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CATULLO

OTIUM
Nella cultura romana del I secolo ha una pluralità di significati.
Nella vita della comunità romana indica la pace interna dello Stato, la Pax
invece la non belligeranza.
Nella vita individuale assume un significato negativo. Infatti se lo Stato è in
pace l’individuo può godere di maggiori libertà anche nella vita privata. Con la
conquista di questi spazi il termine otium muta, il tempo libero porta a
trascurare la vita pubblica, fino ad arrivare a significare il suo contrario: negoti
inopia. La pace nello Stato consente dunque il tempo libero, nel quale fioriscono
cultura, filosofia, poesia, ma anche l’eros e la dissipazione.

Traina dirà che la scelta di Catullo, in un periodo in cui lo Stato Romano era in
procinto di passare da res publica a res unius, mostra la forza dirompente
dell’otium ma rischia anche di essere il colpo finale allo Stato.

CATULLO
Nacque tra l’87 e l’84 a Verona, e da questo comprendiamo l’emergere della
sua moralità tradizionale in quanto originario di una provincia, le quali sono più
tradizionali. Morì nel 54. La fonte principale della sua vita è San Girolamo

LIBER
Il Liber che ci è giunto non coincide con il ‘libellus’ dedicato a Cornelio Nepote
di cui parla.
L’ordine in cui ci sono giunti i carmi si basa su criteri metrici, scelti da filologi
antichi e non dallo stesso Catullo, si tratta quindi di una raccolta postuma.
- 1-60: polimetri;
- 61-68: carmina docta;
- 69-116: distici elegiaci.

CARMI BREVI
Sono caratterizzati da un’estensione esigua che va di pari passo con la modestia
dei contenuti. In questi carmi vengono trattati argomenti quotidiani:
- affetti;
- amicizie;
- inimicizie;
- passioni;
- aspetti minori della vita (come l’invito a cena o la morte del passerotto).

Catullo fa propri i principi della poetica callimachea: brevità, raffinatezza e


dottrina. Catullo dà ai suoi carmi un effetto di immediatezza, che sottende
tuttavia una fine cura formale. Questo ‘labor limae’ è alla base anche dei carmi
brevi.
In questi carmi parla della vita vissuta attraverso il filtro della letteratura, pur
parlando di esperienze di vita quotidiana dà ai carmi delle movenze letterarie.

AMORE
L’amore è al centro dell’opera di Catullo. La donna amata è Clodia, donna
indipendente come la Sempronia descritta da Sallustio, che il poeta presenta
sotto il nome idealizzante di Lesbia. Quello che prova Catullo è un sentimento
di furor, una passione accesa invisa alla morale dei quiriti per la sua forza
dirompente.
Catullo per parlare del legame con Lesbia utilizza il termine foedus, conferendo
così sacralità. Il legame con la donna amata è infatti un patto di fedeltà eterna,
un surrogato del matrimonio che non si poteva fare. Così facendo Catullo
conferisce una forma di legittimità ad un rapporto che va contro ai principi
dell’ethos tradizionale.
I continui tradimenti di Lesbia portano il poeta ad una riflessione sulle
dinamiche del sentimento amoroso. Arriva a distinguere tra ‘amare’ e ‘bene
velle’.
Catullo è consapevole che il sentimento amoroso è ambivalente e lo declina
sotto la formula dell’ ‘odi et amo’. Questa formula evidenzia il turbamento
dell’amante a causa dei tradimenti, e si ricollega al termine saffico
‘glukupikron’.
Catullo di fronte alla consapevolezza di un diverso impegno psicologico nel
rapporto e ai tradimenti di Lesbia, rivendica per sé la pietas, l’assolvere dei
doveri di cittadino, verso dei e famiglia.

AMICIZIA
L’amicizia è un sentimento molto importante e a Roma era declinato sotto
l’aspetto di alleanze politiche. Cicerone nella sua opera ‘De amicitia’ supera
questo concetto e introduce l’amicizia non come legame politico, ma come
concetto fondato su valori etici e morali. Sono amici quelli che condividono lo
stesso sentire, non solo di ideali politici.
Anche per Catullo il concetto tradizionale di amicizia viene interpretato in
modo diverso. Viene visto come un sentimento autonomo fondato sulla fides.
Per Catullo gli amici sono coloro che condividono ideali, gusti e
comportamenti. Devono essere altrettanto eleganti e raffinati. Si diffonde infatti
l’estetica del lepos: infatti si sostituisce al vir gravis (l’uomo serio e
compassato) il vir lepidus (uomo elegante e raffinato).
Catullo individua nella città lo spazio ideale e tranquillo nel quale trova il suo
spazio la vita e l’attività letteraria raffinata. Questa contrapposizione tra città e
campagna la ritroviamo anche negli ‘Adelphi’ di Terenzio, dove vengono
contrapposte la vita di Micione e Demea, e la città diventa il polo positivo.

