricevette un’educazione
molto curata, completa, e la sua carriera fu quella di un soldato. Era ambizioso, e manifestò sempre
il suo desiderio di succedere al padre, cosa che fece scandalo. Prima di essere imperatore,
insomma, Tito non era considerato esattamente come poi sarebbe stato valutato in seguito, ovvero
come «l’amore e la delizia del genere umano» (ma anche questa definizione, probabilmente, gli
deriva dal fatto che la storiografia senatoria ha voluto far risaltare il suo breve regno rispetto a
quello del fratello Domiziano).
È forse per il fatto che Tito esisteva ed aveva anche un fratello che Vespasiano decise di
sceglierlo come nuovo imperatore: così, almeno, la successione era garantita, e allo stesso tempo
anche la pace.
Dal suo operato con il padre e non solo si comprende il giudizio di Svetonio, che lo definisce
«socio e anche tutore dell’Impero»:
-dal 69 Tito è chiamato Cesare e Principe della Gioventù;
-padre e figlio ricoprirono insieme il consolato parecchie volte;
-ricopre con il padre anche la censura;
-fu associato alla potestà tribunizia e al potere proconsolare del Principe;
-nonostante fosse senatore, fu anche il comandante unico della guardia pretoriana.
Per tutti questi motivi, alla morte di suo padre egli era sicuramente l’uomo migliore per
ricoprire il compito di imperatore. Il suo regno, tuttavia, fu alquanto breve: morì nell’81, e la sua
dominazione fu abbellita e il ricordo ne fu reso meraviglioso solo a causa del suo successore, il
fratello Domiziano. In realtà, infatti, Tito subì il fascino orientaleggiante quasi quanto Nerone, e la
sua passione per Berenice ne fu solo un aspetto.

33
Regione dei Sabini, comprendeva l’attuale Umbria, parte del Lazio e dell’Abruzzo.
DOMIZIANO, ULTIMO DEI FLAVII
Il secondo figlio di Vespasiano, al contrario del fratello, trascorse un’infanzia triste ed ebbe
educazione trascurata. Nel 69 si era salvato dalle guerre civili grazie al suo sangue freddo e alla
sua astuzia, e per tutto il tempo che Tito e Vespasiano rimasero lontani da Roma rappresentò la
famiglia imperiale. Era, come il fratello, Cesare e Principe della Gioventù; gli fu affidata la
pretura con l’imperium consolare. Rivestendo questi poteri avrebbe voluto dirigere lo Stato, ma
proprio per prevenire le sue ambizioni gli fu innanzitutto affiancato un mentore in cui
Vespasiano riponeva totale fiducia (Licinio Muciano). Questo avvenimento fu per Domiziano il
primo oltraggio nei suoi confronti. Il suo comportamento confusionario e vendicativo riuscì ad
irritare suo padre. Nonostante ciò, il suo nome accompagna quello del Vespasiano e di Tito sui
monumenti, e per molte volte egli ricopre il consolato con il padre durante il regno di quest’ultimo.
Malgrado questi onori, Domiziano considerava la condotta dei suoi congiunti come
ingiusta verso di lui. Sebbene associato al potere era stato lasciato in disparte e fu persino
coinvolto, durante il regno di Tito, in complotti tesi a sollevare gli eserciti contro l’imperatore.

**Il suo regno


Almeno una persona non rimase addolorata di fronte alla morte di Tito: suo fratello,
Domiziano. Si affermò anche che quest’ultimo lo avesse avvelenato, ma nonostante ciò sappiamo
con certezza che Tito era ancora in vita quando Domiziano partì per Roma, si recò nel campo dei
pretoriani, si fece acclamare imperatore e distribuì un donativum.
Nell’81, subito dopo la morte del fratello, Domiziano si fece dare tutti i poteri dal Senato:
aveva fretta, anche perché, dopo anni in cui era stato allontanato dal potere nonostante lo avesse
posseduto pari al fratello, aveva ancora più voglia di regnare.
Il suo regno durò 15 anni, perché nel 96 fu pugnalato da una cospirazione che riuniva
anche la moglie Domizia oltre ai due prefetti del pretorio, membri della corte e alcuni senatori.
Uno tra loro, Lucio Cocceio Nerva, era già stato designato come futuro imperatore.
Una volta morto Domiziano fu sottoposto alla damnatio memoriae (fu scalpellato via dai
monumenti il suo nome, in maniera assai sistematica); fu presentato come un «Nerone calvo»,
«una bestia feroce particolarmente crudele». Contro di lui si schierarono Plinio il Giovane e
Tacito, due senatori che però avevano fatto carriera sotto il suo regno, e anche Giovenale.
Da vivo non aveva avuto altro che adulatori, come Marziale o Stazio. La testimonianza più
equilibrata che abbiamo su di lui è quella di Svetonio, che gli attribuisce non solo qualità
negative, ma anche alcuni meriti come il suo senso del dovere, la sua attenzione per la condotta
dei magistrati e dei governatori di provincia, le sue innovazioni, la sua evoluzione. Evidenziò
anche i due poli di opposizione del Principe: intellettuali e senatori, gruppi che spesso
coincidevano.
Di carattere poco facile, vanitoso e diffidente, insofferente ai confronti con il fratello e alle
accuse di un assolutismo che si rivelava di giorno in giorno; attuò una politica di repressione
che alimentava i complotti e giustificava tutti i timori.
Nell’89 il legato di Germania Superiore si rivoltò e si fece proclamare imperatore, trascina
con sé due legioni e dei Germani. L’usurpazione viene però repressa con energia. Dopo un timido
riavvicinamento al Senato, Domiziano inizia la prova di forza:
-persecuzione cruenta dei senatori;
-espulsione dei filosofi da Roma e da tutta l’Italia;
-persecuzioni contro i Giudei e i Cristiani.
Le persecuzioni non risparmiano la famiglia imperiale, e proprio perché si sentiva minacciata
dall’imperatore sua moglie incoraggiò il complotto decisivo. In totale, comunque, le condanne a
morte furono meno di quanto si è sempre creduto, e così anche la tirannia: solo tre anni tirannici.
Furono solo questi che gli storici del II secolo ricordarono, trascurando l’opera di innovatore e
continuatore di Domiziano.

**Domiziano come continuatore


Essenzialmente il suo governo non differisce di parecchio da quello di Vespasiano e di suo
fratello:

-Campo istituzionale
Conservò l’entourage di suo padre e adottò per molto tempo lo stesso atteggiamento dei
suoi predecessori anche verso il Senato.

-Attività edilizie
Proseguì e portò a termine alcuni dei lavori:
-l’anfiteatro flavio (il Colosseo), che egli completò con una scuola di gladiatori;
-le terme di Tito;
-il tempio del Divo Vespasiano, ai piedi del Campidoglio;
-restaurò il Campidoglio e il quartiere del Campo Marzio, che erano stati danneggiati
dall’incendio delle guerre civili;
-intraprese la costruzione dell’arco di Tito;
-fece costruire anche una Domus Flavia sul Palatino, un palazzo imperiale che riuniva per la
prima volta residenza privata e ufficiale dell’imperatore.

-Amministrazione delle province


Domiziano mise parecchio zelo nel reprimere gli intrighi dei governatori di provincia, che
durante il suo regno non si mostrarono mai disinteressati; questa forte sorveglianza
probabilmente aveva scatenato antagonismi tra di lui e il Senato.
Si deve inoltre a lui la creazione dei curatores, dei funzionari che si occupavano di aiutare
la città nel risolvere i propri problemi.

-Sicurezza delle frontiere


Anche in questo campo avrebbe prevalso la continuità, se però egli non fosse stato costretto,
da elementi nuovi, a modificare la politica familiare:
***In Britannia continua la spinta del generale Agricola (suocero di Tacito) verso
nord: egli occuperà parte della Scozia. Quando però Agricola sarà richiamato, nell’84, la
provincia sarà in pace, ma la Scozia rimarrà al di fuori dell’impero.
***Nelle Germanie i Catti, un popolo germanico, minacciano e disturbano le
fondazioni romane della valle del Reno: attraverso due campagne (una condotta
dall’imperatore stesso, l’altra in seguito alla rivolta di Saturnino) Domiziano riesce a rivoltare
la situazione.
***Sul Danubio i Giulio-Claudii aveva utilizzato più la diplomazia o lo spostamento dei
popoli, anziché la forza armata. Tuttavia Domiziano è costretto ad intervenire militarmente
in seguito all’apparizione di una nazione dacia organizzata e di popoli nomadi che erano
giunti al confine dell’Europa e dell’Asia. La prima spedizione si chiude con una sconfitta
romana; ne seguono altre ed una importante vittoria porta alla pace. Ciononostante le
operazioni non si arresteranno.
***In Oriente pochi cambiamenti: vengono rafforzati i sistemi di difesa, e Domiziano
interviene fino ad est del Caucaso.

**Domiziano come innovatore


Nel dettare una volta una lettera, Domiziano la iniziò così: «il nostro signore e nostro dio
ordina quanto segue» (ne parla Svetonio). Dominus et deus esprimevano la volontà del Principe
di essere un monarca assoluto, quasi alla orientale. Egli evitava di mostrarsi familiare con i suoi
sudditi, e veniva sempre dato un carattere sacro alla sua persona sia attraverso il fatto che portava
sempre la porpora trionfale, sia tramite gli epiteti che gli venivano conferiti dai poeti (che dicevano
che i suoi occhi o anche la sua stessa voce fossero divine), e anche con l’erezione della sua statua
equestre al centro del Foro o dall’istituzione di riti orientali come il bacio dei piedi. Tutte queste
cose scandalizzavano ancora, ma di qui ad un secolo nessuno ci avrebbe fatto più caso. Sul
momento, però, esse urtarono la maggioranza dei senatori.

-In politica militare


Per la prima volta dopo Augusto egli aumentò il soldo dei pretoriani, dei legionari e degli
ausiliari. Così tutti questi gli furono favorevoli e, dopo la sua morte, pensarono anche di
vendicarlo.

-In politica amministrativa


Con Domiziano sia avvia una nuova politica tesa a rimpiazzare i liberti con i cavalieri nei
posti dell’amministrazione centrale. È sempre a partire da lui che i funzionari superiori si vedono
affiancare un altro funzionario, di rango equestre, che doveva nello stesso tempo aiutarli e
sorvegliarli.

LA VITA MUNICIPALE
Tra i criteri che distinguevano i barbari dagli altri uomini c’era la città: vivere in città si
meritava, e più che una tappa che permetteva di raggiungere un tipo di civilizzazione superiore,
l’ambiente cittadino era un punto di arrivo, il risultato di una vera conversione ad un altro modo
di vivere.
In Occidente, ad eccezione di alcune città d’origine greca o punica, la vita municipale ha
inizio con Roma, mentre ad Oriente è anteriore all’arrivo di Roma, quindi ricca di tradizioni e più
intensa e più varia.
L’impero restò per molto tempo un tessuto di città particolari e multiformi che non si
conosceva completamente.

STATUTI DI CITTÀ
Si distinguono tre tipi giuridici di città:

**Le città PEREGRINE


Hanno lo stesso territorio o le stesse comunità della fine della loro indipendenza o di quando
i Romani l’avevano rimodellate dopo la conquista. Conservano il loro diritto e i loro abitanti
restano peregrini, anche se possono abitarvi cittadini romani.
All’inizio dell’impero rappresentavano la maggior parte delle città provinciali, e sono
ripartire in tre categorie secondo il loro atteggiamento nei confronti di Roma:
-città stipendiarie, cioè che pagavano ujno stipendium a Roma;
-città libere, cioè autonome (in teoria) e giuridicamente esterne alle province, anche se in
realtà i loro diritti sono stati concessi da un trattato unilaterale da Roma;
-città libere federate, cioè che hanno stipulato un trattato con Roma (sono una minoranza
delle città libere).

**I MUNICIPI
Un municipio è una città che succede ad una comunità di peregrini preesistenti, e a cui
Roma accorda o il diritto romano o quello latino. Quest’ultima distinzione deriva dalle condizioni
storiche in cui questo diritto è stato accordato (in un primo tempo, infatti, Roma accordava il
diritto romano anche ai municipi situati nelle province, mentre in un secondo momento – non si sa
se a partire da Claudio o da Vespasiano – furono creati solo municipi di diritto latino, anche se i
primi non sparirono).
Nei municipi a diritto latino le cariche municipali danno accesso alla cittadinanza romana.
Questo ha come conseguenza che in questi municipi si hanno due tipi di abitanti:
-quelli che, oltre alla cittadinanza del loro municipio, hanno anche quella romana
(conquistata o attraverso il loro mandato come magistrati, oppure individualmente per un favore
dell’imperatore);
-quelli che, pur rimanendo con la cittadinanza della loro piccola città, beneficiano di alcuni
vantaggi del diritto latino (di cui però non conosciamo tutti gli aspetti).

**Le COLONIE
A differenza del municipio, la colonia è una nuova città fondata con l’apporto di coloni che
vengono portati su terre prese a città o a popoli vinti. Questa creazione è fatta per lo più ex nihilo, e
la colonia adotta il diritto romano nella sua interezza.

Spesso le città sono anche divise in circoscrizioni, e i loro nomi variano a seconda della
provincia in cui si trovano, senza che si sappia sempre benissimo a quali realtà corrispondono: ci
sono, infatti, per esempio, i vici, i castella o gli oppia in Occidente.
Esistono inoltre delle circoscrizioni giudiziarie stabili che raggruppano una serie di città,
come i conventus, che sono estesi – sotto i Flavii – a tutta la penisola iberica.
L’Egitto, inoltre, non conosce assolutamente il regime di città.
CONSEGUENZE DEGLI STATUTI DI CITTÀ
Si stabiliscono delle vere e proprie gerarchie e delle emulazioni tra città:
-le città peregrine aspireranno al diritto latino e a diventare municipi;
-i municipi aspireranno al diritto romano delle colonie.

ISTITUZIONI MUNICIPALI
Prima di parlare delle istituzioni municipali dobbiamo precisare che le città peregrine
conservano i loro magistrati e le loro leggi specifiche: Atene, per esempio, ha mantenuto le sue
istituzioni, i suoi arconti, il suo calendario e le sue feste, anche se le sue magistrature militari sono
scomparse o si sono trasformate (lo stratego degli opliti, per esempio, ora si occupa
dell’approvvigionamento del grano).
Le città indigene, come quelle occidentali, sono, invece, trascinate verso il modello del
municipio o della colonia e, in questi ultimi due casi, le istituzioni sono ricalcate su quelle di
Roma: il corpo civico, il populus, si definisce come una respublica; è ripartito in curie che riuniscono
i comizi, i quali eleggono poi i magistrati della città. Per aiutare questi, esiste un senato locale,
L’ORDINE DEI DECURIONI. La sua grandezza varia in dipendenza dell’importanza della città, ed è
composto da ex magistrati e da notabili ricchi del posto che hanno il carico di tutti i servizi
municipali: sono i decurioni a decidere con un decreto se bisogna inviare una ambasceria, erigere
una statua o costruire un punto, organizzare uno spettacolo, distruggere un edificio pubblico, etc.
Questi notabili ricchi locali, che si legano tra di loro continuamente attraverso matrimoni,
per mantenere il loro monopolio, hanno qualità che non si fondano solo sulla ricchezza, e
costituiscono un vivaio da dove l’imperatore attinge nuovi membri dell’ordine equestre.

ALTRI ASPETTI DEI MUNICIPI


-Le elezioni: erano uno dei momenti più movimentati della vita di città: a Pompei, per
esempio, ogni hanno venivano eletti i magistrati.
-Il patrono: ogni città ne aveva uno, scelto dai decurioni per fungere da intermediario tra
l’amministrazione della provincia e quella centrale: ogni città aveva cura di scegliere l’uomo più
importante, più ricco e che sapesse ben consigliarla e indirizzarla verso la decisione migliore.
Poteva essere l’imperatore o anche un membro della sua famiglia, ma più che altro erano ex
governatori o anche un personaggio influente in generale.
-L’evergetismo (dal verbo «euergetèo», «io compio buone azioni»): è l’atteggiamento che vuole
che un uomo fornito di beni, un notabile, sia generoso e magnanimo verso i suoi compatrioti nei
limiti dei suoi mezzi ma anche oltre. Quest’uomo deve offrire alla sua città delle rendite per
banchetti annuali, terme, biblioteche, distribuzioni di denaro, feste, etc. Il fine di questi doni è
sempre lo stesso: la preoccupazione costante di permettere che tutti vivano in un decoro civile .
Attraverso questo fenomeno nacquero rivalità tra città che facevano a gara ad avere i più ricchi
notabili evergeti.
TRASFORMAZIONI SOCIALI E ASCESA DEI PROVINCIALI NELL’EPOCA DEI FLAVII
-Declino dell’aristocrazia senatoria (legata ai Giulio-Claudii), con il suo luxus e le sue folli
pretese;
-Sparizione quasi completa delle antiche famiglie dell’epoca repubblicana;
-Crescita lenta e continua dei cavalieri;
-Calo dell’influenza dei liberti.
Tutti questi fenomeni sono assai importanti, ma limitati, se li si confronta con l’avanzata dei
provinciali che – sotto i Flavii – appaiono per la prima volta alla luce, salvo che alla testa
dell’impero. La loro crescita è stata causata dalla pace e dalla nuova amministrazione, ma anche
da ragioni politiche e storiche, perché dopo Anzio era stata favorita soprattutto la parte
occidentale dell’impero.

