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Modulo L'elegia romana

SCUOLA INTERUNIVERSITARIA SICILIANA DI SPECIALIZZAZIONE


PER L’INSEGNAMENTO SECONDARIO
S.I.S.S.I.S.
VII CICLO - A. A. 2005-2006
CLASSE 51/A

MODULO PER GENERE

L'elegia romana

LABORATORIO DI LATINO Prof. G. De Bernardis

SPECIALIZZANDI Lidia Di Stefano


Lucia Dolcimascolo
Viviana Gulino
Paolo Monella
Marialba Taranto

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Modulo L'elegia romana

Titolo del Modulo

L'elegia romana

Classe ed indirizzo di studi

4° anno Liceo Scientifico (secondo quadrimestre)

Presentazione del modulo e integrazione con l'attività didattica

All'interno della letteratura di età augustea, lo studio del genere elegiaco si inserisce come naturale
complemento: alle tematiche bucoliche, didascaliche ed epiche di Virgilio, ed alla programmatica
poikilìa tematica della lirica oraziana, può essere utile affiancare lo studio di un corpus di testi,
come quello elegiaco, che presenta una notevole e costitutiva omogeneità formale e contenutistica.
Questo costituisce per gli studenti un'opportunità preziosa di osservare da vicino, ovvero sui testi, le
dinamiche interne e lo sviluppo in diversi autori di uno dei generi più fortemente strutturati della
letteratura latina. Tale approccio risulta tanto più utile in considerazione dell'importanza centrale
che la categoria del genere letterario riveste nelle letterature classiche. La forte unitarietà tematica e
formale e le sue complesse articolazioni interne, legate alla specificità dei singoli autori, si prestano
in modo particolarmente efficace ad essere presentati nella forma didattica del 'Modulo per genere',
a sua volta articolato in Unità Didattiche.

Organizzazione strutturale del modulo: numero ed argomento delle singole


unità didattiche

Il modulo si articola in cinque unità didattiche, ciascuna delle quali sarà seguita da una verifica in
itinere:

• UDA 1. Lo statuto e le origini dell'elegia latina. La prima UDA illustrerà il dibattito sulle
origini dell’elegia latina, come genere letterario che pur avendo precedenti nella letteratura
greca si affermerà a Roma in modo del tutto originale. Si affronteranno, altresì, le
problematiche principali legate all'origine del genere elegiaco a Roma, facendo riferimento
alla polemica Jacoby-Leo sulla presenza o meno di un'elegia alessandrina 'soggettiva', fino
al più recente intervento di Paolo Fedeli. Si delineerà il discorso introduttivo sul genere
letterario con le sue regole interne e i suoi 'scarti'.

• UDA 2. I precursori dell'elegia latina: i Neoterici, Catullo e Gallo. Saranno presentati

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agli studenti gli snodi centrali della “rivoluzione catulliana”, e più genericamente neoterica,
nel quadro della tradizione poetica latina. Si tornerà qui sulla figura e la produzione di
Catullo nonostante tali tematiche siano già state affrontate nel corso dell’anno scolastico
precedente, in quanto il poeta può essere visto come anticipatore dei principali topoi
dell’elegia augustea. La sua figura sarà, inoltre, giustificata per la presenza, all’interno del
Liber, di componimenti in distico elegiaco. Infine si introdurrà Cornelio Gallo quale
inventor del genere elegiaco facendo riferimento alla problematicità dela ricostruzione della
sua figura poetica.

• UDA 3. Tibullo, tra rêverie rurale e raffinatezza ellenistica. Di Albio Tibullo si cercherà
di restituire un quadro il più completo possibile: non solo il cantore di un rus idealizzato, ma
anche, secondo le suggestioni della critica più avverita (vd. F. Cairns, Tibullus: a hellenistic
poet at Rome, Cambridge 1979), il letterato di raffinato gusto alessandrino e poeta capace di
rendere le diverse sfaccettature dell'amore.

• UDA 4. Properzio tra anticonformismo e “integrazione difficile”. L'UDA si svilupperà


intorno a due nuclei tematici fondamentali: da una parte, l'amore 'irregolare' per Cinzia ed il
conseguente rifiuto delle categorie fondanti del mos maiorum romano (a partire dalla vita
del cursus honorum e dai collegati obblighi militari e civili, fino alla recusatio nei confronti
delle tendenze letterarie augustee); dall'altra, la 'integrazione difficile' su cui ha scritto
pagine illuminanti Antonio La Penna, e il problematico tentativo di trattare tematiche civili
senza rinnegare forme e strutture del genere elegiaco.

• UDA 5. Ovidio: dissoluzione e sopravvivenze del mondo elegiaco. L'Unità conclusiva


condurrà lo studente attraverso il lungo e complesso lavoro di riscrittura delle categorie
costitutive del genere elegiaco compiuto da Ovidio. Si tratteranno in successione: la doppia
redazione giovanile degli Amores; l'incrocio del genere elegiaco con i modi di preziosa
ascendenza alessandrina del poemetto didascalico (Ars amatoria, Remedia amoris,
Medicamina faciei femineae); l'introduzione di istanze narrative e mitologiche all'interno
della soggettività elegiaca nelle Heroides; la 'contaminazione' tra tematiche storico-mitiche
legate alla romanità, nei Fasti; ed infine le ultime variazioni tematiche operate sul tessuto
formale elegiaco nella produzione dell'esilio (Tristia e Epistulae ex Ponto), con la completa
espunzione della tematica erotica. Dalla trattazione rimarrà escluso l'epos delle
Metamorfosi, che, per la sua forte specificità letteraria, non è riconducibile al discorso fin
qui condotto, e andrà inserito in un altro modulo specifico.

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Prerequisiti

• Possedere un quadro della storia e della cultura dell’età augustea, arricchita dai moduli su
Virgilio ed Orazio già svolti in precedenza;
• Conoscere le strutture morfo-sintattiche della lingua latina, ed essere in grado di tradurre,
con l'aiuto dell'insegnante, anche testi poetici;
• Possedere gli elementi fondamentali della prosodia latina ed i principali elementi di metrica,
legati soprattutto all'esametro dattilico;
• Saper individuare gli elementi stilistici e retorico-formali di un testo in lingua latina.

Obiettivi specifici del modulo

• Cogliere analogie e differenze con l’elegia greca;


• Conoscere le problematiche e i caratteri del genere elegiaco a Roma;
• Conoscere gli elementi caratteristici, di contenuto e formali, degli autori rappresentativi del
genere elegiaco;
• Essere in grado di ricodificare in italiano i testi elegiaci tradotti dal latino, mostrando
capacità di organizzazione del linguaggio;
• Tramite la lettura dei testi classici, essere in grado di elaborare considerazioni di carattere
stilistico, lessicale e semantico e di connettere il testo al contesto storico e culturale.

Tempi

1 15 ore complessive, così ripartite:

 UDA 1. Lo statuto e le origini dell’elegia latina: 2 h

 UDA 2. I precursori dell’elegia latina: i Neoterici, Catullo e Gallo: 4 h

 UDA 3. Tibullo, tra rêverie rurale e raffinatezza ellenistica: 2 h

 UDA 4. Properzio tra anticonformismo e “integrazione difficile”: 2 h

 UDA 5. Ovidio: dissoluzione e sopravvivenze del mondo elegiaco: 3 h

 Verifica sommativa: 2 h

Metodologie

In primo luogo, si verificherà se il gruppo-classe possiede, nella sua totalità o in parte, i prerequisiti

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indicati sopra. Tale operazione sarà condotta tramite un ‘test d’ingresso’ scritto e la successiva
discussione in classe dei risultati di tale prova. Successivamente il docente presenterà il modulo
tenendo conto dei diversi “stili cognitivi” che verranno motivati all’apprendimento sollecitando le
loro curiosità. Pertanto le anticipazioni sul percorso da seguire serviranno affinché gli alunni
possano partecipare attivamente e consapevolmente alla costruzione del modulo. Dopo essersi
soffermati sulle caratteristiche del genere elegiaco a cui i testi appartengono, si guideranno gli
alunni a riflettere sul perché gli autori presi in considerazione abbiano scelto quel genere letterario e
su quali fossero le finalità prefissate. Da qui si procederà alla lettura dei testi e quindi si avvierà la
successiva fase di analisi, durante la quale lo studente sarà coinvolto attivamente nel processo di
traduzione ed analisi, in modo da essere spinto ad individuare in essi le strutture grammaticali,
lessicali e morfo-sintattiche, secondo la metodologia dell’“apprendimento per ricerca”. L’
insegnamento si orienterà, dunque, nella parte di lavoro dedicata ai testi, nella direzione di una
didattica frontale interattiva. Gli studenti saranno, inoltre, stimolati ad istituire collegamenti con
altre discipline tramite apporti personali e sollecitazioni del docente. Si mirerà, dunque, a creare
nella classe una piccola comunità ermeneutica capace di passare dal senso letterale alla valenza
metaforica dei testi. Nell'ipotesi che, nel corso dello svolgimento delle verifiche in itinere,
emergano difficoltà di apprendimento da parte di singoli o gruppi circoscritti all'interno della classe,
si prevedranno percorsi individualizzati, volti al recupero e all'integrazione di tutti all'interno del
dialogo educativo.

Strumenti

• Libri in adozione

• Libri non in adozione, articoli e saggi su rivista

• Materiali informatici

• Materiali audiovisivi

Verifiche

1. Modalità e prerequisiti per la prova d'ingresso

All'inizio della prima lezione del modulo 30 minuti saranno dedicati alla verifica dei prerequisiti
esposti supra, tramite un test comprendente 2 domande a risposta chiusa (V/F), 2 a risposta multipla
con tre opzioni di scelta e 3 a risposta aperta breve. Tale prova verterà su temi trattati

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precedentemente nel corso dell'anno, e in particolare sulla realtà storico-culturale del principato
augusteo. La prova d'ingresso sarà anch'essa presa in considerazione all'interno della valutazione
complessiva del modulo. Essa sarà considerata sufficiente se lo studente avrà dato prova di aver
assimilato le nozioni fondamentali dei moduli precedenti e le problematiche generali inerenti la
produzione letteraria dell'età augustea.

2. Modalità delle verifiche in itinere

Alla fine di ogni UDA si proporranno agli studenti dei test comprendenti domande a risposta
chiusa, a risposta multipla e aperta, riguardanti i principali aspetti trattati. Essi saranno distribuiti in
fotocopia dall'insegnante alla fine della lezione, e dovranno essere svolti dagli studenti
individualmente a casa.

