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APPUNTI SU WITTGENSTEIN

La proposizione numero 2 del Tractatus logico-philosophicus recita: <<Ciò che accade, il fatto, è il
sussistere di stati di cose>>. Uno stato di cose è un insieme di oggetti che si combinano.
Ovviamente ogni oggetto, che è l’elemento semplice ultimo per la combinazione, in base alla sua
natura ovvero in base alla sua configurazione, possiede delle proprie possibilità di combinazione
(es. una penna può trovarsi su una scrivania, su un foglio, in una cartella, in una borsa, nella sacca
di una giacca, impugnata in una mano ecc…). Quando Wittgenstein parla di stati di cose che
sussistono si riferisce a stati di cose, cioè a combinazioni di oggetti, che sono reali, ossia evidenti.
In poche parole, non tutte le possibilità di combinazione di oggetti possono realizzarsi e risultare
evidenti, alcune sono reali, quindi accadono e sussistono (sono cioè dei fatti), altre no ergo non
sussistono, e rimangono semplici possibilità.
La proposizione numero 2.1 riporta: <<Noi ci facciamo immagini dei fatti>>. Un’immagine per
Wittgenstein è essa stessa un fatto, giacché consiste di elementi in connessione tra loro, e a ciascun
elemento corrisponde un oggetto della realtà, e a ogni relazione di elementi corrisponde una
relazione (o combinazione) di oggetti che è costitutiva di un fatto. Il modo in cui gli elementi
dell’immagine sono connessi vanno a costituire la forma della raffigurazione, e essa non sarebbe
altro che la possibilità degli elementi dell’immagine di trovarsi in quel modo, ovvero in quella
relazione. Ora arriva un po' il difficile, nel senso che se capisci questo cara Francesca, svolti e
capisci tutta la filosofia del linguaggio di Wittgenstein, io intanto ci provo a farti capire, speriamo
me la cavi. Quando Wittgenstein dice <<noi ci facciamo immagini dei fatti>> vuole dire che le
nostre raffigurazioni non sarebbero altro che conseguenze empiriche, cioè dovute ad esperienze di
fatti che noi abbiamo vissuto (es. ho visto in tutta la mia vita fino adesso una volta una penna su un
bancone, un’altra volta su una cattedra, un’altra volta un insieme di penne in un portapenne, come
vedi una serie di stati di cose). Ora veniamo al dunque: è sbagliato dedurre che l’immagine è
sempre l’immagine di un fatto. Ricollegandoci all’esempio appena fatto, un’immagine che io mi
faccio di una penna su una scrivania, è sì l’immagine di un fatto (perché ne ho avuto esperienza una
o più volte), ma di un fatto possibile, perché ora magari può trovarsi o meno sulla scrivania. Se lo
stato di cose che mi raffiguro oltre ad essere possibile, sussiste, cioè accade, sarà l’immagine di
un fatto (questo è fondamentale per capire Wittgenstein).
Ora tra uno stato di cose che sussiste, cioè un fatto (ad. Es. c’è un gatto su un tappeto) che va a
costruire l’immagine di questo stato di cose, e lo stato di cose raffigurato (il gatto sul tappeto), c’è
qualche cosa in comune che Wittgestein chiama la forma logica. La forma logica non sarebbe altro
che la forma della raffigurazione, cioè la possibilità degli elementi di trovarsi in quel modo (gatto
raffigurato + tappeto raffigurato) e la rispettiva combinazione di oggetti nella realtà (il gatto sul
tappeto). Ora la forma logica della possibilità di combinazione di elementi in un’immagine (gatto
raffigurato + tappeto raffigurato) che va a costituire l’immagine del fatto (il gatto sul tappeto),
coincide con la forma logica dello stato di cose, cioè del fatto (il gatto sul tappeto). La possibilità di
combinazione di elementi (forma della raffigurazione) che si realizza in una immagine è la forma
logica dell’immagine e coincide con la forma logica dello stato di cose raffigurato (che risulta
raffigurato proprio grazie a questa coincidenza). Ciò è riassunto dalla proposizione 2.2
“L’immagine ha in comune con il raffigurato la forma logica di raffigurazione”. In poche parole,
tutti i tipi di immagine e tutte le rispettive forme di raffigurazione (cioè modi degli elementi di
trovarsi in una combinazione, o relazione) hanno la proprietà di essere logici, e per Wittgenstein
ogni immagine è anche immagine logica, cosicché qualsiasi immagine può raffigurare il mondo in
quanto è immagine logica. Logica per Wittgenstein non significa studio della validità di argomenti,
ma riguarda l’ordine delle possibilità: possibilità di combinazione di oggetti in stati di cose, e quindi
di elementi di immagini in immagini.
