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1. Parlare non necessario.


Parlare non necessario ed infatti, per centinaia di migliaia di anni, i nostri antenati hanno vissuto senza
parola. Questi avevano la stazione eretta, mangiavano cibi di natura varia ed utilizzavano materiali diversi
per costruire strumenti, grazie ai quali poi fabbricavano ripari, armi ecc, ma senza parlare. Poi comparve
la parola e, dopo altre decine di migliaia di anni, gli uomini sentirono il bisogno di fissare le parole che fino
ad allora erano soltanto pronunciate ed udite. Furono ragioni religiose (bisogno di tramandare riti,
cerimonie e preghiere) ed economiche (bisogno di definire propriet, contratti, conti) a spingerli a fare ci.
4000 anni prima di Cristo nacquero le prime scritture, su materiali come pietra, argilla e legno; queste
scritture erano ideografiche. Gli ideogrammi, come ad esempio i geroglifici, non indicano il suono di
ciascuna parola ma lidea, esprimono il suo significato. Dopo secoli, nella penisola del Sinai, furono
ricavati i segni del primo alfabeto dalle scritture geroglifiche: le lettere. Ciascuna di esse era capace di
individuare un suono e di distinguerlo dagli altri allinterno della lingua. questinvenzione fu molto
importante: infatti, un comune vocabolario contiene migliaia di parole diverse, scritte per combinando
poche decine di lettere. Il significante delle parole quindi costituito da un numero molto limitato di suoni
diversi. Il riconoscimento delle parole garantito da due fattori: la diversa natura dei suoni e il loro
diverso ordine. Gatto e rive sono due parole composte da suoni diversi; rive e veri hanno gli stessi suoni,
ma questi sono posti in ordine differente e ci ci permette di distinguerle.
Linvenzione dellalfabeto avvenuta verso la fine del 2000 a.C e da allora scrivere e leggere, attivit
precedentemente riservate a pochi, divent molto pi facile. Inoltre la scrittura ha permesso di fissare in
testi scritti i racconti, le storie, le leggi, le notizie tecniche, le osservazioni scientifiche ecc. di culture
passate. I Fenici diffusero larte della scrittura nel Mediterraneo e, in particolare, la passarono ai Greci. Da
questi ultimi presero lalfabeto i Romani e gli Etruschi e, mille anni dopo la sua invenzione, lalfabeto era
diffuso in larga parte dellEuropa e dellAsia.
Il processo di alfabetizzazione poi continuato con enorme lentezza. Quattro o cinque generazioni fa, la
conoscenza e la pratica della scrittura erano molto diffuse tra i Protestanti, ma altrove la maggior parte
della gente non aveva possibilit di imparare ad utilizzare lalfabeto, in quanto i dirigenti effettuavano
molti controlli; la maggior parte della popolazione era analfabeta. La situazione rimasta tale fino a tempi
molto recenti.
Nel 1848, Karl Marx e Friedrich Engels scrissero il Manifesto del Partito Comunista; questo si chiudeva con
lindicazione di dieci tipi di provvedimenti per i quali i proletari avrebbero dovuto battersi: il decimo
riguardava leducazione pubblica e gratuita per tutti i ragazzi. La diffusione del movimento comunista
diffuse quindi la capacit di leggere e scrivere allinterno di classi sociali che fino ad allora erano state
tenute lontano da queste pratiche. Lanalfabetismo per domina ancora gran parte delle popolazioni del
Terzo Mondo.
In Italia, durante lultimo censimento sono risultati analfabeti 1.608.212 persone; infatti molte persone
che non hanno terminato la scuola elementare, sanno scrivere il proprio nome ma nientaltro. Ci sono pi
di 9 milioni di persone che non hanno terminato la scuola elementare; spaventosamente, un italiano su
cinque non sa n scrivere n leggere. Nonostante tutto per queste persone riescono tranquillamente a
vivere e a contribuire alla vita economica della societ; quindi scrivere non necessario, e anche del
parlare si pu fare spesso a meno.
2. Le parole non sono tutto.
Ci sono ordini monastici cristiani in cui luso della parola ridotto al minimo o eliminato completamente.
La regola del silenzio una pratica antica e molto diffusa. Ma prendendo in considerazione la comune
realt, tutti gli esseri umani attraversano un periodo della vita in cui agiscono e ragionano senza utilizzare
la parola: durante il periodo della prima infanzia (dal latino in-non + fari-parlare = et del non parlare). La
prima parola fa la prima comparsa verso i 10 mesi; verso la met del secondo anno le parole usate sono
una ventina, dopodich si ha unimprovvisa crescita e, verso i 3 anni, il bambino conosce circa mille
parole. Fino ai 2 anni i bambini parlano per parole-frasi: dicono parole isolate che equivalgono ad intere
frasi del linguaggio adulto. Poco prima dei due anni cominciano a comparire composizioni di due parole e
successivamente i bambini cominciano ad utilizzare anche la grammatica degli adulti. Da questo
momento in poi, diventano forti le differenze tra lingue, tra classi sociali e livelli di istruzione. Ma
comunque importante evidenziare che i bambini vivono per alcuni anni senza il pieno possesso (nei
primi mesi senza nessun possesso) della parola. Ma durante questo periodo vivono gi come esseri umani
e anzi apprendono alcune delle pi importanti abilit, come usare le mani, stare seduti, camminare, usare
oggetti come mezzo per ottenerne altri, giocare, ragionare ecc.
Riguardo la discussione su che cosa separi gli esseri umani dalle scimmie e dagli altri animali, sappiamo
che unabilit specifica degli esseri umani il sorriso. Grazie a questo gesto i bambini entrano a pieno
titolo nella comunit ed imparano a farlo verso i 3 mesi, quindi molto prima di possedere la parola.
Dobbiamo ammettere per che, buona parte di ci che sappiamo fare, lo abbiamo appreso grazie ad
insegnamenti per lo pi filtrati attraverso le parole; senza laiuto del linguaggio verbale le civilt
sarebbero molto pi povere e semplici, e la vita sarebbe pi difficile. Per, le parole e le lingue sono una
parte di un insieme molto pi vasto: linsieme della comunicazione. Quindi, se vogliamo capire perch
importante saper parlare e scrivere, dobbiamo capire quanto, come e perch ci necessario comunicare.