3. Modalità della verifica sommativa

Al termine dell'intero modulo saranno previste due ore dedicate ad una verifica sommativa.
Quest'ultima assumerà la forma di un tema da svolgere in classe, sulla base di una traccia fornita
dall'insegnante. Gli studenti dovranno dimostrare di aver compreso le problematiche generali del
modulo, e di essere in grado di portare avanti un discorso complessivo che attraversi la produzione
di tutti gli autori trattati, offrendo una lettura personale e matura del fenomeno letterario dell'elegia
latina. Una traccia possibile è la seguente: Lo studente tracci un profilo evolutivo del genere
elegiaco latino, dai Neòteroi ad Ovidio, sotto l'aspetto della contrapposizione tra anticonformismo
letterario ed etico e 'integrazione difficile' al mos maiorum ed alle tendenze dominanti della
temperie culturale augustea.

Criteri di valutazione

Per raggiungere una valutazione sufficiente (6), lo studente dovrà dimostrare di sapersi orientare
all’interno del panorama elegiaco inserendovi gli autori di riferimento. Dovrà, inoltre, dar prova di
saper leggere, tradurre e orientarsi nel testo.

Per raggiungere una valutazione discreta (7), lo studente dovrà dimostrare una conoscenza
approfondita dei contenuti letterari, mentre la traduzione dei testi proposti dovrà essere resa con un
italiano corretto. Dovrà, inoltre mostrare impegno e interesse per gli argomenti trattati.

Per una valutazione buona (8) viene richiesta una buona conoscenza dei contenuti affrontati e sarà
valutata la capacità di sapere operare confronti tra gli autori proposti; l'analisi del testo dovrà essere

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condotta in maniera puntuale, la traduzione dovrà risultare corretta.

Per ottenere una valutazione ottimale (da 9 a 10), l’alunno dovrà mostrare capacità di
contestualizzare e di rielaborare criticamente i contenuti, operando collegamenti trasversali e
pluridisciplinari, ed inoltre all’alunno verrà richiesta una traduzione esatta che rielabori il senso del
testo latino in un italiano fluido, corretto ed efficace e che presti attenzione particolare alle seguenti
capacità:

 individuare gli usi della lingua, cogliendo le sfumature sintattiche e lessicali, sulle quali
riflettere per orientare le modalità di traduzione;

 condurre una analisi di carattere stilistico;

 cogliere le intenzioni e gli scopi del discorso.

Saranno valutati in modo insufficiente gli studenti che dimostreranno di non sapersi orientare
all’interno della tematica generale dell’elegia e che traducono con lentezza e difficoltà compiendo
errori che denotano carenze morfosintattiche e lessicali.

La valutazione cercherà di coinvolgere l'allievo mediante un processo di autovalutazione che


contribuisca al proprio processo di crescita.

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Test d’ingresso
Domande a risposta chiusa

1) Gli scrittori dell’età augustea si cimentarono gareggiando con i grandi scrittori greci sia di epoca
classica che ellenistica V F

2) Tra le opere di Virgilio solo l’Eneide si può considerare pienamente augustea, mentre nelle altre
si notano accenti polemici contro il principato V F

Domande a risposta multipla

1) La battaglia di Azio e il conseguente trionfo di Ottaviano su Antonio si collocano nel


a) 42 a.C.
b) 31 a.C.
c) 27 a.C.

2) Conquistato il potere, Augusto


a) modificò l’ordinamento repubblicano
b) mise in discussione l’autorità del senato
c) concentrò su di sé progressivamente alcune cariche e funzioni del potere

Domande a risposta aperta

1) Delinea la figura di Catullo all’interno del panorama storico-culturale cesariano (massimo


10 righe)
2) Che cosa si intende per “pax augustea”? Illustra ideali e valori relativi a questo periodo
(massimo 10 righe)
3) In che modo Mecenate e la sua cerchia di scrittori appoggiarono la politica augustea?
(massimo 5 righe)

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UDA 1. Lo statuto e le origini dell’elegia latina


1.1 L’etimologia e la nascita del genere Il termine "elegia", nell'antica letteratura greca, indicava
un componimento poetico il cui metro era il distico elegiaco costituito da un esametro e da un
pentametro dattilico. La asimmetria dei due versi conferiva sinuosità al ritmo che appariva, al gusto
degli antichi, più vario e raffinato dell’esametro. Probabilmente il termine si ricollega alla
designazione frigia (o di altra lingua vicina) dell’aulòs, strumento simile al flauto che
accompagnava la recitazione dei componimenti poetici, ma sul significato della parola vi sono
molte incertezze. Incerta ne è la derivazione etimologica: il termine greco eleghèion risulta
connesso con il termine èlegos, che, secondo alcuni grammatici antichi, avrebbe avuto il significato
originario di “canto di lamento funebre”. Per questo motivo, nell’antichità, si pensava che l’elegia
fosse connessa con le lamentazioni. I critici moderni sono concordi nel ritenere che tale ipotesi sia
improbabile, in quanto, fin dalle sue origini, questo genere presenta toni e contenuti molto diversi,
pur nell'identità della struttura metrica, che poco hanno a che vedere con le lamentazioni.
Originaria della Ionia, dal VII secolo a.C., l’elegia si diffuse trovando impiego in svariate occasioni
della vita sia pubblica che privata incentrate intorno al momento del simposio. Ebbe carattere
guerresco con Callino di Efeso e con Tirteo di Sparta; con Solone di Atene divenne politica e
sociale; con Mimnermo di Colofone cantò la fugacità malinconica della giovinezza e dell'amore; fu
pessimistica e moraleggiante con l'aristocratico Teognide di Megara Nisea.
Tra il V e il IV secolo a.C., si pone l’opera del poeta greco Antimaco di Colofone, tramite
importante tra l’elegia arcaica e quella posteriore, il quale istituisce una connessione fra
autobiografia e mito. Scrisse un poemetto elegiaco dal titolo Lyde, nel quale si consola per la
precoce morte della donna amata, narrando esempi mitici di amore tragico. E’ sul modello di
Antimaco che alcuni poeti ellenistici, e in seguito anche latini, riunirono sotto il nome dell’amata i
propri componimenti elegiaci.
In età ellenistica, dopo un breve periodo di crisi, l’elegia ebbe notevole sviluppo e le tematiche
privilegiate furono soprattutto il tema erotico e mitologico, come confermano gli Aitia di Callimaco
e i componimenti di Filita di Cos. A Callimaco, in particolare, si deve la fondazione del poemetto
eziologico, dotto e raffinato nello stile. L'elegia alessandrina, a partire dal III secolo a.C., fu
soprattutto l'elegia dell'eros tormentato e doloroso, delle passioni del mito meno conosciute. In essa
il poeta, molto più che parlare di sé, esponeva i mitici casi d'amore. Purtroppo, però, ci resta ben

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poco dell’elegia ellenistica greca ed è proprio questa lacuna ad alimentare, presso gli studiosi, la
questione sulle origini dell’elegia romana.

1.2 L’elegia a Roma


Il dibattito sulle origini Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento per spiegare le
caratteristiche dell’elegia latina si inaugurò un vivace dibattito sulle origini della stessa:
schematizzando, le tesi contrapposte sono quelle di F. Leo e di F. Jacoby. Il primo ipotizza
l’esistenza di un elegia ellenistica soggettiva, oggi perduta, da cui deriverebbe quella latina; per il
secondo, invece, l’elegia latina doveva considerarsi ampliamento e sviluppo dell’epigramma
ellenistico, con il quale condivideva il metro e il contenuto erotico-soggettivo. Posizione neo-
jacobiana, più equilibrata, appare quella di P. Fedeli, che, indagando il tessuto epigrammatico
dell’elegia I, 3 di Properzio, riformula il problema delle origini dell’elegia latina da lui considerata
come sviluppo dell’epigramma alessandrino per l’utilizzo del materiale mitico, ma combinazione di
vari generi letterari per quel che riguarda la struttura.
Oggi, dunque, rispetto ai precedenti greci, si sottolinea l’originalità dell’elegia romana, che si
presenta più complessa nelle tematiche. L’elegia latina, infatti, diede spazio ad elementi assorbiti da
altri generi letterari come l’epigramma, componimento breve in distici elegiaci, dal quale riprende
l’elemento erotico, mitologico ed erudito, l’epillio per la struttura narrativa, il componimento
eziologico per i riferimenti mitologici e la bucolica per la ricostruzione nostalgica e dotta del
paesaggio: si delinea così un genere che sarà tutto romano.
Il canone Alla fine del I sec. d.C., Quintiliano, nella sua celebre opera intitolata "Institutio
oratoria", afferma: Elegia quoque Graecos provocamus, cuius mihi tersus atque elegans maxime
videtur auctor Tibullus. Sunt qui Propertium malint. Ovidius utroque lascivior, sicut durior Gallus
(Anche nell’elegia sfidiamo i Greci; il rappresentante di essa dallo stile più nitido ed elegante a me
sembra Tibullo; altri preferiscono Properzio. Ovidio è più lascivo degli altri due, così come Gallo è
più puro). Tali parole dimostrano che già i Romani guardavano con orgoglio alla fioritura del
genere elegiaco in lingua latina, in grado di sfidare i Greci e competere con essi.
Anche Ovidio aveva delineato quello che può essere definito il canone degli elegiaci romani: in
un’elegia scritta intorno al 10 d.C. stabilisce una successione cronologica fra quattro scrittori latini e
afferma di essere quarto dopo Gallo, Tibullo e Properzio. E proprio Properzio, nell’ultima elegia del
II libro, cita i poeti latini che avevano cantato prima di lui l’amore per una donna in versi elegiaci e
riporta i nomi di Varrone Atacino, di Catullo, di Calvo e Cornelio Gallo. Catullo, ad eccezione che

