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CENTRO DI STUDI FILOLOGICI E LINGUISTICI SICILIANI


Presidente del Consiglio Direttivo: GIOVANNI RUFFINO

BOLLETTINO

Rivista annuale

COMITATO SCIENTIFICO
Giovanna Alfonzetti, Roberto Antonelli, Henri Bresc, Francesco Bruni, Rosario
Coluccia, Mari D’Agostino, Mario Giacomarra, Adam Ledgeway, Franco Lo Piparo

DIREZIONE
Margherita Spampinato (coordinatrice), Gabriella Alfieri, Luisa Amenta, Marcello
Barbato, Francesco Carapezza, Marina Castiglione, Alessandro De Angelis, Costanzo
Di Girolamo, Mario Pagano, Salvatore Claudio Sgroi, Salvatore C. Trovato

Questo volume del Bollettino è stato curato da Franco Lo Piparo

Iscrizione in data 9 marzo 1955 al n. 3 del Registro Periodici del Tribunale di Palermo
Direzione e redazione: Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Dipartimento di Scienze
umanistiche dell’Università di Palermo, Viale delle Scienze, ed. 12, 90128 Palermo, Tel. +39
091 23899213 - Fax +39 091 23860661, e-mail: csfls@unipa.it, sito web: www.csfls.it; Dipar-
timento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania, Piazza Dante, 32, 95124 Catania,
Tel. +39 095 7102705 - Fax +39 095 7102710
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IN RICORDO DI TULLIO DE MAURO

28

PALERMO
2017
4

I singoli contributi sono peer reviewed da un comitato di lettura costituito da


almeno due valutatori esterni

ISSN 0577-277X

Volume pubblicato con il contributo dell’Assessorato Regionale dei Beni


Culturali e dell’Identità Siciliana

TUTTI I DIRITTI RISERVATI


© 2017 CENTRO DI STUDI FILOLOGICI E LINGUISTICI SICILIANI - PALERMO
A PARTIRE DA TULLIO DE MAURO

Il nano sulle spalle del gigante

I testi qui raccolti parlano di De Mauro, ma non tutti sono su De Mauro.


Sono riflessioni a partire dall’opera di De Mauro. Con questa intenzione pro-
grammatica abbiamo invitato gli autori a partecipare al numero del Bollettino
del Centro di studi filologici e linguistici siciliani (BCSFLS) che avete tra le
mani. Riporto la lettera che è stata inviata a ciascuno degli autori.
Tullio De Mauro è morto il 5 gennaio 2017. Era nato il 31 marzo 1932. Stava per
compiere ottantacinque anni. Si è laureato in Lettere classiche, nel 1956, con An-
tonino Pagliaro e Mario Lucidi. Volendo assumere convenzionalmente il 1956 co-
me l’anno di inizio della sua sterminata produzione scientifica siamo in presenza
di sessant’anni di intenso lavoro di ricerca.
Riceviamo in eredità un enorme patrimonio di idee e di ricerche. Ma anche di
suggestioni e spunti che attendono di essere metabolizzati e adeguatamente ela-
borati.
Un’eredità può essere amministrata in due modi possibili. Farne un oggetto di
culto difendendola da tutto ciò che ci sembra estraneo. Il rischio che si corre è di
trasformare il patrimonio ereditato in oggetto sacro. Oppure dialogare con esso,
farne il punto di partenza per proseguire con lo stesso spirito critico di chi ha co-
struito l’edifico che ci ha consegnato. Con la speranza magari di ripetere l’espe-
rienza del nano che, collocato sulle spalle del gigante, vede qualcosa che il gigante
non vedeva.
Forse è ancora troppo presto per potere fare una scelta netta tra le due opzioni,
entrambe legittime. Il Consiglio Direttivo del CSFLS e il curatore del volume che
mettiamo in cantiere preferiscono la seconda opzione. Pensiamo che il miglior
modo di rendere omaggio all’enorme lavoro, storico e teorico, di De Mauro svol-
to nell’arco di sessant’anni non sia solo ricostruirne le varie tappe e i molteplici
contributi nel campo delle discipline linguistiche. Impresa indubbiamente utile.
Si vorrebbe anche assumere De Mauro come interlocutore col quale costruire la
6 Franco Lo Piparo

bussola per provare a capire l’attuale fase inedita della storia linguistica, italiana
e non italiana, e affrontare i problemi teorici, per buona parte pure essi inediti,
che le nuove conoscenze empiriche (dal funzionamento del cervello umano e non
umano all’organizzazione delle società) oggi pongono a linguisti e filosofi del lin-
guaggio. Per questo abbiamo voluto dare a questa riflessione collettiva il titolo A
partire da Tullio De Mauro.

I testi che ci sono pervenuti li abbiamo raggruppati in quattro sezioni: I


Parlanti e scriventi in Italia; II Il lessico; III Significare e parlare; IV Saussure e
i problemi teorici del linguaggio. Le sezioni riflettono abbastanza i temi di ri-
cerca di De Mauro e, va da sé, non sono ambiti separati e autonomi ma arti-
colazioni di una ricerca unitaria sulla natura del linguaggio.

Una innovazione conservatrice

Cosa, nell’opera demauriana, tiene insieme questi ambiti in modo da farli


parti necessarie di un edificio teorico ben coeso e strutturato? La domanda
non è dettata da sola legittima curiosità storica, è anche un modo per provare
a individuare il cuore pulsante dell’eredità scientifica che abbiamo ricevuto.
Libero ciascuno di farlo proprio o sperimentare altri percorsi. Il cuore pulsan-
te sono andato a cercarlo là dove quel cuore prende forma embrionale. Sono
i cinque anni che vanno dal 1963 al 1967.
Mettiamo a fuoco le date. 1963: Storia linguistica dell’Italia unita. 1965: In-
troduzione alla semantica. 1967: Introduzione, traduzione e commento al
Cours de linguistique generale di Ferdinand de Saussure. Tutte e tre le opere
sono pubblicate dall’editore Laterza. Sono i tre punti di partenza dell’avven-
tura scientifica di Tullio De Mauro. Tre libri che su aspetti, apparentemente
diversi, dell’activité langagière segnano un inizio di discussioni, di altre ricer-
che che ancora continuano.
Tre partenze che accadono tutte negli anni Sessanta del secolo scorso a di-
stanza di poco tempo l’una dall’altra. De Mauro è nato nel marzo del 1932.
Nel 1963 (prima partenza) aveva trentun’anni, nel 1967 (terza partenza) tren-
tacinque. Questi pochi dati spiegano perché chi negli ultimi cinquant’anni si
è occupato in Italia a vario titolo di linguaggio ha contratto qualche debito
con De Mauro o comunque ha avuto a che fare, anche per dissentirne, col suo
lavoro scientifico.
Negli anni sessanta cade anche una data simbolica: il sessantotto. È il sim-
bolo della critica radicale alle tradizioni, del cambiamento, della ripartenza
per instaurare un nuovo ordine sociale e un nuovo modo di stare nel mondo.
Chi era giovane negli anni sessanta e si occupava di linguaggio, le tre partenze
demauriane e la novità, immaginaria o reale, del sessantotto ricorda di averle
vissute come parti dello stesso Zeitgeist. Si aveva la sensazione di stare in una
A partire da Tullio De Mauro 7

terra di confine tra il prima e il dopo. La frattura, nel campo degli studi lin-
guistici, aveva anche un corrispettivo istituzionale e terminologico: da una
parte le cattedre di Glottologia (il passato), dall’altra le cattedre di Linguistica
generale (l’ipotetico futuro). Fa parte di questo vissuto il fatto che De Mauro
ricoprì la prima cattedra italiana di Linguistica generale: anno accademico
1967-68, Facoltà di Magistero dell’Università di Palermo. Quando negli anni
settanta nelle università italiane inizia il boom delle richieste di insegnamenti
di Linguistica generale e di Semiotica la schiera dei glottologi inizialmente
proverà a contrastarlo.
Così in molti abbiamo vissuto quegli anni e però le cose non stanno esatta-
mente in questi termini. La storia vissuta quasi mai coincide con la storia reale.
Dal 1951 al 1961 il professore di De Mauro, Antonino Pagliaro – glotto-
logo, filologo classico, studioso di lingue orientali – tenne nell’Università di
Roma l’insegnamento di Filosofia del linguaggio. Successivamente, dal 1961
al 1967, il maestro fu sostituito dall’allievo. Erano tempi in cui la filosofia del
linguaggio era percepita, e anche praticata, come una sorta di cavallo di Troia
della linguistica generale nei territori accademici della Glottologia. Per ap-
prezzare questo gioco di novità ben ancorate nella tradizione ricordo che De
Mauro si laurea discutendo una tesi su L’accusativo nelle lingue indoeuropee 1
e si impone all’attenzione del mondo scientifico con lavori etichettabili, secon-
do la terminologia di quegli anni, come glottologici: Storia e analisi semantica
di classe, 1958; Il significato di ‘democrazia’, 1958; Il nome del dativo, 1965 2.
Ciò a conferma dell’intuizione di Tocqueville secondo cui le grandi rottu-
re rivoluzionarie se hanno successo hanno sempre solidi agganci col passato.
E l’approccio demauriano al linguaggio fu una innovazione conservatrice do-
ve l’aggettivo (conservatrice) non è negazione del sostantivo (innovazione) ma
sua precisazione e suo inveramento.

Pagliaro, Wittgenstein, Gramsci

Quando si ricostruirà in maniera documentata la storia delle novità del-


l’approccio di De Mauro al linguaggio un ruolo centrale vi svolgeranno tre
grandi intellettuali che non hanno avuto alcun rapporto tra loro ma le cui av-
venture scientifiche sono sotterraneamente e a loro insaputa intrecciate: Pa-
gliaro, Wittgenstein, Gramsci. Fornirò qui alcuni indizi di questo intreccio.

1
Una versione della tesi verrà pubblicata, nel 1959 e su presentazione dello stesso Pagliaro, col
titolo Accusativo, Transitivo, Intransitivo nei “Rendiconti della Classe di Scienze morali, storiche e fi-
lologiche” dell’Accademia Nazionale dei Lincei.
2
Tutti e tre i saggi sono stati ripubblicati in De Mauro, Senso e Significato. Studi di semantica
teorica e storica, Bari, Adriatica Editrice, 1971.
8 Franco Lo Piparo

Inizio con la Storia linguistica dell’Italia unita (1963). Nella seconda pagi-
na dell’Avvertenza campeggia una lunga citazione di Antonino Pagliaro. La ri-
porto per intero:
Ferdinand de Saussure, acuto teorico del linguaggio, si è richiamato più di una
volta al gioco degli scacchi per esemplificare le sue vedute sul congegno della lin-
gua e del suo divenire … Pure, il raffronto fra il gioco e il linguaggio, a prima vi-
sta così suggestivo ed evidente, ad un più attento esame si rivela del tutto ingiu-
stificato … Mentre il congegno funzionale del gioco è perfettamente indipenden-
te dai momenti soggettivi, poiché i pezzi dopo ogni mossa rimangono quello che so-
no con il loro valore stabilito, e tali sono ancora dopo innumerevoli generazioni di
giocatori … nel linguaggio, invece, il momento soggettivo della parola vive come
traccia o risonanza nel segno come oggettività, nella sua immagine acustica come
è presente nella coscienza linguistica di una comunità; tale momento si compone
necessariamente nel segno con la necessità funzionale, che fa di questo l’elemento
del sistema. Mentre nel gioco il simbolo è fisso e inattivo, quello fonico vive della
vita dei parlanti e trova nella coscienza linguistica, che è coscienza d’una storicità
ben definita, la sua legittimazione e la sua necessità.

La citazione è tratta da Il segno vivente 3, i corsivi sono miei. Se si applicas-


se il vigente paradigma cronotopico della storia delle teorie linguistiche do-
vremmo dire che l’Autore sia passato attraverso la lettura delle Philosophische
Untersuchungen di Wittgenstein 4 e che stia criticando Saussure con argomenti
wittgensteiniani. Cito per tutti il paragrafo 83 delle Philosophische, uno dei
più famosi, dove l’analogia tra lingua e gioco viene evocata per mostrarne la
inadeguatezza e far risaltare la specificità dei giochi linguistici. Se è teorica-
mente utile assimilare il parlare a un giocare – parafraso il ragionamento witt-
gensteiniano – non bisogna perdere di vista che, diversamente dai giochi rigi-
damente codificati e regolati come gli scacchi o la briscola o il tennis o altro
ancora, nei giochi linguistici le regole le facciamo e le modifichiamo mentre
giochiamo, as we go along. Di conseguenza i segni con cui è giocato un gioco
linguistico non sono – osservava Pagliaro citato da De Mauro – come i pezzi
degli scacchi che «dopo ogni mossa rimangono quello che sono con il loro va-
lore stabilito, e tali sono ancora dopo innumerevoli generazioni di giocatori»
ma – osserva Wittgenstein – sono inseparabili dai giochi giocati dai parlanti o,
detto diversamente, dagli usi che ne fanno i parlanti: «Ogni segno, da solo,
sembra morto. Che cosa gli dà vita? – Nell’uso, esso vive. Ha in sé il respiro vi-
tale? – O l’uso è il suo respiro?» (§ 432). È come se ogni partita giocata nel e
col linguaggio modificasse regole e pezzi (le parole) del gioco mentre «i pezzi
[nei giochi non linguistici] dopo ogni mossa rimangono quello che sono con

3
Napoli 1952. Il libro verrà ripubblicato nel 1969 dalle Edizioni RAI Radiotelevisione Italiana.
4
Trad. it. Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 1967.
A partire da Tullio De Mauro 9

il loro valore stabilito, e tali sono ancora dopo innumerevoli generazioni di


giocatori» (Pagliaro). E ancora Wittgenstein: «l’applicazione della parola non
è regolata, e non è regolato il gioco che giochiamo con essa» (§ 432).
Un piccolo dettaglio smentisce però il vigente paradigma cronotopico del-
la storia delle idee linguistiche: il testo di Pagliaro è stato pubblicato nel 1952,
le Philosophische di Wittgenstein saranno pubblicate postume l’anno dopo. Il
dettaglio (piccolo?) ci costringe a fare una riflessione che dico in forma para-
dossale: il giovane De Mauro riceve una formazione wittgensteiniana ancor pri-
ma di conoscere Wittgenstein e leggere con occhiali wittgensteiniani Saussure.
Qui tocchiamo una questione che va oltre De Mauro e che riguarda la sto-
ria della cultura filosofico-linguistica europea. Meriterebbe una approfondita
indagine. Ne faccio qualche accenno.
Grazie all’economista Amartya Sen 5 sappiamo adesso quanta filosofia del
linguaggio italiana ci sia nell’impianto e nelle riflessioni delle Philosophische
Untersuchungen. Il traghettatore fu Piero Sraffa, anche lui economista, amico
e sodale di Wittgenstein a Cambridge e amico e stimatore di Gramsci fin dagli
anni universitari torinesi nel secondo decennio del Novecento. Ho provato a
dare contenuto a questa intuizione che a Sen fu suggerita dalle numerose con-
versazioni avute con Sraffa 6.
Gramsci – lo ricordo per orientare meglio il lettore – fu l’allievo prediletto
del professore di Glottologia Matteo Bartoli ed era inizialmente destinato alla
carriera universitaria di linguista. Non abbandonò mai il suo interesse per il
linguaggio.
Nella ricostruzione della fitta trama culturale europea di cui il giovane De
Mauro si trova ad essere parte ed erede un ruolo importante svolge la pubbli-
cazione nel 1950, sotto la supervisione di Togliatti, del volume Letteratura e
vita nazionale (Einaudi). Qui si trovano riportate molte delle pagine linguisti-
che dei Quaderni e l’ultimo dei Quaderni gramsciani (sarà il ventinovesimo
nella edizione di Gerratana) che, nell’intenzione dell’Autore, conteneva gli
studi preparatori di un saggio che avrebbe dovuto avere il titolo Lingua nazio-
nale e grammatica.
Al giovanissimo liberal-radicale De Mauro l’interesse di Gramsci al lin-
guaggio non sfugge. Alle pagine linguistiche gramsciane nella Storia linguistica
si fa riferimento nelle Appendici 37 e 50. In esse viene anche messa in risalto
l’«eccezione notevolissima» di Gramsci rispetto alle «sinistre italiane del pri-
mo Novecento», che «rincorrendo i miti della scuola popolare o in nome di

5
Sraffa, Wittgenstein and Gramsci, “Journal of Economic Literature”, XLI (December 2003),
pp. 1240-1255; trad. it. in Vacca, Schirru (a cura di), Studi gramsciani nel mondo, 2000-2005, Bolo-
gna, il Mulino, 2007, pp. 23-53.
6
F. Lo Piparo, Il professor Gramsci e Wittgenstein. Il linguaggio e il potere, Roma, Donzelli,
2014.
10 Franco Lo Piparo

un rozzo antiumanesimo hanno contribuito (…) a “cristallizzare in forme ci-


nesi” le differenziazioni classistiche nella scuola» (Appendice 50).
Letteratura e vita nazionale non poteva sfuggire al laureando De Mauro
anche perché vi veniva citato in maniera lusinghiera il suo professore.
Antonio Pagliaro, Sommario di linguistica arioeuropea, Fasc. I: Cenni storici e que-
stioni teoriche. Il libro è indispensabile per vedere i progressi fatti dalla linguistica
in questi ultimi tempi. (…) L’identificazione di arte e lingua, fatta dal Croce, ha
permesso un certo progresso e ha permesso di risolvere alcuni problemi e di di-
chiararne altri inesistenti e arbitrari (…). Ma i linguisti precisamente studiano le
lingue in quanto non sono arte, ma “materiale” dell’arte, in quanto prodotto so-
ciale, in quanto espressione culturale di un dato popolo, ecc. (…) Mi pare che al-
lora si potrebbe dire che lingua = storia e non-lingua = arbitrio 7.

In Letteratura e vita nazionale si trova anche una nota che avrebbe potuto
essere il miglior commento possibile della Storia linguistica dell’Italia unita …
se Gramsci l’avesse conosciuta:
(…) in questo ultimo secolo la cultura unitaria si è estesa e quindi anche una lin-
gua unitaria comune. Ma tutta la formazione storica della nazione italiana era a
ritmo troppo lento. Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la questione
della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la forma-
zione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più
intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorga-
nizzare l’egemonia culturale 8.

Da Pagliaro a Gramsci, da Gramsci a Wittgenstein ma anche da Wittgen-


stein a Pagliaro e a Gramsci. Mi piace pensare che sia stato l’andirivieni tra
questi tre autori, così diversi ma anche così convergenti, a funzionare come
iniziale cellula della formazione del giovane De Mauro. Saussure, a mio pare-
re, nella cassetta degli attrezzi teorici del giovane De Mauro compare per ul-
timo, dopo Pagliaro e Wittgenstein.
L’Introduzione alla semantica (1965)9, la seconda delle opere fondanti del-
la linguistica demauriana, offre diversi spunti su cui riflettere. L’opera è pos-
sibile leggerla come una riscrittura e un aggiornamento, a trentacinque anni
di distanza, del Sommario di linguistica arioeuropea (1930) del proprio profes-
sore Pagliaro. Il titolo del libro ha nulla a che fare col suo contenuto. Proba-
bilmente è motivato da umani problemi di carriera accademica. Come scrisse
De Mauro nella Premessa alla sua ripubblicazione nel 1993 ad opera dell’edi-

7
Letteratura e vita nazionale, Torino, Einaudi, 1950, p. 209; adesso in Quaderni del carcere, To-
rino, Einaudi, 1975, pp. 737-738.
8
Letteratura, cit., p. 201; adesso in Quaderni, cit., p. 2346.
9
Dell’Introduzione alla semantica esistono varie edizioni. Cito dalla prima del 1965.
A partire da Tullio De Mauro 11

tore palermitano Novecento, «il libro fu tradito dal titolo. Fosse stato intito-
lato Teoria e storia degli studi linguistici avrebbe avuto forse altra sorte dentro
e fuori d’Italia»10.
A parte Wittgenstein gli autori di riferimento di Pagliaro sono gli stessi
del libro del giovane allievo: Aristotele (da maestro e allievo eccessivamente
appiattito sull’aristotelismo), Vico, Kant, Humboldt, Saussure, Croce con cui
maestro e allievo non smetteranno mai di dialogare. È lo stesso soprattutto
l’asse portante dei due libri: la centralità del significare e del contesto socio-
storico nelle vicende del parlare. Pagliaro: «Ancor più che nella fonetica e nel-
la struttura grammaticale l’incessante rinnovarsi di ogni lingua si manifesta nel
lessico. In esso sono fedelmente registrati tutti i mutamenti che avvengono
nella vita di ogni popolo, di ogni gruppo sociale, così che può dirsi che fare la
storia di una lingua è lo stesso che fare la storia di una nazione nel senso più
completo» (p. 144).
Nell’Introduzione Gramsci non viene mai citato. E però è difficile non
sentire la presenza del pensatore sardo nelle asserzioni teoriche più impegna-
tive con cui il libro si conclude: «(…) il significare è un modo dell’agire nel
mondo. È, cioè, prassi» (p. 197). E ancora: «L’esperienza semantica riposa
dunque sulla possibilità d’azione dell’uomo. La nuova concezione che di essa
si è andata delineando (…) si fa incontro (…) alle filosofie che da Marx allo
storicismo e al pragmatismo del Novecento si sono costruite sul primato della
prassi» (p. 203).
Le corrispondenze Pagliaro-Gramsci-Wittgenstein-De Mauro sono tante
e il raccoglierle potrebbe essere utile per rileggere in chiave non nazionalistica
il dibattito linguistico nell’Europa del secolo scorso.

Lingua o parlanti/scriventi?

Per concludere, provo a individuare le colonne portanti dell’approccio pa-


gliariano-gramsciano-wittgensteiniano di De Mauro alle lingue.
(1) Le lingue esistono in quanto sono parlate o sono state parlate. «L’er-
rore sta nell’affermare che le parole o le frasi significhino qualche cosa: solo
gli uomini, invece, mediante le frasi e le parole, significano» (p. 29) – si legge
nell’opera del 1965. Potrà sembrare banale ma non lo era nel panorama strut-
turalistico degli anni sessanta e settanta del secolo scorso e credo che non ne
siano ancora del tutto chiare le numerose implicazioni teoriche. Questo vuol
dire che in ogni lingua è leggibile la storia dei conflitti e delle conquiste o del-
le sconfitte dei suoi parlanti.

10
Premessa a A. Pagliaro, Storia della linguistica. Tomo primo. Sommario di linguistica arioeu-
ropea (ristampa anastatica dell’edizione del 1930), Novecento, 1993, p. X.
12 Franco Lo Piparo

(2) Non esiste la lingua ma la coppia lingua-parlanti/scriventi. E i parlanti


parlano e /o scrivono non per eseguire regole grammaticali ma per affrontare
problemi che linguistici non sono.
(3) Ciò vuol dire che il senso delle parole e dei modi di dire è il protago-
nista delle vicende linguistiche. La semantica è la parte del linguaggio che gui-
da e orienta le altre.
I tre pilastri esposti qui in maniera sommaria sono riassumibili nella costi-
tutiva natura politica delle lingue. De Mauro, come già Pagliaro, amava citare
per questo aspetto un famoso, ma non sempre ben tradotto, passo della Poli-
tica di Aristotele in cui lo Stagirita fa derivare la specificità delle lingue stori-
conaturali dal fatto che l’uomo è animale che può vivere solo come facente
parte di una città. “Città” in greco polis, donde la definizione di uomo come
animale politikón che letteralmente significa, per l’appunto, “animale che ha
la città come proprio habitat naturale”.
De Mauro raccontava con compiaciuta civetteria la motivazione con cui
fu bocciato al suo primo concorso di Glottologia. Uno dei commissari definì
la Storia linguistica dell’Italia unita «opera più di agitatore politico che di stu-
dioso». De Mauro aveva ragione ad essere orgoglioso di quella bocciatura e di
quella motivazione. Non sapevano i severi glottologi che col loro giudizio ac-
comunavano De Mauro ad Aristotele.

Vendetta postuma

Quando, nell’aprile del 2010, gli mandai il testo della prima versione in-
glese 11 di quello che quattro anni dopo diventerà Il professor Gramsci e Witt-
genstein De Mauro mi scrisse una lunga lettera divisa in paragrafi. Trascrivo
la parte pertinente all’argomento che si sta qui discutendo.
Vendetta postuma. Negli anni sessanta, come forse ti ho già raccontato, il “Times
Literary Supplement” faceva lunghe e impegnative recensioni rigorosamente ano-
nime e recensì subito Storia linguistica dell’Italia unita molto gentilmente e con
conoscenze di prima mano delle cose linguistiche italiane. Giulio Lepschy mi ha
giurato che il recensore non era lui e gli credo, perché la sua prima reazione fu
freddina, perfino con qualche punta acida, prima che il libro assumesse ai suoi
occhi (e di sua moglie) il ruolo di dichiarata fonte centrale di Italian grammar e
tanti altri lavori ulteriori. Forse il recensore fu Joe Cremona, maestro di italiani-
stica dei linguisti generali inglesi, forse fu Luigi Meneghello. Comunque, la recen-
sione si chiudeva con un’unica riserva un po’ ironica: ma che c’entra col resto del
libro la citazione di Wittgenstein in prima pagina? Anch’io per parte mia come

11
Gramsci and Wittgenstein: an intriguing connection, in A. Capone (ed.), Perspective on lan-
guage use and pragmatics, Muenchen, Lincom Europa, 2010, pp. 285-319.
A partire da Tullio De Mauro 13

sai ho cercato negli anni di rispondere. Adesso al recensore potrei mandare il tuo
lavoro, forse troverebbe la risposta.

Il passo wittgensteiniano citato nella prima pagina della Storia linguistica


come esergo è:
La nostra lingua è come una vecchia città: un labirinto di viuzze e di larghi, di ca-
se vecchie e nuove, di palazzi ampliati in epoche diverse, e, intorno, la cintura dei
nuovi quartieri periferici, le strade rettilinee, regolari, i caseggiati tutti uguali …
Rappresentarsi una lingua significa rappresentarsi una forma di vita … (Ric. fil.,
§ 18-19).

Confesso che del valore simbolico di quella citazione wittgenteiniana non


mi ero accorto prima della lettera di De Mauro. Risposi con una lettera altret-
tanto lunga. Copio la parte che interessa qui:
A pensarci bene, solo uno del tuo gruppo scientifico avrebbe potuto avere le an-
tenne per lavorare come un segugio sulle tracce dei legami, sotterranei ma fortis-
simi, che legarono Wittgenstein e Gramsci tramite quello che per me rimane un
enigmatico personaggio, Piero Sraffa. Chi si è formato come filosofo del linguag-
gio con te ha sempre visto associati Wittgenstein e Gramsci. A volte abbiamo ri-
petuto pappagallescamente la tua intuizione, a volte (è stato a partire da una certa
epoca nel mio caso) quell’accostamento l’abbiamo vissuto come un indicatore del
tuo pantheon scientifico dove, come capita, si mettono insieme autori collegati
più nella nostra testa e nei problemi che andiamo affrontando che nella storia ef-
fettiva. Quando lessi il saggio di Sen, ne rimasi frastornato, pensai immediatamen-
te ai tuoi ripetuti accostamenti. Inizialmente pensai che quella di Sen fosse una
idea bizzarra e forzata. Come mai nessuno se n’era accorto? Tra l’altro Sen non
porta nessuna prova documentale salvo il fatto che Sraffa era amico di Gramsci e
aveva frequentato il gruppo di Ordine Nuovo. Troppo poco. La mia mente natu-
ralmente rimuginava a mia insaputa quella intuizione. Il caso vuole che negli ulti-
mi venti anni abbia acquisito una conoscenza discreta di Wittgenstein. Il Quader-
no 29 finalmente diventava meno misterioso. Passo dopo passo, notte insonne do-
po notte insonne, mi sono trovato l’anno scorso a fare un corso magistrale del tut-
to anacronistico (gli studenti non a caso erano pochi) su Wittgenstein e Gramsci.
(…) Ti racconto tutto questo anche pensando alla tua vendetta postuma. Mi onora
sapere di essere nella squadra dei vendicatori.

Chissà che ne avrebbe pensato il professor Antonino Pagliaro, glottologo


e filosofo del linguaggio, politicamente abbastanza distante da Gramsci.

F RANCO LO PIPARO
15

I
PARLANTI E SCRIVENTI IN ITALIA
CAPIRE (E FARSI CAPIRE) A SCUOLA

Capire le parole non è un rettilineo uguale per


tutti, è una strada tortuosa, piena di false devia-
zioni e con tangenti, e non tutti sanno procede-
re sino al punto giusto.
(De Mauro, Parole di giorni lontani, 2006: 43)
Pur sapendo parole diverse gli uni dagli altri,
per il possibile quando parliamo o scriviamo
cerchiamo di farci capire con parole che pensia-
mo siano comprensibili per ascoltatori e lettori.
E, di solito, ci riusciamo.
(De Mauro, Guida all’uso delle parole, 1980: 69)

Introduzione

Il tema della comprensione e del «capire le parole» è stato sempre centra-


le in tutto il percorso di ricerca e di studio di Tullio De Mauro 1. Analogamen-
te, altrettanto fondamentale è stata l’attenzione per il mondo della scuola sia
come campo di ricerca che di azione anche politica 2. Basti pensare al fatto che
De Mauro può essere considerato il fondatore della linguistica educativa in
Italia (cfr. Vedovelli 2017: 18) e all’importanza che l’educazione linguistica
democratica ha avuto lungo tutto l’arco dei suoi studi sulla lingua e sul lin-

1
Lo studio per De Mauro è sempre stato interrelato con l’intervento. Ad esempio, la ricaduta
operativa del suo percorso di ricerca su comprensione, comprensibilità e leggibilità dei testi può rin-
tracciarsi nella redazione del mensile ad alta leggibilità Due Parole, nei lavori sulla comprensibilità dei
testi scolastici e sulla semplificazione del linguaggio burocratico e della pubblica amministrazione.
2
Relativamente all’impegno politico legato all’istruzione, come è noto, De Mauro è stato prima
Assessore regionale all’Istruzione del Lazio dal 1975 al 1980 e poi Ministro dell’Istruzione nel 2000-
2001.
18 Luisa Amenta

guaggio, sin dalla formulazione nelle Dieci Tesi per una educazione linguistica
democratica del Gruppo di Intervento e Studio nel Campo dell’Educazione
Linguistica (GISCEL, 1975).
Scopo di questo contributo è proprio tenere insieme questi due aspetti
della sua ricerca e della sua azione: comprensione e scuola, tra loro profonda-
mente interrelati. E, a partire dalle innumerevoli suggestioni che derivano dal
pensiero di De Mauro su questi temi, offrire qualche spunto relativo a come
favorire i processi di comprensione a scuola.
In questa prospettiva, un indubbio e prezioso punto di riferimento conti-
nua ad essere il volume curato da Silvana Ferreri, Non uno di meno. Strategie
per leggere e comprendere (2002), che mostra inequivocabilmente, attraverso i
dati e i resoconti della sperimentazione condotta, come la scuola sia l’ambien-
te educativo per eccellenza in cui la comprensione possa svilupparsi con effet-
ti positivi sul processo di alfabetizzazione nel suo complesso sia degli alunni
meno bravi che di quelli più bravi.
Ciò diventa ancora più significativo nella realtà multietnica della scuola di
oggi, in cui non soltanto gli alunni italofoni devono confrontarsi con le diffi-
coltà insite nei testi dello studio delle varie discipline e l’acquisizione di ade-
guate competenze di lettura, attraverso la messa in atto di strategie cogniti-
ve per la comprensione di testi scritti, ma a maggior ragione gli apprendenti
che hanno l’italiano come L2 che si scontrano con una lingua che è al tem-
po stesso oggetto del loro apprendimento e veicolo di contenuti disciplinari
particolari.
Tuttavia, sviluppare la comprensione a scuola, non è solo un obiettivo le-
gato all’acquisizione di competenze negli anni della scolarizzazione, ma anche
uno strumento per guidare «i ragazzi nella comprensione critica dei messaggi
provenienti dalla società nelle loro molteplici forme» (cfr. Indicazioni nazio-
nali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione,
2012: 24), attraverso una padronanza del processo di comprensione dei testi
finalizzato ai propri bisogni e ai propri scopi di lettura.
In tal senso, compito della scuola è dedicare una attenzione costante alla
literacy, ossia alla capacità di: «comprendere, utilizzare e riflettere su testi
scritti al fine di raggiungere i propri obiettivi, di sviluppare le proprie cono-
scenze e le proprie potenzialità e di svolgere un ruolo attivo nella società»
(OCSE, a cura di, 2007: 56).
È indubbio che in questo ruolo formativo di cittadine e cittadini di doma-
ni, che possano avere competenze linguistiche adeguate per partecipare atti-
vamente alla realtà del mondo e della società, non si può non cogliere il senso
ultimo di quell’educazione linguistica democratica che, attraverso la teorizza-
zione di Lombardo Radice, le esperienze dei maestri Bruno Ciari e Mario Lo-
di, l’incontro con Don Lorenzo Milani, è stata per De Mauro l’unica educa-
zione linguistica possibile.
Capire (e farsi capire) a scuola 19

Nelle pagine che seguono in primo luogo si metteranno a fuoco alcune ca-
ratteristiche della comprensione a partire dalle pagine di alcuni scritti di De
Mauro (§ 1), poi si rifletterà su quanto viene espresso in merito alla compren-
sione nel primo ciclo della formazione della scuola nelle Indicazioni (2012) e
nel Quadro di riferimento della prova di italiano (Invalsi, 2013) (§ 2), infine si
porteranno alcuni dati relativi ai risultati dei quesiti sulla comprensione delle
prove Invalsi e ci soffermerà brevemente su una sperimentazione condotta in
un Istituto Comprensivo della provincia di Palermo che, pur non avendo nes-
suna rilevanza di tipo quantitativo, ci permette di avanzare qualche conside-
razione in relazione a ciò che viene fatto a scuola per lo sviluppo della com-
prensione dei testi scritti, alle possibili attività da svolgere in classe e all’attua-
lità che le letture di De Mauro possono avere anche per gli insegnanti di oggi
e di domani (§ 3).

1. La problematicità della comprensione

I vari scritti dedicati da De Mauro al tema della comprensione offrono in-


numerevoli spunti. In questa sede, proveremo a sintetizzarne alcuni, senza al-
cuna pretesa di esaustività, ma quali chiavi di lettura interpretative di quanto
sulla comprensione emerge dai documenti di riferimento con cui si confron-
tano oggi a scuola gli insegnanti: le Indicazioni e il Quadro.
In primo luogo, De Mauro (2002b: 25) sottolinea come sia proprio attra-
verso il «comprendere gli altri e nel farsene comprendere» che «gli esseri
umani dagli inizi della vita scoprono progressivamente lo straordinario potere
interattivo delle parole». La comprensione, dunque, ha innanzitutto un ruolo
sociale legato allo scambio dialogico tra un io e un tu che si incontrano già dal-
le prime fasi dell’esistenza. Ed è proprio in questo incontro, che porta le trac-
ce delle diversità e delle individualità dei locutori, che si fonda tutta la proble-
maticità della comprensione, non a caso oggetto precipuo di indagine soprat-
tutto del pensiero filosofico sin dai primordi e meno di quello più strettamente
linguistico, a parte alcune eccezioni a cui De Mauro fa più volte riferimento 3.
Dunque la comprensione vista non soltanto come competenza ma a par-
tire da un suo preciso ruolo sociale ed esistenziale.
Ancora, De Mauro mette in luce come il comprendere porti in sé il carat-
tere di un paradosso, perché se da una parte è un processo individuale, dal-
l’altro non può esistere al di fuori di una comunità con cui l’io interagisce e a
cui fa riferimento per la sua costruzione e interpretazione di senso sia dei testi
orali che di quelli scritti. Questo paradosso comporta la problematicità del

3
In particolare tra i linguisti De Mauro fa riferimento a Saussure, von Humboldt, Jakobson,
Pagliaro (cfr. De Mauro 1999: 10).
20 Luisa Amenta

comprendere che viene evidenziata da De Mauro (1999: VII-VIII) in tutta la


sua complessità:
Comprendere un enunziato linguistico pone sempre un problema, anzi una som-
ma, un intreccio di problemi quale che sia l’enunziato e quale sia la perizia di chi
lo riceve e vuole capire. Comprendere è difficile non solo dinanzi all’enunziato
parlato o scritto in una lingua che ci sia straniera; non solo dinanzi a discorsi e te-
sti sì della nostra lingua, ma prodotti secondo il vocabolario e le convenzioni di
linguaggi speciali, tecnici o scientifici, lontani dal comune o, comunque, dalla
esperienza di chi li legge e li ascolta; e non solo, infine, dinanzi a testi ardui per lo
speciale impegno intellettuale da cui nascono o per la tensione e ispirazione poe-
tica. Comprendere è difficile sempre. Comprendere un enunziato, comprenderlo
davvero, è sempre un caso di problem solving. Così abituale per ogni essere uma-
no sin dalla nascita, così abituale e intrinseco per tutta la nostra specie da centi-
naia di migliaia di anni (come diremo) che di questa ordinaria difficoltà quasi ci
dimentichiamo. Ma in tal dimenticanza abbiamo torto. Vi è, ed è da esplorare
analiticamente, una difficoltà permanente del comprendere linguistico ogni volta
che siamo dinanzi a qualunque enunziato parlato o scritto che dia corpo alle frasi
e ai testi possibili in una lingua.

In questa prospettiva, proprio perché comprendere è un’attività di pro-


blem solving, e come tale rientra tra i più generali processi della mente, De
Mauro (2009: VI) sottolinea che, per esplorare cosa avviene nella mente del
lettore quando si accinge a comprendere un testo, bisogna assumere una pro-
spettiva pluridisciplinare che tenga conto tra l’altro della psicologia cognitivi-
sta, della pedagogia, della linguistica teorica, della sociolinguistica e della se-
miotica della letteratura:
Il capire – e anche solo il capire un testo – è un processo che coinvolge l’intera
esperienza umana e che, dunque, capire il capire richiede, impone o meglio, ri-
chiederebbe e imporrebbe la chiamata in causa di molti diversi tipi di analisi
scientifica e teorica. Ma troppo spesso il capire è invece guardato solo da un pun-
to di vista parziale, si guarda con analisi magari sofisticate a una faccia soltanto di
un poliedro complicato. Altre facce sono lasciate da parte, e chi lo fa presume a
volte che un punto di vista parziale ci dia la geometria dell’insieme.

Differentemente da quanto spesso avviene, soltanto assumendo tale ottica


pluridisciplinare, infatti, è possibile mettere a fuoco come lettura e comprensio-
ne non siano tra loro immediatamente legate e come leggere non sia un proces-
so lineare che si acquisisce, così come la comprensione, ‘naturalmente’ con l’au-
mentare dell’età e della scolarizzazione, ma un punto di arrivo di un lungo per-
corso che nasce da un frequente, fecondo e vario rapporto con i testi scritti (cfr.
De Mauro 2002a: XVII), a cui è necessario che si sia gradualmente condotti.
La stessa ottica pluridisciplinare permette di porre l’attenzione sul fatto
che sviluppare strategie che favoriscano la comprensione, non vuol dire sem-
Capire (e farsi capire) a scuola 21

plicemente insegnare a decodificare messaggi orali o scritti, ma vuol dire in-


tervenire su tutta una serie di altre abilità che vanno parimenti tenute in con-
siderazione:
Skills¸ abilità di natura non linguistica, ma genericamente psicologiche (la capa-
cità e voglia di stabilire rapporti umani) o percettive e conoscitive (le percezioni
e conoscenze che permettono di intendere la situazione dell’interlocutore) o in-
tellettive (la capacità di collegare i diversi dati in presenza o di produrre ipotesi
su tali collegamenti) concorrono, con le capacità strettamente linguistiche, a de-
terminare il percorso della comprensione e il suo esito. La comprensione lingui-
stica, insomma, per essere tale non può chiudersi soltanto nella ricezione e nell’e-
laborazione dei dati interni alla forma dell’enunziato, ma deve complicarsi e inte-
grarsi con altre capacità ricettive e intellettive umane. (De Mauro 1999: 28-29)

Questa necessaria integrazione delle abilità linguistiche con altre capacità


e altri livelli comporta una non linearità del processo di comprensione, resa
efficacemente da De Mauro (2006: 58) con l’immagine dello scalatore che,
analogamente al lettore che deve comprendere un testo scritto con cui si con-
fronta, procede per tappe facendo passi in avanti ma anche passi indietro alla
ricerca di appigli più saldi:
Il movimento della ricezione si sviluppa piuttosto in modo simile a chi saggia ed
esplora gli appigli per salire su un albero o, in montagna, su una paretina: scor-
giamo e scegliamo un appiglio o un appoggio, protendiamo una mano o un piede,
saggiamo la sicurezza di presa o di appoggio e, se possiamo fidarci, scegliamo e
proviamo un secondo appiglio, poi un terzo, un quarto, secondo ordini che solo le
circostanze suggeriscono, e proviamo a sollevarci e, se tutto va bene, andiamo alla
ricerca di un quinto punto di appoggio e di presa, più in alto, abbandoniamo (pro-
viamo ad abbandonare) uno dei primi quattro, saggiamo di nuovo, ci affidiamo
ad esso, sollevandoci. Così ci arrampichiamo, per ipotesi, tentativi, ritorni, nuove
partenze e il cammino di ciascuno è solo uno dei possibili per arrivare più in alto.

Risulta, dunque, di primaria importanza, sviluppare una riflessione sulle


modalità del proprio essere lettori, affinché si rendano espliciti gli itinerari che
si percorrono nel testo per comprendere. Itinerari che non necessariamente
sono uguali per tutti, dal momento che diverse sono le condizioni di partenza,
le conoscenze pregresse anche a livello lessicale, le capacità di ognuno di fare
inferenze grazie all’ausilio delle proprie conoscenze enciclopediche, le proprie
strategie per muoversi all’interno e al di fuori di un testo. In questo cammino
di consapevolezza, il lettore deve essere guidato alla scoperta di quali siano le
conoscenze su cui può fare affidamento sia in termini extratestuali sia in ter-
mini di «appigli lessicali» presenti nel testo, dal momento che «il lettore si
muove dentro e fuori il testo e spesso proprio al di fuori del testo, e grazie a
dati extralinguistici, prende avvio il processo di comprensione» (cfr. De Mau-
ro 2006: 157).
22 Luisa Amenta

Tuttavia, in questo processo di andirivieni dal testo scopriamo che il let-


tore non è solo, ma si trova immerso in una pluralità di voci, per cui ci si rial-
laccia a quell’idea corale e sociale della comprensione già prima evidenziata:
Fa parte della complessità della comprensione la sua coralità. Il lettore esperto
può non rendersene conto. Anche la coralità, come la tensione fisica del leggere
e studiare, da lui è introiettata e rischia di sfuggirgli. Eppure c’è. L’abitudine a co-
gliere nello scritto i segnali discorsivi e le chiavi di pertinenza del contenuto di un
testo, il piano specifico nella innumere pluriplanarità del piano del contenuto di
ogni lingua, ci mette sulla strada: ecco qualcuno che parla in modo formale, ecco
una lezione, ecco il passo di una conversazione, ecco un discorsetto alla buona,
ecco uno di questi tipi testuali che riguarda la vita giorno, o la dietologia, o la nu-
mismatica, o la linguistica pragmatica o la teoria dei sistemi o… E ogni «ecco»
comporta la chiamata in causa della memoria di altri testi, di altre persone che
udimmo, di altre parole e voci, di immagini. Siamo apparentemente in silenzio,
siamo in realtà in un mondo di voci. Soltanto a tratti, se il capire si fa più arduo,
anche noi esperti dobbiamo alzarci, prendere un altro libro, chiamarlo esplicita-
mente a collaborare con noi… o dobbiamo ricorrere a quel condensato del «coro
della lingua» che è un (buon) dizionario. Solo allora emerge a vista la nascosta,
ondeggiante coralità di ogni comprendere, anche muto. (De Mauro 2002a: XVI)

Da tutto ciò emerge come non si possa parlare di comprensione se non


come atto sociale che mette in gioco tutta una serie di abilità. Occorre che il
lettore prenda coscienza della complessità e della non linearità del processo
del comprendere e acquisisca consapevolezza delle abilità e delle strategie che
si attivano durante la comprensione.
Proprio in virtù della dimensione sociale, corale e non lineare del processo
di comprensione, è evidente come la scuola sia il luogo per eccellenza in cui
sviluppare tutto quell’insieme di abilità – anche di natura non strettamente
linguistica – che possano aiutare gli studenti a diventare lettori consapevoli.

2. Comprensione a scuola

Proprio in virtù della centralità della scuola nello sviluppo di adeguate


strategie di comprensione e nella formazione di lettori consapevoli, ci siamo
chiesti e abbiamo voluto verificare quanto emerge su questo tema dai docu-
menti di riferimento per gli insegnanti del primo ciclo dell’istruzione e in par-
ticolare dalle Indicazioni nazionali del 2012 e dal Quadro di riferimento della
prova di Italiano (Invalsi) del 2013 4.

4
I due documenti in esame sono profondamente diversi tra loro, in quanto il primo ha un carat-
tere programmatico mentre il secondo è un supporto esplicativo metodologico per lo svolgimento della
prova di valutazione nazionale. Tuttavia, entrambi costituiscono testi chiave di riferimento per l’orien-
tamento della prassi didattica degli insegnanti; motivo per cui abbiamo deciso di considerarli insieme.
Capire (e farsi capire) a scuola 23

Nella scuola dell’autonomia, infatti, le Indicazioni costituiscono le norme


generali a partire da cui le scuole possono elaborare il proprio curricolo, fer-
ma restando la garanzia di pari condizioni di istruzione e di qualità per tutti i
cittadini 5. Le Indicazioni, dunque, fissano gli obiettivi generali e di apprendi-
mento e soprattutto i traguardi per lo sviluppo delle competenze dei bambini
e dei ragazzi. Tra queste, al termine del primo ciclo vi è quella di «usare le co-
noscenze per comprendere sé stesso e gli altri».
In particolare, in riferimento alla lettura si esplicita la necessità di una «co-
stante messa in atto di operazioni cognitive per la comprensione del testo»
(Indicazioni 2012: 28) e si ribadisce come sia di fondamentale importanza la
«cura della comprensione di testi espositivi e argomentativi», in quanto a
scuola «si attivano i numerosi processi cognitivi necessari alla comprensione».
In questa prospettiva, si individua come precipuo compito dell’insegnante
«favorire con apposite attività il superamento degli ostacoli alla comprensione
dei testi che possono annidarsi a livello lessicale o sintattico oppure al livello
della strutturazione logico-concettuale» (Indicazioni 2012: 29).
Una possibile declinazione di quali possano essere le attività per il supera-
mento degli ostacoli alla comprensione si può rintracciare nell’acquisizione e
nell’espansione del lessico, a partire dalla consapevolezza delle profonde dif-
ferenze dei patrimoni lessicali degli allievi che fanno il loro ingresso a scuola.
In quest’ottica viene individuato come «primo compito dell’insegnante»
il «rendersi conto, attraverso attività anche ludiche e creative, della consisten-
za e tipologia (varietà) del patrimonio lessicale di ognuno». Tale ricognizione
del patrimonio lessicale degli alunni sembra essere, dunque, il primo passo per
cominciare un percorso volto a sviluppare la competenza della comprensione.
D’altra parte come obiettivo di apprendimento al termine della classe
quinta della scuola primaria viene posta la capacità di «usare, nella lettura di
vari tipi di testo, opportune strategie per analizzare il contenuto; porsi doman-
de all’inizio e durante la lettura del testo; cogliere indizi utili a risolvere i nodi
della comprensione» (Indicazioni 2012: 32). Ciò induce a ritenere, proprio
perché si fa esplicitamente riferimento a «nodi della comprensione», che ven-
ga visto come obiettivo necessario il mettere in atto tutta una serie di attività
per sviluppare nei lettori la capacità di cogliere gli «appigli» presenti nei testi,
in modo che essi possano essere guidati, anche attraverso l’uso di domande,
ad orientarsi nell’analisi del contenuto.

5
Dopo il superamento dei Programmi ministeriali del 1979 del 1985, a seguito anche dell’am-
pio dibattito che si ebbe alla fine degli anni Novanta su saperi e competenze e le Raccomandazioni
del Parlamento Europeo e del Consiglio del 2006 in termini di competenze, le Indicazioni sono en-
trate in vigore nella forma attuale con il decreto ministeriale n. 258 del 2012 e costituiscono un testo
di riferimento univoco per tutte le scuole dalla primaria alla secondaria di primo grado in un’ottica
di continuità ed unitarietà del curricolo.
24 Luisa Amenta

Ciò anche attraverso la capacità di applicare «tecniche di supporto alla


comprensione (quali, ad esempio, sottolineare, annotare informazioni, costrui-
re mappe e schemi ecc.)» (Indicazioni 2012: 32).
In questa prospettiva, per il segmento della scuola primaria, risultano cen-
trali l’attenzione al lessico e alle attività ad esso connesse e l’importanza del
ruolo delle domande per favorire la comprensione, attraverso un allenamento
a ‘smontare’ il testo per trovare le informazioni ricercate.
Inoltre, in un’ottica di unitarietà del curricolo, gli obiettivi di apprendi-
mento che vengono indicati al termine della classe terza della scuola seconda-
ria di primo grado prevedono una più complessa articolazione sia in riferi-
mento alla modalità di lettura (ad alta voce vs. silenziosa) che alle strategie di
lettura (selettiva, orientativa e analitica) ma soprattutto i processi di compren-
sione vengono analizzati in relazione alle differenti tipologie testuali (testi
espositivi, descrittivi, argomentativi, narrativi), offrendo una serie di spunti
che, se presi seriamente in considerazione, possono senz’altro dare un buon
contributo per sviluppare le competenze relative alla comprensione:
– Ricavare informazioni esplicite e implicite da testi espositivi, per documentarsi
su un argomento specifico o per realizzare scopi pratici.
– Comprendere testi descrittivi, individuando gli elementi della descrizione, la
loro collocazione nello spazio e il punto di vista dell’osservatore.
– Leggere semplici testi argomentativi e individuare tesi centrale e argomenti a
sostegno, valutandone la pertinenza e la validità.
– Leggere testi letterari di vario tipo e forma (racconti, novelle, romanzi, poesie,
commedie) individuando tema principale e intenzioni comunicative dell’auto-
re; personaggi, loro caratteristiche, ruoli, relazioni e motivazione delle loro
azioni; ambientazione spaziale e temporale; genere di appartenenza. Formulare
in collaborazione con i compagni ipotesi interpretative fondate sul testo. (Indi-
cazioni 2012: 34)

In relazione alle varie tipologie di testi si fa anche esplicitamente riferimen-


to al fatto che gli apprendenti lettori devono essere in grado di ricavare dai testi
espositivi «le informazioni implicite», attivando meccanismi inferenziali, e nei
testi letterari «individuare le intenzioni comunicative dell’autore», dunque an-
che in questo caso andare oltre al testo a partire da ciò che è presente nel testo.
Per quanto riguarda l’espansione del lessico ricettivo e produttivo, alla fi-
ne del primo ciclo dell’istruzione si prevede che gli studenti sappiano com-
prendere e usare non solo le parole dell’intero vocabolario di base, sia nelle
diverse accezioni che in senso figurato, ma anche i termini specialistici di base
afferenti alle diverse discipline. Si fa riferimento alla possibilità di usare le pro-
prie capacità di riflessione metalinguistica, relativamente ad esempio ai mec-
canismi di formazione delle parole, per comprendere le parole non note all’in-
terno di un testo e a confrontarsi con una varietà di testi.
Capire (e farsi capire) a scuola 25

Quanto sin qui esposto, sicuramente ci permette di osservare l’attenzione


che nelle Indicazioni viene rivolta ai processi di comprensione e come si pre-
veda che questa si sviluppi lungo tutto l’arco del primo ciclo, affinando sem-
pre di più sia le competenze lessicali che inferenziali degli alunni.
Ancora, le Indicazioni forniscono spunti per approfondire il legame tra ar-
ricchimento del proprio patrimonio lessicale e sviluppo della comprensione,
anche attraverso la riflessione sulla forma della parole che può dare indizi sul
significato. E offrono un richiamo forte alla necessità di un confronto con una
pluralità di testi, attraverso compiti che vadano anche al di là della mera com-
prensione letterale, dal momento che richiedono di ricavare dal testo le infor-
mazioni che servono per interpretarlo, scegliendo opportunamente le più op-
portune strategie di lettura, non ultima quella finalizzata allo studio delle di-
scipline.
Inoltre, viene ribadita l’importanza della comprensione in relazione all’e-
sercizio della propria cittadinanza attiva, per cui ‘saper leggere’ equivale a sa-
per usare i testi scritti per intervenire attivamente nella società.
Indubbiamente gli insegnanti, grazie alle Indicazioni, relativamente al tema
della lettura e della comprensione, dispongono di una ricca cornice di riferi-
mento entro cui si collocano i traguardi di apprendimento che possono varia-
mente adattare, relativamente alla tipologia di testi, al tipo di attività da fare
svolgere, in base agli alunni e alla situazione del gruppo classe, etc.
Questo percorso trova un riscontro in un sistema di valutazione che, con
una scansione regolare, chiede che gli studenti delle seconde e delle quinte
della scuola primaria e quelli di terza della scuola secondaria di primo grado
verifichino, con un test unificato a livello nazionale, le loro competenze di let-
tura e di comprensione dei testi 6.
Nella parte del Quadro di riferimento della prova di italiano (Invalsi 2013:
3), relativa ai presupposti teorici e agli obiettivi delle prove, si chiarisce come
la «padronanza linguistica» sia una delle competenze che deve sviluppare la
scuola di base e come essa consista «nel possesso ben strutturato di una lingua
assieme alla capacità di servirsene per vari scopi comunicativi». In particolare,
tra le competenze che afferiscono alla padronanza linguistica rientra anche la
lettura intesa come «comprendere e interpretare testi scritti di vario tipo e re-

6
L’INVALSI (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e forma-
zione) prevede una verifica degli apprendimenti sia di Italiano che di Matematica e, da quest’anno,
della prima lingua comunitaria al terzo anno della scuola secondaria di primo grado. Nel Quadro di
riferimento della prova di Italiano sono contenuti i presupposti teorici e gli obiettivi delle prove di
Italiano anche relativamente alla valutazione delle «competenze sottese alla comprensione della let-
tura» in modo da rendere «trasparente l’impostazione della prova» e favorire «la successiva analisi e
interpretazione dei risultati da parte delle scuole e dei docenti» (Quadro 2013: 3). In questa sede non
si intende assolutamente entrare nel merito delle prove ma ci si limiterà ad evidenziare gli aspetti re-
lativi al tema che stiamo affrontando.
26 Luisa Amenta

lativi a diversi contesti». Questa competenza, insieme a quella grammaticale,


viene sottoposta a verifica nei test INVALSI, focalizzando l’attenzione su
«comprensione, interpretazione, riflessione e valutazione del testo scritto,
avente a oggetto un’ampia gamma di testi letterari e non letterari».
Ciò è possibile a partire dal ruolo che viene riconosciuto alla lettura, dal
momento che, con riferimento a Pontecorvo e Pontecorvo (1986: 190): «L’a-
bilità di lettura è stata, ed è tuttora, considerata la base essenziale per il suc-
cesso scolastico tanto che spesso l’istruzione elementare ruota, si può dire, tut-
ta intorno a questo obiettivo».
Nel Quadro si esplicita come la cornice teorica in cui viene considerata la
competenza di lettura sia quella degli approcci cognitivi che vedono la com-
prensione come un processo interattivo che nasce dall’incontro tra il dato te-
stuale con le conoscenze e le aspettative del lettore. D’altra parte, questa idea
di lettura e di comprensione è quella che sta anche alla base delle indagini in-
ternazionali sulla lettura OCSE-PISA, in cui si sottolinea come nella lettura
intervengano una serie di competenze cognitive e metacognitive, legate alla
capacità di selezionare di volta in volta le strategie più appropriate per la com-
prensione dei testi (cfr. Quadro 2013: 5). Si attivano, dunque, quell’insieme di
abilità anche di natura non linguistica che permettono, come sottolineava De
Mauro (1999: 28), di collegare e di formulare ipotesi.
Inoltre, viene messo in evidenza come la competenza di lettura si evolva
sviluppandosi progressivamente nel corso degli anni di scolarizzazione e come
questa sia un processo complesso a cui sono sottese competenze diverse: prag-
matico-testuali, lessicali, grammaticali.
Proprio la competenza pragmatico-testuale è legata alla capacità inferen-
ziale e a quell’«andirivieni» dal testo alle proprie conoscenze, individuato co-
me momento costitutivo per la comprensione, poiché «per comprendere, in-
terpretare e valutare un testo il lettore deve essere in grado di individuare spe-
cifiche informazioni, ricostruire il senso globale e il significato di singole parti,
cogliere l’intenzione comunicativa dell’autore, lo scopo del testo e il genere
cui esso appartiene» (Quadro 2013: 6). In questa prospettiva, saper operare
inferenze, ossia ricavare informazioni esplicite da contenuti impliciti, può av-
venire soltanto laddove il lettore sappia mettere in relazione le conoscenze con
le altre informazioni che vengono dal testo o con le sue conoscenze pregresse.
Analogamente, la competenza lessicale, intesa anche come capacità di in-
terpretare le parole nuove che si possono incontrare in un testo, sarà agevolata
per quei lettori che dispongono di un articolato lessico attivo.
Ciò appare in linea con quanto espresso nelle Indicazioni circa l’importanza
di un arricchimento lessicale, come strategia che può permettere al lettore di en-
trare nella dimensione corale della comprensione, individuata già da De Mauro
(2002a) nella possibilità di entrare in relazione con il «coro della lingua», ossia
con un dizionario, con le altre voci costituite dall’insieme delle parole già note.
Capire (e farsi capire) a scuola 27

Infine, vengono elencate le diverse modalità di lettura (esplorativa, selet-


tiva, estensiva ed intensiva) mettendo in evidenza l’importanza non solo del-
l’insegnamento di queste ma anche dello sviluppo di una competenza meta-
cognitiva che permette al lettore di scegliere la modalità di lettura più adatta
ai propri scopi di lettura.
Sulla base di questi presupposti teorici, nella seconda parte del Quadro so-
no descritte le modalità con cui si valuta la competenza di lettura. La struttura
prevede una pluralità di testi con una serie di domande che mirano a verifi-
carne la comprensione. Il ruolo delle domande, dunque, non è strumentale al-
la comprensione e ne guida il percorso ma è il mezzo attraverso cui si valuta
la comprensione in quanto tale.
Inoltre, vengono esplicitamente richiamati i vari aspetti di cui si compone
la comprensione e che comportano che le varie tipologie di domande a corre-
do dei testi possano essere classificate in base ai vari aspetti che indagano:
1. Comprendere il significato, letterale e figurato, di parole ed espressioni e ricono-
scere le relazioni tra parole.
2. Individuare informazioni date esplicitamente nel testo.
3. Fare un’inferenza diretta, ricavando un’informazione implicita da una o più
informazioni date nel testo e/o tratte dall’enciclopedia personale del lettore.
4. Cogliere le relazioni di coesione e di coerenza testuale (organizzazione logica en-
tro e oltre la frase).
5. Ricostruire il significato di una parte più o meno estesa del testo, integrando più
informazioni e concetti, anche formulando inferenze complesse.
6. Ricostruire il significato globale del testo, integrando più informazioni e concetti,
anche formulando inferenze complesse.
7. Sviluppare un’interpretazione del testo, a partire dal suo contenuto e/o dalla sua
forma, andando al di là di una comprensione letterale.
8. Riflettere sul testo e valutarne il contenuto e/o la forma alla luce delle conoscen-
ze ed esperienze personali. (Quadro 2013: 11-13)

A tal fine, nel Quadro si elencano anche alcuni ‘compiti’ che possono es-
sere utili per lavorare con il testo per favorire i vari aspetti della comprensione
quali, ad esempio, ricostruire attraverso indizi testuali il significato di parole
o espressioni, individuare i lessemi che si riferiscono ad un determinato cam-
po semantico, cercare informazioni nel testo per un scopo specifico, fare infe-
renze relative a dove si svolge la storia o alle caratteristiche di un personaggio
a partire da un suo comportamento, lavorare sul significato e la funzione dei
connettivi frasali e testuali e dei segni di interpunzione, sintetizzare un testo,
riconoscere la successione temporale degli eventi, etc.
Si può osservare, pertanto, come il Quadro unisca l’esplicitazione sia della
prospettiva teorica che sta alla base del processo di comprensione – con recu-
peri anche di aspetti del pensiero demauriano sul tema, soprattutto per quan-
to concerne l’attenzione al lessico e al mettere in dialogo le conoscenze testua-
28 Luisa Amenta

li con quelle pregresse – sia esemplificazioni operative di come si possano svi-


luppare strategie di comprensione.
L’analisi di questi documenti ci ha, dunque, permesso di cogliere una in-
dubbia attenzione al processo della comprensione, alla centralità del lessico e di
adeguate strategie di lettura e una continuità con quanto espresso da De Mauro
circa l’importanza di entrare in dialogo con una molteplicità e varietà di testi.

3. Gli esiti della comprensione in classe

A questo punto sembra lecito chiedersi se effettivamente i risultati delle


prove INVALSI, relativamente ai quesiti sulla comprensione, confermino l’ac-
quisizione nelle classi di quanto viene programmaticamente enunciato nei do-
cumenti di riferimento che abbiamo esaminato.
Tali esiti vengono descritti accorpati per le classi campione nel Rapporto
dei Risultati della Rilevazione Nazionale degli Apprendimenti che esce con ca-
denza annuale e contiene un’analisi dettagliata per tutto il territorio nazionale 7.
Dal Rapporto 2016-2017 si evince come nelle classi della seconda primaria:
nella prova di Italiano, due sole macro-aree, il Nord-Ovest e il Sud e Isole, regi-
strano un punteggio medio che si differenzia dalla media italiana in maniera sta-
tisticamente significativa, in positivo per quanto riguarda la prima e in negativo
per quanto riguarda la seconda. Osservando gli andamenti all’interno delle ma-
cro-aree, è possibile osservare che, tra le regioni delle due macro-aree settentrio-
nali, la Lombardia è l’unica ad avere un punteggio statisticamente superiore alla
media dell’Italia. (Rapporto 2017: 29)

I dati interpretati alla luce della variazione diatopica mostrano come sol-
tanto la macro-area del Nord-Ovest sia l’unica in cui si registri un punteggio
medio superiore alla media italiana mentre i punteggi per il Sud e il Sud e Iso-
le risultano significativamente inferiori alla media italiana. Questa difformità
territoriale nei risultati con picchi in positivo e in negativo che riproducono
l’asimmetria anche economica e sociale tra Nord e Sud induce a ritenere che
le condizioni in cui si trovano ad operare insegnanti e alunni continuano ad
essere difformi al punto da condizionare l’apprendimento. Da ciò si evince
come una valutazione nazionale che non tenga in adeguato conto le condizio-
ni di partenza sia destinata a fotografare soltanto le asimmetrie esistenti senza
contribuire a offrire spunti per superarle.
Relativamente alle tipologie delle prove, si osserva che gli alunni di secon-
da primaria hanno incontrato minori difficoltà nel rispondere alle domande

7
I risultati vengono poi restituiti alle singole scuole in modo da costituire un momento di ri-
flessione per i docenti.
Capire (e farsi capire) a scuola 29

di comprensione della lettura del testo narrativo rispetto agli esercizi lingui-
stici proposti nella seconda parte della prova; mentre in quinta primaria, le
domande della prova di Italiano risultate più difficili sono state quelle relative
alla comprensione del testo espositivo, seguite dalle domande di grammatica
e infine da quelle di comprensione del testo narrativo (cfr. Rapporto 2017: 37).
Analogamente anche i risultati della III secondaria di I grado permettono
di notare come vi sia una differenza considerevole di risultati tra Nord-Ovest,
per cui si registra un punteggio medio superiore alla media italiana statistica-
mente significativo, e le due macro-aree del Sud e in particolare del Sud e Iso-
le i cui punteggi sono significativamente inferiore alla media italiana.
Relativamente alle sezioni della prova si conferma, in linea con quanto
emerso per la scuola primaria, che la più difficile risultata quella di gramma-
tica. Analogamente, per ciò che concerne le tipologie testuali, la comprensio-
ne del testo narrativo è risultata più facile della comprensione del testo espo-
sitivo – argomentativo (cfr. Rapporto 2017: 43).
Altre due considerazioni vanno fatte a seguito della lettura dei risultati delle
prove INVALSI: a livello nazionale i maschi ottengono un punteggio più basso
delle femmine nella prova di Italiano e un punteggio più alto nella prova di Ma-
tematica e la qualità dell’ambiente familiare incide sui livelli di apprendimento
degli alunni e in generale sul loro successo a scuola (cfr. Rapporto 2017: 70).
Specialmente quest’ultimo dato ci sembra significativo perché sembra
confermare come ancora oggi, a distanza di cinquant’anni dalla Lettera a una
professoressa e a quarant’anni dalle Dieci Tesi per un’educazione linguistica de-
mocratica, la scuola non riesce a intervenire in modo significativo per superare
le differenze in ingresso degli alunni e soprattutto ‘i Pierini’ rimangono sem-
pre più avvantaggiati, perché nell’attivare le strategie di comprensione e le
competenze di tipo inferenziale possono indubbiamente far affidamento su un
più ricco bagaglio di conoscenze pregresse che viene dal background familiare.
In questo senso sembra ci sia ancora molto da fare sulla strada del dare a tutti
il «possesso della lingua» che De Mauro individuava come uno degli obiettivi
costanti che deve avere una scuola dell’obbligo (cfr. Ferreri-Guerriero 1998),
dal momento che in merito, se da una parte una didattica sbagliata può cri-
stallizzare le disuguaglianze sino a farle diventare svantaggio incolmabile, una
didattica consapevole può trasformare le diversità in fattori di arricchimento
(cfr. De Mauro 1996).
In questa direzione, un’indagine sul campo condotta in una scuola secon-
daria di primo grado della provincia di Palermo ci ha permesso di avere un
piccolo spunto per un’analisi qualitativa 8.

8
Il periodo di osservazione si è svolto da ottobre alle fine di gennaio dell’a.s. 2016-2017 nelle
sei sezioni delle classi III di una scuola secondaria di primo grado. Il campione comprendeva 99
alunni parimenti distribuiti tra maschi e femmine.
30 Luisa Amenta

In primo luogo, il raffronto tra le varie tipologie di prove ha sostanzial-


mente confermato quello che era emerso a livello nazionale, ossia che gli stu-
denti hanno avuto più difficoltà nello svolgimento delle prove di grammatica
rispetto a quelle della comprensione dei testi. Per le prime, infatti, si sono re-
gistrate percentuali di risposte corrette pari al 35% mentre per la parte rela-
tiva alla comprensione del testo, la percentuale di risposte corrette è stata in-
torno al 58%.
È interessante notare come in relazione ai vari aspetti della comprensione
le percentuali cambino anche in modo considerevole: si va dal 41% di rispo-
ste esatte per l’aspetto della comprensione relativo alla ricostruzione del signi-
ficato attraverso la formulazione di inferenze complesse al 76% relativo al co-
gliere le relazioni di coesione e coerenza testuale.
Anche le differenti tipologie testuali hanno condizionato in qualche modo
i risultati, dal momento che il primo testo somministrato di tipo narrativo ha
permesso di registrare un 72% di risposte corrette, che potrebbero dipendere
anche dal fatto che le risposte ai quesiti erano direttamente desumibili dal te-
sto in modo puntuale e in precisi segmenti testuali senza bisogno di attivare
processi inferenziali, mentre nel caso del testo di tipo espositivo-argomentati-
vo la percentuale di risposte corrette è scesa al 47%, dal momento che si sono
riscontrate difficoltà sia nell’individuazione del significato di termini speciali-
stici sia soprattutto perché erano presenti molti più quesiti che richiedevano
di ricorrere a conoscenze pregresse o attivare inferenze a partire da informa-
zioni presenti nel testo.
Ciò costituisce un’ulteriore riprova del fatto che bisogna lavorare con varie
tipologie testuali che permettano anche di sviluppare processi inferenziali.
A partire da questi dati, nelle classi in cui si è realizzata la sperimentazio-
ne, si è svolto un percorso per far acquisire agli studenti una maggiore consa-
pevolezza dei loro processi di comprensione.
In primo luogo, si è avviata una discussione sul cosa significhi compren-
dere e dalla maggior parte degli studenti è stato messo a fuoco come il proces-
so di comprensione sia strettamente legato alle modalità di lettura, perché
proprio a partire da questa si possono ricavare dal testo tutta una serie di
informazioni utili per capire.
A partire da queste considerazioni legate alle diverse strategie di lettura si
è passati a «spezzettare» la comprensione nei suoi vari aspetti e a far riflettere
e a far esercitare gli alunni su ognuno di essi preso separatamente, in modo da
far acquisire ai ragazzi la consapevolezza delle strategie che di volta in volta
venivano attivate per rispondere ai vari quesiti.
In particolare, dato che erano state riscontrate difficoltà nella ricostruzio-
ne del significato globale del testo, integrando più informazioni e andando ol-
tre la comprensione letterale, si sono avviate una serie di attività volte ad in-
tervenire specificatamente su questo aspetto, abituando i lettori a rintracciare
Capire (e farsi capire) a scuola 31

nel testo le informazioni che potevano guidare nella formulazione del signifi-
cato globale attraverso l’identificazione di parole-chiave, di interventi sul testo
con sottolineature e con uno smontaggio del testo funzionale alle comprensio-
ne, secondo quanto esplicitato nelle Indicazioni (2012: 32) relativamente alle
«tecniche di supporto alla comprensione».
Un ruolo centrale in questo percorso è stata l’attenzione al lessico sia nel-
la ricostruzione dei significati delle parole attraverso il cotesto sia attraver-
so l’attenzione alla morfologia della parole, per attivare una riflessione meta-
linguistica che potesse agevolare la comprensione del significato del singolo
lessema.
Si è potuto osservare come spesso gli studenti nel processo di lettura non
sembravano abituati a rileggere porzioni di testo che potevano essere signifi-
cative per rintracciare, di volta in volta, le informazioni utili per comprende-
re, modificando anche la propria strategia di lettura in funzione degli scopi
per cui leggevano. La mancanza di rilettura comportava anche una tentazio-
ne ad abdicare al compito della comprensione alla prima difficoltà, proprio
per l’incapacità di dialogare con il testo stesso, o a fermarsi alla prima infor-
mazione rintracciata nel testo senza valutarne attentamente l’adeguatezza ri-
spetto al quesito.
In questa prospettiva, è assolutamente fondamentale che la scuola abitui
a diventare lettori consapevoli, che sappiano usare consapevolmente le pro-
prie strategie di lettura, come primo passo per interagire in modo costruttivo
e attivo con il testo.

Conclusioni

Da quanto sin qui esposto, in primo luogo, risulta evidente come le prove
INVALSI relative alla comprensione potrebbero essere l’ennesima occasione
mancata a scuola e ciò soprattutto se tutto il lavoro da svolgere durante l’anno
nelle classi si riduce ad una somministrazione di prove fac-simile per ‘allenar-
si’ in vista del test nazionale, senza svolgere una adeguata riflessione sulla
comprensione dei suoi vari aspetti, a causa di un’ansia da prestazione in vista
della valutazione. In proposito, si condivide pienamente quanto sostenuto da
Bertocchi (2010: 245) circa l’importanza che la preparazione per il test IN-
VALSI non si riduca al «far compilare decine di questionari più o meno mec-
canici» ma si realizzi lasciando liberi gli alunni di dialogare con il testo, for-
mulando e argomentando le proprie ipotesi di comprensione.
D’altra parte, come abbiamo osservato, il Quadro in linea con le Indicazio-
ni presenta tutta una serie di spunti sulla comprensione che sono sicuramente
frutto di quanto in questi anni, grazie anche all’apporto di altre discipline,
quali la psicologia cognitiva, si è andato via via mettendo a fuoco, non ultimo
32 Luisa Amenta

il fatto di considerare la comprensione come un’attività complessa che può es-


sere scomposta in vari aspetti tutti parimenti da prendere in considerazione e
su cui esercitarsi con percorsi mirati.
L’idea della comprensione come un processo che vede l’interazione tra ciò
che è presente nel testo con quella «coralità di voci», che fa parte delle cono-
scenze pregresse del lettore, è sicuramente un punto di partenza per qualsiasi
intervento sul – e nel – testo da cui bisogna partire per agevolare lo sviluppo
della competenza inferenziale. È innegabile che proprio le enormi difformità
nelle condizioni di partenza degli alunni rispetto a questo aspetto fanno sì che
le prove INVALSI finiscano con il ratificare ciò che si sa già, ossia che la scuo-
la, senza interventi adeguati che offrano a tutti gli alunni gli strumenti più ido-
nei per instaurare un dialogo proficuo con i testi, non fa che acuire le diffe-
renze tra chi ha già questi strumenti e chi non li possiede.
In questa prospettiva, l’attenzione al lessico resta di primaria importanza,
perché soltanto attraverso il «possesso della lingua» gli alunni potranno in-
crementare via via le loro conoscenze lessicali essendo guidati nella compren-
sione del significato anche di una parola sconosciuta dalle spie semantiche of-
ferte dal contesto e dalla forma stessa della parola. Pertanto, proprio a parti-
re dalla considerazione dei patrimoni lessicali di ogni alunno, è assolutamen-
te necessario proporre tutta una serie di attività che permettano l’acquisizio-
ne di nuove competenze lessicali anche in relazione ai lessici specialistici delle
discipline.
Per far ciò, è sicuramente necessario proporre e lavorare con una pluralità
di testi, differenziati sia per scopi comunicativi che per registri usati, in modo
da poter stimolare varie strategie di letture, non ultima la «lettura per lo stu-
dio», finalizzate alla comprensione di tali diverse tipologie. Soltanto attraverso
l’interpretazione di una pluralità di testi tra di loro differenti si può imparare
a formulare ipotesi che aiutino nella comprensione di altri testi.
Questo percorso di formulazione di domande al testo alla ricerca di infor-
mazioni via via diverse è ciò che permette di acquisire una maggiore autono-
mia e consapevolezza nella lettura e non solo.
Infatti, per concludere con le parole di De Mauro (1999: IX), prendere
consapevolezza delle difficoltà del comprendere ha anche per i cittadini di do-
mani un risvolto ‘etico’ che coinvolge tutta la comunicazione linguistica in
quanto tale:
Agli occhi di un osservatore superficiale, sottolineare il carattere permanente del-
le difficoltà e della problematicità che incontriamo a ogni passo nell’ascoltare e
nel leggere potrebbe fare da alibi per tutti coloro che non si curano di esercitare
ogni sforzo per parlare e scrivere con tutta la possibile chiarezza consentita all’ar-
gomento e richiesta dagli interlocutori cui si rivolgono. Ma non è così. Mostrare
(cominciare a mostrare) analiticamente «di che lacrime gronda e di che sangue»
ogni atto di comprensione linguistica è, come vedremo, la base migliore per un’e-
Capire (e farsi capire) a scuola 33

tica della comunicazione linguistica che elegga a suo principio regolativo quello
che la comunicazione linguistica sia appunto degna del suo nome: un modo, il
più diffuso e primordiale e umano dei modi, per mettere in comune i sensi, le
esperienze che ci è dato di cogliere nella nostra vita.

Università di Palermo LUISA AMENTA

BIBLIOGRAFIA

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34 Luisa Amenta

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ANALFABETI NELL’ITALIA DI IERI E DI OGGI.
DATI, MODELLI, PERSONE, PAROLE:
LA LEZIONE DI TULLIO DE MAURO

Ho sempre cercato di non allevare linguisti pu-


ri, ma linguisti contaminati, corrotti dall’impe-
gno educativo nella scuola e nella società.
(Tullio De Mauro)

1. Premessa: Tullio De Mauro “fondamentalista scolastico”

Tullio De Mauro in tutto quanto il suo percorso intellettuale ed umano è


stato, per sua stessa definizione, un “fondamentalista scolastico”. Egli si autocol-
locava infatti, insieme ad Ascoli e a Manzoni, a Gramsci, a Freinet e Vygotskij,
e a tanti altri, nella categoria di chi è convinto che «la parità linguistica e cul-
turale, e dunque una democrazia sostanziale, una società la conquista solo se
sa darsi un sistema scolastico che garantisca le pari opportunità e un cammino
eguale a tutte e tutti. Arrivarono loro, arriviamo noi per vie diverse a questa
stessa conclusione: éducation d’abord. Lingua materna, matematica, geografia
dei popoli, storia, grandi lingue straniere per tutte e tutti. Il resto, per citare il
Vangelo, “vi sarà dato in appresso”: il resto, cioè una società non solo con ele-
zioni periodiche, ma autenticamente democratica, di cittadine e cittadini libe-
ri, capaci di intendere e di volere, di scegliere a ragioni vedute»1.
Dell’ampia gamma di ragionamenti, aree di ricerca e di impegno nei quali
si è concretizzata in Tullio De Mauro la scelta di porre l’educazione come
punto di partenza di ogni processo democratico, prenderò qui in esame un

1
La citazione è tratta dal sito htpp://osp.provincia.pisa.it/primo_piano.asp?ID_PrimoPiano=970
(29 gennaio 2011).
36 Mari D’Agostino

solo tema, per quanto centrale e ricorrente nella sua enorme produzione
scientifica e nel suo impegno civico. Chi sono gli analfabeti? Come individuar-
li? Cosa significa alfabetizzazione? La prospettiva è quella di fare dialogare le
riflessioni demauriane con temi dell’oggi, una prospettiva chiaramente propo-
sta da Franco Lo Piparo nella lettera con cui invitava a contribuire a questo
numero del “Bollettino” del Centro di studi filologici e linguistici siciliani del-
la quale riportiamo qui di seguito un ampio stralcio:
Riceviamo in eredità un enorme patrimonio di idee e di ricerche. Ma anche di
suggestioni e spunti che attendono di essere metabolizzati e adeguatamente ela-
borati.
Un’eredità può essere amministrata in due modi possibili. Farne un oggetto di
culto difendendola da tutto ciò che ci sembra estraneo. Il rischio che si corre è di
trasformare il patrimonio ereditato in oggetto sacro. Oppure dialogare con esso,
farne il punto di partenza per proseguire la ricerca con lo stesso spirito critico di
chi ha costruito l’edifico che ci è stato consegnato. Con la speranza magari di ri-
petere l’esperienza del nano che, collocato sulle spalle del gigante, vede qualcosa
che il gigante non poteva vedere.

2. Alfabetizzati vs analfabeti: i Censimenti italiani, l’Unesco e la Storia lingui-


stica dell’Italia Unita

2.1. Chi è analfabeta?

La distinzione fra un individuo alfabetizzato e uno non alfabetizzato è, in


apparenza, cosa assai semplice. In realtà si tratta di nozioni assai complesse le-
gate a tradizioni culturali e linguistiche diverse e che continuamente vengono
ridefinite in rapporto a una serie di cambiamenti sociali, ai risultati della ricer-
ca scientifica, alle scelte delle grandi istituzioni internazionali. I modelli di co-
struzione dei dati sono, come sempre, cruciali nella individuazione dell’ogget-
to della ricerca, nel nostro caso l’individuazione di chi è alfabetizzato vs chi è
analfabeta e, dunque, in cosa consista il processo di alfabetizzazione. Tullio
De Mauro si è occupato di questa serie di questioni durante tutto l’arco della
sua vita insegnandoci a leggere la complessità dei fenomeni relativi alla realtà
italiana in stretto rapporto con quanto sul piano della ricerca internazionale si
andava sia via acquisendo. Spostando progressivamente il punto di vista, ma
sempre restando ancorato al suo modo di procedere dove alla costruzione dei
dati indispensabili per analizzare il fenomeno concorrono sia elementi quan-
titativi che qualitativi, letti in stretta connessione l’uno con l’altro, e dove la
storia della Scuola e dei programmi scolastici, la qualità della formazione dei
docenti, i risultati raggiunti sul piano delle competenze, si legano sempre in
un intreccio virtuoso.
Analfabeti nell’Italia di ieri e di oggi 37

La Storia linguistica dell’Italia Unita (prima edizione 1963, citeremo qui


dall’edizione del 2011), è costruita in buona parte, come ben sappiamo, sul
rapporto fra alfabetizzazione e apprendimento dell’italiano a partire dalla con-
statazione che:
quando nel 1861 venne compiuto il primo censimento della popolazione del nuo-
vo regno, oltre il 78% della popolazione italiana risultò analfabeta (…). Al mo-
mento dell’unificazione, dunque, la popolazione italiana era quasi per l’80% pri-
va della possibilità di venire a contatto con l’uso scritto dell’italiano, ossia, per la
già rammentata assenza dell’uso orale, dell’italiano senza altra specificazione (De
Mauro 2011: 37).

Questa assunzione è punto di avvio di tutto quanto il ragionamento di


De Mauro che, per prima cosa, analizza più in profondità le categorie che
verranno utilizzate. La semplice opposizione analfabeta vs non analfabeta si
complica così immediatamente e nello stesso tempo si sostanzia di attribu-
ti fondamentali. Subito dopo avere ricordato le cifre dell’analfabetismo secon-
do il Censimento del 1861, De Mauro si preoccupa di introdurre una classi-
ficazione più articolata e complessa del rapporto con la lettura e scrittura ne-
gli anni dell’Unificazione (e in generale) che riesca ad andare alla sostanza del-
le cose.
Di seguito riporto il capoverso che segue quello prima citato; in esso Tul-
lio De Mauro ritorna sui numeri censuari introducendo nuove categorie di
analisi.
Coloro cui toccava nel 1861 la qualifica di non analfabeti erano lontani in genere
da un possesso reale della capacità di leggere e scrivere: purtroppo solo a partire
dal 1951 i censimenti italiani hanno distinto nella massa di coloro che hanno
qualche dimestichezza con l’alfabeto “i semianalfabeti” e gli “alfabeti” a pieno ti-
tolo. Nel 1951, in una situazione culturale notevolmente progredita rispetto agli
anni dell’unificazione, i semianalfabeti erano circa un quarto dei non analfabeti:
è impossibile determinare in modo positivo quanti fossero i semianalfabeti nel
1861. Tuttavia è forse possibile qualche congettura per distinguere nella mas-
sa dei non analfabeti coloro che sapevano soltanto compilare uno stampato e scri-
vere (o meglio “disegnare”) la propria firma, senza avere quindi alcun reale con-
tatto con la lingua scritta, e coloro che invece sapevano correntemente leggere e
scrivere, e potevano quindi conoscere e possedere l’italiano: a questa distinzio-
ne si può giungere considerando la questione dell’efficienza delle istituzioni sco-
lastiche (ibidem).

Come si evince dal testo a una semplice opposizione bipolare si sostituisce


immediatamente una triplice partizione e la necessità di definire con più pre-
cisione il reale rapporto con lettura e scrittura che compete alle diverse tipo-
logie di parlanti, in stretta connessione con le effettive pratiche scolastiche dei
decenni pre e post unitari.
38 Mari D’Agostino

Schematizzando, e utilizzando anche alcune osservazioni presenti nella no-


ta al testo sopra citato, il quadro proposto da Tullio De Mauro è il seguente:

Analfabeti Non analfabeti 1 Non analfabeti 2


persone del tutto incapaci semianalfabeti cioè «colo- pienamente alfabeti cioè
sia di leggere che di scrive- ro che sapevano soltanto persone in possesso reale
re cioè analfabeti assoluti compilare uno stampato e della capacità di leggere e
scrivere (o meglio “dise- scrivere
gnare”) la propria firma,
senza avere quindi alcun
reale contatto con la lin-
gua scritta» oppure perso-
ne che sapevano leggere
senza sapere scrivere
Tav. 1 - Classificazione delle diverse tipologie di persone, rispetto alla alfabetizzazione, de-
ducibili da De Mauro 2011.

La classificazione tripartita di De Mauro non corrisponde alla definizione


adottata dall’Unesco nel 1958 per designare la dicotomia literate/illiterate.
Nella sezione del Convegno tenutosi a Parigi nel 1958 dedicata a “Recommen-
dation concerning the International Standardization of Educational Statistics”
troviamo infatti la seguente definizione:
a) A person is literate who can, with understanding, both read and write a short
simple statement on his (her) everyday life.
b) A person is illiterate who cannot, with understanding, both read and write a
short simple statement on his (her) everyday life. (Unesco 1959: 91).

Interessante è anche riportare quanto viene segnalato nella stessa sezione


del convegno in merito alla costruzione di statistiche standardizzate per l’al-
fabetizzazione, cioè il fatto che la percentuale di literates/illiterates deve essere
calcolata sulla popolazione dai 10 anni in su («The population aged 10 years
and over should be classified first into two groups: literates and illiterates»,
ibidem) che risponde sì o no a una singola domanda posta durante il censi-
mento o in una indagine sulle famiglie del tipo «Do you know how to read
and write?» 2.

2
Unesco (1959: 91) segnala che questo è solo uno dei metodi per individuare le due diverse ca-
tegorie di soggetti alfabeti vs soggetti analfabeti: «To determine the number of literates and illitera-
tes, any of the following methods could be used:
(a) Ask a question or questions pertinent to the definitions given above, in a complete census
or sample survey of the population.
(b) Use a standardized test of literacy in a special survey. This method could be used to verify
data obtained by other means or to correct bias in other returns.
Analfabeti nell’Italia di ieri e di oggi 39

In linea di massima la definizione dell’Unesco individua come alfabetizza-


ti quanti per De Mauro sono alfabeti a pieno titolo («both read and write a
short simple statement on his (her) everyday life», ibidem) cioè quelli che nella
Tav. 1 abbiamo collocato nella categoria “Non analfabeti 2”.

2.2. I Censimenti italiani: le schede di rilevazione

Nel primo Censimento della popolazione italiana, quello del 1861, a cui
Tullio De Mauro fa continuo riferimento nella Storia linguistica e che è bene
tornare a guardare da vicino, troviamo un elemento interessante. La scheda di
raccolta dei dati (riportata nella Tav. 2) 3 distingue infatti due capacità diverse:
il sapere leggere da una parte e il sapere scrivere dall’altra (e nelle istruzioni
per la somministrazione si ribadisce «Rispondere sì o no per ognuna delle due
colonnine dell’istruzione»).

Tav. 2 - Scheda di raccolta dei dati. Censimento del 1861.

La possibilità, per nulla infrequente, che vi potessero essere risposte di-


sgiunte, è ben visibile dalla Tavola 3 che riporta una scheda compilata (vedi
nota 3) cioè quella della famiglia Lupi. Matteo Lupi, Capofamiglia, di profes-
sione mercante, sa leggere ma non sa scrivere e quindi risponde Sì alla prima
domanda e No alla seconda. Interessanti sono anche i dati del resto della fa-
miglia; mentre la moglie (Lupi Maria) non sa né leggere né scrivere, i figli (ri-
spettivamente di 18 e 15 anni, l’uno soldato e l’altro studente) sanno leggere
e scrivere, così come il fratello (di 22 anni, marinaio). Significativo è infine il

(c) When none of the above is possible, prepare estimates based on.
(d) Special censuses or sample surveys on the extent of school enrolment.
(e) Regular school statistics in relation to demographic data.
(f ) Data on educational attainment of the population».
3
Le schede dei Censimenti sono riportate nel numero monografico degli Annali di Statistica
(1959, anno 88, serie VIII, vol. 8) dedicato ai modelli di rilevazione dei Censimenti dal 1861 al 1956.
In tale rivista sono presentati anche dei questionari compilati.
40 Mari D’Agostino

dato del secondo membro della famiglia Panizza Stefano, un bambino di 3


mesi “A balia” di cui viene segnalato che non sa né leggere né scrivere che ci
mostra con tutta evidenza il fatto che in quel Censimento i dati relativi all’al-
fabetizzazione venivano raccolti sull’intera popolazione 4.

Tav. 3 - Scheda compilata. Censimento del 1861.

Il modello di scheda di rilevazione rimane sostanzialmente identico, per


questo aspetto, anche nei Censimenti del 1871 e del 18815. Nel Censimento
del 1901 il quesito viene ridotto a uno solo: “Sa leggere / Non sa leggere”. E
lo stesso rimane nei Censimenti del 1911, 1921, 19316.

Tav. 4 - Scheda di raccolta dei dati. Censimento del 1901.

4
Seppure nel Censimento del 1861 il dato relativo all’alfabetizzazione sia stato raccolto sul to-
tale della popolazione, fin da subito sono stati resi pubblici i dati per fasce di età rendendo quindi
possibile lo scorporamento dalla classe degli analfabeti dei bambini non in età scolare.
5
Nel 1891 il Censimento non si svolse per ragioni legate alla finanza pubblica.
6
Nelle istruzioni alla compilazione del questionario del censimento del 1921 si legge ad esem-
pio: «Quesito IX. - Istruzione. - Questo quesito mira ad accertare quanti sappiano leggere, senza ri-
cercare se essi sappiano anche scrivere. Al quesito, il censito deve rispondere semplicemente con un
sì od un no».
Analfabeti nell’Italia di ieri e di oggi 41

La indicazione separata delle due diverse abilità “sa leggere” / “sa scrivere”
ricompare di nuovo nel Censimento del 19517, accanto al dato sul titolo di
studio conseguito, rilevato con una casella a campo libero (vedi Tav. 5).

Tav. 5 - Scheda di rilevazione dei dati. Censimento del 1951.

