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Marcello Verga, Storie dEuropa.

Secoli XVIII-XXI
SullEuropa gli studiosi si interrogano da secoli, cercando di rispondere a due
domande fondamentali: Cos lEuropa? Come e perch scrivere la storia dEuropa?
Come ci dice nellintroduzione Marcello Verga Professore ordinario di Storia
Moderna presso lUniversit degli Studi di Firenze questo volume non soltanto un
libro sulle storie dEuropa, scritte dalla met del XVIII secolo a oggi, ma anche un
tentativo di definizione dellidea di Europa, in quanto essa prima di tutto unidea di
civilt [p. 9]. Linteresse dellautore per non rivolto alle possibili risposte, quanto
piuttosto alla storia dei differenti significati che le domande e le risposte hanno avuto
nei vari periodi che intercorrono dal XVIII al XXI secolo.
Uno dei primi temi su cui bisogna soffermarsi, quando si parla dEuropa, quello
relativo alle differenze nazionali, elemento molto importante gi a partire dal XVIII
secolo. Questa analisi reca in s una duplice riflessione per certi versi opposta e
complementare: lEuropa come insieme di nazioni che condivide una storia e una
civilt e lEuropa divisa in nazioni diverse tra loro dal punto di vista delle tradizioni,
delle leggi e dei costumi. Tra Seicento e Settecento, infatti, si diffusa lidea di
unEuropa frazionata su due assi: uno nord-sud e laltro ovest-est. Entrambi questi
assi sono la rappresentazione di un continente a due velocit. Nel primo caso siamo di
fronte ad unEuropa mediterranea arretrata dal punto di vista economico, sociale e
culturale a causa del malgoverno spagnolo e della Chiesa della Controriforma [p.
16] in opposizione a unEuropa settentrionale pi avanzata e stabile; nel secondo caso
invece abbiamo unEuropa occidentale, protagonista vera e assoluta della storia
europea e della sua civilt, in contrapposizione a unEuropa quella orientale quasi
non europea, una sorta di oriente europeo dellEuropa [p. 17].
Dinanzi a tale scissione qual la storia dellEuropa e quali le sue radici? A questa
domanda provano a rispondere in tanti, a cominciare da Montesquieu e Voltaire: il
primo inserendo il proprio ragionamento nel confronto continuo tra Vecchio
Continente e Asia, dal quale, peraltro, trae le differenze tra dispotismo e governo
moderato, tra schiavit e libert; il secondo partendo dallidea di una grande
repubblica composta da diversi stati, con diverse forme di governo, accomunati da
una stessa religione, seppur divisa e con gli stessi principi di diritto pubblico e di
politica, ignoti nelle altre parti del mondo [p. 19].
per William Robertson, invece, che la storia dEuropa prende avvio dai barbari i
quali occupano i luoghi che fino a quel momento sono appartenuti allImpero romano
dOccidente. I barbari infatti introducono nuove forme politiche, sconosciute fino a
quel momento: tra queste la pi importante proprio il sistema feudale caratteristico
non solo di tutti i loro regimi, ma anche dellEuropa medievale e moderna. Le
crociate, dal canto loro, offrono ai partecipanti la possibilit di conoscere nuove citt,
dando vita a importanti processi sociali e culturali oltre che economici.
Tanto Voltaire, quanto Robertson, Hume e Gibbon, sono concordi nel sostenere che le
origini dellEuropa moderna non vadano ricercate nellImpero romano ma nei popoli
del Nord e nel risultato del loro incontro con il cristianesimo.