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per Properzio, restò fuori dal canone degli antichi per il fatto che il suo libro non era costituito
interamente da elegie.
Le peculiarità dell’elegia Periodo di massima fioritura dell’elegia latina è la seconda metà del I
secolo a.C. Essa si presenta come riflesso e conseguenza indiretta del principato e della stabile
occupazione del potere di Augusto e ha tra i suoi principali esponenti Cornelio Gallo, Tibullo,
Properzio e Ovidio.
I poeti augustei, a cominciare da Gallo, che è considerato l’inventor del genere, composero, infatti,
libri di elegie. Ma già Catullo, in quella che è stata definita la “rivoluzione neoterica”, scrisse la
terza sezione e parte della seconda del suo Liber in distici elegiaci, ricorrendo ad un prezioso ed
elegante lavoro di labor limae, e anticipando il tema dell’esperienza amorosa come motivo centrale
della vita legato anche, in alcuni componimenti, all’elemento mitologico.
L’amore era stato uno dei temi principali dell’elegia greca, ma i frammenti che ci sono pervenuti
mostrano che al centro dei componimenti vi era la narrazione di amori mitici, mentre la vicenda
amorosa personale del poeta era relegata sullo sfondo.
L’elegia latina, a differenza di quella greca, caratterizzata da un tono oggettivo, si configura come
poesia soggettiva e autobiografica. L’amore è l’elemento essenziale e caratteristico, “perfetta forma
di vita” scelta dal poeta e contrapposta ai valori e ai doveri tradizionali del civis romano. Al
negotium, alla vita attiva a favore dello stato, i poeti elegiaci oppongono l’otium individuale,
contrapponendo alla gloria in battaglia la gloria dell’incontro erotico e trasferendo in esso il proprio
impegno morale. Il poeta elegiaco pratica con orgoglio, dunque, una vita di nequitia, “di
dissipazione e degradazione” lontana dai valori sociali vigenti. Ne consegue una precisa scelta di
poetica che, secondo il modulo tradizionale della recusatio, porta il poeta a giustificarsi, per aver
scelto, a causa della sua incapacità, una poesia privata e caratterizzata dall’immediatezza della
passione, piuttosto che un genere più impegnativo.
L’elegia tende, inoltre, ad inquadrare le singole esperienze in situazioni tipiche e in ruoli e
comportamenti convenzionali. Si potrebbe parlare di codice elegiaco caratterizzato da topoi
ricorrenti, come il servitium amoris e la militia amoris. La vita del poeta, totalmente dedita
all’amore, si configura come servitium, come schiavitù alla domina frivola e infedele, elegante e
spregiudicata che non condivide i sentimenti del poeta-amante. Il discorso amoroso, quindi, si basa
su continui contrasti e difficoltà, su molte sofferenze e rari momenti di gioia che portano il poeta a
proiettare la propria vicenda nel mito e nella felice età dell’oro (è opportuno precisare che il mito
non è l’elemento fondante ma accessorio rispetto all’esperienza personale del poeta, tratto questo
che, per alcuni critici, rappresenterebbe il vero elemento di novità rispetto all’elegia greca). Accanto
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al sentimento contrastato, altro elemento convenzionale è il ricorso al linguaggio militare: quella del
poeta elegiaco è una militia amoris e il poeta è eroe di amore e non di guerra. Alla donna egli ha
offerto la propria vita e solo sporadicamente giunge alla ribellione, alla renuntiatio amoris. Siamo
di fronte a un ennesimo capovolgimento dei valori accettati dalla coscienza collettiva, da sempre
fondata sulla centralità dell’esperienza politica e sulla superiorità dell’uomo sulla donna.
Al centro dell’elegia latina è la figura della donna, ispirazione (ingenium) e musa del poeta,
idealizzata a partire dal nome che spesso viene sostituito da uno pseudonimo e che, seguendo la
tradizione greca, dà il titolo alla raccolta delle poesie. La poesia diviene, dunque, mezzo privilegiato
di corteggiamento, esercizio poetico volto a sedurre la donna amata promettendole fama eterna.
Il poeta elegiaco, infine, canta un amore clandestino (furtum) e illegittimo che non può aspirare alle
gioie dell’affetto coniugale poiché lo status della donna amata è, quasi sempre, quello della
cortigiana o della donna “libera”.
Se da un lato, però, l’elegia si mostra ribelle al mos maiorum, dall’altro ne recupera i valori in
quanto l’amore tende a configurarsi come legame coniugale vincolato dalla fides e legittimato da un
foedus, da un patto affettivo, liberamente sottoscritto e addirittura superiore alle normali relazioni
matrimoniali, motivo questo che si scontra con la politica matrimoniale promossa dall’ideologia
augustea. In conclusione, l’amore è l’elemento che accomuna i componimenti elegiaci latini, anche
se ciascun poeta mostrerà caratteristiche specifiche che lo differenzieranno dagli altri autori.

1.3 Il pentametro ed il distico elegiaco


Il pentametro è un verso formato da due trimetri dattilici catalettici, cioè mancanti dell’ultima
sillaba, e si considera, per convenzione, costituito da cinque piedi. Ha sempre cesura pentemimera
(che cade dopo il quinto mezzo piede) che divide il verso in due parti: i primi due piedi sono dattili
o spondei, seguiti da un mezzo piede formato da una sillaba lunga; nel secondo emistichio i due
piedi sono obbligatoriamente dattili, seguiti da un altro mezzo piede in cui la sillaba è ancipite.
Il pentametro dattilico è chiamato verso elegiaco perché non è usato mai da solo, ma alternato con
l’esametro per formare il distico elegiaco.

Lettura critica:
P. Fedeli, Elegia latina e tradizione ellenistica, da “Properzio I, 3. Interpretazione e proposte
sull’origine dell’elegia latina”, Museum Helveticum, 31, 1974, pp. 33-38.

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Verifica in itinere UDA 1

Domande a risposta chiusa

1) Il termine elegia risulta connesso alla parola èlegos, che avrebbe avuto, secondo i grammatici
antichi, il significato originario di “canto di lamento funebre” V F

2) La poesia elegiaca a Roma presenta un tono prevalentemente oggettivo e al centro dei


componimenti vi è la narrazione di amori mitici V F

Domande a risposta multipla

1) Dal punto di vista metrico l’elegia latina è caratterizzata da:


a) alternanza di un esametro e di un pentametro
b) esametro
c) strofa saffica

2) Quale è il tema predominante dell’elegia latina?


a) la politica
b) l’amore per la donna frivola e infedele
c) l’amore per la propria moglie

Domande a risposta aperta

1) Riassumi la questione relativa alle origini dell’elegia latina (massimo 10 righe)


2) Delinea i topoi dell’elegia a Roma (massimo 10 righe)

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UDA 2. I precursori dell’elegia latina: i Neoterici, Catullo e Gallo


2.1 I poetae novi
La poesia d'amore nasce relativamente tardi nella letteratura latina e si afferma come aspetto
generale del processo di ellenizzazione dei costumi, avvenuto in seguito alle conquiste romane in
Oriente e in Grecia, che avevano messo in contatto la popolazione romana con lo scenario dell’area
orientale del Mediterraneo. Diminuisce l'interesse verso i doveri nei confronti dello Stato e si
accentua l’esigenza di dedicarsi alla vicenda intima della vita e all'espressione dei sentimenti. Un
atteggiamento, questo, che spesso si pone in più o meno velata polemica nei confronti del potere e
della cultura ufficiale. Gli antecedenti romani del genere vanno ricercati tra quei poeti, che nel corso
del I sec. a.C., introdussero a Roma il canto d’amore: essi si riunirono attorno al cenacolo di
Lutazio Catulo e presero nome di “preneoterici” praticando la poesia erotica accanto ad altri generi
letterari e non considerando la poesia come una scelta di vita. Lutazio Catulo, infatti, fu console e
condottiero; fu il primo uomo politico romano che compose epigrammi erotici in distici elegiaci
incentrati sulla tematica dell’amore omosessuale.
Ma l'elegia di stampo ellenistico fece il suo ingresso a Roma tramite la generazione dei poetae novi
che si sviluppò nell’età di Cesare operando un profondo rinnovamento nella poesia latina.
Con gli appellativi poetae novi e cantores Euphorionis (Euforione era celebre per la ricercata
densità e l’erudizione dei suoi versi), Cicerone definisce l’atteggiamento di un intero gruppo di
poeti, accomunati dal desiderio di cantare la propria individualità, in polemica con i canoni della
morale tradizionale. I neoteroi riprenderanno dagli ellenistici il gusto per la contaminazione dei
generi letterari, la sperimentazione metrica e l’attenzione al lessico e allo stile. Essi si riunivano nel
circolo del grammatico e filologo Valerio Catone, egli stesso autore di un carme, Leucadia, che
prendeva il nome dallo pseudonimo della donna amata e che, con la sua celebrazione dell’amore,
anticipava l’atteggiamento di Catullo e degli elegiaci.
La poesia neoterica segna il culmine, sul piano letterario, della tendenza legata al rifiuto della
morale tradizionale che si riflette nella filosofia epicurea con una differenza importante: per gli
epicurei, il cui fine è l’atarassia, l’eros è una malattia insidiosa, mentre, per i neoteroi, è il
sentimento centrale della vita. Come Callimaco aveva aspramente polemizzato contro gli epigoni
dell’epos omerico, criticandone la prolissità e propugnando un nuovo stile poetico ispirato alla
brevitas, così Catullo e i neoteroi irridono gli imitatori di Ennio, cultori dell’epica tradizionale, cui
oppongono forme più agili e meno impegnative e tecniche stilistiche più raffinate accompagnate da

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un lavoro di profonda erudizione (labor limae). Personaggio di grande rilievo nel circolo dei poetae
novi fu Licinio Calvo, avvocato e autore di versi molto celebrati dai suoi contemporanei. Calvo
pianse in un’elegia, o forse in una raccolta di elegie, la morte prematura dell’amata Quintilia,
mostrando di collegarsi all’antica concezione dell’elegia come lamento (di cui si è detto in 1.1).
Possiamo notare come la donna amata dal poeta venga chiamata con il suo vero nome e non con
uno pseudonimo come fecero la maggior parte dei poeti d’amore. Delle elegie per Quintilia non è
rimasto quasi nulla, ma la loro importanza è attestata da Properzio che include Calvo in una sorta di
catalogo dei poeti elegiaci d’amore, che egli considera suoi predecessori e modelli (II, 34,vv. 85-
94). Altro rappresentante dei neoteroi fu Gaio Elvio Cinna, autore di elegie di tipo sia erudito che
erotico-sentimentale. Scrisse la Zmyrna, considerato il manifesto letterario del movimento
neoterico, che racconta la storia d’amore tra una fanciulla e il proprio padre. Dell’opera, però, si
conservano integri soltanto tre versi. Tra gli altri esponenti del circolo neoterico ricordiamo Furio
Bibàculo, autore di una serie di epigrammi di carattere mitologico, e Varrone Atacino, autore di
componimenti d’amore per una donna chiamata Leucadia.