INIMICIZIA
Oltre all’amicizia nei carmi di Catullo è ricorrente anche il tema dell’inimicizia.
Il poeta attacca nei suoi carmi nemici e rivali (in arte e amore) e anche i
‘nemici’ che non condividono i dettami e i concetti dei poeti novi.
Le sue invettive prendono il nome di ‘truces iambi’, e segue il modello di
Andriolo colpendo i suoi nemici con la poesia.

CARMINA DOCTA
I carmina docta sono il riflesso del nuovo stile poetico, caratterizzati dalla
brevitas, dalla dottrina e dalla raffinatezza. I carmina docta sono epilli, piccoli
poemi epici, eleganti e dotti. Essi sono contrapposti alla sovrabbondante
faciloneria degli imitatori di Ennio, che compongono moltissimi versi senza
però curarsi di dar loro una forma, venendo meno a quel ‘labor limae’.
I carmina docta rappresentano l’applicazione dei principi della poetica
callimachea: brevità, dottrina ed eleganza. Catullo criticherà più volte la
mancata cura formale o l’ampollisità di certi poeti. Un esempio è il carme 95
dove prima attacca Ortensio, mettendo in antitesi la sua sovrabbondante
produzione letteraria sinonimo di scarsa cura delle opere, alla Zmyrna di Cinna;
e poi critica l’ampollosità e l’essere prolisso di Antimaco, un poeta greco del IV
secolo che scriveva poemi epici, al quale contrappone il culto della brevità.
Rispetto alle altre parti del liber, i carmina docta appaiono come divisi in quanto
si riscontrano due incongruenze:
- sul piano linguistico: infatti lo stile è elevato e non quotidiano;
- e anche sul piano della narrazione. Nei carmi brevi Catullo usa la 1°/2°
persona. Nei carmina docta invece la narrazione è più distaccata e viene
usata la 3°.
Tuttavia possiamo trovare l’unità con il resto dell’opera se analizziamo questi
carmi sotto l’aspetto dell’ethos e del pathos. Nei carmina docta Catullo riflette
sulle sue vicende personali proiettandole nel mito. Ad esempio nel carme 64
propone il matrimonio di Peleo e Teti come esempio di matrimonio esemplare,
quello che lui non può avere con Lesbia. A questo si intreccia la vicenda di
Arianna e Teseo. Arianna dopo aver aiutato Teseo a sconfiggere il Minotauro
fugge con lui sull’isola di Naxos. Teseo però sbadatamente la abbandonò e
Arianna, sola, si dispera. In questo carme Catullo lascia spazio alle sue
aspirazioni di un’unione alla cui base stia al fides, e allo stesso tempo mostra le
sue sofferenze e le sue frustrazioni patite per amore. Questo carme, come gli
altri carmina docta, pur all’apparenza presentandosi distaccato rappresenta una
continuità nell’opera in quanto l’io del poeta è sempre presente.

ARTE ALLUSIVA
Alla base dei carmi di Catullo troviamo la poetica di imitazione del modello
greco, sia ellenistico che alla lirica arcaica. L’imitatio catulliana non è nascosta,
ma messa in mostra. Infatti Catullo non persegue un’imitazione pedissequa del
modello greco, ma il modello greco viene ripreso e gli si dà una nuova forma.
Così facendo Catullo arricchisce il suo testo di risonanze e significato, che è
pensato apposta per far venire in mente il modello greco al lettore dotto, l’unico
in grado di cogliere la raffinatezza adoperata.
Un esempio è il carme 51 nel quale riprende il testo di Saffo, adoperandosi in un
lavoro di rielaborazione e traduzione, non pedissequa ma artistica.