**I provinciali in campo politico


La quota dei provinciali in Senato aumenta sensibilmente per arrivare, sotto Domiziano, a
quasi un terzo dell’assemblea. E di questi provinciali conosciuti (di cui la maggioranza è originaria
della penisola iberica o della Narbonense) più di un terzo sono di origine orientale.

**I provinciali in campo militare


A partire da Vespasiano, al di fuori dei centurioni, non si trovano più molti soldati originari
della penisola nelle legioni (senza che sia avvenuta alcuna decisione del potere). Aumenta dunque
il numero dei non-Italici, che provengono soprattutto dalle province senatorie, che sono più ricche
e romanizzate.

**I provinciali in campo economico


L’Italia aveva già da tempo perduto la sua predominanza economica, e di questo declino si è
messo in evidenza l’abbandono di città come Pompei, Ercolano e Stabia a causa dell’eruzione del
Vesuvio del 79. Questo declino sembra accentuato in conseguenza del dinamismo delle province,
soprattutto occidentali. A questo proposito si possono citare gli scambi di vino tra la Gallia e
l’Italia, che in questo periodo è caratteristico. Le prime attestazioni di vino gallico importato in
Italia datano alla prima metà del I secolo d.C., prima invece esportava. In un secondo tempo il
circuito si inverte, e la Gallia esporta durante il periodo dei Flavii.

**I provinciali in campo religioso


A Roma hanno successo alcuni culti che derivano dall’Oriente, ma questa adozione dei culti
orientali da parte della capitale non è caratteristica dell’epoca Flavia. Tuttavia questo non
impedisce che sotto i Flavii la spinta dei culti orientali fu sensibile: i Principi non dimenticavano,
per esempio, che cosa dovevano agli dei del Nilo, e nella Domus Flavia sul Palatino era stata
installata una cappella dei culti egiziani.
Nella famiglia imperiale, inoltre, ci furono casi di alcuni convertiti al giudaismo (ma anche al
cristianesimo), segnalati e perseguitati da Domiziano.

**I provinciali nella vita intellettuale


-Le Spagne sono rappresentate da: Columella, Quintiliano e Marziale;
-La Grecia da: Plutarco;
-La Frigia con: Epitteto;
-La Narbonense da: Tacito.

L’unica cosa che mancava ai provinciali era il potere supremo, che avranno solo nel secolo
successivo.
II SECOLO D.C.
LA DINASTIA DEGLI «ANTONINI»
Si usa chiamare gli imperatori successivi a Domiziano, che furono tutti «italo-provinciali»,
con un nome creato a partire dal quarto imperatore della dinastia. Quest’ultima ebbe un prologo
(Nerva) e quattro atti (Traiano, Adriano, Antonino, Marco Aurelio), seguiti da un epilogo tragico
(Commodo).
Si può inoltre distinguere gli Antonimi secondo la dinastia spagnola (che comprende Nerva,
Traiano e Adriano) e la dinastia narbonense (che comprende Antonino, Marco Aurelio e Commodo).

NERVA (dal 96 al 98 d.C.)


Anche prima dell’assassinio di Domiziano Nerva era stato scelto per succedergli: la sera
dell’omicidio dell’imperatore, il Senato gli confermò tutti i poteri. Era un ricco 70enne di salute
fragile; discendeva da un’antica famiglia di nobiltà repubblicana, era senza figli e senza grandi
ambizioni.
Il suo operato, con abilità e fermezza, fu quello di:
-arginare la reazione anti-domizianea;
-contenere il malcontento dei pretoriani;
-troncare una sollevazione in Germania superiore;
-riallacciare i rapporti con il Senato;
-avere idee felici in campo fiscale ed agrario;
-conciliare due nozioni inconciliabili: il Principato e la libertà34.

Tuttavia, un ammutinamento dei pretoriani, che umiliò l’imperatore nel suo palazzo, svelò
una debolezza, quella della successione e una minaccia, cioè l’atteggiamento dell’esercito. Nerva si
liberò dell’una e dell’altra annunciando che avrebbe adottato il legato di Germania Superiore
Traiano. Su richiesta di Nerva, quest’ultimo rimase sul Reno. Nerva, invece, morì nel 98. Era stato
un imperatore provvisorio, ma perspicace, accorto e realista. Costretto dalle circostanze, aveva
sostituito l’adozione alla filiazione naturale (com’era accaduto sotto i Flavii) e aveva preferito un
uomo scelto per i suoi meriti anziché un parente (ne avrebbe avuti). Questo a meno che la storia
dell’adozione non sia supposta, e che non siano stati in realtà un gruppo di militari e alcuni
Spagnoli ad imporre Traiano.

TRAIANO (dal 98 al 117 d.C.)


Vir militaris di grande prestigio; sarebbe stato in grado di domare i pretoriani ed aveva
sufficienti relazioni per essere appoggiato dai diversi eserciti. Era un tradizionalista che non
avrebbe dato problemi al Senato, e inoltre era popolare. Fu il pronipote, Adriano, ad annunciargli,
a Colonia, la morte di Nerva.

34
Un’iscrizione proclamò che egli aveva restaurato la libertas il giorno stesso del suo avvento.
Per la prima volta un uomo delle province era imperatore. La sua carriera si era svolta
interamente sotto i Flavii, e fu contrassegnata da una notevole predilezione per i posti militari,
cosicché egli rimase per dieci anni tribuno di legione al posto dell’anno abituale.
Traiano si era dimostrato leale in ogni occasione con gli imperatori regnanti e si era
guadagnato grande fama come comandante di esercito. La sua vita, insomma, fu segnata dai campi
militari, ma oltre ad essere soldato fu bravo anche come amministratore.
Condusse sempre una vita abbastanza semplice, lontana da ogni magnificenza: la sua entrata
nell’Urbe avvenne molto semplicemente a piedi, senza protezione e in mezzo alla folla festante.
Aveva modi cordiali, decideva con chiarezza e rapidamente; era ubbidiente nei confronti dei
senatori e dei magistrati, cortese verso i suoi sudditi. A più di 60anni percorse l’Eufrate a nuoto.
Accettò di essere chiamato Optimum, titolo che condivideva con Giove. Pur essendo di
costumi semplici, dunque, Traiano aveva un’idea altissima della sua funzione.

**Le guerre durante il regno di Traiano

-Guerre daciche
Le cause sono abbastanza oscure, ma già a partire dal regno di Domiziano sappiamo che il
pericolo dacico esisteva: la paura dei barbari, l’insicurezza che si respirava, e anche la gloria
militare sarebbero stati i motivi principali a spingere ad una spedizione.

-Guerra d’Arabia
Il regno dei Nabatei, un popolo commerciante dell’Arabia antica, minacciava le relazioni
tra l’Egitto e la Giudea; faceva anche pagare una forte tassa ai mercanti romani che volevano
recarsi nella zona del Mar Rosso. Il motivo della spedizione è strategico (sopprimere il corridoio
di Gaza), ma anche politico ed economico.

-Guerre partiche
Per gli antichi si trattava di ambizioni personali di Traiano, che voleva cercare di eguagliare
le imprese di Marco Antonio e di Cesare; ma ci sono anche considerazioni strategiche da fare:
l’intenzione di aggiustare le frontiere per meglio proteggere la Siria. Oltre a ciò, ragioni
economiche dovute al controllo delle vie commerciali.

**La pratica del potere


È a partire da Traiano che numerosi storici parlano di un impero liberale, tuttavia
l’imperatore del II, compreso Traiano, riunisce su di sé più poteri, e incontra meno opposizione di
un imperatore del I secolo. Giocavano un ruolo importante molti campi, in cui il potere era
esercitato:

-Ideologia: portata avanti in opere come il Panegirico di Plinio il Giovane (che sostiene che «per
la prima volta [comprendo] che il Principe non è al di sopra delle leggi, ma che le leggi sono al di
sopra del Principe»), un discorso di ringraziamento, e come i Discorsi sulla regalità di Dione Di
Prusa (detto Crisostomo, «Bocca d’oro»). Questi testi fissano i grandi tratti del principe ideale, che
per Plinio governa in accordo con il partito senatorio ed è stato scelto dalla provvidenza divina,
dunque agisce in armonia con la divinità suprema. Egli governa su uomini liberi, non su schiavi. E
l’amministrazione degli affari dello Stato deve essere portata avanti da amici e da nobili. Con
Traiano, insomma, l’imperatore è l’agente di Giove sulla terra, investito del suo potere e
incaricato di governare su tutti gli uomini in suo nome.

-Rapporti con il Senato: il Principe riconosce il valore dell’assemblea; i provinciali aumentano


di numero; l’imperatore non rinuncia a nessuno dei suoi poteri importanti.

-L’amministrazione: grande importanza degli amici dell’imperatore (tra cui troviamo gli
Spagnoli, gli intellettuali e i tecnici) e del Consiglio che hanno in comune la competenza
amministrativa e la fedeltà nei confronti del sovrano. L’apparato amministrativo viene inoltre
perfezionato a vantaggio dei cavalieri, tanto che i grandi uffici centrali sono diretti dai cavalieri.

-Le finanze: la situazione tesa che aveva dominato il periodo di Domiziano prosegue
malgrado l’apporto del bottino delle guerre daciche e delle miniere d’oro di questo paese.
All’inizio del suo regno, Traiano pratica una politica popolare di assoluzione degli arretrati e di
rifiuto dell’aurum coronarium (che le province offrivano sempre ad un nuovo imperatore), ma le
costruzioni, l’aumento del numero dei funzionari, le spedizioni militari e i soldati costano
parecchio.
Nel complesso poche sono le novità rispetto al regno di Domiziano (tranne l’istituzione della
dogana e la riscossione del ventesimo dell’eredità dei funzionari amministrativi). Solo sviluppi,
ritocchi e sistemazioni.

Egli, che preparava le sue campagne militari con minuzia e precisione, si dimenticò,
paradossalmente, di pensare ad un suo successore.

ADRIANO (dal 117 al 138 d.C.)


Sul suo letto di morte si diceva che Traiano avesse designato come suo successore il
pronipote Adriano; le fonti antiche non lo credono, anche perché risultò strano che la moglie di
Traiano, Plotina, lo avesse fatto sapere ad Adriano tre giorni prima della morte del marito.
Comunque sia, l’esercito acclama Adriano imperatore ed egli scrive al Senato per rassicurarlo del
suo rispetto e chiedergli la conferma dei poteri imperiali.
La sua carriera gli fu favorita soprattutto dal prozio: come Traiano, Adriano apparteneva ad
una famiglia di emigranti italici in Spagna. Il suo cursus fu quello di un normale senatore, che però
ricevette anche l’onore assai raro di essere eletto arconte di Atene. L’aspetto più significativo della
sua carriera fu la vicinanza con il prozio, cosicché Adriano non si allontanò mai dal centro del
potere. Lo segue, per esempio, in Germania, ma lo accompagna anche in Dacia, così come in
Oriente.

**La sua personalità


La personalità di Adriano divide gli storici: per alcuni è un intellettuale, curioso, instabile,
che andava contro l’autorità e la tradizione; per altri è vanitoso, crudele e testardo. Ma c’è chi – tra
gli storici – lo ammira, o chi – riprendendo uno storico antico – lo definisce varius, multiplex,
multiformis. In generale la sua personalità stupiva anche i contemporanei, che per questo lo
apprezzavano poco.
Sembrava abitarlo una strana inquietudine spirituale.
Viaggiava quasi da turista, per esempio una volta, salendo alle pendici dell’Etna, fece una
deviazione per visitare un monumento. Era interessato all’astrologia, aveva rispetto per la
religione tradizionale, ma allo stesso tempo dimostrò fervore per i culti greci e per quelli
egiziani35.
Era autoritario, egoista, vanitoso, ombroso, tortuoso, geloso del suo potere.

**La pratica del potere


La sua fu abbastanza differente da quella di Traiano.

-Autoritarismo più marcato: il suo regno si caratterizza con una certa concentrazione del potere
nelle sue mani (anche se egli non è stato autore delle messe a morte dei quattro consolari fedeli di
Traiano).

-I viaggi: su 21 anni di regno, Adriano ne passò una dozzina a percorrere l’impero,


accompagnato da parte del Consiglio. Gli obiettivi di queste peregrinazioni erano molteplici:

35
La sua infatuazione per essi si concretizza con la sollecitazione del culto di un certo Antinoo, un giovane schiavo del
suo entourage che era annegato nel Nilo ed era diventato un dio al quale l’imperatore incoraggiò che si credesse.
 assicurarsi delle condizioni dei limites, delle loro riorganizzazioni;
 assicurarsi del morale delle truppe, della loro lealtà e disciplina (che sotto il
regno di Adriano diventa una «astrazione personificata» di cui si alimenta il culto),
nonché della loro competenza;
 assicurarsi dell’atteggiamento dei provinciali;
 poter dare sussidi alle province che ne avessero avuto bisogno.

-Cambiamento di strategia: le conquiste di Traiano erano troppo estese per essere trattenute
con successo, anche perché evidentemente non c’erano riserve di uomini a sufficienza. Adriano,
allora, in Oriente terminò la ritirata iniziata da Traiano; altrove proseguì una politica di
consolidamento in quanto l’impero doveva essere molto pronto a difendersi.

-Una legislazione imponente: in particolare egli si occupò del campo privato, ma la sua attività
legislativa abbracciava tutti i settori (per i militari, i criminali, gli schiavi, ma fissò anche le regole
per portare la toga).

-Amministrazione: Adriano se ne occupa innanzitutto istituendo ufficialmente il Consiglio


imperiale, organismo permanente del potere centrale, comprendente senatori, cavalieri e giuristi,
selezionati in ragione della loro competenza e divisi in due categorie sulla base delle loro
retribuzioni.

-La successione: Adriano organizzò la sua successione in maniera assai curiosa, tanto che da
sempre suscita curiosità e l’ingegnosità degli eruditi: adottò suo nipote acquisito Antonino, che
dovette poi adottare un bambino di 7 anni, Vero, e un giovane uomo di 17, il futuro Marco
Aurelio. Dal 138, sempre più ammalato, abbandonò l’incarico del potere a colui che lo avrebbe
dovuto rimpiazzare.

ANTONINO PIO (dal 138 al 161 d.C.)


Sotto il suo regno: equilibrio, prosperità, felicità e armonia. Il suo regno segna l’apogeo
dell’impero.
Antonino derivava da una famiglia illustre: suo nonno, per esempio, fu praefectus urbi, carica
senatoriale importantissima, l’altro nonno, invece, proconsole in Asia. La sua famiglia era anche
ricca, perché possedeva fabbriche di mattoni nella regione romana, e grandi proprietà in tutta
l’Italia. Antonino era insomma uno dei più ricchi senatori, prima di essere nominato imperatore. Si
ignora parecchio del suo cursus prima della salita al trono, salvo il suo consolato, il suo
proconsolato in Asia e la sua partecipazione al Consiglio imperiale.
Le fonti non finiscono di onorare le sue qualità di uomo, che sono le stesse che conosciamo
di lui: aveva gusti semplici, quasi campagnoli. Nessuno dei suoi contemporanei lo criticò mai, e
Marco Aurelio ne tracciò un ritratto esemplare, al quale egli si ispirò («comportati in ogni
circostanza come discepolo di Antonino»).
Morì nel 161. Una delle sue ultime parole, secondo la tradizione, sarebbe stata la parola
d’ordine che dava al tribuno della coorte pretoria di guardia, cioè «Aequanimitas», (serenità
d’animo).

