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La vita Sulla vita di Albio Tibullo non abbiamo informazioni ampie e precise: ci che sappiamo ci viene da una vita

trasmessaci adespota nei pi antichi codici tibulliani (alcuni la fanno risalire al De poetis di Svetonio), il resto da accenni delle sue elegie o di altri poeti, (soprattutto un epigramma funebre di Domizio Marso, poi lepistola I 4 di Grazio e lepicedio ovidiano di Amores III 9). Con buona approssimazione datiamo la sua morte, di poco posteriore a quella di Virgilio (del settembre del 19 a.C.), quindi risalente agli ultimi mesi dello stesso anno o ai primi del 18. La nascita, sulla base di labili indizi, si colloca fra il 55 e il 50 a.C., nel Lazio rurale, forse a Gabii o a Pedum; la famiglia, agiata, apparteneva al ceto equestre (anche se egli lamenta rovesci economici e povert, motivo questo comune ad altri poeti elegiaci). Il punto di riferimento centrale della sua biografia il rapporto di amicizia e protezione che lo leg a Messalla Corvino, nobile uomo politico repubblicano che conserv una posizione di prestigio anche sotto il regime augusteo. Tibullo segui il suo patrono in alcune delle spedizioni militari affidategli da Augusto: partecip ad esempio a quella in Aquitania il cui esito vittorioso valse a Messalla lonore del trionfo (settembre 27), celebrato nellelegia I 7 dal poeta. Unaltra elegia (I 3) ci informa che Tibullo intraprese, nello stato maggiore di Messalla, anche unaltra missione in Oriente (non databile), ma la malattia lo trattenne a Corcira (Corf), prima del forzato ritorno in Italia. Gli ultimi anni della sua vita li visse forse nella campagna del suo Lazio, dove Grazio lo ritrae appartato e malinconico. Le opere Sotto il nome di Tibullo lantichit ci ha trasmesso una raccolta eterogenea di elegie - il cosiddetto Corpus Tibullianum - in 3 libri (diventati 4 con la divisione del terzo in due parti, in et umanistica), di cui solo una parte si attribuisce oggi con certezza al nostro poeta, cio i primi due libri. Suoi dovrebbero essere inoltre gli ultimi due componimenti dellattuale quarto libro, e anche i cinque (da 2 a 6 dello stesso IV libro) sullamore di Sulpicia (nipote di Messalla) per un tal Cerinto. Il I libro, iniziato dopo il 32 e pubblicato nel 26 o 25 a.C., dominato soprattutto dalla figura di Delia (nome che, secondo Apuleio, risulterebbe dallellenizzazione di quello reale della donna, Plania: cio planus=dlos), alla quale sono dedicate cinque (1, 2, 3, 5, 6) delle dieci elegie che lo compongono. Questi componimenti conformemente alla topica del genere elegiaco - descrivono una donna volubile, capricciosa, amante del lusso e dei piaceri mondani, e una relazione tormentata, sempre insidiata dai rischi del
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tradimento. Alle elegie per Delia si alternano quelle per un giovinetto, Mrato (8,9 e 4, che illustra larte di conquistare i pueri), dal tono meno sofferto, venato di giocosa ironia; ma i contorni di questa relazione, che forse si interseca fugacemente o si sovrappone a quella con Delia, restano molto sfumati. Completano il I libro unelegia (7) per il compleanno di Messalla e quella conclusiva (10) che celebra la pace e la vita campestre. Tre delle sei elegie del II libro (3,4,6), forse incompiuto, sono invece dedicate alla donna che ne la nuova protagonista, Nemesi (Vendetta, cio colei che ha scalzato Delia dal cuore del poeta), una figura dai tratti pi aspri, una cortigiana avida e spregiudicata. Delle rimanenti, una canta il compleanno dellamico Cornuto (2), la prima descrive la celebrazione di una festa agricola, gli Ambarvalia, unaltra (5) celebra la nomina di Messaline, primogenito di Messalla, nel collegio sacerdotale dei quindecemviri sacris faciundis. Non c traccia, in ci che di