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La monarchia normanno-sveva

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2.1 I Normanni e l’unificazione politica del Mezzogiorno

Gli storici da sempre hanno considerato i Normanni importanti per la storia di paesi quali l’Inghilterra, la Russia, la Francia, l’Italia. Oggi però la storiografia pone l’accento anche sul carattere più largamente europeo della loro espansione, dato che essa influì non soltanto sulla vita delle regioni che

ne furono direttamente investite, ma su un territorio molto più vasto, con-

tribuendo a mettere in crisi gli ordinamenti politici preesistenti, soprattutto quelli che erano nati dalla dissoluzione dell’impero di Carlo Magno, le cui contraddizioni interne esplosero proprio sotto l’incalzare delle continue in- cursioni dei Vichinghi o Normanni. Essi, partendo dalla Scandinavia, dominarono nei secoli IX-X i mari del Nord, colonizzando l’Islanda e la Groenlandia, giungendo probabil- mente in Canada e fondando lungo il corso del Volga il principato di Kiev,

da cui ha avuto origine la Russia. La loro espansione non avvenne secondo

un piano preordinato di conquista né sotto la guida di un grande condot- tiero. I Normanni non ebbero un Alessandro Magno o un Napoleone, ma

operarono attraverso una molteplicità di gruppi di guerrieri, sotto la guida

di vari capi, che presero direzioni diverse, mantenendo sempre piena auto-

nomia di azione. Uno di questi gruppi si insediò agli inizi del X secolo in quel territo- rio della Francia del Nord, che da loro prese appunto il nome di Nor- mandia e dal quale giusto un secolo dopo partirono i cavalieri alla volta dell’Italia meridionale con la speranza di farvi fortuna, mettendo la loro a- bilità militare al servizio delle formazioni politiche locali, in perenne lotta tra loro. Si trattava in genere di membri dei rami cadetti di grandi fami- glie feudali o di persone appartenenti comunque al gruppo dei guerrieri detentori di terre. A spingerli alla partenza dovettero intervenire anche motivi di ordine politico e il desiderio di avventura, ma la causa principa-

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le fu rappresentata dall’accresciuto indice di natalità delle famiglie nobili, con conseguente rischio di impoverimento di quelle più numerose. Tra i capi delle varie bande normanne, che operavano indipendente- mente l’una dall’altra, il primo ad emergere fu Rainulfo Drengot. Combat- tendo a favore del duca di Napoli Sergio IV contro il principe di Capua Pan- dolfo IV, egli ottenne da lui in feudo nel 1029 con il titolo di conte il piccolo centro di Aversa, che divenne ben presto una città sede vescovile. Da Aversa i suoi successori puntarono sulla stessa Capua, che Riccardo Quarrel (1046- 1078) cinse ripetutamente di assedio, finché non la conquistò il 21 maggio del 1062. Come racconta il cronista Amato di Montecassino, i Capuani cercaro-

no di convincerlo a desistere dall’assedio della città offrendogli dell’oro, ma e- gli lo rifiutò, dicendo che «voleva la signoria di coloro che avevano l’oro» e che

a spingerlo alla guerra era il desiderio di ritagliarsi un proprio dominio. Contemporaneamente andavano emergendo altri capi tra le bande normanne che operavano al servizio dei principi di Salerno contro i Bizan- tini, ai quali, partendo da Melfi nel 1041, finirono col togliere buona parte della Puglia e della Basilicata (allora il nome «Puglia» comprendeva entram- be quelle regioni). Per sottrarsi alle loro mire espansionistiche, i Beneventa- ni non trovarono di meglio nel 1051 che mettersi sotto la protezione del pa- pa, al quale nel 1077, dopo la morte del principe Landolfo VI, conferirono definitivamente la signoria della città, destinata a restare dominio pontificio fino all’Unità d’Italia nel 1860. Fra i Normanni impegnati nella lotta contro i Bizantini in Puglia emer- sero ben presto i fratelli Altavilla, prima Guglielmo Braccio di Ferro e Unfre-

do, e poi Roberto, detto il Guiscardo (cioè l’Astuto), che fu il vero artefice del-

le fortune normanne in Italia meridionale. Intanto – siamo ormai verso la metà

dell’XI secolo – la minaccia normanna cominciava a diventare evidente a tut- ti; fu tuttavia il pontefice Leone IX a farsi promotore di una coalizione contro i temibili cavalieri francesi: coalizione, che fu rovinosamente sconfitta nel 1053

a Civitate, in Puglia, e lo stesso pontefice fu fatto prigioniero. Fu liberato dopo

quasi un anno, quando si decise a riconoscere le conquiste di Riccardo Quar- rel e di Unfredo in cambio del loro appoggio politico e militare. L’intesa fu per-

fezionata nell’agosto del 1059 a Melfi, dove il successore di Unfredo, il già ci- tato Roberto il Guiscardo, e Riccardo giurarono fedeltà al nuovo pontefice Niccolò II, ottenendo, il primo, il titolo di duca di Puglia, Calabria e Sicilia (quest’ultima ancora da conquistare), e il secondo quello di principe di Capua. Forte dell’investitura papale, il Guiscardo cercò di consolidare il suo do- minio in Puglia e Calabria, avviando nel 1061 anche la conquista della Sici- lia musulmana, che poi affidò, con il titolo di conte, al fratello minore Rug-

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gero, soprannominato in seguito il «Gran Conte». Nel 1071 conquistava Ba- ri, ultimo possedimento bizantino in Italia; nel 1073 gli si sottometteva A- malfi e il suo dominio si estendeva su buona parte dell’Abruzzo; nel 1076 ca- deva nelle sue mani Salerno e il suo ultimo principe Gisulfo, cognato del Guiscardo, prendeva la via dell’esilio a Roma. Tutto questo era, però, ancora poco per il bellicoso duca, che nel 1081 si lanciò alla conquista di Costanti- nopoli. Poco dopo dovette precipitosamente far ritorno in Italia, per doma- re una rivolta dei baroni pugliesi e per difendere i suoi domini dall’impera- tore Enrico IV, che a Roma cingeva di assedio Castel Sant’Angelo, dove si e- ra asserragliato il pontefice Gregorio VII. Liberato il papa e portatolo con sé a Salerno, nell’autunno del 1084 era di nuovo in viaggio per l’Oriente, ma il 17 luglio del 1085 morì sulla sua nave al largo dell’isola greca di Cefalonia.

MARE ADRIATICO Ascoli Spoleto Soana Teramo Atri Viterbo Rieti Chieti STATO DELLA Roma Sulmona CHIESA
MARE
ADRIATICO
Ascoli
Spoleto
Soana
Teramo
Atri
Viterbo Rieti
Chieti
STATO
DELLA
Roma
Sulmona
CHIESA
Anagni
Montecassino
Siponto
Lucera
Barletta
Troia
Trani
Capua
Bari
Gaeta
Benevento
Aversa
Melfi
Napoli
Matera
Brindisi
Salerno Potenza
Sorrento
Capaccio
Taranto
Lecce
Amalfi
Pisticci
Diano
Nardò
Policastro
Otranto
Castrovillari
MAR
Rossano
TIRRENO
Cosenza
Crotone
Catanzaro
Squillace
Palermo Cefalù
Messina
Reggio
Trapani
Monreale
Troina
Primi feudi normanni
Mazara
Enna
Catania
Girgenti
Altre conquiste nell’XI secolo
Siracusa
(Agrigento)
Noto
Conquiste nel XII secolo
L’espansione normanna in Italia meridionale tra XI e XII secolo
MAR
IONIO

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La sua scomparsa rimise in discussione la fragile costruzione politica da

lui creata, dato che i suoi successori Ruggero Borsa (1089-1111) e Guglielmo

(1114-1127) si trovarono in condizione di grave debolezza nei confronti sia

dei nobili sia delle città, che avevano accettato il dominio normanno, ma con- servando spazi più o meno ampi di autonomia. Ad imprimere una svolta de- cisiva alla storia dell’Italia meridionale fu il figlio del Gran Conte, Ruggero II. Padrone incontrastato della Sicilia, alla morte senza eredi del nipote Gugliel- mo rivendicò il titolo di duca di Puglia e Calabria, scontrandosi con l’ostilità dei baroni meridionali e del pontefice Onorio II, decisamente contrari alla for- mazione di un forte potere che comprendesse l’intera Italia meridionale. La lotta fu dura e senza esclusione di colpi, ma alla fine Ruggero II la spuntò e nel 1130, approfittando della crisi scoppiata all’interno della Chiesa dopo la mor-

te di Onorio II, si fece incoronare re di Sicilia dall’antipapa Anacleto II.

2.2 I caratteri del Regno di Sicilia

Eliminata l’ultima sacca di resistenza con la sottomissione di Napoli nel 1139, Ruggero II poté concentrarsi sull’organizzazione del suo regno, che si configurò in breve tempo come uno dei meglio organizzati del tempo e del quale, mettendo a frutto le risorse umane e le potenzialità economiche delle diverse aree che lo componevano, tentò di fare una potenza marittima al cen- tro del Mediterraneo: una potenza in grado di attuare una politica espansio- nistica a vasto raggio ai danni sia dei potentati del mondo islamico (alcuni dei quali furono costretti a versare tributi in segno di soggezione) sia dell’impero bizantino e dei Veneziani, già da tempo protesi verso il dominio dell’Adriati- co. Quale fosse la natura di questo organismo politico, fondato da esponenti della feudalità francese ma tutto proiettato nel Mediterraneo, è ancora oggi oggetto di vivace discussione tra gli storici: con il suo apparato burocratico prefigurava già lo Stato moderno o fu una tipica realtà feudale? Nel passato gli storici hanno posto l’accento soprattutto sui suoi carat- teri di modernità. Ed effettivamente Ruggero II ed i suoi successori Gugliel- mo I (1154-1166) e Guglielmo II (1166-1189) seppero sfruttare a fondo le strutture di governo ereditate dagli Arabi in Sicilia e dai Bizantini in Puglia e Calabria, dotando il loro regno di una efficiente amministrazione, che si ar-

ticolava in uffici centrali operanti presso la corte di Palermo e in uffici perife- rici. Questo diede loro una capacità di produrre leggi e di procurarsi entrate fiscali nonché il controllo dell’apparato ecclesiastico, che avvicinava il Regno

di Sicilia più agli Stati del mondo arabo-bizantino che a quelli dell’Europa,

con l’unica eccezione del regno normanno d’Inghilterra. Del resto, che i so-

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vrani siciliani guardassero con ammirazione al mondo arabo-bizantino, è di- mostrato dal clima complessivo che si respirava alla corte di Palermo, dove si assisteva ad una forma di esaltazione della maestà regia del tutto estranea al mondo occidentale e dove gli alti funzionari ostentavano titoli arabi e greci.

A ciò è da aggiungere che, con il progredire degli studi nel campo sia della

storia economica sia di quella letteraria e artistica, si va affievolendo sempre

di più la convinzione che la conquista normanna abbia stravolto i tradizionali

quadri di riferimento delle popolazioni meridionali: non solo l’arrivo degli «uomini del Nord» non provocò la rottura dei rapporti con il mondo islami- co e bizantino, ma per certi versi li incrementò, per cui il regno, nonostante l’orientamento continentale affermatosi per ragioni politiche al tempo di Gu- glielmo I, mantenne pur sempre un carattere ambivalente, «sospeso – come è stato scritto – tra i due emisferi che si fronteggiavano nel Mediterraneo». I sovrani normanni non erano, però, solo alla testa di un efficiente ap- parato burocratico, ma costituivano nello stesso tempo il vertice di una «pi-

ramide feudale», in cui erano inseriti a vari livelli i discendenti degli antichi conquistatori. Questi, nonostante i consueti conflitti interni al mondo ca- valleresco del tempo, erano solidali tra di loro di fronte alle popolazioni sot- tomesse, sulle quali esercitavano poteri di natura signorile come corrispetti- vo del servizio militare che prestavano al sovrano. Né erano solo i feudatari ad esercitare poteri di natura pubblica. Di ampie autonomie giurisdizionali godevano anche le antiche abbazie di Montecassino, S. Vincenzo al Voltur- no, Cava, S. Lorenzo di Aversa nonché quelle più recenti fondate dagli stes-

si Normanni, tra cui la SS. Trinità di Venosa e Monreale.