3. Le parole e gli altri segni
I bambini comunicano gi quando ancora non parlano. Infatti i loro mezzi di comunicazione non sono le
parole, ma distinguono e apprezzano i diversi toni della voce e altri segni inviati loro da chi li cresce e
rispondono col sorriso o altri gesti. Anche crescendo, gli esseri umani non persono questa capacit di
usare come strumenti di comunicazione il corpo, i movimenti e gli atteggiamenti. [Anche gli animali

comunicano attraverso il corpo; si occupa di ci la zoosemiotica, che individua, classifica e descrive i


sistemi di comunicazione in uso tra insetti, pesci, volatili e mammiferi]. Esiste quindi una grande variet di
sistemi di comunicazione, chiamati codici di comunicazione o codici semiologici. Questi ci aiutano a
capire meglio le caratteristiche e le possibilit delle lingue utilizzate dagli uomini. Queste lingue sono nate
nel corso della millenaria evoluzione e storia della specie ed hanno un legame profondo con la natura
biologica degli esseri umani: per questo sono chiamate lingue storico-naturali. Ma dal momento che
sono composte da parole, sono dette anche lingue verbali (verbum significa parola in latino; la lingua
verbale fatta di parole e il linguaggio verbale la capacit di utilizzare le lingue storico-naturali). Queste
sono per solo un gruppo nel grande insieme dei codici semiologici. Per raggrupparli e classificarli, si
pensato di basarsi sul materiale di cui sono fatti i significante, ovvero le parti esterne delle parole; questa
strategia non del tutto soddisfacente perch ci obbligherebbe a considerare la stessa frase come
appartenente a codici diversi (acustico, chimico-visivo, gestuale-visivo, tattile) quando invece appartiene
allo stesso codice semiologico, ovvero la lingua italiana. Charles Sanders Pierce (1839-1914) ha
proposto allora una classificazione basata sul collegamento tra il significante e ci che il segno indica.
Distinse quindi i segni in tre categorie:
Indici segni strettamente legati a ci che indicano; un elemento ne indica un altro secondo un rapporto
di causa-effetto [nuvola = pioggia]
Icone segni in cui il significante assomiglia a cose che il segno indica. Rapporto di analogia tra ci che
indica e ci che viene indicato. [cartelli stradali, smiles]
Simboli nessun rapporto visibile tra segno e significante, se non convenzionale e culturale.
Lassociazione possibile quindi solo per alcune culture. [nero = lutto, semaforo rosso = stop, colomba
= pace]
Anche questa classificazione per criticabile perch raggruppa famiglie di codici semiologici diverse tra
loro senza possibilit di distinguerle. Per meglio classificare e distinguere i segni, necessario capire
come questi sono fatti.
4. Che cosa un segno e come fatto
Il segno innanzitutto composto da un significante, ovvero la parte del segno che viene facilmente
prodotta dallemittente e riconosciuta e percepita dal ricevente. Questo pu essere costruito con materiali
diversi, mantenendo per la stessa funzione. Ci non succede solo con le parole.
Ad esempio un semaforo prevede due tipi di funzionamento: luce gialla intermittente o alternanza di tre
tipi di luce. Quindi, attraverso le sue luci, il semaforo ci comunica qualcosa, emette dei segni.
/luce gialla intermittente/ un significante tramite il quale il semaforo ci segnala la sua esistenza e,
indirettamente, la presenza di un incrocio o un tratto di strada pericoloso. Con /rosso/ ci comunica che
non possiamo passare, con /verde/ che possiamo passare e con /verde-giallo/ che sta per finire il
momento in cui possiamo passare. Non esistono inoltre due semafori identici in tutto ed inoltre lo stesso
semaforo non emette sempre le stesse luci, in quanto varia la tensione elettrica e le luci atmosferiche nel
corso della giornata. Ma, anche se la luce rossa non sar sempre la stessa, ci che conta che il rosso
non si confonda col verde e che quindi il semaforo trasmetta il messaggio corretto. Le concrete luci, che
possono anche essere un po diverse tra loro di volta in volta, sono dette espressioni del significante.
Nonostante queste siano diverse, il significante rimane lo stesso. Quindi il significante una costante
mentre le espressioni sono variabili.
Laltra faccia del segno detta significato, ed linsieme di ci che si pu fare e comunicare col segno.
Al significante /rosso/ corrisponde un significato non passare. Il significato si realizza in sensi che
possono essere tra loro diversi; ad esempio, il significato di pane sempre lo stesso ma ha un senso
diverso a seconda di chi pronuncia la parola (fornaio, compratore, barbone, diabetico..).
Nella realt concreta noi riceviamo sempre espressioni di significanti e mai significanti, e diciamo sempre
e solo sensi e mai significati. Quindi non inciampiamo mai nei segni ma sempre nelle loro realizzazioni,
dette enunziati del segno. In tutti i codici, tutti i possibili segni si realizzano attraverso concreti
enunziati; in tutti, tutti i segni hanno due facce, significante e significato. Ogni significante, si realizza
attraverso innumerevoli espressioni concrete diverse tra loro.
Per capire come fatto un determinato tipo di segno, dobbiamo guardare come esso si colloca in rapporto
a:
Dimensione semantica rapporto tra il significato del segno e i possibili sensi che pu assumere
Dimensione espressiva rapporto tra il significante e le diverse espressioni che possono realizzarlo
Dimensione sintattica rapporto tra un segno e gli altri dello stesso codice
Dimensione pragmatica utilizzazione che di un segno fanno gli utenti, ossia i riceventi e gli emittenti
5. I linguaggi della certezza
Nel cruscotto delle auto si accende una luce quando la benzina nel serbatoio scende sotto un livello
minimo; ma se, mentre la macchina in moto, la luce spenta, possiamo stare tranquilli.
Questi linguaggi ammettono soltanto due segni: uno a significante ben evidente (luce accesa) e uno a
significante zero (luce spenta). I segni di questi codici consentono grande economia nel produrli e nel
percepirli. Lo stato di quiete sfruttato per indicare la situazione pi frequente e normale mentre altri
segni, come ad esempio la luce, sono usati per le situazioni relativamente rare e eccezionali. Questi codici
sono anche di uso molto sicuro: infatti un senso, se appartiene a un significato e a un segno, non
appartiene a nessun altro significato e non trasmissibile con nessun altro segno. Questi codici non
hanno sinonimi, cio segni o parti di segni che possano trasmettere uno stesso senso. Infine, in questi

codici, ciascun segno si oppone allaltro come un tutto a un tutto (o la luce spenta, o accesa). Non
comprendono inoltre parti utilizzabili per comunicare, quindi non sono articolati.
Possiamo definire questi codici semiologici come codici a segni non articolati, di numero limitato, senza
sinonimia.
Un codice a 12 segni molto antico ma popolare, quello dello Zodiaco. Ogni essere umano appartiene ad
una di queste 12 categorie e quindi ognuno di noi un senso, rientrante nelluno o nellaltro dei 12
significati, distinti dai 12 segni.
6. I linguaggi del risparmio
Collocare una persona tra i nati nellAriete, non significa soltanto raggrupparla con altri e distinguerla dsai
nati negli altri segni. Diciamo infatti anche che la persona nata in un certo periodo dellanno, successivo
a quello in cui sono nati gli Acquario e precedente a quello in cui sono nati i Leone o Vergine. Quindi
possiamo dire che i segni dello Zodiaco non stanno tra loro in un rapporto qualunque ma sono una fila
ordinata di segni, una serie di segni.
