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Riassunto - libro "Nuovi lineamenti di grammatica


storica dell'italiano" Patota
Storia della lingua italiana (Università degli Studi di Milano)

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NUOVI LINEAMENTI DI GRAMMATICA STORICA DELL’ITALIANO


L’ITALIANO DERIVA DAL LATINO?
L’italiano non deriva, cioè nasce dal latino, ma continua il latino: una tradizione ininterrotta lega la lingua di
Roma antica alla lingua di Roma moderna. Si può dire che l’italiano è il latino adoperato oggi in Italia. Inoltre
la parola latino senza alcuna specifica è fuorviante e generico perché da quale latino deriva l’italiano
odierno? Il latino è una lingua storico-naturale che fa parte della famiglia linguistica indoeuropea, la stessa
a cui appartengono le lingue del gruppo germanico, slavo, baltico, ellenico, albanese, armeno, iranico o
indiano. Di fatto il latino si presenta come oggetto multiforme e variegato: esistono molte varietà di
un’unica lingua chiamata latino prodotte da diversi fattori: il tempo, il livello stilistico, la modalità di
trasmissione…
1-IL FATTORE TEMPO, O VARIABILE DIACRONICA
I linguisti chiamano diacronia la variabile legata al tempo. L’italiano di oggi non è uguale a quello adoperato
dieci, venti o cento anni fa; a questo fattore di cambiamento non sfuggì di certo il latino.
Es: La nuova epigrafe del Gargliano. Una scodella risalente al V secolo a.C. che contiene due brevi iscrizioni.
È la scodella stessa che parla e diffida chiunque dall’impadronirsi di un oggetto votivo appartenente alla
divinità. Questa iscrizione è in latino arcaico sicuramente già in età classica l’ordine delle parole sarebbe
stato diverso eppure si tratta sempre della stessa lingua.
Gli storici della lingua e della letteratura latina distinguono almeno 5 varietà di latino:
Latino Arcaico (VIII sec. a.C.- II sec. a.C), Latino Preclassico (II sec a.C. – I sec. a.C),
Latino Classico (I sec a.C 14 d.C) , Latino Postclassico (14 d.C. – II sec. d.C) , Latino Tardo (II sec d.C – VII/VIII
sec d.C)
2- IL FATTORE SPAZIO, O VARIABILE DIATOPICA
Diatopica è la variabile legata allo spazio. L’italiano che si parla a Milano è differente da quello delle altre
città e le differenze non investono solo l’intonazione, la pronuncia e il lessico, ma anche la grammatica e la
sintassi. Anche il latino non sfuggì a queste differenze dal momento che nel periodo della massima
espansione del dominio romano, era adoperato in un territorio vastissimo. Il latino fu per secoli la lingua di
scambio di una zona vastissima, ovviamente esso non era un blocco linguistico uniforme. Il fattore
geografico si fuse col fattore etnico nel determinare altre diversità riconducibili al sostrato linguistico
prelatino. Per sostrato si intende le lingue che venivano parlate prima che il latino si diffondesse. Nel giro di
pochi secoli passò dall’essere una lingua parlata solo nell’ultimo tratto del Tevere alla lingua del popolo dei
conquistatori. La nuova lingua non fu imposta, i romani una volta conquistati i territori lasciavano molta
autonomia per quanto riguarda la religione, le istituzioni civili e la lingua. Furono i popoli assoggettati ad
abbandonare dopo un periodo il bilinguismo, intervenne a determinare questo processo il prestigio del
latino. Le lingue preesistenti nelle varie regioni d’Europa occidentale non scomparvero del tutto: ciascuna
lasciò traccia nella prosodia, nella pronuncia, nella morfologia, nel lessico e nella sintassi; testimoniano,
quindi, l’esistenza di uno strato linguistico soggiacente.
3- IL FATTORE STILE, O VARIABILE DIAFASICA
Si dice diafasica la variabile legata al livello stilistico (o registro) di una produzione linguistica. Una lingua
può cambiare di tono o di livello a seconda della situazione in cui si usa.
4- IL FATTORE SOCIOCULTURALE O VARIABILE DIASTRATICA
La variabile legata alla condizione sociale e al livello culturale di chi adopera la lingua è detta diastratica.
Non tutti all’interno di una medesima comunità di parlanti si esprimono allo stesso modo, saranno
avvantaggiati coloro che hanno avuto maggiori opportunità di studio. In Roma antica il latino dei dotti era

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diverso da quello degli umili: il primo era una lingua colta, varia nelle parole e raffinata, mentre il secondo
era meno controllata sul piano grammaticale e sintattico, piena di espressioni e di riferimenti materiali.
5- LA MODALITA’ DI TRASMISSIONE, O VARIABILE DIAMESICA
Si definisce diamesica la variabile legata alla modalità di trasmissione di una lingua, che può essere scritta o
parlata. Le differenze tra latino parlato e scritto non investirono soltanto il rapporto tra grafia e la pronuncia
delle parole, ma riguardarono anche aspetti importanti della grammatica, della sintassi e del lessico.
6- LE FONTI DEL LATINO PARLATO
La fisionomia del latino scritto è agevolmente ricostruibile attraverso una enorme quantità di testimonianze
letterarie; quella del latino parlato non è individuabile con altrettanta facilità. Tuttavia diverse fonti
agevolano questa operazione. Forme tipiche del latino parlato detti volgarismi s’incontrano, per esempio:
a) Nelle iscrizioni murarie
b) Nei glossari, ovvero vocabolari elementari che spiegano con espressioni del latino parlato parole e
costruzioni del latino classico
c) Nelle testimonianze di scriventi popolari, lettere private o documenti
d) Nelle opere degli autori che tentano di riprodurre nella lingua scritta espressioni del parlato come
nel Satyricon di Petronio
e) Nella letteratura d’ispirazione cristiana. I traduttori delle Sacre Scritture si preoccuparono
relativamente poco dello stile.
f) Nei trattati tecnici di architettura o culinaria, farmacologia o medicina veterinaria, i cui autori si
preoccupavano di dominare la materia più che dello stile.
g) Nelle opere di grammatici e insegnanti di latino. Costoro non si limitavano a illustrare le regole della
lingua, ma segnalavano gli errori più frequenti e i modi per evitarli.
La più famosa testimonianza offerta dai grammatici è L’Appendix Probi, opera di un maestro di scuola del III
secolo d.C. anonimo. Questa appendice è una lista di 227 parole organizzate in due serie diverse. Nella
prima le parole si presentano secondo la norma del latino scritto, nella seconda si presentano nella forma
“errata” ovvero come veniva pronunciata dagli studenti. Le parole italiane corrispondenti sono più vicine
agli “errori”, il che conferma che la nostra lingua continua dal latino parlato e non scritto.
7-IL METODO RICOSTRUTTIVO E COMPARATIVO
Lo strumento più importante per la ricostruzione del latino parlato è il confronto tra le lingue romanze.
Questo è la base del metodo ricostruttivo e comparativo. Questo metodo consiste nel ricostruire una
forma non documentata sulla base dei risultati che se ne hanno nelle varie lingue romanze. Spessi gli
antecedenti comuni sono documentati nel latino parlato e non in quello scritto.
8-LATINO CLASSICO E LATINO VOLGARE
Il latino non fu una realtà monolitica. Fra le tante varietà che si sono incrociate e contrapposte per
importanza storica spiccano il latino classico e il latino volgare. Il latino classico è una realtà linguistica
facilmente individuabile: è il latino scritto così come venne usato nelle opere letterarie della cosiddetta “età
aurea” di Roma (50 a.C50 d.C.) ed è rimasto sostanzialmente lo stesso nel corso della storia. Il latino
volgare è una realtà linguistica variegata e complessa e possiamo descriverlo come il latino parlato in ogni
tempo, in ogni luogo, in ogni circostanza e da ogni gruppo sociale della latinità: fu una lingua parlata dalla
fondazione di Roma e nella tarda età imperiale; fu la lingua parlata dai ricchi e dai poveri, dagli analfabeti e
dagli intellettuali. Da questa realtà multiforme sorsero le varie lingue d’Europa indicate come romanze o
neolatine.

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9-DAL LATINO VOLGARE ALL’ITALIANO


Perché il latino volgare si è affermato su quello classico? Come e perché si è trasformata fino a diventare
un’altra lingua? Questi due processi contigui sono stati accelerati da due fattori e determinati da un terzo:
a) la perdita di potere della classe aristocratica b) la diffusione del Cristianesimo c) le invasioni barbariche.
a) La perdita di potere della classe aristocratica: dovuta alla instaurazione dell’impero. Insieme con la
classe aristocratica decadde il ceto intellettuale che ne era l’espressione culturale e la lingua colta,
seppur ancora usata, perse il suo prestigio
b) La diffusione del Cristianesimo: esso modificò il patrimonio lessicale del latino. La lingua delle
prime comunità cristiane era stato il greco quindi conseguentemente il latino pullulava di grecismi.
Il prestigio della lingua e della cultura classica fu minato dalle fondamenta.
c) Le invasioni barbariche: a partire dal IV secolo d.C. le invasioni barbariche affermarono in tutti i
territori dell’impero romano il latino volgare. Il latino classico finì nel dimenticatoio. Solo la Chiesa
ne impedì il totale dissolvimento: nelle biblioteche vennero trascritte le opere dei grandi scrittori
classici. Nell’Europa occidentale e meridionale e in parte in quella orientale si continuò a parlare
quella che veniva chiamata la lingua romana, un latino variegato, differente da quello classico nella
pronuncia, nelle forme, nel lessico e nell’organizzazione della frase. Il processo di trasformazione
del latino nelle lingue romanze si concluse nel VIII secolo d.C. ne nacquero molto diverse dalla
lingua originaria.
10-PAROLE POPOLARI E PAROLE DOTTE
Le trasformazioni fonetiche non hanno interessato tutte le parole di origine latina entrate a fare parte del
patrimonio lessicale dell’italiano, ma soltanto quelle di tradizione popolare; invece, le parole di tradizione
dotta non sono state toccate da questi cambiamenti.
Es. tradizione popolare
AURU(M) > ORO
Es. tradizione dotta
AUREUS > AUREO
Le parole di tradizione popolare sono passate dal latino parlato all’italiano senza soluzione di continuità
cioè sono state usate ininterrottamente dai tempi di Roma antica fino a che il processo di trasformazione
che condusse all’italiano non fu concluso. Le parole di tradizione dotta non sono mai entrate nell’uso
comune. A partire dal XIII secolo esse furono prese direttamente dai libri latini e inserite nei testi italiani allo
scopo di renderne più elegante lo stile.

