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Storia di Vicenza

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La città di Vicenza possiede una storia di oltre 2000 anni.

Indice
Documentazione e storiografia
Epoca antica
L'insediamento pre-romano
Vicetia romana
Vicetia tardo-romana
Il primo Cristianesimo a Vicenza
Medioevo
Secoli VI-IX: l'età longobarda e carolingia
Secoli IX-XI: la signoria vescovile
L'aspetto urbano nell'Alto Medioevo
Secoli XII-inizi XIII: il Comune cittadino
Il declino del potere vescovile
Le famiglie emergenti
Piazza dei Signori a Vicenza ritratta
Il Comune
dal pittore inglese James Duffield
Le fraglie Harding (entro il 1863)
L'aspetto urbano nel XIII secolo
La formazione del distretto vicentino
La perdita dell'autonomia cittadina
La parabola di Giovanni da Schio
La cultura e la vita religiosa nel XIII secolo
Secoli XIII-XIV: Le signorie
Federico II e il sacco di Vicenza
Il 'tiranno' Ezzelino
La città-stato e Bartolomeo da Breganze
La soggezione a Padova
Il territorio vicentino, campo di battaglia
La signoria scaligera
Lo sviluppo della città e l'ampliamento delle mura
L'economia rurale nel Trecento
La caduta degli Scaligeri e l'avvento dei Visconti
La Signoria dei Visconti
La dedizione a Venezia

Età moderna
Secoli XV-XVIII
Popolazione ed economia in età moderna
Figlia primogenita della Serenissima ...
... e figlia fedele
Privilegiati dal privilegio
Le guerre del Cinquecento in Terraferma
La minaccia ottomana e il declino di Venezia
Le idee protestanti e il Concilio di Vicenza
Una storia in tono minore
La grande architettura rinascimentale e classica
La caduta della Repubblica di Venezia e la Municipalità
provvisoria

Età contemporanea
Vicenza dalla caduta della Repubblica Veneta all'annessione
all'Italia
Vicenza e l'Impero francese
Vicenza e il Regno Lombardo-Veneto
Il Quarantotto a Vicenza
Dal Quarantotto all'annessione al Regno d'Italia
Il nuovo ruolo della città nell'Ottocento
Dall'annessione all'Italia alla prima guerra mondiale
Vicenza e la politica italiana
Il governo della città dall'annessione alla prima guerra
mondiale
Dalla prima alla seconda guerra mondiale
Vicenza e la Grande Guerra
Il primo dopoguerra e la nascita del fascismo a Vicenza
Il ventennio fascista a Vicenza
La seconda guerra mondiale
La Resistenza vicentina
Il secondo dopoguerra e la ricostruzione
Vicenza patrimonio dell'umanità

Note
Bibliografia
Fonti primarie
Storiografia classica
Storiografia recente
Voci correlate
Altri progetti
Collegamenti esterni

Documentazione e storiografia
La documentazione scritta in nostro possesso - riguardante la città di Vicenza - relativa all'epoca antica e al primo millennio, è
praticamente nulla. Negli archivi cittadini ecclesiastici e civili sono presenti solo la copia di un documento, chiaramente falso,
proveniente dall'abbazia di Nonantola e un'altra che riporta il privilegio concesso dal vescovo Rodolfo al monastero benedettino
dei santi Felice e Fortunato[1]. Altre scarne informazioni le possiamo ricavare dal racconto di Paolo Diacono e sporadiche notizie
relative al territorio vicentino ritrovate in documenti padovani o veronesi[2]. Scarsi sono anche i reperti archeologici - eccezion
fatta per quelli relativi alla città durante l'Impero romano - sufficienti comunque ad attestare, anche nell'alto Medioevo, la
presenza e la continuità di una media città della pianura veneta.

Il secondo millennio, invece, offre abbondanza di documenti e di strutture monumentali, da cui si evince la vita di una città, salvo
brevissimi periodi sempre soggetta a poteri esterni ma ricca di storia, di arte, di cultura e di personaggi illustri.
A partire dal XII secolo preziosi documenti sono stati rinvenuti nell'Archivio capitolare diocesano[3] e presso i Monasteri
benedettini dei Santi Felice e Fortunato e di San Pietro, quasi sempre riguardanti privilegi[4], diritti ed esenzioni, dispute sulle
proprietà o sulle rendite, atti di cessione. Essi hanno consentito di ricostruire molti aspetti della vita politica, sociale, religiosa e
mappe del territorio.

Durante il Basso medioevo cominciano anche i racconti dei cronisti, il primo dei quali è Gerardo Maurisio che descrisse in modo
particolareggiato i fatti capitati a Vicenza tra il 1183 e il 1237. Seguirono la cronaca di Nicolò Smereglo relativa a quanto
avvenne tra il 1200 e il 1312, quella di Ferreto dei Ferreti che descrisse gli avvenimenti relativi a Vicenza e a Padova tra il 1250 e
il 1318, quelle di Antonio Godi e di Conforto da Costozza, di cui resta una cronaca relativa ad un arco di tempo di 17 anni. Il
primo che compilò una cronaca completa della città di Vicenza fu Giambattista Pagliarino, vissuto nella seconda metà del secolo
XV, il quale attinse a molti documenti precedenti[5].

Con il XVI secolo cominciarono i tentativi di dare una storia a Vicenza. Il primo - seppure modesto - storico fu Giacomo Marzari
che pubblicò un piccolo compendio di storia vicentina civile ed ecclesiastica; dopo di lui vennero Silvestro Castellini, che
compilò un'opera più seria e completa, e Francesco Barbarano, vissuto nel XVII secolo. Scrittori vissuti in un periodo in cui non
era ancora maturata la critica storica, le loro opere sono spesso imprecise ed è difficile distinguere tra storia e leggenda[6].

Con il grande risveglio degli studi storici del Settecento Vicenza ebbe la notevole opera in 13 volumi di Fortunato Vigna, che per
scriverla aveva attinto a migliaia di documenti tratti dagli archivi civili ed ecclesiastici. Altri raccoglitori di documenti furono
Giambattista Verci, Tomaso Faccioli e Gaetano Maccà, che scrisse la Storia del territorio vicentino[7].

Epoca antica

L'insediamento pre-romano
Sembra probabile che il primo insediamento sul piccolo gruppo di alture - formato da detriti e sedimenti alluvionali che emergeva
dalla pianura acquitrinosa alla confluenza dei fiumi Astico e Retrone - sia originato già nel VI secolo a.C.[8].

Strabone[9] ritiene che gli abitatori del sito appartenessero alla popolazione degli Euganei[10], ma oggi gli studiosi sono
abbastanza concordi che essi fossero Veneti, fatto attestato dal ritrovamento di oltre 200 laminette votive dedicate al culto della
venetica dea Reitia e di un'iscrizione in lingua venetica, rinvenute nel 1959 durante i lavori di costruzione di un edificio di fronte
alla sede municipale di Palazzo Trissino. Viene esclusa anche l'appartenenza a stirpi galliche o celtiche[8]. Plinio il Vecchio nel I
secolo d.C. cita anche Vicenza nella sua Naturalis Historia, come centro di fondazione veneta, una popolazione alloctona di
origine indoeuropea[11].

Quasi nulla si conosce di fatti o vicende politiche che abbiano interessato la città
in epoca preromana o anche romana, se non che l'insediamento ci fu e si
sviluppò, lasciando un evidente impianto urbanistico[12]. Non molti sono invece
i reperti in nostro possesso: da venti secoli la città è cresciuta su se stessa, senza
soluzione di continuità, ed ogni epoca ha distrutto quanto realizzato in
precedenza, per utilizzarne gli spazi e spesso i materiali. Oltre a ciò, il fatto che
la città sia attualmente abitata impedisce di effettuare scavi e ricerche in modo
estensivo.
Iscrizione veneta su pietra, esposta
nell'atrio del Palazzo da Schio (Ca' Dalla storia di Roma si può supporre che, come gli altri Veneti, anche gli abitanti
d'Oro) di quella che poi fu chiamata Vicetia (probabilmente da vicus) abbiano dapprima
subito l'influenza culturale dei popoli circostanti: anzitutto gli Etruschi, dai quali
i Veneti acquisirono mode, forme d'arte e scrittura, poi i Galli Cenomani e i
Cimbri, ma senza soggiacere loro.
Quando i Romani si affacciarono sulle pianure padana e veneta - che chiamarono Gallia cisalpina - i Veneti ne divennero alleati
fedeli, combattendo insieme con loro contro i Galli[13], che sconfissero nel 222 a.C. nella battaglia di Clastidium[14]. Ne furono
alleati fedeli anche nel corso delle guerre sociali, ed in premio ottennero dapprima la cittadinanza di diritto latino secondo la Lex
Pompeia de Transpadanis nell'89 a.C., poi quella romana[8].

L'influenza e l'autorità di Roma si fece comunque sentire nella pianura veneta almeno dalla metà del II secolo a.C. Nel 148 a.C.
fu costruita la via Postumia che andava da Genua ad Aquileia permettendo i traffici ma anche il rapido transito delle legioni. Per
quanto riguarda Vicenza, abbiamo la testimonianza di un cippo, conservato a Verona, che ricorda come un magistrato romano
fosse stato chiamato a dirimere una questione di confini tra Vicenza ed Este[15].

Vicetia romana
Come altre città venete, al tempo della Guerra civile romana (49-45 a.C.)
probabilmente Vicenza parteggiò per Cesare e, in premio, tra il 49 e il 42 a.C.
divenne municipium romano optimo iure, cioè con pienezza di diritti civili e
politici: non essendo una città conquistata ebbe la possibilità di mantenere le
proprie magistrature. A questi anni risalgono la ristrutturazione dell'abitato
secondo un tracciato urbanistico ad assi relativamente ortogonali, la sostituzione
di abitazioni in legno con costruzioni in pietra o laterizio e l'edificazione delle
prime mura[16].

Tratto di strada romana (uno dei


Queste furono erette, come avvenne per altre città consimili, per delimitare lo
cardini minori) rinvenuto in corso
spazio urbano da quello rurale e conferire prestigio al nuovo status di città
Fogazzaro. Lastricato in basoli
romana[17], in un tempo in cui tutta la regione era pacificata e apparentemente poligonali di trachite, con tracce del
non erano necessarie: dalla vittoria contro i Cimbri del II secolo a.C. e fino al II transito di carri.
secolo d.C. il Veneto non fu più territorio di incursioni barbariche[13]. In assenza
di reperti significativi, si presume che le mura fossero costruite solo
parzialmente, in particolare a ovest della città, che invece negli altri lati era
naturalmente difesa dai fiumi[18].

Come le altre città venete Vicenza fu inserita da Augusto nella X Regio (Venetia
et Histria secondo la denominazione di Diocleziano).

Rispetto all'estensione dell'attuale città, quella dell'insediamento romano era


piuttosto modesta e corrispondeva, grosso modo, al centro storico in senso
stretto: a ovest, iniziava presso l'odierna porta Castello; a nord presso l'incrocio
delle contrade Porti-Apolloni-Pedemuro San Biagio; a est, all'inizio di corso Cippi miliari romani, ritrovati sulle
Palladio movendo da piazza Matteotti; a sud, là dove si incontrano le contrade strade fuori città, esposti nell'atrio del
della Pescheria e di San Paolo. Era delimitato su tre lati dai fiumi, l'Astico (ora Palazzo da Schio (Ca' d'Oro)
Bacchiglione) e il Retrone, varcati da due ponti con arcate in pietra- descritti e
disegnati anche dal Palladio - che corrispondevano agli attuali ponte degli
Angeli e di San Paolo, sostituiti da manufatti moderni nella seconda metà dell'Ottocento.

L'impianto urbanistico delle città romane si basava su un fascio di strade parallele con orientamento est-ovest, i decumani, che si
intersecavano in senso ortogonale con un fascio di altre, i cardines, ad orientamento nord-sud. La ristrutturazione urbanistica di
Vicenza, avvenuta a metà del I secolo a.C., dovette tener conto dell'assetto preesistente, per cui questo schema fu adattato e subì
delle variazioni: le intersecazioni tra decumani e cardines non furono infatti tracciate in senso ortogonale ma obliquo.
Al centro delle strade principali il decumanus maximus - che corrispondeva grosso modo all'attuale corso Palladio - costituiva il
tratto cittadino della via Postumia che ad est, dopo aver superato l'Astico con un ponte[19], continuava verso Aquileia, mentre a
ovest, passata la porta della cinta muraria in seguito chiamata Porta Feliciana e poi Porta Castello, continuava verso Verona. Era
abbastanza ampio da permettere il doppio senso di circolazione dei carri.

Più controverso è quale fosse il cardo maximus, generalmente individuato nella via che, superato l'attuale Ponte San Paolo,
passava sotto la Basilica Palladiana, proseguiva per contrà del Monte e contrà Porti fino al Ponte Pusterla, che però a quel tempo
non esisteva, perché al di là dell'Astico v'era un esteso lago. Per questo motivo alcuni ritengono che il cardo maximus fosse
piuttosto quello che, salendo dalle attuali contrà Cordenons e contrà Cesare Battisti, percorreva corso Fogazzaro e poi continuava,
fuori città, verso le montagne dopo aver costeggiato il bordo occidentale del lacus Postierlae.

Vicino all'intersecazione delle due strade principali – sotto Palazzo Trissino Baston e la parte occidentale di Piazza dei Signori – è
stata ritrovata una parte della pavimentazione del Foro, centro multifunzionale della vita cittadina che, secondo il modello
romano, era dotato di strutture monumentali. Presentava un orientamento nord-sud: un'area sacra più rialzata, con i templi, a nord
del decumano e un'area più abbassata, lastricata a grosse pietre rettangolari ancora visibili sotto il palazzo, destinata alla politica e
ai commerci a sud della strada; concludeva il Foro una basilica civile, sul luogo in cui fu poi costruito il Palatium vetus e più tardi
la Basilica - proprio per questo motivo così denominata dal Palladio[20].

Sotto la cattedrale sono conservati e visibili i resti di domus decorate e di strade romane e, in ottimo stato di conservazione, il
criptoportico sotto la Piazza del Duomo, parte di una domus patrizia. Si ritiene che in città vi fossero anche altri criptoportici[21] -
creati per livellare il terreno formato da dossi naturali oltre che per contenere il terrazzamento dei giardini - e le terme, di cui resta
qualche lacerto in contrà Pescherie vecchie[12].

Dalla località Villaraspa (Motta di Costabissara) partiva l'acquedotto che, passando per la località Lobia, posta 3 km a nord del
centro storico, dove sussistono tuttora resti degli archi di sostegno, e transitando per gli attuali viale Ferrarin, via Brotton e corso
Fogazzaro, portava in città l'acqua delle risorgive[22] per terminare nel castellum aquae, cioè nel serbatoio presso Mure San
Lorenzo[23].

Nel I secolo d.C. Vicenza aveva


acquisito una certa importanza,
tanto da demolire in parte le
mura per consentire lo sviluppo
della città e costruire il Teatro
Berga, in cui si svolgevano i
L'acquedotto romano in località Lobia ludi scenici e di cui si possono
ancora vedere l'esatto perimetro
e la configurazione con le 24 Pianta del teatro romano in Borgo
arcate[24], posto al di là del Retrone e collegato al centro da un ponte[25], al Berga. Rilievo di Andrea Palladio.
punto di confluenza delle strade che giungevano da sud-est (da Costozza –
Longare) e da sud-ovest (da Lonigo – Sant'Agostino), costeggiando le pendici
dei Colli Berici, per consentire un migliore afflusso degli spettatori. Dietro il palcoscenico, sul lato nord, era costruito un vasto
quadriportico che arrivava sino al fiume, nel quale potevano intrattenersi gli spettatori. Il teatro venne utilizzato per le
rappresentazioni almeno fino al III secolo d.C.

Città di scarsa rilevanza strategica, diede i natali ad alcuni personaggi importanti: il grammatico Quinto Remmio Palemone, il
militare Aulo Cecina Allieno, generale di Vitellio durante la guerra civile del 69 d.C. e il giurista Gaio Salonino Patriuno, pretore
e console, morto a Roma nel 78 d.C. che fu marito e padre di due auguste: aveva sposato Ulpia Marciana, la sorella maggiore
dell'imperatore Traiano, da cui ebbe la figlia Salonina Matidia. Da lei discendono gli imperatori Marco Aurelio e Commodo.
Nel II secolo, alla città di Vicenza fu risparmiato il saccheggio da parte dei Quadi e dei Marcomanni che avevano invaso la Regio,
ma furono fermati a Opitergium[8]. Nell'epoca costantiniana vi fu una certa ripresa dei traffici e dei commercio, dovuti al rifiorire
di una delle nuove capitali dell'impero Aquileia; la manutenzione o il recupero delle vie di transito è testimoniata da un miliario
rinvenuto a Montecchio Maggiore con dedica all'imperatore Costantino: " D(omino) N(ostro) Flavio Constantino Maximo Pio
Felici Invicto Augusto VII (miglia da Vicenza)", ora conservato nell'atrio di palazzo da Schio. Il permesso dato con l'editto del
313 d.C. di celebrare apertamente il culto cristiano comportò l'edificazione di due basiliche: l'attuale Duomo (già domus
ecclesiae) e la basilica cimiteriale di San Felice e Fortunato, sulla via Postumia.

Vicetia tardo-romana
Quando ormai l'impero era entrato in piena crisi, nel IV-V secolo, le mura di Vicenza furono ricostruite e le difese rafforzate[17].
Non risulta comunque documentato che la città sia stata saccheggiata o distrutta, neppure durante le spedizioni dei Visigoti o
degli Unni[26] nel V secolo.

Nulla rimane del breve periodo ostrogoto, dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, ma nulla lascia neppure pensare a una
decadenza della città, che più probabilmente divenne punto di riferimento religioso della popolazione autoctona rispetto ai Goti
ariani.

Si può pensare invece che, come avvenne in tutta l'Italia, anche Vicenza abbia subito il decadimento e lo spopolamento provocati
dalla Guerra gotica (535-553). La fiorente economia del territorio, fondata sulla coltivazione dei cereali e della vite dei Berici,
sullo sfruttamento dei boschi e la pastorizia, fu fortemente danneggiata con il saccheggio delle campagne, l'interruzione dei
trasporti su strada e per via d'acqua, le carestie e le pestilenze che la guerra trascinò con sé.

Il primo Cristianesimo a Vicenza


Non vi sono prove che il cristianesimo si sia diffuso in Vicenza se non verso la fine del III secolo[8]. Alla fine del IV o agli inizi
del V secolo risale la costruzione sia di una basilica fuori dalle mura, dedicata ai santi Felice e Fortunato, sia di una chiesa
cittadina, sul sito di una precedente domus, che divenne poi la cattedrale. Anche se all'epoca la comunità cristiana doveva essere
abbastanza fiorente e organizzata per permettersi di erigere contemporaneamente due edifici di culto, non sembra che la città
fosse già sede episcopale, in quanto un vescovo di Vicenza viene documentato solo alla fine del VI secolo[27].

Medioevo

Secoli VI-IX: l'età longobarda e carolingia


Dopo la vittoria dei bizantini nella guerra greco-gotica, la città non rimase per molto nelle loro mani: nel 568 i Longobardi
migrarono in Italia conquistando varie città, tra cui Vicenza, che secondo Paolo Diacono fu occupata dallo stesso Alboino e fu
probabilmente eretta subito a sede ducale[28]. Durante il periodo longobardo Vicenza rivestì un ruolo regionale di un certo rilievo
e dal 589 al 591 ebbe il suo primo vescovo, Oronzio[29].

