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Linguistica Generale

La fonetica
Quando parliamo facciamo un uso della lingua (individuale) che è concreto. Concreto vuol dire che io
emetto un suono che si trasmette nell’aria in forma di onde sonore e arriva all’orecchio di B (ascoltatore).
Questo atto individuale e concreto da Socieur in poi viene detto “atto della parole” e il circuito è detto
“circuito della parole”.

Il parlante A emette un atto linguistico, che propagandosi nell’aria giunge all’orecchio di B. quest’ultimo lo
decodifica, lo interpreta. L’atto diventa dunque di tipo cognitivo in quanto la decodifica avviene nel
cervello.

1° momento : MATERIALE, il suono viene prodotto

2° momento : ASTRATTO, il suono viene decodificato

Una volta che B decodifica il messaggio, il parlante risponde indirizzando ad A un nuovo messaggio.
Abbiamo dunque un nuovo momento materiale (suono di B che viene trasmesso ad A) e un secondo
momento astratto (A decodifica il suono) – CICLO DELLA PAROLE

Questo atto implica dunque due attività. La prima di tipo MATERIALE, che riguarda l’udito e la fonazione. La
seconda è più astratta e di tipo COGNITIVO.

Quando parliamo utilizziamo i foni, ovvero i suoni che hanno un valore linguistico. Questo non perché il
singolo suono in sé ha un valore linguistico, ma perché la comunità nella quale vivo accosta un valore
linguistico al determinato suono. Il valore è sempre comunitario, se ci trovassimo da soli e non
condividessimo la parlata con nessuna comunità, quelli sarebbero semplici suoni poiché nessuno ci
capirebbe. I suoni diventano foni perché esiste una comunità che attribuisce ai suoni un valore.

I foni sono alla base del “circuito della parole”. I foni sono prodotti dall’apparato fonatorio. L’apparato
fonatorio non è esclusivo, nel senso che alcune parti di questo apparato fanno anche parte dell’apparato
digerente e respiratorio.

Il circuito ha inizio nei bronchi. Immagazziniamo l’aria nei bronchi, questa passa ai bronchioli ed inseguito
viene immagazzinata in un tubo che viene detto trachea. L’aria di tipo polmonare (parlando delle
articolazioni pneumoniche). L’aria passa attraverso la trachea e ad un certo punto arriva in un’area formata
da una serie di cartilagini che si chiama laringe. La laringe si trova all’altezza del Pomo d’Adamo. La
cartilagine anteriore della laringe si chiama tiroide, una sorta di scatola che protegge la laringe nella sezione
anteriore. L’aria all’interno della laringe può trovare due possibilità (parlando in modo basilare) : può
trovare la laringe chiusa oppure aperta (non tenendo conto delle posizioni intermedie che sono otto).
Questo è dato dalla posizione delle pliche vocali, fili legamentosi che si trovano all’interno della laringe e
che hanno la possibilità di chiudersi, accostarsi, aprirsi. Se l’aria trova le pliche vocali aperte si generato tutti
i fono di tipo sordo. Se io pronuncio la P di PADRE o la T di TAVOLO vuol dire che le pliche vocali sono
aperte e assumono una posizione triangolare abbastanza simile alla posizione di riposo durante la
respirazione. Contrariamente, se sono chiuse l’aria trova una porta chiusa e dunque esercita una pressione.
Quando la pressione esercitata dall’aria è maggiore della tensione che tiene unite le pliche, si spezza la
chiusura, le corde si aprono e l’aria passa. A quel punto però, subito dopo il passaggio, la pressione viene a
mancare e dunque le pliche si chiudono. Nuovamente l’aria esercita pressione e rompe a chiusura.

Tutte le consonanti sonore si generano all’altezza della laringe. Tutto ciò che distingue una consonante
sorda da una sonora avviene nella laringe. Quindi, se le pliche sono chiuse, avviene questo fenomeno detto
meccanismo laringeo. Le vocali, a differenza delle consonanti, sono tutte sonore, infatti tutte le vocali
implicano il meccanismo laringeo.

 le pliche vocali nella parte anteriore si uniscono alla tiroide, invece nella parte posteriore si
uniscono alle cartilagini aritenoidee (o aritenoidi). La parte terminale della laringe (superiore) è
rappresentata da un osso detto osso ioide-la laringe e la tiroide sono unite da un anello detto
cricoide

Nella produzione di foni sordi la posizione assunta dalle pliche vocali è triangolare. Invece nella produzione
di foni sonori, le pliche assumono una posizione marcata, si dicono dunque foni marcati.