**Il suo regno


Da questo lungo regno tranquillo e prudente spiccano pochi avvenimenti significativi:
-nessun senatore fu messo a morte;
-le riserve dello Stato aumentarono;
-gli ingranaggi amministrativi funzionano bene;
-i culti orientali progrediscono, ma legati a quello imperiale;
-prosegue l’ascesa dei giuristi;
-le province si arricchiscono.
Nonostante ciò, alcune ombre:
-In Britannia viene costruito un nuovo muro, più a nord di quello di Adriano, non si sa come
mai (forse una rivolta dei popoli della Bassa Scozia), tuttavia delle monete celebrano una nuova
sottomissione della Britannia;
-In Egitto scoppia una sollevazione di origine economica;
-Nelle Mauretanie sono segnalati alcuni disordini;
-In Dacia vengono organizzate delle spedizioni militari.
Tutto sommato niente di grave, ma una serie di piccoli movimenti su tutto il perimetro
dell’Impero, che furono facilmente controllati, ma che cosa sarebbe successo se su parecchi fronti
del limes si fossero presentate più minacce tutte insieme? Ma Antonino, poco fantasioso e di
temperamento assai poco militare, sedentario per di più (fu il solo imperatore a non muoversi
mai da Roma), non poteva intravedere l’inizio di un pericolo.

MARCO AURELIO (dal 161 al 180 d.C.)


Era nato da una famiglia che contava alcuni consoli tra i suoi antenati, e che era imparentata
con Traiano e con Adriano. Della sua infanzia e della sua formazione sono da ricordare tre aspetti:
-Adriano lo nota molto presto, e gli attribuisce onori eccezionali (a soli 6 anni, cavaliere,
poi verrà adottato da Antonino: a 18 anni sa dunque che sarebbe diventato capo dello Stato);
-dalla sua infanzia fu educato come un Principe (ebbe 19 professori in totale, uno tra essi
Frontone, che gli insegnava retorica latina, e restò al suo servizio fino alla morte 36);
-durante il regno di Antonino effettua un cursus honorum accelerato: resta nell’entourage
dell’imperatore, sposa sua figlia (dalla quale ebbe 14 figli), riceve la potestà tribunizia e l’imperium
proconsolare.
Quello che mancò all’imperatore durante la sua giovinezza fu la pratica militare: nessun
comando, nessun giro nelle province, nessun governo. Per questo motivo, trovandosi come
imperatore a dover combattere su diversi fronti, Marco Aurelio, di salute fragile, consumerà tutte
le sue forze. E lui, che sognava solo biblioteche, dovette passare la maggior parte del suo comando
a vivere tra i soldati: su 19 anni di regno, 17 anni di campagne militari.

**Il caso di Lucio Vero


Insieme con Marco Aurelio, Antonino aveva adottato anche un bambino di 7 anni, che aveva
lavorato con gli stessi maestri di Marco Aurelio, ma i risultati non erano stati gli stessi. Era solido e
gioioso, amava la vita, ma tra i due fratelli, Marco Aurelio e Lucio Vero, Antonino preferì il
primo, suo nipote acquisito. Vero, invece, rimase nell’ombra per molto tempo. Ma Marco Aurelio
ottenne di associarlo al suo potere con il titolo di Cesare; Vero aveva pari poteri dell’imperatore,
eccezion fatta per il pontificato massimo, che poteva essere rivestito solo da una persona. Per la
prima volta, allora, alla testa dell’impero si aveva una collegialità. Tuttavia, Marco Aurelio
conservò sempre la sua preminenza nei confronti del fratello.

**Guerre sotto Marco Aurelio


A partire dalla salita sul trono di Marco Aurelio, il nuovo imperatore, l’impero precipitò in
un periodo in cui riapparvero guerre brutalmente su tutti i fronti, ma il grande problema all’inizio
del regno fu in Oriente:

-Guerra contro i Parti: il re del popolo dei Parti scatenò una doppia offensiva, prima in
Armenia e poi in Siria. Le legioni romane furono battute. La replica fu consequenziale: Lucio
Vero spedì alcune nuove legioni, che mise alla guida di generali di valore come Avidio Cassio. In
questo modo, l’Armenia fu riconquistata e i Parti cacciati dalla Siria. Nel 166 è conclusa una pace
con i Parti che ebbe come conseguenze:
***un grande comando militare in Egitto è affidato ad Avidio Cassio;

36
Tra maestro e allievo si sviluppò una lunga corrispondenza, che ci è giunta. Lo scolaro era di rara serietà, e a 14 anni
optò per lo stoicismo: tutta la sua vita rimane fedele a questa morale. Praticherà esercizi e riflessioni che metterà poi per
iscritto nei Pensieri, scritti in greco, che sono l’ultimo esempio dello stoicismo antico.
***dall’Oriente viene portata in Occidente la peste dall’esercito.
Lo stesso anno Marco Aurelio spedisce alcune legioni nel nord dell’Italia, dove si
presentava un nuovo pericolo, sul Danubio, questa volta. L’imperatore annunciò che sia lui che
Lucio Vero avrebbero dovuto lasciare la capitale.
-Guerre danubiane: mal conosciute, trovano la loro origine nei lenti movimenti dei popoli
germanici. Per ragioni di sovrappopolazione i Germani di Scandinavia si erano messi in marcia
verso il sud, premendo sui Germani dell’Europa orientale e centrale. Ai loro occhi, una sola
soluzione: rifugiarsi nell’impero romano con le buone o con le cattive. Ne seguirono parecchie
guerre – «fluttuanti» secondo gli storici – che si possono raggruppare in due serie (167-175 e 177-
180) separate da un periodo di calma precaria (tra il 175 e il 177).

PRIMA GUERRA GERMANICA (167-175 d.C.)

167 – La peste sta devastando Roma. I Longobardi invadono la Pannonia e il Norico; gli
Iazigi attaccano le miniere d’oro in Dacia. La situazione viene fortunatamente ristabilita.

169 – Muore Lucio Vero. Marco Aurelio fa ritorno nella capitale per celebrare i
funerali e l’apoteosi. In autunno, però, egli è nuovamente sul Danubio. I Romani
organizzano un’importante offensiva sul Danubio, ma si rivela un disastro: l’Italia
del nord è completamente occupata dai Quadi e dai Marcomanni. Ben assecondato da
eccellenti generali, tuttavia, Marco Aurelio respinge gli invasori.

L’imperatore comprende che il pericolo generale è costituito dai Marcomanni,


così, dopo aver respinto gli ultimi popoli ed aver stretto la pace con altri (i Quadi),
intraprende una nuova spedizione:
1) I Romani penetrano nel paese dei Marcomanni e riportano vittoria. Vengono
attaccati anche i Quadi;
2) I Romani stipulano un trattato con i Marcomanni, secondo il quale:
-i Marcomanni non devono stringere alleanze tra di loro;
-promettono di commerciare sotto il controllo romano;
-di restituire bottini e prigionieri;
-di non avvicinarsi al Danubio.

Marco Aurelio sembra determinato a creare nuove province ma viene a sapere che
Avidio Cassio si è proclamato imperatore e le province d’Oriente sono passate dalla
sua parte.

SECONDA GUERRA GERMANICA (177-180 d.C.)

Conosciuta anche peggio della prima.


La presenza degli imperatori sul campo diventa necessaria, perché la situazione
continua a deteriorarsi. Essi lasciano la capitale e dopo il primo anno di guerra (178) è
riportata una vittoria, probabilmente contro i Quadi. Sembra che a questo punto i
barbari avessero ormai esaurito le loro forze:
-gli Iazigi non solo restavano calmi, ma per loro era anche vantaggioso stare dalla
parte di Roma;
-i Marcomanni potevano benissimo essere romanizzati;
-i Quadi pensavano di emigrare a nord.
Nel 180 la creazione delle province in quelle zone, allora, non sembrava così
utopica, tuttavia, due giorni prima dell’apertura dell’ultima campagna militare,
Marco Aurelio muore sul Danubio.

***Importanza delle guerre germaniche


Sul piano militare gli avvenimenti furono gravi, ma meno catastrofici di quanto si sia sempre
creduto. Però, queste prime invasioni barbariche, la peste terribile, le guerre che sembravano non
finire mai, sono un avvenimento assai decisivo della storia di Roma, tanto che molti storici fanno
coincidere l’inizio della crisi dell’Impero proprio con il regno di Marco Aurelio.
Si può constatare infatti durante questo periodo un affanno del potere (e testimonianza di
ciò sono alcune ripercussioni sul popolo cristiano, che fu perseguitato perché considerato
responsabile della collera degli dei nei confronti dei Romani).

**Pratica del potere


Nonostante le guerre furono la preoccupazione maggiore per Marco Aurelio durante il suo
regno, non fu assolutamente trascurata la direzione dell’Impero.

-La direzione degli affari si ispira alla condotta di Antonino; intrattiene buoni rapporti con il
Senato; assistiamo alla continua ascesa dei funzionari equestri; conferma del Consiglio
imperiale; Marco Aurelio lavora anche per risolvere i problemi fiscali con numerosi tentativi;
promuove spesso uomini di talento ma di modesta origine sociale o provinciale (come Pertinace
o Pescennio Nigro); estende la legislazione imperiale (durante il regno abbiamo più di 300 testi
di legge, e più della metà riguarda donne, bambini e schiavi).

-L’avvento di Avidio Cassio37, che si fece proclamare imperatore usurpando il potere, avvenne a
causa del fatto che l’imperatore gli aveva affidato un comando superiore nelle province orientali.
L’esercito, comunque, restò leale, e non ci fu guerra civile.

-I martiri cristiani: i regni precedenti ne avevano conosciuti alcuni, ma non ebbero la stessa
fama delle vittime sotto Marco Aurelio. Da Traiano e Adriano, la politica nei confronti dei Cristiani
non era cambiata: in teoria il governatore deve condannare ogni cristiano denunciato in modo
anonimo, che persista nella sua fede; in pratica, siccome l’iniziativa non viene mai dal potere
pubblico, non ci fu né persecuzione generale né ricerca sistematica dei Cristiani. L’imperatore,
tuttavia, non provava alcuna simpatia per i Cristiani, esattamente come la maggior parte degli
intellettuali dell’epoca.

CAUSE PRINCIPALI DEI DRAMMI DEI CRISTIANI


1) Innanzitutto i Cristiani stavano espandendosi in tutti gli strati sociali, anche negli
ambienti intellettuali e militari. Crescendo, la Chiesa conosce le prime eresie (come il
montanismo).
2) Erano odiati dal popolo perché poco conosciuti (in quanto vivevano in disparte); sono
accusati di essere responsabili di tutti i mali dell’impero e non solo.
3) Il rifiuto da parte loro di riconoscere gli dei dell’impero era un altro dei motivi che portò
a farli odiare da tutti e a considerare come sovversivi.

COMMODO (dal 180 al 192 d.C.)


Con Commodo, per la prima volta un imperatore era nato nella porpora: la sua educazione
era stata curata, era stato preparato alle sue funzioni, ed era co-imperatore dal 177.
Alla morte di suo padre Marco Aurelio era il solo vivente dei figli dell’imperatore, così
diventò successore di suo padre senza la minima difficoltà (si era ritornati al principio di una
monarchia ereditaria).

**Avvenimenti principali del suo regno


180 – Rimane sul Danubio, dove negozia una pace con i Quadi e i Marcomanni, poi
raggiunge Roma.
182 – Complotto di Lucilla, sua sorella, con alcuni senatori. All’ultimo la cospirazione è
sventata. Da questo momento in poi Commodo avrebbe vissuto nella paura di essere assassinato:
diffida del Senato, inaugura un regno di terrore, fa giustiziare alcuni amici di Marco Aurelio e

37
Proclamatosi imperatore nel 175 d.C. poiché era giunta in Oriente la falsa notizia della morte di Marco Aurelio, Avidio
Cassio fu ucciso nello stesso anno dopo essere stato proclamato nemico pubblico dal Senato romano.
lascia governare a suo nome, per dedicarsi invece ad una vita completamente dissoluta, cioè piena
di vizi.

182-185 – GOVERNO DEL PREFETTO DEL PRETORIO TIGIDIO PERENNE. Quest’ultimo era
assai competente sul piano militare: sorvegliò con attenzione le frontiere, ma intraprese una
politica fin troppo personale favorendo i cavalieri contro i senatori e avrebbe tentato perfino di
elevare suo figlio alla porpora. Viene massacrato dai soldati.

185-189 – GOVERNO DEL CIAMBELLANO CLEANDRO, ex-schiavo. Mentre commodo non


mostra interesse che per le corse dei carri e i combattimenti a teatro, Cleandro vende le cariche,
degrada il Senato e le magistrature, fa uccidere grandi personaggi, si fa nominare prefetto del
pretorio prima di essere giustiziato su ordine dell’imperatore per placare la folla romana affamata
e in rivolta.

190-192 – Complotti vari, veri o falsi, omicidi, amanti (in particolare Marcia), e intrighi
formano la trama politica di questi anni. Commodo mostra i segni di una follia mistica: pretende
di essere Ercole, rifonda la città di Roma che perde il suo nome e diventa una colonia commodiana;
chiama le flotte, le legioni, la città di Cartagine e i mesi dell’anno con epiteti che si attribuisce,
come Exsuperatorius («colui che domina su tutti»), titolo che denota un’influenza dell’astrologia
orientale e della riflessione teologica greca.
Mise a morte diverse personalità. Tre di queste future vittime, tra cui la sua amante Marcia,
superarono in velocità Commodo, lo avvelenarono e lo strangolarono il 31 dicembre del 192.

**Pratica del potere


La follia di Commodo ebbe ripercussioni soltanto nella città. L’impero non ne soffrì quasi: la
macchina amministrativa girava da sola; il Consiglio imperiale e gli uffici centrali prendevano
decisioni che l’imperatore siglava.
Ma ci fu una modifica: il prefetto del pretorio è divenuto funzionario equestre di rango più
elevato, una sorta di vice-imperatore che dirige il Consiglio imperiale.
Disordini sono segnalati in Britannia e in Gallia.
In realtà il regno di Commodo è poco conosciuto, anche perché l’insieme delle fonti che ne
parlano recita la solita litania dei «cattivi imperatori». Nonostante ciò sappiamo che Settimio
Severo non si vergognò di dichiararsi fratello di Commodo.
Con la sua morte finiscono una dinastia e un’epoca. Si apre un nuovo periodo di crisi, la più
grave dopo l’anno dei quattro imperatori.

CRISI DEL 193-197 D.C.


La notte stessa dell’assassinio di Commodo fu convinto il praefectus urbi Pertinace ad
accettare la nomina di imperatore; egli fu condotto al campo dei pretoriani e poi davanti al
Senato. I pretoriani lo acclamarono imperator sotto pressione della folla e dietro la promessa di un
donativum; i senatori, invece, lo accettarono semplicemente per rifiuto del tiranno Commodo, del
quale autorizzarono la damnatio memoriae, e per stima nei confronti del praefectus, che ricevette gli
onori imperiali e immediatamente quello di Pater patriae.

**Pertinace
Era originario della Liguria, figlio di un liberto; aveva condotto la carriera equestre prima di
essere ammesso al Senato sotto Marco Aurelio, ed era poi arrivato al vertice della carriera
senatoria, la praefectura urbi.
Preoccupato delle finanze, attento alla situazione economica quanto alle incursioni
barbariche, era determinato ad applicare misure in grado di restaurare la potenza dello Stato.
Ma per fare ciò doveva riprendere il controllo dei pretoriani: una parte di questi ultimi, infatti,
invade un giorno la reggia imperiale, e nonostante il suo coraggio, Pertinace fu assassinato.
**M. Didius Iulianus: l’impero al miglior offerente
Questa rivolta non aveva alcuna pretesa politica: non sapendo peraltro che fare del loro
crimine, e siccome l’Impero non poteva rimanere senza imperatore, i pretoriani lo misero all’asta al
miglior offerente. Tra due contendenti fu il ricchissimo senatore M. Didius Iulianus a prevalere.
Milanese di origine, aveva compiuto una carriera senatoria esemplare, che era poi culminata con il
proconsolato d’Africa. Possedeva esperienza e relazioni, ma accolto con freddezza dal Senato,
insultato dal popolo, non poteva contare a Roma che sui pretoriani.
Viene a sapere che due sollevazioni militari avevano avuto luogo in Pannonia 38 e in Siria39, e
che rispettivamente Settimio Severo e Pescennio Nigro erano stati proclamati imperatori. Il Senato
li dichiarò allora nemici pubblici.

