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Storia della Sicilia Medievale

I Normanni

Dall’arrivo nel Mezzogiorno a Roberto il Guiscardo


L’esperienza normanna in Sicilia e nel Mezzogiorno peninsulare si incastra in quella specifica
epoca medievale all’indomani delle cosiddette “ultime invasioni barbariche” ossia quei
movimenti di popoli, spesso bellicosi, entro l’Europa dei regni derivati dall’integrazione
romano-germanica e del Sacro Romano Impero, prima e dopo l’esperienza carolingia. Al di
là di Ungari e Slavi nell’est, sono i normanni a rappresentare l’elemento più caratteristico
dell’XI secolo, a livello politico, militare e territoriale. Dopo aver ottenuto il proprio ducato
nel nord della Francia, ai tempi di Carlo il Semplice, questa popolazione scandinava ha
cominciato a crescere fino al punto che i molti, nobili e non, spinti tanto dal desiderio di
accrescere la propria ricchezza, quanto da quello di ottenere qualcosa quando non si ha
nulla, vuoi anche per sete d’avventura, romanticheria tipica della cavalleria dell’epoca,
cominciarono ad espandersi entro quei territori che non godevano di particolare stabilità e
compattezza, ergo prede facili per dei conquistatori organizzati. Le ragioni che portarono i
normanni in Sud Italia, ben lontano dal canale della Manica, non sono ancora oggi
chiarissime. Una ragione ritenuta plausibile potrebbe essere la questione religiosa. Si sa che
in Puglia è presente un importante santuario dedicato a San Michele, un santo che fa da
tramite con un altro monastero, sempre a lui dedicato, nell’area normanna, ossia l’abbazia
di Mont Saint Michel. Le necessità spirituali che spingevano molti normanni a viaggiare fino
in Puglia, sul percorso che collegava i due importanti centri di culto, misero probabilmente i
normanni nelle condizioni di conoscere e studiare le condizioni geopolitiche del
Mezzogiorno. Il momento che viene ricordato come possibile entrata dei normanni nello
scenario del Sud Italia sono l’incontro, proprio a San Michele al Gargano nel 1008, tra alcuni
cavalieri normanni e Melo da Bari, capo di una importante rivolta antibizantina. Sebbene le
fonti non diano una risposta chiara a riguardo, senza dubbio aiutano a gettare luce su quella
situazione di frammentazione e debolezza, nella quale versavano il sud Italia e la Sicilia, un
contesto che faceva senza dubbio gola ai nuovi arrivati. La parte centrale del Mezzogiorno
era infatti suddivida tra tre potentati di derivazione longobarda, nati dalla scissione dei due
antichi ducati di Spoleto e Benevento. È interessante ricordare come questi tre stati
territoriali, sia pure con frequenti scontri tra di essi, riuscivano comunque a mantenere una
vaga e formale unità di intenti, nei confronti di coloro che giungevano dall’esterno. Una
dinamica messa in luce da Benedetto Croce, quando parla di “nuclei nazionali nel meridione
pre-normanno”. Accanto a questi principati (Capua, Salerno, Benevento) appariva il ducato
di Spoleto, sito tra gli attuali Abruzzo, Marche e Umbria. Nella Calabria e in Puglia invece, si
trovavano i catepanati bizantini, ossia quei territori direttamente dipendenti da
Costantinopoli, e sottoposti dunque alle sue leggi e tassazioni, e insieme ad essi vi era il
Ducato di Amalfi. Benchè la storiografia di parte bizantina tenda a definire una situazione di
instabilità “non dissimile” da altre zone d’Europa, è pur chiaro che, sotto quella patina di
“normalità” ribollivano non poche rivolte contro l’eccessivo carico fiscale e la durezza delle
imposizioni giuridiche bizantine. La rivolta di Melo di Bari non era dunque che una delle tante
rivolte che angustiavano i territori greci. E l’arrivo di avventurieri normanni diedero senza
dubbio coraggio a Melo, nonostante la sua rivolta fosse destinata alla sconfitta. Nel 1018
infatti, la compagnia normanna guidata da Gilberto di Bouàtere venne sconfitta sulle rive del
fiume Ofanto, dalle forze del catapano bizantino. Con la disfatta di Bari, i normanni non
poterono fare altro che ritirarsi, nei territori appartenenti al principe Guaimario di Salerno,
un personaggio importantissimo nelle prime fasi del dominio normanno. I cavalieri
scandinavi rimasero dunque, almeno nelle fasi iniziali della conquista, delle semplici
compagnie itineranti di cavalieri, pronti a mettersi al soldo dei potentati locali, in cambio di
ricompense. Mercenari, in poche parole. Ed è pur vero che, a poco a poco, sempre più
cavalieri, ma anche genti comuni, cominciarono a spostarsi con le proprie famiglie verso il
sud Italia. E questo movimento aumentò all’indomani delle prime conquiste terriere. Nel
1030 infatti, il principe di Capua Pandolfo III riesce a recuperare il ducato di Napoli sotto il
proprio controllo, sconfiggendo il duca Sergio IV. Nella vittoria furono decisivi i cavalieri
normanni del Drengot, il quale venne generosamente ricompensato da Pandolfo, con
l’infeudazione. Rainulfo venne nominato Conte di Aversa, acquisendo il controllo sulla città
e alcuni castelli attorno ad essa, e in più gli venne data una nipote di Pandolfo in sposa. La
Contea rappresentava la prima acquisizione territoriale dei normanni, che potevano porre
fine alla propria condizione di “cavalieri erranti”. Ma ciò non significò l’arresto delle
infiltrazioni normanne in sud Italia. Certo Aversa era ora una base d’appoggio propria, ma i
cavalieri normanni non volevano rinunciare a tutta quella quantità di territori che si
stagliavano dinnanzi a loro. Infondo erano dei milites, dei cavalieri, per i quali la guerra era
una vera e propria professione, oltre che considerata una dimostrazione di valore e onore
tra di essi. La guerra era la principale fonte di guadagno e ricchezza, intesa come possesso
di terre e controllo della popolazione. La contea di Aversa rappresentò anche l’inizio della
politica amministrativa normanna, lungi da quelle ideologiche raffigurazioni che la
dipingevano come “un’amministrazione rinascimentale, se non addirittura d’età moderna,
nel pieno medioevo”. Ma senza dubbio fu un’amministrazione che ebbe i suoi importanti
vantaggi per i normanni. Ad Aversa infatti si costituì una Curia, elemento che sarebbe stato
fondamentale nei futuri stati normanni pre monarchici e anche per la monarchia stessa
dopo. All’interno della Curia vi operavano anche numerosi ecclesiastici, istruiti nell’espletare
pratiche e funzioni pubbliche. Nel frattempo, i cavalieri normanni continuavano le loro
conquiste come le loro razzie. I normanni continuarono ad espandersi sempre più
vigorosamente verso sud, conquistando sempre nuovi territori e città, quali ricordiamo ad
esempio Bitonto, Bari, Matera, oppure a est e a nord di Aversa, conquistando Ascoli e in
particolare Melfi. Questa città fu teatro di un’altra importante modifica, nell’assetto interno
e inter-personale, tra i vari cavalieri normanni. La città sarà anche sede dell’omonimo ducato
e il luogo che darà nome ad un importante corpus di leggi in epoca post-normanna. La
conquista di Melfi fu eseguita ad opera di un gruppo di cavalieri, tra i quali campeggiava
Guglielmo d’Hauteville, meglio noto come Braccio di Ferro. Giunto in Sud Italia con due dei
suoi fratelli, Umfredo e Drogone, Guglielmo acquisì il territorio melfitano dopo averne
scacciato le forze bizantine. Tuttavia il Braccio di Ferro, perfettamente inserito coi suoi sodali
entro il sistema vassallatico, si rendeva conto che, onde avere una legittimazione sicura del
suo nuovo dominio, gli serviva l’appoggio di un organismo più potente, esterno ai normanni.
La necessità però non era solamente definita dalle circostanze dell’epoca feudale. Tra i
normanni infatti non c’era ancora una leadership singola, non vi era una linea di comando
che rendeva univoche le spinte espansionistiche e politiche dei milites, i quali agivano
sostanzialmente ognuno per garantirsi il proprio feudo. Tramite la legittimazione da parte di
una terza forza, superiore a quella complessiva dei normanni, Guglielmo sperava di ottenere
una posizione di forza rispetto agli altri signori. Per ottenerla, Guglielmo attuò una politica
di per sé originale, insolita rispetto al normale rapporto vassallatico. Un’infeudazione tipica
fu ad esempio quella di Rainulfo Drengot ad Aversa. Dopo aver offerto i suoi servigi a
Pandolfo III, Rainulfo fu ricompensato con un territorio di proprietà del principe, il quale lo
faceva signore e lo sottoponeva ad un giuramento di fedeltà. In questo caso era diverso, il
meccanismo viene riportato chiaramente dagli scritti di Amato di Montecassino. Guglielmo
Braccio di Ferro aveva conquistato un nuovo territorio, precedentemente in mano ai
bizantini, non al principe Guaimario di Salerno, cui si rivolse. Guglielmo, riconosciuto come
Conte dagli altri cavalieri, offrì al principe la sua fedeltà, in cambio del riconoscimento, a lui
e agli altri, dello stesso territorio come feudo. La richiesta sicuramente stupì Guaimario, ma
al contempo lo mise di buon umore, considerando il fatto che a Guglielmo non fu solo
concesso quanto chiedeva, ma gli fu anche data una parente di Guaimario come sposa. Il
principe salernitano vedeva la situazione come favorevolissima, avendo questi potenti
guerrieri al suo servizio, a tal punto che questi diventerà un elemento di mediazione
importante tra Guglielmo stesso e le altre potenze dell’area, in primis la Chiesa. Il legame
personale tra Guaimario e Guglielmo stesso era altrettanto stretto. Il normanno venne
addirittura riconosciuto come “figlio” sempre secondo quanto riportato da Amato. Oltre al
legame matrimoniale tra le due famiglie, vi era anche il riconoscimento dell’Altavilla quale
“primus inter pares” il quale governava sul territorio melfitano in forma collegiale, insieme
con gli altri undici signori. Non si era dunque arrivati a quella condizione che Guglielmo
sperava, ossia di supremazia sugli altri normanni, ma era già un inizio. Tramite Amato di
Montecassino individuiamo chiaramente quelle dinamiche ambigue che avrebbero
caratterizzato i successivi sviluppi politici normanni, alla base dei continui scontri che
contrapposero i vari baroni e piccoli nobili con le autorità ducale e della Gran Contea siciliana
prima, e della monarchia poi. È pur tuttavia innegabile che, a partire alla prima metà dell’XI
secolo, il potere dei normanni continuò a crescere, oltre che i loro territori. La situazione che
apparentemente era stata vantaggiosa per Guaimario di Salerno metteva anzi in evidenza il
suo progressivo indebolirsi. Già nel 1045, alla morte di Rainulfo Drengot, i normanni aversani
si rifiutarono di accettare un conte, nominato da Capua, che non fosse normanno. Pertanto
nominarono conte Rainulfo Trincanotte, il nipote del defunto. Con l’arrivo successivo,
dell’Imperatore Enrico III a Capua, il principato veniva messo nuovamente in mano a
Pandolfo IV, il quale però si vedeva costretto a riconoscere il nuovo corso nella piccola
signoria normanna. Altro discorso invece nella Contea di Melfi. L’imperatore intrecciò
relazioni diplomatiche direttamente coi normanni, elevando la contea a Ducato e
mettendola dunque sotto il proprio controllo politico, a danno di Guaimario. L’elemento
chiave di questa infeudazione imperiale era il fatto che adesso, non solo i normanni si
trovavano legittimati da un potere ben più grande di quello del principato salernitano, ma
che l’investitura non era stata collegiale, come per i tempi del defunto Braccio di Ferro, bensì
fu una investitura monocratica, a vantaggio del fratello di Guglielmo, Drogone d’Altavilla, il
quale assumeva adesso una supremazia di fatto sugli altri signori, con tutte le conseguenze
ovviamente. L’espansione normanna ovviamente non si fermò e anzi riprese con virulenza.
La ferocia delle razzie e degli attacchi arrivarono a preoccupare seriamente le forze locali e
la chiesa romana, i quali vedevano i propri territori minacciati dall’espansionismo normanno.
Per tanto la chiesa prese a trattare con il duca Drogone, da un lato per ridurre i normanni a
più miti tattiche di guerra, dall’altra per tastare il terreno, poiché nonostante tutto i
normanni erano visti come un eventuale, potente alleato, nel consolidato obbiettivo di
Roma, di porre l’intero Sud Italia, e perché no anche la Sicilia saracena, sotto il proprio
controllo il tutto in funzione principalmente anti-bizantina. La Costantinopoli ortodossa e il
“disobbediente” vescovato di Roma erano ormai fortemente rivali. Tuttavia la questione
normanna portò inizialmente le due sedi a dover collaborare. Le trattative diplomatiche
però, non ebbero buon fine. Un’escalation di eventi portò allo scontro militare. Nel 1051
infatti, dei sicari bizantini uccidevano Drogone d’Altavilla, lasciando il ducato in mano ad uno
dei due fratelli minori giunti l’anno prima, ossia Roberto d’Altavilla. L’altro fratello era
Ruggero, futuro Gran Conte di Sicilia. Nel 1052 invece, moriva Guaimario V di Salerno,
privando le trattative del principale mediatore tra le parti, anche lui per opera di congiurati
bizantini, giunti da Amalfi. Era il punto di rottura. Il papa Leone IX e l’imperatore bizantino
Costantino X Ducas, rappresentato dal catapano di Puglia Argiro, si misero dunque a capo di
una coalizione anti-normanna, supportata da vari potentati locali, inizialmente anche da
Enrico III, il quale si ritirò quasi subito, lasciando però alcuni nobili germanici al seguito della
coalizione. Il grosso esercito, fallito il tentativo di Argiro di corrompere i normanni, si mosse
verso sud. Tuttavia la coalizione era troppo eterogenea e troppi erano i contrasti all’interno.
Roberto se ne rese conto e attuò una tattica di ritirata vigile, attendendo che i dissapori
interni al nemico sciogliessero la coalizione, cosa che accadde. Gli armigeri dei comuni filo-
papali cominciarono a disertare, per ritornare ai propri affari in patria, stessa cosa dicasi per
i baroni germanici. Inoltre la rottura che di lì a poco avrebbe causato lo Scisma d’Oriente,
non rendeva certo idilliaci i rapporti tra le forze papali e bizantine. Nel momento in cui le
forze si furono riequilibrate, Roberto decise di andare allo scontro che avvenne a Civitate,
nel giugno 1053. Le forze anti-normanne vennero sbaragliate e Leone IX fu catturato. Le
fonti non ricordano ampiamente in che termini si svolse la cattività del papa, ma si sa per
certo che l’incontro con Roberto d’Altavilla fu pregno di conseguenze. Il duca normanno
vedeva nel papa un’ulteriore mezzo di legittimazione, onde raggiungere una completa
unificazione d’intenti e di politica tra i normanni. Il papato era l’unico che poteva garantire
a Roberto una legittimazione non solo politica, ma anche religiosa, un elemento
imprescindibile all’epoca. Al contrario, Leone IX era ben consapevole della forza militare e
politica raggiunta dai normanni. Perciò, vide in Roberto l’uomo giusto per ottenere alla
chiesa il tanto agognato controllo del Sud Italia, necessità che diventerà ancora più
impellente dopo il 1054, anno in cui, dopo la missione di Urbano di Silvacandida a
Costantinopoli, con la scomunica del patriarca Michele Cerulario, si consumava lo strappo
definitivo con l’Impero Bizantino, e si rendeva dunque necessaria l’eliminazione della loro
potenziale minaccia in Puglia e Calabria. Per tanto era una importante convergenza di
interessi. Il papa ottenne dunque da Roberto la “calmata d’animo” dei normanni e la sua
disponibilità. Nel 1059, il nuovo papa Niccolò II e Roberto il Guiscardo stipularono il
Concordato di Melfi, un ambiguo trattato, con conseguente giuramento, che metteva il duca
normanno nelle condizioni di sottomettere alla propria autorità l’intero Sud Italia e la Sicilia,
una volta conquistata. I vantaggi del papa erano due; Sottoponeva alla propria autorità (per
lo meno formalmente) i normanni, e al tempo stesso allontanava il loro punto focale dai
confini dello stato papale, mettendosi quindi al sicuro dalle loro mire espansionistiche.
Tuttavia il concordato non stabiliva chiaramente fino a che punto era da considerarsi pratica
la sottomissione dei normanni alla chiesa. Per la propria astuzia politica e militare, Roberto
si guadagnò il soprannome di Guiscardo (l’Astuto). Adesso che la sua libertà d’azione era
senza limiti, Roberto ricominciò nell’opera di conquista del Sud Italia, cominciando ad
erodere i territori bizantini in Puglia e Calabria, e sottomettendo progressivamente le
signorie longobarde alla sua autorità. Morto anche il fratello maggiore Umfredo, e avendo
da questi ottenuto la tutela del nipotino Abelardo, Roberto aveva ora anche maggiore libertà
politica nei confronti degli altri normanni, essendo ora lui il capo indiscusso dei potenti
Altavilla. A partire da questo punto, il Guiscardo cominciò a progettare la conquista della
Sicilia, in questo aiutato dal fratello Ruggero. Certo un’opera tale richiedeva però a Roberto
non poca stabilità politica. Ed era ben noto il fatto che i vari nobili normanni avevano
scarsamente digerito la sottomissione agli Altavilla, dai tempi di Drogone in poi. Era per
tanto necessario che Roberto mettesse in piedi una struttura di uffici, in grado di garantirgli
il corretto controllo del territorio e dei “fideles”. Era risaputa la presenza di un “Consilium”
ducale, entro il quale sedevano i membri della famiglia Altavilla e i vassalli ad essi più fedeli.
Era nota anche la tendenza dei normanni nel riutilizzare cariche e funzioni già esistenti negli
stati precedenti. Difficile stabilire se lo facessero con l’intento di presentarsi in continuità
con le realtà passate o meno, ma di certo l’apparato amministrativo normanno ne giovò. Un
vero e proprio esercito di gastaldi, catapani, turmarchi e altre cariche si occupavano
dell’amministrazione territoriale. Era noto anche un poco noto attendente, un tale
Maureliano, che era incaricato da Roberto di amministrare il suo tesoro personale. Il
problema interno principale per Roberto rimanevano i nobili ribelli, i quali vennero
faticosamente ricondotti all’ordine, a forza ora di violente repressioni e ora di lusinghe e
garanzie di privilegi, quando non entrambe a tempi alterni. È comunque chiaro che, a poco
a poco, i signori normanni locali e il duca cominciavano a trovare una qual certa unità e
compattezza, cosa che preoccupò non poco il papa. Un dominio normanno così unito
avrebbe potuto metterli nelle condizioni di tornare a minacciare i territori della chiesa.
All’epoca, il soglio pontificio era ricoperto da un agguerrito avversario dei normanni,
Gregorio VII. A preoccuparlo non era tanto la loro autonomia di fatto, bensì la brutta piega
che stavano prendendo i rapporti con l’Impero di Enrico IV. I normanni, consapevoli di ciò e
forti della rinnovata unità, riuscirono a trattare a proprio favore con la chiesa. Tramite la
mediazione dell’Abate Desiderio di Montecassino, Roberto il Guiscardo ripeteva il
giuramento fatto a Melfi. Il nuovo giuramento non ebbe risvolti pratici, stabilendo di fatto
la riconferma dello status quo tra Roma e Melfi. Dal canto proprio, Roberto non mostrò mai
di avere particolari interessi ad espandersi verso Roma, ed era in quel momento occupato
nelle sue campagne in Puglia e Calabria, contro i bizantini. Ed è pur vero che, nel 1084, con
la deposizione di Gregorio VII da parte di Enrico, Roberto si schierò dalla parte della Chiesa,
accogliendo il papa a Salerno, dove rimase fino alla morte, l’anno successivo. Nello stesso
anno, la morte colse anche l’acuto duca normanno, facendo esplodere quella situazione
contraddittoria, che solo in rapporto a contingenze esterne aveva visto l’unificazione degli
intenti normanni. I signori che meno avevano accettato la superiorità di Roberto
ricominciarono a contestarla, nel momento in cui veniva ereditata dal figlio Ruggero Borsa,
sostenuto dallo zio omonimo.
I due Ruggeri e la conquista della Sicilia
Negli anni immediatamente successivi alla battaglia di Civitate, mentre Roberto si
impegnava a sottomettere i nobili ribelli e le poche signorie longobarde, oltre che a
conquistare i catepanati bizantini, il fratello Ruggero si iniziava a muovere alla volta della
Sicilia. Dominata per quasi 4 secoli dagli arabi, la Sicilia musulmana aveva vissuto periodi
alterni di stabilità e ricchezza e di povertà e scontro interno. La dinastia dei Kalbiti non
sembrava più in grado di garantire unità, e l’isola era, non meno che le Puglie normanne,
affranta da scontri tra i vari signori (qa’id) ed emiri locali. Nel 1060, un emiro dalla Sicilia, Ibn
al-Thumna, giunge a Mileto, la roccaforte di Ruggero in Calabria, offrendogli la sua alleanza
e aiuto nella conquista, almeno di una parte dell’Isola, in cambio di supporto contro i rivali.
Al-Thumna metteva a disposizione anche le sue efficienti truppe. L’occasione che si
presentava a Ruggero era perfetta, secondo quanto scrive Amato di Montecassino, per
liberare “li christiani et li catholici” intendendo ortodossi e latini. Le prime operazioni
cominciarono l’anno successivo, nel 1061. Il comandante Goffredo Ridel, abile sottoposto di
Ruggero, con 160 cavalieri inizia uno sbarco a Tremestieri, sotto Messina, procedendo poi
verso la costa tirrenica, conquistano Rometta e Milazzo. L’accerchiamento servì a spingere
Messina alla resa. La città era importantissima, in quanto era un collegamento diretto e
sicuro, oltre che rapido, con la Calabria normanna. La primissima preoccupazione in città,
stando a Goffredo Malaterra, per i normanni fu di fortificarla e allargarne le mura e le
guarnigioni. Di rendere inespugnabile la loro testa di ponte. Dopo un dissidio tra fratelli,
Roberto il Guiscardo diresse le proprie truppe verso la Sicilia, in aiuto a Ruggero, e insieme
cominciarono una rapida espansione nel nord dell’Isola. L’operazione fu certo aiutata dalle
numerose popolazioni cristiane, oppresse dal pagamento della Jizhya (tassa per chi non era
musulmano) la dhimmia e altre varie imposizioni da parte dei vari emiri. L’espansione giunse
al suo culmine nel 1063, con la vittoriosa battaglia di Cerami. Tuttavia, da qui in poi,
l’espansione normanna ebbe un brusco arresto. Le ragioni potrebbero essere molteplici. Il
cronista Edrisi parla delle difficoltà normanne nell’espugnare la rocca di Centuripe, dalla
quale era possibile controllare l’intera Valle Etnea fino a Balad El-Fil (Catania). Difficilmente
però, tali ragioni avrebbero potuto scoraggiare il determinato Ruggero. Motivazioni più
solide potrebbero essere il rinnovarsi delle offensive bizantine in Puglia e anche la sempre
più tesa convivenza con le popolazioni “liberate” le quali, si potrebbe dire più correttamente,
passarono dalla dominazione musulmana a quella normanna, come attesta la rivolta dei
cristiani di Troina, repressa duramente dai normanni. Dopo 8 anni di pausa, le forze di
Ruggero e Roberto riprendono le operazioni di conquista, raggiungendo ed assediando
Balarm (Palermo). Una volta espugnata la città, il Guiscardo fece distruggere le moschee e
rimunire i castelli e le mura, installò il cavalier Pietro Bidone quale “amiratus” della città e
ritornò in Calabria. Ruggero lo seguì poco dopo, in quanto presenziò alla riconversione della
chiesa di Santa Maria al culto cristiano, dopo quasi due secoli di utilizzo come moschea. Si
ebbe così una nuova interruzione delle operazioni di conquista, in quanto i normanni si
dovevano occupare di riassettare i territori conquistati e di pacificare nuovamente le Puglie.
Nel frattempo i due fratelli si organizzavano circa la divisione futura della Sicilia. Roberto
avrebbe avuto in controllo diretto di metà della città di Messina, di Palermo, Troina e parte
della Val Demone. Tutto il resto dell’Isola, la Calabria con Mileto e l’altra metà di Messina
sarebbe stato, de jure sotto la sovranità di Roberto, ma amministrata e gestita
autonomamente da Ruggero, in qualità di Gran Conte e vassallo del fratello maggiore. Altri
6 anni di pausa si conclusero nel 1077, quando i normanni riprendevano le operazioni
militari, sottomettendo Tarabanis (Trapani) e poi 2 anni dopo Al-Moezzia (Taormina). Nei
dieci anni successivi sempre più territori arabi caddero nelle mani dei normanni, fino alla
decisiva battaglia nel 1091, combattuta a Noto, con la quale l’ultima resistenza araba fu
piegata. La Sicilia era ora interamente in mano normanna, e si approntava la conquista di
Malta, onde farne un avamposto difensivo contro eventuali contrattacchi arabi. Tuttavia, se
Ruggero I poté dunque godere delle sue nuove conquiste, Roberto morì prima che la
conquista fosse ultimata. Nel 1085, il Guiscardo morì, aprendo dunque la nuova stagione di
contrasti, tra i nobili fedeli agli Altavilla e coloro che avevano maldigerito la loro supremazia,
e che ora contestavano il suo successore Ruggero Borsa. Questo particolare momento fu
anche l’ascesa del ramo familiare degli Altavilla, guidato da Ruggero I di Sicilia, zio del Borsa,
e anche del cugino di quest’ultimo, ossia il futuro Gran Conte (e in seguito re) Ruggero II di
Sicilia. Come se non bastasse, al 1091, Ruggero I si trovava nella difficile situazione di dover
ricompensare tutti i milites che lo avevano seguito in Sicilia. Il vincolo vassallatico parlava
chiaro, e nelle migliori tradizioni della feudalità medievale, il territorio della Sicilia doveva
ora essere spartito e i cavalieri divenivano così l’ossatura della nobiltà feudale di Sicilia. Fin
dai tempi della guerra, non fu semplice per Ruggero tenere la staffa ai cavalieri, i quali erano
quasi sempre in contrasto tra loro. La dialettica su cui giocava il Gran Conte era a comune
missione di lottare in nome della fede contro i “siciliani infedeli”. Al contempo, quei cavalieri
che riuscirono a farsi valere nel conflitto cercarono di sfruttare al massimo il prestigio
acquisito per ottenere quanti più benefici e remunerazioni possibili. Altro “mistero” storico
è la dinamica con la quale Ruggero procedette alla ripartizione feudale, e soprattutto fino a
che punto la locale proprietà terriera, in mano a greci-bizantini e arabi fu esentata dalla
confisca. Sicuro le confische, e le sostituzioni di personale nelle amministrazioni, ci furono,
ma per quel poco che si sa, il “personale” arabo e greco continuò per lungo tempo a servire,
la Gran Contea prima e il Regno poi. E se le confische furono numerose nella parte ovest
dell’Isola, nella parte orientale, dove la popolazione musulmana era di gran lunga più
numerosa, le confische non furono eccessive. Probabilmente per la volontà di Ruggero di
evitare eccessivo malcontento e magari rivolte dei saraceni. Un fatto che però è certo, i
normanni, a livello demografico erano molto pochi. Ciò spiegherebbe la necessità impellente
di Ruggero, oltre che di procedere alla “latinizzazione” dell’Isola, pattuita con la Chiesa, di
reclutare necessariamente personale amministrativo ed ecclesiastico in area franca o nord-
italiana. Proprio per questo si parla di immigrazione dei Lombardi, periodo durante il quale
molta gente giunse a prendere incarichi dal Piemonte (ai tempo definito indistintamente
Lombardia, con gran parte del nord Italia). Ovviamente non furono gli unici. Molti francesi e
inglesi arrivarono in Sicilia all’epoca. Un nuovo arrivato di grande importanza all’epoca fu il
greco-africano Giorgio Antiocheno. Altra informazione che abbiamo sulla conquista
normanna, riguarda l’inserimento e i conseguenti rapporti della nobiltà normanna, entro il
tessuto politico-economico locale. È difficile stabilire con chiarezza fin dove si spingessero le
funzioni pubbliche dei cavalieri, ora proprietari terrieri. Senza dubbio però, l’attività
principale dei nuovi nobili era legata all’economia terriera e feudale, come attesta il fatto
che il Gran Conte Ruggero fu ben attendo ad evitare le indiscriminate appropriazioni di terre
demaniali o di proprietà altrui, da parte dei nobili. Era quindi chiara anche la tendenza
politica ruggeriana a voler mantenere un certo equilibrio di potere tra i nobili. Per tanto la
feudalità rappresentava a un tempo l’ossatura militare, ma anche una potenziale minaccia
allo stato. L’unico modo per evitare problemi, era mantenere un apparato statale forte, in
grado di limitare al minimo i dissidi e di stabilire regole precise per tutti. Per questo motivo,
Ruggero I fu l’iniziatore dell’apparato amministrativo della Gran Contea, destinato ad essere
esteso a tutti i domini normanni, una volta unificati sotto lo scettro ducale (e in seguito la
corona) del figlio omonimo. Si era già specificato che i normanni tesero spesso a preservare
uffici e cariche, appartenuti a stati precedenti, nei nuovi territori acquisiti. Nei territori
longobardi, la carica di gastaldo era ancora utilizzata nelle amministrazioni locali. Stesso
dicasi per protonotari (ministro delle finanze) stratigoti turmarchi catapani (gradi militari
bizantini) e gli ammiragli (di origine araba, in Sicilia). Certo non si può dire che in Sicilia i
magistrati continuarono ad essere definiti “qadì”, ma certamente vennero tenuti in piedi
certi uffici di epoca araba, quali ad esempio l’ufficio del catasto, esistente già in epoca
saracena, col quale Ruggero si proponeva di amministrare con chiarezza tutte le proprietà
terriere entro il suo dominio, o le “dohane” uffici adibiti alla riscossione fiscale, i quali
registravano le entrate in registri chiamati “defetari”. Le dohane facevano poi capo ad una
Tesoreria generale, la quale si occupava anche di tenere sotto registro tutte le persone e
famiglie legate, per motivi di persona o di terra, ad un signore, in poche parole dei registri
del cosiddetto “villanaggio”. La curia comitale era ancora una volta il centro
dell’amministrazione, il consiglio nel quale sedevano i membri della famiglia del conte e i
vassalli più vicini. Alla curia era collegato poi uno specifico corpo di notai, l’embrione di
quella che sarebbe poi stata la cancelleria regia, ossia un ufficio adibito alla redazione
stesura e diffusione di diplomi. La curia siciliana infatti sopravvisse ai normanni, tanto che
venne immortalata, in una vera e propria “fotografia” medievale da Pietro da Eboli, nel suo
Liber ad Honorem Augustii, dedicato a Federico II. Le incisioni del da Eboli evidenziano la
peculiarità della curia di Sicilia, nella quale lavoravano insieme notai latini, greci-ortodossi e
arabi. Ciò permetteva infatti la redazione di diplomi in tutte le lingue che si parlavano nella
etnicamente vivace Sicilia. Importante, a livello di governabilità era la questione religiosa. Se
inizialmente i normanni, e in particolare il Gran Conte, si appoggiò largamente agli ortodossi
per “re-cristianizzare” l’isola, favorendo anche la nascita di vari monasteri basiliani, è pur
vero che Ruggero non accantonò il voto fatto di rendere la Sicilia cattolica. Lo dimostra il
fatto che, a Gran Contea nata, Ruggero favorì il massiccio insediamento di clero cattolico
nelle principali città e nelle aree più strategiche della Gran Contea. Le ragioni che però
premevano maggiormente il Gran Conte non erano tanto religiose quanto più la necessità
di sottoporre la Contea al cattolicesimo inteso come mezzo stabile di legittimazione del
proprio potere. Tra il 1081 e il 1088 infatti, le maggiori città di Sicilia; Palermo, Messina,
Troina, Catania, Siracusa, si trovavano già sottoposte a vescovi di nomina comitale, fatti
arrivare da Francia e Italia settentrionale. Ed è qui che la situazione si complica. La nomina
autonoma dei vescovi da parte di Ruggero metteva in discussione quel progetto di autorità
suprema papale, del quale il papato era stato portatore nel corso dell’XI secolo.
