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“LINGUE D’EUROPA” – BANFI, GRANDI

[ !!! ] La protolingua o lingua ricostruita è la ricostruzione della lingua originaria di un gruppo di lingue, un


ramo o una famiglia linguistica, sulla base di radici comuni che non costituiscano innovazioni o prestiti.

I – LE COORDINATE STORICHE DEL PROCESSO DI FORMAZIONE DEL QUADRO


LINGUISTICO EUROPEO

1 - Lo spazio euro-asiatico e la definizione dei confini dell’Europa

L’Europa: parte più occidentale dello spazio geografico dell’Eurasia; per individuare le linee di separazione
interne a questo spazio si deve ricorrere a considerazioni di ordine socioculturale e storico-politico.
Nell’attuale dibattito sull’Europa sono punti di discussione l’ex Unione Sovietica e l’odierna Russia, oggi
interpretate come periferie d’Europa e distinte dall’Asia, e la Turchia, a cavallo tra Europa e Asia. Per
Braudel (1985), le frontiere dell’Europa dovrebbero coincidere con quelle della diffusione del cristianesimo
dopo la scissione tra Impero Romano d’Oriente e d’Occidente (476). La frattura tra Occidente e Oriente
ripercorre la separazione tra mondo greco-bizantino, latino-romano e romano-germanico, che vede
contrapporsi due forme di scrittura, l’alfabeto latino e gli alfabeti cirillici.
L’analisi di una carta geolinguistica dell’Europa rileva tre dati fondamentali:
1. la frammentazione linguistica del continente; si parlano più di 60 lingue statutarie (riconosciute
dalle Costituzioni dei singoli Stati) + quelle non statutarie;
2. l’omogeneità del quadro europeo: nella maggioranza dei casi le lingue europee appartengono alla
famiglia linguistica indoeuropea e solo in misura ridotta a lingue non indoeuropee, come ad esempio
il basco, le lingue uraliche o ugro finniche (ungherese, finnico, lappone), il maltese, il turco di
Turchia, il calmucco;
3. il quadro linguistico europeo risultava ben definito alla fine del I millennio, quando si erano
concluse le ondate migratorie;

2 – Il processo di indo europeizzazione dell’Europa

Il quadro linguistico dell’Europa comprende una forte presenza delle lingue della famiglia linguistica
indoeuropea. A questa famiglia appartengono sia gruppi linguistici ben individuati (lingue germaniche,
celtiche, italiche, balto-slave) sia lingue isolate (greco, albanese, armeno).
La nascita della linguistica comparata indoeuropea avviene nel 1816 con la pubblicazione del saggio di Franz
Bopp dedicato al confronto dei sistemi morfologici del sanscrito, del greco, del latino, del persiano e delle
lingue germaniche.
Negli ultimi anni un punto di riferimento è il progetto di ricerca internazionale Eurotyps.

Vi sono tre principali teorie che illustrano il processo di formazione del quadro linguistico europeo:
1. La teoria tradizionale che colloca il primo processo di indo europeizzazione dell’area europea tra il
V-VI millennio a.C., quando, nell’età del bronzo, le popolazioni provenienti dalle steppe centro-
asiatiche sarebbero migrate verso occidente;
2. La teoria della dispersione neolitica indoeuropea tende a mostrare che non sono stati guerrieri-
invasori provenienti dalle zone centro-asiatiche, ma gruppi di medio-orientali dediti all’agricoltura
che si spostarono in Europa durante l’età del rame e del bronzo, diffondendo tecniche agricole,
cultura e lingua;
3. La teoria della continuità uralica è elaborata da studiosi dell’area ugro finnica e samoieda e dice
che le genti uraliche e samoiede avrebbero occupato nel paleolitico l’Europa medio-orientale e si
sarebbero poi spostate; sarebbero quindi stanziate in Europa dall’antichità;

3 – La distribuzione dei gruppi linguistici indoeuropei in Europa

Lo spazio linguistico indoeuropeo è suddiviso in 8 principali gruppi linguistici, alcuni estinti:


1. lingue anatoliche
2. lingue tocarie
3. lingue celtiche
4. lingue italiche
5. lingue germaniche
6. lingue baltiche
7. lingue slave
8. lingue indo-iraniche

A questi vanno aggiunte 3 lingue isolate: neogreco, albanese, armeno [che sono l’ultima fase evolutiva del
greco, dell’illirico (albanese) e dell’armeno classico (considerato lingua non europea)]. Queste lingue sono
isolate perché le loro lingue-madri non hanno generato altre lingue.

Le lingue anatoliche erano diffuse in Anatolia (oggi Turchia asiatica), le lingue tocarie, distinte in tocario
A e tocario B, erano parlate nel Turkestan cinese: entrambi i gruppi sono oggi estinti.

Le lingue celtiche nel I millennio a.C. erano parlate nelle attuali Francia, Germania meridionale, Austria, nel
bacino del Danubio e nelle isole Britanniche. Si riconoscono due rami principali:
- il celtico continentale: comprende gallico, celtiberico, lepontico, galatico, lingue oggi estinte;
- il celtico insulare: comprende irlandese, scozzese, mannese, gallese, cornico e bretone.
All’interno si distingue ulteriormente tra gruppo gaelico e lingue del gruppo britannico. Delle
quattro lingue celtiche che continuano ad essere parlate (irlandese, gallese, bretone, scozzese) solo
l’irlandese è lingua nazionale mentre le altre sono marginali;

Le lingue italiche sono le lingue indoeuropee nell’Italia antica; le più importanti furono il latino, l’osco-
umbro, il venetico, il retico, il messapico. Soltanto il latino ha continuato nel tempo dando origine alle lingue
romanze o neolatine. Il latino divenne la lingua della cultura e delle istituzioni di Roma e, dal I secolo d.C.,
fu lingua dell’evangelizzazione cristiana nell’Occidente europeo.

