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LINGUISTICA GENERALE

STRUTTURA DEL LINGUAGGIO E CATEGORIE LINGUISTICHE – Generativismo, tipologia e linguistica


cognitiva.

L’interrogativo è: la facoltà del linguaggio è qualcosa di specifico che non ha niente in comune con altre facoltà
cognitive dell’uomo o riflette quelli che sono i più generali processi cognitivi dell’uomo (categorizzazione,
meccanismi della memoria)? Questo quesito porta alla distinzione tra il generativismo (il quale ritiene che la facoltà
del linguaggio sia innata, biologicamente determinata, specifica della specie umana, concezione modulare della
mente) e la linguistica cognitiva (che ritiene che i meccanismi cognitivi non siano specificamente linguistici ma
ascrivibili ad altre capacità cognitive dell’essere umano che trovano ella lingua una loro più precisa realizzazione). La
domanda è: non se ma quanto c’è di specificamente linguistico nella facoltà del linguaggio? Ovvero, quanto c’è di non
condiviso con altre facoltà cognitive dell’esser umano? Queste domande chiamano in causa modelli teorici diversi: il
primo è la linguistica generativa.
Linguistica generativa: Chomsky: già la sua bibliografia ci dà l’idea di quali siano le questioni centrali del paradigma
generativista. Alcune questioni sono le strutture delle sintassi in “Syntactic Structures” del 1957, gli aspetti della teoria
della sintassi i “Aspects of the Theory of Syntax”. 1982: The Pisa Lectures (molto importanti) che furono stampate
quell’anno. Sono importanti perché in questi anni si abbandonano le teorie che supportano l’esistenza di una
grammatica universale (modello universale), comune a tutti i parlanti, sostituendole con un modello a principi e
parametri che sarebbero comuni a tutte le lingue. Se i principi universali sono un numero circoscritto, come fanno le
grammatiche particolari a variare nella misura ragguardevole in cui variano? Il primo modello della grammatica
universale, il secondo modello dei principi e parametri sono tentativi di risposte. Principi e parametri che vuol dire:
principio x: all’interno di un sintagma ci deve essere un elemento testa e un elemento modificatore. Variazione
parametrica: alcune lingue mettono prima la testa e poi il modificatore, altre l’inverso. Esempio: Principio universale
→ struttura della sillaba: all’interno della sillaba il nucleo deve essere l’elemento dotato di maggiore sonorità.
Variazione parametrica → alcune lingue ammettono in funzione di nucleo soltanto le vocali, altre sia le vocali che le
sonoranti e così via. A partire da un modello di questo tipo è effettivamente possibile spiegare come i principi
universali si declinino nei parametri delle singole lingue.
1985: ulteriore svolta all’interno della riflessione chomskiana sulla struttura del linguaggio: il programma
minimalista. L’interrogativo che ci si pone è: veramente i processi cognitivi alla base del linguaggio sono così
complessi e articolati come sono stati descritti da alcuni linguisti? Da qui si genera l’ipotesi minimalista, che riduce
l’apparato delle regole circoscrivendo il nucleo della facoltà del linguaggio (quella che vedremo è la facoltà del
linguaggio in senso stretto) a un meccanismo ricorsivo (cioè un meccanismo di regole riapplicabili più volte), legato a
due operazioni di movimento e diffusione. Si riduce agli aspetti strettamente sintattici quella che è l’elaaborqazione
del linguaggio, escludendo dalla facoltà del linguaggio in senso stretto gli aspetti semantico-pragmatici (legati al
significato e agli aspetti interazionali della lingua) e gli aspetti fonetico-fonologici. La centralità della sintassi (e delle
sue strutture) è il centro del programma minimalista.
Altro termine (dopo “minimalismo”) che ritorna in Chomsky: conoscenza, apprendimento Siamo di fronte ad un
argomento forte del generativismo, cioè quello della povertà dello stimolo: come fanno i bambini ad apprendere in
tempi relativamente brevi le strutture della lingua se sono nella situazione in cui non possono vederle tutte. Il
linguaggio di apprende perché i parlanti vengono esposti a un input o i parlanti hanno già gli strumenti per elaborare
quelle che sono le regole di una lingua anche senza un input? Al bambino bastano poche strutture della lingua perché
sulla base di quelle è in grado di settare i vari parametri della lingua che poi gli consentiranno di derivare la
grammatica particolare di quella determinata lingua. Il programma minimalista è una proposta di ricerca, un’ipotesi.

Autonomia della sintassi


Le strutture della sintassi: «La grammatica deve essere formulata come un sistema autonomo indipendente dalla
semantica. In particolare, la nozione di grammaticalità non può essere identificata con l’essere dotato di significato.
[…] uno dei risultati dello studio formale della struttura grammaticale è costituito dal fatto che si porta alla luce uno
schema sintattico in grado di sostenere l’analisi semantica.» (N. Chomsky, Le strutture della sintassi, Laterza, p. 157,
159). Il primo tra i testi di Chomsky, le Strutture della sintassi, dice che la semantica è qualcosa a sé. Infatti, la
struttura grammaticale, ciò che fa di una lingua un sistema funzionante, è unicamente una struttura sintattica. La
facoltà sintattica è rimasto l’unico bastione propriamente umano della facoltà del linguaggio in senso stretto. La
sintassi quindi oltre a essere centrale è autonoma: la grammaticalità non dipende da altri fattori come la semantica. Un
esempio limite:

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Testo “Il lonfo” (1978, Fosco Maraini):

“Il Lonfo non vaterca né gluisce


e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s’archipatta [...].

È una tipologia di testo metasemantico, non è una filastrocca, bensì una poesia. Nessun parlante italiano direbbe che
esso sia un testo agrammaticale. Infatti, gli elementi funzionali, come gli articoli, le congiunzioni, l’accordo
morfosintattico, le desinenze, tutto ciò che dà la struttura grammaticale, sono dove dovrebbero essere. Di questo testo
senza conoscerne il significato potremmo fare l’analisi logica, grammaticale e del periodo. Il testo è infatti oscuro dal
punto di vista semantico. O no? Le parole sono a noi sconosciute, tuttavia possiamo dare qualche tratto semantico al
testo. Il lonfo infatti è un elemento vitale e i verbi di cui è soggetto sono dinamici e non stativi. La traduzione di questi
testi è impossibile, è pensata come ricreazione ex novo di un testo creativo.

Generativismo e formalismo = l’indagine in questione si basa su rapporti di natura formale

Concetti importanti:
- Facoltà del linguaggio innata, geneticamente determinata e specifica della specie homo sapiens
- La ‘proprietà dell’infinità discreta’ la stessa proprietà dell’infinità discreta, cioè la possibilità di generare da
un numero finito di elementi, attraverso le regole ricorsive, un numero infinito di frasi e testi, ha a che fare
con la doppia articolazione del segno linguistico (che è una proprietà del significante, per cui il significante è
scomponibile e ricomponibile, e quindi un aspetto formale).
- Il passaggio dalla prima concezione di grammatica universale al modello a principi e parametri.
- I-Language e E-Language: internal(ized) vs external(ized) (competence - performance) Distinzione tra
lingua interna e esterna. La competence linguistica è quella meritoria di indagine  cioè ci interessano le
regole della grammatica di una lingua.
- Si arriva infine all’ipotesi provocatoria che la comunicazione non sia la funzione inerente del linguaggio
umano (cioè che il sistema di regole che l’essere umano ha poi utilizzato per governare la lingua potesse
esistere indipendentemente dal fatto che gli esseri umano ne abbiano fatto quest’uso)
La tipologia linguistica e funzionalismo
L’altro grande filone che cerca di individuare i principi della grammatica universale è quello della tipologia, il cui
esponente più conosciuti è Greenberg, che arriva alle sue teorie in modo induttivo, cioè osservando la variazione
interlinguistica e cercando di individuare i vincoli vigenti con frequenza più che casuale nelle lingue del mondo,
perché questi vincoli sono poi regole di carattere universale. Greenberg una un percorso diverso dal paradigma
chomskiano.
Altri aspetti su cui si distinguono generqativismo e tipologia linguistica:
Altra caratteristica della tipologia e del funzionalismo: rifiuto della concezione modulare della mente: cioè, non ci
sarebbe qualcosa nella facoltà del linguaggio di specificamente ed esclusivamente linguistico ma le strutture
linguistiche rispondono a principi cognitivi più generali attraverso cui l’essere umano organizza e struttura la
conoscenza del mondo che lo circonda, e la comunica agli altri (funzione pragmatico-comunicativa)
Le lingue sono sistemi con cui i parlanti classificano una serie di contenuti e esperienze. Esempio: la classificazione in
una lingua di singolare e plurale, e in un’altra di singolare, duale, triale, plurale. Altro es: una lingua in Groenlandia ha
una quarantina di nomi per classificare i vari tipi di bianco e neve, cosa che sarebbe ridondante per l’italiano.
Se le categorie linguistiche sono anche cognitive, come sono fatte?
La prima formulazione della struttura di queste categorie non viene da un linguista ma da un filosofo del linguaggio,
Wittgenstein. Lui indagava la struttura delle categorie cognitive su cui l’uomo categorizza l’esperienza e la traduce
nella lingua. Se noi di fronte alla variabilità extralinguistica non operassimo astrazioni e generalizzazioni sui dati
empirici, non la sapremmo gestire. Es: i nomi dei colori sono molto limitati rispetto ai milioni di sfumature che
l’occhio umano è in grado di percepire. Cosa serve per classificare un certo elemento come appartenente ad una
determinata categoria, dice Witt? L’esempio che lui pone è quello del gioco. Bisogna porsi l’interrogativo di
individuare l’elemento in comune a tutti i giochi (per poter classificare qualcosa come gioco). La risposta di Witt a
questo interrogativo è nulla. Secondo lui non è possibile trovare un elemento in comune tra tutti i membri della
categoria giochi. Ha quella che lui chiama una struttura a somiglianza familiare “family resemblance”: ciascun
membro condivide almeno un tratto con almeno un altro membro della categoria. X e Y possono non avere niente in

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comune, ma possono entrambi avere un tratto in comune con Z. A questo punto il rischio è che non sia possibile
definire dei confini della categoria, e quindi non sarebbe una categoria.

Categorie linguistiche a somiglianza familiare


“Women, fire and dangerous things”, testo di Lackoff.
Esempio della lingua del dyrbal: essa categorizza l’esperienza in due gruppi.
- Donne, uccelli… (avvicina dunque l’anima delle donne a quella degli uccelli);
- Uomo, attrezzi da pesca... (avvicina dunque l’uomo agli attrezzi da pesca).

La lingua divide i generi in questo modo, perché l’anima delle donne si reincarna in quella degli uccelli secondo la
cultura che vi soggiace, e perché gli uomini sono coloro che si occupano della pesca (attività dominante nella società
che corrisponde a questa lingua).

27.09 Rovai lez 2

Dalla prima lezione sono emerse le due prospettive: generativista chomskyana da una parte, cognitivista
tipologica dall’altra. Cercheremo dunque di mettere in luce le questioni che le prospettive portano con sé. Come si era
già accennato, nella rappresentazione delle categorie linguistiche come categorie naturali, tipica della linguistica
cognitiva, il problema che si pone è: se è sempre possibile associare nuovi membri a una categoria sulla base di
rapporti di somiglianza con membri già esistenti della categoria, il rischio insito è che una categoria finisca per non
avere confini definiti, e quindi non essere più una categoria. Vedremo come l’ipotesi che circoscriva la facoltà del
linguaggio unicamente a un meccanismo sintattico ricorsivo (come le posizioni ultime del minimalismo chomskyano)
finisca per non cogliere alcuni aspetti difficilmente eliminabili all’interno del linguaggio (aspetti semantico
pragmatici), aspetti che devono essere recuperati ipotizzando le cosiddette interfacce, cioè ambiti della facoltà del
linguaggio in cui vengono messi in relazione gli aspetti semantico-pragmatici con quelli più strettamente sintattici.
Tuttavia, cosa è e in cosa consiste l’interfaccia semantico-pragmatico o fonetico fonologica non è circoscrivibile in
una definizione precisa.

Vediamo perché il paradigma generativista riconosce come caratteristica specifica e caratterizzante del
linguaggio umano (rispetto ad altre forme di comunicazione animale) unicamente il meccanismo delle regole
ricorsive.
Fra i tanti interrogativi del genaritivismo abbiamo questioni, ad esempio come si strutturi la conoscenza umana, che
secondo Chomsky non può essere scisso dal capire prima di tutto come si strutturi il linguaggio umano. Secondo
Chomsky il linguaggio sembra essere proprietà unica della specie umana, presenta variazioni minime (salvo casi di
patologie) tra gli esseri umano, entra in modo cruciale nella strutturazione del pensiero → Questione dell’innatismo
linguistico: facoltà del linguaggio quasi come un modulo della mente, strutture cerebrali sviluppatesi nell’evoluzione
in modo da gestire uno strumento di comunicazione estremamente sofisticato.

La caratteristica del linguaggio come proprietà unica della specie umana è in realtà un interrogativo che è stato poi
ripreso e sviluppato dallo stesso Chomsky. Questo è l’interrogativo ripreso e sviluppato dallo stesso Comsky. Nel suo
lavoro del 2002 “La facoltà del linguaggio -…” (metterà il pdf) vediamo che cos’è la facoltà del linguaggio, chi la
possiede tra le specie viventi (è unicamente umana o condivisa da altre specie) e come si è evoluta. Gli altri due autori
che redigono questo lavoro con Chomsky non sono linguisti ma sono due biologi evoluzionisti →il linguaggio è
trattato come un ambito di studio delle scienze naturali.
Tra le caratteristiche tipiche del linguaggio umano troviamo quelli che sono i tratti del linguaggio su cui ogni linguista
sarebbe d’accordo: il linguaggio umano ha una struttura gerarchica, nonostante l’ordine in cui si manifesta sia lineare
perché con gli strumenti con cui si realizza prima di tutto, gli strumenti fonico e grafico, le parole si dispongono in
sequenza lineare, temporale dietro la quale vi è gerarchia all’interno delle diverse strutture che distingue tra elementi
testa all’interno di un sintagma e gli elementi modificatori, elementi che non stanno tutti sullo stesso piano; es.
struttura della sillaba: all’interno della struttura sillabica vi è una gerarchia tra elementi obbligatori come il nucleo, e
elementi facoltativi come la coda. La struttura gerarchica permea il linguaggio a tutti i suoi livelli.
Come viene condotta l’indagine per stabilire cosa ci sia di specificamente umano all’interno della facoltà del
linguaggio? Viene condotta con una prospettiva comparativa (usata molto dalla biologia evolutiva) tra la specie
umana e altre specie più o meno affini per verificare se una caratteristica appartenente alla specie di interesse (nella
specie umana, nel nostro caso) la possiamo riscontrare in tutta una serie di altre specie.
Per condurre una indagine di questo tipo bisogna stabilire dei criteri che rendano confrontabili tra loro le diverse
specie.

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Prima di tutto è importante sottolineare che porre la questione in termini evoluzionistici vuol dire in realtà porla
all’interno di un quadro più complesso rispetto all’idea di evoluzione che tutti abbiamo. Siamo consapevoli della
storia dell’evoluzione dell’uomo, nella vulgata 1 l’uomo discente dalla scimmia. Una rappresentazione così lineare
dell’evoluzione è assolutamente fuorviante, soprattutto perché ignora che l’evoluzione è frutto di una serie di
ramificazioni intermedie, non sono fasi nette. In questa rappresentazione prima della specie sapiens tipicamente subito
prima viene l’uomo di Neanderthal, come se il Neanderthal fosse il “genitore” del sapiens, ma non è così, sono
piuttosto come cugini, sono due di quella decina di specie diverse sviluppatesi come afferenti al genere homo, che si
sono sviluppate lungo linee evolutive parallele, non in maniera lineare.
In un approccio comparativo l’ideale sarebbe condurre il confronto con specie dello stesso genere. Per quanto riguarda
la specie umana, l’indagine si indirizza prima di tutto al confronto con quelli che sono cugini alla 2 lontana, le specie
più affini cioè le grandi scimmie→5 specie: i gorilla, gli oranghi, gli scimpanzé, i macachi e bonobo. Si vedrà un
confronto anche con specie molto distanti ma che hanno capacità sorprendentemente simili a quelle umani nella
gestione dei loro sistemi di comunicazione. Si tratta in ogni caso di vedere quanto noi riscontriamo di specificamente
umano.

Si pongono così 3 questioni di base esposte da Chomsky:


1) shared VS unique = condiviso VS unico: cosa è condiviso con altre specie e cosa è unicamente umano.
2) se l’evoluzione del linguaggio sia stata graduale o come spesso accade nei processi evolutivi sia stata saltational,
ovvero frutto di una improvvisa mutazione/interruzione. se da subito ci fosse qualcosa di linguistico, facoltà
presente sin da subito e progressivamente potenziatasi verso uno sviluppo continuativo o se a un certo punto ci sia
stato salto nello sviluppo evolutivo che abbia introdotto qualcosa di qualitativamente diverso → distinzione tra
qualcosa che prima non era linguaggio e qualcosa che da un certo punto in poi è diventato inguaggio.
3) distinguere se questa facoltà si mette in ottica di continuità o di exaptation (riuso). → CONTINUITÀ: si fa
riferimento all’ipotesi che ci fosse un meccanismo cognitivo fin da subito comune a tutti, programmato per la
comunicazione all’interno della specie e che si sia potenziato negli anni. EXAPTATION/RIUSO: si crede che
esistessero dei meccanismi, ovvero che facoltà originariamente sviluppatesi per altre funzioni da un certo punto in poi
siano state invece utilizzate per altre funzioni, ovvero, la comunicazione (tipica funzione del linguaggio). Un esempio
di exaptation è il fenomeno dell’abbassamento della laringe: uno dei tratti che distingue l’essere umano dalle grandi
scimmie è il fatto che la laringe nelle grandi scimmie è posizionata all’inizio del tratto dell’apparato respiratorio,
impedendo che ci sia una sovrapposizione tra apparato digerente e quello respiratorio. L’abbassamento della laringe
significa che c’è parte dell’apparato respiratorio in costante comunicazione con l’apparato digerente → dal punto di
vista evolutivo l’abbassamento aumenta il rischio di soffocamento, ma è stato anche selezionato dall’evoluzione come
tratto vantaggioso perché ha aumentato spazio sopra glottale e questo ha consentito l’articolazione di una gamma di
suoni più complessa ed elaborata. Questo potenziamento degli strumenti linguistici dell’essere umano è vantaggio
evolutivo tanto considerevole da mettere in secondo piano lo svantaggio legato alla posizione di una laringe più bassa.
Si parla di riuso perché probabilmente il primo vantaggio derivato dall’abbassamento della laringe non è stato tanto
legato alla possibilità di potenziare le capacità espressive del linguaggio, ma bensì il primo vantaggio è stato quello
che, aumentando lo spazio sopra glottale, l’essere umano ha potuto produrre suoni più gravi→ uso di suoni gravi negli
animali: strategia per dare l’impressione di una stazza maggiore (size exaggeration); questo tratto evolutivo sarebbe
stato secondariamente riusato, rifunzionalizzato a scopi linguistici.

Nel porsi queste questioni ci muoviamo in questo ambito sotto l’ipotesi tipicamente generativista del tenere distinto
livello della competenza (competence) da quello della performance, della messa in pratica della lingua. Quindi
distinguere le questioni che hanno a che fare con lingua in quanto sistema di comunicazione (aspetti pragmatico
interazionali, ciò che ha a che fare con scambio di informazioni, comunicare la propria intenzione, trasmettere cultura
etc) da ciò che invece per il generativismo è effettivamente la facoltà del linguaggio ovvero il meccanismo
computazionale soggiacente a esso, competenza che rende possibile il sistema delle regole, che rende possibile
generare quell’ infinità discreta che caratterizza il linguaggio umano.
Sviluppando questa netta ripartizione tra due diversi ambiti che interessano il linguaggio in maniera più periferica o
più centrale, in questo lavoro viene proposta la distinzione tra una facoltà di linguaggio in senso ampio (flp) e una
facoltà del linguaggio in senso stretto.
Perché questa distinzione? Perché se riflettiamo su quali siano le componenti del sistema nervoso umano che sono le
strutture fisiologiche e neurali chiamate in causa nella produzione linguistica, in realtà ci sta dentro un sacco di roba
→ perché in quella che è la produzione del linguaggio c’entra il sistema respiratorio, l’apparato oro-faringeo,
l’apparato acustico (nella ricezione). A livello cognitivo sono coinvolti tutti gli aspetti che hanno a che fare con la
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Vulgata: rappresentazione visiva di quella che è l’idea di evoluzione che ognuno ha è la riproduzione in cui si vede ad un capo la
scimmia che cammina a 4 zampe e dall’altro l’uomo eretto.

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messa in forma linguistica di quelle che sono le relazioni sociali, con gli aspetti che hanno a che fare con le intenzioni
pragmatico-comunicative del parlante e gli aspetti più strettamente legati alla grammatica. Sono molti àmbiti ma
anche molto eterogenei tra loro, sii va dalle strutture fisiologiche a meccanismi neurologici, quindi prima di tutto
l’ipotesi di lavoro è quella di distinguere tra facoltà di linguaggio in senso ampio (aspetti non solo perifericamente
legati alla produzione del linguaggio) e una in senso stretto.

FACOLTÀ DEL LINGUAGGIO IN SENSO AMPIO:


Cosa include: prima di tutto include quella che è la facoltà del linguaggio in senso stretto, cioè il sistema
delle regole ricorsive che permettono di generare testi. Dopodiché assieme a questo meccanismo sintattico-ricorsivo ci
sono almeno altri 2 sistemi interni all’organismo: il sistema senso-motorio perché c’è un aspetto legato al controllo
volontario sul sistema senso-motorio dell’essere umano nella produzione del linguaggio, dai meccanismi della
respirazione al controllo delle pliche vocaliche ai limiti posti dalla capacità di percezione dell’orecchio umano, e poi
c’è il sistema concettuale-intenzionale ovvero che ha a che fare con la semantica e la pragmatica e quindi con
l’espressione, la trasmutazione dei concetti in significati linguistici e la codificazione in forma linguistica di quelle che
sono le intenzioni comunicative del parlante (pragmatica).
Dicono Hauser, Chomsky e Fitch che la facoltà del linguaggio in senso ampio include queste capacità: 1. meccanismo
ricorsivo (facoltà linguaggio in senso stretto), 2. Sistema senso-motorio e sistema concettuale; ma esclude altri sistemi
sì necessari ma non sufficienti per la lingua (meccanismi della memoria, ciò che è legato alla respirazione, digestione
etc.). Ovviamente però i meccanismi della memoria non si possono eliminare facilmente da meccanismi linguaggio,
hanno un certo peso nel determinare le strutture linguistiche.

FACOLTÀ DEL LINGUAGGIO IN SENSO STRETTO


Nel definirla troviamo quelli che sono stati fin da subito i temi forti della teoria generativa: intanto il fatto che
sia un sistema indipendente dagli altri sistemi → idea di autonomia della sintassi rispetto agli altri livelli linguistici,
rispetto alle altre facoltà cognitive dell’essere umano, e viene riproposto in queste formulazioni più recenti nel
dire che la facoltà del linguaggio in senso stretto è sistema astratto di computazione linguistica, il sistema delle varie
regole ricorsive che organizzano strutture dei sintagmi etc. La proprietà centrale di questo sistema è quella di poter
generare un’infinità discreta di produzioni linguistiche, pochi elementi che grazie a questo sistema di regole generano
una uquantità di testi infinita. Ciò è possibile grazie alla ricorsività, cioè alla possibilità di riapplicare la medesima
regola al prodotto della regola stessa. Quindi, dice Chomsky, la facoltà del linguaggio in senso stretto deve includere il
meccanismo ricorsivo, la capacità della ricorsività. Il sistema delle regole ricorsive permette che linguaggio umano
possa acquisire l’infinità discreta, che è la sua caratteristica più evidente.
(Schema che si ritrova nell’opera di Hauser, Chomsky e Fitch):
Schematizzandolo, i fattori coinvolti sono aspetti legati alla facoltà linguaggio in senso ampio, aspetti legati al sistema
delle intenzioni e come nucleo caratterizzante la facoltà del linguaggio in senso stretto: ovvero il sistema delle regole
sintattiche che vincolate dagli aspetti semantici della lingua danno le strutture su cui il linguaggio si fonda.
Al di fuori della facoltà del linguaggio in senso ampio ci sono altri aspetti coinvolti alla dotazione fisiologica
dell’essere umano ma coinvolti in maniera marginale come il meccanismo della memoria, l’apparato circolatorio,
quello digestivo. Poi c’è una serie di fattori esterni alla fisiologia “biologica” dell’essere umano: fattori ecologici,
culturali e sociali. Tuttavia, i fattori culturali si dice che non abbiano rilevanza nella strutturazione del linguaggio
umano. Tuttavia, se prendiamo l’esempio della lezione precedente, caso irval (?), vediamo come la cultura affetta le
categorie linguistiche, abbiamo visto come nello strutturare una categoria linguistica come quella del genere nominale
i fattori culturali hanno rilievo eccome, ad esempio: nel primo genere oltre al nome dell’uomo c’è anche quello degli
attrezzi da pesca perché la pesca è esercitata soprattutto dagli uomini; nel secondo genere oltre alle donne ci sono gli
uccelli perché c’è credenza che la donna si reincarni in uccello → la selezione dei tratti significativi di una lingua è
storicamente e culturalmente determinata, un sistema linguistico è anche una codificazione di un sistema ideologico.
A partire da analisi di sistemi linguistici siamo in grado di ricostruire l’ideologia che ha prodotto quel sistema
linguistico. Il sistema dei generi che ricostruiamo per l’indoeuropeo non è tripartito come molte lingue indoeuropee
“maschile, femminile e neutro”: è un sistema bipartito, basato sulla distinzione tra animato e inanimato → la
classificazione degli oggetti del mondo era fondata sulla presenza o assenza di movimento: ciò che si muove viene
codificato come genere animato e viceversa; la distinzione femminile-maschile è stata introdotta secondariamente
dalle singole lingue all’interno del genere “animato”. Un sistema culturale ideologico si riflette dunque anche nel
sistema linguistico. La selezione dei tratti significativi è culturalmente determinata, per cui molti linguisti avrebbero
da obiettare sull’isolare i fattori culturali rispetto a ciò che è linguisticamente rilevante.
Il problema è che le lingue naturali sono sempre un oggetto di studio ibrido tra natura e cultura; ci sono aspetti
innegabilmente legati all’evoluzione biologica e ce ne sono altri legati alla cultura e alla società in cui vivono i
parlanti che traducono in un certo momento la facoltà del linguaggio in una certa lingua.

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Sempre all’interno di questo approccio, gli aspetti che potremmo dire essere coinvolti nella produzione linguaggio
sono sostanzialmente: la facoltà linguaggio in senso stretto; il sistema senso-motorio; il sistema concettuale-
intenzionale. Si pone così il problema di come questi tre diversi ambiti della cognizione umana (uno specificamente
linguistico, gli altri due coinvolgono altri domini cognitivi umani) si mettono in relazione l’uno con l’altro. Viene
allora ipotizzata l’esistenza delle interfacce. Cosa sia poi l’interfaccia è tuttora non ben definito. Sostanzialmente,
ipotizzando l’esistenza di un’interfaccia semantico-pragmatica che mette in relazione il sistema concettuale-
intenzionale con quello sintattico e l’esistenza di un’interfaccia fonetico-fonologica che mette in relazione il sistema
delle regole sintattiche-ricorsive con il sistema senso-motorio, si prende atto del fatto che ci siano aspetti semantico-
pragmatici e aspetti senso-motori che condizionano in qualche modo i meccanismi più strettamente sintattici.
Esempi di aspetti semantici e pragmatici che condizionano poi le regole sintattiche:
La selezione dell’ausiliare nelle lingue romanze (in particolare in italiano): nella formazione dei tempi composti
l’italiano seleziona essere o avere. Cosa determina la regola di selezione? È un fatto di natura semantica: i predicati
inaccusativi che denotano mutamento di luogo/stato selezionano essere, i predicati inergativi, di attività controllate dal
parlante selezionano avere: “Sono arrivato/Ho nuotato” → proprietà semantiche, legate al significato dei predicati,
condizionano la regola della selezione dell’ausiliare → la scelta del predicato influenza la scelta dell’ausiliare.
Per quanto riguarda il versante pragmatico/fonetico-fonologico: è importante l’intonazione degli enunciati →
L’intenzione pragmatica-comunicativa del parlante che decide di marcare un elemento al posto di un altro: prendiamo
per esempio la stessa frase dichiarativa: “Mario HA LETTO i Promessi Sposi” VS “Mario ha letto I PROMESSI
SPOSI”, si focalizza un certo elemento dell’enunciato (funziona pragmatico-comunicativa), dal punto di vista lineare
dell’ordine dei costituenti e di accordo morfosintattico non cambia niente, ma si associa la funzione di focus al
secondo elemento (compl. oggetto) e questo valore pragmatico viene rielaborato all’interfaccia fonetica-fonologica
assegnando un particolare andamento prosodico, salienza acustica a questo elemento. Vediamo come i due domini più
marginali della facoltà del linguaggio, che fanno parte solo della facoltà del linguaggio in senso ampio, nell’atto
pratico della comunicazione si interfaccino continuamente con la facoltà del linguaggio in senso stretto, che definisce
quali siano le strutture linguistiche rilevanti.
Anche il repertorio lessicale di una lingua vincola e determina in modo considerevole sia le possibilità espressive di
quest’ultima, sia i meccanismi sintattici, morfo-sintattici, in quella che è l’organizzazione del lessico. Soprattutto nella
strutturazione del lessico vediamo all’opera l’arbitrarietà della selezione culturalmente determinata dei tratti
significativi: es. parola “pipistrello” nelle varie lingue: chiunque lo vede come specie di topo che vola la sera. Alcune
lingue selezionano come suo tratto caratterizzante il fatto che somigli ad un topo che vola (nel caso del tedesco
“fledermouse”). L’italiano si rifà al latino vespertilio, “quello che esce la sera”: qui il tratto rilevante è il fatto che esca
la sera e non il suo aspetto fisico, in francese è “ chauve-souris” letteralmente “topo calvo”.
Si nota come il lessico, nonostante in esso abbiano tanto peso i tratti socioculturali, rimane un ambio abbastanza
isolato.

Posto che quello che caratterizza il linguaggio umano è u sistema grammaticale, di regole, si tratta di vedere
se questo sistema di regole sia effettivamente un qualcosa che è emerso unicamente nella specie umana nel corso della
sua evoluzione. Seguendo l’approccio comparativo si dovranno trovare dei dati per dimostrare che nessun’altra specie
animale abbia questi tratti; o articolando meglio  Si tratterà di vedere se elementi della facoltà del linguaggio in
senso ampio siano condivisi da altre specie animali oppure no, e soprattutto se le capacità del linguaggio in senso
stretto (la capacità ricorsiva) sia condivisa da altre specie o no.
In quella che è la classificazione della biologia evolutiva si distingue tra quelle che sono omologie e quelle che sono
analogie. Un tratto che è OMOLOGO tra due specie vuol dire che effettivamente deriva da un progenitore comune di
queste due specie; non è detto però che debbano essere tra loro simili: es. ala d’uccello e braccio di un uomo sono due
sviluppi differenti ma tra di loro omologhi → evolutivamente riconducibili a punto di partenza comune, così come la
pinna di un pesce e la zampa di un gatto. Parlando di caratteristiche ANALOGHE si ha a che fare con qualcosa che
magari si somiglia e svolge la stessa funzione ma che evolutivamente non è in relazione: es. le ali degli uccelli e quelle
degli insetti → c’è una somiglianza fisica, servono per il volo ma evolutivamente non sono organi connessi. Le
analogie ci dicono che specie diverse con dotazioni diverse poste di fronte agli stessi problemi possono trovare
soluzioni simili: es. posti davanti al “problema” del volo i progenitori degli insetti e i progenitori degli uccelli seppur
con dotazioni diverse di partenza hanno sviluppato soluzioni comuni.
Un caso di analogia che si instaura per quanto riguarda l’apprendimento del linguaggio è quello che ha a che fare con
apprendimento del linguaggio nell’essere umano e negli uccelli canori che mostra similarità notevoli ma che si può
ricondurre solo a fatti analogici e non omologhi. Soprattutto perché altre specie più vicine all’ essere umano si
comportano in maniera diversa. Possiamo dire che ci sono similarità veramente stringenti tra l’apprendimento del
linguaggio nell’essere umano e l’apprendimento di diverse melodie con cui comunicano gli uccelli: una prima
similarità è il fatto che sia una facoltà che deve essere appresa tramite uno stimolo/input. Un bambino selvaggio non

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esposto ad un input da imitare non è in grado di sviluppare linguaggio. Stesso discorso per uccelli canori: un canarino
che vive isolato resterà con un repertorio estremamente limitato di melodie riproducibili. Una seconda similarità è che
è una facoltà che richiede capacità percettive ma anche capacità di produrre suono: entrambe le specie devono avere
un controllo raffinato sugli organi deputati alla produzione e ricezione dei suoni, organi che sappiano riconoscere
suoni prodotti da membri della propria specie: l’essere umano è in grado ad avere consapevolezza che anche se non
capisce una lingua straniera, sono comunque stimoli prodotti da altri membri della sua specie.
Una terza caratteristica/somiglianza è che a queste facoltà è deputato principalmente l’emisfero sinistro del cervello:
l’asimmetria del cervello ha funzionalizzato maggiormente alcune aree dell’emisfero sinistro alle funzioni legate alla
comunicazione e al linguaggio. Idem per gli uccelli canori.
In entrambi i casi esiste un “periodo critico” superato il quale non si è più in grado di sviluppare questa qualità in
modo completo, es. enfants sauvages già menzionato: anche se da una certa età in poi vengono esposti poi ad un input
linguistico pieno e sufficiente non sono più in grado di sviluppare pienamente la facoltà del linguaggio (così per gli
uccelli canori) → Bisogna essere esposti sin da subito ad un input.

Lezione 3 rovai 02\10

(riprendendo il discorso di ieri)

Chomsky, Hauser e Fitch si muovono nell’ipotesi di una distinzione tra facoltà del linguaggio in senso ampio (umano
e animale) e in senso stretto (specificamente umano). Cosa c’è di specificatamente umano all’interno dei sistemi
coinvolti nella produzione del linguaggio? Chomsky adotta un metodo comparativo. C’è una distinzione tra analogie e
omologie. Procedendo col sistema comparativo (tra specie diverse) i tre autori cercano di valutare quale tra 3 possibili
scenari possa risultare più attendibile →L’intento è quello di vedere cosa c’è di specificamente umano nel linguaggio.
Si propongono di validare o invalidare le seguenti 3 ipotesi/scenari:
1. la facoltà del linguaggio in senso ampio (ivi compresa anche la facoltà di linguaggio in senso stretto) sarebbe
strettamente omologa alla comunicazione animale → quindi tutto ciò che è coinvolto nella produzione del
linguaggio umano (meccanismo delle regole ricorsive, sistema semantico-pragmatico, concettuale, sistema
fonetico, uditivo etc) sarebbero omologhi alla comunicazione animale e quindi le varie forme di
comunicazione animale sarebbero imparentate, avrebbero un’eredità comune con quella che è la facoltà del
linguaggio umano nel suo complesso.
2. la facoltà del linguaggio in senso ampio (vedi sopra) sarebbe un adattamento unicamente umano per la
comunicazione → tutto quello che è coinvolto nella produzione del linguaggio (vedi sopra) sarebbero frutto di
un processo evolutivo che ha interessato unicamente la specie umana.
3. soltanto la facoltà del linguaggio in senso stretto è unicamente umana → gli altri aspetti possono essere
condivisi con altre specie ma la capacità ricorsiva e l’infinità discreta sono unicamente e specificamente
caratteristiche del linguaggio umano.

Ognuna di queste è in qualche modo plausibile però molta evidenza empirica necessaria non è al momento
disponibile (frase curiosa).
In questa prospettiva vediamo cosa si riscontra anche nelle altre specie animali e cosa invece non è riscontrabile →
Hauser, Chomsky e Fitch notano che vari aspetti della facoltà del linguaggio in senso ampio sono condivisi con altre
specie animali → In primis ci sono molti tra gli aspetti che hanno a che fare con ambiti del sistema senso-motorio e
che sono coinvolti nella percezione e produzione del linguaggio; i 3 autori notano che dal punto di vista della
percezione molte specie animali sono in grado di discriminare suoni umani sulla base delle formanti, tanto che alcuni
esperimenti mostrano che alcuni primati non umani (le grandi scimmie) sono in grado di distinguere frasi in lingue
diverse sulla base della configurazione ritmica. Quindi anche altre specie animali hanno le risorse percettive adeguate
al riconoscimento delle caratteristiche tipiche del linguaggio umano.
In modo analogo, anche per quello che è il versante della produzione di suoni molte specie animali producono una
gamma di vocalizzazione anche più ampia rispetto alla gamma di vocalizzazioni producibile dall’apparato fonatorio
umano. Ma da questo punto di vista c’è da dire che, rispetto agli uccelli canori, le grandi scimmie (specie più vicina a
noi, a maggior ragione se paragonata con gli uccelli) hanno capacità assai più ridotte. Tuttavia è anche vero che la
caratteristica anatomica rilevante (ovvero l’abbassamento della laringe) è condivisa anche da altri mammiferi. Il fatto
è che in ogni caso sono caratteristiche che ritroviamo sì in altre specie animali, ma che non ritroviamo in quelle che
sono evolutivamente a noi più prossime.

Un aspetto coinvolto nella produzione del linguaggio ma che sembra non essere specificamente umano sono le
capacità imitative → alcune specie di animali, come alcuni uccelli e mammiferi (es. delfini) sembrano avere capacità

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imitative raffinate. La capacità di imitazione è un input che ci giunge dall’esterno; è fondamentale ma non sembra
specificamente umana. Ci sono specie animali che hanno queste capacità anche molto sviluppate, ma, ancora una
volta, nelle specie più vicino a noi queste capacità sono ridotte (anche se non poi così tanto, come vedremo). Per
quanto riguarda il sistema concettuale, anche uccelli e mammiferi possiedono un sistema concettuale, elaborano
concezioni astratte della realtà; alcuni scimpanzé sono in grado di elaborare una teoria della mente: cioè sono in grado
di attribuire a qualcun altro degli stati mentali, di comprendere le intenzioni dell’altro e capire ciò che l’altro sta
pensando.

