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Sintesi linguistica generale i mirto

Linguistica italiana (Università degli Studi di Palermo)

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Linguistica Generale
Docente: Ignazio M. Mirto

Libri:
Lingue e Linguaggio;
Compendio di Sintassi Italiana;
Fare: Elementi di Sintassi

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Premessa

Questo riassunto è stato concepito come supplemento per il complesso corso di studi tenuto da Ignazio
M. Mirto, docente di Linguistica Generale alla Facoltà di Scienze della Comunicazione per la Cultura e le
Arti.
Queste pagine sono da intendersi come un complemento agli studi (e non nel senso sintattico del
termine), utile a chi non ha letto i libri previsti dal Corso ma ancor più utile a chi li ha letti e spera di
ottenere una visione d’insieme un po’ più generale. Il riassunto è stato ottimizzato per la vendita
direttamente dal sottoscritto, che spera queste pagine vi possano essere utili nella terribile impresa in
cui noi tutti ci siamo imbarcati: passare Linguistica Generale.
Nelle prossime ventisei pagine troverete un riassunto molto generale del programma richiesto dal Prof.
Mirto nel corso dell’A.A. 2014/2015, costellati di qualche esempio qui e là per aiutare la memoria di chi
ha già studiato e per stimolare quella di chi, ancora, teme di aprire i libri del Corso.
E, se ve lo steste chiedendo, sì: sono sopravvissuto a Linguistica Generale. E sono fermamente convinto
che possiate riuscirci anche voi.

Buono studio!

Antonino Lupo
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Sommario  

MANUALE:  LINGUE  E  LINGUAGGIO   3  


IL  LINGUAGGIO   3  
LA  LINGUA   3  
LE  LINGUE  NEL  MONDO:  FAMIGLIE  E  CLASSIFICAZIONE   6  
FONETICA  &  FONOLOGIA:  I  SUONI  DELLE  LINGUE   8  
MORFOLOGIA:  LA  STRUTTURA  DELLE  PAROLE   9  
IL  LESSICO:  LE  COMPETENZE  DEI  PARLANTI   11  
LA  SINTASSI   11  
LA  SEMANTICA  E  LA  PRAGMATICA   12  
SOCIOLINGUISTICA  &  DIALETTOLOGIA   14  
LA  LINGUISTICA  STORICA   16  
L’ACQUISIZIONE  DEL  LINGUAGGIO:  IL  PRODIGIO  DEI  BAMBINI   17  
 

COMPENDIO  DI  SINTASSI  ITALIANA   21  


LA  SINTASSI:  COS’È?   21  
VEDERE  LA  SINTASSI   21  
PENSARE  LA  SINTASSI   21  
LA  SINTASSI  FUNZIONALE   22  
IL  PREDICATO:  LA  COLONNA  DELLA  SINTASSI   22  
IL  SOGGETTO   22  
OGGETTO  DIRETTO   23  
OGGETTO  INDIRETTO  E  ALTRI  COMPLEMENTI   23  
LA  PROPOSIZIONE  IN  LIVELLI:  I  TIPI  DELLA  COMPOSIZIONE   24  
PROPOSIZIONI  RIFLESSIVE  E  RECIPROCHE   25  
E  TUTTE  LE  ALTRE  COSTRUZIONI?  LA  PARTICELLA  “SI”   25  
 

FARE:  ELEMENTI  DI  SINTASSI   26  


FARECAUSATIVO   26  
FARESUPPORTO   27  
FARELAVORO   27  
FARERUOLO   28  
 

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Manuale: Lingue e Linguaggio


Il Linguaggio

- Il Linguaggio è un mezzo di comunicazione distintivo dell’uomo, che gli permette da tempo


immemore di comunicare e di organizzarsi in società. La Linguistica è la scienza (Descrittiva,
non Normativa) che studia quel Linguaggio, un Linguaggio dotato di Struttura e Funzioni (es: la
Comunicazione) ben precise.

- Il Linguaggio Umano (o Linguaggio Naturale) ha caratteristiche che non si riscontrano nel resto
dei linguaggi animali, o comunque in una frazione estremamente ridotta di essi. Il Linguaggio
Umano è Discreto, caratterizzato cioè da confini ben definiti, a differenza del linguaggio delle
Api, Continuo: esso è caratterizzato da un unico flusso di segni linguistici che permettono alle
Api di comunicare tra loro, ma non presenta limiti e confini degni di nota (come le Parole o i
Suoni).
Il Linguaggio Umano è inoltre caratterizzato dalla Doppia Articolazione (la differenza tra
Significante e Significato, tra Segno e Semantica, tra la Parola e la sua Corrispondenza nel
Mondo) e dalla Ricorsività, la possibilità cioè di creare sempre nuove “Frasi” aggiungendo un
certo numero di elementi a una base (anche intere proposizioni). Anche per questo motivo il
Linguaggio dell’Uomo si basa sulle relazioni tra Frasi Dipendenti e Frasi Principali.
Esistono anche altri sistemi che chiamiamo “Linguaggi”, ma sono sostanzialmente diversi dal
Linguaggio Umano pur mantenendo le stesse tre proprietà. Tali Sistemi, come il Linguaggio
Informatico, sono Dipendenti dalla Struttura, e cioè organizzati secondo una struttura ben
precisa che li rende, a tutti gli effetti, dei Linguaggi usufruibili dall’uomo in quanto tale.

- Esiste infine una differenza tra Lingua e Linguaggio, con la prima corrispondente alla Forma e il
secondo alla Pratica.
In breve, il Linguaggio non è altro che la capacità, comune a tutti gli esseri umani, di sviluppare
un sistema di comunicazione ben preciso e strutturato. La Lingua è invece la forma che tale
Sistema assume, e varia da Nazione a Nazione.
Ovviamente ogni Lingua è caratterizzata da elementi comuni ad altre Lingue (come la Sintassi,
ma non solo), e tali elementi comuni derivano proprio dal Linguaggio: si tratta di Universali
Linguistici, e non sono ancora state trovate lingue in cui tali Universali non possano essere
riscontrati.

La Lingua

- Una Lingua è un Sistema strutturato su più elementi (Livelli) collegati tra loro: Suoni, Forma,
Sintassi e Semantica sono alcuni tra i più indicativi, e senza dubbio quelli che permettono di
distinguere una lingua da un’altra. Prima di esaminarli, però, occorre capire cos’è una Lingua nel
dettaglio.

- Una Lingua è sempre sia Parlata sia Scritta. Occorre tuttavia fare distinzione tra i due livelli di
comunicazione, poiché entrambi hanno un’importanza e una rilevanza completamente diversa
per lo studio delle Lingue.
Anzitutto la Linguistica predilige la Forma Orale: da un lato esistono (e sono esistite) Lingue
che non hanno mai avuto un Sistema di Scrittura definito, in cui la Comunicazione si è sempre
svolta per via Orale; dall’altro lato, poi, non esistono Lingue che siano (o siano state) soltanto
“scritte”. Inoltre l’Essere Umano non ha una predisposizione naturale alla Scrittura: il Bambino

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impara a scrivere solo dopo un addestramento specifico, e molti anni dopo aver detto la sua
prima parola.
Le Lingue, infine, mutano col passare del tempo, e tali cambiamenti si registrano anzitutto nella
Lingua Parlata piuttosto che nella Lingua Scritta. In altri termini: il Parlato è mutevole, originale
e variabile; lo Scritto non lo è.

- Una Lingua è anzitutto composta da due livelli che s’identificano nell’Astratto e nel Concreto. Ad
esempio: la Fonologia è una disciplina astratta; la Fonetica è una disciplina concreta, che studia
tutti i suoni e la loro applicazione nel quotidiano.
Ma non solo: la Lingua si segmenta anche nella distinzione tra Sincronia e Diacronia, tra
Significante e Significato e tra Langue e Parole [per i primi due punti si veda l’ inizio di Pag. 3].
Queste tre distinzioni sono state individuate dal grande Linguista Ferdinand De Saussure e
analizzate dai suoi successori, e si tratta sostanzialmente della distinzione tra Astratto e
Concreto applicata a elementi più specifici di una Lingua.
La Langue è Sociale, Astratta, la capacità di ogni Parlante Nativo di assegnare un Significato a
un Significante; la Parole è il Concreto, le conoscenze individuali di ogni Parlante specifico e il
modo in cui esse si manifestano.
Jakobson e Chomsky, poi, hanno dato le proprie definizioni di Langue e Parole, donando loro
nomi diversi con caratteristiche diverse: si parla quindi di Codice e Messaggio nel primo caso, di
Competenza ed Esecuzione nel secondo.

- La Competenza di un Parlante si discosta tuttavia parecchio dal semplice concetto di “Langue”


espresso da Saussure: un Parlante Nativo possiede delle competenze ben precise che gli
permettono di distinguere una frase Agrammaticale da un’altra formulata correttamente. Si
parla quindi di Competenza Fonologica (a livello dei suoni), Competenza Morfologica (a livello
delle parole, un tipo di Competenza fortemente legata ai Neologismi), Competenza Sintattica (a
livello delle frasi) e Competenza Semantica (a livello del Significato; qui rientrano Sinonimi,
Omonimi, Polisemici, Iperonimi, Iponimi e figure retoriche).
Tutte queste conoscenze fanno parte della Grammatica dei Parlanti, composta da Dati
Linguistici grezzi e rielaborati da ogni parlante a partire da una tenera età.

- È chiaro che una lingua non può, potenzialmente, realizzare tutte le possibilità del Linguaggio.
Si pensi alla differenza (in Inglese) fingers ≠ toes, due parole per indicare distintamente le dita
delle mani e dei piedi, in Italiano espresse con la stessa, identica parola: dita.
O, ancora, si pensi a un esempio opposto: la parola Inglese Wood, utilizzata sia per indicare un
pezzo di legno sia per indicare un bosco. In Italiano, appunto, vengono invece utilizzate due
parole diverse per distinguere i due oggetti del Mondo conosciuto.

- Può capitare che gli elementi di una lingua si influenzino tra loro (n di ancora ≠ n di anfora).
Quando tale influenza accade tra elementi contigui (o comunque presenti nello stesso segmento,
che sia una parola o una frase intera) si parla di Rapporti Sintagmatici. Quando, invece, a
realizzarsi è solo una possibilità su tante (come nel caso della Flessione), si parla di Rapporti
Paradigmatici: la “o” di Rapporto, ad esempio, è in Rapporto Paradigmatico con la “i”, che
contribuirebbe a formare il Plurale del sostantivo.

- La Linguistica si occupa anche di studiare i rapporti tra elementi della Lingua sparsi tra loro nel
tempo: se lo studio è svolto “al presente”, si parla di Sincronia; se è svolto “con uno sguardo al
Passato”, tenendo conto dell’evoluzione della Lingua nel tempo (si pensi all’Etimologia), si parla
di Diacronia.

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- Una Lingua è dotata di Segni (parole, frasi; “Significanti”) che permettono l’espressione concreta
della Lingua stessa. Tali segni hanno tre caratteristiche fondamentali: Distintività (notte ≠ botte
≠ nocche), Linearità (estensione temporale o spaziale di un segno), Arbitrarietà (la possibilità di
associare a un Segno qualunque significato, senza obblighi di alcun tipo: la parola “libro” poteva
benissimo essere associata anche al concetto di “casa”; è stata la lingua a stabilire i due ruoli,
arbitrariamente). La disciplina che studia i Segni è la Semiotica.

- Ogni lingua ha le sue Funzioni, e Jakobson le ha individuate in un semplice schema: nel


passaggio tra Mittente e Destinatario (Parlante e Ascoltatore) interviene una serie di quattro
componenti fondamentali che permettono, a tutti gli effetti, il passaggio della comunicazione. Si
parla dunque di Referente (la Realtà cui rimanda l’Atto Linguistico, ciò a cui si riferisce il
messaggio stesso), Messaggio (l’Atto Linguistico in sé), Canale (Orale o Scritto) e Codice (di cui
si è già parlato: una delle forme della Langue di Saussure).
Ad ognuno di questi elementi Jakobson fa poi corrispondere rispettivamente una funzione:
Emotiva, Referenziale (o Informativa), Poetica (quando si costruisce un messaggio complesso,
che faccia riflettere l’ascoltatore sul significato) Fàtica (quando si “controlla” il funzionamento
del Canale, per esempio quando si chiede “Pronto?” al telefono), Metalinguistica (quando si usa
la Lingua per parlare della Lingua stessa, come nella Grammatica) e Conativa (quando si esorta
un ascoltatore a modificare il proprio comportamento, con un ordine o un consiglio).

