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Letterature Ispanoamericane 2

Lezione 1 – 25 febbraio
L’America Latina del XIX secolo: indipendenza, emancipazione, identità
- Scenario in cui l’altro viene rappresentato
- L’immaginario del negro e dell’indio
- Emancipazione al femminile
Nei racconti si parla più di ciò che si vorrebbe essere e non di ciò che si è, c’è un’idea di futuro. L’idea si
configura nella diversità parliamo di idee.
Il problema della creazione di nuove identità è differente da nazione a nazione.
Nell’unità didattica B si analizza l’immaginario del negro e quello dell’indio. Si parlerà dell’immaginario
schiavista.
Infine il modulo C tratta quando e come le donne iniziano a fare sentire la propria voce e come quest’ultima
si articola nella questione indigena, dell’indipendenza e della schiavitù.

Ipotesi per cui tutta la narrativa cubana non sia altro che la riscrizione di due testi: Cecilia Valdèz e Juan
Francisco Manzano (autobiografia di uno schiavo che da bambino viene affidato alle cure di una marchesa
che lo tratta come un figlio insegnandogli a scrivere e crescendolo nell’agio; quando passa dall’infanzia all’età
nella quale allo schiavo viene fatto riconoscere il suo ruolo le cose cambiano, la marchesa muore e il nipote
si prende in carico JF  è davvero un’autobiografia o c’è un altro intervento? Il pudore viene mantenuto,
perché è una storia difficile = analisi della questione schiavista. Questa opera è una richiesta per abolire la
schiavitù e migliorare la tratta che in quel momento non era conveniente, c’era bisogno di una
trasformazione nei modi di produzione)
La storia della saggistica del romanzo 800esco ispanoamericano si interseca con la politica, molti dei grandi
autori sono poi presidenti o figure che hanno un ruolo nella conformazione degli stati nazione, nella
costruzione dei governi e nel trasferimento dei modelli.
Da Manzano passiamo a Alejo Carpentier, un autore cubano del ‘900 che scrisse dei romanzi che mettono a
fuoco il grande problema transatlantico dell’America indipendente che si ricostruisce prendendo modelli
dall’Europa e ripensando la propria identità tra mondi. Al centro del discorso di Carpentier c’è la poetica della
relazione = l’identità nell’eterogeneità delle popolazioni, l’uno contiene una molteplicità di radici che si
instaurano in maniera mai omogenea.
Indaga il problema delle indipendenze associandolo alla breccia che ha innescato tutto questo movimento,
cioè la rivoluzione francese, culmine del pensiero che in Europa ha portato le grande rivoluzioni (pensiero
illuminista, rivoluzione industriale), e come tutto questo scenario viene sintetizzato in territorio
sudamericano. La breccia parte ad Haiti nel 1804 e finisce nel 1898 a Cuba e Portorico (vicino ad Haiti)=
circuito che attraversa tutto l’800 con un trasferimento di modelli, idee e configurazioni che hanno al centro
il problema identitario.

Biografìa de un cimarròn: parla di un antischiavo, un rivoluzionario, lo schiavo che decide di rinunciare


all’umanità pur di liberarsi. Chiude il ciclo in contrasto con JF. Il Cimarròn viene “interrogato” quando ha 104
anni e ha partecipato alle guerre di indipendenza e alla rivoluzione cubana, è un testo assolutamente politico.

Arguedas, Cuentos escogidos: come si può ricostruire una determinata realtà da una prospettiva diversa che
riscatti una visione del mondo articolata sul pensiero incaico.

Il modulo C tratta della prospettiva di genere in Perù, con l’opera di Flora Tristàn e Juana Manuela Gorriti.
Flora Tristàn è l’ispiratrice delle idee di Marx: lei vive in Francia ed è figlia di un nobile che la abbandona e
intraprende un viaggio in Perù per recuperare l’eredità paterna che non le sarà mai data da uno zio che ha
già confiscato tutto. Ha una storia molto combattuta e difficile, si travestirà per salvaguardare i diritti delle
operaie e lotterà per l’istituzione dei sindacati e dialogherà con i teorici che criticheranno un certo tipo di
capitalismo, tanto da essere l’ispiratrice di Marx. Attraversa il Perù durante un periodo di consolidamento e
influisce sull’idea di molti teorici del tempo. È una sorta di itinerario alla riscoperta delle proprie radici ma
anche un modo di vedere il Perù differente.

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Manuela Gorriti scrive un libro di ricette in cui attraverso varie ricette si riscatta l’identità femminile nella
cucina ma anche dicendo la sua.

Lezione 2 – 26 febbraio

Bisogna indagare l’atto di nascita degli stati nazione latino americani. Per farlo bisogna rivedere le ultime
lezioni dell’anno scorso, a partire dalle aree culturali in cui la zona sudamericana è suddivisa. I processi di
indipendenza non sono un processo univoco in un territorio omogeneo, ogni specificità va tenuta in conto.
Agli attori dell’indipendenza stessa sono assolutamente diversi tra di loro, così come il range di date che
incorniciano i processi d’indipedenza: Haiti si rende indipendente nel 1804 e poi segue un secolo di storia
perché le ultime colonie a ottenere l’indipendenza sono Cuba e Portorico nel 1898  la lunga durata è dovuta
alla specificità del territorio legata ad aree culturali e storie diverse.
Darcy Ribeiro – suddivisione in 4 categorie dei popoli: testimoni, nuovi, trapiantati e emergenti. Questo ci
aiuta ad ambientarci nelle diverse storie che hanno caratterizzato la colonia e i diversi processi di
indipendenza  lo sviluppo della colonia porta a certe conseguenze che si vedono al momento
dell’indipendenza. Non sono categorie fisse ma d’uso.
 Popoli testimoni  popoli messi a tacere con la conquista degli imperi teocratici che c’erano in
precedenza, soppiantati da imperi mercantili, il modello precedente del mondo viene sostituito da
un altro basato su proprietà privata e mercato. I popoli testimoni sono nella zona andina e in quella
centro-nord americana (maya, aztechi). Viene data una nuova forma alla gestione della terra basata
sulla proprietà privata e questo sconvolge gli assetti che vi erano in precedenza. Gli imperi vengono
soppiantati da nuove città, c’è una sovrapposizione del nuovo sul vecchio Tenochititlan viene
soppiantata da quella che diventerà poi Città del Messico. I segni del passato non vengono cancellati
ma assumono un nuovo significato. Va tenuto conto dell’esistenza dei popoli testimoni che ci mostra
perché in certe aree c’è il bilinguismo e perché oggi ci sono popolazioni che rivendicano il diritto alla
loro terra. Con i popoli testimoni c’è la presenza di una radice e una continuità con il territorio che
rimanda sempre a ciò che vi era prima: si può vedere la permanenza di certe lingue, prima della
conqusta c’erano più di 1000 lingue diverse ma poi la metà arriva alla totale estinzione e al giorno
d’oggi ve ne sono solo una ventina e solo 3 o 4 sono riconosciute e insegnate in regime di bilinguismo.
 Popoli nuovi  Caribe, Colombia, Venezuela e nelle aree che sono intervenute a livello agricolo e
in cui la tratta schiavista diventa prevalente, o in cui c’è lo sterminio e l’eliminazione delle
popolazioni indigene (anche per le malattie). Per esempio in Cile c’erano moltissime etnie, mentre
adesso nell’etnia del cawaska sono rimasti in 4 e si estingueranno. Si parla di popoli nuovi perché la
conquista porta ad una sparizione delle etnie precedenti, attraverso:
- l’eliminazione fisica
- forme di schiavizzazione: non si creano più vincoli con gli appartenenti alla loro stessa etnia,
imparano una neolingua che corrisponde al gergo della piantagione, solo a rispondere ai comandi
legati al lavoro e alle funzioni biologiche quotidiane. La loro cultura e memoria non viene cancellata
ma si costruiscono delle nuove identità meticce, eterogenee che trovano come punto di partenza il
territorio americano, con un legame fantasmatico con il loro passato. I popoli nuovi hanno un
atteggiamento proattivo nei confronti della realtà, non sono ancorati alla terra. Nelle aree dove si
trovano i popoli nuovi, la terra viene sfruttata per ciò che può dare mentre nelle zone dei popoli
testimoni lo scopo era deprivare gli imperi di ciò che possedevano.
 Popoli trapiantati  sfruttamento agricolo non determinato da una possibilità di sfruttamento
intensivo del territorio attraverso gli schiavi ma la popolazione europea coltiva la terra attraverso i
grandi flussi migratori = quando si trova il nuovo continente ci si rende conto che il baricentro del
mondo è cambiato, il nuovo continente viene scoperto e anche se inizialmente non c’era l’idea di
una migrazione, ora nasce: l’America diventa un avamposto oltreoceano attraverso il quale l’Europa
stessa e soprattutto la Spagna misura il proprio grado di civiltà oltreoceano. Chi non ha più nulla da
perdere, dal 1500 all’800, parte per l’America del sud. Anche oggi c’è il sogno di andare in America,
terra delle infinite possibilità dove ci si può realizzare incarnando il sogno americano: questa
proiezione utopica viene dalla scoperta dell’America e la conquista. Questo è un popolo basato su
una scelta volontaria: sono tutti gli europei che decidono di migrare nel continente americano, in

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particolare in Argentina dove vi erano le grandi distese della Pampa, e in Cile. Non è una categoria
fissa, comprende vari luoghi. Le configurazioni sociali dei vari territori mostrano la radicalità di
questo trapianto, ci sono zone in sud America in cui si parlano dialetti provenienti dal tedesco. A
Buenos Aires c’è un quartiere di immigrazione genovese.
 Popoli emergenti  sono da vedere trasversalmente a tutte le categorie, in particolare sono legati
a quelli testimoni. Sono tutti quei popoli che permangono nel tempo nonostante sembravano essere
stati soffocati e si scopre che invece possono ancora esistere e rivendicare i propri diritti attraverso
il riconoscimento della propria specificità e tutta una serie di lotte decolonizzatrici. In Bolivia, per
esempio, sono stati reintrodotti gli insegnamenti di lingue come il Guaranì, in Perù il quechua: in
alcune zone ci sono regimi di bilinguismo, in altre ci sono grandi conflitti. La differenza tra popoli
testimoni e emergenti: i popoli emergenti sono quelli che stanno prendendo piede a partire dal
processo di decolonizzazione che è partito negli ultimi anni. Sono popoli che si rifanno a delle
tradizioni antiche, per esempio Rigoberta Menchù. Sono emergenti perché durante la conquista
sono stati sottomessi e che a seguito dell’indipendenza riemergono all’interno della società a
seguito delle lotte di decolonizzazione.
In Cile, il problema dei mapuche negli ultimi anni ha avuto un’escalation: rivendicazione delle terre,
non riconoscimento dei latifondi che le occupano, violenza della polizia nei loro confronti ecc.

La rivoluzione d’indipendenza = il momento in cui l’insieme eterogeneo delle aree culturali dell’America
Latina inizia a riflettere su sè stesso.
Perché hanno inizio le rivoluzioni d’indipendenza? La risposta è molto difficile: da una parte i temi sono
maturi per una trasformazione, dall’altra se non ci fossero stati fattori di congiuntura a cambiare gli assetti
del mondo, probabilmente le indipendenze sarebbero arrivate molto dopo.
Nel momento in cui iniziano le rivoluzioni c’è uno scenario specifico di configurazione della colonia:
Esistevano 2 vicereami (Nueva España con capitale Città del Messico e Perù con capitale Lima) regolati da
una serie di capitanìas che si estendevano su tutto il territorio = poteri locali. Esistevano le audiencias =
tribunali giuridici ed economici. La figura del corregidor (colui che amministrava vasti territori) aveva in mano
l’amministrazione e rendicontava e guadagnava solo se la sua amministrazione era buona. Il potere era
distribuito: i vicereami creano una situazione di dipendenza dalla corona, con una serie di tasse elargite alla
Spagna ma anche una relativa libertà data dalle capitanìas. Si instaura quindi un sistema feudal-paternalista:
c’era controllo e sistema fiscale ma anche una certa libertà e distanza tra madrepatria e colonie. La
costruzione coloniale dava ampio spazio alle autonomie locali, si sviluppa una vasta classe dirigente creola
implicata negli affari territoriali con una relazione indiretta con la corona. Vi erano ampi spazi amministrati
dalle oligarchie creole che permettevano la convivenza con la corona, tramite lo sfruttamento delle classi
bianche. Questo sistema non spezza il suo vincolo per un preciso motivo, la forza della Spagna rispetto alla
colonia: la Spagna ha in mano il controllo dell’esercito, e questo è il grande problema della
costruzione/distruzione della colonia. L’esercito è dipendente dalla corona e staccato dalla piramide politico-
economico-sociale che si crea in America. Questo doppio binario influenza le rivoluzioni di indipendenza e
ancora oggi è un tema molto importante e il motivo per cui l’America latina è il territorio dei colpi di stato:
l’esercito non è legato allo Stato. L’esercito è un potere parallelo che è determinante per la gestione del
potere stesso: questa situazione si crea sin dalla colonia in cui le oligarchie creole si sentono inferiori alla
madrepatria che controlla l’esercito.
Nel 1804 moltissimi piantatori scappano a Cuba e alle Isole Caraibiche perché si instaura la nuova repubblica
in cui tutti sono liberi e per questo gli altri stati, impauriti, tengono buona la Spagna per mantenere il
controllo sui territori (es. Cuba e Portorico).
La situazione per la Spagna inizia a cambiare all’inizio del ‘700 con il passaggio alla dinastia dei Borboni che
attivarono una serie di riforme in cui si cerca di destrutturare l’antico regime paternalistico che lasciava ampi
spazi di libertà tramite l’affidare a determinate figure l’amministrazione del territorio, togliendo potere ai
creoli. Si vuole razionalizzare il prelievo fiscale, controllando la risorsa principale: l’oro delle Americhe. Le
riforme borboniche fanno sparire le figure dei corregidores e vengono mandati dei funzionari direttamente
dalla Spagna. Anche la questione della riorganizzazione e la liberalizzazione dei circuiti commerciali è
drammatica: l’impero spagnolo passa da essere l’impero dominante ad essere sempre più sottomesso e
messo al margine di Francia e Inghilterra che assumono molta importanza soprattutto nei mercati.

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Inghilterra e Francia cominciano ad avere interessi nella rotta atlantica e la Spagna asseconda questi interessi
liberalizzando il commercio e quindi danneggiando le colonie: il regime di monopolio era una cosa positiva
per tutti, ma quando la Spagna liberalizza anche Inghilterra e Francia niente rimane alle Americhe. Le colonie
potevano solo commercializzare tra di loro, non con gli stati europei. Il tipo di economia che si instaura,
inoltre, tende alla dipendenza e non all’autosussistenza: nel momento in cui si coltiva assiduamente
qualcosa, si crea una dipendenza perché non si è autosufficienti in tutto il resto. La Spagna, Francia e
Inghilterra ci guadagnavano, le colonie no ed inoltre erano private dalla possibilità di avere un’economia
interna che consenta di arrivare all’autosufficienza: tutto viene dall’esterno, anche il settore terziario (es.
medici venezuelani in Cile). Tutto questo si lega al quadro della guerra dei 7 anni, terminata nel 1763 cambiò
il quadro e l’assetto politico (Gli inglesi nel 1761 occupano per un anno La Habana e Manila, due dei più
importanti porti coloniali spagnoli, cambiando il baricentro delle rotte transatlantiche): l’Inghilterra vince
sulla Francia e sulla Spagna e poi successivamente si ha la rivoluzione francese.

Lezione 3 – 28 febbraio

Le rivoluzioni di indipendenza non sono solo una scelta solo delle colonie che vogliono separarsi dalla Spagna:
la posizione delle colonie è contraddittoria per molti fattori. La situazione del quadro crea instabilità ma il
passaggio da una situazione all’altra non è lineare: la Rivoluzione Francese e quella americana hanno
un’influenza ma non portano necessariamente come conseguenza diretta la volontà delle colonie di separarsi
dalla Spagna. Non si tratta di una Rivoluzione dal basso, le parole chiavi della rivoluzione francese non sono
copiate e incollate nella colonia, sono rivoluzioni volte ad ottenere un passaggio di potere dalla corona alle
oligarchie creole; questo passaggio è dovuto a un vuoto di potere dovuto alla salita al trono spagnolo del
fratello di Napoleone Bonaparte: i criollos sono ambigui nei confronti della Spagna, vogliono mantenere i
propri privilegi ma sono anche consapevoli che questi ultimi sono minati dalle riforme borboniche = lo
scenario è molto più complesso di ciò che sembra.
La rivoluzione di Haiti (zona di Santo Domingo, divisa in colonia francese e spagnola) è accaduta perché la
colonia francese, sui venti della rivoluzione, inizia un grande fermento che porta nel 1804 alla prima
repubblica indipendente  la libertà/fraternità/uguaglianza è solo per pochi, solo per lo strato alto della
popolazione, la colonia deve rimanere colonia! Nel momento in cui sono gli strati bassi a ribellarsi, i creoli
cominciano a preoccuparsi: sentono che il fermento dal basso può portare a degli effetti incontrollabili, come
avvenne ad Haiti. Il prezzo dell’indipendenza di Haiti porta i vicini di casa a diventare più rigidi, tanto che
l’indipendenza verrà ottenuta quasi un secolo dopo  i creoli cubani, terrorizzati dal pericolo di perdere tutti
i propri possedimenti, si legano a doppio filo alla corona perché è l’unica che può garantire un controllo
territoriale attraverso l’esercito che è ≠ dalle milizie locali che poi entreranno a far parte delle rivoluzioni
d’indipendenza.
Ci sono vari fattori che portano alla rivoluzione: l’esercito, il nuovo suolo assunto da Inghilterra e Francia che
ora hanno più potere della Spagna. La rivoluzione francese (abolizione ancien regime e nuove idee) e quella
americana furono molto importanti. La congiuttura che porta però alle rivoluzioni è l’introduzione della
dinastia dei Borboni nel 1808 con il fratello di Napoleone che governerà fino al 1812. Le riforme borboniche
creano un grande malcontento e Giuseppe Bonaparte non era affatto illuminato e attento al fatto pubblico,
era soprannominato Pepe Botella (sempre ubriaco). Nelle colonie si crea una situazione di vuoto nella quale
riprendono vigore tutte le situazioni locali di autogestione che portano poi alla rivoluzione quando torna la
dinastia borbonica con ulteriore rigidità. Nel 1808 nasce la volontà di emancipazione, le colonie non possono
più sopportare la situazione di instabilità e la vessazione fiscale, inoltre il vuoto di potere spinge verso le
rivoluzioni. Le rivoluzioni di indipendenza portano alla costituzione di repubbliche presidenziali, il che è
innovativo: i modelli di governo furono voluti e meditati, mentre in Europa c’erano ancora tentativi di
restaurazione e oscuramento.
Il fattore economico, come sempre, diventa quello fondamentale che schiaccia ogni idealità, si creano
problemi strutturali come la questione schiavista  l’abolizione della tratta non significa abolizione della
schiavitù, le lotte virtuose dell’Inghilterra per abolire la tratta aveva solo fini economici: volevano aumentare
la diffusione della loro barbabietola scoraggiando la vendita dello zucchero di canna. = l’idealismo non è tutto,
la lotta per l’abolizione della schiavitù da parte dell’Inghilterra le porta vantaggi economici.

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La questione dell’indipendenza latinoamericana:
Capire a fondo tutti i processi dell’indipendenza non è lo scopo del corso, ma vanno evidenziate le figure e i
modelli principali: la data che viene data come cardine è il 1810, anche se in realtà la questione si snoda in
tutto l’800: nel 1804 indipendenza di Haiti, 1813 indipendenza Venezuela che si consolida grazie a Simon
Bolìvar che dedicherà tutta la vita ai processi di indipendenza. Bolivar è la figura principale perché rispetto
Josè de San Martì (1810-1816 libera Rio de la Plata) ha un progetto panamericano ispirato a una federazione
come quella degli Stati Uniti. Ci sono vari modelli che si interrogano come organizzare la complessità: fino a
quel momento c’erano colonie governate da due vicereami che tenevano insieme realtà molto diverse; ci si
chiede se privilegiare l’unità o la differenza: ci sono fattori che unificano il territorio latino americano =
religione comune e lingua in comune. Bolivar, ispirato da Andrès Bello, voleva enfatizzare gli elementi in
comune che implicano unità e quindi forza; per SB il fatto di parlare una stessa lingua poteva creare un blocco
di alleanza e di potenza sugli scenari internazionali. Il modello di SB si ispira alle federazioni degli stati federali
in America del nord, che nella loro diversità possono essere riconosciuti come un unico. SB voleva la Gran
Colombia, e liberò tutti gli stati fino al 1828 (Venezuela, Ecuador, Colombia) ma il suo sogno non verrà mai
realizzato perché le specificità e gli interessi locali avranno la prevalenza. In Messico i sono Miguel Hidalgo e
Josè Maria Morelos.
Ci sono due attitudini nei confronti del territorio americano stesso:
 Enfatizzazione dei tratti locali, di tutto ciò che appartiene al territorio e quindi come differenza
rispetto al modello
 Mantenimento dell’unità anche a costo di una specificità
Queste due attitudini caratterizzano tutta la produzione letteraria dell’800.
Oggi in latino-America ci sono molti problemi di visti, frontiere  non c’è unità, non esiste il progetto
immaginato da Bolivar.
Ci sono alcune alleanze tra stati sudamericani, ma sono tutte economiche e non generali.
“creare la Gran Colombia è stato come arare nel mare” cit. Simon Bolivar che si rende conto dell’impossibilità
del suo sogno.
A partire dall’indipendenza prevale il modello degli Stati-Nazione. Ci sono molti stati diversi, con un disegno
simile a quello che abbiamo oggi.
Josè Mrtì scrive dei testi che costituiscono il passaggio dalla vuota retorica degli ultimi momenti del
romanticismo a quello che sarà il modernismo del ‘900.

La trasformazione a livello di storia delle idee/ letterario che si ha a partire dalle rivoluzioni di indipendenza:
la domanda che inizia a prevalere dopo il ‘700, con la nascita dei modelli inglese e francese, è come definirsi
in alternativa al disegno imposto durante la colonia. A partire dall’800 si inizia a pensare come assimilare i
modelli alternativi di Inghilterra e Francia e guardarsi intorno: guardare la propria specificità e le
caratteristiche che dominano la propria realtà. Alcuni esaltano la specificità, altri l’unità. L’800 è il momento
nel quale i diversi Stati Nazione appena nati si chiedono “chi siamo? Come ci definiamo?”. Quando parliamo
di letterature ispanoamericane usiamo gli stessi movimenti europei, incarnandoli però nelle specificità dei
territori. Tutte le caratteristiche del movimento romantico, per esempio, assumono un carattere molto
specifico se legate al discorso delle rivoluzioni d’indipendenza. Con il romanticismo abbiamo l’importanza dei
sentimenti, il superare i confini, l’attenzione alla natura con tratti quasi misterici. In ispanoamerica mettere
al centro la natura significa ripensarsi in quando ispanoamericani, dire la propria natura partendo dagli
elementi più banali: la conformazione geografica, le specificità degli abitanti… Iniziano ad entrare nel discorso
narrativo degli elementi che prima erano sconosciuti come il campo, la natura americana  si esce dalle corti
e dalle speculazioni di autori presi dall’altrove e si inizia a parlare della propria realtà partendo dagli elementi
naturali della stessa. L’800 è il secolo timido nel quale si inizia a elaborare nel discorso la propria identità e si
fanno quindi trasparire modelli diversi di questa identità: riflettere la propria natura significa esaltare la
specificità dei diversi territori oppure scegliere di esaltare gli elementi di contiguità di un territorio (es.
caraibico, come farà Josè Martìn).
È durante le rivoluzione di indipendenza che si forgiano i differenti modelli: panamericanismo vs
ripiegamento nei diversi stati nazione, che creano la situazione che abbiamo oggi in cui il pericolo che vedeva
SB si realizza  l’insieme con un passato coloniale con lingua in comune si disconosce  non si studiano le
letterature e le storie degli stati vicini.

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Un altro elemento importante è l’attenzione al concetto di popolo e di nazione: nel momento della
consolidazione delle repubbliche, si cerca attraverso il racconto di rintracciare un’origine che diviene
alternativa rispetto alla storia coloniale. Si iniziano a indagare gli imperi, le lingue e la cultura precoloniale,
andando a cercare nella barriera di significato le proprie radici. Nella misura in cui nel momento
dell’indipendenza la domanda è “chi siamo” è naturale andare a pescare il passato amerindiano che però,
nella maggior parte dei casi, è fondato su un’invenzione o su documenti rarissimi. La trasmissione delle
culture precolombiane è prevalentemente orale e ci sono poche zone in cui si parlano ancora le lingue
autoctone, ma i grandi imperi teocratici si possono conoscere solo attraverso la barriera del significato, ma
nonostante questo diventano una base su cui edificare la propria origine. Concetto dell’invenzione delle
origini.
A Cuba, per individuare la cubanità si inventa L’espejo de paciencia, un documento nazionale ricreato a
tavolino per individuare un’origine. La volontà di raccontare passa per la fabulazione, come per le cronache
delle Indie. È più importante l’invenzione o la realtà/ i dati? Le cose vanno tenute sullo stesso piano, perché
anche l’invenzione crea l’identità di un popolo. I testi dell’800, nonostante il grande grado di invenzione,
diventano i testi fondamentali degli Stati Nazione: gli autori non dicono tanto ciò che accaduto, ma
prefigurano ciò che avverrà creando dei modelli di mondo. Il romanzo dell’800 ispanoamericano contiene i
sogni, le incarnazioni dei modelli del mondo che verrà, sono testi proattivi che si proiettano al futuro
raccontando la natura, i problemi e la realtà dando un giudizio  vogliono condizionare la realtà,
proiettandosi verso il futuro. Si va al di là di una semplice misurazione razionale della realtà, si riflette sul
concetto di stato/nazione e sulla natura. Tutti i testi sono invenzioni proattive di un certo tipo di Stato che
dicono molto su chi scrive e sul suo progetto di stato.
Da un lato c’è la volontà di recuperare un passato solo in parte recuperabile, dall’altro la necessità di
conciliare questo passato con la stessa lingua con cui esso è espresso, cioè l’eredità spagnola che non può
essere cancellata. La grande novità è che lo spagnolo non è più percepito come la lingua della dominazione,
ma è una lingua di cui ci si appropria e che diventa altra.

Metafore e strumenti letterari:

 Sentimento  è una parola chiave per il Romanticismo. In questo caso, l’elemento di ritorno alla
riflessione sulle nazioni porta alla dominanza di una serie di metafore che collegano la nazione al
singolo. In tutta la letteratura dell’800 il corpo della nazione è letto come se fosse un corpo
individuale: nascono le grandi metafore che sussistono oggi, per cui la nazione è un corpo che si può
ammalare e che può guarire. Il corpo nazionale viene visto come corpo individuale per sentire la
nazione come propria, come qualcosa di corporale e incarnato che diventa più vicino al nostro stesso
corpo.

 Passaggio dal macrocosmo al microcosmo  i problemi nazionali vengono spostati, in chiave di


metafora, a livello locale e familiare. Il microcosmo della nazione è la famiglia, e tutto ciò che accade
in una famiglia è metafora della nazione. La Malinche è considerata come la chingada ma che porta
anche su di se la responsabilità dello strappo, è la traditrice: è la terra americana violata dall’altro
che porta su di sé la macchia del tradimento con una figura del padre associata alla Spagna, mentre
la madre terra è violata e traditrice. In molti romanzi ci sono donne protagoniste, dai natali dubbi o
adottate e dalla paternità controversa e contese da diversi amanti. La figura dominante è l’incesto,
la tematizzazione della violenza sulla donna che diventa traditrice e porta con sé una stirpe non pura,
imperfetta e dall’altra parte il riferimento a una parte creola, legata alla madrepatria, pura e
autorizzata  si crea l’incesto tra fratelli con figliazione illegittima e legittima. Il microcosmo della
famiglia di presta per la riflessione di molti temi sociali legati al territorio, a partire dal problema della
legittimità.

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 Nel territorio americano si sovrappone la classe alla razza: la conquista passa sulla violenza alla
donna perché un modo di appropriarsi del territorio era uccidere gli uomini e fare proprie le donne
creando una figliazione che diventa la prima figliazione americana. Ampliando questo raggio
campiamo che il problema di legittimità/illegittimità si crea con questa prima figliazione  si creano
famiglie parallele, che danno un vuoto poi tematizzato nel romanzo 800esco. C’è la legittimità,
famiglia europea, e illegittimità, famiglia americana. I matrimoni si facevano in un certo strato
sociale, ma ci sono anche mescolanze tra classi; il problema che rivela questa mescolanza sono però
i tratti somatici, problema che in Europa non esiste; in America, il frutto su una india o su una schiava
porta a un segno fisico. Problema del blanqueamiento dissimilare le proprie origini nel momento
in cui i tratti somatici lo permettono. Il discorso di classe si sovrappone sempre a quello di razza, si
parla di pigmentocrazia oltre che aristocrazia i tratti somatici enfatizzano certe appartenenze
sociali, non è solo una questione di classe.

Lezione 4 – 4 marzo

La trasformazione del pensiero dovuta all’elaborazione di determinati fenomeni storici da parte delle
oligarchie creole. Le indipendenze non sono un processo che accade in una manciata di anni ma devono
essere considerate tenendo conto di fattori lungo periodo come le riforme borboniche, fenomeno che farà
accadere l’indipendenza americana. Il processo di modernizzazione perseguito dai Borboni, insieme alla
rivoluzione industriale saranno centrali per la generazione del malcontento nelle colonie.
Le riforme Borboniche spingono verso una centralizzazione degli affari dell’impero; fino a quel momento le
colonie avevano una relativa libertà e possibilità di autoorganizzazione. I Borboni avviano riforme nel sistema
coloniale e l’effetto è che i vicereami diventano 4 al posto di 2. Si aggiungono il vicereame del Rio de la Plata
e quello di Columbia. Il disegno preciso dei Borboni è quindi quello di centralizzare il potere nella vecchia
Europa e non più di lasciarlo in mano alle figure locali. Queste riforme non vengono prese bene dalle
oligarchie creole che erano abituate ad avere una certa libertà amministrativa. Tutto questo crea delle
ripercussioni anche a livello immaginario: vi era prima l’illusione di autogestione e quando questa viene
meno, si sente sempre di più il peso a livello identitario che affonda nella ferita coloniale che non ha mai
smesso di pulsare. Si pensa alla propria identità come violazione della propria terra, che passa attraverso il
corpo della donna.
La consapevolezza della ferita viene alimentata anche dalla possibilità di attingere da altri modelli: l’800 è la
sintesi di ciò che è avvenuto nel ‘700. Quando si riflette sulla produzione letterario-culturale del secolo si è
abituati a pensare a determinate etichette in ordine cronologico di movimenti con salti epistemologici 
non è così per quanto riguarda la storia del sud America. Inizia la penetrazione di molti modelli: studi
scientifici, idee dell’illuminismo, studio della flora e della fauna americana, riscoperta degli aspetti autoctoni
da parte dell’esterno. Dall’altra parte il secolo del lumi porta alla creazione della grande osmosi, le grandi
relazioni, la volontà di scoperta implica il guardare l’altro, esaminarlo e dalla parte degli americani c’è una
volontà di guardare analiticamente il mondo da cui si procede in tutta la sua complessità. Iniziano a vedersi
nuovi modelli (fattori di congiuntura): nel 1776 c’è la rivoluzione americana e nel 1789 quella francese 
questo scenario porta alla rivoluzione delle colonie che inizia nel 1804 con Haiti. Francia e Inghilterra
intervengono con i loro modelli rompendo l’asse tra colonie-Spagna. Le oligarchie creole iniziano una sorta
di viaggio iniziatico alla scoperta dei nuovi modelli europei: questo viaggio è legato a volte a questioni di esilio
(es. Simon Bolivar) ed è principalmente un modo per prendere i modelli europei che saranno determinanti
per ripensarsi. Questa operazione non conferma la colonialità ma è un’operazione di cannibalizzazione: si
ingeriscono questi modelli, si fanno propri e si reinventano. Il 700 sarà un momento fertile per la nascita di
riviste letterarie, culturali, economiche, politiche: attestano la volontà di raccontare, dialogare sulla propria
realtà e su quella degli altri. L’altro viene individuato nell’Europa, non nei propri “vicini di casa”  problema
che uscirà dopo.
Vi è la volontà di scoprirsi, di capire. Le ricerche sulla flora e la fauna sono la base della volontà di riscoperta
delle proprie origini  non come una volontà di rifugio in mondi passati, ma per un’esigenza di fondazione
determinata dallo scenario che si stava per aprire.

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L’America spagnola non inventa l’indipendenza, la riceve  i fattori determinanti sono da un lato la
centralizzazione dei Borboni, dall’altro le politiche liberaliste provenienti dal governo inglese: gli spagnoli
liberalizzano il commercio dei paesi europei con le colonie, ma le colonie non possono commerciare se non
tra di loro = erano le uniche a non guadagnarci. Il libero scambio avviene tra attori europei  in America si
crea una crescente dipendenza da elementi esterni.
Nasce la necessità di uscire dalla campagna dove non ci sono possibilità, alla fine dell’800 si crea un problema
urbano dovuto all’estrema “migrazione” da campagna a città. La città comincia ad essere luogo visto come
inferno, il lavoro comincia a mancare, ci sono problemi abitativi, problemi migratori ecc.
Neoclassicismo, secolo dei lumi e Romanticismo devono essere visti in continuità e non come salto da uno
all’altro;
 gli elementi centrali sono la volontà di pensare alle proprie origini per capire chi siamo
 il pensiero sul racconto dell’identità della nazione e dello stato
 proiezione euforica verso il futuro che va a braccetto con lo spirito mistico del romanticismo, il
superamento dei confini/del mistero/limite/ della ragione. Si inizia a capire che i limiti della ragione
possono essere superati.
Le periodizzazioni trovano delle costanti comuni, ci sono momenti in cui vi è una visione mimetica nei
confronti della realtà e momenti in cui questa si sfonda per dare privilegio ad altri sensi/facoltà interpretative
che arrivano fino ad oggi in cui ancora parliamo di nuovi realismi e ritorno di determinate forme.
I testi vanno sempre analizzati in chiave politica, tutto ciò che viene scritto a seguito e durante le
indipendenza ha come obiettivo quello di raccontare il nuovo territorio per farlo essere rispetto alla
condizione coloniale.

Date importanti per l’indipendenza:


1804 = indipendenza Haiti
1810= Messico e Rio de la Plata (Simon Bolivar)
date rivoluzioni
1898= fine indipendenza (Cuba e Puerto Rico)

L’indipendenza è legata a doppio filo al problema dell’esercito  il grande nervo scoperto della colonia è la
dipendenza dalla Spagna in termini militari. Non ci sono dei veri e propri eserciti auto-costituiti nella colonia,
sono sempre dipendenti dalla corona. Nei momenti degli scontri si richiama sempre la corona perché sedi le
insurrezioni dal basso. A partire dalle rivoluzioni d’indipendenza si pone questo problema e si crea un
militarismo interno legato a figure carismatiche con funzioni di controllo e governo locale = scollamento tra
ciò che vuole la corona (centralizzazione) e ciò che effettivamente può essere fatto.

Nel 1808 quando si realizza il vuoto di potere, chi ha il controllo del territorio crea intorno a sé un certo
consenso ed armare il popolo per ottenere l’indipendenza  nasce il militarismo che oggi porta con sé il
riflesso del rapporto corona-colonia che oggi si verifica in stato-esercito = figure dei CAUDILLOS  funzionari
locali carismatici e di potere che conoscono perfettamente il territorio nel quale sono cresciuti che ottengono
un grande consenso dovuto a relazioni dirette basate su scambi legati ad elementi sensibili come la
protezione o lo scambio di beni = io ti do tu mi dai. Il sistema del caudillismo = consenso intorno alla figura
del caudillo, capo militare che attrae una serie di persone che vogliono lottare per una causa molto concreta
e comune. Questo sistema è alla base degli attuali populismi. Vi è un parallelismo tra il potere statale e
quello dell’esercito= sono due funzioni che devono integrarsi oppure vi è una catena infinita di colpi di stato,
cioè ciò che sta avvenendo oggi in molti paesi dell’America Latina  tutto ciò ha radici che affondano
nell’800. Per darsi una spiegazione alla situazione odierna e capire chi sono gli attori in gioco, bisogna tornare
al fenomeno del caudillismo. Oggi in Venezuela c’è un esercito che continua a funzionare come un potere
parallelo e i grandi colpi di stato degli anni ’70 appoggiati da determinati paesi europei sono stati fomentati
dalla divisione tra esercito e governo.
Quali sono i principali modelli teorici che servono alle ex colonie per ripensarsi come repubbliche
indipendenti? Il pragmatismo inglese, le idee della rivoluzione francese sono modelli che vengono presi di
prima mano e diventano fondamentali per ripensare la condizione americana.

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Volontà di revisionare il proprio passato per creare la propria identità anche inventando. Si ritorna alla genesi
della leyenda negra si ritesse la storia americana come una storia di violenza, sopruso e barbarie nei
confronti delle popolazioni amerindiane. Gli spagnoli vengono visti con l’ideario della rivoluzione francese,
soprattutto dopo il ritorno della dinastia borbonica come qualcosa da cui liberarsi tramite l’emancipazione.
Si ritorna sulla propria storia evidenziandola e rileggendola come storia di soprusi e sottomissione costante.
Simon Bolivar, dopo il 1810 è costretto a ritirarsi perché la Spagna ha mandato le truppe per sedare la
rivoluzione soprattuto in Venezuela. Bolivar si sposta in Jamaica dove prenderà contatto con gli intellettuali
locali diffondendo il modello di panamericanismo federale.

La Carta de Jamaica è una lettera in cui risponde a un commerciante che gli ha chiesto delle info di prima
mano sui recenti moti di indipendenza americani. Nel 1815 Bolivar “fotografa” i moti rivoluzionari in tempo
reale e li affianca a riflessioni sul passato coloniale e soprattutto sul futuro e ciò che lui si aspetta per il futuro
dell’America  è un canto euforico all’unione dei popoli americani. Il grande sogno di Bolivar non si realizzerà
mai perché ci sarà un progressivo distaccamento, non si avvera il sogno panamericano. In questa lettera
emerge la volontà di spiegare cosa è significato essere colonia, vi è un giudizio radicale nei confronti della
Spagna salvo che per un elemento: la lingua. Tutto ciò che ha dato la Spagna è stato depredazione ma il
grande elemento importante è l’unità linguistica che crea una base di comunicazione e conoscenza che è
bene sfruttare secondo Simon Bolivar. Gli stati nazione che dovrebbero conoscersi, senza barriera linguistica
a separarli, si conosceranno molto poco.
Il primo a pronunciare il termine “America Latina” è il cileno Francisco Bilbao e la latinità è un concetto
introdotto dai francesi che volevano dividere il sud dal nord dell’America.
La fonte di ispirazione di SB è la rivoluzione americana, egli non intravede ciò che vedrà poi Josè Martìn 80
anni dopo, cioè il pericolo di un nuovo imperialismo da parte degli USA.

Un altro elemento fondamentale è la rilettura del proprio spazio. Si agisce sul proprio tempo (rilettura del
passato) ma anche sul proprio spazio: si analizzano ed esplorano le coordinate. Domande che si pongono al
centro dei discorsi:
 Da dove veniamo?
 Da cosa siamo fatti?
Prima i cronisti avevano inventato l’America, ora gli americani inventano sé stessi. I cronisti dovevano
colmare un vuoto di significazione, saturavano di parole ciò che non sapevano dire, inventavano ciò che non
possiedono perché non è ancora stato detto da nessuno: ora c’è la stessa situazione, ma lo schema di
Jakobson non è più così omogeneo. Non sono gli spagnoli ad emettere il discorso ma sono gli stessi americani.
Alcuni critici come Ginfranco pensano che il primo testo americano sia quello post-indipendenza: solo ora il
popolo americano si riconosce come tale, si dice un nuovo spazio e una nuova natura. Gli scrittori di questo
periodo vengono definiti “Nuovi cronisti delle Indie”  l’attività fabulativa è la stessa, tesa a fondare tramite
il racconto una nuova realtà tramite l’attenzione al passato e alla natura americana e i suoi abitanti andando
ad indagare quelle figure e quelle pieghe mai analizzate nell’atto di raccontare (gaucho – Argentina, negro-
Caraibi, indio – Perù/Messico).
Per raccontare la storia, il macrocosmo si riflette nel microcosmo, nella famiglia, che è sempre una proiezione
della nazione e alla base c’è l’atto di violenza originario sul corpo della donna.

Bisogna sempre pensare a chi emette i discorsi: sono gli americani che iniziano a parlare di sé stessi. Ma quali
americani? I creoli. C’è un discorso di doppia dipendenza: abbiamo sempre ragionato su un centro europeo
che crea la sua periferia americana, ma la periferia si sente da un lato subordinata e ha sua volta ha una
periferia, cioè quella che descrive e allo stesso tempo sottomette: l’indio e il negro diventano la periferia di
chi sta identificando la nazione. Non vi è un immaginario ispirato a libertà, uguaglianza e fraternità  c’è
sempre una periferia della periferia che non ha voce. C’è chi doppiamente rimane in silenzio, l’indio, il negro,
lo schiavo: nonostante l’indipendenza rimangono in una situazione di assoluta dipendenza. Mignolo parla del
fatto che il colonialismo termina ma la colonialità continua, il trattamento della classe e dell’etnia pone
determinati strati sociali in una condizione ai limiti della decenza.
La fondazione dell’identità nazionale passa dalla lingua spagnola, chi non ha parola è perché non sa leggere
né scrivere. La periferia nera/india è una doppia periferia: per i creoli e per la Spagna.

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Lezione 5 – 5 marzo

Chi sono i caudillos e cos’è il caudillismo? Il caudillismo è uno dei grandi fattori che determinarono i processi
di indipendenza condizionando le politiche latino-americane. Il discorso del caudillismo è legato al
militarismo: nei vicereami del territorio sud-americano non esisteva un esercito vero e proprio prima delle
rivoluzioni d’Indipendenza  le milizie sono sempre state in mano al controllo della metropoli, durante il
processo di instabilità del ‘700/800 e a seguito delle riforme borboniche/rivoluzioni a livello locale delle figure
carismatiche capaci di attrarre intorno a sé degli eserciti, cominciano a creare delle milizie al loro servizio 
caudillos! L’ingrediente dei caudillos è la conoscenza regionale e locale del territorio e una rete molto ampia
di uomini pronti ad armarsi e a seguirli. Le figure ideali dei caudillos sono dei grandi latifondisti con grandi
porzioni di terreno che conoscono perfettamente e che sono integrati nel loro territorio. Il caudillo è un capo
politico-militare che inizia a prendere piede durante l’indipendenza organizzando un esercito alle loro
dipendenze e si mettono al servizio dei processi di indipendenza.
Dopo i primi moti rivoluzionari ci sarà una controffensiva da parte dei Borboni  esigenza di uomini in armi
per proseguire le lotte rivoluzionarie. Si crea un potere chiave per capire l’evoluzione della storia latino-
americana; lo scenario delle guerre d’indipendenza fa nascere la figura del caudillo che ha di norma una
profonda conoscenza del territorio, un’idea molto localista della politica = difende gli interessi locali del
territorio, non ha idee centraliste di confederazioni di stati: vuole una risposta locale a problemi locali. Il
potere del caudillo si forma attraverso l’esercizio della forza nelle guerre d’indipendenza. Si consolida un
potere militare parallelo e indipendente a/da quello statale.
Si arriva a uno stato di guerriglia permanente. I disegni dei vari libertadores sono determinati da diverse
ideologie per il territorio americano, su influenze europee non uniformi. La nascita di questo tipo di
militarismo e la volontà di rispondere a problemi eminentemente locali porta alla creazione di diversi stati
nazione  il sogno panamericano di Bolìvar naufraga. Già dalla carta de Jamaica, Bolivar si rende conto che
il suo sogno è destinato a non realizzarsi a causa dei grani limiti di questo progetto, che nonostante si fondi
su pilastri molto concreti (lingua e religione comune) deve combattere con istanze assolutamente locali. Ci
sono anche modelli che tendono a privilegiare la località rispetto all’unità. Il processo di integrazione è pieno
di limiti.

