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BREVE STORIA DELLA LINGUISTICA – GIORGIO GRAFFI

CAPITOLO 5
1800: la linguistica diventa una disciplina autonoma quando, nel 1821, all’università di Berlino
viene istituita una cattedra di linguistica assegnata a Franz Bopp. Quest’autonomia non fa perdere
però alla linguistica il rapporto con le altre scienze.
La logica e la linguistica entrando in contrasto tra loro, perché viene sostenuto che la logica ha scopi
diversi dalla linguistica, poiché la linguistica si occupa delle relazioni di accordo del linguaggio,
mentre la logica della coerenza del pensiero espresso.
Viene proposto di fondare la linguistica sulla psicologia, che si costituisce come disciplina
autonoma in questo secolo e si caratterizza poi come scienza sperimentale.
Un’altra disciplina con cui la linguistica si confronta spesso è la biologia, in particolare per quanto
riguarda l’anatomia comparata, che studia la correlazione tra gli organi delle diverse specie animali
individuando le omologie. Questo diventerà il modello della linguistica storico-comparativa: le
corrispondenze tra strutture morfologiche e fonologiche di lingue diverse permetteva di dimostrare
la derivazione da una lingua madre.
La linguistica è legata anche alla teoria dell’evoluzione di Darwin, che basa il su modello ad albero
su quello della linguistica.

La nascita della linguistica storico-comparativa è rivoluzionaria (raggruppamento familiare delle


lingue in base ad una lingua madre). La novità è dovuta a vari fattori: la conquista inglese
dell’India, l’atmosfera culturale del Romanticismo tedesco e alcune intuizioni di Schlegel, scrittore
e filosofo che aveva grande interesse verso il sanscrito, una delle lingue indoeuropee più antiche.
Si ipotizzava una correlazione tra il sanscrito e le lingue europee per la probabile origine di un
antenato comune, ma non era mai stato dimostrato fino all’arrivo di Schlegel. Studiò il sanscrito a
Parigi, poi gli fu insegnato da Hamilton. Schlegel voleva cercare delle radici autentiche dello spirito
germanico indipendenti da una cultura greco-latina; questo avrebbe significato porre tutte le lingue
e popoli sullo stesso piano culturale. Schlegel però credeva erroneamente che il sanscrito fosse la
lingua madre comune a latino, greco, tedesco, ecc.
Fu il primo a indicare un metodo di studio, chiamato “grammatica comparata”: indica che una o più
lingue sono imparentate se mostrano una corrispondenza sistematica tra i loro suoni e le loro forme
grammaticali, tra le radici e tra le desinenze!
Fino alla fine del 1700, invece, erano considerate imparentate lingue che avevano parole in comune,
ma potrebbero invece essere dei prestiti. La corrispondenza deve dunque essere anche
grammaticale, non solo lessicale.

Secondo Schlegel la parentela tra il sanscrito e le lingue europee si basava sulla flessione verbale.
[Flessione: processo di mutamento morfologico che subiscono le parole per esprimere diversi valori
e rapporti grammaticali. Flessione verbale: coniugazione, distingue il modo, il tempo e la persona
dei verbi]
Sulla base della presenza o assenza della flessione, distingueva due categorie principali di cui fanno
parte tutte le lingue:
- Lingue organiche: il tempo, la persona e il numero sono indicati dalla flessione
grammaticale, tramite variazione vocalica interna
- Lingue meccaniche: tempo, persona e numero sono indicati da una parola annessa
Per Schlegel solo il sanscrito e le lingue imparentate sono lingue organiche, le altre sono tutte
meccaniche.

La fondazione sistematica della grammatica comparata come scienza, quindi la definizione dei suoi
metodi e scopi, fu compito di Bopp, che seguì le orme di Schlegel studiando il sanscrito. A
differenza di Schlegel, Bopp fece un confronto sistematico tra le forme verbali delle varie lingue e
non credeva che il sanscrito fosse la lingua madre. Le conclusioni a cui arrivò Bopp rimasero
indimostrate, ma grazie a Rask e Grimm si arrivò alla costituzione definitiva della grammatica
storico-comparativa. Dimostrarono che il metodo storico-comparativo si poteva applicare senza
prendere in esame il sanscrito, e che la comparazione doveva basarsi non solo sui morfemi ma
anche sui suoni.
Entrambi applicarono i metodi di questa disciplina allo studio delle lingue germaniche. La loro più
importante scoperta fu la mutazione consonantica germanica: individuarono corrispondenze
sistematiche tra le consonanti occlusive delle lingue germaniche con le lingue europee, e
corrispondenze tra le consonanti occlusive dell’antico alto tedesco con tutte le altre lingue
germaniche.
Queste due “leggi di Grimm” indicavano che ci fosse una corrispondenza tra:
- Occlusive sorde del greco e del latino con spiranti sorde delle lingue germaniche e occlusive
sonore in AAT
- Occlusive sonore del greco e del latino con occlusive sorde delle lingue germaniche e
spiranti sorde in AAT
- Spiranti sorde del greco con occlusive sonore delle lingue germaniche e occlusive sorde in
AAT