- La Lingua, infine, si manifesta in diverse forme, non solo relative al Parlato e allo Scritto; della
Lingua, per così dire, “di base” esistono varianti Standard, Regionali e Locali, a loro volta divisi
in forme ancor più approfondite. In altri termini, è estremamente complesso definire la
Stratificazione di una Lingua secondo tutte le forme in cui si manifesta, ma non è da escludere
che lo stesso luogo geografico includa più Registri e più Strati della stessa Lingua
contemporaneamente. Nello stesso posto possono coesistere Registri Formali e Informali, come
tra colleghi di lavoro e il capo di un’azienda, o come tra un interrogato e l’addetto alla
verbalizzazione.

- Tali differenze in una lingua possono portare a dei veri e propri Pregiudizi Linguistici: si crede,
per esempio, che esistano o siano esistite Lingue Primitive, più semplici di quelle parlate oggi.
Ciò non è vero, perché tutte le lingue sono dotate di sistemi fonologici complessi.
Il pregiudizio opposto, ovviamente, è che esistano Lingue “Auliche”, più complesse di quelle
attuali, come gran parte delle Lingue Morte (Latino e Greco).
Vi è poi la credenza che il Binomio Lingua/Dialetto veda l’ago della bilancia pendere più verso la
prima per importanza, ma non è così: molti dialetti sono sistemi linguistici a sé, indipendenti e
complessi quanto la loro lingua madre.
C’è poi chi crede che esistano Lingue Facili e Lingue Difficili, spesso dimenticando che un
Italiano portato a imparare lo Spagnolo sarà certamente più agevolato di un Cinese a cui venga
assegnato lo stesso compito.
Infine, c’è chi esprime Giudizi Estetici sulla propria Lingua, anche autoironici: gli Olandesi, ad
esempio, pensano che la propria lingua sia l’equivalente di un “mal di gola”.
Tutte le analisi linguistiche svolte finora, tuttavia, dovrebbero bastare a dare un’idea della
complessità di tutte le lingue presenti, passate e future, ciascuna caratterizzata dai medesimi
elementi qui presi in esame.

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Le Lingue nel Mondo: Famiglie e Classificazione

- Esistono migliaia di lingue sparse in giro per il mondo. Si pensa che siano circa 7.000, ma il loro
numero preciso è impossibile da contare: nuove e vecchie Lingue nascono e muoiono
continuamente, a una rapidità di cui è pressoché impossibile tener conto. Tuttavia, le Lingue
possono essere facilmente classificate secondo vari sistemi ben precisi.

- Classificare una Lingua vuol dire, ovviamente, operare un criterio: il più intuitivo è il Criterio
della Diffusione Linguistica, cioè quel criterio che permette di classificare una lingua in base al
numero di parlanti. Cinese Mandarino e Inglese sono attualmente al primo posto (con un
miliardo di parlanti), mentre l’Italiano è al settimo; tuttavia, come tutti i dati statistici, tali
classificazioni vanno prese con le pinze.

- Un’altra possibile modalità di classificazione è quella che riguarda gli Universali Linguistici, che
a sua volta si dirama in tre possibili modalità di classificazione: Genealogica, Tipologica e
Areale.

• La classificazione Genealogica riguarda tutte quelle lingue che possono essere


raggruppate insieme perché figlie di una sola Lingua Madre o Originaria, con la quale
condividono strutture e, a volte, qualche influenza lessicale. La classificazione non è
sempre facile, specie quando non si hanno testimonianze scritte di una Lingua che
racchiuda tutte le potenziali figlie; è tuttavia possibile raggruppare insieme le Lingue
grazie alla Linguistica Storica e ai suoi metodi di studio delle Lingue stesse, spesso
basati sulle Corrispondenze Sistematiche.
Sulla base delle osservazioni della Linguistica Storica (vedi Pag. 14) è possibile
raggruppare le Lingue in vere e proprie Famiglie, a loro volta divise in Gruppi e
Sottogruppi.
Le Famiglie più importanti sono la Famiglia Indoeuropea (che comprende le Lingue
Romanze), la Famiglia Afro-Asiatica (che comprende Egiziano antico, Arabo ed Ebraico),
la Famiglia Uralica (che comprende Finlandese, Estone e Ungherese), la Famiglia Sino-
Tibetana (che comprende Mandarino e Tibetano), la Famiglia Nigerkordofaniana (che
comprende le Lingue Bantu come lo Swahili) e la Famiglia Altaica (che comprende il
Mongolo e il Turco).
Esistono poi altre famiglie minori, come quella Dravidica, e alcune lingue completamente
“Isolate” come il Giapponese e il Coreano, delle quali non è (ancora) possibile attestare la
parentela con altre Lingue o con una Lingua Madre.

Ø È importante notare che la Famiglia Indoeuropea è la Famiglia dalla quale


derivano tutte le Lingue principali dell’Europa. Essa è divisa in Gruppi, proprio
come tutte le altre Famiglie (tra i quali si annoverano il Gruppo Slavo,
Ellenico, Albanese e Armeno), e molti di essi si sono a loro volta diramati in
Sottogruppi che hanno dato origine a tutte le Lingue presenti oggi. Un caso
importante è quello del Gruppo Italico, dal quale si è formato il sottogruppo
delle lingue Neolatine (o Romanze), alla base di Lingue come Italiano,
Francese, Portoghese, Spagnolo e Romeno.
Altro caso è quello del Gruppo Germanico, dal quale discendono il Gotico
(ormai Lingua Morta), il Norvegese, l’Islandese e altre Lingue Nordiche.
Vi è infine il Gruppo Celtico, rilevante in quanto ramo portante delle Lingue
Britanniche e Gaeliche.

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• La classificazione Tipologica si occupa invece di classificare le Lingue secondo le loro


caratteristiche comuni, relative a Sintassi e Morfologia.

Ø Secondo la Tipologia Morfologica, esistono lingue Isolanti, Agglutinanti,


Flessive e Polisintetiche.
Le Lingue Isolanti sono caratterizzate dalla quasi totale assenza di
Morfologia: gli elementi del discorso non si distinguono per genere, numero o
caso, e hanno praticamente una singola forma valida per tutte le occasioni.
In questi casi, è la Sintassi a farla da padrone, ordinando gli elementi di una
frase semplicemente in base al contesto. Un esempio è il Cinese.
Le Lingue Agglutinanti sono caratterizzate da un’alta presenza di Affissi.
Ogni parola contiene tanti Affissi (Prefissi, Infissi e Suffissi) quante sono le
relazioni grammaticali che deve comunicare; un esempio è il Turco.
Le Lingue Flessive, intuitivamente, sono caratterizzate da un’altissima
presenza di Flessioni dei propri elementi. Basti pensare all’Italiano stesso,
che presenta almeno un centinaio di diverse flessioni del verbo.
Le Lingue Polisintetiche, infine, sono tutte quelle lingue che utilizzano una
parola per esprimere tutte le Relazioni Grammaticali all’interno di una frase.
Si pensi all’Eschimese, per il quale vengono adoperate delle parole vere e
proprie per esprimere il genere, il numero, il caso e persino il tipo di parola
(come un elemento Accrescitivo o uno Desiderativo).
È chiaro che una lingua può appartenere a più categorie
contemporaneamente, ed è principalmente per questo motivo che, a volte, la
Tipologia Morfologica risulta Inadeguata a descrivere e raggruppare insieme
tutte le lingue del Mondo.

Ø Secondo la Tipologia Sintattica, invece, sarebbe possibile raggruppare


insieme più lingue in base all’ordine della loro Sintassi. In base all’ordine,
esistono infatti lingue che possono essere classificate secondo l’utilizzo di
Preposizioni o Posposizioni, secondo l’ordine che assumono gli elementi
Soggetto-Verbo-Oggetto (Lingue SVO come l’Italiano, SOV, OVS etc.),
secondo l’ordine composto dal binomio Aggettivo-Nome e secondo l’ordine
Genitivo-Verbo. Le correlazioni tra le Lingue in esame non sono però
casuali, ed esistono delle formule che permettono di stabilire le relazioni
sintattiche tra gli elementi semplicemente in base alla disposizione di
Soggetto, Verbo e Oggetto all’interno della frase. Per esempio, nel caso
dell’Italiano e di tutte le Lingue SVO:
SVO/Pr/NG/NA.
In breve, ogni Lingua ha le proprie caratteristiche sintattiche, spesso
modellate in base all’ordine seguito dai tre elementi principali della Sintassi:
Soggetto, Verbo e Oggetto Diretto.

• La classificazione Areale, infine, si occupa semplicemente di raggruppare insieme tutte


le Lingue appartenenti alla stessa Area Geografica, e di costruire delle Famiglie
Linguistiche in base ai dati raccolti. Spesso, le Lingue Areali sono Genealogicamente
correlate, ma hanno anche sviluppato caratteristiche comuni e vengono parlate nella
stessa Area Geografica. In questi casi, si parla di Leghe Linguistiche.

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Fonetica & Fonologia: I Suoni delle Lingue

- Le Lingue si manifestano nel Concreto attraverso i Suoni. La Fonetica (Articolatoria, Acustica e


Uditiva) è la disciplina che studia come questi suoni vengono formati, modulati e percepiti: il
“primo livello” di qualsiasi lingua.
Un suono viene prodotto tramite il passaggio dell’aria attraverso l’Apparato Fonatorio, composto
da tutti gli elementi interni della cavità orale fino alle Corde Vocali. Lingua, labbra, denti, alveoli,
palato, velo, epiglottide, laringe, tutti questi elementi lavorano in armonia per produrre suoni
che, poi, verranno diffusi attraverso il Canale Orale.
Particolarmente rilevante è la funzione del Velo Palatino che, in base alla sua posizione
all’interno della cavità orale, permette di produrre Suoni Nasali (o Oronasali) e Suoni Orali.

- I Suoni possono essere classificati secondo uno schema ben preciso basato su tre parametri
fondamentali: Modo di Articolazione, Punto di Articolazione e Coefficiente di Sonorità.
Un’Occlusiva Velare Sonora [g], per esempio, sarà caratterizzata da un’occlusione della cavità
orale (con successivo rilascio), dalla lingua posta contro il Velo Palatino e da una vibrazione delle
Corde Vocali.

- Ogni Lingua presenta uno Schema di Suoni ben preciso, una tabella di simboli “pescata”
direttamente dall’IPA (International Phonetic Alphabet) che si applicano a tutte le parole create
da quella lingua stessa. Come già accennato in precedenza, una Lingua non realizza tutte le
possibilità, e l’Italiano, ad esempio, seleziona circa una trentina di tutti i suoni individuati
dall’IPA.

- Le Consonanti dell’Italiano possono essere (in base al Modo di Articolazione) Occlusive,


Fricative, Affricate, Nasali, Laterali, Vibranti, Approssimanti.
In base al Punto di Articolazione si distinguono consonanti (dalla posizione più esterna della
cavità orale a quella più interna) Bilabiali, Labiodentali, Dentali, Alveolari, Palato-Alveolari,
Palatali, Velari.
L’Italiano, come tutte le lingue, presenta infine sia consonanti Sorde sia Sonore.

- In Sillaba Tonica, l’Italiano può avere fino a sette vocali. Il criterio di classificazione delle vocali
si basa sull’arricciamento delle labbra e sulla posizione della lingua all’interno della Cavità
Orale, oltre che sulla sua altezza. Le vocali sono tutte sonore.
In base ai criteri appena descritti, si hanno quindi Vocali Anteriori, Centrali o Posteriori e,
contemporaneamente, Alte, Medio-Alte, Medio-Basse o Basse. La [a] è l’unica vocale centrale.

- I suoni possono combinarsi tra loro, dando luogo a nessi consonantici (come [tr] e [fr], possibili
in Italiano) e a Dittonghi, a loro volta divisi in Ascendenti ([fje.’ni.le], [‘kwes.to]) e Discendenti
([‘kau.to]), determinati spesso dalla disposizione dei confini sillabici.
Vi è poi il caso di Iato: lo Iato è un avvenimento particolare dell’Italiano, caratterizzato da una
curva intonativa crescente che vede il suo picco in una sola vocale. In altri termini: lo Iato
presenta una vocale accentata, che andrà a formare un nucleo sillabico a sé stante. Un esempio è
la parola faina [fa.’i.na], in cui la Vocale Anteriore Alta [i] forma un nucleo sillabico in grado di
“reggersi in piedi da solo”.

- È importante notare come la grafia sia ingannevole in Fonetica, poiché più suoni potrebbero
corrispondere a un solo simbolo ([roza], [sera]) e un solo suono potrebbe corrispondere a più
simboli ([ke] = che).

