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La donna nella poesia di Eugenio Montale (da Ossi di seppia a Satura) A trentanni dalla morte di Drusilla Tanzi, moglie

di Eugenio Montale, pi nota a suoi lettori col nome-senhal di Mosca, vogliamo ripercorrere la parte fondamentale della poesia montaliana, seguendo il filo rosso della presenza femminile in essa, ma con una limitazione: non ci interesseremo delle presenze episodiche o di quelle figure, pur importanti (Liuba, Dora Markus, Gerti e altre) che, a detta dello stesso autore, costituiscono suoi doppi. In nessuno dei grandi poeti italiani del 900 (con leccezione di Umberto Saba) la donna ha una collocazione centrale nellitinerario poetico. Particolare attenzione sar dedicata alla Bufera, vertice dellopera montaliana e luogo di transito privilegiato di tutte le sue figure femminili. La donna che si salva Negli Ossi di seppia (la prima edizione esce nel 1925) colpisce lassenza pressoch assoluta di personaggi femminili. Il tu, che si pu considerare il segno stesso della poesia montaliana, negli scarni componimenti degli Ossi , di volta in volta, il poeta stesso, la memoria, il tempo, il lettore, il mare, e cos via. Leccezione importante (a parte quella di Ripenso il tuo sorriso, ed per me unacqua limpida, che non analizzeremo) costituita dal personaggio di Esterina di Falsetto. In un paesaggio caratterizzato con i tre elementi fondamentali della raccolta (lacqua, simbolo di rigenerazione, il sole, simbolo vitale ma anche causa di aridit del paesaggio reale e mentale, e il vento, simbolo di metamorfosi) la giovane, che sta per compiere i ventanni, distesa su uno scoglio. Alzatasi, si dirige su un ponticello e si tuffa a mare. Questo il fatto. Ai tre momenti (invocazione, descrizione di lei distesa, narrazione del tuffo) corrispondono tre strofe, che, come sempre nel primo Montale, partendo dallosservazione di un fenomeno, tentano la riflessione, la sentenza. La prima strofa immagina un futuro della ragazza, pura e orgogliosa come larciera Diana, di resistenza (ideale etico-estetico di Montale, mai chiarito nei suoi contenuti: resistenza alla vita, vista come male, sicuramente nella prima raccolta, come in Spesso il male di vivere). Nella seconda strofa la fanciulla paragonata ad una lucertola, che si nutre di sole. Ma la sua perfezione pare essere insidiata dallincipiente giovinezza. Perch? Il secondo paragone con unalga o un ciottolo, comunque con una creatura che dallacqua viene levigata e temprata (pensiamo allUngaretti de I fiumi). Nellultima strofa il poeta accetta il punto di vista di Esterina: il presente non deve essere offuscato dallangosciante pensiero del domani oscuro. Il tuffo sembra tagliare il nodo di Gordio: limmersione nellelemento vitale (ciclico) del mare, divino amico, suscita linvidia del poeta, che appartiene alla razza / di chi rimane a terra. La poesia richia di essere letta come un compiaciuto bozzetto impressionistico se non viene vista contestualmente al libro. Negli Ossi un tessuto di simboli opera costantemente in tutte le poesie: abbiamo gi accennato ai simboli elementari del sole, del vento e dellacqua(-mare) (da mettere ovviamente in correlazione con il paesaggio ligure della giovinezza del poeta). Nel tempo lineare e nel mondo dominato dalla necessit, Montale ha immaginato varchi, maglie rotte nella rete (da questo punto di vista va sottolineata linfluenza del pensatore russo Lev Sestov, oltre che, naturalmente, di Schopenauer). Ma alla fine degli Ossi la salvezza, la rottura delle catene spazio-temporali non si d. Nella suite Mediterrano il poeta intesse un fitto dialogo col il mare-padre. La fusione con lelemento primigenio (padre, ma soprattutto, madre: il regressum ad uterum-mare , per esempio, anche nella poesia del filosofo triestino Carlo Michelstaeder, la cui opera presenta non poche analogie con il primo Montale) appare lunica possibilit di salvezza: Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale / siccome i ciottoli che tu volvi (Mediterraneo VII), non per raggiungere uno stato di mistica fusione col Dio-Tutto (Ungaretti), ma per collocarsi al di fuori del tempo (la vera grande ossessione del poeta): scheggia fuori del tempo, testimone / di una volont fredda che non passa. Ma non stato cos. La fusione salvifica col mare viene rifiutata dal doppio del poeta, Arsenio, nella poesia che