Tibullo ci giunto, della Glcera di cui Orazio (Carmina 1,33) lo dice infelicemente innamorato. Il mito della pace agreste Tibullo comunemente noto come poeta dei campi, della serena vita agreste. Eppure non manca, nemmeno in lui, lo scenario abituale della poesia elegiaca, la vita cittadina, che fa da sfondo allintrecciarsi degli amori e degli intrighi, degli incontri furtivi e dei tradimenti, dei momenti cio e delle occasioni attorno a cui ruota la commedia della societ galante. quindi in un altro senso, pi preciso, che si pu sostenere la centralit del mondo agreste nel suo universo poetico. Abbiamo gi accennato a una tendenza, a una spinta tipica della poesia elegiaca, quella di costruirsi un mondo ideale, uno spazio di evasione, di rifugio dalle amarezze di unesistenza tormentata, dalle delusioni di una relazione mai pienamente appagante. Questa lacerante tensione trova il suo sfogo nel mondo del mito, dove il poeta elegiaco proietta idealmente la propria esperienza, assimilandola ai grandi paradigmi eroici. In Tibullo per il mondo del mito assente ( un tratto che lo differenzia fortemente dagli altri elegiaci), e la sua funzione svolta dal mondo agreste. La campagna tibulliana uno spazio di idillica felicit, di vita semplice e serena, armonio-samente rispondente ai ritmi della natura, e pervasa da un senso di rustica religiosit ancestrale. Tibullo fa di questo spazio ideale il luogo del rimpianto e del desiderio, lo vagheggia come lo scenario perduto di una remota e felice et delloro e insieme come lapprodo sperato a cui ancorare unesistenza sofferta e precaria. In uno spazio solitamente convenzionale e stilizzato colpiscono alcuni accenni indubbiamente autobiografici - la questione non senza importanza a proposito di un poeta per cui tanto si discusso di biografia reale o biografia
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inventata -; spicca fra questi la bella immagine di Tibullo bambino che corre per casa in I 10,15 sg. Voi proteggetemi, Lari dei miei padri: voi pure mi avete nutrito quando, bambino, correvo ai vostri piedi:... aluistis et idem / cursarem vestros cum tener ante pedes. forte in lui questo bisogno del rifugio, di uno spazio intimo e tranquillo in cui proteggere e coltivare gli affetti di fronte alle insidie e alle tempeste della vita (ne uno splendido emblema il quadro tracciato in I 1,45-48). E a tale bisogno risponde laltro tema dominante della poesia di Tibullo, quello della pace. Lantimilitarismo, lesecrazione della guerra e dei suoi orrori (che trova corrispondenza con una diffusa esigenza di pace avvertita dalla cultura del tempo, dopo la lunga tragedia delle guerre civili), si accorda col vagheggiamento di questo anti-mondo ideale, popolato da persone semplici, riscaldato dallamore di una donna fedele. Dietro i tratti di idillio bucolico (si avverte linfluenza virgiliana), la campagna di Tibullo rivela il suo carattere italico, col patrimonio di antichi valori agresti celebrati dallideologia arcaizzante del principato: in ci, nellintima adesione ai valori tradizionali, nellatteggiamento antimodernista, Tibullo rappresenta forse il caso pi vistoso di quella contraddizione che la poesia elegiaca, dichiaratamente cos anticonformista e ribelle, cova in se stessa. Non a caso Ovidio (il quale affronter e a suo modo scioglier quella contraddizione: cfr. pp. 274 seg. e 277 seg.), nel ringraziare la sorte di averlo fatto nascere nella Roma opulenta dei suoi giorni, sembrer rovesciare proprio il rimpianto di Tibullo per la mitica felice et di Saturno (I 3,35 segg.). Tibullo poeta doctus Mentre Properzio guarda a Callimaco e Fileta come ai maestri dellelegia e, preso da emulazione per i modelli della poesia damore greca, proclama di sentirsi il Callimaco romano, Tibullo non inclina a simili dichiarazioni di