Successivamente, lo scontro tra chiesa e normanni sembrò sul punto di ricominciare, nel
momento in cui Ruggero ordinò l’arresto del Vescovo di Messina, in quanto aveva accettato
la nomina a legato pontificio dal Papa Vittore III, senza prima consultare il Gran Conte.
Tuttavia, entrambe le parti ritennero più opportuno trattare, piuttosto che scendere
nuovamente in guerra. Specialmente perché alla Chiesa non conveniva farsi nemici i nuovi
dominatori del Sud, quando aveva già abbastanza grane, tra Impero e antipapi, nel nord. Nel
1089, il nuovo pontefice Urbano II e Ruggero di Sicilia si incontrarono a Troina per trattare.
Sebbene le fonti siano alquanto avare sullo svolgimento delle trattative, è chiaro che la
chiesa non si trovava in condizioni di poter imporre granché. Il papa si vide costretto a
confermare i vescovi di nomina comitale. Il tutto fu poi stabilito ufficialmente nel 1098,
quando Urbano II riconosceva a Ruggero l’Apostolica Legazia, ossia il controllo sulle
istituzioni e le funzioni ecclesiastiche, ivi compresa dunque la nomina vescovile. Questo
rappresentava, in termini politici, il mezzo più potente di cui un capo normanno era mai
stato in possesso fino a quel momento. Ruggero I di Sicilia aveva ormai guadagnato un
potere ed un prestigio tale, anche tra i normanni stessi, che era ormai considerato l’unico
capace di imporsi quale capo unico dei domini normanni, dopo la dipartita di Roberto il
Guiscardo. Eppure, anch’esso non sopravvivrà a lungo alla consolidazione del suo potere,
morendo nel 1101. La Gran Contea spettava al figlio maschio più grande, Simone d’Altavilla,
che tuttavia era ancora un ragazzino. E quel che è peggio, il povero Simone morì nel 1105.
La Contea passò dunque al fratello Ruggero, anch’esso minorenne. Durante il “governo” di
entrambi, la reggenza della Contea fu affidata alla madre di Ruggero II, terza moglie del
primo, ossia Adelasia del Vasto, di famiglia nobiliare aleramica. La reggenza di Adelasia,
seppure scarna di fonti, viene ricordata come un governo abbastanza solido. La regina
mostrava di essere una persona capace e ferma amministratrice, per quanto coadiuvata da
un consiglio di reggenza. Ad Adelasia si deve una rinnovata immigrazione di genti lombarde,
che andava a favorire quel processo di latinizzazione dell’isola avviato dai predecessori.
Tuttavia ciò non significò, almeno per il momento, l’indebolimento della componente
clericale basiliana. Ad Adelasia viene anche fatto risalire il primo documento ufficiale scritto
su carta della storia europea. La sua reggenza fu anche nota per la forza con la quale Adelasia
si oppose ad alcuni baroni ribelli, impadronitisi dell’importante castello di Focerò, vicino
Patti, e dei suoi sforzi di mettere in atto e far funzionare correttamente tutte le norme e
leggi enunciate fino a quel momento. Il tutto aveva come solo obbiettivo garantire al figlio
Ruggero lo scettro di una Gran Contea stabile e forte. Ultimo livello di questo progetto, in
ciò suggerita dallo stesso figlio ormai maggiorenne, Adelasia del Vasto, vedova, prese
nuovamente marito, andando a sposare il Re di Gerusalemme, Baldovino di Fiandra.
Adelasia portò con se una ricca dote, oltre che un patto matrimoniale, col quale si sanciva
che, in mancanza di figli della coppia, la corona di Gerusalemme sarebbe passata a Ruggero.
Tuttavia, la povera Adelasia dovette fare i conti con giochetto di Baldovino. Questi era in
ristrettezze economiche e non sembra avesse particolare interesse nella nuova moglie. Una
volta arraffati i doni, Baldovino ripudiò in malo modo Adelasia con una scusa, rimandandola
in Sicilia. La povera donna, umiliata e stanca, decise di ritirarsi in convento a Patti, dove morì
nel 1118 ed è ancora oggi sepolta. Ruggero II si trovava ad essere Gran Conte già dal 1112,
e le fonti sui suoi primi anni di governo sono pochissime. Si sa però che il fallimento nel
tentativo di prendersi la corona di Gerusalemme non scoraggiò il giovane Gran Conte nei
suoi piani di rendere la Sicilia una potenza mediterranea. Anni dopo la morte di sua madre,
Ruggero II giunge alla ribalta nello scenario interno dei domini normanni. Nel 1127, morì il
cugino Guglielmo, figlio di Ruggero Borsa e Duca di Puglia. A quel punto Ruggero II ebbe
gioco forza nell’entrare trionfalmente a Salerno, dove il vescovo Alfano amministrò l’unzione
sacra del Gran Conte di Sicilia, ora nominato anche Duca di Puglia e Calabria. In questo modo
Ruggero II si trovava ad essere l’unico capo indiscusso dei territori normanni, ma con un
particolare importante; l’Unzione. Questo sacramento era praticamente un’arma a doppio
taglio per Ruggero II. Da un lato, il sacramento stabiliva specificamente che il potere di
Ruggero derivava direttamente da Dio e non da chi aveva amministrato il sacramento. Ergo,
Ruggero si poneva in questo modo al di sopra di qualsiasi imposizione da parte di altri,
ecclesiastici e non. Dall’altro, per l’appunto, questo rimetteva in discussione il già ambiguo
rapporto tra la Chiesa e i domini normanni i quali, pur essendo formalmente vassalli della
Chiesa, avevano comunque agito spesso, se non sempre, in completa autonomia, arrivando
ad imporsi più volte su Roma. La concessione dell’Apostolica Legazia ne era un esempio.
Tuttavia, Ruggero II accortamente decise di non recidere del tutto i contatti con Roma. La
legittimazione papale, nonostante tutto, rimaneva una base importante per la propria
autorità, per tanto, nel 1128, Ruggero II e Onorio II giunsero ad un accordo, col quale il Gran
Conte Duca offriva omaggio al papa, in cambio del riconoscimento di quest’ultimo alle sue
cariche. Due anni dopo però, Onorio muore e si avvia lo scontro che vedrà il nuovo papa
Innocenzo II avversato dall’antipapa Anacleto II. Nella contesa, Ruggero vide l’occasione che
aspettava, per rendere pratica l’unità, momentaneamente solo formale, dei suoi domini.
Appoggiando la nomina di Anacleto II, Ruggero ottenne in cambio la “promotio regia” ossia
il riconoscimento (anti)papale a trasformare Ducato e Gran Contea in un Regno. Nel 1129,
con un’adunanza di nobili in Melfi, Ruggero otteneva avallo e approvazione quasi unanime.
La notte di natale dell’anno successivo, nel 1130, Ruggero veniva ufficialmente incoronato
come primo Re di Sicilia nella cattedrale di Palermo. Nonostante dovesse essere “Re Ruggero
I” il nuovo sovrano decise di mantenere la vecchia enumerazione comitale. Perciò in Sicilia
si ebbe un Re Ruggero II ma mai un primo. Bisognerà aspettare 9 anni, e la vittoria normanna
di Misignano, per ottenere anche da Innocenzo II il riconoscimento della corona. Il Regnum
Siciliae era cosa fatta dunque. La storia del Regno di Sicilia, specialmente nell’epoca
normanna, godette di un’ampia simpatia, tanto che venne guardata, a posteriori, come un
esempio di “monarchia rinascimentale o addirittura d’Età Moderna, in pieno medioevo”
(convinzione ideologica dalla quale io stesso ho dovuto, dolorosamente, distanziarmi N.d.A.)
La realtà non è proprio così, la monarchia siciliana si inscriveva perfettamente entro l’ambito
medievale tradizionale, seppure certo non mancarono certi elementi che la resero, in un
certo qual senso, anticipatrice di forme successive. La presenza di una curia, una cancelleria
regia e un una fitta rete di magistrati e funzionari sul territorio, fecero vedere nella Sicilia
medievale un primo esempio ante litteram di “monarchia amministrativa”. Effettivamente,
le funzioni pubbliche erano espletate in maniera efficiente, sfruttando il sistema
amministrativo già stabilito in epoca comitale da Ruggero I. L’elemento cardine di questa
rete di funzionari era una nuova carica, istituita da Ruggero II all’indomani
dell’incoronazione; I giustizieri, guidati dal Gran Giustiziere Regio. Questi magistrati
provinciali avevano il compito di controllare la validità giuridica di concessioni, benefici e
franchigie, di controllare la corretta suddivisione e ripartizione delle terre fra i feudatari
(riducendo quindi al minimo i frequenti scontri) e infine di supervisionare la corretta
applicazione delle leggi e norme regie sul territorio. La struttura reticolare di questa funzione
era già di per se innovativa per l’epoca, in un contesto ancora perfettamente integrato nel
sistema feudale. Una delle funzioni primarie dei giustizieri infatti era il controllo e la
regolazione delle proprietà feudali, oltre che la supervisione sulla legalità delle concessioni
feudali stesse. Tale funzione impediva pericolosi dissidi tra i nobili, che restavano sempre e
comunque i depositari del potere militare dello stato. Comunque anche i feudatari stessi,
nelle terre loro assegnate, svolgevano funzioni più di carattere pubblico che privato. Per
quanto riguarda la situazione popolare, la società feudale vedeva inevitabilmente tanto la
presenza di uomini e/o capifamiglia in condizione di sudditanza, per motivi di persona o di
residenza su una terra feudale, ai signori, quanto anche la presenza di individui non nobili e
tuttavia liberi possidenti di terra. Queste persone godevano anch’esse di diritti e garanzie
sulle loro terre. Le leggi regie, ricalcando l’impegno di Ruggero I nell’evitare appropriazioni
indebite da parte dei baroni, impedivano che i liberi agricoltori venissero ingiustamente
espropriati dai nobili. In questa maniera, Ruggero manteneva un delicato equilibrio, anche
se non mancarono gli sbilanciamenti e le conseguenti rivolte, specialmente in area pugliese,
dove la recalcitranza dei baroni normanni pugliesi, e delle parti ancora favorevoli a
Costantinopoli, non erano mai state sopite del tutto. Il nuovo assetto regio, onde essere
stabilito in eguale forma su tutto il Regno, venne descritto nelle cosiddette Assise del 1140,
enunciate in adunanza generale ad Ariano di Puglia. All’adunanza erano presenti non solo i
nobili, ma anche i rappresentanti di talune città demaniali, quali Palermo, Messina, Troina,
Mileto. Le Assise, mettevano in mostra una chiara tendenza normanna, che dai molti fu vista
come un tentativo di “parlamentarismo”. Ad oggi effettivamente si sa che nel regno siciliano
medievale era presente una consuetudine definita “riunione del Parlamento”. Talvolta i re
chiamarono in adunanza i nobili del regno e i rappresentanti delle città (in alcuni casi) onde
enunciare leggi importanti. Benchè fosse qualcosa di innovativo, questo modello era ancora
lontano anni luce dal concetto moderno di Parlamento, in quanto le adunanze erano in
poche parole un “tacito assenso in forma pubblica” delle leggi, la cui produzione e messa in
atto era ancora appannaggio solo del Re, della curia regia e, infine, della Cancelleria. La sua
lontananza temporale e la consuetudine stabilitasi, secondo cui l’incoronazione di ogni re,
doveva avvenire con l’assenso dell’assemblea, fece del Parlamento Siciliano un precursore
della monarchia costituzionale, benchè in quest’ultima, i diritti ereditari non siano messi in
discussione, e per tanto non influenzati dal consenso del parlamento, se non a fronte di
palese tradimento nei confronti dello stato. Restava infine la questione economica interna.
A fronte di un sistema fiscale solido, non corrispose un’adeguata politica di sviluppo
economico. La principale risorsa economica della Sicilia era e rimaneva l’agricoltura, ora
integrata nel sistema produttivo feudale. Tuttavia la feudalità ben di rado si mosse allo
sviluppo dell’agricoltura stessa, adeguandola alle nuove tecnologie agricole dell’epoca, e
procedendo raramente e lentamente al dissodamento di aree potenzialmente adatte alla
coltivazione. Certo le colture si diversificarono. La presenza stessa di un’eredità araba, aveva
dato alla Sicilia numerosi tipi di nuovi ortaggi e frutti da terre lontane, primi fra tutti gli
agrumi, giunti dai mercati dell’India. Eppure la feudalità normanna puntò per lo più
all’irrazionale incremento della coltura estensiva e della produzione cerealicola in
particolare, sfruttando quindi i terreni al massimo, ma con un ritorno produttivo minimo. Ed
è anche vero che tale tendenza venne, se non supportata sicuramente favorita, dalla politica
di Ruggero II, attento a non sconvolgere totalmente lo stato di cose cui la Sicilia era stata
abituata fin da tempi antichi, una realtà dunque prettamente agricola, nella quale la
coltivazione dei cereali era fondamentale. A fare le spese di questa economia, attivamente
mantenuta rurale, furono i ceti borghesi cittadini. Se inizialmente, con il loro avvento, i
normanni si mostrarono tendenzialmente favorevoli alle istanze cittadine, il progressivo
potenziarsi del potere centrale, evidenziato dalle carte giurate comitali e ducali prima, regie
poi, l’autonomia e l’identità cittadina cominciarono a perdere di sostanza, divenendo
sempre più soggette al potere centrale. Di fatti le attività produttive tipiche delle città
vennero sacrificate a favore di tutte quelle fasce di popolazione urbana legate all’economia
agricola. Ciò causò il fiorire dei commerci, ma non da parte dei ceti borghesi isolani, bensì
da parte di mercanti straniere, desiderosi di mettere le mani sulle abbondanti materie prime
grezze, quali cereali e lana, che la Sicilia offriva. Un chiaro segno della progressiva influenza
commerciale assunta dai forestieri è la presenza di una certa toponomastica nella città di
Palermo, la quale all’epoca come oggi, aveva ad esempio una strada chiamata “Corso de’
Pisani” o “La Ruga dei Genovesi” laddove sorge oggi, per l’appunto, la chiesa di San Giorgio
dei Genovesi, costruita tramite finanziamenti dei ricchi banchieri liguri. Un altro segno di
come la Sicilia normanna fosse più interessata all’espansionismo territoriale che non
commerciale, è la struttura stessa della sua flotta, più militare che commerciale. Annotava
Pietro da Cluny la funzione primaria della Sicilia, quale a un tempo, di centro di
reclutamento, vettovagliamento e base di partenza “per andare in aiuto al popolo di Dio”
specialmente in area musulmana. L’ultima fase della monarchia di Ruggero II infatti, si
svolgerà all’interno di una generale radicalizzazione religiosa in Europa, della quale erano
causa le crociate. Un profondo elemento di rottura causato dallo “spirito crociato” fu il
crescente astio tra le componenti latina e greca della società cristiana, e il crescere
dell’ostilità fra musulmani e cristiani di Sicilia, laddove prima si era convissuti in maniera
pacifica. Il crescente sentimento anti-islamico di Ruggero raggiunse il culmine, secondo
quanto riportato da Romualdo Salernitano, con la condanna al rogo di Filippo di Mahadìa,
amiratus del regno. La scusa delle crociate inoltre era funzionale alla politica di espansione
mediterranea di Ruggero. Sebbene lui fu abile nel sottrarsi alle crociate, quando non gli
convenivano, ampiamente sfruttò i dissidi interni dell’Impero Bizantino, arrivando ad
espandere il regno sulle isole adriatiche, su Corfù, e portando alla nascita di due brevi ducati
in Grecia, Atene e Neopatria. Nel frattempo le armi siciliane conquistavano al regno un
controllo più o meno stabile della intera costa dell’attuale Tunisia e su parte della
Tripolitania, stabilendo basi sull’Isola delle Gerbe, a Sfax, Pantelleria e Malta. Infine
ricordiamo che Ruggero II, in questo ispirando il nipote Federico, fu un personaggio assai
curioso e sensibile alle scienze e alla cultura in generale. I cronisti dell’epoca riferiscono ad
esempio l’invio di un “palombaro” nello stretto di Messina, onde stabilire la correlazione tra
le forti correnti di quel tratto di mare e le mitologiche creature marine della tradizione greca.
O addirittura, stando a quanto riportato da Falcone di Benevento, cronista apertamente
ostile ai normanni (a suo avviso il re di Sicilia era il nuovo Nerone) Ruggero aveva ipotizzato
l’idea di costruire un ponte che collegasse direttamente Messina e Reggio Calabria.
Romualdo Salernitano parla della sorpresa dei napoletani, nel momento in cui Ruggero
riesce a misurare con sorprendente facilità il perimetro delle mura cittadine. Ancora, cronisti
arabi come Ibn Athir riferiscono la vivacità culturale della corte palermitana, ricca di poeti,
scienziati e oratori. All’epoca ruggeriana risale anche l’opera del saraceno Edrisi, grande
storico e geografo del Mediterraneo medievale, chiamata “Kitab Rujar”, conclusa nel 1154,
sicché Ruggero II non fece in tempo a vederla completa. Questa tavola consisteva di un
planisfero del mondo conosciuto all’epoca, con relativa descrizione in arabo. Il geografo ne
fece varie versioni. Una in forma di codex (libro) ma le ben più famose sono le incisioni su
argento. A Ruggero, la Kitab Rujar fu donata incisa su un pesante e ampio disco d’argento, il
quale fu depredato e fuso durante le rivolte contro Guglielmo I il Malo. L’originale versione
invece, di proprietà di Edrisi, anch’essa su un grosso disco argentato, fu smarrita, nè mai fu
ritrovata. La corte ruggeriana fu anche un importante centro di traduzione, dall’arabo, delle
riedizioni saracene di antichi testi greci. Dalla Sicilia si diffuse in Europa la traduzione latina
dell’Almagesto, ossia la versione araba della Sintax di Claudio Tolomeo. L’epoca di Ruggero
II si conclude nel febbraio 1154, a 59 anni. La fine della monarchia di Ruggero viene avvertita
dalla storiografia come l’avvio del declino normanno, preparatorio alla successiva venuta
degli svevi. È importante ricordare che, esattamente nell’anno della morte di suo padre,
nacque la principessa Costanza d’Altavilla, figlia della terza moglie di Ruggero, Beatrice di
Rethel, e personaggio cardine della transizione dalla monarchia normanna a quella sveva.
I due Guglielmi e la “elezione” di Tancredi: Il declino degli Altavilla di Sicilia
A metà del XII secolo, Re Ruggero perse, a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, il primo e il
secondo genito maschi, Ruggero III di Puglia e Alfonso d’Altavilla. A questo punto la
successione, non essendo prevista l’ereditarietà femminile, passava al terzogenito
Guglielmo. La consapevolezza che, alla sua morte, sarebbero inevitabilmente tornati a farsi
sentire tutti coloro che non avevano approvato fino in fondo la monarchia, spinse Ruggero
II ad associare preventivamente il figlio al trono, cosicché la sua successione sarebbe stata
automatica, e le rivolte meno intense. Guglielmo I stesso, dal canto suo, fece voto di non
discostarsi troppo dalle direttive della politica paterna, a cominciare dalla tradizionale
adunanza dei nobili, chiamati a confermare la sua corona. Vari sono i giudizi sulla monarchia
guglielmina. Si sa che la sua vita da monarca fu scandita da due fasi. La prima in veste di
guerriero, durante la quale il re, ben più avvezzo alle arti militari che politiche, si impegnava
più nel sedare le rivolte qua e là nel regno, specialmente di quelle città di parte ghibellina,
in Puglia, che cercavano di ribellarsi in favore dell’Impero. La conduzione politica della
monarchia venne affidata ad un importante funzionario di corte. Questi era il famigerato
Maione da Bari, già cancelliere sotto Ruggero II, figlio del magistrato Leone di Rayza.
Guglielmo I fidava molto in questo personaggio, a tal punto da nominarlo “Grande
Ammiraglio” di Sicilia, una carica che integrava importanti funzioni amministrative e fiscali.
A scanso di anacronismi, si potrebbe vedere in lui un qualche vago principio di “primo
ministro di nomina regia” come quelli caratteristici della monarchia costituzionale britannica
della tarda età moderna. Maione riusciva infatti a ristabilizzare i legami, fattisi tesi, con
Venezia e andava al concordato di Benevento con Papa Adriano IV, assicurandosi gli
avanzamenti territoriali siciliani nella Marsica e la riconferma della Legazia Apostolica. Nel
frattempo il re procedeva con le repressioni delle città ghibelline. A Bari fece imprigionare e
accecare molti ribelli, mentre altri nobili, come Roberto di Lorotello e Andrea di Rupecanina,
erano costretti a cercare rifugio nel territorio imperiale. Dal 1060 in poi, la rivolta dei baroni,
fra i quali figurava anche Matteo Bonello, genero di Maione da Bari, diventava sempre più
virulenta e pesante. Il culmine della rivolta fu l’assassinio dello stesso Maione. Fra i feriti di
quell’assalto al palazzo reale di Palermo, ci fu anche Matteo de Ajello, futuro Gran
Cancelliere del regno. La situazione era a quel punto drammatica. Guglielmo, rientrato in
Palermo, cercò di calmare gli animi, assicurando Matteo Bonello, che si era rifugiato nel
castello di Caccamo, e nel frattempo sostituendo Enrico Aristippo al defunto Grande
Ammiraglio. L’inglese Richard Palmer venne nominato vescovo di Siracusa e fu messo a capo
di una commissione incaricata di confiscare i beni di Maione. Ma questi accorgimenti non
evitarono, appena l’anno successivo, una rinnovata ribellione a Palermo, culminata con
l’assalto al Palazzo dei Normanni, d’accordo con Bonello. Gli uffici del catasto furono
devastati, la contabilità distrutta e Guglielmo I stesso fu catturato. La rivolta si abbatté poi
sui quartieri musulmani, molte botteghe e proprietà arabe furono distrutte. La motivazione
fu la tendenza amichevole di Guglielmo nei confronti dei musulmani, cosa che, unito al già
diffuso anti-islamismo, faceva vedere gli arabi come potenziali alleati del re. Il massacro dei
musulmani però, va notato, fu eseguito non tanto dai siciliani, quanto più da quei congiurati
appartenenti alla componente lombarda, giunta in Sicilia anni prima. Comunque i bollori e
le violenze cominciarono a perdere di forza. Quanti, tra nobili ed ecclesiastici, avevano
supportato inizialmente la rivolta contro Guglielmo, non erano disposti a seguire la congiura
fino al rovesciamento della monarchia. Anche la carica emotiva della rivolta cominciò a
sgonfiare, man mano che la popolazione si stancava della diffusa insicurezza e paura.
