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LA LINGUISTICA: UN CORSO INTRODUTTIVO

1. IL LINGUAGGIO VERBALE
1.1 LINGUISTICA, LINGUE, LINGUAGGIO, COMUNICAZIONE
La LINGUISTICA è il Ramo delle scienze umane che studia la lingua, si divide in due sottocampi principali: la
LINGUISTICA GENERALE (cosa sono, come sono fatte e come funzionano le lingue, nella tradizione italiana viene
spesso contrapposta a essa la GLOTTOLOGIA) e la LINGUISTICA STORICA (evoluzione delle lingue nel tempo e
dei rapporti fra loro e con la cultura). Della Linguistica Generale hanno un valore più o meno analogo 3 denominazioni:
LINGUISTICA TEORICA, SINCRONICA e DESCRITTIVA.
La Linguistica studia le lingue STORICO-NATURALI: lingue nate spontaneamente nel corso della civiltà e usate ora
o nel passato, e sono tutte possibili per noi grazie al LINGUAGGIO VERBALE UMANO: una facoltà innata del
Sapiens nonché il più raffinato metodo di comunicazione che abbiamo. Solo adesso possiamo distinguere le lingue dai
dialetti, perché è una distinzione basata solo su considerazioni sociali e storico-culturali, in funzione della distribuzione
negli usi linguistici della comunità e del prestigio dei singoli sistemi linguistici, con questo discorso si può iniziare a
parlare di SOCIOLINGUISTICA, che studia l’interazione fra lingua e società, la variazione dei comportamenti
linguistici e i modi in cui le lingue si articolano.

SEGNO: Qualcosa che sta per qualcos’altro, usata per comunicare quel qualcos’altro (comunicare= “mettere in
comune, rendere comune”).

Sulla comunicazione si può avere una concezione molto larga o molto stretta, la prima (diffusa presso gli studiosi di
semiotica o semiologia) presuppone che tutto comunichi, anche ciò che non è intenzionale, dai fatti culturali a quelli di
natura, in quanto filtrati dalla nostra esperienza. Il secondo invece, più utile, e considerare in ciò che viene comunicato
anche l’intenzionalità di voler far passare un’informazione attraverso il nostro comportamento.
Esistono tre categorie della comunicazione, in base al carattere dell’emittente e del ricevente/interpretante, e
dell’intenzionalità del loro comportamento:

A. COMUNICAZIONE IN SENSO STRETTO: Emittente e ricevente intenzionale (linguaggio verbale, gesti,


segnalazioni stradali ecc.)

B. PASSAGGIO DI INFORMAZIONE: Emittente non intenzionale, ricevente intenzionale (posture del corpo, orme
di animali sintomi di malattie ecc.)

C. FORMULAZIONE DI INFERENZE: Nessun emittente (bensì un “oggetto culturale” che per noi fornisce
un’info), interpretante (casa con tetto aguzzo e spiovente= qui nevica molto)

1.2 SEGNI, CODICE


Esistono vari tipi di Segni, divisi secondo i 2 criteri dell’intenzionalità e della motivazione relativa: il grado di rapporto
naturale esistente fra le due facce del segno (il “qualcosa” e il “qualcos’altro”)

- INDICI (Sintomi): Motivati naturalmente/non intenzionali (basati su rapporto causa o condizione scatenante
es. “nuvole scure=pioverà”)
- SEGNALI: Motivati naturalmente/intenzionali (es. luci della bici accese= segnalo la mia presenza)
- ICONE: Motivati analogicamente/intenzionali (basati sulla similarità di forma o struttura riproducendo le
proprietà del qualcos’altro, es. una cartina geografica)
- SIMBOLI: Motivati culturalmente/intenzionali (es. rosso del semaforo= fermarsi)
- SEGNI: Non motivati, arbitrari, totalmente immotivati, basati su mera convenzione)/intenzionali (es. messaggi
linguistici, suono di una linea occupata)

La MOTIVAZIONE che lega nei segni il qualcosa e il qualcos’altro si fa via via più convenzionale, se non
immotivata/meno diretta, aumentando la specificità culturale dei segni, è solo per questo infatti che Simboli e Segni non
sono raggruppati assieme.

Per interpretare il segno dell’emittente, lui e il ricevente devono condividere lo stesso CODICE: l’insieme di
corrispondenze, fissatesi per convenzione, fra qualcosa (insieme manifestante) e qualcos’altro (insieme manifestato) che
fornisce le regole di interpretazione dei segni.
1.3 LE PROPRIETÀ DELLA LINGUA
BIPLANARITÀ: ci sono nel segno 2 facce (o piani) compresenti, il “qualcosa” e il “qualcos’altro”, da qui si
introducono i concetti di SIGNIFICANTE (espressione): il piano fisicamente percepibile del segno, che osserviamo
con i nostri sensi (la parola “gatto” pronunciata o scritta), e SIGNIFICATO (contenuto): l’informazione veicolata dal
significante (l’idea di gatto).

ARBITRARIETÀ: non c’è alcun legame naturalmente motivato connesso a significante e significato, il fatto che si
chiami gatto non implica qualcosa di particolare, potevamo chiamarlo anche “panfiro” volendo. Il legame che c’è tra
significante e significato è posto per CONVENZIONE, se così non fosse le parole sarebbero molto simili in tutte le
lingue, mentre in albanese gatto si dice “Mace”, e in tailandese “Mèo”. Alcune lingue hanno nomi simili (come
spagnolo e italiano) ma dipende dalla loro parentela genealogica (spagnolo e italiano derivano dal latino).
Hjelmslev ha individuato 4 tipi o livelli di arbitrarietà, ma prima bisogna considerare che in realtà nel funzionamento
dei segni le entità sono solo 3, e si presentano col TRIANGOLO SEMIOTICO: Ai vertici ci sono Significante
(“gatto”), Significato (mammifero col pelo e i baffi) e Referente (l’animale vero e proprio), i lati che li congiungono
sono i segni, quello tra Significante e Referente però è tratteggiato perché il loro rapporto è mediato dal Significato.
I QUATTRO TIPI DI ARBITRARIETÀ della lingua alla fine sono definiti così:

1) RAPPORTO TRA SEGNO E REFERENTE: A un primo livello non c’è alcun legame naturale e concreto,
di derivazione dell’uno dall’altro, fra un elemento della realtà esterna e il segno a cui questo è eventualmente
associato (es. fra l’oggetto sedia e il segno sedia)
2) RAPPORTO TRA SIGNIFICANTE E SIGNIFICATO: il significante sedia, come sequenza di lettere o
suoni, non ha in sé nulla a che vedere con il significato “oggetto d’arredamento che serve per sedersi”
3) RAPPORTO TRA FORMA E SOSTANZA DEL SIGNIFICATO: Ogni lingua ritaglia in modo proprio un
certo spazio di significato, distinguendo e rendendo pertinenti una o più entità (es. abbiamo
“bosco/legno/legna” in italiano, in francese “Bois” designa tutte e 3 le parole, in tedesco bosco è “eald” e
legno/legna sono solo “holz”)
4) RAPPORTO TRA FORMA E SOSTANZA DEL SIGNIFICANTE: Anche il 4 livello è arbitrario, ogni
lingua organizza a suo modo la scelta dei suoni pertinenti, distinguendo le entità che possiede la loro materia
fonica

Al principio dell’arbitrarietà radicale ci sono alcune eccezioni, come le ONOMATOPEE, che riproducono o
richiamano i caratteri fisici del referente nel significante: tintinnio, sussurrare, din don dan ecc. imitano il suono/rumore,
presentando un aspetto “iconico”: sono quindi più icone che simboli. Tuttavia nemmeno le onomatopee si possono
salvare dall’arbitrarietà, per es. “tintinnio” unisce il “tin tin” al suffisso arbitrario “-ìo”, in tedesco chicchirichì è
Kikeriki e così via.
Sembrano essere più iconici gli IDEOFONI: espressioni imitative o interiezioni descrittive di fenomeni naturali o
azioni, come i “Boom”, “Zac”, “gluglu” dei fumetti (non si sa se possono essere considerate vere e proprie parole).
Recenti concezioni hanno ridotto la crucialità dell’arbitrarietà, notando che anche nella grammatica delle lingue
esistono meccanismi chiaramente iconici e in qualche misura motivati. Per es. la formazione del plurale con l’aggiunta
di materiale linguistico al nome singolare è diffusa in molte lingue, fatto che obbedisce a un PRINCIPIO DI
ICONISMO: la pluralità implica più cose, ed è suggerita da più materiale fonico e linguistico (Ing. child e children,
Ted. Kind e Kinder), ma non è così in italiano (bambino e bambini, o addirittura in dialetto lombardo dòna “donna” e
don “donne”).
Un’altra prospettiva che tende a vedere nei segni linguistici più motivazione di quanto si creda è quella che sostiene
l’importanza del FONOSIMBOLISMO: certi suoni avrebbero, per loro natura, associati a sé certi significati (il suono
i, vocale chiusa e fonicamente “piccola” connessa quindi alle “cose” piccole, trasmettendo la proprietà alle parole che la
contengono, come “piccino”, “little” ecc.), ovviamente ci sono dei controesempi (come “big”), da dover considerare.

Un’altra proprietà del linguaggio è la DOPPIA ARTICOLAZIONE: Il significante di un segno linguistico è articolato
a due livelli nettamente diversi:
Al 1° il significante è organizzato e scomponibile in unità ancora portatrici di significato, riutilizzate con lo stesso
significato per formare altri segni (Prima Articolazione): gatto è scomponibile in “gatt-” e “-o” (col significato “felino
domestico” e “uno solo”), e possono comparire in altre parole col significato invariato (Gatt-ino, Gatt-accio ecc. e top-o,
libr-o, cucchiai-o), tali elementi sono i MORFEMI: unità minime di prima articolazione.
Al 2° livello (Seconda Articolazione) abbiamo i FONEMI: unità più piccole senza alcun significato scomposte da
unità più grandi, e che se combinate creano le entità di prima articolazione: “g”, “a”, “t” e “t” sono i Fonemi del
Morfema “Gatt-”. Alcuni Fonemi possono corrispondere a Morfemi, come “-o”.
La Doppia Articolazione è il cardine del linguaggio verbale, secondo cui si sviluppa la struttura generale del sistema
linguistico. Consente una grande ECONOMICITÀ di funzionamento: con un numero limitato di unità di seconda
articolazione si può costruire un numero teoricamente illimitato di unità dotate di significato.

Un’altra caratteristica importante è la COMBINARIETÀ: La lingua funziona combinando unità minori prive di
significato per formare un numero indefinito di unità maggiori (segni).

TRASPONIBILITÀ DI MEZZO: Il significante dei segni può essere trasmesso o realizzato tramite l’apparato fonico-
acustico, l’aria e le onde sonore che si propagano, ma possono essere anche visti attraverso la luce e il canale visivo-
grafico, come disegni e lettere scritte.
Il carattere orale rimarrà prioritario, anche perché si dice che il linguaggio umano possieda la proprietà della fonicità,
inoltre il parlato è prioritario antropologicamente allo scritto: lo scritto si forma sempre dopo e in base al parlato, e
alcune lingue lo scritto non ce l’hanno nemmeno (alcune lingue in Africa e Oceania per es.). Insomma, c’è una
PRIORITÀ ONTOGENETICA (relativa al singolo individuo) del parlato: tutti impariamo prima a parlare per via
naturale, poi con un addestramento guidato e specifico impariamo a scrivere.
C’è poi una PRIORITÀ FILOGENETICA (relativa alla specie umana) del parlato: la scrittura si è sviluppata molto
tempo dopo il parlato, le prime attestazioni risalgono a non più di 5 millenni prima di Cristo (pittografia), e i sistemi di
scrittura veri e propri si sono sviluppati dal 3500 a.C. con la cuneiforme, e la scrittura alfabetica nasce sottoforma di
scrittura consonantica che non registra le vocali presso i Fenici attorno al 1300 a.C., da essa derivano poi l’alfabeto
ebraico, aramaico, greco, cirillico e latino.

Nella scrittura esistono 2 sistemi: i SISTEMI SEMASIOGRAFICI (pittografie, ideografie) e i SISTEMI


GLOTTOGRAFICI, i primi non fanno uso di simboli linguistici, i secondi sì, inoltre questi ultimi si dividono in
sistemi non fonetici (o logografici) e fonetici (o fonografici); i primi hanno parziali basi fonetiche, fanno riferimento a
unità di significato e ai morfemi, i secondi rappresentano i suoni del linguaggio e fanno riferimento ai fonemi, in certi
casi si richiamano all’inventario fonematico di una lingua.
Ogni sistema logografico/fonografico può fornire una rappresentazione più o meno completa o coerente di tutte le unità
rilevanti per la propria lingua di riferimento. Un sistema logografico molto difficilmente potrà rappresentare con
completezza e/o coerenza l’inventario completo di morfemi, e così un sistema fonografico non può rappresentare al
100% l’inventario fonematico della lingua, nessun sistema di scrittura comunque sarà mai solo logografico o solo
fonografico, vediamo una classificazione:

- LOGOGRFIA/MORFOGRAFIA: ogni morfema sta per un carattere (lo sono il cinese, l’egiziano geroglifico
ecc.), e il 90% dei caratteri combinano componenti logografiche e (parzialmente) fonografiche. Ogni carattere
denota un morfema e una sillaba, è quindi composto da un elemento di scrittura che indica lo spazio semantico
della parola, e un elemento che ne indica il suono
- SILLABOGRAFIA: Ogni carattere sta per una sillaba e rappresenta una combinazione di fonemi diversa,
senza poter distinguere gli elementi grafici di tali fonemi (lo sono il giapponese, il sillabario cipriota ecc.). Il
giapponese in particolare è un sistema misto con logogrammi cinesi e sillabogrammi (e qualche carattere
latino)
- ABJAD: Ogni carattere sta per una consonante, non segna le vocali ma molti si sono dotati nel tempo di segni
di vocalizzazione (elementi diacritici posti sopra o sotto i caratteri consonantici) per lo più opzionali (lo sono
l’ebraico, l’arabo, l’antico fenicio ecc.).
- ABUGIDA: Ogni carattere è una combinazione sillabica di consonante e vocale, e gli elementi grafici che
distinguono vocali e consonanti sono evidenti. In genere c’è un carattere di base che denota una consonante
accompagnata da una vocale non marcata a cui si aggiunge qualche elemento grafico per denotare altre vocali
o l’assenza di esse (lo sono il sanscrito, l’hindi, l’etiopico ecc.)
- ALFABETO: Ogni carattere sta per una consonante o una vocale e sono notate obbligatoriamente entrambe, il
primo è il greco, da cui discendono cirillico e latino
- GRAFIA DI TRATTI: Ogni carattere rappresenta e riproduce in parte anche nella forma, una certa
conformazione articolatoria, e sta per il fono prodotto dalla conformazione (lo è il coreano per esempio). La
forma di ciascuno di questi caratteri tende a riprodurre analogicamente una particolare conformazione
articolatoria e mostra come si pronunciano certi fonemi (per es. possono riprodurre l’innalzamento della parte
anteriore della lingua verso i denti superiori ecc.)

L’origine del linguaggio secondo la paleontologia risale molto indietro nel tempo, è ipotizzabile che qualche forma
embrionale di comunicazione orale con segni linguistici fosse usata dagli Homo habilis e herectus (oltre 2 milioni di
anni fa), ma sicuramente almeno i neanderthalensis utilizzavano il linguaggio verbale. L’evoluzione che ci ha portati ad
avere il canale fonico-acustico ci ha dato dei vantaggi biologici e funzionali:
- Basta un po’ d’aria per usare il linguaggio verbale, anche se gli interlocutori sono a relativa distanza tra di loro
- Può essere usato in concomitanza con altre attività senza ostacolarle
- Permettono di localizzare chi parla
- La produzione e la ricezione del messaggio sono contemporanee
- È più veloce parlare che scrivere
- Più persone possono ricevere il messaggio simultaneamente
- Il messaggio è evanescente e quindi non “ingombra” nessun canale
- Parlare richiede poca energia

Il parlare tuttavia non porta vantaggi funzionali, non rende l’alimentazione o la respirazione migliori.
Nelle società moderne lo scritto risulta molto importante e di prestigio nonché indispensabile, è il veicolo fondamentale
nell’istruzione, ha validità giuridica ecc.
Lo scritto e il parlato non sono l’uno la rappresentazione dell’altro, lo scritto è una raffigurazione più stabile
dell’evanescente parlato, per poi svilupparsi e specializzarsi, infatti è difficile rendere alcune cose del parlato in forma
scritta, soprattutto i TRATTI PARALINGUISTICI (tono di voce, modulazione), e viceversa non c’è sempre una
corrispondenza dello scritto che vada bene per il parlato (le maiuscole, la disposizione del testo nel foglio).

Un’altra proprietà dei segni linguistici è la LINEARITÀ: Il significante viene prodotto, si realizza e si sviluppa in
successione nel tempo e/o nello spazio, finché non abbiamo analizzato tutti gli elementi della frase non possiamo
decodificare il segno, inoltre l’ordine in cui si susseguono le parti del segno serve per codificarlo (Maria chiama Gianni
vs Gianni chiama Maria); molti segnali tuttavia vengono percepiti subito (i segnali stradali, il semaforo, i gesti ecc.). La
linearità implica anche la monodimensionalità del segno, proprietà connessa alla doppia articolazione.
Altra proprietà importante per i segni è la DISCRETEZZA: Le unità della lingua non costituiscono una materia
continua, senza limiti netti al proprio interno, ma c’è un confine ben preciso tra un elemento e l’altro, per es. le classi di
suoni sono tutte ben separate fra loro: pollo e bollo sono due parole distinte senza qualcosa in comune a livello di
significato. Una conseguenza della discretezza è che nella lingua non possiamo intensificare il significante per
intensificare anche il significato così come si fa con grida o interiezioni: un “Ahi!” detto piano indica un dolore minore
rispetto a un “AHI!!!”.

ONNIPOTENZA SEMANTICA: Un’altra proprietà del linguaggio, con la lingua si può dare un’espressione a ogni
contenuto, un messaggio formulato in qualunque altro codice o sistema di segni sarebbe sempre traducibile in lingua,
ma non viceversa. Con la lingua si può parlare di tutto insomma, poiché però risulta difficile provare questo e il fatto
che ogni messaggio in ogni modo di comunicazione si può tradurre in un messaggio linguistico (si pensi alle espressioni
artistiche o musicali), è meglio parlare di PLURIFUNZIONALITÀ: la lingua permette di adempiere a una lista molto
ampia di funzioni diverse, le funzioni a cui serve sono:

- Esprimere il pensiero
- Trasmettere informazioni
- Instaurare, mantenere, regolare ecc. attività e rapporti sociali
- Manifestare, esternare i propri sentimenti e stati d’animo
- Risolvere problemi
- Creare mondi possibili

A questo riguardo Jakobson ha creato lo SCHEMA DI JAKOBSON, che identifica 6 classi di funzioni in base a un
modello generale dell’evento comunicativo. L’instaurarsi della comunicazione implica a ben vedere la presenza di
almeno 6 fattori, a ciascuno può essere collegata una funzione:

- FUNZIONE EMOTIVA: o Espressiva, quando un messaggio è volto a esprimere sensazioni del parlante (che
bella sorpresa!)
- FUNZIONE METALINGUISTICA: quando un messaggio volto a specificare aspetti del codice o a calibrare
il messaggio sul codice (ho detto “pollo”, non “polo”)
- FUNZIONE REFERENZIALE: quando un messaggio fornisce informazioni sulla realtà esterna (il bus non è
ancora passato)
- FUNZIONE CONATIVA: quando un messaggio è volto a far agire il ricevente in un certo modo (mi passi il
sale?)
- FUNZIONE FATICA: quando un messaggio verifica e sottolinea il canale di comunicazione e/o il contatto
fisico o psicologico fra i parlanti (Pronto? Ciao Gianni!)
- FUNZIONE POETICA: quando un messaggio mette in rilievo e sfrutta le potenzialità insite nel messaggio e
i caratteri interni del significante e del significato (parti della Divina Commedia, filastrocche ecc.)
Ogni messaggio realizza in linea di principio tutte le funzioni, ma ce n’è una che prevale sulle altre, ed è quella che
qualifica il tipo di messaggio.
RIFLESSIVITÀ: La lingua può essere usata per parlare della lingua stessa (parlare della grammatica), ergo si può
usare come METALINGUA, la lingua di cui si parla si definisce LINGUA-OGGETTO, è una particolarità
caratterizzante della nostra lingua, ed è qualcosa che si impara tardi.

PRODUTTIVITÀ: con la lingua si possono creare messaggi sempre nuovi, e parlare di cose e esperienze nuove mai
sperimentate, nonché di cose inesistenti, combinando in modi nuovi significanti e significati e associando messaggi già
usati a situazioni nuove; è possibile anche grazie alla doppia articolazione, che con le sue caratteristiche permette
illimitate combinazioni di unità più piccole.
La produttività prende la forma della CREATIVITÀ REGOLARE: una produttività infinità basata su un numero di
principi e regole limitati e applicabili ricorsivamente.
La RICORSIVITÀ è infatti un’altra proprietà del linguaggio: Lo stesso procedimento è riapplicabile in modo illimitato
teoricamente, se le condizioni strutturali in cui si applica sono idonee (posso aggiungere o togliere suffissi a una parola,
una regola ricorsiva), il limite della ricorsività sta nell’utente, infatti oltre un certo grado di lunghezza e complessità il
segno non sarebbe più economicamente maneggiabile.

Un’altra proprietà del linguaggio è il DISTANZIAMENTO: la possibilità, insita nella lingua, di formulare messaggi
relativi a cose lontane, distanti nel tempo, nello spazio o entrambi, una proprietà che la fa coincidere con un altro
aspetto del linguaggio, la LIBERTÀ DA STIMOLI: I segni linguistici rimandano a, e presuppongono,
un’elaborazione concettuale anche della realtà esterna, non solo stati dell’emittente (le sue sensazioni); la lingua è
indipendente dalla situazione in cui ci si trova e dalle sue costrizioni/stimoli.

Ogni lingua è trasmessa per tradizione in una società e cultura, di generazione in generazione per
insegnamento/apprendimento spontaneo, non attraverso informazioni genetiche. Ognuno conosce almeno una lingua,
quella madre, della comunità sociale in cui è nato e cresciuto.
Questo non significa che il linguaggio sia un fatto unicamente culturale, bensì Culturale-ambientale (quale lingua
impariamo) e Innata (che fornisce FACOLTÀ DEL LINGUAGGIO: la predisposizione a comunicare con una lingua
e le strutture portanti del linguaggio verbale).
Anche la PREPUBERTÀ LINGUISTICA è un periodo fondamentale, se entro 11/12 anni d’età uno non è stato
esposto a stimoli linguistici lo sviluppo della lingua è bloccato, però entro tale età l’apprendimento è molto più rapido e
agevole rispetto al futuro, in cui è molto più difficile imparare una nuova lingua.

Esistono altre due proprietà, inerenti però alla natura e configurazione interna della lingua.
COMPLESSITÀ SINTATTICA: I messaggi linguistici possono presentare un alto grado di elaborazione strutturale,
con una ricca gerarchia di rapporti di concatenazione e funzionali fra gli elementi disposti linearmente; la disposizione
reciproca in un segno linguistico degli elementi che lo costituiscono non è mai indifferente, e i rapporti fra gli elementi
o parti del segno danno luogo a una fitta trama plurima, percepibile nella sintassi del linguaggio. Nella trama sintattica
hanno rilevanza:

- L’ordine degli elementi contigui (Gianni chiama Maria vs Maria chiama Gianni)
- Le relazioni strutturali e le dipendenze fra elementi non contigui, che rappresentano una seconda trama della
strutturazione sintattica, che si sovrappone alla successione lineare ed è indipendente da essa (in “Il libro di
Chomsky sulle struttura sintattiche” l’ultima parte è legata al “libro”, non a “Chomsky”)
- Le INCASSATURE: “Il cavallo che corre senza fantino sta vincendo”
- La Ricorsività combinata con la discontinuità dei rapporti sintattici, la prima conferisce un certo carattere di
complessità interna
- La presenza di parti del messaggio che danno informazioni sulla sua strutturazione sintattica (congiunzioni
coordinanti come “e, ma” e subordinanti come “che, perché”)
- La possibilità di discontinuità nella strutturazione sintattica, le costruzioni ammesse dalla lingua possono
ammettere, o richiedere, che elementi o parti strettamente unite dal punto di vista semantico e sintattico non
siano linearmente adiacenti.

La lingua è un codice tipicamente EQUIVOCO: pone corrispondenze plurivoche fra gli elementi di una lista e quelli
della lista a essa associata (se non lo fosse ogni elemento di un insieme A corrisponderebbe a un solo elemento
dell’insieme B), ergo entrano in gioco effetti di omonimia, polisemia, sinonimia. Questa caratteristica mostra
l’incredibile flessibilità della lingua.
Una domanda da farsi è se il linguaggio verbale è una caratteristica unica dell’uomo o se è la manifestazione della
nostra modalità comunicativa, diversa da quella degli altri animali, la maggior parte degli scienziati concorda con la
prima ipotesi in quanto possediamo le condizioni anatomiche e neurofisiologiche necessarie per elaborare la lingua
fisicamente e mentalmente (un certo volume del cervello e certe sue caratteristiche specifiche e il modo in cui è fatto il
nostro apparato fonatorio); con queste nostre caratteristiche possiamo memorizzare, elaborare e processare il
linguaggio, oltre che poter generare distinzioni articolatorie più o meno sottili. Sono stati condotti molti studi sui modi
di comunicare degli animali, dalla comunicazione chimica (con feromoni) ai canti degli uccelli, ma in nessuno si
trovano tutte le sfumature del nostro linguaggio, sono anche state eseguite delle prove su dei primati per provare a
insegnare loro la lingua dei segni ma i risultati hanno mostrato, nel migliore dei casi, una semplice forma di imitazione
limitata combinando 3/4 segni alla volta tra il centinaio che avevano imparato, che avveniva come risposta a uno
stimolo a cui erano stati addestrati, il tutto principalmente per ottenere una ricompensa.

LATERALIZZAZIONE: Le funzioni del linguaggio sono locate principalmente in uno o nell’altro emisfero cerebrale,
in particolare nell’AREA DI BROCA, una zona corticale nella terza circonvoluzione del lobo frontale dell’emisfero
sinistro.
Gli studiosi di evoluzionismo biologico e linguistico ritengono che caratteri salienti del linguaggio verbale umano non
siano il frutto di adattamenti bensì un TRANSADATTAMENTO/PREADATTAMENTO: un processo nel quale un
elemento assume una funzione non acquisita mediante la selezione naturale, diversa da quella che l’elemento svolgeva
prima.
Alla fine di tutto possiamo dire che una lingua è un codice che organizza un sistema di segni dal significante
primariamente fonico-acustico, arbitrari a ogni livello e doppiamente articolati, capaci di esprimere ogni esperienza
esprimibile, posseduti come conoscenza interiorizzata che permette di produrre infinite frasi a partire da un numero
finito di elementi.

1.4 PRINCIPI GENERALI PER L’ANALISI DELLA LINGUA


DIACRONIA: la considerazione delle lingue e dei loro elementi lungo lo sviluppo temporale, nella loro evoluzione
storica
SINCRONIA: la considerazione delle lingue e dei loro elementi facendo un “taglio” sull’asse del tempo, a guardare
come si presentano in un certo tempo agli occhi dell’osservatore, nel loro stato presente e nei rapporti in cui si trovano
in quello stato, a prescindere dai suoi mutamenti nel tempo.
ETIMOLOGIA: trovare la parola, normalmente di un’altra lingua, precedentemente esistente da cui essa deriva, e
ricostruirne la storia, spiegando le modifiche eventuali che ha avuto in significante e significato, operazione diacronica.
Descrivere il significato che oggi le parole hanno, o studiare com’è la struttura sintattica di frasi semplici in una lingua è
un’operazione sincronica. Insomma un certo elemento è quello che è in virtù delle relazioni con gli altri elementi del
sistema (visuale sincronica) e della storia che l’ha portato a essere così (visuale diacronica).

Un’altra distinzione da attuare è quella tra sistema astratto e realizzazione concreta, fra LANGUE e PAROLE (termini
francesi), uno dei cardini del pensiero di Saussure.
LANGUE: l’insieme di conoscenze mentali, regole interiorizzate del codice lingua, che costituiscono le nostra capacità
di produrre messaggi in una certa lingua, sono possedute in egual misura come sapere astratto, e in genere inconscio, da
tutti i membri di una comunità linguistica omogenea.
PAROLE: l’atto linguistico individuale, la realizzazione concreta di un messaggio verbale in una certa lingua.
Tra questi due termini c’è l’opposizione fra “astratto, sociale e stabile/costante” per la prima, “concreto, individuale e
mutevole” per la seconda. Alcuni linguisti propongono una terza entità intermedia, la NORMA: un filtro tra l’uno e
l’altro, specifica quali sono le possibilità del sistema attualizzate nell’uso dei parlanti di una lingua in un certo periodo
storico, in italiano si ha, per es. la formazione di nomi a partire dai verbi (NOMI DEVERBALI) con il valore di
indicare l’azione, il processo o il risultato di quanto significato dal verbo mediante il suffisso -azion(-e) o -ament(-o)
applicato alla radice verbale, alcune combinazioni sono obbligatorie, come affidamento o cambiamento (non
affidazione o cambiazione), mentre in altri casi vanno entrambi bene ma hanno un significato diverso (Mutamento vs
Mutazione), in altri ancora non c’è nessuno dei due suffissi (lavaggio).

La terza distinzione è tra ASSE PARADIGMATICO e ASSE SINTAGMATICO, di cui si occupa la linguistica
strutturale. Il primo riguarda le relazioni a livello del sistema (segni in una certa posizione scelti da un insieme di
elementi selezionabili in quella posizione, detto anche “Asse delle scelte”. Es. scelgo “gatto”, “mangia” e “il”), il
secondo riguarda le relazioni a livello delle strutture che realizzano le potenzialità del sistema (i segni scelti prima
implicano la presenza di altri elementi precedenti e susseguenti a esso nello stesso messaggio, detto anche “Asse delle
combinazioni”. Es. dispongo i 3 segni cosi: “Il gatto mangia”).
Nella lingua esistono 4 tipi di analisi, in base alla biplanarità e alla doppia articolazione, che identificano 3 strati diversi
di segno linguistico: lo STRATO DEL SIGNIFICANTE come mero significante, come portatore di significato e lo
STRATO DEL SIGNIFICATO, 3 livelli sono relativi al piano del significante, uno per la seconda articolazione
(fonetica e fonologia), due per la prima articolazione, che riguardano entrambi l’organizzazione del significante in
quanto portatore di significato (morfologia e nella sintassi); un ulteriore livello è relativo al piano del significato
[SEMANTICA: parte della linguistica che studia il significato delle parole (semantica lessicale), degli insiemi delle
singole lettere (negli e degli alfabeti antichi) e delle frasi (semantica frasale) e dei testi].
Vi sono anche sottolivelli secondari di analisi, come la GRAFEMATICA (come la realtà fonica è tradotta nella
scrittura) e la PRAGMATICA E TESTUALITÀ (l’organizzazione dei testi in situazione).
Fonetica/fonologia, morfologia, sintassi, semantica e pragmatica sono termini che designano il livello di analisi
rispettivo e la parte o sottodisciplina della linguistica che lo studia. Di questi livelli, fonetica/fonologia e sintassi
rappresentano i livelli più esterni essendo le interfacce del sistema con la realtà esterna, con la sostanza materiale che fa
da supporto al veicolo fisico della comunicazione (fonetica) da un lato e dell’altro con la concettualizzazione e
categorizzazione cognitiva che l’uomo compie del mondo in cui vive (semantica). Morfologia e sintassi invece
rappresentano i livelli o componenti interni, in cui il sistema si organizza secondi i principi che governano la facoltà di
linguaggio in quanto competenza specifica dell’uomo.

2. FONETICA E FONOLOGIA
2.1 FONETICA
FONETICA: parte della linguistica che studia come sono fatti fisicamente i suoni usati per creare i segni delle lingue,
si divide in 3 campi principali:

- FONETICA ARTICOLATORIA: studia i suoni del linguaggio in base a come vengono articolati
- FONETICA ACUSTICA: studia i suoni del linguaggio in base alla loro consistenza fisica e modalità di
trasmissione (in quanto onde sonore che si propagano nello spazio)
- FONETICA UDITIVA: studia i suoni del linguaggio in base al modo in cui vengono ricevuti

I suoni vengono prodotti con l’espirazione tramite un flusso d’aria EGRESSIVO (l’aria muovendosi dai polmoni
attraverso i bronchi e la trachea raggiunge la laringe), alcuni di questi invece con l’inspirazione tramite un flusso d’aria
INGRESSIVO o senza la partecipazione dei polmoni, APNEUMONICI (prodotti indipendentemente dalla
respirazione, questi ultimi sono detti AVULSIVI e sono presenti in lingue dell’Africa centrale e meridionale).
Nella laringe l’aria incontra le corde vocali (o PLICHE LARINGEE, la parte della laringe dove si trovano è detta
GLOTTIDE), due pieghe di mucosa che durante la fonazione si contraggono e si tendono, avvicinandosi o
accostandosi l’un l’altra (altrimenti sarebbero rilassate e separate).
Lo spazio in mezzo (RIMA VOCALE) può essere completamente/parzialmente libero, o completamente ostruito. Cicli
rapidi di chiusure e aperture della rima, provocati dalla pressione dell’aria creano le vibrazioni delle corde vocali.
L’insieme di fenomeni si chiama MECCANISMO LARINGEO ed è il momento fondamentale della produzione dei
suoni del linguaggio perché dà luogo alla voce. I cicli di chiusura e apertura costituiscono la FREQUENZA
FONDAMENTALE (misurata in Hertz).
L’aria comunque passa nella faringe e poi nella cavità orale, la parte posteriore del palato (il velo) può lasciare aperto
oppure chiudere, spostandosi all’indietro, il passaggio fra faringe e la cavità nasale.
Nella cavità orale poi svolgono una funzione importante la lingua (divisa in radice, dorso e apice), il palato (da cui
separiamo il velo palatale o palato molle), gli alveoli (la zona immediatamente retrostante ai denti), i denti e le labbra.
Quando il velo e l’ugola sono a riposo l’aria passa anche nella cavità nasale, permettendoci di usarla per certi suoni.
In base alla configurazione degli organi tra glottide e labbra si ottengono i suoni del linguaggio, il punto preciso in cui
viene articolato un suono serve per identificarlo, infatti il primo parametro è il MODO DI ARTICOLAZIONE (la
conformazione degli organi fonatori e il restringimento relativo che in un certo punto si frappone o no al passaggio
dell’aria). Un altro parametro è dato dal contributo della mobilità di singoli organi all’articolazione dei suoni.
In base al modo di articolazione possiamo già distinguere alcuni tipi di suoni: le vocali e le consonanti, rispettivamente
senza e con ostacoli parziali o totali al passaggio d’aria. I suoni prodotti con la vibrazione delle corde vocali accostate e
tese sono detti “sonori”, se prodotti senza vibrazione delle corde sono “sordi”, se le vocali possono essere solo sonore,
le consonanti possono essere l’una o l’altra.

Il blocco d’aria per le consonanti può essere totale, mediante un’occlusione momentanea ma totale col contatto di parti
di organi, oppure parziale con un semplice restringimento, le prime sono consonanti OCCLUSIVE (p, b), le seconde
FRICATIVE (f, v). Da queste ultime vanno distinte le APPROSSIMANTI, in cui l’avvicinamento degli organi
articolatori non arriva a provocare una frizione così sensibile, lo sono le semiconsonanti e le semivocali.
Esistono anche suoni consonantici che partono come occlusive e terminano come fricative, sono consonanti “composte”
chiamate anche AFFRICATE (pf, ts).

CONSONANTI LATERALI: l’aria passa solo ai 2 lati della lingua (o uno solo) (l)
CONSONANTI VIBRANTI: si hanno rapidi contatti intermittenti tra lingua e un altro organo articolatorio (r), con le
laterali possono essere riunite sotto l’etichetta “LIQUIDE”
CONSONANTI NASALI: vi è passaggio dell’aria anche attraverso il naso (m, n)

L’energia articolatoria (tensione muscolare) con cui vengono prodotte le consonanti può dar luogo a consonanti più
forti, le occlusive SORDE, a quelle meno forti, le APPROSSIMANTI. Le occlusive sono in genere più forti delle
fricative, e le sorde sono più forti delle sonore. Un altro parametro utile per le occlusive e le affricate davanti a una
vocale è la presenza di ASPIRAZIONE: un intervallo di tempo fra il rilascio dell’occlusione o della tenuta della
consonante e l’inizio della vibrazione delle corde vocali, che produce una specie di soffio laringale, tali consonanti sono
dette ASPIRATE.

Anche il punto dell’apparato fonatorio in cui sono articolate è importante, ci sono le consonanti BILABIALI (prodotte
dalle o tra le labbra come p, b), LABIODENTALI (fra arcata dentaria superiore e labbro inferiore come f, v),
DENTALI (a livello dei denti come t, s), ALVEOLARI (dalla lingua contro gli alveoli come d, z), PALATALI (dalla
lingua contro il palato come k, g), VELARI (dalla lingua contro o vicino al velo come k, g), UVULARI (dalla lingua
contro o vicino all’ugola come q, x), FARINGALI (fra la base della radice della lingua e la parte posteriore della
faringe come I di Iraq), GLOTTIDALI/LARINGALI (nella glottide, a livello delle corde vocali come h di “have”).
Una classificazione più precisa in cui consideriamo anche la parte della lingua che usiamo ci farebbe distinguere anche
le consonanti CORONALI (con la parte anteriore della lingua, chiamata Corona), APICO-DENTALI (dall’apice della
lingua contro o vicino ai denti), APICO-ALVEOLARI (dall’apice contro o vicino al palato) o RADICO-VELARI
(dalla radice della lingua contro o vicino al velo). Poi ci sarebbero anche le consonanti RETROFLESSE (o
CACUMINALI o INVERTITE) che si articolano flettendo all’indietro la punta della lingua, o apice, verso la parte
anteriore del palato (com’è “tr” di tre).

Per le vocali la lingua è l’organo principale che modifica il modo in cui vengono articolate, considerandone i gradi di
AVANZAMENTO/ARRETRAMENTO e INNALZAMENTO/ABBASSAMENTO. In base al primo parametro
esistono vocali ANTERIORI o PALATALI (articolate con la lingua in posizione avanzata come i, e), CENTRALI
(come a) e POSTERIORI o VELARI (con la lingua in posizione arretrata come o, u); in base al secondo parametro
abbiamo vocali ALTE o CHIUSE (come i, u), MEDIE (con la distinzione fra MEDIO-ALTE come o SEMICHIUSE
come e, o, MEDIO-BASSE o SEMIAPERTE come e, o, SEMI-ALTE come i, e SEMI-BASSE come ae) e BASSE
come a, o APERTE.
C’è un punto della bocca in cui le vocali vengono articolate, ed è il TRAPEZIO VOCALICO.
Giocano un ruolo importante anche le labbra, perché distinguono le vocali ARROTONDATE (o labializzate,
solitamente le vocali anteriori, ma esistono delle eccezioni) e NON ARROTONDATE (o non labializzate, solitamente
le vocali posteriori, ma esistono delle eccezioni); e anche il naso, che distingue le vocali NASALI da quelle NON
NASALI.

A metà fra vocali e consonanti fricative ci sono le semivocali, o APPROSSIMANTI: suoni prodotti con un semplice
inizio di restringimento del canale orale, possono essere anch’esse anteriori o posteriori (palatali o velari), sono distinte
dalle semiconsonanti e assieme alla vocale a cui sono sempre contigue nella catena fonica costituiscono un dittongo (o
trittongo se più di una).

I sistemi di scrittura delle varie lingue, o meglio le GRAFIE ALFABETICHE, non sono univoche e coerenti tra di
loro, lo stesso suono in due grafie potrebbe scriversi in modo diverso e viceversa, una combinazione di consonanti o
vocali si legge in un modo mentre in determinate circostanze in un altro ecc. L’italiano è abbastanza fedele a livello
fonografico, in quanto abituati e pronunciare “come si scrive”. Altre lingue invece non sono così, come l’inglese che
non pronuncia certe consonanti o vocali (come in “knight”, in cui non si pronuncia la k). Ciò che interessa al linguista
tuttavia non è la grafia, ma la fonìa, ecco perché esiste l’ALFABETO FONETICO INTERNAZIONALE (o IPA), la
cui prima versione nacque nel 1888.

2.2 FONOLOGIA
FONO: Realizzazione concreta di ogni suono del linguaggio
Quando i foni si oppongono ad altri foni nel distinguere e formare le parole di una lingua, si dice che funzionano da
Fonemi, le unità minime in Fonologia
FONOLOGIA: studia l’organizzazione e il funzionamento dei suoni nel sistema linguistico.
“Mare” è costituito da 4 foni diversi, che si possono pronunciare diversamente (la a anteriorizzata invece che centrale)
ma la parola sarà sempre identificata come mare, tuttavia ogni fono distingue/oppone mare a pare, more, male, mari ecc.
Ciascuno dei 4 fonemi di Mare è identificato per opposizione, mediante la PROVA DI COMMUTAZIONE:
procedimento di scoperta che consiste nel confrontare un’unità in cui compaia il fono di cui vogliamo dimostrare se è o
no fonema con altre unità della lingua uguali in tutto tranne che nella posizione in cui si trova il fono in oggetto. Vocali
e consonanti (e semivocali) si oppongono fra loro. Vocali e consonanti quindi sono in opposizione sintagmatica, o
“contrasto”, mentre all’interno delle due classi, cioè fra consonanti e semivocali da un lato e vocali dall’altro, c’è
opposizione paradigmatica.
FONEMA: Unità minima di seconda articolazione del sistema linguistico, più precisamente una classe astratta di foni,
con un valore distintivo che oppone una parola a un’altra in una data lingua.
ALLOFONI: Foni diversi che creano realizzazioni foneticamente diverse di uno stesso fonema, ma prive di valore
distintivo (come la n di “dente” in base a dov’è pronunciato, se a nord o a sud)
VARIANTI COMBINATORIE: allofoni di un fonema condizionati dal contesto fonotattico del caso.
COPPIA MINIMA: Coppia di parole uguale in tutto e per tutto tranne che per un fonema (“mare” e “pare”).
Per dimostrare che un fono è un fonema in una data lingua bisogna trovare in essa delle coppie minime che lo
oppongano a un altro fonema. Il fonema in ogni caso non è un segno perché non ha significato.

I fonemi si analizzano in base alle loro caratteristiche articolatorie: se sono occlusive, dentali, sorde o altro, hanno
infatti un fascio di proprietà articolatorie che si realizzano simultaneamente, grazie ad esse si possono analizzare sul
piano della fonologia.
Due fonemi sono differenziati da almeno un tratto fonetico binario (o c’è o non c’è: o è sorda o è sonora), e grazie a
questa informazione si è sviluppata la TEORIA DEI TRATTI DISTINTIVI, per rappresentare i fonemi come un
fascio di alcuni tratti con un valore + o – in base a quali tratti hanno.
Importanti tratti distintivi sono rispettivamente:

- CORONALI: foni prodotti con la corona (la parte anteriore della lingua), sollevata rispetto alla posizione di
riposo (la “t”)
- SONORANTI: foni prodotti a canale vocale aperto e libero, senza variazione di pressione fra l’interno e
l’esterno della cavità orale, (vocali, approssimanti, consonanti liquide)
- SILLABICI: foni che costituiscono il nucleo della sillaba
- ATR (ADVACED TONGUE ROOT: Radice della lingua avanzata): contraddistingue i foni prodotti con la
radice della lingua in avanti (i, e, o, u)

Non esiste un singolo inventario fonematico per tutte le lingue, e non hanno lo stesso numero di fonemi: l’inglese ne ha
34 (44 se si contano i dittonghi), il francese 36, il tedesco 38, l’italiano 28/30 in base agli autori: neanche tra autori della
stessa lingua si è d’accordo sul numero, che varia in base ai criteri adottati. Il numero maggiore di fonemi in una lingua,
registrato in Africa meridionale, è di 140, e il minore, registrato nell’America meridionale, è di circa 10/20 in base alla
lingua.
Riguardo all’italiano, l’inventario presenta diversi problemi, ci si deve basare sulla pronuncia per trascrivere
foneticamente una parola, e spesso uno stesso simbolo può avere diverse interpretazioni (la zeta che può valere come
/dz/ o /ts/ nella grafia normale, ma il simbolo IPA è /z/).
Altro problema in italiano è l’uso delle consonanti lunghe (o doppie/geminate); se accettiamo che [‘kane] vs [‘kanne]
([‘kan:e]) costituisca una coppia minima, lo è se consideriamo [‘kanne] come formata da 4 fonemi anziché 5: /k/, /a/,
/n:/ (n lunga anziché /n/ + /n/), /e/ dobbiamo portare a 15 i fonemi italiani, essendo 15 le consonanti che possono dar
luogo a coppie minime basate sulla lunghezza (le affricate dentali, la fricativa palatale, la nasale e la laterale palatali
sono sempre lunghe se si trovano fra due vocali in italiano standard).
Problemi sono riscontrati anche tra regione e regione in cui cambia la pronuncia, e quindi troviamo opposizioni fra /s/
e /z/, /ts/ e /dz/, /j/ e /i/ e fra /w/ e /u/ (nel nord la fricativa dentale (o alveolare) è sempre sonora in posizione
intervocalica, quindi si dice Chiese [‘kjƐ:ze], mentre in meridione si dice [‘kjƐ:se]).
Vi è anche l’opposizione fra vocali medio-alte e medio-basse, questa solo in posizione tonica, ovvero quando le
rispettive vocali sono in sillaba accentata, tipica della varietà tosco-romana di italiano, ma è ignota o ha distribuzione
diversa e più ristretta in altre regioni (Quindi avremo /’peska/ “il pescare” e /’pƐska/ il frutto).
RADDOPPIAMENTO (FONO)SINTATTICO: allungamento della consonante iniziale di una parola quando è
preceduta da una delle parole di una serie che provoca il fenomeno (“Dove vai?” “A Roma”: [‘do:ve vvaj] [‘a
r’ro:oma])

Molto importanti sono anche le PROPRIETÀ FONOTATTICHE dei foni e le combinazioni in cui essi possono
occorrere, in base al contesto precedente e seguente viene condizionata la comparsa di un certo fono in una certa
posizione. Un ruolo decisivo nella costituzione di parole lo svolgono le SILLABE: minime combinazioni di fonemi che
funzionano come unità pronunciabili e possono essere utilizzate come “mattoni preconfezionati”, sono sempre costruite
attorno alle vocali, una consonante/approssimante deve sempre appoggiarsi a un nucleo fonico, in genere la vocale che
forma il NUCLEO o “testa” (in alcune lingue esiste il tratto /+ sillabico/ quando alcune consonanti fungono da apice,
come “r” e a volte “l” o “n”). La struttura fonica della parola comunque è data dall’alternanza di foni più tesi e “chiusi”
(le consonanti) e foni più rilassati e “aperti” (le vocali), ogni sillaba ha almeno una vocale e alcune sillabe sono formate
solo da una singola vocale, mentre le consonanti non possono combinarsi liberamente per via di restrizioni fonotattiche,
sulla distribuzione e combinabilità dei fonemi e sulle sequenze possibili nelle lingue.
In ogni lingua esistono strutture sillabiche canoniche preferenziali, in italiano sono V (a-pe), VC (al-to), CCV (sti-le),
CVC (can-to), CCCV (stra-no). Mentre altre strutture non sono concesse, la CC può presentarsi sia in italiano che in
inglese (come in “sport”) o derivate da sigle o abbreviazioni.
I CRITERI FONETICI E FONOLOGICI per produrre sillabe in italiano sono:

- 2 consonanti contigue in una parola sono assegnate alla sillaba con la vocale seguente come nucleo, se tale
combinazione compare anche a inizio parola (ma-gro o gre-co), altrimenti sono assegnate la prima alla sillaba
precedente e la seconda alla seguente (tan-to);
- Analizzando le consonanti doppie o lunghe, chiudono la sillaba che le precede “spezzandole” (gat-to)

La parte che precede la vocale è detta ATTACCO, la vocale è il NUCLEO e la parte che la segue è la CODA ed è
sempre una consonante o una semivocale (CVC, C’: Attacco, V: Nucleo, C”: Coda). Le sillabe con la coda sono
CHIUSE (o implicate), senza coda sono APERTE (o libere).
Nucleo e Coda assieme formano la RIMA, in tale prospettiva la sillaba possiede una struttura gerarchica a due livelli:
La sillaba è formata da Attacco a Rima, quest’ultima è formata da Nucleo e Coda.
DITTONGO: combinazione di un’approssimante e una vocale, quest’ultima è sempre l’apice sillabico, se è V+Appr il
dittongo è discendente (Auto [‘awto]à [aw] + [to]), al contrario invece è ascendente (Pieno [‘pjƐ:no]à [pjƐ] + [no]).
TRITTONGO: combinazione di due approssimanti e una vocale (Aiuola [a’jw‫ס‬:la]à [a] + [jw‫ ]ס‬+ [la])

TRATTI SOPRASEGMENTALI: Una serie di fenomeni fonetici e fonologici che riguarda principalmente la
successione lineare tra i foni delle parole della catena parlata, agiscono al di sopra del singolo segmento minimo,
riguardando le relazioni fra foni sull’asse sintagmatico
TRATTI PROSODICI: concernono l’aspetto melodico della catena parlata e determinano l’andamento ritmico. I
fondamentali sono accento, tono e intonazione, lunghezza e durata relativa, oltre che ritmo (e pause) e tempo (o velocità
di elocuzione).
ACCENTO: particolare forza o intensità di pronuncia di una sillaba, che presenta una prominenza fonica rispetto alle
altre (ovvero le sillabe atone). Non in tutte le lingue ha lo stesso rilievo o è ottenuto allo stesso modo, ma in genere è
dovuto a un aumento della pressione dell’aria nel canale orale.