2.2 Catullo
Tra le opere dei poetae novi ci rimane solo il Liber del più importante di essi: Gaio Valerio Catullo
(84-54 a.C.). Nato a Verona da famiglia agiata, proveniva dalla Gallia Cisalpina, provincia che era
culturalmente latinizzata per le numerose colonie ivi fondate. A Roma conosce Lesbia,
(pseudonimo che alludeva a Saffo, poetessa di Lesbo), donna di cui si innamora perdutamente e con
la quale tra entusiasmi, depressioni, rotture ed ingiurie vive una storia d’amore che dura cinque
anni. La critica è concorde nel ritenere che la Lesbia catulliana sia Clodia, seconda sorella del
celebre tribuno Clodio, che andò in sposa al console Quinto Metello Celere. Tra gli eventi più
significativi della sua vita, è da menzionare il viaggio che il poeta fece in Bitinia nel 57 a.C., al
seguito, insieme ad altri amici, di Memmio, governatore della regione dal 57 al 56 a.C. Tra le
motivazioni che lo spinsero a compiere questo viaggio, scopriamo il desiderio di visitare la tomba
del fratello, morto qualche anno prima in Asia minore.
Il Liber catulliano è costituito da 116 carmi e, sommariamente, può essere suddiviso in tre sezioni,
il cui ordine non corrisponde all’ordine di composizione: il primo gruppo (1-60) di metro vario è
costituito dalle nugae, incentrate sulle esperienze personali del poeta: i suoi amori, le amicizie, le
inimicizie e i luoghi familiari; del secondo gruppo (61-68) fanno parte carmi di maggiore
estensione, carmina docta, alcuni dei quali composti in distico e che mostrano un livello stilistico
più elevato; la terza sezione (69-116) comprende carmi brevi in distici elegiaci (epigrammi), in cui
15
Modulo L'elegia romana

ritornano i temi autobiografici della prima sezione. Tuttavia, sarebbe preferibile evitare di operare
nette demarcazioni all’interno del Liber, in quanto, in seguito a studi autorevoli, si è concordi nel
considerarlo unito sia per stile che per contenuto.
Il suo nome e la sua opera sono inevitabilmente legati alla rivoluzione neoterica: l’otium, che per la
generazione preneoterica era stato uno spazio marginale dell’esistenza, diventa ora, con Catullo e i
suoi amici, uno spazio totale, non più divertimento, ma l’impegno della vita intera.
Nonostante i primi tentativi di celebrare la donna e l’amore da parte dei poetae novi, solo con
Catullo la donna costituisce la somma degli affetti e occupa un ruolo centrale quale materia di
canto: anche se il poeta non si servì solo del distico elegiaco per narrare il suo amore, sono gli
entusiastici giudizi dei poeti elegiaci augustei a farci capire che il suo modo di cantarlo fu ben
diverso dagli esperimenti anteriori e da quelli coevi dei poetae novi.
Si vede qui quale debito l’elegia abbia nei confronti di Catullo e della poesia neoterica. Da lui
verranno ripresi alcuni importanti elementi del codice elegiaco: il concentrarsi della sfera
sentimentale sul tema dell’amore e la centralità riconosciuta alla donna, ma soprattutto l’elegia
erediterà il senso della sua rivolta morale, il gusto dell’otium contrapposto all’impegno civile.
Rispetto ai poetae novi e a Catullo, però, l’elegia augustea presenterà un elemento di distacco: essa
si proporrà come forma più ampia ed elaborata della formula breve, epigrammatica tipica dei
neoteroi (ma già Catullo aveva fornito un importante modello di elegia “lunga” nei quattro carmina
docta in distici elegiaci).
Un topos della poesia d’amore elegiaca introdotto da Catullo è quello della donna-domina nel senso
pieno del termine, perché è lei a determinare le fasi della relazione e a decretarne la fine.
Il travagliato rapporto con Lesbia costituirà un esempio per la prima generazione elegiaca che
riterrà degno di canto solo un amore travagliato e fonte di continue sofferenze in cui il tradimento
da parte della donna rappresenta la condizione normale.
Catullo e la centralità dell’amore Catullo, legando la lirica latina al mondo dei sensi e della
passione, avvierà il filone del "teter morbus" e del "servitium amoris". D'altronde, già Lucrezio
aveva proposto, nel finale del IV libro del suo capolavoro, il tema dello sconvolgimento psicofisico
che accompagna il "furor" degli amanti, restando però all'interno di un contesto filosofico, che non
riesce a distaccarsi dall'atarassia epicurea. In Catullo, invece, pur in assenza dell'effigie femminile,
l'effetto di concretezza del rapporto risulta rafforzato a causa del realismo con cui sono presentati i
sintomi dell'amore-malattia. Il poeta nobilita l'intensità totalizzante e assoluta della passione con il
rigore di un foedus che lega i due amanti, configurandosi come un vincolo matrimoniale, nonostante
lo stesso non ne parli mai in questi termini (nulla fides ullo fuit umquam foedere tanta/quanta in
16
Modulo L'elegia romana

amore tuo ex parte reperta mea est, carme 87, vv. 3-4). Il foedus catulliano è un patto d’amore
fondato sulla fides e i due termini, legati sul piano etimologico, rappresentano valori fondamentali
nella società romana e costituiscono la giustificazione morale del suo amore (carmi 76, 87, 109).
Nel momento in cui la purezza e la fedeltà del suo sentimento vengono contraccambiate con
l’ingratitudine, Catullo invoca gli dei con una preghiera affinché lo liberino dal teter morbus, da un
amore - malattia (carme 76).
Il ripetersi del tradimento da parte della donna amata provoca nell’animo del poeta una forte
conflittualità che lo spinge a separare la passione amorosa e il desiderio fisico (amare) dall’aspetto
sentimentale e affettivo (bene velle) (carme 72, 75). I due termini, sinonimi nella letteratura latina,
diventano antonimi in Catullo. Il conflitto interiore si polarizza, infine, nell’ossimoro del carme 85,
odi et amo, in cui odi è equivalente positivo di non bene velle.
Le tematiche amorose non sono soltanto legate al distico elegiaco, ma si riscontrano in
componimenti di vario metro che fanno parte di altre sezioni del Liber catulliano.
Catullo e l’amore omosessuale Accanto all’amore per Lesbia, è da ricordare l’invasamento del
poeta per un ragazzo di nome Giovenzio, a cui Catullo dedica quattro carmi del suo Liber (24, 48,
81, 99), gli ultimi due dei quali composti in distici elegiaci. Diversi sono, inoltre, i componimenti in
cui manifesta la propria gelosia nei riguardi di Giovenzio, attaccando i rivali Furio e Aurelio. Negli
ambienti mondani frequentati dal poeta, infatti, le relazioni omosessuali erano una pratica molto
diffusa, anche per influsso di comportamenti comuni in Grecia che cominciavano ad affermarsi
nello stile di vita romano.
Catullo e l’amicizia Un'altra tematica del Liber catulliano è l’amicizia, cui dedica cinque carmi
scritti in vario metro. L’amicizia, da sempre importante nel sistema dei rapporti politici e sociali,
diventa con Catullo, dimensione essenziale della vita di un uomo, rapporto disinteressato, di natura
affettiva, non lontano dalla sfera dell’amore e, per questo, regolato anch’esso dallo stesso codice
etico. Un esempio è costituito dal carme 9, composto per il ritorno di Veranio dalla Spagna
(Veranio che fra tutti i miei amici sei il primo/ti rivedrò sano e salvo/e io appoggiato al tuo collo
bacerò il tuo dolce viso e i tuoi occhi).
Catullo e la politica Oltre alla tematica amorosa, Catullo nei suoi componimenti affronta questioni
di vario genere. Celebri sono alcuni carmi d’invettiva riferiti dal poeta ad alcuni esponenti della vita
politica di Roma. La sua aggressività non si rivolge soltanto verso personaggi minori come
Mamurra, accusato in più epigrammi di aver dilapidato il patrimonio familiare, ma nel carme 29 ad
essere attaccati, perché corrotti e prepotenti, saranno direttamente Cesare e Pompeo. L’invettiva del
poeta più che manifestare una posizione politica, sottolinea la sua insofferenza verso il potere
17
Modulo L'elegia romana

politico in nome della libertà di parola dell’individuo. Il carme 93 è esemplificativo


dell’indifferenza politica di Catullo che scrive: “ Nil nimium studio, Caesar, tibi velle placere,/nec
scire utrum sis albus an ater homo”.
Catullo e il mito Properzio e Ovidio riconobbero in Catullo l’archetipo del genere elegiaco per il
modo in cui il poeta affronta la tematica mitologica. Il mito, infatti, è trattato in Catullo in modo
soggettivo. A tal proposito ricordiamo il carme 68 che viene solitamente considerato la prima elegia
latina per il perfetto equilibrio tra mito ed esperienza soggettiva su cui si fonda: all’episodio delle
nozze tra Laodamia e Protesilao si intrecciano importanti rievocazioni autobiografiche riguardanti
l’amore per Lesbia e la perdita del fratello.

2.3 Cornelio Gallo: l’inventor del genere


Ovidio e, un secolo dopo, Quintiliano hanno individuato in Cornelio Gallo (69 - 26 a.C.) l’inventor
dell’elegia latina, che a partire da quel momento acquista a Roma dignità letteraria. D’altra parte,
anche se su di lui sappiamo ben poco (secondo quanto riferisce Svetonio, sarebbe nato da umile
famiglia e sarebbe stato condannato all’esilio e alla confisca dei beni da Augusto, motivo per cui nel
26 a.C. si uccise), gli elogi dei suoi contemporanei, in particolare di Properzio, ci fanno capire che
egli fu un punto di passaggio importante dalla poesia catulliana a quella degli elegiaci augustei.
All'elegia di Cornelio Gallo si fa risalire la concezione della poesia come forma di corteggiamento
in cui la donna amata ne è la destinataria.
Fra il 45 e il 40 a.C. Cornelio Gallo scrisse quattro libri di elegie, Amores, in cui narrava le vicende
del suo infelice amore per Licoride, pseudonimo di Citeride, celebre attrice del mimo (oggetto della
X Bucolica di Virgilio a lui dedicata). Nei suoi componimenti, l’elemento erotico fu centrale anche
se un ruolo importante fu svolto dall’erudizione mitologica. Sino al 1979 di Cornelio Gallo era noto
un solo verso, per di più di contenuto geografico. La fortunata scoperta di un frammento di papiro a
Qasr Ibrim, nei pressi dell’antico confine romano con l’Etiopia, ci ha restituito nove versi pressoché
integri, che già i primi editori hanno attribuito senza alcuna esitazione a Cornelio Gallo. In tali
versi, in distici elegiaci, non solo compare il nome di Licoride, ma s’incontrano anche termini tipici
del lessico dell’amore elegiaco.
Testi proposti:
 Per la seconda sezione del Liber catulliano, il carme 68 (in latino con traduzione a fronte:
del testo saranno selezionati alcuni versi significativi per il rapporto tra esperienza
soggettiva e mito);
 Per la terza sezione del Liber, i carmi 72, 75, 85, 87, 109 (in latino);
18
Modulo L'elegia romana

 per la terza sezione del Liber, i carmi 76, 81 e 93 (in traduzione italiana).

Lettura critica:
P. Fedeli, Un amore nel segno della contraddizione, da “Donna e amore nella poesia di Catullo”,
Atti Convegno A.I.C.C., 1987, pp. 148-153.