2.3. I Censimenti italiani: l’organizzazione dei dati

I Censimenti si differenziano non solo per la modalità di raccolta che ab-


biamo succintamente ricordato sopra (modello delle schede, istruzioni per la
raccolta del dato, etc.) ma anche per la costruzione delle variabili (si è visto
come importanti cambiamenti siano intervenuti sulla età a partire dalla quale
rilevare i dati sull’alfabetizzazione) e la presentazione dei dati.
Pur essendo uguali le schede del 1861, 1871 e 1881 (con le due domande
separate “sanno leggere”/“sanno scrivere”) solo nella presentazione dei dati
del primo e del terzo Censimento le tabelle distinguono tre realtà diverse
(“sanno leggere e scrivere”, “sanno leggere soltanto”, “analfabeti”)8.
La tabella riassuntiva dei dati del Censimento del 1861 (vedi Tab. 1)9, ad
esempio, è costruita prendendo in considerazione le variabili genere (maschi/
femmine), età (0-5 anni) (dai 5 in su), e le risposte date ai due diversi quesiti
“sanno scrivere” “sanno leggere” accorpati in questa maniera:

7
Nel 1941 il Censimento non si svolse per la guerra. In occasione del “piccolo censimento”, nel
1936, il dato non venne raccolto.
8
Il dato di chi “sa soltanto scrivere” non viene mai riportato. Si tratta effettivamente di una
condizione quasi impossibile da realizzarsi se si intende con il sapere scrivere altro dall’apporre la so-
la firma.
9
Per comodità presento i dati con la percentuale a 100 e non a 1000 come è nel testo originario
(Maic, DirStat. 1865).
42 Mari D’Agostino

a. risponde sì solo alla domanda “sa leggere?” → “sa leggere”;


b. risponde sì a entrambe le domande → “sa leggere e scrivere”;
c. risponde no a entrambe le domande → “analfabeta”.

MASCHI FEMMINE I DUE SESSI ASSIEME


su 100 su 100 su 100
Totale Maschi Totale Femmine Totale Abitanti

SANNO da 0 a 5 anni 4.338 0,290 3.438 0,235 7.776 0,263


LEGGERE 5 anni e più 380.055 4,053 505.607 5,370 885.662 4,707

SANNO da 0 a 5 anni 3.313 0,222 2.453 0,167 5.766 0,195


LEGGERE
5 anni e più 2.620.292 27,67 1.258.187 13,264 3.878.479 20,611
E SCRIVERE

da 0 a 5 anni 1.486.913 99,488 1.459.236 99,598 2.946.149 99,542


ANALFABETI
5 anni e più 6.402.325 68,080 7.651.177 81,266 14.053.502 74,682

10.897.236 10.880.098 21.777.334

Tab. 1 - Dati relativi all’alfabetizzazione; variabili sesso ed età. Censimento del 1861.

La fascia di età di chi ha meno di 5 anni, realmente poco interessante per


l’esiguità di quanti risultavano già in grado di leggere (0,263%), e ancor meno
di leggere e scrivere (0,195%), pur tuttavia viene computata anche nei Censi-
menti successi. Ad esempio, nella relazione che presenta i risultati del Censi-
mento del 1871 il confronto con quelli di 10 anni prima viene effettuato sul
totale della popolazione (e non al totale della popolazione in età scolare): «Al-
la fine del 1871 si contavano 19.553.792 analfabeti sul totale della popolazione
di 26.801.154 abitanti. Dieci anni avanti la cifra degli analfabeti erasi trovata
di 16.999.701 sopra 21.777.334 abitanti» (Maic, DirStat. 1875: 37).
Al di là delle oscillazioni sull’età a partire della quale viene calcolato il nu-
mero degli analfabeti 10 quello che ci interessa è che i 16.999.701 abitanti anal-
fabeti al 1986, a cui ci si riferisce qui sopra, comprendono sia quanti rispon-
devano no a entrambe le domande (c) sia quanti rispondevano sì solo alla do-
manda “sa leggere?” (a).
La Tabella 2 presenta di nuovo i dati del 1861 eliminando la fascia 0-5 an-
ni e segnalando come è calcolata la percentuale degli analfabeti (79,389%) a
cui fa rifermento anche De Mauro (in realtà la percentuale ricavata diretta-

10
A partire dal censimento del 1921 alla domanda sulla capacità di lettura rispondeva solo chi
avesse compiuto i 6 anni. Nella relazione finale al censimento del 1931 si legge che “L’indagine è sta-
ta limitata ai censiti di età superiore ai 6 anni, ed è stato convenuto di ritenere alfabeti anche gli iscrit-
ti alla prima classe elementare”.
Analfabeti nell’Italia di ieri e di oggi 43

mente dalla fonte è poco più alta rispetto al 78% riportato nella Storia lingui-
stica e citato anche in questo articolo al paragrafo 2).

Numeri assoluti %

Sanno leggere e scrivere 3.878.479 20,611


(Alfabeti)

Sanno solo leggere 885.602 4,707 Analfabeti


N. assoluti = 14.939.104
Non sanno né leggere né scrivere 14.053.502 74,682 % = 79,389
Totale della popolazione 18.817.643
dai 5 anni in su
Tab. 2 - Dati relativi all’alfabetizzazione (popolazione dai 5 anni in su). Censimento del
1861.

I dati censuari del 1861 ci mostrano una realtà di grande interesse cioè la
consistenza della classe di coloro che sapevano solamente leggere nel 1861
(4,707%). Se guardiamo più in profondità all’interno di questa categoria sco-
priamo che chi sa leggere ma non sa scrivere appartiene a particolari tipolo-
gie di persone. Sono soprattutto le donne 11 che vivono in piccoli centri e in
campagna e che hanno più di 19 anni. Guardando la Tab. 3 si rileva infatti
che nei centri piccoli e in campagna il numero delle donne sopra i 19 anni che
sanno solo leggere è più della metà di quante sanno sia leggere che scrivere
(vedi Tab. 3).

Totale assoluto Sanno leggere e scrivere Sanno solo leggere Analfabete


4.705.714 462.323 262.772 3.980.619
Tab. 3 - Donne dai 19 anni in su che vivono nei centri piccoli e in campagna. Confronto
fra dati assoluti relativi all’alfabetizzazione.

Per comprendere questa complessa e articolata realtà dove evidentemente


ancora i processi di alfabetizzazione potevano avvenire per alcune fasce della
popolazione al di fuori dell’apprendimento scolastico (dove lettura e scrittura
avvenivano contemporaneamente), è forse utile ricordare quanto ci è stato in-
segnato sui processi di alfabetizzazione del XVIII secolo:

11
Il tasso di analfabetismo femminile è assai più alto di quello maschile nel primo Censimento
e pur diminuendo di 39 punti percentuali, passando dall’81% al 42% del 1911, lo scarto fra i generi
rimane invariato. Per alcune considerazioni su donne e alfabetizzazione in Italia si vedano Roggero
2001 e Marchesini 1989.
44 Mari D’Agostino

Per venire a capo di una incontrollabile pluralità di situazioni mutevoli nel tempo
e nello spazio, per segnare altresì l’alterità, il distacco netto rispetto al mondo
contemporaneo è forse opportuno muovere da una definizione in negativo: in
questa fase l’alfabetizzazione non deve essere ricondotta o identificata con la sco-
larizzazione; né può considerarsi legata o limitata alla sola realtà infantile. Non
possiamo infatti dimenticare che la scuola non rappresentava una tappa obbliga-
ta, ma soltanto una delle strade possibili di formazione. Per molti ragazzi e so-
prattutto per le fanciulle di un’Italia in larga parte rurale si trattava di apprendere
ancora il mestiere dei genitori sotto la loro guida e al loro fianco. […] Un altro
luogo comune è però necessario sfatare fin dall’inizio. La triade “leggere, scrivere
e far di conto” – che oggi si tende a considerare inscindibile – costituisce di fatto
una configurazione storica complessa, che si compose e si consolidò gradualmen-
te nel corso del tempo. (Roggero 1999: 25-26).

Non è questa la sede per esplorare alcune piste di lettura dei dati di quanti
sapevano solamente leggere, che ovviamente può essere indagato solo relati-
vamente ai Censimenti nei quali viene raccolto e presentato questo segmento
della popolazione separatamente da quanti non sanno né leggere né scrivere.
Ciò che ci interessa qui sottolineare è la complessità, anche in termini pura-
mente quantitativi, della rilevazione di quanti erano (e come vedremo più sot-
to, ancor di più sono oggi) analfabeti e di come i dati censuari possono essere
ancora una volta un punto di partenza prezioso, così come ci ha insegnato
Tullio De Mauro.
Sulla base di alcuni degli elementi su cui abbiamo fin qui ragionato cer-
cheremo ora di analizzare la situazione odierna.

3. Gli analfabeti nell’Italia di oggi

Il nostro punto di partenza è ancora una volta Tullio De Mauro che pur
ragionando assai spesso di “analfabetismo funzionale” non smette di focaliz-
zare l’attenzione sulla realtà di chi non sa leggere e scrivere. Ricordiamo a
questo proposito che una decina di anni dopo avere scritto la Storia linguistica
dell’Italia Unita, gli analfabeti tornano in primo piano nel suo documentario
Parlare, leggere, scrivere (realizzato per Rai 3 nel 1973 insieme a Umberto Eco
e Piero Nelli). La prima puntata si apre infatti con le indimenticabili immagini
degli immigrati meridionali che arrivano alla stazione centrale di Milano total-
mente analfabeti e incapaci di parlare e capire l’italiano 12. Il quadro teorico ri-
mane costantemente rivolto a collocare insieme alfabetizzazione e diritti sociali
e linguistici:

La realtà dell’analfabetismo in una grande città come Palermo alla fine degli anni ’60 è stata
12

ampiamente documentata da Harrison e Callari Galli 1971.


Analfabeti nell’Italia di ieri e di oggi 45

La lotta per l’alfabeto non ha successo fuori di una complessiva politica di rico-
noscimento dei diritti linguistici, di promozione di tutte le potenzialità linguisti-
che […] e fuori di una complessiva politica di promozione e liberazione delle ca-
pacità culturali e critiche di tutte le persone che, insieme, fanno la disprezzata
massa (De Mauro 1986: 27).

In anni più recenti in una Conversazione alla Scuola Mauri per Librai, a
Venezia, nel gennaio del 2006 Tullio De Mauro si domandava13:
Ma ci sono gli analfabeti? Ci sono ancora? E dove? Stupore se se ne parla. Gior-
nalisti assalgono Avveduto (n.d.t. Saverio Avveduto, in quegli anni presidente
dell’Unione nazionale per la lotta contro l’analfabetismo) assalgono me, quando
ne parliamo, chiedendoci un po’ aggressivamente: “ma dove stanno gli analfabe-
ti?” E aggiungono: “Io non ne vedo mai nessuno”.
Un magistrato di Firenze, Silvia Garibotti, li vede, se ne accorge e lo ha detto al
convegno di Firenze Dalla legge alla legalità. Un percorso fatto anche di parole,
il 13 gennaio scorso. Ci ha raccontato dei molti casi in cui i testimoni non sono in
grado di leggere la formula di rito sul dir la verità e di quanti, leggendola, arrivati
alla “mia deposizione” restano smarriti (pensano a Gesù Cristo deposto dalla cro-
ce o, i più colti, a qualche sovrano) e lei deve aiutarli e anzi, ci ha detto, ha deciso
di lasciare da parte la sacra formula e di suggerire di dire, come diremmo io e voi,
qualcosa come “Dirò la verità e so che potrò essere punito se dico il falso”. Ma
questo magistrato è eccezionale. Altri, magistrati e non, degli analfabeti non si ac-
corgono o non si preoccupano.
Come si dice dei trucchi, l’analfabetismo c’è ma non si vede. E, naturalmente,
non si vede specie se non lo si vuole vedere e far vedere.

E ancora sempre nella stessa occasione:


In un mondo in cui dalle etichette degli alimentari ai cartelli stradali o elettorali
tutto è filtrato attraverso testi scritti o, se orali, di grande complessità, come soprav-
vive chi è tagliato fuori dal leggere, scrivere e capire un grafico, una percentuale?
Varrebbe la pena esplorare la situazione anche psicologica di chi si trova incapsu-
lato in questo strato. Varrebbe la pena tentare una “ricerca ombra”, come quelle
che in Italia e USA, e proprio in materia di scuola, ha condotto Marianella Sclavi:
seguire come un’ombra qualche analfabeta, ricostruirne la psicologia, il buio di
informazioni e però anche le sovrane abilità compensative che sviluppa per vivere
a Francoforte, New York o Milano.

Gli analfabeti certo bisogna cercarli e volerli trovare. Ormai più di ven-
ti anni fa io li ho incontrati fra le persone che si rivolgevano alle sezioni di
alfabetizzazione dei corsi sperimentali di licenzia media della città di Paler-

13
L’intervista è consultabile sul sito di Annamaria Testa alla pagina https://nuovoeutile.it/
istruzione-tullio-de-mauro-se-un-mattino-di-primavera-un-governante/
46 Mari D’Agostino

mo. Lì ho raccolto alcune testimonianze di come si vive dentro una città per-
meata di scrittura non decifrandone i segni e cosa cambia nel momento in cui
una persona adulta acquista la dimensione scritta del linguaggio (cfr. D’Ago-
stino 1996). Una fra queste testimonianze è quella di Giuseppe, un vendito-
re ambulante completamente analfabeta (incapace anche di mettere la pro-
pria firma), che a trentadue anni decide di uscire da quella che ha sempre sen-
tito come una gravissima menomazione e si iscrive così a un corso di alfabe-
tizzazione.
Mi sono messo in testa “ma io ê imparari a llièggiri e scrivri”. Era brutto guardare
certe cose che come figura erano bellissime però quelle scritte, quelle vocali che
c’erano scritte, non saperle comporre era bruttissimo. Mi sentivo come avere le
gambe, avere le mani, avere la testa per potere ragionare però senza potere guar-
dare. Gli occhi li avevo per potere guardare però guardavo ma non vedevo nien-
te, per me le cose che vedevo erano ombre, tutto.
[A scuola] eravamo otto ragazzi, fra donne e ragazzi, a metà anno siamo rimasti
in cinque. In un mese, non sono stati più di trentacinque giorni mi sono imparato
a leggere. Ho riacquistato la vista, come ho imparato a leggere e scrivere. Sono
stato il primo della classe che mi sono imparato a leggere e scrivere. È stato faci-
lissimo, è stata una cosa meravigliosa. Il professore è stato di un aiuto magnifico,
non c’era mai un momento che era agitato, lavorava sempre con il sorriso in boc-
ca, lui mi faceva componere le lettere a poco a poco “ra” “re”, mi ricordo ancora
queste lettere. Prima mi ho imparato l’alfabetario, io neanche sapevo dire la “i”,
io non la conoscevo. In un mese ho fatto un dettato, divisioni, numeri. In tanti
anni senza sapere leggere né scrivere e poi…
Quando mi sono imparato a leggere e scrivere io a casa ci arrivavo sempre verso
le nove e mezzo, le dieci. Mi passava tutta la serata andare a leggere tutti i mani-
festi che non ho potuto mai leggere in vita mia, tutti. Al cinema, in tutti i cinema
andavo a vedere tutti i manifesti e leggere tutti. (…) Quello era il mio passatem-
po, ho recuperato quello che non ho mai potuto leggere in passato, infatti io con
mia moglie sera per sera avevo discussioni, lei si immaginava che io andavo a fare
una scaminata, a fare cose abbastanza curiose, invece non era questo era soltanto
che io mi sono sentito rinascere. Guardavo la mia città.
Imparandomi a leggere mi sono sentito un’altra persona ho capito meglio la vita.

Sensazioni molto simili sono quelle che ha raccontato Aicha, una ragazza
marocchina di 16 anni. Al suo paese aveva frequentato solo per pochi mesi la
scuola, ed era arrivata a Palermo al seguito di un padre venditore di tappeti,
analfabeta come lei. Aicha dopo due anni di smarrimento e di angoscia dei
luoghi e delle persone si presenta spontaneamente a una scuola vicino casa.
Spiega così il suo bisogno di scrittura:
Questo voglio: leggere strade, via, giornale per lavoro. Non so leggere. Una volta
sono stata lontano, c’era signora, non ho visto strada sono stata di mattina alli set-
ti, alla sera alle otto. Ho preso l’auto, da una parte io lasciato, sono aspettata tan-
to. Passata mia amica portata qui a casa mia. Io non andata più lavoro.
Analfabeti nell’Italia di ieri e di oggi 47

Per strada guardo, visto questo, visto quello, ricordo dove passato, questo io co-
nosco strade. Vedo niente, vedo disegni belli, nelle strade, solo vedere, leggi nien-
te. Sono arrabbiata dentro perché io voi leggere, voi scrivere, voi fare tutto.

Il “vedo niente” è la consapevolezza di un rapporto labile e precario con


uno spazio di cui non possiede la chiave principale di accesso: la lingua scritta.
E allora con Tullio De Mauro cerchiamo di vedere se ci sono ancora uo-
mini e donne, ragazze e ragazzi come Giuseppe e Aicha nell’Italia di oggi
guardando in primo luogo ancora ai dati censuari, e in particolare a quelli più
recenti. Nella Tab. 4 riportiamo i dati dei Censimenti dal 1951 fino al 2011 re-
lativi a “analfabeti” e “alfabeti privi di titolo di studio”, categoria, questa,
strettamente contigua alla prima.

ANNO ANALFABETI ALFABETI SENZA TITOLO DI STUDIO


Migliaia % Migliaia %

1951 5.456 12,9 7.582 17,9


1961 3.797 8,3 15.598 34,2
1971 2.547 5,2 13.240 27,1
1981 1.608 3,1 9.548 18,2
1991 1.145 2,1 6.533 12,2
2001 783 1,5 5.199 9,7
2011 596 1,1 4.321 7,7
Tab. 4 - Analfabeti e alfabeti senza titolo di studio. Serie dei Censimenti dal 1951 al 2011.

Se scorporiamo i dati per aree geografiche vediamo un fatto interessante:


nel Censimento del 2011 gli analfabeti sono in regressione anche decisa al
Centro, al Sud e nelle Isole, ma sostanzialmente stabili nell’Italia del Nord Est
e del Nord Ovest, là dove più alta è la quota di popolazione straniera. Che sia
questo il segmento della popolazione a cui guardare per cercare oggi uomini,
donne, ragazzi analfabeti viene confermato analizzando i dati della sola popo-
lazione straniera di una qualsiasi Regione. Da essi emerge chiaramente la de-
cisa concentrazione di “analfabeti” e “alfabeti senza titolo di studio” nella
quota di immigrati, in particolare africani ed asiatici. Vedi la Tab. 5 che ripor-
ta i dati del 2011 della Regione Toscana relativi alla popolazione straniera re-
sidente. Fra la popolazione proveniente dai paesi africani la percentuale di
analfabeti è del 6,6% e quanti non hanno alcun titolo di studio sono il 16,6%;
si tratta di numeri significativi.
Guardando oltre il Censimento del 2011, e rivolgendo l’attenzione ai nuo-
vi flussi migratori di questi ultimissimi anni, scopriamo un elemento di grande
importanza cioè che in una situazione di sovrabbondanza di informazioni
48 Mari D’Agostino

Grado di istruzione
Analfabeta Alfabeta Licenza Licenza Diploma Diploma Titoli
privo di scuola di scuola di scuola terziario universitari
di titolo elementare media secondaria non
di studio inferiore superiore universitario
o di del vecchio
avviamento ordinamento
professionale e diplomi
Provenienza A.F.A.M.

Europa 0,5 7,6 8,4 33,7 38,2 0,7 10,9


Paesi Ue 27 0,2 5,3 6,5 25,9 47,9 0,9 13,2
Europa 0,8 9,9 10,2 41,8 28,5 0,5 8,3
centro-
orientale
Altri 0,2 3,1 5,2 18,0 46,2 4,6 22,6
paesi europei
Africa 6,6 16,6 16,2 33,3 19,8 0,2 7,4
Asia 3,2 11,9 13,7 40,9 20,7 0,5 9,0
America 0,5 7,7 9,6 33,3 32,6 0,9 15,4
Oceania 0,4 3,5 7,8 14,3 32,2 6,1 35,7
Apolide 9,1 11,4 15,9 31,8 22,7 — 9,1
Totale 1,9 9,7 10,6 35,1 31,9 0,6 10,4
stranieri

Tab. 5 - Popolazione straniera residente di 6 anni e più per grado di istruzione e prove-
nienza. Toscana. Dati del Censimento del 2011.

quantitative e di monitoraggio continuo dei flussi da parte di una serie di


agenzie nazionali e internazionali, i modelli di raccolta dei dati sono largamen-
te insufficienti e forse poco attenti alla decifrazione delle nuove realtà. Manca
ad oggi una anagrafe dei livelli di alfabetizzazione, di scolarizzazione e delle
lingue di chi sta arrivando in questi ultimi anni per mare. Gli unici dati forniti
dal Viminale (e anche da molte delle agenzie internazionali) si riferiscono ad
età, sesso, nazione di arrivo. Quelli più recenti indicano come nazioni di par-
tenza, nell’ordine, Nigeria, Eritrea, Sudan, Gambia, Costa d’Avorio, Guinea,
Somalia, Mali, Senegal, Bangladesh, Egitto, Ghana, Etiopia, Marocco. Si trat-
ta dunque per la stragrande maggioranza di persone, uomini, donne, ragazzi,
bambini, provenienti dall’Africa subsahariana che hanno alle spalle un lungo
viaggio, effettuato con i mezzi più disparati, attraverso l’Africa, di cui la tra-
versata del Mediterraneo è solo l’ultima tappa. Anche in assenza di dati più
Analfabeti nell’Italia di ieri e di oggi 49

precisi raccolti all’arrivo in Italia possiamo comunque individuare alcune ca-


ratteristiche dei nuovi migranti: la prima è quella di provenire da aree del
mondo contrassegnate da una altissima concentrazione di diversità linguistica.
Nessuno Stato dell’Africa nera è caratterizzato dalla presenza di comunità lin-
guistiche monolingui. Questo interessa anche il singolo parlante che spesso
padroneggia quattro o cinque lingue e le utilizza quotidianamente all’interno
di contesti e situazioni comunicative differenti. Sono realtà dove lingue locali,
lingue veicolari, lingue ufficiali sono compresenti, con livelli di competenza
assai diversificati, anche nello stesso individuo. Ogni adulto parla almeno la
lingua della madre, in molti casi la lingua del padre se esso fa parte di un di-
verso gruppo etnico, e il linguaggio veicolare utilizzato per comunicare con i
villaggi vicini. I linguaggi coloniali hanno generalmente status di lingue uffi-
ciali e soprattutto fra la popolazione più colta sono appresi come L2. Questo
repertorio così articolato si arricchisce nel corso dell’esistenza di altre lingue
in rapporto alla mobilità individuale e alle esperienze migratorie.
Insieme all’altissimo grado di plurilinguismo individuale e comunitario un
secondo elemento caratterizza molte delle realtà di partenza dei migranti che
stanno arrivando via mare: l’estrema disomogeneità del sistema scolastico che,
specie nelle aree rurali e distanti dalle grandi città, è spesso assai carente. Se-
condo stime dell’Unesco, ad esempio, dei circa 30.000 milioni di bambini che
dovrebbero frequentare la scuola elementare in Nigeria più di 8.7 milioni ne
sono esclusi e solo un terzo di chi ha accesso alla scuola elementare prosegue
nel grado più alto dell’istruzione. In queste realtà, spesso ancora assai lontane
da forme di scolarizzazione realmente di massa, si sono inseriti recenti pesanti
situazioni di conflitto, come quelle che stanno investendo il Nord della Nige-
ria ad opera delle milizie di Boko Haram, che tengono lontano dalla scuola
più di un milione di bambini. In generale il tasso di alfabetizzazione dei gio-
vani nei paesi dell’Africa subsahariana rimane mediamente del 70%, con forti
differenze fra ragazzi (76%) e ragazze (65%). Va inoltre tenuto presente il da-
to della grande disomogeneità nella qualità dell’istruzione, spesso assai distan-
te da standard minimi che garantiscano almeno la piena alfabetizzazione. Un
ultimo elemento da sottolineare è la crescente diffusione, specie in alcune
aree, di scuole coraniche (madrasse), anch’esse una realtà assai variegata, nella
quale comunque la memorizzazione del testo sacro è primaria rispetto alla sua
“lettura”. Si tratta, non di rado, più che di reale decifrazione, di riconosci-
mento del testo, scritto per altro in arabo, una lingua straniera per paesi come
Senegal, Gambia, Mali, Mauritania, dove questo tipo di scuole è diffuso. In
questi casi la frequenza scolastica, anche per più anni, non equivale a una pie-
na (e a volte neppure parziale) alfabetizzazione. In tali realtà scolarizzazione
e alfabetizzazione non si equivalgono e la triade “leggere scrivere far di conto”
è ancora non del tutto saldata. Molte diverse realtà sono presenti accanto al-
l’analfabetismo assoluto e alla piena alfabetizzazione: riconoscimento delle let-
50 Mari D’Agostino

tere (in alfabeto latino o altro alfabeto), capacità di apporre la firma, lenta de-
cifrazione di alcune parole, etc.
La configurazione dei diversi profili dei migranti in arrivo, sui quali come
si è detto non abbiamo alcun dato complessivo, è una informazione indispen-
sabile per la costruzione di politiche educative e scolastiche rivolte alla loro
inclusione.
Alcune elementi di conoscenza, seppure ancora assai poco precisi, stanno
giungendo da scandagli esterni alle aule scolastiche. Il Rapporto Annuale
SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) del 2016
(chiuso ad aprile del 2017 e on line il 27 giugno), redatto a cura del servizio
centrale SPRAR, segnala, ad esempio, che dei 19.263 frequentanti corsi di lin-
gua italiana ben 4.569 (cioè quasi il 25%) sono stati inseriti in corsi di pre-al-
fabetizzazione, una etichetta attribuita a corsi nei quali insieme alla lingua ita-
liana vi è un percorso di apprendimento della lettura e scrittura.
Dati significativi, e che vanno nella stessa direzione, provengono da uno
studio commissionato da UNICEF e realizzato da REACH (rapporto del giu-
gno 2017)14. Su un campione statisticamente rappresentativo composto da
570 minori stranieri non accompagnati (msna)15 (per la stragrande maggioran-
za maschi fra i 15 e i 17 anni) sbarcati in Sicilia nel 2016, il 13% dichiara di non
saper per nulla leggere, il 29% poco e il 58% di sapere leggere fluentemente;
per la capacità di scrittura il 14% dichiara di non sapere scrivere per nulla, il
32% così così e il 54% di sapere scrivere fluentemente. Tali numeri sono per-
fettamente in linea, per altro, con la realtà scolastica del paese di provenienza
come possiamo vedere dalla Tab. 6. In essa sono confrontati i dati percentuali
sulla alfabetizzazione dei msna giunti in Sicilia nel 2016 dalla Guinea, dal Gam-
bia e dalla Nigeria (aree dalle quali i flussi sono stati assai consistenti), con il da-
to dei bambini non inseriti nel sistema scolastico nelle nazioni di provenienza16.

14
Nel rapporto si specifica che «REACH è un’iniziativa congiunta di due organizzazioni non
governative internazionali, IMPACT Initiatives e ACTED, e di un programma per l’acquisizione e
l’analisi delle immagini satellitari, UNOSAT, dell’agenzia delle Nazioni Unite UNITAR. REACH
contribuisce allo sviluppo di strumenti di raccolta e analisi dei dati, e di prodotti d’informazione, de-
stinati a migliorare la capacità decisionale degli attori umanitari, e della cooperazione allo sviluppo,
in contesti di emergenza, ricostruzione post-emergenza e sviluppo. Ogni attività di REACH è realiz-
zata nel quadro di meccanismi ufficiali di coordinamento umanitario e con un approccio mirato alla
creazione di partenariati tra diverse agenzie e organizzazioni attive sul territorio» (cfr. sito www.reach
- initiative.org).
15
Vengono definiti “minori stranieri non accompagnati” (msna), i «minori stranieri, presenti
nel territorio dello Stato, non aventi cittadinanza italiana o di altri Stati dell’unione europea che, non
avendo presentato domanda di asilo, si trovano in Italia, privi di assistenza e di rappresentanza da
parte di genitori o di adulti per loro legalmente responsabili». Il 92% dei minori arrivati in Italia nel
2016 sono msna (cfr. UNHCR, UNICEF and IOM, Refugee and migrant children – including unac-
companied and separated children – in Europe, April 2017).
16
Sono qui riportati i dati UNICEF (aggiornati 2017) relativi a “Education: Out-of-school rate
for children of primary school age – Percentage” (cfr. htpps://data.unicef.org).
Analfabeti nell’Italia di ieri e di oggi 51

Come si vede in tutti e tre i Paesi circa un terzo dei bambini sono esclusi dal
sistema dell’istruzione.

Msna arrivati in Sicilia nel 2016


Non sanno Sanno Non sanno Sanno Bambini
leggere leggere poco scrivere scrivere poco che non vanno
a scuola
Guinea 14 35 21 37 40
Gambia 15 36 14 37 34
Nigeria 16 33 17 26 32

Tab. 6 - Msna arrivati in Sicilia nel 2016 per livelli di alfabetizzazione confrontati con
bambini fuori dal sistema scolastico nei paesi di provenienza (dati percentuali).

A quanto fin qui segnalato è utile aggiungere un altro dato ricavato questa
volta da test di lettura e scrittura. Su 570 migranti dai 16 ai 30 anni che hanno
chiesto l’accesso ai corsi della Scuola di Lingua italiana per Stranieri dell’Ate-
neo di Palermo 17 dal giugno all’ottobre del 2017, per l’ottanta per cento arri-
vati in Italia via mare con i nuovi flussi migratori, poco più di un quarto risul-
tavano al test (quindi non secondo autodichiarazione) pochissimo o per nulla
alfabetizzati, cioè incapaci di leggere e/o scrivere parole isolate o frasi elemen-
tari in un qualsiasi sistema di scrittura 18. Se controlliamo gli anni di scolariz-
zazione dichiarata troviamo che 74 indicano di non essere mai andati a scuola
né nel loro paese né in Italia, molti segnalano 1 o 2 anni, mentre un gruppo
non esiguo segnala una scolarizzazione significativa (fino a 5 anni) 19.
Interessante è anche la situazione opposta, cioè la presenza di migranti
pienamente alfabetizzati che dichiarano nessuna o bassissima frequenza sco-
lastica. Dei 360 migranti risultati pienamente alfabetizzati al test di ingresso
una decina dichiarano di non avere frequentato percorsi scolastici né al loro
Paese né in Italia.

17
Su questa realtà che ha accolto nei propri corsi più di 2000 msna negli ultimi anni e che ha
sviluppato un programma specifico per l’apprendimento della lettura e scrittura insieme alla lingua
italiana si veda Amoruso, D’Agostino, Jaralla 2015 e il sito www.pontidiparole.com
18
Il test è predisposto per essere somministrato nelle lingue materne dei migranti (arabo, bam-
bara, bangla, francese, inglese, spagnolo, mandinka, wolof, pular) e verifica le competenze di letto-
scrittura, oltre che in alfabeto latino e arabo, anche in alfabeto bengali e tamil.
19
Non è stata considerata fra gli anni di scolarizzazione la frequenza alla scuola coranica. Pochi,
comunque, dichiarano esplicitamente la frequenza di tale scuole al momento dei test probabilmente
per paura di essere segnalati come “fondamentalisti islamici”, come ci è stato confessato più volte.
In fase successiva, durante i corsi e nelle interviste effettuate a percorsi formativi conclusi, la frequen-
za per uno o più anni alle madrasse appare invece generalizzata, specie per i ragazzi provenienti da
alcune aree come il Gambia.
52 Mari D’Agostino

4. La scuola per adulti nell’Italia di oggi: vietata a chi non sa leggere e scrivere

Alla domanda di Tullio De Mauro: “Ma ci sono gli analfabeti? Ci sono


ancora? E dove?” possiamo quindi dare una prima risposta. Se vogliamo tro-
vare giovani ed adulti scarsamente o per nulla alfabetizzati dobbiamo cercarli
soprattutto all’interno dei “nuovi italiani” e in particolari di quanti stanno
giungendo con i nuovi flussi migratori che hanno investito l’Italia e l’Europa
negli ultimi anni e che provengono in gran parte dall’Africa (in particolare
subsahariana). Inoltre è importante utilizzare con una certa cautela i dati re-
lativi agli anni di scolarizzazione che hanno bisogno di verifiche sulle abilità
effettivamente possedute. In particolare per misurare il livello di alfabetizza-
zione è utile costruire dei test nelle lingue madri che siano capaci di indagare
lettura e scrittura (oltre a “fare di conto”) separatamente.
Possiamo quindi affermare con Tullio De Mauro che “l’analfabetismo c’è
ma non si vede”. A questa conclusione deve fare seguito però una nuova do-
manda: “Con quali strumenti le istituzioni scolastiche affrontano il tema del-
l’analfabetismo e del semianalfabetismo di giovani ed adulti migranti?”.
Purtroppo la risposta a questa domanda è disarmante. Proprio negli anni
in cui il tema dell’apprendimento della lettura e scrittura in età giovanile ed
adulta ricomincia ad essere pressante, la menzione degli utenti con bassa o
nulla capacità di lettura e scrittura è scomparsa dal percorso formativo dedi-
cato alla istruzione degli adulti (i vecchi Centri territoriali Permanenti, CTP;
dal 2014/2015 Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti, CPIA). L’uten-
te analfabeta non è infatti previsto nel quadro normativo che istituisce i CPIA
(DPR 29 ottobre 2012, n. 263 e CM 36 n. 1001 del 10/04/2014).
Proprio nella direzione di modificare tale assetto normativo nel settembre
del 2013 è stata avviata una petizione, Analfabetismo: paralisi e cura per l’Ita-
lia, promossa da Paola Casi e primo firmatario Tullio De Mauro. Nell’appello,
rivolto alle allora Ministre Maria Chiara Carrozza (MIUR) e Cècile Kyeng (In-
tegrazione), si segnala come:
Il DPR 4.10.2012 considera come primo gradino dell’istruzione degli adulti l’ot-
tenimento della licenza media, ignorando quasi completamente il percorso di al-
fabetizzazione che la deve precedere. Tutti saremmo scandalizzati se per i nostri
figli improvvisamente lo Stato decidesse di non offrire più nulla tra i 6 e i 14 anni
se non un corso di un unico anno funzionale all’ottenimento della licenza media.
Eppure per gli adulti è così: per chi non ha le competenze alfabetiche e numeriche
di base è previsto un percorso formativo del tutto insufficiente. La seconda situa-
zione riguarda l’ottenimento del livello A2 di conoscenza della lingua italiana, che
costituisce la soglia obbligatoria per il soggiorno di un migrante. Nelle nuove linee
guida per i CPIA non vi è alcun riferimento alla situazione di partenza degli stu-
denti: sono indicate 200 ore sia per il plurilaureato che per l’analfabeta, e sappiamo
bene che “non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra diseguali.
Analfabeti nell’Italia di ieri e di oggi 53

Nonostante questo autorevole appello, nonostante i dati che provengono


da fonti esterne al sistema dell’istruzione, e nonostante le tante esperienze svolte
nelle classi dei CPIA di tutta Italia in cui sono presenti alunni poco o nulla al-
fabetizzati, a quasi 5 anni di distanza la situazione non sembra essere mutata 20.
Le circolari che ogni hanno regolano le iscrizioni ai corsi dei CPIA (l’ulti-
ma del 4 marzo del 2017 valida per l’anno scolastico 2017/2018) non hanno
mutato se non di pochissimo l’assetto iniziale continuando a prevedere solo
20 ore per chi è privo delle competenze necessarie per seguire il corso di “al-
fabetizzazione e apprendimento della lingua italiana” (su questa terminologia
si veda il paragrafo 5) 21. In perfetta continuità con le scelte operate nel mo-
mento di istituzione dei CPIA, e contestate da tanti docenti e linguistici, il si-
stema predisposto dal MIUR per la costruzione della Anagrafe Scolastica de-
gli iscritti al CPIA, realizzato per la prima volta per as. 2017/2018, non preve-
de la presenza di percorsi inferiori al livello A1. Il sistema scolastico italiano
che dovrebbe essere in prima linea nel “vedere gli analfabeti” nega che i suoi
percorsi formativi possano essere rivolti a soggetti che hanno bisogno non so-
lo di apprendimento della lingua italiana di base (come sono i corsi A1) ma
anche di abilità di lettura e scrittura.
Molti altri elementi potrebbero essere aggiunti al quadro sconfortante qui
delineato in cui approssimazione e incompetenze si sono sommate e si stanno
ancora sommando. Tutti vanno nella direzione di un mancato intreccio fra ri-
cerca scientifica in ambito nazionale e internazionale, pratica didattica, e livel-
lo istituzionale.
Su questo ultimo punto mi sembra utile, sempre utilizzando come punto
di riferimento i lavori di De Mauro, proporre un ulteriore elemento di rifles-
sione che ha a che fare con l’uso delle parole. Una delle aree in cui l’intreccio

20
La presenza di utenti a scarsa e scarsissima alfabetizzazione è prevista ora nelle Linee guida
per la progettazione dei Piani regionali per la formazione civico linguistica dei cittadini di Paesi terzi fi-
nanziati a valere sul FAMI - OS 2 - ON 2 - Azioni formative specifiche - percorsi sperimentali - Tra-
smissione protocollo di sperimentazione (nota MIUR 2303.2016, prot. N. 3298). In tale ambito è
previsto un percorso pre-A1 che contiene un massimo di 25 ore per attività di alfabetizzazione. Gli
“Obiettivi di alfabetizzazione pre-A1 sono così declinati: Comprendere l’idea di frase e iniziare a
comprendere l’idea di testo • Utilizzare le convenzioni di scrittura e di punteggiatura, pur con errori
• Orientarsi nell’oggetto-libro utilizzando l’indice • Leggere globalmente e analiticamente parole fa-
miliari e/o semplici • Scrivere le medesime parole • Leggere una frase legando i componenti • Scri-
vere brevissime frasi, pur con errori • Iniziare a utilizzare strategie per l’apprendimento • Compren-
dere le principali tecniche di insegnamento in aula e trarne profitto. Si veda la nota 21 per il rapporto
monte ore/obiettivi da raggiungere.
21
Per avere un qualche parametro di valutazione relativamente alle 20 ore di recupero delle
competenze previste dalla normativa italiana, segnaliamo che in Germania per i soggetti a bassa sco-
larizzazione sono previsti percorsi di 1200 ore per raggiungere il livello B1, mentre per chi è piena-
mente alfabetizzato si prevedono corsi di 645 ore. Si considera quindi che una adulto scarsamente
alfabetizzato il percorso di apprendimento della lingua del paese ospitante nella sua dimensione scrit-
ta e orale deve essere raddoppiato.
54 Mari D’Agostino

fra la dimensione della ricerca accademica e quella dell’impegno civile, politi-


co, e culturale è stata più feconda in Tullio De Mauro è stata quella relativa ai
ricorrenti contributi per “guidare all’uso delle parole” istituzioni e cittadini.
Ricordiamo le fondamentali opere lessicografiche come il Grande dizionario
dell’uso, i suoi saggi di semantica, l’impegno per la costruzione di un modello
di comunicazione chiara ed efficace.
Questi lavori ci guideranno nell’analisi di una parola chiave nel ragiona-
mento fin qui condotto: “alfabetizzazione”.

5. Parole: alfabetizzazione vs literacy

Nonostante la scarsa attenzione agli uomini, alle donne, ai ragazzi analfa-


beti che giungono in questi anni in Italia, il termine alfabetizzazione (in questo
paragrafo abbreviato in alf.) è ampiamente presente all’interno del lessico in-
tellettuale italiano. In primo luogo proprio in ambito educativo e scolastico.
La dizione “percorsi di alf. e apprendimento della lingua italiana e alf. lingui-
stica” è presente nei testi ministeriali (con particolare frequenza a partire dal
DPR 29 ottobre 2012 che istituisce i CPIA di cui si è detto prima), in una in-
finità di circolari e linee guida ministeriali, oltre che in testi prodotti dalle sin-
gole realtà scolastiche. Sempre in aree che si riferiscono alla didattica dell’ita-
liano a migranti assai diffusi sono: prima alf.; alf. in lingua italiana, corso
di/piano di alf. in/di lingua italiana. La stessa terminologia sembra si stia
diffondendo nell’insegnamento di altre lingue dove troviamo ora: corso di/pia-
no di alf. in/di lingua inglese, tedesca, friulana, etc.
Molto diffusi in ambito educativo sono inoltre: alf. informatica; alf. musi-
cale; alf. digitale, alf. visuale, alf. emotiva (emozionale, affettiva); alf. motoria,
alf. ai (nuovi) media, etc. Se guardiamo in particolare a questo secondo gruppo
di esempi è del tutto evidente che si tratta di calchi dall’inglese dove ampissi-
ma diffusione hanno etichette quali media literacy, emotional literacy, digital
literacy, visual literacy, etc. fino al recentissimo oceanic literacy (di cui esiste
anche l’italiano: alf. oceanica). In tutti questi casi literacy significa semplice-
mente “conoscenza o esperienza in un determinato campo”. Questo è, per al-
tro, il primo significato dell’inglese literate (esperto, ben educato). Solo nel-
l’ultima parte dell’800 literate e literacy hanno iniziato a riferirsi specificamen-
te alle abilità di leggere e scrivere. Il significato generico di literacy in inglese
(utilizzato per altro in testi chiave di svariate organizzazioni internazionali: si
veda ad esempio health literacy, promosso dall’Organizzazione Mondiale della
Sanità) sorregge anche in italiano la diffusione di questi costrutti formati da
alfabetizzazione più un aggettivo che individua una specifica area di sapere.
Anche nel primo gruppo di costrutti, di recente introduzione nel lessico
scolastico, alfabetizzazione è probabilmente da intendersi ormai come sinoni-
Analfabeti nell’Italia di ieri e di oggi 55

mo di “percorso formativo”, “educazione”. Probabilmente con calchi, assai


infelici, dall’inglese: ad esempio prima alfabetizzazione sembra una traduzione
di primary literacy, locuzione che però si riferisce nel mondo anglosassone
all’apprendimento della lettura e scrittura in età infantile (nella primary
school), cosa che non ha nulla a che vedere con il generico apprendimento di
una L2 a livelli basici (A1, A2), come la dizione prima alf. è usata nella norma-
tiva italiana. Un ultimo esempio per chiarire come questo profluvio di novità
terminologiche stiano solo causando confusione è dato proprio dalla scheda
per l’Anagrafe degli Studenti del CPIA alla quale abbiamo fatto riferimento
più sopra. I percorsi formativi previsti vengono chiamati “livelli di alfabetiz-
zazione”, invece che semplicemente livelli linguistici o livelli di italiano come
si dovrebbero chiamare percorsi formativi (di livello A1, A2) che fanno riferi-
mento alla terminologia internazionale adottata dal Quadro Comune di Rife-
rimento delle Lingue (QCRL) che non prende in considerazione il livello di
alfabetizzazione degli utenti. Forse anche qui si tratta di un calco da literacy
levels che nel mondo anglosassone indica i livelli di alfabetizzazione funziona-
le 22 degli adulti sia di madrelingua inglese che inglese L2 23.

22
Nelle Raccomandazioni adottate alla fine della General Conference of the United Nations
Educational, Scientific and Cultural Organization, meeting in Paris from 24 October 1978 to 28 No-
vember 1978 sono state adottate le seguenti definizioni di «literate and functionally literate» (citate
qui di seguito dal Portale dell’Unesco www.unesco.com):
(a) A person is literate who can with understanding both read and write a short simple state-
ment on his everyday life.
(b) A person is illiterate who cannot with understanding both read and write a short simple sta-
tement on his everyday life.
(c) A person is functionally literate who can engage in all those activities in which literacy is re-
quired for effective functioning of his group and community and also for enabling him to con-
tinue to use reading, writing and calculation for his own and the community’s development.
(d) A person is functionally illiterate who cannot engage in all those activities in which literacy
is required for effective functioning of his group and community and also for enabling him
to continue to use reading, writing and calculation for his own and the community’s deve-
lopment. 
Per importanti riflessioni critiche sul concetto di functionally literate (literacy) si veda, fra gli altri.
Levine (1982:250): «current notions of functional literacy (…) obscure the identification of appro-
priate targets, goals, and standards of acheviement in the education of adults by proomising, though
failing to produce, a quantitatively precise, unitary standard of ‘survival’ literacy (…). These varyng
conceptions of functional literacy encourage the idea that relatively low levels of individual achieve-
ment (…) will directly result in a set of universally desidered outcomes, such as employment, perso-
nal and economic growth, job advancement, and social integration». Anche Burgess and Hamilton
(2011: 14) dopo avere esaminato come functional literate (literacy) viene utilizzato in Gran Bretagna,
Stati Uniti e Canada concludono che «by examining its history, we can see how it oversimplifies the
relationship between literacy and economic prosperity and thereby perpetrates long - standing myths
in the field (…) as well as supporting unrealistic expectations of what policy investment can achieve».
23
In direzione del tutto diversa vanno, per fortuna, altri testi di indirizzo generale della Scuola
italiana come le Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e primo ciclo d’istruzione
del 2012 dove la terminologia è del tutto chiara. Infatti, oltre a parlare chiaramente di analfabetismo
56 Mari D’Agostino

6. La lezione di Tullio De Mauro

Ragionare sulle molteplici e feconde eredità lasciate da Tullio De Mauro


non può che significare riconnettersi a un metodo con cui guardare ai proble-
mi educativi nel quale ricerca scientifica e confronto internazionale, capacità
di guardare ai dati e al processo di loro costruzione, pratica didattica e impe-
gno civile, sono strettamente connessi. Per questa via non si può che conclu-
dere che le nuove frontiere dell’educazione linguistica democratica non posso-
no che passare anche dal riconoscimento dell’esistenza, niente affatto residua-
le ma in piena crescita, di chi apprende una lingua seconda non essendo per
nulla o essendo poco alfabetizzato. Le riflessioni su questo tipo di apprenden-
te, promosse dal network internazionale conosciuto con l’acronimo LESLLA
(Literacy Education and Second Language Learning), hanno prodotto nell’ulti-
mo decennio risultati di grandissima importanza sulle sue specificità acquisi-
zionali, sugli strumenti e modelli didattici da mettere in campo, sulla forma-
zione degli insegnanti. Da tutto questo insieme di ricerche non si può prescin-
dere per impostare un serio programma di inclusione linguistica per giovani
ed adulti migranti che affollano in questo momento le classi dei CPIA accu-
mulando spesso frustrazione e sconforto per una scuola ancora una volta “fat-
ta per i sani e non per i malati”, non in grado di aiutare quindi chi con più dif-
ficoltà e con meno strumenti si avvicina alla nuova lingua e alla nuova cultura.
Università di Palermo MARI D’AGOSTINO

BIBLIOGRAFIA

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e di suo ostacolo alla cittadinanza (“In questa situazione di grande ricchezza formativa sono presenti,
al contempo, vecchie e nuove forme di emarginazione culturale e di analfabetismo. Queste si intrec-
ciano con analfabetismi di ritorno, che rischiano di impedire a molti l’esercizio di una piena cittadi-
nanza”, p. 4), in tale testo si chiarisce sempre in quale accezione si usa il termine alfabetizzazione con
quattro diverse opzioni: alfabetizzazione culturale di base, alfabetizzazione strumentale, alfabetizza-
zione funzionale, prima alfabetizzazione. Con l’ultima locuzione ci si riferisce chiaramente all’appren-
dimento della lettura e scrittura nella scuola primaria (“La pratica della scrittura viene introdotta in
modo graduale: qualunque sia il metodo usato dall’insegnante, durante la prima alfabetizzazione il
bambino, partendo dall’esperienza, viene guidato contemporaneamente a leggere e scrivere parole e
frasi sempre legate a bisogni comunicativi e inserite in contesti motivanti. L’acquisizione della com-
petenza strumentale della scrittura, entro i primi due anni di scuola, comporta una costante attenzio-
ne alle abilità grafico-manuali e alla correttezza ortografica”). I gradi di padronanza della lingua, se-
guendo una terminologia del tutto omogenea a livello internazionale, vengono chiamati sempre livel-
lo (A1, A2, livello elementare, etc.).
Analfabeti nell’Italia di ieri e di oggi 57

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DALL’ITALIA UNITA ALL’ITALIA REPUBBLICANA:
LEZIONI DI STILE E DI METODO
NELLA STORIA LINGUISTICA DI TULLIO DE MAURO

Il numero monografico della rivista ‘Nuovi argomenti’ del gennaio-marzo


2016, intitolato ‘Che lingua fa?’, interamente dedicato alle condizioni della
lingua italiana contemporanea, recava un intervento di De Mauro, Fogli di un
diario linguistico 1965-2016 (pp. 9-30), scritto in quella forma accattivante, co-
sì tipicamente sua, a cavallo tra lo stile saggistico e il gusto memorialistico, con
un cenno piuttosto rilevante alla Storia linguistica dell’Italia repubblicana:
2013. Parlare l’italiano. E leggerlo? Nell’ottobre Maria Chiara Carrozza, studio-
sa di bioingegneria industriale di rilievo internazionale e al momento ministra
dell’istruzione, dichiara con molta schiettezza ai giornali: “Quando ho letto quei
dati ho fatto un salto sulla sedia! Non volevo crederci”. I dati che hanno fatto
sobbalzare il ministro sono quelli dell’indagine PIAAC, Programme for Inter-
national Assessment of Adult Competencies, svolto dall’OCSE in una trentina
di paesi e realizzato in Italia dall’ISFOL. […] I dati PIAAC sono di sicuro in-
teresse economico, per capire le ragioni di fondo del lungo ristagno produtti-
vo dell’economia italiana dai primi anni Novanta, e di immediata rilevanza lin-
guistica. Un’utilizzazione in questa prospettiva ho cercato di dare in Storia lingui-
stica dell’Italia repubblicana. Come già avevano rilevato due precedenti indagi-
ni internazionali sulle competenze alfanumeriche degli adulti del 2001 e 2006, la
popolazione italiana adulta si segnala per bassi livelli di comprensione della let-
tura e del calcolo e uso del ragionamento scientifico. Il 70% degli adulti italia-
ni si colloca sotto i livelli minimi di competenze alfanumeriche che internazio-
nalmente sono ritenuti necessari “per orientarsi nella vita di una società moder-
na”. Poiché un’altra fonte preziosa di dati, l’indagine multiscopo dell’ISTAT, fa
stimare pari al 95% la percentuale di popolazione che usa l’italiano nel parlare o
in modo esclusivo (circa 50%) o in alternativa con un idioma locale, dialetto o
lingua di minoranza (45%), i dati suggeriscono l’immagine di una popolazio-
60 Claudio Marazzini

ne che ormai e finalmente usa molto la sua lingua nel parlare ma solo per meno
di un terzo la possiede e usa con quel sufficiente livello di padronanza che sol-
tanto la consuetudine con la lettura può dare. Se è la lingua che ci fa eguali, co-
me dicevano don Lorenzo [Milani] e i suoi allievi, ci troviamo dunque dinanzi a
un paese che, più di altri, nel suo linguaggio è ancora segnato da diseguaglian-
ze che possono sfuggire ai più se chi le conosce e studia non sa chiarirne ad altri
la portata.

La Storia linguistica dell’Italia repubblicana idealmente si collega alla Storia


linguistica dell’Italia unita del 1963, ma in un diverso contesto: l’Italia non è
più quella del dopoguerra e del miracolo economico; tuttavia i dati statistici
delle inchieste segnalano pur sempre un ritardo culturale e linguistico, come
in passato. L’unica differenza sta nel fatto che questa volta le inchieste sono
talora internazionali, come quella dell’OCSE.
Anche l’ultimo De Mauro storico della storia linguistica italiana non man-
ca dunque di farsi attento censore dei difetti di sviluppo del nostro paese, del-
le storture e disfunzioni che dovrebbero essere oggetto di revisione politica,
se si potesse avere una ‘buona politica’, una politica della lingua attenta ai cit-
tadini. Il tema ritorna più volte nel libro; così a p. 79: “Il fenomeno della bassa
lettura è certamente un tratto caratteristico della realtà linguistica e culturale
italiana”. Impressionanti sono infatti i dati sulla lettura dei quotidiani, esposti
alle pp. 78-84. Non solo l’Italia ha mantenuto negli anni la posizione di svan-
taggio rispetto a molti paesi occidentali, ma è riuscita a peggiorala. Fino al
1961, molti milioni di lettori di giornali (7 o 8 milioni) provenivano dalla po-
polazione con la sola licenza elementare, ma mentre “fra gli anni Cinquanta e
Sessanta anche gli strati di modesta scolarità praticavano la lettura dei quoti-
diani, dai tardi anni Settanta quest’abitudine viene meno e, anzi, anche la par-
te più istruita della popolazione comincia ad abbandonarla” (p. 82). Quanto
ai libri, nel 2006 le famiglie che non ne avevano, o ne avevano solo poche de-
cine, erano l’enorme maggioranza, oltre il 60% (p. 89). La crescita nei decen-
ni successivi è stata limitata. Interessante il dato sulla lettura anche quando
viene scorporato per regioni e per sesso: al Nord si legge molto più che al
Sud; le donne leggono più degli uomini. Secondo De Mauro, solo tra i lettori
attivi è possibile trovare coloro che hanno pieno possesso “delle risolse lingui-
stiche italiane”, e costoro sarebbero calcolabili nella percentuale modestissima
del 6,8% della popolazione di oltre sei anni di età (p. 91). Poi si viene agli ar-
gomenti che più esaltano la mente dei tecnocrati: l’Italia risulta uno dei paesi
più “telefonici” d’Europa e del mondo intero, e “molti sono colti da euforia
dinanzi a questi dati e rischiano di non vedere i limiti di utilizzazione effettiva
degli strumenti disponibili, ottimi per parlare, ma invece male e poco usati se
l’utilizzazione comporta il filtro di una preliminare lettura di un testo scritto”
(p. 99). L’autore esprime dunque garbata sfiducia, con la consueta eleganza
del suo stile, verso le celebratissime Information and communication technolo-
Dall’Italia unita all’Italia repubblicana: lezioni di stile e di metodo… 61

gies, che da sole non bastano a ottenere un innalzamento delle competenze


della popolazione (ivi). È detto con garbo, ma finalmente una voce autorevole
solleva dubbi sulla presunta rivoluzione tecnologica che avrebbe investito i
cittadini, modernizzando i loro costumi e trascinandoli verso mirabolanti mi-
glioramenti, e facendo nascere la nuova razza dei cosiddetti “nativi digitali”.
L’inchiesta PIAAC menzionata in ‘Nuovi argomenti’ trova ovviamente
adeguato spazio anche nella Storia linguistica dell’Italia repubblicana, alle pp.
103 e ss.; lo sguardo di De Mauro scorre severo su quest’Italia che non trova
la strada del progresso civile nel possesso della lingua. La requisitoria contro
l’ignoranza è un’altra prova della continuità del libro rispetto alla Storia lin-
guistica dell’Italia unita del 1963 (nuova edizione nel 1970). Come già la Storia
linguistica dell’Italia unita, anche la Storia linguistica dell’Italia repubblicana si
presenta divisa in due parti: il testo vero e proprio e, a seguire, una serie di
«Documenti e questioni marginali», che in realtà spesso non sono marginali
affatto, dotati di una propria unità monografica, nella forma di piccoli saggi
autonomi. Queste schede sono molto interessanti, a cominciare dalla prima,
che racconta la storia dell’Inno di Mameli, l’inno ufficiale della Repubblica
italiana. Come spiega De Mauro, l’Inno non fu mai davvero “ufficiale”, visto
che dal 1946 “è diventato l’inno nazionale provvisorio e definitivo: un ossimo-
ro emblematico di molte vicende italiane” (p. 175). A parte la storia di questo
testo, scritto dal patriota ligure Goffredo Mameli (musicato dall’altrettanto li-
gure Maestro Michele Novaro), conta il fatto linguistico: spesso il testo è stato
discusso per la sua forte componente aulica e retorica, con «rari interventi
simpatetici», dice un po’ ironicamente De Mauro (p. 171). Ma De Mauro va
controcorrente, e risulta “simpatetico”, perché trova il modo di riabilitare l’in-
no attraverso la narrazione di un aneddoto su Giuseppe Di Vittorio, il sinda-
lista di Cerignola. Al confino nell’sola di Ventotene, Di Vittorio, proprio uti-
lizzando l’inno di Mameli, avrebbe evitato uno sconto pericoloso con i militari
tedeschi che erano intervenuti sospettosi al raduno di circa ottocento confina-
ti che stavano per lasciare l’isola, dopo la caduta del governo fascista il 25 lu-
glio1943. Di fronte al pacifico canto di Fratelli d’Italia, i tedeschi si ritirarono
senza sparare.
L’accenno a Di Vittorio e al suo sindacalismo è completato, in questa stes-
sa scheda, da un altro riferimento linguistico, tramandato da Felice Chilanti
nella biografia di Di Vittorio, cioè la “scoperta del vocabolario” da parte del
futuro leader sindacale, allora giovane poco colto e squattrinato. Un giorno, a
Barletta, Di Vittorio vide in un banco di libri un vecchio volume, usato e su-
dicio. Scorrendo le pagine, scoprì che conteneva elenchi di parole con accanto
il loro significato. Fu per lui una rivelazione: era il libro che da tanto tempo
cercava. Chiese al venditore il prezzo di quel prezioso strumento di cultura,
ma non aveva in tasca il denaro sufficiente. Dovette contrattare a lungo. Alla
fine il libraio gli vendette il vocabolario, e quella notte Giuseppe Di Vittorio
62 Claudio Marazzini

non dormì: sfogliava e risfogliava quelle pagine. Il giorno seguente cominciò


ad annotare le parole sconosciute udite in incontri casuali, lette in un giornale
o in un libro. La sera, ne verificava il significato mediante il vocabolario. Di
Vittorio ricordava ancora alcune di quelle parole, come ad esempio idraulica
e bigamia, e ricordava che, nell’apprenderne il significato, le trascriveva su di
un notes, metodo che poi adoperò anche per studiare il francese. La vicenda,
di grande significato morale, viene commentata così da De Mauro: «Di Vitto-
rio, ‘evaso’ dalle prigioni dell’analfabetismo con la fortunosa scoperta del ‘li-
bro in cui ci sono tutte le parole’, e cioè il vocabolario» (p. 178). Questo è ov-
viamente il tema, di matrice donmilaniana, della “lingua che fa eguali”, ma ac-
costato in un modo nuovo, sottratto alla banalità dell’uso continuo e insistito
di Don Milani da parte di chi forse non ne ha nemmeno inteso bene il mes-
saggio. Si tratta del resto di uno dei temi fondamentali di tutta la riflessione di
De Mauro, nel corso della sua lunga attività di studioso e di intellettuale im-
pegnato nella società e nella politica.
La seconda scheda dell’appendice è dedicata al Nome Italia e altre persi-
stenze onomastiche (pp. 179-92). Si tratta di un argomento che, anche in coin-
cidenza con le celebrazioni dei 150 anni dell’unificazione politica italiana
(1861-2011), ha coinvolto diversi studiosi, qui puntualmente citati, particolare
Lorenzo Tomasin (Italiano. Storia di una parola, Roma, Carocci, 2011) e Fran-
cesco Bruni (Italia. Vita e avventure di un’idea, Bologna, il Mulino, 2010), im-
pegnati a ricostruire il passato di una parola e di un concetto, il concetto di
Italia, riportato di volta in volta all’Impero romano o al De vulgari eloquentia
di Dante. L’intervento di De Mauro sul nome dell’Italia, con la constatazione
conclusiva secondo la quale tra i grandi paesi d’Europa «l’Italia è l’unico non
solo a conservare il suo nome indigeno da più di due millenni, ma a ricevere
tradizionalmente nelle altre lingue del mondo nomi che ricalcano da presso
questo nome antico» (p. 190), si chiude con un bel riferimento alla celebre
espressione del principe di Metternich, l’Italia come “dénomination géo-
graphique”. È noto che questa definizione “geografica” di Italia, che circolò
nel Risorgimento, fu ritenuta un’abominevole offesa, uno schiaffo al nostro
paese. Molto giustamente De Mauro fa notare che in realtà l’espressione non
voleva essere offensiva, ma era piuttosto legata alla concezione politica del
Principe, che vedeva nell’impero di Vienna un mosaico etnico e linguistico
basato sulle autonomie e sulla legittimità del potere centrale. Metternich si
trovò così a sottovalutare proprio l’aspetto linguistico, perché la celebre frase
proseguiva affermando che la parola Italia si riferiva a “une qualification qui
convient à la langue”, ma che non poteva avere “valeur politique”, come in-
vece pretendevano gli “idéologues révolutionnaires”. Metternich sottovaluta-
va quindi le conseguenze che un’idea, nata tra i letterati e frutto della storia
antica, poteva avere sul piano politico: la sua ipotesi risultò sbagliata, e, mal-
grado le sue sapienti considerazioni, l’Italia politica si formò davvero. De
Dall’Italia unita all’Italia repubblicana: lezioni di stile e di metodo… 63

Mauro che parla di Metternich mi è particolarmente caro. L’argomento si lega


a un ricordo personale: davvero discutemmo di Metternich davanti a Palazzo
Vecchio, in uno dei nostri incontri non infrequenti a Firenze. È più tardi De
Mauro, con la consueta simpatia e generosità, volle apporre una dedica dan-
tesca a me rivolta, con squisita cortesia, in un saggio in cui si parlava di Met-
ternich, pubblicato nella miscellanea in memoria di Serge Vanvolsem: « A
Claudio Marazzini. Pur mo’ venian li tuoi pensier tra i miei…» 1.
Tra le schede presenti nella Storia linguistica dell’Italia repubblicana, se-
gnalerò ancora quella dedicata alla Costituzione. De Mauro, in questo come
in altri interventi, ribadisce il pregio linguistico della Costituzione repubbli-
cana, entrata in vigore il 1° gennaio del 1948. Dapprima gioca un po’ con i
numeri, informandoci che la Costituzione conta 9.369 parole, 1.357 lemmi, di
cui 1.002 appartengono al vocabolario italiano di base, a riprova dello sforzo
compiuto per rendere il testo trasparente, anche se, a dispetto dell’alto indice
statistico di leggibilità (altro tema, quello degli “indici di leggibilità”, che De
Mauro e la sua scuola hanno ampiamente frequentato), la Costituzione era
“facile” per il 4,4% della popolazione del 1951, e nel 2001 è facile per il 33,4%
della popolazione”, cioè tutto sommato per pochi. Il saggio prosegue con una
storia linguistica della Costituzione, con la sua stesura a più voci, con la revi-
sione dello scrittore (e più tardi accademico della Crusca) Piero Pancrazi, del-
la quale De Mauro coglie i meriti e i limiti. I limiti stavano nella propensione
di Pancrazi per forme auliche, per congiuntivi eleganti, per alcuni tecnicismi
del passato. Il caso emblematico, ben noto, ma ripreso anche da De Mauro, è
quello dell’art. 3, che nella versione definitiva suona «È compito della Repub-
blica …», e che Pancrazia proponeva di correggere in «È ufficio …».
Le ultime due appendici sono dedicate al latino in italiano (latinismi colti
e popolari, nella doppia serie a suo tempo ben individuata da Bruno Miglio-
rini) e ai linguaggi specialistici. L’appendice finale sui linguaggi tecnici è di
particolare ampiezza (pp. 227-50): in essa, l’autore accenna anche agli eccessi
dell’idealismo e alla separazione degli scienziati, anzi al loro isolamento (per
usare le parole di Gramsci: cfr. p. 240), e tuttavia lealmente elogia l’impresa
dell’Enciclopedia italiana di Giovanni Gentile (p. 242). In questa appendice
confluisce l’esperienza di De Mauro lessicografo, ideatore e direttore del Gra-
dit, l’esperienza che del Mauro ha magnificamente riassunto nell’intervento
che gli sollecitai per la Strenna UTET 2017, intervento che non fece a tempo
a leggere una volta stampato, perché la strenna gli fu consegnata tardi, dopo
quel fatale 5 di gennaio. Sono tuttavia felice che la Direzione di Lingua e stile
abbia voluto riproporre quel bellissimo intervento, troppo limitato se fosse ri-
masto rinchiuso soltanto all’interno di una strenna fuori commercio, per la

1
In F. Musarra et alii (a cura di), “Noto a chi cresciuto tra noi ”. Studi di lingua e letteratura ita-
liana per Serge Vanvolsem, Firenze, Cesati, 2014, p. 23.
64 Claudio Marazzini

quale tuttavia era nato 2. La UTET, con generosità e lungimiranza, ha conces-


so ben volentieri la ripubblicazione. D’ora in poi, quando si parlerà della sua
direzione del Gradit, si dovrà far riferimento a quel ricordo autobiografico.
Ma veniamo ora a un concetto chiave: ci si può chiedere se esista davvero
un rinnovamento della storia linguistica italiana a partire dal 1946, o se i tem-
pi della storia linguistica viaggino su binari diversi rispetto a eventi tutto som-
mato troppo vicini. Si possono mettere a confronto i tempi della geologia e
quelli della storia? In questo senso è illuminante la nota 15 di p. 17, dove è
condotta la polemica contro l’assetto universitario “corporativo”, che privile-
gia la visione della “storia della lingua”, riservando attenzione eccessiva a
quella che tradizionalmente viene definita la linguistica “interna”. Qui si trova
un’indicazione metodologica fondamentale. Se si guarda alla linguistica inter-
na, osserva De Mauro, si può sostenere che sia successo ben poco nel passag-
gio dall’Italia unita monarchica a quella repubblicana: “qualche neologismo,
qualche stilema colloquiale che si affaccia anche nello scritto, accresciute in-
fluenze inglesi […], tutte novità che, con altre interne, relative a forme e strut-
ture dell’italiano, verranno qui poi censite” (p. 17 nota 15). Tutto cambia,
però, se si adottala la prospettiva, assolutamente diversa, della “storia lingui-
stica”, definita come la «storia di come e perché la popolazione italiana nei
suoi diversi strati ha parlato, scritto, capito e non capito grazie al complesso
dei repertori di cui disponeva» (ivi). Il cambiamento epocale nella storia lin-
guistica italiana di cui dà conto questa Storia linguistica dell’Italia repubblicana
si spiega e si giustifica in questa seconda prospettiva, che potremmo definire
di storia “esterna” o “politica” della lingua. In questo senso, De Mauro riva-
luta persino la funzione di istituti che sono stati visti in passato come fonte di
“stereotipi formulari”: così i sindacati, elaboratori di “sindacalese” e “politi-
chese”; ma De Mauro richiama la loro funzione, essenziale per lo scambio e
l’integrazione linguistica delle classi popolari (p. 8). Il capitolo si conclude con
una pagina (la p. 167) che riprende in parte la bella chiusa della Postfazione al
Gradit del 1999: è il commovente elogio del cammino percorso dall’italiano e
dagli italiani, pur con tutte le manchevolezze più volte denunciate; in un mo-
do o nell’altro, il 95% degli italiani ha raggiunto la lingua nazionale, pur con-
servando al 60% il dialetto come possibilità alternativa o familiare, non più
come prigione. Mai si era vista in Italia una simile convergenza, che ora fa pre-
sa anche sugli immigrati di altra lingua, nuovi italofoni.
Ormai sono frequenti non solo i manuali di linguistica italiana, ma anche
le storie della lingua italiana, sempre più agguerrite dal punto di vista tecnico.

2
Cfr. la strenna per il 2017, fuori commercio, UTET il laboratorio della parola, Torino, Utet
Grandi Opere, 2016; e T. De Mauro, «Memorie dal Gradit», in Lingua e Stile LII 2017, pp. 7-17,
preceduto da un editoriale firmato da C. Marazzini a nome della Direzione della rivista, In memoria
di Tullio De Mauro, pp. 3-5.
Dall’Italia unita all’Italia repubblicana: lezioni di stile e di metodo… 65

Qualunque sia il metodo che adottano, o l’ordinamento, per generi o per se-
coli o per tipologie testuali, qualunque sia il livello di raffinatezza tecnica di
queste opere, comunque la lezione di De Mauro dovrà far ricordare sempre a
tutti, agli autori ai lettori, che la storia linguistica è prima di tutto storia civile,
e non è fine a se stessa, perché serve come bussola per orientare l’azione all’in-
terno della società. Ce lo ricorda De Mauro con la citazione di Gramsci posta
in esergo, con altre, ad aprire la Storia linguistica dell’Italia repubblicana, dove
si riporta un passo in cui quel grande si interroga sulla funzione della gram-
matica in quanto descrizione linguistica, fotografia di una situazione di fatto.
Ma poi si chiede: «a che fine tale fotografia? Per fare la storia di un aspetto
della civiltà o per modificare un aspetto della civiltà?».

Università del Piemonte Orientale CLAUDIO MARAZZINI


IL PROBLEMA DELLA STORIA LINGUISTICA:
IL CONTRIBUTO ORIGINALE DEGLI STUDI ITALIANI
DEGLI ANNI VENTI E TRENTA DEL NOVECENTO

1. Introduzione

La riflessione italiana dei primi decenni del Novecento sulla storia delle
lingue e la linguistica storica è stata segnata da momenti significativi, in cui
linguisti di primo piano come Terracini, Devoto e Pagliaro hanno sviluppa-
to un dibattito originale e vivace, spesso entrando in dialogo tra loro. Que-
sti studiosi si trovarono a vivere una stagione della linguistica densa di fer-
menti e cambiamenti, in cui in vari ambienti europei le strade sicure indica-
te dalle dottrine neogrammaticali avevano perso, o stavano perdendo, il lo-
ro smalto, con la crisi del positivismo e l’avvento del nuovo modo di conce-
pire la storia e le Geisteswissenschaften. Essi ebbero come orizzonte un qua-
dro intellettuale europeo complesso, in cui alle nuove correnti dello stori-
cismo venivano a sovrapporsi, e a volte opporsi, le prime ondate del pensie-
ro strutturalistico. In Italia, dovettero confrontarsi con la perdurante influen-
za dell’eredità di Ascoli, e con un clima culturale e politico reso più difficile
dal fascismo, un contesto particolarmente problematico per Terracini, mem-
bro della comunità ebraica torinese, e per Devoto, di idee socialiste libera-
li. Furono sensibili al pensiero di Croce, e tuttavia ne rimasero indipenden-
ti, da linguisti che ritenevano che la loro fosse una scienza con propri principi
e metodi.
Il dibattito italiano su lingua e storia del primo Novecento, di notevole in-
teresse storiografico, acquista una luce e contorni particolari se analizzato, ol-
tre che di per sé, anche rispetto al panorama delle ricerche linguistiche tra le
due guerre. È possibile vedere in tal modo che gli studiosi che abbiamo men-
zionato affrontarono in solitudine delle tematiche che alla lunga si sarebbero
68 Rosanna Sornicola

rivelate innovatrici 1. Non sempre il loro percorso intellettuale fu compreso in


tutte le implicazioni e potenzialità che conteneva. Nella prima parte di questo
lavoro ricapitolerò i termini essenziali di una querelle sullo stato della lingui-
stica italiana della fine degli anni ’20 che vide protagonisti Leo Spitzer e Paolo
Emilio Pavolini. Il confronto si colorò in qualche punto di toni non privi di
asprezza. Alla critica, da parte di Spitzer, di allineamento dei linguisti italiani
al pensiero di Ascoli e di un conformismo di scuola che avrebbe caratterizzato
tutta la ricerca linguistica italiana, non consentendole originalità e innovazione
all’altezza di altre esperienze europee coeve, corrispondeva la replica ufficiale
e paludata di Pavolini, volta a celebrare l’eccellenza della tradizione ascoliana,
la libertà di pensiero scientifico del paese dal punto di vista di un membro
dell’establishment accademico dell’Italia fascista. Negli interventi di Spitzer e
Pavolini traspaiono riferimenti alla dimensione storica delle lingue, ma si trat-
ta di concezioni diverse e sotto più rispetti segnate da pregiudizi scientifici,
ideologici e politici opposti, concezioni destinate a non incontrarsi e soprat-
tutto a non rendere giustizia a quanto di nuovo e originale sulla dimensione
storica e sul metodo storico veniva elaborandosi in Italia in quegli anni.

2. La recensione di Spitzer alla “Silloge dedicata alla memoria di Ascoli”

Nel 1932 nel primo volume delle Indogermanische Forschungen (pp. 147-
153) Leo Spitzer pubblicò una recensione alla Silloge dedicata alla memoria di
Ascoli, un’opera imponente, di quasi settecento pagine, curata da Goidànich,
Bartoli, Nallino, Devoto e Terracini, a cui avevano contribuito i più autorevoli
linguisti italiani del primo Novecento. La recensione di Spitzer metteva in ri-
lievo il ruolo centrale di Ascoli negli ambienti di ricerca italiani, e sollevava la
questione di giustificare l’influenza del maestro goriziano, la cui impostazione,
considerata tradizionalistica, appariva durevole e pervasiva (Spitzer 1932:
148). Tra le tesi di particolare interesse dei vari contributori del volume, lo
studioso tedesco sottolineava il punto di vista di Terracini, secondo cui la pa-
leontologia storica ascoliana aveva poco di veramente storico e conduceva alla
costruzione di entità del tutto astratte come il ladino e il francoprovenzale. In
Ascoli Spitzer ravvisava un rappresentante dell’esprit de géométrie piuttosto
che dell’esprit de finesse, sensibilità tipica delle scienze dello spirito. Evidente
a suo avviso la contrapposizione con la concezione crociana della lingua come
creazione artistica ed espressione spirituale, concezione che gli sembrava squi-
sitamente italiana. Spitzer si chiedeva pertanto le ragioni dello scarso seguito
di Croce negli ambienti linguistici del paese e quelle della sua affermazione in
Germania: «Wie soll man also die sprachwissenschaftliche Wirkung Ascolis

1
Per una analisi più puntuale di queste tesi mi permetto di rinviare a Sornicola (in stampa).
Il problema della storia linguistica:… 69

in einem Lande erklären, das von vornherein Croce zujubeln sollte?» 2. A suo
avviso la risposta era che sebbene il paese spontaneamente sentisse e pensasse
come Croce, rendeva poi tributo all’ideale scientifico di Ascoli, per una sorta
di compensazione in eccesso («es handelt sich… um eine jener Überkompen-
sationen, die wie im Leben des Einzelnen so auch in dem der Völker zu beo-
bachten sind»)3. Egli riteneva inoltre che la felicità di espressione del popolo
italiano fosse in controtendenza alla scienza linguistica italiana ed enumerava
le caratteristiche di quest’ultima responsabili di tale situazione: la ricostruzio-
ne astratta, l’osservazione di materiali linguistici avulsi dall’espressione delle
singole persone e considerati mattoni di costruzione della “Storia”, il tratta-
mento “anestetico” ed oggettivo dei fenomeni linguistici, libero da giudizi di
valore, il vincolo di scuola ad una dottrina tradizionale, sovraindividuale. A
queste caratteristiche, secondo Spitzer, la ricerca linguistica italiana assegnava
un valore di moralità scientifica in sé 4.
Alcune osservazioni della recensione sono dotate di una certa finezza psi-
cologica, come quando Spitzer definisce Ascoli un tradizionalista che cerca
strade nuove e cita l’espressione di Terracini «un musicista che ami racchiude-
re un’anima nuova entro gli schemi tradizionali di una melodia», riportandola
in maniera più generale agli ebrei della diaspora. Sembra suggestiva anche la
sua analisi della Silloge come un’opera in cui si riflette una tensione tra «l’anima
nuova» dell’Italia e i «canoni» di Ascoli, segnati da uno sviluppo in senso clas-
sico 5. Altre osservazioni suonano come una critica aspra e senza sconti dell’Ita-
lia fascista. Per Spitzer la compensazione eccessiva della scienza linguistica e
il rifarsi al classicismo erano da porre in relazione ad altre compensazioni della
vita pubblica e ad altre riesumazioni di tradizioni antiche. Benché asserisca di
non voler dare l’impressione di stabilire un rapporto tra il disciplinamento
della linguistica italiana e il disciplinamento pubblico dell’Italia, egli non si
astiene dal dire che in entrambe le manifestazioni vede delle reazioni sovra-
compensate «a quello spirito umano aperto al mondo e agile che sinora cono-
scevamo come italiano» e conclude che la Silloge dunque potrebbe avere come
titolo: «Ascoli oder die Selbstdisziplin der italienischen Sprachwissenschaft»6.

2
Spitzer 1932:149 (riporto in originale qui come altrove nel testo alcune citazioni che mi sem-
brano particolarmente pregnanti). Lo studioso austriaco notava anche che Croce non era quasi mai
citato nel volume.
3
Ibidem.
4
Ivi: 149-150.
5
Ivi: 150.
6
Ibidem. L’allusione al fascismo è evidente anche in un altro passo della recensione, in cui Spit-
zer critica il carattere scolastico e dogmatico degli studi italiani: «Sembra quasi come se “la Scuola”
servisse più alla conservazione di un corpus di dottrine che all’esplorazione di nuove strade, per cui
una massa di giovani talenti di belle speranze sta a disposizione e la nazione è tutta presa in questa
nuova costruzione giovanilistica» (Spitzer 1932: 152).
70 Rosanna Sornicola

Il bilancio sullo stato della linguistica italiana dell’epoca e la prognosi sul


suo destino costituiscono forse la parte più interessante della recensione per
quanto riguarda la storia della linguistica italiana del primo Novecento. È pos-
sibile, per Spitzer, che l’orientamento verso Ascoli, che rappresenta il passato,
possa condurre gli studi italiani su un binario morto. Egli ammette che, nono-
stante il tradizionalismo, le ricerche condotte in altri paesi erano ben cono-
sciute e che gli italiani partecipavano al dibattito internazionale. Ammette,
inoltre, che non tutti gli studiosi si erano allineati ad un cieco incensamento
del maestro goriziano 7, e menzionava come degni di nota in questo senso i
contributi alla Silloge di Battisti, Bartoli, Terracini e Merlo. Di particolare in-
teresse è ciò che Spitzer dice sul tentativo di Bartoli di «rivendicare Ascoli alla
neolinguistica», e la sottolineatura che ad esso si opposero Merlo e Goidàni-
ch. Interessante è anche il richiamo al giudizio di Terracini, secondo cui Asco-
li «non sortì certo un ingegno filosofico», e al giudizio di Merlo, per il quale
l’insigne linguista «non sortì un ingegno filologico» 8.
Spitzer non manca di notare che gli interessi scientifici di Ascoli appaiono
chiaramente riflessi nelle scelte tematiche dei contributori della Silloge (che
erano, secondo la sua terminologia: ario-semitico, lingua e razza, teoria delle
gutturali indogermaniche, italo-etrusco, Italia dialettale, lingua italiana, unità
ladina, Rotwelsch (gergo), toponomastica, paleontologia e linguistica storica).
È una osservazione che solo in parte sembra colpire nel segno come prova de-
gli interessi complessivi della linguistica italiana dell’epoca, dato il carattere di
occasione speciale del volume. Spitzer si spinge a lamentare l’assenza in Italia
di molti problemi divenuti centrali nella scienza linguistica del tempo: stilisti-
ca, sintassi, analisi della parola, semantica, influsso sociale, psicologia del lin-
guaggio, descrizione dei sistemi linguistici contemporanei, Volkssprache, lin-
gua cancelleresca 9.
Alcuni commenti riaccendono il dibattito sul metodo storico, tra positivi-
smo e storicismo, impostazione neogrammaticale e idealismo crociano, in base
a cui sarebbe difficile ingannarsi sulla sua collocazione personale:
«Se si sintetizza l’insieme di queste mancanze, tutto si può ricondurre ad una fuga
dalla dimensione concreta, osservabile, relativa alla vita e allo spirito, espressiva,
della lingua, un allontanamento dal crocianesimo, una inclinazione all’astrattezza
delle scienze della natura, una preferenza per ciò che è storicamente lontano».

Nell’eterna riproposizione di problemi ascoliani lo studioso austriaco vede


l’effetto del perdurare delle idee naturalistiche astratte della scuola neogram-
maticale. Egli prende posizione in maniera non priva di sfumature e di una

7
È esplicitamente criticato al riguardo Goidànich, si veda Spitzer 1932: 150.
8
Ivi: 150-151.
9
Ivi: 151.
Il problema della storia linguistica:… 71

certa sottigliezza rispetto ad una questione piuttosto controversa, se Ascoli era


stato dalla parte dei Neogrammatici: «quanto più Goidànich e Merlo ci con-
vincono che Ascoli si trova in opposizione a Schuchardt e a fianco dei Neo-
grammatici, e che si debba parlare di un periodo ascoliano-neogrammaticale,
tanto più si allontana da noi il grande maestro»10.
Le critiche più aspre sono costituite dal giudizio sul carattere omologato,
conformista, della linguistica italiana, vista come una scuola che segue una
dottrina unitaria, senza i contrasti fecondi che fanno progredire la ricerca
scientifica. Particolarmente severo è il paragone con le esperienze sviluppate
in altri paesi europei nei primi decenni del Novecento. Il quadro delineato è
volto a sottolineare come, con l’apertura ad altre tradizioni, spesso esterne, si
fossero prodotti avanzamenti importanti e originali: in Francia rispetto ai neo-
grammatici tedeschi (con Saussure, Meillet), in Spagna a partire dalla geogra-
fia linguistica francese (con Menéndez Pidal), in Russia mediante la sistemati-
cità francese (Jakobson e Trubetzkoj), in Germania prendendo le mosse dalla
tradizione di filosofia del linguaggio tedesca (Vossler, Cassirer, Amman)11.
L’Italia, invece, a partire dalla tradizione ascoliana non avrebbe dato vita ad
un rinnovamento degli studi. È una considerazione centrale della recensione
di Spitzer, ed è significativo che il confronto con la situazione di altri paesi sia
stato ripreso in maniera letterale come punto essenziale nella brevissima e
scarna recensione di Croce alla Silloge (Croce 1933), che non lasciava alcun
dubbio sulla condivisione di prospettiva da parte del filosofo napoletano 12.
L’affermazione di Spitzer è espressa inizialmente sotto forma di domanda re-
torica: «Gibt es heute eine in Europa gängige sprachwissenschaftliche Metho-
de (etwa ausser dem Irrweg Trombetti), die von Italien ausginge?»13, ma trova
una formulazione finale drastica: l’ombra di Ascoli nobilita coloro che si alli-
neano sotto la tradizione del suo pensiero, ma soffoca e uccide quanto di nuo-
vo può sorgere. E drastica è anche l’osservazione dell’isolamento della lingui-
stica italiana 14.
L’analisi dello studioso austriaco metteva in evidenza una serie di aspetti
problematici, ma, come vedremo, accomunava ingiustamente posizioni tra lo-
ro diverse nei confronti del passato e dense di sviluppi teorici e metodologici
successivi, tra gli studiosi che avevano partecipato alla Silloge.

10
Ivi: 152.
11
Ibidem. Il richiamo univoco alla sistematicità francese per Jakobson e Trubetzkoj è discutibile
in sede storica, dal momento che nelle posizioni degli studiosi russi è possibile ravvisare un comples-
so intreccio di filoni culturali e scientifici.
12
La ripresa in toto e in maniera di citazione di queste argomentazioni di Spitzer da parte di
Croce potrebbe far ipotizzare che la stretta consonanza di vedute fosse stata agevolata da scambi di
opinione epistolari, ipotesi che al momento non posso comprovare.
13
Spitzer 1932: 152.
14
Ivi: 153.
72 Rosanna Sornicola

3. La replica di Pavolini a Spitzer

Nel 1933, nel suo discorso presidenziale di apertura del Terzo Congresso
internazionale dei linguisti, a Roma, Paolo Emilio Pavolini, indianista e glot-
tologo di spicco tra i linguisti italiani del tempo, prese posizione frontalmente
rispetto alla critica di Spitzer, che aveva agitato alcuni ambienti accademici
italiani, nell’intento di sottolineare davanti ad un uditorio internazionale alcu-
ne caratteristiche della ricerca linguistica italiana in maniera contrappositiva
rispetto a punti di vista a suo modo di vedere erronei, e soprattutto con l’o-
biettivo di appoggiare la politica culturale del fascismo 15:
«Uno dei pochissimi lavori collettivi cui parteciparono non solo quanti hanno nel
regno responsabilità cattedratica di questa disciplina ma, si può dire, quasi tutti i
suoi cultori in Italia, è la Silloge linguistica dedicata alla memoria di G. I. Ascoli,
del 1929. Essa ebbe generalmente accoglienze ottime, ma fu fraintesa da un criti-
co tedesco, nella presunzione che quel volume dovesse segnare i limiti entro cui
si svolge l’attività dei nostri glottologi. Egli ci vide, per di più, un segno di arresto
che sarebbe tanto più pericoloso in quanto negli altri paesi vi corrisponderebbe
uno sviluppo più o meno notevole, ma sempre sintomatico; poiché, secondo il
pensiero del critico stesso, tale sviluppo tenderebbe ovunque al superamento di
metodi e di tendenze tradizionali. Dalle parole dei prefatori alla Silloge affermanti
che l’Ascoli è riconosciuto come il maestro e il capo di tutta la scuola linguistica
italiana si dedusse, molto a torto, che da noi fossero eliminati quei contrasti che
sono il lievito della scienza. Che questi abbiano mancato da noi, certamente nes-
suno vorrà asserire; taluno converrà che alle volte essi furono anzi tanto forti da
richiedere parecchio tempo prima di poter essere superati. Forse altrove questio-
ni teoriche, quali la valutazione della legge fonetica, i limiti e gl’indirizzi della geo-
grafia linguistica, e pratiche, quali per esempio le discussioni sui modi, sui meto-
di, sulle finalità degli atlanti linguistici non furono svolte con altrettanta ampiezza
come in Italia». (Pavolini 1933: 5)

Pavolini sottolinea il radicamento dell’impostazione storico-comparativa


negli studi linguistici italiani e difende il taglio e i contenuti della Silloge, che
nelle intenzioni dei curatori doveva rappresentare lo sviluppo del pensiero di

15
La critica di Spitzer al clima culturale del fascismo non viene lasciata cadere nel silenzio e vie-
ne ribattuta parola per parola. L’appoggio al regime è pieno e incondizionato: «Che in questo pre-
sunto classicismo, o meglio “tradizionalismo”, della fase odierna degli studi linguistici nel nostro pae-
se, sia da vedere una conseguenza e un parallelismo con la disciplina della vita pubblica italiana (…)
per cui la scienza cercherebbe nel ritorno alle tradizioni e all’astratto una “compensazione eccessiva”
contro “quello spirito umanistico, aperto al mondo reale e mobile, che noi conoscevamo finora come
specificamente italiano”, merita d’esser rilevato come indice di una conoscenza superficiale del no-
stro spirito, dei movimenti scientifici italiani e del recente ambientamento agli ideali spirituali del Fa-
scismo, che appunto preferisce il concreto e vuole e raggiunge il contatto della scienza con la vita.
Astrazione scientifica nella fase attuale della linguistica italiana ce n’è forse meno che altrove» (Pa-
volini 1933: 7).
Il problema della storia linguistica:… 73

Ascoli 16. La replica alla osservazione di assenza di riferimenti a Croce mostra


la sua freddezza nei confronti delle idee del filosofo napoletano, pur con qual-
che concessione al principio della natura individuale del linguaggio come at-
tività e sviluppo, dietro cui potrebbe trasparire un intento diplomatico più
che un vero interesse scientifico. Si ribadisce, del resto, che «compito della
linguistica non [sono] valutazioni estetiche ma l’esame della storia delle inno-
vazioni linguistiche» 17.
Tuttavia il concetto di storia a cui Pavolini si rifà e che rivendica alla tra-
dizione italiana è alquanto sfuocato. Egli sostiene che non si tratterebbe della
storia intesa alla maniera positivistica dei Neogrammatici, ma non articola una
definizione chiara, che non sia genericamente in rapporto a delle «ampie pos-
sibilità di sviluppo» del «carattere storico della disciplina»:
«È non solo a mio avviso, molto azzardato l’asserire che il volume, piuttosto che
rappresentare la continuità della tradizione del metodo storico, documenti nella
“scuola italiana” quella ideologia astratta e naturalistica che è peculiare della
scuola neogrammatica. Se esiste una corporazione linguistica italiana, questo sen-
timento unitario dei nostri glottologi non può esser cercato, ripetiamo, se non
nell’unico canone che congiunge indissolubilmente tutti i moderni linguisti italia-
ni col grande Maestro, cioè nella schietta fede nel carattere storico della discipli-
na. Indubbiamente vi esistono anche in astratto le più ampie possibilità di svilup-
po». (Pavolini 1933: 7)

In queste affermazioni peraltro non è priva di interesse la tesi che il lega-


me che univa i linguisti italiani e li ricollegava ad Ascoli fosse costituito dall’i-
dea del carattere storico per eccellenza della disciplina. Per la sua genericità,
è una dichiarazione che non rende giustizia alla ricchezza di riflessioni sulla
storia linguistica che proprio in quegli anni si andava sviluppando in Italia. Le
ragioni di ciò sono diverse, e in qualche caso opposte, rispetto a quelle che
avevano ispirato il linguista austriaco, per il quale l’antipositivismo, la difesa
dell’idealismo crociano, e in definitiva l’antifascismo, erano costitutivi della
concezione scientifica e culturale. Tra le posizioni contrapposte di autorevoli
personalità accademiche dell’epoca veniva però sviluppandosi un altro dibat-
tito, meno eclatante e più di sostanza, sul rapporto tra lingua e storia. È un di-
battito il cui tenore, a mio avviso, consente di dire che l’Italia del tempo ebbe
un ruolo pionieristico rispetto alla riflessione novecentesca, grazie a studiosi

16
«Di esatto, quando si parla di una scuola linguistica italiana derivante dall’Ascoli, resta solo
che tutti i glottologi italiani si sentono solidali nel carattere storico-comparativo impresso in Italia ai
nostri studi dall’immortale Maestro. Viceversa, se il volume doveva rappresentare lo sviluppo di cui
il pensiero ascoliano fu ed è suscettibile, è ovvio che esso dovesse o trascurare o accennare molto di
sfuggita ad altre tendenze che pur si rispecchiano nella linguistica italiana, ma sono estranee alla pre-
messa dei collaboratori della Silloge» (Pavolini 1933: 5-6).
17
Pavolini 1933: 6.
74 Rosanna Sornicola

come Terracini, Devoto e Pagliaro, entrati tra loro in uno stretto dialogo. In-
stancabile agitatore di problemi, Terracini fu l’anima del dibattito.