Le lingue romanze sono divise in lingue statutarie e non statutarie: le lingue romanze statutarie sono il
portoghese, il gallego, il castigliano, il catalano, il francese, l’italiano, il romeno; le lingue romanze non
statutarie sono, nella penisola iberica, l’asturiano e l’aragonese, in Francia il provenzale e il franco-
provenzale, in Italia il sardo e il friulano, in Svizzera il romancio, e infine il ladino-dolomitico. Tra le lingue
romanze estinte vanno annoverate il dalmatico e il mozarabico (varietà di arabo + spagnolo).

Le lingue germaniche si dividono in 3 sottogruppi:


1. orientale: oggi estinto, vi appartenevano il gotico, il vandalo e il burgundo settentrionale,
comprende il danese, lo svedese, il norvegese, l’islandese;
2. occidentale: comprende il tedesco e l’inglese. Il tedesco si divide in alto tedesco (bavarese,
alemannico, tirolese, yiddish) e basso tedesco (dialetti settentrionali della Germania, olandese,
fiammingo…). L’inglese ha una storia complessa: l’antico inglese o anglosassone è stato influenzato
dal danese e dall’antico francese. A partire dal XIV secolo si è formata una varietà modellata sul
dialetto di Londra che si è imposta su tutta l’isola; le fortune dell’Inghilterra coloniale hanno poi
determinato l’inglese come lingua diffusa a livello mondiale;

Le lingue baltiche comprendono il lituano e il lettone; dipendenti da un sistema linguistico che ha molti
tratti in comune con il protoslavo, le lingue baltiche hanno un’attestazione recente. Tra le lingue baltiche
estinte la più importante è il prussiano.

Le lingue slave si rifanno al sistema linguistico protoslavo, e alla base di tutte vi è l’antico bulgaro o antico
slavo ecclesiastico, lingua inventata come strumento per l’evangelizzazione nella seconda metà del IX secolo
d.C. Il sottogruppo dello slavo occidentale comprende il polacco, il ceco e lo slovacco;
il sottogruppo dello slavo orientale comprende il russo, il bielorusso e l’ucraino;
il sottogruppo dello slavo meridionale comprende lo sloveno, il serbo, il croato, il bulgaro e il macedone. Lo
sloveno è ufficialmente riconosciuto nelle province di Trieste e Gorizia in Italia.

Le lingue indo-iraniche si articolano in tre sottogruppi:


1. le lingue dell’India centro-settentrionale: hindi, urdu, bengali, nepali, sinhala, che discendono tutte
dal sanscrito;
2. le lingue iraniche, circa 40, tra cui il persiano, il beluci, il pasto, il curdo e il tagico;
3. le lingue nuristane, piccolo gruppo di lingue parlate in Pakistan;

Le uniche lingue indo-iraniche parlate in Europa sono le varietà utilizzate dalle comunità degli zingari, che
però risentono delle influenze delle lingue con cui vengono in contatto.

Il neogreco differisce dall’antica koinè ellenistico-romana; le prime attestazioni di un dialetto greco (il
miceneo) risale al 1500 a.C. Il greco è la lingua ufficiale della Grecia ed è anche parlato nella comunità
grecofona di Costantinopoli e in alcune regioni del Sud Italia.

L’albanese è l’erede della tradizione linguistica illirico-balcanica ed è parlato in Albania, in alcune zone
della Macedonia, del Montenegro e della Grecia. Esso comprende due varietà dialettali: il dialetto tosco,
diffuso nell’Albania meridionale, e il dialetto ghego, parlato nell’Albania settentrionale.

4 – Il ruolo del greco e del latino nella “modellizzazione” culturale e linguistica dell’Europa

Il greco e il latino hanno avuto la funzione di trasmissione del patrimonio culturale nell’Europa medievale e
moderna e di “modellizzazione” delle strutture linguistiche. L’espansione romana nel continente europeo e la
diffusione del latino va collocata tra la fine del III secolo a.C. e l’inizio del II secolo d.C.
Questa koinè greco-romana fu infranta tra il VI e VII secolo quando con l’imperatore bizantino Michele VIII
venne inventato un nuovo alfabeto (glagolitico) e crearono una lingua basata sul dialetto slavo-macedone e
greco-bizantino, il paleo-slavo.
Si ebbero così in Europa, a partire dal X secolo, tre grandi lingue: il latino, il greco, il paleo-slavo.

L’opposizione tra Roma e Costantinopoli, tra la Chiesa d’Occidente e quella d’Oriente e la definitiva frattura
nel 1054 determinò la diminuzione del ruolo del greco in Occidente, a vantaggio del latino che funzionò
come lingua ecclesiastica, amministrativa e di insegnamento per molti secoli fino al XX secolo quando il
Concilio Vaticano II decretò la sostituzione del latino con i volgari.

5 – Le prime testimonianze dei gruppi linguistici romanzo, germanico e slavo in età medievale

Il Concilio di Tours dell’813 sancì il permesso della predicazione nei singoli volgari, romanzi e germanici;
nell’842 nei Giuramenti di Strasburgo, stipulati tra Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo, i due sovrani
prestarono giuramento in proto-francese e in alto-tedesco antico.
Il primo esempio di lingua letteraria romanza si ebbe nel XIII secolo con le Chansons de geste di Chretien de
Troyes e, successivamente, col Cantar de mio Cid e con Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni
Boccaccio.