1830: da qui la linguistica storico-comparativa viene studiata da Bopp e dai suoi allievi, tra cui Pott,
che sosteneva che la linguistica storico-comparativa fosse una disciplina autonoma con scopo di
ricostruire la lingua madre indoeuropea.
Si distinguono grazie a Bopp e Pott altri gruppi della famiglia indoeuropea: indiano, iranico,
armeno, greco, albanese, italico, slavo, baltico, germanico e celtico.

Il maggiore esponente della linguistica teorica del 1800 fu Humboldt, che donò la cattedra a Bopp
all’università di Berlino. Da un lato è relativista (ogni lingua è portatrice di una diversa visione del
mondo), dall’altro va verso la grammatica generale (linguaggio come espressione di una struttura di
pensiero universale). Secondo lui il linguaggio fa intimamente parte dell’uomo, è ciò che lo
caratterizza, quindi non si può pensare che nasca in un dato momento della storia umana. È un
istinto intellettuale della ragione, è l’organo formativo del pensiero.

Humboldt elenca 4 tipi di parentela tra lingue. Il quarto è che tutte le lingue umane sono apparentate
in quanto condividono alcune caratteristiche. Gli altri tre tipi sono rappresentati da lingue dello
stesso ceppo (parentela genealogica tra forme grammaticali), lingue della stessa area (reciproca
influenza per contatto, condividono parte del lessico, es. lingue baltiche), e lingue della stessa classe
(che mostrano somiglianza dal punto di vista grammaticale, parentela tipologica).

Dopo Schlegel che distinse le lingue in organiche e meccaniche, August Willhelm distinse altri tre
tipi: quelle senza struttura grammaticale, quelle che usano affissi e quelle a flessione (divise in
sintetiche e analitiche).
Humboldt riprende questa distinzione chiamandole rispettivamente isolanti, agglutinanti e flessive,
e aggiunge un quarto tipo: incorporanti. Secondo Humboldt questa distinzione si basa sul ruolo
della parola nella frase, non sulla struttura della parola!

L’idea che le lingue possano essere ordinate su una scala di valore verrà abbandonata solo a fine
1800 grazie a Gabelentz. Egli introduce il concetto di soggetto psicologico e predicato psicologico:
il primo è ciò verso cui l’emittente dirige l’attenzione del destinatario, il secondo è ciò che
l’emittente comunica al destinatario a proposito del soggetto psicologico.
Schleicher negli anni ’50-’60 del 1800 effettua un chiarimento in merito al rapporto genealogico tra
le varie lingue europee: sarebbero derivate da una lingua comune, l’indoeuropeo. Crea anche un
modello scientifico chiamato albero genealogico: alla radice sta la lingua indoeuropea originaria
ricostruita, poi i rami si dipartono con combinazione binaria. È un’interpretazione che si affianca al
campo della biologia e alla teoria dell’evoluzione di Darwin. Egli però divide l’origine del
linguaggio in due periodi: preistorico e di decadenza, mentre per Darwin il trascorrere del tempo
non produce mai decadenza, ma sviluppo delle specie.

L’allievo Schmidt sostituisce l’albero genealogico con la teoria delle onde: le lingue indoeuropee
sono come onde che si propagano in centri concentrici, che si affievoliscono via via che si
allontanano dal centro. Sono metodi entrambi insufficienti presi singolarmente ma sono necessari
per illustrare i vari rapporti tra le lingue indoeuropee.

Whitney e Bréal, due linguisti, insistono sulla natura del linguaggio come strumento di
comunicazione, opponendosi a Schleicher e a Humboldt. Bréal ribadisce che, essendo il linguaggio
nato per necessità comunicativa dell’uomo, la linguistica è una scienza storica e non naturale,
perché il linguaggio non esiste in natura ma è un atto deciso dall’uomo.

Alla morte di Schleicher ci fu un periodo di innovazione con la legge di Verner: con la rotazione
consonantica, le occlusive sorde dell’indoeuropeo diventavano spiranti sorde nelle lingue
germaniche, ma questo presentava degli errori. Verner dedusse che se l’accento cade sulla sillaba
precedente nella lingua indoeuropea originaria, allora le occlusive sorde diventano spiranti sorde
nella lingua germanica. Se l’accento cade sulla sillaba seguente nella lingua indoeuropea originaria,
le occlusive sorde diventano sonore.