Dopo la conquista di Carlo Magno nel 774, Vicenza fu inglobata nel regno dei Franchi e il ducato divenne un Comitato che
mantenne l'importanza politica e culturale a livello regionale acquisita durante il regno longobardo, dimostrata dal fatto che la
città venne menzionata più volte nei diplomi imperiali. Con un capitolare dell'825 Lotario I istituì in Vicenza una pubblica scuola,
destinata ad accogliere i giovani studiosi di Vicenza, Treviso, Padova, Ceneda, Feltre e Asolo[30].

Secoli IX-XI: la signoria vescovile


La documentazione che riguarda il territorio vicentino in epoca post-carolingia e fino al 1000 è quasi nulla, ma alla fine di questo
periodo il risultato fu l'affermarsi di una signoria di fatto del vescovo di Vicenza, consistente nel possesso di estesi territori, di
esenzioni e di immunità, del diritto di esigere tributi e di amministrare la giustizia. Il vescovo finì per assolvere funzioni che
andavano ben oltre le mansioni religiose che gli spettavano: divenne arbitro nelle contese tra i cittadini e tra questi e le comunità
rurali, assicurò la tutela dei poveri, degli orfani, delle vedove, si accollò il compito di difendere gli interessi della città, talvolta
provvedendo anche alla sua difesa militare.

Vicenza e il Comitatus vicentinus, cioè il suo territorio, furono inseriti nel 952 nella Marca Veronese - a sua volta dipendente dal
duca di Baviera e successivamente dal duca di Carinzia - e questo continuò a essere per tutto l'XI secolo il quadro di riferimento
dell'amministrazione imperiale. La città era cioè ufficialmente soggetta ai poteri gerarchicamente decrescenti dell'imperatore, del
marchese-duca di Carinzia e del conte locali. In realtà il potere del vescovo, pur formalmente sottoposto a questa gerarchia laica,
godette sempre di larga autonomia[31].

Due atti significativi testimoniano di questo percorso. Il primo fu la donazione al


vescovo di Vicenza, Vitale, del castello e di due curtes di Malo da parte
dell'imperatore Berengario I. È probabile che donazioni come questa e la
concessione di autorizzazioni a costruire e a possedere fortificazioni sia
continuata anche negli anni seguenti, in un periodo di potere politico debole e
motivate dalle frequenti scorrerie degli Ungari, che nell'899 saccheggiarono
Vicenza e distrussero l'abbazia e la basilica dei Santi Felice e Fortunato, Vito e
Modesto e forse anche la cattedrale.

Un diploma di Ottone III dell'anno 1000[33] riconobbe l'esenzione dal fodro per
gli abitanti dei 19 castelli, compreso quello di Vicenza, situati sul territorio e
posseduti dal vescovo Girolamo, e concesse a quest'ultimo anche il Teatro
romano, dove allora si svolgevano le dispute giudiziarie, con tutti i diritti regi ad
esso pertinenti. Altri documenti che ribadiscono l'estensione di questo potere
sono il Privilegium del 983 con cui il vescovo Rodolfo assegnava un'ingente
dotazione di beni e diritti al monastero benedettino dei Santi Felice e Fortunato e
quello che confermava nel 1033 i beni assegnati al monastero benedettino di San
Campanile medievale della Pietro in Vicenza. In essi si dimostra che il vescovo, oltre ad essere titolare di
Cattedrale di Vicenza. Il basamento è
possessi e di diritti molto estesi sulla maggior parte del territorio vicentino, si
parte di una fortificazione del X
comportava come un signore feudale. Non sembra comunque che quella
secolo e la sopraelevazione è del XII
secolo[32]. vescovile si sia trasformata in vera e propria signoria territoriale in quanto, da
Ottone I fino al XII secolo, le funzioni ufficiali furono attribuite al conte (a
Vicenza cioè non vi fu mai un vescovo-conte[34]).

Il rapporto privilegiato tra i vescovi di Vicenza e gli imperatori, che li ricambiarono con la concessione di privilegi, continuò per
tutto l'XI secolo: anche durante il primo periodo della lotta per le investiture tra papato e impero, i vescovi vicentini stettero dalla
parte di quest'ultimo, così come la maggior parte di quelli che gravitavano intorno al Patriarcato di Aquileia. Questa posizione
non fu senza contrasti: spesso le grandi famiglie signorili - talora gli stessi 'avvocati' del vescovo, cioè coloro che, in cambio di
adeguati compensi fondiari e pecuniari, avevano l'incarico di tutelare gli interessi vescovili - e i conti si trovarono su posizioni
opposte. Fu il vescovo Enrico, dopo il 1122, il primo a schierarsi dalla parte del papato[35].

Tutto il periodo fu anche caratterizzato dall'attività degli insediamenti benedettini sul territorio vicentino, sia per lo svolgimento
delle funzioni pastorali loro affidate dai vescovi che per la bonifica di estese zone, in precedenza acquitrinose, tutt'intorno alla
città. Ne resta traccia in numerose chiese dedicate ai Santi Vito, Modesto e Crescenzia, tipici di quest'ordine monastico.

L'aspetto urbano nell'Alto Medioevo


Del periodo altomedievale quasi nulla resta nell'attuale aspetto urbano della città, a parte la torre-campanile della cattedrale. È
d'altronde improbabile che, durante i periodi di sovranità ostrogota, longobarda e franca, Vicenza si sia allontanata dai limiti della
città romana. Di certo vi saranno sussistiti gli elementi determinanti della “maglia urbana”, la “impronta indelebile” della
romanità, ribadita dalle ultime, più accreditate indagini archeologiche.

"Semmai, saranno andati via via scomparendo, qui come altrove, i monumenti, ... i centri della vita sociale, politica, artistica
antica, causa distruzione, abbandono o riconversione; con essi veniva meno tutta una pratica sociale e una cultura, insieme a
elementi essenziali dell'immagine, della coscienza, dell'ideologia cittadina"[36].

La città medievale era, all'opposto di quella precedente di estrazione greco-romana, non solo dimora dei vivi, bensì, in stretta
vicinanza, dei vivi e dei loro morti: sepolti sotto i pavimenti delle chiese o lungo le navate o raccolti più semplicemente nelle
zone adiacenti i luoghi di culto.

Nel X secolo iniziarono dei lavori che, in seguito, caratterizzarono fortemente l'aspetto della città: la costruzione di una cerchia di
mura, iniziata plausibilmente sulle basi e sul tracciato delle precedenti romane e proseguita fino a tutto il secolo XIII, infine
completata, per racchiudere anche i nuovi borghi, nel XIV e XV secolo. Innestandosi sullo schema romano ad assi ortogonali si
affermava così la tipica tendenza “radiocentrica” medievale, racchiudendo la città in un perimetro circolare, entro termini
pressoché equidistanti da un punto intermedio tra la cattedrale e la sede del potere comunale[37].

Secoli XII-inizi XIII: il Comune cittadino


Con il XII secolo cominciò a emergere in area veneta il peso politico dei gruppi sociali cittadini e furono istituiti i Comuni. Gli
storici considerano come un indicatore di questa nascita la presenza dei consoli, che a Vicenza vengono ricordati per la prima
volta nel 1147 - cioè una decina d'anni dopo quelli di Verona e di Padova - nel documento che ratifica la Pace di Fontaniva.

Molto presto i Comuni veneti arrivarono allo scontro con Federico Barbarossa (1152-1190), che mirava a un consolidamento
dell'autorità imperiale, in pratica che fossero riaffermate le prerogative regali, tra cui quelle fiscali. Le città della Marca a partire
dal 1158, anno della seconda discesa dell'imperatore in Italia, furono tutte sottoposte alla sua tutela ma, insofferenti della
pressione fiscale dei funzionari imperiali e con la ferma volontà di tutelare la propria autonomia, esse misero momentaneamente
da parte gli interessi particolari e i motivi di scontro e nel 1164 si allearono nella Lega Veronese, che aveva lo scopo di affrontare
militarmente l'imperatore e che nel 1167 confluì nella più vasta Lega Lombarda.

Dopo la vittoria della Lega nella battaglia di Legnano, con gli accordi della pace di Costanza del 1183 alle città fu concesso di
continuare a riscuotere tributi, amministrare la giustizia (ma ai funzionari imperiali competeva l'eventuale appello), eleggere i
propri magistrati (anche se poi dovevano essere confermati dall'imperatore), mantenere e costruire fortificazioni. Quindi, tenuto
conto dei poteri concorrenti, alla fine del XII secolo Vicenza, così come le altre città venete, era contemporaneamente una città
imperiale, una città vescovile e una città comunale.

Il declino del potere vescovile


In realtà l'imperatore era un'autorità lontana e il potere del vescovo da tempo era in declino, insidiato proprio dai suoi stessi
vassalli e dai signori rurali, che sempre più si stabilivano in città e si davano a violenze e usurpazioni; si appoggiavano al
tradizionale antagonista del vescovo, il conte della città, che aveva formato un partito antivescovile, la pars Comitis, mentre il
vescovo aveva a sua volta organizzato la pars Ecclesiae, alla cui guida fu posto il suo advocatus, appartenente alla potente
famiglia da Vivaro. Ad un certo punto però anche questi cominciò ad agire in maniera autonoma perseguendo i propri interessi e
il vescovo si trovò isolato, militarmente indifeso, economicamente senza mezzi, privo di forza e quindi di autorità politica. Anche
se, costretto dalle pressioni o dalle necessità, per tutto il Medioevo continuò a distribuire feudi e benefici, in realtà fu incapace di
esercitare un reale controllo sui beni della Chiesa[39].
Negli ultimi decenni del XII secolo l'impegno dei vescovi fu volto a difendere il
potere e i possessi che la Chiesa aveva in città e nel territorio. Cacciafronte e
Pistore vennero uccisi per questo motivo, Uberto fu destituito nel 1212, Nicolò
Maltraversi e Zilberto si distinsero per la gestione fallimentare dei beni
ecclesiastici e per l'indebitamento con gli usurai, che li costrinsero a procedere
alla vendita di proprietà e giurisdizioni. Lo stesso accadde ai canonici della
cattedrale, rovinati dall'incapacità di riscuotere le decime che loro competevano
in città e nelle colture[40]. Anche sui monasteri e sulle pievi si scatenò l'avidità
delle famiglie e dello stesso Comune[39].

Le famiglie emergenti
Nella seconda metà del XII e per tutto il XIII secolo furono le famiglie le vere
protagoniste della storia della città e del territorio circostante. Di poche si
conosce l'origine, si ritiene che spesso i loro capostipiti siano stati uomini d'arme
discesi in Italia al seguito degli imperatori e da essi remunerati con possessi e Torri dei Loschi, in contrà S. Antonio,
privilegi - è il caso dei da Romano e forse dei da Trissino - oppure di famiglie probabilmente della fine dell'XI
che abbiano gradualmente accresciuto il loro potere a scapito di altri proprietari secolo. Secondo la tradizione furono
risparmiate da Federico II nel sacco
locali, come avvenne per i da Sossano o i da Sarego. Molte famiglie divennero
di Vicenza del 1236, perché vicine
feudatarie ponendosi al servizio dei vescovi - la prima investitura conosciuta in
alla cattedrale[38].
favore dei da Breganze venne dal vescovo di Padova - e ricevendo da essi poderi
e ville. In tempi di razzie e di violenze, quando la prima necessità era quella
della difesa, esse riuscirono ad affermarsi garantendo questo bene primario con i
loro castelli, le fortificazioni e gli armati a protezione dei transiti e degli abitati.
A questo scopo strutturarono il proprio territorio come un piccolo regno, dotato
di un'amministrazione autonoma e di un sistema fiscale che raggiungeva
capillarmente gli abitanti e dal quale traevano le risorse per gestire ed aumentare
il proprio potere. Entro i propri confini i feudatari locali, così come il conte e il
vescovo[42], erano padroni assoluti delle persone e delle cose.

Tra le famiglie, una delle più potenti fu quella dei conti Maltraversi, che
detenevano nel territorio vicentino e padovano vari feudi e castelli[43] e una
quantità di beni e diritti avuti in concessione dai vescovi di cui erano vassalli,
insieme con il controllo di alcune abbazie[44].

Nell'ultimo ventennio del XII secolo forte fu la contrapposizione tra la famiglia e


i vescovi di Vicenza per il possesso dei feudi sulla destra della Val Leogra - tra
cui quello di Malo - che culminò con l'uccisione nel 1184 del vescovo Giovanni Torre dei Verlato in contrà del Monte.
de Surdis Cacciafronte da parte di un sicario di nome Pietro, probabilmente su La sua esistenza è ricordata dal XII
mandato del conte Uguccione Maltraversi. secolo, nel 1312 fu confiscata dal
Comune alla famiglia dei Verlato, nel
Gli succedette il vescovo Pistore, che scomunicò il conte e lo spogliò del feudo 1404 divenne residenza del capitano
affidandolo alla famiglia dell'advocatus vescovile, i da Vivaro. Il Maltraversi veneto[41].

non si rassegnò alla perdita delle terre e nel 1200 con un improvviso assalto
notturno riuscì a strappare ai vivaresi il castello di Pieve. Il vescovo Pistore in
persona accorse da Vicenza per riconquistare il castello, ma restò ucciso durante il tentativo. I da Vivaro successivamente
ritornarono in possesso del castello e conservarono il feudo a destra del Leogra per quasi 150 anni ancora.
Sempre in questo periodo i Maltraversi si imparentarono con potenti famiglie che rafforzarono i collegamenti politici con l'area
estense. Dovettero però spartire il potere in città con altre famiglie. Appartenne alla famiglia anche Nicolò Maltraversi[45],
imposto nel 1213 da papa Innocenzo III come amministratore apostolico e poi vescovo di Vicenza, il quale tentò di sospendere la
svendita dei beni ecclesiastici e di ridurre, senza però riuscirvi, il grosso debito accumulato dai predecessori.

Altra famiglia potente fu quella dei Trissino, il cui capostipite Olderico Trissino arrivò in Italia al seguito del Barbarossa, che gli
attribuì una signoria nell'alta valle dell'Agno; il loro primo castello fu probabilmente quello di Trissino e da qui estesero i loro
possessi a Quargnenta, Cornedo e Valdagno, in un'area in via di bonifica fondiaria che si avvalse dell'immigrazione di contadini
germanici. Fondarono altri due castelli, quello di Valdagno e quello di Paninsacco; dalla zona sotto il loro controllo traevano le
decime, il raccolto delle castagne - i pendii dei monti erano infatti ricoperti di castagneti - e la tassa sulla macina, per i numerosi
mulini che possedevano soprattutto lungo il corso dell'Agno.

I da Breganze erano ancora più potenti dei da Trissino: possedevano parecchi castelli, come quello di Piovene, anche se vivevano
abitualmente nella loro dimora, il castrum di Breganze, collocato in posizione cruciale per i transiti verso Bassano e Trento e
perciò fortificato con più torri. Nel corso del primo Duecento contarono almeno 86 vassalli e 125 tra servi e ancillae. I loro
possessi, che erano disseminati su un esteso territorio a nord-est di Vicenza - nella valle dell'Astico, sull'altopiano di Asiago, nella
zona di Marostica e di Bassano, costituivano tanto unità economiche quanto unità giurisdizionali, chiamate comitatus[39].

Tra le famiglie più importanti anche i da Sossano, i da Sarego, i da Vivaro, i da Arzignano e soprattutto i da Romano, che
esercitarono un'egemonia di fatto su Bassano almeno fin dagli anni ottanta del XII secolo.

Il Comune
A differenza di Verona e di Padova, città situate al crocevia di importanti vie di
traffico dove, al sorgere del Comune medievale, i mercanti e gli artigiani
costituivano i gruppi sociali di maggior rilievo, Vicenza fu dominata dai signori
rurali che, pur mantenendo il loro feudo, si insediarono in città per partecipare
più agevolmente alle alleanze e alle lotte regionali e vi costruirono case
fortificate e torri. Mentre, in precedenza, la loro vita nei possedimenti di
campagna si basava soprattutto sulle rendite corrisposte in natura, in città le
famiglie necessitavano di una maggiore disponibilità di denaro liquido. Così la
classe media che si venne creando e diventò sempre più potente era costituita
dagli usurai, dai giudici (Pilio[46], Alberto, Losco, Pellegrino, Adamo) e dai
notai (Spinello, Bergullo).

Quanto alle istituzioni, agli inizi - cioè a metà del XII secolo - vennero creati dei
consoli che affiancavano il vescovo e che in seguito, aumentati di numero,
divennero i collaboratori dei podestà, locali o stranieri, che si alternarono alla
guida del Comune. La Torre Coxina, del Duecento,
inserita nel Palazzo del Territorio.
I podestà della prima metà del XIII secolo si avvalevano di collaboratori
amministrativi e giudiziari: consoli, giudici, assessori, caniparii (conservatori
dei beni comunali), notai, extimatores (addetti alla liquidazione dei beni dei debitori insolventi), saltari (custodi dei possessi
comunali). Essi erano direttamente responsabili della raccolta dei tributi, della difesa della città e del distretto, che veniva attuata
sia con la custodia permanente delle mura e delle fortificazioni che con la mobilitazione di uomini in caso di bisogno.

Al momento di entrare in carica il podestà giurava di osservare lo statuto della città. Insieme con lui, con potere decisionale
assoluto, operavano il Consilium plenarium (alcune decine di persone) e il Consiglio di Credenza. Il potere di fatto sul comune fu
però detenuto dalle grandi famiglie che controllarono sempre, direttamente o per interposta persona, l'ufficio del podestà e quello
dei consoli. Gli stessi notai e giudici, pur dipendendo formalmente dal conte e dall'imperatore, erano collusi con le famiglie o
provenivano addirittura da esse.

Le fraglie
Erano chiamate fraglie[47] a Vicenza e in Veneto le corporazioni di arti e mestieri nel Comune medievale. Vi si accedeva
attraverso il pagamento di sostanziosi oneri pecuniari e presentando un certificato, rilasciato dalla parrocchia di appartenenza, da
cui risultassero, oltre alle origini, anche le qualità morali dell'aspirante. Altro certificato doveva attestare il tirocinio compiuto
nell'arte. Se si richiedeva l'ammissione con il titolo di maestro bisognava superare un rigorosissimo esame di idoneità.

La direzione dell'arte era affidata alla cosiddetta banca, eletta dall'assemblea (capitolo) di tutti gli iscritti come maestri. Il
gastaldo era la carica più elevata e tutelava gli interessi della fraglia. Inoltre c'erano il sindaco o amministratore-contabile, i
bancali confratelli con diverse cariche. Il contradicente esaminava le proposte da sottoporre al capitolo. Altre cariche erano
quelle del notaio e dell'anziano, quest'ultimo dotato di alte qualità morali, con il compito di far valere i diritti della fraglia.

Sono documentate varie fraglie presenti nel Comune cittadino nel XIII secolo: medicorum (medici), mercatorum (mercanti),
notariorum, iudicum (giudici), cerdonum (calzolai) e zavattari (ciabattini), merzariorum (merciai), sartorum, carnificum
(macellai), tabernariorum (osti e tavernieri). Sono ricordate anche altre corporazioni: mercanti di materie tessili, orefici,
pellicciai, conciatori, muratori, fornaciai, lapicidi, fabbri, speziali e aromatori, barcaioli, ceramisti, casolini (pizzicagnoli),
cappellai, falegnami, rigattieri, mugnai, facchini, muschiari (profumieri), librai, campsores (cambiavalute), precones (banditori),
barbieri, pifferai (presenti alle pubbliche cerimonie, civili e religiose).