poetica; ma questo non significa affatto che lopera dei grandi poeti alessandrini non fosse familiare a lui quanto a Properzio stesso. Le nostre conoscenze della poesia alessandrina sono oggi tali che ci consentono di ritrovare nellopera di Tibullo molti dei tratti distintivi della poesia ellenistica; e, nonostante che in lui manchino tracce di quella erudizione sottile esibita dagli Alessandrini e sia quasi assente levocazione di miti preziosi che decorino la composizione, senza dubbio anche a Tibullo compete letichetta di poeta doctus. Il suo stile rivela in ogni punto, e con una straordinaria regolarit, lo sforzo di una scrittura attentissima, dove la semplicit stessa il risultato laborioso di una scelta artistica, anzi il segno visibile di una fiducia attribuita alle parole e alla loro forza espressiva, senza che a rafforzarle occorrano torsioni del discorso o intensificazioni patetiche. Lespressione limpida sembra frutto di immediatezza, lo sforzo del comporre resta nascosto sotto la superficie levigata di
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una scrittura apparentemente spontanea. Alla limpidit dellespressione corrisponde una voce misurata, senza esasperazioni: unintensit senza grida, la discrezione del sottovoce. Il ritmo ha una certa lieve cantabilit, una cadenza regolare, che spesso acquista quasi la risonanza di una rima quando - bilanciata la distribuzione delle parole tra la prima e la seconda parte del pentametro - il suono che chiude la seconda met del verso riecheggia la chiusa della prima: una forma dellespressione, questa, che non mancher di influenzare vistosamente la tecnica del distico elegiaco ovidiano (anche se la tersa semplicit tibulliana ignora le acutezze di una scrittura manieristica quale sar propria dello stile di Ovidio). Terso ed elegante, come lo definisce Quintiliano (X 1,93) che vede in lui il classico della poesia elegiaca romana, Tibullo ammirato gi dagli antichi per il suo stile semplice e luminoso, sciolto e raffinato. La purezza lessicale, la fluida movenza dei pensieri (armoniosamente collegati fra di loro, senza gli scarti bruschi della scrittura properziana), i toni tenui e delicati, spesso mollemente sognanti, la stessa parsimonia di dottrina mitologica, il sorriso lievemente ironico, danno alla sua poesia il fascino della maturit stilistica e della naturalezza espressiva. La fortuna Parlare del successo di Tibullo richiede forse pi spazio di quanto occorra nel caso di altri poeti, perch la sua fortuna fu superiore a quella di chi (come probabilmente Properzio) appare al lettore odierno pi meritevole e pregnante. La singolarit balza agli occhi se si considera quanto fu precoce il dibattito: Quintiliano al gi citato giudizio su Tibullo faceva seguire laffermazione che certi preferivano Properzio (sunt qui Propertium malint). Era questo linizio, quasi profetico, di una storia della critica: si intravvede il partito classico pronto ad ammirare lequilibrio di Tibullo, e quello opposto, sensibile alla costruzione ruvida, improvvisa, ma infallibile, dellaltro. Se i contemporanei sembrarono decretare il successo di Tibullo (che ancora durava nel I sec. d.C.), la tarda antichit e il Medioevo ne oscurarono la fama, che torner a brillare in et umanistica per durare fino a tutto il Settecento e oltre (si vede in lui il classico dellelegia sentimentale e malinconica). Ricordiamo qui solo qualche episodio significativo di tale fortuna, cominciando da quella Felicit dellamore del cinquecentesco Luigi Alamanni dove riecheggia lincipit dellintero Corpus: Chi desia dacquistar terreno ed oro, Sia pur le notti e i giorni al caldo e al gelo Soggetto e inteso al marzial lavoro. Per continuare con testi ben pi alti come il Goethe delle Elegie romane (XVIII), evidentemente esemplato su Tibullo I 1,45-48.