L’AVVENTO AL POTERE DI SETTIMIO SEVERO (dal 193 al 211 d.C.)


Nel 193 il governatore della Pannonia Superiore, Settimio Severo, è acclamato imperatore
dalle sue truppe. Egli si presentò come il vendicatore di Pertinace.
Durante questi primi mesi neutralizzò il governatore della Britannia Clodio Albino, anche lui
Africano come Severo, offrendogli il titolo di Cesare, che lo designava come suo eventuale
successore.
Prima di marciare su Roma, Severo venne a sapere che anche Pescennio Nigro si era
proclamato imperatore in Siria (ad Antiochia), trascinando così in questa avventura tutto l’Oriente
con l’Egitto.

**Ritratto
Era nato in Tripolitania. Sia dal lato materno che da quello paterno i suoi parenti erano
notabili che si aiutavano spesso tra di loro (un cugino di suo padre, per esempio, gli fa ottenere il
laticlavio). La sua carriera politica lo porta dal Senato fino al consolato nella Pannonia Superiore.
Curiosamente, questo imperatore che farà molto per i suoi soldati non era mai stato tribuno
militare e non aveva ricevuto che tardi i primi comandi militari. Innanzitutto, infatti, fu un
amministratore energico. Conosceva bene l’impero, e aveva rapporti stretti con Pertinace.
Ricevette una formazione da giurista e da retore (parlava latino e greco oltre al punico).
Sposa in seconde nozze Giulia Domna, da cui avrà due figli: Caracalla, nato a Lione; e Geta, nato a
Roma.
Del suo carattere si distinguono: attaccamento alla famiglia, alla sua città di origine; la facilità
nel crearsi amicizie e relazioni che sapeva utilizzare bene; fiducia totale nell’astrologia, che gli
dettava spesso la sua condotta; interesse per l’antichità e per la vita intellettuale.

**Vincitore di Didio Giuliano


Severo entrò in Italia e a Roma senza incontrare resistenze:
-il Senato lo riconobbe facilmente imperatore;
-Didio Giuliano, abbandonato, viene ucciso il giorno stesso dell’avvento di Settimio Severo;
Le sue prime misure furono quelle di:
-non mettere a morte alcun senatore senza l’accordo del Senato;
-riorganizza la guarnigione romana;
-mettere a punto l’apoteosi di Pertinace;
-sorvegliare l’approvvigionamento della città.
Per quanto riguardava i pretoriani, essi, colpevoli dell’assassinio di Pertinace e di aver
venduto l’impero, sono disarmati e le coorti sciolte.
Severo può allora rivolgersi contro Pescennio Nigro.

**Vincitore di Pescennio Nigro


Pescennio Nigro, italico, percorse e la carriera equestre e quella senatoria. Rappresentava un
triplice pericolo:

38
Una zona dell’Europa centro-orientale, compresa tra il Danubio e il fiume Sava, che scorre tra la Croazia e la Slovenia.
39
Si trova nel bacino orientale del Mediterraneo, proprio sotto la Turchia; confina ad est con l’Iraq e a sud con la
Giordania.
-militare, perché possedeva 9 legioni;
-economico perché aveva il sostegno dell’Egitto;
-diplomatico in quanto aveva appoggi tra i re orientali e tra i Parti.
Aveva già lanciato una sua offensiva contro i Parti ed aveva conquistato la città di Bisanzio.

Settimio Severo, circondato dai suoi marescialli, invade la città di Bisanzio e riporta due
vittorie che provocano il passaggio dalla sua parte dell’Egitto, dell’Arabia e di altre città siriache,
che verranno poi punite da Nigro.
Battuto nuovamente, Nigro ripiega su Antiochia, battuta anch’essa e poi conquistata dalle
truppe di Severo. Cerca rifugio sull’Eufrate, ma proprio qui viene catturato e ucciso. La Siria,
troppo pericolosa e ambiziosa per la scalata alla porpora, fu divisa, e Antiochia, la città di
Pescenngio Nigro, fu duramente punita.
In meno di due anni, Settimio Severo era riuscito a far tornare la pace e l’impero era di
nuovo unito.

**Vincitore di Clodio Albino


Caracalla, figlio di Settimio Severo, fu proclamato Cesare nel 195, e questo significava che
Clodio Albino era di troppo. Venendo a sapere della nomina di un nuovo Cesare, Albino rivendicò
il titolo di Augusto: nello stesso anno, Albino viene dichiarato nemico pubblico. Egli lascia la
Britannia con le sue truppe, passa in Gallia e vi raccoglie la quasi totalità del paese: contro di lui,
gli eserciti del resto dell’impero.
All’inizio Severo penetra in Gallia e inizia la battaglia decisiva a Lione. Albino, sconfitto, si
uccide. Lione viene saccheggiata e bruciata; i partigiani provinciali di Albino vengono ricercati e
giustiziati, e a Roma 29 senatori sono messi a morte.
Settimio Severo, insomma, era il solo padrone dell’impero.

PERCHÉ SETTIMIO SEVERO RIESCE A VINCERE CONTRO TUTTI?


-le sue truppe sono le più numerose e le meglio addestrate;
-Severo non era un genio strategico, anzi assai mediocre: secondo Cassio Dione la battaglia
di Lione fu il suo primo vero incarico militare;
-seppe circondarsi di generali valorosi (che formarono il nucleo di una nuova aristocrazia);
-rifiuta sempre ogni negoziato o divisione del potere;
-è violento e feroce durante le rappresaglie, e pronunciò un elogio pubblico della crudeltà di
Silla, di Mario e di Augusto;
-utilizzò molto le monete, i libelli, copie di proclami imperiali, la diffusione di profezie e
presagi che lo presentavano come il vincitore assoluto (non erano cose nuove, ma sicuramente non
furono mai sfruttate con tanta intensità).

Secondo Cassio Dione, inoltre, Severo era il più intelligente tra i pretendenti: seppe meglio
di chiunque apparire come il vendicatore di Pertinace, usare tutti i mezzi di cui disponeva,
animare un solido gruppo di amministratori e di generali.

CARATTERISTICHE DI QUESTI ANNI DI GUERRA


-il Senato non ha più alcun tipo di potere politico, e i suoi voltafaccia e i suoi complotti
maldestri non fanno che peggiorare la situazione;
-l’esercito provinciale è ormai la forza determinante per la scelta dell’imperatore;
-il conflitto ha preso l’aspetto di guerre interprovinciali e le rivalità tra città hanno un peso
cruciale;
-tra le varie province tre aree acquistano maggiore importanza: la Britannia, le province
danubiane, l’Oriente.

SETTIMIO SEVERO GARANTE DI INTEGRITÀ DELL’IMPERO


-SECONDA GUERRA PARTICA: Severo non era nemmeno arrivato a Roma, che subito doveva
ripartire per la Siria, poiché i Parti avevano invaso la Mesopotamia. Appena giunte le truppe, i
Parti ritirano l’assedio.
Al ritorno dalla spedizione partica, Severo si blocca davanti ad una città carovaniera nella
zona della Mesopotamia (tra il Tigri e l’Eufrate), che egli non riuscì mai a prendere, neppure con
un secondo tentativo.
Riprendendo il suo piano di riorganizzazione della frontiera orientale Severo crea una nuova
provincia, governata (come l’Egitto), da un prefetto di rango equestre: risistema, allora, la
provincia di Syria e quella d’Arabia. Poi si ferma in Palestina e in Egitto.

Nel 198, cento anni dalla morte di Traiano, Severo viene nominato – esattamente come
Traiano – Parthicus Maximus. Nello stesso giorno, suo figlio Caracalla riceve il titolo di Augusto e il
cadetto Geta, invece, quello di Cesare.

-In Egitto (199-200) il suo viaggio imita per molti aspetti quello di Adriano. Severo si
comporta da turista, da religioso e ispeziona l’amministrazione. In quest’ultimo campo dà
all’Egitto un Senato municipale, che sistema ad Alessandria, così come alle altre principali città
della provincia. Permetterà per la prima volta agli egiziani di entrare in Senato a Roma.
Ritorna poi in Siria, e assumerà il consolato ordinario in coppia con il figlio Caracalla ad
Antiochia (è la prima volta che due imperatori sono consoli ordinari contemporaneamente e
fuori Roma). Passando per l’Asia minore ritorna a Roma, che aveva lasciato 5anni prima, e qui
festeggia i Decennalia (dieci anni dalla salita al trono).

-Viaggio in Africa, la cui esistenza è spesso contestata da alcuni storici. Altri, invece, prendono
la notizia come vera basandosi su monete, iscrizioni e testimonianze archeologiche, e lo collocano
nel 202. Viaggio o non viaggio, comunque sotto Settimio Severo l’organizzazione militare della
provincia d’Africa è portata alla perfezione.

-Soggiorno a Roma. Fu il più lungo periodo che Settimio Severo trascorse nella capitale, e va
dal 203 all’inizio del 208. Presiede in questo periodo i Giochi Secolari; ad essi la popolazione
giunse da tutto l’impero per celebrare la fine di un secolo e festeggiare l’inizio di un altro. Furono
Caracalla e Geta ad inaugurare il III secolo d.C.
Settimio Severo fece restaurare il Tempio della Pace e iniziò alcune costruzioni, allargando la
pianta di marmo della città; redasse un’autobiografia e risolse con l’assassinio le ambizioni del
prefetto del pretorio, suocero di Caracalla.

-GUERRA IN BRITANNIA: i Maeatae, rafforzati dai Caledonii, si sollevarono, e il governatore


fece appello all’imperatore. Severo prese allora la testa di una expeditio felicissima Britannica:
l’esercito e la flotta che raccolse erano molto potenti, e impressionarono i ribelli, che chiesero
infatti la pace. Ma Severo si rifiutò di accordargliela, anche perché era deciso a portare avanti la
conquista di tutta l’isola (sembra che le sue legioni, secondo però testi imprecisi, si siano
accampate nella zona di York, dove poi sarebbe morto).
Fu conclusa una tregua; Severo e suo figlio maggiore, Caracalla, assunsero il titolo di
Britannicus, Geta fu promosso Augusto. C’erano due imperatori.
Quando ripresero le agitazioni tra i popoli barbari rivoltosi, Severo fu costretto ad affidare al
figlio Caracalla la battaglia, perché lui, malato, morì il 4 febbraio del 211 nel suo quartier generale,
a York.
Secondo la tradizione egli lasciò detto ai suoi figli: «Vivete in armonia, arricchite i soldati e
non curatevi del resto». Prima di morire, invece, si dice che abbia detto: «Tu conterrai un uomo che
l’universo non ha contenuto».

LA PRATICA DEL POTERE DI SETTIMIO SEVERO


1)MONARCHIA MILITARE
Anche se Settimio Severo non aveva avuto molta esperienza sul campo, aveva attraversato
alcuni anni di guerra civile, dai quali era uscito vittorioso, aveva al suo cospetto marescialli e capi
militari assai valorosi, e aveva tratto anche molti insegnamenti dalle tattiche che aveva già
utilizzato Marco Aurelio. Questo fu sufficiente a fargli accorgere della debolezza del sistema
militare, che era divenuto inadatto per le condizioni di difesa. Gli era apparso chiaro, allora, che
dovesse essere migliorato:
**Organizzazione dell’esercito:
-riorganizza la guarnigione romana;
-le coorti pretoriane sono aumentate del numero di uomini, che vengono reclutati non più in
Italia e neanche tra le antiche province, ma sono scelti tra i migliori legionari;
-aggiunge uomini agli equites singulares Augusti (la cavalleria personale dell’imperatore),
incaricati della sua protezione e di quella della nuova legione installata a Roma;
-fece in modo di disporre in Italia di un esercito che contava 30.000 uomini (più del doppio di
prima) cosicché si potessero prevenire eventuali usurpatori o attacchi vari.
Egli fu accusato di aver volontariamente barbarizzato l’esercito, ma alcuni studi recenti
hanno messo in evidenza che in realtà gli Italiani non sparirono mai completamente (soprattutto
tra i centurioni e tra gli ufficiali di rango equestre); dobbiamo però affermare che è vero che piano
piano gli Italici erano sempre meno utili.
**Nuova strategia alle frontiere
Lo scopo è quello di salvaguardare le frontiere, ma senza impiegare in quelle zone forze
che potessero indebolire altri settori dell’esercito. I limes maggiormente controllati furono ad
Oriente quello dei Parti, mentre sul fronte del Reno e del Danubio quello dei Germani.
**Miglioramento delle condizioni di vita dei soldati
Per far fronte alla crisi del reclutamento era necessario permettere ai soldati di vivere
degnamente; per rendere l’esercito più attraente, allora, Settimio Severo aumentò il soldo (che non
era più cambiato dall’epoca di Domiziano), organizzò l’annona militare, fu permesso ai soldati di
poter vivere con la propria famiglia vicino all’accampamento, fu permesso l’accesso diretto
all’ordine equestre per i centurioni, i sottufficiali poterono portare l’anello d’oro (antica insegna
dei cavalieri). In generale, insomma, vantaggi economici, sociali e onorifici.

2)MONARCHIA EREDITARIA
Settimio Severo si era presentato come vendicatore di Pertinace, ma questo passo non era
certo sufficiente per legittimare la sua ascesa al trono. Doveva in qualche modo ricollegarsi alla
dinastia degli Antonimi, ma in che modo? Con una adozione retroattiva, dunque fittizia. Si
proclama, infatti, figlio di Marco Aurelio e fratello di Commodo. Da questo momento, allora, i
suoi ritratti assomiglieranno di più a quelli degli «antenati», e le iscrizioni faranno risalire la sua
genealogia fino a Nerva, di cui diventa discendente.
Era impensabile poi che rimanesse anche il fratello di un imperatore non divinizzato, e
anche questa lacuna fu presto colmata.
Insieme ai due figli Caracalla e Geta, Settimio Severo associa al proprio potere anche la
moglie, Giulia Domna; come imperatrice, è chiamata Felix, ma anche madre degli Augusti, madre
degli accampamenti o madre del Senato. Con i suoi due figli accompagna il marito in tutte le
spedizioni (sia in quelle in Oriente che in Britannia). Dappertutto si spandono le immagini della
famiglia imperiale e il nome della coppia e dei loro discendenti.
Sempre per quanto riguarda la famiglia, anche i due rami della famiglia di Severo (quello
africano e quello siriaco) beneficiarono dei favori imperiali (il fratello dell’imperatore realizza una
carriera che non avrebbe potuto percorrere senza queste protezioni).
 Tutto ciò ha come conseguenza la modifica del culto imperiale in un senso più
assolutistico, rilanciando così una istituzione che cominciava a dare qualche segno di affanno. Il
culto degli imperatori viventi è sempre più correlato a quelli morti; Severo, invece, è assimilato
spesso a Giove (dal quel è stato investito) o a Helios, ma anche ad altre divinità. L’imperatore era
ormai chiamato dominus, e aggettivi come «sacro» o «divino» si applicano spesso a tutto ciò che
egli tocca, per esempio. Egli, e con lui la propria famiglia, appartiene al mondo degli dei.
Anche l’astrologia, della quale Severo è un adepto, si lega particolarmente alla figura
dell’imperatore, che deduce da essa molte delle sue mosse.

3)MONARCHIA ANTISENATORIA
Dai primi anni del suo regno, e soprattutto dopo le purghe che ci furono in seguito alla
sconfitta di Albino, Severo intrattiene rapporti tesi con il Senato. Quest’ultimo, inoltre, verrà molto
indebolito dall’imperatore, il quale:
-sceglie personalmente il praefectus urbi, regolamentando e limitando questa funzione,
senatoria per eccellenza;
-confisca molti dei beni dei senatori;
-sceglie di persona nuovi senatori.
Nonostante ciò, il Senato continua a godere di un enorme prestigio sociale e culturale, ma la
conferma del suo declino politico la si nota anche nella ascesa dell’ordine equestre, la cui
preponderanza è incontestabile.
C’è inoltre da sottolineare come spesso si sia creduto che Settimio Severo abbia avuto molti
riguardi verso il popolo, cosicché si è parlato anche di politica sociale e popolare: egli avrebbe infatti
molto spesso raccomandato ai funzionari di rango equestre (tra cui il prefetto del pretorio) di
ascoltare la città, i suoi bisogni, e i lamenti degli schiavi quanto quelli dei padroni.