A partire dal sogno di Bolivar possiamo riflettere sui termini ispanoamericanismo ecc.
La prospettiva del corso è una prospettiva ispanoamericanista  non mette al centro uno stato in particolare.
Primo ispanoamericanismo vs secondo ispanoamericanismo. Quest’anno ci occupiamo del primo fino ad
arrivare alla figura che tiene insieme i due: Josè Martì, chiude il primo e apre il secondo, che sarà fatto da
figure come Rodò e figure che rifletteranno sull’America Latina a partire dalle manifestazioni del 1910.
Il padre del primo Ispanoamericanismo è Simon Bolivar  ha un progetto panamericano; intuisce il pericolo
dietro le lotte che portano alla nascita di poteri locali che rispondono a problemi locali di sicurezza. Il
caudillismo è alla base del populismo attuale.
Al centro del modello di Bolivar c’è la necessità di pensarsi: questo ripensamento però non riguarda tutti e
questo è il nervo scoperto del progetto di Bolivar  non è una rivoluzione fatta per il popolo, solo i caudillos
pensano al popolo perché ne hanno bisogno per il loro esercito.
La Spagna per Bolivar da madre si converte in matrigna: ha generato molto dal 1492 in poi, ma ora diventa il
male assoluto da debellare. Una madre che ha posto una lingua ma anche una matrigna che ha soggiogato
per secoli le realtà americane.
Bolivar evidenzia la necessità dei creoli di trovare un nuovo posto nella società, che non vogliono più sentirsi
inferiori e vogliono ripensarsi. Il ripensamento avviene molte volte e mira all’affermazione di una nuova
identità della metropoli che si può dare solo come ambiguità necessaria. Nel momento della tentata
emancipazione, bisogna distanziarsi ma non ci si può distanziare eliminando il segno della cultura spagnola
perché è l’elemento che unisce grazie alla lingua e alla religione. C’è la volontà di separarsi dalla Spagna ma
l’impossibilità di farlo fino in fondo = ambiguità necessaria.
Parliamo di Bolivar come libertador ma bisogna sempre pensare a chi viene liberato: il progetto di SB riguarda
scientemente un piccolo gruppo di persone, cioè le oligarchie creole. Non si può avere una repubblica
indipendente per tutti, ma solo per chi può guidare questi paesi ad una emancipazione reale. La gerarchia

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che porta ad una classe dirigente stratificata verso l’alto è ancora soppiantata da un pensiero ancora più
grande: il panamericanismo di SB  pensa che coloro che devono portare la società all’emancipazione sono
gli stati del nord sugli stati del sud. Il sogno mai realizzato è il sogno che avrebbe portato ad uno sviluppo
unitario di un’America federale ed omogenea nella quale in differente grado di dipendenza gli stati del nord
sarebbero stati traghettatori e quelli del sud traghettati.
Quando la Spagna cerca di riappropriarsi dei propri territori SB deve andare in esilio in Jamaica dove, da un
lato viene riconosciuto come il grande libertador che ha avviato il processo rivoluzionario ma dall’altro è un
semplice esule in una situazione molto difficile.
Nella Carta de Jamaica si riflette la condizione dell’esilio e le insicurezze. È formulato sottoforma di lettera
pubblica. Il testo probabilmente non è l’originale, c’è una controversia: alcuni sostengono che in realtà
questa sia la traduzione dall’inglese perché il testo originario è stato smarrito o non è mai esistito. Il testo
pubblicato per primo era la versione inglese, quindi non si sa se è il testo originale o una traduzione. Il
destinatario è un commerciante amico di Bolivar che vive nella costa settentrionale della Jamaica. La strategia
retorica di questa lettera è ancorata ad una serie di forme di appoggio alla lettera originaria mandata da
Henry Cullen (amico commerciante).
Nella lettera Cullen commenta la situazione delle colonie americane e chiede quale sia la situazione post moti
rivoluzionari e quale sarà il destino dell’America. Bolivar riprende alcuni passaggi della lettera dell’amico
letteralmente per controbattere e per articolare un complesso panorama sulla situazione rivoluzionaria e
sulla situazione proattiva che le nuove repubbliche avrebbero potuto generare. Da un lato fotografa la
situazione vigente, dall’altra proietta tutti i suoi sogni e desideri individuando le principali mali delle
repubbliche incipienti e proponendo delle soluzioni agli stessi. Questa lettera implica un “io” e un “tu” ma
essendo una lettera pubblica, questi interlocutori sottendono due grandi forze in gioco, il “tu” rappresenta
la Gran Bretagna, cioè la parte dell’Europa che potrebbe schierarsi con l’America e le nuove repubbliche
contro la Spagna che ormai è un vecchio impero svuotato della sua grandezza. Nella lettera SB chiede
l’intervento dell’Europa che trarrebbe vantaggio dall’America sganciata dalla Spagna. Il progetto di SB non è
esente da questo tipo di situazioni: pensando al panamericanismo, lui ha in mente questi modelli. Sarà Josè
Martìn ad avere idee completamente diverse. Bolivar non esorterà mai gli americani a scoprire la specificità
della loro terra, è un discorso a più ampio spettro.
Nel ’24 SB chiude le sue guerre di liberazione: libera Venezuela, Nuova Granada e poi scende fino al Perù ma
in Jamaica è in condizione di esule.

Kingston, setiembre 6 de 1815

Muy señor mió :


Me apresuro a contestar la carta del 29 del mes pasado que V. me

hizo el honor de dirigirme, y yo recibí con la mayor satisfacción. Sensible, como debo, al interés que
V. ha querido tomar por la suerte de mi patria, afligiéndose con ella por los tormentos que padece
desde su descubrimiento hasta estos últimos períodos, por parte de sus destructores los españoles, no
siento menos el comprometimiento en que me ponen las solić itas demandas que V. me hace, sobre
los objetos más importantes de la polit́ ica americana. Así, me encuentro en un conflicto, entre el deseo
de corresponder a la confianza con que usted me favorece, y el impedimento de satisfacerla, tanto por
la falta de documentos y de libros, cuanto por los limitados conocimientos que poseo de un país tan
inmenso, variado y desconocido como el Nuevo Mundo.
Qual è il concetto fondamentale? Perché risponde così? Siamo di fronte all’ambiguità. Quando
parlavamo dei nuovi cronisti d’America  ricorda SB perché dice che non trova le parole per dare
una risposta, perché mancano documenti e libri (che non sono ancora stati scritti) che descrivano il
Nuevo Mundo. È tutta una materia che si deve riarticolare, c’è un vuoto conoscitivo: SB può solo
raccontare e quindi immaginare. Ci si proietta nel futuro senza conoscerlo, tracciando ipotesi:
l’attività immaginativa è sempre un’attività conoscitiva e la letteratura in questo caso serve per
fondare le identità nazionali. La letteratura serve a dire ciò che non si può dire attraverso il
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documento storico, si proietta al futuro: può dire ciò che gli storici non possono, può immaginare.
Siamo di fronte a una rifondazione della letteratura, una risemantizzazione, riformulazione. Il Nuevo
Mundo è davvero Nuevo adesso: non corrisponde più alla Spagna, è inedito e non si sa ancora dove
arriverà.

En mi opinión es imposible responder a las preguntas con que V. me ha honrado. El mismo barón de
Humboldt, con su univerdalidad de conocimientos teóricos y prácticos, apenas lo haría con exactitud,
porque aunque una parte de la estadística y revolución de América es conocida, me atrevo a asegurar
que la mayor está cubierta de tinieblas, y por consecuencia, sólo se pueden ofrecer conjeturas más o
menos aproximadas, sobre todo en lo relativo a la suerte futura, y a los verda- deros proyectos de los
americanos; pues cuantas combinaciones sumi- nistra la historia de las naciones, de otras tantas es
susceptible la nuestra por sus posiciones físicas, por las vicisitudes de la guerra, y por los cálculos de
la polit́ ica.
È interessante vedere la strategia retorica che evidenzia l’impossibilità di definizione di un territorio
complesso per la sua varietà culturale, la distanza tra aree culturali e la complessità dei processi che
si stanno realizzando. SB può solo descrivere per approssimazione, inventare, immaginare.
L’articolazione del discorso di appoggia sulla risposta a tutta una serie di domande poste
precedentemente dal suo interlocutore.
Como me conceptúo obligado a prestar atención a la apreciable carta de V., no menos que a sus
filantrópicas miras, me animo a dirigir estas liń eas, en las cuales ciertamente no hallará V. las ideas
luminosas que desea, mas sí las ingenuas expresiones de mis pensamientos. Bolivar definisce il suo
pensiero come ingenuo: l’ingenuità è un riflesso della situazione dell’America, una situazione
d’inizio, d’infanzia: si inizia a raccontare la propria storia e non lo si pu fare se non in forma ingenua.

«Tres siglos ha, dice V., que empezaron las barbaridades que los españoles cometieron en el grande
hemisferio de Colón.» Barbaridades que la presente edad ha rechazado como fabulosas, porque
parecen superiores a la perversidad humana; y jamás serían creídas por los críticos modernos, si
constantes y repetidos documentos no testificasen estas infaustas verdades. El filantrópico obispo
de Chiapa, el apóstol de la América, Las Casas, ha dejado a la posteridad una breve relación de ellas,
extractada de las sumarias que siguieron en Sevilla a los con- quistadores, con el testimonio de cuantas
personas respetables había entonces en el Nuevo Mundo, y con los procesos mismos que los tiranos
se hicieron entre sí; como consta por los más sublimes historiadores de aquel tiempo. Prima di entrare
nel vivo delle rivoluzioni d’indipendenza esplicita ciò che le ha causate: l’azione degli spagnoli nelle
Americhe. C’è una riflessione lucida sul ruolo della testimonianza: a partire dalle indipendenze ma
anche già da prima, c’è una volontà di tracciare un controdiscorso. L’azione degli spagnoli è definita
come barbarie che oggi non sarebbe pensabile perché non è vivibile. Ricorda la letteratura di
Auschwitz: la parola non può spiegare una cosa così crudele, che supera il limite tra bene e male. È
un concetto che non si può svilire nell’indicibile: per dire queste atrocità SB sa che si devono forzare
i limiti del linguaggio e dell’immaginazione, dice chiaramente che la sua età ha rifiutato queste
barbarità perché troppo dolorose, non vengono credute per questo. (stessa cosa per la 2° guerra
mondiale)  è in base alla fede che passano certi contenuti, non per la loro materialità perché sono
troppo atroci. Bolivar sa che tutto ciò che deve dire sta in un ambito di approssimazione, chiede
prima di tutto che l’altro creda in quello che dirà. Il documento più importante viene individuato
nella Brevìsima di Las Casas, per il suo valore di documento che attesta ciò che è successo.

Todos los imparciales han hecho justicia al celo, verdad y virtudes de aquel amigo de la humanidad,
que con tanto fervor y firmeza denunció ante su gobierno y contemporáneos los actos más horrorosos
de un frenesí sanguinario. Edificio della Leyenda Negra  la Spagna viene individuata come nemico,
richiama a sé tutta la testimonianza di Las Casas per evidenziare come lo strappo dell’Indipendenza
sia legato a quello della conquista che è stata atroce e sanguinosa dal pdv culturale e materiale.
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Citando la distruzione/cancellazione delle civiltà amerindiane che passa per la distruzione dei corpi,
egli traccia un preciso giudizio sulla colonizzazione spagnola. La colonizzazione spagnola ha avuto
una serie di specificità tra cui essere una colonizzazione che ha voluto portare un discorso di
integrazione a prezzo della cancellazione culturale dell’altro: imposizione di una lingua, una
religione, dei costumi. Le forme di colonizzazione di altre realtà coloniali (es. Africa/Asia) sono molto
diverse: non si cancella la lingua o i complessi socio-culturali e per questo nel momento in cui
iniziano le forme di decolonizzazione c’è un immediato ritorno a ciò che c’era prima, perché l’origine
non è stata cancellata come in Latino America. L’integrazione è il nodo focale che porta pro e contro:
integrazione significa volontà di sottomissione di segni culturali (Mignolo colonialismo – colonialità)
¡Con cuánta emoción de gratitud leo el pasaje de la carta de V. en que me dice «que espera que los
sucesos que siguieron entonces a las armas españolas, acompañen ahora a las de sus contrarios, los
muy oprimidos americanos meridionales» (= connotazione sbagliata geograficamente, quando si
parla di americanos meridionales si intendono i Latino Americani) ! Yo tomo esta esperanza por una
predicción, si la justicia decide las contiendas de los hombres. El suceso coronará nuestros esfuerzos;
porque el destino de América se ha fijado irrevocablemente; c’è una serie di termini che rimandano
a una condizione di approssimazione, non dati di fatto: non si dice ciò che è ma ciò che si vuole el
lazo que la unía a la España está cortado; la opinión era toda su fuerza; por ella se estrechaban
mutuamente las partes de aquella inmensa monarquiá ; lo que antes las enlazaba ya las divide; más
grande es el odio que nos ha inspirado la Península que el mar que nos separa de ella ODIO=
termine fortissimo usato da SB, si parla di irrevocabilità, di rottura di un laccio di forza e
sottomissione che univa Spagna e America Latina ; menos difícil es unir los dos continentes, que
reconciliar los espíritus de ambos países. El hábito a la obediencia; un comercio de intereses, de
lueces, de religión; una reciṕ roca benevolencia; una tierna solicitud por la cuna y la gloria de nuestros
padres; en fin, todo lo que formaba nuestra esperanza nos venía de España. De aquí nacía un principio
de adhesión que parecía eterno; no obstante que la inconducta de nuestros dominadores relajaba esta
simpatía; o por mejor decir este apego forzado por el imperio de la dominación. Dice che l’unione tra
Spagna e Nuovo Mondo era basato sulla dipendenza: non era niente di naturale, non c’era
integrazione. Ora si vede quali erano i veri elementi di unione: la dipendenza. SB forza la mano, non
può fare altro: siamo nel 1815, le posizioni riconoscono il genocidio e la dominazione dell’impero
ma si salvano alcuni aspetti. Al presente sucede lo contrario; la muerte, el deshonor, cuanto es nocivo,
nos amenaza y tememos; todo lo sufrimos de esa desnaturalización madrasta. El velo se ha rasgado;
ya hemos visto la luz y se nos quiere volver a las tinieblas; se han roto las cadenas; ya hemos sido
libres, y nuestros enemigos pretenden de nuevo esclavizarnos. Por lo tanto, la América combate con
despecho; y rara vez la desesperación no ha arrastrado tras sí la victoria. La madre patria svela il suo
volto e diventa madrastra: al presente non c’è più la volontà di obbedire, c’è solo morte e disonore.
Si parla di reinvenzione dell’America: il velo si è alzato, abbiamo visto la luce e non si può tornare
alle nuvole. Il disvelamento è la parola chiave, un nuovo strappo. La sottomissione alla Spagna non
è più possibile.

Lezione 6 – 11 marzo

Da un lato Bolìvar vede le tendenze federaliste come un pericolo, dall’altro sogna una
confederazione di stati che però non significa federalismo. Il federalismo è l’ideologia secondo la
quale ogni singola realtà al suo interno deve vedere una particolarità a seconda delle aree culturali
di riferimento; il federalismo fa rima con caudillismo, le politiche federaliste in America Latina
riflettono dei particolari interessi ancorati ai singoli territori e si oppongono alle politiche unitarie e
centraliste. Con SB abbiamo un modello che riflette la volontà di uno stato centralista ma anche di
una grande confederazione di stati che possano rappresentare una forza nei contesti
transnazionale.

13
Nella Carta de Jamaica si sottolinea la necessità di prendere distanza rispetto alla Spagna e
all’Impero spagnolo in profonda decadenza. È una lettera con un destinatario privato ma anche
pubblico: viene scritta quando SB è in esilio in Jamaica perché l’ondata rivoluzionaria ha subito una
battuta d’arresto, si è allontanato dagli scenari latino-americani e dall’esilio scrive questa lettera ad
una persona privata, un amico commerciante, che gli aveva domandato quali notizie ci fossero
dall’America e SB gli risponde facendo il punto della situazione sulle rivoluzioni e opera una serie di
riflessioni retrospettive su ciò che ha significato la colonizzazione spagnola. Ci si deve ripensare
come americani: lo dice nella lettera, dice che “el velo se ha rasgado”  metafora molto importante
= invenzione del continente americano.
Nella prima parte SB evidenzia la barbarie della Spagna dimostrando il risentimento che ormai è
assolutamente evidente.

Porque los sucesos hayan sido parciales y alternados, no debemos desconfiar de la fortuna. En unas
partes triunfan los independientes, mientras que los tiranos en lugares diferentes, obtienen sus
ventajas, ¿cuál es el resultado final? ¿no está el Nuevo Mundo entero, conmovi- do y armado para su
defensa? Echemos una ojeada y observaremos una lucha simultánea en la misma extensión de este
hemisferio. Alla domanda “qual è la situazione” lui non sa rispondere  è un processo ancora in
atto. Vi è il desiderio di SB: non può rispondere alla domanda perchè non c’è la distanza storica ma
può dare una previsione  tutta la letteratura che incontreremo non si desciverà
retrospettivamente ma si descriverà lo stato della realtà con una volontà di proiettarsi nel futuro.
Non c’è un atteggiamento retrospettivo ma proattivo. Perché c’è questo atteggiamento di
proiezione verso il futuro? Per costruirsi nominandosi: la realtà di cui non si trova la parola viene
inventata attraverso una serie di parole che cercano di definirla, ora bisogna ridefinire questa realtà
con delle grandi metafore in grado di dirla. L’urgenza del dire è così grande che non ci si può tirare
indietro. SB da delle pennellate di tutte le aree che sono in armi  da una descrizione di tutte le
aree geografico-culturali nelle quali si sta muovendo qualcosa.

[…]Este cuadro representa una escala militar de 2,000 leguas de lon- gitud y 900 de latitud en su
mayor extensión en que 16,000,000 ameri- canos defienden sus derechos, o están comprimidos por
la nación española, que aunque fue en algún tiempo el más vasto imperio del mundo, sus restos son
ahora impotentes para dominar el nuevo hemis- ferio y hasta para mantenerse en el antiguo. Dopo
aver descritto la situazione nelle varie aree SB tira le somme. È sempre importante sottolineare la
decadenza dell’impero spagnolo. La Spagna non è più madre né matrigna (Las Casas): non ha più la
forza per esserlo, non può più proteggere i propri confini ne mantenere lo status quo nelle
Americhe. Nemmeno la Leyenda Negra si tiene in piedi, non è più nulla.

¿Y la Eurpoa civilizada, comerciante y amante de la libertad, permite que una vieja serpiente, por
sólo satisfacer su saña envenenada, devore la más bella parte de nuestro globo? ¡Qué! ¿está la Europa
sorda al clamor de su propio interés? SB chiama l’Europa intera a farsi carico di questa meravigliosa
terra Americana perché l’Europa stessa ne può avere il massimo interesse contro la Spagna. C’è una
trasformazione del baricentro europeo: l’alleanza con la Francia ha fatto vedere a supremazia di
questa e l’Inghilterra preme sempre di più. SB vuole stimolare gli inglesi ad interessarsi ai territori
americani perché devono prendere possesso del commercio atlantico e di quelle rotte che erano
state prima dominio spagnolo. Le rotte commerciali sono importantissime e la loro diffusione
diviene, dopo la rivoluzione francese e quella industriale, fondamentale. Si gioca sempre la stessa
metafora, civiltà vs barbarie. La civiltà viene applicata, a seconda degli interlocutori, a diversi attori:
Sarmiento vedeva la barbarie negli indios e la civiltà nelle città, qui la Spagna è barbara e retrograda
 l’Europa “civilizzata” deve reagire a questa barbarie facendo, a sua volta, l’interesse dell’America.

14
No tioene ya ojos para ver la justicia? ¿Tanto se ha endureci- do para ser de este modo insensible?
Estas cuestiones, cuanto más las medito, más me confunden; llego a pensar que se aspira a que desapa-
rezca la América; pero es imposible porque toda la Europa no es Espa- ña. ¡Qué demencia la de
nuestra enemiga, pretender reconquistar la América, sin marina, sin tesoros, y casi sin soldados! Pues
los que tiene apenas son bastantes para retener a su propio pueblo en una violenta obediencia y
defenderse de sus vecinos. Por otra parte, ¿podrá esta nación hacer comercio exclusivo de la mitad
del mundo sin manufactu- ras, sin producciones territoriales, sin artes, sin ciencias, sin política?
Figure retoriche della privazione: la Spagna non ha più nulla e non avendo non può più dare né fare
nulla.

Lograda que fuese esta loca empresa, y suponiendo más, aun lograda la pacificación, los hijos de los
actuales americanos unidos con los de los europeos reconquistadores, ¿no volveriá n a formar dentro
de veinte años los mismos patrióticos designios que ahora se están combatiendo?

La Europa haría un bien a la España en disuadirla de su obstinada temeridad, porque a lo menos le


ahorrará los gastos que expende, y la sangre que derrama; a fin de que fijando su atención en sus
propios recintos, fundase su prosperidad y poder sobre bases más sólidas que las de inciertas
conquistas, un comercio precario y exacciones violen- tas en pueblos remotos, enemigos y poderosos.
Si decreta la fine dell’impero spagnolo e SB evidenzia che l’America è persa.

La Europa misma, por miras de sana polit́ ica debería haber preparado y ejecutado el proyecto de la
independencia americana, no sólo porque el equilibrio del mundo así lo exige, sino porque este es el
medio legítimo y seguro de adquirir- se establecimientos ultramarinos de comercio. La Europa, que
no se halla agitada por las violentas pasiones de la venganza, ambición y codicia, como la España,
parece que estaba autorizada por todas las leyes de la equidad a ilustrarla sobre sus bien entendidos
intereses. La Spagna è estranea alle forze europee chiamate in causa. Da pag 8 in poi, per
argomentare la barbarie della Spagna, SB ripercorre la storia del passato, la storia della dominazione
spagnola sui grandi imperi amerindiani. L’unica cosa che possono fare è dirsi: non si è ancora arrivati
nel momento di operare riflessioni sulla storia, ma questa deve essere raccontata.

[…]Quién se habriá atrevido a decir tal nación será república o monarquía, esta será pequeña, aquella
grande? En mi concepto, esta es la imagen de nuestra situación. Arriva la definizione metaforica sul
destino dell’America: Nosotros somos un pequeño género humano; poseemos un mundo aparte,
cercado por dilatados mares; nuevos en casi todas las artes y ciencias, aunque en cierto modo viejos
en los usos de la sociedad civil Ci si riconosce nella propria unicità: mondo a parte, staccato dal
resto, piccolo e nuovo genere umano. Non sono una copia imperfetta di ciò che sta oltre oceano ma
sono un mondo a parte.

[…] no somos indios, ni europeos, sino una especie media entre los legíti- mos propietarios del país,
y los usurpadores españoles; en suma, siendo nosotros americanos por nacimientos, y nuestros
derechos los de Euro- pa, tenemos que disputar estos a los del paiś , y que mantenernos en él contra
la invasión de los invasores; así nos hallamos en el caso más extraordinario y complicado. No obstante
que es una especie de adivi- nación indicar cuál será el resultado de la liń ea de polit́ ica que la Amé-
rica siga, me atrevo a aventurar algunas conjeturas que desde luego caracterizo de arbitrarias, dictadas
por un deseo racional, y no por un raciocinio probable. Si ritrova l’argomentazione di SB: sono un
mondo a parte, tra radice europea e consistenza americana ma non più una diramazione del vecchio
mondo nel nuovo e si deve lottare per la propria terra. SB inizia a congetturare una serie di ipotesi
e forme politiche che potranno prendere i futuri governi = congetture arbitrarie. L’atteggiamento di
SB è proattivo: è meglio proiettarsi al futuro con certi argomenti di razionalità che rimanere nella

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razionalità ma ancorati al passato che non si può vedere con chiarezza. Poi elenca le sue visioni sul
continente americano nelle sue diverse parti.

Pag 16: Yo deseo más que otro alguno ver formar en América la más grande nación del mundo, menos
por su extensión y riquezas que por su libertad y gloria. Aunque aspiro a la perfección del gobierno
de mi patria, no puedo persuadirme que el Nuevo Mundo sea por elmomento regido por una gran
república; como es imposible, no me atrevo a desearlo; y meno deseo aún una monarquía universal
de América, porque este proyecto, sin ser útil, es también imposible. Los abusos que actualmente
existen no se reformariá n, y nuestra regeneración seriá infructuosa Dopo aver descritto la situazione
delle rivoluzioni d’indipendenza, nelle pagine 10-16 descrive la situazione di governo nei vari stati e
ora inizia a ipotizzare cosa succederà dopo le rivoluzioni, quale sarà la forma di governo auspicabile.
SB lancia delle ipotesi, sapendo che sono tutte impossibili. (dopo le indipendenze si creano
repubbliche costituzionali che reggono solo pochi anni per poi tornare nella guerriglia, genesi del
militarismo che porterà il territorio latino-americano ad essere un territorio ricco di colpi di stato).
SB fa una sorta di profezia prevedendo che non funzionerà. Qui esprime quale è il suo sogno: una
confederazione che possa definirsi come unità, ma sa che è impossibile. Sottolinea che nemmeno
la monarchia potrebbe essere fruttuosa perché bisogna stabilizzare le politiche locali: SB richiede
l’interventismo dell’Europa.

Los Estados americanos han menester de los cuidados de gobiernos paternales que curen las llagas y
las heridas del despotismo y la guerra. La metrópoli, por ejemplo, seriá México, que es la única que
puede serlo por su poder intriń seco, sin el cual no hay metrópoli. Supongamos que fuese el Istmo de
Panamá, punto céntrico para todos los extremos de este vasto continente; ¿no continuarían estos en
la languidez, y aun en el desorden actual? Para que un solo gobierno dé vida, anime, ponga en acción
todos los resortes de la prosperidad pública, corrija, ilustre y perfeccione al Nuevo Mundo, seriá
necesario que tuviese las facultades de un Dios, y cuando menos las luces y virtudes de todos los
hombres. Più che un modello ideale, evidenzia le difficoltà e l’impossbilità di instaurare un modello
di grande repubblica e di monarchia nel territorio.

De todo lo expuesto, podemos deducir estas consecuencias: las provincias americanas se hallan
lidiando por emanciparse; al fin obten- drán el suceso; algunas se constituirán de un modo regular en
repúbli- cas federales y centrales; se fundarán monarquiá s casi inevitablemente en las grandes
secciones, y algunas serán tan infelices que devorarán sus elementos, ya en la actual, ya en las futuras
revoluciones; que una gran monarquiá no será facil consolidar; una gran república imposible. Es una
idea grandiosa pretender formar de todo el mundo nuevo una sola nación con un solo viń culo que
ligue sus partes entre sí y con el todo. Ripete le due possbilità di governo: o una grande repubblica o
una grande monarchia. Sottolinea che il suo sogno è impossibile perché il territorio è già suddiviso
in particolarismi e le forme di controllo particolare stanno avendo la meglio in molti territori. SB
continua a portare avanti il suo sogno di una confederazione di stati con un governo centrale e
verticale, con una grande gerarchia in grado di tenere insieme il grande territorio ma la difficoltà di
questo sogno farà si che nel momento della parabola discendente SB affermi che il suo sogno di
unificazione è stato come arare nel mare.
Ya que tiene un origen, una lengua, unas costumbres y una religión, debería por consiguiente tener
un solo gobierno que confede- rase los diferentes Estados que hayan de formarse; mas no es posible
porque climas remotos, situaciones diversas, intereses opuestos, ca- racteres desemejantes, dividen a
la América. L’idea della confederazione rimane, perché i territori comunque sia hanno una stessa
origine, lingua, costumi, religione  colonialità del sapere che rimane e unisce, crea un punto di
convergenza ma non sarà possibile perché c’è una diversità di climi, interessi, circostanze che
dividono, non uniscono.
¡Qué bello sería que el Istmo de Panamá fuese para nosotros lo que el de Corinto para los griegos!
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Ojalá que algún día tengamos la fortuna de instalar allí un augusto congreso de los representantes de
las repúblicas, reinos e im- perios, a tratar de discutir sobre los altos intereses de la paz y de la guerra
con las naciones de las otras tres partes del mundo. Esta especie de corporación podrá tener lugar en
alguna época dichosa de nuestra regeneración; otra esperanza es infundada; semejante a la del abate
St. Pierre que concibió al laudable delirio de reunir un congreso europeo para decidir de la suerte de
los intereses de aquellas naciones. Ancora oggi però, nonostante la caduta del muro di Berlino,
abbiamo tanti problemi a dirci come europei: l’Europa è ancora tutta da pensare e da dire. Il sogno
di SB è di vedersi proiettati come americani sulla stessa scala delle altre grandi potenze: è un sogno
che ad oggi non si è mai realizzato nonostante i grandi tentativi e le alleanze economiche e politiche
che comunque non riescono ad incarnare il sogno di SB.

Chiude con un appello diretto all’Inghilterra:Yo diré a V. lo que puede ponernos en aptitud de
expulsar a los españoles, y de fundar en gobierno libre. Es la unión, ciertamente; mas esta unión no
nos vendrá por prodigios divinos, sino por efectos sensi- bles y esfuerzos bien dirigidos. La América
está encontrada entre sí, porque se halla abandonada de todas las naciones, aislada en medio del
universo, sin relaciones diplomáticas ni auxilios militares y combatida por la España que posee más
elementos para la guerra, que cuantos nosotros furtivamente podemos adquirir. Cuando los sucesos
no están asegurados, cuando el Estado es dé- bil, y cuando las empresas son remotas, todos los
hombres vacilan; las opiniones dividen, las pasiones las agitan, y los enemigos las animan para
triunfar por este fácil medio. Luego que seamos fuertes, bajo los auspicios de una nación liberal que
nos preste su protección, se nos verá de acuerdo cultivar las virtudes y los talentos que conducen a la
gloria: entonces seguiremos la marcha majestuosa hacia las grandes prosperidades a que está
destinada la América Meridional; entonces las ciencias y las artes que nacieron en el Oriente y han
ilustrado la Euro- pa, volarán a Colombia libre que las convidará con un asilo. Chiede la protezione
dell’Europa civilizzata che deve mettersi nel “lato giusto” della storia proteggendo l’America e
aiutandola verso il processo di indipendenza a cui non può arrivare da sola.
Tales son, señor, las observaciones y pensamientos que tengo el honor de someter a V. para que los
rectifique o deseche según se mé- rito; suplicándole se persuada que me he atrevido a exponerlos,
más por no ser descortés, que porque me crea capaz de ilustrar a V. en la materia. Ancora qui, alla
fine, chiude affidando la parola all’amico Cullen che rappresenta un pezzo dell’Europa che è
chiamata in causa per intervenire a sostegno dell’indipendenza americana contro la Spagna.

Siamo di fronte a un discorso altamente retorico e altamente contraddittorio: la Spagna è la nazione


barbara che non ha fatto altro che gettare il suo veleno ma allo stesso tempo si riconosce come
fulcro dell’unità tutti quegli elementi che vengono dalla Spagna: esempio della ferita identitaria
aperta. Da un lato ci si vuole emancipare dalla Spagna retrograda, dall’altra ci si riconosce nel
modello spagnolo che ha dato una cultura all’America Latina.

NUESTRA AMERICA – JOSE’ MARTì 1891

Con un salto di quasi ’70 anni passiamo al testo di Josè Martì. Ci sono due versioni di “Nuestra America”: una
a cura di Cinzio Biter, collegata a note che ne facilitano la lettuera (per NF), mentre per noi ve ne è un’altra
già sottolineata con le parti più salienti (pdf).
Quest’opera dialoga con quella di SB in una distanza temporale che ci consente di vedere la proiezione del
pensiero di SB: nel 1815 il pensiero non poteva che essere quello, con una visione di presa di distanza e
demonizzazione dello spagnolo. Anni dopo, le cose cambiano. Già dal titolo “Nuestra America” capiamo che
Martì ha una concezione di America come nostra, che deve riconoscere in sé le diverse parti di cui è composta
e caratterizzata, che deve riprendere in sé l’eredità spagnola: tragica e drammatica, ma che ha lasciato molti
elementi fondamentali.
Con Josè Martì siamo a Cuba e questo testo è il riflesso della sua appartenenza al territorio cubano che

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rispetto ad altre aree culturali è assolutamente esposta all’incontro: La Havana è stato per anni uno dei porti
più importanti delle tratte atlantiche. Per la sua storia specifica, Cuba, diventa un porto nevralgico per il
commercio anche di schiavi: il 60% della popolazione nell’800 è di colore perché l’economia si fonda sulle
piantagioni di zucchero. In questo territorio più che in altri il discorso identitario è forgiato su una molteplicità
di complessi socio-culturali che si incontrano:

 l’eredità dell’indio che viene spazzata via


 la congiunzione di varie popolazioni dalla Costa de oro e dal Congo che portano i loro complessi socio-
religiosi
 la componente europea principalmente dal sud della Spagna.

Il modello di Martì va contestualizzato in una situazione di questo tipo.


Cuba è l’ultima ad ottenre l’indipendenza perché diventa la roccaforte del sistema della piantagione che si
sentiva minacciato dalle rivoluzioni haitiane della parte francese. Cuba rimane quindi vincolata a doppio filo
alla Spagna perché teme di perdere i propri privilegi: le oligarchie creole cubane, si rendono conto che senza
le truppe spagnole si sarebbero trovati in una situazione di instabilità in cui sarebbe stato impossibile
mantenere i propri privilegi. Non potevano rischiare di allearsi con gli schiavi, perché avrebbe comportato un
ripensamento totale dell’assetto economico e sociale dell’isola. L’indipendenza cubana si tenta per 30 anni,
soprattutto dopo l’abolizione della schiavitù ma sempre contrastata dalle oligarchie creole. Martì è costretto
all’esilio per le proprie idee e grazie a questo esilio negli Stati Uniti sviluppa ulteriormente le sue idee: questo
saggio viene pubblicato per la prima volta a New York il 10 gennario 1891, e poi il 30 gennaio su “El Partido
liberal” = rivista messicana.
L’800 è fondamentale per le riviste che diventano il luogo del dibattito culturale e molte riviste sono
capitanate dagli esuli: dall’inizio del ‘900 New York diventa un luogo di dibattito politico fonamentale per gli
intellettuali latino-americani, si fonda l’Accademia Nord Americana (LASA= latin american studies
association)  piattaforma permanente di dibattito in cui si negoziano vari temi sociali e politici, ancora oggi.
Nell’esilio a New York, JM si rende conto di come si stiano articolando le mosse per un nuovo imperialismo,
come la mondializzazione stia lasciando il passo alla globalizzazione che vede al centro gli USA e l’incipiente
capitalismo. La famosa metafora di JM “He vivido en el pulpo y conozco sus entranas” = ho vissuto nel polpo
e conosco bene le sue viscere = entra nel meccanismo statunitense e capisce il grande pericolo dell’appoggio
degli USA nelle politiche americane, nella fattispece la relazione tra USA e Cuba avrà un destino particolare:
le parole di Martì sono state profetiche da un lato ma hanno anche evidenziato che il discorso intellettual-
culturale affidato all’Europa passerà agli USA con un discorso economico.

Lezione 7 – 12 marzo

Il binomio SB – JM ci aiuta a riflettere sull’indipendenza americana per presentare quei pensatori che vedono
l’America come insieme, rispetto all’altra tendenza di radicalizzazione dei diversi stati atraverso il paradigma
civiltà-barbarie.
JM è il protagonista dell’indipendenza cubana che è tardiva rispetto alle altre, si realizza nel 1898 quando la
Spagna perde Cuba e Puertorico. JM scopre la prima grande questione che affrontiamo quest’anno:
l’inclusione/assimilazione degli indigeni e soprattutto in questo caso degli africani.

Il ruolo degli schiavi africani:


Con la figura di JM si può riflettere su cosa significhi includere gli africani nei discorsi identitari. Con la
questione africana siamo di fronte a dei modelli di riflessione sull’altro lontani rispetto a quella indigena: sin
da subito la figura di Las Casas si era posto il problema indigeno, c’era la necessità di definire l’indio e la sua
indentità  non è la stessa cosa per quanto riguarda l’africano, che viene identificato come schiavo e quindi
assimilato a una condizione di non-umanità. Alla fine della sua vita Las Casas torna a riflettere sulla questione
dei neri e identificherà lo schiavo come non degno della considerazione che hanno avuto gli indigeni. Il nero
è unicamente merce da lavoro. Un altro elemento importante è che tutte le culture passano per un processo
di detribalizzazione  vengono sradicate dalle coste dell’Africa e le culture vengono distrutte attraverso una

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serie di pratiche volte a interrompere ogni vincolo con la cultura di provenienza a partire dal vincolo
linguistico = la lingua “propria” non consente più di comunicare. Quando gli schiavi venivano imbarcati
venivano divisi affinchè non potessero comunicare, così da annullare la possibilità di disordini sulle navi
stesse. Non c’è un esercizio di insegnamento ma in parte l’encomienda insegna qualcosa: gli schiavi diventano
forza lavoro, l’unico insegnamento sono i 4 comandi e le 4 funzioni che hanno all’interno della piantagione.
Imparano solo ad obbedire ai comandi di chi gli dice di lavorare: tutta la tecnologia della piantagione di
zucchero si articola intorno a una coincidenza intorno il corpo dello schiavo e la forza lavoro. Bisogna
riprendere in considerazione e rivalorizzare l’africanità come altro oltre la forza lavoro, per un obbiettivo
funzionale: gli schiavi servono come mano d’opera nella piantagione inizialmente, poi come mani in armi per
le lotte rivoluzionarie  c’è la volontà di reinventarli e di integrarli nella nuova identità cubana. Questo
comporta uno slittamento rispetto a certe costruzioni dell’immaginario nazionale: in alcune aree del Coro
Sur la relazione con le componenti indigene è una relazione di dominio o repulsione (mantengono la propria
cultura ma lontani dal centro oppure vengono riconosciuti indomabili e non vengono assimilati). La
morfologia stessa della campagna cubana, dove fino al 1900 la forza lavoro è parte integrante del tessuto
sociale che si serve della stessa, arriva all’inizio del ‘900 con il problema di gestire questa nazione. In altre
zone si erano creati quelli che Ribeiro definisce “popoli nuovi” e “popoli trapiantati”  a Cuba questo non è
possibile perché il contesto è diverso. Per pensare all’identità, bisogna partire da presupposti diversi: come
si fa a dire una Cubanità che ha come elemento fondante la componente africana ritenuta però schiava? Ci
sono due teorie di cui una è la Teoria del blanqueamiento  teorie volte a cancellare le differenze razziali
ed etniche a favore di un assimilazionismo verso l’Europa. La diversità rispetto al modello imposto dal
colonialismo, viene progressivamente annullata attraverso delle politiche volte ad una genetica = si
promuove il meticciato attraverso ondate migratorie per produrre il blanqueamiento etnico es. Argentina.
Questo discorso sfuma moltissimo perché a noi viene naturale collegarlo a una questione genetica, di colore
della pelle, ma in realtà non è così: nel territorio americano ci sono straordinari meticciati, è impossibile
stabilire tutte le sfumature. Questo discorso va pensato relativizzandolo e sovrapponendo il discorso
culturale-economico-sociale a quello genetico. Ad una oligarchia si sovrappone una questione di colore della
pelle: si è più bianchi se si appartiene a una classe sociale alta, quando non posso controllare i colori genetici.
Pigmentocracia vs aristocracia  l’aristocrazia non è data solo dai natali ma anche dalla posizione sociale,
per questo c’è la volontà di blanquearse attraverso una serie di titoli nobiliari comprati per farsi riconoscere
una certa posizione sociale e quindi la discendenza spagnola. Il colore della pelle diviene una marca
fondamentale di cui bisogna tenere conto. Tutt’oggi questi discorsi si mantengono nel tessuto sociale (es.
università solo a figli di determinate famiglie). Il Blanqueamiento è una strategia di costruzione identitaria
comune a tutti durante il colonialismo, e poi soprattutto nel Cono sur nel periodo successivo: c’è una
dominanza di popolo ripiantati, si innestano politiche migratorie di ripopolamento del territorio. Civilizaciòn
= universo colto urbano, barbarie= parte indigena, non colta, che deve essere “rimossa”. Nella zona del Perù
vi è convivenza tra componenete indigena e europea, ma sempre con un alto grado di controllo e fortissime
politiche di blanqueamiento e grado di classismo.
Una situazione molto diversa si trova nelle zone caratterizzate da una alta componente africana e da una
componente indigena più o meno estinte: il problema principale è quello della tratta, non quello indigeno. Il
fattore economico è importante, ci sono due aspetti contrastanti:
 lo sviluppo del territorio si basa su una situazione semi-feudale basata sugli schiavi che sono alla
base dell’economia
 arriva il momento in cui ci sono spinte verso la modernizzazione a partire dalla colonizzazione inglese
a La Havana e dalla seconda metà dell’800
Non si può eliminare la componente nera, né ignorarla: c’è un problema di assimilazione della componente
nera nel tessuto urbano civile.
Dopo la metà dell’800 la situazione inizia a cambiare, soprattutto a partire dalla guerra dei 10 anni (1868)
quando Manuel de Cespedès (piantatore cubano) decide di liberare i suoi schiavi e di iniziare una lotta per
l’indipendenza dell’isola a causa dell’impossibilità di gestire i continui dazi che venivano imposti sulle ultime
colonie spagnole da una Spagna debole. Il grande problema è come trasformare la situazione, tutti capivano
che non si poteva andare avanti così ma ci si chiede cosa fare e come farlo: è difficile scardinare un sistema
ancorato sulla manodopera schiava.

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Un altro grande problema è cosa fare con la manodopera: anche se si decidesse di abolire la schiavitù, cosa
si dovrebbe fare? Una società costruita sul modello schiavista, ha dei problemi nel liberarsi da questa grande
componente. Si crea una situazione dalla quale non c’è una via d’uscita dalla piantagione stessa: lo schiavo
lavora fino a 18 ore al giorno senza altra fonte di sussistenza, cosa farebbero se venissero liberati? Ci sono
varie riflessioni per trovare forme per inventarsi una trasformazione graduale che consenta l’assorbimento
degli schiavi in braccianti a salario = cambiare completamente la visione di questa “forza lavoro” considerata
fino a quel momento al pari degli animali. Bisogna reiventare la campagna cubana attraverso un lavoro che
passa per l’ideologia: lo schiavo prima era oggetto, ora deve ricevere un nome.

Josè Martì e la questione schiavista cubana – NUESTRA AMERICA:


In “Nuestra America” Josè Martì pone al centro questo tipo di discorso, cioè la volontà di ripensare il
continente attraverso una chiave di integrazione comprensibile solo se si tiene conto di ciò che sta accadendo
a Cuba. Un’integrazione assimilativa in cui bisogna annullare il concetto della razza e affermare
l’inconsistenza del discorso razziale per poter cambiare questo tipo di società.
Nelle altre zone l’indio:
 viene integrato
 viene isolato
Qui abbiamo un problema di assimilazione.
Il testo viene pubblicato per la prima volta a New York dove Martì è in esilio. La sua esperienza a New York
diventa fondamentale per capire quali sono i rischi che di lì a poco di un’ingerenza del modello statunitense
e del destino dell’isola: l’indipendenza cubana sarà un’indipendenza “intervenida”, ottenuta grazie agli USA
che in cambio richiedono una serie di clausole che legano il destino economico di Cuba al loro. Gli USA
portano a uno sviluppo capitalista sfrenato di questi territori che porterà alla rivoluzione cubana e alla rottura
con gli USA.
Lo stile è completamente diverso rispetto alla carta de Jamaica.