Non va confuso con l’ACCENTO GRAFICO: un simbolo diacritico impiegato in italiano per indicare nella grafia la
posizione dell’accento fonico ossitone (il cui accento va sempre segnato, come in “città”), indicare la differenza fra
monosillabi omofoni (“da” preposizione vs “dà” verbo) o la differenza di timbro delle vocali intermedie, con cui
l’accento può essere usato quello GRAVE per indicare la vocale aperta o medio-bassa, e quello ACUTO per indicare la
vocale chiusa o medio-alta (è vs é, princìpi vs prìncipi). In italiano l’accento grafico si segna solo in parole
plurisillabiche tronche o su alcuni monosillabi. La posizione dell’accento può essere libera o fissa, in alcune lingue
come il francese è fissa (cade sempre sull’ultima sillaba o sillaba finale del gruppo, in finlandese o svedese sulla prima),
in altre invece è libera, e in questi casi si usa per distinguere due parole graficamente uguali (si parla quindi di
VALORE FONEMATICO dell’accento). In italiano è libero e si trova principalmente sull’ultima, penultima o
terzultima sillaba, più raramente sulla quartultima o addirittura quintultima (ma solo nelle parole composte con pronomi
CLITICI: elementi che nella catena fonica non possono rappresentare la sillaba prominente e recare accento proprio, e
devono “appoggiarsi” su un’altra parola, come articoli e pronomi personali atoni: me e lo.
Nelle parole con 4 o più sillabe esistono uno o più accenti secondari, emergenze relative di altre sillabe che fanno da
contrappeso alla sillaba fonica (“fabbricamelo” ha l’accento secondario su “-lo”).

Il susseguirsi di elementi forti e deboli, assieme ai fenomeni di durata, da luogo al “ritmo”, l’italiano è una lingua a
ISOCRONISMO SILLABICO: in una parola viene assegnata una durata analoga alle sillabe atone mentre l’inglese è
una lingua fondamentale a ISOCRONISMO ACCENTUALE: per mantenere costante la distanza fra gli accenti viene
assegnata durata via via minore alle sillabe atone quanto più sono numerose.
PIEDE: associazione di una sillaba forte (tonica) e una sillaba debole (atona). A seconda dell’ordine in cui i due
componenti del piede si pongono, ci sono 2 tipi di ritmi (Ritmo TROCAICO: sillaba forte precede la debole, il
contrario è il ritmo GIAMBICO).
TONO: l’altezza relativa di una pronuncia di una sillaba, dipende dalla tensione delle corde vocali e della laringe, e
quindi dalla velocità e frequenza delle vibrazioni delle corde vocali, queste determinano la FREQUENZA
FONDAMENTALE: il principale parametro dei fenomeni di tonalità (aumento di frequenza: tono alto, diminuzione
frequenza: tono basso, innalzamento relativo della frequenza: tono ascendente, abbassamento frequenza: discendente).
Nelle LINGUE TONALI (cinese, tailandese, svedese ecc.) il tono può distinguere da solo parole diverse ma
foneticamente uguali.
INTONAZIONE: l’andamento melodico con cui è pronunciato un GRUPPO TONALE/RITMICO (la parte di una
sequenza o catena parlata pronunciata con una sola emissione di voce) o un intero enunciato. In alcune lingue
l’intonazione permette di capire se si ha un’affermazione, un’esclamazione, un ordine, una domanda ecc.

LUNGHEZZA: riguarda l’estensione temporale relativa con cui i foni e le sillabe sono prodotti, vocali e consonanti
fricative possono essere tenute per un tempo teoricamente indeterminato, le consonanti occlusive no (in ogni caso
sarebbe più corretto parlare di foni più o meno lunghi).
La quantità di vocali o consonanti può avere VALORE DISTINTIVO, in italiano la quantità minima, o durata di
lunghezza, delle consonanti non ha funzione distintiva, se non supponiamo che le consonanti semplici o doppie nella
grafia realizzino un’opposizione di durata. È possibile infatti analizzare ogni consonante doppia con una corrispondente
semplice o come la ripetizione in contiguità dello stesso fonema, o invece come fonema a sé opposto alla
corrispondente scempia. In tal caso le consonanti doppie sono lunghe, e le semplici brevi.
Per le vocali, la durata in italiano non è pertinente, quella suscettibile di un allungamento enfatico (enfatizzo la a di
mano “maaaano” ma rimane comunque una mano) è soprattutto la tonica, già un po’ più lunga delle altre.
SPETTROGRAMMI: diagrammi ottenuti dalla fonetica sperimentale su base acustica analizzando il suono tramite
appositi apparecchi, per fornire rappresentazioni dei caratteri fisici della catena parlata prodotta. Sull’asse delle ascisse
viene rappresentato il tempo (durate), sull’asse delle ordinate le frequenze, l’intensità del suono si rappresenta dal grado
di annerimento del tracciato.

3. MORFOLOGIA
3.1 PAROLE E MORFEMI
MORFOLOGIA: studio delle unità minime di prima articolazione e del modo in cui si combinano per formare segni
che fungano da entità autonome della lingua, le parole. Il suo ambito d’azione è la struttura della parola.

PAROLA: la minima combinazione di elementi minori dotati di significato, i morfemi (costituita quindi da almeno un
morfema), costruita spesso attorno a una base lessicale (un morfema con significato referenziale), che funga come entità
autonoma della lingua e possa rappresentare isolatamente, da sola, un segno linguistico compiuto, o comparire come
unità separabile costituiva di un messaggio.
Fra i caratteri che ne permettono una definizione e individuazione più precisa ci sono:

- All’interno della parola l’ordine dei morfemi è rigido e fisso (“gatto”, non “ogatt”)
- I confini di parola sono punti di pausa potenziale nel discorso
- La parola è di solito separata/separabile nella scrittura (ma fino al 700 si trovavano frasi senza spazi fra le
parole)
- Foneticamente la sua pronuncia non è interrotta ed è caratterizzata da un unico accento primario

Scomponendo una parola ricaviamo i morfemi, pensiamo a “dentale”: dent- (organo della masticazione) -al- (aggettivo
relativo) -e (singolare). Tutti e 3 possono entrare in relazione con altre parole, dent- diventa dente, dentario, dentista
ecc. -al- invece è un morfema che ricava aggettivi partendo dai nomi, diventa mortale, stradale ecc. invece -e esprime il
numero, in tal caso singolare, e diventa gentile, verde, studente ecc. (nel caso di studente non si divide in stu-dent-e
perché “dent-“ non c’entra nulla, bensì “stud-ent-e”).
PROVA DI COMMUTAZIONE: Serve per scomporre una parola, e ha questi step; si prende una parola simile dalla
forma vicina, con presumibilmente i morfemi da individuare; per “dentale” troviamo “dentali”, quindi il primo morfema
è -e e il suo valore è singolare (essendo “dentali” plurale), poi possiamo confrontarlo con “stradale”, trovando -al- e
quindi anche dent-, confrontando dentale con “dente” ne avremo la prova.
MORFEMA: l’unità minima di prima articolazione, la minima associazione di un significante e un significato, il
secondo è dato dalla somma e combinazione di significati dei singoli morfemi che la compongono. Un suo sinonimo è
MONEMA, chi usa questo termine ne distingue due tipi: i SEMANTEMI se sono elementi lessicali, MORFEMI se
sono elementi grammaticali.
In Morfologia c’è la distinzione tra morfema, morfo e allomorfo, col suffisso -ema i linguisti si designano le unità
minime fondamentali di un livello di analisi viste come unità astratte, di langue, mentre il suffisso -o designa le
corrispondenti unità concrete di parole.
MORFO: morfema inteso come forma, il significante del morfema insomma (il morfema del singolare è realizzato dal
morfo -e) è la “lettera”
ALLOMORFO: le forme diverse in cui si può presentare un morfema che potrebbe comparire sotto forme
parzialmente diverse. Per stabilirli l’elemento individuato deve avere sempre lo stesso significato e deve trovarsi nella
medesima posizione nella struttura della parola. Il morfema lessicale che significa “spostarsi avvicinandosi verso un
luogo determinato” è quello nel verbo venire, che appare in diverse forme ven-, venn-, veng- vien- e ver-, sono tutti
allomorfi dello stesso morfema, cioè ven-. -abil-, -ibil-, -ubil- sono allomorfi dello stesso morfema, col valore
funzionale di formare aggettivi con un significato di potenzialità.
L’allomorfia può quindi riguardare sia i morfemi lessicali che grammaticali, le cause di tale fenomeno vanno ricercate
nella diacronia: bisogna riportare a trasformazioni avvenute nella forma delle parole e dei morfemi, spesso per ragioni
fonetiche, lungo l’asse del tempo: molti fenomeni di allomorfia sono dovuti a mutamenti fonetici e a diverse trafile con
cui le parole si sono trasmesse dal latino all’italiano. Se si parla di allomorfia serve una certa affinità fonetica tra i morfi
che realizzano lo stesso morfema, vicinanza dovuta alla stessa origine (punto di vista diacronico) o a modificazioni
fonetiche dovute all’incontro con altri foni (FENOMENI FONOSINTATTICI, punto di vista sincronico). in- e il- di
inutile e illecito sono allomorfi di in-, davanti a una vocale rimane invariato ma davanti a consonanti laterali, vibranti e
nasali la n si assimila alla consonante seguente.
SUPPLETIVISMO: Spesso un morfema può essere sostituito da un altro dalla forma totalmente diversa (e spesso lo è
anche l’origine etimologica), come acqu- e idr-, una proveniente dal latino e una dal greco.

3.2 TIPI DI MORFEMI


Ci sono 2 punti di vista per individuare i tipi di morfemi, una classificazione FUNZIONALE in base alla loro funzione
e tipo di valore con cui i morfemi contribuiscono al significato delle parole; e una classificazione POSIZIONALE,
basata su posizione dei morfemi nelle parole e il modo in cui contribuiscono alla struttura.

Prendiamo “Dentale”: Dent- è un morfema lessicale sulla cui base è costituita la parola piena, -al- e -e danno un
significato interno alla grammatica della lingua (significato funzionale/grammaticale); -al- è un morfema
DERIVAZIONALE (che fa parte dei grammaticali): forma parole derivandole da altre già esistenti; -e è
FLESSIONALE (che fa parte dei grammaticali): attualizza una delle varie forme in cui compare una parola,
marcandola flessionalmente e indicando se è una forma singolare, senza modificare il significato della base.
Mentre i morfemi lessicali sono una classe aperta ancora espandibile, quelli grammaticali sono chiusi, non vengono
accolte nuove unità (a meno di fenomeni di mutamento linguistico drastici).
La distinzione fra queste due categorie non sempre è completamente chiara e applicabile, è il caso delle PAROLE
FUNZIONALI (o vuote) come articoli, pronomi personali, preposizioni, congiunzioni; classi non considerabili a pieno
titolo morfemi grammaticali (anche perché alcuni sono scomponibili, come “lo”  l-o per commutazione con “la” e
“le”).
I morfemi possono essere anche chiamati LIBERI (LESSICALI) e LEGATI (GRAMMATICALI), i secondi
possono solo combinarsi con altri morfemi. Distinzione utile più in inglese che in italiano, dove anche i lessicali sono
legati, gli affissi invece sono di default morfemi legati.
DERIVAZIONE: da luogo a parole regolandone i processi di formazione
FLESSIONE: da luogo a forme di una parola regolandone il modo in cui si attualizzano nelle frasi, entrambi sono i due
grandi ambiti della morfologia.
A partire da certe radici o basi lessicali, la derivazione agisce prima della flessione: prima costruiamo la parola, poi le
applichiamo le dovute flessioni. Questo e la “non interrompibilità” delle parole han come conseguenza che di solito i
morfemi flessionali stanno più lontani dalla radice lessicale rispetto ai derivazionali, che invece tendono a disporsi
immediatamente contigui alla radice: can-e con l’ordine radice lessicale-morfema flessionale, e can-il-e con ordine
radice lessicale-morfema derivazionale-morfema flessionale.
Inoltre mentre la derivazione non è obbligatoria, la flessione lo è.

La classificazione dei morfemi grammaticali avviene in base alla sua posizione nella parola rispetto al morfema
lessicale/radice.
AFFISSI: Morfema che si combina con una radice
PREFISSI: Affissi che stanno prima della radice. In italiano sono solamente derivazionali
SUFFISSI: Affissi che stanno dopo la radice
DESINENZE: Suffissi con valore flessionale (per es. se maschile o femminile), che in lingue come l’italiano stanno
sempre in ultima posizione della parola
INFISSI: Affissi inseriti dentro la radice (come -ic- di “Cuoricino”)
CIRCONFISSI: Affissi formati da due parti, una prima della radice e l’altra dopo, e che quindi contengono al loro
interno la radice (ge-t in tedesco, per esempio in “Gesagt”: detto)
Nella TRASCRIZIONE MORFEMATICA la forma dei morfemi si può scrivere tra graffe indicando sotto, con le
sigle e abbreviazioni (nel caso di morfemi grammaticali) significato e valore:

{dent}- -{al}- -{e}


“Dente” AG SG

TRANSFISSI: o Confissi, affissi che si incastrano alternativamente dentro la radice, creando discontinuità dell’affisso
e della radice, la morfologia dell’arabo si basa su di essi
MORFEMI SOSTITUTIVI: Morfemi i cui morfi non sono isolabili segmentalmente, si manifestano con la
sostituzione di un fono ad un altro fono. Essi consistono in mutamenti fonici della radice e sono praticamente da essa
inseparabili (il plurale inglese di “foot” che diventa “feet”)
MORFEMA ZERO: o Morfo Zero, se ne parla quando nel significante la differenza grammaticale non viene
rappresentata (come in inglese “Sheep” che a plurale rimane identico). In italiano è diverso dato che il plurale non è
dato da un morfo da aggiungere ma dall’alternanza delle desinenze: i nominali in italiano non si presentano mai, tranne
l’eccezione di sostantivi invariabili.
MORFEMI SOPRASEGMENTALI: o Superfissi/Soprafissi, morfemi in cui un certo valore morfologico si manifesta
tramite un tratto soprasegmentale come l(a posizione dell)’ accento o il tono.
Certi valori morfologici in certe lingue vengono affidati a processi, uno di questi è la REDUPLICAZIONE: ripetere la
radice lessicale, o una sua parte (come “bambino” in indonesiano, che dal singolare al plurale si trasforma da “anak” a
“anak-anak”).
MORFEMI CUMULATIVI: Morfemi grammaticali con più di un significato o valore in sé, “Buone” per es. vale
insieme “femminile” e “plurale”
Il valore di indicare una classe flessionale ha uno statuto un po’ problematico nello stabilire la natura di un morfema, in
quanto indica una classe, o paradigma, formale di appartenenza di una parola; il problema è simile a quelle delle vocali
tematiche. Per ovviare a ciò è stata introdotta una nuova entità, anch’essa priva di forma fonologica concreta e con un
significato esclusivamente morfologico, senza controparte semantico-funzionale detta MORFOMA: con una regolarità
strutturale astratta, o schema, ricorrente all’interno di paradigmi morfologici, nozione che permette di dare conto di
cooccorrenze nella selezione della base che si trovano solitamente in forme flesse di verbi latini come “Scribo”
(scrivere), in cui la base è “scrib-“ nel presente e nell’imperfetto, “script-“ nel supino (scriptum) e nel participio passato
(scriptus) ecc.
Un caso particolare di morfema cumulativo può essere il cosiddetto AMALGAMA (o MORFEMA
AMALGAMATO): Morfemi cumulativi dati dalla fusione di due morfemi in modo tale che nel risultato non si
distinguano più i due originali, come la preposizione articolata francese Au “Al” (da  “a” + le “il”), o l’articolo
determinativo plurale “i” in italiano, fusione tra il morfo dell’articolo determinativo l- e del maschile plurale -i.

3.3 DERIVAZIONE E FORMAZIONE DELLE PAROLE


I morfemi derivazionali permettono, tramite processi soprattutto di prefissazione e suffissazione, la formazione di
parole infinite a partire da una base lessicale, in ogni lingua c’è una lista di moduli di derivazione che creano famiglie di
parole (o lessicale), le parole costruite partendo da “socio” per es. possono essere sociale, consocio, società, socievole,
asociale, sociologia, socializzabilità ecc.
Prendiamo l’ultima parola, formata da 5 morfemi (soci-al-izz-abil-ità + eventuale morfema 0)

{soci} - {al} - {izz} - {abil} - {ità} - ({0})


socio – Agg – Vb - Agg – Sost - (Num)
M. less. - M. Derivazionali (Suff) - M. Flessionale (zero)

“Abil”: ricava aggettivi con valore di potenzialità da una base verbale (socializzabile: “che può essere socializzato”).
In italiano nella maggioranza delle forme verbali e deverbali (parole derivate dai verbi) c’è il problema della VOCALE
TEMATICA: la vocale iniziale della desinenza dell’infinito dei verbi: Are, Ere, Ire. Poiché si ritiene abbia un
significato, seppur di natura speciale, del tutto esteriore, in quanto indica l’appartenenza della forma a una determinata
classe di forme della lingua (le coniugazioni sono classi flessionali), potremmo scomporre Abil in {a}-{bil} e
considerarlo un allomorfo del suffisso che crea aggettivi deverbali con valore potenziale, o analizzarlo ulteriormente
come formato da due morfemi, a cui la vocale tematica corrisponde un reale significato che modifichi la base.
Vi è anche la terza possibilità, considerare la vocale tematica come parte della radice lessicale, (cambia-ment-o), è
quella preferita dalla teoria morfologica recente (che spiega l’omofonia della radice con la 3 pers. sing. come risultato
della cancellazione di vocali in iato: cambia- + -a: cambia).
PREFISSOIDI: Morfemi che sono lessicali e derivazionali, radici e prefissi allo stesso tempo (socio- e soci- che stanno
per “società”, che si comportano e funzionano come prefissi, mettendosi davanti a un’altra radice lessicale per
modificarne il significato.
SUFFISSOIDI: morfemi con significato lessicale, come le radici, ma che si comportano come suffissi nella formazione
delle parole (-logi(-a), -metr(-o) in cronometro, quest’ultimo morfema va distinto da “metro” come unità di misura;
esiste anche metro- prefissoide, come in metronomo).
Entrambe le due categorie si trovano principalmente in parole delle lingue classiche, specie dal greco, e funzionano in
sincronia come affissi, morfemi derivazionali, ma con il significato tipico dei morfemi lessicali ereditato dalle parole
piene da cui sono tratti (sono chiamati anche “semiparole”).

Un Prefissoide interessante è auto- (autòs dal greco: (sé) stesso), si sono formate parole in cui esso vale come “da/di sé
stesso”: autonomia, autocritica ecc. e fra le altre “automobile” (che si muove da sé), che abbreviata diventa auto
(macchina) formando altre parole con uno statuto diverso rispetto all’originale: autocarro, autolavaggio ecc. (abbiamo
una “composizione”, non una prefissazione).

PAROLE COMPOSTE: parole formate dall’aggancio di due parole ancora riconoscibili (nazionalsocialismo,
portacenere, cassaforte), in tedesco è molto usato. In italiano la composizione segue l’ordine modificato-modificatore,
la seconda modifica la prima (la testa sintattica) (es. cassaforte è una cassa resistente). Possono essere
ENDOCENTRICI (Testa a sinistra che specifica categoria e trasmette genere e tratti sintattico-semantici alla parola),
ESOCENTRICI (entrambi i costituenti sono sullo stesso piano e quindi non c’è una testa), COORDINATIVI o
DVANDVA (entrambi i costituenti possono essere la testa)
Esse non vanno confuse con le UNITÀ LESSICALI
PLURILESSEMATICHE/POLILESSEMATICHE/PLURILESSICALI, costituite da sintagmi fissi che
rappresentano un’unica entità di significato (“gatto selvatico” non è un gatto che è selvatico, bensì una specie precisa di
felino, così come il gatto delle nevi non è un tipo di gatto ma un mezzo, ma anche fare il bucato, avviso di garanzia ecc.
lo sono), possono contenere nella categoria anche i verbi sintagmatici (andare via, portare fuori) o i binomi coordinati
(sale e pepe, bianco e nero), tutte unità non più di pertinenza della morfologia derivazionale.

Si trovano in posizione intermedia i BIMEMBRI: unità lessicali il cui rapporto tra le due parole costitutive non ha
raggiunto il grado di fusione tipico delle vere parole composte e i due elementi vengono rappresentati separatamente
nello scritto (sedia elettrica, parola chiave, scuola guida).

Altri meccanismi più marginali sono la lessicalizzazione di sigle e l’unione di parole diverse che si fondono con il loro
accorciamento. Se la sequenza di iniziali della sigla è compatibile con la struttura fonologica della parola in italiano,
diventa una parola autonoma (NATO  North Atlantic Treaty Organization).
L’unione di parole di verse crea le “parole macedonia” (cantautore  cantante+autore, ristobar  ristorante+bar, smog
 smoke+fog).

In italiano, suffissazione e prefissazione sono i procedimenti più importanti e produttivi, quest’ultima inoltre non muta
la classe di appartenenza dalla parola in molte lingue europee oltre l’italiano: aggiungendo un suffisso a “noia” potrebbe
uscire “noioso”.

Un altro procedimento utile in italiano è l’ALTERAZIONE: con i suffissi alterativi si creano parole che aggiungono al
significato della base lessicale un valore generalmente valutativo, e associato a particolari contesti pragmatici, che può
essere “diminutivo” (gattino), accrescitivo (donnone) o peggiorativo (robaccia).

Tra i morfemi, in italiano, possono esserci casi di omonimia, come in- che indica “negazione” (impossibile) ma anche
“avvicinamento, direzione, ingresso” (immigrato). Come suffisso può avere valore “diminutivo” (gattino) o di agente
(imbianchino), in questa parola poi c’è anche in- prefisso, con un significato connesso al secondo dei valori prefissali di
prima, imbianchino è un nome deverbale che viene da imbiancare “dare il bianco (a qualcosa)”.
Verbi così formati, con prefissazione e suffissazione come desinenza di una delle classi di coniugazione sono chiamati
VERBI PARASINTETICI (abbellire, inaridire ecc.)

Le parole derivate si possono definire in maniera da tener conto del procedimento di derivazione, della classe lessicale
della base da cui derivano e della classe lessicale a cui appartiene il risultato.

CONVERSIONE (o DERIVAZIONE ZERO o SUFFISSAZIONE ZERO): la presenza di coppie di parole, un


verbo e un nome/aggettivo, con la stessa radice lessicale e privi di suffisso, fra cui non è possibile stabilire quale dei due
derivi dall’altro (fiore e fiorire, lavoro e lavorare). Quando la coppia è fatta da un verbo e da un nome spesso la base è il
verbo, in quanto il nome designa l’atto indicato dal verbo: da qui la definizione di “Derivazione Zero” (cambiare e
cambio, giocare e gioco). Se invece ci sono un verbo e un aggettivo quest’ultimo potrebbe essere la base, in quanto il
verbo indica l’azione di far assumere lo stato denominato dall’aggettivo (calmo e calmare).

I processi di derivazione delle parole hanno creato diversi tipi morfologici:


PAROLE BASICHE O PRIMITIVE: mano
PAROLE ALTERATE: manona, manina
PAROLE DERIVATE: maniglia, maneggiare
PAROLE PREFISSATE: rimaneggiare, smanacciare
PAROLE COMPOSTE: corrimano
UNITÀ PLURILESSEMATICHE: mano morta

3.4 FLESSIONE E CATEGORIE GRAMMATICALI


I morfemi flessionali attualizzano il significato della radice lessicale nel contesto di enunciazione, specificandone la
concretizzazione in quel contesto. Di oggetti designati dalla radice lessicale “libro” ci sono, in quell’attualizzazione in
particolare, uno solo; “mangiavamo” dice che tale azione, designata dalla radice lessicale, era attualizzata nel passato, in
maniera continuativa e compiuta da più persone, tra cui quella che parla. Un aggettivo può presentarsi sotto 4 forme:
maschile/femminile singolare/plurale, un verbo in tanti quante le sue coniugazioni.

I morfemi flessionali operano sulle classi “variabili” di parole (nomi, verbi, aggettivi, articoli e in parte i pronomi),
suscettibili di accogliere la flessione. Essi realizzano valori delle categorie grammaticali: un certo morfema realizza un
valore di una certa categoria grammaticale: è la MARCA di quel valore. Le categorie grammaticali pertinentizzano e
danno espressione ad alcuni significati fondamentali, più comuni e frequenti, di portata generale, che diventano
categorici per una certa lingua e che devono essere per forza espressi, in quanto previsti dalla grammatica.
Fra le CATEGORIE GRAMMATICALI vi sono le FLESSIONALI, che riguardano il livello dei morfemi stessi
(ogni categoria è l’insieme dei valori che può assumere una certa dimensione semantica basilare elementare, ciascuno
rappresentato da un morfema).
Le categorie grammaticali flessionali si dividono in due grandi classi: quelle che operano sui nomi (o, almeno nelle
lingue a noi più familiari, in generale sui nominali: sostantivi, aggettivi, pronomi ecc.) e quelle sui verbi. In italiano la
morfologia nominale ha come categorie fondamentali il GENERE e il NUMERO, in altre lingue non esiste il genere, o
può essere marcato per più valori (per es. maschile, femminile e “neutro”), alcune lingue in Africa ne hanno una 15ina
di prefissi di genere, ovvero CLASSIFICATORI NOMINALI.

Per il numero ci sono due morfemi, singolare e plurale, certi nomi possono essere solo plurali (nozze), in altre lingue ci
sono più valori come il duale e il triale ecc.
Per il caso invece, che mette in reazione la forma della parola con la funzione sintattica che il sintagma ricopre nella
frase, in greco, in latino, in tedesco ecc. la flessione di caso è presente, in italiano ci sono “resti fossili” di flessione
casuale nel sistema dei pronomi personali (tu vs te: soggetto al caso “nominativo” vs soggetto al caso “accusativo”; lo
vs gli: “accusativo vs “dativo”).

REGGENZA: Processo col quale un verbo determina in quale caso debbano declinarsi gli elementi nominali che
costituiscono i complementi del verbo (il verbo latino “Utor”, usare/servirsi, regge l’ablativo: “clipeis uti”, usare gli
scudi). Nelle lingue che hanno anche le preposizioni possono assegnare il caso (in lat. la preposizione “Cum”, con,
regge l’ablativo: “Cum militibus”, con i soldati, dove -ibus è la desinenza dell’ablativo plurale della classe nominale a
cui appartiene miles “soldato”).
La nozione di reggenze si applica anche al rapporto fra verbi e preposizioni: pensare a, dipendere da, cambiare con ecc.

In molte lingue gli aggettivi possono essere marcati per GRADO: comparativo, superlativo, in italiano però affidiamo
alla flessione solo il superlativo, ammesso che accettiamo che bellissimo sia una delle forme della parola bello e non
una derivata (lo statuto flessionale del suffisso -issim- è opinabile).

La morfologia verbale ha 5 categorie flessionali principali:

- MODO: esprime la maniera in cui il parlante si pone nei confronti del contenuto di quanto vien detto e della
realtà della scena o evento rappresentati nella frase (indicativo mangio, che indica certezza, vs condizionale
mangerei, che indica incertezza). Ci sono vari tipi di modalità, quella assertiva (il treno parte), dubitativa (il
treno partirà?), epistemica (il treno dovrebbe essere partito), deontica (il treno deve assolutamente partire),
evidenziale (indica la natura della fonte d’informazione riferita: il treno è partito, l’ho visto io).
- TEMPO: colloca nel tempo assoluto e relativo quanto viene detto (presente vs futuro vs passato)
- ASPETTO: riguarda la maniera in cui vengono osservati e presentati in relazione al loro svolgimento l’azione
o l’evento o il processo espressi dal verbo (perfettivo vs imperfettivo, che oppongono l’azione vista come
compiuta all’azione vista come in svolgimento, in italiano ciò è reso da “passato prossimo vs imperfetto”)
- AZIONALITÀ: o “Carattere dell’azione”, riguarda il modo oggettivo in cui si svolge nello sviluppo
temporale l’azione o evento o processo espressi dal verbo, è importante qui distinguere fra VERBI TELICI
(che indicano un’azione o evento o processo con una fine; VERBI DI COMPIMENTO o “Processo
Indefinito” come invecchiare; VERBI DI REALIZZAZIONE o “Istantanei” come raggiungere;) e
ATLETICI (senza un momento finale conclusivo, VERBI DI STATO come sapere, VERBI DI ATTIVITÀ
o di “Processo indefinito” come camminare).
- DIATESI: Esprime il rapporto in cui viene rappresentata l’azione o l’evento rispetto ai partecipanti e in
particolare al soggetto (attivo vs passivo)
- PERSONA: chi compie l’azione, riferisce e collega la forma verbale al soggetto (e ad altri complementi
rilevanti in altre lingue) e si manifesta con morfemi deittici o di accordo. La marcatura di persona implica
anche quella di numero. Certe lingue inoltre marcano sul verbo, almeno in alcune persone, anche il genere
(come l’italiano col participio passato: partito vs partita)

PARTI DEL DISCORSO: Dette anche Categorie/Classi Lessicali, classificano le parole raggruppandole in classi in
base alla natura del significato, del loro comportamento nel discorso e delle loro caratteristiche flessionali e funzionali.
Nella grammatica tradizionale, ereditata da quella greca e latina con qualche modifica, sono nove le parti del discorso:
Nome/sostantivo, aggettivo, verbo, pronome, articolo, preposizione, congiunzione, avverbio e interiezione (ohibò,
uffa ecc.) a cui volendo si possono aggiungere gli ideofoni (zigzag), anche se sono espressioni che non appaiono
integrate al sistema linguistico. Alcune parole si pongono fra più classi.

Per assegnare le parole alle categorie/classi lessicali ci sono 3 criteri fondamentali:


Un criterio Semantico, il tipo di significato; un criterio Morfologico, dato dal comportamento delle parole in
relazione alle categorie morfologiche di una lingua, al genere di marche assumibili dalla morfologia di accordo cui sono
soggette; e un criterio Sintattico, dato dal contesto in cui le parole compaiono, dalla collocazione e dalle funzioni
sintattiche che possono svolgere. Il loro insieme consente per lo più di stabilire l’appartenenza di ogni parola alla
propria classe, ci sono anche eccezioni e casi limite in quanto nomi e verbi non sono sempre ben differenziabili, anche
in italiano (“il mangiare costa molto”, in cui mangiare non è un verbo ma è usato come nome).

Altre sovrapposizioni di categorie hanno origine nei PARTITIVI: le preposizioni articolate del, degli ecc. si possono
usare come tali o come articoli partitivi, indicanti quantità indefinita (del pane, degli studenti).

Passando all’asse sintagmatico troviamo altre categorie grammaticali che rientrano nel dominio della sintassi, le
FUNZIONI SINTATTICHE: nozioni tradizionalmente definite dall’analisi logica, come soggetto, predicato, oggetto,
complemento di termine, di specificazione, luogo, mezzo ecc. A tali funzioni corrispondono, nella marcatura a livello
dei morfemi, i casi.
La distinzione fra sintagmatico e paradigmatico serve per distinguere 2 modi di funzionamento della morfologia
flessionale: quella inerente e quella contestuale.

- FLESSIONE INERENTE: riguarda la marcatura a cui viene assoggettata una parola in isolamento, a seconda
della classe di appartenenza, perché selezionata nel lessico e comparsa in un messaggio: in italiano/inglese un
nome viene espresso come singolare o plurale, la forma sotto cui esso compare deve presentare uno dei
rispettivi morfemi flessionali, previsti dalle lingue.
- FLESSIONE CONTESTUALE: Dipende dal contesto: specifica una forma e seleziona i relativi morfemi
flessionali in base al contesto sintattico, dipendendo quindi dai rapporti gerarchici che si instaurano fra le
parole nella frase, marcando quindi rapporti di natura sintattica.

ACCORDO: meccanismo di molte lingue, prevede che tutti o alcuni degli elementi suscettibili di flessione prendano le
marche delle categorie flessionali per le quali è marcato l’elemento a cui si riferiscono o da cui dipendono. In italiano
per es. è d’obbligo l’accordo fra verbo e soggetto (gatto miagola, gatti miagolano) e fra i vari componenti di un
sintagma nominale.

Esso si può distinguere con la CONCORDANZA, mentre il primo termine è per i fenomeni di accordo fra elementi del
sintagma nominale, il secondo è per l’accordo delle forme verbali con elementi nominali, il soggetto in particolare.

4. SINTASSI
4.1 ANALISI IN COSTITUENTI
SINTASSI: livello di analisi che si occupa di come si combinano le parole, la struttura e l’organizzazione delle FRASI:
entità linguistiche che funzionano come unità comunicative, che costituiscono cioè un messaggio o blocco
comunicativo autosufficiente nella comunicazione verbale, nel discorso. Essendo difficile da definire, quanto la parola,
terremo questa definizione al momento.

PREDICAZIONE: affermazione riguardo qualcosa, attribuzione di una qualità o modo di essere (agire a un’entità; o
assegnazione di una proprietà a una variabile o di una relazione fra i più variabili: “Gianni è alto” è una predicazione
perché si attribuisce a Gianni la qualità dell’altezza)
FRASI NOMINALI: frasi senza verbo (buona, questa torta) che funzionano da messaggi autosufficienti e con una
predicazione (la torta è buona).

Individuare il numero di frasi in un discorso o testo è difficile, un metodo utilizzabile al momento, seppur impreciso e
ingenuo, è considerare che in ogni frase c’è una predicazione, e quindi anche ricordarsi di contare le forme verbali.
Le parole si combinano in frasi secondo rapporti e leggi strutturali a volte anche molto complessi, che la sintassi studia.
Dato che consideriamo frasi anche costrutti più estesi e complessi della norma, le frasi semplici con una sola
predicazione possono essere chiamate PROPOSIZIONI (o clausole).

Per analizzare la struttura delle frasi bisogna individuare il modo in cui si organizzano le parole, scomponendola e
segmentandola, a un livello elementare è usato un tipo di analisi che rappresenta le concatenazioni e in parte le
dipendenze, fra gli elementi della frase scomponendola in pezzi via via più piccoli: i COSTITUENTI della frase; tale
analisi è l’ANALISI IN COSTITUENTI IMMEDIATI: individua diversi sottolivelli di analisi, e i costituenti che si
isolano a ciascun sottolivello costituiscono senza altri passaggi il costituente del sottolivello di analisi superiore. Il
criterio per la scomposizione è la prova di commutazione.

Si confronta la frase con una più semplice ma con la stessa forma per individuare i costituenti immediati della frase
stessa: abbiamo “Mio cugino ha comprato una macchina nuova” e “Gianni legge”. “Mio cugino” e “Gianni” sono i
costituenti immediati, che svolgono lo stesso ruolo, così come “ha comprato una macchina nuova” e “legge”.
Ripetiamo lo stesso ragionamento trovando i costituenti del sottolivello “mio” e “cugino” dopo averlo confrontato con
“il gatto”, poi confrontiamo “ha comprato una macchina nuova” con “legge un libro”, trovando “ha comprato” e
“macchina nuova”.

Per rappresentare ciò il metodo più diffuso è quello degli ALBERI ETICHETTATI, l’indicatore sintagmatico della
frase.

Gianni legge un libro


N V Art N

SN SV

Dove F= Frase, SN= Sintagma nominale, SV= Sintagma verbale, N= Nome, V= Verbo, Art= Articolo. Ogni nodo
domina i nodi dei rami che da esso si dipartono, da F si dipartono SN (da cui si diparte N) e SV (da cui si dipartono V,
Art e N, considerabili COSTITUENTI FRATELLI perché dominati dallo stesso nodo).
A volte nei diagrammi può esserci un triangolo anziché una linea, indica che il ramo porta a un costituente che non
viene analizzato perché non pertinente per il fenomeno da illustrare.

4.2 SINTAGMI
I sottolivelli di analisi sintattica sono quindi quello delle frasi, dei sintagmi e delle singole entrate lessicali (parole), il
più importante per la sintassi è quello dei sintagmi (gruppi).
SINTAGMA: la minima combinazione di parole come unità di struttura frasale (o più genericamente della sintassi),
sono costruiti attorno alla “Testa” (obbligatoria), con cui vengono classificati e nominati.
TESTA: la classe di parole che rappresenta il minimo elemento che da solo possa costituire sintagma. Se si elimina, il
gruppo di parole considerato perde la natura di sintagma di quel tipo (“la copertina blu” se tolgo copertina rimane “la
blu”, che non è un SN, a meno che non si interpreti come sintagma ellittico “quella blu”, in cui “la” ha valore
pronominale e il nome è sottinteso).
SINTAGMA NOMINALE: sintagma costruito attorno a un nome N, che può essere sostituito dal pronome PRO, la
grandezza minima di un SN è un N (o PRO), ma può diventare assai complesso (le combinazioni però variano da lingua
a lingua), in italiano potrebbe essere: Tutti (Quant) quei (Det) miei (Poss) quattro (Num) bei (Agg) polli (N) grassi
(Agg), dove Quant: Quantificatore e Num: numerale. Di questo sintagma solo N è obbligatorio. L’ordine lineare in cui
gli elementi appaiono è questo, apparenti controesempi sono considerate trasformazioni stilisticamente marcate (tutti gli
amici  gli amici tutti).

Anche se le teste di SV: V e SPrep: Prep, quest’ultima affermazione pone alcuni problemi; la preposizione, che nel
SPrep introduce e regge il SN, non condivide le proprietà delle altre teste per rappresentare da solo il sintagma (“Parto
per Parigi”, “Per Parigi”: SPrep, ma in “Parto per”, per non è SPrep, non è niente).

TEST DI COSTITUENZA: criteri per confermare se certi gruppi di parole costituiscono un sintagma

MOBILITÀ: Vi è un sintagma se le parole del gruppo si muovono assieme in una frase senza cambiarne il significato
(ho fatto questo l’altro mese= l’altro mese ho fatto questo, “l’altro mese” è un SN che va mosso in blocco, muovere solo
l’altro o mese renderebbe la frase agrammaticale)
SCISSIONE: Vi è un sintagma se il gruppo di parole può essere separato dalla proposizione costruendo una frase
scissa (per certi versi è un caso specifico del criterio di mobilità); possiamo isolare con la struttura “è…che” il gruppo
“mio cugino”, l’SN, ma non le singole parole che lo costituiscono (mio cugino ha comprato una macchina nuova  è
mio che cugino ha comprato…; oppure “ho guardato dentro la scatola”  ”è dentro la scatola che ho guardato”)
ENUNCIABILITÀ IN ISOLAMENTO: Vi è un sintagma se le parole del gruppo possono costituire un enunciato da
sole (“chi ha comprato una macchina nuova?” “mio cugino”)
COORDINABILITÀ: Serve per riconoscere quando 2 o + gruppi di parole rappresentano sintagmi dello stesso tipo
(“Pietro e un suo caro amico sono partiti per le vacanze” con 2 SN, ma possono coordinarsi anche gruppi con funzione
analoga ma di genere diverso “ho visto un uomo stanco e che non ha più speranza”, o con sintagmi uguali ma non
coordinabili “il custode e il vento aprirono la porta”).

SOTTOCOSTITUENTI DI SINTAGMI: elementi che possono attaccarsi alla testa e che quindi dipendono da questa,
possono dare luogo a sintagmi anche complessi.
Nella grammatica generativa è stato introdotto il SDet (sintagma (del) determinante), con Det come testa e con l’SN
all’interno, “un libro costoso” è più un SDet che un SN.

Sempre nella grammatica generativa, il tema della struttura interna dei sintagmi è stato approfondito dalla TEORIA X-
BARRA: individua i diversi ranghi di complessità di un sintagma (X) con indicazione di “apici” (X’, X”) che indicano
l’appartenenza a un certo sottolivello di complessità del sintagma. Per la teoria tutti i sintagmi hanno la struttura
sottostante generale comune, rappresentata sotto, dove X= testa, Compl (= complemento, non Comp=
complementatore) è il modificatore diretto della testa, Spec (=Specificatore) è il modificatore del sottolivello superiore
a quello della testa:

Ꞅ X” (=SX) ˥

Spec Ꞅ X’ (=SX) ˥

X Compl

Es. “il libro di Chomsky”, il Det “il” è nella posizione Spec, N “libro” è la testa e SPrep “di Chomsky” è nella posizione
Compl. In sintassi generativa “il libro” è concepito come SDet, con l’articolo o il dimostrativo come testa e il nome
(SN) nella posizione Compl.

Rispettando la successione lineare dei sintagmi nella struttura ad albero da conto dei rapporti sintattici fra essi, e a
questo proposito sono particolarmente importanti i sintagmi preposizionali, il cui contributo si pone a livelli diversi e
possono/devono essere agganciati all’opportuno nodo, anche indipendentemente dalla successione lineare: SPrep che
segue un Sn non deve essere per forza attaccato al nodo SN.

Ogni elemento sul ramo di destra di un nodo modifica (o va messo in relazione diretta con) l’elemento alla sua sinistra
sotto lo stesso nodo.
Quando una frase è ambigua si crea un albero per ogni interpretazione (per es. “il libro di favole di Fedro” in cui Fedro
è il proprietario del libro o lo scrittore).

4.3 FUNZIONI SINTATTICHE, STRUTTURAZIONE DELLE FRASI E ORDINE DEI


COSTITUENTI
Per determinare il funzionamento della sintassi esistono 3 ordini o classi diverse di principi:

1) FUNZIONI SINTATTICHE: riguardano il ruolo che i sintagmi hanno nella struttura sintattica, SN possono
avere valore di soggetto o (complemento) oggetto, SPrep di oggetto indiretto o complemento, SV di predicato.
2) SCHEMI VALENZIALI: o strutture argomentali, costituiscono l’embrione della strutturazione delle frasi e
ne configurano il quadro minimale, quando dobbiamo enunciare qualcosa sotto forma di frase, partiamo dalla
selezione di un verbo per rappresentare l’azione o evento o stato di cose o processo da descrivere, il quale è
associato a VALENZE (o argomenti), richieste dal tipo di significato del verbo: ogni predicato in base al
processo che rappresenta e codifica, configura un quadro di elementi chiamati in causa, le valenze. Ogni verbo
stabilisce il numero e la natura delle valenze o argomenti (“attanti” o “posti”) che richiede, rappresentate
linguisticamente da sintagmi nominali (o preposizionali) che li designano: ha quindi un certo schema
valenziale (o struttura argomentale). Da questo punto di vista i verbi sono nella maggioranza monovalenti,
bivalenti o trivalenti (con uno o più argomenti, “camminare” è monovalente perché l’argomento è solo chi
cammina, “interrogare” ne ha due: chi interroga e l’interrogato), ma esistono anche zerovalenti (piove, nevica)
e tetravalenti (con 4 argomenti, come tradurre, che ha come argomenti la frase, il traduttore e le due lingue in
gioco). Le valenze e il verbo sono il nucleo delle frasi, anche se non realizzate con materiale nella struttura
sintagmatica (“mangiare” è bivalente ma può esserci solo il soggetto senza intaccare il significato della frase:
“lui mangia” è chiaro quanto “lui mangia una mela”), inoltre in base al significato un verbo può essere
monovalente o polivalente (“attaccare” nel senso di “assaltare” è bivalente: qualcuno attacca
qualcuno/qualcosa; se il senso è “appendere” allora è trivalente: qualcuno attacca qualcosa a qualcos’altro).
Possiamo dire quindi che il soggetto è la prima valenza di ogni verbo, l’argomento verbale più saliente, e viene
definito “argomento esterno” in quanto esterno al sintagma verbale, essendone il costituente fratello).
La seconda valenza coincide con la funzione sintattica di (complemento) oggetto, nel caso dei verbi transitivi
(che ammettono la costruzione passiva), ma può esserci anche un complemento di luogo, predicativo,
dell’oggetto ecc.
In una frase si possono trovare anche costituenti che realizzano altri elementi, che non fanno parte dello
schema valenziale: i CIRCOSTANZIALI (o circostanti, in opposizione a “attanti”), o “avverbiali”, o
“aggiunti”. Essi non rientrano nelle configurazioni di valenza dei predicati verbali e non fanno parte delle
funzioni sintattiche fondamentale, ma appartenendo alla cornice degli eventi o specificando come si svolge,
aggiungono informazioni anche più salienti di quelle codificate dagli schemi valenziali. Negli indicatori
sintagmatici i circostanziali, che comunque godono di una certa libertà di posizione, fungono da modificatori a
livello della frase o del SV o del SN (“elisa cuoce con pazienza la torta nel forno per 3 ore”  “con pazienza”,
“nel forno” e “per tre ore” sono i circostanziali.
3) RUOLI SEMANTICI: intervengono nella costruzione e interpretazione di una frase, dati dal modo in cui il
referente di ogni sintagma contribuisce e partecipa all’evento rappresentato. La frase in tal caso ora è vista
dalla prospettiva del significato e non del significante, per cui la frase si configura come una scienza (di un
evento o stato di cose) in cui le entità presenti interpretano delle parti. Le parti sono i ruoli semantici o
tematici, detti anche “funzioni semantiche” o, raramente “casi profondi”. Non ci sono procedimenti di
definizione e individuazione o una lista condivisibile dei ruoli semantici, c’è bensì un accordo sulle categorie
usate per designare i ruoli principali: l’”Agente”, l’entità animata che compie l’azione; il “Paziente”, chi la
subisce l’azione o si trova in una certa condizione; lo “Sperimentatore” (o Esperiente), che prova o è toccato
da un certo stato o processo psicologico (a Luisa piacciono i gelati); il “Beneficiario”, che trae beneficio
dall’azione (X regala qualcosa a Y); lo “Strumento”, l’entità inanimata mediante cui avviene l’azione e la
“Destinazione”, l’entità verso cui si dirige l’attività espressa dal predicato o che costituisce l’obiettivo/meta di
uno spostamento. Altre categorie chiamate in causa sono state: “Località”, l’entità in cui è situata
l’azione/stato/processo/; la “Provenienza”, l’entità da cui un’altra si muove in relazione all’azione espressa;
“Dimensione”, l’entità che indica una certa estensione nel tempo/spazio/massa; il “Comitativo”, l’entità che
partecipa all’attività svolta dall’agente.
Anche per i verbi ci sono diversi ruoli semantici, come processo, azione e stato, i ruoli semantici agiscono al di
sotto della struttura sintattica, un ruolo come “la porta” rimane invariato anche se in diverse frasi la sua
funzione nell’SN potrebbe essere di complemento oggetto o soggetto.
Anche se non c’è corrispondenza biunivoca tra ruoli semantici e funzioni sintattiche (perché operano su piani
diversi), possono esserci rapporti preferenziali: l’agente della struttura semantica tende a comparire come
soggetto in struttura sintattica, ciò che ha il ruolo di paziente tende a comparire come complemento oggetto
ecc. In una frase passiva (X è picchiato da Y), nella controparte attiva (Y picchia X) è diversa la distribuzione
del rapporto fra ruoli semantici e funzioni sintattiche. Per distinguere classi diverse di verbi in base al loro
comportamento sintattico un criterio importante è il poter reggere un oggetto e quindi ammettere una
trasformazione passiva. Solo i verbi transitivi sono passivizzabili, quelli intransitivi (camminare, lavorare,
arrivare ecc.) no. All’interno degli intransitivi ci sono due sottoclassi, i verbi “inaccusativi”, che richiedono
l’ausiliare “essere”, e “inergativi”, che richiedono l’ausiliare “avere”.
Per generare una frase si parte dal verbo con uno schema valenziale, a cui il verbo (con l’aggiunta, nel caso, di
circostanziali) fornisce un’interpretazione semantica assegnando ruoli semantici ai diversi elementi che esso contiene.
Dopo di che i ruoli vengono tradotti in funzioni sintattiche, ciò viene infine espresso, realizzato in una struttura in
costituenti, un indicatore sintagmatico con i principi della “teoria x-barra”, quest’ultima parte è l’unica fase a non essere
astratta e avviene a un livello più “superficiale”, da qui la distinzione fra “struttura profonda” e “struttura superficiale”.