Tra Settecento e Ottocento cominciano poi a diffondersi i concetti


di popolo, nazionee nazionalit che diventeranno presto patrimonio della cultura e
della sensibilit politica europea. Contestualmente, nello stesso periodo, lEuropa e
lidea di una civilt europea, sono temi che perdono la centralit avuta sino a quel
momento.
Fu Franois Guizot a riprendere lanalisi del significato di una civilt europea che,
sebbene fosse indubbiamente reale nellunit di certi caratteri, allo stesso tempo per
presentava anche una certa variet, con caratteristiche differenti da ricercare nelle
storie dei diversi paesi europei. Egli, ad esempio, riconosceva alla Francia un ruolo
centrale nella formazione della civilt europea.
Cosa identificava per questa civilt? Secondo Guizot civilt e libert sono valori
prettamente europei e in essi dunque vanno riconosciute la storia e la civilt
dEuropa.
Dal mondo romano, innanzitutto, la civilt europea moderna ha ereditato moltissimi
elementi che la contraddistinguono: dalle citt che con le sue regole e abitudini,
hanno sancito il principio di libert al potere imperiale, principio di ordine e servit
[p. 41]. Vi poi la Chiesa cristiana e non si badi bene il cristianesimo:
lorganizzazione e la capacit di affermazione della Chiesa riescono a rappresentare
infatti uno strumento di tenuta morale e di ordine sociale e politico nello sfascio dei
poteri determinato dalla caduta dellImpero dOccidente [p. 42].
Ai barbari continua ancora Guizot gli europei devono invece lesercizio della
libert personale.
Il primo grande evento di questa Europa i cui caratteri fondamentali sono proprio la
Chiesa, le citt, la monarchia sono le crociate, senza le quali, afferma Guizot, non
esiste lEuropa.
Quindi lidea di Europa strettamente legata allesistenza di una molteplicit di
culture ellenistica, romana, celtica e germanica. Del resto morte sicura per
lEuropa se tutto ricondotto sempre e solo allunit diceva Burckhardt [p. 48].
a Henri Pirenne che dobbiamo comunque una profonda riflessione sul senso di
unidea di Europa in quanto Europa delle nazioni e degli Stati e sullimportanza dei
sentimenti di appartenenza nazionale nel delinearsi di una storia e di una civilt
europee. Lo storico belga fa partire questa riflessione dal primo conflitto mondiale.
Dalla sua analisi emerge come la storia e la chimica siano state le due vere
protagoniste della guerra: la prima per averle fornito esplosivi e gas, laddove la
seconda, invece, aveva portato giustificazioni e scuse [p. 56]. Ovviamente la
provocazione di Pirenne mira a una riflessione pi approfondita sul ruolo che gli
intellettuali e gli studiosi ebbero nel preparare il clima culturale che port alla guerra.
In particolare, gli storici tedeschi giustificano linvasione del Belgio da parte del loro
Stato.
Per Pirenne ci sono comunque dei punti cruciali nella storia Europea che vanno ben
oltre il crollo dellImpero romano doccidente e lavvento dei barbari. Innanzitutto
c la rottura dellunit del mondo mediterraneo e la separazione tra Occidente e
Oriente, determinata dallinvasione musulmana del Mediterraneo e di alcune regioni
europee; seguono poi la dissoluzione dellImpero carolingio al quale strettamente

legata lelaborazione della civilt occidentale destinata a diventare la civilt del


mondo intero [p. 63], il feudalesimo, la lotta per le investiture e, infine, le crociate
dalle quali viene fuori lEuropa dei commerci, dei mercanti e della borghesia.
In questo contesto si articola la riflessione sullEuropa e sulla Germania che Pirenne
elabora durante gli anni di prigionia. proprio a partire dalle posizioni degli storici
tedeschi, volte nella maggior parte dei casi a giustificare linvasione del Belgio da
parte della loro nazione, che Pirenne si convince fermamente che la separazione tra
potere e ceto intellettuale, tra governo e cultura che lEuropa aveva ereditato dalla
Rivoluzione francese, fosse sconosciuta alla societ tedesca. forse questa la ragione
per la quale lo storico belga decide di escludere gli storici tedeschi dai lavori del V
Congresso internazionale di scienze storiche, svoltosi immediatamente dopo la fine
del conflitto.
Nei fatti comunque, La Storia dEuropa che Pirenne scrive in carcere, rimane
incompiuta. Secondo Verga le ragioni di questa interruzione sono da ricercare proprio
nellidea di unEuropa la cui identit strettamente riconoscibile nellaffermarsi degli
Stati nazionali. Lui stesso esalta e difende lindipendenza del Belgio e smentisce
categoricamente le pretese del pangermanesimo. Ecco dunque che in relazione al
dramma del suo tempo che lui stesso si ritrova a vivere pienamente da prigioniero
quella stessa idea di nazione e nazionalit che non esita ad esaltare nel caso del
Belgio, finisce per trasformarsi in una vera e propria contraddizione, dinanzi allo
specialismo della storiografia tedesca e alla diretta espressione di uno sciovinismo
estremo che arriva ad ipotizzare perfino unorigine germanica della civilt europea.
La diffusione di un interesse molto spiccato per le storie nazionali, specie a partire
dallOttocento, non entra mai in contrasto con la storia dEuropa. Anzi, questa
attitudine significa presto il riconoscimento di un'idea di Europa basata su un sistema
di Stati destinati a lottare uno contro laltro per laffermazione dei loro interessi e
delle loro ambizioni [p. 49].
Nel primo dopoguerra si ridisegna limmagine politica e culturale di unEuropa:
accanto alla tradizionale Europa occidentale, cominciano a delinearsi la Russia della
Rivoluzione dottobre da una parte ed unEuropa orientale contrapposta ad essa.
Dopo il primo conflitto mondiale, pertanto, lidea di una storia della civilt europea
con riferimento esplicito alla parte occidentale dellEuropa e agli Stati nazionali che
si erano formati al suo interno cessa di esistere. Si diffonde lesigenza di una storia
dEuropa coniugata al plurale rivendicata, peraltro, da molti storici tra i quali il
rumeno Nicola Iorga che insiste, ad esempio, sullimportanza che Bisanzio ebbe sulla
storia dellEuropa occidentale.
negli anni Trenta del Novecento, invece, che il cosiddetto principio dellequilibrio
diffusosi gi a partire dal Rinascimento si fa strada in molti storici, tra i quali
Chabod. Ed attraverso tale principio che possibile regolare i rapporti tra i vari
Stati nazionali ben differenziati [e] ben consci della loro pienezza di sovranit [p.
94]. Questo equilibrio aveva sempre garantito lo svolgimento della storia Europea nel
corso dei secoli e, sempre secondo Chabod, a questo stesso equilibrio bisognava fare
ricorso per far s che tale svolgimento continuasse anche nel XX secolo, in un
momento di grande crisi dellEuropa. Il Vecchio Continente, a cavallo tra i due