STILE
Anche per quanto riguarda lo stile Catullo è un innovatore. A partire dal
concetto alessandrino di poikilia, varietà, riuscì a unire in modo ponderato il
linguaggio letterario, al sermo cotidianus, che conserva termini ed espressioni
tipiche del linguaggio parlato. Inserisce nella letteratura tanti elementi tipici del
linguaggio popolare, come basium anziché osculum, o bellum anziché pulcher,
le interiezioni come Iupiter. Utilizza anche molti diminutivi, e sempre di aspetto
popolare sono gli insulti pesanti ed osceni che rivolge a molti nemici. Utilizza
però anche numerosi grecismi e formule tipiche antiche. Catullo è un poeta
doctus che accostando la raffinatezza al cotidianus crea uno stile mediano.
T2 CARME 3
Epicedio in onore del passerotto di Lesbia. A questo topos letterario unisce
immagini e aspetti di quotidianità.
Catullo rivolge il canto ai ‘venusti’ ovvero coloro che conducono uno stile di
vita elegante, sensibili alle cose belle e che possono apprezzare questo genere di
poesia.
Catullo parla della disperazione di Lesbia a seguito della morte del suo
passerotto a cui era molto legata. Rappresenta scene di vita quotidiana, parla dei
momenti passati insieme tra Lesbia e il passero e il suo affetto per quello. In
questo carme convivono espressioni quotidiane e toni elevati. Il carme è denso
di pathos, sia nei versi 3-5 dove annuncia la morte del passerotto, sia nei versi
conclusivi nei quali Catullo attraverso i due diminutivi rimarca la sua
sofferenza. Pare che quello che lo turbi non sia la morte del passero, bensì le
lacrime della donna amata.

“Piangete, o Veneri e Amorini, e quanto vi è di uomini raffinati. Il passero della


mia ragazza è morto, il passero delizia della mia ragazza, che lei amava più dei
suoi occhi; infatti era dolce come il miele e riconosceva la sua padrona tanto
bene come una ragazza la madre, e non si allontanava dal grembo di quella, ma
saltellando di qua e di là pigolava sempre solo alla padrona. Questo adesso se ne
va per una via tenebrosa nel luogo, da dove dicono che nessuno ritorni. Siate
maledette, tenebre malvagie dell’Orco, che divorate ogni cosa bella; mi avete
strappato un passero tanto bello. O che disgrazia! O povero passerotto! Ora per
colpa tua gli occhietti della mia ragazza sono gonfietti per il piano e si
arrossano.

T11 CARME 13
“Cenerai bene presso di me, oh mio Fabullo, tra pochi giorni, se lo approvano
gli dei, se con te porterai una buona e abbondante cena, non senza una bella
ragazza e vino e sale/sagacia e tante risa. Dico che se porterai ciò, mio caro,
cenerai bene; infatti il borsellino del tuo Catullo è pieno di ragnatele. Ma in
cambio riceverai amore sincero o quanto c’è di più dolce e raffinato; infatti ti
darò un profumo, che Venere e gli Amorini donarono alla mia ragazza, che
quando lo sentirai, chiederai agli dei che ti trasformino tutto in un naso, o
Fabullo.”

T15-19 CARME 1-95


“A chi dono il grazioso e nuovo libretto appena levigato con la ruvida pomice?
A te, o Cornelio: infatti tu eri solito ritenere che le mie sciocchezze fossero
(valessero qualcosa), già allora quando, unico tra gli Italiani, hai osato trattare
tutta la storia in tre libri dotti, per Giove, e sudati. Perciò tieni per te questo
libretto qualunque, e questo, o vergine protettrice, possa durare perenne per più
di una generazione”

E’ il carme introduttivo dell’opera di Catullo e contiene la dedica all’amico


Cornelio Nepote, di cui loda alcuni principi comuni. Tuttavia il liber che ci è
giunto potrebbe non corrispondere al libellus di cui parla in questi versi. Difatti
il termine nugae indica le sciocchezze trattate, è quindi probabile che i carmina
docta più raffinati e impegnativi siano stati aggiunti postumi. Il carme è
composto in distici faleci, utilizzati soprattutti nei carmi scherzosi, infatti
possiamo notare la contrapposizione tra l’incipit del carme, dove Catullo
presenta la sua opera come un ‘libellum’ in cui vengono trattate ‘nugae’, alla
parte finale nella quale si augura che possa durare nel tempo.