19
Modulo L'elegia romana

Verifica in itinere UDA 2

Domande a risposta chiusa

1) Di tutti i poetae novi, ad eccezione di Catullo, conserviamo solo pochissimi frammenti V F


2) La Zmyrna di Elvio Cinna è considerato il manifesto letterario del movimento neoterico V F

Domande a risposta multipla

1) Lesbia era
a) una figura esclusivamente letteraria, il cui nome celava una complessa operazione
psicologica-letteraria
b) una donna di Lesbo
c) probabilmente lo pseudonimo di Clodia, sorella di Clodio, censore nel 60 a.C.

2) La tematica amorosa viene affrontata


a) all’interno di tutto il Corpus
b) solo nella terza sezione composta in distici elegiaci
c) nella seconda sezione

Domande a risposta aperta

1) Che cosa si intende per “rivoluzione catulliana” e come essa influirà sulla successiva poesia
elegiaca? (massimo 20 righe)
2) Quali sono le tematiche principali affrontate nel Liber Catulliano? (massimo 15 righe)
3) Perché Cornelio Gallo viene considerato l’inventor del genere elegiaco? (massimo 8 righe)

20
Modulo L'elegia romana

UDA 3. Tibullo, tra rêverie rurale e raffinatezza ellenistica


3.1 La figura di Albio Tibullo
Abbiamo poche e incerte notizie sulla vita di Tibullo (Gabii 50 a.C. circa – 19 o18 a.C.), il poeta
elegiaco che Orazio (nell'epistola 1, 4) ritrae, pur bello e dotato di ogni bene, mentre si aggira nella
campagna di Pedum, nei pressi di Tivoli, troppo immerso in penosi pensieri. Di famiglia agiata,
appartenente al ceto equestre, Tibullo si inserì nella vita letteraria della capitale entrando a far parte
del circolo letterario di Messalla Corvino, che seguì anche in alcune spedizioni militari, tra cui
quella in Oriente, nel corso della quale si ammalò (e rimase nell'isola di Corcyra/Corfù: vd. Tib. 1,
3), e quella in Aquitania, per il cui trionfo scrisse l’elegia I, 7 (vd. testo 1). Tibullo, insieme a
Properzio, è il poeta che ha portato l'elegia latina, dopo Gallo, alla sua maturità tematica ed
espressiva, pur sapendo modellare il genere secondo le peculiarità della propria sensibilità
personale.
3.2 Il Corpus Tibullianum
La tradizione ha attribuito a Tibullo una vasta raccolta di elegie in tre libri, designata Corpus
Tibullianum, sul quale gravano ancora problemi di autenticità. In particolare, solo i primi due libri
appartengono sicuramente al poeta, mentre il terzo ( a sua volta diviso in due parti un età
umanistica), presenta problemi di attribuzione ancora non pienamente risolti. Ovidio dà
testimonianza di questa suddivisione dei primi due libri (escludendone quindi un terzo). Il libro I,
prevalentemente dedicato alla figura femminile di Delia (il cui nome reale fu probabilmente
Plania), fu forse composto tra il 32 e il 26 a.C. e comprende dieci elegie, cinque delle quali
dedicate a Delia (I,II,III,V,VI), tre al giovane Màrato (IV,VIII,IX), una a Messalla ed una alla pace
e alla vita campestre (X). Il libro II, incentrato su un'altra vicenda amorosa, quella per Nemesi, è
costituito da sei elegie, delle quali tre dedicate alla stessa Nemesi (III,IV,VI), una descrittiva delle
cerimonie per la purificazione dei campi, gli Ambarvalia (I), una celebrativa del compleanno
dell’amico Cornuto (II) ed una dedicata all’assunzione di Messalino (figlio di Messalla) nel collegio
dei Quindecemviri. Quanto al terzo libro, composto di elegie quasi interamente spurie, si
distinguono, tra le 20 elegie che lo compongono, le prime sei dedicate ad una donna di nome Neèra
da un certo Ligdamo (pseudonimo sotto il cui nome si cela un esponente del circolo di Messalla
Corvino o, più probabilmente, il giovane Ovidio); la settima di autore ignoto, il cosiddetto
Panegyricus Messallae (un lungo carme di 211 esametri di mediocre fattura); le successive cinque
(VIII-XII) raccontano l’amore di Sulpicia per Cerinto, mentre le elegie XIII-XVIII sono brevi
biglietti d’amore di Sulpicia in risposta a Cerinto; infine, nella diciannovesima elegia ricompare il

21
Modulo L'elegia romana

nome di Tibullo, parlando dell’amore di una donna anonima che torna anche nella elegia successiva
di chiusura: è pertanto certa l’attribuzione al nostro poeta.
3.3 La poetica di Tibullo
Nonostante, e forse proprio in virtù della dura esperienza personale del poeta, che si dichiara
esperto delle asperità della guerra, nella poesia tibulliana è vivo il senso di ripugnanza per guerre e
spedizioni: di fronte ad esse, la voce poetica desidera un'impossibile fuga in un mondo agreste fatto
di piccole cose, dove sia possibile vivere nella pace una vita dedita esclusivamente all’otium
letterario ed agli amori.
Risulta programmatica in questo senso la prima elegia del primo libro (cfr. testo 2) in cui il poeta
afferma di non aspirare alla gloria e alla ricchezza, ma di desiderare di vivere, nella sobrietà della
campagna, come un modesto agricoltore (pauper agricola) in compagnia della donna amata (Delia),
auspicando di averla vicino anche nel giorno della morte. Nell'elegia la voce del poeta si leva nitida
contro gli arma, le guerre, la sollecitudine di una vita schiava dell'ambizione e della brama di
ricchezze. La sua Lebenswahl è di segno completamente opposto: egli desidera godere dei piaceri
dell’amore finché la gioventù lo consenta – ed ancora oltre, finché i capelli di entrambi saranno
canuti. Desidera contentarsi dello spazio umile della campagna e della placida calma della vita
agreste, ricondotta in una dimensione tutta interiore. Tibullo entra così in sintonia – senza però che
si possa parlare di una derivazione diretta1 – con il principio della saggezza epicurea e lucreziana,
che indicava la via della soave quiete dell’animo a contatto con la natura. Il vagheggiamento della
pace da parte di Tibullo però non è sovrapponibile con l'ideale politico-civile della pax augusta
promossa da Ottaviano dopo la tragedia delle guerre civili: la pace per Tibullo è una conquista
personale del poeta e si attua proprio con l’evasione dalla realtà quotidiana, contaminata dall’avidità
e dalla guerra, e il rifugio nella serenità campestre. Sebbene l’esperienza umana della vita in
campagna del poeta sia molto soggettivizzata, tuttavia essa non è completamente idealizzata, né
stereotipata: Tibullo immagina di godere del fresco all’ombra degli alberi, di zappare la terra, di
custodire le greggi. La campagna tibulliana è, nel suo complesso, una delle meno stilizzate della
poesia augustea; essa con rappresenta un vago e rarefatto locus amoenus, ma in certa misura anche
un ambiente reale in cui l’individuo realizza pienamente la propria interiorità, un luogo sacro ma
vero in cui vivere. Dunque la campagna di Tibullo non è solo quella di Delia e delle tenerezze
d'amore, è anche la campagna che, con la sua idillica pace, si contrappone agli avidi guadagni e al

1
Un noto saggio di R. Vischer, Das einfache Leben. Wort- und motivgeschichtliche Untersuchungen zu einem Wertbeg,
Göttingen 1965, ha marcato rigorosamente il discrimine tra una concezione della 'semplicità' di vita di stampo
filosofico-diatribico e una 'poetico-bucolica'. A quest'ultima categoria è appunto ascrivibile la modalità tibulliana di
rappresentazione del sogno di una vita semplice in un quadro idillico campestre.
22
Modulo L'elegia romana

fragore delle armi. Essa è, ancora, la campagna delle feste contadine, quella che conserva i riti
antichi del mondo rurale (la I elegia del II libro è dedicata agli Ambarvalia, al rito della
purificazione dei campi,). Il poeta è rimasto legato alla fede della sua infanzia, agli dèi della
campagna e del focolare: nelle sue elegie compaiono i Lari (ai cui piedi Tibullo correva, da
bambino: elegia 1, 10), Silvano, Priapo, Bacco, e ancora Cerere e Pale. La campagna coi suoi riti è
per lui il rifugio sicuro, dove più genuini si manifestano gli affetti domestici e i sacri vincoli della
famiglia. Anche l'esaltazione di Roma, presente nell'elegia 2, 5 (dedicata a Messalino) si risolve
nella rievocazione, densa di ricordi virgiliani, della religiosità agreste del Lazio primitivo. E’ una
campagna che risente dell'idealizzazione bucolica di un Teocrito e di un Virgilio, ma che porta
anche in sé i segni di un sentimento personale del poeta che ha le sue radici nell’attaccamento alla
terra e nella religiosità dei piccoli proprietari terrieri di stirpe latina. In questa intima adesione alla
tradizione italica Tibullo mostra di avvicinarsi, intenzionalmente o no, all’ideologia arcaizzante del
principato, che celebrava gli antichi valori della campagna. La candida pax e la vita agreste
riportano più volte il poeta da un presente inquieto al miraggio dell’età dell’oro e alla sua passata
felicità, come nella III elegia del I libro (cfr. T 3): durante un viaggio in Oriente al seguito di
Messalla, Tibullo, che è costretto da una malattia a fermarsi a Corcíra, è pervaso dal senso della
solitudine e della lontananza, da cui nasce la rievocazione dell’età dell’oro come sogno del passato
che si proietta poi nel futuro come sogno di morte (come già visto, ricorre spesso questo senso della
precarietà dell’esistenza), come liberazione nell’attesa della vita dell’aldilà, rappresentato dai campi
Elisi, pieni di musiche e di profumi e regno dell’amore; il presente doloroso è così proteso verso un
oltretomba radioso Questa esperienza religiosa non è marginale in Tibullo e non è senza legami con
religioni orientali: ne sono prova versi intonati a Osiri nell’elegia per il trionfo di Messalla ( I, 7).
L’amore si rapporta al mondo tibulliano fatto di poche e piccole cose come un elemento che lo
supporta e lo tiene unito, ed è per questo che la stilizzazione letteraria si ritrova più nella trattazione
dell’amore che nella descrizione della natura, tanto che non è sempre facile distinguere nella
rappresentazione delle figure femminili ciò che è reale e ciò che invece è convenzione letteraria
(una prova di questo è anche costituita dal fatto che le elegie non sono ordinate cronologicamente).
I tre amori cantati dal poeta (Delia, Màrato e Nemesi) possono essere per molti aspetti accomunati,
soprattutto se considerati nella loro importanza centrale nel corpus, ma anche nella loro
stilizzazione letteraria. Così Delia (che compare nelle elegie I 1, 2, 3, 5, 6), secondo le convenzioni
alessandrine, è vista sullo sfondo della campagna e contemplata con tenerezza, talora appena tinta di
un indefinito dolore, l’amore per lei si tinge di malinconica dolcezza, oscillante tra il desiderio di
star vicino alla sua donna e la fantasia di morire. Al di fuori del quadro idillico però, laddove
23
Modulo L'elegia romana