Venire prima, venire dopo, occupare un posto e non un altro pu servire a distinguere tra loro cose anche
molto simili. La serie quindi aiuta a distinguere e nominare cose (altrimenti uguali) come diverse, perch
vengono prima o dopo, sono meno o pi. Aiuta inoltre a valutare e nominare come eguali gruppi di cose
lontane, che altrimenti difficile mettere accanto e confrontare direttamente. I codici semiologici dove i
segni formano una fila, ci permettono non solo di classificare i sensi ma anche di confrontarli e ordinarli. I
segni di questi codici fanno un viaggio e due servizi raccolgono i sensi in classi diverse, in diversi
significati, e poi mettono in fila i significati ordinando di conseguenza i sensi.
C tuttavia un limite a questa capacit: quando gli elementi degli insiemi da mettere in ordine diventano
molti, avremmo bisogno di altrettanti segni. In astratto la difficolt non c, ma in concreto creata dalla
nostra memoria. Infatti, non facile tenere a mente un codice semiologico seriale che superi gli 8/10
segni. Quindi, fin da epoche remote, gli esseri umani hanno cercato e trovato unaltra soluzione: hanno
scoperto e messo in funzione una terza famiglia di codici semiologici i codici del raggruppamento o
della combinazione. possibile che gli stessi atti, messi in ordine diverso, acquistino un valore
differente. A un certo punto lo sviluppo delle tecniche, dei commerci ecc. mise gli esseri mani di fronte
alla necessit di nominare ordinatamente non pi una decina di cose, ma centinaia o migliaia di cose.
Quindi gli uomini misero a frutto la propriet per cui due raggruppamenti possono essere diversi sia se
sono fatti di cose diverse o di numero diverso, sia se sono fatti delle stesse cose ma disposte in ordine
diverso. Ci ha permesso molte semplificazioni: ad esempio per costruire i nomi della serie numerica
oltre il 10, ci serviamo di nomi che sono costruiti raggruppando in vario ordine pochi nomi, che sono
sempre gli stessi (nomi delle unit, delle decine, del cento e del mille).
7. Il gioco delle parti
Ripercorriamo le tre famiglie di linguaggi e codici incontrati finora:
Linguaggi della certezza codici semiologici a segni non articolati, di numero limitato, senza
sinonimia
Linguaggi del risparmio codici semiologici a segni non articolati, di numero limitato, senza
sinonimia ma ordinati
Altri linguaggi del risparmio codici semiologici a segni articolati, di numero limitato, senza
sinonimia, ordinabili
I linguaggi che sfruttano il diverso ordine di un numero ristretto di elementi per costruire un gran numero
di segni diversi sono detti linguaggi combinatori: i loro segni, a differenza delle prime due famiglie,
sono articolati, ossia sono fatti di parti la cui diversit pu essere significativa. Queste parti sono dette
unit del codice o anche monemi.
DA FARE
8. I linguaggi dellinfinito
Tutti sanno contare: ma quanti sono i numeri? In verit, non ha nessuna importanza sapere quanti numeri
da 1 in poi una persona conta in unora, in un giorno o in un mese. La cosa importante da dire che, dato
un qualunque numero, possiamo sempre aggiungere ununit e passare al numero immediatamente
successivo. Quindi, il numero dei numeri non ha limite, infinito. Per, nessuno contando pu arrivare
allinfinito: non mai attuale, ma solo possibile e quindi potenziale.
I numeri sono connessi alle parole e alla comunicazione perch, per prima cosa, i numeri sono nomi di
numero, quindi parole poste in una serie. Quindi il codice dei numeri e delle cifre articolato, ma ha
anche una propriet in pi rispetto alla terza famiglia di codici perch i suoi segni sono potenzialmente
infiniti. Ad esempio, affinch le cifre arabe possano essere di numero potenzialmente infinito, devono
avere due caratteristiche:
Deve valere la regola per cui la ripetizione (o iterazione) di una stessa cifra d luogo a segni diversi
Deve valere la regola per cui, data una cifra molto lunga, sempre possibile scriverne una pi lunga
aggiungendo un posto a destra o a sinistra.
Se un codice articolato ammette queste due regole, allora ammette un numero di segni potenzialmente
infinito. La cifrazione araba e quella romana, ma anche il linguaggio della chimica ammettono queste due
regole.
Ma tornando al linguaggio, quante sono le frasi di una lingua? i nomi di numero sono parole, sono
potenzialmente infiniti e quindi di per s le parole di una lingua sono potenzialmente infinite. Quindi
anche le frasi, che sono combinazioni di parole.
Se data una frase ripeto pi volte un elemento, effettivamente la frase pu cambiare e cambia.

Data la frase pi lunga che si sia mai trovata, possiamo sempre aggiungere qualcosa allinizio o alla fine e
quindi ogni frase pu sempre essere allungata un po.
Le frasi rispettano le due regole di cui avevamo parlato prima quindi possono essere definite come
potenzialmente infinite.
I linguaggi dellinfinito si possono definire come codici semiologici a segni articolati, di numero
illimitato, senza sinonimia, ordinabili in modi infiniti.
9. I linguaggi per risolvere i problemi
Tutti i linguaggi di cui abbiamo parlato finora sono sempre linguaggi della certezza, perch chi li usa non
ha problemi a scegliere la forma pi adatta. Tra i gruppi di sensi, tra i significati e i significanti c un tipo
di corrispondenza one-to-one e quindi biunivoca.
Attraverso esperienze preistoriche le menti degli uomini hanno imparato la e, la congiunzione che mette
insieme e coordina: questo stato un passo molto importante perch gli uomini hanno imparato che una
certa quantit doggetti pu essere rappresentata in pi modi, come ad esempio /7/ ma anche /3/ e /4/, /
2/ e /5/. Laritmetica elementare un linguaggio col quale possiamo rappresentare un numero infinito di
operazioni per calcolare le possibili sinonimie tra numeri. Ci troviamo di fronte ad una nuova famiglia di
linguaggi che chiamiamo calcoli: codici semiologici a segni articolati, di numero illimitato, ordinabili in
modi infiniti, con sinonimia. La certezza qui non pi un dato immediato: certa la soluzione del
problema, che una e una sola.
Appartengono a questa famiglia tutti i linguaggi che la matematica ha costruito per consentirci di porre e
risolvere problemi sempre pi complessi (linguaggio della notazione musicale, della notazione di reazione
tra sostanze chimiche, la segnaletica stradale..).
Il linguaggio verbale ha molte parentele con i linguaggi di questo tipo.