Cree el aldeano vanidoso que el mundo entero es su aldea, y con tal que él quede de alcalde, o le
mortifique al rival que le quitó la novia, o le crezcan en la alcanciá los ahorros, ya da por bueno el
orden universal, sin saber de los gigantes que llevan siete leguas en las botas (fiaba Perrault) y le
pueden poner la bota encima, ni de la pelea de los cometas en el Cielo, que van por el aire dormidos
engullendo mundos. Lo que quede de aldea (provinciale)en América ha de despertar. Estos tiempos
no son para acostarse con el pañuelo en la cabeza, sino con las armas en la almohada, como los
varones de Juan de Castellanos: las armas del juicio, que vencen a las otras. Trincheras de ideas
valen más que trincheras de piedra. Prosa dall’altissima tenuta metaforica: non è facile esprimere
tutto ciò che vorrebbe, lo fa solo immaginando = ricorso all’immaginazione, alla metafora come
funzione di un’immaginazione proattiva per esplicitare un concetto complicato. Il concetto difficile
espresso dell’attacco di Nuestra America inizia con “aldeano vanidoso” critica al modello
federalista, ripiegato su sé stesso, critica i particolarismi tipici del caudillismo che non ha una visione
più ampia che vada al di là dei propri confini. Vorrebbe che si tenesse sempre presente che oltre agli
affari nazionali c’è un mondo intero: è un monito che riguarda tutta l’America ma anche la sua
condizione cubana. Nel microcosmo cubano gli “aldeanos vanitosos” sono i proprietari delle
piantagioni che per mantenere la propria situazione economica non riescono a rendersi conto che
il mondo sta andando da un’altra parte e non consentono di fare il salto di emancipazione. Dice che
è arrivato il momento della lotta come i baroni di Juan de Castellanos = poeta del ‘600 che ispira la
scrittura del Espejo de paciencia  poema epico in endecasillabi in cui si parla di rivoluzione e della
fondazione della repubblica cubana. Il concetto che chiude è l’esortazione alla lotta e alla rivoluzione
che deve essere però una rivoluzione soprattuto delle idee e non con le armi, era già stato sparso
troppo sangue.
Quindi ci sono due concetti:

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 è il momento di avere una proiezione al di fuori dei propri confini
 bisogna prendere le armi, ma non armi fisiche ma più metaforiche = le idee valgono più di
trincee di pietra

Los pueblos que no se conocen han de darse prisa para conocerse, como quienes van a pelear juntos.
Los que enseñan los puños, como hermanos celosos, que quieren los dos la misma tierra, o el de casa
chica, que le tiene envidia al de casa mejor, han de encajar, de modo que sean una, las dos manos.
Monito che tende a una visione di un’America capace di andare al di là dei propri particolarismi e
delle edigenze locali, per un progetto più globale d’insieme. JM sta costruendo la sua
argomentazione in un discorso circolare: il sottotesto è volto a diffidare dall’interventismo e
dall’aiuto che in quel momento sembrerebbe salvifico degli USA. Martì ha capito che si sta facendo
spazio un nuovo imperialismo, quello statunitense. Cuba era considerato un punto nevralgico
fondamentale per: reti commerciali e fertilità del territorio. Martì cerca di mettere in guardia chi
vede nell’interventismo statunitense un’opportunità ed una grande occasione: la maggior parte dei
piantatori promuoveva l’interventismo, perché ne vedeva il vantaggio diretto.
Doppio livello di lettura:

 lettura ideale che rende questo testo un manifesto per tutto il sud america
 lettura locale, Martì parla soprattutto della situazione cubana

Los que, al amparo de una tradición criminal, cercenaron, con el sable tinto en la sangre de sus
mismas venas, la tierra del hermano vencido, del hermano castigado más allá de sus culpas, si no
quieren que les llame el pueblo ladrones, devuélvanle sus tierras al hermano. Las deudas del honor
no las cobra el honrado en dinero, a tanto por la bofetada. Ya no podemos ser el pueblo de hojas,
que vive en el aire, con la copa cargada de flor, restallando o zumbando, según la acaricie el
capricho de la luz, o la tundan y talen las tempestades; ¡los árboles se han de poner en fila para
que no pase el gigante de las siete leguas! Es la hora del recuento, y de la marcha unida, y hemos
de andar en cuadro apretado, como la plata en las raíces de los Andes.
Rinforza il concetto del popolo in armi che deve lasciare stare i particolarismi e unirsi nella lotta.
Torna la metafora del gigante: i fratelli che devono riconoscersi sono uniti dalla terra, sono
alberi, sono natura. Ci si riscopre americani a partire dal riconoscimento dell’appartenenza allo
stesso territorio. Al centro c’è ancora la dicotomia civilizaciòn – barbarie: la civlizaciòn a cui si
aspira è la terra americana, che è occasione, è possibilità. A los sietemesinos sólo les faltará el
valor. Los que no tienen fe en su tierra son hombres de siete meses. Porque les falta el valor a
ellos, se lo niegan a los demás. No les alcanza al árbol difić il el brazo canijo(metonimia,
metafora), el brazo de uñas pintadas y pulsera, el brazo de Madrid o de París, y dicen que no se
puede alcanzar el árbol. Hay que cargar los barcos de esos insectos dañinos, que le roen el hueso
a la patria que los nutre. Si son parisienses o madrileños, vayan al Prado, de faroles, o vayan al
Torto- ni, de sorbetes. ¡Estos hijos de carpintero, que se avergüenzan de que su padre terra
americana!sea carpintero! ¡Estos nacidos en América, que se avergüenzan, porque llevan delantal
indio, de la madre madre terra! que los crió, y reniegan, ¡bribones!, de la madre enferma, y la
dejan sola en el lecho de las enfermedades!
Dopo aver fatto appello al riconoscimento della terra, va avanti con la metafora. Il “brazo canijo”
appartiene alle oligarchie creole che essendosi andate a formare in Europa, hanno ormai le
“unghie dipinte”, non sono più parte della terra dove sono nati, ma voglio copiare e incollare
l’altrove in America. Utilizza la metafora della famiglia: figli dell’America che disconoscono le
proprie origini, che disconoscono la propria madre terra!
Pues, ¿quién es el hombre? ¿El que se queda con la madre, a curarle la enfermedad, o el que la
pone a trabajar donde no la vean, y vive de su sustento en las tierras podridas con el gusano de

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corbata, maldiciendo del seno que lo cargó, paseando el letrero de traidor en la espalda de la
casaca de papel? ¡Estos hijos de nuestra América, que ha de salvarse con sus indios, y va de menos
a más; estos desertores que piden fusil en los ejércitos de la América del Norte, que ahoga en
sangre a sus indios, y va de más a menos! ¡Estos delicados, que son hombres y no quieren hacer
el trabajo de hombres! Ora la metafora è chiara.
¿Ni en qué patria puede tener un hombre más orgullo que en nuestras repú- blicas dolorosas de
América, levantadas entre las masas mudas de indios, al ruido de pelea del libro con el cirial,
sobre los brazos sangrientos de un centenar de apóstoles? De factores tan descompuestos, jamás,
en menos tiempo histórico, se han creado naciones tan adelantadas y compactas. Cree el soberbio
que la tierra fue hecha para servirle de pedestal, porque tiene la pluma fácil o la palabra de colores,
y acusa de incapaz e irremediable a su república nativa, porque no le dan sus selvas nuevas modo
continuo de ir por el mundo de gamonal famoso, guiando jacas de Persia y derramando champaña.
Martìn recupera la storia delle rivoluzioni americane usando la stessa metafora che userà poi
Octavio Paz per definire l’indio. Parla delle repubbliche dolorose, con una certa ambiguità:
queste repubbliche sono state edificate attraverso la presenza muta dell’indio, senza tenere
conto dell’indio che JM vuole riscattare per arrivare a proclamare “non ci sono razze”. Inizia con
l’indio per includere poi la popolazione africana. Affonda la sua critica: le repubbliche dolorose
non hanno capito che il buon governante non è colui che conosce l’Europa, ma che conosce il
suo paese.
[…]y el buen gobernante en América no es el que sabe cómo se gobierna el ale- mán o el francés,
sino el que sabe con qué elementos está hecho su paiś , y cómo puede ir guiándolos en junto, para
llegar, por métodos e instituciones nacidas del paiś mismo, a aquel estado apetecible donde cada
hombre se conoce y ejerce, y disfrutan todos de la abundancia que la Naturaleza puso para todos
en el pueblo que fecundan con su trabajo y defienden con sus vidas. Affonda la sua critica: le
repubbliche dolorose non hanno capito che il buon governante non è colui che conosce l’Europa,
ma che conosce il suo paese. Attacca tutti i creoli che si sono imbevuti di cultura europea e
hanno copiato e incollato modelli europei per cercare di applicare gli stessi al governo e alle
nuove repubbliche americane, disconoscendo quella madre che gli ha dato la vita e li alimenta.
Doppio disconoscimento:

 reale – figli che disconoscono le proprie origini, cancellano le origini attribuendosi una
filiazione alternativa posta in Europa. Non si riconoscono come frutto ibrido, meticcio,
prendono solo la parte europea.
 Politica – per attuare un buon governo non bisogna disconocere la terra americana e
preferire l’Europa, ma conoscere il paese profondamente e come guidarlo bene

El gobierno ha de nacer del paiś . El espiŕ itu del gobierno ha de ser el del paiś . La forma de gobierno
ha de avenirse a la constitución propia del paiś . El gobierno no es más que el equilibrio de los
elementos naturales del país. Ribalta completamente la dicotomia civilizzazione-barbarie: la terra
americana è civilizzazione, va conosciuta per capire come gestire e governare il territorio.
Por eso el libro importado ha sido vencido en América por el hombre natural. Los hombres naturales
han vencido a los letrados artificiales. El mestizo autóctono ha vencido al criollo exótico. No hay
batalla entre la civilización y la barbarie, sino entre la falsa erudición y la naturaleza  viene
disinnescata tutta la dicotomia di Sarmiento; sapere significa agire, sapere significa conoscere il
territorio. Il monito di JM segue il sogno di SB nella misura in cui è anche qui è evidente come venisse
evidenziata la necessità che i popoli americani si conoscessero tra loro, conoscessero la propria
natura e la propria storia. Martì sostituisce alla dicotomia civilizaciòn – barbarie l’uomo naturale,
l’uomo del posto che deve essere il modello su cui fondare la cultura latino-americana.
Conocer es resolver. Conocer el paiś , y gobernarlo conforme al conocimiento es el único modo de

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librarlo de tiranías. La universidad europea ha de ceder a la universidad americana. La historia de
América, de los incas acá, ha de enseñarse al dedillo, aunque no se enseñe la de los arcontes de Grecia.
Nuestra Grecia es preferible a la Grecia que no es nuestra. Nos es más necesaria. Los políticos
nacionales han de reemplazar a los políticos exóticos. Injértese en nuestras repúblicas el mundo; pero
el tronco ha de ser el de nuestras repúblicas. Y calle el pedante vencido; que no hay patria en que
pueda tener el hombre más orgullo que en nuestras dolorosas repúblicas americanas.
Il monito di JM sembra ovvio, ma ancora oggi la storia americana è insegnata molto poco in America.
Bisogna conoscere prima la propria storia e capire i propri problemi, per poi scoprire il mondo.
Linguaggio altamente metaforico, catena di metafore che rimandano al medesimo concetto (viene
dalla pratica di scrittore di testi infantili). Al centro c’è il corpo, la natura.

Lezione 8 – 14 marzo

Leggere l’autobiografia di Juan Francisco Manzano (1° pt Identità di zucchero)


Giovedì 21 – no lezione, la settimana dopo interruzione tesi, poi settimana con lezioni allungate di recupero

Nuestra America è quindi un documento essenziale per la configurazione dell’identità cubana e del
meticciato utopico  JM sa che è un’utopia, ma il suo discorso si proietta nel futuro ed è teso a forgiare un
nuovo immaginario nazionale che cancelli la diversità. Il fatto di annullare le tensioni sociali che ci sono sul
suo territorio è una premessa fondamentale per arrivare all’indipendenza stessa e per l’integrazione della
compagine africana che al momento viveva una situazione molto complessa. Nuestra America si posa su dei
pilastri essenziali:
o Volontà di smarcarsi dal provincialismo che fa si che i distinti territori non si conoscano e ci si ripieghi
nel proprio territorio abbandonando l’altro (aldeano vanidoso)
o Il concetto cardine della rivoluzione cubana è qui espresso: la lotta deve essere soprattutto una lotta
delle idee, che secondo JM sono più forti delle armi. JM ha sotto gli occhi ciò che è accaduto nelle
altre aree americane: si è creata una forte instabilità che porta a continue guerre civili. JM richiama
alla volontà di negoziare l’indipendenza attraverso un programma di idee e non di lotta armata: non
ci si deve emancipare con la forza ma attraverso la messa in campo di un preciso progetto che possa
dire Cuba e il continente. La dicibilità del continente passa attraverso il processo di integrazione di
tutte le sue parti.

JM scriverà molti racconti per l’infanzia perché da molta importanza al processo educativo: educare le giovani
generazioni significa cambiare il mondo. L’educazione sta alla base della capacità critica e del posizionamento
nel mondo. Primo Levi: non esiste la cattiveria di per se, tutto dipende dall’esperienza e dall’educazione. Le
riforme educative cubane porteranno a un livello di educazione e sviluppo dello spirito critico eccezionale,
nonostante la condizione politica e sociale.
o La struttura porta dei concetti che sono analogicamente collegati– le trincee di idee che valgono più
di quelle di pietra sono accoppiati a un ribaltamento della dicotomia civilizaciòn-barbarie. Il discorso
di riconoscere l’altro e conoscere sé stessi, cioè il progetto panamericano di SB che torna in questo
testo, è fondamentale. JM sottolinea il nervo che tutt’oggi risulta scoperto: non ci si conosce tra
“vicini di casa”.
o Alto grado metaforico
o Ribaltamento della dicotomia civilizaciòn barbarie 
 Sarmiento: la civilizaciòn è tutto ciò che viene preso da modelli esterni, incarnato nella città
e la barbarie è il campo, l’estensione (vasta pampa argentina sterminata, presidiata dagli
indios). Secondo Sarmiento dovevano esserci politiche migratorie volte a popolare il
continente americano con tutti i segni civilizzatori che si trovano in Europa. Nel Facundo,
Sarmiento sottolinea che l’ambiente è caos, la natura è barbarie: certi climi e certi ambienti
traudcono nei popoli certe caratteristiche di base (stereotipi es. operosità tedeschi, lassismo
delle regioni a sud). Sarmiento voleva immigrazione da Francia, Inghilterra, nord Italia e
certe regioni della Spagna (laboriose). In realtà poi l’immigrazione verrà da altri posti, e sarà

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incontrollabile. Nel disegno di costruzione della nazione che Sarmiento aveva, il nodo
fondamentale è il trapianto di popoli dall’Europa.
 Bolivar: barbarie attribuita alla distruzione compiuta dagli spagnoli in territorio americano,
ripresa delle Leyenda Negra
 Josè Martì: catena di ribaltamenti di alcuni concetti con al centro Cuba. La civilizaciòn la si
può avere solo conoscendo la natura del proprio luogo di appartenenza a partire da una
conoscenza profonda di una natura americana, che è la chiave di volta attraverso la quale si
possono creare dei governi giusti. Da una parte il “creolo esotico” e dall’altra “l’uomo
naturale” cioè colui che conosce la sua terra e i suoi segreti = la domina! Per JM conoscere i
segreti e la natura, significa rivendicare una certa appartenenza. C’è una sorta di
cancellazione e messa in discussione di tutte le teorie che fino a quel momento avevano
posto al centro una volontà di assimilazione a modelli sempre europei: quando il modello
spgnolo scompare viene soppiantato da quello inglese e francese. I francesismi e gli
inglesismi presenti nella lingua sono indice di un certo tipo di forma di vivere la realtà: Martì
mette al centro la riscoperta della natura e degli elementi che la forgiano e che fino a quel
momento non venivano rappresentati = eterogenità culturale. Analizzando la letteratura
dell’800 di Cuba, si vede che la componente nera non entra nel racconto se non come sfondo
= non viene riconosciuta o in maniera parodica (teatro buffo)  non viene mai articolato un
discorso integratore che tenga conto della terza radice che va a comporre l’eterogenità
culturale.
Se fino a questo momento le rappresentazioni nelle quali si racconta della società cubana non tengono conto
della radice fondamentale, cioè quella africana, che è solo un qualcosa sullo sfondo quello che riporta al
centro JM è l’esigenza di guardare la natura cubana attraverso tutte le sue componenti: mette in discussione
l’ideale del blanqueamiento che veniva vista come unica via per l’emancipazione.
JM riposiziona l’importanza degli elementi della propria terra e di quelli culturali e, per riuscire ad arrivare ad
un’esaltazione dell’identità culturale, bisogna passare da una fase contraria: bisogna cancellare le razze. 
strategia del meticciato integratore.

Nel periodo in cui JM scrive si sta cercando di ottenere l’indipendenza a Cuba ma questa può essere ottenuta
solo con il contributo degli schiavi. Bisogna capire come gestire la transizione dal regime della piantagione
all’eliminazione della tratta e della schiavitù  non è un passaggio indolore.

Si parla di meticciato utopico perché quando assiastiamo alla cancellazione dei complessi socio-culturali che
animano il territorio cubano ci troviamo davanti ad un’utopia  è funzionale ad un passaggio successivo ma
d’altra parte, in nome di una rivendicazione di una componente altra, c’è una cancellazione. Dire che non
esistono le razze significa in parte un disconoscimento di importanti componenti culturali che danno una
marca fondamentale alle varie aree (es. tipi di religiosità, piegamenti della lingua verso marche africane, usi,
cibi)  non possono essere ignorate.
Argomentazione metaforica sul fatto che gli unici che possono riscoprire la terra cubana sono coloro che si
sono sporcati le mani in questa terra, che la conoscono.

Con los pies en el rosario, la cabeza blanca y el cuerpo pinto de indio y criollo, venimos, denodados,
al mundo de las naciones. Immagine visionaria del processo di indipendenza. Con el estandarte de la
Virgen salimos a la conquista de la libertad. Un cura, unos cuantos tenientes y una mujer alzan en
México la república, en hombros de los indios Continuo richiamo alla componente autoctona. Le
rivoluzioni di inidpendenza sono rivoluzioni borghesi, non del popolo ma sono momenti di grande
trasformazione sociale. A partire dalle indipendenze c’è la necessità di riformulare l’identità in
maniera inclusiva.

É ramos una visión, con el pecho de atleta, las manos de petimetre (bellimbusto) y la frente de niño
metafora infantile. É ramos una máscara, con los calzones de Inglaterra, el chaleco parisien- se, el
chaquetón de Norteamérica y la montera de España. El indio, mudo, nos daba vueltas alrededor, y se

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iba al monte, a la cumbre del monte, a bautizar a sus hijos. El negro, oteado, cantaba en la noche la
música de su corazón, solo y des- conocido, entre las olas y las fieras. El campesino, el creador, se
revolviá , ciego de indignación, contra la ciudad desdeñosa, contra su criatura. Descrizione della
situazione attraverso una metafora corporea: il vestito, che riflette il modo di essere. Il corpo
americano indossava una maschera che copre l’identità: questa maschera è fatta di elementi
europei. Metafora dell’indio muto, pietrificato, impassibile che si trova anche in Octavio Paz quando
parla dei figli della Malinche. Il rifugio degli indios è nella natura più fitta, per disconoscere questa
immagine. Le vere componenti (indio – neri) che dicono della natura americana guardano con
sospetto la “maschera” americana: visione senza integrazione. Anche a livello prosemico abbiamo
al centro la maschera, e gli elementi fondamentali per dire l’identità sono intorno, si rifugiano
lontano. Quando parla del contadino si riporta al centro la dicotomia civilizaciòn – barbarie: viene
smontana.
É ramos charreteras (gradi spallette militari) y togas, en países que venían al mundo con la alpargata
sandali en los pies y la vincha en la cabeza

El genio hubiera estado en hermanar, con la caridad del corazón y con el atrevimiento de los
fundadores, la vincha y la toga; en desestancar al indio; en ir haciendo lado al negro suficiente; en
ajustar la libertad al cuerpo de los que se alzaron y vencieron por ella […]

Ni el libro europeo, ni el libro yanqui, daban la clave del enigma hispanoamericano. Se probó el odio,
y los países veniá n cada año a menos. Cansados del odio inútil de la resistencia del libro contra la
lanza, de la razón contra el cirial, de la ciudad contra el campo, del imperio imposible de las castas
urbanas divididas sobre la nación natural, tempestuosa e inerte, se empieza, como sin saberlo, a probar
el amor. Se ponen en pie los pueblos, y se saludan. “¿Cómo somos?” se preguntan; y unos a otros se
van diciendo cómo son. Bisogna chiedersi “chi siamo” non attraverso le divisioni ma attraverso la
natura.
De todos sus peligros se va salvando América. Sobre algunas repúblicas está durmiendo el pulpo.
Riferimento stati uniti
Otras, por la ley del equilibrio, se echan a pie a la mar, a recobrar, con prisa loca y sublime, los siglos
perdidos. Otras, olvidando que Juárez paseaba en un coche de mulas, ponen coche de viento y de
cochero a una pompa de jabón; el lujo venenoso, enemigo de la libertad, pudre al hombre liviano y
abre la puerta al extranjero. Otras acendran, con el espiŕ itu épico de la independencia amenazada, el
carácter viril. Otras criá n, en la guerra rapaz contra el vecino, la soldadesca que puede devorarlas.
Parafrasi della situazione di grande instabilità nell’America del momento che cercava un’identità
difficilmente riconoscibile + critica alla volontà di considerare i modelli stranieri come unica via
possibile
No hay odio de razas, porque no hay razas. Los pensadores canijos, los pensadores de lámparas,
enhebran y recalientan las razas de librería, que el viajero justo y el observador cordial buscan
en vano en la justicia de la Naturaleza, donde resalta en el amor victorioso y el apetito
turbulento, la identidad universal del hombre. El alma emana, igual y eterna, de los cuerpos
diversos en forma y en color. Peca contra la Humanidad el que fomente y propague la oposición
y el odio de las razas. Frase centrale del pensiero di JM: ciò che si deve combattere è la dicotomia
civ-bar e il blanqueamineto. Solo dopo l’eliminazione di certi tratti considerati “arcaici” che sono in
realtà la base del continente, possiamo riscoprive la nostra America  le razze non esistono.

[…]Pensar es servir. Ni ha de suponerse, por antipatiá de aldea, una maldad ingénita y fatal al pueblo
rubio del continente = USA, porque no habla nuestro idioma, ni ve la casa como nosotros la vemos, ni
se nos parece en sus lacras políticas, que son diferentes de las nuestras; ni tiene en mucho a los
hombres biliosos y trigueños, ni mira caritativo, desde su eminencia aún mal segura, a los que, con

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menos favor de la Historia, suben a tramos heroicos la viá de las repúblicas; ancora monito sugli USA
[..]Porque ya suena el himno unánime; la generación actual lleva a cuestas, por el camino abonado
por los padres sublimes, la América trabajadora; del Bravo a Magallanes, sentado en el lomo del
cóndor, regó el Gran Semi,́ por las naciones románticas del continente y por las islas dolorosas del
mar, la semilla de la América nueva! Metafora naturale = ceneri dell’America nuova

Concetti fondamentali:

 Idee > armi Trincheras de ideas valen más que trincheras de piedra
 La cultura non è assimilazione di modelli europei ma conoscenza della natura in cui si è nati =
ribaltamento civilizaciòn barbarie che ora ha al centro la natura; volontà di riscoprire la propria
natura e le proprie leggi e non quelle importate.
 Si devono trovare leggi autoctone e non esotiche = autonomia delle leggi
 Cancellazione delle razze, utopia ma sappiamo perché viene fatta = meticciato utopico
 Pericolosità degli USA

Come si traduce letterariamente il processo della fondazione dell’identità cubana? L’identità non è una
qualità costitutiva dell’essere, non è geneticamente dimostrabile: è costruzione e rappresentazione. Non
esistono identità “pure”, tutti portiamo in noi catene di meticciati e ibridismi. La rappresentazione delle
identità: bisogna sapere quali sono le ragioni della storia ma soprattutto quelle dell’immaginario. L’identità
latino-americana si costruisce attraverso l’incorporazione di due componenti (africani e indigeni), almeno
nelle rappresentazioni. Non c’era mai stato un focus sulla natura americana in tutte le sue componenti: si
aprono gli orizzonti al mondo-natura americana che viene rappresentato nei racconti e per questo è.
Sia Bello che Alfonso Reyes affermano che prima di operare una metariflessione sulla letteratura e sulla
scrittura americana, bisogna scrivere: non si possono formulare teorie sull’identità senza metterla prima in
racconto ed esplicitarla attraverso una descrizione denotativa.

Lezione 9 – 18 marzo
Non conosciamo le cose nella loro essenza, ma per come vengono rappresentate: tutti i discorsi e la critica
genetica volta a indagare sulle intenzioni dell’autore possono essere pretenziose  quello che è importante
rilevare è la performatività dello stesso, che cosa vuole ottenere sul lettore. I primi testi che vengono scritti
a Cuba vengono elaborati collettivamente, sono molti autori a curarli, trascriverli, emendarli: tutte queste
operazioni cambiano la sostanza del testo e la orientano a seconda dei vari obiettivi/personalità che entrano
in gioco.
La piantagione cubana a forma di parabola, detta sistema di ingenio, ha tre fasi:
1. Nascita (inizio 1792 - fine 1817, anno in cui l’Inghilterra firma per l’abolizione della tratta che va
esaurita in 3 anni)
2. Massimo sviluppo 1820-1844
3. Declino 1845 - 1868 inizio guerra 10 anni
- Nel 1762 inizia la parabola della piantagione, con la dominazione inglese nel quadro della Guerra dei
Sette Anni: questo anno segna una trasformazione, l’ingresso di tutta una serie di modelli che
faranno intraprendere un percorso verso uno sviluppo capitalista nell’isola.
- 1783 – indipendenza americana
- 1789 – rivoluzione francese
- 1791 - rivoluzione Haiti

Prima del 1762 l’economia cubana era paternalistica: le piantagioni erano di dimensione ridotta, senza
spersonalizzazione degli schiavi: padrone e schiavo si conoscevano, era una situazione simil feudale, sempre
con l’asperità della schiavitù ma era una relazione più diretta.
La modalità di vita prima degli anni ’90 del 1700: gli schiavi vivevano nelle Bohìos, case tipiche degli indios
taìnos. Case individuali con due stanze: piccola cucina/salotto, piccolo orto e stanza dove si dormiva 
questo tipo di strutture di legno, fango e paglia consentono e prevedono una diversificazione tra il ritmo di

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lavoro e quello familiare e la possibilità di avere relazioni familiari. Ciò che veniva coltivato poteva essere
venduto o barattato = si poteva avere un’economia individuale affiancata al lavoro della piantagione. Nella
parabola discendente poi si tornerà a questa situazione, in cui c’è un rapporto paternalistico con gli schiavi
relativamente relazionale e con la possiblità di crearsi una economia alternativa e delle relazioni familiari –
questo implica un vantaggio: se si creano delle famiglie, la “negrada” aumenta, ci sono sempre più schiavi =
incremento della forza lavoro.
L’economia delle piantagioni cambia quando inizia la rivoluzione di Haiti per cui nasce l’immaginario del
negro indomabile che deve essere depresso: agli schiavi viene tolta sempre più libertà, non possono più
aggregarsi, si creano forme sempre più alte di controllo e questo coincide con un aumento della divisione del
lavoro = non tutti gli schiavi vengono impiegati nei diversi cicli di produzione dello zucchero e viene eliminata
la possibilità di avere attività alternative più o meno redditizie. Sparisce la dimensione della vita nel bohìo.
Questo avviene attorno agli anni trenta. I bohìos avevano un altro pregio: permettevano che l’economia
dell’isola non fosse fondata completamente sullo zucchero perché c’erano piccoli orti/piccoli animali da
cortile = dimensione di autosussistenza, che viene eliminata dal momento che si considera più redditizio
importare questi generi di prima necessità dall’estero  distruzione del sistema di autosussistenza della
piantagione e della nazione = questo è un problema ancora presente a Cuba in parte.
(1820 – 1844) Nella seconda fase c’è la trasformazione da bohìo a barracòn, struttura classica dell’ingenio =
regime schiavista: hanno forma di prigione, c’è una struttura centrale con un sistema comunicante di stanze
con parti comuni: i nessuno momento si ha intimità. Nella parte centrale c’è una fonte con delle navate
laterali contenenti le sale comuni: alimentazione, igiene. Tutte le altre stanze più piccole sono i dormitori. Si
azzera ogni tipo di intimità, ci sono stanze femminili e maschili, non c’è più possibilità di relazione. C’è un
aumento drastico delle ore di lavoro: se non si ha una casa di cui occuparsi, il tempo lavorativo si dilata. Inizia
il processo di spersonalizzazione dello schiavo, che deve solo rispondere ai comandi. Il mayoral sceglie tutto,
è il “dio” della piantagione. Nel momento più alto della parabola dell’ingenio i ritmi lavorativi arrivano fino a
18 ore al giorno, gli schiavi muoiono per sfinimento tra i 18 e i 20 anni. Il passaggio da bohìo a barracòn
coincide con l’aumento della tratta: paradosso  gli inglesi iniziano a fare delle leggi anti-tratta ma la tratta,
soprattutto quella illegale, aumenta a dismisura. Non c’è più cura della vita degli schiavi perché sono
facilmente rimpiazzabili: non si curano le donne per farle partorire, è più economico rimpiazzarle. È un
discorso che va a minare quel che resta dell’umanità dello schiavo, già sottoposta alle detribalizaciòn. Gli
schiavi sono numeri, la loro vita non conta niente.

- 1807 Inghilterra dischiara termine tratta nelle sue Colonie


- 1817 Spagna si impegna a far finire la tratta dal 1820  paradossalmente il commercio schiavista
però aumenta a dismisura a causa del commercio illegale che fa saltare il sistema
Dal 1820 al 1844 iniziano ad entrare un sacco di schiavi in forma illegale il cui prezzo varia moltissimo,
mercato oscillante, commercio umano ad altissimo livello. Ci sono situazioni molto ambigue: nei
trattati alla fine dei 10 anni, gli schiavi entrati illegalmente venivano liberati subito, invece quelli legali
dovevano lavorare altri 8 anni a causa della Ley del padronado.
- 1833 Parlamento inglese designa l’abolizione della schiavitù
- 1835 – Commissione Antitratta: Richard Madden e David Turnball si incontrano nella Tertulia di
Domingo del Monte e gli viene consegnato l’Album con poesie, autogìbiografia di uno schiavo,
alcuni romanzi per dare una fotografia della situazione dell’isola: non c’è bisogno di cifre e numeri,
ma di racconto: solo nella dimensione del racconto si può fare essere la reale condizione dell’isola.
 viene costruito l’immaginario del negro
- 1844 data che segna un fatto culturale:Conpiraciòn de la Escalera  le frange più conservatrici
alleate con la Spagna, reprimono fino alla tortura tutti gli intellettuali cubani antischiavisti. Si chiama
così perché i prigionieri quando venivano torturati venivano legati su una scala. Era scioccante che
tutti questi intellettuali venissero improvvisamente arrestati e torturati es. Manzano in carcere per
6 mesi.
Da un lato ci sono fasce avanguardiste che promuovono un allineamento alle politiche inglesi quindi una
graduale cancellazione della tratta/schiavitù per giungere all’emancipazione dell’isola, dall’altra le frange più
radicali che non vogliono mollare l’osso perché sanno che la loro ricchezza dipende dalla schiavitù.

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Nella terza fase c’è un declino dell’istituzione schiavista e un tentativo da parte dei dirigenti di applicare
misure per evitare il collasso economico: lenta trasformazione da ingenio a central= operazione di
raffinazione dello zucchero, con persone di competenze alte. Fase finale, la parabola schiavista è conclusa, ci
sono operai a salario.
1880 – abolizione schiavitù Cuba

Parole chiave:

- Dicotomia bohìo – barracòn fa capire come cambia il trattamento degli schiavi e come si inasprisce
l’immaginario: gli schiavi vengono spersonalizzati, marchiati con numeri.
- Dicotomia città – campo in città c’erano gli schiavi ma non los ingenios: le piantagioni sono lontane
dalla città. Si creano anche all’interno di chi dovrebbe condividere le stesse problematiche, due
bandi: ci sono gli schiavi urbani e quelli della piantagione. Le due realtà sono completamente diverse
e non si riconoscono tra loro. Il destino di queste due tipologie di schiavo passa dal momento in cui
questi schiavi arrivano: la dicotomia che si crea è quella tra latdnos y Bozales: lo schiavo ladino sa
parlare lo spagnolo, il vozàl non impara la lingua perché è destinato alla piantagione. Il momento di
entrata nell’isola è fondamentale: gli schiavi urbani arrivano nella prima fase, sono schiavi da
generazioni e possiedono la lingua – non hanno niente a che vedere con quelli della piantazione.
Il termine “vozàl” viene dalla maschera che veniva fatta indossare agli schiavi caricati sulle navi
perché non si ribellassero e non mordessero ma anche perché molti schiavi, quando capivano che
stavano per essere deportati, si uccidevano ingoiando la lingua e quindi soffocando. Per impedirgli
di farlo, non gli facevano aprire la bocca tramite questa maschera. Simbolicamente questa maschera
è molto interessante: torna l’idea del rito espiatorio che ha a che fare con Malinalli e il filo che
trafiggeva la lingua. Il vozàl toglie l’identità allo schiavo impedendogli di esprimersi. Gli schiavi urbani
avevano una vita molto diversa, soprattuto dal momento in cui si nasce in questa condizione:
crescevano con i figli degli aristocratici, che poi diventavano i loro padroni. La pedagogia negra è il
grande edificio su cui si poggia l’identità cubana: le schiave venivano comprate quando avevano
appena partorito, perché nell’800 le donne erano tenute a procreare in maniera frequente ma le
aristocratiche non volevano allattare per non distruggere il loro fisico: affidavano le creature alle
schiave che li allattavano. Nel momento in cui la schiava allatta il bambino bianco diventa figlio suo
e lui la vede come mamma ma a un certo punto deve rendersi conto che è la sua schiava, e che quello
che considerava suo fratello è il suo schiavo.
La situazione diventa intollerabile soprattutto nella piantagione, perché in città la situazione è più
ambigua: vivono in una situazione di privilegio, sono vestiti in modo ricco, mangiamo bene, hanno
tutti i comfort.
Il problema viene quando la volontà individuale diverge da quella del padrone. C’è una catena di
schiavitù: non sanno cosa significa non essere schiavo. È interessante che queste ambiguità segnino
la creazione di un certo tipo di genealogia: nei creoli, nonostante la loro stirpe perfetta, circola
semrpe un po’ di sangue africano, anche solo perché sono stati allattati da un’africana che gli
raccontava favolte, leggente, miti che appartengono alla sua cultura e alla sua storia, con delle parole
che restano nella memoria  si crea una memoria affettiva che va da un’altra parte rispetto alla
costuzione dello stato. È nel racconto che si vede lo spaccato della Cuba dell’epoca e si vedono questi
discorsi all’ennesima potenza.
- Cimarròn = letteralmente animale selvatico, non addomesticato. È lo schiavo che non resiste nella
piantagione e che a un certo punto fugge rifugiandosi nella manigua, nella montagna. A volte si
ritrova con altri schiavi fuggiaschi costruendo comunità indomite chiamate palenques e nessuno osa
andarli a riprendere perché sono troppo feroci. Questi schiavi vivono in una situazione semi-selvaggia
ma producendo per esempio cera che viene poi barattata nei mercati intorno all’ingenio. La
situazione del palenque è una situazione privilegiata: i cimarrones ricreano una sorta di comunità,
seppur a un livello selvaggio. Molti schiavi, invece, rimangono in totale isolamento pur di non vivere
in catene: unica alternativa di libertà che però ha un prezzo da pagare, cioè la mancanza di socialità.
La libertà esiste davvero? O è sempre relativa a una serie di relazioni che minano alla stessa? Per
essere veramente libero non mi deve importare di niente e di nessuno, ma l’uomo è un essere

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relazionale. Il Cimarròn è lo schiavo che decide di essere libero ma al prezzo della propria umanità,
perché per essere uomini abbiamo bisogno della relazione con l’altro.
- Blanqueamiento, intorno al quale si costruisce l’immaginario ottocentesco cubano. A partire dal 1792
l’immaginario del negro è stigmatizzato, quindi si vuole procedere al blanqueamiento di Cuba:
assimilazione culturale della traccia africana nelle americhe. Le avanguardie antischiaviste vogliono
eliminare lo schiavo assimilandolo attraverso un lento ma progressivo meticciato. La chiave del
blanqueamineto coincide con l’ascesa sociale: lo si vede in una serie di pratiche nella misura in cui
abbiamo situazioni di nati illegittimi risultato di rapporti di subalternità, c’è il problema razziale da
risolvere: il frutto di una relazione illegittima è evidente, non può essere reintegrato nella famiglia
della madre né in quella del padre senza che si capisca. Una colorazione più chiara, può permettere
una maggiore possibilità di ascesa sociale: spesso i bambini vengono strappati alla madre per
consentirgli di avere una vita migliore; le stesse madri sanno che un figlio con una carnagione più
chiara può avere una vita migliore lontano dalle proprie radici e acconsentono = disgregazione dei
legami familiari. Questo passa per una struttura La real casa cuna luogo in cui si accolgono i
bambini abbandonati, fondata a La Habana nel 1711 da Fra Jeronimo Valdèz, che poi diventerà
vescovo. La real casa cuna esisteva già dal 1650, ma la prerogativa di Valdèz era di dare il suo
cognome a tutti gli orfani: i bambini adottati avevano quindi una colorazione chiara e un cognome
che si associava alla nobiltà spagnola, a prezzo di essere strappati dalla propria madre.
Dopo tot anni i bambini potevano essere reincorporati nella famiglia di origine, oppure il padre
garantiva una collocazione sociale di un certo rango, smarcandosi e ripudiando però la loro filiazione
materna.
Da un lato ci sono i creoli che vengono allattati dalla schiava, dall’altro ci sono i bambini costretti a
staccarsi dalla mamma per avere un’ascesa sociale  prezzo del blanqueamiento.

Lezione 10 – 19 marzo
Leggere la biografia di Manzano per aprile.

La Letteratura dell’800: Ci troviamo di fronte a un certo modo di fare letteratura; gli autori che affrontiamo
non considerano la letteratura come un luogo in cui fuggire, in cui crogiolarsi nei confronti del mondo che
non piace o recuperare la propria memoria individuale: non si parla mai di sentimenti/memoria personale
del soggetto, non siamo di fronte a una letteratura come rifugio o come riflessione sulla propria soggettività
e quindi proiettarsi verso il passato. È una lettura militante, specchio concavo del mondo che vuole descrivere
la realtà per proiettarsi verso il futuro con un atteggiamento proattivo: scrivere per questi autori è un modo
di immaginare il futuro. La letteratura ha una funzione importantissima perché è lo spazio nel quale si
proiettano/progettano le proprie aspettative sul futuro della nazione. Questo è teorizzato a partire da Andrès
Bello fino a Octavio Paz che nel suo saggio “Letteratura di fondazione” sottolinea che la letteratura
ispanoamericana fonda la realtà narrandola. Prima di riflettere sull’identità americana bisogna farla essere
nel racconto, la storia/popoli/natura deve essere descritta in tutte le sue pieghe. È una letteratura che ha un
effetto sul lettore volto a far cambiare le cose. Gli scrittori ispanoamericani non sono isolati dalla società:
quasi tutti i grandi scrittori dell’800 sono anche politici attivi (es. Gallegos – presidente del Venezuela). La
transizione che parte nell’800 fino ad arrivare nel ‘900 in cui il ruolo politico dello scrittore si vede durante
tutti i momenti caldi della nazione in cui verranno interpellati gli intellettuali.

La tertulia di Domingo del Monte è un circolo composto da una serie di figure come Juan Francisco Manzano,
Gonzalez del Valle, Sirillo Villaverde (pag. 63 vol 1 identità di zucchero) ecc. Del Monte raccoglie nella sua
abitazione a La Havana questi intellettuali per riflettere sui problemi di Cuba e ciò che stava accadendo. La
Tertulia si forma negli anni ’20 e si consolida negli anni ’30.
L’abolizione della schiavitù avverrà attraverso l’abolizione della tratta e il processo di blanqueamiento. Per
questi intellettuali la via per cambiare il volto dell’isola era quella della civilizzazione, dell’istruzione, della
lenta trasformazione della compagine schiava volta all’abbandono di tutte le categorie e le radici (già
strappate con la tratta e contaminate durante la schiavitù) che devno assimilarsi ai modi e modelli europei.
In quel periodo si pensava che lo schiavo coincidesse con tutto il male del mondo, quindi ciò che bisognava

29
fare era diminuire la sua identità assimilandola blanqueamiento = cancellazione dell’elemento africano
considerato come barbaro. Questo processo avviene attraverso tutta una serie di racconti.
La figura di del Monte è fondamentale per la Tertulia e quest’ultima ha anche una funzione di produzione di
una serie di opere poi consegnate alle principali riviste dell’epoca che permettono quindi di agire sulla
società.
La grande azione per cui DM è ricordato, oltre che per i suoi numerosissimi volumi di corrispondenza tra i
principali intellettuali dell’epoca, per essere stato l’artefice del famoso Album di DM  è un vero e proprio
album che raccoglie una serie di testi, viene commissionato dai due commissari inglesi a La Havana; visto che
il trattato del 1817(che doveva compiersi entro il 1820) non viene rispettato e continua e aumenta il
contrabbando illegale, con una conseguente diminuzione della sicurezza nel trasporto. Per questo viene
mandata (da Inghilterra e Spagna) la Comisiòn Mixta per controllare la situazione dell’isola, fare una sorta di
censimento e monitorare i traffici illegali ma anche a fare una serie di sondaggi per fare il punto sulla
schiavitù: Richard Madden e David Turnball sono i due commissari. In particolare Madden chiede a DM dei
documenti per illustrare e dare un ritratto dell’isola. DM si consulta con la Tertulia con cui seleziona e
commissiona una serie di opere: non sono testi su commissione libera, ma hanno un obiettivo specifico =
descrivere narrativamente lo stato dell’isola di Cuba in merito al principale problema, la schiavitù. Questi tesi
sono fondamentali per rileggere la nostra idea di letteratura: è una letteratura che deve dire la realtà,
tracciarla nel racconto per ottenere dei determinati effetti dal lettore  obiettivi antischiavisti. Questo
veicolerà una determinata costruzione della realtà, un determinato ritratto volto a evidenziare certi difetti
dell’epoca che devono trovare una soluzione. Sono testi creati da un gruppo di scrittori che collaborano, non
c’è l’idea di uno solo: si rileggevano, si cambiavano tra loro. Sono testi altamente ibridi e orientati verso un
destinatario che si deve convincere ad intervenire convincendolo di una determinata visione della realtà.
Secondo la prof questi testi non possono essere letti individualmente, ma vanno letti attraverso la chiave
della citazione: sono una citazione l’uno dell’altro. Nella Cuba dell’epoca ci sono 2 grandi testi fondazionali:
autobiografia di JFM e Cecilia Valdèz, tutti gli altri sono riscritture di questi due testi matrice che riflettono
diversi obiettivi politico/sociali. La dinamizzazione di questi due testi coincide con il cambiamento delle
istanze politiche.
DM non chiede di intervistare o di raccogliere la testimonianza di uno schiavo qualunque della piantagione,
ma sceglie uno schiavo eccezionale, sceglie JFM, lo schiavo ladino e addirittura il migliore tra i ladinos: è uno
schiavo che è nato in seno alla famiglia della marquesa Justis de Santa Ana, mecenate molto famosa senza
figli a cui piaceva attorniarsi di bambini in prima età scolare delle sue schiave, dando loro un’educazione. JFM
era il prediletto della marquesa, a cui lei insegna addirittura a comporre versi  schiavo eccezionale che
contraddice la sua condizione di schiavo. Perché DM sceglie una figura che nega l’essenza della schiavitù per
il suo obiettivo? dimostra l’iniquità della condizione schiavistica non esibendo lo schiavo prototipico ma
quello eccezionale, che ha già subito il processo di blanqueamineto, che è già nella posizione che DM
auspica per tutti.
Sappiamo che il testo dell’autobiografia di JFM è stato
- commissionato allo schiavo accanto al prezzo della sua libertà
- riscritto dagli intellettuali della Tertulia
- tradotto in inglese
Non troviamo quindi puramente il pensiero di JFM, la sua soggettività viene inquinata.
Gli intellettuali della Tertulia hanno un’idea fondamentale per Cuba: necessità di proiettare Cuba in una
dimensione più emancipata, verso il progresso, eliminando la causa che frena questo progresso. Le lotte
antischiavistiche non sono volte al ripristino dei diritti e dell’umanità dello schiavo, non gli interessava,
volevano eliminare il problema schiavistico per fondare l’identità cubana. Nell’800 c’è un immaginario che
passa per i modelli della psicologia dei popoli (disciplina che studia l’influenza del clima sull’attitudine
dell’uomo a un certo tipo di mansioni e caratteri) e della fisognomica (scienza che studia i lineamenti del viso
che corrisponde a una nota di carattere/temperamento).

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Non possiamo pensare a DM come ad un farabutto come gli altri: egli credeva veramente che questo fosse
l’unico modo per dare uno sviluppo positivo all’isola, ma l’immaginario dell’epoca faceva sì che l’unico
modello attraverso il quale si potesse pensare a un miglioramento fosse quello del blanqueamiento, quindi

Potremmo definire l’atteggiamento di DM malinchista se il malinchismo fosse un concetto ‘800esco ma è


‘900esco: il malinchismo nasce nel ‘900 dalla riflessione su un testo chiave “Il labirinto della solitudine” di
Octavio Paz, in cui c’è un capitolo chiamato “i figli di Malinche” in cui OP torna sulla figura di Malinche che viene
convertita in mito letterario e riscattata dalla sua storia  nasce il Malinchismo. OP dice che Malinche è la
traditrice che si è lasciata violare dall’altro e ha creato una stirpe impura, imperfetta, di orfani che devono fare i
conti con questa madre. Da un lato c’è Malinche e dall’altro l’indio muto che non si è fatto permeare dalla
contaminazione e continua a contemplare la sua realtà e le spoglie di quella realtà di cui era parte e che ora è in
rovina. L’atteggiamento di Malinche, malinchismo, è collegato a tutte quelle manie nei confronti dello straniero
(prendere cose dall’estero per darsi un tono invece che concentrarsi sulle proprie radici). Es. in Cecilia Valdèz ci
sono molti modelli francesi

l’assimilazione ai modelli europeizzanti vigenti nell’isola. È un momento in cui ci si deve ripensare ma i modelli
vengono sempre dall’Europa, non si concepisce la multiculturalità.

Lo schiavo non poteva essere dipinto come forza bruta comparabile a quella animale, perché sarebbe stato
considerato un sistema che avrebbe potuto continuare. Rilevare una personalità eccezionale tra gli schiavi è
la via per eliminare la schiavitù tutta: è anche una strategia di assimilazione, di empatia con lo schiavo che
può essere raggiunta solo se lo schiavo è simile a me, mi assomiglia e in cui riesco ad immedesimarsi.
Se nell’Album ci fosse stato uno schiavo qualsiasi, non ci sarebbe stata una reazione decisiva. In questo modo
lo schiavo viene messo in cima alla civilizacioòn e così si dimostra quanto l’istituzione schiavistica sia barbara
e da cancellare.
Da blanqueamiento a meticciato:
Nel discorso di DM c’è comunque ambiguità, e questo discorso arriverà fino alla fine dell’800 con Nuestra
America in cui si capirà che il blanqueamiento è impossibile perché la componente africana è installata
nell’isola e che va tenuto conto di questa componente anche nella sua specificità  si passa da un discorso
di blanqueamiento ad un’immagine più annerita, a un modello di identità basato sul mestizaje che va
accettato e non modificato attraverso il blanqueamiento. Nel meticciato JM crea la sua immagine per
sottrazione: non ci sono lotte di razza perché non ci sono razze. JM deve passare per la negazione della
differenza dello stigma e in Nuestra America cerca di edificare un meticciato. JM non esalta la componente
africana ma la nega, perché nega tutte le razze vuole creare un’atmofera di unità per l’obbiettivo
dell’indipendenza. Durante la vita di JM lo schiavo non è più JFM, è lo schiavo negato nei racconti, in cui ha
iniziato a prendere corpo solo sempre se esaltato per le sue caratteristiche eccezionali, virtuose, tratti in
grado di suscitare empatia. Il meticciato di JM cozza con il grande problema dell’identità latinoamericana,
quello di contenere diversi statuti socio-culturali: siamo di fronte ad un molteplice, non ad un uno, è
un”identità eterogenea” (ossimoro). Questo concetto verrà ribadito da Cornejo Pular (?) quando parla di
letterature eterogenee.
Fernando Ortìz introdurrà il concetto di transculturazione iniziando un lavoro concreto sull’integrazione.
Ortìz è un allievo di Lombroso e studia la presenza dell’africano a Cuba dalla criminologia, perché voleva
riconoscere i tratti ancestrali di delinquenza nei bassifondi cubani, doveva studiare la morfologia del negro.
Da lì inizia a indagare la componente africana a Cuba e si innamora: abbandona la criminologia e diventa uno
dei più grandi esperti delle culture afro-cubane formulando una sua teoria.

Quindi abbiamo:
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o fase blanqueamiento
o mestizaje utopico
o constatazione, accettazione, assunzione del paradosso della molteplicità nell’identico, che scardina
tutti i nostri parametri di formulazione della realtà: non c’è una sintesi.

Come si costruisce narrativamente il discorso del blanqueamiento? Lo vediamo tramite due testi non in
programma, che danno un immagine dello schiavo e della mulatta particolare.
Lo schiavo: Sab di Jertrudiz de Avellaneda che scrive questo testo in Spagna e lo pubblica lì, non poteva
pubblicarlo a Cuba dove c’era una denuncia molto forte del regime schiavista. Parla di una storia d’amore di
uno schiavo, figlio illegittimo, che si innamora di una donna inglese (Carlota Teresa) in modo platonico,
sembra che a volte lui voglia essere lei. Alla fine Sab, scopre che Enrique non vuole sposare Carlota che ha
perso tutto il suo patrimonio, decide di dare tutti i soldi che ha vinto nella lotteria (c’erano lotterie degli
schiavi per permettergli di affrancarsi) anonimamente al padre di Carlota che si sposa con Enrique e Sab si
suicida. È una storia tragica con molta nobiltà d’animo e amore che arriva fino alla morte: schiavo dipinto
come nobile, Enrique come vile.
La descrizione dei protagonisti maschili della storia: Enrique è definito come straniero, Sab come campesino.
Fisicamente, sono posti uno di fronte all’altro, come se si stessero guardando nello specchio riconoscendosi.

