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Verso la fonologia
Verso la fine del secolo XVIII secolo, si rende sempre più condivisa la percezione della
necessità di approfondire la dimensione fonetica dello studio delle lingue, anche al fine di
formulare un sistema di trascrizione dei suoni dei diversi idiomi tendenzialmente
universale, da utilizzare per una molteplicità di ambiti, dalla didattica delle lingue straniere
all’insegnamento della lettura, dallo studio di nuove lingue alla riforma dei sistemi grafici
di quelle occidentali, finanche all’evangelizzazione delle comunità extraeuropee.
Queste istanze sono rese ancora più vive dall’interesse che riservano loro esponenti di
spicco degli studi linguistici del tempo, come Sir William Jones (1746-1794)nella cui opera
tratta i problemi inerenti alla trascrizione dei suoni del sanscrito, dell’arabo e del persiano.
Sempre in ambito anglofono, merita ricordare anche Alexander J. Ellis (1814-1890),
autore di studi di fonetica generale in cui emerge anche la consapevolezza dell’importanza
del carattere distintivo dei suoni: The Alphabet of Nature (1844-1845) e The Essentials of
Phonetics (1848), frutto della collaborazione scientifica con Isaac Pitman e dei comuni
interessi per la riforma dell’alfabeto inglese.

In ambito linguistico germanofono, l’attenzione alla dimensione rappresentativa della fonia


è autorevolmente rappresentata dall’africanista ed egittologo berlinese Carl R. Lepsius
(1810-1884).

Spetta a Henry Sweet (1845-1922) il merito di aver elaborato un sistema di notazione


fonetica destinato ad avere molto successo, nelle sue intenzioni applicabile al maggior
numero di lingue possibile e tale da superare le convenzioni delle ortografie specifiche. Tra
gli ispiratori di Sweet è A. Melville Bell (1819-1905) nella cui opera raccoglie “uno
schema di simboli, che rappresentino l’intera classificazione dei suoni, e facciano sì che
ogni elemento del linguaggio mostri, tramite il suo simbolo, la posizione del suono nella
scala organica”.
Nel 1886, in collaborazione con altri linguisti come il francese Paul E. Passy (1859-1940),
e il tedesco Wilhelm Viëtor (1850-1918), Sweet fonda la Phonetic Teacher’s Association,
che poco dopo si ridenominerà International Phonetic Association (IPA), e sempre con
Passy e Viëtor sosterrà negli stessi anni il Reform Movement, movimento europeo di
riforma dell’insegnamento delle lingue straniere a cui si deve anche l’introduzione della
fonetica nella didattica.
Sweet intuì prima dei Praghesi la necessità di distinguere tra natura fisica e materiale del
suono e il ruolo che quest’ultimo può avere in una certa lingua. Nel suo Handbook of
Phonetics (Oxford 1877), Sweet distingue fra trascrizione ‘stretta’ (Narrow Romic
Transcription) e trascrizione ‘larga’ (Broad Romic Transcription), e dichiara la seconda
destinata a “quelle distinzioni di suono” corrispondenti a “distinzioni di significato nella
lingua”. Dalle sue sistematizzazioni dipenderà massicciamente l’elaborazione del sistema
di trascrizione IPA, la cui prima presentazione ufficiale è del 1888, ad opera di Passy.
Negli stessi anni anche altri studiosi europei manifestano intuizioni affini a quelle di Sweet.
Il polacco Jan I. Baudouin de Courtenay (1845-1929) e i suoi allievi, membri della
cosiddetta scuola di Kazan’, usano ‘fonema’ per riferirsi alla dimensione astratta che
riguarda i significati, e con la consapevolezza che a tale differenza debba seguire anche
una diversa scelta nella trascrizione.
Courtenay usa fonema in un saggio del 1881 ma dichiara di averlo tratto dal proprio
allievo, il polacco Mikolaj Kruszewski (1851-1887), che distingueva il suono come entità
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fisica (studio ‘antropofonico’) dal ruolo funzionale che quello, come unità indivisibile, può
assumere nel differenziare significati (studio da questi detto ‘fonetico’).
Va detto peraltro che la prima occorrenza del termine - fr. phonème - si deve al fonetista
francese A. Dufriche-Desgenettes nel 1873, come resa del ted. Sprachlaut designante però
ogni suono del linguaggio (e in questo senso lo usano poi anche Louis Havet e Ferdinand
de Saussure).