Pliche vocali : la figura n1 illustra le pliche durante la normale respirazione, non c’è quasi alcuna
differenza con la figura n3 che illustra invece le pliche durante la produzione di consonanti sorde. In
entrambi i casi l’aria passa tranquillamente senza incontrare resistenza. La figura n5 ci mostra invece le
pliche totalmente chiuse, dunque si formano foni sonori. La figura n4 invece, nella parte interlegamentosa
delle pliche ci mostra una chiusura, ma sono aperte nella parte interaritenoidea. Questo è importante
perché le pliche in questa posizione non producono vere e proprie sonore ma delle mormorate (che noi
avvertiamo come aspirate). La figura n6 mostra la laringarizzazione, produzione di suoni laringali. Qui la
parte bassa è chiusa e la parte interlegamentosa è leggermente aperta (opposto della figura n4). La figura
n8 ci mostra invece le bisbigliate, la parte interaritenoidea è aperta, la parte interlegamentosa è più
bombata (non sono totalmente unite). La figura n7 mostra l’occlusiva glottidale, l’aria qui non parte dai
polmoni ma dalla laringe. Questa figura è identica alla n5, l’unica differenza sta nel fatto che l’aria provenga
da organi diversi.

Dopo che l’aria supera la laringe, il percorso continua e giunge nella faringe. Dopodiché può uscire
attraverso due cavità : la cavità orale oppure la cavità nasale (le fosse nasali). La scelta dipende dalla parte
terminale del palato, e quindi dal velo. Se l’aria trova il velo in posizione inerte e dunque abbassata non può
passare. In questo caso il velo del palato è come una porta chiusa che impedisce all’aria di passare. In
questo caso allora l’aria passa attraverso le cavità nasali. Tutte le consonanti o vocali che sono nasalizzate
nascono proprio da questo fenomeno. Se invece il velo del palato si solleva allora la porta si apre e l’aria
passa per le cavità orali. Questi foni, in opposizione a quelli nasali, sono detti foni orali. Il responsabile di
questa distinzione è il velo del palato.

A questa altezza il suono può essere modificato attraverso i luoghi diaframmatici formati dagli organi fissi o
mobili della cavità orale. Partendo dalla parte anteriore, il suono può cambiare configurazione perché il
luogo diaframmatico è formato dalle labbra. Ad esempio, se io unisco le labbra o semplicemente le accosto,
ottengo dei suoni labiali (P). il suono può essere modificato dai denti (T) producendo suoni dentali. Esistono
anche suoni alveolari, ma molte lingue nel mondo non fanno una distinzione tra le due forme poiché gli
alveoli sono in corrispondenza degli incisivi superiori. Anche il palato è importante, si divide in anteriore
(duro) e posteriore. Nella parte anteriore si formano suoni anteriori o palatali (CHIesa, GhIanda). Invece se
producono un suono come Casa o Gatto il suono è prodotto nella parte posteriore del palato (palato molle
o velo) e pronunciamo suoni detti velari. Gran parte delle lingue d’Europa si avvalgono di foni che arrivano
fino al palato velare, ma lingue come il tedesco o il francese formano luoghi diaframmatici fino all’ugola.
Esistono però molte lingue del mondo in cui le articolazioni posteriori si spingono ancora più indietro
arrivando a toccare con il dorso della lingua la parte faringale e producono quindi foni faringali (questo è
proprio dell’arabo non solo nord-africano ma anche classico). Esistono dei casi in cui usiamo due organi per
modificare un suono, come nel caso di (F) o (V) che sono dei suoni labiodentali.

Responsabile dei luoghi diaframmatici è la lingua, che non solo essendo mobile crea molti luoghi
diaframmatici, ma può inoltre contare su due componenti, il dorso e l’apice. In base ad alcuni studi della
linguistica generativa la parte anteriore della lingua è detta corona.