FONI E FONEMI DELL’ITALIANO 1-I FONEMI DELL’ITALIANO


I suoni articolati di una qualsiasi lingua vengono indicati col termine tecnico di foni. Alcuni foni hanno la
capacità, alternandosi nella stessa posizione, di individuare parole diversa. I foni che, alternandosi negli
stessi contesti fonetici, distinguono parole con diversi significati si dicono fonemi. Il Fonema è la più piccola
unità di suono dotata di valore distintivo. I segni grafici utilizzati per trascrivere i fonemi si dicono grafemi: il
loro insieme costituisce l’alfabeto di una lingua. Insieme questi segni formano l’alfabeto fonetico usato per
trascrivere i fonemi di quasi tutte le lingue del mondo. 2- L’ALFABETO FONETICO Le vocali
a pale e letto
ɛ sera i

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vino o cotta ɔ
gola
u buca

semiconsonanti
j iena w
buono

consonanti b
becco ddare
dz ozono
dʒ gelo, giada
f fata
ɡ gara, ghiro k casa,
che l lato ʎ gli m
madre n nodo ɲ
gnomo p pena rrosa
s scarpa ʃ scemo
t tana
ts milza tʃ
cedo v vano
z sveglia

3-FONEMI SORDI E FONEMI SONORI


I fonemi dell’italiano si pronunciano utilizzando l’aria espiratoria che fuoriesce dai polmoni. Dai bronchi
l’aria passa alla laringe e qui incontra 2 pliche muscolari dette corde vocali. Esse possono assumere tre
posizioni:
1) Possono restare inerti
2) Possono chiudersi, impedendo il passaggio dell’aria
3) Possono entrare in vibrazione, aprendosi e chiudendosi velocemente
Quando rimangono inerti si dice che producono un fonema sordo; quando invece entrano in vibrazione, si
dice che producono un fonema sonoro. In italiano le vocali sono tutte sonore; delle consonanti, alcune sono
sorde altre sono sonore. Sono sonore le seguenti consonanti: [b], [d], [g], [z], [v], [dʒ], [dz], [m], [n], [ɲ], [r],
[l], [ʎ]. Infine sono sonore le semiconsonanti.

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4-FONEMI ORALI E FONEMI NASALI


Dalla laringe l’aria sale nella faringe e di qui esce all’esterno o direttamente attraverso la bocca oppure, se il
velo palatino non si solleva impedendo all’aria di entrare anche nelle fosse nasali, attraverso la bocca e il
naso. Se l’aria esce attraverso la bocca si hanno fonemi orali, se esche anche attraverso il naso si hanno
fonemi nasali, che nella fattispecie sono 3: [m], [n], [ɲ].
5-VOCALI

Se l’aria non trova ostacolo nel suo percorso verso l’esterno e la cavità orale funziona da cassa di risonanza,
amplificando il suono, allora si producono le vocali. Le vocali toniche dell’italiano sono sette. Il suono delle
varie vocali cambia a seconda della posizione che la lingua assume all’interno della cavità orale
nell’articolarle. Sul lato sinistro del triangolo collocheremo, nell’ordine la e aperta, la e chiusa e la i.
Nell’articolare queste vocali la bocca si restringe progressivamente, fin quasi a chiudersi con la i e la lingua
avanza sul palato duro: perciò queste tre vocali si chiamano palatali o anteriori. Sul lato destro del
triangolo collocheremo nell’ordine, la o aperta, la o chiusa e la u. Nell’articolare queste vocali, la bocca si
restringe progressivamente fin quasi a chiudersi con la u, e la lingua arretra in corrispondenza del velo
palatino: perciò queste tre vocali si chiamano velari o posteriori. Le vocali toniche sono dunque sette,
anche se per rappresentarle disponiamo solo di 5 segni alfabetici. Per distinguere tra una vocale chiusa e
una aperta abbiamo a disposizione i due diversi accenti: grave per le vocali aperte (pòrto, bèllo) e acuto per
le vocali chiuse (bévo). Questo vale solo per le vocali sotto accento; le vocali atone sono 5 [a], [e], [i], [o],
[u]. Completano il quadro dei fonemi italiani le due semiconsonanti : lo iod (trascrizione fonetica [j]) e il vau
(trascrizione fonetica [w]) che sono, in pratica, una i e una u non accentate e seguite da un’altra vocale;
esse si articolano come [i] e [u] ma hanno una durata più breve, e questo spiega l’impressione che siano un
suono a metà tra le vocali e le consonanti. Si dicono semivocali la [i] e la [u] precedute da vocale e la loro
durata è più breve.
6- I DITTONGHI
A differenza delle vocali, le semiconsonanti e le semivocali non possono mai essere pronunciate da sole ma
necessitano di una vocale d’appoggio che le segua o le preceda. Questo gruppo di suoni prende il nome di
dittonghi ovvero un insieme di due vocali che formano un’unica sillaba. Un dittongo è ascendente quando

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è formato da una semiconsonante e una vocale es: piatto, piede, chiudo, piuma… è un dittongo
discendente quando è formato da una vocale e una semivocale es: mai, noi, colui, pneumatico.
7-TRITTONGHI
Esistono anche gruppi vocalici più complessi: i trittonghi formati da una semiconsonante, una vocale e la
semivocale [i] es: miei, cambiai, suoi, guai. Oppure da due semiconsonanti e da una vocale es: aiuola,
inquiete.
8-IATO
Quando due vocali si pronunciano separatamente e appartengono a due sillabe diverse si ha uno iato. I casi
più importanti in cui si produce sono i seguenti:
a) Quando le due vocali vicine non sono né i né u: leone, paese, Boezio, reale…
b) Quando una delle due vocali è una i o una u accentata e l’altra è a, e, o: armonìa, zìe….
9-CONSONANTI
Per identificare le consonanti dell’italiano bisogna tener conto di tre fattori fondamentali:
a) Il modo in cui vengono articolate
b) Il luogo in cui vengono articolate
c) Il tratto della sordità e della sonorità che può catalizzarle.

a) Il modo di articolazione. Le consonanti si producono quando l’aria che esce dai polmoni incontra
un ostacolo. La loro articola zione può avvenire in tre modi: se il canale espiratorio si chiude
completamente si producono le occlusive ([p], [b], [t], [d], [k], [g], [m], [n], [ɲ]. Se il canale
espiratorio si restringe soltanto si producono le costrittive ([f], [v], [s], [z], [r], [l]) inoltre esistono
anche le affricate ([ts], [dz]) che risultano dalla fusione di una occlusiva e una costrittiva.
b) Il luogo di articolazione. Se il blocco del canale respiratorio avviene a livello delle labbra allora
avremo le labiali, sono tali la [p], la [m] e la [b]; se avviene a livello dei denti anteriori allora avremo
le dentali sono tali la [t], la [d] e la [n]; se il blocco avviene a livello del palato anteriore avremo le
palatali è tale la [ɲ]; se infine il blocco del canale espiatorio si produce all’altezza del velo palatino
allora avremo le velari sono tali la [k] e la [g]. se il restringimento del canale espiatorio avviene fra
il labbro inferiore e gli incisivi superiori, allora avremo le labiodentali sono tali la [f] e la [v]; se la
lingua tocca gli alveoli degli incisivi superiori avremo le alveolari sono tali la [s], [z], [l], [r]; se infine
nel momento del restringimento la lingua si appoggia sul palato anteriore, allora avremo le palatali
non occlusive ma costrittive: sono tali la [ʎ].
c) Il tratto della sordità o della sonorità. Tenendo conto della articolazione delle consonanti possiamo
collocarle in uno schema e denominarle in modo appropriato.

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10-COME SI SCRIVONO LE CONSONANTI NELLA GRAFIA CORRENTE


I fonemi consonantici dell’italiano sono in tutto 21. Il nostro alfabeto non dispone di altrettanti segni per
indicarli. Per sopperire a questa mancanza e rappresentare alcuni fonemi dell’italiano, si utilizzano i
digrammi o trigrammi: due o tre lettere dell’alfabeto che rappresentano un unico fonema. I casi in cui un
fonema è rappresentato da un digramma o da un trigramma sono i seguenti:
/k/ = ch davanti a i, e: china, che
/g/ = gh davanti a i, e: ghiro, ghepardo
/ɲ/ = gn: legno
/ʎ/ = gl davanti a i: egli
/dʒ/= gi davanti a a, o, u: giacca, giostra, giusto
Attenzione la h e la i che in questi casi seguono la c e la g non vengono pronunciate autonomamente né
individuano da sole suoni specifici: sono segni diacritici, cioè degli espedienti grafici che servono per
distinguere una parola dall’altra.
11-CONSONANTI SCEMPIE E DOPPIE
Alcune consonanti in posizione intervocalica possono essere pronunciate con una diversa energia
articolatoria: possono essere scempie o doppie.

DAL LATINO ALL’ITALIANO: I MUTAMENTI FONETICI 1-VOCALI LATINE E VOCALI ITALIANE


Il latino aveva 10 vocali. Ciascuna delle cinque che conosciamo poteva essere utilizzata in due modi,
dipendenti dalla diversa durata o quantità della pronuncia: una vocale poteva essere breve o lunga, cioè
pronunciata in un tempo più breve o più lungo.

Anche l’italiano conosce l’opposizione tra vocali brevi e vocali lunghe. Una qualunque vocale, seguita da
una consonante semplice è lunga; la stessa vocale seguita da una consonante doppia è breve. Ma in latino
diversamente dall’italiano l’opposizione tra vocali brevi e vocali lunghe consentiva di distinguere parole,
forme e significati diversi. In italiano la distinzione tra le brevi e le lunghe non ha un’analoga capacità
distintiva. Da un certo momento in poi nel latino parlato le vocali lunghe cominciarono a essere
pronunciate come chiuse e le vocali brevi come aperte. Quando il latino si diffuse in Africa e in Europa, si
sovrappose a lingue che non possedevano l’opposizione tra vocali brevi e lunghe. Allora il senso della
quantità cominciò a perdersi. La perdita della quantità rappresentò uno sconvolgimento fortissimo nel
sistema vocalico del latino; la quantità si trasformò in timbro:

Dal latino volgare queste trasformazioni si sono riversate su tutte le lingue romanze, compreso l’italiano. Un
tratto che interessa in particolare l’italiano è il trattamento specifico che hanno subito la E e la O toniche.
Prima di illustrarlo è necessario chiarire la differenza tra la sillaba libera o aperta e una chiusa o implicata.

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Una sillaba si dice aperta quando termina per vocale mentre si dice chiusa quando termina per consonante.
Nel passaggio dal latino all’italiano E e O tonica in latino, in sillaba aperta hanno prodotto rispettivamente il
dittongo ie e, il dittongo uo; in sillaba chiusa si sono trasformate rispettivamente in e aperta e o aperta.
Il vocalismo tonico dell’italiano presenta dunque due trasformazioni in più rispetto al vocalismo del latino
volgare che riguardano la E e la O toniche:

Queste trasformazioni interessano quasi tutti i territori della Romània. Per quanto riguarda l’area italiana si
diversificano il vocalismo tonico del sardo e il vocalismo tonico del siciliano.

Il sardo non conosce vocali aperte:

Es: - dalla base latina SICCU(M) in italiano si ha SECCO, mentre in sardo si ha SIKKU
In siciliano la I breve e lunga e la E lunga toniche latine hanno tutte e tre lo stesso risultato [i];
analogamente U breve e lunga e O lunga toniche latine confluiscono nell’unico esito [u].

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Es: - dalla base latina NIVE(M) in italiano si ha NEVE, mentre in siciliano si ha NIVI
Si è detto che le trasformazioni che abbiamo indicato interessarono le vocali toniche. Anche le vocali atone
subirono delle trasformazioni ma furono in parte diverse. Il vocalismo atono dell’italiano coincide con
quello del latino volgare.