Questi cambiamenti e ricerche influenzarono i neogrammatici, un gruppo di linguisti che volevano


basare la linguistica sulla psicologia. Secondo loro le lingue sono elementi della psiche. I due
principi della neogrammatica sono:
- L’ineccepibilità delle leggi fonetiche: le eccezioni alle leggi fonetiche sono solo apparenti,
in quanto determinate dall’azione di altri fattori (es. da una lingua originaria nascono
fenomeni di prestito)
- Ruolo dell’analogia, attiva in tutte le epoche della storia linguistica; serve per rendere
ragione dell’origine di nuove forme grammaticali, di nuove parole e frasi.

I neogrammatici tolsero al sanscrito il ruolo di lingua originaria ricostruita, e secondo loro non c’è
differenza tra lingua e dialetti se non a livello sociale.

Si creò un gruppo di linguisti che non vedevano nella linguistica un’affinità con le scienze naturali
(che sono uguali ovunque e in ogni momento), ma le davano una natura storica e sociale (applicata
a un determinato ambito geografico e periodo storico). Gli opponenti maggiori furono Ascoli,
Schuchardt e Gilléron.
- Ascoli: coniò il termine “glottologia” e fondò la rivista più longeva di glottologia. Criticava
l’impronta psicologica dei neogrammatici, per lui era importante l’influenza che la lingua
precedente aveva avuto su quella attuale.
- Schuchardt: criticava l’ineccepibilità delle leggi fonetiche, credeva che ognuno parlasse la
sua lingua o il suo dialetto. Riteneva il linguaggio un fenomeno strettamente individuale in
cui ogni individuo parla il proprio dialetto (idioletto).
- Gilléron: introdusse un’innovazione negli studi sui dialetti, sostituire l’analisi di materiali
scritti con le interviste dirette ai parlanti dialettofoni. Ciò permetteva un insieme di dati più
vasto dato che molti dialetti non hanno una tradizione scritta. Creò un atlante linguistico con
confini geografici di un determinato territorio mettendo tutte le forme che una parola aveva
assurdo in ogni territorio.

CAPITOLO 6
Il 1900 è stato il periodo della linguistica generale, ma ci furono contributi significativi anche per
quella storico-comparativa. Infatti, furono individuate due nuove lingue indoeuropee, il tocario e
l’ittita.

Ci furono due forme principali di analisi:


- Una che riguardava lo studio di lingue non indoeuropee, perseguito da linguisti statunitensi
- Una che riguardava l’elaborazione di metodi e prospettive nuove per l’analisi dei fatti
linguistici, perseguito da Saussure (padre della linguistica contemporanea).

Uno dei maggiori linguisti del 1900 fu Saussure. Origine svizzera, studiò a Lipsia e a Parigi, poi gli
viene offerta la cattedra di sanscrito e lingue indoeuropee all’università di Ginevra. Si interrogò sui
fondamenti e sulle nozioni che vengono utilizzate in linguistica, ma non arrivava a risultati per lui
soddisfacenti. Le sue riflessioni vengono raccolte da due suoi allievi e messe insieme nel volume
(pubblicato dopo la sua morte) chiamato “Corso di linguistica generale”, che segnò una rivoluzione.

A dargli le basi furono Courtenay e la scuola di Kazan, che diedero i concetti di “dinamica” (che
studia le leggi e lo sviluppo dei suoni nel tempo) e “statica” (che esamina i suoni come fatto
puramente fisico e in base al loro ruolo nel meccanismo della lingua). È da questi concetti che
Saussure approfondisce i concetti di “diacronico” e “sincronico”.

Il pensiero di Saussure può essere riassunto in 4 dicotomie (opposizioni binarie di concetti):


- “Langue et parole”
- Sincronia e diacronia
- Significante e significato
- Rapporti sintagmatici e rapporti associativi

La prima dicotomia oppone il lato sociale del linguaggio a quello individuale. Per Saussure tutti gli
appartenenti ad una comunità linguistica condividono un codice che verrà chiamato “langue”. Ogni
parlante della comunità la attuerà in modo diverso, e si parla quindi di “parole”. La comunicazione
è quindi possibile perché gli appartenenti ad una stessa comunità linguistica possiedono lo stesso
codice.

Identità sincronica: la sincronia è definita come un rapporto tra elementi simultanei. I fatti
sincronici sono sistematici e significativi.

Identità diacronica: la diacronia è definita come una serie di avvenimenti indipendenti l’uno
dall’altro. I fatti diacronici sono isolati e ateologici.

Significante e significato: due facce del segno linguistico, rispettivamente un’immagine acustica e
un concetto; non è possibile modificare una senza modificare l’altra. Stabilisce che non c’è legame
tra significante (es. “cavallo”) e significato (es. “cavallo in carne ed ossa”). Significa però che ogni
entità linguistica è definita in base a ciò che non è.