La lingua parlata è sempre in evoluzione, dunque spesso la pronuncia cambia. Invece la lingua scritta è più
conservativa e fatta eccezione per delle riforme linguistiche, la lingua scritta è piuttosto difficile che cambi.
Noi scriviamo ancora KNIFE, ma pronunciamo “nife”.

Per registrare tutte queste funzioni è stata stipulata la tabella IPA.

IPA
International Phonetic Alphabet

Esistono dei simboli che hanno riproduzioni fonetiche diverse, ad esempio [c] può essere CHIodo p Cesta.
Per evitare di commettere problemi di pronuncia ci possiamo servire dell’alfabeto fonetico rappresentato
nella tabella IPA. (integrare con appunti)

Pasta = ['p (onset) a (nucleo) s (coda) . ta]

In trascrizione fonetica, in una sillaba abbiamo attacco (oppure onset) e coda. La [s] seguita da consonante
fa sempre la coda della sillaba che la precede. Esempio PASTA = ['pas.ta]. quando una sillaba ha due
consonanti all’inizio si dice che ha un attacco pesante.

In italiano possono avere funzione di nucleo (apice o cento di sillaba) le vocali o le due semiconsonanti [j] e
[w].
Un aspetto molto importante riguarda la distinzione tra iato e dittongo. Lo iato si ha quando due vocali che
si trovano in posizione vicina vengono pronunciate in modo staccato. Esempio = ZIO. Il dittongo : VIOLENZA
= [vjo'lentsa] questo è un dittongo ascendente poiché l’elemento accentato è il secondo, se l’elemento
accentato fosse stato il primo allora sarebbe stato un dittongo discendente.

Esempio = IERI, l’accento cade sulla E, dunque anche qui adottiamo una semiconsonante e quindi ['je.ri]
(sempre ascendente)

Questo vale anche con la U.

Esempio = UOVO, [uo.vo], la O è centro di sillaba quindi nella scelta tra [u] e [w], useremo la [w] = ['wo.vo]

In molte lingue del mondo l’apice della sillaba può essere rappresentato da una consonante vibrante,
nasale o laterale. Nella lingua (slava), per esempio, le vibranti possono avere il ruolo di apice della sillaba.
TRST è il nome di Trieste in (serbo), e quindi abbiamo CVCC. Le consonanti che hanno la proprietà di essere
nucleo sono dette sonoranti o sonanti. Quando una consonante ha questa funzione in trascrizione si indica
con un trattino verticale sotto la consonante, ad esempio TRST.

Anche in inglese abbiamo consonanti sonoranti, come per esempio nella parola LITTLE, lit.tle, il nucleo della
seconda sillaba è la “l”.

Vediamo adesso un caso di dittongo discendente. La parola MAI -CVC-. Quando la “i” e la “u” occupano il
secondo elemento del dittongo si scrivono “i” e “u” con un semicerchietto sotto. [ mai̯ ]

AIUOLA : [a'jwͻːla] la struttura sillabica della seconda sillaba è CCV.

Le affricate
Nella nostra tabella non ci sono le consonanti affricate. Questo è dato dal fatto che una consonante è
formata da tre fasi, la prima in cui disponiamo gli organi articolanti per pronunciare un determinato suono
(impostazione), la seconda fase in cui gli organi articolanti si fermano nella posizione che assumo (tenuta), e
l’ultima l’ultima fase in cui gli organi articolanti sciolgono il luogo diaframmatico che hanno creato
(soluzione). Di questi tre momenti, nell’IPA le consonanti vengono classificate in base alla prima fase, e
dunque all’impostazione. Ma le consonanti che andremo ad analizzare rappresentano due fasi principali,
l’impostazione e la soluzione.

Per pronunciare la C di ciliegia si ha nella prima fase una vera e propria occlusione, nella fase della
soluzione si ha un’apertura ma non è brusca, si tratta infatti di un rilascio graduale come nelle fricative.

Partendo destra abbiamo le affricate labiodentali : [ pf ] (sorda) tipico del tedesco, come il cavallo = APFEL.