La fonologia dei Praghesi


Tra le conseguenze più rilevanti dell’affermarsi di una concezione strutturale della lingua è
il configurarsi della fonologia quale àmbito specifico della ricerca linguistica.
Ciò avviene grazie all’impegno di un gruppo di studiosi cèchi e russi che, a partire dagli
Anni Venti, si riuniscono a Praga nel ‘Circolo Linguistico di Praga’ (dal 1926). Tra questi
spiccano uno dei cofondatori del Circolo, Mathesius (1882-1945), Trubeckoj (1890-1939),
Jakobson (1896-1982), e Karcevskij (1884-1955).

Le idee programmatiche del ‘Circolo Linguistico di Praga’ vengono proposte per la prima
volta da alcuni dei suoi esponenti (Trubeckoj, Jakobson e Karcevskij) nel 1928, in
occasione del I Convegno Internazionale dei Linguisti tenutosi a l’Aja.
Tali idee vengono poi riprese e ampliate in dieci punti programmatici - le cosiddette Thèses
- nel 1929, nel congresso dei filologi slavi a Praga, e pubblicate in quello stesso anno nel I
volume dei “TCLP”.
Nella prima delle Thèses (“Problemi di metodo derivanti dalla concezione della lingua
come sistema e importanza di tale concezione per le lingue slave”), redatta da Jakobson e
da Mathesius, la fonologia esce delineata come settore peculiare di indagine e come risorsa
ottimale per illustrare la natura sistematica e funzionale del linguaggio e delle lingue.
Sempre dalla prima delle dieci Thèses esce legittimata anche una comparazione
interlinguistica che sia non solo ricostruttiva di fasi antecedenti o di un’origine comune tra
lingue imparentate, ma anche tipologica ed areale.
Nella seconda delle Thèses, Jakobson distingue tra fono come elemento fisico e il suo
valore come unità funzionale e delinea i compiti della fonologia sincronica, avente per
proprio oggetto di studio le entità in grado di comportare differenze di significato, le loro
relazioni e il loro carico funzionale entro un sistema fonologico, l’utilizzo delle differenze
fonologiche a fini morfologici (morfofonologia).

Elementi di fonologia
La fonologia si occupa della forma dell’espressione e studia l’organizzazione e il
funzionamento dei suoni di una lingua, considerandoli nel loro valore funzionale.
In ogni sistema linguistico esistono differenze fonetiche che assolvono ad una funzione
comunicativa, in quanto contribuiscono a distinguere significanti a cui sono associati
significati diversi. Esistono però differenze fonetiche che non hanno questa proprietà.
Il fono è ogni suono producibile dall'apparato fonatorio umano; unità minime della
fonetica.
Trubeckoj disse che i contrasti di suono che nella lingua presa in esame possono
distinguere il significato di due parole, si chiamano opposizioni fonologiche. Quei contrasti
di suono invece che non hanno questa capacità si designano come fonologicamente non
pertinenti oppure non distintivi.
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Per opposizione fonologica intendiamo ogni opposizione fonica che in una data lingua
possa differenziare un significato intellettuale. Il fonema è la più piccola unità fonologica di
una data lingua. Si può dire che il fonema è l’insieme delle proprietà fonologicamente
pertinenti di una forma fonica”.
Per Trubeckoj il fonema è un’unità minima, astratta, posta nella langue, è una classe
astratta di foni a cui appartengono tutte le possibili realizzazioni concrete del fonema. Si
può aggiungere che è la più piccola unità di significante (unità minima di II articolazione
con A. Martinet), priva di significato ma in grado di distinguere dei significati (funzione
distintiva, che Trubeckoj considera essenziale per gli elementi fonici).
Peraltro, il fonema è anche un’entità complessa, esito del combinarsi di un insieme di tratti
che simultaneamente cooperano alla sua costituzione in unità.
I fonemi si oppongono tra loro in serie di opposizioni specifiche e li si rappresenta tra barre
oblique / /.
L’analisi fonologica consiste, essenzialmente, nell’individuare l’inventario strutturato dei
fonemi e nell’enucleare le regole fonotattiche che ne governano la distribuzione.
Trubeckoj enuncia quattro regole (regole per la determinazione dei fonemi) per il
riconoscimento delle unità fonologiche sfruttando la dimensione paradigmatica
(associativa). La commutazione di un segmento con un altro nella medesima posizione,
entro un significante per il resto identico, permette di attribuire ai due segmenti statuto di
fonemi se il sostituirsi dell’uno con l’altro comporta una differenza di significato; a ciò
consegue anche l’individuazione di una coppia minima (coppia di parole uguali tranne che
per la presenza di un fonema al posto di un altro in una certa posizione) nelle due parole
diverse per significato. Quando invece non si rilevi una differenza di significato, i due
segmenti sono varianti (allofoni) di un medesimo fonema e possono essere o di tipo
‘facoltativo’ o di tipo ‘combinatorio’.
A quali condizioni due suoni linguistici possono essere considerati come realizzazione di
due diversi fonemi, e a quali condizioni possono valere come due varianti fonetiche di un
unico fonema? Si possono fissare a questo proposito quattro regole.
1. Quando due suoni della stessa lingua compaiono nelle medesime posizioni e si
possono scambiare fra loro senza causare una variazione nel significato della
parola, questi due suoni sono soltanto varianti fonetiche facoltative di un unico
fonema.
2. Quando due suoni ricorrono nelle medesime posizioni e non possono essere
scambiati fra loro senza mutare il significato delle parole o renderle irriconoscibili,
allora questi due suoni sono realizzazioni fonetiche di due diversi fonemi.
3. Quando due suoni di una lingua, simili dal punto di vista acustico o articolatorio,
non ricorrono mai nelle stesse posizioni, essi sono due varianti combinatorie dello
stesso fonema.
In linea di massima, basta individuare una sola coppia minima per poter stabilire la
fonematicità di un segmento entro un dato sistema.
Così in inglese e in tedesco /n/ ~ /ŋ/ in tutti i contesti (fine o corpo di parola, tra vocali) e la
loro opposizione è comunicativamente significativa, poiché dà luogo a coppie minime quali
.ingl. <sin> [sɪn] ~ [sɪŋ] <sing>; <thin> [ɵin] ~ [ɵiŋ] <think>.