In città le corporazioni intervenivano alle maggiori solennità religiose, come la festa del Corpus Domini, quella di Santa Corona,
quella dei Santi patroni Felice e Fortunato. Nella processione, davanti a ciascuna fraglia veniva fatto sfilare il gonfalone su cui
era il nome e l'immagine del santo protettore; seguivano i confratelli e i componenti la banca[48].

Oltre alle fraglie dei mestieri ve n'erano altre a contenuto devozionale, mutualistico o caritativo[49].

L'aspetto urbano nel XIII secolo


L'arrivo in città delle famiglie feudali ne cambiò l'aspetto, arricchendola di edifici privati e pubblici. Secondo il cronista
Giambattista Pagliarino[50] che scrive qualche secolo più tardi, le torri sarebbero state più di cento. Può trattarsi di
un'esagerazione, ma è documentato che il podestà Guglielmo di Pusterla nel 1208 dovette emanare un praeceptum, una sorta di
regolamento edilizio, per dare ordine al moltiplicarsi di edifici e di mura e all'occupazione delle aree pubbliche.

Nel Duecento la struttura urbanistica della città era simile a quella di altre città venete. Al centro dell'insediamento più antico –
vicino a dove si presume fosse il Foro romano – il Palatium vetus, prima sede del Comune nella seconda metà del XII secolo, il
Salone dei Quattrocento sostenuto da archivolti sotto il quale passava l'antico cardo maximus e dove si riuniva il Consiglio di
Credenza e, più ad est, il Palazzo del Podestà, affiancato a nord dalla Torre dei Bissari e a sud da quella del Tormento,
rappresentavano la sede del potere pubblico. Tutt'intorno le piazze dei mercati di vendita al minuto: la piazza delle Biave, cioè del
foraggio e delle sementi, la piazza del Vino[51], la piazza delle Erbe, le Pescherie vecchie e quelle Nuove[52], contrà Muscheria
dove si vendevano guanti e oggetti in pelle e le strade occupate dalle professioni giuridiche, come i Nodari, e finanziarie come la
contrà dei Giudei[53].

A poca distanza la cittadella, ancora in parte fortificata, degli edifici religiosi: la cattedrale, il palazzo del vescovo e le abitazioni
dei canonici.

La formazione del distretto vicentino


Come le altre città venete, anche Vicenza cercò di assumere il controllo politico del
territorio circostante, costituito da grandi proprietà fondiarie e castelli distribuiti nelle
campagne, in origine appartenenti al vescovo, al capitolo della cattedrale, ai grandi
monasteri urbani e a signori laici.

La città allargò a macchie di leopardo i propri confini giurisdizionali, sia attraverso


possessi propri - talora occupati arbitrariamente, talora confiscati - che tutelando gli
interessi dei signori rurali che si erano inurbati. Di qui un quadro estremamente
disomogeneo che il Comune cercava di semplificare, neutralizzando i poteri concorrenti
nel controllo pieno del territorio, estendendo la propria egemonia sui punti forti del
territorio e sui castelli signorili in particolare. Questo processo prende il nome di
costruzione del distretto comunale o conquista del contado[31].

Particolare importanza rivestiva il controllo dei traffici e degli scambi e quindi delle vie di
comunicazione, specialmente dei fiumi, all'epoca il mezzo più agevole ed economico per
trasportare merci e persone. Così i vicentini effettuarono imponenti lavori idraulici, che
portarono alla deviazione dell'Astico e alla costruzione di nuovi canali. Tra Vicenza e
Padova a metà del XII secolo vi furono anche vere proprie guerre per il controllo delle vie
d'acqua.

Intorno al Duecento, il Comune di Vicenza aveva sotto il proprio controllo oltre 200
villae[54], quasi tutto il territorio che oggi corrisponde alla Provincia, escluse alcune realtà
ai margini, come i Comuni di Bassano e di Marostica e l'altopiano di Asiago.

La perdita dell'autonomia cittadina


La Torre Bissara nell'aspetto
Ripresero le lotte tra le fazioni della città, che però ormai - come si può dedurre dai nomi odierno
dei podestà dell'epoca, provenienti dalle città della Marca - non potevano più prescindere
dalle alleanze politiche, militari e matrimoniali con le altre signorie regionali. Si cercò di
contrastare con tutti i mezzi il ritorno dei da Romano, i cui castelli nel 1226 furono consegnati al Comune di Padova, ma
nonostante tutto Alberico da Romano riuscì a prevalere e a ritornare a Vicenza come podestà l'anno successivo. Contro di lui,
richiamata dall'opposizione interna, si mosse una coalizione delle più importanti città della Marca, della Lega Lombarda e dello
stesso papato e Alberico dovette lasciare la città, sostituto dal veneziano Filippo Zulian, che era espressione dello schieramento
politico vincitore e governò cum maximo vigore[55].

Vicenza non sarebbe più stata una città autonoma. Adesso era soggiogata da Padova che, a parte la parentesi ezzeliniana,
l'avrebbe asservita ai propri interessi e dominata di fatto fino al 1311, sostituita poi, nel corso dei secoli, da Verona, da Milano e
poi da Venezia.

La soggezione politica non permetteva lo sviluppo di una forte economia, con la possibilità di battere moneta propria –
espressione della ricchezza e della potenza di una città - e il sorgere di una robusta classe di imprenditori commerciali. Non
disponendo di capitali, la città e i proprietari fondiari non investivano in opere di bonifica importanti e grandi spazi restavano
incolti. Di un'economia così depressa soffriva tutta la società, sia quella dei magnates, che comunque dovevano sopportare
ingenti spese per mantenere il ruolo, che quella dei piccoli proprietari e della povera gente, che stentava ad affrontare la
quotidianità.

Gli unici a prosperare in questa situazione erano gli usurai, che prestavano a grandi e a piccoli e si arricchivano con gli interessi
del prestito e con le proprietà incamerate per l'insolvenza di chi non era in grado di restituire. Secondo il cronista Gerardo
Maurisio, nel 1234 Vicenza dipendeva dagli usurai: nunc regitur civica consilio usurariorum[39][56]. Un esempio è fornito da
Vincenzo del fu Tealdino, capostipite dei Thiene, che nello spazio di un secolo divennero una delle famiglie più ricche e
prestigiose di Vicenza.

La parabola di Giovanni da Schio


Nel bel mezzo di questa situazione Gerardo Maurisio ricorda un episodio
singolare[57]. Nel 1233 Giovanni da Schio[58] - uno dei promotori del cosiddetto
movimento penitenziale dell'Alleluia - un domenicano dotato di un fortissimo
carisma personale, infiammava le folle in campagna e in città, predicando la
pace di Cristo e invitando i potenti ad abbandonare odi e rancori per vivere in
concordia. Forte dei poteri di dux et comes civitatis ottenuti dal Comune, emanò
decreti per far rientrare in città gli esiliati, liberare i prigionieri politici e i
debitori, limitare l'usura, riuscì persino a far inserire queste norme negli statuti
comunali.

Medaglione di Fra Giovanni da


Cosciente che le lotte tra le fazioni vicentine erano alimentate da forze politiche
Schio, particolare della facciata del
esterne alla città, cercò di coinvolgere nella sua azione pacificatrice anche gli
Teatro Jacquard di Schio (VI).
altri potenti della Marca. Alla fine di agosto dello stesso anno convocò nella
campagna di Paquara, presso Verona, un'assemblea cui parteciparono vescovi,
podestà e grandi signori, insieme con una folla sterminata di gente che gridava al miracolo, mentre Giovanni invitava alla pace
universale e alla giustizia sociale. I potenti intervenuti, tra cui Azzo d'Este e i fratelli Ezzelino e Alberico da Romano, si
scambiarono promesse di pace, perdono e amicizia, ma il successo si dimostrò effimero. Nel giro di pochi giorni tra le famiglie
riemersero le diffidenze e le ostilità, gli usurai tramarono, la chiesa prese le distanze. Egli venne rinchiuso nel palazzo vescovile
di Vicenza, esautorato di tutti i poteri, poi liberato e costretto ad abbandonare per sempre la città, dove tutto ritornò come prima.

La cultura e la vita religiosa nel XIII secolo


Vicenza non presenta una vivacità pari a quella di altre città dell'Italia centro-
settentrionale durante il XIII secolo, periodo durante il quale la sua autonomia e
la coesione sociale si affievolirono a tutto vantaggio delle più importanti e vicine
Padova e Verona. Nel campo della cultura, dell'arte e del rinnovamento spirituale
non si ricordano personalità di un certo rilievo, con l'eccezione forse di
Bartolomeo da Breganze.

Restò quindi isolato l'episodio della nascita in città, ma anche del rapido declino
nel volgere di pochi anni, del primo Studio universitario del Veneto.

Per quanto riguarda la vita religiosa, anche a Vicenza - così come in tutt'Italia e
in Europa - nei primi decenni del Duecento si diffusero con estrema rapidità gli
Ordini mendicanti, distribuendosi nella città secondo la naturale divisione in
quartieri. Ciascuno di essi costruì almeno una chiesa importante ed ebbe un
periodo di maggior influenza sulla vita cittadina.
La facciata della chiesa francescana
Nello stesso secolo a Vicenza vi fu anche una Chiesa catara, particolarmente
di San Lorenzo, completata verso la
metà del Trecento. forte durante la signoria di Ezzelino III, che fu repressa a più riprese e infine del
tutto estinta dalla locale Inquisizione.

Secoli XIII-XIV: Le signorie


Federico II e il sacco di Vicenza
Nel 1226 Vicenza aveva aderito alla Seconda Lega Lombarda, per contrastare la politica di Federico II di Svevia, volta al
recupero delle prerogative regie in Italia. Ma la Lega era ostile ai da Romano e questo fatto li portò ad accordarsi con l'imperatore
stabilendo a Pordenone, nel 1232, un patto di reciproco sostegno anche militare.

Per tradizione i vicentini - in particolare le grandi famiglie e lo stesso vescovo - erano di fede ghibellina e non sarebbero stati del
tutto ostili a Federico. Quando questi nel 1236 ritornò in Italia per combattere i Comuni ribelli, si insediò a Verona con il proprio
esercito e di lì inviò dei messi all'allora podestà di Vicenza Azzo d'Este per chiedere l'obbedienza della città, ma egli si rifiutò di
riceverli ed anzi intimò ai vicentini di resistere. Al mancato riconoscimento delle sue prerogative, l'imperatore ordinò, il giorno di
Ognissanti, l'assalto della città da parte delle sue truppe, che la saccheggiarono e incendiarono i palazzi comunali e molte case-
torri, risparmiando solo gli edifici religiosi.

Il 'tiranno' Ezzelino
Una volta ristabilito il prestigio imperiale con questa punizione, dura ed
esemplare anche per le altre città della Marca, Federico non aveva motivo di
infierire ulteriormente; perdonò Vicenza e la affidò a Ezzelino III da Romano,
anche se formalmente l'autorità era rappresentata da un capitaneus et rector, che
governava in nome dell'imperatore.

Alberico, dominus dei feudi e dei castelli situati in territorio vicentino, riteneva
di poter stabilire sulla città la propria signoria. In realtà Ezzelino, signore di
Verona, era già diventato l'uomo di fiducia di Federico che contava su di lui per
estendere la propria autorità su tutta la Marca, quindi anche su Vicenza. Entrò
così in contrasto con il fratello, che intanto ricercava alleanze con altri magnati
della città come i da Vivaro, i Pilio e il conte Uguccione, con i giudici e gli
usurai, oltre che con i San Bonifacio e gli Estensi. Nel 1240 Ezzelino represse
duramente la congiura e allontanò Alberico da Vicenza, restandone il solo e
Ezzelino III da Romano.
indiscusso signore.

La figura di Ezzelino, tradizionalmente ricordato - specialmente a Verona e a


Padova - come un 'tiranno' crudele e senza scrupoli, è stata oggetto di revisione storica[39]. A differenza di Alberico, che vedeva
la signoria come l'affermazione di un potere individuale e familiare, egli si sentiva pienamente investito della funzione che
l'imperatore gli aveva delegato[59]; il suo costante obiettivo non era l'interesse di una famiglia o di una città, ma dell'impero. Pur
essendosi sposato quattro volte (una delle quali con Selvaggia, figlia naturale di Federico II) non ebbe figli, ma non viene
ricordato un suo interesse a creare un casato e a trasmettere un potere ereditario.

Resse Vicenza fino al 1259, anno della sua morte. Durante i primi dieci anni governò esercitando una forte autorità, ma in genere
nel rispetto degli statuti comunali e della legalità e puntando ad ottenere il consenso sia degli oppositori, che in precedenza aveva
sconfitto, che delle diverse fasce sociali cittadine. Lo ottenne offrendo alle grandi famiglie, il cui potere aveva smantellato, delle
compensazioni, ad esempio conferendo loro incarichi anche prestigiosi. Ottenne l'appoggio dei giudici, dei notai e dei funzionari
del Comune, che vedevano in lui un riscatto dalla soggezione a Padova, e come condottiero fu venerato dai suoi soldati.
Utilizzando il proprio potere per gestire i beni pubblici e nello stesso tempo per accumulare un enorme patrimonio immobiliare
personale - talora acquistando a basso prezzo case e terreni, altre volte facendoseli dare in concessione, altre volte ancora
confiscandoli agli oppositori - riuscì a crearsi un'estesa rete di clienti appartenenti alla fasce più modeste della popolazione, cui
dava in affitto case e piccoli appezzamenti di terreno dietro corresponsione di un canone.
Questo stile di governò peggiorò notevolmente e sempre più dopo che Federico II fu scomunicato, nel 1245, nel Concilio di
Lione e soprattutto dopo la sua morte nel 1250. Ezzelino si sentì portatore di un'autorità autonoma, ormai svincolata da quella
dell'impero, ma che non gli fu riconosciuta. Cominciò a perdere le proprie clientele in città, dove divenne aggressivo e prepotente,
imponendo gabelle sempre più pesanti e appropriandosi di beni pubblici e privati. Fu scomunicato nel 1254 dal papa Alessandro
IV, che due anni dopo incaricò il marchese d'Este di condurre una crociata contro di lui, alla quale parteciparono potenti città
dell'Italia settentrionale e anche alcuni signori della Marca. Morì nel 1259 a Soncino, presso Cremona, per le ferite riportate nella
battaglia di Cassano d'Adda.

La città-stato e Bartolomeo da Breganze


Con la morte di Ezzelino e il massacro del fratello Alberico e di tutta la sua
famiglia, era stato completamente distrutto il primo potere veramente
sovracittadino che, per oltre vent'anni, aveva retto la Marca.

A Vicenza risorse il Comune cittadino, dove le famiglie dei magnates – molti dei
quali si erano ritirati nei loro castelli rurali - erano in minoranza nel nuovo
organismo di governo - il Consiglio dei Dodici - dove i due terzi erano formati
dai rappresentanti delle arti e mestieri. Il primo obiettivo del Comune fu quello
di recuperare tutti i beni pubblici, ma anche privati, che erano stati confiscati o
La chiesa di Santa Corona, eretta
acquisiti dai da Romano e a tal fine fece compilare nel 1262 il Regestum per conservare le reliquie che Luigi
possessionum Communis Vincenciae, prezioso documento dal quale è possibile IX di Francia donò al vescovo
ricostruire con molta precisione la situazione urbanistica del tempo[54]. Esso Bartolomeo di Breganze.
attesta una nuova concezione del bene pubblico e dei poteri del Comune, per la
prima volta concepito come un governo di popolo, che esercita la piena sovranità
e giurisdizione su tutte le persone e le proprietà demaniali del territorio: un vero stato-città[39].

In realtà il Comune era costituito da ceti di populares molto deboli: artigiani e mercanti non avevano né le dimensioni né una
tradizione di vero potere in città. Il vero uomo forte di quegli anni fu il vescovo Bartolomeo di Breganze, consacrato nel 1255 da
papa Alessandro IV proprio in funzione anti-ezzeliniana, esule fino alla morte del tiranno, che si era presentato a Vicenza con un
dono di grande valore simbolico affidatogli da Luigi IX di Francia, delle reliquie della croce e della corona di spine di Cristo (per
le quali il vescovo fece costruire la sontuosa chiesa di Santa Corona). Forte di un immenso prestigio, esercitò un'influenza totale
sulla vita della città – dov'era arbitro indiscusso di qualsiasi controversia - e della Marca stessa, giungendo nel 1262 a far
incontrare le quattro città maggiori per giurarsi pace eterna.

Ben presto però ricominciarono i tentativi di creare un'egemonia a livello regionale, ripetendo in qualche modo l'esperienza
politica di Ezzelino. La guelfa Padova, che aveva sofferto più di altre città della tirannia ezzeliniana e poteva vantare di essere
stata tra le protagoniste della liberazione, accettò ben volentieri la proposta di alcuni cittadini di Vicenza di inviare un proprio
podestà, il quale favorì accordi che penalizzavano Vicenza soprattutto per quanto riguarda la sovranità sul territorio. Per liberarsi
dell'alleanza con Padova, nel 1260, l'anno seguente, il Comune ricercò – anche per l'interessamento di Bartolomeo - l'appoggio di
Venezia che inviò i due podestà successivi, ma impose patti commerciali tutti a proprio favore.

Vi furono ancora un podestà padovano, che scatenò una vera e propria guerra sanguinosa contro magnates e notabili, e uno
ferrarese, che ne scatenò un'altra contro i fuorusciti finché fu costretto a dimettersi. La situazione precipitò a tal punto che nel
1264 il Comune si diede a Padova in custodia: nel febbraio 1264 un nuovo podestà padovano, Rolando da Englesco, occupava la
città militarmente.

La soggezione a Padova
Il nuovo podestà dispose la compilazione degli statuti comunali[60], perché Vicenza avesse un corpus organico di leggi, che
servisse a dare equilibrio ai poteri cittadini e quindi a pacificare gli animi. Gli statuti del 1264, in realtà, davano un potere quasi
assoluto al podestà, che solo formalmente era limitato dal Maggior Consiglio, la maggioranza del quale era costituita da
rappresentanti delle fraglie; il vescovo Bartolomeo venne del tutto esautorato e si ritirò in un silenzio pieno di delusione e di
sconforto. Gli statuti recavano anche numerose disposizioni sull'assetto urbanistico e sulla tenuta del territorio, delle strade e dei
fiumi, sulla difesa dell'ambiente, con l'obiettivo che la città diventasse bella e fiorente.

I vicentini però non accettarono di buon grado questo regime, che sentivano imposto da una città ‘straniera' e tentarono ulteriori
ribellioni, giungendo ad ottenere nel 1266, un podestà veneziano, Marco Querini. La sua carica ebbe però vita breve perché,
intimoriti dalla minaccia di Verona, che cercava di estendere il proprio dominio ad est, tutto il Maggior Consiglio chiese
nuovamente l'intervento di Padova, al cui podestà il 22 settembre 1266 furono consegnate le chiavi delle porte e le fortezze della
città.

Questa volta la dominazione di Padova fu completa. Messi da parte gli statuti comunali vicentini, il podestà doveva osservare
quelli di Padova, veniva nominato dal Maggior Consiglio di questa città e ad essa giurava fedeltà[61]. Padova incamerò nel
proprio territorio Bassano e la riva sinistra del Brenta, di importanza strategica; in realtà tutta Vicenza era ormai proprietà del
Comune dominante. La città venne sfruttata dai padovani, dai podestà in primo luogo, che si arricchirono in ragione della loro
carica, e poi dai signori, che trovarono il modo di mettere le mani su feudi, castelli e poderi vicentini, e dagli usurai che
prestavano denaro a poveri e ricchi a tassi altissimi, senza che la loro attività venisse in qualche modo repressa. Non vi fu
un'azione diretta contro le famiglie signorili di Vicenza, ma Padova favorì il popolo minuto della città, le comunità rurali e i
Comuni del territorio per indebolirle; contro il vescovo invece la persecuzione e la spoliazione dei beni fu costante[39].