Interessante è il secondo verso che indica sia la pietra pomice che veniva usata
per levigare i papiri, ma allude anche al ‘labor limae’ la meticolosa cura formale
a cui Catullo sottopone il testo. Infatti l’impressione di spontaneità e naturalità
nel poetare è frutto di un artificio; Catullo sottopone la sua opera ad un accurato
labor limae e rende l’impressione di spontaneità. Troviamo esposto un altro dei
tratti della poetica di Catullo, la brevitas. Nell’elogio a Cornelio Nepote Catullo
sottolinea come il poeta abbia scritto in soli 3 libri tutta la storia dell’umanità,
mentre ad esempio altri autori illustri come Omero per raccontare hanno
impiegato 24 libri e migliaia di versi per trattare 1 solo anni di guerra. Nepote
invece viene elogiato per aver saputo trattare in soli 3 libri una materia tanto
ampia, possiamo dunque ritrovare qua la massima espressione del principio
callimacheo della brevitas.

Catullo criticherà invece altri poeti per la loro ampollosità e la mancata cura
formale. Nel carme 95 propone la critica alla poesia tradizionale e la
contrapposizione con i principi callimachei. Il carme si regge su più
contrapposizioni tra poeti ‘tradizionali’ e Cinna che aveva composto la Zmyrna
che è presentata come exemplum della buona poetica.
Nella prima antitesi troviamo contrapposti Ortensio Ortalo e Cinna, il cui
legame di affettività con Catullo è evidenziato dal possessivo. Catullo mette in
antitesi la sovrabbondante produzione letteraria di Ortensio, sinonimo di scarsa
cura formale, alla Zmyrna di Cinna il quale ha impiegato 9 anni per pubblicarla.
La seconda antitesi riguarda la Zmyrna e gli Annali di Volusio. Catullo
profetizza la diffusione del poemetto di Cinna e lo esalta come opera imperitura,
mentre gli Annali di Volusio sono destinati ad una scarsissima circolazione,
tanto da essere definiti ironicamente come carta per avvolgere gli sgombri.
Catullo infine elogia la brevitas dell’amico Cinna, capace di scrivere un'opera
‘parva’ piccola e breve. E’ invece contrapposto a Cinna Antimaco, poeta greco
del IV secolo già criticato da Callimaco per la sua ampollosità. Troviamo anche
una nota critica e di disprezzo verso il ‘populus’ la plebe. La poesia di Catullo
infatti non poteva essere apprezzata dal popolo, ma solo da quelle persone che
coltivavano come lui l’eleganza e la raffinatezza, i venusti di cui parla anche nel
carme 3.

T1 CARME 5
“Viviamo e amiamo, mia Lesbia, e i rimproveri dei vecchi severi consideriamoli
tutti insieme un soldo bucato. I giorni tramontano e tornano, ma quando cade
per noi la breve luce, dobbiamo dormire una sola notte perpetua. Dammi mille
baci, poi cento, poi altri mille, poi di nuovo cento, poi di seguito altri mille e poi
ancora cento. Quando poi ne avremo dati molte migliaia li confonderemo, per
non sapere il numero, e perché nessun malvagio ci faccia un malocchio,
sapendo che esiste un così gran numero di baci.

T4 CARME 87-109
“Nessuna donna può dire di essere stata amata tanto sinceramente, quanto tu
mia Lesbia sei stata amata da me. Nessuna fedeltà ci fu mai in un patto, quanta è
stata trovata da parte mia nel mio amore per te.”

“Vita mia, mi prometti che il nostro amore tra di noi sarà gioioso ed eterno. Dei
grandi fate in modo che possa promettere sinceramente, e che dica ciò dal
cuore, in modo che sia lecito far durare per tutta la vita questo patto eterno di
sacra amicizia.”
Questi carmi sono collegati dai concetti di fides e foedus. I termini hanno la
radice comune e si rifanno al mos maiorum. Per Catullo il foedus indica il patto
d’amore tra i due amanti, retto dalla fides ovvero dal rigoroso rispetto degli
obblighi morali che conseguono ad un rapporto. I due non potevano sposarsi in
quanto per l’etica tradizionale Clodia doveva rimanere fedele al defunto marito
Metello. Tuttavia Catullo individua nel foedus un surrogato del matrimonio, che
in quanto tale impone vincoli di fedeltà. Clodia non rispetterà però questi
vincoli. Catullo come vediamo nel carme 109 nutre speranze per la relazione.
Catullo nell’evolversi della relazione si riconoscerà pius, riconoscerà sé stesso
come fedele e rispettoso della fides, e nel carme 8 chiede di agli dei di essere
liberato da questo tormento.