4)MONARCHIA ASSOLUTA
A partire da Settimio Severo si svela tutto l’assolutismo intrinseco del regime imperiale
(che fino ad allora si era nascosto dietro un paravento di istituzioni e abitudini): l’orazione
dell’imperatore di fronte al Senato, è fonte del diritto, e i giuristi che circondano l’imperatore
mettono la loro scienza al servizio del potere, affermando che «ciò che piace al principe ha sempre
valore di legge», che «il principe è al di sopra di tutte le leggi».
Il numero degli uffici e degli impiegati aumenta, e l’impero inizia a burocratizzarsi. La res
privata, cioè l’amministrazione dei beni personali dell’imperatore, gonfiata dalla confisca dei beni
degli oppositori, ha raggiunto una tale estensione che è divenuta un vero e proprio ufficio,
distinto dai beni della corona, cioè il patrimonium.

III SECOLO D.C.


DUE IMPERATORI NEMICI, E LA LORO MADRE

**Caracalla
Caracalla40 e Geta erano nati ad un anno di distanza, e si detestavano. Al maggiore non
interessavano le cose dello spirito, ma solo la vita militare: era del resto amato dai soldati, che gli
avevano dato il suo soprannome, «Caracalla», il nome del mantello gallico che gli piaceva
indossare. Gracile, dai nervi fragili, brutale fino alla crudeltà, irascibile, detestato dai senatori e
dalla tradizione letteraria unanime, venerava Alessandro ed era un devoto della dea Serapide,
della quale si considerava vicario, e seguiva gli dei guerrieri e le cure miracolose.

**Geta
Avendo avuto una carriera più lenta del fratello, Geta è presentato dagli autori antichi come
più dolce e riflessivo. Aveva l’appoggio dei senatori, e anche sua madre Giulia Domna lo preferiva
a Caracalla.

**Giulia Domna
Bella, intelligente, ha esercitato un’influenza non trascurabile sul piano della politica
imperiale (prima di essere soppiantata da Plauziano 41). Rinunciando poi alla vita civile, Giulia
Domna si consacrò agli studi letterari, alla filosofia. Si dilettava nel suo «salotto letterario» nel
quale si riunivano medici, studiosi, giuristi e scrittori. Si circondò di orientali, spinse in alto la sua
famiglia (in particolare Giulia Mesa), e vigilò con attenzione sul destino dei suoi figli.
(Eliminato Plauziano) riprese il suo posto al fianco del marito, che accompagnò dovunque,
anche nella sua ultima missione in Britannia.

LA LOTTA PER IL POTERE TRA CARACALLA E GETA


I funerali del loro padre e la sua apoteosi diedero l’illusione dell’intesa tra Caracalla e Geta
(le monete celebrano la Concordia tra i due, sotto lo sguardo vigile e approvatore di Giulia
Domna). In realtà ognuno pensava a come eliminare l’altro. L’imperatrice tentò più volte di
riconciliarli, ma senza risultati: Caracalla farà assassinare suo fratello Geta tra le braccia della
madre, con la scusa (di fronte ai pretoriani e al Senato) di un complotto che l’altro gli avrebbe teso.
Per convincerli della sua innocenza promise denaro ai pretoriani e un’amnistia per i senatori
esiliati all’assemblea.
Ebbero però poi luogo uccisioni e confische: furono giustiziati i possibili usurpatori, i
partigiani di Geta e un nipote di Marco Aurelio. Il povero Geta subì la damnatio memoriae (il suo
volto fu addirittura eraso su un medaglione dipinto che rappresentava la famiglia imperiale).
Giulia Domna avrebbe diretto gli affari interni e amministrativi per lasciare a Caracalla la
condotta della guerra.

CARACALLA (dal 212 al 217 d.C.)


Sia nel campo della politica interna che alle frontiere seguì i principi di suo padre.

1)Opera interna

**Militare:
-reclutamento più indulgente;
-aumento del soldo;
-aumento dei vantaggi al congedo dalle battaglie.

**Amministrativo:
In generale, l’aumento del numero dei funzionari segnala la continuità della politica paterna.

**Fiscale e finanziario:

40
Il vero nome era Bassianus, ma dopo che il padre aveva annunciato la sua adozione retroattiva e si era proclamato figlio
di Marco Aurelio e fratello di Commodo, fu chiamato Marcus Aurelius Antoninus prima di essere nominato Cesare.
41
Prefetto del pretorio, aveva fatto carriera grazie alla conoscenza di Settimio Severo.
Alla morte di Settimio Severo le casse dello Stato erano sane. Ma per poter continuare a
pagare le spese militari, i principi barbari perché conservassero l’alleanza con Roma, i grandi
lavori (le terme sull’Aventino, le strade) erano necessarie altre misure, così furono aumentate
alcune imposte e fu introdotta la possibilità di prelevare l’imposta in natura o in lavoro.
Queste misure fiscali furono accompagnate da una doppia riforma finanziaria:
-svalutazione della moneta in oro;
-creazione di una nuova moneta, l’Antoninianus, un pezzo d’argento più pesante del denaro
«tradizionale», che venne svalutato: valeva nell’uso 2 denari.

**Civile:
È in campo civile che abbiamo la riforma più importante di Caracalla, cioè la cosiddetta
Constitutio Antoniniana del 212, chiamata anche «editto di Caracalla», che consisteva
nell’estensione della cittadinanza romana «a tutti i peregrini che sono sulla terra, salvo per i
dediticii».
In questo modo, tutti gli abitanti liberi del mondo romano, divenuti cittadini romani a tutti
gli effetti, potevano conservare i loro costumi, il loro diritto indigeno, per quanto desideravano.
Solo i dediticii non beneficiavano di questo vantaggio, nonostante fossero diventati anch’essi
cittadini romani.
Questa costituzione segna l’esito della politica di romanizzazione, e non imponeva in alcun
modo il diritto privato romano.

I motivi di questo editto sono stati molto discussi, e parecchie motivazioni sono da prendere
in considerazione:
-In primo luogo ragione economica e finanziaria, quella che già Cassio Dione invocava, cioè il
fatto che i peregrini divenuti cittadini romani dovevano pagare l’imposta sulla successione,
proprio quella che durante il regno di Caracalla era stata aumentata.
-In secondo luogo l’opinione di giuristi e burocrati che sostengono che un impero in cui lo
status delle persone era più uniforme alleggeriva il lavoro di uffici e tribunali.
-In terzo ed ultimo luogo motivi religiosi, perché questa costituzione favoriva l’unità
religiosa (per molti storici questa sarebbe la motivazione principale che avrebbe spinto Caracalla
all’editto).

2)Difesa delle frontiere


Secondo Cassio Dione, Caracalla disse «voglio finire la mia vita in guerra»: effettivamente, da
un anno dopo la sua salita al potere fino alla sua morte l’imperatore combatté senza interruzione
su tutte le frontiere. Nel 217 fu pugnalato a Carre da un ufficiale del pretorio per ordine del suo
prefetto Macrino.

MACRINO, L’INTERMEZZO (217-218)


I soldati, che non sospettavano il complotto contro Caracalla, proclamano Macrino il nuovo
imperatore. Per la prima volta un cavaliere giunge sul trono. Aveva lavorato a servizio di
Plauziano, e in seguito aveva iniziato la carriera di cavaliere durante la quale Caracalla lo notò.
Divenne allora prefetto del pretorio.
Il suo regno fu caratterizzato dalla sua ricerca dei sostegni per far fronte agli imperativi di
quel periodo: il pericolo dei Parti, le ambizioni delle principesse siriache imparentate con Settimio
Severo.
Per accattivarsi i partigiani dei Severi prende come cognomen Severus, fa proclamare
Caracalla divus dal Senato e dà a suo figlio il cognomen di Antoninus, com’era accaduto per
Caracalla, e il titolo di Cesare.
Nello stesso tempo, per legare a sé gli oppositori dei Severi, ritorna sulle misure di
Caracalla, riducendo il soldo ai soldati.
Le sue azioni maldestre e la sua origine oscura, tuttavia, non gli furono di grande aiuto, e gli
alienarono le poche simpatie che aveva saputo suscitare. Così, si ritrovò incapace di affrontare le
ambizioni e le macchinazioni delle principesse siriache.

LA DINASTIA DELLE PRINCIPESSE SIRIACHE


Alla morte del figlio Caracalla, Giulia Domna aveva tentato di sollevare le truppe che
Macrino le aveva inviato tanto per sorvegliarla quanto per onorarla. Poi si lasciò morire per inedia.
L’Augusta lasciava una sorella maggiore, Giulia Mesa, che aveva due figlie: Giulia Soemiade
e Giulia Mamea. Tutte e tre discendevano dalla grande famiglia sacerdotale di Emesa, che
regnavano sul tempio del dio locale, siriaco, El Gebal. Tutte e tre, per via della parentela con Giulia
Domna, erano imparentate di conseguenza anche con la domus imperiale divina, e nutrivano alte
ambizioni.
Avevano dunque la legittimità nel sangue, grandi ricchezze, una solida rete di fedeli e due
eredi: il figlio della Soemiade, Bassianus, e quello della Mamea (Alexianus). La nonna dei due eredi
fa circolare la voce che Bassiano sia figlio adulterino di Caracalla e che ella disponeva di molto oro.
Così, Bassiano viene proclamato imperatore con il nome del presunto padre (Marcus Aurelius
Antoninus).

SCONTRO TRA MACRINO E LE PRINCIPESSE (218 d.C.)


L’esercito di Macrino e quello dell’altro imperatore, Bassiano, si scontrano ad Antiochia. Il
primo viene sconfitto. Fugge, ma è ripreso qualche giorno più tardi mentre tentava di raggiungere
l’Europa. Il suo cadavere venne lasciato sul posto affinché il nuovo imperatore potesse
contemplarlo mentre se ne andava verso Roma: la dinastia severiana ritrovava il trono, ma da
africana era diventata siriaca.

ELAGABALO (dal 218 al 222 d.C.)


Il nuovo imperatore è più noto con questo soprannome. La spiegazione è data da un rilievo:
Elagabalo vuol dire «dio-montagna». A Emesa, città famosa per il suo tempio, la religione aveva
un carattere solare molto marcato. L’idolo di questo tempo era una grande pietra nera conica che
si diceva caduta dal cielo (e che ci mostrano alcune monete).
A Roma la divinità di Elagabalo non si sapeva come andasse tradotta: bisognava considerarlo
come Giove o come Sole? Così Elagabalo fu spesso tradotto Heliogabalus. Davanti a questo dio
l’imperatore, che era anche sacerdote del tempio di Emesa, dove si trovava l’idolo della pietra e
dove si adorava il dio Elagabalo, danzava nelle cerimonie religiose (al suono dei flauti e vestito
con una veste fenicia di color porpora e d’oro, adorno di gioielli).
Del suo regno dobbiamo ricordare molti aspetti:

**L’arrivo a Roma
Dopo un breve soggiorno ad Antiochia e l’uccisione di membri dell’amministrazione
collaboratori di Macrino, le principesse siriache e i loro figli raggiungono Roma. Il viaggio dura un
anno, e spesso assume l’andatura di una processione religiosa, in quanto fu trasportato anche il
simulacro di pietra nera (non volendo il giovane imperatore separarsi dal suo idolo).
Elagabalo fece il suo ingresso solenne a Roma, e sembrò aver l’unica preoccupazione di
introdurre il suo dio.

**Un grande sacerdote siriaco


L’imperatore fa costruire sul Palatino un tempio per il suo dio; all’interno ci inserisce gli
emblemi della religione tradizionale di Roma (il fuoco della dea Vesta, il Palladium, gli scudi dei
Salii, la pietra nera della dea Cibele) come se volesse accentrare con il suo dio tutti gli altri culti. In
questo modo, per la prima volta emerge un atteggiamento di enoteismo di Stato, cioè
l’atteggiamento di chi adora un solo dio, al quale però sono subordinate altre divinità.
**Potere alle principesse
Sono fondamentalmente le Giulie della stirpe siriana a governare: Giulia Mesa, la nonna;
Giulia Soemiade, la madre di Elagabalo; e infine Giulia Mamea, l’altra figlia della Mesa.
Tutte avrebbero partecipato (anomalia inusitata!) alle sedute in Senato.
La decisione più importante presa da Giulia Mesa fu quella di far adottare a Elagabalo suo
cugino Gessius Bassianus Alexianus, dimodoché l’avvenire della dinastia sarebbe stato garantito. I
due furono presto consoli insieme.

**Difficoltà
-la situazione finanziaria si deteriora;
-i Germani sono di nuovo aggressivi;
-si intravede ostilità nei confronti dell’imperatore da parte dei pretoriani, dell’esercito e
anche del Senato;
-Giulia Mamea, la zia di Elagabalo, intriga per far salire presto sul trono suo figlio Alexiano.

A tutto ciò bisogna aggiungere gli scandalosi comportamenti di Elagabalo:


-il suo comportamento eccentrico e provocatore;
-i suoi eccessi, le sue bizzarrie e i suoi vizi;
-i suoi matrimoni e il suo interesse per le cortigiane;
-l’interesse per gli animali esotici;
-il suo modo di attribuire cariche e posti importanti ai suoi favoriti (il prefetto dei vigili è un
ex cocchiere!; il prefetto dell’annona un ex parrucchiere; il prefetto dell’Urbe un ex danzatore!).
Tutto ciò urtava il popolo romano, alimentò i pettegolezzi e isolava l’imperatore. Così,
quando Elagabalo arrivò a proporre di esiliare l’intero Senato, nonché a tentare di eliminare suo
cugino-rivale, si scatenò una sommossa dei pretoriani, tramata – sembra – da Giulia Mamea.
Elagabalo, sua madre e i loro partigiani furono massacrati nel 222 d.C.
I loro corpi, decapitati, furono gettati nel Tevere e subirono tutti la damnatio memoriae.
Alessandro (Alexiano) è proclamato nuovo imperatore.

SEVERO ALESSANDRO (dal 222 al 235 d.C.)


Tanto le fonti antiche denigrarono Elagabalo, quanto incensarono invece Alessandro, nuovo
imperatore, al quale furono attribuite le più svariate qualità. Solo Erodiano espresse alcune riserve
nei riguardi di quel 15enne, che prese le redini dell’impero. Era lettore di Platone e di Cicerone, era
docile e amabile, era pusillanime, debole, codardo e privo di autorità.
In ogni caso non fu lui a prendere il potere, quanto invece la madre Giulia Mamea e la nonna
Giulia Mesa (che poi lasciò sola la prima quando morì).
Il nuovo imperatore si preannuncia come continuatore della dinastia dei Severi, e assume su
di sé il cognomen Severus.

**Il suo regno

-dal punto di vista morale i costumi ritornano alla sobria semplicità dei regni prima di
Elagabalo. Le promozioni scandalose vengono annullate, revocate, ma numerosi altri personaggi
dell’entourage di Elagabalo rimangono in carica.
Intorno alle principesse siriache tornano i giuristi, ed è verosimilmente a loro che si deve una
politica umanitaria: limitazione dei processi di lesa maestà; miglioramento della situazione degli
schiavi; rinascita delle istituzioni alimentari, etc.

-la reazione senatoria. Secondo l’Historia Augusta Severo Alessandro avrebbe ridato potere
politico al Senato. Per molto tempo questa informazioni è stata ritenuta possibile, ma oggi è
ricordato solo un episodio in questo senso, e cioè l’istituzione – nel 222 – di un Consiglio di
Reggenza composto di (16) senatori. Ma per il resto, nella tradizione severiana si riscontrano
soprattutto riforme che rafforzano il potere dell’ordine equestre: alla testa delle province imperiali,
al posto dei senatori, sono nominati dei cavalieri.

-dal punto di vista religioso, tutti gli emblemi che Elagabalo aveva introdotto intorno al betilo 42
sono rimandati indietro. Gli dei dell’Urbe riacquistano la loro importanza e Giove Vendicatore si
insidia al posto del tempio consacrato ad Elagabalo.
È certo che Giulia Mesa incontrò cristiani di primo piano, e che Ippolito di Roma, sacerdote, le
dedicò un trattato sulla resurrezione. Al posto dell’enoteismo di Elagabalo si profila allora una
sorta di sincretismo43 religioso.