A questo è da aggiungere che le città, soprattutto le maggiori, ma non solo esse, godevano di margini più o meno grandi di autonomia, che risali- vano al momento della loro sottomissione. Ad esse il sovrano aveva imposto un modello organizzativo, che vedeva alla loro guida un funzionario regio generalmente denominato baiulo (stratigoto a Salerno, Amalfi e Messina,

compalazzo a Napoli, catapano a Bari ed in altre città pugliesi), responsabi-

le

della gestione dei beni demaniali e della riscossione dei servizi e dei tribu-

ti

nonché dell’amministrazione della giustizia civile, ma a volte anche di

quella criminale; era questo il caso di Napoli, ai cui abitanti Ruggero II ave-

va concesso il privilegio di non doversi recare fuori della città per presentar-

si davanti ad un tribunale regio. A lui si affiancava però un collegio di giu-

dici, che erano sì nominati dal sovrano, ma erano proposti o comunque e- spressi dalla comunità cittadina, che pertanto non era del tutto priva della capacità di prendere iniziative nelle questioni di interesse locale e di parteci- pare alle scelte più importanti che la riguardavano.

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All’interno di questo ordinamento tipo si ponevano, tuttavia, tutta una serie di situazioni particolari, che risalivano, come si è detto, alle con- dizioni pattuite al momento della resa: condizioni che Ruggiero II e i suoi successori cercavano al momento opportuno di superare, ma che ciò non- dimeno rendevano le città del regno diverse l’una dall’altra. Si trattava di concessioni non di poco conto: rispetto delle consuetudini locali (Castel- laneta, Troia), baiulo scelto tra i cittadini (Gaeta, Atina, Bari), esenzione dal servizio militare per terra e per mare (Bari, Cefalù, Benevento), limi- tazioni nell’imposizione di tributi, controllo delle fortificazioni cittadine (Amalfi, Salerno) nonché franchigie varie. Senza contare, infine, i margi-

ni

di movimento legati alla presenza sulle loro cattedre vescovili di presu-

li

in grado di svolgere un ruolo di equilibrio e di mediazione tra appara-

to regio e istanze locali: mediazione ovviamente non facile, data la dialet-

tica politica assai vivace in atto nelle città, che l’accettavano nella misura

in cui se ne ritenevano avvantaggiate, ma che non esitavano a rifiutare in

caso contrario.

Considerando tutto questo, si comprende come la struttura politico- amministrativa del regno fosse tutt’altro che omogenea e uniforme. La sua peculiarità derivò, piuttosto, dalla capacità dei sovrani di realizzare un e- quilibrio tra forze locali e autorità regia, per cui sempre e dovunque i fun- zionari pubblici furono in grado di esercitare un controllo sulle prerogative

di feudatari, enti ecclesiastici e comunità cittadine. Se, perciò, con l’espres-

sione «Stato feudale» intendiamo non una situazione di disordine politico

e di assenza di poteri centrali, ma semplicemente uno Stato che prevedeva,

nel contesto della sua costituzione politica, l’esistenza dei rapporti feudo- vassallatici e la delega ai feudatari di poteri di natura pubblica, possiamo

senz’altro considerare tale il Regno di Sicilia. Ma quale ruolo svolsero le istituzioni feudali nel complesso della vita del regno? Si tocca qui uno dei problemi fondamentali della storia del Mez- zogiorno. È opinione prevalente tra gli storici che l’introduzione dei rap-

porti feudo-vassallatici si sia rivelata alla lunga dannosa per lo sviluppo del-

la società e dell’economia del Mezzogiorno, soprattutto in un periodo in

cui il resto dell’Italia si andava orientando, con la formazione dei Comuni, verso istituzioni politiche capaci di suscitare maggiore partecipazione e una

più vivace dinamica politico-sociale. È da tener presente, tuttavia, che que-

sti esiti in età normanna erano ancora fuori da qualsiasi possibilità di pre-

visione e che i rapporti feudo-vassallatici, opportunamente disciplinati dal- l’autorità regia, si rivelarono, in Italia meridionale come in Inghilterra, uno strumento efficace di governo.

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2.3 Il passaggio dai Normanni agli Svevi

Con la morte di Guglielmo II (1189) iniziò per il Mezzogiorno un pe- riodo di grande incertezza politica, destinato a protrarsi per circa un tren- tennio, fino a quando cioè Federico II non prese saldamente in pugno le sor-

ti del Regno. L’ultimo sovrano della dinastia normanna degli Altavilla, in-

fatti, era morto senza lasciare eredi diretti, per cui la successione sarebbe spet- tata a sua zia Costanza, figlia di Ruggiero II e moglie del futuro imperatore tedesco Enrico VI di Hohenstaufen. La prospettiva di un assoggettamento del Regno all’Impero valse però a far nascere resistenze fortissime all’interno del baronaggio e soprattutto delle popolazioni cittadine, che contrapposero

al pretendente tedesco un candidato nazionale nella persona di Tancredi,

conte di Lecce e discendente, per parte paterna, di Ruggiero II, fondatore della monarchia normanna. Questa ripresa di iniziativa politica da parte delle città, soprattutto campane e pugliesi, non deve destare meraviglia, perché gli sforzi compiuti dalla monarchia normanna per dare al paese un assetto politico tendenzial- mente unitario, poggiante su una rete di funzionari pubblici e di giurisdi- zioni feudali, non avevano cancellato affatto, come si è visto, gli spazi più o meno ampi di autonomia, che le città si erano costruiti nel corso dell’XI se- colo e che gli Altavilla avevano dovuto riconoscere al momento della con- quista. Ne era nata una situazione del tutto nuova rispetto al passato pre-

normanno e a quella che nel frattempo si veniva delineando in Italia centro- settentrionale: una situazione che vedeva, accanto al persistere o al rafforzar-

si dello spirito civico e della coscienza cittadina, la nascita di un sentimento

nuovo, attraverso la consapevolezza, via via sempre più diffusa, di far parte ormai di una «patria comune», il Regno appunto. Lo si vide in maniera chiara in occasione dei gravi torbidi che scoppia- rono alla morte di re Guglielmo, quando le popolazioni cittadine, pur appro- fittando del momento favorevole per recuperare l’autonomia di cui avevano goduto nel passato o addirittura per acquisirne una maggiore, nel complesso non misero in discussione l’ordinamento esistente. A sottolinearlo è stato, or- mai più di un decennio fa, Mario Caravale, il quale ha ricondotto ad una su- perata lettura dei sistemi monarchici medievali la concezione tradizionale di

un insanabile contrasto tra potere monarchico e realtà territoriali, quali i feu-

di e le città: «Se, al contrario, cerchiamo di interpretare in maniera meno con-

flittuale la dialettica tra sovrano e potestà territoriali del suo Regno, ci accor- giamo che l’unità istituzionale monarchica era costituita da varie sfere di com- petenza – re, feudatari, dignità ecclesiastiche, città – tutte egualmente essen-

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ziali al governo del territorio su cui il Regno si estendeva e che la monarchia

trovava la propria ragione di esistere nella sua capacità di assicurare protezio-

ne e giustizia agli ordinamenti particolari; il che fece sì che nonostante la cri-

si dell’autorità monarchica i magistrati locali continuassero ad impersonare

quella istanza istituzionale unitaria che il potere del sovrano esprimeva e che

le giurisdizioni territoriali […] dovevano, nella grande maggioranza, conside-

rare necessaria per la migliore protezione dei loro diritti e dei loro interessi». In questa prospettiva interpretativa va collocato anche il comporta- mento di quelle città – Termoli, Molfetta, Bisceglie, Bari, Brindisi, Gaeta –

che conclusero trattati di commercio o di amicizia con Ragusa, Venezia e

Marsiglia. Indubbiamente esse operarono con grande autonomia nei riguar-

di

di un potere monarchico in crisi, ma è anche da tener presente che que-

gli

accordi furono sottoscritti non solo dagli esponenti degli organismi mu-

nicipali, ma anche da funzionari regi a livello cittadino o provinciale, dei quali evidentemente continuavano a riconoscere l’autorità. In altri termini,

quei trattati, se miravano a tutelare gli operatori economici locali e le oligar- chie dominanti nelle città, non per questo si configuravano necessariamen-

te come atti di contestazione del potere monarchico.

Un caso particolarmente interessante è quello di Gaeta, città dotata di una grande coscienza di sé e che godrà sempre di forme di autonomia tra le più avanzate dell’Italia meridionale. Già infatti al momento della sua resa a Ruggiero II, nel 1140, aveva ottenuto di conservare la sua costituzione e

quindi il diritto di eleggere consoli, senza dover chiedere di volta in volta il consenso regio; ad essi il re avrebbe affiancato un baiulo come suo rappre- sentante, ma scegliendolo tra gli stessi Gaetani. È probabile tuttavia che in seguito il sovrano normanno, analogamente a quel che fece altrove, abbia cercato di svuotare di contenuto l’autonomia concessa, nominando baiulo uno stesso dei consoli, dato che nel 1149 compare in un documento priva-

to

un tal Bono console e baiulo del re. Certo è che nel 1191 i Gaetani, nel-

lo

schierarsi dalla parte di Tancredi, oltre a farsi concedere l’ampliamento del

demanio cittadino attraverso la donazione dei due castelli di Itri e Marano-

la, ottennero anche la conferma del loro ordinamento politico, ma con la

precisazione che il baiulo non potesse essere scelto né tra i consoli né tra i membri del consiglio cittadino. Nel 1208 poi la città stipulò un patto di a- micizia con Marsiglia, e nel 1214 fece lo stesso con Pisa. Con quest’ultimo i consoli di Gaeta si impegnarono per venticinque anni, a nome dei loro concittadini, a stare in pace con i Pisani, a rendere loro giustizia se fossero stati offesi da un cittadino di Gaeta e a non accogliere nel loro porto navi o- stili alla città toscana.