La dominazione si protrasse per oltre 40 anni, con qualche episodio di rivolta sempre repressa e mai riuscita, anche per
l'incapacità dei vicentini di sollevarsi compatti. Cresceva intanto la potenza di Verona e verso fine del secolo Padova, temendo un
attacco che avrebbe trovato il sostegno di almeno una parte dei vicentini, rafforzò le difese della città, fortificando in particolare
l'Isola (l'area circondata dai fiumi, circostante all'attuale Piazza Matteotti) e aumentando la pressione sulla popolazione.

Il momento della ‘liberazione' venne con la discesa in Italia dell'imperatore Enrico VII nell'ottobre 1310, cui i vicentini inviarono
una richiesta di aiuto, mentre si trovava con la sua corte a Milano, ed egli colse l'opportunità per punire Padova che gli si
opponeva. Il 15 aprile 1311 le truppe imperiali, al comando di Aimone vescovo di Aosta e con il rinforzo di un contingente
veronese, entrarono in città, la occuparono e distrussero la fortezza padovana dell'Isola, che il podestà aveva precipitosamente
abbandonato.

Il territorio vicentino, campo di battaglia


Ben presto però i vicentini compresero che la sospirata liberazione si traduceva solo nel passaggio da una dominazione all'altra.
L'imperatore pretese subito un tributo e, tramite il proprio vicario, impose alla città dei nuovi statuti che modificavano quelli del
1264. Essi prevedevano, tra l'altro, l'obbligo per tutti i signori rurali di rientrare in città, dove avrebbero riguadagnato il ruolo di
ceto dominante (il loro posto nel Maggior Consiglio sarebbe stato ben presto reso vitalizio ed ereditario, come fu per Venezia), a
scapito degli artigiani e della piccola borghesia che era stata invece favorita da Padova; gli statuti imponevano anche la
demolizione di tutti castelli e le fortificazioni del distretto (altro modo di togliere potere ai signori fondiari), questa norma non
trovò concreta applicazione e i castelli restarono, presidiati da capitani generalmente veronesi[62].

Nel febbraio del 1312 il signore di Verona, Cangrande I della Scala, venne inviato a Vicenza come vicario imperiale e cinque anni
dopo assunse il governo diretto della città.

Stava però per iniziare una devastante guerra tra Verona e Padova, che fu combattuta soprattutto nel vicentino, con enormi danni
per la popolazione e l'economia del territorio. Essa fu originata da varie cause, come la volontà espansionistica di Cangrande e la
ritrosia di Padova ad assoggettarsi al potere imperiale. Vicenza contribuì comunque a scatenarla, deviando per l'ennesima volta il
corso del Bacchiglione per danneggiare gli odiati padovani.
Gli scontri si svolsero soprattutto nel Basso vicentino, ma i padovani arrivarono
ad occupare il Borgo San Pietro, appena fuori le mura (altomedievali, non erano
ancora state costruite quelle scaligere) di Vicenza. La guerra si concluse nel 1314
con la schiacciante vittoria di Cangrande che aveva occupato Padova stessa e
accettò di stipulare la pace con la mediazione di Venezia.

Gli anni successivi videro scatenarsi altre due guerre - quelle del 1317-18 e del
1319-20 - tra Verona e Padova, che ebbero effetti più limitati sul territorio
vicentino e si conclusero sempre con la vittoria di Cangrande.

Dopo la sua morte, il nipote Mastino II della Scala non seppe mantenere il
dominio su tutto l'esteso territorio conquistato dal predecessore, ma ormai il
futuro politico di Vicenza era legato a quello di Verona. Lo si sarebbe visto nel
1387, quando le due città insieme passarono ai Visconti.

La signoria scaligera
Cangrande I della Scala
Con l'arrivo degli Scaligeri iniziava un'epoca nuova per le famiglie signorili di
Vicenza. A parte due tentativi falliti di ribellione nel 1312 e nel 1317 da parte di
pochi ancora filopadovani, non vi sarebbe più stata per secoli un'opposizione organizzata in città e l'obiettivo dei magnati, ormai
rassegnati a convivere con un potere esterno, sarebbe stato solo quello di mantenere o consolidare il patrimonio familiare[63].

L'assoggettamento a una signoria esterna non significò l'annullamento delle istituzioni cittadine, che vennero in parte modificate
ma anche potenziate per poter assolvere a compiti non più politici, ma amministrativi. Alla carica di podestà vennero chiamati
uomini di prestigio, naturalmente appartenenti a famiglie gradite ai delle Scala; furono create le cariche di capitanio con
competenze di tipo militare - figura che sarà mantenuta anche durante il periodo visconteo e veneziano - e di deputati ad utilia -
una sorta di assessori, molto vicini al podestà, cui venivano delegate funzioni anche molto ampie. Venne costituita la fattoria
scaligera, un organismo nuovo che aveva il compito di amministrare il patrimonio fondiario pubblico, ma anche quello vescovile
ancora molto consistente, e di sovrintendere all'esazione dei dazi che il Comune prelevava dal distretto.

La pressione fiscale continuò ad aumentare ma si scaricò sulla campagna: il Comune tutelava non solo gli interessi della signoria,
ma anche quelli dei privati, propri cives[64].

Lo sviluppo della città e l'ampliamento delle mura


La città in effetti si arricchiva e si espandeva. Nel corso del Trecento il numero
degli abitanti aumentò notevolmente e si crearono borghi al di fuori dell'antica
cinta muraria altomedioevale di cui, a partire dal 1365, Cansignorio della Scala
dispose l'ampliamento, sia a est che a ovest del centro storico.

Il borgo orientale già densamente abitato, al di là del Bacchiglione, fu racchiuso


dal nuovo tratto in cui si aprivano le porte di Santa Lucia, di Padova e di
Camarzo - posta alla fine di contrà San Pietro e successivamente chiusa[65] – che
consentivano l'accesso alle strade provenienti rispettivamente da Treviso, Padova
e Casale per confluire al ponte (ora degli Angeli), dall'epoca romana unico
Case costruite nelle mura scaligere
in Borgo Santa Lucia passaggio disponibile per valicare il fiume.

A ovest, invece, la nuova cinta si inserì nella struttura fortificata di Porta


Castello per dirigersi verso nord, creare l'avamposto della Rocchetta, aprirsi
nelle porte Nuova e S. Croce, per poi seguire il corso del Bacchiglione e innestarsi nuovamente nei pressi del ponte Pusterla. Il
nuovo tratto racchiudeva così un'area non ancora abitata che, per volontà di
Antonio della Scala, fu dotata di un tracciato viario ad assi ortogonali, con isolati
regolari di notevoli dimensioni. La costruzione delle mura, che comportò alcune
modifiche al percorso del Bacchiglione e della roggia Seriola per diventare i
fossati di completamento, rispettò l'integrità della vecchia cinta. Questo fatto
mantenne integra l'identità del nucleo storico cittadino, al punto che le nuove
inclusioni furono ancora sempre chiamati, dagli storici locali come nel
Le mura scaligere in viale Mazzini
linguaggio corrente, i borghi della città.

A differenza di altre città maggiori, come Padova e Verona, Vicenza non vide
mai irrobustirsi il ceto dei commercianti o degli artigiani, che giocarono sempre un ruolo subordinato, anche nei secoli seguenti.
Fino all'Ottocento l'economia della città e del suo territorio fu sempre essenzialmente legata alla terra.

L'economia rurale nel Trecento


Il quadro generale dell'economia rurale non è stato descritto dalla storiografia locale dell'epoca e si deve ricavare dagli statuti
rurali e dagli innumerevoli atti notarili tra privati che sono stati ritrovati[66].

Data la scarsa numerosità della popolazione e la presenza importante sia di rilievi (Lessini, Altopiano, Berici) che di acque (i
laghi di Pusterla e di Longara e i terreni paludosi presenti in tutti i fondovalle), nel Trecento la maggior parte del territorio doveva
essere incolto e coperto da boschi. Anche nelle zone coltivate – come la coltura della città, cioè la fascia periferica fuori le mura -
così come nei grandi patrimoni privati una parte era tenuta a bosco, per ricavarne legname e frutta e per cacciare cinghiali,
caprioli e piccoli animali.

Il coltivo, che probabilmente si avvaleva delle nuove tecniche – l'aratro con vomere di ferro e la rotazione triennale – era
comunque tenuto a coltura estensiva di miglio e sorgo e il rapporto tra semente e produzione era mediamente di 1:4. La parte di
territorio coltivata si espanse nella prima metà del Trecento, risalendo anche le pendici dei colli e le vallate, fruendo
dell'immigrazione di popolazioni tedesche provenienti dal Trentino[66].

Nella seconda metà del secolo il territorio era fortemente frammentato e popolato da mansi a conduzione monofamiliare, che
comprendevano una parte coltivata per la produzione di cereali, una parte a prato per l'allevamento del bestiame e un piccolo
vigneto.

Le conseguenze della peste - con la diminuzione della popolazione si ridusse il fabbisogno di cereali - portarono ad una
riconversione agricola e a uno sviluppo dell'allevamento. Così nacque e si consolidò ulteriormente un altro fattore produttivo,
dato dall'arte della lana: è documentata la sua presenza in alcuni monasteri situati nei borghi suburbani presso i corsi d'acqua. A
metà del secolo era presente in città sia la fraglia dei lanarii che quella dei mercatores di panni, che possedevano botteghe nel
peronio, la principale piazza della città[67]. Lo statuto dell'arte del 1410 annovera circa 7.000 occupati in città[68].

La caduta degli Scaligeri e l'avvento dei Visconti


Alla morte di Cansignorio della Scala nel 1375, alla guida della signoria – che ormai si era ridotta alle sole Verona e Vicenza - gli
successero secondo l'uso scaligero entrambi i figli illegittimi, Bartolomeo e Antonio. Durante i primi anni di governo essi si
fecero benvolere dalla popolazione, perché attuarono una politica di riduzione delle imposte e di cancellazione dei debiti contratti
dalle Comunità di Verona e di Vicenza[70].

Antonio però, sei anno dopo, fece assassinare il fratello per poter governare da solo e da quel momento la politica cambiò. Nel
1382 sposò Samaritana da Polenta e in seguito - sembra influenzato dalla moglie che pretendeva lussi eccessivi per le finanze
della signoria - costretto ad enormi spese militari, depauperò le casse del dominio al punto da indebitarsi pesantemente e da
alienarsi quindi il favore della popolazione[70].
Con questi presupposti la signoria veronese aveva i giorni contati. A Pavia nel
1385 tra i signori di Milano, Mantova, Padova e Ferrara si formò una coalizione
in funzione antiscaligera e l'anno seguente Gian Galeazzo Visconti – che nel
frattempo aveva deposto a Milano e probabilmente fatto uccidere lo zio Bernabò
– strinse un nuovo patto con Francesco il Vecchio da Carrara, signore di Padova,
con il quale concordò la spartizione del dominio scaligero: Verona sarebbe
andata ai Visconti e Vicenza ai Carraresi[71].

Nel corso del 1386 egli tenne una posizione ambigua, trattando segretamente sia
con Francesco da Carrara che con Antonio della Scala ma poi, l'anno seguente,
quando vide che la situazione volgeva a favore del primo - che nel marzo aveva
sconfitto i veronesi nella battaglia di Castagnaro - si schierò decisamente con lui.
Francesco da Carrara nel maggio pose l'assedio a Vicenza e nei mesi seguenti
saccheggiò continuamente il territorio circostante, ma i vicentini opposero
un'accanita resistenza che non gli permise di penetrare in città.
Torrione di Porta Castello. Il
Visconti e Carraresi insieme erano però troppo forti. Il 18 ottobre 1387 la città di coronamento della merlatura,
Verona cadde, in parte sotto la pressione militare e in parte per tradimento, e sostenuta dai beccatelli e la tipica
Antonio dovette fuggire. Il 24 ottobre Gian Galeazzo prese anche Vicenza e qui lanterna lombarda risalgono al
trovò un ceto dirigente assolutamente contrario ad essere assoggettato a periodo visconteo.[69]
Padova[72].

Questo fatto gli diede un pretesto per non rispettare i patti e spartire i territori conquistati. Alle rimostranze di Francesco,
Giangaleazzo volse le armi contro di lui, che dovette abdicare in favore del figlio Francesco Novello, riuscendo ad occupare
anche Padova nel novembre 1388.

Per Vicenza iniziava il periodo del dominio visconteo, che sarebbe durato fino al 1404.

La Signoria dei Visconti


Avversi sia all'ultima gestione scaligera - Antonio della Scala aveva aumentato il peso fiscale - che ai padovani, di cui
ricordavano i rapporti ostili degli ultimi due secoli, i vicentini collaborarono con l'avvento della nuova Signoria, confermando
quello che era sempre stato lo stile della città fin dai tempi di Roma: non opporsi al più forte, ma trattare le condizioni della resa e
poi rimanere fedeli al nuovo dominatore.

Così persone influenti che facevano parte del ceto dirigente, come Giacomo da Thiene e Giampietro De Proti, secondo quanto
riferiscono le fonti locali[73], facilitarono il passaggio ai Visconti. Gli stessi, diciassette anni dopo, trattarono la dedizione a
Venezia[74].

Nei confronti dei Veneti, e di Vicenza in particolare, Giangaleazzo attuò una politica che, pur mantenendo un rigido
assoggettamento fiscale e militare, non sconvolgeva la precedente organizzazione scaligera. Egli anzi favorì le classi dirigenti
cittadine, cui affidò l'amministrazione del territorio creando un apposito Consiglio, cui affidare la competenza sulla nomina dei
vicari nel distretto.

Veniva così sperimentato un modello di governo e di assoggettamento del territorio da parte della città intermedia, relativamente
autonoma per la presenza di propri statuti e di una propria classe dirigente, anche se a sua volta soggetta alla capitale dello Stato.
Un modello paradigmatico che sarebbe stato applicato anche nei secoli seguenti sotto il dominio della Serenissima[74].

La dedizione a Venezia
Il dominio visconteo fu rigido ma di breve durata: con la morte di Gian Galeazzo
Visconti (1402) si scatenò nuovamente una guerra regionale e Vicenza si trovò al
centro della contesa.

Prima di morire Giangaleazzo aveva spartito lo stato tra i figli Giovanni Maria e
Filippo Maria, e a quest'ultimo erano state assegnate anche le città di Vicenza e
di Bassano. Essendo minorenni, erano entrambi sotto la tutela della madre
Caterina, nominata Reggente. Lo Stato così diviso però, insieme con la
mancanza di una guida forte, divenne subito un obiettivo dell'espansionismo dei
Peronio di Vicenza, disegno, 1480-
suoi tradizionali nemici, la Repubblica di Firenze e i Carraresi di Padova, che ne 1481. Vicenza, Biblioteca Civica
approfittarono per occupare città e castelli. Caterina allora, nel marzo 1404, Bertoliana.
chiese aiuto al doge di Venezia, promettendo in cambio dapprima i territori di
Bassano, Feltre e Belluno; poi - vista la ritrosia dei veneziani che da bravi
mercanti cercavano di alzare il prezzo - anche una tutela non meglio definita su Verona, già occupata dai Carraresi, e su Vicenza,
in quel momento assediata[75].

Anche i vicentini però si mossero, con l'obiettivo prioritario di non ricadere sotto il dominio padovano, e inviarono dei legati a
Venezia per trattare la dedizione, una forma di assoggettamento alla Serenissima, la quale in cambio si impegnava a rispettare e
salvaguardare attraverso lo Statuto buona parte delle leggi e delle magistrature precedenti. Nella decisione ebbero un ruolo anche
Taddeo Dal Verme – al servizio dei Visconti e in quel momento al comando della guarnigione di Vicenza[76] - e Iacopo Thiene –
che già nel 1387 aveva avuto un ruolo di rilievo nel passaggio della città dalla signoria scaligera a quella viscontea - insieme allo
zio Giampietro Proti[77].

Il 15 aprile Iacopo Thiene partì per Venezia e ne ritornò il 25 accompagnato da Giacomo Surian, incaricato dal doge e da 250
balestrieri[78]. Subito Venezia - nel suo nuovo ruolo di signora di quel territorio - pretese da Francesco Novello che togliesse
l'assedio a Vicenza e che ponesse termine alle devastazioni delle terre beriche. Poiché però questi persisteva nel mettere a ferro e
fuoco il vicentino e poiché, inoltre, il 7 maggio anche Cologna Veneta si era data a Venezia ma era stata occupata dai Carraresi,
per la Repubblica di Venezia la guerra contro Padova divenne inevitabile. Dopo che anche Verona si diede a Venezia, la guerra si
concluse rapidamente con la sconfitta dei Carraresi, che furono condotti a Venezia e giustiziati.

Alla fine del conflitto, Venezia si trovò improvvisamente proiettata in un'ottica di potenza terrestre, padrona dell'intero Veneto.
Era nato il Dominio di Terraferma della Serenissima.

Età moderna
Anche se la fine del Medioevo e la nascita dell'età moderna si pongono convenzionalmente nella seconda metà del Quattrocento
(caduta di Costantinopoli o scoperta dell'America), per quanto riguarda la storia del Veneto - e di Vicenza in particolare - la
cesura storica si può porre all'inizio del XV secolo: è il momento in cui Venezia diventa uno Stato che governa un importante
dominio di terraferma che durerà quattro secoli. Uno Stato essenzialmente laico, cui l'autorità religiosa soggiace, uno Stato che
non si riconosce come parte di un Impero e che governa con un sistema aristocratico ma non più feudale, articolato tra potere
centrale e relative autonomie locali.

Con la sua dedizione del 1404 la classe dirigente vicentina sembra aver capito tutto questo e aver scelto di sottrarsi a signorie
personali di stampo feudale per entrare a far parte di uno Stato, appunto, moderno.

Secoli XV-XVIII

Popolazione ed economia in età moderna


Pur non essendo in possesso di dati attendibili, si può pensare che, come in tutta
Europa, a partire dal Mille fino alla metà del Trecento anche a Vicenza vi sia
stato un costante aumento demografico. Ne sono attestazione la costruzione delle
nuove mura, con le quali gli Scaligeri vollero nel 1365-70 racchiudere i borghi
nei quali la città si era allargata al di fuori della cinta altomedievale.

La costruzione delle mura significa anche che in città, subito dopo la peste del
1348-50 che in Europa aveva falcidiato un terzo della popolazione, era iniziato
quel ripopolamento, che sarebbe continuato in un lento sviluppo numerico fino
alla fine del Settecento.

Gli equilibri demografici, così come quelli economico e sociale, furono in tutto il
periodo estremamente fragili, con alternanza di momenti di lenta crescita ad altri
di crisi determinata da carestie ed epidemie ad altri ancora di relativa
stabilità[79].