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- A Livello Astratto, la Fonetica trova corrispondenza nella Fonologia, il sistema utilizzato dai
Linguisti per riportare per iscritto la percezione della Lingua da parte dei parlanti nativi. In
fonologia va registrato, tramite l’uso di Fonemi (“L’entità più piccola dotata di significato”, in
genere un simbolo) tutto ciò che è distintivo di significato, dunque tutto ciò che ha la possibilità
di creare coppie minime (“Cane” e “Pane” sono due parole che si differenziano per un solo
elemento: la C in Rapporto Paradigmatico con la P. Si tratta di una coppia minima). L’Accento,
per esempio, è distintivo in Italiano come in diverse altre lingue (Àncora – Ancòra), e pertanto
va registrato quando si effettua la Trascrizione Fonologica della lingua in questione (Es. à
/’ka.ne/ ; /an.’ko.ra/ ; /’an.ko.ra/).
Ciò, tuttavia, comporta alcune incongruenze tra Fonetica e Fonologia: la più importante è senza
dubbio riscontrata nel fenomeno degli Allofoni, vale a dire più suoni per un solo simbolo. È il
caso della [z] di ro[z]a e della [s] di [s]era, entrambe rappresentate dal Fonema /s/.
Esiste però anche un altro fenomeno, ed è il caso delle Varianti Libere: se due suoni sono
intercambiabili nella stessa posizione e sono in grado di creare coppie minime, si parla allora di
due fonemi diversi. Se, al contrario, la loro interscambiabilità non è distintiva di significato, si
parla di Varianti Libere.
Se, infine, non è possibile scambiare due suoni tra loro nello stesso contesto (si pensi alla [n] di
naso e alla stessa consonante in ”ancora”, rappresentata da un simbolo diverso), si parla di
Varianti Combinatorie.

- Può anche capitare che due suoni si influenzino tra di loro. In questo caso si parla di
Assimilazione, che può essere Parziale o Totale, Progressiva o Regressiva. Un esempio è la
parola Arrivederci, presumibilmente derivata dalla locuzione “Al rivederci” dalla quale, col
tempo, potrebbe essere sparita la preposizione articolata in favore di un’Assimilazione Totale
Regressiva. Un altro esempio è la parola dal Dialetto Romano “Monno”, un fenomeno di
Assimilazione Totale Progressiva che ha visto la sparizione del suono [d] in favore di un
raddoppiamento della Nasale Alveolare Sonora.

- Quando si parla di Sillabe, non bisogna dimenticare che ogni Sillaba è composta da un Nucleo
Vocalico, ma che proprio per questo motivo le vocali possono anche stare a sé all’interno di una
sillaba, completamente isolate (si riveda il caso dello Iato, Pag. 6). Vocale, Coda e Attacco
formano il Nucleo Sillabico.
Vi sono anche casi in cui, nella creazione di una parola, viene cancellata la Sillaba Ridondante: è
un caso di Aplologia la parola Eroicomico, derivata dall’insieme di parole Eroico-Comico.

- Esistono infine dei Fatti Soprasegmentali che non riguardano un Segmento Fonologico nel
particolare. È il caso della Lunghezza dei suoni, dell’Accento, dell’Intonazione e persino del
Tono. In quest’ultimo caso, è da dire che esistono alcune lingue in cui il Tono è in grado di creare
Coppie Minime, come il Cinese Mandarino: una curva intonativa diversa può assumere un
significato piuttosto che un altro, anche all’interno della stessa parola.

La Morfologia: la Struttura delle Parole

- La Morfologia è la disciplina che studia la Forma delle Parole. Per poter parlare di Morfologia è
anzitutto necessario definire la nozione di “Parola”.
Le Parole, come già detto, sono Segni Linguistici che corrispondono alla manifestazione concreta
della Lingua. Tuttavia, definire una Parola è un procedimento complesso, poiché essa è definita
in modo diverso da Fonologia, Morfologia e Sintassi. Si dirà dunque che una Parola è un
elemento del discorso che, nella maggior parte dei casi, un Parlante Nativo è in grado di
individuare senza difficoltà.

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- Una parola è generalmente lemmatizzata all’interno di un dizionario tramite una forma di


citazione, che è la forma, per così dire, “base” della parola stessa che permette a qualunque
Parlante Nativo di identificarla. Per i verbi è l’infinito; per i sostantivi e gli aggettivi,
generalmente, è il Maschile Singolare.
Se, tuttavia, alla parola “amare” viene rimosso il suffisso grammaticale dell’Infinito, ciò che
resta è una “porzione di parola” formata dalla Radice più la Vocale Tematica (am+a+…).
L’insieme delle due componenti viene definito Tema.

- Le parole vengono classificate dalla Morfologia e dalla Sintassi in “Classi”, dette anche Parti del
Discorso. Si hanno quindi Verbi, Nomi, Aggettivi, Articoli, Pronomi, Preposizioni, Avverbi e
Congiunzioni. Essi a loro volta si dividono in Parti Variabili e Parti Invariabili, a seconda delle
forme che assumono o possono assumere, e in classi Aperte o Chiuse a seconda della loro
“disponibilità” ad accogliere nuovi elementi: i Verbi sono una classe aperta, poiché ad essi è
sempre possibile aggiungere nuove parole e nuovi significati; gli Articoli sono una classe chiusa,
poiché non è possibile (o, comunque, non è probabile) inventare nuove parole che assumano la
funzione di “Articolo” all’interno della Lingua.

- La Morfologia, tuttavia, studia le parole dividendole in segmenti dotati di significato: i Morfemi.


Ecco che quindi avremo Morfemi Lessicali (nati da una parola), Derivazionali (utilizzati per
creare gli avverbi, ad esempio), Grammaticali (utilizzati per la Flessione) e Vocali Tematiche
(utilizzate per individuare la coniugazione di un Verbo), tutti segmenti che permettono di
studiare la forma della parola e il modo in cui essa è stata costruita.

- Analogamente a quanto avviene con la Fonologia, la Morfologia presenta i Morfemi a livello


Astratto e gli Allomorfi a livello Concreto. A differenza della Fonologia, però, spesso – in
Italiano - a un Morfema corrisponde un solo allomorfo. Caso diverso è la formazione del Plurale
in Inglese, dove il Morfema S corrisponde a tre diverse rappresentazioni sonore (e anche
grafiche) all’interno di una Parola.

- In Morfologia esistono quattro tipi di morfemi, a loro volta divisi in sotto-classi più
particolareggiate. Tuttavia esistono delle regole generali: i Morfemi Flessivi sono Grammaticali,
gli Affissi sono Morfemi Derivazionali e così via.
A proposito degli Affissi, in Italiano esistono Prefissi e Suffissi, ma è estremamente raro
trovare un Infisso. Ciò invece non avviene, come sappiamo, in Turco, una lingua che presenta
parecchi affissi che possono anche rientrare in quest’ultima categoria.

- Esistono anche altri processi Morfologici che hanno portato alla formazione di parole. Un caso
si ha nell’Inglese, una lingua in cui parecchi sostantivi finiscono col diventare dei veri e propri
verbi (water à to water). È questo un caso di Conversione.
Alcune lingue, come il Tigak, presentano alcuni casi in cui a una parola viene aggiunto un
prefisso che ne cambia il significato, e tuttavia tale prefisso corrisponde alla prima sillaba della
parola stessa. Si tratta di un caso di Reduplicazione (come se dicessi “ca-casa” per indicare una
casa più grande).
Un processo molto presente in Italiano è invece il caso della Parasintesi: si parla di Parasintesi
quando, all’interno di una parola, l’insieme Prefisso+Base o Base+Suffisso non corrisponde a
nessuna parola della Lingua corrente. Un esempio è il verbo Ingiallire: non esiste il verbo
*giallire, e l’insieme Prefisso+Base viene considerato un unico Morfema Lessicale.

- Esistono inoltre dei casi in cui, flettendo una parola, essa cambia forma. È un esempio il verbo
Andare, che in alcuni tempi verbali assume il Morfema Lessicale “vad-“. Si tratta di un caso di

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Suppletivismo.

- Quando si mettono insieme più costituenti del discorso, si ha una parte della parola che è “più
importante” dell’altra, in genere quella che permette alla nuova parola di essere flessa nella
nuova categoria lessicale. Tale parte è definita “Testa”. È il caso di verbi come velocizzare, la cui
testa è il suffisso “-izzare”, che determina la categoria lessicale della parola stessa (in questo
caso: un Verbo).
Per quanto riguarda i Composti, il procedimento è poco diverso. La Testa corrisponde
generalmente a quella parte del composto che permette di definire il genere e il numero del
composto stesso; tuttavia può capitare che la Testa non sia individuabile nel composto (come nel
caso di Portalettere), e in quel caso si parlerà di Composti Esocentrici.

Il Lessico: Le Competenze dei Parlanti

- Il Lessico corrisponde sostanzialmente all’insieme delle parti del discorso di una lingua, e si
differenzia in modo diverso nella distinzione tra Parlanti Nativi e Dizionari.

- Nel primo caso si parla di Lessico Mentale. Il Lessico Mentale, più o meno ampio a seconda del
parlante nativo in questione, è in continua costruzione e corrisponde a tutte le conoscenze che il
parlante possiede in relazione alle parole e alle loro funzioni all’interno delle frasi. È una sorta di
“vocabolario personale” che anche un parlante di madrelingua amplia continuamente nel corso
della sua vita. Per scrivere queste pagine, ad esempio, io sto adoperando il mio Lessico Mentale.

- Il Dizionario è invece qualcosa di molto più ampio: le conoscenze dei parlanti sono limitate, e non
esiste nessuno in grado di conoscere e saper utilizzare tutte le parole messe a disposizione dalla
propria lingua madre. A tale scopo entrano in campo i dizionari, il cui compito è quello di offrire
una lista di tutte le parole possibili in Italiano e lemmatizzarle, fornendo dunque informazioni
sulla parola stessa a chi consulta il dizionario. A differenza dell’Enciclopedia, che raccoglie tutto
lo scibile umano su un dato argomento o una data parola, il dizionario è semplicemente una
forma di consultazione grammaticale.

- Il Lessico di ogni lingua è stratificato, composto cioè da diversi strati che hanno portato la
lingua alla sua condizione presente e attuale. Una lingua si distingue principalmente per uno
Strato Nativo e uno Strato Non-Nativo, con quest’ultimo costituito principalmente da prestiti
(Computer) e calchi (Grattacielo, da Skyscraper), interferenze linguistiche all’interno della
Lingua dovute, principalmente, a scambi commerciali (oggi alla Globalizzazione).

La Sintassi

- Le parole sono unità a sé stanti senza un ordine che possa dar loro disciplina. A questo scopo,
nasce la Sintassi.
La Sintassi si occupa di studiare l’ordine che contraddistingue le frasi e i gruppi di parole in una
lingua. Tuttavia occorre anzitutto capire quale sia il vero nucleo della Sintassi: generalmente, è il
Verbo.

- L’Italiano non fa differenza: il Verbo è ciò che regge una proposizione in base al numero di
elementi estranei (Argomenti) che può aggregare a sé. A tal proposito si distinguono verbi
Monovalenti (Dormire), Bivalenti Transitivi e Intransitivi (Mangiare, Parlare), Trivalenti
(Dare, Dire) e Avalenti o Zerovalenti (Piovere).
La Sintassi è caratterizzata anche da una serie di elementi circostanziali che non fanno altro
che donare “colore” alla frase, aggiungendo informazioni non obbligatorie (un esempio sono le

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Proposizioni Incidentali, in grande, o le congiunzioni come “infatti” in piccolo).

- La Sintassi si organizza inoltre in Gruppi di Parole (o Sintagmi). Essi sono degli insiemi di
parole spesso in grado di “muoversi insieme”, di rispondere da soli a una domanda o di far parte
di una Coordinata. I Sintagmi si dividono in Preposizionali, Verbali, Aggettivali e Nominali. In
base a questi Sintagmi si può costruire un diagramma ad albero di pressoché qualunque frase,
posto che si sappia identificare la Testa del Sintagma. I Sintagmi sono i veri e propri Costituenti
delle frasi.

- Le frasi, come si è detto, orbitano intorno a un Verbo detto Predicato, ma orbitano anche attorno
a un Soggetto che, generalmente, è quell’elemento che determina l’accordo del verbo. L’Oggetto
Diretto è un’altra “tessera” del Nucleo della Sintassi, e in Italiano, in genere, viene posto
appena dopo il Verbo.
Posti questi tre elementi, in Sintassi è possibile distinguere diversi tipi di frasi: si parla di frasi
Semplici e frasi Complesse, di Coordinate e Subordinate, di Principali e Dipendenti. Dividendo
però ogni frase complessa e riducendola alla sua struttura semplice, è possibile classificare le
frasi secondo Dipendenza, Modalità (Dichiarativa, Relativa, Interrogativa, etc.), Polarità
(Affermative o Negative), Diatesi (Attive o Passive) e Segmentazione (l’ordine in cui si
presentano i Costituenti).