Liberato Guglielmo, il sovrano procedette alla pacificazione. Inizialmente si dimostrò
conciliante, promettendo l’amnistia a quanti deponevano le armi. Bonello e altri congiurati
tornarono a rifugiarsi a Caccamo, mentre il sovrano procedeva alla repressione nelle aree
lombardizzate dell’isola, laddove le violenze, in particolar modo nei confronti dei
musulmani, avevano raggiunto il limite. Negli ultimi mesi del 61, le città di Piazza e Butera
venivano distrutte e saccheggiate, mentre alcuni nobili, tra cui il futuro re Tancredi di Lecce,
erano costretti all’esilio. Dopo aver messo le mani su Bonello, questo veniva accecato e
incarcerato, sorte simile toccata al cancelliere Aristippo. Il posto fu ricoperto allora da
Matteo de Ajello. Con questi atti, la pace tornava nel regno, ma poiché essa era stata
costruita con il sangue dei più pericolosi nemici della corona, il clima dominante sotto il
regno di Guglielmo I fu la paura e l’insicurezza. Sebbene tutti gli ambienti più tradizionalisti,
la corona e l’alto clero in primis, abbiano posto l’accento sulla restaurazione della tradizione
ruggeriana, la situazione reale dipingeva più una situazione di instabilità feudale, la quale
rese necessario a Guglielmo, onde evitare ulteriori motivi di scontro, di limitarsi nelle
punizioni violente, e cominciare ad intessere una rete di rapporti e affari, strutturata su
misura per i singoli feudatari o per singoli gruppi, in modo da poterli usare, eventualmente,
gli uni contro gli altri. Ormai passata l’epoca dei dissapori e delle violenze, sembra che queste
abbiano comunque influito fortemente sull’animo di Guglielmo, a tal punto che l’ultima
parte della sua vita fu dedicata principalmente all’ozio e ai piaceri, mentre la gestione del
regno era demandata ai suoi magistrati e funzionari. Agli ultimi anni di Guglielmo, ora detto
“il Malo”, risale la costruzione della Zisa, grande palazzo in stile orientale, arabesco,
circondato da grandiosi frutteti e giardini, con acque fresche in ogni dove, e dove il sovrano
si intratteneva con le migliori compagnie. Romualdo Salernitano descrisse il fasto della Zisa
guglielmina, oltre che delle ingenti somme versate nella sua costruzione. Si può dire che la
Zisa fu l’ultima e definitiva dimora di Guglielmo fino alla sua morte, avvenuta nel 1166, dopo
appena 12 anni di regno. A succedergli doveva essere inizialmente il figlioletto Ruggero IV, il
quale morì giovanissimo durante la rivolta a Palermo, colpito da una freccia vagante. Altra
leggenda ben più oscura riferisce che ad ucciderlo sia stato lo stesso Guglielmo I,
picchiandolo selvaggiamente in uno scoppio di ira. Perciò l’erede naturale veniva ad essere
il figlio omonimo, incoronato bambino come Guglielmo II. La reggenza fu affidata alla madre,
Margherita di Navarra, assistita da un consiglio di reggenza. Entro si trovavano il vescovo di
Siracusa Palmer, il gaito Pietro e il protonotaro Matteo de Ajello. Inizialmente la politica di
Margherita fu improntata alla discrezione e alla distensione, favorendo una politica di
riappacificazione tra la nobiltà feudale e l’ambiente della corona. Tuttavia, il buon inizio fu
inficiato dal quasi immediato modificarsi dei rapporti di forza in consiglio. Il principale
appoggio della regina, Pietro, decise ad un certo punto di abbandonare Palermo, in quanto
terrorizzato di poter finire come Maione. In questa maniera la regina, nonostante la nomina
del fedele Riccardo da Mandra al posto di Pietro, si trovava ora in difficoltà con gli altri
consiglieri. Basti sottolineare che il vescovo Palmer e d’Ajello la definiva spregiativamente
“la spagnola”. La situazione rese cauta la regina, preoccupata per le sorti del figlio, a tal
punto che arrivò a chiamare gruppi di cavalieri a lei fedeli, da Spagna e Francia, tra cui
Stefano di Perche, suo cugino. L’arrivo di questi stranieri però, non fece che rendere il
consiglio ancora più ostile a Margherita. Ancora peggio, nel momento in cui la regina
cominciò ad elargire feudi a questi cavalieri. Le malelingue contro di lei cominciarono a
diffondere la notizia secondo cui la regina avrebbe avuto relazioni non consentite con il
consanguineo Stefano. Quest’ultimo a sua volta era parecchio malvisto dall’amministrazione
regia. Stefano si era rivelato essere un rigoroso ma giusto amministratore, con una forte
dialettica moralistica e un forte senso del dovere, cosa che cozzava con il lassismo, tipico di
una ormai consolidata gerarchia di funzionari, i quali più passa il tempo, e più “si lasciano
sfuggire qualcosa, all’occorrenza”. Per di più, affronto sentito come insopportabile dagli
ambienti dell’alto clero e dalla curia regia, la spregiudicata ordinazione sacerdotale di
Stefano di Perche, in seguito imposto dalla regina come Arcivescovo di Palermo. Gli animi
tornavano a scaldarsi nuovamente, a tal punto che Stefano trovò saggio venire a patti con
gli oppositori, per evitare che la spirale di congiure e tensioni riprendesse. L’accordo però fu
duro, e una sconfitta per Margherita. Stefano, per aver salva la vita, fu costretto a rinunciare
a tutte le cariche e ad abbandonare Palermo. Nel frattempo il consiglio di reggenza si
modificava nuovamente, venendo a diventare in maggioranza ecclesiastico, e con la regina
messa all’angolo. Tale rimase la situazione fino al 1171, quando Guglielmo II assunse
direttamente il governo. Le decisioni talvolta ambigue di Guglielmo spinsero molti analisti
successivi ad indicare nelle sue politiche una delle ragioni per cui il regno normanno finì per
sfaldarsi, nonostante la personalità del re fosse ricordata come particolarmente popolare,
tanto fra la nobiltà e il clero, quanto tra la popolazione comune, a tal punto che viene
ricordato, non a caso, come “Guglielmo il Buono”, anche solo per metterne il governo a
confronto con la traumatica esperienza del regno paterno. Le fonti riportano di Guglielmo II
la sua tendenza a mantenere forte la sua prerogativa regia, per quanto riguardare i poteri
legislativo ed esecutivo. Se le condizioni politiche interne alla curia rendevano il governo una
sorta di diarchia, tra il sovrano e, di volta in volta, ora l’arcivescovo Gualtiero e ora il
cancelliere d’Ajello, il sovrano cercò attivamente di mantenere l’equilibrio di potere a
proprio favore. Ne è un segno la decisione di fondare un monastero a Monreale, poco fuori
Palermo, e quasi subito diventato sede vescovile. Era chiaro dunque l’intento di
ridimensionare l’influenza di Gualtiero. Guglielmo II fu anche attivo nella riforma
dell’apparato amministrativo. Riguardo al giustizierato, le competenze dei magistrati furono
ampliati, e i vari giustizieri diventavano membri della curia giudicante del Re. Questa
decisione rappresentava la tendenza di Guglielmo nel rendere i funzionari a capo degli uffici
centrali una sorta di agenti personali, anche ora che avevano assunto una chiara e specifica
connotazione d’incarico. I titolari degli uffici dovevano svolgere, su richiesta del re, incarichi
da lui assegnati. Ma la modifica più profonda riguardava gli uffici fiscali, finora rimasti
intoccati fin dall’epoca di Ruggero II. Le dohane venivano ampliate nelle loro funzioni, e si
istituiva una “dohana baronum” dedicata specificamente alla precisa registrazione delle
terre infeudate, dei signori che ne beneficiavano e di quanti uomini, mezzi e bestie vi
risiedevano, riguardante tutte le terre al di fuori di Sicilia e Calabria. Per le due regioni della
Gran Contea originaria, esisteva già un registro simile, dai tempi della reggenza di
Margherita, ossia il “Catalogus baronum”. Resta ancora di difficile comprensione il rapporto
tra la corona e le classi produttive cittadine. Quel che risulta chiaro è che, da ambo le parti,
vi era diffidenza. Benchè le attività produttive e mercantili urbane, specialmente delle città
marittime come Palermo e Messina, Guglielmo II sembrava ancora determinato a
supportare la tradizionale economia rurale e feudale. Di contro anche i ceti urbani
sembravano ben poco interessati a portare i propri affari fuori dalle mura cittadine, ed era
praticamente assente lo spirito di impresa e di impegno pubblico. Per tanto gli interessi regi
e quelli cittadini restavano su due binari paralleli, talvolta così vicini da causare reciproche
diffidenze, ed eventualmente tensioni. Anche la politica estera di Guglielmo II rimase ferma
sul tradizionale espansionismo degli Altavilla, sulle direttrici levantina e tunisina. Nel 1177
ad esempio, Romualdo Salernitano riporta il bisogno degli ambasciatori siciliani, durante i
trattati di pace con Venezia, di ricordare che Guglielmo II era il solo a perseguire senza sosta
i nemici del cristianesimo. E di fatto, il re spediva annualmente flotte e armati a combattere
in terre moresche, con gran dispendio di denaro e mezzi. Tuttavia, ancora adesso la politica
espansionista normanna si rivelava inefficace, nel costituire la tanto agognata supremazia
mediterranea. Negli ultimi anni della sua vita, Guglielmo II fu angustiato da un nuovo
potente rivale nello scacchiere mediterraneo. Questo era l’imperatore Federico Barbarossa,
il quale coglieva la sconfitta dei cristiani ad Hattin, nel 1187, per intervenire direttamente in
Terra Santa. La posizione di Guglielmo, già di per sé inficiata dal persistere delle interferenze
da parte delle Repubbliche Marinare, ebbe un duro colpo, nel momento in cui accettò di
scendere a patti con il Barbarossa, sperando di potersi scalare di dosso un avversario
rendendoselo alleato. Per fare ciò, Guglielmo II stabilì il matrimonio tra la sua trentenne zia
Costanza, ultima figlia di Ruggero II (nata lo stesso anno della morte paterna) con il figlio del
Barbarossa, Enrico VI di Svevia, 7 anni più giovane di lei. Quella che Guglielmo sperava essere
la svolta politica, si rivelò una condanna per la dinastia Altavilla, un’inevitabilità portata dalla
sua prematura morte, a 36 anni, senza figli, nel 1189. La sua dipartita aprì immediatamente
la crisi, che in pratica era il “bivio tra vita e morte” della dinastia. I tre schieramenti che si
vennero a formare erano quello facente capo all’arcivescovo Gualtiero e soci, i quali
sostenevano l’incoronazione di Costanza d’Altavilla come regina, facendo di Enrico il
principe consorte. In questa maniera, ritenevano di potere mantenere la dinastia
formalmente in carica, seppure, secondo le dinamiche politiche dell’epoca, il governo del
regno sarebbe comunque stato nelle mani del giovane principe. Dall’altro lato c’erano invece
Matteo d’Ajello e tutti quei nobili normanni che, sia pure in tutte le loro contese di potere,
e la loro “intermittente” fedeltà alla corona, che non erano comunque disposti ad accettare
l’incoronazione di qualcuno al di fuori della stirpe normanna, a supporto di Tancredi di Lecce,
e infine la piccola fazione facente capo a Ruggero Conte di Andria, maestro giustiziere delle
Puglie. I fatti che portarono all’elezione regia di Tancredi riportarono anche di botto sul
tavolo, le problematiche legate all’ambiguo rapporto tra ereditarietà, diritto elettivo dei
nobili e supremazia feudale della chiesa di Roma. Nel 1188, Guglielmo II era venuto a patti
con il papa Clemente III, riconfermando ancora una volta la fedeltà vassallatica dei re di
Sicilia al papa, sia pure affermando che “solo alla magna curia spettava la scelta di colui che,
tramite l’unzione, aveva diritto a sedere al vertice delle istituzioni regie”. In pratica si
confermava che, formalmente, il portatore della corona non poteva in alcun modo essere
stabilito dalla Chiesa. Eppur tuttavia l’ereditarietà della corona rimaneva sempre incerta, a
causa delle instabili consuetudini che avevano caratterizzato il dominio normanno di Sicilia
e Puglie fin dall’inizio, evidenziato dalla necessità, di volta in volta, di associare
preventivamente i propri figli al trono, per evitare eventuali opposizioni alla successione.
Tuttavia, gli eventi politici arrivarono a degenerare, al che si rese indispensabile trovare
qualcuno disposto a reggere la corona. Dal momento che la fazione vincente, quella di
d’Ajello, non poteva minimamente accettare la successione di Costanza d’Altavilla,
formalmente suo diritto, ma che apriva la strada al predominio svevo, si risolsero nella
“promotio regia” in poche parole un’elezione alla corona, del conte Tancredi di Lecce-
Altavilla. Esule ai tempi di Guglielmo I, rientrato durante il momento di riconciliazione,
Tancredi era il figlio del Duca Ruggero III di Puglia e di Emma di Lecce. Sulla sua elezione,
avvenuta nel 1191, le fonti non sono unanimi. Benchè numerose riferiscano alla sua elezione
in maniera “regolare” ossia alla sola adunanza dei nobili in Magna Curia, le incisioni di Pietro
da Eboli sembrerebbero indicare un discreto appoggio popolare. La posizione del re fu fin da
subito poco stabile. Il suo regno cominciava in un clima di crescente scontro con l’Impero,
ora guidato da Enrico VI in persona, con il riaccendersi delle tensioni tra cristiani e
musulmani di Sicilia e la ribellione dei baroni pugliesi, i quali non avevano accettato la
“sconfitta elettorale” di Ruggero d’Andria. Si aggiungeva anche il grave contrasto avuto con
il re inglese Riccardo Cuor di Leone, il quale arrivò all’occupazione di Messina per un certo
periodo. Il problema principale di Tancredi comunque rimaneva la necessità di fermare
Enrico VI, il quale appena avuta notizia dell’incoronazione del conte, si mosse subito verso il
Garigliano. Le armi di Tancredi riuscirono a resistere, e sembrò che il peggio fosse passato,
in quanto Enrico dovette ritirarsi in breve tempo, a causa del sorgere di disordini in Germania
e dell’incedere di una malattia. Tuttavia Tancredi non riuscì a godere a lungo della corona,
in quanto una malattia lo stroncò nel 1194. Suo figlio Ruggero morì prima di lui, e l’unico in
grado di succedergli fu il piccolo Guglielmo III d’Altavilla, di appena 9 anni, sotto la reggenza
della madre Sibilla di Medania. Nel frattempo Enrico si rimetteva completamente, e dopo
aver stipulato accordi coi comuni del nord, e portatosi dalla propria genovesi e pisani, Enrico
cominciò una rapidissima discesa della penisola. Nel giro di una decina di mesi, il regno era
completamente nelle mani di Enrico, il quale convinse con l’inganno Sibilla a consegnarsi con
Guglielmino. Dopo aver cinto la corona di Palermo nella notte di Natale del 1194, Enrico fece
deportare l’ultimo degli Altavilla con la madre e le sorelle in Germania. Per quello che si sa,
Guglielmo III fu brutalmente mutilato e tenuto da solo in semi prigionia, fino alla morte che
lo colse a 13. Sibilla e le figlie furono invece liberate alla morte di Enrico. Il nuovo sovrano
dunque aveva in pugno il Regno, elemento indispensabile per i propositi svevi. Enrico VI
aveva infatti in animo, non soltanto di utilizzare la Sicilia come trampolino di lancio per
l’egemonizzazione del Levante, ma anche come base meridionale, per costringere il potere
papale in una tenaglia e unificare dunque l’intera penisola italiana con l’Impero, in modo da
potersi poi eventualmente stabilire in Roma, quale continuatore della tradizione imperiale
romana. Segno chiaro di tale proposito era il cosiddetto “Erbreichplan” ossia il tentativo di
rendere la monarchia elettiva imperiale come una ereditaria, guidata dagli Hohenstaufen.
Ovviamente, sempre nel rispetto delle consuetudini feudali, Enrico procedette alla
redistribuzione di terre ai suoi cavalieri germanici, in questo causando rivolte della vecchia
nobiltà, represse con violenza. Un altro elemento cardine della presa di potere di Enrico, fu
la pesantissima limitazione imposta alle città. Caso particolare a Messina, che fu sottoposta
ad una serie di magistrati di nomina e stipendio regio, che servissero l’imperatore in ogni
modo. La limitazione delle libertates cittadine e la loro sottomissione diretta alla corona, fu
un vero e proprio capolavoro politico, come dimostrò la rivolta del 1197, sembrerebbe
supportata dalla stessa Costanza d’Altavilla, che costrinse Enrico a rifugiarsi proprio a
Messina, la città che meno di tutte avrebbe dovuto supportarlo, e che invece si riscopriva
un solido appoggio. I funzionari regi presenti favorirono a Enrico tutti gli strumenti necessari
alla rapida repressione, di cui furono protagonisti due violenti baroni germanici, Heinrich
Von Kalden e Markwald Von Anweiler. La stessa Costanza, più volte sospettata di connivenza
con il fronte anti-svevo, fu costretta ad assistere a vari orridi supplizi, onde dimostrare la sua
estraneità agli avversari della corona. Un forte elemento di continuità con la politica
normanna, fu l’espansionismo nel Mediterraneo. Enrico VI non aveva perso il proposito di
costituire l’egemonia militare e politica dell’Impero sul Levante e in Terra Santa. Ne è
accenno la spedizione crociata, partita da Messina verso Acri, guidata da Von Kalden. Nello
stesso anno però, dopo l’ennesima rivolta sedata, nella quale sembrava implicata anche
Costanza, Enrico VI moriva di dissenteria, dopo tre anni di regno. A questo punto, le sorti
della Sicilia tornavano ad essere nelle mani di un’Altavilla, per l’ultima volta
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Gli Svevi

Costanza d’Altavilla e la monarchia di Federico I di Sicilia (II dell’Impero)


La regina normanna si trovava in una condizione drammatica. Vista con sospetto dai
germanici, in particolare dal gran siniscalco d’Anweiler, il quale era stato indicato come
tutore, da parte di Enrico VI, del figlioletto Federico Ruggero. Per sottrarre il bambino alle
non proprio amorevoli cure del siniscalco, Costanza era costretta a trattare con chi
tradizionalmente vantava diritti feudali sulla Sicilia, ossia la Chiesa. Scesa a patti con papa
Innocenzo III, l’autore del progetto di Monarchia Papale, Costanza ottenne la protezione del
pontefice per Federico, a patto però che la successione del giovane, una volta maggiorenne,
secondo le rigide clausole imposte da Celestino III a Tancredi, in cambio dell’avallo papale
alla sua successione. L’imposizione più importante riguardava, almeno al momento, il divieto
a Federico di accedere alla corona imperiale. Il papa voleva a tutti costi evitare che la
“tenaglia di Enrico” tornasse a minacciare l’integrità dello stato papale. Gli effetti
dell’accordo stretto furono evidenti rapidamente. La chiesa tornò a recuperare ampia
influenza nel regno, mentre il potere di Anweiler andò sempre più diminuendo. Ma la
improvvisa morte di Costanza tornava invece a mutare gli equilibri, mostrando ancora una
volta gli altalenanti mutamenti politici che caratterizzarono sempre il regno. Nel 1198, la
compianta regina e imperatrice (ci piace ricordarla così N.d.A.) muore, lasciando la tutela di
Federico a Innocenzo III, e facendo imporre un consiglio di reggenza formato da quattro
vescovi, guidato dal vescovo di Catania Gualtiero Palearia. La situazione era matura per
l’ennesima contromossa dell’Anweiler, sbarcato a Trapani l’anno successivo, con l’intento di
recuperare il controllo dell’Isola, avvenuto con l’occupazione di Palermo. La monarchia
federiciana dunque non si apriva sotto i migliori auspici. Nel 1208, il sovrano raggiungeva la
maggiore età, ma si trovava affranto da problemi su tutti i fronti. In Sicilia, le strutture statali
erano in declino, la situazione sociale e feudale era instabile. A ciò si aggiungevano la difficile
situazione economica, i contrasti crescenti col papato e le turbolenze in Germania, seguite
all’assassinio del Duca di Svevia Filippo e le pretese di Ottone di Brunswik al trono siciliano.
Onde posizionare sul trono imperiale un “uomo della Chiesa” Innocenzo III e il re di Francia
brigarono per fare eleggere proprio Federico, che rimase dunque fino al 1216 lontano dal
regno. Certo Innocenzo non poteva pensare che il suo pupillo sarebbe in breve diventato, ai
suoi occhi, l’Anticristo in persona. Al ritorno in Sicilia dunque, Federico doveva fare i conti
prima di tutto con i dissapori degli arabi di Sicilia. Le posizioni del sovrano nei loro confronti
furono inizialmente dure, nonostante la vivace curiosità di Federico, nei confronti della loro
cultura, e i suoi gusti orientaleggianti, facessero credere il contrario. La crescente
espropriazione di beni arabi a favore di latini, oltre che l’arrivo di nuove genti dall’Africa,
provocarono tensioni, che si tradussero spesso in rivolte. Sebbene non si abbiano particolari
notizie sulle frizioni tra le due componenti, è nota principalmente la cacciata degli arabi dalla
valle del Monte Jato, nel 1246, la loro deportazione a Lucera e la finale clemenza di Federico,
a tal punto che gli arabi di Lucera divennero un importante base di appoggio della sua
corona. Ma la cosa che più premeva al sovrano era di ridurre all’ordine la prepotente
feudalità e ricostituire i solidi apparati amministrativi che furono opera del nonno Ruggero
II.
Le Costituzioni di Melfi: Identità della Monarchia e Politica interna
Nel 1220, Federico riunì il “parlamento” in Capua, dove vennero promulgate le omonime
Assise, divise in 20 capitoli, preparatorie alle future e ben più note Costituzioni di Melfi. Sulla
legislazione federiciana, la storiografia ha discusso a lungo. Gli ideologi della “modernità”,
se già avevano visto nella monarchia Ruggeriana una grossa differenza con tutti gli altri regni
medievali, Federico II viene identificato letteralmente come “il monarca moderno in epoca
medievale”. Ma purtroppo le visioni ideologiche lasciano il tempo che trovano. Sebbene
Federico II, come anche il nonno, abbiano lasciato alla storia elementi che furono, per forza
di cose involontariamente precursori delle monarchie di fine medioevo e di età moderna, è
pure chiaro che entrambi furono ben lontani da rappresentare ciò che la storiografia più
ideologica vuole. Ruggero II e Federico II furono sovrani medievali, perfettamente inseriti
nell’ottica medievale. Nel contesto di Capua, Federico ebbe senza dubbio il merito di andare
a ricostituire, non senza difficoltà, tutto quel sistema di prerogative regie stabilite già ai
tempi di Guglielmo II, avviando un’importante operazione di revisione e abrogazione di
concessioni e privilegi feudali. Questa specifica azione, istituita nella norma “De resignandis
privilegii” venne riletta a posteriori come una attiva politica antifeudale, da parte di Federico
II, ma la realtà è quanto mai opposta. La revisione dei feudi, altro non era che una
prerogativa regia, in Sicilia come altrove, poiché i feudi esistevano solo su concessione del
sovrano stesso, come evidenzia la dizione “salvo mandato et ordinatione nostra”. La
esistenza dei feudi (indispensabile all’epoca) non era in discussione alcuna. Però senza
dubbio, Federico stabilì quanto era possibile per ridurre all’obbedienza i nobili, ed evitare
che i loro interessi feudali andassero a contrapporsi, se non sovrapporsi, a quelli della
corona. Le fonti dell’epoca mostrano comunque che, sia per le Assise di Capua, che per le
Costituzioni di Melfi, l’affermazione delle prerogative e dei poteri della Corona, non
trovarono sempre (anzi in maniera assai limitata) la corretta realizzazione pratica. Le
revisioni portarono certo alla revoca di concessioni, ma queste avvennero in maniera
abbastanza lenta, come anche la emissione dei diplomi che garantivano privilegi e
concessioni ad altri nuovi nobili. Federico riuscì anche a ristabilire parzialmente il demanio
regio, recuperando il controllo di importanti castelli e fortificazioni nel regno, e si affidò ai
giustizierati, nell’opera di razionalizzazione delle concessioni feudali. Tuttavia, ad inficiare
tale processo vi erano elementi deleteri dell’amministrazione siciliana, quali l’ampiezza di
certi privilegi, che rendevano difficili le azioni giuridiche intentate dalla corona, oltre che la
frequente assunzione dei giustizieri provinciali, proprio tra quella aristocrazia terriera che si
voleva tenere a freno. Alla corona però veniva riservata la “clausola salutaris” ossia il diritto
di revocare i feudi, nel momento in cui le necessità della corona lo richiedevano. Va
comunque detto che, la corona intesa da Federico non era tanto quella di Sicilia, quanto più
quella imperiale. Nonostante il territorio nominare di Federico fosse la Sicilia, egli si sentiva
prima l’Imperatore germanico, e poi il Re di Sicilia, cosa che inevitabilmente trasportò il
regno entro un’orbita di interessi e politiche, ad esso estranee. Quindi questa è già una prima
visione di come la politica di Federico II non fosse poi così sovversiva in termini di ordine
sociale. Le strutture finanziarie e fiscali vennero lasciate più o meno intatte, a parte la
modifica dei “secretii” incaricati di gestire le proprietà del demanio regio. Queste i
occupavano di registrare le entrate doganali di mari e terre, della gestione di castelli, boschi
aree coltivate, dello stipendio dei funzionari civili e militari dipendenti dalla corona. Questi
funzionari, direttamente al soldo del re, dovevano favorire l’autonomia della corona dai
membri dell’aristocrazia, i quali in epoca normanna erano ampiamente infiltrati nel tessuto
pubblico. Fra i funzionari più famosi che servirono alla corte di Federico II fu il letterato Pier
delle Vigne, l’iniziatore di una specifica classe di notai, atti alla redazione di documenti e
diplomi, entro uno stile scrittorio maestoso e altisonante, noto come “Stilus Supremus”.
Questi notai erano denominati “dictatores”. Poiché l’avere funzionari a lui fedeli, e al proprio
soldo, era un elemento di notevole importanza per il potere della corona, Federico impegnò
risorse nella creazione di studii adatti alla formazione di personale amministrativo. Nel 1224
ad esempio, nasceva a Napoli lo Studium Generale, all’interno del quale vi erano tutte le
facoltà meno quella medica, appannaggio della eccellente Scuola Medica Salernitana,
ancora oggi esistente. Da Capua in poi, ci furono ulteriori diete negli anni successivi, a
Messina, una prima a Melfi, a Siracusa, a San Germano, ed infine, nuovamente a Melfi, per
il raggruppamento definitivo del corpo di leggi noto come “Augustales” o più semplicemente
come Costituzioni di Melfi, nel 1232. L’opera metteva insieme principi giuridici e normativi
propri della tradizione augustea, giustinianea e arabo-musulmana, divenendo così un
ricchissimo esempio di legislazione medievale. Esse consistevano di tre libri e un proemio.
L’inizio era in poche parole una disamina dell’origine del potere in terra. Di seguito i tre libri
ripartivano le nuove norme in tale forma:
Primo Libro: Lotta all’eresia, Norme sul crimine di Lesa Maestà, diritto penale, definizione e
chiarificazione delle funzioni e degli incarichi degli uffici centrali.
Secondo Libro: Norme procedurali di varia natura.
Terzo Libro: Materia di successione, matrimonio, eredità ecc…) giurisdizione dei giudici regi,
diritto feudale e demaniale.
Le Augustales ebbero successive aggiunte, dette Novae Costitutiones, che ne ampliarono i
contenuti, ma a livello complessivo, ben di rado andarono al di là di una semplice definizione
delle regole di base del regno, delle funzioni e della prerogativa regia. Certo l’articolazione
delle Costituzioni potrebbe far pensare ad un esempio di monarchia costituzionale ante
litteram, eppure la realtà dell’epoca federiciana è praticamente agli antipodi. Quel che è
certo è l’intento col quale Federico portava alla stesura di tale documento. Il re e imperatore
aveva principalmente l’interesse, in perfetto meccanismo feudale, di rendere il Regno di
Sicilia come una base patrimoniale sicura, piuttosto che garantirne il benessere, sociale ed
economico. Il tutto nell’ottica di una politica principalmente votata alla causa imperiale. Le
stesse Costituzioni, nel linguaggio sacrale utilizzato, confermano come Federico facesse
derivare le leggi decise per il regno, non tanto dalle necessità e dalle istanze del regno stesso,
quanto più dal potere universale dell’impero, che egli stesso incarnava. Onde cercare di
rendere il suo potere in Sicilia il più stabile possibile, Federico attuò anche una serie di
riforme che, ai più, farebbero pensare ad un vero e proprio monarca assoluto. Abbiamo già
visto gli estremi dell’apparente ristrutturazione dello stato e della società, che però
rimanevano più o meno com’erano fin da prima. Il sistema feudale e la base agraria
dell’economia erano fuori discussione. Fu dunque, la volta delle città. Secondo quanto
sancito dalle Novae Costitutionae, le città si ritrovavano ora fortemente penalizzate.