-nella politica estera appaiono nuove minacce: in Oriente i Persiani Sassanidi travolgono i Parti
per cercare di ristabilire un grande impero persiano nei suoi antichi confini. Essi si appoggiano –
da fanatici – ad un libro sacro tramite il quale volevano imporre la religione di Zoroastro, esclusiva
e intollerante. Alla loro testa stava un principe di grande valore, Artaserse, che aveva preso il
potere in Persia e da allora si sforzava di ricostruire l’antico impero achemenide.
I Persiani invasero la Mesopotamia, lanciando attacchi nelle province di Siria e in
Cappadocia. L’imperatore aveva il dovere di intervenire, ma lo fece a malincuore, dopo aver
cercato di negoziare. Severo Alessandro si trovò così ad Antiochia con una forza di spedizione
divisa in tre parti: una a nord, l’altra a sud, e nella parte centrale dell’esercito comandava
l’imperatore stesso.
Solo l’esercito a nord riuscì a portare a compimento la sua missione, anche se il trionfo fu
comunque difficile. Gli altri due, invece, ripiegarono. La propaganda imperiale, però, riportò il
fatto come se ci fosse stata una seria vittoria.
Quando l’imperatore stava preparando una nuova spedizione contro i Persiani, venne a
sapere che i Germani avevano superato Reno e Danubio e che avevano assalito alcuni campi.
Curiosamente Artaserse non ne approfittò; Severo Alessandro raggiunse Roma e partì poi per la
Germania.
Iniziano allora le operazioni contro gli Alamanni. Sono riportati inizialmente piccoli successi,
ma l’imperatore tergiversa e rifiuta di lanciare una grande spedizione. Disorientati, i soldati si
ammutinano sotto il comando di un trace, Massimino. L’imperatore non reagì, lasciandosi allora
uccidere nella sua tenda dai ribelli. Anche sua madre Giulia Mamea e i loro partigiani furono
massacrati.
Finiva così il regno dei Severi, quelli africani e poi i siriaci.

LA SPINTA DEI PROVINCIALI O L’ORIENTALIZZAZIONE DELL’IMPERO?


È evidente che le province, e in particolare quelle della parte orientale dell’impero, fornivano
ora il personale politico e militare desideroso di assumere i più alti incarichi al governo.
Due aspetti meritano attenzione – il movimento religioso e il movimento intellettuale –
perché essi annunciano un nuovo universo mentale, un altro modo di vedere le cose.

**Il movimento religioso


Si è spesso attribuita ai Severi una orientalizzazione della religione romana. Forse è
un’affermazione esagerata, però sicuramente sotto la corte dei Severi un’estensione delle religioni
orientali è percepibile. Nei paesi in cui si erano introdotte prendono piede, e si diffondo là dove
non erano ancora penetrate. Ma al di fuori del caso di Elagabalo non si colgono sempre i rapporti
tra questi culti e l’azione imperiale.
-si note un ritorno del culto di Cibele;
-il culto di Iside e Serapide vengono accolti molto bene dagli imperatori, in particolare da
Carcalla, che si riteneva un vicario della dea Serapide (fece costruire infatti un tempio per questa
dea sul Quirinale, ed è definito «beneamato da Serapide»);

42
Pietra conica naturale.
43
Compresenza di elementi religiosi di forme religiose anche incoerenti tra di loro.
-si diffonde e si rafforza sempre più il culto per Giove Dolicheno, divinità legata soprattutto
al mondo militare che, però, dopo i Severi crolla improvvisamente (se si presta fede alle iscrizioni).

Questa oscura orientalizzazione porta a due tendenze, una delle quali che potrebbe
ricondursi alle due politiche religiose di Elagabalo e di Severo Alessandro: Elagabalo aveva
affermato la superiorità del dio Sole sulle altre divinità (enoteismo); Alessandro, invece, metteva
tutte le divinità sullo stesso piano, senza privilegiarne o escluderne altre (sincretismo).
Ma un’altra tendenza dell’orientalizzazione è l’espansione del cristianesimo. Dai tempi di
Marco Aurelio la condizione giuridica dei cristiani non si era modificata, ma Settimio Severo vietò
il proselitismo giudaico e cristiano, dando luogo, così, al primo atto giuridico direttamente
portato contro i cristiani.
Nonostante ciò, i Severi mostrarono poi una neutralità talvolta benevola verso il
cristianesimo. E le testimonianze mostrano un aumento crescente di credenti in tutte le regioni
dell’impero (anche se l’Oriente rimane la prima terra cristiana per importanza), e in tutte le classi
della società. I cristiani cominciano dunque a partecipare alla vita economica, ma anche a quella
politica, tuttavia vogliono viverla da cristiani.

**Il movimento intellettuale


Tale movimento è portato dal fermento intellettuale dell’Oriente e della corte delle
principesse siriache (vero laboratorio di idee)
Nessun campo sfugge agli autori di lingua greca:
-nella storiografia abbiamo Cassio Dione e Erodiano, che dominarono la loro epoca, e hanno
avuto importanti responsabilità;
-nel campo del diritto la scuola di Beirut (Berito) domina completamente;
-in filosofia l’apporto del mondo orientale è ancora fondamentale (le filosofie moderne davano
meno certezze di quelle antiche, che vengono riprese e riviste dai nuovi filosofi 44).

L’ultimo apporto del movimento intellettuale dell’Oriente è l’apparizione di una letteratura


cristiana in lingua greca, che esisteva già dal I secolo d.C., ma fiorì sotto gli Antonini e i Severi.
Accanto a giganti di questa letteratura antica, come Ireneo, Ippolito o Clemente di
Alessandria, abbiamo anche un grande autore di lingua latina, ovvero Tertulliano. Africano esaltato
e intransigente, polemista con il mondo intero, è anche uno scrittore e teologo notevole.
Il cristianesimo, insomma, si è dato una dimensione intellettuale.

LA FINE DELLA DINASTIA DEI SEVERI (235 d.C.)


Quando morì l’ultimo dei Severi, l’impero aveva raggiunto un certo equilibrio. Aveva
perduto la memoria dell’allarme e degli anni terribili delle guerre sotto Marco Aurelio. E il
pessimismo visibile negli scrittori del tempo si può semplicemente ricollegare ad un motivo
letterario, quello del rimpianto dei tempi andati.
LE ISTITUZIONI IMPERIALI
L’impero si estendeva dalla Scozia al Sahara, dall’Oceano Atlantico alla Mesopotamia. Solo
una città, Roma, aveva conquistato tutto questo. Il suo capo, l’imperatore, dirigeva da solo la vita
politica, e lo Stato era sempre di più una monarchia assoluta.
Il territorio era diviso in province, senatorie e imperiali. Le senatorie governate da un
proconsole, le imperiali più grandi da un legato d’Augusto propretore, di rango senatorio, le
imperiali più piccole da un procuratore di rango equestre.
Nonostante l’assolutismo sempre più manifesto, l’impero lasciava una certa autonomia alle
collettività, alle città (cellule del grande organismo). I piccoli agglomerati (vici, oppia, castella) erano
subordinati ai più grandi, mentre i popoli seminomadi erano sorvegliati dai prefetti. Tutti gli
uomini liberi, inoltre, dal 212 (Constitutio Antoniniana) erano cittadini romani.

44
Alcuni tra i filosofi di quest’epoca, Alessandro di Afrodisia (detto l’Esegeta), Sesto empirico (medico greco che criticò
tutte le sette filosofiche per arrivare alla filosofia dell’esperienza).
CRISI DEL 235-284 D.C.
A partire da questo anno l’impero precipita in una crisi della quale è impossibile negare la
gravità e la portata generale. La ricerca recente tende a porre dei limiti a questo crollo, e constata
l’esistenza di reazioni. La caduta, comunque, fu progressiva e lunga. Questo declino è scandito dai
vari regni imperiali.

LO SPROFONDARE NELLA CRISI (fino al 260 d.C.)

**Gli imperatori di questo periodo


-Massimino il Trace;
-Gordiano I e II;
-Gordiano III;
-Filippo l’Arabo;
-Decio;
-Valeriano;

**Massimino il Trace (235-238)


La tradizione senatoria dipinge Massimino il Trace come un soldato brutale proveniente
dal ceto sociale più basso che si potesse immaginare: era stato pastore in origine, sarebbe
diventato soldato per poi scalare il cursus militare fino al più elevato. Proclamato imperatore
associò il figlio al potere come Cesare. Condusse una guerra lunga e dura contro gli Alamanni, e
alcune fonti menzionano persecuzioni nei confronti dei cristiani (in particolare contro i capi delle
chiese), reazione inadeguata di uno spirito semplice che non sapeva come affrontare problemi
complessi.
 Rivolta degli Africani
Ma Massimino agì anche imponendo che la riscossione delle imposte fosse più rigida. Così
facendo scatenò gli eventi che portarono alla rivolta degli Africani: ricchi e poveri, senza distinzione,
massacrarono un procuratore di buona famiglia, e poi fuggirono. Proclamarono poi imperatori il
proconsole della provincia d’Africa e suo figlio, conosciuti come Gordiano I e II. In un primo
tempo anche l’esercito (la III Legione Augusta) riconobbe la loro legittimità, ma poi soffocò la
ribellione nel sangue.
 Rivolta dell’Italia
Scoppiò in un secondo momento anche una rivolta in Italia. I senatori, infastiditi dalle umili
origini di Massimino il Trace (e dalla sua fiscalità), decisero di passare dalla parte dei provinciali.
Mobilitarono allora contro di lui tutte le forze della penisola. Conferirono poi il potere a Pupieno e
Balbino; Massimino, invece, per parte sua, marciò su Roma. Furono i soldati a mettere d’accordo
tutti uccidendo sia Massimino che Pupieno e Balbino.

**Gordiano III (238-244)


Fu fatta questa scelta, di eleggere Gordiano III anche se non sappiamo se soddisfacente per
tutti. Di fatto, comunque, la responsabilità del governo dell’impero ricadde sul prefetto del
pretorio, che diede sua figlia in sposa all’imperatore.
Il lavoro non mancava, anche perché a partire dalla sua salita al trono Carpi e Goti avevano
valicato il confine del Danubio. I Goti furono ricacciati indietro; i Persiani furono vinti dalla parte
opposta dell’impero. Gordiano si trovava ancora su questo fronte, quando fu assassinato.

**Filippo l’Arabo (244-249)


Fu questo il nome del sovrano che succedette a Gordiano III. Si adoperò immediatamente per
consolidare il suo potere, associando al trono il figlioletto di appena sei anni, e affidò la cura degli
affari orientali al fratello, che ricevette il titolo di rector Orientis. Tutto ciò mostra come Filippo
avesse ampiamente compreso il problema della successione.
Fece celebrare splendidamente il millenario di Roma, sperando anche così di rafforzare la sua
posizione. Ma la guerra causava molte difficoltà, e c’era poco da festeggiare. Filippo aveva appena
rivestito la porpora che dovette comprare la pace con la Persia. Sperava in questo modo di
consolidare la propria posizione in casa e poi agire altrove, anche perché gli Alamanni avevano
invaso l’Alsazia, i Carpi e i Goti, invece, si mostrarono di nuovo sul Danubio.
Le controffensive contro i barbari furono rese ancora più complicate da auto-proclamazioni
di usurpatori in diverse parti dell’impero.

**Decio (249-251)
Tra gli usurpatori non va però annoverato Decio, che riuscì a prendere e mantenersi il potere
per 3anni. Per far credere che a Roma andasse tutto bene fece costruire delle terme e scatenò per
superstizione una guerra contro i cristiani. Ma gli dei fecero orecchio da mercante per Decio,
infatti: la peste dilagò nell’impero e i barbari (i Goti) nei Balcani. Essi imposero una disfatta
all’esercito romano nella regione costiera del Mar Nero.
Decio morì in combattimento affrontando il nemico, e questo di sicuro gli evitò di essere
assassinato.

**Valeriano (253-260)
L’impero sprofondava letteralmente nella crisi: i barbari si facevano sempre più minacciosi, e
i regni dei vari imperatori sempre più brevi. Ma l’impero non era arrivato ancora al fondo della
rovina. Fu infatti col regno di Valeriano che fu toccato il fondo. Questo sovrano apparteneva
all’illustre aristocrazia; aveva percorso la carriera senatoria, ma tutto ciò non gl’impedì di subire le
critiche dei suoi colleghi. Egli fu più sfortunato che male intenzionato.
Gli assalti dei barbari investivano parecchi punti delle frontiere:
-i Goti attaccarono la Grecia e l’Asia;
-Franchi e Alamanni attaccarono la Gallia.
Valeriano inviò contro di loro il figlio, già associato al potere, che li respinse. Ma fu in Oriente
che si ebbero i più gravi danni: le truppe del re persiano Sapor si gettarono sulla provincia di
Siria almeno in tre riprese.
È certamente intorno al 260 che si ebbe la fase più tragica della crisi, durante la quale si
assommavano usurpazioni e le invasioni dei barbari (in particolare gli Alamanni che invasero la
Gallia minacciando l’Italia).
L’umiliazione suprema si consumò quando l’imperatore Valeriano fu catturato dai
Persiani e messo a morte nel 260; le sue spoglie furono esposte nelle principali città dell’Iran.
Sapor si poté vantare delle sue imprese e di questa vittoria totale sui romani nella celebre iscrizione
Res Gestae Dvi Saporis, sul modello – naturalmente – delle Res Gestae Divi Augusti.

CARATTERISTICHE E LIMITI DELLA CRISI DEL 235-260

-CRISI MILITARE
Si trattò in gran parte di una crisi militare: per la prima volta i nemici attaccarono insieme e su
più fronti contemporaneamente, con attacchi incessanti (i Germani a nord sia sul Reno che sul
Danubio, i Persiani ad est, etc); gli imperatori dovevano correre da una parte all’altra dell’impero
senza sosta; questa situazione incoraggiò poi alla rivolta anche altri popoli.
La sconfitta fece percepire anche problemi a livello della strategia militare augustea: una volta
sfondati i confini, i barbari non incontravano alcun ostacolo da superare, perché l’esercito era posto
solo sulla linea di demarcazione tra l’universo romano e quello barbaro. D’altra parte l’esercito non
disponeva di riserve di effettivi, per cause sia economiche che demografiche.

-CRISI POLITICA
Le sconfitte trascinarono con sé anche una crisi politica, così alla guerra eterna contro i barbari
si trascinò anche la guerra civile. I soldati vi intervenivano spesso, eliminando il sovrano in carica.
Il prefetto del pretorio avrebbe poi preso il suo posto, ma successivamente sarebbe stato
assassinato e il nuovo prefetto avrebbe ancora una volta preso il suo posto dopo aver fatto mettere
il nuovo imperatore a morte.
L’impero, privo di una dinastia, era diventato una monarchia assoluta «regolata
dall’assassinio». In queste condizioni, naturalmente, nessuno poteva godere della continuità
necessaria per cambiare le cose.

-CRISI ECONOMICA
La crisi economica è dovuta al fatto che per tradizione dell’antichità i popoli invasori si
abbandonavano al brigantaggio: il bottino era infatti il loro principale obiettivo, e distruggevano
quello che potevano portare con sé. Dopo essersi serviti i barbari incendiavano i raccolti, le case, e
tutto il resto.
Conseguenze di tutto ciò:
 i disordini facevano rinascere brigantaggio e pirateria;
 le invasioni causavano il blocco degli scambi commerciali;
 alcuni settori del commercio tornarono all’economia naturale, il baratto;
 sparì, a metà del secolo, l’aerarium militare da cui si attingeva il denaro da dare ai veterani
delle battaglie al momento del congedo.

-CRISI SOCIALE
Le motivazioni economiche trascinarono con loro anche una crisi sociale:
 i poveri furono resi ancora più poveri dalle invasioni e dalla crescente pressione fiscale;
 anche i ricchi patirono per le circostanze delle guerre, ma non tutti.

-CRISI MORALE
Era inevitabile che, in un momento così teso per il popolo romano, le sciagure che esso stava
attraversando non provocassero anche una crisi morale: gli uomini vivevano nello smarrimento,
anche perché non sapevano che cosa fare per impedire l’avvento della rovina. Le loro incertezze
furono trasportate sul piano religioso, com’è normale per lo spirito dei Romani. Ben pochi misero
in dubbio l’esistenza degli dei.
La domanda che ci si poneva era semplice «perché, o dei, ci avete abbandonato?». La risposta
era altrettanto semplice: «c’è in seno dell’impero un popolo che non onora gli dei come dovrebbe».
Questi erano, naturalmente, i cristiani. Donde si procedette a persecuzioni (soprattutto durante il
regno di Decio, durante il quale egli ordinò un sacrificio generale agli dei dello Stato). Il peggio
arrivò sotto Valeriano, che riprese le persecuzioni proibendo il culto cristiano e ordinando ai
membri della gerarchia di sacrificare agli dei. Fece giustiziare dei ribelli, e i ricchi cristiani furono
privati dei loro beni.