conclude idealmente la raccolta: tutto che ti riprende, strada portico / mura specchi ti figge in una sola / ghiacciata moltitudine di morti (Arsenio). Ecco allora che la figura di Esterina si illumina: essa colei che ha accettato dionisiacamente la fusione con il mare, che la preserver dalla precoce vecchia che colpir il poeta. Possiamo aggiungere che il nome della ragazza (di derivazione biblica) e il paragone con larciera Diana permettono di vederla come una di quelle disturbate Divinit di cui Montale parla ne I limoni. Ma allora come ci spieghiamo il titolo della poesia? Il falsetto, come si sa, un tono di voce pi alto (o pi basso) del normale. Che cos sopra le righe in questa poesia? Forse, con unironia che esploder solo nel suo quarto tempo (da Satura in poi) Montale vuole mettere in dubbio le affermazioni stesse dei versi, suggerire che la salvezza nella fusione panica con gli elementi improponibile per chi ha usato la ragione come un affilato strumento di distruzione: il mito di Esterina vive, in fondo, della sua incoscienza. E una creatura sovrumana proprio perch sub-umana, perch si libera della contraddizione scrollandosela dalle spalle [un crollar di spalle / dirocca i fortilizi / del tuo domani oscuro], anzich penetrarvi (Claudio Scarpati, Invito alla lettura di Montale, Mursia, 1988, pp. 47-48). Il visiting-angel Le occasioni (1939, con poesie dal 1926 al 1939) presentano a partire dalla VI edizione del 1949 la dedica a I.B.: Irma Brandeis, studiosa ebreo-americana, amata dal poeta negli anni Trenta. E Clizia, la figura dominante del secondo e del terzo libro di Montale. Il senhal allude alla mitologia greca: Clizia, ninfa, figlia di Teti e dellOceano, amata da Apollo, tradita dal dio, si lasci morire di fame e fu da lui trasformata in eliotropio ( il girasole che gi in una poesia degli Ossi, Portami il girasole chio lo trapianti, si era caratterizzato come simbolo dellanima umana sempre rivolta alla luce). Tutta la sezione centrale de Le occasioni, i venti componimenti brevi chiamati Mottetti, sono un fitto dialogo con la donna evocata sempre in absentia, essere remoto e salvifico, divino e demoniaco, di cui il mondo serba vestigia e la cui potenza si trasmette investendo di s un qualsiasi elemento dello spazio e del tempo (Franco Fortini, I poeti del Novecento, Laterza, 1980, p. 135). Clizia si caratterizza subito come messaggera di un mondo altro, non regolato dal tempo lineare e dalla necessit. La struttura dominante dei Mottetti consiste nella descrizione di una terra desolata. Langoscia viene alleviata solo dal ricordo della donna o da oscuri segni che portano ancora tracce della sua presenza (il pegno solo chebbi in grazia / da te, I), da ambigui accadimenti ((a Modena, tra i portici / un servo gallonato trascinava / due sciacalli al guinzaglio), occasioni, appunto, che fanno scattare la rimembranza dellAssente: questo del ricordo gli si rivela come il solo scampo consentito agli uomini contro il nulla che tutto cancella (Alvaro Valentini, Eugenio Montale, in Letteratura italiana contemporanea, Lucarini, 1984, vol.II**, p.193). Ma spesso la memoria si rivela strumento scordato, come nella celebre Non recidere forbice quel volto. E un senso di scacco domina alla fine su tutta la sezione. E la fase stilnovistica della poesia di Eugenio Montale, caratterizzata da un lessico prezioso, da una metrica alta (centrata sullendecasillabo e il settenario), dominata da iperbati a arditi costrutti, con una forte riduzione della presenza di rime, che sostituisce leloquio prosastico degli Ossi. Clizia la protagonista di due grandi poesie de Le occasioni: Elegia di Pico Farnese e Palio (che non analizzeremo). Stavolta la donna c e diviene il centro stesso dellesperienza. NellElegia (per la quale rinviamo alla magistrale analisi di Giacomo Debenedetti, in Poesia italiana del Novecento, Garzanti, 1974) Clizia la messaggera alata e accigliata che porta a maturazione i processi vitali e si oppone alla volgarit e alla superstizione della religiosit tradizionale, necrofila e mortifera (alza il sudario) vista nel suo momento di massima degradazione: una festa di paese in un borgo in provincia di Frosinone con relativa processione e sagra (fatta di collana di nocciuole, / zucchero filato a mano). Allamore di donne barbute, a un vano farnetico il poeta contrappone lAmore (con la a maiuscola) di Clizia. Condotti da un segno i due amanti arrivano al baraccone del tiro a piattello. L avviene la metamorfosi: trovata la chiave del giorno,