Vennero imposti monopoli di stato, su vari tipi di merci, ovviamente penalizzando le forze
mercantili. Ma soprattutto sancì una pesantissima limitazione delle libertates cittadine, cosa
che provocò la progressiva subordinazione delle città al potere feudale, che rimaneva
comunque forte. Federico II fu celebre per la sua totale avversione a qualsiasi “velleità di
assemblea elettiva” posta alla guida di una città. Certo il sovrano svevo comunque non
ignorò la funzione di eventuale base d’appoggio giuridico, rappresentata dalle città, ma di
fatto, come scrive Francesco Calasso, “se ne serviva in maniera limitata e solo nei metodi a
lui graditi”. Com’è chiaro, questa nuova condizione fece imbestialire le città, e non furono
poche a manifestare il proprio malcontento. La più attiva in tal senso fu Messina, una delle
città che inizialmente fu tra le più favorevoli agli svevi, e che ora rendeva necessario a
Federico, inviarvi il giustiziere Riccardo di Montenegro, con l’ordine specifico di non tollerare
la minima inosservanza delle nuove leggi. Il malcontento cittadino, tanto a Messina quanto
in altre città, dimostrò però un elemento che sarà costante nella storia isolana. Le città
difficilmente riuscivano ad uscire al di fuori dei propri limitati interessi, finendo anche più
spesso a ostacolarsi tra loro, che non a costruire un fronte comune. È principalmente questa
la ragione per cui Federico II riuscì sempre e comunque a venirne a capo con facilità,
mettendo in luce come il sovrano non fosse riuscito minimamente a capire la funzione e le
grandissime potenzialità economiche che le città favorivano, prima fra tutte Messina,
letteralmente la chiave delle rotte marittime del Mediterraneo. E le loro condizioni non
fecero che peggiorare, nel momento in cui le necessità dell’impero richiesero l’inasprimento
di tasse e gabelle, oltre che l’introduzione di nuove imposte. Prima fra tutte la
trasformazione della “collecta” un’imposta straordinaria procapite, in una “generalis
subventio”. La gabbia fiscale imposta sul regno, che persino gli estimatori più profondi di
Federico II, quali Ernst Kantorowicz, consideravano una scelta deleteria, era improntata
principalmente all’ingrandimento del patrimonio regio, piuttosto che a costruire una vera e
propria economia di stato. Un’altra fonte economica, quella primaria del regno, che
continuò a soffrire fortemente, arrivando ad una progressiva e lenta depressione, fu
ovviamente la produzione agricola e il mondo delle campagne. Se l’assetto sociale e politico
rurale non veniva modificato particolarmente, è comunque evidente un tentativo di
ammodernare e rendere più desiderabile il mestiere da contadino. Federico II si impegnò ad
emettere leggi che vietassero la requisizione per debiti di attrezzi, animali e raccolti ai
contadini e incoraggiò l’estensione delle colture e la sua diversificazione. Diede inoltre
l’impulso per la creazione di masserie regie, controllate direttamente dalla corona. Sebbene
le fonti a riguardo siano saltuarie, si deduce comunque che le innovazioni apportate, e la
preoccupazione per i ceti contadini, è chiaro che comunque l’interesse di Federico non era
tanto “popolare” quanto più di mera funzionalità. Ne è un esempio la “pacca sulle spalle”
dell’imperatore ai rustici di Santo Stefano del Bosco, in Calabria. Vessati da pesanti gravami,
dal vescovo della città, Federico riconobbe l’imposizione di lunghi periodi di lavoro non
pagato come inopportune, eppure al di fuori di una semplice lettera di vicinanza ai contadini
in causa, non fece altro. L’estensività delle colture, la pesantezza fiscale e i ritardi
nell’elargizione dei cosiddetti “reintegratores feudorum” si andavano dunque ad aggiungere
alla generale crisi dell’agricoltura, in un mondo dove sempre più gente cercava di
allontanarsi dalle campagne, non più vantaggiose, in cerca di condizioni di vita migliori, come
attestano le numerose fughe di villani da Cefalù, nel 1244. La causa era da ricercarsi nel fatto
che la legislazione poneva ancora su certe categorie di agricoltori, pesanti limitazioni della
persona, oltre che numerosi obblighi lavorativi. Una condizione di lavoro non libera dunque,
e che riduceva i contadini a povertà estrema. E non furono pochi i consiglieri e i funzionari a
suggerire (talvolta ad implorare) il re, a diminuire le tasse. Ne è un esempio l’accorato
appello di Tommaso di Gaeta, il quale parlava di “asciugare le lacrime del popolo e
risollevarne l’animo”. La crisi della produttività, specialmente cerealicola, è evidenziata
invece da un episodio quanto mai significativo. Nel 1246, il “portulanus” (sorta di doganiere
portuale) di Messina lamentò presso il re l’acquisto eccessivo di carichi di frumento siciliano,
da parte di mercanti della zona di Taranto e di Terra del Lavoro, terre note per la loro
notevole resa agricola. La situazione economica pertanto, sia nelle città che nelle campagne,
non era delle migliori, ed era mantenuta sotto lo sforzo delle necessità di politica estera, più
dell’impero che del regno di Sicilia, uno sforzo con cui l’Isola e il Mezzogiorno non potevano
minimamente competere. Gli unici che riuscivano a trarre vantaggio da questa situazione,
erano i commercianti delle repubbliche marinare e dei comuni settentrionali, interessati a
vendere i propri manufatti in cambio di materie prime. Ne è testimonianza l’ampliamento
degli arsenali navali, specie in città come Messina, Palermo, Napoli e Gaeta. Un ultimo
elemento che attesta la volontà di Federico, di porre sotto il più stretto controllo lo stato,
erano la costituzione di un’efficacie rete di controllo spionistico, e soprattutto la costruzione
di quella che oggi chiameremmo “cultura di stato”. La formazione pratica dei funzionari,
svolta dallo Studium generale di Napoli, non era l’unica creazione federiciana in tal senso. Il
sovrano svevo aveva una cosa in comune con il nonno materno, ossia la sua grande curiosità
scientifica e l’amore per le lettere e la poesia. Si sa di Federico che era una persona
profondamente acculturata. Parlava correntemente sei lingue, e la sua lingua madre era più
il volgare siciliano che non il tedesco, come attesta infatti la riunione di letterati e poeti in
quella che verrà definita la Scuola Poetica Siciliana. Il sovrano era profondamente convinto
che la cultura non fosse soltanto un elemento da limitarsi ai singoli individui, ma che dovesse
invece essere sfruttata come un mezzo di rafforzamento e controllo delle istituzioni del
regno, oltre che un metodo per legittimare la politica regia. Un politico noto per essere
anche un uomo di cultura, ha maggiori possibilità di essere considerato adatto a ricoprire
determinate cariche, oltre che di dare una immagine del regno come di uno stato più che
solido, poiché retto da uomini savi e preparati. Non solo dunque la ricerca di una funzionalità
a livello amministrativo, ma anche l’aspetto propagandistico era importante nella
concezione federiciana della cultura, al di là delle sue personali tendenze. Non è dunque un
caso, che alla corte federiciana, i funzionari impiegati agli uffici centrali, spesso venissero
fatti coincidere, per ordine di Federico stesso, con figure di spicco del mondo culturale e
letterario. Il personaggio che forse più di tutti ha rappresentato questa tendenza a far
coincidere mondo culturale e mondo politico, fu il grande letterato medievale Pier delle
Vigne, giudice imperiale, e poi logoteta e protonotario, nonché una figura di spicco nello
sviluppo del volgare di scuola siciliana. Le tendenze culturali di Federico aiutano a costituire
un quadro della dimensione ideale e della percezione della realtà dell’epoca. Una società la
cui cultura era incentrata principalmente sulle discipline matematiche e scientifiche, il tema
centrale dell’opera di Federico, intitolata “De Arte venandi cum avibus”. Opera ricca di
miniature, il De Arte venandi metteva in mostra la tensione di Federico nel ricercare le
risposte alla base della realtà naturale per mezzo di procedimenti empirici, sorretti da prove
oggettive. Un modo di analizzare la realtà di certo originale per l’epoca e che i molti
potrebbero vedere come una sorta di “positivismo all’antica”. Era dunque obbiettivo del
sovrano, fare in modo che la scienza non si limitasse ad una asettica affermazione della
realtà, quanto più all’indagine profonda della stessa, al fine di ottenerne qualcosa di utile.
Sta proprio nel proemio dell’opera la frase più significativa di tale tensione:
“Abbiamo seguito, dov’era necessario, anche Aristotele […] non seguiamo in tutto il principe
dei filosofi, poiché raramente o forse mai, egli esercitò la caccia agli uccelli […] al contrario
noi ce ne siamo sempre occupati e dilettati”

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La Politica Estera: Impero e Papato
Come già detto, le trasformazioni, per quanto limitate e alla lunga più dannose che altro,
apportate nel Regno di Sicilia federiciano, avevano uno scopo ben preciso. E ciò non era di
certo il benessere stesso del regno, quanto più renderlo una base di potere e patrimoniale
il più stabile e sicura possibile per l’imperatore. In un clima di generale contesa, all’interno
del territorio imperiale, Federico II si trovava nella difficile situazione di dover ridurre i
comuni del Nord Italia all’obbedienza. Ma soprattutto, il grande rivale di Federico rimaneva
inevitabilmente la chiesa romana, guidata, nel corso dei 46 anni di regno federiciano, da
pontefici non proprio remissivi nei confronti delle pretese imperiali. In particolare si
ricordano Innocenzo III e Gregorio IX. In particolare il secondo, fu un acerrimo rivale di
Federico, come attesta la sua affermazione, secondo cui l’imperatore altri non fosse che la
personificazione del demonio, l’Anticristo in terra. Sotto il pontificato gregoriano infatti,
proliferarono ampiamente dicerie e pettegolezzi su Federico, talvolta supportati da fatti reali
e ingigantiti il più possibile. Una prassi politica ancora oggi più che attuale. Un esempio di
ciò può essere la prolifica corrispondenza epistolare tra Federico II e quello che si potrebbe
definire il suo alter ego curdo-arabico, ossia il sultano mamelucco Malik Al Kamil d’Egitto. I
due sovrani erano allo stesso modo curiosi e affascinati dai reciproci mondi, a tal punto che
intrattenevano corrispondenze, in particolare impostate sui continui quesiti, di carattere
filosofico, religioso, scientifico, che Federico chiedeva ad Al Kamil, di sottoporre ai suoi dotti
di corte. Ovviamente, tale rapporto amichevole tra i due fu una manna dal cielo per il papato
e gli ambienti guelfi, o comunque più ostili all’impero. Federico veniva dunque accusato
d’essere “apostata e maomettano”. Eppure l’imperatore, anche a fronte di continue contese
e discussioni, finanche alla scomunica, non tentò mai una risposta brutale o eccessiva nei
confronti della chiesa, anzi cercò spesso e volentieri d’essere conciliante, e di costruire un
dialogo pacifico, in quanto la legittimazione papale e religiosa rientravano
irrinunciabilmente nei suoi disegni di costruzione di un universalismo a guida imperiale.
Ovviamente ciò finiva per contrastare con l’uguale e opposta ambizione papale, di far
diventare la chiesa il fulcro universale dell’Europa medievale. Ne è dimostrazione l’accordo
stretto a Ceprano tra Federico II e il Papa Gregorio nel 1230. All’indomani del concordato
stipulato con Malik Al Kamil, circa la città di Gerusalemme, che causava la reitera della
scomunica, e l’interdetto papale sulla città santa, in quanto Federico si fece incoronare Re
di Gerusalemme nella basilica del Santo Sepolcro da scomunicato, l’imperatore decideva di
attuare un’azione di forza, ma appunto non indirizzata a danneggiare il papato in alcun
modo. Lo sbarco ad Ostuni nel 1230 e la successiva avanzata imperiale verso Roma, spinse
il papa a scendere a più miti consigli. Incontratisi prima alla cattedrale di San Germano in
Cassino e poi a Ceprano, i due giunsero ad un accordo di pacificazione, che tuttavia non fu
altro che una tregua. Di fatto nessuno dei due fulcri di potere rinunciò alle proprie pretese.
Un altro esempio che testimonia, la volontà di Federico di fare appoggio anche sulla Chiesa,
per il suo piano, era la sua disponibilità perpetua nella lotta agli eretici. DI fatto, il regno
federiciano in Sicilia vide un amplissimo sforzo di ricerca e condanna di tutti coloro che, più
che opporsi alla chiesa, si opponevano alla corona. Infatti Federico utilizzò il “pretextum
ereticorum” per avviare una serrata caccia agli oppositori, a tal punto che, oltre al clima di
paura e insicurezza crescente, persino la chiesa arrivò a ricordargli di distinguere tra “heretici
et errantes” ossia tra chi commetteva crimine contro la chiesa e le sue leggi, e chi invece
contro la corona. Con ciò si conclude il resoconto generale di ciò che la monarchia di Federico
I di Sicilia (II dell’Impero) è stata e non è stata. Non un apogeo, non uno stato moderno in
“epoche triste” semplicemente un regno medievale. Con le sue glorie e le sue originalità,
certo, ma che di fatto rimase perfettamente integrato entro quelle che erano le dinamiche
dell’epoca, e non avrebbe potuto essere in altro modo. Stessa cosa la si potrebbe dire di
Federico stesso. Un personaggio controverso, affascinante, con i suoi profondi difetti ma
anche col suo grande valore storico.
Corrado, Manfredi e Corradino: Il declino degli svevi
Federico II morì, affranto e stanco, nel 1250, a Fiorentino di Puglia. All’età di 56 anni, non da
poco all’epoca, il re aveva già dovuto affrontare, specialmente negli ultimi anni non poche
defezioni tra i suoi “fideles”, come anche la grande delusione per l’arresto, a seguito di
un’accusa di corruzione, del fedele Pier delle Vigne. Accusa mai chiarita, e che portò il
letterato al suicidio, donde la sua presenza nel girone dei suicidi della Divina Commedia. Per
non parlare poi della grave sconfitta militare di Vittoria (Parma) nel 1248, che vide la cattura
e la prigionia del figlio di Federico, Re Enzo di Sardegna. Alla morte di Federico II, il Regno di
Sicilia piombava nel caos. Il clima che il defunto sovrano aveva costruito nel regno, diede
ampio spazio al misticismo e quindi alle infiltrazioni dei primi predicatori pauperistici, come
francescani e domenicani. Come se non bastasse, moltissime aree del regno vedevano
l’occasione giusta per recuperare quelle prerogative e libertates che da tempo gli erano
negate. Per eredità, le corone di Sicilia, Gerusalemme e di Germania passavano al figlio
Corrado di Svevia, il quale non venne però incoronato imperatore. Il nuovo sovrano, essendo
impegnato in Nord Italia e in Germania, onde cercare di costituire una rete di alleanze stabili
e quindi una situazione di pace territoriale e militare, inviava in qualità di reggente per la
Sicilia, il fratello Manfredi. Il reggente entra nel regno nel 1251, trovandosi quasi subito a
dover condurre la repressione delle rivolte anti-sveve scoppiate specialmente in area
campana e pugliese, dove in particolar modo le città volevano approfittare della debolezza
della monarchia muovendosi sulla linea di interessi legati alla nobiltà. Di fatti la proprietà
terriera era la fonte economica dalla quale tutte le altre dipendevano nel Regno, e non è
troppo strano che le città, al fianco della creazione di consigli cittadini e di statuti organici,
siano infine andate a costruire una serie di vincoli e accordi con la nobiltà feudale, quella
parte della società che meno di tutte avrebbe dovuto approvare l’autonomismo urbano. La
presenza di tali vincoli metteva dunque in luce la persistenza dell’influenza (e presenza fisica)
feudale entro gli organismi cittadini e quindi la profonda convergenza, o meglio la
subordinazione dell’una all’altra, tra interessi urbani e nobiliari. Se le Puglie e la Campania
erano un bollore, la Sicilia e la Calabria rimanevano più quiete, anche se la situazione era
comunque tesa anche da quelle parti. Nel 1251 anzi, si insediava a Messina il maestro
giustiziere Pietro Ruffo, il quale cercherà di mettersi motu proprio alla guida di Sicilia e
Calabria, di contro al reggente Manfredi, che si vedeva rigettati a furor di popolo, i suoi
emissari da Messina. Manfredi dovette dunque penare nel riportare ordine in Puglia, ma
dovendo anche confrontarsi col persistere delle opposizioni nel napoletano, e la complicata
scacchiera politica con Ruffo. Nel 1252, Corrado I di Sicilia (IV di Germania) annuncia la sua
decisione di riscendere in Italia e in Sicilia a porre ordine, e ciò sembra rinsaldare gli animi
ghibellini. Tuttavia, la discesa fu lenta, e nel 1254, dopo che il Papa Innocenzo IV aveva deciso
di scomunicare il Re di Sicilia, in modo da poterne offrire la corona al suo candidato,
Edmondo il Gobbo, figlio cadetto di Enrico III d’Inghilterra, Corrado IV venne colto da
prematura morte a Lavello. La sua scomparsa gettò nuovamente scompiglio, tanto in
Germania, quanto in Sicilia. Il successore, Corrado II (V di Germania) detto Corradino per la
giovane età, venne inizialmente patrocinato dallo zio Manfredi, il quale intercedette presso
i Innocenzo IV per difenderne i diritti. Il papa dal canto suo ricordò a Manfredi la giovane età
del reuccio, e che, dati i vincoli feudali che la chiesa vantava sul regno di Sicilia, la reggenza
sarebbe dovuta spettare al Papa. Manfredi fu inizialmente disposto ad accettare, ma al
contempo si preparò all’attacco del papato, in modo da ottenere “alla vecchia maniera” il
potere sul regno. Mentre la tutela di Corradino veniva affidata a Bertold Von Hohenburg, e
al Ruffo confermata l’amministrazione di Sicilia e Calabria, rifiutando ancora di scendere a
patti con Manfredi, quest’ultimo cominciò a poco a poco a tessere la sua rete di alleanze. I
primi accordi preliminari, fatti con la feudalità calabrese e siciliana, permisero al reggente di
indebolire la posizione del Giustiziere Ruffo, già di per se in difficoltà, a causa della morte di
Innocenzo IV nel dicembre 1254. Di fatto, Ruffo cominciò a subire non poche rivolte in Sicilia,
ed è esemplare il fatto che ad un certo punto, semplicemente non riuscì più a gestirle, e fu
costretto alla fuga in Calabria. Nel frattempo, a Messina si andava a formare un primo vero
asse di città, congiunte nel comune obbiettivo di evitare l’eventuale restaurazione sveva.
Tale unione venne definita, da Bartolomeo Neocastro, “repubblica di vanità” i cui leader
intendevano porla sotto l’egida della chiesa, come attesta la vivace accoglienza riservata
all’inviato papale Rufino da Piacenza. Tali avvenimenti spingono Manfredi a stringere i
tempi, intervenendo direttamente in Sicilia. Sostenuto da alcuni nobili, tra i quali Federico
Lancia e Enrico Abate, il reggente riesce a rimettere l’intera isola sotto il suo controllo, nel
1257. L’anno successivo, sembrerebbe con la diffusione della falsa notizia della morte di
Corradino, Manfredi si faceva incoronare Re di Sicilia. La sua posizione era tecnicamente
sancita dal testamento di Federico II, in quanto Manfredi poteva ereditare, in caso di morte
di Corrado e Corradino senza figli. Tuttavia le tensioni nell’isola non rimasero sopite a lungo.
Re Manfredi, una volta incoronato, partì immediatamente per il nord Italia, nel tentativo di
pacificare i comuni. Rivolte tornarono a bruciare l’isola, il cui acmé fu l’assassino dello zio di
Manfredi, Federico Maletta, cui era demandata la reggenza dell’Isola, nel corso della
sollevazione di Erice, nel 1258. Iniziò così una rinnovata stagione di repressioni, che si
concluse nel 1262, ad opera di Federico Lancia, Enrico Ventimiglia e Riccardo Filangieri. La
situazione esplosiva metteva in luce quanto la posizione di Manfredi fosse fragile. Al netto
di mercenari e parenti nei posti chiave, il regno di Sicilia, ancora feudale, basava una
amplissima fetta della sua stabilità sulla nobiltà terriera, e un’altra crescente sulle città. Ed
entrambe queste categorie, non sempre per motivi convergenti, si sentivano ormai
irrimediabilmente avverse alla monarchia degli Hohenstaufen. A questo punto Manfredi,
onde avere un po’ di tranquillità per riassettare il regno, non poteva fare altro che cercare
un’intesa con il papa francese Urbano IV, il cui pontificato fu breve, ma decisamente
improntato al rafforzamento del guelfismo in Italia, e impegnato in trattative con Luigi IX di
Francia, nel tentativo di portare un ramo della monarchia francese in Sicilia. La situazione
crollò definitivamente nel 1264. La morte di Urbano portò sul trono papale un altro francese,
Clemente IV, il quale ottenne la disponibilità del conte di Provenza, Maine e Anjou, Carlo,
fratello del re di Francia, a cingere la corona di Sicilia, al patto di strapparla a Manfredi. Lo
scontro tra i due avvenne nella tragica battaglia di Benevento, nella quale re Manfredi di
Sicilia trovò la morte, finendo nel purgatorio di Dante. Con la vittoria, Carlo d’Angiò
procedette la sua avanzata nel regno, incontrando inizialmente benevolenza e sostegno.
Cominciava così, con un misto di preoccupazione ma anche di ottimismo, l’esperienza
angioina in Sicilia e Mezzogiorno.

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Gli Angioini

La Monarchia di Carlo I
Dopo l’incoronazione nel 1264, Carlo si trovava padrone del Regno. Le resistenze,
specialmente da parte filo-sveva, furono fiacche e divise tra loro, permettendo dunque al
nuovo re di acquisire il controllo totale del territorio. Nonostante tutto, le violenze portate
avanti dagli angioini non furono poche. Fin da subito le durissime repressioni, i saccheggi, le
numerose espropriazioni, resero quasi subito la figura dell’Angiò ostile ai molti,
specialmente in Sicilia e Calabria, dove il lealismo verso gli svevi era decisamente maggiore
che altrove. Carlo I entrò a Napoli poco dopo la battaglia di Benevento, e interpretò
l’accoglienza della città come un sentimento generale nel regno. I napoletani accolsero
festanti l’angioino, e in città si erano riuniti parecchi nobili di parte guelfa e anche ghibellini
che avevano deciso di voltare le spalle a Manfredi, facendogli per giunta dono di una corona
appartenuta a Federico II. Tuttavia, fin da subito Innocenzo IV ammonì il nuovo sovrano. I
metodi brutali e ingiusti di Carlo, nel mettere in ordine il paese, la sua apparente indifferenza
ai contrasti tra i nuovi nobili francesi e la nobiltà locale e la sua eccessiva fiducia nelle
amministrazioni locali e nel favore popolare, mettevano il re nelle condizioni di “tenere
sempre addosso la corazza, la mano sulla spada, e un esercito stretto a se”. È pur vero che,
almeno inizialmente, Carlo fu in grado di intercettare le istanze di quelle fasce sociali che
avevano maggiormente sofferto sotto la monarchia sveva, prime fra tutti, le grandi città del
Regno, tanto in Sicilia quanto nel Mezzogiorno. Passata la prima decina d’anni, la situazione
interna era di nuovo instabile ai livelli del periodo di Manfredi. La fiducia di quanti avevano
inizialmente festeggiato l’Angiò, sperando in un rapido miglioramento della situazione, era
andata scemando. I contrasti con la chiesa, cui l’angioino era formalmente sottoposto (e
fortemente indebitato) si andavano ad aggiungere alla ripresa d’animo dei ghibellini. Se è
vero che l’epoca di Manfredi non venne generalmente rimpianta da nessuno, la notizia che
il nipote tredicenne Corradino, vivo e vegeto, stava scendendo in Sud Italia, fu come benzina
sul fuoco per il regno. L’impresa di Corradino fu anche ovviamente parecchio mitizzata,
parliamo infondo di una coraggiosa cavalcata, da parte di un tredicenne alla testa di un
esercito, contro un avversario di gran lunga più potente, oltre che più grande. E l’impatto
emotivo della cosa fu fortemente amplificato dopo il suo tragico epilogo. Nel 1268,
Corradino entra nel Regno di Sicilia, e cerca di raggiungere Lucera, dove i saraceni filo-svevi
erano in rivolta. Carlo intercettò l’armata angioina a Tagliacozzo, dove la battaglia tra i due
ebbe luogo. La strategia angioina, ideata dal cavaliere Erard de Valéry, portò gli svevi alla
sconfitta. Corradino cercò di scampare alla morte fuggendo verso Anzio, ma venne infine
accolto con l’inganno dal ghibellino Giovanni Frangipane, il quale poi vendette il giovane
all’Angiò. Corradino venne dunque tradotto a Napoli e condannato alla decapitazione. La
condanna seguiva certamente la logica di potere. Per un sovrano che domina con la forza, e
che non ha rappresentato un alternativa migliore alla precedente casata, non può
permettersi di lasciare in vita l’ultimo pretendente di quest’ultima. Tuttavia, la giovane età
del reuccio, al netto di ciò che era riuscito a fare nonostante tutto, poteva essere un’azione
potenzialmente fatale per l’Angiò. Far dipendere la condanna da quanto stabilito per legge,
per altro dalle stesse Costitutiones federiciane, non era saggio. Perciò Carlo d’Angiò puntò
sulla ragione religiosa. Non stava condannando Corradino perché aveva messo in
discussione la corona d’Angiò, bensì la chiesa dalla quale derivava quella corona (Una
giustificazione che manca di forza persuasiva cit.) Com’è ormai chiaro, viste le tendenze
costanti, presenti nel regno finora, tale pretesto non servì ad evitare la rabbia e il panico,
oltre che l’ulteriore deteriorarsi dei rapporti anche con la Chiesa, che si vedeva ora indicata
come una sorta di “co-responsabile” dell’atto di Carlo. Le rivolte anti-angioine ripresero
quasi subito. Le Puglie e la Campania vennero pacificate duramente dal re in persona. La
Sicilia invece, veniva sottoposta al pugno di ferro di Guillaume Etendart, ricordato da Saba
Malaspina come “miles atrox” per la ferocia dei suoi metodi repressivi e dei suoi saccheggi.
La mancanza di supporto tra amministratori e nobili locali spinse dunque l’angioino a
poggiarsi sempre di più su uomini di fiducia provenienti da oltralpe. Molti nobili regnicoli
finirono uccisi, spogliati d’ogni cosa, e in molti esiliati. Gran parte di questi trovarono rifugio
in quello che sembrava ormai l’ultimo scoglio dei filo-svevi, ossia la corte d’Aragona,
governata da Pietro III d’Aragona, e dalla moglie Costanza II di Sicilia, figlia del Re Manfredi.