Lezione 11 – 1 aprile

Autobiografìa de un esclavo
È importante perché è l’unica autobiografia scritta di proprio pugno da uno schiavo, testo precursore di
questo genere: la letteratura ispano si popola di una serie di cronache meticce atte a raccontare una serie di
storie “minori”, diverse da quella ufficiale; questo testo illumina lo scenario della presenza africana nelle
Americhe, non c’è un antecedente simile, è un unicuum.
Le coordinate in cui il testo viene scritto vanno tenute in conto quando questo viene analizzato: viene scritto
nell’ambito del circolo di Domingo del Monte in onore della visita dei due commissari della Comisiòn mixta
de la Habana inglese a La Habana che devono fare il punto su:
 il mantenimento della parola sui trattati volti a regolamentare il traffico atlantico degli schiavi
 dare una fotografia della società cubana dell’epoca, impregnata di schiavitù
Non è un testo neutro perché è scritto in questo ambiente e viene commissionato dal circolo di Del Monte a
JFM in cambio della sua libertà!!
Ci sono diverse versioni che spiegano il primo contatto tra JFM e DM, certo è che nel 1834 JFM legge un
sonetto in una delle riunioni della tertulia, che si chiama “30 años” e suscita una grande commozione nel
pubblico; da cui l’idea di aprire una raccolta fondi per la libertà di JFM e la volontà di aggiungere un suo scritto
nel portfolio per la commissione.
Perché viene selezionato proprio JFM? Non è lo schiavo prototipico ma è lo schiavo che si vuole integrare e
si può integrare per un nuovo disegno della società cubana. La cancellazione dell’elemento africano doveva
essere totale a eccezione di figure come JFM (blanqueamiento).
JFM è il classico schiavo urbano, nato dalle “dame di compagnia”/schiave di famiglie nobili. Le schiave
derivano da una lunga filiazione sempre vissuta all’interno dei circoli nobiliari. Gli schiavi arrivano nelle
Americhe sin dalla conquista, con il triangolo della tratta (solo successivamente arrivavano direttamente
dall’Africa, dal ‘700). La filiazione della genealogia portava alla creazione di una casta di schiavi urbani educati
a servire i loro nobili padroni: si crea una divaricazione nelle stesse etnie e un disconoscimento  gli schiavi
urbani non avevano nessun contatto con i Bozales impiegati nell’ingenio; le ragioni di contatto sono legate a
barbare punizioni nel momento in cui gli schiavi urbani infrangevano delle regole.
JFM nasce in questo quadro di schiave/dame di compagnia; già l’attacco dell’autobiografia indugia su questo
aspetto come se JFM volesse evidenziare una sfiliazione che lo differenzi dallo schiavo prototipico (della
piantagione).
JFM cresce nella casa della Marquesa Justìs de Santa Ana, sposata con il Marquès Manzano (usanza degli
schiavi di prendere il cognome del padrone). La marquesa, poetessa senza figli, era famosa per l’usanza di
attoniarsi di quanti più bambini possibile a cui insegnava a leggere, suonare, musica, disegno, poesia ecc.
Nell’attacco dell’autobiografia JFM evidenzia come questo intrattenimento con la Marquesa gli segna la vita

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perché lui diventa la luce dei suoi occhi quando lei è ormai già anziana e la sua ricchezza/possibilità
economiche stavano decadendo. (alla fine la Marquesa si troverà come unici punti di riferimento i genitori di
JFM e questo impedirà la liberazione della famiglia che a volte avveniva quando la madre si sposava  il
piccolo JFM non seguirà la madre ma viene passato ad altre persone).
JFM ha un’identità ibrida a livello di vissuto: la famiglia in cui si identifica non corrisponde a quella
genealogica, a un certo punto chiama la Marquesa “mama mìa”  discorso sulla filiazione/autorità.
Ci sono momenti di interruzione/contrappasso nella vicenda vitale di JFM, il primo è la morte della Marquesa
che comporta il passaggio di JFM ai padrini: questo è il passaggio che lo porterà all’età adulta al servizio della
Marquesa de Prado Ameno che porterà JFM a rendersi conto del suo statuto di schiavo.
3 momenti di vita:
 infanzia, momento sfumato, si formano le libertà a fianco della Maruqesa Justìs de Santa Ana
 morte Marquesa 1, momento di vita con i padrini
 passaggio accanto alla Marquesa de Prado Ameno in cui si rende conto cosa significhi davvero la sua
condizione di schiavo

L’autobiografia finisce intorno ai suoi 30, anche se c’è un mistero intorno alla seconda parte
dell’autobiografia: in chiusura si parla di un’ipotetica seconda parte. Alla fine JFM scappa dalla casa della M2
perché non sopporta più la sua condizione, ma in quel momento il suo racconto si interrompe: sappiamo da
testimonianze che continua ad essere alle dipendenze della M2 ma non si sa se sia mai stata scritta la seconda
parte della biografia o se sia stata fatta sparire.

Il titolo: Autobiogrfìa de un esclavo. Sappiamo che è la testimonianza di uno schiavo. L’autore definisce
questo genere una autobiografia  termine composto da autòs (parla del sé) + bìos (vita) + grafìa (scrittura)
= racconto della propria vita attraverso la scrittura. Ma qui parliamo dell’autobiografia di uno schiavo: el
esclavo es un ser muerto antes su señor, è una frase che manzano ripete spesso  come può uno schiavo
dire di sé quando non è nemmeno proprietario del suo io? È un paradosso che abita l’autobiografia e in cui
si trovano le varie tensioni che si articolano all’interno del testo e riconducono alla sua genesi: questo testo
non sarebbe stato possibile se non fosse stato commissionato da terzi.

Autobiografia: Le Jean  “L’autobiografia è un racconto retrospettivo in prosa che una persona reale fa della
propria esistenza quando mette l’accento sulla sua vita individuale, in particolare sulla storia della sua
personalità” però l’autobiografia ha una funzione proattiva, nonsotante sia un racconto retrospettivo: ci si
proietta al futuro. Nell’autobiografia c’è una coincidenza tra autore, narratore e personaggio che sono
sovrapposti e abbiamo un altissimo grado di referenzialità: il patto autobiografico di Le Jean è dato dal fatto
che nel momento che l’autore dichiare di scrivere la sua autobiografia, il patto con il lettore è che creda che
questa corrisponda alla realtà, non siamo in un piano fittizio ma questo patto è inquinato inevitabilmente
dall’atto di raccontare  l’io esistenziale non coincide con quello linguistico ma soprattutto nel momento in
cui l’io dice io questo io diventa diverso da quello che dice i fatti: l’autobiografia è sempre racconto, è sempre
finzione, non possiamo mai appellarci a una realtà che ricostruiamo inquinandola nel racconto e che ormai
non ci appartiene più  la trama del raccontare ha la stessa sostanza del romanzo. Così come chi scrive un
romanzo non si inventa tutto, lo stesso discorso può essere fatto sull’autobiografia.
Nell’autobiografia di JFM ci sono elementi narrativi, come la fabulazione implicita nell’atto di raccontare,
necessaria perché l’io non è mai facilmente dicibile: bisogna affidarsi all’arte del raccontare con tutte le sue
luci e tutte le sue ombre. La zona di indicibilità presente nelle cronache si trova anche qui.

Il testo di JFM è condizionato da una serie di elementi:


- La commissione:
La sua dipendenza che incatena il testo: è un testo dipendente, che non può essere libero, lui non
può dire quello che vuole sia perché vuole che si capisca la sua condizione ma anche perché ci sono
vari elementi che lo limitano come il fatto che sia un testo commissionato. Il fatto di non poter dire
quello che vuole crea una sorta di orientamento nel testo.
JFM sa che questo testo farà parte dell’Album che verrà portato in Inghilterra e quindi deve
soddisfarre le aspettative di chi vuole il ritratto di uno schiavo eccezionale (DM)  può dire quello

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che vuole ma più attraverso le omissioni che le affermazioni. Ciò che è davvero interessante è palpare
i silenzi di JFM, capire come viene montato il discorso e se ci sono degli elementi che possono tradire
una volontà di dire di più in mezzo a degli elementi totalmente da clichè. Il vero JFM non si vede nei
“classici” castighi ma quando parla di come studia, come impara ecc piuttosto che in ciò che il
pubblico vuole sentire (ferite, torture, cancellazione del soggetto ecc).
La sovversione sta nel fatto stesso che lo schiavo possa dire e soprattutto possa scrivere: non era
contemplato che chi non aveva nemmeno la qualità del soggetto, considerato bestia, marchiato a
fuoco come gli animali potesse scrivere. La scrittura non è solo capacità di esprimersi ma il mezzo
attraverso il quale si è realizzato il processo di colonizzazione.
JFM copiava e prendeva il pezzetti dei frammenti di Don Nicolàs, da cui impara a scrivere non
sapendo cosa faceva atto di cannibalismo, schiavo che si incorpora nelle vesti del padrone = forma
di vestizione. JFM ripete moltissime volte gli abiti che indossa sovvertendo un ordine: questi gli
vengono imposti ma soprattutto lui sa dirli, sa di cosa si sta appropriando e ancora di più si appropria
della scrittura.
Da un lato c’è l’appropriazione della scrittura ma non è una vera appropriazione/rivendicazione: JFM
non rivendica le sue origini, non rappresenta una volontà di ritorno ma solo la volontà di prensere su
di sé tutto l’insegnamento che gli è stato imposto attraverso il processo di colonizzazione =
ambiguità!
- La composizione del testo:
Versioni dell’800:
 Manoscritto di JFM che però non esiste più, non ce ne è traccia, anche Louis lavora su una
trascrizione, non si sa quanto possa essere fedele. Della seconda parte non esiste nessuna
traccia: o è stata fatta sparire dagli amici della M2 (versione Madden) o che fosse stata
affidata a Ramòn de Palma per la correzione ma questo l’ha smarrita (versione DM).
 Versione corretta da Suarez y Romero
 Versione tradotta da Madden all’inglese
Sia nella versione corretta che in quella tradotta ci sono una serie di manipolazioni e
trasformazioni. A partire da questa autobiografia ci sono anche casi di citazine esplicita: parti
dell’autobiografia vengono prese dallo stesso Suarez y Romero e trascritte nel suo romanzo
“el negro Francisco” e altre parti vengono portate da Francisco Calcagno nella sua collezione
“poetas de color”.
Versioni 900:
 1937 versione di Josè Luciano Franco, trascrizione del manoscritto originale; ha molti errori di
interpretazione ed è conservata a La Haban
 anni ’70 Ivan Schulman prende la versione di Luciano Franco e fa una nuova edizione moderna
 anni ’80 Azougar consulta il manoscritto originale e le trascrizioni e crea una versione in uno
spagnolo moderno e la da alle stampe  è la versione che più ricostruisce l’identità di Manzano
anni 2000:
 William Luis, inizia negli anni ’90, lo finisce nel 2007 ma viene pubblicato nel 2010, da una copia
del manoscritto originale. Luis specula molto su minimi cambiamenti.

In molti si sono accaniti tra di loro sull’autobiografia di JFM, ma di lu irimane solo un grande silenzio: al vero
JFM noi non potremo mai accedere, solo nelle pieghe del discorso si può intuire quale è stata la sua vera
voce.

Inizio analisi testo:


JFM che si vuole innalzare sopra l’idea di schiavo, ma il suo essere schiavo che lo spinge giù.
Marìa del Pilar Manzano  madre di JFM.
JFM, prima di presentare sé stesso, presenta sua madre = lo schiavo non può dire da dove viene, può dire solo
che è schiavo di qualcuno. JFM ci tiene a ripercorrere la storia della sua filiazione e sottolinea che sua madre
non era una schiava qualsiasi ma è cresciuta a fianco della Marquesa ed è stata da lei educata = differenza
rispetto alla negrada, atto sovversivo: si smarca dal resto del suo popolo, inquina la rivendicazione delle
proprie origini installandole in una filiazione marcata a fuoco dall’acculturazione.

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JFM indugia in tutta una catena di nomi, perché? È come se volesse marcare il terrotorio parlando di sua
madre, della M1 che cade in disgrazia ecc.  è come se JFM volesse darsi dei natali più “alti”; il fatto di avere
delle coordinate che fanno capire quale è l’ambiente in cui cresce e dando una serie di elementi che
consentono al lettore di ricostruire la genealogia altolocata (non sa il suo anno di nascita, nessuno schiavo lo
sa). Il suo contesto di appartenenza viene ricostruito con questa serie di nomi che lo pongono in una situazione
di nobiltà. Insinua una serie di elementi importanti per far capire quale fosse la situazione dell’epoca: le
schiave non fanno altro che allattare i figli delle padrone, condividendo il loro seno con altre filiazioni. Viene
descritto il contesto e anche il fatto che la M1 considerasse queste schiave come figlie proprie, addirittura
concedendo loro la libertà dopo il matrimonio, è un indice dell’ibridismo: JFM per la proprietà transitiva è un
nipote della M1, infatti di lì a poco lo dice.
Seconda pagina: JFM “marca il territorio”  la sua padrona lo prende come un “genero de
entretemìnimiento” (sembra un oggetto) e lo chiama bambino della sua vecchiaia= percezione del rapporto
di cosificazione dello schiavo, JFM sa di essere un semplice intrattenimento per la M1 ma dall’altra parte lui
la riconosce come mamma, sottolineando che stava più nelle braccia della Marquesa che in quelle di sua
madre = tensione dell’autobiografia. Secondo la prof il testo è su commissione ma solo JFM sa come montarlo,
come dire certe cose: ciò che lui sottolinea, che ripete lo può decidere solo lui e in questo caso decide di
definirsi sia come genere di intrattenimento sia come bambino.
Secondo noi le varianti individuate da Luis sono importanti? È importante che alcuni episodi vengano invertiti
ecc? secondo la prof no.
JFM chiama dei testimoni per attestare che la storia sia vera (de cuya verdad existen unos textigos).
JFM sta ricostruendo la sua vita passata ripensando a sé stesso e sapendo che si deve rappresentare come
schiavo. In questa pagina vediamo chiaramente che lui cerca in qualche modo di rappresentarsi come “figlio”
della M1. Si assimila a una serie di figure che sono nate sue contemporanee con cui lui è cresciuto. Sottolinea
di essere cresciuto con conti e marchesi e che la marquesa lui la chiamava mamma e lei non si voleva mai
separare da lui.
La M1 viene rappresentata come possessiva: ogni pomeriggio JFM doveva tornare a casa perché se no la
marchesa dava di matto e nessuno era autorizzato a picchiarlo, nemmeno i suoi stessi genitori; il piccolo JFM,
capendo che nessuno era autorizzato a picchiarlo, nel caso in cui qualcuno gli facesse qualsiasi cosa lo
accusava  si dipinge come bambino viziato che si prende tutti i privilegi dell’essere allevato da una “nonna”.
L’autorità della M1 contraddice addirittura quella dei genitori di JFM quando il padre nel momento in cui
fa i capricci lo strattona, viene punito dalla M1 e deve intervenire il confessore per mediare la situazione
facendole capire che entrambi hanno diritti sul bambino. Questo è il grande problema degli schiavi urbani:
c’è una situazione psicologica pesante, gli schiavi non possono nemmeno intervenire sulla vita dei propri figli.
D’altra parte JFM racconta di vivere queste situazioni e bisogna mettersi anche nei suoi panni. Da un lato c’è
la nota di costume che da un ritratto della vita dell’epoca, dall’altra ci sono tutte queste ambiguità che
dipingono JFM come uno schiavo eccezionale.
L’eccezionalità emerge anche nella parte finale della seconda pagina: ha doti poetiche, musicali, sa
comporre, va all’opera e il suo battesimo viene celebrato con una vestizione molto elegante: venne avvolto
negli stessi vestiti dei nobili. Vestito come elemento di sovrapposizione di identità: torna spesso; non si parla
di vestiti qualunque: JFM usa sempre dei termini molto specifici, sa sempre cosa sta indossando JFM attiva
la sua competenza attraverso la conoscenza, non è passivo come dovrebbe essere uno schiavo.
I primi 7 anni sono di felicità assoluta per JFM, poi c’è la prima cesura, il rito di passaggio rappresentato dalla
vita con i padrini che lo addestrano a intraprendere le sue funzioni di schiavo urbano. Se prediletto ha appreso
a cantare/suonare/recitare versi con la M1, ora deve imparare ciò che lo riporta alla sua condizione di schiavo:
essere sarto (glielo insegna il padre per ordine dei padrini).
Qui c’è un elemento che fa parte del pegno che JFM deve “pagare” alla commissione: racconta di avere dei
fratelli e che la M1 va a trovarlo spesso, dice che la sorellina muore per una malattia endemica e che aveva
altri due fratelli quando nasce la M1 fa un dono de coartaciòn ai genitori, che dovevano comunque
rimanere al suo servizio per un momento e poi sono liberi ma i figli no!! = i genitori vengono “liberati” e anche
la piccola che muore, anche i due gemelli sono liberati, ma i 2 figli maschi restano schiavi. JFM sottolinea non
la generosità nel liberare la bambina e i genitori ma il fatto che i figli maschi rimangono schiavi  si stava
discutendo la legge de libertad de vientres, secondo la quale i figli delle schiave non erano schiavi, quindi
ammicca a questo dibattito.

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Quando JFM ha 10 anni la M1 muore: viene dipinta come una figura eccezionale, molto generosa e per questo
perde gran parte del suo matrimonio. JFM impara le doti di sarto e arrivai il momento in cui viene affidato
alla M2, molto diversa dalla M1. Prima non esisteva la concezione di differenza, anzi una continuità, tra la
famiglia della M1 e sé stesso, qui vediamo apparire la consapevolezza della condizione di schiavo, ma ancora
in una situazione di totale ibridismo. Per la prima volta si capisce che lui è schiavo, nonostante sia ancora un
dubbio: sa di essere schiavo ma non sa bene quale sarà il suo destino. Anche qui descrive i suoi vestiti, degni
della sua posizione, e il fatto che è in una situazione di “libertà” per cui entra e esce dalla casa quando vuole.
Poi c’è il passaggio all’età adulta “tendrìa algo màs de 12 anos…” , viene portato dalla M2, si identifica il
suo nuovo status di schiavo. Con una scusa che alcune vecchie schiave volevano vederlo, viene introdotto alla
vita adulta e al servizio della M2. Non lo fanno più tornare a casa, gli cambiano vestiti (che descrive molto
attentamente) .
Ogni passaggio di stato coincide con una diversa vestizione: è come se JFM non si rendesse conto di questo
passaggio se non attraverso i vestiti. È una vestizione di cui si appropria, in cui si incarna: ora è un
raffinatissimo paggio al servizio della M2, questa è l’identità che vuole far passare e che DM vuole affermare
 non lo schiavo tipificato della piantagione, ma uno schiavo che hap erso tutti i suoi tratti di barbarie e si è
assimilato al “bianco”. È un’immagine paradossale perché tutte le doti di umanità di JFM ci fanno identificare
con lui, fanno nascere una sorta di empatia: dato che è come me, non può essere schiavo.

Lezione 12 – 2 aprile

Ci siamo soffermati su uno dei nodi che intralciano il discorso logico su Juan Francisco Manzano partendo dal
concetto di autobiografia. I generi che abbiamo imparato a conoscere, possono avere sfumature diverse:
l’autobiografia, di norma, porta a una spiegazione di un discorso individuale. Ci sono però alcune autobiografie
che sfondano i limiti imposti dalle norme del genere e ci fanno capire che tutti i generi sono una costruzione.
Quella di Manzano è quindi catalogata come autobiografia, ma appartiene anche al genere del Pamphlet
politico e della testimonianza. Certi assoluti che ci passa la storia della letteratura non sono così assoluti.
Il testo di Manzano è un testo politico ma ambiguo (perchè porta avanti le istanze del soggetto che enuncia il
testo, ma è anche portavoce della teoria del blanqueamiento, creato per portare avanti tutta una serie di elementi
che rappresentano la comunità creola). È la prima volta in cui lo schiavo dice di sé ma è un ritratto creato a
tavolino per un determinato scopo: lo schiavo viene utilizzato per un disegno che proietta nel futuro
un’immagine di Cuba che vuole liberarsi della macchia schiavista. Solo nel ‘900 l’immaginario sulla
schiavitù/sulla presenza africana cambierà totalmente, passando dall’esperienza di Fernando Ortìz, ci si
allontanerà dalle teorie ottimistiche e dell’eugenetica (anni ’50 dell’800) volte a un miglioramento della razza,
e si comincerà ad entrare nella logica razzista: in piena rivoluzione messicana, nel 1911, ci fu un genocidio di
una comunità cinese per eliminare la macchia cinese dalla costruzione della nuova idea portata avanti dalla
rivoluzione messicana che voleva lo sterminio sistematico dell’anno.
È questo il motivo per cui l’unico schiavo dicibile, con cui entrare in empatia, è un soggetto (o oggetto?)
straordinario, eccezionale
. Juan Francisco Manzano è il soggetto, ma è anche oggetto di una manipolazione, una proiezione nella mente
degli altri.
Questo paradosso ci porta al nucleo dell’autobiografia: le continue esclamazioni di Manzano che sa che “lo
schiavo è un essere morto davanti al suo padrone” nell’affermare sé stesso JFM si nega, sta dicendo ciò che
deve dire, non sta rappresentando una identità che insinua l’identità cubana rendendola complessa, ma fa un
discorso posto ad attestare la negazione e la cancellazione del sangue africano che gli scorre nelle vene.
Se volessimo dividere il testo in parti potremmo trovare 3 macrosezioni:
1) Periodo dell’infanzia  totale assimilazione degli usi e costumi del “bianco”. Cerca di evidenziare la
sua eccezionalità e si pone in paragone con personaggi illustri e di un certo rilievo. Si sgancia dai suoi
genitori (episodio del padre che vuole mostrare la sua autorità e reazione di JFM) e si mette a
protezione della JFM e riconosce un maternità artificiale. Disconosce la famiglia naturale per avere
una nuova madre = madre patria.
2) Periodo di interstizio  Cesura rispetto alla filiazione acquisita: la madre lo abbandona e lui non sa
se ha o non ha padrone. Nella prima parte non esiste il vocabolario schiavista, mentre nel soggiorno

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con i padrini JFM assume su di sé una terminologia che prima apparteneva solo agli altri, appare la
dicotomia schiavo-padrone.
3) Periodo di schiavitù  entra alle dipendenze della marchesa del Prado Ameno (parte che contiene
le descrizioni preferite da Delmonte). Descrive l’ordine di subalternità della schiavitù. È un racconto
sistematico delle sofferenze e dei soprusi nei confronti dello schiavo. Lo schema è sempre lo stesso:
un incidente, un fraintendimento portano JFM a essere punito ferocemente.

La parte più importante sono le omissioni, ciò che non dice o che non può dire = es. ci sono molti
condizionamenti (commissione, aspettative, manipolazioni) ma dobbiamo tenere conto che JFM si sta
riscattando con questo testo, è quasi libero, si vuole sposare con una mulatta libera e quindi rievocare la sua
vita di schiavo e i suoi patimenti genera una serie di reticenze. La seconda parte di questo testo, che viene più
volte indicata (sia alla fine della biografia, che fra le lettere fra Manzano e i membri della Tertulia), è un totale
mistero: non sappiamo se effettivamente sia mai stata creata oppure se sia stata persa o nascosta.. Verrà portato
nelle varie proprietà della M2 e punito in vari modi.
JFM continua a descrivere la sua vestizione ma comincia a riconoscere la sua condizione di schiavo che
coincide con l’inizio delle punizioni che gli vengono impartite.
La manifestazione delle soggettività di Manzano, sarà alla base delle sue punizioni: qualsiasi gesto ed
esuberanza, che emerge soprattutto nelle sue capacità letterarie, generano un castigo da parte dei suoi padroni,
per fargli ricordare che è uno schiavo. A livello di società non è permesso allo schiavo perché è un essere
morto davanti al suo padrone e non può essere indipendente né avere pulsioni individuali, ma solo obbedire.
Una lettura attiva permette di vedere altro rispetto allo schema punizione-sofferenza-rivalutazione
immaginario dello schiavo, possiamo veder eche nella punizione ci sta una riaffermazione del potere
sull’infrazione di una regola che prevedeva che lo schiavo fosse cosa in mano alla volontà del signore. Nel
momento in cui JFM afferma un’individualità /soggettività, questa viene punita/castrata ricordandogli che
prima di tutto è uno schiavo.
Alcuni dei fatti che generano punizioni sono:
o stringere in mano una foglia di geranio e sentirne l’odore per avere un’ispirazione poetica
o addormentarsi in carrozza, facendo cadere una lanterna  viene lasciato a terra e poi punito
severamente.
o falsa accusa di aver rubato un cappone

Tutte queste punizioni possono essere lette come situazioni inique, ma possono essere pensate con altre
prospettive: addormentarsi  disobbedire a un comando dimostrando la propria volontà di dormire.

Quello che gli era stato ordinato doveva superare gli impulsi dell’uomo, perché è questo ciò che lo schaivo
deve fare.
L’episodio più significativo che porterà Manzano a ribellarsi è quello legato alla morte della madre: la madre,
una donna libera, aveva riservato una parte di eredità al figlio, ma questa eredità viene confiscata dalla
marchesa del Prado Ameno, che era proprietaria di lui, e quindi anche dei suoi beni. JFM rivendica il diritto
sull’eredità materna e lo riesce a quatificare dato che sa leggere, ma la M2 non gli da niente.
Questo evento dà il via alla ribellione di Manzano, che ruba un cavallo e fugge, piuttosto che essere mandato
all’ingenio, dove non sarebbe sopravvissuto; così si conclude la prima parte dell’autobiografia, della seconda
non abbiamo traccia.
Non sappiamo nulla sull’incontro con Delmonte e in quale modo sia entrato in contatto con la Tertulia.
Dobbiamo sempre tenere in conto che non tutto è raccontabile, soprattutto quando ciò che si vuole raccontare
è stato invivibile e quindi indicibile. Quando il corpo viene portato al limite della sua umanità, quando la
violenza si attua sull’inerme, la situazione è invivibile e non si riesce a parlarne per quanto è inconcepibile.
Nel caso dei campi di concentramento non c’era un controllo sulla vita (come per gli schiavi) ma sulla morte,
ma le pratiche del potere sono comparabili perché l’identità, la soggettività, il dire “io” viene totalmetne
decostruito, rotto attraverso una serie di pratica di cui la prima in assoluto è la tortura, volta a sottomettere e
cancellare la possibilità dell’io di parlare di sé stesso.

Pag.87c

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Nella parte precedente, Manzano, entra alle dipendenze della marquesa del Prado Ameno e assume la sua
condizione di schiavo. Da un lato rifiuta di diventare l’emblema della sua classe, dall’altro, paradossalmente,
vuole parlare di sé, proibito per uno schiavo.
Dice che inizia la verdadera storia della sua vita, come se prima non lo fosse. Quando inizia a parlare di questa
parte, assume sé stesso nella condizione di schiavo.
Il luogo nel quale viene rinchiuso è appropriato ad uno schiavo: i sensi di Manzano riconoscono tutto ciò che
priva l’uomo dell’umanità. Non ha cibo e non può dormire, vive in un luogo sporco e buio. Era stato castigato
per aver continuato a comporre ed era stato rinchiuso in questo lurido posto, che però, contro le aspettative dei
suoi padroni, gli permette di immaginare ulteriormente. La parola “en el campo tenìa sempre igual martirio”
definisce uno statuto molto chiaro.
Riconosce una particolare debolezza del suo fisico legata alla condizione di sofferenza e alla fame. Manzano
però reagisce a questa sofferenza, non vuole essere cancellato, e quindi sottolinea che la sua attitudine è quella
di cibarsi di qualsiasi cosa (sia letteralmente che psicologicamente, come una deprivazione che vuole negare
il corpo), e soffriva spesso di indigestione (indice della presenza al mondo di JFM). La sua presenza è una
presenza che non può essere controllata, tutte le sue funzioni biologiche sono sue e non del suo padrone. Nella
sua condizione di schiavo, non pensa minimamente al suicidio, al contrario di molti altri schiavi.
Veniva punito per non sentire subito la chiamata del padrone oppure nel momento in cui gli si dava un ordine
e lui non capiva una parte, perchè era assorto nei suoi pensieri  significa che è distratto da pensieri che sono
solo suoi ma non può avere nulla che non sia del padrone.

Dopo aver preso molte botte e aver perso sangue dal naso, annuncia di averle prese tra l’altro dalla mano di un
altro Negro, che aveva ottenuto certi privilegi per aver servito fedelmente il padrone. Anche nelle piantagioni
(come nei campi di concentramento), i capi erano altri negri che occupavano i posti al di sotto del padrone. Il
mayoral è un nero con compiti speciali perché si è rivelato uno schiavo esemplare per la sua obbedienza totale.
Inoltre, venivano addestrati dei cani per rincorrere i fuggitivi.

Il temperamento di JFM cambia, è malinconico, ma non viene mai annientata la sua volontà di esprimersi,
per esempio ascolta la musica.
Torna a Matanzas dove c’è la sua famiglia, sta un po’ meglio ma viene comunque picchiato. Sta 5 anni a
Matanzas in cui lavava e poi aspettava che si svegliasse la signora, che seguiva ovunque. Racconta con perizia
le sue capacità nell’arte della sartoria, sua professione principale.
ayo= maestro particolare, a domicilio
Accompagnava come paggio la marchesa alla lezione di disegno di Don Nicolàs e Don Manuèl: lui è spettatore
di una dinamica che lo esclude ma si incorpora nella scena, tanta è la sua voglia di apprendere. Aspetta che
un pezzo di disegno venga gettato, per raccoglierlo e iniziare ad affermare la sua persona disegnando. Scarto
= Schiavo
Il maestro dice che è molto bravo.Fino a quando le sue attività sono orientate all’elogio della marchesa va
tutto bene, ma appena si disaccava e si avvicinava ancora alla sua personalità, veniva nuovamente punito.
“Los versos no los escribìa por ignorar este ramo”, verrà ripetuto tantissime volte, fino a quando lui riuscirà a
dominare la scrittura = modo sovversivo di affermare l’io. Uno schiavo che scrive, non può essere più
considerato schiavo.
Manzano deve stare concentrato sulla pesca e sui pochi ordini/gesti che vengono impartiti (mettere l’amo ecc)
ma l’ambiente che lo circonda lo distrae e lui comincia a comporre a memoria (si appropria della propria
soggettività): la marchesa se ne accorge e lo punisce.
C’è sempre un tentativo di esibizione della sua capacità, ma la forza di questa dimostrazione è troppo forte per
non essere notata e viene subito punita. Qui è proprio JFM a parlare ed esprime il suo “io”, non c’è ragione
per cui queste reiterazioni di ciò che manca e ciò che c’è debbano essere state inserite da altri.
Quando si addormenta gli cade la lanterna e lui corre a prenderla, ma lo lasciano giù e deve tornare a piedi.
Nel momento in cui lo lasciano lì da solo, lui capisce ciò che lo aspetta. Arrivato nella stanza vede che c’è sua
madre che gli chiede cosa ha fatto e quando il Mayoral (signor Silvestre) fa per picchiarlo, la madre prova a
fermarlo. Allora il Mayoral si avventa sulla madre e Manzano, vedendo la madre che viene picchiata, riesce a

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ritrovare quel legame biologico con la vera madre, che si era rotto nel suo periodo presso la M1. Manzano tira
all’interno del testo la Brevissima (prima immagine biblica), con la figura del leone feroce e l’agnello che si
scambiano fra loro nel corso della storia. M1 cerca di difendere la madre.
Parallelismo: c’è il momento in cui JFM disconosce l’autorità dei genitori quando il padre quando era piccolo
voleva picchiarlo e la M1 dice che non può, mentre ora riconosce l’autorità della madre e non quella del
Mayoral. JFM non dovrebbe reagire, perché sua madre in realtà non dovrebbe avere autorità su di lui, ma qui
lo schema si ribalta, salta perché siamo passati nell’orizzonte schiavista, è sparita l’affettività artificiale che
aveva caratterizzato la sua vita “non vera” con la M1.
Poi portano lui e la madre in uno stesso posto, mentre i fratelli restano soli in casa a piangere. JFM soffre così
tanto perché è stato temerario, mentre la colpa di sua madre è stata volerlo difendere.

Lezione 13 – 4 aprile
Chi è l’autore dell’autobiografia di JFM? Non si può dire bene, ci sono troppe influenze. È il resoconto della
sua vita ma sappiamo che ci sono molte pieghe e interventi. La condizione di schiavo nega già ciò che si
dovrebbe descrivere, lo schiavo non potrebbe scrivere.
Ci sono:
 momenti in cui JFM descrive il proprio essere nel mondo tramite la soggettività e la creatività,
momenti in cui l’io vuole emergere
 momenti in cui si rassegna, ma mai fino in fondo, al suo essere schiavo e in cui tenta di inibire la sua
libera espressione

Los Fugitivos – Alejo Carpenter

Ora ci spostiamo nel ‘900: Los Fugitivos – Alejo Carpenter cubano, è una delle voci canoniche della
letteratura ispanoamericana, che continua la riflessione inaugurata da JM sulla composita identità cubana.
Cerca di riscattare tutte le compagini che vanno a costituire l’identità cubana, indagando in uno scenario
temporale noto: il passaggio dalla rivoluzione francese a quella americana. El reino de este mundo
(rivoluzione haiti), el siglo de las luces sono alcune delle sue opere più importanti. Tutta la poetica di AC è
tesa a cercare una cifra per esprimere un’identità che si da nella molteplicità. Per comprendere a pieno AC
bisogna passare per l’antropologo Fernando Ortìz.
Alejo Carpenter ha un modo particolare di riflettere sulla schiavitù: lo schiavo non ha possibilità di dire la
propria identità nella società cubana, soprattutto nella situazione della piantagione non c’è nessuna
possibilità di riscatto.

Los fugitivos  sono 2 fuggitivi, Perro y Cimarròn, un cane e uno schiavo fuggiasco. Non li chiama mai per
nome, perché vanno a incarnare una determinata categoria iscritta nell’universo schiavista.
Perro è un cane molto particolare “perro rastreador”, addestrato all’interno della piantagione per
riacchiappare gli schiavi fuggiaschi e riportarli a casa. Non è un cane al suo stato di natura, ma è addestrato:
non può seguire le sue pulsioni, ma è stato “addestrato, umanizzato” per essere funzionale all’economia della
piantagione. È un cane che ha perso il suo stato di natura a favore di un apprendistato culturale a favore
dell’uomo.
Dall’altra parte abbiamo lo schiavo: un uomo a cui è stata tolta, paradossalmente, l’umanità. L’uomo esiste
solo nella relazione e nella cultura lo schiavo è un uomo cosificato.
Sono due figure allo specchio: perro vorrebbe stare in natura ma è costretto culturalmente e cimarròn è uno
schiavo che può vivere solo in natura perché se no il suo destino è di rimanere in catene. Questa dicotomia
di base serve a AC per articolare la sua discussione profonda sull’essere schiavo. C’è lo schema classico del
racconto di formazione, di esperienza, attraverso il quale i soggetti acquisiscono una serie di competenze e
esperienze che li porteranno o meno alla realizzazione del sé.
È diviso in 8 sezioni e fa parte alla prima stagione poetica dell’autore, dedicata a dipingere la situazione della
componente afro-cubana; AC capisce che senza parlarne, si direbbe Cuba solo a metà: solo attraverso la

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penetrazione nell’universo della schiavitù, accogliendo nel racconto determinate osservazioni, si può
riflettere sull’identità cubana.

Inizio testo:
si incontra il primo protagonista, Perro: non è un cane con un nome particolare, ma dal momento che si scrive
con la maiuscola allora diventa la storia di tutti quelli come lui. Quando in un racconto c’è una sottrazione
del nome proprio a favore di una categoria, si capisce che l’autore fa un’operazione di riflessione sulla
tipizzazione stessa. Già dalle prime righe capiamo che il narratore è onniscente ma la focalizzazione, cioè il
pdv, è quello dei personaggi (in questo caso il cane).
Il Perro sta inseguendo qualcuno che è scappato, ma è distratto: l’obiettivo per cui è stato addestrato non è
abbastanza a tenerlo concentrato, si ferma, si stiracchia nell’erba e lascia andare avanti gli altri che stanno
inseguendo il fuggiasco.
Perro continua a sentire l’odore di negro, ma ormai non gli interessa più, sente l’odore delle femmine
(hembra) e si interessa di quello, che è ciò che dovrebbe interessare naturalmente a un cane. L’odore della
femmina si impone sull’addestramento di Perro: nonostante senta ancora l’odore del negro, il suo istinto lo
porta da un’altra parte.
Ci sono due itinerari: Perro e Cimarròn escono entrambi da uno stato di coercizione per ritrovare la propria
libertà
 Perro riesce a farlo completamente, torna alla sua natura di cane = itinerario dalla cultura imposta
allo stato di natura.
 Cimarròn non riesce automaticamente a recuperare la sua umanità perché si isola, non ha più le
relazioni che gli servono per essere umano. L’itinerario di Cimarròn non si realizza recuperando la
propria natura umana, perché non riesce a trovare uno spazio in cui ricreare uno straccio di socialità.

AC focalizza la sua attenzione sull’esperienza di tanti schiavi che vivono soli nella Manigua, non trovando
rifugio nei palenque. AC si chiede se è vita quella che non si ritrova in una socialità umana, fatta di parole e
comunicazione.
Nelle prime due pagine, l’organo che domina è l’olfatto: olor a negro, a hembra, a fruta (quando ha fame). È
quasi come se la storia fosse raccontata da Perro, il pdv è sempre il suo. Un altro senso importante è l’udito,
la vista non c’è quasi mai: è un periodo in cui si mette in discussione un certo tipo di sapere.
Perro si lancia verso la femmina ma a un certo punto si blocca perché sente ciò che non aveva mai sentito: il
suono di altri cani, che non facevano parte dell’ingenio, allo stato di natura, mentre lui ha un collare con
borchie  Perro ha paura, è qualcosa che non ha mai affrontato.
Il processo è: l’odore di femmina lo distrae dal negro, va verso la perra di cui sente l’odore, ma ha paura
perché sa di non essere pronto a tornare allo stato selvaggio e affrontare la sua natura, cioè quella di quei
cani che vede che si stanno battendo per la cagna. Quindi scappa e incontra il negro.
Perro sente l’istinto del suo addestramento indirizzato a ucciderlo, ma ormai anche lui è scappato e decide
di non seguire il suo addestramento. Perro sente ancora l’eco della perra e del branco in lontananza, ha
paura, e quindi decide di identificare il Cimarròn come il suo compagno di fuga, che gli può dare calore. Già
da cui (pag 46) troviamo il titolo Los Fugitivos.
Perro si avvicina con tutte le mosse del cane che è stato “umanizzato”: si accovaccia accanto a quello che ha
identificato come suo padrone. Per abitudine si svegliano al suono della campana dell’ingenio e si rendono
conto di aver dormito attaccati: si guardano e si studiano.
È interessante vede come ogni elemento che viene descritto signifchi molto di più e dia l’idea di come si
muove l’economia dell’ingenio, come si risveglia questa macchina di lavoro che qui è sullo sfondo.
All’inizio Cimarròn ha già infranto la legge e Perro dovrebbe riportarlo a casa, ma ora anche Perro ha infranto
l’ordine che gli era stato impartito: non possono che allearsi, si sovrappongono come fugitivos.
“ya no holìa a hembra pero tampoco holìa a negro, ahora Perro estaba màs atento al olor a blanco” 3 fasi:
 Era stato abituato a stare attento al olor a negro
 Lo stato di natura lo fa concentrare sull’olor a hembra
 Ora che è fuggitivo sta attento all’olor a blanco, che significa pericolo

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Il pdv di AC è un pdv passato: si mette nel pdv di Perro, assume la sua visuale. Questo tipo di azione non è
ovvia, perché abbassare il proprio pdv significa mettere in discussione il dominio della ragione che può
ordinare il mondo.
- Nella prima parte c’è la presentazione dell’azione, dei due attori, l’inizio della scena.
- Nella seconda parte P e C si costituiscono come coppia.
- Nella 3°/4° parte ci viene raccontata la vita dei due insieme
Le campane dell’ingenio tornano in tutto il racconto, a ricordare l’ordine imposto dalla piantagione. Ora P e
C devono trovare un nuovo ordine per poter sopravvivere: collaborano in azioni di caccia, ognuno con la sua
funzione. Perro riesce ad assimilarsi nel ritmo del suo nuovo padrone. Perro è un cane particolare, mangia
anche la frutta. Ora non seguono il ritmo dell’ingenio/della cultura, ma quello della natura: per Perro
funziona, per Cimarròn vedremo cosa accadrà.
Vivono in una caverna, dove Perro, scavando, trova delle ossa umane: C decide di scappare dalla caverna e
dormono fuori nonostante piova, poi il giorno dopo trovano un posto con un tetto molto più basso senza
ossa e cose strane, potevano solo esserci apparizioni.  momento significativo, i primi segnali
dell’impossibilità per C di vivere al di fuori di un ambiente relazionale e culturale si fanno sentire = vivono in
una caverna, luogo perfetto perché è caldo, asciutto, ci sono alcuni utensili ecc. ma quando trovano le ossa
umane: opposizione dell’interpretazione di questi materiali per natura e per cultura  P sta benissimo ma C
scappa, perché la sua lettura culturale di questo luogo gli impedisce la sua permanenza lì, non vuole stare in
un posto dove qualcuno è morto, la cultura di fa sentire: preferisce stare in mezzo alla pioggia senza
protezione, piuttosto che restare in un luogo che per cultura non può essere abitato. Cercano una grotta più
bassa, in cui C deve entrare a quattro zampe, lo sguardo continua ad abbassarsi = per vivere fuori dall’ingenio
C deve abbassarsi al livello del cane, degradando la propria umanità = indizio dell’impossibilità di vita fuori
dall’ingenio, fuori dall’ordine schiavista.
La soluzione per lo schiavo quale è? Nella piantagione gli viene tolta l’umanità ma fuori dalla piantagione non
riesce a realizzare un’umanità alternativa, non c’è soluzione.
C viene distratto dalla sua vita in natura e si avvicina a una strada sterrata molto piccola, indice di cultura.
Nella sua attesa, immagina, distraendosi dall’unico impegno che hanno avuto finora (cercare cibo e riparo):
anche questo è indice di cultura.
Pian piano diventano “delinquenti”, ladrones e attaccano una carrozza con sopra il parroco, Perro la fa
andare fuori strada e si appropriano di tutto ciò che vi è all’interno. C prende i vestiti, i soldi, la campana
d’oro: elementi culturali. Questi elementi culturali portano alla memoria: di notte C pensa ai tempi passati,
pensa alla cultura, pensa a quando aveva speso soldi per andare a donne.

Lezione 14 – 8 aprile

L’autore di Los Fugitivos analizza la questione identitaria, che è un nodo centrale della sua produzione.
Riprendiamo alcune teorie di JM e analizzando il pensiero di FO per avere una base concettuale per entrare
in un nuovo racconto di Carpentier dove verrà per la prima volta presentato un immaginario sulla
componente africana completamente diverso; Carpentier inizia a riflettere come la compagine culturale
africana abbia caratterizzato l’identità cubana con tratti che non possono non essere tenuti in conto: la
letteratura da voce a quest’anima in maniera non stereotipata ma cercando di mostrare questo incontro di
culture. L’opera di Carpentier tesse una sorta di poetica della relazione: tutta la sua ricerca da studioso e da
scrittore è identificata dall’esigenza di affermare il molteplice statuto socio-culturale della sua isola  è una
società che non può essere ridotta a una sintesi. Siamo soliti pensare che per elaborare dei concetti la
dialettica deve arrivare a una sintesi ma, purtroppo o per fortuna, non possiamo arrivare a una sintesi nella
riflessione sull’identità. Ai tempi però trovare il modo di dire ciò che non è riducibile in un concetto è molto
difficile, dobbiamo capire come lo fanno Ortiz e Carpentier. Per ora abbiamo visto come si configura un
immaginario basato su vari modelli interpretativi, ma ora c’è un immaginario irriducibile che cerca di
mostrare le diverse parti che compongono l’identità.