È assodata la stretta correlazione tra questi tre fattori. Un'economia - come


Carta del territorio vicentino. Da
quella vicentina - totalmente basata su una produzione agricola poco
Filippo Pigafetta, Novam hanc et
diversificata e una con scarsa capacità di accumulo dipendeva dalle condizioni
accuratissima Territorii Vicentini
climatiche e meteorologiche. Si ricordano numerose annate di gelo o di troppo descriptionem, in Abramo Ortelio,
calore, di piogge incessanti e di arsura e, quando si succedevano più annate Theatro del mondo, Anversa, 1608.
negative, la produzione era così scarsa che il prezzo dei cereali si alzava a livelli Vicenza, Biblioteca Civica Bertoliana.
impraticabili per le classi più povere. Naturalmente questo incideva
negativamente anche sulla crescita della popolazione: i dati demografici, seppur
parziali e localizzati, indicano in corrispondenza delle crisi una riduzione dei
matrimoni e della natalità e un aumento della mortalità.

L'impoverimento colpiva la campagna, dove i contadini non avevano i mezzi per


riseminare i campi ad inizio stagione ed erano costretti a indebitarsi con i signori
cittadini cui dovevano comunque il pagamento del canone di affitto e con gli
usurai, spesso le medesime persone. La fame e l'insicurezza sociale erano anche
la fonte di continue ruberie e di una criminalità diffusa.

La carestia colpiva anche la città, verso la quale si riversavano folle di affamati


per mendicare e ricevere un aiuto dal Comune, che era più organizzato e
disponeva di maggiori mezzi rispetto alle comunità rurali. Il Comune, da parte
sua, preoccupato delle tensioni sociali che nascevano dal bisogno, reagiva con
tutti i mezzi a sua disposizione: per erogare sussidi cercava denaro aumentando
le imposte e chiedendo prestiti al Monte dei pegni, ma nello stesso tempo vietava
ai poveri di chiedere l'elemosina ed espelleva coloro che non appartenevano alla La città nel 1604
comunità cittadina[79].

Le famiglie patrizie che governavano il Comune, d'altra parte, erano preoccupate per il fatto che le carestie minavano i loro
interessi. Era il periodo in cui esse stavano costruendo i più grandi e sontuosi palazzi di Vicenza e il denaro necessario proveniva
quasi esclusivamente dalle rendite fondiarie, cioè dai proventi della produzione agricola e dell'allevamento e dai canoni pagati
dagli affittuari.

Così nel 1590 - uno dei momenti di maggiore difficoltà, durante un triennio terribile al punto che i lupi arrivarono fino alla città -
il Podestà e il Consiglio deliberarono di estendere l'aiuto anche al contado, “non tanto per beneficio de infinite persone
miserabile, la quale non avendo raccolto robba da per se stesse per la sterilità dell'anno andranno in pericolo, anzi quasi
certezza, de morir de fame, quanto a beneficio de tutti i cittadini i quali mancando il territorio resteriano in conseguenza privi
delle loro intrade”[80]. Alla distribuzione dei sussidi era deputata una speciale magistratura, i Presidenti alle biade.

Un altro flagello, quasi sempre conseguente ai periodi di carestia, fu quello della peste, che faceva strage nella popolazione[81]
già debilitata per la mancanza di cibo. Essa si presentò nel territorio vicentino con episodi ricorrenti dall'inizio del Trecento al
1631, anno in cui la città adempì al voto fatto alla Madonna di Monte Berico. Stanti le conoscenze del tempo, non è certo che si
trattasse sempre di peste: le cronache di allora definivano con questo nome la morbilità che si diffondeva rapidamente per
contagio e conduceva a morte. Ma, a parte questi episodi, in un ambiente con gravi carenze igieniche e di persone debilitate, il
rischio di contrarre malattie infettive e di morirne era endemico[82].

Nella seconda metà del XVIII secolo anche a Vicenza, come in tutta Europa - si compì la cosiddetta transizione demografica, cioè
la riduzione sia dei tassi di mortalità che di natalità. Nel contado a nord della città e specialmente nelle zone collinari - dove
ancora esisteva la piccola proprietà contadina - questo portò ad un aumento della popolazione, mentre in pianura il saldo restò
stazionario[83], ancora una volta a dimostrazione dell'incidenza dei fattori sociali su quelli demografici.

Figlia primogenita della Serenissima ...

La città di Vicenza nella Pianta Angelica, 1580, disegnata da G.B. Pittoni

Dopo il breve periodo di libertà comunale (1259-1266), Vicenza fu sempre soggetta alle più potenti città vicine, anche se non fu
mai conquistata da alcuna di esse con le armi, ma piuttosto si diede più o meno spontaneamente ad esse: in 'custodia' a Padova nel
1266, in riconoscimento dell'autorità imperiale rappresentata da Cangrande della Scala nel 1311, a Giangaleazzo Visconti nel
1387 e infine alla Serenissima Repubblica di Venezia nel 1404.
In ciascuna di queste circostanze pesarono sicuramente fattori contingenti, quali la prospettiva di non poter fare altrimenti e di
evitare una sconfitta per l'incapacità di competere sul campo di battaglia. In genere però la decisione di consegnare la città all'una
o all'altra potenza regionale fu presa dalla classe dirigente vicentina - formalmente dal Consiglio cittadino - con la convinzione
che i propri interessi sarebbero stati meglio salvaguardati se fosse riuscita a prevedere, nel corso di un conflitto, quale parte ne
sarebbe uscita vittoriosa e si fossero avviate subito trattative, invece di attendere il corso degli eventi.

Questa scelta fu particolarmente evidente e azzeccata nel 1404, in un momento in cui i Carraresi di Padova sembravano la
potenza regionale emergente (avevano conquistato la città di Verona) e la Repubblica di Venezia, d'altro canto, non aveva ancora
dichiarato espressamente la propria vocazione a diventare uno Stato di Terraferma[84]. Con la dedizione a quest'ultima,
l'aristocrazia vicentina conferiva una legittimazione al suo dominio e ne riceveva in cambio la garanzia di poter mantenere le
proprie leggi, le magistrature e soprattutto il predominio delle famiglie che governavano la città.

... e figlia fedele


La fedeltà alla Serenissima fu una caratteristica di Vicenza - e ancor più del territorio vicentino nel suo complesso - anche per
tutto il periodo seguente, durante il quale Venezia, il più giovane tra gli Stati italiani di terraferma, si trovò a lottare per
conservare ed anzi per ingrandire il proprio territorio, sia con le armi che con un abile gioco diplomatico in cui si stringevano e
disfacevano alleanze.

Così, quando nel 1413 la Terraferma fu invasa dalle armate di Sigismondo re d'Ungheria e imperatore del Sacro Romano Impero,
le città di Bassano, Marostica, Vicenza e Lonigo assediate si rinchiusero nelle loro mura e resistettero nel nome di Venezia[85].
Quando nel 1414 Venezia ostile al papa volle disertare il Concilio di Costanza e, viceversa, quando nel 1434 favorì il papa al
Concilio di Basilea il vescovo di Vicenza si schierò con tutti gli altri vescovi veneti nell'appoggiare Venezia[86]. Quando gli eredi
dei Carraresi e degli Scaligeri rivendicarono i diritti delle antiche Signorie, i vicentini non diedero loro ascolto. Così come si
opposero ai Visconti in guerra con Venezia.

Un'infedeltà, seppur di breve durata, si ebbe solo nel 1509, quando tutto il mondo sembrò allearsi nella Lega di Cambrai, guidata
dal papa Giulio II, contro la Serenissima. Subito dopo la sconfitta dei veneziani ad Agnadello gli aristocratici vicentini aprirono le
porte della città ad un manipolo imperiale guidato da Leonardo Trissino, salvo pentirsi nel volgere di pochi mesi e salutare con
sollievo il ritorno delle truppe veneziane[87]. Anche in quell'occasione, però, il popolo minuto e la media borghesia, nonostante
non fossero certo stati favoriti dalla Dominante, manifestarono invece la propria fedeltà a San Marco, pagando per questa fedeltà
un caro prezzo, ben superiore a quello della città, per la brutalità delle truppe nemiche[88].

Privilegiati dal privilegio


Il fatto che Vicenza fosse stata la prima città della Terraferma che si era data a Venezia le assicurò un trattamento privilegiato
anche nei secoli seguenti, decisamente più favorevole di quello riservato alle altre - come Verona e Padova - che invece erano
state prese con la forza. L'insieme dei vantaggi fu ratificato nel Privilegium civitatis Vicentiae del 1404 e rinnovato nel 1406, una
volta conclusa la guerra contro Padova. Le due versioni dell'accordo, pur con differenze, rappresentarono comunque un notevole
successo per Vicenza perché ratificarono, in particolare, il suo predominio su quasi tutto il contado, dal quale l'aristocrazia
cittadina traeva le risorse che le servivano per alimentare il proprio alto tenore di vita[89].

Questi patti, che si basavano sul mantenimento al potere della classe dirigente vicentina, convenivano ad entrambe le parti. In
questo modo a Venezia l'esercizio della sovranità costava poco: il suo personale era costituito solo dal podestà che essa designava
per Vicenza, da un capitano, tre giudici, due cancellieri e alcuni conestabili il cui costo era a carico della città[90].

A Venezia veniva riconosciuta la suprema autorità e il diritto di intervenire in tutti i casi di straordinaria amministrazione.
Formalmente essa aveva l'arbitrium, cioè il potere di creare, interpretare, modificare e rendere esecutive le leggi, ma con il
Privilegium si era impegnata a rispettare le leggi di Vicenza, sia quelle esistenti che quelle di nuova istituzione. Un impegno
garantito dalla possibilità per i vicentini di ricorrere agli organi giurisdizionali veneziani e in più di un'occasione questi
annullarono atti del podestà - e persino del doge - che andavano contro le norme della città.

Venezia aveva poi la suprema giurisdizione civile e criminale, ma i giudici veneziani dovevano rispettare le leggi vicentine e per
conoscerle dovevano avvalersi di notai di Vicenza, che redigevano i documenti secondo le norme cittadine. Tali norme
consistevano principalmente negli statuti[91], nelle leggi sull'amministrazione delle campagne e nelle consuetudini locali, ben
consolidate anche se non scritte[90].

Le guerre del Cinquecento in Terraferma


Il territorio vicentino fu invaso ancora una volta nel 1509 durante la guerra della Lega di
Cambrai. In caso di vittoria gli stati che si erano alleati avevano stabilito di spartirsi la
Terraferma: Vicenza insieme con tutto il Veneto avrebbe dovuto essere assorbita dal Sacro
Romano Impero. Le forze francesi della Lega sbaragliarono quelle veneziane nella
battaglia di Agnadello, mentre la flotta ferrarese distrusse quella veneziana nella battaglia
di Polesella. Di fronte alla sconfitta e all'impossibilità di fronteggiare le potenze
avversarie, la Repubblica decise l'evacuazione dei suoi Domini di Terraferma per
concentrarsi sulla difesa delle lagune, sciogliendo le città dall'obbligo di fedeltà.

Impauriti dall'avanzata dell'esercito nemico - o forse sperando di lucrare un maggior


interesse[92] - il 5 giugno gli aristocratici vicentini - in prima fila le potenti famiglie dei
Trissino e dei Trento - aprirono le porte della città ad un manipolo di armati guidato dal
fuoriuscito Leonardo Trissino, che fece il suo ingresso in nome dell'imperatore
Massimiliano, anche se non aveva da lui ricevuto un esplicito mandato. Le componenti
Ritratto ufficiale di
popolari, invece, sia nella città che nel contado manifestarono la propria fedeltà a San
Massimiliano I, primo
Marco, inscenando tumulti nel Borgo San Pietro. I montanari dell'Altipiano attaccarono
Imperator Romanus Electus
con gli attributi del potere l'esercito imperiale mentre scendeva lungo la Valsugana, arrestando a Marostica la discesa
imperiale. di Massimiliano che dovette ritornarsene a Trento.

Mentre su Vicenza confluivano le truppe della Lega - che non rispettavano i patti stabiliti
con le famiglie vicentine e si abbandonavano ad ogni sorta di vessazioni - a metà luglio del 1509 iniziò la controffensiva di
Venezia per riconquistare i territori occupati. Il 17 ottobre giunse in città l'imperatore, accolto con sfarzo e manifestazioni di
fedeltà, ma ormai l'aristocrazia vicentina si stava pentendo della scelta fatta quattro mesi prima[93]. Così il 13 novembre il
Consiglio cittadino deliberò di inviare al doge una delegazione, con il compito di riconfermare la fedeltà a Venezia e di trattare
una nuova e immediata sottomissione; dieci giorni dopo la città apriva le porte alle truppe guidate dal Provveditore Andrea Gritti.

Tre mesi dopo la Lega di Cambrai si sciolse, in seguito all'abbandono del suo principale fautore, il papa Giulio II che si rivoltò
contro la Francia. Seguirono alcuni anni in cui le alleanze tra gli stati si fecero e si disfecero con grande disinvoltura e rapidità e il
territorio vicentino fu ancora invaso molte volte[94]. Solo i trattati di Noyon e di Bruxelles posero fine alla guerra nel 1517 e solo
dopo il 1523 - con il trattato firmato tra Carlo V e Venezia - la pace fu definitivamente ristabilita. La Terraferma, fino a Bergamo
compresa, restò alla Serenissima fino alla sua caduta nel 1797 e la Repubblica si tenne fuori dai conflitti che sconvolsero ancora
l'Europa tra il XVI e il XVIII secolo.

Per il territorio vicentino la pace significò la stabilità politica e la continuazione della supremazia della città sul contado.

La minaccia ottomana e il declino di Venezia


Oltre all'intento di non farsi più coinvolgere nelle guerre continentali, una ben più importante ragione spinse la Serenissima ai
margini della politica europea. Con il Cinquecento era iniziato il periodo che avrebbe visto Venezia perdere il primato dei mari e
dei commerci con l'Oriente. Da una parte le scoperte e le imprese geografiche - la circumnavigazione dell'Africa e la
Colonizzazione delle Americhe - spostavano l'asse europeo fuori dal Mediterraneo verso le potenze atlantiche: il Portogallo e la
Spagna e più tardi l'Olanda, la Francia e l'Inghilterra. Dall'altra l'Impero Ottomano, dopo la conquista di Costantinopoli, cercava
di espandersi nelle isole del Mediterraneo orientale, nel Nordafrica e nei Balcani.

Nel corso di un secolo e mezzo La Repubblica perse la maggior parte dei propri Domini da Mar: Cipro, la Morea, Candia e tutte
le piccole isole del Mediterraneo. Perse di conseguenza i redditi che le derivavano dai traffici, non più favoriti dal possesso dei
porti e degli scali, e soprattutto ebbe bisogno di un continuo flusso di denaro per armare le flotte e consolidare le fortificazioni,
talora per pagare riscatti e compensare tregue temporanee. Questo denaro veniva chiesto alla Terraferma e anche Vicenza sborsò
periodicamente decine di migliaia di ducati per mantenere le guerre e le paci di Venezia. Ovviamente, a sua volta, la città si
rifaceva sul contado.

Le idee protestanti e il Concilio di Vicenza


Durante la prima metà del Cinquecento le idee protestanti si stavano diffondendo in tutta Europa. Sottovalutate in un primo
momento, divennero la preoccupazione del papa Paolo III che, come aveva chiesto fin dall'inizio Martin Lutero e molti altri in
seguito avevano ribadito, indisse un Concilio ecumenico dapprima a Mantova e poi, nel 1537, a Vicenza. Nonostante lo scarso
entusiasmo con cui i vicentini accolsero questa decisione - alloggiare i prelati e il loro seguito avrebbe comportato difficoltà e
spese, la sede designata era la cattedrale che però era ancora incompleta - la città si mise all'opera.

Diversi problemi - i contrasti tra Francia e Impero, la diversità di intenzioni sui contenuti dei lavori - fecero slittare l'apertura del
concilio, finché la sede fu spostata a Trento, dove iniziò nel dicembre 1545. Il motivo principale dello spostamento fu però
l'opposizione della Repubblica di Venezia: uno degli obiettivi del Concilio era quello di unire i principi cristiani contro l'Impero
Ottomano, con il quale però la Serenissima in quel periodo stava trattando per una pace separata (che concluse nel 1540)[95].

Una storia in tono minore


Per il senso comune la storia è fatta da un susseguirsi di vicende politiche e
militari, vissute da persone, popolazioni e istituzioni che vivono da protagoniste
tali vicende e i cambiamenti che ne conseguono.

Intesa in tal senso, in età moderna Vicenza non ebbe una propria storia. Già
soggetta ad altri nel Medioevo, durante i quattro secoli di dominio della
Serenissima, Vicenza fu soltanto una città subordinata che subì le vicende di cui
fu protagonista Venezia, senza alcuna possibilità né volontà di reagire a tale
condizione.

L'aristocrazia cittadina, che aveva voluto questa soggezione, cercò di reagire


all'inevitabile frustrazione inventando e coltivando i miti della nobiltà e traendo
il massimo vantaggio dalla posizione che le veniva garantita rispetto al contado.

Così il Maccà[96] definiva nel 1783 Vicenza città nobilissima et antichissima …


più antica non solo di Roma, ma ancora di Padova stessa … una delle città più Abito di nobildonna vicentina nel
antiche e gloriose, che racchiude nel suo giro la Marca trevigiana, recuperando periodo rinascimentale
leggende delle origini e una tradizione ormai consolidata. Una tradizione che,
dal Cinquecento in poi, si era sostanziata di storie leggendarie delle singole
famiglie, tutte protese a ricercare nei tempi antichi il fondamento della propria nobiltà. Nel lungo periodo in cui, dopo la serrata
del Trecento, il diritto a sedere nel Consiglio cittadino e a ricoprire cariche pubbliche era ereditario, anche se alienabile, l'antichità
della stirpe e la purezza del sangue erano la base, accettata, su cui si reggeva la preminenza delle famiglie[97].
Un altro modo di reagire alla frustrazione di contare poco o nulla a livello della Repubblica, fu - per l'aristocrazia vicentina -
quello di eguagliare il patriziato veneziano nello stile di vita, nello sfarzo e, in particolare, nella costruzione di palazzi e di ville di
grande impatto visivo. Vicenza si riempì così di edifici monumentali imponenti, anche se spesso ridimensionati rispetto al
grandioso progetto iniziale o completati con grande ritardo perché, nel frattempo, erano venuti a mancare i fondi per costruirli.

Nei secoli XVI e XVII, come in molte città d'Italia, la vita a Vicenza si svolgeva in un clima di tensione e di violenza, dominata
da una rissosa aristocrazia spesso implicata in omicidi, risse, vendette, scandali (si pensi alle testimonianze storiche manzoniane
nei Promessi Sposi riguardo alla Lombardia). Le violenze erano il segno e il frutto di un'inquietudine generalizzata a livello
sociale, religioso e politico-economico: ne sono testimonianza le numerose lettere dei Rettori di Vicenza inviate ai capi del
Consiglio dei Dieci a Venezia.[98] Nobili con i loro bravi si fronteggiavano ed agivano al di sopra della legge: i Trissino, i
Cordellina e i Cavalcabò, i Porto, i da Schio ed altri.[99][100]

La grande architettura rinascimentale e classica


Il Medioevo vicentino, attraversato da continui conflitti e mutamenti di potere,
era stato piuttosto povero quanto ad architettura privata. Ma già nel XV secolo
erano sorti in città palazzi raffinati e di grandi dimensioni - quelli dei Braschi e
la Ca' d'Oro, quelli dei Sesso, dei Garzadori e dei Regaù per citarne solo alcuni -
costruiti in stile gotico fiorito, che volevano rivaleggiare con i palazzi della
Dominante.