Siamo di fronte a qualcosa di importantissimo, sono cose del linguaggio non specificatamente umane.
Tra le prime tre ipotesi che abbiamo visto, vediamo che la prima (che ci sia qualcosa di ereditario nelle strutture
simili) è messa in discussione dal fatto che possiamo trovare strutture e capacità simili nell’essere umanoe negli
uccelli ma poi non li ritroviamo tra l’umano e le specie evolutivamente a noi più vicine; la seconda è messa in
discussione dal fatto che anche i processi cognitivi astratti coinvolti nella comunicazione sarebbero presenti anche in
altre specie animali. Resta da capire se sia possibile riscontrare qualche argomento in favore della terza ipotesi →
visto che la facoltà di linguaggio in senso ampio è comune anche a altre specie animali (magari per sviluppi analoghi)
è invece possibile dire che concentrandosi sulla facoltà di linguaggio in senso stretto, questa sia qualcosa di
specificamente umano? Dobbiamo vedere se le caratteristiche salienti della facoltà di linguaggio in senso stretto
(infinità discreta e ricorsività) siamo specificamente umane o se le ritroviamo anche in altre specie animali. Secondo i
tre autori, nessuna specie sembrerebbe in grado di ricombinare singole unità significative in sequenze complesse.
Ad esempio, alcuni scimpanzè sono in grado di elaborare il concetto astratto come il numero ma ne colgono
unicamente il valore referenziale e non sono in grado di ricombinare questi segni numerici in segni più complessi:
sono in grado di associare gli oggetti al numero, ma non sono in grado di mettere in sequenza il 2 e il 3, per creare il
23 a indicare una quantità di 23 elementi → colgono il valore referenziale del segno, cioè che è un segno numerico,
ma hanno la capacità di ricombinare questi segni per crearne altri più complessi (la ricorsività).
Allora il meccanismo ricorsivo, che consente di generale l’infinità discreta di segni a partire da pochi elementi, è
la cosa specificamente umana → con decine di fonemi si formano migliaia di morfemi, con cui si formano decine di
migliaia di parole con cui si forma un numero potenzialmente infinito di testi, è questa capacità di combinare secondo
regole che costituisce la specificità del linguaggio umano non condiviso da altre specie animali.

IL CASO KANZI

Il bonobo Kanzi (della specie delle grandi scimmie), nato in cattività in un centro di studi degli Stati Uniti, è
stato addestrato da una studiosa a svolgere dei compiti legati alla comunicazione, che chiamano in causa quanto detto
finora. La studiosa è Savage Rumbaugh. Al bonobo è stato insegnato un sistema di simboli a cui si associavano
oggetti e azioni; sono segni non iconici (non assomigliano al referente a cui rimandano), sono segni totalmente
simbolici. A questi simboli sono stati associati oggetti, persone o azioni (inseguire la palla, inseguire un altro membro
della propria specie etc). Al livello più semplice, la scimmia era in grado per esempio di riconoscere il segno della
mela; ma questo era già stato riscontrato in altri studi precedenti, si sapeva che sapessero associare un segno astratto
ad un certo referente extralinguistico. Cosa si è notato di interessante quindi? → Pur in strutture molto semplici, il
bonobo Kanzi si è mostrato in grado di combinare tra loro i segni che aveva imparato: sulla lavagna luminosa con la
quale comunicava con gli umani, sapeva costruire degli enunciati minimi (toccava il segno associato al rincorrere e al
segno della palla se voleva che qualcuno corresse dietro alla palla). Questo ha conseguenze notevoli rispetto a quanto
dicevamo perché vorrebbe dire che una minima capacità di ricombinare gli stessi segni i primati ce l’hanno; una
sintassi minima, di questo tipo, che mette in relazione un’azione e un oggetto, è pur sempre una sintassi, è pur sempre
un mettere insieme un segno che denota un’azione con un segno che denota un oggetto. → Possiamo dire che questo è
linguaggio? Possiamo dire che la capacità di ricombinare ce l’hanno anche i primati?
Lo studioso Bikkenton parla a proposito di manifestazioni di questo tipo di “protolinguaggio”. Anche se dire che
quello di Kanzi è protolinguaggio non spiega nulla, è solo un’altra etichetta con un altro nome, a questo punto uno si
chiede se un protolinguaggio è un linguaggio comunque o non lo è, quindi non aiuta molto a chiarire la questione.
Il caso è stato ripreso e ridiscusso nel saggio “Dalla mano alla bocca” di Corballis → nel saggio viene detto che
Kanzi è arrivato a sviluppare quel livello di sintassi, ma solo dopo anni e anni di studio e allenamento, e in natura non
sarebbe successo; tuttavia resta comunque un’eccezione (sulla madre e le sorelle gli studi non avevano avuto risultati
incoraggianti). Alla fine di anni e anni di addestramento il bonobo Kanzi è arrivato a dominare circa 500 lessigrammi
(segni che indicano singole unità lessicali), quando qualsiasi bambino nella in un arco di tempo più ridotto ne
acquisirebbe moltissime di più, con capacità sintattiche più complesse. Il caso quindi merita di essere citato, perché

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sembrerebbe mettere in discussione l’unicità delle capacità ricorsive come caratteristiche specificamente umana, ma
non assume troppa rilevanza.
Però tutto questo studio ci dimostra che non dobbiamo pensare alla comunicazione unicamente come ad una cosa
verbale, buona parte del linguaggio dei primati potrebbe avere un sistema gestuale.

C’è un particolare aspetto dell’apparato senso-motorio coinvolto nell’acquisizione del linguaggio.


Buona parte del linguaggio dei primati è di natura gestuale. Come dice il titolo del libro di Corballis “Dalla mano alla
bocca” sembrerebbe che anche il linguaggio umano si sia evoluto a partire da un linguaggio di natura gestuale e che le
vocalizzazioni non facessero altro che accompagnare i gesti, i quali erano i veri segni della comunicazione e che poi si
siano svincolate dal gesto, ma è un’ipotesi abbastanza speculativa.
Tuttavia, a sostegno di un’ipotesi del genere, si trovano quelle che nel cervello sono le strutture neurali deputate alla
produzione e all’articolazione del linguaggio verbale umano coincidono in buona misura o sono molto prossime a
quelle che sono deputate al controllo dei movimenti fini della mano e degli arti superiori → si vede che c’è una logica
dietro l’ipotesi. Però sono problemi ben l’ungi da essere risolti.
Attualmente non si può fare altro che avanzare delle ipotesi e cercare di valutare quale sia l’ipotesi meno
controintuitiva rispetto alle altre.

NEURONI SPECCHIO

Particolare aspetto dell’apparato senso-motorio nell’acquisizione del linguaggio è giocato dai mirror neurons,
neuroni specchio → perché i neuroni specchio sono una struttura neuronale particolarmente importante per gli aspetti
legati all’acquisizione del linguaggio? Perché sembrano essere il correlato neurobiologico, fisico, concreto, di quella
che è la capacità di elaborare una teoria della mente.
Sono stati scoperti in Italia da Giacomo Rizzolatti che notò che nella corteccia premotoria dei makaki sono presenti
alcuni neuroni che hanno un comportamento abbastanza inaspettato → se la scimmia è ferma, non compie nessun
azione i neuroni non si attivano; se la scimmia compie l’azione di afferrare un oggetto, i neuroni si attivano, perché
coinvolti nella produzione e regolazione di questo movimento; i neuroni però si attivano anche se la scimmia è ferma
ma vede compiere quel movimento da qualcun altro → anche gli esseri umani hanno un sistema di neuroni specchio:
quando noi vediamo qualcun altro compiere un’azione, il sistema specchio del nostro cervello si attiva come se noi
stessi compissimo quell’azione; siamo in grado, grazie a questa dotazione neurologica, di identificare l’azione
dell’altro, perché è come se la stessimo facendo noi stessi.
Dal punto di vista cognitivo questo significa che per capire le intenzioni di qualcun altro, per capire cosa sta facendo,
noi non abbiamo bisogno di elaborare esplicitamente quest’informazione, ma la simuliamo in qualche maniera nel
momento stesso in cui la vediamo. Per i neuroni specchio, compiere un’azione o vederla compiere è esattamente la
stessa cosa. È chiaro che da punto di vista dell’apprendimento e della teoria della mente, il sistema a specchio fornisce
una dotazione biologica di centrale importanza, visto che ci dà gli strumenti per interpretare le azioni e anche le
intenzioni altrui. È ancora in discussione quanto i neuroni specchio siano coinvolti nella facoltà di linguaggio.
In tutti gli aspetti interazionali del linguaggio, questi neuroni specchio rientrano.

Mentre nel caso delle scimmie si è trovata evidenza diretta per quanto riguarda i neuroni specchio, negli esseri umani
abbiamo evidenza di natura indiretta, attraverso pratiche meno invasive (risonanze magnetiche, encefalogrammi); la
cosa interessante è che le aree in cui nei makaki è stata trovata evidenza della presenza dei neuroni specchio, sono
quelle aree del cervello che evolutivamente, nel cervello umano, sono diventate le aree di “wernicke” e di “Brocà”:
aree cerebrali dell’emisfero sinistro, deputate alla produzione del linguaggio.
Il fatto che i neuroni specchio nelle scimmie siano state trovate proprio in quelle aree che nel cervello umano sono
deputate alla produzione del linguaggio, ci permette di affermare che la facoltà del linguaggio è condivisibile anche
con altre specie animali?
In conclusione, Chomsky, Hauser e Fitch dicono che la facoltà del linguaggio in senso ampio è probabilmente
condivisa con altre specie, mentre la facoltà del linguaggio in senso stretto è probabilmente specificamente umana.

Alcuni studiosi muovono alcune obiezioni riguardo al fatto che le ipotesi di ricerca non si esauriscano nei 3
scenari prospettati, ma almeno altri 2 scenari possibili dovrebbero essere presi in considerazione. Gli autori in
questioni sono Pinker e Jackendoff, che nel 2005 (3 anni dopo Chomsky, Hauser e Fitch) pubblicano “ La facoltà del
linguaggio: cosa ha di speciale?” rifacendosi alla questione di cosa sia specificatamente umano. Jackendoff è un
generativista, per lui il linguaggio è una facoltà innata, presente nella dotazione genetica dell’essere umano fin dalla
nascita.

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Oltre all’ipotesi innatista, nella distinzione tra facoltà del linguaggio in senso ampio e facoltà del linguaggio in senso
stretto si chiedono quale parte delle capacità linguistiche quale parti siano specifiche del linguaggio e quali
appartengano a capacità cognitive di carattere più generale; quale aspetto della capacità del linguaggio sia
specificamente umano.
Pinker e Jackendoff, partendo dagli stessi presuposti di Chomsky, dicono che sarebbero possibili altri due scenari:
- La facoltà del linguaggio in senso stretto può contenere qualcos’altro oltre alla ricorsività? Ci può
essere, nella facoltà del linguaggio in senso stresso, qualcos’altro di specificamente umano che non
abbia a che fare con la ricorsività?
- Può esserci anche nella facoltà del linguaggio in senso ampio qualcosa che sia unicamente umano?

Rovai lez. 4 03.10

[Chiudiamo la parte iniziale riguardante la facoltà del linguaggio]

Recap lezione precedente:


Dopo aver vagliato alcune ipotesi possibili, la conclusione a cui giungono Hauser, Chomsky e Finch è che esista una
facoltà del linguaggio in senso ampio condivisa anche da altre specie animali e una specificità unicamente umana: una
facoltà di linguaggio in senso stretto costituita dalla ricorsività.
Pinker e Jackendoff propongono altri due scenari (vedi lezione precedente).

Si vagliano alcune situazioni che Pinker e jackendoff adducono a sostegno del loro primo scenario, avanzando ipotesi
circa a un altro scenario possibile, cioè che tra le facoltà di linguaggio in senso ampio c sia qualcosa di unicamente
umano, non condiviso con altre specie umane.

Scenario 1: facoltà del linguaggio in senso stretto che contenga qualcos’altro oltre alla ricorsività.
Un argomento a sostegno di ciò, secondo Pinker e Jackendoff, potrebbe essere costituito dalle modalità con cui gli
esseri umani apprendono le parole.
Occorre fare un passo indietro per avere un termine di confronto, per vedere come Hauser, Chomsky e Finch
trattavano l’apprendimento delle parole. I tre autori riconoscono che l’apprendimento del lessico da parte dell’essere
umano ha delle caratteristiche specifiche che lo distinguono da quello che possono apprendere altri animali→ prima di
tutto il ritmo con cui i bambini costruiscono i progressi: i bambini sviluppano un lessico di parole in tempi assai
rapidi; altra caratteristica è che la maggior parte delle parole che utilizziamo non sono associate con specifiche
funzioni (quella che si chiama libertà da stimoli: mentre gli animali producono messaggi in risposta a stimoli esterni,
l’essere umano non ha bisogno di creare parole/testi in risposta a uno stimolo esterno e la maggior parte delle parole
sono acquisite in assenza dell’input diretto dell’oggetto posto di fronte a chi lo sta apprendendo). I tre autori notano
che l’apprendimento delle parole ha caratteristiche molto particolari, ma se si guarda la conclusione a cui giungono a
proposito dell’apprendimento del lessico è che i bambini della specie umana possono utilizzare meccanismi cognitivi
generali per acquisire e richiamare alla mente le parole → per H.C.F l’acquisizione delle parole sarebbe legata a quelli
che sono più in generale i meccanismi della memoria, attraverso cui gli esseri umani categorizzano le esperienze e
sono poi in grado di richiamarli alla mente in momenti successivi. Pinker e Jackendoff, invece, mettono in evidenza
come memorizzare parole non sia esattamente la stessa cosa che memorizzare oggetti, volti, esperienze, eventi etc. →
notano che rispetto a tutto ciò che può essere memorizzato le parole hanno delle proprie specificità: ad esempio dicono
che le parole non sono semplicemente dei nomi per le cose (in linguistica, l’idea della lingua come nomenclatura,
etichetta delle cose è superata da Saussure in poi), ma sono soprattutto marcate rispetto a una categoria sintattica di
appartenenza e queste loro proprietà sintattiche si manifestano poi nelle modalità con cui ciascuna parola si può
combinare con le altre parole: cioè quando un essere umano impara una certa parola non impara soltanto ad associarla
a un referente esterno, ma impara anche che si può associare ad altre parole (es. zaino si associa ad un referente ma
anche a un aggettivo o articolo il quale apprende la forma del maschile o del singolare) → si acquisiscono non solo le
proprietà paradigmatiche ma anche quelle sintagmatiche, imparare una parola non è solo imparare un certo segno ma
anche imparare i modi con cui questo segno si connette sull’asse del sintagma con altri segni. Quindi, secondo P&J
acquisire le parole quindi non è un’azione semplicemente mnemonica, ma richiede anche capacità di analisi sintattica.
Quindi non ci sarebbe soltanto il sistema di regole ricorsive per creare l’infinità discreta di linguaggio, ma nella
facoltà di linguaggio in senso stretto ci sarebbe anche la dotazione innata che dà all’essere umano le capacità di analisi
sintattica per estrapolare le parole dal contesto e attribuire le proprietà sintatiche a queste singole parole che vengono
apprese.
I due autori continuano a individuare all’interno della facoltà del linguaggio in senso stretto un qualcosa che pur
linguistico in senso stretto non coinciderebbe nella ricorsività → P&J dicono che ci sono meccanismi sintattici che

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non sono ricorsivi, strategie sintattiche che non avrebbero natura ricorsiva. Seguendo l’argomentazione dei due autori,
ogni linguista sarebbe d’accordo che la sintassi impiega almeno 4 diverse strategie combinatorie, con cui si mettono
insieme le singole parole per creare dei sintagmi:
1. Quella che ordina le parole in una gerarchia all’interno dei sintagmi (riconosciuta come ricorsività da HCF);
2. C’è inoltre l’insieme delle regole che consentono di tradurre quest’ordine gerarchico in un ordine lineare → a
causa dei vincoli imposti dal canale di trasmissione fonico-acustico, si prevede che i segni si succedano in un
ordine lineare lungo il tempo e dietro questa linearità in realtà c’è un modello più gerarchico. Accanto al
meccanismo ricorsivo ci sono quindi delle regole di traduzione che trascrivono i rapporti gerarchici che ci
sono tra i diversi elementi → es. in alcune lingue, l’elemento gerarchicamente più importante, la testa, deve
precedere il modificatore etc.
3. Ci sono anche meccanismi sintattici, regole che servono a ordinare all’interno dei diversi sintagmi le parole
che non hanno natura ricorsiva → cfr. accordo e (4.) reggenza.

Quindi P&J dicono che oltre alla ricorsività ci sono altri meccanismi sintattici e meccanismi che permettono
l’apprendimento delle parole (scenario 1).

Dopodiché, gli stessi P&J dicono che potrebbe esserci anche un altro scenario: dicono anche che nella
facoltà di linguaggio in senso ampio potrebbe esserci qualcosa che non è condiviso con altri animali (scenario
2).
Chiamano in causa un aspetto che ha a che fare con la produzione del linguaggio: la vocalizzazione, quello che dal
punto di vista evolutivo è servito all’essere umano per produrre i suoni del linguaggio. Da questo punto di vista HCF
rilevano già come nell’essere umano l’abbassamento della laringe non fosse stato selezionato come vantaggio
evolutivo per la produzione del linguaggio, ma bensì per la size exaggeration. P&J riprendono queste argomentazioni
di HCF, dicono che altre specie hanno evoluto capacità vocaliche estremamente raffinate, come gli uccelli canori, ma
questi non sono antenati diretti dell’essere umano, anzi, negli antenati più diretti dell’essere umano (grandi scimmie)
le capacità di produzione vocale sono assai ridotte. Il fatto che gli uccelli canori abbiano sviluppato queste capacità
raffinate, secondo P&J, rappresenta degli sviluppi analoghi e non omologhi.
Dal punto di vista neurologico e fisiologico, P&J fanno notare che rispetto al confronto con le altre apes (termine che
indica tutte le grandi scimmie) si dice che gli esseri umani moderni hanno una regione del midollo spinale più ampia,
per quello che è il controllo volontario della respirazione finalizzata alla produzione di suoni del linguaggio → dal
punto di vista della dotazione neurologica, quindi, saremmo di fronte a qualcosa di abbastanza specifico per l’essere
umano, qualcosa che pur non rientrando nella facoltà del linguaggio in senso stretto (perché ha a che fare col sistema
respiratorio), sarebbe comunque qualcosa di specificamente umano.
P&J, inoltre, sempre relativamente alla vocalizzazione, chiamano in causa il fatto che la vocalizzazione sarebbe stata
selezionata in prima battuta per creare la size exaggeration, e obiettano che anche se in un primo momento è stata
selezionata a tale scopo questo non ci dice niente riguardo al fatto che l’attuale posizione anatomica sia stata
successivamente mantenuta e amplificata per favorire il linguaggio → se una certa caratteristica evolutiva, a un certo
momento dell’evoluzione, è stata selezionata come tratto vantaggioso a un certo scopo questo non impedisce che in
fasi successive dell’evoluzione venga riselezionata per un altro scopo: es. arti superiori dell’essere umano e ali del
pipistrello discendono da quelle che sono le pinne dei pesci → in un primo momento questa caratteristica nei pesci è
stata selezionata come tratto positivo per il nuoto; nelle fasi successive dell’evoluzione è stata riselezionata per il
movimento nell’aria (nel caso dei pipistrelli) o per tutte le attività svolte dall’essere umano → lo stesso discorso vale
per l’abbassamento della laringe, che nell’essere umano è stata specificamente riselezionata per favorire le possibilità
del linguaggio. Da questo punto di vista, fanno notare che le prove a sostegno del fatto che la laringe sia stata
recentemente riadattata per la parola è più forte del fatto che fosse fin dall’origine adattata per la size exaggeration →
il vantaggio evolutivo della size exaggeration sarebbe legato alla competizione, ma P&J notano che la laringe è
abbassata fin da subito nelle donne, nei bambini e nei bambini piccoli a partire da 3 mesi d’età, quindi una serie di
individui che non sono coinvolti nella competizione tra maschi adulti. Se invece prendiamo in considerazione il tratto
della gravità della voce, che conferisce il tratto della size exaggeration, questo sì si manifesta negli individui maschili
a partire dalla pubertà, ma la laringe abbassata è comunque presente in tutti i membri della specie umana → quindi la
laringe abbassata verosimilmente non svolge più per l’essere umano la funzione di size exaggeration. In aggiunta, il
tratto sopralaringale nell’uomo non è più esteso di quanto ci aspetteremmo per un primate della nostra stessa stazza,
perché nell’essere umano è vero che la laringe si è abbassata però al tempo stesso quella che è la profusione del muso
negli altri primati nell’essere umano si è ridotta. Insieme a tutto questo si accompagna uno sviluppo ulteriore della
forma della lingua e del controllo volontario sulla lingua e la mascella, che hanno aumentato lo spazio possibile dei
suoni.

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Quindi secondo P&J, anche in domini coinvolti in maniera più periferica nella produzione del linguaggio, è possibile
riscontrare degli sviluppi evolutivi che sono specificamente umani, non condivisi dagli altri primati → anche in questi
domini l’uomo avrebbe qualcosa di quantitativamente e qualitativamente diverso.

Conclusione: Dunque, P&J rilevano che la facoltà in linguaggio in senso stresso può contenere altro oltre alla
ricorsività e che la facoltà di linguaggio in senso stretto può non essere l’unica componente specificamente umana del
linguaggio ma anche ambiti meno direttamente coinvolti possono avere nell’uomo caratteristiche che lo distinguono
da tutti gli altri primati.

Vediamo ora ulteriori considerazioni di P&J:


- Data l’ipotesi di HCF che soltanto la ricorsività sia umana, P&J dicono che tale ipotesi serva solo per dare una
motivazione più generale a quello che è il più recente programma minimalista proposto da Chomsky,
sviluppato nell’ambito del generativismo.2
Tuttavia mancano dati empirici, quindi si può solo vagliare sul piano teorico la maggior o minor attendibilità
di un’ipotesi rispetto alle altre.

Ci si interroga da sempre sulle origini del linguaggio dell’essere umano, e ci sono molti aneddoti → aneddoto di
Erodoto.
Sono tanti gli interrogativi su quale sia la facoltà del linguaggio che l’essere umano manifesterebbe spontaneamente in
maniera innata, prima ancora dell’apprendimento delle lingue, e ci si riflette da millenni.

Rovai lez. 6 9.10

Vediamo adesso alcune questioni che sul piano più strettamente linguistico discendono direttamente dalle
problematiche, dagli interrogativi posti da tutto il dibattito visto precedentemente. In particolare, cominceremo a
vedere quale sia la struttura delle categorie linguistiche, dove con categorie linguistiche possiamo intendere tutte
quelle classi in cui facciamo rientrare i fenomeni linguistici che via via esaminiamo (es. categorie linguistiche: nome,
verbo, fonema, parole etc.); cercheremo di capire come sono strutturate al proprio interno queste categorie.
Cercheremo di capire se le categorie linguistiche siano strutturale al proprio interno così come sono strutturate tutte le
altre categorie cognitive con cui l’essere umano organizza la realtà che lo circonda o se abbiano delle proprie
specificità. Se le categorie linguistiche hanno caratteri che e altre categorie cognitive non hanno andremo verso la
direzione dell’ipotesi generativista, viceversa andremo verso l’ipotesi cognitivista, secondo cui la facoltà di linguaggio
si fonda su quelle che sono più in generale le altre capacità cognitive dell’essere umano.
Innanzitutto, se dovessimo cercare di discernere tra cosa è linguistico e cosa non lo è, se dovessimo cercare di dire che
cosa significa categorizzare, che cosa si fa quando si categorizza, un definizione abbastanza comprensiva e
genericamente unanime è quella che si trova in [cfr testo in programma] posto che categorizzare è una delle attività
cognitive più basiche, la categorizzazione ha a che fare con una qualche manifestazione individuale come
appartenente a una classe di entità più ampia, più generale; è una rappresentazione astratta di alcuni aspetti della
realtà, al cui interno facciamo ricadere tutte le singole manifestazioni concrete con cui questa categoria si manifesta.
Si tratterà di vedere come quest’immagine mentale viene costruita e perché alcuni elementi li collochiamo all’interno
di una certa categoria e altri no. Fondamentalmente l’operazione di categorizzazione è un’operazione di
classificazione di singole esperienze come realizzazioni diverse di un’unica rappresentazione concettuale che di essere
abbiamo.

2
Se andiamo a vedere le parole di Chomsky in “Il programma minimalista” (1995) → presenta il modello di analisi
linguistica → diceva che c’è un unico sistema computazionale (CHL), che avrebbe come caratteristica quest’unico
meccanismo computazionale, un sistema ricorsivo comune a tutti gli esseri umani. Questo sistema di regole è basato
su due operazioni fondamentali: il combinare insieme elementi diversi e il dislocarli in diverse posizioni lungo
l’ordine lineare; dopodiché per rendere conto della variazione in ambito morfologico e di come questo sistema di
regole sintattiche ricorsive dialoghi con gli altri livelli linguistici (fonetico-fonologico e semantico-pragmatico), dice
che questo sistema cognitivo interagisce soltanto con due sistemi esterni: il sistema dell’articolazione e della
percezione, e il sistema dei concetti e delle intenzioni, attraverso due interfacce: la forma fonetica e la forma logica
(vedi schema lezioni precedenti). È esattamente la descrizione del modello del linguaggio che emerge dal supporre
una facoltà del linguaggio in senso stretto, che costituirebbe il sistema cognitivo di regole computazionali, che
interagisce poi con aspetta della facoltà del linguaggio in senso ampio, attraverso le due interfacce (quella semantico-
pragmatica e fonetico-fonologica).

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Quando cerchiamo di definire quale sia la struttura interna di queste rappresentazioni che noi ci costruiamo occorre
porsi almeno 3 diversi ordini di problemi.
1. Una classe può essere rappresentata come un insieme di simboli e individui (es. la categoria sedia somma in
sé tutte quelle che sono le singole manifestazioni, esperienze degli oggetti sedia). Quali elementi sono
all’interno di una categoria e quali elementi sono esclusi pone problemi come il confine della categoria  se
la categoria raccoglie un certo numero di elementi, perché raccoglie proprio quelli e non altri? Cosa devono
avere per far parte di una certa categoria e cosa deve mancare perché ne siano esclusi?
2. Questo coinvolge anche un altro aspetto: non tutti gli elementi racchiusi all’interno di una categoria li
assegniamo con lo stesso grado di certezza a quella categoria, cioè alcuni elementi sono più rappresentativi di
altri centralità graduata (es. se prendiamo la categoria frutta, se qualcuno ci chiede se la mela o la pera
appartengono a questa categoria la risposta è certa, d’altra parte, se lo si chiede dell’oliva alcuni rispondono di
sì, altri di no: l’oliva è un frutto ma è meno centrale rispetto alla mela o alla pera e non è il primo esempio di
frutto che ci verrebbe in mente).
3. Problema legato al fatto che l’operazione di categorizzazione può avvenire a diversi livelli: possiamo avere
delle categorie ma anche delle sottocategorie (es. mela fa parte della sottocategoria frutta, mela è sua a volta
una sottocategoria ulteriormente articolabile in vari tipi di mela: renetta, golden delicious etc.).

Da sempre ci si è interrogati su come funzioni questo meccanismo e il primo modello che è stato elaborato è quello
delle categorie classichemodello elaborato già da Aristotele, modello di categoria che lui articolava in sostanza e
accidenti; modalità classica di rappresentare la struttura delle categorie mentali.
Caratteristiche del modello di categorie classiche:
la definizione di una categoria si basa su un insieme di tratti/attributi necessari e sufficienti  se dico che la categoria
X è caratterizzata dagli attributi a b c d, tutti gli elementi che condivideranno questi 4 attributi apparterranno alla
categoria X  la presenza degli attributi a b c d è necessaria e sufficiente per determinare l’appartenenza di un
elemento a una certa categoria. È un modello ancor usato dalla semantica strutturalista, la quale si occupa di definire il
significato delle parole sulla base di un insieme di tratti, quindi scomporre un significato in una serie di elementi che
siano necessari e sufficienti a individuare quel determinato significato. Es. se dovessimo esprimere in tratti necessari e
sufficienti la categoria di puledro potremmo avvalerci dei tratti: equino, maschio, non adulto, animale domestico. Si
vede che i tratti qui hanno natura binaria, cioè o sono presenti o non lo sono, si possono annotare con un + o un -. Nel
caso del primo tratto, rispetto agli altri, equino, non è specificato + o -  viene chiamato antonimus and toples (lista
ordinata e finita di tratti antonimi, dove la presenza di uno esclude la presenza di altri: equino esclude altri tratti come
canino, felino etc.). altra caratteristica è quella del nesting (annidamento) con cui si intende il fatto che un conceto
subordinato, di una sottocategoria, include tutti i tratti di quello sovraordinato più un altro, es. frutta-mela-renetta: la
sottocategoria melai include tutti i tratti che definiscono la categoria frutta, più alcuni tratti specifici che definiscono la
sottocategoria mela e al livello ancora più specifico renetta include i tratti di frutta e mela più altri specifici propri.
Un modello di questo tipo, che ha trovato particolare applicazione soprattutto sul piano semantico, consente di
scomporre la categoria di significato in una serie di elementi la cui somma concorre a definire il significato
complessivo.

Una rappresentazione di questo tipo delle categorie linguistiche comporta alcune conseguenze:
- Il binarismo dei tratti, la mutua esclusione degli antonimi e il fatto che i tratti siano necessari e sufficienti, in
un modello di questo tipo fanno sì che i confini tra le categorie siano netti e rigidi: o un elemento ha tutti i
tratti di quella categoria o non fa parte di quella categoria.
- Questa classica definizione di un’entità non è una descrizione completa di quella che è la sua collocazione
all’interno dell’esperienza: es. basta pensare a un animale domestico, un gattino, che è molto di più rispetto a
un felino-domestico-nonadulto, ha una serie di connotazioni, sfaccettature più articolate che non si risolvono
in quei 3 tratti. Categorie di questo tipo non sono una descrizione completa di una certa entità.
- Questi limiti, la rigidità dei confini delle categorie di questo tipo si manifestano prima di tutto in quei casi in
cui è difficile definire una categoria in termini di tratti necessari e sufficienti. Es. Binkenstein e categoria di
gioco: non ci sono tratti necessari e sufficienti per la categoria gioco, anzi, spesso ci sono elementi che hanno
in comune solo alcuni tratti con alcuni elementi della categoria gioco  categorie a somiglianza familiare,
che non sono definite da un elenco di tratti necessari e sufficienti ma basta che un elemento abbia in comune
almeno un tratto con un altro elemento già appartenente alla categoria vediamo che iniziano a emergere i
problemi connessi con la rigidità del modello classico di categorizzazione.
- Un altro limite che emerge dal modello classico di categorizzazione è legato al fatto che definizioni di questo
tipo in realtà possono valere in alcuni domini specifici dell’esperienza ma non in altri  es. definizione di
scapolo: tratti necessari e sufficienti sono maschio-asulto-non sposato; una definizione di questo tipo è valida

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nell’esperienza quotidiana, ma se ci pensiamo questi stessi tratti si applicano anche al Papa, eppure non lo
includeremmo nella categoria scapolo  si vede come questi 3 tratti colgono il significato di scapolo ma solo
in certi ambiti dell’esperienza e non in altri. Il Papa è uno scapolo? In senso stretto sì, ma non è il primo
soggetto che uno elencherebbe tra gli scapoli. Questo ci dice che i confini delle diverse categorie non sono
netti.
- Altra mancanza di questo modello: incapacità di cogliere l’aspetto connotativo del significato (cioè gli
elementi legati alla valutazione che diamo ad un certo segno). Es. partendo dai 3 tratti maschio-adulto-non
sposato = scapolo, se sostituiamo maschio con femmina il termine corrispondente è zitella  la connotazione
dei due diversi termini non è la stessa: zitella non semplicemente la versione femminile dello scapolo. Gli
aspetti connotativi sfuggono a una rappresentazione in tratti binari e mutualmente escludibili.

È a partire dalle riflessioni di Binkenstein sul modello delle categorie a somiglianza familiare che è stato sviluppato il
modello delle categorie prototipiche. La prima formulazione di questo modello risale agli anni ’70, con Eleanor
Rosch, che si occupa di semantica lessicale e cerca di dimostrare in quale maniera definiamo l’appartenenza di un
certo elemento a una certa categoria. Le categorie prototipiche si basano sulla centralità graduata in stretto correlato
con la bontà dell’esemplare. Centralità graduata non tutti gli elementi di una categoria hanno lo stesso grado di
rappresentatività ma alcuni esemplari sono migliori rappresentati della categoria rispetto ad altri, non tutti i membri
della categoria stanno sullo stesso piano e la Rosh coi suoi studi ha dimostrato che i parlanti inconsciamente sanno che
alcuni elementi sono più centrali nella categoria rispetto ad altri. Come ha condotto i suoi esperimenti la Rosh? Ai
parlanti è stata assegnata una certa categoria, es. verdura, ed è stato chiesto loro di assegnare un punteggio da 1 a 7 a
una serie di elementi che gli venivano sottoposti, dicendo che il punteggio di 1 (massimo) indicava un buon
rappresentante di quella categoria e via via a scalare porro, carota, broccolo, barbabietola etc. e il punteggio più
basso è stato ottenuto da limone.
Probabilmente per dei parlanti italiani l’ordine non sarebbe stato proprio questo. La bontà dell’esemplare è fortemente
legato alla cultura di cui quella certa lingua è espressione. Per cui porro e carota possono essere i migliori
rappresentati della categoria verdura nella categoria anglosassone in cui la Rosh ha condotto la ricerca, ma lo stesso
potrebbe non valere per i parlanti italiani. Categoria frutta: nell’ambito anglosassone il dattero otterrebbe un punteggio
basso, ma avrebbe un punteggio alto in Giordania, dove il dattero si avvicina al prototipo di frutta la selezione dei
tratti significativi viene fatta su base culturale.

Inoltre, se questo test di bontà dell’esemplare si fonda su una valutazione cosciente ed esplicita da parte dei parlanti, è
interessante notare che ciò che i parlanti esplicitamente percepivano come più rappresentativo di una categoria
manifestava una serie di proprietà a cui i parlanti cedono in maniera inconscia più sono i cosiddetti effetti di
prototipicità: la bontà di un’esemplare, la sua centralità rispetto a una categoria di partenenza è significativamente
correlata a una serie di proprietà indipendenti:
1. Frequenza e ordine di menzione: gli elementi più prototipici di una categoria sono quelli che si manifestano
più frequentemente e che nell’ordine di menzione sono i primi che vengono in mente quando pensiamo a
quella categoria: se pensiamo alla categoria frutta pensiamo a mela, pera, arancia, banana etc e sono anche
quelli con cui abbiamo più frequentemente a che fare.
2. Ordine di apprendimento: Gli elementi più prototipici (centrali) sono anche i primi che vengono appresi:
quando costruiamo la rappresentazione mentale di un concetto, di una categoria, la strutturiamo proprio a
partire da quelli che sono gli elementi più prototipici. In questo gioca un ruolo la frequenza citata sopra: se un
elemento ci si presenta con maggior frequenza rispetto ad altri saremo propensi ad assegnargli un ruolo più
centrale nella categoria.
3. Somiglianza familiare: gli elementi più prototipici (centrali) sono quelli che tra loro hanno anche un grado
maggiore di somiglianza familiare (condividono più tratti tra di loro)
4. Velocità di verifica: Sono stati condotti anche ulteriori test più dettagliati: la velocità di verifica (vengono
dati 2 nomi dove Y è il nome di una categoria e X è il nome di un potenziale elemento della categoria: es.
frutta – mela ed è stato chiesto “X è un Y?” “la mela è un frutto?” e la risposta “sì” è più rapida rispetto a se
fosse stato chiesto l’ananas);
5. Priming (vengono mostrate delle sequenze di lettere e viene chiesto ai parlanti se quello che gli viene
mostrato è una parola o no. Se noi prima di questa sequenza di lettere mostriamo una parola che in qualche
maniera è semanticamente correlata, questo velocizza di molto la risposta: se prima di chiede se la sequenza
penna sia una parola, mostriamo la parola pennarello, la risposta sarà molto più veloce  aumento della
capacità di riconoscimento della parola, indotta dalla parola che precede).

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Tutte queste caratteristiche indicano che quegli elementi che il parlante riconosce come membri centrali di una certa
categoria sono effettivamente, a livello cognitivo, più rappresentativi della categoria stessa rispetto a tanti altri. Gli
esperimenti della Rosh li possiamo vedere anche con categorie linguistiche di natura più astratta.
Prendiamo come esempio un caso come la categoria nome: impariamo che è una delle parti del discorso presenti in
italiano, ma non tutti gli elementi della categoria nome stanno sullo stesso piano  generalmente, se si chiede di
pensare a un nome è probabile che i primi che verranno in mente saranno entità concrete, numerabili, tridimensionali
etc.: casa, libro, tavolo, sedia, penna e non nomi come virtù, coraggio, attenzione etc i primi nomi che vengono in
mente sono quelli che hanno i tratti prototipici della categoria del nome e che sono più frequenti rispetto agli altri,
nonché i primi elementi imparati quando un bambino sviluppa il proprio lessico. Sono nomi che risponderebbero bene
anche ai test di velocità di verifica.
Anche per la categoria grammaticali delle proposizioni vale lo stesso discorso: le prime preposizioni a venire in mente
sono di a da in con su per tra fra perché sono quelle più usate e le prime ad essere imparate, e non tranne, durante,
eccetto che sono comunque preposizioni. Anche qui, tra le preposizioni semplici, c’è un certo grado di somiglianza
familiare: sono tutti monosillabi atoni.
Vediamo quindi come anche quelle che sono innegabilmente categorie linguistiche come la classe del nome e delle
preposizioni in realtà manifestino le stesse caratteristiche di quelle che sono più in generale altre categorie cognitive,
caratteristiche che hanno a che fare con la centralità graduata, con gli effetti di prototipicità e con la bontà
dell’esemplare: anche all’interno delle categorie linguistiche possiamo individuare elementi più centrali,
rappresentativi della categoria e elementi più marginali. Questo poi si traduce in un comportamento morfosintattico
diverso tra membri centrali e membri marginali: un nome concreto come libro, tavolo è pluralizzabile, mentre un
nome astratto come coraggio non lo è: membri più marginali mancano, sul piano morfologico, delle proprietà di quelli
che sono gli elementi più centrali.

Una questione che si è posta nella riflessione sulle categorie prototipiche è quella della relazione tra il criterio della
bontà dell’esemplare e il suo grado di appartenenza  Secondo Croft e Cruz, il problema è dire se la bontà
dell’esemplare e il grado di appartenenza siano esattamente la stessa cosa. Es. struzzo rispetto alla categoria uccello
lo struzzo appartiene alla categoria uccello, ma non è il primo tipo di uccello che verrebbe in mente; i due parametri
dovrebbero essere considerati indipendenti. Taylor distingue tra le categorie popolari e le categorie degli esperti: per
un ornitologo, uno struzzo è un uccello ma per quella che è la categorizzazione con ordinaria (per i non specialisti,
categoria popolare), lo struzzo non è un buon esemplare della categoria e ha un ridotto grado di appartenenza: manca
di quelli che sono alcuni tratti fondamentali nella definizione della categoria, es. volare.
Il problema, secondo Croft e Cruz è che nella nostra rappresentazione concettuale, le valutazioni di tipo binario (sì/no)
spesso coesistono con valutazioni basate sulla gradualità dell’appartenenza.
Concludono quindi che è legittimo interpretare la bontà dell’esemplare in funzione del diverso grado di appartenenza
 gli elementi più centrali di una categoria sono anche i migliori rappresentanti.

