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ALBIO TIBULLO

1 La figura di Albio Tibullo


Abbiamo poche e incerte notizie sulla vita di Tibullo (Gabii 50 a.C. circa – 19 o18 a.C.), il poeta
elegiaco che Orazio (nell'epistola 1, 4) ritrae, pur bello e dotato di ogni bene, mentre si aggira nella
campagna di Pedum, nei pressi di Tivoli, troppo immerso in penosi pensieri. Di famiglia agiata,
appartenente al ceto equestre, Tibullo si inserì nella vita letteraria della capitale entrando a far parte
del circolo letterario di Messalla Corvino, che seguì anche in alcune spedizioni militari, tra cui
quella in Oriente, nel corso della quale si ammalò (e rimase nell'isola di Corcyra/Corfù: vd. Tib. 1,
3), e quella in Aquitania, per il cui trionfo scrisse l’elegia I, 7 (vd. testo 1). Tibullo, insieme a
Properzio, è il poeta che ha portato l'elegia latina, dopo Gallo, alla sua maturità tematica ed
espressiva, pur sapendo modellare il genere secondo le peculiarità della propria sensibilità
personale.
2 Il Corpus Tibullianum
La tradizione ha attribuito a Tibullo una vasta raccolta di elegie in tre libri, designata Corpus
Tibullianum, sul quale gravano ancora problemi di autenticità. In particolare, solo i primi due libri
appartengono sicuramente al poeta, mentre il terzo ( a sua volta diviso in due parti un età
umanistica), presenta problemi di attribuzione ancora non pienamente risolti. Ovidio dà
testimonianza di questa suddivisione dei primi due libri (escludendone quindi un terzo). Il libro I,
prevalentemente dedicato alla figura femminile di Delia (il cui nome reale fu probabilmente
Plania), fu forse composto tra il 32 e il 26 a.C. e comprende dieci elegie, cinque delle quali
dedicate a Delia (I,II,III,V,VI), tre al giovane Màrato (IV,VIII,IX), una a Messalla ed una alla pace
e alla vita campestre (X). Il libro II, incentrato su un'altra vicenda amorosa, quella per Nemesi, è
costituito da sei elegie, delle quali tre dedicate alla stessa Nemesi (III,IV,VI), una descrittiva delle
cerimonie per la purificazione dei campi, gli Ambarvalia (I), una celebrativa del compleanno
dell’amico Cornuto (II) ed una dedicata all’assunzione di Messalino (figlio di Messalla) nel collegio
dei Quindecemviri. Quanto al terzo libro, composto di elegie quasi interamente spurie, si
distinguono, tra le 20 elegie che lo compongono, le prime sei dedicate ad una donna di nome Neèra
da un certo Ligdamo (pseudonimo sotto il cui nome si cela un esponente del circolo di Messalla
Corvino o, più probabilmente, il giovane Ovidio); la settima di autore ignoto, il cosiddetto
Panegyricus Messallae (un lungo carme di 211 esametri di mediocre fattura); le successive cinque
(VIII-XII) raccontano l’amore di Sulpicia per Cerinto, mentre le elegie XIII-XVIII sono brevi
biglietti d’amore di Sulpicia in risposta a Cerinto; infine, nella diciannovesima elegia ricompare il
nome di Tibullo, parlando dell’amore di una donna anonima che torna anche nella elegia successiva
di chiusura: è pertanto certa l’attribuzione al nostro poeta.
3 La poetica di Tibullo
Nonostante, e forse proprio in virtù della dura esperienza personale del poeta, che si dichiara
esperto delle asperità della guerra, nella poesia tibulliana è vivo il senso di ripugnanza per guerre e
spedizioni: di fronte ad esse, la voce poetica desidera un'impossibile fuga in un mondo agreste fatto
di piccole cose, dove sia possibile vivere nella pace una vita dedita esclusivamente all’otium
letterario ed agli amori.