Innanzitutto ci sono parentele storiche: gli esseri umani hanno potuto creare laritmetica perch
avevano le parole per nominare i numeri e le parole per indicare operazioni; mano a mano sono nati
linguaggi matematici sempre pi generali, che si lasciano sempre pi difficilmente riportare alle parole di
una lingua storico-naturale. Ma anche il pi astruso linguaggio matematico trae da qui la sua origine.
Inoltre, moltissimo nel funzionamento della lingua pu essere rappresentato come se fosse un calcolo;
anche le frasi di una lingua possono stabilire sinonimie. Inoltre, la congiunzione e pu equivalere al
simbolo +. Ci sono parole o parti di parole che indicano sensi esterni alla frase e parole o parti di parole
che indicano le operazioni da compiere: nella frase il gatto beve il latte, le parole in corsivo
corrispondono ai simboli delle operazioni e alluguale mentre quelle sottolineate alle cifre. Nelle frasi
mettiamo insieme i temi delle parole nel modo che ci indicato da articoli, desinenze dei nomi e dei
verbi, preposizioni e congiunzioni. Quindi per molti aspetti la lingua somiglia a un calcolo.
10. Il filosofo e Pulcinella
Nella prima parte di questo secolo, il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein ha cercato di capire come
funzionano i linguaggi. Scrisse un libro, il Trattato logico-filosofico, nel quale sosteneva che la lingua un
calcolo perch le frasi sono come le operazioni aritmetiche con i loro simboli funzionali (preposizioni,
congiunzioni ecc) e i loro numeri (le parole). per motivi di lavoro si trasfer a Cambridge dove conobbe un
economista di origine italiana, Piero Sraffa, con il quale Wittgenstein faceva lunghe discussioni
riguardanti le sue teorie. Un giorno la discussione divent molto accalorata e Sraffa, per manifestare la
sua incertezza, fece un gesto tipico della sua patria: il linguaggio dei gesti infatti nato a Napoli e si poi
diffuso in tutta Italia. Un ruolo importante allinterno del linguaggio gestuale lo hanno le grattatine:
una particolarmente importante si fa con la punta delle dita della mano destra, sfregando la parte sinistra
del mento. Questo gesto carico di significati e infatti a tradurlo in parole ci vorrebbe un intero discorso.
Wittgenstein rest molto stupido perch il gesto di Sraffa era un segno, in quanto esprimeva qualcosa e
serviva a comunicare unesperienza in una particolare situazione. Un segno, infatti, non deve
necessariamente essere una struttura come una formula matematica, ma deve essere sempre qualcosa
che si inserisce in una catena di rapporti tra persone che interagiscono. Wittgenstein si dedic a riflettere
su quel che c nelle parole e non c nei calcoli e raccolse le sue riflessioni nelle Ricerche filosofiche,
opera che apparve nel 1953, dopo la sua morte. Ovviamente per non era stato solo il gesto di Sraffa a
far pensare Wittgenstein: prima di andare in Inghilterra aveva fatto il maestro di scuola elementare in
alcuni paesi austriaci di montagna, dove visse delle esperienze decisive. Egli parlava un tedesco molto
colto, mentre i ragazzini montanari un tedesco piuttosto povero: ma nonostante ci, riuscivano a capirsi.
Ogni giorno, attraverso le parole scritte e parlate, ci accade di capirci con persone che non conoscono
tutte le parole che noi conosciamo. Infatti i vocaboli che ognuno di noi conosce e sa usare sono, in parte
pi o meno notevole, ignoti ad altri. Ogni mestiere, ogni sport, ha il suo vocabolario, il quale ben noto a
chi lo pratica ma sconosciuto ad altri. Vi poi il caso dei paesi come lItalia dove si incrociano modi di
parlare anche parecchio diversi tra loro. Quindi, se volessimo giocare a non capirci, ognuno di noi
potrebbe spiazzare i suoi ascoltatori: ma ovviamente questa esibizione di parole sconosciute piuttosto
rara, perch la gente quando parla o scrive lo fa perch si propone di essere capita e quindi cerca di usare
parole e frasi in modo che siano trasparenti al maggior numero possibile di persone.
Wittgenstein cap che questo era un fatto straordinario: se la lingua fosse un calcolo, non dovrebbe
succedere che i diversi utenti conoscano ciascuno monemi di base diversi. In un calcolo, tutte le
espressioni devono essere composte o di simboli noti o riducibili
7+a numeri noti. In una lingua per non cos e quindi possiamo affermare che le lingue non sono
calcoli.
11. Il linguaggio creativo

Wittgenstein cap che parlare molto diverso da calcolare; le parole sono qualcosa di pi e di diverso dai
numeri.
Laritmetica caratterizzata da alcune regole, tra cui lassioma di non-creativit: le regole fondamentali e
le unit di base non devono cambiare mentre si esegue unoperazione ma devono rimanere le stesse.
Una lingua non rispetta questo assioma: ogni giorno possono nascere parole nuove, sparire parole usate
fino ad allora, riapparire parole dimenticate. Per chi parla una lingua queste esperienze sono normali, ma
la massa di parole di una lingua non oscilla solo attraverso la massa sociale o il tempo: oscilla e varia
anche da una regione allaltra. Le lingue quindi sono insiemi fortemente creativi.
12. Siamo tutti un po creativi..
Laggettivo creativo e il sostantivo creativit sono stati usati in sensi diversi. C un primo antico senso di
creazione e dei vocaboli affini legato alla Bibbia, la quale definisce la creazione dal niente. Quando
parliamo di creazione in riferimento al mondo degli esseri viventi non possiamo mai intendere creazione
dal nulla ma possiamo avvicinarci a questo modello quando inventiamo. Inventare significa trovare
con lintelligenza, con lingegno, qualcosa di nuovo. Chi inventa una parola non crea dal niente: abbiamo
infatti liste di parole di cui conosciamo lanno di nascita, nate adoperando i suoni di diverse lingue. In
secondo luogo, le parole di nuovo conio sono verbi o nomi o aggettivi, sono nomi maschili, femminili o
senza distinzione di genere: quindi oltre a non creare i suoni di cui sono fatte non creano neppure la
loro grammatica. Inoltre, in molti casi linvenzione di nuove parole consiste nel prendere vecchi
materiali linguistici fuori uso (che generalmente appartengono al latino o al greco) e nel rilanciarli con
forma e valori riadattati per esprimere sensi nuovi. Quindi le parole nascono pi o meno regolarmente da
altre parole gi note: rarissimo trovare una parola inventata di sana pianta. Pu capitare di non riuscire
a rintracciare letimo, ma ci dipende soprattutto dalla nostra ignoranza. Tuttavia, la coniazione di una
parola e ogni altra invenzione delluomo sono una manipolazione imprevista dei materiali a disposizione.
E la creativit come invenzione ha un ruolo importante nel linguaggio. Tutti sono costretti a essere un po
creativi quando leggono o ascoltano: spesso infatti ci imbattiamo in parole che non avevamo mai sentito.