Clizia trasforma il giovane addetto ai fucili Anacleto da lemure (ovvero spirito vagante dei morti) in divinit. Il suo potere consiste dunque nel far passare la potenza in atto. Il fanciullo, fino ad allora appartenente alla realt bassa, viene elevato inconsapevolmente a una realt sconosciuta. Che questo avvenga solo negli occhi del poeta lambiguit di questa e di tutta la poesia di Montale... Ha scritto uno dei pi acuti critici italiani: La privatizzazione dellesperienza (scompare il noi degli Ossi) comporta lapprofondimento della dialettica caso-miracolo e, soprattutto, di quel ruolo salvico del fantasma femminile, visiting Angel [definizione dello stesso Montale], che il vero basso continuo del libro: ruolo che nelle ultime liriche (come le Nuove stanze) diverr pi impegnativamente garanzia di una salvezza o speranza non pi solo private di fronte allavvicinarsi della rissa cristiana. E nelle Occasioni fissata anche la duplicit contraddittoria (passibile di sdoppiamenti) caratteristica della donna montaliana [...]: distanza dal mondo e sintomatologia angelico-celeste (lessere altrove di Clizia, il tema figurativo ricorrente delle ali, del volo, ecc., il carattere folgorante delle apparizioni), ma anche vitalit terrestre e quasi ferina [...]; luminosit e dolcezza troppo umane ma anche demonicit oscura, annientatrice (v. il finale di Ritorno) e algidit inflessibile di sibilla (il duro sguardo di cristallo, gli occhi di acciaio). Duplicit derivante, tra laltro, dal fatto che Montale ha rovesciato sul femminino lambiguit stessa insita nella nozione del divino, o meglio del numinoso. (Pier Vincenzo Mengaldo, Poeti italiani del Novecento, Mondadori, 1978, p. 526). Clizia apportatrice di una salvezza (individuale, del solo poeta) non solo dalla volgarit della realt, ma anche dalla degenerazione storica che mandava gi i suoi sinistri bagliori di guerra. Se infatti torniamo allElegia vedremo, seguendo lanalisi illuminante di Angelo Jacomuzzi, nel lemure divenuto celeste, Anacleto, che ricarica i fucili anche una sottile allusione alla tragedia incombente della guerra (Jacomuzzi, La poesia di Montale. Dagli Ossi ai Diari, Einaudi, 1978, pp. 127145). Clizia appare allora come la depositaria stessa della cultura europea, solare (come suggerisce il suo nome), apollinea, colei che ha e d forma al magmatico. Laltro mondo, lEldorado, anche la tradizione europea che va a pezzi sotto i colpi della barbarie nazi-fascista. Ma ne Le occasioni presente unaltra, pi misteriosa figura femminile. E Arletta, una ragazza morta giovane che evoca la Silvia leopardiana. Arletta protagonista di alcune poesie fondamentali della raccolta: La casa dei doganieri, Stanze, Lestate. Che cosa rappresenta questa fanciulla morta / Aretusa (Lestate)? Sicuramente lemersione del mondo ctonio dei morti, preannunciato dalla grande poesie degli Ossi: Cos forse anche ai morti tolto ogni riposo nelle zolle: una forza indi li tragge spietata pi del vivere, ed attorno, larve rimorse dai ricordi umani, li volge fino a queste spiagge, fiati senza materia o voce traditi dalla tenebra... (I morti) Ancora un dialogo in absentia. Ma i morti, a differenza di Clizia, non possono tornare e non irriadiano luce di salvezza, ma angoscia che si perpetua. Il recupero memoriale non sembra funzionare, perch i morti vivono in un altro tempo (La casa dei doganieri). Il poeta ricerca invano il punto onde si mosse / il sangue che ti nutre. Eppure in Lestate, in un clima di estraneit fra le varie realt naturali (Lombra crociata del gheppio pare ignota / ai giovinetti arbusti) la fanciulla morta forse torna, nel guizzo argenteo della trota / controcorrente (come non vedervi

unanticipazione de Languilla?). Allora c un rapporto tra il nostro mondo e i morti, ma necessario dimettere i panni del fedele che attende il miracolo che cali dallalto ad opera di una messaggera angelica e setacciare i minimi segni della realt naturale, bassa, acquatica. Qualcosa passer la cuna stretta della memoria, che, ancora una volta, lunica possibilit di salvezza. Servabo. Tre donne intorno al cor mi son venute... Ne La bufera e altro (del 1956, che raccoglie poesie dal 1940 al 1954) Montale incontra (forzatamente) i destini generali, la storia, nellassenza della donna: Come quando ti rivolgesti e con la mano sgombra la fronte dalla nube dei capelli, mi salutasti - per entrar nel buio. (La bufera) Nella bufera della guerra Irma Brandeis ripartita per lAmerica per sfuggire alla persecuzione razziale. Montale non avr la forza di seguirla: lAssente diventa ora la Lontana. Il poeta cerca ancora gli amuleti che lo salvino, ma essi sono minacciati oscuramente. Clizia uniddia che non riesce a incarnarsi. Gli orecchini gli vengono applicati da