-ALTRE CAUSE DELLA CRISI


1)In primo luogo, l’economia romana non aveva mai smesso di crescere a partire da Augusto,
ed è risaputo che ad un periodo di ascesa segue una fase discendente;
2)In secondo luogo, le istituzioni politiche, amministrative, così come l’esercito, risalivano
nelle linee generali ad Augusto, che a sua volta aveva raccolto l’eredità dalla Repubblica, ma ora si
ponevano problemi completamente nuovi da risolvere, e bisognava modificarle con nuove
istituzioni.

Nonostante la crisi in cui l’impero stava sprofondando, esso non rimase mai inattivo. Furono
soprattutto le province romane più esposte ai nemici (i più pericolosi furono sicuramente i Persiani
ad est e i Germani dall’altra parte, formati da Franchi, Alamanni e Goti). L’Egitto, invece, fu
seriamente coinvolto nella crisi solo a partire dal 260, quando le campagne si spopolarono, le terre
ai margini del deserto furono abbandonate, tuttavia anche di fronte al nemico molte cose non
cambiarono, e alcuni settori riuscirono a resistere meglio di altri.
Tra le regioni meno toccate dalla crisi, oltre all’Egitto, anche l’Africa e la Spagna.
Alcune città, invece, si cinsero di mura che comprendevano solitamente una superficie
inferiore rispetto a quella dei secoli precedenti. Si assiste inoltre ad un ritorno alla terra che poi si
manifesterà chiaramente all’inizio del secolo successivo, quando anche i potenti si stabilirono in
maniera più duratura nelle loro proprietà fondiarie.
Il cristianesimo continua a svilupparsi.

LA REAZIONE DEL POTERE IMPERIALE (dal 260-284 d.C.)


Il periodo che va dal 260 al 284 è segnato continuamente dalle reazioni alla crisi dell’impero. I
sovrani di questo periodo:
-Gallieno;
-Claudio II;
-Aureliano;
-Tacito;
-Probo;
-Caro.
**Gallieno (260-268)
Il primo ad ereditare una situazione assai disastrosa, soprattutto in campo militare, fu
Gallieno, che era stato associato al potere dal padre Valeriano. Gallieno è stato definito «un
imperatore a cavallo». Egli:
-partecipò di persona a campagne militari;
-riorganizzò l’esercito con una riserva mobile e con il rafforzamento del numero dei
protectores, guardie del corpo;
-soppresse le cariche militari dei senatori, che erano infatti restii ad esporsi;
-il prefetto dell’accampamento si trasforma in comandante di legione.
-fu anche l’ultimo sovrano di origine aristocratica;
-rafforzò considerevolmente l’assolutismo imperiale, conferendogli un carattere teocratico
attraverso il diadema;
-rese la figura dell’imperatore quella di un personaggio astratto ed eterno.
Fu uomo colto, affascinato dalla cultura greca; era stato iniziato ai misteri di Eleusi. Viveva
circondato da una corte animata dall’imperatrice sua moglie, e nella quale brillavano filosofi come
il neoplatonico Plotino. Il suo regno conobbe un’esplosione delle arti: si diffondeva la scultura e
ancor più la pittura.
Gallieno rinunciò alle persecuzioni nei confronti dei cristiani a partire dal 260: un editto di
tolleranza aprì un periodo di quarant’anni chiamato di «piccola pace della Chiesa».
Nonostante tutto questo, la situazione si guastò di nuovo e i Goti arrivarono ad Atene e
nell’Illiria. L’imperatore fu allora assassinato nel 268. I suoi successori avrebbero continuato
l’opera di riordino. Sarebbero stati imperatori illirici che venivano soprattutto dall’esercito.

**Claudio II, primo imperatore il lirico (268-270)


Detto «il Gotico»; ristabilì in parte la situazione:
-liberò l’Italia settentrionale (schiacciando gli Alamanni sul lago di Garda);
-liberò l’Illirico con una grande vittoria sui Goti, per questo meritò il suo soprannome;
-dovette tuttavia sopportare numerosi usurpatori per evitare un’altra guerra civile.

**Aureliano (270-275)
Dopo Claudio II toccò proprio ad Aureliano di ristabilire la situazione ancora una volta,
anche perché Roma continuava ad avere nemici. Sotto di lui:
-i Franchi attaccarono;
-i Goti furono sconfitti;
-la Dacia fu abbandonata.
I suoi due successi furono:
-sconfisse Zenobia di Palmira, diventando rector Orientis;
-ottenne, senza combattere, la resa dell’ultimo imperatore delle Gallie.
Tutte queste guerre, però, non gli impedirono alcune riforme:
-circondò Roma di una cinta muraria di cui si possono ancora ammirare alcuni tratti;
-si sforzò di ristabilire la situazione economica nelle province.
Dal punto di vista della religione, Aureliano fu soprattutto l’imperatore della teologia
solare, ossia volle restituire all’impero unità morale attraverso il dio Sole, proponendo ai suoi
contemporanei un quasi mono/eno-teismo, qualcosa di assai rivoluzionario per le mentalità
dell’epoca. Ma le forme del culto rimasero molto vicine al paganesimo tradizionale.

**Tacito (275-6)
Il suo breve regno fu caratterizzato, agli occhi dei contemporanei, da un’effimera
restaurazione senatoria. Questo sovrano dovette certamente affrontare molti problemi difficili,
come l’usurpazione di Floriano. Ma più gravi ancora le invasioni dei Goti (in Asia) e dei Franchi
(in Gallia).
**Probo (276-282)
Fu dunque una pesante eredità quella che toccò a Probo, il quale tuttavia riuscì a ricacciare i
Franchi e gli Alamanni dalla Gallia, Goti e Geti dalle province danubiane. Si recò in Asia e poi in
Egitto.
Durante il suo regno accadde un episodio alquanto strano per l’impero e la sua marina :
alcuni Franchi si impadronirono delle navi della marina imperiale, percorsero tutto il
Mediterraneo abbandonandosi al saccheggio, varcarono lo stretto di Gibilterra e tornarono poi
nelle loro terre percorrendo l’Atlantico.
A questi mali bisogna aggiungere anche alcune usurpazioni.

**Caro (282-3)
L’energico Probo ebbe come successore Caro, altro valoroso generale che si associò al potere i
due figli. Egli combatté contro i Persiani. Carino, uno dei due figli, fu ucciso dopo essere stato
sconfitto da Diocleziano. Si apriva a questo punto una nuova era della storia di Roma.

INSTAURAZIONE DI UN NUOVO ORDINE


I disordini e le distruzioni del III secolo ebbero come conseguenza l’instaurazione di un altro
ordine e permisero di costruire e ricostruire un mondo differente. Diocleziano e poi Costantino
riorganizzarono lo Stato, l’economia e la società. Un nuovo equilibrio si raggiunse a metà del IV
secolo, sotto Costanzo II.

IV e V SECOLO
DIOCLEZIANO (dal 284 al 305 d.C.)
Nato in Illiria da umile famiglia, Diocleziano percorre la carriera militare che lo porta a
capo dei protectores di Caro; dopo l’assassinio di quest’ultimo egli era l’ultimo di una lunga serie
di usurpatori del momento, ma seppe approfittare del vuoto creato dalle distruzioni del secolo,
come anche delle prime misure di salute pubblica applicate dai suoi predecessori.
Godette di un lungo regno fatto di 20anni di potere. La sua politica fece di lui da una parte
un riformatore e creatore, dall’altra un reazionario (nel campo religioso, per esempio, egli volle
tornare ad un periodo precedente). Fu soprattutto il salvatore dell’unità dell’impero.

LA «PRIMA TETRARCHIA» (284 d.C.)


Per meglio occuparsi dei problemi militari, Diocleziano instaurò una tetrarchia: dopo essere
stato proclamato Augusto e divenuto imperatore, si sbarazzò di Carino e
-designò Massimiano prima Cesare e poi Augusto, associandolo e nondimeno
subordinandolo al suo potere;
-Galerio e Costanzo Cloro divennero anch’essi Cesari.
Ad ognuno di essi fu assegnata una città di appartenenza (Nicomedia, Milano, Sirmium e
Treviri). Essi rimanevano strettamente legati l’uno all’altro, e si stabilì anche una gerarchia di
ordine religioso che vedeva Diocleziano superiore – per esempio – a Massimiano. Furono anche
annodati legami di parentela, reale o fittizia. L’assolutismo del potere non era in niente inferiore
a quello dei secoli precedenti. I due Augusti si impegnarono ad abdicare simultaneamente allo
scadere di venti anni, a favore dei successori (i due Cesari), i quali a loro volta avrebbero designato
altri due luogotenenti. In questo modo il problema della successione era regolato.

CONSEGUENZE DELLA TETRARCHIA


Questo sistema politico ebbe buoni risultati in campo militare, e permise di ridurre le
usurpazioni, di sedare le insurrezioni provinciali, di respingere nemici esterni.
-in Occidente Massimiano sconfisse un popolo di contadini che si erano ribellati in Gallia,
travolse di nuovo Franchi e Alamanni, poi passò in Africa per ristabilirvi l’ordine;
-in Oriente Diocleziano e poi Galerio respinsero alcuni popoli barbari; Galerio dovette recarsi
in Egitto a sconfiggerne altri, e pose fine ad alcune usurpazioni (quella di Achilleo e Domizio
Domiziano); fu ancora Galerio ad attaccare quando il re persiano attaccò l’Eufrate.

MODIFICHE ALLE ISTITUZIONI SOTTO DIOCLEZIANO


Il sistema della tetrarchia aveva reso possibili tutte queste vittorie, e anche l’organizzazione
delle istituzioni le facilitò.
Diocleziano, infatti, intraprese la costituzione di un nuovo esercito:
-accrebbe gli effettivi;
-creò legioni più piccole e un’altra gerarchia militare.
-spezzettò poi le province come aveva fatto con le legioni, e le raggruppò in diocesi facendole
amministrare da un funzionario di rango equestre;
-equiparò l’Italia ad un sistema di governo comune a tutto l’impero;
-modificò l’amministrazione centrale.
Si interessò alle finanze:
-riformò il sistema monetario (fondato su oro argento e su emissioni di bronzo);
-l’editto che fissava i prezzi massimi si sforzò di stabilire un limite a prezzi e salari;
-fu varata una nuova organizzazione fiscale fondata su un pagamento per individuo e lotto
di terra.

DIOCLEZIANO, ULTIMO PERSECUTORE DEI CRISTIANI


È sotto di lui che si ebbe l’ultima grande persecuzione del cristianesimo. Ma non furono solo i
cristiani ad essere presi di mira (in relazione alla guerra contro la Persia lo Stato si mosse anche
contro i manichei).
I veri autori di essa, tuttavia, furono Massimiano e ancor più Galerio, mentre Costanzo Cloro
si mostrò molto più moderato. Furono comunque promulgati quattro editti:
1)sequestro dei libri sacri e distruzione delle chiese;
2)i capi delle comunità furono arrestati;
3)i pentiti furono rilasciati;
4)furono organizzati sacrifici in tutto l’impero.

LA FINE DELLA «PRIMA TETRARCHIA»


Fu così che alla fine dei venti anni di regno, cioè nel 303, Diocleziano e Massimiano, in parte
pressati da Galerio, furono costretti ad abdicare simultaneamente. Nel 305 Diocleziano si ritirò nel
suo palazzo.

COSTANTINO (dal 306 al 337 d.C.)


Anche Costantino regnò per parecchio tempo. All’inizio proseguì l’opera riformatrice di
Diocleziano, completandola anche per certi versi, stabilendo ancora di più l’unità del potere.
Era figlio di Costanzo Cloro e di Elena (che forse era stata cameriera in una taverna). Come
Diocleziano, egli era un soldato e un pragmatico. Non possedeva alcuna attitudine dei teorici, e
le sue capacità di concettualizzazione erano molto limitate. Come lo definirono, era «un uomo di
fronte stretta, ma di forte mascella».

LA «SECONDA TETRARCHIA» E I SETTE IMPERATORI


Costantino dovette innanzitutto impadronirsi di un potere al quale non era stato destinato.
Galerio, infatti, sarebbe diventato Augusto in Oriente dopo Diocleziano, e Costanzo Cloro in
Occidente. Ma nel 306, la morte naturale di Costanzo Cloro, padre di Costantino, fece sì che
l’esercito di Britannia proclamò imperatore proprio quest’ultimo.  Per reazione, i pretoriani gli
opposero a Roma il figlio di Massimiano, Massenzio.

A questo punto Galerio organizza un incontro, nel 308, a Carnuntum, che avrebbe sancito la
«Seconda tetrarchia», che lasciava:
-in Oriente Galerio e Massimino Daia;
-in Occidente Costantino e il nuovo venuto, Licinio.
Ma Massimino e Massenzio mantennero le loro pretese, mentre un altro, Domizio
Alessandro, avanzava le sue in Africa. Si ebbero allora 7 imperatori. Figlia traviata della
Tetrarchia, questa eptarchia assomigliava tanto all’anarchia.
«Fortunatamente» alcuni decessi, il più delle volte provocati, portarono ad un chiarimento
della situazione:
-Massimiano morì per primo;
-Domizio Alessandro fu il secondo;
-Galerio per terzo.
Rimanevano allora Costantino, Massimino Daia e Licinio.
Nel 312 la vittoria (detta) di Ponte Milvio (ma di fatto conseguita a Saxa Rubra) permise a
Costantino di eliminare Massenzio, il figlio di Massimiano. Poi Costantino riuscì a liberarsi anche
di Licinio, ma solo 20anni dopo, ristabilendo così definitivamente l’unità all’impero.

RIFORME SOTTO COSTANTINO


I numerosi conflitti non impedirono a Costantino di adoperarsi anche nelle varie riforme, che
spesso erano una ripresa di quelle già intraprese da Diocleziano.

1)In campo militare sviluppò il comitatus, cioè l’esercito mobile operante all’interno del
territorio, a scapito invece dell’esercito di frontiera.
2)In campo amministrativo a livello centrale era tornato ad una vera monarchia: i Cesari erano
seriamente subordinati all’Augusto, e disponevano di poteri assai ridotti; a livello regionale
Costantino apportò delle novità: i prefetti del pretorio persero le loro antiche funzioni, ma
conservarono il titolo; si infiltrarono ovunque i temuti agentes in rebus, cioè gli agenti segreti.

3)Ma Costantino deve la sua celebrità soprattutto a causa delle riforme in campo religioso. Il
primo problema che divide ancora gli storici è quello della sua conversione: sembra che all’inizio
egli fosse un adepto del dio Sole e che un’apparizione di Apollo lo avesse condotto all’enoteismo.
alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio ebbe una seconda apparizione, stavolta cristiana, che lo
avrebbe indotto a far portare dalle sue truppe un labarum (stendardo sul quale erano stati ricamati
una chi e una rho, le prime due lettere di Christòs; la combinazione di questi simboli posti l’uno
sopra l’altro evocava i raggi del Sole; non si sa in quale momento Costantino comprese che però
Cristo non era certo una metamorfosi del dio Sole, suo antico dio).
L’imperatore si fece battezzare solo sul suo letto di morte, cosa per niente straordinaria a
quest’epoca, però a battezzarlo fu un vescovo ariano (e questo ha fatto versare fiumi di inchiostro).
Ad ogni modo, la sua conversione fu preceduta da un atteggiamento di reale simpatia per il
cristianesimo: le persecuzioni, infatti, furono abbandonate.
Nel 313 l’editto di Milano di Costantino e Licinio stabilì la «pace della Chiesa»: la libertà di
culto ai cristiani era assicurata, e i beni confiscati furono restituiti alla comunità.

4)L’imperatore ha legato il suo nome anche alla fondazione di Costantinopoli. Egli prese la
decisione di fondare questa nuova città sulla vecchia Bisanzio nel 324; la costruzione andò avanti
fino al 330, anno in cui la città fu inaugurata. La nuova città imitava in tutto e per tutto Roma:
occupava infatti sette colli, possedeva un foro, un capitolium e un Senato. Ma essa rimaneva sempre
e comunque la seconda capitale dell’impero. Alla sua testa fu nominato inizialmente un
proconsole e non un praefectus urbi.
Non bisogna fraintendere il senso profondo di questa misura: Costantino prendeva atto di
una mutazione che era avvenuta, e cioè che il centro di gravità dell’intero impero si era spostato e
continuava a spostarsi verso est su tutti i campi.