Per capirle, i pi istruiti possono ricorrere al vocabolario ma perlopi ricostruiamo un possibile senso per
le parole nuove tirando ad indovinare.
13. Elogio dellimitazione
La prima creativit quella di cambiare e manipolare i termini del gioco, ma ne esiste una seconda che
invece rispettosa al massimo di termini e regole: tipica di chi si muove entro una tecnica data e ne
sfrutta le possibilit, risolvendo il numero maggiore di problemi. Tipica dei codici semiologici con
sinonimia calcolabile (cap. 9 e 10) questa creativit regolare. Entrambe per, sia quella inventiva ed
estrosa che questa regolare, sono importanti nella nostra vita e nel nostro parlare.
Gran parte delle frasi con cui entriamo in contatto sono nuove e mai viste prima esattamente in quella
forma. La creativit regolare ci guida verso il costruirsi delle nostre frasi e la loro comprensione; quella
inventiva interviene solo laddove ci troviamo dinanzi a parole ignote o alla necessit di farci capire
inventando una parola o una costruzione, forzando i limiti gi noti del vocabolario e della sintassi.
Il filosofo italiano Benedetto Croce stato un teorico della parte che spetta alla creativit intesa come
invenzione, mentre Noam Chomsky ha esaltato limportanza della creativit regolare. Meno sostenitori
ha avuto la ripetizione, o imitazione. Il gioco della ripetizione per il primo del bambino che impara a
parlare: se gli esseri umani non sapessero imitare e ripetere non potrebbero imparare una lingua.
Nella societ di oggi essere originali e creativi diventato un obbligo: ma se ognuno spengesse a fondo
queste pretese, ogni persona parlerebbe in modo radicalmente diverso da ogni altra e ci creerebbe
molta confusione. La comunicazione finirebbe e con essa la vita stessa: perch per tutte le specie viventi,
vivere e sopravvivere significa prima di tutto saper ripetere e imitare. Quindi, se vogliamo capire e farci
capire, dobbiamo rassegnarci ad essere poco originali: dobbiamo imparare a ripetere quanto pi
possiamo parole gi note a noi e agli altri, a combinarle in modi noti e a intendere ci che sentiamo o
leggiamo nel modo pi consueto e ordinario. In realt, anche limitazione e la ripetizione sono creative:
non ci sono mai due situazioni o due fatti esattamente uguali perch chi imita lo fa necessariamente in
condizioni diverse da quelle in cui si prodotto il modello imitato e ripetuto.
14. La flessibilit delle parole
La capacit di ripetere le parole nei sensi gi noti, di combinare le parole in enunciati anche nuovi ma
previsti dalle regole di grammatica gi apprese e la capacit di estendere una parola o una frase gi nota
fino ad esprimere nuovi sensi sono tre capacit ereditate dagli esseri umani con il patrimonio di altre
capacit e possibilit che portano con s dalla nascita e che quindi fanno parte del patrimonio
genetico. Queste non si sviluppano per in ogni circostanza: i bambini abbandonati in solitudine o tenuti
in condizioni di isolamento sviluppano male e poco la capacit duso delle parole.
Sotto una certa soglia di et, collocata intorno ai 7-8 anni, i piccoli vissuti in solitudine se sono riammessi
in un ambiente adulto che li cura, possono recuperare velocemente il ritardo. Ma superata questa soglia,
essi perdono per sempre la capacit di acquistare luso del linguaggio verbale. Dunque c unet critica
per lapprendimento del linguaggio che si colloca tra i primi mesi di vita, quando i piccoli danno via al
gioco dellimitazione e della ripetizione, e gli otto anni circa: chiaro il legame del linguaggio con i ritmi di
maturazione dellorganismo. Il linguaggio ha profonde radici nella vita del nostro corpo: prima di una certa
et inutile ogni forzatura, perch queste radici non si sviluppano, ed oltre una certa et, se queste non
hanno avuto modo di svilupparsi, non lo faranno pi. dobbiamo per riflettere sul fatto che il linguaggio si
sviluppa entro soglie fissate dalla natura ma, se entro queste soglie il piccolo non inserito nellambiente
adulto con affetto e con possibilit di avere rapporti con altri esseri umani, non si svilupper comunque.

Per lungo tempo i filosofi hanno contrapposto natura e societ ma, dinanzi al linguaggio, queste
contrapposizioni reggono male, perch questa capacit si sviluppa proprio allincrocio di natura e societ.
Con laiuto delle tre capacit della ripetizione, della combinazione e dellinvenzione, in un ambiente
familiare e sociale normale, fin da piccoli gli esseri umani avanzano nella conquista della loro lingua, e in
ogni momento importante la cooperazione delle tre capacit, soprattutto per quanto riguarda lo
sviluppo della funzione riflessiva o metalinguistica. Da una certa et in poi a tutti capita di chiedere
cosa significa questa parola?: ci ci serve a parlare delle parole. queste frasi sono come uno specchio in
cui parole e parti di parola si riflettono e parlano di se stesse. Quando usiamo la lingua per riflettere sulla
lingua quindi mettiamo in atto una funzione metalinguistica. Allo sviluppo di essa sono necessarie tutte e
tre le altre capacit: la ripetizione serve per afferrare la parola che abbiamo sentito e di cui vogliamo
parlare, la combinazione per inserire la parola in una frase ma anche la capacit di inventare
importante. quando noi chiediamo o diamo spiegazioni su una parola, usiamo la parola in questione come
nome della parola stessa: questo fatto ovvio ma allo stesso tempo raro nella comunicazione. La
funzione metalinguistica la propriet pi tipica del linguaggio verbale in confronto ad altri linguaggi.
Negli altri codici semiologici possiamo dire tante cose che per sono sullo stesso piano. Le lingue invece
appartengono ad una famiglia di codici i cui segni sono deformabili. Possiamo alterarne il significante per
coniare parole nuove e dilatarne il significato per esprimere sensi nuovi, mai detti prima. Con parole e
frasi siamo in grado di riferirci ad esperienze reali o soltanto possibili di tutti i tipi. Grazie alla funzione
metalinguistica possiamo evitare che il parlato si trasformi in un caos, in cui ognuno estende i significati
delle parole a modo suo e usa parole tutte sue. Cos gli uomini hanno potuto vivere e pensare fatti ed
esperienze di ogni genere e la specie umana ha potuto farsi la pi adattabile di tutte le specie animali
della Terra.
15. Kant, la contadina e le parole
Le frasi possono essere articolate, cio distinte in parti significanti ciascuna per conto suo, i monemi.
Inoltre possono disporsi in una gran quantit di ordini, a seconda del criterio che scegliamo. Sono
inoltre di numero infinito e ammettono la sinonimia che per pu non essere calcolabile: ci avviene a
causa della flessibilit dei significati, della loro estensibilit sotto la spinta delluso che ne fanno i parlanti
e gli scriventi.