4. Il dibattito tra Terracini e Devoto e il “Sommario di linguistica” di Pagliaro

Si potrebbe dire che la riflessione italiana su principi e metodi della storia


linguistica, e sarebbe meglio dire sul suo ‘senso’, aveva avuto una lunga gesta-
zione, che precorreva la preparazione della Silloge in memoria di Ascoli. Basti
ricordare l’interesse di un Terracini poco più che trentenne a riflettere sulla
concezione strutturale della lingua e sul rapporto tra sincronia e diacronia che
emergeva nel Cours di Saussure, nella recensione pubblicata nel 1919. Terra-
cini, più anziano di Devoto e Pagliaro di una diecina d’anni, avrebbe più tardi
esercitato, specie sul primo, una sensibile influenza 18. E d’altra parte Pagliaro,
nel Sommario di linguistica ario-europea, pubblicato nel 1930, poco dopo la
Silloge, dava forma ad una concezione storica dei fatti linguistici che esprime-
va un superamento pieno dell’orizzonte neogrammaticale e un confronto cri-
tico con le idee espresse nel Cours, lucidamente articolati dal punto di vista
teorico.
Il dibattito sul senso della storia vede Terracini e Devoto impegnati in un
dialogo ravvicinato e continuo. È un dialogo tra uomini che, pur nella loro di-
versità di temperamento e di retroterra culturale, mostrano reciproco rispetto,
con toni affettuosi in cui traspare un legame di amicizia 19. Nell’articolo del
1933, «Linguistica e archeologia», sono già evidenti le linee di divergenza tra
i due studiosi. Sembra interessante ricapitolare i temi discussi, che già di per
sé pongono questioni innovative per l’epoca.
Un primo tema riguarda il rapporto tra linguistica e altre discipline stori-
che, la filologia, l’archeologia e la storia medesima. Terracini indica subito co-
me aspetto non privo di rilievo il nuovo «stato d’animo» che traspare ne Gli

18
Mi permetto di rinviare al riguardo a Sornicola (in stampa).
19
Questo clima umano è ben evidente nell’articolo di Terracini «Linguistica e archeologia»,
una recensione a Gli antichi Italici di Devoto, pubblicata sotto forma di lettera aperta: «La lettura
del tuo libro su “Gli antichi Italici” m’è venuta via via suggerendo alcune osservazioni e commenti,
come sempre accade ad un libro che meriti di essere letto con attenzione e con simpatia: pagine e
spunti ora mi strappavano un fregaccio marginale di consenso per un’idea nuova e ben dimostrata,
or anche suggerivano punti interrogativi per segnalare a me stesso dubbi su ciò che leggevo e per do-
mandarmi perché nel tuo libro non c’è quello che ch’io mi aspettavo che ci fosse; ma soprattutto era
la sorpresa di trovare un argomento che da anni è materia al nostro studio comune, concepito da uno
spirito che si mostra talvolta addirittura agli antipodi con le più radicate abitudini del mio pensiero.
Anche a lettura finita e a mente riposata, mi è parso che qualcuna di queste impressioni valesse la pe-
na di discuterla in pubblico; ma a farla da censore e recensore a te, amico mio carissimo, non mi rie-
sce davvero; niente recensione dunque: ma, se vuoi, continuiamo in pubblico una di quelle discus-
sioni come siam soliti di fare a quattro occhi, ragionando dei nostri studi con fraterna discordia, la
quale è il lievito spirituale della nostra amicizia» (Terracini 1933: 137).
Il problema della storia linguistica:… 75

antichi Italici di Devoto. Pur dichiarandosi linguista di professione (un «ma-


nipolatore di radici») questi esprime infatti un convincimento che colpisce:
«Dal lavoro di molte discipline, non dalla sola critica dei testi, nasce la storia».
Su questo problema, che a lungo impegna la riflessione di Devoto, Terracini
prende posizione in chiusura dell’articolo, non senza aver anticipato all’inizio
che, pur intendendo concentrarsi sull’analisi dei molti aspetti linguistici del
volume, per questa strada «forse alla fine dei […] ragionamenti [sarà possibile
ritrovarsi] prossimi alla storia, o entro la storia addirittura, cioè proprio al suo
punto di partenza, o non molto lontano di lì» 20. La conclusione, che riporto
per esteso di seguito, mette in evidenza alcuni punti chiave del pensiero terra-
ciniano: l’opportunità di una sinergia interdisciplinare in cui però ogni scienza
mantenga la consapevolezza della sua missione e della sua autonomia; la ne-
cessità di fare storia delle lingue come narrazione complessiva in cui le vicen-
de linguistiche siano illuminate nel loro svolgimento dalla complessità di fat-
tori storici che concorrono a costituirle:
«Dalle scienze sorelle la storia nasce in forza di una sintesi; ma non di una sintesi,
come tu dici, ottenuta magari in forza di qualche compromesso, mezzo antisinte-
tico se ve n’è uno, perché ciascuna disciplina è naturalmente tratta a far compro-
messi che compromettano la rivale. Si cercherà piuttosto tra di esse la reciprocità
di spinte e di additamenti, ed un’armonia integratrice di risultati che sarà tanto
più intima, quanto ciascuna disciplina avrà più chiara la coscienza dei suoi fini e
dei suoi limiti e si svolgerà, per una forza interiore, sempre più aderente al parti-
colare aspetto della storia che forma l’oggetto del suo studio.
Se a questa lunga favola deve accordarsi la sua brava morale, diremo dunque, e
confido che qui siamo sostanzialmente d’accordo, che il “manipolatore di radici”,
quando narra le vicende di una lingua, non ha tanto il diritto di ficcare il naso nel-
le faccende degli storici, quanto il dovere di fare semplicemente della storia, con
la S maiuscola o minuscola, ma niente altro che storia». (Terracini 1933: 152)

Quanto il problema della definizione di «storia linguistica» fosse centrale


e controverso nella riflessione degli anni ’30 lo si può vedere nelle affermazioni
dubbiose di Devoto, nell’Avvertenza alla Storia di Roma: «Raccomando all’at-
tenzione del lettore le pp. 371-381. Esse riassumono i concetti fondamentali a
cui si deve ispirare a mio avviso una “storia della lingua”: egualmente lontana
dalla grammatica storica come dalla storia letteraria». Nelle considerazioni di
Devoto forse è possibile cogliere una eco del dialogo con Terracini, ma sembra
anche evidente l’influenza di teorie sulla dimensione inconscia dei fatti lingui-
stici, che si erano sviluppate negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo:
«Che cosa veramente si intende per storia di una lingua in generale e per storia
della lingua latina in particolare non è chiaro senz’altro. I libri che portano il ti-

20
Ivi: 138.
76 Rosanna Sornicola

tolo di storia di una lingua non concorrono a facilitare questa definizione essen-
ziale. Il puro grammatico vede nella storia di una lingua nient’altro che lo svolgi-
mento della sua struttura grammaticale e in prima linea quello dei suoi elementi
primordiali, i suoni. Il filologo vede nella storia di una lingua soprattutto il succe-
dersi di modelli stilistici, un contributo alla individuazione degli autori, una parte
non di primo piano della storia letteraria. Lo storico della cultura, approfonden-
do i concetti, vede o vorrebbe vedere nella storia di una lingua un aspetto della
storia della cultura ed applica alla lingua criteri di giudizio analoghi a quelli pro-
pri di altre manifestazioni dello spirito: ma è portato a trascurare quello che nella
lingua vi è di inconscio, o a vedere echi di manifestazioni spirituali in manifesta-
zioni linguistiche tipicamente inconsce». (Devoto 1940: 371)

Ma c’è un secondo tema che occupa una parte centrale della lettera-recen-
sione di Terracini a Devoto, il tema della identità linguistica. Il tema precorre
interessi dello studioso torinese che troveranno più ampia formulazione nei
lavori dell’età matura. In «Linguistica e archeologia» esso si pone in rapporto
alla definizione della individualità degli Italici data da Devoto. Il patrimonio
linguistico italico infatti, a suo avviso, è descritto in forma statica 21. La vera in-
dividualità degli Italici va cercata nelle complesse dinamiche di adozione, as-
sorbimento e adattamento di tratti culturali e linguistici mediterranei, etru-
schi, greci e del mondo romano 22. Attraverso la testimonianza di dubbi, che
manifestano un pensiero critico vigile e sempre all’opera, Terracini dice con
chiarezza di ritenere che il concetto di “individualità italica” è un portato del-
la linguistica ricostruttiva:
«V’è in questo libro una frase pensosa, in forza della quale ondeggiamenti e con-
traddizioni si elevano all’espressione di un dubbio metodico, uno di quei dubbi
che più mi tormentano quando io consideri qualsiasi libro che tratti di una lingua
con l’intenzione di tracciarne alla brava la storia: “sicché… l’indagine linguistica
compie il ciclo che le è assegnato, di estrarre prima di tutto, quello che costituisce
la personalità linguistica degli Italici, di situare però questi popoli nella realtà sto-
rica dell’ambiente in cui si sono trovati, dal quale e al quale completamente di-
menticando le nebulose origini, hanno preso e hanno dato”. È cioè certo che a
creare il concetto di individualità italica ha molto contribuito il periodo ricostrut-
tivo e evolutivo della linguistica». (Terracini 1933: 145)

5. L’idea di storia linguistica di Terracini

Vale la pena discutere ancora alcuni aspetti del pensiero di Terracini, che
a mio avviso costituiscono il punto più avanzato degli studi italiani degli anni
’30 in merito alla riflessione sulla storia linguistica.

21
Ivi: 141.
22
Ivi: 144-145.
Il problema della storia linguistica:… 77

L’idea di storia «con la S maiuscola o minuscola» aveva iniziato a delinearsi


a contorni definiti già nel lavoro di Terracini comparso nella Silloge per Ascoli,
«Paleontologia ascoliana e linguistica storica», in cui lo studioso torinese pren-
deva chiaramente le distanze dalla impostazione ricostruttiva di Ascoli. Egli
riteneva infatti che questa prescindesse dalla considerazione e dalla interpre-
tazione del ruolo dei “doppioni” e delle oscillazioni per la comprensione degli
sviluppi storici. In quel lavoro Terracini riprendeva il suo bilancio dei rappor-
ti tra le nozioni saussuriane di sincronia e diacronia, su cui si era già sofferma-
to nella recensione al Cours, arricchendolo di nuove considerazioni relative al-
la stessa dicotomia teorica e ad una sua applicazione alla linguistica storica:
«Col distinguere nettamente una descrizione statica di fatti multipli legati da una
simultaneità nel tempo e da una coincidenza nello spazio (sincronia) dalla descri-
zione, o ricostruzione di un fatto unico (diacronico) come esso si determina attra-
verso una serie di stati, il Saussure ci diede una teoria che è tra le più rigide inter-
pretazioni del pensiero che mosse dai neogrammatici, dove il concetto di legge e
tutte le distinzioni che ne derivano è esposto nel suo valore intrinseco e non solo,
come pur esso nacque, nella sua portata pratica; costruzione tipica, se mai ve ne fu
una, che da una parte nella sua stessa rigidità si presta mirabilmente a mettere in
vista le incrinature del ragionamento e il lato debole di alcune premesse, e dall’al-
tra però è sommamente atta a porre in rilievo ciò che di duraturo, perché di reale
e di aderente all’osservazione, vi è nel concetto di legge». (Terracini 1929: 246)

L’affermazione che «la sincronia contiene senza dubbio qualcosa di rea-


le», ovvero il fatto che a livello teorico «essa esprime la simultaneità con la
quale elementi linguistici si presentano ad ogni momento dinanzi allo spirito,
associati in serie, sì che, se uno di essi è, per una ragione qualsiasi, come sdop-
piato in due fasi oscillanti, questa oscillazione si trasmette agli altri membri
della serie» 23 è però controbilanciata da quella per cui «in linguistica storica
il concetto di sincronia, preso in senso assoluto, non regge» 24, e ciò per due
motivi: l’impossibilità di delimitazioni rigorose di sincronie nel tempo e nello
spazio e la relatività delle loro rappresentazioni, che richiedono sempre una
dimensione comparativa tra lingue. Le analisi dialettali di Ascoli potrebbero
considerarsi sincroniche, quindi puramente descrittive, e richiedono necessa-
riamente un continuo confronto con il sistema latino 25. È una critica che ha a
fondamento l’esperienza scientifica della concezione di Schuchardt e della
nuova fase della dialettologia romanza francese e svizzera, profondamente as-
similate da Terracini e divenute per lui punto di partenza per lo sviluppo di
una propria posizione originale. Nel lavoro per la Silloge sono ricordati i mo-

23
Ivi: 247.
24
Ibidem.
25
Ibidem.
78 Rosanna Sornicola

delli della variazione e del cambiamento elaborati dalla linguistica romanza tra
la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, frutto di una mutata consape-
volezza della complessità della diffusione nello spazio e nel tempo dei feno-
meni linguistici e di una nuova visione della storia come studio dello straordi-
nario e problematico intreccio di vicende che hanno a fondamento gli uomini
e le loro società:
«Quanto poi alla diacronia, la linguistica contemporanea, specie sotto quella for-
ma che suol chiamarsi linguistica geografica, mirò soprattutto a studiare il movi-
mento linguistico, concepito non più come rappresentazione di uno sviluppo
grammaticale, ma come espressione delle vicende storiche e delle correnti cultu-
rali sulle quali si rinnova il linguaggio; e dall’analisi del movimento linguistico
trasse più rigorosi criteri di cronologia relativa, giungendo anzi a distruggere il
concetto statico di lingua». (Terracini 1929: 248)

La riflessione critica sul metodo ricostruttivo presentata nel lavoro del


1929 trova ulteriori sviluppi nella lettera-recensione a Gli antichi Italici, in cui
si arriva a parlare di una «teorica impotenza di ogni questione classificato-
ria» 26 e ad articolare delle limpide conclusioni generali su che cosa voglia dire
fare linguistica storica:
«Tutto quanto in linguistica è frutto di pura comparazione: distinzione di sistemi
grammaticali, classificazione di lingue, discriminazione di elementi disparati ve-
nuti a confluire in un fatto unico, o anche determinazioni delicate di età, di luogo
in cui primamente nacque una innovazione, costituisce un elemento necessario a
chi faccia della linguistica, ma non è ancora la storia perché si tratta di materiali
che pongono la parola in un tempo e in un luogo per definizione diverso da quel-
lo in cui essa è attestata, cioè viva nella coscienza di chi parla. La comparazione
insomma, pura e semplice, sia arcaicamente evoluzionistica, sia svolta con moder-
na coscienza dei fenomeni storici che è chiamata a chiarire, è in fondo un’enorme
ricostruzione etimologica, estratta risalendo a ritroso dalla parola viva, anche se
noi poniamo i risultati in cronologia diretta: e la storia della parola senza chi l’ha
veramente parlata, e la storia a ritroso, non si fanno». (Terracini 1933: 146)

È soprattutto di lì a poco nello studio «Di che cosa fanno la storia gli sto-
rici della linguistica?», pubblicato in due parti sull’Archivio Glottologico Ita-
liano, che Terracini affina ulteriormente il suo punto di vista sugli obiettivi e
i metodi della linguistica storica, a partire dalla considerazione delle idee di
studiosi che tra anni ’20 e anni ’30 avevano avuto un ruolo propulsore al ri-
guardo, ponendo il problema di un ripensamento dei metodi ricostruttivi e di
una rappresentazione del movimento linguistico non come mera successione
di fatti linguistici. Egli ricorda con assenso l’opinione di Bartoli secondo cui

26
Ivi: 140.
Il problema della storia linguistica:… 79

«la linguistica, limitata all’esatta cronologia delle innovazioni, non è ancora


storia»27 e quella di Meillet, per il quale «con la comparazione giungiamo sem-
plicemente ad opporre l’uno all’altro stati linguistici successivi», mentre «le
differenze fra questi stati sono dovute ad una infinità di innovazioni indivi-
duali che sfuggono di regola alla comparazione» 28. Ma soprattutto rilevante è
il nuovo bilancio sulle implicazioni del Cours per la linguistica storica, in cui
si vede, tra l’altro, un continuo confronto e ripensamento delle posizioni saus-
suriane rispetto alla recensione del 1919 e ai lavori successivi. Terracini vede
lo studioso ginevrino come il liquidatore di un’epoca, che ha riconosciuto i li-
miti delle impostazioni precedenti, arrivando a «teorizzare la astoricità conge-
nita del metodo comparativo» 29, e tuttavia irrigidendo la contrapposizione di
sincronia e diacronia finisce col non poter cogliere la natura del movimento
linguistico, il cui studio richiede un superamento di tale contrapposizione 30.
In maniera consequenziale con i suoi presupposti teorici, Saussure, a suo av-
viso, sarebbe rimasto intrappolato in un’altra contrapposizione, convenzionale
nella storia della linguistica: quella tra storia interna e storia esterna:
«Tanto è vero ciò che, quando il Saussure intende studiare il movimento lingui-
stico, non più come diacronia, cioè in quanto modifichi un sistema, ma diretta-
mente come innovazione che nasce in un determinato luogo, si espande, si ritrae
dinanzi ad altre innovazioni, ecc., cioè quando fa della linguistica non avendo di-
nanzi una lingua come sistema astratto e chiuso in sé, ma come la espressione di
un complesso di fattori storici, egli, pur avendo coscienza del carattere parados-
sale della tesi che sostiene, dichiara di fare con ciò della linguistica puramente
esterna e dal suo punto di vista ha perfettamente ragione. L’importante per noi
in questo momento è di notare che il Saussure, appena, a modo suo, studia il mo-
vimento linguistico, subito esce dalla pura descrizione e classificazione di fatti».
(Terracini 1935-1936: 181)

La contrapposizione tra storia interna e storia esterna deve essere invece


superata 31, man mano che si prende coscienza dell’importanza di «ricondurre
la linguistica storica alla storia: cioè agli uomini e alle loro vicende» 32. Tutto
l’armamentario di idee, metodi e strumenti della linguistica storica romanza e
dell’esperienza dialettologica del tempo più avanzata 33 è messo a frutto in ma-

27
Terracini 1935-1936: 180. Si veda la nota 10 a p. 180 per i numerosi riferimenti ai lavori di
Bartoli.
28
Ibidem. Si veda la nota 9 con i l riferimento a Meillet.
29
Ibidem.
30
Ivi: 181.
31
Ivi: 230.
32
Ivi: 178.
33
Non è un caso che in questo lavoro Terracini sottolinei l’importanza della romanistica e dello
studio delle lingue vive (1935-1936: 231) e osservi le nuove possibilità per la linguistica storica aperte
dalla geografia linguistica (Terracini 1935-1936: 180).
80 Rosanna Sornicola

niera originale per dare attualità e concretezza alla enunciazione del principio
generale. L’analisi della complessa storia del betacismo latino tiene conto
dell’esame delle oscillazioni ed esitazioni dei parlanti che si possono produrre
in una fase linguistica 34.
Il principio generale enunciato nel lavoro del 1935-1936 mostra una ma-
turazione della riflessione sul senso della linguistica storica e una consapevo-
lezza delle linee di sviluppo storiografiche al riguardo: «per le vie più diverse
è dunque tutto un riferire il fatto storico allo spirito di chi parla» 35. Il mutato
panorama scientifico intervenuto tra l’epoca di Ascoli e quella di Meillet,
Schuchardt, Gillieron,Vossler è chiaramente individuato nelle sue linee essen-
ziali e descritto con una formulazione critica di portata teorica: «I linguisti si
trovano ormai davanti una lingua fluida, viva, nelle cui vicende non l’imper-
sonale ‘Werden’ dello Humboldt minore, o il ‘tempo’ del Saussure, ma gli uo-
mini con il loro pensiero e i loro sentimenti hanno lasciato una mutevolissima,
ma non labile impronta» 36.
Si delinea qui con chiarezza quella nozione di «sentimento linguistico»
che tanta importanza avrà nel pensiero di Terracini, su cui egli continuerà a
riflettere ancora per anni: «È un fatto che noi oggi, oltre al parlare di fatti lin-
guistici e delle loro connessioni e successioni, ci riferiamo volentieri, sempre
più volentieri, a un fattore di carattere soggettivo e sentimentale, che a prima
vista può parere alquanto vago e indefinito, ma che, a ben riflettere, si lascia
chiaramente determinare come il sentimento che ciascun parlante nutre verso
la tradizione in cui volta a volta si attua il suo linguaggio» 37. È una definizione
che non appaga completamente l’inquieta ricerca dello studioso, tant’è che
nel saggio del 1935-1936 egli ritorna più volte sulla possibilità di una sua più
chiara riformulazione 38. È un fatto, peraltro, che la nozione di sentimento lin-
guistico viene a costituire la chiave di volta dell’analisi storica del betacismo
latino, il problema centrale affrontato nel lavoro: «La complessa storia del be-
tacismo ci insegna che una complessa innovazione latina, seguita nella sua
continuità diacronica, si colora di una interferenza storica diversa a seconda
che vari il sentimento che i Romani avevano della propria lingua» 39. Alla fine

34
Ivi: 230.
35
Ivi: 179.
36
Terracini 1935: 179.
37
Terracini 1935-1936: 182. Questa formulazione si accompagna anche ad una riconsiderazione
critica delle idee di Saussure, Meillet, Gillieron, Bartoli e Vossler che possono essere messe in rap-
porto con la definizione di «sentimento linguistico».
38
Si veda ad esempio la discussione relativa alla comunicazione sul concetto di «sentimento lin-
guistico» presentata da Lindroth al Quarto Congresso internazionale dei linguisti a Copenhagen.
Terracini sintetizza la posizione di Lindroth come «la ricerca di una formula che definisca quel senso
di coesione, di padronanza, di equilibrio, con cui ciascun parlante possiede e maneggia il complesso
sistema della propria lingua», rispetto a cui fa dei rilievi (si veda Terracini 1935-1936: 228, nota 147).
39
Ivi: 227-228.
Il problema della storia linguistica:… 81

del saggio Terracini indica la dialettica di libertà e ossequio alla tradizione e il


fattore agonistico del conflitto tra tradizioni linguistiche diverse come elemen-
ti costitutivi del sentimento linguistico:
«[Sentimento linguistico è] semplicemente […] l’aspetto che prende in prospet-
tiva sincronica, o se si vuole essere più esatti, entro la lingua viva, animata dalla
presenza del soggetto, quel sentimento della lingua come tradizione che esprime
la posizione man mano assunta dal parlante entro di essa… Con le parole della
retorica classica: a determinare il sentimento linguistico ciò che conta è la aucto-
ritas della tradizione»40.

Erano aspetti delle dinamiche linguistiche su cui Terracini doveva aver a


lungo riflettuto per averli osservati da vicino nella sua esperienza di studioso
di varietà dialettali moderne. Non si trattava soltanto della pur importante di-
mensione affettiva dei parlanti verso la loro lingua, ma di una più pervasiva
idea che la storia delle lingue non si può studiare senza che le testimonianze
oggettive in cui si cristallizza il sapere linguistico siano comprese nelle dina-
miche attraverso cui possono essere passate, che le rendono vive. Queste di-
namiche sono tutte riconducibili agli individui parlanti, la cui realtà è sempre
storica in quanto essi appartengono sempre ad un certo tempo e ad un certo
luogo e, soprattutto, in quanto sono i protagonisti dei processi linguistici. È
una concezione che precorre per tempo il dibattito di linguistica generale e di
sociolinguistica su come debba essere concepita una linguistica storica.

Università Federico II di Napoli ROSANNA SORNICOLA

BIBLIOGRAFIA

Croce, Benedetto, 1933, «Recensione alla “Silloge linguistica dedicata alla memoria
di Graziadio Isaia Ascoli nel primo centenario della nascita”», a cura di Benvenu-
to Aron Terracini e Giacomo Devoto, in La Critica. Rivista di Letteratura, Storia
e Filosofia, 31, p. 52.
Devoto, Giacomo, 1940, Storia della lingua di Roma, Bologna, Licinio Cappelli.
Pagliaro, Antonino, 1930, Sommario di linguistica ario-europea, Roma, L’Universale.
Pavolini, Paolo Emilio, 1935, «Discorso inaugurale», Atti del III Congresso interna-
zionale dei linguisti a Roma (19-26 settembre 1933), Firenze, Le Monnier.
Sornicola, Rosanna, (in stampa), «Storicismo e strutturalismo nella linguistica italiana
del Novecento», Atti del L Congresso internazionale della Società di Linguistica
Italiana (Milano, 22-24 settembre 2016).
Spitzer, Leeo, 1932, «Recensione alla “Silloge linguistica dedicata alla memoria di
Graziadio Isaia Ascoli”», in «Indogermanische Forschungen» 50, pp. 147-153.

40
Ivi: 228-229.
82 Rosanna Sornicola

Terracini, Benvenuto, 1919, «Recensione al “Cours de linguistique générale”, édité


par Charles Bally et Alfred Sechehaye», Paris, Payot, in Bollettino di Filologia
Classica, 25, pp. 7-8.
—, 1929, «Paleontologia ascoliana e linguistica storica», in Silloge linguistica dedicata
alla memoria di Graziadio Isaia Ascoli, cit. dalla ristampa in Terracini 1981, pp.
233-264.
—, 1933, «Linguistica e archeologia. Lettera aperta a Giacomo Devoto», in La cultu-
ra, N.S., 12, pp. 735-750, cit. dalla ristampa in Terracini 1981, pp. 137-173.
—, 1935-1936, «Di che cosa fanno la storia gli storici della linguistica? Storia dei ti-
po BENIO e NERBA nel latino volgare», in Archivio Glottologico Italiano 27,
pp. 133-152; 28, pp. 1-31, pp. 134-150, cit. dalla ristampa in Terracini 1981, pp.
175-231.
—, 1981, Linguistica al bivio, Napoli, Guida.
II
IL LESSICO
RETORICA E LESSICOGRAFIA:
IL PROCESSO COMBINATORIO

Come dice Cicerone, l’essere umano può influenzare con il suo discorso i
sentimenti della gente e ottenere consenso. I parlanti debbono creare pertanto
dei testi linguistici adeguati per convincere il proprio uditorio. Secondo Cice-
rone, Crasso afferma che: “Nulla … è più insigne della capacità di avvincere
con la parola l’attenzione degli uomini, guadagnarne il consenso, spingerli a
piacimento dovunque e da dovunque a piacimento distoglierli” (Cicerone
1994, p. 139)1.
E lo stesso Crasso, sempre secondo Cicerone (1994, p. 141) continua:
“Tanto gradevole allo spirito e all’orecchio, quanto un discorso è elegante e
adorno di saggi pensieri e nobili parole” 2. Dire le cose in modo pertinente e
se è possibile anche dirle in modo piacevole, questo è il compito del parlante!
Dunque organizzare il proprio discorso in funzione di quello che si vuol
dire in modo che il messaggio sia efficace e pertinente e organizzarlo in modo
strategicamente adeguato. Ciò vuol dire che oltre a valutare l’occasione del
messaggio, bisogna scegliere come strategicamente usare la lingua adottando
la forma più efficace, elegante e adeguata possibile, non soltanto rispetto alle
circostanze, ma anche rispetto allo specifico uditore /destinatario. In tutto
questo, va fatta una differenza tra messaggio che serve a comunicare qualcosa
e messaggio che invece tende a cercare l’adesione del proprio uditorio.
La prima condizione è comunque parlare o scrivere in modo pertinente.
Non è sufficiente allo scopo adoperare le parole, ma soprattutto combinarle

1
Il testo latino dice: neque vero mihi quicquam praestabilius videtur quam posse dicendo te-
nere hominum mentis, adlicere voluntates, impellere quo velit, unde autem velit deducere.
2
Il testo latino dice: tam iucundum cognitu atque auditu quam sapientibus sententiis gravibu-
sque verbis ornata oratio et polita?
86 Vincenzo Lo Cascio

in modo appropriato e secondo le regole combinatorie che vigono in una lin-


gua. Ovviamente, si possono scegliere accoppiamenti più azzardati e liberi del
solito, mostrando inventività, a condizione però che il contesto aiuti a fare il
passo ulteriore da una combinazione pertinente ad una combinazione inven-
tiva. A condizione anche che l’uditore/il destinatario sia in grado di capire e
apprezzare.
Molti sono i modi e varie le strategie per raggiungere il giusto effetto. In
tale operazione, la metafora serve, per esempio, ad abbellire il discorso e ren-
derlo più potente! Ma è possibile anche servirsi di gesti, sguardi, per comuni-
care e dunque svolgere tutta un’attività persuasiva. Se poi si passa alla scelta
del sistema linguistico adoperato, si deve prendere in considerazione, per
esempio nel caso dell’italiano, se usare la lingua nazionale, o il dialetto, o una
forma mista di lingua nazionale e dialetto, se il messaggio impone una scelta
o il destinatario è sensibile a una forma linguistica particolare.
Tullio De Mauro ha dedicato una vita ad analizzare il lessico, le parole, il
loro uso. Ha dedicato attenzione al dizionario e al sistema linguistico che i
parlanti adoperano. Ha svolto dunque un ruolo centrale nel definire il modo
in cui noi parliamo, come cioè la società si organizza linguisticamente, come
ogni cultura esprime se stessa. Fondamentale, in questo, definire i modi in cui
ogni specifica società si esprime. Per lui era importante capire quali strumenti
ogni parlante possiede e come esso deve adeguarli per rispondere alle condi-
zioni e alle richieste che una società impone. Ha dedicato molti dei suoi scritti
a riconoscere questi legami ed ad identificare i sistemi a cui le varie reti lingui-
stiche appartengono. In particolare era mosso non tanto dalle norme lingui-
stiche ma da quel comportamento che la realtà linguistica impone, non la nor-
ma ma l’uso che i parlanti fanno della lingua in cui si esprimono, sentiva ri-
spetto verso la competenza linguistica che ogni parlante possiede.

1. Il lessico

È noto che nella comunicazione, un grande ruolo viene ricoperto dal lessi-
co, dalle parole e le loro combinazioni. I modi con cui in un sistema linguisti-
co il lessico viene organizzato e disposto è di fondamentale importanza reto-
rica. Ogni parola in una lingua è contestualizzata e posta nel dovuto contesto,
deve essere adeguata ad esso, consona con esso e deve avere l’efficacia neces-
saria. Il parlante a sua volta deve impossessarsi di questi meccanismi, in modo
da servirsene nell’interazione con gli altri. L’interesse di De Mauro per la com-
petenza linguistica dei parlanti, per il rispetto verso di essa, per le parole e i
dizionari, sono una testimonianza chiara del ruolo che da linguista ha svolto.
Come parlanti, quale che sia la lingua, il sistema linguistico, cioè, di cui ci
serviamo, non usiamo le parole in funzione alfabetica ma le registriamo e le
Retorica e lessicografia: il processo combinatorio 87

abbiamo disponibili nel nostro cervello, organizzate in sistema. Le parole in


altri termini figurano nel nostro cervello e dunque nella nostra competenza
linguistica, in sequenza, combinate come vere e proprie formule, pacchetti les-
sicali. Le combinazioni lessicali a loro volta non sono libere ma sono determi-
nate da un sistema ben preciso. Esse formano una rete.
Ogni parola della lingua di cui ci serviamo è, e quindi forma, il nodo di
una rete di parole appartenenti a un’area specifica. Ogni nodo lessicale (ogni
unità lessicale e dunque ogni parola) è in altri termini il punto di partenza di
una rete lessicale ed è il punto da cui si dirama tutta la lingua. Si prenda per
esempio una parola come messaggio. La diramazione della rete, avviene secon-
do principi ben precisi ma lascia al parlante anche la facoltà di scegliere nel-
l’accoppiamento, all’interno di una gamma di possibilità, i percorsi che egli ri-
tiene opportuno: trasmettere, ricevere, lanciare, redigere, lungo, breve, poco
chiaro, orale, scritto, di auguri ecc. Il parlante, dunque, può seguire percorsi
vari e altamente numerosi e formare una rete. Egli è però condizionato dalle
scelte ammesse dal sistema per cui è poco opportuno combinare la parola
messaggio con *inghiottire, *ammiccare, ?*digerire, ?presentare, *indire ecc. Le
parole in altri termini non si combinano arbitrariamente, ma secondo principi
di congruenza enciclopedica, semantica, sintattica oltre che in modo idiosin-
cratico e in base a criteri particolari sviluppati da una data società.
Da una parte, dunque, ci sono le regole combinatorie e dall’altra ogni lin-
gua offre varietà combinatorie innumerevoli dettate da eventi storici, dal ca-
rattere dei suoi parlanti, dalla storia della società che li ha prodotti. Gli italiani
per esempio fanno la doccia o si lavano i denti, i tedeschi prendono la doccia e
gli olandesi lucidano i denti (tanden poetsen) e non “li lavano”.
La comunicazione dunque si svolge secondo leggi e sistemi retorici specia-
li e appropriati. Necessario pertanto fare per ogni parola della lingua l’inven-
tario delle altre parole con cui una specifica parola viene usata e preferisce
combinarsi. Ogni teoria linguistica che consideri la lingua come sistema, deve
individuare in essa una rete la cui organizzazione deve rispondere a una serie
di principi combinatori determinati da regole di congruenza semantica, sin-
tattica, stilistica, situazionale, ma anche da abitudini lessicali sviluppate dal
popolo come appartenenti al sistema (in italiano: fare la doccia anziché pren-
derla). La sistemazione delle parole serve poi a esprimere il modo in cui il par-
lante si pone rispetto a un destinatario. Pertanto ne definisce l’atteggiamento
retorico che serva a catturare l’attenzione del destinatario e coinvolgerlo.
Retorica vorrebbe dire in particolare: capacità di coinvolgere e persuadere
ed è dunque creatrice di persuasione, scopo appunto dell’eloquenza. Va poi
precisato che “la retorica è l’arte di persuadere con la parola” (Quintiliano
vol. 1: 285). Quintiliano precisa che quella del persuadere non è capacità
esclusiva dell’oratore. Secondo lui, la retorica è la scienza del parlar bene (rhe-
toricen esse bene dicendi scientia, 1979, p. 295).
88 Vincenzo Lo Cascio

Non è solo inoltre importante stabilire cosa diciamo e come, ma anche in


quale successione parliamo. Importante dunque l’elocutio 3.
Quando parliamo una lingua ricorriamo, oltre a quella grammaticale, alla
organizzazione lessicale. Se parliamo una seconda lingua dobbiamo stare at-
tenti a non confondere l’organizzazione combinatoria privilegiata dall’una lin-
gua con quella privilegiata nell’altra. La pertinenza linguistica e combinatoria
è fondamentale. Un italiano, nel parlare la sua lingua non dice “?ho mangiato
una placca di salame” o “??vado a lucidarmi i denti” per dire “ho mangiato una
fetta di salame” o “vado a pulirmi/lavarmi i denti ”, come eventualmente po-
trebbe dire per esempio un olandese che cerchi di esprimersi in italiano. O
meglio, un italiano parlando la sua lingua può dire le frasi suddette, ed esse
possono anche essere capite, ma verrebbero considerate “particolari”. Non
possono essere, infatti, ritenute pertinenti come lo sarebbero in altre lingue.
L’organizzazione in sistema lessicale, noi parlanti l’abbiamo nel nostro
cervello, dove facciamo le scelte appropriate valutando una serie di fattori. In-
nanzitutto la pertinenza combinatoria (cioè la correttezza delle combinazioni
lessicali), e in secondo luogo la congruenza tra il sistema e le situazioni comu-
nicative in cui ci troviamo. Spesso però ci sbagliamo, soprattutto quando ge-
stiamo più di una lingua. L’organizzazione dell’una può infatti influire, inter-
ferire, in quella dell’altra. Il grado di interferenza in quel caso dipende dai vari
sistemi linguistici protagonisti, dal grado di coinvolgimento emotivo, dal gra-
do di conoscenza.

2. Persuasione

Sappiamo che il processo di persuasione 4 (cioè fare accettare per un qua-


lunque motivo una tesi ad un altro parlante, al contrario del “convincimento”
che significa accettare la validità assoluta e indiscutibile di un ragionamento)
nell’interazione comunicativa può essere determinato, soprattutto nella comu-
nicazione orale (che è molto più complessa e affascinante), da differenti strate-
gie, e quindi anche: da un tono della voce, uno sguardo, uno scatto d’ira ecc. La
scelta dei contenuti è basata sull’universo ideologico a cui aderisce il parlante o
l’interlocutore e le conoscenze del mondo dell’uno e dell’altro (Gardner 2004).
Abbiamo quasi sempre a che fare con un uditorio particolare e non universale.

3
L’eloquenza, consiste di cinque parti: invenzione, disposizione, elocuzione, memoria, declama-
zione. Importante tra queste è la disposizione, ma anche il modo come pronunciamo: l’elocuzione
(cfr. Mortara Garavelli 1989).
4
Seguo la distinzione tra persuasione e convincimento proposta da Perelman & Tyteca (1958:
30): “ci proponiamo di chiamare persuasiva un’argomentazione che pretende di valere soltanto per
un uditorio particolare e di chiamare convincente quella che si ritiene possa ottenere l’adesione di
qualunque essere ragionevole”.
Retorica e lessicografia: il processo combinatorio 89

Se passiamo poi alla retorica linguistica e cerchiamo di capire come anche la lin-
gua giochi un ruolo importante nel rapporto con gli altri, allora l’organizzazione
linguistica diventa centrale strumento per ottenere un processo persuasivo se
non un processo di convincimento. In ogni caso è necessario parlare ed espri-
mersi in modo pertinente, appropriato, garanzia del successo. Oggi giorno ci
sono diversi strumenti per farlo. Un’area importante di comunicazione retorica
è fornita appunto dagli strumenti multimediali che forniscono un modello nella
società della conoscenza. Ovviamente al di fuori della lingua ci sono tanti mezzi
suasivi e efficaci per convincere o almeno persuadere un destinatario/interlo-
cutore. Lo strumento però onesto, leale è comunque quello linguistico e la mag-
gior parte della nostra comunicazione e del nostro lavoro retorico è piuttosto in
funzione della persuasione piuttosto che del convincimento, arduo da ottenere.
Senza lessico è difficile comunicare, o convincere, o persuadere un udito-
rio. In ogni caso è una procedura approssimativa. Il modo con cui il lessico
viene organizzato è dunque di fondamentale importanza retorica. La retorica
si compone di copie verborum e copie figurarum, cioè “dell’insieme delle idee
adatte al discorso, ma anche delle parole e delle figure “retoriche” delle quali
si serve l’oratore per formare ed esporre il suo discorso retorico al fine di per-
suadere il suo interlocutore” (Arduini e Damiani 2010).
Ma come funziona? Possiamo supporre che non appena evocata, una pa-
rola, per esempio la parola discorso, si attivi subito nella nostra memoria tutto
l’apparato combinatorio proprio ad essa parola (affrontare, tenere, ascoltare,
complicato, difficile, lungo ma non *discutere, *rompere, *respingere, duro, te-
nero). Come parlanti abbiamo però una memoria corta per cui nella memoria
immediata riusciamo ad evocare solo un insieme minimo e non esauriente di
combinazioni. Nella nostra competenza linguistica a lungo termine (quella
cioè totale e libera da emozioni) conosciamo invece più combinazioni anche
se non tutte quelle possibili. Va notato inoltre che a livello produttivo il siste-
ma combinatorio è molto più ridotto di quello ricettivo. Sul piano ricettivo,
infatti, riconosciamo molte più combinazioni di quelle che riusciamo a pro-
durre ogni volta che è necessario attivare la competenza combinatoria.
L’organizzazione del messaggio è lo strumento fondamentale per comuni-
care e interagire con gli altri parlanti. Ma essa non è fissa o stereotipa. Cambia
continuamente e secondo una serie di fattori:
• tipo di lingua e conoscenza di essa;
• intenzioni del parlante;
• valutazione dell’uditorio;
• valutazione della finalità del messaggio e i risultati che si vogliono otte-
nere;
• strumenti che la lingua mette a disposizione;
• capacità di trovare le combinazioni lessicali per dare l’adeguato profilo
al messaggio.
90 Vincenzo Lo Cascio

Uno degli aspetti fondamentali in tutto questo è le disponibilità che la lin-


gua ci dà, o suggerisce, per dare fisionomia al nostro messaggio. In una lingua
ti esprimi in modi diversi che in un’altra. In italiano si dice “darsi da fare” o
“in bocca al lupo” ma non in inglese. Le immagini corrispondenti alle forme
suddette sono diverse:
“in bocca al lupo” = good luck;
“avere una fame da lupo” = to be as hungry as a horse;
“darsi da fare” = to make an effort.
Espressioni che nelle due lingue hanno significato corrispondente tra loro,
ma presentato con immagini, retoricamente, diverse.

3. I nodi lessicali e sintattici

Quasi tutte le teorie che hanno messo al centro la sintassi non riescono, a
dar conto del fatto che l’assegnazione degli elementi lessicali ai nodi sintattici
non è arbitraria. E non è questione di prendere da un elenco lessicale la paro-
la o l’unità lessicale che conviene. Non è nemmeno sufficiente cercare di os-
servare le regole di compatibilità logica e semantica. In realtà, una volta scelto
un elemento lessicale, la presenza del resto del lessico, nella struttura frasale,
è decisa dallo stesso elemento lessicale scelto (cfr. Lo Cascio 2012b).
Si consideri per esempio che per un’entità lessicale come conto, nell’acce-
zione di “deposito bancario”, una combinazione lessicale come:
(8) accendere un conto
non è permessa dalla natura fisica di conto. La scelta lessicale esula infatti da
questa proprietà fisica, tanto è vero che in altre lingue un conto non si accende.
La natura di conto in italiano permette l’interpretazione metaforica di accen-
dere. E questo è un fenomeno socio-culturale, non adottato da altre lingue.

4. Nelle reti del lessico

Tutte queste teorie, riassumendo, permettono di spiegare la combinabilità


o congruenza enciclopedica ma non la combinabilità lessicale. Esaminando la
similitudine, per molti aspetti, tra difficoltà e guaio si osservi, per esempio, che
si può dire:
(9) impelagarsi in una serie di difficoltà; impelagarsi nei guai
mentre con altri verbi i due lessemi (difficoltà e guaio) si comportano in modo
diverso:
?cacciarsi in una serie di difficoltà; cacciarsi nei guai
*passare delle difficoltà; passare dei guai
*combinare delle difficoltà; combinare dei guai
Retorica e lessicografia: il processo combinatorio 91

Lo stesso vale per pasticcio e guaio:


(10) combinare dei pasticci combinare dei guai
cacciarsi nei pasticci cacciarsi nei guai
ma
*passare dei pasticci passare dei guai
*incontrare dei pasticci ?incontrare dei guai

Se prendiamo un nominale come processo, la scelta dei verbi che si com-


binano con tale parola e vengono accettati da essa, non si può prevederla con
regole, ma bisogna che il componente lessicale ne fornisca esplicitamente la li-
sta. Se si tratta del contesto giuridico, saranno a combinarsi verbi come istrui-
re, avviare, fare ecc.
Per una parola come riunione i verbi saranno diversi: convocare, fare, av-
viare, mentre è molto improbabile che per tale parola si scelga un verbo come
istruire.
Se invece partiamo da un verbo come indire, e ci mettiamo quindi da
quella prospettiva, la rete prenderà prevalentemente l’unità lessicale riunione,
o assemblea, e forse gara, e forse anche corsa (indire una corsa di cavalli ), bat-
taglia o cena ma non toccherà nominali come testo, mentre è poco frequente
la combinazione:
(11) ?indire un processo 5
Alcune combinazioni, e quindi percorsi, sono cioè probabili ma non sicu-
ri, e sono quelli che stanno al confine semantico tra due parole, come per
(12) ?cacciarsi in difficoltà
?incontrare dei guai.
Le cose si fanno più complesse quando si passa al confronto tra le lingue.
Dunque, per avere frasi ben formate non è sufficiente la sintassi, non è
sufficiente assegnare un’etichetta lessicale a un nodo categoriale, ma bisogna
assegnare il termine giusto, che, però, è idiosincratico, nel senso che ogni pa-
rola ha le sue preferenze combinatorie che non si possono prevedere con re-
gole sintattiche e lessicali. Non si può fare altro che prendere le parole dall’e-
lenco messo a disposizione da quell’unità lessicale scelta.
Linguisti come Cowie, Tomasello, Sinclair, Aitchinson, Govier sottolinea-
no oggi l’importanza dell’aspetto fraseologico della lingua. E De Mauro era in
prima linea anche con le sue polirematiche. La lingua viene vista come costi-
tuita da formule, formata da idioma, polirematiche, collocazioni, combinazio-
ni stereotipe, unità di due o più parole.

5
Su Google le occorrenze sono molto basse.
92 Vincenzo Lo Cascio

Ne evidenziano anche la rilevanza cognitiva, e quindi la necessità di par-


tire da un’ottica fraseologica, nell’ambito lessicografico e lessicologico, per ar-
rivare ai processi di apprendimento, con la constatazione che la parola singola
non esiste, esiste la frase e che la parola è frase (Lo Piparo 2007).
In Lo Cascio 1997 viene data una definizione delle collocazioni presentan-
dole come un continuum che va dalle combinazioni lessicali fisse (frasi idio-
matiche, polirematiche), per passare a quelle abituali e preferenziali, finendo
alle combinazioni libere.
Le combinazioni abituali sono le più importanti e numerose. Esse fanno
la “pertinenza della lingua”.
La natura del lessico che impone le combinazioni preferenziali, o fisse, in-
duce dunque a riconoscerne, in una teoria linguistica, il ruolo fondamentale,
anche al di sopra della sintassi.
La sintassi indica le strutture fondamentali del sistema e, per qualche lin-
guista, le strutture universali e magari innate (si pensi per esempio alle teorie
generative e non solo). Ma la lingua è fatta da quegli aspetti che venivano ri-
tenuti periferici da alcuni sintatticisti: è fatta, cioè, dal componente lessicale
che occupa un ruolo fondamentale.
La combinazione lessicale si dimostra però, spesso, idiosincratica e legata
ad ogni specifica lingua. Pertanto, se i modelli linguistici sono interessati alle
strutture generiche e fuori dalla lingua, essi possono continuare a ritenere cen-
trale il ruolo della sintassi. Altrimenti per dare conto come effettivamente fun-
ziona la lingua debbono assumere come centrale e determinante il “compo-
nente lessicale”.
L’ipotesi lessicale, secondo me, si rivela potente anche dal punto di vista
cognitivo.
Fornisce una nuova prospettiva linguistica fraseologica. Considera unità
che rispondono maggiormente a unità cognitive dato che così verrebbero a
formulare ipotesi sul come nella nostra mente la lingua si organizza, come la
mente dispone le informazioni e quindi su come apprendiamo e usiamo la lin-
gua (Lo Cascio 2004).
Di una parola ci ricordiamo, in effetti, la rete a cui appartiene, con i suoi
nodi più attivi, e quelli meno attivi e periferici.
Se pensiamo a pane, pensiamo a tagliare, spezzare, infornare, caldo, fresco,
croccante, fino a azzimo, rancido. Ma pensiamo anche agli altri domini lessicali
che sono sotto lo stesso iperonimo [cibo], o nodo tassonomico, e, dunque a
riso, pasta, biscotti, alimenti. Insomma attiviamo tutta la rete e i vari domini
lessicali collaterali, e, a seconda del punto o nodo scelto, possiamo prendere
e collegare più nodi o meno nodi.
Ma se è vero che ci serviamo della rete, poi però, in realtà, memorizziamo
per sequenze e parliamo per frasi e unità lessicali belle e pronte.
Retorica e lessicografia: il processo combinatorio 93

Come in più sedi ho sostenuto (cfr. Lo Cascio, 1991, 1996, 1997, 2001,
2007, 2009) il nostro parlare/scrivere è principalmente stereotipo, fatto di for-
mule fatte, di espressioni e pacchetti belli e pronti.
In più siamo condizionati dalle combinazioni pertinenti. La creatività lin-
guistica è condizionata perché socializzata. È la società che ha creato le regole
combinatorie di uso.
Il lessico è effettivamente una rete potentissima e infinita. A partire da un
nodo scelto, si raccolgono e diramano percorsi, si raccolgono le combinazioni.
Si può supporre che la registrazione del lessico nel nostro cervello, la sua dispo-
sizione, il modo in cui lo usiamo, sia dunque anche, e soprattutto, fraseologi-
ca, cioè che non combiniamo le parole sul momento ma che le abbiamo, e
usiamo, belle e pronte, combinate, come tasselli del discorso, come nodi ac-
coppiati e adiacenti.
Quando parliamo, quando pensiamo o decodifichiamo, quasi mai faccia-
mo un’operazione di accoppiamento dei singoli elementi lessicali. Forse nei
momenti di creazione linguistica, di produzione poetica, ma non nel normale
iter comunicativo.
Il linguaggio, si può ipotizzare, è, cioè, fatto di pezzi di lingua belli e pron-
ti per l’uso!
Questo si verifica anche nel momento in cui ci serviamo di un’altra lingua.
Il problema nel confronto tra le lingue non è il legame che si stabilisce tra un
elemento lessicale di una lingua e quello dell’altra, ma nel confronto tra le co-
struzioni.

5. I profili testuali

Gli esseri umani per trasmettere un messaggio organizzano dunque l’in-


formazione in base agli strumenti disponibili nel codice linguistico di cui si
servono. Al loro messaggio possono dare più forme, ma il numero di queste è
limitato. Il numero dipende dalla specificità delle lingue di cui ci si serve ma
anche dai principi generali che regolano la formazione di sequenze e strutture
linguistiche. In altre sedi (Lo Cascio 1986, 1987, 1989, 1990, 1991, 1996, 2009)
ho chiamato queste “forme”: profili linguistici. Ogni lingua ha un numero di
profili limitati, cioè immagini linguistiche, visi, in cui vengono impacchettati i
messaggi e che rispondono ad una serie di parametri che stanno alla base della
lingua in questione. Tali profili sono anche legati al tipo di testo linguistico
(argomentativo, narrativo ecc.) in cui si cala il proprio messaggio.
I profili testuali sono a loro volta soggetti a cambiamenti storici che dipen-
dono dalle regole che sottostanno all’evoluzione di una lingua. Ogni parlante
aspira a conoscere tutti i profili grammaticali e testuali ammessi e accettabili
della lingua che usa e anche tutte le regole pragmatiche che regolano l’uso
94 Vincenzo Lo Cascio

adeguato di essi nei vari contesti comunicativi. Tali profili vengono appresi
man mano e con l’uso. Una grammatica adeguata definisce questi profili e ri-
cerca le regole che sottendono ad essi, anche per formulare ipotesi sui proces-
si di apprendimento.
Sul piano diacronico è possibile poi che profili ammessi dal sistema risul-
tino particolari o marcati perché caduti in disuso. È il primo segno di una ten-
denza a sparire, per far posto nel codice linguistico in questione ad altri para-
metri che man mano sono andati acquistando, retoricamente, più forza. Si ve-
dano per esempio forme obsolete come: ordunque, eziandio.

5.1. Profili orizzontali e profili verticali


In un sistema linguistico i profili testuali possono in particolare tendere
verso una struttura orizzontale o verso una struttura verticale (cfr. Lo Cascio
1986 e 1987).
Un profilo narrativo che presenti una storia formata da eventi presentati
tra di loro in successione lineare, quasi iconica della realtà, presenta dal punto
di vista dell’organizzazione del messaggio e della sintassi un profilo orizzontale
come ci mostra l’esempio:
(1) Ieri ho acquistato un libro per Maria (E1) e sono andato a trovarla (E2).
Abbiamo cenato insieme (E3), abbiamo guardato un po’ di televisione
(E4), quindi siamo andati in città (E5).
In (1) gli eventi vengono presentati in successione sullo stesso asse tempo-
rale e nell’ordine in cui sarebbero avvenuti.
La stessa storia invece può essere presentata con espansione in verticale,
presentando deviazioni e sottostorie. Per esempio i fatti presentati in (1), ar-
ticolandoli in storia principale e storia secondaria, possono essere calati nel
profilo seguente:
(2) Ieri sono andato a trovare Maria (E1) che faceva il compleanno (S1) e le
ho portato il libro (E2) che avevo comprato la mattina (E3) poi siamo
andati in città (E4) dopo aver cenato(E5) e guardato un po’ di televisio-
ne (E6).
Questo secondo testo, e quindi profilo, ha dunque delle strutture (o dire-
zioni) di tipo verticale in quanto i fatti vengono divisi in più piani di impor-
tanza, vengono cioè raccontate delle sottostorie (comprare il libro (E3) o aver
cenato (E5) e guardato un po’ di televisione (E6) presentate sintatticamente in
forma di subordinate. Nel secondo profilo ci sono, in altri termini, dei lega-
menti orizzontali, a diversi livelli, cioè un insieme di eventi che si collegano
sintatticamente tra di loro ed entrano in un rapporto di coordinazione tra di
loro: al livello superiore, andare a trovare Maria (E1) e andati in città (E4), e
al livello inferiore, cioè su un’asse inferiore, cenare (E5) e guardare la TV (E6),
Retorica e lessicografia: il processo combinatorio 95

controllati dall’evento siamo andati in città (E4) dell’asse superiore, in quanto


ne sono espansione. L’evento “andati in città” è in fondo il punto temporale
prospettico a partire da cui vanno interpretati temporalmente gli eventi E5 e
E6 (cenare e guardare la televisione).
Le strutture e i profili verticali richiedono una competenza sintattica più
vasta ed ovviamente implicano un meccanismo di strategia pragmatica più
complesso: viene effettuata in essi una distinzione tra informazioni primarie e
informazioni secondarie, e viene quindi richiesto un raffinato bagaglio di stra-
tegie testuali.

6. Retorica della leggerezza

I testi narrativi conoscono poi profili testuali, e quindi sintattici, diversi da


quelli argomentativi. Ci sono testi argomentativi prevalentemente narrativi do-
ve i ragionamenti vengono presentati sotto spoglie piuttosto narrative e quindi
non esplicitamente argomentativi. Ciò è dovuto alla necessità di rendere il di-
scorso meno pesante. Sul piano diacronico, rispetto alla tradizione retorica del
passato, i testi argomentativi dell’italiano di oggi tendono ad essere più alleg-
geriti. La subordinazione in essi viene sempre di più limitata, sicché gli alberi
testuali mostrano meno ramificazioni. Mostrano strutture semplici e schema-
tiche con poco uso dei connettivi (gli indicatori di forza) spesso ormai assenti
anche nei testi saggistici. La struttura elencativa, priva di indicatori di forza, è
tipica del parlato. Struttura che rende il testo più facilmente fruibile.
Le regole di formazione del testo argomentativo probabilmente cambie-
ranno, o stanno già per cambiare, grazie ad una sempre maggiore penetrazione
della struttura del parlato nel discorso scritto con conseguente semplificazione
dell’apparato sintattico e la tendenza ad un altro tipo di organizzazione del te-
sto scritto. Grazie anche alla “giovane” tendenza a sviluppare testi brevi o bre-
vissimi, quasi telegrafici. Per non parlare della retorica legata all’inferenza (Eco
1979, 1994; Lo Cascio 1997) o della retorica del non-detto, di quello cioè che
il destinatario del messaggio deve intuire valutando la dimensione socio-cogni-
tiva del proprio interlocutore, tipica strategia retorica propria a diverse aree lin-
guistiche, per esempio quella mediterranea (cfr. Lo Cascio 2009: 274 e passim)6.

6
Andrea Camilleri scrive che un assistente dice al commissario Montalbano: «… Allora ho ca-
pito quello che lei, dottore, voleva da me e l’ho fatto …
– E che volevo da te?
– Che facessi scarmazzo, casino, rumorata. Mi sono fatto tutte le case vicine, ho domandato a ogni
persona che incontravo. Avete per caso visto un picciliddro così e così? Nessuno l’aveva visto, ma intanto
tutti hanno saputo che era scappato. Non era questo che voleva?
Montalbano si commosse. Quella era la vera amicizia siciliana, la vera, che si basa sul non detto,
sull’intuito: uno a un amico non ha bisogno di domandare, è l’altro che autonomamente capisce e agisce
di conseguenzia». (Il Ladro di merendine: 172-173).
96 Vincenzo Lo Cascio

Si può parlare forse di due tendenze contrapposte e nello stesso tempo


complementari, dato che l’ultima è una logica conseguenza, presupponendola,
della prima, e cioè:
1. Da una parte la dimensione del parlato che sta pervadendo lo scritto spin-
gendolo verso la creazione e l’assestamento di quell’italiano medio che vie-
ne definito anche italiano neo standard, rendendo la struttura piuttosto pa-
ratattica. Una tendenza verso la liberazione dell’impalcatura e l’architettu-
ra complessa della sintassi a favore della linearità o quasi infantilità della strut-
tura testuale. Una struttura che va di pari passo con l’economia dell’informa-
zione, la chiarezza del ragionamento, la internazionalizzazione della retorica,
verso un esempio e modello di stampo anglosassone, parco di connettivi, e
a carattere particolarmente elencativo: da istruzioni per l’uso, tanto per in-
tendersi.
2. Dall’altra, la tendenza postmoderna che liberatasi della necessità della moder-
na tecnologia, della efficienza sociale e comunitaria, inneggia ora all’individua-
le espressione linguistica. Ora che il processo modernista l’ha liberata della
grande architettura condizionante sintattica la lingua nazionale permette di
sviluppare nuove forme. Forme nate dalle frasi in libertà e il cui nesso è rele-
gato ad altri strumenti di tipo semiotico in prevalenza fonico-parlate (per
esempio derivati dai dialetti) che danno la possibilità di caricare ulteriormente
di valenze semantiche le forme e le parole. Ciò permette di rendere più ambi-
gui e vaghi i profili testuali al limite tra argomentativo, narrativo e descrittivo.
Soddisfacendo così alla tendenza e all’esigenza del ludico, al divertimento lin-
guistico, alla polivalenza del messaggio.

Va anche constatato che l’abbandono della rigida schematizzazione e


dell’ordine linguistico, potrebbe portare, all’insegna della suasione, a rendere
molto più mimetici i tratti distintivi del testo argomentativo per cui la finalità
e il carattere persuasivi verrebbero diluiti nel narrativo e nel descrittivo.
In verità per quel che concerne il primo fenomeno, si può dire che il par-
lato provoca ed ha provocato da una parte un appiattimento della gerarchia
sintattica e una tendenza ad usare profili testuali in cui le frasi siano presenta-
te piuttosto in forma di coordinate anziché in forma di subordinate. D’altra
parte proprio per l’iniezione di carica espressiva, il parlato permette e dà via
libera alla creazione ed inventività linguistica, all’espressione individuale. Se è
vero che lo sviluppo del pensiero e la padronanza linguistica permettono di
articolare i testi in funzione verticale per distinguere informazioni secondarie
da quelle primarie e principali, la tendenza parlata porterebbe a trascurare
questa distinzione dal punto di vista sintattico per relegarla ad altri strumenti
(intonazione, forme di ripresa, elenchi con indicazioni di priorità e contrap-
posizione) che sono tutti propri dell’enfasi orale. La tendenza parlata in altri
termini porterebbe a relegare alla congruenza semantica i legami del discorso,
porterebbe ad una maggiore iconicità narrativa, ad una maggiore linearità del
Retorica e lessicografia: il processo combinatorio 97

pensiero e ad una diminuzione della complessità del gioco dialettico tra infor-
mazione secondaria e informazione principale.
Lo schema moderno e funzionale e la diluizione individuale postmoderna
si contrappongono e nello stesso tempo sono, l’ultima, la continuazione e lo svi-
luppo della prima nel contesto retorico italiano, dove la lingua nazionale final-
mente si fa espressiva dopo essersi con tanta fatica fatta prima comunicativa.
In letteratura questa contrapposizione è stata sottolineata in modo chiaro da
Renato Barilli (1987 e 1990). In altri termini, alla tendenza tutta moderna verso
un linguaggio comune, stereotipo, fatto di paratassi, all’americana e all’anglo-
sassone verso testi tipo “istruzione per l’uso” elencativi, si contrappongono oggi
tendenze invece in cui il gioco linguistico e la sperimentazione, l’espressione in-
dividuale e la creatività linguistica, permessa ed ammessa proprio per l’esistenza
e la diffusione di quel linguaggio comune, portano a caricare di significati, le
espressioni linguistiche. Tale operazione, liberandolo da ogni angusta schema-
ticità, porta a quel fenomeno per cui il testo argomentativo finisce per mimetiz-
zarsi con quello descrittivo, narrativo, e viceversa (Lo Cascio 1995, 1996, 2009).
Se però è vero che queste due contrapposte tendenze si fanno sentire nella
narrativa o nel linguaggio giornalistico o scientifico legato alle discipline uma-
nistiche o a quelle sociologiche o politiche, minore diversificazione si nota nei
linguaggi settoriali più tecnici come quello dell’economia o della giurispru-
denza dove l’impalcatura sintattica del ragionamento anche se risponde agli
schemi nuovi di chiarezza e semplicità sintattica tendente verso l’elencativo,
pur sempre rispetta i canoni della tradizione e si affida poco alla creazione e
all’inventività linguistica individuale ed espressiva, rispettosa come è di un iter
retorico molto legato alla natura stessa della disciplina.
Si arriva così ad alcune discipline dove il ragionamento ha la struttura di
sempre: il discorso tecnico scientifico (a carattere elencativo) o quello ancora
più rigido, il discorso matematico (a carattere dimostrativo). O a linguaggi fu-
mosi e poco chiari come quello burocratico, vera croce e delizia della comu-
nicazione all’interno della società italiana.

7. Le emozioni
Ma la comunicazione è marcata e determinata da emozioni. La mente si
organizza in sistema, relazionando “sequenze” e non “elementi isolati”, rela-
zionando unità, pezzi di lingua, e non categorie semplici messe insieme da
strutture. Sul piano cognitivo, una teoria linguistica può ora formulare un’i-
potesi sul modo in cui conserviamo le informazioni linguistiche nel nostro cer-
vello e come le utilizziamo, anche in rapporto ad altre strutture come quelle
emotive o auditive.
Si può sostenere dunque che il lessico sia di per sé, nel suo aspetto fraseo-
logico, un’unità che ha un corrispondente emotivo. Una forma, un modo di
98 Vincenzo Lo Cascio

dire, una locuzione, un’espressione sono tasselli di memoria unitaria che han-
no un’estensione fonologica e soprattutto un corrispondente emotivo, connes-
so con eventi, situazioni, sentimenti ecc. (Damàsio 1999).

8. Il ruolo del lessico


Ci si può chiedere ovviamente se sia opportuno, per una descrizione del
sistema linguistico, ispirarsi al sistema cognitivo. Si potrebbe pensare che la
formalizzazione del sistema linguistico proceda in altro modo e che sia lineare
e costruzionale.
Ma anche allora la posizione del lessico dovrebbe essere rivista soprattutto
in rapporto alla sintassi, dato che è il lessico che decide con quali altri elemen-
ti lessicali ogni parola si combina o è disposta a combinarsi e con quali no.
È il lessico e non la sintassi che stabilisce le combinazioni ammesse, in ba-
se alla lingua a cui la parola appartiene!
In altri termini, non c’è universalità nel comportamento combinatorio.
Dunque deve essere il lessico a decidere il meccanismo di estensione sintattica.
Il fatto che i sostantivi decidano quali verbi vogliono, sia nella loro funzio-
ne di soggetto che nella loro funzione di oggetto o caso obliquo, e che decida-
no con quale aggettivo si combinino e quale nominale vogliono, che preceda
o segua, fa sì che essi fungano da testa e che quindi regolino la strutturazione
della frase o del periodo. Ovviamente sul piano cognitivo non sappiamo pre-
cisamente cosa funziona da attivatore: il nome, o il verbo, o l’elemento che è
nel momento in focus.
Tutte le costruzioni combinatorie sono sensibili alla specificità della lin-
gua, non sono universali. La maggior parte sono legate a emozioni. Ogni pa-
rola si presenta comunque con la sua batteria lessicale e crea un sistema, una
piccola rete. La rete è in parte logica e in parte idiosincratica. Infatti, le com-
binazioni variano da lingua a lingua.
Va proposta dunque una teoria in cui nel componente lessicale, ogni pa-
rola piena si presenti con le sue combinazioni preferite. La sintassi non può
fare altro che attingere all’insieme presentato da ogni rete 7. Ma la domanda
cruciale è: verso dove va la lingua?

9. La lingua regionale
Gli italiani però oggi capiscono e in parte parlano la lingua nazionale.
Molti sono però ancora i dialettofoni, molti anche coloro che leggono poco.
L’uso del dialetto dunque non è sparito. Ma man mano si sta affermando

7
Ogni parola della batteria combinatoria nella rete può diventare a sua volta il punto di par-
tenza, la testa o base di un’altra rete.
Retorica e lessicografia: il processo combinatorio 99

un’altra realtà. Molti parlanti e molti scrittori usano la lingua nazionale spesso
frammischiata a dialetto. In questo caso spesso le collocazioni vengono dal
dialetto e caratterizzano il termine della lingua nazionale. Arricchiscono cosi
la lingua con nuove immagini, con nuove forme. Come si è detto, le colloca-
zioni variano da lingua a lingua. In questo nuovo sistema ibrido nazionale, il
termine centrale, il capo del nodo della rete, spesso viene fornito dalla lingua
nazionale mentre il termine collocato, la diramazione, viene dal dialetto dando
in questo modo una nuova e specifica valenza al termine linguistico nazionale.
Così la lingua nazionale si estende e si arricchisce. Ovviamente si tratta di aree
linguistiche “private”. Non si può scrivere, almeno fino ad oggi, un trattato
inserendo termini dialettali. Si può invece scrivere un romanzo con queste for-
me ibride, ma efficaci, servirsi cioè di un’altra forma di comunicazione.
La definizione di “lingua regionale”, va precisato, è varia. Va dall’uso in-
cidentale di forme dialettali o regionali a una lingua nazionale integrata e fusa
con buona dose di dialetto.
Per “lingua regionale” si dovrebbe, pertanto, intendere una lingua essen-
zialmente nazionale ma ravvivata, colorita, insaporita di forme che sono di uso
regionale, spesso provenienti dal dialetto locale. Rimanendo però sempre una
lingua che dovrebbe essere comprensibile. Si verrebbe a formare in altri ter-
mini una lingua pregna di forme regionali in qualche modo italianizzate 8, do-
ve le interferenze sono coscienti o inconsce ma pur sempre costituiscono so-
lamente un ritocco, una cosmetica e non stravolgimenti lessicali o semantici.
La maggiore apertura alla regionalità in letteratura, si deve al fatto che si è
acuito il senso dell’identità regionale, sollecitato anche dalle istanze locali, so-
prattutto dove per esempio tale bisogno di identità è più forte. Nella regione
sarda ancora di più, mi sembra (ma forse mi sbaglio), che in quella siciliana.
L’italiano regionale verrebbe a «costituire quell’insieme di produzioni lin-
guistiche che oscillano fra i due poli rappresentati dall’italiano standard e dal
dialetto, ma che a seconda della vicinanza all’uno o all’altro polo presentano
peculiarità tanto differenti che solo forzatamente possono essere incluse sotto
la medesima etichetta» (Loi Corvetto 1983: 4)9.
Il popolo italiano ormai si è sempre di più abituato alla pluri-regionalità,
anche perché è sempre di più caduta la barriera della norma linguistica.

8
Si pensi per esempio, al libro di Andrea Camilleri Il colore del sole dove lo scrittore costruisce
un documento del Seicento, il diario di Caravaggio, inventandosi il testo, e quindi il linguaggio sei-
centesco. O a La canzone di Colombana, una storia piemontese del Cinquecento, in cui lo scrittore
Alessandro Perissinotto, in analogia alla sicilitudine o alla sardità, rivela una vera “piemontesità”
usando molto il dialetto piemontese.
9
Scrive Lavinio 2014: 177 “il mondo sardo narrato è molto spesso ribadito dalle stesse scelte
linguistico-espressive, con numerosi inserti di espressioni e vocaboli presi di peso dai dialetti sardi
e/o con il ricorso a forme di italiano regionale di Sardegna. Si pensi ad autori come Marcello Fois o
Salvatore Niffoi.
100 Vincenzo Lo Cascio

A livello nazionale, in Italia, la norma ha infatti ceduto molto spazio all’u-


so (vedi Camilleri / De Mauro p. 26/36), per cui assistiamo, anche grazie ai
mass-media audiovisivi, a continue testimonianze di vari parlati, napoletano,
romanesco, siciliano, veneto, lombardo, sardo. Sul piano della pronuncia co-
me sul piano lessicale e sintattico, la lingua nazionale oggi tende, cioè, a colo-
rarsi sempre di più di “regionalità”, proprio perché parlata (si veda per esem-
pio l’analisi di Dettori 1979).
Insomma, dopo decenni in cui sembrava necessario correre verso la lingua
nazionale, oggi, accanto ad essa, si recupera e si rivaluta anche la lingua regio-
nale come forma di espressione forte, essenziale, unica. Il dialetto si è liberato
dalle connotazioni negative e viene ammesso e rivalutato come forma espres-
siva potente e come segno di identità. La norma linguistica nazionale abbas-
sandosi, diventando tollerante, ha permesso e permette un processo di vitami-
nizzazione dell’italiano grazie all’apporto di dialettalismi e regionalismi.
Alcuni scrittori pertanto scrivono e fanno parlare i loro personaggi in lin-
gua regionale o dialetto, mentre loro usano, per il loro metalinguaggio, l’ita-
liano standard 10.
Altri scrittori invece vanno oltre, e usano un tipo di scrittura ancora più
integrativo del linguaggio regionale. Nella loro narrazione, il linguaggio del-
l’autore e quello dei personaggi si impregnano entrambi dell’italiano regiona-
le, diventano un tutt’uno, come nel romanzo Disìo di Silvana Grasso o nell’o-
pera di Camilleri.
L’operazione Camilleri ha portato a introdurre a livello nazionale espres-
sioni dialettali che hanno finito per essere comprese e apprese. Si è trattato di
un martellamento operato dallo scrittore siciliano che con la ripetizione di ro-
manzi con gli stessi personaggi e con una produzione massiccia ha finito per
scodellare ai lettori nazionali e stranieri una specie di corso di lingua dialettal-
regionale. Molti lettori non siciliani infatti lo leggono, alcuni hanno acquisito
una competenza di lettura del suo linguaggio. Espressioni come «mi ha scas-
sato i cabbasisi» (Il giro di boa, Palermo, Sellerio 2003: 40) o «u picciliddru»,
ecc. sono entrati nel lessico passivo e ricettivo di molti lettori, anche stranieri.
Non si sa, se per l’insistenza dell’autore o per un’abile distribuzione delle for-
me dialettali (anche inventate) nel testo. Il fatto sta che per molti lettori que-
sto linguaggio è diventato in qualche modo comprensibile.

10
Un esempio ne è il seguente brano: «Il vecchio interruppe Amalia entrando con la sedia a
motore nel salotto. Era vestito con una giacca e un panciotto di tweed e sembrava allegro». «Allora?
Viene o no ‘stu grand’omme ‘e Andrea? Ferina’, ‘e telefonato?». «Non risponde, papà, tiene il cel-
lulare staccato. Ma sta venendo, sta venendo». Il vecchio restò un momento silenzioso, poi chiese a
Ferdinando se era vero che Andrea si fidanzava con la nipote del ministro. Ascoltò le assicurazioni
di Ferdinando passandosi impaziente una mano sul mento, poi annuì. «Ma nin adda fà tardi, ci sia-
mo spiegati? Io devo mangiare a orario» dove lo scrittore Montesano (2003: 148) usa, per narrare,
l’italiano standard, mentre fa parlare i suoi personaggi in napoletano.
Retorica e lessicografia: il processo combinatorio 101

Vincenzo Consolo, in questo, rappresenta uno dei migliori esempi di lin-


guaggio mescidato. Egli dice di aver voluto scrivere in una lingua che espri-
messe una ribellione totale alla storia (Consolo 1999 e cfr. Sgroi 2014: 150).
Una delle caratteristiche attuali della lingua regionale risiede in particolare
nello speciale uso combinatorio del lessico, adoperato in modo diverso da
quello della lingua nazionale.
L’italiano regionale cioè può avere sviluppato un modo diverso di combi-
nare le parole, che pur essendo sempre italiane si ordinano e combinano se-
condo regole e sistemi diversi da quelli vigenti nella lingua nazionale.
Sobrero (2005: 203 nota 3) fa notare che in Salento si dice normalmente
aggiustare tavola per apparecchiare (la tavola) e si usa il verbo apprendere (per
esempio una lingua) con il significato di insegnare.
Lavinio (2002: 243 e passim) sostiene che in Sardegna non c’è parlante che
non sappia esprimersi in un italiano dai tratti regionali più o meno marcati.
Osserva (p. 244), a proposito del regionalismo sardo, che per esempio sul pia-
no lessicale si hanno strutture del tipo alzare le scale per dire «salire le scale»,
toccare la mano per «stringere la mano», ti invito un dolcetto per «ti offro un
dolcetto», ecc.
Simili diversità combinatorie delle lingue regionali, rimangono ancora
comprensibili al parlante nazionale ma danno letterariamente una viva colori-
tura di autenticità e realtà al tessuto narrativo. In sardo per esempio l’avverbio
troppo serve ad indicare molto e dunque le volevo troppo bene (cfr. Dettori
2014: 265) vuol dire “le volevo molto bene”.
Nei romanzi Disìo, o Ninna nanna del lupo di Silvana Grasso, poi, sono
inserite parole dialettali, che sembrano vere e proprie collocazioni nate da un
codice «mescidato» in modo sapiente, da un code-mixing, che accresce il va-
lore espressivo del linguaggio. Silvana Grasso scrive:
in Disìo:
• come posso… sdirrignarli questi capelli (sdirrignare i capelli, nasconderli)
• mi feci la stessa inutile domanda ammàtula, (ammàtula ‘invano, inutil-
mente’)
• (la testa) ammucciàta sotto la cutra, (da ammucciari la testa, nascondere
la testa)
• uno a uno li tastiàvo (i capelli), (tastiare = toccare leggermente i capelli)
• pitturarli o … sminnàrli (i capelli…) (sminnare, rovinare i capelli)

E in Ninna Nanna del Lupo:


• la nuca nannuliava dal collo (la testa pendeva, ondeggiava: 42)
• quando…transitava sul ciglio ne scutuliava una squamaglia (‘scuoteva,
faceva cadere’: 45)
• spitrisciuta come la voce di un vecchio (spitrisciuta = indurita: 72)
102 Vincenzo Lo Cascio

La testa del nodo lessicale proviene, come si nota, dall’italiano, ma la com-


binazione lessicale, la collocazione, proviene dal dialetto. La somma dei due
elementi estratti da codici diversi viene a formare sintagmi di una potenza
espressiva notevole e nuova che per la loro specificità acquisiscono una valen-
za particolare.
In conclusione, sta prendendo oggi il sopravvento una lingua letteraria, che
si può chiamare regionale non per il fatto che corrisponda alla realtà ma per il
fatto che lo scrittore man mano l’ha forgiata, dando sempre più spazio alle for-
me dialettali, propinandola al lettore e supponendo che egli, quale che ne sia
l’estrazione regionale, sia capace o in grado di capire. L’aderenza del linguag-
gio ai personaggi, alla situazione narrativa, spaziale e culturale è importante.
I personaggi protagonisti, contadino o giudice, o pescatore, o operaio,
venditore siciliano, camorrista napoletano parleranno e si esprimeranno nel
modo più autentico se adotteranno il linguaggio a loro proprio. Lo scrittore,
da parte sua, dovrà aderire alla realtà a costo di non essere compreso da una
vasta gamma di lettori, creando così nuova lingua.
La letteratura, avendo preso man mano coscienza del fatto che il linguag-
gio regionale è diventato più comprensibile ai parlanti nazionali, sfrutta dun-
que la regionalità linguistica come mezzo di espressione letteraria. L’aderenza
alla realtà che poteva essere tipica dal dopoguerra in poi, diventa oggi non
un’operazione di tipo sociologico, nemmeno tanto una forma di realismo,
specchio della realtà, ma soprattutto strumento espressivo per creare nuova
realtà. Si arriva a prose, a volte anche allucinanti eppure efficaci e ritmate in
cui il parlato si fa scritto e vi emergono forme retoriche regionali. Bagaglio les-
sicale, modi di dire, universo ideologico, penetrano nel testo letterario e di-
ventano forma nuova di espressione per arrivare dove, a quanto pare, la lin-
gua nazionale non arriva o non riesce ad arrivare.
Si vedano per esempio il Giorno del giudizio dello scrittore sardo Satta
(2011: 35) o lo stesso Camilleri (2003: 143).
Gli strumenti di comunicazione linguistica si allargano, dunque, e vanno
oltre la lingua nazionale, la arricchiscono di interregionalità. Ed ecco che un
piemontese è in grado di capire il messaggio impregnato di siciliano, o di na-
poletano, o di sardo. Sta nella sapienza dello scrittore di calibrare e distribuire
l’informazione in modo tale che il lettore non appartenente alla sua regione con-
tinui a capire e vivere il messaggio narrativo. L’operazione letteraria non fa altro
che contribuire alla vitalizzazione di questo percorso e di questa tendenza.
L’apporto della regionalità è in sostanza un grande strumento per rinsan-
guare e vitaminizzare l’anemico italiano. Soprattutto se esso si accompagna ad
un livello alto di letterarietà.
Il 1955, l’anno in cui la scuola decide che il maestro potrà tollerare a scuo-
la qualche espressione dialettale (De Mauro / Camilleri pp. 48-49) è molto
lontano. Allora la lingua italiana era una lingua seconda da insegnare come ta-
Retorica e lessicografia: il processo combinatorio 103

le, a partire dalla prima, cioè il dialetto (p. 49). Ora la lingua nazionale deve so-
stenere la concorrenza di quella regionale. Si è sviluppato man mano un nuo-
vo codice, soprattutto nell’ambiente letterario. Molti scrittori adoperano la
lingua nazionale intercalandovi al posto appropriato parole dialettali creando
una forma di lingua molto espressiva e ricca, perché nuova rispetto alla lingua
nazionale ed elegante rispetto al dialetto. Una forma di operazione linguistica
che arricchisce enormemente il potere espressivo delle parole e delle forme.

10. Il testo come partitura

Va ancora osservato che accanto alla composizione del testo, è determinan-


te il suono della lingua. Il testo, dice De Mauro forma una partitura che sfrutta
le risorse della lingua fornite dalle 70.000 parole e dice: «credo che non si deb-
ba mai dimenticare che anche il suono della lingua è importante. L’onda della
parola si apprezza leggendo ad alta voce» (Camilleri / De Mauro, 2013: 85).
Il testo di una lingua è come una sinfonia, il cui ritmo, la cui melodia sono
determinati dall’accostamento delle parole, dalla loro disposizione, dalle loro
combinazioni. In letteratura tale accostamento e disposizione è fondamentale.
Lo scrittore specula sulla capacità di interpretare da parte del lettore il codice
e il messaggio. Ma appunto perché personale, sia l’effetto che l’interpretazio-
ne diventano personali, unici. Il gioco è, cioè, fatto a due.
Camilleri dice che quando scrive i suoi testi «non si tratta di incastonare
parole in dialetto all’interno delle frasi strutturalmente italiane, quanto piut-
tosto di seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che
invece delle note adopera il suono delle parole, per arrivare ad un impasto
unico, dove non si riconosce più il lavoro strutturale che c’è dietro. Il risultato
deve essere la consistenza della farina lievitata e pronta a diventare pane».
(Camilleri / De Mauro 2013: 77).
Forse farebbe piacere oggi a De Mauro, e anche a Camilleri, scoprire le
regole e i meccanismi che stanno alla base di questo nuovo sistema ibrido, da-
to che per molti scrittori sta diventando una forma di esprimersi in modo in-
novativo.

11. Lessicologia e lessicografia

Un settore della linguistica a cui De Mauro ha dato un notevole e fonda-


mentale contributo è quello della lessicografia e della redazione di dizionari
come rappresentazione del lessico di una lingua.
Con il suo monumentale Dizionario dell’uso (in 8 volumi) ha inteso infatti
rappresentare il lessico della lingua italiana nel suo uso, non soltanto cioè co-
stituito dalle sue parole (lessemi, lemmi, voci) ma anche e soprattutto dalle pa-
104 Vincenzo Lo Cascio

role con le proprie “giunture” stabilizzate dall’uso, dunque dalle combinazio-


ni privilegiate dal singolo vocabolo, e cioè dalle “collocazioni”, ma anche dalle
“giunture in cui il valore delle parole si trasvaluta e il nesso nella sua globalità
appare con un imprevedibile valore nuovo rispetto al valore dei singoli compo-
nenti e che vengono chiamate espressioni polirematiche” (De Mauro Introdu-
zione, vol. 1: VIII).
Il dizionario di una lingua deve in altri termini presentare le parole con le
loro “collocazioni” (p.e. affrontare una discussione) e le loro “polirematiche”
(p.e. stare a cuore). Le prime formano un significato derivato dalla somma dei
significati delle parole coinvolte. Le seconde assumono un significato impre-
vedibile, per il loro senso figurato.
Il dizionario comunque secondo De Mauro deve essere un’opera che re-
gistra costantemente un “moto di perpetua innovatività” (De Mauro 1999)
dove domina il signor Uso. Deve registrare “ciò che si dice piuttosto che ciò che
si deve dire e dunque dalle forme più antiche a quelle dettate dalla comunicazio-
ne popolare e gergale”. Un’opera che fornendo la rappresentazione del lessico
della lingua aggiunge in questo modo una sede retorica alla competenza del
parlante visto che organizza i dati in modo da raffigurare il sistema di comu-
nicazione mirante al convincimento e alla persuasione.
Descrivendo l’uso senza interventi normativi ed esercitando una “demo-
crazia lessicologica”, De Mauro ha praticato in altri termini un liberalismo lin-
guistico.
Il suo grande dizionario (Torino, Utet 1999) rappresenta infatti la lingua
nel suo uso parlato e scritto dell’italiano nel Novecento, in questo rivelandosi
il primo dizionario dopo il travolgente ampliamento dell’uso della lingua ita-
liana parlata e scritta nei decenni scorsi.
Nel frattempo però, come dicevo prima, i mutamenti sociali stanno deter-
minando nel lessico un’apertura a forme comunicative moderne dove l’iden-
tità regionale sta contribuendo all’estensione del sistema linguistico nazionale:
una forma di ibridismo che si sta diffondendo, per cui nuove collocazioni e
nuove polirematiche nascono dall’interazione tra le forme della lingua nazio-
nale e varie forme di espressione regionale.
Il sistema combinatorio all’interno del sistema linguistico nazionale sta su-
bendo in sostanza mutamenti, per cui potrebbe subentrare l’idea che anche a
livello di dizionario, la lingua va descritta tenendo conto di questi allargamenti
e queste nuove tendenze.

12. I dizionari elettronici moderni

Per poter registrare questi fenomeni nuovi si può allora desiderare di di-
sporre di un’opera lessicografica organizzata come dizionario elettronico e
Retorica e lessicografia: il processo combinatorio 105

non cartaceo. Il futuro sempre di più richiede, cioè, che il sistema lessicale sia
rappresentato dal dizionario nella sua forma digitale, nel senso però di una
lessicografia che lavori non sulla digitalizzazione delle strutture rigide dei di-
zionari cartacei, puri elenchi di parole che non stanno in relazione tra di loro,
ma dei dizionari nati su database relazionali, che permettano la navigazione,
in particolare di andare dal lemma alla sua spiegazione e dalla spiegazione al
lemma, di costruire e ricostruire infinite reti, sia sintattiche che semantiche,
grazie anche al fatto che ogni parola ha le sue marche di riferimento (categoria
grammaticale, appartenenza al tipo di linguaggio, carattere figurato o dialet-
tale ecc. e le combinazioni lessicali preferite). Un dizionario quindi che simuli
con la sua struttura il funzionamento della competenza linguistica dei parlanti
e presenti la lingua come una dinamica rete.
Con le sue informazioni combinatorie, un simile dizionario servirebbe a
ricostruire il sistema retorico. Le combinazioni lessicali preferite dal parlante
rivelano in particolare come egli intende influenzare e persuadere il suo udi-
torio. Principalmente le collocazioni formano l’ossatura fondamentale del di-
scorso (cfr. Lo Cascio 1997, 2000; Heid 1997; Stubs 2001). Importante infatti
sapere per ogni parola e in ogni lingua quali combinazioni lessicali sono am-
messe anche per vedere, nei dizionari bilingui, l’eventuale differenza (combi-
natoria) tra una lingua e l’altra.
I dizionari elettronici moderni e sofisticati costituirebbero così le sedi
adatte per ricostruire il sistema linguistico di una lingua e mostrare come le
parole si combinano in modo appropriato non soltanto nella lingua comune,
ma anche nelle specifiche aree di comunicazione: diritto, economia, arreda-
mento, cucina ecc. In questo modo sarebbe possibile anche dare conto della
struttura di questa nuova di lingua regionale.
In realtà, oggi, il dizionario non è tanto importante, perché offre una nor-
ma, ma proprio perché indica come la lingua si organizza al di là anche delle re-
gole grammaticali o stilistiche imposte in una determinata comunità linguistica.
Pustejovsky (già nel 1995: 5) ha osservato che “fra breve” sarà difficile
condurre studi linguistici senza l’aiuto di dizionari elettronici e risorse lingui-
stiche computazionali. Ovviamente, bisogna precisare che deve trattarsi di
“dizionari elettronici moderni”.
La rete nel dizionario elettronico moderno, trasforma il lessico in struttura
dinamica, per la capacità che ha di mettere in collegamento tutte le parole del-
la lingua, permettendo di costruire un sistema e una rete infinita in cui agisco-
no le singole parole con le loro combinazioni stereotipe. Un dizionario, quello
elettronico moderno, che presentandosi come sistema favorisce anche l’ap-
prendimento per il suo forte potere di recuperare ogni rete a partire da qua-
lunque nodo. Un dizionario, insomma, che proprio perché “sistema” fornisce
le premesse per una descrizione adeguata del lessico costituendosi anche co-
me metodo per l’apprendimento.
106 Vincenzo Lo Cascio

Un simile strumento presentandosi come ipotesi sul funzionamento della


lingua grazie alla codificazione che sottostà ai suoi dati, rappresenta il lessico
attraverso una grammatica reticolare e dunque diventa una teoria linguistica
reticolare. Questo sembra il futuro lessicografico 11 e forse è un’ipotesi molto
speculativa.
A questo punto sarebbe stato interessante e utile dialogare ulteriormente
con Tullio De Mauro per capire dove la lingua nazionale e gli strumenti lin-
guistici di cui man mano andiamo servendoci, come i dizionari elettronici, an-
che in funzione retorica, stanno andando. Purtroppo il dialogo dovremo con-
tinuarlo in sua memoria.

Professore emerito di Linguistica Italiana VINCENZO LO CASCIO


Università di Amsterdam

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11
Si veda per esempio www.locasciodictionary.com
Retorica e lessicografia: il processo combinatorio 107

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TULLIO DE MAURO LINGUISTA-LESSICOGRAFO

«[Senza i dizionari] la nostra vita sarebbe molto più


incerta, disordinata, infelice». «[Rispondono] a un
bisogno di accertamento, controllo e precisione»
(T. De Mauro 1989)
Anche se non vuol vestire i panni del vecchio purismo e del
conformismo esteriore, un dizionario deve orientare
chi lo consulta nel dedalo delle scelte possibili
(T. De Mauro 2002)
Il lessicografo non ha il diritto di censurare
e castrare la ‘lingua viva’
(J. Baudouin de Courtenay 1912)

1. L’elenco degli item bibliografici: specchio dell’anima scientifica di un autore

Se si vuol capire l’anima lessicografica di un linguista come Tullio De Mau-


ro (Torre Annunziata, Napoli 31.III.1932 - Roma 5.I.2017)1 il semplice elenco
bibliografico delle relative opere da lui ideate e curate può fornire una idea
inequivoca al riguardo 2. Va anche detto che si tratta di opere nate con il con-
corso di più redattori, con nomi e cognomi debitamente indicati nei dizionari.
Se la sua formazione lessicografica si può far risalire agli anni (1963-1976)
in cui fu «redattore per la linguistica, le trascrizioni fonetiche e le etimologie»
del Diz. Enc. It., del LUI (DeM 2016 [2017]: 196, rist.: 8, Anon./b 2017), e

1
Cfr. Marazzini (2009: 402-409 (GRADIT), 347-348, 349-350, 352, 354-355, 357-358, 364-367
(diz. dei sinonimi)), Bisconti 2012, Marazzini 2016, Marello in c. di st.
2
Una bibliografia demauriana, selettiva, di un cinquantennio (1954-2003), in occasione dei suoi
70anni, è fornita dalla Ferreri 2003. Una bibliografia (selettiva) degli anni 2010-2017 è quella in rete
di Anon./c 2017.
110 Salvatore Claudio Sgroi

poi «promotore, nel 1966, del Lessico Intellettuale Europeo», la prima opera
strettamente lessicografica – Il vocabolario di base della lingua italiana – è repe-
ribile in appendice alla sua Guida all’uso delle parole, 19801 e 198910. E prose-
gue poi per quasi un quarantennio di attività (1980-2016) fino alla sua inattesa
scomparsa, concludendosi con la messa in rete della lista dei lemmi-significanti
con le qualifiche grammaticali del Nuovo Vocabolario di base della lingua italia-
na (2016), di cui si attende l’edizione completa (De Mauro-Chiari in c. di st.).