emerge la smaliziata realtà della città, Delia perde il suo candore, apparendo capricciosa e infedele,
secondo i tipici tratti della poesia elegiaca. Gli stessi rimproveri sono rivolti a Marato, il quale,
nonostante tutte le prove di dedizione da parte del poeta- che gli ha persino procurato l’amore della
ritrosa Foloe (elegia I,8) - lo abbandona non appena trova un dives amator (elegia I,9). Contro
costui il poeta non esita a scagliare le sue più giambiche imprecazioni: ha una moglie che lo
tradisce, una sorella ubriacona e lui stesso è un essere ripugnante. Nel secondo libro compare un
nuovo amore, Nemesi («vendetta»), la figura femminile tramite la quale l’amante intende riscattarsi
dal tradimento di Delia, incorrendo tuttavia in un amore più passionale e sfortunato del precedente:
Nemesi non è solo donna infedele (elegia II, 3), ma si comporta dispoticamente, imponendo al poeta
una umiliante schiavitù. E’ il tema del servitium amoris svolto nell’elegia II,4 (cfr. testo 4): il poeta
è tenuto in vincula e catenae da Amore, ha perso ogni libertà, si era illuso che scrivere versi
d’amore bastasse per conquistare il cuore di Nemesi, aveva rinunciato a scrivere poemi epici e
didascalici, che danno fama e onori, pur di essere ricambiato (è il motivo della recusatio), eppure
per accontentare l’avidità della sua domina è disposto a procurarsi doni con delitti e omicidi o a
profanare i santuari degli dei. malgrado il suo risentimento, il poeta non riesce a liberarsi da questo
giogo, e pur di vedere il viso di Nemesi sereno, è disposto a bere qualsiasi filtro magico.
Come ha dimostrato F. Cairns2, nonostante l’assenza dell’artificiosità espressiva e degli inserti
mitologici ed eruditi, l’architettura3 e lo stile delle elegie tibulliane è sicuramente riconducibile al
gusto di matrice alessandrina, sia per il linguaggio sorvegliatissimo, elegante, pur nell’apparente
semplicità al punto di far credere al frutto dell’immediatezza espressiva, sia per il recupero di una
serie di topoi della poesia erotica ed epigrammatica alessandrina, quali l’amore omoerotico, la
venalità dell’amante, l’incostanza della sua passione amorosa e la sua indifferenza alle pene del
poeta; il loro uso però è controllato dal sentimento e dalla umanità del poeta, che dettano la poesia
in prima persona, dando in questo modo vita ad un tipo personale di composizione elegiaca, che
nasce da un flusso libero di sentimenti. Tibullo è dunque un poeta doctus, la cui posizione non è di
semplice imitazione, ma di rielaborazione dei modelli in rapporto alla propria sensibilità e al
proprio vissuto interiore.
Lo stile di Tibullo sarà definito da Quintiliano (Institutio oratoria 10,1,93) tersus atque elegans,
intendendo che dietro l’effetto di naturalezza c’era una raffinata elaborazione stilistica.
Testi proposti:
 Testo 1: “A Messalla per augurio”, Tib. 1, 7, 1-12 (in traduzione italiana);
2
Nel noto saggio Tibullus: A Hellenistic poet at Rome (Cambridge 1979).
3
L’ordine di successione delle elegie dei primi due libri del Corpus è improntato al criterio alessandrino della poikilia
o varietas, cioè alla molteplicità di temi e di motivi.
24
Modulo L'elegia romana

 Testo 2: “Possim contentus vivere parvus”, Tib. 1, 1, 1-10; 25-32; 53-78 (in latino);
 Testo 3: “In terre sconosciute”, Tib. 1, 3 (in traduzione italiana);
 Testo 4: Il servitium amoris, Tib. 2, 4 (in latino, con traduzione a fronte).
Lettura critica:
La Penna, L’elegia di Tibullo come meditazione lirica, da "Atti del convegno internazionale di
studi su Albio Tibullo", Roma 1986, 89-140.

Verifica in itinere UDA 3


Domande a risposta chiusa
1) Delia era lo pseudonimo della donna amata dal poeta, a cui dedicò diverse elegie del I libro.
V F

2) Tibullo fece parte del circolo letterario di Mecenate.


V F

Domande a risposta multipla


3) Il Corpus Tibullianum:
a) è l’antologia in cui ci è pervenuta l’opera di Tibullo e che mescola autori diversi della cerchia
di Messalla.
b) Comprende i due libri di elegie sicuramente di mano di Tibullo.
c) Raccoglie alcuni libri di versi sicuramente non di mano di Tibullo, ma scritti da autori a lui
vicini.

4) La raccolta delle poesie di Tibullo è organizzata sulla base:


2 dell’ordine cronologico di composizione delle elegie.
3 di un ordinamento contenutistico
4 della varietas o poikilia alessandrina.

Domande a risposta aperta

5) Indica i principali temi della poesia tibulliana.

25
Modulo L'elegia romana

6) Illustra il binomio amore per la donna/ amore per la campagna quale si esprime nell’opera di
Tibullo.

7) Illustra le caratteristiche dello stile di Tibullo e i motivi per cui verrà definito da Quintiliano
tersus atque elegans.

26
Modulo L'elegia romana

UDA 4. Properzio tra anticonformismo e “integrazione difficile”


Properzio (50 ca.-16 ca. a.C.) nacque da agiata famiglia di rango equestre che, dopo la guerra
perugina del 41 a.C., subì lutti e confische di terre. Morto il padre, si trasferì a Roma per tentare la
carriera forense. Ma Properzio rivelò precoce attitudine per la poesia e l’immediato successo spinse
Mecenate ad ammetterlo nel suo celebre "circolo" letterario. Uno dei primi amori cantati dal poeta
fu la giovane schiava Licinna, ma forse l'unico avvenimento importante nella sua vita fu l'incontro
con Cinzia. Hostia era il vero nome della donna, come ci riferisce Apuleio: il nome Cinzia sembra
collegarsi con Apollo e Diana, che nacquero a Delo, sul monte Cinto. I due si amarono, talora
nevroticamente, per quasi cinque anni. Cinzia morì intorno al 20 a.C., ma, dopo la sua scomparsa, la
presenza e il desiderio di lei si fecero ancora più acuti nella mente del poeta. Dunque, una vera e
definitiva rottura nel rapporto non ci fu mai, sebbene lascino intendere il contrario le due ultime
elegie del III libro, quelle che vorrebbero segnare il "discidium", la separazione definitiva.
Di Properzio possediamo quattro libri di elegie per un totale di 92 componimenti. In essi forte è
l’eredità callimachea, evidente, oltre che nella dottrina mitologica e nella raffinatissima coscienza
letteraria, anche nella ricerca attenta della iunctura insolita della struttura sintattica complessa.
Properzio ha fama di poeta difficile, a volte oscuro e concettoso, tanto da essere stato definito
ermetico: di fronte alla cristallina naturalezza di Tibullo, il suo stile si caratterizza per la l’estrema
sintesi, i bruschi passaggi, la densità metaforica, la sperimentazione di nuove possibilità espressive.

4.1 Antimilitarismo e amore “irregolare”


Properzio porta all’estremo la rivolta di Catullo, il rifiuto del mos maiorum, del primato dei valori
della civitas, per un’esistenza totalmente dedita all’otium e all’amore. Tutti i poeti elegiaci
presentano l'amore come motivo di vita e materia privilegiata per il canto; Properzio si distingue in
quanto si configura come cantore di un unico amore, di un’unica donna: “Cynthia prima fuit,
Cynthia finis erit” proclamerà in un’elegia del I libro (I, 12, v. 20), mentre altrove identificherà in
Cinzia la propria casa e i propri genitori, nonché ogni momento felice (Tu mihi sola domus, tu,
Cynthia, sola parentes//omnia tu nostrae tempora laetitiae, I, 11, vv. 23-24). Il tipo di relazione che
egli persegue non è l’amore libertino, la disinvolta commedia delle avventure ovidiane: Properzio
sogna per sé e Cinzia i grandi amori del mito, le passioni esclusive ed eterne e vorrebbe configurare
l’amore come un foedus. Ma la fides da parte della donna rimane un’utopia e raramente l'amore è
gioia e tenerezza, quasi sempre è dolore e tormentosa passione che lo sfianca e lo fa lacerare nella
contraddizione. Da questa insoddisfazione nascerà spesso il bisogno di fuga e di evasione nel mito.

27
Modulo L'elegia romana

Il poeta si sente vittima d'amore e proclama più volte il suo "servitium Amoris", la sua dedizione
totale alla passione. Questa è una precisa scelta di vita, lontana dalle tradizionali ambizioni del foro
e della politica, è una vita di nequitia di cui il poeta è consapevole; ed è pure una scelta di poesia e
di poetica (particolarmente illuminante, al riguardo, è la "programmatica" I elegia del I libro): di
una poesia che esprima una vita dedita completamente all'amore, e che dunque sia idonea a far
innamorare la donna, e di una poetica, quella callimachea, che con la sua brevitas e l'impiego del
mito meglio si presti agli intenti del poeta elegiaco.
Il tema dell’amore predominante nel primo libro delle elegie di Properzio, e ancora in buona parte
del II, si riduce nel III libro, fino quasi a scomparire nel IV: allo stesso modo, passando dal I al IV
libro, il sentimento nei confronti di Cinzia sembra diventare meno intenso e più realistico.
Il primo libro (22 elegie), noto anche col nome greco di monóbiblos, trasmesso da alcuni
manoscritti, cioè libro a tema unico, fu pubblicato nel 28 a.C., secondo una consuetudine
alessandrina, nel nome di Cynthia. Cinzia è donna elegante, raffinata, ricca di cultura letteraria e
musicale, che vive da cortigiana negli ambienti mondani. Legarsi a una tale donna significa per
Properzio compromettersi socialmente. Ma della degradazione, cui si condanna, egli fa una
rivendicazione e un vanto: chi vive come "fedele d'amore", anche se infelice, compie una scelta
difficile, ma superiore a quella di chi intraprende la carriera politica o militare. Il rapporto con la
donna amata, tirannica e infedele, si configura come servitium. Il tono prevalente è quello
dell'abbandono malinconico e di un'atmosfera sognante.
Il successo immediato del primo libellus proiettò Properzio sulla scena letteraria, sollecitando
l’interesse di Mecenate, che cercò di orientarlo verso nuove forme poetiche. Di queste pressioni e
della resistenza opposta da Properzio vi sono tracce evidenti nel II libro (34 elegie), che si apre con
una recusatio, in cui il poeta dichiara la sua inadeguatezza a servire la Musa della poesia epico-
storica, mentre ribadisce il suo ossequio alla tradizione callimachea (Non haec Calliope, non haec
mihi cantat Apollo: ingenium nobis ipsa puella facit). Il carattere si fa decisamente più
impegnativo: anche materialmente, il numero dei versi è circa il doppio rispetto al monóbiblos.
Inoltre, rispetto al precedente, il II libro, pubblicato nel 25 a.C., è più complesso perché meno
omogeneo nel contenuto e problematico sia per lo stato in cui è giunto il testo, sia per alcune sue
caratteristiche: è sempre dominante il tema amoroso, ma si acuisce il senso di incompiutezza per la
vita di nequitia che insinua talora la coscienza dolente di un’esistenza irrisolta. Particolarmente
interessante è l’elegia II, 7, in cui i due amanti esultano per il ritiro da parte di Augusto di una
proposta di legge matrimoniale che avrebbe costretto il poeta a sposarsi e, di conseguenza, a