Rispetto alle altre cinque famiglie di codici, le lingue storico naturali possono definirsi come appartenenti
a una sesta famiglia e sono: codici semiologici a segni articolati, di numero illimitato, ordinabili in modo
infinito con sinonimia non calcolabile e quindi con segni i cui significati possono riferirsi a sensi
appartenenti a piani diversi desperienza, compreso il piano costituito dalla lingua stessa, dalle sue parti e
dal suo funzionamento e storia.
Ogni persona che faccia uso di una lingua pu svilupparne significanti e significati in direzioni diverse. Un
limite a questa divergenza costituito dalla necessit di comprendersi e farsi comprendere: tale necessit
spinge allimitazione e alla ripetizione. A ridurre le divergenze inoltre interviene la funzione
metalinguistica: coloro che parlano o scrivono possono scambiarsi informazioni necessarie a intendere
elementi linguistici nuovi o fino ad allora non noti. Pu accadere per che limiti e freni della diversit
vengano meno: quando le istituzioni di una societ entrano in crisi o quando gruppi di persone si
separano a lungo nello spazio e nel tempo, nascono tradizioni linguistiche diverse al posto di una
sola; cos accaduto quando dal latino sono nati gli idiomi neolatini.
Ferdinand de Saussure e il logico e filosofo tedesco Rudolf Canap sono giunti a una stessa conclusione.
Nel 1887 il medico polacco Ludwig Zamenhof invent una lingua detta esperanto; essendo
convenzionale, artificiale e rigida, doveva servire da lingua comune adottabile da tutti i popoli del mondo.
Ma i due osservarono che, alla lunga, finch vi saranno popoli indipendenti e nazioni diverse,
dallesperanto potranno sorgere tradizioni linguistiche divergenti. Questo perch la lingua ha una natura
creativa e il suo uso sempre esposto a innovazioni.
Anche allinterno di una popolazione che parla la stessa lingua si possono trovare variazioni pi o meno
accentuate. Dove c poca differenza tra classi sociali, una diffusa accettazione dei modelli di vita,
produzione e costume e un comune buon livello di istruzione ci sar anche una diffusa adesione a una
stessa tradizione linguistica. Ma dove ci sono forti differenze tra classi sociali, centri diversi da cui si
propagano modelli di vita e forti differenze a livello di istruzione, dobbiamo aspettarci una forte differenza
anche nelluso delle parole. LItalia si presenta come una societ di questo secondo tipo: ci sono infatti
forti differenze a livello di lingua. una parte della popolazione parla abitualmente solo litaliano (34%), una
solo dialetti (23%) ma la grande maggioranza parla sia litaliano che uno dei dialetti. Tra i dialetti e
litaliano vi sono differenze di suoni, significati e grammatica; molti riservano luso del dialetto a
esprimere affetti e fatti della vita quotidiana e litaliano a contenuti pi pubblici o elevati ma, dal punto di
vista delle cose che si possono esprimere con dialetti e lingue, dobbiamo avere chiara la pari dignit di
tutte le lingue usate dagli uomini. Infatti, le parole e le frasi sono fatte in modo da poter dare espressione
a ogni possibile esperienza. A causa di questa sua flessibilit semantica, una lingua pu servire per
raggiungere obiettivi di ogni tipo. A ci si accompagna una grande flessibilit pragmatica (cap. 4) e da
entrambe deriva la grande utilizzabilit sociale delle lingue. Si possono vedere le cose sia in positivo
che in negativo. Limpossibilit di indicare di che cosa con una lingua impossibile parlare si lega
allimpossibilit di dare una lista chiusa e completa dei fini per i quali parliamo; ci da vita ad una terza
impossibilit, ossia quella di fare lelenco completo e chiuso delle categorie di persone che possono usare
parole e frasi di una lingua. In positivo, tutta unintera societ costretta a ritrovarsi nelluso delle parole.
Tutti possiamo metterci in rapporto, grazie alle parole con persone che non avremmo mai pensato di
avvicinare.

Anche in materia di linguaggio troviamo la traccia della diversa condizione economica, scolastica, sociale
ecc. di chi parla e scrive; ma le parole sono fatte in modo che, nel loro uso, sia possibile a tutti rispondere
alla necessit di ritrovarsi per costruire insieme la soluzione comune ai problemi vitali. Ma una lingua non
fatta a compartimenti stagni e pu arrivare il momento in cui categorie lontane devono fare i conti con
la necessit di trovare il modo di capirsi a parole.
Ci sono tante situazioni in cui conviene adoperare le parole badando soprarutto allargomento e alla
rapidit e precisione della comunicazione: questo pu e deve avvenire quando parliamo tra e per persone
che si occupano delle stesse cose. comodo, per brevit e precisione, ricorrere a termini tecnici carichi di
significati che chi estraneo al mestiere pu non capire. Ma quando usciamo da questo cerchio ristretto
di persone possiamo e dobbiamo trovare, fra le parole di una lingua, quelle che veicolano meglio i sensi
che vogliamo esprimere.
16. Gli ordini delle parole
Parole e frasi sono uno strumento di grande libert; le costrizioni e gli obblighi ci sono, ma vengono da
fuori perch parole e frasi si offrono come mezzi per esprimere ogni senso possibile. Lo spazio
linguistico per non il caos, in quanto ci sono degli ordini. Un primo tipo di ordine viene
dallimitazione: la prima fonte per conoscere parole la famiglia. Successivamente i bambini entrano a
contatto con ambienti sociali diversi e sempre pi differenti, cos il vocabolario e la grammatica si
ampliano sempre di pi. tutte le migliaia di parole che gli adulti conoscono non sono per sullo steso
piano dal punto di vista della loro notoriet e dellimportanza della lingua. Ci sono parole di ambito
soltanto familiare; altre che appartengono a un ambiente pi vasto ma comunque ristretto, e sono le
parole proprie della parlata del nostro luogo di origine. Consideriamo le lingue usate da societ
complesse, come litaliano. Quante parole ha? Nel corso dei secoli sono state scritte centinaia di migliaia
di pagine e sono state dette miliardi di frasi diverse. Se teniamo conto di tutte le parole, la cifra si aggira
intorno a molti milioni. Ma anche se non consideriamo i vocaboli occasionali, la cifra resta comunque
enorme e intorno alle 500.000/700.000 parole.