1.1. Produzione lessicografica di T. De Mauro (1963-2016)

Ecco dunque la lista della articolata produzione lessicografica più che cin-
quantenaria dell’A.:
1963-76. «redattore per la linguistica, le trascrizioni fonetiche e le etimologie» del
Diz. Enc. It., LUI (DeM 2016 [2017]: 196, rist.: 8; Anon./b 2017).
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1
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italiane dell’uso (vol. VII) 2003 e (vol. VIII) 2007, e nuovo CD-Rom; ried.
20072, 8 voll., «Introduzione» (pp. xi-lxxiii), con penna USB.
2000. Il dizionario della lingua italiana «Introduzione» (pp. v-xi) di DeM, con
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dell’opera» cofirmata (pp. ix-xii).
2001. Dizionario delle parole straniere nella Lingua italiana (con M. Mancini),
«Presentazione e caratteristiche dell’opera» di DeM (pp. vii-xii).
2002. Il dizionario dei sinonimi e contrari con sinonimie ragionate e tavole nomen-
clatorie, «Introduzione» di DeM (pp. iii-xiii).
Tullio De Mauro linguista-lessicografo 111

2003. Il dizionario dei sinonimi e contrari compatto, con «Prefazione» di DeM.


2004. Il dizionario di italiano compatto, con «Nota dell’Editore» (pp. v-vi).
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2007. Primo Tesoro della Lingua Letteraria Italiana del Novecento (con DVD).
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1.2. Progetto lessicografico pluri-articolato

La ricca produzione lessicografica demauriana lungi dall’essere occasiona-


le o suggerita da esigenze di puro mercato editoriale, si configura invero come
la realizzazione di una concezione della lingua al servizio della comunità dei
parlanti.
Possiamo così raffigurare, con l’albero tipologico riprodotto nella pagina
seguente, i diversi prodotti dizionaristici.
Non è certamente con T. De Mauro che nella tradizione lessicografica ita-
liana la dizionaristica scolastica si è avvalsa per la prima volta della presenza
dei linguisti. Una presenza, per così dire, in seconda battuta, si constata per
es. nel caso di opere nate senza il ‘battesimo’ dei linguisti, intervenuti solo suc-
cessivamente: cfr. Luigi Rosiello (†1993) e Paolo Valesio per lo Zingarelli [Za-
nichelli] nel 1970, senza P. Valesio nelle successive edd. (198311, ecc.) ma do-
po il 1993 con la direzione di non-linguisti; – Gianfranco Folena nel 1974 per
il Palazzi [Ceschina], – e con altri linguisti (i.e. Diego Marconi / Carla Marello
/ Michele A. Cortelazzo) per il Palazzi 1992 [Loescher]; – Giuseppe Patota
per il Garzanti dal 2004).
In altri casi, la produzione lessicografica è stata diretta fin dall’inizio dai
linguisti, così Devoto/Oli [Le Monnier 1967] – e poi Devoto [†1974] / Oli
[†1996] con Luca Serianni e Maurizio Trifone [dal 2004]; – Maurizio Darda-
no [Curcio 1981-82]; – Emidio De Felice / Aldo Duro [Palumbo 1974, SEI-
Palumbo 1993], – Raffaele Simone [Treccani 1988-2003-2005-2009]; – Fran-
cesco Sabatini / Vittorio Coletti 1997, 2003 [Rizzoli-Larousse], 2007 [Sanso-
ni]. La loro presenza, condizionata da esigenze in primo luogo editoriali, è
stata caratterizzata da prospettive teoriche più tradizionali e di minor respiro.
L’attività lessicografica di T. De Mauro si rivela per contro articolata non
solo su più fronti con una ricca tipologia di dizionari, ma è stata ispirata da
una concezione, come già detto, scientifica, saussuriana, del linguaggio e delle
112 Salvatore Claudio Sgroi

DIB illustr. 1997/c


DIB 1996
Dizz. selett. scol. DAIC 1997/ b
(«di apprendimento»)
DeM 2000 DeM 2004 compatto

Nuovo DeM (DeM 2015 on line)


Diz. dei sinon. e contr. compatto (DeM 2003)

Diz. dei sinon. e contr. (DeM 2002)

Grande diz. dei sinon. e contr. (DeM 2010)

Diz. gener.
GRADIT. Diz. parole straniere (DeM-M 2001)
1999-2003-2007
(6 voll. + 2 App.),
Diz. Etim. (DeM-M 2000)
20072 (8 voll.)

Dizz. settor. letterario: Primo Tesoro (DeM 2007)


(con corpus)

VdB (DeM 19801, 19892)

Diamesico scritto: NVdB (DeM 2016)


(lista di lemmi)
VELI (DeM 1989)
(consul. scient.)

parlato: LIP
(lista di lemmi) (con corpus) (DeM 1993)

Diz. neolog.: Dizionarietto di parole del futuro (DeM 2006)

Metalessic.: La fabbrica delle parole (DeM 2005)

lingue, di tipo socio-semiotico, e sempre al servizio degli utenti. Non a caso,


come si è accennato, è anche legata a una esperienza lessicografica pluriennale
(1963-76) nell’ambito dell’Istituto della Enciclopedia Italiana (fucina di opere
pluri-volume quali il Diz. Enc. It. 1955-61, 12 voll. e suppl.; il LUI 1968-1986,
24 voll. e suppl.; il Duro 1986-1997, 19972, 5 voll. con CD-Rom; 20083 a cura
di V. Della Valle: fonti dichiarate per il lemmario del GRADIT 1999).

2. I destinatari dei dizionari

Stabilire i destinatari dell’opera è una scelta ‘esterna’ che condiziona im-


mancabilmente la macro- e micro-struttura interna del dizionario, in primo
luogo l’estensione del lemmario (o nomenclatura).
Tullio De Mauro linguista-lessicografo 113

2.1. Il mondo della scuola

Al mondo della scuola in generale, in primo luogo, ma non solo, è desti-


nato il Vocabolario di base (VdB) del 1980, costituito da una lista di 6690 se-
gni-significanti dell’italiano degli anni 1947-1968/fine anni ’70, livello-soglia
per misurare la competenza linguistica degli studenti con 8 anni di scolarizza-
zione, e il Nuovo Vocabolario di base (NVdB) 2016 ricco di c. 7.400 segni-si-
gnificanti dell’italiano del 2000-2001.
Al mondo della scuola – elementare, media inferiore e biennio delle supe-
riori – sono rivolti i selettivi dizionari «di apprendimento» così auto-definiti
da DeM (2016/17: 15), DIB illustr. 1997/c, con c. 6 mila lemmi (segni bifac-
ciali con significante/significato) e c. 800 illustrazioni, il DIB 1996 con c. 15
mila lemmi e il DIB visuale 1996/b con 2000 illustrazioni, il DAIC 1997/a con
c. 20 mila voci e il DAIC visuale 1997/b con c. 2500 illustrazioni.
Più in generale, destinato alla scuola media superiore, «per le scuole e le
famiglie» (DeM 2002: xi), è il dizionario generale DeM 2000 con c. 130 mila
lemmi (e CD-Rom) con il DeM compatto 2003 con c. 55 mila lemmi, nonché
i settoriali Diz. dei sinon. e contr. 2002, col Diz. dei sinon. e contr. compatto
2003 (c. 25 mila entrate), il Grande dizionario dei sinon. e contr. con olonimi
e meronimi (DeM 2010), con oltre 60 mila lemmi avendo piuttosto destinatari
non-scolastici.

2.2. Il GRADIT: «carta d’identità lessicografica» dell’Italia moderna e contem-


poranea

Come opera non strettamente scolastica, anche per le sue dimensioni, ri-
volta alle persone «colte», particolarmente attente ai problemi della lingua,
senza essere specialisti, ma anche agli specialisti, è il GRADIT 1999-2003-2007,
20072, in 8 voll., con 260.709 lemmi. Ma a ben vedere il GRADIT si presenta
come il dizionario rappresentativo della lingua di una comunità nazionale di
60milioni (o quasi) di parlanti, al 95% italofoni-italografi: la «carta d’identità
lessicografica» nazionale dell’Italia moderna e contemporanea.

2.3. Gli specialisti

Soprattutto agli specialisti sono invece rivolti il Primo Tesoro della lingua
letteraria italiana del Novecento 2007, dizionario settoriale della lingua lettera-
ria, costituito dai 100 romanzi del premio Strega pubblicati nel sessantennio
1947-2006 (DeM 2007), con 65.875 lemmi: dalla forma ai contesti in cui il vo-
cabolo è stato adoperato, con la possibilità quindi di verifica dei sensi conte-
stuali; e il LIP 1993, con 15.641 lemmi dell’italiano parlato a Milano, Firenze,
Roma, Napoli nel biennio 1990-1992, con il corpus delle registrazioni.
114 Salvatore Claudio Sgroi

E poi i settoriali Dizionario Etimologico (DeM-M 2000) con oltre 185.000


lemmi, e il Dizionario delle parole straniere (DeM-M 2001) con 10.648 esoti-
smi + c. 1000 «doni» assimilati, estratti dal GRADIT 1999 con integrazioni.
Il VELI 1989, che si è avvalso della consulenza scientifica di T. De Mauro
(p. iv n.n.), registra circa 10.000 lemmi-significanti, sulla base di un campione
di ben 26 milioni e duecentomila occorrenze (p. 62) di 4 fonti giornalistiche:
ANSA, «il Mondo», l’«Europeo» e la «Domenica del Corriere», apparse
nell’arco di un biennio, tra il settembre 1985 e il giugno 1987.
Ai lettori attenti al dinamismo della lingua è rivolto il Dizionarietto di pa-
role del futuro (DeM 2006), ricco di 83 neologismi del triennio 2004-2006,
endogeni ed esogeni, internazionalismi, realizzato anche grazie alla possibilità
di accedere a Google.

3. Il Dizionario? Una foto parziale

«Potremmo farne a meno [dei dizionari], ma la nostra vita sarebbe molto


più incerta, disordinata, infelice», ha osservato De Mauro (1989: 7). «Sono
profondamente radicati […] in quel bisogno di accertamento, controllo e pre-
cisione» (p. 10), ha quindi commentato l’A.
Un dizionario è però una foto della lingua di una nazione, di uno stato di
lingua, sempre parziale, vista la intrinseca apertura di qualsiasi lingua viva, uti-
lizzata da una massa parlante. Ogni lingua è insomma transfinita, infiniti es-
sendo i bisogni espressivi e comunicativi dell’individuo e della società.
Farà bene quindi il lettore a contenere la sua delusione dinanzi a un ter-
mine assente e a capire le ragioni di tale assenza. Il dizionario piuttosto deve
mettere in grado il lettore di supplire a tale possibile mancanza.
Paradossalmente, il singolo parlante (anche un bambino) ne sa più di un
dizionario, che non può registrare, per limiti materiali oltre che, come appena
detto, teorici, tutte le sue parole. Da qui l’esigenza da parte dell’utente di co-
noscere com’è fatto (leggendo per es. le introduzioni, particolarmente rilevan-
ti quelle del GRADIT, rist. in DeM 2005, ma non meno rilevanti quelle nel
DIB illustrato 1997/c, nel Grande Dizionario dei sinonimi e contrari (DeM
2010), già nell’ed. scolastica del 2002) per un uso attivo e intelligente del di-
zionario, anzi dei dizionari, sì da integrarne le sue inevitabili lacune e non
avanzare ingiustificate pretese o giudizi affrettati.

3.1. Tabella comparativa delle marche d’uso (e lemmi in cifre) dei 19 dizionari

La tabella che qui segue mira a individuare, comparativamente, i tratti sa-


lienti della produzione lessicografica demauriana, su cui ci soffermeremo nei
§§ successivi.
1. 3. 4. 5. 6. 8. 10. 11. 12. 13. 14 15 16 17 18. 19.
VdB GRA- DeM DeM DAIC DIB DIB DeM- DeM- DeM DeM DeM V Lip De De
lista DIT 2000 2004 1997 1996 illustr. M. M. 2010 2002 2003 E M M
lemmi 19991// com- (12-16 (8-11 1997 2000 2001 LI De 200 200
19801 e 20072 patto anni) anni) (5-8 Gr Diz. Diz. 19 M 6 7
con cat. ---------- -------- anni) Etim. Stra- diz. Sin. Sin. 89 1993
gramm. 7. 9. nier. Sin. Contr. com- Diz. Pri-
19892 DAIC DIB Contr. patto fu mo
---------------
Visuale Visua- tu- Te-
2.NVdB le ro so-
lista ro
lemmi
LEM 6.690/ c. 240 129 54 c. c. c. 185 10 oltre n.? c. 25 c. 15 83 65
MA 7.078 mila mila mila 20 mila; 15000 6000 mila mila 60 mila, 10 mi- mila
RIO ---------- // 432 3000 + c. 648 mila con mi la 875
NVdB 20072 rinvii -------- 800 c. 350 la 641
c. 7.400 260mila Visuale DIB illustr. mila + 35
709 Indice Visua- Sin.e fono
di le Contr. simb
c. 2500 c. .
Tullio De Mauro linguista-lessicografo

lessemi. 2.000
illustr.
Poli NVdB 67 mila c.30 c. 12 + c. + + + 12
rema- + 678 mila mila 500 mila
tiche 916
! !
115
Sin- FO 1947- IX XI 20 1947
116

cro- -AU: 1968 1985 1990 04 -


nia 1947- e VI VII - 2006
1968 1978 1987 1992; 20
e 1978, 57h. 06
AD: 30
1978-
----------
NVdB
2000-
2012
Infor Ragazzi 1653 scrit
m. III tori
media
Adulti
licenza
media
---------
NVdB
univer-
sitari
Salvatore Claudio Sgroi

Voc. 6690/ 6728 6712 n.? c. c. c. + 7mi +


dibase 7078/ù Cop. Cop. 7mila 7mi 6000 la
(FO, --------- 97% 96% la +800 fr>3
AU, NVdB c. illustr. Cop
AD) c.7400 97,6
9%
FO[n- 1191// 2049// 2071 n.? c.2000 + c. 3 + + + + +
damen NVdB 2077 Cop. Cop. Luna Luna 2000 bar
tale] c.2000; 92,9 90% Piena, Piena Luna film
73,3% 4% Cop. Cop. Piena sport
condivi- 92,50% 95%
si; Cop
86%
! !
AU 2937/ 2576// 2663 n.? n.? + c. 10 + + + + +
[Alto 2750/ 2663 COP. Mezza Mez 3.000
Uso] NVdB 65 luna za Mezza
c. 3000; "fre- luna luna
47% quenti" "fre-
condi- COP quenti
visi; 5,6 "
COP % COP.4
6% %
AD 1753 1897// 1978 n.? c. 3mila + c. + + + + +
[Alta /2337 1988 Quarto Quar 2.000
Dispo ---------- di luna to di Quar-
nibi NVdB COP. luna to di
lità] c. 2.400; 4% "stra luna
COP. tegi- "strate
8% ci" -gici"
CO ! 47.060 39707 n.? indi- 2285 n? n.? n.? +
[mu // spen
ne] 55mila sab.
797 c.
8000
TS ! 107194 53602 n.? 11mila n.? 8696 n? n.? n.? +
[Tec // (con + c.1000
Tullio De Mauro linguista-lessicografo

nico- 126 c. "chiave"


Spe mila 200
ciali 216 am-
stico] (+c. 400 biti)
etich.)
LE ! 5208// 7.32 n.? n.? n.? n.? +
[tte 8704 5
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rio]
117

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RE ! 5407// 3727 n.? + 2 n.? n.? n.? Mi 943
118

[gio 7124 Fi
nale] Roma
(dia Na
top.)
DI ! 338// 171 n.? + + n.? n.? n.? 3.688
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tale]
ES + 6938// 3762 n.? c. 500 400 + 10648 n.? n.? n.? c. 83 8803
[oti 9389 "paro- + 200 E
smo] le 1000 S+
stran." assi- as
strate mil. si
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l.
BU ! 22.550 19323 n.? 10 n.? n.? n.? +
[Ba //
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Uso] 515
OB 13.554 14879 n.? 12 n.? n? n? +
[so //
Salvatore Claudio Sgroi

leto] 20mila
391
AF ! 94 94 + pref. ! ! 25
FIS pref., pref. n.? suff.
SI 261 ;257 conf.
Pref. suff., suff., c.
Suff. 2.635 2437 2600
Conf. conf. conf

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COM + + +.
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SIN.- ! + + ! + ! + +. + !
CON ! + + ! + ! Iper. Iper. Iper.
TRA- Ipo. Ipo. Ipo.
RI Cont Cont Cont
Inver. Inver. Inver.
TO- VdB: + + gli vs le; + + + + + + +
NO censu- a me mi
DE- rato;
SCRI --------
TTI- NVdB
VO 11
parole
volgari
im- ! 169 voci 135 + ! !
propr. voci
ETIM. ! + + ridotti etimi ! + + - ! ! ! + !
DA ! del 1° del ! del + - ! ! + + +
TA sign. 1° 1°
sign. sign.
Tullio De Mauro linguista-lessicografo

Appen ! Intr. 64 28 c. 2500 55 Tavo 1700 35 54


dici, Postfaz. inser inser- illustr.; "ri le Olo- Sin. tavv
Inserti -ti ti 80 qua ni- rag. No-
Tavv. ling. ling. Inserti dri" mi, men
nomen Me- 54 clatu
clat. ro- Tav ra
nimi
App
en.
119
120 Salvatore Claudio Sgroi

Proveremo a caratterizzare la su ricordata produzione sinteticamente, evi-


denziando soprattutto gli aspetti più salienti, che la caratterizzano rispetto alle
opere concorrenti.

3.2. Il modello di 11 marche d’uso

Non c’è dubbio che il modello lessicologico di 11 «marche d’uso» del les-
sico costituisca lo zoccolo duro della lessicografia demauriana, grazie a cui tut-
ti i lemmi con i loro significati sono classificati ed etichettati.
Rispetto al modello variazionale di tipo coseriano, tali etichette possono
essere così ripartite:
Vocabolario di base:
FO[ndamentale] con copertura del 96% di un testo
AU [Alto Uso] con copertura del 4% di un testo frequenza (alta)
AD [Alta Disponibilità] («pensate con grande frequenza»)
BU[Basso Uso]: «rari ma circolanti» ancora nel ’900 frequenza (bassa)
CO[mune] (note a diplomati e laureati) DIASTRATIA (alta): livelli culturali medio-alti
(vs «pop.», registro per 427 lemmi nel DeM 2000 e 620 in GRADIT)
TS [Tecnico-Specialistico]: DIAFASIA: linguaggi settoriali
LE[tterario] (usati da AA. classici) DIAMESIA (Dante, Petrarca, Boccaccio,
Poliziano, Ariosto, Tasso,
Machiavelli, Parini, Foscolo,
Leopardi, Manzoni, Carducci,
Pascoli, D’Annunzio, Croce)
RE[gionale]
(non panitaliani ma locali: macro e micro-region.) DIATOPIA
DI[alettale]: (dialettismi percepiti come tali grafo-fonologic.)
ES[otismo]: (grafo-fono-morfologic. non adattati) DIACRONIA (Etimologia)
OB[soleto]: presenti in «dizionari molto diffusi» DIACRONIA

Le 11 etichette sono a loro volta ulteriormente analizzabili e combinabili


con ulteriori sotto-tipi: TS tra 400 e 200 settori (da Abbigliamento a Zootec-
nia), RE distinguibili con macro- e micro-etichette geografiche (da abruzzese
a veneziano), DI (specificabile tra centrale emiliano e veneziano), ES (da
afrikans a ungherese).
Le 11 marche sono combinabili peraltro tra di loro, per es. surplus ES 1.
‘eccedenza’, 2. ES TS econ., ecc.
Ancora, le 11 marche sono combinabili con quelle relative ai «registri»,
una quindicina tra le abbreviazioni del dizionario, peraltro non esplicitamente
definite, così colloq. (643 lemmi), fam. (896), gerg. (366), iron. (332), scherz.
(1402), spreg. (1025), antifr. (31), anton. (358), eufem. (114), iperb. (296), pop.
(427), volg. (220), per es. «ES colloq.» wow (9 ess.), ecc.
Tullio De Mauro linguista-lessicografo 121

3.2.1. Il Vocabolario di base (FO, AU, AD)


Del modello di 11 etichette, il nucleo più significativo è costituito dal
«Vocabolario di base» (Vdb) formato dalle voci FO[ndamentali], di AU [Alto
Uso] e di AD [Alta Disponibilità], che si aggirano sulle 7mila parole, alla base
della competenza di parlanti con istruzione minimale di otto anni, che garan-
tiscono una copertura complessiva del 96% di un testo (92% per FO e 4%
per AU). L’individuazione di tale modulo nel VdB (DeM 1980) fa riferimento
all’italiano degli anni 1947-78, e nel NVdB (DeM 2016) è relativo all’italiano
del 2000-2012.
Facciamo seguire quindi un’analisi essenziale della formazione delle liste
di significanti del Vdb (DeM 19801, 19892) e del NVdB (DeM 2016).

4. Il Vocabolario di base dell’italiano

Il VdB presenta due diverse liste (c. 7000 e c. 7400 lemmi di segni mono-
facciali, soli significanti) basate su diversi campioni di usi (occorrenze, scritte
e parlate) dell’italiano e su due diversi stati di lingua (1947-1978 e 2000-2012).

4.1. Il Vocabolario di base [VdB] 19801, 19892


Nell’ambito della lessicografia demauriana il VdB (DeM 1980)3, – un elen-
co di segni monofacciali, i.e. di soli significanti senza definizioni, con qualifi-
che grammaticali nella ried. 1989, i significati restando impliciti, affidati alla
competenza del lessicografo nativofono – rappresenta un punto di partenza
fondamentale, in quanto costituisce il «cuore della lingua italiana», ed è pre-
sente in tutta la lessicografia demauriana.
Esso prende le mosse dal LIF, Lessico italiano di frequenza di Bortolini /
Tagliavini / Zampolli (1971), del Centro Nazionale Universitario di Calcolo
Elettronico (C.N.U.C.E.) dell’Università di Pisa, costituito dalle «5.000 parole
di maggiore uso» (più esattamente 5.356) (p. 148; 198910: 150), ottenuto com-
binando la frequenza con la «dispersione», fornite sulla base di un campione
di 500.000 occorrenze di «testi italiani scritti (testi teatrali, romanzi, copioni
cinematografici, quotidiani e settimanali, libri per le scuole elementari)» (p.
147; 198910: 149), apparsi fra il 1947 e il 1968 4.
Le 5.000 (più esattamente 5.356) unità del C.N.U.C.E. sono state prima
selezionate e ridotte da De Mauro (e collaboratori) a 4.937 parole (a 4.750

3
Cfr. Sgroi (1994, cap. 4, § 2.6: 220-221) «Lessici di circa 7.000 lemmi: C.N.U.C.E.-De Mauro
et al. (1980, 19892)»; Thornton / Iacobini / Burani 1994, Gensini / Vedovelli 1983, 19913.
4
Cfr. Sgroi (1994 cap. 4, §§ 2.5-2.5.1: 218-219) «Lessici di circa 5.000 lemmi», «Bortolini-Ta-
gliavini-Zampolli (1971, 19722)».
122 Salvatore Claudio Sgroi

nella X edizione 1989, o più esattamente 4.741: cfr. Lucisano 1992: 134), do-
po un’inchiesta che ha consentito di accertare «la reale comprensibilità […]
da parte di ragazze e ragazzi di terza media e di adulti con non più che la li-
cenza media» (p. 148; 198910: 150); come ha ora chiarito DeM 2016, «nel VdB
le tremila parole del LIF furono filtrate attraverso un test di comprensibilità
(curato da Massimo Vedovelli): furono accolte nel VdB solo quelle comprese
da almeno la metà di alunni e alunne di terza media di varie regioni italiane e
costituiscono il vocabolario di alto uso» (p. 2); il tutto e stato quindi arricchito
di altre 1.753 parole di alta disponibilità, diventate circa 2.300 nella X edizio-
ne 1989, o più precisamente 2.337 (Lucisano 1992: 134). Queste ultime sono
parole cioè che «diciamo o scriviamo raramente, ma che pensiamo con grande
frequenza» (ibid.), selezionate, isolate e controllate in vario modo, attraverso
un paziente «interrogare gruppi diversi di parlanti» (p. 149; 198910: 151; cfr.
anche Gensini-Passaponti 1980, Lucisano (1992: 46-47, 126-128, 133-137).
La lista alfabetica dei 6.690 lemmi del vocabolario di base (pp. 151-170),
diventati circa 7.050 nella X edizione 1989 (pp. 153-183) o più esattamente
7.078 (Lucisano 1992: 134), comprensivo delle parole grammaticali risulta co-
sì costituita da:
(i) un sotto-insieme di parole «di maggior uso»: 2.000 termini stampati in
neretto (o più precisamente 1.991: cfr. Lucisano 1992: 134), che formano il
«vocabolario fondamentale»,
(ii) un sotto-insieme di parole «di alto uso»: 2.937 termini stampati in
grassetto, ridotti a 2.750 nella X ed. 1989, e
(iii) un sotto-insieme di parole di «alta disponibilità»: 1.753 termini stam-
pati in corsivo, diventati circa 2.300 nella X ed. 1989, o più esattamente 2.337
(Lucisano 1992: 134).
Non è stato naturalmente lì ripreso tutto l’apparato statistico di Bortolini-
Tagliavini-Zampolli (1971, 19722), relativo a indici di frequenza, dispersione
e uso, e mancano anche indicazioni precise sugli informatori interrogati (ma
cfr. Thornton-Iacobini-Burani 1994).

4.2. Il Nuovo Vocabolario di base della lingua italiana [NVdB] 2016

Il NVdB (DeM 2016) è diverso dal precedente VdB 1980, perché si basa
su un diverso e ben più ampio corpus – 18.843.459 occorrenze di parole, che,
tralasciate le parole di frequenza minima, sono state lemmatizzate in 33 mila
parole, relative a 6 subcorpora (stampa, letteratura, nonfiction, mass media,
CMC, parlato) – ed è inoltre relativo a un diverso stato sincronico dell’italia-
no: 2000-2012 5.

5
Cfr. DeM 2016, Chiari-De Mauro 2012, Chiari-De Mauro 201?.
Tullio De Mauro linguista-lessicografo 123

Dalle 33 mila parole lemmatizzate si è quindi ricavato un lemmario costi-


tuito da c. 7.400 lessemi-significanti, con in più qualifiche grammaticali (ri-
spetto al Vdb 1980), di cui c. 2000 FOndamentali con una copertura del
86%, c. 3000 di AU con una copertura del 6% (in base all’Uso i.e. Frequenza
X Dispersione) e c. 2.400 di AD (in base alla competenza di studenti univer-
sitari) con una copertura dell’8% (DeM 2016: 5).
Come precisa ulteriormente DeM 2016, «[Le] circa 2.500 [parole di AD],
sono state ricavate partendo dalla lista di 2.300 parole di alta disponibilità del
vecchio VdB e sottoponendola a gruppi di studenti e studentesse universitari
per eliminare le parole non più avvertite come di maggior uso e per accogliere
invece nuove parole avvertite come di alta disponibilità» (p. 5).
Dal confronto dei due VdB, risulta condiviso il 73.3% dei lessemi FO, e il
47% di AU. Per il resto si constata un travaso di lessemi da uno strato all’altro
nelle due edizioni. Così il passaggio da AU a FO del 15% di voci, altre voci
FO sono invece venute meno. Come evidenzia DeM 2016: «Sono parecchie
centinaia le parole oggi meno usate che in passato e uscite quindi dal vocabo-
lario di base, e centinaia quelle che in passato o erano meno usate o erano ad-
dirittura assenti e risultano ora entrate nel vocabolario di base» (p. 4). In se-
guito al trattamento non filtrato, i.e. non censurato del corpus, appaiono inol-
tre «una decina di parole di accentuata volgarità», «di grande uso nella stam-
pa e nello spettacolo» (p. 5), i.e. cazzo, stronzo, merda, coglione, casino, fottere,
incazzarsi, cazzata, cesso, pisciare, stronzata (Chiari / De Mauro 2012: 34; cfr.
anche DeM 2014: 158-160).
Il cambiamento quantitativo e in parte qualitativo del VdB è dovuto sia al-
la diversa estensione che alla diversità cronologica del campione preso in esa-
me, in conseguenza del cambiamento linguistico e della diffusione della ita-
lofonia fino al 95% degli italiani, nell’arco di 20-30 anni, se non più.
Va subito detto che il VdB è il filo rosso non solo di tutta la lessicografia
demauriana, ma di tutto l’italiano, storicamente da Dante («l’80% del voca-
bolario di base italiano è già in Dante» DeM 2014: 158), e sincronicamente
per la semplificazione del linguaggio amministrativo (cfr. Codice di stile 1993,
Fioritto 1997 (a cura di) e 2009) o quello della bolletta Enel (De Mauro / Ve-
dovelli 2001, a cura di) o il suo utilizzo nel mensile Due parole o la sua presen-
za nella collana editoriale «Libri di base» degli Editori Riuniti, ecc.

4.3. Il VELI 1989 6


II VELI, realizzato con la consulenza scientifica di T. De Mauro (1989:
85-251), registra circa 10.000 lemmi di soli significanti, comprensivi delle pa-
role grammaticali. Le voci sono ricavate da un campione eccezionale, di ben

6
Cfr. Sgroi (1990 cap. 4, § 2.8: 228-229) «II VELI (1989) con circa 10.000 lemmi».
124 Salvatore Claudio Sgroi

26 milioni e duecentomila occorrenze (p. 62) di 4 fonti giornalistiche: ANSA,


«il Mondo», l’«Europeo» e la «Domenica del Corriere», apparse nell’arco di
un biennio, tra il settembre 1985 e il giugno 1987 7.
Gli oltre 26 milioni di occorrenze sono stati sottoposti a una serie di «fil-
traggi» successivi (p. 62 e segg.), prima di giungere alla lista finale di 10.000
lemmi monofacciali di significanti.
I c. 10.000 lemmi, rappresentativi di un italiano medio-colto data la natura
delle fonti, sono stati disposti prima secondo l’ordine decrescente di «uso»
(pp. 85-251), con indicazione di frequenza in ogni sotto-insieme, di dispersio-
ne e di uso; – e poi in ordine alfabetico (pp. 255-331), seguiti dall’indicazione
dell’uso. Non mancano esotismi circa 200, quasi tutti anglicismi (apartheid,
audience, ayatollah, blackout, break, broker, budget, compact disc, deregulation,
escalation, establishment, export, task-force, team, week-end, ecc.).

5. Dizionari (settoriali) «di apprendimento» (DIB illustrato 1997/c, DIB


1996/a-b e DAIC 1997/a-b)

Cinque i dizionari scolastici, ovvero «di apprendimento», con lemma-


rio selettivo di segni bifacciali (significante/significato) rispetto a un diziona-
rio generale (DeM 2000) destinati alla scuola, dalle elementari alle medie su-
periori: DIB illustrato (DeM con G. Moroni / E. D’Aniello 1997/c), DIB
(DeM con G.G. Moroni 19961/a, 19982/a) con Visuale (DeM con A. Cattaneo
19961/b, 19982/b) e DAIC (DeM 1997/a) con Visuale (DeM con A. Cattaneo
1997/b).

5.1. DeM (con G. Moroni - E. D’Aniello) 1997/c, Prime parole. Dizionario il-
lustrato di base della lingua italiana

L’individuazione del nucleo lessicale, il VdB (c. 7000 voci), consente a De


Mauro un suo utilizzo metalinguistico in tutti i suoi dizionari, dalla scuola ele-
mentare al GRADIT, in quanto ampiamente sfruttabile nelle definizioni del
linguaggio-oggetto dei dizionari, cioè dei lemmi, al fine di garantire il massimo
della comprensibilità, soprattutto per quanto riguarda il lessico CO(mune),
più accessibile a diplomati e laureati, e ancor più i TS.
Il VdB, oltre ad essere selezionato come metalinguaggio nei suoi dizionari,
è linguaggio oggetto di insegnamento nei dizionari della scuola, in maniera
esclusiva nel dizionario per la scuola elementare: Parole illustrate, ovvero il
DIB illustrato, per i bambini di 5-8 anni, preceduto da una notevole «Prefazio-

7
Malgrado l’ampiezza del corpus non mancano strane sorprese come l’assenza della parola ot-
tobre.
Tullio De Mauro linguista-lessicografo 125

ne» (p. 3) sullo sviluppo del linguaggio infantile, con lemmario di circa 6000
lemmi (non dichiarati), (rispetto ai 7 mila del VdB, c’è per es. suicidio ma non
suicidarsi, e neppure officina, ma c’è hot-dog ‘panino imbottito con würstel…’
con una breve storia della parola), ed è ulteriormente potenziato da c. 800 il-
lustrazioni (significati referenziali) e da 25 «Tavole di Nomenclatura». Qui i
tre nuclei lessicali sono distinti con tre diversi simboli a colori: luna piena
(FO: c. 2000, con copertura del 92,50% di un testo), mezza luna (AU: c.
3000, con copertura del 4%) e quarto di luna (c. 2000 AD, ovvero «voci stra-
tegiche», di cui c. 400 esotismi). Sono naturalmente tralasciati sinonimi con
contrari, ed etimi.

5.2. DeM (con G.G. Moroni) 19961/a, 19982/a, DIB. Dizionario di base della
lingua italiana; – DeM (con A. Cattaneo) 19961/b, 19982/b Dizionario vi-
suale [del] DIB 8

Il VdB, con i tre nuclei lessicali sempre distinti con i tre diversi simboli a
colori: luna piena (FO), mezza luna (AU «frequenti») e quarto di luna (AD
«strategici»), è nel DIB 19961/a, 19982/a, con «Prefazione» di DeM (p. iii),
per ragazzi di 8-11 anni, arricchito di c. 8 mila lemmi di voci settoriali «indi-
spensabli» (per contrasto senz’alcun particolare simbolo a colori). In totale, il
DIB comprende così c. 15 mila lemmi («50 mila spiegazioni ed esempi»),
comprensivo di c. 400 «parole straniere» (quarta di copertina), con l’equiva-
lente italiano, per es. abat-jour, break, ouverture, yacht, yack, yankee, e anche
di polirematiche, con sinonimi e contrari, con sublemmi per la formazione
delle parole (per es. rettifica, riassunto), e con etimi sincronici e diacronici.
Il Visuale del DIB 19961/b, 19982/b, «Prefazione» cofirmata (pp. iii-iv),
comprende c. 2000 illustrazioni di 8 nuclei referenziali, e 55 «riquadri», e re-
lativa nomenclatura, con indicazione di azioni e attori per i verbi e i nomi, in
grado di stimolare una produzione linguistica.

5.3. DeM 1997/a, DAIC. Dizionario avanzato dell’italiano corrente; – DeM


(con A. Cattaneo) 1997/b, Dizionario visuale [del] DAIC 9

Invece c. 13 mila sono le voci CO aggiunte nel DAIC 1997/a, con «Prefa-
zione» di T. De Mauro (pp. vii-ix), per i ragazzi di 12-16 anni, in totale c. 20
mila lemmi, anch’esso corredato di un Visuale con «Prefazione» cofirmata
(pp. iii-iv), che offre c. 2500 illustrazioni con 9 nuclei referenziali e relativa no-
menclatura in 80 inserti, sempre con indicazione di azioni e attori per i verbi
e i nomi, in grado di stimolare una produzione linguistica.

8
Su cui cfr. Sgroi 1997.
9
Cfr. supra n. 8.
126 Salvatore Claudio Sgroi

Anche qui i tre nuclei del VdB (FO, AU «frequenti», AD «strategici») so-
no preceduti dai 3 simboli a colori su indicati, mentre c. 1000 voci settoriali
sono accompagnate dal simbolo di una chiave a sottolineare la loro particolare
rilevanza («importanti nell’uso comune»). Gli ES i.e. le «parole straniere» so-
no c. 500. Alla fine dei lemmi sono indicati Sin. e Contr., e come sottolemmi
derivati, composti ecc., nonché gli etimi, ma non le date di prima attestazione.

6. Dizionari settoriali: Il dizionario dei sinonimi e contrari

Ritroviamo il modello delle 11 marche d’uso nei dizionari settoriali dei si-
nonimi e contrari.
Due sono essenzialmente i tipi di dizionari di sinonimi: i) i dizionari di pu-
ri significanti, spesso una sfilza di significanti, privi di definizioni e di frasi, di-
zionari quindi puramente ‘paradigmatici’ o ‘associativi’ (cfr. il Gabrielli) e ii)
i dizionari di segni bifacciali, corredati cioè di definizioni (cfr. Tommaseo
1830, Cesana), magari ii.a) contestualizzati con esempi, dizionari a un tempo
paradigmatici e sintagmatici.

6.1. DeM 2002 Il Dizionario dei sinonimi e contrari

Il DeM 2002 (non si indica l’estensione del lemmario) è costituito dalle in-
dicazioni di sinonimi e contrari e «analoghi» presenti in GRADIT, DeM 2000,
nonché in DeM-M 2000 e DeM-M 2001.
Si indicano «Sinonimi, Iperonimi, Iponimi, Contrari e Inversi» in corri-
spondenza delle diverse accezioni numerate dei dizionari generali, accompagna-
te dalle 11 marche d’uso (FO, AU, AD, CO, TS, ES, RE, DI, LE, BU, OB) e da
«indicatori di registro» (p. xiii), p.e. colloq., elev., enf., fam., gerg., iron., scherz.,
spreg., ma senza definizioni, né esempi. Alla fine del lemma, come sublemmi,
sono indicate in ordine alfabetico le eventuali polirematiche (locuzioni, ecc.).
Un’opera quindi utile ai nativofoni (più che agli stranieri), quale stimolo
a richiamare alla mente segni suscettibili di sostituirne altri in determinati con-
testi. Per esplicitare i vari significati occorre invece ricorrere al dizionario ge-
nerale, con lemmario di segni bifacciali, definiti anche con le marche d’uso e
contestualizzati con esempi.
Come puntualizza DeM nell’«Introduzione», sinonimi e contrari non so-
no qui «affastellati», ma ordinati «secondo gli usi effettivi, in modo da offrire
una bussola attendibile» per una «utilizzazione e scelta responsabili e sorve-
gliate delle parole di cui intendiamo avvalerci» (p. xii).
«L’indicazione sistematica delle marche d’uso, unita alla ricchezza nume-
rica dei lemmi, – sottolinea ancora DeM – è il tratto saliente, specificatamente
innovativo, di questo Dizionario dei sinonimi» (p. xi).
Tullio De Mauro linguista-lessicografo 127

Da dizionario di sinonimi mono-facciali, i.e. di soli significanti, il diziona-


rio si trasforma in dizionario di segni bifacciali, cioè costituiti da significante
e da un significato articolato in più sensi, grazie alle 35 «Schede di sinonimie
ragionate», che forniscono ess. di definizioni contestualizzate con ess. dei vari
sinonimi. Ed è questa la sezione più godibile del testo, suscettibile di una let-
tura continuata, nella tradizione del Dizionario dei sinonimi del Tommaseo
1830 o, a un livello inferiore, del Cesana, per es. cadere/cascare. Un lavoro da
continuare in future ri-edizioni dell’opera.
Preziose altresì le 54 «Tavole di Nomenclatura» del DeM 2002, ricchissi-
me di voci-significanti (campi semantici, con gli «analoghi») da Abbigliamento
a Vino-Enologia, con «termini anche non registrati nel dizionario» (p. xiii).
Alla fine, un’Appendice didattica, assai utile, di S. Ferreri: «Scegliere i si-
nonimi parlando e scrivendo» (pp. 1092-1105).
Quanto al tono non-prescrittivista del Dizionario, e in genere di tutta la
lessicografia demauriana, basti la seguente dichiarazione dell’A., scelta come
esergo in questo testo:
«Anche se non vuol vestire i panni del vecchio purismo e del conformismo este-
riore, un dizionario deve orientare chi lo consulta nel dedalo delle scelte possibi-
li» (De Mauro 2002: ix).

La «Introduzione» (pp. iii-xiii) di DeM al Dizionario è un brillante saggio


sui problemi teorici e storici della nozione di sinonimia e contrari, sulla loro
diversa tipologia (sinonimi, iponimi, iperonimi, inversi e contrari), sulla poli-
semia, ecc., articolato in paragrafi, a beneficio del lettore per una consultazio-
ne critica di questo dizionario, e dei dizionari in generale.
Le 35 «Schede di sinonimie ragionate» e le 54 «Tavole di Nomenclatura»,
entrambe richiamate nel titolo del volume, nonché l’Appendice didattica non
vengono riprese nel DeM 2010 Grande Dizionario dei Sinonimi e Contrari
(che riprende il GRADIT p. xviii) e invece amplia il lemmario del DeM 2002
a «oltre 60.000 mila lemmi semplici e polirematici» (ibid.), riproponendone
l’ampia «Introduzione»-saggio (pp. vii-xix) e in cambio aggiungendo un’ap-
pendice di olonimi e meronimi (richiamata anche nel sottotitolo dell’opera),
a cura di Francesca Ferrucci (vol. II, pp. 1471-1638), in numero di 1700 unità
(p. xviii), che rinviano a c. 13 mila parole.

6.2. DeM 2003 Dizionario dei sinonimi e contrari compatto

L’ed. compatta del DeM 2003 è una «riduzione a cura di Elena Baiotto,
Gabriella Giaccone, Grazia Toschino» (p. ii) del DeM 2002, e registra c.
350.000 sinonimi e contrari e «analoghi» (Pref.) per c. 25.000 voci. «I sinoni-
mi e contrari sono ordinati in base al livello d’uso nella lingua reale, con 11
marcatori che aiutano a scegliere la parola giusta», esplicita l’editore.
128 Salvatore Claudio Sgroi

Come precisa DeM nella «Prefazione», «Le marche d’uso in particolare ci


aiutano a orientarci tra le decine e decine di migliaia di parole della nostra lin-
gua che ci capita di incontrare e di usare o volere usare»; il dizionario «ordina
i sinonimi e i contrari di ciascuna parola in ordine di frequenza e notorietà de-
crescente, dai sinonimi o contrari che appartengono al vocabolario fondamen-
tale a quelli comuni, a quelli solo letterari o di uso più raro» (p. iv).
Le 54 «Tavole di nomenclatura» relative a i diversi campi dell’attività
umana, sono utili per ritrovare le parole (gli «analoghi») che non si ricordano
più e per scoprire quelle che ancora non si conoscono.
Nella «Prefazione» (p. 2) DeM chiarisce la nozione di sinonimia, contrari,
inversi, «analoghi», contiguità, e il problema dei rapporti associativi (seman-
tici e formali) che caratterizzano il lessico di ogni lingua.

7. Dizionari settoriali per specialisti

7.0. DeM 2010

Per il DeM 2010 cfr. supra § 6.1. DeM 2002

7.1. DeM-M 2000 Dizionario etimologico 10

Tra i dizionari settoriali, il Dizionario etimologico (DeM-M 2000) spicca


per il numero di parole etimologizzate: oltre 185.000, anche se limitatamente
al loro significato più antico, qui omesso, indicato nel GRADIT. La ricerca in
questo senso richiede pazienti e accurate indagini (sul modello del DELI o
dell’OED). Si tratta infatti di un derivato del GRADIT 19991 ricco di c.
240.000 lemmi, con inevitabili miglioramenti e arricchimenti di etimi e, so-
prattutto a opera di E. Sanguineti, per le datazioni.
Ogni lemma è corredato delle qualifiche grammaticali e di una sigla indi-
cante se termine T[ecnico]S[pecialistico], RE[gionale], DI[alettale], o ES[oti-
smo], con ulteriori sotto-specificazioni.
Le altre 7 marche d’uso (CO, FO, AD, CO, LE, OB, BU) sono state inve-
ce omesse.
Ogni voce, se del caso, è anche seguita, come nel GRADIT, dai Der.[iva-
ti], Com.[posti] e Var.[ianti]. Il che consente di avere sottocchio il paradigma
derivazionale del lemma.
Le etimologie, aggiornate alle ultime ricerche, sono spesso di prima mano
degli autori e della loro équipe. Si distinguono così gli etimi diacronici, le pa-
role cioè derivanti da un’altra lingua (i prestiti o alineianamente «doni») e gli

10
Su cui cfr. Sgroi (2016: 180-182) «La parola è mobile».
Tullio De Mauro linguista-lessicografo 129

etimi sincronici o interni, le parole cioè formatesi all’interno dell’italiano (ov-


vero neoformazioni: der.[ivati], comp.[osti], ecc.), per es. adolescenziale «Der.
di adolescenza con -iale», per i quali, come nel GRADIT (ma non nel DeM
2000) si forniscono sistematicamente le etimologie anche le più evidenti, spes-
so omesse nei dizionari scolastici apparentemente per esigenze di spazio.
Vengono registrati (come nel GRADIT e nel DeM 2000) oltre alle parole
anche prefissi, suffissi e i c. 2600 confissi, che sono alla base delle migliaia di
derivati e composti italiani. Il che consente al lettore di capire anche la strut-
tura di parole non registrate.
Le ricerche sulla storia delle parole sono «da anni in continuo movimen-
to», sottolineano gli autori. La retrodatazione delle prime attestazioni è invero
assai facile, data l’arretratezza delle ricerche al riguardo. La collaborazione di
tutti i lettori, specialisti o no, per creare una sorta di banca-dati delle prime at-
testazioni sarebbe forse da prendere in esame.
L’Etimologico è privo di un CD-Rom, per il quale occorre quindi rifarsi al-
la penna USB del GRADIT o al CD-Rom del DeM 2000.

7.2. DeM-M 2001 Dizionario delle parole straniere nella lingua italiana

Il lemmario delle «parole straniere», stranierismi cioè non adattati, non as-
similati orto-fono-morfologicamente alla struttura dell’italiano, del DeM-M
2001, è tratto dal GRADIT 1999, ma comprende anche «un notevolissimo nu-
mero di neologismi assenti nella fonte maggiore, e ricavati in massima parte
da ulteriori spogli di quotidiani e settimanali: […] soprattutto […] parole del
linguaggio dell’informatica, dell’economia, delle gastronomie esotiche» (p.
viii). In totale, il lemmario registra 10.648 voci (pp. 1-614), nel GRADIT 2007
gli ES essendo invece 9389. In percentuale, rispetto al lemmario del GRADIT
2007 con 260.709 lemmi (c. 240 mila voci nel GRADIT 1999), si tratta del
4% c. di «doni stranieri».
Il corpus degli ES è stato a sua volta analizzato rispetto alla vitalità dei sin-
goli stranierismi secondo le altre 8 marche d’uso: 3 soltanto sono FO (bar, film,
sport), 10 AU, 19 AD, – 2285 CO, 85 BU, 12 OB, 2 RE, 8696 TS articolato in
vari settori [1327 (etnol.) + 724 (inform.) + 223 (econ.) + 254 (gastr.), ecc.].
Distribuzione per lingue: Ingl. (4320), Fr. (1669), Sp. (401), Ted. (328),
Ar. (235), Russo (132), Port. (117), ecc.
Storicamente: ’300 (12 lemmi), ’400 (10), ’500 (72), ’600 (48), – ’700 (177
lemmi: 83 fr., 47 ingl., 3 ted., ecc.), – ’800 (1577 lemmi: 452 fr., 385 ingl., 70
ted., ecc.), – ’900 (7784 lemmi: 3752 ingl., 1090 fr., 253 ted., ecc.), – 2000-
2001 (161 lemmi: 138 ingl., 5 fr., 0 ted., ecc.).
A parte l’Indice delle voci ripartite per lingue (63) da albanese a zingaro
(pp. 615-676), e secondo le 11 marche specialistiche (pp. 677-734), rilevante
è (i) l’Appendice (pp. 735-791) dei doni adattati, ovvero voci «italianizzate
130 Salvatore Claudio Sgroi

nella morfologia, grafia e pronunzia» (p. 735), o «connesse con lingue stranie-
re» («cfr.») non più facilmente riconoscibili come doni stranieri, seguiti dalla
data di prima attestazione, e distinti per lingue (da albanese a zulù): c. 455 vo-
ci, a cui segue (ii) l’Appendice di calchi di polirematiche (pp. 792-800), circa
500. Per ogni lemma, si indica non solo la pronuncia originale ma, in un’ottica
descrittiva, non puristica, anche quella italianizzata. In totale il DeM-M 2001
registra così c. 12 mila «doni stranieri» (tra esotismi, voci adattate e calchi).

7.3. DeM 2006, Dizionarietto di parole del futuro


Il Dizionarietto 2006 raccoglie 83 interventi su neologismi, segnici e se-
mantici, endogeni ed esogeni, ovvero neoformazioni e doni stranieri, struttu-
ralmente parole semplici e complesse (derivati, composti, blend, sigle, ecc.),
apparsi nella rubrica curata per «l’Internazionale», nello spazio di non più
1000 battute, colti migliorinianamente nel loro «uso incipiente», non ancora
registrati nella lessicografia (da qui nel titolo «parole del futuro»), adoperati
da autori autorevoli, tendenzialmente diffusi anche in lingue diverse dall’ita-
liano, e quindi «internazionalismi». Con in appendice un rilevante saggio teo-
rico su «Dove nascono i neologismi?» (pp. 95-110).
A distanza di 10 anni, ci piace ricordare tra le voci più diffuse: europe-ità,
governance, laico ‘non dogmatico, intellettualmente ed eticamente libero’ (p.
51), globish fondendo «glob(al) X (engl)ish», sitografia, sudoku, whale tail let-
teralmente ‘a coda di balena’ per indicare «strisce che sorreggono i tanga
sporgendo da jeans e gonne a vita bassissima sul fondo delle schiene, in gene-
re, ma non sempre, femminili» (p. 89), calcato in ted. con Arschgeweih ‘corna
del culo’; mainstreaming ‘inclusione di qn. nelle tendenze dominanti’, neocon
‘neoconservatore’, endorsement ‘sostegno’, empowerment ‘potenziamento’,
drone pl. droni ‘aereo senza pilota, telecomandato, per colpire a distanza’,
CLIL sigla ‘apprendimento integrato di lingua e contenuto’, accountability
‘rendicontabilità, responsabilità’.

8. Dizionari generali (GRADIT 19991, 20072 e DeM 2000, DeM 2003 compatto)

8.1. GRADIT 19991, 2003, 2007; 20072 11


Il modello delle 11 marche d’uso è al centro del GRADIT 1999, 2003,
2007 (6 voll. + 2 Appendici); 20072 (8 voll.) con penna USB passato da un
lemmario di c. 240 mila lemmi I ed. a 260.709 lemmi, ovvero tra mono e po-
lirematiche 328.387 lemmi, le polirematiche essendo 67.678.

11
Cfr. Sgroi (2016: 158-161) «Il 2000: anno mirabilis della lessicografia».
Tullio De Mauro linguista-lessicografo 131

Il lemmario con le sue accezioni debitamente numerate è stato sottoposto


a una analisi sistematica alla luce delle 11 marche d’uso, che ha dato come ri-
sultato la seguente ripartizione dei lemmi:
FO: 2077, AU: 2663, AD: 1988 (= Vdb 6728), – TS: 126.216 (ulteriormen-
te specificate con c. 400 «etichette» di ambiti culturali per es. chim.[ica],
dir.[itto], fin.[anza], fis.[ica], mat.[ematica], ecc.), – CO: 55.797, – RE: 7124,
– DI: 592, – LE: 8704, – ES: 9389, – BU: 32.515, – OB: 20.391.
La presenza delle 126.216 parole tecnico-specialistiche, in un dizionario
generale della lingua italiana contemporanea, è di per sé una risposta signifi-
cativa alla tradizionale separazione delle due culture (umanistica e scientifica)
che ha caratterizzato la cultura italiana, lessicografia compresa, dallo storico
Vocabolario della Crusca 1612 al Tommaseo / Bellini [1861] 1865-1879 al
Grande dizionario [storico] della lingua italiana di Battaglia / Bárberi Squarotti
(1961-2002 e 2 Suppl. 2004 e 2009 di Sanguineti), che risentono ancora troppo
della presenza della lingua letteraria, a tutto scapito dei termini tecnico-scien-
tifici, la cui esplosione resta legata alla ottocentesca rivoluzione industriale.
Le 55.797 parole CO[muni] non sono da intendere banalmente come vo-
ci diffuse, frequenti, note a tutti gli italofoni, ma, come precisa DeM, parole
note a chi ha un «livello medio-superiore di istruzione», cioè diplomati e lau-
reati. Per tale motivo, analizzando il lessico pirandelliano (Sgroi 2013 cap. 3:
145-151) avevamo distinto voci «comuni formali/colte» e «voci comuni infor-
mali», per es. appressarsi CO colto vs sin. avvicinarsi CO informale, discernere
CO formale vs sin. riconoscere CO informale.
Il GRADIT registra, fornendone un’accuratissima descrizione sincronica
e diacronica, gli affissi, ovvero 94 prefissi e 261 suffissi, senza escludere i con-
fissi: ben 2635, altro fiore all’occhiello della lessicografia demauriana, che ri-
tornano nei c. 40 mila composti, in buona parte costituenti i linguaggi setto-
riali dell’italiano e delle lingue di cultura, europee e non, per es. antropo-, glot-
to-, grafo-, -logia, ecc. La presenza degli affissi, che consentono al lettore tra
l’altro di accedere a lemmi complessi non registrati, costituisce quasi un trat-
tato di formazione delle parole dentro il dizionario, senza confronti con tutta
la restante lessicografia.
Le diverse accezioni dei lemmi debitamente numerate, e corredate di ess.
anche d’autore, sono inoltre accompagnate da sinonimi, contrari, derivati e
composti, e per il significato più antico da dati etimologici e datazione di pri-
ma attestazione. L’elenco dei derivati e composti, ripreso nell’Etimologico
(DeM-M 2000) ma non nel De Mauro (2000) scolastico, consente di avere
sotto gli occhi la famiglia o paradigma derivazionale a raggiera della parola,
per es. medio agg. e s.m. con 9 Der. (intermedio ecc.) e 26 Comp. (medieuro-
peo, ecc.).
Quanto al problema della distinzione omonimia/polisemia, sembra preva-
lere il criterio tradizionale della distinzione storico-etimologica su quello stret-
132 Salvatore Claudio Sgroi

tamente funzionale-sincronico. Ovvero il criterio dell’opposizione funzionale


sincronica è presente solo quando è confermato da quello storico-etimologico.
Così l’omonimia appare nel caso di:
1gli art.det.m.pl. (es. gli uomini) dal “lat. ı̆llı̄, nom. pl. di ille ‘quello’, con aferesi”
VS
2gli“pron.pers. di terza pers.m.sing.” (‘a lui’, ‘a lei’, ‘a loro’) (es. gli parlerò, ecc.)
dal “lat. (ı̆l)lı̄, dat. sing. di ı̆lle ‘quello’”.

Oppure:
1leI. art.det.f.pl. (es. le donne) dal “lat. (ı̆l)lae, nom. femm. pl. di ille ‘quello’” VS
2lepron.pers. di terza pers.f.pl. (es. le ho telefonato ieri ) dal “lat. *(ı̆l )lae, dat.
femm. sing. di ille ‘quello’”.

Altrimenti il criterio storico-etimologico prevale tradizionalmente su quel-


lo sincronico-funzionale e la soluzione alternativa è quella della (controintui-
tiva) polisemia.
Così nel caso di:
1leI. art.det.f.pl. (es. le donne) e II. pron.pers. di terza pers.f.pl. (es. non le vedo
da tempo), in quanto in entrambi i casi dal “lat. (ı̆l )lae, nom. femm. pl. di ille
‘quello’”,

al posto di due lemmi omonimi:


1le art.det.f.pl. (es. le donne) VS
2le pron.pers. di terza pers.f.pl. (es. non le vedo da tempo).

E così la polisemia diacronico-etimologica vale per loro:


“I. pron.pers. di terza pers.m. e f.pl.” (per es. vai da loro, loro non verranno),
“II. agg.poss. di terza pers.pl.” (es. la loro casa) e
“III. pron.poss. di terza pers.pl.” (es. il nostro reddito è inferiore al loro), in quan-
to tutti derivanti dal “lat. illōrum, genit. pl. di ille ‘quello’”.

Ed è scartata la soluzione dell’omonimia (intuitiva) sincronico-funzionale:


1loro “I. pron.pers. di terza pers.m. e f.pl.” (es. vai da loro, loro non verranno) VS
2loro “I.a. agg.poss.” (es. la loro casa); I.b “pron.poss.” (es. il nostro reddito è in-
feriore al loro).

Il criterio storico-etimologico domina naturalmente per i lessemi non


grammaticali, per es. il lemma investire «dal lat. invĕstı̄re ‘vestire, adornare’,
comp. di in- con valore raff. e vestis ‘veste’», presenta ben 9 accezioni (con va-
rie sotto-accezioni), riducibili invece sincronicamente a quattro omonimi, di
cui due vitali, e ognuno variamente polisemico:
Tullio De Mauro linguista-lessicografo 133

1investire 1a. v.tr., investire qcn. del titolo di duca; 1b investire qcn. di una respon-
sabilità; 2. v.tr. TS econ.: investire i propri risparmi in immobili, 3. v.tr. AU inve-
stire tutto il proprio tempo; 6. v.tr. CO TS psic. investire molto in un rapporto.
2investire [I] 4a. v.tr. AU investire qcn. con una scarica di pugni; 4b. v.tr. TS milit.:
investire una piazzaforte, 5a. v.tr. AU è stato investito da una moto; 5b. v.tr. TS
mar. abbordare; [II] 9. v.intr. (avere) TS mar. di un’imbarcazione, urtare contro
un ostacolo.
3investire 7. v.tr. OB rivestire, coprire | mettere a coltura.
4investire 8. v.tr. OB LE capitare, giungere a proposito: ogni dolore t’è bene inve-
stito (Boccaccio).

E analogamente per i derivati investimento, investito, investitore, inve-


stitura.
Oltre alla descrizione ortografica e sillabica, quella fonologica, lemmi ita-
liani ed esotismi, è indicata mediante l’IPA; e sono indicati anche gli accenti
secondari, e varianti di pronuncia.
Quanto alle «qualifiche grammaticali», oltre i citati affissi (pref., suff.) e
conf. meritano di essere segnalate quelle relative:
(i) ai «verbi procomplementari» es. avercela, lemmatizzati a parte; i «verbi
pronominali» lemmi autonomi distinti in «v. pronom.tr.», «v. pronom intr.»
e all’occorrenza «rec.[iproco]» (es. vedersi: «4. rec. incontrarsi ci vediamo alle
quattro»; investirsi: «3. BU rec. di due veicoli, scontrarsi tra loro»; «v. pro-
nom. intr e tr.»; ma non l’«uso etico», es. leggersi un libro; – (ii) le interiezioni
es. bóh «inter.», – distinte dai (iii) fonosimboli, es. boom «fonosimb.».
E non più relegati in appendici, quasi ai margini della lingua, ma «inclusi
nel lemmario»: (iv) acronimi, es. «ISTAT acron. Istituto nazionale di statisti-
ca»; – (v) accorciamenti, es. foto «s.f. CO accorc. → fotografia»; – (vi) abbre-
viazioni, es. «ca. abbr. circa»; – (vii) sigle, es. «INPS sigla Istituto Nazionale
della Previdenza Sociale»; – (viii) simboli, es. «gr. simb. grammo».
La componente descrittivista non-puristica caratterizza ampiamente il
GRADIT, si vedano per es. voci non censurate quali redarre ‘redigere’, osse-
quiente ‘ossequente’, dècade ‘decennio’ (cfr. Sgroi 2010 capp. 6, 7, 16) o i de-
rivati in -ietà interdisciplinar-ietà, complementar-ietà, elementar-ietà (cfr. Sgroi
2015/a: 142, 145), o per l’italiano medio averci: «CO fam., spec. nella lingua
parlata, con la particella ci: non c’ho un minuto di tempo»; gli ‘le, a lei’: «CO
colloq. o region., è usato anche al f., a lei: se la incontri, digli di sbrigarsi», e gli
‘a loro’: «CO colloq., spec. nella lingua parlata […] quando me lo chiederan-
no, gli risponderò» (cfr. Sgroi 2010 cap. 4), scorazzare ‘scorrazzare’ (cfr. Sgroi
2010 cap. 3). Quanto alla pronuncia degli esotismi, si indica mediante IPA an-
che la pronuncia adattata all’italiano.
Per quel che riguarda i dati morfologici, i lemmi sono corredati di nu-
meri che rinviano ai «Quadri flessionali», nominali e verbali, posti in ap-
pendice.
134 Salvatore Claudio Sgroi

Il GRADIT resta più attaccato alla tradizione normativista del Duro-Volit


nell’uso dell’etichetta «impropr.[amente]» che è presente in 169 lemmi (per es.
arancio ‘frutto’, ermafrodito ‘omosessuale’, gobba ‘cifosi’, inglese ‘britannico’,
busto ‘tronco’: tieni il busto eretto!, (sub che 11, ma non sub sia): sia grandi che
(‘sia’) piccini, satirìas.i ‘priapismo’, sottomarino ‘sommergibile’, sterzo ‘volante’:
uno sterzo duro, suora ‘monaca’, televisione ‘televisore’: accendere la televisione).
Una affascinante ed originale storia della lingua italiana, vista attraverso il
suo lessico, è costituita dalla «Postfazione» (rist. in De Mauro 2005), che chiu-
deva il vol. VI del GRADIT (1999) e ora nell’«Introduzione» del GRADIT
2007.
Il GRADIT è altresì corredato di una penna USB, invero di non così facile
accesso per una ricerca avanzata com’è invece possibile col CD-Rom del DeM
2000.

8.2. DeM 2000, Il dizionario della lingua italiana per il terzo millennio 12
Il DeM 2000 è tratto dal GRADIT 1999 in 6 voll. come dizionario mono-
volume per le scuole e «per le famiglie», con una nomenclatura di 129.432
lemmi, dimezzata rispetto al GRADIT, senza che l’analisi qualitativa della mi-
crostruttura dei lemmi sia stata alterata. Le accezioni del lemmario sono state
infatti individuate applicando il modello delle 11 marche d’uso stampate in
rosso: FO(ndamentale), A(lto)U(uso), A(lta)D(isponibilità), CO(muni), note
a diplomati e laureati, B(asso)U(so), OB(solete), LE(tterarie), T(ecnico)S(pe-
cialistico) con c. 2000 suddivisioni tematiche, RE(gionalismi), DI(alettalismi),
ES(otismi). La descrizione della struttura semantica del lessico è completata
dall’indicazione di Sinonimi e Contrari in corrispondenza dei singoli significati
(anziché alla fine del lemma come nel GRADIT), ma è stata omessa l’indica-
zione dei Derivati e Composti.
La riduzione più significativa riguarda non il VdB (circa 7.000 lemmi), ma
il corpus dei TS da 126.216 a 53.602 (oltre la metà), le voci CO da 55.797 a
39.707 (quasi un terzo in meno), e in misura inferiore gli altri lemmi: quelli di
BU da 32.515 a 19.323 (un terzo in meno), le voci OB da 20.391 a 14.879 (un
quarto in meno), le voci di BU da 32.525 a 29.323 (meno di un quarto in me-
no), i termini RE da 7124 a 3762 (più che dimezzati), i DI da 592 a 171 (oltre
un terzo in meno), gli ES da 9398 a 3763 (oltre un terzo in meno).
Per contro, il numero degli affissi (prefissi e suffissi) rimane pressoché
identico, con una riduzione modesta dei confissi (da 2635 a 2487), garantendo
così all’utente la possibilità di capire anche termini complessi non registrati
nel dizionario. Il dizionario accoglie polirematiche (c. 30 mila) in ordine alfa-
betico, alla fine dei singoli lemmi.

12
Cfr. Sgroi (2016: 153-157) «Un anno di vocabolari».
Tullio De Mauro linguista-lessicografo 135

Per il resto, il DeM 2000 utilizza le stesse qualifiche grammaticali, innova-


tive quelle relative ai «verbi pronominali» lemmi autonomi, la distinzione dei
«fonosimboli» dalle «interiezioni», l’inclusione nel lemmario (non già in ap-
pendice) di acronimi, accorciamenti, abbreviazioni, sigle, simboli (su visti).
Il Dizionario fornisce anche indicazioni sull’aspetto fonico-grafico dei lem-
mi, con un sistema di diacritici e la divisione in sillabe con barrette. L’uso
dell’IPA è invece riservato agli ES[otismi] per l’indicazione sia della pronun-
cia originale che di quella all’italiana variamente adattata.
Per quanto riguarda i dati morfologici, i lemmi sono corredati di numeri
che rinviano ai «Quadri flessionali», nominali e verbali, posti in appendice.
I dati etimologici sono selettivi nel caso delle etimologie sincroniche intui-
tive per il parlante, per es. mangiabile «av. 1673»; ma nel GRADIT: «av. 1673,
der. di mangiare con -bile». Le date di prima attestazione si riferiscono al si-
gnificato più antico.
Costante è la componente descrittivista non-puristica, si cfr. gli ess. su ci-
tati (redarre, ossequiente, dècade o i derivati in -ietà, gli ‘a lei’, ‘a loro’, c’ho); i
lemmi accompagnati dall’etichetta «impropr.[iamente]» sono inferiori a quelli
del GRADIT (135 vs 169).
Il CD-Rom che accompagna il DeM 2000 è particolarmente «amichevole»
per il lettore, rispetto a quello quasi esoterico del GRADIT, con un articolato
programma di finestre per la «Ricerca avanzata», di tipo sia sincronico che
diacronico.
Il DeM 2000 è altresì corredato di diverse Appendici, a cura di Silvana
Ferreri, assenti nel GRADIT, in particolare (i) esempi di formule relative ad
occasioni d’incontro, (ii) tipi di testi («occasioni di scrittura») quali lettere, au-
tocertificazione, curriculum vitae, moduli e (iii) carte e tabelle.
Da rilevare ancora la presenza di 64 inserti di linguistica italiana, con tono
descrittivo, sulla fonologia-grafematica (per es., accento, apostrofo, pronuncia
dell’italiano, raddoppiamento sintattico, spelling), morfologia e sintassi (agget-
tivo, aspetto, condizionale, congiuntivo, pronomi personali, punteggiatura, se-
gnali discorsivi ), lessico (composizione, derivazione, leggibilità, lessici di fre-
quenza, polirematiche, statistica linguistica, vocabolario di base), interlinguistica
(Francese: falsi amici; Inglese: id.; Spagnolo: id., Tedesco: id., ecc.), sociolingui-
stica (funzioni del linguaggio, italiano e dialetti, massime conversazionali, nor-
ma e uso, sessismo, varietà regionali di it., lingue di minoranze, parlanti e lin-
gue). Appendici e Inserti mancano invece nel CD-Rom.

8.3. DeM 2003, Il dizionario di italiano compatto

Il DeM 2003 compatto è a sua volta ricavato dal DeM 2000, ovvero si trat-
ta della «versione ridotta» del DeM 2000, «Riduzione a cura di Daniela Osso-
la, Daniela Savinio» (p. iv) con la «revisione» di Grazia Toschino. Un’edizione
136 Salvatore Claudio Sgroi

sembrerebbe suggerita soprattutto da ragioni editoriali, vista anche la «Nota


dell’editore» (pp. v-vi) in luogo della Presentazione dell’A.
Il lemmario è ora ridotto dai c. 130 mila lemmi a c. 54 mila (+ c. 12 mila
polirematiche) per lo più sottolemmi (o sublemmi) («Avvertenze per la con-
sultazione» p. vii), e ancora un’«Appendice» (pp. 1561-1576), con «Quadri
flessionali» pp. 1567-1576, + «Tavole» a colori su 29 temi (da Astronomia a
Porto) pp. 1577-1672, queste ultime assenti nel DeM 2000. Sono naturalmen-
te mantenute tutte le caratteristiche strutturali della nomenclatura del DeM
2000. Ovvero:
(i) L’articolazione secondo le 11 «marche d’uso» o «marcatori» (pp. v-vi,
xi-xii) di vocaboli FO, AU, AD, CO noti «a chiunque abbia un livello medio
superiore di istruzione» (p. xi); TS, LE degli autori «canonici» della letteratu-
ra, «noti a chi ha più dimestichezza» (p. xii) con loro; RE etimologicamente
dialettismi o no, ma «usati soprattutto in una delle varietà regionali dell’italia-
no» (ibid.), con ulteriore specificazione geografica (sett., centr-, merid., ecc.);
DI[alettali], etimologicamente dialettismi e in quanto «avvertiti» (ibid.) come
tali; ES[otismi], doni stranieri «avvertiti come tali» (ibid.) e in quanto non in-
tegrati strutturalmente in italiano, seguiti dall’indicazione della lingua (ingl.,
ted., sp. ecc.); B[asso]U[so] vocaboli «rari» ma ancora «circolanti»; e OB[so-
leti] ma registrati in «dizionari molto diffusi» (ibid.).
(ii) Le «qualifiche grammaticali» (pp. vii-ix), p.e. i «verbi procomplemen-
tari», i «verbi pronominali» lemmi autonomi distinti in «v. pronom.tr.», «v.
pronom intr.» e all’occorrenza «rec.[iproco]»; – pref., suff. conf., che consen-
tono al lettore tra l’altro di accedere a lemmi complessi, usati e non registrati
ma facilmente analizzabili, per es. intercomprensione (p. 1052), intervocalico
(p. 1051); postnominale (p. 31); semiparola (p. 270), semicolto s.m. («[i parlan-
ti] evitano formulazioni come più migliore o più peggiore, attestate nell’italiano
popolare dei semicolti» p. 275); sotto-accezione (quarta di copertina), sotto-
lemmi (p. vii); nominalizzazione (p. 1026); grammaticalizzato, deontico, episte-
mico (p. 817), alveopalatale (p. 1051), infissi (p. 364), approssimante (p. 1051).
E ancora: interiezioni, fonosimboli, e «inclusi nel lemmario» (p. ix), acro-
nimi, accorciamenti, abbreviazioni, sigle, simboli.
Particolarmente utili i 28 «inserti» (p. xix) di cultura linguistica curati da
Silvana Ferreri (contro i 64 nel DeM 2000), cfr. per es. «Congiuntivo» (p. 291)
(con differenza stilistica tra Si capisce [il fatto] che abbiano debiti e Si capisce
che hanno debiti ); «Norma e uso» non antitetici ma come momenti dinamici
di un processo verso la standardizzazione (p. 862); «Sessismo» in linea con la
Sabatini 1987; «Leggibilità» (p. 711) con indice e gradi secondo R. Flesch, R.
Vacca, Eulogos, ecc.; «Lingua dei segni» (p. 724), dei sordi italiani (LIS) (la
sigla è sfuggita nel lemmario) o ASL («sigla» nel lemmario) o AmerSlang dei
sordi americani; «La pronuncia dell’italiano» (pp. 1051-1052); «Modi del ver-
bo» (p. 817) con modalità «deontiche» ed «epistemiche» (ibid.).
Tullio De Mauro linguista-lessicografo 137

Se è noto il numero dei lemmi del VdB (circa 7 mila), non è invece espli-
citato il numero dei diversi lessemi secondo le altre 8 marche d’uso, su ricor-
date, non rilevabile data anche la mancanza di un CD-Rom del dizionario.
La facies sincronica del dizionario è accresciuta in seguito al forte ridimen-
sionamento della parte storico-etimologica, assai limitata e nel contempo è sta-
ta ridotta in seguito alla eliminazione dei S(inonimi) e C(ontrari).
Il tono del DeM 2003 compatto è ampiamente descrittivo, cfr. gli ess. os-
sequiente, complementar-ietà «var. pop.», gli ‘loro’, ‘a lei’, c’ho; a me mi, a lui
gli tra i caratteri dell’italiano dell’uso medio a noi ci vanno tutte storte (p. 429),
o l’inserto su «La pronuncia dell’italiano» con il giudizio di accettabilità (p.
1052) per le diverse varietà regionali.
Ma mancano redarre, dècade ‘decennio’, elementar-ietà. E resta più attac-
cato alla tradizione normativista del Duro-Volit nell’uso dell’etichetta «impro-
pr.[amente]» presente in lemmi quali arancio ‘frutto’, sottomarino ‘sommergi-
bile’, sterzo ‘volante’: dare un colpo di s., suora ‘monaca’, televisione ‘televiso-
re’: accendere la televisione).

8.4. Tabella comparativa di GRADIT 19991, 20072 e DeM 2000, DeM 2003
compatto

GRADIT 1999 GRADIT 2007 DeM 2000 DeM 2003


compatto
FO 2.049 2.077 2.071 +
AU 2.576 2.663 2.663 +
AD 1.897 1.988 1.978 +
TS 107.194 126.216 53.602 +
CO 47.060 55.797 39.707 +
ES 6.938 9.389 3.762 +
RE 5.407 7.124 3.727 +
DI 338 592 171 +
LE 5.208 8.704 7.325 +
BU 22.550 32.515 19.323 +
OB 13.554 20.391 14.879 +
pref.[issi] + 94 93 +
suf.[fissi] + 261 256 +
conf.[issi] + 2.635 2.487 +
impropr.[iamente] + 169 135 +
POLIREM. c. 25.000+ 67.678+ c. 30mila+ = c. 12.000+
LEMMARIO 224.771 260.709 129.432 = c. 54.000+
= c. 250.000 = 328.387 = c.160.000 = c. 66.000+
138 Salvatore Claudio Sgroi

8.5. Ricerche possibili grazie al CD-Rom del DeM 2000

8.5.1. Prevedibilità del genere grammaticale su base fonologica


Grazie alla grande duttilità del CD-Rom del DeM 2000 e alla sua articola-
ta struttura per la «ricerca avanzata» con una eccellente maschera di interro-
gazione è stato possibile per es. costruire una Tabella di prevedibilità del ge-
nere grammaticale dei nomi della lingua italiana a partire dalla desinenza
(Sgroi 2008: 109-110; 2009/b: 199-200; 2010: 224).
Stando al DeM 2000, ricco di c. 130.000 (129.432) voci, i c. 74 mila so-
stantivi in italiano presentano la seguente ripartizione dei due generi gramma-
ticali masch., femm., e doppio genere (ambigeneri e genere oscillante):

sostantivi: Totale solo femm. solo masch. s.f. e s.m.


73.644 31.112 = 42,2% 38.628 = 52,4% 3.904 = 5,3%
-A 26.430 23.219 = 87,8% 1.292 = 4.8% 1.918 = 7,2%
-O 25.672 .296 = 0,37% 25.433 = 99,0% .143 = 0,55%
-E 16.607 6.720 = 40,5% 8.482 = 51,0% 1.405 = 8,5%
-I 1.629 .849 = 52,1% .611 = 37,5% .169 = 10,4%
-U .161 .116 = 9,9% .128 = 79,5% .117 = 10,5%
totale in -Voc. 70.499 30.900 35.946 3.652
-Consonante 3.145 .212 = 6,7% 2.682 = 85,3% .252 = 8,0%

Da quanto sopra, la prevedibilità del genere a partire dalla vocale finale è


massima nel caso di -o (masch. nel 99% dei casi), di -a (femm. nell’87,8% dei
casi), di -u (masch. nel 79,5% dei casi) e terminanti in consonante (masch.
nell’85,3% dei casi); invece per -e solo il 51% masch.; e per -i solo il 52,1%
femm.; i 3.904 lessemi s.f. e/o s.m. con doppio genere, sono così ripartibili:
circa 250 doppioni cioè con genere oscillante; circa 3.500 promiscui-comuni-
ambigeneri; circa 170 tra omonimi sincronici e polisemie.

8.5.2. Il linguaggio religioso

Il CD-Rom del DeM 2000 ha consentito di studiare (Sgroi 2009/b) il lin-


guaggio religioso come linguaggio settoriale, costitutito da 8 sottoinsiemi di
TS etichettati come (a) «TS relig.[iosi]» in senso stretto (738 voci); (b) «TS ec-
cl.[esiastici]» (344 voci), (c) «TS lit.[urgici]» (328 voci), (d ) «TS teol.[ogici]»
(282 voci), (e) «TS st.[oria delle] rel.[igioni]» (205), ( f ) «TS dir.[itto]
Tullio De Mauro linguista-lessicografo 139

can.[onico]» (99), (g) «TS bibl.[ico]» (38), (h) «TS st.[oria] eccl.[esiastica]»
(10), per un totale di poco più di 2000 voci (2044).
Si sono così potuti distinguere (i) voci che spaziavano dal linguaggio set-
toriale (settorialismi segnici mono- e polisemici) alla lingua comune (settoria-
lismi segnici con estensioni semantiche) e dalla lingua comune al linguaggio
settoriale (settorialismi semantici ).
È stato altresì possibile stabilire una classificazione formale (in classi di pa-
role: nomi, aggettivi, verbi, avverbi, locuzioni, confissi), identificare i processi
di formazione (composti, composti con confissi, derivati: prefissi e derivati-
prefissati, suffissi e derivati suffissati in -zione, -ione, e conversioni), e quindi
stabilire una stratificazione diacronica degli otto sottoinsiemi.

8.5.3. La regionalità nella lessicografia italiana

Il CD-Rom del DeM 2000 ha ancora permesso di identificare c. 4000 re-


gionalismi/dialettismi e di studiarne la distribuzione geografica a) in 5 macro-
aree dialettali (Sgroi 2015): Settentrionale (RE 477 / DI 2), Centro-settentrio-
nale (RE 74 / DI 0), Centrale (RE 344 / DI 1), Centro-meridionale (RE 173 /
DI 0), Meridionale (RE 224 / DI 0), e quindi la distribuzione geografica b) in
27 micro-aree geografiche, tra cui Toscano (RE 2132 / DI 5), Romanesco (RE
53 / DI 83), Veneto (RE 112 / DI 8), Piemontese (RE 57 / DI 2), Lombardo
(RE 47 / DI 5), Siciliano (RE 43 / DI 5), ecc. È stato quindi possibile grazie al
CD-Rom evidenziare una triplice stratificazione di voci di origine dialettale
(dialettismi etimologici):
(i) dialettismi presenti nelle cinque macroaree dell’italiano regionale – cir-
ca 900 (895) –, ovvero macroregionalismi a livello sincronico circolanti nelle
citate cinque macroaree;
(ii) dialettismi presenti nelle 27 microaree dell’italiano regionale, circa
2700 (2694), di cui l’80% (2137) sono toscanismi. Si tratta in particolare, di
microregionalismi indicati con 18 microetichette regionali (piem., tosc.,
camp., ecc.) e nove microetichette cittadine (genov., milan., triest., venez.,
fior., pis., sen., roman, napol.) a livello sincronico e
(iii) dialettismi etimologici, risalenti ai vari dialetti italiani, ma ormai di-
ventati panitaliani, e quindi non più percepiti a livello sincronico come regio-
nalismi, insomma ex-regionalismi, – circa 400.

9. Dizionari settoriali: L’italiano letterario Primo Tesoro 2007

Il Primo Tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento, a cura di


DeM 2007, è costituito dal corpus di 100 testi di romanzi del premio Strega,
pubblicati nel sessantennio 1947-2006, ricco di ben 94.254 lemmi collegabili
140 Salvatore Claudio Sgroi

con il lemmario del DeM 2000 (p. 14). Ogni parola del corpus letterario è in-
dividuata nel suo contesto ed è quindi etichettata con qualifiche grammaticali
(sost., agg., pron., verb., part. pres., part. pass., avv., cong., art., fonosimb.
prep., inter.) (p. 17) e con le 11 marche d’uso.
In particolare, il corpus dei 100 romanzi è risultato lungo 8.076.576 oc-
correnze, ricondotte a 157.670 forme diverse, lemmatizzate in 94.254 lemmi
(ibid.), disposte per rango (p. 51 n. 24), tra cui 25 prefissi, suffissi e confissi
(p. 15), 229 parole inventate. Il tutto, sottoposto ad ulteriori filtraggi (di c. 26
mila nomi propri, p. 46, ecc.), ha fornito un lemmario di 65.875 voci (p. 15),
così articolato:
(i) Dialettismi 3.688 (voci romanesche 1436, napoletanismi e parole laziali
912), (ii) Regionalismi 943 (settentrionalismi 338, regionalismi meridionali
231, toscanismi 196, voci di area romano-centrale 178) e (iii) Esotismi 8803
(latinismi 1983, francesismi, anglismi, tedeschismi, russismi, ispanismi, ecc.).
Le polirematiche, per lo più grammaticali, sono 12.916 (p. 17).
Dal lemmario del Tesoro emergono neologismi, «occasional words» (p.
18), assenti nei dizionari e un centinaio sono indicati alle pp. 18-25, insieme
con altri (pp. 26-36), spesso dialettismi. I primi 5000 lemmi sono disposti in
ordine di uso decrescente (pp. 53-120) indicando per ogni voce Uso = Freq.
X Dispersione 13.

10. Il LIP (1993) 14

II LIP, ovvero Lessico di frequenza dell’italiano parlato a cura di De Mauro


/ Mancini / Vedovelli / Voghera (1993) 15, accoglie 15.641 lemmi (p. 114). A
questi lemmi vanno altresì aggiunti anche 35 tipi (pp. 531; 92-93) di fonosim-
boli (o ideofoni, per es. pss, ah, mbè, ecc.).
1 15.641 lemmi sono stati ricavati da un campione di testi parlati lungo
496.335 occorrenze, ovvero 475.883 forme (pp. 29, 37, 112). Di questi 15.641
lemmi, quelli statisticamente più attendibili sono le parole con frequenza > 3
(p. 126), e cioè i primi 7.000.
La «copertura», garantita da tali 7.000 unità riguarda infatti il 97,69% dei
testi registrati (p. 116). La «copertura» del restante 2,31% dei testi richiede
quindi la conoscenza degli altri 8.641 lemmi con frequenza compresa tra 1 e
2,4 (p. 126).

13
Sorvoliamo sulla fine analisi dei 100 romanzi in base al loro livello di leggibilità (indice Gul-
pease) (pp. 37-46).
14
Su cui cfr. Sgroi (1994, § 2.10: 228-229) «LIP (1993) con 15.641 lemmi», Cardinale 1998.
15
Su cui cfr. De Mauro 1994, «Premessa: il LIP», e per varie applicazioni del LIP cfr. il vol. a
cura di De Mauro 1994.
Tullio De Mauro linguista-lessicografo 141

La copertura invece dei primi 5.000 lemmi raggiunge il 96,29%. La co-


pertura ancora dei primi 2.500 lemmi è pari al 92,54%.
I testi parlati sono stati suddivisi in 5 generi (o tipi) di discorso (pp. 35,
40-41), lunghi ognuno circa 100.000 occorrenze: A) testi bidirezionali, faccia
a faccia, come le conversazioni; – B) testi bidirezionali, non-faccia a faccia, co-
me le telefonate; – C) testi bidirezionali, faccia a faccia, con interventi regolati,
come interrogazioni, interviste, dibattiti, ecc.; – D) testi unidirezionali, ravvi-
cinati, come lezioni, relazioni, comizi, omelie, conferenze, arringhe; – E) testi
uni- e bidirezionali, a distanza, come trasmissioni televisive e radiofoniche.
Da un parziale e limitato confonto LIP-VdB (1980), cioè del vocabolario
di AD di De Mauro 1980 e del Voc. di alta frequenza del LIF (pp. 140-147),
emerge che su 192 di voci AD il 58% (111 parole) sono presenti nel LIP e 97
anche nel VELI (DeM et al. 1993: 147). Ma cfr. anche De Palo 1997.
Per quanto poi riguarda il Lessico di frequenza dell’italiano parlato nella
Svizzera italiana, da nativofoni, in Ticino e nei Grigioni, costituito da circa
13mila lemmi di italiano trasmesso (radio-tv) e conversazionale, di un corpus
lungo 404.820 parole, di 59h.30, del periodo 2005-2006, da un confronto col
VdB (Pandolfi 2009: 33, 65, 96-100, 109) è emerso che sui 7078 lemmi del
VdB, ben 2345 (= 33,13%) sono assenti nel LIPSI, e non solo i 2028 lemmi
(= 43,99%) di AD, ma anche 459 voci (= 23,05%) FO e 858 parole (= 31,20%)
di AU. Il tutto dovuto, si direbbe, sia alla diversità del campione parlato (tipi
di testo e ampiezza), sia alla variazione diacronica dell’italiano.
I testi del LIP sono stati raccolti in quattro città: Milano, Firenze, Roma,
Napoli (p. 31). La durata complessiva delle registrazioni è stata di circa 57 ore
e mezza (pp. 43, 37). Le registrazioni sono state effettuate tra il novembre
1990 e il luglio 1992 (p. 45).
II numero degli informanti è stato di 1.653, di cui 915 uomini, 726 donne
e 12 voci di «coro» (p. 51).
I 15.649 lemmi sono stati raggruppati in varie liste:
A) Lista di 7.213 lemmi in ordine alfabetico, con frequenza > 3 (pp. 171-
400).
B ) Lista di 8.428 lemmi (pp. 401, 114) in ordine alfabetico, con frequen-
za 1 o 2 (pp. 401-435).
C) Lista complessiva di 15.641 lemmi in ordine d’uso e di rango, da 1 a
6.505 (pp. 436-530).
Per ogni lemma si indica la frequenza in ognuna delle quattro città d’in-
chiesta (Milano, Firenze, Roma, Napoli), nonché la frequenza totale.
A queste liste ne sono state aggiunte altre due:
D) Lista di 35 lemmi di fonosimboli, in ordine di frequenza (p. 531).
E) Lista di 1.933 espressioni polirematiche, ovvero composti, sintagmi
cristallizzati ecc. (p. 95), in ordine di frequenza decrescente (pp. 532-
540).
142 Salvatore Claudio Sgroi

A differenza di tutti gli altri dizionari, il LIP riporta, in due dischetti IBM,
i testi delle registrazioni trascritte ortograficamente. Il che consente di poter
verificare all’occorrenza il contesto d’uso e l’esatta valenza semantica di ogni
parola-occorrenza, ovvero la varia polisemia dei lemmi 16.

11. Verso una conclusione

Dato il notevole livello scientifico raggiunto dalla lessicografia demauria-


na, a livello scolastico e non, c’è da chiedersi quale sia stato il successo edito-
riale per le case editrici che hanno finanziato la ricerca pluriennale. A giudi-
care dalla fuoriuscita dal mercato del DeM 2000, consultabile ora solo in rete,
c’è da dubitarne. (DeM 2016 [2017] ha ricordato invero il relativo successo
editoriale del DIB 19961/a-b, 19982/a-b: «buona accoglienza nelle scuole» p.
205, rist. p. 15). E questo indipendentemente dalla concorrenza degli altri di-
zionari, Zingarelli in testa, e indipendentemente anche dal fatto che si registra
un minor «consumo» del dizionario cartaceo, l’utente, studente o adulto, pre-
ferendo accedere a Internet per risolvere in maniera spiccia questo o quel pro-
blema lessicale (soprattutto di significato o di pronuncia), spesso acriticamen-
te, senza neanche sapere quale dizionario stia consultando, e con quali cre-
denziali.
Data la qualità scientifica dei prodotti lessicografici demauriani destinati
al mondo della scuola, c’è da chiedersi anche come mai la scuola, insegnanti
in primo luogo, non si sia resa a sufficienza conto di ciò, vista la carenza dei
livelli di competenza della lingua nazionale da parte degli studenti, e degli ita-
liani in generale, stando a inchieste di natura diversa. «Impreparazione» degli
insegnanti, non in grado di usare criticamente i dizionari? Incapacità dell’U-
niversità, con le lauree triennali e magistrali, a fornire una adeguata prepara-
zione alla classe insegnante?
Dopo aver messo a fuoco i livelli di scientificità raggiunti dalla lessicogra-
fia demauriana, è normale ritenere che essa potrebbe essere pur sempre mi-
gliorata, per es. riguardo all’estensione della nomenclatura, sia a livello sincro-
nico che sul versante storico-etimologico (si pensi all’OED con oltre 600 mila
lemmi). Epperò si può nutrire qualche speranza che ciò accada in una società
in cui la ricerca universitaria, umanistica e in particolare delle scienze del lin-
guaggio, è tendenzialmente e sempre più depotenziata?
L’Accademia della Crusca, da parte sua, col suo presidente C. Marazzini
sembra avviarsi verso tale obiettivo col «nuovo vocabolario dell’italiano post-
unitario» (Marazzini 2016: 76).

Gli autori si soffermano altresì sulle differenze tra l’italiano parlato e scritto (pp. 102-111,
16

124-140, 153-160), la fluenza (pp. 41-45), la presenza di dialettismi ed esotismi (pp. 148-151), ecc.
Tullio De Mauro linguista-lessicografo 143

Intanto, non possiamo non essere grati a Tullio De Mauro per il suo plu-
ridecennale impegno scientifico e civile, e l’eredità che ci ha lasciato, i cui frut-
ti attendono ancora di essere pienamente utilizzati.