Rapporti sintagmatici e rapporti associativi: rapporti sintagmatici sono i rapporti presenti tra i
singoli segni, quelli associativi riguardano parole che possono essere utilizzate in modo
interscambiabile in un dato contesto. Esempio: la combinazione tra il tema “insegna-” e il suffisso
“-mento” è un rapporto sintagmatico, ovvero di combinazione tra due segni. Il rapporto tra
“insegnamento”, “apprendimento”, “istruzione” è un rapporto associativo, dove ognuna delle parole
può essere scelta invece di un’altra in un determinato contesto. I rapporti associativi appartengono
alla “langue”, mentre per quanto riguarda quelli sintagmatici non è chiara l’opinione del linguista.

I più influenzati da Saussure sono le cosiddette scuole della linguistica strutturale europea (es. Praga
e Copenaghen).
La scuola di Ginevra criticò le idee di Saussure per le dicotomie “langue/parole” e
“sincronia/diacronia”.
Un atto di parole consiste in 3 fasi fondamentali:
- Fase psichica: vengono collegati nel cervello un concetto ad un’immagine acustica
- Fase fisiologica: il cervello trasmette un impulso correlato all’immagine
- Fase fisica: le onde sonore si propagano dalla bocca di A all’orecchio di B.

La scuola di Praga: circolo di Praga fondato nel 1926 da Mathesius, professore di Anglistica. In
questo circolo c’erano molti esponenti russi ai quali si devono contenuti fondamentali nel campo
della fonologia.
I principi teorici su cui si fonda la scuola di Praga vengono elencati nelle tesi del 1929, un insieme
di assunti pragmatici presentati al congresso di filologi slavi. La prima tesi afferma che “la lingua è
un sistema di mezzi d’espressione appropriati ad uno scopo”.
I praghesi adottano una concezione funzionalista del linguaggio: esso è un mezzo di comunicazione
e le varie strutture linguistiche devono essere ricondotte a quest’uso comunicativo.

Secondo Jakobson, la distinzione tra linguaggio comune e linguaggio poetico è che uno serve per
comunicare, è diretto verso il significato, mentre l’altro è diretto verso il segno stesso. Jakobson
elaborerà 6 funzioni del linguaggio:
- funzione emotiva: relativa all’emittente
- funzione conativa: relativa al destinatario
- funzione referenziale: relativa al contesto verbale e non
- funzione metalinguistica: relativa al codice
- funzione fatica: relativa al canale di comunicazione
- funzione poetica: relativa al messaggio

Prima della scuola di Praga non c’erano distinzioni tra fonetica e fonologia. Trubeckoj basa questa
distinzione sulla dicotomia “langue-parole”. La fonetica è la scienza che studia i suoni della parole e
ha come unità base il suono, mentre la fonologia è la scienza che studia i suoni della langue e ha
come unità base il fonema. Per Trubeckoj il fonema è l’insieme delle proprietà fonologicamente
pertinenti di una forma fonica. Queste proprietà permettono di distinguere due significati. Non sono
quindi le proprietà fisiche a definire un fonema, ma la sua capacità di opporre significati: è
realizzato da due suoni diversi, ma non sempre due suoni diversi realizzano due fonemi diversi. Ad
esempio, come si pronuncia la “r” (vibrata o alla francese) non produce differenze di significato.

L’attività del circolo di Praga si arrestò tra la fine degli anni ’30 e l’inizio degli anni ’40 per la
prematura morte di Trubeckoj, la morte di Mathesius, il trasferimento di Jakobson, l’opposizione
alla filosofia delle dittature comuniste… Solo negli anni ’60 nacque una Seconda scuola di Praga,
con esponenti Jakobson e Martinet.

Il pensiero di Jakobson sulla linguistica, spiegato nel saggio “Linguaggio infantile, afasia e leggi
fonetiche generali”, riguardava il fatto che l’ordine di acquisizione dei suoni linguistici del bambino
è speculare all’ordine della loro perdita con l’afasia (perdita delle capacità linguistiche); le parole
che si imparano per prime sono le ultime a essere perse dall’afasico. Il suo pensiero è deduttivo.
“Fonologia binaristica” elaborata da Jakobson negli anni ’50: il fonema è composto da tratti
distintivi, presenti o assenti in ogni fonema senza possibilità intermedie. Se il tratto è presente lo si
indica con “+”, se assente con “-”.

La visione funzionalista della linguistica viene portata avanti da Martinet, secondo cui il linguaggio
umano si distingue per tre proprietà: la sua funzione comunicativa, la sua natura fonica e la doppia
articolazione. Con “doppia articolazione” si intende che il segno linguistico si articola su due livelli:
- Il primo livello del segno, in cui sono presenti unità che hanno un significato autonomo
- Il secondo livello del fonema, unità minima che non presenta un significato autonomo
Il suo pensiero è induttivo.