Esistono 5 tipi di frasi:

- FRASI DICHIARATIVE: fanno un’affermazione generica con più valori specifici (Luisa va a Milano)
- FRASI INTERROGATIVE: pongono una domanda, marcate in italiano dall’intonazione e/o parole
particolari come “chi, che, cosa” ecc. (chi va a Milano?). Si distinguono in interrogative TOTALI o POLARI
con risposta Sì/No, e PARZIALI o APERTE, a risposta libera (dette anche “interrogative WH-“ per le lettere
iniziali inglesi che le introducono: Who, Why, What ecc.)
- FRASI ESCLAMATIVE: esprimono un’esclamazione marcata dall’intonazione (Luisa verrà qui a Milano!)
- FRASI IUSSIVE (O IMPERATIVE): esprimono un ordine, un’istruzione marcata da forme verbali
particolari come l’imperativo, il congiuntivo, l’infinito preceduto da negazione (Luisa, va a Milano/che Luisa
vada a Milano/Luisa, non andare a Milano)
- FRASI OTTATIVE (O DESIDERATIVE): esprimono un desiderio o un auspicio, marcate dalla posizione
iniziale del verbo al congiuntivo, da fatti intonativi o da eventuali elementi introduttivi, come un “che”
generico o un “se” (se Luisa andasse a Milano/che Luisa vada a Milano)

TEMA: dal greco “ciò che è posto”, ciò su cui si fa l’affermazione, l’entità attorno a cui si predica qualcosa, indica e
isola il dominio per cui vale la predicazione. Non ha nulla a che fare col “tema” della morfologia e della linguistica
generativa
REMA: dal greco “verbo, parola, discorso detto”, è la predicazione fatta, l’informazione fornita a proposito del tema
Vengono spesso usati, come sinonimi di Tema e Rema, il topic e il comment (“Luisa va a Milano”, “Luisa” è il topic e
“va a Milano” è il comment.
Un’altra opposizione fra i due è quella fra Dato e Nuovo, DATO è l’elemento della frase da considerare noto o perché
introdotto nel discorso prima o perché fa parte delle conoscenze condivise; NUOVO è l’elemento portato come
informazione non nota. Coincidono rispettivamente con Tema e Rema ma non è sempre così (“un gatto grigio sta
giocando nel tuo giardino”, “un gatto grigio” anche se è il tema è nuovo, “nel tuo giardino” è dato anche se è rema).

Nelle frasi “normali”, non marcate, soggetto, agente e tema tendono spesso a coincidere sullo stesso costituente frasale:
in “un gatto insegue il topo” il gatto è soggetto, agente e tema, il topo è oggetto, paziente e parte del rema. In italiano,
per separare le 3 funzioni e mutare o invertire l’ordine non marcato dei costituenti esiste la DISLOCAZIONE A
SINISTRA: spostano davanti alla frase (quindi alla sinistra) uno degli elementi che la costituiscono, quindi si può
cambiare l’ordine SVO della frase in OVS: “il topo lo insegue un gatto”, che anticipa all’inizio della frase un
costituente, riprendendolo con un pronome clitico sul verbo, che ne rappresenta la funzione sintattica. La dislocazione è
utile per rendere tematico l’oggetto, anche perché non muta la correlazione fra ruoli semantici e funzioni sintattiche
come la costruzione passiva.
DISLOCAZIONE A DESTRA: isola sulla destra un costituente, riprendendolo con un clitico sul verbo (lo vuole un
caffè) e facendo un’inversione dell’ordine naturale tema + rema.
Bisogna ricordarsi che l’unico costituente a non poter essere dislocato è il soggetto.
FRASE SCISSA: spezzare una frase in due parti, portando all’inizio della frase, introdotto dal verbo essere, un
costituente, e facendolo seguire da una frase (pseudo)relativa (è il gatto che insegue il topo). Se l’elemento mandato nel
primo membro è il soggetto, possiamo avere nel secondo membro di una frase scissa una frase infinitiva introdotta da a:
“è Gianni ad aver rubato la marmellata”. Lo scopo della frase scissa è evidenziare un elemento della frase come dotato
del maggior carico informativo, tale elemento prende il nome di FOCUS: il punto di maggior salienza comunicativa
della frase, l’elemento su cui si concentra di più l’interesse del parlante e che fornisce la massima quantità di
informazione nuova. In genere il focus fa parte del rema ed è contrassegnato da una particolare curva intonativa
enfatica: “Carla al mattino prende il caffè” ha “caffè” come focus, il quale può anche essere contrastato “il caffè, non la
cioccolata”. Per evidenziarlo, oltre alla frase scissa esistono i FOCALIZZATORI: avverbi o particelle deputati a
introdurre il focus.

In conclusione, possiamo analizzare una frase secondo 4 diverse prospettive che interagiscono fra loro e ci permettono
di comprendere appieno gli aspetti della struttura delle frasi:

1) La prospettiva configurazionale, relativa alla struttura in costituenti


2) La prospettiva sintattica, relativa alle funzioni sintattiche
3) La prospettiva semantica, relativa ai ruoli semantici
4) La prospettiva pragmatico-informativa, relativa all’articolazione in tema/rema

Per esempio, in “Gianni corre” abbiamo:

Gianni= SN; SOGG, AGENTE, TEMA


Corre= SV, PRED VERB, AZIONE, REMA

4.4 CENNI DI GRAMMATICA GENERATIVA E LE REGOLE IN SINTASSI


GRAMMATICA GENERATIVA: grammatica che intende predire in maniera esplicita e formalizzata le frasi
possibili di una lingua (escludendo quella grammaticale), un ruolo centrale per la generazione è della sintassi, la parte
interna della lingua, che accoppia e interpreta significati e significanti, le parti “esterne” della lingua, ed è basata su un
sostrato comune a tutte le lingue, una “grammatica universale”.

Il linguaggio verbale è un sistema cognitivo specifico del genere umano, con caratteristiche che gli animali non
possiedono quali discretezza, distanziamento, ricorsività, dipendenza dalla struttura ecc. ed è costituito da conoscenze
mentali interiorizzate che consentono al parlante nativo ideale (senza limitazioni e disturbi che si hanno durante la
produzione linguistica) di produrre messaggi verbali nella sua lingua. L’insieme di tali conoscenze è la
COMPETENZA: entità interna alla mente umana, in larga misura inconscia (o implicita, ovvero che un parlante nativo
può giudicare se una certa frase o produzione linguistica è accettabile o meno nella sua lingua basandosi solo su
intuizioni), è individuale: va intesa come l’insieme delle conoscenze linguistiche interiorizzate dal parlante, quindi
l’intercomprensione è possibile se si hanno competenze individuali abbastanza simili. Infine è anche innata, in quanto
appartiene al corredo genetico della specie umana; l’acquisizione del linguaggio ha luogo tramite procedimenti induttivi
generali di analisi dell’esperienza e di una capacità linguistica innata trasmessa per via biologica; si ritiene quindi che la
mente umana sia geneticamente predisposta all’acquisizione del linguaggio.

TEORIA DEI PRINCIPI E DEI PARAMETRI: le lingue del mondo condividono alcuni principi universali mentre
differiscono tra loro su alcuni parametri.

Nella grammatica è fondamentale il LESSICO (: parole col loro significato e proprietà, compresi gli intorni sintattici in
cui possono comparire) e le REGOLE (: istruzioni da applicare alla generazione di un certo prodotto), queste ultime
sono di solito REGOLE DI RISCRITTURA a struttura sintagmatica, cioè hanno la forma generale “X  Y+Z” dove
X, Y e Z sono simboli di categoria (o elementi singoli appartenenti a una categoria), Y e Z sono i costituenti immediati
di X in un indicatore sintagmatico, la  vale “è da riscrivere come” Quindi X  Y+Z= costruendo un indicatore
sintagmatico nei suoi sviluppi progressivi a partire dal nodo iniziale, scindere una categoria X nelle due di sottolivello
successivo Y e Z. se si leggesse dal basso sarebbe “unire le due categorie Y e Z in una categoria di livello superiore X.

REGOLE RICORSIVE: nell’uscita della regola (a destra di ) è contenuto di nuovo il simbolo di categoria che
rappresenta l’entrata della regola (SN  SN + SPrep).

REGOLE CONTESTUALI: regole che contengono una barra obliqua, si possono applicare solo nei contesti
specificati da quanto viene formalizzato dopo la barra: la linea orizzontale indica il contesto locale, la posizione in cui
sta la categoria interessata, le specificazioni contenute prima e/o dopo della linea indicano le caratteristiche o proprietà
che gli elementi prima e/o dopo la posizione devono avere perché la regola sia applicabile (V  legge/[+Um.]____ che
si legge: Riscrivere V come legge nel contesto in cui V è preceduto da un elemento con la proprietà [+Umano] e quindi
denoti un essere umano). I tratti come [+Um] sono SOTTOCATEGORIZZAZIONI che creano “restrizioni di
selezione”.
INTERPRETAZIONE: indicatore sintagmatico che rappresenta la struttura e determina il significato globale di una
frase, ovviamente non mancano i problemi, come una frase con più interpretazioni (“l’interpretazione di Gramsci era
sbagliata” nel senso dell’interpretazione di qualcun altro su Gramsci o di Gramsci su qualcun altro) e frasi diverse con
la stessa interpretazione (come attiva vs passiva). Per ovviare al problema è stata introdotta la distinzione fra
STRUTTURA SUPERFICIALE (la forma sintattica della frase come appare) e STRUTTURA PROFONDA (la
struttura che la frase ha a un livello più profondo, retrostante la forma di superficie e non riflesso direttamente in essa).
Precisamente la Struttura Profonda è l’organizzazione strutturale astratta dietro a ogni frase possibile prodotta con una
certa struttura superficiale e rappresenta gli effettivi rapporti semantici e sintattici che danno conto della sua
interpretazione: è il luogo astratto in cui vi sono gli elementi per l’assegnazione del corretto significato delle frasi.
Quindi per la frase su Gramsci avremo due Strutture Profonde in base al significato corretto.
Per rappresentare la struttura delle frasi in g.g. si sono venuti a usare alberi sempre più complessi con nuove categorie
come testa di sintagma: le “Teste funzionali”, rispetto alle “teste lessicali” quali V, N, Prep, Agg, Avv e Det. Sono teste
funzionali Flessione e Complementatore, che danno luogo a SFless (Sintagma della Flessione; anche IP dall’inglese) e a
SComp (Sintagma del Complementatore, anche CP dall’inglese). Per SFLESS uno dei fatti chiamati in causa è la
differenza strutturale fra “Luisa mangia sempre mele” e “Luisa ha sempre mangiato mele”: in entrambe l’avverbio
“sempre” sta dopo la forma verbale flessa e quindi col tempo verbale semplice “mangia” sta fra V e SN oggetto, mentre
col tempo verbale composto “ha mangiato” sta fra l’ausiliare e il participio passato: questo significa che la flessione
deve dominare il rapporto fra SV e SN, e giustifica l’introduzione di un nodo SFless con la funzione di attualizzazione
flessiva del predicato verbale. Tale nodo (chiamato anche ST, Sintagma del Tempo, o Temporalizzato) contiene al suo
interno SV. L’albero di “Luisa ha sempre mangiato mele” sarà

SFless’
SN SFless
“Luisa” Fless SV
“ha” Avv SV”
“sempre” SN SV’
[Luisa] V SN
“mangiato” “mele”

Nella g.g. attuale la struttura astratta di una frase è composta da 3 campi/zone, ognuno con diversi sottolivelli e deputato
a esprimere valori e aspetti diversi nel processo di generazione della frase e della sua interpretazione semantica: SV,
SFless e SComp.

SV: Ha una testa lessicale (o categoriale) ed è il campo dove vanno a collocarsi le entrate lessicali selezionate per la
frase (è l’interfaccia fra sintassi e semantica)
SFLESS: con testa funzionale, è il campo dove si collocano gli elementi che attualizzano la frase con le necessarie
marcature (è l’interfaccia fra sintassi e morfologia)
SCOMP: con testa funzionale, è il campo dove vanno a collocarsi gli elementi che segnalano come la frase vada intesa,
quale modalità abbia, la sua forza illocutiva, se è un’affermazione, una domanda ecc. (è l’interfaccia fra sintassi e
pragmatica)

La sintassi generativa nella sua attuale configurazione (detta MINIMALISMO) ha lasciato spazio alla formalizzazione
di elementi inerenti al valore pragmatico delle frasi, ma è comunque una sintassi frasale, basata sulle entità “frase” e
“sintagma”, autonome della realtà esterna e indipendenti dal parlante e dall’uso.

Assunto centrale della LINGUISTICA COGNITIVA: non c’è nulla di particolare e specifico nella capacità
linguistica, nella lingua e nella produzione verbale agiscono gli stessi principi e gli stessi meccanismi generali della
mente umana in azione negli altri comportamenti e capacità dell’homo sapiens sapiens. La lingua traduce in maniera
simbolica le concettualizzazioni fondamentali dell’agire dell’uomo e va descritta e spiegata come parte integrante di una
struttura psicologica comprensiva unitaria. Pertanto le strutture grammaticali sono innanzitutto strutture semantiche
basate sull’esperienza umana. È una concezione opposta a quella di Chomsky, che vede il linguaggio come una
caratteristica innata e altamente specifica dell’uomo, come un organo mentale.
In un quadro del genere è stata sviluppata l’idea che l’unità primaria della grammatica sia anziché il sintagma la
COSTRUZIONE: ogni schema sintattico costituito da un’aggregazione o combinazione di parole, dotata di una
strutturazione interna, che compare frequentemente nell’uso e reca un particolare valore semantico pragmatico. È una
combinazione di elementi, depositata come tale nella memoria dell’utente, a cui spesso viene assegnata una funzione
convenzionale non strettamente ricavabile dalla composizione degli aspetti formali e semantici dei suoi componenti (per
poco non cadevo).

4.5 OLTRE LA FRASE


Spesso le frasi vengono realizzate per combinarsi in sequenze strutturate anche lunghe, farsi complesse o “periodi”, e a
tal proposito ci serviamo della SINTASSI DEL PERIODO, o “sintassi superiore”/”macrosintassi”, un altro sottolivello
di analisi. La combinazione di frasi e parole è regolata da principi, a questo proposito è fondamentale la distinzione
nell’analisi del periodo fra Coordinazione e Subordinazione.
COORDINAZIONE: diverse proposizioni sono accostate l’una all’altra senza un rapporto di dipendenza fra loro (sono
tutte allo stesso livello gerarchico)
SUBORDINAZIONE: vi è un rapporto di dipendenza fra le proposizioni perché una è gerarchicamente inferiore
all’altra (la proposizione principale) e la presuppone
Gli elementi che realizzano i rapporti di coordinazione o subordinazione fra le frasi sono spesso chiamati
CONNETTIVI o “connettori”.
La coordinazione avviene tramite l’uso di congiunzioni coordinanti come e, o ma ecc. e di proposizioni: “Gianni legge,
Maria scrive” (in tal caso è una coordinazione “asindetica”); la subordinazione con congiunzioni subordinanti come
che, perché, mentre, affinché ecc. o con modi verbali non finiti (all’infinito e preceduti o meno da una preposizione: “ti
chiedo di andare”, al gerundio: “tornando a casa ho comprato una torta”, e participio passato: “tornato a casa ho
mangiato una torta”). Le subordinate sono ESPLICITE se il verbo è di modo finito, IMPLICITE se di modo infinito,
gerundio o participio.
Esistono 3 categorie di frasi subordinate, dipendenti, a seconda del modo strutturale in cui si agganciano alla frase
principale:

1) FRASI AVVERBIALI: o circostanziali (perché svolgono la funzione analoga a quella che nella sintassi
hanno sintagmi preposizionali, o anche nominali, che non facciano parte dello schema valenziale dei predicati),
frasi che modificano l’intera frase da cui dipendono (esco, benché piova), lo sono le subordinate causali,
temporali, concessive, ipotetiche e finali
2) FRASI COMPLETIVE: sostituiscono un costituente nominale maggiore (il soggetto o l’oggetto, o anche il
predicato nominale o l’oggetto indiretto) della frase, o meglio, che riempiono la valenza o argomento del
predicato verbale (chiamate anche “argomentali” per questo). Lo sono le subordinate soggettive e oggettive e
interrogative indirette (sembra che faccia bel tempo, penso a come risolvere il problema).
3) FRASI RELATIVE: modificano un costituente nominale della frase, hanno sempre un pronome o un nome
come testa (non ho più visto lo studente a cui ho dato il libro).

La subordinazione è in parte considerevole un prodotto della ricorsività della lingua, in quanto nei casi delle completive
e relative abbiamo un nodo F sotto le ramificazioni di un altro nodo F più alto, o al posto di un SN o all’interno di un
SN.
L’unione di una frase principale con una subordinata da luogo a una frase complessa.

Al di sopra della frase c’è un altro livello di analisi della sintassi, il livello dei testi. un TESTO: dal punto di vista
linguistico, combinazione di frasi più il contesto in cui esso funziona da unità comunicativa.
CONTESTO: si intende sia linguistico (la parte di comunicazione verbale che precede e che eventualmente segue il
testo in ogni oggetto) che extralinguistco (la situazione specifica in cui la combinazione di frasi è prodotta). È chiamato
più tecnicamente cotesto.
PRONOMINALIZZAZIONE: impiego e comportamento dei pronomi, in particolare quelli personali, un caso in cui
vi sono elementi e fenomeni della struttura sintattica di una frase il cui comportamento non è spiegabile né descrivibile
se non uscendo dalla sintassi della frase e facendo riferimento al contesto situazionale o al cotesto. Prendiamo un
esempio:

“Il cane abbaia. Maria si affaccia alla finestra. Lo vede tutto infuriato”

ANAFORE: Per spiegare l’interpretazione di “Lo” occorre riferirsi per forza al contesto precedente, per capire che esso
riprende la parola “cane” di due frasi prima
CATAFORE: Fenomeno simmetrico e contrario
Le prime individuano elementi “coreferenti”, ovvero che rimandano a un’identica entità designata, per indicare le
coreferenze si possono utilizzare alcuni indici: “Il cane abbaia(i). Maria(j) si(j) affaccia alla finestra. Lo(i) vede(j) tutto
infuriato”

I pronomi possono anche avere VALORE DEITTICO: per la loro interpretazione occorre far riferimento al contesto
situazionale.
DEISSI: la proprietà di una parte di segni linguistici di indicare, o riferirsi a, cose o elementi presenti nella situazione
extralinguistica e in particolare nello spazio o nel tempo in cui essa si situa, in modo che l’interpretazione specifica di
ciò a cui il segno si riferisce dipende solo dalla situazione di enunciazione: se non mi riferisco al contesto situazionale
non saprò mai chi è “tu”, quando è “ieri” e che luogo sia “la” per es.
Ci sono 3 tipi di deissi:

- DEISSI PERSONALE: codifica il riferimento al parlante, all’interlocutore e alle terze persone e ha come
centro il parlante, la esprimono i pronomi personali (io, tu, lui), le persone verbali e i possessivi (mio, tuo,
suo).
- DEISSI SPAZIALE: codifica le posizioni delle entità in causa rispetto a dove si trovano chi interagisce, la
esprimono i dimostrativi (questo, quello), gli avverbi di luogo (qui, la), i verbi come “andare” e “venire”,
espressioni come “a destra, a sinistra, in alto”. Ci sono due tipi di deittici spaziali, quelli PROSSIMALI, che
indicano vicinanza, e quelli DISTALI, che indicano lontananza
- DEISSI TEMPORALE: codifica e specifica la localizzazione degli eventi nel tempo rispetto al momento
dell’enunciazione, è espressa da avverbi come oggi, ieri, subito, da tempi verbali e da sintagmi come fra dieci
anni, due mesi fa ecc. Molti di questi elementi, in particolare pronomi personali e dimostrativi, possono anche
essere anaforici/cataforici e possono switchare da una forma all’altra (ieri  il giorno prima)

Esiste anche la DEISSI SOCIALE: designa gli elementi allocutivi usati per codificare le relazioni sociali dei
partecipanti all’interazione, come in italiano i pronomi tu e lei, in francese tu e vous ecc. La deissi quindi àncora nel
complesso i messaggi enunciati ed è molto rilevante nel parlato.
Un altro fenomeno tipicamente spiegato solo superando i confini delle singole frasi è l’ELLISSI: mancanza od
omissione, in una frase, di elementi indispensabili per creare una struttura frasale completa, e che sono appunto
recuperabili per l’interpretazione della frase dal contesto linguistico (coppie domanda-risposta in cui la risposta è
solitamente ellittica, data l’immediata recuperabilità degli elementi omessi: “Dove vai?” “A casa/vado a casa”, risposte
ellittiche rispetto a “io vado a casa”, anche se l’ultima è più una caratteristica sintattica dato che in italiano il soggetto
può essere omesso, essendo una LINGUA A SOGGETTO NULLO o LINGUA PRO-DROP).
SEGNALI DISCORSIVI: o “Marcatori di discorso”, elementi estranei alla strutturazione sintattica che esplicitano
l’articolazione interna del discorso “allora, senti, no?, insomma, basta, anzitutto, diciamo” ecc.

5. SEMANTICA, LESSICO E PRAGMATICA


5.1 IL SIGNIFICATO
SEMANTICA: la parte della linguistica che si occupa del piano del significato. La definizione di significato è un
problema in quanto è la parte immateriale dei segni linguistici, il suo studio si incrocia con linguistica, filosofia,
psicologia e scienze cognitive, ogni area affronta il problema secondo le sue impostazioni peculiari.
È difficile anche separare le varie dimensioni che può assumere la trattazione del significato. Nella linguistica recente si
sono diffuse prospettive di impianto filosofico e logico (che vedono il significato in termini di operazione astratta con
cui si costruisce la rappresentazione mentale della realtà) e anche di carattere cognitivista (che lo vedono come struttura
cognitiva basata sull’esperienza umana), con un certo riguardo ai suoi aspetti fisico-percettivi. Nella prima direzione si
procede con modelli formali che sfociano facilmente nella sintassi, e a un livello molto astratto semantica formale e
sintassi formale sembrano coincidere; nella seconda è problematico distinguere fatti semantici codificati nella lingua,
conoscenza del mondo e generale attitudine dell’uomo a percepire la realtà esterna e interagire con essa.

Definire il significato è difficile, ma esistono 2 modi fondamentali di concepirlo, una concezione REFERENZIALE o
CONCETTUALE (ideazionale, denotazionale): il significato è visto come un concetto, un’immagine mentale, un’idea
o operazione creata dalla nostra mente, corrispondente a qualcosa che esiste al di fuori della lingua (vedere triangolo
semiotico); e una concezione OPERAZIONALE o CONTESTUALE, in fondo comportamentista del significato: esso
è funzione dell’uso che si fa dei segni/ciò che accomuna i contesti d’impiego di un segno e ne permette l’uso
appropriato/la totalità dei contesti in cui esso può comparire.

Anche se presentano entrambi problemi, la visione di significato come concetto è preferibile.


Definire il significato è ancora presto perché prima bisogna stabilire le distinzioni fra tipi di significato diversi:

- SIGNIFICATO DENOTATIVO: o Denotazione, ciò che il segno descrive e rappresenta, corrisponde al


valore di identificazione di un elemento della realtà esterna, un “referente” (Gatto: felino domestico di piccole
dimensioni)
- SIGNIFICATO CONNOTATIVO: o Connotazione, il significato indotto, soggettivo, connesso alle
sensazioni suscitate da un segno e alle associazioni a cui esso da luogo e da queste inferibile, non ha valore di
identificazione di referenti (Gatto: animale grazioso, furbo, pigro, che graffia)
- SIGNIFICATO LINGUISTICO: il significato che un termine ha come elemento del sistema linguistico
- SIGNIFICATO SOCIALE: il significato che un segno ha in relazione ai rapporti fra i parlanti, ciò che esso
rappresenta in termini di dimensione sociale (significato linguistico di “buongiorno”: (auguro una) buona
giornata; significato sociale di “buongiorno”: riconosco colui/colei/coloro a cui indirizzo il saluto come
persona, instauro un’atmosfera cooperativa di possibile interazione

p.s. PARLANDO DI SIGNIFICATO, D’ORA IN AVANTI, INTENDEREMO QUELLO LINGUISTICO


DENOTATIVO.
Un’altra distinzione è quella fra SIGNIFICATO LESSICALE: o Referenziale, i termini che rappresentano oggetti
concreti o astratti, entità, fatti o concetti del mondo (mangiare, gatto, idea, lavoro); e SIGNIFICATO
GRAMMATICALE: o Funzionale/Strutturale, i termini che rappresentano concetti o rapporti interni al sistema
linguistico.
PAROLE PIENE: parole dal significato lessicale
PAROLE VUOTE: parole dal significato grammaticale

Infine è importante tenere il significato vero e proprio distinto dall’ENCICLOPEDIA (o Conoscenza Enciclopedica):
la conoscenza del mondo esterno (sia reale che mentalmente concepito) che abbiamo come esseri viventi in un dato
ambiente e cultura; mentre il significato fa parte del sapere linguistico, l‘enciclopedia fa parte del sapere in senso
generale, difatti non ha confini delimitabili, è importante tuttavia mantenere i confini tra essi in modo da evitare che la
semantica debba descrivere il mondo e si occupi di tutto. Un’altra distinzione è quella fra significato e SENSO: il
significato contestuale, la specificazione e concretizzazione che il contenuto di un termine assume ogni volta che viene
usato in una produzione linguistica in un certo contesto (Finestra: “apertura in una parete”, ma viene usato a seconda dei
contesti, per designare le finestre fisiche o quelle del pc).

Oltre alle opposizioni “Referenziale/Sociale” e “Lessicale/Grammaticale” abbiamo altre distinzioni importanti da fare:

- Astratto/Concreto
- Relazionale/Non relazionale
- Oggetto/Evento
- Cosa (entità inanimata)/Essere animato
- Artefatto/Specie Naturale
- Valutativo/Non valutativo
- Classe/Individuo
- Intensione/Estensione
- Nome Comune/Nome Proprio

Facciamo alcuni esempi: “Ciao” è Sociale, “Di” e “Perché” hanno significato Grammaticale, ma “Perché” può essere
inteso anche come veicolo di un rapporto fra due eventi, mentre “Di” veicola prettamente parti del segno linguistico
complessivo.
“Buono” è Astratto e Valutativo mentre “Pazienza” è solo Astratto, “Vedere” è Astratto e rappresenta un evento, non un
oggetto, ma è anche Relazionale (“X vede Y”), “Moglie” è Relazionale e rappresenta un Essere animato ecc.

INTENSIONE: l’insieme di proprietà che costituiscono il concetto designato dal termine


ESTENSIONE: l’insieme di individui/oggetti a cui il termine si può applicare

NOMI PROPRI: termini a referente unico con cui si designa un luogo o una persona specifica, non un gruppo di
persone o di città (con “Milano” si designa una città specifica, ma fa parte del gruppo di capoluoghi d’Italia), hanno
solo estensione.

Quando mi riferisco a Antonio”, che designa un essere animato (ANTROPONIMO: nome proprio di una persona),
ammette più referenti ma tutti unici, nel senso che se parlo di Antonio mi riferisco a uno in particolare. Lo stesso
discorso vale per “Milano” (TOPONIMO: nome proprio di un luogo)

5.2 IL LESSICO
LESSEMA: una parola considerata dal punto di vista del significato: studiarne uno significa studiare i loro significati
linguistici; nell’analisi del significato, non hanno pertinenza i valori codificati nella morfologia flessionale
LESSICO: l’insieme dei lessemi di una lingua nonché uno dei due componenti vitali per la sua esistenza, lo studio dei
suoi vari aspetti è compito della LESSICOLOGIA, a cavallo fra semantica e morfologia derivazionale.
LESSICOGRAFIA: studio dei metodi e della tecnica di composizione dei vocabolari e dizionari, le opere che
raccolgono e documentano il lessico di una lingua

Riguardo al Lessico: è lo strato più esterno e superficiale della lingua, più esposta alle circostanze extralinguistiche e
più condizionata da fattori esterni alla lingua. È il livello di analisi meno “linguistico” nonché lo strato della lingua più
ampio, riflette la realtà esterna e incamera codificandole tutte le conoscenze che abbiamo del mondo reale e di quelli
virtuali. Escludendo i termini classificatori delle tassonomie scientifiche si stima che il lessico di italiano, inglese,
francese ecc. abbiano alcune centinaia di migliaia di lessemi, i dizionari comuni ne contengono fra i 90k e i 130k
lessemi (o meglio LEMMI: le entrate del dizionario, molti lemmatizzano anche prefissi e prefissoidi, locuzioni ecc.).
Dato che la maggior parte dei lessemi viene usata pochissime volte, associando la disponibilità alla frequenza si
individua il nucleo centrale (o VOCABOLARIO DI BASE), costituito in italiano da meno di 7000 unità, di cui 2000
lessemi di altissima frequenza d’uso e altri di frequenza/disponibilità pratica relativamente alta.

5.3 RAPPORTI DI SIGNIFICATO FRA LESSEMI


Essendo il lessico un insieme aperto ed eterogeneo, che può sembrare caotico, la semantica ha il compito di mettere
ordine in esso, per esempio vedendo se esistono relazioni di significato e rapporti semantici e quali sono.

OMONIMIA: lessemi hanno lo stesso significante ma diverso significato, si può trattare di termini Omografi (pésca e
pèsca, distinti dal significato e dalla “e” aperta o chiusa) oppure Omofoni (riso “l’atto nel passato di ridere” e riso “il
cereale”).

POLISEMIA: lessemi con lo stesso significante ma con diverso significato e imparentati tra loro e derivati, o
derivabili, l’uno dall’altro (corno come strumento musicale, come protuberanza ossea sulla testa di alcuni animali e
cima aguzza di una montagna); in questo caso si tratta di un unico lessema con più significati.
Un caso speciali di polisemia è dato dall’ENANTIOSEMIA: significati diversi tra loro con un rapporto di opposizione
(“Tirare” può avere due sensi fra loro inversi, “lanciare” per es. in tirare la palla, e “attrarre a sé” per es. in tirare la
barca a riva).

SINONIMIA: lessemi diversi hanno lo stesso significato (gatto/micio, iniziare/cominciare, padre/papà,


raffreddore/rinite). Ciò dovrebbe voler dire che i due termini sono intercambiabili fra loro ma è un requisito quasi
impossibile da avere, ogni termine ha diversi valori connotativi (in gatto/micio e padre/papà i secondi termini rispetto ai
primi hanno valore affettivo) o implica una diversa varietà di lingua (raffreddore/rinite, il secondo termine è proprio del
linguaggio medico) o non è possibile scambiarli (pietra/sasso “miliare”, il secondo termine non si userebbe mai in
questo caso). È quindi il caso di parlare di “quasi sinonimia” dato che la sinonimia vera è molto rara e si limita a casi di
varianti formali (tra/fra, devo/debbo).

IPONIMIA: relazione di inclusione semantica in cui il significato di un lessema rientra in un significato più ampio e
generico di un altro (tutti gli X sono Y ma non viceversa), alcuni esempi sono armadio/mobile, mela/frutto,
moto/veicolo. Se tutti gli X sono Y e viceversa si tratta di iponimia bilaterale).
CATENE IPONIMICHE: serie di iponimi legati ai loro iperonimi fino a formare una gerarchia
(siamese/gatto/felino/mammifero/animale/essere animato/essere vivente) espandibile a destra e a sinistra, entrando nel
particolare o andando verso il più generale.

MERONIMIA: rapporto fra termini che designano una parte specifica di un tutto unico e il termine che lo designa (le
parti del corpo umano sono meronimi del corpo umano).

Sinonimia e iponimia sono rapporti di carattere paradigmatico, ma ci sono anche rapporti di compatibilità semantica
nell’asse sintagmatico, come la SOLIDARIETÀ SEMANTICA, basata sulla cooccorrenza obbligatoria, o fortemente
preferenziale, di un lessema a un altro (la selezione del termine è dipendente dall’altro, e la possibilità di essere usato in
combinazione con altri lessemi è fortemente ridotta, se non assente, come pane/raffermo o gatto/miagolare). Alcuni
rapporti di solidarietà riflettono convenzioni e idiosincrasie tipiche dell’uso di una lingua e del “costume linguistico” di
una certa comunità piuttosto che le proprietà e restrizioni semantiche previste dal sistema linguistico, e sono le
COLLOCAZIONI (come porta/scorrevole, ringraziare/caldamente, spegnere/luce ecc.). Tra questi rapporti particolari,
oltre alla solidarietà semantica e alla collocazione, ci sono unità lessicali plurilessematiche (macchina da scrivere),
espressioni idiomatiche (tirare le cuoia, calma e gesso), formule convenzionali più o meno fisse (grazie mille) e anche
detti e proverbi (il tempo è denaro).

ANTONIMIA: due lessemi hanno un significato contrario, ai poli opposti (caldo/freddo, alto/basso), X è antonimo di
Y se X implica non-Y, ma non-Y non implica X

COMPLEMENTARIETÀ: un lessema è la negazione dell’altro, perché spartiscono uno stesso spazio semantico in
due sezioni opposte, X implica non-Y e non-Y implica X (vivo/morto, maschio/femmina)
INVERSIONE: due lessemi hanno significato relazionale ed esprimono la stessa relazione semantica vista da due
direzioni opposte, secondo la prospettiva dell’una o dell’altra parte (marito/moglie, sopra/sotto, dare/ricevere), se X da
Z a Y, è anche Y che riceve Z da X

INSIEMI/SOTTOINSIEMI LESSICALI: complessi organizzati, formati da gruppi di lessemi uniti l’uno all’altro da
rapporti di significato.
Il concetto più noto e usato in questo ambito è il CAMPO SEMANTICO (o LESSICALE), un termine polisemico
usato a volte con valori diversi rispetto a quello più tecnico, si può ritrovare ad es. per indicare l’insieme di significati
che un lessema può assumere (che è preferibile chiamare AREA SEMANTICA), è comunque l’insieme di lessemi che
coprono le sezioni di un certo spazio semantico, ogni termine corrisponde a una sezione, ma con maggior precisione
tecnica va definito come: l’insieme dei lessemi con uno stesso iperonimo immediato. Lo sono gli aggettivi di età
(giovane, vecchio, anziano, nuovo, antico), i termini di colori, parentela ecc.

SFERA SEMANTICA: nozione più generica e ampia di campo semantico, insieme dei lessemi con in comune il
riferimento a un certo ambito semantico, un’area di oggetti o concetti, un insieme di attività fra loro collegate (le parole
della moda, della musica, riferite all’abitazione ecc.). Per loro natura sono in sovrapposizione parziale e contengono
numerosissimi termini (e comprendono più campi semantici in esse).

FAMIGLIA SEMANTICA: o “lessicale”, insieme di lessemi imparentati nel significato e nel significante, sono
derivate da una stessa radice lessicale e quindi dalla stessa base etimologica

GERARCHIA SEMANTICA: insieme in cui ogni termine è una parte determinata di un altro che, nell’insieme, lo
segue (e gli è superiore) in una data scala di misura, per es. del tempo (secondo-minuto-ora-giorno-mese…-millennio).

I rapporti presi in considerazione valgono per il significato linguistico denotativo proprio, primario, dei termini. Molti
lessemi possono assumere altri significati (o meglio, sensi) traslati, che si allontanano più o meno dal significato
primario, i processi su cui si basano questi spostamenti di significato sono le METAFORE, fondate sulla somiglianza
concettuale (sei un coniglio: un fifone) e la METONIMIA, fondata sulla “contiguità” concettuale (bottiglie: liquido
contenuto in una bottiglia: “mi bevo due bottiglie di vino”)

5.4 ANALISI DEL SIGNIFICATO


Per analizzare il significato dei lessemi uno dei metodi più praticabili e basilare è l’ANALISI COMPONENZIALE (o
semantica componenziale): si scompone il significato dei lessemi in unità di significato più piccoli, elementari e
generali che costituiscano il significato di più lessemi, comparandoli tra loro per cogliere in cosa differisca il loro
significato.
Per es. avendo “uomo, donna, bambino, bambina” con il significato in comune “essere umano”, per vedere cosa li
distingue li guardiamo a coppie, uomo e donna hanno di differenza il sesso, il resto è uguale, idem per bambino e
bambina, uomo e bambino si differenziano dall’età, e ripetendo per ogni coppia troviamo questo schema:

Componenti semantici /UMANO/ /ADULTO/ /MASCHIO/

Uomo + + +
Donna + + -
Bambino + - +
Bambina + - -

I Componenti semantici (o Tratti semantici) dovrebbero rappresentare sufficientemente tutto ciò di pertinente nel
sistema linguistico, per definire il significato denotativo di un lessema.
Fra i tratti semantici possono esserci rapporti implicativi: /+UMANO/ implica /+ANIMALE/, che implica
/+ANIMATO/, che implica /+ENUMERABILE/ e /+CONCRETO/.

/+ENUMERABILE/ è il tratto che accomuna tutti i lessemi indicanti entità che si possono enumerare (gatto, sedia ecc.
ma non acqua, sabbia ecc.). I nomi con tratto /-ENUMERABILE/ sono i “nomi massa” (uncountable in inglese)

/+CONCRETO/ accomuna tutti i lessemi che indicano cose dotate di realtà fisica, materiale, percepibili attraverso i
cinque sensi (i sentimenti per es. sono /-CONCRETO/)

I tratti semantici di solito sono BINARI ma non sempre: PENETRABILE può avere 3 valori di penetrabilità
corrispondenti agli stati della materia (da solido a gassoso, dal più al meno penetrabile, /+SOLIDO/ = /1
PENETRABILE/), e possono aumentare se si distinguono materie solide dure e morbide.
Estendendo l’analisi anche ad altri lessemi, tipo i verbi, abbiamo: “Uccidere” = /(X Causa) ((Y Diventa) (-VIVENTE))/
(Qualcuno fa sì che qualcun altro diventi non vivente). L’unico tratto binario è /-Vivente/, X è Agente e Y Paziente,
bisogna infine dire che l’ordine per “Uccidere” non è invertibile (non può essere /(Y Diventa)(X Causa)…/). Un
problema dell’analisi è il problema di analizzare termini astratti.
Per la semantica componenziale il significato di un lessema è composto da tratti semantici categorici necessari e
sufficienti a descriverlo. Ciò presuppone che una data categoria si intenda come un’entità con proprietà necessarie e
sufficienti, delimitata da confini rigidi e composta da membri ugualmente rappresentativi della categoria.
In linguistica si è affermata anche una concezione in contrapposizione con l’ultima, che concepisce le categorie
fondandosi su presupposti diversi. Secondo questi una categoria è un’entità definita da un nucleo di proprietà di
carattere categorico, necessarie e sufficienti, sia da proprietà di carattere graduale, non essenziali, delimitata da confini
sfumati in sovrapposizione con quelli di altre categorie e costituita sia da membri più che meno rappresentativi. A
questa concezione, ovvero la TEORIA DEI PROTOTIPI, fa riferimento la Semantica Prototipica, in cui il significato
è concepito come un PROTOTIPO: l’immagine mentale immediata che per i parlanti di una certa cultura e società
corrisponde a un dato concetto, ciò a cui si pensa subito se non si hanno altre indicazioni per l’identificazione, esso
occupa il PUNTO FOCALE di quel concetto.
Un “uccello” ha i tratti /+ ANIMALE – MAMMIFERO + ALATO + CON PIUME/, in un’analisi prototipica si nota che
l’idea di uccello può cambiare da una cultura all’altra, noi pensiamo subito al passero o al piccione per esempio, e
aggiungiamo anche i tratti /+ CHE VOLA/ e /+ DI PICCOLE DIMENSIONI/. Alcuni membri non sono prototipici i
membri senza alcuni tratti costitutivi, come per es. pollo (/- CHE VOLA/) o aquila (/- DI PICCOLE DIMENSIONI/). I
tratti hanno quindi importanza e potere identificativo diversi (Dal più al meno importante abbiamo per es. Si muove –
Alato – Con piume – Vola – Canta – Piccole dimensioni ecc. Le prime 3 sono la base per chiunque, il resto può variare
della propria cultura e società). In questa prospettiva i concetti hanno diverse GRADUALITÀ.
Altrettando graduali sono i membri di una data categoria, che vengono in mente più o meno velocemente rispetto agli
altri (della categoria “Frutta/o” è più facile che qualcuno pensi a una mela piuttosto che all’ananas o a un fico), e questo
si chiama GRADO DI ESEMPLARITÀ.
Per alcuni esemplari il concetto “frutto” potrebbe iniziare a sovrapporsi al concetto “verdura”, come per l’oliva, infatti
la semantica prototipica ha come conseguenza il rendere sfumati e in sovrapposizione i confini di più categorie, si pensi
anche al pipistrello, che è /+ ANIMALE + ALATO/ come gli uccelli ma con, a differenza loro, /+ MAMMIFERO –
CON PIUME/, rendendolo per alcuni un membro marginale della categoria (anche perché ha anche i tratti /+ CHE
VOLA/ e /+ DI PICCOLE DIMENSIONI/).
Il problema dell’analisi prototipica si presenta quando si parla di valutazioni o processi psicologici, e in genere a
concetti astratti (quali sono i prototipi di buono, amore, pazienza ecc.?), ma risulta comunque più corrispondente alla
realtà dei fatti quando si vogliano definire concetti raggruppanti elementi molto eterogenei, e in quanto tale ha avuto
successo anche nel determinare le categorie della stessa metalingua della linguistica, facendo riconsiderare in termini
prototipici unità di analisi (es. fonemi), classi di morfemi (es. affisso e clitico), classi di parole (es. nome e verbo) e
funzioni sintattiche (tra cui il soggetto), e anche concetti più generali come morfema e parole risultano avere una
struttura prototipica.

Il significato di una frase è la somma e combinazione dei significati dei lessemi che la compongono. Questo non
esaurisce però il senso globale, l’informazione veicolata e il valore comunicativo con cui viene impiegata. Dobbiamo
quindi distinguere la frase dall’ENUNCIATO: una frase considerata dal punto di vista del suo impiego in una
situazione comunicativa, come segmento di discorso in atto; è quindi il corrispettivo, nel quadro dell’uso della lingua,
della frase, unità del sistema linguistico.
Elementi cruciali per interpretare gli enunciati sono i CONNETTIVI (o Connettori), come molte congiunzioni
coordinanti e subordinanti (e, ma, o, se, benché), con spesso valore di operatori logici (“e” è operatore di congiunzione,
“o” di disgiunzione ecc.). Funzionano così da operatori logici i QUANTIFICATORI (tutti, nessuno, qualche) e la
NEGAZIONE (non).
COMPOSIZIONALITÀ DEL SIGNIFICATO: L’importanza dell’interazione fra i significati e le proprietà
semantiche dei singoli lessemi negli enunciati. Nel calcolo sintagmatico del significato (come i parlanti costruiscono e
intendono il significato effettivo di una frase) agiscono principi diversi che sfruttano in diversi modi le proprietà
semantiche dei lessemi. Pustejovsky ha esaminato il significato lessicale secondo prospettiva generativista, per
prevedere in maniera dinamica le modifiche che un significato di base del lessema può assumere in un contesto
linguistico, ha individuato 4 principi:

- COMPOSIZIONE: il significato della frase è la somma dei significati di base di ogni elemento
- CO-COMPOSIZIONE: il significato degli argomenti di un verbo contribuisce a definire il significato del
verbo (“cuocere” cambia in base a cosa si cuoce, se una torta o della pasta)
- COERCIZIONE: o forzatura, conversione, il significato del verbo condiziona il significato di un suo
argomento (il libro comprato/iniziato è rispettivamente un libro/testo scritto dato che iniziare non può unirsi a
un oggetto fisico)
- LEGAMENTO SELETTIVO: un nome seleziona e determina il valore di un aggettivo dal significato non
specifico (treno “veloce” indica che si muove velocemente, un lavoro “veloce” è un lavoro che si esegue
rapidamente).

Un aspetto altresì importante è quello PRAGMATICO: che cosa si fa con la produzione di un enunciato in un dato
contesto e chiama direttamente in causa l’intenzionalità del parlante. In questa visuale la lingua è studiata come “modo
d’agire”, il criterio di analisi è circa: “che cosa si fa, che azione si compie quando si dice qualcosa?”.
ATTO LINGUISTICO: unità di base dell’analisi pragmatica, consta di 3 livelli o componenti distinti. Produrre un
enunciato equivale a fare 3 cose assieme:

- Un ATTO LOCUTIVO (o Locutorio) ovvero formare una frase in una lingua


- Un ATTO ILLOCUTIVO (o Illocutorio) ovvero l’intenzione con cui e per cui si produce la frase, definisce la
natura e il tipo dell’atto linguistico messo in opera (lo sono l’affermazione, il divieto, la confessione, il rifiuto,
l’invito, l’ordine)
- Un ATTO PERLOCUTIVO (o Perlocutorio) ovvero l’effetto da provocare nel destinatario del messaggio,
nel risultato concreto effettivamente ottenibile da un enunciato prodotto in una data situazione.

VERBI PERFORMATIVI: verbi che se usati in prima persona del presente indicativo annullano la distinzione fra
contenuto referenziale e atto illocutivo compiuto (condannare, promettere, proibire ecc.). Se usati non in prima persona
o al presente descrivono la situazione in cui viene compiuto un atto di proibizione.

SIGNIFICATO IMPLICITO: ciò che non fa parte del significato letterale, espresso degli enunciati, ma che è ricavato
(o ricavabile) da ciò che viene detto e da come lo si dice (“Andiamo al cinema” “ho mal di testa”, la risposta implica un
no).

MASSIME DI GRICE: “regole della conversazione” con cui dar conto dei meccanismi con cui i parlanti attuano
significati impliciti del genere, importanti nell’andamento dell’interazione verbale. Si basano sul fatto che tra i
partecipanti deve esserci un “principio di cooperazione”, e sono riunibili in 4 categorie, DELLA QUANTITÀ (“dare
un contributo tanto informativo quanto richiesto”, che non rechi troppa o troppo poca informazione), DELLA
QUALITÀ (“dare un contributo che sia vero” o il più verificabile possibile), DELLA RELAZIONE (“essere
pertinenti”), e DEL MODO (“esprimersi chiaramente” evitando oscurità, ambiguità ecc.).

PRESUPPOSIZIONE: parte d

el significato di una frase che rimane vera, o valida, negando la frase (e resiste alla prova di negazione): “Gianni legge”
presuppone che Gianni esista. Un enunciato A presuppone un altro enunciato B quando, affinché il primo abbia un
valore di verità, il secondo deve essere vero.

“Il gatto insegue un topo” implica che esiste un gatto che parlante e ascoltatore conoscono e un topo qualunque, la
presupposizione di esistenza del topo è più problematica da stabilire, in quanto dipende dal dominio su cui agisce la
Negazione (o FOCUS DELLA NEGAZIONE): “Il gatto non insegue il topo” può indicare o che il gatto fa
qualcos’altro (dorme, mangia ecc.) o che gli sta facendo altro (ci gioca, lo ghermisce ecc.). Tutto ciò fa notare quanto
l’articolo sia importante e tutto cambi se è determinativo o indeterminativo, “Il” introduce un referente specifico, “un”
invece un referente nuovo e solitamente non specificato.

Una frase può presupporre sia una preposizione con vari impliciti (inferenze), la differenza è che la prima è ancorata
nella forma linguistica, ha un aggancio preciso nella proposizione che viene formulata, mentre le inferenze sono fondate
perlopiù sulla nostra conoscenza del mondo.

VERBI FATTIVI:

(“sapevo che eri partito” e “non sapevo che eri partito” lasciano entrambe come valido che “tu eri partito”).
La presupposizione in conclusione si configura come ciò che in un enunciato il parlante assume come vero o noto
all’ascoltatore, e quindi assodato, indiscutibile, al momento di produrre tale enunciato.

6. LE LINGUE DEL MONDO


6.1 LE LINGUE DEL MONDO
Le lingue storico-naturali oggi presenti sono diverse migliaia, ma le cifre sono contrastanti, il numero minimo è 2200
ma per altri studiosi può arrivare anche a 12.000. Il Summer Institute of Linguistics di Dallas ne censisce a settembre
2016 più di 7000. La differenza di cifre è dovuta ai criteri adottati dai vari studiosi, alcune aree linguistiche non sono
state studiate abbastanza ed è spesso difficile stabilire se le lingue simili tra loro sono varietà o dialetti di una stessa
lingua (e contare come singola unità nel computo) o no, si pensi all’Italia per esempio. Come se non bastasse per
contare le lingue parlate in Italia dobbiamo considerare anche le lingue delle minoranze come tedesco, francese,
albanese ecc. Per i dialetti invece ci sono dubbi, visto che dal punto di vista storico e di distanza linguistica avrebbero le
carte in regola per essere considerate lingue a sé stanti, il che porterebbe l’Italia ad avere almeno 30 lingue “indigene”.
Inoltre, mentre le lingue romanze vengono considerate lingue a sé, gruppi di lingue con sistemi a distanza strutturale
analoga vengono considerati come singola lingua (come le varianti del cinese).
Per riordinare le lingue bisogna raggrupparle in famiglie con legami di parentela per giungere a un antenato comune
(come il latino per le lingue romanze). Un modo semplice ma rozzo e da utilizzare con cautela si basa sull’uso del
LESSICO FONDAMENTALE: un insieme di circa 2000 termini comuni non esposti a interferenze fra lingue (i
numeri fino a 10, le parti del corpo, le specie naturali fondamentali ecc.), se troviamo un significante simile o uguale
(scartando le differenze fonetiche specifiche) allora le lingue analizzate potrebbero avere un’origine e un antenato in
comune.
Esempio: prendiamo i numeri 2 e 3, le lingue con significante simile si possono raggruppare così (a, b, d, e, h, j, k, l, m),
poi c’è un gruppetto di due (c, f) e due casi isolati senza somiglianze (g, i). Nel gruppo grande alcune lingue possono
essere più strettamente imparentate.
La RICOSTRUZIONE LINGUISTICA (la descrizione di stadi precedenti e non documentati di una lingua), la
comparazione delle lingue e il riconoscimento di parentele più o meno strette rappresentano un compito ben più
complesso in cui bisogna ragionare anche su affinità e differenze lessicali, morfologiche e sintattiche oltre che tenere
conto delle culture che le lingue rappresentano. Le leggi fonetiche possono aiutare la linguistica comparativa,
ricostruttiva e per riconoscere le famiglie linguistiche e le loro articolazioni interne.