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2.4 Patriottismo cittadino a Napoli

I decenni di transizione dai Normanni agli Svevi segnarono anche il trionfo dell’autonomia di Napoli, che mostrò di meritare gli ampi privilegi ottenuti da Tancredi nel 1190, opponendo l’anno successivo una strenua re- sistenza agli assalti di Enrico VI, il quale, visti vani i suoi sforzi a causa an- che di un’epidemia di dissenteria che, nel gran caldo estivo, stava deciman- do il suo esercito, verso la fine di agosto abbandonò l’assedio e fece ritorno in Germania. Anche a Napoli c’era un baiulo o compalazzo di nomina re- gia, ma il re si impegnava a sceglierlo tra i cittadini stessi ed i suoi poteri e- rano fortemente limitati dall’esistenza di un collegio di consoli, ai quali ve- niva addirittura concesso il diritto di amministrare la giustizia, espressamen- te sottratta alla competenza del giustiziere regio, mentre la ripartizione tra i cittadini delle cariche pubbliche sarebbe avvenuta sulla base dei patti stabili- ti già in precedenza tra nobiltà e popolo. La città si vedeva inoltre ricono- sciuto il diritto di coniare una moneta d’argento e di conservare il possesso dei territori sottratti ad Aversa, che invece si era schierata con il partito filo- tedesco. Ai Napoletani, infine, che viaggiavano per terra e per mare in qual- siasi parte del Regno, veniva concessa, unitamente alla piena libertà di mo- vimento e di traffico, l’esenzione da dazi di vario genere. In questo contesto si colloca un episodio assai discusso dagli storici che si sono occupati di storia napoletana, vale a dire la concessione agli Amalfi- tani, nel maggio del 1190, di un privilegio da parte dell’universus populus, con il quale essi, in considerazione dei benefici che arrecavano alla città con i loro traffici e le loro attività produttive, erano ammessi a godere della stes- sa libertà e degli stessi diritti riconosciuti ai cittadini napoletani, per cui a- vrebbero potuto eleggere propri consoli e dirimere davanti ad essi le loro contese sulla base delle antiche consuetudini amalfitane. Un’altra città campana favorita da Tancredi fu Sessa, al pari di Gaeta e Napoli importante per la difesa della parte settentrionale del Regno dagli at- tacchi di Enrico VI. Anch’essa fu dichiarata soggetta direttamente alla Co- rona ed ebbe la garanzia che mai sarebbe stata data in feudo né da lui né dai suoi successori. La politica filocittadina di Tancredi non sortì però l’effetto sperato di controbilanciare il sostegno che la maggioranza dei conti e dei feudatari si era- no affrettati ad offrire all’imperatore, per cui dopo la sua morte, avvenuta il 20 febbraio del 1194, lo schieramento antitedesco si sfaldò rapidamente e la regi- na Sibilla, reggente per il figlio Guglielmo III, si vide costretta a rinunciare al tentativo di contrastare sul continente il ritorno offensivo di Enrico VI e ad a-

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spettare in Sicilia l’arrivo dell’esercito imperiale. Tra le città che abbandonaro- no il fronte antisvevo ci fu anche Napoli, che nel luglio del 1194 inviò amba- sciatori a Pisa, dove già era arrivato l’imperatore, per trattare la resa; ed effetti- vamente il 23 agosto si sottomise alle avanguardie dell’esercito imperiale, giun- te in Campania su navi genovesi e pisane, mentre Enrico VI procedeva via ter- ra. Questo però non valse a sottrarre Napoli al destino di tante altre città, tra cui Capua, di cui l’imperatore fece abbattere le mura, sia per punirle dell’ap- poggio dato in precedenza a Tancredi sia per dare un severo ammonimento a quanti nutrissero eventuali propositi di rivincita. La sua vendetta si abbatté so- prattutto su Salerno, che non solo aveva osato far prigioniera l’imperatrice Co- stanza e consegnarla nelle mani di Tancredi, ma aveva anche tentato di resi- stergli in occasione del suo ritorno nel Regno: la città fu devastata, mentre gli abitanti, come racconta – con un po’ di esagerazione – l’Anonimo cassinese, vennero parte uccisi, parte incarcerati, parte mandati in esilio. Fu risparmiata invece Aversa, grazie ad uno speciale privilegio imperiale. L’ordine dell’abbattimento delle mura di Napoli fu eseguito dal cancel- liere Corrado di Querfurt, futuro arcivescovo di Hildesheim, che ne ha la- sciato testimonianza in una lettera inviata al preposito del monastero di Hil- desheim, nella quale, oltre a descrivere la città e i dintorni, parla anche delle opere magiche attribuite dai Napoletani a Virgilio. Si tratta della leggenda, di origine popolare, di Virgilio mago e protettore di Napoli: leggenda che ac- quisterà forma definitiva nella cosiddetta Cronaca di Partenope, testo in vol- gare dei primi decenni del Trecento, ma che nel suo nucleo centrale era pie- namente formata già nel XII secolo. Racconta infatti il cancelliere, il quale non era certo uno sprovveduto, che i Napoletani attribuivano a Virgilio la costruzione delle mura, a protezione delle quali aveva posto un piccolo mo- dello della città racchiuso in una bottiglia dal collo strettissimo; se il palladio non aveva funzionato, è perché si era prodotta una screpolatura nel cristallo che lo conteneva, come gli stessi imperiali avevano potuto constatare. Né si trattava solo di questo. Sempre dalla lettera di Corrado appren- diamo che i Napoletani attribuivano a Virgilio anche un cavallo di bronzo capace di mantenere sani i cavalli, una mosca di bronzo col potere di allon- tanare le mosche, un macello nel quale la carne poteva mantenersi intatta per sei settimane. Inoltre, essendo le grotte ed i sotterranei della città infestati da un gran numero di serpenti, il poeta-mago li concentrò tutti sotto una por- ta detta Ferrea, davanti alla quale gli imperiali esitarono prima di abbatterla, temendo di liberare i serpenti che vi erano imprigionati. Virgilio pensò anche a difendere Napoli dalla minaccia del Vesuvio, costruendo una statua di bronzo, che rappresentava un uomo con l’arco te-

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so e la freccia pronta a scoccare in direzione del monte, per tenerlo sotto controllo. Un giorno però un contadino, incuriosito da quell’arco sempre teso, fece scoccare la freccia, che colpì l’orlo del vulcano, rimettendolo così in attività. Un’altra prova delle premure che Virgilio ebbe nei riguardi dei Napo- letani era rappresentata dai bagni pubblici che creò a Baia e Pozzuoli, do- tandoli di immagini di gesso che rappresentavano le varie malattie ed indi- cavano quelli adatti a ciascuna di esse. Infine Corrado dichiara di aver verificato di persona la fondatezza del- la credenza popolare, secondo la quale le ossa di Virgilio, custodite in un ca- stello circondato dal mare, se vengono esposte all’aria, provocano l’oscura- mento del cielo e l’insorgere di una tempesta. Se abbiamo indugiato sulla leggenda virgiliana, è stato non solo perché essa consente di cogliere aspetti importanti della mentalità medievale, che non conosceva un confine netto tra favola e storia, ma anche perché essa si configura come un’espressione di quel patriottismo civico che, alimentato dalle continue lotte sostenute nel passato contro Longobardi, Saraceni e Normanni, era ancora più che mai vivo e operante, pur essendo la città or- mai da tempo inserita in un organismo politico più grande. Il patriottismo cittadino, a sua volta, non si alimentava solo delle fa- vole e dei ricordi del passato, ma traeva impulso anche e soprattutto dal mo- mento favorevole che la città stava attraversando tra XII e XIII secolo, nel contesto di una fase espansiva allora in atto in tutto il Mezzogiorno e nel- l’Europa occidentale nel suo complesso: fase espansiva che tuttavia non si manifestava ovunque con la stessa intensità e con lo stesso ritmo, ma che an- zi provocava o accentuava le differenze economiche tra le varie aree e, al lo- ro interno, tra le varie città. Se non si tiene presente tutto questo, si corre il rischio di non cogliere la reale portata di scelte, che sembrano dettate dal so- lo calcolo politico, ma che invece hanno una maggiore pregnanza. Si vuole alludere qui alla scelta, che farà in seguito Carlo d’Angiò, di Napoli come capitale del Regno: scelta che è considerata – giustamente – il motivo principale del suo decollo definitivo, ma che è possibile cogliere in tutta la sua portata, se si tiene presente la crescente importanza economica e politica della città già sul finire del XII secolo, e il suo progressivo innalzarsi su centri concorrenti, quali Capua e Salerno. È quanto emerge da studi re- centi di storia economica – tra gli ultimi quelli di Alfonso Leone e Bruno Fi- gliuolo –, dai quali Napoli appare inequivocabilmente, a partire dall’ultimo quindicennio del XII secolo, come la meta preferita dei Genovesi per i loro rapporti commerciali con il Mezzogiorno continentale.

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2.5 La penetrazione nel Mezzogiorno dei mercanti stranieri

La penetrazione al Sud di operatori economici stranieri, soprattutto ge- novesi, pisani e veneziani, aveva acquistato una certa consistenza a partire al- l’incirca dalla metà del XII secolo e nasceva dalla convergenza di diversi fat- tori: l’interesse degli ultimi re normanni Guglielmo I e Guglielmo II, timo- rosi di un’invasione del Regno da parte di Federico Barbarossa, di guada- gnarsi l’aiuto o, per lo meno, la benevola neutralità delle repubbliche mari- nare italiane mediante la concessione di ampi privilegi commerciali; il desi- derio, forse, di quei sovrani di incrementare il commercio dei prodotti del- l’agricoltura e in particolare quelli degli estesi possedimenti regi; le esigenze delle città dell’Italia centro-settentrionale, allora in piena espansione demo- grafica, di trovare uno sbocco alla loro produzione industriale ed una base per il loro approvvigionamento, rivelandosi la produzione agricola dei ri- spettivi contadi sempre più insufficiente. I Genovesi, per i loro traffici con il Mezzogiorno, mostrarono all’ini- zio un interesse quasi esclusivo per la piazza commerciale di Salerno, ma già a partire dal 1184 i loro occhi si vanno appuntando su Napoli, la quale ap- pena due anni dopo compare come principale meta di viaggio nel 5,52% del totale dei contratti stipulati a Genova dagli operatori economici di quel- la città, e per investimenti di una certa consistenza. Questo non significa ov- viamente che Salerno sparisce dal raggio di azione dei Genovesi, ma solo che diventa uno scalo secondario, toccato in soste intermedie lungo la rotta per la Sicilia o il Nord-Africa. Lo dimostra anche il fatto che non sono attesta- ti, pur essendo assai ricca la documentazione salernitana fino al XIV secolo, casi di Genovesi insediatisi in maniera più o meno stabile in città o pro- prietari di beni terrieri nei dintorni, contrariamente a quel che avveniva al- trove, e soprattutto in Sicilia. Un ruolo analogo sembra svolgere, sul finire del XII secolo, anche A- malfi, il cui destino deve essere considerato distinto da quello delle fiorenti colonie di Amalfitani, presenti in tanti centri urbani del Mezzogiorno e del- la Sicilia, nei quali svolgevano un ruolo propulsivo sul piano economico e sociale. La città campana si configura infatti sul finire del XII secolo come uno scalo, se non di natura tecnica, certamente non di primaria importan- za, dove era possibile rifornirsi di prodotti del luogo (nocelle, castagne, le- gname) e completare così il carico delle navi sia nel viaggio di andata sia in quello di ritorno. A ciò è da aggiungere che nei rapporti tra Genova e Amalfi l’iniziativa appare già alla fine del XII secolo destinata a passare nelle mani dei Genovesi, che assumono progressivamente il controllo del mercato a-

26 Il Mezzogiorno dai Normanni agli Aragonesi

malfitano, ma senza stabilirvisi in maniera definitiva e senza tentare di inse- rirsi nell’ambiente locale. Nello stesso tempo sono documentati Amalfitani

a

Genova, ma essi, oltre ad essere pochi, non sempre sono certamente dedi-

ti

al commercio e, in ogni caso, non lo praticano in maniera diretta con la

madre-patria, apparendo piuttosto pienamente inseriti nella società genove-

se e quindi nella struttura degli scambi di quella città con gli altri mercati.