Frattanto, Carlo I proseguiva nella sua opera di assoggettamento del regno ad una
amministrazione e controllo prevalentemente francesi. Si sa infatti, attraverso i registri delle
donazioni feudali, quanto Carlo sia stato prolifico nella creazione di cavalieri, i quali spesso
venivano infeudati di insediamenti urbani, anche di quelli che avevano attivamente
supportato l’Angiò, sperando di recuperare autonomie e privilegi. La legislazione in materia
feudale rimase praticamente inalterata, rispetto l’età normanno sveva. La legislazione
federiciana veniva ripresa interamente, a parte alcune aggiunte circa l’eredità e la garanzia
su vedove e figlie dei nobili. Come in epoca sveva il sovrano cercò di porre sotto controllo la
legittimità e l’entità dei feudi, cercò di evitare appropriazioni indebite e di evitare
l’espropriazione per debiti di attrezzi e animali ai contadini. Cercò anche di trovare un intesa
con tutti quei nobili esiliati di parte ghibellina, invitandoli al ritorno nel regno e anche
all’amnistia e al reintegro nei propri feudi, purché giurassero fedeltà al re, entro e non oltre
la quaresima del 1270. Sebbene dunque la prima fase di regno angioino si svolgesse in
effettiva continuità con lo stato precedente, le tensioni tra francesi e regnicoli non fecero
che peggiorare dappertutto. Un altro, deleterio, elemento di continuità col passato furono
l’intensificarsi degli abbandoni delle terre da parte dei villani, sia pure per le cause più
disparate, e quindi la sempre crescente scarsità di manodopera agricola, il tutto ovviamente
da inscriversi dentro la persistente mentalità feudale, il cui principale interesse è il frutto e
non coloro che curano la pianta. Tra il 1250 e 70 infatti, i registri dei secretii riportavano
come casali numerose terre, di fatto rimaste disabitate e incolte. La crescente disaffezione
delle classi rurali verso la terra che ha caratterizzato già l’epoca sveva, giunse al proprio apice
durante la monarchia angioina. A peggiorare la situazione economica vi era anche la
persistente mentalità nobiliare, incapace di attuare innovazioni, onde migliorare al
contempo la resa delle terre, le condizioni di vita dei contadini e il personale vantaggio
economico, dunque continuando a improntare la produzione agricola principalmente sulla
coltura cerealicola estensiva, a scopo principalmente commerciale, e non di consumo
interno. Un vantaggio però, di cui la feudalità si trovò paradossalmente a godere fu proprio
l’abbandono delle terre. Si è infatti denotato come, a prescindere da quale fossero le ragioni
immediate della fuga dei villani, queste fossero principalmente riconducibili alla condizione
di subordinazione (quindi anche fiscale) nei confronti di due tipi di nobiltà; Quella
tradizionale feudale, e la nuova “nobiltà imprenditrice” ossia tutti quegli elementi urbani,
padroni di masserie, che erano riusciti ad ottenere un cavalierato o comunque qualche titolo
nobiliare. Andiamo ora alle città appunto, quelle che da sempre hanno rappresentato un
problema e una base di appoggio per tutte le varie dinastie esistite in Sicilia. Proprio attorno
ad esse si sviluppò, in tempi relativamente rapidi, la frattura ampia tra chi supportava gli
angioini. Eppure ancora, al netto di tutte le mitizzazioni sia positive che negative
sull’esperienza angioina, sfugge ancora il perchè le città rimasero, in ogni caso per parecchio
tempo, attivamente favorevoli all’Angiò, in particolar modo Messina, già di parte sveva, che
anzi inviò le proprie navi a supportare la repressione dei ribelli nel Mezzogiorno. Le ragioni
potrebbero essere molteplici e ambivalenti. Di certo di certo il tracollo svevo ebbe i suoi
risvolti positivi nell’area imperiale, ivi compresi formalmente anche i comuni, ma ebbe anche
risvolti negativi, tali che certi comuni, una volta caduto il potere svevo, si posizionarono,
proprio in area ghibellina e non guelfa, tendenza che sicuramente influenzò la posizione di
talune città nel Regno. Eppure è vero che, durante la monarchia angioina, le città riuscirono
a sviluppare un livello di autonomia che nella precedente esperienza normanno-sveva non
avevano mai vissuto. È pur vero che Carlo I si rese conto, a differenza dei predecessori, che
città stabili significavano pace sociale, ed eventualmente un ritorno economico, tramite il
loro sviluppo produttivo e commerciale, non da poco. Gli obbiettivi e le ragioni di Carlo
infatti, procedevano in continuità con quelle precedenti. Non tanto l’interesse per il Regno
di Sicilia, ma le mire egemoniche “imperialistiche” nel Mediterraneo, li animavano. E tale
sistema funzionò, almeno inizialmente, e le città godettero a lungo di tale “benevolenza”
per l’appunto Messina in particolare, la quale si ritrovava nuovamente ad essere il tramite
tra le due parti del regno, e che era pronta a cogliere il più possibile dal crescente commercio
con i comuni guelfi, i quali andavano dal canto loro a costituire un sempre maggiore
controllo economico sulle risorse del regno. Carlo I gli doveva un favore dopotutto, i comuni
guelfi, specialmente quelli in cui esistevano tradizioni bancarie già da tempo affermate,
avevano contribuito ampiamente al finanziamento dell’impresa dell’Angiò. Al contempo, nel
regno nascevano per la prima volta dei consigli elettivi municipali, adibiti alla approvazione
e alla ripartizione delle tasse imposte dalla corona. In questa maniera le città del Regno di
Sicilia smettevano di essere delle identità imprecisate e irrilevanti, ma venivano a scoprirsi
depositarie di una specifica funzione pubblica. Sembra dunque che il nuovo corso possa
significare una vera rinascita del regno, ma l’illusione dura poco. A partire dal 1270, man
mano che la monarchia andò rafforzandosi, le prerogative, le carte e le franchigie delle città
cominciarono a perdere di valore e potere. Il angioino, sempre barcamenandosi tra cavilli
giuridici e imposizioni d’autorità, andava a smantellare quel sistema di libertates cittadine
che lui stesso aveva contribuito a creare. Emblematico il caso di Messina, nella quale il re,
nel 1273, annullava alcuni statuti emessi da lui stesso poco tempo prima. L’annullamento fu
giustificato con la spiegazione che la loro approvazione non era avvenuta tramite il consenso
de “l’intera cittadinanza”. Motivazione di per sé più che improbabile. Nel medioevo in
concetto di cittadinanza non coincideva con il diritto politico elettorale della stessa. Lo stesso
concetto di “cittadino” (o cives) era all’epoca fortemente limitato rispetto ad oggi. In questo
caso, stando a Salvatore Tramontana, è stato applicato quel principio politico, poi descritto
abilmente da Giovanni Giolitti, secondo cui “le leggi si applicano agli avversari e si
interpretano per gli alleati”. A conferma di ciò possiamo anche vedere che le revoche di
statuti e privilegi non furono ovunque eseguite con la stessa rigidità. E non è neanche un
mistero quali fossero le classi sociali e i tipi di persone che in genere finivano per acquisire il
controllo delle magistrature cittadine. L’azione politica angioina dunque diventa chiara. La
monarchia tendeva a supportare, di volta in volta, la fazione politica più potente, all’interno
delle varie città, onde averne il maggiore sostegno possibile. Tuttavia, alle ambiguità e alle
connivenze nascoste delle magistrature elettive con la corona e, eventualmente, con la
feudalità davano certamente adito al costruirsi di nuove polemiche, e quindi di nuovi focolai
di rivolta. L’epoca di Carlo d’Angiò è anche ricordata per la presenza di numerosi nobili i
quali, acquisite non poche ricchezze e terre dalle espoliazioni dei vecchi nobili normanno-
svevi, oltre che dai già citati abbandoni di terre e casali. La nobiltà, ben consapevole del
potere che comunque deteneva entro il regno, non andava minimamente a contribuire alle
spese interne, in pratica evadendo le tasse. Stessa cosa dicasi per quei nobili in particolare
che si erano impadroniti di terre e possedimenti, precedentemente parte del demanio
pubblico. E il problema era lamentato dallo stesso Carlo d’Angiò, in una lettera del 1273 al
vicario di Sicilia. Carlo ordinò pertanto delle “inquisitiones” per verificare le insolvenze dei
nobili, ma non ci sono particolari fonti a confermare che tali indagini siano avvenute.
All’indomani della prima ventina d’anni di regno, tutti quei ceti, cittadini e non, che avevano
sperato nel rinnovamento degli angioini, dopo l’epoca sveva, rimasero delusi, e
specialmente in Sicilia cominciarono a covare rivolta.
Napoli capitale e il disegno “imperialistico” angioino
Ancora una volta dunque, la monarchia siciliana, stavolta a guida francese, non adempiva al
compito di garantire il benessere del regno e della gente. Al contrario, secondo la visione
medievale della monarchia, per Carlo d’Angiò la Sicilia e il Mezzogiorno altro non erano che
un pezzo del proprio patrimonio regio, oltre che una base di lancio per il suo principale
progetto, che fu anche dei predecessori; La costruzione di un impero mediterraneo. Il primo,
incisivo provvedimento in tal senso fu lo spostamento a Napoli degli uffici regi centrali. Di
fatto, tanto nelle antiche Assise di Ariano, quanto nelle più recenti Costituzioni Melfitane,
mancavano norme giuridiche circa una specifica città capitale. Di fatto la corte, com’era
consueto nel medioevo, era per lo più itinerante. La ragione che in passato spinse i normanni
a scegliere Palermo come capitale regia, era perché il loro progetto espansionistico era
puntato sulle rotte levantine e in particolare africane. Perciò era necessario che la corte si
trovasse il più vicino possibile al “centro dell’azione”. Ma se già con gli svevi il centro si era
allontanato sempre più da Palermo, in direzione nord, adesso le necessità del nuovo regno
angioino imponevano una nuova sede della corte, in poche parole una nuova capitale. Dal
periodo svevo in poi, Palermo era declinata economicamente e culturalmente. Dal canto suo
invece, Napoli si trovava ad essere la scelta adatta per Carlo. Era vicina al papato, e dunque
rendeva possibile ottenere aiuti papali più rapidamente. O eventualmente rendeva più facile
far valere le proprie ragioni sul papato stesso, con la forza delle armi. In linea d’aria era più
vicina di Palermo alla Francia, dato il rapporto politico, e anche familiare, molto stretto.
Aggiungendo anche il fatto che Napoli si trovava ben più vicina di Palermo alle grandi città
commerciali del nord e alle repubbliche marinare, oltre che ai centri di maggiore rigoglio
culturale dell’epoca, ciò faceva della città partenopea l’ideale per il progetto di potere di
Carlo I. Gli uffici regi perciò vennero trapiantati da Palermo a Napoli. Non è chiaro se lo
spostamento degli uffici vada considerato come un motivo centrale nello scoppio della
successiva rivolta dei Vespri Siciliani, ma senza dubbio influì, su tutta quella nobiltà non
francese, di discendenza normanno-sveva, e anche su gran parte della popolazione che, già
in difficoltà economiche, vedeva l’allontanamento della corte con ulteriore paura e rabbia.
Un po’ come se gli angioini stessero abbandonando sempre più i siciliani al proprio destino.
Gli uffici regi non vennero quasi completamente modificati, eccetto alcuni ammodernamenti
nei mestieri di Siniscalco, amministratore del demanio regio, e il camerario, responsabile
della tesoreria della corona. Le imposte già presenti in epoca sveva, quali la “subventio
generalis” e la “collecta” rimasero pressoché invariate, ma a queste si aggiunsero ulteriori
gabelle e tasse, su merci, prodotti e manufatti, trasporti, lavoro, scambi commerciali, e
addirittura tassazioni sul diritto di registrazione d’atti e sigillo regio. La grande ricchezza per
la quale viene celebrata la monarchia angioina aveva un valore prettamente fiscale, non era
dunque una capacità economica effettiva o un’economia interna florida, bensì la mera
capacità consolidata di riuscire ad ottenere grandi ricchezze dall’esazione fiscale. Risorse
tutte che andavano ad uso e consumo del sovrano, circa le sue mire di potere. In quegli anni,
Carlo d’Angiò è senza dubbio l’uomo più influente d’Italia, avendo dalla sua i legami con la
chiesa e i comuni, il controllo di Piemonte e Provenza, il titolo di senatore di Roma
conferitogli da Innocenzo IV nel 66, e anche quello di vicario imperiale, assunto dopo la
battaglia di Tagliacozzo. A favorire la sua posizione vi furono anche i 4 anni di vacanza della
sede papale, tra il 1268 e il 1272, che permisero a Carlo ulteriore libertà d’azione, slegandolo
quindi dalle direttive papali. In questo periodo infatti, il sovrano riesce a piegare all’ordine
alcuni comuni toscani riottosi, tra cui Siena, intreccia ulteriori rapporti con le città toscane,
in particolare Firenze e Pisa, si reca in Tunisia a dar manforte al fratello Luigi IX, nella sua
crociata in Africa, comincia a supportare le ribellioni anti-bizantine nei Balcani e comincia ad
approntare una flotta per andare a prendere Costantinopoli. Nel 1272, con la fine dei
contrasti in Vaticano, viene eletto papa Gregorio X, il quale cerca di recuperare Carlo d’Angiò
alle tradizionali direttive politiche della Chiesa. Il nuovo pontefice è deciso a ricostituire
l’antica frattura tra chiesa latina e chiesa greca, oltre che al recupero della Terrasanta alla
cristianità. Richiede perciò a Carlo d’Angiò di intavolare una politica di convergenza coi
bizantini, cosa che ovviamente si scontra con le sue mire personali. Un altro elemento di
disturbo sta nella fine del grande interregno imperiale, seguito alla fine della dinastia
Hohenstaufen e la morte di Corrado IV. Adesso al trono imperiale si trovava eletto (ma mai
incoronato ufficialmente) Rodolfo I d’Asburgo. La politica di Gregorio X si rivelò in breve
quella di riportare all’obbedienza Carlo I, troppo ambizioso, e fattosi troppo autonomo
rispetto alla chiesa. Tale linea fu seguita anche dai brevi pontefici successivi, fino all’elezione
di Niccolò III nel 1277, il quale revocò nel 1280, della carica senatoriale di Carlo. Il re venne
anche privato della carica di vicario imperiale per la Toscana, cosa che ovviamente ne
indebolì la posizione nei confronti dei comuni locali. Un altro elemento che si sospetta abbia
influito sui piani di espansionismo angioino nel Mediterraneo, sia stata l’alleanza nascosta
tra Impero Bizantino e Aragona, le quali brigarono contro l’angioino. La prima per evitare
che Carlo I potesse danneggiare irreparabilmente il già indebolito impero bizantino. La
seconda in modo da inficiare i piani imperialistici angioini, a favore dei propri. L’Aragona
infatti sarà una forte rivale della Francia e degli Angiò di Sicilia, nell’acquisizione del primato
sul Mediterraneo. I documenti redatti da Gian di Procida, nel 1278, testimoniano l’effettiva
presenza di rapporti costanti tra Barcellona, Roma e Costantinopoli. Quest’ultima in
particolare versò non poco denaro nelle casse di Pietro III, il quale
I Vespri Siciliani e la breve esperienza della “Communitas Siciliae”
Seppure vi siano numerosi testimoni riguardo delle convergenze di intenti tra aragonesi e
bizantini, le fonti a disposizione non consentono comunque di stabilire con precisione se
un’effettiva congiura anti-angioina ci fosse stata, e in che misura vi fossero implicati gli esuli
siciliani, gran parte dei quali fuggiti proprio in Aragona. Ma è quanto mai certo che tutte
queste convergenze contro il regno, organizzate o meno che fossero, costrinsero Carlo I a
rinunciare ai suoi piani espansionistici. E in mezzo a queste complicate contingenze, che si
inscrive la feroce rivolta siciliana, scoppiata il 30 marzo 1282. La situazione esplosiva, causata
dall’esosa condizione fiscale, dall’autoritarismo regio supportato dalla nobiltà, creava le
condizioni politiche ed emotive adatte all’esplosione del Regno angioino. La scintilla fu un
oltraggio commesso da un soldato francese nei confronti di una donna, causando l’ira dei
presenti. Leggenda vuole che, durante le violenze in città, i rivoltosi fermassero i sospetti
francesi mostrando loro dei ceci, e chiedendo di pronunciarne il nome. Nel momento in cui
i malcapitati pronunciavano la parola “scisciri” (“ciciri” in siciliano) e quindi venivano
riconosciuti come francesi, venivano immediatamente uccisi. La rivolta si espanse nel giro di
un paio di mesi in tutta l’isola. A poco a poco, la lotta contro gli angioini raccolse alla causa
anche le grandi città siciliane, ossia quelle aree dell’isola che agli inizi della rivolta, eccettuata
Palermo ovviamente, avevano supportato la repressione dei ribelli. Il 28 aprile, anche la
riluttante Messina decise di prendere posizione contro Carlo I. Durante la rivolta del Vespro,
forse per la prima volta ci fu un momento di vera e propria coesione delle città su un
obbiettivo comune. La stessa bandiera storica della Sicilia ne è un prodotto. All’indomani
della rivolta a Palermo, i rappresentanti cittadini e quelli della vicina Corleone si
incontrarono per siglare un’alleanza tra le due città. I due colori della bandiera infatti sono
il Rosso di Palermo e il Giallo di Corleone, corredato del triscele greco e (anticamente) anche
la parola “Antudo” (acronimo di “Animus Tuum Dominus”). Da lì in poi, le città cominciarono
a siglare trattati, stabilire patti, alleanze e giuramenti. Era in pratica la genesi di quella che
sarà denominata “Communitas Siciliae”, una sorta di repubblica di città federate, le quali
avevano in proposito di farsi patrocinare dal papato. Ma al momento, il soglio pontificio era
occupato da un papa francese, assolutamente contrario alle istanze siciliane, Martino IV. La
rivolta siciliana era guardata come un movimento prettamente ghibellino e filo-svevo. Certo
il fatto che numerosi capi-città siciliani, in particolare tra i capitani di popolo di Palermo,
fossero discendenti o imparentati di famiglie nobiliari sveve, non giovavano ai rapporti col
papa. Per giunta, il regno di Sicilia era formalmente ancora dipendente dall’autorità papale.
E un papa filo-francese difficilmente avrebbe messo i bastoni tra le ruote al fratello del Re di
Francia, per giunta a capo di un regno sul quale la chiesa aveva cercato sempre e comunque
di dominare. Nelle ultime fasi della ribellione, la Communitas Siciliae aveva cominciato a
sfaldarsi. L’iniziale concordia cominciò a lasciare il passo ai vecchi dissapori e ostilità tra città.
Probabilmente questo è il principale motivo che spinse le fasce ghibelline della nobiltà
siciliana esule a convincere il re Pietro III d’Aragona a giungere in Sicilia per cingerne la
corona. La Communitas non poteva garantire stabilità, ma soprattutto non sembrava in
grado di garantire un’alternativa alla restaurazione della monarchia. Essendo ovviamente il
ritorno dell’angioino fuori discussione, l’unica soluzione praticabile era proprio Re Pietro III
d’Aragona, il quale godeva dei diritti ereditari della moglie Costanza II di Sicilia-Svevia, anche
se ciò significava inevitabilmente la subordinazione feudale della Sicilia all’Aragona.
Il Mezzogiorno Peninsulare dopo il Vespro; I due Carli
La grande ribellione in Sicilia ha scatenato non poca impressione in Europa, in quanto un
regno in piedi ormai da quasi sue secoli, veniva ora a spezzarsi in due e a ritrovarsi in una
situazione istituzionale e monarchica paradossale. Nel contesto del Mezzogiorno, si può dire
che Carlo I fosse stato colto di sorpresa dalla ribellione, la quale ebbe risultati importanti
solo in Sicilia, con l’arrivo degli aragonesi, ma che non per questo fu assente nel resto del
territorio. Inizialmente, le forze siculo-catalane riuscirono a sbarcare in Calabria e ad
occuparne una parte, ottenendo però risposte deboli e disorganizzate, nel mentre le forze
dell’ammiraglio Ruggero Lauria commettevano i saccheggi su tutta la costa tirrenica fino
anche a Napoli stessa. Le fonti d’altronde specificano che a rendere deboli le risposte non fu
solo la sorpresa ma anche l’oggettiva condizione di debolezza dell’esercito, basato
ovviamente sul servizio militare della classe baronale ma anche sulla difficile condizione dei
rifornimenti. La causa di ciò erano le non poche rivolte che ribollivano in tutto il Sud Italia,
con al culmine la grave rivolta di Napoli, descritta con ampio dettaglio da Saba Malaspina.
Era dunque necessario, per Carlo I, ristrutturare ciò che gli restava del regno, un’area per
giunta, completamente diversa dalla Sicilia, sotto molti aspetti, ma dove comunque il
sistema, applicato nel corso del tempo dagli angioini, fu in sostanza lo stesso. Il risultato di
tale ristrutturazione venne raccolto interamente nei “Capitoli di San Martino”. La lettura del
documento è sufficiente per capire quanto ormai si è ripetuto fino alla ridondanza. In nessun
caso, nel corso della storia del Sud Italia e Sicilia medievali, vi è stato un importante da parte
dei monarchi nello sviluppare l’economia e ammodernare lo stato, bensì la preservazione
del corrente sistema feudale. Era dunque, ancora una volta, centrale il mantenimento di un
legame solido tra la monarchia e la classe baronale, in quanto depositaria del potere militare
dello stato. E a tale scopo, il comparto di privilegi, esenzioni e benefici, sarà enorme, fin
troppo per le condizioni economiche reali del Sud Italia. Nei capitoli vi erano anche
regolamenti che riguardavano obblighi e diritti delle città. Venivano regolati il fisco, le
ammende e le derrate granarie da cedere allo stato, oltre alla vigilanza di boschi e mercati,
e vari divieti e obblighi per il corpo funzionari. Tuttavia la storia riporta chiaramente come
tali capitoli trovarono quasi mai una concreta applicazione, non dissimilmente da quanto
avvenuto con le Costitutiones Regales di Federico III di Sicilia. Ciò che emergeva invece erano
dei diritti baronali alquanto allargati. Le giurisdizioni e i poteri in ambito pubblico concessi al
baronato mettevano i nobili nelle condizioni di potere attivamente contrastare la corona a
proprio vantaggio. In più ottenevano il diritto di rifiutare incarichi, anche regi, “sconvenienti
alla loro posizione” e il diritto ad essere giudicati da tribunali di loro pari, anche nelle contese
con la corona. Nel 1285, Carlo I muore a Foggia, lasciando dunque un regno in balìa di uno
sconsiderato potere in mano ai feudatari, per giunta nel momento in cui il figlio ed erede al
trono, Carlo II lo Zoppo, si trovava in prigionia nel carcere di Cefalù, in Sicilia. Alla reggenza
del regno veniva posto Roberto d’Artois, membro di quella nobiltà provenzale che aveva
seguito l’Angiò in Sud Italia nel 1264. Ovviamente Carlo II doveva essere liberato, perciò la
Santa Sede, esecutrice testamentaria di Carlo I, si adoperò per arrivare al Trattato di Òleron,
col quale si stabiliva il pagamento di 50.000 marchi d’argento e la consegna in ostaggio dei
principi Ludovico e Roberto d’Angiò, in cambio della liberazione di Carlo lo Zoppo. A scambio
avvenuto, nel 1289, Carlo veniva incoronato Re di “Sicilia” (da ora in poi sarà meglio dire “di
Napoli” per non confondersi). Ovviamente la scelta del titolo faceva ripartire le diatribe col
Regno di Sicilia aragonese (o Regno di Trinacria) e la ripresa violenta del conflitto. Il nuovo
sovrano si trovava di fronte un regno in crisi, con una guerra sanguinosa destinata a protrarsi
ancora per parecchio tempo, e con la questione baronale ancora aperta. Durante la
reggenza, la chiesa era riuscita ad acquisire non poco spazio all’interno del regno, anche e
soprattutto grazie alle concessioni fatte a non pochi baroni. E uno dei primi atti regi di Carlo
II fu proprio il rendere la Corona ancora più disponibile nei confronti del baronato. Come
esplicativamente spiegava Romualdo Trifone “Carlo non poteva permettersi di mostrare la
monarchia meno generosa di Onorio IV”. Era una questione di controllo e influenza politica.
I nuovi capitoli di Carlo II non si limitavano solo a quella che potremmo iniziare a definire
“nobiltà di spada” ma anche ad una nuova nobiltà emergente, quella del patriziato urbano.
A queste fasce della popolazione, il sovrano si appoggiava per avere una migliore ed efficace
ripartizione del peso fiscale sul demanio, in modo da ottenere sufficienti utili coi quali tenere
buoni i feudatari e continuare nel frattempo la guerra alla Sicilia. Si aveva dunque la
necessità di coinvolgere più attivamente i ceti urbani. Tuttavia, proprio gli impegni bellici
resero tali legislazioni più dei semplici enunciati, mentre invece le imposizioni fiscali e le
collette non fecero che salire. Inoltre, la situazione tra corona e città nel Mezzogiorno non
era dissimile da quella presente in Sicilia. Entrambe le parti non riuscivano ad andare oltre i
propri personali interessi e le reciproche diffidenze. A differenza della Sicilia, sul
Mezzogiorno angioino vi era anche l’imposizione delle cosiddette “Leggi Suntuaria” ad opera
del principe ereditario Carlo Martello. Erano leggi più di carattere religioso che non altro.
Leggi che evidenziavano il profondo legame ed influenza che il papato deteneva sulla
monarchia napoletana. Tali leggi prevedevano il divieto di banchetti, lussi e sfarzo pubblici
e privati, divieto di indossare vesti pregiate. Com’è comprensibile, tali leggi trovarono
difficile applicazione, tanto che dovettero essere reiterate più volte, senza successo. Nel
contempo, l’epoca di Carlo II era quella in cui gli angioini cominciavano ad attrezzare la città
di Napoli, in modo da rappresentare al meglio il suo nuovo status di capitale regia. Lo spazio
urbano abitativo crebbe, anche per la presenza in città di numerosi stranieri. Vi erano gli
esuli filo-angioini dalla Sicilia, ma anche gli studenti che venivano a frequentare lo Studium
della città, per non parlare del sempre maggiore spazio richiesto dai mercanti e
cambiavalute, in particolare toscani, che in quell’epoca stavano allargando fortemente la
loro influenza. Vennero incominciate le opere di fortificazione muraria, e riabilitato l’uso del
Maschio Angioino, concluso durante la monarchia di Carlo I. Si ebbero inoltre progetti di
razionalizzazione urbana, con l’ampliamento delle strade, la sanificazione di certi quartieri e
la copertura di canali di scolo. Le attività di concia delle pelli furono spostate in zone lontane
dall’abitato. Si ebbe la bonifica delle zone acquitrinose circostanti e l’ampliamento ulteriore
dell’Arsenale. Napoli si avviava a diventare una città grande e fiorente, una delle più
importanti nel Mediterraneo d’Età Moderna, il cui apice si raggiungerà con Alfonso V
d’Aragona. Nel frattempo, avvenivano importanti svolgimenti politici, nella contesa con la
Sicilia aragonese. Nel 1294, dopo il “gran rifiuto” di Celestino V, veniva eletto al soglio
pontificio Bonifacio VIII, il quale riusciva a trovare un accordo con il nuovo re d’Aragona,
Giacomo II. Il Trattato di Anagni sanciva che la Sicilia sarebbe tornata sotto il controllo degli
angioini. Carlo II manteneva dunque il titolo di Re di Sicilia. Al contempo, Giacomo avrebbe
sposato la principessa Bianca d’Angiò, figlia di Carlo II, per la quale il papa era disposto a
mettere la dote, 75.000 marchi d’argento e 12 cavalli di razza. Dal canto suo Carlo
prometteva l’amnistia e il reintegro nei propri beni di quanti avevano sostenuto gli
aragonesi. Il trattato scatenò i timori siciliani. Nell’isola, la diffidenza verso gli angioini era
fuor di dubbio, e ciò spinse la nobiltà isolana a proclamare re il vicario di Giacomo, ossia il
fratello minore Federico. La guerra dunque riprendeva ancora una volta fermandosi
nuovamente nel 1302, col trattato di Caltabellotta. Il nuovo trattato riproponeva di fatto
condizioni simili a quello di Anagni. Alla morte di Federico III, il “Regno di Trinacria” sarebbe
ritornato agli angioini. Federico III invece doveva sposare un’altra figlia di Carlo, Eleonora
d’Angiò. La nuova condizione di pace, seppure lasciò la situazione tesa in entrambi i regni,
permise a Carlo II di potersi concentrare nella ristrutturazione dello stato angioino, ma ben
poco riuscì a fare. Al di là della tremenda condizione finanziaria, della carestia che
cominciava ad imperversare e del crescente malessere, Carlo affrontava la morte del suo
erede, Carlo Martello di Puglia. Il secondo genito Ludovico invece si dava alla vita da
Francescano. Diventerà persino Beato, e perciò un forte elemento propagandistico per il
fratello minore Roberto, che infatti venne indicato da Carlo II come nuovo erede. Tale
decisione però spogliò del proprio diritto di successione la linea di Carlo Martello. Nel 1294,
il figlio di Carlo II, Filippo d’Angiò, veniva nominato Principe di Taranto, importante città
attorniata da potenti feudatari. L’esperienza di Filippo a Taranto lo porterà, in futuro, a porsi
contro la corona. Carlo II d’Angiò morì a Napoli nel 1309, richiedendo la propria sepoltura
ad Aix-en-Provence. La decisione mette in luce come sia Carlo II di Napoli che Federico III di
Sicilia, facessero risalire la radice dei propri regni, non all’interesse per il territorio e le sue
genti, quanto più alle politiche egemoniche dei rispettivi paesi d’origine; La Francia e la
Provenza per Carlo, l’Aragona e la Catalogna per Federico, che di fatto espresse il desideri di
essere sepolto a Barcellona, con la madre e il padre. Come anche dimostra il perdurare dei
rapporti con l’Aragona e con il fratello Giacomo, nonostante l’iniziale scontro, alla
proclamazione della nuova Corona di Sicilia aragonese.
Gli anni di Roberto d’Angiò
Come già detto, alla morte di Carlo II, la corona passò a Roberto I d’Angiò, terzogenito di
Carlo II. Un’incoronazione che gli verrà rimproverata da Dante nel Paradiso. Il poeta accusa
Roberto di aver defraudato l’erede legittimo di Carlo Martello, Carlo Roberto (le omonimie
in questa parte sono numerose, mi spiace NdA) del suo diritto di governare. Roberto I si
presenta in Napoli nel 1310, insieme con la moglie Violante d’Aragona. Il papa lo ha
condonato delle 300.000 onze prestate al padre e al nonno. Il nuovo sovrano si mette subito
a capo della fazione guelfa, nel momento in cui, in Italia, si apprestava a scendere
l’Imperatore Arrigo VII di Lussemburgo. Ciò permetteva a Roberto di mantenere una certa
influenza sul confuso fronte della contesa guelfo-ghibellina nel nord, senza però
impegnarvisi troppo, e concentrarsi dunque sul problema più importante del regno, il
conflitto con la Sicilia aragonese. La speranza delle fazioni italiane era che l’imperatore e il
papa trovassero una soluzione all’ormai secolare conflitto d’interessi tra i due poteri
“universali”. Sebbene la leadership guelfa di Roberto non fosse in discussione, ben presto i
comuni di parte guelfa cominciarono a pressare il sovrano per passare alle “maniere forti”.