La scuola di Copenaghen: esponente più importante è Hjelmslev, che chiamò la sua teoria
“glossematica”. Indica la differenza rispetto alle teorie precedenti.
Il linguaggio deve essere concepito come una struttura, ovvero un’entità autonoma di dipendenze
interne da altri fattori (psichici, sociali, etnici…).
Lo sviluppo più importante che apportò riguarda la funzione segnica, cioè l’indipendenza tra il
piano dell’espressione e il piano del contenuto. Le lingue differiscono in quanto ogni lingua dà una
forma diversa a uno stesso fattore, che lui chiama materia. Il piano dell’espressione e il piano del
contenuto sono analizzabili in unità chiamate figure. Le figure dell’espressione sono i fonemi,
mentre le figure del contenuto sono le unità semantiche minime che formano le unità semantiche
grandi (es. le figure del contenuto umano maschio adulto formano l’uomo).
Secondo Hjelmslev, la teoria linguistica deve essere da un lato arbitraria (indipendente da qualsiasi
esperienza, costituisce un sistema deduttivo) e dall’altro adeguata (deve introdurre certe premesse
che l’autore deve applicare a certi dati). Dunque, in linguistica si parte da alcuni concetti definiti
arbitrariamente ma basati su certe nostre osservazioni. Si sviluppa poi un calcolo arbitrario e se se
ne ricavano delle conseguenze osservate in una o più lingue, tale calcolo è adeguato, altrimenti non
lo è.

Altra importante rivoluzione è quella del francese Tesnière, linguista interessato alla sintassi. Nella
sua opera crea un ripensamento di tutte le categorie della grammatica tradizionale e molte delle sue
idee diventarono imprescindibili. Creò la “grammatica della valenza”, che presuppone che tra due
elementi connessi ci sia un legame gerarchico. C’è quindi una relazione di dipendenza tra gli
elementi connessi, ce n’è uno reggente e uno subordinato. Rappresenta queste relazioni con un
grafico ad albero chiamato “stemma”, per indicare questo rapporto gerarchico. I simboli
identificano i sostantivi (O), aggettivi (A), verbi (I), avverbi (E).
Introduce il concetto di di “valenza verbale”: il verbo è l’elemento fondamentale intorno al quale ci
sono altri elementi, attanti (nomi o equivalenti), e circostanti (avverbi o equivalenti che descrivono
le condizioni di luogo, tempo, maniera in cui tale processo ha luogo). Gli attanti sono obbligatori, i
circostanti sono facoltativi.
Il numero degli attanti (valenze) varia secondo la classe di appartenenza del verbo: verbi avalenti
(impersonali), monovalenti (intransitivi), bivalenti (transitivi), trivalenti (verbi come dire o dare).
Al soggetto non è attribuito nessun ruolo particolare, è solo uno degli attanti > abbandono
dell’analisi fondata su soggetto e predicato, considerata una sovrapposizione ingiustificata di
categorie logiche su quelle grammaticali.

Tra gli anni ’30 e ’60 del 1900 anche gli studi di linguistica statunitense ebbero risultati: si
iniziarono a studiare le lingue degli indios d’America, che non avevano una tradizione scritta al
contrario di quelle indoeuropee. Lo studio era dunque sincronico.

Tra i maggiori studiosi abbiamo Sapir (mentalista) e Bloomfield (comportamentalista).


Importante in Sapir è la concezione di linguaggio, il modello di tipologia linguistica e la cosiddetta
ipotesi di Sapir e Whorf.
Concezione di linguaggio: per lui il linguaggio è un fenomeno storico-culturale, un metodo
puramente umano e non istintivo per comunicare idee e sensazioni attraverso un sistema di simboli
volontariamente prodotti.

Sapir non respinge completamente la tipologia del Schlegel e Humboldt, ma la giudica insufficiente
perché corrispondente solo a una delle tre dimensioni necessarie per una classificazione tipologica
adeguata, ovvero la tecnica.
Un’altra dimensione è il grado di sintesi (distingue procedure analitiche, sintetiche, polisintetiche),
l’altra è quella del tipo e del numero dei concetti grammaticali espressi nelle varie lingue. Sapir
divide tali concetti in due gruppi, a seconda che riguardino il contenuto materiale o relazionale. Il
primo gruppo si suddivide in concetti fondamentali (es. radice) e concetti derivati (es. suffisso). Il
secondo gruppo è diviso in concetti concreti (es. genere e numero) e puri (es. relazioni
grammaticali).
In base alle combinazioni di tali concetti le lingue sono divisibili in quattro gruppi: lingue semplici
pure relazionali, lingue complesse pure relazionali, lingue semplici miste relazionali, lingue
complesse miste relazionali.

Ipotesi di Sapir e Whorf: secondo Sapir la nostra percezione della realtà è condizionata dalla nostra
lingua materna. Whorf riprese questa idea ponendo a confronto una diversa organizzazione
grammaticale delle lingue amerindiane con quella delle lingue europee.