Esaminare, per chi prepara un dizionario, vuol dire scegliere, selezionare. Se ci non venisse fatto si
rischierebbe di essere sommersi dalle parole; se tutti i blocchi terminologici propri solo di un singolo
ambito dovessero figurare al completo in un dizionario, le parole da registrare sarebbero milioni. Quindi i
vocabolari si danno criteri di selezione e si cerca di accogliere solo la terminologia tecnica pi
costantemente ripetuta e i vocaboli che possono incontrare pi persone possibile. Immaginiamo il lessico
di una lingua come una grande sfera: nello strato pi esterno si collocano gli hapax [parola che compare
una sola volta] dei testi pi significativi e diffusi e i termini di linguaggi speciali che non escono fuori da
testi fatti da particolari categorie di persone. C poi uno strato pi interno dove si trovano parole dei
linguaggi speciali o di aree locali che hanno per una certa circolazione fuori dellarea di origine. Queste
parole costituiscono il vocabolario comune. Questo ha al suo interno altri due strati concentrici: in primo
luogo viene il vocabolario di base, costituito dai vocaboli largamente noti ai componenti delle pi
svariate categorie di persone. Vengono isolati i termini noti a coloro che hanno frequentato la scuola fino
alla 3 media e sono circa 7.000 vocaboli diversi. C infine il nucleo pi interno, il vocabolario
fondamentale: sono i vocaboli che chi parla una lingua ed uscito dallinfanzia conosce, capisce e usa.
Sono le parole di massima frequenza e disponibili a chiunque in ogni momento, e comprende circa 2.000
parole, capite e usate comunemente dal 79% della popolazione. Il vocabolario fondamentale linsieme
delle parole note a quelli che hanno una conoscenza e pratica almeno elementare dellitaliano.
Ci sono poi parole che circolano in pi paesi del mondo; la loro grafia e la loro pronuncia possono essere
adattate ma sono comunque parole internazionali, di solito proprie di linguaggi speciali molto diffusi
nel mondo. Una parola tipica di un solo ristretto luogo si dice invece idioma; una che circola in molti
luoghi e ambienti si dice politopica; una parola come sport, diffusa ormai in quasi tutte le lingue del
mondo, si avvicina ad essere pantopica. Le parole note soltanto in un ambiente ristretto costituiscono un
idioletto, quelle note in un ambiente locale o regionale un dialetto. La lingua linsieme delle parole
note a estese collettivit per molto tempo. Quando parliamo, sta alla nostra discrezione scegliere parole
pi o meno idiolettali o pantolettali: con le prime ci facciamo capire bene dai nostri familiari ma male da
altri, con le seconde pu succedere il contrario.
Vi poi un secondo tipo di ordinamento delle nostre parole e frasi. Le parole hanno una gran quantit di
sensi diversi e, per effetto della grande complessit della vita sociale, economica e produttiva, moltissime
parole hanno sensi che si raggruppano in famiglie di sensi che chiamiamo accezioni. Inoltre, quanto pi
una frase vale per la sua pura e semplice forma, indipendentemente dal contesto, tanto pi formale.
Quanto meno indipendente dalla situazione, quanto pi funziona solo con persone che ci conoscono
bene, tanto pi informale.
17. Il linguaggio interiore ed esteriore e gli stili collettivi
Unaltra serie di scelte dipende dal canale che adottiamo e dai riceventi che immaginiamo o abbiamo
dinanzi.
Quando usiamo le parole, spesso lo facciamo in assenza di interlocutori: accade di parlare tra s e s e
quindi internamente. Soprattutto il linguaggio verbale ammette un uso interiore o endofasico.
unesperienza che ciascuno ha: i bambini conoscono dapprima solo il linguaggio esteriore o esofasico e
poi il linguaggio egocentrico, per parlare da soli il linguaggio endofasico uninteriorizzazione di
questa pratica infantile. Non abbiamo limiti nel linguaggio interiore, perch nessuno pu rimproverarci di
nulla.
Se decidiamo di usare le parole esteriormente si apre invece una serie di possibili scelte, non sempre tra
loro alternative. Innanzitutto possiamo rivolgerci a uno o a molti; a partire dalla met del secolo scorso

grazie allo sviluppo dei mezzi di comunicazione si avuta anche la possibilit di comunicare con la voce a
distanza e quindi si sono moltiplicate le possibili scelte del tipo di destinatari. Gi da tempi antichi, la
scrittura ha permesso agli uomini di comunicare con le parole a destinatari lontani nel tempo e nello
spazio. quindi evidente la libert di scelte diverse che abbiamo nel momento in cui decidiamo di
utilizzare le parole. Possiamo scegliere parole pi o meno locali, pi o meno generalizzate o informali,
parole che diciamo soltanto tra noi o che destiniamo ad altri.
Ogni volta che usiamo le parole siamo costretti a fare delle scelte; questo lo stile, ovvero il modo in cui,
dato un senso da esprimere in parole, organizziamo le parole in frasi e le frasi in discorso. Resta ferma
lindipendenza delle tre serie di scelte ma anche abituale che una scelta, una volta fatta, tenda a
portare con s scelte negli altri due ordini possibili: nascono cos gli stili collettivi. Lo stile parlato
linsieme di scelte che si accompagnano pi facilmente al parlare; parlando tendiamo ad improvvisare e
quindi c poco tempo per scegliere parole o formule rare. Tendiamo a privilegiare il vocabolario che ci
pi consueto e a portata di mano e tendiamo a non costruire frasi troppo formali, ma piuttosto frasi
immediatamente apprezzabili da chi ci ascolta o vede. Quindi lo stile parlato tendenzialmente informale,
ricco di vocaboli di forte quotidianit e alta frequenza. Lo stile scritto invece caratterizzato da vocaboli
e costruzioni pi rare, specifiche per largomento di cui trattiamo. Le frasi tendono ad essere pi formali e
distaccabili dalla situazione in cui produciamo il discorso.
Conoscere bene una lingua significa sapersi destreggiare tra i vari stili collettivi.
18. Le condizioni esterne del discorso
Quando dobbiamo costruire un discorso ci troviamo davanti nello stesso momento le cose da dire, le
persone a cui rivolgerci, i motivi per cui dobbiamo o vogliamo parlare/scrivere, i mezzi espressivi, le
condizioni dellambiente, il tempo e lo spazio disponibili: un intreccio dal quale occorre cercare di estrarre
il discorso pi adeguato a ci che serve.
Distinguiamo tra fattori interni e condizioni esterne. Le condizioni esterne sono quelle condizioni che
non siamo noi o noi da soli a scegliere e determinare ma che ci vengono imposte dalle circostanze. Una
condizione esterna ad esempio il tempo che abbiamo a disposizione. Soprattutto nel caso del parlato,
questo pu essere minimo. In una conversazione generale improvvisiamo. Quindi la regola non pu essere
altro che la spontaneit, con un solo limite: la pazienza dellinterlocutore. Diverso il caso dei colloqui
formali, dove non c niente di male a predisporsi alle cose da discutere. Qualche appunto scritto aiuta a
risparmiare tempo e a evitare il rischio di non trattare nel colloquio cose importanti. Importante anche lo
spazio, e ci si nota ad esempio dal fatto che le pubblicit hanno un costo a seconda dello spazio
occupato. Infine importante anche la condizione grafica: meno nitida e formale la grafia, pi
conviene tenersi sul breve, elementare e semplice. Migliori sono le condizioni di leggibilit, pi ci si pu
avventurare verso periodi complessi, vocaboli rari e argomentazioni sottili.