Le affricate alveolari: sorda [ ts ] e sonora [ dz ], la differenza tra l’uso delle due è soprattutto regionale o
può dipendere dall’idioletto. Ma ci sono casi in italiano standard che usano la sorda e la sonora per opporre
parole graficamente uguali ma con significato diverso, es : RAZZA = [rattsa] e RAZZA (tipo di pesce) =
[raddza]. Queste due consonanti in posizione intervocalica hanno lunghezza intrinseca. (Queste sono la ɲ dz
ʦ ʃ ʎ ).
Affricata palato-alveolare : sorda [ ʧ ] sonora [ ʤ ]; GIAVELLOTTO. La differenza tra queste consonanti e le
fricative palato-alveolari sta nel passaggio d’aria. Nelle fricative l’aria passa in modo continuo, qui nel
momento dell’impostazione vi è un’occlusione.

Parlando delle fricative, ricordiamo che esistono dei suoni prodotti in luoghi diaframmatici che superano il
velo del palato. Esistono infatti le fricative (uvulari) che sono [x] e [ʁ], la (R) capovolta è una delle
realizzazioni della (R) francese, e nel corso del ‘700 quando il francese era la lingua più importante
d’Europa, questa tipologia di R venne adottata dalle lingue scandinave.

Le lingue europee non producono molti suoni faringali, ma l’arabo sì e questo ha influenzato alcune lingue.
Ad esempio, il siciliano (in particolare l’area di Agrigento). In questa lingua esistono fricative glottali.

Le consonanti nasali
Molti accostano le consonanti nasali alle occlusive, e infatti l’unica differenza tra le due sta nel fatto che
mentre nelle occlusive l’aria esce dalla bocca dopo l’occlusione, nelle nasali l’aria esce dal naso. Esistono
solo nasali sonore.

[m] : nasale labiale sonora

[ɱ] : nasale labiodentale. Può trovarsi davanti a [f] e [v], questo perché il nostro apparato fonatorio si
conforma a produrre direttamente un unico suono, invece di produrre prima un bilabiale e poi un
labiodentale. Questo è dato dall’assimilazione. Se è il secondo fono ad influenzare il primo è detta
regressiva, se è il primo ad influenzare il secondo è allora è progressiva. Se i due foni sono vicini si dice
assimilazione a contatto, se invece i due foni non sono vicini allora si dice a distanza. Infine, se il risultato di
questo processo porta i due foni ad essere identici l’uno con l’altro allora l’assimilazione sarà totale, se i
due foni rimangono diversi allora è parziale.

Esempi :

INFERNO = assimilazione regressiva a contatto parziale

Il latino MUNDUS che diventa in dialetto MONNO = assimilazione progressiva a contatto totale, questo si
manifesta anche nelle fricative dentali [s] e [z]

SDOGANARE = la (D) è una occlusiva dentale sonora, dunque in IPA useremo la fricativa dentale sonora,
ovvero [z]

[n] : alveolare sonora, la lingua va a chiudere sui denti, in particolare sugli alveoli

[ɲ] : alveolare palatale, rappresenta il fono (GN) di Gnomo. Questo suono ha lunghezza intrinseca quindi
quando è tra due vocali, raddoppia.

[ŋ] : si usa solo quando dopo è seguita da una consonante velare. Quindi [k] , [g] = ANGOLO : ['aŋgolo].
Le consonanti polivibranti
Una consonante è polivibrante quando presenta una vibrazione della lingua in una delle zone del palato. Un
esempio è la (R) alveolare [r]. le vibranti sono continue, poiché l’aria, nonostante l’occlusione brevissima,
continua a passare. Le polivibranti sono tali poiché ci sono costanti cicli di apertura e chiusura, in quanto
subito dopo l’occlusione, l’aria passa. La (R) in spagnolo è diversa dalla nostra, poiché mentre da noi si
succedono svariate vibrazioni, in spagnolo è detta monovibrante, dunque la Tap or Flap [ɾ].

Le consonanti laterali
Le consonanti laterali sono dette continue e non ostruenti, questo perché l’aria passa dai lati durante
l’occlusione. Occlusione centrale e passaggio laterale ininterrotto d’aria.