Sono sostanzialmente 2 i modelli di categorie prototipiche che sono stati proposti e noi ci atterremo a quello che
rappresenta la categoria prototipica in funzione di una lista di attributi, una lista di proprietà che definiscono
l’appartenenza a quella categoria. La differenza rispetto alla categorizzazione classica è che non tutti questi attributi
sono necessari e sufficienti  avremo elementi che condividono tutti gli attributi della categoria (saranno quelli
prototipici, più centrali) ed elementi marginali che ne condividono solo alcuni. Questo modello ci permette di
rappresentare la centralità graduata.

Vediamo ora due applicazioni più strettamente linguistiche. Definito che cos’è una categoria prototipica e visto che la
categorizzazione come facoltà cognitiva umana risponde a effetti di prototipicità vediamo ora perché un modello di
questo tipo può servire per lo studio e l’analisi delle categorie linguistiche.
Siamo tutti d’accordo nel dire che il nome è una categoria linguistica, una classe lessicale entro la quale rientrano tutta
una serie di parole ma non altre (verbi, aggettivi etc). se dovessimo definire i tratti prototipici attorno ai quali si
struttura la categoria del nome vedremmo che questi coinvolgono aspetti a partire dalla semantica, pragmatica,
morfologia, sintassi ma quali caratteristiche deve avere una certa parola per essere considerata un nome? Partendo
dalle proprietà semantiche, i nomi denotano entità temporalmente stabili, cioè che non mutano nel corso del tempo
(pennarello domani sarà ancora uguale a sé stesso, questo non vale per i verbi, che denotano evoluzione), concrete,
tridimensionali, numerabili. Dal punto di vista della funzione discorsiva, il nome serve a introdurre un referente nel
discorso (es. c’era un volta un re  introduce un referente). Dal punto di vita pragmatico, il nome corrisponde al topic
del discorso, ciò di cui si sta parlando. Ha anche una serie di caratteristiche morfologiche: si flette per numero, genere,

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caso in alcune lingue e diversamente dal verbo non ha una struttura argomentale. All’interno della categoria del nome
abbiamo degli elementi che hanno tutte queste caratteristiche, primi tra tutti i nomi comuni di cosa: libro, sedia che
sono i nomi prototipici; più marginali nella categoria ci sono nomi che non denotano entità concrete ma astratte:
giustizia, coraggio  sul piano formale, morfologico sono nomi non pluralizzabili; possiamo avere altri nomi astratti,
i cosiddetti nomi di azioni, che derivano dai verbi, che a differenza del nome prototipico reggono una loro struttura
argomentale: distruzione può essere una nominalizzazione del verbo distruggere.
In funzione degli stessi livelli di analisi usati per definire il prototipo della categoria nome, possiamo definire anche
quello che è il prototipo della categoria verbo  denota mutamenti di stato e processi dinamici, ha funzione
predicativa (e non referenziale come il nome) cioè dice qualcosa del referente che è stato introdotto, ha a che fare col
comment del discorso, si flette per tempo, persona, modo, diatesi etc. e ha una propria struttura argomentale. Forme
verbali prototipiche saranno le forme finite dei verbi transitivi: ho mangiato = prototipico, aspettando= non
prototipico (più marginale). Sono verbi anche i predicati stativi stare, essere alto anche se meno centrali, e mancano di
alcune caratteristiche che invece i verbi prototipici hanno: es. non sono compatibili con la perifrasi progressiva stare
+ gerundio: non si dice sta stando, sta essendo.

Rovai lez 7 10.10


Recap lezione precedente: avevamo visto quello che è il modello delle categorie prototipiche come strumento per
rappresentare la struttura delle categorie cognitive e abbiamo iniziato a vedere come un modello di questo tipo possa
rappresentare adeguatamente anche quelle che sono le categorie linguistiche, soprattutto rispetto a quello che è il
classico modello di categorizz aristotelica ha il vantaggio di dare una rappresentazione di quelli che sono i fenomeni di
centralità graduata (il fatto che non tutti gli elementi che entrano in una categoria siano poi sullo stesso piano, un
elemento è più centrale o meno centrale rispetto alla categoria). Abbiamo visto come una volta definiti una serie di
tratti che caratterizzano il nome e il verbo prototipico sia possibile individuare elementi che sono senz’altro e che sono
senz’altro verbi, ma che non possiedono tutti i tratti prototipici e anche sul piano del comportamento formale
(morfologico, morfosintattico) non si comportano come un nome o un verbo prototipico. Abbiamo parlato proprio di
nome e verbo perché le categorie di nome e verbo sono le due categorie su cui c’è abbastanza accordo tra i linguisti
sul fatto che costituiscano le uniche due classi di parole presenti in tutte le lingue del mondo, e che quindi hanno
valenza universale.

Sul fatto che nome e verbo siano riconosciute come categorie lessicali universali c’è un accordo generale tra i linguisti
(cfr. volume in programma di Chomsky)  la grammatica universale permette l’esistenza di alcune categorie lessicali,
e Chomsky mette anche nomi verbi aggettivi e apposizioni. Tutte e quattro le categorie sono definite sulla base della
combinazione di tratti verbali o nominali: il nome è la categoria che ha più tratti nominali e più tratti verbali,
l’aggettivo ha sia tratti nominali che verbali (es. può svolgere la funzione predicativa), le preposizioni/postposizioni
non hanno né tratti verbali né tratti nominali. Quindi dal momento in cui vengono riconosciute queste 4 classi, poi
vengono definite in base all’assenza o presenza di tratti del nome o del verbo.
Nome e verbo costituiscono le due classi universali, presenti in tutte le lingue e tutte le altre classi di parole si
organizzerebbero in un continuum combinando diversamente quelli che sono i tratti tipici del nome e i tratti tipici del
verbo.
Una delle 4 classi lessicali maggiori che ha suscitato più interesse è quella degli aggettivi: essi hanno una loro
salienza, specifica funzione dal punto di vista comunicativo che non hanno né nomi né verbi (nome= funzione
referenziale; verbo = funzione predicativa) cioè la funzione di modificatore che non può essere assunta da altre classi.
Tuttavia, questa funzione non è così saliente da far sì che un aggettivo possa costituire una classe di parole universale.

Dickson nella sua opera “Dove sono andati tutti gli aggettivi?” nota che non tutte le lingue hanno tra le proprie classi
maggiori quella degli aggettivi: o non ce l’hanno affatto o ne hanno una classe minore (una classe ristretta, con pochi
membri, non produttiva).
Analisi tipologica di Dickson:
ha cercato di individuare quali fossero le funzioni ascrivibili agli aggettivisono in primo luogo modificatori,
esprimono delle qualità… quali qualità codificano gli aggettivi? Dickson è riuscito a individuare i 7 tipi semantici
fondamentali che vengono codificati attraverso le lingue con gli aggettivi sono quegli aggettivi non derivati a partire
da nomi, verbi, attraverso suffissi derivativi etc, sono quegli aggettivi in cui nel singolo aggettivo è lessicalizzata una
certa qualità. È un repertorio abbastanza circoscritto. Una buona parte di questi aggettivi codifica le dimensioni
(grane, piccolo, alto, lungo, etc), proprietà fisiche degli oggetti (pesante, leggero, duro, morbido), aggettivi che
codificano colori (bianco, nero, rosso etc), aggettivi che codificano gli stati d’animo degli esseri umani (geloso, felice,
cortese etc), aggettivi che indicano l’età (giovane, vecchio etc), aggettivi che indicano il valore di qualcosa (buono,

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cattivo) e aggettivi che indicano la velocità (veloce, lento). Su un campione di 17 lingue, Dicson ha preso in esame
come queste qualità siano classificate attraverso aggettivi.

Il campione di D. raccoglie 3 tipi diversi di lingue differenziate in base alla categoria di aggettivo:
1. Lingue in cui la classe degli aggettivi è una classe aperta e produttiva (inglese, italiano, nirbal). Nel nirbal
gli aggettivi non si flettono, a parte l’aggettivo che significa “grande” che si flette per singolare e plurale.
2. Lingue in cui la classe degli aggettivi è completamente assente (samoano, eurok) eurok è una lingua
amerindiana delle tribù originarie della California mentre il samoano della polinesia. L’eurok esprime i
concetti aggettivali attraverso membri della categoria verbo e idem il samoano esprime quasi tutti i concetti
aggettivali coi verbi.
3. Lingue in cui la classe degli aggettivi c’è ma è limitatissima e non ulteriormente incrementabile con altri
elementi (maggior parte delle lingue all’interno del campione di Dickson) lingue africane (swahili, uganda
etc), lingue aborigeni della Papua Nuova Guinea etc.

Da come si può vedere, si mettono a comparazione lingue distanti tra di loro e non imparentate.
Tra queste 13 lingue scelte, la cui classe degli aggettivi è circoscritta, Dickson ha cercato di vedere quali dei 7 tipi
semantici vengono codificati: se sono tutti presenti o se le lingue che hanno pochi aggettivi codifichino solo alcuni tipi
semantici.
[slides] Cominciamo a vedere dall’elenco e da Dickson:
il caso dello swahili e degli aggettivi che esprimono velocità, dimensioni, valore e i 3 colori di base.
Secondo caso: lingua africana  la maggior parte dei concetti che indicano una disposizione umana non sono espressi
attraverso aggettivi ma attraverso dei nomi. (cfr slides)
Altra lingua africana: la proprietà fisica è espressa attraverso aggettivi.
Giapponese: la questione è più articolata ha un gran numero di aggettivi ma è una classe non ulteriormente
incrementabile cioè pochi sono gli aggettivi che indicano disposizione umana, la maggior parte indicano una proprietà
fisica.
Altra lingua africana: tutti gli aggettivi appartengono ai tipi semantici che indicano età, colore, dimensione e valore.
Papua nuova guinea: cfr slides
Ultimo caso: età, dimensioni, alcune proprietà fisiche sono espresse attraverso verbi e la maggior parte di
atteggiamenti umani sono espressi mediante avverbi.
Se guardiamo ai 7 tipi semantici che possono essere espressi dagli aggettivi vediamo che in realtà le varie lingue non li
codificano tutti con la stessa frequenza, quelli che più trovano espressione nelle varie lingue del mondo sono valore,
età, colore, dimensioni; un po’ meno sono: velocità, proprietà fisiche, atteggiamento. Questo vuol dire che di tutte
quelle che sono i tipi semantici esprimibili attraverso gli aggettivi, le lingue ne lessicalizzano soltanto alcuni. È
possibile quindi individuare dei vincoli tipologici rispetto a quella che è la lessicalizzazione delle qualità all’interno
della classe degli aggettivi  cosa si nota?  si nota che ci sono delle qualità più basiche rispetto a altre, che vengono
comunque codificate anche nelle lingue che hanno pochi aggettivi: dimensioni, valore, età, colore (bianco nero rosso);
quella meno codificata con aggettivo è la velocità, che è spesso codificata con avverbi.
Quando troviamo una distribuzione asimmetrica di questo tipo, quando vediamo che le lingue si comportano con
frequenza più che casuale, questo riflette un diverso status di tutti questi elementi all’interno della categoria aggettivo:
non tutti i tipi semantici che possono essere espressi dall’aggettivo sono sullo stesso livello, ugualmente centrali e
prototipici rispetto alla categoria aggettivo. Questo è un primo indizio per dirci che l’aggettivo prototipico esprimerà o
la dimensione o il valore o l’età o il colore  i 4 tipi coerentemente presenti nelle lingue che hanno una classe di
aggettivi ristretta. Lo possiamo anche leggere con una gerarchia implicazionale: se una lingua codifica la velocità
attraverso gli aggettivi allora avrà aggettivi anche per tutti gli altri tipi semantici.
A livello universale, la funzione prototipica assolta dall’aggettivo è quella di codificare questi 4 tipi semantici.

La cosa interessante è che implicazioni analoghe le possiamo trarre anche da un’indagine intralinguistica, cioè vedere
come all’interno della stessa lingua si comportano gli aggettivi che codificano i diversi tipi semantici.
Es. Lingua delle isole Fiji possiede una classe di agg. aperta e produttiva (ha tutti e 7 i tipi semantici), però ci dà
degli indizi riguardo al fatto che questi tipi semantici non si collocano tutti sullo stesso piano, ce ne sono alcuni più
centrali di altri, infatti soltanto alcuni di essi codificano morfologicamente la distinzione tra singolare e plurale  cfr
slides soltanto i primi 4 si flettono per singolare e plurale, tutti gli altri no  aggettivi più prototipici, anche all’interno
della stessa lingua, hanno la flessione sing/plu.
Altra lingua, con classe di aggettivi ristretta cfr slides

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L’indagine di Dixon ci dice che anche la categoria dell’aggettivo, pur non essendo universale come il nome o il verbo,
ha una propria articolazione interna: gli elementi che costituiscono la categoria aggettivo non sono tutti sullo stesso
piano, alcuni sono più vicini al prototipo di altri.

Un altro aspetto preso in considerazione da Dixon riguardo ciò che può o non può essere codificato come aggettivo
sono quelle qualità che denotano condizione temporanee, condizioni che possono essere acquisite a seguito di un
processo  la diversa maniera in cui le lingue codificano queste qualità/condizioni si rivela un parametro di
classificazione tipologica di una certa importanza per distinguere tipi linguistici diversi.

Es. caso di coppie di opposti che abbiamo in italiano:

A – A alto – basso, grande – piccolo, ecc.  qualità inerenti, inalienabili sono espresse da aggettivi
A – V crudo – cotto, vivo – morto, ecc  qualità che denotano condizioni transitorie, modificabile, raggiunte
attraverso un processo: il primo elemento è un aggettivo VS il secondo è un participio (anche se funziona come una
aggettivo)

Ma ci sono lingue che anche gli stati acquisiti li codifica come aggettivi: dyirbal (lingua a dominanza aggettivale: tutte
le qualità sono espresse da aggettivi)“cotto” non si riconduce al participio del verbo cuocere, ma è un aggettivo a sé
stante. Lo stesso vale per “rotto”.

A – A jalngay ‘lungo’ (A) – gundun ‘corto’ (A), bulgan ‘grande’ (A) – midi ‘piccolo’ (A)
A – A gunga ‘crudo’ (A) – nyamu ‘cotto’ (A), mugulnba ‘intero’ (A) – yagi ‘rotto’ (A)

Il caso opposto è quello delle lingue a dominanza verbale (in cui non solo le qualità che denotano stati raggiunti come
esito di un processo sono espresse dal verbo, ma anche qualità inerenti, sono espresse non da aggettivi ma da nomi o
verbi):

Lingua hausa (‘strongly verbal language’):


N – V fa’di ‘largo, larghezza’ (N) – k’untace ‘stretto’ (V)
A – V danye ‘crudo’ (A) – dafa ‘cotto’ (V)

SCHEMA:
‘Strongly adjectival languages’ A–A (tutte coppie di opposti codificati da aggettivi)
A–A

‘Neutral languages’3 A–A


A–V

‘Strongly verbal languages’ A/N – V


A/N – V (le forme verbali codificano anche gli stati inerenti e
inalienabili)

In teoria, una lingua che appartenga al tipo delle lingue a dominanza verbale, potrebbe essere una di quelle lingue in
cui le uniche due classiche sono il nome e il verbo.

Per concludere: l’aggettivo, pur non essendo quindi una delle classi universali, rappresenta un prototipo tipologico
è una classe di parole che assolve a una funzione comunicativa ben precisa, quella di modificatore, cioè di indicare
una certa qualità. Croft si rende conto che combinando quelli che sono 3 tipi semantici fondamentali (oggetti-
proprietà-azioni) con quelle che sono le 3 funzioni discorsive fondamentali (referenza-modificazione-predicazione)
si ottengono delle corrispondenze privilegiate che tendono ad essere lessicalizzate nelle lingue da una propria classe di
parole.
Ad es. il tipo semantico degli oggetti tende ad associarsi alla funzione discorsiva della referenza (quando parlo di un
oggetto non faccio altro che introdurre un nuovo referente all’interno di un discorso) questa combinazione è ciò che
le lingue lessicalizzano tipicamente come nome, quello chiamato da Croft nome non marcato  il nome non marcato
ha funzione referenziale ed indica un oggetto concreto e tridimensionale.
3
Italiano e inglese

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L’azione tipicamente riguarda un oggetto, quindi ha funzione predicativa, dice qualcosa relativamente a
quell’oggetto: la combinazione tra tipo semantico dell’azione e funzione discorsiva della predicazione è quella che
viene lessicalizzata dalle lingue come verbo  il verbo ha funzione predicativa e indica un evento dinamico, un
mutamento di stato (v. prototipico).
L’aggettivo lessicalizza una proprietà e svolge la funzione discorsiva di modificatore di un nome, di un referente.

Naturalmente, le lingue possono tranquillamente anche esprimere un’azione come se fosse un referente, introdurre
un’azione come introdurremmo un referente nominale all’interno del discorso; es. nominalizzazioni cioè forme
nominali del verbo derivate da suffissazione, o forme come l’infinito e il gerundio (le cosiddette forme nominali del
verbo). Le azioni possono fungere anche da modificatori rispetto a un referente, utilizzando forme verbali come il
participio.

Se utilizziamo forme meno prototipiche, se associamo un certo tipo semantico a una funzione discorsiva a cui non è
tipicamente associato dobbiamo usare una morfologia più complessa o costruzioni sintattiche più complicate  es. se
vogliamo utilizzare un’azione come referente, dobbiamo utilizzare un processo di derivazione morfologica es. i
barbari distrussero Roma  la distruzione di Roma da parte dei barbari (utilizzo del verbo in funzione referenziale).
Allo stesso modo, le proprietà normalmente sono espresse dagli aggettivi, ma possiamo esprimerle anche con dei
nomi, se nominalizziamo l’aggettivo (con suffissazione es. reale > realista). Sono processi più complessi rispetto alle
realizzazioni prototipiche.

Queste classi di parole dunque lessicalizzano 3 tipi semantici e 3 funzioni discorsive fondamentali.
Ciascuno di questi 3 prototipi tipologici si presenta come una categoria articolata i cui membri hanno salienza diversa,
cioè alcuni elementi hanno più prototipicità rispetto ad altri.

Lez. 9 rovai 16.10 – slide 5

NOMI. FORZA REFERENZIALE E “NOMI LEGGERI”


Si vedrò adesso come anche all’interno della categoria nome sia possibile individuare una struttura prototipica tra
elementi che condividono tutte le stesse proprietà e altri che ne condividono solo in parte. In questo caso, opereremo
in maniera diversa rispetto alo studio di Dixon vedremo all’interno di una singola lingua come si possono
comportare diversamente elementi che concorderemmo sull’assegnare alla categoria dei nomi; in particolare ci
concentreremo su quelli che Raffaele Simone chiama nomi leggeri, in affinità con i verbi leggeri (ausiliari, modali
etc. che non portano un significato lessicale autonomo ma un’informazione grammaticale es. ho mangiato verbo
leggero = ho). I nomi leggeri sono nomi che non apportano un contributo di ordine semantico lessicale ma piuttosto
tratti di ordine grammaticale relativi soprattutto all’intenzione, estensione e quantificazione nel sintagma in cui
compaiono. Il criterio in base a cui Simone ordina i vari nomi e che gli consente di distinguere tra nomi più centrali
rispetto alla categoria rispetta nomi meno centrali è la forza referenziale  parametro semantico, è il grado di
intensità della referenza di un nome, ovvero sono nomi con maggior forza referenziale i nomi di identità definite,
numerabili, fisiche, ostensibili. Sono i cosiddetti first order entities/ Entità del primo ordine (entità concrete,
numerabili etc) sono nomi con massima forza referenziale nomi come libro, tavolo, sedia, casa, hanno invece minor
forza referenziale nomi collettivi (sciame, branco) e nomi astratti (attenzione etc.). quello della forza referenziale è un
tratto prevalentemente semantico.
In una seconda riformulazione, Simone riformula il concetto di forza referenziale facendo riferimento alla ricchezza
del nome in termini di tratti intenzionali l’intenzionalità di un nome fa riferimento al numero dei tratti semantici che
lo definiscono: più un nome è definito da tratti semantici, maggiore è la sua forza intenzionale. Se riduco la forza
intenzionale di un nome lo specifico sempre meno, l’elemento diventa sempre più generale, si riduce l’intenzionalità e
aumenta l’estensionalità (il numero di individui a cui il nome di quella categoria si può applicare). Es. il cane
l’estensionalità è molto ampia, si applica a tutti gli animali che appartengono a quella famiglia, se aumento i tratti
intenzionali specificandolo sempre di più ne riduco progressivamente l’estensionalità Il cane nero  il vecchio cane

19
nero  il vecchio cane nero del mio vicino = più aumento i tratti intenzionali, più ne riduco l’estensionalità; sono due
parametri inversamente proporzionali.
Secondo Simone, una delle caratteristiche dei nomi dotati di maggior forza referenziale sarebbe quella di avere
un maggior numero di tratti intenzionali. Tuttavia precisa che anche nomi astratti potrebbero essere ricchi di tratti
intenzionali, per cui tutto sommato ritorna a una definizione della forza referenziale legata ai parametri che aveva già
dato in prima battuta (numerabilità, fisicità, estensibilità etc.).
I nomi prototipici (ultranomi) sono quelli caratterizzati dal maggior grado di forza referenziale (nome comune di
cosa). È opportuno poi precisare che la forza referenziale non è una caratteristica assegnata a un nome una forza per
tutte, è invece modulabile aggiungendo per esempio dei modificatori al nome, dei determinanti. Quante più
caratteristiche vado ad aggiungere a un nome, quanto più lo definisco, tanto più ne riduco l’estensionalità. Es . il cane
del vicino ha abbaiato tutta la notte = maggior forzaa referenziale (referente spepcifico) VS il cane è il miglior amico
dell’uomo  fa riferimento a tutta la classe dei cani (forza referenziale minore)
Un altro procedimento che riduce la forza referenziale dei nomi (cioè diminuire la capacità di individuare un singolo
referente) è quello di apparire nei composti in forma di modificatore es. water supplies: la testa è supplies e la
referenzialità di acqua è ridotta, si riferisce alle supplies.
Es. Scagliare una pietra (referente ben preciso, specifico, entità del primo ordine) VS Muro di pietra (pietra non fa
più riferimento a un singolo elemento ma a un tipo di materiale, essere di pietra è una qualità del muro) VS cuore di
pietra (la forza referenziale è be diversa rispetto al primo esempio).
Dunque, i nomi leggeri sono caratterizzati dal fatto di avere una forza referenziale ridotta . Non apportano un
significato di tipo lessicale all’interno del sintagma in cui compare.

[(Det) N1 Prep N2]SN


SN= sintagma nominale

Le 4 tipologie di nomi leggeri:


- NOMI TASSONOMICI: servono a individuare delle sottoclassi all’interno di n2. Es. un tipon1 di birran =
n1 è il nome leggero e n è il nome con cui il nome leggero si combina VS Un canen1 di razzan . qual è la
differenza tra i due esempi? Un cane di razza è n1 (cane) che apporta il significato complessivo del
sintagma VS un tipo di birra = il nome in posizione di n1 (tipo) non determina il significato complessivo
del sintagma (che è dato in questo caso da n2 cioè birra, che è la testa del sintagma).
i nomi tassonomici sono per lo più nomi astratti, rimandano al un insieme, una categoria, gruppo e hanno
la funzione di individuare una sottoclasse all’interno della classe dell’n2 un tipo di birra = si individua
una classe iponima all’interno del gruppo n2 birra. (nomi tassonomici es. tipo, qualità, classe, forma>es.
è una forma di saluto). Tassonomici: fa riferimento alla capacità di ordinare le classi più generali espresse
dal n2 in sottoclassi più specifiche. Da questo punto di vista i nomi tassonomici funzionano come dei
modificatori, perché fanno a restringere l’estensionalità del n2. Individuano una sottoclasse all’interno di
2.

- NOMI APPROSSIMANTI: servono a definire l’appartenenza marginale di un membro all’a classe


di n2 (es. forma, specie, sottospecie, sorta)  servono per collocare quello specifico individuo ai margini
della categoria degli individui denotati da n2. Es. è una specie di locale notturno= non è un membro
particolarmente rappresentativo della categoria “locali notturni” è qualcosa che sta ai margini della
suddetta categoria.
Nomi come specie compaiono anche tra i nomi tassonomici, ma hanno interpretazioni ben diverse: teneva
in casa 3 specie di gatti = 3 diverse razze feline, nome tassonomico VS =3 gatti che quasi non si possono
considerare gatti, nome approssimante cambia l’interpretazione della stessa frase.

- NOMI QUANTIFICATORI: servono a definire la quantità, l’estensione di n2


nomi che proiettano su n2 un quadro generico di quantità, cioè in qualche maniera specificano la quantità
di n2. Due principali tipi di nomi quantificatori: quantificatori che si comportano come partitivi
(indicano una quantità precisa del n2: un litro d’acqua, un kg di farina, un pezzetto di pane), e
modificatori di grado (di fronte a un nome che rappresenta una quantità graduabile indicano una sua
maggiore o minore estensione es. un sacco di bugie nel senso di “molte bugie”). Esempio che fa capire la
differenza tra quantificatore partitivo vero e proprio e quantificatore come modificatore di grado: un litro
d’acqua (quantificatore partitivo= indica una precisa quantità di acqua) vs un monte d’acqua (indico che è
una quantità molto superiore rispetto a quello che sarebbe uno standard normalmente riconosciuto). Altra
suddivisione interna ai partitivi: partitivi generali (nomi leggeri che si applicano potenzialmente a tutti

20
gli N2 possibili es. un kg) VS partitivi tipici (hanno delle restrizioni su ciò che può essere l’n2 es. un
cubetto di, una fetta di che tendono ad associarsi a n2 ben precisi).

- NOMI SUPPORTO: (in analogia coi verbi supporto, cioè quelli che non apportano un sig.to lessicale
proprio autonomo alla frase ma servono da supporto a un certo nome che denota l’azione descritta)
modificano una singola realizzazione di un qualche evento che ha a che fare con n2 es. un colpo di
telefono, uno scoppio di pianto, uno scroscio di pioggia  scoppio è la singola realizzazione, nome
supporto. Solitamente i nomi supporto assegnano a quella che è l’azione rappresentata da n2 un valore
perfettivo aoristico (perfettivo= azione vista come compiuta; perfettivo aoristico= l’azione è rappresentata
come esauritasi senza conseguenze sul presente)

Queste 4 tipologie di nomi leggeri che assolvono a funzioni che non sono quelle proprie del nome prototipico, anche
dal punto di vista morfosintattico e sintattico non si comportano come si comportano in nomi prototipici, cioè quelli
dotati di massima forza referenziale.

 Vediamo alcune caratteristiche dei nomi prototipici quando ricorrono in questa struttura [(Det) N1
Prep N2]SN in funzione diN1. Quali sono le proprietà dei nomi +FR (maggior forza referenziale) in questa
struttura sintattica?
- un nome prototipico che ricorra in posizione di n1 in questa struttura funziona da testa semantica
dell’intero sintagma:
Testa semantica: il seminario (N1) di letteratura (N2) [«è un seminario (N1)»]  l’n1 da il sig.to all’intero
sintagma
- un nome prototipico funziona anche da testa sintattica sia ai fini dell’accordo interno che esterno:
Testa sintattica (accordo interno): il (*la) seminario (N1) di letteratura (N2)  il si accorda con n1
Testa sintattica (accordo esterno): il seminario (N1) di letteratura (N2) è stato bello (*è stata bella)  bello si
accorda con n1.
- l’n1 ha anche tutte le proprietà che consentono di individuarlo come un costituente che può essere
sintatticamente autonomo all’interno della frase  può essere ripreso con un’anafora, un pronome:
◦Ripresa anforica: Oggi ho seguito il seminario (N1) di letteratura (N2). (Ø = N1) È stato noioso.
◦ Pronominalizzazione: Oggi ho seguito il seminario (N1) di letteratura (N2). Quello (=N1) di arte ci sarà domani.
◦ Dislocazione: Era di letteratura (N2), il seminario (N1) che ho seguito oggi

Come si comportano i nomi leggeri? Proviamo a riproporre questi “test” alle 4 categorie dei nomi leggeri. In nomi
leggeri possono funzionare da testa semantica?

 TEST TESTA SEMANTICA:


- Nomi tassonomici (T = N2): un tipo di pasta, un tipo di birra, ecc.  è pasta, è birra: la testa semantica è
definita dall’n2, il nome leggero non è in grado di fungere da testa semantica del sintagma.
- Nomi approssimanti (T = N2): una specie di locale notturno  è un locale, la testa è locale
- Quantificatori (T = N1?/N2?):
(ma se modificatori di grado: T = N2) la testa è il nome prototipico
Un sacco di riso (inteso come contenitore del riso)  n1 può essere la testa del composto (sacco)
Un sacco di riso (inteso come modificatore di grado, molto riso) la testa è n2
- Nomi supporto
(T = N1): un colpo di pistola  il nome supporto è in grado di funzionare come testa del sintagma
(T = N1?/N2?): un colpo di telefono  è ambiguo
(T = N2): un colpo di fortuna il nome prototipico è la testa del sintagma (espressioni metaforiche, la testa è
n2)
Se il significato del nome supporto è abbastanza trasparente, è un significato letterale e non metaforico, allora il nome
supporto è in grado di funzionare come testa semantica es. un colpo di pistola.

Nella struttura [(Det) N1 Prep N2] SN la A parte alcuni casi ambigui, nella maggior parte dei casi i nomi leggeri non
sono in grado di fungere da testa semantica.

Rovai lez. 10 23.10

21
[Continuo lezione precedente]- slides 5

Disomogeneità all’interno delle 4 categorie di nomi leggeri:


mentre per le prime due tipologie la testa semantica è n2, per i quantificatori e nomi supporto anche n1 può funzionare
da testa semantica. D’altra parte, se vediamo il test di natura sintattica (accordo interno), cioè tra n1 e n2 qual è
l’elemento che governa l’accordo col determinante iniziale, i nomi leggeri in questo caso si comportano come ogni
altro nome e in maniera omogenea tra loro:

 TEST ACCORDO INTERNO (T. SINTATTICA)


(Quale elemento governa l’accordo con Det in [(Det) N1 Prep N2]SN)
Nomi tassonomici (N1): un tipo di pasta / molti tipi di pasta
Nomi approssimanti (N1): (con possibili eccezioni) una sorta di scherzo
Eccezione: ingl. these kind of people, those sort of jokes (these/those è
plurale in accordo con n2)
Quantificatori (N1): un sacco di riso
Nomi supporto (N1): un colpo di tosse / alcuni colpi di tosse

 TEST ACCORDO ESTERNO (CON IL PREDICATO) (T. SINTATTICA)


Nomi tassonomici (N1/N2): questo tipo (N1) di studi (N2) è interessante /questo tipo (N1) di studi (N2) sono
interessanti
Nomi approssimanti (N2): una sorta (N1) di scherzo (N2) finito male (il predicato si accorda solo con n2)
Nomi Quantificatori (N1/N2): un chilo (N1) di pasta (N2) buttato via / un chilo (N1) di pasta (N2) buttata via
(anche se modificatori di grado) è passata una manciata (N1) di secondi (N2)/ sono passati una manciata (N1) di
secondi (N2)
Nomi supporto (N1): un colpo (N1) di fortuna (N2) clamoroso  il nome supporto qui funziona come se fosse un
nome prototipico

 TEST: PROPRIETÀ DEI COSTITUENTI


Nomi tassonomici es.: un tipo (N1) di conferenza (N2)
◦ Ripresa anforica:
?* Oggi sono stato a uno strano tipo (N1) di conferenza (N2). (Ø = N1) È stato noioso.  è possibile anche se torna
male.
(≠ Oggi sono stato al seminario (N1) di letteratura (N2). (Ø = N1) È stato noioso)
◦ Pronominalizzazione (ripresa con pronome dimostrativo)
* Oggi sono stato a uno strano tipo (N1) di conferenza (N2). Quello (N1) di lezione c’è stato ieri. agrammaticale
(≠ Oggi sono stato al seminario (N1) di letteratura (N2). Quello (N1) di arte c’è stato ieri.)
◦ Dislocazione:
*Era di conferenza (N2) lo strano tipo (N1) a cui sono stato oggi.
(≠ Era di letteratura (N2) il seminario (N1) a cui sono stato oggi.)

Approssimanti es.: una specie (N1) di seminario (N2)


◦ Ripresa anforica:
* Oggi sono stato a una specie (N1) di seminario (N2). (Ø = N1) È stata noiosa.
(≠ Oggi sono stato al seminario (N1) di letteratura (N2). (Ø = N1) È stato noioso.)
◦ Pronominalizzazione:
* Oggi sono stato a una specie (N1) di seminario (N2). Quella (N1) di lezione [=una specie di lezione] c’è stata ieri.
(≠ Oggi sono stato al seminario (N1) di letteratura (N2). Quello (N1) di arte c’è stato ieri.)
◦ Dislocazione:
* Era di seminario (N2) la specie (N1) a cui sono stato oggi.

22
(≠ Era di letteratura (N2) il seminario (N1) a cui sono stato oggi.)

Quantificatori (partitivi) es.: una manciata (N1) di caramelle (N2)


◦ Ripresa anforica:
(?) Oggi ho comprato una manciata (N1) di caramelle (N2). (Ø = N1) Era molto buona.
(≈ Oggi sono stato al seminario (N1) di letteratura (N2). (Ø = N1) È stato noioso.)
◦ Pronominalizzazione:
(?) Oggi ho comprato una manciata (N1) di caramelle (N2). Quella (N1) di cioccolatini era più buona.
(≈ Oggi sono stato al seminario (N1) di letteratura (N2). Quello (N1) di arte c’è stato ieri.)
◦ Dislocazione:
(?) Era di caramelle (N2) la manciata (N1) che ho comprato oggi.  più accettabile dei due esempi sopra.
(≈ Era di letteratura (N2) il seminario (N1) a cui sono stato oggi.)

Quantificatori (modificatori di grado) = approssimanti: es.: un sacco (N1) di seminari (N2)


◦ Ripresa anforica:
* Quest’anno sono stato a un sacco (N1) di seminari (N2). (Ø = N1) È stato noioso.
(≠ Oggi sono stato al seminario (N1) di letteratura (N2). (Ø = N1) È stato noioso.)
◦ Pronominalizzazione:
* Quest’anno sono stato a un sacco (N1) di seminari (N2). Quello (N1) di lezioni non lo potevo seguire.
(≠ Oggi sono stato al seminario (N1) di letteratura (N2). Quello (N1) di arte c’è stato ieri.)
◦ Dislocazione:
* Era di seminari (N2) il sacco (N1) che hanno organizzato quest’anno.
(≠ Era di letteratura (N2) il seminario (N1) a cui sono stato oggi.)

Nomi supporto es.: una crisi (N1) di pianto (N2)


◦ Ripresa anforica:
Oggi ho avuto una crisi (N1) di pianto (N2). (Ø = N1) È stata inarrestabile.  si può dire
(≈ Oggi sono stato al seminario (N1) di letteratura (N2). (Ø = N1) È stato noioso.)
◦ Pronominalizzazione:
(?) Oggi ho avuto una crisi (N1) di pianto (N2), dopo quella (N1) di nervi.  si può dire
(≈ Oggi sono stato al seminario (N1) di letteratura (N2). Quello (N1) di arte c’è stato ieri.)
◦ Dislocazione:
(?) Era di pianto (N2) la crisi (N1) che ho avuto oggi.
(≈ Era di letteratura (N2) il seminario (N1) a cui sono stato oggi.)

CFR TABELLA SLIDE


Conclusione: gli elementi della categoria nome sono abbastanza eterogenei, alcuni hanno molte delle caratteristiche
proprie di questa categoria ma non tutte.
Non bisogna pensare alle categorie lessicali come dei compartimenti stagni entro cui si trovano elementi tutti identici
tra loro. C’è bensì un centro, un prototipo, nomi dotati di massima forza referenziale e poi ci sono via via elementi più
marginali.

Questa rappresentazione delle categorie ci dice anche che via via che ci si allontana dal centro della categoria e si va
verso i margini è anche possibile che:
-un elemento marginale finisca per passare ad un'altra categoria (transcategorizzazione). Questa caratteristica delle
categorie di non avere contorni finiti, netti, fa sì che in una categoria X possiamo trovarci tratti che attribuiremmo a
una categoria Y; ossia è possibile trovare un tratto verbale come il tempo, che assoceremmo alla categoria verbo,
anche su elementi della categoria nome  i sono casi di lingue in cui è possibile codificare lessicalmente il tempo
nominale.
Tempo nominale come categoria produttiva: nella lingua di una tribù di indiani del nord America: ha dei morfemi che
indicano che un determinato referente era tale in un certo momento ma non lo è più in un altro momento:
Potawatomi (Nordlinger & Sadler, 2004: 781)

23
Verbi a. nkǝšatǝs - ‘Io sono felice.’
b. nkǝšatǝ-pǝn - ‘Io ero felice (ma ora non più).’
Nomi a. nčiman - ‘La mia canoa.’
b. nčiman-pǝn - ‘La mia ex-canoa (= che non lo è più).' Anche ai nomi è possibile dare una
rappresentazione sulla linea temporale. I nomi si flettono anche per tempo.

La collocazione dei referenti nominali sull’asse temporale la possiamo esprimere anche in italiano con alcuni
espedienti:
Localizzazione temporale del referente attraverso modificatori aggettivali
ex-ministro  qualcuno che aveva avuto la carica di ministro ma ora non lo è più
ex-moglie
futuro presidente
mancata sposa
vecchia professoressa
Tuttavia, costrutti di questo tipo non potremmo usarli con nome comuni di cosa; la possibilità di marcare il tempo coi
referenti nominali è ristretta.

Tempo nominale in latino, tramite avverbi che codificano un nome.


Localizzazione temporale del referente attraverso modificatori avverbiali
Non tu nunc hominum mores vides? (Plaut. Per. 385)  nunc non modifica il verbo (vides), modifica
hominum (‘Non vedi i costumi degli uomini di oggi?’)
Neque ignari sumus ante malorum. (Verg. Aen. I 198) ‘E non siamo ignari dei mali di un tempo.’
Reliquis deinceps diebus Caesar silvas caedere instituit. (Caes. gall. III 29,1) ‘Nei restanti giorni a venire
Cesare stabilì di abbattere le foreste.’
Gli avverbi in questi esempi collocano il referente nominale sull’asse temporale.