Importante fu anche Bloomfield, che sostenne che la linguistica non può che basarsi sul
comportamento direttamente osservabile dei parlanti, descritto mediante due termini, “stimolo” e
“risposta”: ovvero, il linguaggio consente a una persona di produrre una certa reazione quando
un’altra persona riceve lo stimolo.
Bloomfield elabora la distinzione tra forme libere e legate (non possono essere pronunciate da sole),
e tra forme complesse (parziale somiglianza fonetico-semantica con altre forme linguistiche) e
semplici.
Elaborò anche un metodo d’analisi “analisi in costituenti immediati” (in cui un costituente è un
componente di una forma complessa ed è immediato quando non fa parte di un altro costituente.
Esistono però i “costituenti discontinui”, insieme di parole evidentemente legate l’una all’altra ma
la cui successione lineare è interrotta da altre parole (es. in inglese “is john going…”).
Dopo Bloomfield, Wells introdusse “l’espansione” come metodo: classi di espressioni più ampie
possono occupare le stesse posizioni di classi più semplici perché sono espansioni di queste ultime.

Il massimo sviluppo dei metodi distribuzionali fu dovuto a Harris, che introdusse il concetto di
“trasformazione”: la frase attiva e passiva di una stessa frase sono due “trasformazioni” l’una
dell’altra.

CAPITOLO 7
A partire dalla seconda metà del 1900, la linguistica inizia a essere insegnata in tutte le università
come disciplina autonoma, aggiungendo ai classici due rami (linguistica storico-comparativa e
linguistica generale) anche altri rami (linguistica applicata, psicolinguistica, sociolinguistica).
Molte correnti baseranno il pensiero sul fatto che il linguaggio non è un sistema autonomo ma
un’entità sociale e psicologica. Si tende a distinguere nella linguistica contemporanea tra
“paradigma funzionale” e “paradigma formale”, in cui per il primo le strutture linguistiche servono
per la comunicazione e sono indipendenti, mentre per il secondo le strutture del linguaggio sono
determinate dalla funzione del linguaggio stesso.

La separazione tra logica e la linguistica, iniziata nel 1800, si accentua poiché molti filosofi del
linguaggio svalutano il linguaggio naturale. Con Wittgenstein si inizia a parlare degli usi delle
parole nel linguaggio con la pragmatica, termine usato da Morris, anche se Wittgenstein
considerava il linguaggio nella sua totalità a essere di natura pragmatica, mentre poi la pragmatica
viene considerata solo una componente che si aggiunge alla sintassi e alla semantica.

Anche Austin indaga sulla pragmatica: divide gli enunciati in performativi e constativi. I primi
compiono azioni e realizzano modifiche nella situazione esistente (dimensione “felice/infelice”), i
secondi constatano fatti e li descrivono (dimensione vero/falso, sono quelli esaminati dai logici).
Austin analizza il parlare come un’azione che si realizza compiendo tre atti linguistici:
- Atto locutorio: si costruisce una frase pronunciando parole e sintagmi
- Atto illocutorio: è una domanda, risposta, ordine, invito
- Atto perlocutorio: tentativo di produrre un determinato effetto sull’interlocutore

L’atto locutorio verrà diviso da Searle in:


- Atto enunciativo: si enunciano parole e morfemi
- Atto proposizionale: si opera una predicazione
Searle nota l’esistenza di atti linguistici indiretti (es. “puoi passarmi il sale?” è una frase
interrogativa ma come atto illocutorio è una preghiera/ordine), in cui il parlante comunica
all’ascoltatore più di quel che effettivamente dice.

Secondo Grice esiste una logica della conversazione alla base della quale sta il principio di
cooperazione, articolato in quattro massime:
- La quantità: richiede al parlante di fornire tutta insieme l’informazione di cui si è a
conoscenza
- La qualità: richiede di essere veritiero e di avere prove
- La relazione: richiede di essere pertinente
- Il modo: richiede di essere chiaro, di evitare ambiguità
Queste massime spesso vengono violate in modo da ottenere vantaggi comunicativi.
Nella storia della tipologia linguistica possiamo trovare la tipologia sintattica (basata sull’analisi
dell’ordine delle parole in una frase) e la tipologia morfologica (basata sull’analisi della struttura
della parola).