[l] : laterale alveolare sonora, la classica (L)

[ʎ] : laterale palatale sonora, è il suono (GL) di LUGLIO, GIGLIO.

Le vocali
Per rappresentare e schematizzare le vocali ci avvaliamo a livello universale ad un trapezio (in italiano, di un
triangolo). Questi schemi non rappresentano altro che i movimenti in verticale e orizzontale della lingua
durante la produzione di vocali.

Movimenti orizzontali: la lingua si muove all’interno del palato andando dalla sezione anteriore a quella
mediana a quella posteriore. Se la lingua va verso il velo del palato si hanno vocali posteriori o arretrate o
velari. Se la lingua va versi il centro del palato si hanno vocali mediane (centrali). Se va verso la parte
anteriore si hanno vocali anteriori (o avanzate o palatali).

Movimenti verticali: la lingua può stare in posizione piatta, quindi lontanissima dal palato e si ottengono le
vocali aperte o basse [a]. Se la lingua si solleva leggermente si ottengono le vocali medio-basse o
semichiuse [Ɛ]. La lingua si può alzare ancora di più formando vocali semichiuse o medio-alte [e], e può poi
arrivare, alzandosi ancora di più, a formare vocali chiuse o alte [i].

Per quanto riguarda le velari, se la lingua si trova in posizione posteriore e alta si forma una [u], se scende
un po’ abbiamo una medio-alta o semichiusa [o], se invece la lingua si abbassa ancora di più si ha una [ͻ]
medio-bassa o semiaperta.

Oltre ala posizione della lingua (che come abbiamo detto può essere orizzontale o verticale) bisogna
valutare, durante la classificazione delle vocali, anche la pozione delle labbra. Le labbra possono essere
piatte, e quindi si ottengono vocali dette platicheile, oppure le labbra possono trovarsi in posizione
arrotondata e si hanno dunque delle vocali procheile. Esempio pratico: nella pronuncia [i] le labbra sono
piatte, ma nella [u] sono arrotondate.

Il trapezio: nel lato di sinistra abbiamo le vocali anteriori, a destra le posteriori e al centro le vocali medie.
Le vocali che si trovano sul lato esterno di sinistra, oltre ad essere anteriori sono anche praticheile, dunque
si pronunciano con le labbra piatte. Quelle che si trovano sul lato esterno di destra sono invece procheile
perché si pronunciano con le labbra arrotondate. Le vocali che si trovano sul lato interno di sinistra sono
anteriori procheile, dunque si pronunciano con le labbra arrotondate [y]. Abbiamo poi, all’interno del
trapezio la [I] e la [Y], che sono vocali con tenuta maggiore e sono pronunciate in una zona centrale. Queste
sono meno rilassate e dunque più tese.

Nell’italiano standard le vocali toniche, quindi sotto accento, sono sette. L’italiano ha dunque un sistema
eptavocalico. Ma il problema sta nel fatto che in alcuni dialetti le vocali sotto accento sono cinque, non c’è
infatti differenza tra medio-alta e medio-bassa. Tutte le vocali medio-alte vengono realizzate come aperte.
Infatti un siciliano o un calabrese non sa distinguere PESCA (nel senso di pescare) da PESCA (il frutto), e
realizza entrambe con la [Ɛ]. Questo sistema ha tre gradi di apertura: vocali basse, medie e alte. Contro il
sistema standard che, in italiano, presenta: basse, medio-basse, medio-alte, alte. Sotto accento bisogna
riprodurre il nostro italiano e dunque il pentavocalico. La ragione della differenza tra il vocalismo standard e
quello siciliano dipende dal contatto con il greco. I nostri territori sono stati infatti soggetti alla presenza del
greco, che non ha le medio-alte, e dunque la lingua locale imita il greco antico. (Il fenomeno che ha colpito
il greco antico si chiama fusione di chiusura, ovvero quando le medio-alte passo ad alte. La [e] passa ad [i]
e la [o] passa ad [u].

Abbiamo detto che le vocali sono determinate da tre parametri, il movimento orizzontale della lingua,
quello verticale e la posizione delle labbra.

Orizzontale: anteriore, centrale, posteriore.