2-L’ACCENTO
Le parole latine avevano un accento di tipo musicale, consistente in un innalzamento della voce. La
posizione dell’accento, all’interno di parola, era determinata dalla durata o quantità della penultima sillaba:
se la penultima sillaba era lunga l’accento veniva a trovarsi proprio su questa; se invece era breve l’accento
veniva a trovarsi sulla terzultima. Ovviamente questa legge della penultima valeva per le parole che
avevano almeno tre sillabe; sulle parole bisillabiche l’accento si trovava sempre e comunque sulla
penultima sillaba, breve o lunga che fosse. La quantità della sillaba non coincideva necessariamente con la
quantità della vocale che la comprendeva. Una vocale breve produceva una sillaba breve se era in sillaba
libera, ma produceva una sillaba lunga se era in sillaba chiusa; una vocale lunga produceva sempre una
sillaba lunga. Questo modo di realizzare l’accento venne meno quando le vocali persero la quantità. Allora
l’accento divenne da musicale a intensivo. Intensivo è il tipo di accento che si ha nelle parole italiane e che
consiste in una particolare forza articolatoria che si concentra sulla sillaba accentata: es. cancello, fiducia…
Nel passaggio dal latino all’italiano è cambiata la natura, ma non la posizione dell’accento: in generale le
parole italiane hanno mantenuto l’accento che avevano le parole latine di provenienza.
3-FENOMENI DEL VOCALISMO
Monottongamento di AU, AE, OE
Il latino classico aveva tre dittonghi: AU, AE e OE. Una tendenza tipica del parlato fu quella di monottongare
questi dittonghi, cioè di pronunciarli come un’unica vocale che, in quanto risultante di due vocali, avrebbe
dovuto essere lunga e perciò caratterizzata da un timbro chiuso. Per quanto riguarda il dittongo AU, esso
produsse una ō con timbro chiuso soltanto in poche parole. Generalmente il dittongo AU si monottongò in
una /ɔ/: da aurum si ebbe òro… Questo fenomeno si produsse in Toscana nell’VIII secolo d.C. ed è
documentato in una carta latina medievale pistoiese del 726. Il dittongo AE si monottongò in una ē che fu
pronunciata subito aperta. Infine il raro dittongo OE si monottongò in una ē che in italiano ha dato
regolarmente [e].
Dittongamento toscano
Il dittongamento di ĕ e ŏ toniche in sillaba libera è detto toscano perché tipico del fiorentino. Che tale
dittongamento caratterizzi le parole dell’italiano è una delle prove del fatto che la nostra lingua coincide

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buona parte col fiorentino letterario del Trecento. In sillaba libera la e aperta derivata da ĕ latina si dittonga
in ie, e la o aperta derivata da ŏ si dittonga in uo es: da PEDEM abbiamo PIEDE, da BONUM abbiamo
BUONO. Il dittongamento non avviene se le sillabe terminano per consonante come ad es. CORPUS si
trasforma in CORPO.
La regola cosiddetta del “dittongo mobile”
Nella flessione di alcuni verbi con ĕ e ŏ nella radice si registra l’alternanza tra forme con dittongo e forme
senza dittongo. Es: dolere a duoli… Questa oscillazione obbedisce alla regola detta del dittongo mobile: il
dittongamento si ha solo nelle forme rizotoniche, cioè accentate sulla radice, in cui ĕ e ŏ sono toniche, non
sulle forme rizoatone in cui ĕ e ŏ sono atone. Es: D ŏles > duoli…
La regola del dittongo mobile non ha interessato solo le forme di uno stesso verbo, ma anche parole diverse
che fossero corradicali cioè che provenissero dalla stessa radice nominale o verbale es: piede-pedata…
sempre, però, quando le vocali erano toniche e non atone. In molti verbi la regola del dittongo mobile è
andata perdendosi progressivamente.
Nell’italiano attuale il dittongamento non compare nelle parole in cui la “e” e la “o” provenienti da ĕ e ŏ
toniche seguono il gruppo di consonante + R. in verità nell’italiano antico il dittongamento era normale
anche in contesti come quelli appena indicati. A Firenze la riduzione del dittongo dopo consonante + r si
affermò dal 1400 e fu determinata dall’influsso dei dialetti toscani occidentali. Prima, a metà del
Quattrocento si diffuse la riduzione iè in è; poi, a metà Cinquecento la riduzione di uò in ò. Nell’italiano
attuale sono in forte declino le forme con dittongo uò preceduto da suono palatale es: fagiuolo, figliuolo
non si usano più. Una forte spinta all’abbandono del tipo con uò venne da Alessandro Manzoni, che nella
revisione linguistica dei Promessi Sposi eliminò quasi tutte le forme uò dopo i suoni palatali, sostituendole
con le forme con ò, nonostante il suo esempio furono usati ancora per molto tempo e non si può dire che
siano definitivamente scomparse. Nella lingua della poesia, invece, sono state frequenti, fino al secolo
scorso, forme come còre, fòco, lòco… senza dittongo; queste forme sono dovute all’influsso del siciliano
antico, la lingua poetica italiana ha un consistente fondo siciliano perché siciliana fu la prima esperienza
poetica collettiva praticata sul nostro territorio.
L’anafonesi
L’anafonesi è una trasformazione che riguarda due vocali in posizione tonica [e] e [o]. In determinati casi
fonetici queste due vocali passano, rispettivamente, a i e u. Si verifica in due casi:
- Primo caso di anafonesi. Nel primo caso [e] tonica proveniente da ē e da ĭ latine si chiude in i
quando è seguita da l palatale o da n palatale, a loro volta provenienti dai nessi latini –LJ- e –NJEs:
FAMILIA(M) > FAMEGLIA> FAMIGLIA.
L’anafonesi non avviene se la n palatale non proviene dal nesso –NJ- ma da un nesso in –GN-.
- Secondo caso di anafonesi. Nel secondo caso, [e] tonica proveniente da ē e da ĭ latine e [o] tonica
da ō e ŭ latine si chiudono, rispettivamente, in [i] e [u] se sono seguite da una nasale velare, cioè da
una n seguita da una velare sorda [k] o sonora [g]
Es: LINGUA(M) > LENGUA> LINGUA.
Chiusura delle vocali toniche in iato
La e aperta e la e chiusa, la o aperta e la o chiusa toniche, se precedono un’altra vocale diversa da i con cui
formano non un dittongo ma uno iato, tendono a chiudersi progressivamente fino al grado estremo: e
aperta diventa progressivamente i e o aperta diventa progressivamente u. Es: EGO>EO>Èo>éo> io

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Chiusura della e protonica in i


In posizione protonica, ovvero prima della sillaba accentata, una e chiusa tende a chiudersi in i. es:
DECEMBRE> DICEMBRE. Questo processo non è stato né uniforme né generale alcune parole hanno
resistito fino al Trecento, altre dopo il Rinascimento Chiusura della o protonica in u
In posizione protonica una o chiusa in qualche caso può diventare u. Es: OCCIDO>OCCIDO>UCCIDO.
Chiusura di e postonica in sillaba non finale
Anche la e postonica come la e protonica si chiude in i. La chiusura di e postonica è un fenomeno generale,
con due importanti limitazioni: la e postonica che subisce chiusura in i proviene da ĭ e non appartiene mai
alla sillaba finale di una parola, ma sempre una sillaba interna, sicché il fenomeno può verificarsi soltanto in
parole di almeno tre sillabe. Es: DOMINICA(M) > DOMENECA> DOMENICA.
Passaggio da ar intertonico e protonico a er
Una vocale intertonica, è una vocale posta tra l’accento secondario e l’accento principale. Le parole di
quattro o più sillabe non hanno un solo accento, ma due:
l’accento principale e l’accento secondario. Es: attenzione.
Il gruppo latino ar: nel fiorentino in posizione intertonica è passato a er. Es: COMPARARE>COMPERARE
Passa a er non solo ar intertonico ma anche protonico quando: - nelle parole con la caratteristica uscita in –
eria. – con il suffisso –arello –con il suffisso –areccio.
Il caso più importante di passaggio da ar protonico a er riguarda le forme del futuro e del condizionale dei
verbi di prima coniugazione. Questo passaggio ha interessato di fatto soltanto il fiorentino antico.
Labializzazione della vocale protonica
In alcune parole una [e] e una [i] protonica seguite da una consonante labiale sono state attratte nell’orbita
articolatoria di questa consonante e si sono trasformate nelle vocali o oppure u. si dice che si sono
labializzate perché le vocali o e u, oltre che velari, possono essere considerate labiali. Es:
DEBERE>DEVERE>DOVERE.
4-I FENOMENI DEL CONSONANTISMO
Consonanti conservate
Varie consonanti del latino si mantengono inalterate quando passano in italiano, sia in posizione iniziale sia
all’interno di parola. In questo modo si comportano la D, la M, la N, la L, la R e la F.
Assimilazione consonantica
L’assimilazione consonantica regressiva è il fenomeno per cui, in un nesso di due consonanti difficili da
pronunciare, la seconda consonante assimila a sé la prima, trasformando la sequenza di due consonanti
diverse in un’unica consonante doppia. ES: CS>SS, CT>TT, DV>VV… Mentre il fiorentino ha conosciuto solo
l’assimilazione regressiva, nei dialetti dell’Italia centromeridionale si ha anche l’assimilazione consonantica
progressiva. In questo caso, è la prima consnante che assimila a sé la seconda. Es: ND>NN, MB>MM.
Caduta di consonanti finali
Nelle parole latine, tre consonanti ricorrevano con particolare frequenza in posizione finale: la –M, la –T e la
–S. Nel parlato sia la M che la T finale caddero molto presto. La S finale invece o non è caduta o non è
caduta immediatamente, producendo una serie di varie trasformazioni:
a) Nei monosillabi: in alcuni casi si è palatalizzata, cioè si è trasformata nella vocale palatale i es: NOS>
NOI; in altri casi si è assimilata alla consonante iniziale della parola successiva.