6 – La posizione dell’arabo, lingua di adstrato nell’Europa medievale

Nel 634 iniziò l’espansione territoriale degli arabi dalla penisola arabica verso Oriente e Occidente:
arrivarono in Persia, Egitto, costa mediterranea, Marocco e quasi tutta la penisola iberica e giunsero fino alla
Provenza dove furono sconfitti. Tra l’827 e l’878 si svolse il processo di conquista araba della Sicilia. I
sovrani cristiani della Spagna e del Portogallo organizzarono spedizioni militari finalizzate a liberare le
regioni iberiche (Reconquista).
Il dominio arabo comportò un processo di islamizzazione e di diffusione della lingua araba. Nell’Oriente
bizantino l’arabo fece retrocedere il greco mentre nell’Occidente latino l’arabo interagì con i sistemi
romanzi.
Nella Spagna arabizzata nacquero comunità multiculturali; tra queste vi furono i mozarabes, popolazione
ibero-romanza che rimase cristiana. Tramite il mozarabico molti elementi arabi sono passati nelle lingue
romanze e in altre lingue europee, ad es. alcade (giudice), azucar (zucchero).

7 – La posizione delle lingue uraliche in Europa


Le lingue uraliche sono distribuite in un territorio che va dalle regioni settentrionali della Norvegia fino alla
Siberia, ma la presenza dei parlanti non è uniforme poiché si limita all’Ungheria, alla Finlandia, ad alcuni
territori della Russia europea e ad alcune colonie samoiede in Siberia.
Le lingue uraliche si dividono in lingue ugro-finniche (tra cui ungherese, finnico, estone, lappone) e lingue
samoiede (tra cui yurak, ostiaco…).

L’ungherese è la lingua ugro-finnica più parlata e più antica: il primo testo ungherese è un sermone del XIII
secolo.
Il finnico possiede una tradizione scritta risalente al XVI secolo.
L’estone è più antico rispetto al finnico; alcune parole compaiono già in un documento del 1220.
Il lappone si distingue in due varietà: il lappone occidentale, diffuso in Norvegia e Svezia, e il lappone
orientale, diffuso nella regione finlandese di Enare e nelle regioni russe di Koltta e Kola.

Le lingue samoiede sono parlate da poche decine di migliaia di persone tra Europa e Asia; per quanto
riguarda le lingue uraliche un ruolo significativo lo ha avuto soltanto la componente ungherese.

8 – La posizione delle lingue turche in Europa

La famiglia delle lingue turche comprende circa 30 sistemi linguistici distribuiti in una vasta area che va
dall’Europa orientale e balcanica all’Asia centrale: la più nota è il turco di Turchia, mentre la seconda lingua
turca è l’usbeco, parlato in Uzbekistan. La vasta distribuzione territoriale si spiega col nomadismo delle
antiche popolazioni turche che si spostavano verso l’Europa.

Il ramo occidentale delle lingue turche comprende il ciuvascio, il tataro (tataro di Kazan e tataro di Crimea),
il baschiro e altre varietà minori.
Il ramo meridionale delle lingue turche comprende il turco di Turchia, l’azeri, il gagauso e il turkmeno.
Il turco di Turchia o turco ottomano è la lingua ufficiale della repubblica di Turchia e della parte turcofona
dell’Isola di Cipro.

II – I GRANDI MOTORI NEI PROCESSI DI FORMAZIONE DELLE MODERNE LINGUE


EUROPEE

Nel X secolo in Europa erano utilizzate due grandi lingue: il latino medievale e il greco-bizantino medievale;
nel contempo andava diffondendosi lo slavo ecclesiastico antico.
L’Europa linguistica medievale era governata dalle due grandi forze, la matrice romano-germanica e quella
greco-bizantina che dividevano l’area in due nuclei culturali, l’Occidente europeo e l’Oriente europeo.
L’Occidente ebbe un notevole sviluppo socio-economico e portò il papato ad avere un ruolo guida per la
cristianità; l’Oriente ebbe una profonda crisi delle strutture imperiali bizantine e lo scisma delle due Chiese
del 1054 provocò l’isolamento dell’Oriente, che si andava configurando come uno spazio fortemente
turchizzato e in parte islamizzato.
In seguito, in Occidente i volgari vennero utilizzati in sempre maggiori ambiti comunicativi mentre in area
balcanica il turco divenne dal XV secolo la lingua ufficiale e amministrativa.
Nella contesa tra le lingue per il primato di comunicazione internazionale, il XX secolo ha visto la
regressione del francese rispetto all’inglese. Attualmente il tedesco è la lingua maggiormente parlata
all’interno dell’Unione europea, davanti all’inglese e al francese, all’italiano, allo spagnolo, all’olandese, al
greco e al portoghese; nel mondo risulta invece dominante l’inglese, seguito dal francese, dallo spagnolo e
dal tedesco.

III – PROFILO COMPARATO DELLE MODERNE LINGUE D’EUROPA

1 – Problemi storico-linguistici: divergenze e convergenze

Le lingue europee adottano alfabeti differenti: l’alfabeto latino, cirillico e greco. I sistemi di scrittura
alfabetici non coprono l’intera gamma delle possibili forme di scrittura.
L’affermarsi della fonografia, circa nel I millennio a.C., costituisce una svolta: nei sistemi logografici
precedenti (es. geroglifici egizi) veniva raffigurato il significato del segno mentre nei sistemi fonografici si
riproduce il significante. Il cinese, però, si serve tuttora di un sistema logografico.

Tra i tre alfabeti oggi in uso sul suolo europeo, il più antico è quello greco che aveva una fisionomia simile a
quello attuale già nel XI secolo a.C. L’alfabeto fu inizialmente introdotto dai fenici in Grecia e
successivamente i greci apportarono alcuni cambiamenti come l’introduzione delle vocali.
L’alfabeto cirillico è una derivazione dell’alfabeto glagolitico utilizzato dai fratelli Cirillo e Metodio.