L’italiano è imparentato con tutte le lingue latine o romanze, come francese, spagnolo, romeno e portoghese, altre
lingue minori come il catalano, e diversi dialetti (come quelli italiani, o italo-romanzi). Il ramo romanzo ha una
parentela meno evidente con le lingue germaniche (tedesco, inglese, svedese ecc.), slave (russo, polacco, sloveno ecc.),
baltiche (lituano, lettone), celtiche (bretone, gallese), indoarie (hindi, nepali), iraniche (persiano, curdo) e 3 lingue
isolate ( (neo)greco, albanese e armeno), e tutte formano la famiglia delle lingue indoeuropee, il livello più alto di
parentela ricostruibile, che individua le somiglianze fra le lingue (specialmente nel lessico e nello sviluppo fonetico).
STOCK (o PHYLUM): un grado di parentela meno netto e quindi superiore alla “famiglia”.
Nelle famiglie si possono notare rami dalla parentela più o meno stretta, che si dividono in gruppi e sottogruppi;
l’italiano (e i dialetti) è tra le lingue italo romanze del gruppo occidentale del ramo neolatino della famiglia
indoeuropea.
La linguistica comparativa riconosce massimo 18 famiglie linguistiche senza rapporti di parentela più alti e alcune (min.
4 o 5 in base agli autori) lingue singole isolate senza una parentela rilevata.

LINGUE PIDGIN E CREOLE: Lingue semplificate nate dalla mescolanza in situazioni particolari di più lingue tra
loro diverse e distanti e sviluppatesi secondo tratti peculiari, sono difficili da collocare con precisione in una famiglia
linguistica (ma vengono inserite nella famiglia della lingua che ha dato un contributo maggiore col lessico, la “lingua
lessicalizzatrice”). Quando diventa la lingua materna di una comunità si sviluppa in un CREOLO; fra i pidgin più noti
ci sono il WAPE (West African Pidgin English parlato in Nigeria, Camerun e Ghana), il giamaicano, il seicellese e altri.

Tra tutte le lingue solo alcune decine sono considerabili GRANDI LINGUE, nel 2003 si stima che 64 lingue siano
parlate da oltre 10 milioni di parlanti nativi (che la considerano lingua materna), e 125 con più di 3 milioni, ma si
calcola che nel terzo millennio il 20% delle lingue si estinguerà.
Oltre al numero di parlanti un dato forse più importante è il numero dei paesi in cui una data lingua è ufficiale o
semplicemente parlata, l’impiego nei rapporti internazionali, nella scienza, nel commercio ecc., l’importanza politica, il
peso economico di quei paesi, il prestigio della lingua, il suo insegnamento o meno a scuola come lingua straniera ma
anche il numero di parlanti non nativi. Nel 2003 la top 3 è composta da Cinese mandarino, Hindi-Urdu e inglese, fino
all’italiano al 22° posto.
All’inizio del 3 millennio si calcola che il 60% delle lingue note verrà parlato solo dal 4% della popolazione.

In Europa ci sono 5 famiglie linguistiche: le lingue indoeuropee, quelle uraliche del ramo ugrofinnico (ungherese,
finlandese ecc.), altaiche (turco, tataro), caucasiche (georgiano, ceceno) e semitiche (ramo della famiglia afro-asiatica: il
maltese, con grammatica semitica ma con parte del lessico di provenienza italo-siciliana) oltre al Basco, lingua isolata.

6.2 TIPOLOGIA LINGUISTICA


TIPOLOGIA LINGUISTICA: Individua uguaglianze e differenze nel modo in cui, partendo dai principi generali
delle “lingue possibili”, le lingue storico-naturali sono organizzate e strutturate, attuando scelte compatibili fra loro
nella creazione di fatti o fenomeni universali con più soluzioni. La tipologia è connessa con lo studio degli
UNIVERSALI LINGUISTICI: Proprietà ricorrenti nella struttura delle lingue, sotto forma di invarianti che le lingue
possiedono in quanto tali e di un repertorio di possibilità a cui le lingue si rifanno l’una dall’altra. Un universale
linguistico non deve essere contraddetto dalle caratteristiche di nessuna lingua.
TIPO LINGUISTICO: insieme di tratti strutturali correlati gli uni agli altri, è come un raggruppamento di sistemi
linguistici con molti caratteri comuni.
Riguardo agli universali, possono essercene di ASSOLUTI (tutte le lingue hanno vocali e consonanti, vocali orali,
sillabe con struttura CV: consonante + vocale, una costruzione negativa) e di IMPLICAZIONALI “se A allora B” (se
una lingua ha vocali nasali ha sempre vocali orali, se ha opposizioni fonematiche tra consonanti le ha anche fra vocali
ecc.)

Per individuare tipi linguistici diversi e classificare tipologicamente le lingue ci si basa sulla morfologia, più
precisamente sulla struttura della parola, ci sono 4 tipi morfologici in base al rapporto fra parole e morfemi e del tipo e
natura dei morfemi che costituiscono le parole: Lingue isolanti, agglutinanti, flessive e polisintetiche.

LINGUE ISOLANTI: lingue in cui la struttura della parola è la più semplice possibile, ogni parola è tendenzialmente
formata da un solo morfema, hanno un basso INDICE DI SINTESI (si ottiene dividendo in un testo il numero di
morfemi per il numero di parole, più quello dei morfemi è basso più coincide con quello delle parole, e più la lingua è
detta “analitica”, altrimenti sarebbe “sintetica”), generalmente 1:1. Oltre a essere monomorfematiche sono anche
monosillabiche.
“Isolanti” perché isolano le parole in blocchi unitari indivisibili ed esprimono spesso significati complessi scindendoli
in lessemi semplici giustapposti, tali lingue non presentano infatti morfologia flessionale, e hanno poca o nulla
morfologia derivazionale. Sono affidati al lessico e ad altri mezzi come la sintassi i significati e valori di varia natura
codificati nelle lingue di un altro tipo dalla morfologia. Esempi di lingue isolanti sono il vietnamita (che è anche una
lingua a toni), il cinese, il tailandese ecc. e anche l’inglese presenta alcuni tratti isolanti, grazie soprattutto alla
morfologia flessionale ridotta che possiede (meno di 10 morfemi flessionali).

LINGUE AGGLUTINANTI: Lingua in cui le parole hanno una struttura complessa, formate dalla giustapposizione di
più morfemi, che danno luogo a una catena di morfemi anche lunga. Hanno un alto indice di sintesi, spesso superiore a
3:1, i morfemi hanno di solito valore univoco e una sola funzione: ogni affisso marca biunivocamente solo una
categoria grammaticale. All’interno della parola i morfemi sono facilmente individuabili, ben separabili l’un l’altro, e
sono relativamente rari fenomeni di allomorfia e omonimia fra morfemi. Le parole sono stringhe compatte di morfemi
che possono essere anche molto lunghe e costituite da una radice lessicale, ciascuno ben riconoscibile. Lo sono il turco
(agglutinante per eccellenza), l’ungherese, il giapponese ecc.

LINGUE FLESSIVE: O Fusive, Lingue che presentano parole internamente abbastanza complesse, con di solito una
base lessicale semplice (radice) o derivata e uno o più affissi flessionali (spesso morfemi cumulativi), veicolando più
valori grammaticali assieme e sommando più funzioni, rispetto alle agglutinanti hanno un indice di sintesi minore (2:1 o
fra 2:1 e 3:1), le parole hanno quindi una struttura meno complessa e sono composte da una catena più corta di morfemi,
tuttavia ci sono molti fenomeni di allomorfia e fusione, che mischiano spesso i singoli morfemi e li rendono separabili e
identificabili con qualche difficoltà, l’articolazione in morfemi delle parole è quindi meno trasparente e la
scomposizione non sempre evidente. L’analisi morfemica di queste lingue è resa ardua dai fenomeni di omonimia,
sinonimia e polisemia di morfemi, presentando molte irregolarità e idiosincrasie nella morfologia. Fusive si usa perché
riunire più significati su un solo morfema flessionale e fondere morfemi fra loro rende poco trasparente la struttura
interna della parola, Flessive invece per la presenza in esse di molta morfologia flessionale che da luogo a più forme
flesse della stessa parola; lo sono in genere le lingue indoeuropee, greco, latino e russo. Anche l’italiano è considerata
flessiva.
In esse c’è il sottotipo INTROFLESSIVO: i fenomeni di flessione avvengono anche dentro la radice lessicale.
Esempio tipico di lingua introflessiva è l’arabo, in cui partendo dalla radice lessicale triconsonantica k-t-b
“scrittura/scrivere” possiamo avere kataba (lui scrisse), katabtu (scrissi), kitab (libro) ecc.

LINGUE POLISINTETICHE: Lingue con la struttura più complessa, la parola è formata da più morfemi attaccati
assieme come le agglutinanti ma in essa compaiono due o più radici lessicali, morfemi pieni. Le parole qui
corrispondono spesso a ciò che in altre lingue sarebbero frasi intere, inoltre realizzano nella morfologia valori semantici
di solito affidati al lessico. L’indice di sintesi è 4:1 o più e presentano fenomeni di fusione che rendono a volte poco
trasparente la struttura della parola, come nelle flessive, sono polisintetiche le lingue amerindiane (tipo del gruppo
eschimese), molte lingue australiane ecc. A volte le polisintetiche vengono chiamate anche INCORPORANTI: in una
parola ci sono radice verbale e nominale che in una proposizione rappresenterebbe il complemento oggetto o un
complemento diretto di questa, sono caratterizzate dalla sistematicità con cui il complemento diretto è incorporato dalle
radici verbali

LINGUE ANALITICHE: lingue che spezzano il contenuto da codificare e trasmettere in blocchi unitari semplici (lo
sono le isolanti)
LINGUE SINTETICHE: lingue che sintetizzano, “impacchettano” assieme più blocchi di contenuto, ottenendo entità
complesse (lo sono le agglutinanti e soprattutto le polisintetiche)
In ordine dal più al meno sintetico abbiamo le lingue polisintetiche, agglutinanti, flessivo-fusive e infine isolanti.
I termini analitico e sintetico si usano anche per indicare tipi di costrutti o procedimenti presenti nelle lingue: “Mangiai”
è una forma verbale sintetica, “ho mangiato” analitica. Quindi le strutture che per il tipo flessivo sono parole
corrispondono nel tipo isolante ideale componenti minimali del contenuto delle parole, nel tipo agglutinante ideale dei
sintagmi e nel tipo polisintetico ideale delle frasi.

L’italiano è una lingua flessiva dal punto di vista morfologico, ma troviamo nella formazione di alcune parole la
presenza di fenomeni o meccanismi degli altri tipi.

Un altro criterio importante per classificare le lingue è dato dall’ORDINE BASICO dei costituenti principali della
frase, quello che si ha nelle frasi dichiarative canoniche, è diventato sempre più importante e oggi è il cardine della
tipologia linguistica. I costituenti sono S (soggetto), V (verbo o predicato verbale) e O (oggetto o complemento diretto).
Le combinazioni possibil sono: SVO, SOV, VSO, VOS, OVS e OSV; SOV è l’ordine più frequente (da 1/3 - 2/3 delle
lingue), SVO è poco meno attestato ma comunque al secondo posto (da 1/3 a quasi metà lingue), VSO è in terza
posizione (11/15% delle lingue), VOS in quarta (5/10%), poi abbiamo OVS (1/5%) e il più raro OSV (max 1%), si noti
che oltre 2/3 delle lingue hanno il soggetto prima dell’oggetto. Le lingue romanze, l’inglese e altre lingue germaniche,
le slave, il greco, il finlandese ecc. sono SVO (per il tedesco ci sono divergenze in quanto può essere SVO o SOV
perché l’ordine delle frasi principali è diverso dalle subordinanti, ma comunque è una lingua “verb-second”). Sono SOV
turco, giapponese, coreano e ungherese, sono VSO arabo, ebraico, gallese, maori ecc.
Meno morfologia flessionale (in particolare di caso) hanno le lingue più tendono ad avere un ordine fisso, che consente
l’identificazione delle funzioni sintattiche altrimenti ottenuta con mezzi morfologici. SOV e SVO sono i più usati
perché il soggetto della frase coincide col tema, che sta in prima posizione solitamente, ma non solo, ci sono due
principi importanti da conoscere, il primo più forte e il secondo più debole:

- PRINCIPIO DI PRECEDENZA: fra i costituenti nominali il soggetto, data la sua prominenza e priorità
logica, deve precedere l’oggetto
- PRINCIPIO DI ADIACENZA: verbo e oggetto devono essere contigui per la loro stretta relazione sintattico-
semantica e della dipendenza diretta del secondo dal primo

VSO è il terzo e realizza il primo principio, ma non il secondo.


Sapendo che ci sono chiare correlazioni fra l’ordine basico dei costituenti maggiori di frase e l’ordine degli elementi in
altri tipi di costrutti (in particolare SOV e VSO correlano bene con altri parametri posizionali, SVO solo debolmente in
quanto possiamo prevedere poco sulla collocazione di altri costituenti a differenza degli altri 2) sono stati elaborati su
questa base gli UNIVERSALI IMPLICAZIONALI: principi generalmente validi che collegano fra loro le posizioni
di diversi elementi nella frase e nei sintagmi, sono universali impl. SOV Ɔ (AN Ɔ GN) = se una lingua ha ordine SOV e
se in quella lingua nel sintagma nominale l’aggettivo precede il nome (AN), allora il genitivo (complemento di
specificazione) precederà certamente il nome che gli fa da testa (GN). In latino la lingua SOV che ha anche AN, si ha
GN è un universale implicazionale anche il suo parallelo: VSO Ɔ (NA Ɔ NG) = se una lingua ha ordine VSO e se
l’aggettivo segue il nome, allora il genitivo seguirà il nome.
Alcuni studiosi hanno cercato di costruire tipologie complesse dalla collocazione reciproca di verbo e oggetto,
tralasciando il soggetto, esterno al rapporto di dipendenza col verbo, e riconoscendo due tipi fondamentali:

- LINGUE VO: che “costruiscono a destra” o postdeterminanti, con l’ordine testa/modificatore (o


operando/operatore) dato che V è la testa del sintagma verbale. Tali lingue sono anche dette “a testa iniziale”
- LINGUE OV: che “costruiscono a sinistra” o predeterminati, o “a testa finale” con l’ordine modificatore/testa

Le prime hanno tendenzialmente anche NA (aggettivo dopo il nome), NG (genitivo dopo il nome), NPoss (possessivo
dopo il nome), NRel (frase relativa dopo il nome), VAvv (avverbio dopo il verbo), AAvv (avverbio dopo l’aggettivo),
AusV (forma verbale piena dopo l’ausiliare, che implica considerare Aus la testa nelle forme verbali composte), la
presenza di preposizioni ecc.
Nelle seconde hanno all’inverso anche AN, GN, PossN, RelN, AvvV, AvvA, VAus, la presenza di POSPOSIZIONI
(l’esatto simmetrico delle preposizioni, elementi funzionalmente analoghi alle preposizioni ma che stanno dopo il
sintagma che reggono, come “un anno FA” confrontato con “DOPO un anno”) ecc.

È difficile trovare lingue del tutto congruenti tipologicamente, con ordini dei vari elementi nei diversi costituenti, tutti
tra loro in armonia. In ogni lingua c’è sempre, per motivi storici e di variabilità, una certa incongruenza tipologica.
L’italiano per es. lingua SVO, ha molti tratti tipici delle lingue VO, come NG (il libro di Mario), NRel (il libro che ho
letto), NA (libri difficili, ma anche NA: enormi difficoltà) ecc. e quindi è considerabile una lingua postdeterminante, ma
ha anche un certo numero di tratti tipici delle lingue OV come AvvA (abbastanza difficile), PossN (i miei libri), ecc.
Tuttavia il determinante per certe prospettive è la testa del costrutto che lo contiene, quindi l’italiano non sarebbe
tipologicamente incoerente per questo punto.

ERGATIVITÀ: Riguarda l’organizzazione dei sistemi di casi che traducono in superficie i ruoli semantici connessi al
verbo, esistono lingue che, a differenza di quelle con sistemi di caso più comunemente conosciute (latino, greco,
tedesco ecc.) assegnano una marcatura diversa di caso al soggetto a seconda che esso sia soggetto di un verbo transitivo
o intransitivo. Queste lingue si chiamano ERGATIVE perché attribuiscono una rilevanza particolare alla funzione o
ruolo semantico di “agente”. Esse pongono allo stesso caso il complemento oggetto (normalmente= paziente, in
struttura profonda) di frasi transitive e il soggetto delle intransitive, e a un caso diverso il soggetto delle transitive
(normalmente= agente). I primi vanno al caso “assolutivo”, il secondo all’”ergativo”; contrappongono quindi un sistema
di casi “assolutivo-ergativo” a uno più diffuso “nominativo-accusativo”. Il problema è chiaro vedendo le seguenti frasi:
Frase intransitiva con verbo inaccusativo: La nave affonda
Frase Transitiva: I pirati affondano la nave
La nave è sempre il “paziente”, la relazione tra essa e l’evento “affondare” è la medesima, e verrebbe quindi reso in
superficie l’assolutivo, “i pirati”, che compaiono come soggetto nella frase transitiva col ruolo di “agente”.
Sono lingue ergative il basco, le lingue caucasiche, molte lingue indigene d’Australia, l’eschimese ecc.

7. MUTAMENTO E VARIAZIONE DELLE LINGUE


7.1 LA LINGUA LUNGO L’ASSE DEL TEMPO
Una proprietà evidente delle lingue è la loro VARIAZIONE: una lingua non è un blocco uniforme, si presenta sotto
forme diverse e tale differenziazione è visibile lungo l’asse del tempo, nella DIACRONIA (“storia”). Nascono nuove
parole, nuove lingue o costrutti mentre altri cadono in base alle relazioni fra lingua, cultura e società, e ciò è definito
come MUTAMENTO LINGUISTICO, di cui se ne occupa la LINGUISTICA STORICA (o DIACRONICA). I
cambiamenti non si notano subito, serve del tempo per accorgersene, anche più di una generazione, lo stato di lingua è
percepito diversamente per alcuni cambiamenti rispetto alla stessa lingua di uno o due secoli fa, e questi cambiamenti
possono anche avvenire per via di cambiamenti locali multipli che possono sommarsi e aggiungersi alle differenze della
lingua, e quando tali differenze sono così grandi si smette di parlare di cambiamenti dato che si ha ormai una lingua
completamente nuova. Uno dei criteri per riconoscere una nuova lingua è il fatto che i cambiamenti sono così grandi da
non essere più riconoscibile dai parlanti come la lingua che si usava prima, riconosciuta ormai come genitrice di quella
nuova, come le lingue romanze nate dal latino.
Fu un fenomeno graduale che andò avanti dal 3° sec. d.C. all’Alto Medioevo, e furono riconosciute quando, fra il 10° e
l’11° sec i volgari (da volgo: popolo) vennero documentate in usi scritti (partendo dal Placito Capuano del 960).
Il cambiamento solitamente avviene con un’innovazione, un elemento introdotto per vari fattori nell’uso linguistico, che
piano piano viene accettato da sempre più persone fino a soppiantare l’elemento “vecchio” preesistente.
Le lingue cambiano per varie cause, interne alla lingua o esterne (fattori ambientali, storici, geografici, culturali,
economici ecc.).
La morte delle lingue è il caso più grande di mutamento linguistico, una lingua morta lascia spesso tracce nella nuova,
in fonetica, morfosintassi e lessico, sono fenomeni di SOSTRATO: termine usato per indicare l’influenza di una lingua
precedente sulla successiva in una comunità (le vocali anteriori arrotondate nei dialetti del nord Italia riportate a un
probabile sostrato celtico ecc.)
Fattori interni invece possono essere le tendenze del sistema a regolarizzare, acquistare coerenza e simmetria,
ottimizzare le struttura nelle semplificazioni inconsce nel parlato, nella produzione e ricezione delle strutture della
lingua. I mutamenti sembrano seguire una logica interna, un percorso dinamico coerente che collega secondo una certa
direzione preferenziale (DERIVA o DRIFT) i mutamenti nei settori della lingua.

Simboli e definizioni in linguistica storica:

>: diventa/da luogo a


<: proviene da
ETIMO: la forma originaria più antica da cui proviene quella attuale o più recente, sta dal lato aperto della freccia.
ASSIMILAZIONE: mutamento fonetico molto frequente in cui due foni articolatoriamente diversi nel corpo e nella
parola diventano simili o uguali tramite acquisizione di un fono di uno o più tratti comuni con l’altro (nocte > notte, con
la [k] che da velare diventa dentale come la [t])
PALATALIZZAZIONE: la consonante velare si sposta in avanti nello spazio articolatorio acquisendo il tratto di
anteriorità della vocale che la segue (kentu(m) > cento).
METAFONIA: modificazione del timbro di una vocale interna per via della vocale finale, come nel dialetto napoletano
(nero < nigru(m) e nera < nigra(m) )
DISSIMILAZIONE: differenziazione tra foni quando due simili o uguali non contigui in una parola diventano diversi:
(venenu(m) > veleno, con dissimilazione regressiva delle due n, arbore(m) > arbol (spag) con dissimilazione
progressiva).
METATESI: spostamento dell’ordine dei foni, di una parola (fiaba presuppone una forma latina volgare “flaba” che
non attestata < fabula(m), con contrapposizione di l dall’ultima alla prima sillaba, peligro (spag) < periculu(m) con
inversione di posizione di r e l).
AFERESI: soppressione/caduta di foni, in particolare di vocali, in una parola, in posizione iniziale (apotheca(m) >
bottega), se in posizione interna è SINCOPE (domina(m) > donna con successiva assimilazione -mn > -nn-), se in
posizione finale APOCOPE (civitate(m) > città secondo l’ordine civitate > civtate > cittate > cittade > città).
EPENTESI: inserzione o aggiunta di foni nel corpo di una parola (baptismum > battesimo, con assimilazione -pt- >
-tt-), chiamata PROTESI (o PROSTESI) se all’inizio (statu(m) > estado “stato”) e EPITESI se alla fine (cor > cuore,
in cui c’è anche il fenomeno di dittongazione di della ò tonica latina in -uo-).

In linguistica storica la linguistica di fine 800 si è basata, per ricostruire nei dettagli le parentele fra le lingue e la
classificazione in famiglie, rami e gruppi, le LEGGI FONETICHE: mutamenti fonetici regolari che nell’evoluzione
delle lingue coinvolgono intere serie di parole, in cui un fono si trasforma sistematicamente in un altro.
L’individuazione di corrispondenze fonetiche ricorrenti fra parole operanti in un gruppo di lingue imparentate ha
permesso di classificare i rapporti fra esse, come le rotazioni consonanti. Una di queste, parte dell’insieme delle
LEGGI DI GRIMM, riguarda il passaggio dal fono dentale sonoro [d] (ricostruito) indoeuropeo originario al sordo [t]
delle lingue germaniche, queste leggi fonetiche ammettono numerose eccezioni dovute a meccanismi di analogia e
fenomeni di contatto linguistico.
Alcuni fenomeni ricorrenti a livello fonologico sono:

FONOLOGIZZAZIONE: allofoni di un fonema acquisiscono valore definitivo e diventano fenomeni autonomi


DEFONOLOGIZZAZIONE: fonemi perdono il loro valore distintivo e diventano allofoni di un altro fonema
PERDITA DI FONEMI: l’approssimante laringale del latino /h/ (habere) scompare in italiano, dove l’h non si associa
a nessun fono e rimane un relitto grafico

L’insieme di questi e altri fenomeni può portare al mutamento dell’inventario fonematico di una lingua, l’italiano
rispetto al latino per es. riguardo alle consonanti, ha una serie di fenomeni palatali nuova: la fricativa sorda, affricate,
laterale e nasale.

I mutamenti fonetici-fonologici possono anche consistere in spostamenti a catena di intere serie di foni o fonemi, come
nelle ROTAZIONI CONSONANTICHE, la prima di queste (la LEGGE DI GRIMM, o prima rotazione
consonantica è la legge fonetica che regola la modifica delle consonanti dall'indoeuropeo al proto-germanico) riguarda
il passaggio delle occlusive sorde e sonore aspirate a occlusive o fricative sonore, e caratterizza il ramo germanico delle
lingue indoeuropee rispetto agli altri rami. La seconda rotazione consonantica caratterizza invece l’evoluzione del
tedesco fra le lingue germaniche: le occlusive sorde p, t, k diventano affricate a inizio parola e in posizione
postconsonantica, ma fricative in posizione postvocalica (le fricative sonore prima occlusive diventano sorde e la
fricativa dentale sorda diventa occlusiva sonora).

Anche i morfemi possono cambiare le loro regole, e le categorie e distinzioni morfologiche possono nascere e cadere: la
categoria flessionale del caso nel latino si perde nell’italiano; in latino per es. lupus è nominativo (caso del soggetto) e
lupum è accusativo (complemento oggetto), si perde anche il genere neutro lasciando solo maschile e femminile.
ANALOGIA: estensione di forme a contesti in cui esse non sono appropriate, sul modello dei contesti più frequenti e
normali. In italiano per es. un infinito come volere non può venire dall’infinito “velle” del corrispondente latino
(irregolare). L’analogia è solitamente un fatto regolarizzante che crea simmetria eliminando le eccezioni, ed è basata su
un rapporto proporzionale fra elementi coinvolti, per cui in A:B = a:c la casella “fuori posto” (c) viene resa simmetrica
mediante la sostituzione di b con essa (se habui “ebbi”) corrisponde a habere infinito, a volui (“volli”) viene fatto
corrispondere l’infinito volere al posto del corretto “velle”.
Un esempio di RIANALISI è la formazione delle lingue romanze nel passato prossimo (o passato composto),
inesistente in latino. La sua nascita implica una diversa analisi e interpretazione del valore semantico e del
comportamento sintattico di habere, che in latino ha solo valore di verbo pieno (possedere, tenere, significato che ha
anche in italiano).

GRAMMATICALIZZAZIONE: mutamento per cui un elemento del lessico diventa un elemento della grammatica:
un lessema perde il suo valore semantico lessicale e viene assorbito dalla grammatica, come parola funzionale o
morfema, è un esempio il modulo di formazione degli avverbi in italiano: il suffisso derivazionale -mente è un
sostantivo latino mens, mentis (mente, spirito, disposizione intellettuale), al caso ablativo, che si trovava
frequentemente in complementi di modo, come “sana mente” (con spirito sano), “lenta mente” (in maniera lenta).
Nel mutamento sintattico i fenomeni più rilevanti concernono l’ordine dei costituenti. Il mutamento sintattico coincide
quindi spesso con un mutamento tipologico. Il latino, anche se ritenuto una lingua con molta libertà nell’ordine dei
costituenti, ha comunque un ordine non marcato basico tipo SOV, o comunque OV, predeterminante.

Nella semantica lessicale il mutamento si manifesta in primo luogo come arricchimento del lessico, vale a dire con
l’aggiunta di neologismi nell’insieme di lessemi di una lingua, che può avvenire con meccanismi di formazione di
parole interni alla lingua (derivazione, composizione ecc.) da lessemi preesistenti (con -ism-, .ist- da buono, che hanno
coniato “buonismo” e “buonista”) o tramite altre lingue, con forme prese in prestito (computer, yogurt), adattamenti
morfologici (chattare) o calchi (fine settimana < week end). Anche la perdita di lessemi è un fenomeno che avviene nel
tempo, molte parole latine si sono perse, come “cunctus” (tutto intero), ma anche vecchie parole italiane come
“donzello” o “mantenenza” (difesa).

I cambiamenti avvengono anche tra significanti e significati, quando un significante nuovo viene attribuito a un
significato esistente o viceversa tramite rapporti di SOMIGLIANZA (metafora): in lat testa “vaso di terracotta” > testa
“capo”, da gentile “nobile” > gentile “cortese”; e CONTIGUITÀ (metonimia), come volumen “rotolo di pergamena” >
volume “libro/tomo”, penna “piuma d’uccello” > penna “strumento per scrivere”.
PARETIMOLOGIA (o ETIMOLOGIA POPOLARE): risemantizzazione di una parola mediante la rimotivazione
del suo significato, che la rende più trasparente apparentandola a una parola nuova (cubare “giacere” > covare “stare
accovacciato sulle uova”, ricollegato a òvum “uovo”).
Spesso quello che cambia è l’area semantica coperta da una parole (e il suo impiego), e ciò crea
ESTENSIONI/GENERALIZZAZIONI (domina “signora, padrona di casa” > donna) o
RESTRINGIMENTI/SPECIALIZZAZIONI (domus “casa” > duomo “casa del Signore” > “cattedrale”). Tali
spostamenti riguardano anche aspetti connotativi e valutativi del significato, in senso migliorativo (minister “servo,
aiutante” > ministro) o peggiorativo (villanus “abitante della fattoria, di campagna” > villano in ital. antico > zotico,
maleducato).
In questo fenomeno c’è anche la TABUIZZAZIONE (dalla parola polinesiana “tabu” che indica “separato, proibito
perché sacro”) riguardo le interdizioni di parole relative a determinate sfere semantiche e ai suoi concetti attinenti,
sostituite da altre parole dal significato non diretto (dette anche EUFENISMI, parola formata da termini greci che
valgono “parlar bene”). Nella civiltà contadina per es. la donnola (animale) era un nemico da scongiurare per
salvaguardare i pollai, di qui un proliferare in varie lingue di denominazioni “accattivanti”: ital. donnola (piccola
donna), franc. belette ( belle “bella”), spag. comadreja (“comare”) ecc.

I mutamenti possono coinvolgere anche i CAMPI SEMANTICI: in latino il campo sem. dei colori era strutturato
secondo una distinzione di brillantezza e intensità luminosa (Ater “nero cromatico”, niger “nero brillante”, albus
“bianco cromatico”, candidus “bianco brillante”); ma possono coinvolgere anche la PRAGMATICA (l’allocuzione, nel
modo in cui si interagisce con chi parliamo, è passato dal lat. “tu” sing. e “vos” “voi” plur. alla bipartizione italiana
prima fra tu allocutivo confidenziale e voi, sempre con referenza singolare, allocutivo di rispetto; poi fra 500 e 600 a
una tripartizione tra tu di confidenza, voi di cortesia e lei di formalità, fino ad abbandonare il voi singolare in italiano).

7.2 LA VARIAZIONE SINCRONICA


La proprietà delle lingue di variare è ancor più evidente in sincronia, in un dato periodo. Ogni lingua ha usi, forme,
modi di esprimersi, realizzazioni specifiche ecc. diverse in base ai vari fattori sociali, tali differenze la adattano ai
contesti d’uso in una cultura e società per esprimere significati referenziali dei segni linguistici e significati sociali e
valori simbolici di varia natura (l’appartenenza o il desiderio di essa a un gruppo sociale, la posizione nella scala sociale
ecc.). Le lingue variano per essere funzionali ai diversi bisogni comunicativi e sociali a cui devono rispondere in un
dato periodo storico in una data comunità. Tale variazione interna è studiata dalla sociolinguistica.
SOCIOLINGUISTICA: studia cosa accade quando un sistema linguistico è calato nella realtà concreta degli usi che
ne fanno i parlanti nelle loro interazioni verbali, mette quindi in correlazione lingua, società e usi linguistici delle
persone.
VARIETÀ DI LINGUA: insieme di forme linguistiche, ai vari livelli di analisi, che tendono a presentarsi insieme in
concomitanza con certe caratteristiche della società, dei suoi membri e delle situazioni in cui agiscono. Per individuarla
e definirla bisogna fare riferimento a fatti linguistici (gli aspetti formali interni) e sociali (extralinguistici) con cui i
primi correlano.
Ogni lingua si presenta, negli usi comunicativi, sotto forma di una certa varietà, e dal punto di vista sociolinguistico una
lingua va a considerata come una somma di varietà. Una varietà di lingue, dal punto di vista linguistico, è formata da un
insieme di varianti fra loro solidali (con lo stesso grado e natura di marcatezza sociolinguistica, perché tendono a
comparire assieme in contesti simili).
VARIABILE SOCIOLINGUISTICA: punto o unità del sistema linguistico (una pronuncia, un morfema), che da
luogo alle varietà di lingua e che ammette realizzazioni diverse EQUIPOLLENTI (che non mutano il valore e non
cambiano il significato dell’unità del sistema), ciascuna delle quali in correlazione con qualche fatto extralinguistico.
Possono essere fonologiche (le varie realizzazioni regionali di certi fonemi dell’italiano), morfologiche (la forma del
pronome clitico di 3 pers. obliquo, “gli” e “le”, “ci” come in “a lui ci ho regalato un libro”) o lessicali (le coppie o serie
di lessemi sinonimici riguardo al significato denotativo ma collegati a diversi ambiti d’uso della lingua), anche se in
quest’ultime è più difficile stabilire, per ogni valore della variabile, se si tratta della stessa entità in forme diverse o no.

Le varianti possono correlare con vari fattori sociali, extralinguistici, della società nel suo insieme o del contesto
situazionale e pragmatico, e le varietà di lingua si caratterizzano corrispondentemente secondo varie dimensioni di
variazione in base al tipo generale di fattore sociale correlato.

LE 4 DIMENSIONI DI VARIAZIONE (diatopica, diastratica, diafasica e diamesica):

- DIATOPIA: riguarda la variazione nello spazio fisico tramite luoghi in cui i parlanti di una lingua arrivano o
vivono (come gli italiani regionali), sono interessate a essa anche morfologia e sintassi (-aro è di Roma e
Centro, -aio è toscano, “benzinaro/aio”, al Sud, in particolare Campania, Sicilia e Sardegna c’è l’accusativo
preposizionale a per il complemento oggetto rappresentato da un essere animato: “hai visto a Maria?”). La
stessa cosa vale anche quando si parla la stessa lingua in diverse nazioni (in Svizzera la nota è il voto
scolastico)
- DIASTRATIA: riguarda la variazione nello spazio sociale tramite classi o strati sociali e gruppi di parlanti e
reti sociali in una società. Emerge a vari livelli d’analisi (FONETICA: pronunce italiane influenzate dal
dialetto usate da parlanti con scarso livello di istruzione, come “copia” e “coppia” in Veneto pronunciate allo
stesso modo). MORFOLOGIA: generalizzazioni di forme e regolarizzazioni analogiche di paradigmi
complessi come nell’articolo, “i” amici, “un” sbaglio ecc. o paradigmi verbali, dissimo per dicemmo, potiamo
per possiamo ecc. comparativi, più bene per meglio ecc. SINTASSI: tema libero, o sospeso, con un elemento
isolato a inizio enunciato senza elementi di coesione sintattica con la frase dopo “io la mia città è Napoli”,
l’uso del doppio condizionale “se potrei, fare questo” o doppio congiuntivo imperfetto “se potessi, facessi”) e
con fenomeni di semplificazione della pronuncia (Assimilazioni: arimmetica per aritmetica, Epentesi:
pisicologia per psicologia, Metatesi: spicologia/piscologia per psicologia). Tutti sti aspetti fan parte
dell’ITALIANO POPOLARE usato dagli incolti
- DIAFASIA: riguarda la variazione nelle varie situazioni comunicative. Ha due sottodimensioni parallele ma
indipendenti in linea di principio: gli assi dei registri (varietà diafasiche dipendenti dal carattere formale o
informale dell’interazione comunicativa e dal ruolo reciproco di parlanti e interlocutori) e dei sottocodici (o
linguaggi settoriali, varietà diafasiche dipendenti dall’argomento di cui si parla o scrive e della sfera di
contenuti e attività a cui ci si riferisce). I registri hanno una scala che va da un estremo all’altro, delle
situazioni formali e informali (a livello morfologico bici, tele, cine ecc. con aferesi sillabica “ ‘sto” sono
informali, a livello morfosintattico l’uso degli allocutivi e di forme con cui ci si rivolge agli interlocutori come
il “tu” e il “lei” oltre alla differenza fra termini che possono sembrare volgari come culo per fortuna, sfiga per
sfortuna, casino per confusione ecc. e termini aulici letterali come quantunque, abbisognare ecc.). Sono inclusi
anche i sottocodici usati dai lavoratori (come termini chimici che i non chimici non usano)
- DIAMESIA: considerabile per certi aspetti una sottodimensione della diafasia, riguarda la variazione
attraverso il nesso o canale di comunicazione (opponendo scritto e parlato). Anche qui abbiamo due
sottodimensioni incrociate, una connessa al carattere fisico del mezzo, l’altra alla strutturazione interna del
messaggio (c’è un modo “fonico” opposto a un modo “grafico” il supporto fisico del messaggio, e un modo
“parlato” opposto a un modo “scritto”, riguardanti l’organizzazione linguistica interna del messaggio. Con le
nuove tecnologie però si stanno questi aspetti si fondono dando vita a “xkè”, “3menda” ecc.)

GEOSINONIMI: termini diversi di diverse regioni per indicare lo stesso oggetto o concetto (la tovaglia in Sicilia che
indica il telo da mare, l’anguria del Nord che al Centro e in Toscana è cocomero e al Sud è mel(l)one (d’acqua) ).
REGIONALISMI SEMANTICI: significati particolari assunti da un lessema in una determinata area (“salire” in
Campania: portare su, “uscire”: portare fuori).
REPERTORIO LINGUISTICO: insieme di varietà di lingua di una comunità sociale, possono essere monolingui o
plurilingui (bilingui o multilingui), i primi sono però l’eccezione.
LINGUA STANDARD: la lingua ufficiale usata anche per l’insegnamento scolastico, di uso orale e scritto
DIALETTI: varietà di lingua ad uso prevalentemente orale, di estensione areale e diffusione demografica inferiore
rispetto alla lingua standard, ce ne sono di due tipi: sistemi linguistici strettamente imparentai con la standard ma con
una loro struttura e autonomia, e i dialetti italiani (o italo-romanzi), considerabili “lingue sorelle” dell’italiano (come i
volgari romanzi derivati dal latino).
I dialetti non vanno confusi con le MINORANZE LINGUISTICHE: le minoranze che parlano una lingua diversa
dalla standard in un dato territorio, come chi parla tedesco in Alto Adige o francese in Valle d’Aosta), o con le
ESOLINGUE, come le lingue europee coloniali in Africa accanto a quelle nazionali locali.
Nei REPERTORI PLURILINGUI è raro che i sistemi linguistici siano sullo stesso piano in usi e atteggiamenti della
comunità parlante e svolgano le stesse funzioni.
DIGLOSSIA: dal greco “duplicità di lingua”, situazione di bilinguismo in cui le due lingue coprono ambiti e ruoli
socialmente differenziati e con una netta compartimentazione degli ambiti (una per lo scritto e negli usi formali e
ufficiali, insegnata a scuola ma non parlata in famiglia, detta VARIETÀ H o A: high, alta; e una impiegata nella
comunicazione quotidiana e negli usi informali, detta VARIETÀ L o B: low, bassa; un esempio è la Svizzera, col
tedesco standard come varietà H e quello svizzero come varietà L)
DILALIA: dal greco “duplicità nel parlare”, presenza di due lingue ma in cui la varietà H è usata anche nel parlato e in
situazioni informali, come in Italia con l’italiano e i dialetti.

INTERFERENZA: riguarda l’influenza e l’azione che un sistema linguistico può avere su un altro, termine usato
spesso per coprire tutta la gamma di fenomeni che avvengono in tal caso e che consistono essenzialmente nel trasporto
di elementi, parole, regole, tratti, costrutti, categorie ecc. di una lingua verso un’altra. Può riguardare tutti i livelli di
analisi ed è particolarmente evidente nei parlati bilingui che possiedono due lingue, spesso si manifesta sotto forma di
superficie linguistica: il materiale linguistico di superficie si trova in una lingua ma il modo in cui è organizzato risente
dell’influsso dell’altra (come un parlante immigrato italiano in Svizzera tedesca che dice “venerdì su sabato” in italiano
ma con la struttura grammaticale tedesca, anziché “la notte tra venerdì e sabato”).
PRESTITI: elementi del lessico presi da un’altra lingua (per es. albicocca e caraffa dall’arabo, dama ed escursione dal
francese, albergo e fiasco dal tedesco), che non implicano per forza il bilinguismo dei parlanti, sono particolarmente
numerosi i prestiti dall’inglese. Subiscono quasi sempre un adattamento alla struttura dell’italiano, in questo caso, come
jogging detto in modo italianizzato.
CALCO: ciò che passa da una lingua all’altra non è una parola ma il significato o struttura interna, resi con mezzi della
lingua ricevente (ferrovia dal tedesco: strada di ferro, grattacielo dall’inglese: raschiatore del cielo).
COMMUTAZIONE DI CODICE: fenomeni sul piano del discorso, tipico dei parlanti bilingui, è un uso alternato di
due lingue nella stessa interazione, che avviene in concomitanza con aspetti pragmatici e contestuali rilevanti
dell’interazione verbale, o anche

senza, quando il parlante fa lo switch in un momento qualsiasi del discorso, senza correlazione con un mutamento di
situazione e un cambio di funzione pragmatica. La commutazione può anche avvenire fra con lingua e dialetto, caso
frequente in Italia.

FONDAMENTI DI TIPOLOGIA LINGUISTICA


1. LA TIPOLOGIA LINGUISTICA: NOZIONI INTRODUTTIVE
1.1 AMBITO DI STUDIO, METODI DI INDAGINE E OBIETTIVI
TIPOLOGIA LINGUISTICA: si occupa dello studio della variazione interlinguistica, questa affermazione
presuppone 2 condizioni:
- Le lingue del mondo (circa 6000) sono diverse tra loro
- Questa variazione avviene per via di certi principi generali, che la Tipologia linguistica punta a individuare
Nella prima fase essa si colloca su un piano sincronico, escludendo la componente “tempo” della linguistica storico-
comparativa, classificando le lingue in base ad affinità/divergenze del piano strutturale, studiando anche le lingue
passate ormai estinte, come l’ittita, ma sempre fotografandole in un certo momento storico.
Le lingue vengono raggruppate in TIPI LINGUISTICI: combinazioni di proprietà strutturali indipendenti ma collegate
tra loro. Si scelgono proprietà la cui combinazione permette di fare previsioni attendibili sulla struttura delle lingue
indagate; quindi se un tipo è un insieme di proprietà reciprocamente indipendenti, ma poste in correlazione, ciascuna di
queste sarà pertinente se permette di prevedere la presenza delle altre proprietà scelte.
Es. ipotizzando che le razze canine siano tutte nate naturalmente, esse rappresentano le famiglie linguistiche, tuttavia
possono esserci differenze comportamentali tra i vari pastori tedeschi per es. in base se sono cani da caccia, da
compagnia o cani guida. Se le razze sono realtà naturali esistenti come entità a sé stanti, le categorie comportamentali
sono astratte, create cioè dall’uomo in base a parametri funzionali (e rappresentano i tipi).
Due cani diversi possono appartenere alla stessa categoria comportamentale come due cani uguali possono non esserlo,
e così vale per le lingue.

I tipi devono avere VALORE PREDITTIVI: devono consentire di prevedere la natura degli elementi collocati in essi
(se suonassimo il campanello di una casa, sentissimo un cane abbaiare senza vederlo ma il padrone dicesse che è da
compagnia, saremmo più tranquilli, se invece ci dicesse che è da difesa no. Se classificassimo i cani in base al colore
del pelo non potremmo prevedere nulla, ergo tale classificazione non sarebbe una tipologia), allo stesso modo sapere il
tipo di cui una lingua fa parte ci permetterebbe di prevedere le caratteristiche anche senza indagare sulla sua
grammatica. L’assegnazione a un tipo non è però categorica (un cane da compagnia potrebbe comunque manifestare
comportamenti aggressivi). Un parametro utile per le lingue potrebbe essere l’ordine dei costituenti delle strutture
sintattiche, come sintagma verbale, nominale, frase relativa ecc.
La tipologia è una disciplina tendenzialmente predittiva, ergo serve un’accurata selezione dei parametri di riferimento,
basata su correlazioni possibili tra essi, deve quindi esplicitare l’insieme di proprietà che fanno parte del tipo e il
principio soggiacente che le pone in correlazione. In alcune lingue storico-naturali ci sono condizioni favorevoli per la
comparsa di certe caratteristiche, ma non è certo che ci saranno, esse sono soggette a molti condizionamenti che
potrebbero creare bruschi cambiamenti, e la tipologia non può trascurarne l’esistenza.
I tipi sono entità astratte che si configurano come semplificazione della realtà osservabile ma non sono riprodotti
fedelmente da alcuna lingua storico-naturale, sono quindi modelli di descrizione, attraverso cui i linguisti filtrano la
realtà.

L’indagine tipologica inizia circoscrivendo l’oggetto dell’indagine individuando i segmenti del sistema di lingua su cui
fondare la ricerca tipologica, poi si selezionano i parametri pertinenti in base alla loro potenzialità predittiva, dopodiché
si valutano a quali tipi si possono ricondurre le lingue storico-naturali rispetto ai tratti linguistici oggetto dell’indagine.
Così facendo ogni lingua sarà ascritta a un certo tipo se la sua configurazione strutturale risulterà compatibile con la
porzione statisticamente rilevante dei parametri correlati o se registrerà una prevalenza statisticamente significativa dei
tratti riconducibili a un tipo.
Alla fine si osserverà che non tutti i tipi possibili hanno la stessa diffusione fra le lingue storico-naturali, ma comunque
non dovrebbero esistere nelle lingue storico-naturali dei tipi che, sul piano teorico, risultino impossibili tra i parametri
pertinenti. Le combinazioni strutturali tra i parametri in uso dalle lingue dovrebbero essere un sottoinsieme di quelle
logicamente possibili, adesso la tipologia deve capire quali fattori possano giustificare la distribuzione interlinguistica
dei tipi, abbandonando il livello descrittivo e spostandosi prima su quello esplicativo e poi sul predittivo.
Ma dove cercare la logica interna alla distribuzione interlinguistica dei tipi? Gli studiosi hanno posizioni diverse ma la
più plausibile è rintracciare la spiegazione profonda delle classificazioni tipologiche in fattori di natura essenzialmente
semantica o pragmatica: visto che la lingua è un fatto sociale e la sua funzione primaria è permettere alle comunità di
comunicare, nulla vieta che la ratio profonda delle correlazioni trovate, almeno in prospettiva tipologica, possa essere
spiegata in ottica funzionale, tenendo quindi presente la funzione cui la lingua deve assolvere. In questo quadro si può
dire che le configurazioni tipologiche delle lingue sono il loro modo di risolvere i problemi legati alla comunicazione.
Ciò non significa che una descrizione in termini linguistici dei fatti osservati sia da escludere a priori.