Tutto quanto si è detto finora per Genova vale nel complesso anche per Pisa, la quale aveva avuto nei decenni precedenti il ruolo di maggiore rilievo nell’interscambio con i centri della costa tirrenica del Regno, ma che

si trovava ora su un piano di sostanziale parità con la sua rivale, talché, pre-

parandosi alla spedizione in Italia meridionale, l’imperatore Enrico VI vol-

le assicurarsi l’appoggio di entrambe. In quell’occasione fu rinnovato il pat-

to, che con Pisa aveva già stipulato nel 1162 suo padre Federico Barbaros-

sa in vista di una guerra di conquista, che poi non fu più attuata. Orbene,

quel patto prevedeva la concessione in feudo a Pisa della metà di Palermo,

Messina, Napoli e Salerno nonché della metà delle entrate dei loro porti e

di altre imposte, oltre che delle intere città di Gaeta, Mazara e Trapani: con-

dizioni, come si vede, eccezionalmente favorevoli a Pisa, che Enrico VI, u- na volta condotta a termine l’impresa, si guardò bene dal rispettare. Ma quello che preme osservare in questa sede è il criterio con cui i Pisani scel-

sero le città da chiedere in feudo: tralasciando quelle siciliane, la cui im- portanza dal punto di vista commerciale era allora da tutti riconosciuta, è da notare la presenza, tra i centri della Campania, di Gaeta, Salerno e Na- poli, ma non di Amalfi, per la quale evidentemente i Pisani non nutrivano più l’interesse di qualche decennio prima.

2.6 Nuova ripresa delle autonomie cittadine

I progetti espansionistici di Enrico VI in Italia meridionale, dalla qua-

le aveva in animo di lanciarsi alla conquista dell’Oriente bizantino, si inseri-

vano, come si vede, in un contesto mediterraneo in piena espansione ed a- vevano dei riflessi immediati sul piano economico. La morte dell’imperatore nel 1197 rimise però tutto in discussione, ponendo fine a quell’unione tra

Regno e Impero che aveva incontrato forti resistenze nel Papato e negli am- bienti ecclesiastici in generale. L’eredità di Enrico VI in Italia meridionale toccò al piccolo Federico Ruggero, il futuro Federico II, sotto la reggenza del-

la madre Costanza prima e del pontefice Innocenzo III poi. Questo però non

valse ad evitare un periodo di anarchia, durante il quale il paese rimase in ba-

lia dei comandanti militari tedeschi, che rivendicavano il diritto di esercitare

La monarchia normanno-sveva

27

la

potestà tutoria sul piccolo sovrano. La Campania divenne così il teatro del-

le

operazioni di Diopoldo di Hohenburg, conte di Acerra, il quale aveva co-

me basi Salerno e Acerra, e non è chiaro se operassero in accordo con lui

gruppi di sbandati tedeschi, che costituivano una continua minaccia per i centri abitati di Terra di Lavoro. La necessità di provvedere in proprio alla difesa fu un ulteriore stimo-

lo allo sviluppo delle autonomie cittadine, ma anche in questa fase di rin-

novata crisi del potere regio le città continuarono a muoversi nel quadro del- l’ordinamento monarchico. Ancora una volta l’esempio più chiaro è fornito

da Napoli, città che la congiuntura politica faceva ora trovare schierata dal-

la stessa parte di Aversa, l’antica rivale. Entrambe infatti erano esposte alle

scorrerie provenienti da Cuma, diventata un vero e proprio covo di ladri e

masnadieri, ed entrambe si erano schierate dalla parte del Papato contro i ca-

pi tedeschi che operavano in Campania. Maturò così il progetto di un’azione comune per distruggere Cuma:

progetto ritardato dall’emergere di contrasti sull’assetto da dare alla città u-

na volta conquistata. Essa infatti era appartenuta almeno fino al 1044 a Na-

poli, ma nel 1134 era diventata feudo di un barone aversano; allora, agli i- nizi del Duecento, appariva priva di un signore legittimo, ma aveva un ve- scovo suffraganeo dell’arcivescovo di Napoli, città nella quale si era rifugia-

to

appunto il vescovo Leone, evidentemente perché impossibilitato dai nuo-

vi

venuti ad esercitarvi il suo ministero. Se pertanto Aversa accampava di-

ritti in base al recente possesso di quel territorio, Napoli si richiamava a sua volta sia alla situazione dei secoli precedenti sia soprattutto alla dipendenza

di quella sede vescovile dalla Chiesa napoletana: un’argomentazione, que-

st’ultima, da sottolineare, perché costituisce uno dei pochi esempi in Italia meridionale di rivendicazioni territoriali fatte dalle città sulla base dei dirit- ti giurisdizionali dei propri vescovi, mentre casi analoghi sono molto più fre- quenti nell’Italia centro-settentrionale. Non è il caso di richiamare in questa sede i particolari della vicenda, che si concluse nel 1207 con la distruzione di Cuma da parte dei Napole- tani, i quali agirono con il pieno accordo di tutte le componenti sociali («tam populus quam milites») e probabilmente anche dell’arcivescovo An- selmo, il quale svolse in quegli anni un ruolo assai importante per mante- nere nel rispetto della sovranità regia il regime autonomistico napoletano, di cui peraltro non si conosce per quegli anni la precisa configurazione: non sono attestati infatti né consoli né funzionari regi, ma appaiono in ruoli e- minenti il conte Pietro Cottone, forse fratello di quell’Aligerno Cottone, che aveva sottoscritto come compalazzo il privilegio a favore degli Amalfi-

28 Il Mezzogiorno dai Normanni agli Aragonesi

tani, e Goffredo di Montefuscolo, parente dello stesso Pietro Cottone, gra-

zie alla cui influenza fu nominato capitano in occasione della spedizione

contro Cuma e della lotta con Diopoldo di Hohenburg. Né l’uno né l’altro

ebbero però poteri assimilabili a quelli di un podestà o di un signore, sem- brando piuttosto l’arcivescovo – per il momento – il principale punto di ri- ferimento della città. Egli agiva in piena sintonia con la politica legittimisti- ca di Innocenzo III, fermamente deciso a salvaguardare i diritti del piccolo Federico e a cacciare i Tedeschi dal Regno, tanto è vero che proprio lui era stato inviato dal papa al seguito delle truppe pontificie, che il 21 luglio del 1200 avevano sconfitto in Sicilia Marcovaldo di Annweiler, il più potente

dei

capi tedeschi rimasti in Italia meridionale.

L’intesa tra l’arcivescovo e la città non era però destinata a durare a lun-

go,

anzi sfociò nel 1211 in lotta aperta quando Napoli – per ragioni che non

sono del tutto chiare, ma riconducibili probabilmente alle prime avvisaglie

dei

progetti di restaurazione dell’autorità monarchica, manifestati dal giova-

ne

Federico appena uscito di minorità nel dicembre del 1208 – gli si ribel-

lò,

approfittando dell’arrivo in Italia meridionale dell’imperatore Ottone IV.

L’arcivescovo condannò duramente l’iniziativa, lanciando contro la città l’in- terdetto, che successivamente fu confermato dallo stesso Innocenzo III. È vero che già nel 1213 il gravissimo provvedimento risulta revocato, proba-

bilmente in occasione di un temporaneo ritorno dei Napoletani all’obbe- dienza di Federico II, ma ciò nondimeno l’episodio dimostra come anche al

Sud, così come accadeva nel resto dell’Italia, il potere o l’influenza del ve- scovo potesse dispiegarsi con tutta la sua efficacia all’interno di comunità cit- tadine dinamiche e socialmente articolate, quale era appunto Napoli, solo nella misura in cui era in grado di tutelarne gli interessi. A tutto questo si univa una dialettica politica assai vivace all’interno della città tra nobiltà e popolo: dialettica che è dato di ritrovare anche in al-

tre comunità cittadine, le quali nelle turbinose vicende di quel trentennio si

schierarono in un campo o nell’altro a seconda della fazione che riuscì ad im- porsi (Gaeta, Capua, Aversa, San Severo, Messina).

2.7 Città, feudalità e potere regio in età sveva

Alla ricostruzione della monarchia si accinse Federico II subito dopo

il suo ritorno dalla Germania, dove si era recato per contendere ad Ottone

IV

la corona imperiale, e poi da Roma, dove era stato incoronato da Ono-

rio

IV il 22 novembre del 1220. Nel dicembre seguente già convocò infat-

ti la curia generale di Capua, nella quale fu decisa la rivendicazione di tutti

La monarchia normanno-sveva

29

i diritti regi che erano stati usurpati nel trentennio precedente: fu pertanto ridimensionata la potenza dei feudatari, dei quali si decise di abbattere i ca- stelli costruiti abusivamente, e vennero annullate le più avanzate forme di autonomia cittadina, sulla base di un progetto politico tendente, pur nel di- chiarato proposito di rispettare le «buone consuetudini» del tempo di Gu- glielmo II, a ridurre le diversità, in termini di autonomia, esistenti in prece- denza tra le varie città. L’obiettivo era quello di ricondurle tutte ad un mo- dello unico, incentrato sul ruolo determinante del rappresentante regio, il baiulo, e su una partecipazione minima dei cittadini, i quali avevano in- nanzitutto l’obbligo di cooperare con i funzionari regi, in particolare per la ripartizione delle imposte in sede locale. Le città tuttavia, indicate allora co- munemente con il nome di università, non persero la loro fisionomia di or- ganismi con una propria individualità e con esigenze particolari, essendo documentato per il Vallo di Diano che esse potevano quanto meno farsi rappresentare dal proprio sindaco nelle cause con altre università e con per- sone private nonché imporre dei tributi ai propri membri, per soddisfare i loro bisogni: la costruzione di una fontana, di un ponte o di un ospedale, la pavimentazione di una strada. Una novità assoluta dell’età sveva fu costituita certamente dalla parte- cipazione, a partire dal 1234, dei rappresentanti delle città alle curie regio- nali che si tenevano due volte l’anno, l’1 maggio e l’1 novembre. Non si trat- tava, beninteso, del riconoscimento di un potere consultivo o deliberativo, quanto piuttosto dell’obbligo, per i «nuncii» delle città, di «contemplare la serenità del volto dell’imperatore» e riferire ai loro concittadini gli ordini da lui impartiti. Questo valeva però anche per gli esponenti della feudalità e del mondo ecclesiastico, ai quali ugualmente la volontà dell’imperatore si im- poneva in maniera assoluta. Anzi, le rare volte in cui Federico accenna, sia pur genericamente, a decisioni prese dopo essersi consultato con altri, non manca di far riferimento, oltre che ai prelati, ai conti e agli aristocratici, an- che alle città, come in una lettera in cui fa riferimento ad alcune delibera- zioni adottate nella curia di Melfi del 1231 «de consilio prelatorum, comi- tum, procerum et multorum civium regni». Che le città costituissero una delle realtà territoriali fondamentali del Regno, è dimostrato del resto dalla cura con cui l’imperatore volle garantir- sene il pieno controllo, rafforzando i castelli in esse esistenti, soprattutto là dove la popolazione si era mostrata nel passato particolarmente irrequieta, come ad esempio a Gaeta, a Napoli e ad Aversa. Né può dirsi che le sue preoccupazioni fossero infondate, come si vide di lì a poco a Gaeta, che, in- coraggiata dal pontefice Gregorio IX, dal quale Federico era stato scomuni-

30 Il Mezzogiorno dai Normanni agli Aragonesi

cato per non aver assolto all’impegno di partire per la crociata, si ribellò nel 1229 al sovrano, distruggendo il castello da poco costruito e gettandone a mare le macerie. Mandati in esilio gli esponenti del partito filoimperiale, i ribelli riconobbero il dominio del pontefice in qualità di signore feudale del Regno, ottenendone il 21 di giugno di quell’anno un privilegio, con il qua- le si concedevano alla città le stesse ampie libertà di cui godeva Anagni, tra cui la possibilità di coniare moneta e creare giudici, notai e altri ufficiali, e con la sola imposizione di un podestà forestiero, a quel che sembra di no- mina papale, ma su proposta dei cittadini. E si trattava, evidentemente, di concessioni assai vantaggiose, se i Gaetani mostrarono una grandissima de- terminazione nel difenderle, respingendo ancora nel 1232 gli appelli del pa- pa, che, riappacificatosi ormai con il sovrano, aveva inviato nella città il suo cappellano, per indurla a venire a patti. In questa circostanza Napoli se ne stette tranquilla, ma altre città se- guirono l’esempio di Gaeta, mostrando così come il vigile controllo del- l’imperatore su tutta la vita del Regno non ne avesse fiaccato affatto la vi- talità; e ciò soprattutto là dove c’era una tradizione di autonomia cittadi- na anteriore all’arrivo dei Normanni, come appunto a Gaeta. Qui, come si è visto, non tutti avevano aderito alla rivolta, ma alcuni avevano cerca- to di impedirla, pagando la loro scelta con l’esilio e, probabilmente, anche con la confisca dei beni. All’origine di essa non è da escludere che ci fosse una tenace fedeltà all’imperatore, ma la vicenda è da inserire piuttosto in quelle divisioni interne alle comunità urbane, che si è portati a credere pe- culiari del mondo dei comuni dell’Italia centro-settentrionale, ma che in- vece erano largamente presenti anche al Sud. Ne aveva consapevolezza lo stesso Federico II, il quale, nell’ordinare nel 1232 l’intervento dei rappre- sentanti delle città ai parlamenti generali, richiese che essi non fossero coinvolti in lotte interne.