Rovai lez. 11 24.10

Altro tratto tipicamente verbale, cioè l’aspetto, si può trovare codificato sui nomi nomi in -ata.
Cosa accomuna i nomi che terminano in -ata (es. camminata, mangiata etc.)? Il nome in -ata indica ‘azione in cui è
realizzato un singolo atto, breve e rapido (svolto da/tipico) di X’
«Il suffisso -ATA […] seleziona un processo non delimitato e ne estrae una singola porzione che è pertanto
delimitata, telicizzata.» (Gaeta, 2002: 193)
Camminata implicata una realizzazione di camminare circoscritta entro una certa estensione temporale,
compiuta. Prevede un punto terminale dell’evento. E attribuisce a questo nome delle qualità azionali e aspettuali che
sarebbero tipiche dei verbi.
→ Aktionsart: semelfattivo (predicato in cui l’azione è rappresentata come il risultato di una singola serie di
eventi che si ripetono puntualmente, uno di seguito all’altro nel tempo. Es. tossire)
→ Aspetto: perfettivo (azione rappresentata come in sé compiuta)
In italiano questa classe di nomi è molto produttiva, deriva anche da altri nomi e non solo da verbi (es. cucchiaiata,
bastonata).
I nomi in -ata servono quindi, quando derivano da nomi, per individuare delle azioni tipicamente compiuti attraverso
quei nomi  cucchiaiata= azione compiuta attraverso un cucchiaio.
Questa classe si applica anche ai nomi propri in italiano: Cassano (giocatore di calcio) cassanata (azione
tipicamente compiuta da quel dato personaggio).
I nomi in -ata conferiscono al nome o al verbo a cui si applicano un’interpretazione eventiva, cioè descrivono
un’azione specifica circoscrivibile e avvenuta in un certo momento, tant’è che i nomi in -ata non ammettono
un’interpretazione generica o non-eventiva:
Il nuoto fa bene / Nuotare fa bene
*La nuotata fa bene
Parteciperà a una gara di nuoto
*Parteciperà a una gara di nuotata
Alcuni sono sovrapponibili in un contesto specifico, mattino/mattina, ma se si fa un riferimento generico si può usare
solo mattino.

24
TRANSCATEGORIZZAZIONE E PREPOSIZIONI DEVERBALI
slide 6
Siccome le categorie hanno margini di sovrapposizione e all’interno di ognuna ci sono elementi più centrali ed
elementi più marginali, può succedere che in alcuni casi elementi più marginali di una certa categoria finiscano per
passare a un’altra categoria con cui magari condividono già in partenza qualche tratto. È il fenomeno della
transcategorizzazione (cioè passaggio di categoria). Lo illustreremo facendo particolare riferimento alle preposizioni
verbali. Nelle grammatiche, le preposizioni verbali sono definite come categorie chiuse, ma diacronicamente questa
classe può acquisire nuovi elementi provenienti dalle categorie del nome e del verbo, e in qualche caso anche
dell’aggettivo.

Le fonti delle preposizioni:


N: senza < absentiā ‘in mancanza di’
fino (a) < fine (cf. Caes. fine pectoris ‘fino al petto’)

V: durante < part.pres. durare


tranne < traine (imperat. < trarre)
nonostante < non obstante (abl.ass. < obstare)
eccetto < exceptō (abl.ass. < excipere)
presso < pressō (abl.ass. < dal part. pass di premere)
radente, mediante, escluso, ecc.

A: malgrado < malō gratō me ‘essendo io scontento’ ablativo assoluto < agg. gratus < part.? *gwrH-to-

Preposizioni deverbali:
Ingl.: concerning, excepting, during, ago (< part pass agan), bar, etc.
Fr.: durant ‘durante’, (ce)pendant ‘durante’, excepté ‘eccetto’, hormis ‘eccetto’, etc.;
Ted.: während ‘durante’, entsprechend ‘di conseguenza’, betreffend ‘riguardo a’, etc.
Il passaggio di categoria da verbo a preposizione, come tutti i mutamenti, non si attua in un momento unico, ci sono
periodi in cui forme differenti coesistono, ed è dovuto a diversi fattori che convergono per far sì che una forma di un
paradigma verbale finisca per staccarsi e finire nella classe delle preposizioni.
Come facciamo a riconoscere che quella che in origine era una forma verbale non lo è più e ora funziona come
preposizione?
Es.

“E durante(SG) questo amore(SG) così fervente, avvenne che, essendo la giovane un giorno di state
tutta soletta alla marina, di scoglio in iscoglio andando marine conche con un coltellino dalle pietre
spiccando, s'avvenne in un luogo fra gli scogli riposto.” (Bocc. Decam. V 6)

“E duranti(PL) ancora le parole(PL), sopravvenne uno, il quale fece […].” (Bocc. Decam. IX 4)
- durante la notte / il giorno / ecc.
- durante i lavori / i pasti / le vacanze / ecc.

Durante= era participio presente, significava “per tutto il tempo che dura”. Col tempo, l’accordo della forma
participiale con il nome si è perso ed è passato ad essere una preposizione  transcategorizzazione: «[A] diachronic
process consisting in a categorial shift of a lexical item without any superficial marking. It is a functional
reanalysis resulting from the employment of a lexical item associated to a source category into a (morpho)syntactic
context which is typical of a target category.» (JEŽEK e RAMAT 2009: 395)
Cessa di comportarsi come un participio e inizia a comportarsi come una preposizione, senza che venga segnalato da
una qualche codifica morfologica esplicita (dal punto di vista formale rimane identico a sé stesso).

25
Altri fenomeni di questo tipo (da participio a preposizione) in latino:
ParasitoABL.SG.M exclusoABL.SG.M foras.4 [Pl. Men. 470]  finché excluso funziona come un participio costruito con
ablativo assoluto regge l’accordo di caso, genere e numero con il proprio soggetto (che lo precede)
VS
ExclusoABL.SG.M [...] omniaNOM/ACC.PL.N beneficiaNOM/ACC.PL.N quaeNOM/ACC.PL.N5 [Mar. Pap 93,49: VI secolo d.C.]  excluso
non regge più alcun tipo di accordo con omnia beneficia quae i quali non sono più il soggetto dell’ablativo assoluto
ma sono diventati il complemento di una forma che nel frattempo si comporta come una preposizione. C’è anche
un’inversione dell’ordine delle parole, e una certa desemantizzazione della forma originarariaa: excluso del primo
esempio significa “chiuso fuori di casa” in senso letterale VS quando diventa preposizione acquisisce un significato
più astratto è indice di un processo di grammaticalizzazione

«[L]a graduale perdita della possibilità di concordare col soggetto in numero e genere è […] un
segnale di isolamento del participio dal paradigma verbale e di aumento della grammaticalizzazione.»
(GIACALONE RAMAT 1994: 890)
In molti casi la transcategorizzazione è parallela a un processo di grammaticalizzazione: un elemento lessicalmente
autonomo perde progressivamente il proprio contenuto lessicale per acquisire funzioni grammaticali.

LESSICO -------------------------------------------------------------------------------- GRAMMATICA


content item > grammatical word > clitic > inflectional affix
(Hopper e Traugott 1993: «cline of grammaticality»)

Ma possiamo avere anche delle trascategorizzazioni che non comportano la perdita di un significato lessicale
autonomo: es. comandante: da participio è diventato un nome ma non si è grammaticalizzato, ha mantenuto un proprio
contenuto lessicale autonomo.
Nei casi delle preposizioni deverbali, il passaggio verbo> preposizione è un passaggio da un elemento più lessicale a
un elemento più grammaticale.

Una rappresentazione strutturale dicome questo sia possibile, dei processi attraverso cui questi cambi di categoria
siano possibile, riusciamo a rappresentarcelo se teniamo presente l’ipotesi della non-discretezza delle parti del
discorso, l’idea che nome e verbo siano le uniche 2 categorie universali e che tra loro si spieghi un continuum su cui
poi si strutturano le varie categorie intermedie (le quali hanno una struttura prototipica):

TC e Non-Discretezza delle Parti del Discorso


«Categorie diverse possono condividere gli stessi tratti e […] le categorie stesse non debbono esser considerate come
compartimenti stagni. Se vero, ciò apre la strada agli spostamenti da una categoria all’altra.» (Ramat 2005: 84)

«Se è vero, infatti, che il prototipo di un lessema […] è definito da un insieme di proprietà scalari che tanto più si
riducono, nella funzione e nel numero quanto più si procede dal centro verso la periferia della rispettiva categoria,
allora la nozione di non prototipicità […] configura un gradiente in cui la lontananza dal prototipo e la vicinanza ai
margini […] è definita dal numero delle proprietà prototipiche funzionalmente ridotte o cancellate; di conseguenza,
quando, come accade nei casi citati, i margini di una categoria sfumano in
quelli della categoria contigua e alla riduzione o cancellazione delle proprietà dell’una si accompagna l’acquisto
delle proprietà dell’altra, la transcategorizzazione è epifenomeno conseguente al grado di [non prototipicità].»
(Lazzeroni 2015: 426)  gli elementi non prototipici di una categoria non solo amncano dei tratti tipici di quella
categoria ma magari ne contengono altri tipici di un’altra categoria e possono entrare qa far parte di questa diversa
categoria.

4
‘Mentre quel parassita è chiuso fuori.’
5
‘Escluso tutti i benefici che […].’

26
Il participio è uno di quegli elementi che è ascritto alla categoria verbo ma ha elementi verbali poco sviluppati e in
alcuni casi ha anche elementi nominali. Vediamo quali sono i tratti morfologici che fano sì che il participio sia ai
margini delle categoria verbo:
Tratti morfologici:
 Non si flette per [- persona]6 ma si flette per ([+ genere])7
Trstto tipicamente verbale è l’opposizione di diatesi: tra attivo e passivo
 [+ / - diatesi] in latino il part.pres. ha valore ATTIVO (interficiens, amans) – part.pf. ha valore PASSIVO
(interfectus, amatus)
Ma ci sono casi in cui il part. perf ha valore attivo es. potus (che ha potuto, e non deponenti), cenatus (che ha cenato),
iuratus, ecc. → ATTIVO
E casi in cui il part pres ha valore passivo es. neglegens ‘trascurato’, desiderans ‘desiderato’ → PASSIVO

(cf. it. serata danzante= non ha valore attivo, è neutrale rispetto alla diatesi “una sera in cui si danza” e non “una
serata che danza”, fr. café chantant; usi attivi di mangiato, bevuto  nel linguaggio colloquiale es. “venite già
mangiati/ mi sembrava abbastanza fumato” etc.)

 [+/- tempo] part.pf. con valore di contemporaneità


Quo saepe modo obsessi in obsidentes eruperunt. (Liv. aUC IX 4,9)
part.pres. con valore di anteriorità
Haec Maurus secum ipse diu volvens tandem promisit. (Sall. Iug.CXIII 1)

Dal punto di vista delle funzioni discorsive, inoltre, il participio non realizza la funzione tipica del verbo (cioè la
predicazione) ma svolge una funzione di modificatore infatti si parla dei participi come aggettivi verbali.
Modificatore sia nominale (quando utilizzato in funzione attributiva) sia modificatore avverbiale quando utilizzato
nella funzione di “converbo”:

 Modificazione nominale (funzione attributiva)


Mario, giunto in ritardo alla stazione, perse il treno.
Is bellum hinc fugiens meque in Asiam persequens proficiscitur. (Ter. Andr. 935)
 Modificazione avverbiale (funzione di ‘converbo’)
«[Converb =] a non-finite verb form whose main function is to mark adverbial subordination»
(HASPELMATH 1995: 3)
Ricevuti gli ostaggi, ricondusse l’esercito verso il mare.
Obsidibus acceptis exercitum reducit ad mare. (Caes. BG V 23,1)

Il participio ha qualcosa in comune con altre classi di parole, in modo che possa essere acquisito da queste classi? Ha
delle caratteristiche in comune con la classe delle preposizioni:
Participi e preposizioni
 [+ struttura argomentale] (ce l’hanno anche i verbi)
Ma le caratteristiche del participio di funzionare sia come modificatore avverbiale che nominale sono condivise anche
con la classe delle preposizioni:
 [+ modificazione avverbiale]
Considerata la sua età, è un terzino fenomenale. ~ Per la sua età, è un terzino fenomenale.
Using his talent, he quickly became a champion. ~ With his talent, he quickly became a champion.
 [+ modificazione nominale]
I problemi riguardanti la scuola. ~ I problemi della scuola.
A film starring Jennifer Aniston. ~ A film with Jennifer Aniston.
6
Tratto verbale
7
tratto nominale

27
I participi sono elementi marginali rispetto al verbo, con tratti in comune con le preposizioni e questo li rende una
classe predisposta al passaggio di categoria, ma perché questo accada occorre anche una serie di fattori concomitanti:
- Mutamenti di ordine sintattico:
Francese (XVI/XVII secolo): passaggio VS > SV nei costrutti participiali, con alcune eccezioni…
Veue(SG.F) la deposicions(SG.F) d’aucuns tesmoins. (in TOBLER e LOMMATZSCH (1969): s.v.
deposicion: a. 1298)

Vu(SG.M) sa charge(SG.F) énorme. (regolare dal XIII secolo in poi) (SG.F)


mentre nel francese del 16* secolo l’ordine normale dei costrutti participiali era quello participio + nome, in molti casi
il soggetto è stato anticipato (posizione preverbale) tranne in un gruppo ristretto di participi (come nel verbo vedere)
che ha indotto a distaccarli progressivamente dal paradigma verbale alle forme participiali.
- Coesistenza degli usi participiale e preposizionale
hors mises(PL.F) le(s) cordes(PL.F) que […] (Livre des Mét. 13,4: XIII secolo)
hors mis(SG.M) tant seulement les amendes(PL.F) faites des vesprées (Livre des Mét. 13,4: XIII secolo)

VINCOLI SULLE CATEGORIE D’ORIGINE:


Perché solo alcuni participi non sono stati soggetti all’inversione dei costituenti e solo questi sono diventati
preposizioni ma non tutti gli altri? È stato notato in numerosi studi tipologici che i verbi i cui participi danno origine a
preposizioni deverbali ricadono all’interno di 3 tipologie principali:

Predicati i cui participi sviluppano preposizioni deverbali:


1) ‘Durata nel tempo’: ingl. during; it. durante; fr. durant, (ce)pendant; germ. während
N.B.: [+V] = mutamenti di stato e processi dinamici ([- stabilità temporale])
2) ‘Topic’: ingl. concerning, regarding; germ. Betreffend
N.B.: [+V] = comment
3) ‘Eccezione’: ingl. excepting, bar; it. eccetto, tranne; fr. excepté, hormis.
N.B.: [+ V] = fattualità

considerando che le caratteristiche del verbo prototipico sono + mutamenti di stato e processi dinamici – stabilità
temporale, vediamo che questi vincoli ci dicono perché proprio i participi di quei verbi e non altri sono diventati
preposizioni. I participi di quei verbi stativi, che indicano durata nel tempo, sono elementi altamente marginali. I
predicati di verbi che non svolgono la funzione di comment sono quelli più marginali rispetto alla categoria verbo. Lo
stesso vale per la fattualità.
Quindi ci sono tanti fattori diversi che devono convergere per far sì che la transcategorizzazione si realizzi.

I composti di essere
Ut DemaenetoABL.SG.M tibi eroABL.SG.M praesenteABL.SG.M reddam. (Pl. As. 455)

Nec praesente8ABL.SG.M nobisABL.PL.M alius quisquam est servos Sosia. (Pl. Amph. 400, ex Non. 76,14)
Magis magisque praesenteABL.SG.M multisABL.PL.M clamavit. (ad Her. IV 16)
PresenteABL.SG plurimosACC.PL.M hominesACC.PL.M (Lex Cur. 8,5,1: IX c. AD)
Adeste, si hic absenteABL.SG.M nobisABL.PL.M venierit puer. (Afran. tog. 6)
Nescioquid profecto absenteABL.SG.M nobisABL.PL.M turbatumst domi. (Ter. Eu. 649)

I composti di stare
D(is) M(anibus) Aurelius Flavinus optio leg(ionis) XI Claudiae annorum XXXX qui militavit ann(os) XIIII
et optio ann(os) X posuit titulum de suo astanteABL.SG.M civibusABL.PL.M suisABL.PL.M impensi (denariis)
8
Non è più un participio, è una preposizione

28
X(milibus) [CIL V 895; Lettich 2003: n. 119: III-IV secolo d.C.]

I(ovi) O(ptimo) M(aximo) Sep(timius) Fabin(us) e[q(ues)] ale I T(hracum) vet(eranae) v(otum) s(olvit)
l(ibens) m(erito) instanteABL.SG.M M(arcus) Ael(ius) ApolaneusNOM.SG.M colon(us) [Bölcske n. 28; AE 2003, 1435: 200-250
d.C.]

StanteABL.SG.M istaNOM/ACC.PL.N omniaNOM/ACC.PL.N, quod super(ius) diximus. [Chartae Lat.Ant. 13,571 (bis): 690-691 d.C.]

Rovai 25.10 LEZ CURRICULARE lez. 12

Sulla traducibilità del comico

Per via dei meccanismi strutturali della comicità è difficile mettere in atto strategie compensatorie in traduzione.
Il genere comico di per sé è estremamente complesso da definire.
Eco: “il comico è una faccenda difficile, a capirlo si è risolto il problema dell’uomo sulla terra.”
È una categoria eterogenea che si declina in tante forme diverse l’umorismo, la battuta, il sarcasmo, la satira il
nonsense etc. sono tutti fenomeni riconducibili alla comicità, però trovare una definizione univoca che le ricomprenda
tutte è estremamente complesso. Questa complessità si traduce anche nel fatto come molte scienze si sono cimentate
nel cercare di definire la comicità. L’unica costante che si riesce individuare dietro a queste manifestazioni è la
presenza del riso, da parte almeno di una delle parti coinvolte.
Platone nel definire il comico parla di teloion (ciò che suscita risata); Cicerone dedica una parte a che cosa sia il
comico, da dove sorga, se sia appropriato o meno per un oratore etc, parla de risu, della risata. Anche i classici
Novecenteschi: CFR slides.
Noi adotteremo una definizione di comico come di “ciò che mi fa ridere”. La dimensione del comico è una
dimensione fortemente soggettiva, è fortemente legata a un certo tempo e luogo, a determinate specificità
socioculturali. Dunque anziché cercare di individuare quali siano le manifestazioni comuni a tutti i fenomeni comici,
potremmo interrogarci su quali sono i fattori necessari a suscitare la risata, perché ridiamo e di cosa ridiamo in un
determinato momento e in un determinato contesto.

Freud, nel suo lavoro sul motto di spirito cerca di definire quali siano i meccanismi psichici della risata. Freud
distingue tra il motto di spirito e il comico più in generale. Il primo riguarda l storiella, la barzelletta, la battuta, gioco
di parole che ricorrendo a mezzi linguistici suscita la risata. Il comico è la rappresentazione di una qualche situazione
che a noi pare incongrua, un comportamento che si manifesta come eccentrico rispetto alle nostre aspettative e quindi
suscita la risata. Secondo Freud, perché ridiamo? Lui parte dalla constatazione che la risata è una fonte di piacere, un
qualcosa che ci gratifica. Perché la risata ci gratifica? Secondo Freud, nel motto di spirito, la risata ci fa risparmiare
energia psichica impieghiamo energia psichica per tenere a freno le pulsioni della libido, del piacere, per far sì che
ci comportiamo da persone civili; nel motto di spirito riesce a creare un accesso diretto, immediato, inaspettato a
queste pulsioni dell’inconscio, che normalmente sarebbero oggetto di inibizioni e censure; creando questo accesso
all’inconscio si libera nella risata quelle che sarebbero le energie impiegate in una inibizione psichica. [Cfr Slides].
Inoltre, tra il destinatario del motto di spirito deve essere tacitamente essere disposto a ridere, deve accettare che chi
racconta la storiella intenda farlo ridere.
Il comico è, per Freud, situazioni che appaiono eccentriche, inusuali e che di conseguenza suscitano la risata; anche
qui abbiamo un risparmio di energia psichica, di quella che useremmo per rappresentarci e intenzioni altrui: quando
vediamo una persona ci formuliamo delle aspettative di comportamento in una determinata situazione, se l’oggetto
della risata si comporta in maniera eccentrica e diversa dalle aspettative, nella comparazione tra i contrasti, si produce
la risata, come fonte di piacere. In questo contesto, la fonte di piacere, dice Freud, deriva anche da un senso di
superiorità dell’adulto rispetto al bambino.
Diversamente dal motto di spirito, in cui c’è una tacita intesa, qui c’è una presa di distanza rispetto all’oggetto della
risata e rispetto al caso precedente cambia anche il numero dei partecipanti coinvolti. Questo tipo di comicità non ha
necessariamente un risvolto strettamente linguistico (non è necessaria la lingua per produrre situazioni comiche di
questo tipo). Il comico non linguistico: la caricatura (esagerazione di alcuni aspetti esasperandoli), il comico di
situazione (gioca su comportamenti incongrui, eccessivi che a noi adulti appaiono bambineschi, gioca sull’inversione
dei ruoli rispetto a quel che ci aspetteremmo, una reazione a catena che sfugge al controllo del personaggio etc.);
queste forme prescindono dalla lingua ma niente negherebbe di tradurle in una forma linguistica (anche se in realtà,
sono situazioni che descritte a parole poi non farebbero ridere: se descrivessimo una caricatura non farebbe ridere) 
nella taduzione intersemiotica la comicità va persa.

29
Il comico maggiormente legato alla lingua è quello del motto di spirito.

Il comico linguistico
Testualità del comico
Quello che Banfi individua come tratto caratterizzante, testualità del comico, quando una battuta ci fa ridere è
l’elemento di sorpresa, l’elemento inatteso, una situazione che prima si presentava in una determinata maniera e che al
momento della battuta risulta essere tutt’altro.
Occorre tenere distinte due diverse accezioni:
- Il comico espresso dalla lingua  la lingua è il mezzo attraverso cui vengono descritte delle situazioni che
configurano una situazione comica risibile. La lingua, in questo caso, è semplicemente lo strumento attraverso
cui raccontiamo al destinatario una determinata situazione che da un certo punto in poi diventa assurda,
eccentrica, risibile. È quello che ha a che fare maggiormente con il comico nel senso freudiano
(disconoscimento delle nostre attese rispetto ai comportamenti altrui)
- Il comico creato dalla lingua  è quello su cui si basa il motto di spirito, un tipo di comicità in cui le
caratteristiche della lingua sono il fondamento stesso dei meccanismi che suscitano la risata.

Raskin “Script-based Semantic Theory of Humor”  affinché si possano dare le condizioni della comicità, occorre
prima di tutto che sia riconosciuto un principio di cooperazione tra autore e destinatario della comicità: il destinatario
deve essere in grado di capire che l’autore del motto di spirito lo vuole far ridere, e al tempo stesso deve anche
accettarlo, essere pronto a ridere. Per cercare di formalizzare questo principio di formulazione R. riformula,
riconvertendole, le 4 massime conversazionali di Graiss che regolano i principi logici della conversazione: (cfr slides)
- Quantità: dai esattamente la quantità di info necessaria per la battuta
- Qualità: qualcosa che sia non vero in assoluto ma compatibile rispetto alla situazione che stai raccontando
- Relazione: cose che siano pertinenti a ciò che stai raccontando
- Modo: racconta in maniera efficiente.

Date queste premesse, il motto di spirito secondo Raskin si sviluppa in 4 momenti diversi, giocati su un meccanismo
di doppia lettura:
1) CFR SLIDES

Esempio di comico creato dalla lingua  cfr slides. – storiella dell’impiegato, ambiguità di sua.
Fino all’ultima frase, la storiella sembra seguire uno script primario legato all’immagine dell’impiegato scansafatiche,
ma l’elemento tu finale ci fa disconoscere lo script primario, l’idea che ci eravamo fatti della vicenda, in favore dello
script finale, secondario.

In una storiella di questo tipo, il comico non è semplicemente espresso dalla lingua ma è creato dalla lingua perché la
barzelletta gioca sulla polisemia della forma sua  il comico creato dalla lingua molto spesso gioca sui meccanismi di
ambiguità creati dalla lingua.
Le basi linguistiche del meccanismo della doppia lettura e dei doppi sensi sono: omonimia, polisemia e omografia (nel
caso della lingua scritta) ed è su meccanismi di omonimia e polisemia che si giocano molte delle storie, barzellette che
conosciamo bene: dai doppi sensi delle barzellette di Pierino all’umorismo britannico per cui in un giallo troviamo un
capitolo che si intitola “tea is always a solution” gioca sull’ambiguità di soluzione (soluzione del giallo e soluzione
chimica, cioè il tè)  la lingua mette a disposizioni molte parole in cui c’è corrispondenza non biunivoca tra
significati e significanti e la cui articolazione semantica interna rinvia a script differenti, ambiti semantici diversi:
nella storiella dell’impiegato, sua è una forma polisemica che vale tanto come forma reverenziale di allocutivo quanto
pronome possessivo. Bisogna però sottolineare che, se i questi casi il comico si basa sull’organizzazione dei significati
della lingua, in ragione all’arbitrarietà dei rapporti tra significati all’interno delle lingue, la maggior parte delle volte
l’organizzazione dei significati, da una lingua all’altra non corrisponde; ciò che può essere polisemico in una lingua
non necessariamente lo è in un'altra il caso di sua è un caso di comicità verbale costruita con mezzi linguistici
(comico creato dalla lingua) sulla base di un meccanismo polisemico che c’è in italiano ma che sarebbe impossibile
ricreare in francese, inglese o tedesco dove il possessivo e la forma referenziale di allocutivo sono distinti.
Inoltre, le possibilità del comico verbale sono intrinsecamente iscritte nel codice della lingua, i meccanismi che
possono essere sfruttati in una lingua, il più delle volte non sono riproducibili in altre lingue  radicale
introducibilità del comico.
Abbiamo già accennato che il comico non sopravvive a una traduzione intersemiotica o a una traduzione
interlinguistica a meno che non vi sia una corrispondenza tra forme polisemiche nelle due lingue. Inoltre il comico è

30
refrattario anche alla traduzione intralinguistica, cioè la parafrasi, la riformulazione di uno stesso testo in altri termini
 la spiegazione di una barzelletta non fa ridere.

Perché il comico è difficile se non impossibile da tradurre? Perché l’immediatezza che è richiesta al comico per far
ridere confligge con l’interpretazione (che è essenziale in traduzione)
Prima di tradurre, è necessaria una fase di interpretazione, cioè rendere esplicito ciò che il testo sta dicendo. Il
problema è che (cfr Freud:) “il comico nella sua immediatezza è il risultato di un processo automatico che è possibile
soltanto tenendo lontana la nostra attenzione cosciente. […] il processo interpretativo necessariamente implica un
ragionamento esplicito su ciò su cui stiamo lavorando e di per sé vanifica l’immediatezza di un testo comico” è come
se lo smontassimo questo accade nella fase di analisi e interpretazione quando si traduce. Questo rende difficilmente
compatibile il processo traduttivo con il processo di genesi della risata.

In apaparenza, ci sono aspetti della lingua legati alla dimensione comunicativa e interazionale, in cui l’effetto fonico
sembra replicabile con maggior facilità anche in lingue diverse: sono gli aspetti legati al linguaggio/sistema della
cortesia insieme delle strategie, norme etc. adottate da una comunità per evitare la conflittualità (cfr slides). Sono
una serie di forme codificate e cristallizzate tese a mantenere uno scambio comunicativo il meno conflittuale possibile.
Ci rientrano le forme allocutive (reverenziali e non, dare del lei o del tu), atti linguistici indiretti ( potresti aprire la
finestra?), il rispetto della turnazione (aspettare che l’interlocutore abbia finito prima di prendere la parola), formule
rituali di cortesia (“buongiorno, come va?” prima di iniziare una conversazione), rispetto della “faccia” (identità
sociale, che l’interlocutore deve stare attento a non violare).

Questi meccanismi, legati alla lingua in quanto sistema comunicativo-interazionale possono essere violati a scopi
comici.
Esempio slides di Totò il sistema della cortesia: violazione
Ipercaratterizzazione delle forme linguistiche ma che poi viola il rispetto della faccia, dell’identità sociale
dell’interlocutore chiamandolo “disgraziato”.
C’è anche una serie di tratti giocati su altri livelli linguistici, in particolare sulla commistione tra forme
particolarmente auliche e ricercate e rapidi abbassamenti di registro, registro dialettale.

Un altro tipo di comicità diversamente traducibile è quella legata alla variazione dei registri dialettali: è difficile che in
un altro sistema linguistico troviamo un’articolazione dei registri che corrisponda ai singoli dialetti.

Oltre alla palese violazione del sistema della cortesia a fini comici, un altro modo è l’effetto dell’ inflazione le
formule di cortesia sono fisse, cristallizzate e usate con estrema frequenza possono finire per inflazionarsi e non essere
più in grado di svolgere il compito che ci aspetteremmo.

 Il sistema della cortesia: inflazione: ritualità delle formule di saluto Slides Stanlio e Ollio
“Goodbye” che si ripete: l’educazione ci dice che dovremmo rispondere al saluto ma nella scena questo porta a una
serie di goodbye che si inseguono in maniera meccanica e si rimpallano tra gli interlocutori. Questa scena funziona
anche in italiano con “Arrivederci”. Perché in questo caso l’effetto sopravvive anche in traduzione? Perché il codice
che qui è in ballo non è tanto la lingua di per sé, è piuttosto il codice di comportamento all’interno di un determinato
contesto sociale: la scena funziona tanto in italiano quanto in inglese perché questi sistemi ideologici condividono
analoghe modalità di interazione sociale: il codice che viene violato legato all’interazione sociale e il comico
sopravvive alla traduzione (il codice su cui gioca la comicità non è strettamente linguistico ma di interazione sociale,
che combacia tra le due lingue).

Si può concludere dicendo che la partecipazione attiva all’evento comico da parte del destinatario è l’elemento
veramente necessario al fine di far funzionare la comicità  deve essere in grado di comprendere la finalità comica di
un testo, deve essere disposto ad accettarla, e deve essere capace di cogliere con immediatezza le strategie impiegate
dall’autore. Questo è tanto più possibile quando più è condivisa la stessa competenza linguistica tra autore e
interlocutore e l’enciclopedia (sistema di conoscenze e riferimenti).

Lez 13
Slide 7

31
Vediamo come strutture verbali (strutture passive) e strutture nominali (nomi di azione) condividano delle similarità
abbastanza significative, tanto che in alcuni casi è stato possibile anche dimostrare come all’origine dei costrutti
passivi di alcune lingue ci siano quelli che in partenza erano nomi di azione.
Passivo impersonale:
la prima categoria che entra in ballo è quella dell’impersonalità. Occorre distinguere due diverse accezioni attribuibili
alla nozione di impersonale:
1) da una parte un’impersonalità collocata in una prospettiva funzionale e comunicativa, maggiormente legata
agli aspetti pragmatici e funzionali in cui i processi di impersonalizzazione sono legati a ragioni di
defocalizzazione (defocusing) o backgrounding dell’agente in prima battuta possiamo pensare che la
funzione di un costrutto impersonale sia quella di mettere in secondo piano l’agente dell’azione (Mario vende
automobili VS Si vendono automobili l’azione della vendita di automobili è comunque definita, viene
messo in secondo piano la presenza di un agente esplicitamente marcato che compia l’azione).
2) Assenza di un soggetto canonico: altro senso in cui si può intendere l’impersonalizzazione, più strutturale, è
legato all’assenza di un elemento che abbia i tratti del soggetto canonico i costrutti impersonali sono quelli
in cui l’agente non è espresso perché non è possibile individuare un soggetto referenziale. Es. verbi per agenti
metereologici: piove, nevica  costrutti impersonali in cui manca un soggetto referenziale.
Tuttavia, anche un predicato come piovere può ammettere la presenza di un argomento: piovono pietre. Pietre non è
un soggetto a tutti gli effetti, non occupa la posizione del soggetto canonico ma la posizione postverbale tipica
dell’oggetto.
Quindi anche quando un predicato impersonale prende un proprio argomento, questo argomento non ha tutte le
caratteristiche proprie di un soggetto.
Un’altra classe interlinguisticamente coerente di predicati che si manifestano nelle diverse lingue con sotrutti impers
perché non hanno soggetto canonico (cioè soggetto che non ha tratti semantici tipicamente associati col ruolo di
soggetto): predicati che denotano percezione e esperienza me pudet (mi vergogno) ted. es friert mich (lett. Ciò gela
me – ho freddo) ingl. methinks, ecc. Gli argomenti di questi predicati sono riconducibili al ruolo semantico di
espediente, un tipo di partecipante che non esercita un controllo volontario sull’azione ma subisce le conseguenze di
un certo stato, è un soggetto non canonico, che non corrisponde al ruolo semantico di agente, ma al ruolo semantico di
espediente.

In tutti questi casi siamo di fronte a costrutti impersonali che riflettono l’assenza di un elemento che abbia le
caratteristiche del ruolo di soggetto.
Diversa è la tipologia successiva in cui quello che è l’argomento che svolgerebbe il ruolo sintattico di soggetto viene
rimosso per ragioni legate alla struttura informazionale, messo in secondo piano: passivo impersonale e costrutti
anticausativi (costrutti in cui il predicato transitivo viene volto al transitivo senza alcuna apparente modificazione: The
cat broke the vase > The vase broke // il fuoco bruciò la legna > la legna bruciò  omissione del ruolo sintattico di
agente).
Costrutto anticausativo= si chiama così perché rimuove la causa esterna, l’agente esterno (La legna bruciò).
La ragione di un costrutto o dell’altro è legata a elementi di struttura discorsiva, a seconda di cosa si vuol mettere in
risalto: l’agente in sé o la causa stessa che innesca l’evento.

Questo rimuovere il soggetto dell’anticausativo è una delle caratteristiche più salienti che riconosciamo nei costrutti
passivi, cioè i cosiddetti costrutti passivi personali o promozionali (promotional).
Perché si parla di costrutti promozionali?
In un costrutto personale: i bambini hanno mangiato la torta/ la torta è stata mangiata da i bambini = la main feature
è che l’argomento non agentivo sia pienamente promosso al ruolo sintattico di soggetto nei passivi personali
promozionali l’argomento che ricopre il ruolo sintattico di oggetto viene promosso a soggetto e ne acquisisce tutte le
caratteristiche (=in ita: posizione preverbale e capacità di concordare con la forma finita del verbo).
A questa, si accompagnano anche altre caratteristiche:
a) L’argomento soggetto/agente del costrutto attivo può comparire nella frase passiva (ma non necessariamente);
questo significa che non è più un argomento del predicato.
b) Conseguentemente, la sintassi tende a divergere profondamente dalla forma attiva
c) Nel caso del passivo personale è possibile rilevare le notevoli restrizioni che ci sono sull’applicabilità di
questo costrutto e che fanno sì che il costrutto passivo personale si possa applicare soltanto a predicati
transitivi (o meglio, i predicati prototipicamente transitivi)
Es. Mario rompe la finestra VS Il biglietto costa 2 euro
Dal punto fi vista dell’ordine lineare dei costituenti, i due costrutti sembrano abbastanza la stessa cosa: c’è un
predicato, preceduto dall’elemento che regge l’accordo della forma finita del verbo (soggetto) e seguiti da un altro

32
elemento che costituisce l’oggetto di questi costrutti. Tuttavia, la finestra è un oggetto diretto e può essere promosso al
ruolo di soggetto nel costrutto passivo. Questo test dell’applicabilità della forma passiva ci dice che questi due
costrutti in realtà non sono la stessa cosa: nella seconda frase, l’elemento che segue il predicato non ha lo statuto
argomentale (è semplicemente un modificatore avverbiale), e quindi non può essere promosso da questa sua posizione
alla posizione di soggetto (non ammette un costrutto passivo).

C’è poi una serie di livelli intermedi che coinvolge i verbi supporto, in cui a seconda dei vari gradi di
lessicalizzazione o idiomaticità del costrutto abbiamo un grado maggiore o minore di transitività: fare una scelta VS
fare festa  in entrambi i casi fare è usato come verbo supporto, ma se proviamo ad applicare il test della
passivizzazione vediamo che in fare una scelta, una scelta si comporta come un oggetto e può essere promosso a
soggetto del passivo; mentre in fare festa, festa non si comporta come un argomento del predicato e il costrutto non
può essere volto al passivo.

Passivo impersonale: anche quando c’è un oggetto presente all’interno di una struttura transitiva questo non viene
promosso a ruolo di soggetto nel costrutto passivo, cioè continua a conservare le caratteristiche proprie di un oggetto.
Nel costrutto passivo impersonale viene posta in rilievo l’azione, l’oggetto se c’è rimane tale e il soggetto della frase
attiva tipicamente viene omesso, la sintassi rimane abbastanza simile. La conseguenza notevole è che il passivo
impersonale si applica anche a quei predicati che non hanno un oggetto, cioè i predicati intransitivi  il passivo
impersonale si può applicare anche ai predicati intransitivi perché non richiede la promozione di un
argomento/oggetto al ruolo di soggetto.

Il passivo impersonale nelle lingue indoeuropee (è assai diffuso in latino):


Latino:
I-tur ad te, Pseudole. (Pl. Pseud. 453)  I-tur - andare= intransitivo. Viene rimosso il soggetto e diventa un costrutto
impersonale  “(lett.:) si va incontro a te, Pseudolo / qualcuno ti viene incontro.” Siamo di fronte a una
defocalizzazione del soggetto, viene messo in background, non è tanto importante chi sta andando incontro al
personaggio ma l’azione in sé, il fatto che qualcuno sta andando incontro al personaggio.

Disput-atur in consilio a Petreio atque Afranio. (Caes. B.C. I 67,1)  “(lett.:) fu discusso / ebbe luogo una
discussione nell’assemblea tra Petreio e Afranio.” Dal punto di vista della struttura informazionale è che ebbe luogo
una discussione, l’aspetto saliente dal punto di vista informazionale è l’evento.

Faci-atur, si tibi uidetur, et triclinia (NOM/ACC.PL.N) (Petron. LXXI 10) “(lett.:) si faccia(no) anche i triclini / se
ti pare il caso, facci anche i triclini.” In questo caso, diversamente da quelli sopra, c’è oggetto (triclinia) ma non viene
promosso a ruolo di soggetto.

Osco:
Fiuusasi-aís az húrt-úm sakar-ater.9
Floralia-ABL.PL.F vicino bosco-ACC.SG.M sacrificare-IND.PRS.3SG.PASS
“Per i Floralia, vicino al bosco sacro si fa / ha luogo / c’è un sacrificio / si sacrifica.”

Iúvi-ass messim-ass staíef fud sakr-iss


Iovia-ACC.PL.F messima-ACC.PL.F (?) (?) vittima-ABL.PL

sakra-fí-r avt últium-am kerssn-aís.


consacrare-CONG.PRF.-r ma ultima-ACC.SG.F banchetto-ABL.PL.F
“Si consacri le iovias messimas con delle vittime, ma l’ultima con banchetti.”

In questa forma di passivo impersonale (sakra-fi-r) abbiamo il morfema lessicale del verbo consacrare, il suffisso per
creare il congiuntivo imperfetto e il morfema del passivo. Quello che manca è il morfema della terza persona
singolare. Questa lingua conserva una forma più antica dell’impersonale, è una forma verbale in cui l’attenzione viene
posta sull’azione in sé tanto che il morfema personale non è neppure presente a livello morfologico.

Umbro (cfr slides)= stesso discorso, manca la desinenza personale.

9
Ater= suffisso delle forme passive in Osco. Sakar-ater= si sacrifica, si fa un sacrificio, ha luogo un sacrificio. La forma del
passivo impersonale serve per mettere in evidenza quale sia l’azione da compiersi.

33
Il passivo impersonale…
- può cancellare la realizzazione sintattica del soggetto;
- non promuove l’oggetto a soggetto;
- conserva un’interpretazione attiva, tipicamente associata a un agente umano
indefinito/generico;
(si applica anche ai predicati intransitivi)

Fino a quanto è impersonale?