D’altra parte, la quantità di coppie minime che si riesce a trovare varia a seconda del
‘rendimento funzionale’ dei fonemi coinvolti nel rapporto oppositivo: se tale rapporto dà
luogo a un numero elevato di coppie minime, l’opposizione ha un elevato rendimento
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funzionale; il rendimento è invece basso se dà luogo a poche coppie minime. Quest’ultimo è


il caso, nell’italiano standard, dei fonemi fricativi alveolari sordo e sonoro /s/ ~ /z/ e di
quelli affricati dentali sordo e sonoro /ts/ ~ /dz/:
<chiese> “domandò” [[̍kjε:.se] ~ [ˈkjε:.ze] <chiese> “chiese” (pl. di “chiesa”):
<fuso> da fondere [[̍fu:.so] ~ [[̍fu:.zo] <fuso> “strumento per filare”;
<razza> “stirpe” [ˈra.t:sa] ~ [ˈra.d:za] <razza> (specie ittica).
È possibile che una opposizione a basso rendimento funzionale, nello sviluppo diacronico
di un sistema fonologico, venga meno.

Allofoni
Suoni diversi che costituiscano realizzazioni foneticamente diverse di un medesimo fonema
ma prive di valore distintivo sono allofoni (o varianti) di un fonema e li si rappresenta tra
parentesi quadre [ ]. Si rende necessario distinguere tra variante combinatoria (o
contestuale) e variante libera.
 Variante combinatoria: l’allofono si realizza solo in un preciso contesto fonotattico e
ha una distribuzione che non si sovrappone a quella di altre realizzazioni concrete
del medesimo fonema. Sono varianti combinatorie del fonema /n/ in italiano
standard le realizzazioni velare [ŋ], labiodentale [ɱ], dentale [n], che si verificano
solo nel caso in cui la nasale sia seguita rispettivamente da contoide velare,
labiodentale e dentale. Sono realizzazioni prevedibili, in distribuzione
complementare, e come tali non hanno valore fonologico (cioè NON sono fonemi):
<inganno> [iŋ.ˈga.n:o], <anfora> [ˈaɱ.fo.ra], <intero> [inˈte:.ro]. Situazione
analoga presenta lo spagnolo per [ŋ] e [ɱ], ad es. <cinco> [ˈɵiŋ.ko], <infeliz>
[iɱ.fe.ˈliɵ]. Sono varianti combinatorie dell’inglese le realizzazioni alveolare [l] e
velarizzata [ƚ] del fonema /l/, che si verificano rispettivamente in attacco di sillaba,
adiacente al nucleo (<let> [let], <leg> [leg]) e in coda sillabica, cioè in fine di
parola o prima di contoide (<bill> [biƚ] “progetto di legge”, <fool> [fu:ƚ], <cult>
[khʌƚt]).

 Variante libera: l’allofono si realizza indipendentemente da restrizioni fonotattiche;


dunque, si realizza in tutti i contesti in cui potrebbero occorrere anche altri allofoni.
Per l’italiano standard, esempio ‘classico’ sono le realizzazioni libere del fonema /r/,
come plurivibrante uvulare [ʀ].