2.8 Progettualità politica e gestione del territorio

Dopo aver ridefinito l’assetto complessivo del Regno con le Costituzio- ni di Melfi del 1231 e mentre tentava di venire a capo della resistenza delle città, il sovrano si preoccupava anche delle condizioni economiche del paese, con un interesse ed una continuità certamente nuovi per i regnanti del tem- po: furono così regolamentati i monopoli, le dogane e tutta l’attività mercan- tile, mentre gli scambi furono facilitati attraverso l’apertura di nuove fiere nel- le principali città (Sulmona, Capua, Lucera, Bari, Taranto, Reggio), la vigile manutenzione delle strutture portuali esistenti, la costruzione di nuovi porti,

La monarchia normanno-sveva

31

il potenziamento della flotta mercantile oltre che di quella militare, ma so-

prattutto mediante l’impegno con cui furono garantite la sicurezza delle stra-

de e l’incolumità dei mercanti. Nello stesso tempo il sovrano promosse la fon-

dazione di nuove città (Augusta, Gela, Altamura) e procedette al potenzia- mento dell’apparato pubblico attraverso il reclutamento di uno stuolo di fun-

zionari centrali e periferici tra i ceti borghesi e tra le famiglie della piccola no- biltà: funzionari per la cui formazione fondò lo Studio di Napoli. Basta tutto questo per parlare di totale cancellazione di ogni spazio

di

autonomia? Generalmente si risponde di sì, ma sulla scorta degli studi

di

Mario Caravale prima citati siamo portati a credere che lo Stato federi-

ciano, pur essendo indubbiamente il meglio organizzato del tempo e quel-

lo che esprimeva la più alta progettualità politica, non fosse affatto in con-

dizione di operare prescindendo completamente dai poteri locali, che era possibile comprimere temporaneamente, ma non cancellare del tutto. U- na prova è rappresentata dai giudici cittadini, i quali erano sì di nomina

regia, ma continuarono ad essere eletti dai cittadini e da loro proposti al re

o ai suoi funzionari.

Si tratta di una questione assai importante, ma la cui soluzione appa- riva già chiara agli inizi del nostro secolo ad uno storico della letteratura del- l’Università di Napoli, Francesco Torraca, il quale, occupandosi di Guido

delle Colonne, affrontò la questione dei giudici cittadini, dimostrando sulla base sia delle Costituzioni di Melfi sia di alcuni documenti che essi, dopo es- sere stati eletti dai cittadini, dovevano presentarsi all’imperatore o a un suo

delegato, muniti di lettere testimoniali dei loro concittadini attestanti la lo-

ro idoneità a ricoprire l’incarico: idoneità sia di carattere morale sia relativa

alla conoscenza delle consuetudini locali. Delle Costituzioni di Melfi il Tor-

raca richiamava la 79 del libro I (De iudicis et notariis), nella quale si dice ap- punto che le università demaniali debbono eleggere i giudici e inviarli cum testimonialibus litteris alla curia regia, dove saranno esaminati e ordinati, cioè nominati. Si tratta chiaramente di una formula di compromesso, che salva- guardava il diritto delle città di eleggere i propri giudici, ma anche le prero- gative del sovrano, dispensatore unico della giustizia, dato che il giudice, u-

na volta da lui nominato, agiva non più per conto della comunità cittadina che lo aveva eletto, ma in nome dell’imperatore. Lo si evince con assoluta certezza da uno dei documenti citati dal Tor-

raca, che consente di conoscere nei dettagli tutta la procedura. Si tratta di u-

na lettera del 1239 nella quale Federico II, rivolgendosi ai cittadini di una u- niversità di cui non si conosce il nome, comunica di aver approvato l’elezio- ne del loro giudice, basandosi appunto sulle lettere testimoniali esibitegli

32 Il Mezzogiorno dai Normanni agli Aragonesi

dall’eletto, e quindi di averlo immesso nella carica, esortandoli nello stesso tempo a prestargli il dovuto rispetto come a un giudice nominato dal sovra- no e che agisce in suo nome. Non sempre però le cose andavano così. Lo di- mostra un mandato del 14 novembre di quello stesso anno, con il quale Fe- derico II, dopo aver espresso al giustiziere del Principato, Tommaso di Mon- tenero, il suo sconcerto per l’elezione a giudice di Salerno di Matteo Curia- le, «mercante illetterato e assolutamente inadatto a tale ufficio», gli ordina di rimuoverlo dalla carica e di porre al suo posto un altro uomo, «capace, fe- dele e sufficientemente istruito». Dal tenore del mandato si capisce chiara- mente che l’errore del giustiziere, il quale aveva agito per conto del sovrano, allora a Lodi, era consistito nell’aver approvato l’elezione di una persona non idonea a svolgere le funzioni di giudice. Ma, qualora si avesse ancora qualche incertezza sulla questione, c’è un altro documento, la cui interpretazione non può dare adito a dubbi. Si trat- ta di un atto notarile rogato a Canosa, in Puglia, il 4 giugno 1266, con il quale il notaio Simeone fa autenticare dal giudice e dal notaio della città u- na lettera inviatagli dal giustiziere di Terra di Bari, Pandolfo di Fasanella. Con essa il funzionario regio, in esecuzione di un mandato di Carlo d’An- giò, gli ordina di recarsi personalmente in alcune località per richiamare i giudici eletti dai cittadini all’obbligo di presentarsi al giustiziere per essere in- vestiti del loro ufficio: prassi, questa, che poi risulta ampiamente documen- tata a partire dal 1270 in tutte le province del Regno. Orbene, se si consi- dera che dalla battaglia di Benevento (26 febbraio 1266) erano passati ap- pena tre mesi, è logico pensare che in così poco tempo non si sia potuto met- tere mano ad una riforma delle amministrazioni locali e che la prassi alla quale si richiamava Pandolfo di Fasanella fosse già in vigore in età sveva; tan- to più se si considera che, al di là dei proclami e delle dichiarazioni ufficiali, Carlo d’Angiò si poneva, per quel che riguardava le prerogative del potere re- gio, su una linea di assoluta continuità con la politica di Federico II, per cui le novità che si ebbero progressivamente – e, in ogni caso, in maniera assai lenta – in età angioina nell’ambito delle autonomie cittadine furono fonda- mentalmente scelte obbligate dei suoi successori, legate alla crisi di direzio- ne politica della dinastia. Se ancora oggi circolano al riguardo idee diverse, è per la perdurante e, peraltro, meritata autorevolezza di Francesco Calasso, il quale operò una troppo rigida distinzione tra età normanno-sveva ed età an- gioino-aragonese, elaborando uno schema interpretativo di suggestiva effi- cacia, ma, come sempre accade, non del tutto aderente alla realtà storica. Che Federico II non volesse e non potesse prescindere nella sua azione politica dalle realtà locali, ma le considerasse, sia pur su un piano di subal-

La monarchia normanno-sveva

33

ternità, parte integrante della sua azione di governo, è dimostrato anche dal ruolo che attribuiva alle consuetudini che ne regolavano la vita. Esse, già confermate, come si è detto, nella Curia generale di Capua, avevano un po-

sto ben preciso nella gerarchia delle fonti del diritto codificata nelle Costitu- zioni di Melfi, le quali ne riconoscevano la piena validità in tutte le materie non regolamentate in maniera completa dalle costituzioni imperiali e dal di- ritto comune. Anzi, in qualche caso, come ad esempio a Palermo, l’impera- tore assicurò che esse sarebbero state considerate valide anche per quanto ri- guardava le citazioni giudiziarie e la procedura civile e penale, che pure era- no state regolamentate a Melfi. Questo non impediva che i funzionari pubblici, in buona o cattiva fe- de, operassero tentativi di prevaricazione ai danni delle comunità locali, ten- tando di conculcare i loro diritti o che i castellani delle fortezze poste a pre- sidio delle città facessero sentire la loro presenza più di quanto non preve- dessero le costituzioni melfitane e le ripetute disposizioni regie, le quali vie- tavano loro ogni ingerenza nelle amministrazioni cittadine. Ma in tali casi e-

ra possibile far appello alle autorità superiori, vale a dire ai giustizieri, e allo stesso sovrano, nonché esprimere lagnanze, come si è detto, in occasione del-

le curie regionali. Il sovrano, del resto, si muoveva instancabilmente attra-

verso il regno per controllare di persona che tutto funzionasse a dovere e per far sentire direttamente la sua presenza sul territorio. Gina Fasoli ha rico- struito i suoi spostamenti nella primavera del 1240 sulla base delle tante let-

tere e circolari che partivano dagli uffici di cancelleria, i quali si spostavano regolarmente insieme al sovrano: il 19 marzo era ad Antrodoco (Rieti), il 22

a Pescara, il 28 ad Apricena (Foggia), il 28/29 a Foggia, il 30 a Tressanti (Ce-

rignola), il 31 a Salpi, l’1 aprile a Orta, il 3 a Lucera, fra l’8 e il 15 di nuovo

a Foggia, il 16 a Lucera, il 17 a Celano, in Abruzzo; tra il 20 e il 27 era an- cora a Foggia, il 27/28 a Orta, il 28/29 a Coronata (Apricena), l’1 maggio

di nuovo a Orta, il 3 a Foggia, il 26 a Napoli.

Ma c’erano città per le quali aveva una particolare predilezione e alle quali attribuiva un ruolo più importante nel contesto dell’ordinamento del regno? Di recente è stata riproposta la vecchia tesi di Napoli come seconda capitale del regno e ad essa ne è stata aggiunta anche una terza, Foggia, per

cui le capitali sarebbero state addirittura tre: Palermo, Napoli e Foggia. Non crediamo che la questione possa porsi in questi termini, e ciò non solo per- ché allo stesso titolo potrebbero legittimamente aspirare, con argomenti va-

ri, anche altre città – e a quel punto si vanificherebbe il concetto stesso di ca-

pitale, già peraltro discutibile nell’ipotesi di tre città capitali –, ma soprat- tutto perché l’idea di capitale ci sembra fuori dell’orizzonte mentale del so-

34 Il Mezzogiorno dai Normanni agli Aragonesi

vrano svevo, il quale mirò non a concentrare ruoli e funzioni in una o in due-tre località, ma a distribuirli sul territorio. Negli anni 1235-50 si ven- nero così delineando all’interno del regno tre grandi poli: l’area campana in- centrata sul triangolo Capua-Napoli-Salerno, la Capitanata e la Terra di Ba-

ri con Foggia, Barletta e Brindisi, e la Basilicata con Melfi.