Possono essere impersonali in gradi diversi:

Agente totalmente generico / non individuabile (non si può individuare un referente specifico che compie
l’azioine):
Undique totis usque adeo turbatur agris. (Verg. Ecl. I 12)
“Ovunque e in continuazione c’è turbamento per tutta la campagna.”

...ma anche casi in cui è perfettamente individuabile sulla base del contesto:
Disputatur in consilio a Petreio atque Afranio(Caes. B.C. I 67,1)
“Ebbe luogo una discussione nell’assemblea tra Petreio e Afranio.”
Si tu iubes, em ibitur tecum. (Pl. Cas. 758)
“Se me lo chiedi, verrò con te.”  se tu me lo chiedi si verrà con te > che poi chiaramente è riferito a una prima
persona singolare.

Quello che i passivi impersonali hanno in comune è una ben precisa funzione legata alla funzione pragmatico-
discorsiva, di fare riferimento all’azione verbale di per sé, di focalizzare il picco informativo sullo svolgimento
dell’azione di per sé, indipendentemente da quale sia l’agente o la causa esterna che lo innesca.
Codificano le focus construction, cioè le costruzioni in cui l’elemento comunicativo più importante è la frase nel suo
complesso.

Lez 14 31.10

Slide 7 pt 2

Vediamo ora i tratti che accomunano il passivo impersonale a alcuni nomi deverbali (nomi comuni d’azione) e come
sia documentabile a livello diacronico l’origine del passivo impersonale a partire da nomi di azione in alcune lingue.

Il fatto che il passivo impersonale si applichi anche a predicati intransitivi e che non promuova l’oggetto al ruolo
sintattico di soggetto è quello che ci permette di far rientrare i passivi impersonali in quella categoria di passivi che
sono i passivi non promozionali.
Occorre però verificare se l’impersonalità di questi passivi sia semplicemente un’omissione, non realizzazione
fonetica di un soggetto o se effettivamente anche a livello sintattico manchi un elemento in grado di svolgere il ruolo
sintattico di soggetto, questo perché d’altra è frequente il caso, nelle lingue pro-drop, di soggetti foneticamente non
realizzati ma comunque presenti nella struttura argomentale soggetto sott’inteso in italiano.
Sono stati sviluppati alcuni test per verificare la presenza del soggetto sintattico nullo, cioè un elemento che pur non
essendo realizzato foneticamente è comunque presente all’interno della struttura argomentale del predicato:

1) incompatibilità con il riflessivo  Il primo di questi test chiama in causa la compatibilità del costrutto con
il pronome riflessivo mi lavo = siamo in presenza di un soggetto sintattico nullo (c’è anche se non è
foneticamente realizzato e funge da antecedente rispetto al pronome riflessivo); i passivi impersonali sono
incompatibili col pronome riflessivo, questo ci dice che il ruolo sintattico di soggetto in questo caso viene
cancellato non solo superficialmente/foneticamente ma proprio dalla struttura argomentale. Quello che
possiamo trovare superficialmente è un complemento d’agente ma che non ricopre il ruolo di soggetto
all’interno della predicazione.
2) incompatibilità con modificatori ‘subject-oriented’  i modificatori orientati sul soggetto sono modificatori
avverbiali che per potersi applicare richiedono la presenza di un soggetto che abbia i tratti semantici tipici
dell’agente, es: attentamente, distrattamente, volontariamente etc. che hanno in comune il fatto che per essere
applicati a un predicato occorre che il soggetto di questo predicato sia un partecipante in grado di agire con

34
volontà, implicano la presenza di tratti umani, animati nel soggetto (prototipico). I modificatori subject-
oriented non si applicano ai passivi impersonali.
3) compatibilità con SP di tipo ‘ by-phrase’ i passivi impersonali sono compatibili con sintagmi
preposizionali di tipo by-phrase, i costrutti che esprimono il complemento di agente; perché di per sé non
hanno un’agente che occuperebbe quel ruolo semantico.
4) non coordinabilità con forme personali la forma personale è quella che si coordina con un soggetto
sintatticamente presente (anche se magari non espresso).

Queste caratteristiche sono precipue nei passivi impersonali ma non in altre forme dell’impersonale, cioè
l’impersonale attivo, che pur non esprimendo foneticamente un soggetto lo hanno comunque presente della propria
struttura sintattica, e questo si vede dal fatto che rispondono positivamente ai test visti precedentemente:
_ compatibilità con il riflessivo
Nostri nosmet paenitet “Ciascuno di noi è spiacente per sé stesso.”
_ compatibilità con modificatori ‘subject-oriented’
Taedet ipsum Pompeium vehementerque paenitet.
“Lo stesso Pompeo è amareggiato per la cosa e ne è molto pentito.”
_ coordinabilità con forme personali
Erravi, temere feci, paenitet. “Ho sbagliato, ho agito incautamente, mi dispiace.”
_ incompatibilità con SP di tipo ‘by-phrase’

La caratteristica principale dei predicati costruiti col passivo impersonale, cioè la non promozione dell’oggetto a
soggetto la ritroviamo in alcuni nomi di azione.
Per mettere in evidenza l’azione la si può nominalizzare.
Quando l’azione viene nominalizzata attraverso nomi d’azione, il costrutto risultante si può comportare come i passivi
impersonali. In italiano, quando un’azione viene nominalizzata, il nome d’azione assume un tipo di reggenza
nominale.

Struttura argomentale: i nomi di azione


Reggenza nominale:
I barbari distrussero Roma > La distruzione di Roma (da parte dei barbari)
Mario ritornò a casa > Il ritorno (a casa) di Mario
Dei due argomenti obbligatori nella forma verbale finita (i barbari e Roma), nella nominalizzazione solo uno dei due
continua ad essere obbligatorio: l’oggetto (la distruzione di Roma).

Reggenza verbale:
Astrologorum signa (NOM/ACC) in caelo quid sit obseruationis?
‘Cos’è questo osservare le costellazioni degli astrologi in cielo?’
Quid tibi hanc (ACC) curatio est rem (ACC)?  il nome di azione continua a reggere un oggetto al caso
accusativo.
‘Che significa la tua preoccupazione per questa cosa?’
Quae misera in exspectatione est Epignomi aduentum (ACC) uiri.
‘Che, preoccupata, è in attesa dell’arrivo di suo marito Epignomo.’
(it.: il comandante della compagnia ma anche il comandante la compagnia)

Tanto i passivi impersonali quanto i nomi d’azione (almeno nella loro fase originaria) cancellano il soggetto sintattico
e non promuovono l’oggetto al ruolo di soggetto (in lat. vedi oggetto che continua a essere al caso accusativo). Sono
entrambi costrutti non promozionali.

Caso studio: passivi impersonali non promozionali in ute (lingua dei nativi americani del Nord America):
questa lingua ha un passivo impersonale.

Predicati transitivi:
Attivo:
ta’wach sivaatuch-i pakha-pᵾga
uomo/SOGG. capra-OGG uccidere-REM
“L’uomo uccise la capra.”

35
Passivo:
sivaatuch-i10 pakha-ta11-pᵾga
capra-OGG uccidere-PASS-REM
“(Qualcuno) uccise la capra / la capra fu uccisa (da qualcuno).”

Predicati intransitivi:
In ute (morfema ta) il passivo si applica anche ai predicati intransitivi.

Attivo:
mamach tᵾvupᵾ-vwan ’avi-kya-’u
donna/SOGG terra-LOC giacere-ANT-3SG.F
“La donna giaceva a terra.”

Passivo:
tᵾvupᵾ-vwan ’avi-ta-qa-ax
terra-LOC giacere-PASS-ANT-3SG.N
“(Qualcuno) giaceva a terra / si giaceva a terra.”

In ute, come si comportano e come vengono codificati i nomi deverbali?


«One type of nominalization in Ute applies only to verb phrases (VPs- sintagmi verbali), excluding the subject, which
is then interpreted as generic or impersonal. The nominalized subjectless clause may then serve as the subject of some
of the verb types in (48). Such generic nominalizations tend to appear without any tense-aspectmodal marking, i.e. as
a non-finite structure» (Givón, 2011: 229)

Frase finita (attiva):


‘áapachi ‘u kwanach-i ‘uway paqha-qa
ragazzo-SOGG ART-SOGG aquila-OGG ART-OGG uccidere-ANT
“Il ragazzo uccise l’aquila.”

Prima tipologia di nominalizzazione fonde in un’unica forma il verbo uccidere e l’oggetto dell’uccisione:
Nome deverbale (oggetto generico):
kwana-paqha-ta ka-’ay-wa-tᵾ ‘ ura-’ay
aquila-uccidere-NOM NEG-buono-NEG-NOM essere-IMM
“Uccidere aquile / l’uccisione delle aquile è male.”

Nella seconda tipologia di nominalizzazione, viene indicato un referente in particolare:


Nome deverbale (oggetto referenziale):
‘ina-y kwanachi paqha-ta ka-’ay-wa-tᵾ ‘ura-qa
questa-OGG aquila-OGG uccidere-NOM NEG-buono-NEG-NOM essere-ANT
“Uccidere quest’aquila / l’uccisione di questa aquila fu un male.”

Passivo impersonale
múusach-i pakha-ta-pᵾga
gatto-OGG uccidere-PASS-REM
“(Qualcuno) uccise il gatto / il gatto fu ucciso.”

Nome deverbale
‘ina-y kwanachi paqha-ta
questa-OGG aquila-OGG uccidere-NOM
“L’uccisione di quest’aquila.”
La differenza tra la forma passiva impersonale e la forma nominalizzata è la flessione temporale (pᵾga).

10
L’oggetto della frase attiva continua a mantenere il morfema -i che codifica l’oggetto -> rimozione del soggetto + non
promozione a soggetto dell’oggetto = caratteristiche del passivo impersonale.
11
Ta= morfema del passivo

36
Perché in alcune lingue come lo ute un costrutto passivo si è sviluppato diacronicamente e ancora assomiglia a una
frase nominalizzata?
Perché in alcune lingue la dislocazione temporale può essere codificata anche sui nomi: il passivo impersonale in ute
non è altro che un nome d’azione a cui è stata aggiunta una marca di temporalità, flettendolo anche per tempo.

Lez. 15 6.11 Rovai Slide 8

Intransività scissa: i predicati intransitivi non costituiscono una classe omogenea ma si ripartiscono in 2 gruppi
(inergativi e inaccusativi) che si comportano in maniera differenza per quanto riguarda molti processi morfosintattici.
Una delle manifestazioni più macroscopiche dell’intransitività scissa è il fenomeno della selezione dell’ausiliare
perfettivo nelle lingue romanze i predicati intransitivi nelle lingue romanze, e in particolare in italiano, adottano due
strategie differenti nella selezione dell’ausiliare per i tempi composti: i predicati inaccusativi selezionano essere
(Mario è caduto) VS i predicati inergativi selezionano avere (Mario ha lavorato, ha nuotato).
Dato che l’intransitività scissa ha molto a che fare con la semantica del predicato (sia inerente che aspettuale),
partiamo con una prima parte dedicata ai due principali aspetti legati alla semantica del predicato:

Classificazione semantica dei predicati: l’Aktionsart


Azionalità (Aktionsart) = primo importante criterio di classificazione semantica dei predicati. L’idea che i diversi
predicati fossero classificabili in classi semantiche diverse sulla base di tratti semantici inerenti risale al lavoro di
Zeno Vendler, Linguistics in Philosophy, Ithaca (NY), Cornell University Press, 1967.
Le classi azionali individuate sono quindi note come le 4 classi di Vendler.
Queste 4 classi sono definite sulla base delle diverse combinazioni possibili tra 3 tratti semantici inerenti ai predicati:
dinamicità, duratività, telicità.
I predicati dunque risultato ascrivibili a 4 classi principali: states, activities, achievements, accomplishments -
stativi, predicati di attività, trasformativi, risultativi.

 Dinamicità: dire che un predicato è dinamico significa che l’evento rappresentato configura lo svolgimento di
un’azione A seconda della presenza o assenza della dinamicità si distingue tra: predicati eventivi (predicati
che configurano lo svolgimento di un’azione) e predicati stativi.
Primo test: perifrasi progressiva (stare + gerundio) Mario sta mangiando VS *Mario sta essendo alto
Secondo test: Imperativo (mette in rilievo il fatto che il destinatario del comando possa compiere un’azione)
Mangia! VS *Sii alto
…ma sii gentile, stai buono  stati inerenti vs stati temporanei = all’interno della classe dei predicati stativi si
instaura una differenza tra quei predicati che denotano stati temporanei (si può applicare l’imperativo), che possono
essere soggetti al controllo dell’individuo e quegli stati inerenti, immutabili, che non sono soggetti al controllo
dell’individuo (non si può applicare l’imperativo: *sii alto!).

 Duratività: distinzione tra predicati che denotano un tipo di evento che si protrae nel corso del tempo e i
predicati che denotano eventi puntuali (un singolo momento).
Predicati durativi vs predicati puntuali:
Test: i predicati puntuali non sono compatibili con modificatori avverbiali come “per X tempo”, che denota la
durataMario ha parlato per due ore VS *Mario è inciampato per due minuti (a meno che tale evento non sia
scomponibile in una sequenza di singoli eventi ripetuti).

 Telicità: (tratto che entra in gioco molto spesso quando si parla di intransitività scissa e inaccusitività) un
predicato è telico quando l’azione configura il raggiungimento di un punto terminale di un evento.
Predicati telici vs predicati atelici
Questa proprietà è elicitabile attraverso il modificatore avverbiale culminativo “in X tempo”, che pone un limite
temporale entro cui l’azione si svolge: se il predicato è compatibile con “in X tempo” significa che entro quel lasso di
tempo l’azione ha raggiunto il proprio I predicati telici indicano mutamento di stato, luogo e condizione: I panni
sono asciugati in dieci minuti VS *Mario ha abitato a Roma in dieci anni = prima i panni erano bagnati e dopo sono
asciutti (raggiungimento di un nuovo stato), questo non è previsto da un verbo come abitare, dove non si vede il
termina dell’azione.
Una distinzione che viene spesso fatta è quella tra predicati inerentemente telici (che prevedono nella loro stessa
articolazione semantica i due stati di partenza) e predicati la cui telicità è configurazionale, cioè è legata al contesto,
agli altri elementi con cui il predicato si combina:

37
Telicità inerente morire, nascere, scoppiare, cadere, trovare, ecc. (NB. Predicati inerentemente telici possono essere
costruiti in alcuni casi in modo da attribuire loro una lettura non telica, es. “cadere” è inerentemente telico, il
cambiamento di stato è configurato nel verbo stesso es. “cadere a terra” MA: “cadere nel vuoto” non è telico, non
possiamo dire “è caduto nel vuoto per X secondi”)
Telicità configurazionale (oggetto diretto, aspetto verbale, polarità, animatezza, ecc.)  mangiare, costruire,
dipingere, ecc. = predicati che denotano un’attività (quando hanno una lettura intransitiva), ma ammettono anche la
presenza di un complemento oggetto. Es: mangiare: è telico? Non telico? Dipende, per esempio dalla presenza o meno
di un compl ogg. Dalla configurazione dell’azione se è conclusa o no:
Mario mangia troppo/ mario mangia pasta tutti i giorni non ha una lettura telica, è semplicemente un predicato di
attività che il soggetto compie nel corso del tempo, aspetto imperfettivo
Mario ha mangiato un piatto di pasta  predicato telico, l’evento si è concluso, aspetto perfettivo
Vediamo che la differenza è anche di tipo aspettuale: l’aspetto perfettivo seleziona una lettura telica (raggiungimento
del punto terminale dell’evento: Mario è andato a casa, Mario andò a casa= Mario a casa ci è arrivato), l’aspetto
imperfettivo seleziona una lettura atelica

Le 4 classi azionali:

P. stativi [- dinamici] [+ durativi] [- telici]


essere malato, essere alto, conoscere, stare, sapere, possedere, …
P. di attività [+ dinamici] [+ durativi] [- telici]
camminare, nuotare, mangiare (pasta), lavorare, …
P. risultativi [+ dinamici] [+ durativi] [+ telici] (incrementativi: [+/- telici] 12 )
asciugare, imparare, uccidere, mangiare (un piatto di…), … (ingrassare, aumentare, ingiallire…)
P. trasformativi [+ dinamici] [- durativi] [+ telici] (semelfattivi 13: [- telici])
scoppiare, scomparire, trovare, morire, … (tossire, starnutire, …)

ASPETTO VERBALE
«L’aspetto imperfettivo va inteso, essenzialmente, come la considerazione del processo verbale secondo un punto di
vista interno al suo svolgimento. Per aspetto perfettivo intenderemo invece una considerazione (per così dire)
‘globale’ del processo verbale medesimo» (Bertinetto, Tempo, aspetto, …, p. 79)
Aspetto verbale = punto di vista che il parlante adotta rispetto all’azione: se è un punto di vista interno
all’azione stessa (aspetto imperfettivo, l’azione è colta nel suo svolgimento) o se è un punto di vista esterno
(aspetto perfettivo)
Quel mattino, Mario andava al lavoro (asp. Imperfettivo) ≠ Quel mattino, Mario andò al lavoro (asp. Perfettivo)
La scorsa settimana, Mario era a Roma ≠ La scorsa settimana, Mario è stato a Roma

L’aspetto verbale in italiano viene codificato attraverso i tempi verbali (non si ha un morfema che indica aspetto
perfettivo o imperfettivo).
L’aspetto imperfettivo può avere una lettura abituale (Mario fuma - Mario fumava) cioè un’azione che si ripete nel
tempo abitualmente, ha anche un valore progressivo, cioè l’azione è rappresentata in corso di svolgimento ( Quel
mattino Mario andava /stava andando/sta andando a lavoro). Nell’aspetto perfetto invece l’azione è rappresentata
nella sua compiutezza.

Cfr Slides

L’aspetto determina i fenomeni di ibridismo azionale, cioè l’appartenenza dello stesso predicato a classi diverse a
seconda dell’aspetto con cui l’azione viene rappresentata:
a. imperfettivo > [- telico] stativo / predicato di attività
a. perfettivo > [+ telico] trasformativo / risultativo

12
Perché prevedono il raggiungimento di un nuovo stato ma non necessariamente definitivo: ingrassare, aumentare, ingiallire etc.
13
Es. tossire, starnutire = eventi dinamici, momentanei ma non telici, non prevedono il raggiungimento di un nuovo stato, di una
nuova condizione da parte del soggetto.

38
Vediamo come le proprietà azionali e quelle aspettuali e in parte quelle legate al referente nominale che funge da
soggetto entrano in gioco in tutti quei fenomeni legati all’intransitività scissa e alla inaccusività, a partire dalla
possibilità o meno di avere un costrutto impersonale con un verbo intransitivo in olandese (che è stato il punto di
partenza per i lavori legati agli studi sui fenomeni di intransitività scissa).

Il passivo impersonale in olandese -Perlmutter


Perlmutter, D.M. (1978), Impersonal Passives and the Unaccusative Hypothesis, in «Proceedings of the
Annual Meeting of the Berkeley Linguistics Society», 38, pp. 157-189.
IPOTESI INACCUSATIVA: ipotesi strettamente connessa all’intransitività scissa, ipotesi che i predicati intransitivi
non costituiscano una classe omogenea, ma al loro interno si possono individuare 2 sottoclassi ognuna con proprie
caratteristiche prevalentemente azionali che si riflettono in un diverso comportamento morfosintattico: alcuni predicati
intransitivi sono ammessi in determinati costrutti e altri predicati intransitivi non sono ammessi in quegli stessi
costrutti.

Il lavoro di Perlmutter parte prendendo in esame il passivo impersonale, cioè quei costutti passivi che non promuovo
l’oggetto al ruolo sintattico di soggetto e che per questo si possono applicare anche ai predicati intransitivi (che
proprio non hanno un oggetto nella loro struttura argomentale).
Perlmutter nota che il passivo impersonale è abbastanza diffuso nelle lingue e fa un esempio dall’olandese:

(1) Er wordt14 door de kinderen op het ijs geschaatst.


'It is skated by the children on the ice.’
“è pattinato da parte dei bambini sul ghiaccio” pattinare= predicato intransitivo  passivo impersonale

Perlmutter nota anche che in realtà non tutti i predicati intransitivi in olandese ammettono il costrutto passivo
impersonale.

Collateralmente alla questione dell’intransitività scissa e dell’ipotesi inaccusativa, Perlmutter pone anche altre due
questioni:
a. Passivi (personali) e passivi impersonale sono lo stesso fenomeno?
b. Il passivo prevede necessariamente la promozione di un oggetto a soggetto?
A questo aveva già risposto Comrie: la risposta è sì, sono lo stesso fenomeno, perché quello che li caratterizza
è la cancellazione del soggetto dal suo ruolo di argomento del predicato, indipendentemente dal fatto che poi
un oggetto venga promosso ad argomento del predicato (è secondario). Tanto i passivi personali quanto i
passivi impersonali costituiscono sintatticamente lo stesso fenomeno nella misura in cui entrambi cancellano
la realizzazione sintattica del soggetto. Il fatto che poi un oggetto possa essere promosso al ruolo di soggetto è
secondario.
Quindi, non è come siamo abituati a pensare, che il passivo è quel costrutto che promuove oggetto a soggetto,
MA la sua caratteristica principale è la cancellazione del soggetto dal suo ruolo di argomento del predicato.

Torniamo al fatto che Perlmutter nota che non tutti i predicati intransitivi ammettono poi il passivo impersonale in
olandese: inizia a farsi strada l’idea dell’intransitività scissa (scissa perché la classe degli intransitivi non è una classe
omogenea: in olandese alcuni intransitivi ammetto il passivo impersonale e altri no)

Ammettono il passivo impersonale:


Er wordt hier door de jonge lui veel gedanst.
'It is danced here a lot by the young people.’
Er wordt in deze kamer vaak geslapen.
'It is often slept in this room.’
Er wordt geniesd / gehoest / gehikt.
'It is (being) sneezed / coughed / hiccoughed.’
Er wordt gebeden.
'It is (being) prayed.’
Er wordt door de kinderen nog niet gerookt.
'It is not yet smoked by the children.'
14
wordt = perifrasi per il passivo in olandese.

39
Non ammettono il passivo impersonale:
Het concert heeft een hele tijd geduurd.
‘The concert lasted a long time.’  “il concerto è durato a lungo” MA non si può dire “si è durato a lungo il concerto”
*Er werd door het concert een hele tijd geduurd.
Vele kinderen verdwijnen uit dit weeshuis.
‘Many children disappear from this orphanage.’
*Uit dit weeshuis wordt (er) door vele kinderen verdwenen.
De grassprietjes zijn vannacht ontsproten.
‘The grass sprouts sprouted last night’
*Er werd door de grassprietjes vannacht ontsproten.

I predicati delle due colonne appartengono a classi azionarie diverse.


Perlmutter intuisce che la discriminante tra le due diverse classi di predicati intransitivi, quelli che ammettono
il passivo impersonale (inergativi) e quelli che non ammettono il passivo impersonale (inaccusativi), è di natura
semantica.

Domanda 1: predicati inaccusativi e predicati inergativi coincidono nelle diverse lingue?


Domanda 2: che cosa determina l’inaccusatività / inergatività di un predicato?
La natura inaccusativa o inergativa di un predicato è prevedibile dalla semantica stessa del predicato nel contesto della
frase. L’altra questione che si pone è se le classi di inaccusativi e inergativi siano linguisticamente uniformi.

Perlmutter si era reso conto che il parametro di natura discriminante tra le due classi era di natura semantica e dice
anche
si suddividono così:
 Sono predicati INERGATIVI: i predicati che descrivono azioni volute o volontarie, ivi compresi i verbi che
indicano atti di parola più alcuni processi involontari (predicati di attività più un gruppo di semelfattivi);
 sono predicati INACCUSATIVI: i predicati risultativi/trasformativi e gli stativi.

Lez 16 giov 7.11


slides 8-9

Studio di Perlumtter sui passivi personali in olandese: scissione tra predicati intransitivi quelli che ammettono il
passivo impersonale e quelli che non lo ammettono. P. riconosce un criterio di natura semantica responsabile della
scissione tra le due sottoclassi di predicati intransitivi, li elenca: predicati inergativi = predicati di attività, cioè
dinamici, atelici e duraturi con un gruppetto ristretto di predicati semelfattivi. A fianco di questi predicati intransitivi
inergativi che ammettono il passivo impersonale, P. individua poi una serie di sottoclassi di predicati inaccusativi che
non ammettono il passivo impersonale predicati stativi o resultativi trasformativi.
Funzionamento del pass. Impers in olandese: i predicati intransitivi inergativi che ammettono il pass impers sono
predicati di attività VS i predicati intrans. inaccusativi che non lo ammettono sono predicati telici (risultativi
trasformativi) e predicati stativi.
Oltre alla telicità o non telicità di un evento, alla presenza di un predicato di stato risultate o inerente, interviene
secondariamente un altro parametro relativo al referente che funge da argomento del predicato, cioè il fatto che il
soggetto sia provvisto o meno di controllo volontario sull’azione.
Il fatto che il controllo volontario possa, a parità delle altre condizioni, funzionare come un fattore discriminante
nell’ammissibilità o meno del passivo impersonale in olandese è messo in evidenza da Perlmutter nelle coppie di rime
(?) con lo stesso predicato e diverso grado di animatezza del soggetto:

Es. 1= verbo chinarsi: ammette il passivo impersonale se il soggetto è umano e in grado quindi di controllare l’azione,
ma non ammette il passivo impersonale se il soggetto non è animato.

[+ controllo volontario] De edeln buigen voor de koning.


‘The nobles bend (bow) before the king.’
Er wordt door de edelen voor de koning gebogen  ci si china di fronte al re

[- controllo volontario] De bloemen buigen in de wind.


‘The flowers bend in the wind.’

40
*Er wordt door de bloemen in de wind gebogen.  *ci si china al vento da parte dei
fiori
Es. 2= verbo cadere, che è un’azione tipicamente associata a un evento involontario ma in certi contesti può essere
rappresentata come una caduta volotnaria, in questo caso sarebbe possibile volgere la frase al passivo impersonale.

[+ controllo volontario] De nieuwe acteur is in bet tweede bedrijf op bet juiste ogenblik gevallen.
‘The new actor fell at the right moment in the second act.’  cadere nel senso di
gettarsi a terra, azione volontaria.
In bet tweede bedrijf werd er door de nieuwe acteur op bet juiste ogenblik gevallen.

[- controllo volontario] Twee mensen zijn uit de venster van de tweede verdieping gevallen.
‘Two people fell out of the second-storey window.’ evento involontario, il passivo
impersonale non è possibile
*Er werd door twee mensen uit de venster van de tweede verdieping gevallen.

Ciò che cambia è il grado di agentività del soggetto, che si dimostra quindi un parametro pertinente nel caso
dell’applicabilità del passivo impersonale, e più in generale ai fini della scissione tra le due diverse classi di predicati
intransitivi.

Perlmutter è considerato l’iniziatore dell’approccio sintatticista nello studio dell’intransitività scissa e


dell’inaccusatività, in realtà P., stesso riconosce esplicitamente un parametro di ordine semantico alla base della
bipartizione delle due sottoclassi, tenta anche un passo ulteriore: quello che lui chiama universal alignment hypotesis
cioè l’ipotesi di un allineamento universale l’ipotesi che i tratti semantici che lui ha individuato come pertinenti epr
il pass. Impers. In olandese in realtà si possono estendere anche ad altre lingue: in funzione degli stessi tratti
potremmo essere in grado di prevedere in altre lingue che hanno il pass. Impers se questo si applichi o meno. La
risposta a questa ipotesi è affermativa e riporta l’esempio di una lingua non i.e. in cui abbiamo costrutti passivi
impersonali: il turco. Nota che con gli stessi verbi con cui lo troviamo applicabile in olandese (inergativi prototipici),
anche il turco ammette i passivi impersonali con questi inergativi, non lo ammette con gli inaccusativi prototipici
(predicati telici, verbi che indicano mutamento di stato). Quindi è una bipartizione che consente predizioni di ordine
universale.

Burada çalışılır / oynanır / bağırılır.


‘Here it is worked / played / shouted.’
Burada sık sık yliksek sesle konuşulur.
‘Here it is often spoken with a high voice.’
Burada sık sık kavga edilir.
‘Here it is often fought.’
*Buzun üstünde sık sık düşülür.
'It is often fallen on the ice.'
*Sonbaharda kurunur.
'In the fall it is become dry.'
*Bu gibi durumlarda ölünür.
'In such situations it is died.''

41
È quindi possibile individuare un criterio di ordine semantico dietro ai fenomeni di intransitività scissa, ma quale sia la
portata del criterio semantico è un fatto di variazione parametrica delle singole lingue, non un fatto universale. Nel
caso del passivo impersonale in latino, infatti, non sarebbe una diagnostica utile perché tutte le classi di predicato
ammettono il passivo impersonale:
Qua huc uentumst gratia. “La ragione per cui siamo venuti qui.” (Pl. Truc. 9)
Consurgitur ex consilio. “Ci si alza dall’assemblea.” (Caes. B.G. V 31,1)
Statur hic ad hunc modum. “Si sta qui, come vedi.” (Pl. Pseud. 457)
In palaestram, ubi desudascitur? “In una palestra dove si suda?” (Pl. Bacch. 65-66)
Saltatum satis pro uino-st. “Abbiamo ballato abbastanza per il vino.”(Pl. Stich. 774)
Sed iam satis est philosophatum. “Si è filosofeggiato abbastanza.”(Pl. Pseud. 687)

Le lingue celtiche ammettono il pass. impers per quasi tutti i predicati tranne che per quelli che denotano eventi
atmosferici.

In conclusione: L’ipotesi inaccusativa formulata da Perlmutter coglie aspetti fondamentali come l’intransitività scissa
(intransitivi non sono una classe omogenea), coglie che la discriminante tra le due classi è di natura semantica…ma
non consente previsioni universalmente valide riguardo all’applicazione del passivo impersonale.

L’intransitività scissa è un fenomeno che emerge sottoforma di diversi fenomeni in tante lingue diverse. Vedremo un
caso particolarmente studiato e analizzabile cioè la manifestazione dell’intransitività scissa nella selezione
dell’ausiliare perfettivo nelle lingue romanze, con particolare riferimento all’italiano:

-Slides 9-

L’INTRANSITIVITÀ SCISSA
Tratti semantici di interfaccia
La selezione dell’ausiliare perfettivo nelle lingue romanze
Il caso dell’italiano:
TRANS. Paolo ha mangiato due pizze
INTRANS. Maria ha parlato / ballato / cantato
Maria è caduta / uscita / morta
PASS. Due pizze sono state mangiate (da Paolo)

Per la formazione dei tempi composti utilizza l’ausiliare avere con tutti i predicati transitivi; nel caso dei pred. intrans.
Può utilizzare tanto avere quanto essere; l’ausiliare essere lo ritroviamo anche nella formazione del costrutto passivo
perifrastico.
All’interno della classe dei preedicati intransitivi poi ritroviamo ancora una volta una scissione tra due diverse
sottoclassi: una scissione rispetto all’ausiliare selezionato per la formazione dei tempi composti: cfr slide 9, schema p.
3.
E tra questi due poli opposti c’è un ampio margine di variazione.
Polo di destra (forme in nero) sono predicati intransitivi che selezionano avere VS polo di sinistra tutti i predicati
intrans che selezionano essere; inergativi i primi VS inaccusativi i secondi; e nel mezzo alcune classi di predicati in
cui è ammesso un margine di variazione. Con i predicati dei due poli opposti la selezione dell’ausiliare è sistematica;
al centro si trova una serie di predicati in cui i due ausiliari possono alternarsi: è squillato VS ha squillato, è piovuto
VS ha piovuto, è suonato il campanello VS ha suonato il campanello, ha vissuto a Roma VS è vissuto a Roma etc.
(verbi celesti nella tabella).
È un raggruppamento che tiene conto delle diverse proprietà azionali e del diverso grado di controllo volontario
sull’evento che governano la distribuzione dei due ausiliari perfettivi.
Si vede come al polo della massima inergatività (colonna di dx, verbi che selezionano avere) si hanno tutti predicati di
attività dinamici e telici su cui il soggetto svolge un controllo volontario. Nel momento in cui all’interno della stessa
classe azionale di predicati di attività abbiamo predicati il cui soggetto non esercita un controllo volontario ecco che
essi cominciano ad ammettere un’alternanza tra avere e essere. Nel caso dei predicati atmosferici non c’è nessun
soggetto referenziale e quindi nessun controllo volontario, sono impersonali in senso strutturale; nel caso degli altri
predicati come squillare l’argomento del predicato è tipicamente qualcosa di animato che non svolge un controllo
volontario; nel caso di sbandare si può ammettere un soggetto umano e l’alternanza dei due diversi ausiliari

42
suggerisce due diverse letture dell’evento: Mario è sbandato (evento sottratto al proprio controllo volontario) VS
Mario ha sbandanto per evitare un ostacolo (evento rappresentato come volontario da parte del soggetto).
Controllo volontario da parte del soggetto= influisce sulla selezione dell’ausiliare.
In ita ai fini della selezione dell’ausiliare individuiamo una classe di predicati prototipicamente inergativi, predicati di
attività il cui soggetto esercita un controllo volontario, VS l’inergativo meno prototipico è costituito dai predicati di
attività in cui un soggetto non esercita un controllo volontario.
La classe che ammette maggiore alternanza è quella dei predicati stativi.
A sinistra ci avviciniamo al polo di massima inaccusatività, dove, indipendente dal grado di controllo volontario
sull’evento, ciò che risulta pertinente è la classe azionale di appartenenza: tutti i predicati delle due classi teliche
(risultati e trasformativi) sono predicati inaccusativi. Anche se in realtà è possibile individuare una differenza più
sottile tra i predicati che indicano un mutamento di luogo (polo della massima inaccusività) e i predicati che indicano
in mutamenti di stato, in questi abbiamo un certo margine per la selezione di avere, anche se estremamente ridotto lo
abbiamo. Per esempio, in francese i predicati che indicano mutamento di stato ammettono una variabilità molto più
maggiore rispetto ai telici che indicano mutamento di luogo.
Ci sono poi classi intermedie in cui assistiano a un grado di variazione più o meno elevato a seconda della classe.
Una situazione analoga la troviamo in francese, ma in francese il dominio di avoir è più ampio rispetto al dominio di
avere in italiano.
In francese adottano sistematicamente avoir anche coi predicati che non esercitano un controllo volontario, es. i
predicati degli agenti atmosferici (“il a plu”); inoltre selezionano avoir anche la maggior parte dei predicati stativi,
tranne alcuni casi che selezionano essere (il est resté a la maison); predicati di attività selezionano avoir. L’unico
nucleo che anche in francese conserva etre come ausiliare perfettivo è quello dei predicati telici che indicano
mutamento di luogo (i verbi di movimento).

All’interno delle lingue romanze, questi fenomeni di ristrutturazione della gerarchia di selezione dell’ausiliare hanno
un chiaro correlato diacronico: l’italiano spartisce a metà il dominio della selezione degli ausiliari essere e avere, nel
francese abbiamo il predominio di avoir e in spagnolo abbiamo solo haber  questa situazione sincronica di queste 3
lingue fotografa le 3 diverse fasi diacroniche di un processo che ha interessato generalmente tutte le lingue romanze. Il
latino aveva solo esse come ausiliare perfettivo, e le lingue romanze hanno affiancato habere come ausiliare perfettivo
oltre ad esse (o come si scrive).
Perché tra tutte queste 3 l’italiano ha la situazione diacronicamente più antica, cioè quella in cui i domini dia vere sono
ancora abbastanza ristretti rispetto ad essere? Perché l’italiano fotografa quello che era il fiorentino trecentesco, in cui
questa era la situazione che c’era e che si è cristallizzata; mentre il francese fotografa quella che è diventata una lingua
nazionale nel ‘600 quindi siamo qualche secolo più avanti e il processo di selezione dell’ausiliare è progredito di più;
in spagnolo haber è unico ausiliare già dopo il 17esimo secolo. La doppia ausiliazione è una caratteristica delle lingue
romanze e risponde a un mutamento strutturale prettamente romanzo, cioè la distinzione all’interno dei tempi perfetti
tra tempi perfettivi aoristici e perfettivi risultativi: il latino aveva un perfetto che assommava in sé tanto le funzioni del
perfetto come stato risultate e perfetto aoristico, mentre le lingue romanze portano avanti questa distinzione tra passato
remato e passato prossimo, quest’ultimo codifica la nuova categoria del perfetto risultativo, cioè un perfetto in cui le
conseguenze dell’azione continuano ad avere validità al momento dell’enunciazione. Quindi: si crea un’opposizione
tra categorie che prima non c’erano.

Esistono anche mutamenti non innovanti: sono quei mutamenti che interessano solo l’aspetto formale della lingua
senza creare nuove categorie o cancellare categorie preesistenti  esempio di mutamento conservante/conservativo:
io amabo, tu amabi, egli amaba > io amavo, tu amavi, egli amava  la nuova forma svolge le stesse funzioni della
formazione precedente.

Si vede come le proprietà azionali dei predicati diventino parametri rilevanti, tra i tanti fenomeni, ai fini della
selezione dell’ausiliare perfettivo che hanno a che fare con l’intransitività scissa che a sua volta è una delle
manifestazioni dei tanti fenomeni di interfaccia tra semantica e sintassi  per utilizzare la formulazione
“l’inaccusività è semanticamente determinata ma sintatticamente rappresentata” 15 cioè le ragioni della scissione tra le
due diverse classi di predicati intransitivi sono di ordine semantico, ma la manifestazione ha a che fare con le loro
proprietà morfosintattiche, in particolare con l’ausiliare con cui si combinano.

«Most of the syntactic diagnostics of unaccusativity and unergativity (such as auxiliary selection in Italian,
impersonal passives in Dutch, resultative constructions in English) tend in fact to identify semantically coherent
subsets of verbs within the unaccusative and unergative classes […], suggesting that a proper explanation of these
15
«Unaccusativity is semantically determined but syntactically represented.»

43
phenomena has to be placed at the syntaxsemantics interface. From this perspective, the main endeavour of the theory
of split intransitivity has thus become the identification of the syntactically relevant components of meaning in
different languages and the search for an account of their interaction with the syntactic configurations in which
a verb can appear.»

Costrutti risultativi in inglese: costrutti in cui un attributo segue l’oggetto per indicare lo stato risultante dall’azione
tenuta dal predicato su un determinato argomento:

«A resultative attribute describes the state of an argument resulting from the action denoted by the
verb.» (Simpson, 1983: 143)

TRANS. John hammered the metal flat16

INTRANS. The river froze solid  costrutto risultativo in cui l’aggettivo indica lo stato risultate in cui
l’argomento si trova come esito del processo indicato dal predicato… ma non si può fare lo
stesso con i predicati intransitivi inergativi: *The dog barked hoarse

Il costrutto risultativo dell’inglese è un criterio diagnostico valido per indicare due diversi comportamenti all’interno
della classe dei predicati intransitivi: ci sono alcuni predicati intransitivi che lo ammettono (inaccusativi) e ci sono
alcuni predicati intransitivi che non lo ammettono (inergativi). La ragione per cui gli uni lo ammettono e gli altri no è
sempre di ordine semantico.