T5 CARME 8
Misero Catullo, smettila di impazzire, e ciò che vedi essere finito consideralo
finito. Splendettero un tempo per te splendidi giorni, quando andavi dove ti
conduceva la ragazza amata da me quanto nessuna sarà amata. Lì allora si
facevano quelle cose divertenti, che tu volevi e che la tua ragazza non rifiutava.
Splendettero davvero per te giorni splendidi. Adesso quella non vuole più; tu
pure incapace di dominarti, non volere e non inseguire lei che fugge, e non
vivere infelice, ma con animo risoluto sopporta e resisti. Addio ragazza. Ormai
Catullo tiene duro, non ti cercherà e non ti supplicherà contro il tuo volere. Ma
tu soffrirai, quando non sarai cercata da me. Sciagurata, male a te, che vita ti
resta! Chi ti cercherà ora? A chi sembrerai bella? Ora chi ti amerà? Di chi dirai
essere? Chi bacerai? A chi morderai le labrette? Ma tu Catullo, ostinato resisti.

T6 CARME 70
Catullo riprende il topos del giuramento d'amore di una donna visto come una
scritta sull’acqua dalla tradizione greca: da Sofocle, Callimaco e Meleagro.
Tuttavia non si limita a fare proprio questo concetto, bensì lo utilizza per
proiettare la sua esperienza autobiografica collocandola in una dimensione
universale ed eterna.
Lesbia è definita mulier e non puella, il tono è serio. Il verbo ‘nubere’ di solito
indica lo sposarsi per le donne, in questo caso non potendo sposarsi indica
l’unirsi a letto, in chiave erotica. Si richiama il fatto che Giove era considerato
nel mito seduttore di donne.
“La mia donna dice di non voler unirsi con nessuno se non con me, nemmeno se
Giove stesso lo chiedesse. Dice, ma ciò che una donna dice ad un amante
bramoso, conviene scriverlo nel vento e nell’acqua impetuosa.”

TESTO 7 CARME 72
Dicevi, o Lesbia, un tempo di conoscere solo Catullo, e di non volere tenere al
posto mio neppure Giove. Ti amai allora non tanto come la gente del popolo
ama un’amica, ma come un padre ama i figli e i generi. Ora ti ho conosciuta,
perciò anche se ardo con maggiore violenza, tuttavia mi sei molto più vile e
insignificante. ‘Com’è possibile?’ chiedi. Perché una tale offesa costringe
l’amante ad amare di più, ma a volere meno bene.”

Contrapposizione passato presente. Prima Lesbia amava sinceramente Catullo e


lo preferiva a tutti, e Catullo la amava razionalmente e non solo passionalmente.
Proprio come un padre ama i figli, mentre la madre ha un amore viscerale, il
padre amava i figli in base ai meriti, e li sceglieva. Tuttavia Lesbia va contro lo
ius e infrange il foedus. Viene a mancare il bene velle, quella stima e
considerazione, l’amore puro. Cerca di dimenticarla, consapevole del diverso
impegno psicologico e di essere stato pio e che il sentimento non è corrisposto.

T8 CARME 85
“Odio e amo. Forse mi chiedi perché faccio ciò. Non lo so, ma sento che accade
e sono tormentato.
Catullo si arrende e può solo provare tormento, e esprime la sua lacerazione con
l’ossimoro. Il bene velle è venuto bene e ha preso il suo posto odi.