Classificazione delle opposizioni fonologiche secondo Trubeckoj


In fonologia la parte principale è quella delle opposizioni distintive.
Perché due entità si oppongano, è necessario che esse condividano almeno una proprietà.
Le opposizioni fonologiche sono classificabili secondo tre criteri:
A.“Secondo il loro rapporto con l’intero sistema di opposizioni: opposizioni plurilaterali e
bilaterali, opposizioni isolate e proporzionali”
Bilaterali: la base di confronto, cioè l’insieme delle proprietà che i due termini
dell’opposizione hanno in comune, è propria solo di questi due termini e non si presenta in
nessun altro membro dello stesso sistema.
Plurilaterali: la base di confronto di una opposizione plurilaterale non si limita solo ai due
membri dell’opposizione studiata, ma si estende anche ad altri membri dello stesso sistema.
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Proporzionali: un’opposizione si chiama proporzionale quando il rapporto fra i suoi


membri è identico al rapporto che passa fra i membri di un’altra opposizione (o di molte
altre opposizioni).
Isolate: si hanno quando il rapporto fra i loro membri non si ritrova in altre coppie
oppositive del sistema.

B.“Secondo il rapporto esistente fra i membri dell’opposizione: opposizioni privative,


graduali ed equipollenti”
Privative: Sono quelle opposizioni nelle quali un termine è contrassegnato dalla presenza
di un certo segno o marca (Merkmal) e l’altro dalla sua assenza; per esempio ‘sonoro’ -
‘sordo’, ‘nasalizzato’ - ‘non nasalizzato’, ‘arrotondato’ - ‘non arrotondato’, ecc. Il membro
dell’opposizione caratterizzato dalla presenza del segno si chiama ‘marcato’, quello
caratterizzato dall’assenza del segno ‘non-marcato’. Questa specie di opposizioni è
importantissima per la fonologia.
Graduali: Sono quelle opposizioni i cui termini sono contrassegnati da un diverso grado
della stessa particolarità, per esempio l’opposizione fra due diversi gradi di apertura delle
vocali o fra diversi gradi di altezza musicale. Le opposizioni graduali sono relativamente
rare e non così importanti come le privative.
Equipollenti: Sono quelle opposizioni i cui membri stanno logicamente su un piano di
parità, cioè non si possono considerare né come gradi diversi di una stessa proprietà, né
come affermazione o negazione di una caratteristica. Le opposizioni equipollenti sono in
tutti i sistemi le più frequenti”.

C.“In rapporto alla misura della loro validità distintiva: opposizioni costanti e
neutralizzabili”
Costanti: sono quelle opposizioni che restano sempre tali all’interno di un sistema
fonologico;
Neutralizzabili: sono quelle opposizioni che in certe condizioni contestuali vengono
‘soppresse’, come in italiano /e/ ~ /ɛ/, /o/ ~ /ɔ/ solo in sillaba tonica.
In un’opposizione neutralizzabile“i caratteri specifici di un membro dell’opposizione
perdono il loro valore fonologico, e restano rilevanti solo quei tratti che sono comuni a tutti
e due i membri (cioè la base di confronto dell’opposizione in parola). Nella posizione di
neutralizzazione quindi un membro dell’opposizione diviene rappresentante dell’arcifonema
del contrasto in questione - intendendo con arcifonema l’insieme dei tratti distintivi che
sono comuni a due fonemi”.
In italiano si ha neutralizzazione dell’opposizione /o/ ~ /ɔ/, /e/ ~ /ɛ/ in sillaba atona e di
quella /s/ ~ /z/ in posizione preconsonantica (dove si ha [z] davanti a contoide sonoro e [s]
davanti a contoide sordo).