5)Egli si occupò molto presto della sua successione. Designò tre Cesari:
-Crispo;
-Costantino il Giovane;
-Licinio il Giovane.
Ad essi aggiunse, successivamente:
-Costanzo II;
-Costante;
-Dalmazio.
Celebrati i tricennalia, cioè i 30anni di regno, fece giustiziare Crispo per limitare i rischi
dell’anarchia, e portata a termine la sua opera, morì nel 337.

LA FINE DEI FIGLI DI COSTANTINO (dal 337 al 361)


La storia, a metà del IV secolo, è dominata da tre problemi: il potere, la cristianizzazione, i
barbari. Dal punto di vista politico la grande impresa dell’epoca consisteva nel ristabilimento
dell’unità, prima con l’eliminazione di tutti gli imperatori legittimi, finché non ne restò uno solo.
Morto Costantino, dopo tre mesi di intrighi Dalmazio fu assassinato. L’impero, allora, si
divise in tre:
-Costantino il Giovane si occupò della Gallia, della Britannia e della Spagna;
-Costante si occupò dell’Africa, dell’Italia, dell’Illirico;
-Costanzo II dell’Oriente.
Costante riorganizzò l’Occidente a suo vantaggio dopo aver sconfitto e ucciso Costantino il
Giovane che aveva cercato di allargare il suo potere a spese del primo. Poi, Costante fu a sua volta
sconfitto e ucciso da un usurpatore, lui stesso sconfitto ed eliminato.

**Costanzo II al potere
Costanzo II è considerato il primo imperatore bizantino. Deteneva un carattere sacro che gli
discendeva dagli dal Dio dei cristiani, ed esercitava un potere assoluto e tirannico che si
manifestava in atteggiamenti ieratici (maestosi) e giustificava qualsiasi crudeltà.
Viveva in una corte popolata da eunuchi e luogo di ogni intrigo. Il Consiglio dell’imperatore
era diventato un consistorium, ossia luogo in cui i membri dovevano stare in piedi di fronte al
sovrano. Costanzo accordò il primato dell’Oriente.
Nominò due Cesari: un cugino, che fece presto giustiziare, e un altro parente, Giuliano, che
inviò in Gallia.
Allora l’impero era minacciato da due pericoli:
-la questione religiosa aveva diviso le coscienze tra Costante, il quale aveva sinceramente
appoggiato i cattolici, e Costanzo II che si era legato all’arianesimo. A questo si aggiungeva il
conflitto tra cristiani e pagani;
-la guerra era ricominciata: la Persia aveva attaccato l’Armenia, e Sapor II aveva inoltre preso
di nuovo di mira la Mesopotamia romana; contemporaneamente, i Germani investirono la Gallia, e
l’esercito subì pesanti perdite; quando Costanzo II chiese aiuto a Giuliano per respingere i
Persiani, le truppe fecero un colpo di Stato, proclamando Giuliano imperatore (suo malgrado).
Opportunamente, Costanzo II morì nel 361.

GIULIANO, IMPERATORE PAGANO (361-363)


I cristiani lo hanno soprannominato l’«Apostata» (l’infedele, il rinnegato). Conobbe un
destino tragico. I moderni lo spiegano con teorie differenti:
-per gli psicologi fu un eccitato e uno squilibrato;
-gli psicanalisti sottolinenano i suoi traumi dell’infanzia;
-gli storici vedono in lui un uomo eccezionale che dovette tentare di risolvere difficoltà gravi e
numerose.

**La sua formazione


Era nipote di imperatore, ed ebbe come tutore il vescovo di Nicomedia e l’eunuco scita
Mardonio. Costoro gli insegnarono il greco.
La sua infanzia la trascorse nelle proprietà di Calcedonia (dove studiò Omero), e in
Cappadocia (dove subì l’influenza di un vescovo ariano).
Costanzo II, che diffidava di tutto e di tutti, lo aveva esiliato in Nicomedia. Fu qui che
Giuliano scoprì l’opera di Libanio e, in seguito ad una visione, si convertì al paganesimo.
Egli era soprattutto un intellettuale affascinato dall’ellenismo, in particolare dal
neoplatonismo (di Plotino, Porfirio e Giamblico). La sua conversione corrisponde ad un periodo di
difficoltà per il cristianesimo, quello dei cattolici che si scontravano con gli ariani, e ad una
rinascita della cultura orientale.

**Giuliano Cesare
Per via della situazione alquanto difficile, Costanzo II lo nominò Cesare: i pericoli erano sia
all’interno dell’impero, dove continuavano a proclamarsi usurpatori, ma anche all’esterno di esso,
dove invece Sapor II preparava le sue offensive in Mesopotamia e in Armenia. Anche in Europa
c’erano tanti popoli, così come tanti pericoli.
Giuliano partì per la Gallia, dove riportò una grande vittoria sugli Alamanni. Stabilì il
campo invernale in Germania, dove fece alcune incursioni. Lì lesse Cesare e Plutarco.
Si trovava ancora in Germania quando Costanzo II gli chiese di portargli aiuto in Oriente
contro Sapor II. L’esercito non voleva partire, e proclamò allora imperatore Giuliano. Quest’ultimo
esitava, ma poi accettò quando Costanzo II morì di malattia.

**Giuliano Augusto
Egli aveva definito la sua ideologia politica in un elogio Sulla regalità a Costanzo II. Alle virtù
di pietas, iustitia et clementia, improntate alla tradizione romana, egli aveva aggiunto anche la bontà,
dettatagli dal suo umanesimo.

-Politica religiosa
Si conosce del suo regno soprattutto la sua politica religiosa: fu adepto della teurgia e iniziato
ai misteri di Eleusi, devoto del Sole e di Cibale (alla quale dedica Alla madre degli dei). Per tutti
questi motivi, Giuliano restaurò il paganesimo con un editto, attaccando il cristianesimo: i fedeli
di questa religione furono esclusi dall’insegnamento, dalla funzione pubblica, e fu loro vietato di
celebrare funerali di giorno.

-Altre riforme
Egli promulgò anche alcune riforme di governo, tra cui (le più importanti):
 la semplificazione all’estremo dell’etichetta di corte;
 ridusse l’aurum coronarium.

-Guerre
Dovette affrontare il pericolo di Sapor II, che Costanzo gli aveva lasciato in eredità dopo la
sua morte. Marciò contro il re persiano, ma poi dovette battere in ritirata. Nel corso di questo
episodio fu gravemente ferito. Una leggenda alimentata dai cristiani gli attribuisce l’ultima frase
«hai vinto tu, Galileo!». Di nuovo un imperatore era morto affrontando il nemico.

**Gioviano
Lo stato maggiore designò come suo successore Gioviano, ufficiale cristiano moderato, il
quale si arrese di fronte alla Persia: abbandonò la riva sinistra del Tigri, rinunciò ad ogni influenza
sull’Armenia; annullò le misure di Giuliano contro i cristiani, poi morì.

L’AVVIO DI UNA NUOVA CRISI (364-395)


Il periodo che iniziò allora fu caratterizzato da una crisi analoga a quella del III secolo, cioè
anch’essa traeva origine dalle guerre. La nuova ondata di invasioni, però, presentava
caratteristiche particolari: si trattava di infiltrazioni lente e progressive. I barbari ammiravano
Roma, ma si rivelarono poco propensi ad assimilarsi al popolo romano. Questa situazione ebbe
allora come conseguenza una divisione dell’impero. Mentre l’Occidente sprofondava nei
disordini, nella crisi e nel malcontento, l’Oriente fece passare la tempesta e preparò l’emergere
di una nuova civiltà.
Il solo elemento di unità veniva dalla politica dinastica. A partire dal 364 fino all’inizio del V
secolo uno stesso sangue continuò infatti a scorrere nelle vene degli imperatori, tranne per
Teodosio.

VALENTINIANO I
Questo imperatore preferì molto ricorrere ad una divisione del territorio imperiale: egli
mantenne l’Occidente, con Milano come capitale; affidò invece l’Oriente al fratello Valente, che si
insediò a Costantinopoli. Il terzo imperatore fu invece Graziano, inviato a Treviri (egli non aveva
che otto anni, ma era stato promesso alla figlia di Costanzo II, cosicché la legittimità della dinastia
fu ancora più accentuata).
Valentiniano I, cattolico tollerante, era energico ed onesto ma anche colto e collerico (fino a
morirne). Egli si adoperò per migliorare la situazione di tutti gli strati della società:
-per accattivarsi il Senato istituì un defensor senatus, ma un affare di magia comportò una
rottura e delle esecuzioni che contribuirono a rendere ancora più tesi i rapporti;
-nei confronti della plebe Valentiniano I mostrò lo stesso tipo di interesse: moltiplicò le
distribuzioni gratuite a Roma e creò anche in questo strato sociale un defensor plebis, avvocato dei
poveri in città; tuttavia, non poté far niente contro latifondisti e contro la corruzione.

**Le guerre sotto Valentiniano I


Le difficoltà più grosse durante il suo regno vennero dai barbari, che causarono numerose
guerre:
-gli Scotti e i Sassoni, che devastavano la Britannia, furono respinti da un ufficiale spagnolo,
Teodosio Padre;
-Valentiniano in persona combatté contro gli Alamanni (che finirono per ottenere un trattato
dopo la vittoria romana) nelle Gallie;
-l’Africa fu turbata da scorrerie verso i porti e da un movimento nel quale si mescolavano
rivendicazioni indigene, stanchezza di fronte alle tasse e la contestazione religiosa: anche in questo
caso fu Teodosio Padre a ristabilire la situazione, ma subito dopo fu decapitato per una ragione
misteriosa;
-scoppiò anche, nel 365, un’usurpazione a Costantinopoli (il pretendente era un certo
Procopio, imparentato con Giuliano, e il suo movimento presentava dunque un aspetto politico e
religioso);
-ci furono difficoltà sociali, che si manifestarono attraverso il brigantaggio;
-un’altra guerra contro i Persiani;
-Quadi e Sarmati furono sconfitti da Valente e Teodosio Figlio;
-bisognava combattere inoltre costantemente i Goti, pressati a loro volta dagli Unni, ma si finì
per negoziare;
Valente, alla fine, fu sconfitto e ucciso. Era la prima grande disfatta dal III secolo, ma non
bisogna esagerare la portata del disastro, perché l’Oriente era sempre in grado di reagire.

TEODOSIO FIGLIO
L’impero fu di nuovo diviso, in tre parti:
-c’era ancora Graziano, che si risiedeva a Treviri e che si vide costretto ad attaccare gli
Alamanni;
-c’era ora Valentiniano II, succeduto al padre, ed avendo solo 4 anni fu sottomesso alla tutela
di un generale barbaro che stabilì la capitale a Milano, ma esattamente come Graziano,
Valentiniano era troppo giovane;
-si impose progressivamente Teodosio Figlio, uomo di potente personalità che aveva
raggiunto il grado di capo della cavalleria e che si proclamò Augusto dopo la morte di Valente. Per
legittimare il suo potere sposò la figlia di Valentiniano I, Galla, futura madre di Galla Placidia, e si
insediò a Treviri.
Originario della Spagna, Teodosio era un buon generale e un cristiano ortodosso fervente
secondo alcuni, fanatico per altri. Egli dovette affrontare i barbari e le usurpazioni, ai quali pensò
bene di inserire anche conflitti religiosi.
Nel 395 Teodosio morì. Il cristianesimo aveva vinto, la pace regnava e l’impero era diviso.

**Sul piano militare


Riportò numerosi successi:
-i Goti furono sistemati all’interno dell’impero con un trattato, ma questo popolo,
particolarmente instabile, si agitò di nuovo;
-si accordò con la Persia per la divisione dell’Armenia;
-una guerra vittoriosa riportò la pace sul Reno.

**Sul piano religioso


Dove egli si rivelò più attivo. Il suo regno rappresentò un momento importante che definì
meglio i rapporti tra il potere e gli dei: lo Stato rinunciò al paganesimo. Ma il peggio sarebbe stato
nel 391, quando Teodosio, sotto l’influenza di Sant’Ambrogio, emise un puro e semplice divieto
del culto privato di adorazione delle statue e di celebrazione dei riti pagani.

**Usurpazioni
Un pretendente si faceva avanti in Bretagna; egli estese la sua autorità alla Gallia ed eliminò
Graziano proclamandosi Augusto senza che Teodosio potesse impedirlo. L’usurpatore sconfisse
anche, e mise in fuga, Valentiniano II, ma stavolta Teodosio reagì e riportò la vittoria.
L’editto contro il paganesimo nel 391 suscitò così tanti malcontenti che ci fu un altro
usurpatore.

**La successione
Teodosio si era associato al potere i due figli, ai quali era stato affidato e il potere occidentale
(ad Arcadio) e quello orientale (ad Onorio, sotto la tutela del generale barbaro Stilicone).

STILICONE
Flavio Stilicone, nato da una famiglia di Vandali che si era stabilita all’interno dell’impero e
convertita al cristianesimo (ma di tendenza ariana), è stato una personalità molto discussa,
presentato come un barbaro amico dei Goti o come un romano difensore di Roma. Di fatto egli
si comportò come un barbaro romanizzato. Questo è quello che ci mostra la sua carriera e la sua
relazione con il poeta Claudiano45.
Si era legato a Teodosio, di cui aveva sposato la nipote, Serena. Fu poi preposto
all’educazione di uno dei suoi due figli, Onorio, che viveva nella capitale occidentale dell’impero,
Milano. Si avvicinò ancora di più alla dinastia regnante quando diede in sposa suo figlio al giovane
imperatore. (è senza dubbio Onorio il soggetto della statua nota come il «colosso di Barletta»).

Stilicone si occupò soprattutto di guerre: in un primo momento fu assorbito dai conflitti


interni, cosicché dovette affrontare il capo degli eserciti stanziati in Africa, che voleva rendersi
indipendente.
Le forze imperiali, dunque, si indebolivano notevolmente, mentre invece i barbari
continuavano la loro progressiva e lenta lanciata di assalti.
Il popolo di Roma, tuttavia, si sentiva assai rassicurato dall’opera di questo generale, tanto
che gli fece una straordinaria accoglienza trionfale a più riprese. Gli elevò statue, e fece incidere
iscrizioni in suo nome.
Gli ultimi anni del suo regno, tuttavia, furono segnati da un dramma che si consumò il 31
dicembre del 406 d.C. Vandali, Alani e Svevi attraversarono il Reno che si era gelato. Percorsero la
Gallia, la Spagna e l’Africa, finendo addirittura per fare di Cartagine la loro capitale. Nulla poté
fermarli.
Tutti questi disordini provocarono alcune usurpazioni, altre invasioni, e soprattutto una
cospirazione contro Stilicone, che sarebbe stato arrestato e decapitato insieme a moglie e figli per
ordine del consigliere Olimpio, Galla Placidia, sorella dell’imperatore, e dall’esercito.
Nel 408 Galla Placidia emerse come personaggio importante, al centro della sua epoca.
L’Occidente romano era diventato di fatto Occidente barbarico.

LA FINE DELLA STORIA ROMANA


Per quasi tutto il V secolo i destini delle due parti dell’impero presero direzioni opposte.
In Oriente, anche se la situazione presentava talvolta caratteri analoghi a quelli per
l’Occidente, le condizioni generali migliorarono durante il regno di Teodosio II. Alla sua epoca
risale l’elaborazione del Codice Teodosiano. La tregua alle frontiere permise comunque dei conflitti
interni: massacro della filosofia pagana Spazia da parte della folla ad Alessandria.
La fine del secolo fu segnata da due avvenimenti di forte valore simbolico:
-nel 475 Oreste, già segretario di Attila, aveva cacciato da Roma l’imperatore Nepote e dato la
porpora a suo figlio Romolo Augusto. Lo Sciro Odoacre, che aveva anch’egli frequentato la corte di
Attila, diventò re degli Eruli e chiese lo status di federato. Di fronte al rifiuto che gli fu opposto
cacciò Romolo Augusto e rispedì a Costantinopoli le insegne imperiali. In seguito egli divenne
«patrizio», «re dei popoli barbari» e costituì un proprio dominio. Ma poi fu assassinato.
-nel 488 l’imperatore Zenone incaricò l’Ostrogoto Teodorico di riconquistare l’Occidente;
quest’ultimo, dopo l’assassinio di Odoacre si impadronì di Roma e dell’Italia.
Ormai l’Occidente romano era diventato di diritto Occidente barbaro.

45
Originario dell’Egitto, era restato pagano benché fosse vissuto in una corte diventata interamente cristiana. Egli
abbandonò la sua lingua madre (il greco) per il latino, e per dieci anni divenne portavoce di Stilicone.