L’area pugliese, che fu in assoluto quella più frequentata dall’impera- tore, svolgeva il ruolo di polo economico del regno e, diremmo oggi, di la-

boratorio delle sue sperimentazioni agrarie e produttive. È l’area delle gran-

di masserie regie, cerealicole e armentizie, i cui prodotti alimentavano le

speculazioni commerciali del sovrano. Quest’area aveva indubbiamente quello che oggi chiameremmo il suo centro direzionale a Foggia, dove l’im-

peratore fece iniziare nel 1223 la costruzione di una sua residenza (domus)

e dove avevano casa non pochi funzionari ed esponenti della curia. Nella

città inoltre si svolsero anche le curie generali del 1232 e del 1240, e nel

1238 vi furono convocati tutti i giustizieri per organizzare la riscossione del-

la colletta generale. Foggia però non fu la sede di tutti gli organismi di go- verno dell’area pugliese né tanto meno monopolizzò le attenzioni del so- vrano, che puntò invece a valorizzare anche altri centri. Così, quando nel

1234 creò le già citate curie regionali, per la Puglia e la Lucania fu scelta co-

me sede Gravina e non Foggia. Né può dirsi che allora valsero considera-

zioni di carattere geografico, essendo Gravina in posizione più centrale ri- spetto all’intera area pugliese e lucana, perché una considerazione del gene-

re non varrebbe poi per Salerno, scelta come sede per la curia regionale di

Principato, Terra di Lavoro e Molise: province rispetto alle quali si trovava chiaramente in posizione molto eccentrica. A Barletta, invece, fu insediata nel maggio del 1240 la Curia dei maestri razionali, ufficio di grande im- portanza nel contesto dell’organizzazione dello Stato federiciano, essendo preposto al controllo dei conti di tutti i funzionari pubblici. È vero che qualche anno dopo questa magistratura contabile, per meglio assolvere ai suoi compiti, fu decentrata in tre sedi, ma all’ufficio di Barletta rimase la competenza per le province di Terra di Bari e Terra d’Otranto, mentre la Capitanata insieme alla Basilicata faceva capo alla sede di Melfi. A Barletta inoltre fu istituita la regia zecca per la coniazione delle monete d’oro. Per quelle d’argento continuò invece la produzione nella zecca di Brindisi, un’altra città che ricevette le cure dell’imperatore, soprattutto a causa del-

l’importanza del suo porto, dove si imbarcavano i viaggiatori e i crociati di- retti in Oriente e dove venivano caricati i prodotti delle masserie regie de- stinati al mercato estero; venne perciò potenziato il suo arsenale, al punto

da poter ospitare fino a venti navi (per avere un termine di confronto, si

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consideri che il porto di Napoli, anch’esso ingrandito al tempo di Federico II, ne poteva contenere tra sei e otto). La Basilicata, con i vari castelli, palazzi e residenze per la caccia, si con- figurava nella mente di Federico come il polmone verde del regno, il luogo del riposo e dello svago. Il centro più importante era certamente Melfi, sede, co- me si è detto, della Curia dei maestri razionali per la Capitanata e la Basilica- ta, oltre che luogo in cui vennero promulgate le famose Costituzioni del 1231. La Campania, infine, appariva come il polo culturale del regno, l’a- rea che, per essere prossima alla frontiera con i domini pontifici, era anche la più adatta ad ospitare le rappresentazioni simboliche del potere. Questo ruolo non era assegnato però ad una sola città, ma almeno a tre: Capua, Napoli e Salerno. Capua, con la sua famosa porta carica di significati simbolici e con le sue tradizioni culturali, soprattutto in ambito retorico-letterario, peraltro va- lorizzate proprio da esponenti di rilievo della corte federiciana, primo fra tut- ti Pier delle Vigne, fu anche la sede delle Assise del 1220 e la città nella qua- le, dopo Foggia, l’imperatore risiedette più di frequente. Salerno era nota come centro di cure mediche fin dall’XI secolo, e proprio nei primi decenni del Duecento vi si formò la famosa Scuola me- dica attraverso l’unificazione di precedenti scuole private di medicina, fre- quentate da studenti che venivano anche dall’estero: operazione che av- venne probabilmente per impulso dello stesso sovrano, il quale rese obbli- gatorio l’esame davanti ai maestri di medicina salernitani per coloro che a- spiravano ad ottenere dalla curia regia l’autorizzazione all’esercizio della professione medica. Forse fu proprio per il suo prestigio culturale, e nono- stante la sua posizione geografica non adatta, che la città, come si è detto poc’anzi, fu scelta a sede della curia regionale per le tre province di Princi- pato, Terra di Lavoro e Molise, rispetto alle quali era Napoli ad essere col- locata in posizione più favorevole. Infine Napoli, sede dello Studio e di due importanti conventi mendi- canti, quello di S. Domenico e quello minoritico di S. Lorenzo, entrambi dotati di uno Studio teologico, nel primo dei quali studiò probabilmente Tommaso d’Aquino, nonché città che si gloriava di annoverare tra i suoi pro- tettori non solo martiri e confessori famosi, ma, come si è visto, anche Vir- gilio, la cui leggenda di mago e di nume tutelare di Napoli doveva certa- mente essere nota negli ambienti della corte sveva, fortemente sensibili al fa- scino della romanità. Napoli, infine, era la città nella quale Federico II volle farsi rappresentare nel ruolo al quale egli attribuiva maggiore importanza, quello di dispensatore della giustizia.

36 Il Mezzogiorno dai Normanni agli Aragonesi

Come si vede, funzioni e ruoli distribuiti tra i maggiori centri della re-

gione e non concentrati in un solo luogo: un modello molto diverso rispet-

to a quello che poi si sarebbe imposto a partire dal secolo seguente e che in

prosieguo di tempo avrebbe portato ad un grandioso sviluppo di Napoli ed

al concentramento in essa di una parte notevole delle risorse economiche e

culturali del regno. Gli storici ritengono per lo più che queste misure siano state in parte

vanificate da un esasperato fiscalismo, che mirava ad accrescere le entrate del-

lo Stato, per permettere al sovrano di condurre una politica di potenza in I-

talia centro-settentrionale, estranea agli interessi del paese; si tratta però di u-

na valutazione, per la quale è assai difficile trovare un convincente riscontro

nelle fonti del tempo, le quali registrano sì le lamentele dei sudditi per il no- tevole carico fiscale, ma non forniscono elementi per capire se esso fosse og- gettivamente insopportabile o se non si trattasse piuttosto della comprensi- bile resistenza di fronte alla novità di un apparato statale, capace di fornire –

sul piano dell’ordine interno, dell’amministrazione della giustizia e del so- stegno alle attività economiche – servizi per quantità e qualità fino ad allora sconosciuti in Occidente e quindi più costosi per i contribuenti. In ogni ca- so, quella delle città del regno svevo era la condizione normale dei centri a- bitati che si trovavano all’interno dei maggiori organismi politici del tempo

(regni, principati e stati territoriali in generale); il che non impedì ad alcuni

di essi (si pensi, ad esempio, a Barcellona e a Marsiglia) di conseguire un no-

tevole rilievo sul piano economico.

2.9 I progressi dell’agricoltura meridionale

Una diversa valutazione rispetto a quella tradizionalmente prevalente tra gli storici merita anche la politica commerciale di Federico II, al quale si rimprovera di aver contribuito in maniera decisiva a dare all’economia del Sud un’impronta di tipo coloniale, da un lato promuovendo nelle masserie regie non solo la coltivazione dei cereali, ma anche quella della vite, dell’oli- vo e degli alberi da frutto, e dall’altro favorendo l’apertura del paese agli o- peratori stranieri, in particolare toscani, genovesi e veneziani, rendendo così il paese dipendente dall’esterno sia per il rifornimento dei prodotti dell’in- dustria e dell’artigianato sia per la collocazione sui mercati esteri del grano e degli altri prodotti dell’agricoltura. In realtà, ad un esame più attento, il di- segno di quel sovrano si rivela in tutta la sua grandiosità e preveggenza, fi- nalizzato com’era ad inserire il regno in quel grande spazio economico euro- mediterraneo dell’Occidente, che, come ha osservato Mario Del Treppo, si

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stava allora formando attraverso la disponibilità di capitali e il bagaglio di co- noscenze tecniche, geografiche e ambientali dei mercanti dell’Italia centro- settentrionale. In quello spazio, nell’ambito del quale venivano facilmente valicati i confini politici e si realizzava l’integrazione delle aree economiche regionali, il Mezzogiorno venne a configurarsi come fornitore di materie pri- me agricole e importatore di prodotti lavorati esteri, ma questo non dipese dalla politica di Federico II, quanto piuttosto dal diverso potenziale produt- tivo dei paesi mediterranei. Merito di quel sovrano fu invece quello di aver accresciuto il peso del regno nel contesto internazionale e di aver stimolato l’economia locale, favorendo il potenziamento di quelle colture che alimen- tavano le più significative correnti di traffico. Tra queste un posto di primo piano occupavano certamente i grani, e il frumento soprattutto, per la cui esportazione erano necessarie apposite li- cenze, dette tratte, che costituiranno sempre un’entrata essenziale per lo Sta- to. Come è noto, la sua importanza nell’agricoltura e nelle abitudini ali- mentari delle popolazioni urbane e rurali del Mezzogiorno si era mantenu-

ta sostanzialmente immutata anche nei secoli dell’Alto Medioevo, durante i

quali nel resto dell’Italia si era avuto invece, non solo un arretramento della cerealicoltura di fronte all’economia di tipo silvo-pastorale, ma anche un de- ciso sopravvento dei cosiddetti grani inferiori (segala, spelta, orzo, miglio,

panìco, sorgo). Ma già a partire dall’XI secolo la sua produzione era in cre- scita particolarmente in Puglia e in Sicilia, aree con maggiore vocazione alla cerealicoltura, sotto la spinta dell’incremento demografico e del conseguen-

te fabbisogno alimentare nonché della richiesta dei mercanti pisani, genove-

si e veneziani, ai quali si aggiungeranno poi fiorentini e catalani. Si trattava

di un fenomeno di lungo periodo, che non si vede come un sovrano del

Duecento potesse o dovesse contrastare. La scelta più saggia non poteva non

essere invece quella di sfruttarlo nell’interesse non solo dello Stato, del qua-

le concorreva ad accrescere sia le entrate fiscali sia quelle prodotte dalle sue

aziende agrarie, ma anche dei produttori privati. Che Federico II avesse una visione ampia del problema, è dimostrato anche dal fatto che il suo sostegno andò nello stesso tempo all’incremento quantitativo e qualitativo di altri prodotti dell’agricoltura meridionale, che attiravano al Sud i mercanti stra- nieri. Tra essi innanzitutto le castagne, le nocciole, il vino e l’olio. Per quanto riguarda le prime, proprietari e coltivatori della zona tra Cava e Salerno appaiono già nell’XI secolo impegnati ad aumentarne la pro- duzione e a migliorarne la qualità attraverso la selezione di quelle migliori e la loro propagazione per innesto, come emerge chiaramente dai sempre più numerosi contratti agrari, nei quali le operazioni da svolgere per l’innesto