- L’ultima categoria è forse la più complessa: una frase segmentata è una frase che non presenta
il solito ordine SVO, in Italiano. Tra le frasi Segmentate si possono distinguere frasi Dislocate a
Destra o a Sinistra (concentrazione sull’Oggetto Diretto: La torta, ho mangiato oggi), frasi
Scisse (È un permesso che egli mi concesse), frasi a Tema Sospeso (Ripresa Pronominale: La
torta l’ho mangiata io) e frasi Focalizzate (con una curva intonativa crescente sull’oggetto
diretto, come in “Gianni ho visto ieri, non Paolo”).

- La sintassi è in strettissimo rapporto con la Semantica; ed è in tali termini che ci si riferisce a


Soggetto, Predicato, Agente, Azione, Tema, Rema, Paziente e così via. Le relazioni Sintattiche
permettono di identificare i diversi ruoli del Soggetto Grammaticale della frase anche in campo
Semantico.

La Semantica e la Pragmatica

- All’ultimo “piano”, per così dire, della Lingua, stanno la Semantica e la Pragmatica. Dai suoni alla
Sintassi stessa, l’unico dato certo è che si tratta di “segni”, di “significanti”; la Linguistica,
tuttavia, si occupa anche di Significato, ed è lì che entra in gioco la disciplina della Semantica.
Alla base della Semantica sta il concetto di Verità, ben noto anche alla Filosofia: una frase,
anzitutto, deve essere vera. La Semantica è dunque ciò che separa la Lingua dalla Realtà, il
ponte di collegamento tra Significante e Significato. Tuttavia, non si può sempre parlare di
corrispondenze esatte tra lingua e realtà: si pensi alla parola “wood”, che in Inglese – come
abbiamo già visto - può indicare tanto il bosco quanto la semplice legna.
La Semantica si occupa quindi di studiare tanto i rapporti di verità quanto i rapporti di “falsità”,
per così dire, ed è proprio in questi termini che si parla di Sinonimi e Iponimi – due casi in cui
più parole possono avere lo stesso significato o essere racchiuse in un insieme determinato da
una parola più grande (“canarino” è Iponimo di “uccello”, che è Iponimo di “animale” e così via).
Inoltre, la Semantica si occupa di studiare anche l’uso non letterale di determinate espressioni;
ed ecco che entrano in gioco meccanismi come l’Ironia, la Metafora, la Metonimia e le Figure
Retoriche in generale.

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- In Semantica occorre far differenza tra Significato, Denotazione e Riferimento.


Sostanzialmente un parallelismo tra “Significante” e “Significato”, tra “Segno” e “Concreto”, il
Significato è ciò che permette di descrivere la realtà, il modo in cui viene descritta; il
Riferimento sarebbe, invece, la realtà stessa.
La Denotazione viene spesso utilizzata come sinonimo di Significato, ma alcuni ritengono che sia
qualcosa di diverso: per tali studiosi, infatti, la Denotazione è il lessema in quanto tale, la parola
utilizzata per descrivere la realtà, e il Riferimento è il suo uso concreto.
La Semantica non è però sola e unica espressione di Verità: il Linguaggio può essere utilizzato
per descrivere una pluralità di mondi possibili, ed è solo grazie alla sospensione di incredulità
che questi mondi possono risultare verosimili (quando, per esempio, si legge un romanzo).

- Nel campo dell’ambiguità di significato, invece, si parla di Omonimia e Polisemia. Un Omonimo è


sostanzialmente una parola che non condivide alcun significato con tutti quegli elementi della
realtà a cui viene associata: la vite come strumento filettato è diversa dalla vite come pianta
rampicante.
Al contrario, il “collo” di una bottiglia ha un rimando semantico al “collo” di un essere umano, ed
è per questo che i due elementi si ritrovano in Relazione Polisemica tra di loro.

- Esistono casi in cui il significato viene letteralmente “esteso” oltre il mero confine del
Significante. In quelle occasioni si parla di Metafora e Metonimia, rispettivamente quando si
tratta di una traslazione per “somiglianza parziale” e per “contiguità”. Un esempio di Metafora è
nel significato della vite di prima: la filettatura somiglia al rampicante, ed è dunque
un’estensione del significato da una parola all’altra. Un esempio di Metonimia è nel caso della
parola “mano”, che può indicare tanto l’arto in sé quanto un turno a carte, perché, in entrambi i
casi, è proprio la “mano” stessa ad entrare nel complesso gioco dei Significati.

- Vi è anche una branca della Semantica che viene detta Semantica Frasale, che si occupa di
analizzare il significato di frasi intere piuttosto che delle singole parole: è in questi casi che ci si
riferisce a termini come Tautologia, Contraddizione, Analiticità e Presupposizione.
Il primo caso si verifica quando, all’interno di una frase, si hanno due proposizioni connesse tra
loro da un Connettivo Proposizionale - come “o” -, apparentemente in contrasto tra di loro. A
livello linguistico, tuttavia, il Connettivo Proposizionale in questione richiede che almeno una
delle due frasi sia vera e, poiché potrebbero esserle entrambe, si parla di una Tautologia (“Piove
o non piove”).
La Contraddizione è un meccanismo lievemente più semplice da concepire: se il Connettivo
Proposizionale è un Connettivo Coordinante (“e”), la frase non può essere vera in tutte le sue
parti (“Oggi piove e non piove”) se le sue componenti sono in netto contrasto tra loro. Ecco
dunque che, poiché le parti della frase devono essere entrambe vere, non lo sarà nessuna; caso
di Contraddizione.
Quando la verità delle frasi viene stabilita in base ai Connettivi Frasali e ai lessemi contenuti
all’interno di una frase, si parla di Analiticità. Esistono tuttavia casi in cui una frase è falsa
sulla base di una Presupposizione, non esposta dalla frase in questione e tuttavia intuibile dal
contesto. In una frase come “Il Re di Francia è calvo”, ad esempio, la proposizione risulta
linguisticamente vera, ma falsa sulla base della Semantica: non vi è, attualmente, un Re in
Francia.
In questo caso, la frase presuppone falsamente che un Re di Francia ci sia; sarà dunque la
Presupposizione a essere falsa, e le frasi a essa relative saranno semplicemente inappropriate.

- Per quanto riguarda la Pragmatica, l’uso del Linguaggio Umano consiste nell’esecuzione di
determinati Atti Linguistici: la pronuncia delle parole, il riferimento alle entità cui esse si
riferiscono, il tentativo di esprimere una constatazione/ordine/consiglio etc. e il tentativo di

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produrre un effetto ben preciso su un interlocutore. Si parla dunque, rispettivamente, di Atti


Locutori, Atti Proposizionali, Atti Illocutori e Atti Perlocutori. Gli atti sono ovviamente
connessi tra loro, e il primo tipo è connesso al terzo esattamente come il quarto è connesso al
secondo, e così via. Tali atti possono tuttavia essere indiretti: è il caso di tutte quelle formule “di
cortesia” che vedono un Imperativo Indiretto, del tipo “Forse ora farebbe meglio a uscire”.

- Il Linguaggio, come sappiamo, può essere utilizzato per esprimere qualcosa di non
necessariamente vero a livello concreto; un uso non letterale del Linguaggio Umano è ciò che lo
contraddistingue dal Linguaggio di qualunque animale, e tale uso è, ovviamente, regolato da
alcune massime tanto quanto l’uso Letterale.
Le quattro massime individuate da Paul Grice, filosofo Inglese, si riferiscono a quattro elementi
del discorso comuni tanto all’uso Letterale quanto all’uso non Letterale del Linguaggio Umano; Si
parla quindi di Quantità, Qualità, Relazione e Modalità. Se una di queste massime non viene
soddisfatta, la conversazione è destinata a fallire.
Occorre dunque “fornire la giusta quantità di informazioni durante una conversazione”; occorre
“essere veritieri, in base alle prove in nostro possesso”, occorre “essere pertinenti” e, infine,
occorre “evitare oscurità e ambiguità, essere brevi e ordinati”. Inconsciamente, tutti i
partecipanti a una qualunque conversazione seguono queste massime.
È quando la violazione di tali indicazioni è apparente, invece, che il Linguaggio passa a una
forma non Letterale. Grice, in questo caso, ha distinto le Implicature Conversazionali, semplici
deduzioni che il parlante fa, inconsciamente, per distinguere le frasi vere da quelle false.
Un esempio può essere la frase potenzialmente ambigua “qualche studente ha superato l’esame”,
che si rivela essere vera anche se “tutti” gli studenti superano l’esame, ma si rivela falsa se non
lo ha superato neanche uno. L’Implicatura, tuttavia, risiede proprio nella deduzione che potrebbe
fare un interlocutore: la conclusione più semplice è che alcuni studenti abbiano passato l’esame,
altri no.
Ed è quando si entra nel campo dell’uso non Letterale del linguaggio che si può parlare di Ironia,
un uso figurato delle espressioni linguistiche che identifica una realtà diametralmente opposta a
quella evidenziata dalle frasi utilizzate (“Che bella giornata, oggi!”, proferita in un giorno di
pioggia).

Sociolinguistica e Dialettologia

- La Lingua può variare in diversi modi all’interno dello stesso territorio in cui è parlata, ma è
raro che tali variazioni vengano dalle “Classi Alte”: spesso, in passato, i cambiamenti della lingua
si sono visti arrivare direttamente dal “popolo”, dalle classi più basse, da coloro che prendevano
la lingua e la modellavano nel modo che lo ritenevano più opportuno.
Una lingua è separata in più strati, ed è proprio lì che intervengono i cambiamenti all’interno
della lingua stessa: nella Stratificazione Diastratica (verticale), la Sociolinguistica si occupa di
analizzare le variabili legate alla stratificazione sociale; la Stratificazione Diatopica
(Orizzontale) si occupa invece delle differenze Dialettali. Tuttavia esistono altri tipi di variazione
linguistica, e riguardano spesso il grado di controllo e accuratezza applicato al nostro parlare
(Variazione Diafasica) o il mezzo utilizzato per comunicare (Variazione Diamesica).
La Sociolinguistica si occupa di studiare tali variazioni.

- La Linguistica Teorica sarà sì completa, ma i suoi punti di vista sono spesso idealizzati e si
concentrano sulle strutture astratte; la Sociolinguistica si concentra sul Concreto, e sulle
realizzazioni della Lingua stessa all’interno di un territorio.
Gli studi di Sociolinguistica hanno dimostrato che non esistono Varianti Libere: ogni volta che
un suono o un fonema viene utilizzato al posto di un altro, è stata operata una scelta ben precisa

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dal parlante, che potrebbe essere correlata a motivi sociali.

- A tal proposito, entra in campo la nozione di Comunità Linguistica. Una comunità linguistica è
l’insieme di tutte le persone che parlano una determinata Lingua, dove il termine “Lingua” è
inteso anche in senso di “variazioni linguistiche”. Una Comunità Linguistica sarebbe dunque
quella comunità rappresentata da tutti gli abitanti di un paese di montagna, che si ritrovano a
parlare la stessa variazione della loro Lingua Madre con le stesse influenze dialettali.
La Sociolinguistica individua anche le nozioni di Repertorio Linguistico (detto anche Codice) e
di Competenza Comunicativa (che riguarda la capacità dei parlanti di cambiare registro
linguistico in base alle varie situazioni).

- È chiaro che un Dialetto condividerà con una Lingua Madre le strutture e buona parte del suo
lessico. Ma un Dialetto potrebbe avere anche alcuni Prestiti da altre Lingue, o non essere
necessariamente una derivazione della Lingua che si prende in esame. Come si fa a capire se il
Dialetto è tale e non si tratta di una Lingua a sé?
Alcuni criteri possono essere un’analisi di tipo Diacronico della Lingua X rispetto alla Lingua Y,
se i parlanti delle due lingue si comprendono tra loro, se le due lingue condividono circa l’80%
del Lessico o di qualunque altra parte della propria struttura e, infine, se sia presente o meno
una Letteratura nella Lingua in esame.
È chiaro che tali criteri non sempre danno una soluzione univoca, ma vanno integrati tra loro e
interconnessi in modo da poter raggiungere una visione d’insieme più ampia. A tal proposito,
potrebbe essere d’aiuto la Linguistica Storica.
Il Dialetto, in genere, ha alcune “contaminazioni sociali” dovute al territorio rispetto alla Lingua
Standard. L’Italiano non è da meno: com’è noto, nel Sud d’Italia ci sono parecchie influenze
dialettali all’interno della Lingua, come il raddoppiamento fonetico in alcune locuzioni
([ak ‘ka.za]).

