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Livio Tonazzo matr.

1053930 Padova, 09 luglio 2014

ESAME DI DIALETTOLOGIA ITALIANA


A.A. 2013/2014

Autobiografia linguistica

Il mio nome Livio Tonazzo e sono nato il 19 ottobre del 1990.


Vivo da sempre a Fiumicello, un piccola frazione del comune di Campodarsego ai confini fra la
provincia di Padova e quella di Venezia; non a caso, Dolo ad essere la mia citt natale. Segnalo
questa situazione di frontiera giusto per onor di cronaca giacch non molta l'importanza da essa
esercitata sulla mia formazione linguistica.
Fiumicello, o Fimiseo, sita in campagna a circa una ventina di chilometri da Padova e, forte di
questo fattore, vive una situazione molto marcata di diglossia. Il dialetto , per la maggior parte dei
suoi abitanti, la lingua di uso comune, usato nei contesti familiari e informali, mentre un italiano
spesso fin troppo stentato, invece, viene usato nelle occasioni formali.
In questo contesto ho la presunzione di considerarmi una delle non troppe numerose eccezioni. Sar
necessario indugiare un poco approfondendo la storia pi recente della mia famiglia per render
chiaro al lettore il motivo della mia affermazione.
La famiglia di mio padre ha abitato a Fiumicello e ha lavorato quelle terre dacch io abbia notizie.
Nonostante l'estrazione contadina, pare che i Tonso, o Fasiti, potessero contare su di una
situazione economica superiore alla certamente modesta media. Fu mio nonno Umberto a rompere
la continuit geografica-lavorativa della famiglia poich, prestando servizio come carabiniere, fu
dislocato a Milano, ove si trasfer con la novella moglie, una ragazza di eguale estrazione che
abitava nel paese accanto a Fiumicello. Nel 1952 nacque mio padre Renato e l visse e comp i suoi
studi fino a laurearsi in ingegneria nucleare sul finire degli anni '70. Nonostante abitasse nel
capoluogo lombardo, egli mantenne sempre un attaccamento particolare con Fiumicello, dove pass
tutte le vacanze estive e impar il dialetto padovano. Tanto forte fu questo legame che, una volta
morto mio nonno, l si trasfer con mia nonna Antonia nella casa che i suoi genitori avevano
costruito. Nello stesso periodo mio padre inizi a lavorare per delle aziende, ricoprendo incarichi in
cui un certo formalismo linguistico era necessario. Come il lettore attento avr potuto dedurre, la
peculiare situazione linguistica di mio padre, caratterizzata dal parlare italiano a scuola,
all'universit o, successivamente, al lavoro, dialetto padovano d'estate e dialetto milanese in tutti gli
altri momenti ha impedito al dialetto di permeare in profondit. Ne discente che mio padre
prevalentemente italofono, pur conoscendo discretamente bene due dialetti.
La famiglia di mia madre abitava ad Arsego, una grande frazione del comune di San Giorgio delle
Pertiche. Mio nonno Bellino, classe 1927, era per originario di Villafranca Padovana. Primogenito
di una famiglia abbastanza agiata di macellai, fu avviato a quella medesima professione che svolse
fino alla pensione. Prevalentemente dialettofono, parlava per egregiamente l'italiano sia grazie agli
studi, sia per la necessit di doversi relazionare con i grossisti. Di origini diverse mia nonna
Luciana, classe 1932. Tralasciando alcune millantate quanto vaghe discendenze medicee, che pure il
cognome Fiorini non preclude, i miei bisnonni abitavano a Padova, nell'edificio-isola che si trova
tutt'ora fra Palazza Maldura e la Chiesa del Carmine. L'estrazione doveva essere certo medio-alta se
il mio bisnonno possedeva un autonoleggio ed ebbe pure l'onore, e questa volta il fatto accertato,
di fare d'autista alla Famiglia Reale quando questa visit Padova. Sfollata a causa della guerra, mia
nonna si trasfer con la famiglia a Villafranca Padovana, paese in cui conobbe mio nonno. Una volta