38 Il Mezzogiorno dai Normanni agli Aragonesi

vengono descritte con minuziosità e precisione; da essi risulta che verso la metà di quel secolo erano state già individuate tre varietà: le zenzale, desti- nate a conseguire una grande rinomanza per la loro dolcezza, le robiole e le granacce. Un aumento della produzione ed un incremento della qualità si ri- scontrano, sia pur con il ritardo di un secolo, anche in altre due aree della Campania: la Costiera amalfitana e l’Irpinia. Nella prima, in particolare, è possibile cogliere attraverso i patti agrari una grande trasformazione del pae- saggio agrario, che vide l’introduzione, prima, delle colture arboree, e della vite in particolare, e poi, a partire dalla seconda metà del XII secolo, quella del castagno, che in qualche luogo giunse anche a prendere il posto della vi- te. I contratti prevedevano – sia in Costiera sia nella zona di Cava – che il coltivatore cedesse al proprietario del terreno la metà delle castagne secche e che l’essiccazione fosse fatta «ad gratem», vale a dire su un graticcio colloca- to probabilmente sotto la cappa del camino. Tuttavia agli inizi del Duecento nei documenti di Cava si fa spesso menzione del «palearium», in cui il con- cessionario doveva raccogliere ed essiccare le castagne e che appare come u- na normale dotazione del fondo, unitamente all’«area» in cui si raccoglieva il frumento e al «palmentum» in cui si produceva il vino. Probabilmente il «pa- learium», un locale fatto di legno e frasche, di cui dovevano essere dotati so- lo i coltivatori che avevano un raccolto più abbondante, aveva una struttura simile alla «grat» della Valtellina, una piccola baita, a metà altezza della qua- le era collocato un graticcio su cui veniva disposto uno strato di castagne; sul pavimento vi era un braciere in cui ardevano ceppi e bucce secche, che pro- ducevano molto calore e fumo, provocando così l’essiccazione delle castagne, che venivano poi sbucciate mediante la battitura con una mazza chiodata. Orbene, che le castagne secche prodotte in Costiera fossero in buona parte destinate al mercato, è dimostrato dal fatto che alcuni proprietari chie- devano che la parte del raccolto loro spettante fosse consegnata dal coltivato- re vicino al mare, anche se il luogo di produzione si trovava alquanto distan- te. Del resto, che se ne facesse un intenso commercio è confermato anche dal- le istruzioni di Federico II ai gestori dei fondachi dei porti di Siponto, di Na- poli e della Sicilia (12 agosto 1231), nelle quali le castagne – accanto a noc- ciole, noci e mandorle, altri prodotti tipici dell’agricoltura campana – sono e- splicitamente menzionate insieme ad altri frutti, sui quali gravava un dazio di esportazione di un tarì a salma. E infatti le Pratiche di mercatura del Trecento menzionano spesso le castagne sia secche sia fresche nonché la stessa farina di castagne, prodotti che venivano immessi sul mercato di Napoli non solo e non tanto per il consumo locale, quanto piuttosto per essere esportati verso il

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Nord-Africa e il Medio Oriente, che fin dagli anni intorno al Mille costitui- vano uno sbocco tradizionale della produzione agricola campana. Nella pri- ma metà del Trecento il Balducci Pegolotti indica Tunisi, Costantinopoli, A-

cri di Siria e Alessandria come mercati delle castagne campane oltre che di no-

ci e nocciole, ma quantitativi non irrilevanti partivano da Napoli, da Gaeta e

dai porti minori anche in direzione di Genova, Pisa, Firenze e delle città del-

la costa spagnola, in quest’ultimo caso ad opera di navi maiorchine.

Per quanto riguarda le nocciole, a quel che si è detto finora è da ag- giungere che la coltivazione di esse era particolarmente diffusa in Campania sia nella valle di Cava sia nella zona vesuviana, in alcuni centri della quale (Marigliano, Nola, Palma) ancora oggi costituisce la nota dominante del

paesaggio agrario. Se si considera che dalle sole terre dipendenti dall’abbazia della SS. Trinità di Cava se ne raccoglievano a metà del Duecento ben mil-

le quintali, si comprende come esse figurassero addirittura al primo posto

nell’elenco dei prodotti che le navi di Gaetani, Napoletani, Sorrentini, A-

malfitani, Ischitani, Calabresi, Siciliani, Pisani, Genovesi e Romani veniva- no a caricare nei porti di Vietri e Cetara. Rispetto alle castagne e alle nocciole, gli agrumi alimentavano corren-

ti di esportazione decisamente minori, ma ciò nondimeno essi uscivano dal-

l’ambito puramente locale. Cedri, limoni, aranci amari (detti cetrangoli; quelli dolci si diffonderanno solo alla fine del Quattrocento) divennero nel corso del XIII secolo sempre più presenti sia all’interno delle città sia nelle

zone circostanti, oltre che in Sicilia, anche lungo le coste della Puglia e della Campania, ed in particolare nella Costiera amalfitana, alla quale conferiro- no un aspetto rimasto praticamente immutato fino ai nostri giorni. La dif- fusione della coltivazione degli agrumi diede vita a Trani alla consuetudine del lancio, da parte dei giovani, di arance nei giorni di carnevale: consuetu- dine di cui si ha conoscenza per il fatto che nel 1270 il gioco degenerò in ris-

sa e nel lancio di pietre (ma l’inconveniente, prima e dopo quell’anno, do-

vette essere tutt’altro che raro).

2.10 Produzione e commercio del vino e dell’olio

Un’altra pianta tipica dell’agricoltura meridionale era la vite, oggetto di

attente cure da parte dei proprietari fondiari e dei coltivatori già prima del Mille, quando appare assai diffuso il contratto di pastinato che, prevedendo alla scadenza contrattuale l’assegnazione al colono di una parte del terreno sottoposto a miglioria, diede un contributo fondamentale alla diffusione del-

la piccola proprietà contadina proprio nelle zone più vicine alle città e ai cen-

40 Il Mezzogiorno dai Normanni agli Aragonesi

tri abitati in genere, in cui i vigneti erano più concentrati, al punto da dar vita in non pochi casi a vere e proprie colture specializzate. Fino a tutto l’XI secolo è probabile che solo una piccola parte del vino prodotto fosse desti- nata al commercio, ma già fra XI e XII secolo la situazione doveva essere in parte cambiata, per effetto dell’aumento della popolazione urbana e della sua maggiore articolazione interna, che facevano delle città qualcosa di molto di- verso rispetto alle comunità di piccoli e medi proprietari terrieri dell’Alto Medioevo, i quali producevano direttamente il vino di cui avevano bisogno. Certo è che nel corso del Due-Trecento la fornitura di vino al mercato cit- tadino fu uno dei problemi più scottanti che rendevano agitata la vita delle città, inserendosi – lo si vedrà più avanti – nel contesto delle lotte sociali per la conquista e la gestione del potere locale. Il fatto è che l’economia del Mezzogiorno stava vivendo, a partire dal- la prima metà del Duecento, ma con ritmo sempre più intenso nei secoli se- guenti, un generale processo di commercializzazione, che coinvolse quasi o- gni angolo del paese, alimentando un’intensa circolazione non soltanto di prodotti di lusso e dell’artigianato, ma anche di generi alimentari e di prima necessità, che erano di produzione pressoché generale. Tra questi figura an- che il vino, che viaggiava non soltanto per mare ma anche per le strade del- l’interno, e ciò nonostante gli ostacoli frapposti dai produttori locali, che cer- cavano di impedire l’ingresso in città di prodotti forestieri. Nel Due-Trecento una quota consistente della produzione vinicola meridionale fu destinata al commercio estero, soddisfacendo la richiesta di un vasto mercato che andava dall’Inghilterra al mare d’Azov e comprendeva la stessa Francia, i cui vini della Linguadoca e di Provenza già godevano di grande rinomanza nel corso del Quattrocento. Gli autori di quest’inseri- mento del vino meridionale in un circuito nazionale e internazionale furo- no inizialmente, ma in piccola misura, gli Amalfitani, presenti in Africa e a Costantinopoli fin dalla fine del X secolo, ai quali si sostituirono nel corso del Duecento operatori economici forestieri, via via pisani, genovesi, marsi- gliesi, catalani e soprattutto fiorentini, che furono in grado, a partire dagli i- nizi del Trecento, di gestire operazioni di grossa portata. Prima ancora però che la loro penetrazione nel Sud diventasse assai massiccia, il vino costituiva uno dei prodotti che alimentavano le speculazioni commerciali del primo sovrano angioino, oltre che – tutto lo lascia credere – di Federico II, sem- brando arduo pensare che nel 1268, a soli due anni dalla conquista del Re- gno e mentre era ancora in atto la repressione della rivolta provocata – come si vedrà più avanti – dalla discesa di Corradino, Carlo d’Angiò avesse il tem- po e la voglia di impiantare dal nulla non solo lo sfruttamento di vigne re-

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gie, ma anche la commercializzazione all’estero dei loro prodotti. Infatti per il 1242 o 1243 siamo informati dell’arrivo ad Alessandria della nave «Mez- zo Mondo», che oltre ad un ambasciatore di Federico II aveva a bordo un grosso carico di vino, nonché di olio, cacio, miele e altre derrate alimentari. Da un rendiconto finanziario di Matteo Rufolo di Ravello, titolare della se- crezia e della portolania di Puglia dal settembre del 1268 all’agosto del 1269, apprendiamo inoltre che fu allestita nel porto di Brindisi una nave regia, la «Sancta Cecilia», per il trasporto e la vendita fuori del regno di vino ed olio, prodotti dalle masserie regie o comprati sul mercato locale. Oltre che nei porti pugliesi il vino veniva caricato anche lungo le coste campane, dove importanti centri di imbarco erano Castellammare di Stabia e Torre del Greco, ma soprattutto Napoli, principale porto vinicolo del Me- diterraneo, dove affluiva non soltanto il famoso vino greco delle adiacenti zo- ne vesuviane, ma anche quello della Costiera sorrentina e amalfitana, di Sa- lerno, del Cilento, destinato ad un mercato che nei primi anni del Trecento andava da Parigi a Costantinopoli, e comprendeva Maiorca, Tunisi, Marsi- glia, Genova, Pisa, Firenze, Rodi, Cipro, la Siria: mercato che solo in maniera marginale poteva essere turbato dai consueti atti di pirateria, che non rispar- miavano neanche il vino. Sappiamo così di corsari pisani che catturarono nel 1271 una nave napoletana carica di vino e di corsari genovesi che nel 1283 fecero lo stesso con una nave pisana o amalfitana diretta a Porto Pisano. La continuità di questo movimento commerciale del porto napoletano può es- sere esemplificata da due dati di natura quantitativa: il 19 giugno 1248 due mercanti marsigliesi noleggiarono da Napoli a Marsiglia ben 425 barili; in occasione del maremoto del 25 novembre 1343, come ci informa Giovanni Villani, la violenza del mare trascinò via dai magazzini botti di vino e quan- tità di nocciole del valore di più di duecentomila fiorini. Una parte della produzione della Calabria, in piena crescita fin dall’XI se- colo, confluiva invece nei porti di Scalea, Tropea e Crotone, e tutto lascia cre- dere che questo avvenisse già nella prima metà del XIII secolo, se non anche nel secolo precedente, essendo documentata fin dall’XI secolo la commercia- lizzazione di vino prodotto dalle terre al confine tra Calabria e Lucania. Da Sca- lea, comunque, sappiamo per certo che nel 1278 il vino arrivava a Tunisi, men- tre per Tropea siamo informati della partenza, nella primavera del 1396, di ben 550 botti, pari a hl 1.760, alla volta di Pisa (e di qui a Firenze), ma anche di Genova, della Provenza, della Linguadoca, di Barcellona, Valenza, Palma di Maiorca, Londra e Bruges. Apprezzati erano anche i vini delle zone di Potenza (fin dal tempo del viaggiatore arabo Idrisi, a metà del XII secolo), di Melfi e Rapolla (fine XIII secolo) in Lucania, ma non è possibile dire se fossero espor-

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tati e da quale porto. Vini siciliani di Messina, Palermo, Patti, Siracusa sono do- cumentati tra Due e Trecento a Tunisi, Malta, Acri, Costantinopoli. Un altro prodotto dell’agricoltura meridionale in piena crescita fin dal- l’XI secolo e che alimentò già nel secolo seguente un crescente movimento commerciale all’interno del regno e verso l’estero fu l’olio, la cui esportazio- ne, al contrario del vino, avvenne solo da alcune aree ben determinate: da Gaeta (fin dal 1129 per Costantinopoli, Cipro, Tunisi), da Napoli (per Co- stantinopoli, Cipro, Bugia), ma soprattutto dalla Puglia, la cui ricchezza già nel 1070 veniva individuata nella sua produzione di frumento, vino e olio. Il migliore era considerato quello della Terra di Bari, che veniva imbarcato nei porti di Barletta, Molfetta, Giovinazzo, Bari, Brindisi, da cui raggiunge- va un mercato coincidente praticamente con l’intero Mediterraneo, dato che si estendeva da Maiorca, Tunisi e Bugia a Costantinopoli, passando per Maiorca, Genova, la Sardegna, Alessandria d’Egitto, Venezia, Ragusa, Rodi, Creta, Cipro, Acri. Nel porto di Bari nel 1051 andò a fuoco una nave cari- ca di olio, diretta a Costantinopoli. L’importanza che all’olio e al vino pu- gliesi attribuiva Venezia è dimostrata dal trattato che impose nel 1234 a Ra- venna, per garantirsene il monopolio della distribuzione in tutta l’area pa- dana. Nel corso del Quattrocento l’olio pugliese arriverà anche a Londra, a Bruges, a Parigi e nei mercati del Mar Nero, quello campano raggiungerà dai porti di Gaeta e di Napoli il Mare del Nord.

