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Contestualizzazione storica e culturale

La letteratura volgare nasce nel Medioevo


dal 476 d. C (crollo dell’Impero romano d’Occidente)

al 1492 (scoperta dell’America)


il concetto di “Medioevo” nasce durante il Rinascimento, per indicare

un’età “di mezzo”, oscura e dominata dalla superstizione, che avrebbe

separato le due età di fioritura culturale (età classica e Rinascimento)


lettura che non tiene conto della ricchezza e complessità dell’epoca, né del

fatto che l’impero romano (d’oriente) sopravvisse fino al 1453 (Costantinopoli conquistata dagli ottomani)

Struttura sociale

La società medievale è fortemente gerarchizzata e statica, divisa in tre ceti:

1) aristocrazia feudale (cavalieri) dedita all’esercizio delle armi da cui ricavava potere e prestigio
2) clero: diviso in clero secolare (guida per i fedeli) e regolare (monaci)
3) contadini e piccoli artigiani destinati alla produzione dei beni materiali necessari al sostentamento

Solo i primi due sono definiti uomini “liberi” (vedi “arti liberali), a scapito dei terzi.


Non esistono forme di mobilità sociale, la struttura sociale è ritenuta immutabile, rispondente a un ordine
provvidenziale → Dio stesso ha voluto una società divisa in tre ordini, a ciascuno dei quali è affidata una
funzione precisa


secondo la mentalità dell’epoca, la società terrena riflette la struttura celeste: corrisponde alla trinità di
Dio, pertanto ogni mutamento sarebbe una violazione sacrilega


concezione molto diversa rispetto a quella delle società moderne, dominate dal principio di “mobilità
sociale” e soprattutto di eguaglianza tra gli individui → secondo la concezione medioevale, la
disuguaglianza invece fa parte dell’ordine
provvidenziale dell’universo; la società è dominata
da vincoli di subordinazione personale, evidenti
nel feudalesimo (il vassallo, in cambio del beneficio
ricevuto, è tenuto a prestare omaggio, essere fedele
al suo signore e sottostare a ogni forma di servizio
nei suoi confronti).
Mentalità e visioni del mondo

Predomina una mentalità di carattere dogmatico: la verità è già stata rivelata attraverso le Sacre Scritture e
l’auctoritas dei grandi pensatori (“ipse dixit”) → conoscere significava semplicemente accettare la verità e
riprodurla come era stata tramandata → impossibile criticare un’auctoritas (il concetto inizia ad apparire
solo in età umanistica)

mentalità molto distante da quella moderna, spinta verso il progresso/la ricerca scientifica → Ulisse viene
messo nell’Inferno da Dante in quanto colpevole di aver superato le Colonne d’Ercole (spingere lo sguardo
oltre i limiti imposti da Dio è simbolo di superbia/follia)

Sistema unitario della conoscenza: poiché l’intero reale è riconducibile a un ordine divino, anche la
conoscenza non può che essere enciclopedica (e non specialistica); l’uomo dotto deve conoscere tutto lo
scibile e il tutto è subordinato alla scienza di Dio, la teologia


Il tentativo più grandioso di sistemare tutto il reale negli schemi di un sapere unitario, sulla base della
teologia, è quello compiuto dalla Scolastica → nasce tra XII-XIII sec. e punta a costruire un sistema di
pensiero in cui la fede cristiana si basasse sui fondamenti della ragione (si valse soprattutto delle basi della
filosofia di Aristotele, giunti nell’Occidente medievale grazie ai commenti dei filosofi arabi Avicenna e
Averroè) → San Tommaso d’Aquino

Cristianesimo medievale e classicità: si apre il problema dei rapporti con la cultura greco-latina (che vantava
un altissimo prestigio), ma che si fondava spesso su valori opposti rispetto a quelli del cristianesimo


si sviluppò nel Medioevo un modo di leggere i classici che mirava a cogliere, dietro la superficie del senso
letterale, dei sensi riposti che concordavano con le verità rivelate → interpretazione allegorica

Istituzioni culturali → con la disgregazione della struttura politica dell’Impero romano, si verificò anche la
scomparsa del sistema scolastico pubblico → unica istituzione scolastica restò la chiesa

era necessaria la formazione del clero → vengono quindi istituite scuole capitolari, monastiche e
parrocchiali →vengono insegnate le arti liberali + teologia e logica

centralità del ruolo dei monasteri → contengono dei veri e propri laboratori di produzione del libro (gli
scriptoria) → problemi di errori e modificazioni nella copiatura dei testi: errori nella trascrizione, semplici
sviste, difficoltà di capire parole o espressioni difficili portavano l’amanuense ad apportare correzioni o
integrazioni → la filologia (rispettare il testo nella sua integrità e nella sua veste originaria) comincia a
delinearsi con Petrarca e gli Umanisti del Quattrocento.
La lingua: latino e volgare

Già in epoca classica, occorre distinguere il latino letterario (usato dai grandi scrittori o nei documenti
ufficiali) dal sermo vulgaris, vale a dire il latino parlato, ulteriormente differenziato in una miriade di parlate
locali (influenza del sostrato, vale a dire l’influenza delle lingue precedenti alla conquista romana)


con il crollo dell’impero romano, la frantumazione politica, la disgregazione dell’amministrazione e della
scuola, la difficoltà di comunicazione e la quasi totale scomparsa degli scambi fecero sì che ogni regione
restasse praticamente isolata e ne derivò un’estrema frammentazione linguistica, a cui si aggiungeva il
quasi universale analfabetismo che impediva di accedere alle ultime fonti residue della lingua classica

la lingua parlata (il volgare) non veniva impiegata nella produzione di testi scritti; bisognerà aspettare
intorno all’anno Mille in Francia e il Duecento in Italia → nascita delle letterature romanze.