Analizzare un racconto/romanzo:
 Prima di tutto va fatta una distinzione tra contesto e testo e vedere come questi entrano in relazione
= contestualizzazione (lettore implicito, autore, momento storico). Avremo 2 contesti e 2 testi:

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Contesto = ambiente di produzione del testo stesso in un particolare momento storico e un lettore
implicito/ideale  contestualizzazione dell’autore e dell’opera. Durante il momento della close-
reading questa contestualizzazione non interessava più, si pensava che il testo potesse essere
sganciato dall’autorialità. Non dobbiamo appiattire un testo al suo contesto ma nemmeno slegarlo
completamente da esso.
 Economia testuale/cronotopia (asse spazio-tempo): definire l’unità spazio-temporale che il
racconto/romanzo vuole esprimere. L’autore potrebbe voler rappresentare un testo che rappresenta
un mondo diverso da quello in cui vive lui. Es. AC scrive nel 1950 circa delle piantagioni, quindi di
metà ‘800. È importante individuare le coordinate spazio-temporali e gli scenari in cui l’autore fa
muovere i personaggi. È interessante individuare quali sono gli spazi del racconto, se questi esistono,
dialettica spazi chiusi/aperti… È interessante capire perché l’autore vuole parlare di cose
passate/presenti/future. Dall’unità spazio-temporale e dal titolo possiamo evidenziare/rintracciare
lo scopo e l’idea che sta dietro, cosa l’autore vuole dimostrare.
 Personaggi  analisi del personaggio principale in relazione con il pdv incarnato di norma dal
narratore (che non concide con l’autore); il narratore può essere intra-diegetico (interno) o extra-
diegetico (esterno e onniscente). Si deve considerare la consistenza del narratore: nel caso di AC è
un narratore onniscente e prende il pdv di Perro nella trama narrativa es. il senso privilegiato è
l’olfatto e a un certo punto si abbassa mettendosi a 4 zampe, come se volesse entrare nel pdv del
cane e lo porti avanti fino alla fine del racconto. Analizzare il pdv che prende l’autore ci fa capire
molto sul testo.
 Suddivisione  nel caso di Los Fugitivos ci sono 8 sezioni molto brevi. Nel caso dei romanzi è più
complesso perché possiamo avere molti capitoli e paragrafi. La struttura che viene data a un testo
non è casuale ma corrisponde a un disegno dell’autore.
 Capire il messaggio del testo, cosa vuole dire l’autore
 Analizzare lo stile (strutture, metafore, allegorie, immagini, tempi verbali es imperfetto = tempo
della speculazione ecc)

Los fugitivos:
- In questo testo specifico possiamo dire che lo spazio è quello della piantagione del Marquès
de Capellanea (?)  possiamo analizzare se è un personaggio inventato o se è esistito
davvero.
- Tempo della storia: si sviluppa in 2 anni (2 primavere). Il tempo non è mai
oggettivo/misurabile ma corrisponde a come viene percepito nel gioco dei personaggi
(potrebbe esserci un romanzo su una conversazione di 10 min).
- Personaggi: come sono articolati e messi in relazione; ci sono personaggi maggiori,minori,
che si evolvono, che non si evolvono ecc. In questo caso l’elemento immediato che
osserviamo è che i personaggi non hanno nomi propri, ma vengono chiamati “Perro e
Cimarròn” = il ruolo viene prima del nome, con la maiuscola. Ci aspetteremmo dei
personaggi che non si evolvono ma dei “tipi”, ma già subito l’impianto del racconto
contraddice queste categorie che porterebbero ad avere degli elementi tipizzati perché
questi presentano una certa evoluzione, tanto che si può parlare di racconto di formazione;
sia P che C mostrano una sorta di evoluzione all’interno del racconto. Sono due personaggi
che rievocano le avventure tragicomiche del Lararillo de Tormes, dei racconti picaresqui. C’è
un tratto antieroico in questi 2 personaggi e un’evoluzione che li porta a trovare elementi
in comune e elementi discordanti.
Potrebbero essere definiti come immagini allo specchio: c’è un cammino verso una tensione
comune = la fuga dal sistema che si impone su di loro; entrambi cercano la libertà ma anche
di realizzare la propria natura. C è un uomo cosificato mentre P è un animale umanizzato, a
cui viene data una funzione e gli viene tolto il suo stato di natura. Sono entrambi tesi a
riacquistare la libertà ma in senso inverso: C vuole riacquistare la libertà senza tornare allo

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stato di natura, vuole realizzare la propria umanità, mentre P vuole dismettere questa
cultura della piantagione che gli è stata imposta e tornare a vivere per natura. Il percorso di
P può realizzarsi, quello di C no: la sua umanità è frustrata perché non c’è un luogo che possa
contenere il corpo dello schiavo libero  l’unica possibilità è l’isolamento, ma lui ha bisogno
di contatto, infatti si avvicinerà ai centri abitati e arriverà a ubriacarsi.
[Esistevano delle comunità di schiavi fuggitivi = Palenque, tanto che si crea un’economia
informale tra ingenio e palenque, per esempio questi ultimi erano grandi produttori di cera
che barattavano in cambio di beni di prima necessità]

Parte V del testo: il pdv dell’autore coincide con quello di Perro ma c’è anche un elemento in più, si ribalta
un altro stereotipo che abbiamo colto all’inizio del racconto, cioè che P non può seguire subito il branco di
cani perché ne ha paura (emersione della partre “civilizzata”)e preferisce unirsi a C e riconoscerlo come
padrone; nella classica dinamica cane-padrone si riproduce una situazione si subalternità, ma in questo caso
è davvero il padrone che protegge il cane? No, in questo caso è P il motore dell’azione che trova il rifugio e
sembra guidare tutte le strategie, C si lascia guidare dall’istinto di P è paradossale. Il cane ha paura e si
vuole far proteggere dall’uomo, ma è invece colui che attraverso il suo istinto riesce a trovare le vittime degli
assalti, la cueva dove riposarsi e si indigna quando si rende conto che C sta prendendo una brutta via “se
hacìa cada vèz màs imprudente”. Troviamo il desiderio di socialità di C, che non riesce a stare più in una
situazione in cui realizza solo il puro istinto: se hace avido de monedas  il denaro porta già a un livello
culturale; C vuole i soldi per poter bere alcol, quello che beve è il prodotto della canna da zucchero prodotto
dalle piantagioni (rum) = si allontana dal sistema della piantagione ma se lo beve  impossiblità di liberarsi
fino alla fine di questo elemento. Il bere è come una forma di cannibalismo in cui si riappropria della
piantagione.
Si evidenzia come P si senta sempre meno protetto: si mangia sempre peggio e C ha paura, non riesce a vivere
per natura perché è fuori dalla società. Nel momento in cui siamo in una società, il patto sociale vendendo la
nostra libertà radicale a favore della protezione, ma lui non ce l’ha e ha paura.
Possibile visione politica: ricerca ossessiva di modelli alternativi di organizzazione sociale che escano da
rapporti di subalternità dati dal modello occidentale. La comunità che si crea tra i due va a spezzare l’ordine
di tensione/riduzione all’uno a cui siamo abituati, è una messa in discussione del modello capitalista, che
rientra nel momento in cui torna la “moneda” con la quale dobbiamo comprare oggetti che non hanno scopo
vitale, in questo caso è l’alcol, e suscitano paure (non avere altra moneta). Chi sarebbero P e C oggi? Bisogna
analizzare i racconti e le storie passate per capire e analizzare il presente.
Di solito si viene fatta coincidere la forma con lo stile, ma noi dobbiamo mostrare come nel processo di
costruzione del racconto certi elementi possono aprire ad una simbologia alternativa es. la moneta. Pensare
solo al senso primo del racconto è molto riduttivo. Bisogna pensare alla moneta come simbolo, come
metafora all’interno del racconto. Bisogna attivare il testo.
Alla fine della parte V Perro si allontana sempre di più perché non è più interessato ad avere un padrone, c’è
troppa gente che gli da fastidio: vuole allontanarsi dalla socialità, anche perché i cani dei giardini gli abbaiano
 cesura tra sé stesso e i cani addomesticati. L’odore del tabacco si sovrappone a tutto.
Non è un caso che i prodotti principali delle piantagioni siano tabacco e canna da zucchero (rum) sono gli
elementi che P respinge e allo stesso tempo quelli da cui C non può separarsi.
Alla fine della parte V la continua incursione di C nel villaggio, fa si che questo venga ripreso dagli stessi
uomini del mayoral, e P compie finalmente la sua liberazione. Sovrapposizione: era C che doveva scappare
per salvarsi, ma alla fine è P che scappa e torna al monte, abbandonando completamente C che rivede dopo
quando è ricondotto in catene.

Parte VI del testo: totale ritorno in natura di Perro. Cimarròn rimane un ricordo lontano. L’emblema del
ritorno in natura è il collare che era prima associato alla paura: C glielo toglieva per farlo riposare e poi glielo
rimetteva, ma ora questo collare non gli viene tolto più, non fa più parte di lui. “El ingenio estaba olvidado,
su campana habìa perdido todo sentido” – il pdv è completamente abbassato, vediamo la terra, non c’è più
la posizione eretta  significa cercare di trovare nuovi modelli di interpretazione della realtà, cercare di
scardinare certe logiche.

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Dopo due primavere lo scenario è cambiato: P è pronto ad attaccare il branco di cani, è pronto a tornare alla
sua natura. P non ha più la percezione di un uomo che gli mette e toglie un collare, né quella dell’ingenio, né
delle prelibatezze che era abituato a mangiare. Può mettersi al pari dei cani selvatici: li attacca e riesce a
vincere, accoppiandosi alla Perra Grìz diventando il nuovo capo branco = culminazione di un itinerario
riuscito, del ritorno di P alla sua vera natura. P ce l’ha fatta, ha abbandonato l’ingenio e realizzato pienamente
la propria identità di cane.

Parte VII del testo: C’è un riferimento alla carne cruda, che si crede risvegli l’istinto. C’è una divisione molto
chiara tra i ruoli dei cani. La campana dell’ingenio non risveglia nessun ricordo. Per due volte Carpentier ci
dice che Perro non sviluppa nessun tipo di emozione/ricordo sentendo la campana. Pag 68 torna “olìa a
negro” e poi appare l’uomo: è Cimarròn, che chiama P. P si avvicina e lo annusa senza farsi toccare, scappa
quando lo chiama e si avvicina quando sta zitto. Il suono della voce gli suona strano, pericolosamente
evocatore di obbedienza. Quando C cerca di avvicinarsi e toccarlo, P gli salta al collo perché ricorda una
vecchia consegna del mayoral su cosa fare quando uno schiavo scappa. Carpentier non conclude qui il
racconto stesso.

Parte VIII del testo: P e la hembra giocano con la camicia stracciata di C.

P e C si ricontrano, si riconoscono, ma quando C cerca di socializzare P, sentendosi risuonare un vecchio


comando, gli salta alla giugulare e lo uccide e poi gioca con la sua camicia insieme alla Hembra. È un finale
aperto.
La lettura critica classica è: anche P non riesce totalmente a staccarsi dal collare che continua a identificarlo,
e quindi raccontando e pensando a un antico mandato sente l’odore a negro e lo attacca.
La nuova socialità di P tende a proteggere la sua nuova “famiglia” e non C.
Ma perché c’è l’elemento del gioco con la camicia, in una sezione a parte?
È come se nessuna delle due fughe si sia realizzata a pieno: sia C che P sono dei perduti, passando per la
piantagione si rendono permanentemente schiavi in un certo senso di quella situazione.
La prof ha fornito una nuova intepretazione chiedendosi il perché di questa ultima sezione: l’immagine
dominante dell’ultima sezione è un nuovo duo formato da P e la perra grìz che giocano con un vestito, la
camicia di C (simbologia vestizione) che viene fatto a brandelli, spezzato e l’autore insiste su questo. Provano
la solidità delle loro fauci spezzando in tanti frammenti il simbolo della piantagione=la camicia. Nonostante
il suo collare di piume allora P sarebbe tornato davvero alla sua natura. Ma come possiamo interpretare
l’uccisione di C da parte di P? l’ha liberato uccidendolo, sottraendolo dalla vita lo sottrae dalla piantagione e
lo fa essere libero solo nella morte e questo spiega la scena finale in cui i due cani strappano in mille brandelli
il simbolo della piantagione, cioè la divisa dello schiavo. C viene liberato da P. Questa è una lettura, non è
l’unica possibile ma coincide con una serie di indizi che l’autore mette a disposizione e permette di
interpretare in vario modo.
P ha trovato una nuova comunità per natura e uccidendo C lo fa tornare alla sua civiltà per natura, cioè quella
africana, liberandolo dalle catene dell’ingenio in cui non poteva essere. “el esclavo es un ser muerto antes su
senor”, quindi solo la morte fisica può liberarlo.ù

Lezione 15 – 9 aprile

Moduli:
- 1-Presentazione contesto – 15 domande
- 2-Studi di caso (problema indio, negro, donna) – 22 domande
Successivamente saremo noi a dover analizzare e interpretare il testo es. quello di Manuel Scorza in base a
quello che stiamo apprendendo insieme e alla griglia di analisi.
Domande Ariel:
Modello ingenio di Moreno Fraginals = da piantagione semifeudale a ingenio

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L'autobiografía di Manzano: testimonianza della vita in catene? Se pensiamo che lo schiavo scrive la sua
biografia, ci aspetteremmo di vedere in lui il “modello standard” di tutti gli schiavi, ma qui non è così c’è la
cancellazione della compagine africana a favore del Blanqueamiento.
Perchè possiamo dire che nell’autobiografia ci sono due volti di JFM? Questione della passività e della
rivendicazione del soggetto che lo schiavo mette in scena appropriandosi dei segni di una cultura che non è
la sua.
Attraverso quali metafore viene rappresentata la relazione vittima/carnefice nella vita della piantagione?
A che tipo di immaginario ci si richiama? Si riferisce alla catena di punizioni, in cui sono racchiuse metafore
in cui lui è dipinto come vittima con una certa simbologia, e il mayoral/piantatori come carnefici.
Perché JFM fugge? La fuga di JFM può essere considerato un atto totalmente sovversivo? L’emblematica
fuga dello schiavo non è legata a JFM ma a Cimarròn; JFM tutto ben vestito con il suo cavallo se ne va nella
notte e potrebbe essere scambiato per un qualsiasi schiavo liberto. Lo schiavo fuggiasco ha un altro tipo di
immaginario. Le ragioni che mette in scena JFM prima della sua fuga, sono tutte ragioni giuridicamente
appellabili: è stato privato dalla proprietà, ha dei testimoni che possono raccontare le ingiustizie subite, ha
la possiblità di raccontare la sua storia = la sua fuga non è sovversione, non è infrazione della legge ma sta in
una cornice legale, può essere affermata legamente. Non è una sovversione dell’orgine ma un richiamo alla
M2. Con la sua fuga JFM attesta l’iniquità dell’ordine attraverso un procedimento che potrebbe essere
dimostrato giuridicamente. La fuga di JFM è “giustificata” dallo scenario che si è creato nelle pagine
precedenti. Il contesto dell’autobiografia vuole sottolineare che i “fuorilegge” sono gli spagnoli. Vi è un certo
grado di invenzione nell’autobiografia: l’immagine dello schiavo rimanda a un progetto di indentità preciso
in cui gli schiavi veri centrano poco.
“El esclavo es un ser muerto antes su senor”  ponte tra JFM e Cimarròn

Alejo Carpentier è uno degli eutori più importanti del ‘900 ispanoamericano di cui costruisce il canone. Non
ebbe molto successo fuori dalla sua terra; non penetrò per esempio in Italia, in Francia invece sì. La sua
riflessione sull’identità va a coprire una delle problematiche più importanti che un buon ispanoamericanista
deve avere presente. Il 15 maggio del 1975 nell’Università di Caracas, durante una conferenza
dell’associazione di scrittori Venezolani, AC afferma:
“Este suelo americano fue teatro del más sensacional encuentro étnico que registran los anales de nuestro
planeta: encuentro del indio, del negro, y del europeo de tez más o menos clara, destinados en lo adelante, a
mezclarse, entremezclarse, establecer simbiosis de culturas, de creencias, de artes populares, en el más
tremendo mestizaje que haya podido contemplarse nunca”
Queste parole riflettono l’ossessione di AC= l’analisi dell’identità cubana per estensione dell’identità
latinoamericana, nella consapevolezza che quello che accade in America è un unicum, una condizione inedita.
Carpentier parla del “màs sensacional encuentro” = non pone la questione sulla sostanza dell’incontro ma
sulla sua dimensione, perché effettivamente il 1492 provoca uno strappo nella vita di un continente, di
milioni di persone e distrugge la loro rete simbolica portando all’estinzione una serie di lingue e riversando
moltissimi anni di storia in un altro territorio. È la portata dell’evento che fa la differenza, non tanto la sua
sostanza. C’è un processo di riformulazione: anni di storia europea vengono riversati in un luogo
completamente diverso, le tradizioni vengono accumulate eccettera. Come si può ridurre ad unità
attraverso un atto del pensiero questa compagine culturale che è il risultante di fattori molto diversi ed
eterogenei?
Carpentier nasce in una famiglia della Havana nel 1904, ma c’è anche un altro certificato di nascita che lo
attribuisce nato in Svizzera: la moglie negò l’originalità di questo certificato e l’autore evita sempre di
menzionare il mistero sulla sua origine. È complice l’accento culturale che gli faceva pronunciare lo spagnolo
in modo strano (aveva la r moscia)  questo elemento che fa parte del suo modo di parlare gli permette di
definirsi come estraneo. Il padre è un architetto francese, la madre una musicista e professoressa russa. Passa
la vita a viaggiare tra Cuba, che sente come sua madrepatria e l’Europa: andrà in esilio per alcuni anni durante
la dittatura di Machado a causa delle sue manifestazioni contro la “chiusione” della cultura voluta da
Machado. Dopo qualche anno torna a La Havana e iniziano i suoi “pellegrinaggi” di andata e ritorno tra
America Latina e Europa. Diventa uno dei principali esponenti delle riviste ispanoamericano all’estero, tanto
che gli piace farsi chiamare “nuovo cronista delle indie”= gli piace riscoprire il suo territorio da una

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dimensione di distanza. Torna in patria dopo la rivoluzione castrista del ’59 e vi rimane per molto tempo
diventando uno degli intellettuali più “organici”, uno degli ideologi della rivoluzione cubana nonostante in
realtà lui abbia riflettuto molto sulla rivoluzione come paradigma  di per sé la rivoluzione cubana non è il
castrismo, il castrismo è un modello di governo che viene dalla rivoluzione ma poi si incarna in un’istituzione
che di per sé contraddice ciò che accade nelle rivoluzioni. Le rivoluzioni non possono istituzionalizzare,
quando si converte in istituzione è qualcosa che va pesato per le sue caratteristiche. AC riflette molto sul
senso della rivoluzione, esplora la storia per capire cosa succede nel suo paese. Accanto alla riflessione sulla
rivoluzione c’è quella sull’identità si chiede come trovare sulla scena/piattaforma narrativa il modo di dire
l’incontro tra diverse culture in modo che sia capibile. Carpentier cerca di fare in letteratura ciò che Picasso
ha fatto nell’arte: vuole prendere dei modelli africani e tradurli. È un problema che negli stessi anni in cui AC
opera si stava studiando in antropologia. È un momento storico in cui fanno da padrone i grandi studi
dell’antropologia inglese sull’acculturazione: il modo attraverso il quale una cultura A domina rispetto a una
cultura B, e come B assimila una serie di tratti dominanti dalla A. Non significa che la cultura B viene
cancellata, ma per sopravvivere B deve assimilare i tratti di A.
A partire da AC si vuole mettere in luce la dimensione dello scarto, del residuo: fino ad ora la storia ufficiale
si edifica negli occhi dei vincenti, mentre ora ci sono autori che vogliono far vedere il processo a 360°,
mostrando tutti gli elementi, anche quelli di culture “altre” che continuano, seppur in tono minore, a far
parte del territorio. AC si chiede quale sia l’elemento differenziale che possa esprimere l’identità cubana e
capisce che è l’elemento africano: decide di esplorare e capire questa compagine per poter capire quale è il
suo lascito all’interno dell’identità cubana. AC vuole mostrare come in uno stesso scenario possono
convivere culture e visioni del mondo contraddittorie.
AC e Ortìz si rendono conto che in tutte le teorie sull’acculturazione c’è qualcosa che non torna: anche solo
il termine implica che ci sia una sorta di riduzionismo (la cultura B viene schiacciata da A per inculturazione,
deculturazione ecc) per cui si vede una dominante e un dominato.
Fernando Ortìz:
Il lavoro di Ortìz metterà in discussione tutto questo aspetto di riduzionismo. Ortìz scrive un testo
fondamentale per le questioni dell’identità cubana “Contrapunteo cubano del tabaco y del azucar” in cui c’è
un capitolo intero dedicato alla transculturazione = neologismo, il termine acculturazione non basta più ad
esprimere cosa sta accadendo alla nella sua Cuba.
La figura di FO è in dialogo con quella di JM: abbiamo lasciato abbandonato JM nel momento in cui lancia la
provocazione, postula il mestizaje e l’idea di una patria sin colores (non c’è più il concetto di
blanqueamineto). Il modello di Martì ha al centro un discorso di meticciato, il negro non deve essere
blanqueato ma la patria non deve avere colori, non ci sono razze: nel momento in cui passiamo dall’economia
della piantagione alle guerre di indipendenza c’è il passaggio da blanqueamineto a mestizaje ma sempre in
tono negativo: si deve tenere in contro dei negri ma sempre attraverso l’utopia del meticciato capace di
sfumare, annullare le diverse colorazioni.
Con Ortìz facciamo un passo avanti: sarà in grado di riabilitare in senso attivo la funzione della compagine
africana che finora era stata funzionale ad un determinato progetto (piantagione, rivoluzione ecc); Anche JM
non postulava niente di basato sull’idenità ma su una fratellanza senza colori. Ortìz si pone un problema
divers: è possibile la non esistenza della diversità culturale? Nel momento in cui cancelliamo le
colorazioni/identità in nome di un multiculturalismo assimilativo non andiamo molto avant. Il modello a cui
si vuole approdare con Ortìz è un modello che esalti la differenza, unico modo per creare una piattaforma di
dialogo. È un discorso completamente attuale sulla visione dell’altro in cui abbiamo due lati:
- la volontà di assimilazione/cancellazione dell’altro che deve diventare come noi dato che noi non
conosciamo la sua lingua/cultura = deculturazione
- modello multiculturale per cui le differenze non esistono, siamo tutti fratelli e uomini. JM in parte si
trova nel multiculturalismo assimilatore che però cancella i colori, le differenze in nome di una
fraternità diffusa. Anche questo funziona parzialmente: le differenze esistono eccome.

Il terzo modello, quello di Ortìz, è quello interculturale in cui le culture dialogano comprendendo le proprie
differenze e trovando una piattaforma comune.
Ortìz è il primo teorico dell’idenità che fa un percorso controverso: FO appartiene alla scuola di Cesare
Lombroso (italiano), padre della criminologia, positivista; Lombroso credeva che una serie di tratti genetici

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identitari e razziali potessero essere legati all’animo = determinate razze hanno determinate caratteristiche.
Lo studio dei climi e di come si integrano con la fisicità e lo studio del complesso fisico umano può dare un
ritratto di un certo temperamento che può giustificare l’inclinazione del soggetto. Ortìz, in base a questi
calcoli e misurazioni della fisognomica, è chiamato a indagare sulla delinquenza a Cuba attraverso
un’esplorazione del mondo africano: viene mandato a studiare le comunità di schiavi liberati che si sono
riorganizzati in comunità per fare queste misurazioni e scoprire il “segreto della delinquenza”. Ovviamente
questa incursione nella vita/costumi/credenze lo porta a cambiare completamente di rotta e trasforma la
sua visione dall’impronta lombrosiana passa ad essere uno dei grandi studiosi della cultura africana a Cuba e
si interroga sull’identità cubana, che non può dire sé stessa senza incorporare la parte africana. La parte
africana ha dato un’impronta troppo forte all’identità cubana per essere ignorata. FO cerca di riscattare i
miti, le usanze, i balli, la cosmogonia e la cultura africana e dall’altra parte cerca di creare una teoria che
riesca a dire l’idenità nella differenza, nell’eterogenità. È interessante vedere come FO articolare questo
paradosso nel discorso: la letteratura è fondamentale perché può spiegare i paradossi (es. ghiaccio bollente
o identità eterogenea) la parola poetica vince su tutto “il poeta è il pastore dell’essere”.
Il punto fondamentale di FO è trovare un concetto operativo che riesca ad esprimere l’identità cubana; è una
ricerca prima di tutto terminologica, e si capisce che lui non trova la parola.

I due testi su cui lavoriamo sono:


- capitolo sulla transculturazione
- saggio “Los factores humanos de la cubanidad”  stampella teorica del capitolo sul concetto di
transculturazione.
Los factores humanos de la cubanidad:

En este tema, los factores humanos de la cubanidad, hay dos elementos focales y uno de referencia: la
cubanidad, lo humano y su relación. Tal parece, pues, en buena lógica, que primero habría que definir la
cubanidad y lo humano, para después poder trazar la relación de correspondencia entre ambos términos.
Acaso esto no sea una tarea fácil. Sería ocioso entretenernos en definir lo hu- mano, pero parece
indispensable tener una idea previa de lo que se ha de entender por cubanidad.
Prima di definirla deve capire cos’è la cubanità
¿Qué es la cubanidad? Parece sencilla la respuesta. Cubanidad es “la calidad de lo cubano”, o sea, su manera
de ser, su carácter, su índole, su condición distintiva, su individuación dentro de lo universal. Muy bien. Esto
es en lo abstracto del lenguaje. Pero vamos a lo concreto. Si la cubanidad es la peculiaridad adjetiva de un
sustantivo humano, ¿qué es lo cubano? Non gli basta più l’astrazione che porta all’uno, vuole la
concretezza. Non gli basta l’astratto del linguaggio. Si chiede cos’è “lo cubano” = l’essenza della
cubanità.
Aquí nos encontramos fácilmente con un elemento objetivo que nos sirve de base: Cuba, es decir, un lugar.
No es que Cuba sea para todos un concepto igual. Nuestro competente profesor de geografía nos decía la
otra tarde que Cuba es una isla; pero también dijo, con igual exactitud, que Cuba es un archipiélago, es decir,
un conjunto de muchas islas, de centenares de ellas, algunas de las cuales son mayores que otras, cuyos
nombres han resonado en la historia. Además, Cuba es no solo una isla o un archipiélago. Es también una
expresión de sentido internacional que no siempre ha sido aceptada como coincidente con su sentido
geográfico. Recordemos que aún hace pocos lustros era muy sostenida una discusión por estadistas,
historiadores y geógrafos prehitlerianos acerca de si la Isla de Pinos era o no parte integrante de Cuba, y de
si procedía una declaración de Anchluss por parte de una potencia vecina, para proteger una minoría
irredenta de sudeten subfloridanos. Acaso nos aproximemos al concepto de la cubanidad reconociendo que
Cuba es a la vez una tierra y un pueblo, y que lo cubano es lo propio de este país y de su gente. Decir esto
podrá satisfacer a muchos, pero nada puede cuando se aspira a la clasificación sociológica, psicológica o
etnográfica de lo cubano y de la cubanidad. È come se FO ci prendesse in giro: forza i limiti della
speculazione e della riduzione astratta che sta nella riconduzione dei concetti a certe discipline per

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dire “ma riusciamo veramente a fissare in un solo concetto l’essenza della cubanità”? anche solo
dal pdv geografico ci sono troppi aspetti e pdv: bisogna trovare un nuovo modo di pensiero che sia
capace di dire ciò che non si può contenere in concetto. Riprende una distinzione usata da Unamuno
per distinguere l’hispanidad come proprietà dello spagnolo dal fatto di sentirsi incarnati e
nell’essenza di un popolo.
Pag 3:

Hay algo inefable que completa la cubanidad del nacimiento, de la nación, de la convivencia y aun de la
cultura. Hay cubanos que, aun siéndolo con tales razones, no quieren ser cubanos y hasta se avergüenzan y
reniegan de serlo. En estos la cubanidad carece de plenitud, está castrada. No basta para la cubanidad tener
en Cuba la cuna, la nación, la vida y el porte; aún falta tener la conciencia. La cubanidad plena no consiste
meramente en ser cubano porò cualquiera de las contingencias ambientales que han rodeado la
personalidad individual y le han forjado sus condiciones; son precisas también la conciencia de ser cubano y
la voluntad de quererlo ser. Il salto di FO è che la cubanità non è solo una proprietà che ci si può
attribuire da una semplice appartenenza all’uomo ma implica una vocazione e una volontà: per dirsi
cubani bisogna volerlo, crederci. Si può dire cosa è Cuba? La cubanidad de nacimiento non basta.
FO cerca di dire ciò che non può essere detto, cioè l’identità eterogenea, che è un paradosso. Più
che il nacimiento, la cultura c’è anche un sentimento, una volontà, una vocazione dell’essere
cubano. Ci sono cubani di nascita che non ci tengono a esserlo, non basta avere a Cuba la culla ma
ci deve essere la coscienza: si sposta il piano, è più importante avere la coscienza di essere cubani
rispetto ad “avere le carte in regola”.

Aquel genial español, tan dominador del lenguaje y sensible a las necesidades del espíritu, que se llamó
Miguel de Unamuno, pensó que de la misma manera que en el hombre habría que distinguir su humanidad,
condición genérica e involuntaria de su persona, de lo que es en él su hombría, condición específica y
responsable de su individualidad, así en el campo de las realidades de España convenía diferenciar los
conceptos de la his- panidad y de la hispanía. Pienso que para nosotros los cubanos nos habría de conve- nir
la distinción de la cubanidad, condición genérica de cubano, y la cubanía, cubanidad plena, sentida,
consciente y deseada; cuba- nidad responsable, cubanidad con las tres virtudes, dichas teologales, de fe,
esperanza y amor. Riprende la definizione di Unamuno per colmare il vuoto del concetto. Fa una
suddivisione tra cubanidad e cubanìa. Questo si lega ai misteriosi natali di FO: se davvero fosse nato
in Svizzera non sarebbe stato cubano ma lui si sentiva, si voleva tale. Se ha dicho repetidamente que
Cuba es un crisol de elementos humanos. Tal comparación se aplica a nuestra patria como a las demás
naciones de América. Pero acaso pueda presentarse otra metáfora más precisa, más comprensiva y más
apropiada para un auditorio cubano, ya que en Cuba no hay fundiciones en crisoles, fuera de las modestí-
simas de algunos artesanos. Hagamos mejor un símil cubano, un cubanismo metafórico, y nos entenderemos
mejor, más pronto y con más detalles: Cuba es un ajiaco. Pensando ai cani meticci: abbiamo un prodotto
proveniente da due elementi da cui si prendono alcune proprietà e se ne lasciano delle altre. La
metafora del crisol è la somma di elementi culturali diversi, ma solo fino a un certo punto: dire che
A+B=C significa che C è una sintesi di A e B mentre in realtà C è superiore a una semplice somma e
non può soprattutto essere ridotto in un prodotto. FO usa un’altra via di pensiero, trova un’altra
metafora oltre il crisol, che è riduttivo. Trova un elemento che faccia parte della cultura cubana che
riesca a dire la complessità di questi incontri: il crisol mette l’attenzione sul prodotto, mentre la
metafora dell’ajiaco mette l’attenzione sul processo, sull’itinerario che si fa per arrivare a un
risultato che però non è importante.
¿Qué es el ajiaco? Es el guiso más típico y más complejo hecho de varias especies de legumbres, que aquí
decimos “viandas”, y de trozos de carnes diversas, todo lo cual se cocina con agua en hervor hasta producirse
un caldo muy grueso y suculento y se sazona con el cubanísimo ají que le da el nombre.
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L’ajiaco è una zuppa che viene scelto come metafora dell’identità cubana. È una metafora non
riducibile ad un prodotto, che riesce a contenere elementi irrididucibili tra loro. È una metafora
aperta, contenitiva, focalizzata sul processo.

[…]La imagen del ajiaco criollo nos simboliza bien la formación del pueblo cubano. Sigamos la metáfora. Ante
todo una cazuela abierta. Esa es Cuba, la isla, la olla puesta al fuego de los trópicos, que la otra tarde aquí
nos pintara con fino arte el doctor Massip. Cazuela singular la de nuestra tierra, como la de nuestro ajiaco,
que ha de ser de barro y muy abierta.
La pentola usata deve essere molto ampia e di terracotta, che è un materiale poroso, che assorbe
tutti gli elementi e mantiene il calore. Questo recipiente = territorio di Cuba è aperto e poroso,
capace di accogliere, come deve essere l’identità cubana. Da un lato c’è la parte poetica, la metafora,
dall’altra quella concettuale. È òa teoria della transculturazione: sta costruendo la metafora che
costituirà la transculturazione.

Luego, fuego de llama ardiente y fuego de ascua y lento, para dividir en dos la cocedura; tal como ocurre en
Cuba, siempre a fuego de sol pero con ritmo de dos estaciones, lluvias y seca, calidez y templanza. Paragona
il recipiente a qualcosa che viene scaldato da due fuochi: uno vivace e intenso (stagione secca) e
uno lento (stagione piovosa).
Y ahí van las sustancias de los más diversos géneros y procedencias. La indiada nos dio el maíz, la papa, la
malanga, el boniato, la yuca, el ají que lo condimenta y el blanco xaoxao del casabe con que los buenos crio-
llos de Camagüey y Oriente adornan el ajiaco al servir. Así era el primer ajiaco, el ajiaco precolombino, con
carnes de jutías, de iguanas, de cocodrilos, de majás, de tortugas, de cobas y de otras alimañas de la caza y
pesca que ya no se estiman para el paladar. Gli indios contribuiscono con il mais, la patata ecc. Descrive
l’ajiaco precolombino, che però non è più adatto alla situazione di oggi. Descrive la storia della sua
terra descrivendo il piatto.
Los castellanos desecharon esas carnes indias y pusieron las suyas. Lo strappo della conquista fa cambiare
tutto, ma gli ingredienti di prima non spariscono.
Ellos trajeron con sus calabazas y nabos las carnes frescas de res, los tasajos, las cecinas y el lacón. Y todo
ello fue a dar sustancia al nuevo ajiaco de Cuba. Con los blancos de Europa llegaron los negros de África y
estos nos aportaron guineas, plátanos, ñames y su técnica cocinera. Y luego los asiáticos con sus misteriosas
especias de Oriente; y los franceses con su ponderación de sabores que amortiguó la causticidad del pimiento
salvaje; y los angloamericanos con sus mecánicas domésticas que simplificaron la cocina y quieren metalizar
y convertir en caldera de su standard el cacharro de tierra que nos fue dado por la naturaleza, junto con el
fogaje del trópico para calentarlo, el agua de sus cielos para el caldo y el agua de sus ma- res para las
salpicaduras del salero. Con todo ello se ha hecho nuestro nacional ajiaco.
Si può vedere anche una metafora della rivoluzione industriale. La metafora rintraccia tutto ciò che
è accaduto sul territorio non per arrivare a una fine, ma per stare nel mezzo del processo. Fissarsi
sul processo cambia la prospettiva della riflessione sulle culture.
Por su nombre mismo ya el ajiaco es un ajiaco lingüístico: de una planta solanácea indocubana, de una raíz
idiomática negroafricana y de una castellana desinencia que le da un tonillo despectivo al vocablo, muy
propio de un conquistador para un guiso colonial. Y así ha ido hirviendo y cocinando el ajiaco de Cuba, a
fuego vivaz o a rescoldo, limpio o sucio, vario en cada época según las sustan- cias humanas que se metieron
en la olla por las manos del cocinero, que en esta metáfora son las peripecias de la historia. Y en todo
momento el pueblo nuestro ha tenido, como el ajiaco, elementos nuevos y crudos acaba- dos de entrar en
la cazuela para cocerse; un conglomerado heterogéneo de diversas razas y culturas, de muchas carnes y
cultivos, que se agitan, entremezclan y disgregan en un mismo bullir social; tutti gli elementi che si
aggiungono in un momento o l’altro della storia vanno a costituire l’identità cubana, che è un ajiaco,
e non si può evitare di farli entrare nell’agglomerato insieme culturale.
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y, allá en lo hondo del puchero, una masa nueva ya posada, producida por los elementos que al desintegrarse
en el hervor histórico han ido sedimentando sus más tenaces esencias en una mixtura rica y sabrosamente
aderezada, que ya tiene un carácter propio de creación attenzione sul fatto che nonostante si
aggiungano tutti questi elementi, nulla va disperso nel termine acculturazione qualcosa si
disperde, e per questo non si può usare. L’idenità culturale è sempre comprensiva, ci sono elementi
che possono sembrare scomparsi ma in realtà ci sono e possono sempre tornare fuori. Nulla si
perde, tutto viene ripreso, come succede con la moda. Quindi, anche gli elementi che entrano dopo
la colonizzazione e dopo lo tratta, possono essere sommersi nell’ajiaco ma ci sono. Mestizaje de
cocinas, mestizaje de razas, mestizaje de culturas. Caldo denso de civilización que borbollea en el fogón del
Caribe. Il mestizaje non è ricondotto a un prodotto fisso ma al processo.

[...] Acaso se piense que la cubanidad haya que buscarla en esa salsa de nueva y sintética suculencia formada
por la fusión de los linajes humanos desleídos en Cuba; pero no, la cubanidad no está solamente en el
resultado sino también en el mismo proceso complejo de su formación, desintegrativo e integrativo, en los
elementos sustanciales entrados en su acción, en el ambiente en que se opera y en las vicisitudes de su
transcurso. Lo característico de Cuba es que, siendo ajiaco, su pueblo no es un guiso hecho, sino una
constante cocedura l’identità di Cuba è un processo!

Non è un caso che proprio a Cuba si faccia questo tipo di riflessione, perché con l’arrivo di merci e concetti
continuo grazie alla sua posizione strategica porta a una volontà di studiare la questione identitaria.

Lezione 16 – 11 aprile
FO è molto importante perché grazie a lui possiamo capire cosa succede in un particolare snodo.

- Politiche blanqueamiento
- Queste politiche vengono messe in discussione per motivi politici, JM deve reinventare un’identità
che risemantizzi la visione dello schiavo e della componente africana. La tratta è stata smantellata e
gli ex-schiaviaffrancati sono un elemento fondamentale per le guerre d’indipendenza. JM usa un
linguaggio fortemente metaforico per tracciare il meticciato sin colores: per integrare la compagine
africana nell’identità cubana bisogna eliminare tutte le differenze in nome di una fratellanza
universale. JM riposiziona le sorti attraverso un processo di cancellazione delle differenze. JM afferma
“non esistono problemi di razza perché le razze non esistono”. Per riuscire a formulare una serie di
concetti sull’identità, JM deve appoggiarsi su un linguaggio fortemente metaforico, come se servisse
una forzatura continua del linguaggio per dire l’identità cubana, in modo da riuscire ad includere le
differenze.
- FO è un antropologo che opera una “rivoluzione copernicana”. Le due riflessioni necessarie per
entrare nella sua visione dell’identità cubana sono:
 Il territorio cubano è costretto ad assimilare secoli di storia in brevissimo tempo dopo la
conquista. I 1492 anni si riversano attraverso lo strappo della conquista su un altro spazio
con un altro tempo. È un desencuentro la storia europea viene copiata e incollata su uno
spazio e un territorio completamente altro.
 Il territorio è popolato da una gamma di culture che non si cancellano, sebbene secoli di
acculturazione e blanqueamiento cerchino di eliminarli. Il processo di colonizzazione non è
un processo di cancellazione, ma le culture che hanno abitato il territorio americano prima
della conquista e quelle arrivate con la tratta non perdono radicalmente tutti i loro tratti, li
mantengono, a volte nascosti ma ci sono.

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FO è il primo che afferma, che esibisce la diversità, che utilizza questa parola nel tessuto della speculazione.
Afferma che l’identità cubana e latinoamericana è un’identità prevalentemente eterogenea. Con il meticcito
di JM c’era la volontà di arrivare ad un prodotto, a un’identità univoca, mentre con FO l’univocità del prodotto
identitario si mette in discussione: non si può pensare all’identità cubana come una, bisogna cambiare
paradigma. Il pensiero occidentale tende all’unità e si forma su:

 Progresso= linearità del pensiero (es. tempo lineare). Anche l’architettura, c’è la mania di
costruire sempre di più. Sul progresso si innestano anche le teorie economiche: niente si ricicla,
si creano cose nuove.
 Razza= il pensiero è proprio di una latitudine del pianeta. C’è un discorso sull’umanità che divide
e classifica e o si nasce nella latitudine “giusta” o è un problema: umanità di serie A e serie B. La
razza presenta dei modelli a cui tutti si devono assimilare.

FO inizia a elaborare una serie di pensieri di inclusione e considera il tessuto e la natura dell’identità cubana
rendendosi conto che non è possibile un pensiero tendente a un prodotto, non ci può essere riduzione
all’uno: serve un sistema binario dove non si può approdare ad una sintesi ma si deve rimanere nell’apertura
alla possibilità. Ci si concentra sul processo, più che dire che cos’è l’identità cubana come prodotto unico: FO
vuole osservare la composizione, il crearsi di questa identità focalizzandosi appunto sul processo. Si rende
conto che le identità come prodotti univoci non esistono. Passare dal modello unico a quello di FO significa
aprire la riflessione senza arrivare ad una sintesi, che è impossibile.
Per dire ciò che non sta insieme concettualmente bisogna forzare la lingua, cercando di andare al di là del
linguaggio. Bisogna fare la stessa operazione che hanno fatto i primi cronisti: usare similitudine/metafora per
dire ciò che non è mai stato detto e che non è pensabile. La metafora, per sua stessa natura, riesce a
contenere la contraddizione. FO cerca di esibire una contraddizione mostrando che l’identità cubana, quindi
latinoamericana, è profondamente eterogenea. Identità eterogenea è anche un ossimoro: idenità rimanda
a uno, eterogeneità rimanda al molteplice. È per questo che FO usa la metafora dell’ajiaco: linguaggio
totalmente immaginifico.
Nel saggio che abbiamo letto FO forgia la metafora dell’ajiaco, un caratteristico elemento cubano che più di
altro esprime chiaramente l’identità.
Elementi dell’ajiaco: non può esistere una metafora estranea al territorio che possa definirlo, per questo
sceglie l’ajiaco = elemento cubano per dire ciò che è cubano.
Dice che Cuba è un ajico per la composizione di questo: ci sono vari ingredienti cotti a vari gradi di calore,
come le stagioni di Cuba, in un recipiente ampio e di terracotta, quindi poroso e che assorbe. C’è:

 l’ajiaco precolombino, nel quale ci sono elementi che appartengono al passato come la malanga
(radice usata come sostituto del latte) o il bonato (patata americana) con delle carni che ormai non
si utilizzano più, come quella di opossum.
 L’ajiaco arricchito da elementi europei, le carni precolombiane vengono sostituite da altre. C’è un
cambiamento nel tipo di cottura e composizione, dovuto alla tecnologia.

FO ci concentra sul processo di creazione dell’ajiaco: solo concentrandosi sul processo in modo analogico,
legandosi alla catena di senso che si fonda sull’analogia, possiamo capire l’identità di Cuba.
Un altro elemento fondamentale è la differenza tra cubanidad e cubanìa: necessaria per smontare la fissità
della condizione identitaria.
Humanidad, ispanidad= pensiero di Unamuno, condizione genetica del cittadino “a priori” = cubanidad,
elemento generico e involontario dell’essere/persona/cittadino
Ispanìa (Unamuno) = cubanìa, è ciò che interessa a FO, è la condizione specifica, volontaria, responsabile di
sentirsi appartenenti a un determinato territorio, di essere cittadini.