Un’altra innovazione fu l’introduzione dell’articolo, determinativo e indeterminativo, che portò alla perdita
della declinazione nominale. Nel mondo antico l’articolo costituiva una strategia piuttosto insolita ma, dato
che una lingua cambia non solo nel tempo e nello spazio ma anche all’interno della comunità che la adotta,
non è detto che un uso, come l’articolo, non registrato dalla scrittura sia assente dal repertorio della lingua.
Nel miceneo del XIV-XIII-XII secolo a.C. non è attestato l’articolo, nei successivi poemi omerici del VIII
secolo a.C. invece l’articolo ha uso stabile; la prima occorrenza certa di un articolo definito (la) appare nella
parodia della Lex Salica (751-768) ma si potrebbe supporre che l’articolo abbia compiuto i passi decisivi
verso una sistemazione già tra IV e VI secolo a.C.
L’articolo si forma in tre fasi: la prima è la trasformazione del dimostrativo, che diviene la marca
obbligatoria della definitezza estendendosi anche ai nomi; la seconda fase vede l’alternanza del valore
definito al valore non definito specifico; la terza fase, infine, consiste nel fatto che l’articolo accompagna il
nome in tutte le occorrenze e quindi non è più in grado di esprimere definitezza o specificità.

Un fenomeno della morfologia nominale è la progressiva semplificazione della declinazione nominale.


Secondo Watkins, 1997, il nome indoeuropeo era flesso per il numero, il caso e, negli aggettivi, per il genere.
Il singolare distingueva almeno otto, forse nove, casi. Questo inventario desinenziale si ritrova parzialmente
nelle lingue indoeuropee antiche, dove le suddivisioni degli elementi in base al loro segmento finale
determinarono le declinazioni.
In area romanza la declinazione nominale latina è azzerata e si conserva solo la distinzione tra singolare e
plurale, mentre in romeno si conserva, a causa del proprio carattere balcanico, la distinzione tra nominativo-
accusativo e genitivo-dativo.

La scomparsa delle desinenze comportò l’adozione di una strategia linguistica che permettesse di veicolare le
relazioni sintattiche all’interno delle frasi: l’ordine dei costituenti, prima libero, si stabilizzò e si fissò in
sequenze predefinite (ad es. in latino SVO=Soggetto Verbo Oggetto).

Nella morfologia verbale, in tutte le principali lingue indoeuropee si è verificata una ristrutturazione del
sistema delle coniugazioni verbali e l’emergere di modi e tempi nuovi come il condizionale o numerose
costruzioni linguistiche note col nome di forme perifrastiche (futuro, condizionale, perfetto).
Il futuro latino si avviò al declino lasciando il posto a forme alternative come “infinitivo+presente di habere”
che si ritrova in tutte le principali lingue romanze. Il condizionale, assente in latino, fece la sua comparsa in
seguito al successo dei futuri perifrastici; le forme che in seguito divennero condizionali si caratterizzavano
come futuri anteriori.

3 – Problemi di tipologia linguistica


Le lingue possono essere classificate con due diversi procedimenti:
1. il primo è genealogico e colloca nella stessa famiglia le lingue caratterizzate da una comune
filiazione genetica (= dallo stesso ramo); inoltre non può prescindere dalla dimensione storica e
diacronica (= nel tempo);
2. il secondo è tipologico e si colloca su un piano sincronico (= contemporaneamente), dividendo e
analizzando le lingue in base al “tipo linguistico”. Il tipo linguistico si riferisce a un insieme di
proprietà unite gerarchicamente (+ o – importanti) e un insieme di strategie linguistiche che vengono
utilizzate per risolvere i problemi relativi alla comunicazione” (Ramat, 1980);

I grandi fenomeni comuni:

Tipologia dell’ordine dei costituenti maggiori nella frase dichiarativa assertiva:


con i tre costituenti Soggetto S, Oggetto O e Verbo V le combinazioni possibili sono sei: SOV (lingue indo-
arie, ugro-finniche tranne estone e finnico, basco, lingue turche, calmucco), SVO (lingue romanze, albanese,
neogreco, lingue germaniche, lingue slave, lingue baltiche, bretone, finnico, estone, maltese), VSO (lingue
celtiche tranne il bretone), VOS, OVS, OSV (nessuna attestazione nelle lingue europee).

Tipologia dell’ordine dei costituenti nei sintagmi nominale e ad posizionale:


con gli Universali individuati da Greenberg nel 1966 si nota che: le lingue con l’ordine dominante VSO sono
sempre preposizionali (l’oggetto del verbo segue il verbo); le lingue con l’ordine SOV sono posposizionali
(l’oggetto del verbo precede il verbo; es. in tedesco “lungo il fiume” sarebbe “il fiume lungo”, o in latino
“mecum”); nelle lingue con preposizioni, il genitivo segue quasi sempre il nome reggente (es. il cane di
Monica), mentre nelle lingue con posposizioni esso lo precede quasi sempre (es. Monica’s dog); se una
lingua ha l’ordine SOV e il genitivo segue il nome reggente, allora allo stesso modo l’aggettivo segue il
nome.

Tipologia morfologica: questa classificazione era proposta già all’inizio dell’Ottocento ma i grandi studiosi
sono stati Comrie (1981) e Sapir (1921). Tradizionalmente la tipologia morfologica individua quattro tipi
possibili: isolante, agglutinante, flessivo-fusivo, polisintetico-incorporante. La quasi totalità delle lingue
europee si divide tra i tipi agglutinante e flessivo-fusivo.