Documenti più antichi (e molto rari) relativi all’uso del volgare (in Italia)

1) Indovinello veronese: fine VIII-inizio IX sec.


Se pareba boves
alba pratalia araba
et albo versorio teneba
et negro semen seminaba
trad. Spingeva avanti i buoi (le dita), arava bianchi prati (fogli pergamena), teneva un aratro bianco
(penna d’oca) e seminava un seme nero (inchiostro).

Aspetti linguistici: la i latina di nigrum è diventata e; cadute le m finali di album, versorium e nigrum
e la u si è trasformata in o; caduta la t degli imperfetti arabat e tenebat.

2) Il Placito capuano (960 d.C): nel verbale di un processo (redatto ovviamente in latino), il giudice
decide di riportare testualmente la dichiarazione di un testimone: Sao ko kelle terre, per kelle fini
que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti. (trad. So che quelle terre, entro quei
confini che qui si descrivono, per trent’anni le ha tenute in possesso l’amministrazione patrimoniale
di san Benedetto).

Cadono le desinenze latine dei sostantivi e dei verbi (terre, fini, parte, possette); il verbo latino scio
è stato sostituito da sapio con la caduta consonantica; scomparsa dell’accusativo dopo l’infinito
sostituito da una proposizione dichiarativa (ko, dal latino quod più indicativo; che poi porterà
all’italiano “so che”).

3) Iscrizione di san Clemente (fine XI sec.), riportata su uno degli affreschi della basilica di san
Clemente a Roma
Fili de le pute traite!
Gosmari, Albertel, Traite!
Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!
Duritiam cordis vestris saxa traere meruistis.
La nascita della letteratura volgare

Condizioni per la nascita di una letteratura volgare


Perché si passi al volgare per scopi culturali occorrono due condizioni:
• che un gruppo sociale di laici, abbastanza forte e fornito da una chiara coscienza di sé, senta il bisogno
di esprimere la sua visione della vita e i suoi valori
• che ci sia un pubblico laico che proponga una domanda di cultura e che senta il bisogno di usufruire
di opere letterarie in volgare

queste condizioni si verificano storicamente per la prima volta in territorio francese verso la fine dell’XI sec.

Perché? Perché proprio in Francia è particolarmente sviluppato il sistema feudale che spinge alla nascita
dell’ideale cavalleresco basato su: il valore nell’esercizio delle armi, il senso dell’onore, la lealtà, la
generosità con i vinti, il rispetto della parola data, la fedeltà al signore o al sovrano (tradizionali valori
guerreschi e barbarici), in qualche modo mitigati e ingentiliti dall’influenza del cristianesimo: il cavaliere
deve mettere la sua prodezza al servizio dei deboli e degli oppressi (in particolare nella difesa delle donne);
la guerra non è più l’esercizio brutale della pura forza, ma dev’essere indirizzata alla difesa della vera fede
(nasce il concetto di “guerra santa” contro gli infedeli)

verso la fine dell’XI sec. in Francia nascono le chanson de geste (epica cavalleresca): lunghi poemi scritti in
lingua d’oil (nord della Francia)

si tratta di testi per lo più anonimi, destinati alla trasmissione orale (non venivano letti) bensì recitati a voce
dai giullari
le chanson raccontavano imprese di cavalieri impegnati al servizio del proprio signore e che si distinguevano
per il coraggio e il senso dell’onore (celebrazione dei valori cavallereschi)
divenne particolarmente celebre il ciclo carolingio (incentrato sui cavalieri di Carlo Magno nella lotta contro
i Saraceni →vedi influenza religione) e tra questi la Chanson de Roland → Orlando, paladino di Carlo Magno
durante la battaglia di Roncisvalle (778 d. C)
(In Spagna particolarmente celebre il Cantar de Mio Cid)

nel XII sec. si sviluppa (sempre in lingua d’oil) il romanzo cavalleresco: → in concomitanza con lo ∗
sviluppo della società cortese

ha per protagonisti gli stessi cavalieri delle chanson, ma impegnati in avventure diverse: scopo centrale
l’avventura e l’amore; intrecciano alle tradizionali imprese guerresche le vicende amorose, colorate dalla
presenza di elementi magici (filtro d’amore, spade magiche…etc.)