L'originalità di Vicenza si ebbe però nel Cinquecento, quando in città emerse il


grande architetto tardo-rinascimentale Andrea Palladio, che lasciò in eredità un
insostituibile patrimonio di idee, concretizzate soprattutto nei palazzi che
arricchirono il centro storico e nelle sontuose ville venete. Tra le opere principali
la Basilica Palladiana, il Teatro Olimpico, il Palazzo Chiericati e la Villa Capra
detta la Rotonda posta appena fuori dall'abitato.
Palazzo Regaù, in Borgo San Pietro
La tradizione palladiana venne proseguita a Vicenza da Vincenzo Scamozzi e da (ora Corso Padova), seconda metà
del Quattrocento.
altri architetti fino al XIX secolo, mentre il palladianesimo si propagò in tutta
Europa.

La caduta della Repubblica di Venezia e la Municipalità provvisoria


Durante gli anni novanta del XVIII secolo le idee della Rivoluzione francese cominciarono a diffondersi anche nella società
vicentina. Fu però l'avvio della campagna d'Italia che Napoleone intraprese nel 1796 a far emergere il dibattito sul possibile
rovesciamento del sistema politico cui Vicenza era soggetta da quattro secoli.

Gli ideali della Rivoluzione furono condivisi da persone appartenenti a diversi strati sociali, che in seguito costituirono il nucleo
della Municipalità democratica: rappresentanti di quella aristocrazia cittadina (come Antonio Trissino, Felice Piovene, Giacomo
Breganze a Giovanni Scola) che non aveva mai digerito la subordinazione a Venezia, ma anche imprenditori, commercianti e
professionisti della borghesia che negli ultimi decenni stava soppiantando il ceto nobiliare; non mancavano persone di umili
condizioni e, seppur rari, esponenti del clero[101].

Nel giugno del 1796 la Repubblica di Venezia che, conscia della propria debolezza, voleva a tutti i costi mantenersi neutrale nel
conflitto tra Napoleone e l'Impero asburgico, acconsentì al transito delle truppe sul territorio della Terraferma e così nel corso
dell'anno anche il Vicentino vide francesi e austriaci spostarsi, insediarsi, requisire e svolgere operazioni militari, tra cui la
sconfitta di questi ultimi nella battaglia di Bassano.
Nei primi mesi del 1797 l'esercito francese avanzò in Terraferma, occupando uno dopo l'altro i vari centri. Il 27 aprile 1797
trecento soldati francesi al comando del generale Giuseppe Lahoz Ortiz entrarono in Vicenza, dopo che il capitano veneziano
Gerolamo Barbaro aveva abbandonato la città quasi di nascosto nella notte senza combattere. Immediatamente i giacobini, cioè
gli esponenti filofrancesi, dichiararono decaduto il governo cittadino in carica e instaurarono una Municipalità provvisoria di 34
membri che giurò solennemente di "sostenere la Libertà, la Giustizia, l'Eguaglianza e la Virtù (mancava la Fraternità)", ma anche
di rispettare la Religione cattolica. La Municipalità adottò subito anche vari provvedimenti per ingraziarsi il favore popolare,
come la riduzione di prezzi, l'abolizione di dazi e l'abolizione dei titoli nobiliari.

Il centro della città si riempì di simboli rivoluzionari e filofrancesi: fu eretto in Piazza dei Signori l'albero della libertà, si tennero
sfilate con bandiere tricolori e berretti frigi, la tradizionale Rua fu democratizzata. Nel mese successivo anche i centri minori del
territorio seguirono l'esempio del capoluogo[102].

La Repubblica di Venezia cadde il 12 maggio 1797 e, al posto del doge, in Palazzo Ducale si insediò una Municipalità
Provvisoria. Immediatamente, le città della Terraferma si ribellarono all'autorità di Venezia e istituirono proprie Municipalità. Per
assicurare ordine al territorio, il 16 giugno 1797 Napoleone emanò un decreto che istituiva nell'ex-dominio veneto di Terraferma
sette governi centrali, con il compito di coordinare le Municipalità sorte nei diversi Comuni.

Vicenza divenne così la sede del Governo centrale vicentino-bassanese che includeva, nonostante le loro proteste, anche Bassano
e i Sette Comuni, che erano rimasti per quattro secoli autonomi da Vicenza, alle dirette dipendenze di Venezia. Questo Governo
continuò la strada delle riforme che però, estranee al tessuto economico e sociale esistente, crearono molto scontento,
peggiorarono la situazione di intere classi (ad esempio migliaia di domestici si trovarono improvvisamente senza lavoro) e fecero
precipitare l'economia.

Si creò così una spirale perversa, che costrinse il governo centrale, per far fronte a costi rapidamente crescenti, ad adottare
provvedimenti ancor più impopolari come requisizioni e prestiti forzosi (un'imposizione di 400.000 lire venete il 10 maggio
1797). Il governo si inimicò anche il clero, fino ad allora collaborativo, quando adottò misure che limitavano i suoi privilegi. Un
ulteriore ostacolo venne dal comportamento dei francesi, sui quali si appoggiava il governo, che tentavano di arruolare i giovani
nell'esercito per continuare la guerra in Germania e, soprattutto, requisivano l'argenteria delle chiese e saccheggiarono il Monte di
Pietà.

La situazione si faceva sempre più critica sotto tutti gli aspetti e stava per precipitare quando, il 17 ottobre, fu improvvisamente
risolta in un modo che quasi nessuno si aspettava: con il Trattato di Campoformio Napoleone cedette il Veneto agli austriaci.
Questi entrarono in Vicenza il 19 gennaio 1798 tra ali di popolazione in festa. I maggiori esponenti della Municipalità furono
arrestati, confinati o preferirono l'esilio al seguito delle armate napoleoniche[103].

Finì così il periodo di autogoverno durato pochi mesi e si smorzarono, più per la delusione che per le vicende politiche e militari,
gli entusiasmi per gli ideali della Rivoluzione.

Età contemporanea
Con l'arrivo dei francesi nel 1797 e la caduta della Repubblica di Venezia, nel Veneto si assistette ad un cambio epocale. Il
sistema politico basato sull'oligarchia del patriziato veneziano era considerato talmente superato che, quando il Congresso di
Vienna restaurò l'ordine precedente, neppure prese in considerazione la rinascita della Serenissima.

Tra le diverse teorie sulla periodizzazione delle epoche e la datazione della fine dell'età moderna e l'inizio di quella
contemporanea, possiamo quindi scegliere la più classica, che fa riferimento al cambio di regime operato dalla Rivoluzione
francese - nel nostro caso la Caduta della Repubblica di Venezia - ritenendola la più adeguata al Veneto e a Vicenza.

Vicenza dalla caduta della Repubblica Veneta all'annessione all'Italia


Vicenza e l'Impero francese
Dopo pochi mesi di occupazione (dall'aprile 1797 al gennaio 1798) a Vicenza e
nel Veneto, in base agli accordi del Trattato di Campoformio, ai francesi
subentrarono quindi gli austriaci, gioiosamente accolti dai vicentini. Il vescovo
Peruzzi si schierò apertamente con gli austriaci, che intendevano portare il
risorgimento della santa morale e il libero esercizio della religione cattolica[105]
- che abrogarono molte delle decisioni prese dalla Municipalità provvisoria e
riportarono in vigore la situazione precedente all'invasione napoleonica.

I francesi ritornarono nuovamente in città per pochi mesi tra il 1800 e il 1801,
ma la pace di Lunéville ridiede Vicenza e il Veneto agli austriaci. Nell'autunno
del 1805, dopo aver sconfitto le truppe imperiali nella battaglia di Caldiero il 30
ottobre, i francesi si diressero verso la città di Vicenza, dove entrarono senza
quasi colpo ferire il 4 novembre 1805, per la terza volta. In seguito alla pace di
Presburgo che ridiede il Veneto, l'Istria e la Dalmazia alla Francia, Vicenza
venne annessa al Regno d'Italia - parte dell'Impero francese - e vi rimase fino al
novembre 1813.
Vicenza, Palazzo Loschi Zileri Dal
Verme in corso Palladio. Palla di
Otto anni che permisero di attuare varie riforme. L'organizzazione
cannone infissa nella facciata
amministrativa si articolò in Dipartimenti e Vicenza con il suo territorio fece durante i combattimenti franco-
parte del Dipartimento del Bacchiglione. Fu introdotto il Codice Napoleonico austriaci,[104] il 3 novembre 1805
ispirato ai principi della Rivoluzione francese, furono istituite l'anagrafe (fino ad
allora il registro dello stato civile era tenuto dalle parrocchie) e la gendarmeria,
soppressi gli ordini religiosi e chiusi molti conventi. La città divenne sede di nuove istituzioni: la Camera di commercio, il
Ginnasio e il Liceo, il Giudice di pace, il Monte Napoleone che incamerava molti beni ecclesiastici e doveva gestire la pubblica
assistenza.

Alla base del nuovo regime, subordinato alle autorità francesi, vi era un nuovo ceto di notabili possidenti, una nuova classe
dirigente che nacque dalla fusione tra la vecchia nobiltà e la borghesia in ascesa[106].

Queste riforme, ma soprattutto l'aumento delle tasse e l'imposizione della leva militare obbligatoria crearono molto scontento:
esso si espresse in tumulti - nel 1809 ci furono rivolte che vennero soffocate nel sangue in tutto il Veneto - che però vennero
duramente repressi dai francesi[107]. La repressione portò ad una calma apparente, ma portò pure ad una massiccia renitenza alla
leva con numerose diserzioni e di riflesso ad un aumento del brigantaggio.

Vicenza e il Regno Lombardo-Veneto


Dopo le sconfitte francesi, prima in Russia e poi nella battaglia di Lipsia, vi furono manifestazioni di giubilo popolare nella
speranza che un nuovo governo portasse ad una vita migliore, a un ritorno dei molti che erano dovuti andare in esilio e alla
riduzione dell'oppressione fiscale.

Il 5 novembre 1813 gli austriaci rientrarono a Vicenza e questa volta vi si insediarono stabilmente. L'occupazione fu ratificata dal
Congresso di Vienna e nel 1815 tutta la regione - e con essa Vicenza - fu inclusa nel nuovo stato, il Regno Lombardo-Veneto,
facente parte dell'Impero austriaco. Le leggi francesi furono sostituite da quelle austriache, ma non tutto venne cambiato: ad
esempio la normativa sulle sepolture rimase quella francese e altre istituzioni cambiarono nome ma mantennero la struttura già
operante; anche l'organizzazione amministrativa rimase simile[108].

Il periodo di guerra non era trascorso invano, per quanto riguarda la coscienza politica maturata soprattutto nelle classi più elevate
della popolazione, in particolare la borghesia cittadina. Rispetto ad altre città, però, Vicenza fu abbastanza tranquilla: anche qui si
costituì una loggia massonica e qualche movimento carbonaro, come quello dei masenini, che aveva il suo centro a Verona. La
polizia austriaca riuscì sempre a reprimere i tentativi di insurrezione[109].

Il Quarantotto a Vicenza
Nel 1848 scoppiò in tutta Europa una serie di moti rivoluzionari. Da marzo le rivolte
divamparono anche nel Lombardo Veneto, dove insorsero Milano e Venezia. Il 23 marzo il
Regno di Sardegna attaccò l'esercito asburgico, il quale dovette ritirarsi nelle Fortezze del
Quadrilatero. Anche Vicenza fu sgombrata il 24 marzo e immediatamente si costituì un
governo provvisorio formato da una ventina di persone appartenenti a tutte le classi sociali, tra
le quali Valentino Pasini e Sebastiano Tecchio[110].

Proclama del 1848 dopo la caduta di Vicenza


«Vicenza dopo una lotta gigantesca è caduta.
Uomini e Donne, Laici e Sacerdoti, tutti hanno
Palla di cannone combattuto tenacemente, tutti si mostrarono
austriaca sparata il 24
Italiani!
maggio 1848 durante
l'assalto alla città, infissa E ben lo sanno le migliaja d'Austriaci che
in uno dei pilastri in morsero la polve Vicentina.
Piazza Castello. Né poche furono le nostre morti: chè Vicenza
volea piuttosto morire che essere profanata
Ma parve al Durando doversi evitare l'ultimo
In un primo momento questo gruppo, influenzato dal
eccidio alla Generosa e prevalse che si
Pasini, aderì al governo veneziano di Daniele Manin, tanto
capitolasse. Sicché i colori Austriaci (oh dolore!)
che il 1º aprile si trasformò in Comitato provvisorio
sventolano a scherno o a spavento su quelle
dipartimentale alle dipendenze di Venezia. Dopo la
nobili Torri e le lastre Vicentine risuonano sotto il
sconfitta nella battaglia di Sorio, però, prevalse la
piè ferrato de' fuggitivi di Goito
componente filosabauda del Tecchio, che mandò una
[…]
delegazione al re Carlo Alberto. Un plebiscito del 16
Quando le Città italiane conte per gentilezza di
maggio ebbe il risultato di 56.328 voti in favore
costumi, per ricchezza di tesori artistici, per
dell'immediata adesione al Regno di Sardegna (contro 520
invidiati monumenti, combattono a modo
per un'adesione dilazionata). Al nuovo corso politico fu
Milanese e Vicentino, la Causa Nazionale non
moderatamente favorevole anche una parte del clero - il
può soccombere - deve trionfare - ha già
papa Pio IX in un primo momento aveva inviato truppe
trionfato! - Imitiamo i Fratelli!.
pontificie sotto il comando del generale Giovanni Durando
- al punto che il vescovo Giuseppe Cappellari affermava
VIVA L'ITALIA. BENEDETTA IN ETERNO
"abbiamo benedetto, benediciamo e benediremo sempre
VICENZA.»
alle vostre spade e alle vostre bandiere"[111].
(Manifesto del Governo Provvisorio di Modena,
Il 23 e 24 maggio,[112] il feldmaresciallo Josef Radetzky Reggio, Guastalla ec., 14 giugno 1848)
attaccò la città per reprimere l'insurrezione. I volontari
vicentini e le truppe pontificie giunte in loro soccorso, guidati dal comandante Giovanni Durando, riuscirono a bloccare gli
austriaci facendoli ritirare a Verona. La notizia dell'eroica impresa fece il giro delle città insorte.

Il 10 giugno Radetzky attaccò nuovamente la città con 30.000 soldati e 50 cannoni. La sproporzione era enorme (a difendere la
città erano in 11.000 tra volontari e soldati con due soli cannoni) e gli austriaci riuscirono a posizionare i cannoni su Monte
Berico, minacciando il bombardamento della città: Vicenza era ormai indifendibile. Radetzky però rimase impressionato dal
coraggio e dalla caparbietà dei difensori berici e venne accordata loro la resa con l'onore delle armi, consentendo ai combattenti di
lasciare la città senza essere presi prigionieri[113].
Dal Quarantotto all'annessione al Regno d'Italia
Con l'11 giugno iniziava l'occupazione militare austriaca di Vicenza. Già lo stesso giorno i conventi della città furono trasformati
in ospedali militari mentre le ville dei dintorni divennero luoghi di convalescenza per i reduci delle battaglie combattute tra la
Lombardia ed il Veneto. Il primo periodo fu il più duro. Il governo civile della città venne restaurato solamente alla fine dell'estate
e nel frattempo ogni potere venne mantenuto dalle autorità militare che, preoccupata della sicurezza, emanava proclami a getto
continuo rendendo difficile la vita ai cittadini. Poi il ferreo controllo si fece un po' meno duro anche se imposizioni, tassazioni e
balzelli vari continuarono a pesare sulla popolazione (per fare un esempio, Monte Berico rimase interdetto ai civili sino al 1857).

La maggior parte dei membri del Comitato vicentino prese la strada dell'esilio e da lì svolse un'attiva propaganda in favore
dell'annessione all'Italia sotto casa Savoia. Si trattava soprattutto di appartenenti alla classe media liberal-moderata - tra cui
Alberto Cavalletto e Sebastiano Tecchio - riuniti nel Comitato centrale dell'emigrazione veneta a Torino, che si mostravano
diffidenti nei confronti dei mazziniani del Partito d'azione che avevano un qualche seguito a Vicenza[114]. Andarono invece esuli
a Firenze i professori del Seminario vescovile don Giovanni Rossi e don Giuseppe Fogazzaro.

Frequenti furono le manifestazioni anti-austriache in città e nel territorio, sempre prevenute o represse dall'efficiente polizia
asburgica, favorita spesso da delatori, che procedeva all'arresto dei patrioti. Tra gli arrestati vi furono anche Giovanni Lucchini e
G. Bacco, coinvolti nel processo di Belfiore, condannati alla pena capitale ma poi amnistiati.

La Terza guerra di indipendenza del 1866 "passò quasi inosservata a Vicenza, pur trovandosi la città relativamente vicina alla
zona delle operazioni militari"[115]. Nella notte tra il 12 e il 13 luglio le truppe austriache abbandonarono la città e il mattino
entrarono quelle italiane del generale Cialdini. Dieci giorni dopo arrivava il commissario del re Antonio Mordini, dotato di pieni
poteri. Il 21 e 22 ottobre 1866 si svolse il plebiscito che decretò il passaggio del Veneto al Regno d'Italia.

Nello stesso ottobre il Re Vittorio Emanuele II, giunse a Vicenza per consegnare la Medaglia d'oro al valor militare per l'eroismo
dimostrato dai patrioti nel difendere la città.

Il nuovo ruolo della città nell'Ottocento


Fin dall'arrivo dei francesi, nel 1797, il rapporto tra Vicenza e il suo territorio era radicalmente cambiato.

Il Codice Napoleonico prima e il Codice Austriaco poi avevano introdotto il principio dell'eguaglianza di tutti i cittadini di fronte
alla legge, senza più distinzione tra gli abitanti della città e quelli del contado. La città di Vicenza era quindi divenuta il
capoluogo amministrativo del territorio, senza più le caratteristiche di predominio sulla campagna e sulle comunità rurali che, con
il Privilegio del 1404, era riuscita a conservare durante tutto il periodo di soggezione alla Serenissima. Al momento
dell'annessione al Regno d'Italia, fu eletta una Giunta amministrativa provinciale, nettamente distinta dalla Giunta municipale
della città, tanto che i membri dell'una non potevano partecipare all'altra[116].

Il principio di eguaglianza, che pure non aveva eliminato le disparità di ordine politico e sociale tra i cittadini, pose le basi per un
ricambio della classe dirigente. Con la fine del sistema oligarchico, che riservava i posti di governo al ristretto numero delle
famiglie patrizie, la nuova modalità per accedere alle cariche politiche e amministrative fu la presentazione della candidatura alle
elezioni, supportata da un partito politico.

Dall'annessione all'Italia alla prima guerra mondiale

Vicenza e la politica italiana


Già nel novembre del 1866, subito dopo l'annessione del Veneto all'Italia, i vicentini parteciparono alle elezioni politiche generali
per la formazione della Camera dei Deputati. Poiché la provincia era suddivisa in sette circoscrizioni elettorali, anche i centri
minori acquisirono la possibilità di designare propri rappresentanti. Il primo deputato eletto nel collegio di Vicenza fu Fedele
Lampertico, il più autorevole tra i moderati vicentini[116], che rimase in carica fino al
1870 e dal 1873 fu nominato Senatore del Regno.

Nel 1867 l'approvazione della legge sulla liquidazione dell'asse ecclesiastico e sulla
soppressione degli ordini religiosi[117] mise in difficoltà le coscienze dei vicentini più
legati alla Chiesa e lo stesso Lampertico - che pure l'anno prima era stato favorevole alla
legge - votò contro.