Sommario
1. L’elenco degli item bibliografici: l’anima scientifica di un autore allo specchio
1.1. Produzione lessicografia di T. De Mauro (1963-2016)
1.2. Progetto lessicografico pluri-articolato
2. I destinatari dei dizionari
2.1. Il mondo della scuola
2.2. Il GRADIT: «carta d’identità lessicografica» dell’Italia moderna e conteporanea
2.3. Gli specialisti
3. Il Dizionario? Una foto parziale
3.1 Tabella Comparativa delle marche d’uso (e lemmi in cifre) dei 19 dizionari
3.2. Il modello di 11 marche d’uso
3.2.1. Il Vocabolario di base (FO, AU, AD)
4. Il Vocabolario di base
4.1. Il Vocabolario di base [VdB] 19801, 19892
4.2. Nuovo Vocabolario di base della lingua italiana [NVdB] 2016
4.3. Il VELI 1989
5. Dizionari (settoriali) «di apprendimento» (DIB illustrato 1997/c, DIB 1996/a-b e
DAIC 1997/a-b)
5.1. DeM (con G. Moroni - E. D’Aniello) 1997/c, Prime parole. Dizionario illustra-
to di base della lingua italiana
5.2. DeM (con G.G. Moroni) 19961/a, 19982/a, DIB. Dizionario di base della lin-
gua italiana e DeM (con A. Cattaneo) 19961/b, 19982/b, Dizionario visuale
[del] DIB
5.3. DeM 1997/a, DAIC. Dizionario avanzato dell’italiano corrente – DeM (con A.
Cattaneo) 1997/b, Dizionario visuale [del] DAIC
6. Dizionari settoriali: Il dizionario dei sinonimi e contrari
6.1. DeM 2002 Il dizionario dei sinonimi e contrari
6.2. DeM 2003 Il dizionario dei sinonimi e contrari compatto
7. Dizionari settoriali per specialisti
7.0. DeM 2010
7.1. DeM-M 2000 Dizionario etimologico
7.2. DeM-M 2001 Dizionario delle parole straniere nella lingua italiana
7.3. DeM 2006 Dizionarietto di parole del futuro
8. Dizionari generali (GRADIT 19991, 20072 e DeM 2000, DeM 2003 compatto)
8.1. GRADIT 1999-2003-20071; 20072
8.2. DeM 2000, Il dizionario della lingua italiana per il terzo millennio
8.3. DeM 2003, Il dizionario di italiano compatto
8.4. Tabella comparativa di GRADIT 19991, 20072 e DeM 2000, DeM 2003 com-
patto
8.5. Ricerche possibili grazie al CD-Rom del DeM 2000
144 Salvatore Claudio Sgroi

8.5.1. Prevedibilità del genere grammaticale su base fonologica


8.5.2. Il linguaggio religioso
8.5.3. La regionalità nella lessicografia italiana
19. Dizionari settoriali: L’italiano letterario Primo Tesoro 2007
10. Il LIP 1993
11. Verso una conclusione

Università di Catania SALVATORE CLAUDIO SGROI

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dell’ed. 2008 contiene anche il TB, cui si è aggiunta nell’ed. 2016 la Crusca 1612.
III
SIGNIFICARE E PARLARE
“UN ATTEGGIAMENTO IRENICO”
SU ALCUNE PAGINE CULIOLIANE DI TULLIO DE MAURO

0. Introduzione

La presenza di Antoine Culioli nella riflessione di Tullio De Mauro è da


tempo un dato acquisito. Il nome dello studioso parigino ricorre con frequen-
za nell’opera demauriana. Non a caso, il programma di ricerca noto come
Teoria delle Operazioni Predicative ed Enunciative – o TOPE, secondo uno
dei suoi acronimi più diffusi – è stato tra i principali riferimenti del linguista
italiano. Circa trent’anni or sono, lo studioso non esitava a presentare gli scrit-
ti di Culioli come «preziosi»1. Più recentemente, pur rilevandone talune opa-
cità, ne ribadiva l’importanza e l’originalità. Secondo l’Autore, le pagine cu-
lioliane, caratterizzate da un «atteggiamento irenico» 2 verso i più diversi
orientamenti teorici, sarebbero state un utilissimo strumento analitico per «la
percezione e la coscienza della complessità dell’oggetto linguaggio» 3. Nei con-
fronti di Culioli, però, De Mauro non si limitava a generose attestazioni di sti-
ma. Accanto a questa prima disposizione, ve n’era un’altra, e cioè quella dello
scienziato pronto a interrogare i testi culioliani su temi di grandissimo spesso-
re teorico: statuto dell’enunciato e dell’enunciazione, ruolo delle scienze for-
mali nello studio dell’attività di linguaggio, etc. Sarebbe interessante condurre
un’analisi sistematica di tali questioni alla luce di TOPE. L’obiettivo di questo
saggio però è più modesto. Si proverà a riflettere solo su alcune pagine di Mi-
nisemantica che accennano a due concetti chiave della teoria: glossa e spazio
enunciativo. Nel corso dell’indagine, si tenterà di chiarirne lo statuto episte-

1
De Mauro (1982: 153 n. 39).
2
Ivi (2014: 10).
3
Ibidem.
152 Francesco La Mantia

mologico attraverso approfondimenti tematici centrati sui concetti di coenun-


ciatore ed epilinguistico. Acquisite queste informazioni, si procederà a un con-
fronto serrato tra TOPE e MS con sparuti riferimenti a saggi demauriani più
recenti. Nelle conclusioni, dopo un veloce riepilogo, saranno formulati alcuni
quesiti in vista di ricerche future.

1. Due passi culioliani di Minisemantica

Minisemantica (d’ora in poi MS) riserva a TOPE due brevi cenni riferiti a
talune operazioni dell’attività di linguaggio: a. i commenti del parlante sui
propri e sugli altrui artefatti enunciativi – o produzione di glosse 4; b. il lavoro
dell’enunciazione – o costruzione dello spazio enunciativo. Riporto i passi inte-
ressati:
Ma consideriamo più da vicino quello che abbiamo finora chiamato il piano delle
realtà linguistiche. […] i commenti o glosse a ciò che veniamo dicendo («i com-
menti ai nostri enunciati, ciò che A. Culioli chiama ‘glosse’, sono fisiologici nel
funzionamento reale delle lingue») 5.
Nel momento in cui proferiamo una parola cercando con essa d’afferrare un sen-
so dandogli forma linguistica creiamo uno spazio enunciativo, entro cui l’enun-
ciatore offre a un destinatario la parola come mezzo per reperire il senso; la paro-
la, e con la parola, se medesimo 6.

Queste osservazioni, differenti sul piano tematico e dislocate in punti di-


versi dell’opera, compongono un unico blocco concettuale. Un’ideale linea di
raccordo sembra saldarle nel medesimo gesto teorico: la costante e meticolosa
attenzione ai modi concreti dell’attività di parola. È attraverso il filtro di que-
st’obiettivo che le considerazioni dell’Autore assumono forma unitaria. L’in-
teresse per «le reali esperienze vitali»7 del parlante, fulcro e bussola dell’analisi
demauriana, permette di identificare negli aspetti menzionati due momenti
costitutivi della prassi interlocutoria. Per quanto mutevole e cangiante, infatti,
l’esercizio dialogico del discorso prevede tra le sue possibilità operative tanto
la costruzione di spazi enunciativi quanto la produzione di glosse. L’emergen-
za degli uni così come l’affiorare delle altre sono fenomeni inscritti nel campo
d’azione di qualsiasi scambio verbale. I primi sorgono dalla messa in circolo

4
Rispetto a ciò che MS parrebbe suggerire, diamo un’interpretazione estesa del vocabolo. Leg-
giamo glosse intendendo «commenti ai nostri enunciati» nel senso sia di «commenti che diamo ai no-
stri enunciati» sia di «commenti che i nostri enunciati ricevono dagli altri». Come si mostrerà (cfr. §
4.2), questa lettura è prevista tanto dalla riflessione demauriana quanto da TOPE.
5
De Mauro (1982: 130).
6
Ivi (1982: 153).
7
Ivi (1982: 160).
“Un atteggiamento irenico” su alcune pagine culioliane di Tullio De Mauro 153

di forme significanti tra gli attori dello scambio. Le seconde si attivano nel far-
si stesso dell’interlocuzione e corrispondono a una mossa fisiologica nello spa-
zio di gioco dell’enunciazione: la possibilità per ogni interlocutore di parlare
di parti del proprio discorso o di parti di quello altrui. Il nesso tra i due mo-
menti dell’attività interlocutoria sta tutto qui. Il proferimento di una forma
istituisce un campo di relazioni, uno «spazio enunciativo», nella misura in cui
la forma proferita è – come suggerisce l’Autore – destinata a un altro. Nel gio-
co dell’interlocuzione, dunque, ogni forma messa in circolazione può essere
lavorata dall’altro tramite commenti che lo confermano nel ruolo di interprete
di proferimenti altrui. D’altra parte, però, non vi è forma proferita che il locu-
tore non possa lavorare a sua volta. E ciò per mezzo di commenti che ne fan-
no in certa misura il proprio co-interprete. Si potrebbe dire che il legame tra
spazi enunciativi e glosse risieda in una possibilità empiricamente attestata
dell’interlocuzione: la duplice disponibilità di locutori ed allocutori a interve-
nire tanto sui propri enunciati quanto su quelli altrui. L’identificazione di
questa disponibilità è gravida di conseguenze epistemologiche. Al fine di chia-
rirne l’impatto sull’architettura generale della riflessione demauriana, si pro-
verà ad approfondire il significato delle nozioni di glossa e spazio enunciativo.
Come si tenterà di mostrare, esse presentano aspetti formali la cui esplicita-
zione è fondamentale per una conoscenza adeguata del nesso individuato. Si
tratterà pertanto di procedere a ritroso e di rintracciare nel lessico demauria-
no le radici di un apparato metalinguistico, quello di TOPE, che gioca un
ruolo strategico nel contesto teorico di MS.

2. Spazi enunciativi

La locuzione «spazio enunciativo» (per la quale cfr. almeno Culioli 2000b:


101) designa un costrutto teorico con specifiche proprietà operatorie. Si tratta
di un’entità metalinguistica che descrive i luoghi di circolazione interlocutoria
delle forme verbali. La scrittura algebrica «Sit0(S0,T0)» ne dà una prima rap-
presentazione formale: «Sit0 » sta per «situazione» o «punto di riferimento-
origine»; «S0 » per «soggetto enunciatore» o «parametro del soggetto»8; «T0 »,
infine, per «tempo d’enunciazione» o «parametro spazio-temporale»9. Da un
punto di vista tecnico, ogni lettera maiuscola è una variabile: il segno di un po-
sto vuoto. Di conseguenza, ciascuna avrà per argomenti oggetti determinati di
insiemi determinati: rispettivamente, «circostanze», «istanti temporali», «in-
dividui» o «locutori concreti»10. Per ogni saturazione o assegnamento di argo-

18
Culioli (2000a: 189).
19
Ivi.
10
Desclés (1982: 64-66).
154 Francesco La Mantia

menti, la formula genererà il ritratto metalinguistico di un atto di enunciazio-


ne. Contributi più recenti di TOPE, tra cui Ducard (2009: 200), hanno ap-
profondito la portata metalinguistica del costrutto introducendo diagrammi
come questo:

Grafi così congegnati hanno il pregio di integrare lo spazio enunciativo


sotto il profilo di una variabile formale, il «coenunciatore», che ha per con-
trassegno «S0’» e che forma con «S0 » una coppia di parametri complementa-
ri. Formule come «Sit0(S0,T0)», pur distinguendosi per precisione e chiarezza,
non recano traccia di questa complementarietà e non colgono perciò un aspet-
to costitutivo della circolazione interlocutoria: l’operatività dialogica. Per ogni
forma prodotta dal locutore vi è almeno una forma lavorata dall’allocutore, e
viceversa. L’introduzione di «S0’» permette di catturare quest’aspetto poiché
il «coenunciatore» è la controparte metalinguistica dell’allocutore. «S0’», in
breve, è il segno di un posto vuoto che ha per argomenti oggetti determinati
– ogni oggetto essendo un allocutore particolare. Lo schema riportato in figu-
ra però codifica informazioni aggiuntive. L’analisi del grafo mostra la presenza
non di due bensì di tre variabili formali. Oltre a «S0 » ed «S0’», il repertorio
metalinguistico di TOPE ammette un terzo parametro, «S1 », che corrisponde
a una variante alternativa di «coenunciatore». Già presente in Culioli (1985:
96), questa variante è chiamata convenzionalmente «co-enunciatore». Il segno
“-”, assente in «coenunciatore», marca una differenza metalinguistica fonda-
mentale: «coenunciatore» e «co-enunciatore», posti vuoti dello spazio enun-
ciativo, identificano due modi di presentazione (o «immagini») dell’allocuto-
re: l’allocutore come «altro-me» (autre-de-moi) e l’allocutore come «altro-da-
me» (autre-que-moi). «S0’» ed «S1 » codificano dunque posizioni interlocutorie
che divergono rispetto al genere di alterità rappresentato. Sotto «S0’» cade
l’allocutore come altro nel quale il locutore si riconosce: l’«altro-me» o «alter
“Un atteggiamento irenico” su alcune pagine culioliane di Tullio De Mauro 155

ego». Sotto «S1 », invece, l’allocutore come altro nel quale il locutore non si ri-
conosce: «l’altro-da-me» o «alius». Naturalmente, i due estremi ammettono
casi intermedi (o «gradienze»)11. Per averne un’idea, anche approssimativa,
basta esaminare qualche esempio. Da sequenze come «Esattamente!» [a],
«Neanche per sogno!» [b] e «In parte sono d’accordo con te» [c] è possibile
risalire a immagini differenti dell’allocutore e perciò a istanze o varianti alter-
native del costrutto metalinguistico. Presumendo che [a], [b] e [c] siano for-
me proferite da qualcuno in risposta a proferimenti altrui, ciascuna di esse
presenta l’altro in un certo modo. La prima, manifestando un totale assenso
alle parole dell’allocutore, ne dà un’immagine conforme a «S0’». La seconda,
esprimendo un secco dissenso, ne dà un’immagine conforme a «S1 ». L’ultima,
infine, che esprime un accordo parziale con quanto detto dall’altro, ne offre
un’immagine intermedia tra quanto è riconducibile a «S0 » e quanto a «S1 »:
Così […] se mostro il mio assenso tramite enunciati del tipo «È così!» o […]
«Esattamente!», reagisco in un certo modo a quanto sento dire dall’altro, ricon-
ducendolo al mio doppio: l’altro me. L’orientamento s’inverte nel dissenso allor-
ché rigetto quanto detto, potendo fare di S1 un totalmente altro da me. Si verifica
dunque che io non mi riconosco in ciò che mi sento dire, dissociandomi allora da
una parola che mi sembra estranea. […] Una variazione contestuale minima […]
può modificare il gradiente e l’orientazione della relazione 12.

Sarebbe utile esaminare le operazioni di linguaggio responsabili dei modi


di presentazione dell’altro, ma il livello di generalità di queste annotazioni im-
pone obiettivi meno impegnativi. La breve ricognizione condotta sulla nozio-
ne di spazio enunciativo offre un ritratto metalinguistico fine dei luoghi di cir-
colazione interlocutoria. Sarà sufficiente conservare le acquisizioni relative alla
coppia «S0’, S1 » e procedere all’analisi della seconda nozione in gioco, quella
di glossa.

3. Glosse: sul lavoro epilinguistico

L’introduzione di «S0’» ed «S1 » offre una rappresentazione metalinguisti-


ca adeguata dell’allocutore. Inoltre, raffina lo statuto teorico di un’intuizione
elementare di MS già menzionata: per ogni forma proferita dal locutore vi è
almeno una forma lavorata dall’altro, e viceversa (cfr. § 1). Al di là dei modi
di presentazione che esso codifica, il costrutto marca anzitutto la posizione
dell’altro nello spazio enunciativo e con essa il ruolo operativo (il «lavoro»)
che la identifica. Da MS si è appreso tuttavia che la circolazione interlocutoria

11
Ducard (2001: 201).
12
Ivi (2009: 200-201). Corsivi nel testo.
156 Francesco La Mantia

di forme prevede, accanto al lavoro dell’altro, un secondo lavoro: la disponi-


bilità del locutore a intervenire sulle forme che egli rivolge all’allocutore. (cfr.
§ 1). La nozione di glossa è il costrutto metalinguistico che TOPE offre a MS
per chiarire lo statuto teorico di questa duplice potenzialità interlocutoria.

3.1. Prime definizioni


TOPE adopera il vocabolo «glossa» per designare sia una «pratica di lin-
guaggio»13 sia gli eventuali risultati di quest’attività. Il termine denota così tan-
to una «realtà di processo» quanto una «realtà di prodotto»14. Per averne con-
ferma, basta leggere il passo seguente:
(le) glosse […] costituiscono un terzo gruppo di dati. Chiamiamo così quei testi
che un soggetto produce quando, spontaneamente o in risposta a una sollecita-
zione, commenta un testo precedente. […] Parliamo di glossa e non di parafrasi
al fine di riservare quest’ultimo termine a un’attività regolata, dunque controllata
dall’osservatore […] allorché glossa rinvia alla pratica di linguaggio di un soggetto
enunciatore 15.

Tra i più citati e dibattuti della produzione culioliana, il testo addensa nel-
lo spazio di poche righe questioni di grande complessità teorica. Fra tutte, la
distinzione tra glossa e parafrasi è la più impegnativa. Ragioni di opportunità
contestuale inducono a rimandarne l’analisi altrove. Ai fini dell’indagine, è
preferibile concentrarsi sulle parti che attestano il duplice uso di «glossa», e,
semmai, accennare superficialmente alla distinzione menzionata.

3.1.1. Approfondimenti
Glossa come processo e glossa come prodotto, dunque. I due aspetti coesi-
stono simbioticamente nel lavoro teorico dell’Autore: c’è la realtà di processo,
dal momento che glossa è «una pratica di linguaggio del soggetto enunciato-
re». C’è la realtà di prodotto, dal momento che glosse sono i «testi» o segmen-
ti discorsivi generati da tale attività. Gli usi alterni del vocabolo, reperibili in
altre pagine culioliane, non sollevano particolari difficoltà interpretative. Salvo
rare eccezioni, il lettore, purché disposto a tollerare talune ambiguità, potrà
districarsi facilmente tra le diverse accezioni del termine. Privilegiando, per il
momento, la seconda accezione, in questa sede si opterà per una definizione
di glossa come “testo prodotto dal locutore a commento di testi anteriormente
prodotti”. Si potrebbe così identificare ogni glossa con un caso particolare di
meta-testo. A dissuadere tuttavia da simili generalizzazioni è una proprietà

13
Culioli (2000b: 74).
14
Hacking (2000: 25-26).
15
Culioli (2000b: 74).
“Un atteggiamento irenico” su alcune pagine culioliane di Tullio De Mauro 157

delle glosse per la quale TOPE ha coniato un neologismo appropriato. «Epi-


linguistico», questo il neologismo, marca una differenza radicale tra glosse e
meta-testi. Divenuto ben presto un marchio di fabbrica della riflessione culio-
liana, il vocabolo allude a una sfera dell’attività di linguaggio che si colloca al
di sotto di una certa soglia di consapevolezza e che Culioli non ha esitato a
qualificare come «non-cosciente»16. Le glosse differirebbero perciò dai meta-
testi perché prodotti esemplari di tale attività: perché epilinguistiche, appunto.
Mentre ogni meta-testo sarebbe il risultato di un’attività deliberata e coscien-
te, le glosse emergerebbero nel corso di un’attività «non cosciente» – o «più
o meno cosciente»17 – che alloggia nel locutore come possibilità latente dei di-
scorsi prodotti. Per illustrare la differenza, TOPE ha eletto a rappresentante
del primo tipo di attività il lavoro di riformulazione (o parafrasi) eseguito dal
linguista sui segmenti discorsivi che esamina. Questo lavoro sarebbe «delibe-
rato e cosciente», e quindi generatore di meta-testi, perché inscritto in una
cornice epistemologica, il laboratorio dell’analista, che è costruito su parametri
«teorici ed operatori» espliciti. Naturalmente, anche esercizi di intelligenza
analitica così strutturati possono presentare margini di non consapevolezza. Il
linguista è pur sempre un locutore e, come tale, esposto a potenziali fluttua-
zioni epilinguistiche. Fuor di metafora: esso è disponibile, nei limiti delle pro-
prie competenze, alla produzione di glosse provvisorie, di forme che non han-
no inizialmente statuto di meta-testi ma che coi meta-testi possono interagire
fino a divenire parte integrante degli artefatti metalinguistici dell’analista.
D’altra parte, al netto delle contiguità tra glosse e meta-testi, le differenze rav-
visate restano insopprimibili. Per apprezzarne il valore euristico, è necessario
discutere un caso di glossa epilinguistica. I lavori di Jacqueline Authier-Revuz,
Autrice ispirata da TOPE, offrono ampi repertori di esempi. A scopo illustra-
tivo, verrà esaminato un caso di auto-glossa, ossia di intervento effettuato dal
parlante su propri artefatti enunciativi.

3.1.2. Un esempio 18
L’esempio ha la forma seguente:
D: Che ne pensa di questo passo?
S: Beh, quel che in esso vi è di originale, originale no, ma direi assolutamen-
te cruciale… (A)

Lo scambio verbale, parte di una più ampia conversazione, è il segmento


di un esame universitario orale che vede impegnati due attori, un docente (D)

16
Ivi (2000b: 19).
17
Paillard (2005: 176).
18
Le annotazioni rielaborano osservazioni enucleate in La Mantia (2015; 2017).
158 Francesco La Mantia

e uno studente (S). La risposta dell’uno al quesito dell’altro ha i requisiti for-


mali necessari per costituire un caso esemplare di glossa epilinguistica. In par-
ticolare, la porzione enunciativa
[…] originale no, ma direi assolutamente cruciale […] (AA)
è del tutto conforme alla definizione di glossa introdotta nel paragrafo § 3.1.1.
Si tratta di un testo che affiora a commento di porzioni anteriori di un certo di-
scorso e che, in qualità di auto-glossa, è parte integrante di questo discorso.
Nel caso particolare, la porzione commentata o soggetta a glossa è il segmento
[…] Beh, quel che in esso vi è di originale, […] (A1/2)

Gli aspetti che inducono a classificare (AA) come risultato di un’operazio-


ne epilinguistica sono di due ordini. Uno, rimanda a un senso di «epilinguisti-
co» che occorre specificare. L’altro, all’accezione del termine esplicitata nei
paragrafi precedenti.

3.1.3. Metalingua nella lingua: ripresa, negazione e riformulazione


Che (AA) sia una glossa epilinguistica di (A1/2) lo si evince anzitutto da un
dettaglio formale su cui TOPE è ritornata a riflettere sistematicamente nel
corso delle proprie elaborazioni. Il dettaglio rientra tra le proprietà definitorie
dell’«epilinguistico» e identifica un tratto peculiare delle glosse: di essere for-
me della lingua usate per parlare di altre forme della lingua. In termini più tec-
nici, di costituire «a loro modo, un sistema di rappresentazioni interne alla lin-
gua»19, e perciò di formare una «metalingua nella lingua» 20. Si potrebbe asse-
rire che le glosse epilinguistiche sono più propriamente «endo-epilinguisti-
che». “Endo”, perché stanno dentro (ἐνδο) la lingua. “Epi”, perché sono for-
me che affiorano dal tessuto connettivo della lingua come le increspature di
un’onda affiorano sulla superficie (ἐπὶ ) dell’acqua, e che operano sulla lingua
(ἐπὶ ) dall’interno della lingua medesima. Ecco perché «nel fabbricare la paro-
la, Culioli rimpiazza l’«oltre» di métà con un epì «in superficie» 21. Si tratta di
«un […] «su» […] che non sarebbe più esterno» 22 (alla lingua). La «metalin-
gua nella lingua», l’«epilingua» 23, è dunque una matrice di forme, una «forma
di forme» emerse dalla lingua e riferibili ad altre forme della lingua. (AA) sod-
disfa questo vincolo operatorio: essa è parte della metalingua suddetta perché
forma della lingua usata per parlare di altre forme della lingua. L’attività in-

19
Culioli (2000b: 74). Corsivo nostro.
20
Authier-Revuz (2003: 67).
21
De Vogüé (2000: 78).
22
Ivi.
23
De Vogüé (2000: 79).
“Un atteggiamento irenico” su alcune pagine culioliane di Tullio De Mauro 159

terlocutoria di S è il luogo di manifestazione transitoria di quest’operazione.


Nel modificare in tempo reale parti del proprio discorso, S mette in circola-
zione una forma, (AA), riferita ad un’altra forma, (A1/2), per via di altre ope-
razioni di cui (A) è traccia. L’analisi di queste operazioni permette di abboz-
zare un ritratto metalinguistico del caso esaminato. Da (A) è possibile risalire
a un concatenamento di operazioni con caratteristiche molto precise. Questo
concatenamento, o «poli-operazione» 24, prevede almeno tre passi: a) la ripresa
di quanto detto; b) la negazione di quanto ripreso; c) la riformulazione di
quanto negato. Il primo passo consiste in una sorta di duplicazione o replica-
zione: l’aggettivo originale, che ricorre in (A1/2), è ripresentato in (AA). Si po-
trebbe supporre che riprendere una forma nell’esercizio del discorso equival-
ga a ripeterla. Ma il concetto di «ripetizione» è insidioso. Inteso nell’accezione
di «regolarità monotona» con cui qualcosa (un movimento, un gesto, una for-
ma) occorre identicamente in uno stesso contesto, esso suggerisce un’idea ina-
deguata, e sostanzialmente erronea, del lavoro di ripresa. La ripresa di una
forma, la ri-presentazione di quanto già detto nella parola attuale o in corso
d’opera, è un’operazione di linguaggio che non ha nulla di ripetitivo nel senso
stabilito di «ripetizione». La forma che circola nell’esercizio di una ripresa
non è la stessa identica forma localizzata in un segmento di discorso anteriore
alla ripresa. A parte l’omofonia, il termine ripreso ed il termine che riprende,
ossia originale in (A1/2) ed originale in (AA), sono vocaboli differenti. Hanno
valori differenti in una qualsiasi accezione codificata di «valore linguistico»:
occupano istanti temporali distinti della catena parlata e sono associati a indici
prosodico-intonativi, mimico-gestuali, e financo semantici, diversi. E questo
perché sebbene «l’enunciatore resti immutato, il momento d’enunciazione è
cambiato» 25. Pertanto «il termine “ripetizione” […] sembra […] problemati-
co nella misura in cui, focalizzando l’attenzione sull’identità formale di due
segmenti discorsivi, occulta il fatto che, prodotti in due momenti distinti, essi
non potrebbero avere gli stessi valori» 26. La ripresa di originale in (AA) non
genera dunque una replica, se per “replica” s’intende la medesima forma ri-
petuta una seconda volta, bensì un autonimo, una «forma-eco», direbbe
Authier-Revuz 27, che permette a S di parlare di «originale» nell’esercizio stes-
so del discorso. Su questa forma autonimica interviene il secondo passo della
poli-operazione: la negazione di quanto ripreso. Con questa, S può rettificare
quanto già enunciato, può, cioè, rigettare «originale» mentre ne parla per via
autonimica. In riferimento all’operazione locale, Ducrot (1984: 217) 28, ha ado-

24
Grize (1997: 102).
25
Vion (2000: 185).
26
Ivi (2006: 11).
27
Authier-Revuz (2012 2: 154).
28
E sulla scia di Ducrot molti altri. Tra questi, Horn (20012: 363-444).
160 Francesco La Mantia

perato la locuzione «negazione metalinguistica». La scelta terminologica è giu-


stificata dal fatto che la negazione in questione opera su forme pregresse: nel
caso specifico, sulla «forma-eco» di originale, e quindi, per autonimia, su ori-
ginale. Tuttavia, come anello di operazioni epilinguistiche, sarebbe forse più
appropriato chiamarla «negazione epilinguistica» o «epimetalinguistica» 29.
Preferenze terminologiche a parte, di cui si discuterà più avanti, la negazione
descritta non solo rettifica quanto ripreso, ma prelude alla sua riformulazione.
Si ottiene così un pacchetto di operazioni che, sebbene ancorato a una se-
quenza enunciativa particolare, è sufficientemente generale per coprire se-
quenze affini. Riprese, negazioni metalinguistiche e riformulazioni, prese in
blocco, esemplificano solo alcune delle pratiche di linguaggio coinvolte nella
produzione di glosse epilinguistiche. Tuttavia, come conferma la letteratura
sull’argomento, si tratta di pratiche previste dall’interlocuzione nella circola-
zione di tali costruzioni, ed ad esse ci si atterrà.

3.1.5. Si fa presto a dire «non cosciente»


Come è stato detto, il vocabolo «epilinguistico» identifica una sfera del-
l’attività di linguaggio che si colloca al di sotto di una certa soglia di consape-
volezza e che Culioli (2000b: 19) non ha esitato a qualificare come «non-co-
sciente» (cfr. § 3.1.1). Le glosse epilinguistiche sarebbero così chiamate non
solo perché risorse di una «metalingua nella lingua», ma soprattutto perché
prodotti di quest’attività. Definita come «attività metalinguistica non coscien-
te» 30, essa ha rappresentato per TOPE una fonte inesauribile di suggestioni
teoriche, alcune delle quali hanno avuto un impatto profondissimo in MS e
nella produzione demauriana successiva. Prima di analizzarle, occorre soffer-
marsi sul significato generale della locuzione. Sin dalla sua comparsa, questa
ha suscitato non poche perplessità anche presso studiosi di area culioliana, co-
me Normand (2005) 31. Tuttavia, già Lo Piparo (1998: V) dava voce a uno dei
dubbi principali sulla definizione. In un breve ma denso saggio, l’Autore, ri-
chiamandosi ad Auroux (1998: 15-16), osservava che «metalinguistico» e
«non cosciente», presi insieme, costituissero un caso esemplare di contraddi-
zione in termini. Per giustificare un giudizio tanto perentorio, al filosofo sici-
liano, come ad Auroux del resto, bastava rammentare che l’attività metalin-
guistica fosse per definizione un’attività cosciente. Su posizioni analoghe, ma
non altrettanto incisive, la già citata Normand (2005). È di un certo interesse
rilevare a tal proposito la posizione dello stesso Culioli. Interrogato su quest’a-
spetto, l’Autore è parso disposto a riconoscere il carattere problematico della

29
Ducard (2015: 228-229).
30
Culioli (2000: 74).
31
Culioli Normand (2005).
“Un atteggiamento irenico” su alcune pagine culioliane di Tullio De Mauro 161

definizione. In particolare, ha ammesso, con lieve imbarazzo, che la coppia di


aggettivi possa suggerire, riferita ad «epilinguistico», accostamenti terminolo-
gici quanto meno arditi. Per esempio, quello tra un verbo come «riflettere» –
che spesso accompagna, nella definizione proposta, la locuzione «attività me-
talinguistica» – e le locuzioni «non cosciente» o «non del tutto cosciente».
Questo è quanto trapela in Culioli e Normand (2005: 110):
CULIOLI: […] a livello epilinguistico […] riflettete sulle rappresentazioni che uti-
lizzate senza esserne del tutto coscienti. NORMAND: Eppure, lei mi sta dicendo:
«voi riflettete». Vuol dire, allora, che ciò diviene un’operazione cosciente? CU-
LIOLI: perché «riflettere» è interpretato come operazione cosciente: proviamo
allora a trovare un altro verbo – ma non c’è! – per indicare che tutto questo gira
(tourne) nella nostra testa 32.

Poco più avanti, l’imbarazzo cede il posto alla cautela. L’Autore opta per
una soluzione di compromesso suggerita da Normand e accetta di adoperare
il vocabolo «epilinguistico» in riferimento a un’attività cognitiva generica
(«ciò che gira nella nostra testa») che spetta al linguista descrivere sul piano
metalinguistico: «NORMAND: «Ciò vuol dire che “ciò che gira” sono quelle
operazioni che lei cerca di formulare a livello […] meta? CULIOLI: «Proprio
così» 33. Fin qui le fonti consultate. Per quanto pertiene all’indagine, è neces-
sario integrarle con due rilievi di diversa estensione.

3.1.5.1. Ricezioni dell’epilinguistico

Il primo è breve e interessa la ricezione delle problematicità in gioco da


parte di MS. Per ciò che è dato sapere, non pare che il saggio demauriano ne
tenga conto. Peraltro, a meno di non aver trascurato talune occorrenze del
termine, «epilinguistico» non ricorre mai in MS. Neanche i saggi demauriani
più recenti, ove il vocabolo e i suoi paronimi ricorrono in abbondanza, mani-
festano perplessità analoghe. L’«uso epilinguistico» è presentato come «uso
continuo e informale di spiegazioni, commenti, glosse che caratterizzano il no-
stro parlare quotidiano» 34. O ancora come «riflessione ineliminabile dal vis-
suto del verbal istinct» 35. Pertanto, da una veloce e parziale analisi sembra che
la produzione scientifica demauriana abbia assorbito «epilinguistico» nel pro-
prio repertorio di meta-termini senza particolari preoccupazioni interpretati-
ve. In realtà, come si mostrerà in § 4.2, il processo di integrazione è stato più
complesso.

32
Corsivo nostro.
33
Culioli Normand (2005: 110).
34
De Mauro (2011a: 44).
35
Ivi (2011b: 20).
162 Francesco La Mantia

3.1.5.2. « ἐπιλέγειν » e «plastica verbale»

L’altro rilievo, più lungo e articolato, ha per oggetto la locuzione «attività


metalinguistica non-cosciente». Al netto degli opportuni richiami critici degli
Autori menzionati, gli arditi accostamenti suggeriti dalla locuzione, se ap-
profonditi, si rivelano preziosi sotto il profilo euristico. Si proverà a mantener-
li, non senza però l’adozione di adeguati aggiustamenti. Tra i molti che si po-
trebbero indicare, se ne proporranno due. Uno interessa la formulazione di
«epilinguistico» a cui faticosamente pervengono le pagine di Culioli & Nor-
mand (2005). Sebbene sia l’esito di un accorto lavoro di affinamento, il riferi-
mento a «ciò che gira nella nostra testa» rischia di ridurre l’epilinguistico a
un’attività mentale non meglio qualificata e per di più confinata all’esecuzione
di processi inattingibili. «Ciò che gira nella nostra testa» è per definizione
qualcosa di intracranico e perciò inaccessibile. L’epilinguistico, invece, è qual-
cosa che affiora «in superficie» e che è tutt’uno col tessuto connettivo della
lingua su cui opera. Se di attività mentale si tratta, è attività che assume la for-
ma del dire, foss’anche un dire interiore, come ha insegnato la riflessione stoi-
ca sull’ἐπιλέγειν 36, ma pur sempre un dire con tutte le proprietà sensibili (arti-
colatorie, vocaliche, prosodiche) e simboliche (patiche, affettive, emotive) del-
la verbalità 37. Non è questa la sede per affrontare un tema così delicato. Pur
essendovi le condizioni per farlo, data la recente pubblicazione di lavori sui
rapporti tra endofasia ed epilinguisticità 38 e data l’importanza del tema endo-
fasico nella riflessione demauriana 39, è preferibile sviluppare altrove il sogget-
to della parola interiore 40 e sfruttare le suggestioni stoiche in relazione a un
aspetto dell’ἐπιλέγειν che ben si adatta tanto agli usi endofasici quanto agli usi
esofasici della parola. Ci si riferisce in particolare al fatto che esso sia un «dire
in più»41, un dire in aggiunta a qualcosa «e a ciò che essa ci dice»42. Piegata al-
la nozione culioliana di attività epilinguistica, questa intuizione si rivela duttile
e preziosa. Anzitutto, perché approfondisce l’etimologia del vocabolo: «dire
in più» è per eccellenza qualcosa che affiora nel tessuto della lingua e che, in
qualità di «discorso aggiuntivo»43, opera su qualcosa che lo precede. In secon-
do luogo, perché, riadattata ai parametri dell’epistemologia culioliana, per-
mette di descrivere l’epilinguistico come un «dire sul dire»44: nulla esclude

36
Hadot (2013).
37
Rosenthal (2012: 54-57).
38
Bergounioux (2005: 101-116).
39
De Mauro (1980: 116-117); (1982: 147-148); (2007: 5-6).
40
Per un lavoro futuro, cfr. perlomeno Leontev (1968); Lo Piparo (2003); Rosenthal (2012).
41
Hadot (2013: 43).
42
Ivi.
43
Hadot (2013: 52).
44
Authier-Revuz 2003 p. 68.
“Un atteggiamento irenico” su alcune pagine culioliane di Tullio De Mauro 163

che quanto precede l’ἐπιλέγειν sia un altro discorso, un discorso anteriore a


commento del quale sia mobilitato un discorso aggiuntivo. Insomma, sulla
scia di intuizioni provenienti dalla filosofia stoica del linguaggio, cui TOPE si
è ispirata più volte, è possibile evitare che l’epilinguistico sia ridotto a realtà
cognitiva intracranica («ciò che gira nella nostra testa») per farne invece un
«dire sul dire». L’aggettivo «non-cosciente», autentico spartiacque tra meta-
linguistico ed epilinguistico, va giustificato sulla base di questo profilo opera-
tivo. Di qui il secondo aggiustamento. Rispetto al «dire sul dire», il carattere
«non cosciente» – o «non del tutto cosciente», o «più o meno cosciente» –
dell’epilinguistico è assimilabile all’esercizio «immediato e non premeditato»
di una parola che dalla parola affiora e sulla parola ritorna. Per avere un’idea
precisa di ciò, basta rinviare all’esempio precedentemente discusso: (AA), glos-
sa di (A1/2), è il prodotto di una pratica di linguaggio epilinguistica in quanto
forma che permette a (S) di ritornare su un’altra forma, cioè di dirne qualco-
sa, e di farlo senza aver pensato alla forma prima…di averne parlato. L’intera
sequenza enunciativa, (A), offrirebbe così un saggio di riflessività epilinguisti-
ca nella misura in cui essa attesta la possibilità di un dire sul dire immediato e
non premeditato. Un dire che, sebbene manifesti la capacità di (S) di interve-
nire sulle proprie parole, e in questo senso di riflettervi, non è guidato da co-
gnizione anteriore alcuna al dire stesso, bensì da qualcosa che è tutt’uno con
il farsi stesso del discorso e che è perciò improvvisato nel gioco dell’interlocu-
zione. Questo è possibile per via di un aspetto dell’attività di linguaggio che
alcuni linguisti di ispirazione lacaniana e saussuriana hanno chiamato «impre-
vedibilità»45 della catena parlata. Il dire epilinguistico di (S), come di qualsiasi
altro locutore, è «immediato e non premeditato» perché chi parla non è in
grado di costruire parola per parola ciò che dirà prima di dirlo. Esclusi forse
taluni enunciati, eccezionalmente semplici sotto il profilo sintattico e lessicale,
il parlante non dispone di anticipazioni globali sulla forma di ciò che dirà.
Semmai, questa forma è scoperta dal parlante parlando, e cioè in qualità di
udente dei propri discorsi. È presumibile quindi che si acceda alle proprie pa-
role, che si acquisisca coscienza di esse, con un «lieve tempo di ritardo» ri-
spetto al loro proferimento. Da questo dipendono i caratteri di immediatezza
e non premeditazione del gesto epilinguistico: non potendo scegliere «una per
una» le parole che dirà prima di dirle, il parlante le scopre nel dirle, ossia sen-
tendole mentre le dice, e vi ritorna, se il caso, tramite un secondo dire, un dire
sul dire, che non aveva previsto. Nell’epilinguistico, dunque, ogni esercizio di
riflessione non cosciente del parlante è indissociabile da questo dire – da que-
sta «plastica verbale»46, avrebbe detto Mondrian – che è trama di rapporti in-

45
Coursil (2015: 45).
46
Mondrian (2008: 25).
164 Francesco La Mantia

terni alla lingua e all’uso della lingua che parla della lingua. Il pregio euristico
delle differenze tra glosse e meta-testi (cfr. § 3.1.1) è così spiegato sulla base
di un tratto peculiare delle glosse: di essere forme esposte all’imprevedibilità
della catena parlata 47. Anche i meta-testi potrebbero esserlo, date le fluttua-
zioni epi-linguistiche dell’analista, ma in misura notevolmente minore: un me-
ta-testo è pur sempre una forma costruita nel corso di pratiche linguaggio sog-
gette a parametri operatori espliciti e perciò maggiormente prevedibili. Insom-
ma, riformulare un enunciato e verificare le affinità tra questo e i suoi equiva-
lenti parafrastici è attività assai più controllata del modificare improvvisamen-
te quanto si è detto.

4. Ritorno ad MS (e non solo)

È emerso che «spazio enunciativo» e «glossa», nozioni usate da De Mauro


in punti chiave di MS, sono costrutti teorici di TOPE con proprietà formali
non banali e interconnesse. «Coenunciatore» ed «epilinguistico», costrutti
non meno densi sotto il profilo epistemologico, hanno permesso di precisare
i contorni di tali nozioni e di approfondire taluni aspetti della linguistica cu-
lioliana. Dopo questo excursus si proveranno a formulare alcune riflessioni
provvisorie al fine di tematizzare più analiticamente affinità ed eventuali
difformità tra TOPE ed MS. Il confronto, ove necessario, sarà condotto te-
nendo conto anche di altri testi della produzione demauriana.

4.1. Spazi enunciativi: dall’empirico al formale, e viceversa…

Nel transito da TOPE ad MS, la nozione di spazio enunciativo si modifica


sotto un aspetto apparentemente marginale: anziché designare un’entità me-
talinguistica, come in TOPE, il concetto sembra riferirsi a un tipo particolare
di realtà empirica: la sfera dell’interlocuzione. Nel contesto epistemologico di
MS, cioè, lo spazio enunciativo non è né un costrutto algebrico (cfr. § 2) né
un diagramma dalla topologia intuitiva e rudimentale (cfr. § 2). Si tratta inve-
ce di un campo di relazioni istituito dalle pratiche verbali di locutori ed allo-
cutori (cfr. § 1). Come tale, esso coincide con un luogo dialogico effettivo (cfr.
§ 1). La differenza menzionata parrebbe irrilevante dal momento che lo spa-
zio enunciativo di TOPE è pur sempre un costrutto metalinguistico atto a de-
scrivere il lavoro dell’interlocuzione (cfr. § 2). Un simile compito descrittivo,
svolto in realtà solo da una versione specifica del costrutto, quella diagramma-
tica (cfr. § 2), dovrebbe ridurre le difformità rilevate tra TOPE ed MS. Tutta-

Per i commenti sugli artefatti enunciativi altrui (o eteroglosse) rispetto al parametro dell’im-
47

prevedibilità, cfr. § 4.2.


“Un atteggiamento irenico” su alcune pagine culioliane di Tullio De Mauro 165

via, a nostro avviso, un certo margine di divario permane. Limitandosi all’es-


senziale, le difformità principali emergono in riferimento ad «enunciazione»
ed «enunciato». I due concetti sono imparentati, tanto in TOPE quanto in
MS, con il concetto di spazio enunciativo. Se si rimane sul versante culioliano,
essi acquisiscono un valore formale che non è rintracciabile né in MS né in
opere successive ad MS. Per De Mauro, l’enunciazione è «realizzazione con-
creta del segno nell’atto di parole, […] ciò che chiamiamo enunciazione»48,
mentre l’enunciato è «realizzazione di un segno nella lingua»49. Per Culioli e i
suoi epigoni le cose sembrano stare diversamente. Da un lato, l’enunciato è
presentato non come il «risultato di un atto individuale di linguaggio» 50 bensì
come «una configurazione di forme» 51, o, in termini che risultano forse anco-
ra più stridenti con l’approccio demauriano, come un «costrutto teorico» 52.
Dall’altro, l’enunciazione è presentata non come lavoro della parole, ma come
qualcosa che, rispetto alla parole e alla «produzione effettiva di linguaggio» 53,
è assimilabile alla ricostruzione metalinguistica di operazioni (mentali? lingui-
stiche?) soggiacenti alle configurazioni di forme chiamate enunciati. In altre
parole, a un lavoro tramite cui «si rifà la storia (degli enunciati) all’incontra-
rio» 54. Il divario dunque non solo resta ma parrebbe approfondirsi in relazio-
ne a temi e questioni di cruciale importanza per qualsiasi teoria dell’enuncia-
zione, e non solo. Eppure, accanto a simili divergenze, i rapporti tra TOPE ed
MS sembrerebbero prevedere convergenze non meno significative. Nel merito
di quanto rilevato, occorre osservare che se la nozione di spazio enunciativo è
usata da MS in forme e modalità che non riflettono lo spirito di TOPE, è an-
che vero che questo programma di ricerca ha molto oscillato nella formulazio-
ne del concetto. Negli scritti dei culioliani e dello stesso Culioli circolano de-
finizioni che conservano poco o nulla del costrutto rammentato e che ben si
adattano all’uso demauriano di spazio enunciativo. Così si può leggere che è
«attraverso la loro attività che gli enunciatori costruiscono lo spazio enuncia-
tivo […] e nello stesso tempo l’evento a cui il loro discorso si riferisce» 55. Pa-
role come queste potrebbero benissimo figurare nel testo demauriano date le
manifeste affinità tra ciò di cui esse discutono e il concetto di spazio enuncia-
tivo presente in MS. E quello che vale per «spazio enunciativo» vale anche
per gli altri concetti. Non solo TOPE prevede usi di «spazio enunciativo» che
rimandano all’attività di enunciatori concreti e ai prodotti di quest’attività, ma

48
De Mauro (2005a: 11).
49
Ivi (1982: 145).
50
Franckel & Paillard (1998: 52).
51
Ivi.
52
Culioli in Culioli & Ducard (2004: 10).
53
Franckel & Fisher (1983: 14).
54
Culioli (1992: 6).
55
Ivi (1981: 7).
166 Francesco La Mantia

anche usi di «enunciazione» ed «enunciato» rispettivamente centrati sulla


produzione effettiva di linguaggio e sugli artefatti empirici di questa produ-
zione. Per esempio, Culioli (2004), dopo aver ribadito che l’enunciazione
«non è un semplice proferimento nel senso in cui si parla di enunciazione di
qualcosa» 56, afferma che essa equivale «per un soggetto umano a produrre un
testo, scritto o orale, […] in maniera tale che questo sia colto sotto il profilo
sensoriale […]» 57. Il testo prodotto è così un enunciato nell’accezione empi-
rica del termine: il risultato di un atto di proferimento inscritto in un luogo
dialogico. Da questi brevi cenni risulta pertanto che la nozione di spazio
enunciativo così come le nozioni di enunciato ed enunciazione presentano in
TOPE margini di flessibilità sufficienti per essere adattate agli impieghi di
MS. Quanto alle oscillazioni, occorre rilevare due specificità. La prima è che
si tratta di un aspetto costitutivo di TOPE. Salvo rare eccezioni, le categorie
metalinguistiche del programma sono soggette a mutamenti di significato che
ne hanno reso particolarmente difficoltosa la ricezione 58. La seconda è che, al
netto delle difficoltà, oscillazioni simili attestano un lavoro continuo di ripen-
samento di metodi e strumenti analitici che hanno fatto di TOPE un ramo
della riflessione linguistica eccezionalmente vitale e originale. Le pagine di
MS, più disciplinate e stabili di molte pagine culioliane, offrono l’occasione
per riflettere su tali peculiarità. Una è offerta dalla nozione di spazio enuncia-
tivo, l’altra, dalla nozione di glossa.

4.2. Glosse: tensioni essenziali

L’uso demauriano di «glossa» è in massima parte modellato sulla vulgata


culioliana. Non solo MS, ma anche saggi più tardi testimoniano di un ricorso
alla nozione coerente con i parametri di TOPE. In De Mauro (2005b: 13), si
legge che glossa va inteso «nel senso […] di commento esplicativo epilingui-
stico o metalinguistico reso da chi sta parlando o scrivendo». Infatti, «siamo
in grado, anche in corso d’opera, anche mentre parliamo, di produrre ‘glosse’
o ‘commenti’ a ciò che veniamo dicendo e ascoltando per spiegarci meglio o
chiedere spiegazioni» 59. Sono riferimenti interessanti, soprattutto per le ten-
sioni che manifestano. Una riguarda, per così dire, lo statuto ‘cognitivo’ della
glossa; un’altra, il suo dominio di applicazione. Quest’ultimo aspetto emerge
con chiarezza da un raffronto tra MS e la seconda citazione. A una più attenta
analisi, i cenni che il libretto riserva a «glossa» paiono restringere l’uso del vo-

56
Cfr. Culioli in Culioli & Ducard (2004: 10).
57
Cfr. Ivi.
58
Cfr. La Mantia (2014).
59
De Mauro (1984: 23). Ma cfr. anche De Mauro (2002b: 91-93). Per una più ampia analisi,
cfr. Ferreri (2012: 118-119).
“Un atteggiamento irenico” su alcune pagine culioliane di Tullio De Mauro 167

cabolo agli interventi del parlante sui propri artefatti enunciativi: la locuzione
«i commenti a ciò che veniamo dicendo» (cfr. § 1) è affine alla locuzione
«commentare, nel parlare, ciò che stiamo dicendo» adoperata da De Mauro
(2011a: 44) in riferimento alle stesse questioni di cui discute MS nel passo
menzionato. L’ultima annotazione invece ne estende sensibilmente il campo
di riferimento. Come si ricava dalla chiusura del rilievo demauriano e come si
era già detto all’inizio di questo lavoro, sotto «glossa» cadono anche interventi
del parlante sugli artefatti enunciativi altrui. L’estensione beninteso è parte in-
tegrante del repertorio concettuale di TOPE. Per esserne certi, basta ritornare
sulla definizione di «glossa» introdotta da Culioli (2000b: 74). Se glosse sono
«quei testi che un soggetto produce quando […] commenta un testo prece-
dente», il testo anteriore che si commenta può essere il proprio o quello al-
trui 60. Così in uno scambio interlocutorio come «X: «Non fa altro che piange-
re!» [1]; Y: «Piangere?…ma dì pure che si lamenta tutto il giorno!» [2] 61, la
sequenza enunciativa che Y articola in risposta alle parole di X è una glossa.
Si tratta di un testo che il parlante, in questo caso Y, produce a commento di
un testo anteriormente prodotto, il testo di X. Dunque, di «un enunciato che
verte su un enunciato»62 e da cui è possibile risalire a un’attività epilinguistica
soggiacente. Anche [2], come [AA ], è forma della lingua usata per parlare di
altre forme della lingua, e, come tale, è «metalingua nella lingua». Essa è cioè
prodotto di un «dire sul dire» che presenta caratteri di «immediatezza e non
premeditazione» affini a quelli discussi in § 3.1.5.2. Tuttavia, le affinità, am-
messo che vi siano, non costituiscono un’identità. Anzi, a un secondo sguar-
do, lasciano spazio a differenze rilevanti. La prima, per riprendere un’osser-
vazione già fatta, riguarda il tipo di materiale testuale da cui dovrebbe emer-
gere l’epilinguisticità della glossa. Nell’ultimo esempio, questa agisce non solo
su un dire altrui, ma su un testo che è un «discorso autonomo»63 dall’ἐπιλέγειν.
Come ogni «dialogo interlocutorio»64, i turni di parola di X e Y formano seg-
menti distinti, e in tal senso autonomi, dello scambio verbale. Lo stesso può
dirsi per i turni di S e D, ma, in questo caso, la glossa non opera su un discor-
so autonomo. La forma che in [A] commenta una forma anteriormente pro-
dotta costituisce con questa un tutt’uno: è un «dire sul dire» che prevede mar-
gini di indistinguibilità tra commento e testo commentato. Al contrario, il «di-
re sul dire» di Y, o meglio, il «dire» di Y sul «dire» di X, non presenta margi-
ni analoghi. Il commento e il testo commentato non formano un tutt’uno. La
glossa è un’eteroglossa, o glossa interlocutoria, che si distingue dall’auto-glossa,

60
Canut (2000: 75).
61
Libero riadattamento tratto da Culioli (2000a: 141).
62
De Vogüé (1992: 101).
63
Canut (2000: 74).
64
Authier-Revuz (2012 2: 207-209).
168 Francesco La Mantia

o glossa intra-locutoria, di S. L’anteriorità discorsiva che S commenta nello


scambio con D è così qualitativamente diversa dall’anteriorità commentata da
Y nello scambio con X. Una è interna all’enunciazione della glossa, l’altra, in-
vece, è esterna. Questa seconda, fondamentale, differenza permette di ap-
profondire il divario tra i due esempi rispetto a una proprietà dell’epilingui-
stico che si lega sin d’ora alla prima tensione, quella sullo statuto cognitivo
della glossa. L’epilinguistico cioè non è un processo del tipo «tutto-o-niente»,
ma attività soggetta a gradazioni. Esistono livelli di epilinguisticità e verosimil-
mente livelli di metalinguisticità. Nel rispondere a certe sequenze enunciative
anteriormente prodotte, S e Y manifestano gradi differenti di epilinguisticità:
massimo è il grado di epilinguisticità della glossa intra-locutoria; lievemente
più ridotto, quello della glossa interlocutoria. Questo si spiega proprio per via
della collocazione, interna o esterna, del testo commentato. I caratteri di «im-
mediatezza e non premeditazione» che distinguono le glosse dai meta-testi va-
riano al variare dei gradi di separazione tra commenti e testi commentati. Una
glossa intra-locutoria come [AA ] è immediata e non premeditata perché inse-
parabile dal testo commentato e perciò esposta all’imprevedibilità del gesto
enunciativo che produce questo testo. Una glossa interlocutoria come [2], in-
vece, presenta più ampi margini di controllo perché, per quanto esposta al-
l’imprevedibilità del testo commentato 65, è autonoma da questo testo. In altre
parole, sebbene [2] sia articolato in risposta ad [1], così come [AA ] è artico-
lato in risposta a [A1/2], l’autonomia di [2] rispetto ad [1] garantisce un eser-
cizio di intelligenza epilinguistica che nel gioco improvvisato dell’interlocu-
zione può coesistere con lievi forme di metalinguisticità. Grazie all’autonomia
delle sequenze prodotte nello scambio dialogico, Y disporrebbe di tempi di
reazione lievemente più dilatati di S, e perciò compatibili con gestioni mag-
giormente consapevoli (o meta) del gesto epilinguistico. Naturalmente, per es-
sere confermate, differenze simili andrebbero sottoposte al vaglio di stime psi-
co-linguistiche ben ponderate. Tuttavia, né TOPE né MS (o saggi successivi
ad MS) hanno sistematicamente attinto a metodi di indagine così congegnati.
Né si può esser certi che l’adozione di tali supporti permetterebbe valutazioni
più sicure nel merito di quanto rilevato. Certo, è probabile che un punto di
vista psicolinguistico potrebbe confortare o sconfessare le differenze abboz-
zate. Ma i dati neuro-cognitivi andrebbero sottoposti al vaglio di indagini lin-
guistiche ad ampio raggio. Occorrerebbe mettere a prova l’evidenza acquisita
esaminando il maggior numero di glosse e descrivendo le diversità emergenti
attraverso il filtro di cornici teoriche sufficientemente flessibili per generaliz-
zare sui casi esaminati. Compito non facile, data la mole di fenomeni da ana-
lizzare. L’intuizione di gradi variabili di epilinguisticità, che si riverbera sullo

65
Y non conosce le parole di X, prima che X parli.
“Un atteggiamento irenico” su alcune pagine culioliane di Tullio De Mauro 169

statuto cognitivo della glossa, deve perciò misurarsi con difficoltà non banali
che investono i metodi e le modalità di verifica sperimentali di tali gradienze.
Eppure, problemi di questo tenore, che condizionano o addirittura compro-
mettono la tenuta empirica di molte indagini, non intaccano la bontà qualita-
tiva dell’intuizione. Durante l’enunciazione, l’affiorare di glosse, di commenti
che ritornano su discorsi anteriormente prodotti, passa attraverso gradi di epi-
linguisticità che variano non solo da parlante a parlante ma anche nello stesso
parlante. E questo perché la reazione epilinguistica di S, gesto improvvisato al
sopraggiungere di forme impreviste, acquisisce via via consapevolezza in ra-
gione delle porzioni testuali che permette di manipolare in forma relativamen-
te controllata. Essa è perciò pratica di linguaggio epimetalinguistica: improv-
visa e immediata sul nascere (ἐπὶ ), acquisita e quasi routinaria al suo svanire
( µετὰ). E quel che vale per S vale mutatis mutandis per Y come per qualsiasi
altro parlante che liberi il proprio gesto epilinguistico. Sullo sfondo, l’ipotesi
di lavoro che «vi siano continuità e gradienze nella riflessività all’opera nel
corso dell’enunciazione» 66. L’osservazione di De Mauro (2005b: 13), riportata
in apertura di paragrafo, si inscrive in questo ordine di idee. Presentando la
glossa come «commento esplicativo epilinguistico o metalinguistico», l’Autore
condensa in questo prodotto della prassi enunciativa aspetti di entrambe le
sfere del linguaggio. La glossa è cioè «commento esplicativo epilinguistico o
metalinguistico» perché forma di linguaggio che transita lungo gradienti di ri-
flessività compresi tra massimi e minimi relativi di consapevolezza. Pertanto,
pur conscio delle molte e insopprimibili differenze tra epilinguistico e meta-
linguistico, De Mauro non può non riconoscere che «il salto [tra epilinguisti-
co e metalinguistico] è minimo in una più generale prospettiva semiotica» 67.
E questo perché «tra epilinguisticità e metalinguisticità si scorge, osservando
gli esempi, un continuum» 68. Forse, il Nostro non avrebbe parlato di «epi-me-
talinguisticità», dato che «altro è la riflessione ineliminabile dal vissuto del ver-
bal instinct, altro la riflessione analitica […] sui fatti della propria o delle altre
lingue» 69. È certo però che osservazioni di questo tenore sono simpatetiche
con il punto di vista TOPE e confermano che la ricezione demauriana di
«epilinguistico» sia passata attraverso il vaglio di attente valutazioni. Da qui
un ritratto della glossa come forma di linguaggio all’incrocio tra epilinguistico
e metalinguistico. Si può così ritornare ai rapporti tra spazi enunciativi e glos-
se abbozzati in § 1: i campi di relazioni istituiti dalla circolazione dialogica
delle forme enunciative sono disponibili all’esercizio di risorse epimetalingui-
stiche che si particolarizzano nella produzione di auto-glosse ed etero-glosse.

66
Ducard (2015: 229).
67
De Mauro (2011b: 20).
68
Ivi.
69
Ivi (2011b: 21).
170 Francesco La Mantia

Queste rimandano a pratiche di linguaggio caratterizzate da gradi variabili di


consapevolezza, o, viceversa, di immediatezza e non-premeditazione.

5. Conclusioni: con le parole di MS

A partire da alcune pagine di MS si è provato a interrogare due concetti


capitali di TOPE: glossa e spazio enunciativo. Attraverso una serie di riferimenti
mirati ad altre categorie metalinguistiche della riflessione culioliana, è stato
possibile approfondire lo statuto epistemologico ed applicativo di tali nozioni.
Grazie a un confronto serrato tra TOPE e MS, la ricezione demauriana dei co-
strutti menzionati si è rivelata attenta e innovativa. Tratti di originalità traspaio-
no nell’uso di «spazio enunciativo»: il concetto, impiegato da Culioli in riferi-
mento a entità algebriche o topologiche, è adottato da De Mauro per designare
un tipo particolare di realtà empirica: il lavoro dell’interlocuzione. Tuttavia, co-
me si è mostrato, il divario è più apparente che sostanziale: lo spazio enuncia-
tivo di TOPE è un costrutto che ha il compito di descrivere il lavoro dell’inter-
locuzione. Talora, inoltre, è impiegato secondo modalità affini a quelle codifi-
cate in MS. Quanto a «glossa», MS e taluni testi dell’ultima produzione demau-
riana offrono analisi della nozione puntuali ed appropriate. In particolare, la-
vori più recenti, come De Mauro (2011a; 2011b), hanno permesso di precisar-
ne valore cognitivo ed estensione. Per quanto riguarda l’estensione, «glossa» è
riferibile tanto agli interventi del parlante sui propri artefatti enunciativi quan-
to a quelli effettuati sugli artefatti altrui. Per quel che concerne lo statuto co-
gnitivo, il concetto rimanda ai prodotti di pratiche di linguaggio situate all’in-
crocio di «epilinguistico» e «metalinguistico». Entrambi i rilievi, coerenti con
i presupposti epistemologici di TOPE, integrano i brevi ma fondamentali cenni
che MS riserva alla nozione. Giunti al termine dell’indagine, non resta che por-
re dei quesiti in vista di sviluppi ulteriori. I quesiti, due in tutto, vertono su pro-
blemi ispirati alle tematiche trattate: (1) a quale materiale attinge la costruzione
di uno spazio enunciativo?; (2) perché le glosse sono «fisiologiche nel funzio-
namento reale delle lingue»? Ad essi si risponderà con le parole di MS. Sarà
un modo per congedarsi dal testo auspicando di approfondire le riflessioni ab-
bozzate in altra sede. Ebbene, quanto a (1), si osserverà che «Costruiamo gran
parte dei nostri enunciati e dei nostri discorsi attingendo a un deposito memo-
riale sedimentatosi attraverso esperienze vitali e comunicative, pratiche, cono-
scitive, assai varie, complicate»70. Quanto a (2), si risponderà che «La capacità
insita in una lingua di fungere da metalinguaggio di se stessa offre ai parlanti
i mezzi per fronteggiare eventuali difficoltà insorgenti nella comunicazione»71.

70
Ivi (1982: 155).
71
Ivi (1982: 128).
“Un atteggiamento irenico” su alcune pagine culioliane di Tullio De Mauro 171

E questo perché «Le lingue consentono anche questo: che si parli e ci si capi-
sca male. E che dal parlare approssimativo e dai fraintendimenti si possa usci-
re fuori dialogicamente, disfacendo i cammini che vanno dalle espressioni ai
sensi, e dai sensi alle espressioni»72. Molto si potrebbe dire al riguardo: an-
drebbe indagata la forma dei depositi memoriali su cui prolifera la circolazio-
ne dialogica degli spazi enunciativi e andrebbe altresì approfondita la funzio-
ne delle glosse nei fragili equilibri che l’interlocuzione fabbrica per porre ri-
medio ai fraintendimenti, alle approssimazioni e alle incomprensioni di cui è
lastricata la via delle parole. E ancora una volta il repertorio concettuale di
TOPE potrebbe fornire mezzi e strumenti necessari per soddisfare simili com-
piti. Tuttavia, il congedo va mantenuto. Ma non per sempre: giusto il tempo di
meditare un po’ e riprendere il discorso ove lo si era interrotto.
Università di Palermo F RANCESCO LA MANTIA

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LE PAROLE DELL’ODIO.
DAL LESSICO ALLE PRATICHE VERBALI

1. Il chiasmo tra odio e parole

In una nota dal titolo Parole per ferire, pubblicata su Internazionale del 16
Settembre del 2016, Tullio De Mauro si propone di «censire le parole dell’o-
dio circolanti in Italia e cercare di classificarle come primo passo per analisi
ulteriori». L’occasione è l’istituzione, nel maggio di quello stesso anno, di una
commissione parlamentare sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i feno-
meni di odio. L’obiettivo della nota era quello di «fornire un contributo stret-
tamente linguistico all’impegnativo e ben più vasto lavoro della commissione.
Anche nell’odio le parole non sono tutto, ma anche l’odio non sa fare a meno
delle parole». In queste pagine propongo una riflessione sulla violenza verbale
che provi a tematizzare proprio questa particolare relazione – che ha il sapore
di un chiasmo – tra parole e odio: le parole non sono tutto ma l’odio non sa fa-
re a meno delle parole. Più esattamente, intendo sostenere che il fenomeno che
oggi si chiama hate speech (discorso d’odio) può essere meglio compreso se si
parte dal mettere in discussione la netta distinzione tra una tra forma di vio-
lenza puramente ‘fisica’ e una puramente ‘verbale’ e si cerca, invece, di met-
tere a fuoco proprio l’intreccio tra verbalità e violenza nell’essere umano. In
altri termini, ciò che credo vada indagato in primo luogo è il ruolo che il lin-
guaggio svolge nella realizzazione della violenza umana, sia essa ‘fisica’ o ‘ver-
bale’. Domandarsi cioè se, ed eventualmente in che modo, il fatto di essere
animali parlanti modifichi anche il nostro modo di essere violenti.
Dal punto di vista metodologico, questo implica un ampliamento del cam-
po di indagine o, forse meglio, uno slittamento di prospettiva che porti l’at-
tenzione non tanto su singole espressioni o categorie di parole capaci di ferire
ma, più in generale, sui processi sottesi all’uso violento delle parole. La que-
176 Francesca Piazza

stione in gioco non è tanto come mai le parole possano far male quanto piut-
tosto in che modo questo accada e, aspetto forse ancora più interessante, che
cosa può dirci questo fenomeno sul linguaggio in generale. Credo, infatti, che
una buona teoria del linguaggio non possa ignorare questo peculiare potere
delle parole. Il fenomeno della violenza verbale non ci interroga soltanto per
le sue implicazioni politiche e sociali ma mette in gioco anche questioni cen-
trali e ancora aperte nel dibattito filosofico-linguistico, questioni che ruotano
essenzialmente intorno alla natura stessa del significato e al ruolo giocato dalla
relazione tra gli interlocutori.

2. Uscire dal linguaggio

L’idea che fa da sfondo alle osservazioni che propongo in queste pagine


può essere sintetizzata in questa affermazione dall’apparenza paradossale: per
comprendere il linguaggio dobbiamo guardare fuori dal linguaggio. Detto altri-
menti: per comprendere le nostre pratiche verbali non possiamo fare a meno
di occuparci di ciò che, pur non essendo (o non sembrando) verbale in senso
stretto, concorre alla realizzazione di tali pratiche. Se questo è vero in genera-
le, si fa particolarmente evidente nel caso delle pratiche verbali violente nelle
quali è davvero difficile fare astrazione da aspetti (talvolta solo apparentemen-
te) extralinguistici come, per fare l’esempio più facile, la relazione tra i parte-
cipanti, non solo i cosiddetti ‘mittenti’ e ‘destinatari’, ma tutti coloro che, a va-
rio titolo, partecipano alla messa in atto di quella specifica pratica.
Tale idea si fonda a sua volta, su un’opzione teorica sul linguaggio che qui
mi limito ad enunciare schematicamente e tenere sullo sfondo: il linguaggio
non è uno strumento formale autonomo destinato alla trasmissione /comuni-
cazione di pensieri /emozioni tra utenti estranei a quello strumento ma una
componente costitutiva, per quanto non esclusiva, della nostra specifica ani-
malità 1. Se questo è vero, isolare l’attività del parlare dall’insieme delle pratiche

1
Costitutiva ma non esclusiva significa che, se da un lato essa è in grado di modificare radical-
mente tutte le altre capacità dell’animale umano, dall’altro non le assorbe in sé e anzi acquista la sua
peculiarità anche in relazione ad esse. Per dirla con le parole di Franco Lo Piparo: «il parlare non è
tanto attività bio-cognitiva unica e specie-specifica che si aggiunge ad altre attività che l’uomo ha in
comune con altri viventi quanto, piuttosto, attività che, a partire dal momento in cui sorge, riorga-
nizza e rende specifiche tutte le attività cognitive umane, comprese quelle che l’uomo mostra di avere
in comune con gli animali non umani: percezione, immaginazione [ phantasia], memoria, desiderio,
socialità» Lo Piparo (2003: 5, corsivo dell’autore) e, potremmo aggiungere, aggressività che è poi, a
ben guardare, una modalità del desiderio. Questo però non significa né ricondurre senza residui tut-
to il non linguistico al linguistico né negare la continuità con le altre specie animali. Al contrario, si-
gnifica mettere l’accento proprio sull’intreccio tra linguistico e non linguistico come tratto specifico
dell’animalità umana. È questa, in ultima analisi, la ragione per cui per comprendere il linguaggio
non si può prescindere dalla sua relazione con tutto ciò che è – e rimane – non linguistico.
Le parole dell’odio. Dal lessico alle pratiche verbali 177

sociali è un’astrazione certamente utile, perfino necessaria, per alcuni scopi


teorici. Ma si tratta, appunto, di un’astrazione che – soprattutto in casi come
quello della violenza verbale – finisce con l’essere fuorviante. Credo infatti –
ed è quello che intendo mostrare in queste pagine – che se si resta ancorati ad
un’idea di linguaggio come strumento formale autonomo il potenziale violen-
to delle parole resti di fatto un fenomeno opaco se non del tutto misterioso.
Questa tendenza ad isolare il verbale da ciò che verbale non è (o sembra
non essere) è di fatto implicitamente condivisa da entrambe le posizioni che
si contrappongono nel dibattito (anche quello non specificamente filosofico)
sul ‘politicamente corretto’. Un dibattito che, mi si passi la semplificazione,
potremmo così schematizzare: le parole sono solo parole vs le parole sono pie-
tre. Per i sostenitori della prima posizione le parole non sono altro che veicoli
neutri privi di un reale potere sulle nostre vite, per gli altri invece sono prigio-
ni da cui non possiamo sfuggire, pesanti macigni che ci condizionano al punto
da poterci fare affondare. A ben guardare, al fondo di questa contrapposizio-
ne si cela una tensione tra due istanze entrambe comprensibili. Da una parte,
l’esigenza di sfuggire all’illusione, se non all’ipocrisia, di credere che gli inter-
venti sul lessico siano sufficienti a modificare le relazioni umane e i rapporti
di forza. Dall’altra, la consapevolezza dell’importanza delle parole nella nostra
vita e del potere, anche violento, che esse sono in grado di esercitare. Tutta-
via, entrambe queste posizioni, almeno nella loro formulazione più radicale,
finiscono col condividere la tendenza ad isolare, di fatto, le parole dalle con-
crete pratiche sociali: o sottovalutando il loro ruolo costitutivo nella costru-
zione di tali pratiche e della nostra stessa identità o, al contrario, ignorando lo
scarto tra le parole e ciò che esse ci consentono di fare (o non fare).
Più proficuo è invece il chiasmo di De Mauro da cui sono partita e che
potremmo riformulare in questi termini: l’odio non può fare a meno delle pa-
role proprio perché le parole non sono mai solo parole. Intendo dire che nella
vita reale le parole non sono mai da sole ma sono sempre parte – determinante
per quanto non esclusiva – di pratiche sociali complesse. Per questa ragione,
credere che basti modificare le parole per annullare la violenza è un’illusione
e l’insistenza sul politicamente corretto rischia di trasformarsi in un’ossessione
e perfino in un alibi. È banale ma conviene tenerlo a mente: finché non cam-
biano anche le pratiche sottese all’uso offensivo di una parola o di una espres-
sione, basterà poco perché anche il termine politicamente più corretto inizi ad
acquistare accezioni negative fino a trasformarsi in vero e proprio insulto, im-
ponendo così l’esigenza di trovare una nuova parola supposta neutra. Si pensi,
per fare solo un esempio tra i tanti, alla parola handicappato, originariamente
un termine del lessico sportivo, che era usato, in senso più esteso e senza al-
cuna valenza offensiva, per indicare chi si trova in condizione di svantaggio
(fisico o psichico) ed è oggi invece percepito come un termine dispregiativo
progressivamente soppiantato dal più accettato disabile e, in tempi più recen-
178 Francesca Piazza

ti, da diversamente abile o persona con disabilità. Qualcosa del genere è acca-
duta anche alla parola black che, da termine di orgoglio delle comunità nere
negli anni sessanta è, per così dire, retrocesso a termine offensivo ed è stato
soppiantato dal più politicamente corretto African-American.
Questo tuttavia non significa – vale la pena ribadirlo – svalutare il ruolo
delle parole nella realizzazione e /o nella dissoluzione dei legami sociali. Se è
vero che i rapporti di forza non possono essere modificati soltanto dalle scelte
linguistiche è altrettanto vero che il nostro modo di parlare è componente non
accessoria di questi stessi rapporti. D’altra parte, proprio gli esempi di prima,
mostrano anche, di nuovo, la natura chiasmatica del rapporto tra parole e vio-
lenza: nuove sensibilità e nuovi contesti fanno nascere l’esigenza di usare pa-
role diverse e, a loro volta, questi nuovi usi contribuiscono a modificare sen-
sibilità e contesti.

3. L’enigma delle parolacce: slurs, tabù e altri oggetti misteriosi

La tendenza ad affrontare il fenomeno della violenza verbale facendo


astrazione dal nesso essenziale tra parole e pratiche sociali condiziona anche
il dibattito più specificamente filosofico-linguistico su questo tema e, in modo
particolare, quello che si inserisce nella tradizione della filosofia analitica. Tale
dibattito è infatti oggi quasi esclusivamente concentrato su una particolare ca-
tegoria di parole ingiuriose, in inglese dette slurs, come negro, terrone o frocio,
che offendono non solo singoli individui ma gruppi di persone supposte infe-
riori o disprezzabili a partite per lo più da caratteristiche legate al genere, la
naz ionalità o la provenienza etnica, la confessione religiosa o l’orientamento
sessuale 2.
Come punto di partenza del dibattito analitico sugli slurs si suole indicare
un saggio di Dummett del 1973 dedicato a Frege che contiene una riflessione
sulla parola boche, termine dispregiativo francese (ma usato anche in inglese)
per riferirsi ai tedeschi. È però soprattutto negli ultimi due decenni che tale
dibattito è diventato particolarmente vivace come è testimoniato, oltre che dal

2
Ad essere precisi, in inglese slur ha assunto questa accezione così specifica, fino a diventare
quasi un termine tecnico, solo a partire dagli anni sessanta: «it was only in the 1960’s that the noun
slur itself became generally accepted as a term for a particular kind of derogative word, rather than
simply as “an insulting or disparaging remark or innuendo”, as in “the accusation of theft was a slur
on my honor” – still the only definition that Merriam-Webster gives for the relevant sense of the
noun» Nunberg (in stampa: 2). Non c’è in italiano un perfetto equivalente di slur, non abbiamo in-
fatti un termine che identifichi esclusivamente epiteti offensivi che fanno riferimento a etnia, genere,
provenienza geografica, religione o orientamento sessuale, come frocio, negro, terrone, per differen-
ziarli da insulti più generici come stronzo o coglione. Per questa ragione preferisco, in questo conte-
sto, continuare ad utilizzare la parola inglese.
Le parole dell’odio. Dal lessico alle pratiche verbali 179

proliferare di saggi e volumi sul tema, anche dalla pubblicazione di due nu-
meri monografici di riviste dedicati proprio agli slurs, uno nel 2013 (Analytic
Philosophy, vol. 54, n. 3) e uno nel 2015 (Language Science, n. 52).
Non è mia intenzione in questa occasione analizzare e discutere nel detta-
glio le diverse posizioni in campo, mi limiterò a renderne conto in modo
estremamente sintetico. Il mio obiettivo è unicamente mettere a fuoco alcuni
presupposti condivisi, per lo più implicitamente, dalla maggioranza di questi
studiosi indipendentemente dalla specifica posizione sostenuta. In estrema
sintesi, tali presupposti possono essere ricondotti a due idee di fondo: 1. la
tendenza ad essenzializzare gli slurs trattandoli come una sorta di ‘genere lin-
guistico naturale’ (cfr. Nunberg, in stampa: 5) con caratteristiche semantiche
e/o pragmatiche peculiari (se non misteriose) che richiedono di essere spiega-
te e 2. l’assunzione non problematica dell’esistenza per ogni slur di una cosid-
detta controparte neutra, ovvero un termine co-referenziale privo di connota-
zioni negative (cfr. Nunberg, in stampa: 32).
Su questo sfondo comune, l’interesse principale, se non esclusivo, che ani-
ma questo dibattito è la descrizione del comportamento linguistico degli slurs.
Di conseguenza, la domanda fondamentale che guida la maggior parte di que-
sti studi riguarda la natura del significato di uno slur e, in particolare, da dove
derivi il contenuto offensivo di queste parole, se sia un aspetto del loro signi-
ficato letterale o se esso vada piuttosto ricondotto all’uso di tali espressioni nei
diversi contesti. Sono, ridotte all’osso, le opposte posizioni rispettivamente ri-
conducibili ad un approccio semantico e ad uno pragmatico (cfr. Bianchi, 2013:
40-42). Pur con alcune differenze, per i sostenitori della prima opzione – tra
cui Hornsby (2001); Saka (2007); Hom (2008); Hom / May (2013); Richard
(2008) – il valore offensivo di una parola come ‘negro’ è parte integrante del
suo significato ‘convenzionale’ che sarebbe dunque esplicitabile in questi ter-
mini: ‘nero e i neri sono inferiori in quanto neri’ (cfr. Bianchi, 2013). Parzial-
mente riconducibile ad un approccio semantico è anche la strategia di chi ri-
corre alla nozione fregeana di tono, paragonando così la differenza tra “negro”
e “afro-americano” a quella tra due sinonimi in possesso di un tono diverso
come, per esempio, “destriero” e “cavallo”. Secondo questa prospettiva, la sfu-
matura offensiva resta una componente del significato ‘letterale’ della parola,
per quanto caratterizzato da un alto grado di sotto-determinazione semantica
e, di conseguenza, da una notevole sensibilità al contesto (cfr. Picardi, 2006).
Sono invece generalmente considerate strategie pragmatiche quelle di chi
interpreta il significato offensivo di uno slur in termini di presupposizione (cfr.
Schlenker, 2007; Cepollaro, 2015). Per i sostenitori di questa posizione, “ne-
gro” presuppone ma non significa “i neri sono esseri inferiori in quanto neri”,
esattamente come la proposizione “il figlio di Giovanni è alto” presuppone
ma non significa “Giovanni ha un figlio”. Un’altra nozione pragmatica utiliz-
zata per spiegare il significato offensivo di uno slur è quella di implicatura con-
180 Francesca Piazza

venzionale (cfr. Potts, 2007 e 2012; Williamson, 2009). Secondo questi autori,
“negro” implicherebbe convenzionalmente “i neri sono esseri inferiori in
quanto neri” nello stesso modo in cui “Maria è bella ma intelligente” implica
convenzionalmente “bellezza e intelligenza sono qualità alternative”.
Come ha osservato Nunberg, queste ultime strategie restano però, di fat-
to, strategie semantiche e non pragmatiche in quanto riconducono comunque
il valore offensivo di uno slur a convenzioni linguistiche (Nunberg, in stampa:
8-9 n. 8). La tesi di Nunberg, a mio avviso più convincente delle tesi rivali, è
invece che la carica offensiva di uno slur può essere meglio compresa in ter-
mini di implicatura conversazionale ritualizzata e va quindi ricondotta a con-
venzioni, o meglio abitudini, non solo linguistiche ma innanzitutto sociali e
culturali. Almeno per certi aspetti, rientrano tra le strategie pragmatiche an-
che altri studi recenti (Herbert, 2015; Bianchi, 2015) che si rifanno alla teoria
degli atti linguistici di Austin (1987). Si tratta di approcci più fecondi perché
non isolano gli slurs dai concreti atti linguistici in cui essi compaiono e tengo-
no conto anche delle pratiche sociali in cui tali atti vengono realizzati.
Dalle due differenti opzioni di fondo, quella semantica e quella pragmati-
ca, dipendono anche modi diversi di affrontare altre questioni connesse e, in
particolare, quelle relative agli effetti della presenza di slurs sulle condizioni
di verità di una proposizione (per es. ‘Tom è un negro’ ha le stesse condizioni
di verità di ‘Tom è un afroamericano’?), sulla negazione (‘Tom non è un ne-
gro’ è una negazione dello stesso tipo di ‘Tom non è un afroamericano’?) o
sull’incassamento delle proposizioni (il significato offensivo di ‘negro’ rimane
intatto anche in caso di citazioni o discorso indiretto come nella proposizione
‘Mario ha detto che Tom è un negro’?). Indipendentemente dalle diverse so-
luzioni proposte, si tratta comunque – come si vede anche solo da questi po-
chissimi esempi – di strategie di analisi esclusivamente linguistiche, concentra-
te su questioni ancora aperte nell’attuale dibattito semantico e pragmatico ma
che, a ben guardare, non riguardano unicamente (e forse nemmeno primaria-
mente) gli slurs.
Un approccio che, pur nel solco della stessa tradizione, si pone come al-
ternativo sia a quello semantico sia a quello pragmatico, è quello detto defla-
zionista, sostenuto da Anderson e Lepore, (2011). Secondo questi autori, le
strategie linguistiche di analisi degli slurs – tanto semantiche quanto pragma-
tiche – non sono in grado di spiegare da dove queste parole traggano il loro
potere offensivo. Tale potere, infatti, non deriverebbe dal loro significato né
dal loro uso linguistico ma da interdizioni sociali di fatto imprevedibili e non
controllabili. In altri termini, secondo i deflazionisti gli slurs non sono altro
che parole proibite, veri e propri tabù decretati tali da individui o gruppi di in-
dividui socialmente rilevanti, di solito (ma non necessariamente) appartenenti
al gruppo target: «what’s clear is that no matter what its history, no matter
what it means or communicates, no matter who introduces it, regardless of its
Le parole dell’odio. Dal lessico alle pratiche verbali 181

past associations, once relevant individuals declare a word a slur, it becomes


one» Anderson / Lepore (2011: 15, corsivo degli autori). Il potere offensivo
di queste parole sarebbe dunque indipendente dalla loro storia o da ciò che
esse significano o comunicano e risulterebbero offensive soltanto per coloro
che ritengono rilevanti tali proibizioni (ivi: 21). Dal punto di vista di Ander-
son e Lepore, in fin dei conti, il linguista non ha poi molto da dire su questo
fenomeno. Tutto quello che può fare è proporre una strategia di difesa dal
potere violento delle parole detta silentista, consistente nell’astenersi dall’uso
di queste parole tabù almeno finché non si indebolisca o si perda del tutto il
loro potenziale offensivo (cfr. Bianchi, 2013: 44).
Il deflazionismo di Anderson e Lepore non è tanto distante, almeno per
questo aspetto, dalla posizione espressa da Pinker. Anche secondo lo studioso
americano, alcuni termini disfemistici diventano vere e proprie parole tabù
per ragioni che restano misteriose: «si tratta un termine sgradevole da tabù
nella misura in cui tutti gli altri lo trattano da tabù, per cui lo status di questi
termini è probabilmente in balia degli alti e bassi dell’epidemiologia che deci-
dono il destino di parole e nomi in generale» Pinker (2009: 372, corsivo mio).
In questa prospettiva, le parolacce diventano un vero e proprio enigma (ivi:
341) agli occhi del linguista, un enigma riconducibile ad «un solo interrogati-
vo: che cosa rende una parola tabù diversa da un sinonimo a modo che indica
la stessa cosa?» (ivi: 365). Come è possibile, si chiede in fondo Pinker, che pa-
role che hanno lo stesso referente (parole che indicano la stessa cosa) possano
suscitare emozioni così diverse fino a subire vere e proprie interdizioni?
Pinker associa questo fenomeno alla “magia verbale” che viene ricondotta ad
un atteggiamento sostanzialmente superstizioso, tipico di un presunto pensie-
ro primitivo che sarebbe ancora presente nella maggior parte dei parlanti.
Possiamo accontentarci di una simile spiegazione, o meglio, di questa che
sembra una vera e propria rinuncia ad ogni tentativo di spiegare un fenomeno
così pervasivo nelle nostre quotidiane pratiche verbali? Non mi sembra una
buona strategia fare delle parolacce degli enigmi e liquidare il fenomeno come
un residuo di primitivismo o come semplice superstizione da relegare trai i ca-
pricci o i misteri del comportamento umano. Credo piuttosto che una teoria
del linguaggio che non sia in grado di spiegare anche questa cosiddetta ‘magia
verbale’ non possa ritenersi una buona teoria del linguaggio.
Una posizione come quella di Pinker rimane in fondo ancorata ad un’idea
sostanzialmente referenzialista del significato, un’idea che, per dirla con Witt-
genstein, continua di fatto ad identificare il significato di un nome con il suo
portatore (Ricerche Filosofiche, § 43). In questa prospettiva, resta effettivamen-
te misterioso come possano parole che si riferiscono ad uno stesso oggetto o
individuo, che hanno cioè uno stesso portatore, avere effetti così diversi sul
mondo. Anzi, a restare misterioso, pura magia, è proprio il fatto stesso che le
parole possano avere effetti sul mondo.
182 Francesca Piazza

4. Parole neutre?

Questa inclinazione sostanzialmente referenzialista sembra in effetti anni-


darsi, per lo più implicitamente, nella maggior parte delle posizioni in campo
in questo dibattito sugli slurs, perfino nell’approccio pragmatico. È da questa
inclinazione che dipende, in ultima analisi, uno dei due presupposti di questo
dibattito cui ho fatto cenno prima: l’idea generalmente condivisa secondo la
quale per ogni slur sarebbe sempre disponibile una controparte neutra (neutral
counterpart), ovvero una parola con lo stesso significato ma privo della carica
offensiva 3. In questo senso, omosessuale sarebbe la controparte neutra di fro-
cio, così come Afro-American quella di nigger.
Ciò che trovo discutibile, e perfino fuorviante, in questo presupposto è la
qualificazione di questo termine come neutro. È vero, certo, che in ogni lingua
esistono parole diverse (in genere peraltro ben più di due) per riferirsi allo
stesso referente con accezioni e sfumature diverse, incluse quelle offensive. Ed
è altrettanto vero che, in alcuni casi, la connotazione ingiuriosa di una parola
può essere rafforzata proprio dalla presenza in quella lingua di altri modi di
dire (quasi) la stessa cosa senza la connotazione negativa. Intendo dire, per
esempio, che se oggi in italiano scelgo di dire frocio, pur potendo dire gay o
omosessuale, il potenziale offensivo di questa parola è più forte che se non
avessi altri modi dirlo (per quanto potrei sempre ricorrere, come accade per
esempio con ebreo, ad espressioni peggiorative come sporco o di merda). Sono
fenomeni comunissimi in tutte le lingue, connessi ovviamente a quello più am-
pio della sinonimia e ai processi di eufemismo e disfemismo, senz’altro utili
per comprendere il potenziale violento delle parole, ma niente di tutto questo
implica che esistano parole neutre.
Dare per scontata l’esistenza della controparte neutra allude implicitamen-
te all’idea che almeno una parte delle nostre lingue sia in grado di riferirsi al
mondo in modo neutro. Ci sarebbero dunque parole che, come semplici eti-
chette trasparenti, avrebbero la sola funzione di indicare oggetti, individui, e,
forse, anche pensieri o concetti, senza nessuna ulteriore connotazione. Di con-
seguenza gli slurs – è la tesi esplicitamente sostenuta da Hornsby (2001) e in
fondo convergente con il silentismo di Anderson e Lepore – sarebbero parole
inutili (useless) dal momento che esse possono (anzi devono) essere sostituite
dalla loro controparte neutra. Un simile atteggiamento ignora di fatto che in

3
Tra i pochi che hanno esplicitamente messo in discussione la nozione di ‘controparte neutra’
è il già citato Nunberg il quale preferisce parlare di ‘default synonim’ invece che di ‘neutral counter-
part’ (Nunberg, in stampa: 46). Nunberg osserva che «the default term is not necessarily one without
evaluative connotations, but rather the one for whose connotations the speaker can assume the least
personal responsibility, beyond tacitly acknowledging them as a basis for conversation» Nunberg (in
stampa: 48).
Le parole dell’odio. Dal lessico alle pratiche verbali 183

realtà le parole, tutte le parole, non sono, non possono mai essere, neutre ma
sono sempre il risultato di una storia e ogni loro occorrenza si porta dietro
inevitabilmente questa storia. “Omosessuale” non è un termine “neutro” ma
la parola che, oggi e in certi specifici contesti, è socialmente accettata. Ma “so-
cialmente accettato” non significa certo “neutro”. Oltretutto, usare il termine
socialmente accettato può essere anche un modo, da parte del parlante, di
presentarsi come persona politicamente corretta, collocandosi così in uno spe-
cifico spazio sociale tutt’altro che neutro.
L’idea della controparte neutra è, a ben guardare, l’altra faccia dell’idea
dell’esistenza di parole dal significato intrinsecamente offensivo. Un’idea che
sembra dimenticare la comune esperienza che perfino il peggiore degli insulti
può perdere in certe circostanze la sua carica aggressiva fino ad assumere con-
notazioni del tutto positive (si pensi agli usi di nigger nelle comunità afro-ame-
ricane, su cui tornerò più avanti). E, per converso, è altrettanto comune la
presenza – come osserva lo stesso De Mauro nell’articolo da cui ho preso le
mosse – di usi offensivi di parole che «non siano stabilmente tali nel sistema e
nella norma di una lingua, ma che tuttavia nell’uso si rivelano eccellenti “pa-
role per ferire” in una parte rilevante dei loro impieghi» (si pensi alle possibili
accezioni dispregiative di parole come donna o signore). Qualsiasi parola, an-
che quella dall’apparenza più neutra, può essere usata per offendere o per
esercitare una qualche forma di violenza sul nostro interlocutore.
Non ci sono, dunque, parole intrinsecamente offensive né parole intrinse-
camente neutre. E questo perché, al fondo, non esiste qualcosa come un signi-
ficato intrinseco. Esistono, certo, significati che si stabilizzano nel sistema del-
la lingua ed usi più frequenti di altri ma sempre come risultato di una storia,
grande assente nella maggior parte di questo dibattito. È questa la ragione
principale per cui credo che un approccio al fenomeno della violenza verbale
che si limiti al lessico, e anzi ad una sua porzione specifica come quella rap-
presentata dagli slurs, non ci aiuti davvero a capire in che modo le parole con-
corrano alla realizzazione della violenza. Occorre, come ho già detto in prin-
cipio, uno spostamento di prospettiva che guardi non alle singole parole ma
alle pratiche verbali.

5. Dalle parole alle pratiche verbali

Va meglio precisato, a questo punto, il senso dell’espressione pratica ver-


bale e per quali ragioni trovo feconda questa nozione. La scelta di questa
espressione è determinata essenzialmente dall’intento di focalizzare l’attenzio-
ne sul linguaggio come un’attività, una pratica, che può essere compresa sol-
tanto se tiene nel debito conto anche ciò che linguistico non è. Per chiarire
meglio come può essere pensato questo intreccio tra linguistico e non lingui-
184 Francesca Piazza

stico ci viene in aiuto il modo in cui Aristotele, nell’Etica Nicomachea, descrive


l’attività specifica (ergon) dell’animale umano: «la specie-specificità [ergon]
dell’anima umana è attività in relazione al linguaggio e comunque non senza
linguaggio. (…). Poniamo come funzione specie specifica [ergon] dell’uomo
una determinata vita, ossia l’attività dell’anima e le azioni che si compiono col
concorso del linguaggio [meta logou]» (Arist. EN, 1098 a 7-14, trad. it. in Lo
Piparo, 2003: 8, corsivi miei) 4. Le pratiche verbali sono proprio queste attività
realizzate con il concorso del linguaggio. Sono azioni, più spesso una costella-
zione di azioni – talvolta anche silenziose o comunque non immediatamente
linguistiche – che non sarebbero possibili (o assumerebbero forme radical-
mente diverse) in assenza di linguaggio.
Nella filosofia del linguaggio contemporanea la nozione più simile a que-
sta che sto cercando di delineare è quella wittgensteiniana di gioco linguistico,
inteso come «tutto l’insieme costituito dal linguaggio e dalle attività di cui è
intessuto» (Ricerche Filosofiche, § 7). Non, dunque, solo linguaggio ma l’insie-
me di tutte le attività di cui il linguaggio stesso è intessuto e senza le quali non
avrebbe alcuna consistenza. L’idea è ribadita dallo stesso Wittgenstein quan-
do afferma: «qui la parola ‘gioco linguistico’ è destinata a mettere in evidenza
il fatto che il parlare un linguaggio fa parte di un’attività o di una forma di vi-
ta» (Ricerche Filosofiche, § 23, corsivo dell’autore). Ciò che mi interessa met-
tere a fuoco in questo contesto è l’idea che il linguaggio stesso sia intessuto e
non semplicemente accostato alle (o accompagnato dalle) altre attività.
Per usare le parole di Lo Piparo: «pratiche verbali e non verbali formano
un tessuto coarticolato e unitario, ossia una forma di vita. Parlare è parte di
una praxis complessa che risulta dall’intreccio di pratiche tra loro eterogenee
ma non per questo separabili. Le definizioni wittgensteiniane marcano la non
autonomia e il non isolamento delle attività verbali: parlare non è prassi che si
aggiunge ad altre prassi ma parte di un sistema di pratiche coarticolate in cui
nessuna parte può essere isolata senza modificare il funzionamento del tutto»
Lo Piparo (2014 a: 67) 5.