- In alcuni casi, il Dialetto può essere così radicato all’interno della comunità da portare a casi di
vero e proprio Bilinguismo: alcuni parlanti possono infatti avere la padronanza completa tanto
della propria Lingua Madre quanto del proprio Dialetto, ed entrambe le varietà linguistiche
vengono utilizzate indipendentemente dal contesto.
Si parla invece di Diglossia quando il parlante padroneggia entrambe le realtà, ma non le utilizza
in maniera indipendente dal contesto: una è magari considerata più “elevata” a livello
socioculturale rispetto all’altra. Spesso capita che si tratti della Lingua Madre, soprattutto nelle
grandi città.

- Esistono infine casi in cui, magari per necessità sociali o economiche, due Comunità
Linguistiche, appartenenti a una Lingua Madre completamente diversa, finiscono con lo
scontrarsi. In quei casi, tuttavia, la necessità di comunicare è comunque un problema piuttosto
grosso da risolvere, ed è così che nascono le Lingue Pidgin. Le Lingue Pidgin sono una vera e
propria via di mezzo tra due Lingue diverse - spesso una Lingua Indigena e una sovraimposta - e
condividono le strutture semplici di entrambe le realtà linguistiche. Tutto il superfluo e il
complesso viene eliminato per favorire una comunicazione semplice e alla portata di chiunque.
Se, poi, una Lingua Pidgin si estende nel tempo e arriva a formare nuove generazioni di parlanti,
essa si stabilizza e diventa una Lingua Creola, molto più di una semplice lingua “provvisoria”
creata per comunicare occasionalmente con una popolazione di un Paese: un vero e proprio
sistema linguistico a tutti gli effetti.

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La Linguistica Storica

- La Linguistica Storica si occupa dello studio della Lingua in sé e della sua evoluzione nel corso
del tempo. Alla base della Linguistica Storica sta la Comparazione delle Lingue, ma anche una
netta divisione tra Lingue Originarie e Origine del Linguaggio; divisione affatto tenuta in
considerazione, ad esempio, nell’affascinante mito della Torre di Babele, che vede l’Ebraico
come Origine del Linguaggio e unica Lingua Originaria al tempo stesso.
Si pensa che l’Origine del Linguaggio sia dovuta all’aumento delle proporzioni del cervello
dell’Homo Sapiens, ma questa teoria è spesso contrastata, in favore di una corrente più
“innatista” (il Linguaggio sarebbe una facoltà Innata dell’Uomo, sviluppatasi nel Tempo); in ogni
caso, la Linguistica Storica Moderna cerca di evitare gli errori degli studiosi del Passato,
mettendo da parte ogni Ipotesi Catastrofista e favorendo il Metodo Scientifico.
La Colonna Portante della Linguistica Storica Moderna è il Metodo Comparativo.

- Il Metodo Comparativo, come fa intuire il nome stesso, consiste nel confrontare diverse lingue
tra loro per cercare una serie di Corrispondenze Sistematiche tra Fonemi e Morfemi. Tale
metodo non è sempre di facile applicazione, perché ci sono lingue che potrebbero aver preso
molti prestiti da un altro ceppo senza essere necessariamente imparentati con esso. Applicare
correttamente il Metodo Comparativo richiede di ripercorrere la Storia delle Lingue in esame, e
per questo motivo la Linguistica Storica è spesso chiamata Linguistica Storico-Comparativa.
L’analisi della storia delle Lingue permette di individuare la famiglia di appartenenza delle
Lingue, e dunque di ricostruire la Lingua Originaria da cui esse sono derivate. Spesso, infatti, ad
un elemento Fonemico o Morfologico corrisponde un fenomeno Linguistico ben preciso nelle
Lingue “sorelle” (come la corrispondenza tra /tt/, /ch/, /it/ e /pt/ nella parola “Latte”,
rispettivamente in Italiano, Spagnolo, Francese e Romeno).

- Il Metodo Comparativo permette di risalire per tappe alla Lingua Originaria di tutte le Lingue
minori derivate; si può quindi costruire un vero e proprio Albero Genealogico delle Lingue che
permetta di avere un quadro complessivo dello sviluppo di una lingua a partire dal ceppo
originario.
Al modello dell’Albero Genealogico si integra il modello della Diffusione a Onde, che vede i vari
fenomeni linguistici all’interno di un ceppo come delle vere e proprie onde all’interno di uno
specchio d’acqua, dall’estensione variabile. Le linee che determinano l’estensione dei fenomeni
portano il nome di Isoglosse.
Oggi i due modelli si ritengono complementari tra di loro, e vengono dunque utilizzati dalla
Linguistica Storico-Comparativa per effettuare delle analisi linguistiche più precise di una
determinata Famiglia Linguistica.

- La Linguistica Storica, come già detto, studia i cambiamenti delle lingue sulla linea temporale. I
mutamenti possono avvenire a livello Fonetico, Morfologico, Sintattico o Semantico, o anche
tutte e quattro le cose insieme.

• Un esempio di Mutamento Fonetico in Italiano si è registrato nella scomparsa dei


Fonemi Vocalici Lunghi, che, in Latino, erano distintivi di significato. E in Inglese, col
Great Vowel Shift, si è assistito a un fenomeno analogo: molte vocali lunghe un tempo
pronunciate regolarmente con il Middle English sono sparite con l’Inglese Moderno,
trasformandosi in Dittonghi, Vocali Alte invece di Medie o Medie invece di Medio-
Basse e così via. I cambiamenti Fonetici avvengono con una certa regolarità e secondo
delle regole ben precise, ed è per questo che è stato coniato il termine di Legge Fonetica
per distinguere tra loro tutti i mutamenti Fonetici appartenenti a una stessa categoria.

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• Nel campo del Mutamento Morfologico, si distinguono dei fenomeni che riguardano
parole intere che assumono un nuovo significato o perdono il loro valore originario. Si
identificano tre diversi fenomeni:
La Retroformazione è un fenomeno per cui una determinata parola sembra essere la
base di una parola derivata, mentre la verità sta esattamente nel contrario: è la parola
apparentemente derivata a essere la base, e viceversa. Ciò avviene per esempio
nell’Inglese, Lingua nella quale molte parole sembrerebbero apparentemente rimandare
ad alcuni sostantivi del Latino (act dal participio actus del verbo agere), ma in realtà
non è così: le parole come “act, afflict, separate” sono parole derivate dai
corrispondenti sostantivi in “–tion”, attestati molto prima della comparsa delle relative
parole in “-t”. Ciò avviene perché tali parole in “-tion” sono apparse molto prima, e sono
derivate dalle parole corrispondenti Latine “Afflictionem, Actionem, Separationem”.
Un esempio di Retroformazione in Italiano si ha con il sostantivo “arrivo”, derivato dal
verbo “arrivare” e non viceversa.
Un altro processo è la Grammaticalizzazione, che vede un lessema perdere il proprio
significato per trasformarsi, per esempio, in un Suffisso Derivazionale. Un esempio è il
Suffisso “–mente”, posposto agli Avverbi, che non ha altro valore se non quello,
appunto, di Suffisso. Tale Suffisso è però derivato dal Latino Mens, il cui Ablativo era,
appunto, Mente. A partire da “Sincera mente”, quasi tutti gli avverbi si sono aggregati
al processo di Grammaticalizzazione, fino a raggiungere la forma che conosciamo oggi.
Vi è infine il processo di Ricategorizzazione, che, ad esempio, vede una perdita di
genere per un sostantivo Latino nel passaggio all’Italiano: una parola perde la propria
categoria lessicale e viene trasportata di peso in un’altra categoria o Parte del Discorso.
Un caso significativo può essere quello di “Folium”, diventato “foglio” e “foglia” in
Italiano, con una ricategorizzazione dal genere Neutro a quello Maschile o Femminile a
seconda del contesto. In genere, nel passaggio all’Italiano le parole Neutre del Latino
diventano Maschili.

• Un altro mutamento riguarda la Sintassi. Nel passaggio dal Latino all’Italiano, per
esempio, si è registrato un mutamento nella composizione dei Tempi Verbali Composti
anzitutto, ma, in via ancor più rilevante, si è verificato un vero e proprio mutamento
nell’ordine della frase. Il Latino, una lingua principalmente OV, ha perso il suo ordine
caratteristico già nel passaggio al Volgare, e l’Italiano ha poi reso definitivamente
stabile il cambiamento sintattico. L’Italiano è ora una lingua VO.

• L’ultimo dei mutamenti registrati dalla Linguistica Storica è il Mutamento Lessicale e


Semantico, che opera proprio nel campo della Semantica e del Lessico. Si hanno casi di
Restringimento e di Ampliamento di Significato, casi di Metafora, Metonimia e
Sineddoche, così come casi di Iperbole e Litote o di Degenerazione e Innalzamento. Il
significato di un sostantivo può essere esteso ad altri campi, trasportato, esagerato o
sminuito, e in tutti i casi si avranno sempre parole nuove con significati (e a volte
significanti) diversi.
Degno di nota è senza dubbio il Mutamento Semantico che si è operato nel passaggio da
alcuni Nomi Propri a Nomi Comuni, come nel caso del Kaiser Tedesco e dello Zar
Russo, entrambi derivati dal Latino Caesar.

L’Acquisizione del Linguaggio: il Prodigio dei Bambini (Capitolo non presente nelle vecchie edizioni)

- Una Lingua, come già detto abbondantemente, presenta sempre delle caratteristiche che la
strutturano su più livelli, i quali si muovono gradualmente dai suoni al significato di intere frasi.
Una Lingua è un Sistema complesso, difficilissimo da imparare anche per lo studente più

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“dotato”; eppure, i bambini imparano una lingua con estrema facilità e rapidità. C’è qualcosa, nei
bambini, che ha dell’incredibile; specie se si pensa alla Povertà dello Stimolo.

- Il Problema della Povertà dello Stimolo è una discrepanza e un’incongruenza tra ciò a cui il
bambino viene esposto (molto poco della propria Lingua Madre, raramente corretto e raramente
chiaro e ben formulato) e la velocità con cui apprende una data Lingua. È stato provato che i
bambini non procedono a caso nell’Acquisizione di una Lingua, ma seguono dei procedimenti ben
precisi e logici che li portano a compiere molti meno errori di quelli che farebbero se stessero
procedendo con il classico metodo del T&E, Trial & Error. La Scienza si sta ormai muovendo
verso una teoria dell’Istinto del Linguaggio, che porterebbe il bambino ad apprendere una
Lingua secondo un vero e proprio Istinto che si sviluppa maggiormente durante la Fase Critica
dell’Apprendimento.

- Studiare l’Acquisizione del Linguaggio da parte di un bambino è tuttavia un procedimento a dir


poco complesso. I bambini non hanno una grande propensione alla concentrazione, non amano
fare la stessa attività per troppo tempo, amano giocare e non annoiarsi e, soprattutto, non sono
sempre propensi a collaborare con estranei. L’unico modo per studiare l’Acquisizione del
Linguaggio è osservare attentamente il bambino durante tutta la fase del suo Sviluppo; e non
sono stati pochi i tentativi di studiare il modo in cui un infante impara a parlare, in passato.

- Un esempio sono certamente i Diari Genitoriali, spesso vere e proprie documentazioni tenute dai
genitori (ancor più spesso: dai padri) che osservano il proprio figlio e ne registrano i momenti
più significativi dello sviluppo linguistico. Tuttavia, è proprio questo il limite dei Diari
Genitoriali: si tratta spesso di dati rielaborati e analizzati, selezionati e scelti dal genitore da una
serie di dati grezzi e spontanei, e ogni diario presenterà sempre un punto di vista diverso che
renderà impossibile il confronto incrociato con altri Diari. Charles Darwin ha scritto uno dei più
significativi Diari Genitoriali, ma anche nel suo caso la comparazione con altre produzioni si è
rivelata fallimentare.
Negli anni Sessanta si è dunque sentito il bisogno di passare a un tipo di Studi Longitudinali,
che esaminassero più bambini in situazioni e contesti diversi e ne studiassero lo sviluppo
linguistico. È così che è nato il CHILDES, la più grande fonte di studi scientifici sull’acquisizione
del linguaggio esistente al mondo.
Anche CHILDES, tuttavia, ha dei limiti relativi anche solo alla natura casuale delle
manifestazioni spontanee del bambino: può darsi che un dato avvenimento non si sia mai
verificato in presenza dell’osservatore, per esempio, e un caso del genere non vorrebbe certo
dire che una costruzione linguistica non sia stata appresa. È quindi necessario, in alcuni casi,
ricorrere all’Elicitazione Linguistica – a un modo, cioè, per sollecitare il bambino ad esternare
la propria padronanza inconscia delle costruzioni linguistiche. Un esempio di studio Trasversale,
in questo senso, è il Test di Wug, utilizzato ancora oggi per studiare i tempi di formazione delle
strutture del plurale in bambini che parlano la Lingua Inglese (e la Morfologia Flessiva in
generale).
Oggi gli studiosi inventano metodi sempre nuovi per stimolare un bambino a parlare e a costruire
delle frasi anche complesse, e si è scoperto che anche strutture come le Frasi Relative sono
relativamente note al bambino anche intorno al terzo anno di età, sebbene la manifestazione
spontanea di queste strutture complesse sia rara anche nei soggetti adulti.