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b) Nei polisillabi: prima di cadere ha palatalizzato la vocale precedente, cioè l’ha trasformata
aumentandone il grado di palatalità.
Palatalizzazione dell’occlusiva velare
È un fenomeno molto antico. Nel latino tardo, però, davanti alle vocali e e i, le velari [k] e [g] si sono
palatalizzate attratte nell’orbita articolatoria della e e della i vocali palatali, si sono trasformate in affricate
palatali, rispettivamente sorda e sonora. Es: GELU>GELO.
Trattamento di iod iniziale e interno
Quale fosse la vocale successiva, lo iod si è trasformato in un’affricata palatale sonora in posizione iniziale di
parola e in un’affricata palatale sonora intensa in posizione intervocalica. Es: IACERE>GIACERE; MAIUS>
MAGGIO.
Labiovelare
Indichiamo con il termine labiovelare la combinazione di una velare sorda o sonora: [k] o [g] seguite da una
u semiconsonantica [w]. Questo secondo fono viene prodotto con una spinta in avanti delle labbra. Può
essere sia sorda che sonora. In una parola italiana la labiovelare sorda può essere di due tipi: primaria o
secondaria. Si dice primaria la labiovelare che esisteva già in latino e secondaria quella che, non esistendo
in latino, si è prodotta nel passaggio dal latino volgare all’italiano.
Spirantizzazione della labiale sonora intervocalica
In posizione iniziale o dopo consonante la B latina si è conservata Es: BASIU(M)>bacio; seguita da R è
diventata intensa FABRU(M)>fabbro; infine, in posizione intervocalica la B si è trasformata in labiodentale
sonora [v], passando così dalle consonanti occlusive a quelle costrittive o spiranti Es: DEBERE>dovere. È un
processo che ha origini molto antiche, anche se nei primi secoli del latino volgare la costrittiva proveniente
dall’occlusiva bilabiale non fu labiodentale v, ma una bilabiale ma questo fonema è sconosciuto all’italiano.
In sostanza si è avuto un progressivo indebolimento del suono originario. La B intervocalica è mantenuta
nei latinismi.
Sonorizzazione delle consonanti
Definiamo sonorizzazione il processo di indebolimento articolatorio per il quale una consonante sorda si
trasforma nella sonora corrispondente: [p]>[b], [k]>[g], [t]>[d]. Es: CAPILLU(M)> spagn. e port. Cabello,
ligure cavèli, venez. Cavéi. Come si può notare i dialetti dell’Italia settentrionale si comportano come le
lingue dell’Europa occidentale; cosa sconosciuta nei dialetti mediani. La toscana si colloca in una posizione
intermedia tra le zone in cui la sonorizzazione è generale e quelle in cui essa non si produce. Nella
maggioranza dei casi si è sonorizzata anche la sibilante sorda del latino anche se vi sono poche parole.
Nessi di consonante + iod
Lo iod è una i seguita da un’altra vocale; oltre che dalla I latina esso può derivare dalla chiusura in iato di E.
Nel passaggio dal latino all’italiano, lo [j] ha costantemente trasformato la consonante che lo precedeva. La
trasformazione più ricorrente è stata il raddoppio della consonante stessa; questo fenomeno è risalente al
II secolo d.C.
Labiale (e labiodentale) + iod
Trattamenti di nessi –PJ-e-BJ-. Lo j ha prodotto il raddoppiamento della labiale che lo precedeva: SAPIA(T)>
sappia. Poiché all’interno di parola la V latina si è confusa con la
B, il nesso VJ ha subito lo stesso trattamento del nesso BJ es: CAVEA(M)<CAVJA> Gabbia
Velare +iod
Trattamento dei nessi –KJ-e-GJ-. Il processo di trasformazione ha conosciuto tre fasi:

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1- [j] ha intaccato la velare sorda e sonora, attirandole nella sua orbita articolatoria e
trasformandole, rispettivamente, in una affricata sorda e sonora
2- Lo iod ha prodotto il raddoppiamento dell’affricata precedente 3- [j] Si è dileguato
dinnanzi al suono palatale omorganico.
Dentale + iod
Trattamento del nesso –TJ-. Il nesso –TJ- in Toscana ha avuto due esiti:
1- In alcune parole si è trasformato nell’affricata dentale sorda [ts], doppia se il nesso TJ era tra due
vocali es: ARETIU(M)> Arezzo.
2- In altre parole si è trasformato in sibilante palatale sonora. Questo fono però non esiste in italiano
ma rappresenta l’esito galloromanzo del nesso TJ, in Italia si usa solo in toscana.
Trattamento del nesso –DJ- ha avuto in toscana due esiti paralleli:
1- In alcune parole si è trasformato nell’affricata alveolare sonora [dz], doppia se il nesso –DJ- era fra
due vocali. Es: MEDIU(M)> mezzo. Scempia se il nesso –DJera fra consonante e vocale es:
PRANDIU(M)> pranzo.
2- Nella maggioranza delle parole si è trasformato in una affricata palatale sonore intensa es:
MODIU(M)> moggio.
Nasale +iod
Trattamento del nesso –MJ-. Lo [j] ha prodotto il raddoppiamento della nasale labiale che la precedeva es:
VINDEMIA(M)> vendemmia.
Trattamento del nesso –NJ- il processo di trasformazione ha subito due fasi:
1- [j] ha prodotto il raddoppiamento della nasale precedente, e NJ è diventato NNJ
2- [j] ha intaccato la nasale velare intensa, attirandola nella sua orbita articolatoria e trasformandola
in una nasale palatale in tensa es: IUNIU(M)> JUNNJUM>giugno
Laterale + iod
Trattamento del nesso –LJ-. Il processo di trasformazione ha conosciuto due fasi:
1- Lo [j] ha prodotto il raddoppiamento della laterale precedente, e LJ è diventata LLJ
2- [j] ha intaccato la laterale intensa, attirandola nella sua orbita articolatoria e trasformandola in
laterale palatale intensa. Es: FILIA(M)> FILLJA> figlia.
Vibrante + iod
Trattamento del nesso –RJ-. Nel trattamento di questo nesso c’è una notevole differenza tra la toscana e il
resto d’Italia. In toscana la R è caduta e il nesso RJ si è ridotto a J. Es: cuoio, aia.
In molti dei dialetti del resto d’Italia, invece, la R si è mantenuta e a cadere è stato lo J. Si sono formati molti
suffissi –aro –ai –ari.
Sibilante + iod
Trattamento del nesso –SJ-. A Firenze e in toscana il nesso SJ ha avuto due esiti paralleli: in alcuni casi ha
prodotto una sibilante palatale sorda tenue, in altri ha prodotto una sibilante palatale sonora tenue. Es:
BASIU(M)> bacio. Il doppio trattamento del nesso SJ si spiega tenendo presente il più ampio fenomeno
della sonorizzazione delle consonanti intervocaliche.

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Nessi di consonanti + l
I nessi di consonante +[l] si trasformano in nessi di consonante + [j]. Se il nesso è all’inizio di parola o dopo
una consonante, non ci sono altre trasformazioni; se invece è in posizione intervocalica, lo [j] che si è
prodotto determina il raddoppiamento della consonante precedente. Es: PLANU(M)> piano.
L’evoluzione del nesso –GL- in posizione intervocalica rappresenta un caso particolare. Nel fiorentino antico
questo nesso si è trasformato regolarmente in GJ, con successivo raddoppiamento della velare che ha dato
[ggj]. Dal Cinquecento queste forme vengono modificate e si affermano anche in italiano. Si diffonde con
questo ipercorrettismo.
5-FENOMENI GENERALI
Ci sono sei fenomeni di carattere generale: la prostesi, l’epitesi, l’epentesi, l’aferesi, l’apocope e la sincope.
Prostesi
La Prostesi consiste nell’aggiunta di un corpo fonico all’inizio di parola. È il fenomeno che si registra in
sequenze del tipo per iscritto: quando una parola termina per consonante era seguita da una parola
iniziante per s+ consonante, all’inizio di questa parola il parlante inseriva una i che, evitando la sequenza di
tre consonanti, rendeva più agevole la pronuncia. È in abbandono nell’italiano attuale.
Epitesi
L’Epitesi consiste nell’aggiunta di un corpo fonico alla fine di una parola. Si tratta di un fenomeno diffuso
soprattutto nell’italiano antico, in particolare nelle parole che originariamente avevano una finale
consonantica, e inoltre nelle parole tronche, cioè accentate nell’ultima sillaba. Es: virtue >virtù.
Epentesi
L’Epentesi consiste nell’aggiunta di un corpo fonico all’interno di una parola. L’italiano ha conosciuto sia
l’epentesi consonantica sia vocalica. L’epentesi consonantica si è prodotta in alcune parole in cui
originariamente c’era una sequenza di due vocali, che è stata in questo modo interrotta. Es: MANUALE(M)>
manoale> manovale. La più importante è quella della labiodentale sonora [v] e anche quella della velare
sonora [g].
Quanto l’epentesi vocalica, il caso più importante è quello dell’epentesi di i in alcune parole che
presentavano la sequenza consonantica –SM-.
Aferesi
L’Aferesi consiste nella caduta di un corpo fonico all’inizio di una parola: è il fenomeno che possiamo
registrare negli aggettivi dimostrativi sto, sta, ste, sti provenienti dalle forme questo, questa, queste, questi
con aferesi appunto della sillaba iniziale que. Queste forme sono tipiche dell’italiano parlato anche se il
femminile sta s’incontra fin dalle origini nella lingua scritta in parole come stamattina, stasera, stanotte. Il
fenomeno per cui due parole in sequenza si uniscono e ne formano una sola si chiama univerbazione. Esso
si spiega tenendo conto del fatto che, nel parlato, non c’è lo stesso tipo di interruzione fra le parole che si
presentano nello scritto.
Discrezione dell’articolo
Collegabile al fenomeno dell’aferesi è quello della cosiddetta discrezione dell’articolo. Data una parola
iniziante per l o per la, in alcuni casi il parlante interpreta questi foni iniziali come l’ o come la, cioè come
forma dell’articolo determinativo, e per conseguenza li separa dal resto della parola.

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Concrezione dell’articolo
Quando l’articolo e nome formano un tutt’uno nella segmentazione della catena parlata e quindi a volte
l’articolo diventa parte del nome si ha la concrezione dell’articolo. Es: ASTRICU(M)>lastrico.
Sincope
La Sincope è la caduta di un corpo fonico all’interno di parola. A cadere sono le vocali o la sillaba più debole:
la sincope non investe mai una sillaba accentata, spesso in molte parole italiane interessa le vocali
postoniche e le vocali intertoniche. È un fenomeno molto antico attestato dall’appendix probi. Es:
BON(I)TATE(M)>bontade>bontà
Apocope
L’Apocope è la caduta di un corpo fonico in fine di parola. Il caso di apocope più importante è quella
prodottasi per apologia ovvero in parole terminanti in –tà e in –tù. L’apologia è la cancellazione di suoni
simili o identici vicini tra loro.
Raddoppiamento fonosintattico
Il raddoppiamento fonosintattico è un tipico fenomeno di fonetica sintattica: ciò vuol dire che esso non si
produce all’interno di parola ma nell’ambito della frase. In particolare, il raddoppiamento è definibile come
un’assimilazione regressiva all’interno della frase. Dopo quali parole si produce il raddoppiamento
fonosintattico?
A) Dopo i monosillabi cosiddetti forti cioè dotati di accento. Es: blu, fa, fra, qua…
B) Dopo le parole tronche indipendentemente dal numero delle sillabe. Es: andò, virtù, portò…
C) Dopo quattro polisillabi piani: come, dove, sopra.
DAL LATINO ALL’ITALIANO: I MUTAMENTI MORFOLOGICI 1-IL NUMERO DEL NOME
La lingua latina come l’italiana, aveva due numeri, il singolare e il plurale, riconoscibili per le diverse uscite
che li caratterizzavano. Nel passaggio dal latino all’italiano non ci sono state trasformazioni di rilievo
2-IL GENERE DEL NOME. LA SCOMPARSA DEL NEUTRO
La lingua latina, a differenza di quella italiana, aveva tre generi: il maschile, il femminile e il neutro.
Schematizzando e semplificando si può dire che gli esseri animati erano maschili o femminili e gli elementi
inanimati neutri. Nel passaggio dal latino all’italiano il neutro si perse, e le parole che appartenevano a
questo genere furono trattate come maschili. Questo avvenne anche perché la gran parte dei termini neutri
aveva un’uscita tale da fondersi e confondersi facilmente con quella maschile. Il neutro ad ogni modo, non
è scomparso del tutto dalla nostra lingua: ne rimangono vari relitti. In particolare alcune parole maschili
singolari in –o che presentano 2 plurali: uno maschile in i e uno femminile in a ciascuno con significati
specifici. Es: il braccio (i bracci/le braccia). Nel passaggio dal latino all’italiano tutte queste parole sono
diventate maschili e hanno avuto un regolare plurale maschile in i; i plurali in a sono relitti del plurale
neutro latino e sono stati trattati come femminili. Nell’italiano antico questi casi erano molto più numerosi.
3-LA SCOMPARSA DEL SISTEMA DEI CASI
Il latino a differenza dell’italiano aveva i casi e le declinazioni. Essi erano gli strumenti attraverso i quali il
latino distingueva le funzioni logiche e i significati che una o più parole potevano avere all’interno della
frase. L’italiano affida questa funzione distintiva alla posizione che una parola o un gruppo di parole
assumono all’interno della frase, nonché all’opposizione fra l’articolo e le varie preposizioni che possono
precedere un nome o un pronome. La funzione cambia a seconda della preposizione che precede il nome.
In latino, il compito di distinguere le funzioni logiche di una parola non era affidato alla preposizione ma al
caso, cioè alla diversa uscita che una parola poteva assumere per esprimere funzioni sintattiche diverse.
Nella fattispecie, i casi erano sei: nominativo (soggetto), genitivo (complemento di specificazione), dativo