A differenza delle chanson non sono anonimi e al centro delle vicende c’è l’impresa compiuta da un
cavaliere solitario ed errante, impegnato in una queste (ricerca): ad esempio l’amata da salvare, un oggetto
di straordinario valore tipo il Graal; superando numerose sfide e avvalendosi talvolta di aiutanti o oggetti
magici.
Differenze epica e romanzo cavallereschi:

Epica cavalleresca Romanzo cavalleresco


Autore Anonimo Conosciuto
Intento Sostenere l’ideologia cavalleresca Dilettare il pubblico delle corti
Amore Assente Intrecciato a vicende guerresche
Protagonisti Paladino con l’esercito Cavaliere solitario (queste)
Soprannaturale Di natura religiosa Di natura magica
Pubblico Uditori Lettori

I romanzi cavallereschi si distinguono in base alle materie che trattano:

• ciclo bretone: hanno per protagonisti re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda (il più celebre autore
fu Chrétien de Troyes, Lancelot ou Le chevalier de la charrette, Perceval ou Le conte du Graal)
• il ciclo di Tristano e Isotta
• i cicli storici (Roman de Troie, Roman de Thébes (Edipo), Roman d’Alexandre)

∗ La nascita della società cortese e i suoi valori

Le forme di vita feudale, ancora semplici e rudi, fortemente caratterizzate dallo spirito di casta militaresca,
danno vita nel corso del XII sec. alla società cortese → si ha un ingentilimento dei costumi e si affacciano
forme più raffinate ed eleganti. Alle virtù tipicamente militaresche (come l’onore e la lealtà) si aggiungono
altre virtù per così dire “civili”: la liberalità, vale a dire il disprezzo per il denaro e ogni meschino
attaccamento all’interesse materiale; la magnanimità, cioè la capacità di compiere gesti sublimi di
generosità, di rinuncia e di sacrificio; il culto del sapiente dominio di sé, dal tratto signorile, che non scade
mai in eccessi ritenuti volgari; il culto delle forme di vita lussuose, delle belle cose, belle dimore, giardini
ameni; la cortesia, la gentilezza, in cui viene dato un posto di primario rilievo alla donna; la donna stessa
diviene il simbolo stesso della cortesia e della gentilezza.

nasce l’amor cortese, una concezione che appare per la prima volta nel corso del XII sec. nella poesia lirica
dei trovatori provenzali, ma che poi avrà lunga fortuna nella letteratura romanzesca in lingua d’oil del nord
della Francia (e influenzerà la poesia lirica italiana, dalla scuola siciliana allo Stilnovo, sino a Dante e
Petrarca.
La concezione dell’amor cortese è radicalmente nuova rispetto a quella dominante nel mondo classico, in
cui si aveva sostanzialmente una pariteticità dell’uomo e della donna nel rapporto amoroso, una reciprocità
di passione e basata sulla realizzabilità del desiderio (che resta comunque il fine, anche quando questo non
può trovare compimento per ostacoli o tragiche circostanze).
Gli elementi che caratterizzano l’amor cortese sono invece:
• il culto della donna, vista come un essere sublime, impareggiabile e irraggiungibile, per certi versi
addirittura divino, che produce effetti miracolosi ed è degno di venerazione
• una posizione di inferiorità dell’uomo rispetto all’amata, che si presenta come un suo umile
servitore, sottomesso alla volontà della donna
• nella sua totale devozione, l’amore è perpetuamente inappagato: il possesso della donna è
irraggiungibile (talora l’uomo può innamorarsi della donna senza mai averla vista, solo per fama, e
adorarla da lontano)
• l’amore impossibile genera sofferenza, tormento perpetuo, ma anche gioia, una forma di ebbrezza
e esaltazione
• l’esercizio di devozione alla donna ingentilisce l’animo, lo nobilita, lo purifica di ogni viltà e rozzezza
• si tratta di un amore adultero, che si svolge rigorosamente al di fuori del vincolo coniugale.

l’ideale cortese fu elaborato soprattutto nelle corti del sud della Francia (Provenza), dove trovò espressione
nella lirica provenzale (in lingua d’oc) nel corso del XII sec.
E’ una poesia che viene cantata in pubblico con accompagnamento musicale (destinata quindi a una
trasmissione orale).
I poeti che la compongono (sia i testi poetici che la musica) sono detti trovatori, dal verbo “trobar” =
comporre musica; talora sono gli stessi trovatori ad eseguire dinanzi a un uditorio le loro composizioni;
altre volte invece vengono demandate a cantori professionisti, anch’essi dotati di cultura, vale a dire i
giullari. Nel XIII sec. la trasmissione viene affidata anche alla scrittura e alla lettura: si compongono raccolte
di liriche trobadoriche (i canzonieri) i cui testi sono accompagnati da biografia (vidas) degli autori,
largamente romanzate e ricche di elementi fantastici → l’autore ha ormai piena coscienza di sé, tanto da
sentire il bisogno di tramandare il proprio nome insieme alla composizione. Il più antico trovatore, secondo
la tradizione, fu Guglielmo IX d’Aquitania.

Altri generi: il poema allegorico (prende ispirazione dall’interpretazione allegorica vigente nel Medioevo)
L’esempio più importante è quello del Roman de la rose composta dal chierico Guillaume de Lorris (4mila
versi) e completata da Jean de Meung (altri 18mila versi).