Ma fu la presa di Roma nel 1870 ad infiammare gli animi e a dividere in fazioni i


vicentini. Da una parte il Consiglio comunale all'unanimità applaudiva per il
raggiungimento dell'unità nazionale e i giornali locali El Visentin, Il Brenta, Il Giornale
della provincia di Vicenza descrivevano l'evento con toni trionfali, dall'altra i clericali si
Il deputato, poi senatore rinchiudevano in un silenzio che preludeva a una più o meno sotterranea opposizione - che
vicentino Fedele
si fece sentire soprattutto nei centri minori - al governo centrale[118].
Lampertico.
Il 1876 vide, a livello nazionale, la caduta della Destra storica ed anche i collegi elettorali
vicentini - a parte quello di Valdagno - elessero deputati della Sinistra storica. A Vicenza
fu eletto Giuseppe Bacco, che però morì un anno dopo: nuove elezioni parziali
riportarono in Parlamento un moderato come Paolo Lioy, già deputato dal 1870 al 1876.
Con il supporto dell'elettorato cattolico, che temeva l'avvento dei socialisti, la città elesse
deputati liberal-moderati (come Felice Piovene e Antonio Teso) che rimasero in carica
fino alla prima guerra mondiale.

Il governo della città dall'annessione alla prima guerra mondiale


Le prime elezioni amministrative, tenute secondo l'ordinamento giuridico italiano per la
costituzione del Consiglio comunale di Vicenza, si tennero il 29/30 settembre 1866 ed
Il deputato vicentino Paolo
Lioy. espressero una maggioranza moderato-conservatrice che non fu scalzata fino agli inizi del
XX secolo[116].

Durante gli anni settanta si organizzò gradualmente - in città come in provincia - una forza cattolica molto intransigente nella sua
opposizione allo Stato borghese, laicista e sordo ai bisogni dei ceti meno abbienti, che ebbe come propri organi di stampa Il
Berico e, nella zona di Breganze, La Riscossa, diretta dai fratelli Scotton. Dal punto di vista sociale essa era molto attiva nella
creazione di tutta una serie di Società cattoliche operaie e contadine, a carattere prevalentemente assistenziale e con
un'impostazione mutualistico-cooperativa[119].

Questa forza, che tentò più volte di eleggere propri rappresentanti nel Consiglio comunale cittadino, non riuscì però mai a creare
una consistente rappresentanza autonoma e dovette rassegnarsi a supportare le liste liberal-moderate. Soltanto nel 1896 venne
formata la prima giunta comunale cattolica, esperimento unico in Italia. Questo evento diede però luogo a disordini - nel clima
ancora infuocato per il dissidio tra la monarchia sabauda e il papato - che la Giunta non riuscì a gestire, così che fu sciolta dal
governo centrale pochi mesi dopo e nuovamente sostituita da una Giunta moderata[120].

Nel 1891 fu fondato in Vicenza il primo Circolo socialista, la cui azione decollò molto lentamente, in parte per contrasti interni
ma soprattutto perché vivacemente ostacolata dal più robusto movimento cattolico (rinvigorito dal punto di vista sociale dalla
recente enciclica di papa Leone XIII Rerum novarum)[121].

Il connubio con i moderati trascinò i cattolici all'opposizione quando, nel 1909, cadde la Giunta conservatrice di Angelo
Valmarana e il Consiglio comunale fu conquistato dall'Unione dei partiti popolari, che aggregava radicali, socialisti e
repubblicani. Quattro anni dopo le elezioni furono nuovamente vinte dai liberali, ma questa volta senza l'apporto dei cattolici, che
si ritrovarono tra loro divisi e confusi, nonostante la mano ferma dimostrata dal nuovo Vescovo di Vicenza, Ferdinando
Rodolfi[122].

Dalla prima alla seconda guerra mondiale

Vicenza e la Grande Guerra


Bombardamenti aerei su Vicenza durante la
Prima guerra mondiale[123]
1915

14 settembre ore 7,50: 10 bombe, 10 feriti; colpiti


l'Osteria in via Forti S.Lucia (oggi via Zambeccari) che
da quel giorno è chiamata Alla Bomba, il Cimitero
Maggiore con pochi danni, l'Educandato Istituto Farina
con pochi danni
18 settembre ore 8,00: 8 bombe, 5 delle quali ai lavatoi
di ponte degli Angeli, morta causa ferite riportate Maria
Alberti e 5 feriti
22 settembre: una bomba colpisce la Prefettura nella
Loggetta dell’appartamento del Prefetto
18 novembre ore 10,00: incursione nel giorno di
mercato, le bombe cadute non esplodono
1916 In primavera durante un attacco a Padova rimangono
uccisi 2 vicentini; Bassano subisce un attacco in cui
vengono uccisi 2 bambini

18 maggio: 2 incursioni, 10 bombe, 6 feriti


19 maggio: 2 incursioni; la prima colpisce il cornicione
di Casa Zambelli a San Marco esplodendo poi nel
cortile con danni lievi, la seconda presso l’Arsenale
Ferroviario a Sant'Agostino e in un prato in località
Gogna
20 maggio, sabato: attacco di 3 aerei dalle 6,17 alle
9,10, 1 bomba colpisce 3 soldati della 5 Compagnia
Sussistenza all’Arsenale Ferroviario in via Cesare
Lombroso, due muoiono sul colpo e la domenica
successiva, vengono commemorati dalla cittadinanza
con funerale solenne
Il generale Guglielmo Pecori 21 maggio: 2 attacchi senza danni
Giraldi, capo della I Armata,
22 maggio: 1 attacco con 2 bombe alla Stazione
stanziata sugli altopiani Ferroviaria gremita di soldati, non ci sono vittime o feriti
vicentini. Risiedeva a 25 maggio: 2 incursioni senza danni
Palazzo Trissino Baston. 2 giugno: un'incursione dalle 6,00 alle 8,55 con 10
bombe; 1 ferito, colpiti il palazzo Chiaradia (ora
Bonazzi) in piazza Castello con danni considerevoli e
Il 23 maggio 1915, quando fu annunciata l'entrata in guerra casa Belli in corso Principe Umberto, di fronte a
dell'Italia, la città e la provincia di Vicenza furono palazzo Trissino
dichiarate "Zona di guerra" e si trovarono immediatamente 11 giugno: 2 incursioni dalle 8,30 alle 9,50 pochi danni,
dalle 11,49 alle 12,06 con 5 morti. Nel primo attacco
coinvolte nelle operazioni. Nei giorni precedenti colpito Ospedale Militare della Riserva al Seminario
contingenti militari si erano acquartierati in alcuni collegi Vescovile nel lato nord sopra il Reparto Chirurgico,
qualche danno al tetto, un’altra bomba cadde in P.zza
della città e il Seminario vescovile era stato destinato ad G. Garibaldi, causando 5 morti. 2 R.R. Carabinieri e 3
ospedale militare e lo sarebbe stato per tutta la durata della Civili, i feriti furono visitati dal Vescovo e dal Sindaco
guerra, accogliendo quasi 150.000 feriti. Scattò l'obbligo che abitavano nelle vicinanze
16 giugno: un'incursione con 3 bombe senza danni
dell'oscuramento e 4.000 abitanti dell'alta Valle dell'Astico 25 giugno: 2 incursioni senza danni
furono evacuati dai loro paesi e spostati nella parte 27 giugno: 2 incursioni senza danni
occidentale della provincia. Il giorno dell'annuncio Piazza 6-7-8-9-11-16-17-22-23-25-27-30 luglio: 12 incursioni
con pochi danni
dei Signori si riempì di folla eccitata, che il sindaco
4 agosto: nella Stazione Ferroviaria di Bassano, un
Luciano Muzani arringò dalla Loggia del Capitaniato[124]. aereo nemico colpisce con una bomba un treno di
munizioni che esplode causando la morte di un soldato
I primi mesi di guerra furono abbastanza tranquilli - a parte 22 settembre: 2 incursioni con pochi danni
alcune incursioni aeree, di cui una in città nel mese di 23 settembre: 2 incursioni con pochi danni
settembre - ma il 15 maggio 1916 ebbe inizio la 24 settembre: 2 incursioni con pochi danni
Strafexpedition: le truppe asburgiche sfondarono il fronte 13 ottobre: 2 incursioni con pochi danni
italiano, dilagarono sugli altopiani di Tonezza e di Asiago e 1º dicembre venerdì: un attacco aereo dalle 11,40 alle
12,16, sganciate 7 bombe, una cade vicino a Porta S.
calarono in pianura fino ad occupare Arsiero. L'ordine di Lucia, una in Borgo Scroffa, un’altra vicino al Panificio
evacuazione interessò decine di migliaia di persone della Militare a S. Felice, una scoppia nel sottotetto di S.
Corona, un’altra colpisce il carcere di S.Biagio che al
montagna e della fascia pedemontana e per qualche giorno momento aveva solamente 19 detenuti e 5 guardie
sembrò dovesse essere applicato anche al capoluogo. carcerarie; non ci furono feriti e i detenuti vengono
trasferiti nelle carceri di Lonigo
Nel mese seguente il tempestivo afflusso di rinforzi italiani 1917
riuscì a bloccare l'avanzata degli austriaci, che si
attestarono su posizioni più arretrate e la situazione rimase Nella notte tra il 18 e 19 febbraio, passa su Vicenza il
dirigibile “M3” per bombardare il nodo ferroviario di
in stallo per un altro anno, con battaglie cruente che però Calliano, fra Trento e Rovereto
cambiavano di poco le rispettive posizioni. Vicenza viveva Nella notte tra il 31 dicembre 1917 e il 1º gennaio 1918
però la sensazione di pericolo incombente, rammentato 2 incursioni dalle 22,30 alle 0,30; nella prima vengono
sganciate 15 bombe, con danni materiali, 4 morti (2
quasi quotidianamente dalle incursioni aeree che militari e 2 civili), 15 feriti (12 militari e 1 civile) a Campo
martellavano la città e la pianura. Marzo e in via Pedemuro S.Biagio; nella seconda altri
10 feriti di cui 3 gravi e viene colpito l’Ospedale Militare
La vita in città era molto pesante: il centro storico e i della Riservain via Riale
sobborghi erano sovraffollati per la presenza sia dei 1918
profughi che dei militari, la legna e il carbone coke per il
18 febbraio: incursione dalle 19,00 alle 20,08 con 18
riscaldamento e per la cucina (l'inverno 1916-17 fu uno dei
bombe, 7 morti, 26 feriti. I morti sono tutti soldati, 4 in
più nevosi e gelidi del secolo) erano razionati, così come i via Carmini e 3 in via del Quartiere, 1 bomba esplode
viveri e il petrolio per l'illuminazione. Disagi e sacrifici vicino all’Ospedale a S. Felice, una a casa Viola a S.
Agostino di fronte all'ex pellagrosario, altre all’Istituto
che, insieme con la stanchezza per il protrarsi del conflitto, degli Esposti a S. Rocco e all'Orfanotrofio Femminile
provocavano un crescente distacco tra i combattenti e la della Misericordia
maggior parte della popolazione[125]. Nello stesso tempo le 20 febbraio 1918: 2 attacchi, il primo viene arrestato a
Povolaro grazie alla contraerea, l’altro riesce ad
autorità esercitavano una pressione forte e spesso aggirare le difese e a gettare 8 bombe sulla città. Una
ingiustificata contro le lagnanze, che venivano interpretate bomba colpisce palazzo Scroffa, uccidendo 3 ragazzi
che stanno facendo musica e non fanno in tempo a
come disfattismo[126].
scendere nel rifugio

La rotta di Caporetto peggiorò ulteriormente la situazione alla fine di ottobre 1917. Il timore dell'avanzata austriaca provocò un
nuovo esodo della popolazione vicentina - una consistente parte della borghesia cittadina se ne andò - facendo così spazio a folle
di profughi e di militari che provenivano dal fronte. Il problema degli approvvigionamenti si aggravò, anche perché il Supremo
Comando ordinò la requisizione dei depositi di viveri e la distruzione degli impianti industriali, per evitare che cadessero in mano
nemica. Il capo della I Armata dislocata sugli altopiani, il generale Pecori Giraldi - che risiedeva stabilmente a Palazzo Trissino -
concordò con l'Armata francese, arrivata come rinforzo, un piano per trincerare i dintorni della città, che divennero così durante
l'inverno 1917-18 un enorme cantiere[127].

Nel 1918 la situazione volse nuovamente in favore degli italiani. Alla fine di gennaio con la battaglia "dei tre monti"[128]
ricominciò la controffensiva italiana e la vittoria ridiede vigore alle truppe, che sfilarono a Vicenza il 3 febbraio in un'imponente
manifestazione. Il 15 maggio al generale Pecori Giraldi venne conferita la cittadinanza onoraria della città nelle trincee del Monte
Cengio. Poi, a poco a poco e nonostante l'ancor vigorosa resistenza austriaca, tutto il territorio fu riconquistato. Il 4 novembre
entrò in vigore l'armistizio e Vicenza festeggiò l'evento con manifestazioni imponenti[129].

Con il Decreto Sovrano del 28 marzo 1920, in riconoscimento del valore dimostrato da Vicenza durante il periodo bellico, la
bandiera della città fu insignita della Croce al merito di guerra[130]. Per ricordare i 743 caduti della città, fu realizzato a Monte
Berico il Piazzale della Vittoria, dal quale lo sguardo spazia su tutte le montagne, dalle Piccole Dolomiti al Monte Grappa, che
furono teatro della Grande Guerra.

Il primo dopoguerra e la nascita del fascismo a Vicenza


Alla fine della guerra, Vicenza e il suo territorio dovevano far fronte agli enormi problemi comuni a tutt'Italia - la scarsità di
generi di prima necessità, l'inflazione e l'aumento del costo della vita - ai quali si aggiungevano i problemi derivanti dalle estese
distruzioni, specialmente nelle zone di montagna, dalla necessità di ricostruire, di veder risarciti i danni di guerra. Ancora più
gravi, i problemi sociali: l'impoverimento della maggior parte della popolazione di fronte all'arricchimento di alcuni, che dalla
guerra avevano tratto profitto. Questo malessere si espresse sul piano politico nel 1919, al momento delle prime elezioni generali
del dopoguerra, le prime tenute a suffragio universale maschile e che videro come protagonisti non più singoli notabili, ma i
partiti di massa.

Nella provincia di Vicenza esse furono vinte dal Partito popolare - che era stato fondato nello stesso anno e raccoglieva i voti dei
cattolici - che ottenne il 50% circa dei voti, grazie alla sua grande capacità di penetrazione, veicolata attraverso le organizzazioni
parrocchiali, così numerose, efficienti ed amate nel Vicentino, che svolgevano un'azione allo stesso tempo religiosa, sociale e
politica. In città questa percentuale fu un po' minore, qui era forte anche il Partito socialista, che raccoglieva una parte dei ceti
medi di tradizione anarchica e del proletariato urbano. Le elezioni del 1921 confermarono sostanzialmente i due partiti maggiori,
ma espressero anche un deputato vicentino fascista[131].

Il primo Fascio di combattimento nacque a Vicenza nel novembre 1920, trovando aderenti - oltre che tra gli studenti, in
particolare quelli dell'Istituto Rossi - in quella parte della borghesia che non si riconosceva né nei partiti di massa né nella vecchia
classe dirigente, considerata incapace di garantire l'ordine sociale. Nell'insieme il fascismo si sviluppò nel 1921, quando questo
Fascio si alleò con i Fasci agrari del Basso Vicentino, fornendo ad essi il supporto squadrista. Fu favorito dall'inerzia dell'esercito,
dei carabinieri e delle autorità civili. Sempre nello stesso anno, fu lacerato al suo interno tra l'ala moderata, sostanzialmente
concorde con la svolta di Mussolini - intesa a far cessare le violenze e le spedizioni punitive - e l'anima squadrista del
movimento[132].

Nel 1922 i fascisti misero a segno a Vicenza alcune azioni violente. In luglio e in agosto assaltarono l'Unione del Lavoro e la
Camera del Lavoro, rispettivamente le sedi dei sindacati cattolico e socialista, e in settembre sfilarono per le vie della città. Il 14
ottobre occuparono il municipio di Vicenza ottenendo le dimissioni dell'amministrazione socialista; nella notte tra il 27 e il 28
ottobre occuparono la stazione ferroviaria, il palazzo delle poste e la centrale telefonica; la mattina seguente anche la prefettura, la
questura, le caserme e le aziende municipalizzate. Tutte queste azioni, svolte in coincidenza con la marcia su Roma, ebbero un
enorme impatto psicologico in città, dando l'impressione di un totale disfacimento del potere statale e favorendo l'ascesa di
Mussolini[133].

Il ventennio fascista a Vicenza


Allo scioglimento del consiglio comunale di Vicenza fece seguito nel 1923 l'indizione di nuove elezioni amministrative. Furono
presentate due liste, una di fascisti e liberali e l'altra concordata con alcuni commercianti. La vittoria della prima dipese anche dal
fatto che popolari, socialisti, demosociali e repubblicani non presentarono liste locali, più per contrasti interni che per una reale
pressione dei fascisti, che invece si faceva sentire nei centri minori e nelle campagne. La percentuale dei votanti non raggiunse il
30%.
Nell'aprile 1924 invece, quando in Italia si svolsero le ultime elezioni generali
prima di quelle del 1948, in città le due liste socialiste conseguirono la
maggioranza relativa[134].

La seconda guerra mondiale


Bombardamenti aerei su Vicenza durante la
Seconda guerra mondiale[135]
Il Viale della stazione negli anni venti,
in una cartolina d'epoca 1943

25 dicembre: bombardamento sulla zona di viale


La seconda guerra mondiale invece colpì duramente la D'Alviano e la zona nord della città fino all'Aeroporto
Dal Molin. Muoiono 28 persone in massima parte
città, che fu gravemente danneggiata dai bombardamenti donne e bambini in tenera età o ragazzi.
alleati. Il 2 aprile 1944 fu colpito il sud del centro storico, 28 dicembre: bombardamento casuale sulla Riviera
con la distruzione di numerosi palazzi, come il palazzo Berica. Viene divelta la linea tramviara verso Noventa e
danneggiato il Cotonificio Rossi. 22 le vittime.
Civena palladiano, e dei due principali teatri della città, il
1944
Verdi e l'Eretenio.[136][137] Il 17 e 18 novembre 1944, in
due giorni, furono scaricate sul quadrante nord della città 26 marzo: bombardamento sulla zona della stazione e
25 000 devastanti "bombe a spillo" (bombe dirompenti di Campo Marzo. Colpito nuovamente il Cotonificio
antiuomo) che provocarono oltre 500 morti.[138] Molti Rossi e distrutto il Teatro Verdi. Muoiono 9 persone.
2 aprile: bombe sulla zona di San Felice. 3 morti.
vicentini ricordano molto bene la sera del 18 marzo 1945,
14 maggio: Diverse bombe americane cadono
quando un'incursione aerea martellò a lungo la città con indiscrimintamente nel centro storico della città
spezzoni incendiari e fu più intensa nel centro storico. In colpendo e distruggendo palazzo Thiene-Barbaran-
Tecchio, il Duomo con le case Fioretti ad esso
quel bombardamento fu colpito il cuore di Vicenza: la torre
adiacenti, la chiesa di San Gaetano, il palazzo del
Bissara e la Basilica Palladiana, la cui copertura arse tutta Vescovado, l'arco delle Scalette di Monte Berico.
la notte e crollò rovinosamente; fu una grave ferita per L'obiettivo delle incursioni, lo scalo ferroviario con la
stazione, è sconvolto, mentre in Campo Marzo le
l'orgoglio vicentino. Alla fine della guerra si contavano più bombe hanno ha sradicato persino i platani secolari. Le
di 2 000 vittime civili durante i bombardamenti vittime sono 39.
angloamericani. 18 novembre: il giorno delle bombe a spillo fu il più
tragico della storia cittadina. Aerei B-24 Liberator del
454º gruppo USA lanciarono le micidiali bombe che
colpirono quanti si trovavano nel popoloso quartiere di
La Resistenza vicentina
San Bortolo, a nord dell'aeroporto, molti intenti a coprire
La Resistenza vicentina, parte integrante del movimento le buche aperte dall'incursione che gli inglesi avevano
effettuato la sera prima, altri, invece, abitavano le
resistenziale italiano, ha come inizio storico i giorni che cascine della zona. Ignari di ciò che avrebbero prodotto
vanno da metà giugno 1943 al 25 luglio 1945, con la i micidiali ordigni sulle persone, molti di essi cercarono
riparo nei campi venendo fatalmente investiti dalle
formazione del "Comitato interpartitico antifascista", con
grandinate di schegge destinate a mettere fuori uso gli
esponenti del Partito d'Azione, del Partito Comunista aerei. 208 le vittime morte subito o nei giorni successivi
Italiano, del Partito Socialista Italiano. per le gravi ferite riportate.
1945
In seguito all'Armistizio di Cassibile, nei tre giorni
successivi all'8 settembre 1943 i tedeschi occuparono con 28 febbraio: colpita nuovamente la stazione e la zona
del centro. 21 vittime.
l'Italia centro-settentrionale anche il Vicentino, nel più
18 marzo: inutile incursione nel centro storico. 4 morti.
totale sconcerto della popolazione locale. Ai primi di
26 aprile: ultimo bombardamento, poco prima della
ottobre si costituì in clandestinità la locale sezione del liberazione. Muoiono 33 persone, molti dei quali
Comitato di Liberazione Nazionale. L'avvio della bambini.
resistenza armata fu però molto lento, per le difficoltà
organizzative, i primi rastrellamenti, l'inclemenza del tempo in montagna. Alla fine del 1943 erano presenti nella fascia
pedemontana e sull'altopiano alcune formazioni, formate da vecchi antifascisti, da renitenti alla leva, da militari rientrati nelle
loro case dopo l'8 settembre e da quadri politici di varia estrazione. Alcune di esse ebbero vita breve, perché furono distrutte o
disperse[139].