- La Produzione Linguistica di un bambino, tuttavia, non è sufficiente a capire in che modo il suo
Linguaggio si stia evolvendo all’interno della sua testa, ed è dunque necessario raccogliere dati
anche sulla Percezione, cioè su tutto ciò che il bambino riconosce come familiare. Un bambino,
ad esempio, è inizialmente esposto a un flusso di suoni non definiti e indistinguibili, proprio
come un adulto di fronte a una lingua straniera sconosciuta; in pochissimo tempo, il bambino

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sviluppa la capacità di distinguere Suoni, Parole e a volte persino Significati, ma è raro che lo
dia a vedere.
A tal proposito, si sono studiati metodi come HASP (il Paradigma della Suzione Non Nutritiva) e
HPP (Headturn Preference Procedure), che si occupano di analizzare con quanta forza un
bambino “si accanisce” su uno speciale succhiotto in grado di registrare la foga del bambino o in
quale direzione lo sguardo e la testa dell’infante si orientano, istintivamente, quando il soggetto
riconosce un input familiare. In questo modo è possibile studiare la percezione dei bambini
semplicemente osservandoli e registrando i movimenti dei loro muscoli.
Nel caso dei bambini più grandi, invece, in genere si adoperano tecniche più complesse, come
vignette o pupazzi parlanti.

- Un bambino, come già detto, è inizialmente esposto a una serie di suoni irriconoscibili e poco
familiari; tuttavia egli è in grado di riconoscere le emozioni e le intonazioni della voce, a tal
punto che si serve di questi stessi strumenti per distinguere i confini sintattici e grammaticali
tra loro, e persino per riconoscere interi gruppi di parole. Proprio come per gli adulti, lo Sviluppo
della Prima Lingua si muove per gradi, e va dalla Fonologia alla Pragmatica, passando per
Lessico e Morfosintassi.

- Lo sviluppo della Fonologia è stato definito da alcuni studiosi come un curioso “Apprendimento
per Dimenticanza”; in altri termini, un bambino è in grado di registrare tutti i suoni di una
lingua, ma a un certo punto “dimenticherà” tutti quei suoni che non sono distintivi di significato
(come /la/ e /ra/ in Cinese), e da adulto avrà anche parecchie difficoltà a “ricordarli”.
La Produzione Linguistica di un bambino è sempre potenzialmente attiva, ma è solo dalla
Lallazione che si può parlare di una serie di costruzioni linguistiche vere e proprie: il bambino,
pur non sapendo formulare tutti i suoni, tenterà di imitare la costruzione in sillabe con vere e
proprie curve intonative della voce. A quel punto l’apprendimento della Prima Lingua può
veramente cominciare.

- Il secondo passaggio nello sviluppo della Prima Lingua risiede nello Sviluppo del Lessico: un
bambino deve anzitutto essere in grado di distinguere le parole e i loro significati tra di loro,
prima di poterle utilizzare; deve cioè operare un processo di Segmentazione di tutti i suoni che
sente, una vera e propria divisione in parole del Linguaggio cui viene esposto. La difficoltà, per il
bambino, sta tutta all’inizio: una volta cominciato è impossibile smettere, e il bambino registrerà
sempre più parole a ritmi sempre più veloci, al punto che il suo vocabolario sarà così vasto che
dovrà ricorrere alle Protoparole per cercare di farsi capire da chi gli sta attorno. Non si tratta
ancora di parole vere e proprie, con un significato ben preciso; si tratta piuttosto di tentativi di
associare una parola a un oggetto, un Significante a un Significato. E il bambino compie l’intero
processo inconsciamente.
Durante la fase dell’Esplosione del Vocabolario, il bambino può arrivare anche a imparare fino a
nove parole al giorno; è in questi casi che potrebbe iniziare a fare delle Sovraestensioni di
significato, chiamando “cane” tutti gli animali che vede non tanto perché non abbia chiara la
differenza, ma semplicemente perché, ingenuamente, il bambino decide di ricorrere al termine
che gli è più familiare e che si ritrova sotto mano più facilmente.

- Il terzo passaggio consiste nello Sviluppo della Morfosintassi. Durante questa fase,
generalmente successiva al primo anno di età, il bambino inizia ad assegnare delle vere e proprie
intonazioni diverse a tutti i suoi enunciati; è ancora presto perché il bambino possa formulare
frasi complesse, ma spesso capita che si aiuti con dei gesti mentre esprime una sola, semplice
parola soltanto con una curva intonativa diversa. In altri termini: una parola per un’intera
frase.
L’istinto di comunicare si manifesta ancor più prepotentemente, nel bambino, quando egli inizia

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a entrare nella Fase Telegrafica: durante questa fase, il bambino elimina dalle frasi tutto ciò che
reputa “superfluo” (come le Parole Funzionali, quali Articoli, Proposizioni, Ausiliari e la
Copula) e che, in effetti, costituisce soltanto “la decorazione” della sua Lingua, ciò che permette
di dare una forma più scorrevole al parlato. Un esempio può essere il bambino che dice “Mamma
bella”.
Il bambino, tuttavia, è in grado di distinguere una frase mal costruita da una frase
grammaticale, ed è stato provato che lo stesso ordine impartito a un bambino viene eseguito in
maniera corretta molto più facilmente, se la forma con cui viene esposto è quella che richiede la
sua lingua di appartenenza. Il bambino ha dunque molta più “carne al fuoco” di quanto si possa
pensare, e lo sviluppo della sua grammatica avviene a una velocità che, se non si trattasse di un
infante, in molti potrebbero definire “sovrumana”.

- Ultima tappa nello Sviluppo della Prima Lingua consiste nello Sviluppo della Pragmatica. Qui il
bambino ha ben poco di spontaneo: è arrivato il momento, per il bambino, di adattarsi alla
Società in cui dovrà vivere da adulto, e di diventare un comunicatore nella sua Lingua Madre.
Durante questa fase, molto del suo apprendimento è affidato all’educazione dei genitori, che gli
insegneranno come comportarsi in pubblico e come essere un cittadino del mondo. La Prima
Lingua è stata acquisita quasi completamente: ora sta al bambino costruire la propria
grammatica che, non è da escluderlo, potrebbe superare in ampiezza lessicale anche la
Grammatica dei suoi genitori.

- Ma cosa succede quando dobbiamo apprendere una Seconda Lingua? Gli studiosi pensano ormai
che i bambini partano da una sorta di Grammatica Universale quando si tratta di apprendere la
loro Lingua Madre, ma ciò succede anche quando si tratta di apprendere una lingua diversa dalla
propria?
Non sempre. In genere l’apprendimento di una seconda lingua si dirama in Punto di Partenza,
Sviluppo e Punto di Arrivo… E non sempre i risultati sono soddisfacenti.

- Il Punto di Partenza per l’apprendimento di una L2 potrebbe essere la Lingua Madre stessa, così
come la cosiddetta Grammatica Universale o la Grammatica Universale “mediata” dalla Lingua
Madre. In altre parole, non è raro che, durante l’apprendimento di una seconda lingua, si
verificano degli apparentemente clamorosi casi di Interferenza (spesso Sintattica) che derivano
proprio dalla Grammatica della nostra Lingua Madre. Se, invece, il Parlante è in grado di
ripartire dalla Grammatica Universale, gli errori saranno sostanzialmente Errori di Sviluppo,
simili a quelli compiuti dal bambino quando decideva di eliminare tutte le Parole Funzionali.

- L’Apprendimento della Seconda Lingua si sviluppa poi in quella che gli studiosi amano chiamare
Interlingua; una lingua, cioè, a metà tra L1 ed L2, una Lingua di mezzo, una “Non-Lingua” che
presenta elementi contaminati della Lingua Madre e della Lingua Obiettivo.

- A questo punto, il Parlante che decide di apprendere una Seconda Lingua ha due scelte: spesso
per volontà, a volte per assenza di stimoli esterni, un parlante può decidere di fossilizzarsi in
un’Interlingua, dalla quale non si allontanerà più (magari perché soddisfatto dei risultati
raggiunti, sufficienti ai suoi scopi). In altri casi il parlante continua a studiare la Lingua
Obiettivo fino a perfezionarla il più possibile; in entrambe le situazioni, un parlante si rivela
comunque profondamente diverso da un bambino, stimolato invece all’apprendimento
letteralmente dalla necessità di comunicare… A meno che il Parlante in questione non sia un
Immigrato.

- L’Apprendimento di una Seconda Lingua è un procedimento più complesso, ma non per questo
più difficile da attuare per un bambino: è credenza comune, infatti, che non bisogna

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“sovraccaricare” il bambino con troppi input Linguistici durante il cosiddetto Periodo Critico,
che finisce alle soglie della Pubertà, per evitare che il suo sviluppo linguistico venga rallentato.
La verità, com’è ormai ovvio, è tutt’altra: una volta superato il Periodo Critico è semmai ancor
più difficile che un bambino possa acquisire una Seconda Lingua, che possa sbarazzarsi del suo
accento e delle influenze della propria lingua all’interno di quella che dovrà apprendere. Il
Bambino Bilingue è, infatti, in grado di separare efficacemente gli input di una Lingua da quelli
dell’altra, diversamente da quanto avviene in un adulto. Il Periodo Critico è dunque il periodo
migliore per esporre un bambino a due input linguistici diversi, senza aver paura che il suo
sviluppo venga influenzato in qualche modo. Anzi: i bambini bilingui sono spesso più abili degli
altri bambini negli esercizi Metalinguistici e in tutto ciò che riguarda la Grammatica in generale,
ma sono anche molto più propensi alla concentrazione.

Compendio di Sintassi Italiana


La Sintassi: Cos’è?

• La Grammatica Funzionale ama definire e vedere la Sintassi come quel complesso e contorto
processo che si occupa di “organizzare” i nessi delle relazioni grammaticali manifestate
all’interno di una Lingua. In altri termini, la Sintassi è l’ordine in mezzo al caos,
l’organizzazione delle parti del discorso e la loro relativa categorizzazione. Sintassi è ordine in
un mondo che, generalmente, ospiterebbe soltanto un disordine illogico; è ordine nel mondo della
comunicazione verbale e scritta, dove una Forma è spesso distinta da una relativa
Interpretazione, in maniera analoga a quanto avveniva con Significante e Significato. Un
insieme di nessi sintattici si definisce Preposizione.

Vedere la Sintassi

• La Sintassi, in quanto meccanismo regolatore del linguaggio, si occupa di presentare i propri


processi secondo una manifestazione ben precisa, che si identifica in Ordine (il vero e proprio
ordine sequenziale seguito dalla Sintassi e dai costituenti per formare una frase ben costruita),
Forma (nel meccanismo della Morfosintassi, o, più in particolare, nella Grammatica Flessiva) e
Concordanza: la Sintassi mette in relazione più elementi tra loro, che si influenzano a vicenda e
non sono mai unità a sé stanti o fini a loro stesse.

Pensare la Sintassi

• La Forma non è tuttavia sufficiente nella Sintassi se non si è in grado di analizzarla e di capire
come essa è composta; a tal proposito sono stati effettuati studi della Sintassi da parecchi punti
di vista diversi, che hanno identificato elementi sempre diversi nei Risultati dei Processi
Sintattici. Posto dunque che Ordine, Forma e Concordanza lavorino in maniera organica, qual è
il risultato di una tale relazione?
Un esempio sono i Costituenti e la Reggenza.

• I Costituenti sono elementi della Proposizione che, in generale, sono in grado di “spostarsi da
soli”, e sono possibili da individuare tramite un processo di Segmentazione prima e di
Commutazione poi. Un costituente, in altri termini, può essere sostituito, ma perché ciò avvenga
deve prima essere separato dalla frase di appartenenza.
Un Costituente è in genere formato dall’unione tra un Argomento e una Parola Funzionale. I

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Costituenti entrano in un rapporto di concatenazione o di inclusione a seconda del loro “rango”,


cioè del contesto in cui si presentano; è comunque al loro interno che si svolgono le relazioni
sintattiche.

• Vi sono però anche relazioni sintattiche Asimmetriche, che si verificano nel fenomeno della
Reggenza: la presenza di un Elemento Retto e un Elemento Reggente all’interno di una
relazione sintattica.