Verticale: basse, medio-basse, medio-alte, alte.

Bocca: procheile/labializzate o apocheile/platicheile.

Nel trapezio troviamo anche la schwa [Ə], suono che indica una vocale debolmente pronunciata. Questa è
la tipica vocale finale di alcuni dialetti come il napoletano.

In italiano standard ci sono sette vocali, tre palatali, tre velari, una centrale.

La fonologia
Aldilà della loro funzione concreta, e dunque quella che riguarda il circuito delle parole, i foni hanno un
altro compito importantissimo, che per molti è di tipo più astratto. Si tratta del compito di differenziare due
parole che presentano una forma quasi uguale. I foni possono dunque diventare funzionali per distinguere
due parole come, ad esempio, CANE = ['ka.ne] e PANE = ['pa.ne]

Queste due parole sono identiche, e anche [k] e [p] sono molto simili, l’unica differenza sta nel luogo
diaframmatico che le produce. Questi due foni hanno un valore distintivo, in quanto permettono di
distinguere due parole che altrimenti sarebbero identiche. Quando i foni hanno valore distintivo prendono
il nome di fonemi, e sono studiati dalla fonologia.

Esempio : POLLO = ['polːo] e BOLLO = ['bolːo], [p] e [b] non sono soltanto foni, ma anche fonemi.

Per essere certi che due foni siano fonemi è necessario fare la prova delle coppie minime.
Esempio: FARO e VARO

Esempio: CANE e CANNE. Questa coppia è differenziata dalla lunghezza consonantica. Possiamo dunque
dire che la lunghezza consonantica è un tratto distintivo.

Si chiama distintivo un tratto o un fono che permette di distinguere due parole he altrimenti sarebbero
uguali.

Esempio: HIT, HEAT, in inglese la lunghezza vocalica è un tratto distintivo, nella lingua italiana no.

I tratti distintivi in italiano sono:

 la sonorità : CARA/GARA
 la lunghezza consonantica : TUFO/TUFFO
 l’accento : ÀNCORA/ANCÓRA

Nelle lingue esistono delle regole di restrizione che costringono un determinato fonema a trovarsi in una
determinata posizione di parola. Il parlante capisce dunque che lì dove c’è quel fonema c’è un confine (di
sillaba o di parola). Questa funzionalità di foni o tratti è detta tratto demarcativo. Un esempio può essere il
colpo di glottide in tedesco. Il colpo di glottide in IPA è rappresentato da [Ɂ], le parole che iniziano in vocale
in tedesco sono generalmente precedute dal colpo di glottide, quindi il parlante capisce che prima di questo
colpo vi è un confine di parola. Pertanto possiamo dire che il colpo di glottide ha un valore demarcativo. Un
esempio è la [h] fricativa glottidale sorda che in inglese si trova sempre a inizio di sillaba. Un ulteriore
esempio è la (L) evanescente che si mantiene solo in posizione finale: “sole invernale” : “sol invernal”;
BELLO diventa BEO, in quanto in posizione interna a (L) cade. Anche qui dal punto di vista fonologico la (L)
ha un valore demarcativo in quanto la sua comparsa determina il confine di parola (la L si può trovare solo
in questa posizione).

Gli allofoni : i foni che hanno funzione demarcativa


La parola PRATO può essere pronunciata in vari modi : “prato” o “prɑto”. La domanda da farci è: data
l’esistenza di varianti fonetiche diverse, abbiamo a che fare con parole diverse? Queste variazioni hanno
dato luogo a significati diversi come potrebbe fare una lunghezza consonantica? No. Dunque, queste sono
delle realizzazioni diverse dello stesso fonema e prendono nome di allofoni.

Le varianti o gli allofoni possono essere di due tipi: combinatorie o libere. Per capire se sono combinatorie
dobbiamo fare la prova della distribuzione complementare.

Questa prova consiste nel provare a mettere un fono in un’altra parola. Ad esempio, sappiamo bene che
ella parole INFANTE alla [f] precedere il fono [ɱ], e dunque non potremmo mai inserire il fono [ŋ] che si usa
invece quando segue una velare. Si tratta quindi di foni in-distribuzione complementare, nel senso che la
loro scelta e il loro uso è obbligato dal contesto e dunque sono varianti combinatorie, perché sono
combinate in una catena in base al contesto. Le nasali, in italiano, sono l’esempio perfetto di varianti
combinatorie. Sono allofoni e precisamente varianti combinatorie.