conflitti mondiali, non ha pi il primato nel controllo del mondo. Al suo posto nuove
potenze, tra tutte gli Stati Uniti e alcune realt asiatiche, esercitano adesso un ruolo
importante.
Alle storie dEuropa come storie di equilibrio tra potenze e di rivalit tra le nazioni,
Croce opporr con la sua Storia dEuropa nel secolo XIX, uscita nel 1932, lidea di
unEuropa in cui prevale laffermazione di un progetto di pace e cooperazione
politica tra i vari Stati. Questa impostazione contribuisce al diffondersi di un concetto
dEuropa legato ad una visione di speranza per il futuro: lEuropa diventa un rifugio
contro nazionalismi e totalitarismi.
ad Halecki infine che si deve la proclamazione della fine della storia Europea e
dellinizio della storia Atlantica, posizione questa che verr condivisa da molti altri
storici. Fino agli anni novanta del XX secolo e alla caduta del blocco sovietico, la
riflessione sullEuropa ruota tutta attorno allaffermazione dei valori dellOccidente
(libert, democrazia, capitalismo e libert dimpresa) in contrapposizione
allesperienza dei regimi comunisti. Ma questo dibattito tutto interno alla societ
occidentale e si priva dunque del punto di vista degli storici dei paesi dellEuropa
centro-orientale.
In contrapposizione ai totalitarismi del Novecento (Nazismo e Comunismo sovietico)
si comincia a fare strada lidea di unEuropa dalle radici cristiane. La Chiesa diventa
in questottica il baluardo della societ occidentale e dei suoi valori.
ovvio che a questa visione si contrapporr, successivamente, lidea di unEuropa
laica e tollerante, lEuropa dellUmanesimo, della libert e dellIlluminismo.
Nelle conclusioni di questo lungo excursus, Verga ci tiene a sottolineare che il lavoro
degli storici europei sulla storia dEuropa fatto in gran parte da nativi dellEuropa
occidentale. Dunque si tratta sempre di una visione parziale della realt che gi reca
in s unidea univoca di Europa. Se a questo si aggiunge anche il fatto, tuttaltro che
secondario, secondo cui lEuropa stata prima di tutto una realt storicamente
variabile nel tempo [p. 147], allora facile comprendere come mai appaia molto
complesso scrivere una storia comune degli europei, malgrado innumerevoli siano
stati negli ultimi anni i tentativi da parte di politici e studiosi.
Se impossibile dunque appare il ricorso alla storia per esaltare o rivendicare pretese
radici comuni dEuropa [p. 179], meglio sarebbe, secondo Verga, dedicarsi a un
progetto di storia europea dEuropa come parte di una nuova storia universale.