Lingue isolanti: non vi sono nello scenario linguistico europeo ma un esempio è il cinese. Queste lingue non
hanno una struttura morfologica, la parola non ha una struttura interna e non è analizzabile in costituenti o
morfemi. Morfema: il più piccolo elemento dotato di significato in una parola (es. “lupi” o “lupo”). Le
informazioni grammaticali vengono quindi portate da altre parole mono-morfemiche; un aspetto peculiare è
quindi la corrispondenza biunivoca tra morfema/parola e funzione semantica.

Lingue agglutinanti: lingue turche, il basco, il calmucco, l’ungherese, in parte estone e finnico. In queste
lingue la parola è formata da più morfemi e consente un’analisi dei costituenti; ogni morfema ha una sola e
ben definita funzione. Come dice Nocentini (1938) una parola agglutinante è trasparente e prevede
l’aggiunta, in successione lineare, di tanti suffissi quante sono le categorie obbligatorie espresse. Es.:
nell’esperanto: “patro” significa padre, “patrino” significa madre, “patrinoj” significa madri

Lingue flessivo-fusive: lingue celtiche, lingue romanze, lingue slave, lingue germaniche, lingue baltiche,
l’albanese, il neogreco e parzialmente anche il finnico, l’estone e il maltese. In queste lingue si nota la
fusione di più categorie semantico-funzionali in un unico morfema; i confini tra un morfema e l’altro
perdono visibilità, la segmentazione diviene particolarmente ostica e le eccezioni prolificano.

Lingue polisintetiche (e incorporanti): non vi sono nello scenario linguistico europeo ma un esempio è
l’eschimese siberiano. In queste lingue si concentrano all’interno della stessa unità moltissimi morfemi,
lessicali o grammaticali, giungendo a condensare in una sola parola informazioni che in italiano
richiederebbero la costruzione di un’intera frase.

La questione della lingua inglese: dovremmo sempre avere l’accortezza di parlare di lingue
tendenzialmente o prevalentemente isolanti, agglutinanti etc. Ad esempio, a quale tipo morfologico
appartiene l’inglese? Potrebbe sembrare una lingua di tipo isolante, ad es. gli aggettivi sono invariabili nel
numero e nel genere, l’assenza di marche di genere è diffusa in molti nomi; il superlativo relativo o il
comparativo degli aggettivi o il futuro dei verbi richiedono il ricorso ad altre parole monomorfemiche e
invariabili (most, more, will). Tuttavia, il comparativo degli aggettivi può realizzarsi anche attraverso
l’aggiunta del morfema –er, come nei tipi agglutinanti; lo stesso accade nella pluralizzazione dei nomi con
l’aggiunta di –s o nel passato con l’aggiunta di –ed. Sono inoltre flessivo-fusive le forme pronominali di
terza persona singolare, le uniche in cui permangono tracce residuali di un antico sistema di genere tripartito
(he, she, it).
Quindi in inglese troviamo numerosissime strutture di tipo isolante, molte formazioni di matrice agglutinante
e una quantità non indifferente di elementi flessivo-fusivi rendendo di fatto impossibile ascrivere l’inglese ad
un tipo morfologico, anche ragionando in termini tendenziali.

Altri tratti tipologici a livello morfologico:


Sistemi di caso nominativo-accusativo: sono tuttora conservati nelle lingue slave, nel romeno, nelle lingue
germaniche occidentali ad eccezione dell’inglese, l’albanese, il neogreco, le lingue celtiche, le lingue ugro-
finniche, le lingue turche, il calmucco e il basco. Vi è una prevalenza dei sistemi nominativi-accusativi ma il
basco utilizza il sistema ergativo-assolutivo.

Flessione: suffissazione vs prefissazione: tutte le lingue d’Europa, tranne il maltese, usano maggiormente la
flessione suffissale rispetto a quella prefissale. Il turco è quasi totalmente suffissale in quanto impiega un
solo processo di prefissazione, la reduplicazione della prima sillaba nell’intensificazione di aggettivi e
avverbi (cabuk=veloce, carcabuk=molto veloce).

Armonia vocalica: è un processo di assimilazione a seguito del quale i tratti della vocale di una sillaba
iniziale si estendono alle vocali delle sillabe seguenti, indipendentemente dalla loro collocazione nel
morfema o in eventuali suffissi. Tra le lingue d’Europa, l’armonia è assente dalla famiglia indoeuropea e
caratterizza invece le lingue turche, le lingue uraliche, le lingue mongole (calmucco).

Il quadro linguistico europeo è caratterizzato dalla presenza di molti sistemi linguistici diversi,
geneticamente e tipologicamente; vi è quindi un’elevata frammentazione causata dalla conformazione del
territorio e dalle vicende storiche. In Europa si evidenzia la presenza di due aree linguistiche esemplari:
l’area balcanica e l’area di Carlo Magno.

Un’area è definita tale per tre elementi: la presenza di più lingue, non tutte imparentate; la loro
collocazione in zone geograficamente contigue; la condivisione, da parte di esse, di alcuni tratti linguistici
significativi che non siano dovuti a tendenze generali o a familiarità genetiche.

Nell’area balcanica si concentra il maggior numero di lingue appartenenti a gruppi linguistici diversi ed è a
sua volta divisa in due sub aree segnate dall’influsso greco- bizantino e da quello latino-romano e romano-
germanico. I fenomeni che si notano sono detti “balcanismi primari” e “balcanismi secondari”: sul piano
fonologico, la presenza di un sistema vocalico comune (detto neogreco) articolato su cinque fonemi vocalici;
morfologicamente, si ha la coincidenza tra genitivo e dativo, il parziale mantenimento del vocativo, la
formazione di un futuro analitico, la formazione di comparativo e superlativo analitici e un particolare tipo di
numerazione per i numerali da 11 a 19. Nel lessico i fenomeni di coincidenza tra le lingue balcaniche sono
frequenti e si tratta maggiormente di elementi di tradizione greca (bizantina, medievale e neogreca) e di
tradizione turca.