28
Modulo L'elegia romana

lasciare Cinzia: evidentemente Properzio non poteva prendere legalmente in moglie una donna di
rango sociale inferiore, probabilmente una liberta.
Il senso di disagio per la nequitia, a cui la militia amoris lo obbliga, raggiunge uno stadio più
avanzato nel III libro (25 elegie), pubblicato intorno al 22 a.C., dove Cinzia è sempre presente, coi
suoi sbalzi d’umore, i suoi abbandoni e le sue ripulse, ma accanto a questi temi soliti appaiono, ben
rilevati, altri motivi: la promessa a Mecenate di una poesia impegnata (9), che sarà mantenuta nel
successivo libro, la condanna della corruzione del tempo presente (13) e delle donne dissolute (19),
l’elogio di Roma e dell’Italia (22). Le elegie amorose sono meno frequenti e soprattutto meno
appassionato e più nostalgico appare l’atteggiamento di Properzio, che spesso raffigura la propria
condizione con tratti autoironici. Il libro si chiude con due elegie che segnano il definitivo
discidium (24-25), l’addio a Cinzia.

4.2 L’elegia civile


La tematica civile trova raro spazio in alcuni componimenti dei primi tre libri: per esempio in due
elegie del primo libro (I, 21-22) il poeta ricorda gli sconquassi delle guerre civili; in alcune del
secondo si celebrano le lodi di Augusto e, come si è detto, alcuni componimenti del terzo vertono su
temi civili e moraleggianti. Soprattutto a questi motivi si intona, invece, il IV libro, che si
spiegherebbe sotto la spinta di un impegno nuovo: gli eventi esterni, le pressioni di Mecenate e
forse di Augusto, insieme alla crisi che ha disgregato la precaria coesione dell’elegia erotica,
spingono Properzio a un diverso tipo di poesia; tuttavia egli non si piega alla poesia epico-storica,
ma svincola l’elegia dall’eros, ne fa un genere autonomo e le affida un’estrema varietà di temi.
Il libro, il cui carattere composito è stato variamente interpretato, ora come voluta scelta di
Properzio, ora come necessaria conseguenza dell'essere una raccolta in realtà postuma, comprende
11 componimenti, di cui cinque sono le elegie "romane", così chiamate perché in linea con le
esigenze del regime augusteo. Con esse il poeta introdusse nella letteratura latina l’elegia
eziologica. I temi cantati in queste elegie saranno la storia del dio etrusco Vertumno (2), l’infelice
amore della vergine Tarpea per il comandante sabino e le leggendarie origini di Roma (4), la dedica
del tempio di Apollo Palatino (6), la leggenda di Ercole e Caco (9), il culto di Giove Feretrio (10),
tutti trattati in modo da farli confluire nella più antica storia dell’Urbs in accordo con i gusti della
poesia alessandrina.
Collegandosi programmaticamente agli Aitia di Callimaco (addirittura come “Romanus
Callimachus” Properzio si presenta nell'elegia proemiale del IV libro) e anticipando in forma di
elegia i Fasti di Ovidio, Properzio, nelle "Elegie romane", rivive le origini di storie e leggende
29
Modulo L'elegia romana

dell'antica Roma con una visione finale del mito che viene usato per proiettare la sua storia
personale su un piano più elevato, sottraendolo alla banalità del quotidiano. Al "mito" di Cinzia
allora subentra o, meglio, si alterna quello di Roma con un atteggiamento poetico sostanzialmente
coerente: il "mito" è utilizzato da Properzio per trasferire la realtà attuale in un passato esemplare
che la renda in certo modo nobile ed eterna. La Roma arcaica, il mondo del mito sono per lo più
interpretati secondo il gusto callimacheo, con grazia, ironia e talora una leggera comicità.
Fra i carmi di argomento eziologico, il più riuscito artisticamente è l’elegia di Tarpea, in cui la
versione dell’episodio leggendario offre al poeta la possibilità di far parlare, ancora una volta, una
donna innamorata. Il componimento di Tarpea è esemplare dimostrazione di come Properzio tenti di
uniformare l’elegia latina al programma augusteo, senza per questo rinunziare mai alla tematica
erotica.
Anche le altre elegie del IV libro risultano frutto di maggiore estensione e di maggiore impegno
rispetto a tutte le precedenti. Sono presenti elegie dedicate all’esaltazione degli affetti familiari e
delle virtù domestiche, segno di quel sofferto processo di integrazione che accompagna la carriera
poetica di Properzio: in particolare, l’ultima (11), che la tradizione suole denominare "regina
elegiarum", si risolve in una rivalutazione dell’eros coniugale e in una celebrazione delle antiche
virtù delle matrone romane, nelle nobili parole che, dopo la morte, Cornelia rivolge al marito Emilio
Paolo. La stessa Cinzia vi ritorna ancora, due volte: una come ombra (7), ma sempre amara e
aggressiva, che appare in sogno al poeta e lo rimprovera di essersi dimenticato di lei e dei momenti
felici vissuti insieme; un'altra ancora in vita (8), gelosa e vittoriosa, in una sorta di elegia trionfale.
Per altra via, dunque, e soprattutto attraverso il mito, la presenza di Cinzia diviene, nel poeta,
memoria grandiosa, preziosa eredità della poetica alessandrina: ma, a differenza dell’uso ellenistico,
il mito adottato da Properzio non è inteso come brillante e divertito sfoggio di erudizione; in lui, la
realtà stessa, l'intero suo mondo degli affetti viene trasfigurato e, per così dire, eternato
dall'atmosfera incantata del mito. Basandosi su questo presupposto, la critica recente è portata a non
ravvisare una reale frattura, né spirituale né artistica, tra il Properzio cantore d'amore e il Properzio
che canta antichi miti romani e italici.

Testi proposti:
 Prop. 1, 1 (in latino)
 Prop. 2, 1 (in latino con traduzione a fronte)
 Prop. 4, 4 (in traduzione italiana)
Letture critiche:
30
Modulo L'elegia romana

A. La Penna, Autarkeia ed evasione, da ID. “L’integrazione difficile. Un profilo di Properzio”,


Torino, Einaudi, 1977, pp. 139-143.

31
Modulo L'elegia romana

Eserciziario
Properzio: Elegia 1, 1

Cynthia prima suis miserum me cepit ocellis,


contactum nullis ante cupidinibus.
tum mihi constantis deiecit lumina fastus
et caput impositis pressit Amor pedibus,
donec me docuit castas odisse puellas 5
improbus, et nullo vivere consilio.
ei mihi, iam toto furor hic non deficit anno,
cum tamen adversos cogor habere deos.
Milanion nullos fugiendo, Tulle, labores
saevitiam durae contudit Iasidos. 10
nam modo Partheniis amens errabat in antris,
rursus in hirsutas ibat et ille feras;
ille etiam Hylaei percussus vulnere rami
saucius Arcadiis rupibus ingemuit.
ergo velocem potuit domuisse puellam: 15
tantum in amore fides et benefacta valent.
in me tardus Amor non ullas cogitat artes,
nec meminit notas, ut prius, ire vias.
at vos, deductae quibus est pellacia lunae
et labor in magicis sacra piare focis, 20
en agedum dominae mentem convertite nostrae,
et facite illa meo palleat ore magis!
tunc ego crediderim Manes et sidera vobis
posse Cytinaeis ducere carminibus.
aut vos, qui sero lapsum revocatis, amici, 25
quaerite non sani pectoris auxilia.
fortiter et ferrum saevos patiemur et ignes,
sit modo libertas quae velit ira loqui.
ferte per extremas gentes et ferte per undas,
qua non ulla meum femina norit iter. 30
vos remanete, quibus facili deus annuit aure,
sitis et in tuto semper amore pares.
nam me nostra Venus noctes exercet amaras,
et nullo vacuus tempore defit Amor.
hoc, moneo, vitate malum: sua quemque moretur 35
cura, neque assueto mutet amore torum.
quod si quis monitis tardas adverterit aures,
heu referet quanto verba dolore mea!

1) Il componimento è strutturato armonicamente in diversi momenti: mostra una perfetta fusione tra
esperienza personale, digressione mitologica, richiamo alla magia, colloquio con gli amici.
Individua ciascuno di questi momenti nel testo.

2) I versi 1-8 propongono il tormentato rapporto d’amore che lega il poeta al Cinzia: quali sono gli
aspetti più significativi di questa relazione amorosa?

3) A quale scopo obbedisce il richiamo al mito di Atalanta e Milanione?

4) Spiega l’epilogo del testo (vv. 35-38): quale messaggio pensi che il poeta intendesse esprimere?
32
Modulo L'elegia romana

5) Nel componimento si possono individuare alcune tematiche topiche di Properzio:


- infelicità, sofferenza d’amore;
- servitium amoris;
- furore.
Elenca i termini relativi a ciascuna tematica.