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A FO interessa la volontà di sentirsi parte di un territorio. Non si può dire quali sono i tratti caratteristici di
Cuba se questa è composta da moltissimi elementi diversi, si può dire solo appellandosi ad un tratto etico di
appropriazione del territorio, a cui bisogna essere attaccati posizionandosi eticamente nella società  il
soggetto è eticamente e politicamente implicato, mai passivo.
L’obiettivo, da JM a FO è quello di formare il cittadino ideale.
Nel prossimo testo FO passa dalla metafora al concetto, tornando al linguaggio
scientifico/saggistico/concettuale: El contrapuntèo cubano del tabaco y del azùcar. Anche il titolo scardina
la logica dell’uno: per riuscire a descrivere l’identità cubana si appoggia non a uno, ma ai due elementi che la
caratterizzano, due prodotti della terra (tabacco e zucchero), che vengono messi in contrappunto= disputa
in versi poetici presa dal Libro de Buen Amor del Arcipreste de Hita in cui venivano messi in contrappunto i
due temperamenti di Donna Cuaresma y Don carnal (conflitto interiore). FO riflette sulle due coltivazioni per
far capire come queste due sono indice del territorio:
la produzione del tabacco è molto raffinata, per esempio si legge mentre si arrotolano le foglie, non ci si
improvvisa produttori di tabacco perché è un processo difficile e raffinato
la coltivazione dello zucchero è dozzinale e violenta
Due prodotti per descrivere l’identità, non uno.
Questo testo è poesia, riflessione politica, riflessione antropologica allo stesso tempo.
Il capitolo 11 si chiama Del fenòmeno social de la “tranculturaciòn” y de su importancia en Cuba: grazie a
questo capitolo FO entra ufficialmente tra gli antropologi. Anche qui FO non si adatta alla terminologia
antropologica esistente della scuola nord americana che aveva forgiato il termine, ancora oggi in voga, di
acculturazione. FO trova questo termine inappropriato: il prefisso acc- fa pensare intuitivamente a qualcosa
che si sovrappone e questo non dà conto a tutto ciò che ha detto FO. L’etimologia è fondamentale. Per questo
FO “inventa” la transculturazione c’è uno scambio, una circolarità, un continuo flusso di elementi che si
trasformano, danno e prendono. È una dinamica incessabile che sta alla base degli incontri culturali.
[Sarà Alejo Carpentier a farci vedere come queste diverse culture eteogenee possono essere dimostrate nello
scenario narrativo.]
Testo:
Especialmente si es dado a estudios sociológicos, nos permitimos usar por primera vez el vocablo
transculturación a sabiendas de que es un neologismo. Y nos atrevemos a proponerlo para que en la
terminología sociológica pueda sustituir, en gran parte al menos, al vocablo aculturación, cuyo uso se está
extendiendo actualmente. Por aculturación se quiere significar el proceso de tránsito de una cultura a otra y
sus repercusiones sociales de todo género. Pero transculturación es vocablo más apropiado.
Hemos escogido el vocablo transculturación para expresar los variadísimos fenómenos que se originan en
Cuba por las complejísimas transmutaciones de culturas que aquí se verifican, sin conocer las cuales es
imposible entender la evolución del pueblo cubano, así en lo económico como en lo institucional, jurídico,
ético, religioso, artístico, lingüístico, psicológico, sexual y en los demás aspectos de su vida. Applica il discorso
della transculturazione a tutti i campi della vita: presenta un ritratto di varissimi elementi pur essendo un
trattato socio-economico. Riprende la metafora dell’ajiaco:
La verdadera historia de Cuba es la historia de sus intrincadísimas transculturaciones. Primero la
transculturación del indio paleolítico al neolítico y la desaparición de éste por no acomodarse al impacto de
la nueva cultura castellana. Después, la transculturación de una corriente incesante de inmigrantes blancos.
Españoles, pero de distintas culturas y ya ellos mismos desgarrados, como entonces se decía, de las
sociedades ibéricas peninsulares y transplantados a un Nuevo Mundo, que para ellos fue todo nuevo de
naturaleza y de humanidad, donde tenían a su vez que reajustarse a un nuevo sincretismo de culturas. Parla
della definizione di Darcy Ribeiro di “popoli nuovi”. Al mismo tiempo, la transculturación de una continua
chorrera humana de negros africanos, de razas y culturas diversas, procedentes de todas las comarcas
costeñas de África, desde el Senegal, por Guinea, Congo y Angola en el Atlántico, hasta las de Mozambique
en la contracosta oriental de aquel continente. Todos ellos arrancados de sus núcleos sociales originarios y
con sus culturas destrozadas, oprimidas bajo el peso de las culturas aquí imperantes, como las cañas de
azúcar son molidas entre las masas de los trapiches. Due movimenti: la migrazione europea che è impossibile
“copiare e incollare”= evidenzia la contaminazione nel processo di transculturazione. Ci sono culture che
devono necessariamente adattarsi al nuovo territorio – Attraverso l’opera dei religiosi, la Spagna è
permeabile e aperta a un dialogo culturale che si da nella colonia stessa con elementi e modelli diversi dai

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propri (es. comunità utopiche fine ‘500). Viene evidenziato l’aspetto di sincretismo e si parla dell’ingresso
nel territorio degli africani attraverso il processo di detribalizzazione: nonostante questo processo queste
culture rimangono legate alle proprie origini.
Y todavía más culturas inmigratorias, en oleadas esporádicas o en manaderos continuos, siempre fluyentes
e influyentes y de las más varias oriundeces: indios continentales, judíos, lusitanos, anglosajones, franceses,
norteamericanos y hasta amarillos mongoloides de Macao, Cantón y otras regiones del que fue Celeste
Imperio Y cada inmigrante como un desarraigado de su tierra nativa en doble trance de desajuste y de
reajuste, de desculturación o exculturación y de aculturación o inculturación, y al fin, de síntesis de
transculturación. Mette in luce il doppio movimento: non c’è solo un’acculturazione che implica una
deculturazione ma è un transito continuo e nulla è perso assolutamente in questo processo.
En todos los pueblos la evolución histórica significa siempre un tránsito vital de culturas a ritmo más o menos
reposado o veloz punto fondamentale ripreso da tutti i critici che elaborano teorie sull’identità
ispanoamericana, si sottolinea l’aspetto della velocità e dell’intensità dell’incontro. Dice che in tutte le
popolazioni ci sono transiti di culture, la differenza sta nell’intensità di questi incontri: qui vengono riversati
1492 anni di storia di botto. Non è una questione di velocità ma di intensità.
pero en Cuba han sido tantas y tan diversas en posiciones de espacio y categorías estructurales las culturas
que han influido en la formación de su pueblo, que ese inmenso amestizamiento de razas y culturas
sobrepuja en trascendencia a todo otro fenómeno histórico. Presenta l’articolazione del suo concetto: la
specificità della situazione cubana è l’intensità.
Los mismos fenómenos económicos, los más básicos de la vida social, en Cuba se confunden casi siempre
con las expresiones de las diversas culturas. En Cuba decir ciboney, taíno, español, judío, inglés, francés,
angloamericano, negro, yucateco, chino y criollo, no significa indicar solamente los diversos elementos
formativos de la nación cubana expresados por sus sendos apelativos gentilicios. I grandi romanzi del boom
ispanoamericano, in cui si vede il potere immaginifico della parola, hanno come base FO: il fatto di riuscire a
pensare qualcosa di incredibile non deriva da una grande immaginazione dell’autore ma dalla stratificazione
di cultura e immaginari mitici di diversa provenienza culturale. Ciò che noi non accettiamo come nostro
bagaglio culturale può essere compreso solo andando a capire quali sono le cosmogonie, i racconti mitici ecc
nelle storie degli altri. La fantasia è una cosa, la rielaborazione del proprio patrimonio culturale è un’altra.
Cada uno de éstos viene a ser también la sintética e histórica denominación de una economía y de una cultura
de las varias que en Cuba se han manifestado sucesiva y hasta coetáneamente, produciéndose a veces los
más terribles impactos. Recordemos aquél de la «destrucción de las Indias», que reseñó Bartolomé de las
Casas.
Toda la escala cultural que Europa experimentó en más de cuatro milenios, en Cuba se pasó en menos de
cuatro siglos. Lo que allí fue subida por rampa y escalones, aquí ha sido progreso a saltos y sobresaltos.
Linguaggio metaforico e immaginativo; si vede soprattutto in AC il discorso sulla compressione del tempo.
Da un lato bisogna tenere conto dellal inealità del tempo imposto e dall’altro c’è il tempo ciclico delle
popolazioni precolombine. La concezione del tempo sarà sempre vista dal nostro pdv come particolare
perché non può non tenere in conto l’incontro tra l’accellerazione dei tempi storici e le diverse visioni del
tempo. La via di mezzo è infatizzare la ciclicità che esiste nella tempo lineare occidentale che ha in parte una
ciclicità determinata dalla natura. C’è bisogno di sgaciarsi da una visione lineare tornando a vedere e a
considerare i ritmi naturali. Il tempo occidentale è in parte un tempo a spirale, che progredisce nella ciclicità,
ed è quello che usa AC.Primero fue la cultura de los ciboneyes y guanajabibes, la cultura paleolítica. Nuestra
Edad de Piedra. Mejor, nuestra edad de piedra y palo; de piedras y maderas rústicas sin bruñir, y de conchas
y espinas de peces, que eran como piedras y púas del mar. Después, la cultura de los indios taínos, que eran
neolíticos […] passa in rassegna dettagliatamente la scansione degli ingressi e degli avvenimenti a Cuba.
[…]Con los blancos llegó la cultura de Castilla y envueltos en ella vinieron andaluces, portugueses, gallegos,
vascos y catalanes. Pudiera decirse que la representación de la cultura ibérica, la blanca subpirenaica. Y
también desde las primeras oleadas inmigratorias arribaron genoveses, florentinos, judíos, levantinos y
berberiscos, es decir, la cultura mediterránea, mixtura milenaria de pueblos y pigmentos, desde los
normandos rubios a los subsaharianos negros. Mientras unos blancos trajeron la economía feudalesca, como
conquistadores en busca de saqueo y de pueblos que sojuzgar y hacer pecheros; otros, blancos también,
venían movidos por la economía del capitalismo mercantil y aun del industrial que ya alboreaba. En varias
economías que llegaban, entre sí resueltas y en transición, a sobreponerse a otras economías también varias

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y mezcladas, pero primitivas y de imposible adaptación a los blancos de aquel ocaso de la Edad Media
[…]riassume gli elementi economici diversi dell’economia della piantagione: si crea un capitalismo che si basa
sostanzialmente su un sistema feudale, sulla negrada.
No hubo factores humanos más trascendentes para la cubanidad que esas continuas, radicales y
contrastantes transmigraciones geográficas, económicas y sociales de los pobladores; que esa perenne
transitoriedad de los propósitos y que esa vida siempre en desarraigo de la tierra habitada, siempre en
desajuste con la sociedad sustentadora. Hombres, economías, culturas y anhelos todo aquí se sintió foráneo,
provisional, cambiadizo, «aves de paso» sobre el país, a su costa, a su contra y a su malgrado. Anche in questo
aspetto, quello che si evidenzia ancora una volta è la transitorietà del concetto di identità che mette in
discussione l’appropriamento alla terra. Si avanza un concetto: come noi riconosciamo la nostra identità,
come cambia l’idenittà nella migrazione. L’identità non è qualcosa di fissato sulla terra ma si muove, cambia,
si trasforma a seconda delle nostre esperienze.
Con los blancos llegaron los negros, primero de España, entonces cundida de esclavos guineos y congos, y
luego directamente de toda la Nigricia. Con ellos trajeron sus diversas culturas, unas selváticas como la de
los ciboneyes, otras de avanzada barbarie como la de los taínos, y algunas de más complejidad económica y
social, como la de los mandingas, yolofes, hausas, dahomeyanos y yorubas, ya con agricultura, esclavos,
moneda, mercados, comercio forastero y gobiernos centralizados y efectivos sobre territorios y poblaciones
tan grandes como Cuba; culturas intermedias entre la taína y la azteca; ya con metales, pero aún sin escritura.
Continua a comparare i ceti culturali che poi si uniranno a Cuba.
Los negros trajeron con sus cuerpos sus espíritus, pero no sus instituciones, ni su instrumentario. […]
Parte finale: Entendemos que el vocablo transculturación expresa mejor las diferentes fases del proceso
transitivo de una cultura a otra, porque éste no consiste solamente en adquirir una distinta cultura, que es
lo que en rigor indica la voz angloamericana acculturation, sino que el proceso implica también
necesariamente la pérdida o desarraigo de una cultura precedente, lo que pudiera decirse una parcial
desculturación, y, además, significa la consiguiente creación de nuevos fenómenos culturales que pudieran
denominarse de neoculturación. Al fin, como bien sostiene la escuela de Malinowski colui che farà la
prefazione al Contrapunteo , en todo abrazo de culturas sucede lo que en la cópula genética de los individuos:
la criatura siempre tiene algo de ambos progenitores, pero también siempre es distinta de cada uno de los
dos. En conjunto, el proceso es una transculturación, y este vocablo comprende todas las fases de su
parábola. Dice che non c’è un fenomeno di acculturazione o deculturazione e basta, ma quando due culture
si incontrano non si crea una cosa nuova frutto della somma, non si arriva alla sintesi: A+B è uguale a C che
contiene un A e B sempre in movimento che potranno dare origine anche a D E F ecc.
Estas cuestiones de nomenclatura sociológica no son baladíes para la mejor inteligencia de los fenómenos
sociales, y menos en Cuba donde, como en pueblo alguno de América, su historia es una intensísima
complejísima e incesante transculturación de varias masas humanas, todas ellas en pasos de transición. El
concepto de transculturación es cardinal y elementalmente indispensable para comprender la historia de
Cuba y, por análogas razones, la de toda la América en general. Pero no es ésta la ocasión oportuna para
extendernos en ese tema.
Il concetto di transculturaciòn è un concetto cardine per studiare qualsiasi cosa riguardi l’America Latina.

Lezione 17 – 16 aprile
Historia de lunas  vede tutta la teoria sullo spazio della letteratura come spazio che riesce a contenere ciò
che non si può esprimere attraverso un solo concetto nella realtà. In questo racconto possiamo vedere la
sovrapposizione nello spazio narrativo di statuti socioculturali differenti che vengono percepiti dall’occhio
europeo come qualcosa di esotizzante: in questo racconto ci interroghiamo sul fatto che se quello che noi
vediamo come esotismo/magia corrisponde davvero a questo oppure ad un’altra lettura del reale. Quel che
noi concepiamo come magico, può essere spiegato attraverso una chiave che rimanda a culture/statuti
socioculturali differenti? Gli elementi che reputiamo alla fantasia dell’autore sono solo tali o sono inscritti in
una cultura collettiva?
Con questo racconto, in cui AC si misura con il problema dell’identità africana a Cuba. C’è un lento
avvicinamento e alcuni tratti essenziali della poetica di AC che meritano di essere riscattati.

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Già il titolo è significativo: Historia de Lunas = storia di lune. La chiave per capire questo titolo è il tempo: i
cicli lunari. Da un lato c’è la storia, il cui concetto ci induce a pensare alla “storia ufficiale”, come si presenta
nel racconto occidentale, ma accanto a questo termine che sembra monolitico AC mette un altro elemento
al plurale: il termine lunas ci apre alla ciclicità, ai cicli lunari. Già dal titolo si contrappongono i due modi di
vedere il tempo: il tempo lineare e quello ciclico. Saranno i cicli lunari a condizionare le metamorfosi del
protagonista.
È sempre importante leggere gli attacchi dei racconti, perché nelle prime righe già si esprime un determinato
senso e una costruzione che ci fa intuire il senso globale.
Prima sezione:
Pag. 9 /10  Scenario piuttosto suggestivo: sappiamo in che momento esatto inizia il racconto, alle 12.28 =
già il titolo dava un indizio particolare, questo orario così preciso è ancora più particolare. Alle 12.28 in questo
villaggio della campagna cubana arriva un treno, e già da questo indizio possiamo immaginare che non siamo
nel momento di pieno sviluppo dell’ingenio: se c’è un treno che porta avanti e indietro le merci, siamo
sicuramente in un momento che interessa molto a AC, cioè quello in cui si passa dall’economia dell’ingenio
a quella del central. La produzione della canna da zucchero non avviene più totalmente nell’ingenio ma si
differenzia: vengono portate nel central per venire raffinate.
L’elemento del treno è molto interessante per tutta la letteratura di inizio ‘900 perché è indice di una
trasformazione in senso capitalista della campagna. Questo elemento, anche nella narrativa di Garcìa
Marquez è fondamentale perché è ciò che porta gli elementi esogeni nei villagi, contaminandoli: sono
presenze esterne che arrivano e sembrano riattivare l’economia e il sistema del vilalggio viene descritto
un villaggio assopito che si sveglia nel momento dell’arrivo del treno. Nel momento in cui il treno se ne va, si
torna nella routine. Le 12.28 è il momento di attivazione del villaggio dipendenza dall’elemento esterno
che condiziona l’economia del linguaggio.
12.28 le dodici non è un orario casuale, siamo a metà della giornata e il 28 richiama i giorni delle fasi lunari.
Il mezzogiorno e la mezzanotte sono momenti di passaggio, di cambiamento di stato. Questo orario è
assolutamente significativo perché richiama il titolo del racconto. Si vede come tutto il villaggio cambia e
cerca di trarre profitto dagli stranieri che arrivano al villaggio.
Atilano= protagonista del racconto. È l’unico che maledice l’arrivo del treno: si contrappone la visione
esaltata dell’arrivo di elementi esogeni (elemento capitalista) che animano il villaggio, tutti sono attenti a
trarre profitto dall’arrivo del treno mentre lui lo maledice.
Il protagonista viene descritto in maniera particolare: nell’economia di questo arrivo del treno, Atilano fa il
lustrascarpe. Già qui possiamo intuire e dare conferma al momento storico in cui ci troviamo: è il momento
in cui gli schiavi affrancati guadagnano la libertà e per sopravvivere fanno per esempio i lustrascarpe.
pag. 11 Attraverso la descrizione delle scarpe che lustra abbiamo uno spaccato della Cuba di questo periodo:
c’è un forte ingresso di manodopera dalla Spagna e dall’Asia (Cina)  due ondate migratorie di manodopera
a bassocosto. La manodopera spagnola gallega arriva per lavorare, sono poveri, non lustra le loro scarpe. Da
ogni minimo dettaglio, in questo caso ancora dal modo di vestire, AC descrive la società.
Il racconto è diviso in 8 sezioni. Nella prima sezione c’è la presentazione del protagonista.
A Atilano non piace il treno perché ogni giorno quando arriva lui subisce una metamorfosi che noi possiamo
leggere in modo fantastico: si trasforma in un albero. Se proviamo a leggerlo in modo simbolico, possiamo
ipotizzare una lettura particolare: mentre arriva il treno portando elementi emblema del capitalismo,
Atilano si copre di terra e un albero gli sbuca dalla schiena. La metamorfosi si compie attraverso l’albero
che gli esce dalla spina dorsale: l’albero è l’emblema delle radici queste radici lo invadono e lasciano spazio
a una serie di considerazioni.
Viene spiegato come Atilano dismette il suo ruolo di lustrascarpe per diventare questa creatura mitica:
l’albero nella spina dorsale diventa sempre più grande finchè lui può finalmente liberarsi da questo albero,
si unge di grasso per far brillare ancora di più la sua identità e comincia a correre completamente nudo per
andare a fecondare quante più donne possibili. Ricorda una figura legata alla cultura afrocubana, Elleggùa,
simbolo della sessualità, del vigore, della forza molto importante perché rappresentato come un grande
serpente la cui pelle serve per curare le malattie legate alla fertilità.
Simbolicamente tutto questo ricorda l’affermazione dell’elemento africano: è una contrapposizione icastica
all’arrivo del treno come elemento esterno che da dei ritmi di risveglio solo quando arriva. Nella notte,
Atilano risveglia la sua altra anima che sarà capace di sconvolgere completamente l’economia del villaggio.

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Seconda sezione:
pag. 13 – in attacco alla seconda sezione, sono le 12.28 ma il treno non se lo fila più quasi nessuno. Sono solo
4 personaggi strampalati che vanno ad accoglierlo.
Entrambe le prime due sezioni iniziano con l’arrivo del treno, ma la presenza di Atilano in metamorfosi
distoglie l’attenzione.
Sono passati 7 giorni (elemento ciclico, una settimana) e ora la figura mitologica viene conretizzata: el
escurridizo, essere mitico che compare nel villaggio con una fortissima potenza sessuale per cui le donne
lasciano porte e finestre aperte per permettergli di entrare. La figura di Atilano è incarnata in questa divinità,
Elleguà.
Nella regla de ocha, la forma di religiosità popolare cubana che viene dalla costa de Oro africana (culture di
Oruba, della Nigeria mentre in Congo ci sono culture votate ai vodoo). È una forma di religiosità popolare
non monoteista in cui il rapporto con le divnità è estremamente diretto. Ogni divinità ha una sua storia che
cambia e si mischia con i fatti delle persone: le divinità sono presenti nella natura e agiscono nel mondo.
Vengono invocate, entrano in contatto con il popolo attraverso una serie di rituali che permettono di
convocarle; si impossessano dei corpi degli eletti. Ogni soggetti è figlio di una divinità e in base a una serie di
cerimoniali si può capire di quale. La divinità “madre” protegge i “figli”: anche oggi le case cubane hanno
altarini a cui vengono fatte offerte materiali quotidianamente.
Queste forme di religiosità si sincretizzano in modo sovrapposto alla religione cattolica: oguna di queste
figure ha un santo cattolico corrispondente la religiosità africana si cammuffa sotto la religione
autorizzata.
Anche la Virgen de La Caridad del Cobre, patrona di La Habana, è la divinità Otùn (?).
Questo è l’aggancio che AC fa: c’è un doppio registro, da un lato il treno che porta la modernizzazione,
dall’altro il richiamo ad un’altra interpretazione della realtà costituita al richiamo alla leggenda di Elleguà.
Non c’è una storia univoca, è come se ci fossero due inizi del racconto nonostante la prima e la seconda
sezione inizino nello stesso modo.
Pag.14 – ora solo i bambini vengono mandati a mendicare, gli altri stanno attenti all’escurridizo.
Ci fa capire che più c’è una sovrapposizione di etnie diverse, più l’escurridizo è attratto (nera cinese). Ci
sono leggende su come uccidere l’escurridizo che minaccia il villaggio.
Intanto, l’escurridizo pensa all’amore: da un lato uni contro gli altri, visione maniquea dell’esistenza, dall’altro
c’è una trasformazione in primo atto dove la parola chiave è amore.
Poco a poco ci si sposta in un orizzonte ermeneutico diverso: nelle memorie del popolo affiorano tutte le
interpretazioni leggendarie della realtà, si staccano dall’economia guidata dall’arrivo del treno e si va verso
una serie di racconti mitici di storie di lune che danno una nuova visione della realtà.
Nella 3° e 4° sezione si entra nel pieno della disputa, il villaggio inizia a interrogarsi sulle ragioni per cui
l’escurridizo ha fatto la sua comparsa. Il villaggio si rende conto che l’escurridizo sta violentando solo le
donne chivo e non sapos:
Chivos – capre Ensenillèn=protettore
Sapos – rospi (Atilano è sapo) Efò-Abacara = protettore
Questi due elementi caratterizzano due ambienti naturali molto diversi: le capre stanno sul monte, i rospi
vicino all’acqua. Chivos e Sapos erano le due bande del villaggio: quelli vicino alla montagna e quelli vicino
all’acqua. Quando ci si rende conto che lui strupra solo le chivos, si riapre la vecchia organizzazione del
villaggio diviso in chivos e sapos.
Essendo l’escurridizo un animale acquatico, si accanisce contro il bando opposto.
AC da una nuova interpretazione del vilaggio: il tutto va investito in un particolare disegno religioso e politico
per capirlo.
La presenza di questo negro che afferma la sua identità contro tutto e tutti risvegliando nel villaggio la
memoria del passato e della propria configurazione prima che arrivasse il capitalismo è assolutamente
significativa.
Terza sezione:
pag.17 -il segno della presenza dell’escurridizo trasferisce nel corpo delle donne delle macchie nere (ovute al
grasso)  inversione di tendenza rispetto al blanqueamiento. Le donne non riescono a togliersi queste
macchie.
Ci sono parti ironiche uccidono il maialetto del prete per prendere l’escurridizo.

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Due dimensioni: l’escurridizo si contamina nella terra, per riuscire a prenderlo devono entrare, sporcarsi le
mani con la terra e non stare in posizione eretta e guardare avanti = ritorno alla terra.
Ormai il treno è ignorato da tutti. Per scoprire l’identità dell’escurridizo, vanno al monte: contrapposizione
tra monte, culti e tradizioni che avvengono nel monte (Palenques ecc) monte= unico luogo in cui sono rimasti
e si sono consolidati i rituali tipici rispetto alla chiesa
chiesa del villaggio. Il discorso dell’abbassamento, di guardare la terra è importante ed è una chiave per
capire ciò che verrà dopo: non è il caso che il titolo del romanzo in cui questo discorso si concretizza è “El
reino de este mundo”  cercare il regno dei cieli nella terra.
Pag. 19 – mentre sono in chiesa, sentono il potere della religiosità tipica, escono dalla chiesa e tornano al
monte gli elementi che sembrano sopiti, non lo sono. Nonostante l’ordine sociale sia plasmato, la memoria
culturale può essere risvegliata da un evento eccezionale come la presenza dell’escurridizo.
Quarta sezione: si scopre che invocando i culti della montagna si può capire la differenza tra chivos e sapos
e si capisce cosa fare.
Quinta/sesta sezione: si mette in scena la diatriba tra chivos e sapos, i due bandi si concentrano sul risvegliare
tutte le credenze ancestrali che prevedevano questa divisione e si continua a cacciare l’escurridizo.
A un certo punto il cura spera che con l’arrivo del carnevale si sedino gli animi. Per le culture l’arrivo del
carnevale significa molto: è un momento in cui l’ordine lascia il passo al disordine, è un momento di
liberazione di tutti gli istinti necessario ogni tanto per poter vivere meglio l’ordine sociale del resto dell’anno.
Il carnevale è un momento in cui si dovrebbero abbandonare tutte le inibizioni e sfogare tutti gli istinti più
bassi per poi ritornare in maniera ordinata alla propria esistenza.
Arriva il carnevale ma, proprio in quel momento, le due visioni contrapposte della realtà del villaggio
(cattolica vs visione lloruba) si mettono in scena in simultaneità e si realizza l’attacco all’escurridizo.

Fine testo:
pag. 29 – arriva il treno al solito orario e durante i cinque minuti di fermata sono i viaggiatori a scendere e
chiedersi cosa succede, dato che non c’era nessuno nel villaggio. (elemento del ventilatore che ritorna)
I passeggeri del treno sentono dei ritmi di tamburi ma non sanno cos’è, solo gli abitanti possono saperlo.
Ormai, i sapos hanno preso sotto la loro protezione l’escurridizo e fanno la guerra con l’altro bando. Le
donne ormai venivano aiutate a riempirsi di grasso, il mostro ha il permesso di violarle.
Pag.30-31 Arriva il carnevale che inizialmente sembra aver rimesso tutti d’accordo: devono far sfilare la
vergine e la divisione dei due bandi sembra aver perso importanza.
pag. 32 la Virgen arriva a un negozio chiamato “La camisas de Parìs” (elementi culturali diversi)
Mentre si sta trasportando la vergine, arriva un gruppo di persone: oltre alla divisione chivos e sapos
(divisione del villaggio pre-conquista) si aggiunge un elemento prorpiamente africano
“san lazaro vive”  san Lazzaro è la divnità che simboleggia la schiavitù, è sempre accompagnato da cani e
ha le catene ai piedi. Si piega SL perché cura dalle piaghe inizialmente e poi dalle ferite(vengono quando ti
frustano). La versione originaria di San Lazaro curava il lavoro, mentre poi è diventato colui da invocare per
“spezzare le catene”. La funzione dei santi si trasforma a seconda del contesto.
Da un lato c’è la processione della vergine, dall’altra San Lazzaro che viene dal monte.
L’apparizione di San Lazzaro rievoca ancora la divisione tra c e s.
“como terrones de azucar”= zollette di zucchero, riferimento all’elemento della piantagione
I chivos portano il loro san Lazzaro così che prenda parte alla processione. San Lazzaro viene messo dietro la
Vergine. Comincia a piovere molto forte (urgano). La vergine viene fatta rifugiare nella chiesa e le porte
venogno chiuse dal prete, ma cominciano a bussare alla porta proclamando il diritto di farlo riparare. San
Lazzaro invade la Chiesa.
Atilano fa cadere San Lazzaro, comincia una lotta tra i due clan e arriva l’esercito e tutti scappano.
C’è la battaglia da chivos e sapos che viene sedata dall’esterno, dall’esercito  ciò che succede anche ora.
Nel momento in cui descrive i due bandi che riguardano la storia americana, arriva un’influenza esogena
come il treno che è l’esercito e Atilano viene accusato di essere un famoso comunista (che da lì a qualche
anno diventerà una cosa fondamentale). Ancora una volta è un “pericolo rosso” inventato dagli USA e
l’Europa che ha ancora lo scopo di colonizzare l’America Latina.
La storia si conclude con un sorriso amaro di Atilano.
Questo racconto è stato scritto nel 1927, quando AC era in carcere a causa del regime di Machado.

57
Ottava parte: tutto torna come prima, la gente va a vendere le cose al treno, si riaccende il ventilatore. Si
capisce la morale: l’escurridizo è stato eliminato ma rimane la sua pelle (che trova la nera cina) che viene
ripresa e convertita in una serie di medicamenti contro la sterilità  si può fare quel che si vuol per
cancellare la traccia di quest’identità sopita, ma lei rimarrà nella forma di questo serpente che si cambia la
pelle, presente e viva in questo villaggio a doppio statuto socio-cultuale.
Attraverso un racconto leggentario, AC ci porta in simultaneità con i sistemi e i modi di interpretare più
culture su uno stesso territorio.

Lezione 18 – 29 aprile

El caso de Gertrudis Gòmez de Avellaneda


Dr Mònica Ruiz BaÑulus

“es mucho hombre esta mujer”  questa donna apre il panorama della scrittura femminile a Cuba. Apre il
cammino alle scrittrici e l’immaginario femminile a Cuba.
Il contesto: La Cuba del secolo 19 viveva un periodo parallelo al processo di indipendenza del mondo
anglosassone (nord America, impero britannico) e in cui cominciavano a svilupparsi i movimenti femministi.
In spagna e quindi in sud America questo processo andò molto a rilento. La società di Cuba di quel periodo
era molto maschilista e retrograda: era una società patriarcale. Essendo l’ultima colonia rimasta a non aver
ancora ottenuto l’indipendenza, il ruolo della donna era molto particolare.
Le caratteristiche ideali della donna in quel periodo era:
conoscenza della religione e della morale, storia, lingue, letterature nazionali; una lingua a scelta dei genitori
con la rispettiva letteratura (in particolare il francese), storia generale antica e moderna, geografia e
mitologia, musica, disegno e ballo senza che però si scordassero i lavori propri del loro sesso: la cura della
casa, l’assistenza al malato ecc.
Per questo la donna faceva fatica ad ottenere una voce dentro la società, non aveva gli strumenti per lottare
per l’indipendenza. È la figura di GgdA a rompere con questo schema.
Anche a livello letterario la donna era completamente marginale, era incompatibile che una donna entrasse
nel mondo letterario, che era orientato al mondo mascolino. La letteratura era ritenuta incompatibile con la
virtù femminile: se una donna scriveva non poteva essere una buona sposa e una buona madre. Un
contemporaneo scrisse che la poesia deve essere nel cuore e nelle labbra della donna ma non nella sua
piuma, non doveva scrivere. Non si voleva che le donne sviluppassero le loro abilità intellettuali.

Gertùdis è la prima a iniziare un discorso femminista distruggendo la falsa premessa per cui le donne
dovevano essere legate solo alla cura della casa. G fu colei che costruì l’immaginario femminile della donna
in Cuba ma in generale potrebbe essere considerato il primo discorso femminista in lingua spagnola. La sua
vita fu inconvenzionale come la sua opera: si ribellò ai canoni e anche nei suoi scritti troviamo le sue idee
liberali. Per capire le scrittrici vanno capite le loro vite.
La vita di G: nasce nel 1814 in una famiglia aristocratica in Puerto Principe; la sua è una famiglia creola, il
padre era un ufficiale navale di Siviglia. Studiò il francese e all’età di 14 anni le combinano un matrimonio
ma lei rifiuta  per questo viene diseredata e viene largamente criticata da tutta la famiglia. Nel suo Diario
Intimo afferma di non pensare come le donne comuni e che il suo modo di vivere e pensare appartengono
solo a lei  è una concezione del matrimonio che non esisteva in Spagna o in ispanoamerica. Rivendica il
diritto della donna di scegliere il suo sposo, dicendo che il matrimonio dovrebbe essere fatto con la
benedizione del prete ma anche senza.
Dopo aver avuto molti amanti, si sposò a 32 anni  era uno scandalo al tempo! Alla fine si sposò più di due
volte. La sua concezione del matrimonio si vede nella sua opera principale che venne probita a Cuba per il
contenuto antisociale.

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A 22 anni si trasferisce a Siviglia perché il padre muore e a 26 anni si independentizza e va a vivere sola
(scandalo). Il primo grande amore fu Ignacio Cepeda, che però non faceva caso all’amore di G e si sposò con
una spagnola. Si innamora di Gabriel Garcìa Tassara, un poeta spagnolo, hanno una figlia pur non essendo
sposati (scandalo); a sei mesi la bambina muore e G lascia il compagno, un anno dopo, a 32 anni, si sposa con
Pedro Sabater, che però morì anche lui dopo 6 mesi. È un periodo di grande produzione letteraria e si
innamora di Domingo Verdugo, politico, con cui si sposa e torna nella sua patria nel 1859, ma Verdugo muore
nel 1863 e lei torna ancora vedova.
Decide di tornare in spagna dove muore nel 1873 all’età di 59 anni.
Fu una donna particolare, tenne una vita completamente inconvenzionale per la sua epoca: lottò con la
società, con la famiglia, con sé stessa.
Visse da sola, ebbe una figlia illegittima, moltissimi amanti ecc.

Il mondo letterario: nel 1853 mentre lei è in Spagna, chiede di entrare nella RAE ma tutti gli esponenti votano
in contro perché le donne non potevano entrare nell’accademia. La prima donna a entrare nell’accademia
ebbe la possibilità di farlo nel 1979 (Carmen Conde). Quando tutti rifiutarono l’ingresso di G, lei scrisse una
lettera di protesta che pubblicò in un giornale: dice che nonostanza ignoranza e presunzione siano nomi
femminili, non sono donne. La prima donna a entrare nella RAE rivendicò questo discorso di G.
La gran parte dei suoi scritti vengono pubblicati dopo la sua morte e in questi troviamo un grande discorso
femminista. In ogni suo testo c’è il ruolo della donna dissidente. Arriva a dire che la donna è migliore e
superiore dell’uomo. Quando scrive, lei cerca di scrivere l’immagine della donna a Cuba. Ci sono poesie,
novelle (Sab, Dos mujeres sono le più importanti) e opere di teatro (Saùl, Baltasar  opere bibliche).
L’opera Guatimozin riprende il mondo preispanico e tutto il processo di conquista militare e spirituale del
Messico.
Scrisse anche articoli giornalistici, fondando un periodico che si chiama “Algo cubano de lo bueno y de lo
bello” dove pubblica una serie di articoli dove difende il discorso femminile apportando biografie di donne
importanti. Scrive che la civilizzazione e il progresso si trovano nelle nazioni che tengono conto del ruolo della
donna.
Alla fine le fanno chiudere il giornale.

Le due opere più importanti sono Sab e Dos mujeres, opere in cui G rivendica i 3 temi principale: educazione
della donna, matrimonio e (?).

Sab venne pubblicato nel 1841 e venne interpretato in vari modi:

- inizialmente, venne vista come una storia d’amore tra uno schiavo e una donna bianca
- prima storia che parla del tema dell’amore nella schiavitù, un argomento proibito in Cuba
- poi si valutò il tema femminista: fa un parallelismo tra la schiavitù della razza negra e quella delle
donne; identifica la donna con lo schiavo. La sorte della donna viene paragonata a quella dello
schiavo. La conclusione vede una totale identificazione tra i due, come esseri oppressi privati della
loro volontà.

Dos mujeres viene criticata l’istutuzione del matrimonio e l’educazione femminile. G difende il diritto della
donna a sposarsi con chi vuole. Critica i matrimoni combinati arrivando a difendere l’adulterio: critica il fatto
che la donna può controllare le sue azioni ma non i suoi sentimenti. G vuole che la donna scappi dai canoni
letterari stabilizzati.
Ci sono due donne:

- Luisa, angelo e Catarina, mostro. Luisa è una donna educata secondo i canoni del XIX secolo, sposata

59
ecc Luisa è una donna perfetta, candida, bionda, con occhi azzurri (modello rinascentista). Luisa ha
studiato soprattutto per diventare una perfetta donna di casa, studia soprattuto la storia biblica.
- Catarina studia, legge, ha altri interessi controcorrente (identificazione con G). Viene paragonata a
un filoso e un poeta da Carlos, il personaggio maschile, che riesce a stabilire una relazione di
uguaglianza tra i due, anche se inizialmente è stupito della bravura di Catarina.

Le due novelle vennero proibite a Cuba e non furono pubblicate fino a dopo la sua morte.

www.cervantesvirtual.com  biblioteca americana  autores

Lezione 19 – 30 aprile

Il problema della sovrapposizione tra subalternità e patriarcato è un discorso che serve a capire come con la
conquista dell’America e con la colonizzazione assistiamo ad una vera e propria decostruzione e
risemantizzazione non solo degli assetti politico-economici ma anche del sapere. È importante analizzare
come la conquista e la colonia siano state un momento in cui si sono imposti dei modelli culturali che hanno
plasmato e articolato realtà altre.
Il patriarcato ha un ruolo centrale, anche nelle società europee si passa da una forma di patrilinearità a un
potere maschile vincolato dalla proprietà privata e per l’eredità che passa per via maschile. In alcune culture
in cui il concetto di privato non c’era, il piatto salta. Tutte le forme patriarcali assimilano il corpo della donna
ad un oggetto che può essere posseduto. Il discorso di Avellaneda va letto con quest’ottica: non sta solo
rivendicando il proprio ruolo di donna rispetto all’uomo ma sta rivendicando il proprio ruolo locale di cubana
che dalla Spagna porta dei modelli differenti. Il modello che si impone su modelli comunitari diverse
soppianta delle organizzazioni culturali in cui la donna ha avuto un ruolo diverso rispetto a quello imposto
dal patriarcato. Un teorico decoloniale parla di “patriarcato europeo”.
La colonialità riguarda il sapere e la modellizzazione del pensiero e si realizza anche attraverso il patriarcato
che diventa tanto più globalizzato tanto più si diffonde attraverso varie forme di colonialità. Il patriarcato
parte da una precisa localizzazione: quella europea.
Avellaneda può essere vista come colei che affronta questo discorso problematico sin dal 1841 (con Sab). Lei
è una donna che dovrebbe essere vincolata dagli uomini al suo ruolo di moglie e madre. Anche la sessualità
è diversa: quella dell’uomo può esser esplicita ed aggressiva, quella della donna sempre legata al sentimento.
La subalternità della donna e dell’autrice è doppia: quella di essere periferia rispetto a un centro che da i
modelli e quella di essere donna rispetto al potere maschile. Avellaneda però non vive la subalternità reale
perché lei ha diritto alla parola e può accedervi, mentre molti altri no.
Un tema fondamentale è la paura dell’altro e nell’universo della piantagione c’è l’inumanità, e per ciò deve
essere allontanato. È per questo che lo schiavo viene blanqueado, per avvicinarlo all’Io. Con tutto questo
Avellaneda vuole criticare il trattamento alla donna ma sta veramente dipingendo l’universo della
piantagione e riscattando il male della società? L’autrice lo sta facendo per cambiare la condizione della
donna, il suo problema è quello femminile non quello schiavista  attraverso la funzione dello schiavo cerca
di rivendicare i suoi diritti in quanto donna. In realtà l’amore di Sab per Carlota è totalmente platonico, la
vera eroina del romanzo è Teresa, mentre Carlota è il modello a cui Sab anela = volontà di assimilazione, Sab
vuole coincidere con Carlota. È importante vedere come nella costruzione di Sab l’autrice rivela la ferita del
patriarcato europeo che si impone sugli altri paradigmi di tutti il mondo andando a cancellare organizzazioni
culturali diverse.
Nell’800 in generale ci sono varie figure femminili che entrano nel mondo letterario ma sempre vincolate a
determinati generi che riflettono la costruzione del matriarcato; i generi che le donne potevano frequentare
erano i romanzi d’amore, le autobiografie, epistole, ricettari  sono tutti generi legati al sentimento, non
potevano trattare argomenti filosofici-politici ecc = ritorna la dicotomia tipicamente americana di civilizaciòn

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– barbarie.
Lo schiavo in Sab diventa un mezzo per lo sfruttamento della terra e coincide con la donna che è mezzo di
appropriazione del territorio: è una frontiera che se vista in chiave coloniale svela molte sfumature diverse
al banale “la donna è sottomessa all’uomo”  c’è una parte politica nascosta.
Bisogna tenere presente all’ora di leggere Sab, la resilienza propria della scrittura latino americana: l’autrice
nello scrivere è sempre consapevole delle proprie origini. Decide di vivere a Siviglia e di recuperare le radici
paterne spagnole. La scrittura è la for a di resilienza alla mancanza di conciliazione con la parte maschile che
anche la sua personale esperienza vitale ci mostra.
Nella descrizione di Sab si ritrova molto dell’autrice (“es mucho hombre esta mujer”)  incapacità di
incasellare una figura molto potente dal pdv di interpretazione della realtà nel modello femminile dell’epoca.
Anche di fronte a Sab Enrique non sa come comportarsi perché non sembra uno schiavo.
Descrizione fatta dal poeta Sonrilla di Avellaneda: dice che era una donna fisicamente ma con l’anima di un
uomo. Non si può non leggere questa descrizione di Sorilla che evidenzia un’immagine della scrittrice come
una sorta di replica di quanto poi lei decide di fare all’ora di costruire l’immagine in Sab. Lei è donna e viene
vista come un uomo, lo schiavo è tale e viene visto come padrone  la natura non viene accettata perché
non compie con lo stereotipo vigente (questione autobiografica).
La descrizione fisica di Avillaneda viene connotata come il tipo classico della bellezza occidentale: tutti gli
elementi di estraneità in lei non ci sono, è un canone molto riconoscibile. I movimenti languidi e misurati, le
mani delicate e flessibili MA lo sguardo fermo, la scrittura vigorosa e non tremolante (di chi non sa articolare
idee e pensieri) rivela qualcosa di virile e forte che non si concilia con la delicatezza e la dolcezza della figura
femminile che caratterizza il suo corpo.
Gli aggettivi che caratterizzano l’elemento maschile sono la forza, il vigore, l’asperità mentre la dolcezza, la
morbidezza e il languore sono femminili.  è un errore della natura che mette un anima maschile in un corpo
femminile. L’etimologia di errore è “movimento” = la staticità della dialettica uomo-donna si muove, si
detematizza e unisce due elementi opposti.

Per arrivare al suo obbiettivo Avellaneda deve evitare la censura: esercita una sovversione e una resilienza
della scrittura. Lo vediamo nelle parole introduttive del romanzo: si rivolge ai lettori.
L’importanza dei paratesti: il paratesto è ciò che sta accanto al testo, tutti quegli apparati oltre il testo
(introduzione, biografia, titolo, copertina e note). Nell’introduzione spesso si chiama a una serie di questioni
che confermino alla veridicità del testo, soprattutto nell’800; più ci si avvicina alla modernità più la figura
dell’autore si nasconde nelle pieghe del testo (non c’è l’introduzione e la voce dell’autore si infila magari nella
postfazione) e c’è un processo di decostruzione delle pieghe.
L’autrice qui si appella al suo lettore ideale e da delle informazioni sulle operazioni che ha fatto nel testo; è
un modo per tirare dentro l’autore nel testo stesso. Parla a livello impersonale e si identifica come autrice. Il
soggetto dell’enunciazione è al passato e questo crea determinati effetti di una lettura disimpegnata.
Nella prima frase dice che l’autrice l’ha scritto per distrarsi di momenti di ozio e malinconia, ma non è vero:
è un testo politico di denuncia. C’è una costruzione di sé stessa come autrice che risponde perfettamente
all’immaginario che autorizza la donna a scrivere, cerca di rendere i suoi scritti insignificanti  cerca di
inscrivere il suo romanzo nella cornice in cui la donna era autorizzata a scrivere facendo passare come
romanzo d’amore (Teresa ama Sab e si suicida, Sab ama Carlota e si suicida ecc) MA in realtà il testo ha una
carica politica che denuncia la situazione della donna e dello schiavo  vuole evadere la censura e lo fa
inventando questa cornice. Parla di Sab com una “storiella quasi dimenticata”, dicendo che ha deciso di
pubblicarla senza predeterminazione, senza pretese, un po’ in modo casuale  basso profilo. Dice che se
l’avesse scritta oggi probabilmente avrebbe cambiato molte idee che cambiano a seconda dei sentimenti:
Avellaneda soffre per lo stereotipo a cui è inchiodata ma qui non fa altro che confermare questo essere
eccentrica ma confermando anche la visione dell’epoca: non è un errore che va a minare certe convinzioni,

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ma è un errore e basta, vuole dire “ non prendete troppo sul serio ciò che dico”  lo fa per evitare la censura.
Leggere l’opera, in particolare il capitolo 5 dove si scioglie la narrazione: si può intuire che Sab forse è il
fratellastro di Carlota; Sab vive in una condizione formale di schiavo ma in realtà è un membro della famiglia
(situazione amigua tipica degli schiavi cubani). Enrique, promesso sposo di Carlota, arriva con il padre per il
matrimonio con la cupidigia di chi sa che Carlota è una grande ereditiera ma non sa di tutti i debiti. Enrique
vuole un matrimonio di interesse e quando scopre dei debiti vuole tirarsi indietro ma Sab da i soldi che ha
vinto alla lotteria (per affrancarsi) e salva il matrimonio, poi suicidandosi. L’interlocutore privilegiato di Sab è
Teresa, una sorta di figura aiutante di Carlota, sua migliore amica, che si innamora segretamente di Sab.
Teresa è la principale confidente ed è colei che sa di tutta la storia di Sab e della lettera che Sab scrive
rivolgendosi a Teresa ma che chiede venga consegnata a Carlota dopo la sua morte.

Lezione 20 – 2 maggio

NO cocina eclectica SI Sab


L’ultima parte di lavoro personale sarà sull’immaginario dell’indio.

Parliamo della contemporaneità: abbiamo visto come si è costruita la figura dello schiavo come Funzione-
oggetto del blanqueamiento e come è stata ricattata attraverso la chiave del mestizaje, ora arriviamo alla
sintesi con Miguel Barnet  è uno degli autori cubani contemporanei fondamentali e anche in lui la vicenda
autobiografica si coniuga alle opere. È uno dei grandi teorici del post-rivoluzione, grande sostenitore di Fidel
Castro e della rivoluzione cubana. La sua azione si muove all’ombra della rivoluzione cubana che chiude la
stagione dell’ingerenza degli USA sull’isola e apre una stagione che i posteri valuteranno, piena di
contraddizioni. Con la rivoluzione cubana i precetti che erano stati posti da Martì in Nuestra America, di una
guerra di idee,si riparte da sé stessi, si inizia a conoscersi senza rifarsi al “criollo exotico”, con modelli locali e
non più importati. Nel post-rivoluzione l’educazione sarà un discorso centrale, l’educazione per tutti: ancora
oggi il livello di alfabetizzazione/specializzazione a Cuba è altissimo  al centro è posta l’esigenza per cui lo
sviluppo di un popolo passa dall’alfabetizzazione. Questa politica educativa inizia nel post rivoluzione e si
muove non solo nei grandi centri urbani ma anche nelle campagne.
L’altro punto fondamentale del pensiero di Josè Martì è il meticciato: si passa dal blanqueamiento, al
mestizaje per poi passare all’eterogeneità culturale (Ortiz). Con Martì abbiamo una rivalutazione del ruolo
della compagine affricana attraverso la cancellazione della razza e questo elemento viene recuperato nella
rivoluzione: il problema del razzismo è una questione centrale nella configurazione identitaria dell’isola e
nella rivoluzione. Questo problema non è ancora totalmente risolto: la società cubana è intrinsecamente
legata a un modello patriarcale da cui è difficile sottrarsi.
In questo scenario la Letteratura è fondamentale: è intrisa nel sociale e parla della realtà. Quando non si
capisce da dove partire bisogna raccontare per fare essere la realtà. La Rivoluzione ha bisgno di creare un
ideario che la fondamenti e la sostenga e questo viene plasmato attraverso delle opere letterarie che
descrivono il grande cambiamento. Il genere letterario che ha la genesi nel contesto della Rivoluzione cubana
e in tutte le rivoluzioni di sinistra che risuonano anche nell’orizzonte globale è il genere testimoniale. [Questo
va avanti fino al ’68, finchè non inizia la stagione delle dittature.] Barnet parla di novela testimonial; è un
genere che nasce in Barnet, che è uno dei suoi interpreti più noti e colui che riflette metaletterariamente sul
genere stesso in vari saggi. È un genere che non sarà mai abbandonato nella letteratura ispanoamericana
nonostante oggi molti ritengano che l’era della testimonianza sia finita negli anni ’80 (ma secondo la prof
no).

Biografìa de un cimarròn –1967, pubblicato a meno di 10 anni dalla rivoluzione cubana: rivoluzione 1959,
pubblicazione 1966. Siamo partiti dalla biografìa de un esclavo e terminiamo con quella di un cimarròn. Qui
parliamo di uno schiavo prototipico che scappa, non parliamo più dello schiavo incredibilmente colto e

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raffinato che avevamo in Manzano. Questo è uno schiavo ribelle, la sua ribellione marca la sua esistenza 
l’operazione di Barnet è comprensibile già dal titolo, capiamo che vuole mettere al centro la figura che meglio
di altre caratterizza l’isola (lo schiavo) ma racconta la storia di uno schiavo non normale ma fuggiasco. A ciò
si aggiunge un elemento centrale inscritto nella vita del protagonista: è una storia di ribellione continua.
Dobbiamo uscire della figura tipitizzata del cimarròn per entrare nella vita particolare di Estebàn Montejo, il
protagonista. Il genere testimoniale ha una forte testimonialità: è la biografia di un soggetto davvero vissuto.
Barnet dice di aver letto del protagonista sul giornale in cui si raccontava che in una casa de veteranos
(strutture adibite ad accogliere coloro che avevano servito la patria e ora non sapevano dove andare)  è
un uomo centenario che è stato cimarròn e ha lottato nell’esercito de los mambices durante l’indipendenza
cubana e dopo le lotte ha vissuto anche la rivoluzione cubana  rappresentante dello spirito rivoluzionario
cubano!
Barnet è stato interessato anche a una spiritista/santera di 106 anni, una donna che rappresenta nella sua
fisicità tutta la cultura alternativa legata a tutte le credenze afrocubane. Per definire il nuovo “uomo
cubano”doveva scegliere tra le due personalità (cimarròn o santera) e lui sceglie il cimarròn per il motivo
rivoluzionario: al centro di ciò che si vuole dipingere c’è lo spirito di ribellione rispetto ai soprusi che dalla
colonia all’indipendenza e nel post indipendenza hanno caratterizzato la storia dell’isola. Dopo
l’indipendenza Cuba cade dalle mani della Spagna a quelle degli Stati Uniti: finisce il colonialismo e inizia il
dominio statunitense. Il raggio d’azione degli USA su Cuba non finisce totalmente perché poi si trasforma
nell’Embargo.
Esteban Montejo rappresenta la ribellione, la voce contro, chi decide di dire NO sin dai tempi della
piantagione vivendo più di 8 anni nel monte, da solo: questa esperienza segnerà la sua vita con questo spirito
rivoluzionario capace ti tracciare un controdiscorso.

La figura di Esteban Montejo può dare una lettura alternativa dell’Isola e della sua storia: non passa
dall’ideologia del blanqueamiento ma dalla vita del monte, non dal controllo criollo ma dalla volontà di
negoziare la propria esistenza, parla della solidarietà sui cambi di battaglia fino ad arrivare alla rivoluzione
cubana. I controdiscorsi sono sempre associati alla resistenza rispetto ad un ordine costituito.
Negli anni ’60 Barnet pubblica “La fuente viva”  parla della religiosità africana a Cuba; raccoglierà anche
poesie e favole di origine africana.