T16 CARME 51
“Quello mi sembra essere pari ad un dio, quello, se è lecito, mi sembra
superiore agli dei, che sedendo di fronte a te continuamente ti guarda e ti
ascolta, mentre sorridi dolcemente, e ciò a me infelice toglie tutti i sensi; infatti
non appena ti vedo, o Lesbia, non mi resta un filo di voce ma la lingua è
intorpidita, una fiamma sottile, le orecchie tintinnano di un suono interno, da
una doppia notte sono coperti i miei occhi. L’ozio, o Catullo, ti danneggia; a
causa del troppo ozio smani e ti esalti troppo. L’ozio in passato ha mandato in
rovina re e città ricche.”
Catullo scrive questo carme partendo da una celebre ode di Saffo. Propone una
traduzione artistica della poesia saffica, adattandola alla cultura romana e
sintetizzando i sintomi poetici. A differenza del testo saffico qua troviamo una
centralità nella figura dell’uomo sottolineato dall’anafora ‘ille’ ‘ille’.
Nell’apostrofe della strofa finale mostra un atteggiamento moraleggiante nei
confronti dell’ozio. Catullo ha fatto dell’ozio, il disimpegno, il centro della sua
vita, ma di fronte a questo amore che lo travolge, scaturito dall’ozio, ritrova i
valori romani.

T20 CARME 93
“Non mi interessa affatto, o Cesare, di piacerti, né sapere se sei un uomo bianco
o nero”
Era un amico di famiglia di Catullo, lo conobbe durante il suo proconsolato in
Gallia. Rimase impassibile al suo fascino di uomo militare e capo politico
poiché ha fatto una scelta di ozio.

POESIA NUGATORIA
Il I secolo a.C fu un secolo di grandi cambiamenti a Roma, dalla guerra civile
tra Mario e Silla, la congiura di Catilina, il triumvirato...pure la poesia fu
investita da grandi cambiamenti. A seguito dell’entrata in contatto con la cultura
greca, si assistette ad una sempre maggiore ellenizzazione di molti aspetti
tradizionali romani. Il contatto con la cultura greca portò ad un affievolimento,
o come direbbe Catone alla corruzione, del mos maiorum romano. Riscontriamo
questo cambiamento anche nella poesia. I poeti infatti non assumevano più un
ruolo di subordinazione rispetto ai modelli greci, ma si fece largo il principio
dell’emulatio, quindi una maggiore consapevolezza. I poeti iniziarono a
condurre una vita dedicata all’otium e ai suoi piaceri e passioni, abbandonando
la vita tradizionale del cives romano, che doveva essere dedicata all’impegno
per lo Stato. Tra l’elite colta romana, che si era disinteressata degli impegni
civili per dedicarsi all’otium, si diffonde un nuovo genere di poesia. Una poesia
dalle dimensioni brevi, dal tono leggero, destinata all’uso privato e che non
aveva dunque ricadute su largo pubblico, ed aveva spesso carattere ludico. In
questa poesia troviamo l’espressione dei sentimenti del poeta. I temi trattati
infatti non erano più le guerre o la gloria di Roma, ma gli amori, le passioni e
gli odi e tutto ciò che la quotidianità del poeta offriva. Dato appunti gli
argomenti trattati, le nugae, sciocchezze, prese il nome di poesia nugatoria.
RIVOLUZIONE NEOTERICA
A Roma cambiarono il gusto letterario, e si andò a preferire una poesia raffinata
ed essenziale sul modello callimacheo. Cambiò anche l’etica, infatti questa
nuova generazione di poeti, i poetae novi, hanno fatto una scelta di vita legata
esclusivamente all’otium, trascurando attività politiche e civili. Si afferma così
la poesia neoterica, nella quale rispetto alla poesia nugatoria l’otium viene
messo al centro della vita dei poeti eliminando ciò che era importante per il
civis romanus. In questo possiamo tracciare un parallelismo con la filosofia
epicurea. Infatti anche gli epicurei perseguono un abbandono delle passioni,
delle ansie e degli impegni. Tuttavia avevano come fine il raggiungimento
dell’atarassia, ovvero la liberazione dalle passioni che erano viste
negativamente, e probabilmente la più dannosa era proprio l’eros. Invece i poeti
neoterici pongono l’eros come elemento quasi centrale delle loro vite e poesie.
Il termine neoterico fu utilizzato da Cicerone per definire in tono dispregiativo
la nuova generazione di poeti, infatti novus vuole si dire nuovo ma anche da un
idea di diversità rispetto al passato e quindi di degenerazione dei principi.

MIO DISCORSO
“A chi donerò il nuovo ed elegante libretto, appena levigato dalla ruvida
pomice? A te, o Cornelio: infatti tu eri solito ritenere essere qualcosa le mie
sciocchezze, già allora quando, unico fra gli Italiani, hai osato trattare tutta la
storia in tre libri dotti e sudati, per Giove. Perciò tieni per te questo libretto
qualsiasi, qualunque sia; e questo, o vergine signora, possa durare perenne per
più di una generazione.”