squallide mani di morti uccisi (Gli orecchini). La storia non ha piet per gli angeli custodi. Allora sar necessario che che Clizia si incarni e continui lopera lasciata imcompiuta da Cristo. Sulla colonna pi alta non si poser il Cristo giustiziere, ma la donna. La funzione in qualche modo rivelatrice del personaggio femminile, ha scritto Jacomuzzi, determina nella Bufera una particolare congenialit e analogia con la zona pi genuinamente sacra della nostra tradizione lirico-amorosa, lo stil novo, che nel libro riaffiora attraverso uninsistente e sbigottita serie di metamorfosi angeliche della donna (op. cit., p. 43). In Per un Omaggio a Rimbaud la donna viene definita in contrapposizione allesule di Charleville. Il volo di lei non sar di starna se si elever fino al padre Helios (Clizia definita figlia del sole). Jacomuzzi ha mostrato con una sottile analisi il rapporto di questa poesia con la dottrina di Plotino: Clizia serva del suo primo pensiero (il primo pensiero del Sole-Dio), che la natura, il mondo sensibile delle apparenze. Questa servit pu essere ribaltata con lelevazione, secondo la dottrina di Plotino, la tensione allUno (larte e lamore sono le due strade privilegiate): la sua padronanza [di Clizia] si collocher dunque lass, oltre la certezza fenomenica, nel rifiuto di essere testimonianza e imitazione del tempo (Jacomuzzi, op. cit., p. 121). Iride una sorta di epistola in versi dedicata a Clizia esiliata in America, e alla lontananza fisica si aggiunge la fede diversa (il Volto insanguinato sul sudario / che mi divide da te, dove lallusione ovviamente alla Sindone). Il poeta diventa il povero Nestoriano smarrito (Nestorio, vicino alleresia pelagiana, sosteneva lesistenza in Cristo non solo di personae sparatae ma anche di due nature separate, quella umana e quella divina, per cui contestava che si potesse affermare con tutto rigore che nella Passione il Verbo abbia sofferto, Danielo-Marro, Nuova storia della Chiesa, Marietti, 1970, vol. I, p. 397)). Lincarnazione del divino allora per il poeta si definisce come atto volontaristico. Secondo un sincretismo che gi abbiamo notato, Montale associa la ninfa Iride, messaggera alata degli dei anche allAde, con un personaggio biblico, Iri del Canaan, in cui rifiorisce, ri-nasce lopera di Dio (vedi lallusione ai vischi e pungitopi, che evocano il Natale). Ma la premessa perch ci accadesse stato il dilegurasi di lei, la separazione del poeta. Come in Dante e in Petrarca si mette in azione una sorta di compensazione simbolica: la perdita della donna deve essere risarcita da un innalzamento del suo valore, essa deve divenire colei che dona

beatitudine (Beatrice), colei che conduce il poeta alla salvezza (Laura), colei che salva gli uomini (Clizia) nel tempo della distruzione, latroce vista. La vera essenza della donna il suo spirito: la sua presenza fisica sarebbe ostacolo (ultima strofa), una deviazione dallopera divina che devessere continuata. Clizia diventa occhio (iride, appunto) attraverso cui Dio vede (come Betrice nella Commedia): Forse non ho altra prova che Dio mi vede e che le tue pupille dacquamarina guardano per lui. (Verso Finistre) Da angelo custode (artefice della salvezza individuale del poeta e custode della tradizione occidentale) Clizia diventa cristofora, portatrice non pi di memoria ma di speranza. Laltro mondo si sposta dal passato al futuro, al di l del buio del presente, come sempre. (Succede, dunque, che la memoria, apparsa finora unica via di salvezza, si carica ora di attributi negativi, svelando la duplicit che sin dalla prima raccolta essa aveva avuto nella poesia di Montale: essa ritorna ad essere quel morto viluppo in putrefazione di cui aveva scritto In limine agli Ossi). Clizia dovr caricarsi sulle spalle il destino dellintera umanit non solo pi di un uomo amato. Ella non pi detentrice di un potere animistico in antitesi alla religione tradizionale, ma in accordo con lo sposo Cristo. Clizia diventa allora la cristofora, che nel sangue redimer il mondo distrutto dalla guerra. Il suo potere solare oscurato dalle tenebre della guerra (il cieco sole), sommerso dalla luce di Dio, salver il mondo: Guarda ancora in alto, Clizia, la tua sorte, tu che il non mutato amor mutata serbi, fino a che il cieco sole che in te porti si abbcini nellAltro e si distrugga in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi che salutano i mostri della sera della loro tregenda, si confondono gi col suono che slegato dal cielo, scende, vince col respiro di un alba che domani per tutti si