La tipologia è un campo sviluppatosi grazie a Greenberg, che usa un campione di 30 lingue in cui
analizza: la presenza di preposizioni o posposizioni, la posizione del verbo rispetto al soggetto e
oggetto, la posizione dell’aggettivo rispetto al nome che modifica, l’ordine del genitivo rispetto al
nome che modifica.
In base a questo divide:
- Lingue semitiche: VSO, preposizione, nome + genitivo, nome-aggettivo
- Lingue romanze: SVO, preposizione, nome + genitivo, nome aggettivo
- Giapponese: SOV, posposizione, genitivo + nome, aggettivo + nome
- Basco: SOV, posposizione, genitivo + nome, nome + aggettivo

Grande esponente è Noam Chomsky, che sostiene che il linguaggio è indipendente dal suo uso
comunicativo. “Grammatica generativa” è un termine coniato da Chomsky e partire dagli anni ’50
del 1900. “Grammatica” fa riferimento alla teoria della lingua, “generativa” fa riferimento alle
proprietà che la grammatica deve avere, deve essere esplicita e produttiva in base a regole.
Con Chomsky si trova una soluzione al problema dei costituenti discontinui: prende in
considerazione la struttura e la divide in struttura profonda (astratta) e superficiale (osservabile).
L’ida di questa teoria è che una frase in generale ha più livelli di rappresentazione. Dice che la
sintassi del linguaggio umano non è lineare, ma gerarchica, perché dipende dalla struttura. La natura
gerarchica della sintassi era già stata intuita da Tesnière, ma Chomsky fu il primo a parlare della
possibilità di inserire una frase nell’altra: capacità chiamata “ricorsività”.
Apporta l’idea dell’albero etichettato, struttura gerarchica nella quale sono nominati i costituenti.
Chomsky viene definito mentalista. Secondo lui la teoria linguistica si occupa principalmente di un
parlante-ascoltatore ideale. Egli distingue tra “competenza” (conoscenza che il parlante-ascoltatore
ha della sua lingua) ed “esecuzione” (uso effettivo della lingua in situazioni concrete), ma non è
realizzabile a livello esecutivo. Questa dicotomia ricorda la dicotomia “langue-parole” di Saussure
Essi però concepiscono anche in modo diverso le entità astratte: per Chomsky la competenza è
individuale, mentre per Saussure la langue era un’entità sociale.

Per Chomsky il linguista deve determinare il sistema di regole che il parlante-ascoltatore ha


acquisito e che mette in uso nell’esecuzione effettiva. Quindi, la teoria linguistica è mentalistica,
perché il suo scopo è scoprire una realtà mentale sottostante a un comportamento effettivo. Tale
competenza non potrebbe essere acquisita se ogni essere umano non fosse dotato di un meccanismo
innato detto “dispositivo di acquisizione del linguaggio”, chiamato poi “grammatica universale”.
Sostiene quindi l’innatismo: innata nell’uomo è la capacità di acquisire una lingua.

Chomsky suddivide la grammatica generativa in 3 componenti principali:


- Sintattico: ha il compito di generare le frasi
- Fonologico: componente interpretativo
- Semantico: componente interpretativo
La struttura generata dal componente sintattico e interpretata da quello semantico viene chiamata
“struttura profonda”. La struttura generata dal componente sintattico mediante l’applicazione delle
trasformazioni viene chiamata “struttura superficiale”.

L’impatto della grammatica generativa fu oggetto di critiche e dibattiti: la lingua è una scienza
naturale come sostengono i neogrammatici e i generativisti, o una scienza storico-sociale?

Idee fondamentali della grammatica generativa si riassumono in 4 punti:


- Analisi adeguata del linguaggio che deve postulare più livelli di rappresentazione (struttura
profonda e struttura superficiale)
- Il linguaggio è una capacità mentale, la linguistica fa quindi parte della psicologia
- La ricerca di universali linguistici consiste nella specificazione delle caratteristiche della
grammatica universale
- Lo studio della struttura del linguaggio è indipendente dal suo contesto comunicativo

L’opposizione alla linguistica generativa si divide in:


- Paradigma formale (Chomsky e altre scuole)
- Paradigma funzionale (l’opposizione, con anche seconda scuola di Praga)

Com’è formata la struttura profonda? Chomsky sosteneva che essa fosse formata da elementi
gerarchici e lineari, ovvero da costituenti disposti in modo gerarchico al loro interno, ma anche
ordinati linearmente. Altri sostenevano che fosse gerarchica ma non lineare (opzione più probabile).

Chomsky ci parla anche del programma minimalista, che consisteva nel rendere al massimo della
semplicità la forma del linguaggio. C’erano quindi solo due livelli rimasti, che sono le due
interfacce del linguaggio con altri due sistemi cognitivi:
- Sensomotorio: il sistema fonico acustico è il più utilizzato
- Concettuale-intenzionale: riguarda il pensiero inteso come interpretazione e organizzazione
dell’azione
La capacità del linguaggio umano consente quindi di produrre un numero infinito di espressioni
mediante un’unica operazione, ovvero “fondere”. Fondere significa prendere gli elementi del
lessico e combinarli tra loro. C’è il fondere esterno, che combina elementi inizialmente disgiunti, e
il fondere interno, quando l’operazione coinvolge un elemento già fuso con un altro e lo sposta in
un’altra posizione.
Questo significa che parliamo in un ordine lineare poiché il sistema senso motorio fonico-acustico
lo consente.