2.11 Una lucida capacità di programmazione

Se, parlando dei prodotti dell’agricoltura in età sveva, abbiamo antici- pato sviluppi dei secoli successivi, è stato per mostrare come il Mezzogiorno fosse allora certamente in una fase di crescita e come gli operatori stranieri, che già vi erano da tempo inseriti e che vi si inseriranno in maniera via via più sistematica, erano diventati, con i loro acquisti di derrate alimentari, un fattore propulsivo nell’economia del paese, per cui nelle città pugliesi la loro assenza, in coincidenza con le difficoltà di alcune congiunture politiche, de- terminava un crollo sia dei prezzi dei prodotti agricoli sia degli affitti. Un elemento significativo della politica economica di Federico II e- rano le masserie da lui create e gestite attraverso maestri massari in varie zone del Mezzogiorno, e soprattutto in Puglia. Esse, diversamente da quel- lo che si continua stancamente a ripetere, non erano caratterizzate sempre e dovunque dalla monocultura cerealicola, la quale era piuttosto una scel- ta legata al contesto ambientale. Inoltre avevano unità e razionalità di ge- stione, erano basate sull’impiego di manodopera salariata e producevano

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per

si chiama «capitalismo». È comprensibile che appaia arduo coglierne i pri-

mi esempi nella cosiddetta «economia dominata» del Mezzogiorno me-

dievale, ma non vedo come si possa negare il carattere capitalistico delle masserie regie fondate da Federico II. Naturalmente nessuno avrebbe im-

barazzo nel riconoscerlo, se la storia del Mezzogiorno in età moderna fos-

se stata diversa da quella che è stata e la sua economia avesse registrato un

deciso sviluppo in senso capitalistico: tutti sarebbero concordi, in tal caso, nell’osservare che le lontane premesse della crescita del Paese erano da cer-

care nella politica economica di Federico II, che poi Carlo d’Angiò si guarderà bene dal sovvertire. Non solo infatti non smantellò le masserie

impiantate dall’imperatore svevo, ma cercò di trarne il massimo profitto, estendendone la superficie, creandone di nuove e inasprendo le norme che

ne regolavano la gestione, tra le quali quelle relative al falso in bilancio e al

conflitto di interessi. Non ci sembra perciò che abbia forzato la realtà dei fatti Mario Del

Treppo, quando ha individuato nella sua politica economica una notevole capacità di programmazione. In ogni caso i problemi con cui egli si trovò al- le prese sarebbero diventati di lì a poco quelli di tutti i monarchi europei, i quali, come è stato osservato da Giuseppe Petralia, «dovevano necessaria- mente ricorrere al sostegno dei servizi e delle attività commerciali di mer- canti e banchieri toscani, per uno sfruttamento il più possibile vantaggioso

di quelle risorse economiche, produttive e finanziarie dei loro regni, sulle

quali fondavano ogni opportunità di efficace azione politica e militare».

il mercato. Tutto questo nel linguaggio corrente e in quello scientifico

A questo è da aggiungere che l’imperatore non intese mortificare af-

fatto gli operatori locali, ai quali si aprirono anzi in età sveva due nuovi cam-

pi di attività: da un lato, infatti, essi vennero ad occupare le posizioni che si

aprivano tra mercanti stranieri e produttori locali, soprattutto i grandi si- gnori fondiari laici ed ecclesiastici; dall’altro ebbero la possibilità di mettere

le loro capacità ed i loro capitali al servizio dello Stato, assumendo l’appalto

dei vari tipi di imposte introdotte dal sovrano svevo e versandone alla mo-

narchia le entrate prima ancora che venissero riscosse.

Il collegamento tra Corona e borghesia mercantile, al quale Federico II

mirò soprattutto nell’ultimo quindicennio del suo lungo regno e che si realizzò appieno al tempo di suo figlio Manfredi (1258-66), si coglie assai bene attra-

verso le vicende della famiglia della Marra che, originaria di Ravello, aveva spo- stato il suo campo di attività in Puglia, fissando la sua residenza a Barletta.

Il primo a mettersi al servizio dello Stato era stato Angelo, il quale, pur

continuando a svolgere la sua professione di banchiere, fu procuratore ed e-

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secutore dei «nova statuta» per la Campania, appaltatore della gabella della seta per la Calabria, amministratore del tesoro e infine capo della Camera dei maestri razionali (una specie di moderna Corte dei conti). I figli segui- rono le sue orme: Iozzolino fu maestro razionale prima di Manfredi e poi di Carlo d’Angiò, mentre il fratello Riso, dopo essere stato secreto in più pro- vince, divenne tesoriere alla corte del predetto Carlo. Analoga l’esperienza di Giacomo Rogadeo, anch’egli originario di Ra- vello, ma trapiantato a Bitonto, il quale, dopo essere stato maestro procura- tore e portolano di Puglia negli anni 1261-63, fu sotto la dinastia angioina vicesecreto di Abruzzo (1270), secreto di Puglia insieme a Berardo Maramuli

di Napoli, Giacomo Pallino, Ursone Scazato di Scala e Ursone Bembo di A-

malfi (1279-80), maestro portolano di Terra d’Otranto (1285-86) e infine maestro della zecca di Messina (1291). Orbene, se si scorre l’elenco dei funzionari dell’amministrazione fi- nanziaria negli ultimi anni di Federico II e in quelli di suo figlio, si nota co-

me essi fossero nella stragrande maggioranza amalfitani (nel senso di origi- nari del Ducato di Amalfi, e quindi anche ravellesi e scalesi), seguiti da Sa- lernitani, Capuani e Pugliesi (di Bari, Trani, Barletta, Siponto, Manfredo- nia); il che mostra chiaramente come non sia legittimo parlare di un gene- ralizzato atteggiamento antisvevo degli Amalfitani. In realtà questi, diven-

tando sempre più corto il respiro della loro attività commerciale per effetto della concorrenza straniera, già dagli anni trenta del XIII secolo avevano in- dividuato nell’appalto degli uffici finanziari un campo di attività che pro- metteva facili e lauti guadagni. Il cambio di dinastia, da questo punto di vi- sta, non comportò nessun trauma, come mostra il comportamento dei figli

di Angelo della Marra, prima menzionati.

In seguito la situazione in parte cambierà e questi due campi di attività tenderanno a restringersi, perché i mercanti stranieri penetreranno anche nell’interno e anzi cercheranno di assumere il controllo diretto della produ-

zione, acquisendo feudi e beni terrieri, e radicandosi nelle realtà locali, dove

si dedicheranno anche al commercio al minuto. Nello stesso tempo si sosti-

tuiranno ai regnicoli nel ruolo di funzionari-banchieri, avendo una disponi- bilità di capitali, che consentiva loro di anticipare alla monarchia somme più elevate. È quello che sperimentò Carlo d’Angiò, il quale all’inizio del suo re-

gno fece un sistematico ricorso a prestiti, spesso forzosi, di mercanti locali e

di piccoli risparmiatori, e ciò non soltanto in città di antica tradizione com-

merciale, come Napoli, Salerno, Amalfi, Ravello, Scala, Atrani, Sorrento, Gaeta, Bari e altre città della costa pugliese, ma anche in centri quali Gra- gnano, Tramonti, Altavilla Irpina, Venafro, Sessa Aurunca, Avellino. Le sin-

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gole quote rastrellate dalla Regia Curia, che venivano regolarmente rimbor- sate, andavano da pochi tarì (cinque ne diedero nel dicembre del 1270 al- cuni abitanti di Conca dei Marini, presso Amalfi) alle trenta-quaranta once

dei mercanti amalfitani, e complessivamente dovevano formare importi di una certa entità, insufficienti però a far fronte ai bisogni dello Stato, consi- derate anche la lentezza e la dispendiosità della raccolta, laddove dai mer- canti-banchieri forestieri era possibile ricevere subito grosse somme. La penetrazione degli operatori economici stranieri anche nelle zone dell’interno e la loro sostituzione ai locali nel ruolo di finanziatori dello Sta-

to sono tuttavia sviluppi successivi, non riconducibili alla responsabilità di

Federico II, e per giunta non ebbero effetti catastrofici sulla vita delle popo- lazioni meridionali, come si continua a ripetere stancamente. Il fatto è che per l’età angioina, oltre che per quella sveva, non abbiamo una documenta- zione che permetta di cogliere il tipo di attività, che svolgevano nel Mezzo- giorno gli operatori stranieri, con la stessa chiarezza con cui ha potuto farlo

Mario Del Treppo per l’età aragonese, durante la quale ha dimostrato che i mercanti-banchieri toscani esercitavano un forte stimolo sull’economia lo-

cale, coinvolgendo nelle loro attività un gran numero di uomini di affari e

di imprenditori meridionali. Se però ci si libera dal pregiudizio, di carattere

ideologico, dello sfruttamento coloniale del Nord industrializzato ai danni del Sud sottosviluppato, si potrà cogliere la realtà più autentica di un Mez- zogiorno, fatta di luci ed ombre, come del resto accadeva in tante altre realtà dell’Europa del tempo, ma certamente non sentita né dai regnicoli né dai contemporanei come una condizione di arretratezza. Non solo, ma si potrà anche capire meglio perché il controllo dell’Italia meridionale fosse ambito dalle maggiori potenze europee e perché le entrate della Corona suscitassero

l’invidia dei governanti del tempo. Chi aveva contribuito in maniera decisiva a creare un’organizzazione finanziaria e fiscale capace di ricavare il massimo dalla ricchezza del paese e-

ra stato Federico II, il quale però si preoccupò nello stesso tempo di poten-

ziare l’organizzazione dello Stato nel suo complesso, puntando sul coinvol- gimento del ceto borghese per il funzionamento non solo degli uffici finan-

ziari, ma anche della cancelleria e degli organi centrali in generale, e lascian- do alla piccola aristocrazia le funzioni di carattere militare e giurisdizionale nonché le cariche ecclesiastiche. Certo, non tutto riuscì secondo i suoi desi- deri, e forse pretese troppo dai suoi sudditi e collaboratori, ma è da conside- rare inaccettabile l’opinione di chi ha considerato la sua politica apportatri-

ce più di danni che di vantaggi per il Mezzogiorno.