La Sintassi Funzionale

• Vi è una prospettiva relativamente recente della Sintassi che risponde al nome di Sintassi
Funzionale: la Sintassi Funzionale è pensata come un insieme di relazioni e manifestazioni di
una funzione all’interno della Sintassi stessa, grazie alle quali l’intera struttura della frase
riesce a stare in piedi efficacemente. In altre parole: ogni elemento esiste perché ne esiste un
altro che lo influenza.

• Secondo la prospettiva funzionale, i Nessi Sintattici sono vere e proprie Operazioni all’interno
delle quali si può distinguere un Operando e un Operatore, rispettivamente corrispondenti alla
figura dell’Argomento e del Predicato che lo legittima. Un Predicato è quasi sempre
Legittimatore di un nuovo Argomento, in quanto è ciò che regge l’intera frase come una colonna
portante.

Il Predicato: la Colonna della Sintassi

• Si dice che il Predicato corrisponda normalmente a un’azione compiuta da un Soggetto. Tale


denominazione non è però indicata se si pensa che il verbo “amare” non è esattamente un’azione
in sé e per sé, poiché non comporta alcun tipo di movimento (se non a livello emotivo, e dunque
figurato). In generale, la Sintassi Funzionale vede il Predicato come una vera e propria colonna
portante dell’intera Proposizione, e distingue due tipi di Predicato in base al modo in cui esso si
manifesta: se la funzione predicativa è espressa da un verbo presente nella grammatica, si
parlerà di Predicato Verbale (mangiare, bere, dormire); se, invece, a manifestare la funzione
predicativa è un Argomento (accompagnato da una Copula) si parlerà di Predicato Nominale.
Non bisogna tuttavia confondere la Copula con i Verbi Ausiliari, veri e propri Verbi di Supporto
che accompagnano i Predicati Verbali.
Com’è ovvio, un Predicato può esprimere diversi significati a livello Semantico (dunque
Interpretativo). In questi casi si parla di Ruoli Semantici ricoperti dall’Argomento che viene
legittimato dalla Funzione Predicativa; si parlerà dunque di Agente, Sperimentatore, Tema,
Paziente ecc.

Il Soggetto

• La Funzione Predicativa si occupa di designare degli argomenti specifici ai quali essa si riferisce.
A tali argomenti viene data la denominazione di Soggetto.
Per parecchio tempo si è parlato del Soggetto dandone una descrizione sommariamente errata: la
maggior parte di coloro che hanno una conoscenza della Grammatica non Universitaria, infatti, è
abituata a definire come Soggetto quell’elemento della frase che “compie un’azione”; tuttavia,
come si è visto, un’azione non può sempre essere compiuta o subita, semplicemente perché, a
volte, un Predicato non è semplicemente un’azione vera e propria. Il Soggetto, secondo la
Sintassi Funzionale, è invece ciò che determina l’Accordo di Genere e Numero col Predicato.
“Essi mangiano”, “Pietro parla con Ida”, “Giovanni è stato rimproverato”, tutte queste brevi frasi
contengono un Predicato accordato al Numero e al Genere del Soggetto, che può corrispondere a
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una qualsiasi persona grammaticale.

• Un Soggetto può essere individuato anche quando è apparentemente privo di manifestazione


formale: è il caso dei cosiddetti “Soggetti Sottintesi”, quei Soggetti che non hanno una vera
manifestazione all’interno di una Proposizione ma sono tuttavia individuabili dall’ascoltatore.
Pronunciare dal nulla una frase come “Zoppicava ancora per via della slogatura” suscita la
reazione spontanea di un’Interrogativa WH da parte dell’ascoltatore: “Chi?”. Tale reazione
spontanea non lascia dubbi sulla presenza di un soggetto, seppur sottinteso, anche all’interno di
una frase senza manifestazione soggettiva.
Si badi bene che questo caso è valido nell’Italiano, ma non è detto che sia valido in altre lingue;
in Inglese, ad esempio, il soggetto va sempre espresso all’interno della frase.

• Esistono tuttavia Proposizioni che, quando enunciate, non possono suscitare una domanda come
quella appena esposta; succede coi cosiddetti Predicati Meteorologici, che, nella loro
Impersonalità, non si occupano di legittimare alcun Soggetto all’interno della Frase. In questo
caso si parla di Soggetti-Fantoccio, proprio perché non vi è alcun argomento legittimato dalla
Funzione Predicativa. Tali frasi sono, per l’appunto, dette Impersonali.

• Non esiste comunque una sola definizione di Soggetto: gli studiosi fanno una chiara distinzione
tra Soggetto Grammaticale e Soggetto Nozionale, due diversi tipi di Soggetto che si manifestano
esclusivamente nelle Frasi Passive. In quel caso, un Soggetto si ritrova a determinare l’Accordo
nella Frase Passiva e uno, invece, lo determinerebbe all’interno della corrispondente Frase
Attiva; il Soggetto Grammaticale è dunque il Soggetto a tutti gli effetti della Frase Passiva, il
Soggetto Nozionale non è altri che il Soggetto originario, che spesso commuta in un
“Complemento d’Agente” all’interno di una Costruzione Passiva. È ovviamente solo il secondo
tipo di Soggetto a essere il vero argomento legittimato dalla Funzione Predicativa, poiché, in
genere, l’analisi di una frase avviene con la commutazione di tale costruzione a una diatesi
attiva.

Oggetto Diretto

• Non è difficile individuare un Oggetto Diretto all’interno di una frase semplicemente mettendolo
in opposizione con il Soggetto: l’Oggetto Diretto, infatti, non determina l’accordo del Predicato
(potrebbe, tuttavia, determinare l’accordo dei Participi Passati nei Tempi Composti), può essere
commutato con la Particella Partitiva “ne”, può essere Cliticizzato e, infine, può ricorrere nel
Costrutto Participiale Assoluto, dove l’unica funzione predicativa viene assegnata a un
Participio Passato e l’unico argomento presente è un Oggetto Diretto.
L’Oggetto Diretto può inoltre essere espresso dai Pronomi Tonici e Atoni, e una delle sue
caratteristiche fondamentali è senza dubbio la possibilità di “trasformarsi” in Soggetto
Grammaticale all’interno delle Costruzioni Passive. In tal caso, l’Oggetto Diretto sarà in
Rapporto Commutativo con il Soggetto definito Nozionale.
I limiti dei Ruoli Semantici che l’Oggetto Diretto può assumere, infine, sono a dir poco molteplici:
può trattarsi di un Luogo, di un Paziente, di Tema o persino di Sperimentatore. Non c’è un gran
limite ai ruoli che l’Oggetto Diretto può assumere, proprio a causa della sua (apparente)
somiglianza con il Soggetto.

Oggetto Indiretto e Altri Complementi

• Esistono alcune funzioni argomentali legittimate da un predicato e rette da preposizioni (si


ricordino i Sintagmi Preposizionali): si tratta dell’Oggetto Indiretto e di tutte le altre funzioni

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denominate, generalmente, Complementi. All’Oggetto Indiretto si assegna spesso la


denominazione di Complemento di Termine, che identifica un terzo elemento all’interno della
Proposizione legittimato dal Predicato e che, solitamente, può assumere una funzione associabile
a quella di Destinatario della relazione espressa dal Predicato. È importante notare come non sia
sempre e solo un Predicato a legittimare un Oggetto Diretto, ma può capitare anche che esso
venga legittimato da un aggettivo o un nome: “Ada studiava le lettere di Cicerone ad Attico”.

• Esaurito il quadro delle Funzioni Argomentali Nucleari (rappresentato da Soggetto, Oggetto


Diretto e Oggetto Indiretto), restano da definire tutte quelle relazioni grammaticali abbracciate
da quelli che, a ragione, sembrerebbero altri elementi relazionali. Si tratta dei Complementi,
relazioni particolari all’interno della Proposizione che si occupano di creare relazioni con tutti gli
altri argomenti non compresi nelle Funzioni Nucleari. Nel caso di verbi come “contare su” ci si
riferisce all’argomento con “Complemento Preposizionale del Predicato”.

La Proposizione in Livelli: i Tipi della Composizione

• Definite le funzioni sintattiche, occorre definire il modo in cui esse si combinano tra loro
andando a creare dei veri e propri “livelli” all’interno della frase, a cui spesso ci si riferisce
come a degli “Strati”. I livelli di composizione della Proposizione si possono formare in base
a Rapporti Sintagmatici e Rapporti Paradigmatici. Di queste relazioni si è già parlato nella
sezione del Manuale (Pag. 2).

• A Livello Sintagmatico, si distingue la differenza tra livelli Transitivi e livelli Intransitivi,


contraddistinti rispettivamente dalla presenza e dall’assenza di un Oggetto Diretto
all’interno dello strato. Le Intransitive si dividono poi in Inergative e Inaccusative, tipi
particolari di composizione della frase che vedono in un caso la scomparsa totale dell’Oggetto
Diretto, in un altro la scomparsa del Soggetto. I due tipi di Intransitive sono contraddistinti
dall’Ausiliare utilizzato dalla funzione Predicativa: Avere per le Inergative, Essere per le
Inaccusative (La strega ha parlato ; La strega è partita).

• A Livello Paradigmatico, invece, si distingue il caso della Diatesi: una frase Passiva, come
già sappiamo, presenta un Soggetto Grammaticale e un Soggetto Nozionale, in Rapporto
Paradigmatico tra di loro, ognuno per la propria rispettiva funzione. Ci sono casi però in cui
il Soggetto Nozionale sembra essere assente, e allora si parlerà di Passivo senza Agente. Si
denominano Complemento d’Agente e di Causa Efficiente tutti quei Soggetti Nozionali che,
rispettivamente, si riferiscono a esseri animati e inanimati.
Il Passivo può essere formato anche col verbo Venire e coi verbi Restare/Rimanere.
Nell’ultimo caso, tuttavia, si tratta principalmente di Passivi senza Agente. Anche il verbo
Andare può contribuire alla costruzione di una frase Passiva, e tutti gli ausiliari (escluso
Venire: *Giovanni è venuto picchiato dalla madre) possono presentarsi in forma semplice o
composta a seconda delle esigenze.

• Esistono infine proposizioni attive che condividono l’ausiliare Essere; un esempio può essere
quello delle frasi Inaccusative. In questi casi si parla di Diatesi Media, poiché si verifica una
convergenza funzionale tra Soggetto e Oggetto Diretto, e perciò non è possibile formare il
Passivo di tali frasi.
Quando, invece, l’ausiliare è Avere, si parlerà di Diatesi Non-Media, e la frase potrà essere
definita Attiva: non vi è convergenza funzionale tra Soggetto Nozionale e Soggetto
Grammaticale, che sono liberi di disporsi all’interno della Frase per formare un’eventuale

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costruzione Passiva.

Proposizioni Riflessive e Reciproche

• Possono esistere casi in cui, all’interno della Sintassi, avvengono manifestazioni di una vera
e propria Sovrapposizione Funzionale; si tratta delle Proposizioni Riflessive, nelle quali si
denota una Convergenza Sintagmatica tra Soggetto e Oggetto senza che l’intero ordine della
frase venga alterato.
Le Riflessive si dividono in Dirette e Indirette, secondo il tipo di Convergenza che si viene a
verificare: com’è intuitivo, i due tipi si riferiscono a Riflessive che vedano la convergenza del
Soggetto con l’Oggetto Diretto nel primo caso, di Soggetto e Oggetto Indiretto nel secondo.
Le Riflessive sono accompagnate da una particella che si manifesta secondo la persona
verbale, e che “dona” al Soggetto la possibilità di determinare l’Accordo dei Participi Passati,
a patto che venga utilizzato l’Ausiliare Essere.

• Vi è poi il caso delle Proposizioni Reciproche, proposizioni apparentemente riflessive (e


spesso ambigue) che connettono tra loro due argomenti diversi legati da un solo Predicato.
In quel caso il Soggetto può, ovviamente, manifestarsi in più di una forma
contemporaneamente.

• Si parla infine di Antipassivo quando la frase in questione è passata attraverso un processo


di Detransitivizzazione che ha visto la scomparsa dello strato Transitivo in favore di uno
strato apparentemente Riflessivo. Tale apparenza non deve però ingannare, poiché uno
Strato Antipassivo non presenta tutte le proprietà dei Riflessivi.
È tuttavia usato correntemente nella Lingua Parlata per enfatizzare un concetto, o
semplicemente per una maggiore scorrevolezza del parlato (Si è mangiato la mela).

E Tutte le Altre Costruzioni? La Particella “Si”

• La Particella “Si” ha il privilegio di condividere con le Riflessive e le Reciproche almeno altri


due tipi di costruzioni all’interno della Sintassi: la costruzione Passivante e quella
Impersonale.