Prima fra tutte Firenze, la quale aveva non poco potere sul regno, data la sua forte influenza
economica e bancaria. Pertanto, Roberto non poté esimersi dagli impegni. Nel 1312, in un
Parlamento tenuto a Napoli, il sovrano napoletano diede inizio alle azioni di guerra. Nello
stesso anno, la flotta napoletana sconfiggeva alla Meloria quella pisana e ad inviare armi in
Piemonte, con le quali conquista varie città. Nonostante tutto, Arrigo riesce a piegare la
resistenza guelfa a Roma, e a farsi incoronare in Laterano. A quel punto cominciavano le
azioni ostili contro i comuni toscani e contro il Regno di Napoli. Assediata Firenze, Arrigo VII
minacciava Roberto, facendo accordi con Federico di Sicilia. Tuttavia tali accordi si
riveleranno inutili, in quanto Arrigo muore nel 1313. Ciò offre dunque a Roberto
un’occasione d’oro per intervenire nell’instabile Sicilia, andando a sbarcare a Palermo, ma
anche questa occasione dura ben poco. Roberto si rese ben presto conto che la situazione
interna del Regno di Napoli non lo metteva nelle condizioni di portare avanti la guerra contro
la Sicilia, già considerando gli inviti alla cautela da parte del Papa e anche il pericolo di un
intervento aragonese a favore di Federico III. Ciò che era chiaro comunque era che Roberto
d’Angiò aveva abbandonato, o per lo meno rimandato a tempi migliori, le tradizionali mire
angioine nel Levante, favorendo invece una linea politica interamente incentrata a garantire
il prevalere della fazione guelfa, a lui favorevole, in Italia. Roberto riusciva nel 1315 ad
allearsi con la ghibellinissima Pisa e ad ottenere la signoria di Genova e la promessa di aiuti
contro la Sicilia, sulla quale non aveva rinunciato alle sue pretese. L’apogeo delle mire
egemoniche angioine in Italia fu la contesa che oppose Roberto I al nuovo imperatore,
Ludovico il Bavaro. Questi era una personalità diametralmente opposto ad Arrigo VII. Se
l’imperatore di Lussemburgo era il “defensor pacis” consacrato ed incoronato dal papa (a
fronte comunque di un atto di forza) Ludovico era invece lo scomunicato e lo scismatico,
venuto ad imporre un antipapa al posto del titolare del soglio pontificio, nel 1327. Ludovico
cercò anche l’alleanza con Federico III, in funzione anti-angioina. Dal canto suo, Roberto
d’Angiò riuscì a catalizzare la fazione guelfa italiana, proclamando una vera e propria crociata
contro il Bavaro, ottenendo rinforzi dalla Francia e dai vari stati italiani a guida guelfa. Nel
1328, Roberto si impadroniva di Ostia, e arrivava a dar manforte al papa. Ludovico il Bavaro
fu messo all’angolo e, fallito il tentativo di ottenere rinforzi da Federico di Sicilia, fu costretto
a tornare in Germania. Era dunque una grande vittoria per i Guelfi d’Italia, ma nessuno riuscì
a trarne vantaggio. A differenza di quanti videro nella politica di Roberto un primigenio
tentativo di unificazione dell’Italia, ignoravano invece il vero obbiettivo del re di Napoli, ossia
il garantire, attraverso il Regno meridionale, la costante preminenza politica e militare del
Papato e della Francia nella penisola, il tutto in funzione anti-imperiale. E in ogni caso la
vittoria a Ostia, come non rafforzava le posizioni guelfe italiane, non rafforzava nemmeno la
condizioni interne del Regno. Le situazioni di Sicilia e Mezzogiorno erano simili. Entrambe
vivevano un teso e contraddittorio equilibrio tra le città, interessate principalmente alle
proprie singole istanze, e la potente nobiltà feudale e terriera, la quale spesso riusciva ad
assumersi il controllo di centri urbani sotto la propria autorità e giurisdizione, a danno del
demanio regio. Il tutto corredato dalla ricerca di un’autorità monarchica, forte abbastanza
da garantire la pace interna e i privilegi nobiliari, non a sufficienza dal dominare sui nobili
stessi. L’essenza stessa della monarchia feudale. A complicare la situazione angioina però,
c’era la dura condizione di debitori della chiesa e dei banchieri toscani, i quali non avevano
badato a spese per l’impresa di Carlo I in Italia. D’altronde, la vittoria a Ostia venne funestata
dalla improvvisa morte di Carlo di Puglia, l’erede al trono, cosa che rendeva la monarchia
ancora più fragile. In particolare il predominio politico della chiesa, molto più che quello del
regno di Francia, era evidente in Sud Italia. Già il pagamento annuo di 8000 onze era
condizionato da forti penalità. L’insolvenza sarebbe stata punita con la scomunica del Re di
Napoli e la revoca del patto vassallatico, mettendo dunque il regno sotto l’amministrazione
diretta del Papato. Il clero godeva di fortissimi privilegi, tra i quali il diritto al foro
ecclesiastico, ossia la possibilità, in caso di crimini, a non essere giudicati dai tribunali regi
bensì da quelli vescovili. Un elemento questo che mise non pochi prelati nelle condizioni di
abusare di tali privilegi. Una lettera scritta da Roberto stesso lamentava dei vescovi di Teano,
Avellino e Monopoli, i quali si facevano “fautori di malandrini, e facili a ordinar chierici laici
dei criminali senza distinzione alcuna”. I contrasti con Roma non furono pochi, ma furono
quasi sempre di debole entità e riconducibili più a semplici divergenze d’opinione che non a
veri e propri screzi diplomatici, come rivela la lentezza nella soppressione dei beni dei
Templari nel regno, o la questione dell’asilo concesso ai “fraticelli” una corrente
scissionistica dei francescani. Altri creditori di Roberto erano i banchieri toscani, in
particolare i fiorentini, e di questi una famiglia prima di tutte, ossia gli Acciaiuoli. I debiti con
questa famiglia erano tali che Roberto si trovò costretto, per far fronte ai debiti, a concedere
ai banchieri l’utilizzo della zecca di stato napoletana per coniare carlini in argento fino a
raggiungere una somma pari a 100.000 onze d’oro. L’introduzione di valute diverse, con
diverso valore, nel regno non era cosa nuova. Già ai tempi di Carlo I si era fatto ricorso a tale
meccanismo, producendo così non pochi problemi economici. Comunque va denotato il
fatto che il rapporto con la chiesa non era solo una questione economica per il regno, e in
particolar modo per Roberto d’Angiò. In un contesto di proliferazioni pauperistiche, Napoli
era pervasa da un forte e profondo spiritualismo, come attesta la straordinaria produzione
edilizia a tema spirituale e la nascita di numerose processioni e ricorrenze religiose, una
devozione non poco frammista di bigottismo e sfarzo. Gli stessi banchieri fiorentini si
stupirono dell’enorme cupidigia di denaro degli angioini, come anche dell’immane
appariscenza nella quale venivano impiegati. Cambiando argomento, si passa ora alle città,
la cui esperienza nel regno angioino non fu uniforme come in Sicilia, specialmente a causa
del fatto che la strutture e le forme di insediamento urbano dei centri sud-italiani erano
notevolmente diversificati sul territorio. Le dinamiche che mettevano in rapporto i centri
urbani e la corona erano le medesime della Sicilia; tasse, giustizia locale e rapporto con il
baronaggio. Sempre come in Sicilia, il ruolo delle città rimase marginale e sempre secondario
al valore della feudalità. Tuttavia vi sono alcune differenze, da parte a parte del regno che
vanno registrate. Nelle aree di Calabria e Basilicata, l’unico vero centro cittadino
considerabile era Cosenza, mentre per il resto, gli altri insediamenti cittadini erano più dei
grossi insediamenti agrari che non delle città proprie. Per questo motivo, in queste
specifiche aree, la feudalità terriera era predominante sotto ogni aspetto. Diversa invece la
situazione di Puglia e Abruzzo, dove i centri urbani invece si andavano sviluppando
rapidamente, e con esse i relativi rapporti del baronaggio locale con i nuovi notabili, noti
generalmente come “patriziato urbano”. Erano infatti queste specifiche fasce delle
popolazioni cittadine a gestire l’amministrazione municipale, e al contempo i rapporti coi
feudatari. Roberto d’Angiò stesso fu oltremodo diffidente nei confronti di quello che veniva
chiamato “il popolo minuto” ossia le fasce povere della popolazione cittadina. E ovviamente
tali rapporti non potevano che essere occasione di guadagni illeciti, come attestava la
commissione istituita da Roberto per la Terra d’Otranto, in quanto si veniva a sapere di
funzionari urbani che arrotondavano lo stipendio a mezzo di mancette da parte dei feudatari
locali. Ma non solo. La Puglia in particolare, dato l’impegno crescente dei veneziani in
Oriente, stava a poco a poco diventando una vera e propria stazione commerciale, per le
navi e le risorse della Serenissima, a tal punto che le popolazioni pugliesi cominciarono a
lamentare, presso il Re, la mancanza di stabili e fondachi, tutti affittati da mercanti veneziani,
oltre che l’eccessivo acquisto di prodotti da parte di mercanti da ogni dove, specialmente
fiorentini. Secondo i quaderni finanziari dell’epoca di Roberto, infatti, è risaputa la sua
autorizzazione a varie importanti famiglie di Firenze, in particolare i sempre presenti
Acciaiuoli, ad acquistare quasi 150.000 salme di cereali annue dalla Puglia e Terra del Lavoro.
Infine giungiamo in Campania, dove la situazione cittadina era già affermata da tempo.
Eppure, secondo quanto riportato da Ludovico Bianchini, già all’epoca di Carlo I, si
“sollecitava che tutto si riunisse in Napoli, niuna cura ebbero le città di provincia, il che diede
origine a grosse sproporzioni […]”. Sotto il regno di Roberto, Napoli si trasformò da una
semplice cittadina in una città di grandi dimensioni, cominciando a prosperare. Le già citate
forti spese nell’edilizia sacra, unita al profondo processo di revisione urbana, Napoli si
arricchì di maestose chiese ma anche di nuove strade e palazzi, ma soprattutto aree riservate
allo svago e alla decorazione dell’ambiente. Si costruirono ospedali per i più poveri. Ma ciò
avveniva per lo più per il centro urbano, mentre la periferia cittadina, ampiamente figurata
nella letteratura, diventava sempre più un soffocante accumulo di residenze povere.
Boccaccio stesso, nella sua novella su Andreuccio da Perugia, riferisce delle viuzze
malfamate e dei vicoli bui nella zona di Malpertugio, luogo di “latruncoli, raptores stratarum,
portitores armorum, predones rixosi […]” Secondo Petrarca, tale condizione era “la vera
piaga della città” ossia il clima di violenza e sopruso strisciante. Il fatto che molti autori
famosi, come Petrarca e Boccaccio si siano ritrovati a descrivere e portare a conoscenza di
tutta Italia ciò che Napoli era, sia nel bene che nel male, rappresenta un altro specifico
proposito del Re Roberto. Da questo punto di vista lo si potrebbe considerare simile a
Federico II. Per il sovrano angioino, la cultura non era solo un mezzo di diletto e bellezza, ma
era anche uno strumento, funzionale alle arti di governo e all’immagine propagandistica del
regno. Infatti Roberto d’Angiò fu un importante mecenate dell’epoca, in un periodo dove far
diventare le proprie corti dei cenacoli di artisti e letterati era un segno di grande potere e
prestigio. Di Roberto si sa che ebbe velleità da scrittore di sermoni sacri, i quali però sembra
non brillassero per qualità, ma che comunque rappresentavano il profondo sentimento
religioso del sovrano, evidentemente influenzato dalle idee radicali generatisi all’epoca dei
grandi fermenti pauperistici. Primi fra tutti, in questo caso, i fraticelli, che ancora godevano
della protezione del sovrano. Roberto era anche convinto che al corpo amministrativo
potessero e dovessero corrispondere solo uomini di grande cultura, poiché il popolo minuto,
non avendo le facoltà necessarie, poteva limitarsi solo a godere del “pacifico stato” e
rendergli ciò che era dovuto (tutti fratm ingiustament privat di diritti politici NdA) in termini
di tasse e obbedienza alle leggi. Questo ideale di stato era tenuto in grande considerazione
da molti dei letterati che si ritrovarono a risiedere nella corte angioina, primo fra tutti
Petrarca, che lo rimpianse una volta tornato nella “mercantescamente volgare” Firenze. La
corte di Napoli stava dunque vivendo ciò che quella palermitana aveva vissuto ai tempi della
monarchia normanno-sveva, e che ora aveva perduto, nell’epoca dei torbidi seguiti alle
guerre del Vespro e la difficile situazione di sudditanza nei confronti dell’Aragona. Roberto
dal canto suo si dimostrava più un uomo di cultura che un uomo di stato. E ciò non significava
che, in generale, signori e intellettuali andassero sempre d’accordo. Anzi, come ricorda John
of Salisbury nel “Policraticus” litigavano spesso, ma erano costretti a convivere.
L’accoglienza dei mecenati era spesso, per gli intellettuali, l’unico modo per vivere. Al
contempo, i signori necessitavano dei dotti, poiché “solo i dotti rendono possibile che la
memoria dei grandi non perisca insieme al corpo”. E Roberto d’Angiò lo sapeva bene. Anche
lui ebbe a discutere con i vari grandi uomini di cultura che ospitò, ma di certo mai se ne
privò. Era il mezzo col quale si proponeva di dare un’immagine gloriosa e rispettabile della
propria corte. Petrarca in un certo senso rimprovera, in questo caso a Roberto, ma anche
come critica generale, questo modo di concepire la cultura, come di un mezzo di propaganda
e non come mezzo per l’elevazione dell’uomo, eppure ne riconobbe lo scopo, che per
Roberto non era tanto influenzare la cultura, il pensiero stesso dell’epoca, bensì gli
intellettuali stessi. In poche parole costruire una cultura di stato sul modello di quella tentata
da Federico II. Ci avviciniamo ormai agli ultimi anni del regno di Roberto, un regno che fra
tutte le vicissitudini e gli ammodernamenti che ha vissuto, era ancora invischiato in una
contesa che nessuna delle due parti era riuscita ancora a concludere, ossia la guerra con la
Sicilia. Benchè ufficialmente il “Re di Sicilia” fosse lui, de facto ce n’erano due. E ciò
ovviamente metteva entrambe le corone nella necessità di scendere a duri patti con la
nobiltà di spada. Nel contesto angioino infatti non furono pochi gli accordi stretti, dove
veniva scritto chiaramente che l’impegno militare dei baroni seguiva a concessioni e
privilegi, di ben poco lieve entità. Tali i problemi che appesantirono la vita di Roberto,
specialmente negli ultimi anni di vita, quando era costretto a lunghissime permanenze nelle
proprie stanze, a causa dell’incedere dei malanni. Erano anche gli anni più concitati, per
quanto riguarda i rapporti non sempre facili con la Francia e specie col papato, come
testimonia l’espulsione ultima dei fraticelli da Napoli. Stando a Pasquale Villani, a pesare
nella mente di Roberto era principalmente il rammarico per non essere riuscito a piegare la
resistenza dei Siciliani. Alla fine, la morte lo colse, nel 1343, a 65 anni. E il suo decesso apriva
ora una contesa entro la famiglia angioina, o per meglio dire riapriva, visto che era rimasta
sopita fin dalla morte di Carlo Martello d’Angiò e la conseguente successione proprio di
Roberto.
Dopo Roberto; Giovanna I e la dinastia Angiò-Durazzo
Secondo quanto sancito nel testamento di Roberto, a succedergli al trono doveva essere la
figlia, Giovanna I, ancora minorenne. Per tanto, la prima parte del suo regno fu sotto la
reggenza della regina madre Sancha, vedova del defunto re, e un consiglio di reggenza, di
quattro membri. Tuttavia Giovanna era già sposata. All’età di sette anni infatti, venne
combinato il suo matrimonio col principe d’Ungheria Andrea d’Angiò, di un anno più
giovane. Il matrimonio era stato organizzato per una ragione politica ben precisa;
Disinnescare quel conflitto familiare che si era generato alla morte di Carlo Martello. Morto
lui, il padre aveva designato al trono Roberto d’Angiò, ma in questa maniera privò del diritto
alla successione il principe Carlo Roberto (o Caroberto) figlio del defunto principe ereditario.
Successivamente, Caroberto d’Angiò divenne Re d’Ungheria, ma mai rinunciò alle pretese al
trono napoletano. Poiché Roberto voleva evitare uno scontro aperto col parente, ma al
tempo stesso evitare che la sua progenie venisse esclusa a sua volta dalla corona
partenopea, fece sposare la figlia col principe Andrea, figlio di Caroberto. Tuttavia, Roberto
stabilì anche che a succedergli sarebbe stata appunto la figlia Giovanna, mentre Andrea
d’Ungheria sarebbe stato solo principe consorte, insignito del titolo di Principe di Salerno.
Alla morte di Roberto, essendo la reginetta ancora giovane, si sviluppò ben presto una lotta
tra fazioni, nel contesto di una monarchia che appariva sempre più debole e instabile. La
fazione dei fedeli di Giovanna era inizialmente la più isolata, trovandosi da sola con pochi
amici di fronte alle diffidenze di Papa Clemente VII, l’ostilità di tutto quel ramo della famiglia
chiamato Angiò-Durazzo, che faceva capo a Luigi d’Ungheria, a Caterina di Valois e i principi
di Taranto e d’Acaia, all’interno del Regno di Napoli. È quindi una situazione di intrighi e
minacce nei confronti di Giovanna, la cui vita è appesa ad un filo. E quel filo, sembra essersi
chiamato Nicolò Acciaiuoli. Membro di quella celebre famiglia di banchieri fiorentini, grande
amico di Caterina di Valois, e ormai un importante feudatario del regno. Nel corso della
monarchia robertina infatti, l’Acciaiuoli era riuscito ad insignorirsi di numerose terre e
possedimenti, riuscendo dunque a radicare la propria economia nel napoletano. Lo stato
delle fonti ci impedisce di stabilire con chiarezza se il fiorentino fosse implicato nell’omicidio
del principe Andrea, avvenuto a nemmeno due anni dall’ascesa di Giovanna al trono. Con
tutta probabilità, la regina Giovanna era una complice dell’omicidio, al quale seguì il
matrimonio con il principe Luigi di Taranto. Dall’altro lato però, vi era Luigi d’Ungheria
(evviva le omonimie NdA) il fratello del defunto, che come ovvio si infuriò per il crimine, e fu
l’avvio di una lunga contesa, anche militare, fra Napoli e Ungheria. Però adesso la corona di
Giovanna era indiscussa, e poteva ritornare alla capitale, dopo il matrimonio. Si sa
comunque che l’unione con Luigi non fu felice. La stessa regina, scrivendo al papa, riferisce
di come il nuovo marito la trattasse più come una serva che come la sua sovrana. Ed è
indicativo che, nel 1352, Luigi di Taranto riuscì a farsi incoronare Re di Napoli. Nel frattempo
le condizioni del regno continuavano a degradare. Le casse di stato erano praticamente
vuote, come se non bastassero gli onerosi debiti contratti con Papato e Comuni. La contesa
con gli Angiò-Durazzo continuava, arrivando, nel 1348, alla prima invasione ungherese del
Regno di Napoli. Ottenuto il rifiuto papale a deporre Giovanna, Luigi d’Ungheria giungeva in
Sud Italia con un esercito, e il supporto di vari comuni italiani. L’omonimo Re di Napoli
organizzava un esercito in fretta e furia, ma si sciolse come neve al sole. I due sovrani
napoletani non poterono fare altro che fuggire, rifugiandosi in Avignone. Luigi d’Ungheria
prese Napoli senza colpo ferire, ma fu una vittoria di Pirro. Nello stesso anno, la peste nera
giungeva in Europa, andando a colpire anche Napoli. Luigi d’Angiò Durazzo preferì dunque
levare le tende e tornare in patria. Napoli fu lasciata sotto occupazione di truppe ungheresi
e mercenarie, al comando di due funzionari di Luigi. In pochi mesi, il regno cominciò a
stancarsi del duro dominio straniero, e a chiedere con forza il rimpatrio e reinsediamento
della Regina. In agosto dello stesso anno, Giovanna e Luigi rientrano in patria col siniscalco
Acciaiuoli, causando la rivolta napoletana contro gli ungheresi. Ciò fa sì che Luigi d’Ungheria,
preoccupato di non perdere il controllo del regno, si mette a capo di una seconda spedizione,
ma anche questa si rivelerà un fallimento, con la firma di una tregua con Giovanna, alla quale
non seguiranno però ulteriori scontri. I contrasti proseguiranno, ma rimarranno solo
economici e politici. Stabilizzato il proprio potere, Nicolò Acciaiuoli diverrà di fatto il leader
del regno, essendo l’unico in grado di far muovere tutti i meccanismi di stato in maniera
adeguata, laddove invece i due sovrani non sembravano averne la forza. Il siniscalco del
regno, come si evince dal suo epistolario, aveva più di tutti in animo di ultimare la conquista
della Sicilia, convinto del fatto che le spoglie di guerra avrebbero rimpinguato i forzieri
napoletani, la cui esiguità era tale che, per pagare l’annuo censo alla Chiesa, Giovanna era
costretta ad impegnare i propri gioielli e possedimenti. E non era l’unico problema. Le
persistenti minacce degli angioini durazzeschi, lo spauracchio delle bande mercenarie di Fra
Moriale e l’arrivo in Italia di Carlo IV di Boemia, rendevano sempre più difficile la
realizzazione dei propositi dell’Acciaiuoli, il quale veniva infine allontanato dal Regno nel
1358, per poi morire nel 1365. Tre anni prima invece, Giovanna si ritrovava nuovamente
libera, data la morte di Luigi di Taranto, probabilmente per la peste. La regina si risposò con
il principe Giacomo di Maiorca, al quale fu impedito l’associamento al trono, diventando così
semplice Capitano Generale del Regno. La regina Giovanna verrà ricordata come una
sovrana energica, impegnata prima di tutto nel pacificare il regno e a concludere, in un modo
o nell’altro la sterile guerra con la Sicilia, continuando comunque a fare muro contro quanti
ne insidiavano la corona e la crescente instabilità del regno, laddove persino i feudatari,
colpito dalle nuove regolamentazioni regie, si davano in alcuni casi addirittura al
brigantaggio. Nel 1372, veniva definitivamente conclusa la stagione delle Guerre del Vespro,
con una situazione paradossale, ma quanto meno di pace. Giovanna e i successori
rimanevano ufficialmente “Re/gina di Sicilia” ma senza possedere la Sicilia, che dal canto suo
rimaneva agli aragonesi, come Regno di Trinacria. Federico IV e i successori avrebbero
dovuto indennizzare la monarchia napoletana con 15.000 fiorini annui. Nel 1374 invece,
Giovanna concede ai ceti artigianali napoletani una personalità giuridica e delle franchigie,
segno che, di fronte all’indebolimento progressivo di monarchia e nobiltà, i ceti cittadini
cominciavano ad emergere. Ci avviciniamo dunque al periodo noto come “Scisma
d’Occidente”. Nel 1376, sul trono papale a Roma è assiso un papa napoletano, col nome di
Urbano VI. Tuttavia, ciò provoca la scissione dei cardinali francesi, legati alla corona di Parigi,
che eleggevano come proprio pontefice Clemente VII. Sono dunque gli anni in cui due papi
sono al potere, nei quali Giovanna, sempre e comunque impegnata a garantire gli interessi
francesi nel Mediterraneo prima che quelli del Regno in se, appoggiò attivamente
l’avignonese, versandogli subito 64.000 fiorini di arretrati. Nello stesso anno, Giacomo di
Maiorca muore, e la regina finisce per risposarsi con Ottone di Brunswik, in modo da evitare
ulteriori pretese dell’inossidabile Luigi d’Ungheria. L’appoggio angioino ad Avignone segna
la rottura della secolare vicinanza con Roma, dove per altro era al momento un papa
napoletano. La decisione di Giovanna fu gravissima, e ad approfittarne furono proprio i
durazzeschi. Nel 1381, d’accordo con Urbano VI, Carlo di Durazzo, figlio di Luigi d’Ungheria,
veniva incoronato re Carlo III di Napoli. Espugnata la capitale e facendovi una trionfale
entrata, Carlo costringeva Giovanna a rifugiarsi nel Castel Nuovo. Le forze della regina
attuano un’ultima strenua resistenza, dopo la quale Giovanna viene catturata e mandata in
prigionia a Nocera. Vi morirà nel 1382. Gli Angiò-Durazzo avevano finalmente acquisito il
Regno di Napoli e nel 1385, con la morte di Luigi d’Ungheria, Carlo si troverà sul trono di
entrambi i regni. Tuttavia il suo governo sul Sud Italia durerà solo 4 anni. Morto nel 1386, il
nuovo re è suo figlio Ladislao di Durazzo. Il nuovo re trascorrerà l’intero suo regno nel
tentativo fallito di tenere sotto controllo le famiglie nobiliari, specialmente le più potenti,
quali i Ruffo e i Sanseverino. Ladislao sarà anche contrapposto al disegno egemonico di
Giangaleazzo Visconti, il primo Duca di Milano, il quale ormai aveva un controllo notevole su
gran parte del Nord Italia. Del Visconti, Machiavelli ricorda come “la sua morte fu sempre
più amica a’ fiorentini che niuno altro amico”. Il sovrano napoletano infatti, riuscì a rimettere
il regno nelle condizioni economiche di mantenere un’adeguata milizia, e al tempo stesso a
controllare adeguatamente le forze baronali. L’esercito napoletano ai tempi di Ladislao
raggiungerà delle dimensioni notevoli e grande forza. Tuttavia Ladislao di Napoli morirà nel
1414 improvvisamente, forse avvelenato proprio dai fiorentini, i quali non intendevano più
subire l’ingerenza altrui. Dopo il rischio di diventare una provincia del Ducato di Milano,
l’ultima cosa che volevano era di diventare un protettorato del Regno di Napoli. Al suo posto
viene incoronata la sorella, Giovanna II, con la quale la situazione ritornava essenzialmente
la stessa precedente a Ladislao. La nuova sovrana non fu in grado di mantenere il controllo
dell’esercito e della nobiltà, e le milizie regie tornarono progressivamente sotto il controllo
delle forze baronali. Nel corso della monarchia di Giovanna II, molti aristocratici
approfittarono della situazione per aumentare il proprio potere, specialmente Giovanni
Caracciolo, noto come Sergianni, l’amante della regina. Sergianni acquistò un potere sempre
più grande e ottenne numerosi feudi, ovviamente alimentando odi e gelosie da parte di altri
nobili. Nel 1419, varie famiglie contrarie a Giovanna II si mettevano d’accordo con Papa
Martino V, francese, costringendo Giovanna ad un patto; Se la sovrana fosse morta senza
figli, il trono sarebbe passato al duca d’Angiò Luigi III, e in mancanza di quest’ultimo, al
fratello di lui, Renato. Nel frattempo i nobili cercavano di separare la regina e Sergianni,
provocando però la reazione di Giovanna. Essa diede inizio ad una serie di requisizioni,
confische di beni, e lotta ai ribelli. Nella sua mente si faceva sempre più strada l’idea di
allearsi con un potente sovrano, Alfonso V d’Aragona e Sicilia. Infatti nel 1420, Giovanna
invia un’ambasceria con ricchi doni a Barcellona, proponendo ad Alfonso di adottarlo,
addirittura, come figlio, e quindi rendendolo il suo erede. Si sviluppò dunque uno scontro,
tra l’aragonese e l’angioina da una parte, il papa e il Duca d’Angiò, il quale si risolse per un
contrasto su Sergianni. Alfonso richiese chiaramente l’allontanamento del potente Principe
di Capua dalla corte napoletana, cosa che Giovanna non poteva accettare. Nel 1423, data
l’impossibilità di scendere a patti su Sergianni, Giovanna dichiara decaduto l’atto di
adozione, e si decideva a nominare erede Luigi III d’Angiò. Alfonso rinunciò
momentaneamente all’impresa in Sud Italia. Luigi III veniva nominato Duca di Calabria e lì
inviato, mentre a Napoli, con la regina in mano, diventava il sovrano di fatto, ma non durerà,
morendo nello stesso anno. Giovanna e Luigi di Calabria vivranno per un’altra decina d’anni,
morendo ad un anno di distanza l’uno dall’altra, nel 1434-35. Gli succedeva dunque Renato
d’Angiò, l’ultimo re francese di Napoli. Il nuovo debole monarca favorirà l’occasione giusta
ad Alfonso d’Aragona, per ritentare la conquista di Napoli.

Gli Aragonesi e la fine dell’Indipendenza

La Monarchia di Pietro d’Aragona e la successione di Federico III


Con l’arrivo di Pietro III in Sicilia, le preoccupazioni del nuovo sovrano sono le stesse che
interessarono anche i precedenti. È da notare come, al suo arrivo, furono in molti a recarsi
a Trapani a offrirgli omaggio, e non furono pochi i rappresentati urbani, che andavano a
presentare al nuovo sovrano numerosi capitoli da approvare, circa gli interessi cittadini. Ma
fin da subito, per l’ennesima volta, il nuovo sovrano dimostra di essere giunto in Sicilia
solamente in base al suo interesse principale, ossia il disegno egemonico a vertice
aragonese, che aveva in mente da tempo. L’intervento in Sicilia, stando alle fonti, potrebbe
avere anche un significato più intimo, di rivincita contro quella Francia che aveva umiliato
l’Aragona nella battaglia di Muret del 1213, causando addirittura la morte del re Pietro II, il
nonno del nuovo sovrano siciliano. Comunque sia, re Pietro si trovava ora nella necessità di
porre sotto il proprio controllo l’isola, che inizialmente fu soltanto posta sotto occupazione
militare. Non tutti in Sicilia infatti, erano favorevoli al nuovo sovrano, e di fatti Pietro si
impegnò a sostituire molti esponenti, nobili e comuni, con corrispettivi di origine catalana.