riaffacci, bianca ma senzali di raccapriccio, ai greti arsi del sud... (La primavera hitleriana) Ma, come sempre nei libri di Montale, pi direzioni di ricerca si intrecciano, spesso contraddicendosi. Nel libro appare infatti la figura che poi sar centrale nei libri successivi: Mosca. Il poeta aveva conosciuto Drusilla Tanzi, donna gi sposata, nel 1927. Nel 1939 i due avevano iniziato a convivere (si sposeranno religiosamente solo nel 1962, un anno dopo civilmente). Nella magnifca Ballata scritta in una clinica il poeta delinea una figura femminile di resistenza. Siamo nel 44. Drusilla Tanzi in ospedale (tavevano chiuso di colpo / in un manichino di gesso). Niente ali, ma immobilit, pesantezza. Sibilano le bombe intorno, la morte (laltra Emergenza) vicina. Il poeta accanto alla moglie miope (non ha gli occhi divini di Clizia). Il Dio degli sposi non liddio taurino, simbolo della guerra e della ferocia nazista che distruggeva Firenze, ma il giglio rosso, simbolo della citt e immagine di incontaminato sacrificio (pensiamo al Cristo doloroso giglio di Jacopone da Todi). Gli amuleti (il bulldog di legno, la sveglia / col fosforo

sulle lancette) falliscono. Lunica speranza nella croce che fuori, rossa, sinasta, / si spiega sul bianco. E la croce richiama il giglio, il sacrificio. Lurlo finale (muto, come quello del cane di legno) lultimo gesto possibile di resistenza, a cui lo spinge lesempio della moglie. Non c salvezza dallalto nel momento critico. Clizia non agisce. Questesempio di resistenza fondamentale nel percorso montaliano perch alla base di quello che lo stemma araldico della sua poesia: languilla, allegoria di una vita bassa che afferma le sue ragioni puramente biologiche nella roccia e nel fango, cercando vita l dove solo / morde larsura e la desolazione. Dalla sommit dellEmpireo alla terra profonda... Il rapporto con Clizia comincia a profilarsi nella sua ambiguit, che alterna attrazione e repulsione. Il suo gelo pu coincidere con una morte che non tocca solo il personaggio femminile (Romano Luperini, Storia di Montale, Laterza, 1986, p. 153)). Finita la guerra finisce del tutto la speranza di una salvezza collettiva (Non pi / il tempo dellunisono vocale). Varcare la distanza che separa il poeta da Clizia, nelloltrecielo, un fallimento. Il salto lo trasforma in un cefalo / saltato in secco al novilunio. / Addio (Lombra della magnolia). Parola definitiva, pietra tombale su unesperienza non tanto biografica quanto religiosa. Bisogna restare sulla terra. E simbolo terragno senzaltro la terza donna importante di questo libro: Volpe, la poetessa Maria Luisa Spaziani (il cui nome si legge nellacrostico di Da un lago svizzero). Nei Madrigali privati delineata la figura di questa anti-Cliza (Luperini), divoratrice di volatili (sebbene talvolta, in chiave parodica, anchella gode di attributi angelici). E la prima volta nellopera di Montale che al passato-futuro (intercambiali in qualche modo se entrambi promettono pienezza) si sostituisce limmediatezza del presente. Allatmosfera rarefatta dello stilnovismo delle Occasioni e di Finisterre subentra una sensualit terrestre: Sei tu che brilli al buio? Entro quel solco pulsante, in una pista arroventata... (Da un lago svizzero) Fortini ha mostrato come il rapporto di somiglianza fra il poeta e Pafnuzio (lanacoreta protagonista del romanzo Thais di Anatole France) della poesia Nubi color magenta...(Come Pafnuzio nel deserto, troppo / volli vincerti, io vinto), sottintenda il paragone Volpe-Thais (la cortigiana convertita da Pafnuzio che con la sua immagine lo fa schiavo per sempre). Succede allora che il disordine delleros porta in unautodifensiva esistenza di rinuncia - il mito fondamentale di Montale fra gli anni Trenta e i Cinquanta del secolo e dei suoi - si manifesta in moti ora centrifughi, ora centripeti; la parola, se vuole controllarli, deve accettare la propria corruzione e una corruzione generale, anche ideologica, anche politica (Franco Fortini, Saggi italiani, Garzanti, 1989, p. 170). Inizia cio quel processo di azzeramento del linguaggio che si compir in Satura, in stretto rapporto con il fallimento di un opzione erotica. Per la prima volta si incrina quel modello di comportamento stoico che Montale aveva faticosamente creato dalla prima raccolta. E, inevitabilmente allora, questa esperienza di rigetto rispetto a quella di Clizia viene vissuta con colpa: volpe, malgrado le intenzioni coscienti dellautore, rimer con colpe. Il dono della colpa non potr essere diviso con altri (Anniversario). Come presente il mondo dei morti che abbiamo visto in stretta correlazione alla questione che stiamo affrontando? Oltre alla figura di Arletta presente in alcune poesie (Nella serra, Nel parco, Lorto, dove si confonde con Clizia) presente per la prima volta nella poesia di Montale la figura della madre (morta nel 1942). La madre che implora il poeta di non preoccuparsi del suo corpo ottiene una risposta negativa: solo il corpo, il gesto la voce permettono il perpetuarsi della memoria: quelle mani, quel volto, il gesto duna vita che non unaltra ma se stessa solo questo ti pone nelleliso