Il genere testimoniale è diviso in

- Testmonianza etnica = mediata


- Testimonianza non etnica = non mediata

Nella seconda categoria il soggetto dà testimonianza di ciò che ha vissuto in prima persona perché ha accesso
alla scrittura e sente l’esigenza di raccontare.
Nella prima categoria al centro c’è un grande nodo cioè la scrittura: il grande nodo attraverso il quale si
sviluppò la Conquista di una cultura scritta su culture generalmente non scritte. Si impone la lingua e il mezzo
con il quale questa si incarna, cioè la scrittura.
Una cultura orale ha bisogno di una comunità per essere trasmessa, una cultura scritta non necessariamente.
Essere inseriti in una comunità significa sfumare la distanza tra me e l’altro; il confine dicotomico che separa
l’Io e l’Altro è più fluido nella comunità che sta al centro dell’interpretazione del mondo, e non il soggetto. Il
tentativo di autori come Barnet è quello di riscattare le storie comunitarie che non sono state mai raccontate
perché i soggetti che avrebbero potuto farlo non possono accedere alla scrittura e alla lingua.
Esteban Montejo parlava bozàl: le parole scritte nel gergo della piantagione e poi riarticolate in uno spagnolo
contaminato di africanismi durante la sua vita  non avrebbe mai potuto scrivere un testo come quello che
fa Barnet, che è quindi una biografia e non un autobiografia.
Attraverso la mediazione di un intellettuale solidale il racconto può esistere nella scrittura e abbiamo la
restituzione di tutto un vissuto. Questa operazione non può ovviamente essere priva di problemi perché c’è
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di mezzo l’autore: è Barnet che ordina, seleziona e interviene sulla vita di Montejo. Al centro c’è la vita di
Montejo ma è sempre frutto di una mediazione ed è sporcata quindi dal fatto che Barnet è un soggetto con
una visione personale del mondo che inevitabilmente si vede nel come decide di raccontare la storia
Barnet e Montejo si incontrano per 3 anni: Barnet registra le sue conversazioni con Montejo riempiendo
cassette con centinaia di ore di conversazione. Montejo racconta in modo non lineare la sua vita e Barnet poi
deve stabilire dei criteri di selezione per ordinare questo materiale.
I criteri di selezione obbediscono all’obbiettivo principale di esprimere lo spirito della rivoluzione: Montejo
deve diventare nel racconto l’uomo rivoluzionario per eccellenza. Quindi, Barnet seguirà letteralmente la
storia di Cuba attraverso la chiave della resistenza a partire dal cimarronaje: crea una linea del tempo che è
quella occidentale = tradimento, non incarna l’identità di Montejo ma del suo essere rivoluzionario.
Montejo ha un forte rapporto con la natura e personifica gli elementi naturali attraverso la sua grande
spiritualità e questa cosa lo salva da morte certa che invece subisce il Cimarròn di Carpentier. Barnet non si
concentra sulla spiritualità ma preferisce edificare la storia di Montejo attraverso il prisma della rivoluzione.
I criteri di selezione si basano sul desiderio di rendere Montejo il sovversivo per eccellenza, dal pdv
totalmente allineato alla percezione occidentale.
Barnet stesso ci dice delle sue difficoltà in questa operazione, così come nella scelta linguistica: il testo parla
in prima persona con uno spagnolo limpido e corrente con solo qualche africanismo e modismo cubano 
c’è una standardizzazione della parlata reale di Esteban Montejo, è una scelta fatta da Barnet per farla
arrivare al lettore ideale c’è la volontà di ripristinare il circuito che unisce lettore, autore e testo. Barnet è
totalmente vincolato al suo referente (genere testimoniale = referenziale) ma anche al suo lettore che non è
sicuramente la comunità in grado di capire il linguaggio pieno di modismi e africanismi di Montejo.
Anche la stessa Rigoberta Menchù affida la scrittura della sua biografia a Elizabeth Burgos  la protagonista
c’è dentro solo in parte, la Menchù parlava mayaquiche e nessuno avrebbe potuto leggerlo.
Barnet decide di usare uno spagnolo standard e ripercorrere la storia della rivoluzione.
L’intellettuale Spivak scrive “Can subalternal speak?” e la risposta è no, il subalterno è destinato al silenzio
perché la sua parola viene stravolta da continui interventi. Quando un intellettuale solidale media un
pensiero, il risultato passa una ricostruzione della vita del protagonista ma non è quella che il protagonista
ha raccontato. È sempre più importante il silenzio, la piega del discorso rispetto a ciò che si afferma
rotondamente. Ciò che sarà davvero interessante non sarà ciò che dice Barnet, ma ciò che non dice e non
controlla del tutto, che inserisce come elemento quasi di contorno ma che in realtà è fondamentale.

Lezione 21 – 6 maggio

Già l’introduzione dell’opera da i principali lineamenti della letteratura di testimonianza, in particolare quella
definibile “canonica/etnica” che delinerà la letteratura ispanoamericana degli anni ’80. Successivamente la
letteratura testimoniale si incarnerà nelle testimonianze legate alle dittature, ma il genere testimoniale è
molto diverso rispetto a quello che vediamo ora.
Ora il grande problema è la dicotomia oralità-scrittura: chi testimonia non può accedere alla parola scritta,
quindi la sua testimonianza deve essere mediata.
Il grande punto di questo testo è iscritto nel titolo stesso: Biografìa de un cimarròn. Barnet era un intellettuale
borghese che non partecipò fisicamente a nessun tipo di lotta, non ha vissuto in prima persona il campo di
battaglia né l’indipendenza, nonostante sia un intellettuale organico alla rivoluzione. Non è negro, non è
schiavo ed è lontano dallo scenario che racconta: c’è qualcosa che fa saltare il piatto dal titolo al suo autore.
Si parla di biografia, termine corretto per ciò che si ridice. In italiano però il titolo viene tradotto in modo
sbagliato: dato che il racconto è in prima persona, viene tradotto come “autobiografia”  questo crea una
serie di confusioni.
Chi è l’autore? Perché l’autorialità si configura così? L’autore si sdoppia: Estebàn Montejo non può redigere
in prima persona la sua storia, ha bisogno di affidarla a Barnet che la porta alla scrittura caricando su di sé la
consistenza di Esteban Montejo.
Il problema centrale del testo ce la fa capire la frase di Claude Lèvi-Strauss “Come faccio a conoscere l’altro

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se io rimango mè stesso? Come è possibile conoscere l’alterità? Come è possibile rivelare la vita dell’altro
attraverso la scrittura?”  nell’atto di scrittura già c’è uno sdoppiamento rispetto all’io esistenziale, anche
se è l’io stesso a scrivere. Questo movimento si verifica ancora di più se spostiamo questo movimento
all’altro: il racconto è dell’autore o del protagonista? Chi è l’autore? Chi dice io, Barnet che racconta Montejo
o Montejo stesso, il Montejo di quale epoca?
L’io, il soggetto, l’autore assolutamente integrale che siamo abituati a vedere qui si sdoppia: Bernet ha un
compito, quello di mediare la voce di Montejo, Montejo racconta la sua storia che viene inevitabilmente
alterata dalla ricostruzione di Barnet.
Il grosso problema della mediazione è il desencuentro linguistico ma anche la costruzione di Montejo come
prototipo di un determinato soggetto, cioè l’uomo rivoluzionario: questo è il principale obbiettivo di Barnet
che implica un occultamento di determinati aspetti della vicenda di Montejo.
Alla base degli ideali rivoluzionari c’è l’educazione per tutti la scelta di scrivere in spagnolo standard c’è la
volontà di far circolare il testo più facilmente ma anche il fatto che il modello del rivoluzionario doveva
passare dal nodo voluto da Martì, cioè educazione per tutti: il protagonista non può parlare un linguaggio
pieno di africanismi, vuole dare un’idea di ciò che ha fatto la rivoluzione nell’ambito della costruzione di una
cultura nella società.
Un altro elemento importante è la volontà di non descrivere uno schiavo eccezionale, fuori dagli schemi,
eccentrico (come lo era Manzano) ma Montejo si sottrae alla sua singolarità per diventare un prototipo: da
un Io si passa ad un Noi che non rappresenta più solo lo schiavo, ma un certo modello di individuo che diventa
eroe attraverso la rivoluzione: è uno schiavo rivoluzionario, eroe dell’indipendenza, eroe della rivoluzione. Si
costruisce una figura quasi epica che incarna l’uomo nuovo post-rivoluzionario.
La rivoluzione cubana avviene nel 1959 e questo testo non può essere svincolato dai nuovi modelli di
interpretazione imposti a partire da questo momento. Ideali rivoluzione:educazione per tutti, libertà per tutti
e il rifiuto dei soprusi e dell’imposizione borghese, volontà di riformulare l’identità nazionale a partire dalla
cultura, recuperare il senso dell’essere rivoluzionario emendando una nascita controversa  la chiave
rivoluzionaria è sciogliere le differenze, l’eterogeneità di colori e etnie è unita non dall’appartenenza
territoriale (come voleva JM) ma dal concetto stesso della rivoluzione.
Il 6 giugno del 1961 c’è la Ley de nacionalizaciòn de la enseÑanza che porterà in maniera capillare
l’educazione almeno primaria in tutta l’isola: alla base c’è l’educazione come diritto di tutti. A Cuba, la fiera
del libro è un evento fondamentale: con il prezzo di un gelato si possono comprare dai 5 agli 8 libri.
A partire dal 1959 nascono una serie di enti per l’educazione:

- Casa de la Amèricas, atta alla promulgazione dell’arte, letteratura e teatro che da anche premi molto
importanti tra cui uno per la letteratura di testimonianza.
- ICAIC arte e industria cinematografica
- UNEAC scrittori e artisti cubani

Vi è oggi una previsione del consumo letterario che però dipende dai mercati letterari che vogliono che si
scriva in un determinato modo. La world literature oggi vuole che si appiattiscono tutte le varianti: gli autori
che vogliono inserirsi nei circuiti commerciali mondiali non possono più dire niente di fondamentale, si perde
il linguaggio incarnato nel territorio, ci si appiattisce a una lingua standardizzata che non è creativa.

Caratteristiche della novela testimonial:

- Scrittura collettiva al servizio dell’uomo nuovo: la scrittura non proietta la soggettività dell’autore ma
diventa un’operazione corale nel circuito che c’è tra testimoniante e intellettuale solidale che
raccoglie la sua testimonianza. L’autorità autoriale si moltiplica nella testimonianza, anche quando
non ci sono due autori: nella misura in cui si recuperano testimonianze traumatiche, illuminando una

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pagina oscura che non è solo del soggetto ma che diviene collettiva.
- Scrittura come dialogo e operazione corale
- Scrittura come modalità di inclusione nell’agenda politica di chi non ha voce: ciò che si racconta non
deve essere inscritto nell’esperienze soggettiva, ma deve essere un’esperienza condivisa che fa
emergere una voce che non è ancora denunciata nell’agenda politica. Si racconta una storia che non
ha ancora trovato voce. C’è una differenza tra testimonianza e autobiografia ed è questa: l’io deve
slittare verso il noi, non è solo l’esperienza del singolo. È un’esperienza che porta con sé una denuncia
o l’elaborazione di un trauma.
- Scrittura come specchio di un mondo nuovo, in questo caso il mondo del post-rivoluzione Leggere le
slide

Inizio del testo – introduzione

Nell’introduzione non parla direttamente l’Io di Montejo ma Barnet: è colui che si delinea come autore e
curatore e che troviamo nei paratesti. Dice che nel 1963 appare un articolo dedicato a donne e uomini
ultracentenari con una serie di interviste che vengono definite “insostanziali e aneddottiche”  vuole
separare la Storia ufficiale, quella che viene raccontata nei libri, e quella minore di storie che meritano
comunque di essere raccontate. Dice che sono due storie che lo attraggono in particolare:

- La donna di 100 anni che era stata schiava, santera e espiritista


- Un uomo di 100 anni che racconta di essere stato schiavo fuggitivo, cimarròn, e di aver partecipato
a tutti quegli eventi fondamentali per Cuba

È il vecchio cimarròn ad attrarre l’attenzione di Barnet: è un soggetto che ha partecipato alla guerra di
indipendenza e soprattutto che è stato un fuggitivo. Barnet decide di andare a trovare Esteban Montejo: un
uomo vecchio, serio e con i capelli tutti bianchi. Inizia la conversazione non è più solo l’autore ma c’è un
Io e un Altro, un dialogo: questo testo è l’incontro di due soggettività attorno al tema rivoluzionario.
Barnet è prima di tutto un antropologo e nemmeno lui all’inizio sapeva cosa fare con il materiale che
raccoglie: vuole dare le coordinate del discorso dicendo che da una parte c’è un cimarròn, dall’altra
un antropologo. L’interesse di Barnet stava nel riscattare l’africanità di Cuba, mentre poi monterà
una storia completamente diversa. Montejo inizia a parlare in modo sparso della sua vita, solo
l’aspetto religioso non usciva facilmente. Dopo aver parlato 6 volte per cinque ore a volte, decide di
ampliare la tematica con domande sulla schiavitù e sul cimarronaje.
Barnet fa capire quale è stata la sua metodologia: lui è antropologo etnologo ed è abile nella raccolta
di storie di vita, cioè il classico schema dell’intervista etnografica. Barnet cerca di creare un’empatia
che possa rendere fluida la conversazione. Per creare un vincolo empatico si parte dall’oggi: Barnet
cerca di risolvere le sue esigenze del momento dandogli tabacco, fotografie ecc. per poi entrare nel
vivo del racconto. I regali che vengono fatti sono quasi oggetti feticcio: non per avere qualcosa in
cambio ma per aprire un canale di comunicazione e di empatia. Il primo problema con cui si scontra
è che il racconto è non lineare e Barnet deve capire come ricostruirlo, come raccontare questa vita.
Dice che il tema religioso non affiorava facilmente, ed inizialmente era questo il tema che
interessava a Barnet. Pian piano la conversazione diventa interessante per una serie di altri aspetti,
soprattuto la schiavitù , la vita nei baracones e la vita nel monte.
Tutto questo è un racconto di vita vissuta, non un resoconto: al centro c’è l’esperienza soggettiva di
chi ha vissuto queste cose in prima persona, e questo fa la differenza.
Dopo aver ottenuto il panorama della sua vita, decidono di fare un libro in ordine cronologico in
prima persona in modo che non perdesse la sua spontaneità: l’empatia del dialogo con Montejo
Barnet la trasferise nel testo mettendolo in prima persona perché l’io si riferisce ad un tu, come se

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l’io raccontasse la storia proprio al lettore  ricrea la dinamica io-tu dell’intervista originaria.
Decide di scegliere le tappe del lavoro e formula le domande da fargli, ma all’inizo Montejo è un po’
restìo, anche se dopo decide di proseguire in modo sciolto e confidente.
A volte Esteban si allontanava dal tema centrale apportando elementi che forse in altri casi non si
sarebbero scoperti: è un elemento essenziale in ogni intervista  la verità sta sempre nelle pieghe
del discorso, ciò che è rilevante non è ciò che arriva subito alla mente ma ciò che esce piano piano,
ciò che vogliamo negare e che esce per sbaglio.
Ciò che interessa è la vita realmente vissuta e il rapporto di Montejo con la natura. Pian piano
Montejo diventa sempre più volenteroso di raccontare, come se Barnet entrasse nella sua anima e
lui volesse aprirsi totalmente. Montejo capisce che ha la possiblità di raccontare la sua comunità e
vuole farlo essere nelle parole di Barnet, aggiungendo anche episodi storici che Barnet si dimentica
 in questo schema cronologico non viene riscotruita l’esperienza individuale di Montejo, ma anche
l’esperienza storica di Cuba.
La “libreta de apuntes” è l’oggetto che diventerà libro e Montejo si concentra su questo. Molte delle sessioni
sono state registrate per concentrarsi sulla sintassi e sugli arcaismi/modismi del suo discorso: nel testo ci
sono cubanismi, africanismi e modismi che rimandano al discorso effettivo di Montejo, ma Barnet ci dice che
per entrare in familiarità con il suo modo di parlare ha dovuto registrare. La scelta di semplificare il linguaggio
così complesso è una scelta posteriore che ha a che fare con questi problemi.
Barnet rivela che non siamo di fronte a un testo che emerge solo dal dialogo tra due persone, ma viene
ampliato ad altre istanze narrative: per ricostruire la storia minore di Cuba vengono interpellati anche altri
veterani le cui testimonianze vengono comparate a quella di Montejo. La voce finale è quella di Montejo +
ciò che lui ha ascoltato da altre testimonianze + altre storie che ha letto + la storia ecc.  sono tante voci
unite = è un testo corale.

Lezione 22 – 7 maggio

“Encuadramos nuestro relato en una época fijada. De esta época no pretendimos reconstruir sus detalles
mínimos con fidelidad en cuanto a tiempo o espacio. Preferimos conocer técnicas de cultivo, ceremonias,
fiestas, comidas, bebidas; aunque nuestro informante no pudiera aclarar con exactitud los años en que se
relacionó con ellas. Algunos temas, los que creímos más importantes: los acontecimientos de la Guerra de
Independencia, la batalla de Cienfuegos contra los norteamericanos y otros, los hemos corrobora do y
acompañamos notas ilustrativas. La vida en el monte queda en el recuerdo como una época muy remota y
confusa.”  L’autore non vuole costruire la storia evemenziale ma registrare l’immaginario del popolo: più
che descrivere eventi che si muovono in uno spazio e in un tempo determinato preserisce mettere in luce
l’esperienza di Montejo non come soggetto individuale ma come paradigma di una determinata storia che
permette di illuminare un certo tipo di società che fino ad ora è stata occultata nei grandi discorsi storici. È
la prima volta che si racconta cosa significa vivere nei barracones e cosa significa materialmente essere un
Cimarròn: è la prima testimonianza di vita tessuta.
Un altro aspetto importante è che Barnet sottolinea che Montejo oppone la sua visione della storia alla
grande storia ufficiale: è un racconto influenzato dalla soggettività. Bisogna distinguere tra verità e effetto
di verià: cosa importa di più? Registrare l’intimità di Montejo che racconta, entrare nel suo sentimento. Non
importano i dati tecnici ma la sostanza del racconto, l’attitudine di Montejo. Questo discorso di opporre la
storia ufficiale a quella minore ricorda Garcilaso de la Vega el Inca che nei suoi Comentarios Reales ha lo
stesso intento, cioè di registrare l’immaginario del suo popolo di fronte alla realtà  nell’800 torniamo ad
avere l’esigenza di raccontare la storia da un altro pdv, che è la stessa che c’era durante la formazione della
colonia. È la stessa cosa di Sor Juana che nella sua Respuesta sottolinea come si riscatta la sua identità
femminile, creando uno spazio sovversivo.
La voce di Montejo non è individuale è unica ma è espressione di un mondo che legge la storia e la cui voce
non è ancora stata registrata e che è importante ascoltare.

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Cosa rappresenta Esteban Montejo? Gli schiavi/africani. Ci sono alcune caratteristiche intrinseche in
Montejo ma che si possono ritrovare anche negli altri schiavi rivoluzionari = Montejo rappresenta la
collettività degli schiavi fuggiaschi e rivoluzionari.
Il Cimarròn di Carpentier si fondava sulla visione dell’autore per cui l’umanità si da solo nella relazione,
mentre ora vediamo un’altrernativa grazie a Barnet: presenta un soggetto che si basta da solo, che può
vivere anche senza socialità. Montejo passa 8 anni nel monte da solo: sopravvive grazie alla sua relazione
particolare con la natura popolata da elementi animici e spiriturali estremamente importanti. Un elemento
fondamentale è che questo suo vivere isolato non è una forma di una libertà autoreferenziale: quando è il
momento di reintegrarsi con una comunità con la quale si condividono gli intenti, Montejo rientra nelle
società: quando il suo spirito rivoluzionario non confligge con la forma di socialità che gli si propone, lui si
riaggrega.
Dopo aver dato le caratteristiche della novela testimonial, Barnet definisce come si incarna nel contesto
litterario questa socio-leteratura: è al servizio della società che ha forgiato i segni della rivoluzione
rappresentando un uomo rivoluzionario.
Nonostante la sua storia, Montejo è comunque allegro e giocoso. Gli anni nel monte hanno sicuramente dato
molta forza a Montejo. È un rivoluzionario che combatte ogni forma di sottomissione ed è capace di dare il
giusto giudizio alle principali figure storiche cubane (riprende la guerra dei 10 anni e le campagne di
indipendenza). Montejo continua a criticare i negri che si misero dalla parte della corona. In Montejo si
trovano onestà e spirito rivoluzionario, che si vedono all’interno del racconto.
Barnet dice che il libro non fa altro che raccontare vicende comuni a molti membri della comunità 
passaggio dal tu al voi. Dice che non è un lavoro solo sociologico, ma una raccolta di una storia di vita che
serve per una trasmissione e una restituzione di chi non ha mai avuto voce e la cui storia non è mai stata
raccontata.
All’inizio di ogni paragrafo della biografia ci sono le principali fasi storiche a cui si riferisce la storia di Montejo.

L’immagine della donna nelle società

Al giorno d’oggi ci sono molti dati che dimostrano la grande violenza che le donne subiscono.
Flora Tristàn vive nell’800 ed è una delle principali pioniere che costruirà quello che oggi definiamo
femminismo ed è una delle figure che evidenzierà tutte le contraddizioni e le pericolosità che si insinuano in
una idealizzazione del progresso così come viene portata avanti dalla rivoluzione industriale nell’Inghilterra
e nella Francia dell’800. È una figura che si pone al servizio delle minoranze e lotta per tutta la sua vita contro
lo sfruttamento nell’ambito lavorativo; il suo è un socialismo utopico che anticipa Marx e Engels nell’ideare
la possibilità di una classe operaia unita in grado di organizzare una lotta di classe che riesca a sovvertire
l’ordine costituito. Il suo vissuto porta a una serie di mascheramenti e silenziamenti simili a quelli di
Avellaneda. Per capire a tutto tondo la vicenda di Flora Tristàn e della sua opera “Peregrinaciones de una
paria” bisogna entrare nella sua vita ed esaminare una serie di elementi biografici:
nasce nel 1803 e muore circa 40 anni dopo, non avrà una vita lunga ma sarà molto intensa. È figlia di un
militare ricchissimo creolo installato in Perù e poi trasferitosi a Bilbao dove conosce una donna francese,
Teresa Laisnei, di cui si innamora e la sposa. Il problema è che il matrimonio risulta illegittimo perché non
vengono prodotte tutte le carte per la legalità del matrimonio: la non trascrizione dell’unione tra i due fa si
che Flora sia una figlia illegittima della coppia. La famiglia vive a Parigi con molti agi per circa 10 anni, quando
Flora ha 4 anni e mezzo il padre muore di sincope e iniziano i problemi: la madre non è la legittima erede a
causa della non-trascrizione del matrmonio. Lo stato confisca tutti i possedimenti del padre e la madre resta
senza nulla e deve cambiare totalmente il suo stile di vita. Flora, sin da piccola, è costretta a lavorare per
mantenere la madre e i 3 fratelli: inizia a lavorare nella bottega di un incisore, che diventerà poi suo marito
(Andrè Chazal)  non è un elemento casuale, Flora non è innamorata di questo uomo molto più vecchio ma
la madre trova in questo matrimonio una possibilità di sostentamento e per questo cede la figlia. Il problema
è che il nuovo marito è violento e non accetta il temperamento di Flora, lei vive il matrimonio come una
prigione; avrà tre figli ma a un certo punto abbadonerà tutto e scapperà per liberarsi da questi gioghi che per
lei sono insopportabili  strappa la rete simbolica del conformismo dell’epoca. Flora abbandona tutto e
maschera la propria identità facendo perdere le sue tracce, va in Inghilterra a servizio di una famiglia che la
porta con sé nei viaggi come dama di compagnia. Due dei tre figli di Flora moriranno molto piccoli ma la terza,

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Alina, è la madre di Paul Gauguin. Mario Vargas Llosa comparerà nonna e nipote notando come entrambi
hanno come scopo l’affermazione della propria vita nella libertà, una libertà come condizione sempre
cercata. Questo spirito di libertà e rottura delle convenzioni si vede benissimo in entrambi.
Flora è orfana di padre e illegittima, poi si rende illegittima nel suo stesso matromonio. A Parigi conosce un
marinaio che era entrato in contatto con il fratello paterno, Pio Tristàn, uno degli uomini più ricchi di Aretipa
(Perù). A un certo punto Flora decide di viaggiare in Perù per recuperare la traccia paterna, si imbarca nella
nave del marinaio e rientra in contatto con la sua famiglia paterna. Cerca di recuperare l’eredità paterna
tramite la legittimazione dell’essere che le sembra negata dalla circostanza vitale. Flora Tristàn spera che
recuperando il nome del padre potrà liberarsi dall’assedio del marito e rifarsi una vita degna. Il viaggio in
Perù diventa un viaggio utopico per il recupero delle origini ma lo zio le farà capire che le sue pretese sono
illegittime e che non le spetta niente. Questo viaggio la porta comunque a ripensare alla sua identità e a
lottare per i dirtitti dei più umili e soprattutto delle donne.
In questo viaggio in Perù Flora veste i tratti della mujer mezìa, dei tratti eroici e combattenti attraverso una
risemantizzazione del suo ruolo di paria in modo attivo e propositivo.
C’è una risemantizzazione: Flora parte come figlia illegittima e torna come donna forte, rivoluzionaria e
politica che militerà nelle fabbriche tessili francesi e inglesi denunciando tutte le situazioni di abuso, venendo
anche arrestata più volte.
Questa trasformazione si realizza attraverso una presa di coscienza del sé che passa dalla scrittura dell’opera
che andiamo ad analizzare: Peregrinaciones de una paria, viene abbozzato nel 1834 durante il viaggio e poi
pubblicato nel 1838. Inizierà a circolare nei circoli letterari francesi e il marito riuscirà a intercettarla e dopo
averla più volte importunata Flora cerca di recuperare i figli ma non ci riuscirà mai. Il marito le sparerà con
una pistola in pubblica piazza e una pallottola le rimarrà sempre accanto al cuore: le consiglieranno di fare
una vita tranquilla. È una pallottola che non può essere asportata, una ferita, un segno di dominazione che
porta addosso. Il marito non verrà mai punito ma questo atto chiude l’epilogo matrimoniale che finisce con
Flora che ripudia totalmente ogni convenzione classica (figlia-moglie-madre) e si vota totalmente alla causa
dei più umili.
Altri testi dell’autrice sono Paseos en Londres, che racconta cosa succede dopo lo sparo: fugge a Londra
travestito da uomo e fa militanza e incursioni nelle fabbriche denunciando la situazione d’abuso non solo del
lavoro femminile ma di tutti gli operai. Il più grande tema di denuncia è il lavoro minorile, lo sfruttamento
dei bambini. Si sposterà anche in Francia agendo soprattutto per la causa femminile in luoghi come le tintorie:
posti malsani dove le donne sono costrette in condizioni orribili. Il corpo della donna è manodopera a basso
costo e diventa cosa, la donna operaia viene sovrapposta all’oggetto e quindi usata e buttata via.
Per iniziare il suo lavoro di rivoluzionaria, Flora deve recuperare le sue origini peruviane. I suoi sintomi
rivoluzionari si aprono all’ennesima potenza nell’itinerario peruviano: parte nel ’34 e in Perù c’è appena stata
l’indipendenza  è uno scenario instabile. In Perù il modello francese era ricercato. Flora apprenderà
moltissimo della politica peruviana e ragionerà con degli occhi diversi su un mondo duro e arretrato che le
farà scoprire dei lati di sé inediti. Costruirà un’identità completamente nuova pronta per le grandi opere
sovversive che farà al suo ritorno. Flora muore come donna abusata e rinasce come rivoluzionaria all’interno
della sua prima opera.

Peregrinaciones de una paria

Titolo: Peregrinaciones de una paria  non si parla di viaggio ma di pellegrinaggio: l’autrice si autodefinisce
con la figura del pellegrino che non intraprende un viaggio solo fisico ma anche spirituale, della scoperta di
sé. Baumann sottolinea che per il pellegrino non è importante la destinazione ma il percorso. È significativo
che Flora voglia sottolineare la profonda trasformazione del suo soggetto avvenuta in questo viaggio. La
trasformazione si realizza in 3 movimenti:
- Iniziazione
- Autoaffermazione
- Autofigurazione

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I paria sono, nell’induismo, i senza casta: Flora si sente così. La sua illegittimità sia patita (figlia illegittima)
sia acquisita(moglie e madre scappata) la pone in una posizione ai margini della società che non si iscrive nei
dettami dell’epoca. La paria diventa sinonimo di rivoluzione.
Nel titolo non c’è traccia del fatto che sia un’autobiografia: Flora parla di sé in terza persona, esce da sé per
riprendere in mano il sé mettendo in scena i 3 movimenti.

Lezione 23 – 9 maggio
Il modo di posizionarsi nella scrittura crea la soggettività  per cambiare Flora ha bisogno di riscriversi per
uscire da ciò che ci si aspetta da lei dalla società per cui il ruolo della donna si realizza principalmente
all’interno del nucleo domestico e nelle funzioni di moglie e di madre.
La relazione tra maschile e femminile secondo Lèvi - Strauss si presenta come l’opposizione più basica della
società. Il pensiero occidentale si articola su dicotomie come quella tra uomo e donna: ci sono vari limiti a
questo tipo di organizzazione. Molto spesso viene confuso l’uso di queste strutture binarie: ciò che viene solo
posto per dare un ordine, viene scambiato per una proprietà ontologica delle cose. La relazione tra maschile
e femminile che si presenta come un’opposizione binaria che regola lasocietà è passata daun discorso
puramente culturale a un discorso naturale: la funzione femminile è diventata subordinata al ruolo dell’uomo
nella società e da qui arriva la cosificazione della donna che, dal momento in cui diventa sottomessa all’uomo,
può essere utilizzata dallo stesso e buttata via.
Il linguaggio è permeato di questa dicotomia di base che costruisce la nostra cultura: tutto ciò che è maschile
è prevalentemente positivo, mentre ciò che è femminile è descritto in sottrazione, in funzione di. Nel campo
semantico maschile abbiamo propositività e positività, mentre il femminile è legato a un campo semantico
di sottrazione, non è mai abbastanza per (anche se non sono termini in negativo). Nel linguaggio vediamo la
complementarietà e la subalternità. La donna viene rappresentata come Altro rispetto all’uomo che è Uno,
che è il metro di paragone con cui si misura la realtà.
Sia con Tristàn che con Avellaneda possiamo vedere come viene costruito un discorso atto a mostrare come
un elemento culturale venga interpretato come un elemento naturale.
uomo= trascendenza,soggetto,profondo,alto, attivo, autonomo, forte, intelletto, tempo, teorico,fuori 
cultura
donna= immanenza, oggetto, superfiziale, basso, passivo, dipendente, debolesensibilità, spazio, pratico,
dentro natura
Nella colonizzazione la dicotomia padre-madre vede un padre assente, fuori, dentro ci sta chi non ha scelta:
la donna, sul cui corpo passa la colonizzazione.

Non è un caso che FT recuperi il suo senso d’essere attraverso un viaggio iniziatico di recupero delle proprie
origini che sono già di per sé subalterne. Abbiamo una condizione d’inferiorità nell’essere donna che viene
amplificata ancora di più attraverso la condizione di illegittimità di Tristàn: tutto questo la porta a fare il
viaggio e quindi a ricostruirsi nel tessuto testuale.
Passaggio dal culturale al naturale  si vede nella descrizione di Sorilla di Avellaneda dove dei semplici
attributi fisici vengono assunti come un difetto ontologico di natura.
È interessante vedere come all’interno di questa costruzione sociale si possano aprire delle falle di
problematizzazione e mostrare delle costruzioni alternative, questo si vede chiaramente nei testi di
Avellaneda: l’assimilazione della condizione dello schiavo e quella della donna. Avellaneda dimostra che la
costrizione al lavoro forzato dello schiavo è paragonabile a quella della donna costretta nelle maglie di un
ruolo determinato per cultura ma assunto per natura: la donna non poteva uscire dall’essere moglie e madre
e non poteva esercitare un pensiero razionale e politico perché è donna e quindi può parlare solo di amore
e sentimenti.
Ma, se Avellaneda ha una sovversione parziale che rimane comunque nelle maglie della sua società, lei
continua a frequentare i salotti bene Tristàn fa un passo in più assumendo la sua vicenda vitale come
occasione per riscattare e dimostrare la sua profonda diversità, il suo essere altro rispetto a ciò che la società
vorrebbe.
Diario vs autobiografia: nel diario si segue la linea del tempo mentre nell’autobiografia si torna indietro, si
ripensa al passato, si ricostruisce. Per questo, l’io che si scrive e si dice è altro rispetto all’io dell’esperienza.
L’io è sempre altro, c’è uno sfiguramento nella costruzione autobiografica: il soggetto che dice di sé può

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selezionare, può omettere, può sottolineare per ricostruire una determinata immagine di sé. Questa
operazione FT la farà in chiave di riscatto di una soggettività a lei profondamente negata: una soggettività
libera e non sottomessa al giudizio della società.
L’esistenza di Flora ha due grandi infrazioni:
- Infrazione patita dovuta dai suoi natali
- Infrazione voluta data dalla sua fuga dal ruolo di moglie-madre
L’itinerario alla scoperta del nome del padre la porta nella colonia, facendole assumere su di sé la ferita
coloniale che poi riscattera assumento il suo ruolo di mujer mezìa.

Nell’introduzione al testo troviamo una sintesi della nuova identità dell’autrice: non parla più della Flora
Tristàn che è partita, ma già il risultato del viaggio cioè la mujer mezìa. C’è una sorta di mitificazione della
propria figura derivata dall’esperienza fatta e dei precisi giudizi sovversivi sull’interpretazione del ruolo della
donna nella società. Questa introduzione è un proclama femminista, una rivendicazione della libertà della
donna e di denuncia dei dettami sociali.
La peregrinaciòn parte prima dell’inizio del viaggio: nel momento in cui lei decide di abbandonare il tetto
coniugale, viene denunciata come adultera e la polizia inizia a cercarla Flora scappa. La madre di Flora è
totalmente inscritta nei dettami dell’epoca e non appoggerà mai le scelte della figlia chiedendole più volte di
tornare con il marito.
Flora va in Perù per cercare di recuperare parte della sua eredità dalla famiglia paterna.
Se Avellaneda era comunque in una condizione privilegiata, Flora Tristàn no: solo attraverso l’eredità avrebbe
potuto garantirsi un certo sostenamento e avrebbe potuto ottenere la tutela dei figli.
L’autofigurazione di sé stessa come mujer mezìa va contro
- ai dettami legati all’ordine patriarcale
- all’incipiente capitalismo che si sta installando dove vi è uno sfruttamento sempre maggiore degli
strati più deboli in favore del guadagno di pochi  questa è l’altra lotta che porterà avanti
- sistemi reazionari che porteranno alle dittature

FT non si rassegna ad aver perso tutto e parte per Arequipa, in Perù, dove vive Don Pio Tristàn, suo zio, che
è uno degli uomini più ricchi di Arequipa con moltissimi possedimenti. Tristàn spera nell’aiuto dello zio e
parte alla riscoperta delle poprie origini. Nei capitoli iniziali (1-8) si racconta la traversata durata settimane,
molto pericolosa (bisogna attraversare il deserto) era un viaggio che avrebbe potuto non avre un ritorno,
era pericoloso, ma Flora lo compie perché non sente nessun altra alternativa. Si imbarca da Bourdeaux nel
’34 e nel ’38 esce il suo libro.
Sulla carta la famiglia dello zio la accoglie a braccia aperte, soprattutto perché lei rappresenta un elemento
esotico: la Francia era presa a modello per le rivoluzioni che si stavano svolgendo in America. È interessante
vedere come la condizione individuale diventi un pretesto per trasformare una condizione pubblica:
passaggio dall’individualità a un posizionamento pubblico e politico. È come se non facesse ciò che fa solo
per sé, ma per tutte coloro che hanno vissuto una situazione simile alla sua.
Il “racconto di viaggio” avrebbe potuto essere un testo scritto da una donna, ma questo non è solo un
racconto di viaggio, è molto di più. Dopo questo testo si autofigura come rivoluzionaria e dopo la
pubblicazione del testo i guadagni di questo le danno da vivere  era andata per prendere l’eredità e invece
questo viaggio le dà un sostanziamento dall’interno, cioè dal libro che scrive.

Quando torna Chazal le spara tre colpi al petto dopo aver iniziato una grande causa legale contro di lei: Flora
Tristàn è la parte lesa a causa delle leggi dell’epoca. Flora non seguirà i consigli di seguire una vita tranquilla:
dopo gli spari Flora abbandona completamente la figlia rimasta (Lina) a un parente e inizia i suoi viaggi
itineranti in Inghilterra e Francia dove fonda dei movimenti di militanza e delle organizzazioni proto-sindacali.
Entrerà nelle fabbriche vestita da uomo denunciando lo sfruttamento infantile, degli operai e delle donne.
Sarà una pioniera dei diritti alla salute sul lavoro denuciando tutte le situazioni soprattutto francesi di disagio
lavorativo delle donne nelle tintorie. Conoscera Marx e Engels e le sue idee di lotta saranno prese ad esempio.
Tutto ciò che FT ha fatto agendo verrà messo su carta da Engels. Morirà a 43 anni.
Nel momento in cui l’autrice si sottrae da tutti i ruoli che sono concepiti per le donne nella società, si rende
conto (nel passaggio dall’illeggitmità patita a quella agita) che si può trasformare questa condizione di

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marginalità a cui è relegate. Non è un caso che associ l’assunzione della marginalità come valore positivo al
viaggio iniziatico. Quelle che vengono definite pellegrinazioni indicano uno spostamento “spirituale” dove
l’accento non è sulla destinazione finale ma sul cammino e la trasformazione del soggetto durante
quest’ultimo. Tristàn è paria perché si configura al di fuori di qualsiasi ordinamento sociale: ha rotto con le
regole. Se prima la condizione di paria è un valore negativo, nel testo si afferma la marginalità come valore
positivo: si forgia l’idenità nella differenza e nella ribellione.
Non è una prassi che passa per un rifiuto o una rottura, non fonda un nuovo ordinamento ma accetta
un’etichetta imposta, accetta la sua differenza per poi mostarne un’altra lettura: apre semanticamente il
termine facendo saltare le dicotomie. Il vero femminismo è questo: la società ha dei dettami regolativi e non
costitutivi, il femminismo sta nel mostrare che questa configurazione può avere diverse letture. Fa in modo
che il termine paria diventi qualcosa di positivo, si risemantizzi in un altro modo. (madri di plaza de Mayo –
Argentina= assumono il termine di “pazze”)

Lezione 24 – 13 maggio
Lunedì – martedì  lezioni lunghe raccoglie le firme

Las Peregrinaciones de una Paria: è dove si edifica la soggettività dell’autrice a partire dalla chiave della
paria. Parte per il Perù per recuperare le origini e invece farà tutto il contrario: ci sarà una riconfigurazione
identitaria radicale che parte dal margine, dalla risemantizzazione del termine che apparentemente è
negativo. Ritroviamo in lei la riconfigurazione di tutte quelle donne che vivono la sua stessa condizione: ci
sarà una sorta di ventaglio di figure femminili all’interno del racconto, che hanno in comune la
marginalizzazione. Ci sono figure rivoluzionarie e propositive ma anche marginali, ma comunque sovversive.
Tristàn assume su di sé, attraverso un gesto cannibale, le storie e le vicende personali di queste figure
femminili che incontrerà nel suo cammino. Riscatta le loro storie nella scrittura, andando a sovrapporle alla
sua storia personale creando un grande ritratto di nuova figurazione del sé.
Vediamo come si edificano i 3 passaggi.
Paratesti: Non c’è una sola introduzione (paratesti), ce ne sono varie e all’interno troviamo il risultato
dell’autofigurazione: quando introduce il testo parla già come risultato del processo che si delinea nel testo.
C’è la soggettività nuova di Tristàn che parla da un luogo di enunciazione che la vede altra rispetto a dove è
partita, l’itinerario è già compiuto: si lascia alle spalle il passato e si afferma nella sua nuova identità di paria.
È un proclama dell’essere paria.

Il prologo del testo online è di Mario Vargas Llosa che parla prima di Tristàn e poi del nipote Gauguin.
Sono due i paratesti dell’autrice:
- A los peruanos
- Prefacio
Prima di dare un’introduzione al testo l’autrice si rivolge al popolo peruviano per giustificarsi. Non si giustifica
con i lettori europei. Emerge chiaramente il discorso del doppio centro e della doppia periferia: in quanto
donna che ha origini peruviane, si installa in una doppia condizione periferica, anche per il suo vissuto. Nel
suo riscatto come paria la sua doppia condizione periferica è rimpiazzata da un ambiguo riposizionamento al
centro: in quanto europea si sente di poter dare un giudizio politico sul Perù. Tristàn si sente di portare il
modello francese anche con delle affermazioni abbastanza stereotipate, ma che fanno parte della sua epoca.
Tristàn va a smontare tutti i limiti inscritti nell’enunciazione femminile.

Pag. 71 A los peruanos  è una ricostruzione del Perù dell’epoca che infrange ogni tipo di convenzione:
prima di tutto la convenzionalità inscritta nel locus permesso alla donna che scrive  Tristàn si sposta
occupando un ruolo politico. In seconda instanza, c’è tutta l’etichetta che impedisce un dialogo schietto tra
popoli, per cui bisognerebbe adottare dei filtri, soprattutto dal momento che quella realtà l’ha accolta  FT
sarà durissima con il Perù definendolo retrogrado, corrotto ecc.
FT sottolinea che l’attenzione a descrivere ciò che non va, è inscritta nel grande amore che lei ha per il Perù,
che considera la sua terra. Senza tenere conto del processo di autofigurazione non potremmo capire questa
dedica e nemmeno l’introduzione: ora lei è la rivoluzionaria, androgina che decide di dedicare la sua vita per

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lottare a fianco degli umili e affermare la condizione di paria, non solo per sé ma per tutti quelli che sono
come lei.
Pag. 73 Introduzione 
Dios no ha hecho nada en vano. Los mismos malos entran dentro del orden de su Providencia. Todo está
coordinado y todo progresa hacia un fin.

la nuova configurazione di sé stessa come mujer mecìa viene inscritta in un ordine provvidenziale “non
poteva che essere così”. L’autrice si riscopre in questa nuova identità dando un senso a tutta la sua vita, in
una chiave che tende alla redenzione.
Los hombres son necesarios a la tierra que habitan, viven de su vida y, formando parte de ese conglomerado,
cada uno de ellos tiene una misión a la que la Providencia le ha destinado. Sentimos inútiles pesares, estamos
sitiados por impotentes deseos por haber desconocido esta misión y nuestra vida se ve ator- mentada, hasta
que al fin volvemos sobre nuestros pasos. La vita è un tormendo finchè non si capisce quale è la missione per
cui la vita ci ha destinato. Bisogna capire quale è la nostra missione, anche se per farlo bisogna toccare i
margini più estremi dell’esistenza stessa.[…]Las enseñanzas no nos faltan ni para uno ni para otro estudio. El
dolor, ese rudo maestro, nos las prodiga sin cesar; pero no ha sido dado al hombre progresar sino con lentitud.
Sin em- bargo, si comparamos los males de que son presa los pueblos sal- vajes con los que existen todavía
entre los pueblos más avanzados en civilización y los goces de los primeros con los de los se- gundos, nos
admiraremos de la inmensa distancia que separa a estas dos fases extremas de colectividades humanas. […]
La mayor parte de los autores de memorias que contienen revelaciones no han querido que aparezcan sino
cuando la muerte los ha cubierto de la responsabilidad de sus actos y palabras, sea que fuesen retenidos por
una susceptibilidad de amor propio al hablar de sí mismos, sea por temor a suscitarse enemigos al ha- blar de
otros, sea que temiesen las recriminaciones o los mentís. Procediendo en esta forma han invalidado su
testimonio, al que sólo se presta fe cuando los autores de la época lo confirman Dice che ormai non ha
nemmeno più il pudore di mettersi al riparo dalle critiche. Sa che nel momento in cui pubblicherà questo
libro la sua vita non sarà più la stessa: suo marito comunque c’è ancora, e così i suoi figli. Sa che sarà
condannata. Dopo la pubblicazione tutto il mondo si scaglierà contro di lei. Dice che gli altri autori con testi
così “scandalosi” avrebbero preso precauzioni, ma la sua missione è quella di denunciare e porsi al servizio
degli altri nonostante tutto.
Nella prefazione alla prima edizione viene ricapitolata tutta la sua esistenza.

Pag. 93  El “Mexicano”
Dice che il 7 aprile 1833, anche suo compleanno, parte grazie ai contatti con il marinaio che aveva conosciuto.
Il viaggio sarà infinito e lei si lascia tutto alle spalle, non sapendo nemmeno se il viaggio avrà un ritorno. Al di
là della verità o meno della data, è interessante vedere che l’autrice presenti questa data cercando di dare
un effetto di verità. Questa data rappresenta una nuova nascita, è per questo che sottolinea che è il giorno
della sua nascita. Alla nascita è abbinata la morte  il viaggio implica una trasformazione, una morte rituale:
nel momento in cui si è di fronte all’abisso di un viaggio come questo, l’idenità viene lacerata: si lascia alle
spalle una vita per affacciarsi a una nuova. La morte rituale è evidenziata dall’agitazione, l’impossibilità di
dormire, l’essere sconvolta e scossa. Un altro elemento molto importante è il momento del giorno in cui si
svolge il racconto: l’alba  è un passaggio tra la notte e il giorno, cioè il tempo del rituale: vuole inscrivere
sé stessa in uno scenario iniziatico.
Appare la parola chiave: morte  si descrive come un condannato a morte e unica testimone del suo corteo
funebre. Vuole evidenziare a come siamo di fronte a una morte e una rinascita totalmente autoreferenziale:
è testimone della sua stessa morte che lei ha voluto.
La metafora della morte è presente in moltissimi racconti, così come l’ultimo saluto a ciò che si è vissuto. Lei
si trova da sola e maledice la solitudine: da un lato la scelta di andarsene è totalmente sua, ma la sua
solitudine sottende il rifiuto della società: maledice ciò da cui si sta allontanando. Dice che vorrebbe essere

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la contadina o l’operaio che tornano dal lavoro  volontà di essere inscritta nella società : alla fine non
vorrà più essere inscritta in questi modelli, qui non c’è ancora stata la trasformazione.Da un lato c’è la
volontà di andarsene, dall’altro lo spettro dell’impossibilità di essere accettata dalla società così com’è 
deve cercare un modo per riscattarsi.
Le forze la stanno progressivamente abbandonando, come se l’energia della vita passata la lasciasse alla città
come eredità, e chiede a Dio la morte come rimedio ai mali.
Sale sulla barca reagisce: urla dalla finestra e dimostra la sua sovversione alle regole.