E’ il carme introduttivo dell’opera di Catullo e presenta la dedica al poeta e


amico Cornelio Nepote, di cui elogia i comuni principi di poetica.
Interrogativa retorica tipica del linguaggio familiare. L’incipit è sinonimo della
doctrina di Catullo, infatti richiama l’epigramma con cui Meleagro iniziava la
sua raccolta. Il diminutivo ‘libellum’ e il successivo termine ‘nugae’ indicano
probabilmente come il liber che ci è giunto non corrisponda a quello di cui parla
qua. Il termine nugae indica le sciocchezze trattate e dunque potrebbe far
riferimento solo ad una parte dei carmi; i carmina docta, caratterizzati da uno
stile e argomenti più alti, invece sarebbero stati aggiunti postumi. Sempre
postuma è stata fatta la divisione del liber, organizzato secondo criteri metrici
da filologi antichi:
1-60: polimentri;
61-68: carmina docta
69-116: distici elegiaci
Gli aggettivi lepidum e novum fanno riferimento alla novità della poesia e alla
raffinatezza di essa. Nel secondo verso Catullo si avvale della metafora della
pomice. La pietra veniva infatti utilizzata per lisciare le estremità dei volumi di
papiro. Metaforicamente però allude al labor limae, la meticolosa cura formale a
cui i poetae novi sottoponevano le loro opere. Infatti l’impressione di
spontaneità nel poetare catulliano è tuttavia frutto di un artificio. Questa
naturalezza infatti è ricercata e sottende una meticolosa cura formale. Nugas
rafforza l’idea di libellum. Il tono poi si enfatizza nell’elogio a Nepote.
Troviamo espresso un altro dei principi della poetica di Catullo, la brevitas.
Nell’elogio all’amico Cornelio Nepote sottolinea come sia stato capace di
scrivere in soli 3 libri, con stile dotto, tutta la storia dell’umanità finora; mentre
altri autori più illustri come Omero hanno impiegato 24 libri per narrare 1 solo
anno di guerra. Nepote viene dunque elogiato per la sua brevitas, la capacità di
condensare in 3 libri e relativamente pochi versi un argomento tanto ampio.
L’espressione cartis laboriosis è un topos letterario che verrà ripreso
successivamente anche da Leopardi, che con questa metonimia indica i testi che
da ragazzo studiava faticosamente. In questo carme dunque Catullo elogia
Cornelio Nepote, tuttavia in altri carmi criticherà altri poeti per la loro
ampollosità e mancata cura formale.
Nel carme 95 propone la critica alla poetica tradizionale e contrappone ad essa i
principi callimachei. Il carme si struttura su più contrapposizioni tra i poeti
tradizionali e Cinna che aveva composto la Zmyrna, che è presentata come
exemplum della buona poetica in linea con i principi neoterici. Nella prima
antitesi troviamo contrapposti Ortensio Ortalo e Cinna, il cui legame di
affettività è evidenziato dal possessivo. Catullo pone in antitesi la
sovrabbondante produzione letteraria di Ortensio, sinonimo di scarsa cura
formale, al labor limae di Cinna, che ha impiegato 9 anni per pubblicare la sua
opera. La seconda antitesi riguarda la Zmyrna e gli Annali di Volusio. Catullo
profetizza l’ampia diffusione del poemetto di Cinna, destinata a raggiungere fin
le rive del Satraco e la esalta come opera imperitura, mentre gli Annali di
Volusio sono destinati ad una scarsissima circolazione e vengono denigrati,
tanto da essere definiti carta per avvolgere gli sgombri. Catullo infine elogia
l’amico Cinna, capace di scrivere un’opera ‘parva’ piccola e breve, facendo
riferimento dunque alla brevitas. E’ invece contrapposto a lui Antimaco, poeta
greco del IV secolo che scriveva poemi epici che già da Callimaco era stato
criticato per la sua ampollosità. Troviamo infine una nota critica e di disprezzo
verso il populus. La poesia di Catullo infatti non poteva essere apprezzata dal
popolo, ma solo da quelle persone che come lui coltivavano l’eleganza e la
raffinatezza, dai venusti di cui parla anche nel carme 3.