Alcuni pronunciano la [s] fricativa alveolare sorda come una [s] fricativa labiodentale sorda. Questi foni
sono allofoni e sono varianti libere, non esistono coppie minime che fanno questa distinzione.
In alcune varianti, la [t] occlusiva alveolare sonora viene realizzata come [ɾ]. Sono due varianti libere, il
significato non cambia e i foni non sono costretti.

In tedesco la fricativa velare sorda [x] si realizza solo in contesto velare, per cui in una parola come “auch” il
suono “ch” è rappresentato da [x] perché la [u] è una vocale velare. Tuttavia il fono [ç] fricativa palatale
sorda serve a rappresentare il suono “ch”, ma si trova in un contesto diverso, ovvero in un contesto
palatale (ich). Questi foni sono allofoni combinatori. Questa variazione è data dal fatto che [x] si trova solo
in un contesto velare, mentre la [ç] solo in un contesto palatale. Non sono fonemi, bensì allofoni e
precisamente varianti combinatorie.

La variante diatopica è molto importante, questo tipo di variazione dipende dalle aree regionali. Ad
esempio, il meridionale dice [rosa], il settentrionale dice [roza]. Sono varianti libere.

Ma, ad esempio,[stupido] e [zballare], queste sono varianti combinatorie. La scelta non è dovuta as una
pronuncia personale, bensì data dal contesto.

Il vocalismo delle lingue romanze deriva dal latino.

La A breve, e la A lunga in latino ci danno la A aperta in italiano.

La E breve, ci dà la E aperta.

La E lunga e la I breve ci danno la e chiusa.

La I lunga ci dà la i.

La O breve ci dà la o aperta.

La O lunga e la u breve ci danno la o chiusa.

La U lunga ci dà la u chiusa.

Vediamo dunque che mentre in latino la lunghezza vocalica era distintiva, in italiano perde questo valore e
dunque non è più un tratto distintivo.

Dal latino abbiamo il vocalismo italiano, che però si riduce ulteriormente nel vocalismo siciliano.

La a italiana rimane aperta.

La e aperta rimane tale [Ɛ].

La e chiusa, unendosi alla i ci dà la [i].

La o aperta rimane tale [ͻ].

La o, unendosi alla u, ci dà la [u].

Il raddoppiamento fonosintattico
Nell’italiano standard esistono tre categorie di parole che provocano il raddoppiamento della consonante
iniziale della parola. Questo fenomeno è detto raddoppiamento fonosintattico. In italiano la consonate
iniziale raddoppia se preceduta da :

 parole polisillabe con accento sull’ultima sillaba, ovvero parole tronche


 parole costruite da monosillabi con accento grafico o che hanno una certa rilevanza (e, è; ho, o; tre,
tra) – controllare lista di De Dominicis –
 parole polisillabe piane con accento sulla penultima sillaba (come, dove, qualche, sopra)

Le parole del primo gruppo provocano sicuramente il raddoppiamento, ma quelle del terzo gruppo non
sempre. Bisogna essere fedeli alla propria parlata.

L’origine del raddoppiamento risiede in un semplice fenomeno di assimilazione regressiva totale. Nel latino
tardo, alla base delle lingue romanze c’era una sequenza del tipo “ad casam” = “accasa”.

In latino, il raddoppiamento era causato da quelle parole che finivano per consonante, ad esempio “et”, noi
adesso diciamo “ettu” per dire “e tu”. Nel nostro italiano questo fenomen si manifesta soltanto in quelle
parole che in latino finivano per consonante, tuttavia nell’italiano standard è stato esteso a tutte quelle
parole che presentano l’ultima sillaba tonica.

NB. In italiano il raddoppiamento fonosintattico non si manifesta se la parola che segue inizia per S seguita
da una consonante.

Esempio: GIOVANNI E’ STUPIDO = [ʤ.'van.ni es.'tuː.pi.do]

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