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(complemento di termine), accusativo (complemento oggetto), vocativo (invocazione) e ablativo


(complemento di mezzo, causa, provenienza…) e ciascuno distingueva una o più funzioni logiche. La
riconoscibilità di un caso rispetto ad un altro era affidata alla diversa uscita che un nome o un aggettivo
potevano avere, ovvero la desinenza.
4-LA SEMPLIFICAZIONE DEL SISTEMA DELLE DECLINAZIONI
I nomi latini non avevano tutti le stesse uscite per distinguere i vari casi. Le declinazioni erano cinque.
1) Alla prima declinazione appartenevano: nomi maschili e femminili che al nominativo uscivano in a e
al genitivo in ae.
2) Alla seconda declinazione appartenevano: nomi maschili e femminili che al nominativo uscivano in
us e al genitivo in i. nomi neutri che al nominativo uscivano in um e al genitivo in i. Nomi maschili
che al nominativo uscivano in er e al genitivo in i.
3) Alla terza declinazione appartenevano: nomi maschili, femminili e neutri che al nominativo
uscivano in vario modo e al genitivo in is.
4) Alla quarta declinazione appartenevano: nomi maschili e femminili che al nominativo uscivano in us
e al genitivo in us. Nomi neutri che al nominativo uscivano in u e al genitivo in us.
5) Alla quinta declinazione appartenevano: nomi quasi tutti femminili che al nominativo uscivano in es
e al genitivo in ei.
La sola desinenza del nominativo non permette di delineare la declinazione di appartenenza, l’unica
desinenza che cambia in ciascuno dei 5 modelli flessionali è quella del genitivo, essa infatti consente di
determinare la declinazione di appartenenza.
5-METAPLASMI DI GENERE E DI NUMERO
Non esiste solo il metaplasmo di declinazione, ma anche di genere, quando un nome ha cambiato di genere
o di numero, quando un nome ha cambiato di numero.
Esempi di metaplasmi di genere e numero: - alcuni plurali neutri uscenti in a sono stati interpretati come
femminili singolari. Es: FOLIA= neutr. Plur di FOLIUM > foglia. – i nomi di alberi appartenenti alla seconda
declinazione in latino erano femminili. In italiano sono diventati maschili: il faggio, il pino… - il sostantivo
acus, appartenente alla quarta declinazione, era di genere femminile. In italiano è diventato maschile: l’ago.
6-LA DERIVAZIONE DEI NOMI ITALIANI DALL’ACCUSATIVO
Che il caso da cui derivano i nomi dell’italiano sia l’accusativo è dimostrato non solo dalla sintassi storica,
ma anche dalla fonetica storica. I nomi appartenenti alla prima e alla seconda declinazione non consentono
di stabilire da quale caso derivino le parole italiane. Invece, la flessione dei nomi maschili e femminili di
terza declinazione consente di escludere che i nomi italiani derivino dal nominativo-vocativo, può derivare
solo dall’accusativo o dall’ablativo. L’ablativo però, può essere escluso se si tiene conto della flessione dei
nomi neutri di terza declinazione. Ci sono alcune eccezioni alla norma che fa derivare le parole italiane
dall’accusativo:
- I pronomi loro e coloro derivano da illorum che è un genitivo plurale.
- Il nome della città di Firenze che deriva da Florentiae genitivo locativo
- Sette parole (uomo, moglie, re, sarto, ladro, drago e fiasco) derivano dal nominativo
Mentre per il singolare è assodato che il punto di partenza sia l’accusativo, ricostruire la formazione del
plurale è più complesso.
- I nomi maschili che al singolare escono in o al plurale escono in i. La desinenza del plurale di questi
nomi continua la desinenza i del nominativo plurale.
- I nomi femminili che al singolare escono in a al plurale escono in e. La spiegazione più ovvia sarebbe
che questa desinenza in e derivi dall’uscita ae del nominativo plurale con monottongamento; ma

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questa ricostruzione contrasta col fatto che in documenti latini sono presenti forme di accusativo
plurale in es, questi sono dei volgarismi e documentano la fase intermedia di una trasformazione in
cui la s finale della desinenza as dell’accusativo plurale ha palatalizzato la a trasformandola in e.
- I nomi maschili e femminili che al singolare escono in e e al plurale escono in i. La desinenza del
plurale di questi nomi continua la desinenza di es dell’accusativo plurale della terza declinazione. La
s finale ha palatalizzato la e latina e l’ha trasformata in i. 7-LA FORMAZIONE DEGLI ARTICOLI
l’Articolo determinativo e quello indeterminativo rappresentano, rispetto al latino, una novità
grammaticale che l’italiano condivide con altre lingue romanze. L’articolo determinativo italiano
continua la forma latina ille, illa, illud, mentre l’articolo indeterminativo continua la forma unus,
una, unum. Entrambe queste voci non erano articoli. Nella fattispecie, ille era un aggettivo o
pronome dimostrativo che indicava qualcuno o qualcosa lontano dall’emittente e dal ricevente,
mentre unus era un aggettivo che aveva il valore numerale di “uno” e poteva assumere anche il
significato di “uno solo”. Talvolta però unus nel latino colloquiale fu adoperato con un valore non
lontano da quello che in italiano attribuiamo all’articolo indeterminativo italiano già nel latino di
Plauto e addirittura in Cicerone: mentre ille con significato vicino a quello italiano dell’articolo
determinativo è documentato in vari testi latini medievali. Le attestazioni più significative di questa
forma intermedia fra il dimostrativo latino e l’articolo determinativo italiano si trovano nell’antica
tradizione latina del Vecchio e del Nuovo Testamento nota con il nome di Vetus Latina II secolo d.C.
che precede la traduzione della Vulgata IV secolo d.C. L’itala fu redatta in un latino fortemente
popolareggiante sulla basa di una versione greca della Bibbia e dei Vangeli. Il greco, come l’ebraico
a differenza del latino, aveva l’articolo determinativo. E così per rispettare il più possibile il testo
sacro ille e unus furono utilizzati per tradurre l’articolo.
L’articolo indeterminativo
Il maschile uno continua l’accusativo maschile latino UNU(M), mentre il femminile una continua l’accusativo
femminile UNA(M).
L’articolo determinativo maschile
In italiano sono il e lo per il singolare e i e gli per il plurale. Com’è noto la loro distribuzione dipende dal
suono iniziale della parola che segue. Il/i si adoperano davanti a parole inizianti per consonanti eccetto z e x
e davanti a un gruppo formato da una consonante diversa da s + l o r. mentre lo/gli si adoperano davanti a
una parola cominciante per la cosiddetta s impura, per s palatale, per la n palatale, per z e per x e davanti a
una parola che inizia per vocale. Nell’antico italiano le forme dell’articolo determinativo maschile non erano
in parte così, ma soprattutto era diverso il loro uso. In primo luogo non esistevano due forme di articolo
determinativo maschile singolare. L’unica adoperata era lo, proveniente dalla base latina ILLU(M) con
aferesi della sillaba iniziale IL, caduta della M finale e marmale passaggio di U a [o]. La forma il si è prodotta
in un secondo tempo e da una costola di lo. Molto presto, divenne importante il suono finale della parola
che precedeva l’articolo; se era una consonante, questa non ostacolava la piena realizzazione di lo. Se era
una vocale era facile che lo si riducesse alla singola l, ovviamente questo fenomeno è da imputare alla
lingua parlata (questo fenomeno è chiamato dai linguisti “allegro”). Successivamente, la l fu fatta precedere
da una vocale, detta vocale d’appoggio perché ne consentiva la pronuncia autonoma; essa fu diversa nei
vari dialetti medievali. In particolare si aveva lo all’inizio di frase e dopo parola terminante per consonante,
mentre si aveva il dopo parola terminante per vocale. Questo meccanismo distributivo è indicato dai
linguisti come norma Gröber. Oggi questa norma non è più attiva. Questa situazione si mantenne inalterata
fino al trecento. Veniamo ora al plurale, la forma originaria dell’articolo maschile plurale era li. Si trattava
del plurale di lo, regolarmente proveniente dalla base latina ILLI con aferesi della sillaba iniziale ĬL e
passaggio della Ī finale a i. nell’italiano antico li precedeva una parola iniziante per vocale, in fonetica
sintattica si determinava una sequenza di L+J. Il fenomeno i nasce dalla riduzione di gli alla semplice vocale
palatale i.

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L’articolo determinativo femminile


Per il singolare, la base di partenza è l’accusativo femminile singolare del dimostrativo ille, cioè ILLAM, con
consueta aferesi della sillaba iniziale IL e caduta della M finale.
Per il plurale, la base di partenza è l’accusativo femminile plurale del dimostrativo ille, cioè ILLAS, con
aferesi della sillaba iniziale Il e palatalizzazione della A in [e] prodotta dalla s finale prima della caduta
8-L’AGGETTIVO QUALIFICATIVO E I SUOI GRADI D’INTENSITÀ
L’aggettivo è una parola che si riferisce a un’altra parola a cui può attribuire, di volta in volta, una qualità, un
colore, una nazionalità… in italiano gli aggettivi concordano in genere e numero con il nome a cui si
riferiscono. In latino questa concordanza non riguarda soltanto il genere e il numero, ma si estendeva alla
funzione logica indicata dal caso. Gli aggettivi latini indicanti la qualità erano organizzati in due modelli
flessionali detti classi. Alla prima classe appartenevano gli aggettivi che per il maschile e per il neutro
seguivano il modello dei nomi di seconda declinazione, mentre per il femminile seguiva il modello di nomi
di prima declinazione. Alla seconda classe appartenevano gli aggettivi che seguivano il modello dei nomi di
terza declinazione.
I gradi dell’aggettivo qualificativo
I concetti espressi da un aggettivo di qualità possono essere graduati secondo una scala d’intensità, in cui si
distinguono tre gradi o livelli: positivo, comparativo e superlativo.
• Al grado positivo: l’aggettivo attribuisce a un nome una qualità senza precisarne l’intensità e senza
fare riferimento ad alti termini di confronto.
• Al grado comparativo: la qualità attribuita dall’aggettivo viene messa a confronto con la stessa
qualità posseduta da un altro, il confronto può dare tre risultati: comparativo di maggioranza,
comparativo di minoranza e comparativo di uguaglianza.
• Al grado superlativo: la qualità attribuita al nome viene espressa al livello massimo.
Nel latino classico, il comparativo di maggioranza aveva una forma sintetica o organica: era cioè costruito
da una sola parola, un aggettivo comparativo formata dalla radice dell’aggettivo di qualità seguita da un
suffisso di maggioranza –IOR per il maschile e il femminile e –IUS per il neutro. I comparativi di minoranza e
uguaglianza avevano invece una struttura analitica o inorganica, formata non da una, ma da due parole.
Per il comparativo di minoranza premettevano all’aggettivo di qualità l’avverbio MINUS, mentre per il
comparativo di uguaglianza premettevano all’aggettivo di qualità avverbi come TAM; ITA… che esprimevano
l’idea di uguaglianza. Quanto al superlativo, nel latino scritto esso poteva presentarsi sia in forma sintetica
che in forma analitica. La forma sintetica era costituita da una sola parola: un aggettivo superlativo formato
dalla radice dell’aggettivo di qualità seguito dal suffisso –ISSIMUS per il maschile, -ISSIMA per il femminile e
–ISSIMUM per il neutro. Per la forma analitica i latini premettevano all’aggettivo di qualità avverbi come
MULTUM, MAXIME… tutte riconducibili a un unico significato di misura: “molto”.
Le forme analitiche del comparativo di uguaglianza e di minoranza e del superlativo documentate dal latino
scritto ricorrevano normalmente anche in quello parlato e da questo sono passate all’italiano senza
soluzione di continuità e senza differenze sostanziali. Invece, per il comparativo di maggioranza, il latino
parlato sostituì ben presto la forma sintetica del latino scritto con una perifrasi costruita sul modello del
comparativo di minoranza e uguaglianza: prima con MAGIS+ aggettivo positivo, poi PLUS+ aggettivo
positivo> più. Per quel che riguarda il superlativo l’italiano da una parte ha continuato il modello
perifrastico del latino scritto e parlato, dall’altra ha recuperato per via dotta il superlativo in –ISSIMUS dal
latino scritto.