• Oltre a presentarsi occasionalmente in Verbi Inaccusativi della Classe di “Riempire” – e


obbligatoriamente in Verbi della Classe di “Pentirsi” -, il “Si” è infatti in grado di presentarsi
come particella all’interno di una Frase Attiva Intransitiva rendendola, a tutti gli effetti,
una Frase Passiva. Si pensi a un caso come “Si importano le merci”: il “Si” in questione ha
l’unico scopo di rendere Passiva una frase che, di base, sarebbe senza Agente. In questo
modo la frase non risulta incompleta, e si rivela al tempo stesso ben costruita.

• Altro caso è quello delle Costruzioni Impersonali, nelle quali la Particella Si è sempre
presente. Essa è il cardine della costruzione stessa, ciò attorno a cui la costruzione ruota;
tale costrutto è caratterizzato dalla presenza di un Soggetto Non Specificato, una terza
persona singolare che ricorda parecchio il concetto di Soggetto-Fantoccio di cui si è già
parlato, e che influenza i rapporti di concordanza con la Funzione Predicativa e con i
Participi Passati.

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Fare
Elementi di Sintassi
Fare Causativo

Ø Il Verbo “Fare”, come Essere e Avere, ha una storia piuttosto contorta all’interno della Sintassi Italiana:
esso condivide spesso il ruolo di ausiliare a un altro Predicato, entrando a far parte egli stesso della
Funzione Predicativa all’interno di una Proposizione. I tentativi di descrivere e dare una definizione
precisa del verbo Fare e delle sue manifestazioni si sono rivelati fallimentari a dir poco; tuttavia, si
distinguono almeno quattro diversi usi del Verbo Fare all’interno della Sintassi Italiana: Causativo,
Supporto, Lavoro e Ruolo.

Ø A differenza di tutti gli altri usi del verbo Fare, l’etichetta “Fare Causativo” racchiude una situazione
Grammaticale che vede il verbo Fare nel ruolo di “legittimatore” di un nuovo Soggetto (1). Se, infatti, si
prende una frase come “Adamo pecca”, è chiaro come la Funzione Predicativa ruoti semplicemente
attorno ad Adamo; se, tuttavia, si introduce il Verbo Fare, un nuovo Soggetto deve necessariamente
presentarsi a reclamare il posto di 1 nello Strato Finale. Di conseguenza, in una frase come Eva fa
peccare Adamo, lo strato finale vedrà “Eva” come nuovo Soggetto, legittimato dal nuovo verbo, e Adamo
come nuovo Oggetto Diretto.

Ø Non bisogna tuttavia dimenticare tutti quei casi in cui un Oggetto Diretto (2) è già presente all’interno
della frase: “Giada fa cogliere le mele a Giovanni” vede una situazione in cui “le mele” erano già presenti
nello strato iniziale… Tuttavia in questa frase si introduce anche un Oggetto Indiretto (3), che vede
Giovanni come “Paziente” all’interno delle Relazioni Sintattiche svoltesi negli strati meno superficiali
della Frase.

Ø E il Fare Causativo ha anche la capacità di Fossilizzare un elemento della Frase ogni qualvolta tale
elemento non possa assumere la funzione di Soggetto, Oggetto Diretto, Oggetto Indiretto o Predicato: è il
caso dei Complementi d’Agente in una Frase Passiva - Soggetti Grammaticali nel Primo Strato e
Nozionali nell’ultimo -, e dei Predicati Originari della frase, che si ritrovano ad essere fossilizzati
dall’ingresso di Fare Causativo.

Ø I Causativi Riflessivi, invece, vedono un Multiattacco a un certo punto tra gli strati interni della Frase:
una situazione, insomma, di Convergenza Funzionale all’interno di un singolo elemento della
Proposizione. Ecco dunque che il Soggetto si ritrova a ricoprire anche la funzione di Oggetto Diretto per
una Riflessiva Diretta e di Oggetto Indiretto per una Riflessiva Indiretta: ma un Multiattacco va risolto,
all’interno della frase, perché lo strato Finale sia funzionale; ed ecco che subentra il Pronome Clitico
Riflessivo, che si occupa di “cancellare” la relazione grammaticale “superflua”, lasciando libero soltanto il
ruolo di Soggetto.
Le Riflessive Indirette vedono però un passo successivo: qualsiasi Multiattacco [1, 3] si risolve sempre
in [1, 2] prima di essere eliminato del tutto; per questo motivo, all’interno di una frase Causativa
Riflessiva, non è raro che tutte le funzioni grammaticali siano Fossilizzate, lasciando soltanto il Soggetto
e il Predicato.

Ø Va tuttavia specificato che non sempre l’Interpretazione (e dunque il Significato) del Fare Causativo è da
riferirsi a una situazione in cui “un Soggetto è causa di un’azione per un altro Oggetto”: non si può dire
che “Giada” sia la causa dell’azione di “Giovanni”, che nel frattempo si occupa di “cogliere le mele”.
Dunque, qualunque cosa esso significhi, c’è solo un’osservazione da poter fare sul Fare Causativo: esso è
un Incrementatore di Funzioni Argomentali all’interno di una Proposizione, in quanto introduce sempre
un nuovo argomento tra le fila della Frase.

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Fare Supporto

Ø “Fare” funge invece da Supporto quando si aggiunge a una proposizione iniziata da un Nome con
Funzione Predicativa, costituendo con esso un Complesso Predicativo Verbo-Nominale (V+N). Il
nome in questione può ovviamente consistere anche in un Sintagma Nominale o nella
"nominalizzazione" di un verbo (esempio, “raccolta/raccogliere”).
In altri termini, esistono casi in cui il Verbo Fare può essere associato a un nome, che svolge una
Funzione Predicativa Iniziatrice all’interno della Frase e del suo strato iniziale.
È importante notare come, in questo caso, il verbo Fare non legittimi un nuovo Soggetto, ma
piuttosto erediti il Soggetto iniziale alla stregua di un qualunque altro verbo ausiliare. Il Nome
Predicativo che si associa al Verbo Fare, inoltre, può svolgere la funzione di Oggetto Diretto,
semplicemente perché ne possiede tutte le proprietà: “ne” partitivo, cliticizzazione, concordanza
con i Participi Passati nelle forme verbali composte etc.

Ø Fare Supporto possiede anche diverse Proprietà Sperimentali:

• Non potendo legittimare un nuovo Argomento, il verbo Fare Supporto risulta inadeguato
a una frase come “*Le bisce fanno un attacco dei topi alle rane”. Esso si comporta come
un qualunque ausiliare, e non può “suonar bene” all’interno di una frase in cui gli
Argomenti da legittimare siano più dei Predicati. Lo prova che, se facessimo commutare
il verbo Fare con un qualsiasi altro verbo (come Sventare), la frase risulterebbe ben
formata (“Le bisce sventarono un attacco dei topi alle rane”). In un caso come questo,
l’intero Complesso Predicativo si vedrebbe svolgere la funzione di Oggetto Diretto, con
tutte le caratteristiche che comporta un’affermazione simile.

• Il verbo Fare costituisce un unico Complesso Predicativo con il Nome di riferimento;


ciò comporta che, se volessimo aggiungere un avverbio all’interno della frase, esso
avrebbe la capacità di spostarsi liberamente tra i costituenti della proposizione. Ciò non
avverrebbe se il Predicato fosse costituito da un Verbo “non-supporto”, che non si
comporta dunque come Ausiliare: “Le bisce sventano un attacco rapido dei topi alle
rane” è una frase in cui i limiti di spostamento dell’Avverbio sono molto più ristretti, e,
se anche così non possa sembrare, ci sarebbero casi in cui la verità della frase
risulterebbe compromessa dallo spostamento dell’avverbio (“Le bisce sventano
rapidamente un attacco dei topi alle rane” ≠ “Le bisce sventano un attacco rapido dei
topi alle rane”).

• Il Verbo Fare, pur non essendo sinonimo di altri verbi – come Lanciare e Portare –
presenta le loro stesse qualità una volta messo in relazione con un Nome Predicativo.
Se, in altre parole, è possibile svuotare Fare del suo significato, potrebbe essere
altrettanto possibile svuotare di significato anche i due verbi di cui sopra, che si
comporterebbero come Ausiliari all’interno di una Frase con i giusti prerequisiti.
FareLavoro

Ø L’Italiano permette di utilizzare il Verbo Fare anche per parlare del mestiere di una persona. In
questo caso, la costruzione FareLavoro permette di esprimere con pochissimi elementi ciò che,
in altri casi, richiederebbe fino a un’intera Subordinata. Si tratta di una costruzione rigida,
ermetica e inalterabile, che richiede determinati elementi e che non potrebbe funzionare senza.

Ø Eppure tutti gli elementi di una frase come “Mario fa l’Ingegnere” hanno una loro discendenza
ben precisa: la costruzione FareLavoro è una Costruzione Ellittica, nel senso che è il risultato di
un processo di cancellazione (= Ellissi) che ha visto una sintesi di tutto il Ridondante e il

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Superfluo. Già in Passato si è cercato di risalire alle origini di questa costruzione, ma i risultati
non sono stati soddisfacenti: in una frase (definita equivalente) come “Mario fa le cose che fa
l’Ingegnere” non si può dire che le relazioni sintattiche siano le stesse di “Mario fa l’Ingegnere”.
La presenza di una Relativa nell’una piuttosto che nell’altra frase potrebbe già essere indicativa
di questo fatto.
Quale potrebbe essere dunque l’origine? E perché la Costruzione FareLavoro è così ermetica, a
tal punto che non è possibile sostituire l’Articolo Determinante con un Articolo
Indeterminante, o che non è possibile sostituire il verbo Fare con un qualunque altro verbo, o
che non è possibile sostituire il “mestiere” con il suo Plurale?
La teoria è che la frase “[N] fa un lavoro, il lavoro di [N]” sia alla base della costruzione stessa,
dalla quale erediterebbe il Determinante e il ruolo di Nome Predicativo della Subordinata. È
chiaro che il Nome Predicativo può facilmente commutare con suoi quasi-sinonimi, come
Esercitare e Svolgere.

Ø Alla base di questa teoria sta anche il fatto che la costruzione FareLavoro sia derivata da una
costruzione con Fare Supporto dalla quale siano state recise tutte le relazioni grammaticali non
fondamentali. Il cosiddetto “slot” del Nome Predicativo, tuttavia, resta libero, permettendo alla
Lingua di inserire praticamente qualunque mestiere possa venire in mente… A patto che nella
frase sia presente solo e soltanto il verbo Fare, e a patto che sia presente un Determinante.

FareRuolo

Ø Analoga a FareLavoro, esiste un’ultima funzione fondamentale del verbo Fare all’interno della
Sintassi Italiana: FareRuolo. Questa costruzione, apparentemente simile a FareLavoro, viene
usata per identificare, appunto, il Ruolo di un Soggetto all’interno di una determinata situazione:
“Giovanni, in quello spettacolo, fece Adamo” è un classico esempio di una costruzione FareRuolo,
che suona molto simile a una costruzione FareLavoro (Ellissi di “[Arg] fa un ruolo, il ruolo di
[Arg]”) ma nasconde, sotto la superficie, alcune curiose differenze.

Ø La differenza sostanziale tra FareLavoro e FareRuolo è che nel secondo caso si tratta di una
Costruzione Transitiva, dove il “Ruolo” in questione assume praticamente tutte le proprietà di
un Oggetto Diretto; la costruzione con FareLavoro è invece Intransitiva: il Nome Predicativo che
funge da “Complemento” del verbo di supporto non lascia spazio a un Complemento Oggetto. Oltre
a questa differenza strutturale, ne esistono almeno altre sette tra le due costruzioni:

• Una costruzione con FareRuolo può essere Passivata; una costruzione con FareLavoro no.
Una costruzione con FareLavoro richiede obbligatoriamente un Articolo Determinativo.
FareRuolo può supportare una Costruzione Partitiva.
Un Periodo con FareRuolo può comprendere una Relativa.
Nell’ambito dei Pronomi Interrogativi, FareRuolo supporta anche il “Chi?”.
Il Nome Predicativo in FareRuolo può essere Pronominale o indicare il Soggetto (“Se
Stesso”).
In una costruzione con FareRuolo, non è obbligatorio l’Accordo tra Soggetto e NPV.

Ø Infine, un fatto che ha dello straordinario: in una costruzione con FareRuolo, il verbo Fare può
essere efficacemente sostituito dal verbo Interpretare, che condivide tutte le caratteristiche di
FareRuolo eccetto, ovviamente, la forma.

URL a Pagine Esterne:


http://it.wikipedia.org/wiki/Alfabeto_fonetico_internazionale
http://it.wikipedia.org/wiki/Fonologia_della_lingua_italiana

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