Anche molti che furono in prima linea nella rivolta del Vespro prima e nella Communitas
Siciliae dopo, vennero rimossi. E inoltre, il re si premurò di ristabilire quanto prima il sistema
fiscale, facilitato in questo dal recupero dei quaderni fiscali angioini. Alle vecchie tasse,
venne aggiunto il fodro, un’imposta in natura necessaria a raccogliere frumento, vino e
animali dalle classi rurali. Il tutto ovviamente era indirizzato verso un unico obbiettivo, ossia
la prosecuzione della contesa con gli angioini, e la continuazione delle mire espansionistiche
nel Levante. La reazione angioina all’arrivo aragonese in Sicilia fu fiacca e lenta. Stando alle
fonti, Carlo I fu colto inizialmente dallo sconforto, in quanto non si aspettava un’escalation
di eventi così rapida. Specialmente, convinto com’era del favore generale del regno nei suoi
confronti, non si aspettava che l’arrivo di Pietro, e soprattutto di Costanza di Svevia, in Sicilia,
avrebbe provocato così rapidi fermenti ghibellini, tanto nella parte peninsulare del regno,
come nelle aree comunali del nord, e persino a Roma. In ogni caso fu costretto a distogliere
l’attenzione dalle mire levantine e a spostare la linea difensiva in Calabria, dove le rivolte
erano state già seguite da tentativi di sbarco aragonese. La situazione potenzialmente
esplosiva spinse papa Martino e Filippo III di Francia a porsi come mediatori, stabilendo che
la contesa tra i due regni si sarebbe dovuta risolvere con un duello leale tra Carlo I e Pietro
III. La decisione fu utile ad entrambi. Carlo I aveva modo di tornare in Francia e Pietro in
Aragona, in modo da poter rafforzare le proprie posizioni e rimpolpare le proprie forze
militari. Nel 1285 però, i venti del Mediterraneo soffiano in altro modo. Si può dire che sia
stato un anno ricco di lutti, per i personaggi di una contesa, la Sicilia post-vespertina, che
ormai era diventata internazionale, toccando direttamente o indirettamente, tutti gli stati
cristiani mediterranei. In questo anno infatti muoiono Pietro III, Carlo I, Martino IV e Filippo
III. La morte di Pietro, non aveva tuttavia ancora provocato l’unione dinastica delle corone
d’Aragona e Sicilia. Infatti, il suo testamento stabiliva che l’Aragona andasse al primogenito
Alfonso III e la Sicilia al secondogenito Giacomo, incoronato nel 1286. Le prime scelte di
Giacomo in Sicilia parrebbero indicare il suo intento nel far prosperare l’isola, ma al netto
della sospettosità e diffidenza tipica degli isolani, le fonti confermano quanto i loro sospetti
fossero fondati. Il costante rapporto tra i due re fratelli, il costante trasferimento di risorse
e milizie dalla Sicilia all’Aragona, in modo da allentare la pressione francese sui confini
pirenaici, erano il chiaro segno dell’inconciliabilità tra gli interessi e le necessità del regno.
Nel 1291, Alfonso III moriva senza eredi, e in ciò i siciliani videro quasi un aiuto divino.
Alfonso infatti stava progettando di ritirare le sue milizie dall’isola e indurre Giacomo e la
madre Costanza a sottomettersi alle imposizioni del papa Niccolò IV, filo-angioino. La ritirata
aragonese avrebbe significato solo il rinnovarsi della dominazione francese sull’isola, e le
conseguenti vendette e repressioni, delle quali gli angioini andavano famosi nel regno. Il
testamento di Alfonso III lasciava a Giacomo di Sicilia anche la corona d’Aragona. Perciò si
aveva l’unione dinastica dei due regni. Giacomo si ritirò dunque in Barcellona per
l’incoronazione, lasciando il vicariato di Sicilia al fratello minore Federico. Adesso assiso sul
trono aragonese, Giacomo procede nella sua opera diplomatica, volta a neutralizzare la
minaccia franco-papale. Al fine di ciò, Giacomo finirà a siglare un trattato ad Anagni, nel
1295. Il trattato era disastroso. Il sovrano aragonese richiedeva agli Angiò e al nuovo Papa
Bonifacio VIII, 120.000 lire turonensi, in cambio della restituzione della Sicilia agli angioini,
alla morte di Giacomo. Il titolo di Re di Sicilia rimaneva dunque formalmente il nuovo
sovrano Carlo II d’Angiò, per mai più sollevare pretese a riguardo, mentre la Sicilia veniva
denominata provvisoriamente “Regno di Trinacria”. In questa maniera, sembrava che le
contese seguite al Vespro fossero scongiurate, ma al tempo stesso in Sicilia cresceva il
panico. L’odio verso gli angioini era ancora forte, e di certo non diminuiva nella
consapevolezza che questi sarebbero tornati a dominare, dopo la dipartita di Giacomo
d’Aragona. I cronisti isolani, con eccesso di patriottismo, videro nel “colpo di stato” di
Federico, l’incontro sincero del principe con le istanze e le preoccupazioni, senza dubbio
giustificate, dei siciliani. Nel dicembre 1295, all’indomani del patto di Anagni, Federico indice
un parlamento a Palermo, nel quale dichiara la rinuncia di Giacomo al trono di Sicilia e la
futura cessione dell’isola all’Angiò. Pochi giorni dopo, nel gennaio 1296, un secondo
parlamento in Catania, proclamava quasi all’unanimità Federico come nuovo Re di Sicilia,
ma anche come nuovo Duca di Puglia e Calabria e Principe di Capua. In pratica ora sia
Federico che Carlo si ritrovavano insigniti degli stessi identici titoli, derivati, per uno dal papa,
per l’altro dal parlamento siciliano. Una situazione che non poteva che significare, come
effettivamente sarà per i successivi 90 anni, guerra. Il sovrano assunse il numero dinastico
“III”. In effetti, Federico di Hohenstaufen fu il “II” del Sacro Romano Impero (il primo fu suo
nonno, il Barbarossa) mentre fu “I” come Re di Sicilia. Nell’assumere il numero “III” Federico
d’Aragona mostrava non solo di volersi ricollegare all’esperienza del suo antenato, ma anche
a quella imperiale sveva. La scelta del nome, per papi e sovrani, all’epoca aveva una funzione
fortemente propagandistica, quasi a fare da parola d’ordine di un programma politico. Al
parlamento di Catania si registrava una componente assai diversificata. Alla nuova nobiltà
catalano-aragonese si affiancavano i rappresentanti delle “universitates” (definizione
giuridica delle città) e la nuova aristocrazia siciliana nata dal Vespro. Tra i personaggi più
importanti, a votare favorevolmente a Federico, vi erano Blasco d’Alagona e Matteo Palizzi,
entrambi destinati ad avere grande importanza nelle seguenti vicende. Come ricordava
l’arcivescovo di Monreale Francesco Testa, l’elezione di Federico fu più un fatto di impulso
che di vera e propria votazione, dato dal fatto che bisognava affrettare quanto più possibile
la necessaria definitiva separazione della Sicilia dal regno angioino. Il nuovo sovrano
legittimò la sua presa di potere con il diritto ereditario da parte materna, che discendeva
direttamente da Manfredi di Sicilia e prima ancora da Federico II, ma adesso anche al volere,
esplicito dalla “electione celeberrima et ordinatione firmissima fidelium siculorum” ossia in
breve dalla ferma e solenne elezione dei sudditi di Sicilia. Certo non si poteva parlare di
un’elezione democratica come faremmo oggi, ma senza dubbio fu un primato nella storia
della Sicilia. Tuttavia la monarchia di Federico III non è comunque considerabile come una
monarchia propriamente siciliana, bensì come una monarchia, magari indipendente ma
comunque a guida catalana, e inserita nell’ambito dei progetti egemonici aragonesi, come
attesta la scarsa voglia di Giacomo II ad impegnarsi contro il fratello al fianco di Papato e
Angiò. Era dunque chiara la necessità degli aragonesi di evitare lo scontro frontale con la
Francia e i suoi alleati, ma altrettanto lo era quella della Sicilia, la cui situazione le imponeva
di accettare un re di una casata, i cui obbiettivi erano e rimanevano comunque
definitivamente fuori da quelli del regno. Angioini e chiesa dal canto loro mal fidavano della
lealtà politica aragonese. Benchè la Sicilia di Federico III rimanesse formalmente
indipendente, era chiarissimo che, in caso di pericolo, Giacomo II d’Aragona sarebbe
intervenuto. Non è infatti un caso che il successore di Giacomo, Alfonso IV fu
immediatamente scomunicato da Giovanni XXII, in quanto notoriamente favorevole allo Zio
Federico. Ed è ancora più indicativo che lo stesso Federico III, pur convinto in cuor suo di
aver iniziato una nuova dinastia, spiega Gina Fasoli, aveva nominato proprio il nipote Alfonso
come erede, in caso non avesse avuto figli, pur consapevole del fatto che in questa maniera
la Sicilia non sarebbe stata più indipendente. L’impostazione catalana di Federico III era fuor
di dubbio. Eppur tuttavia, la sua incoronazione, al netto delle assicurazioni del nuovo
sovrano presso il fratello, provocava non pochi timori alla corte di Barcellona, specialmente
a causa della costante tensione con la vicina Francia. A queste si aggiungevano le rabbiose
reazioni papali. Bonifacio VIII, poco dopo la notizia dell’incoronazione di Federico,
proclamava addirittura la Crociata contro la Sicilia catalana, cui alla fine partecipò persino
Giacomo II, al fianco degli angioini. Infatti le due flotte congiunte inflissero non poche
sconfitte a quelle siciliane. Nel 1299 si ha per Federico III la dura sconfitta navale davanti
Capo d’Orlando, ma Giacomo II esitò nel prendere prigioniero il fratello. Probabilmente la
consapevolezza che, una volta catturato, lo si sarebbe dovuto condannare alla prigionia, o
addirittura alla morte, fece desistere il monarca aragonese. Dopo Capo d’Orlando, la guerra
si protrasse stancamente, e si ebbe un tentativo di sbarco angioino in Sicilia, ma alla fine
entrambe le parti dovettero desistere. Bonifacio VIII si rese conto dell’estrema difficoltà nel
piegare l’ostinata resistenza di Federico, e si decise a percorrere la via diplomatica, per
trovare una soluzione al conflitto. Anche le trattative si protrassero lungamente, ma
nell’agosto 1302, si giunse alla Pace di Caltabellotta. Si confermò quanto stabilito all’epoca
di Pietro III e Carlo I. Morto Federico III, il Regno di Trinacria sarebbe dovuto tornare agli
angioini. Carlo II d’Angiò manteneva il titolo di Re di Sicilia, e dava in sposa la propria figlia
Eleonora a Federico. L’accordo, guardando a posteriori, si rivelerà essere null’altro che una
tregua tra i due contendenti. Ciò che, nei fatti, effettivamente si sancì a Caltabellotta fu la
separazione dei due regni, che ritorneranno unificati più di un secolo dopo. Entrambi i
contendenti, dal canto loro, speravano di volgere gli esiti della contesa a loro favore. Quello
che sembrava un apparente fallimento della politica di Pietro III permise in ogni caso di
mettere in stallo i piani imperialistici angioini e anche di allargare fortemente gli orizzonti
commerciali e i traffici dei mercanti catalani. La Sicilia diventava il loro ponte sicuro per il
Levante e l’Africa maghrebina. La situazione rimase più o meno stabile fino al 1312, e
durante questo tempo di pace, Federico III dovette far fronte a numerosi problemi, molti dei
quali sono ormai ricorrenti. Ancora una volta la nobiltà si riconfermava essere l’ossatura del
potere regio, senza la quale era impossibile mantenere il controllo del regno. L’ormai
consolidata influenza che questa classe deteneva sull’isola portò la monarchia a indebolirsi
sempre di più, rendendola incapace di evitare appropriazioni indebite. Dal canto proprio, la
nobiltà, tanto quella locale (detta latina) e quella “nuova” (catalana) cominciò a formare dei
veri e propri clan familiari in lotta tra loro, tra i quali spiccavano le 4 famiglie destinate a
dominare sulla Sicilia dopo il trapasso di Federico. Ma ciò che decisamente divenne prassi in
Sicilia, rispetto al passato, fu la maggiore partecipazione delle città alla vita politica, incitate
in questo dallo stesso monarca, evidentemente desideroso di avere una base di
legittimazione sufficientemente forte da opporsi ai signori, ma che di fatto ben di rado riuscì.
Venne confermata l’elettività dei consigli municipali e dei magistrati cittadini, introdotte
durante il regno di Carlo I, ma questa volta con lo specifico divieto per nobili e cavalieri di
candidarsi. I capitoli delle Costitutiones Regales dimostravano chiaramente l’interesse del
sovrano nello svincolarsi dalla perenne influenza baronale, nel riassettare l’amministrazione
e il fisco, favorire la prosperità del regno. Impegnato fu anche nella regolazione dei rapporti
di convivenza, sulla persecuzione delle armi detenute illegalmente, sulle relazioni tra
proprietari e coloni, dazi e pedaggi per gli animali, regole su pesi e misure, commercio di
prodotti agricoli, spazi decorativi pubblici, e controlli sui giochi d’azzardo e sulle pratiche
magico-esoteriche e gli esorcismi, che negli anni di grave crisi della transizione tra svevi e
angioini, e poi dopo col Vespro, si erano intensificate. La tendenza al radicalismo religioso fu
infatti la ragione della rapida diffusione di francescani e domenicani. Addirittura Federico III
si fece protettore di tutti quei gruppi pauperistici considerati pericolosi dalla chiesa, primi
fra tutti i francescani spirituali, o “fraticelli”, i quali vennero accolti nella Sicilia federiciana
aragonese, in funzione antipapale ovviamente. Infatti a questa apparente tolleranza
religiosa, si deve ricordare anche le leggi discriminatorie e segregazioniste imposte agli ebrei.
Se a queste disposizioni sia seguita un’effettiva applicazione pratica è difficile dirlo. Ma senza
dubbio, rileggendo quegli atti a posteriori, le Costitutiones Regales danno di Federico III
un’immagine di forse l’unico sovrano, dopo l’epoca normanna, che si fosse effettivamente
preoccupato del regno in sé, e non delle mire espansionistiche di cui il regno doveva essere
trampolino di lancio.
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Morte di Federico III di Sicilia; Instabilità e i Quattro Vicari
Con il decesso del Sovrano, la Sicilia si avvia in una spirale di degrado e instabilità politica,
nella quale gli unici a trovare vantaggi sono proprio quei clan nobiliari che tesero a formarsi,
durante il loro teso rapporto di convivenza con Federico III. La morte avveniva in Paternò
(Catania) nel 1337, lasciando il trono ad un re bambino, cosa che di peggio non poteva
sperarsi al momento. Il re Ludovico di Sicilia crebbe, ma non riuscì mai a sottoporre a totale
controllo il regno, tanto che ad un certo punto, nel 1354, dichiarerà pubblicamente di non
essere in grado di esercitare la sua funzione regia, a causa dell’estrema influenza delle case
nobiliari, specialmente delle due case più potenti, i “latini” Chiaramonte e i “catalani”
Alagona. La situazione non tese a migliorare sotto il successivo e ultimo regno catalano
indipendente in Sicilia, ossia la monarchia di Federico IV il Semplice. La nobiltà, tanto latina
quanto catalana, comprese perfettamente come sfruttare il contratto feudale a proprio
vantaggio. Il Regno di Sicilia versava in una condizione finanziaria e sociale disastrosa, e
l’unica cosa che poteva permettere al re, di mantenere il controllo e di avere al proprio
comando sufficienti cavalieri e soldati, era mantenersi fedeli i nobili. In una situazione
assolutamente lontana dal voler rovesciare la monarchia, i nobili cominciarono ad attuare
pressioni organizzate, apposta per spingere il re a conceder loro tutto ciò che volevano, pena
eventualmente la ribellione, o addirittura il tradimento. Qualcosa, in definitiva, che la
monarchia siciliana non poteva permettersi, specialmente con una guerra ancora in corso
con i vicini angioini, e la loro perdurante occupazione di Palermo, Siracusa e Milazzo. La
tracotanza dei nobili, citando Ludovico Bianchini, si traduceva nel “mutare in atto legale, ciò
che fino ad allora i feudatari, illegalmente o con incerto titolo, avevano sottratto al demanio
regio”. A metà del 1300, Federico IV denuncia con amarezza la “convenzione tra masnadieri”
siglata tra Enrico Ventimiglia e Federico Chiaramonte, per spartirsi l’ennesimo bene
ottenuto dal demanio. La denuncia di Federico non si limita solo ai due nobili ma a tutti
coloro che, nonostante la tragica situazione del regno, invece di far fronte alle necessità della
guerra e alla salvaguardia dello stato, si limitarono semplicemente a sfruttare l’instabilità
per allargare i propri patrimoni. E nonostante tutto si intravedono quei deboli sforzi della
corona, nel cercare di porre un argine a quelle prepotenze, senza riuscirvi. L’apice della forza
baronale sarà l’insignorimento dei Chiaramonte, una volta recuperata Palermo, nella città.
A questo periodo infatti risale il palazzo Chiaramonte-Steri, sede attuale del rettorato
universitario cittadino. La Sicilia si avviliva sempre di più, incapace di reagire, e in balia di chi
non ne aveva a cuore neanche una parte di essa, almeno che non fosse sotto il proprio
scettro baronale. Nel 1377, a soli 36 anni (e visto il sangue marcio che si è fatto neanche mi
stupisco N.d.A.) Federico IV di Sicilia muore. Solo 5 anni prima, ad Avignone, Federico IV di
Sicilia e Giovanna I di Napoli siglavano l’accordo che poneva fine alla sanguinosa e
novantennale guerra tra i due regni, i cui esiti furono principalmente negativi per entrambi
i contendenti, i cui territori erano ormai de facto separati. Il trattato comunque, cercava di
mantenere l’unità ideale del regno, tramite la formula “Regnum Ultra et Citra Pharum”. La
Sicilia era affidata dunque a Federico e successori, che però dovevano impegnarsi a prestare
fedeltà al Papa e agli angioini, con la condanna a pagare a Napoli 3000 onze annue. Federico
IV dovette inoltre sposare Antonia del Balzo, nipote di Giovanna, mettendo dunque la Sicilia
nuovamente nelle condizioni di tornare sotto il dominio angioino, per via dinastica. Ad
evitare ciò ci pensò lo stesso Federico, facendo annullare la clausola regia che vietava la
successione femminile. In questa maniera, la figlia quattordicenne di Federico, Maria I avuta
con la prima moglie Costanza d’Aragona, veniva nominata erede. Nel frattempo, la posizione
aragonese andava rafforzandosi a danno di quella degli angioini, in quanto il regno di Napoli
si trovava sempre più isolato, a causa dell’accentuarsi delle ostilità tra Francia e Inghilterra.
Maria era sul trono, ma essendo minorenne, la reggenza fu affidata ad Artale Alagona, gran
giustiziere del regno e il più potente barone catalano nell’isola. Questi ovviamente, come il
resto della nobiltà, si mette subito all’opera per garantire una stabilità interna funzionale
solo agli interessi della nobiltà stessa. Secondo quanto annotato dall’Anonimo siciliano
“Guerra et inimicizia fu renovata et incomenzata […] tucti li Magnati di lu regno pigliarusi li
chitati et li terri, tanto di lo demanio quantu li altri”. Il nuovo governo dei nobili viene
ricordato come il periodo dei “Quattro Vicari”. I membri di tale “consiglio di reggenza” erano
infatti lo stesso Alagona, insieme con Manfredi Chiaramonte, Francesco Ventimiglia e
Guglielmo Peralta. E come ormai abbiamo ben capito, il periodo del loro governo non fu
caratterizzato da altro che lotte intestine, guerriglie locali e scontri tra i quattro, i quali
cercavano ognuno di guadagnare più influenza possibile, a danno degli altri tre. Di fatto,
durante questo “quadrumvirato” tra il serio e il faceto, i quattro signori si ritirarono spesso
nelle loro terre, governandole da sovrani veri e propri.
I due Martini e la reginetta Maria; La restaurazione della monarchia
La nuova situazione ovviamente faceva gola a molti signori stranieri, primi fra tutti i Visconti
di Milano, i quali però non riuscirono a sfruttare l’occasione, e Pietro IV d’Aragona. Nel 1382
infatti, d’accordo con l’Alagona, Pietro faceva “trasferire” (leggasi rapire e trasportare, da
parte di Guglielmo Raimondo III Moncada) a Barcellona, dove si cerca di darla in moglie al
figlio Martino il Vecchio, duca di Montblanc. Al rifiuto di questi, la giovane viene data in
moglie al riluttante (e costretto) Martino il Giovane, figlio dell’omonimo principe.
Ovviamente, i vicari si resero conto del pericolo che correvano. Il matrimonio di Maria
significava un nuovo sovrano, magari uno abbastanza forte da imporre loro obbedienza. E il
fatto che il nuovo sovrano fosse un collegato del Re d’Aragona, rendeva tale rischio
concreto. I quattro vicari dunque si riunirono in una chiesetta di Castronovo, in un
impropriamente definito “parlamento” con i vari nobili del regno, per decidere sul da farsi e
innanzitutto per dichiarare nulle le nozze della reginetta. A Castronovo, la convergenza
unanime nel dichiararsi fedeli a Maria, sembrerebbe finalmente la presa di coscienza delle
forze del regno, nei confronti del regno stesso. Ma Geronimo Surita fa il punto della
questione, mettendo in luce le inevitabili ambiguità e il “proliferare d’intenti” che
ovviamente impedivano di organizzare una linea comune stabile. Non è infatti un mistero
che molti dei nobili di Castronovo, presi contatti con Martino, si dichiaravano favorevoli ad
accoglierlo e riconoscerlo, a patto che, in definitiva, riconoscesse loro quanto usurpato negli
anni. Dal canto suo invece Martino fu assai generoso in elargizioni di denaro a vari nobili,
quali Antonio Ventimiglia e Bernardo Spatafora. Ed è quanto mai ironico che le forze per lo
sbarco aragonese in Sicilia furono organizzate proprio con tutte quelle risorse che dalla Sicilia
furono trasferite in Aragona nel corso del tempo. Nel marzo 1392, una flotta di 100 navi
aragonesi, al comando dell’ammiraglio Bernardo Cabrera portava i due Martini e la reginetta
Maria a Trapani, dove ancora una volta accorrevano tante persone ad accogliere il nuovo
sovrano e a sottoporgli istanze e capitoli da approvare. L’entusiasmo colse Martino, che si
illuse di poter conquistare la Sicilia in poco tempo, ma le famiglie vicariali non erano disposte
a cedere facilmente il controllo che avevano assunto. Solo in molti mesi, le forze aragonesi
furono in grado di ricondurre l’isola all’ordine. Con una spregiudicata politica di alleanze,
Martino il Vecchio riesce a catturare due dei vicari, Andrea Chiaramonte e Manfredi Alagona,
entrambi decapitati Palermo. Andrea in particolare fu ucciso proprio di fronte al palazzo
Steri, il simbolo del potere assunto dalla sua famiglia. La antichissima famiglia Chiaramonte
venne così definitivamente dispersa, e le loro proprietà vennero in gran parte assegnate
all’ammiraglio Cabrera, in qualità di nuovo Conte di Modica. Il Gran Giustizierato,
precedentemente dell’Alagona, il resto delle proprietà chiaramontane e il marchesato di
Malta furono assegnati ad un altro personaggio importante, Guglielmo Raimondo III
Moncada, l’autore del rapimento di Maria e il suo trasporto a Barcellona. Le azioni di Martino
ovviamente non lasciarono i potentati locali impassibili, provocando quasi subito rivolte. Il
vicario Peralta, il vescovo di Catania Simone del Pozzo e vari altri nobili si ribellarono, a
quanto si apprende da una lettera di Martino il Vecchio alle cortés aragonesi. Resosi conto
di non potere contare troppo sulla nobiltà siciliana, le forze di Martino il Vecchio, limitate e
scarsamente rinforzate dall’Aragona non poterono far altro che trincerarsi e aspettare, man
mano che la situazione internazionale si evolveva. A Roma, la situazione volgeva
momentaneamente a favore dell’Aragona, alla morte di Clemente VI veniva eletto papa un
catalano, Benedetto XIII, nel 1394. Tuttavia sarà un fuoco di paglia, come dimostra il
successivo rifiuto della chiesa di riconoscerlo, preferendogli Alessandro V. Tuttavia
Benedetto XIII si ritirò in Aragona al momento del rifiuto, e Giovanni I d’Aragona volle
profittare del suo “papa personale” (N.d.A.) in questo ovviamente rendendo nuovamente
tesi i rapporti dell’Aragona col papato. Nel 1396 invece, a morire è proprio Giovanni
d’Aragona, e quindi Martino il Vecchio, fratello del re, viene richiamato in Aragona per
cingere la Corona. Martino il Giovane è lasciato in Sicilia a gestire la situazione. Il principe
cominciò l’opera di ricostruzione della monarchia e delle sue istituzioni, oltre a continuare
la lotta serrata contro la nobiltà riottosa, alla cui riduzione vengono sostituiti nobili aragonesi
e catalani. È dunque chiara la continuazione dell’opera di “ispanificazione” dell’Isola. Benchè
Martino I, per diritto della moglie Maria, era il re di Sicilia, la sua fitta corrispondenza col
padre dimostra come il vero burattinaio della politica aragonese in Sicilia era Martino il
Vecchio. Un esempio di ciò è la dura lettera con cui Martino il Vecchio invita il figlio a non
attendere all’impegno preso con Luigi d’Angiò, per il trasporto di Benedetto XIII in Roma.
L’appoggio dell’antipapa era utilissimo alla corona. Ma l’atto maggiore di dominio del
Vecchio sul Giovane, fu l’ordine per Martino I di Sicilia a recarsi in Sardegna, al comando di
una spedizione, nella quale troverà la morte. I pochi anni di regno di Martino furono
all’insegna del riassettamento tanto degli uffici regi quanto della situazione feudale. È
indicativo ricordare come, se all’arrivo dei Martini, numerosi cavalieri e nobili aragonesi
erano stati infeudati in Sicilia, all’inizio del secolo successivo, di quelle 240 famiglie di nuovi
nobili, non ne rimanevano neanche la metà. Questo perché molte delle famiglie aragonesi
finirono per essere integrate entro i ranghi di quella poca aristocrazia locale, che preferì
rimanere fedele ai nuovi sovrani. Ciò ovviamente rendeva difficoltoso per Martino i suoi
progetti di accentramento monarchico, puntato principalmente a costruire un esercito regio
stipendiato dal re stesso. Per quanto riguarda le città, il sovrano fu certamente attento a
ricostruire quanto meno un rapporto che gli permettesse di risanare il demanio regio e di
evitare nuovi motivi di scontro, specialmente per il fatto che, in ogni caso, l’aristocrazia
continuava ad avere un forte controllo negli uffici urbani. Benchè la nuova monarchia si fosse
dimostrata disponibile a cercare il dialogo con le città e ad approvare i loro capitoli, in realtà
la diffidenza rimaneva alta. I Martini avevano la priorità di non scontentare la classe
nobiliare, quindi da un lato remunerare ampiamente i nuovi feudatari catalani e dall’altro
restituire quanto prima i privilegi dei signori su varie città, anche se questo significava in
pratica inficiare il demanio regio. L’amministrazione pubblica invece fu rimessa nelle mani
di tutti quei funzionari che si erano dichiarati fedeli a Martino. Certo, ciò gli garantiva un
comparto amministrativo forte, ma privo di innovazioni pratiche. La riassunzione di vecchi
funzionari significò la progressiva stagnazione dell’amministrazione regia, la quale divenne
sempre meno adatta a gestire la cosa pubblica del regno. Questi dunque i caratteri, ormai
abbastanza ricorrenti della monarchia di Sicilia, retta da Martino I, fino alla morte avvenuta
nel 1409. L’elemento effettivamente innovativo avuto durante il suo incerto regno fu il
riassettamento del Parlamento Siciliano. Quello che fino a quel momento era stato un
parlamento in senso più medievale che moderno, convocato saltuariamente, su richiesta
regia, e formato prevalentemente da nobili, si strutturava ora più sulle moderne cortés
aragonesi, distinguendo i tre “bracci” o “ordini” del clero, della nobiltà e, adesso, dei
cittadini. Restava ancora itinerante la sede. Tuttavia, il parlamento non ebbe mai un potere
che andasse oltre il semplice principio del tacito assenso, e le lamentele circa le difficoltà del
re, nel rispettare a pieno il principio di indipendenza della corona di Sicilia dalle direttive
aragonesi. Nel 1401, Maria I di Sicilia muore a 44 anni, lasciando ovviamente il problema
della successione. Martino I era giunto sul trono in Palermo proprio attraverso la moglie.