Pag 101  inizia il momento della navigazione. Si sente male per la navigazione: nell’introduzione lei
identifica i mali del corpo con quelli dello spirito, quindi questa descrizione del mal di mare è descitta con
una aggettivazione che riconduce alla morte rituale. Dice che per tutto il viaggio (103 giorni) c’è una
sensazione di agonia permanente  passaggio di stato.

Pag. 104  dice che per tutto il viaggio perde la sua coscienza dell’essere, che significa passare ad un altro
stato. È un passaggio di stato, si deve passare per la morte: una parte dei lei morirà, e lei si trasformerà in
qualcos’altro.

Pag. 227  il viaggio si articola in due:

- Viaggio per mare – è l’ambiente più favorevole per un’iniziazione, la nave è l’elemento simbolico per
il cambiamento
- Viaggio per deserto – simile al viaggio per mare, si vede solo sabbia

Ci saranno molti mesi di traversata il mare e poi il deserto per arrivare ad Arequipa.
A pag 227 viene ripreso il discorso della morte rituale: dice che si sente legata alla terra da un esile filo. I sensi
sono fuori gioco: non si sente e non si vede. I compagni la aiutano bagnandole il viso e facendole mangiare
arance: torna alla vita, torna l’energia nonstante il malessere fisico sia sempre presente. Passato l’intermezzo
della nave, più si avvicina alla famiglia paterna, più vediamo la dicotomia morte-rinascita. A darle l’energia
è la visione del futuro che si proietta davanti ai suoi occhi.

Pag. 234  arrivo alla casa dello zio. L’arrivo avviene di notte: FT si sente bene nella sua condizione di
invisibilità.  l’autoaffermazione passa per l’essere in negativo, qui c’è un segno testuale di questa cosa.
Già questo fa capire che non andrà bene. (arriva di notte ed è felice che nessuno la veda).
Entra nella casa e fa una descrizione teatrale del suo ingresso: lei però è spettatrice, descrive come se fosse
fuori dalla scena  non è compresa nella situazione, crea uno scenario perché il suo punto di vista è fuori.
La accoglie la cugina. Arriva il prete che le fa un discorso sulla nobiltà della sua famiglia e di sua nonna. Capisce
che tutti gli omaggi che le fanno sono esagerati e che lo fanno solo per fare piacere allo zio.
Lei è lì ma non è nella scena: le parlano ma lei si concentra sulla conformazione del soggiorno, una scena a
cui sente di non appartenere.
FT chiede di essere scusata dalla cena che la cugina le aveva fatto preparare: si sente stanca e non vuole che
gli ospiti stiano lì a guardarla (desiderio di invisibilità), tutti sono molto contrariati. Anche il fatto che non
mangi è un riferimento all’invisibilità (anoressia, volontà di sparire e di sottrarsi al mondo). Viene
accompagnata nelle stanze che le sono state assegnate che definisce “ammobiliate più che meschinamente”
 viene accolta in un palazzo molto ricco, i presenti tessono le lodi alla generosità dello zio che però la fa
albergare in due stanze molto povere, spoglie. Lo zio mostra al mondo un lato mirabolante di sé, ma la sua
avidità in realtà è grandissima “dietro le quinte”. La dimensione dell’accoglienza e del dono è totalmente
negata e contraddetta.

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Lezione 25 – 14 maggio

Quando si rende conto che il suo obbiettivo iniziale non è realizzabile, l’autrice ne prende consapevolezza e
ribalta il senso di essere paria affermandolo come valore positivo, sovvertendone l’ordine. L’essere fuori dalla
norma, l’agire diversamente configurando il mondo in maniera alternativa è da sempre stato considerato
pericoloso e anomalo in nome di un’uniformità dei comportamenti sempre più rigida. Attraverso la
risemantizzazione del termine paria FT lo fa uscire dalla normalizzazione del linguaggio che le da un
determinato significato condiviso: scava nelle pieghe della parola e la risemantizza inserendola nella memoria
culturale di una determinata realtà.
Dall’incontro con lo zio dipende l’esito del viaggio. Già dalle prime battute capiamo che le sue aspettative
sono frustrate ma invece che abbandonarsi Flora Tristàn gira il discorso: l’introduzione è fondamentale
perché si parla di una sorta di provvidenza laica, il fato.
Dal titolo si capisce che sono più peregrinaciones, perché da quel momento la sua identità si trasforma esce
dai modelli stabiliti ed intraprende un percorso trasformativo che non la farà più fermare.
C’è il campo semantico della sottrazione, che afferma la condizione di paria come di privazione, di assenza,
di invisibilità; ma in realtà l’invisibilità non è patita né subita, è attiva  si sottrae alla situazione piuttosto
che rimanere ai suoi margini, assume attivamente la condizione e scompare, decide di sottrarsi: è lei che
vuole essere invisibile e vuole sottrarsi dal gioco piuttosto che rimanere ai margini patendo la sua marginalità,
assume la sua marginalità e decide di sottrarsi. Questo si vede quando è contenta perché gli abitanti non la
notano in Perù (discorso dell’oscurità) e quando, nel palazzo dello zio, fa una descrizione teatrale dello
scenario come se lei ne fosse fuori, analizza tutti gli elementi come se fosse una spettatrice, si tira fuori come
se non ne fosse parte integrante  teatralizzazione.

Nel momento in cui scrive posteriori sappiamo già dall’introduzione che non andrà bene dallo zio, deve quindi
elaborare questo rifiuto e lo si può fare in due modi:
- accettandolo melanconicamente
- dando un senso a questo rifiuto, definendosi come paria: la marginalità, il vuoto diventano valori
positivi
L’elemento fondamentale è l’oscurità: è presente sin dal suo arrivo dallo zio ed è qualcosa di cui lei è felice
di poter sparire. Non si inserisce ai margini di una scena ma esce dalla scena per osservare dall’esterno, lei
sceglie di stare fuori. Il fuori diventa il suo punto di osservazione del mondo; da qui non solo ritorna sulla sua
situazione personale, ma fa una serie di commenti sulla condizione del Perù, mettendola paradossalmente
al centro della scena politica perché tutti vogliono sentire la sua opinione.
Dal suo ruolo marginale Flora crea una prospettiva alternativa dove si limita dagli schemi e segue il suo
“sentire”.
Nel rifiuto dello zio viene fuori la sua personalità avida, non generosa e incapace di qualsiasi forma di dono
tra cui quello dell’ospitalità (dono come apertura all’altro). C’è una differenza tra l’accoglienza pubblica e la
sostanza che c’è al di là dei riflettori.
pag. 237  la stanza deprimente e spoglia è quella dove si ricevono parenti e amici. C’è un passo ulteriore
nella costruzione dell’identità: slitta dalla dimensione soggettiva a una collettiva. La descrizione della stanza
è in continuità con la nuova identità di Flora perché lo spazio che occupa rispetta la sua condizione di
invisibilità voluta, soprattutto alcuni dettagli che, al di fuori del discorso, sarebbero insignificanti es.l’insistere
nelle bianche parenti e nella freddezza dell’ambiente evidenzia come si trova in un luogo privo di
connotazioni, neutro, e questa neutralità coincide con la sua nuova posizione.
Passa da una descrizione da soggettiva a collettiva, contrastando lo zio: quando parla del rifiuto, non parla
solo per sè stessa  sappiamo che la sua trasformazione è già avvenuta perché le sue considerazioni si
estendono a tutti quelli che come lei potrebbero essere ospitati nella casa di Pio Tristán. Si crea una dicotomia
tra sostanza e apparenza. Don Pio presenta un volto che non coincide con la sua vera natura e quindi non
può che essere in consonanza con chi vuole rappresentare una nuova verità (Flora).
Flora non pensa solo a sé stessa ma a tutti coloro che potrebbero vivere la sua stessa situazione.
Nel protocollo Flora avrebbe dovuto accogliere tutte le persone che venivano a farle omaggio nei saloni della
casa lei si rifiuta per più volte, fino a che deciderà di ricevere le persone nelle sue stanze spoglie. Lo spazio
neutro e dipinto in negativo, diviene l’unico spazio possibile per intraprensere un dialogo. Si pone su una

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soglia in cui cambia le regole del gioco e interoloquisce con chi era omologato nelle regole dell’altro spazio.
È una situazione di soglia  tra mare e cielo, tra deserto e ora tra due modi di essere nel mondo. Si sta
scoprendo una soggettività alternativa che inizia a delinearsi, una soggettività che sta passando
dall’individuale al collettivo, e che per realizzarsi deve alimentarsi di soggettività che possono condividere
con lei questa dimensione, che sono state relegate ai margini della società come lei. Queste figure le
riconosce in figure femminili che le stanno attorno e che hanno con lei un legame di parentela. Dopo che il
legame paterno è saltato, cerca altre figure di famiglia, riabilitando una serie di figure femminili.
Tutte queste figure vengono descritte attraverso una forma di mascheramento o di trasfigurazione della
propria identità, c’è sempre qualcosa che non le fa esprimere; Flora ribalta queste maschere. A volte la
maschera coincide con l’identità  è una trasformazione del concetto stesso di maschera, se la maschera
coincide con l’essenza, se la maschera si può trasformare e rivisitare a seconda di come viene guardata
succede qualcosa che vediamo nel testo. Flora pone la dicotomia dell’apparenza e dell’essenza con suo zio,
ora fa un passo avanti dimostrando come si può pensare alternativamente e come la maschera che si pensa
possa occultare l’essenza creando una dicotomia tra falsita-verità può saltare completamente in una
dinamica per cui si cambia il modo di guardare la maschera. Al centro c’è ancora la riabilitazione del concetto
di paria: facendo saltare la categoria di centro e margine, rimane solo la soglia, il confine, lo spazio che sposta
e trasforma il nostro modo di vedere le cose. Tutte queste figure sono alter ego di Flora, che può dire di loro
perché assume il loro destino in una sorta di condivisione di un destino comune. Le figure sono:

La prima figura è la cugina Carmen  la accoglie il primo giorno e che a un certo punto Flora. Carmen passava
la giornata a fare visite e restituirle. È molto fissata sull’etichetta e spera che anche Flora lo sia. A Carmen
però non piaceva tutto questo, e quando Flora si stacca dalle continue visite e Carmen la ammira anche se
non sa fare lo stesso.
Flora la presenta al lettore in una sorta di ritratto. La bellezza di Carmen è stata sfigurata dalla “maschera”
del vaiolo che impedisce di mostrare il suo vero essere. Per descriverla si concentra sui piedi, guarda la realtà
da un altro punto di vista (non si concentra sul viso ma sui piedi), guarda quello che c’è di bello in una figura
che non può essere rubricata solo per il suo volto; la allontana da ciò che è standardizzato per osservare altri
aspetti. Flora guarda ciò che c’è di bello e notabile in una figura che è altro oltre alla sua maschera. Anche a
livello di stereotipo, il volto è associato all’anima, il piede e le caviglie dovevano essere coperti, quindi erano
una cosa intima e da censurare: la sovversione di Carmen viene fuori quando si mette vestiti corti, calze di
seta che mostrano i piedi e il fatto che questo abbigliamento non è consono all’età che ha (circa 40 anni).
Tristán sottolinea il potenziale sovversivo di chi non vuole rompere la convenzione, ma esprime la propria
diversità. Dalla descrizione esteriore si va all’interiore🡪pone la sua intelligenza al di là dell’educazione, il che
fa saltare altri modelli.
Poi parla del carattere: è molto intelligente al di là dell’educazione.

La seconda figura è Dominga un’altra parente che non conosce direttamente ma la conosce attraverso i
racconti su di lei. La figura di Dominga aiuta a entrare in uno spazio classico per quanto riguarda gli spazi di
(de)formazione femminile: il convento. Il convento fu uno spazio ibrido che oltre ad essere di rifugio e
preghiera diventa uno spazio in cui la donna può realizzarsi politicamente. Il convento di Dominga somiglia a
quello da cui Sor Juana scappa. Dominga è diventata una leggenda per la sua volontà di rompere gli schemi,
non sopportare l’ipocrisia cui la società l’ha costretta e scegliere per la propria vita.
A 16 anni si innamora di uno spagnolo che la corteggia e la chiede in sposa, i genitori accettano il matrimonio
ma gli chiedono di aspettare almeno un anno perché Dominga è piccola. Nel frattempo, lui trova un partito
migliore e si sposa con una ricca vedova, abbandonandola. Non sopportando questo abbandono e come
gesto di rifiuto alla convenzione del matrimonio Dominga entra in un convento, ma poi capisce che non è la
sua strada: vuole scappare. Per riuscire a scappare chiede di confiscare un cadavere nell’obitorio del villaggio:
voleva farsi scambiare per questo corpo e dargli fuoco nella cella, fingendo fosse lei, e poi scappare. Fuori dal
convento non riesce però a sopportare una vita di stenti, quindi chiede la sua eredità, ma così viene scoperto
il suo inganno e viene emarginata dalla società. L’elemento che può interessare a Tristà
- fuga: Dominga scappa fingendo la sua morte, attraverso la cancellazione del sé: ricorda Manzano che
dice “el esclavo es un ser muerto ante su senor” = la società non da seconde occasioni, deve fingere

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di essere morta. Ricorda anche Los Fugitivos, perché anche lei come Cimarròn non sopporterà il fatto
di essere completamente libera senza nessun legame.
- rifiuto del matrimonio
Siamo di fronte ad una critica sottesa ad un sistema fondato sulla proprietà privata e il capitalismo: senza
eredità Dominga non può vivere in modo dignitoso. Ci sono molte critiche a questo tipo di discorso, che poi
si faranno più vive.
Finire la storia di Dominga da 376 a 382.

Le altre figure a cui Flora si ispira sono donne che nella storia sono invisibili: sono le donne delle campagne
rivoluzionarie, le Rabonas.
Las Rabonas (pag.365): sono donne dell’esercito, che accompagnavano gli uomini. Tristàn arriva nel
momento dell’indipendenza del Perù che non si chiude immediatamente ma continua con anni di guerriglia
e instabilità. In questa guerriglia le donne hanno parte attiva: molte si occupano delle famiglie ma altre
seguono gli uomini nell’esercito. Il ruolo delle donne nell’esercito non è per niente riconosciuto se non da
pochi come la Tristàn. Flora descrive Las Rabonas: precedono l’esercito per avere tempo di preparare viveri
e l’alloggio. Le Rabonas sono armate! Da questa decrizione ci fa capire il lato oscuro e invisibile delle
campagne: le Rabonas si occupao della consistenza del campo ma sono anche armate, intervengono in
battaglia.
L’obbiettivo di Flora è di riscrivere un racconto alternativo, capace di illuminare l’invisibilità che lei ha assunto
come destino. È un percorso paradossalmente inverso: dal luogo dell’invisibilità vuole edificare un
controdiscorso che dia visibilità. Flora può dire di loro perché assume su di sé il loro destino oltre che il
proprio.
Las Tapadas Lemeñas (pag.491): donne che vestono il manto tipico del Perù  è un vestito tipico del Perù,
non arriva dalla Spagna ma c’era già al momento della conquista. Il vestito si chiama “saya”: vestito che lascia
scoperta solo una parte del volto e le mani, come quello delle donne islamiche. È un vestito molto semplice
ma la donna, fatta di materiali diversi a seconda della gerarchia della donna. Tristán tratta il problema del
vestito come riflesso di un immaginario: la norma decide se un determinato vestito è simbolo di bellezza o
meno (infatti le donne di Parigi sono inorridite davanti a questo vestito). Las Tapadas diventano
estremamente seduttive per quello che non si vede (logica dell’invisibilità: la potenzialità di quello che è
occultato dal manto). Questo vestito occulta la figura femminile e permette l’anonimato apparentemente
è un segno di copertura del corpo, ma in realtà non solo può essere un grande strumento di seduzione ma
può anche essere utile nel momento in cui queste donne voglio farsi i fatti loro Identità cambiante, che si
può trasformare. Questo “travestimento” permette alle donne di andare dove vogliono, di essere liberi e
indipendenti.

Pag.455 L’autrice lascia la casa dello zio che non l’aveva adottata ma solo tollerata, scappa per andare in
un posto che non conosce, senza progetti. È rifiutata su tutti i fronti e parte all’avventura. “invocando en my
ayuda la sombra de mi padre"🡪 è il sigillo di tutto ciò che abbiamo detto. L’ombra di suo padre è ciò che
resta, non l’integrità che può essere accolta attraverso la filiazione iscritta nella norma, ma i resti dell’intero.
Le idee migliori vengono nei momenti di disperazione: il motore delle grandi azioni che cambiano la vita si
muove nelle premesse di un momento di grande vuotoe grande rottura, di assenza.

Lezione 26 – 20 maggio

Leggere i saggi critici della prof su Flora e la comparazione con la Mariscala (?).
La griglia deve essere di massimo 10/15 cartelle da 2000 battute. Va consegnato almeno 10 giorni prima
dell’esame. Dovremo analizzare il testo di Scorza. Il parziale non comprende queste ultime due lezioni.
Depositare l’elaborato nella cassetta della prof in iberistica.

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Abbiamo visto le donne di cui Tristàn parla nel suo testo: attraverso questa “collezione” di figure femminili
risemantizzate (il piede di carmen, la fuga di Dominga, le Rabonas, il vestito tipico delle donne di Lima)
l’autrice da una versione alternativa alla visione ufficiale. L’autrice risemantizza il loro ruolo nella società.
Facendolo, è come se se le caricasse addosso: tutte queste figure femminili sono uno spettro della sua
identità, rispecchiano una parte dell’autrice e la sua condizione di paria che verrà edificata come modello
positivo. Il punto più alto di questa catena di cannibalizzazioni è lincontro con Donna Pancha, la “mariscala”:
è moglie del mariscàl, molto importante per l’indipendenza, che per una serie di vicissitudini è costretta
all’esilio dopo aver edificato la patria. Le guerre d’indipendenza non si esauriscono con l’emancipazione dalla
Spagna ma continuano per molti anni. La Marìscala è costretta all’esilio in Cile, come se il Perù che ha tanto
amato le voltasse le spalle. È accompagnata dalla sorella in questo esilio. È una donna distrutta che ha perso
ogni speranza ed è costretta a strappare la radice che la lega alla sua patria. È l’ultimo elemento che edifica
la paria: il legame con la terra, con la propria origine. È un esilio ancora più significativo se consideriamo che
ha dato tutto per la costruzione della sua patria: esiliarsi significa decostruire la propria identità. Questo
elemento si vede nella descrizione fisica di questo personaggio: attraverso la descrizione possiamo ricavare
molti elementi simbolici fondamentali. Come ce la aspetteremmo? Vestita in modo androgino, stava sul
campo di battaglia. Questa è una donna che ha combattuto in prima linea. Invece la troviamo sulla nave per
il Cile con un vestito lussuoso e pomposo, non adatto alla sua figura di combattente. L’abito non rispecchia
la sua identità e lei lo sa, sa di avere degli abiti che non le appartengono: l’abito diventa una doppia prigione.
È una prigione dell’idenittà: deve tornare nei ranghi che le sono destinati dalla società, non più nella scena di
battaglia, deve tornare nella condizione di moglie e madre come premessa per l’esilio. Flora sembra riuscire
a penetrare nei pensieri di questa donna, che è stata una donna molto potente e che ora è ridotta all’esilio.
La sua superiorità le è data dal fatto che nonostante entrambe siano nella stessa condizione: entrambe hanno
vissuto in un certo senso la stessa esperienza. entrambe vivono una condizione di spostamento per
recuperare certi tratti identitari, dall’altra parte l’esilio per la Mariscala è la perdita di ogni filiazione, una
perdita delle proprie origini: è la stessa cosa che succede a Tristàn quando esce dal Perù. Nel dialogo con la
Marìscala Flora si sente superiore, è chiara la sua superiorità: Flora ha accettato e ha trasformato la sua
condizione, è contenta di essere ai margini, di essere paria. Flora ora sa che dal suo luogo marginale può
fare una serie di cose, nella marìscala vede una donna distrutta da ciò che ha perso che non ha la
consapevolezza che questa perdita potrebbe essere un nuovo inizio. È interessante tutta la simbologia:
leggere il saggio nella collana di segni che si chiama “La Marìscala en el espejo de Flora Tristàn”
Le due si incontrano casualmente quando la Mariscala sta per andare in esilio.

Il problema dell’indigenismo/ neo-indigenismo

Si può iniziare a parlare di problema indigeno nel ‘900: prima non vi era una vera e propria coscienza. Anche
sul problema africano si inizia a riflettere nel ‘900. Il problema inizia a porsi però quando nella configuraizone
e nella creazione della propria autoimmagine come nazione o come territorio, il fatto che ci siano delle
componenti identitarie eterogenee inizia a risultare un problema. Già nella colonia c’è quindi un problema
indigeno che deriva dall’impossibilità delle forme di rappresentazione: quando l’indigeno è espunto o non si
sa come definirlo, c’è una questione. La questione si pone sin dallo strappo della conquista e soprattutto nel
momento in cui si organizza la colonia attraverso una sistematica spoliazione di tutto ciò che v’era prima. Per
il negro si lega alla tematica della tratta, mentre gli abitanti indigeni vengono espropriati dalla loro tera.
Il primo punto è la distruzione dell’organizzazione politico-eonomica delle società indigene da cui si avvia il
problema indigeno.
Il processo di colonizzazione vede la cancellazione dei sistemi di organizzazione sociale che vi erano prima e
l’organizzazione del lavoro basato su un concetto inedito per gli indigeni, cioè la proprietà privata. Tutti i
grandi imperi pre-conquista hanno come costante la comunità: erano organizzazioni comunitarie che hanno
una relazione con la terra non legata alla proprietà ma una relazione sacra. Queste organizzazioni erano
gerarchiche ma non era una gerarchia politico-sociale, ma sempre dettata da principi religiosi e questo fa la
differenza. Viene introdotta la proprietà privata e la produzione è inclinata verso il mercato: viene introdotta
la moneta e il profitto personale, mentre prima non si poteva agire per profitto personale ma per la comunità
in cui ognuno aveva un ruolo autorizzato dall’alto.

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Il processo di colonizzazione impone un sistema economico-politico di tipo schiavista: la terra viene lottizzata,
viene introdotto un rapporto tra proprietari e manodopera che spesso è schiavizzata (anche nell’encomienda
c’era un sistema pseudo-schiavista). Siamo di fronte a una profanazione del significato identitario della terra,
che era sinonimo di comunità e popolata da una serie di elementi che si riferiscono alla sfera del divino.
L’espropriazione della terra era un concetto che non comprendevano, la terra era parte della comunità, non
esistevano senza la loro terra.
All’interno della comunità i campesinos erano lavoratori liberi retti da un ordinamento globale e divino che
coinvolgeva l’intera società. Nel caso del Perù era l’Inca, l’imperatore che ha in sé i tratti divini, emissario
diretto dello spirito della natura. C’era un rapporto sacro che viene soppiantato da un rapporto privatistico
e mercantilistico. Questi tratti possono essere riscontrati sia nell’analisi della situazione dell’impero Inca ma
anche maya e azteco. Il grande problema è che è facile cadere in semplificazioni: le visioni che possiamo
ricostruire riguardo alle civiltà amerindiane si costruiscono sulla poca iconografia e le cronache che abbiamo
di seconda mano: non abbiamo nessun documento chiaro che espliciti in maniera completa ciò che gli inca
pensavano di sé stessi. Ci sono quindi grandi oscillazioni di interpretazione.
Bisogna sottlineare però che la cosa fondamentale è il rapporto della terra vs il concetto di proprietà privata.
L’espropriazione della terra è legata ad altre forme di espropriazione (“la voz y la huella”, testo che afferma
come al discorso del pubblico-privato va affiancato il discorso dell’oralità e della scrittura). Una comunità che
si autodefinisce nella quale c’è un’organizzazione dove ognuno ha un ruolo specifico è una comunità che
condivide un sapere a trasmissione orale: l’oralità ha bisogno dell’Altro. Con la conquista e la Colonia si
introduce una cultura fondata sulla proprietà privata, un’organizzazione del lavoro che separa padroni e
schiavi ma soprattutto c’è l’introduzione della scrittura. Nella scrittura come strumento legislativo e
ordinatore, passiamo da un rapporto dialogico e comunitario (tramissione del sapere in forma orale) che ha
bisogno dell’Altro, nel momento in cui c’è la scrittura con l’Altro posso anche non entrare in contatto: io mi
lego con il documento che redigo, non con il mio interlocutore. La mediazione della scrittura non implica la
presenza dell’altro ma una centralità totale dell’individuo.
Il Requerimento: la scrittura diventa esercizio del potere, la scrittura è definitiva e non negoziabile. Le
conseguenze di questo processo:
- gli indios vengono spogliati “legalmente” della loro realtà perché non possiedono la scrittura e quindi
il potere. Non possono autorappresentarsi e l’oralità non ha lo stesso valore della scrittura.
- Viene rotto il sistema che era basato sull’equilibrio della parola viva, orale e si sostituisce una parola
conservativa, scritta.
- Slittamento della figura dell’indio da soggetto e protagonista della sua terra, a oggetto di un discorso
che è totalmente in mano ad altri: viene relegato ai margini della società e ridotto al silenzio.
Darcy Ribeiro in “Le americhe e la colonizzazione” definisce i popoli testimoni: paralizzate dall’attacco
spagnolo , le società maya incaica e messicana subirono un collasso. Le loro classi dirigenti vennero sostiuiti
da stranieri e le loro culture vennero annullate sotto molteplici pressioni. Ci fu la decimazione intenzionale
dell’antica casta governativa e sacerdotale che stava al centro dell’organizzazione sociale. La casta
governativa viene sostituita da nuovi dirigenti che introducono la proprietà privata.
La nostalgia è della stessa terra che è stata risemantizzata.
Sia nel momento della colonia sia nel momento delle repubbliche indipendenti la condizione dell’indio non
avrà radicali trasformazioni: si passerà da una forma di dominio ad un’altra. Ci sono sempre delle
problematiche di rappresentazione rispetto alla classe dirigente che si autorappresenta ma le condizioni di
vita rimangono sempre di totale dominanza.
Nel momento in cui il progresso e il pensiero lineare/credenza nella ragione come metro di misurazione della
realtà sono stati al centro, questi modelli posti dalla rivoluzione industriale non vengono scalfiti. Vengono
scalfiti quando iniziano ad entrare in crisi i primi modelli, cioè nelle guerre mondiali quando ci si chiede se il
progresso ha portato davvero cose positive.
Nello scenario del ‘900 viene ripreso il problema indigeno, perché? È uno scenario di grandi rivoluzioni a
livello europeo (russa, messicana) , fallimento del concetto di progresso della rivoluzione industriale, perché
viene ripensata la condizione indigena? Siamo di fronte ad un’altra reinvenzione. Chi vuole rappresentare
nuovi modelli per la costruzione del territorio, lo fa utilizzando come funzione l’indio e tutta la sua
subalternità. Non perché gli interessi in sé, ma perché vuole porre un certo tipo di istanze (stesso discorso
che abbiamo fatto per lo schiavo). Non c’è un interesse vero per i soggetti sfruttati, ma questi soggetti

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servono per creare un modello di oganizzazione sociale e politica che si confà a un certo tipo di
rappresentazione (svolte rivoluzionarie e sinistra, rivoluzione russa e messicana).
Per arrivare ad una riflessione piena, bisogna arrivare alla seconda metà del ‘900 attraverso il pensiero post
coloniale che ridarà voce alla cultura indigena recuperando le antiche tradizioni e il legame con la terra per
proporre saperi alternativi e per rivelare e svelare secoli di abusi e sottomissioni.

Fasi attraverso le quali l’immagine dell’indio viene articolata nel discorso narrativo:
la tipologia principale è “La narrativa indigenista” del 1971 di Tomàs Escajadillo che propone una
tripartizione:
 Narrativa indianista
 Narrativa indigenista clasica
 Neo-Indigenismo
Questa struttura da le tre letture della funzione dell’indio nella società che ha fatto ribeiro.
Indianismo oggettivazione e stereotipia della figura dell’indio. L’indio è ridotto ad un tipo oggettivizzato
che viene posto agli antipodi delle descrizioni (assolutamente barbaro o assolutamente buon selvaggio). Non
c’è uno sviluppo della sua immagine e la visione privilegiata è l’elemento esotico e quindi irreale. Sono testi
dalla forte impronta romantica.
Indigenismo clasico  evoluzione dallo stereotipo fisso ed esotizzante a un riscatto e umanizzazione della
figura indigena, all’ombra della mobilità sociale: si mette in luce il diritto delle popolazioni indigene di
riscattare la propria terra. Emerge una volontà di descrivere, anche se in maniera stereotipata, e integrare la
compagine nel disegno della società mentre nell’indianismo erano figure di sfondo tipizzate e non integrate.
Neo-indigenismo autori come Arguedas e Scorza. C’è la volontà non di inquadrare il problema indigeno
inquadrandone tutti gli aspetti (sociale, integrazione con il territorio, contrapposizione) ma di riscrivere la
storia da una prospettiva indigena: la forma di rappresentazione che si ha scardina il modo di vedere la realtà
e tenta di installare un pensiero eterogeneo.
Nel romanzo indigenista classico c’è il tentativo di immettere nel discorso una serie di parole e concetti che
non possono essere ridotti e semplificati in spagnolo ma che evidenziano la cultura altra (testi con glossari
dove ciò che riguarda l’indio viene circoscritto con parole altre rispetto al discorso spagnolo), nel caso del
neo-indigenismo si costruisce all’interno dello spagnolo e ripensare la lingua attraverso una cultura altra.
Non si include nello spagnolo un’altra lingua che rende la lettura incomprensibile, ma si riarticola la forma
dello spagnolo dando una musicalità e una struttura semantica che non è quella dello spagnolo abituale. In
Arguedas non ci sono riferimenti in quechua, ma uno spagnolo che non suona come dovrebbe suonare:
l’intervento è di ripensamento della lingua spagnola e di ingresso prepotente di un’altra modalità di
strutturazione dellal lingua che ne da l’eterogeneità. Rimane nella lingua spagnola che viene alterata da un
complesso socioculturale differente. L’alterità entra nelle fessure della lingua che assume un nuovo ritmo. Il
neo-indigenismo fa un tentativo di integrazione.

È la stessa tripartizione che avviene per la vicenda della compagine africana.

Lezione 27 – 24 maggio

Mentre il problema africano è inscritto nel fenomeno della tratta, cioè della deportazione forzata, che implica
sempre un movimento, il problema dell’indio è diverso: è una depredazione di un territorio a favore di
un’altra cultura. Affrontare il problema dell’indio significa analizzare lo strappo della conquista, nel momento
in cui si incontrano statuti socio-culturali diversi e molte culture vengono completamente soppiantate
dall’evento della conquista. Siamo di fronte ad un annullamento di tutta una serie di culture, civiltà, che
abitavano il territorio americano prima dell’arrivo degli spagnoli.
C’è stata la cancellazione di interi stepi linguistici: rimane solo il ricordo dei grandi imperi, tra cui quello Inca
(di cui parla Scorza, Perù). Il problema della terra nella zona andina è molto vivo perché la sopravvivenza
delle culture che rimangono nel territorio dopo lo strappo della conquista è ancora molto viva: si pone un

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problema di proprietà e insediamento sulla terra che è centrale. Con la schiavitù non c’è il problema della
terra, mentre qui c’è una privatizzazione di una terra che era concepita in continuità con queste culture:
passaggio dalla comunità, dalla terra comunitaria alla proprietà privata e al latifondo. Il nodo principale del
problema indigeno è proprio questo: il silenziamento delle civiltà precolombiane a favore di un modello di
interpretazione completamente altro.
Non abbiamo documenti certi che traccino una autorappresentazione chiara di queste culture, non sappiamo
come queste culture pensavano sé stesse, ma solo delle descrizioni di queste culture da parte di spagnoli o
studiosi. Non possiamo comprendere come la comunità soggetta all’Inca concepisse il governo: alcuni lo
assimilano addirittura al sistema schiavista ma noi non possiamo saperlo perché non abbiamo testi propri di
queste società.

Il nodo principale è quello che separa oralità e scrittura: è una dicotomia fondamentale ed incarnata
all’interno del contesto americano. Nel momento in cui una cultura viene trasmessa in modo scritto, la
trasmissione viene derogata alla scrittura e l’individualismo trionfa: sono culture che si articolano attraverso
un rapporto univoco con la trasmissione del sapere (studio, scrittura) e ciò che rimane è depositato in testi
che permangono, in cui viene esternalizzato il sapere, che ci trascende e non implica la relazione tra umani.
Le culture orali hanno bisogno della trasmissione, hanno bisogno del contatto, dell’Altro per non pedersi.
Questo discorso legato alla tramissione ci fa capire come le società si fondano su parametri completamente
diversi: le civiltà precolombiane hanno bisogno dell’altro per dire chi sono, non possono esistere come
individui perché necessitano di trasmettere il loro sapere all’altro.

La questione schiava è più “facile”: cancellare la loro traccia culturale è più semplice perché non sono più
nella loro terra, mentre per quanto riguarda gli indios il referente coincide con questo e c’è l’impossibilità di
cancellazione: le razze ci sono eccome, la componente che rivendica il diritto sulla propria terra è sempre
l’elemento caratterizzante.

Nel periodo della colonia, nonostante l’imposizione della proprietà privata, si stava meglio rispetto alla
repubblica. PERCHE’? con le repubbliche indipendenti abbiamo un passaggio da una condizione simil-feudale
ad un impianto più capitalistico: l’ingresso del capitalismo portato con i venti di libertà peggiora le cose
perché lo sfruttamento della terra diventa ancora più aggressivo rispetto all’encomienda che comunque
usurpava la terra ma in modo meno aggressivo. Il vincolo degli indios con la terra viene reciso TOTALMENTE
con il capitalismo. Inoltre il capitalismo porta allo spostamento di massa delle persone per lavorare in luoghi
diversi: nel momento in cui ci si dovrebbe liberare dalle catene schiaviste, si arriva paradossalmente al peggio.

Encastados= creoli che prendono il potere dopo le indipendenze vs indios  la condizione dell’indio rimane
identitca, di sfruttamento

All’interno del racconto e del romanzo abbiamo un ritratto di queste fasi: l’indio appare nella fondazione
delle indipendente come protagonista fondamentale.

L’indianismo inizia dalla fine dell’800 secondo Escajadillo: coincide con le prime forme di rappresentazione
dell’indio nella narrativa e così come quelle del negro: la figura dell’indio viene rappresentata come
caratterizzata, come un tipo, senza caratterizzazione psicologica, inscritto nel paesaggio. È una letteratura
interessata agli aspetti pittoreschi e spettacolari del continente più che ai protagonisti. L’indio è visto come
parte della natura. Questo genere è caratterizzato dal romanticismo e dall’idealismo. La rappresentazione
dell’indio è assolutamente tipizzata e idealizzata e posta sull sfondo: oggetto della natura che può essere
descritta oggettivamente.
1879 Cumandà di Juan Leòn de Mera, romanzo che non tratta dell’indio andino ma degli indios jibaros,
un’etnia della selva amazzonica famosa perché mummifica le teste dei prigionieri. Il fatto di prendere
quest’etnia lontana e non l’indio vicino è un modo di esotizzarlo ancor di più. Si racconta la storia di Cumandà,
una giovane bianca che viene allevata come una india e si innamora di Carlos, un bianco, e alla fine scoprono
di essere fratelli. Storia romantica con sullo sfondo questo argomento pittorico di indios barbari.

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1882 Enriquillo: leyenda historìca dominicana di Galvan, orfano adottato dai vicerè e allevato a corte dove
lui incontra Las Casas. C’è una visione di grande benevolenza nei confronti dell’indio. Immagine del buon
selvaggio inerme e vittima degli spagnoli. Il protaognista però di indio non ha nulla, è vissuto da sempre con
i vicerè: caso simile a quello di Manzano. Idealizzazione degli indios.

Indigenismo clasico Tra fine ‘800 e inizo ‘900, inizia a far emergere il conflitto indigeno così come si da in
questi territori, senza una necessità di redenzione di queste figure che per esempio in Arcides Arguedas
vengono considerate come arretrate e impossibili da recuperare e civilizzare. Ci sono romanzi ma a livello
stilistico vengono inserite parole che rimarcano l’alterità e la barbarie, ci sono parole indigene ma non si
cerca di esprimere un’identità realmente alternativa che integri nel proprio discorso l’altro. Ci sono glossari
che spiegano le parole, ma rimane la sensazione di estraneità permanente.
- Clorinda Matto de Turner, Peruviana, scrive nel 1899 Aves sin nido: due orfane di cui viene descritta
la tragica vita che vengono adottate da dei creoli che vuole opporsi allo sfruttamento del territorio
da parte degli spagnoli: creoli buoni vs creoli cattivi. Si denuncia, attraverso questi creoli occidentali,
come il mondo andino sia un mondo infernale protetto dal silenzio ufficiale e dagli interessi dei
potenti. C’è il ritratto della chiesa fortemente corrotta a partire dai rapporti più stretti che si
innestano, cioè i continui abusi che i sacerdoti hanno sulle indie. Anche oggi la chiesa è ancora un
grande problema nel cono sur.
- Arcides Arguedas (non è quello del 900), Boliviano, che pubblica Raza debronces nel 1919 e nel 1909
Pueblo enfermo. Il tema centrale è l’oppresione dell’indio da parte del bianco. La disuguaglianza si
fonda su basi economiche. La visione dell’autore è dura nei confronti dell’indio nonostante dipinga
l’oppressione e la violenza nei loro confronti: l’indio non viene salvato, non si pensa a un’educazione
come redenzione, siamo di fronte a due mondi diversi e divisi. L’arretratezza indigena viene
considerata come irrimediabile, come il male che degrada la società boliviana. L’odio tra le due parti
della popolazione crea una frattura irrimediabile. L’autore è un positivista che vede nell’arretratezza
del mondo andino la barbrie che non può essere riscattata.
- Jorje Icaza, Huacìpungo (patio di casa in quechua). Ritratto oggettivo della realtà equadoriana, viene
descritta in maniera oggettiva la condizione e lo sfruttamento indigeno, soprattutto la situazione per
cui gli indigeni vengono utiizzati come animali da trasporto con il capitalismo, la violenza sulle donne
e il lavoro forzato gratuito.
- Ciro Alegrìa, peruviano, El mundo es ancho y ajeno 1941: affresco della vita peruviana.

Neo-indigenismo vuole esprimere l’idenità che tenga conto dell’eterogeneità culturale. Non vengono inseriti
termini quechua, ma la lingua spagnola si modifica: non è una sintesi, vengono inseriti elementi di alterità in
un tessuto culturale spagnolo. Le maglie dello spagnolo vengono forzate, trasformandolo. Il vero riscatto
stilistico in cui ci si pone il problema dell’integrazione lo abbiamo con Arguedas2 e Scorza. C’è una denuncia
dei soprusi e abusi rispetto all’abuso della terra, al capitalismo, ai monopoli delle multinazionali, al ruolo della
chiesa corrotta ma con una lingua totalmente diversa, si vede soprattutto in Arguedas 2 che da allo spagnolo
la musicalità del quechua, una struttura diversa forzatura degli elementi sintattici e strutturali dello
spagnolo che richiama una modalità di pensiero Altra.
Scorza: Non c’è più la volontà di denunciare il conflitto, che sicuramente va denunciato, ma cercare di
recuperare una visione del mondo e di alcuni elementi della cultura inca che possono essere utili per tracciare
un modello alternativo di costruzione della realtà. Ci si chiede cosa queste culture possono dire e dare, ci si
chiede come queste culture siano state silenziate e violentate nel loro modo di esprimere il rapporto sacro
con la terra. Nello spazio del testo si cerca di esprimere la molteplicità di statuti culturali. Si pone il problema
del referente: il referente è sempre altro, sarà Polar a superare tutto questo concetto, che scrive un saggio
importantissimo “El indigenìsmo y las literaturas eterogeneas” (leggi su ariel). Le letterature omogenee sono
quelle che svolgono il loro orizzonte semiotico nello stesso ambiente (mittente destinatario codice segnale
omogenei), quando un elemento cambia la letteratura è omogenea. La letteratura ispanoamericana è
eterogenea perché il referente è altro: ci si esprime in spagnolo con modelli culturali occidentali. La
comunicazione non trova la parola per dire ciò che non è dicibile con i propri segni. Ci sono strategie narrative
tese ad allargare il processo di significazione per inserire segni culturali altri.

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El garabombo invisible: viene invisibilizzato perché le sue denuncie non vengono accolte. Come viene
trasformata questa invisbilità?

LINEE GUIDA PER L’ANALISI DI UN TESTO LETTERARIO

• Coordinate geostoriche di riferimento


Verificare con accuratezza il contesto storicot letterario che circonda il testo studiato Interrogarsi su:
tipo di letteratura si stava scrivendo in quel periodo [stili, correnti, prospettive] tenere conto che i
movimenti non sono sempre fissati nel tempo, es il barocco si trova spesso. Può essere utile
prendere come punto di riferimento l’anno di pubblicazione del testo studiato e indagarne i differenti
aspetti.
 La bibliografia di riferimento è costituita dalla storia della letteratura (Oviedo e
Perassi/Scarabelli).


• Biografia dell’autore/autrice: Raccogliere informazioni dettagliate attraverso la rete, soprattutto i


siti specialistici o i materiali forniti per la preparazione dell’esame (quando non i testi presenti nella
biblioteca di Iberistica). La biografia risulta importante per tracciare la relazione tra autore e testo: le
tracce della vita dell’autore che si riflettono nel suo narratore/personaggi.
 funzionale a spiegare
l’opera: non mettere cose inutili, interessa l’intreccio tra il biografico e la scrittura. Mettere in
luce gli elementi che hanno a che fare con il testo.

• Dimensione spazio-temporale: definire con accuratezza lo spazio e il tempo nei quali
 avviene la
narrazione. Chiedersi sempre: in che anni (epoca) è ambientata la storia? In che luogo (o luoghi)? In
apposita scheda, tracciare una descrizione breve, ma accurata, di tempo
 e luoghi (geografici,
abitativi). Per i più curiosi, una volta definito il cronotopo (preciso rapporto spaizo-temporale che
si trova all’interno del testo, termine di bachting), consiglio ulteriori approfondimenti su testi di
storia, società e cultura relativi al periodo storico
 narrato. Coordinate della narrazione: tempo e
spazio all’interno del testo. Perché un autore del ‘900 scrive sui primi dell’800? Dalla
descrizione del tempo e dello spazio capiamo qual è l’intenzionalità dell’autore. Indagare sul
periodo storico del testo.


 • Status: chiarire la classe sociale alla quale appartengono personaggi e protagonisti.
 Farsi cioè
un’idea esatta dello spaccato sociale rappresentato nel testo (ruoli, gerarchie, professioni, rapporti di
classe, conflitti imputabili al rango sociale ecc.). Mettere in relazione la società rappresentata con la
classe sociale di appartenenza dell’autore/autrice. Ciò al fine di verificare le capacità dello scrittore
di uscire dai propri contesti specifici e di allargare lo sguardo al complesso della società nella quale i
suoi personaggi si muovono. Encastados vs indios

• Narratore/narratori/tempo: Isolare le differenti voci narrative. Ciò allo scopo di valutare l’effettiva
coralità o polifonia del testo. Analizzare la relazione tra narratore e narratario e le diverse tipologie
di narratore. Osservare altresì i movimenti delle prospettive temporali (tempo della storia/tempo del

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racconto; movimenti analettici, prolettici; digressioni e descrizioni). Tali movimenti (di narratori e di
tempi) vanno diretti allo studio della struttura formale della narrazione (fabula/intreccio), della quale
va osservata la capacità di essere animata, articolata e dinamica. Che rapporto ha l’autore rispetto
al discorso che fa nel testo es. Arguedas 2 diventa orfano e viene cresciuto dalla componente
indigena a servizio della sua famiglia, la parte affettiva della sua infanzia è ricordata all’indigenismo
e impara il quechua e asusmerà la causa dell’indio come parte della sua esistenza
Quanti narratori? Che tipo di narratore extra diegetico o intra diegetico? Effetto polifonico?

Tempo della storia vs tempo del racconto

flash forward e flash back (prolessi e analessi)


tante digressioni= testo molto speculativo
descrizioni= azione, movimento nello spazio e del tempo

• Personaggi: Redigere una scheda per ogni personaggio, evidenziandone:



1. Collocazione sociale: anche attraverso l’uso di coppie oppositive (uomo/donna; criollo/mestizo-
mulato/indio; forte/debole; potente/subalterno; padrone/schiavo etc...)

2. Psicologia: personaggi statici (tipi) o dinamici. Redigere una classificazione dei personaggi a
seconda della loro importanza nella narrazione, dunque differenziare tra personaggi dotati di ruolo e
di spessore psicologico, e personaggi di mera cornice. Per i personaggi principali del testo,
evidenziare i conflitti e l’evoluzione del carattere all’interno della narrazione (quando presente, nel
caso in cui non ci fosse, quali sono le ragioni?).

3. Funzioni: valutare quale personaggio esprima un discorso di resistenza rispetto ai poteri dominanti,
tenendo in particolare considerazione l’immedesimazione dell’autore in determinati personaggi
chiave del testo (può naturalmente succedere che nessun personaggio esprima tale discorso di
resistenza, oppure che tale discorso di resistenza sia evidentemente destinato al
fallimento).
 Elaborare una griglia che rifletta il Sistema dei personaggi
(protagonisti/antagonisti/aiutanti/oppositori)

• Stile: rintracciare 1. Simbologia ricorrente nel testo; 2. l’uso di intertestualità (ovvero
 rinvio ad
altri testi) e l’uso dei paratesti (Epigrafi, prologo, epilogo, introduzione ecc.) 3. Struttura del racconto
(gradini, ostacoli, circolare, mise en abyme) 3. Analisi del discorso (diretto, indiretto, indiretto libero)
attenzione all’uso del monologo nelle sue differenti articolazioni ( il testo cioè è più propenso a far
dialogare i personaggi tra di loro oppure a far dialogare il personaggio con se stesso? Monologo
interiore, flusso di coscienza, soliloquio); 4. attenzione al registro della lingua utilizzata (ovvero se
ad ogni personaggio corrisponde un registro specifico riflesso del suo status sociale oppure no), alla
presenza di indigenismi/afronegrismi, all’uso dell’aggettivazione. Garabombo si trova anche in

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altri romanzi


 • Ideologia del testo: il complesso delle letture dovrà fornire una visione d’insieme finalizzata a
comprendere la genesi e lo sviluppo del romanzo di fondazione in America latina, la sua rete di
simboli e temi, il sistema dei personaggi e la sua simbologia. Denuncia che troviamo in Scorza: va
evidenziato come il complesso del testo fa capire come si articola la denuncia riseptto alla
condizione dell’indio in Scorza.

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