…ma: The dog barked itself hoarse  lo ammette se costruito riflessivamente. Perché con itself aggiungiamo un
oggetto che referenzialmente coincide con l’oggetto dell’azione ma sintatticamente svolge la funzione di un oggetto e
a quel punto viene trattato come se fosse un costrutto transitivo: hoarse è lo stato risultate dell’argomento itself. Vale
anche per l’esempio: The dog barked (the neighbours awake) dove awake è l’effetto risultante.

Lezione 17 13.11

SLIDE 9

LA RAPPRESENTAZIONE IN FORMA LOGICA

«Verbs are analysed in terms of a lexical decomposition system in which STATE and ACTIVITY predicates are taken
as basic and the other classes are derived from them.» (Van Valin, 2005: 45)

La rappresentazione in forma logica è un modello che ci consente di scomporre le proprietà semantiche del predicato
in uno dei tanti possibili sistemi di scomposizione, tale che dalla struttura del predicato e dall’organizzione stessa di
come è rappresentato l’evento possiamo derivarne non solo le proprietà azionali ma soprattutto i ruoli semantici
assegnati agli argomenti del predicato.
Vediamo una versione semplificata della rappresentazione in forma logica adottata dalla grammatica del ruolo e del
riferimento (Role and reference grammar) – autore di riferimento per questo filone è Van Valin, è un modello con
approccio funzionalista che parte dall’assunto che la lingua codifichi a livello sintattico e morfosintattico le proprietà
semantiche e pragmatiche.
Nel modello di rappresentazione in forma logica, la caratteristica importante è che sulla base della struttura logica del
predicato permette di assegnare il ruolo semantico agli argomenti del predicato: da questo punto di vista, la struttura
semantica del predicato determina la struttura di tutto il nucleo predicativo (nucleo predicativo= predicato +
argomenti - il cui numero varia in base alla valenza del predicato).

In questo modello i due tipi di predicato (di attività e stativi) sono utilizzati come punto di partenza per derivare le
due altre classi. Perché proprio questi? Sono i due costituenti di partenza perché rappresentano l’opposizione
semantica e cognitivamente fondamentale tra movimento e assenza di movimento, basilare nella cognizione umana e
nello specifico anche linguistica (l’opposizione animato-inanimato in funzione della presenza-assenza di movimento è
già presente ad esempio nell’indovinello della Sfinge di Edipo).
16
Questa stessa costruzione in inglese è permessa anche da alcuni predicati intransitivi  intransitivi inaccusativi: predicati telici.
Vedi esempio sotto.

44
Predicati stativi (non dinamici, durativi, non telici) e di attività (dinamici, durativi e non telici) costituiscono quindi la
base per derivare anche le altre classi. Nel formalismo adottato da questa rappresentazione, i predicati stativi sono
rappresentati come semplici predicati riportando tra parentesi gli elementi che fungono da argomento del predicato,
che servono quindi a saturare la valenza del predicato.

Predicati stativi:
 «States are represented as bare predicates, e.g. know’ (x, y), dead’ (x).»
= pred’ (x, (y)) Mario è malato = malato’ (Mario)
Mario è alto = alto’ (Mario)
Mario ha un libro = avere’ (Mario, libro)
Il biglietto costa due euro = costare’ (biglietto, (due euro))

Tra parentesi vengono rappresentati gli elementi che fungono da argomento del predicato (argomenti che devono
essere espressi per saturarela valenza delpredicato:
Es. Mario è malato = malato’ (Mario)  abbiamo solo indicazione dello stato con a fianco l’argomento del predicato
stesso, in questo caso il soggetto.
Mario ha un libro = avere’ (Mario, libro)  abbiamo anche predicati biargomentali, il verbo con i suoi due argomenti.
Il biglietto costa due euro = costare’ (biglietto, (due euro)) due euro è ulteriormente tra parentesi perché non è
costituisce un argomento del predicato costare, ma ne è solo un modificatore. Il fatto che ‘due euro’ non sia
propriamente un argomento (così come un libro) è dimostrato dal fatto che non possono essere volti al passivo.

Predicati di attività:

 «Activity verb representations all contain the element do’, e.g. do’ (x, [cry’ (x)]) ‘cry’, do’ (x, [eat’ (x, (y))])
‘eat’.»
= do’ (x, [pred’ (x, (y))]) Mario nuota: do’ (Mario, [nuotare’ (Mario)])
Mario dipinge quadri: do’ (Mario, [dipingere’ (Mario, (quadri))])

Viene indicato per convenzione ‘do’ che indica movimento, poi abbiamo il predicato e l’argomento e la valenza come
per gli stativi, la differenza sta nel fatto che indicando con ‘do’ la presenza di un evento dinamico viene indicato anche
l’argomento che avvia l’evento, e che svolge il ruolo sintattico di soggetto.

A partire da queste due forme di rappresentazione dell’evento (una per eventi stativi e una per eventi dinamici) è
possibile derivare le altre due classi azionali, ovvero trasformativi e risultativi. La loro caratteristica più saliente è la
telicità (la maggiore duratività di uno rispetto all’altro è un tratto che linguisticamente non si traduce in una codifica
che li distingua l’una dall’altro, è più importante la telicità). Nella rappresentazione in forma logica, un predicato
telico (che preveda quindi un punto di arrivo) si rappresenta usando la stessa forma dei predicati di stato, predicato +
argomento preceduta dall’operatore logico ‘become’ che indica il passaggio a un nuovo stato indica quindi che non
si tratta di uno stato inerente, come sarebbe il semplice predicato stativo, ma di uno stato risultante, una mutazione
avvenuta che porta a uno stato finale diverso dalla condizione iniziale.

«ACCOMPLISHMENTS [e ACHIEVEMENTS; FR] […] are represented as a state or activity predicate plus a
BECOME operator, e.g. BECOME melted’ (x) ‘melt [intr]’.» (Van Valin, 2005: 45)

= BECOME pred’ (x) La vernice è asciugata = BECOME asciutto’ (vernice)


Il palloncino è scoppiato = BECOME scoppiato’ (palloncino)

La vernice è asciugata = la vernice è diventata (become) asciutta  stato risultante diverso dalla condizione di
partenza.

L’altra grande classe che analizziamo è quella dei predicati transitivi veri e propri, anche detti causativi o anche gli
usi telici dei predicati di attività. Ha una struttura più complessa delle altre. In un predicato transitivo tipico l’oggetto
riveste il ruolo semantico di paziente e subisce le conseguenze di un’azione a sua volta avviata dal soggetto, o agente.
Anche nella struttura logica, il predicato transitivo è scomponibile in questi due eventi.

45
«CAUSATIVE VERBS have a complex structure consisting of a predicate indicating the causing action or event,
usually an activity predicate, linked to a predicate indicating the resulting state of affairs by an operator-connective
CAUSE, e.g. [do’…] CAUSE [BECOME pred’ …].» (Van Valin, 2005: 45)

= do’ (x, [pred1’ (x, y)]) CAUSE [BECOME pred2’ (y)]

Leonardo dipinse la Gioconda


= do’ (Leonardo, [dipingere’ (Leonardo, Gioconda)]) CAUSE [BECOME dipinta’ (Gioconda)]

Es. Leonardo dipinse la Gioconda = do’ (Leonardo, [dipingere’ (Leonardo, Gioconda)]) CAUSE [BECOME dipinta’
(Gioconda)]l’intervento è scomposto in questi due sotto eventi: la prima parte corrisponde alla struttura del
predicato di attività che avvia l’azione; questo sotto evento causa un secondo sotto evento, ovvero un mutamento di
stato nel secondo argomento del predicato, che ha la struttura che abbiamo visto per i risultativi.  primo sottoevento:
un predicato di attività (dipingere, 2 argomenti) è quello che avvia l’azione + secondo sottoevento causato dal primo:
l’attività del soggetto leonardo causa il secondo sottoevento cioè causa il mutamento di stato (become) sul secondo
argomento.
Partendo dagli schemi di base dei predicati di attività e dei predicati stativi possiamo prima derivare le due
classi teliche e poi combinando i predicati di attività con la struttura dei predicati risultativi e trasformativi
abbiamo quella che è la rappresentazione in forma logica dei predicati transitivi.

Per precisare ulteriormente, nella proposta di rappresentazione in forma logica, Van Valin propone una distinzione tra
i predicati in cui l’agentività del soggetto è lessicalizzata nel predicato stesso, e quei casi in cui il soggetto potrebbe
non essere agentivo:

«With verbs like murder, the agency is lexicalized in the meaning of the verb and therefore would have to be
represented in its logical structure. […] DO signals agency in logical structures.» (Van Valin, 2005: 56)

I congiurati assassinarono Cesare


= DO (congiurati, [assassinare’ (congiurati, Cesare)]) CAUSE [BECOME ucciso’ (Cesare)]

Nel primo caso, propone di utilizzare DO in maiuscolo (I congiurati assassinarono Cesare= DO (congiurati,
[assassinare’ (congiurati, Cesare)]) CAUSE [BECOME ucciso’ (Cesare)]
Questa distinzione ha qualche conseguenza a livello di codifica grammaticale es. assassinare VS uccidere:
assassinare= implicita la presenza di un soggetto agentivo / uccidere=soggetto potrebbe non essere agentivo, in forme
come uccidere, verbo pienamente transitivo, a volte è possibile omettere l’oggetto. In quel caso il predicato assume
un’interpretazione di tipo abituale (è in carcere perché ha ucciso), che diventa meno accettabile in un caso come
assassinare dove invece abbiamo un’agentività lessicalizzata nel predicato stesso (non possiamo dire è in carcere
perché ha assassinato).

Abbiamo visto quindi che i predicati tipicamente inaccusativi, che selezionano categoricamente essere in italiano,
sono i predicati telici, che indicano mutamento di stato o luogo. ‘Essere’ si seleziona anche come ausiliare di passivo
quando l’oggetto transitivo viene promosso a soggetto; l’oggetto transitivo viene inserito nella stessa struttura logica
in cui vengono inseriti i soggetti dei predicati inaccusativi. Quindi ‘essere’ funziona sia da ausiliare perfettivo per
inaccusativi che da ausiliare passivo nei transitivi perché chiama in causa la presenza di un argomento che è inserito in
una struttura logica di questo tipo. Entrambe codificano uno stato risultante. La rappresentazione in forma logica ci
consente quindi di mettere insieme manifestazioni diverse di uno stesso fenomeno (in questo caso, quello dello stato
risultante).
La scomposizione degli eventi in diversi sotto eventi ci fa cogliere questa affinità.
Quello che ulteriormente consente la rappresentazione in forma logica dei predicati è quello di derivare anche i ruoli
semantici degli argomenti proprio a partire dalla struttura logica. Ad esempio, nei predicati transitivi: l’argomento (Y),
che subisce lo stato risultante, corrisponde all’oggetto, mentre l’argomento (X), che avvia l’attività, è quello che
corrisponde al soggetto. Da qui vengono derivati i due principali ruoli semantici, anche se nell’ambito della ‘role and
reference grammar’ si parla più di macroruoli semantici. Essi sono un modo di rappresentare i rapporti semantici
all’interno della struttura predicativa.

Così come i ruoli semantici, anche i macroruoli semantici sono un modo di rappresentare l’organizzazione semantica
all’interno della struttura predicativa. Perché si è scelto di non attenerci ai classici ruoli semantici?

46
Si è scelto di non attenersi ai classici ruoli semantici (agente, paziente, beneficiario etc.) perché, in realtà, se
cominciamo a cercare una rappresentazione dei diversi ruoli semantici che gli argomenti di un predicato possono
assumere, individuiamo sicuramente dei punti focali come agente (tipo di partecipante animato con controllo
volontario sull’evento che avvia un’azione della quale non subisce le conseguenze / paziente: argomento privo di
controllo volontario, che subisce le conseguenze dell’azione), ma al fianco dell’agente potremmo inserire un ruolo
semantico detto dell’ ‘efficiente’ cioè un elemento che pur non avviando volontariamente l’azione provoca un
cambiamento nel paziente (Mario uccide Luigi VS un fulmine uccise Luigi  Mario e il fulmine non hanno lo stesso
ruolo semantico: uno è un agente e l’altro è un efficiente.). Potremmo quindi individuare una grande serie di ruoli
semantici (‘esperiente’, ovvero partecipante non sempre volontario, animato che subisce esso stesso una condizione
espressa dal predicato es. io penso / io ho fame), tanti quanti sono i predicati che ci vengono in mente, perché ogni
azione ha proprie caratteristiche che la distinguono dalle altre (to dance- dancer, to kill-killer, to run-runner).
Il primo passo è quello di passare a un livello più astratto, in cui troviamo quindi tutti i vari ruoli che si potrebbero
ipotizzare riuniti sotto le etichette più classiche (agent, experiencer, patient etc.). I macroruoli racchiudono poi a
livello ancora più alto i vari ruoli sotto il nome di actor e undergoer; questi due macroruoli (che potremmo definire
nel seguente modo actor: partecipante che avvia e controlla la situazione denotata dal predicato, undergoer: non avvia
la situazione ma ne è in qualche modo coinvolto) chiamano in causa almeno tre diversi tratti:
-controllo volontario
-dinamicità dell’evento
-grado di coinvolgimento
e ancora una volta hanno al proprio interno una struttura prototipica (a scalare): actor si realizza prototipicamente nel
ruolo semantico di agente, ma come membri più marginali può avere anche l’efficiente o l’esperiente (quindi
efficiente o esperiente con ruolo di actor), così come l’undergoer che ha come realizzazione prototipica il paziente, ma
può includere ad esempio anche il tema. Actor prototipico: ha controllo volontario, è argomento di un predicato di
attività, non subisce conseguenze dell’evento
Undergoer: non ha controllo volontario, è argomento di predicato di stato, subisce la conseguenze dell’evento.

Partendo dalla rappresentazione in forma logica, vediamo che l’argomento tipicamente associato al macroruolo di
undergoer è quello del predicato di stato risultante (oggetto transitivo) o stato inerente (il libro è sul tavolo), telici
(subiscono mutamento di stato). Il prototipo dell’actor è invece il primo argomento di un predicato di attività.
I casi più sfuggenti sono gli stativi bi-argomentali, dove gli elementi non hanno proprio le caratteristiche di un
costituente argomentale a tutti gli effetti (Mario ha un libro non può esattamente essere passivizzato). I due argomenti
sono quelli che creano più problemi dal punto di vista della codifica morfosintattica. Non realizzano le corrispondenze
canoniche e più frequenti tra i macroruoli semantici e i ruoli sintattici.
È facile individuare queste corrispondenze all’interno della lingua: undergoer = oggetto diretto / actor = soggetto.
Anche rispetto al piano pragmatico è possibile individuare delle corrispondenze privilegiate: soggetto = topic / oggetto
= comment. Ovviamente non è detto che tutti le corrispondenze corrispondano sempre al 100%; quando questo
succede, le lingue lo segnalano in qualche modo.

Un caso particolarmente evidente e molto studiato (sembra quasi un universale linguistico) è quella dei ‘costrutti
esistenziali’ o ‘presentativi’, ovvero del tipo ‘C’è qualcuno/qualcosa’.
Italiano: “ci sono tanti ragazzi in classe”  tanti ragazzi si comporta dal punto di vista dell’accordo morfosintattico
come un soggetto a tutti gli effetti, ma occupa la posizione che non è tipicamente dell’oggetto (si trova dopo il verbo),
e se lo mettessimo in ordine non suonerebbe (tanti ragazzi ci sono in classe). Analizzandolo vediamo che, anche se
ricopre il ruolo sintattico del soggetto, dal punto di vista semantico (è un tema) e pragmatico (non è un topic, ma è
un’informazione nuova, un referente introdotto in quel momento durante il discorso es. c’era una volta un re 
introduzione di un nuovo referente) non ha le caratteristiche tipiche del soggetto. Riveste il ruolo si soggetto ma
semanticamente e pragmaticamente non ha le caratteristiche di soggetto.
In tante lingue del mondo, in strutture di questo tipo il soggetto non viene codificato, e non è un caso. Questi costrutti
hanno struttura abbastanza affine (es. hanno quasi tutti un elemento locativo):
-Ingl. “there are many students” le proprietà tipiche del soggetto in inglese (accordo con predicato, posizione
preverbale) sono compiute da due diversi elementi: l’accordo di numero è retto da many students in posizione
postverbale che fa l’accordo con il predicato, mentre l’elemento locativo there sta in posizione preverbale (è quello
che al passivo si sposta, come farebbe normalmente un soggetto). L’unico elemento referenziale presente non ha tutte
le caratteristiche proprie del soggetto, perché semanticamente e pragmaticamente non è né un actor prototipico, né un
topic prototipico.
-Ted. “es gibt einen (*ein) Mann”  nel caso del tedesco, un argomento di questo tipo è realizzato all’accusativo;
trattato come un oggetto a tutti gli effetti.

47
-Fr. “il y a des garçonsà des garçons” non regge l’accordo ed è in posizione preverbale, il soggetto è ‘il’. Questa
costruzione con avoir nel senso di esserci proviene dal latino, es. ‘hic habet reliquias’ = qui c’è le reliquie del martire.
Questa mancanza di accordo tra sintagma nominale e forma verbale la troviamo anche in qualche forma regionale
dell’italiano (soprattutto toscano) “c’è tanti problemi”. Qui siamo di fronte a costrutti esistenziali dove l’argomento
che dovrebbe avere le caratteristiche del soggetto intransitivo, manca di alcune di esse. Questa altro non è che la
conseguenza del fatto che l’argomento non ha né proprietà semantiche né pragmatiche tipicamente associate al ruolo
sintattico del soggetto; c’è dietro l’assunto tipicamente funzionalista secondo il quale le proprietà semantiche e
pragmatiche vengano codificate a livello sintattico e morfosintattico.
In assenza delle corrispondenze canoniche tra piano semantico e sintattico, a livello sintattico e morfosintattico
vengono codificate le proprietà di un argomento non tipicamente associate all’actor ma all’undergoer, tanto che in
alcuni casi lo troviamo marcato all’accusativo o in posizione post verbale.
Gli altri tipi di costrutti dove gli argomenti hanno caratteristiche dell’underogoer e sono trattati anche sintatticamente
come oggetti sono i costrutti esperienziali. Così come negli esistenziali, troviamo strategie di codifica non canonica
degli argomenti, segno che siamo in un punto critico della grammatica dove salta la normale corrispondenza tra
macroruolo semantico e ruolo sintattico.
Es. ho fame / ho sete / ho freddo in italiano il soggetto viene grossomodo trattato come tale, ma il costrutto di per sé
non è transitivo o passivizzante.
tedesco: unico argomento che riveste il ruolo semantico dell’esperiente e che ha tratti tipici dell’undergoer, in questi
costrutti è marcato dal caso accusativo come se fosse un oggettoà es hungert mich = ciò affama me, es friert mich =
ciò raffredda me.
inglese: in Shakespeare o Tannison era trattato come argomento marcato all’accusativo di un predicato di conoscenza
‘Me thinkes you are sadder’ = penso che tu sia più tristeà l’argomento esperiente del verbo pensare è marcato come
‘me’, come se fosse un oggetto come accade nei predicati impersonali (impersonali perché manca un soggetto
canonico, ovvero un soggetto che abbia i tratti semantici tipicamente associati al ruolo sintattico di soggetto).

Lezione 18 14.11

Oggetto diretto transitivo e soggetto intransitivo inaccusativo condividono molte proprietà morfosintattiche e
sintattiche dato che entrambi sono argomenti di eventi telici. Un caso particolarmente evidente è quello rappresentato
dall’accordo participiale in italiano antico; nell’italiano attuale, nelle forme perifrastiche del verbo soltanto i soggetti
di predicati intransitivi inaccusativi reggono ancora l’accordo con il participio (i ragazzi sono arrivati, sono partiti,
sono caduti / questo non accade però con gli inergativi né con l’oggetto diretto transitivo). In italiano antico invece
troviamo tranquillamente costrutti intransitivi come

TRANS Aveva la luna […] perduti i raggi suoi. (Bocc. Decam.)


Come Dioneo ebbe la sua novella finita. (Bocc. Decam.)

dove l’oggetto diretto transitivo reggeva l’accordo di genere e numero con la forma participiale del predicato, come la
reggeva e continua a reggerla il soggetto dei predicati inaccusativi e intransitivi:

INTR.INACC. Donde uscita era la cavriuola. (Bocc. Decam.)


Cinquanta de’ maggiori cittadini eran venuti. (Bocc. Decam.)

INTR.INERG. Voi tutte avete assai acconciamente parlato. (Bocc. Decam.)


Ruggieri, il quale grandissima pezza dormito avea. (Bocc. Decam.)

Come si vede, per quanto riguarda i predicati intransitivi, la situazione è rimasta immutata: gli inaccusativi
selezionano essere e governano il rapporto col proprio argomento, gli inergativi no; ma per quando riguarda i predicati
transitivi, in italiano antico anche l’oggetto intransitivo reggeva l’accordo col participio nelle forme perifrastiche del
verbo.
È un tratto che tendenzialmente le lingue romanze hanno perso, perché anche il catalano ha un sistema analogo a
quello italiano ma nel passato sono documentabili casi in cui l’oggetto transitivo e il soggetto inaccusativo
condividevano la proprietà di accordo con le forme participiali del verbo:

Catalano antico:

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TRANS. Mos ulls d’açò han feta la bugada. (A. March, XV cent.) – I miei occhi hanno fatto il
bucato (il sentimento sarebbe filtrato attraverso gli occhi come l’acqua e il sapone
filtravano attraverso il bucato)
INTR.INACC. Quan Tays fo entrada en la casa. (Recull de eximplis e miracles, XV cent.) – quando
Tays fu entrata in casa

L’accordo non avveniva con il soggetto degli inergativi:

INTR.INERG. E con lo frare e lescola hagueren parlat ensemps de moltes coses del mon. (Recull de
eximplis e miracles, XV cent.) – con il frate e con la suora avevano parlato di molte
cose del mondo.

Il soggetto dei predicati inaccusativi si associa all’oggetto dei predicati intransitivi e, viceversa, soggetto dei predicati
inergativi con il soggetto dei predicati transitivi, questo perché, ripensando alle strutture logiche, il soggetto dei
predicati inaccusativi ha la stessa struttura logica di un predicato risultativo (quindi inaccusativo), mentre il soggetto
dei predicati inergativi è il soggetto di un predicato di attività, che quindi si associa al macroruolo semantico di
undergoer, ovvero il soggetto tipico dei predicati transitivi.

Vedremo che anche in una prospettiva interlinguistica ci sono lingue in cui sistematicamente la codifica del soggetto
intransitivo è scissa, e i soggetti intransitivi inergativi vengono trattati come soggetti transitivi, mentre i soggetti
intransitivi inaccusativi vengono trattati come gli oggetti transitivi. Dietro ci sono le diverse strutture logiche in cui
l’uno e l’altro compaiono e i diversi macroruoli semantici che vengono associati all’uno o all’altro. Queste modalità di
accordo sono per lo più scomparse, forse ancora si può sentire in regionalismi come ‘i ragazzi hanno mangiata tutta la
torta’; è ovviamente regolare quando l’oggetto è espresso da una forma pronominale ‘la torta l’hanno mangiata tutti i
ragazzi’.
Ci sono però fenomeni perfettamente integrati nella grammatica dell’italiano standard che dimostrano come il
soggetto inaccusativo e l’oggetto transitivo condividano determinati costrutti, come il caso della possibilità per un
sintagma nominale che funga da oggetto o da soggetto inaccusativo di essere ripreso con enclitico partitivo ne.
(oggetto) TRANSITIVO Ho visto tre ragazzi. → Ne ho visti tre.
(soggetto) INTRANSITIVO INACCUSATIVO Sono arrivati tre ragazzi. → Ne sono arrivati tre.

Non funziona con il soggetto di un intransitivo inergativo:

INTRANSITIVO INERGATIVO Tre ragazzi mangiano (pizza). →*Tre ne mangiano


(pizza) / ?Ne mangiano tre.

Ancora una volta quindi, i soggetti delle due diverse classi di predicati di intransitivi si comportano uno come il
soggetto transitivo, l’altro come l’oggetto transitivo perché ne condividono le proprietà semantiche.
Lo stesso test lo troviamo nel catalano moderno per cui:

TRANS He vist tres nois. → N’he vist tres. Oggetto di un transitivo


INSTR. INACC Han vingut tres nois. → N’han vingut tres. Soggetto di un intransitivo inaccus.

Ma non con l’intransitivo inergativo:


INTR. INERG Tres nois menjan (tomàquets) → *Tres en menjan (tomàquets).

C’è una minima possibilità anche per i soggetti intransitivi inergativi di essere ripresi, ma solo nei casi di
focalizzazione contrastiva, ovvero quando ha funzione di focus (ad es. su fatto che sono tre i ragazzi che hanno
telefonato, non quattro o cinque).

INTR.INERG. Tre ragazzi hanno telefonato. → Ne hanno telefonato tre (, di ragazzi).

Che cosa hanno fatto i ragazzi? → *Ne hanno telefonato tre.


Quanti ragazzi hanno telefonato? → Ne hanno telefonato tre.

«Ne-cliticization contrasts a topical head with a co-referent focal quantifier.» (Bentley, 2006: 256)

49
Ci sono altri ambiti della grammatica in cui la distinzione tra costrutti inergativi e costrutti inaccusativi è molto più
rigida, come l’uso del participio passato in funzione attributiva (cioè quando il participio passato funziona come una
frase relativa ridotta):

TRANSITIVI I muratori hanno costruito la casa. → La casa costruita (è già stata venduta).
I barbari hanno distrutto la città. → La città distrutta (sarà ricostruita).

L’argomento che viene selezionato di cui un participio passato può fungere da attributo è l’oggetto del corrispondente
costrutto transitivo (funziona come una relativa ridotta perché ‘La casa costruita’ equivale a dire ‘la casa che è stata
costruita’)

INACCUSATIVI Sono arrivati i ragazzi. → I ragazzi arrivati (hanno già preso posto).
Le foglie sono ingiallite. → Le foglie ingiallite (sono cadute dall’albero).

Anche questo tipo di predicato ammette il costrutto.


Mentre con gli inergativi:

INERGATIVI La ragazza ha ballato. → *La ragazza ballata/ballato (è una mia amica).


I concorrenti hanno telefonato. → *I concorrenti telefonato/telefonati
(parteciperanno)
Con questo tipo di predicato invece, il costrutto non funziona (devo usare ad es. una relativa ‘la ragazza che ha
ballato). Qui si nota quindi ancora più chiaramente l’intransitività scissa, e come i rispettivi argomenti delle due classi
si allineino in un caso con l’oggetto transitivo, nell’altro con il soggetto transitivo.

La distinzione si nota anche con i costrutti assoluti, ovvero quando il participio passato e il proprio argomento
funzionano come forme verbali non finite o morfologicamente ridotte, e che svolgono la funzione di codificare delle
clausole avverbiali circostanziali rispetto all’evento principale.

TRANSITIVI I muratori hanno costruito la casa.→ Costruita la casa, il cantiere fu chiuso.


I barbari hanno distrutto la città.→Distrutta la città, i barbari si mossero
altrove.
L’argomento di una costruzione di questo tipo può quindi essere oggetto di un costrutto transitivo.

INACCUSATIVI Sono arrivati i ragazzi. → Arrivati i ragazzi, la festa ebbe inizio.


Le foglie sono ingiallite → Ingiallite le foglie, l’albero rimase spoglio.

Di nuovo però, non è possibile se l’argomento presente è un soggetto inergativo.


INERGATIVO La ragazza ha ballato. → *Ballata/ballato la ragazza, tutti applaudirono.
I concorrenti hanno telefonato. →*Telefonato/telefonati i concorrenti, il quiz
si svolse.

In conclusione: Quello che tutti questi casi che abbiamo visto hanno in comune, come nota Bentley è che manifestano
una corrispondenza non canonica tra un principio di ordine sintattico (ruoli sintattici) e un allineamento che si basa su
principi semantici. Quindi, quando il ruolo sintattico di soggetto non corrisponde al macroruolo normalmente
associato al soggetto, ovvero all’actor, ma piuttosto corrisponde all’undergoer, le lingue lo trattano così come trattano
l’oggetto, che è quello che normalmente corrisponde al macroruolo di undergoer:

«The results of the analysis suggest that the manifestations of split intransitivity are primarily determined by
the tension between a type of alignment which is based on syntactic principles (accusative) and another type of
alignment, which is based on semantic principles (active). In addition, these manifestations are variously constrained
by well-formedness conditions on the encoding of information structure.» (Bentley, 2006: 397)

…selezione dell’ausiliare, accordo participiale (inaccusatività profonda)


…cliticizzazione con ne (inaccusatività superficiale)

I prodromi tardo-latini della situazione

50
Romanza

Ci sono lingue in cui il principio semantico dell’opposizione tra actor e undergoer si applica sistematicamente nella
codifica degli argomenti del predicato (es. l’argomento del predicato di un verbo come nuotare riceve la stessa marca
del soggetto di un predicato come uccidere, ma l’argomento di un predicato come morire riceve la stessa marca
dell’oggetto del verbo uccidere). Sono lingue tipicamente del Nord America o indigene del sud America, in cui vige
l’opposizione tra argomenti semanticamente attivi (actor) e passivi (undergoer). Per vedere all’opera un fenomeno del
genere bisogna andare indietro nel tempo, perché un sistema di questo tipo si è diffuso nella transizione tra latino e
lingue romanze; è fondamentalmente la ragione per cui il paradigma nominale romanzo tranne pochi casi ha una
forma unica che prosegue quello che era l’accusativo latino.
L’accusativo ha infatti a un certo punto iniziato a marcare non solo l’oggetto, ma anche soggetti inaccusativi, poi
soggetti inergativi e infine soggetti transitivi diventando l’unica forma casuale del paradigma. Questa distinzione che
associa i soggetti inaccusativi all’oggetto e i soggetti inergativi al soggetto intransitivo, che il principio semantico che
sta dietro a tutti i fenomeni visti finora, affonda le sue radici nel latino tardo dove era molto diffuso. Nella situazione
canonica del latino classico la morfologia nominale prevede che gli oggetti transitivi siano marcati dall’accusativo,
mentre tutti i soggetti dal nominativo; vige l’accordo tra soggetto e verbo; tendenzialmente il soggetto precede
l’oggetto.
Dal IV secolo d.C. però cominciamo ad avere in testi abbastanza vicini alla lingua d’uso costrutti di questo tipo
Sard-am (SOGG) exossatur et teritur […] ment-am (SOGG). (Apic. VII 13.5: fine IV sec. d.C.) = abbiamo
due costrutti passivi: la sardina viene deliscata e viene tritata la menta. I due soggetti sono marcati con il caso
accusativo, che sarebbe quello dell’oggetto. Il soggetto passivo corrisponde all’oggetto transitivo, è un undergoer
prototipico.

Fit oration-em (SOGG). (Aeth. XXV 3: ca. 400 d.C.) = qui abbiamo soggetti intransitivi e inaccusativi: viene
fatta una preghiera, dove soggetto passivo è semanticamente un oggetto transitivo / ha luogo una preghiera, dove
abbiamo un predicato intransitivo inaccusativo il cui argomento ha i tratti tipici dell’undergoer.

Tot-am curation-em (SOGG) haec est. (Mul. Chir. 526: IV sec. d.C.) = tutta la cura è questa: predicato stativo,
soggetto marcato all’accusativo.

Si pulmon-em (SOGG) dolebit. (Mul. Chir. 368: IV sec. d.C.) = se il polmone darà dolore: predicato
intransitivo inaccusativo, soggetto marcato all’accusativo

Quant-os-cumque fili-os (SOGG) […] ei nati fuerint. (Lex Cur. XVIII 8: inizio IX sec. d.C.) = quanti siano i
figli che sono nati a lui: predicato inaccusativo, soggetto marcato all’accusativo.

In questa fase della transizione abbiamo esattamente un allineamento con l’accusativo che viene utilizzato tanto per gli
oggetti quanto per soggetti inaccusativi; è qui che si crea per le lingue romanze la ripartizione tra i due diversi tipi di
argomenti, actor e undergoer, dove l’accusativo cessa di essere il caso dell’oggetto e diventa il caso dell’undergoer,
marcando l’oggetto ma anche gli argomenti che ricoprono il ruolo semantico di undergoer.
Questa opposizione si è progressivamente neutralizzata, perché in fasi successive l’accusativo inizia a marcare anche
soggetti intransitivi inergativi e da ultimo arriva a marcare anche i soggetti transitivi (a questo punto abbiamo ormai
una situazione protoromanza in cui l’accusativo è diventato ormai l’unica forma del paradigma nominale e la codifica
rimane ruolo solo dell’accordo morfosintattico e dell’ordine dei costituenti).
Ma perché a un certo punto in latino tardo alcuni soggetti hanno iniziato a essere marcati all’accusativo? Perché c’è
stato un momento in cui si è persa progressivamente la competenza del latino e sono quindi fenomeni legati a un
momento di crisi della lingua e si sono ristrutturati dei rapporti nella struttura del predicato, oppure ampliano tendenze
già presenti nella lingua?

In alcuni testi troviamo nomi maschili con allomorfi neutri (che vengono rappresentati non come in ‘us’ ma in ‘um’)

-Autumnus (masch.) MA…


Autumnum ventosum fuerat. (Varr.At. Eph. in Non. Comp.Doc. 71 M) ‘L’autunno era stato ventoso.’
Nec pluvium semper est ver aut umidum autumnum.(Col. RR 1,pr.,23) ‘né la primavera è sempre piovosa né è
sempre umido l’autunno.’
Ante quam […] autumnum vere mutetur. (Col. RR 7,7,2) ‘prima che l’autunno si muti in primavera’

51
-Uterus (masch.) MA…
Uterum dolet. (Pl. Aul. 691) ‘Mi duole il ventre.’
Ut uterum cruciatur mihi! (Turp. pall. 179) ‘Come è tormentato il mio ventre!’

E si nota che compaiono come neutri esclusivamente in questi casi (non abbiamo nessun caso di neutro plurale per
autunno). Analizzano il contesto in cui compaiono, notiamo che compaiono oltre che come marche in funzione
dell’oggetto, anche soggetto di predicati inaccusativi. Niente vieta di vedere queste forme non come neutre, dato che
non è attestato in altri casi, ma accusativi maschili: siamo quindi di fronte alla stessa estensione dell’accusativo in
funzione di soggetto inaccusativo che ritroviamo poi più amplificata in latino tardo. I presupposti strutturali li
avremmo quindi già nel I secolo a.C., il che segna un punto a favore della continuità, ovvero molti di quei fenomeni
che troviamo in questo periodo riemergono qualche secolo più tardi, quando il sistema entra in crisi e inizia la
transizione verso lingue romanze.

Linguistica generale lez 18 20.11

Slides 9bis
Universalità delle Relazioni Grammaticali
Relazioni Grammaticali

Ci focalizziamo ora su quelle che sono le relazioni grammaticali che si istaurano tra un predicato e i propri argomenti,
cioè quei rapporti di natura formale con cui le lingue rappresentano il ruolo sintattico in cui i partecipanti poi si
realizzano: è possibile assegnare ai partecipanti dei macroruoli semantici che poi vengono sintatticamente codificati
come relazioni grammaticali. Le relazioni grammaticali rappresentano la codifica sintattica dei ruoli dei
partecipanti Sulla base della valenza del predicato siamo in grado di stabilire il numero dei suoi argomenti,
dopodiché a ciascun argomento il predicato assegna ruoli semantici/tematici (modello dei macroruoio actor e
undergoer), che vengono a loro volta codifica in ruolo sintatticile relazioni grammaticali hanno a che fare proprio
con la codifica sintattica di questi ruoli. Questi rapporti di natura formale che si instaurano tra un predicato e i propri
argomenti sono codificati, secondo Croft, tramite tre ‘Strategie primarie di codifica morfosintattica’, ovvero i
principali mezzi formali con cui la lingua rappresenta l’organizzazione delle relazioni grammaticali all’interno del
proprio nucleo predicativo:

o marche casuali (presenza di un caso morfologico su un argomento stesso) – case marking


o accordo morfosintattico (elementi che dislocati sul predicato e su uno dei suoi argomenti ci dicono che c’è
un certo rapporto tra questi due) – indexation (indicizzazione)
o ordine delle parole (la diversa dislocazione lungo l’ordine lineare ci può dire ad es. che in italiano
tipicamente il soggetto precede il predicato e l’oggetto lo segue) – word order

Le modalità con cui poi possono essere organizzate le relazioni grammaticali all’interno del nucleo predicativo
configurano il cosiddetto ‘allignment’ o ‘sistema di codifica delle relazioni grammaticali’ o ‘sistema di codifica
argomentale’, ovvero i modi in cui gli argomenti del predicato sono marcati per indicare la loro relazione
grammaticale con il predicato stesso. Questi modi in cui si possono organizzare le relazioni nel nucleo predicativo
possono variare in maniera significativa, e possono non corrispondere a quella che è la rappresentazione che noi
normalmente abbiamo del nucleo predicativo, basato sull’opposizione soggetto-oggetto. In realtà, vedremo che sono
possibili diverse altre configurazioni. Quando gli studi tipologici hanno iniziato a dimostrare che soggetto e oggetto
non erano relazioni grammaticali di tipo universale, ci si è iniziati a chiedere se le relazioni grammaticali hanno
carattere universale.
Nei primi lavori che si sono occupati di definire i diversi possibili sistemi di codifica, è stata introdotta per i diversi
argomenti del predicato una notazione che prescindesse dalle categorie di soggetto e oggetto; nel momento in cui si è
iniziato a studiare le lingue ‘ERGATIVE’, ci si è resi conto che erano lingue in cui le categorie di oggetto e soggetto
non era vigenti né a livello morfologico né sintattico, e così si è reso necessario trovare etichette a partire dalle quali
fosse possibile dare una descrizione anche di questo tipo di lingue.

Il primo ad aver utilizzato i cosiddetti primitivi sintattico-semantici fu Dixon, che si dedicò allo studio del dyirbal, e
capisce che nella struttura argomentale di questa lingua non ci possiamo avvalere delle categorie soggetto/oggetto, e
parte da elementi ancora più basilari in funzione dei quali si possono descrivere i diversi modi attraverso cui gli

52
argomenti sono organizzati a livello delle lingue. Si chiamano primitivi sintattico-semantici perché sono definiti sia in
funzione della transitività (della valenza) che del macroruolo:

A/S/O: tre primitivi sintattico/semantici.


A-O= i due argomenti dei predicati bi-argomentali (transitivi) (A= Actor e O= Undergoer)
S= unico argomento dei predicati mono argomentali (intransitivi)

Nel distinguere poi i due argomenti dei predicati biargomentali (transitiv) entra in gioco il piano semantico: quello che
hai i tratti che rispondono al macroruolo di actor è A, quello che risponde ai tratti del macroruolo undergoer è O.
(In altri ambiti, soprattutto da Comrie, potremmo trovarlo A, S, P, altre volte lo troviamo come X, Y, Z).
A partire da questi tre primitivi è possibile avere una rappresentazione coerente di come le 3 posizioni argomentali
sono organizzati nelle varie lingue: in alcune, A e S vengono trattate nello stesso modo (categoria soggetto), in altre
sono organizzati in maniera diversa.
Le modalità con cui i 3 primitivi sono organizzati all’interno delle diverse relazioni grammaticali sono espresse
attraverso le 3 principali strategie di codifica (caso, accordo, ordine dei costituenti), il cui ruolo può cambiare in
maniera significativa.