sposati andarono a vivere ad Arsego, dove, nel 1960, nacque mia madre Daniela. Nonostante il
contesto prevalentemente dialettofono che la circondava, gli studi compiuti nel collegio Le Dimesse
a Padova e poi all'Istituto Magistrale Don Bosco la portarono a privilegiare l'italiano rispetto un
dialetto che mai ha padroneggiato.
Confido che questo racconto, sicuramente prolisso e forse tedioso, abbia argomentato a sufficienza
la mia precedente affermazione. Figlio di due genitori italofoni, fui da sempre abituato a parlare
italiano anche nel contesto familiare oltre a quello formale.
Ma, nonostante questo, entrai subito in relazione col dialetto. Dacch io abbia dei ricordi, infatti,
abit con noi un'anziana zia di mio padre che, vedova e senza figli, non era pi autosufficiente.
Classe 1910, la zia Amelia o xia Meia, parlava quasi esclusivamente dialetto: da lei imparai i primi
nomi della quotidianit (pastasutta, formaio, poenta, saeata, pomidori, persego, sarese, baeon,
bicecleta, pistoea, scippo, pna, teevision, luni, marti, mercore, xoba, venare, sabo, domenega,
ecc. ) le prime frasi (so a Melia, a mama x nd via, gheto fame?, caro da Dio, ndoe
sito?, te si beo fal soe, vien qua che te dao un baso). Custodisco gelosamente anche il ricordo
di una preghiera in italiano e dialetto che mi insegn: Vado a letto me ne and / levo su io non lo
so / o Signore che sa / bona grasia me dar / confesion, comunion, ogli santi. Ma nonostante questa
relazione quotidiana, la zia Amelia rappresentava, a causa della differenza di et, un modello
linguistico troppo distante per essere emulato.
La scuola materna prima e la scuola elementare dopo non mut la mia condizione di italofono visto
che nell'Istituto Sacro Cuore di Castagnara nessun bambino parlava dialetto. Non frequentai i
coetanei di Fiumicello fino a ch non iniziai ad andare a catechismo. I rapporti, dapprima molto
schivi e limitati, iniziarono man mano a intensificarsi, tanto da cominciare a parlare a mia volta un
dialetto molto stentato. Un ruolo molto importante fu senza dubbio svolto dal campo di calcio
parrocchiale, vera e propria palestra di questa nuova variet linguistica: vago mi in porta,
batito ti el rigore?, come gheto fato sbagliare, te si un scandaeo. Iniziai a vivere a mia volta
una prima e velata forma di diglossia: uscivo di casa dicendo mamma, vado al campetto e andavo
a chiamare gli altri ragazzini suonando il campanello e dicendo viento/ndemo al campeto? o
ndemo sugare a beon?. Vale la pena ricordare, sia pure in forma incidentale, che correndo dietro
al pallone sentii anche le prime bestemmie tirae dai ragazzi pi grandi, che fino ad allora non
avevo mai sentito.
Separato dai coetanei del paese alle scuole elementari, che loro avevano frequentato a Fiumicello,
tirai diritto anche anche alle medie: tutti a Campodarsego ed io all'Arcella nella Scuola Media
Statale Zanella. Forse le parole scritte potrebbero tradire quella che fu in vero la mia sensazione:
non mi dispiacque poi tanto, perch non mi sentivo del tutto parte di quel mondo e di quel contesto.
Parlavo italiano ovunque, tranne che al campetto, e cos feci anche alle medie: anche se a differenza
di qualche compagno di classe abitavo in campagna e non a Padova, mai una volta parlai
correntemente il dialetto. Certo, qualche battuta o qualche modo di dire veniva pronunciato da me o
dai miei compagni, ma sempre estemporaneamente. Tuttavia vi era una differenza fondamentale fra
le frasi da me pronunciate, dei cosiddetti scivoloni, e quelle dei non dialettofoni che invece
sembravano avere un scopo diverso: l'impressione era quella di voler sembrare pi volgari di quel
che in realt erano. Molto simile la situazione che si present alle superiori, nel Liceo Scientifico
Curiel, sempre all'Arcella. Io e gli altri (indistintamente maschi o femmine) che abitavamo in