Nell’area di Carlo Magno convergono invece quelle lingue del suolo europeo che tendono a somigliarsi
sempre più; l’insieme di questi tratti linguistici costituisce il cosiddetto Standard Average European (SAE)
(Benjamin Lee Whorf, 1956) di cui sono illustrati i dieci tratti più rappresentativi:
1) somiglianze lessicali con la presenza di un comune lessico di matrice greca e/o latina e la presenza di
strategie nella formazione di parole complesse, ad es. l’uso di affissoidi quali filo, antropo, logo,
biblio, grafo, bio etc;
2) ordine dei costituenti maggiori della frase dichiarativa assertiva relativamente rigido SVO
3) presenza di preposizioni e di genitivi postnominali
4) uso di “avere” ed “essere” come ausiliari, cioè nella formazione di alcuni tempi verbali complessi;
questo tratto non caratterizza le lingue non indoeuropee d’Europa che, con eccezione del basco, non
hanno il verbo “avere”
5) presenza simultanea di articoli definiti e indefiniti; lingue come il finnico e il turco sono totalmente
prive di articoli definiti;
6) carattere non pro-drop; le lingue pro-drop (come italiano e spagnolo) tollerano l’omissione del
pronome personale in posizione di soggetto nella frase dichiarativa, nelle lingue non pro-drop (come
inglese, francese e tedesco) la mancata espressione del soggetto produce stringhe agrammaticali;
7) agente e soggetto possono divergere;
8) la forma passiva consente l’espressione dell’agente;
9) accordo delle forme finite del verbo con il soggetto (in inglese l’accordo è realizzato
morfologicamente solo alla terza persona singolare);
10) paradigmi di caso fortemente semplificati e di tipo nominativo-accusativo, esemplare in questo caso
l’italiano che ha eliminato tutto il sistema casuale.
IV – I CARATTERI ESSENZIALI DEI GRUPPI LINGUISTICI INDOEUROPEI DELL’EUROPA
CONTEMPORANEA

1 – Le lingue romanze

Le dinamiche che hanno portato alla nascita delle lingue romanze sono basate su materiale di attestazione
diretta e non ricostruito; è noto che la scrittura è l’ultima manifestazione della lingua a recepire il
mutamento.

Nella frase indipendente dichiarativa assertiva (assertiva = affermativa) si registra una prevalenza della
sequenza SOV, seguita da quella SVO; nel sintagma nominale prevalgono NA (Nome Aggettivo) e NG
(Nome Genitivo). Un fenomeno tipico delle lingue romanze è l’evoluzione del sistema vocalico latino
(tonico, che ruotava attorno alla durata) a un sistema vocalico che insiste sulle distinzioni di timbro e qualità:
nella maggior parte della Romània si ebbe una fusione tra e chiusa e i aperta e tra o chiusa e u aperta, tranne
che in sardo e in romeno.

2 – Le lingue germaniche

Le lingue germaniche vanno analizzate diacronicamente per visualizzare i processi fonologici che hanno
conferito a queste lingue una fisionomia particolare: la prima mutazione consonantica, nel 500 a.C.,
produsse una differenza tra il protogermanico e le altre protolingue indoeuropee tramite una serie di
fenomeni occlusivi (es. it. tre e ing. three); la seconda mutazione consonantica coinvolse le occlusive sorde
e sonore del protogermanico (ad es. ing. apple e ted. apfel, ing. day e ted. tag).

Per quanto riguarda il sistema morfologico, solo il tedesco ha mantenuto un sistema di casi; il neutro viene
preservato nelle lingue occidentali (tedesco e nederlandese) e nelle lingue settentrionali (danese, norvegese,
svedese). Nell’aggettivo, soprattutto in tedesco, è centrale la distinzione tra forme forti e forme deboli: le
prime adottano le terminazioni –er, -en, -es, -em, -e, e vengono impiegate in combinazioni con nomi non
preceduti da determinanti, quelle deboli sono precedute da un determinante e prevedono le desinenze –e, –
en.

Nella sintassi, le lingue germaniche prediligono la sequenza SVO ma in tedesco il verbo può collocarsi ad
inizio frase, a fine frase o in seconda posizione, nelle frasi subordinate tende a occupare la posizione finale,
nelle frasi principali può collocarsi nella seconda o nella prima posizione. La situazione è simile nel
nederlandese.

La storia dell’inglese merita una spiegazione particolare: la lingua nasce come antico inglese o anglosassone,
lingua con declinazioni complesse e tre generi grammaticali. Anglosassone: lingua germanica introdotta
nell’isola da conquistatori provenienti da Germania e Danimarca. Ci sono tratti del latino, introdotto nelle
isole britanniche dalle conquiste di Cesare e di Claudio (55 a.C., 43 d.C.) e tratti nordici a causa delle
invasioni vichinghe.
Dal 1066 si passa al medio inglese, dopo la conquista delle isole britanniche da parte di Guglielmo il
Conquistatore proveniente dalla Normandia: il franco-normanno diventa lingua ufficiale
dell’amministrazione, la Chiesa e i letterati importano il latino e l’inglese inizia a caratterizzarsi come una
lingua mista. Si assiste all’indebolimento delle vocali in sillaba atona (sprovvista di accento tonico), alla
scomparsa delle distinzioni di genere, a una maggiore di frasi devianti rispetto alla sequenza SOV e a
termini di provenienza francese.
L’inglese moderno si mostra come una lingua unificata dei due idiomi separati (franco-normanno e
anglosassone), si riducono i verbi irregolari, si impone l’uso di perifrasi verbali, si moltiplicano le
espressioni idiomatiche (i phrasal verbs, es. break down / break up) e si assiste a una stabilizzazione
dell’ortografia. La norma ortografica venne fissata quando il sistema fonologico non si era ancora definito;
quando quest’ultimo si stabilizzò, le convenzioni ortografiche ormai in uso non riuscirono a recepire i nuovi
tratti e da qui nacquero le numerose divergenze tra pronuncia e grafia.
Oggi l’inglese è la lingua geograficamente più diffusa: Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Africa
meridionale, India.