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9-PRONOMI PERSONALI
Il sistema dei pronomi personali dell’italiano è vicinissimo a quello latino, da cui proviene. Le forme di prima
e seconda persona singolare conservano addirittura un residuo di declinazione, nel senso che, proprio come
in latino, cambiano a seconda della funzione sintattica svolta: io e tu indicano un soggetto, me e te indicano
un complemento. IO > EO<E(G)O nominativo del pronome di prima persona. ME, TU e TE sono le regolari
continuazioni delle forma latine MĒ (accusativo-ablativo del pronome di prima persona), TŪ (nominativo
del pronome di seconda persona), TĒ (accusativoablativo del medesimo pronome). I pronomi di prima e
seconda plurale sono noi e voi, provenienti dalle basi latine NŌS e VŌS: in queste, come di consueto nei
monosillabi, la-s finale si è palatalizzata.
Più complesso il discorso per quanto riguarda i pronomi di terza persona singolare e plurale. Il latino non
possedeva forme autonome che avessero questa funzione, e sopperiva alla mancanza adoperando alcuni
dimostrativi: is, ille, ipse… l’italiano ha continuato proprio queste forme, attribuendo loro la specifica
funzione di pronomi personali. Alla base di quasi tutte le forme del pronome soggetto di terza persona
maschile c’è sempre la forma latino-volgare ILLI, attestata nel latino medievale. Essa è il risultato del
rimodellamento di ILLE sul pronome relativo QUI, da questa forma si è avuto in primo luogo il tipo elli.
Quando ILLI precedeva una parola cominciante per vocale, in fonetica sintattica la i finale è stata percepita
come uno J. Così si è determinato un nesso –LLJ- che ha prodotto una laterale palatale intensa [λλ] egli. La
forma egli si è poi generalizzata anche davanti a consonante. La lista dei pronomi di terza persona singolare
e plurale è completata dalla forma sé, che ha la funzione di un complemento riflessivo, cioè riferito al
soggetto. Sé continua il latino SĒ, accusativoablativo del pronome riflessivo di terza persona singolare e
plurale. Tutte le forme pronominali finora descritte sono toniche. La lingua italiana ha anche alcune forme
pronominali atone. Esse hanno funzione di complemento e, in quanto atone, per la pronuncia si
appoggiano al verbo e vengono chiamati clitici e in particolare proclitici se precedono il verbo a cui si
appoggiano e enclitici se seguono il verbo a cui si appoggiano.
10-AGGETTIVI E PRONOMI POSSESSIVI
• Mio, mia e mie: derivano dalla base latina MĔŬ(M), MĔA(M), MĔAS: in tutti e tre i casi, la Ĕ tonica
latina è regolarmente chiusa in iato. Miei viene da MĔI, con dittongamento di Ĕ tonica in [jε].
• Tuo, tua e tue; suo, sua, sue vengono dalle basi latine TŬŬ(M), TŬA(M), TŬAS; SŬŬ(M), SŬA(M),
SŬAS. Queste forme hanno dato, in un primo tempo, too, toa, toe; soo, soa, soe; in un secondo
tempo, la o chiusa [o] si è ulteriormente chiuso in iato.
• Tuoi, suoi: forme maschili plurali non sono facilmente spiegabili. Le basi latine TŬI e SŬI avrebbero
dovuto produrre toi e soi, con o chiusa [o], non tuoi e suoi, con dittongo che presupporrebbe una
base con Ŏ. Forse, tale dittongo è rimodellato sul dittongo ie presente nel maschile plurale di prima
persona miei.
• Nostro (nostra, nostri, nostre): deriva dal latino classico NŎSTRŬ(M), (NŎSTRA(M), NŎSTRI,
NŎSTRAS).
• Vostro (vostra, vostri, vostre): deriva da VŎSTRŬ(M), (VŎSTRA(M), VŎSTRI, VŎSTRAS)
• Loro: deriva da (IL)LŌRŬ(M)
11-AGGETTIVI E PRONOMI DIMOSTRATIVI
Il latino classico aveva un’ampia gamma di aggettivi e pronomi dimostrativi, cioè di quelle forme che
servono a collocare qualcuno o qualcosa nello spazio o nel tempo. In particolare Hic, Iste e Ille avevano un
significato corrispondente a quello che tradizionalmente la grammatica italiana attribuisce a questo,
codesto e quello.
Inoltre:
Is: serviva a richiamare un elemento già presente nel testo

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Idem: equivaleva all’italiano stesso nel senso sostitutivo di qualcuno o qualcosa già nominato
Ipse: equivaleva all’italiano stesso nel senso rafforzativo di quello stesso
Rispetto a quello del latino classico, il sistema dei dimostrativi del latino volgare fu ridotto e trasformato:
ridotto perché alcune forme scomparvero, trasformato perché alcuni dimostrativi assunsero le funzioni di
altri. Scomparvero in primo luogo hic e is, che erano i dimostrativi più deboli, uscì dall’uso anche idem. Hic
sopravvisse in italiano solo nella parola ciò e nella congiunzione però. Ipse fu usato non più col valore
rafforzativo ma con altri valori: di pronome personale, di articolo.
Il sistema tripartito latino rappresentato da hic, iste e ille si conservò in italiano, ma si fondò su forme in
buona parte diverse. Intanto, nel latino parlato i dimostrativi non furono usati da soli, ma vennero rafforzati
dall’avverbio espressivo ĔCCŬM.
12-PRONOMI RELATIVI
L’italiano ha due tipi di pronome relativo: uno variabile (il quale, la quale, i quali, le quali) e uno invariabile
(che/cui). Il tipo variabile continua le forme dell’aggettivo interrogativo qualis; dall’accusativo singolare
QUALE(M) si è avuto quale e dal nominativo-accusativo plurale QUALES si è avuto quali, in entrambi i casi
con il mantenimento della labiovelare primaria [kw] davanti ad A. il tipo invariabile, ben più frequente e
importante dell’altro, alterna la forma che alla forma cui e servono due precisazioni: a) l’italiano antico e
moderno accoglie che anche in funzione di complemento indiretto. b) l’italiano antico e poetico accoglieva
cui anche in funzione di complemento oggetto. Cui deriva direttamente dal dativo del pronome relativo
latino qui, quae, quod, che è CŪĪ. Che invece deriva dal pronome interrogativo e indefinito neutro latino
QUĬD con riduzione della labiovelare a velare semplice; alcuni studiosi hanno ipotizzato che il che relativo
derivi invece da QUĒ(M), accusativo maschile del pronome relativo latino. Questa ipotesi è improbabile dal
punto di vista della morfosintassi storica. Nel latino volgare QUĬD ha esteso formalmente la sfera d’uso che
aveva nel latino classico e ha preso il posto di molte parole. In effetti nell’italiano attuale il che proveniente
da QUĬD svolge, fra le altre, le funzioni che il latino affidava a QUIA, a QUOD e a QUAM: causale,
dichiarativa e comparativa. È del tutto probabile che abbai assunto anche la funzione di pronome relativo.
13-AGGETTIVI E PRONOMI INDEFINITI
Alcuni dei più importanti aggettivi e pronomi indefiniti dell’italiano: qualche, qualcuno, qualcosa, alcuno,
certo, tale, altro, ogni, ognuno e tutto.
a) Qualche: non deriva direttamente dal latino, ma dalla riduzione della locuzione italiana qual che sia,
con perdita di sia e univerbazione di qual e che.
b) Qualcuno e qualcosa: derivano dalle forme italiane qualche uno (con elisione della-e finale e
univerbazione) e qualche cosa (con apocope di che e univerbazione)
c) Alcuno: deriva da AL(I)CŪNŬ(M), che a sua volta è l’evoluzione latino-volgare del latino classico
ALIQUEM UNUM.
d) Certo: deriva da CĔRTU(M) con ampliamento del significato originario
e) Tale: deriva da TALE(M)
f) Altro: deriva da ALT(E)RŬ(M) con sincope della E postonica.
g) Ogni e Tutto: il latino classico usava due indefiniti diversi: omnis e totus l’italiano è l’unica lingua
romanza che li continua entrambi. Dalla accusativo ŌMNE(M) è derivato ogni, che ripropone il
significato di tutto in relazione al numero. Alla base della forma tutto c’è l’indefinito TŌTŬ(M).
14-IL VERBO
Nel passaggio al latino all’italiano, il sistema verbale ha subito modificazioni fortissime. Le più importanti
sono state:
a) La riduzione delle coniugazioni verbali