4
Cito nella traduzione di F. Lo Piparo perché credo sia soltanto grazie ad essa (e in particolare
alla scelta di tradurre meta logou ‘con il concorso del linguaggio’ e non, come è più usuale, ‘secondo
ragione’) che è possibile fare emergere il ruolo che Aristotele assegna al linguaggio nella costruzione
della specificità umana. Per una giustificazione più puntuale di tale traduzione e per un commento
più dettagliato di questo passo rimando allo stesso Lo Piparo (2003: 3-14).
5
In questo senso, la nozione di pratica verbale potrebbe essere descritta facendo ricorso alla
nozione di langagier (linguaggiero) di Culioli, intesa come l’insieme delle operazioni di linguaggio che
«copre un’area molto ampia di fenomeni eterogenei, tra cui: a) condotte di ordine mimico-gestuale
che impegnano il corpo – e, in senso ampio, l’esperienza della corporeità; b) pratiche simbolico-ri-
tuali – che affondano le loro radici negli universi mitici delle culture; c) complessi strutturati di atti-
vità psichiche – o cognitivo-affettive» La Mantia (2014: 318). Nei termini di Culioli, dunque, quello
che ho fin qui chiamato pratica verbale sarebbe, più esattamente, una pratica linguaggiera. Preferisco,
tuttavia, continuare ad usare l’aggettivo ‘verbale’ sia perché meno opaco sia perché mi pare che la
Le parole dell’odio. Dal lessico alle pratiche verbali 185

Così intesa, la nozione di pratica verbale presenta numerosi vantaggi. In-


nanzitutto essa si rivela particolarmente adatta ad un’indagine sulla violenza
verbale che non voglia isolare il fisico dal verbale, le parole dalle azioni, ma
voglia al contrario puntare l’attenzione proprio sull’intreccio tra i due poli di
queste (apparenti) opposizioni. Un altro vantaggio della nozione di pratica
verbale consiste nel fatto che essa consente di mettere in luce il ruolo svolto
dai partecipanti a quella pratica, la loro relazione e la loro storia. Consente
cioè di tenere conto del fatto che parlanti e ascoltatori non sono utenti esterni
ma attori e che la loro relazione, sia quella già esistente sia quella messa in atto
in quella circostanza, è un elemento essenziale che concorre dall’interno alla
realizzazione di quella specifica pratica 6.
In questo modo, inoltre, è possibile includere tra i partecipanti alla pratica
verbale anche l’eventuale terzo che svolge spesso un ruolo decisivo. Mi riferi-
sco al fatto che, in molte circostanze, l’interlocutore non è soltanto il destina-
tario esplicito e diretto ma un terzo che assiste a quello specifico scambio ver-
bale, con gradi diversi di partecipazione e coinvolgimento eppure mai del tut-
to passivo, perfino quando la sua presenza è del tutto casuale. Nelle pratiche
verbali violente questa importanza del ruolo del terzo si fa particolarmente
evidente. È esperienza comune, infatti, che subire anche un semplice rimpro-
vero o un’offesa – in generale essere vittime di uno hate speech – dinanzi a ter-
zi amplifica generalmente la violenza e la rende più dolorosa. Non di rado, il
terzo stesso può essere bersaglio indiretto di quello hate speech o, al contrario,
svolgere la non meno importante funzione di complice. In ogni caso, il testi-
mone di uno scambio verbale violento è sempre in qualche modo un testimo-
ne coinvolto e mai uno spettatore neutro.
Insistere sull’importanza del ruolo dei partecipanti alle pratiche verbali
non implica tuttavia – è forse opportuno sottolinearlo – attribuire loro un po-
tere assoluto in quanto individui. A contribuire alla realizzazione del signifi-
cato complessivo di uno scambio verbale all’interno di una specifica pratica
non sono, infatti, i partecipanti in quanto individui singoli e nemmeno soltan-
to i partecipanti attuali ma anche tutti quelli che – in altri momenti, in altri
luoghi e magari anche con altri scopi – hanno fatto ricorso alle stesse parole
mettendo in scena altre pratiche. Una pratica verbale non è mai soltanto un

connessione con il sostantivo ‘pratica’, nel sintagma ‘pratica verbale’, consenta comunque di tenere
insieme componente prassica e componente verbale mantenendole in relazione senza fare collassare
nessuno dei due termini nell’altro.
6
Questa idea secondo la quale parlanti e ascoltatori sono interni al discorso e non suoi utenti,
può essere fatta risalire ad un luogo della Retorica aristotelica nella quale il filosofo afferma che «il
discorso (logos) è costituito da tre <elementi>, da colui che parla (ek te tou legontos), da ciò di cui si
parla (peri ou legei) e da colui a cui <si parla> (pros on), e il fine (telos) è rivolto a quest’ultimo, in-
tendo l’ascoltatore» (Arist. Rhet. 1358a 37-b1). Per un’analisi più dettagliata di questo passo, che ne
metta in luce anche le conseguenze teoriche, rimando a Lo Piparo (2014b) e a Piazza (2013).
186 Francesca Piazza

evento singolo ma è sempre inserito in una catena di pratiche tra loro connes-
se, sia in senso sincronico sia diacronico. Come ogni pratica umana, anche le
pratiche verbali hanno una storia che eccede i singoli partecipanti e questa ec-
cedenza non può essere ignorata. Le pratiche verbali violente non fanno ecce-
zione. Un atto linguistico violento è sempre in qualche modo connesso con al-
tri atti simili (precedenti e contemporanei) e spesso trae la sua potenzialità of-
fensiva proprio dal fatto di appartenere ad una catena di atti. In un certo sen-
so, lo hate speech è sempre una citazione ed è anche per questo che esso può
davvero fare male. Guardare alla violenza verbale da questo punto di vista
rende meno misterioso il potenziale violento delle parole. Aiuta a capire come
possa accadere che il semplice atto di pronunciare una parola, anche solo per
citarla, possa essere vissuto da chi ascolta come uno hate speech. Non è per
magia o per capriccio, né per la scelta arbitraria di qualcuno, per quanto rile-
vante, che una parola diventa un tabù ma per la sua storia, per la serie com-
plessa di pratiche verbali all’interno delle quali essa è stata usata, o magari è
ancora usata, come un’arma.

6. Quando la parola fa cilecca: la rivendicazione semantica

L’attenzione alle pratiche verbali spiega meglio anche la complessità del


fenomeno noto come rivendicazione (reclamation) o riappropriazione (riappro-
priation) di un termine ingiurioso, i suoi limiti e le sue potenzialità. Si tratta
del tentativo (in genere messo in atto dal gruppo target o da alcuni suoi mem-
bri) di indebolire o annullare il significato offensivo di un’ingiuria fino a farne
un termine di orgoglio o di appartenenza. I casi più celebri sono quelli delle
parole inglesi queer e nigger. Nel primo caso, la parola, a partire dal suo signi-
ficato generale di strano, stravagante, aveva acquistato valenza offensiva nei
confronti degli omossessuali (soprattutto maschi e non effeminati) ed oggi in-
vece – a seguito di una serie di azioni rivendicative messe in atto soprattutto
dalle comunità gay e lesbiche statunitensi dall’inizio degli anni ’90 – è diven-
tato termine non solo accettato ma, in alcuni contesti, preferito a gay o lesbian
(Brontsema, 2004) 7. Diverso è il caso di nigger, forse lo slur per eccellenza, an-

7
Per quanto il caso di queer sia generalmente ritenuto uno dei più riusciti (come è testimoniato,
tra le altre cose, dall’uso della parola anche in ambiti accademici, per esempio in espressioni come
Queer Studies o Queer Theory (cfr. Herbert [2015: 131], va anche detto che, in alcuni contesti, so-
pravvivono ancora usi offensivi del termine. Oltretutto, la diffusione di queer come parola politica-
mente corretta – spesso usata semplicemente come un sinonimo di gay e lesbian – ha in buona parte
fatto perdere il significato contestatario dei suoi primi usi riappropriati. All’origine, infatti, la prefe-
renza per il termine queer mirava a contrapporsi proprio all’uso di gay e lesbian, considerati termini
esclusivamente concentrati sulle preferenze sessuali. Per una strana ironia del destino, queer si trova
invece oggi a sostituire proprio le parole contro cui intendeva ribellarsi (Brontsema, 2004: 12-13). È
Le parole dell’odio. Dal lessico alle pratiche verbali 187

cora oggi talmente carico di valenza negativa – perfino in contesti evidente-


mente privi di intenzioni aggressive – da essere spesso sostituito dall’eufemi-
smo N-word. In questo caso, la riappropriazione non riguarda tutti gli usi ma
è circoscritta alle comunità afro-americane nelle quali, soprattutto tra giovani
maschi, la parola (per lo più nella variante fonologica nigga) può essere usata
senza connotazioni offensive e perfino come termine affettuoso in grado di
rafforzare il senso di appartenenza al gruppo (Kennedy, 2002; Rahman, 2012
e Rahman, 2015) 8. Diversamente da quanto è accaduto per queer, però, tali
usi non offensivi di nigger/nigga sono più instabili e fortemente vincolati al
contesto, allo status e alla relazione tra i partecipanti, in una parola, alle con-
crete pratiche verbali. Salvo che in casi eccezionali, un bianco non è di norma
autorizzato a questi usi non offensivi della parola e, comunque, niente garan-
tisce che essa non venga percepita come altamente offensiva e violenta. Una
parola così carica di storia violenta come nigger si porta sempre dietro, perfi-
no quando è usata con chiari intenti rivendicativi, anche solo un’eco di tutti
gli usi violenti che non possono essere semplicemente cancellati con una scelta
lessicale fatta a tavolino o per decreto.
È questa la ragione principale per cui i processi di rivendicazione sono
sempre instabili e dagli esiti mai garantiti. Il fatto è che tali processi non sono
mai solo processi semantici. Intendo dire che, trattandosi di un atto linguisti-
co complesso, il successo di un atto di riappropriazione di un termine non è
mai solo nelle mani di chi lo compie e non dipende soltanto dalle sue intenzio-
ni ma anche (se non soprattutto) dal modo in cui viene recepito e da una serie
di condizioni (per lo più sociali) non facilmente controllabili, per esempio dal
potere socio-economico del gruppo target o di una sua parte (Herbert, 2015).
Per questa ragione, l’atto di rivendicazione comporta anche dei rischi che van-
no oltre il semplice fallimento performativo del colpo a vuoto, ma potrebbero
condurre a quelli che Herbert (2015: 134-135) chiama effetti di distorsione,
come quando, non venendo riconosciuto, l’uso “rivendicato” finisce di fatto

un piccolo esempio, eppure significativo, di quanto il destino delle parole sia in effetti imprevedibi-
le e di quanto sia complesso, e sempre esposto al fallimento, ogni processo di riappropriazione se-
mantica.
8
Secondo Rahman tale accezione di nigga troverebbe le sue origini all’interno delle comunità
di schiavi, composte generalmente da individui che non condividevano una lingua comune e che uti-
lizzavano per riferirsi a se stessi il termine che sentivano usare dagli schiavisti (nigger, pronunciato
nella variante nigga). In questo modo, la parola sarebbe entrata nel cosiddetto ‘controlinguaggio’
(counterlanguage) degli schiavi, una sorta di lingua segreta utilizzata per non farsi comprendere dai
padroni: «during the period of slavery, nigga became a term that Africans used to refer to themselves
and companions in the struggle to survive. Using the term highlighted the identity of a speaker as
participating in the culture of survival» Rahman (2012: 147). Il processo di riappropriazione del ter-
mine avrebbe dunque origini molto antiche ed una storia sostanzialmente diversa da quella, ben più
recente, di queer. Per quanto diversi, tuttavia, i due casi mostrano entrambi come il significato e il
potere di una parola siano inseparabili dalla sua storia.
188 Francesca Piazza

col rafforzare le norme sociali di oppressione che vorrebbe sovvertire. E que-


sto perché «il linguaggio che si oppone alle offese delle parole (…) deve ripe-
tere quelle offese proprio rimettendole in atto» Butler (2010: 59). Significa, in
altri termini, che le pratiche di riappropriazione di un termine offensivo rea-
lizzano una «performatività discorsiva che non è tanto una serie di atti lingui-
stici distinti quanto una catena rituale di risignificazione il cui inizio e la cui fi-
ne rimangono indeterminati e indeterminabili» (Butler, 2010: 20, corsivo mio).
Questa stessa indeterminabilità apre però anche lo spazio, per quanto in-
certo, al possibile successo delle pratiche di rivendicazione. Storicità delle pra-
tiche verbali non vuol dire, infatti, soltanto legame con il passato ma anche
apertura al futuro. Seppure senza garanzie di successo, è sempre possibile da-
re vita a nuove pratiche verbali in modo «che si aprano nuovi contesti, che si
parli in modi che non sono ancora stati legittimati, e dunque che si produca
una legittimazione in forme nuove, appartenenti al futuro» Butler (2010: 60).
Le parole non sono prigioni dalle quali è impossibile evadere.
Proprio come le armi, le parole, oltre a ferire ed uccidere, possono anche
fare cilecca. «La rivalorizzazione di termini come queer suggerisce che le pa-
role possono essere rimandate indietro a chi le ha pronunciate in una forma
diversa, che possono essere citate in contrapposizione ai loro fini originari e
che è possibile mettere in atto un rovesciamento dei loro effetti» Butler (2010:
20) 9. Per questa ragione, i tentativi di risignificazione delle parole offensive re-
stano uno dei pochi strumenti di difesa contro gli usi violenti e discriminatori
del linguaggio. Uno strumento più efficace di qualsiasi politica silentista o,
peggio, censoria messa in atto da autorità statali o da interventi legislativi che
mirino a proibire tali termini e a modificare “dall’alto” le pratiche verbali.
Credo, infatti, veda giusto Butler quando sostiene che «mantenere tali termini
non detti o indicibili può anche portare a metterli al sicuro preservando il loro
potere di offendere e bloccando la possibilità di una rielaborazione che po-
trebbe mutare il loro contesto e il loro scopo» Butler (2010: 55). Per quanto
rischiose, le pratiche di rivendicazione semantica restano dunque forse l’unica
strada percorribile purché non si limitino a semplici interventi lessicali.
Tanto i successi quanto i fallimenti dei tentativi di riappropriazione si
comprendono meglio se non ci si concentra solo sulle parole ma si tiene conto
della pratica verbale in tutti i suoi aspetti. Se ci si ferma alle sole parole la vio-
lenza verbale resta un enigma. Nelle concrete pratiche verbali si fa invece più

9
Da una prospettiva diversa, che fa ricorso all’apparato concettuale della teoria della pertinen-
za, Claudia Bianchi (2014) ha proposto un’interpretazione dei processi di riappropriazione semantica
che va in una direzione non molto diversa. Secondo Bianchi tali processi sarebbero interpretabili co-
me casi di quelli che Sperber e Wilson (2012) considerano usi “ecoici” – di cui l’ironia sarebbe un
caso esemplare – nei quali cioè si citano (anche implicitamente) usi precedenti prendendone tuttavia
le distanze e dissociandosi dalle implicazioni offensive.
Le parole dell’odio. Dal lessico alle pratiche verbali 189

chiaro nello stesso tempo che le parole non sono mai solo parole e che le azio-
ni umane sono sempre in una qualche relazione con il linguaggio. Si fa più
chiaro così perché nell’odio le parole non sono tutto ma l’odio non può fare a
meno delle parole.

Università di Palermo F RANCESCA P IAZZA

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SUL SIGNIFICARE. DE MAURO E ECO:
DUE MAESTRI DI PENSIERO E DI VITA

Tullio De Mauro era, insieme a moltissime altre cose, un uomo arguto.


Dopo l’uscita di un mio libro sulle teorie semantiche mi telefonò a casa, e mi
disse che aveva visto il libro e si era stupito, perché non si sarebbe mai aspet-
tato da me un lavoro del genere. Gli feci notare divertita che il suo commento,
anche volendone dare una lettura benevola sul presente, nascondeva tuttavia
una piccola malignità sul passato; Tullio ridacchiò molto soddisfatto e mi dis-
se che avevo capito benissimo la semantica della frase.
Io non ho avuto la fortuna di avere avuto Tullio De Mauro come maestro,
ma ho comunque avuto la fortuna di avere un dialogo frequente con lui, gra-
zie alla sua amicizia con un altro grande con cui ho lavorato tutta la vita, Um-
berto Eco. Tullio e Umberto erano amici e soprattutto si stimavano e si ascol-
tavano. Entrambi ci hanno lasciato a poca distanza uno dall’altro, con una
coincidenza di date che mi ha colpito e che sembra quasi unire due destini an-
che nella fine. Umberto Eco nasce il 5 gennaio del 1932 e muore il 19 feb-
braio del 2016. Tullio, suo coetaneo – erano nati entrambi nel 1932 – muore
un anno dopo, il 5 gennaio 2017, nello stesso giorno di quello che sarebbe sta-
to l’85esimo compleanno di Umberto, una ricorrenza festeggiata ogni decen-
nio con tutti i suoi allievi, discepoli e amici e sempre rallegrata dagli auguri di
Tullio. Tanto profonde erano le affinità fra queste due grandi figure che mi
viene qui spontaneo evocarle insieme: pur nella diversità dei loro percorsi un
filo comune ha sempre attraversato la loro riflessione sul linguaggio e sul sen-
so, oltre ad averli uniti in vita da stima, affetto, amicizia.
Per questo tenterò, in questo brevissimo ricordo, di proporre qualche ri-
flessione sul tema a cui entrambi hanno dedicato la vita – il senso e il suo di-
spiegarsi nella vita sociale – come un piccolo omaggio a questi grandi che ci
hanno lasciato, rendendoci un po’ più soli e un po’ più poveri.
Devo a Tullio De Mauro il mio interesse per la semantica, che ha preso
una forma precisa proprio dalla lettura di un suo libro, Intoduzione alla se-
mantica, un libro del 1965, ma che io lessi diversi anni dopo. Apparentemente
192 Patrizia Violi

un ‘piccolo’ libro modesto, che si presentava come un volumetto introduttivo,


ma che io credo sia in realtà uno dei più interessanti e acuti libri sul significato
che io abbia mai letto.
Fin dalle prime pagine della Avvertenza iniziale, De Mauro mette in luce
una carenza di fondo della linguistica, che «si è assai poco preoccupata di ela-
borare teorie e idee intorno al significato, e, se parla di significato, il che acca-
de solo molto di rado, riesce a dire più o meno quello che chiunque sia dotato
appena di un minimo di cultura saprebbe dire» (p. 8). Tullio De Mauro ci in-
segna che per riuscire a pensare davvero al problema del significato bisogna
alzare lo sguardo, allargarlo oltre i confini ristretti di una disciplina spesso co-
stretta in limiti troppo angusti, guardare oltre. E infatti nel suo libro trovere-
mo i nomi di Freud e di Jung, i nomi di linguisti come Trier o Hockett, oltre
a Saussure ovviamente, ma anche Bloomfield e Mounin, Pagliaro e Hjelmslev,
etnologi come Nida, tanti filosofi, da Vico a Leibniz a Locke fino a Wittgen-
stein e Croce, psicologi come Vygockij e Piaget, e moltissimi altri.
Questo tuttavia non è un libro di storia delle idee semantiche o di sempli-
ce ricostruzione delle teorie che si sono succedute nei secoli su di un tema
tanto centrale quanto sfuggente per la linguistica; Introduzione alla semantica
è un libro profondamente teorico, che mette la ricchissima cultura storica del
suo autore al servizio di una ipotesi di fondo molto precisa. La rilettura di De
Mauro prende le mosse da due testi classici imprescindibili del Novecento: il
Tractatus di Wittgenstein, e il Cours di Saussure rintracciando in entrambi
questi testi fondativi i rischi di un solipsismo semantico e in definitiva lo ‘spet-
tro della incomunicabilità’. A partire da queste riflessioni viene proposto un
diverso approccio al significato, che supera e si discosta sia dalla visione for-
malista propria di certa linguistica, sia dall’idea di coincidenza fra mondo e
linguaggio che da Aristotele in avanti ha caratterizzato quasi tutta la riflessio-
ne sul significato, in varie forme e versioni.
De Mauro individua nel concetto di uso, così come teorizzato soprattutto
nel Wittgenstein delle Ricerche filosofiche, ma che emerge chiaramente anche
negli scritti dell’ultimo Saussure e di Croce, così come in Cassirer, la nozione
chiave che permette di superare le aporie degli approcci precedenti. Una no-
zione che mette radicalmente in crisi ogni supposta corrispondenza oggettiva
fra mondo e linguaggio, ogni indiscussa assunzione di un ordine del mondo
anteriore alla visione che ne hanno gli esseri umani e alla forma che vi impon-
gono. Emerge qui chiarissima una idea costruzionista del significato, che av-
vicina le riflessioni di De Mauro alle assunzioni della nascente semiotica, che
proprio in quegli anni cominciava ad affermarsi. In questa prospettiva, l’og-
getto non è un dato precostituito rispetto all’esperienza, ma dipende dalle
coordinate rispetto a cui viene considerato e di conseguenza «la lingua e il si-
gnificato non possono più concepirsi come riflesso di una realtà ontologica o
logica precostituita».
Sul significare. De Mauro e Eco: due maestri di pensiero e di vita 193

A partire dagli anni settanta anche la riflessione di Umberto Eco si foca-


lizza sul problema del significato, ripensando criticamente le teorie linguisti-
che e semiotiche in una prospettiva molto vicina a quella demauriana. Nel
Trattato di semiotica generale, pubblicato nel 1975, il significato viene liberato
da ogni presupposto referenzialista e da ogni formalismo composizionalista e
definito come ‘unità culturale’. Anche se Eco parla qui meno di uso sociale e
più di determinazioni culturali, le posizioni dei due semiologi sono molto vi-
cine. Anche Eco vede il significato come il risultato di un complesso lavoro
culturale di significazione, e vuole soprattutto fornire un quadro di riferimen-
to a tale continuo lavorio del senso e della semiosi. Sarà la nozione di Enciclo-
pedia, una nozione fondamentale per la teoria di Eco, ad assolvere questo
compito. Illimitato repertorio, sfondo e presupposto di tutta la semiosi socia-
le, l’Enciclopedia, già tratteggiata nel Trattato del 1975 e poi ulteriormente
definita negli scritti posteriori, in particolare in Semiotica e filosofia del lin-
guaggio (1984) è il repertorio infinito di tutti i testi, di tutte le occorrenze pro-
dotte in ogni cultura, presupposto in sé irrappresentabile, ma che costituisce
lo sfondo di ogni senso possibile. L’enciclopedia presuppone chiaramente una
lettura del senso in chiave sociale e culturologica, un mondo di significati fa-
talmente instabile e in continua trasformazione, non molto lontano dall’insta-
bile universo del senso basato sugli usi sociali tratteggiato da De Mauro fin
dal 1965.
Il senso è dunque, sia per De Mauro che per Eco, sociale e culturale, lega-
to ai contesti e alle prospettive. Ma non è questo l’unico punto di contatto
delle loro teorie. Una seconda importante somiglianza è data dal modo di
pensare il ruolo dell’individuo e dal rapporto che si instaura nel processo se-
miosico fra individuale e sociale.
Torniamo per un momento alla questione dell’uso rileggendola dalla pro-
spettiva attraverso cui De Mauro la circoscrive. Parlare di uso non risolve au-
tomaticamente tutti i problemi, perché se da un lato ci smarca dalla correla-
zione, diretta o indiretta, con la realtà, dall’altra lascia ancora impregiudicato
di quale uso stiamo parlando, e soprattutto dell’uso di chi. Chi usa la lingua?
Di quale soggetto stiamo evocando la necessaria presenza? Perché certamente
il riscorso alla nozione di uso può aprirsi a varie differenti letture, e in primo
luogo potrebbe far pensare a una variante individualistica, se pensiamo all’uso
di ogni singolo parlante. Non è questa però la posizione di Wittgenstein, né
quella di De Mauro: il significato di una parola non dipende dall’uso dell’in-
dividuo inteso nella sua singolarità, perché gli individui sono sempre inseriti
in una comunità storica che ne regola e determina gli usi, inibendone ogni ar-
bitrio solipsistico. L’uso di cui il significato è funzione è sempre un uso social-
mente regolato e coordinato: in questo senso, con una formula efficace, De
Mauro sottolinea che è il significato a dipendere dal significare, e non l’inver-
so, così come è la lingua a dipendere dal linguaggio.
194 Patrizia Violi

Anche Eco si pone il problema del soggetto e della soggettività parlante,


e lo risolve in modo analogo, anche se a partire da una prospettiva parzial-
mente diversa. La soluzione di Eco è interessante perché si discosta in modo
significativo dalla tradizione semiotica a lui contemporanea, che vede nella
teoria dell’enunciazione il luogo per eccellenza del dispiegarsi del soggetto lin-
guistico, un Io che dice Io, secondo le parole di Benveniste. Per Eco non c’è
alcun Io forte che prende la parola nella semiosi perché siamo sempre tutti at-
traversati dalle, e costruiti nelle, enunciazioni che ci hanno preceduto; non esi-
ste mai una prima parola, una prima enunciazione inaugurale, che possa allu-
dere ad una gestione interamente individuale del senso. Parlando del ruolo
che il soggetto ha nella sua teoria, Eco lo definisce come costituito “dalla ‘ba-
va e i detriti’ dell’Enciclopedia, una sorta di residuo dell’incessante lavorio
della semiosi sociale e culturale
Al di là delle differenze di stile e linguaggio, Eco e De Mauro ci stanno di-
cendo qui la stessa identica cosa: l’individuo conta, nel suo essere soggetto se-
miotico, solo in quanto inserito in una comunità e in una cultura, che lo forma
e lo determina con tutto il peso, ma anche tutta la ricchezza dei suoi contenu-
ti, dei suoi discorsi, delle sue forme, regolandone il possibile arbitrio e sot-
traendolo ad ogni uso idiosincratico. L’agire linguistico, così come quello se-
miotico più ampiamente inteso, è sempre in ultima istanza un agire socialmen-
te regolato.
Importante è qui l’insistenza sull’idea di azione, che rimanda all’influenza
del pragmatismo nel pensiero di entrambi, anche se tale influenza segue stra-
de diverse per l’uno e per l’altro. Per De Mauro il punto di partenza è proprio
la riflessione sugli usi appena menzionata, sollecitata naturalmente dalla rilet-
tura del secondo Wittgenstein e da quella di Saussure, specie i suoi ultimi
scritti, ma forse soprattutto, in parte inaspettatamente, dall’ultimo Croce,
quello di Filosofia della pratica. In questo lavoro il filosofo parla esplicitamen-
te di abiti, definiti come “il simile nel dissimile”, base condivisa dell’individua-
lità, che altro non è che un complesso di abiti più o meno duraturi e coerenti.
Gli abiti si collocano oltre alle dimensioni individuali, che appartengono al-
l’ambito del “dissimile”, per porsi come gli elementi comuni, “l’ossatura del
corpo della realtà linguistica”, quindi rimandano anch’essi alla dimensione so-
ciale e condivisa del linguaggio, alla comunità dei parlanti, ma al tempo stesso
rinviano anche all’idea del linguaggio come prassi sociale, come azione.
Al concetto di abito e a quello di comunità fa riferimento anche Eco, che
però vi arriva attraverso la lettura di Peirce, un autore che non compare in
questo libro di De Mauro e che invece, a partire dai primi anni Settanta, sarà
un punto di riferimento fondamentale per la riflessione di Eco. Al di là delle
differenze di questi percorsi, e degli autori a cui rimandano, comune è l’atten-
zione che Eco e De Mauro hanno sempre prestato alla dimensione della prassi
e dell’azione, al continuo lavoro di trasformazione del senso nel corpo sociale,
Sul significare. De Mauro e Eco: due maestri di pensiero e di vita 195

nella comunità fatta di abiti condivisi. Il significare, ci ricorda De Mauro, è un


modo dell’agire nel mondo. È, cioè, prassi.
Ma la prassi si svolge nel tempo, e ci costringe a pensare storicamente. Ed
è proprio l’attenzione costante, vorrei dire la passione, che Umberto Eco e
Tullio De Mauro hanno sempre avuto per la storicità dei processi a costituire
l’aspetto metodologico e teorico che forse li accomuna in modo più profondo.
Ricostruire la storia delle nostre teorie, ma anche delle nostre parole, dei no-
stri concetti, delle nostre idee, significa per entrambi trovare i fili sottili che ci
legano a chi ci ha preceduto, alle parole e alle azioni di chi, venuto prima di
noi, ci ha formato.
Per Eco la storia della semiotica, intesa come attenta rilettura dei classici
che ci hanno preceduto, è stata una costante di tutta la vita, e a questo studio
ha dedicato moltissimi lavori. Ma oltre alla storia degli autori, era soprattutto
all’interno stesso della riflessione teorica che la dimensione storica prendeva
forma per lui, sfociando in una vera e propria archeologia concettuale della
formazione dei concetti. Si pensi, per non fare che un esempio, a un testo co-
me Semiotica e filosofia del linguaggio, che raccoglie tutti i contributi da lui
scritti per la Enciclopedia Einaudi. Qui ogni concetto – segno, simbolo, me-
tafora, dizionario, codice – è innanzitutto ricostruito nella stratificazione sto-
rica dei suoi significati, nelle trasformazioni che questi hanno subito, nelle
evoluzioni e modifiche.
Anche per De Mauro era chiarissimo, fin da questo testo del 1965, come
ogni segno sia carico di una storia più o meno antica e complicata, ed proprio
su questa considerazione che si chiude il suo libro. Duplice è la determinazio-
ne storica sul mondo del senso, soggettiva e oggettiva potremmo dire: da un
lato la realtà a cui i significati rinviano è storicamente costruita e determinata,
dall’altro la costruzione semantica stessa è il risultato di una storia complessa.
Lo studio del significato si situa come snodo fra questi processi: «La semanti-
ca si colloca al punto di incontro tra la obbiettiva complessità storica della
realtà che essa studia e la storica complessità della cultura che riflette su tale
realtà».
La semantica è così innanzitutto una disciplina storica, che «esige un po-
sto tra le scienze storiche perché è frutto della cultura storica, e attraverso il
sorgere, le eclissi, il più maturo risorgere della ragione storica si è infatti anda-
ta maturando; e perché risultato e condizione di storicità è il suo oggetto, per
i legami di reciproco condizionamento che avvincono il significare alle vicen-
de storiche delle singole comunità umane».

Università di Bologna PATRIZIA VIOLI


IV
SAUSSURE E I PROBLEMI TEORICI
DEL LINGUAGGIO
TULLIO DE MAURO E LA FILOSOFIA ITALIANA
DEL LINGUAGGIO

1. Esiste una filosofia italiana del linguaggio? Prima di rispondere in un


senso o nell’altro, proviamo a precisare che cosa ci aspettiamo come risposta.
Non ci aspettiamo, evidentemente, una risposta come potrebbe essere quella
relativa ad una domanda simile per il caso, tuttavia, della filosofia analitica del
linguaggio. Come è stato argomentato in modo convincente da Michael Dum-
mett (2001; cfr. anche Skorupski 1996) questa tradizione comincia con Frege
e Husserl, e se ne possono più meno linearmente ricostruire le vicende fino ai
nostri tempi. Una tradizione composta da filosofi in senso pieno, professori
universitari di Filosofia e/o di Logica. In questo senso si tratta di una tradizione
che esiste come entità storiografica consolidata (cfr. Santambrogio 1991; Penco
2002). Non è questa la risposta che si può avere alla domanda con cui abbiamo
aperto queste osservazioni. Tuttavia quella stessa domanda può avere anche un
senso diverso; può intendersi cioè come indicazione di una ipotesi di ricerca più
che come la richiesta di fornire una ricostruzione di una tradizione già esisten-
te. In questo caso la risposta potrebbe essere molto diversa. Si tratta di capire
se autori, concetti e libri, finora raccolti sotto categorie storiografiche disparate
(nonché discipline altrettanto disparate), ad esempio la storia della lingua e del-
la letteratura italiana (in particolare sotto l’etichetta “questione della lingua”;
cfr. Vitale 1978 2; Gensini 1982; Marazzini 1999) possono essere raccolti anche
sotto un’altra etichetta, trasversale rispetto alle categorie storiografiche preesi-
stenti. Non si tratta di raccontare quello che già è stato visto, bensì di provare
a vedere qualcosa che ancora non si era pensato si potesse vedere in quel modo.
In questo caso l’aggettivo “italiana” relativo a filosofia del linguaggio ac-
quista un senso diverso. In particolare, non si tratta tanto di una tradizione di
quella nazione chiamata Italia, piuttosto di una tradizione che affronta il pro-
blema del linguaggio secondo una particolare prospettiva ‘filosofica’. Una tra-
200 Felice Cimatti

dizione che evidentemente ‘riflette’ anche le peculiari condizioni dell’Italia,


come la lentezza del processo di formazione di uno stato unitario, e di conse-
guenza la grande frammentazione linguistica dei territori che formavano l’Ita-
lia geografica (più o meno tutto quello che è a sud delle alpi, comprese le isole
maggiori), nonché il peculiare ruolo svolto dagli scrittori e dagli intellettuali
nella formazione di una coscienza linguistica nazionale (De Mauro 2017 4 ). Per
una tradizione variegata come questa si può parlare di filosofia solo se si ac-
cetta di leggere ‘filosoficamente’ autori che, come abbiamo visto, non erano
filosofi a tempo pieno (in effetti la filosofia l’hanno – quasi – sempre fatta filo-
sofi che non erano filosofi di professione; cfr. Esposito 2010). Se ora torniamo
alla domanda iniziale, “esiste una filosofia del linguaggio italiana?” la risposta
potrebbe essere questa: “sì, perché il tema del linguaggio e delle lingue nella
tradizione intellettuale italiana è stato affrontato in un modo caratteristico, così
peculiare che si può parlare di una vera e propria filosofia italiana del linguag-
gio”. La tesi di questo intervento è che se si accetta questa risposta Tullio De
Mauro è stato il più importante filosofo del linguaggio di questa tradizione.

2. Come appena detto si può intendere la filosofia italiana del linguaggio


come un modo di fare ‘filosofia’ non specialistico – cioè non espresso da filo-
sofi bensì prevalentemente da linguisti, letterati, poeti, politici, giuristi – di cui
si può indicare l’inizio con il De Vulgari Eloquentia (cfr. Cimatti 2015; 2016);
si tratta di una tradizione che vede nel linguaggio umano non una facoltà par-
ticolare che si aggiunge ad altre facoltà (come la memoria o il ragionamento,
ad esempio), bensì il principale operatore di umanizzazione di ogni esemplare
della specie Homo sapiens (Lo Piparo 2003).Con uno slogan: il linguaggio non
ha a che fare solo con la linguistica o la comunicazione, quanto piuttosto con
l’antropologia. L’idea di questa tradizione, che è civile prima ancora che filo-
sofica, è che non c’è aspetto della vita umana che più o meno direttamente
non coinvolga il linguaggio. Una posizione del genere non va confusa con il
linguistic turn che ha segnato buona parte del ’900 (cfr. Rorty 1992). Secondo
quest’ultima prospettiva il linguaggio è una forza sostanzialmente autonoma
e in qualche modo ‘esterna’ rispetto alla comunità umana, che modifica in
modo unilaterale il comportamento e la mente degli umani. In questa tradi-
zione il linguaggio assume quindi il ruolo di una entità trans-storica, indipen-
dente dalle esistenze degli esseri umani. Al riguardo Roberto Esposito, nel suo
libro Il pensiero vivente. Origini e attualità della filosofia italiana, osserva come
la peculiarità della filosofia italiana moderna sia stata proprio la sua estraneità
rispetto al linguistic turn. Esposito, in effetti, nota che tradizioni filosofiche
apparentemente diverse come filosofia analitica, pensiero critico, decostruzio-
nismo ed ermeneutica comunque assegnano «un ruolo dominante» alla «sfera
del linguaggio» (2010: 7). Linguaggio inteso non come elemento vitale intrec-
ciato ai bisogni ed alle esperienze corporee degli esseri umani, ma appunto
Tullio De Mauro e la filosofia italiana del linguaggio 201

come dispositivo autonomo caratterizzato da una radicale «chiusura metafisi-


ca» (ibidem). In questo senso il linguaggio, per il linguistic turn in tutte le sue
varie declinazioni, è un dispositivo che si pone in uno spazio trascendente e
separato rispetto a quello vitale.
I tre vettori fondamentali della filosofia contemporanea risultano tutti fortemente
segnati, se non anche costituiti, da quella svolta linguistica che collega sotterra-
neamente blocchi concettuali apparentemente eterogenei o addirittura contrastivi
come quelli di Frege e di Heidegger. Se per gli analitici il contenuto originario, la
materia prima, della filosofia è costituita dagli enunciati linguistici, l’ermeneutica
situa la possibilità dell’interpretazione nel cuore di una data lingua, così come la
decostruzione si colloca nel punto di incrocio e di tensione fra parola e scrittura.
Che venga declinato più in senso ontologico, in senso epistemologico o in senso
testuale, il primato del linguaggio resta presupposto a qualsiasi prospettiva. Per-
sino il transito più recente, da parte di un sapere analitico in crisi di identità, ver-
so il cognitivismo e le neuroscienze, resta in fondo nello stesso orizzonte, allargato
al linguaggio del cervello inteso, a sua volta, come un hardware naturale. Da qua-
lunque parte si guardi al quadrante filosofico del nostro tempo – dalla logica alla
fenomenologia, dalla pragmatica allo strutturalismo – il linguaggio appare l’epi-
centro di tutte le traiettorie del pensiero, se non addirittura come la ‘casa dell’es-
sere’ (pp. 7-8).

Se ora torniamo al testo di Dante che in prima approssimazione abbiamo


individuato come testo fondativo della tradizione italiana di filosofia del lin-
guaggio, vi possiamo individuare almeno due concetti fondamentali, che segne-
ranno tutta la tradizione italiana: la constatazione della radicale diversità delle
lingue (Formigari 2007), e la natura corporea, incarnata (Ziemke et al. 2007),
del linguaggio. Nel seguito di questo lavoro cercheremo di mostrare il modo
in cui Tullio De Mauro ha ripreso e sviluppato queste indicazioni dantesche.

3. Tullio De Mauro è stato quindi un filosofo italiano del linguaggio non


semplicemente perché fosse nato in Italia (a Torre Annunziata, nel 1931), ma
perché si inscriveva in una peculiare tradizione di ricerca, quella italiana, che
pone al centro della riflessione sul linguaggio l’intreccio fra diversità, corpo-
reità e socialità. Tre aspetti, come vedremo, di un unico nesso concettuale. In
“Due paradigmi teorici a confronto”, Franco Lo Piparo individuava due modi
radicalmente diversi di considerare il fenomeno linguistico, il paradigma bibli-
co (a partire dal modo in cui nel libro della Genesi I, 3 viene descritta la fon-
dazione linguistica del mondo: Dixit Deus: “Fiat lux”. Et facta est lux) secondo
cui appunto «in origine c’era il linguaggio» (Lo Piparo 2004: 12) e il paradig-
ma aristotelico-vichiano, secondo cui, al contrario, «in principio c’è assenza di
linguaggio e esigenza di parlare e di spiegare il mondo» (p. 13). Il linguistic
turn si inscrive a pieno titolo nel paradigma biblico, mentre il secondo è quel-
lo della tradizione italiana, e in particolare da ultimo quello di De Mauro.
202 Felice Cimatti

Prendiamo un caso esemplare del paradigma biblico contemporaneo,


Noam Chomsky (che con tutta probabilità non sa di appartenere a questa tra-
dizione; se lo sapesse penserebbe però di esserci arrivato attraverso il metodo
scientifico). Per Chomsky e quelli che si ispirano al suo programma di ricerca,
l’origine del linguaggio è un «mistero» in senso tecnico, cioè un problema
scientifico che la mente umana non può risolvere in linea di principio: infatti
nel caso fossero disponibili nuove «discoveries from comparative animal
behavior, paleontology, neurobiology, and archaeology […], along with grea-
ter depth of understanding of gene-phenotype mapping, it would open the
door to more relevant genomics and modeling. These are all big IFs about the
nature and possibility of future evidence. Until such evidence is brought
forward, understanding of language evolution will remain one of the great
mysteries of our species» (Hauser et al. 2014: 10).Come osserva Lo Piparo, in
questo paradigma il problema delle origini del linguaggio non può porsi per-
ché non è il linguaggio che possa essere spiegato, al contrario è il linguaggio il
principio esplicativo: «essendo il linguaggio l’anello iniziale della catena del-
l’essere, non è possibile che sorga la ricerca di una spiegazione dell’origine e
della formazione dell’attività verbale: il Linguaggio spiega il resto del mondo,
ma non può essere spiegato da niente» (Lo Piparo 2004: 13). Una prospettiva
del tutto contraria è quella del paradigma aristotelico-vichiano, che non comin-
cia dal linguaggio, bensì dalla condizione silenziosa di un animale bisognoso
di comunicare e di stabilire relazioni con i proprî simili. All’inizio non c’è la
parola, bensì l’espressione corporea, il moto dell’animo, le prime forme impli-
cite di socialità.
Da questa radicale diversità di impostazioni deriva un corollario molto im-
portante: la diversità delle lingue. Nel primo modello, quello biblico, di fatto
c’è una sola lingua, e la diversità delle lingue è un accidente empirico che non
smentisce l’unicità originaria del linguaggio (le lingue si moltiplicano come
punizione dopo l’episodio babelico). Nell’altro paradigma, al contrario, la di-
versità è il punto di partenza. In effetti se il linguaggio ha a che fare con le esi-
genze espressive dei corpi, queste esigenze fin dall’inizio sono e non possono
non essere variabili e diversificate. In questo senso la diversità non è una com-
plicazione che va spiegata, per essere possibilmente ricondotta ad un princi-
pio unitario, tutto il contrario, la diversità è il punto di partenza: «essendo il
punto di partenza dell’umanità l’afasia o infantia linguae, le lingue sono il ri-
sultato, mai portato a termine, di una progressiva e laboriosa costruzione
umana» (p. 19). Per Chomsky, al contrario, il linguaggio di per sé sarebbe
(computazionalmente) perfetto, mentre le «language “imperfections” arise
from the external requirement that the computational principles must adapt
tothe sensorimotor apparatus, which is in a certain sense “extraneous” to the-
core systems of language» (Chomsky 2015, p. 243). È l’apparato senso-moto-
rio, cioè il sistema fono-articolario che ‘rovina’ la perfezione dei «core systems
Tullio De Mauro e la filosofia italiana del linguaggio 203

of language». È il corpo, in sostanza, che ‘danneggia’ la perfezione formale


(sintattica) del linguaggio: «il corpo umano (la fonia è legata alla somaticità
umana) è un ostacolo al corretto funzionamento del linguaggio e la fonte dei
travisamenti e degli errori conoscitivi» (Lo Piparo 2004, p. 18).
La tradizione italiana, che si inscrive nel paradigma aristotelico-vichiano,
rovescia completamente questa posizione. La domanda fondamentale non è
«How “perfect” is language?» (Chomsky 2015: 8), piuttosto: che forme pren-
de, sempre nuove e sempre diverse, il bisogno umano di esprimersi e di com-
prendere il mondo? Il ribaltamento è completo, in particolare rispetto alla po-
sizione da assegnare al corpo all’interno dei fatti di linguaggio: «il corpo […]
non è un ostacolo o una fonte di errori ma ciò che consente il parziale supe-
ramento della completa afasia iniziale: il mondo dei significati si dischiude
all’umanità attraverso un uso cognitivo e comunicativo del corpo» (Lo Piparo
2004: 20). Il linguaggio è fatto di carne e storia.

4. Cominciamo dal primo punto, la relazione fra corpo e linguaggio. Se


all’inizio c’è mancanza di parola, c’è afasia (che infatti è un mutismo che an-
nuncia e si aspetta la parola; un sasso non è afasico, il suo silenzio non è quel-
lo umano) questo significa che il corpo umano non sarà mai, per così dire, del
tutto ‘linguisticizzato’. Sempre rimane, cioè, uno spazio di umanità che la pa-
rola non esaurisce, né può esaurire: «la capacità di usare le parole non opera
in modo costante nella vita umana. Ci sono esperienze che compiamo, anche
di qualche complessità, senza rivestirle di parole. […] Le parole non sono tut-
to e non sono necessariamente presenti in tutto il nostro vivere» (De Mauro
2002: 18-19). Il corpo, per De Mauro, eccede il linguaggio. C’è qualcosa del
corpo che nel linguaggio non passa, allo stesso tempo un corpo è umano per-
ché è sempre in tensione verso la parola e l’espressione. L’umano è quel vi-
vente che oscilla fra silenzio e voce, fra espressione e mutismo, fra implicito ed
esplicito. Per questo, se da un lato il corpo sporge oltre il linguaggio, al di qua
e al di là, da un altro lato quello stesso corpo è umano proprio perché sempre
si aspetta di incontrare prima o poi la parola:
Tuttavia si può anche supporre che, pur non direttamente operanti nella creazio-
ne di una musica o di un’architettura o nella risoluzione immediata di un qualun-
que problema operativo, le parole, anche se non in evidenza, siano però l’humus
nascosto, il presupposto non evidente e tuttavia indirettamente operante delle
realizzazioni e forme di esperienza di cui si accennava. Anche realizzate senza una
concomitante presenza di parole, molte di queste esperienze, come l’ideazione di
un quadro o di un tema musicale, presuppongono anteriori acquisizioni ed ela-
borazioni mediate dal possesso e dall’uso di parole (p. 19).

In questo passo risuona l’eco delle riflessioni di un amico e decisivo inter-


locutore di De Mauro, Emilio Garroni, che proprio in quegli stessi anni scri-
204 Felice Cimatti

veva, partendo tuttavia dal versante estetico dell’immagine, che «proprio per-
ché la percezione si attua ormai in un ambiente linguistico già costituito e ope-
rante, e anzi fin dalla prima infanzia essa viene guidata dagli adulti verso il ri-
conoscimento con indicazioni linguistiche, un aggregato [percettivo, implicito]
slitta continuamente sulla famiglia o sulla classe [categoriali, espliciti]» (Gar-
roni 2005: 15). In questo passo ritroviamo i due momenti che più sopra De
Mauro allo stesso tempo distingueva e connetteva; da un lato quello sensoriale
e immaginativo, che in linea di principio (come dimostrano le abilità ideative
e pratiche gli animali non umani) non ha bisogno della mediazione linguistica;
dall’altro, però come queste attività, nell’animale umano, siano sempre stret-
tamente intrecciate con la formulazione linguistica, interna o esterna, parlan-
do fra sé e sé (implicitamente o esplicitamente) oppure con altri. De Mauro
insiste su questo uso ‘privato’ del linguaggio, nel senso di un uso non comu-
nicativo bensì cognitivo, interno, per elaborare e progettare azioni: «l’uso pu-
ramente interiore delle parole, che consente a ciascuno di ragionare fra sé e
sé, riflettere, lasciare libero corso a pensieri e memorie» (p. 25).
Parlare e pensare con altri e con sé, parlare per pensare, e pensare per ar-
rivare poi a parlare, lavorare fra parola e immagine, fra pensiero e azione, agi-
re per pensare. Tutti modi diversi del corpo umano per stare nel linguaggio,
con sé e con gli altri, senza tuttavia mai starci del tutto: «solo rinunciando a
dire enfaticamente che le parole sono tutto, che tutto il razionale è verbale,
possiamo sperare di meglio capire che le parole sono molto e cercare di deter-
minare in che consiste questo molto» (p. 20).

5. Il linguaggio sta nel corpo, fra i corpi, quindi il linguaggio è il principale


modo umano di stare al mondo e nel mondo. Il linguaggio è questa radicale re-
lazionalità con il mondo. In questo senso, per tornare un momento a Chomsky,
il linguaggio non può non essere imperfetto, se si intende che in questo caso
‘imperfezione’ non vuol dire altro che il linguaggio ri-comincia tutte le volte che
un essere umano prende la parola, e quindi prova di nuovo a stabilire una rela-
zione che non può non essere precaria e rivedibile fra inteso e detto, fra imma-
gine e parola, fra movimento incipiente e azione progettata. Più in particolare,
ricomincia tutte le volte che un infans intraprende il faticoso (per la specie Ho-
mo sapiens) ma per lui velocissimo (cfr. Friedmann, Rusou 2015) processo che
lo porterà a parlare una lingua: infatti gli «esordi delle articolazioni foniche» dei
piccoli umani, in qualche misura «permettono di ricostruire, attraverso le tappe
dell’ontogenesi linguistica, le tappe della filogenesi: dalla conquista dei primi si-
stemi di segnalazione a segni non analizzabili a quella di codici articolati e ana-
lizzabili e, infine, di quei codici aperti, ricchi di potenziali determinazioni diver-
genti e di indeterminatezza che sono le nostre lingue» (De Mauro 1994: 45).
Si tratta di una posizione molto interessante, rispetto sia a chi, come
Chomsky, considera l’origine del linguaggio un «mistero», sia a chi, invece,
Tullio De Mauro e la filosofia italiana del linguaggio 205

trova una sostanziale continuità (v. ad esempio Ujhelyi 1996; Manser 2013) fra
i sistemi di comunicazione degli animali non umani e le lingue umane. De
Mauro, all’interno di un quadro comunque sostanzialmente ‘continuista’ («la
conquista del linguaggio» non si può «considerare come una catastrofe in sen-
so tecnico, come una svolta improvvisa dal non linguistico al linguistico»; De
Mauro 1994: 41), individua il punto possibile di congiunzione fra queste due
tesi contrapposte puntando l’attenzione sull’ontogenesi del linguaggio. Che è
un sistema troppo complesso, né solo sintattico – come pensa Chomsky – né
puramente comunicativo, per avere un inizio assoluto: «di specifico nelle lin-
gue c’è non tanto una, non tanto questa o quella caratteristica, ma il delicato e
complesso intreccio di una pluralità di caratteristiche coesistenti e variamente
sfruttabili nel parlare» (p. 43). Il linguaggio non è cominciato una volta per tut-
te, comincia tutte le volte che un piccolo umano entra di nuovo nel linguaggio.
La posizione di De Mauro è simile, per molti versi, a quella di Charles
Darwin. Per Darwin da un lato c’è la constatazione della continuità fra umano
e animali non umani: «è noto che l’uomo è foggiato sullo stesso stampo gene-
rale degli altri mammiferi. Tutte le ossa del suo scheletro possono essere com-
parate con ossa corrispondenti di una scimmia, un pipistrello, o una foca. La
stessa cosa è per i muscoli, i nervi, i vasi sanguigni e i visceri interni. Il cervel-
lo, il più importante di tutti gli organi, segue la stessa legge» (Darwin 1982:
42). Il problema biologico del linguaggio umano si colloca su questo sfondo.
Si parta dalla constatazione darwiniana, la grande diversità di lingue usate da-
gli esseri umani. Se il linguaggio umano fosse un istinto, cioè un comporta-
mento innato, ci aspetteremmo che gli esseri umani parlassero una sola lingua.
Ora è evidente che le lingue si imparano e che sono fra loro molto diverse.
Questo non significa affatto che il comportamento linguistico sia soltanto ap-
preso, perché esiste una altrettanto evidente predisposizione innata all’ap-
prendimento di una lingua (Yang 2006). È innata la facoltà del linguaggio,
mentre non sono innate le diverse lingue che gli esseri umani possono parlare.
A questo punto Darwin si chiede: si può forse sostenere che «il linguaggio è
un’arte come fare il pane o la birra» (Darwin 1982: 81)? La sua risposta scarta
entrambe le tesi estreme: sia quella che sostiene che è un istinto (questo inten-
de Chomsky quando sostiene che il linguaggio è un «mistero»), oppure che è
un sistema di comunicazione sostanzialmente simile, per quanto più compli-
cato, a quello degli altri animali. In realtà:
[il linguaggio umano] non è certamente un vero istinto, perché ogni lingua deve
essere imparata, tuttavia differisce moltissimo da tutte le arti ordinarie, perché
l’uomo ha la tendenza istintiva a parlare, come vediamo nel balbettare dei nostri
bambini, mentre nessun bambino ha mai la tendenza istintiva a fare il pane, la
birra, o scrivere. Inoltre, oggi nessun filologo suppone che ogni linguaggio [cioè
ogni lingua] sia stato inventato a bella posta; ma che ognuno si sia svolto lenta-
mente e inconsciamente per gradi (ivi, pp. 81-2).
206 Felice Cimatti

Le lingue non sono istintive, ma la facoltà del linguaggio sì, «perché l’uo-
mo ha la tendenza istintiva a parlare». La risposta di Darwin è molto originale
e inattesa, «perché è certamente un errore considerare qualunque linguaggio
come un’arte nel senso che sia stato elaborato e metodicamente formato» (ivi,
p. 87). Una risposta inattesa, perché la nostra domanda presupponeva una ri-
sposta netta; capiamo ora, attraverso Darwin, che era una domanda sbagliata,
proprio perché pretendeva una risposta netta per un fenomeno che, invece, è
tanto biologico che culturale, innato e appreso, fisso e storico. Darwin propo-
ne allora una definizione del linguaggio che non ha avuto molta fortuna, pro-
prio perché troppo sofisticata per chi pretende, invece, risposte nette a que-
stioni complicate: per lui possiamo solo parlare di «semi-arte e […] semi-istin-
to del linguaggio [half-art and half-instinct of language]» (ivi, p. 125). Il lin-
guaggio in quanto facoltà è un istinto, ma le lingue sono arti, cioè comporta-
menti appresi, e siccome non c’è lingua senza linguaggio, ma nemmeno lin-
guaggio senza lingue, allora il linguaggio umano nel suo complesso è tanto
una «semi-arte» quanto un «semi-istinto». Alla base di questa definizione c’è
la coscienza della radicale e originaria diversità delle lingue e all’interno delle
lingue. Lingua vuol dire, sostiene De Mauro, diversità: «la variazione non è
qualcosa che colpisca le lingue dall’esterno: essa invece si insedia in ogni pun-
to della realtà di una lingua come necessaria conseguenza della sua semantica
e pragmatica che, a loro volta, traggono necessariamente i caratteri di estensi-
bilità e flessibilità dalle esigenze funzionali di ciascuna lingua in sé stessa» (De
Mauro 1994: 80).

6. Ma come si traduce questa impostazione sul piano semantico? Che


significano, e come, le espressioni di una lingua? Coerentemente con l’im-
postazione che abbiamo seguito finora De Mauro scarta due possibilità, en-
trambe molto diffuse nel panorama degli studi sul linguaggio contempora-
nei. Da un lato c’è la posizione della filosofia analitica del linguaggio, in base
a cui il significato di una espressione linguistica (dichiarativa) coincide so-
stanzialmente con i suoi valori di verità: «to give truth conditions is a way of
giving the meaning of a sentence» (Davidson 1967: 310). In questo senso il
significato linguistico è fuori della lingua, è nel mondo. Dall’altro lato c’è la
tradizione che potremmo chiamare in senso generico psicologistica, secon-
do cui il significato è uno stato mentale, ad esempio un concetto, del parlan-
te: «cognitive semantics adopts the position that language refers not to an
objective reality, but to concepts: the conventional meanings associated with
words and other linguistic units are seen as relating to thoughts and ideas»
(Evans, Green 2006: 172). In entrambe le proposte si perde il carattere spe-
cificamente linguistico del significato. Nel primo caso, ad esempio, la seman-
tica è del tutto separata – almeno in linea di principio – dalla pragmatica, cioè
dell’uso effettivo del linguaggio da parte dei parlanti di una lingua. Nell’altro
Tullio De Mauro e la filosofia italiana del linguaggio 207

si perde proprio quell’aspetto delle lingue che così colpiva Darwin, la diver-
sità delle lingue. I concetti, infatti, sono entità psicologiche, che possiamo pre-
sumere siano universali, se non innati. Innatezza che è necessario postulare
anche per un altr’ragione: se i concetti fossero individuali, allora la compren-
sione linguistica sarebbe impossibile, perché i concetti del parlante sarebbe
comunque diverso da quello dell’ascoltatore. Se la lingua è soltanto un veico-
lo comunicativo, e i concetti sono entità psicologiche, allora la comprensio-
ne reciproca è impossibile. Di qui la necessità di postulare qualche forma
di innatezza dei concetti. Ad esempio, per la linguistica cognitiva «we share
similar cognitive and neuro-anatomical architectures (minds, brains and bo-
dies), [therefore] it follows that the nature of human experience, and the na-
ture of possible conceptual systems that relate to this experience, will be con-
strained» (p. 64).
La prospettiva di De Mauro, coerentemente con l’approccio aristotelico-
vichiano, è quella di legare strettamente la nozione di significato a quelle di
lingua e, di conseguenza, a quella di variabilità storica. La semantica, per De
Mauro, non si confonde con la psicologia né con l’ontologia. La «semantica
[è una] scienza storica» (De Mauro 1975: 227). Più in particolare, «possiamo
definire il significare come l’individuare una situazione con un segno (frase)»
(p. 228). Si parte dal fatto che gli animali umani hanno a che fare con il mon-
do. Dell’insieme infinito di tutto quello che succede nel mondo, ogni comu-
nità di parlanti ne considera rilevante, per ragioni storiche, solo un particolare
sottoinsieme. Così una determinata «situazione» è una porzione limitata del
mondo che una certa comunità considera rilevante. Facciamo un esempio di
«situazione» del mondo, quella che in italiano si può descrivere con la celebre
(cfr. Tarski 1944) asserzione “la neve è bianca”. In italiano “la neve è bianca”
dice qualcosa del mondo, in particolare del colore della neve. Poniamo che
questo enunciato sia proferito in un bosco innevato. In questa «situazione» ci
sono moltissimi altri elementi che avrebbero potuto essere individuati lingui-
sticamente; il piacere della vista della neve, l’aria fredda, il rumore dei passi
sul suolo innevato, la consistenza farinosa di quella particolare nevicata e così
via. Ogni enunciato, cioè, dice qualcosa del mondo, tralasciando tuttavia co-
me non pertinente moltissimo altro. Più in generale, già disporre della parola
“neve” testimonia del fatto che per una certa comunità la neve è rilevante, e
degna cioè d’essere nominata con una espressione linguistica specifica (per il
caso famoso, e famigerato, della lingua degli inuit cfr. Snow, 1986). Ma questo
vuol dire che la «situazione» è il risultato di una operazione di individuazione,
e che ogni individuazione è relativa ad una certa lingua, ad una certa comu-
nità, ad un certo momento storico. La «situazione», cioè, è individuata in mo-
do arbitrario, nel senso che non dipende da come è fatta la neve se in italiano
si può costruire l’enunciato “la neve è bianca”. De Mauro parla a questo pro-
posito di «arbitrarietà formale»:
208 Felice Cimatti

Non vi è ragione dipendente dalle sole caratteristiche intrinseche delle entità [da
classificare linguisticamente] per cui in esse sia trascelta una o l’altra caratteristica
come pertinente e per cui le caratteristiche pertinenti si raggruppino in sistema in
un modo o nell’altro: limiti materiali a parte, ogni sistema di classificazione e ogni
forma poggiano su scelte non condizionate, arbitrarie. Tale arbitrarietà di sistemi
e forme è ciò che chiamiamo ‘arbitrarietà formale’ (De Mauro 1982: 18).

Emerge da questo passo una caratteristica distintiva della filosofia italiana


del linguaggio: è una filosofia che non isola il fenomeno ‘linguaggio’ dal resto
delle attività umane in cui il linguaggio è coinvolto. La fondamentale opera-
zione di «pertinentizzazione», cioè la «scelta di una o più caratteristiche per-
tinenti» (p. 16) che permette di identificare un’entità del mondo (e quindi di
distinguerla dalle altre), come la “neve” ad esempio, è una operazione emi-
nentemente storica, perché ogni «operazione di pertinentizzazione» dipende
dalla storia, culturale e tecnico-scientifica, della particolare comunità che usa
quella lingua: per questo «la semantica si colloca al punto di incontro tra la
obiettiva complessità storica della realtà che essa studia e la storica comples-
sità della cultura che riflette su tale realtà. Essa non studia astrattamente una
realtà artificiale, ma è scienza storica e parte subiecti ed e parte objecti […] per
i legami di reciproco condizionamento che avvincono il significare alle vicen-
de storiche delle singole comunità umane» (De Mauro 1975: 231).
Una conseguenza teoricamente rilevante di questa impostazione, è la radi-
cale messa in discussione della distinzione posta del semiologo Charles Morris
fra sintassi, semantica e pragmatica. Per Morris «one may study the relations
of signs to the objects to which the signs are applicable […] the study of this
dimension will be called semantics»; a questa possibilità si aggiunge poi lo stu-
dio «of the relation of sigs to interpreters […] pragmatics» (Morris, p. 6). A
queste due possibilità di considerazione dei segni si aggiunge infine quella re-
lativa alla «formal relation of signs to one another» (Morris 1938: 6), che
prende il nome di «syntatics» (p. 7). Questa tripartizione deriva dalla nozione
di segno di Morris (che a sua svolta sviluppa da quella di Peirce 1). Infatti ogni
atto di semiosi, per Morris, implica tre fattori: «that which acts as a sign, that
which the sign refers to, and that effect on some interpreter in virtue of which
the thing in question is a sign to that interpreter» (p. 3). Già da questa formu-
lazione emerge il carattere del tutto ‘astratto’ della semiosi per Morris, che la

1
«A sign stands for something the idea which it produces, or modifies. Or, it is a vehicle
conveying into the mind something from without. That for which it stands is called its that which it
conveys, its meaning; and the idea to which it gives rise, its interpretant. The object of representation
can be nothing but a representation of which the first representation is the interpretant. But an end-
less series of representations, each representing the one behind it, may be conceived to have an
absolute object at its limit. The meaning of a representation can be nothing but a representation»
(Peirce, CP, 1.339).
Tullio De Mauro e la filosofia italiana del linguaggio 209

trasforma in una operazione essenzialmente mentale in cui qualcuno usa vo-


lontariamente un segno per indicare ad un altro un oggetto materiale in vista
di un qualche scopo. Per Morris, ad esempio, l’interprete di un atto di semiosi
non è altro che «l’abitudine [habit] of the organism to respond, because of
the sign vehicle, to absent objects which are relevant to a present problematic
situation as if they were present» (p. 31).
Quello che colpisce, di questa definizione, non è tanto il suo evidente ‘sa-
pore’ comportamentistico, quanto che di fatto Morris propone una teoria della
semiosi in cui non c’è posto per la variazione e la creatività. La semiosi diventa
qualcosa di meccanico, nel senso di prevedibile. In presenza di un segno l’in-
terprete, in realtà, non interpreta proprio nulla, perché reagisce in base all’habit
di risposte appreso per quel segno. Habit che si forma attraverso un processo
di addestramento. Per questa stessa impostazione è razionale, in particolare, se-
parare la relazione fra segno e «designatum» dall’effetto che questa indicazione
può avere sull’interprete del segno. De Mauro, invece, alla luce dell’idea fonda-
mentale della semantica come «scienza storica», connette strettamente seman-
tica e pragmatica, cioè significato e uso (De Mauro 1967). Il punto è che De
Mauro una lingua, in particolare, non è un «calcolo», cioè «un codice semio-
logico in cui i segni potenzialmente infiniti sono organizzabili in serie di sino-
nimi largamente o in toto calcolabili» (De Mauro 1982: 45). Il punto dirimen-
te è che un lingua, diversamente da un calcolo, è un sistema semiotico in cui
è massima «la disponibilità alla variazione delle forme» (p. 53), cioè alla «crea-
tività» intesa come «apertura, oscillazione del numero dei monemi e regole»
(ibidem). Dalla fondamentale diversità fra lingua e calcolo deriva da un lato:
la difficoltà di teorizzazioni formali del funzionamento dei linguaggi che mettano
da parte i soggetti utenti dei linguaggi stessi, [mentre dall’altro lato] nel caso dei
codici creativi l’appello ai soggetti, al fine dell’utilizzabilità dei segni e dell’insieme
dei codici deve essere in realtà continuo. La dimensione pragmatica assume una
funzione portante all’interno dei meccanismi di identificazione e differenziazione
formale dei segni del codice […] [e] tale dimensione, il moto degli utenti su tale
dimensione, va concepito con quella libertà richiesta da codici creativi (pp. 54-55).

De Mauro coglie un punto importante, che ancora una volta rimanda alle
origini della tradizione italiana della filosofia del linguaggio, il tema della di-
versità e della creatività come fattori costitutivi del fenomeno linguaggio, in
tutti i suoi aspetti. In questo senso una lingua non è un «calcolo». Ma questo
significa che la comprensione linguistica è una attività in cui si intrecciano ine-
stricabilmente semantica, sintassi e pragmatica. Al contrario per Chomsky, e
per la tradizione di ricerca che ha inaugurato, per descrivere l’attività lingui-
stica occorre adottare «una strategia divide et impera per scomporre il difficile
problema [del] linguaggio […] [in] tre parti […]: 1) un sistema computazio-
nale interno che costruisce espressioni strutturate gerarchicamente con inter-
210 Felice Cimatti

pretazioni sistematiche all’interfaccia con altri due sistemi esterni, ossia: 2) un


sistema sensomotorio per l’esternalizzazione […] e 3) un sistema concettuale,
[…] quello che informalmente si chiama “pensiero”» (Berwick, Chomsky
2016: 18). All’inizio c’è una sorta di motore sintattico (quello che il Chomsky
del progetto minimalista chiama operatore «merge», che forma nuove strut-
ture sintattiche a partire da preesistenti strutture sintattiche; p. 73). Una volta
‘prodotte’ queste strutture vuote vengono riempite di suoni da un lato (siste-
ma sensomotorio) e di significato dall’altro (sistema concettuale). La sintassi
è separata dalla semantica come dalla pragmatica (cioè appunto dall’uso ver-
bale delle strutture sintattiche). De Mauro ha sempre contestato questo modo
di considerare il linguaggio perché ha sempre visto nel problema della com-
prensione linguistica la caratteristica specifica del linguaggio. Il modello di
Chomsky, infatti, ‘funziona’ a condizione di considerare il linguaggio umano
affine, almeno in linea di principio, ad un «calcolo». Tuttavia, come abbiamo
visto, «dato un calcolo è possibile e necessario descrivere il suo funzionamen-
to in termini di pura relazione fra i segni, cioè in termini puramente sintattici,
indipendentemente dalla possibili saturazioni semantiche ed espressive e dalle
possibili destinazioni pragmatiche» (De Mauro 1982: 83). Ma questo è pro-
prio ciò che una lingua non è. Proprio perché la lingua non è calcolabile il
problema principale del linguaggio è quello della comprensione:
Dobbiamo aspettarci di trovarci dinanzi a una ricezione degli enunziati linguistici
assai diversa da come abitualmente la si è concepita. Diversamente da quanto av-
viene per i segni di segnaletiche, classificatorie, cifrazioni, calcoli, non possiamo
aspettarci una ricezione che dall’output esecutivo muova su binari e per tappe
obbligate verso il segno e di qui discenda al senso elaborato e trasmesso dal pro-
duttore come se esso fosse una stazione terminale ineludibile […]. Il movimento
della ricezione si sviluppa piuttosto in modo simile a chi saggia ed esplora gli ap-
pigli per salire su un albero o, in montagna, su una parete: scorgiamo e scegliamo
un appiglio o un appoggio, protendiamo una mano o un piede, saggiamo la sicu-
rezza di presa o di appoggio e, se possiamo fidarci, scegliamo e proviamo un se-
condo appiglio, poi un terzo, un quarto, […] sollevandoci. […] La non non-crea-
tività di ogni lingua, la sua indeterminatezza e variabilità può metterci e ci mette
di continuo dinanzi all’inatteso […] La forma del segno linguistico è siffatta dal
chiamare in causa, nel suo offrirsi a noi, l’intera capacità di intelligenza e di vita
di cui siamo dotati (De Mauro 1994: 58-61).

7. L’esito della filosofia del linguaggio di De Mauro, anche in questo filo-


sofo italiano del linguaggio, è e non poteva non essere civile. Il tema linguag-
gio è sempre intrecciato, da Dante a Pasolini, al tema politico di un popolo
senza stato, di un élite sempre a rischio dell’autoreferenzialità, di un potere al-
le prese con istanze vitali che teme e non riesce a controllare (Esposito 2002).
Ancora una volta c’è sullo sfondo la geografia storico-politica italiana, fatta di
numerose e sempre nuove differenze da un lato, e di difficili tentativi di uni-
Tullio De Mauro e la filosofia italiana del linguaggio 211

ficazione dall’altro. Il tema politico e civile non può essere nemmeno imposta-
to, per De Mauro, se non si parte dalla sua origine linguistica. Il linguaggio è
allo stesso tempo la condizione per questa ricchezza creativa e vitale (perché
«ogni parlante […] ha in sé il seme della variazione»; p. 148), come anche il
mezzo per regolarne l’intrinseco movimento centrifugo e conflittuale (perché
«dalla comprensione della natura stessa del nostro linguaggio e delle nostre
parole sorge un ammonimento di tolleranza, di rispetto, di sforzo di compren-
sione dell’alterità e diversità delle lingue come componenti costitutive del lin-
guaggio»; ibidem). Conflitto inevitabile, perché comprendere significa per
principio anche fraintendere, ma anche sempre di nuovo da evitare, proprio
perché comprendere significa provare a intendere quell’altro voleva dire. Così
la radice civile della filosofia italiana del linguaggio di De Mauro consiste
nell’abitare fino in fondo nella creatività del linguaggio – cioè «nella possibi-
lità di indefinita estensibilità del significato di ogni frase e di ogni parola oltre
i limiti già dati» (p. 146) – quindi nella sua radicale diversità, che è anche e al-
lo stesso tempo ricchezza di cambiamento possibile e quindi di storia. La que-
stione etica del linguaggio coincide con l’accettare fino in fondo la condizione
di essere un animale parlante:
Da una stessa radice rampollano da un lato le condizioni preliminari che consen-
tono alle comunità umane di porsi problemi di scelta morale e darsi regole di giu-
stizia, dall’altro quella pluralità di usi linguistici, quel pullulare di lingue e linguag-
gi che sempre più nel mondo della comunicazione e dell’interdipendenza pongo-
no nuovi, inattesi problemi ai popoli e agli individui. E la stessa e comune radice
è il linguaggio, è la nostra capacità umana di realizzare e capire enunziati serven-
dosi delle parole e delle frasi che ciascuna lingua ci mette a disposizione (p. 143).

Università della Calabria FELICE CIMATTI

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SAUSSURE, DE MAURO E TIMPANARO

1. De Mauro, Timpanaro e la linguistica

Tullio De Mauro e Sebastiano Timpanaro sono stati tra gli intellettuali ita-
liani più importanti della seconda metà del Novecento. Nonostante la notevo-
le differenza di carattere (gioviale e socievole il primo, schivo e riservato il se-
condo), avevano diversi punti in comune: anzitutto una vasta competenza an-
che in discipline distanti da quelle di cui erano specialisti; una prosa brillante
ed elegante, e allo stesso tempo del tutto priva di quelle fumisterie o volute
oscurità che caratterizzavano quella di molti loro colleghi; infine (e non è cer-
to il tratto meno significativo), un impegno politico e sociale profondamente
legato al loro lavoro culturale, tanto che si potrebbe dire che concepivano il
secondo in funzione del primo. In questo contributo, vorrei discutere un tema
sul quale i nostri due studiosi hanno espresso opinioni diverse e in parte con-
trastanti, cioè l’interpretazione e la valutazione di Saussure.
Si può cominciare da quanto De Mauro scriveva nel suo partecipato e
commosso ricordo di Timpanaro:
Con ciò ci avviamo a cogliere l’originalità più notevole della visione teorica che
Timpanaro ha del linguaggio: l’esigenza di razionalità scientifica non lo porta mai,
anzi!, a negare le componenti non razionalizzabili del suo oggetto di riflessio-
ne. […] Timpanaro appartiene ai non molti che parimenti sdegnano di farsi ne-
gatori delle componenti incalcolabili operanti nella realtà del linguaggio e delle
lingue e di farsi assertori di una teoria e pratica irrazionalistica dello studio lingui-
stico. […] A questa doppia ripulsa sono ispirati i ricorrenti dubbi di Timpanaro
su Saussure e, soprattutto, le aspre critiche che ha rivolto a Noam Chomsky e al
suo razionalismo e riduzionismo biologico […] (De Mauro 2003: 102-103).

Lasciando per ora da parte i giudizi di De Mauro e di Timpanaro su


Chomsky (sul quale ritornerò brevemente alla fine del presente lavoro), vorrei
216 Giorgio Graffi

soffermarmi in particolare sui «ricorrenti dubbi di Timpanaro su Saussure» a


cui allude De Mauro. Come vedremo, le opinioni dei due studiosi in merito a
Saussure, pur divergendo sotto vari punti di vista, sotto altri sono sostanzial-
mente concordi; analogamente, mentre in certi casi l’opinione di uno dei due
appare più adeguata, in altri si verifica il contrario. Come è ovvio, entrambe
le interpretazioni sono, almeno in parte, condizionate dalle concezioni filoso-
fiche ed epistemologiche generali dei due studiosi: in questa sede, ci sembra
superfluo esporre quelle di De Mauro, mentre può essere utile delineare sin-
teticamente quelle di Timpanaro. Ad esse sarà quindi dedicato il resto del
presente paragrafo; nel prossimo presenteremo le opinioni di Timpanaro e nel
§ 3 quelle di De Mauro su alcuni aspetti del pensiero di Saussure; nel § 4 con-
fronteremo le posizioni dei due studiosi e trarremo qualche conclusione.
Sebastiano Timpanaro (Parma, 1923-Firenze, 2000) non era né un filosofo
né un linguista, sia come formazione che come professione: non era infatti
professore universitario, ma lavorava alla redazione della Nuova Italia (con
una punta di civetteria, si definiva semplicemente “correttore di bozze”). Il
suo campo di studi era la filologia classica, in cui si era formato all’Università
di Firenze sotto la guida di Giorgio Pasquali e a cui continuò a dedicarsi fino
alla fine della sua vita (v. ad es. Timpanaro 2001). Della filologia classica co-
minciò però fin da giovane a studiare criticamente la storia, con vari studi re-
lativi in particolare all’Ottocento 1; il suo interesse per la cultura di questo se-
colo si estese poi alla storia delle idee in generale (cfr. Timpanaro 1965) e alla
storia della linguistica in particolare (cfr. i saggi raccolti in Timpanaro 2005);
De Mauro (2003: 95) scrive che i lavori di Timpanaro sulla linguistica dell’Ot-
tocento «segnano altrettante svolte nello stato degli studi di storia degli studi
linguistici» 2. Dal punto di vista filosofico, Timpanaro stesso si definiva un “di-
lettante” 3; in realtà, elaborò una posizione originale, in parte marxista (ideo-
logia a cui rimase sempre legato, anche per motivi politici: fu infatti per molto
tempo attivo nel PSI, poi nello PSIUP, e non rinnegò mai le sue posizioni
neppure negli ultimi anni), ma fondata su un materialismo che non si riduce-
va, esplicitamente, né al materialismo storico né al materialismo dialettico, ma
si richiamava piuttosto alle sue varianti sette-ottocentesche (D’Holbach e l’in-
tellettuale che forse più di tutti era caro al nostro filologo, ossia Leopardi) e,
in ultima analisi, addirittura a Epicuro. Queste posizioni lo portavano a pole-
mizzare esplicitamente con il tentativo, proprio di diverse correnti marxiste,

1
Per un elenco dei lavori di Timpanaro, e in particolare di quelli relativi alla storia della filolo-
gia, cfr. Feo (2003).
2
Anche uno dei maggiori esperti della linguistica italiana dell’Ottocento, D. Santamaria (2015:
XVII), osserva che i lavori di Timpanaro su Ascoli «hanno segnato una decisiva svolta» in materia.
3
Cfr., a questo proposito, De Liguori (2005: 109, n. 2). Il saggio di De Liguori mi pare molto
utile per inquadrare correttamente la figura del Timpanaro “filosofo”.
Saussure, De Mauro e Timpanaro 217

di ricondurre tutte le caratteristiche dell’uomo alla “storia”; nel suo libro più
sistematicamente dedicato a questi problemi (e significativamente intitolato
Sul materialismo: Timpanaro 1970 [1997]) così scriveva, tra l’altro:
La polemica storicistica contro l’«uomo in generale», giustissima finché nega che
siano proprie dell’umanità in generale certe caratteristiche storico-sociali come la
proprietà privata o la divisione in classi, diventa errata quando trascura il fatto che
l’uomo come essere biologico […] non è una costruzione astratta e nemmeno un
nostro antenato preistorico […]. […] Sostenere che, siccome il «biologico» ci si
presenta sempre mediato dal «sociale», il «biologico» è nulla e il «sociale» è tutto,
sarebbe, ancora una volta, un sofisma idealistico (Timpanaro 1970: 22 [1997: 18]).

In questa prospettiva decisamente “naturalistica”, le scienze (e in partico-


lare la biologia) hanno un ruolo fondamentale e non possono essere semplice-
mente ridotte ad ideologia, contrariamente a quanto varie scuole marxiste (e
in particolare quella di Francoforte, che è uno degli obiettivi polemici più fre-
quenti di Timpanaro) sostenevano:
L’interesse per la matematica o per la fisica o per la filologia, certo, non sorge se
non in un determinato ambiente sociale […]. Ma i risultati di verità obiettiva a cui
le scienze sono pervenute già nelle società presocialistiche […] non sono risolu-
bili in termini di ideologia schiavistica o feudale o borghese. Altrimenti cadrem-
mo davvero in uno storicismo deteriore, in una concezione relativistica della co-
noscenza e, in fin dei conti, nella negazione della realtà esterna e della sua cono-
scibilità (Timpanaro 1970: 25 [1997: 20]).

Una posizione di questo genere non significava però adottare una visione
“fissista”, “platonizzante” della natura umana, anche il cui studio è storico,
per quanto di una storicità diversa da quella culturale:
L’«uomo in generale», come noi l’intendiamo – che è, poi, tutt’uno con l’uomo
naturale – non è l’«uomo eterno»: tant’è vero che ha avuto un’origine e avrà una
fine (o una trasformazione per evoluzione darwiniana). Pur non essendo affatto
eterni, quegli aspetti sono però diuturni, cioè dotati, relativamente all’esistenza
della specie umana, di molto maggiore stabilità che i caratteri storico-sociali. […]
l’uomo come essere biologico è rimasto sostanzialmente invariato dagli inizi della
civiltà ad oggi […] (Timpanaro 1970: 30-31 [1997: 25]).

Il rifiuto di ogni visione platonizzante portava dunque Timpanaro a pole-


mizzare aspramente anche con un’altra corrente del marxismo novecentesco,
cioè quella (rappresentata soprattutto da Althusser e dai suoi seguaci) che mi-
rava ad una combinazione di marxismo, psicanalisi e strutturalismo:
Si deve riconoscere a questo orientamento il merito di respingere la riduzione del
marxismo a «storicismo» […], di sottolineare la necessità di studiare scientifica-
mente anche le discipline storiche e letterarie, e, infine, di voler connettere allo
studio dell’uomo storico lo studio dell’uomo naturale (donde l’interesse per la
218 Giorgio Graffi

psicologia, per l’antropologia e per quella formazione in qualche modo interme-


dia tra gli organismi naturali e le istituzioni sociali che è il linguaggio).
Senonché psicanalisi e strutturalismo, […] sono, d’altra parte, profondamente
permeati di ideologia antimaterialistica. […] Il fatto che linguisti di formazione
crociana o vossleriana polemizzino contro lo strutturalismo in nome dell’identifi-
cazione del linguaggio con l’arte, non toglie che lo strutturalismo faccia del «si-
stema» qualcosa di chiuso e di perfettamente coerente in sé, senza alcun interesse
per la sua genesi «dal basso» […]. A questo concetto davvero cuvieriano di «si-
stema» è inerente l’astoricità […] (Timpanaro 1970: 32-33 [1997: 26-27]).

Storicismo assoluto, da un lato, e strutturalismo, dall’altro, sono dunque i


due obiettivi polemici principali del Timpanaro filosofo ed epistemologo, in
quanto considerati entrambi fondamentalmente antimaterialisti, il primo per
il rifiuto di qualsiasi contributo delle scienze naturali alla comprensione del-
l’uomo, il secondo per la sua tendenza a ipostatizzare delle entità astratte e so-
stanzialmente astoriche.
I passi di Timpanaro appena citati sono tratti dal primo capitolo del suo
volume del 1970, già apparso come saggio autonomo sui «Quaderni piacenti-
ni» del 1966. Alle osservazioni critiche di Timpanaro sullo strutturalismo De
Mauro rispose in un numero di «La cultura» dell’anno successivo (De Mauro
1967). Timpanaro non aveva, in quel suo saggio, indicato nomi specifici di
studiosi strutturalisti; De Mauro, invece, nella sua risposta tendeva soprattutto
a sottolineare la peculiarità del pensiero di Saussure, sostanzialmente immune,
egli sosteneva, dalle accuse di “astoricità” e di “antimaterialismo” che Timpa-
naro sembrava ascrivere allo strutturalismo in blocco (compreso dunque il
maestro ginevrino). L’argomentazione di De Mauro è molto articolata: dap-
prima, egli riconosce che «vi è dunque più di un filo […] che lega lo struttu-
ralismo saussuriano alla cultura storicistica e idealistica del primo Romantici-
smo tedesco» e che «la reazione di Timpanaro allo strutturalismo non è dun-
que priva di sue giustificazioni storiche» (De Mauro 1967: 115). Poche righe
più sotto, De Mauro scriveva che «tuttavia […] ritenere giustificata la reazio-
ne di Timpanaro […] non comporta accettarla. Ad esempio, è difficile soste-
nere che, non dirò nello strutturalismo in blocco, ma in Saussure ed in saus-
suriani come Frei o Sommerfelt, sia assente l’interesse per la genesi del siste-
ma “dal basso”» (ibid.). La conclusione di De Mauro era la seguente:
Bisognerà dunque tornare ad esaminare se davvero «fare del sistema qualcosa di
chiuso», non avere «interesse per la sua genesi dal basso», «l’esasperazione del di-
stacco tra sincronia e diacronia» ecc. sono davvero «caratteri essenziali dello
strutturalismo». Certo, lo sono di una parte cospicua […]. Ma non di tutto, e non
di Saussure (De Mauro 1967: 116).

È proprio da queste osservazioni di De Mauro (oltre che da altre inviategli


da Giulio Lepschy in una lettera privata) che Timpanaro prende l’avvio per
Saussure, De Mauro e Timpanaro 219

una serrata polemica contro lo strutturalismo, linguistico e non linguistico4, e


«i suoi successori», tra cui viene collocato anche Chomsky; tale polemica co-
stituisce il quarto capitolo di Sul materialismo (cfr. Timpanaro 1970: 124
[1997: 105]). Timpanaro mostra anzitutto di condividere, almeno a grandi li-
nee, l’impostazione storicista di De Mauro, che invita a non trascurare l’inte-
resse di Saussure «per la “genesi dal basso” del sistema linguistico, per i rap-
porti tra lingua e realtà sociale» (ibid.). Timpanaro ritiene però che vada com-
piuta anche una ricerca analitica sulle caratteristiche essenziali dello struttu-
ralismo, prendendo come punto di partenza «ovviamente, Saussure» (Timpa-
naro 1970: 126; [1997: 107]). Ed è proprio all’analisi di Timpanaro sulla ge-
nesi e le caratteristiche del Cours saussuriano (Saussure 1922) che ci dediche-
remo nel prossimo paragrafo.

2. Timpanaro su Saussure

Volendo riassumere in pochissime parole l’interpretazione che Timpanaro


dà di Saussure, potremmo dire che egli non lo vede, a differenza della mag-
gioranza degli interpreti (De Mauro compreso) come un innovatore radicale,
ma piuttosto come l’autore di un compromesso tra due tendenze che si con-
trapponevano nella linguistica di fine Ottocento: la concezione “scientificiz-
zante”, generalizzante, propria dei Neogrammatici, e quella “storicizzante”,
individualizzante, caratteristica di Johannes Schmidt, e, soprattutto, di Hugo
Schuchardt:
Dopo l’Ottanta […], neogrammatici e seguaci dello Schmidt e dello Schuchardt
si dividono il campo. […]
È a questa situazione di crisi della linguistica tardo-ottocentesca che bisogna rife-
rirsi, credo, per comprendere certi tratti della dottrina di Saussure, a cominciare
dal suo impianto antinomico (langue-parole, sincronia-diacronia) […] d’accordo,
distinzione di «punti di vista», e non di «sostanze», ma non per questo […] pre-
sentata come meno inconciliabile […].
In un momento in cui la scientificità della linguistica è minacciata dalla sempre
maggiore e unilaterale insistenza sull’aspetto soggettivo dei fatti di lingua, Saus-
sure ritiene che tale scientificità possa essere salvata solo da un rigoroso separati-

4
La distinzione è importante: anzitutto, lo strutturalismo “non linguistico” (ossia antropologi-
co, letterario, ecc.) segue di qualche decennio quello linguistico, di cui costituisce, per usare ancora
una volta le parole di Timpanaro (1970: 164 [1997: 139]) «un successo “di ritorno”». Il giudizio di
Timpanaro sui due tipi di strutturalismo, per quanto sempre molto critico, è comunque ben diverso:
riferendosi infatti a Lévi-Strauss, Althusser, Foucault, Lacan, ecc., il nostro autore scrive che «non
siamo di fronte, come nello strutturalismo linguistico, a scienziati, magari discutibilissimi, magari rea-
zionari, ma dotati, nell’ambito della loro scienza, di un’indiscutibile probità intellettuale: siamo di
fronte a vecchie volpi letterate che, come ultimo e più raffinato giuoco, si sono messe a “giocare alla
scienza”» (Timpanaro 1970: 165 [1995: 39]).
220 Giorgio Graffi

smo […] si tratta di delimitare in partenza l’oggetto della «linguistica della lan-
gue», in modo che i fatti di parole vengano dichiarati, non già inesistenti, ma sem-
plicemente non pertinenti (Timpanaro 1970: 130-131 [1997: 110-111]).

Dunque, quella distinzione che molti degli studiosi posteriori, come ad es.
Hjelmslev (1943), qualificheranno come l’«essence absolue», la «thèse pri-
mordiale» del pensiero saussuriano, non sarebbe in realtà altro che uno stra-
tagemma per salvare lo statuto scientifico della linguistica, attribuendolo sol-
tanto ad una parte di essa. E lo stesso accade per un’altra fondamentale dico-
tomia saussuriana, quella tra sincronia e diacronia: «alla stessa esigenza “di-
fensiva” va ricondotta l’altra dicotomia saussuriana, tra sincronia e diacronia»
(Timpanaro 1970: 133 [1997: 113]). A parere di Timpanaro, questa ricostru-
zione della genesi delle dicotomie saussuriane in termini di “strategie difensi-
ve” non è soltanto «un’ipotesi», ma è confermata, tra l’altro, dal modo in cui
Saussure affronta i problemi intorno ai quali si era focalizzato il dibattito lin-
guistico di fine Ottocento, e in particolare quello dell’origine e della trasmis-
sione dei mutamenti linguistici. Per quanto riguarda il primo problema, Saus-
sure mostrerebbe notevoli incertezze in merito al fatto se tale origine sia indi-
viduale oppure sociale: a questo proposito, Timpanaro osserva, in disaccordo
con l’interpretazione di Godel (1957), secondo cui tali incertezze sono dovute
agli estensori degli appunti su cui è basato il Cours, che «l’oscillazione doveva
esserci nelle lezioni stesse del maestro, non nei fraintendimenti degli allievi»
(Timpanaro 1970: 135 [1997: 114-115]). Per quanto poi riguarda il carattere
più o meno “ineccepibile” dei mutamenti fonetici, Saussure salva la nozione
chiave dei Neogrammatici, cioè quella di “legge fonetica”, ma ne riduce dra-
sticamente la portata:
Saussure è anche d’accordo coi neogrammatici nel riconoscere, malgrado questo
inizio individuale del mutamento linguistico, l’ineccepibilità delle cosiddette leggi
fonetiche […] Ma Saussure aggiunge subito che chiamare «leggi» questi muta-
menti di suoni è del tutto erroneo, perché non si tratta che di eventi singoli […].
L’ineccepibilità del mutamento, appena riconosciuta, è svuotata di quella scien-
tificità che i neogrammatici erano così orgogliosi di attribuirle, e svuotata in modo
molto più radicale che ammettendo alcune eccezioni (Timpanaro 1970: 135-136
[1997: 115]).