Il vero decollo del movimento resistenziale nel Vicentino si colloca nella primavera del 1944, quando le istanze della società
civile formarono la base della rivolta armata. Gli scioperi - che si susseguirono dal dicembre 1943 all'aprile 1944 in tutti i centri
industriali, da Vicenza a Bassano, da Arzignano a Piovene Rocchette - innescarono la miccia. Talora autogestiti, talora influenzati
dal PCI o dal CLN, essi portarono a una maggiore consapevolezza politica coincidendo con l'inizio della grande stagione
partigiana. Queste formazioni trovarono appoggio da parte della popolazione soprattutto nelle zone di montagna, in particolare
sull'altopiano dei Sette Comuni. Gli interventi da parte delle forze della Repubblica Sociale Italiana ottennero l'effetto contrario,
infatti molti furono i giovani che si aggregarono a quelle che inizialmente erano poco più di bande armate e che diventarono
prima brigate e poi divisioni.

Galvanizzate dalle prospettive di vittoria imminente, dovute alla liberazione di


Roma, allo sbarco in Normandia e all'avanzare dell'Armata Rossa, le formazioni
partigiane nell'estate del 1944 passarono all'attacco, sostenute dalla
popolazione[140]. I nazifascisti risposero con rastrellamenti ed esecuzioni
sommarie: tra queste l'eccidio di Borga l'11 giugno 1944, l'eccidio di Valdagno il
3 luglio 1944 e l'eccidio di Malga Zonta il 12 agosto 1944. Nel suo complesso
però l'offensiva partigiana fu così intensa e diffusa da limitare molto i movimenti
di tedeschi e fascisti, costringendoli a restare nelle città e nei paesi della
pianura[141].
Lapide a ricordo dell'eccidio di Borga,
11 giugno 1944, nel quale furono Nell'autunno del 1944 - quando venne meno la speranza di un rapido
fucilati 17 civili
sfondamento della Linea Gotica - si invertì la tendenza e i nazi-fascisti passarono
alla controffensiva con pesanti rastrellamenti delle forze partigiane e
rappresaglie sulle popolazioni. Molte Brigate partigiane furono disorganizzate o disperse; la maggior parte dei capi dei movimenti
resistenziali del capoluogo e dei centri di pianura furono arrestati. Si salvarono le formazioni di montagna, seppur costrette ad
interrompere le azioni di guerriglia. In questo periodo si rafforzò anche l'aspetto politico della resistenza. Il PCI curò il
coordinamento di tutte le forze garibaldine; a sua volta la Democrazia Cristiana, spalleggiata dalla Chiesa locale, capillarmente
presenti in tutti i paesi, passò all'attività armata, ponendosi come punto di riferimento per tutte le formazioni, non solo cattoliche,
ma che non si riconoscevano in quelle affiliate ai garibaldini. Le valli e le montagne di Valdagno e di Schio furono di competenza
ai garibaldini della Garemi, l'altopiano, il Grappa e Bassano ai cattolici della Monte Ortigara, mentre la pianura alla Vicenza[142].

Il 23 e il 24 aprile 1945 tutte le formazioni passarono all'attacco, con una serie di battaglie sanguinose che durarono fino al 4
maggio (il 2 maggio l'Armata tedesca aveva firmato la resa a Caserta) e che comportarono la morte di molti combattenti da ambo
le parti. Durante la ritirata, le colonne tedesche e fasciste[143] attaccate dai partigiani compirono ancora rappresaglie ed eccidi,
come la strage di Pedescala[144].

La guerra si concluse quindi nel Vicentino con l'insurrezione generale, anche se spesso l'azione dei gruppi politicizzati fu più
aspra di quanto la popolazione, che desiderava soprattutto il ritorno della pace, avrebbe voluto. La provincia di Vicenza fu, nel
Veneto, quella in cui furono uccisi più fascisti, la maggior parte nei giorni successivi alla liberazione[145]; emblematico, a questo
proposito, l'eccidio di Schio.

A guerra finita, Vicenza ricevette la medaglia d'oro per la Resistenza e intraprese senza indugio l'opera di ricostruzione per ridare
alla città il volto che ancor oggi ha.

Il secondo dopoguerra e la ricostruzione


Nel dopoguerra, a partire dagli anni cinquanta, un forte sviluppo economico ed industriale ne ha fatto una delle città più ricche
d'Italia.

Vicenza patrimonio dell'umanità


Vicenza Città del Palladio è stata nominata dall'UNESCO patrimonio dell'umanità il 15 dicembre 1994. Il Comitato per il
patrimonio mondiale UNESCO, riunito a Phuket, in Thailandia, ha inserito la città nella lista sulla base di due criteri:

1. Vicenza costituisce una realizzazione artistica eccezionale per i numerosi contributi architettonici di Andrea
Palladio, che, integrati in un tessuto storico, ne determina il carattere d'insieme.
2. Grazie alla sua tipica struttura architettonica, la città ha esercitato una forte influenza sulla storia dell'Architettura,
dettando le regole dell'urbanesimo nella maggior parte dei paesi europei e del mondo intero.

Note
1. ^ Mantese, 1952, pp. XVII-XIX.
2. ^ Mantese, 1952, pp. XIX-XX.
3. ^ Archivio storico diocesano di Vicenza, su siusa.archivi.beniculturali.it. URL consultato il 23 marzo 2013.
4. ^ Tra il 1000 e il 1220 si annoverano otto privilegi degli imperatori di Germania in favore della Chiesa vicentina. V.
Mantese, 1952, pp. XXI-XXVII
5. ^ Mantese, 1952, pp. XXVII-XXIX.
6. ^ Mantese, 1952, pp. XXIX-XXX.
7. ^ Mantese, 1952, pp. XXX-XXXII.
8. Cracco Ruggini, 1988, pp. 205-303.
9. ^ Strabone utilizza per la sua Geografia, parte V, una fonte indiretta, i Commentari di Giulio Cesare.
10. ^ Giovanni da Schio nel suo Zodiaco etrusco, Pietra euganea, Ustrino romano - Tre notizie archeologiche,
Padova, 1856 ipotizza che fossero presenti nel vicentino i Medoaci, un popolo euganeo che prendeva il nome
dalla zona che abitavano, tra i fiumi Medoacus Major (Brenta) e Medoacus Minor (Bacchiglione).
11. ^ Plinio, N.H. 3, 126-130; 6, 218
12. Il sito della Federazione delle Associazioni di Archeologia del Veneto, nella pagina 'Vicenza romana' corredata di
una mappa, riferisce sullo stato attuale dei ritrovamenti: Vicenza romana, su faav.it. URL consultato l'11 febbraio 2015.
13. L. Braccesi e A. Coppola, Alle origini del Veneto romano in Storia del Veneto, editore, anno, pp. 32-40.
14. ^ Tra i reperti ritrovati sul luogo della battaglia vi sono delle biglie, usate dai frombolieri, con scritte in veneto
15. ^ SEX ATILIUS MF SCARANUS - EX SENATI CONSULTO - INTER ATESTINOS ET VEICENTINOS - FINIS
TERMINOSQUE STATUI IUSIT. CIL, I, 636
16. ^ Fatto ormai provato dai ritrovamenti in occasione di ripetuti scavi, dagli anni cinquanta del Novecento, nelle
contrade Mure Porta Castello, Mure Pallamaio e Canove vecchie. Barbieri, 2011, p. 6
17. Ghedini, 1988, pp. 45-47.
18. ^ Due lacerti si trovano in Motton San Lorenzo e in contrà Canove vecchie
19. ^ Il ponte romano, corrispondente all'attuale Ponte degli Angeli, così come il ponte romano sul Retrone
corrispondente all'attuale Ponte San Paolo, furono demoliti a fine Ottocento
20. ^ Una descrizione che può essere interessante per analogia - i Romani costruivano per modelli ripetitivi - è quella
del Foro romano di Brescia
21. ^ Come in contrà Porti, distrutto durante lavori di ristrutturazione
22. ^ Il percorso e i recenti ritrovamenti sono descritti in: In corso Fogazzaro spunta anche l'acquedotto romano, su
ilgiornaledivicenza.it. URL consultato il 25 ottobre 2012.
23. ^ Per una descrizione dei ritrovamenti e gallerie fotografiche: Regione del Veneto - Musei archeologici, su
archeoveneto.it. URL consultato il 25 ottobre 2012.
24. ^ Compreso tra contrà Santi Apostoli, piazzetta San. Giuseppe e contrà del Guanto
25. ^ L'attuale ponte San Paolo; il manufatto romano è stato distrutto verso la fine dell'Ottocento
26. ^ Secondo Paolo Diacono anche Vicenza fu saccheggiata, ma non distrutta, dagli Unni di Attila, ma questo dato
viene considerato poco attendibile da Cristina La Rocca, Le 'invasioni', in Storia del Veneto, pp. 58-59.
27. ^ Anche se il Mantese, 1952, p. 45 esprime un'opinione contraria
28. ^ Il Ducato di Vicenza nacque, secondo Giovanni Mantese, nel 603 (anno della distruzione di Padova), ma molti
studiosi ne accreditano la nascita già dalla conquista di Vicenza nel 568.
29. ^ Di lui Paolo Diacono ricorda (III, 16) che partecipò al sinodo di Marano Lagunare.
30. ^ Settia, 1988, , Vol. II, p. 23.
31. Dario Canzian, Nuove realtà politiche tra 1100 e 1350, in Storia del Veneto, I, 2004, Laterza, pp. 86-108.
32. ^ Barbieri, 2004, p. 301.
33. ^ Ottonis III Diplomata, citato da Castagnetti, p.33
34. ^ Di diverso parere è lo storico Giovanni Mantese che trae una conclusione positiva dall'interpretazione dei
Privilegia concessi dagli imperatori ai vescovi vicentini: Mantese, 1952, pp. XXIV-XXV
35. ^ Giorgio Cracco, Religione, chiesa, pietà, in Tra Venezia e Terraferma, pp. 495-497.
36. ^ Le Goff, 1981, citato da Barbieri, 2011, pp. 6-7
37. ^ Barbieri, 2011, pp. 6-9.
38. ^ Barbieri, 2004, p. 310.
39. Giorgio Cracco, Da comune di famiglie a città satellite (1183-1311), in Tra Venezia e Terraferma, pp. 351-453.
40. ^ Le colture erano le zone di territorio fertile intorno alla città in cui si concentravano i beni fondiari individuali e
collettivi. Giarolli, 1955, pp. XIV-XV
41. ^ Barbieri, 2004, pp. 387, 06.
42. ^ È documentata la sovranità del vescovo di Vicenza su Barbarano, Villaga e Mossano.
43. ^ In quel periodo i conti Maltraversi, oltre che dei castelli di Montebello, Zovencedo, Castellaro di Vo',
Montegalda, Montegaldella e Montemerlo, erano signori di Schio e Santorso, investiti dai vescovi di Vicenza
anche della signoria di Torri, Pieve, Magrè, Malo, Isola, Costabissara.
44. ^ Alla fine del X secolo Maltraverso de' Maltraversi fondò l'Abbazia di Praglia
45. ^ Treccani.it - Dizionario biografico degli italiani: Maltraversi, Nicolò, su treccani.it. URL consultato il 14 agosto 2012.
46. ^ Il castello di Orgiano dovrebbe essere stato edificato nel IX o X secolo ad opera della ricca famiglia dei Pilio, di
stirpe Longobarda, imparentata anche con i Carraresi e i Ferramosca.
47. ^ Fraglia è contrazione di frataglia, dal latino medievale fratàlea, cioè fratellanza (Gabrielli, Dizionario della lingua
italiana, Carlo Signorelli editore)
48. ^ Franco Brunello, Fraglie e società artigiane a Vicenza dal XIII al XVIII secolo, in Vicenza illustrata, pagg. 86-
115, Neri Pozza editore, 1976
49. ^ Vedi anche: Storia della vita religiosa a Vicenza#Le fraglie devozionali e caritative
50. ^ Giambattista Pagliarino, Croniche di Vicenza, 1663
51. ^ Corrispondeva allo spazio di fronte all'attuale Chiesa dei Servi.
52. ^ Corrispondenti all'attuale Piazzetta Palladio, dove si vendeva il pesce di fiume, mentre alle Pescherie Vecchie si
vendeva quello di mare.
53. ^ Corrispondente all'attuale contrà Cavour.
54. Lomastro, 1981.
55. ^ Maurisii Cronica, pp. 22-26
56. ^ Maurisii Cronica, p. 134.
57. ^ Maurisii Cronica, pp. 31-34
58. ^ Treccani.it - Dizionario biografico degli italiani: Giovanni da Vicenza, di Luigi Canetti, su treccani.it. URL consultato
il 1º settembre 2012.
59. ^ Dal 1237 Ezzelino si fece chiamare 'delegato dell'imperatore nella Marca'
60. ^ Lampertico, Statuti, pp. 1-2
61. ^ Giurava di governare pro honoris Communis Paduae, ad voluntatem potestatis et Communis Paduae – Statuti
del Comune di Padova, pp. 109-119.
62. ^ Andrea Castagnetti, La Marca veronese-trevigiana, UTET, 1986., p. 130.
63. ^ Varanini, 1988, pp. 140-145.
64. ^ Varanini, 1988, pp. 157-164.
65. ^ Lo stesso toponimo del Campo Marzo, a indicare una zona ancora paludosa
66. Varanini, 1988, pp. 217-232.
67. ^ Varanini, 1988, pp. 233-234.
68. ^ G.B. Zanazzo, L'arte della lana in Vicenza nei secoli XIII-XV, Venezia 1914 e Mantese, 2002, III/2, pp. 622-23
citati da Mometto, 1989, p. 3
69. ^ Barbieri, 2004, p. 252.
70. Treccani.it: Della Scala Antonio, di Gigliola Soldi Rondinini, su treccani.it. URL consultato il 15 ottobre 2012.
71. ^ Treccani.it: Gian Galeazzo Visconti duca di Milano, di Andrea Gamberoni, su treccani.it. URL consultato il 15 ottobre
2012.
72. ^ Varanini, 1988, p.239.
73. ^ Conforto, 2009, p. 42.
74. Varanini, 1988, p. 239-243.
75. ^ Menniti, 1988, pp. 32-33.
76. ^ Treccani.it: Dal Verme Taddeo, di Michael E. Mallett, su treccani.it. URL consultato il 15 ottobre 2012.
77. ^ Mantese, 2002, IV, p.138.
78. ^ Menniti, 1988, p. 34, ma non tutti i racconti del tempo concordano
79. Mometto, 1989, pp. 2-8 elenca le annate di carestia e di crisi
80. ^ Biblioteca Civica Bertolliana Arc. T., b. 866, 7 settembre 1590, c. 18
81. ^ Le cronache del tempo e le stime parlano di 3.000 morti in città (il 10% della popolazione urbana) durante la
pestilenza del 1576-77; di 15.000 morti in città e di 30.000 nel contado durante quella del 1629-31. Mometto,
1989, p. 15
82. ^ Mometto, 1989, pp. 8-9, 12-15.
83. ^ Mometto, 1989, pp. 16-17.
84. ^ Menniti, 1988, pp. 29-30.
85. ^ Mantese, 1964, pp. 9-10.
86. ^ Mantese, 1964, pp. 13-15, 20.
87. ^ Mantese, 1964, pp. 56-64.
88. ^ Vedi l'eccidio di Mossano
89. ^ Menniti, 1988, pp. 34-43.
90. Grubb, 1989, pp. 45-46.
91. ^ Quelli del 1339, che furono rivisti e rielaborati da una commissione composta esclusivamente da vicentini
92. ^ Zamperetti, 1989, pp. 67-72.
93. ^ Zamperetti, 1989, pp. 73-78.
94. ^ Zamperetti, 1989, p. 78. Secondo il cronista vicentino Angelo Caldogno, tra il 1509 e il 1517 la città fu soggetta
a ben 36 diverse occupazioni, tutte instabili
95. ^ Mantese, 1964, pp. 89-95.
96. ^ Gaetano Maccà, Dell'origine della città di Vicenza: Dissertazione epistolare, Vicenza 1783, p. 65
97. ^ Megna, 1988, pp. 231-40.
98. ^ Ai numeri civici 172-174 di Corso Palladio, nel sottoportico, un'iscrizione ricorda l'abbattimento, decretato dalla
Serenissima, della casa di Galeazzo da Roma che con Iseppo Almerico ed altri complici, nel 1548, commise
"atrocissimi homicidi" : morirono tre fratelli Valmarana con due servitori e Giovambattista Monza (Franco Barbieri,
Renato Cevese, Vicenza, ritratto di una città, 2005, pag. 538, ed. Angelo Colla).
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Voci correlate
Storia generale di Vicenza e del territorio

Storia dell'urbanistica e architettura di Vicenza


Diocesi di Vicenza
Ducato di Vicenza
Storia delle mura e fortificazioni di Vicenza
Storia del territorio vicentino
Storia della vita religiosa a Vicenza
Storia dell'architettura religiosa a Vicenza
Storia degli ebrei a Vicenza
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Università di Vicenza nel Duecento
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Storia di edifici e luoghi di Vicenza

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Collegamenti esterni
G. Lorenzoni, Vicenza - Enciclopedia dell'Arte Medievale (2000), in Enciclopedia dell'arte medievale, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, 1991-2000.

1. ^ Per la biografia di Godi, v. Treccani.it: Godi, Antonio, su treccani.it. URL consultato il 14 agosto 2012.

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