Un altro rapporto importante oltre al rapporto linguaggio-mente, è linguaggio-cervello, denominato


con neurolinguistica.

Secondo Chomsky il linguaggio è specifico in quanto è proprio della specie umana. Si contrappone
la visione continuista e discontinuista del rapporto tra linguaggio umano e sistemi di comunicazione
animale. Chomsky sosteneva una posizione discontinuista.
Secondo molti linguisti, il linguaggio è nato da grida, gesti, mentre per altri è stato sviluppato per
una condivisione di intenzioni. Caratteristica comune è che il linguaggio è stato sviluppato per via
di esigenze comunicative e sociali. Chomsky invece propone l’idea che il linguaggio non è stato
creato per esigenze comunicative, perché la sua funzione primaria non è la comunicazione ma
l’organizzazione del pensiero. Il salto fondamentale è stato quello del “fondere”, non presente nelle
scimmie come vari studi neurologici mostrano. Questo suggerisce un cambiamento, che avrebbe
dato agli individui la capacità di pensare ad argomenti complessi, e poi collegarli al sistema senso
motorio, esternandoli attraverso il linguaggio.

Quali sono i geni del linguaggio? Inizialmente si era pensato al gene FOXP2: si era osservato che i
membri di una famiglia nei quali era stata riscontrata un’alterazione di questo gene, mostravano un
disturbo del linguaggio. Si iniziò a parlare di gene della grammatica / del linguaggio.
Altri risultati furono trovati con l’incontro della linguista e la genetica delle popolazioni. Anche
l’ipotesi della monogenesi sembra trovare un sostegno nei risultati della genetica delle popolazioni:
ci sarebbe un’unica origine della specie umana, che dall’Africa orientale si sarebbe diffusa in tutto il
mondo attraverso una serie di migrazioni successive.
L’unicità del linguaggio non presuppone che tutte le lingue derivino dalla stessa lingua madre.

Natura degli universali linguistici e il metodo per individuarli: secondo i generativisti, gli universali
linguistici possono anche essere ricavati dall’esame di una sola lingua, mentre nella visione
funzionalista vengono considerate tutte le lingue. Un universale linguistico è una proprietà tipica a
tutte le lingue, quindi per falsare ciò bisogna trovare almeno una lingua in cui questa proprietà è
assente.

L’ipotesi innatista di Chomsky deve far conto che le lingue sono tutte diverse tra loro. Ha proposto
quindi una soluzione dettagliata con il modello dei principi e parametri: i principi sono gli elementi
invariabili della grammatica universale, mentre i parametri sono delle opzioni che essa lascia aperte
alla nascita. Il parametro distingue le preposizioni, il nome che precede il genitivo, il verbo, il
complemento oggetto, l’aggettivo…

In alternativa a Chomsky abbiamo l’impostazione sociolinguistica, che propone una correlazione tra
linguaggio e società. Il fondatore può essere considerato Weinreich, che analizza questo rapporto in
modo nuovo.
La sociolinguistica presenta e ripropone aspetti della grammatica generativa. La grammatica
generativa e la sociolinguistica, però, hanno degli obiettivi differenti perché la grammatica
generativa cerca ciò che è invariabile e universale nel linguaggio, mentre la sociolinguistica si
interessa alla variabilità e alle differenze linguistiche.

La conclusione di Chomsky è che i termini del linguaggio naturale si riferiscono solo a certe entità
mentali, e che è l’interrelazione complessa tra queste entità mentali e l’uso del linguaggio che ci
permettono di parlare del mondo esterno.

IN SINTESI:
Il 1900 è un periodo in cui la figura di Chomsky ha particolare rilevanza. Durante il corso del
secolo, si affermano la grammatica generativa e lo studio della prospettiva pragmatica, che
rappresenta un nuovo approccio allo studio del linguaggio. Possiamo trovare un’analogia tra le arti
del trivio (grammatica, logica e retorica) e la scienza dei segni (la sintassi, la semantica e la
pragmatica).
Si tratta quindi di una riformulazione e di un ripensamento delle classificazioni risalenti all’antichità
classica. Durante il 1900 si indaga sul rapporto tra linguaggio e mente e linguaggio e cervello, ma
sono importanti anche gli universali linguistici e il rapporto tra struttura e funzione del linguaggio.
L’ipotesi della grammatica generativa è quella di una struttura mentale innata per l’acquisizione del
linguaggio; l’ipotesi dei funzionalisti è che il linguaggio è acquisito solo in base a meccanismi di
intelligenza generale e alla loro intenzione con l’ambiente circostante.