folto danime e voci in cui tu vivi (A mia madre) E bisogna leggere questa poesia accanto alla magnifica Voce giunta con le folaghe, dove il padre del poeta chiede al figlio di non lasciare che lombra ossessiva di Clizia scalzi la memoria di lui. E messo in scena dunque dal poeta, come nelle rappresentazioni allegoriche medievali (lui essendo spettatore interito, bloccato dalla paura) il conflitto tra il mondo ctonio e quello angelico (vogliamo dire tra spirito e carne, memoria e speranza?). Montale sembra segliere Clizia (Memoria / non peccato fin che giova. Dopo / letargo di talpe, abiezione / che funghise su s...), ma sappiamo che alla fine del libro egli sceglier una terza opzione: Volpe, il presente, la carne viva... Il cieco paradiso della memoria Con Satura (1971, che raccoglie poesie dal 1962 al 1969) la poesia di Montale muta radicalmente, suscitando stupore tra i suoi lettori. Il linguaggio subisce un abbassamento verticale, le misure del verso si dilatano o si restringono, le rime diventano insignificanti. Dopo il canzoniere amoroso in morte di Mosca, dove domina lelegia, la poesia di Montale diventer parodica mimesi del mondo moderno, frantumato in mille linguaggi. Il fallimento del sogno stilnovistico di fare della donna una scala a Dio, il deteriorsi nellimmediato dopoguerra della salvezza integrale per tutti operata dalla cristofora Clizia, il rifiuto della memoria che uccide la vita avevano portato alla scelta della vita nova dei sensi e della terra (non allacqua). Ma questo ritorno al secolo si rivela un inganno: Che senso aveva quella nuova palta? e il respirare altre ed eguali zaffate? e il vorticare sopra zattere di sterco? ed era sole quella sudicia esca di scolaticcio sui fumaioli, erano uomini forse, veri uomini vivi i formiconi degli approdi? (Botta e risposta I) Non ci sembra di forzare la lettera del testo (che per va interpretato prima di tutto in chiave di disillusione storica). Per un intellettuale che ha visto la resistenza al mondo come modello di vita e poesia accettarlo nella sua pienezza sensuale, come accadeva nei Madrigali, doveva portare a un rigetto. La morte della moglie accellera il processo di distacco. Mosca morta riesce finalmente a coniugare i due mondi separati, il mondo dei morti e la memoria attiva rappresenta dalla Lontana, Clizia, permettendo nello stesso tempo una sublimazione dellesperienza in tutti i suoi aspetti, anche aneddotici. E quel che accade nelle due serie di Xenia (offerte votive) dove Mosca diventa colei che dal mondo basso dei morti e non dalloltrecielo di Clizia illumina, per il poeta solo, la realt. Lossimoro si scopre la struttura reggente del mondo, la coincidentia oppositorum, e solo una morta che pi intensamente vive nel paradiso della memoria individuale pu comprenderlo e insegnarlo: Tu sola sapevi che il moto

non diverso dalla stasi, che il vuoto il pieno e il sereno la pi diffusa delle nubi. (Xenia I, 14) Mosca si rivela la dotta ignorante, colei che istintivamente, senza bisogno di filosofie, poesie, religioni (miti distrutti nellultimo degli Xenia da unallegorica alluvione che sommerge le sterminate dediche di Du Bos, / il timbro a ceralacca con la barba di Ezra, / il Valery di Alain, loriginale dei Canti Orfici) ha capito che la realt suprema finzione (Non torba mha assediato, ma gli eventi / di una realt incredibile e mai creduta) e ha educato il poeta ad una resistenza diversa da quella degli Ossi: l bisognava tirarsi fuori dal mondo e osservarlo con occhi di falco alto levato (Spesso il male di vivere ho incontrato), ora il poeta invece consapevole che la melma della vita sommerge anche lui, che non pu nascere laquila dal topo (Botta e risposta I). La poesia dellultimo Montale sembra essere una descrizione della condizione del prigioniero (a partire da Il sogno del prigioniero in La bufera, e Botta e risposta I in Satura). Lunica salvezza possibile per lui non si d nello spazio (illusione degli Ossi: che oltre la muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia di Meriggiare pallido e assorto ci sia la libert), ma nel tempo: il passato. Eppure resta che qualcosa accaduto, forse un niente che tutto. (Xenia, II, 13) Questo niente-tutto pu essere conservato solo nella memoria. Il rigetto della speranza e del presente sono la caratteristiche del quarto Montale, tutto chiuso nella ricerca ossessiva di lacerti di memoria. Ma possibile, lo sai, amare unombra, ombre noi stessi. (Xenia, I, 13) Montale, dunque, ritorna alle origini della lirica italiana, che nasce, con Dante e Petrarca, come canto di una morta, che, secondo la lettura di Denis de Rougemont (Lamore e lOccidente, Rizzoli, 1977) era canto della Morte. La definitva liberazione dallossessione temporale avviene nella morte. Essa chiama il poeta irresistibilmente con la voce della moglie: Il mio sogno non sorge mai dal grembo delle stagioni ma nellintemporaneo che vive dove muoiono le ragioni e Dio sa sera tempo; o sera inutile. (Le stagioni) Da Ossi di seppia FALSETTO Esterina, i ventanni ti minacciano,

grigiorosea nube che a poco a poco in s ti chiude. Ci intendi e non paventi. Sommersa ti vedremo nella fumea che il vento lacera e addensa, violento. Poi dal fiotto di cenere uscirai adusta pi che mai, proteso a unavventura pi lontana lintento viso che assembra larciera Diana. Salgono i venti autunni, tavviluppano andate primavere; ecco per te rintocca un presagio nellelise sfere. Un suono non ti renda qual dincrinata brocca percossa!; io prego sia per te concerto ineffabile di sonagliere. La dubbia dimane non timpaura. Leggiadra ti distendi sullo scoglio lucente di sale e al sole bruci le membra. Ricordi la lucertola ferma sul sasso brullo; te insidia giovinezza, quella il lacciuolo derba del fanciullo. Lacqua la forza che ti tempra, nellacqua ti ritrovi e ti rinnovi: noi ti pensiamo come unalga, un ciottolo, come unequorea creatura che la salsedine non intacca ma torna al lito pi pura. Hai ben ragione tu! Non turbare di ubbie il sorridente presente. La tua gaiezza impegna gi il futuro ed un crollar di spalle dirocca i fortilizi del tuo domani oscuro. Talzi e tavanzi sul ponticello esiguo, sopra il gorgo che stride: il tuo profilo sincide contro uno sfondo di perla. Esiti a sommo del tremulo asse, poi ridi, e come spiccata da un vento tabbatti fra le braccia del tuo divino amico che tafferra.

Ti guardiamo noi, della razza di chi rimane a terra. Da Le occasioni MOTTETTI, 1 Lo sai: debbo riperderti e non posso. Come un tiro aggiustato mi sommuove ogni opera, ogni grido e anche lo spiro salino che straripa dai moli e fa loscura primavera di Sottoripa. Paese di ferrame e alberature a selva nella polvere del vespro. Un ronzio lungo viene dallaperto, strazia comunghia ai vetri. Cerco il segno smarrito, il pegno solo chebbi in grazia da te. E linferno certo. MOTTETTI, 6 La speranza di pure rivederti mabbandonava; e mi chiesi se questo che mi chiude ogni senso di te, schermo dimmagini, ha il segni della morte o dal passato in esso, ma distorto e fatto labile, un tuo barbaglio: (a Modena, tra i portici, un servo gallonato trascinava due sciacalli al guinzaglio). LESTATE Lombra corciata del gheppio pare ignota ai giovinetti arbusti quando rade fugace. E la nube che vede? Ha tante facce la polla schiusa. Forse nel guizzo argenteo della trota controcorrente torni anche tu al mio piede fanciulla morta Aretusa.

Ecco lomero acceso, la pepita travolta al sole, la cavolaia folle, il filo teso del ragno su la spuma che ribolle e qualcosa che va e troppaltro che non passer la cruna... Occorrono troppe vite per farne una. Da La bufera e altro BALLATA SCRITTA IN UNA CLINICA Nel solco dellemergenza: quando si sciolse oltremonte la folle cometa agostana nellaria ancora serena - ma buio, per noi, e terrore e crolli di altane e di ponti su noi come Giona sepolti nel ventre della balena ed io mi volsi e lo specchio di me pi non era lo stesso perch la gola ed il petto tavevano chiuso di colpo in un manichino di gesso. Nel cavo delle tue orbite brillavano lenti di lacrime pi spesse di questi tuoi grossi occhiali di tartaruga che a notte ti tolgo e avvicino alle fiale della morfina. Liddio taurino non era il nostro, ma il Dio che colora di fuoco i gigli del fosso: Ariete invocai e la fuga del mostro cornuto travolse con lultimo orgoglio anche il cuore schiantato dalla tua tosse. Attendo un cenno, se prossima lora del ratto finale: son pronto e la penitenza sinizia fin dora nel cupo singulto di valli e dirupi dellaltra Emergenza.