Risulta programmatica in questo senso la prima elegia del primo libro (cfr. testo 2) in cui il poeta
afferma di non aspirare alla gloria e alla ricchezza, ma di desiderare di vivere, nella sobrietà della
campagna, come un modesto agricoltore (pauper agricola) in compagnia della donna amata (Delia),
auspicando di averla vicino anche nel giorno della morte. Nell'elegia la voce del poeta si leva nitida
contro gli arma, le guerre, la sollecitudine di una vita schiava dell'ambizione e della brama di
ricchezze. La sua Lebenswahl è di segno completamente opposto: egli desidera godere dei piaceri
dell’amore finché la gioventù lo consenta – ed ancora oltre, finché i capelli di entrambi saranno
canuti. Desidera contentarsi dello spazio umile della campagna e della placida calma della vita
agreste, ricondotta in una dimensione tutta interiore. Tibullo entra così in sintonia – senza però che
si possa parlare di una derivazione diretta1 – con il principio della saggezza epicurea e lucreziana,
che indicava la via della soave quiete dell’animo a contatto con la natura. Il vagheggiamento della
pace da parte di Tibullo però non è sovrapponibile con l'ideale politico-civile della pax augusta
promossa da Ottaviano dopo la tragedia delle guerre civili: la pace per Tibullo è una conquista
personale del poeta e si attua proprio con l’evasione dalla realtà quotidiana, contaminata dall’avidità
e dalla guerra, e il rifugio nella serenità campestre. Sebbene l’esperienza umana della vita in
campagna del poeta sia molto soggettivizzata, tuttavia essa non è completamente idealizzata, né
stereotipata: Tibullo immagina di godere del fresco all’ombra degli alberi, di zappare la terra, di
custodire le greggi. La campagna tibulliana è, nel suo complesso, una delle meno stilizzate della
poesia augustea; essa con rappresenta un vago e rarefatto locus amoenus, ma in certa misura anche
un ambiente reale in cui l’individuo realizza pienamente la propria interiorità, un luogo sacro ma
vero in cui vivere. Dunque la campagna di Tibullo non è solo quella di Delia e delle tenerezze
d'amore, è anche la campagna che, con la sua idillica pace, si contrappone agli avidi guadagni e al
fragore delle armi. Essa è, ancora, la campagna delle feste contadine, quella che conserva i riti
antichi del mondo rurale (la I elegia del II libro è dedicata agli Ambarvalia, al rito della
1
Un noto saggio di R. Vischer, Das einfache Leben. Wort- und motivgeschichtliche Untersuchungen zu einem Wertbeg,
Göttingen 1965, ha marcato rigorosamente il discrimine tra una concezione della 'semplicità' di vita di stampo
filosofico-diatribico e una 'poetico-bucolica'. A quest'ultima categoria è appunto ascrivibile la modalità tibulliana di
rappresentazione del sogno di una vita semplice in un quadro idillico campestre.
purificazione dei campi,). Il poeta è rimasto legato alla fede della sua infanzia, agli dèi della
campagna e del focolare: nelle sue elegie compaiono i Lari (ai cui piedi Tibullo correva, da
bambino: elegia 1, 10), Silvano, Priapo, Bacco, e ancora Cerere e Pale. La campagna coi suoi riti è
per lui il rifugio sicuro, dove più genuini si manifestano gli affetti domestici e i sacri vincoli della
famiglia. Anche l'esaltazione di Roma, presente nell'elegia 2, 5 (dedicata a Messalino) si risolve
nella rievocazione, densa di ricordi virgiliani, della religiosità agreste del Lazio primitivo. E’ una
campagna che risente dell'idealizzazione bucolica di un Teocrito e di un Virgilio, ma che porta
anche in sé i segni di un sentimento personale del poeta che ha le sue radici nell’attaccamento alla
terra e nella religiosità dei piccoli proprietari terrieri di stirpe latina. In questa intima adesione alla
tradizione italica Tibullo mostra di avvicinarsi, intenzionalmente o no, all’ideologia arcaizzante del
principato, che celebrava gli antichi valori della campagna. La candida pax e la vita agreste
riportano più volte il poeta da un presente inquieto al miraggio dell’età dell’oro e alla sua passata
felicità, come nella III elegia del I libro (cfr. T 3): durante un viaggio in Oriente al seguito di
Messalla, Tibullo, che è costretto da una malattia a fermarsi a Corcíra, è pervaso dal senso della
solitudine e della lontananza, da cui nasce la rievocazione dell’età dell’oro come sogno del passato
che si proietta poi nel futuro come sogno di morte (come già visto, ricorre spesso questo senso della
precarietà dell’esistenza), come liberazione nell’attesa della vita dell’aldilà, rappresentato dai campi
Elisi, pieni di musiche e di profumi e regno dell’amore; il presente doloroso è così proteso verso un
oltretomba radioso Questa esperienza religiosa non è marginale in Tibullo e non è senza legami con
religioni orientali: ne sono prova versi intonati a Osiri nell’elegia per il trionfo di Messalla ( I, 7).
L’amore si rapporta al mondo tibulliano fatto di poche e piccole cose come un elemento che lo
supporta e lo tiene unito, ed è per questo che la stilizzazione letteraria si ritrova più nella trattazione
dell’amore che nella descrizione della natura, tanto che non è sempre facile distinguere nella
rappresentazione delle figure femminili ciò che è reale e ciò che invece è convenzione letteraria
(una prova di questo è anche costituita dal fatto che le elegie non sono ordinate cronologicamente).