19. Nella fabbrica dei discorsi
Fattori interni del discorso sono: il contenuto (componente semantica), i fini che si vogliono realizzare
parlando (componente pragmatica), i destinatari (componente sociopragmatica) e infine parole e frasi
(componente linguistica).
Contenuto rispetto al tempo e allo spazio fissati dalle condizioni esterne, si ha spesso limpressione di
avere troppo o troppo poco da dire. La grande flessibilit della lingua per ci mette in condizioni sempre
ideali, basta che siamo disposti a vederle e metterle in pratica.
Destinatari e fini oltre ai limiti di tempo e spazio abbiamo soprattutto limiti interni rappresentati dal tipo
di uditorio e dalle finalit che vogliamo realizzare. I modi di esporre un contenuto sono innumerevoli;
possiamo e dobbiamo scegliere tra i tanti in funzione di ci che ci proponiamo dinanzi a destinatari
particolari. Per ogni argomento occorre isolare ci che gli pertinente dal punto di vista dei fini del
discorso dinanzi a determinati destinatari. RIGUARDA
20. La scelta delle parole
Fuori dalle relazioni con le cose da dire, i fini e i destinatari del dire, le parole non hanno valore.
importante tenere presente il consiglio di Catone il Censore: rem tene, verba sequentur = possiedi
bene largomento e le parole verranno da s. Non sempre per le parole vengono da s pacificamente; in
verit il consiglio dellantico scrittore era fondato su unidea semplicistica di parole e lingua. Secondo
questa idea ciascuna parola indica una categoria di oggetti o azioni e a ciascuna categoria di oggetti e
azioni corrisponde una parola; la lingua era vista come specchio fedele della realt. Noi sappiamo per
che non cos perch una certa cosa pu essere indicata nei modi e con le parole pi diverse. Alcuni
studiosi credono tuttavia che la libert di parola abbia un limite, dato dallinsieme dei valori grammaticali
(singolare e plurale, persone del verbo, tempi, modi ecc.). Il vocabolario il regno della libert, la
grammatica il dominio degli obblighi.
Dobbiamo inoltre sottolineare che ogni parola pu servire a indicare cose, fatti ed esperienze che tra loro
giudichiamo assai diverse: quindi ogni parola equivoca perch vuol dire cose diverse. la grande
maggioranza delle parole del vocabolario comune ha una pluralit di accezioni, ma pi estendiamo il
contesto fatto di altre parole e frasi, pi limitiamo le possibilit di equivoco.
Quindi, chi scrive per dire qualcosa di utile agli altri deve chiedersi se le parole e le frasi che ha scelto
sono le pi adatte a far entrare il destinatario nel senso che gli si voleva comunicare.
21. Parole per farsi capire
La scelta delle parole avviene in modo molto diverso se facciamo un discorso parlato o un discorso scritto.
Parlando, possiamo e dobbiamo tenere docchio il volto degli ascoltatori che non fanno misteri, con
lespressione dei volti, di ci che pensano: quindi se le parole non sono adatte, ci sono infiniti segnali che
ce lo comunicano. Chi scrive non ha questo continuo controllo quindi scrivere unarte molto pi difficile

che parlare: necessario prevedere di pi e a distanza di tempo. quindi un buon accorgimento essere
meno informali nello scritto piuttosto che nel parlato. Conviene costruire frasi e scegliere parole che
possano essere significative il pi possibile fuori da determinate situazioni. Gi scegliere una lingua o un
argomento piuttosto che altri significa tagliare via una quantit immensa di possibili destinatari. Vale
sempre la pena quindi riflettere su ci che diciamo o scriviamo tornare su quel che abbiamo scritto e
cercare i mezzi verbali che rendano meno difficile, al maggior numero di persone, lacquisto del senso che
volevamo comunicare. Chi intende scrivere testi rivolti ad un pubblico ampio deve avere una buona
conoscenza del tipo di parole che possono essere note in partenza al suo pubblico. Nella scuola, dovrebbe
essere un obiettivo ragionevole verificare che, alla fine della scuola media, accanto ad altre parole
specifiche ogni alunno conosca almeno tutte le parole dellelenco del vocabolario di base. Chi vuole
risultare comprensibile dovrebbe cercare di evitare parole estranee allelenco o, se non pu farne a meno,
bene che le introduca in modo che siano comprensibili. Un discorso pu essere anche costruito con
parole estranee allelenco purch spiegate con parole di base: la spiegazione pu essere data sia grazie
alla rubrica, dove la parola rara messa in esponente e viene indirettamente spiegata, oppure si pu dare
una definizione diretta e esplicita (con X intendiamo che..). Infine una buona soluzione affidarsi al
contesto: usando parole largamente note, grazie ad esso possibile dare le informazioni necessarie a
intendere un termine meno noto.
22. Frasi per farsi capire
La grande libert di scelta che abbiamo con le parole, la abbiamo anche con le frasi: i tipi di frase possibili
in una lingua sono infiniti.
Dalle frasi monoreme, fatte di una sola parole, si passa alle frasi fatte di pi parole ma senza verbo e poi a
frasi pi complesse dove le parole sono raccolte intorno a un verbo, le proposizioni. Diversi procedimenti
consentono di mettere insieme pi proposizioni in una stessa frase. Il procedimento pi semplice la
giustapposizione, cio lallineamento di proposizioni luna accanto allaltra senza congiunzioni. Le
congiunzioni coordinanti o avversative (e, ma) marcano il rapporto di proposizioni nella stessa frase: frasi
con proposizioni connesse solo da congiunzioni coordinanti si dicono paratattiche. Il procedimento pi
complesso la subordinazione: una proposizione viene scelta come principale e le altre vengono
collegate ad essa attraverso congiunzioni subordinanti (quando, perch) o attraverso i pronomi relativi
(che, in cui, da cui..): sono dette ipotattiche.
Una lunga tradizione scolastica raccomanda le frasi ipotattiche come pi logiche e gradevoli. Tralasciando
il gusto, luso di frasi breve favorisce la comprensione di un testo. Frasi pi lunghe di 20 parole sono di
difficile comprensione per chi ha livelli scolastici pari o inferiori alla 5 elementare. Semplificare i rapporti
di dipendenza tra le proposizioni permette quindi di dare maggiore chiarezza. Inoltre, la semplificazione
dei rapporti ipotattici o giustappositivi favorisce laccessibilit alla frase ma anche consente di
abbreviarne lestensione.