3 – Le lingue slave

La divisione delle lingue slave in sottogruppo occidentale, orientale e meridionale si fonda su criteri
fonologici: nel sottogruppo orientale è tipica l’inserzione di un elemento vocalico all’interno di sequenze
consonantiche; le lingue occidentali si distinguono per l’esito [ʃ] dell’antico *x in luogo di s, come in
polacco. Maggiori rispetto alle lingue romanze sono le differenze sul piano lessicale, emerge la mancanza di
un elemento di coesione che fu il latino nel nostro Occidente.

Le lingue slave si caratterizzano per un repertorio vocalico scarno (cinque o sei fonemi) e per un inventario
consonantico molto ricco; è da menzionare la presenza nel polacco delle vocali nasali. L’apparato
morfologico viene oggi preservato: il sistema a sei terminazioni è vitale nella Slavia, tranne in bulgaro e in
macedone; lo sloveno preserva il duale. Il tipo sintattico segue lo schema SVO.

4 – Le lingue baltiche

Le lingue baltiche attualmente parlate sul suolo europeo sono due, il lettone e il lituano.
Nel sistema vocalico, la lunghezza mantiene un carattere distintivo a livello fonologico, in lituano si hanno
vocali brevi e vocali lunghe. La posizione dell’accento è libera in lituano mentre è fissa sul segmento iniziale
della parola in lettone.

Uno degli aspetti più caratteristici è il ricorso ai toni come strategia fonologicamente pertinente: il lettone ha
tre toni, discendente, fratto e costante; il lituano ha due toni, l’acuto e il circonflesso.

Morfologicamente, il lituano ha una declinazione con sei terminazioni di caso, sia nel singolare che nel
plurale (nominativo, genitivo, dativo, accusativo, strumentale, locativo); nel singolare si mantiene un caso
vocativo; il lettone ha invece cinque casi, mancando dello strumentale.

In entrambe le lingue, i generi sono femminile e maschile, nel quale sono confluiti anche gli antichi nomi
neutri. Nella frase dichiarativa assertiva prevale la sequenza SVO, nelle varietà e nei dialetti si notano
costruzioni di tipo SOV.

5 – Le lingue celtiche

Le lingue celtiche sono il gruppo che più si differenzia dagli altri gruppi indoeuropei d’Europa; sono le
uniche lingue europee a rischio d’estinzione. Di seguito è riportato un confronto tra le lingue del ramo
gaelico e quelle del ramo britannico (confronto irlandese e gallese).
L’accento distingue l’irlandese dal gallese: nella prima lingua esso cade sulla prima sillaba, nel gallese sulla
penultima.
Una delle peculiarità delle lingue celtiche è rappresentata dalle “mutazioni morfo-fonemiche” che
coinvolgono le consonanti iniziali di parola.
Per quanto riguarda il sistema dei casi, l’irlandese ha quattro terminazioni, nel ramo britannico non vi è
invece alcuna flessione nominale.
Le lingue celtiche distinguono due generi, maschile e femminile.
Il verbo irlandese ha quattro tempi finiti (presente, futuro, passato, imperfetto) e le forme non finite sono
participio passato e il nome verbale (una sorta di infinito); il bretone è l’unica lingua celtica a disporre di
tempi verbali composti, cioè formati dagli ausiliari essere e avere e dal participio passato del verbo
principale.
Inoltre, è particolare l’espressione della negazione in bretone, che ricorre ad un morfema discontinuo in
modo simile alla lingua francese ne...pas.
Il lessico delle lingue celtiche risente degli influssi delle vicende storiche: molti lemmi derivano dal latino,
altri sono di provenienza scandinava e numerosi sono i termini inglesi. Nel bretone sono ricorrenti termini di
provenienza francese.

6 – Le lingue isolate

Il neogreco, inteso nella sua fase ultima, discende dal greco della koinè ellenistico-romana, attraverso le fasi
del greco bizantino e medievale: è figlio del greco antico, la lingua indoeuropea d’Europa di più antica
attestazione. Si è soliti parlare di neogreco a partire dal secolo XVII, ovvero dalla situazione della Grecia
sottoposta da circa due secoli al dominio turco-ottomano.

I fenomeni morfosintattici tipici del neogreco sono la scomparsa del dativo, la scomparsa dell’infinito, la
formazione di futuri perifrastici mediante il verbo “thelo” (volere).

Il lessico importa molto dalla tradizione greco-classica e dagli elementi latino-romanzi, rilevanti sono anche i
prestiti italiani e veneziani in particolare, francesi, inglesi e turchi, attinenti agli ambiti semantici della vita
quotidiana, sociale, amministrativa e militare.