Hai messo sul comodino il bulldog di legno, la sveglia col fosforo sulle lancette che spande un tenue lucore sul tuo dormiveglia, il nulla che basta a chi vuole forzare la porta stretta; e fuori, rossa, sinasta, si spiega sul bianco una croce. Con te anchio maffaccio alla voce che irrompe nellalba, allenorme presenza dei morti; e poi lululo del cane di legno il mio, muto. SULLA COLONNA PIU ALTA Dovr posarsi lass il Cristo giustiziere per dire la sua parola. Tra il pietrisco dei sette greti, insieme sumilieranno corvi e capinere, ortiche e girasoli. Ma in quel crepuscolo eri tu al vertice: scura, lali ingrommate, stronche dai geli dellAntilibano; e ancora il tuo lampo mutava in vischio i neri diademi degli sterpi, la Colonna sillabava la Legge per te sola. IRIDE Quando di colpo San Martino smotta le sue braci e le attizza in fondo al cupo fornello dellOntario, schiocchi di pigne verdi fra la cenere o il fumo dun infuso di papaveri e il Volto insanguinato sul sudario che mi divide da te; questo e poco altro (se poco il tuo segno, un annuncio, nella lotta che me sospinge in un ossario, spalle al muro, dove zaffiri celesti e palmizi e cicogne su una zampa non chiudono latroce vista al povero Nestoriano smarrito;

quanto di te giunge dal naufragio delle mie genti, delle tue, or che un fuoco di gelo porta alla memoria il suolo ch tuo e che non vedesti; e altro rosario fra le dita non ho, non altra vampa se non questa, di resina e di bacche, tha investito. *** Cuore daltri non simile al tuo, la lince non somiglia al bel soriano che apposta luccello mosca sullalloro; ma li credi tu eguali se tavventuri fuor dellombra nel sicomoro o forse quella maschera sul drappo bianco quelleffige di porpora che tha guidata? Perch lopera tua (che della Sua una forma) fiorisse in altre luci Iri del Canaan ti dileguasti in quel nimbo di vischi e pungitopi che il tuo cuore conduce nella notte nel mondo oltre il miraggio dei fiori del deserto, tuoi germani. Se appari, qui mi riporta, sotto la pergola di viti spoglie, accanto allimbarcadero del nostro fiume - e il burchio non torna indietro, il sole di San Martino si stempera, nero. Ma se ritorni non sei tu, mutata la tua storia terrena, non attendi al traghetto la prua, non hai sguardi, n ieri n domani; perch lopera Sua (che nelle tua si trasforma) devessere continuata. ANNIVERSARIO Dal tempo della tua nascita sono in ginocchio, mia volpe. E da quel giorno che sento vinto il male, espiate le mie colpe. Arse a lungo una vampa; sul tuo tetto, sul mio, vidi lorrore traboccare. Giovane stelo tu crescevim e io al rezzo delle tregue spiavo il tuo piumare.

Resto in ginocchio: il dono che sognavo nono per me ma per tutti appartiene a me solo, Dio diviso dagli uomini, dal sangue raggrumato sui rami alti, sui frutti. Da Satura XENIA, I, 14 Dicono che la mia sia una poesia dinappartenenza. Ma sera tua era di qualcuno: di te che non sei pi forma ma essenza. Dicono che la poesia al suo culmine magnifica il tutto in fuga, negano che la testuggine sia pi veloce del fulmine. Tu sola sapevi che il moto non diverso dalla stasi, che il vuoto il pieno e il sereno la pi diffusa delle nubi. Cos megli intendo il tuo lungo viaggio imprigionata tra le bende e i gessi. Eppure non mi d riposo sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa. XENIA, II, 13 Ho appeso alla mia stanza il dagherrtipo di tuo padre bambino: ha pi di un secolo. In mancanza del mio, cos confuso, cerco di ricostruire, ma invano, il tuo pedigree. Non siamo stati cavalli, i dati dei nostri ascendenti non sono negli almanacchi. Coloro che hanno presunto di saperne non erano essi stessi esistenti, n noi per loro. E allora? Eppure resta che qualcosa accaduto, forse un niente che tutto. Lopera poetica di Montale leggibile in Lopera in versi, Einaudi, 1980 o in Tutte le poesie, Mondadori. 1984. Per una trattazione generale dellopera di Montale, con unattenzione notevole alla questione della presenza femminile: Romano Luperini, cit., passim.