Il repertorio dei tipi individuati a livello teorico dovrebbe coprire l’intera gamma di quelli rappresentati nella concreta
realtà linguistica, quindi non dovremmo rintracciare tra le lingue storico-naturali configurazioni tipologiche
imprevedibili o che contraddicono l’inventario dei tipi di riferimento: potremmo trovarci di fronte a lingue che possono
essere assegnate a più di un tipo o verificare la totale assenza empirica di tipi teoricamente possibili.
La tipologia linguistica studia la variazione interlinguistica con l’obiettivo di stabilire se sia soggetta a limiti e
restrizioni e, in caso di riscontro positivo, capire quale sia la natura di tali limiti e restrizioni. Studiare quindi le
occorrenze sistematiche di specifiche affinità (o divergenze) strutturali tra le lingue dovrebbe condurre il tipologo a
svelare le ragioni dell’esistenza di configurazioni strutturali, cioè tipi possibili e impossibili (o probabili e improbabili).
Nonostante la tipologia cerchi di esplicitare i principi generali della variazione interlinguistica, individuando i tipi
attestati e quelli non attestati ma teoricamente possibili tra le lingue del mondo, ciò è umanamente impossibile, dato che
dovremmo aggiungere anche le lingue estinte, e non tutte sono ugualmente documentate (alcune potrebbero essere usate
solo per parlare senza che ci sia una scrittura per es.). La soluzione al problema è cruciale, e la tipologia procede in tal
senso con una strategia simile a quella adottata dagli istituti che elaborano lo spettro di una comunità sociale mediante
sondaggi d’opinione. Facciamo un esempio:
Nell’imminenza delle elezioni politiche gli organi di stampa pullulano di sondaggi che dovrebbero prevedere gli esiti, la
loro credibilità è proporzionale alla cura con cui sono stati condotti e alla selezione del campione rappresentativo. Così
come in tali sondaggi si selezionano gli intervistati in base a criteri piuttosto accurati e pertinenti (età, istruzione,
occupazione, regione di residenza ecc.), una procedura simile viene usata dalla tipologia linguistica, che sceglie lingue
che rappresentino la loro enorme varietà nel mondo evitando le cosiddette “distorsioni”:

- DISTORSIONI GENETICHE: Non bisogna dare eccessiva rappresentazione ad alcune famiglie di lingue a
scapito di altre, l’assenza di un legame di parentela tra le lingue indagate rafforza la possibile caratterizzazione
tipologica delle affinità trovate
- DISTORSIONI AREALI: Bisogna ricordare che le lingue non imparentate ma parlate nello stesso contesto
geografico possono sviluppare tratti comuni in base ai contatti dei gruppi di parlanti, non deve esserci quindi
“interferenza linguistica”. Investigare, per es., sulla morfologia nominale del neogreco (famiglia indoeuropea),
del bulgaro (gruppo slavo meridionale) e del rumeno (lingue romanze) troveremmo la tendenza a semplificare
l’inventario delle terminazioni di caso con la fusione di desinenza del genitivo e del dativo. Non essendo
strettamente imparentate potremmo identificare il fenomeno come una tendenza tipologica, ma queste 3 lingue
hanno avuto uno stretto e secolare contatto tra loro, quindi tale fenomeno non potrebbe essere considerato
- DISTORSIONI TIPOLOGICHE: Non devono esserci sbilanciamenti a favore di certe configurazioni
tipologiche a scapito di altre, se gli studi tipologici hanno individuato almeno 4 tipi morfologici di riferimento
(isolante, agglutinante, fusivo e polisintetico) allora il campione deve riprodurre fedelmente tale varietà
- DISTORSIONI LEGATE ALLA CONSISTENZA NUMERICA DELLE COMUNITÀ PARLANTI: Il
rischio di incappare in esse è elevato, infatti di 6000 lingue solo 100 sono parlate dall’80% della popolazione
umana, ma non bisogna considerarlo dato che ciò è dovuto alle vicende storiche delle comunità di parlanti.
L’esperienza insegna che molto spesso, almeno in una prima fase d’indagine, la scelta cade quasi
inevitabilmente su lingue la cui documentazione è maggiormente accessibile e per cui ci sono parlanti nativi
disponibili a cui sottoporre questionari, cosa che dimostro uno dei padri degli studi tipologici: Joseph H.
Greenberg, che negli anni 60 utilizzò nei suoi studi un campione scelto per convenienza e con cui avesse
quindi una certa familiarità o per le quali disponesse di una grammatica adeguata, ma affermando sempre che
arrivò a conclusioni provvisorie.

Oggi si hanno strumenti che ai tempi sembravano inimmaginabili, come il WORLD ATLAS OF LANGUAGE
STRUCTURES, un progetto in cui svariati linguisti operano per tracciare un quadro attendibile su vasta scala della
variabilità interlinguistica rispetto a molteplici parametri d’indagine in base ai livelli di analisi principali della lingua
(inventari consonantici e vocalici, struttura della sillaba, posizione dell’accento ecc.), creando un campione di 100
lingue che rappresentino oltre 50 famiglie linguistiche (con anche alcune lingue isolate). I risultati delle indagini poi
vengono verificati secondo un campione di altre 100 lingue.

1.2 TIPOLOGIA E SINTASSI


Per rappresentare una tendenza abbastanza diffusa negli studi tipologici, che han visto fino a pochi anni fa una tendenza
principalmente di indagini su base morfosintattica, ci soffermiamo maggiormente sui livelli morfologici e sintattici e
meno sul piano fonetico-fonologico e quello lessicale.
L’organizzazione del materiale linguistico in costrutti diversi avviene in base a principi largamente condivisi.

LA POSIZIONE DEL SOGGETTO: partiamo dal fatto che V, S e O non sono una classe del tutto omogenea: V è
una categoria sintattica, S e O rappresentano funzioni che possono essere svolte da più categorie sintattiche, inoltre non
è scontato che i costituenti in questione siano formati da una sola parola (Luca ama Teresa = Il ragazzo che da poco si è
trasferito ama la figlia dei farmacisti).
I tipi SOV (turco, coreano, giapponese ecc.) e SVO (gruppo romanzo, germanico, slavo ecc.) sono i più frequenti, il
45% corrisponde al primo tipo e il 42% al secondo, poco meno del 10% è VSO (lingue celtiche, arabo classico,
aramaico ecc.) e ciò non può essere un caso, ci deve essere un principio organizzativo riguardante tali ordini e ciò che
accomuna questi 3 tipi è il soggetto che precede sempre l’oggetto (tendenza formulata da Greenberg nei termini di un
universale linguistico). Il motivo può derivare da condizionamenti avvenuti nel tempo di natura extralinguistica, il
soggetto di norma è l’entità che esegue l’azione espressa dal verbo e ha controllo su di essa, potendo scegliere se e
quando interromperla, ciò assegna al soggetto una preminenza cognitiva rispetto all’oggetto, che invece subisce
l’azione. Tale disparità viene riprodotta anche nella lingua.
Una seconda possibile concausa può essere il fatto che la disposizione del materiale linguistico rifletta l’organizzazione
mentale dell’informazione da veicolare, il soggetto corrisponde solitamente all’informazione data (TEMA o TOPIC) e
il resto è l’informazione nuova (il REMA o COMMENT, ciò che si dice nel tema).

ORDINE DEI COSTITUENTI E SISTEMA DI CASI: la posizione dei costituenti della frase non ha rilevanza in
tutte le lingue e non ha sempre la funzione di marcare i ruoli sintattici: “il ragazzo ama la ragazza” ha come sintagma
nominale iniziale il soggetto e come finale l’oggetto, ma se venissero invertiti con “la ragazza ama il ragazzo” la frase
cambierebbe radicalmente; se invece consideriamo la frase latina “puer puellam amat” (pure=soggetto, oggetto
“puellam” rilevabile tramite la desinenza -am) l’inversione di puer e puellam “puellam puer amat” non cambia il
significato della frase, dato che in latino l’ordine dei costituenti è meno rigido che nell’italiano.

ORDINE NATURALE E ORDINE MARCATO: in base a quali criteri si determina l’ordine dei costituenti di una
struttura sintattica? Nell’ungherese per esempio possono andare bene tutti gli ordini, ma non tutti possono essere usati
nello stesso contesto: mentre SOV è “neutra”, le altre richiedono situazioni particolari e trasmettono le specifiche
sfumature soprattutto di ordine pragmatico. La tipologia di norma basa le sue generalizzazioni sull’ordine naturale, ma
quando un ordine può dirsi marcato? Quando, dati due o più costrutti linguistici, in uno di essi compare un elemento in
più: la MARCA: se consideriamo la coppia di occlusivi bilabiali /p/ e /b/ il secondo elemento è marcato in quanto
contraddistinto dal tratto di sonorità che il primo non ha. Sul piano sintattico l’ordine non marcato o naturale è quello in
cui sono disposti i costituenti in un contesto comunicativo “pragmaticamente neutro”, quando cioè si intende
trasmettere esclusivamente l’informazione che deriva dalla somma dei significati parziali degli stessi costituenti.
Consideriamo l’italiano, il cui ordine può essere piuttosto flessibile: la sequenza SVO è quella naturale (il bimbo
mangia la mela), ma anche OVS può risultare accettabile (la mela, mangia il bambino) ma non può essere usata sempre,
di solito si usa per contraddire un’affermazione precedente (“il bimbo mangia una pera” “no, una mela, mangia il
bimbo”), inoltre dopo il primo costituente vi è una pausa piuttosto forte rappresentata dalla virgola (e non essendoci
nell’ordine SVO, tale pausa è una marca, e veicola un valore avversativo come info aggiuntiva).

TESTA E MODIFICATORI: Dato che basarci solo sull’ordine dei costituenti non avrebbe successo, in quanto
porterebbe a collocare oltre il 97% delle lingue nello stesso tipo, concentriamoci solo su O e V nella frase dichiarativa. I
principali parametri di correlazione sono la presenza di preposizioni o posposizioni, la struttura del sintagma nominale
(la posizione reciproca di nome e modificatori), la posizione degli ausiliari, della negazione degli avverbi rispetto al
verbo, la posizione della congiunzione subordinante rispetto alla frase subordinata, la collocazione dei pronomi
interrogativi e la struttura delle costruzioni comparative. In base alla loro combinazione si possono trovare 2 tipi di
riferimento:

- VO: preposizioni, nome-genitivo/aggettivo/dimostrativo/numerale, congiunzione-frase subordinata ecc.


- OV: posposizioni, genitivo/aggettivo/dimostrativo/numerale/frase relativa-nome, verbo principale-ausiliare
ecc.

Questi due tipi esibiscono il massimo indice di coerenza e trovano piena e ideale rappresentazione in berbero e azpoteco
(VO), birmano e hindi (OV) ma ovviamente non coprono l’intera gamma della variabilità interlinguistica: se ci
concentriamo solo sull’ordine di V e O, la presenza di preposizioni o posposizioni e la posizione di genitivo e aggettivo
rispetto al nome osserviamo che le lingue del mondo si distribuiscono in circa 15 tipi, di cui 7 si caratterizzano per una
diffusione interlinguistica davvero significativa [A(ggettivo), G(enitivo), N(ome), O(ggetto), Po(sposizione),
Pr(eposizione), S(oggetto), V(erbo)]:

1) V(S)O, Pr, NG, NA: lingue celtiche e polinesiane, ebraico, aramaico, arabo ecc.
2) (S)VO, Pr, NG, NA: lingue romanze e afroasiatiche, albanese, neogreco, vietnamita ecc.
3) (S)VO, Pr, NG, NA: tedesco, nederlandese, islandese, lingue slave ecc.
4) (S)VO, Pr, GN, AN: norvegese, svedese, danese
5) (S)VO, Po, GN, NA: finnico, estone
6) (S)OV, Po, GN, AN: lingue turche, hindi, bengalese, coreano, giapponese ecc.
7) (S)OV, Po, GN, NA: basco, birmano, tibetano classico, maggior parte delle lingue australiane

Riprendendo i due tipi più coerenti possiamo focalizzare la disposizione dei costituenti nei sintagmi verbale, nominale e
adposizionale:

TIPO VO
- Sintagma verbale:
- Sintagma nominale:
- Sintagma adposizionale:

TIPO OV

- Sintagma verbale:
- Sintagma nominale:
- Sintagma adposizionale:

Scomponendo il primo tipo (VO) pezzo per pezzo osserviamo che per quanto riguarda il sintagma verbale, il verbo,
tecnicamente definito “testa”, (che dà il nome all’intero sintagma e stabilisce se un oggetto diretto debba esserci o
meno, e che deve essere sempre specificato a differenza dell’oggetto) precede l’oggetto, ovvero il complemento. A
questo punto possiamo chiederci cosa succeda nel sintagma nominale, la cui testa è il nome (che innesca i meccanismi
di accordo: gli aggettivi, i dimostrativi e gli articoli concordano con il nome ma non viceversa, inoltre come il verbo
deve essere sempre specificato, al contrario dei modificatori). Anche i complementi e i modificatori del nome (genitivo,
aggettivo o frase relativa) si collocano alla sua destra, quindi anche nel sintagma nominale la testa precede i
complementi e i modificatori.

Se esaminiamo il terzo costrutto (sintagma adposizionale), notiamo che è introdotto da una preposizione: la adposizione
quindi è a sinistra dei complementi (c’è però un grosso disaccordo tra gli studiosi sul fatto che una adposizione possa
essere testa; per semplificare diamo per scontato che le proposizioni e le posposizioni siano testa).

Il tipo OV usa la strategia opposta: la testa segue sempre i suoi complementi/modificatori. La generalizzazione “VO:
testa iniziale” e “OV: testa finale” ha conseguenze rilevanti sui piani teorico ed empirico. A livello teorico alcuni
costrutti differenti e reciprocamente indipendenti adottano il medesimo principio organizzativo: posizionano sempre la
testa o prima o dopo i complementi/modificatori; dal lato empirico ciò consente ai parlanti un grande risparmio di
energie quando acquisiscono e usano la lingua, potendo apprendere un unico principio generale (le sequenze testa-
complemento o il contrario) e in base a esso costruire e interpretare molte strutture complesse di natura diversa.
Questa spiegazione ha però dei problemi: non spiega che l’aggettivo raramente si conforma ai due principi in questione,
stessa cosa per l’articolo, che nelle lingue VO precede la propria testa (il nome) e nelle OV la segue. Date queste
situazioni “anomale” è nata negli anni un’ipotesi chiamata BRANCHING DIRECTION THEORY (“Teoria della
Direzione della Ramificazione” in italiano): prevede che la coerenza tipologica nei costrutti di OV e VO siano rispettati
solo dai costituenti con una struttura (micro)sintattica interna, da quelli che, in una rappresentazione ad albero,
esibiscano una ramificazione. Al contrario i costituenti di tipo lessicale sarebbero meno propensi a occupare
rigidamente una specifica posizione.

L’inglese per es. è VO ma l’aggettivo e l’articolo non seguono il principio “testa a sinistra” (black dog, the table); il
genitivo (con l’eccezione del genitivo sassone ‘s) e la frase relativa invece seguono il nome e si mostrano coerenti
rispetto al criterio di fondo che regola la struttura dei costituenti del tipo VO [(the) book that I read].

La BRANCHING DIRECTION THEORY prevede quindi che in una lingua storico-naturale vi sia una tendenza
piuttosto forte a collocare i costrutti di natura sintattica, come “of the party” o “that I read” sempre prima o dopo la
testa. La teoria spiega presunte anomalie dell’italiano, l’aggettivo per es. può spostarsi in posizione prenominale
acquisendo spesso un significato traslato (es. alto ufficiale) o modificando il suo aspetto (un libro bello/un bel libro), ma
se l’aggettivo assume struttura sintattica la posizione postnominale diventa più rigida (un libro molto bello V /un molto
bello libro X), tale teoria ha comunque dei lati oscuri nonostante abbia riscosso un certo successo.

1.3 TIPOLOGIA E MORFOLOGIA


A inizio ‘800 vennero già avanzate da più parti proposte per una classificazione delle lingue più note in “tipi
morfologici”, anche se la tipologia linguistica ha sensibilmente mutato e affinato i propri metodi d’indagine, i
presupposti di fondo sono rimasti in buona parte invariati. La tipologia morfologica presuppone l’azione di due
parametri: INDICE DI SINTESI e allomDI FUSIONE, il primo concerne il numero di morfemi individuabili
all’interno di una parola, il secondo riguarda la segmentabilità della parola: il grado di difficoltà con cui vengono
individuati i confini tra i morfemi. La loro combinazione consente di trovare almeno 4 tipi di riferimento: ISOLANTE,
POLISINTETICO (quelli “estremi”), AGGLUTINANTE e FUSIVO.
Nelle lingue isolanti l’indice di sintesi ha il valore minimo: ogni parola tende a essere monomorfemica, ogni morfema è
invariabile nella forma e in genere esprime un solo significato. Rispetto al tipo in questione non ha senso parlare di
indice di fusione: dato che ogni parola è composta da un solo morfema i morfemi non si combinano mai tra loro e non
esistono confini tra essi, ma solo tra parole, due tra le isolanti più note sono il cinese mandarino e il vietnamita.
Nelle lingue isolanti una parola può svolgere più funzioni sintattiche senza alterare la sua configurazione formale (a
differenza dell’italiano: “Veloce AGG  Velocizzare V”), nel vietnamita per es. “io” in una frase può trovarsi 3 volte e
essere usato in 2 modi diversi, come pronome personale due volte e come aggettivo possessivo una volta (questi
fenomeni si chiamano CASI DI “CONVERSIONE” o “DERIVAZIONE ZERO”, caratteristica di tipo isolante dato
che permette di manipolare il materiale linguistico con una certa flessibilità senza contraddire il fatto che le parole siano
tendenzialmente invariabili e monomorfemiche).

Un altro aspetto importante è la corrispondenza biunivoca tra morfemi e unità semantiche: ogni morfema/parole
esprime uno e un solo significato, sia esso lessicale o grammaticale. La combinazione delle due categorie semantiche
[PRONOME DI PRIMA PERSONA] e [PLURALE], che l’italiano concentra in “noi” e l’inglese in “We”, in
vietnamita viene espressa dall’accostamento di due parole distinte, chùng [PLURALE] e tòi [PRONOME DI PRIMA
PERSONA], ciascuna delle quali esprime una sola funzione; all’opposto abbiamo le lingue polisintetiche, in cui
l’indice di sintesi assume il valore massimo: concentrano nella stessa unità lessicale un numero piuttosto elevato di
morfemi, giungendo a condensare in una sola parola informazioni che in italiano normalmente richiederebbero la
costruzione di un’intera frase, come nell’eschimese siberiano:

angya-ghlla-ng-yug-tuq / Barca-accrescitivo-comprare-desiderativo-3°p.s.Sing (egli vuole comprare una grande barca)

La sequenza di prima (senza – in mezzo alle parole) è sia una parola che una frase di senso compiuto. In questo caso
l’indice di fusione si colloca di norma su valori intermedi: data la complessità della struttura interna, è normale
prevedere casi in cui due morfemi adiacenti possano fondersi l’uno nell’altro. All’interno del tipo polisintetico viene in
genere individuato il sottotipo incorporante, cui vengono ascritte le lingue che tendono a giustapporre in una sola parola
numerosi morfemi essenzialmente lessicali.

Una lingua incorporante è il ciukci, una lingua uralica:

tə-meyƞə-levtə-pəɣt-ərkən / 1°p.s.Sing.SOGG-grande-testa-dolore-Imperfettivo (ho un tremendo mal di testa)

I due tipi che esemplificano i valori estremi dell’indice di fusione sono quello agglutinante e quello fusivo, le lingue
agglutinanti hanno il minor indice di fusione. In esse la parola consta generalmente di più morfemi e di norma la
segmentazione non presenta particolari difficoltà dato che c’è una forte tendenza a disporre i morfemi in sequenza senza
che i confini si confondano. Anche nei sistemi agglutinanti quindi viene mantenuta una corrispondenza biunivoca tra il
livello della forma e quello del contenuto: ogni morfema adempie a una sola ben definita funzione. Hanno una
fisionomia agglutinante il turco e il nahuatl.
Per le lingue fusive invece il valore dell’indice di fusione è massimo, i confini tra i morfemi perdono visibilità e ciò
determina una serie di reazioni a catena: la segmentazione è particolarmente ostica, i casi speciali (le eccezioni)
aumentano e l’ideale corrispondenza biunivoca tra piano della forma e piano del contenuto svanisce, in quanto più
categorie semantico-funzionali si concentrano in un unico morfema. Le lingue indoeuropee hanno carattere
prevalentemente fusivo.

Es. “Agli uomini” in turco è “Adam (uomo) – lar (plurale) – a (agli)” e in latino è “Homin – ibus”; la desinenza -ibus
non può essere scissa ulteriormente perché non contiene né un morfema che veicoli la funzione grammaticale
(DATIVO) né uno che trasmetta l’informazione sul numero (PLURALE); in “Adamlara” -lar è la marca del plurale e -a
è quella del dativo. Inoltre le lingue fusive hanno morfemi con spesso una forma variabile: -es del nominativo plurale
homines (terza declinazione) non può essere estesa né ai nomi maschili della seconda declinazione (la cui stessa
funzione è realizzata da -i, lupi: (i) lupi), né ai nomi neutri (in cui il nominativo plurale esce in -a, corpora: (i) corpi), né
a quelli femminili della prima declinazione (rosae: (le) rose). Inoltre, nel tipo in esame la violazione della
corrispondenza biunivoca tra unità del piano dell’espressione e unità del piano del contenuto avviene in entrambe le
direzioni possibili. Oltre alla situazione “più forme > una funzione” è molto attestata anche la situazione opposta “una
forma > più funzioni”: hominibus può essere interpretata come dativo plurale, ma anche come ablativo plurale. Il
rapporto tra i diversi valori semantico-funzionali di -ibus è paradigmatico per ciò che riguarda le due informazioni
relative al caso (una stessa forma non può essere dativa e ablativa nella stessa occorrenza: i due valori si escludono l’un
l’altro), ma è sintagmatico se si considera il caso da una parte e il numero plurale (-ibus è sia dativo o ablativo sia
plurale) dall’altra.
Nelle lingue fusive l’indice di sintesi si caratterizza per valori medio-bassi: la possibilità di far convergere più unità
semantiche su un singolo morfema consente di ridurre il numero di morfemi in una parole.

All’interno del sottotipo in questione si può individuare il SOTTOTIPO INTROFLESSIVO, in cui ci sono le lingue il
cui rapporto tra unità del contenuto e unità dell’espressione ricalca lo schema appena delineato, senza però che i
morfemi siano disposti in ordine lineare. Si tratta principalmente delle lingue a morfologia non concatenativa, che
prevedono una collocazione “a pettine” dei morfemi.
L’arabo per es. per costruire le sue parole intreccia una radice (tri)consonantica con una lettura semantica generica
senza specificazioni rispetto alle categorie di genere, numero, tempo ecc. e particolari sequenze vocaliche tra
consonante e radice (per esprimere altre specificazioni lessicali e grammaticali). La radice ktb ricopre l’area semantica
connessa alla scrittura, e col prefisso m- forma nomi di luogo e di strumento).

Un’altra classificazione di buon successo riguarda le strategie morfologiche che le lingue storico-naturali adottano per
codificare la relazione di dipendenza, può essere espressa con dispositivi di natura sintattica (l’ordine reciproco dei
costituenti in questione o l’uso di adposizioni) o con gli affissi. Tale classificazione coinvolge le lingue che prediligono
questa seconda opzione. Il tratto in questione ha una triplice articolazione e consente di prevedere l’esistenza di 3 tipi di
riferimento: le lingue con strategie morfologiche che codificano la relazione sintattica in esame possono marcare la
relazione di dipendenza sulla testa, sugli elementi dipendenti o su entrambi.

1.4 TIPOLOGIA E FONOLOGIA


Il componente fonetico-fonologico della grammatica è stato per decenni largamente penalizzato nelle indagini di
impronta tipologica, ma ci sono alcune eccezioni su cui il dibattito non si esaurisce. Tra esse c’è quella riguardo al
TONO: proprietà che caratterizza i suoni sonori, cioè i suoni che prevedono, nella loro articolazione, la vibrazione delle
corde vocali, più è elevata la frequenza con cui le corde vocali vibrano e più acuto è il tono del suono prodotto. Si
realizza in tutte le lingue storico-naturali ma con modalità differenti. È fonologicamente pertinente solo in circa metà
delle lingue parlate oggi: è possibile che due parole con significato diverso siano uguali in tutto tranne che per il tono,
nel cinese mandarino ce ne sono 4 e per la loro rappresentazione si ricorre alla combinazione di due o più valori
numerici, consentono di distinguere i significati delle parole e quindi sono fonologicamente pertinenti.

- TONO 1: Alto costante (valore numerico 55) simbolo -


- TONO 2: Alto ascendente (valore numerico 55) simbolo ’
- TONO 3: Discendente-ascendente (valore numerico 214) simbolo ⱽ
- TONO 4: Alto discendente (valore numerico 51) simbolo ‛

Lingue come il cinese sono dette “a toni” o “tonali”, in un’indagine tipologica sui sistemi di tono, il primo passo è
l’identificazione di due macrotipi, le lingue tonali (su cui si concentra l’indagine) vs le lingue non tonali.
Dato che le lingue tonali sono piuttosto disomogenee non si può creare un profilo tipologico unitario e omogeneo ma si
può riorganizzare in base a vari parametri, due di questi sono prevalenti tra le varie proposte: l’unità a cui è associato e
la funzione cui il tono deve assolvere. Per il primo la distinzione più frequente è fra toni associati a vocali (presenti nel
somalo) e a sillabe (come nel cinese mandarino), per l’altra la distinzione riguarda toni che distinguono morfemi
lessicali (come nel cinese mandarino) e quelli con valore specificamente grammaticale (come in Aghem, na lingua
parlata in Camerun, in cui la à “con” si differenzia solo per il tono da â ”a/per”).

I toni possono svolgere anche funzione derivazionale. In Lendu (parlata tra Congo e Uganda) trasformano un verbo in
nome: dhύ “insultare” diventa dhù “insulto”. Altri tratti salienti riguardano la consistenza degli apparati consonantici e
vocalici; per le vocali un parametro è la nasalizzazione, che ha ragion d’essere solo se ha valore fonologico e quindi se
il contrasto tra vocali orali e nasali è distintivo. Infatti ci sono alcune tendenze abbastanza ricorrenti come il rapporto
che lega vocali orali e nasali (la presenza delle ultime implica la presenza delle prime dato che non ci sono lingue con
solo vocali nasali).

1.5 TIPOLOGIA E LESSICO


Il lessico condivide con il componente fonetico-fonologico una posizione di sostanziale marginalità nell’ambito degli
studi di impronta tipologica, anche per ragioni diametralmente opposte a quelle enunciate nel paragrafo precedente. Ciò
non significa che non vi siano nelle lingue storico-naturali delle nicchie semantiche in cui il campo di variazione
interlinguistica abbia valori abbastanza alti per avviare un’indagine tipologica, ci sono stati studi che hanno
scandagliato a fondo la terminologia usata per codificare le relazioni di parentela e il lessico dei colori.
Una ricerca nota a riguardo, di Berlin e Kay nel 1960 ha prodotto risultati sorprendenti in un campo semantico
erroneamente contraddistinto da un forte relativismo per molto tempo, individuando con un’ampia comparazione
linguistica 11 colori riconosciuti e indicati in modo uguale da parlanti di oltre 100 lingue del campione (in uno spettro
cromatico i limiti fra i colori sono impercettibili visto che due colori vicino sfumano l’uno nell’altro. Tutta
l’argomentazione dei due studiosi si fonda sul focus, non sulle sfumature). Le classi cromatiche sembrano disporsi in
una gerarchia organizzata in modo implicazionale:
Bianco e/o nero  rosso  giallo e/o verde  blu  marrone  porpora e/o rosa e/o arancio e/o grigio

Partendo dal vertice (a sinistra), il primo tipo prevede solo due termini (il bianco indica tutti i colori chiari e il nero tutti
gli scuri), nel secondo compare necessariamente il rosso, poi si va verso il giallo e/o verde, poi blu, marrone ecc.
La struttura implicazionale della gerarchia impone che non si possa accedere a un livello senza essere passati per quelli
precedenti: una lingua non può avere un termine per “blu” senza bianco e/o nero, rosso e giallo e/o verde. Ovviamente
alcune lingue coprono ben più termini per i colori ma essi rientrano solo dalla 12° posizione, inoltre non è necessaria la
corrispondenza biunivoca fra classi cromatiche e unità lessicali, uno stesso colore può essere espresso da 2 o più termini
distinti (candidus e albus in latino, che indicano rispettivamente un bianco splendente e uno opaco), in fondo i tipi
attestati sono 22 ma quelli possibili in base alle combinazioni tra le undici sono oltre 2000.

1.6 NON ESISTONO TIPI PURI


I tipi sono artifici teorici che filtrano e semplificano la realtà linguistica, non sono oggetti concretamente osservabili e
possono condizionare l’evoluzione di una lingua indirizzandola verso configurazioni non del tutto incoerenti, rendendo
le lingue tipologicamente miste. L’analisi tipologica dovrà quindi considerare le tendenze prevalenti e prevedere sia la
possibilità di assegnare una lingua a più tipi o a non poterla proprio classificare. Le lingue con configurazioni
stravaganti si possono trovare anche in quelle più comuni e non necessariamente in quelle più esotiche, l’inglese per es.
è una lingua piena di incongruenze e contraddizioni tipologiche; esaminiamola:
L’inglese ha come configurazione VO, quindi ci aspettiamo di trovare modificatori e complementi sempre a destra della
testa ma non è sempre così; nell’SN l’aggettivo precede sempre il nome (the old man), nell’espressione del possesso poi
ci sono sia “leader of the party” che “Anne’s bike”, quest’ultima tra l’altro rinvia al tipo OV e non al VO, SN quindi ha
due contrapposizioni simultanee mentre quelli adposizionale e verbale sono già più coerenti.

Quindi a che tipo morfologico appartiene l’inglese?


Nella lettura scientifica l’inglese è classificato come lingua isolante e in effetti buona parte delle sue parole paiono
inanalizzabili, gli aggettivi sono invariabili perché non assumono marche di numero e di genere, queste ultime inoltre
sono assenti pure nel nome (“a little dog” è isolante perché ogni parola è monomorfemica e invariabile, e con essa
possiamo designare indifferentemente un cane maschio o femmina; inoltre l’inglese usa molto il processo di
conversione che contraddistingue le lingue isolanti e permette di cambiare la categoria sintattica delle parole senza
variazioni nella forma: “round” è un aggettivo in “a round table”, un nome in “rounds” of paper, un avverbio in “the
earth goes round” ecc.).
Tuttavia basta allargare un po’ il campo dell’indagine perché sorgano i primi dubbi sulla sua natura isolante: il plurale
dei nomi e il comparativo degli aggettivi nascono con strategie agglutinanti, per “boys” e “taller” sono aggiunti dei
morfemi legati (-s e -er) e una forma libera, e entrambi si combinano senza alterare il confine interno e veicolando una
sola funzione semantica o grammaticale; da questo potremmo dedurre che l’inglese è prevalentemente isolante ma con
una componente agglutinante da considerare, affermazione che però non è del tutto giusta: il verbo “hit” rimane
invariato nel presente, nel passato semplice e nel participio passato e ciò richiama il tipo fusivo, e in inglese lo sono le
forme pronominali di terza persona singolare (he, she, it), il morfema grammaticale -ed con valore [PASSATO
SEMPLICE] e [PARTICIPIO PASSATO]. La situazione si confonde ulteriormente con le forme che hanno alternanze
vocalica (il verbo “to sing” ha passato semplice “sang”, participio “sung” e si riferisce al nome “song”; il plurale di
“foot” è “feet”, “meet” ha come passato semplice e participio “met” ecc. ed esse paiono riconducibili al sottotipo
flessivo). In conclusione è inutile cercare di ascrivere l’inglese a un tipo morfologico, ma ci insegna che in tipologia
bisogna essere molto prudenti e che non tutte le lingue possono rientrare in schemi rigidi, mai farsi abbagliare dalle
proprie convinzioni.

1.7 CLASSIFICAZIONE TIPOLOGICA E GENETICA DELLE LINGUE


Ci sono alcuni aspetti per i quali l’approccio della classificazione tipologica e di quella su base genealogica (più in
generale fra tipologia linguistica e linguistica storico-comparativa) alle lingue collaborano e procedono di pari passo:
anzitutto essi ricorrono al procedimento di analisi comparativo, la linguistica storica ha dato il contributo maggiore, e la
tipologia lo ha fatto proprio adattandolo alle sue esigenze e obiettivi. Inoltre una volta riscontrati più tratti linguistici è
da escludere che essi siano la conseguenza di una relazione di parentela con una (proto)lingua madre e che siano stati
ereditati tutti da essa, e la ricerca tipologica a sua volta non può escludere che comunque tale parentela non trasmetta
dei tratti ereditari, inoltre prima di varare un progetto in chiave tipologica bisogna considerare nel campione tutte le
famiglie e sottofamiglie che la linguistica storico-comparativa ha identificato. La tipologia inoltre può suggerire alla
linguistica S-C una “gerarchia di pertinenza” di tratti linguistici per ricostruire i legami di parentela.
Come se non bastasse la tipologia può anche smentire le ricostruzioni della linguistica S-C. La classificazione tipologica
può sostenere o, in casi estremi, sostituire la classificazione genealogica in aree geografiche molto intricate come la
Papuasia, l’Africa Subsahariana, l’America centromeridionale in cui l’assenza di una documentazione scritta valida
comporta molti problemi alla ricostruzione dei legami di parentela.

1.8 IL RUOLO DELLA TIPOLOGIA IN UNA TEORIA DEL LINGUAGGIO


A differenza degli altri sistemi di classificazione delle lingue, la tipologia può classificare le lingue S-N e i loro singoli
segmenti. Nel primo caso le lingue sono classificate in base a proprietà strutturali condivise (come il valore massimo
assunto dagli indici di sintesi e fusione), nel secondo viene proposta una classificazione tipologica di certe strategie
formali (come i toni, che possono essere ordinati in base alla loro funzione o all’unità cui sono associati). In entrambi i
casi rimane imprescindibile il metodo comparativo, quindi non ha senso un’indagine tipologica basata su una sola
lingua.
Nonostante ciò non è impossibile tracciare il ritratto tipologico di una sola lingua, anche se tale approccio è plausibile
solo se si hanno termini di confronto esterni alla lingua in questione ad essa; per descrivere la configurazione tipologica
dell’italiano rispetto a certi parametri dovremmo prima chiarire quali siano e come funzionino le principali tendenze
tipologiche relative ai parametri selezionati.
Il fatto che condurre un’analisi tip. basandosi su una sola lingua è un controsenso che però evidenzia un ultimo aspetto
importante: la tipologia linguistica non può e non vuole essere una teoria generale del linguaggio, può però contribuire
in modo decisivo alla formulazione di una teoria linguistica generale. Una teoria del linguaggio ambisce a capire come
funzioni il linguaggio e come esso si realizzi nelle lingue S-N, una teoria generale del linguaggio (o delle lingue) quindi
chiarisce e circoscrive la nozione di “lingua umana possibile”.

Se l’obiettivo della tipologia è studiare i limiti della variazione interlinguistica (censendo i tipi attestati e non) e definire
la nozione di lingua umana possibile (individuando schemi di variazione ricorrenti e i principi che li determinano),
nessuna teoria generale del linguaggio umano può prescindere da un approccio tipologico.
Per trovare la spiegazione di fatti linguistici la tipologia controlla all’esterno del singolo sistema di lingua. Le principali
teorie del linguaggio invece privilegiano condizionamenti intrasistemici. In chiave tipologica è naturale attendersi che
ogni segmento del sistema lingua obbedisca a un proprio principio organizzativo, anzi talvolta nello stesso segmento
emergono chiari segni di una competizione di più principi distinti. La storia degli studi tipologici pone di fronte agli
occhi il fallimento di ogni tentativo di elaborare tipologie “olistiche” (che riconducono ogni articolazione della lingua a
un solo principio organizzativo). Se ogni manifestazione della lingua obbedisse a un unico principio organizzativo e se
esso fosse condiviso da tutte le lingue la tipologia sarebbe solo una teoria generale del linguaggio.

2. GLI UNIVERSALI LINGUISTICI


I percorsi della tipologia linguistica e della ricerca sugli universali linguistici si intrecciano e sovrappongono,
condividendo metodi d’indagine al punto che non si può fare a meno di nessuna delle due nonostante a prima vista
perseguano obiettivi diametralmente opposti: la prima si occupa della VARIAZIONE INTERLINGUISTICA: come
le lingue si differenziano le une dalle altre, la seconda invece di ciò che è comune in tutte le lingue storico-naturali;
inoltre entrambe si collocano sul livello sincronico e anche la ricerca sugli universali ha un carattere inizialmente
descrittivo e non normativo né esplicativo. Gli universali infatti fotografano anch’essi uno stato di cose, osservando una
proprietà che occorre in tutte le lingue ma senza dire che debba per forza esserci o perché ci sia: non c’è una ragione per
cui le lingue distinguono i verbi dai nomi.
Gli universali linguistici rilevano ciò che è tipologicamente irrilevante, delimitando e circoscrivendo il campo
d’indagine della tipologia stessa, contribuendo a fissare i limiti entro i quali le lingue possono variare.

Non tutti gli universali sono rilevanti in egual modo:

UNIVERSALI ASSOLUTI: sanciscono la presenza (o assenza) di una certa proprietà senza far riferimento a parametri
o stabilite correlazioni fra tratti differenti; un esempio è quello secondo cui tutte le lingue hanno vocali orali (mentre
non tutte hanno vocali nasali). Stabiliscono requisiti imprescindibili e forniscono informazioni sulla natura profonda del
linguaggio, seppur indirettamente; molti casi inoltre rimandano a condizionamenti dovuti a com’è fatto il nostro
apparato fonatorio e alle nostre costrizioni neurologiche e psicologiche che intervengono.

UNIVERSALI IMPLICAZIONALI: affermano che, in una lingua, un tratto linguistico può realizzarsi solo se c’è
anche un altro tratto (nelle lingue con preposizioni, il genitivo segue di norma il nome reggente, mentre nelle lingue con
posposizioni lo precede; le lingue che costruiscono la frase dichiarativa indipendente assertiva sullo schema VSO sono
sempre preposizionali). Per la tipologia essi hanno un rilievo ben maggiore dato che lasciano alle lingue un buon
margine di reciproca differenziazione e, quindi, offre parametri affidabili e attendibili per lo studio della variabilità
interlinguistica. Nell’universale “VSO Ͻ (implica) preposizioni” (se c’è l’ordine VSO ci sono per forza le preposizioni)
entrano in gioco 2 parametri teoricamente indipendenti; dalla loro correlazione emergono 4 combinazioni:

1) Lingue con ordine VSO e con preposizioni


2) Lingue con ordine VSO ma senza preposizioni
3) Lingue senza ordine VSO ma con preposizioni
4) Lingue senza ordine VSO e senza preposizioni

Attribuendo a ciò un carattere implicazionale dobbiamo escludere l’esistenza di uno di questi tipi, ovvero il 2 dato che
le lingue possono essere VSO solo se hanno anche preposizioni, una premessa indispensabile e imprescindibile, ma non
è detto che tutte le lingue preposizionali debbano per forza sviluppare l’ordine VSO (l’italiano per es. che è SVO); può
quindi esserci l’ordine VSO senza preposizioni (rendendo il tipo 2 impossibile) ma anche preposizioni con ordini
diversi da VSO (come l’ormai ampiamente attestato tipo 3); dei 4 tipi l’1, il 3 e il 4 hanno una certa diffusione
intrerlinguistica.
Il Gallese ha il tipo 1, l’inglese e l’italiano il tipo 3, il turco il 4.
Gli universali implicazionali costruiscono il recinto in cui si collocano le lingue storico-naturali, la tipologia studia i
movimenti di queste lingue all’interno del recinto.

2.3 COME SPIEGARE GLI UNIVERSALI?


Intuitivamente capiamo che gli universali, soprattutto se assoluti, per loro natura proiettano sulla concreta realtà le
proprietà essenziali del linguaggio, ma se ci spingiamo oltre la questione si fa più complessa, come possono essere
spiegati gli universali su solide basi linguistiche? Per rispondere probabilmente bisogna rinunciare di spiegare tutti gli
universali unitariamente e comprendere che essi obbediscono a fattori di natura diversa. Non è da escludere che ci siano
tante spiegazioni quanti gli universali. L’unica generalizzazione possibile è che, dato che la funzione primaria della
lingua è associare una forma a dei contenuti per favorirne l’espressione, sembra opportuno collocare anche le proprietà
universali in una prospettiva analoga, inquadrandole nel contesto dei fini comunicativi assolti dalla lingua. Se quindi il
fine ultimo delle lingue è la comunicazione, gli universali possono essere visti come strategie comunicative così efficaci
da poter essere condivise da ognuna di esse.

Gli studi tipologici hanno identificato dei principi che giustificano la presenza o meno di strutture linguistiche
particolari, tre delle quali particolarmente cruciali:

- ECONOMIA: tendenza a snellire il più possibile l’apparato formale di un sistema linguistico, pur preservando
le potenzialità comunicative. È un ottenere il massimo risultato comunicativo col minimo sforzo, e si manifesta
a vari livelli: nel contenimento entro i limiti compatibili per la memoria umana dell’inventario delle unità di
base della lingua, nella limitazione delle strutture ridondanti (in cui un’informazione viene esplicitata anche se
superflua o viene marcata più volte). Essa può essere spiegata ricorrendo al principio universale secondo cui
quando l’aggettivo segue il nome, esso esprime tutte le categorie flessive del nome e in tali casi il nome può
lasciare inespressa una di queste categorie o tutte; l’eventuale omissione da parte del nome di alcune categorie
flessive indica che tali categorie vengono già espresse dall’aggettivo posposto. Essendo il legame tra nome e
aggettivo naturale, è automatico proiettare sul primo le info grammaticali codificate sul secondo.
- ICONICITÀ: tendenza a riprodurre, sul piano della struttura linguistica, le sequenze in base a cui viene
organizzata, a livello mentale, l’info da trasmettere, il discorso si articola per riflettere fedelmente la
concettualizzazione dell’esperienza nella mente del parlante. Può essere così spiegata la propensione delle
lingue a collocare, nelle enunciazioni condizionali, la proposizione condizionale prima della conclusione.
- MOTIVAZIONE COMUNICATIVA: se la lingua ha come traguardo essenziale la comunicazione, essa fa
convergere le proprie risorse su tale obiettivo. La struttura complessiva della lingua e i continui adattamenti, in
sincronia e diacronia, hanno come fine ultimo l’adeguare il sistema alle esigenze comunicative della comunità
parlante. Nessuna lingua dovrebbe porre limiti alle proprie potenzialità comunicative privando determinate
categorie di un’efficace espressione formale, al contrario eventuali carenze in questo senso dovrebbero sempre
innescare un mutamento volto proprio al loro annullamento. È proprio la motivazione comunicativa a offrire
una spiegazione dell’universale secondo cui tutte le lingue hanno categorie pronominali implicanti almeno 3
persone e due numeri. Infatti la presenza di 3 persone (prima, seconda, terza) e di due numeri (singolare,
plurale) sembra essere la dotazione minima per poter imbastire un sistema pronominale in grado di svolgere le
funzioni cui è preposto.

Parliamo dell’universale 38 individuato da Greenberg, in presenza di un sistema di casi l’unico che può essere espresso
mediante un affisso zero (privo di una desinenza specifica) è quello che include tra le sue funzioni quella di soggetto del
verbo intransitivo.
Semplificando la situazione immaginiamo che le uniche funzioni sintattiche in una lingua siano il soggetto di un verbo
intransitivo (Sint), di uno transitivo (Str) e un oggetto diretto (Odir), solo il caso usato per la funzione sintattica Sint può
essere espresso da una desinenza zero. L’universale in questione, comunque, afferma che l’assenza di una specifica
desinenza può caratterizzare il caso che incluse tra le sue funzioni (lo stesso caso, a marca 0, può svolgere altre funzioni
ovvero anche Str e Odir, in questo caso semplificato) quella di Sint.
Prendiamo i sistemi di caso nominativo-accusativo e ergativo-assolutivo (i più diffusi): il primo è quello con cui un
parlante occidentale ha più dimestichezza, si usa in tedesco, in russo, in turco, in neogreco, in latino e in greco antico; il
soggetto in questo caso viene marcato sempre dal caso nominativo; l’oggetto diretto, invece, assume il caso accusativo.
Dunque, il caso nominativo assolve le funzioni di Str e Sint, quello accusativo corrisponde alla funzione Odir.
Dovremmo comunque attenderci l’eventualità che il nominativo possa essere privo di desinenze specifiche. In latino
questa eventualità trova conferma: in “puer currit” (il ragazzo corre) “puer” (Sint) compare privo di una determinazione
di caso.
Nelle lingue di tipo ergativo-assolutivo la marcatura di S è invece vincolata alla valenza verbale. Se il verbo è trans, S
assume il caso ergativo, se è int viene contrassegnato dalla desinenza del caso assolutivo, che contraddistingue anche
Odir. Quindi, Caso assolutivo: Sint e Odir, Ergativo: Str, e il basco, l’unica lingua europea che adotta tale sistema, da
piena conferma a ciò. In “gizona ethorri da” (l’uomo è arrivato) il verbo è int e S (gizona) appare al caso assolutivo, la
cui marca è zero; la -a finale è l’articolo posposto. I dati esaminati suggeriscono 2 generalizzazioni: il dettato
dell’universale pare pienamente rispettato (il caso che svolge anche la funzione Sint può apparire senza desinenza in
entrambi i sistemi); e i due sistemi paiono obbedire a due principi organizzativi diversi (nel sistema nominativo-
accusativo c’è una convergenza fra Str e Sint, nell’altro tra Sint e Odir).

I due sistemi raggiungono con la stessa efficacia l’obiettivo di incisività comunicativa e non sono né ridondanti ne
lacunosi: passando in rassegna le occorrenze possibili tra le funzioni sintattiche precedenti in un ipotetico contesto
frasale, le uniche due funzioni che possono realizzarsi assieme sono Str e Odir. Per le loro proprietà inerenti, i due S
non possono trovarsi al fianco del medesimo verbo, che è o transitivo o intransitivo, analoga è la situazione tra Sin e
Odir nella stessa struttura frasale. Un’eventuale confusione tra Str e Odir pregiudicherebbe irrimediabilmente la corretta
comprensione del messaggio trasmesso.
Entrambi i sistemi rispettano questo requisito imprescindibile ma con due approcci diversi: il nominativo-accusativo
distingue Str da Odir ma non i due S, l’altro differenzia formalmente Str e Odir ma non Sint e Odir.
I due sistemi è chiaro siano i meno ridondanti e lacunosi, in questo quadro possiamo logicamente attenderci che l’unico
caso a marca zero realizzabile sia quello che corrisponde (anche) a Sint, che è l’unico argomento possibile di un verbo
int e perciò non è necessario che sia distinto da altri argomenti. Non richiede una desinenza particolare perché non può
avere rivali. Tali considerazioni inducono a pensare che sia l’economia il fattore più influente nella spiegazione
dell’universale 38 e della distribuzione interlinguistica dei sistemi di caso. Le conclusioni raggiunte sono rilevanti anche
per l’universale 41: se in una lingua l’ordine non marcato dei costituenti e SOV, tale lingua avrà quasi certamente un
sistema di casi. Mentre in una lingua SVO i due gruppi nominali S e O (Str e Odir) sono reciprocamente ben distanziati
e la presenza del verbo in mezzo agevola l’identificazione, in una lingua SOV lo “scheletro” della frase prevede che essi
si collochino in due “caselle” adiacenti. Tale contiguità può ostacolare l’individuazione dell’uno e dell’alto o
l’identificazione del confine tra essi, il ricorso a un sistema di desinenze casuali per marcare formalmente S e/o O
appare una scelta obbligata. Solo così si possono prevenire i problemi derivanti dalla stretta vicinanza di S e O, Ciò
spiega perché la quasi totalità delle lingue con ordine SOV abbia una declinazione più o meno articolata, e perché la
maggior parte delle altre lingue SVO non preveda sistemi di casi.

2.4 UNIVERSALI E TENDENZE


Le posizioni assunte da Greenberg sono state modificate dagli studi degli ultimi decenni, come la supposta universalità
di alcuni costrutti e di alcune correlazioni. L’allargamento del campione di lingue ha fatto affiorare molte eccezioni e
controesempi a molte generalizzazioni ipotizzate. Cosa fare di fronte a tali eccezioni? E poi, hanno tutte lo stesso peso?
Un esempio: si credeva che nell’ordine non marcato dei costituenti, sequenze OS fossero del tutto bandite. L’inventario
degli universali di Greenberg si apriva con l’enunciazione di questo principio, passato alla storia come PRIMO
UNIVERSALE DI GREENBERG: nelle frasi dichiarative con soggetto e oggetto nominali, l’ordine dominante è
quello in cui il soggetto precede l’oggetto.
L’ipotesi è poi tramontata all’apparizione delle prime descrizioni grammaticali dello hixkaryana, lingua con alcune
centinaia di parlanti nel Brasile amazzonico, con ordine OVS. Ordini con l’oggetto anteposto al soggetto sono stati
ritrovati anche in lingue amerindiane (soprattutto VOS), anche se le lingue con sequenza OS non superano il 2% del
totale. La tendenza a posporre l’oggetto rispetto al soggetto, seppur non universale, mantiene un’incidenza statistica
schiacciante, ma comunque ci sono controesempi ed eccezioni entro i limiti contenuti e che non sembrano contraddire il
valore di fondo dell’universale. Ma è davvero opportuno rinunciare in toto alla portata teorica dell’universale? È stata
introdotta la distinzione tra universali e tendenze universali: i primi indicano quelle proprietà, correlazioni o strutture
linguistiche che, senza eccezioni, ricorrono in ogni lingua storico-naturale. Le seconde designano le proprietà, le
correlazioni o le strutture linguistiche attestate in una porzione statisticamente rilevante delle lingue storico naturali.

Mentre gli universali hanno una validità evidente, perché mai studiare le tendenze, che prevedono comunque eccezioni
e controesempi? Esse dimostrano comunque, inequivocabilmente, che la distribuzione dei tratti linguistici e delle
correlazioni fra essi non è casuale ma obbedisce a una ratio rigorosa. La presenza di casi “anomali” dipende spesso dal
fatto che la lingua subisce il forte condizionamento di fattori storici e sociali legati alle vicende delle comunità parlanti e
dunque esterni al sistema lingua, che possono incanalarla su binari tipologicamente bizzarri.

3. LA TIPOLOGIA E IL CONTATTO INTERLINGUISTICO


Ogni lingua è intrisa di elementi alloglotti (in un territorio si parla/documenta una lingua diversa da quella ufficiale) in
buona parte delle proprie componenti. L’interferenza interlinguistica può manifestarsi tramite semplici PRESTITI
LESSICALI (in turco tiyatro è riconducibile a teatro), con l’assimilazione di regole morfologiche (il maltese prende
“il” in prestito dall’italiano il suffisso accrescitivo -un creando da “nemla”, formica, “nemlun”, formicona) o adottando
costrutti più complessi a livello microsintattico (il bretone che prende dal francese la presenza della negazione
discontinua creando “ne…ket” sul modello di “ne…pas”).