Ora che si ritrovava vedovo, molti nobili dell’isola pensavano di “approfittare” della cosa,
facendo sposare Martino il Giovane con Giovanna d’Angiò-Durazzo, regina di Napoli. In
questa maniera il regno si sarebbe potuto riunificare, sotto la guida di Martino. Ma il padre
del re, co-reggente dell’Isola, aveva già altri piani. A Martino il Giovane fu nuovamente
imposta una moglie scelta dal padre, ossia la principessa Bianca di Navarra, figlia del re Carlo
III di Navarra. Il matrimonio avvenne nel 1402, e Martino il Giovane si trovò spesso ad
affidarle la reggenza di Sicilia, dati i suoi continui impegni nel Mediterraneo. Nel 1408,
all’indomani della spedizione in Sardegna di Martino, Bianca di Navarra veniva nominata
vicaria del regno. Già il suo arrivo in Sicilia aveva causato non pochi tumulti, guadagnandosi
le ostilità di certa nobiltà catalana, in primis il conte Cabrera di Modica. Nel 1409 infine,
Martino il Giovane viene colto da malaria, morendo a Cagliari. Secondo quanto lasciato dal
Giovane nel suo testamento, redatto prima di partire per la Sardegna, il trono non passava
a Bianca o ad altri, bensì al padre. La nuova unificazione dinastica, con la quale Martino il
Vecchio si trovava re d’Aragona e di Sicilia, avrebbe dovuto essere temporanea, ma invece
fu l’unificazione di fatto delle due corone. Martino rimase comunque in Barcellona, insieme
con la moglie Margherita Prades, in dolce attesa del suo erede. Bianca rimase vicaria di
Sicilia. A nulla valsero i tentativi della nobiltà isolana di far accedere al trono siciliano il
piccolo Federico de Luna, figlio di Martino il Giovane, avuto con una nobildonna catanese.
Nonostante tumulti e fermenti vari, la Sicilia si dimostrò incapace di trarsi fuori dalle spire
del regno d’Aragona. Non riuscirà neanche nei due anni successivi, nonostante la possibilità
e il modo ci fossero. A neanche un anno di distanza dal figlio, Martino il Vecchio d’Aragona
morì, e le difficoltà di successione lasciarono Aragona e Sicilia senza re per due anni. I
pretendenti al trono siciliano c’erano, e in buon numero, a sufficienza per rendere la Sicilia
nuovamente indipendente. Ma le continue contese tra nobili, impedirono sempre e
comunque la convergenza su un nome. Il tempo per decidere scadde nel 1412. Riunito a
Caspe un consiglio arbitrale, si stabilì il futuro dei due regni. Sul trono d’Aragona veniva
assiso Ferdinando di Trastàmara, figlio del re Giovanni di Castiglia. È importante sottolineare
che al consiglio, non vennero invitati a partecipare i rappresentanti di Sicilia e Sardegna. Una
era vista con diffidenza dagli aragonesi, l’altra non era ancora completamente pacificata. Il
compromesso di Caspe stabiliva che la corona delle due isole infatti, sarebbe spettata per
unione dinastica a Ferdinando, in quanto eletto successore di Martino il Vecchio. Il vicariato
di Bianca in Sicilia intanto, scricchiolava. Ormai pochissimi nobili erano disposti a seguirla,
come evidenziava il parlamento di Catania del 1413. La nobiltà si limitò ad inviare un timido
messaggio a Ferdinando, chiedendogli il rispetto delle franchigie, dei privilegi e di capitoli e
costituzioni. Fin qui nulla di strano, se non che, tra le richieste, posta come chiosa al tutto,
vi era l’obbligo del re di risiedere in Sicilia. Ovviamente la risposta fu negativa. Vennero
inviati in Sicilia, dapprima i cosiddetti “viceregentes” degli agenti regi incaricati del graduale
passaggio di poteri tra il vicariato e il nuovo vicerè dell’isola, il figlio di Ferdinando, Giovanni
Peñafiel D’Aragona. Tale sistema era in pratica la genesi del modello di governo che la
monarchia, aragonese prima e iberica dopo, avrebbe attuato sulla Sicilia per secoli, nel corso
dell’Età Moderna. Le forze locali del regno cominciavano ad essere stanche. Da tempo ormai
non avevano più un re indipendente dall’Aragona, e i dissidi raggiunsero l’apice quando a
Messina, l’unica città ad avere un minimo di mentalità e spirito d’impresa, non solo
commerciale, si ebbe la proclamazione di Giovanni d’Aragona come nuovo re di Sicilia, nel
1416. Nello stesso anno, Ferdinando d’Aragona morì, lasciando il trono al fratello di
Giovanni, Alfonso V, detto il Magnanimo. Il nuovo re impose a Giovanni, già riluttante nei
confronti di quanti lo avevano acclamato re, di lasciare la Sicilia insieme a Bianca di Navarra,
con la quale poi si sposerà. Alfonso ribadì nuovamente l’unione dinastica di Sicilia e Aragona,
inviando nuovi viceré, con poteri estesi. La carica di Viceré fu un elemento caratteristico
delle monarchie a guida iberica, anche e soprattutto dopo l’unificazione di Castiglia e
Aragona sotto gli Asburgo. Si può dire in un certo senso che la Sicilia fu un banco di prova
per le capacità di amministrazione “d’oltremare” degli spagnoli. I viceré avevano potere
assoluto sui propri territori, in quanto rappresentanti in loco della persona regia. Le direttive
giunte dal re potevano essere da loro modificate e, in rare eccezioni, addirittura rifiutate.
Alfonso il Magnanimo, Ferrante I di Napoli e la dissoluzione del Regnum Siciliae
La prima impresa di Alfonso, nel tentativo di conquistare il sud Italia, culminò con la disfatta
di Ischia nel 1435. Dopo essere stato rifiutato da Giovanna II d’Angiò, la quale aveva
annullato l’atto di adozione del sovrano aragonese, questi tentò di sbarcare in Napoli e
“ripjasse tutt chel ch’è suo”, ma finì, consegnato e in manette, nelle carceri di Filippo Maria
Visconti, non certo amico degli angioini, ma nemmeno degli aragonesi. Sembrava dunque
che il Sud Italia ormai fosse destinato ad essere dominato stabilmente dagli angioini, il che
significava, nella pratica, il predominio politico e militare francese nella Penisola. Renato
d’Angiò si trovava ancora in patria, impegnato nella contese territoriali in Lorena, mentre la
moglie Isabella era già arrivata in Napoli ed incoronata con grandi onori. I due sovrani
francesi non potevano però immaginare cosa stava per succedere. Machiavelli descrive
dettagliatamente l’accortezza diplomatica di Alfonso, prigioniero a Milano. Alfonso riuscì a
toccare le corde giuste, nell’animo del Visconti, facendo pressione sulla paura di questi nei
confronti della Francia, e lusingando le sue tendenze egemoniche sul Nord Italia. Tale
accortezza viene immortalata appunto nelle “Istorie Fiorentine” da Machiavelli, il quale fa
dire ad Alfonso: “[Renato d’Angiò avrebbe fatto] ogni sforzo perché Milano diventassi del Re
di Francia [… Alfonso stesso invece] non temendo altro nimico che i Francesi, era necessitato
carezzare e amare e, non che altro ubbidire, a colui che a’ suoi nimici potea aprire la via”. La
questione dunque era semplice. Il Visconti veniva messo davanti alle (evidenti) tendenze
egemoniche francesi, delle quali anche Milano, presto o tardi, sarebbe stata vittima. E
dunque, era quanto mai meglio avere al Sud Italia un regno aragonese, che avrebbe senza
dubbio ricompensato il Ducato di Milano, per non lasciare ai francesi il campo libero. SI
prefigurava dunque un assetto tripartito della penisola; Un centro-nord dominato dal ducato
visconteo, lo stato della Chiesa, e il sud Italia con le Isole sotto la corona aragonese. Ne venne
dunque fuori un’imprevista alleanza, cosa che rendeva instabile il trono napoletano. Renato,
arrivato in Italia, dopo una prigionia riscattata con 400.000, sedeva in Castel Nuovo sotto i
peggiori auspici, quegli stessi che ne avrebbero fatto appunto, l’ultimo re angioino di Napoli.
Altre condizioni che avvantaggiavano Alfonso riguardavano le contingenze internazionali. Il
principale alleato di Napoli, la Chiesa, era ormai in contrasto fisso con gli angioini. Anche la
Francia, guidata da Carlo VII di Valois, era impegnata con l’Inghilterra nella Guerra dei
Cent’anni. Difficilmente avrebbe aperto un secondo fronte con l’Aragona a sud. C’era anche
il fatto che la dinastia Viscontea aveva i giorni contati. Filippo Maria Visconti ebbe solo una
figlia, la quale andò in sposa ad uno dei migliori comandanti al servizio del Duca, ossia
Francesco Sforza. Non avendo alcun contatto con lo Sforza, e non essendo a questi noto
l’accordo stretto tra il Visconti e Alfonso, metteva il sovrano aragonese nelle condizioni di
non dover subire il controllo politico milanese in Italia, una volta che lo Sforza fosse
succeduto al Visconti, per diritto della moglie (cosa che poi succederà). Tra il 1436 e il 1442,
Alfonso e Renato si affrontarono in un’ultima guerra angioino-aragonese, culminata (non
senza difficoltà per gli aragonesi) con la presa di Napoli e la fuga di Renato d’Angiò e consorte
in Avignone. Così si concluse l’esperienza angioina napoletana. Quello che una volta era
stato il Regno di Sicilia unico, e che ora era diviso, almeno formalmente, come i due regni di
Sicilia “citra et ultra Pharum” si ritrovava nuovamente unito sotto un unico sovrano, che
assunse di fatto il nome di “Rex Utriusque (di entrambe) Siciliae”. Tuttavia ciò non significò
il ritorno della Sicilia al centro delle dinamiche e della politica regie. Napoli rimase il
baricentro della nuova politica, tanto regnicola quanto aragonese, in quanto Alfonso V scelse
proprio la città partenopea come sede della propria corte, nonostante gli inviti dei familiari
a tornare in Barcellona. Del corteo trionfale, col quale il nuovo sovrano entrò in Napoli,
venne data descrizione da vari autori, tra cui alcuni siciliani, quali Antonio Beccadelli
“Panormita”, parlando dell’accoglienza allegra e gioiosa, che ormai era per i napoletani più
un fatto di tradizione cittadina che non un’effettiva dimostrazione di favore o sfavore verso
il sovrano di turno. Pertanto Alfonso era diventato il nuovo Re di Sicilia e di Napoli e in
quest’ultima si era stabilito. La città di per se rappresentava per il sovrano la ripresa di quel
progetto egemonico aragonese che le varie contingenze storiche, dallo scisma d’occidente,
alla “indipendenza” della dinastia federiciana, alla guerra con gli angioini e la Francia,
avevano rallentato, quando non arrestato. Napoli si trovava in una posizione perfetta per
controllare quanto succedeva in Italia, e per meglio dirigere le mire egemoniche aragonesi
sulla penisola, laddove ormai il percorso nel Levante sembrava ormai interdetto dalla
preponderante potenza dei turchi. Parlando del regno, molti storici, specialmente a
posteriori, videro nella monarchia alfonsina il momento in cui le città del regno, in
particolare quelle siciliane e Napoli, incominciarono ad emergere come veri e propri centri
autonomi e definiti. Tuttavia, le numerose modifiche istituzionali che Alfonso apportò non
modificarono quasi completamente l’assetto sociale, politico ed economico delle città, del
quale ormai si sono ripetute fino alla nausea le caratteristiche. Benchè le attività produttive
urbane si fossero sviluppate un po’ dappertutto, permanevano sempre e comunque gli odi
particolaristici e le competizioni tra città, le quali raramente erano economiche, ma erano
puntate principalmente ad ottenere vantaggi e privilegi a discapito delle altre, ora dalla
corona, ora nobiltà feudale e terriera, la quale rimaneva preponderante. In Sicilia, ben di
rado le città diedero vita a maestranze vere e proprie, si annoverano principalmente quelle
tessili di Palermo e Catania. Nella città etnea invece, nacque la prima università dell’Isola,
con ovvie rimostranze da parte di Palermo e di Messina, entrambe a loro volta sempre in
rotta per emergere come capitale dell’Isola. L’esigenza dello Studium catanese fu espressa,
significativamente, da due intellettuali siciliani esuli. Uno era Nicolò Tudisco, funzionario
regio a Napoli, l’altro era Giovanni Primo, Abate di San Paolo, a Roma. I due uomini
rappresentavano letteralmente la fuga di cervelli che la Sicilia aveva vissuto, praticamente a
partire dall’avvento della dinastia angioina. Un altro esempio di tale fuga fu, infatti
l’allontanamento dei molti poeti e letterati della Scuola Poetica Siciliana, i quali diedero poi
vita alla scuola dello Stilnovo a Firenze. Ma le motivazioni che li spinsero ad abbandonare
l’isola furono principalmente politiche. Quelle che spinsero i vari uomini di cultura, tra i quali
i due sopracitati, furono essenzialmente il deperimento culturale della Sicilia, la quale era
uscita devastata dal governo angioino, e successivamente dalle guerre del Vespro,
impoverendosi sempre più e avvilendosi in una spirale di contese particolaristiche e feudali,
in presenza di una monarchia sempre debole e incapace di gestire la situazione. Tudisco e
Primo avevano intenzione di revitalizzare le forze culturali dell’isola, e lo Studium catanese
doveva servire proprio allo scopo; Introdurre il pensiero e il ragionamento critico delle nuove
idee rinascimentali nell’arretrata Sicilia, far nascere una nuova mentalità isolana, uscire dal
torpore dei 150 traumatici anni passati. Tuttavia, il piano fallì quasi subito. Lo Studium
isolano non riuscì a fare breccia in quella inveterata e granitica mentalità litigiosa e sterile,
diventando così un semplice impianto di preparazione per tutti quei mestieri che dovevano
servire essenzialmente a chi poteva permetterseli. Si parla di giudici e magistrati, ma anche
di medici, speziali, costruttori edili. In tutto ciò invece la popolazione siciliana era e rimaneva
profondamente povera, e sempre più disaffezionata alla terra. L’agricoltura e in particolare
la cerealicoltura subirono una forte contrazione, alla quale Alfonso cercò di fare contrasto,
introducendo nell’isola una più diffusa pastorizia. Molti ex-contadini si riconvertirono come
allevatori, dando quindi impulso alla produzione e commercio di prodotti caseari, lane e
pellame. A ciò purtroppo non corrispose lo sviluppo delle industrie cittadine, in primis quella
tessile che si era leggermente affermata nelle grandi città isolane. Tuttavia, lo stesso
discorso che si fa per la Sicilia si potrebbe adattare, con poche differenze, anche alla
condizione urbana e contadina delle altre regioni urbane del Sud Italia. Sembra dunque che,
per tutta l’esperienza angioina prima, e alfonsina dopo, l’unico centro urbano a godere
effettivamente di forte sviluppo e ricchezza, sia economica che culturale, fu per l’appunto
Napoli. Avvantaggiata dalla sua posizione geografica e dal suo già accentuato processo di
sviluppo urbano, l’incontro di Napoli con Alfonso il Magnanimo fu quello che si potrebbe
definire il connubio perfetto. Il nuovo sovrano favorì un forte sviluppo della città, per vari
motivi. Prima di tutto, Napoli doveva essere per lui un simbolo di gloria e prestigio. La
decisione di mantenere ivi la corte, fu seguita da ulteriori e dispendiosi programmi edili.
Tutto ciò ovviamente fu supportato dalla potente aristocrazia oligarchica della città, che
vedeva il sovrano come garante e arbitro (talvolta) dei propri odi e dissapori personali,
racchiusa in una bolla di raffinatezza e altezzosità settaria, alla quale erano ammessi in
pochissimi. Un aristocrazia che, per giunta, fu sempre più attenta ai propri personali
interessi, che non al preservare l’effettiva autonomia cittadina. L’amministrazione urbana
come del regno infatti, venne sempre più affidata a personale iberico, stipendiato e fidato
dal sovrano. Le istituzioni e gli uffici regi vennero ampiamente modificati ed anche la
struttura sociale. Si istituì ad esempio l’esenzione fiscale per “fuochi” ossia per nuclei
familiari. Le collette tipiche dell’epoca pre-rinascimentale caddero in disuso e si cominciò a
parlare di “donativi” concessi dalle famiglie al re, per il mantenimento del pacifico stato. È
pur vero che tali donativi furono amministrati e raccolti con una notevole ossessività, affidati
a funzionari rigidissimi. Da qui i tentativi più disparati di sottrarsi alla numerazione, e di
evitare il pagamento dell’imposta. Il deficit di bilancio fu costante nel Regno di Napoli e
Sicilia, cosa che alla fine rese necessarie imposizioni fisse ai “fuochi”, quali l’obbligo di
acquistare un tomolo di sale all’anno, in cambio di 10 carlini (no, non i cani, finitela NdA) a
copertura delle spese di trasporto e misurazione. Si istituì un organo definito Regia Camera
della Sommaria, la quale racchiudeva in pratica tutte le varie branche amministrative
(giudiziarie, fiscali, economiche) del regno. A capo della Sommaria si trovava la Segreteria
Regia, il cui titolare (sempre un iberico di fiducia del re) aveva un qualcosa che farebbe
pensare ad un antico primo ministro. Il segretario regio aveva un potere ampio sulle funzioni
della Cancelleria. Seguivano poi istituzioni come il Regio Patrimonio, che amministrava i beni
della corona, e la Gran Corte Vicaria per la giustizia criminale e civile. La nuova struttura
burocratica e amministrativa andava così ad annichilire tutte quelle cariche e uffici che per
secoli avevano caratterizzato il Regno di Sicilia. Il punto focale della politica di Alfonso il
Magnanimo, rimase senza dubbio quella estera. Come già detto, il sogno di portare
l’Aragona a dominare il Mediterraneo era stato messo da parte, ma mai abbandonato. E il
controllo del Sud Italia, con la capitale aragonese de facto a Napoli, rientrava in un progetto
ben preciso, espresso in un documento del 1451. Era intento di Alfonso costituire quello che,
in termini odierni, si definirebbe “mercato unico” dedicato a tutti i domini aragonesi, i quali
dovevano prevalere economicamente e militarmente sugli altri. In tal senso, Alfonso mirava
a ricostituire il Regnum Siciliae come un’unica entità, la quale avrebbe dovuto fornire
l’autosufficienza agricola aragonese, mentre a Barcellona e la Catalogna sarebbe spettato il
sostentamento “industriale”, inteso come artigianato, manifattura, armamenti (in
particolare navali) e arsenali. E nel frattempo costituire una rete di contatti e alleanze con
quanti potevano essere validi supporti nella “lotta al turco” ormai pronto a sciamare
sull’esausta Costantinopoli. Infatti, 2 anni dopo quel documento, con la romantica ultima
carica di Costantino XIII Paleologo e la sua morte, il sultano Mehmet II entrava da
conquistatore in Costantinopoli. Era la fine dell’Impero Latino d’Oriente, ultimo rimasuglio
dell’impero bizantino, e quindi, dell’impero romano. Com’è chiaro, la caduta della città
causò scompiglio ed emozione in tutta Europa. La caduta dell’ultima vestigia dell’impero dei
Cesari, anche se ormai era da tempo divenuta tutt’altra cosa, scatenava la paura nei
confronti del turco, all’epoca innegabilmente la potenza più in ascesa nel Mediterraneo, e
musulmana. Il terrore che “l’barbaro maomettano” da Costantinopoli sciamasse verso
l’Europa, verso l’Italia, Verso il Mezzogiorno sotto il dominio di Alfonso, era grande. Eppure
si deve sottolineare come tale emotiva reazione non fu comune. In Italia in particolare, le
maggiori potenze commerciali (Firenze, Venezia, Genova) furono abbastanza tiepidi
nell’attaccare troppo duramente un nemico, certo, ma che ora possedeva miniere e altre
ricchezze, precedentemente di proprietà bizantina. Anche Alfonso stesso, che aveva
costruito la sua immagine di campione dell’Europa contro l’Islam, non fu troppo “cattivo”
nei confronti della ribattezzata Istanbul. Già solo per il fatto che, in quel momento, Alfonso
trovava in Italia un’occasione potenzialmente da jackpot, per quanto riguardava l’egemonia
sulla penisola. L’unica forza in grado di porre il proprio controllo sull’intero paese era il
Ducato di Milano, ma alla morte di Filippo Maria Visconti e l’avvento della dinastia sforzesca,
lo stato era instabile. Si presentavano dunque le condizioni, per l’Aragona, di prendere il
ducato sotto il proprio controllo. Ma Alfonso non fu in grado di sfruttarla. La rete di alleanze
costituita nella penisola era incerta, spesso angustiata da screzi, antipatie, voltafaccia. A ciò
si aggiungevano le ostilità mai sopite di certuni stati, quali Genova, e il nascere di tensioni
con la Chiesa, sempre più infastidita dai continui rinvii della spedizione contro i turchi. Ora
che il ducato di Milano era in mano agli Sforza, si prevedeva comunque il raggiungimento di
una pace stabile nella penisola. Una pace sofferta, tenuta lontana in ogni modo, tra mugugni,
ripicche e discussioni tra le 5 potenze della penisola; Napoli, Milano, Venezia, Genova, Roma.
Il 9 aprile 1454, si arriva così alla Pace di Lodi, che segnava la fine della prima lunga fase di
guerre italiane. Una pace che però tagliava letteralmente i piedi della politica egemonica di
Alfonso. Il re aragonese cominciò a perdere la spinta. I suoi piani di grande conquista e di
potere, tanto nella penisola quanto nel Mediterraneo, gli si sciolsero come neve al sole
davanti agli occhi, senza che potesse far nulla a riguardo, e portando gli stati aragonesi in
una non facile situazione economica e politica interna. Ne è un esempio la tensione tra
Alfonso e la classe baronale del Regno di Napoli e Sicilia, nel momento in cui il re volle
associare al trono napoletano il figlio Ferrante (da Ferran, catalano di Ferdinando).
Ammalatosi nel maggio 1458, Alfonso V il Magnanimo morì un mese dopo, lasciando il trono
nelle mani del figlio. Sul trono d’Aragona invece, successe il fratello di Alfonso, quel Giovanni
di Peñafiel che i siciliani avevano effimeramente proclamato loro re, tempo addietro. Veniva
perciò riaffermata la divisione dinastica tra Aragona e Napoli, ma non di Sicilia, segnando
così la fine dell’idea di un Regnum Siciliae nuovamente riunificato, portata avanti proprio dal
Magnanimo. In Napoli, Ferrante incontrò fin da subito il favore della popolazione, ma come
ormai abbiamo ben visto varie volte, la mentalità tanto del Mezzogiorno quanto della Sicilia,
avrebbero portato i vari sovrani ad avere troni sempre instabili. Ferrante si ritrovava in una
posizione non facile, a causa dei continui squilibri di alleanze all’interno della Lega Italica, e
nella quale Napoli si rivelava essere l’anello debole. Come se non bastasse, le mai sopite
pretese angioine e le ostilità con Venezia e con i turchi ottomani costringevano il sovrano a
mantenere in piedi un sistema, quello feudale, che ormai si stava cristallizzando nel proprio
fantasma, ma al quale il Regno di Napoli non riuscì a trovare un’alternativa, come i vari altri
regni d’Europa stavano riuscendo a fare. Laddove gli stati, o meglio le monarchie europee
stavano pian piano costituendo gli embrioni dei moderni stati nazionali, dove il rapporto tra
nobiltà e corona veniva a poco a poco rinsaldato dal crescere in potenza (economica e
militare) delle monarchie stesse, in Napoli non si riusciva ad accedere a tale sistema. Il
predominio della classe nobiliare terriera, affiancato dal certamente accresciuto potere
delle città, le quali però si mantenevano chiuse nel proprio particolarismo e negli egoismi
municipali, continuò a dominare nel Sud Italia, causandone la lenta degradazione e
facendone preda facile delle mire espansionistiche esterne. Ferrante I regnò fino al 1494,
cercando in tutti i modi di tenere in piedi un regno che ormai non ce la faceva più. Alla sua
morte, la corona passò al figlio, Alfonso II di Napoli, un personaggio mediocre il cui regno
durò a malapena un anno. Alla fine del 1494 infatti, con l’arrivo imminente di Carlo VIII di
Francia (determinato, anche dall’alleanza con Ludovico Sforza, a recuperare il Regno di
Napoli al predominio francese) e dopo una serie di “cattivi presagi” (forse più la paura che,
con l’arrivo di Carlo, i suoi nemici potessero approfittare per fargli fare una brutta fine)
Alfonso II decise di abdicare, lasciando la corona al giovane figlio Ferrante II, detto
Ferrandino. Fuggito in Sicilia, Alfonso II morì in un convento all’inizio dell’anno successivo.
Anche Carlo VIII non ebbe però granché da festeggiare, infatti nel 1495, il voltafaccia degli
stati italiani lo spingono a rientrare in Francia, non prima di essere relativamente sconfitto a
Fornovo. Ferrandino riuscì a tornare in Napoli, grazie all’aiuto del cugino Ferdinando II
d’Aragona “il Cattolico”, ma morì improvvisamente pochi mesi dopo, nel 1496. Al trono di
Napoli successe dunque l’ultimo re aragonese “indipendente” Federico I di Napoli. Anche
questi dovette vedersela con i francesi, ancora determinati a recuperare il regno nel Sud
Italia. Ma stavolta, il nuovo re di Francia, Luigi XII, aveva un alleato inaspettato, ossia proprio
il Re d’Aragona. Ferdinando il Cattolico infatti, non faceva mistero delle sue intenzioni di
recuperare, almeno una parte del Regno di Napoli, alla sua corona. Per tanto, incontratosi
con Luigi a Grenada, nel 1500, stabilì una vera e propria spartizione del regno; Campania,
Abruzzo e Molise ai francesi, inclusa Napoli. Puglia, Basilicata e Calabria agli aragonesi. Alla
fine dell’anno, le forze di Ferdinando partirono dalla Sicilia per la Calabria, dove i soldati di
Federico I li accolsero, pensando fossero lì per aiutarli. Il re di Napoli scoprì solo in quel
momento che gli aiuti erano in realtà una forza d’invasione, che si concluse con l’arrivo dei
francesi a Napoli. Il Regno meridionale si trovò così spezzato in due, ma l’accordo tra
Barcellona e Parigi durò ben poco. Nel 1501 infatti, i continui attriti tra i due contendenti
sfociano in una rinnovata guerra franco-aragonese, che si concluderà due anni dopo, nel
1503. I francesi, a seguito delle dure sconfitte a Cerignola e sul Garigliano, fanno i conti con
le moderne formazioni militari del “Tercio” spagnolo, e sono costretti alla ritirata. Il Regno
di Napoli è ora definitivamente sotto il controllo aragonese. Passiamo ora alla Sicilia. Come
detto, alla morte di Alfonso il Magnanimo, l’isola non passa a Ferrante I, bensì rimane legata
alla corona d’Aragona, in una condizione di crescente marginalità e impoverimento. La
storiografia si è a lungo interrogata sul perché la Sicilia, con una ormai antica tradizione
indipendente, abbia potuto accettare così passivamente la dominazione straniera. E le
ragioni principali, ormai ripetute fino alla nausea, sono le stesse che resero la monarchia di
Ferrante I uno sfacelo. Totale remissività, causata senza dubbio dall’estrema povertà della
popolazione, condizione che difficilmente porta le persone a ribellarsi (anche se la storia ci
insegna che non è sempre possibile). Ma la ragione principale di tale remissività fu
l’equilibrio di interessi tra una monarchia, via via sempre più potente, che si poneva come
garante degli interessi di una nobiltà terriera arretrata e ben poco interessata ad affari che
non la riguardassero direttamente. Stesso discorso ovviamente lo si fa per le città isolane,
che ormai abbiamo visto continuamente impegnate in un vero e proprio “Fight Club
municipale” sommerse nei propri orgogliosi interessi particolari e nell’odio atavico per i
centri vicini. Aggiungiamo anche la forte arretratezza culturale dell’Isola, come del
Mezzogiorno (per quanto meno accentuata) che impedirono alle due zone di vivere appieno
tutto quel movimento di “Rinascita” che ha caratterizzato gli ultimi secoli del Medioevo e i
primi tempi della nascente Età Moderna, rimanendo per tanto ancorata ad una dimensione
ancora feudale, attivamente mantenuta in vigore, e che vide un regno, una volta grande e
glorioso, sia pure nei difetti e nelle storture, ridotto a due provincie marginali di quello che,
nei secoli successivi, sarebbe stato a lungo uno dei più potenti imperi al mondo, l’impero
dove non tramonta mai il sole; L’Impero Spagnolo.

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