Di fatto, dunque, Saussure sarebbe un neogrammatico che opera una sorta


di “ritirata strategica” dai territori più esposti e pericolosi (mi si perdoni l’in-
sistere su queste metafore belliche, ma mi sono suggerite dallo stesso Timpa-
naro, come si può vedere immediatamente): «la dimensione diacronica è, per
così dire, abbandonata al nemico. La rivincita della linguistica come scienza è
ottenuta altrove, sul terreno sincronico, di cui Saussure rivendica la preminen-
za […]» (Timpanaro 1970: 137 [1997: 116]). «Saussure rinunzia a riconqui-
stare alla scienza la dimensione diacronica: è sostanzialmente d’accordo con gli
Saussure, De Mauro e Timpanaro 221

“storicisti” nel considerare questo tentativo come inutile. Non è, invece, d’ac-
cordo con loro nel rinunciare alla scienza» (Timpanaro 1970: 139 [1997: 118]).
Fin qui, come si sarà notato, non c’è nulla nell’analisi di Timpanaro che
possa suggerire un’immagine di Saussure come “antimaterialistica”, “platoniz-
zante”; anzi, è lo stesso Timpanaro a negarlo: «dobbiamo, da ciò che abbiamo
esposto finora, affrettarci a concludere che il saussurismo è un’ideologia scien-
tistico-platonizzante? Sarebbe un grosso errore» (Timpanaro 1970: 139 [1997:
118]). Poco più avanti (id.: 140 [119]) il nostro autore osserva però che «an-
cora una volta bisogna riconoscere che parlando di platonismo, di antimate-
rialismo ecc. abbiamo commesso nei riguardi del pensiero saussuriano una
certa forzatura: abbiamo cioè messo in evidenza dei germi di tendenze che
nell’autentico Saussure sono ancora in larga misura neutralizzati da quello che
(con lode o con biasimo a seconda dei punti di vista) è stato chiamato il suo
positivismo». Questi “germi” sono comunque molto pericolosi, a giudicare da
quanto Timpanaro scrive qualche pagina più sopra:
Tra il saussurismo e gli sviluppi che ne daranno poi i praghesi e i danesi da un la-
to, e la linguistica più o meno idealistico-individualizzante che da Schuchardt va
fino a Vossler e ai crociani italiani, c’è dunque un comune orientamento antima-
terialistico, ma con un’inversione di valori. Mentre per un individualista-storicista
la spiritualità del linguaggio consiste proprio nell’individualità assoluta, nell’irri-
petibilità dell’espressione singola […], per Saussure e ancor più per i suoi conti-
nuatori la taccia di materialismo grava, al contrario, su una linguistica che dia il
primato al singolo atto di parole, il quale è una manifestazione materiale […] di
quel sistema di segni «ideali» che è la langue. Assistiamo (ci si passi l’espressione
un po’ rozza) a uno «scarica-barili antimaterialistico» tra un idealismo intuizioni-
stico e soggettivista […] e un idealismo matematico-platonizzante […]. In Saus-
sure […] questo atteggiamento «platonizzante» è ancora embrionale […]. Ma in-
dubbiamente comincia con lui, nella linguistica, quella querelle dell’astratto e del
concreto che, nei più vari campi, si svolgerà lungo tutta la cultura del Novecento
[…] (Timpanaro 1970: 133 [1997: 112]).

Quindi uno dei “germi” della successiva evoluzione formalistica e antima-


terialistica dello strutturalismo che sono già presenti in Saussure è la distinzio-
ne tra un livello astratto (la langue) e un livello concreto (la parole) all’interno
del linguaggio: a parere di Timpanaro, Saussure adotta «una concezione dua-
listica del fatto linguistico, per cui il polo parole e il polo “diacronia” appar-
tengono al mondo del divenire, […] mentre i poli langue e sincronia appar-
tengono al regno dell’essere, di cui soltanto può esserci vera scienza» (Timpa-
naro 1970: 139 [1997: 118]). Anche l’approccio sistemico di Saussure, espres-
so in modo particolare nelle pagine da lui dedicate alla natura del segno lin-
guistico inteso come ‘valore’ definito dai suoi rapporti con gli altri membri del
sistema, anziché da quelli con la realtà esterna, non trova il consenso di Tim-
panaro: «la tentazione […] a definire il segno solo in rapporto agli altri segni
222 Giorgio Graffi

che con esso formano sistema, è senza dubbio forte in Saussure […]» (Tim-
panaro 1970: 142 [1997: 120]). Le critiche alla concezione della lingua come
nomenclatura, per quanto in parte motivate, non possono, secondo Timpana-
ro, essere spinte all’estremo:
Che la lingua non sia riducibile a nomenclatura è del tutto giusto […]. Ma se in-
vece si vuol dire che la lingua non ha alcun aspetto nomenclatorio […], allora si
approda a due possibili risultati entrambi inaccettabili: o si fa della lingua un sy-
stème pour le système che non significa nulla e non serve a nulla, oppure si stabi-
lisce che quante sono le lingue, tante sono le concezioni del mondo […] (Timpa-
naro 1970: 144 [1997: 122]).

E a questo punto Timpanaro fa entrare in gioco le sue decise opzioni ma-


terialistiche:
Anche l’ammissione da noi fatta sopra, che il continuum dell’esperienza viene ri-
tagliato dalle diverse lingue in modi diversi, dev’essere sempre tenuta presente,
ma non può essere sopravvalutata a piacimento. […] Vi è un limite all’arbitrarietà
della classificazione a cui ciascuna lingua sottopone l’esperienza, e questo limite
è dato dalla struttura stessa fisio-psichica dell’uomo, dai suoi bisogni, dalle sue ri-
sposte a determinati stimoli, dalle sue attività conoscitivo-pratiche, che non sono
assolutamente diverse da popolo a popolo e non lo sono state nemmeno in tempi
remotissimi (Timpanaro 1970: 145 [1997: 123]).

In sintesi, dunque, Timpanaro, pur esplicitamente negando a Saussure la


qualifica di “formalista” o di “platonizzante”, trova nella sua opera almeno
due aspetti che hanno poi contribuito a caratterizzare nettamente in questo
senso lo strutturalismo successivo, tanto linguistico quanto non linguistico: il
rilievo dato all’astrazione e l’approccio sistemico. Saussure, quindi, nel suo
tentativo di salvare almeno in parte la “scientificità” della linguistica, sostenu-
ta dai neogrammatici e contestata da Schuchardt e dai linguisti neoidealisti,
avrebbe, forse involontariamente, fornito l’impulso allo sviluppo di tendenze
antimaterialistiche, “platonizzanti”. Prima di valutare la correttezza di queste
analisi storiche e di queste posizioni teoriche, è opportuno ritornare sull’ese-
gesi saussuriana operata da De Mauro, in particolare sui punti rilevati da Tim-
panaro.

3. De Mauro su Saussure

Nella sua ricostruzione del clima culturale in cui Saussure si era formato
ed aveva operato, e delle sue possibili influenze sul Cours, De Mauro, a diffe-
renza di Timpanaro, non fa cenno alla querelle sulle leggi fonetiche scatenatasi
tra i Neogrammatici da un lato e i linguisti alla Schuchardt dall’altro. Dedica
invece un certo spazio alla questione dei possibili “precursori” di Saussure,
Saussure, De Mauro e Timpanaro 223

come Hermann Paul, Georg von der Gabelentz, Franz Nikolaus Finck e Jan
Baudouin de Courtenay, e vari altri (cfr. De Mauro 1970: 347-355). Alcuni di
questi autori sono citati con ammirazione dallo stesso Saussure, nelle Notes
inédites pubblicate da Godel: si tratta di Paul e Baudouin de Courtenay, a cui
Saussure aggiunge Gaston Paris, Paul Meyer e Schuchardt tra i romanisti e
Mikolaj Kruszewski tra gli slavisti (cfr. Godel 1954: 66). Non sto qui a discu-
tere della fondatezza o meno del considerare questi o altri studiosi come au-
tentici precursori, se non addirittura autentiche fonti, delle idee abitualmente
attribuite a Saussure, limitandomi a rinviare alle pagine citate di De Mauro 5.
Particolarmente calzante ed efficace mi sembra comunque il modo in cui De
Mauro (1970: 355, n. 13) commenta l’intera questione: «da Crisippo a Finck,
nessuno di coloro che sono stati additati come precursori di S. ha goduto del-
la sequela di critiche e talora, di vere e proprie ingiurie, che hanno accompa-
gnato il CLG». Questo dato indiscutibile suggerisce quindi che il Cours saus-
suriano non sia stato percepito, all’epoca, come un tentativo di compromesso
tra le posizioni dei Neogrammatici e quelle di Schuchardt, o dei linguisti neoi-
dealisti, o degli esponenti della geografia linguistica, ma piuttosto come una
radicale rottura con la linguistica precedente 6.
Vediamo ora come De Mauro discute e interpreta la distinzione lan-
gue/parole, in una delle più lunghe e importanti delle sue note al testo saussu-
riano (la n. 65). Per De Mauro, la distinzione, che «ha evidente carattere dia-
lettico» (De Mauro 1970: 385) è una risposta al problema del riconoscimento
delle identità linguistiche e si collega al concetto di ‘valore’:
[…] l’identità tra le molteplici realizzazioni è possibile solo assumendo che esse
rappresentino lo stesso valore. […] Tali valori, non essendo determinati dalle fo-
nie o dalle significazioni, sono arbitrari sia dal punto di vista fonicoacustico sia dal
punto di vista logicopsicologico. Essi si delimitano reciprocamente: fanno cioè si-
stema (CLG 155 sgg.). E questo sistema di valori è qualcosa di diverso (dialetti-
camente e trascendentalmente) dalle realizzazioni foniche e significazionali dei
singoli atti di parole.
Varrà la pena di aggiungere subito che questo sistema di valori significanti e si-
gnificati è pertanto non già formato da materiali fonicoacustici o logicopsicologi-
ci, ma esso appunto conforma in determinate figure tali materiali: esso è, in que-
sto senso, forma (CLG 157). Tale forma è astratta dal punto di vista della concre-
tezza percettiva (ma S. ha difficoltà a dichiararla tale, dopo un secolo e mezzo di
esaltazione del concreto: infra n. 70); è concreta dal punto di vista della coscienza
dei parlanti, i quali ad essa si attengono nel parlare (CLG 144 sgg.). Ripetendo da
questi e solo da questi la sua validità, la lingua come forma (proprio in quanto ta-
le) è radicalmente sociale (CLG 112 sgg.). I suoi caratteri formali si apprezzano
soltanto in sincronia; ma poiché tali caratteri sono risultanti da accidenti di vario

5
Mi sia permesso anche un rimando a Graffi (2010: 216-219).
6
Sulla prima ricezione di Saussure, cfr. utilmente Venier (2016).
224 Giorgio Graffi

ordine prodottisi nel corso del tempo (CLG 113), la lingua come forma è altresì
radicalmente storica (ibid.) (De Mauro 1970: 386-387; i termini in corsivo sono
evidenziati nell’originale).

Al contrario di Timpanaro, De Mauro interpreta dunque la distinzione tra


langue e parole non come una “ritirata strategica” per salvare la scientificità di
una sola parte della linguistica (quella della langue), ma come un rapporto
dialettico in cui i due concetti sono entrambi necessari. Questo rapporto dia-
lettico si configura come un’opposizione astratto (langue) vs. concreto (paro-
le): ma l’astrazione è tanto reale quanto la concretezza, ed entrambe sono ne-
cessarie per spiegare l’effettivo funzionamento del linguaggio e della comuni-
cazione. Nella nota 70 del suo commento, a cui si rimanda nel passo appena
citato, De Mauro osserva che Saussure si colloca ancora in una tradizione fi-
losofica ed epistemologica (risalente almeno a Kant e a Hegel) in cui “astrat-
to” ha una connotazione negativa, e pertanto non adopera tale termine. Tut-
tavia, il linguista ginevrino di fatto «si iscrive agli esordi» del «movimento di
rivalutazione dell’“astratto”», che ha inizio, osserva De Mauro, tra gli altri con
Peirce e Mach (e Anton Marty). Quindi Saussure, «privo di validi riferimenti
epistemologici e d’una adeguata terminologia, è costretto da una parte a rico-
noscere il carattere non concreto, formale, e, dunque, astratto delle entità lin-
guistiche» (De Mauro 1970: 393), mentre dall’altra non può definirle tali, ma
«si spinge a dire che esse sono “spirituelles” […], pur non essendo affatto
uno spiritualista» (ibid.) 7. Inoltre, De Mauro sottolinea come la natura astratta
e formale della langue non la privi della sua storicità, ma anzi proprio su tale
storicità e contingenza sia fondata: “astratto” non significa quindi, nella pro-
spettiva di Saussure, “astorico”, ma addirittura il contrario.
De Mauro analizza la distinzione sincronia/diacronia in un’altra lunga no-
ta del suo commento, la n. 176. A suo parere, all’origine dei molti equivoci re-
lativi a tale distinzione, e delle conseguenti critiche a Saussure, sta un’incom-
prensione di fondo, ossia quella di averla interpretata come una distinzione in
re: «l’oggetto “lingua” ha una sincronia ed ha una diacronia, come il signor
Tale ha un cappello e un paio di guanti» (De Mauro 1970: 425). L’opposizio-
ne, invece, è da intendere come opposizione di punti di vista: «essa ha carat-
tere metodologico, riguarda il ricercatore e il suo objet […] e non l’insieme
delle cose di cui il ricercatore si occupa, la sua matière» (id.: 427; per la distin-
zione tra objet e matière in Saussure De Mauro rimanda alla n. 20 del suo
commento). De Mauro collega anche l’opposizione sincronia /diacronia al

7
Su questo punto, Timpanaro e De Mauro sono concordi: «lo “psichico” che Saussure con-
trappone al “fisiologico” non è ancora lo “spirituale” […]: egli ha cura di sottolineare che la sede
della langue è “nel cervello” dei parlanti (CLG 30); la langue è sopraindividuale in senso “sociale”,
non certo nel senso dell’Io romantico-idealistico e nemmeno in un senso propriamente platonico»
(Timpanaro 1970: 140 [1997: 119]).
Saussure, De Mauro e Timpanaro 225

concetto di valore e alla natura necessariamente storica di ogni sistema lingui-


stico, nella visione sausssuriana: «le due prospettive metodologiche, rigorosa
conseguenza della nozione di arbitrarietà del segno […] sono indispensabile
strumento d’una visione storica e positiva della realtà linguistica, e bene ha
fatto chi ha avvertito il loro valore innovativo» (De Mauro 1970: 428-429).
Anche questa opposizione, dunque, non sarebbe il mascheramento di una “ri-
tirata strategica”, ma l’individuazione di una coppia di concetti incomprensi-
bili l’uno senza l’altro 8.

4. De Mauro vs. Timpanaro

A quanto mi risulta, De Mauro non si espresse mai pubblicamente sull’in-


terpretazione di Saussure data da Timpanaro. Quest’ultimo, invece, ripubbli-
cava nel 1997 il suo lavoro del 1970 con pochissime modifiche (pur ricono-
scendo che «molto vi sarebbe oggi da aggiungere», Timpanaro 1997: XXIV).
Tra queste modifiche, una mi pare particolarmente significativa. Nella prima
edizione del suo scritto sullo strutturalismo e i suoi successori, egli riportava
testualmente il passo in cui De Mauro (1967: 116) descriveva «il Saussure che
si è prospettato qui» come «ben diverso dalla esangue larva che si è portata in
giro per l’Europa ad opera di molti antisassuriani e, anche, di moltissimi saus-
suriani», dimostrando sostanzialmente di condividerne il contenuto. Nella
nuova edizione, invece, aggiungeva, tra parentesi quadre: «su tale diversità c’è
tuttavia il rischio di qualche esagerazione» (Timpanaro 1997: 105). Timpana-
ro quindi insisteva maggiormente, rispetto al 1970, sul “formalismo” saussu-
riano rispetto allo “storicismo” che De Mauro vedeva invece come caratteriz-
zante il pensiero del maestro ginevrino («la lezione ultima di Saussure è quella
d’uno storicismo µετ’ἐπιστήµης »; De Mauro 1970: XXIII). Su questo specifico
aspetto ritorneremo più avanti. Ora occupiamoci della due diverse interpre-
tazioni della genesi del pensiero saussuriano.
Come si è visto nel paragrafo precedente, Saussure è innanzitutto mosso,
secondo Timpanaro, dalla preoccupazione di risolvere lo stato di crisi in cui
versava la linguistica di fine Ottocento, caratterizzata dall’opposizione tra lo

8
Timpanaro aveva invece insistito sul carattere di opposizione assoluta tra sincronia e diacro-
nia, come pure tra langue e parole, già in un saggio di qualche anno prima, in cui riconosceva a Gia-
como Devoto il merito di «superare, nella concretezza della ricostruzione storica, quelle antinomie
di individuale e collettivo, sincronia e diacronia, che il de Saussure aveva avuto il gran merito di met-
tere in luce, ma che si era compiaciuto di considerare come contrapposizioni assolute e insuperabili
più che come aspetti opposti di un’unica realtà» (Timpanaro 1963: 7). Osserviamo che, in questo
saggio, Timpanaro è molto meno critico nei confronti di Saussure rispetto a quanto lo sarà nel volu-
me del 1970: ad es. osserva che Saussure, pur chiamando spesso la lingua «un’istituzione sociale»,
era «ben consapevole di ciò che la distingue dalle altre istituzioni» (id.: 4).
226 Giorgio Graffi

“scientismo generalizzante” dei neogrammatici e lo “storicismo individualiz-


zante” dei linguisti come Schuchardt. In questa prospettiva, il dibattito sulle
leggi fonetiche ha un ruolo fondamentale: Saussure ridurrebbe di molto l’im-
portanza ed il significato di tali leggi, rispetto a quanto sostenuto dai loro pro-
pugnatori, cioè i Neogrammatici. De Mauro, dal canto suo, non affronta espli-
citamente il problema dei rapporti di Saussure con la linguistica del suo tem-
po, ma dalla sua esegesi emerge chiaramente un Saussure molto più originale
e innovativo, il cui punto di partenza, ma anche il cui scopo fondamentale, è
definire in che cosa consista una ‘identità linguistica’; e non mi pare privo di
significato che, nel suo commento, dedichi pochissimo spazio al paragrafo del
CLG (Saussure 1922: 129-134 [De Mauro 1970: 111-115]), intitolato «Legge
sincronica e legge diacronica».
In realtà, il dibattito sulla natura delle leggi fonetiche, che era divampato
dopo la pubblicazione del cosiddetto “manifesto dei Neogrammatici”
(Osthoff-Brugmann 1878), si era notevolmente affievolito già nel decennio
successivo. I Neogrammatici avevano ridotto di molto la portata del concetto
di legge fonetica: Hermann Paul (1879: 7) affermava che «una legge fonetica
ammette eccezioni altrettanto poco di una legge chimica o fisica», ma già l’an-
no successivo, nella prima edizione dei suoi Prinzipien der Sprachgeschichte,
scriveva 9:
Il concetto di ‘legge fonetica’ non va inteso nel senso in cui si parla di leggi in fi-
sica o in chimica, nel senso che avevo presente quando contrapponevo le scienze
nomotetiche alle scienze storiche. La legge fonetica non enuncia ciò che deve sem-
pre verificarsi sotto certe condizioni generali, bensì si limita a constatare la regolarità
all’interno di un gruppo di determinati fenomeni storici (Paul 1880: 55; evidenziato
nell’originale).

Il passo si ripete identico fino all’ultima edizione (1920) del libro di Paul,
con una sola differenza, tipografica: la frase evidenziata nella prima edizione
è invece ristampata in carattere normale nelle edizioni successive (1886, 1898,
1909, 1920). Forse questa differenza non è del tutto priva di significato: quella
che per Paul era un’affermazione di grande rilievo nel 1880, perché indicava
un deciso mutamento rispetto alle posizioni da lui assunte fino a poco tempo
prima, diventava quasi scontata già nel 1886, quanto il dibattito sulle leggi fo-
netiche, come si è detto, ormai accennava a spegnersi. È vero che solo un an-
no prima era uscito il pamphlet di Schuchardt sulle leggi fonetiche e contro i
neogrammatici (Schuchardt 1885), ma di fatto la questione era ormai supera-
ta. La situazione era ben riassunta qualche anno dopo da Meillet, che ribadiva
anzitutto la differenza essenziale delle leggi fonetiche da quelle delle scienze

Dove non diversamente indicato, le traduzioni da Paul sono mie. Sulle teorie linguistiche di
9

Paul mi sono soffermato in Graffi (1988; 1994).


Saussure, De Mauro e Timpanaro 227

naturali, con esplicito riferimento a Paul (anche se, curiosamente, non alla pri-
ma, ma alla seconda edizione dei Prinzipien):
La loi phonétique, dépendant de conditions multiples qui n’ont pas chance de se
reproduire jamais identiques à elles-mêmes, limitée par suite dans l’espace et dans
le temps, n’a de commun avec les lois physiques que le nom même de lois (V.
Paul, Prinzipien der Spraehgeschichte, 2 e édition, p. 60 et suiv.) (Meillet 1893: 312).

Alla pagina seguente Meillet ricordava poi come anche i linguisti come
Schuchardt non potevano fare a meno di ricorrere alle leggi fonetiche (ovvia-
mente, non interpretate come leggi naturali):
Quelques linguistes éminents, notamment M. Schuchardt, contestent que les lois
phonétiques aient cette absolue rigueur mais ce qu’ils n’admettent pas en princi-
pe, ils le reconnaissent en fait, puisque, comme l’a fait remarquer M.V. Henry, ils
ne manquent pas de s’en autoriser dans leurs démonstrations (Meillet 1893: 313).

Di fatto, Schuchardt stesso finiva con il riconoscere l’indispensabilità delle


leggi fonetiche, pur definendole «solo segnaletica per orientarci nel fitto bo-
sco» (Schuchardt 1917: 9) 10 e pur continuando ad accusare di “organicismo”
il modo in cui, a suo dire, esse venivano concepite dai Neogrammatici (cfr.
id.: n. 6). In sintesi, all’epoca (cioè l’ultimo decennio dell’Ottocento) in cui
Saussure cominciava a maturare le riflessioni che poi avrebbe esposto nei suoi
corsi di linguistica generale, la discussione sullo statuto delle leggi fonetiche
aveva perso molta importanza rispetto a quella che aveva avuto nel decennio
precedente: sembra dunque improbabile che le due dicotomie saussuriane
langue/parole e sincronia /diacronia fossero state elaborate per risolvere un
problema che, di fatto, era superato, o almeno era avvertito come tale.
Anche l’opposizione “generalizzante” vs. “individualizzante”, che caratte-
rizzerebbe i Neogrammatici da un lato rispetto a Schuchardt o linguisti neoi-
dealisti, va precisata. È infatti importante osservare che tanto “il maggior teo-
rico della scuola neogrammatica”, come spesso è definito, un po’ approssima-
tivamente, Hermann Paul, quanto Schuchardt, insistono sul carattere essen-
zialmente individuale del linguaggio. Il primo afferma che «ci sono tante lin-
gue quanti individui» (Paul 1910: 368); il secondo, nella sua recensione, os-
servava che «Saussure non è partito con il piede giusto, cioè con l’unica rap-
presentazione concreta 11 che si offre qui, quella della lingua individuale; la lin-
gua in generale [Gesamtsprache] è qualcosa di astratto, come l’anima in gene-

10
Qui e più avanti cito i passi di Schuchardt (1917) dalla traduzione di Venier (in c.s.).
11
Nota di Schuchardt (ibid.): «Nonostante si dica a p. 32 che la langue non è un oggetto di na-
tura meno concreta della parole: ci si riferisce però solo alle parti e non alle totalità. Non ci si può im-
maginare l’una senza l’altra (p. 24), ma solo insieme, come lingua individuale» (i riferimenti di Schu-
chardt sono alle pagine della prima edizione [1916] del Cours saussuriano).
228 Giorgio Graffi

rale [Gesamtseele] rispetto all’anima individuale» (Schuchardt 1917: 3). Il


concetto di Gesamtseele ricorda molto da vicino quello di Volkseele (‘anima
etnica’, o ‘mente etnica’, come preferirei tradurre), elaborato dallo psicologo
Wilhelm Wundt, autore tra l’altro anche di un imponente studio dedicato al
linguaggio (Wundt 1912), e contro cui Paul polemizzò accesamente sia nel
saggio appena citato, sia in numerose aggiunte e correzioni introdotte nella
quarta edizione (1909) dei suoi Prinzipien. Qui non entrerò nei dettagli di
questa polemica, né analizzerò il modo molto acuto con cui Paul (1910) argo-
menta che i «cinque problemi fondamentali della linguistica» (il modo in cui
l’attività linguistica si realizza; l’apprendimento del linguaggio; la diversifica-
zione delle lingue e dei dialetti; il mutamento delle lingue attraverso il tempo;
l’origine del linguaggio) possono e debbono essere affrontati e risolti solo in
termini di psicologia individuale (mi limito a rinviare a Graffi 1995). Natural-
mente, le impostazioni di Paul e di Schuchardt, benché entrambe fondate sul
primato dello studio dell’attività linguistica dell’individuo rispetto a quello del
funzionamento del linguaggio nella società, hanno fondamenti e scopi molto
diversi: quella di Paul è sostanzialmente positivistica, mentre quella di Schu-
chardt è decisamente storicistico-idealistica. Paul, inoltre, a partire dalla se-
conda edizione (1886) dei Prinzipien, discute, nell’introduzione al volume, i
problemi della classificazione delle scienze al fine di stabilire quale sia lo sta-
tuto della linguistica, sostenendo che la distinzione di base non è quella tra
“scienze della natura” e “scienze dello spirito”, ma tra scienze “nomotetiche”
(Gesetzeswissenschaften) e scienze storiche: queste nuova distinzione è moti-
vata dal fatto che la psicologia è una scienza dello spirito, ma è nomotetica,
non storica. La linguistica, secondo Paul, è fondata sulla psicologia, quindi su
una scienza nomotetica, ma ha per oggetto singoli fatti storici, quindi è, in de-
finitiva, una scienza storica su base nomotetica 12.
Timpanaro non fa cenno, nella sua ricostruzione della genesi del pensiero
saussuriano, a questo dibattito sulla classificazione delle scienze che caratte-
rizzò la cultura tedesca di fine Ottocento, pur dimostrando di conoscere ap-
profonditamente i Prinzipien di Paul, che cita più volte ed in modo pertinen-
te; della situazione delle scienze all’epoca fornisce invece questo quadro:
Alla fine dell’Ottocento […] si produce di nuovo una scissione tra «umano» e
«naturale», e, corrispettivamente, tra «storico» e «scientifico». Il nuovo storici-

12
Bühler (1934: 5) notava l’analogia tra questa classificazione di Paul e quella introdotta, pochi
anni dopo, da Wilhelm Windelband (1894) e ripresa dall’allievo di quest’ultimo, Heinrich Rickert,
tra scienze “nomotetiche” e scienze “idiografiche”. Il rapporto storico è innegabile: lo stesso Rickert
(1926: 25) riconosce che Paul è stato tra i primi ad avere colto la differenza tra i due tipi di scienze.
Tuttavia, come ho osservato in Graffi (1991: 61, n. 44), mentre l’opposizione tra i due tipi di scienze
è irriducibile secondo Windelband e Rickert, non lo è a parere di Paul, come dimostra appunto il
particolare statuto che egli assegna alla linguistica.
Saussure, De Mauro e Timpanaro 229

smo torna ad affermare con Hegel che non c’è vera storia se non dello spiri-
to […]: si carica, quindi, di irrazionalismo e intuizionismo. Nella cultura scienti-
fica, d’altra parte, il peso della biologia diminuisce fortemente a favore delle
scienze fisico-matematiche […]. Nella biologia stessa, l’evoluzionismo attraversa
un periodo di crisi, in seguito alla riscoperta delle leggi del Mendel e al sorgere
della genetica che, in un primo momento, sembra destinata a confutare e non a
rafforzare la teoria darwiniana (Timpanaro 1970: 138 [1997: 117]).

In questo quadro si colloca, a parere di Timpanaro, la «crisi della lingui-


stica storica». Ma a tale crisi (posto che fosse realmente avvertita come tale)
studiosi come Paul avevano trovato una soluzione. Certo, Saussure poteva es-
sere insoddisfatto di una tale soluzione, sia per quanto riguardava la natura,
individuale o sociale, da attribuire al linguaggio, sia il particolare statuto, sto-
rico su basi nomotetiche, assegnato alla linguistica. Gli elementi a nostra di-
sposizione, tuttavia, inducono a pensare che il suo problema di fondo non fos-
se quello di stabilire che tipo di scienza fosse la linguistica, ma piuttosto quali
fossero le entità con cui il linguista si trovava ad operare, problema, questo, di
fatto ignorato da Paul e dagli altri linguisti tra Otto- e Novecento.
Può essere interessante ritornare all’articolo di Meillet (1893) relativo alle
leggi del linguaggio, in cui, come si è visto, l’allievo francese di Saussure riba-
diva, sulle orme di Paul, che le leggi fonetiche non sono assimilabili alle leggi
fisiche. Il passo che abbiamo citato a proposito è abbastanza noto, ma spesso
si dimentica che il saggio di Meillet non contiene solo una pars destruens, ma
anche una pars construens; l’autore, infatti, va alla ricerca, se non di leggi, al-
meno di «tendenze» più generali alle quali ricondurre le “leggi fonetiche” del-
la linguistica storico-comparativa:
[…] les exemples qu’on vient de lire et d’autres faits connus font prévoir que les
lois actuellement dispersées pourront être rangées sous un petit nombre de chefs
et apparaîtront alors comme la manifestation de quelques grandes tendances qui
se font jour par des moyens appropriés à la nature des articulations auxquelles el-
les s’appliquent. Elles n’arrivent d’ordinaire pas à prévaloir entièrement par suite
de l’existence d’autres tendances qui viennent croiser leur action ; elles sont ainsi
plus malaisées à découvrir, mais elles n’en existent pas moins et doivent être re-
cherchées (Meillet 1893 : 316).

Ora, è curioso che nelle lettere di Saussure a Meillet (pubblicate in Ben-


veniste 1964), di questi problemi non si discuta: in particolare, nella più famo-
sa di queste lettere, quella del 4 gennaio 1894, quindi di poco successiva alla
pubblicazione dell’articolo di Meillet, Saussure non accenna minimamente al-
la questione, ma esprime piuttosto la sua insoddisfazione per la mancanza di
coscienza critica, da parte dei linguisti del suo tempo, relativamente alle loro
ricerche: «[…] je vois de plus en plus à la fois l’immensité du travail qu’il fau-
drait pour montrer au linguiste ce qu’il fait, en réduisant chaque opération à
230 Giorgio Graffi

sa catégorie prévue; et en même temps l’assez grande vanité de tout ce qu’on


peut faire finalement en linguistique» (Saussure in Benveniste 1964: 95; cor-
sivo nell’originale).
La pubblicazione degli inediti saussuriani (Saussure 2002; cito dall’edizio-
ne italiana curata da De Mauro, 2005), risalenti all’ultimo decennio dell’Otto-
cento (cfr. De Mauro in Saussure 2002 [trad. it.]: XVI) e scoperti nel 1996,
conferma l’impressione che Saussure si preoccupasse di dare uno statuto
scientifico alla linguistica non ritagliandone una parte (studio della langue e
sincronia) ed escludendone un’altra (parole e diacronia), bensì cercando di ri-
solvere in modo adeguato il problema di cosa costituisce un’entità linguistica:
«tutto il lavoro del linguista che vuole rendersi conto, metodicamente, dell’og-
getto che studia si riconduce all’operazione estremamente difficile e delicata
della definizione 13 delle unità» (Saussure 2002 [trad. it.]: 20). Cfr. anche il pas-
so seguente:
Le espressioni come categoria grammaticale, distinzione grammaticale, forma gram-
maticale, unità, diversità di forme grammaticali, sono altrettanti termini correnti a
cui noi siamo costretti a negare qualunque senso preciso. Che cos’è in effetti una
entità grammaticale? (Saussure 2002 [trad. it.]: 54).

Per andare alla ricerca delle identità, è dunque necessario distinguere la


parole dalla langue 14:
I fatti di parole, che, presi in sé, sono i soli certamente concreti, si vedono condan-
nati a non significare assolutamente niente se non per la loro identità o non iden-
tità. […] Dove esiste una composizione musicale? La questione è la stessa che
cercar di sapere dove esiste aka. Realmente questa composizione esiste solo quan-
do la si esegue, ma considerare questa esecuzione come la sua esistenza è falso. La
sua esistenza è l’identità delle esecuzioni (Saussure 2002 [trad. it.]: 28).

Da questo passo, come da altri, osserva De Mauro (in Saussure 2002 [trad.
it.]: XV), «sembra chiaro […] che Saussure abbia già pienamente maturato
l’accezione positiva di abstraction e abstrait».
Anche l’opposizione tra sincronia e diacronia (denominate in modo par-
zialmente diverso in Saussure 2002) non è quindi motivata dalla necessità di
distinguere un dominio “scientifico” da uno “non scientifico” della linguisti-
ca, ma da quella di non cadere in equivoci relativamente all’individuazione
delle entità linguistiche:

13
Nota di De Mauro: «il testo manoscritto e quindi ELG Engler recano délimitation» (De
Mauro abbrevia con ELG Engler la trascrizione diplomatica e l’edizione critica di F. de Saussure, De
l’essence double du langage, preparate da Rudolf Engler; cfr. Saussure 2002 [trad. it.]: VI).
14
Questo vale a livello concettuale, non terminologico: negli scritti saussuriani che stiamo esa-
minando, langue non ha ancora definitivamente assunto il valore tecnico che ha nel CLG (Saussure
1922).
Saussure, De Mauro e Timpanaro 231

[…] il senso può variare in una misura infinita senza che il sentimento dell’unità
del segno sia neanche vagamente colpito da questa variazione. […] Ma non sono
i fenomeni di questo tipo, supponendo sempre una successione di stati, che aiute-
ranno mai a capire ciò che è uno stato linguistico in se stesso o ciò che valgono i
termini che ne dipendono; ed è precisamente la commistione perpetua e disastro-
sa di ciò che è successivo o retrospettivo in ciò che è istantaneo o presente, diretto
o generale, che è l’oggetto dei nostri attacchi (Saussure 2002 [trad. it.]: 52; corsivi
nell’originale).

A conclusione di questa breve panoramica sulla situazione della linguistica


di fine Ottocento e del nostro excursus sul Saussure inedito, diremo dunque
che l’ipotesi di Timpanaro sulla genesi del pensiero del linguista ginevrino,
per quanto molto suggestiva, non pare reggere alla prova dei fatti e che è per-
ciò più attendibile l’esegesi di De Mauro, basata, fin dall’epoca del suo com-
mento al CLG, sull’idea che il ruolo centrale in tale genesi sia da assegnare al
problema dell’individuazione delle entità linguistiche. La soluzione di Saus-
sure a questo problema, tuttavia, ha come passaggio obbligato il ricorso all’a-
strazione (cfr. il passo di De Mauro da Saussure 2002 citato sopra) e all’ap-
proccio sistemico: ed è questo ricorso che Timpanaro, dal suo punto di vista,
non può accettare, perché vi individua il germe di quel “platonismo” che ca-
ratterizza, a suo parere, lo strutturalismo, e che egli, dal suo punto di vista di
“materialista volgare”, come ama spesso definirsi in polemica a chi dà a que-
sta espressione una connotazione negativa, respinge. Ritengo che i suoi «ricor-
renti dubbi su Saussure» cui alludeva De Mauro derivino proprio da questo
rifiuto dell’astrazione. Del resto, De Mauro, già nel suo intervento del 1967 in
risposta alla provocazione di Timpanaro sullo “strutturalismo idealista”, rico-
nosceva come l’approccio di Saussure al problema dell’individuazione delle
entità linguistiche significava una rottura con il positivismo di fine Ottocento
(che non è da identificare tout court con il materialismo “volgare”, ma è cer-
tamente più vicino a quest’ultimo nell’evitare il ricorso ai concetti astratti):
Chiedersi, come fa Saussure, che cos’è che di una entità linguistica fa un’entità
linguistica, che cosa ci consente di identificarla come tale, significa già porre una
domanda irritante per la mentalità positivistica […]. […] sostenere, infine, che in
ultima analisi l’identità d’una entità è nelle sue relazioni di distinzione e opposi-
zione con le altre entità coesistenti ad essa nella stessa lingua, significa, come
Saussure e Hjelmslev hanno luminosamente mostrato, che, in definitiva, la lingua
non è una “sostanza”, ma forma di sostanze, e ciò in coincidenza con quanto un
secolo prima aveva affermato Humboldt […] (De Mauro 1967: 114).

E infatti, come già osservato sopra, De Mauro ammetteva che la posizione


di Timpanaro non era priva di giustificazioni storiche. Tuttavia, in quello stes-
so intervento, De Mauro (1967: 116), dopo aver messo in rilievo l’interesse di
Saussure per la “genesi del basso” del sistema linguistico, citava un lungo pas-
232 Giorgio Graffi

so da Saussure (1922: 112), in cui si legge tra l’altro che «[…] ce qui nous
empêche de regarder la langue comme une simple convention, modifiable au
gré des intéressés, ce n’est pas cela ; c’est l’action du temps qui se combine
avec celle de la force sociale ; en dehors de la durée, la réalité linguistique n’est
pas complète et aucune conclusion n’est possible», e arrivava a trovare una
notevole vicinanza tra le posizioni dell’«autentico» Saussure e di Timpanaro:
«questa durée saussuriana non rassomiglia o non viene a coincidere con quegli
“aspetti”, di cui parla Timpanaro, che, “pur non essendo affatto eterni, quegli
aspetti sono però diuturni ”»? (De Mauro 1967: 116). A mio parere, questa
analogia è forzata: la durée di Saussure è un concetto tipicamente storico, men-
tre gli «aspetti diuturni» di cui parla Timpanaro, come si può rivedere dalla
citazione di quest’ultimo sopra, si contrappongono esplicitamente agli aspetti
storico-sociali. De Mauro aveva probabilmente ragione a definire Saussure uno
“storicista µετ’ἐπιστήµης ”, ma essere storicisti non significa necessariamente
essere materialisti, né il materialismo, nella visione di Timpanaro che abbiamo
sinteticamente esposto nel § 1 del presente lavoro, si identifica con lo storici-
smo. Ci sono dunque due punti fondamentali in cui le posizioni di De Mauro
e di Timpanaro rimangono molto distanti, se non inconciliabili: il ricorso all’a-
strazione e la concezione dello storicismo e del materialismo. Forse fu per que-
sta inconciliabilità, che l’avrebbe costretto inevitabilmente a polemizzare in
modo acceso con un altro studioso verso il quale nutriva profonda stima e, cre-
do, anche amicizia, che indusse De Mauro a non replicare pubblicamente alla
ricostruzione e alla critica del pensiero saussuriano operate da Timpanaro 15.
Nel presente lavoro ho svolto sostanzialmente un’analisi storica, per quan-
to riguarda sia la genesi del pensiero saussuriano secondo De Mauro da un la-
to e secondo Timpanaro dall’altro, sia il rapporto tra le visioni dello storici-
smo nei due studiosi. Vorrei però concludere col porre una questione teorica,
che naturalmente vale solo come spunto, dato che la sua trattazione merite-
rebbe un ben altro approfondimento. Tale questione può essere così formu-
lata: il ricorso a concetti astratti è compatibile con un’opzione materialistica
integrale, oppure no? Con ogni probabilità, De Mauro avrebbe risposto affer-
mativamente: come abbiamo più volte occasione di rilevare, il nostro linguista
vedeva la “rivalutazione dell’astratto” come un elemento essenziale della svol-
ta operata da Saussure nell’ambito della linguistica. E Timpanaro? Nel suo
saggio dedicato allo strutturalismo, riferendosi a Hjelmslev, così scriveva:
Non è in discussione, intendiamoci, il diritto all’astrazione: è in discussione – è
del resto è stata già ampiamente contestata all’interno dello strutturalismo stesso
– l’utilità di un livello di astrazione così alto ai fini dello studio delle lingue, la

15
Dico “pubblicamente” perché non so se i due studiosi abbiano discusso dell’argomento nella
loro corrispondenza privata. Forse chi è in possesso del loro carteggio potrà, prima o poi, informarci
su questo punto.
Saussure, De Mauro e Timpanaro 233

possibilità di un raccordo tra un momento teorico così iperuranio e il momento


empirico: per cui l’esigenza, formulata dallo stesso Hjelmslev, che la teoria sia
«appropriata», cioè capace di spiegare la realtà, rimane insoddisfatta (Timpanaro
1970: 151 [1997: 128]).

È probabilmente per questa diffidenza nei confronti dell’astrazione “trop-


po alta” che Timpanaro rivolgeva «aspre critiche» a Chomsky, come ricorda-
va De Mauro; non penso, invece, che esse siano dovute al «riduzionismo bio-
logico» dello stesso Chomsky, a differenza di quanto sosteneva De Mauro: ta-
le “riduzionismo” è infatti perfettamente compatibile con il “materialismo
volgare” di Timpanaro. Semmai, Timpanaro vedeva in Chomsky una carenza
di materialismo, dovuta, a suo parere, all’eredità cartesiana a cui il linguista
del MIT esplicitamente si richiamava:
Nemmeno si può credere di combattere efficacemente il biologismo, o un beha-
viorismo troppo rozzo e semplificatore, appellandosi a una metafisica arretrata,
come ha fatto un uomo che rimarrà comunque ammirevole per altezza intellettua-
le e morale, Noam Chomsky (Timpanaro 1997: XXXIV).

Diversa è quindi l’opinione di Timpanaro e De Mauro non solo su Saus-


sure, ma anche su Chomsky: ma su questo argomento si potrà tornare, even-
tualmente, in un’altra sede.

Università di Verona GIORGIO GRAFFI

BIBLIOGRAFIA

Benveniste, Emile, 1964. «Lettres de Ferdinand de Saussure à Antoine Meillet», in


Cahiers Ferdinand de Saussure, 21, pp. 93-130.
Bühler, Karl, 1934. Sprachtheorie, Jena, Fischer (trad. it. Roma, Armando, 1983).
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COSA PUÒ UN CORPO.
SPINOZA E L’EMBODIED COGNITION

Breve antefatto semi-privato

In un libro di quasi quaranta anni fa Tullio De Mauro esponeva una delle


tesi a lui più care:
“l’idea e l’ipotesi ultima che qui osiamo proporre è che da Aristotele [la] visione
della politicità del linguaggio e della sua scienza, attraverso i richiami diretti e le
mediazioni lucreziane, ciceroniane e umanistiche, siano passate a Vico e che Vico
(e dietro lui sta l’ombra grande di Dante) sia il punto di fuga in cui è giusto vede-
re unificarsi il gioco di riscontri e rapporti, non sempre altrimenti esplicabili, (…)
tra Gramsci, Ascoli e Leopardi, e tra questi e i tanto diversi per altri aspetti Croce
e Pagliaro” (De Mauro 1980: 23-4).

Ben consapevole del rischio che questa tesi potesse causare, se male inter-
pretata, un ripiegamento su sé stessi e una scarsa apertura alle nuove tendenze
della ricerca, soprattutto anglosassone – come è poi effettivamente accaduto
(cfr. Gambarara 1996; Cimatti 2015) – aggiungeva una precisazione che ritenia-
mo molto utile anche nel dibattito teorico odierno sulle scienze del linguaggio:
“certo, la linguistica italiana ha molto da imparare da tutti. Ma, come erede di
questa tradizione di studi e riflessioni, anzitutto può tanto meglio farlo, poiché es-
sa è inclusiva di potenti anticorpi contro la boria delle nazioni e delle scuole dot-
trinali; ed è spinta a farlo perché in questa sua tradizione è iscritta, con la visione
storica delle lingue, la consapevolezza della storicità, dunque della temporale mu-
tevolezza delle stesse prospettive di studio” (id.: 24).

A quei tempi De Mauro mi chiamava scherzosamente “un’accertata spe-


ranza dei nostri studi” – come scrisse in un’affettuosa dedica autografa nel re-
galarmi il suo aureo libretto Ai margini del linguaggio (1984). In realtà ero so-
238 Antonino Pennisi

lo uno dei tantissimi studenti affascinati e quasi travolti dalla potente perso-
nalità scientifica e umana di quell’inimitabile maestro di un’intera generazione
di giovani ricercatori. Così la sua tesi tanto ardita sulla specie-specificità della
linguistica italiana divenne la bussola dei miei primi passi nel complicato mon-
do della filosofia del linguaggio.
Questo apprendistato ho avuto la fortuna di svolgerlo nella bottega del
principale allievo di Tullio: il giovane Franco Lo Piparo, allora incaricato di
Linguistica generale presso l’Università di Catania. Alle sue lezioni ascoltavo,
tuttavia, le teorie chomskiane sulla ricorsività computazionale, le congetture
di Goldbach sui numeri primi, le equazioni di Fermat, il problema di non-
corrispondenza di Post, i teoremi limitativi di Kurt Gödel, l’epistemologia di
Gaston Bachelard, e su tanti altri interessanti mondi certamente lontani dalla
tradizione linguistica italiana e cognitivamente ciechi a qualsiasi idea di intrin-
seca politicità del linguaggio. Non ho mai dimenticato quegli anni e quegli in-
segnamenti. Mi fecero capire un principio che ho poi cercato di applicare nel
corso di tutta la mia vita: il miglior modo di onorare le teorie dei maestri è
quello di confutarle, di allontanarsi da esse, di esplorare altro, soprattutto di
non spegnere mai la curiosità per ciò che è diverso da noi e da ciò che ci han-
no insegnato. Magari per tornarci dopo.
Trascorso qualche anno, infatti, il corso di Linguistica Generale di Franco
Lo Piparo fu dedicato ad Antonio Gramsci. Parlava della disputa torinese tra
i neogrammatici e i neolinguisti, della formazione crociana del giovane “co-
munista”, del concetto di sostrato di Ascoli e Terracini, della nozione di ege-
monia linguistica, etc. Nei decenni che seguirono ci furono corsi e saggi dedi-
cati a Dante, Leopardi, Vico, la storia della lingua in Sicilia, Aristotele, Witt-
genstein e alla sua strana storia di incroci con le idee dei quaderni gramsciani.
Un nuovo capovolgimento di prospettive, un ritorno all’antico, o qualcosa
d’altro più contorto e difficile da capire?
Propendo per quest’ultima ipotesi. I grandi maestri ci infettano con alcu-
ne idee che tanto più ci danno fastidio quanto più sono vere. Allora cerchia-
mo di liberarcene dovendo dimostrare che possiamo farne a meno, che siamo
in grado di costruircene di proprie e di nuove. Talvolta questo avviene davve-
ro e determina la crescita reale, l’allargamento e l’espansione del punto di vi-
sta originario. Ma poi comprendiamo che odiavamo il luogo teorico di parten-
za perché era vero e capiamo che tornarci dopo un lungo viaggio può essere
redditizio, consolatorio e pacificatore.
Ho passato buona parte del mio viaggio quasi trentennale ad allontanarmi
non solo dalla ipotesi di una specifica tradizione italiana di studi sul linguag-
gio, ma anche dall’idea stessa della storia delle idee linguistiche. Ho cercato,
al contrario, di occuparmi della dimensione “sincronica” dei problemi. Utiliz-
zando l’armamentario teorico delle scienze cognitive, delle analisi empiriche
e sperimentali, e delle prospettive della moderna sintesi evoluzionista, ho cer-
Cosa può un corpo. Spinoza e l’Embodied Cognition 239

cato di capire come funziona la dimensione biologica del linguaggio e della


mente, come possiamo studiare le pratiche sociali in quanto pratiche etologi-
che e quali confini è legittimo o meno tracciare tra la fisiologia e la patologia
dei nostri comportamenti linguistico-cognitivi.
Al (momentaneo) termine di questo percorso non sono sbarcato, tuttavia,
nell’isola che mi aspettavo di dover raggiungere. Seppur arricchito da una
grande quantità di nuove conoscenze scientifiche, di un maggior livello di ri-
soluzione eidetica con cui si possono leggere i problemi teorici, mi sono ac-
corto, tuttavia, che le difficoltà più gravi delle scienze cognitive contempora-
nee sono le stesse di quelle che hanno incontrato nei loro percorsi esplorativi
i grandi pensatori del passato. E, quindi, che lo studio dei loro modi di risol-
verli potrebbe aiutarci oggi a sciogliere gli enigmi tuttora insoluti. Come dice-
va Tullio De Mauro, parafrasando, a sua volta, Vico, le nostre idee originarie
possono costituire dei “potenti anticorpi contro la boria delle nazioni e delle
scuole dottrinali”. Cosa particolarmente vera nel meraviglioso mondo delle
Scienze cognitive contemporanee, parimenti ricche di metodi di indagine, ri-
cerche sperimentali, ipotesi interpretative, ma anche di problemi clamorosa-
mente irrisolti, forse anche per la quasi totale assenza di consapevolezza sto-
rica delle proprie radici filosofiche. È questo e il caso di Baruch Spinoza e del-
l’Embodied Cognition che vorrei qui esporre.

1. Le origini del cerebrocentrismo

“Nessuno ha sinora determinato le capacità del corpo. L’esperienza non ha inse-


gnato a nessuno che cosa, per le leggi della natura considerata solo in quanto cor-
porea, il corpo possa e che cosa non possa, senza essere determinato dalla mente.
Nessuno, infatti, conosce sinora la struttura del corpo così esattamente da poter-
ne spiegare tutte le funzioni (…). Il che dimostra abbastanza che il corpo, per le
sole leggi della sua natura, può molte cose che suscitano la meraviglia della sua
mente” (B. Spinoza, Ethica Ordine Geometrico Demonstrata, 1677: 1321).

Il deficit teorico segnalato più di tre secoli fa da Baruch Spinoza domina


ancor oggi la filosofia della mente e le neuroscienze contemporanee. In parti-
colare quell’insieme di studi che è stato rubricato proprio sotto il nome di
“Embodied Cognition” (da ora EC) sembra esser sorto per dare una risposta
all’esigenza di definire le possibilità e i limiti della conoscenza corporea nel
contesto di una nuova teoria della mente. I diversi modi in cui esso ha riem-
pito e riempie tuttora di contenuti questa risposta non ha, tuttavia, dato vita
a esiti definitivi. Lo sfrangiarsi di questo ambito di studi in una serie di artico-
lazioni e sotto-articolazioni interne – le ormai famose 4E cognitions: embed-
ded, embodied, enacted, extended (Rowlands 2010: 51 e ss.) – spesso in con-
traddizione tra loro, dimostra come, almeno per il momento, il tema della co-
240 Antonino Pennisi

gnizione incarnata continui a restare più un comune sfondo di problemi sol-


lecitati dalla crisi del cerebrocentrismo delle prime scienze cognitive che un
insieme di soluzioni.
Le scienze cognitive nascono come reazione all’egemonia comportamen-
tista di metà Novecento. Nella celebre recensione al Verbal Behavior di Skin-
ner (1959), Chomsky affermò per la prima volta in linguistica l’idea che de-
scrivere i comportamenti e i modi di funzionamento del linguaggio non signi-
fica spiegarli. Più precisamente affermò l’idea che una teoria linguistica non
può spiegare il suo oggetto di studi attraverso la ricognizione e la registrazione
degli stimoli e delle risposte dei parlanti, ma che occorre:
“conoscere a fondo la struttura interna dell’organismo e i modi in cui elabora le
informazioni e organizza i suoi comportamenti (…): prodotto complicato di una
struttura innata, di un processo di maturazione geneticamente determinato e
dell’esperienza passata” (Chomsky 1959: 142-3).

La svolta cognitiva impressa, non solo alla linguistica ma a tutta la cultura


del Novecento, dall’omicidio del comportamentismo è uno di quei punti di
non ritorno che caratterizzano la storia della scienza. In questo certificato di
nascita delle scienze cognitive si trova già espressa, tuttavia, la contraddizione
fondamentale tra una filosofia internista e computazionalista della mente (la
black box che elabora le informazioni provenienti dall’esterno) e la natura bio-
logica ed evolutiva codificata attraverso la struttura filogenetica e realizzata
negli individui attraverso lo sviluppo ontogenetico.
Nell’ansia di liberarsi definitivamente dal comportamentismo, il paradig-
ma delle scienze cognitive ha finito, tuttavia, con l’approfondire più il primo
che il secondo obbiettivo del manifesto chomskiano. La ricerca della struttura
computazionale delle funzioni mentali ha attribuito un’importanza euristica
sempre maggiore al ruolo del cervello svalutando proporzionalmente il con-
tributo delle componenti sensomotorie dell’organismo vivente nella formazio-
ne dei processi cognitivi. Per Chomsky (2005: 10), ad es., il SM (“sensorimo-
tor system”) e il CI (“conceptual-intentional system”), cioè i correlati morfo-
logici e semantici del linguaggio, sono considerati semplici dispositivi di ester-
nalizzazione (“externalization device”), non specifici della GU e “language-
independent” (ib.). In una recente metafora egli li assimila a pure periferiche
di output: “come una stampante attaccata a un computer, più che come una
CPU del computer” (Berwick-Chomsky 2016: 35, cfr. anche 72 e 108).
Questa infelice metafora, che ritorna quasi cinquanta anni dopo la nascita
del paradigma mentalista, incarna plasticamente la vecchia e mai sopita ipotesi
dell’I.A. che aveva fatto dell’arbitrarietà dei simboli e della delegittimazione
teorica dei processi di instanziazione delle procedure software in un hardware
specifico i capisaldi del primo computazionalismo cognitivo. Per i sostenitori
dell’I.A. forte (Woods, Winograd, Marcus, Hirst e tanti altri) ad esempio, era-
Cosa può un corpo. Spinoza e l’Embodied Cognition 241

no ugualmente insignificanti la natura dei simboli usati, l’hardware che li ma-


nipola, il rapporto che collega i simboli alla loro interpretazione (Haugeland
1983: 10): il vero problema della simulazione dell’intelligenza stava nella strut-
tura del software, nelle regole di elaborazione sintattica dei simboli. Una vera
e propria riesumazione del modello di Turing:
“per capire il modello di Turing del cervello, era cruciale rendersi conto che esso
considerava la fisica e la chimica, incluse tutte le argomentazioni della meccanica
quantistica […], come essenzialmente irrilevanti. Dal suo punto di vista, la fisica e
la chimica erano rilevanti solo in quanto sostanziavano l’elemento che incorporava
‘stati’ discreti, ‘lettura’ e ‘scrittura’. Soltanto lo schema logico di questi ‘stati’ pote-
va essere realmente rilevante. L’affermazione era che qualsiasi cosa che un cervello
facesse, lo faceva in virtù della sua struttura in quanto sistema logico e non perché
fosse nella testa di una persona, o fosse un tessuto spugnoso costituito da un tipo
particolare di formazione biologica cellulare” (Hodges, in Haugeland 1983: 16).

Chomsky, ancor oggi, impone l’argomentazione artificialista all’interno di


una biolinguistica senza più alcun connotato naturalistico (cfr. Pennisi-Falzo-
ne 2016). I sistemi di esternalizzazione di apprendimento e produzione vocale
e quelli semantico-concettuali non hanno nulla a che vedere né con la defini-
zione funzionale di una struttura morfologica specie-specifica né con i proble-
mi di ricostruzione del quadro evolutivo. L’arbitrarismo computazionale si
sposa con i principi di qualunque sistema semiotico e non è in alcun modo
specie-specificamente connesso al linguaggio verbale: “l’esternalizzazione –
infatti – può essere apparentemente realizzata tramite qualsiasi modalità sen-
soriale – suono, segno, o tatto” (Berwick-Chomsky 2016: 15). Per es. – secon-
do Chomsky – l’arbitrarietà dei processi di esternalizzazione sembrerebbe ben
dimostrata dagli studi di lingua dei segni negli ultimi anni secondo cui:
“le proprietà strutturali delle lingue segnate e parlate sono molto simili. Inoltre,
l’acquisizione segue lo stesso corso in entrambi, e la localizzazione neurale sembra
essere simile. Ciò tende a rafforzare la conclusione che il linguaggio è ottimizzato
per il sistema di pensiero, e che la modalità di esternalizzazione sia secondaria”
(id.: 70-71).

Le posizioni di Chomsky appaiono estremizzate ma riflettono fedelmente,


in linguistica, l’orientamento cerebrocentrico generale di buona parte delle
neuroscienze computazionali: ovvero di un paradigma ancora assai vitale nelle
scienze cognitive contemporanee che vede nel cervello, e solo nel cervello, il
principio esplicativo delle capacità mentali di uomini, animali e macchine e
nel resto del corpo un principio esclusivamente esecutivo. Susan Hurley (2001)
esemplifica questa idea utilizzando la metafora del “modello a sandwich”: in
sostanza nei modelli cognitivisti tradizionali alla mente viene garantito il ruolo
“più alto” di elaboratore delle informazioni mentre alla percezione spetta l’in-
carico di trasportare gli input e all’azione viene assegnato il solo compito del-
242 Antonino Pennisi

l’esibizione, dell’output dalla mente al mondo. Lawrence Shapiro (2004: 165


e ss.) ha chiamato “separability thesis” l’ipotesi primaria delle neuroscienze
cognitive secondo cui “dalla conoscenza delle proprietà mentali è impossibile
predire le proprietà dei corpi. Quindi, una mente come quella umana può esi-
stere in corpi con proprietà molto diverse” (p. 167). Da qui a convalidare la
metafora del “cervello nella vasca” immaginata da Putnam (1981) per confu-
tare l’illusione cartesiana del sogno integrale della macchina il passo è breve.

1.1. Il ruolo dell’embodied cognition

Se qualcosa ha davvero dimostrato il paradigma dell’embodied cognition,


al di là di qualsiasi differenziazione interna, è che nessuna intelligenza naturale
può essere concepita come un cervello in una vasca, rappresentando, in tal
modo, un possente movimento di profonda trasformazione delle scienze co-
gnitive e della filosofia della mente. L’Embodied Cognition è stata la filosofia
della mente che più decisamente ha contrastato il cerebrocentrismo. I suoi
principi generali possono essere considerati acquisizioni permanenti del di-
battuto sulle nuove scienze cognitive. Se dovessimo sintetizzare questi “ganci
di non ritorno” potremmo dire che:
1) è impossibile concepire oggi una scienza cognitiva che non si occupi
delle strutture del corpo in cui i processi cognitivi si realizzano (Rowlands
2010; Shapiro 2011). Questo segna la fine definitiva del principio dualistico
dell’indipendenza del funzionamento del cervello dal sostrato fisico in cui è
instanziato (Hodges 1983:16);
2) a strutture corporee diverse corrispondono sistemi cognitivi diversi
(Shapiro 2004). E con ciò diventa strutturale il ruolo della comparazione eto-
logica dei sistemi cognitivi;
3) i processi cognitivi non sono limitati alle operazioni interne al cervello,
ma comprendono ampie strutture corporee e interazioni con l’ambiente
(Lakoff-Johnson 1999; Noë 2004; Clark 2008; Chemero 2009).
Al di là di questi meriti di fondo la prospettiva embodied si è tuttavia ben
presto polverizzata in differenti posizioni spesso estremizzanti, tanto che
Shaun Gallagher e Mark Rowlands hanno coniato il termine “4E cognitions”,
cioè: embedded, embodied, enacted, extended.
L’enattivismo (enacted cognition), ha esplorato in profondità le risorse
performative degli organismi biologici, la loro capacità di sviluppare attività,
a partire da quella motoria, attingendo anche a una prospettiva evoluzionista.
Secondo Alva Noë, ad es., “il vedere non è qualcosa che avviene dentro di
noi. Non è qualcosa che accade a noi o nei nostri cervelli. È piuttosto qualco-
sa che facciamo. Si tratta di un’attiva di esplorazione del mondo resa possibile
dalla nostra familiarità pratica con i modi in cui i nostri movimenti guidano e
modulano il nostro incontro sensoriale con il mondo” (Noë 2009: 645). Molti
Cosa può un corpo. Spinoza e l’Embodied Cognition 243

studi sui sistemi visivi, in particolare degli insetti, hanno dimostrato questa in-
tuizione. L’occhio della mosca, ad es., si è selezionato seguendo da vicino il
caratteristico moto zigzagante del suo volo grazie, probabilmente, alla strut-
tura di fotorecettori visivi capaci di fornire una risposta velocissima e diretta
al sistema nervoso (Hardie 2012; Hardie-Raghu 2001; Hardie-Juusola 2015).
Allo stesso modo anche gli altri repertori sensoriali, uditivi, olfattivi o tattili,
sarebbero causati “da configurazioni di interdipendenza sensorimotoria del
tutto diverse. (…) Le modalità sensoriali sono veri e propri stili di esplorazio-
ne del mondo” (Noë 2009: 65). La peculiarità della posizione enattivista è da-
ta dalla sua capacità di giungere alle formulazioni più radicali di una filosofia
della mente incarnata: quella, cioè, che propone brutalmente di considerare il
corpo e le sue attività sensomotorie come veri e propri vincoli dell’attività co-
gnitiva (Menary 2006).
Anche la teoria della mente incorporata (embodied) considera la cognizio-
ne come una funzione delle strutture biologiche. È possibile, quindi, come
cerca di dimostrare Shapiro (2004 e 2011), che una diversa strutturazione dei
corpi possa dar vita a intelligenze diverse. La presenza di determinati tratti
anatomici, ad es., o anche una loro grande o piccola differenza organizzativa
nella meccanica funzionale che può realizzare performances o comportamenti
vitali per la sopravvivenza o per la fitness degli organismi, è in grado di deter-
minare profondi adattamenti cognitivi, mentali e forse anche culturali. Persino
l’assenza, l’attenuazione o la perdita, di tratti geneticamente codificati può
condurre a dispositivi cognitivi del tutto nuovi e imprevisti (Carroll 2006; Fal-
zone 2014a, b; Pennisi-Falzone 2011).
Diverso è il caso dell’embedded cognition e dell’extended mind. In queste
due interpretazioni del paradigma della mente incarnata il corpo, più partico-
larmente la sua dimensione strettamente biologica, è meno direttamente coin-
volto. In particolare cambia l’oggetto di studio: non si cerca di capire com’è
fatta la “tecnologia corporea” (Pennisi 2013 a, b; 2014a, b: 161 e ss.; Pennisi-
Parisi 2013) che permette lo sviluppo di certe capacità cognitive, ma, semmai,
di capire come le tecnologie digitali sviluppate a partire da certe capacità co-
gnitive possano estendere i poteri del corpo. La mente è quindi “immersa”
(embedded) in un contesto ambientale in cui operano agenti fisici, ecologici,
culturali, unitamente a dispositivi digitali, che interagiscono tutti e coevolvono
con la coscienza individuale. Inoltre è “estesa” (extended) agli usi collettivi
che allargano ben al di là della dimensione culturale dei singoli individui le
potenzialità cognitive della mente umana (Rowlands 2003 e 2010; Sheldrake
2003; Knappett-Malafouris 2008; Clark 2008 e 2016; Menary 2010). Un caso
tipico può essere considerato quello della memoria a breve termine che è stata
fortemente condizionata dai progressi dell’informatica digitale determinando
una drastica diminuzione delle capacità individuali a fronte di uno smisurato
aumento di quelle collettive. Oppure dalle straordinarie prospettive aperte
244 Antonino Pennisi

nell’artificial life in connessione con il gigantesco e non più misurabile incre-


mento delle connessioni della rete globale.
Tutte queste declinazioni della mente incarnata, per quanto a volte incom-
parabili tra loro, hanno certamente contribuito ad intaccare, almeno sotto il
profilo ideologico, il cerebrocentrismo delle neuroscienze computazionali. Ri-
conosciuto questo merito, tuttavia, non si può ignorare che il dibattito della
filosofia della mente contemporanea ha anche rivelato la persistenza di alcuni
rilevanti problemi di fondo nel paradigma dell’Embodied Cognition.
Il primo è il potenziale pericolo di un ritorno ad epistemologie comporta-
mentiste. Per es. nelle tesi enattiviste più estreme come l’approccio dinamico
alla cognizione di Chemero (2009) o i modelli postartificialisti di R. Brooks
(1991 e 2002) questa tendenza si manifesta nell’ipotesi che l’autoorganizzazio-
ne di sistemi in interazione dinamica continua possa spiegare l’intero processo
cognitivo. Al cerebrocentrismo subentra un neoempirismo interazionale (non
conta come siamo fatti ma come interagiamo (una fine analisi critica di questo
punto l’ha formulata Aizawa 2014).
Il secondo pericolo è rappresentato dall’abbandono di qualsiasi forma di
rappresentazionalismo. La spiegazione dei processi cognitivi non presuppor-
rebbe, cioè, l’esistenza di stati interni di valore semantico (indipendentemente
da come sono realizzati e dalla specie-specificità delle instanziazioni). Gibson
(1977: 79), ad es., nega qualsiasi funzione cognitiva all’elaborazione simbolica,
attribuendo ai sistemi percettivi la capacità di cogliere le affordances diretta-
mente dagli oggetti in funzione delle possibilità motorie a essi associate. In
questo caso il cerebrocentrismo viene sostituito da una bizzarra forma di co-
gnitivismo percettivo.
Il terzo rilevante problema è quello che chiamerei l’“emozionalismo”, cioè
la tendenza a spiegare la corporeità come “cognizione debole” (“behavior co-
gnition” or “lower-level cognition” or “minimal cognition”: Calvo-Keijzer
2009; Chemero 2009; Stewart 2010; Di Paolo et al. 2010; Hutto-Myin 2013).
Non più il corpo contro la mente ma quelle parti del cervello che si occupano
delle funzioni superiori e calcolistiche contro quelle altre parti del corpo che
si occupano delle funzioni percettive, motorie ed emozionali. Molti si sono
spinti su questo terreno ben esplicitato negli affascinanti romanzi neurofilo-
sofici di Antonio Damasio (1994; 1999; 2003), Joseph LeDoux (1998, 2003) e
Marta Nussbaum (2001).
È certo che tutto questo insieme di problemi – e ce ne sono molti altri –
costituiscano un grosso prezzo da pagare per accettare la prospettiva dell’EC
nelle Scienze cognitive. Si tratterebbe di violare il principio su cui esse sono
nate: una teoria non ha lo scopo di descrivere i comportamenti per classificar-
ne le regole post hoc, ma testare modelli analitici per cercare di falsificarli at-
traverso la sperimentazione. Ne esce, insomma una dimensione assai indebo-
lita e non è un caso che Shaun Gallagher si spinge a chiedersi se, date queste
Cosa può un corpo. Spinoza e l’Embodied Cognition 245

premesse, possa ancora giustificarsi l’idea di una “scienza enattiva della men-
te” o se non fosse meglio chiamarla una “filosofia della natura” (Gallagher
2017: 21 e ss.; fonti: Cecilia Heyes; Godfrey-Smith 2001), cioè, una sorta di
“commento dell’immagine complessiva del mondo naturale (Godfrey-Smith
2001: 284) “un’attenta ridescrizione filosofica dell’immagine del mondo che
la scienza sembra offrire”. Per altri l’enattivismo resta una “concezione olistica
della cognizione” (Gallagher 2017: 21). È “una forma di naturalismo, che non
approva la definizione meccanicistica della natura” (id.: 23) o “una filosofia
non-riduzionista, ma ancora scientificamente impegnata, della natura” (Di
Paolo, Buhrmann, e Barandiaran 2017: 253).
È chiaro che ci troviamo, quindi, davanti a una situazione di forte indebo-
limento teorico, se non ad un vero e proprio pasticcio epistemologico. Come
scrive Aizawa:
“non si può sostenere che la cognizione sia incarnata ed estesa, osservando che il
comportamento è incarnato o esteso. E non si può dimostrare che tutte le cogni-
zioni non comportano rappresentazioni fornendo istanze di comportamenti che
non implicano la rappresentazione” (Aizawa 2014: 40).

1.2. Il bivio

Penso sia molto probabile che la principale causa delle reali o apparenti
contraddizioni e dei problemi presenti nella riflessione contemporanea sul-
l’EC dipenda da una ideologica confusione che regna sulla nozione di “cor-
po”. Dico una confusione ideologica perché, in realtà, una teoria della mente
incarnata non può neanche per un attimo omettere o dimenticare il fatto che
il cervello – a differenza della mente – è comunque un organo del corpo. Ciò
contro cui lotta, in realtà, l’Embodied Cognition è lo strapotere che viene con-
ferito dalle neuroscienze cognitive ad un organo corporeo (il cervello) sugli altri
organi corporei. Lotta, quindi, contro il fantasma del dualismo, di fatto ancora
serpeggiante o inespresso in alcune teorie neuroscientifiche mentaliste, ma,
per lo più, ormai ai margini di tutte le filosofie naturalistiche che si ispirano al
cognitivismo.
L’enattivismo, in particolare la sua componente più neo-fenomenologica,
sembra tuttavia restare imbrigliato nella stessa tela che vorrebbe contribuire
a dipanare. È soprattutto l’assenza di una precisa gerarchia dei livelli di perti-
nenza dell’analisi enattivistica, il ripensamento della mente secondo gli enac-
tivist interventions (Gallagher 2017), a produrre più dubbi che certezze.
Ogni volta che si affronta questo punto non si capisce più né di cosa è fat-
to un corpo né a chi appartiene il corpo del quale si parla.
Il cervello è una parte del corpo? Le proprietà percettive appartengono al
sistema nervoso? I muscoli, le ossa, i tessuti molli, hanno un posto nei proces-
si cognitivi? E poi di quale corpo stiamo parlando: quello di un animale socia-
246 Antonino Pennisi

le o quello di una specie solitaria: delle api o del polpo? di un cavallo, di un


bonobo, di un sapiens? Oppure del corpo di Shaun, di Mark, di Franco, di
Pietro? Quello del centometrista che corre come una freccia o del pensionato
che sta quasi sempre seduto. Il corpo di Kant o quello di un malato di Alzhei-
mer? Quello del bimbo iperdotato in matematica o quello di un bimbo colpi-
to da autismo? Quello di chi si serve di protesi o quello che usa strumenti che
estenderebbero la cognitività: uno smartphone, un notebook, etc.
Si potrebbe continuare all’infinito. Una prima distinzione essenziale credo
vada fatta subito: i corpi sono fenotipi altamente variabili. Il loro sviluppo,
l’ambiente culturale e naturale nel quale vivono accresce questa variabilità.
L’apprendimento e la cultura può portare all’estremo le differenze individuali
e collettive. Una cosa sola è certa: alla morte di questi individui tutte le diffe-
renze ambientali e culturali scompaiono nel nulla. Gli eredi di uno scrittore
nascono analfabeti e il figlio di un corridore potrebbe persino non imparare a
camminare. La mente di chi usa smartphone e tablet non darà luogo a menti
pre-cablate per la cultura digitale.
Argomentazioni di questo tipo sono utilizzate da Gallagher per definire i
limiti dell’ipotesi dell’extended mind. La chiama “Coupling-Constitution fal-
lacy” ed è generata da un’inferenza ingiustificata da una dipendenza causale
(dove i fattori fisici e ambientali svolgono un ruolo causale a sostegno dei pro-
cessi cognitivi) a una dipendenza costitutiva (dove si dice che tali fattori sono
effettivamente parte dei processi cognitivi). L’esempio di protesi artificiali del-
la “mente estesa” (smartphone, tablet, notebook) è perfettamente calzante:
questi strumenti sono la causa del potenziamento estensivo della mente uma-
na a sostegno dei processi cognitivi, ma non sono costitutivi di tali processi
(cfr. anche Aizawa 2010 e 2014).
Io proporrei di essere ancor più chiari. Proviamo ad azzerare tutti i fattori
che non saranno “ricaricati” nello sviluppo di un nuovo embrione. Cioè pro-
viamo ad azzerare tutte le componenti strutturali (cioè embriogenetiche) della
cognizione di un qualsiasi animale che viene al mondo. È chiaro che non par-
liamo del solo cervello: ma di tutto l’insieme dell’organismo corporeo. A que-
sto punto avremo un punto di partenza indiscutibile per definire cosa potreb-
be e cosa non potrebbe fare questo corpo.
Questo livello potrebbe essere individuato come il Korper husserliano: il
corpo-oggetto, l’insieme del sistema muscolo-scheletrico, dei tessuti connetti-
vi, del sistema nervoso, cardiovascolare, respiratorio, etc. che dall’esterno può
essere analizzato nella sua dimensione fisica, morfologica, biochimica, etc.
I corpi che vengono al mondo, tuttavia, esperiscono l’ambiente in modo
diverso e soggettivo. È il livello del Leib, del corpo soggetto, dell’obiect veçu
di Merleau Ponty e della tradizione fenomenologica. È qui che esplode il pro-
blema del livello di analisi a cui collocare la teoria del corpo e della performa-
tività, non facilmente risolubile come nel caso del Korper.
Cosa può un corpo. Spinoza e l’Embodied Cognition 247

Chiunque voglia approfondire la prospettiva dell’EC ma restando nell’am-


bito epistemologico delle Scienze cognitive non può lasciare irrisolto questo
problema. Dove si incontrano il Korper e il Leib? La struttura del corpo e il
suo esperire? Può la Scienza cognitiva individuare questo luogo della coinci-
denza o deve per forza dividersi tra l’universalità della biologia o della fisica e
la soggettività della psicologia o della filosofia? Se non ne fosse capace sareb-
be costretta a tornare al vecchio ordine epistemologico in cui discipline diver-
se cucinavano infinite ricette dualistiche di quello che dovrebbe essere l’og-
getto unico dell’analisi scientifica: la cognizione incarnata. Se, al contrario, do-
vesse riuscirci avrebbe finalmente esaurito la sua fase crisalidea e potrebbe in-
fine dedicarsi a comprendere a fondo il fenomeno unitario del funzionamento
cognitivo degli organismi viventi.

2. Cosa può un corpo?

Il titolo che ho scelto per questo capitolo finale è quello di un celebre li-
bro di Gilles Deleuze (2007) su Baruch Spinoza. Di questo importante lavoro,
la cui prospettiva filosofica non mi è del tutto congeniale, condivido tuttavia
due intuizioni fondamentali:
1) la centralità epistemologica della domanda che si pone Spinoza nella
sua Etica (“la problematica centrale della sua filosofia (…) la sua sola questio-
ne, è: cosa può un corpo? Noi che sproloquiamo sull’anima e sullo spirito non
sappiamo per niente cosa può un corpo” - Deleuze 2007: 55);
2) la definizione di quella stessa Etica come “Etologia” (“e se mi chiedo
qual è il senso della parola ‘etica’ e in cosa differisce dalla morale, rispondo:
l’etologia” - id.: 78).
Cercherò di chiarire in che modo siano collegati questi due argomenti in
relazione al tema che qui mi interessa, ovvero una rilettura spinoziana limita-
tamente alla prospettiva dell’EC sin ora descritta. D’altro canto non è certo
questo il luogo per ricostruire filologicamente l’intera filosofia della mente di
Spinoza, anche se si tratta di un’impresa che varrebbe la pena di intraprende-
re con pazienza e attenzione perché capace di riservarci sorprese che vanno,
forse, ben al di là di quelle rimarchevoli che ci ha già fatto osservare Damasio
(2003) in Looking for Spinoza Joy, Sorrow and the feeling Brain (cfr. anche
Cook 1991; Della Rocca 1996 e 2008; Ravven 2003a/b e 2014; Martin 2007;
Nadler 2008; Sangiacomo 2011; Pennisi 2016. Una rilettura complessiva di
Spinoza in chiave cognitivista in Pennisi 2017, in stampa).
Basterà in questa sede attenerci al programma fondamentale dell’Etica
spinoziana a cui si riferisce Deleuze e che abbiamo citato nell’epigrafe al §. 1:
determinare i limiti del corpo indipendentemente dai vincoli imposti dal no-
stro apparato mentale; ricostruire il rapporto fra la struttura dei corpi e le fun-
248 Antonino Pennisi

zioni che esso rende possibili; fissare il contesto naturale generale (universale)
entro il quale questi obbiettivi hanno un senso.
Notoriamente Spinoza è un critico del dualismo cartesiano e platonico.
Cerca, quindi, di trovare ed esaurire nel corpo il funzionamento dell’intera ca-
pacità mentale. Anche l’anima, secondo lui, non è libera ma “agisce secondo
certe leggi e quasi come un automa spirituale” (Op. 159). Non c’è una sostan-
ziale differenza strutturale tra l’anima di piante, animali e uomini, giacché
“nella materia esistono unicamente rapporti e azioni meccaniche” (Op. 579).
Contrariamente a quello che pensano teologi e filosofi, la tecnologia corporea,
per quanto straordinariamente complessa, è scientificamente spiegabile per
intero senza far ricorso ad enti soprannaturali. Tecnologia corporea e tecno-
logia mentale sono, d’altrocanto “una sola e medesima cosa che è concepita
ora sotto l’attributo del pensiero, ora sotto quello dell’estensione” (Op. 1321).
Il manifesto epistemologico spinoziano della mente come idea corporis è
tutto contenuto in questa doppia sfida: in termini noti alla filosofia moderna,
spiegare ciò che Husserl chiamerà il Korper, cioè il corpo come estensione, e
il Leib, cioè il corpo che patisce le “affezioni” che gli provengono dalle rela-
zioni col mondo esterno e col suo stesso esperire interno. Il tutto naturalmen-
te senza mai uscire da sé stesso o produrre specchi dualistici in cui duplicarsi
in un rimando infinito di immagini: “la mente non è mai stata senza corpo, né
il corpo senza mente” (Op. 315).

2.1. La pars destruens di questo arduo compito coincide con la decostru-


zione del mentalismo cartesiano, cioè delle argomentazioni di tutti coloro i
quali “sono fermamente persuasi che il corpo, al solo cenno della mente, ora si
muova ora si fermi, e compia moltissimi atti che dipendono dalla sola volontà
della mente e dalla sua arte di escogitare” (Op. 1321). I mentalisti (che oggi i
sostenitori dell’EC chiamerebbero – impropriamente – “cerebrocentrici”) de-
stituiscono il corpo di ogni capacità conoscitiva. Dicono, ad es., che “se la men-
te umana non fosse atta ad escogitare qualcosa il corpo sarebbe inerte (…);
che è soltanto in potere della mente tanto parlare che tacere, e fare molte altre
cose che perciò credono dipendere dalla decisione della mente” (ib.). Secondo
Spinoza, invece, accade l’esatto contrario: “se il corpo è inerte, la mente è nel-
lo stesso tempo incapace di pensare” (ib.), così come non si possono pronun-
ciare le parole se il cervello non riesce ad evocarle dalla memoria (Op. 1325).
Questo accade perché il cervello è un pezzo dello stesso corpo, della stes-
sa res extensa che i mentalisti considerano solo in quanto res cogitans. Non si
tratta, ovviamente, di un problema puramente nominale. Differentemente da
Cartesio, Spinoza pensa che anche la res cogitans è interamente spiegabile nei
termini della res extensa. Cioè nei termini di operazioni sensomotorie e cere-
brali interamente svolte dal corpo-cervello e realizzate in comportamenti co-
gnitivi misurabili. In ciò risiede una buona parte della sua modernità e della
Cosa può un corpo. Spinoza e l’Embodied Cognition 249

sua capacità di sfidare problemi tuttora irrisolti nelle scienze della mente. Co-
me scrive Thomas Cook nei termini della filosofia della mente contempora-
nea: “penso che Spinoza fosse impegnato nel dimostrare che esiste almeno
un’identità token-token tra qualsiasi stato fisico funzionalmente descritto e
uno stato descritto in termini fisici finemente strutturati” (1991: 86). Ciò sa-
rebbe possibile per Spinoza perché “l’ordine e la connessione delle idee sono
uguali all’ordine e alla connessione delle cose” (1667: 1229), in quanto corpi
e pensiero costituiscono una sostanza unica.
Naturalmente lo smantellamento del mentalismo cartesiano è nell’opera
di Spinoza organicamente strutturato e strategicamente organizzato. A questo
scopo dedica diverse opere: il Tractatus de Intellectus Emendatione (pubblica-
to nel 1677 ma scritto probabilmente tra il 1656 e il 1661); il Korte Verhande-
ling van God, de Mensch, en dezself Welstand (il Breve trattato su Dio, l’Uomo
e la sua fellicità, composto in latino nel 1661 e pubblicato in Nederlandese nel
1862); i Renati Des Cartes Principiorum Philosophiæ (pubblicati nel 1663 in
latino – l’unica opera pubblicata in vita da Spinoza) e i Cogitata Metaphysica
(pubblicati in Appendice al libro precedente sempre nel 1663).
Non c’è il tempo e lo spazio qui per occuparsene estesamente. Basta tut-
tavia ricordare come Spinoza non si limiti ad una generica confutazione filo-
sofico-teologica dei principi cartesiani ma imbastisca una serrata critica tecni-
ca alla spiegazione funzionale cartesiana della ghiandola pineale definita: “una
ipotesi più occulta di qualsiasi qualità occulta” (Op. 1555-7, ma cfr. anche
Op. 1279) che doveva per forza portare alla sconfitta senza appello della sfida
iatromeccanica di Cartesio:
“che cosa, di grazia, egli intende per unione della mente e del corpo? Qual con-
cetto chiaro e distinto egli ha, dico, di un pensiero unito strettamente con una
certa porzioncella dell’estensione? Vorrei proprio che egli avesse spiegato que-
st’unione per mezzo della sua causa prossima. Ma egli aveva concepito la mente
talmente distinta dal corpo che non ha potuto assegnare nessuna causa singolare
né di questa unione, né della stessa mente; ma gli è stato necessario ricorrere alla
causa di tutto l’Universo, cioè a Dio” (ib.).

2.2. Ma veniamo alla pars costruens. Per far convergere Korper e Leib, se-
condo Spinoza, occorre fondare una scienza specifica che si occupi dello stu-
dio approfondito della struttura fisica dei corpi e delle sue affezioni, distinta
nei suoi attributi estensivi e nei suoi modi affettivi. Questa “scienza intuitiva”
costituirà anche lo sfondo etico e politico di una più generale teologia natura-
listica espressa soprattutto nell’Ethica Ordine Geometrico Demonstrata del
1677, l’opera più importante di Spinoza.
Lo studio degli attributi corporei, quindi della struttura morfologica e
funzionale dei corpi, è concepita nei termini concettuali e categoriali di una
nuova scienza naturale, una filosofia della natura declinata nei termini di “una
250 Antonino Pennisi

prospettiva psicofisica funzionale sulle idee e le emozioni che, in ultima ana-


lisi, impone l’adozione di un diverso insieme di concetti e categorie per la
comprensione della mente tutti derivati dallo studio del corpo e delle sue in-
terazioni con altri oggetti fisici” (Cook 1991: 82). La realizzazione di questo
obbiettivo è affidata, nell’opera spinoziana, più ad una sorta di fisica dei corpi
che alla biologia per un duplice motivo. Il primo è che Spinoza, contrariamen-
te ad Aristotele, non era uno specialista di fisiologia umana e animale, come
molti altri filosofi del tempo. Il secondo è che egli era alla ricerca dei livelli più
semplici e universali di descrizione dei meccanismi naturali del corpo. Egli
trovò che il più elementare e generale livello di descrizione universalmente ap-
plicabile a tutti i fenomeni della vita biologica fosse l’alternanza del movimen-
to e della stasi. Affidare a principi così basici la fisica corporea gli permetteva
di escludere quasi totalmente l’intenzionalità, la volontà, e altre facoltà supe-
riori tipiche dell’armamentario mentalista cartesiano. Spiegare la costituzione
strutturale dei corpi come una dinamica quasi cieca tra atomi che si scontra-
no, si incontrano, deviano, si autoescludono o si incorporano, era una buona
piattaforma neutrale che non avrebbe ostacolato un rimpolpamento qualita-
tivo delle forme ultime della biologia corporea: ovvero della variazione feno-
tipica. Quest’ultima è sempre fortemente (a volte anche ossessivamente) pre-
sente negli esempi spinoziani: soprattutto in termini di comportamenti imma-
ginativi, errori, falsità, etc. Ma questa molteplicità variazionale viene sempre
“ridotta”, in ultima analisi, alle sue componenti fisiche basilari che ne permet-
tono la trattazione scientifica.
Lo studio delle affezioni e dei modi in cui si manifestano si riallaccia al
problema della variazione fenotipica. Damasio costruisce tutta la sua interpre-
tazione di Spinoza proprio sul primato delle affezioni, accostandolo agli studi
contemporanei sulle emozioni:
“il suo pensiero ha una grande rilevanza ai fini di qualsiasi descrizione delle emo-
zioni e dei sentimenti umani (…). Egli sembrava aver anticipato le soluzioni che
i ricercatori stanno proponendo oggi per alcuni di tali problemi. Era sorprenden-
te. (…) Spinoza aveva descritto un dispositivo funzionale che la scienza moderna
sta rivelando essere un dato di fatto: gli organismi viventi hanno la capacità di
reagire emozionalmente a oggetti ed eventi diversi” (2003: 19-23).

Per es, Spinoza aveva capito che le emozioni negative si combattono con-
trapponendo a queste altre emozioni indotte dal ragionamento e da uno sfor-
zo di autoconservazione. Le emozioni si dominano anche con le emozioni.
Spinoza aveva forse intuito il punto di congiunzione mente-corpo tanto bene
da poter mappare sentimenti in aree cerebrali. Secondo Damasio Spinoza ave-
va intuito i segreti del corpo-mente umano secondo le stesse linee che secoli
dopo percorreranno William James, Claude Bernard, Sigmund Freud e Char-
les Darwin (id.: 25).
Cosa può un corpo. Spinoza e l’Embodied Cognition 251

Le ipotesi di Damasio, come sempre, sono estremamente affascinanti ma


forse, in questo caso, eccentriche e persino riduttive rispetto al punto di messa
a fuoco della reale portata delle idee di Spinoza e al loro impatto nell’attuale
discussione sull’EC. Damasio scrive, d’altrocanto, abbastanza prima che le te-
matiche dell’EC diventassero centrali nel dibattito contemporaneo sulle scien-
ze cognitive. Agli inizi del XXI secolo contrapporre una scienza cognitiva del-
le emozioni ad una scienza cognitiva computazionale era del tutto legittimo e,
forse, anche un poco scontato. Oggi pochi mettono in discussione l’allarga-
mento del paradigma cognitivista e neuroscientifico allo studio morfologico e
funzionale sulle emozioni e, più in generale, ai networks neurocerebrali che
procedono dall’interno all’esterno del cervello. Ovvero dalle sue componenti
evolutivamente più remote (i gangli basali, il talamo, l’amigdala, il fornice,
etc.) che regolano le funzioni più primitive (tra cui il controllo emotivo) ai più
recenti lobi della corteccia cerebrale (in cui sono allocate le reti dell’elabora-
zione più tarda, dal linguaggio al controllo manuale, alle abilità “calcolistiche”
e sintattiche, etc.).
Come abbiamo visto nei precedenti capitoli, il confine sembra oggi spo-
stato sulla redifinizione o, addirittura, sulla rimozione (eliminativismo) dei
processi rappresentazionali e sulla eventuale possibilità di definire e descrivere
una gestione enattiva dei processi conoscitivi (che spiega tutto in termini di ri-
sorse performative degli organismi biologici, configurando l’assenza di un’ar-
chitettura computazionale della mente).
Ora nel caso di Spinoza assistiamo ad una soluzione inedita di questo ge-
nere di problemi. In termini moderni potremmo dire che la filosofia della
mente di Spinoza è certamente “enattivista” senza, tuttavia, rinunziare ad av-
valorare le risorse cognitive della rappresentazione nel quadro più generale di
una filosofia naturale di impianto etologico-evoluzionista. Nel suo radicale
monismo materialistico egli è certamente più vicino alla moderna Embodied
Cognition che non ai canoni del materialismo sei-settecentesco, da Hobbes alla
Iatromeccanica. Non solo la filosofia è “azione pensante, agire che fa tutt’uno
con l’idea che l’ha generato” (Sangiacomo 2010a:7), ma il pensiero stesso è
movimento che determina gioia (“più la mente agisce, più il sentimento è per-
fetto” - Op. 311), e persino Dio, nella sua visione, è coattivamente enattivo, è
pura azione: “fa ciò che fa e non può non farlo” (Op. 229). Il Dio-Natura di
Spinoza è performativamente creativo: anziché conservare le cose “piuttosto
le ricrea” (Op. 607): anche se non altera quantità e movimento alla materia, le
“aggiunge in un certo senso qualcosa di nuovo” (Op. 607). Ottiene tutto que-
sto attraverso il movimento dei corpi e le sue interazioni con gli altri corpi:
ibridandosi, corporificandosi, codificandosi e ricodificandosi (cfr. Pardi 2013).

2.3. D’altrocanto lo statuto dell’azione resta sempre vincolato alla struttura


dei corpi. Anche quando essa sembra libera e conforme o orientata ad accresce-
252 Antonino Pennisi

re la felicità umana, questo fine è sempre “subordinato a un altro fine, superiore


agli uomini, che li fa agire in certo modo perché sono parti della natura” (Op.
327). Di questo gli uomini non sono sempre consapevoli. L’immanenza del-
l’agire può seguire molteplici vie “di cui Dio non ha reso partecipe l’intelletto
umano, ma che se gliele svelasse, sarebbero naturali quanto le altre” (Op. 613).
L’enazione, conformemente alle ipotesi contemporanee, è, quindi, sempre
sottoposta ai vincoli della struttura corporea, anche se, fenomenologicamente,
può dar luogo ad un’ampia gamma di variazioni soggettive che si realizza nella
performatività affettiva (nel senso spinoziano del termine: reazione di un cor-
po affetto da percezioni provenienti da altri corpi). Questa estrema variabilità
dei soggetti, questa esposizione ai patemi delle affezioni percettive, sensoriali,
emozionali, all’esperire individuale dei corpi, ma anche di quelle connesse ai
processi più complessi come la pratica dei ragionamenti, la formazione delle
opinioni, i processi argomentativi, etc. avvengono sempre, tuttavia, attraverso
rappresentazioni sensibili e, negli umani, linguistiche.
Spinoza dedica moltissime pagine nella sua opera al tema della variabilità
dell’azione corporea degli affetti ed anche all’estrema volatilità del linguaggio
e delle opinioni. Per certi aspetti questo atteggiamento è molto comune in tutta
la cultura del Sei-Settecento. I temi dell’imperfezione della lingua, dell’abuso
delle parole, degli errori derivanti dal linguaggio, come pure il progressivo af-
fermarsi della problematica delle passioni e dell’immaginazione, oltre che nelle
formulazioni di Bacone, Hobbes e Locke, si possono rinvenire anche nelle roc-
caforti del cartesianesimo linguistico, nella stessa Logique di Port Royal, nella
quale non riesce a trovare adeguata collocazione il fenomeno del continuo pro-
liferare delle “idee accessorie” che impediscono l’individuazione di un nucleo
atomico significativamente stabile nel senso dei termini codificati dal gramma-
tico nell’Art de parler del Lamy. In Giambattista Vico, questa critica è accom-
pagnata, tuttavia, dalla consapevolezza che una filosofia del linguaggio “ras-
segnata” all’imperfezione strutturale della semantica possa definire una nuova
metafisica “commisurata alle debolezze del pensiero umano” (Vico 1710: 130).
Spinoza è molto vicino a queste posizioni vichiane. L’uomo è certamente
condannato al linguaggio come luogo dell’immaginazione che segue “altre leg-
gi completamente diverse dalle leggi dell’intelletto (…). Le parole (…) non so-
no altro che segni delle cose come esse sono nell’immaginazione, ma non co-
me sono nell’intelletto” (Op. 159). La stessa operazione linguistica per eccel-
lenza, cioè l’affermare o il negare, sono completamente immerse nella logica
dell’imperfezione: “noi affermiamo e neghiamo molte cose perché è la natura
delle parole ad ammettere quelle affermazioni e negazioni, non la natura delle
cose; perciò ignorando quest’ultima, facilmente prenderemo il falso per il ve-
ro” (id.: 161).
La differenza tra Spinoza e tutti gli altri filosofi del suo tempo, Vico com-
preso, sta proprio in quest’ultima affermazione. Non ha alcuna importanza se
Cosa può un corpo. Spinoza e l’Embodied Cognition 253

la natura delle parole è differente dalla natura delle cose: la vera sapienza è la
conoscenza scientifica: quella della struttura dei corpi che resta costante e in-
dipendente dalla volatilità degli affetti, delle passioni e del linguaggio. D’altro
canto negli umani non esistono altre possibilità espressive diverse dal linguag-
gio, mentre esistono capacità conoscitive superiori che ci avvicinano all’onni-
scienza naturale: la comprensione scientifica more geometrico dei corpi e delle
loro interazioni, una sorta di bio-fisica della tecnologia corporea.
Questa inedita filosofia del linguaggio resterà immutata nello sviluppo del
pensiero spinoziano. Così è nei Principi della filosofia di Cartesio (1663):
“in quale altro modo, chiedo, possiamo mostrare l’idea di qualcosa se non for-
nendone la sua definizione e spiegandone gli attributi? E giacché è quanto faccia-
mo circa l’idea di Dio, non è il caso di perder tempo con le parole degli uomini
che negano di avere un’idea di Dio solo perchè non possono formarsene un’im-
magine nel cervello” (Op. 415).