L’analisi jakobsoniana in tratti


Trubeckoj aveva affermato che il fonema è “la più piccola unità fonologica di una data
lingua” e che esso è “l’insieme delle proprietà fonologicamente pertinenti”. Non aveva
dunque negato che il fonema fosse costituito da ‘tratti’ (Merkmale) diversi e concomitanti,
per lui di natura essenzialmente articolatoria, ma aveva privilegiato l’analisi dei fonemi in
quanto membri di opposizioni.
Jakobson sosteneva che ciò che è funzionale e distintivo nel linguaggio non è tanto il
fonema nel suo complesso, quanto le sue proprietà differenziali rispetto ad altri fonemi (ad
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esempio, in /p/ ~ /t/ ciò che è fonologicamente pertinente è l’opposizione tra bilabialità e
dentalità). È questo il livello più basso dell’analisi linguistica.
In seguito Jakobson affermò la natura binaria dei tratti, sostenendo che il fonema è
caratterizzato dalla loro presenza (+) o dalla loro assenza (-). Giunge così a individuare
una matrice di dodici tratti, articolatorî ma anche acustici, che hanno valore universale e
che ritiene sufficienti a descrivere le opposizioni significative di tutte le lingue del mondo. Il
sistema fonologico di una data lingua risulterà da una matrice in cui + indicherà la
presenza di un tratto, - la sua assenza, 0 la non pertinenza.
Il binarismo jakobsoniano, pur modificato, resterà alla base di teorie fonologiche
successive. Tra queste la teoria generativa di Noam Chomsky e Morris Halle che
concepisce i tratti in funzione classificatoria, cioè come proprietà condivise da classi di
suoni (classi naturali di suoni) coinvolti nei medesimi processi fonologici. In quest’ottica, i
tratti sono concepiti soprattutto come proprietà della produzione.
Più recente è la teoria fonologica autosegmentale, che intende i tratti come proprietà
articolatorie componenziali dei suoni, che vengono diffuse su segmenti diversi in taluni
processi fonologici (assimilazione, armonia vocalica ecc.).

I dodici tratti jakobsoniani:


Vocalico ~ Non vocalico: presenza vs assenza di una struttura di formanti nettamente
definita; vibrazione vs non vibrazione delle pliche vocaliche (vocoidi, laterali, vibranti ~
contoidi, compresi /j/ e /w/);
Consonantico ~ Non consonantico: minore vs maggiore energia complessiva; presenza vs
assenza di ostruzione nel tratto vocale (contoidi occlusivi, affricati, nasali, laterali,
vibranti, fricativi, approssimanti ad eccezione di /j/ e /w/ ~ vocoidi, /j/ e /w/);
Compatto ~ Diffuso: presenza o assenza della predominanza di una formante nella zona
centrale dello spettro e aumento vs diminuzione della quantità totale dell’energia
(articolazioni inferiori, vocoidi aperti, contoidi velari e palatali ~ articolazioni superiori,
vocoidi chiusi, contoidi dentali e labiali);
Teso ~ Rilassato: maggiore vs minore quantità e diffusione dell’energia nello spettro e nel
tempo; maggiore vs minore deformazione del tratto vocale rispetto alla posizione di riposo
(vocoidi relativamente più alti ~ vocoidi relativamente più bassi; contoidi aspirati ~
contoidi non aspirati);
Sonoro ~ Non sonoro: presenza vs assenza di vibrazione delle pliche vocaliche (sonorità ~
sordità);
Nasale ~ Non nasale: presenza di formanti addizionali e minore intensità nelle formanti
esistenti; abbassamento vs non abbassamento del velo palatino (nasalità ~ oralità);
Continuo ~ Non continuo (o interrotto): silenzio seguito e/o preceduto da una diffusione
dell’energia su un’ampia zona di frequenze su cui è diffusa l’energia, e presenza vs assenza
di formanti aggiuntivi; passaggio dell’aria senza blocchi, attraverso la cavità orale vs
chiusura completa o parziale del tratto vocale (contoidi occlusivi, affricati ~ contoidi
continui);
Stridulo ~ Morbido: rumore di intensità maggiore vs minore; maggiore vs minore
irregolarità nella forma dell’onda (costrittive labiodentali, uvulari ~ bilabiali,
velari,contoidi affricati ~ contoidi occlusivi);
Bloccato ~ Non bloccato: elevato tasso di scarica di energia in un tempo ridotto;
glottidalizzato vs non glottidalizzato (articolazioni complesse ~ articolazioni normali);
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Grave ~ Acuto: concentrazione dell’energia nelle frequenze inferiori vs superiori dello


spettro; costrizione periferica vs centrale (contoidi velari, labiali ~ palatali; vocoidi
posteriori ~ vocoidi anteriori);
Bemollizzato ~ Non bemollizzato: presenza vs assenza di un abbassamento o indebolimento
di alcune componenti delle frequenze superiori; presenza vs assenza di faringalizzazione,
velarizzazione, retroflessione, labializzazione, arrotondamento (labializzate ~ non
labializzate; /y/ ~ /i/; velarizzate ~ non velarizzate);
Diesizzato ~ Non diesizzato: presenza vs assenza di un innalzamento di alcune componenti
delle frequenze superiori; presenza vs assenza di un’ostruzione della cavità orale;
articolazioni più complesse con effetto uditivo più chiaro (palatalizzate ~ non
palatalizzate).