3.1 LA TIPOLOGIA AREALE E LA NOZIONE DI AREA LINGUISTICA


Le lingue storico-naturali sono una fonte molto preziosa per la ricostruzione delle intricate vicende storiche delle
singole unità umane e dei loro territori. È plausibile pensare che se il popolamento di una certa regione si è storicamente
concretizzato tramite una fitta rete di relazioni, scambi e conflitti tra diversi gruppi umani, le abitudini linguistiche di
queste genti possano serbare le tracce di tali contatti, o almeno dei più duraturi; e grazie a tali tracce è possibile ricavare
le testimonianze sulle vicende passate dell’umanità. L’analisi delle somiglianze tra le lingue parlate in una stessa area
geografica, dovute proprio alla vicinanza fisica e al conseguente contatto reciproco di diversi gruppi di parlanti
costituisce lo studio della TIPOLOGIA AREALE: l’insieme dei tratti linguistici imposti in una data regione
geografica a seguito di una profonda contaminazione interlinguistica, la nozione rientra a pieno diritto nella definizione
generale di tipo (1.1), anche qui abbiamo a che fare con una correlazione strutturata di proprietà linguistiche
reciprocamente indipendenti che si concretizza, in toto o meno, nelle lingue S-N concentrate in una certa regione. Una
volta osservata bisogna procedere all’esplicitazione del principio organizzativo che, nei tipi areali, viene identificato
nella spinta propulsiva degli eventi storico-sociali che hanno innescato i processi di convergenza. Per confermare che le
somiglianze in questione sono di natura areale bisogna escludere siano dovute a tendenze tipologiche generali o a
familiarità genetica, considerazione con due implicazioni metodologiche significative: per poter individuare tracce di
contatto areale bisogna fare una comparazione più ampia tra le situazioni osservate nell’area in esame e le tendenze
tipologiche prevalenti nelle lingue del mondo. Inoltre l’individuazione di fenomeni “sospetti” richiede sempre un
approfondimento di natura diacronica.
Le regioni geografiche in cui i tipi areali si concretizzano maggiormente sono le AREE LINGUISTICHE, e si
caratterizzano per la presenza di più lingue parlate e non immediatamente imparentate (altrimenti sarebbero la
conseguenza di una comune eredità, come per le lingue romanze) nello stesso contesto geografico, e di tratti linguistici
condivisi. Tali premesse rappresentano una condizione necessaria, ma non sufficiente, per poter postulare l’esistenza di
un’area linguistica. Per poter essere tale un’area linguistica deve aver assistito, nel corso della propria storia, a
movimento di popoli di vaste proporzioni e alla conseguente creazione di aree bilingui o addirittura plurilingui, che
costituiscono l’humus per la propagazione di tratti linguistici. L’implicazione teorica più rilevante è la necessità di
attribuire un ruolo assolutamente preminente alla storia. Non si può prevedere la formazione di un’area linguistica
contro l’evidenza della storia, al contrario è plausibile che l’evidenza storica non si trasformi in evidenza linguistica,
un’area linguistica quindi deve essere prima di tutto un’area culturale e storica.

3.2 ALCUNE AREE LINGUISTICHE


I BALCANI: date le ripetute ondate migratorie che hanno stravolto più volte l’assetto della regione, i Balcani hanno
una stratificazione etnica certamente senza pari in Europa. Sono divenuti il limes naturale tra Oriente e Occidente nel
corso dei secoli, due mondi totalmente opposti. Da qui si concentra il maggior numero di lingue appartenenti a gruppi
linguistici diversi: oltre al neogreco e all’albanese, due LINGUE ISOLATE (= prive di lingue “sorelle”, pur
nell’ambito della famiglia indoeuropea), ci sono le lingue slave meridionali come serbo, croato, bulgaro, macedone ecc.,
una lingua romanza ovvero il rumeno, una altaica ovvero il turco e una lingua uralica, l’ungherese.
I tratti essenziali del tipo areale balcanico sono:
- Sistema vocalico neogreco articolato su 5 fonemi vocalici (a, e, i, o, u) a cui buona parte dei sistemi balcanici
si conforma
- Sincretismo tra i casi di genitivo e dativo: la tendenza è far confluire nel genitivo le funzioni precedentemente
esercitate dal dativo
- Formazione di un futuro perifrasico, come effetto della forza di attrazione del greco bizantino e medievale.
Due sono le matrici su cui avviene la convergenza: da una parte sul modello Thélō + infinito presente (thélō
légein “dirò” ma lett. “voglio dire”) si formano il futuro di bulgaro e serbo: dall’altra parte alla matrice thélei +
congiunzione + congiuntivo si rifanno i futuri della varietà tosca dell’albanese
- Formazione dei numerali da 11 a 19 che prevede una matrice “numero + preposizione “su” + dieci”, struttura
nota come NUMERALE LOCATIVALE, probabilmente di origine slava
- Sostituzione dell’infinito con proposizioni finite di natura finale, consecutiva o dichiarativa
- Posposizione dell’articolo definito. Tra le lingue balcaniche la collocazione postnominale dell’articolo definito
riguarda il bulgaro, il macedone, l’albanese e il rumeno, dove l’articolo posposto consente di preservare la
distinzione tra un caso nominativo-accusativo e un caso genitivo-dativo

EUROPA CENTRO-OCCIDENTALE (L’AREA DI CARLO MAGNO): Dal punto di vista geografico, sono
assenti barriere davvero invalicabili: tanto le Alpi quanto i Pirenei non hanno mai impedito il contatto tra le popolazioni
stanziate ai lati opposti; l’assenza di mari interni ha favorito lo sviluppo di una rete viaria fitta e frequentata. Ci furono
molti rapporti, continui e non sempre pacifici, tra i popoli che si sono alternati sul suo territorio, inoltre dall’espansione
di Roma fino alle conquiste di Carlo Magno non sono mancati, in Europa, i propositi di globalizzazione delle dinamiche
culturali, anche attraverso tentativi di uniformazione linguistica. L’analisi accurata e rigorosa di questi tratti è stata al
centro del progetto EUROTYP, che ha attuato una ricognizione “a tappeto” delle lingue europee, individuando alcuni
tratti che paiono caratterizzare in modo quasi esclusivo il tipo linguistico europeo: lo STANDARD AVERAGE
EUROPEAN (SAE) con i seguenti tratti:

1. Somiglianze Lessicali, che si articolano su 2 livelli, la presenza di un comune lessico colto di matrice greca e/o
latina, la presenza di comuni strategie nella formazione delle parole (con l’immissione nella varietà standard
delle lingue europee di formanti dotti tipo filo, antropo, logo, biblio, grafo, bio ecc. che costituiscono una delle
strategie più impiegate per al coniazione di neologismi o attraverso calchi sul modello di formazioni greche o
latine)
2. Ordine dei costituenti maggiori della frase indipendente assertiva relativamente rigido e di tipo SVO
3. Presenza di preposizioni e di genitivi postnominali
4. Uso di “avere” ed “essere” come ausiliari nella formazione di alcuni tempi verbali complessi
5. Presenza simultanea di articoli definiti e indefiniti
6. Carattere non pro-drop: le lingue pro-drop (dall’inglese pronoun “pronome” e to drop “lasciar cadere”) o “a
soggetto nullo” tollerano l’omissione del pronome personale in posizione di soggetto nella frase dichiarativa,
senza pregiudicarne la grammaticalità e la comprensibilità (in Europa inglese e francese non lo sono), si noti
che le lingue pro-drop possiedono termini differenti per le sei persone del paradigma verbale (io tu egli noi voi
essi)
7. Agente e soggetto possono divergere (la porta si aprì: la porta non ha controllo su tale azione)
8. La forma passiva consente l’espressione dell’agente
9. Accordo delle forme finite del verbo con il soggetto: nella maggior parte delle lingue europee il verbo, nelle
sue forme finite, concorda solo con il soggetto, ma alcune lingue uraliche e il basco hanno meccanismi di
accordo secondo cui vi è un’anticipazione da parte del verbo di tratti dell’oggetto (in ungherese il suffisso
verbale -lak anticipa che il soggetto è “io”)
10. Paradigmi di caso fortemente semplificati e di tipo nominativo-accusativo: nelle lingue che mantengono una
declinazione si stabilizza un sistema tendenzialmente bicasuale: in una forma convergono gli antichi casi
nominativo e accusativo, nell’altra si fondono genitivo e dativo. Sistemi di caso alternativi a quello
nominativo-accusativo sono rarissimi in ambito europeo: solo il basco adotta il sistema del cosiddetto
“ergativo-assolutivo”

La correlazione di questi tratti caratterizza peculiarmente le lingue d’Europa, e una loro mappatura dimostra una
diffusione tutt’altro che omogenea: in alcune lingue si realizzano quasi tutti i tratti (tedesco, francese e nederlandese),
altre in cui solo un numero esiguo di essi ha un effettivo riscontro empirico (il basco, le lingue uraliche e il turco), altre
ancora in una posizione intermedia (in ordine crescente di “europeismo” l’inglese, l’italiano, che possiede i tratti 1, 3, 4,
5, 7, 8 e 9, le lingue slave, le altre lingue germaniche e romanze, il neogreco e l’albanese, le lingue baltiche, celtiche e il
maltese). Il maggior numero di tratti si collocano nella zona centrale del Vecchio Continente, e infatti un’area
linguistica non copre uno spazio omogeneo, al suo interno possono essere individuate almeno 3 sottoaree, un centro di
irradiazione, una zona di transizione e una zona “relitto” marginalmente toccata dai fenomeni di interferenza (il fatto
che la propagazione dei tratti si sia sviluppata nelle zone che corrispondono all’impero del re dei Franchi non significa
che abbia incentivato deliberatamente la formazione di tale area linguistica ma perché al suo tempo si collocano le fasi
salienti del processo di convergenza e per indicare che Carlo Magno è stato il motore di alcuni eventi sociali e storici
che hanno creato i presupposti per la formazione dell’area linguistica).

3.3 DUE SOGNI INFRANTI: IL MEDITERRANEO E I BALTICO


Non è scontato che un’area storico-culturale si trasformi in un’area linguistica, anche in condizioni propizie, e due dei
più recenti progetti di tipologia areale, varati negli ultimi anni del 20° secolo, lo hanno ribadito: IL PROGETTO
MEDTYP – LANGUAGES IN THE MEDITERRANEAN AREA: TYPOLOGY AND CONVERGENCE, che ha
coinvolto 8 Università italiane dirette da quella di Pisa, e il progetto LANGUAGE TYPOLOGY AROUND THE
BALTIC SEA, presso l’Università di Stoccolma. Essi hanno elaborato una “mappa tipologico-linguistica” delle regioni
del Mediterraneo e del Baltico, censendo, rispetto a diversi aspetti linguistici, le caratteristiche delle lingue di quelle
zone tramite un confronto con le lingue circostanti e le tendenze tipologiche prevalenti, rispetto ai medesimi aspetti
linguistici, tra le lingue del mondo. Il loro obiettivo è l’individuazione di eventuali fenomeni specifici di queste aree, la
cui evoluzione potesse essere dovuta al contatto tra le lingue coinvolte. I due progetti miravano a capire se le regioni
che circondano il Mediterraneo e quelle sul Baltico potessero essere considerate aree linguistiche, ma la risposta è
negativa nonostante le condizioni promettenti, dato che i svariati fenomeni di contatto tra le lingue ne hanno coinvolto
solo una piccola porzione.

Nel mediterraneo si registrano analogie significative nella genesi dei suffissi accrescitivi (in portoghese, spagnolo,
italiano, neogreco, bulgaro, macedone, maltese e arabo marocchino), nella diffusione dell’articolo definito dal Vicino
Oriente al cuore dell’Europa (con i dialetti arabi del nord Africa, le lingue romanze e parte di quelle slave meridionali),
nella struttura del sintagma nominale (qui paiono tratti tipicamente mediterranei la presenza di teste nominali flesse per
due generi, maschile vs femminile, la marcatura della definitezza tramite articoli preposti, l’ordine testa-modificatori,
l’uso di costruzioni genitivali analitiche, una copiosa attestazione di pronomi clitici).
Per il baltico invece van menzionati l’uso del caso nominativo per marcare l’oggetto di alcune specifiche costruzioni
sintattiche come gli imperativi o gli infiniti dipendenti da verbi impersonali (per finnico, le varietà settentrionali del
russo, le lingue baltiche), la compresenza di preposizioni e posposizioni (finnico e lettone), il sincretismo dei casi
strumentale e comitativo (estone, lettone, sami e alcune lingue germaniche), gli ordini SVO e GN (lingue baltiche,
finnico, komi, mordvino).

4. LA TIPOLOGIA E IL MUTAMENTO LINGUISTICO


4.1 IL PARADIGMA DINAMICO
Negli ultimi 30 anni circa l’interesse per il mutamento storico è aumentato, anche grazie ai tentativi di creare un ponte
tra linguistica storica e tipologia linguistica. Ci si è chiesti se i risultati della prima debbano rientrare nell’ambito della
seconda e se la metodologia della seconda può avere una ricaduta nei processi di ricostruzione linguistica. Dal punto di
vista della tipologia, bisogna capire se e in che misura i tipi siano coinvolti nel cambiamento linguistico, che possono
essere dell’intero sistema o di singoli elementi, se è così è logico attendersi che anche la configurazione tipologica di
una lingua venga travolta dagli eventi e dunque patisca gli effetti del mutamento in atto. In ogni caso nessuna
configurazione tipologica può essere considerata definitiva in quanto esse sono l’effetto dei mutamenti di ieri e le basi
per quelli di domani, dobbiamo quindi inquadrare ogni singolo mutamento linguistico nell’ambito di una più ampia
transizione, progressiva e graduale, da uno stato tipologico a un altro in un sistema in continua trasformazione,
approccio chiamato DINAMICIZZAZIONE DELLA TIPOLOGIA.
Osservando il mutamento linguistico con gli occhi della tipologia siamo portati ad aspettarci:

- che i tipi più coerenti superino la selezione della storia e si affermino stabilmente, a scapito dei tipi meno
coerenti
- che una lingua passi sempre da uno stadio tipologicamente meno coerente a uno più coerente (smentito a 1.6)
- che le proprietà e le correlazioni universali siano più forti degli eventi e che resistano a ogni pressione,
sopravvivendo al mutamento

La realtà è molto più complessa e solo il terzo assunto regge alla prova dei fatti, mentre il secondo si impone solo
adottando una prospettiva d’indagine molto ampia in termini cronologici. Alla lunga la tendenza largamente ricorrente
in ottica interlinguistica è quella di non abbandonare uno stato tipologico coerente per uno incoerente. Poiché però il
mutamento è lento e senza sbalzi, ci sono stadi intermedi in cui la congruenza tipologica pare trascurata. Le vicende
storico-sociali della comunità parlante possono condizionare pesantemente la durata di tale stadio, prolungandolo
oltremodo o indirizzandolo rapidamente verso il suo naturale compimento. In casi estremi la transizione può arrestarsi
“a metà del guado”. Questo spiega in parte l’esistenza delle lingue tipologicamente miste, la cui incoerenza va cercata
anche nella storia delle loro comunità.

4.2 TIPI STABILI E TIPI FREQUENTI


La distribuzione dei tipi linguistici in sincronia e diacronia prevede tipi diffusissimi e altri rarissimi, tipi resistenti al
condizionamento della storia e tipi molto vulnerabili, tipi diffusi uniformemente e tipi che caratterizzano solo lingue
concentrate in regioni limitate e circoscritte del pianeta. I tipi linguistici non hanno la stessa probabilità di occorrenza,
che dipende solo in parte dalla loro coerenza interna. Quali sono quindi i fattori che influenzano, determinano e
giustificano la distribuzione dei tipi linguistici?
Il paradigma dinamico ne ha individuati 2, la stabilità e la frequenza, logicamente indipendenti l’uno dall’altro.
STABILITÀ: la probabilità che un determinato tipo venga abbandonato o mantenuto dalle lingue che ad esso possono
essere ascritte, più l’indice di stabilità è elevato più tende a essere mantenuto dalle lingue storico-naturali.
FREQUENZA: la probabilità che un certo tipo venga assunto dalle lingue storico-naturali, i tipi più frequenti hanno
una maggiore probabilità di concretizzarsi nella realtà.

Mentre si suppone che i tipi stabili vengano mantenuti a lungo da una lingua e che possano superare i mutamenti
linguistici indenni trasmettendosi dalla lingua madre alle figlie, i tipi frequenti mostrano una diffusione areale più
uniforme ma non necessariamente coincidente con le scansioni individuate in base a parametri genealogici. La loro
combinazione dovrebbe giustificare la diffusione di tutti i tipi linguistici, comprendendo l’intera gamma delle possibilità
logiche, secondo lo schema seguente:

- TIPI STABILI E FREQUENTI: diffusi geneticamente (riguardo le famiglie linguistiche) e geograficamente


(l’indice di frequenza è in funzione dell’elevata stabilità: il tipo è molto diffuso geograficamente perché
costituisce una prerogativa di moltissime famiglie linguistiche)
- TIPI STABILI E INFREQUENTI: diffusi in singole famiglie ma non geograficamente
- TIPI INSTABILI E FREQUENTI: diffusi geograficamente ma in modo disomogeneo e sporadico nelle varie
famiglie linguistiche
- TIPI INSTABILI E INFREQUENTI: rari nelle famiglie e arealmente

Le vocali anteriori non arrotondate (/i/, /e/ ecc.) sono praticamente universali, quindi stabili e frequenti. L’ARMONIA
VOCALICA, un processo di assimilazione “a distanza” in cui i tratti della vocale della sillaba iniziale si estendono alle
vocali delle sillabe seguenti, indipendentemente dalla loro collocazione nel morfema o nei suffissi è stabile ma
infrequente. La nasalizzazione vocalica è instabile ma frequente e compare nelle lingue parlate in contesti areali
omogenei, per es. in ambito europeo. Le consonanti che prendono il nome di click (il suono che corrisponde al bacio è
indicato come click bilabiale) sono instabili e infrequenti.

I concetti di stabilità e frequenza sono utili anche per prevedere le strategie in gioco nei mutamenti linguistici:
I tipi molto stabili sono geograficamente molto diffusi, attestandosi in (quasi) tutti i membri di una o più famiglie
linguistiche. Il massimo grado di stabilità coincide con l’universalità, come il caso delle vocali orali. Essendo la lingua
orientata all’economia possiamo presupporre che un tipo molto stabile abbia seguito sempre le stesse tappe, quindi
l’azione di matrici tipologiche collaudate nei tipi più stabili dovrebbe essere prevalente.
Nei tipi più frequenti, diffuse in singole e specifiche aree e distribuite “a macchie di leopardo” e trasversalmente rispetto
ai gruppi individuati su base genealogica, se un tipo è attestato in diversi gruppi di lingue non per forza imparentate e
concentrate in vari contesti regionali reciprocamente non adiacenti, si può supporre che, stante l’assenza di ogni
possibile forma di contatto fra i gruppi, il tipo in questione si sia sviluppato secondo un’autonoma e specifica linea
direttrice in ciascuno di essi.
L’azione di questi due criteri nella diffusione dei tipi linguistici e la loro efficacia nel prevedere le strategie di
mutamento possono essere esemplificate chiaramente analizzando la distribuzione sincronica e l’evoluzione di
diminutivi e accrescitivi. I primi si trovano nella quasi totalità delle lingue (stabili e frequenti) e i secondi appaiono in
modo più sporadico (le lingue afroasiatiche ne sono prive per es., sono instabili ma frequenti). Inoltre i diminutivi
paiono molto resistenti al mutamento e di norma si tramandano dalla lingua madre alle figlie, così come ha fatto il latino
con le lingue romanze con buona parte dei suoi, ereditati a sua volta dal protoindoeuropeo assieme al greco antico e allo
slavo comune, del protogermanico ecc.
Gli accrescitivi sono invece abbastanza recenti, si trovano in alcune lingue romanze, nel neogreco, nella maggior parte
delle lingue slave ma non in latino, greco antico, slavo comune e nemmeno in protoindoeuropeo. Quindi se le ipotesi
sono corrette dovremmo attenderci:
- Che i diminutivi si sono formati seguendo quasi sempre lo stesso percorso evolutivo
- Gli accrescitivi hanno seguito processi di formazione diversi in rapporto ai contesti areali in cui si sono
affermati

I diminutivi paiono essere l’effetto della trasformazione di un affisso precedentemente utilizzato per esprimere una
relazione parentale (figlio/cucciolo di...) quasi ovunque, tipo in ambito indoeuropeo; per es. il suffisso latino -īnus (-a,
-um), che tra i suoi valori semantici ha anche quello rappresentato da “figlio di…", ha dato origine ai suffissi diminutivi
“-ino” in italiano, “-in” in spagnolo e “-inho” in portoghese.
Anche oltre in confini d’Europa si attesta tale strategia, come nelle lingue bantu, dove il suffisso diminutivo -ana (in
zulu umafnyana: “ragazzino” con valore affettivo), usato inizialmente per esprimere proprio una relazione parentale, ma
anche nelle lingue austroasiatiche, austronesiane ecc.

Degli accrescitivi invece non si registra alcuna uniformità visti i diversi percorsi evolutivi: in greco e nelle lingue
romanze possono derivare da antiche forme peggiorative quanto da collettivi (accrescitivi in -a come buca da buco in
italiano). Nelle lingue slave i suffissi bulgaro e macedone -ište, russo -išče, polacco e ceco -isko, serbocroato -īšte
hanno origine da un suffisso precedentemente usato con valore locativo (antico slavo ecclesiastico grobište “cimitero”,
lett. “luogo delle tombe” da grobŭ “tomba”).
Nella maggior parte delle lingue in Africa Subsahariana invece, gli accrescitivi si formano col suffisso -kati/-hadi, che
deriva dalla parola protobantu *kádį “donna”, usato inizialmente per designare l’esemplare femminile di una specie.
In numerose lingue dell’Asia sudorientale non imparentate, gli affissi accrescitivi derivano da “madre” (in vietnamita
cài “madre”, con hòn cài “isola grande”). In questi casi è la l’interferenza con i sistemi adiacenti geograficamente a
indirizzare il processo evolutivo; un tipo linguistico frequente, diffuso cioè “a macchie di leopardo”, tende a svilupparsi
secondo tendenze specifiche e peculiari delle aree in cui si manifesta; al contrario uno stabile si afferma in virtù di
matrici tipologiche molto generali.

4.3 I TIPI DEVIANTI: QUANDO LA DIACRONIA SPIEGA LA SINCRONIA


Il cambiamento linguistico non è mai immediato e tra le varie fasi ce ne sono sempre di intermedie che convivono con
strutture in via di affermazione, creando configurazioni tipologicamente stravaganti, spiegando così l’esistenza di lingue
tipologicamente miste. Adottando una prospettiva d’indagine puramente sincronica, tali sistemi costituiscono delle
scomode eccezioni a molte generalizzazioni tipologiche, ma con un approccio anche diacronico, non abbiamo bisogno
di relegare ai margini tali lingue, il loro studio consente di far luce sulle tendenze evolutive del sistema. Un esempio
può essere fatto col latino, considerata ormai una lingua morta; nessuno può indicarne di preciso la data di morte e
quella di nascita delle lingue romanze, l’unico strumento a nostra disposizione per collocare cronologicamente la fase
del passaggio sono le prime attestazioni scritte delle romanze, che però danno una visione parziale dimostrando che
prima di essi si erano affermate consuetudini linguistiche non più riconducibili al latino “ufficiale”, in quanto è la
scrittura l’ultima manifestazione che cambia della lingua, grazie alla “protezione” fornita dalla grammatica ufficiale. Un
altro problema è che dai documenti non si possono trovare gli usi linguistici più propensi a svelare in embrione le
tendenze dei cambiamenti avvenuti.
Ciononostante alcune testimonianze del latino parlato sono comunque accessibili, come le numerose iscrizioni
rinvenute sui muri di Pompei, veri a propri graffiti (del tutto simili, nello spirito, ai nostri graffiti che troviamo sulle
stazioni) il cui stile è lontanissimo da quello degli autori dell’epoca in quanto si scrive come si parla.

Il latino di Pompei può considerarsi una lingua di passaggio per un altro motivo: il latino è ascritto al tipo SOV, tende
dunque a conformarsi al principio “complementi-testa” o a privilegiare una ramificazione a sinistra; le lingue romanze
impiegano, con pochissime eccezioni, la strategia opposta (“testa-complementi” con ramificazione a destra) mentre il
latino pompeiano si trova in una posizione intermedia, segno che la transizione tipologica che ha portato alla
formazione dei primi volgari romanzi era già avviata nel 1° secolo d.C.

4.4 UNIVERSALI IMPLICAZIONALI E MUTAMENTO LINGUISTICO


Anche la ricerca sugli universali, soprattutto implicazionali, può aiutare nello studio dei mutamenti linguistici. Dati due
tratti linguistici X e Y, sono in rapporto di implicazione se la presenza di X richiede necessariamente la presenza di Y,
rendendo imprescindibile la condizione Y per la realizzazione di X. Se però anche in ottica tipologica la lingua è
concepita come sistema dinamico, dobbiamo integrare l’affermazione precisando che la correlazione X Ͻ Y è
universale se trova riscontro durante tutte le fasi evolutive delle lingue storico naturali. Il tipo che la correlazione
etichetta come impossibile (presenza di X e assenza di Y) può essere interpretato anche come uno stadio intermedio di
uno slittamento tipologico attraverso cui le lingue non possono passare.
Esempio.
Schematizziamo nell’universale implicazione accrescitivi Ͻ diminutivi: se una lingua dispone di un procedimento
morfologico per realizzare gli accrescitivi, allora dispone necessariamente anche di un procedimento morfologico per
realizzare i diminutivi, ma non viceversa. Tale tendenza si può interpretare, in chiave diacronica, affermando che in una
lingua la “grammaticalizzazione” dei diminutivi deve precedere quella degli accrescitivi o svolgersi contestualmente ad
essa. Se così non fosse dovremmo attenderci fasi intermedie in cui la presenza degli accrescitivi facesse il paio con
l’assenza dei diminutivi.
Infine pare legittimo servirsi anche degli universali implicazionali come strumenti di previsione rispetto agli itinerari
seguiti dal mutamento linguistico: essi ci dicono che alcune proprietà linguistiche sono “più fondamentali” o più
basiche di altre, ed è quindi ragionevole che nella costruzione di una lingua esse si sviluppino piuttosto precocemente.

4.5 SI PUÒ PREVEDERE LA DIREZIONE DEL MUTAMENTO LINGUISTICO?


Nonostante tutto il mutamento linguistico non sia affatto prevedibile in larga parte, l’analisi che si fa tramite il
paradigma dinamico è sempre in chiave probabilistica. Consente di classificare, al pari dei tipi, anche i cambiamenti
linguistici in base al grado di probabilità, ma nulla vieta che ci siano circostanze esterne alla lingua a determinare una
brusca e inattesa deviazione nel percorso evolutivo. La storia dimostra come ogni lingua possa passare da un tipo
linguistico a un altro qualsiasi, il cinese è uno dei migliori esempi del tipo morfologico isolante, che nel passato aveva
una fisionomia molto più fusiva (e molte altre hanno compiuto il tragitto inverso). Per di più ogni slittamento tipologico
è potenzialmente bidirezionale, ovvero ogni sequenza di cambiamenti può essere percorsa in entrambe le direzioni.

5. AI MARGINI DELLA TIPOLOGIA


5.1 TIPOLOGIA E DIALETTI
Basta anche solo uscire dai confini delle nostre regioni per imbatterci in cambiamenti linguistici, e uno dei più comuni è
senza dubbio l’accento, variazione generalmente indicata come dialettale. La nozione del dialetto è molto insidiosa,
perché quanto devono essere distanti due lingue per poterle definire dialetti della stessa lingua piuttosto che lingue
diverse? L’idea, un po’impressionistica, di dialetto che quasi ogni parlante di una lingua ha è che corrisponde più o
meno all’uso linguistico di una comunità geograficamente ristretta facente parte a sua volta di una realtà sociale e
politica più ampia e circoscritto di norma a pochi contesti comunicativi, l’unica condizione da evidenziare è che il
dialetto deve essere geneticamente imparentato alla lingua di cui è considerato variante.

La tipologia fonda le proprie generalizzazioni sulle lingue “ufficiali” in quanto il materiale da cui trarre informazioni
(grammatiche, dizionari) è più consistente e accessibile di quello dei dialetti, nonostante questi ultimi costituiscano una
miniera inesauribile di dati, e il loro essere per la quasi totalità inesplorati inducono a prevedere interessanti sviluppi
anche in chiave tipologica. Se ci fosse la possibilità di scandagliare a fondo le varietà dialettali delle lingue storico-
naturali, molte delle più note generalizzazioni tipologiche andrebbero riviste. Facciamo un esempio sulla struttura della
frase negativa;
Rispetto alla collocazione reciproca del verbo e della negazione, si possono identificare almeno 3 tipi:

- La negazione precede il verbo (portoghese nāo vi nenhum hominem “non ho visto nessun uomo”)
- La negazione segue il verbo (nederlandese Mòoi is het nìet “non è bello” lett. “bello è egli non”)
- La negazione precede e segue il verbo (francese jean ne mange pas de poisson “jean non mangia il pesce”)

Gli italiani direbbero che la nostra lingua si trova nel primo tipo (non voglio, non vedo ecc.) ma in alcuni dialetti
troviamo anche gli altri due tipi, come nell’emiliano che appartiene al 3° (“sta dona ki, le nem pyaz miga” quella donna
lì, non mi pace mica), o il piemontese che appartiene al 2° (sa fumna m pyaz nen “questa donna non mi piace”), una
questione cruciale dato che in tipologia le lingue “ufficiali” e i dialetti hanno la stessa legittimità.
Riguardo alla distribuzione dei 3 tipi citati prima, la negazione discontinua e post verbale si concentrano soprattutto
nell’Europa centrale, coprendo l’area francofona e l’ambito di estensione delle lingue germaniche, oltre che nell’Italia
settentrionale (ma per usi linguistici “non ufficiali”).

5.2 TIPOLOGIA E VARIAZIONE SOCIOLINGUISTICA


Conoscere una lingua significa anche potersi adeguare in diverse situazioni comunicative con essa, situazioni che
determinano scelte che variano col rapporto tra gli interlocutori. Con questa affermazione si può considerare che la
lingua è un sistema che cambia non solo nel tempo (variazione diacronica) e nello spazio (variazione diatopica), ma
anche in sincronia, in base alla situazione comunicativa (variazione diafasica), alla caratterizzazione sociale dei parlanti
(variazione diastratica) e al mezzo utilizzato per la comunicazione linguistica (scritto vs parlato, variazione
diamesica).
La variazione può produrre anche scarti notevoli tra strutture linguistiche che condividono la stessa lettura semantica: si
pensi a “il giorno in cui ti ho conosciuto nevicava” e “il giorno che ti ho conosciuto nevicava”, in cui si registra un uso
formale e un uso informale della lingua; delle due frasi è la prima ad essere considerata corretta nella grammatica della
varietà “standard” della lingua, la quale comprende le consuetudini linguistiche socialmente non marcate e fortemente
orientate verso la scrittura, che identificano “ufficialmente” un’ideale comunità linguistica, ergo la grammatica non
considera mai gli usi non standard della lingua.

Alla “lingua standard” ci si avvicina in un contesto scolastico, dopo le prime produzioni linguistiche della nostra vita,
che avvengono in ambiente familiare e paiono perciò diafasicamente orientate verso la non formalità.
Ciò evidenzia un limite dell’approccio tipologico alla lingua: tende ad astrarre la lingua dal contesto sociale, da cui
invece trae linfa vitale.
DIASISTEMA: un sistema di insiemi.

5.3 TIPOLOGIA E ACQUISIZIONE


INTERLINGUE/VARIETÀ DI APPRENDIMENTO: produzioni linguistiche di un apprendente, ovvero di chi sta
affrontando lo studio di una lingua straniera; a lungo considerate varianti transitorie, fortemente semplificate e
incomplete della lingua in arrivo (indicata convenzionalmente come L2, mentre la lingua madre è la L1).

Gli studi degli ultimi anni hanno evidenziato una serie di tratti linguistici comuni a tutte le interlingue, motivo per cui
nel processo di apprendimento ci sono fasi intermedie ricorrenti e talvolta universali, indipendentemente dal punto di
partenza e di arrivo del percorso, inducono perciò a ritenere che le interlingue siano sistemi linguistici naturali,
autonomi e internamente coerenti. Si potrebbe quasi dire, anche se è estremo, che anche le interlingue vanno inserite
nell’inventario delle lingue S-N. Inoltre se gli universali implicazionali indicano, anche se entro certi limiti, la direzione
di alcuni mutamenti individuando procedimenti più o meno marcati, si può supporre che gli stessi universali indichino
percorsi di apprendimento più o meno naturali, trovando sequenze acquisizionali più o meno probabili.

Una delle proprietà ricorrenti nelle interlingue riguarda la conformazione morfologica dell’interlingua stessa, si suppone
solitamente che le varietà di apprendimento iniziali abbiano una fisionomia tendenzialmente isolante, a prescindere
dalla caratterizzazione morfologica di L1 e L2. In effetti le interlingue iniziali paiono caratterizzate da un’ampia
occorrenza di formule fisse e di parole non analizzate, prive dunque di struttura morfologica e categoria sintattica.
Esibiscono minima o nulla flessione morfologica: genere, numero, tempo ecc. paiono prive di specifica espressione
formale, per i verbi viene usata un’unica forma (forma basica) per l’intero paradigma. Le parole che caratterizzano le
prime produzioni di parlato spontaneo di un apprendente sono invariabili e hanno valore essenzialmente lessicale
piuttosto che grammaticale, tutte caratteristiche che paiono riprodurre almeno in parte quelle del tipo isolante (1.3).

Come si manifesta nell’interlingua il contatto tra due tipologicamente distanti? Il rapporto tra l’uso di una strategia di
natura formale e il suo valore semantico-funzionale è la prima coordinata da considerare; la padronanza di un processo
formale (in questo caso a livello morfologico) non può prescindere dalla piena padronanza delle categorie cognitive
corrispondenti. Con tale premessa si suppone che un apprendente mostri più dimestichezza con le operazioni semantico
funzionali della L2 che in L1 possono contare su una specifica espressione formale, ed è lecito aspettarsi che, una volta
assimilate le necessarie categorie cognitive, sia più facile acquisire l’uso di strategie linguistiche con principi
organizzativi non troppo distanti da quelli di L1: se L1 è agglutinante-fusiva, sarà più facile apprendere le strategie
linguistiche di altre lingue agglutinanti-fusive.

Bisogna ricordare però che elaborare un piano didattico efficace per l’integrazione linguistica di soggetti alloglotti non
può prescindere da una valutazione approfondita di tutte le dinamiche linguistiche in gioco, non può quindi esistere un
percorso didattico per l’insegnamento della lingua straniera bensì tanti percorsi didattici in base agli apprendenti o le
loro L1, dato che un insegnamento proiettato esclusivamente su L2 senza riferimenti a L1 trascurerebbe il chiarire cosa
l’apprendente è pronto a capire e imparare.

TUTTO CIÒ CHE HAI SEMPRE VOLUTO SAPERE SUL


LINGUAGGIO E SULLE LINGUE
1. LINGUISTICA, QUESTA SCONOSCIUTA
La linguistica nasce ufficialmente nel 1916 con la pubblicazione di “Corso di linguistica generale” di Saussure, e inizia
ad essere considerata come disciplina scientifica autonoma. Il linguista non è un poliglotta, lui conosce le lingue anche
senza parlarle, è come conoscere il funzionamento di un motore anche senza saper guidare un’auto, mentre un poliglotta
sa guidare auto, moto ecc. senza sapere come funzionano; e non è nemmeno un grammar nazi, anzi, per lui gli errori
sono molto più intriganti dato che è da quelli che si notano i primi segni di cambiamento linguistico, l’errore di ieri può
essere la regola di oggi.
Il linguista può aiutare in vari ambiti, come nelle app di riconoscimento vocale: senza le regole che conosce gli
informatici non potrebbero svilupparle, stessa cosa per i correttori che suggeriscono le parole da inserire in un testo. Un
linguista può anche aiutare con i traduttori automatici, può scovare la zona di origine di un latitante, per esempio
studiare diversi testi della stessa persona per vedere se un messaggio anonimo è stato scritto proprio da quella persona
ecc.

2. PARLIAMO UNA LINGUA O LINGUAGGIO


Il rapporto tra lingua e linguaggio è simile a quello tra hardware e software, il linguaggio è il “supporto” su cui le lingue
vengono “installate”, è la facoltà dell’uomo di creare sistemi comunicativi unendo contenuti e mezzi di espressione, ed
è una dotazione innata; le lingue invece sono una delle possibili realizzazioni del linguaggio (così come la musica, i
segnali stradali, la comunicazione non verbale ecc.).
In che misura parlare è frutto di un’abilità naturale o culturale? Si può dire che il linguaggio è in larga parte un prodotto
della natura mentre le lingue sono analizzabili in termini culturali, infatti se tutti gli esseri umani possono parlare
potenzialmente, il modo in cui lo fanno cambia in base a condizionamenti ambientali, sociali e culturali; nessuna lingua
quindi è geneticamente predeterminata.
LINGUAGGIO: insieme di componenti fisiche, concrete, non modificabili di un sistema in cui le lingue vengono
“installate” e “disinstallate”. Non ha una sede chiara come l’ha il cuore per es., si distribuisce nell’organismo,
dall’apparato fonatorio al cervello (senza cui non si potrebbe usare la ricorsività, ovvero il poter applicare un processo a
sé stesso, il cardine della sintassi delle lingue).

3. LA LINGUA CI HA SALVATO DALL’ESTINZIONE?


L’Homo Sapiens, nato 200 mila anni fa, non è mai stato da solo, quando migrammo dall’Africa scoprimmo che vi erano
almeno 4 specie di Homo oltre a noi, tra cui i Neanderthal, i Floresiensis ecc., la nostra migrazione 50/60 mila anni fa
(che coincide con la comparsa dell’intelligenza simbolica: oggetti incisi, ornamenti, pitture rupestri, strumenti musicali
ecc.) e gli eventi che ci portarono a essere gli unici sopravvissuti scardinano la base della contrapposizione tra natura e
cultura, le nature umane sono molteplici e la cultura è oggi considerata dagli evoluzionisti un fattore di cambiamento
necessario per comprendere la nostra biologia. Ciò modifica la prospettiva che avevamo sulla diatriba riguardo
all’evoluzione del linguaggio, ma continuiamo a non avere risposte esaustive: sappiamo che gli strumenti linguistici
precedono la comparsa del genere Homo, le prime migrazioni furono di ominidi da cervelli ancora piccoli e
organizzazioni sociali non troppo complesse, e le traiettorie evolutive dei caratteri anatomici e comportamentali umani
associati al linguaggio non avanzarono mai all’unisono, e tra le varie specie e regioni c’erano importanti differenze.
L’ipotesi di una pressione selettiva costante che ha fatto progredire in milioni di anni il linguaggio in modo lineare
viene quindi smentita, anzi le prove fin ora accumulate portano a un’ipotesi opposta: il linguaggio è nato da un
adattamento costoso (l’allungamento del periodo infantile e il rischio di soffocamento), tollerato dal rilassamento delle
pressioni selettive grazie alle tecnologie litiche, al fuoco, all’organizzazione sociale, al poter modificare le nicchie
ecologiche con l’agricoltura ecc.
Anche altre specie umane (con due delle quali ci siamo anche ibridati) mostravano un’intelligenza tecnologica e sociale
tale da farci supporre che avessero un linguaggio articolato efficiente, ma la loro storia finì, forse è il linguaggio a
nascondere il segreto della nostra solitudine. Il linguaggio infine non sta più venendo considerato con un “tratto”
evolutivo singolo ma come un mosaico di tratti, antichi (l’abbassamento della laringe) e recenti (sintassi e ricorsività),
unite dall’adattamento evolutivo darwiniano, che indica il riutilizzo ingegnoso di struttura preesistenti per svolgere
nuove funzioni

4. ANIMALI PARLANTI…SOLO NELLE FAVOLE?


Dai tempi di Aristotele una delle principali differenze fra noi e gli animali si pensava fossero l’incapacità di parlare e
provare emozioni, salvo per alcune eccezioni come pappagalli e scimmie, tenute in grande considerazione nel mondo
classico per alcune caratteristiche in comune con noi, i primi potevano ripetere parole e cantare, le seconde potevano
imparare a comportarsi come noi e potevano essere vestite come piccoli ometti. Nessuno ovviamente pensava che
entrambe le specie non facessero altro che imitarci (da qui i termini “scimmiottare” e “parlare a pappagallo”),
comunque saranno loro due a smentire il fatto che gli animali non possono comunicare. In fondo, perché i merli
cantano? A chi è diretto il messaggio? In tal caso, essendo un animale territoriale, il canto del maschio è rivolto ai suoi
rivali per far capire di chi è un certo territorio, inoltre da esso un merlo può capire identità, età, prestanza fisica ecc. del
merlo in questione, ma si può considerare un linguaggio? Il codice comunicativo deve avere delle caratteristiche che
tutte le lingue umane hanno, deve essere arbitrario, semantico, sistematico, produttivo o creativo:

- ARBITRARIETÀ: l’assenza di correlazione tra una sequenza di suoni e il significato (se ci fosse le lingue
sarebbero molto simili, pensiamo alla differenza tra mela, apple e pomme)
- SEMANTICITÀ: la capacità di “significare” delle sequenze di suoni
- SISTEMATICITÀ: esiste un sistema di “regole” grammaticali (o combinatorie) socialmente condiviso (una
frase con le stesse parole ma in ordine diverso non ha lo stesso significato: “il gatto insegue il topo” e “il topo
insegue il gatto” non sono uguali)
- PRODUTTIVITÀ O CREATIVITÀ: con un numero finito di suoni e parole si possono creare infinite frasi e
veicolare qualunque concetto

La BIOACUSTICA, che studia la comunicazione acustica animale, ha notato per es. che molte specie di uccelli canori,
in cui il maschio produce un canto di corteggiamento, hanno un repertorio variabile da individuo a individuo, in cui le
unità sono apprese e combinate per comporlo: il passero dalla corona bianca e lo storno compongono il canto in modo
creativo e produttivo, stessa cosa per i lunghi canti delle balene, che però mostrano differenze da popolazione a
popolazione e quindi anche sistematicità e una grammatica di fondo. Per i mammiferi di specie che non usano
normalmente codici verbali, come cani e ratti bruni, mostrano come alcune capacità cognitive sottese all’uso del parlato
non coincidano con quelle espressive, per loro quindi non serve comprendere una lingua perché se addestrati possono
discriminare i vocaboli di diverse lingue e associare etichette verbali a un gran numero di oggetti, che nei cani superano
il centinaio.
Scimpanzé, Bonobo e gorilla possono produrre parole del linguaggio dei segni, costruendo semplici frasi per rispondere
a domande sulle proprietà degli oggetti, relazioni sociali e stati emotivi personali; qui si parla di arbitrarietà e
semanticità anche se non si ha una grammatica vera e propria. Sull’incapacità di parlare i pappagalli ci mettono a dura
prova, in quanto è stato studiato che due cacatua australiani di diversa specie possono imparare e usare entrambi i codici
comunicativi. Infatti i cacatua di Leadbeter, grossi e aggressivi, e i piccoli cacatua galah hanno bisogno delle cavità dei
tronchi di eucalipto per costruire il nido e deporre le uova, ma per la covatura il Leadbeter monopolizza il nido, finendo
per allevare anche i piccoli non loro. I richiami per richiedere il cibo agli adulti sono diversi tra le due specie, ma
crescendo i richiami di contatto dei giovani galah con cui indicano ai genitori la posizione quando abbandonano il nido,
i richiami di allarme e di corteggiamento sono identici a quelli dei Leadbeter. Vi fu uno studio anche sui pappagalli
cenerini, che dimostrò che erano in grado di associare più di 200 parole al loro corretto significato e di descrivere le
caratteristiche fisiche degli oggetti. Formulare richieste agli addestratori, esprimere stati d’animo e descrivere
situazioni.

7. QUANDO LE LINGUE SONO TUTTE UGUALI


Una teoria sullo sviluppo del linguaggio di Chomsky indica che ogni umano nasce con un corredo biologico, detto
GRAMMATICA UNIVERSALE, con una serie di principi validi per tutte le lingue, e di altri “parametri” con una
diversa impostazione da lingua a lingua, serve da guida al bambino nell’apprendimento linguistico e rappresenta i
caratteri comuni a tutte le manifestazioni del linguaggio. Ci sono state idee molto diverse a riguardo nel tempo, ma tutte
concordano sulla presenza della ricorsività.

8. ESISTONO LINGUE FACILI E LINGUE DIFFICILI?


La complessità racchiude due problemi, la difficoltà nell’apprendere una lingua e la complessità di una lingua in sé:

- DIFFICOLTÀ DI APPRENDIMENTO: dando per scontato che sono tutte apprendibili con la stessa
difficoltà come lingue madri, ciò che conta è lo sforzo di impararle in età adulta, ma dipende: lo spagnolo può
essere più facile da imparare per un parlante nativo di italiano o portoghese, ma un cinese faranno ben più
fatica perché dovrà interiorizzare delle regole che nel cinese non esistono, come i tempi verbali e altre
informazioni che devono essere indicate nel verbo, cosa che però potrebbe rendere più facile l’apprendimento
del cinese a uno spagnolo (che dovrà ricordarsi solo che “qù”, per es. corrisponde ad andare, vado, andremo
ecc.)
- LA DIFFICOLTÀ DELLE LINGUE IN SÉ: è una cosa molto dibattuta dagli specialisti, la visione
eurocentrica tipica delle riflessioni linguistiche pre ‘900, che ritenevano le lingue europee “superiori” perché
più complesse mentre le varietà africane, amerindie ecc. erano considerate “inferiori”, è stata scartata nel 20°
secolo affermando che la complessità delle lingue fosse uguale ma differenziata da aspetti più complessi in una
e meno in un’altra, insomma paragonare i verbi in spagnolo con la pronuncia dei termini cinesi ha senso come
paragonare il peso di un sacco di patate con l’altezza di un albero.

9. LE LINGUE INFLUENZANO IL NOSTRO MODO DI PENSARE?


È assodato che i concetti tra una lingua e l’altra sono uguali, qualcosa cambia quando bisogna dare i nomi alle parole: le
parti del corpo sono concetti presenti ovunque: il jahai (lingua austroasiatica della Malesia) non ha un termine per
“bocca”, faccia” o “gamba” come l’italiano, ma ha una parola specifica per “labbro superiore”, in italiano le dita sono
sia dei piedi che delle mani, mentre in inglese abbiamo “finger” per quelle delle mani e “toe” per quelle dei piedi.
Queste differenze determinano una percezione diversa della realtà dei vari parlanti? In passato c’è chi pensava di sì, per
esempio si credeva che i parlanti del pirahà (lingua amazzonica del Brasile), che ha solo due termini basici (salienti, che
non costituiscono il sottotipo di un altro colore) per i colori (uno più o meno equivalente a “chiaro” e uno a “scuro”,
mentre l’italiano ne ha 12), avessero una percezione visiva meno sviluppata, ipotesi poi smentita.
La realtà è che il linguaggio serve principalmente per comunicare, ed evidente per i parlanti del pirahà tutte queste
distinzioni di colori non erano necessarie ai fini comunicativi, ciononostante non significa che non sia possibile inserire
altre categorie di colori, non a caso si parla in linguistica di ONNIPOTENZA SEMANTICA: la capacità teorica di
ogni lingua di esprimere qualsiasi tipo di significato, concreto o astratto che sia; il come vengono espressi i significati
dipende dal tipo di lingua e dal tipo di cultura che essa esprime.
Nonostante ciò degli studi hanno dimostrato, per esempio, che i parlanti russi distinguono più velocemente le tonalità di
blu (avendo infatti termini distinti per il blu chiaro e il blu scuro) rispetto agli inglesi (che hanno solo “blue” per
indicare quel colore), e non è l’unica differenza, quindi non c’è ancora una risposta universale alla domanda.

10. UNA FRASE GIUSTA AL MOMENTO GIUSTO


Esprimere lo stesso concetto in modi diversi è una proprietà comune a tutte le lingue, si può dire la stessa cosa in un
contesto formale con il rispetto di certe norme di comportamento o assolutamente informale (necessito di andare al
luogo di degenza vs devo andare a cagare) in modo di adattarsi alle situazioni comunicative in cui ci troviamo e
interagirvi. Si può scegliere un certo pronome, o di cortesia (lei) o di confidenza (tu), ma non tutti i parlanti hanno la
stessa gamma di modi per dire una certa cosa, quelli più formali sono principalmente appannaggio di membri colti e/o
attivi in certi campi professionali.
Chi parla una lingua insomma la usa diversamente in base alle situazioni comunicative e alla propria identità sociale, a
queste modalità ci si riferisce rispettivamente nei termini di variazione diafasica e diastratica.

VARIAZIONE DIAFASICA: la variazione dovuta al tipo di attività svolta nella situazione e quindi all’argomento del
discorso (gli usi settoriali di una lingua possono comportare l’adozione di un lessico speciale). Può comprendere anche
la VARIAZIONE DIAMESICA: il variare della lingua in relazione all’uso scritto o parlato

La variazione interna a una lingua rappresenta, in particolare, uno dei grandi campi di azione della
SOCIOLINGUISTICA: il settore della linguistica che studia i rapporti fra lingua e società.