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b) La formazione dei tempi composti


c) La diversa formazione del futuro
d) La formazione del condizionale, che in latino non esisteva
e) La formazione del passivo perifrastico
La riduzione delle coniugazioni verbali
Il latino aveva quattro coniugazioni verbali, distinguibili in base all’uscita dell’infinito: i verbi che all’infinito
uscivano in –ĀRE appartenevano alla prima coniugazione; i verbi che all’infinito uscivano in –ĒRE
appartenevano alla seconda coniugazione; i verbi che all’infinito uscivano in –ĔRE appartenevano alla terza
coniugazione e i verbi che all’infinito uscivano in –ĪRE appartenevano alla quarta coniugazione. Rispetto al
latino, l’italiano ha soltanto tre coniugazioni anch’esse distinguibili in base all’uscita dell’infinito: are, ere e
ire. La differenza si spiega con il fatto che, nel passaggio all’italiano, i verbi latini in –ĒRE e in –ĔRE
confluirono in un’unica coniugazione, la seconda.
Nel latino parlato, la E di alcuni di questi verbi ha mutato quantità, il che ha prodotto uno spostamento di
coniugazione in latino e uno spostamento di accento in italiano.
Delle tre coniugazioni italiane, solo la prima e la terza sono state e sono tuttora produttive. Ciò vuol dire
che, se si forma un nuovo verbo, esso assume la desinenza del primo o della terza coniugazione.
La formazione del presente indicativo
Le terminazioni del presente indicativo italiano continuano, con qualche modificazione, le terminazioni del
presente indicativo latino. Alla prima singolare è generale la desinenza –o che caratterizzava i verbi di tutte
e quattro le coniugazioni latine. Alla seconda singolare è generale la desinenza –i, in latino la desinenza di
seconda persona era una –s, che nei verbi provenienti dalla prima, seconda e terza coniugazione, prima di
cadere, ha palatalizzato la vocale che la precedeva, fino a trasformarla in una –i e nei verbi della quarta
coniugazione è caduta. Nei verbi di prima coniugazione un primo grado di palatalizzazione ha prodotto
un’uscita in –e, attestata in italiano antico poi chiusasi in –i. Alla terza persona singolare la caduta della T
finale latina ha prodotto una terminazione in –a nei verbi italiani di prima coniugazione, in –e nei verbi di
seconda e terza coniugazione. La desinenza della prima persona plurale è, nei verbi di tutte e tre le
coniugazioni –iamo. Originariamente, però, l’uscita era un’altra: dalle basi latine –AMŬS, -EMŬS, -IMŬS si
ebbero le desinenze –amo, -emo, -imo. A Firenze queste desinenze furono soppiantate nell’uscita che
ancora adesso utilizziamo. Alla seconda uscita plurale le tre uscite –ate, -ete, ite sono la regolare
continuazione del latino. L’uscita in –no caratteristica della terza persona plurale è il risultato di una
estensione analogica. Dalle basi latine –ant, -ent, -unt si ebbero in un primo tempo per caduta della –nt
finale a, e,o. Per evitare che si confondesse con altre forme, i parlanti svilupparono una finale –no. Per
prima si estese al verbo essere e successivamente per analogia si diffuse a tutte le terze persone plurali del
presente indicativo.
La formazione del passato remoto
Il passato remoto italiano deriva dal perfetto indicativo latino. Nella lingua di Roma antica questo tempo
verbale aveva due valori fondamentali: poteva indicare un fatto compiutosi e conclusosi nel passato oppure
poteva indicare il risultato nel presente di un fatto accaduto nel passato. L’italiano rende questi valori con
tre tempi: il passato prossimo, il passato remoto e il trapassato remoto (raramente adoperato oggi). Il
perfetto latino è una voce complessa non solo dal punto di vista semantico, ma anche dal punto di vista
morfologico. Nell’ambito del sistema verbale, il tema del perfetto era diverso dal tema del presente. Nei
verbi regolari di prima e quarta coniugazione il tema del perfetto si formava aggiungendo una [w] al tema
del presente. In alcuni verbi di seconda e in molti di terza coniugazione le differenze tra presente e perfetto
potevano riguardare le consonanti del tema es: ridet>risit. Oppure la quantità o il timbro delle vocali es:
VĔNIT> VĒNIT. Infine, le differenze potevano consistere in un mutamento vocalico e in un’aggiunta iniziale

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detta raddoppiamento es: CĂDIT> CĔCĬDIT. Nel passaggio dal perfetto latino al passato remoto italiano,
molti tratti specifici si mantennero, alcuni furono sostituiti, altri si persero. Le forme più importanti furono:
I verbi regolari di prima e di quarta coniugazione avevano un perfetto uscente in –ĀVI e in –ĪVI. Le
trasformazioni che le singole voci subirono sono le seguenti:
• Prima persona singolare: avi>ii. Nel perfetto dei verbi di quarta coniugazione, la caduta della –v
intervocalica era già nel latino classico; nel latino volgare essa si estese per analogia alla prima
persona del perfetto dei verbi di prima coniugazione
• Seconda persona singolare: visti>sti. Le forme italiane presentano, rispetto alle basi latine, sincope
della sillaba vi e ritrazione dell’accento.
• Terza persona singolare: it>aut>ò. La caduta della I dell’uscita determina, nel perfetto dei verbi di
prima coniugazione, la formazione di un dittongo secondario AU che si monottonga. Nel perfetto
dei verbi di quarta coniugazione, la medesima caduta della I e il passaggio della U tonica a [o]
producono una forma uscente in –iò, con successiva caduta finale della o per analogia con la forma
corrispondente di prima coniugazione.
• Prima persona plurale: imus>mmo. La I cade per sincope; il nesso consonantico –VM- passa a –MM-
per assimilazione regressiva.
• Seconda persona plurale: istis>ste. Le forme italiane presentano, rispetto alle basi latine, sincope
della sillabe VI e ritrazione dell’accento.
• Terza persona plurale: erunt>rono. Nel latino colloquiale si utilizzò la pronuncia con accento
ritratto. In queste forme la sincope della sillaba VE e la caduta di – NT produssero i tipi amaro,
finiro, che sono le forme originarie del passato remoto italiano. Successivamente queste sillabe in –
aro e in –iro furono completate dalla sillaba –no che i parlanti aggiunsero per analogia con altre
voci di terza persona plurale. Il tipo più antico continuò ad essere usato soprattutto nella lingua
della poesia. In alcuni verbi di seconda coniugazione si affermò ina forma di passato remoto in –ei,
-esti, -è, -emmo, -este, -erono. Tale modello si diffuse per analogia col passato remoto dei verbi di
prima e di quarta coniugazione del tipo amai e finii, molto più numerosi dei rari verbi di seconda
coniugazione con un perfetto uscente in –EVI, naturale presupposto di un passato remoto in –ei.
Alcuni di questi verbi col passato remoto in –ei presentano, alla prima e terza persona singolare e
alla terza plurale, una forma parallela in –etti, -ette, -ettero. Queste forme si diffusero fin dal
Duecento sul modello di stetti passato remoto di stare derivato dalla base latino-volgare STĔTUI. I
passati remoti del tipo amai e finii, accentati sulla desinenza vengono chiamati deboli; essi
convivono con i passati remoti forti, che in tre persone sono accentati sulla radice.
La formazione dei tempi composti
In latino, la coniugazione attiva era costituita soltanto da tre forme verbali semplici, cioè costituite da un
unico elemento, nel quale al tema del verbo si univa un’uscita distintiva del tempo, del modo e della
persona. Il traducente italiano di alcune forme verbali che in latino sono sintetiche è un tempo composto,
dato dall’unione di un verbo ausiliare e di un participio passato. Le forme verbali composte, sconosciute ali
sistema verbale attivo del latino classico, erano diffuse nel latino parlato. Dall’unione del presente
indicativo del verbo habere col participio perfetto è nato l’indicativo passato prossimo italiano; gli altri
tempi composti sono derivati dall’unione di altre forme del verbo avere con il participio passato. In base
allo stesso meccanismo si formano i tempi composti con l’ausiliare essere, utilizzato anche per la forma
passiva.
La formazione del passivo perifrastico
In latino, la coniugazione passiva era costituita sia dalle forme verbali semplici, sia da forme verbali
perifrastiche, date dall’unione di un participio perfetto con una voce del verbo sum. Nel passaggio dal latino
all’italiano le forme perifrastiche con l’ausiliare essere e il participio passato hanno completamente
sostituito le forme semplici con la desinenza propria del passivo che si univa al tema del verbo. Nel

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passaggio dal latino all’italiano, le voci del verbo avere hanno corso alla formazione, oltre che dei tempi
composti, di due tempi semplici: il futuro e il condizionale.
La formazione del futuro
Nel latino classico, l’indicativo futuro aveva una formazione analoga a quella degli altri tempi verbali
dell’indicativo. Al tema del verbo si aggiunge un’uscita che variava a seconda della coniugazione. Il latino
aveva varie forme perifrastiche alternative al futuro sintetico. Fra queste, ebbe fortuna una locuzione
formata dall’infinito seguito dal presente del verbo habeo. In questa locuzione, il verbo habeo assumeva il
significato di “ho da”, “devo”, quasi a indicare qualcosa di imposto dal destino che si proiettava
automaticamente nel futuro. Es: finire habeo= ho da finire = finirò.
La formazione del condizionale
In italiano il condizionale ha, tra le altre, due funzioni fondamentali: quella di esprimere la conseguenza
all’interno di un’ipotesi giudicata possibile o irreale e quella di esprimere il futuro in dipendenza dal
passato. La lingua latina esprimeva questi significati in altri modi e con altre forme, e non aveva il
condizionale, che è un’invenzione romanza. Così come il futuro, anche il condizionale è nato da una
perifrasi del latino volgare formata dall’infinito e da una voce del verbo habere. In fiorentino la voce usata è
stata * HĔBUI, forma latino-volgare del perfetto di habere. *HĔBUI si è ridotto a –ei per sincope della sillaba
centrale, e così si è avuta la desinenza della prima persona singolare. Le rimanenti cinque uscite del
condizionale (esti, -ebbe, -emmo, -este, -ebbero) derivano dalla riduzione o dalla trasformazione delle altre
persone verbali di *HĔBUI. Nei dialetti dell’Italia meridionale e della Sicilia si registra un’altra forma di
condizionale oggi molto rara, il tipo amàra (=amerei), che deriva direttamente dal piuccheperfetto
indicativo latino: AMA(VĔ)RA(M)> amàra. Per questa stessa trafila di è avuta la forma fora dal
piuccheperfetto del verbo SUM. Il tipo fora è molto frequente nei componimenti dei poeti della cosiddetta
“scuola siciliana” per questo tramite si affermò nella lingua della tradizione poetica italiana. Nella lingua dei
poeti siciliani si incontra un tipo di condizionale uscente in –ia probabilmente proveniente dal provenzale
ed è una perifrasi data dall’infinito seguito da HABĒBAM, imperfetto di habere. Questo tipo di condizionale
si diffuse velocemente e si mantenne stabilmente fino all’Ottocento.
DAL LATINO ALL’ITALIANO: ALCUNI MUTAMENTI SINTATTICI 1-L’ORDINE DELLE PAROLE NELLA FRASE.
DALLA SEQUENZA “SOV” ALLA SEQUENZA “SVO”
Il latino distingueva le funzioni logiche e i significati delle parole in base al sistema dei casi, mentre l’italiano
affida in parte questa funzione distintiva alla posizione che le parole hanno all’interno della frase: si può
dire che l’ordine delle parole era relativamente libero nella frase latina, mentre è sottoposto ad alcuni
vincoli nella frase italiana. L’ordine abituale di una frase italiana composta da soggetto (s), un verbo (v) e un
complemento oggetto (o) è rappresentato dalla sequenza SVO (soggetto-verbocomplemento). Nella
maggior parte delle frasi italiane quest’ordine è obbligato, perché è quello che consente di distinguere il
soggetto dal complemento oggetto. Nel latino classico, invece, la desinenza distingueva non solo il genere e
il numero, ma anche la funzione che una parola svolgeva nella frase. Di fatto, però, gli scrittori
privilegiarono la sequenza SOV. Molti autori di testi letterari applicarono alla prosa italiana la sequenza
SOV, per imitare il modello latino. In poesia questa tendenza è ancora più forte che nella prosa, data la
necessità, per il poeta, di allontanarsi dai modi e dalle forme della comunicazione quotidiana. Occorre
aggiungere che la sequenza SVO rappresenta l’ordine naturale delle parole dell’italiano nelle sole frasi non
marcate, cioè normali.
2-L’ESPRESSIONE E LA POSIZIONE DEL PRONOME SOGGETTO
L’italiano ha avuto uno sviluppo autonomo e originale rispetto al latino. La lingua antica è stata
caratterizzata dalla forte tendenza a esprimere il pronome personale soggetto e a collocarlo prima del
verbo nella frase enunciativa e dopo il verbo nella frase interrogativa; la lingua contemporanea, invece, ha