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Cos godiamo delle lunghe notti, e zitti ascoltiamo, stretti i nostri petti, tempesta, pioggia e rovesci. E concludere con la presenza forse pi famosa, nei Mmoires di Chateaubriand (II, cap. 3) dove lautore ricorda linsorgere dellamore, in lui appena adolescente; poi aggiunge: Rubavo un Tibullo, e quando arrivavo al Quam iuvat inmites ventos audire cubantem, questi sentimenti di melanconia e di piacere sembravano rivelarmi la mia vera natura. cos che la fama del poeta dur quasi senza interruzione fino ad oggi, e serv ad ispirare poeti come Mrike e Carducci. Il Corpus Tibullianum I due codici pi importanti di Tibullo, lAmbrosiano e il Vaticano (del secolo XIV), ci hanno trasmesso, come s detto, una raccolta di componimenti poetici di cui solo una parte sono da attribuire al poeta sotto il cui nome ci sono giunti (e a cui, fin verso la fine del XVIII secolo, erano attribuiti): questa raccolta appunto il cosiddetto Corpus Tibullianum. Esso era diviso in tre libri nei codici, ma gli umanisti divisero il III in due, e quindi noi oggi parliamo di quattro libri. I primi sei componimenti del III libro del Corpus, indirizzati a una donna di nome Nera, sono opera di un poeta che si denomina Lygdamo. Trattandosi di uno pseudonimo (Lygdamus nome greco, e come tale avrebbe potuto portarlo solo uno schiavo; ma il poeta un uomo libero e di antica famiglia romana, come ci dice egli stesso), si era creduto che sotto di esso si celasse lo stesso Tibullo. Fu il dotto tedesco J.H. Voss a rendersi conto per che Ligdamo fissa il suo anno di nascita nel 43 a.C. Egli indica tale data con il verso cum cecidit fato consul uterque pari (III 5,18; lo usa allo stesso scopo anche Ovidio in Tristia IV 10,6), quando appunto, nella battaglia di Modena, morirono ambedue i consoli Irzio e Pansa. Ora, il 43 a.C., lanno di nascita di Ovidio, non pu esserlo anche di Tibullo, che in tal caso, al momento della spedizione in Oriente con Messalla (circa 30 a.C.), avrebbe avuto solo 13-14 anni. Sicch Ligdamo non pu identificarsi con Tibullo, come fin allora si era creduto. Ma chi allora questo poeta? Le ipotesi in proposito sono numerose (da poeti come Cassio Parmense o Valgio Rufo, al fratello di Ovidio, a Messalino, figlio di Messalla), ma tutte variamente insoddisfacenti. La pi ovvia, quella che identifica in Ligdamo il giovane Ovidio, il quale avrebbe poi nei Tristia ripreso un verso gi utilizzato in precedenza, forse anche la pi plausibile, ma si scontra con diverse ragioni di segno contrario (soprattutto di tipo linguistico-stilistico); inoltre i numerosi parallelismi fra Ligdamo e le altre opere ovidiane farebbe5

ro sospettare piuttosto un influsso di Ovidio su questo misterioso poeta. Il problema dellidentificazione di Ligdamo resta quindi aperto; probabilmente sar stato un poeta della cerchia di Messalla. I suoi componimenti ruotano attorno alla dolorosa separazione dalla donna amata ed elaborano motivi ricorrenti della poesia elegiaca: nonostante il ricorso a clichs convenzionali e una certa immaturit stilistica, se ne apprezza una vena di fresca sentimentalit, insidiata dal pensiero ossessivo della morte. Alle sei elegie di Ligdamo fanno seguito, nei codici del Corpus Tibullianum, un lungo carme di 211 esametri, il Panegyricus Messallae, e un gruppo di altri 13 componimenti, che costituiscono lattuale IV libro. Il mediocre Panegirico di Messalla (composto probabilmente non molto dopo il 31, anno del suo consolato) costituisce, come dice il nome, un elogio di questo importante uomo politico, di cui celebra le virt e ripercorre la brillante carriera. Lautore, ignoto, sar stato un poeta del circolo. Degli altri 13 componimenti del IV libro, sono attribuiti per lo pi a Tibullo i primi cinque (2-6), sullamore di Sulpicia (nipote del giurista Servio Sulpicio e dello stesso Messalla) per Cerinto (in cui si voluto vedere il nome ellenizzato di Cornutus, lamico di Tibullo dellelegia II 2), e gli ultimi due (13-14: questultimo un epigramma): seppure pi brevi rispetto alle elegie sicuramente tibulliane, la maggiore consapevolezza stilistica e le tipiche fluide movenze fanno supporre la mano del poeta. Le elegie 7-12 costituiscono invece un ciclo di brevi biglietti damore di Sulpicia per Cerinto, attribuiti alla mano della stessa Sulpicia. Ma indipendentemente dallidentit di alcuni degli autori, destinata a restare ignota o dubbia, lintero Corpus Tibullianum anzitutto documento prezioso di quellimportante ambiente culturale e letterario che fu il circolo di Messalla.