11. PARLIAMO COME SCRIVIAMO?


“No, ma ti posso caricare di botte”, un messaggio del genere è parlato o scritto? Sembra una battuta di dialogo in
risposta a quanto detto precedentemente da qualcun altro, evidentemente durante un’interazione parlata (“caricare di
botte” è un modo di dire fortemente espressivo che difficilmente useremmo scrivendo), ma a cosa si riferisce il no? E
chi è il ti?
In realtà tecnicamente è un messaggio scritto a una domanda scritta su Facebook: “ce qualcuno che può darmi un sito
che posso scaricare dragonball z in itagliano?” Questo esempio mostra bene come lingua parlata e scritta siano due
manifestazioni del linguaggio con caratteri riconoscibilmente distinti, sono due maniere ben diverse di usare la lingua in
base alle situazioni comunicative della società ma ci sono volte in cui i tratti di entrambi i modi di comunicare non
presentano un valore diagnostico decisivo: in alcuni usi e ambiti i caratteri di scritto e parlato si interconnettono e
sovrappongono.
Per chiarire quali siano i caratteri e come emergono nell’uso della lingua bisogna distinguere due dimensioni diverse: il
mezzo (o modo) fisico di realizzazione del messaggio (voce o scrittura) e il tipo di strutturazione del messaggio, ovvero
le scelte nella sintassi, nel lessico, nell’organizzazione testuale, che caratterizzano gli usi formali e informali. Dalla
combinazione di questi tratti ci sono 4 possibilità: lo scritto grafico (comunicazione scritta tradizionale), il parlato
fonico (il parlato spontaneo), lo scritto fonico (lettura di testi, recitazione) e parlato grafico (l’esempio di partenza)

12. QUANDO FINISCE UNA LINGUA E COMINCIA UN DIALETTO?


LINGUE: le grandi ripartizioni del linguaggio umano, gli insiemi primari, le espressioni di una nazione o stato con una
grammatica definita e una lunga e gloriosa letteratura
DIALETTI: varietà piccole, orali, un po’ casuali, senza una vera grammatica: corruzioni o forse sottoinsiemi delle
lingue

Non esiste una varietà linguistica senza una GRAMMATICA: l’insieme di regole e convenzioni che permettono a una
varietà di servire come mezzo di comunicazione, che deve avere regole fisse, funziona allo stesso modo sia per i dialetti
che per le lingue.
I molti dialetti italiani sono vere e proprie lingue diverse rispetto all’italiano, ovvero evoluzioni autonome del latino nei
diversi luoghi dove sono parlati, allo stesso modo del dialetto fiorentino, base dell’italiano moderno.
Ci sono lingue parlate da pochissime persone e dialetti usati da milioni di parlanti. Il dialetto hakka del sud della Cina
ha circa 30 milioni di parlanti, il siciliano circa 5 milioni, il lettone invece, una lingua ufficiale nemmeno 2 milioni.
Come se non bastasse alcune lingue possono essere più comprensibili di alcuni dialetti, lo spagnolo per un italiano è più
comprensibile del bergamasco. La differenza quindi, fra dialetto e lingua, è di tipo sociolinguistico, le lingue
semplicemente hanno raggiunto una posizione ufficiale all’interno di una compagine statale e quindi accedono a una
serie di funzioni che ai dialetti sono precluse: pubblica amministrazione, giustizia, scuole, spesso la liturgia ecc.

13. PARLARE PER NON FARSI CAPIRE


I professionisti usano parole incomprensibili ai più, un linguaggio settoriale ignoto a chi non è del mestiere ma capace
di grande precisione e oggettività, nel linguaggio comune questo viene spesso chiamato GERGO: una lingua di gruppo
in cui le parole usate per indicare realtà usuali, slegate da un certo ambito tecnico o specialistico, sono sostituite da altre
non in uso fuori dal gruppo.
Chi parlava il gergo? In Italia è stato usato per secoli da mendicanti, vagabondi, artigiani ambulanti, imbonitori della
piazza, la piccola malavita ecc. insomma gruppi di strati sociali bassi e subalterni che condividevano come tratto socio-
culturale essenziale la marginalità, fosse essa legata al collocarsi fuori dal gregge e quindi dalla società intera o fuori
dalle singole comunità perché in perpetuo movimento. L’idea di origine comune per tutti i gerghi della penisola si
impone quando si constata come una parte consistente del lessico sia condivisa da tutti i gerghi, come togo “buono”;
grimo “vecchio”, smorfire “mangiare” ecc. elementi in comune che aumentano in base alla vicinanza geografica delle
aree d’origine dei gerganti. La loro funzione è parlare con altri utilizzatori dello stesso gergo quando non c’è nessun
altro, in quanto verrebbero visti male due giostrai che parlano il gergo davanti ai clienti, e si incrinerebbe il rapporto di
fiducia con loro.
Anche i giovani hanno il loro gergo, lo slang, che da unità al gruppo e lo differenzia, in questo caso, da quello degli
adulti.

14. #SCRITTUREBREVI
Con l’avvento degli sms è nata l’interazione sottoforma di scrittura veloce e a distanza per comunicazioni informali e
private, un processo che ha trasformato la nostra lingua e la scrittura oltre a modificare le abitudini collettive e culturali
proprie alla società dall’informazione. Grazie alle nuove tecnologie la scrittura ha guadagnato nuova vitalità e nuovi
spazi, anche riservati all’oralità e guadagnando tratti del parlato integrando neologismi, forme irregolari e usi arbitrari.
Il coinvolgimento delle giovani generazioni ha attirato giudizi negativi per il timore di un imbarbarimento della lingua.
La “lingua dell’sms” appare ricca di nuove parole, voci a statuto gergale, prese dal parlato ma poi acquisite dal
vocabolario standard: sms (short message service), messaggiare, messaggino, telefonino, cellulare ecc. La scrittura ha
sviluppato strategie di sintesi che rispettano il vecchio limite imposto dei 160 caratteri che non onorano la norma
linguistica. Questo assieme alle ridotte dimensioni dell’apparecchio e al momento in cui solitamente si usa (in
movimento) creano le dimensioni per la nascita di speciali forme della scrittura abbreviata e veloce nota come
TEXTING: grafie consonantiche (nn, grz, xk), sigle (LOL), resa fonetica anziché ortografica (ke) e l’uso di diacritici e
numerali con effetti di struttura “a rebus” (c 6?, + o - ecc.).
La lingua dell’SMS ha continuato a evolversi con la tecnologia, si è ritornati a usare meno abbreviazioni grazie al t9,
che prevedeva le possibili parole da usare, la creazione di tastiere QWERTY con un tasto per ogni lettera, i sistemi di
scrittura touch screen, che hanno velocizzato il processo di scrittura rispetto al vecchio e difficoltoso “lettera per
lettera”. Col passare del tempo le chat sono diventate “conversazioni”, i messaggi si visualizzano singolarmente, in
successione, come piccole porzioni di testo a struttura frammentata che riproducono l’andamento veloce del dialogo.
Sono state introdotte altre funzionalità ormai rilevanti nella comunicazione digitale, come le emoticon per far capire
meglio il tono di chi scrive per non creare fraintendimenti, arrivando alle emoji, anche più complesse e in grado di
esprimere sempre più concetti senza l’uso della parola, i mi piace trasmessi dal classico pollice in su e da nuove faccine
(Wow, Haha, Sigh Angry, Love su Facebook) fino a @ per designare il parlante, # per indicare l’argomento ecc.
15. CHE LINGUA PARLANO I COMPUTER?
Oggi possiamo tradurre automaticamente un documento da una lingua all’altra, chiedere il tempo che ci sarà domani in
una città distante, di impostare il navigatore satellitare per scegliere il percorso da prendere ecc. Tuttavia si tratta di una
conversazione ancora imperfetta, il computer spesso fraintende o traduce male, è come parlare con uno straniero con
una conoscenza limitata della lingua. Come abbiamo fatto però a insegnare le basi della nostra lingua ai computer e
perché nonostante ciò parlano ancora così male? I computer parlano la “lingua dei numeri”, le nostre parole vengono
tradotte in programmi che li manipolano, i computer con cui facciamo semplici conversazioni sono il frutto della ricerca
in “intelligenza artificiale” (che dota i computer di capacità tipiche degli esseri intelligenti: riconoscere un volto,
risolvere un problema, guidare un’auto ecc.) e “linguistica computazionale” (in particolare il “trattamento automatico
della lingua”, che rende i computer capaci di usare il linguaggio naturale come noi).
Quest’ultimo è un ambito che impegna linguisti e informatici, i primi sanno come funziona il linguaggio e i secondi
traducono tali conoscenze in istruzioni numeriche, ha iniziato le sue ricerche negli anni 50, ma solo di recente è entrata
a far parte della vita quotidiana; il motivo di questo progresso, oltre alla rinnovata potenza dei computer, è il modo
stesso di insegnare la nostra lingua a loro. Sono nati infatti dei nuovi algoritmi, i MACHINE LEARNING o
“apprendimento automatico”; mentre prima i linguisti computazionali insegnavano un compito fornendo direttamente le
regole per realizzarlo (come insegnare una lingua dando solo la grammatica e un dizionario, complesso e che produce
un sacco di errori), oggi si danno ai pc grandi quantità di frasi insieme alla loro traduzione in un’altra lingua e i machine
learning usano la statistica per individuare come le strutture linguistiche vanno tradotte, permettendo loro di tradurre
anche frasi mai lette prima. La linguistica computazionale quindi insegna ad imparare da sé queste regole analizzando il
modo in cui il linguaggio viene usato, metodo vicino a ciò che si fa con i bambini, che imparano osservando gli adulti
parlare prima che qualcuno gli insegni le regole grammaticali. La primitività dell’uso del linguaggio è dovuta alla mole
di informazioni, non solo linguistiche, necessarie, sentirsi dire “ho preso in prestito Guerra e Pace dalla biblioteca” ci
farebbe rispondere “quando devi restituirlo?” perché sappiamo entrambi come funziona il possesso di libri della
biblioteca, è una conversazione basata sulle nostre comuni conoscenze delle differenze tra il significato di “prendere in
prestito, comprare, affittare” ecc. conoscenze particolari che i computer non hanno.
Un altro problema è il modo di imparare una lingua completamente diverso degli algoritmi, se per imparare un’altra
lingua dobbiamo usarla per comunicare, gli algoritmi estraggono le regolarità statistiche dai testi e basta.

16. COME SI IMPARA LA LINGUA NATIVA?


I bambini devono apprendere della lingua materna i suoni linguistici, parole, minimi segmenti fonici distintivi (o
“fonemi”), significati, costruzioni sintattiche, quando e dove usare tali informazioni, come integrare il linguaggio con
altri modi di comunicazione, come farsi intendere e come intendere gli altri.
I bambini iniziano a prestare attenzione alle voci umane fin dall’inizio della vita e subito dopo la nascita,
concentrandosi sui suoni della lingua uditi in forma filtrata nel ventre materno, che su quelli di una lingua diversa e mai
udita prima, riuscendo a distinguere i suoni già all’età di 2 mesi, anche se non significa siano in grado di riconoscerli.
Tra i 2 e i 10 mesi sanno discriminare consonanti come b, d, g, articolate in luoghi diversi del tratto vocale, p e b
prodotte senza e con la vibrazione delle corde vocali, e consonanti come f, s, l, r, m e n articolate in modi diversi del
tratto vocale, infine le vocali a e i. Verso i 10 mesi la loro attenzione inizia a concentrarsi sui foni della lingua, verso gli
8-10 mesi mostrano una comprensione iniziale delle parole e producono le prime fra gli 11/12 e 20 mesi, un’evidente
asincronia fra la percezione e la comprensione da una parte e produzione dall’altra.
Tra gli 8 e i 17 mesi i bambini passano da una media di 26 a 186 parole comprese, e da 0 a 32 parole prodotte, secondo
alcuni studi la comprensione di parole in una certa fase predice l’ampiezza del vocabolario in quella successiva, e
ricerche condotte sui parlanti tardivi evidenziano che quanto comprendono è un importante indice predittivo per lo
sviluppo linguistico tra i 18 e i 28 mesi di età. Si inizia ad accumulare parole nella memoria dopo aver imparato a
riconoscerle e ad associarne il significato, assieme a gruppi di parole (cos’è, dov’è ecc.). Verso i 6/7 mesi d’età inizia la
“lallazione” (babbling) in cui vengono prodotte sequenze di tipo consonante-vocale (papapa, mamama), caratterizzate
da un’organizzazione ritmica simile a quella del parlato adulto, anche se non sono “vere” consonanti e vocali. La sua
funzione è quella di “palestra articolatoria” per lo sviluppo fonetico e come “premio sociale” da parte dei genitori che,
incoraggiandolo, gli rivelano l’aspetto sociale e premiale delle parole, il passaggio dal babbling al linguaggio adulto è
graduale. Il bambino costruisce il suo vocabolario adattando le parole dell’adulto agli schemi (template) con i suoni
preferiti durante la fase del babbling, ed è stata notata una relazione fra le capacità fonetiche nel babbling e nello
sviluppo successivo.
I bambini possono iniziare a realizzare enunciati più lunghi fra i 14-15 e i 18-22 mesi, e nel momento in cui comincia a
combinare le parole inizia a usare piccoli elementi grammaticali (o “parole funzionali”) come il, la, di, in e desinenze,
che in alcune lingue vengono padroneggiate completamente verso i 6 anni d’età (e in altro 10/12 anni).
17. COME SI IMPARA UNA LINGUA STRANIERA?
Imparare una lingua straniera significa acquisire sia conoscenze che abilità, ma come? Le ricerche hanno mostrato
quando e in che ordine le strutture grammaticali emergono nelle frasi, oltre a come vengono elaborate cognitivamente.
Prendiamo uno straniero che studia l’italiano: per imparare il passato prossimo nota che molte parole pronunciate dai
nativi finiscono per -to, quindi la segmenta e ipotizza la funzione di -to nel verbo (parlare di un’azione compiuta), inizia
a usarla, a correggere gli errori automatizzando i tentativi corretti e si accorge di un altro elemento importante,
aggiungendo “ha” o “è” (confondendosi all’inizio), poi nota che c’è anche -ta per il femminile, e -ti e -te per il plurale.
L’apprendimento è un fenomeno sfaccettato che chiama in gioco parecchi fattori, quelli linguistici generali e specifici
riguardanti le forme della lingua da apprendere, le caratteristiche individuali (lingua materna e altre lingue conosciute,
l’età, la motivazione, e strategie preferite per imparare, la capacità di attenzione, la personalità), il contesto in cui
avviene l’apprendimento ecc.
Dati tutti questi elementi non sorprende che siano state elaborate molte spiegazioni teoriche, raggruppabili in:

- Quelle che enfatizzano l’apprendimento come risultato di un’attività individuale, interna alla mente, che si
realizza immagazzinando le strutture linguistiche, assimilando il nuovo sistema di forme e significati
- Quelle che accentuano l’apprendimento linguistico come un’attività sociale fortemente influenzata dalla
partecipazione negli scambi verbali con gli altri

Ovviamente anche il confronto con un altro parlante è fondamentale, ci si coordina e si accordano assieme le azioni
comunicative per controllarle assieme alle forme linguistiche usate.

18. QUANDO LE LINGUE SONO PIÙ D’UNA


Il plurilinguismo non è raro sia sottovalutato anche dagli stessi parlanti, soprattutto se riguardano lingue minoritarie di
scarso prestigio o solo parlate, parlare di bilinguismo infatti implica accordarsi su cosa sia una lingua, questione non
scontata. I dialetti possono essere ritenuti una lingua, come se non bastasse in italiano ci sono minoranze linguistiche al
nord e al sud; con bilingue ovviamente non si deve intendere qualcuno che ha appreso due lingue contemporaneamente
(bilinguismo simultaneo), bensì uno che durante le sue attività alterna quotidianamente entrambe le lingue, spesso
apprese in sequenza (bilinguismo sequenziale). È raro che un bilingue abbia una conoscenza bilanciata di tutte le lingue
che conosce e non è detto che la dominante rimarrà la stessa per tutta la sua vita.
BILINGUISMO BI-COMUNITARIO: Quando due lingue coesistono condividendo le stesse funzioni e ricoprendo
gli stessi ruoli, in quanto si hanno due comunità linguistiche (il tedesco e l’italiano a Bolzano).
DIGLOSSIA: le lingue sono ordinate gerarchicamente, una lingua è limitata agli usi scritti, formali e istituzionali
mentre l’altra è per gli usi parlati, familiari e informali (il tedesco In Svizzera che viene usato per gli usi formali e il
dialetto per gli usi informali).
DILALIA: la lingua “alta” è usata anche per la comunicazione informale, eventualmente accanto ai dialetti (come in
italiano)
CODE-SWITCHING: l’uso di più lingue nel discorso, tipico dei parlanti bilingui o plurilingui

19. COME SI MESCOLANO LE LINGUE?


Quando avviene il contatto linguistico le conseguenze possono essere almeno 3:

- MANTENIMENTO LINGUISTICO: Le lingue possono restare invariate o al massimo prendere in prestito


alcuni termini (come tra italiano e inglese)
- SOSTITUZIONE DI CODICE/SHIFT LINGUISTICO: Una delle due lingue può essere completamente
abbandonata
- Può nascere una lingua mista

Tali fenomeni dipendono da molteplici fattori, come il grado di somiglianza fra le lingue coinvolte, la facilità di
trasferimento di suoni e strutture, il prestigio percepito della lingua di contatto, l’atteggiamento del parlante nei
confronti di questa lingua, il desiderio di proteggere la propria identità linguistica ecc. insomma è impossibile predire
come andrà a finire.
Se una lingua di contatto è ritenuta prestigiosa i parlanti potrebbero cercare di usarla di più, pensiamo all’inglese che ha
preso piede con parole come briefing, selfie, manager, top, fashion ecc. col dispiacere dei sostenitori di #dilloinitaliano.
In questo caso dobbiamo distinguere tra la scelta di usare parole inglesi nonostante esista il corrispettivo in italiano
(direttore/manager) e gli ANGLISMI come bar, sport ecc. che non hanno una forma italiana equivalente.
I linguisti Sarah Thomason e Terrence Kaufman nel 1988 hanno proposto una gerarchia del prestito, mettendo in
relazione la complessità del materiale preso in prestito con il grado di intensità del contatto: più forte è il contatto più
profondo e complesso è ciò che si prende in prestito. Se il contatto è sporadico si prenderanno in prestito solo delle
parole, adattandole al sistema grammaticale della lingua, se è prolungato e intenso passeranno anche le strutture.
In francese per es. il soggetto è sempre obbligatorio, e alcuni pensano che ciò sia dovuto al contatto prolungato con le
lingue germaniche; l’italiano ha preso in prestito moltissime parole inglesi adattando la pronuncia al sistema, e creando
manàggement e internèt o anche skillato, briffare ecc. oltre a questi abbiamo preso in prestito tantissime altre parole da
altre lingue, di cui non dubiteremmo mai l’italianità (chimica e cotone dall’arabo, manovra e rotta dal francese,
scialuppa dall’olandese ecc.). Il motivo per cui non si è sostituita direttamente la lingua è dovuto a ragioni socio-
politiche.
Anche i dialetti locali prendono molto dall’italiano, per esempio in alcune varietà meridionali alcuni verbi intransitivi
possono essere usati come transitivi, ovvero prendere un complemento oggetto (scendi il cane che lo piscio!). Nel nord
invece, per es. in Veneto, la doppia negazione non esiste (non ho visto nessuno = ho visto nessuno).
Se invece due lingue totalmente diverse entrano in contatto e nessuna capisce l’altra allora si crea un Pidgin (cap. 30)

20. QUANDO UNA LINGUA È DI MINORANZA


Mentre in alcuni casi parlare una lingua di minoranza molto diversa da quella ufficiale fa percepire la propria diversità
(soprattutto se si tratta della lingua ufficiale di un altro stato), in altri non è così, come accade con i dialetti.
La presenza di lingue minoritarie potrebbe costituire un “problema” per lo stato, qualora ad esse si appoggino forme più
o meno esplicite di rivendicazione culturale e politica: se la diversità linguistica diventa elemento di conflitto le autorità
centrali potrebbero decidere di inibirla e combatterla anche con forme violente di repressione (come la proibizione del
Catalano nella Spagna di Franco o l’italianizzazione dei nomi di luogo in Alto Adige e Valle d’Aosta durante il
fascismo), oppure di promuoverla e valorizzarla come tesoro culturale, offrendo anche una blanda tutela dei patrimoni
linguistici locali in campo culturale a forme di bilinguismo che pongano la lingua di minoranza sullo stesso piano di
quella ufficiale (come in Italia con il sardo, il friulano, il catalano ecc. a cui sono stati riconosciuti di recente alcune
forme di tutela con la controversa legge 482/1999, criticata da linguisti e giuristi per i criteri di individuazione delle
“minoranze”).
Ovviamente la tutela di una qualsiasi lingua deve partire prima di tutto dalla volontà dei parlanti, che spesso la
associano a un’utilità minore rispetto a quella ufficiale, sia perché il potere centrale fa di tutto per promuoverla
attraverso le proprie strutture sia perché l’uso di un codice linguistico di minor diffusione è percepito in sé come meno
“economico”, quindi non basta un riconoscimento legislativo per salvare una lingua dal rischio di estinzione. Negli
ultimi decenni in Europa e in altre parti del mondo viene promosso il rispetto alla diversità linguistica, ma in altre parti
ci sono esplicite negazioni dei diritti delle minoranze linguistiche, come in Turchia per il curdo.

21. QUALE POLITICA PER LE LINGUE?


Chi decide come parliamo? E attraverso quali strumenti? La risposta sembra semplice: la comunità di parlanti, ma ne
siamo davvero sicuri? Pensiamo alle fallacie sintattiche, per es. il fatto che non è consigliabile iniziare una frase con una
congiunzione (“MA ne siamo…”), chi ha deciso questa norma? Secondo quali criteri? Perché da “La millecento” siamo
passati, verso la metà degli anni 90, a “Il mercedes”? Negli ultimi decenni la pubblicità ha deciso per motivi forse di
(malinteso) prestigio, che le autovetture hanno il genere maschile, prima solo per quelle più grandi per poi generalizzare
man mano.
POLITICHE LINGUISTICHE: tutte le azioni atte a influenzare i comportamenti delle persone per quanto riguarda
acquisizione, struttura e ripartizione funzionale dei loro codici linguistici. Può avere 4 gradi di esplicitezza, dal quasi
invisibile intervento della società di software all’azione di posizione sulle lingue di un’università e poi, del tutto
consapevolmente, dello stato. Sono questi ultimi e le istituzioni a proporre, in modo palese o velato, azioni di politica
linguistica; particolarmente dirette e dalle vaste conseguenze sono le decisioni per es. sulla scelta della lingua da
impiegare a scuola. In Italia per es. una legge del 1999 dichiara l’italiano lingua ufficiale della Repubblica insieme ad
altre 12 varietà che possono, localmente, essere usate a scuola e nell’amministrazione. Un campo d’intervento di
politiche linguistiche esplicite ed evidente è la toponomastica, pensiamo ai cartelli francesi in Valle d’Aosta o tedeschi
in Alto Adige, come quelli in sardo o friulano, o all’italianizzazione forzata del fascismo (che cambiò anche alcune
parole italianizzandole, come chaffeur e regisseur, che diventarono autista e regista).
Interventi non espliciti ci sono per es. nelle pubblicità e nel giornalismo, in quanto presentare una notizia in un modo
serve sia per influenzare l’approvazione del lettore ma soprattutto di condizionare, nel lungo periodo, la sua percezione
di come è opportuno parlare degli avvenimenti.
Una situazione delicata è la politica dell’Unione Europea, che conta 24 lingue ufficiali e, teoricamente, di lavoro. I
cittadini possono avere contatti con l’Unione in una qualsiasi di quelle lingue e i rappresentanti dei vari paesi hanno
diritto a usare la loro lingua in Parlamento, ma nelle commissioni e nei rapporti scientifici amministrativi si usano quasi
unicamente inglese (soprattutto), francese, tedesco e, in misura minore, l’italiano.
22. CHI DECIDE COSA È GIUSTO E COSA È SBAGLIATO?
Il concetto di norma ha subito modifiche sostanziali col prevalere della visione scientifica della lingua come un “sistema
di sistemi”, ossia un fascio di varietà che risentono di 4 fattori di diversificazione: le variazioni che dovute al mezzo
(diamesiche), parlato, scritto o trasmesso, al diverso rapporto comunicativo che si vuole attuare (diafasiche), alle
condizioni culturali dei diversi strati sociali (diastratiche) e alle tradizioni linguistiche preesistenti e presenti nei vari
territori di provenienza dei parlanti (diatopiche).
Due esempi sulle differenze nello spazio geografico:
La distinzione tra pronuncia sorda e sonora della s intervocalica è tipica dell’italiano di base fiorentina, e dipende dalla
storia delle singole parole (casa e sano l’hanno sorda, rosa e chiesa sonora). Questa distinzione è però ignota nei parlanti
di provenienza settentrionale o sarda (che hanno tutte le s intervocaliche sonore), sia ai meridionali (con le s sorde). Non
c’è una regola da non seguire, d’altronde i casi di distinzione lessicale in base a tale differenza sono pochissime (rose
con la sonora son le piante, con la sorda è il participio passato femminile plurale di rodere).
Ci sono alcuni casi in cui non si può prevedere quale tendenza prevarrà in futuro e quindi si può seguire la propria
abitudine, come il fatto che quando un significato pieno è accompagnato da uno di quei verbi detti modali (dovere o
potere), dalla Toscana in sul pronome riflessivo si attacca in fondo al verbo di significato pieno (dovreste vergognarvi),
mentre da Roma in giù si antepone al verbo (vi dovreste vergognare).
L’autorità per far valere in una comunità linguistica i principi che regolano la lingua è il linguista, che è tenuto a
diffondere conoscenza utile a guidare l’uso della lingua della sua comunità. È comunque utile un’istituzione che
raccolga un collegio di competenti, magari di diversa formazione disciplinare, è il caso dell’Accademia della Crusca.
Nata a Firenze nel 1580 nel clima della “questione della lingua” che travagliava gli scrittori italiani di ogni campo, alla
ricerca di un riferimento oggettivo per l’uso del volgare italiano.
Nel 1612 pubblicò un vocabolario dell’italiano fondato su circa 300 testi (da fine 200 a inizio 500), da cui erano state
estratte quasi 63k citazioni e 25k entrate, vocabolario che fu ampliato di molto con altre 3 edizioni uscite entro la metà
del 18° secolo.

23. ERRORI OGGI, REGOLE DOMANI


In un’epoca collocabile tra il 3° e il 5° sec. d.C. è stato redatto un documento da un autore ignoto, con una lista di 227
parole “sbagliate”, che confrontandole con quelle che usiamo ora le troviamo identiche o molto simili: lancea e non
lancia, calida e non calda, aqua e non acqua ecc. Come mai ciò? Cardone scrisse che “il concetto di errore presuppone
un parlante che parli una lingua non sua, nella propria lingua il parlante non può, per definizione, fare errori”. Da un
punto di vista strettamente linguistico l’errore non esiste (salvo per chi ha patologie di linguaggio, cap 27). “Sei l’unica
cosa che non possa fare a meno” in teoria dovrebbe essere sbagliato (anziché “che” servirebbe “di cui”), ma il senso
della frase è comunque chiaro, inoltre non si può pensare che il parlante sapesse che in realtà si dice “di cui” e quindi ha
usato volontariamente “che” al posto di “di cui”, magari nella sua grammatica mentale la forma “di cui” non c’è, quindi
l’errore lo vede solo chi ha quella regola nella sua grammatica mentale, Inoltre la correzione avrebbe senso in un
contesto scolastico in quanto si insegna la grammatica ufficiale e oggettiva, in una festa tra amici la correzione potrebbe
risultare fastidiosa.
L’errore spesso è la prima manifestazione di un cambiamento in atto, e diventa regola quando dai parlanti non è più
percepito come errore (nessuno ritiene che “acqua” sia grammaticalmente sbagliato ormai, anzi passa inosservato)

24. COME CAMBIANO LE LINGUE


Nell’800 l’interesse per le famiglie linguistiche ha aperto gli orizzonti della diversità, e a inizio 900 Saussure ha
precisato 2 prospettive nello studio dei fatti linguistici: la LINGUISTICA SINCRONICA (come i sistemi si
presentano in un dato momento) e la LINGUISTICA DIACRONICA (come i sistemi variano lungo l’asse del tempo).
L’innovazione delle lingue ha delle limitazioni, imposti dalle funzioni, dalle situazioni e dalla natura umana, ma come
si studiano i processi mediante cui le comunità modificano gradualmente i suoni, le parole e le strutture delle lingue? Il
cambiamento dei suoni si può osservare attraverso la lingua scritta, che tende ad adeguarsi col tempo a quella parlata,
non si tratta di un mutamento prevedibile seppur regolare, non si diffonde in modo meccanico (“plenus e pluvia” in
latino sono diventati “pieno e pioggia” in italiano, “lleno e lluvia” in spagnolo, “plein e pluie” in francese). Quando
invece i suoni cambiano e l’ortografia resta legata alla tradizione, l’incoerenza tra scrittura e pronuncia produce
incertezze nel presente ma fornisce indizi sul passato: l’ortografia dell’inglese non prevede come si leggano feet e food,
ma rivela come si leggevano a fine ‘400, quando la stampa diffuse l’uso di lettere doppie per rendere le vocali “e” e “o”
lunghe. Alcune incongruenze che complicano lo spelling riflettono la tenacia di consuetudini che hanno impedito alla
scrittura di cogliere un grande mutamento vocalico durato circa 3 secoli.
L’evoluzione dei suoni è di solito meno evidente di quella delle parole, che possono cambiare forma per analogia con
altre che hanno significati/funzioni simili: lupus e tempus sono simili nel singolare ma non nel plurale (lupi e tempora),
con l’italiano si sono uniformati secondo un ragionamento proporzionale (lupus : lupi = tempus : X dove X è tempi)
rendendo il plurale più regolare e prevedibile. L’acquisizione di una (nuova) lingua, così come l’uso della nativa,
comporta un impegno per la memoria, perché bisogna ricordare e produrre moltissime forme che, se regolarizzate,
vengono imparate più facilmente, così come l’uso di quelle irregolari, che però deve essere frequente (per questo il
plurale homines si è mantenuto nell’italiano uomini, senza che venisse regolarizzato nel tipo “uomi”).
Anche il modo in cui le parole si combinano nelle frasi è oggetto di mutamenti dovuti alla reinterpretazione delle
strutture e delle loro funzioni, in francese la frase negativa antepone “ne” al verbo, ma spesso la negazione era
rafforzata con l’aggiunta di nomi indicanti una piccola quantità come point “punto”, o pas “passo” (Jean ne va pas “Jean
non va avanti di un passo”). Col tempo “pas” venne rianalizzato come particella negativa ed esteso anche a contesti che
non descrivono il movimento: Jean ne sait pas “Jean non sa”. Alla fine “pas” divenne un elemento obbligatorio che, con
“ne”, esprime negazione con tutti i verbi. Oggi inoltre, la particella “ne” è facoltativa nel francese parlato. Un fenomeno
simile nell’italiano è l’uso di “mica”, che da “briciola” ha iniziato a essere usato in contesti come “non lo so mica” fino
a frasi colloquiali “mica lo so!”.
GRAMMATICALIZZAZIONE: processo per cui i vocaboli perdono autonomia e acquistano nuove funzioni, e
coinvolge anche i significati.
I significati si possono ampliare (egregius da che designava il capo del bestiame “che risalta nel gregge” diventa
“esimio, eccellente”), restringere (wife passa da “donna” a “moglie”), migliorare (minister da “servo” a “ministro”) o
peggiorare (villanus da “abitante di una fattoria” a “zotico”). Inoltre, spesso il vocabolario accoglie parole straniere per
evitare quelle meno “eleganti“ (da bagno a toilette), per denominare novità materiali e culturali (da sukkar e al’jabr in
arabo a zucchero e algebra) o tecnologiche (il mouse del computer); ergo anche il contatto tra le lingue e i fenomeni di
prestito sono meccanismi importanti del cambiamento.

25. LINGUE INVENTATE


Non ci soffermiamo molto sul fatto che le lingue sono un prodotto largamente culturale, alcune di esse tra l’altro ne
sono un prodotto estremo: le lingue inventate. Esse nascono per due motivi principali: per irrobustire una cultura
immaginaria inventata per motivi artistici o letterari, come l’elfico del Signore degli Anelli; e per modificare la società
tramite uno strumento linguistico inventato per la comunicazione internazionale, la più nota è l’esperanto.
Spesso tali lingue vengono dette “artificiali” ma si tratta di un aggettivo fuorviante, sono più lingue “pianificate” o
“costruite”, le lingue artificiali sono i linguaggi di programmazione.
L’unica importante differenza fra le lingue inventate e le lingue S-N è che le prime, assieme alle lingue segnate (cap.
28) violano una proprietà storica universale delle seconde: la priorità storica del parlato; se le lingue S-N vengono prima
parlate e poi scritte, con le altre è l’esatto opposto, prima vengono scritte a tavolino, di solito da un singolo individuo, il
glottoteta, e dopo verranno parlate in comunità se avranno successo, una sfida non da poco considerando che tra la fine
del 19° e la prima metà del 20° secolo furono inventate centinaia di lingue neutrali (non legate a etnie, territori o
religioni) per la comunicazione internazionale, e l’unica che è riuscita ad aggregare una comunità di parlanti ancora
viva e vitale è l’esperanto. Oltre a ciò, mentre una lingua SN viene trasmessa nel nucleo familiare, per l’esperanto le
famiglie che la usano sono una percentuale molto ridotta del numero di parlanti totali, che lo apprendono da adolescenti
o adulti con corsi o su internet, e lo usano nel tempo libero.
Un caso interessante è l’insieme di lingue inventate da Tolkien, il quale non ebbe intenzione di far parlare i lettori con
esse, ma dopo la sua morte i fan costruirono grammatiche e dizionari a partire dai testi, soprattutto poetici, che ha
disseminato nelle sue opere, fino alla reinvenzione da parte di Hollywood in occasione dei film. La prima di queste
“lingue di Hollywood” fu il Klingon degli anni 80, con la sua grammatica e il dizionario Klingon-inglese e frasario, fu
sviluppata fino agli anni 2000 dai fan finché la serie non fu interrotta e perse il suo fascino (dimostrazione che queste
lingue vivono solo finché l’universo di riferimento viene tenuto in vita).
Possiamo considerare il Klingon come il latino delle lingue di Hollywood, in cui si inserirono successivamente il Na’vi
di Avatar, e il Dothraki di GOT.
Anche i bambini a una certa età provano a inventare le lingue, come l’alfabeto farfallino da piccoli o lingue più
complesse da adolescenti. Ci fu un esperimento in una scuola primaria di Milano in cui una classe inventò il suo
personale linguaggio segreto, azione che li portò non solo ad aumentare la loro consapevolezza metalinguistica e a
destare curiosità verso le altre lingue del mondo, ma anche a capire come funzionano le lingue come italiano inglese,
dato che inventando nomi, aggettivi, pronomi o verbi prima le confrontano per decidere assieme come funzioni la loro
lingua.
Se da un lato decidere le regole grammaticali arbitrariamente da una grande sensazione di libertà, dall’altro non si tratta
di libertà assoluta in quanto il piacere di inventare diventa condiviso, basta che due persone la usino perché sfugga di
mano al glottoteta, pena l’immediata incomprensibilità.
26. DOVE RISIEDE IL LINGUAGGIO?
Prima di essere un fenomeno nel mondo, il linguaggio è un fenomeno mentale che risiede nel cervello umano al pari di
facoltà cognitive come memoria e attenzione. Una prova inconfutabile delle basi cerebrali del linguaggio viene da
patologie (cap.27), un esempio è la descrizione di un paziente con danno cerebrale relativa all’immagine di un ragazzo
che rompe una tazza: “Un bambino rompere un vaso, un bambino rompere una tazza”. Lo stile è telegrafico, i verbi
sono flessi (sintomo noto come agrammatismo), e ci sono sostituzioni come vaso per tazza (parafrasia semantica). Le
lesioni cerebrali possono compromettere la nostra capacità di usare il linguaggio, causando sindromi dette “afasie”.
Storicamente il loro studio ha rappresentato la principale fonte di informazione sull’organizzazione del linguaggio nel
cervello, in base al danno cerebrale il deficit linguistico è diverso: ci sono lesioni che compromettono principalmente la
capacità di produrre, altre di comprendere, altre patologie riguardano l’impossibilità di organizzare un discorso coerente
o di capire il senso di una metafora. Gli schizofrenici hanno difficoltà a comprendere il significato figurato dei proverbi,
per es. “una rondine non fa primavera” uno schizofrenico la spiega così “che una rondine dovrebbe portare primavera
perché c’è in primavera, ma la primavera può non essere come le altre e può essere piovosa, fredda…il tempo è
cambiato”. Lo studio dei deficit linguistici quindi ci suggerisce che il linguaggio è implementato nei tessuti biologici de
cervello e che tale implementazione è in un certo modo organizzata, con sistemi responsabili per aspetti distinti del
linguaggio. La Neurolinguistica cerca di capire come i vari aspetti e proprietà del linguaggio siano rappresentati
differentemente a livello cerebrale. Da alcuni decenni abbiamo altre tecniche di indagine, di metodiche di
neuroimmagine come la risonanza magnetica funzionale, che ci consentono di studiare con precisione il funzionamento
del linguaggio anche nel cervello sano. Con tali tecniche possiamo misurare il consumo metabolico delle regioni
cerebrali durante lo svolgimento di un certo compito cognitivo, e inferire quali aree sono più coinvolte in quel compito.
Combinando i risultati con le varie metodiche, abbiamo un certo numero di conoscenze riguardo l’hardware del
linguaggio (cap. 2).
Sappiamo per es. che l’architettura cerebrale del linguaggio è a sinistra nella maggior parte della popolazione anche se
l’emisfero destro partecipa a processi di comprensione e produzione. Due zone in particolare sono importanti: la regione
frontale ventrolaterale sinistra (AREA DI BROCA), fondamentale per tutte le funzioni linguistiche, e che sembra
custodire le regole della grammatica (implementa le regole sintattiche che ordinano le parole e costruiscono le frasi); e
quella localizzata a livello del lobo temporale a sinistra, fino al polo temporale anteriore, nelle regioni temporali avviene
la rappresentazione verbale dei concetti e delle parole ad essi associate. È un sistema molto complesso che permette di
gestire efficacemente un vocabolario che si aggira tra le 50k e le 100k parole, efficienza raggiunta frazionando le
informazioni. Queste regioni si trasmettono le informazioni tramite i neuroni facendo agire tutte queste regioni assieme,
e sembra che viaggino principalmente su due di esse.
La prima connette il giro temporale superiore con l’area di Brocca passando per il dorso del cervello, e si pensa sia
coinvolta nell’analisi delle parole così come sono disposte nelle frasi in base a un sistema grammaticale (sistemi
sintattici complessi).
La seconda passa lungo il lobo temporale fino alla regione di Broca. La via ventrale analizza i suoni del linguaggio e ne
estrae il significato. Il sistema a due vie è a sua volta connesso con altri sistemi non prettamente linguistici: la corteccia
motoria, uditiva e visiva per l’articolazione, il riconoscimento dei suoni e la lettura. Poi per comprendere aspetti legati
al contesto sociale vengono reclutate regioni che si occupano di capire il comportamento altrui. Un aspetto sorprendente
è la velocità con cui avvengono questi processi, l’elaborazione del linguaggio è più veloce del tempo di articolazione
delle parole, e per compensare questo scarto sembra che gran parte dei processi di comprensione avvenga con
meccanismi predittivi, anticipando le parole e le intenzioni comunicative dell’interlocutore.
In fine studi dimostrano che il cervello dei nostri cugini primati non dispone delle connessioni cerebrali fondamentali
per l’implementazione delle funzioni linguistiche.

27. QUANDO NON RIUSCIAMO (PIÙ) A PARLARE


Le patologie del linguaggio possono essere CONGENITE o ACQUISITE, nel primo caso i bambini nascono con un
disturbo, spesso ereditario, che può essere SPECIFICO: in assenza di deficit intellettivi o psichici, sordità, disfunzioni
neurologiche; o NON SPECIFICO: come nelle disprassie causate da vari deficit di trasmissione e regolamentazione
degli impulsi neuro-muscolari all’apparato fonatorio, è compromessa in particolare l’articolazione dell’eloquio, può
manifestarsi nell’autismo, alcune forme di epilessia, ritardi cognitivi.
Per quelle acquisite, sopraggiungono dopo che si è imparato a parlare e sono dovute a lesioni cerebrali nelle aree del
linguaggio (cap. 26) per via di trauma cranici, ictus, emorragie, tumori ecc. o di malattie degenerative come le demenze,
tra cui l’Alzheimer. Le difficoltà possono riguardare la produzione/comprensione della lingua scritta/orale, chi non
riesce a parlare però non è detto che non capisca ciò che sente, ci sono molteplici dissociazioni che variano in base al
paziente. Le patologie permettono di capire l’architettura cognitiva del linguaggio e l’organizzazione del sistema
linguistico, visto che può essere compromesso in modo selettivo, ciò mostra che ascoltare, parlare, leggere e scrivere
dipendono da processi cognitivi in parte autonomi tra loro.
DISTURBO FONOLOGICO: legato al sistema dei suoni (difficoltà a ripetere le cosiddette NON-PAROLE: parole
che assomigliano a parole italiane esistenti ma che non esistono (es. tolo), a individuare il primo o l’ultimo suono di una
parola, la prima o l’ultima sillaba, a dire se il primo suono o la prima sillaba di due parole sono identici o diversi)
DISTURBO LESSICALE: legato al sistema delle parole (difficoltà a pronunciare parole appartenenti a certi campi
semantici come gli animali a 4 zampe o i mezzi di trasporto, o ad associare le parole alle figure che le rappresentano)
DISTURBO SINTATTICO: legato al sistema delle frasi (commettere errori di accordo come “la casa rosso” o “io
piange”, omettono e/o sostituiscono le parole funzionali come articoli, preposizioni, ausiliari ecc. o non riescono a
comprendere e/o produrre frasi con un ordine diverso da SVO dell’italiano)
DISTURBO PRAGMATICO: legato al sistema della lingua
Tali disturbi possono presentarsi in modo isolato o combinarsi tra loro. Talvolta il disturbo può essere ancora più
specifico e riguardare singole classi di parole, per es. i nomi propri e non quelli comuni, solo i verbi transitivi, in alcuni
casi la stessa persona può mostrare un disturbo per una classe di parole nella modalità scritta piuttosto che un’altra
(disturbo sui verbi ma non sui nomi) e il contrario in modalità orale (disturbo sui nomi e non sui verbi). In caso di
sordità, la lingua non si sviluppa completamente per via di malformazioni e/o disfunzioni dell’apparato uditivo, non si
tratta propriamente di una patologia del linguaggio in questo caso, anche se la lingua orale di queste persone può avere
caratteristiche simili a chi ha un disturbo del linguaggio. Le patologie del linguaggio vengono trattate con la
(ri)abilitazione logopedica, che interviene sugli aspetti linguistici compromessi. Negli ultimi anni sono stati creati
percorsi (ri)abilitativi fondati sulla linguistica formale, in cui sono insegnati esplicitamente i processi linguistici alla
base della costruzione delle frasi. Dopo aver sviluppato nel paziente consapevolezza sulla valenza verbale, cioè su
quanti e quali argomenti ha il verbo, si insegna che essi possono apparire in posizioni diverse da quelle in cui sono
interpretati (movimento sintattico). Ad es. in “quale film hai visto?”, si insegna che “quale film” è il complemento
oggetto del verbo, che si è spostato dalla consueta posizione postverbale a quella iniziale, protocolli utili per pazienti
afasici, con disturbo specifico del linguaggio e su sordi con impianto cocleare.
Per chi ha una patologia del linguaggio e della comunicazione, bisogna prevedere accomodamenti che garantiscano
accessibilità alle informazioni e ai contenuti, nell’ambito dell’amministrazione pubblica, dei servizi socio-sanitari, della
scuola, della cultura e del turismo.
La semplificazione linguistica e l’uso di strumenti multimediali, che permettono di fornire la stessa informazione in
modalità diverse a seconda delle necessità degli utenti, possono essere un valido strumento per abbattere le barriere
della comunicazione.

28. ALTRE VOCI


Gli esseri umani non comunicano solo con la voce ma con tutto il corpo, lo facciamo sin da bambini, quando
comunichiamo maggiormente con gesti che con parole, ed è così che si sono venute a creare le “lingue dei segni”.
Ne esistono 142, alcune delle quali hanno influenzato lo sviluppo di altre nei secoli per motivi sociali, culturali e
politici: nell’800 la lingua dei segni francesi (LSF) ha influenzato molto lo sviluppo di molte altre lingue sia oltreoceano
che in Europa, e tutte si creano e si evolvono nel corso del tempo venendo in parte influenzate anche dalla lingua orale e
scritta locale, e dalle caratteristiche culturali della comunità di parlanti, inoltre non sempre esse coincidono con i confini
degli stati. Sappiamo che fin dall’antichità le persone sorde comunicavano con i segni, ma è difficile documentarne
l’uso e ricostruirne l’evoluzione dato che non hanno una forma scritta. Ci sono sporadici riferimenti e fonti relativi alla
comunicazione visiva dei sordi e all’uso dei segni, come in alcuni passi di Plinio Il Vecchio o nei documenti relativi ad
artisti sordi o nei testi di educatori udenti dei sordi.
Le scelte educative che bandirono l’uso dei segni dalle istituzioni scolastiche dal 1880 portarono tali lingue ad essere
usati solo in ambiti formali e ristretti. In Italia iniziò a circolare maggiormente a inizio 900 attraverso l’associazionismo
dei sordi, anche se ancora non le veniva riconosciuto lo status di lingua. Negli anni 80 sono iniziate, presso l’Istituto di
Psicologia del CNR (oggi Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione), le prime ricerche linguistiche sulla lingua
dei segni italiana, da allora denominata LIS. Grazie a ciò negli ultimi 20 anni ci furono molti cambiamenti sociali e
culturali che determinarono profondi arricchimenti nella stessa lingua. Oggi la LIS è utilizzata in molti ambiti (corsi
universitari, dibattiti politici, convegni e telegiornali) ed è presente in pubblicazioni cartacee e in produzioni video e
digitali. Piano piano la LIS divenne sempre più diffusa e si arrivò ad avere una “stessa” varietà di questa, arrivando
recentemente ai primi tentativi di uso del sistema Sign Writing anche per la LIS. Ora è a pieno titolo oggetto di studio
della linguistica, che ha mostrato le profonde analogie e le differenze con le lingue vocali.
Per es. si distinguono 4 parametri manuali (forma o configurazione della mano, orientamento, movimento e luogo di
esecuzione del segno) e 4 non manuali (espressione facciale, sguardo, movimenti delle labbra, posizione del busto),
dalla combinazione di questi 8 parametri si formano i segni di una lingua, ma non tutte le lingue usano gli stessi e non
necessariamente tutti. Inoltre, dato che i segni richiamano differenti aspetti iconici del referente, alcune lingue
potrebbero indicare un aspetto, e altre un altro (per indicare un albero una lingua si riferisce al tronco, un’altra alla
chioma, un’altra ancora ai rami).
Lo studio dell’iconicità in queste lingue ha stimolato l’interesse ad indagare l’importanza di questo aspetto anche nelle
lingue vocali innescando una revisione di alcuni principi classici e metodologie di analisi della linguistica tradizionale.

29. COME MUORE UNA LINGUA?


Una lingua muore quando manca il contesto sociale nel quale utilizzarla, la sua morte dipende quindi dai suoi parlanti.
Negli ultimi 500 anni è morta circa la metà delle lingue conosciute e ogni anno continuano a scomparirne decine, tant’è
che l’UNESCO ha elaborato uno strumento diagnostico che, grazie ad alcuni parametri (numero di parlanti, presenza di
tradizione scritta e di documentazione, diffusione in diverse fasce di età e diversi contesti di uso ecc.) si riconosce il
grado di vitalità di una lingua.
Le lingue possono scomparire in diversi modi: improvvisamente per una repentina scomparsa dei parlanti (come nelle
Americhe e in Australia, dove malattie e azioni violente dei colonizzatori hanno fatto estinguere intere civiltà), per
bruschi cambiamenti nelle abitudini linguistiche dei parlanti dopo eventi drammatici, come accadde agli amerindiani di
El Salvador che negli anni 30 del 900 hanno deciso di smettere di parlare le loro lingue per sfuggire alle rappresaglie
contro di loro dopo una loro rivolta. Nella maggior parte dei casi fortunatamente l’abbandono di una lingua avviene
gradualmente provocando modificazioni sia nelle abitudini d’uso all’interno della comunità sia nelle strutture del
sistema linguistico stesso. L’estinzione si verifica anche quando, in repertori plurilingui non equilibrati e instabili, ci
sono pressioni extralinguistiche (demografiche, politiche, economiche ecc.) che portano i parlanti a scegliere la lingua
che offre maggiori vantaggi. L’uso stesso è determinante, perché può portare i parlanti a dimenticare alcune forme e a
sostituirle con quelle della lingua dominante, la cui interferenza riguarda diversi livelli del sistema, di cui il più
permeabile è quello lessicale. In alcuni casi ci sonno stati fenomeni di “rilessificazione”, ovvero massiccia sostituzione
del vocabolario originario con parole della lingua dominante, tutti i livelli del sistema possono essere coinvolti.
Ci sono casi in cui le trasformazioni della lingua in estinzione sono dovute a evoluzioni autonome, altri in cui nei
parlanti più deboli ci sia una tendenza alla semplificazione del sistema.