Nel Breve Trattato (1661):


“l’intendere è un puro patire, vale a dire una percezione nella mente dell’essenza
o esistenza delle cose, di modo che noi non affermiamo né neghiamo alcunché di
alcuna cosa, ma è la cosa stessa che di sé afferma o nega alcunché in noi. Molti si
rifiutano di accordarci questo, persuasi di poter affermare o negare di un oggetto
qualcosa di diverso rispetto alla coscienza stessa che hanno di tale oggetto: ma
questo deriva dal fatto che non fanno differenze tra il concetto che la mente ha di
una cosa, e le parole dalle quali è espressa” (Op. 295).

Dall’Etica (1677) in poi l’espressione “puro patire” (“een pure lydinge” -


Op. 294) – un percepire intriso di connotati puramente passivi – verrà abban-
donata a favore di una terminologia più attenta a sottolineare gli aspetti con-
nessi all’agire in una ridefinizione della stessa nozione di corpo e di potenza
corporea (Op. 1221).
In questa riorganizzazione del campo semantico del corpo – che avviene
soprattutto nel secondo Libro – la mente perde ogni indipendenza: non cono-
sce il corpo umano né sa che esiste se non attraverso le idee delle percezioni
o passioni da cui il corpo è affetto; non distingue adeguatamente le parti co-
stituenti del corpo umano; non sente in nessun modo l’esistenza dei corpi
esterni sino a quando e nella misura in cui il corpo umano non ne viene a con-
tatto; le stesse idee delle affezioni corporee, in quanto si riferiscono solo alla
mente, non sono chiare e distinte ma vaghe e confuse:
“dico esplicitamente che la mente non ha né di sé, né del suo corpo, né dei corpi
esterni, una conoscenza adeguata, ma solo una conoscenza confusa e mutilata tut-
te le volte che percepisce le cose secondo l’ordine comune della natura, cioè tutte
le volte che è determinata dall’esterno, cioè dal concorso fortuito delle cose, a
considerare questo o quello, e non già tutte le volte che è determinata dall’inter-
no, cioè dal fatto che considera più cose simultaneamente, a conoscere le loro
254 Antonino Pennisi

concordanze, le loro differenze e le loro opposizioni; tutte le volte, infatti, che es-
sa è disposta interiormente in questo o in quel modo, contempla allora le cose
chiaramente e distintamente” (Op. 1273).

La conoscenza puramente mentale è, innanzitutto, conoscenza linguistica


di per sé asettica e neutrale. Le parole usate sono immagini delle cose perce-
pite “secondo l’ordine comune della natura”, quindi nient’altro che “tracce la-
sciate nel cervello dal moto degli spiriti animali eccitato nei sensi dagli oggetti”
(Op. 531): una sensazione che porta solo ad affermazioni confuse così come le
idee puramente mentali (Op. 1259). Nel secondo libro dell’Etica vengono ru-
bricate come “conoscenza di primo genere, opinione e immaginazione” (Op.
1287). È molto importante, per Spinoza, distinguere tra queste conoscenze di
primo genere e i pensieri veri e propri. Non bisogna confondere la natura del
pensiero che “non implica affatto il concetto dell’estensione” con le parole
che restano “immagini delle cose che immaginiamo” (Op. 1305). L’idea, che
è un modo del pensiero, “non consiste né nell’immagine di qualche cosa, né in
parole. L’essenza delle parole e delle immagini, infatti, è costituita da semplici
movimenti corporei, che non implicano affatto il concetto del pensiero” (ib.).
Intendiamoci bene: non possiamo fare a meno delle parole. L’uomo (co-
me vedremo) è etologicamente condannato alla rappresentazione, ma lo scopo
della rappresentazione non è quella di attingere alla forma definitiva del pen-
siero unificato mente-corpo che coincide con l’assoluta conoscenza della
struttura dei corpi. Una cosa è il linguaggio come vincolo biologico – da cui
nulla potrà liberarci perché iscritto nella natura naturata – altra è la conoscen-
za scientifica dei corpi, quindi la coincidenza tra pensiero divino e pensiero
naturante. Aristotelicamente potremmo chiamarli atto e potenza, o, humbold-
tianamente, ergon ed energheia.

2.4. Spinoza, tuttavia, non è affatto, ed in alcun modo, e per fortuna, un


filosofo del linguaggio. Semmai un filosofo della scienza dei suoi tempi, o, in
termini contemporanei, un filosofo della mente. Come tale ribadisce il suo in-
teresse strumentale per lo strumento cognitivo con il quale siamo condannati
a ragionare – la rappresentazione in formato linguistico-proposizionale – ma
senza attribuirgli alcun valore di sostanza, suggerendo una strada ignorata dal-
l’attuale EC: “il mio proposito non è di spiegare il significato delle parole, ma la
natura delle cose e d’indicarle con quei vocaboli il cui significato usuale non si
allontana del tutto dal significato in cui li voglio usare” (Op. 1415). Una sem-
plice e straordinaria ricetta epistemologica lasciata in dono alle Scienze cogni-
tive del XXI secolo.
Resta, tuttavia, un ultimo rilevante problema che completa la pars co-
struens della epistemologia di Spinoza. Secondo Michael Della Rocca – uno
dei più acuti lettori della filosofia della mente del pensatore olandese – “per
Cosa può un corpo. Spinoza e l’Embodied Cognition 255

Spinoza, la rappresentazione di una cosa resta intimamente connessa all’essen-


za di quella cosa” (Della Rocca, 2008: 92)”. Se lo scopo finale della conoscen-
za non è percorrere a vuoto la stessa scala con cui cerchiamo di salirla, quindi
non è fermarsi alla rappresentazione, ma è comprendere a fondo “la natura
delle cose” – cioè i vincoli e le possibilità dei corpi – quale metodo dovrà se-
guire un filosofo per sollevarsi dalla soggettività delle loro percezioni e perve-
nire alla nudità della loro struttura, all’“essenza” di cui la rappresentazione è
contingenza?
Come abbiamo più volte ripetuto, una buona riformulazione del proble-
ma spinoziano è quella di leggerlo come il problema della convergenza tra
Korper e Leib, di fatto lo stesso problema che si trovano davanti (come abbia-
mo visto al §. 1.1-2) gli studiosi contemporanei dell’EC.
Da questo punto di vista non c’è dubbio che per Spinoza il Korper è com-
pletamente instanziato nella sua idea di corpo: “intendo per corpo un modo
che esprime in una maniera certa e determinata l’essenza di Dio, in quanto è
considerata come una cosa estesa”: il massimo dell’universalità biologica. Nel-
la Seconda Proposizione dell’Etica enuncia perentoriamente la rivoluzionaria
“naturalizzazione” dell’idea di Dio (che rese “eretico” l’anticreazionista Spi-
noza in tutti gli ambienti culturali del tempo consacrandolo, tuttavia, come
apripista del naturalismo filosofico moderno): “l’estensione è un attributo di
Dio, ossia Dio è cosa estesa” (Op. 1225).
Più specificamente studiare l’essenza di un corpo significa studiare ciò che
la caratterizza maggiormente sotto il profilo dell’estensione, studiarne la “spe-
cie-specificità”, diremmo in termini contemporanei:
“dico che appartiene all’essenza di una cosa ciò che, se è dato, la cosa è necessaria-
mente posta, e se è tolto, la cosa è necessariamente tolta; ovvero ciò senza di cui la
cosa non può né essere né essere concepita, e che, viceversa, senza la cosa, non
può né essere né essere concepito” (Op. 1221 - cors. mio).

La specie-specificità del Korper è facilmente individuabile: nella biologia


moderna indica quell’insieme di tratti genetici evolutivi e automaticamente
trasmissibili che si sono sviluppati in maniera casuale ma orientati dalla sele-
zione naturale (sintesi darwiniana moderna) e dalle leggi della forma e dello
sviluppo (Evo-Devo) sino a determinare una trasformazione del pool genico
talmente significativa da determinare la generazione di una nuova specie. So-
prattutto nell’Evo-Devo è esclusa da questa accezione qualsiasi riferimento al-
le funzioni: l’evoluzione misura la trasformazione continua (graduale nella
versione dell’ortodossia darwiniana, ma anche discontinua in talune ipotesi
della sintesi moderna come quella di J.S. Gould o Stuart Kauffman, e altri an-
cora) della struttura fisiologica, anatomica, morfologica, biologica in senso
stretto. Nel Korper non c’è posto per spiegazioni funzionali, nel senso che
non pertiene allo studio della corporeità “oggettiva” ipotizzare o speculare sul
256 Antonino Pennisi

rapporto fra strutture e funzioni. Forme e strutture della corporeità tendono


ad essere “universali”, ovvero mirano ad individuare ciò che caratterizza uni-
vocamente non un dato elemento ma tutti gli elementi di uno specifico rag-
gruppamento o, nei termini prettamente spinoziani che abbiamo appena cita-
to: “ciò senza di cui la cosa non può né essere né essere concepita, e che, vi-
ceversa, senza la cosa, non può né essere né essere concepito” (ib.).
Il Leib, come abbiamo visto, è invece il regno della soggettività: dei modi
di esperire comportamenti corporei, affetti, passioni, emozioni, opinioni, di-
scorsi, immagini: ciò che oggi studia una certa parte dell’EC, e in particolare
l’enattivismo, la neo-fenomenologia, il neo-esistenzialismo, come pure l’este-
tica patica, l’atmosferologia, la neo-estetica mediologica, ma anche la psicopa-
tologia, e, più in generale ciò che resta della psicologia pre-cognitiva. In que-
sto genere di dibattito si è assistito ad un tentativo di compromesso tra filoso-
fie naturalistiche e filosofie trascendentali. In molti rami di queste nuove pro-
spettive filosofiche si accetta, ad es., l’idea che i metodi di indagine sperimen-
tale possano essere proficuamente utilizzati in ricerche di tipo fenomenologi-
co (Gallagher-Zahavi 2008:48). Oppure che gli studi sulla coscienza possano
usare come supporto l’apparato tecnico delle scienze cognitive. Abbiamo vi-
sto nel §. 1.2 che gli esiti di questa prospettiva, soprattutto nell’ambito del-
l’EC, hanno finito col provocare una serie di contraddizioni a cascata: ritorni
al comportamentismo, confusioni fra strumenti e procedure della cognitività
(la cosidetta CC Fallacy) etc. Il motivo fondamentale che ostacola il raggiun-
gimento di una sorta di compromesso fra questi approcci e le scienze cogniti-
ve è l’incapacità di articolare una precisa scansione dei frames di pertinenza
dell’indagine cognitiva. Per es., è chiaro che se noi utilizziamo il principio ge-
nerale secondo cui “la coscienza è una condizione sine qua non, a priori del
fare scienza” (id.: 47) impediamo contemporaneamente una scienza della co-
scienza e una filosofia della scienza. Non che uno studio della coscienza non
possa rientrare nelle prospettive di una scienza cognitiva naturalisticamente
orientata, ma solo nel senso che questo tipo di indagine deve prevedere alme-
no di aver precedentemente sondato e saturato l’esplorazione comparativa si-
stematica della biologia degli stati fisiologici della coscienza: come nel fonda-
mentale Mind Time di Benjamin Libet (2007). Mind Time, invece, è un libro
divisivo nella neo-fenomenologia, anche se di recente Gallagher (2017: 139 e
ss.) ha ammesso l’importanza che questo genere di analisi possono svolgere
per il paradigma enattivista e neo-fenomenologico. Al di là, comunque, delle
singole critiche o dei consensi occasionali, è evidente che senza una preventiva
scrematura dei livelli di indagine e delle loro pertinenze è semplicemente im-
possibile rispondere alla malposta domanda “cosa è e cosa può fare un cor-
po”. Bisogna assolutamente apparecchiare una gerarchia procedurale degi ap-
procci e dei metodi per poter arrivare ad un qualunque risultato scientifica-
mente apprezzabile.
Cosa può un corpo. Spinoza e l’Embodied Cognition 257

2.5. Ciò che mi pare più rilevante nell’opera di Spinoza è l’aver finalmen-
te individuato il link corretto tra Korper e Leib, cioè, appunto, il livello perti-
nente a stimare cosa può un corpo, al di là di come noi soggettivamente lo
esperiamo o, anche, al di là di come lo descriviamo nei termini del nostro lin-
guaggio. Questo livello è il livello etologico, ed è orientato in una direzione
che, diremmo oggi, evoluzionista. Diversamente che nelle tradizioni della fi-
losofia della mente contemporanea, infatti, l’elemento soggettivo, o, in termini
biologici, la variazione fenotipica, non è adatto, secondo Spinoza, a spiegarci
la natura e le differenze tra i corpi: “la mente è tanto più atta a percepire più
cose adeguatamente quante più proprietà il suo corpo ha in comune con altri
corpi” (1677: 1283) e quanto più “vive tra individui che s’accordano con la
sua natura” (id.: 1541).
I corpi, pertanto, non possono che definirsi su base comparativa: la do-
manda giusta non è cosa può fare un corpo ma cosa un corpo non può fare
nell’ambito della sua estensionalità biologica, circoscrivendo, per eliminazio-
ne, l’ambito delle sua realizzabilità. Questa impossibilità, tuttavia, non ha a
che fare con la fenomenologia dei comportamenti individuali, culturali, tec-
nologici, sociali o ambientali: tutti ambiti caratterizzati dall’illimitatezza degli
usi o, comunque, dalla indeterminabilità delle funzioni, che hanno natura
comportamentale, storica (micro o macro-storia) e culturale.
Le relazioni pertinenti che i corpi hanno tra loro sono tutti di natura eto-
logica, cioè determinati non dalla storia ma dalla biologia delle interazioni. La
differenza consiste nel fatto che le interazioni biologiche permangono nono-
stante i cambiamenti che ne affettano le parti, mentre le altre sono destinate
ad un’esistenza effimera. Così tutto ciò che è acquisito nel corso dell’esistenza
individuale, e quindi è fugace e contingente, muore con lo stesso individuo
che lo ha “patito”. La stessa idea di cognizione non fa eccezione: possiamo di-
re di condividere una struttura cognitiva con tutti i i nostri conspecifici perché
nasciamo con la medesima struttura fisiologica trasmessa attraverso i tratti del
genotipo e le leggi dello sviluppo della forma. Tutto ciò che è appreso modella,
invece, i fenotipi e può adattare e modificare i comportamenti ambientali, fun-
zionali, culturali, mentali, ma smette di esistere con la fine del corpo. Lo studio
di queste eterne contingenze è naturalmente possibile per le discipline che vo-
gliono dedicarsi allo studio dei “prodotti” e non a quello delle “strutture” dei
corpi. In sostanza per tutto l’ambito scientifico che potremmo definire pre-co-
gnitivista, culturalista, de- o anti-naturalistico, nel senso panteistico spinoziano.
In questo contesto ciò che un corpo “non può fare” è strettamente deter-
minato dalla sua intrinseca costituzione specie-specifica, che, ovviamente de-
termina in modo altrettanto specifico la costituzione e le possibilità della sua
mente: “per determinare in che cosa la mente umana differisce dalle altre e in
che cosa è ad esse superiore, ci è necessario (…) conoscere la natura del suo
oggetto, cioè la natura del corpo umano” (1677: 1242-3).
258 Antonino Pennisi

A questo schema nulla fa eccezione. La percezione, ad es.:


“la mente umana deve percepire tutto ciò che accade nel corpo umano. Dunque
la mente umana è atta a percepire moltissime cose, ed è tanto più atta, quanto più
atto è il corpo umano” (1677: 1253).

Più in generale vale la regola che:


“le idee che abbiamo dei corpi esterni indicano più la costituzione del nostro cor-
po che la natura dei corpi esterni” (1677: 1255).
“l’idea di tutto ciò che accresce o diminuisce, asseconda od ostacola la potenza
d’agire del nostro corpo, accresce o diminuisce, asseconda od ostacola la potenza
di pensare della nostra mente” (1677: 1333).

La distinzione tra una mente umana da una mente animale, inoltre, non è
di natura ontologica ma evolutiva: una diversa gradazione di complessità e
specificità che caratterizza il corpo umano rispetto a quello animale (cfr. Ja-
qeut 2004; Sangiacomo 2010b):
“gli affetti degli animali (…) differiscono tanto dagli affetti degli uomini, quanto la
loro natura differisce dalla natura umana. Il cavallo e l’uomo sono, certo, ambedue
trascinati dalla libidine di procreare; ma quello da una libidine equina, questi, in-
vece, da una libidine umana. Così pure le libidini e gli appetiti degli insetti, dei pe-
sci e degli uccelli devono essere diversi gli uni dagli altri. Benché, dunque, ciascun
individuo viva contento della natura di cui è formato e ne goda, tuttavia tale vita
di cui ciascuno è contento e tale gaudio non sono altro che l’idea o l’anima di
questo individuo, e perciò il gaudio dell’uno differisce tanto dal gaudio dell’altro,
quanto l’essenza dell’uno differisce dall’essenza dell’altro” (1677: 1401).
“quando dico che uno passa da una perfezione minore ad una perfezione maggio-
re, e viceversa, non intendo dire che costui si muti da un’essenza o forma in un’al-
tra, giacché il cavallo, per esempio, si distrugge tanto se si muta in un uomo,
quanto se si muta in un insetto; ma intendo dire che noi pensiamo che la potenza
d’agire di tale individuo, in quanto è intesa come la sua natura [specie-specifica],
aumenta o diminuisce” (1677: 1437).
“nessuna cosa singola (…) si può dire più perfetta di un’altra perché ha perseve-
rato nell’esistenza per un tempo più lungo, giacché la durata delle cose non si può
determinare dalla loro essenza; l’essenza delle cose, infatti, non implica alcun tem-
po certo e determinato di esistenza; ma qualunque cosa, sia più o meno perfetta,
potrà sempre perseverare nell’esistenza con la medesima forza con cui incomincia
ad esistere, sicché, in questo, tutte sono uguali” (1677: 1437).

È ovvio che queste anticipazioni evoluzioniste di Spinoza non autorizzano


in alcun modo a parlare di lui come un reale precursore di idee moderne. Ma,
nel senso tramandatoci da Tullio De Mauro più di mezzo secolo fa, questa ri-
costruzione ancora del tutto sommaria, della sua soluzione a quelli che oggi
vediamo annoverarsi tra i problemi filosofici più spinosi dell’EC e delle Scien-
Cosa può un corpo. Spinoza e l’Embodied Cognition 259

ze cognitive nel suo insieme, può forse servire più dell’ennesima ricostruzione
filologica della sua opera.
In realtà la soluzione spinoziana va anche oltre, permettendo di intravede-
re come è possibile superare l’impasse dell’EC in relazione al suo statuto epi-
stemologico di filosofia o scienza della natura, e di permettere il suo rientro
senza residui nei ranghi delle Scienze Cognitive, o meglio, la sua armonizza-
zione in un nuovo paradigma di Scienza Cognitiva biologicamente ed evolu-
tivamente orientata. La risposta spinoziana alla domanda “cosa può un cor-
po” permette anche di sanare le confusioni che si sono sommate in filosofia,
e in particolare nella filosofia della mente, in relazione alla pertinenza delle ac-
cezioni del termine “corpo”, specificando a quale livello può porsi un’acce-
zione ancora interna al paradigma cognitivista e a quali altri livelli può essere
applicata uscendo fuori da questo paradigma. Il fatto è che Spinoza è uno dei
pochi filosofi ad avere intravisto un preciso e decisivo nesso che per ora sfug-
ge contemporaneamente alla filosofia della mente e alle neuroscienze cogniti-
vo-computazionali: lo stretto nesso tra corpo come oggetto e corpo come sog-
getto, corpo fisico e corpo che esperisce, introducendovi il ruolo della cogni-
zione etologicamente intesa. Concludo sintetizzando nello schema che segue
questa tentativo di ridefinizione. Chiamo qui questo schema la core knowledge
di una Embodied Naturalistic Cognition:

Università di Messina ANTONINO PENNISI


Dipartimento di Scienze Cognitive
260 Antonino Pennisi

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Come è noto, la Storia linguistica dell’Italia unita si apre con un’osserva-


zione critica sull’idea che la stretta corrispondenza di lingua e nazionalità de-
rivi dal Romanticismo tedesco. De Mauro dimostra che quest’idea, dirompen-
te sotto il profilo politico, è molto più antica del suo “anno di nascita” presun-
to, e cioè di quel 1813 in cui si collocano le operazioni militari antinapoleoni-
che in territorio tedesco, ed è molto più diffusa nel mondo: «In realtà, essa
appare in ambiti cronologici e culturali assai più vasti» (De Mauro 1983: 1-2).
La presente riproposizione del soggiorno romano di Wilhelm von Humboldt
è per dir così un’ulteriore notazione alla relativizzazione storica di De Mauro 1.
Essa intende dimostrare che in Humboldt (ben lontano dall’essere romanti-
co!) l’idea della stretta corrispondenza di lingua e nazione deriva da una rifles-
sione sul linguaggio che nulla ha a che vedere con una delle tante lotte politi-
che riconducibili al Romanticismo tedesco, ma piuttosto con esperienze lin-
guistiche e culturali che gli vengono dallo studio del basco e del greco. La
constatazione che la lingua è “lo spirito della nazione” origina, cioè, dal con-
fronto con un’alterità radicale sul piano linguistico e dall’ammirazione per la
bellezza delle lingue europee antiche. Entrambe le lingue, il basco e il greco,
non sono la lingua di Humboldt. E per di più, l’equazione lingua-spirito della
nazione Humboldt non la concepisce a Berlino o Jena, o in uno qualsiasi dei
luoghi dove i “romantici tedeschi” impazzano sulla scena politica, ma a Roma,
cioè in un contesto europeo e di antichità classica procul negotiis in cui – oltre

* La prof.ssa Elvira Lima, alla quale siamo grati, ha curato la traduzione dal tedesco. N.B. Le
citazioni di Humboldt inserite in corsivo nel testo e qui tradotte in lingua italiana riportano in paren-
tesi le indicazioni bibliografiche riferentesi all’edizione tedesca a cura di Freese (vedi bibliografia).
1
Cfr. in particolare i Documenti e questioni marginali 1-5 (De Mauro 1983: 267-273).
266 Jürgen Trabant

che in tedesco – si scrive francese (al re di Prussia e al cardinale Segretario di


Stato) e si parla in italiano (con i figli e gli altri romani).

Approdo nell’antichità

Il giorno prima di raggiungere Roma, il 22 novembre del 1802, Humboldt


scrive da Terni all’amico Goethe (Freese 1986: 362) 2:
Il mio soggiorno non è paragonabile a un puro e semplice viaggio. Con esso inizia
una nuova epoca della mia vita, e forse queste mura mi tratterranno fino a quan-
do non mi accoglierà la Piramide Cestia.

È evidente che il soggiorno romano è programmato come nuovo inizio e


addirittura come eventuale capolinea. All’epoca Humboldt ha solo 35 anni e
non passerà a Roma il resto della sua vita come era sua intenzione. Pur tutta-
via vi resterà sei anni, lasciando la città il 14 ottobre del 1808. È vero dunque
che non si tratta solo di un viaggio. La Piramide Cestia, il cimitero dei romani
acattolici, che nel passo appena riportato Humboldt menziona con la levità
dei suoi 35 anni, non sarà l’ultima stazione della sua vita, ma irromperà nella
sua esistenza assai prima e in modo più atroce. Essa infatti non accoglierà le
spoglie di Humboldt, ma di due dei suoi figli. Nell’estate del 1803 muore a
nove anni il primogenito Wilhelm. Si abbatte sugli Humboldt la più terribile
delle sventure, una sventura che da quel momento in poi incupirà la vita di
Wilhelm e Caroline. E nel novembre del 1807 muore a Roma pure il figlio
Gustav, che non ha ancora compiuto due anni.
Naturalmente la permanenza a Roma non si può definire viaggio, anche
perché Humboldt vi si trova in missione, prima come inviato prussiano presso
la Santa Sede, poi come “ministro-residente”. Non si tratta di una carica di-
plomatica di particolare importanza, ma a quella non ambisce neppure l’inte-
ressato, che a Roma cerca tutt’altro, cerca l’antichità classica, ovvero, il che
per lui è la stessa cosa, la Grecia. E cerca quiete per dedicarsi ai suoi due pro-
getti scientifici, il primo sulla Grecia, il secondo sulle lingue. In ogni caso è
evidente che spera di non essere troppo preso dal suo incarico. Senonché l’at-
tività romana si rivela più impegnativa del previsto.
Già il 27 novembre 1802 Humboldt presenta le credenziali al nuovo papa
Pio VII (Chiaramonti, sul soglio pontificio dal 1800). Il suo interlocutore ro-
mano è Ercole Consalvi, il cardinale Segretario di Stato, il grande e risoluto
politico che Humboldt stima e a cui si lega in vincolo di amicizia. L’attività
romana rappresenta il suo apprendistato nella diplomazia in cui più tardi ri-

2
Le lettere di Humboldt, qui in traduzione italiana, sono citate secondo l’edizione di Freese (a
cura di) 1986.
Wilhelm von Humboldt a Roma: l’antichità e lo spirito della Nazione 267

coprirà funzioni più prestigiose: a partire dal 1810, già prima del Congresso,
quella di ambasciatore di Prussia a Vienna, e successivamente dopo la scon-
fitta di Napoleone anche negli alti gradi della diplomazia. Humboldt scrive
con regolarità relazioni in lingua francese al sovrano, documenti che finora
non sono stati sottoposti a studio scientifico. Dal canto loro le Gesammelte
Schriften forniscono scarse informazioni sulla sua attività romana. Vi si legge
qualche notazione sulla condizione dell’Italia, sulla visita al papa, sulla parten-
za di quest’ultimo per Parigi in occasione dell’incoronazione di Napoleone del
1804, sul terremoto e l’eruzione del Vesuvio del 1805, sulle disposizioni rea-
zionarie pontificie contro il governo francese.
Da questi pochi cenni traspare tuttavia che Humboldt segue con la mas-
sima attenzione la situazione politica dell’Italia e dello Stato della Chiesa all’e-
poca dell’occupazione francese. Le incombenze relative alla carica consolare,
come si diceva prima, lo impegnano molto. Sulle sue occupazioni quotidiane
ci fornisce informazioni la bella dissertazione di Nadia Corradini (2002), che
ha esaminato la sua corrispondenza con la Curia: fra i compiti di Humboldt
rientrano l’assistenza ai sudditi prussiani residenti a Roma, il vaglio delle pe-
tizioni, le pratiche matrimoniali e i problemi della chiesa in Prussia, come ad
esempio le questioni attinenti alla secolarizzazione. Insomma, contrariamente
a quanto si legge in quasi tutti i resoconti del soggiorno romano di Humboldt,
è evidente che la missione diplomatica non gli lascia troppo tempo libero per
la Grecia e le lingue.
Inizialmente gli Humboldt sono molto felici essere a Roma. Per qualche
mese Caroline e Wilhelm alloggiano con i cinque figli a Villa Malta al Pincio,
poi a Palazzo Tomati in Via Gregoriana 41. La loro casa è molto ospitale ed è
punto di riferimento di giovani artisti tedeschi. Soprattutto Caroline ospita e
sostiene artisti quali, per citare solo i più famosi, Schick, Reinhart, Rauch e
Thorvaldsen. Sotto questo profilo Villa Tomati rappresenta per così dire l’an-
tesignana di Villa Massimo.
Prima dell’arrivo a Roma, a Parigi e Berlino, Humboldt aveva avvertito,
come scrive lui stesso, un senso di “intorpidimento”. Roma lo fa rivivere. Per-
sino la morte del figlio, causata materialmente da Roma, ossia dalla malaria
proveniente dalle paludi pontine, non intacca il suo amore per questo luogo.
A un anno dal suo trasferimento, poche settimane dopo la morte di Wilhelm,
il 22 ottobre 1803, scrive all’amico Brinckmann le famose espressioni riportate
di seguito (Freese 1986: 394):
Roma è un deserto, caro Brinckmann, ma il più bello, il più sublime che abbia
mai visto. Roma è fatta solo per pochi e solo per i migliori, ma colui cui una volta
essa parla al cuore, trova qui il mondo. Dico il vero: il mondo. Perché costui si

3
Vedi Humboldt 1903-36, vol. X.
268 Jürgen Trabant

trova solo difronte a una natura straordinaria, ciò che vede lo invita a inoltrarsi
nelle contrade più remote e nei tempi più bui, e il carattere del paesaggio è esat-
tamente di quelli che creano nell’anima la disposizione a lasciarsi andare a questo
gioco della fantasia.

Spazio e tempo si dilatano. Il panorama estasiante trasporta la fantasia in


“contrade remotissime” e le rovine dell’antichità classica fanno sì che si inoltri
in “tempi assai bui”. E a Goethe, Humboldt il 23 agosto 1804 – un anno do-
po la disgrazia familiare – scrive (Freese 1986: 415):
Roma è il luogo ove tutta quanta l’antichità appare alla nostra vista convergere in
un’unità, e ciò che proviamo leggendo i poeti antichi e le antiche costituzioni sta-
tali crediamo persino di contemplarlo, più che di sentirlo. Come Omero non si
può paragonare ad altri poeti, così Roma non può essere paragonata a nessun’al-
tra città, il panorama romano a nessun altro. Nondimeno quest’impressione è in
massima parte soggettiva (…). È un travolgente trascinamento in un passato or-
mai da noi considerato, fosse pure sotto la spinta di una necessaria illusione, più
nobile e più sublime.

Questa “bella” illusione incanterà Humboldt per sei anni, né egli la rinne-
gherà mai, dato che ne era stato sedotto già prima del soggiorno romano.
Roma infatti è il luogo della nostalgia (Sehnsucht) cui aspira da decenni,
perché Roma è l’antichità. È lì che si indirizza già da giovane la Sehnsucht di
Humboldt, che legge con grande entusiasmo la poesia greca e traduce Pinda-
ro e successivamente Eschilo. L’Agamennone di Eschilo lo impegna per de-
cenni (la traduzione dell’Agamennone è uno dei tre libri che pubblica in vi-
ta) 4. Dieci anni prima di Roma, nel 1793, scriveva per il suo amico filologo
classico Friedrich August Wolf, Über das Studium des Alterthums, und des
Griechischen insbesondre, uno schizzo sullo studio dell’antichità, una breve,
sistematica bozza di programma per una nuova filologia, o meglio per una an-
tropologia del mondo antico – oggi diremmo “scienza della cultura” 5.

Digressione nella modernità: Parigi e il basco

Da Winckelmann in avanti l’entusiasmo per la Grecia è stata una passione


comune agli intellettuali tedeschi che anelavano alla terra dei Greci, senonché
questa terra non la si identificava con la Grecia, ma con l’Italia. Goethe aveva
visitato l’Italia con nel cuore lo struggente desiderio dell’antichità. Nel 1797,
anno in cui Humboldt lasciò Jena-Weimar, la sua vera intenzione era di recar-
si in Italia. Senonché nel 1797 le operazioni belliche del generale Bonaparte

4
Humboldt 1816.
5
Humboldt 1903-36, vol. I: 255-281.
Wilhelm von Humboldt a Roma: l’antichità e lo spirito della Nazione 269

non consentivano un viaggio in Italia. Se da un lato la campagna di Napoleo-


ne sembrava conclusa (Campoformio, ottobre 1797), dall’altro la situazione
permaneva confusa. Così fu preferita Parigi. L’antichità dovette attendere altri
cinque anni.
Neppure la permanenza parigina, dal 1797 al 1801, fu un vero e proprio
viaggio, ma piuttosto un soggiorno di studio lungo quattro anni. Prima di met-
tersi in viaggio Humboldt aveva focalizzato due progetti di ricerca, il primo il
già menzionato progetto sullo studio dell’antichità e il secondo, nel 1795, un
programma di antropologia comparata, integrato da un progetto di descrizio-
ne del XVIII secolo. Nell’antropologia Humboldt trova la sua vocazione.
L’antropologia è l’analisi delle forme fenomeniche concrete dell’uomo, com-
pito che gli è assolutamente congeniale. E infatti è proprio questo che fa ora
a Parigi: un’indagine sulle forme fenomeniche concrete dell’uomo moderno.
In verità non è possibile immaginare un contrasto più netto nell’indirizzo
dei due progetti: antichità in antitesi a modernità. E pur tuttavia strutturalmen-
te essi hanno lo stesso oggetto: lo studio delle eccellenze della cultura umana.
Parigi è la metropoli in cui si situa la massima crescita culturale dell’epoca mo-
derna, la Grecia è la terra della massima crescita culturale nell’antichità, ovvero
del meglio che la cultura umana abbia mai espresso. La cultura avanzata della
modernità esige però un metodo di analisi molto specifico, che in termini socio-
logici si definisce “osservazione partecipante”. A Parigi c’è l’action. Humboldt
si butta a capofitto nell’esuberante capitale della modernità. Il suo diario pari-
gino, purtroppo incompleto, lo mostra impegnato nella massima osservazione
partecipante dei Francesi, appena reduci dall’avere sovvertito il mondo politico.
Mentre l’amico Degérando raccomanderà l’osservazione partecipante quale me-
todo per lo studio dei “selvaggi”, Humboldt la pratica nella sua antropologia
della modernità. Diventa oggetto di osservazione, di autopsia, il funzionamento
del mondo moderno nelle istituzioni politiche della repubblica, negli organismi
scientifici di nuova creazione, a teatro, negli spettacoli pubblici della repubblica
e in letteratura e filosofia. Ed Humboldt analizza soprattutto gli attori principali
di questa nuova cultura e della nuova politica, parlando e discutendo con loro:
si incontra personalmente fra gli altri con Sieyés, Madame de Stael, Napoleone,
David, con gli ideologues. Lo strumento principale della sua analisi antropolo-
gica è il dialogo con gli attori. Egli annota nel diario, che chiama “materiali”,
ciò che queste persone pensano, come agiscono, quello che dicono e scrivono.
Purtroppo queste conversazioni e queste osservazioni non hanno prodot-
to un’opera, per il momento a Parigi Humboldt si limita a portare a termine
il libro su Goethe, il suo primo libro 6. Il diario parigino è la documentazione
più istruttiva di quest’analisi sistematica della modernità 7.

6
Humboldt 1799.
7
Vedi Humboldt 1903-36, vol. XIV e XV.
270 Jürgen Trabant

Ma ecco che a Parigi sopraggiunge una novità: Humboldt interrompe per


due volte lo studio antropologico della modernità per intraprendere altrettanti
viaggi in Spagna, uno più breve, l’altro più lungo. In confronto alla Francia la
Spagna è un mondo tradizionalmente classista, quasi medioevale, che si situa
per così dire fra l’antico e il moderno. Ma la Spagna è soprattutto la svolta verso
un altro focus della sua antropologia, verso il vero e proprio centro dell’impe-
gno intellettuale di Humboldt, e cioè la lingua. Questa lingua non è lo spagnolo
(pur nutrendo egli interesse anche per le lingue romanze), ma il basco, con cui
era venuto in contatto a Parigi e che lo aveva affascinato per la sua struttura così
radicalmente diversa. È l’interesse per la lingua basca a riportarlo nel 1801 nel
Paese basco. Il Paese basco e la lingua basca rappresentano in certo qual senso
il suo nuovo mondo, anche la sua patria, come per il fratello Alessandro lo è la
giungla dell’America centrale 8. L’incontro con il basco è il punto di partenza
del progetto linguistico humboldtiano di una descrizione di tutte le lingue del
mondo. Si convince sempre più che la lingua è il centro dello spirito umano e
che perciò le lingue sono il cuore della scienza umana, ovvero dell’antropologia.
Parigi è il tentativo di un’antropologia della modernità e – grazie all’incon-
tro con il basco – anche l’inizio della sua antropologia linguistica. Questo
nuovo progetto lo accompagna a Roma.

Roma: il progetto dell’antichità

In un primo momento l’arrivo a Roma rappresenta la ripresa dell’antico


progetto “Sullo studio dell’antichità”. Come si era gettato a capofitto nel
mondo moderno parigino, ora Humboldt fa lo stesso con il mondo antico. Al
confronto con Parigi, la presenza quasi esclusiva dell’antichità nella sua ricer-
ca romana è davvero incredibile. Humboldt passa dalla capitale della moder-
nità a quella dell’antichità. E quest’oggetto esige un metodo di analisi diverso
dall’“osservazione partecipante”. Pindaro, Eschilo, Omero e Aristotile non
sono più fra i vivi. Perciò non stupisce che non esista un diario romano, che
non ci siano “materiali” antropologici di Roma. I documenti, le lettere e le re-
lazioni disponibili sul soggiorno romano di Humboldt suggeriscono quasi che
al di fuori dell’attività legata alla sua funzione l’Italia moderna per lui non esi-
sta. A Roma in confronto a Parigi non c’è action. A quella data il papa tenta
di difendere il proprio stato dall’aggressione francese. Qui non si intravede
nessuna possibilità di uno stato moderno o addirittura di una repubblica, e
naturalmente neppure di una società moderna e tanto meno degli scrittori,
degli uomini di scienza, dei filosofi e dei politici che ad essa si confanno. Piut-

8
Al basco è poi dedicato, pur se molto più avanti, il terzo volume da lui pubblicato: Humboldt
1821.
Wilhelm von Humboldt a Roma: l’antichità e lo spirito della Nazione 271

tosto li si potrebbe trovare a Napoli (dove era appena stata brutalmente re-
pressa una rivoluzione – e con essa la relativa intelligentsia laica illuminata) o
a Milano. Qui siamo nello Stato della Chiesa dove vige un arcaico ancient ré-
gime. Qui gli unici ad avvicinarsi al modello di intellettuali moderni sono car-
dinali quali il già citato Ercole Consalvi, con alcuni dei quali Humboldt natu-
ralmente si incontra. Ma non si tratta di attori del progresso umano come a
Parigi, ma di rappresentanti del mondo che fu. Qui la conversazione come
strumento di analisi fallirebbe il suo scopo. Insomma, l’oggetto “Roma” non
è l’Italia moderna. L’oggetto “Roma” è un’antichità immaginata, un’“illusio-
ne”, “un travolgente trascinamento in un passato ormai da noi considerato più
nobile e sublime”. Per di più questo passato sublime non è neppure l’anti-
chità romana, nelle cui rovine Humboldt si imbatte di continuo, ma la Grecia.
Il testo che Humboldt scrive a Roma si intitola Lazio ed Ellade 9, è vero, ma vi
si parla solo di Ellade. Anche l’altro trattato scritto a Roma riguarda la Grecia,
non Roma: Storia del declino e della caduta degli Stati liberi della Grecia 10.
Le opere romane – soprattutto Lazio ed Ellade – sono dunque in effetti la
messa a punto del progetto decennale di studio dell’antichità nel quale i Greci
vengono considerati come la nazione privilegiata ai fini della ricerca e scelti
come l’oggetto ideale dello studio dell’antichità.

Sullo studio dell’antichità

L’elemento specifico e grandioso di questa bozza di una nuova scienza


dell’antichità datata 1793 è il fatto che essa non verte solo sull’antichità, ma
costituisce la bozza di una scienza della cultura o antropologia generali. L’og-
getto concreto privilegiato di questa analisi dell’uomo è la Grecia. Per inciso,
Sullo studio dell’antichità è una delle poche opere che Humboldt portò a ter-
mine, mentre nel resto nella sua produzione prevalgono gli schizzi incompiuti,
ed è un testo di estrema precisione sistematica.
Nei 43 paragrafi di Sullo studio dell’antichità, e di quella greca in particola-
re il giovane Humboldt delinea il motivo che sta alla base dell’interesse scien-
tifico per l’antichità. La distribuzione che adotta per i suoi paragrafi ha un che
di Wittgenstein e del suo Tractatus 11.
§§ 1-5. Qui, secondo la denominazione dell’oggetto di studio, ossia “i resti
dell’antichità, – letteratura e opere d’arte” (I: 255) – 12, si parla dell’interpreta-

19
Humboldt 1903-36, vol. III: 136-170.
10
Humboldt 1903-36, vol. III: 171-218.
11
Ignoro se De Mauro abbia letto questo testo, che gli sarebbe certamente piaciuto (cfr. De
Mauro 1967).
12
Le indicazioni del volume e delle pagine nelle citazioni inserite nel testo si riferiscono ad
Humboldt 1903-36.
272 Jürgen Trabant

zione scientifica di questi resti come prodotti di una nazione che è la “creatri-
ce”. Non sono solo singoli prodotti e singoli aspetti della nazione creatrice a
dovere essere compresi, ma il tutto, “il suo carattere in tutte le sue sfaccetta-
ture e nel suo insieme” (§ 5). La finalità di Humboldt è una “biografia” (§ 4)
– cioè una descrizione di vita – della nazione. Lo studio dell’antichità non è
dunque solo filologia!
§§ 6-17. Segue ora la motivazione molto generale dell’utilità dello “studio
di una nazione” così concepito. I primi diciassette paragrafi dell’operetta di
Humboldt non trattano dunque dell’antichità o dei Greci, ma espongono i
principi e la legittimazione di una scienza empirica della natura umana, come
diremmo oggi di una scienza della cultura o di una antropologia culturale.
L’obiettivo è lo “studio dell’uomo in generale sulla scorta del carattere di una
singola nazione partendo dai monumenti che essa ha lasciato” (§ 14).
L’espressione “carattere” definisce l’obiettivo descrittivo specifico di que-
sta antropologia: “carattere” vuol dire la forma individuale che di volta in vol-
ta assume l’oggetto di studio, in questo caso la nazione. Sottolineo particolar-
mente questa espressione perché resterà il supremo obiettivo descrittivo di
ogni analisi in tutta l’opera di Humboldt. La sua finalità è sempre di com-
prendere il carattere dei fenomeni culturali, e più tardi in linguistica espressa-
mente anche il carattere delle lingue. Qui il carattere è quello della nazione.
In fondo, come Humboldt riassume le sue “premesse filosofiche”, per cono-
scere l’uomo si dovrebbero sottoporre ad analisi tutti i popoli: «Lo studio del-
l’uomo si gioverebbe in massima misura dello studio e della comparazione di
tutte le nazioni, di tutti i paesi, di tutte le epoche» (§ 17).
In linea di principio lo studio dell’uomo è dunque possibile per ogni na-
zione. Ma, – così prosegue Humboldt (§§ 14-17) – ci sono quattro requisiti
imprescindibili affinché la riflessione su una nazione porti a un risultato: 1. I
documenti disponibili devono essere assertivi 2. La nazione oggetto di studio
deve possedere poliedricità e unità 3. Deve essere ricca di varietà di forme 4.
Deve corrispondere al carattere dell’uomo in generale. E questi requisiti sono
adempiuti egregiamente dai Greci nel modo che Humboldt espone poi nella
seconda parte del suo saggio. Faccio solo notare che Humboldt reputa parti-
colarmente assertivi i documenti letterari – poesia, storia e filosofia –, e dun-
que non la scultura come Winckelmann, ma dati linguistici. Già in quest’ope-
ra Humboldt dedica un paragrafo, seppure non ancora molto “humboldtia-
no” (§ 18), alla lingua in quanto tale, trattando ancora un po’ indefinitamente
la “corrispondenza fra la lingua dei Greci e il loro carattere” nella “formazio-
ne delle parole, delle flessioni e delle connessioni”.
L’elogio dei Greci corrisponde alla parte apollinea, solare, dell’ideologia
greca classica, per così dire al credo neoumanistico del classicismo tedesco: i
Greci hanno uno spiccato senso della bellezza, tengono in gran conto l’allena-
mento del corpo, sono insieme uniformi e poliedrici, preservano sentimento
Wilhelm von Humboldt a Roma: l’antichità e lo spirito della Nazione 273

e fantasia. Del resto le ombre e gli aggiustamenti di quest’immagine dei Greci


sono ancora di là da venire, con Nietzsche o Burkert. La seconda parte del-
l’articolo sull’antichità di Humboldt serve quindi a rispondere alla domanda
perché l’antropologo debba occuparsi proprio dei Greci.
La motivazione che Humboldt dà per lo studio dell’antichità è rigorosa-
mente schematica: precisa designazione dell’oggetto, collocazione dell’oggetto
in un contesto sistematico sovraordinato, principi generali di metodo per lo
studio dell’oggetto, legittimazione particolareggiata dello studio di quest’og-
getto, consigli e ausili pratici. Queste considerazioni si rivelano il fondamento
precisamente congegnato di una scienza dell’antichità, ovvero di uno “studio
dell’antichità, e di quella greca in particolare”.

L’Ellade e l’anima della nazione

Humboldt giunge quindi a Roma con questo programma di ricerca e con


l’amore che lo lega ai Greci. Qui nel 1806 inizia a scrivere Lazio ed Ellade, os-
sia la “biografia” dei Greci. Nel farlo deve ovviamente giustificare che Roma
sia il luogo in cui si può studiare la Grecia. La sua Storia del declino e della ca-
duta degli Stati liberi della Grecia, il secondo progetto romano sui Greci, illu-
stra come Roma abbia distrutto la Grecia, ma anche in che misura la conservi.
E in questo senso, cioè nel senso di una Aufhebung fattivamente dialettica (di-
struzione e conservazione) Roma è la Grecia. I due versi centrali 233/4 della
sua elegia Roma recitano:
Per noi Omero sarebbe stato muto in eterno,
se Roma non avesse soggiogato il mondo.

L’avanzamento del progetto sugli antichi viene ora ad essere in certo qual
modo intralciato dal progetto concepito a Parigi e nel Paese Basco, poi dive-
nuto definitivo, e cioè quello della descrizione di tutte le lingue del mondo.
Nell’opera Lazio ed Ellade il tema è il carattere della nazione greca, dello spi-
rito greco. Dopo avere constatato cinque proprietà dello spirito greco, Hum-
boldt passa ad indicare le eccelse “forme di cui esso si serve” (III: 41): la scul-
tura, la poesia e la religione, e infine cinque oggetti che lascerebbero ricono-
scere più degli altri l’elemento caratteristico dello spirito greco: 1. l’arte, 2. la
poesia, 3. la religione, 4. gli usi e costumi, 5. il carattere pubblico e privato e
la storia. Humboldt tratta questi cinque punti e prosegue poi dicendo che
però, prima di soffermarsi sull’esposizione della “grecità”, cioè del carattere
dei Greci, gli corre obbligo di illustrare un altro punto “importante”. E que-
sto punto, egli spiega, è la lingua.
Lo studio del carattere del popolo greco si dota così di un nuovo focus,
che nel programma di ricerca del 1793 non esisteva. Certo, anche lì i docu-
274 Jürgen Trabant

menti linguistici erano i più importanti e i più assertivi, e nel § 18 la lingua ve-
niva pure menzionata. Ma ora la lingua diventa in assoluto il cuore della ca-
ratteristica ricercata: essa è «il respiro, l’anima della nazione stessa» (III: 166).
Perciò in essa è possibile comprendere senza intermediazioni il carattere del
popolo. Tutte le altre produzioni culturali si possono separare dalla nazione,
ma non la lingua, il respiro della nazione (III: 166):
La maggioranza delle circostanze concomitanti della vita di una nazione, il luogo
di insediamento, il clima, la religione, la costituzione statale, gli usi e i costumi, si
possono in certo qual modo dividere da essa, tutto ciò che esse hanno dato e ri-
cevuto in termini di cultura può esserne separato pur in presenza di intensa inte-
razione. Solo un elemento è di natura affatto differente, è il respiro, l’anima della
nazione stessa, compare in ogni dove all’unisono con essa e, sia che lo si consideri
produttore o prodotto, porta la ricerca sempre alla stessa conclusione – la lingua.

La lingua è lo spirito della nazione. Più tardi Humboldt in un famoso


enunciato della sua opera principale dirà che la lingua è lo spirito di una na-
zione e che lo spirito della nazione è la sua lingua, e “che il pensiero non rie-
sce mai a cogliere del tutto la loro piena identità” (VII: 42).

Complemento del pensiero

Il perché viene poi motivato filosoficamente nelle successive quattro pagi-


ne conclusive (III: 167-170) in una “digressione”. Queste pagine contengono
il nocciolo della filosofia del linguaggio humboldtiana. Sono ciò che di più im-
portante Humboldt ha pensato a Roma. C’è quasi tutto quello che Humboldt
riproporrà negli scritti di filosofia del linguaggio della maturità: le lingue sono
l’“anima della nazione” perché le parole non sono segni.
Questa affermazione è diretta contro il De interpretatione di Aristotele,
l’antitesto humboldtiano di una vita. Aristotele e con lui tutto l’Occidente cre-
dono che l’uomo pensi in silenzio, crei idee che sono dovunque le stesse e che
poi le comunichi ad altri per mezzo di segni sonori (semeia). Questi suoni so-
no differenti. Le lingue sono suoni comunicativi differenti. Questa concezione
semiotico-comunicativa del linguaggio come segno arbitrario è il contraltare
di Humboldt in termini di filosofia del linguaggio. Essa è la normo-concezio-
ne millenaria del linguaggio in Europa, fino ad oggi, e “uccide tutto lo spirito”
(III: 167) – fino ad oggi. Ad essa Humboldt oppone la propria concezione co-
gnitiva di linguaggio: «Il linguaggio altro non è se non il complemento del
pensiero» (I: 68). Più tardi Humboldt lo definirà l’«organo formativo del pen-
siero» (VII: 53).
Le parole sono grandezze complementari al pensare con una struttura
molto particolare: pensiero e parola, contenuto e suono, detto in termini mo-
Wilhelm von Humboldt a Roma: l’antichità e lo spirito della Nazione 275

derni significato e significante nascono insieme, sono sinteticamente collegati.


Per questo le parole di una lingua non sono differenti solo materialmente, ma
da lingua a lingua contengono semantiche differenti. In altre parole: la lingua
di un popolo è il pensare di un popolo. Essa è il suo “respiro” sotto un dupli-
ce riguardo: il suono prodotto con il respiro è un suono proprio a ciascuna
lingua, ma lo è anche il significato collegato al respiro. Le lingue, dice Hum-
boldt, sono “visioni del mondo”:
La loro diversità non è una diversità di suoni e segni, ma una diversità delle visio-
ni del mondo stesse (IV: 27).

A questo punto di Lazio ed Ellade si interrompono l’esposizione generale


e il testo. Teniamo a mente però che la via maestra per individuare il carattere
di un popolo è per l’appunto quella che passa per la sua lingua.
E teniamo a mente anche che nel 1806 Roma è il luogo in cui Humboldt
formula per la prima volta i lineamenti forse più profondi della sua filosofia
del linguaggio riflettendo sulla lingua in quanto “respiro della nazione”: la lin-
gua non è segno e comunicazione, ma pensare (“complemento del pensare”);
questo pensare è diverso da nazione a nazione (“visioni”); e il fatto che sia co-
sì è una ricchezza cognitiva. Che questo “respiro della nazione” trovato a Ro-
ma non sia da intendere come prigione dello spirito l’ha meravigliosamente
formulato Tullio De Mauro come segue (De Mauro 1990: 158):
Humboldt ebbe certamente assai vivo il senso del rapporto tra lingue e tradizioni
nazionali e, quindi, della varietà storica delle lingue e della loro “innere Form”.
Ma ebbe non meno vivo il senso del fatto che, possedendo una lingua, si possiede
una chiave per intendere tutte le altre, per attingere esperienze che scavalcano la
diversità delle lingue.

Lo stretto legame fra lingua e nazione – la lingua come anima e respiro


della nazione, come “visione del mondo” – non è quindi una ragione per ri-
trarsi nella propria lingua, nella propria “visione del mondo” e per odiarne al-
tre, ma al contrario la ragione per aprirsi alle molte “visioni del mondo”.

Le lingue americane e le lingue del mondo

La peculiarità del greco, oggetto di Lazio ed Ellade, non compare più, per-
ché a Roma il greco ha ben due concorrenti: il basco e le lingue americane. A
Roma Humboldt continua a lavorare sul basco, la cui scoperta lo aveva con-
dotto al cuore della sua antropologia, il linguaggio. Ma ora si aggiungono an-
che le lingue americane. A Roma Humboldt ha infatti accesso alla raccolta di
materiali sulle lingue americane dovuta al padre gesuita Lorenzo Hervas. Ol-
tre a ciò, nel 1805 il fratello Alexander gli porta a Roma materiale indiano
276 Jürgen Trabant

proveniente dall’America, un dono di importanza rivoluzionaria per la storia


della linguistica 13. Alessandro viene a trovare Wilhelm a Roma fermandosi dal
giugno al settembre del 1805. Era tornato il 3 agosto 1804 dal suo viaggio in
America venendo accolto trionfalmente a Parigi (il che aveva suscitato la gran-
de gelosia di Napoleone). In America aveva raccolto dodici grammatiche e di-
zionari di lingua americana che ora offre al fratello a Roma perché ne faccia
oggetto di analisi linguistica. Wilhelm li accetta ben volentieri, ma tutto fa cre-
dere che per il momento non proceda ancora all’esame del materiale america-
no. Quindi Alexander si riprende i libri americani e li mette a disposizione
prima di Johann Severin Vater, poi di Friedrich Schlegel. Solo a Vienna, nel
1811-12, Wilhelm ha di nuovo tempo di occuparsi dei libri americani del fra-
tello. Roma è dunque un’apertura del progetto linguistico all’America, anche
se qui lo “studio comparato delle lingue”, come egli avrebbe successivamente
definito il suo progetto descrittivo delle lingue, non progredisce ancora come
dovrebbe.
Sul successivo sviluppo del progetto linguistico bastino brevi cenni: nei
vari incarichi istituzionali, in qualità di riformatore delle istituzioni culturali –
nel 1809-10 fonda l’università di Berlino –, poi come inviato a Vienna e mini-
stro, fino al 1820 Wilhelm ha poco tempo da dedicare a uno studio scientifico
continuativo. Tuttavia resta fermo ai suoi progetti linguistici: quello sulle lin-
gue americane, quello sul basco e la traduzione dell’Agamennone. È previsto
che contribuisca con un capitolo sulle lingue al grande volume americano di
Alexander, Voyage aux régions équinoxiales du Nouveau continent. A Vienna
Infatti ci lavora, senza tuttavia riuscire a terminarlo. Di quest’attività viennese
sono testimonianza un importante frammento teorico, l’Essai sur les langues
du nouveau continent, e alcuni abbozzi linguistici di lingue americane. A par-
tire dal 1820, deposti gli incarichi politici e ritiratosi a Tegel, si dedica al gran-
de volume sulle lingue americane. Ma anche questo resterà incompiuto14.
A Tegel Humboldt si getta a capofitto nello studio della grammatica del
sanscrito di Bopp. Dopo la decifrazione dei geroglifici ad opera di Champol-
lion i suoi interessi vanno alla scrittura e all’egiziano, e si accosta anche al ci-
nese. E sulla scia del sanscrito e della Bhagavadgı̄tā giunge infine a quelle che
oggi vanno sotto il nome di lingue austronesiane, cui dedicherà la sua opera
maggiore dal titolo Über die Kawi-Sprache auf der Insel Java. Anche quest’o-
pera resterà incompiuta, perché Humboldt morirà nel 1835, ed essa sarà pub-
blicata postuma nel 1836-39 con integrazioni di Eduard Buschmann.
Ribadiamo: Lazio ed Ellade non è solo l’inizio del progetto sugli antichi, è
soprattutto il documento del passaggio dal progetto sugli antichi al progetto

13
Cfr. Trabant 2013.
14
Ora ricostruito nei sei volumi della sezione americana delle Schriften zur Sprachwissenschaft,
usciti a cura di Manfred Ringmacher e Ute Tintemann fra il 1994 e il 2016.
Wilhelm von Humboldt a Roma: l’antichità e lo spirito della Nazione 277

linguistico. Roma è il luogo dove Humboldt formula per la prima volta i linea-
menti della sua filosofia del linguaggio, perché riflette sulla lingua greca e sulla
lingua quale “respiro della nazione”. Il soggiorno romano è pertanto nei fatti
di particolare importanza per la storia della scienza linguistica. Sotto il profilo
storico universale l’iniziativa più importante di Humboldt è indubbiamente la
fondazione dell’università di Berlino. “Humboldt’s Gift” la definisce Peter
Watson, e cioè un dono che Humboldt fa all’umanità15. Ma la seconda grande
impresa sono la fondazione della linguistica antropologica descrittiva e la sua
base filosofica. E in vista di questa realizzazione il soggiorno romano fu una
tappa storica decisiva. Del resto Humboldt stesso, nel suo curriculum vitae re-
datto vent’anni dopo Roma (1828), sintetizza il soggiorno romano, dopo una
breve menzione delle sue cariche (ministro residente, ministro accreditato),
con le seguenti parole (XV: 525-526):
A Roma, grazie al contatto con l’abbate Hervas, egli si dotò di strumenti impor-
tanti per lo studio delle lingue americane, facendo redigere copie di grammatiche
manoscritte che Hervas aveva avuto la brillante idea di fare raccogliere ad ex ge-
suiti che a suo tempo erano stati missionari nelle Americhe spagnole e che dal lo-
ro ritorno vivevano in Italia. Poiché morto Hervas la sua raccolta è andata perdu-
ta o dispersa, si sono in cotal modo salvate descrizioni di lingue di cui manca ogni
altra notizia.

Si tratta di un singolare bilancio consuntivo dei sei anni romani. A distan-


za di vent’anni l’unica cosa che Humboldt ritiene degna di essere ricordata di
quel periodo sono gli studi linguistici. Non una parola su Roma e sull’anti-
chità, alla ricerca della quale vi si era trasferito.

L’Italia e lo sviluppo della grandezza moderna

Non esiste un diario romano che alla maniera di quello parigino possa
darci informazioni su quanto Humboldt recepì interiormente e visivamente
della città e dei suoi abitanti. Abbiamo molte lettere del periodo romano, e
dalle due sopra riportate indirizzate a Brinckmann e Goethe traspare con evi-
denza che Humboldt vive Roma con gioia e occhi attenti. Ma in questi docu-
menti la Roma moderna è stranamente assente. Non ci sono descrizioni pre-
cise di luoghi, opere e persone di Roma, che invece nel caso di Parigi c’erano.
Come spiegarlo?
Tanto a Parigi Humboldt si era lasciato impressionare soprattutto dal-
l’ambiente esterno, con altrettanta evidenza nel caso di Roma l’oggetto del suo
studio, l’antichità, cioè la Grecia classica, ovvero una Grecia conservata a Ro-

15
Cfr. Watson 2010: 225 ss.
278 Jürgen Trabant

ma, faceva parte del suo bagaglio già prima di arrivare nella città. «È impossi-
bile sentire Roma senza essere penetrati in profondità dall’antichità greca»,
scrive a Caroline von Wolzogen il 23 luglio 1806 (Freese 1986: 445). Vede Ro-
ma con questo pregiudizio che lo accompagna fin dal primo giorno. È come
se non volesse vedere affatto la Roma reale, ma solo ri-vedere l’oggetto della
sua ammirazione e del suo amore.
Questa bella “illusione”, la presenza costante dell’antichità nella città di
Roma è evidentemente un sentimento forte, che lo colma di gioia e tutto so-
vrasta.
Quanto profonda fosse l’impronta dell’esperienza romana lo conferma al-
la fine della sua vita, nel 1830, la recensione humboldtiana del Viaggio in Ita-
lia di Goethe (16), in cui egli ritorna col pensiero al proprio soggiorno roma-
no. Viene nuovamente evocata la “contrada” romana, ma soprattutto si indi-
vidua come forma specifica di incontro con Roma questo “rivedere” cose no-
te: il pensiero del visitatore romano è profondamente permeato dalla consa-
pevolezza della sostanza greca e romana della nostra cultura, da un’“antichità
ideale”: «Roma ci è rimasta impressa come l’immagine viva a livello dei sensi
di quest’antichità contemplata idealmente» (VI: 458).
Ma ecco che poi in questo sguardo retrospettivo su Roma viene fuori che
anche l’altra Roma, quella moderna, – dunque l’Italia in generale – sono pre-
senti nell’esperienza di Humboldt e che egli ha recepito vivamente l’Italia nel-
la sua grandezza. Il contributo italiano alla cultura del mondo moderno lo re-
puta infatti il più importante: «Inoltre nessun paese può misurarsi con l’Italia
per il numero di uomini eccelsamente brillanti che essa ha prodotto» (VI:
549). In epoca moderna arte, scienza e lingua non hanno avuto da nessuna
parte la stessa fioritura che in Italia, sicché la sua conclusione, e non lo si po-
trebbe formulare meglio, è la seguente (XV: 549-50):
Così per noi Roma è divenuta un tutt’uno con i due maggiori fattori su cui si basa
il nostro essere spirituale, l’antichità classica e lo sviluppo della grandezza moder-
na sull’humus di quella antica, e preciso che ciò non si fonda su aridi concetti del-
l’intelletto di cui ci si è fatti convinti. Roma ci parla attraverso queste due cose in
tutto, in immense rovine, in opere d’arte piene di sentimento, e dovunque si pog-
gi il piede, in ricordi ineludibili. Sono al contempo un alito di immaginazione, un
fulgore poetico, ad avvolgere questa città, è una parvenza che come fragranza
mattutina passa ad una contemplazione sobria di un certo tipo, ma una parvenza
che, come quella artistica e poetica, ha in sé la verità in modo più puro e più lim-
pido che quella che solitamente si chiama realtà.

L’antichità classica e lo sviluppo della grandezza moderna, questo è Ro-


ma. Wilhelm von Humboldt lascia la città il 14 ottobre 1808. Non rivedrà più

16
Humboldt 1903-36, vol. VI: 528-550.
Wilhelm von Humboldt a Roma: l’antichità e lo spirito della Nazione 279

l’amata parvenza che è più autentica della realtà. Eppure questa parvenza è
stata un faro in tutto l’arco della sua vita.

Università di Berlino JÜRGEN TRABANT

BIBLIOGRAFIA

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Vatikan, Diss. Köln.
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Trabant, Jürgen, 2013. «Inde et Amérique: les deux projets de la linguistique naissan-
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tiques.ish-lyon.cnrs.fr/langues.html
Watson, Peter, 2010. The German Genius, London, Simon & Schuster.
SULLA DISTENTIO IN SANT’AGOSTINO

Le considerazioni a partire da Tullio De Mauro che svolgerò hanno a che


fare con un suo intervento del 1993 in cui metteva a fuoco il «rapporto privi-
legiato e obbligato tra lingua e temporalità»1. Ci hanno a che fare non nel sen-
so che ne svilupperò i contenuti ma perché la lettura – tardiva – che ne feci
contribuì ad orientarmi nell’approccio al tema.
È risaputo che la concezione agostiniana della temporalità consegnata nel-
l’undicesimo libro delle Confessioni, oltre che dall’impostazione basata sul pa-
radosso («cos’è il tempo lo so, ma non lo so dire»), è caratterizzata dal fatto
che in essa il tempo viene considerato ed espressamente definito come una
forma di distentio.
Che cosa vuol dire distentio? La domanda non verte sul ruolo concettuale
della nozione – ammesso che si tratti di una nozione peculiare e che in quella
sede abbia un ruolo specifico – ma semplicemente sullo sfondo linguistico del
termine, la costellazione semantica entro cui il suo uso si colloca. Ora, c’è da
domandarsi se proiettare all’indietro sulla parola latina il significato “disten-
sione” dei suoi normali esiti romanzi non inclini verso un tipico errore da ‘fal-
so amico’ lessicale. Al fine di evitarlo, è opportuno individuare in via prelimi-
nare il significato ordinario di distentio, in modo da cogliere il senso della sua
applicazione al tempo.
Senza ampliare la visuale e rifacendomi al modo in cui Agostino adopera
il sostantivo – e, ovviamente, il verbo da cui deriva – mi limiterò a dei chiari-
menti relativi alle aree semantiche interessate e ai contesti d’uso, astenendomi
dal tradurre.

1
Tullio De Mauro, «Lingua e temporalità», in Laura Faranda / Luigi M. Lombardi Satriani (a
cura di), Forme del tempo, Vibo Valentia, Monteleone, 1993, pp. 126-134, a p. 130.
282 Sebastiano Vecchio

1. Il primo dato da considerare, in sé banale, è che in latino distendere


è in qualche modo il contrario di tendere; di conseguenza sul piano fisico
il verbo, più che a un allungamento, rinvia semmai a un aumento multidi-
rezionale, tanto è vero che identifica già da solo la proprietà distintiva del-
la corporeità: «quidquid per loci spatia distenditur corpus est» (De Genesi ad
litteram 8,22,43) 2. Il distendere latino perciò è tale che vi si può opporre co-
me contrario minuere “rimpicciolire” (De civitate Dei 10,3,2), e infatti di
un uomo avido si può dire figuratamente che «si è riempito, si è distentus,
è diventato enorme» (Sermones 177,6). Distendere, cioè, nella lingua lati-
na, non evoca tanto uno stiramento in lunghezza, ossia un accrescimento lun-
go la dimensione rettilinea; richiama piuttosto un fenomeno per così dire tri-
dimensionale e meglio ancora un ampliarsi in ogni direzione, un movimen-
to che sta fra l’ingrandirsi e lo spandersi, un dilatarsi che ha che fare con lo
spargersi. Lo comprova il fatto che, in una terna di verbi dal significato op-
posto, fra le due coppie inequivocabilmente antitetiche dividere /moltiplica-
re ( partiri, multiplicare) e ordinare /scompigliare (ordinare, perturbare), nel
mezzo figura distendere contrapposto a contrahere “raccogliere” (De vera re-
ligione 10,18) 3.
È a partire da questo significato di base che, a differenza del distendere
italiano, si rende possibile predicare il distendere latino, e non figuratamente,
di cose quali l’aria (De Genesi ad litteram 3,10,14; Enarrationes in Psalmos
44,4), il fuoco (In epistolam Joannis ad Parthos tractatus 8,4), l’acqua (De Ge-
nesi ad litteram 5,10,25), la luce (In epistolam Joannis ad Parthos tractatus
7,10), il cielo (Enarrationes in Psalmos 65,21); oppure una pelle (Enarrationes
in Psalmos 103,2,2), un popolo (Enarrationes in Psalmos 85,14), perfino il
ventre degli ingordi (Sermones 210,8,10): tutte entità circa le quali in effetti la
predicazione del distendere non evoca alcunché di unilineare, nessuna traiet-
toria. In verità il distendere è, sì, anche la tensione a cui vengono sottoposte le
corde degli strumenti musicali (Enarrationes in Psalmos 56,16), ma per esse,
data la loro conformazione, lo stiramento è l’unico processo di espansione
possibile; processo che peraltro (per quel che valgono le varianti grafiche) in
forma sostantivata è chiamato nel caso specifico distensio e non distentio (Ser-
mones 243,4,4).
Un’attenzione particolare va riservata al participio passato distentus, che
si trova adoperato con una certa frequenza nelle lettere col valore di “occupa-
tissimo” e “indaffarato”, ad esempio quando Agostino descrive se stesso come
districtus (participio passato di distringere) atque distentus (Epistolæ 118,1,2) –

2
Per le opere di Agostino rinvio al sito <www.augustinus.it>, dove sono stati riversati, in ori-
ginale e in traduzione, i testi apparsi nella Nuova biblioteca agostiniana della casa editrice Città Nuo-
va di Roma. Qui le traduzioni sono mie.
3
La stessa opposizione distendere/contrahere si trova in De Trinitate 2,15,25.
Sulla distentio in sant’Agostino 283

ovvero obstrictus et distentus (Epistolæ 145,1) – da mille occupazioni 4. Prevale


in questo caso il significato relativo alla dispersione (con l’aggiunta dell’obbli-
gazione in obstrictus), e al riguardo cade a proposito notare che, come disten-
dere è il contrario di tendere, così pure distringere è il contrario di stringere.
Non meno interessante è notare come distentus, oltre che di distendere, sia
altresì pure il participio passato di distinere, che in quanto contrario di tenere
richiama più nettamente l’idea di divisione e separazione: non meraviglia che
Agostino si avvalga di proposito degli effetti di senso prodotti dall’impiego di
tale forma omonimica, ottenendo di evocare insieme una sorta di gonfiamento
(il contrario del tendere) che finisce in uno spezzettamento (il contrario del te-
nere), che è appunto quel che avviene quando si è impegnati troppo ed in
troppe faccende. Invece le attività motivate e ben finalizzate rivolte agli altri,
doverose o meno, non attuano alcuna distentio ma rispondono ad una intentio
(così in Confessiones 11,2,2: intentio animi et servitutis).

2. Se non necessariamente lo spezzettamento in quanto risultato finale,


quel che di certo caratterizza la distentio è la pluralità e anzi la molteplicità:
multa distendunt (Sermones 255,6,6). È questo un aspetto fondamentale, che
deve suggerire cautela a quanti leggono senz’altro la nozione in maniera glo-
bale inquadrandola nella categoria della continuità.
Al di là della descrizione del mondo fisico, per quanto concerne l’agire
umano il verbo distendere richiama il movimento inverso rispetto al concen-
trarsi su un obbiettivo, al puntare a una meta. Del resto per Agostino la mol-
teplicità, in un’ottica antropologica, sconfina di per se stessa nella frammen-
tarietà, provocando sul piano psicologico lo smarrimento, sul piano intellet-
tuale il disordine, sul piano morale l’inquietudine. Ecco alcuni esempi sparsi,
nei quali, ad evitare fraintendimenti, come già detto, il verbo è lasciato nella
sua forma latina:
L’anima dedita ai piaceri temporali arde sempre di desiderio e non può saziarsi,
e distenta da un pensare molteplice e travagliato, non riesce a vedere il bene che
è semplice (Enarrationes in Psalmos 4,9).
Quando presta un servizio l’uomo vuole rendersi utile, ma certe volte non ci rie-
sce: cerca quello che manca, prepara quello che c’è; e l’animo distenditur (Sermo-
nes 103,4,5).
Non andare lontano, non distendere qua e là lo sguardo della mente. Torna in te,
volgiti a te stesso (Sermones 256,1)5.
La mente di chi è poco intelligente distenditur tra cose diverse e opposte (Sermo-
nes 54,1,1).

4
Si veda pure: «tam multis et tam molestis actibus occupato atque distento» (Sermones 383,3).
5
Esortazione simile in Enarrationes in Psalmos 79,2: «Noli per multa ire atque distendi».
284 Sebastiano Vecchio

Perciò, fratelli, non è il caso che il vostro cuore distendatur per causa nostra; chie-
dete a Dio di amarvi a vicenda (In epistolam Joannis ad Parthos tractatus 10,7).
In realtà la superbia è una grandezza fallace da malati, e se si impadronisce della
mente, costruendo distrugge, gonfiando svuota, distendendo sparpaglia (Sermones
353,2,1)6.
Facciamo molte cose e le diverse azioni ci distendunt (In epistolam Joannis ad
Parthos tractatus 8,1).
Vedete che non solo i corpi si alterano secondo le qualità – nascendo crescendo
mancando morendo – ma anche le anime stesse distendi e si squarciano secondo
la disposizione delle diverse volontà (In Joannis evangelium tractatus 2,2) 7.

Insomma, mentre il distendere italiano richiama il rilassamento, tutto al


contrario il distendere latino di questi passi vuol dire intermittenza e disconti-
nuità, assillo e confusione, dispersione e impazienza. L’ultima citazione infatti
mostra chiaramente come la distentio descriva una situazione di conflitto in-
teriore, dovuta, prima ancora che alla divergenza delle pulsioni, proprio alla
loro stessa pluralità. A confermarlo, fanno eco le Confessioni là dove afferma-
no che «volontà diverse distendunt il cuore dell’uomo» (8,10,24).
In un’ottica semiotica, c’è da registrare un’altra applicazione di distendere,
risultante dall’incrocio dei significati di “espansione” e di “suddivisione”. Tra-
spare ad esempio là dove la natura divina viene descritta «non distenta in in-
finite ampiezze di spazi come per una massa, ma dovunque intera e perfetta e
infinita, senza lucentezza di colori, senza apparenza di contorni, senza carat-
teri alfabetici (notæ litterarum), senza successione di sillabe» (In Joannis evan-
gelium tractatus 96,4). Qui a guidare l’applicazione sono i due ultimi parago-
ni, che rinviano ai fenomeni linguistici e alla loro linearità conferendo con ciò
alla distentio, negata in Dio, il significato di “articolazione” 8. L’operatività e
la rilevanza non solo semiotico-linguistica di questo aspetto meritano di essere
esaminate con cura; per intanto va segnalata l’affinità concettuale con quanto
s’è visto, suffragata dall’identità lessicale.

3. Tenendo presente il quadro appena delineato, da questo punto di os-


servazione diamo uno sguardo sommario all’intero libro undicesimo. Delle sei
volte in totale che il sostantivo distentio appare nelle Confessioni, ben cinque

6
L’ultimo verbo è dissipare, composto da dis-, qui con valore peggiorativo, e l’antico *sipare
“gettare”.
7
Anche in questo caso il prefisso dell’ultimo verbo ha valore peggiorativo: dis- più scindere
“fendere”.
8
Lo si intravvede anche in un altro passo in cui Agostino mette in guardia dal pensare che, sic-
come Dio è grande, le sue sillabe si articolino molto a lungo: «ore Dei prolatas, quamvis paucissimas
syllabas, per totum diei spatium potuisse distendi» (De Genesi ad litteram 1,10,20).
Sulla distentio in sant’Agostino 285

si collocano proprio nel suddetto libro (la sesta si trova nel dodicesimo). Rag-
gruppo le occorrenze qui di seguito tutte insieme:
Capisco dunque che il tempo è una sorta di distentio (11,23,30).
Da ciò ho capito che il tempo non è altro che distentio (11,26,33).
La mia vita è distentio (11,29,39).
Che io segua la palma […] non secondo la distentio ma secondo l’intentio
(11,29,39).
Così hai fatto in principio cielo e terra senza distentio della tua azione (11,31,41).

Tralasciando l’ultima occorrenza, che riguarda la natura divina, vediamo


che le quattro restanti si distribuiscono più o meno a coppie: le prime due so-
no contenute nella trattazione del tempo e hanno a che fare con la sua defini-
zione; le altre due, molto ravvicinate, ricadono nel discorso religioso che torna
in primo piano alla fine del libro. Dunque il significato della parola distentio
parrebbe assai ampio, tanto da distribuirsi su aree semantiche separate e di-
stanti, delle quali l’una è orientata in direzione intellettuale-cognitiva e l’altra
in direzione morale-esistenziale.
Nei confronti di questa apparente polisemia la maggioranza delle tradu-
zioni, in varie lingue, adottano la scelta di lessicalizzarne i poli e rendono il so-
stantivo distentio nei due ambiti in modi diversi, col risultato di sdoppiare una
nozione originariamente unica. Beninteso, non c’è nulla di sbagliato nel far
ciò, di per sé, dal punto di vista strettamente traduttologico. Il problema in
questo caso è che si rischia di indebolire, se non di fraintendere, il pensiero
dell’autore, per di più in entrambe le direzioni e intorno a un tema particolar-
mente importante.
In realtà, se si leggono i passi interessati tenendo conto del contesto e de-
gli snodi argomentativi, appare con nettezza che, quando le tematiche riguar-
dano l’esistenza degli esseri umani, distentio designa una proprietà antropolo-
gica costitutiva e, in quanto tale, appunto, unica, sia pure operante a più livel-
li. È proprio questa proprietà a caratterizzare tanto la rappresentazione del
tempo quanto l’intera condizione umana.

4. A un certo punto della trattazione Agostino ritiene di poter affermare,


per quanto dubbiosamente («lo capisco, o mi sembra di capirlo?»), che la di-
namica temporale si manifesta come una forma di distentio (11,23,30).
Oggetto di innumerevoli esegesi riprese discussioni, per noi oggi l’af-
fermazione non è trasparente, e non vediamo con chiarezza cosa abbia a che
fare la distentio col tempo. Se l’immagine dell’accostamento che si forma
spontanea in noi è quella dello scorrere direzionato del fiume, le informazio-
ni orientative sul significato di base del sostantivo distentio acquisite all’ini-
zio sono tali per cui altrettanto plausibile sarebbe di per sé l’immagine del-
lo spandersi di un lago in ogni direzione: anche quella, abbiamo visto, è una
286 Sebastiano Vecchio

forma di distentio 9. Solo che a nessuno viene in mente di paragonare il tempo


a un lago.
Al di là degli usi metaforici, grazie ai dati enucleati disponiamo di un mi-
nimo di conoscenza: (a) sappiamo che il termine non indica una semplice
estensione e non richiama un allungamento (non allude ad alcuna freccia del
tempo) o un allentamento (una qualche distensione), ma richiama una qual-
che forma di aumento o ingombro e insieme di divisione; (b) sappiamo anche
che il termine si riferisce ad una sola e identica ‘cosa’, anche quando tornerà
più avanti in un contesto di tipo religioso-morale. Ora, nella gran parte delle
traduzioni questo duplice fattore semantico si attenua fino a perdersi; spesso
infatti (a') accade di trovare in italiano estensione, in inglese extension, in fran-
cese étendue, in spagnolo extensión, in tedesco Ausdehnung, o simili; e inoltre
(b') tali designazioni vengono accoppiate con altre dal significato distante,
quali rispettivamente distrazione (o dissipazione o dispersione), distraction, dis-
sipation, distracción, Zerissenheit.
A ben vedere, la distentio di cui a questo punto il libro comincia a parla-
re si identifica con l’imporsi della mutabilità, l’irruzione del contingente e
del multiforme. Seguendo il filo del paragrafo alla fine del quale il termine vie-
ne introdotto (che cos’è un giorno, come si fa a misurarlo), se ne ricava che si
ha distentio tutte le volte che ci riportiamo alla realtà raffrontando le dura-
te degli eventi in modo da poterli indicare e con ciò stesso identificarli. Si trat-
ta insomma di un distogliere, un differire, un dislocare, un distorcere, e in-
sieme il disaggregarsi e spargersi di qualcosa che all’origine è da pensare con-
centrato.

5. Alla fine del libro sul tempo la proprietà fondamentale dei fenomeni
analizzati viene ricondotta alla caratteristica costitutiva della condizione uma-
na. E in effetti proprio la distentio, che ha il ruolo di operatore mentale nella
dinamica temporale, è anche ciò che sul piano religioso sancisce l’impossibi-
lità di accedere all’eterno permanere divino; si tratta cioè di un’unica prero-
gativa.
Ammette infatti Agostino: distentio est vita mea (11,29,39). Dunque la
temporalità è distentio in quanto la vita stessa è distentio, e viceversa; tale è la
condizione della creatura umana. A riprova del fatto che in entrambi gli am-
biti, dei fenomeni temporali e della vita morale, la distentio descrive la mede-
sima caratteristica, sta il rafforzamento che l’ammissione appena vista riceve
dalla constatazione che vi fa eco qualche rigo più avanti chiarendola e spie-

9
Il passo di De Genesi ad litteram 5,10,25 citato sopra a proposito dell’acqua si riferisce pro-
prio alla possibilità che al principio la terra fosse prevalentemente piatta e che di conseguenza «latius
possent erumpentia fluenta dispergi atque distendi».
Sulla distentio in sant’Agostino 287

gandola: «mi sono frantumato nei tempi» e di conseguenza «i miei pensieri si


dilaniano di varietà tumultuose» (11,29,39) 10.
Insomma, quella stessa disposizione che dal punto di vista cognitivo è il di-
stogliersi della mente da se stessa allorché si rapporta agli eventi situandoli in
successione («il tempo è distentio»), dal punto di vista dell’antropologia teolo-
gica è altresì il riversarsi all’esterno e il disgregarsi nella molteplicità delle con-
tingenze («la mia vita è distentio»), che impedisce di cogliere l’unità e la sta-
bilità di Dio. Il quale non conosce distentio, nemmeno nel creare (in quanto la
sua azione non si ‘articola’ in atti successivi), e dei fenomeni temporali ha una
conoscenza piena che però non è a sua volta di ordine temporale (11,31,41).
In un tale quadro di perdita di consistenza, l’auspicio non può che essere
quello di trascurare sia il passato sia il futuro, in definitiva il tempo, per occu-
parsi di quel che davvero conta, ossia di «ciò che sta dinanzi» (citazione da
san Paolo) 11, e occuparsene con una attitudine differente, cioè, per l’appunto,
non distentus ma extentus, ossia non secundum distentionem ma secundum in-
tentionem (11,29,39); auspicio che verrà ripreso nell’ammonimento del De
Trinitate ad evitare che per multa distendatur intentio (De Trinitate 15,5,8).
La citazione paolina rende inequivocabile il senso complessivo unitario
della distentio, che, ripetiamo concludendo, è insieme e indissolubilmente co-
gnitivo ed esistenziale, in quanto riguarda il fondo di esperienza su cui si ba-
sano sia la concettualizzazione del tempo sia la dimensione religiosa.

Università di Catania SEBASTIANO VECCHIO

10
Si noti che qui i verbi adoperati sono dissilire “andare in pezzi, scoppiare” (formato da dis-
più salire “saltare”) e dilaniare “dilaniare” (da dis- più laniare “lacerare”).
11
«Dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro ver-
so la meta» (Lettera ai Filippesi 3,13-14). Altrove Agostino spiega che ciò che sta alle spalle sono «tut-
te le cose temporali» mentre ciò che sta di fronte è «il desiderio delle cose eterne» (Enarrationes in
Psalmos 89,5).
RIASSUNTO / ABSTRACT

Questo volume del Bollettino raccoglie 15 contributi pensati a partire dall’opera


di Tullio De Mauro. Apre la raccolta il saggio introduttivo di Franco Lo Piparo (pp.
5-13) che contestualizza la figura e il pensiero di De Mauro mostrandone i legami con
Pagliaro, Wittgenstein e Gramsci. Gli altri contributi sono suddivisi in quattro sezioni
che riflettono i temi di ricerca di De Mauro. La prima sezione (Parlanti e scriventi in
Italia) include i saggi di Luisa Amenta (pp. 17-34) sul tema della comprensione lin-
guistica nella scuola, quello di Mari D’agostino (pp. 35-58) sull’analfabetismo in Italia,
quello di Claudio Marazzini (pp. 59-66) dedicato alla Storia lingiustica dell’Italia re-
pubblicana come prosecuzione ideale della Storia linguistica dell’Italia unita e quello
di Rosanna Sornicola (pp. 67-82) dedicato al contributo degli studi italiani degli anni
Venti e Trenta del secolo scorso alla storia della linguistica. La seconda sezione (Il les-
sico) include i saggi di Vincenzo Lo Cascio (pp. 85-108) sul processo combinatorio
delle lingue tra retorica e lessicografia e quello di Salvatore Cluadio Sgroi (pp. 109-
148) sulla produzione lessicografica di De Mauro. La terza sezione (Significare e Par-
lare) raccoglie i contribuiti di Francesco La Mantia (pp. 151-174) sulla presenza della
riflessione linguistica di Antoine Culioli nel pensiero di De Mauro, di Francesca Piaz-
za (pp. 175-190) sul fenomeno della violenza verbale, di Patrizia Violi (pp. 191-194)
sulle figure di Eco e De Mauro come maestri. La quarta sezione (Saussure e i problemi
teorici del linguaggio) raccoglie i saggi di Felice Cimatti (pp. 199-214) su De Mauro e
la filosofia italiana del linguaggio, quello di Giorgio Graffi (pp. 215-236) sui rapporti
tra Saussure, De Mauro e Timpanaro, quello di Antonino Pennisi (pp. 237-264) sul
tema dell’embodiement cognition messo in relazione con il pensiero di Spinoza, quello
di Jürgen Trabant (pp. 265-280) sulla lingua come “spirito della nazione” in Humbolt
e, infine, quello di Sebastiano Vecchio (pp. 281-287) sul rapporto tra lingua e tempo-
ralità affrontato attraverso la nozione agostiniana di distentio.

This issue of the Bollettino gathers 15 texts based on the works of Tullio De Mau-
ro. In the introductory essay, Franco Lo Piparo (pp. 5-13) contextualizes the role and
the thought of De Mauro, showing the connections to Pagliaro, Wittgenstein and
Gramsci. The other texts are divided into four sections which correspond to De Mau-
290 Riassunto / Abstract

ro’s main research topics. The first section (Parlanti e scriventi in Italia) includes the
texts of Luisa Amenta (pp. 17-34) on  linguistic comprehension at school, Mari
D’Agostino (pp. 35-58) on illiteracy in Italy, Claudio Marazzini (pp. 59-66) on
the Storia linguistica dell’Italia repubblicana considered as an ideal continuation of
the Storia linguistica dell’Italia unita, and that of Rosanna Sornicola (pp. 67-82) on the
contribution of the Italian 1920s and 1930s thought to the history of linguistics. The
second section (Il lessico) gathers the texts of Vincenzo Lo Cascio (pp. 85-108) on the
combinatorial process of languages, between rhetoric and lexicography, as well as that
of Salvatore Claudio Sgroi (pp. 109-148) on De Mauro’s lexicographical writings. The
third section (Significare e Parlare) includes the texts of Francesco La Mantia (pp.
151-174) on the presence of Antoine Culioli’s linguistic reflection in the working of
De Mauro, that of Francesca Piazza (pp. 175-190) on the phenomenon of verbal vio-
lence, followed by those of Patrizia Violi (pp. 191-194) on the figures of Eco and De
Mauro as masters of arts. The fourth section (Saussure e I problem teorici del linguag-
gio) gathers essays by Felice Cimatti (pp. 199-214) on De Mauro and the Italian phi-
losophy of language, that written by Giorgio Graffi (pp. 215-236) on the relations be-
tween Saussure, De Mauro and Timpanaro, and that by Antonino Pennisi (pp. 237-
264) on  the embodiment cognition in its relation to Spinoza’s thought, followed by
the text of Jürgen Trabant (pp. 265-280) on language as “the spirit of the nation” in
Humbolt and, last but not least, an essay by Sebastiano Vecchio (pp. 281-287) on the
relation between language and temporality as filtered by the Augustinian notion
of distentio.
INDICE

Franco Lo Piparo, A partire da Tullio De Mauro . . . . pag. 5

I - PARLANTI E SCRIVENTI IN ITALIA

Luisa Amenta, Capire (e farsi capire) a scuola . . . . . » 17


Mari D’Agostino, Analfabeti nell’Italia di ieri e di oggi. Dati, mo-
delli, persone, parole: la lezione di Tullio De Mauro . . » 35
Claudio Marazzini, Dall’Italia unita all’Italia repubblicana: lezioni
di stile e di metodo nella storia linguistica di Tullio De Mauro » 59
Rosanna Sornicola, Il problema della storia linguistica: il contribu-
to degli studi italiani degli anni Venti e Trenta del Novecento » 67

II - IL LESSICO

Vincenzo Lo Cascio, Retorica e lessicografia. Il processo combina-


torio . . . . . . . . . . . . . » 85
Salvatore Claudio Sgroi, Tullio De Mauro linguista-lessicografo . » 109

III - SIGNIFICARE E PARLARE

Francesco La Mantia, “Un atteggiamento irenico”. Su alcune pagi-


ne culioliane di Tullio De Mauro . . . . . . . » 151
Francesca Piazza, Le parole dell’odio. Dal lessico alle pratiche ver-
bali . . . . . . . . . . . . . » 175
Patrizia Violi, Sul significare. De Mauro e Eco: due maestri di pen-
siero e di vita . . . . . . . . . . . » 191
292 Indice

IV - SAUSSURE E I PROBLEMI TEORICI DEL LINGUAGGIO

Felice Cimatti, Tullio De Mauro e la filosofia italiana del linguag-


gio . . . . . . . . . . . . . » 199
Giorgio Graffi, Saussure, De Mauro e Timpanaro . . . . » 215
Antonino Pennisi, Cosa può un corpo. Spinoza e l’Embodied Co-
gnition . . . . . . . . . . . . » 237
Jürgen Trabant, Wilhelm von Humboldt a Roma: l’antichità e lo
spirito della Nazione . . . . . . . . . » 265
Sebastiano Vecchio, Sulla distentio in sant’Agostino . . . » 281

Riassunto /Abstract . . . . . . . . . . » 289


La diffusione del Bollettino
è curata dal Centro di studi filologici e linguistici siciliani
Sito web: www.csfls.it
Finito di stampare nel mese di dicembre 2017 nella Tipolitografia Luxograph s.r.l. di Palermo.
Impaginazione: , Grafica editoriale di Pietro Marletta, Misterbianco (CT)