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abbandonato quest’uso e tende ad omettere il soggetto pronominale in ogni tipo di frase, sia enunciativa
sia interrogativa.
3-L’ENCLISI DEL PRONOME ATONO
Un altro tratto sintattico che ha caratterizzato l’italiano antico ma non caratterizza l’italiano moderno
consiste nell’enclisi del pronome personale atono. Le seguenti forme di pronome personale: mi, ti, gli, lo, le,
la, si, se, ci, ce, vi, ve, li, le, si, se sono atone, cioè prive di accento. Nell’italiano contemporaneo
normalmente i pronomi atoni si appoggiano al verbo che li segue. In quattro casi particolari, si appoggiano
per la pronuncia al verbo che li precede, al quale vengono uniti nella grafia. In questi casi, essi si dicono
enclitici, e il fenomeno prende il nome di ènclisi. L’enclisi del pronome atono si ha:
a) Con un imperativo
b) Con un gerundio
c) Con un participio isolato
d) Con un infinito
4-LA LEGGE TOBLER-MUSSAFIA
Nell’italiano antico, i criteri di distribuzione dell’enclisi e della proclisi dei pronomi atoni erano
completamente diversi. Essi erano descritti dalle legge Tobler-Mussafia, così chiamata dal nome di due
studiosi. Nell’italiano antico l’enclisi era obbligatoria:
a) Dopo pausa, all’inizio di un periodo.
b) Dopo la congiunzione e
c) Dopo la congiunzione ma
d) All’inizio di una proposizione principale successiva a una proposizione subordinata.
Se in questi casi l’enclisi era del tutto o in parte obbligata, in tutti gli altri era libera. Oggi, oltre che con
l’imperativo, il gerundio, il participio e l’infinito l’enclisi sopravvive, come relitto dell’uso antico, in formule
cristallizzate oppure in ambiti particolari come la pubblicità.
5-FUNZIONI DI “CHE”: LE PROPOSIZIONI COMPLETIVE
Nel latino volgare, il pronome indefinito QUĬD ha esteso fortemente la sfera d’uso che aveva nel latino
classico, e ha preso il posto di molte altre parole, come per esempio la congiunzione causale quia, la
congiunzione causale-dichiarativa quod e la congiunzione comparativa quam. In italiano le proposizioni
completive sono formate da congiunzione che + l’indicativo o il congiuntivo nella forma esplicita e dalla
preposizione di + l’infinito nella forma implicita. In latino le proposizioni completive si presentavano in tre
forme diverse:
1) Quod + indicativo
2) Ut + congiuntivo
3) Soggetto in accusativo e predicato verbale all’infinito.
Nella lingua di tutti i giorni, la costruzione con quod prevalse sulle altre. Questo processo avvenne
precocemente tant’è che è documentato già in Plauto. Nella costruzione della frase completiva dell’italiano,
il succedaneo di quod è stato sostituito dal succedaneo del pronome interrogativo e indefinito neutro quid,
che è che. Nel passaggio all’italiano questa parola ha esteso fortemente l’ambito delle sue funzioni, fino a
diventare una sorta di elemento tuttofare.
LE LINGUE D’ITALIA NEL MEDIOEVO: UNA VISIONE D’INSIEME 1-IL MILANESE ANTICO
Il milanese appartiene ai dialetti detti gallo-italici. Essi sono grossomodo tutti i dialetti settentrionali, ad
eccezione di quelli veneti poiché il Veneto rimase estraneo al dominio celtico. Nonostante la diversità del
sostrato tutti i dialetti settentrionali hanno tratti comuni che li distaccano in modo netto dai dialetti centro-

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meridionali, dal toscano e dal siciliano. I tre fenomeni più importanti e caratteristici riguardano le
consonanti:
1) Scempiamento delle consonanti doppie in posizione intervocalica, vale a dire passaggio da una
consonante di grado intenso a una consonante di grado tenue. Es: CATTA(M)>gata
2) Sonorizzazione generalizzata delle consonanti sorde intervocaliche, che successivamente possono
spirantizzarsi, cioè trasformarsi da occlusive in costrittive e poi anche cadere. Es: AMITA>ameda.
3) Passaggio delle affricate palatali alle affricate alveolari, la seconda componente dell’affricata
palatale viene sostituita da un elemento articolato anteriormente, a livello non più del palato, ma
degli alveoli. Successivamente questa affricata dentale può perdere la sua componente occlusiva,
riducendosi a semplice sibilante, sorda o sonora.
4) Caduta delle vocali finali e debolezza delle vocali atone, tranne a, che resiste bene ovunque. Le
vocali finali si mantengono nel ligure.
5) Presenza di vocali tradizionalmente chiamate “miste”, cioè di vocali anteriori pronunciate con
arrotondamento e spinta in avanti delle labbra. La prima vocale mista continua una Ū latina,
avvenuto molte volte in condizioni diverse dal dittongamento toscano.
6) Esiti di –CT- difformi dal risultato toscano. E precisamente: in Piemonte e in Liguria il nesso -CT-
passa a –IT-.
2-IL VENEZIANO ANTICO
I dialetti veneti costituiscono un gruppo autonomo dagli altri dialetti settentrionali. Tra i tratti specifici che li
caratterizzano, se ne possono ricordare tre:
1) Conservazione delle vocali finali, tranne dopo liquida-nasale e discreta resistenza delle vocali atone.
Le vocali finali cadono, tuttavia in aree esposte a influssi del ladino, la lingua romanza parlata nelle
valli dolomitiche e nel Friuli.
2) Assenza di vocali “miste”
3) Presenza di dittonghi ie e uo in sillaba libera, come nel toscano, questi dittonghi si diffondono a
partire dal Trecento. Sono forme che coincidono solo in parte con il toscano: il dittongo può
trovarsi anche in parole che nell’italiano letterario sono latinismi o che presentano una E o una O
lunghe. Si può pensare a un’estensione di primitivi dittonghi propri dei dialetti veneti di terraferma
oppure a un’imitazione del toscano che sia andata oltre le condizioni originarie.
3-IL ROMANESCO ANTICO
Fino al Cinquecento il dialetto parlato a Roma apparteneva in pieno al sistema dei dialetti meridionali. A
quell’epoca il romanesco subì una profonda trasformazione, avvicinandosi più precocemente di qualsiasi
altro dialetto italiano al toscano; una trasformazione che fu l’effetto di più cause: la presenza di una colonia
toscana già nel secolo precedente, i fiorentini discesi a Roma durante il pontificato dei papi medicei e
soprattutto lo spopolamento degli abitanti originari dopo il saccheggio dei lanzichenecchi di Carlo V del
1527. Si può dire che tutti i fenomeni linguistici propri del romanesco medievale siano presenti, con varia
distribuzione, negli altri dialetti del mezzogiorno. Ci sono soprattutto tre fenomeni:
1) Mancanza di anafonesi, il fenomeno, oltre che in gran parte della Toscana, non si ha negli estremi
dialetti meridionali in cui non esistono le vocali medio-alte e ed o.
2) Conservazione della e atona, specie protonica anche all’interno della frase. Sopravvissuta anche nel
dialetto contemporaneo. 3) Conservazione di ar postonico e intertonico.
Molto importante fu il fenomeno della metafonesi: consiste nel passaggio di una e chiusa del latino volgare
e di una o chiusa del latino volgare rispettivamente in i e u; la condizione per cui questo passaggio possa
avvenire è che nella sillaba finale della base latina ci fosse una Ī e una Ŭ. Nella stessa area si ha anche il
fenomeno del dittongamento metafonetico, che colpisce la e e la o aperte nelle stesse condizioni della

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metafonesi. Esso non dipende dalla sillaba. Il romanesco medievale non conosceva la metafonesi ma
presentava il dittongamento metafonetico.
Dei fenomeni consonantici dell’antico romanesco ne ricorderemo tre:
1. Epentesi di una dentale sorda nel gruppo costituito da una liquida o una nasale dentale e da una
sibilante. Es: penso>penzo
2. Assimilazione progressiva nei nessi –ND-, -MB-, -LD- con sincope della vocale postonica, tendenza
molto antica che è ancora vivissima nel romanesco di città. Es: andiamo>annamo.
3. Nei più antichi documenti romaneschi una laterale preconsonantica si vocalizza.
4-IL NAPOLETANO ANTICO
La fisionomia dialettale del napoletano appare contrassegnata da una notevole continuità. Ecco alcuni tratti
caratteristici:
1. Metafonesi e dittongamento metafonetico
2. Sviluppo della vocale atona finale in vocale indistinta già dal Trecento
3. Epentesi della dentale nei gruppi di nasale o liquida + sibilante
4. Spirantizzazione della labiale sonora intervocalica, anche all’interno di frase e dopo r
5. Conservazione di iod latina; allo stesso esito giunge anche G davanti a vocale palatale
6. Esito del nesso –PJ- in affricata palatale sorda di grado intenso 7. Esito del nesso –CJ- in affricata
dentale sorda di grado intenso.
8. Esito del nesso –SJ- in sibilante sorda
9. Esito del nesso –PL- in occlusiva velare +iod, soprattutto nei nomi propri
10.Raddoppiamento di m intervocalica
11.Tra i pronomi dimostrativi, presenza di un sistema tripartito, che comprende la forma per indicare
vicinanza a chi parla, lontananza da chi parla e chi ascolta, vicinanza a chi ascolta
5-IL SICILIANO ANTICO
Unico tra i dialetti italiani, il siciliano ha avuto la ventura di lasciare un’impronta nella lingua poetica
nazionale, grazie all’antico primato dei poeti siciliani. La differenza fondamentale tra il siciliano e gli altri
dialetti italiani riguarda il sistema vocalico rispetto al toscano mancano la e e la o chiuse e non esistono i
dittonghi ie e uo. Nel vocalismo atono le vocali si riduco a tre: a, i e u. il latino lo influenzò. Il siciliano
presenta molti tratti in comune con gli altri dialetti meridionali ma anche alcune differenze notevoli. Come
L’assenza della metafonesi, l’assenza di vocali indistinte, la mancanza di apocope sillabica negli infiniti.
6-LE KOINÈ EXTRA-TOSCANE
Per koinè si intende una lingua sovraregionale che si affianca o si sostituisce, nell’uso scritto o parlato, ai
singoli idiomi in uso in una certa area geografica. In Italia se ne può parlare solo in riferimento dell’uso
scritto così come andò sviluppandosi, specie nel Quattrocento; nelle corti soprattutto delle città
settentrionali, sedi delle signorie. La koinè non si identifica con una sola lingua, ma piuttosto con una serie
di tendenze che si manifestano in modo simile in aree diverse. Il volgare che si adoperava in queste
situazioni presentava essenzialmente tre ingredienti:
1. Il fondo regionale locale, con eliminazione o attenuazione dei tratti linguistici troppo marcati o
esclusivi di una sola zona
2. I latinismi, presenti in misura abbondante sia per la consuetudine sia per il prestigio
3. Il toscano letterario, affermatosi già in pieno Trecento grazie allo straordinario successo di Dante,
Petrarca e Boccaccio.

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