30. COME NASCE UNA LINGUA?


LINGUA PIDGIN: lingua, inizialmente piccola ma dalle enormi potenzialità di comunicazione, che nasce quando un
gruppo sociale ne incontra un altro dalla lingua e cultura diverse, e lo usa per comunicare mescolando le due lingue. Il
nome viene dai gerghi marinareschi in uso ai portoghesi che da fine 15° sec. si spinsero sulle rotte di circumnavigazione
dell’Africa fino alle isole del Pacifico. Il loro gergo, chiamato Lingua Franca del Mediterraneo, possedeva le parole che
servivano per gli scambi commerciali con popoli diversi.
Nascono così il Pidgin English del golfo di Guinea, il Creole Portuguese di Macao e Goa, il Bislama delle Vanuatu ecc.
prodotto di una commistione di competenze linguistiche europee ed autoctone. Esse divennero mezzi di comunicazione
privi di connotazione etnica e veicolo di scambio in contesti multilingui.
Si può documentare l’esistenza di circa 390 lingue pidgin, alcune di esse si sono estinte, altre si sono trasformate in
CREOLI: lingue native di una successiva generazione di parlanti (soprattutto nelle Americhe), altre ancora hanno
un’enorme diffusione anche oltre i confini dei singoli stati senza però essere lingue native di qualcuno.
Alcuni pidgin in Africa non hanno un contatto con le lingue europee, ma con altri idiomi di ampia diffusione come il
Juba Arabic dell’area del Sudan e del Sud Sudan, frutto dell’incontro tra arabo e lingue nilotiche, nato dall’incontro tra
milizie sudanesi ed egiziane.
Altri sono localizzabili nel Golfo di Guinea dove i commerci europei, la tratta degli schiavi e il dominio coloniale
inglese ha fatto nascere gerghi commerciali, poi stabilizzatisi nelle strutture grammaticali e frutto dell’incontro tra
portoghese, francese, inglese e lingue niger-congo (creando il WAPE: West African Pidgin English).
Nel Pacifico abbiamo l’incontro tra lingue austronesiane e lingue europee, con cui è nato tra i gerghi il più significativo
di questa unione, il Tok Pisin, oggi lingua ufficiale della Nuova Guinea, nato dall’incontro tra portoghesi, inglesi,
olandesi e abitanti autoctoni e parlato come seconda lingua da una popolazione con 820 lingue materne diverse, la cui
base lessicale viene dall’iri motu, dall’inglese e da tante altre lingue austronesiane.
Sull’argomento si è sviluppata negli anni 60’ la CREOLISTICA, che interpreta la nascita e lo sviluppo di queste lingue
secondo 3 principali teorie: monogenesi, universalismo e tipologia.
MONOGENESI: i pidgin ancora oggi diffusi e divenuti creoli deriverebbero tutti dalla Lingua Franca, portata con i
vascelli sulle rotte oceaniche del 16° secolo.
UNIVERSALISMO: nei pidgin ci sono le tracce di un BIOPROGRAMMA (o comune fondamento biologico): una
matrice universale comune a tutte le lingue naturali, riscontrabile anche nelle strategie di acquisizione di una prima
lingua.
TIPOLOGIA: ci sono in alcuni tratti comuni alle lingue di contatto del mondo un insieme di caratteristiche che le
definirebbero come “tipo linguistico”, fra cui verbi messi in sequenza (o seriali) e l’uso di marche verbali preposte al
verbo.

31. COME RICOSTRUIAMO LA STORIA DELLE PAROLE?


Tutte le parole hanno una loro origine e una loro storia, che rivela spesso info su com’è cambiata la lingua e la società.
Per es. perché si dice “macina”? È la continuazione diretta del latino machina (che a sua volta deriva dal greco), che
indicava un macchinario qualsiasi, e nell’Alto Medioevo il macchinario per eccellenza era la mola del mugnaio, da cui
dipendeva buona parte dell’economia del tempo. Da essa deriva anche macchina, “ripescata” dal latino nel
Rinascimento, con una minima variazione nella forma e una perfetta corrispondenza del significato. Il termine per tutta
l’età moderna ha indicato un qualsiasi congegno, così come machina. Nei primi decenni del 900 il significato si è
traslato a quello di automobile, per lo stesso motivo della macina nel Medioevo in quanto macchina più importante.
L’etimologia è l’aspetto più interessante della linguistica per gli specialisti, tuttavia viene avvertita come una ricerca
amatoriale in cui chiunque può cimentarsi anche senza preparazione, portando a etimologie fantasiose ma assolutamente
errate. Per capire se un’etimologia è vera oppure no si deve tenere in mente che è uno studio probabilistico: un etimo si
giudica in quanto più o meno verosimile, raccogliendo piccoli indizi, esaminandoli criticamente, componendoli insieme
in un quadro il più possibile coerente.
Per valutare se è verosimile ci si può aiutare dalla forma delle parole, in particolare dai suoni. I suoni di una lingua non
si evolvono in modo casuale ma cambiano secondo tendenze regolari, nell’italiano per esempio sappiamo che le u del
latino, quando erano brevi, sono diventate o, rendendoci facile individuare in turma il significato di torma (anche se
oggi ha un significato più ampio di quello di “armata” che aveva in latino), e per lo stesso motivo possiamo escludere
che da turma derivi ciurma, anche se in un certo senso i significati non sono tanto distanti.
Ovviamente ciò non basta, anche i significati devono coincidere o essere legati tra loro da una qualche relazione logica
o storico-culturale.
Es. Stregua oggi la troviamo solo in “alla stregua di” cioè “al modo di”. Dato che s- in italiano funge da prefisso non
significa che la parola derivi da tregua, perché il significato non è lo stesso. L’etimo della parola è un altro: l’antica
parola francese “estrieu” voleva dire staffa e questa parola è attestata anche nel latino medievale e in italiano antico con
forme Streuga, streugua e anche stregua. Poiché le staffe venivano regolate secondo la lunghezza delle gambe del
cavaliere, “alla stregua di” ha assunto il significato iniziale di “conformemente alla statura di” (“andare alla stregua di
qualcuno”= cavalcare con le staffe di lunghezza adeguata a qualcun altro).
Un lavoro del genere è più facile se ci si concentra sulle parole dalla storia non troppo antica per la facilità con cui si
possono trovare documentazioni a riguardo, ma anche per il latino e il greco conoscere la diffusione e i contesti d’uso di
una certa parole o famiglia di parole è di vitale importanza.

32. QUALI RISORSE USA (O CREA) IL LINGUISTA?


Raccogliere molti dati per il linguista significa creare o usare i cosiddetti CORPORA: grandi raccolte di testi in
formato elettronico che rappresentano un buon campione, in senso statistico, della lingua oggetto dello studio.
Analizzando l’evidenza sperimentale dei fenomeni il linguista può proporre generalizzazioni e/o modelli teorici che
siano fortemente ancorati ai dati empirici, e quindi non affetti da posizioni teoriche predefinite.
Nel 21 sec. raccogliere testi in formato elettronico può sembrare un compito semplice ma non è così: il corpus deve
essere rappresentativo e ciò costituisce una sfida molto seria: molti generi, autori, stili, argomenti e registri comunicativi
devono essere inclusi nel corpus e il ventaglio dei testi che vanno considerati è spesso molto ampio e articolato.
Tuttavia queste metodologie presentano un tallone d’Achille piuttosto serio, che per descrivere bisogna tornare agli anni
40.
LEGGE DI ZIPF: dato un qualsiasi corpus di testi autentici, la frequenza di ogni parola nel corpus è inversamente
proporzionale alla posizione (rango) che la parola assume nella lista di parole in ordine decrescente di frequenza.
PROBLEMA DELLA “SCARSITÀ DEI DATI”: Un numero estremamente limitato di parole delle lingue,
tipicamente le parole grammaticali o vuote (articoli, preposizioni ecc.) compongono la maggior parte dei testi mentre
quelle lessicali o piene (nomi, verbi ecc.), più interessanti per lo studio delle lingue, assumono una frequenza molto più
bassa. Questo aspetto porta alla necessità di costruire corpora enormi per avere un adeguato numero di esempi del
fenomeno in esame dai quali ricavare regolarità ed eccezioni. Se gli esempi di un dato fenomeno sono insufficienti è
impossibile distinguere un fenomeno non appartenente al sistema da studiare da un fenomeno semplicemente raro.
Ci sono Corpora di lingua scritta, parlata o misti, monolingui o multilingui (come l’insieme degli atti dell’Unione
Europea), generali o specialistici (testi giuridici), sincronici o diacronici (testi letterari di epoca diversa) ecc. ma tutti
affetti dal problema della scarsità dei dati. Ecco perché al giorno d’oggi il linguista usa abitualmente corpora con
centinaia di milioni, o addirittura miliardi, di parole, come fonte di dati empirici per gli studi anche in prospettiva
interlinguistica. Oltre ai corpora c’è un’altra importante classe di strumenti, le RISORSE LESSICALI: strumenti che
raccolgono, organizzate in modi anche diversi, le info sul lessico di una lingua; i dizionari sono le più conosciute e
usate, e se ne stanno producendo anche versioni elettroniche con varie funzioni, anche esaminare le forme flesse di una
parola facendogli coniugare i verbi o declinare nomi e aggettivi e estrarre anche le parole prefissate o suffissate in un
certo modo.
Ci sono anche altre risorse lessicali computazionali che organizzano i lemmi in modo completamente diverso: Word
Net organizza i significati delle parole in insiemi di sinonimi chiamati Synset, collegati tra loro utilizzando le classiche
relazioni semantiche a livello lessicale (iponimia, meronimia, antonimia ecc.) per “navigare” la risorsa muovendosi da
un concetto all’altro con tali relazioni.
Tra queste risorse è importante descrivere anche gli atlanti, come il World Atlas of Language Structures (WALS), il più
conosciuto e usato dai linguisti, con i dati di quasi 2700 lingue in un archivio elettronico, consentendo ricerche
sofisticate rispetto alle loro proprietà genealogiche e tipologiche; c’è anche l’Atlante Lessicale Toscano con
informazioni sulla diversità lessicale, di pronuncia e di significato delle parole, anche dialettali, in numerose località
della Toscana. Infine c’è l’Atlante Sintattico d’Italia, che mostra le differenze grammaticali e sintattiche in varie zone
d’Italia.

33. QUALI E QUANTI SUONI PER LE LINGUE?


Quando parliamo produciamo sequenze rapide e ben organizzate di suoni, movimenti che provocano spostamenti
nell’aria che ci circonda. Il suono è il modo in cui noi percepiamo l’onda sonora prodotta da tali spostamenti, ma cosa
muoviamo per generarli? I polmoni fanno uscire l’aria che passa attraverso la gola, all’altezza della laringe muove le
corde vocali che producono il suono, che viene modulato principalmente da lingua e labbra. Le componenti essenziali
per la riproduzione dei suoni sono quindi la combinazione della produzione di energia (espirazione), della vibrazione
delle corde vocali (voce) e della modificazione della forma del tratto vocale che va dalla laringe alle labbra
(articolazione). I suoni si dividono in consonanti e vocali, le prime si realizzano ostacolando l’uscita dell’aria in vari
modi, o completamente (p, t) o parzialmente (f, sci) e le seconde invece modellando lo spazio dentro la bocca; si
possono aggiungere altri elementi alle 3 fasi per avere più sfumature di suoni linguistici, per es. la n di nome si crea
muovendo la lingua come per fare una t ma facendo uscire un po’ d’aria dal naso. I suoni linguistici si possono
rappresentare con l’IPA (International Phonetic Alphabet “Alfabetico Fonetico Internazionale”), col vantaggio che le
parole sono trascritte esattamente come vanno pronunciate, non importa in che lingua siano, la cui differenza fra loro è
la quantità e qualità di consonanti e vocali e la loro combinazione. Considerando le lingue del mondo, il numero
complessivo di suoni linguistici è circa 900, di cui oltre 600 sono consonanti e circa 250 sono vocali, alcuni sono suoni
molto diffusi e altri molto rari.
Le consonanti [p], [t], [k], [b], [d] e [g], sembrano indispensabili in quanto presenti in tutte le lingue, tra i suoni più rari
troviamo i “click”, prodotti schioccando la lingua contro il palato (come per chiamare un gatto) o con le labbra (come
per dare un bacio). Considerando che alcune lingue possono avere solo una decina di suoni diversi e altre più di 100, la
media di ogni lingua è composta da circa 30 suoni. Oltre all’insieme di suoni, le lingue differiscono anche dalla loro
combinazione in base a regole precise: [vzbr] in italiano è impossibile, ma in polacco no (wzbronić: vietare). Il modo in
cui pronunciamo i suoni è infatti molto variabile, sia da persona a persona (età, genere, provenienza geografica ecc.) sia
in situazioni comunicative diverse. La capacità di comunicare con i suoni deve anche far affidamento su “categorie”
stabili, queste categorie stabili sono chiamate “fonemi”, e indicano le differenze rilevanti tra i suoni di una data lingua.
In italiano per es. ci sono molti modi di pronunciare una e aperta ma anche dei limiti perché non venga scambiata per
una a (da lette a latte).
Un’altra caratteristica è la lunghezza delle vocali. In Italiano una a può essere più o meno lunga senza intaccare il
significato (pane = paaane) ma non in tedesco (wann “quando” con a breve ≠ wahn “illusione” con a lunga).

34. COME SI COSTRUISCONO LE PAROLE?


Alcune parole hanno sempre la stessa forma (blu, perché, no), altre (scatola e scatole, apre e apriamo) sono variazioni
(forme flesse) di un unico elemento, il LESSEMA. Alcuni ne contengono altri, preceduti o seguiti da altri elementi
(libreria e libraio contengono libro, -eria, -aio), si parla di LESSEMI COMPLESSI o DERIVATI se contengono
prefissi o suffissi, COMPOSTI se contengono più di una parola (apriscatole).
Le differenze tra parole sono di due tipi fondamentali. In alcuni casi, variare la forma di una parola esprime
informazioni necessarie nella lingua usata (maschile, femminile, singolare, plurale) e gli articoli e gli aggettivi che lo
accompagnano dovranno concordare con il valore di numero scelto.
Quasi sempre le lingue possiedono mezzi per creare sia forme flesse sia lessemi che esprimono alcune categorie di
significati molto generali, che possono essere formati a partire da altri lessemi già esistenti. A volte il significato può
essere espresso con elementi diversi in diverse parole collegate (Cavallo, equ-estre e ipp-ico; acqua e idr-ico; cuore e
cardio-aspirina). Anche per costruire le forme flesse, le lingue usano mezzi molto diversi, per il plurale di un nome si
può usare un suffisso (book-s in inglese), un prefisso (wirr-iyikwayiwa “bambini” in anindilayakwa), un
raddoppiamento della forma singolare (orang-orang “uomini” in indonesiano) o aggiungere una parola apposita (da
“i’a” pesce a “manu i’a” pesci in hawaiano), anche se una lingua può non avere una grammatica che obbliga a
esprimere il plurale, come il malgascio. Sapere una lingua significa anche saper costruire le forme flesse, i derivati e i
composti.
Una particolarità dei parlanti è la conoscenza profonda di alcune regole dell’italiano, al punto da interiorizzarle: ci
accorgiamo subito se un parlante non conosce bene quelle regole, perché bambino o straniero, perché le applica in
modo deviante rispetto alla norma, per es. dice aprito anziché aperto; siamo in grado anche di riconoscere gli elementi
di certi lessemi complessi anche quando non sappiamo attribuire un loro significato (come -ido nei lessemi candido,
pallido ecc.), come accade spesso nel caso di lessemi complessi presi in prestito da altre lingue.

35. COME SI COSTRUISCONO LE FRASI?


“Leo è andato incontro alla ragazza con un fiore in mano”, con questa frase immaginiamo che o il ragazzo abbia un
fiore in mano o la ragazza ce l’abbia, c’è un’ambiguità nell’enunciato in esame, che deriva dal fatto che il gruppo di
parole come “con un fiore” (costituente o sintagma) può modificare elementi diversi nella frase; può avere diversi punti
di attacco e quindi la sintassi della frase (la struttura interna) si basa su un ordine “nascosto” e gerarchico. Se
modificassimo la frase in “con un fiore in mano, Leo è…” noteremmo che uno dei due significati non è più disponibile,
dimostrando che la struttura è gerarchica ma anche che impone restrizioni, vincoli, per cui certi significati si
costruiscono solo in relazione ad alcuni punti di attacco e non ad altri. La relazione tra struttura e significato e
l’esistenza di restrizioni sono realtà di linguaggio che osserviamo continuamente, consideriamo la creazione di frasi per
descrivere un evento: inizieremo dal verbo, che come una sorta di regista richiede la presenza obbligatoria di certi attori
(argomenti) perché la sua sceneggiatura possa essere messa in scena. Un evento come dormire prevederà un solo
argomento (chi dorme), amare due (chi ama e chi è amato), donare tre (chi dona, chi riceve e la cosa donata). In questo
processo la sintassi impedisce che un argomento sia realizzato due volte (*ho messo il libro nell’armadio nel cassetto) o
che non lo sia affatto (*quest’estate ho trascorso a Parigi) (* è uno dei tanti simboli della linguistica, indica “mal
formato”, “non accettabile”), oltre che consentire significati diversi in base al numero e al tipo di partecipanti realizzati
(*“Elisa ha messo il libro nuovo” è incompleta, Elisa ha messo il vestito nuovo è accettabile per via del verbo con due
soli punti di attacco: chi ha messo cosa e quel cosa). Ogni costituente può “ospitarne” altri che non completano il
significato (i suoi simpatici amici vs i suoi amici simpatici, nel primo caso non facciamo distinzioni di sorta, nel
secondo intendiamo che non tutti i suoi amici sono simpatici).
Anche i punti di attacco a inizio e a fine frase possono creare diversi significati: “Leo, non lo vedo da tempo”, “Non lo
vedo da tempo, Leo” e “è Leo che non vedo da tempo”; non rispondono certo alla domanda “cosa mi racconti?”,
piuttosto useremo la prima frase per proporre l’argomento del discorso, la seconda per ribadire l’argomento per tenerlo
presente, e la terza per correggere l’interlocutore e/o contrastare Leo con qualche altro referente menzionato in
precedenza. Le strategie sintattiche usate veicolano il nostro punto di vista e l’atteggiamento che assumiamo, pensiamo
alle recensioni sui social: l’uso di strutture impersonali è di norma correlato ad un sentimento negativo: “Personale
simpatico anche se tutti sembrano avere difficoltà a spiegare il funzionamento del buffet. Si può fare per un pranzo”.
Possono esserci anche valutazioni miste ma il significato finale dipende dalla disposizione dei giudizi: se quelli negativi
precedono i positivi allora la recensione trasmette un giudizio favorevole: “locale piccolo ma accogliente, atmosfera
informale ma molto curata”. Procedendo in questa riflessione noteremo che la sintassi costruisce e “(ri)crea” significati
anche nel caso in cui un costituente sia stato cancellato. Costituenti identici possono essere omessi per evitare
ripetizioni (*Mario ha incontrato il suo migliore amico e salutato il suo migliore amico / Mario ha incontrato e salutato
il suo migliore amico), ma la (ri)costruzione agisce davvero su costituenti (lessicalmente) identici? Se un nostro amico
ingiustamente accusato di egoismo si lamentasse dicendo “Guarda che non solo tu ami la tua famiglia, anche io!”
capiamo che entrambi amano la stessa famiglia o che la ricostruzione agisce solo su alcuni elementi (l’azione di amare e
l’oggetto dell’amore) e fa capire che entrambi amano la propria famiglia?
Consideriamo infine il ruolo della sintassi nella definizione della categoria cui appartengono le parole: di fronte a
“prima” come possiamo dire, fuori da un contesto frasale, se si tratta di un nome, un avverbio o altro? Solo il contesto
sintattico in cui occorre ci permetterà di capire se è un aggettivo (la prima volta che lo vidi), un avverbio (oggi esco
prima), o una preposizione (riesci a finire prima di cena?).

36. COME SI COSTRUISCONO I SIGNIFICATI?


Il linguaggio umano ha due proprietà che lo rendono unico:
1) PRINCIPIO DI COMPOSIZIONALITÀ: Se conoscete il significato delle parole di una lingua siete in grado
di comprendere un numero potenzialmente illimitato di frasi ottenute combinando queste parole (il significato
di una frase viene costruito componendo il significato delle sue parti)
2) Le parole possono combinarsi solo con altre parole i cui significati soddisfano particolari requisiti (“l’idea
leggeva un coperchio” ha una struttura sintattica corretta ma non è interpretabile perché i requisiti non vengono
rispettati: i coperchi non possono essere letti e le idee non possono leggere)

Per costruire i significati possiamo usare una spiegazione che chiameremo MODELLO IKEA: costruire il significato
di una frase è come montare un mobile Ikea. La scatola contiene tutti i pezzi del mobile e le istruzioni che vi dicono
come combinarli. Ciascun elemento può incastrarsi solo con altri particolari pezzi. Per avere senso una frase deve essere
formata da parti i cui significati si “incastrano” opportunamente, secondo regole di montaggio chiamate
PREFERENZE DI SELEZIONE. “Leggere” per es. esprime un evento con due personaggi e può “incastrarsi” solo
con un complemento oggetto che contiene informazione scritta e un soggetto umano (papiro e acrobata).
Questo modello nasce fra 1800 e 1900 e deriva dall’ipotesi che la costruzione del significato delle espressioni
linguistiche sia simile al modo in cui costruiamo l’interpretazione delle espressioni matematiche. Se capiamo a cosa
serve il + in matematica, dopo possiamo sommare qualsiasi numero, inoltre anche la matematica ha regole di montaggio
invariabili (la somma si applica a due numeri, nessun numero si può dividere per 0 ecc.)
Tuttavia non è così semplice, la questione è molto più complessa e il modello Ikea in realtà non funziona: “bere” in
teoria richiede un oggetto animato e un liquido, ma le frasi “la mia auto beve troppo” e “Gianni ha bevuto una bottiglia”
(quest’ultima frase è una METONIMIA) hanno comunque perfettamente senso. Il linguaggio naturale non sarà perfetto
e preciso come la matematica, ma forse è questa sua imperfezione la fonte di infinite possibilità espressive e creative
che ci offre.

37. QUANDO IL LINGUAGGIO NON È LETTERALE


ESPRESSIONE COMPOSIZIONALE: il significato di un’espressione complessa si può calcolare “sommando” il
significato delle parole, conformandosi al Principio di Composizionalità.
Una frase come “Maria ha tagliato i ponti con Gianni” non è affatto composizionale, perché significa che la prima ha
interrotto ogni tipo di relazione col secondo, non hanno letteralmente tagliato dei ponti assieme, il significato non è
letterale. Questi tipi di frasi si chiamano ESPRESSIONI IDIOMATICHE.
Sono espressioni che mettono in difficoltà chi cerca di imparare una lingua straniera, così come i phrasal verbs
dell’inglese, come give up (“dare su”) che significa rinunciare, smettere; take off (“prendere via (da)”) ovvero decollare
ecc. e la stessa difficoltà la riscontra il pc, quando usiamo per es. Google traduttore.
Spesso un’espressione idiomatica porta un carico semantico in più che riguarda il coinvolgimento emotivo del parlante
nei confronti di ciò che sta descrivendo. “Oggi sono molto arrabbiato” = “Oggi ho un diavolo per capello”, nonostante
siano piuttosto equivalenti la seconda esprime lo stato d’animo del parlante in maniera più vivida.
Spesso alla base delle espressioni idiomatiche troviamo una metafora: con “tagliare i ponti” si interpretano questi ultimi
come un legame affettivo, che viene tagliato ovvero interrotto.
METAFORA: processo cognitivo che usiamo per pensare e descrivere il mondo a partire dalla nostra esperienza
sensoriale. Una metafora in cui si parla di qualcosa usando verbi che normalmente si riferiscono a qualcos’altro è una
METAFORA CONCETTUALE (perdere/investire/risparmiare tempo).
METONIMIA: Riferirsi a qualcosa attraverso a qualcos’altro: “La Casa Bianca ha smentito la notizia” significa che
l’inquilino della Casa Bianca, ovvero il Presidente degli USA, ha smentito la notizia.
A complicare la questione è il fatto che i significati delle parole possono essere molteplici a seconda di come vengono
usati: pensiamo a buono: buon arrosto (gustoso), buon coltello (che taglia bene), buon pianista (bravo), persona buona
(di animo buono).

38. POSSIAMO FARE COSE CON LE LINGUE


Esistono entità che possono essere create solo attraverso la parola e che, una volta istituite, si può agire di conseguenza,
pensiamo per es. al matrimonio, in cui una persona delegata che pronuncia specifiche parole può unire due persone
dopo aver pronunciato specifiche parole.
Sia nel matrimonio che durante una sentenza di condanna, solo specifiche persone possono creare le entità di cui stiamo
parlando, non possono farlo dei passanti a caso, affinché il “dire” diventi il “fare” occorre che siano rispettati dei
requisiti di “adeguatezza”, ma cosa significa? Davanti a un’affermazione descrittiva è possibile valutarne la verità o
falsità aprendo la finestra, ma ciò non è possibile col matrimonio o una sentenza di condanna: nel momento in cui
vengono pronunciate accadono. Le azioni insomma, incluse quelle del “dire”, non possono essere valutate come vere o
false, ma solo come adeguate o inadeguate, in base alla situazione e a chi le pronuncia. Se però prendiamo in
considerazione gli scambi linguistici normali e quotidiani tramite cui interagiamo, osserviamo che pur non essendo
giudici o preti/sindaci agiamo continuamente tramite il nostro “dire”. Se ci chiedessero il nome non risponderemmo mai
con “non è vero!”, semmai potrebbe sembrare una domanda inadeguata in base al contesto (es. se i due si conoscono
bene). Una domanda è un atto linguistico col fine di ottenere informazioni dall’interlocutore. Anche l‘atto linguistico
dell’ordine non può essere giudicato vero o falso, ma adeguato o meno in relazione ai parlanti.
La dimensione performativa della lingua è ciò che sta dietro al potere persuasivo, e al limite manipolativo, del
linguaggio. Chi usa la lingua è sempre mosso da un’intenzione a “fare”: fare un racconto, una domanda, un ordine ecc.
E questa intenzione è sempre finalizzata a ottenere qualcosa.
Il fare interrogativo è per far produrre all’interlocutore un’informazione, se direttivo è per far si che l’interlocutore
compia una qualche azione, se dichiarativo è finalizzato a istituire uno stato di cose nella realtà, se constativo è
finalizzato a rendere nota una qualche informazione all’interlocutore. Ogni scambio comunicativo è uno scambio di
azioni, per questo stiamo attenti a non far male e a non urtarci nel nostro muoverci: “passami il sale” è meno adatto a
“potresti passarmi il sale?”, alla domanda “esci con me stasera?” eviteremo un “No” secco e preferiremo prenderla alla
lontana dicendo “mia sorella atterra a Linate alle 21”; ma in quest’ultimo caso, come può il nostro interlocutore che
questa frase corrisponde a un no? Se c’è un “fare” di chi parla deve esserci anche un “fare” (essenzialmente cognitivo)
di chi ascolta, che deve capire l’intenzione comunicativa del parlante e agire secondo le aspettative di quest’ultimo.

39. POSSIAMO DIRE LA STESSA COSA IN UN’ALTRA LINGUA?


“L’importanza di chiamarsi Ernesto” di Oscar Wilde è stato tradotto in questo modo in italiano, sacrificando il
significato completo in lingua originale: “The importance of being Earnest” portava il nome a essere pronunciato
richiamando l’aggettivo “Honest” onesto. Mettendo in discussione questa traduzione si è passati a “L’importanza di
essere Onesto”, che può alludere a un nome proprio seppur molto raro, legittimato anche dalla variante Onestino; un
altro tentativo è stato fatto con “L’importanza di essere Franco” con riferimento alla franchezza, che in qualche modo
rievoca l’onesta. In base a quale delle due versioni si scelga, si tratta di un caso in cui tradurre è tradire, perché non sarà
mai possibile una traduzione “totale” che trasli il significato originale in italiano; ciò però non significa che una
traduzione traditrice sia una cattiva traduzione, anzi può migliorare il testo di partenza e trovare in esso una logica non
ancora disvelatasi e che non contraddice nessun aspetto.
Perfino nella Bibbia ci sono problemi causati dalla traduzione, in qualche traduzione italiana del libro del Siralcide, si
consiglia di non frequentare ballerine, che in altre versioni sono cantanti, o una “diva”, una versione del greco che a sua
volta traduce l’originale ebraico suggerisce l’idea di una donna che canta suonando uno psalterio, uno strumento a
corde, in altre ancora una saltatrice ecc. Chi traduce tende a realizzare un maggiore o minore adattamento del testo al
contesto di partenza o arrivo. Tradurre a tutti i costi con “la stessa cosa” non porta sempre alla soluzione più
appropriata, e ciò è dimostrato anche dalle traduzioni che appaiono impossibili da risolvere letteralmente sebbene sia
intuitivamente chiaro il significato del testo di partenza, si pensi ai proverbi stranieri; certe espressioni sono abbastanza
fisse e formate da più parole (chiamate POLIREMATICHE), talmente assestate nell’uso che bisogna tradurle in un
modo che non ammette molte alternative perché parte delle convenzioni della lingua d’arrivo. Se si volesse dire a tutti i
costi la stessa cosa non si potrebbero tradurre moltissimi testi.

40. PERCHÉ GESTICOLIAMO?


Gesti e linguaggio verbale costituiscono un sistema di comunicazione integrato, esistono anche movimenti senza
funzioni comunicative, in qualche misura inconsapevoli o automatici. Gli studiosi sono concordi nel sostenere che la
comunicazione linguistica si è sempre accompagnata ai gesti: alcune teorie sostengono che il loro uso abbia preceduto
le parole, altre che i significati di entrambi si siano sviluppati parallelamente.
Come producono significati i gesti? Un primo tipo è quello che mima il significato da esprimere, come il gesto del bere,
sono i GESTI ICONICI e trasmettono contenuti facilmente identificabili, sono gesti utilizzabili autonomamente dalle
parole perché comprensibili anche in isolamento. Lo stesso accade per i gesti immediatamente traducibili in parole,
come quelli della mano per ok o vittoria.
Altri gesti vengono usati assieme alle parole ed esprimono come il messaggio deve essere inteso piuttosto che il
contenuto: affermare “domani vado al cinema” alzando le spalle, le sopracciglia e piegando leggermente in basso gli
angoli della bocca indica una possibilità. Significati simili si sono fissati negli emoticons.
Esistono infine gesti che hanno lo scopo di accompagnare l’andamento del discorso parlato con una funzione simile a
quella dell’intonazione: ritmo, melodia, volume. Possiamo per es. segmentare il discorso in porzioni di volta in volta
messe in rilievo o in secondo piano, nel primo caso possiamo scandire i punti decisivi del discorso tramite movimenti
ripetuti di una o entrambe le mani dall’alto verso il basso, nel secondo possiamo ruotare la mano aperta con il palmo
verso l’alto o l’interno per segnalare che ciò che stiamo dicendo è un’approssimazione e non è importante, producendo
un significato parafrasabile in “per così dire”, “e cose del genere”.
Un’altra funzione è quella di attirare l’attenzione dell’interlocutore su elementi della situazione rilevanti per la
comunicazione, come puntare il dito indice, usato anche per richiamare l’attenzione degli interlocutori su un’idea o un
concetto del discorso. È possibile produrre anche combinazioni, per esempio unendo “ok” e “bere” possiamo intendere
che da adesso si può bere o che ciò che c’è da bere è buono.
Sebbene tutti comunichino attraverso i gesti, esistono comunità con repertori molto più ricchi, come l’area mediterranea
e in particolare campana, che li ha diffusi anche attraverso il teatro e il cinema.
I gesti variano, così come i sistemi di comunicazione: il gesto della mano chiusa a pugno con indice e mignolo tesi in
fuori viene interpretato come gesto delle corna, dal significato molto offensivo, mentre nel nord Europa indica “buona
fortuna”. Fatto sta che i gesti ormai sono naturali per tutti, tant’è che non farlo darebbe un immediato effetto di
artificialità, simil-robot, anche in presenza di un parlato fluente.

41. QUANTI MODI CI SONO PER SCRIVERE LE LINGUE?


Il messaggio scritto non è necessariamente verbale, basti pensare ai numeri, che si possono leggere in qualsiasi lingua,
la scrittura non è una semplice trascrizione della lingua.
PENSIERO: la facoltà di elaborare rappresentazioni mentali
LINGUAGGIO: capacità di fissare il pensiero in simboli materiali, lingua e scrittura sono forme del linguaggio,
rispettivamente vocale-uditiva (verbale) e manuale-visiva (grafica e plastica)
SCRITTURA: sistema di segni manuali, grafici e plastici, capace di codificare non solo la lingua ma anche
direttamente il pensiero, ne esistono di 3 tipi: pittografica, ideografica e fonetica
SCRITTURA PITTOGRAFICA: codifica il pensiero mediante il disegno, sia figurativo che astratto, come i segni
ritmici astratti e le pitture rupestri. Il testo non segue un andamento lineare ma esploso, che permette di avere più
significati assieme (non posso dire cane e gatto contemporaneamente, ma se li disegni li vedo assieme simultaneamente)
SCRITTURA IDEOGRAFICA: codifica un significato o una parola (in quest’ultimo caso è “logografica”), sembra
uno sviluppo della pittografia in cui un disegno, rappresentante un concetto, si aggancia alla lingua verbale
specializzandosi nella rappresentazione del significato di una parola, indipendentemente dalla lingua (ideogramma), o di
una lingua specifica (logogramma). Per es. il sole come pittogramma rappresenta il concetto di sole o calore in base al
contesto, come ideogramma rappresenta il significato di “sole”, come logogramma rappresenta la parola “sole”. I
numeri sono ideogrammi. La scrittura cinese è in parte ideografica, la cuneiforme, geroglifica egiziana e maya sono
logografiche
SCRITTURA FONETICA: codifica il significante, cioè i suoni di una data lingua, è uno sviluppo delle scritture
logografiche: il logogramma, che rappresenta il significato di una certa parola, può rappresentarne il significante e poi
essere impiegato, come nei rebus, per rappresentare il significato di una parola con significante simile. Le scritture
fonetiche si possono suddividere in due tipi a loro volta: scritture sillabiche (che trascrivono sillabe) e alfabetiche.
L’introduzione dei sistemi logografici e fonetici segna il passaggio della scrittura da sistema autonomo a sistema vicario
della lingua, da sistema di rappresentazione del pensiero a mero sistema di trascrizione della lingua. L’evoluzione
storica della scrittura è connessa alle tecniche e ai materiali. Nel Paleolitico abbiamo segni e figure incisi su pietra e
osso e tracciati con ocra e pigmenti (le scritture del periodo vanno dall’astratto al concreto), al Mesolitico una forma di
scrittura tessile, figurativa (immagini tessute), col Neolitico appaiono scritture logografiche e fonetiche appartenenti alle
civiltà agricole (tali scritture vanno dal concreto all’astratto).

42. CINQUE COSE DA SAPERE SULLA LINGUA CHE PARLIAMO OGNI GIORNO
1) Da un recente sondaggio radiofonico è emerso che gli italiani sono più preoccupati del deterioramento della lingua
che da quello del paesaggio, tutti temono per le sorti del congiuntivo, anche se spesso sbagliarlo espone a una grave
sanzione (si pensi ai personaggi pubblici che lo sbagliano o usano al suo posto il condizionale), e la sostituzione con
l’indicativo nelle altre frasi subordinate è bollata come mancanza di stile, tuttavia ne è tollerato l’aggiramento tramite la
semplificazione del periodo (lo dico perché tu lo sappia  …per fartelo sapere) o la sua manipolazione (chi sa, parli 
lo sai? Parla).

2) L’altro (presunto) errore è l’uso di “a me mi”, bandito come “ridondanza pronominale” o “pleonasmo”, fenomeno
presentato come esempio di “frase segmentata con spostamento a sinistra e ripresa pronominale”: da “mi piace” a “a me
mi piace”, da “ho già parlato del congiuntivo” a “del congiuntivo ne ho già parlato”. La ripetizione del pronome è in
realtà funzionale a sottolineare il centro di interesse della frase, non va bandito totalmente bensì spiegato e tollerato nei
contesti appropriati, come nel parlato informale. Nei romanzi ogni tanto troviamo dialoghi informali in cui si usa, e
addirittura in spagnolo è diventato una regola (a mi me gusta).
3) SNOBISMO: innovazione venuta “dall’alto”, congiunzione “piuttosto che” usata con valore disgiuntivo inclusivo
(l’uno o l’altro) anziché esclusivo, che in alcuni contesti può essere ripetuto per esprimere più alternative. È quindi
usato diversamente da come vuole la norma.

4) Ultimamente si è riaccesa la polemica sulla femminilizzazione dei nomi delle cariche, tipicamente ricoperte dagli
uomini fino al secolo scorso, e delle professioni. Nonostante siano perfettamente grammaticali però a molti “suonano
male”, tali resistenze sono legate a stereotipi culturali introiettato dalle donne stesse, che spesso rifiutano le forme al
femminile per timore di autodiscriminarsi o di vedere diminuito il proprio prestigio. La questione è comune a tutte le
lingue che distinguono forme maschili e femminili nei nomi di persona. In italiano poi assume connotati particolari sia
per il nostro conservatorismo culturale sia per le ricadute che l’uso di un linguaggio non discriminatorio ha sulla
comunicazione. L’uso “politicamente corretto” delle forme con sdoppiamento integrale o parziale (colleghe e colleghi,
colleghi/e o collegh*) si estende ad articoli, aggettivi, participi e pronomi creando un effetto di appesantimento e
“burocratese”. Tali scelte inoltre, poiché percepito come ideologicamente connotate, possono diventare bersaglio di hate
speech.

5) Nell’ultimo decennio c’è stata una crescita significativa di anglismi che ha preoccupato linguisti e parlanti, sia perché
sono sempre meno prestiti “di necessità” e sempre più “di lusso”; cioè più prestigiose rispetto a parole italiane esistenti
(leader per capo, web per rete).

43. 10 OPERE CHE IN LINGUISTA DEVE LEGGERE


1) In Italia conosciamo il Cours de linguistique générale di Saussure, la cui unica pecca si trova nella sintassi (per la
quale bisogna aspettare soprattutto Chomsky), a Saussure si debbono alcune dicotomie che tutt’ora illuminano il
cammino di tutti i linguisti: Langue e parole, sincronia e diacronia, significante e significato, sintagmatico e
paradigmatico, le fondamenta della descrizione di tutte le lingue.
2) Grundzüge der Phonologie (Fondamenti di fonologia) di Trubeckoj, i suoi principi sono operativi: insegnano a
studiare il sistema fonologico di una lingua, insegnano a “fare” non solo fonologia ma anche linguistica.
3) È difficile scegliere tra Bloomfield e Sapir (entrambi hanno scritto un testo con lo stesso nome: “Language”), sono
le due facce alla base della linguistica contemporanea statunitense, il primo è tecnico, opera strettamente all’interno del
dominio della linguistica, ha chiarito nozioni chiave per tutta la linguistica a venire (come morfema, testa ecc.), il
secondo è più aperto a fatti antropologici, a considerazioni tipologiche e culturali. Sono entrambi alla base di un
dibattito universale che non si è mai spento: il linguaggio umano è correlato o no a fatti sociali e culturali?
4) Jakobson scrisse “Il farsi e il disfarsi del linguaggio: linguaggio infantile e afasia”, in cui dimostra legami
sorprendenti tra acquisizione della lingua, perdita del linguaggio e strutture fonologiche delle lingue del mondo. A lui si
deve anche la teoria binaristica dei sistemi fonologici, secondo cui la definizione di un suono avviene per scelte del tipo
sì/no (nasale/non nasale, sonoro/non sonoro)
5) Chomsky scrisse sia “Le strutture della sintassi” che “Aspetti della teoria della sintassi”, due opere ugualmente
fondamentali che inaugurano un nuovo paradigma: quello della “linguistica generativo-trasformazionale”. Da qui inizia
una rifondazione degli studi di sintassi. Nel primo testo dimostra che le lingue SN non sono “a stati finiti” e gli elementi
di una frase non intrattengono sempre rapporti di dipendenza statistica con gli elementi immediatamente precedenti o
seguenti (vicinanza lineare non equivale a vicinanza strutturale). Le prime regole “generative” della sintassi, saranno
perfezionate in “Aspetti…” con l’importante differenza tra regole di base (l’ossatura categoriale della frase come
sintagma nominale e verbale), e trasformazioni di strutture sintattiche (passare da una frase attiva alla corrispondente
interrogativa).
6) William Labov scrisse “La motivazione sociale di un mutamento fonetico”, alla base di tutta la sua
sociolinguistica vi è una scoperta molto semplice: quando vi sono modi diversi di dire la stessa cosa questa differenza
può avere un significato “sociale”.
7) Greenberg, con l’articolo “Alcuni universali della grammatica con particolare riferimento all’ordine degli
elementi significativi” apre la strada agli studi sugli universali e sulla tipologia. Molto criticato dalla linguistica
chomskiana, ha comunque avuto un ruolo fondamentale e innovativo per l’identificazione degli universali morfologici e
sintattici (in particolare relativamente all’ordine di soggetto, verbo e oggetto nella frase indipendente dichiarativa nelle
varie lingue).
8) Jackendoff scrisse “Semantica e cognizione”, in cui propone di legare lo studio della semantica alla teoria della
cognizione concludendo che studiare la semantica significa in ultima analisi studiare la struttura del pensiero. Ne risulta
un quadro formale, plausibile dal punto di vista psicologico, entro cui lo studio del significato nel linguaggio naturale
porta necessariamente allo studio della categorizzazione e dunque alla struttura dei concetti.
9) Aronoff scrisse una pietra miliare per la morfologia, “La formazione delle parole in grammatica generativa”, con
cui ha unificato un campo di studi cui non veniva riconosciuta autonomia, spesso suddiviso tra fonologia
(morfofonologia) e sintassi (morfosintassi), dimostrando come essa sia un componente unitario della grammatica a pari
dignità di fonologia, sintassi e semantica. Ha introdotto la nozione di regola morfologica e ha ridefinito la nozione di
“testa morfologica”.
10) Hermann Paul infine scrisse “Principi di linguistica storica”. Nel corso del tempo si sono succeduti 3
fondamentali paradigmi della linguistica: la linguistica neogrammatica, lo strutturalismo e la grammatica generativa. Se
individuassimo 3 lavori rappresentativi di queste 3 correnti si potrebbero azzardare 3 nomi: Herman Paul, Ferdinand de
Saussure e Noam Chomsky. Mentre di 2 abbiamo già parlato, Paul centrò le sue ricerche sulla linguistica indoeuropea,
il suo approccio fu essenzialmente diacronico. I suoi lavori hanno costituito il canone della scuola neogrammatica.

44. A CHE COSA SERVE LA LINGUISTICA?


Ted Kaczynski, un terrorista americano noto come Unabomber, per 17 anni dal 1978 al 1995 inviò pacchi bomba a
obiettivi legati all’industria della tecnologia, uccidendo 3 persone e ferendone 23, nel 1995 spedì a vari quotidiani un
testo di più di 50 pagine dal titolo “Industrial Society and its Future” e promise di porre fine ai suoi crimini se almeno
uno di questi quotidiani lo avesse pubblicato, cosa che la rivista Penthouse fece con l’autorizzazione del Dipartimento
di Giustizia, che sperava che qualcuno potesse così riconoscerne l’autore.
Prima di ciò si sapevano poche cose di lui: si muoveva nell’area di Chicago e aveva legami con Salt Lake City e San
Francisco. Quando il manifesto venne pubblicato suo fratello, David, iniziò a sospettare che potesse celarsi suo fratello:
lo intuì da alcune frasi e giri di parole, sapeva che era stato, dal 67 al 69, assistant professor di matematica a Berkeley,
incarico dal quale si era dimesso inspiegabilmente e improvvisamente. Fu però Donald Foster, professore di linguistica
e letteratura inglese al Vassar College (NY) a dare la svolta decisiva alle indagini utilizzando metodi che oggi
definiremmo “stilistica computazionale”, con cui dimostrò la paternità shakespeariana di alcune opere controverse. La
difesa di Ted ingaggiò Foster come consulente perché dimostrasse allo stesso modo che non era lui l’autore,
confrontandolo con altri pamphlet politici sicuramente scritti da Kaczynski negli anni 60 e 70, ma abbandonò l’incarico
perché le sue analisi mostravano incontrovertibilmente che il manifesto era stato scritto proprio da lui, per via delle
numerose peculiarità linguistiche e stilistiche che ricorrevano con frequenza nei suoi scritti e non in altri analoghi di
altri autori dello stesso periodo.
Il modo in cui parliamo e scriviamo dice molto, anche involontariamente, su noi stessi: dove siamo nati e cresciuti, i
testi che ci hanno influenzati, il nostro gruppo sociale o classe di età, le nostre idee o valori: è una specie di impronta
digitale. Attribuire un testo a un autore è solo una delle tante applicazioni che la linguistica, e in particolare la
linguistica computazionale, può avere, questa in particolare presuppone le riflessioni di tipo qualitativo dei linguisti
“puri” relative ai vari livelli di analisi e costruisce dei modelli che possono essere “interpretati” da una macchina,
operando con discipline come la statistica, l’intelligenza artificiale, la robotica, l’ingegneria informatica.
Prendiamo per es. i programmi di sintesi vocale: per ottenere un buon programma che riproduca la voce umana in modo
naturale è necessario un lavoro congiunto tra linguisti, che si occupano di fornire i modelli descrittivi dei suoni e
dell’intonazione, e informatici che “traducono” questi modelli in regole e algoritmi. La telefonia e a domotica fanno un
ampio uso di sistemi di riconoscimento vocale, anche il loro sviluppo richiede l’essenziale intervento del linguista.
Si vedrà un miglioramento sensibile, secondo Apple, Microsoft e Baidu, solo quando avremo a disposizione una mole
enorme di dati (molti terabyte) per tutte le lingue di ampia comunicazione, perché i sistemi di riconoscimento vocale
imparino con l’esperienza attraverso le cosiddette reti neurali. La raccolta di dati, le procedure di campionatura dei
parlanti, la selezione dei dialetti e delle varietà regionali sono pane quotidiano del lavoro dei linguisti, che sono quindi
sempre più richiesti in questo tipo di imprese tecnologiche. Tra le discipline umanistiche dunque, la linguistica è quella
che più di tutte può essere utilizzata per risolvere problemi reali e per migliorare la qualità della vita.

ALFABETO FONETICO:
ɲ (nasale palatale)= gn di “agnello”

ŋ (nasale velare)= n di “angolo”, “àncora/ancòra”


z (fricativa alveolare)= z es. del suono dell’ape

ʃ (fricativa palato-alveolare)= sc/sh di “fascio”, “fashion”

j (semiconsonante palatale)= i di “sfIorire” (nei dittonghi)

ʒ (fricativa palato-alveolare)= g di “Jean”

ʧ (affricata palato-alveolare)= c di “Ciao”, “cacCia”

ʤ (affricata palato-alveolare)= g di “Gioco”

ʎ (laterale palatale)= gl di “aglio”

Rapporto semantico TRA e FRA= sinonimia

FRASE DICHIARATIVA ASSERTIVA= trasmette informazioni, opinioni, credenze e fatti, dichiarano o asseriscono
qualcosa. I principali parametri di correlazione sono la presenza di preposizioni o posposizioni, la struttura del sintagma
nominale (la posizione reciproca di nome e modificatori), la posizione degli ausiliari, della negazione degli avverbi
rispetto al verbo, la posizione della congiunzione subordinante rispetto alla frase subordinata, la collocazione dei
pronomi interrogativi e la struttura delle costruzioni comparative. In base alla loro combinazione si possono trovare 2
tipi di riferimento:

- VO: preposizioni, nome-genitivo/aggettivo/dimostrativo/numerale, congiunzione-frase subordinata ecc.


- OV: posposizioni, genitivo/aggettivo/dimostrativo/numerale/frase relativa-nome, verbo principale-ausiliare
ecc.

SINTAGMA ADPOSIZIONALE: è introdotto da una preposizione: la adposizione quindi è a sinistra dei complementi
(c’è però un grosso disaccordo tra gli studiosi sul fatto che una adposizione possa essere testa; per semplificare diamo
per scontato che le proposizioni e le posposizioni siano testa).

Fonemi: le lettere
Morfemi: la combinazione di fonemi con un certo significato (Gatt: felino domestico)
Fono: i suoni del linguaggio raggruppati nell’IPA