Ora concentriamoci sulla filosofia del linguaggio. Per Wittgenstein una proposizione rappresenta il
sussistere degli stati di cose, quindi come vedi, applica tutta la teoria della raffigurazione, cioè tutto
quello che si è detto a proposito delle immagini, al linguaggio. Cos’è il linguaggio per
Wittgenstein? È la totalità di tutte le proposizioni dotate di senso. Che significa una proposizione
dotata di senso? Una proposizione per Wittgenstein è essa stessa un’immagine, cioè rappresenta uno
stato di cose. I nomi, che sono gli elementi costitutivi (ovvero gli elementi ultimi semplici) di una
proposizione, corrispondono agli oggetti della realtà, e quindi ad una relazione di nomi in una
proposizione corrisponde una relazione di oggetti nella realtà (Wittgenstein parla a proposito di
isomorfismo tra proposizioni e stati di cose). Wittgenstein sostiene che le proposizioni devono
essere articolate, ma ci sono casi di proposizioni che constano di una sola parola (ad es. “Piove”).
Andando avanti nel Tractatus nella proposizione 4.1. si legge: <<La proposizione rappresenta il
sussistere e non sussistere degli stati di cose>>, quindi Wittgenstein facendo un commento corregge
quanto detto prima, ossia che una proposizione rappresenta il sussistere di stati di cose. Una
proposizione si può comprendere a prescindere se essa rappresenta uno stato di cose che sussiste o
meno, ovvero a prescindere dalla sua verità o falsità. Il senso di una proposizione si mostra dice
Wittgenstein, in quanto una proposizione, essendo un’immagine, raffigura uno stato di cose. Quindi
se io dico “il gatto è sul tappeto”, essa è una proposizione dotata di senso, in quanto io mi raffiguro
un gatto su un tappeto, ovvero la possibilità di quel gatto di trovarsi su quel tappeto. Essa ha anche
significato? Nella proposizione 4.024 del Tractatus scrive Wittgenstein: <<Comprendere una
proposizione significa sapere cosa accade se essa è vera. (La si può dunque comprendere senza
sapere se è vera)>>. Una proposizione contingente, concernente cioè verità di fatto, ha dunque
senso senza sapere preventivamente se essa sia vera o falsa. Ogni proposizione che non sia una
tautologia (2+2=4) o una contraddizione (“piove e non piove”), cioè che sia sempre vera o sempre
falsa indipendentemente dallo stato di cose al quale si applica, è essenzialmente vera-falsa. Solo con
il ricorso all’esperienza si può stabilire se sussista o meno lo stato di cose raffigurato dalla
proposizione, ovvero se la proposizione sia vera o falsa, ossia se la proposizione abbia significato o
meno. Quindi ricollegandoci all’esempio del gatto sul tappeto, tale proposizione ha senso perché
esprime la possibilità del sussistere di questo stato di cose, e avrà significato se, tramite il ricorso
all’esperienza, in termini filosofici meglio dire tramite una verificazione empirica, si constata il
sussistere dello stato di cose raffigurato dalla proposizione “il gatto è sul tappeto”, quindi se
effettivamente quel gatto è su quel tappeto. E le proposizioni metafisiche? Hanno senso, significato,
sono vere, false? Per Wittgenstein sono insensate, infatti la proposizione “Dio esiste” non ha senso
non perché è falsa ma proprio perché è priva di senso, è priva cioè di casi in cui può essere vera o
falsa. Essa è priva di possibilità di sussistenza, è una non-raffigurazione di un non-stato di cose
(Wittgenstein infatti denomina le proposizioni metafisiche come pseudo-proposizioni). Di
conseguenza la scienza non sarebbe altro che la totalità di tutte le proposizioni vere, cioè dotate di
senso e significato. E la filosofia? Per Wittgenstein è un’attività, l’attività di chiarire logicamente il
pensiero, ed essendo per Wittgenstein il pensiero “la proposizione munita di senso”, la filosofia è
allora attività di chiarificazione di proposizioni di senso, cioè di possibilità di sussistenza di stati di
cose.
Spero veramente di essere stato chiaro, comprendendo la difficoltà di Wittgenstein, un filosofo
davvero ostico. Scrivimi su whatsapp per qualsiasi esigenza di chiarimenti.