Caso morfologico e accordo morfosintattico (ordine dei costituenti): latino


Qui (A) tot ingenuos (O), matresfamilias (O), civis Romanos (O) occidit, abripuit, disperdidit
P. Annius Asellus (S) mortuus est C. Sacerdote praetore.

Accordo morfosintattico e ordine dei costituenti (caso morfologico): italiano


Colui/il quale quale (A) uccise, rapì e mandò in rovina tutti quegli uomini liberi (O), quelle madri di famiglia (O) e
quei cittadini romani (O).
Publio Annio Asello (S) morì durante la pretura di Gaio Sacerdote.

In latino abbiamo il caso morfologico su nomi e pronomi che ci consente di individuare il loro ruolo sintattico e
distinguere soggetto da oggetto. Abbiamo l’accordo morfosintattico, ordine dei costituenti che ci aspetteremmo in
latino, ma se avessimo quei tre oggetti prima di ‘qui’ o dopo i verbi saremmo comunque in grado di individuare il loro
ruolo sintattico di soggetto.
Il primo argomento (A) è quindi in latino marcato al nominativo e esibisce l’accordo con il verbo, esattamente come
l’argomento S. In latino A e S hanno le stesse strategie di codifica morfosintattica (marcato al nominativo, esibisce
l’accordo col predicato), che li distinguono da O (marcato all’accusativo, no accordo con il predicato. Questo succede
anche in italiano.

Ordine dei costituenti e accordo morfosintattico (caso morfologico): inglese


Who (A) has murdered and kidnapped and ruined all those freeborn men (O) and matrons (O) and Roman citizens
(O). Publius Annius Asellus (S) died during the praetorship of Gaius Sacerdos.

Stesso tipo di struttura in inglese, espressa in modi diversi: la più saliente è rappresentata dall’ordine dei costituenti,
più rigida di italiano e latino, che pone in posizione preverbale gli S e in posizione postverbale gli O. Ciascuna lingua
usa strategie diverse, ma quello che queste tre lingue hanno in comune è il fatto che dal punto di vista della codifica
della relazioni grammaticali nel nucleo predicativo della frase, trattano nello stesso modo gli argomenti A e S,
distinguendoli da O  unificano all’interno della stessa categoria il primo argomento dei predicati transitivi e l’unico
argomento dei predicati intransitivi nella categoria SOGETTO e la distinguono dal secondo argomento dei predicati
transitivi, cioè la categoria che chiamiamo comunemente OGGETTO.
Un sistema di codifica argomentale di questo tipo (latino, italiano e inglese) è quello noto come sistema
NOMINATIVO-ACCUSATIVO. La terminologia riprende la tradizione classica, sta ad indicare che gli argomenti
A/S sono marcati al nominativo e gli O all’accusativo (prescinde dal sistema dei casi, è solo per convenzione).

Dal punto di vista dell’organizzazione delle relazioni grammaticali, gli argomenti non si distinguono solo per le
diverse strategie di codifica, ma anche in ragione dei diversi processi sintattici sia interfrasali che intrafrasali che
alcuni tipi di argomenti ammettono e ma altri tipi di argomenti non ammettono.
Cioè: all’interno di ciascuna lingua ci sono strutture sintattiche che pongono restrizioni sugli argomenti che possono
comparire al loro interno; gli argomenti che hanno facoltà di comparire in queste strutture che pongono restrizioni
sono i ‘pivot sintattici’ o ‘argomento sintattico privilegiato’, “privilegiato” perché appunto avrebbe il privilegio di

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poter ricorrere in tali costruzioni sintattiche che pongono delle restrizioni. In funzione di questi costrutti si definisce il
tipo di argomento sintattico privilegiato.

Vediamo alcune di queste restrizioni e vediamo come interessano gli argomenti A, S e O

 Costruzione dei costrutti coordinativi in italiano. Date due frasi tra loro coordinate, un argomento del secondo
predicato può essere omesso se co-referenziali con l’argomento del primo. Vediamo che ci sono dei vincoli
sul tipo di argomento che può essere omesso, e anche su quello che sul primo predicato può essere interpretato
come co-referenziale rispetto a quello omesso.

Omissibilità nei costrutti coordinativi: italiano


Es. Paolo colpì Marco e fuggì.  Paolox (A) colpì Marcoy (O) e –x (S) / *–y (S) fuggì.

Predicato transitivo con argomento A/O coordinato con predicato intransitivo con argomento S.
Se ometto l’unico argomento del predicato intransitivo, l’argometo S omesso viene interpretato come co-referenziale
rispetto ad A, non ad O (Paolo colpì Marco e fuggì: Paolo fuggì, non Marco).

Paolo si alzò e colpì Marco.  Paolox (S) si alzò e –x (A) colpì Marco.
Paolox (S) si alzò e –x (S) fuggì.

Nel secondo esempio, se mattiamo prima un predicato intransitivo (si alzò) e dopo lo coordino con un predicato
transitivo (colpì) si può omettere l’argomento A, ma non potremmo omettere l’argomento O di un predicato transitivo
coordinato con precedente predicato intransitivo:

Marco si alzò e Paolo colpì*  *Marcox (S) si alzò e Paoloy (A) colpì *–x (O).
[ Marcox (S) si alzò e –x (S) fu colpito (da Paoloy).]

Dovrei esprimere in qualche modo l’argomento (Paolo lo colpì) o volgendolo al passivo.

Gli argomenti che possono essere omessi e che sono interpretabili come co-referenziali rispetto all’argomento omesso
sono quindi solo gliargomenti A e gli argomenti S, ma non gli argomenti O.  Pivot sintattico: A / S (soggetto)

La stessa situazione si presenta nei verbi a controllo in inglese (volere, trovare, persuadere), in cui un argomento della
frase completiva non è espresso e deve essere interpretato come co-referenziale del verbo principale. Di nuovo,
possono essere omessi e interpretati come co-referenziali solo gli S e gli A (si comportano alla stessa maniera, sono
entrambi soggetti).

Control contructions: inglese


Chrisx (A) wants –x (S) to sing. (argomento della frase completiva non è espresso e deve essere inteso come
coreferenziale del verbo principale).
Chrisx (A) tries –x (A) to open the door (O).
Chrisx (A) persuaded the journalisty (O) –x (A) to interview himx (O).
*Chrisx (A) wants the journalisty (A) to interview –x (O). [Chrisx (A) wants –x (S) to be interviewed (by the

journalisty).]
Quali elementi possono essere omessi e essere interpretati come co-referenziali del verbo principale? Anche in inglese
gli argomenti che possono essere omessi e essere interpretati come co-referenziali del verbo principale sono gli
argomenti A e S (soggetti di transitivo e intransitivo), ma non gli argomenti O. Pivot sintattico: A / S (soggetto)

Dal punto di vista dei test dei costrutti che ci permettono di trovare il pivot, anche in questo caso A e S (categoria di
soggetto) configura l’argomento sintattico privilegiato. Vediamo che abbiamo sempre questa bipartizione tra gli
argomenti A e S da una parte e l’argomento O dall’altra, che troviamo vigente in diversi aspetti della lingua.

L’aver iniziato a parlare di argomento sintattico privilegiato/pivot sintattico ci mostra che non tutte le relazioni
grammaticali sono sullo stesso piano, ma è possibile individuare una gerarchia al loro interno , che si manifesta a vari
livelli della lingua con carattere tendenzialmente universale: nel punto più alto abbiamo la relazione grammaticale
di soggetto, poi quella di oggetto diretto e a seguire oggetto obliquo e altri elementi simili.

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La Gerarchia Delle Relazioni Grammaticali:
Questa gerarchia gioca un ruolo importante: il fatto che una relazione sia più prominente rispetto ad altre si riflette in
vari domini della grammatica, a partire dalla codifica morfologica.
L’ordine soggetto>oggetto>casi obliqui è correlato a una crescente complessità delle marche morfologiche che
caratterizzano gli elementi via via più distanti dal caso che marca il soggetto. Può essere letta come una gerarchia di
tipo implicazionale: (Croft) se una relazione grammaticale sulla gerarchia ha una codifica 0, allora anche le relazioni
grammaticali al di sopra di essa avranno codifica 0.

In maniera meno forte potremmo dire che la codifica delle relazioni grammaticali sul polo sinistro non può essere più
complessa di quella del lato destro; può essere crescente

Es. ungherese: ember-ø (SOGG) > ember-t (OGG) > ember-nek (OBL/DAT) ‘uomo’ in ungherese:

soggetto marcato da caso 0, oggetto marcato da un morfema flessivo e il dativo da un morfema ancora più complesso.

Una manifestazione studiata molto in ambito tipologico è quella che ha a che fare con la ‘scala di accessibilità della
relativa’, ovvero il ruolo sintattico che un elemento espresso da un pronome relativo può codificare. In italiano (così
come l’inglese) questo non pone particolari restrizioni: il tipo di argomento che può essere espresso come un pronome
relativo può essere un argomento A, un argomento S (quindi un soggetto: l’uomo che scoprì l’America, l’uomo che
corre), un oggetto (il libro che ho letto) e anche un obliquo o circostanziale.

La scala di accessibilità della relativa (Keenan & Comrie, 1977)


Italiano, inglese, ecc.:
soggetto: l’uomo che (A) scoprì l’America
l’uomo che (S) corre

oggetto: il libro che (O) ho letto


oggetto indiretto: l’amico a cui ho prestato il libro

obliquo: l’amico con cui sono andato alla festa / di cui ti ho parlato

Italiano e inglese non pongono particolari problemi su quale argomento può essere codificato da un pronome relativo,
ma altre lingue sì, anche se in maniera sistematica:
Basco: il relativo può codificare soggetto, oggetto, oggetto indiretto (un elemento ma non un elemento obliquo,
circostanziale)
Persiano: il relativo può codificare soggetto, oggetto (non oggetto indiretto)
Toba batak: il relativo può codificare solo soggetto.

Gerarchia di accessibilità della relativa: soggetto > oggetto > oggetto indiretto > obliquo

La gerarchia di accessibilità della relativa riflette quello che è il peso delle relazioni grammaticali all’interno della più
generale gerarchia delle relazioni grammaticali: il soggetto ha la gerarchia più alta, e ciò si manifesta con il fatto che
se una lingua ammette solo una relazione grammaticale come codificabili attraverso il relativo sarà il soggetto.
Conseguentemente, ciò ci fa capire che se una lingua ammette l’oggetto diretto, sicuramente ammetterà anche il
soggetto che si trova in posizione più alta nella gerarchia.
È una tra le possibili manifestazioni del diverso peso che hanno le diverse relazioni grammaticali, e di come le lingue
in cui vigono le relazioni soggetto-oggetto-obliquo si dispongano universalmente secondo questo ordine.

Ci sono anche lingue che partendo dai tre primitivi sintattico-semantici li organizzano all’interno della propria
struttura argomentale in maniera diversa, sia rispetto alle strategie di codifica che rispetto ai processi sintattici.

 Caso morfologico (ordine dei costituenti, accordo morfosintattico): dyirbal


Se prendiamo ad esempio il dyirbal (della quale abbiamo una documentazione in maniera sistematica e abbondante,
con grammatiche e dizionari), nel caso di un costrutto transitivo come ‘la madre vide il padre’, distingue i due
argomenti, A e O, marcando A con il caso ergativo (-ngu), e marcando O con caso 0 (-ø).

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ŋuma-ø (O) yabu-ŋgu (A) buran
padre.ASS madre.ERG vedere.NON-FUT.
“La madre vide il padre.”

ŋuma-ø (S) banaganyu


padre.ASS tornare.NON-FUT.
“Il padre ritornò.”

In un costrutto intransitivo, dove ci aspetteremmo che l’unico argomento del predicato intransitivo fosse codificato
come il primo del transitivo; qui invece, nel costrutto intransitivo ‘il padre ritornò’ S ha caso 0 come l’argomento O. È
quindi A ad essere distinto da S e O.
Vediamo come i 3 primitivi vengano organizzati in maniera diversa rispetto alle lingue nominativo-accustive. Questo
sistema si chiama ERGATIVO-ASSOLUTIVO, con un caso morfologico esplicito ergativo che marca A e un caso
che unifica la codifica morfologica tanto di S quanto di O. In lingue di questo tipo diventa difficile parlare di soggetto
e oggetto, perché vengono codificati differentemente da come faremmo “noi”, per questo studiando questo tipo di
lingue ci si chiede se la reazione soggetto/oggetto sia una relazione universale.

Nel dyirbal l’opposizione ergativo-assolutivo avviene a livello di codifica morfologica, ma abbiamo anche lingue in
cui questa stessa opposizione oltre che a livello di codifica morfologica (che distingue tra caso assolutivo e caso
ergativo) ha anche delle strategie di accordo con il predicato  in àvaro (lingua caucasica) in particolare utilizzando
dei prefissi di accordo di genere che si uniscono al predicato.

Caso morfologico e accordo morfosintattico (ordine dei costituenti): àvaro


vas-ø (S) v-ekerula jas-ø (S) j-ekerula
ragazzo.ASS SG.M.ASS.correre ragazza.ASS SG.F.ASS.correre
“Il ragazzo corre.” “La ragazza corre.”

vas-as: (A) jas-ø (O) j-ec:ula


ragazzo.ERG ragazza.ASS SG.F.ASS.prega
“Il ragazzo prega la ragazza.”

Morfologia casuale: ‘il ragazzo prega la ragazza’ il ragazzo - argomento A prende desinenza di ergativo
la ragazza - argomento O prende caso 0 (così come l’unico argomento dei predicati intransitivi).
Accordo morfosintattico: ‘Il ragazzo corre’- il verbo prende un prefisso (v-) che indica accordo di genere maschile
singolare: l’argomento del predicato “correre” è maschile singolare “ragazzo”; mentre per il femminile singolare
abbiamo un altro morfema di accordo di genere (j-). Quindi l’argomento S dei predicati intransitivi oltre a essere
marcato da un caso zero governa l’accordo di genere con il predicato.

Cosa succede coi casi transitivi? ‘Il ragazzo prega la ragazza’ nei predicati transitivi, il prefisso di accordo sul
predicato “pregare” è quello di femminile singolare, qujin di non quello dell’argomento A ma quello dell’argomento
O, non quello di “il ragazzo” ma quello di “la ragazza” Quello che per noi sarebbe l’oggetto (ragazza), quindi,
regola l’accordo di genere del verbo.
Per cui, tanto dal punto di vista della morfologia casuale quanto dell’accordo morfosintattico, l’avaro ha una struttura
diversa dall’italiano, in cui S e O sono marcati al caso 0, diverso da A con caso ergativo. Inoltre, S e O governano
l’accordo di genere col predicato, ma non lo fa A. Siamo di fronte a un sistema di codifica delle relazioni grammaticali
di tipo ergativo-assolutivo.

Ordine dei costituenti e caso morfologico (accordo morfosintattico): päri


Un ultimo esempio, in cui a essere pertinente oltre al caso morfologico è l’ordine dei costituenti, è quello del päri,
lingua africana del Sud del Sudan.

jòobì-ø (O) á-kèel ùbúrr-ì (A)


bufalo.ASS COMPLET-colpire Ubur-ERG
“Ubur colpì il bufalo.”

ùbúr-ø (S) á-túuk’


Ubur.ASS COMPLET-suonare

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“Ubur suonò.”

Nel primo esempio (predicato transitivo) l’argomento A ha un caso ergativo, l’argomento O ha un caso zero, così
come ha un caso zero l’argomento S del predicato intransitivo. In questa lingua l’ordine dei costituenti è molto rigido:
a precedere il predicato sono o gli argomenti O nel caso di predicati transitivi, o gli argomenti S nei casi di predicati
intransitivi.

Dyirbal, àvaro, päri:


A≠S=O
Sistema di codifica argomentale: ergativo / assolutivo
Relazioni Grammaticali: assolutivo (S/O) e ergativo (A)

Come in italiano e inglese abbiamo trovato gli ‘argomenti sintattici privilegiati’, anche all’interno di queste lingue è
possibile identificare dei vincoli su quale argomento possa essere omesso quando coordiniamo un transitivo a un
intransitivo; semplicemente, i risultati saranno diversi da quelli che abbiamo visto per italiano o inglese. Anche il
pivot sintattico in queste lingue è diversamente orientato dalle lingue a sistema nominativo-accusativo:

Omissibilità nei costrutti coordinativi: dyirbal


ŋuma-ø (O) yabu-ŋgu (A) buran ŋuma-ø (S) banaganyu
padre.ASS madre.ERG vedere.NON-FUT padre.ASS tornare.NON-FUT
“La madre vide il padre.” “Il padre ritornò.”

ŋuma-øx(O) yabu-ŋguy (A) buran –x (S) banaganyu


padre.ASS madre.ERG vedere.NON-FUT tornare.NON-FUT
“La madre vide il padre e (il padre) ritornò.”

ŋuma-ø (S) banaganyu –x (O) yabu-ŋguy (A) buran


padre.ASS tornare.NON-FUT madre.ERG vedere.NON-FUT
“Il padre ritornò e la madre (lo) vide.”

Pivot sintattico: S / O (~ assolutivo)

Vediamo i vincoli quando coordiniamo un predicato transitivo con un predicato intransitivo: il pivot sintattico è
diversamente orientato rispetto ai sistemi di tipo nominativo-accusativo. Mettiamo a confronto un costrutto transitivo
‘La madre vide il padre’ con un costrutto intransitivo ‘Il padre ritornò’.
‘La madre vide il padre e ritornò’: argomento di ritornare è co-referenziale con l’argomento O, e non con l’A come
sarebbe in italiano. (se noi diciamo “la madre vide il padre e ritornò” l’argomento di ritornò è “la madre” cioè è co-
referenziale al nostro soggetto, argomento A. Mentre qui è al contrario, è co-referenziale a O, cioè quello che sarebbe
il nostro oggetto)  co-referenziale con l’argomento marcato al caso assolutivo (O).
Di contro, quello che italiano richiederebbe una ripresa clitica ‘il padre ritornò e la madre LO vide’, in dyirbal può
essere ‘il padre ritornò e la madre vide”, perché quell’argomento O, che in italiano ci sembra mancare, in realtà è
l’argomento co-referenziale con l’argomento S del predicato precedente.

Vediamo dunque anche come dal punto di vista del pivot sintattico abbiamo un trattamento uniforme degli argomenti
S e degli argomenti O (assolutivo entrambi) che li distingue dagli argomenti A (ergativo)

Questo merita di essere sottolineato perché nei primi tempi in cui si è iniziato ad indagare l’ergatività nelle lingue del
mondo, si pensava che l’ergatività avesse una manifestazione morfologica ma che a livello sintattico anche le lingue
ergative rispondessero alle categorie di soggetto e oggetto. I costrutti di questo tipo ci fanno invece capire che anche le
categorie sintattiche sono orientate in modo ergativo.

IN SINTESI: il sistema ergativo-assolutivo si basa su un’organizzazione di argomenti di quel tipo, che categorizza
insieme S ed O distinguendoli da A. Le relazioni grammaticali vigenti sono quella di assolutivo e di ergativo e a
svolgere il ruolo di pivot sintattico è la relazione grammaticale di assolutivo.
Anche se non sono quindi relazioni universali, ci si chiede se sia possibile individuare una gerarchia universale delle
relazioni grammaticali che abbiano un qualche valore di universalità.

57
N.B.: abbiamo chiamato il primo sistema nominativo-accusativo (prima nome del caso del soggetto, poi dell’oggetto):
quando invece parliamo di ergativo-assolutivo, per coerenza andrebbero rovesciate (assolutivo è il caso del soggetto,
l’ergativo dell’oggetto) ma la terminologia lo ha fissato così.

Lezione 21 novembre -Slide 9 bis

Ricapitolo: abbiamo visto come le categorie di Soggetto e Oggetto non siano relazioni grammaticali universali,
esistono lingue che strutturano il proprio nucleo predicativo con altre modalità e con altre categorie. La questione è se,
posto che non ci sono relazioni grammaticali universali, sia possibile individuare delle gerarchie tra le diverse
relazioni grammaticali che abbiamo un qualche valore di universalità.

«The question now arises, what happens to the GR hierarchy if the categories ‘subject’ and ‘object’ are not
universal? Do we lose the possibility of constructing implicational universals of grammar? The answer is no.
We may […] discover universals of grammatical relations without positing universal grammatical relations.» (Croft)

Avevamo visto come, all’interno di un sistema nominativo-accusativo, la gerarchia vigente fosse quella che poneva al
polo più alto il soggetto, l’oggetto, l’oggetto indiretto e avevamo due tra le varie manifestazioni di questa gerarchia:
una legata alla codifica morfologica (più ci si allontana dal polo sinistro della gerarchia tanto più la codifica
morfologica è complessa), avevamo visto anche come la diversa posizione su questa gerarchia vincoli, nelle varie
lingue, la possibilità per una relazione grammaticale di essere codificata attraverso un costrutto relativo.
Manifestazioni di questo tipo le ritroviamo anche nelle lingue di tipo ergativo-assolutivo. Anche nelle lingue di tipo
ergativo-assolutivo è possibile individuare una gerarchia delle relazioni grammaticali. Avevamo visto che in queste
lingue il caso di pivot sintattico è costituito dall’assolutivo, abbiamo poi l’ergativo come codifica non pivot etc.
Un’analoga manifestazione delle diverse posizioni sulla gerarchia grammaticale nelle lingue ergative (in cui non
vigono le categorie Soggetto e oggetto, ma di assolutivo e inergativo) la ritroviamo quanto al criterio della complessità
della codifica morfologica, anche in queste lingue (dyirbal, avaro e pari), avevamo notato come in tutte e tre queste
lingue il caso assolutivo fosse sempre marcato da un caso zero (codifica più semplice di tutte) mentre il caso ergativo
avesse una marca morfologicamente più complessa.

Codifica morfologica
«[I]f a grammatical relation on the hierarchy is zero coded, then the grammatical relations above it on the
hierarchy are also zero coded.» (Croft, 2003: 146)
Cf. dyirbal: assolutivo (-ø) > ergativo (-ŋgu) > …
àvaro: assolutivo (-ø) > ergativo (-as:) > …
päri: assolutivo (-ø) > ergativo (-ì) > …

anche all’interno delle lingue ergative troviamo dunque alcune manifestazioni di una diversa posizione delle varie
relazioni grammaticali vigenti all’interno di queste lingue, non solo quanto alla codifica morfologica ma anche in
relazione al criterio del diverso grado di accessibilità ai fenomeni di relativizzazione. Per esempio, è possibile rilevare
delle restrizioni in lingua Dyirbal, nel quale solo gli argomenti S e O (ovvero quelli nella categoria di assolutivo) sono
codificabili da un pronome relativo (nelle altre lingue di questo tipo non ne abbiamo certezza perché non è
documentato, ma tendenzialmente si comportano allo stesso modo). Pur non avendo quindi le relazioni grammaticali
di soggetto e oggetto, tra le relazioni grammaticali che ci sono è possibile individuare una gerarchia che si manifesta
con la stessa coerenza sul piano dell’accessibilità della relativa, sul piano della codifica morfologica, sul piano di ciò
che costituisce pivot sintattico e ciò che non lo fa.

Se dovessimo confrontare le due diverse gerarchie del sistema nominativo-accusativo e del sistema ergativo-
assolutivo, metteremmo a confronto sistemi che hanno elementi eterogenei, non confrontabili l’uno con l’altro:
soggetto e oggetto fanno riferimento a una diversa organizzazione del nucleo predicativo della frase rispetto a
assolutivo e ergativo.
Nonostante l’assenza di relazioni grammaticali universali, è possibile individuare una gerarchia universale delle
relazioni grammaticali, perché pur nella differenza delle categorie vigenti nei due sistemi, troviamo al vertice della
gerarchia sempre la relazione grammaticale pivot (che in un caso è il soggetto nell’altro è l’assolutivo), in quella più
bassa abbiamo il non pivot (in un caso l’oggetto nell’altro l’ergativo) e da ultimo le altre varie codifiche oblique e
circostanziali.

Sistema nominativo / accusativo: soggetto > oggetto > obliquo

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Sistema ergativo / assolutivo: assolutivo > ergativo > obliquo

Gerarchia universale: RG pivot > RG non-pivot > obliquo

L’idea che la relazione grammaticale pivot avesse una codifica morfologica più semplice rispetto ad altre, era una
delle prime cose che già Greenberg aveva notato nel suo lavoro de ’63 (agli esordi della linguistica tipologica); egli
stila nel suo lavoro una lista di universali del linguaggio umano, e tra i vari c’è l’universale 38 che coglie esattamente
questo fenomeno.

Codifica morfologica
Sistema nominativo / accusativo: soggetto > oggetto > obliquo
Sistema ergativo / assolutivo: assolutivo > ergativo > obliquo

Cf. Universale 38
«Where there is a case system, the only case which ever has zero allomorphs is the one which includes among its
meanings that of the subject of the intransitive verb.» (Greenberg, 1963: 95)

Greenberg dice che quando c’è un sistema casuale in una lingua, l’unico caso che può essere marcato con un morfo 0
è quello che include tra i suoi significati il soggetto del verbo intransitivo (= il caso marcato da un morfema 0, quindi
più semplice, è quello che marca anche l’argomento S in tutti i sistemi, ed è effettivamente così).
A questo crescente grado di marcatezza formale (complessità morfologica crescente) tra la relazione pivot e le altre si
può accompagnare anche un maggior grado di marcatezza funzionale (ovvero non marcatezza formale della relazione
grammaticale pivot – è quella morfologicamente più semplice a cui corrisponde una non marcatezza funzionale – se
c’è un solo obbligatorio argomento nel nucleo predicativo della frase, esso sarà o assolutivo o assolutivo, ovvero
quelli che
corrispondono alla relazione grammaticale pivot).

Marcatezza formale e funzionale


Categorie marcate e non marcate:
1. Marcatezza = Complessità
2. Marcatezza = Difficoltà
3. Marcatezza = Non-canonicità

«In terms of form: if any case has zero realisation, or a zero allomorph, it will be absolutive or nominative. At the
functional level, if any NP is obligatory in a clause it will be absolutive or nominative (while NPs in
ergative or accusative case may be omittable, under specifiable circumstances). And the absolutive or
nominative form of a noun will be used in citation.» (Dixon, 1994: 57)

I due diversi sistemi di codifica (nominativo-accusativo / ergativo-assolutivo) configurano diverse relazioni anche
rispetto al sistema dei macroruoli, ovvero varia anche l’associazione canonica tra relazione grammaticale pivot e il
macroruolo semantico.
Sistema nominativo-accusativo: il macroruolo semantico associato canonicamente al soggetto (alla relazione
grammaticale pivot) è quello di actor, perché la sua relazione grammaticale pivot include gli elementi S e A.
Sistema ergativo-assolutivo: il macroruolo che di default risulta associato al pivot è l’undergoer perché invece la
relazione grammaticale pivot include S e O.

SLIDE 10

SISTEMI DI CODIFICA SU BASE SEMANTICA

Questa variazione si spinge ancora più in là, perché c’è almeno un altro tipo di sistema di codifica delle relazioni
grammaticali attestato nelle lingue del mondo, che funziona in maniera ancora diversa rispetto al sitema nominativo-
accusativo e al sistema ergativo-assolutivo: i sistemi di codifica su base semantica. Essi non sono definibili in
funzione delle tre posizioni argomentali, dei tre primitivi A, S, O, quanto piuttosto sull’opposizione di natura

59
semantica tra actor e undergoer. Qui la codifica degli argomenti riflette l’opposizione di natura semantica tra
argomenti ascrivibili al macroruolo di actor e argomenti ascrivibili al macroruolo di undergoer.
Il primo a fornire una descrizione di questi sistemi di codifica è stato Sapir (/sapìr/), che essendosi molto occupato di
lingue Nord Americane, nota che in queste lingue gli elementi pronominali sono classificati in due gruppi che non
corrispondono alle nostre normali categorie di soggetto e oggetto. «[T]he frequent classification of pronominal
elements into two groups that do not correspond to our normal subjective and objective (i.e., either into intransitive
subject and transitive object versus transitive subject, or into inactive subject and transitive object versus active
subject).» (Sapir, 1917: 83)
In che modo vengono allora organizzate? Alcune sono lingue in cui il soggetto intransitivo e l’oggetto transitivo
vengono distinti dal soggetto transitivo: S e O vengono distinti da A, che corrisponde al sistema ergativo-assolutivo.
Altre lingue invece distinguono da una parte soggetti inattivi e oggetti transitivi, dall’altra soggetti attivi. Per definire
queste lingue viene quindi già introdotto un parametro semantico a questa seconda tipologia è quella che configura i
sistemi di codifica su base semantica, dove gli argomento vengono distinti non in funzione della posizione
argomentale ma in funzione del diverso macroruolo.

1. «intransitive subject and transitive object versus transitive subject»  S/O ≠ A (assolutivo / ergativo)
2. «inactive subject and transitive object versus active subject»  ???

Sapir ci dà inoltre una rassegna dei diversi sistemi di codifica vigenti in queste lingue; due sono riconoscibili come
due che abbiamo già affrontato. Troviamo infatti nella prima riga il sistema ergativo-assolutivo, nella quarta riga il
sistema nominativo-accusativo. Poi nella terza riga, troviamo un sistema in cui ciascuno tipo di argomento ha una
marca morfologica diversa: l’oggetto è marcato con caso A, il soggetto intransitivo con caso B e quello transitivo con
caso C (sistema tripartito). Ci sono anche lingue che non operano distinzione morfologica tra i diversi argomenti: sono
lingue con sistema neutro (come l’italiano, che dal punto di vista morfologico non differenzia soggetto e oggetto,
tranne nei pronomi personali di 1°, 2° e 3° persona). Il problema maggiore sorge alla seconda riga, dove l’oggetto
transitivo ha marca A, che ritroviamo per alcuni soggetti intransitivi; altri soggetti intransitivi sono invece codificati
come il soggetto transitivo: la categoria di soggetto intransitivo è scissa. Questo significa che non ci possiamo
avvalere, se non per praticità descrittiva, del primitivo sintattico S in queste lingue, perché non esiste una categoria
unitaria S. Questi sono appunti i sistemi detti attivo/inattivo, o ‘sistemi di codifica su base semantica’.

1. O = S ≠ A: assolutivo/ergativo
2. O = SO ≠ SA = A: attivo/inattivo
3. O ≠ S ≠ A: tripartito
4. O ≠ S = A: nominativo/accusativo
5. O = S = A: neutro

In opposizione ad esso possiamo individuare i ‘sistemi di codifica su base sintattica’ (ovvero il sistema nominativo-
accusativo, ergativo-assolutivo e il sistema tripartito), che sono descrivibili a partire dai tre primitivi che individuano
le tre diverse posizioni sintattiche di un argomento.
Lo studio dei vari sistemi di codifica morfologica si basa su uno studio del 2005, dove in un capitolo sono classificate
190 lingue e classificate sulla base dei diversi sistemi che individua. Di queste, 98 mostrano morfologia di tipo neutro,
52 hanno morfologia di tipo nominativo-accusativo, 32 di tipo ergativo-assolutivo e soltanto 4 hanno un sistema
tripartito. Ci sono poi anche 4 lingue con sistema attivo/inattivo; visto così sembrerebbe che attivo/inattivo sia un
sistema molto raro, ma in realtà c’è una distorsione creata dal tratto preso in esame (solo morfologia casuale). In
realtà, le lingue con sistema attivo/inattivo non funzionano con morfologia casuale, ma con un sistema di affissi
aggiunti direttamente al predicato, quindi in realtà sono un po’ più di 4.
Mettendo da parte gli altri tipi e analizzando solo lingue con sistema nominativo-accusativo, ergativo-accusativo,
notiamo che sono molto meglio attestate rispetto al sistema tripartito.
Nelle prime versioni del lavoro di Comrie era previsto un ulteriore tipo, il ‘sistema doppio-obliquo’, del quale Comrie
rilevava un solo esempio. In esso A e O sono codificati alla stessa maniera e distinti da S.
Se c’è una sproporzione evidente, perché tra tutti i sistemi le lingue preferiscono quelli accusativo e ergativo rispetto
agli altri, qualche vincolo universale deve esserci. La spiegazione che viene data normalmente (Comrey) è che la cosa
principale della codifica degli argomenti del predicato è quella di individuarli ciascuna in maniera univoca, marcando
quale sia il ruolo di ciascuno rispetto agli altri. Nel caso di un argomento di tipo S, non occorre alcuna marca esplicita
perché il soggetto intransitivo ricorre sempre da solo (anche Greenberg nota come il soggetto intransitivo è quello con
marca più semplice). Gli altri argomenti, A e O, ricorrono insieme perché argomenti del predicato transitivo: per
marcare uno dei due, possiamo usare la stessa marca che si usa per il soggetto intransitivo, visto che ricorrono in

60
predicati diversi, ed è quello che fanno i sistemi nominativo-accusativo e ergativo-assolutivo. Il primo usa la marca di
S per marcare anche A, il secondo usa la marca di S per marcare anche O. Con sole due marche casuali si possono
così distinguere tre posizioni argomentali; sono i sistemi di codifica più economici.
Il tripartito è più raro perché è il meno economico, visto che ogni posizione ha la sua marca. Anche laddove presente
nelle lingue del mondo, questo sistema non è mai dominante nelle lingue in cui appare.
Il sistema doppio-obliquo invece dà una marca esplicita a S, ma non opera distinzione tra A e O che sono gli
argomenti che ricorrono insieme.
Un sistema che invece, affianco ai due di base sintattica, risulta molto importante, è quello su base semantica, che
configura una lingua in cui la codifica del soggetto intransitivo è scissa: alcuni sono codificati come gli oggetti, altri
come i soggetti transitivià O = SO ≠ SA = A.
Di nuovo, salta fuori una scissione nella categoria dell’intransitività. L’abbiamo vista manifestarsi in vari modi nelle
lingue romanze, ma questa non omogeneità la riscontriamo a livello di stema di codifica argomentale anche in altre
lingue del mondo. I vari tentativi per descrivere questo sistema (Sapir, Klimov, Perlmutter, Dixon) chiamano sempre
in causa fattori semantici.

Tentativi di definizione:
Sapir (1917: 81): «The mentality of peoples that recognize the contrast, not of transitive and intransitive,
but of active and inactive.»

Klimov (1974: 13): «[T]he structure of these languages is especially oriented to the rendering, not of
subjectiveobjective relations, which find here only implicit expression, but of the relations existing
between
active and inactive participants.»

Perlmutter (1978: 165): «It is instructive to compare the very inadequate attempts made here at describing
the
semantic difference between initially unergative and unaccusative clauses with descriptions in
the literature on other languages where a similar distinction, if not exactly the same one, has
been observed. For example, in Dakota […] there are contrasting pronominal forms for the first
and second person. […] The distinction between initial 1s and initial 2s may determine the choice
of contrasting pronominal forms in Dakota.»

Dixon (1994: 70): «[T]hose S which are semantically similar to A (exerting control over the activity) will
be Sa, marked like A, and those S which are semantically similar to O (being affected by the activity)
will
be So, marked like O.»

Una delle lingue più studiate in questo ambito è il Lakhota, dove gli argomenti del predicato sono marcati con affissi
pronominali aggiunti al predicato. Questi affissi possono appartenere a due diverse serie: la serie wa e la serie ma.
Serie pronominali: ‘wa-’ vs ‘ma-’

wa-(A)ktékte ma-(O)ktékte
1SG.ATT-uccidere.FUT 1SG.INATT-uccidere.FUT
“Io ucciderò (lui/lei/quello/…).” “(Egli/ella/…) mi ucciderà.”

wa-(SA)núwe ma-(SO)hįxpaye
1SG.ATT-nuotare 1SG.INATT-cadere
“Io ho nuotato.” “Io sono caduto.”

mawáni “io cammino” wamátikha “io sono stanco”


wawáte “io ho mangiato” iyómakphi “io sono felice”
ináwaxme “io sto nascosto” mahąske “io sono alto”
wathí “io abito” mačhéka “io barcollo”
waksápa “io sono prudente” mat'é “io morii”

61
In questa lingua gli argomenti alla terza persona vengono omessi: ‘io ucciderò’ (con uccidere, che è un verbo
transitivo) il soggetto transitivo di uccidere (argomento A) è marcato con ‘wa’, viceversa ‘egli mi ucciderà’,
l’argomento alla terza persona è omesso ma la prima persona in funzione di oggetto diretto viene marcato con ‘ma’.
Argomento A e O vengono quindi marcate con affissi diversi.
Ciò che distingue questa lingua dalle altre è che questo sistema di codifica lo troviamo anche nei predicati intransitivi:
‘io ho nuotato’ il soggetto è marcato come il soggetto di uccidere / ‘io sono caduto’ il soggetto è marcato come
l’oggetto di uccidere. La codifica degli argomenti del predicato intransitivo è quindi scissa, alcuni sono marcati come
A, altri come O.
Se guardiamo con quali predicati intransitivi troviamo affissi della serie ‘wa’ e con quali troviamo affissi della serie
‘ma’, capiamo che, basandoci solo sul parametro semantico, tutti gli argomenti che esercitano controllo volontario
sull’azione sono marcati con ‘wa’, di contro gli argomenti dei predicati che non esercitano controllo volontario
sull’azione sono marcati con ‘ma’. Il tratto oppositivo è quindi di natura fondamentalmente semantica (si oppongono
argomenti ascrivibili al macroruolo di actor a quelli ascrivibili a macroruolo di undergoer), e questo accade
trasversalmente rispetto alla distinzione tra transitivi e intransitivi, con il risultato che gli argomenti dei predicati
intransitivi, a seconda del tipo di azione configurata, possonom essere codificati tanto in una maniera quanto nell’altra.