L’albanese, articolato in dialetto tosco (Albania meridionale) e dialetto gheho (Albania settentrionale) è la
lingua europea più tardivamente attestata, in quanto i primi documenti risalgono alla metà del XVI secolo.
Questa lingua è caratterizzata da un forte nucleo di origine indoeuropea cui si sono sovrapposti elementi di
tradizione balcanica, greca, latina, romanzo-balcanica, slavo-meridionale, italo-romanza e turca.
Notevole è la presenza di elementi della tradizione greco-bizantina medievale e neogreca (farmek=farmaco),
di elementi latini e romanzi (kal, cavallo< lat. caballus), veneziana (fe, fede < ven. fe), bulgaro-macedone,
turca.

7 – Il romanì (le lingue degli zingari)

Il romanì, la lingua degli zingari o rom, è l’unico rappresentante europeo del gruppo indo-ario. È impossibile
stabilire una norma comune di questa lingua a causa della frammentazione della comunità parlante e il
carattere quasi esclusivamente orale della tradizione; il romanì assorbe i tratti delle lingue nazionali con cui
entra in contatto, con il rischio che le varietà diventino reciprocamente incomprensibili, soprattutto per
divergenze lessicali.
L’UNESCO ha di recente supportato alcuni progetti per istituire una tutela per la lingua rom, attraverso una
norma unificata. Si stima che la lingua romanì sia parlata con buona padronanza soltanto dal 20 percento
degli zingari.

V – I CARATTERI ESSENZIALI DEI GRUPPI LINGUISTICI NON INDOEUROPEI


DELL’EUROPA CONTEMPORANEA

1 – Le lingue turche

La famiglia linguistica in questione è tipologicamente molto omogenea e il suo principale esponente, il turco
di Turchia, esemplifica i tratti tipici.
Le lingue turche sono tutte di tipo agglutinante e molte di queste lingue utilizzano gli stessi processi di
formazione di parola.
Nelle sequenze di morfemi derivazionali o flessivi che seguono la base nominale non compare alcuna marca
di genere: in turco ad esempio la distinzione tra maschile e femminile è di competenza del lessico.
Non vi è accordo in numero tra un quantificatore e la propria testa nominale; se un nome è preceduto da un
numerale, non assume la forma plurale.
La morfologia verbale è articolata.
Sintatticamente, il turco segue lo schema SOV nella frase dichiarativa assertiva, anche se non rigidamente;
ha un sistema di casi.

2 – Le lingue uraliche: ungherese e finnico


In Europa la famiglia uralica è rappresentata soltanto dal ramo ugro-finnico, che comprende l’ungherese e il
finnico.
Il repertorio vocalico di queste lingue è molto ricco, l’ungherese ha circa 15 fonemi, il finnico ha numerosi
dittonghi. Nel consonantismo, l’ungherese è più complesso.

L’ungherese è una lingua agglutinante, il finnico invece, come anche l’estone, è stato alterato da fenomeni
fonologici e ora è prevalentemente di tipo fusivo-flessivo, con circa 85 declinazioni nominali e 45
coniugazioni verbali.

Per quanto attiene alla morfologia nominale, l’ungherese tra le moderne lingue europee è quella che ha più
terminazioni casuali (più di 20).

3 – Le lingue semitiche: il maltese

Malta è l’unico stato d’Europa in cui a una lingua semitica è stato attribuito uno statuto ufficiale. Il maltese è
una lingua atipica, con alcune differenze e particolarità rispetto alle altre lingue semitiche come l’arabo e
l’ebraico.
Malta, a differenza dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, è di religione cristiana; la cristianizzazione
risale al 60 d.C.; è l’unica lingua della famiglia semitica ad adottare l’alfabeto latino.

La lingua maltese è oggi un groviglio di elementi di varia provenienza e di vari strati linguistico- lessicali:
strato pre-arabico (fino all’870), strato arabo-siciliano (870-1243), strato neo-siciliano (1250-1800), strato
toscano (dal 1450 ad oggi), strato francese e occitano (1530-1800), strato inglese (dal 1800 a oggi), in quanto
l’inglese è lingua ufficiale dal 1800.

4 – Le lingue mongole: il calmucco

Il gruppo linguistico mongolo è rappresentato sul suolo europeo dal calmucco, parlato nella repubblica (ex
socialista sovietica) di Calmucchia, situata a ovest del delta del Volga e a nordovest del mar Caspio (in
Russia); esso conta circa 140.000 parlanti.
I calmucchi si sono stabiliti nell’attuale zona dopo la Seconda Guerra mondiale; durante il conflitto essi
erano stati deportati in Siberia e sono ritornati sul suolo europeo soltanto nel 1957.
La conseguenza più rilevante dell’avvento dei calmucchi in Europa sta nell’affermazione della religione
buddista: il connubio tra calmucchi e buddismo ha determinato l’immissione nel lessico di elementi del
tibetano classico e di forme con un’origine sanscrita.
A livello fonetico-fonologico, il calmucco ha l’armonia vocalica; morfologicamente, la lingua dispone di una
declinazione nominale di tipo nominativo-accusativo con nove terminazioni di caso e un complesso sistema
verbale. Il calmucco è una lingua SOV e privilegia le sequenze AN e GN.

5 – Una lingua residuale: il basco

Il basco, parlato nella regione pirenaica settentrionale prima delle ondate migratorie sul territorio europeo, è
la lingua più antica dell’Europa occidentale; è una lingua non indoeuropea e isolata.
La sopravvivenza del basco è un evento straordinario: è sopravvissuto alla romanizzazione (l’influenza del
latino è limitata al lessico) e alle proibizioni avvenute durante il regime di Franco.

I conflitti interni alla comunità hanno ritardato la definizione di uno standard comune, che ha avuto luogo nel
1968 con la creazione dell’euskara batua (basco unificato), un compromesso tra i dialetti.
Il basco è una lingua agglutinante.