periferia e che ci relazionavamo continuamente col dialetto lo evitavamo, mentre chi abitava in
centro sovente lo usava, quasi volesse sentirsi un vecchio padovano. Non nascondo che ci
regalarono tanta ilarit con alcune pronunce del tutto sbagliate!
L'universit stato molto stimolante dal punto di vista linguistico. Pur avendo trovato solo
pochissime persone che in quella sede parlavano dialetto, forse perch iscritto al corso di laurea in
Storia e poi in Scienze Storiche, un ambito umanistico, sono rimasto da subito affascinato dalla
diversit degli accenti.
Conclusa la narrazione sulla mia formazione scolastico desidero spendere qualche parola
sull'aspetto linguistico del rapporto che intrattengo da oramai sei anni con la mia ragazza Chiara.
Classe 1993 originaria di Creola, una frazione di Saccolongo nella Bassa Padovana. Appartenente
ad una famiglia d'estrazione contadina, cresciuta in un contesto fortemente dialettofono. I suoi
genitori, per, pur parlando quotidianamente il dialetto con amici e parenti, si sforzarono di parlarle
in italiano, infondendo in Chiara una forte predilezione, spesso del tutto esclusiva, per questa lingua
standard. D'altra parte, pur non parlando correntemente il dialetto, in grado di capirlo senza fastidi
e di usare alcuni motti o espressioni come cieo!, (v)ara seto, te o digo, no go paroe
senza tradire la sua spiccata italofonia. Anche il rapporto con la mia ragazza, dunque, pu dirsi,
senza timore di obiezioni, improntato sull'italiano, mentre il dialetto svolge per lo pi una funzione
di contorno e di colorazione espressiva.
Nell'avviarmi alla conclusione di questa breve autobiografia linguistica desidero passare in rassegna
qualche modus dicendi della mia quotidianit.
Per indicare un evento particolarmente favorevole si usa dire dai che ndemo!, mentre Pare na
sagra! fa riferimento ad una situazione particolarmente confusionaria. Di ampio respiro le
locuzioni per i rimproveri: te si indrio come a coa del can (sei poco scaltro), te ghe e man de
puina (ha le mani di pasta frolla), te si na xavata (sei una ciabatta), te si un bon da gniente (sei
un buono a nulla), va farte ciavare (vai a farti fregare), va in mona (vai a quel paese),
moeghea (smettila), verzsi i oci (apri gli occhi), gnanca i zsorse o voe (neanche i topi lo
vogliono). Interessante il ruolo ricoperto dal gioco delle carte per dar luogo a delle metafore: conta
come el do de spade co a va de bastoni (non gioca alcun ruolo nella faccenda), carta in toea no
zse discoea (una carta appoggiata sul tavolo resta l). Meno utilizzati i proverbi: un alto e un baso
fa un guaivo (un risultato positivo e uno negativo fanno un risultato mediocre), 'co piove e tira
vento, i caxadori e i pescadori i resta dentro (quando piove o c' vento, i cacciatori e i pescatori
restano escono).
Giunto a questo punto, mi sembra opportuno concludere con un po' di introspezione, ossia
confessando quanto sia uscito cambiato da questa breve esperienza. Confesso di essere partito
nell'affrontare questo corso con un qualche riserva, per lo pi mossa dal contesto socio-politico
attuale. Le pseudo-battaglie per l'autonomia, sostenute soprattutto dai componenti pi plebei e
sboccati della classe politica, si sono infatti riversate anche in ambito linguistico, facendo (ora posso
dire impropriamente) dei dialetti la loro bandiera. Ci aveva risvegliato in me quell'atavica
diffidenza per quella variet di lingua che avevo da sempre ricollegato ad uno strato culturale
medio-basso. Attraverso il corso di Dialettologia, lo studio delle varie correnti dai neo-grammatici
allo strutturalismo e la scrittura di questa autobiografia linguistica, comprendendo quanto il mio
fosse un pregiudizio, mi sono dovuto ricredere. A dimostrarlo la Storia, disciplina a cui, per
formazione e per convinzione, non posso non credere.