Lez. 27.11

(continuo lezione precedente)


Lingua Lakhota- gli argomenti del predicato vengono marcati tramite affissi pronominali che si aggiungono al
predicato. Ci sono due serie di affissi pronominali: serie wa e serie ma

PREDICATO TRANSITIVO
wa-(A)ktékte ma-(O)ktékte
1SG.ATT-uccidere.FUT 1SG.INATT-uccidere.FUT
“Io ucciderò (lui/lei/quello/…).17” “(Egli/ella/…) mi ucciderà.”
primo argomento affisso ‘ma’ che segna il secondo
marcato con affisso wa. argomento

PREDICATO INTRANSITIVO
wa-(SA)núwe ma-(SO)hįxpaye
1SG.INATT-cadere 1SG.ATT-nuotare
“Io ho nuotato.” “Io sono caduto.”
Unico argomento codificato con wa unico argomento marcato con ma

Il primo predicato è transitivo. Nel primo esempio “io ucciderò (+ una terza persona), l’argomento A (il primo
argomento del pred. trans. è marcato con l’affisso wa; se la prima persona anziché ricoprire il ruolo sintattico di
soggetto ricopre il ruolo di oggetto (secondo argomento del predicato trasntivo) in “(terza persona) mi ucciderà” si
utilizza il prefissso ma. Nei predicati transitivo wa e ma marcano rispettivamente il primo e il secondo argomento. Ciò
che caratterizza queste lingue è che entrambe le serie poi le ritroviamo anche per i predicati intransitivi  col
predicato intransitivo “nuotare” l’unico argomento è marcato con wa, ma in un predicato come “cadere” l’unico
argomento è marcato col prefisso pronominale ma, come il secondo argomento del predicato “uccidere”. Vediamo
quindi che nei predicati intransitivi la codifica dell’unico argomento del predicato intransitivo è scissa: in alcuni casi è
codificato come il primo argomento dei predicati transitivi, in altri come il secondo argomento dei predicati transitivi.
Ritroviamo i prefissi della serie wa (prefissi della serie attiva) per i predicati che significano: camminare, mangiare,
stare nascosto, abitare, essere prudente etc.
Abbiamo i prefissi della serie ma, (prefissi della serie inattiva) per i predicati che significano: essere stanco/alto/felice,
morire.
In questa lingua quindi il tratto rilevante alla categorizzazione degli argomenti non è un tratto sintattico (non dipende
dall’ordine delle parole nella frase), ma di natura semantica. Quindi, in lingua Lakhota, gli argomenti che esercitano
un controllo volontario sull’evento sono marcati con affissi della serie attiva, quelli non esercitano controllo volontario
sono marcati con quelli della serie passiva.  Indipendentemente dalla transitività del significato, i predicati si
differenziano in attivi (controllo volontario) e inattivi (no controllo volontario).
Proprio per questo motivo, in queste lingue possiamo avere costrutti cosiddetti “a doppio paziente” in cui, se i due
argomenti in un predicato bi argomentale denotano entrambi i partecipanti che non hanno controllo volontario,

17
Io ucciderò … [una terza persona]

62
possono essere marcati entrambi da affissi di verbi inattivi 18, non è quindi pertinente la distinzione tra argomento A e
argomento O:

Lakhota:
ˀiyé- ni- ma- hakeča
stesso- 2SG.INATT- 1SG.INATT- essere.di.altezza
“Io (-ma-) sono alto come te (-ni-).”

Anche qui, non è pertinente la distinzione tra argomento A e argomento O, ma è pertinente il fatto entrambi rivestano
un ruolo semantico inattivo. Il parametro semantico è direttamente codificato nella marca degli argomenti.
Per questa ragione, sistemi di questo tipo sono definiti sistemi di codifica su base semantica: se dovessimom definirli
in funzione dei 3 primtivi A S e O saremmo costretti a dire che gli affissi della serie wa marcano gli argomenti A e gli
argomenti SA; mentre gli affissi della serie wa marcano argomenti O e argomenti SO.
In realtà, visto che non è individuabile una categoria S che poi si scinda in due sottoclassi, quella che è la codifica
pertinente in queste lingue è: gli argomenti che hanno il macroruolo di actor vengono codificati con affissi della serie
wa, gli argomenti che hanno il ruolo di undergoer vengono codificati con affissi della serie ma, La categorizzazione
degli argomenti non riflette l’opposizione tra posizioni sintattiche, ma l’opposizione tra i due macroruoli.

Un’altra lingua di questo tipo che è stata molto studiata è il Guaranì, dove le cose funzionano grossomodo alla stessa
maniera.

Serie pronominali: ‘a-’ vs ‘še-’


1) a(A)-gwerú aína še(O)-rerahá
1SG.ATT-portare ora 1SG.INATT-portare via
“Io sto portando (lui/lei/loro).” “Mi porterà via.”

2) a(SA)-xá še(SO)-rasí ̃
1SG.ATT-andare 1SG.INATT-essere malato
“Io vado.” “Io sono malato.”

ú ‘venire’, yaní ̃‘correre’, rasí ‘̃ essere malato’, kane?ó ̃ ‘essere stanco’,


gwatá ‘camminare’, Ɨtá ‘nuotare’, kaŋí ‘essere debole’, mareté ‘essere forte’,
vevé ‘volare’, mokapú ‘sparare’, akwá̃ ‘essere veloce’, aranú ‘essere saggio’,
pitá ‘fumare’, kayí ‘̃ perdersi’, yemƗahƗƗ ‘avere fame’, ropehƗí ‘avere sonno’,
?á ‘cadere’, manó ‘morire’ atí̃ ‘avere i capelli grigi’

Esempio 1): il primo argomento del predicato “portare” è marcato da a (forma della prima persona), ma se la prima
persona ricopre la posizione di oggetto allora assume la forma še /shè/.
La stessa serie di affissi la troviamo anche nella codifica dell’unico argomento dei verbi intransitiviEsempio 2):
“andare” l’unico argomento è codificato come il primo argomento dei verbi transitivi, con affissi della serie a “io sono
malato” è codificato come argomento O dei predicati transitivi.
Rispetto a quanto avevamo visto per il Lakhota, però, i predicati “cadere” e “morire” ce li aspetteremmo come
predicati il cui argomento è codificato dalla serie inattiva. L’opposizione semantica è diversa da quella che vige nel
Lakhota (qui il tratto che discriminava i due argomenti era il controllo volontario): il tratto che discrimina i due
argomenti nel Guaranì è l’opposizione tra il predicato di attività e il predicato stativo. Il parametro è sempre di natura
semantica, ma non ha più a che fare con il controllo volontario, quanto piuttosto con l’azionalità del predicato.

Questo succede perché, sempre basandoci sui tre principali tratti dei due macroruoli (ACTOR esercita controllo
volontario, è argomento di un predicato dinamico, non è coinvolto dal processo VS UNDERGOER non esercita
controllo volontario, è argomento di un predicato di stato, è coinvolto dal processo), ciascuna lingua che adotti il
sistema di codifica su base semantica dà maggiore salienza ad un tratto rispetto a un’altro, infatti ad es. verbo
“morire”: in Lakhota è pertinente il controllo volontario, quindi lo troviamo codificato con affissi della serie inattiva,
mentre in Guaranì è codificato con affissi della serie attiva perché in questa lingua è pertinente l’opposizione predicati
stativi e predicati dinamici.
18
Ni per la seconda persona singolare inattiva e ma per la prima persona singola inattiva

63
Nel momento in cui teniamo in conto le categorie di Actor e Undergoer, questo invalida le obiezioni che sono state
fatte rispetto all’ipotesi di un parametro semantico come discriminante delle diverse strutture argomentali in queste
lingue. L’obiezione veniva avanzata perché l’ipotesi di partenza, quella che era la universal allignemt hypotesis di
Perlmutter, (ipotesi che fosse possibile individuare delle caratteristiche semantiche che universalmente spiegassero
opposizione tra predicati inergativi e inaccusativi) era sbagliata, cioè non si può individuare un gruppo di tratti che
siano sempre gli stessi a realizzare l’opposizione tra le due diverse categorie, proprio perché le lingue individuano
all’interno dei vari tratti che definiscono i macroruoli un singolo tratto che sia determinante. Tuttavia, il fatto che non
sia possibile tratti semantici universali eprtinenti all’opposizione, non significa che non sia possibile individuare in
toto tratti semantici pertinenti all’opposizione, semplicemente ciascuna lingua individua come determinante uno di
questi tratti che descrivono i due macroruolo.
L’opposizione tra caso attivo e caso inattivo riflette sì l’opposizione tra i due macroruoli (Actor e Undergoer), ma a
loro volta i due macroruoli sono definibili sulla base dei tre tratti che abbiamo elencato, e ciascuna lingua tra questi 3
tratti ne individua solo uno come pertinente per la codifica argomentale (es. Lakhota controllo volontario, Guaranì
predicati dinamici e predicati stativi) – arbitrarietà nella selezione dei tratti distintivi, argomento già affrontato da de
Saussure.

Una volta che si è capito che erano i macroruoli semantici ad essere pertinenti nella codifica argomentale, è stato
possibile fare due diverse ipotesi:
 l’IPOTESI “FORTE” ha carattere più universale nelle sue intenzioni. Nell’ipotesi forte, si riconosce che
sono pertinenti i due macroruoli: per stabilire quali argomenti saranno codificati con affissi la serie attiva e
quali con affissi la serie inattiva, bisogna vedere quanti tratti tipici di un macroruolo un singolo argomento
contiene. Si tratta quindi di fare la somma delle caratteristiche semantiche di un argomento e decidere in base
a quello (se ha più caratteristiche tipiche dell’ACTOR sarà codificato con affisso della serie attiva VS se ha
più caratteristiche dell’UNDERGOER sarà codificato dall’affisso della serie inattiva).
 Questo però presenta dei problemi: es. “morire” e “cadere” in Guaranì: hanno più tratti dell’undergoer
(subiscono mutamento, non esercitano controllo volontario) eppure il Guaranì li codifica con affissi della serie
attiva. Questo perché nell’assegnazione di una marca non ci si basa su una sommatoria delle caratteristiche
semantiche, piuttosto ciascuna lingua seleziona come pertinente un singolo tratto IPOTESI DEBOLE.
Quindi anche se l’argomento di “morire” ha 2 tratti su 3 in comune con undergoer, nel momento in cui il
guaranì seleziona come tratto significativo quello della dinamicità (l’unico che ha in comune con l’actor) ecco
che viene codificato con affissi della serie attiva. Ha un approccio meno universalistico, ma prende atto del
fatto che ogni lingua arbitrariamente seleziona la configurazione dei tratti semantici pertinente all’opposizione
dei diversi argomenti.

Inoltre, in queste lingue la transitività stessa non viene esplicitamente codificata: nelle lingue a codifica semantica
la transitività viene neutralizzata transitivo e intransitivo sono strutturalmente identici.

Lakhota: verbo ‘uccidere’: argomento alla 3° persona omesso, anche se il predicato prevede teoricamente due
argomenti, viene codificato esattamente come un intransitivo, tipo nuotare.

Lakhota:
TRANSITIVO wa-(A)ktékte (io ucciderò) affisso pronominale attivo + predicato / manca la codifica del secondo
argomento uguale all’INTRANSITIVO wa-(SA)núwe (io ho nuotato) affisso pronominale attivo + predicato

Guaranì:
TRANSITIVO ma-(O)ktékte (mi ucciderà) affisso pronominale inattivo + predicato / manca la codifica del primo
argomento, uguale all’INTRANSITIVO ma-(SO)hįxpaye (io sono caduto)

Cfr slide 10 p. 13

Importante anche analizzare lingue con argomento sintattico privilegiato: tipo di argomento che appare in costrutti che
pongono delle restrizioni sul numero di argomenti che possono comparire al loro interno. Queste lingue
sembrerebbero prive di un cosiddetto pivot sintattico (non ci sono indagini mirate con risultati certi).
Es. Acehnese (zona Indonesia), lingua in cui il tratto discriminante è la presenza/assenza di controllo volontario.
Questo tratto sembra essere pertinente anche nella selezione degli argomenti che possono comparire nelle costruzioni

64
‘a controllo’ (es. volere: l’argomento della frase completiva è omesso perché co-referenziale con l’argomento del
verbo della principale).

Possiamo avere costrutti con primo argomento del predicato transitivo:


Geu-tém taguen bu
3SG.ATT-volere cuocere riso
‘Egli/ella vuole cuocere del riso.’

Argomento di predicato intransitivo ‘attivo’


Gopnyan geu-tém jak
PRO.3SG 3SG.ATT-volere andare
‘Egli/ella vuole andare.’

Non puo’ essere un argomento di tipo O


*Aneuk agam nyan ji-tém geu-peuréksa lé dokto
bambino maschio quello 3SG.ATT-volere 3SG.ATT-visitare il medico
‘Il bambino vuole che il medico (lo) visiti.’

Né argomento di predicato intransitivo attivo


*Gopnyan geu-tém rhët
PRO.3SG 3SG.ATT-volere cadere
‘Egli/ella vuole cadere.’

Questi sono però gli unici esempi che abbiamo, quindi non possiamo esserne certi.
Un altro tratto meglio documentato, è che un argomento del secondo predicato può essere omesso se co-referenziale
all’argomento del primo.
Come funziona?
 argomenti coreferenziali  -y e omissione del secondo
Quando gli argomenti di due predicati sono co-referenziali: “io andai a casa” e “io andai a letto”. Il pomo
centrale segnala esplicitamente che i due argomenti sono co-referenziali con l’aggiunta della particella ‘y’ e
omette l’argomento del secondo predicato: io andai a casa e andai a letto.

há· (SA) káluh ‘io andai a casa’ + há· (SA) si·má· mérqaki·hi ‘io andai a letto’
= Há·(SA) káluh-y (ø = SA) si·má· mérqaki·hi = ‘Io andai a casa e (io) andai a letto.’

 argomenti non coreferenziali  -qan e non omissione del secondo


Quando gli argomenti non sono co-referenziali: “io andai a casa” e “egli andò a letto”. Nel costrutto
coordinativo, il secondo argomento non viene omesso, e il fatto che i due argomenti non siano co-referenziali
viene esplicitamente codificato con l’aggiunta del suffisso –qan sul primo predicato.

há·(SA) káluh ‘io andai a casa’ + mí· (SA) p’ mérqaki·hi ‘egli andò a letto’:
= Há·(SA) káluh-qan mí·(SA) p’ mérqaki·hi = ‘Io andai a casa e egli andò a letto.’

 Quando mi trovo a coordinare un predicato intransitivo attivo e un predicato intransitivo inattivo: io


feci un bagno / io mi ammalai. In italiano potremmo dire “io feci un bagno e mi ammalai”, mentre in questo
tipo di lingue (con il pomo centrale), i due argomenti non sono considerati co-referenziali, tanto che il
secondo non può essere omesso e viene quindi esplicitato dal morfema che indica la co-referenzialità.
Nonostante siano entrambi una prima persona singolare, una è argomento attivo e una inattivo, vengono

65
quindi trattati come se fossero due persone diverse (1° e 3° persona). Un caso del genere ci mostra che la
presenza del tratto semantico (controllo o non controllo volontario) è pertinente anche rispetto a costrutti di
sintassi interfrasale. Argomenti di tipo actor e undergoer non possono essere considerati co-referenziali
rispetto alla coordinazione, ma vengono trattati come se fossero due persone diverse.

há·(SA) xá· qákki ‘io feci un bagno’ + wi (SO) q’a·lál·ta·la ‘io mi ammalai’
= Há·(SA) xá· qákki-qan wi (SO) q’a·lál·ta·la = ‘Io feci un bagno e io mi ammalai.’

Quando si fa una categorizzazione in una lingua, si procede per generalizzazioni (non ci sono verità assolute o confini
rigidi- es. una lingua è agglutinante, ma ha anche casi di manifestazioni di tipo flessivo). Dire quindi che una lingua
appartiene a un certo tipo di, in questo caso, codifica grammaticale, è una generalizzazione. Spesso le lingue
contaminano al loro interno diversi sistemi di codifica, a partire dal caso dell’italiano stesso, in cui troviamo la
presenza di tutti i sistemi di codifica delle relazioni grammaticali viste finora.
Italiano
morfologia nominale: neutro
accordo morfosintattico: nominativo / accusativo
manifestazioni dell’intransitività scissa: sistema su base semantica
nominalizzazioni: assolutivo / ergativo
I barbari (A) distrussero Roma (O)
Mario (S) è arrivato

Ad esempio, morfologia nominale dell’italiano: ha un sistema neutro, non distingue tra argomenti al nominativo e
all’accusativo, ma i nomi hanno un’unica forma per tutte le diverse funzioni e relazioni grammaticali. Dal punto di
vista dell’accordo morfo-sintattico, il sistema dominante è che A e S (i soggetti) concordano con il predicato
diversamente da O (oggetto), quella che ci fa poi dire che l’italiano è una lingua di tipo nominativo-accusativo, ma
abbiamo visto diverse manifestazioni di intransitività scissa, che invece rispondono a un subsistema di codifica su
base semantica.
In qualche caso abbiamo anche, in ambiti della grammatica, nominalizzazioni (conversione di una forma finita del
verbo in una forma nominale del verbo) che rispondono a un sistema di tipo assolutivo-ergativo:

PREDICATO TRANSITIVO: i Barbari distrussero Roma > la distruzione di Roma da parte dei Barbari: con la
nominalizzazione, Roma (oggetto) conserva lo status argomentale (deve essere necessariamente espresso), mentre il
soggetto diventa circostanziale, non indispensabile, può essere omesso (come con il passivo).

PREDICATO INTRANSITIVO: Mario è arrivato > l’arrivo di Mario: l’unico argomento ovviamente deve rimanere
espresso.

Dei tre primitivi A, S e O solo S e O devono rimanere espressi gli argomenti nelle nominalizzazioni vengono quindi
trattati secondo un pattern di tipo ergativo-assolutivo.
Nell’attribuire un tipo di sistema di codifica a una lingua quindi facciamo sempre un’operazione di generalizzazione.
Spesso questo tipo di contaminazione si verifica anche all’interno dello stesso livello: ad esempio, morfologia
nominale dell’italiano-sistema neutro, ma in qualche caso e in domini molto ristretti (pronomi di 1° e 2° persona
singolare) c’è una codifica esplicita di tipo nominativo-accusativo:
Italiano (morfologia nominale): sistema neutro, ma…
 PRO.1SG io/me PRO.2SG tu/te: sistema nominativo / accusativo

Degno di nota è che anche in Dyirbal (lingua coerentemente ergativa) i pronomi di 1° e 2° persona rispondono a un
sistema di tipo nominativo-accusativo:

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Dyirbal (morfologia nominale): sistema ergativo (-ø) / assolutivo (-ŋgu) ma….

PRO.1SG/PL: ŋana-ø (A/S) / ŋana-na (O) sistema nominativo/accusativo


PRO.2SG/PL: nurra-ø (A/S) / nurra-na (O) sistema nominativo/accusativo

Questo è in realtà è un fatto universale, che è stato notato in tutte le lingue del mondo: qualunque sia il sistema di
quella lingua, i pronomi di 1° e 2° persona rispondono sempre a un sistema di tipo nominativo-accusativo. Questo
perché i pronomi di 1° e 2° persona singolare denotano referenti inerentemente umani, che hanno i tratti tipici del
macroruoli di actor, ed ecco che i pronomi personali selezionano il sistema di codifica che ha il loro macroruolo di
default, ovvero quello nominativo-accusativo.
Un altro costrutto che seleziona una codifica di tipo nominativo-accusativo è l’imperativo, per ragioni sostanzialmente
analoghe. L’imperativo, infatti, presuppone la capacità del destinatario di compiere l’ordine che gli viene impartito,
quindi di nuovo seleziona un sistema di codifica che ha il suo macroruolo di default di actor.
Così come gli altri livelli, anche il sistema di codifica delle relazioni grammaticali può essere soggetto a mutamento
nel corso del tempo; è un mutamento che passa per fasi e dura secoli, ne abbiamo già visto un caso, ovvero
l’estensione dei domini dell’accusativo del latino tardo dai soli argomenti O agli argomenti intransitivi che non
esercitano un controllo volontario.
Analizzandone l’evoluzione, infatti, in latino vediamo un sistema classico nominativo-accusativo, poi in fase tarda, in
alcuni domini del latino si è instaurato un subsistema di codifica su base semantica, in cui accusativo marcava
argomenti inattivi, e il nominativo marcava gli attivi passando quindi a un sistema su base semantica. La progressiva
ulteriore del dominio dell’accusativo ha portato al sistema neutro odierno delle lingue romanze, in cui l’unica forma
del paradigma nominale prosegue l’antico accusativo (nominativo-accusativo>su base semantica>neutro).
C’è un diverso caso opposizione pragmatica topic-comment: le lingue topic-prominent marcano la topicalità
dell’argomento indipendentemente dal ruolo sintattico e dal macroruolo semantico. Il tratto discriminante ha invece a
che fare con l’organizzazione dell’informazione.

RIASSUNTO: il predicato e i propri argomenti instaurano rapporti almeno su tre diversi livelli: semantico
(ulteriormente articolato in vari tratti), sintattico, pragmatico: ciascuna lingua seleziona arbitrariamente un certo
aspetto per codificare poi esplicitamente le relazioni tra predicato e argomenti. Alcune lingue selezionano il parametro
sintattico (quindi A, S, O; alcune categorizzano A con S, altri O con s), altre selezionano l’opposizione per macroruoli
(a volte prevale la dinamicità o la staticità, altre l’opposizione in termini di controllo volontario), altre ancora
codificano gli argomenti in base al loro statuo topicale o non topicale.

Lezione 28 novembre SLIDE 10 (ULTIMA)

Ramat: Concentrarsi su cap. 2,4,5,6,7 libro  quelli che parlano di categorie linguistiche, categorizzazioni
linguistiche, costrutti assoluti etc.

Quadro complessivo delle categorie coinvolte nel nucleo predicativo (i diversi tipi di relazione che il predicato
instaura con i propri argomenti). Tutti questi tipi di relazione si instaurano sempre tra un predicato e i suoi argomenti,
ma nessuna lingua li codifica tutti, ognuna ne seleziona uno come pertinente per la codifica argomentale. Inoltre, una
stessa lingua, in ambiti diversi della grammatica, può dare codifica esplicita a relazioni di tipo diverso; è impossibile
definire tipi olistici e puri dal punto di vista della tipologia sintattica.

SLIDE 11
LA MARCATTEZZA
Marcatezza: una forma è più marcata rispetto ad un’altra. È uno strumento di indagine molto gettonato, perché sulla
base dei diversi rapporti di marcatezza che si instaurano tra le forme linguistiche è possibile capirne anche il diverso
comportamento. Tuttavia, una definizione univoca di marcatezza, però, non è semplice da individuare: può essere
inteso come difficoltà, una forma marcata è una forma più difficile di una non marcata, ma è anche al tempo stesso più

67
rara della non marcata, è una forma che è soggetta a maggiori vincoli rispetto a una forma non marcata etc. ogni
definizione coglie aspetti diversi delle tante manifestazioni a livello linguistico del concetto di marcatezza.
I rapporti di marcatezza non si instaurano solo in ambito linguistico; è più in generale un tipo di organizzazione
(gerarchie di marcatezza) di anche altri domini cognitivi e di rappresentazione dell’esperienza umana. Ogni situazione
tipizzabile, ogni rituale, ogni testo o categoria linguistica sono coerentemente organizzati attraverso la concatenazione
di una seria di proprietà in cui, la presenza di alcune implica la presenza di altre, mentre altre ancora ci paiono fuori
luogo in quel contesto.
Ad esempio… su una spiaggia ad agosto ci aspettiamo gente in costume e non con lo smoking, perché abbiamo
determinate aspettative. Così, prendendo in considerazione una categoria della lingua, un suono sonorante ce lo
aspettiamo con una realizzazione sonora.
I diversi approcci a una definizione di marcatezza in senso linguistico sono riconducibili a due contributi abbastanza
recenti, che prendono in esame due aspetti diversi.

1. Andersen, 2001.
«Most linguists are quite content with an informal characterization of, say, unmarked that equates it with
approximate synonyms such as simple, common, basic, default, elsewhere and easily agree on a shared
understanding of markedness as ‘relative complexity or frequency’ or, on a more abstract level, ‘a sort of
asymmetrical relation’.»
Rappresenta le relazioni di marcatezza in termini di iperonimia e iponimia: il termine non marcato è l’iperonimo
del termine marcato. Il marcato avrebbe tratti in più rispetto al non marcato tanto da restringerne la frequenza e la
diffusione. Ad esempio, il plurale= categoria marcata rispetto al singolare perché sarebbe caratterizzata in più dal
tratto di pluralità. Il singolare però in quanto categoria non marcata può essere usata come plurale (facendo
riferimento alla categoria, alla classe degli elementi e non al singolo individuo) perché avendo men caratteristiche
specificate può ricoprire anche le caratteristiche della forma marcata (il cane è il migliore amico dell’uomo 
cane=tutti i cani; nomi collettivi), non abbiamo al contrario nomi plurale che abbiano referenza singola.

2. Haspelmath, 2006.
«In a great many cases, frequency asymmetries can be shown to lead to a direct explanation of observed structural
asymmetries, and in other cases additional concrete, substantive factors such as phonetic difficulty and pragmatic
inferences can replace reference to an abstract notion of ‘markedness’.»
Rileva la correlazione costante tra marcatezza e frequenza (le non marcate sono più frequenti), e ne fa il tratto
esplicativo della marcatezza. Fa di questa manifestazione della frequenza il tratto esplicativo della marcatezza:
egli crede infatti che è proprio perché certi costrutti sono usati più raramente che diventano marcati, non il
contrario.

Quello che entrambi colgono, seppur nei differenti approcci, è che queste relazioni sono sempre di tipo asimmetrico.
Ad esempio, singolare-plurale: relazione asimmetrica sono due diversi tratti del valore di numero che applichiamo
alla categoria di nome, ma non sono sullo stesso piano: il singolare può fare la veci del plurale ma non viceversa.
Maschile-femminile: relazione asimmetrica il participio al maschile può riferirsi a un soggetto femminile ma non
viceversa.
«The central notion behind typological markedness is the fact of asymmetrical or unequal grammatical properties of
otherwise equal linguistic elements.» (Croft, 2003: 87)
La relazione è asimmetrica tra due elementi linguistici altrimenti uguali (Croft).
In linguistica il concetto di marcatezza si può intendere in parecchi modi diversi; Haspelmath indica 12 diverse
accezioni negli studi linguistici. Sono poi raggruppabili entro 3 significati di marcatezza più generali e circoscrivibili.
1. marcatezza come complessità: l’elemento marcato della correlazione ha qualche tratto (fonologico,
semantico, morfologico) in più rispetto all’elemento non marcato (più o meno stesso concetto di Andersen).
Vale sia su piano fonologico che semantico che morfologico.

 Marcatezza fonologica: sordo < sonoro


orale < nasale
non arrotondato < arrotondato

 Marcatezza semantica: uomo < donna


‘maschile’ < ‘femminile’
‘singolare’ < ‘plurale’
(iperonimo < iponimo)

68
 Marcatezza morfologica: dog < dog-s
work < work-ed
amo < am-ab-am / am-au-i / am-au-iss-em, ecc.

Es. piano fonologico: fonema più complesso di un altro perché ha un tratto in più- suoni sonori più marcati dei suoni
sordi / suoni nasali più marcati dei suoni orali, hanno in aggiunta il tratto della nasalità. Questa complessità riflette una
complessità articolatoria19 – produrre un suono sonoro/nasale è più complesso 20 rispetto a un suono sordo/orale. I più
complessi sono anche i più rari (vocali nasali molto più rare delle vocali orali). Nel momento in cui si aumentano i
tratti di un elemento, lo specifichiamo e ne restringiamo il campo estensionale (più è particolareggiato, meno sono i
referenti a cui si può applicare).
Anche tra questi piani diversi si possono istituire delle correlazioni: ciò che semanticamente è più marcato è anche
morfologicamente più marcato (singolare-plurale: a livello morfologico ha anche il suffisso del plurale in più /
presente-passato). In tutti questi casi, quello che hanno in comune i tre diversi piani è la presenza di un qualcosa in più
nelle forme marcate rispetto alle non marcate.
L’idea di marcatezza=complessità è spesso sovrapposta ad altre diverse accezioni, che vedono i rapporti di marcatezza
come un diverso grado di difficoltà, inteso come difficoltà nel produrre o analizzare una certa forma rispetto ad
un’altra.

2. marcatezza come difficoltà (di produzione, analisi, acquisizione). L’elemento marcato della correlazione è più
difficile da produrre e analizzare rispetto a quello non marcato
( viene appreso con maggiore difficoltà ed è più raro tra le lingue del modo). In qualche caso troviamo coinvolto lo
stesso rapporto che avevamo visto prima in marcatezza=complessità (nasali VS orali prevede più difficoltà
nell’articolazione).

 Marcatezza fonetica: orale < nasale


consonanti occlusive < consonanti affricate

 Marcatezza morfologica: dog/dog-s < mouse/mice


work/work-ed < sing/sang
amo/ami/amiamo < [fiˈnisk]o / [fiˈniʃː]i / [fin]iamo
(diagrammatico / trasparente < non-diagrammatico / non-trasparente)

 Marcatezza concettuale: attivo < passivo


singolare < plurale

Es. piano fonetico: affricate più marcate delle occlusive, più difficili da produrre.
Es. piano morfologico: plurale inglese dog-dogS è molto più identificabile rispetto a mouse-MICE. I fenomeni di
allomorfia producono forme che possiamo definire come più marcate, perché più difficili da far corrispondere a un
certo paradigma, o più difficili da scomporre.
Es. piano concettuale (sintattico): passivo costrutto più marcato dell’attivo, altera le corrispondenze canoniche tra
piano semantico e sintattico. In più non tutte le lingue del mondo hanno il passivo, e anche nelle lingue che lo hanno è
molto più raro dell’attivo. Le diverse manifestazioni della marcatezza tornano quindi ad essere correlate.
Difficoltà intesa come nel produrre o analizzare una certa forma rispetto ad un’altra: le forme marcate sono forme più
difficili da produrre per l’emittente e più difficili da analizzare per il ricevente e questa maggiore difficoltà si riverbera
nel fatto che sono forme più rare e che vengono acquisite con maggior difficoltà e più tardi.

2. marcatezza come rarità, anormalità, non canonicità.


L’elemento marcato della correlazione è più raro / insolito / meno frequente.
 Rarità nei testi: singolare < plurale
nominativo < accusativo

 Rarità nel mondo: cf. Levinson (2000: 136)

19
Produzione fisica, anatomica dei suoni: come si produce il suono, quali parti dell’apparato fonatorio umano
coinvolge
20
Si devono impiegare le corde vocali etc.

69
«What is said in an abnormal way indicates an abnormal situation, or
marked messages indicate marked situations.»

 Marcatezza tipologica: orale < nasale


plurale < duale
SOV / SVO < OVS / OSV

Non è tanto diverso da quello che abbiamo detto tra attivo e passivo. Può essere inteso sia come rarità nella
produzione linguistica, sia come quella di Levinson, che nel parlare dei rapporti di marcatezza li correla
direttamente a una maggiore o minore marcatezza (normalità o anormalità) della reale situazione del mondo
esterno che viene codificata nella lingua. Ovvero, una situazione insolita e anormale verrà codificata con mezzi
linguistici più marcati. Questa posizione è la più complicata da prendere totalmente per valida, perché quello che
noi notiamo nelle lingue in virtù dell’arbitrarietà radicale di Saussure non c’è isomorfia tra complessità del reale e
complessità linguistica. Ad es. singolare meno marcato/plurale più marcato/duale ancora più raro: se noi
prendiamo i corrispettivi valori aritmetici di queste categorie linguistiche, notiamo che quello che linguisticamente
si codifica come ‘duale’, nella realtà extra-linguistica è molto più semplice e diffuso della pluralità. Se la
marcatezza linguistica riflettesse la marcatezza della realtà, dovremmo aspettarci da tutte le lingue il singolare, il
duale e in meno lingue il plurale.

La marcatezza non si manifesta mai in un’unica accezione, si declina sempre in più manifestazioni differenti.
Tipologicamente, guardando l’ordine basico degli elementi, quello SOV e SVO sono quelli non marcati (maggior
parte delle lingue del mondo lo presentano), mentre sono più rari gli OVS o VSO. Ciò è la conseguenza della
marcatezza in quanto disallineamento tra il normale ordine della struttura informativa della frase e quello che abbiamo
in queste due strutture: infatti, in prima posizione si colloca normalmente ciò di cui si parla, mentre OVS e VSO lo
mettono in ultima o seconda posizione, disallineando l’ordine topic-comment basico. Inoltre, sono tipologicamente
marcati perché rari tra le lingue del mondo.

 marcatezza distribuzionale: elemento marcato più raro perché soggetto a maggiori restrizioni,
come argomento sintattico privilegiato e il non privilegiato (pivot-non pivot). Ciò si traduce
ovviamente in una maggiore distribuzione dell’uno rispetto all’altro.
 marcatezza parametrica: unica accezione usata anche in ambito generativista. Costrutti
marcati=si discostano dai principi della grammatica universale dal punto di vista della variazione
parametrica. La loro rarità viene dal fatto che non sono conformi al modello della grammatica
universale. Jakendoff: caso non marcato, quello selezionato dalla grammatica universale – caso
marcato, quello che si discosta da essa.

Tutte queste diverse accezioni di marcatezza si possono assommare in una più generale definizione, che abbia una
natura multifattoriale (prende in esame le principali manifestazioni della marcatezza).
Elementi marcati: cosa hanno in comune? Sono semanticamente più complessi, esplicitamente codificati (hanno un
morfema deputato a codificarli) sono più rari nei testi, si trovano solo in alcune lingue, hanno distribuzione più
ristretta. Tutte le manifestazioni sopracitate sono infatti qui riassunte e comprese.

Se dovessimo identificare dei test che ci consentano di capire i rapporti di marcatezza, possiamo fare riferimento ai
criteri della marcatezza individuati da Croft in un lavoro sugli universali nel linguaggio, in cui identifica delle
proprietà che le categorie marcate avrebbero rispetto alle categorie non marcate.
Un delle accezioni di marcatezza è la codifica strutturale: Croft riformula in maniera più debole questo principio,
dicendo che il valore marcato di una categoria grammaticale sarà espresso da almeno tanti morfemi quanti
saranno quelli impiegati per esprimere il non marcato.
Es. singolare < plurale
(minor mlabri) Ɂɛɛw ↔ Ɂɛɛw
car ↔ car-s
libr-o ↔ libr-i

Potenziale comportamentale/Behavioural potential: come si comportano dal punto di vista di flessione e


distribuzione le forme marcate e non marcate. Le non marcate hanno un potenziale flessivo maggior rispetto alle
marcate, ovvero morfologicamente conoscono più forme flesse rispetto alle marcate.
«The morphological type, which I will call inflectional potential, pertains to the number of morphological

70
distinctions that a particular grammatical category possesses.» (Croft, 2003: 92)

Dal punto di vista della flessione, se prendiamo i pronomi di terza persona vediamo che il sengolare conosce una
flessione del genere ma al plurale la flessione di genere è neutralizzata  la categoria non amrcatsa conosce più forme
flesse rispetto a quella marcata.
Es. singolare < plural (inglese): he / she / it < they

singolare < plurale < duale (greco)


ánthropos ánthropoi anthrṓpō
ánthrope ánthropoi anthrṓpō
ánthropon anthrṓpous anthrṓpō
anthrṓpou anthrṓpōn anthrṓpoin
anthrṓpōi anthrṓpois anthrṓpoin

il singolare ha 5 distinzioni casuali, il plurale 4 e il duale 2  con l’aumentare del grado di marcatezza della categoria
di numero, potenziale flessivo si riduce.
Questo comportamento morfologico coglie bene una delle manifestazioni morfologiche dei diversi gradi di
marcatezza.

L’altro aspetto legato al potenziale delle forme preso in esame da Croft ha a che fare col potenziale sintattico, cioè la
marcatezza distribuzionale, cioè che ha a che far con il numero di contesti con cui le diverse forme possono comparire
(non marcate distribuzione più estesa delle marcate le forme non marcate appaiono in un maggior numero di
contesti).
Es. attivo < passivo
John killed Paul ~ Paul was killed by John
That cloud resembles a fish ~ *A fish is resembled by that cloud (cf. it. sembrare, costare, …)
John killed himself ~ *Himself was killed by John
Passivo ammesso da un minor numero di verbi rispetto a quelli che ammettono l’attivo. Ovviamente, quando una
forma ha più restrizioni di un’altra, sarà anche meno frequente.
È la cosiddetta text frequency «If tokens of a typologically marked value of a category occur at a certain frequency in
a given text sample, then tokens of the unmarked value will occur at least as frequently in the text sample.» (Croft,
2003: 92)

Un approccio diverso ci arriva da una rappresentazione di tutte queste categorie in termini di categorie prototipiche:
possiamo intendere come non marcato ciò che realizza il prototipo di una categoria, e come marcato l’elemento non
prototipico della categoria. Ciò ci consente di uscire dal cerchio marcatezza/frequenza, perché se intendiamo la
marcatezza come prototipicità siamo in grado di stabilirla guardando la presenza o assenza di tratti che definiscono
una tale categoria.
Il soggetto prototipico realizza il macroruolo di actor, ed è quello che noi troviamo sempre nei costrutti attivi. Questi
costrutti sono meno marcati perché realizzano la corrispondenza canonica tra piano semantico e sintattico; i costrutti
passivi sono i marcati perché non seguono questa corrispondenza. Essi sono sia meno frequenti, sia più complessi,
proprio perché codificano una situazione non prototipica di corrispondenza tra i due piani.
Il verbo prototipico è caratterizzato da bassa stabilità temporale (rappresenta un evento dinamico, un mutamento di
stato). Il verbo stativo invece manifesta questa sua non prototipicità presentando le caratteristiche proprie di una
categoria non marcata: maggiore restrizione distribuzionale (=sono a volte incompatibili con perifrasi progressiva) e in
qualche caso i predicati stati sono incompatibili con la funzione predicativa (es. Lakhota – per esprimere uno stato non
si usa un verbo, ma flette il nome o l’aggettivo, con gli affissi normalmente usati per flettere il verbo, perché il verbo
prototicamente codifica degli eventi dinamici e non viene utilizzato per codificare degli stati).

Marcatezza locale
I rapporti di marcatezza non sono assegnati in maniera inequivocabili, una volta per tutti e sempre validi; in alcuni
contesti i normali rapporti di marcatezza possono invertirsi. Queste inversioni possono essere motivate tenendo conto
delle realizzazioni più o meno prototipiche delle diverse forme linguistiche: ad es. pronomi personali sono ai vertici
della gerarchia di animatezza e sono i non marcati (in italiano sono infatti gli unici che manifestano un certo
potenziale flessivo), tuttavia in qualche contesto questi stessi elementi possono comportarsi come marcati e ricevere
una codifica esplicita. Ad es., quando questi pronomi normalmente associati al macroruolo di actor, vengono trovati

71
associati all’undergoer, questa loro collocazione non prototipica viene esplicitamente marcata: quando si trovano in
funzione di oggetto sono marcati con la preposizione ‘a’
es. spoglia a me e vieste a te (Rohlfs III: 7) chiamu a Petru (Rohlfs III: 7) salutame a sorata.

Non è la loro collocazione prototipica, e ciò viene segnalato dalle lingue con un apposito elemento.
Singolare-plurale-duale. Il duale nelle lingue indoeuropee è scomparso, dato che è appunto raro e marcato; è però
sopravvissuto nei termini che in greco, latino e inglese significano ‘due’ ed ‘entrambi’. Rispetto infatti a un aggettivo
numerale che significa due, il numero duale è categoria non marcata (l’aggettivo numerale appare sempre con la
flessione di duale). Ad es. locativo latino: non è più categoria casuale produttiva, ma ne troviamo i residui ancora nei
nomi di luogo in italiano, che prototipicamente si realizzano in questo caso. Legato alla codifica dei complementi di
luogo toponimo: codificato con la preposizione a/in. Moto a luogo, rispetto ai toponimi sono in una collocazione
marcata, infatti abbiamo da.
Toponimi e nomi comuni di luogo, rispetto alla codifica dei diversi complementi di luogo ammettono più
preposizioni, mentre i nomi umani, marcati, li codificano con una sola preposizione, da. Il criterio del potenziale
flessivo si rivela utile per individuare i diversi rapporti di marcatezza.

72