I tre amori cantati dal poeta (Delia, Màrato e Nemesi) possono essere per molti aspetti accomunati,
soprattutto se considerati nella loro importanza centrale nel corpus, ma anche nella loro
stilizzazione letteraria. Così Delia (che compare nelle elegie I 1, 2, 3, 5, 6), secondo le convenzioni
alessandrine, è vista sullo sfondo della campagna e contemplata con tenerezza, talora appena tinta di
un indefinito dolore, l’amore per lei si tinge di malinconica dolcezza, oscillante tra il desiderio di
star vicino alla sua donna e la fantasia di morire. Al di fuori del quadro idillico però, laddove
emerge la smaliziata realtà della città, Delia perde il suo candore, apparendo capricciosa e infedele,
secondo i tipici tratti della poesia elegiaca. Gli stessi rimproveri sono rivolti a Marato, il quale,
nonostante tutte le prove di dedizione da parte del poeta- che gli ha persino procurato l’amore della
ritrosa Foloe (elegia I,8) - lo abbandona non appena trova un dives amator (elegia I,9). Contro
costui il poeta non esita a scagliare le sue più giambiche imprecazioni: ha una moglie che lo
tradisce, una sorella ubriacona e lui stesso è un essere ripugnante. Nel secondo libro compare un
nuovo amore, Nemesi («vendetta»), la figura femminile tramite la quale l’amante intende riscattarsi
dal tradimento di Delia, incorrendo tuttavia in un amore più passionale e sfortunato del precedente:
Nemesi non è solo donna infedele (elegia II, 3), ma si comporta dispoticamente, imponendo al poeta
una umiliante schiavitù. E’ il tema del servitium amoris svolto nell’elegia II,4 (cfr. testo 4): il poeta
è tenuto in vincula e catenae da Amore, ha perso ogni libertà, si era illuso che scrivere versi
d’amore bastasse per conquistare il cuore di Nemesi, aveva rinunciato a scrivere poemi epici e
didascalici, che danno fama e onori, pur di essere ricambiato (è il motivo della recusatio), eppure
per accontentare l’avidità della sua domina è disposto a procurarsi doni con delitti e omicidi o a
profanare i santuari degli dei. malgrado il suo risentimento, il poeta non riesce a liberarsi da questo
giogo, e pur di vedere il viso di Nemesi sereno, è disposto a bere qualsiasi filtro magico.
Come ha dimostrato F. Cairns2, nonostante l’assenza dell’artificiosità espressiva e degli inserti
mitologici ed eruditi, l’architettura3 e lo stile delle elegie tibulliane è sicuramente riconducibile al
gusto di matrice alessandrina, sia per il linguaggio sorvegliatissimo, elegante, pur nell’apparente
semplicità al punto di far credere al frutto dell’immediatezza espressiva, sia per il recupero di una
serie di topoi della poesia erotica ed epigrammatica alessandrina, quali l’amore omoerotico, la
venalità dell’amante, l’incostanza della sua passione amorosa e la sua indifferenza alle pene del
poeta; il loro uso però è controllato dal sentimento e dalla umanità del poeta, che dettano la poesia
in prima persona, dando in questo modo vita ad un tipo personale di composizione elegiaca, che
nasce da un flusso libero di sentimenti. Tibullo è dunque un poeta doctus, la cui posizione non è di
semplice imitazione, ma di rielaborazione dei modelli in rapporto alla propria sensibilità e al
proprio vissuto interiore.
Lo stile di Tibullo sarà definito da Quintiliano (Institutio oratoria 10,1,93) tersus atque elegans,
intendendo che dietro l’effetto di naturalezza c’era una raffinata elaborazione stilistica.
Testi proposti:
 Testo 1: “A Messalla per augurio”, Tib. 1, 7, 1-12 (in traduzione italiana);
 Testo 2: “Possim contentus vivere parvus”, Tib. 1, 1, 1-10; 25-32; 53-78 (in latino);
 Testo 3: “In terre sconosciute”, Tib. 1, 3 (in traduzione italiana);
 Testo 4: Il servitium amoris, Tib. 2, 4 (in latino, con traduzione a fronte).

2
Nel noto saggio Tibullus: A Hellenistic poet at Rome (Cambridge 1979).
3
L’ordine di successione delle elegie dei primi due libri del Corpus è improntato al criterio alessandrino della poikilia
o varietas, cioè alla molteplicità di temi e di motivi.