33
Modulo L'elegia romana

Verifica in itinere UDA 4

Domande a risposta chiusa

1) Properzio all’inizio del IV libro si definisce il “Callimaco Romano”? V F


2) Properzio per il suo stile sarà definito da Quintiliano “tersus atque elegans” V F

Domande a risposta multipla

Il titolo monóbiblos indica:


a) il primo libro delle elegie di Properzio e significa “libro a tema unico” perché canta un unico
motivo, cioè l’amore per la donna
b) tutta l’opera di Properzio perché possiede unitarietà di ispirazione e stile
c) il primo libro delle elegie di Properzio e significa “libro di un solo amore” perché canta solo
l’amore per Cinzia

In quale libro del Corpus di Properzio sono contenute le “elegie romane”


a) II
b) III
c) IV

Domande a risposta aperta

1) Come viene caratterizzata la figura di Cinzia nelle diverse fasi dell’amore di Properzio?
(massimo 10 righe)
2) Quale funzione Properzio assegna alle digressioni mitologiche all’interno dei suoi
componimenti? (massimo 7 righe)
3) Che cosa si intende per “integrazione difficile” in Properzio”? Illustra questo aspetto
facendo riferimento al mutamento di prospettiva che accompagna la stesura di alcuni
componimenti. (massimo 15 righe)

34
Modulo L'elegia romana

UDA 5. Ovidio: dissoluzione e sopravvivenze del mondo elegiaco


5.1 Introduzione
Con Publio Ovidio Nasone il genere elegiaco latino conosce la sua estrema fioritura, ma al
contempo subisce una rielaborazione formale e contenutistica tale da permettergli infine superare
gli stessi rigidi confini formali e tematici che esso si era autoimposto. La prima opera in metro
elegiaco del giovane Ovidio è anche la più 'ortodossa', per così dire, rispetto alle leggi del genere: si
tratta dei cinque libri, poi ridotti a tre, degli Amores. Come è stato autorevolmente sostenuto4, temi e
tòpoi della produzione tibulliana e properziana vengono rievocati e variati dal poeta con una
leggerezza ed un gusto per la poikilìa tipicamente alessandrini. Eppure, all'interno di una tale prova
di abilità formale e combinatoria, è la cifra stessa dell'elegia latina come genere letterario ad essere
messa in crisi.
5.2 Gli Amores
Per quanto si sia segnalato da più parti5 come non sia lecito leggere la poesia elegiaca in chiave
ingenuamente autobiografica, quasi diaristica, come specchio del vissuto dell'autore, rimane
appunto incontrovertibile come, per la logica interna del genere elegiaco, ovvero per la definizione
stessa delle norme del genere, l'identità tra amore, vita e poesia costituisca in esso un punto
centrale6, una marca identitaria fondamentale. Da questo punto di vista, l'atteggiamento in cui l'io
poetico ovidiano si pone nei confronti della scelta letteraria elegiaca, che nei suoi predecessori
costituiva anche una scelta di vita esclusiva, appare significativo e addirittura rivoluzionario rispetto
alle 'leggi del genere': non è difficile dimostrare, infatti, come la 'dedizione' di Ovidio all'elegia sia
tutt'altro che totale.
Innanzitutto, egli non identifica la propria produzione letteraria con il genere elegiaco. Già
nell'esordio del canzoniere, infatti (vd. testo 1), il poeta dichiara di essere stato inizialmente
intenzionato a dedicarsi alla poesia epica, l'antitesi programmatica dei molles elegi. E nell'elegia
iniziale del terzo libro (testo 2) egli afferma apertamente che la propria adesione al genere
costituisce una parentesi giovanile, al termine della quale si dedicherà alla più 'alta' poesia tragica.
Se poi distogliamo lo sguardo dalle dichiarazioni poetiche contenute negli stessi Amores, e

4
Tra gli altri, si può citare almeno N. Scivoletto, Musa iocosa. Studio sulla poesia giovanile di Ovidio, Roma 1976.
5
Il saggio più significativo, e forse di lettura più piacevole, al riguardo resta P. Veyne, La poesia, l'amore,
l'occidente. L'elegia erotica romana, trad. it. Bologna 1985. Nonostante molti eccessi polemici (tra cui quello di
voler negare ogni rispondenza biografica all'intera produzione elegiaca), che invitano a leggerlo cum grano salis,
esso rimane un saggio estremamente stimolante, e ricco di intuizioni brillanti e coraggiose.
6
Tra i saggi più lucidi sull'autoconsapevolezza del genere elegiaco è possibile citare G.B. Conte, L’amore senza
elegia. I Rimedi contro l’amore e la logica di un genere, in Id., Generi e lettori. Lucrezio, l’elegia d’amore,
l’enciclopedia di Plinio, Milano 1991, 53-94.
35
Modulo L'elegia romana

scorriamo velocemente i titoli della produzione poetica ovidiana superstite, osserviamo


agevolmente come la promessa contenuta in Am. 3, 1 non sia stata mantenuta se non in parte. Ci è
infatti noto come Ovidio abbia composto una tragedia intitolata Phaedra di grande successo (ma
non pervenutaci), però il poeta nella sua maturità non si dedicò semplicemente alla musa tragica,
tracciando invece un ben più complesso e ricco itinerario compositivo tra diversi generi, dall'epica
all'eziologia, dalla didascalica all'epistolografia poetica. Ma andiamo con ordine.
5.3 La didascalica erotica
Come abbiamo detto, lo sviluppo successivo della poesia ovidiana traccia, piuttosto che un ripudio
netto dei modi elegiaci giovanili degli Amores, si dispiega in un continuo lavoro di rielaborazione
avente al proprio centro, come punto di riferimento ineludibile, proprio il genere elegiaco, di cui
Ovidio modificherà, in fasi successive, i connotati tematici e statutari. Il primo passo, dopo la
composizione degli Amores, fu trasformare la l'elegia come poesia della dedizione assoluta dell'io
poetico alla vita dell'eros nel suo opposto, ovvero in una didascalica erotica che riduce la passione
amorosa ad ars, a tecnica governabile e persino trasmissibile: così nasce l'Ars amatoria. La
Kreuzung der Gattungen ovidiana non ha esitato a contaminare metro elegiaco, tema erotico e
genere didascalico. Il punto di approdo su questa strada è, oltre all'Ars, quel piccolo gruppo di
poemetti didascalici in cui il tema amoroso ha oramai perduto per intero la 'serietà' che la scelta
assoluta letteraria e (convenzionalmente) biografica di un Tibullo o di un Properzio gli avevano
attribuito: nei Remedia amoris la didassi è addirittura rivolta, con arguto, diretto rovesciamento
rispetto all'Ars, a curare la malattia d'amore (topos, quest'ultimo, ampiamente presente, ma con
tutt'altro significato, nella produzione elegiaca precedente); nei Medicamina faciei femineae
l'attenzione è rivolta ad un aspetto assai marginale, e frivolo (soprattutto nella mentalità tradizionale
romana) dell'amore, ovvero la cosmesi femminile, incrociando la tradizione greco-ellenistica dei
trattati tecnico-scientifici con un generico riferimento al tema amoroso, che giustifica la scelta del
metro elegiaco. Un carattere comune dei poemetti fin qui citati è individuabile nella contaminazione
tra genere elegiaco ed istanze didascaliche: l'io poetico da poeta-innamorato si fa in poeta-
didàskalos, il quale proprio per l'esperienza maturata 'nel campo', può permettersi si salire in
cattedra. Attraverso questo espediente, si recupera comunque la finzione autobiografica che aveva
contraddistinto il genere fino a questo punto: è sempre la figura del poeta, di un poeta esperto in
cose d'amore, a parlare in prima persona, per quanto non più in veste di protagonista della vicenda
amorosa narrata, bensì di tutor di meno esperti innamorati.
5.4 Le Heroides

36
Modulo L'elegia romana

Un passaggio importante è quello compiuto con la concezione delle Heroides, in cui la Kreuzung
avviene tra il genere elegiaco e quello epistolare. Ma soprattutto, l'io narrante non si identifica più –
se non a un livello più alto della finzione letteraria – con l'autore effettivo dell'opera, bensì con
figure del mito di cui sono presentate improbabili corrispondenze poetiche, non prive di un''ironia
tragica' costruita per essere decodificata da un lettore colto ed 'onniscente' rispetto alla vicenda
mitica in cui l'epistola si inserisce (o comunque più informato dell'autore/autrice della lettera,
inevitabilmente caratterizzato da un punto di vista parziale e fallace sulla propria vicenda). La voce
poetica parla ancora in prima persona, ma alla pretesa soggettività autobiografica si è sostituita la
rappresentazione di tematiche mitiche, ovvero 'esterne' rispetto al vissuto dell'autore. L'elemento
della soggettività, comunque fondamentale per l'identità del genere elegiaco, viene salvato tramite
la finzione epistolare, in quanto è sempre un io narrante a descrivere le proprie vicende. Ma dal
piano del vissuto individuale, dal mondo 'quotidiano' dell'eros, siamo ormai passati nel campo del
mythos. Viene così recuperata in parte, ma in modo assolutamente originale, l'istanza mitologico-
narrativa che aveva caratterizzato, con ogni probabilità, l'elegia ellenistica, e che ancora
sopravviveva nell'elegia properziana (sotto forma di digressioni narrative o riferimenti dotti legati
alla mitologia).
5.5 I Fasti
Le Metamorfosi, naturalmente, risultano estranee al presente percorso didattico, e saranno trattate in
un modulo apposito. Ci rivolgeremo invece ai Fasti, i quali costituiscono probabilmente il momento
più 'audace' della sperimentazione ovidiana sul sistema dei generi. In quest'ultima opera, opera della
maturità del poeta, la forma metrica elegiaca si espande nella forma del poema didascalico, ed
ospita un disteso commento eziologico-sacrale sugli elementi principali della scansione dell'anno
secondo il calendario romano. All'interno del tessuto dell'opera trova ampio spazio la narrazione di
aitia mitologico-storici attinti tanto dal patrimonio mitico greco quanto da quello romano, come
anche l'esposizione di riti di origine antichissima. Tematiche epiche, mitologiche, religiose, persino
legate alla 'storia sacra' di Roma, vengono armonizzate tra di loro e con una forma poetica, quella
elegiaca, che è loro estranea nel quadro della classificazione tradizionale dei generi a Roma. Il
punto di riferimento, l'auctor la cui memoria letteraria sta alle spalle di questa operazione è
senz'altro Callimaco, il poeta ellenistico che nei suoi Aitia (poema didascalico giuntoci in forma
frammentaria) aveva piegato la materia mitologico-sacrale alle esigenze ed al gusto nuovo della
raffinata ed erudita arte ellenistica. I materiali rielaborati da Ovidio nel suo poema eziologico, però,
in qualche modo 'entrano in risonanza' con la forma poetica in cui sono inseriti: nelle letterature
classiche, comunque, il metro 'pesa'. Giusto per fare un esempio, storie mitiche come quelle di
37
Modulo L'elegia romana

Cerere e Proserpina (vd. testo 3) vengono narrate con un'enfasi speciale sugli aspetti 'elegiaci',
patetici, sentimentali. Ed anche la narrazione degli episodi della preistoria dello stato romano, come
quello del ratto delle Sabine, mitigano quel tratto di gravitas che ne costituisce altrove, nelle
narrazioni epiche e storiografiche, il tratto fondamentale.
5.6 Le opere dell’esilio
L'esperienza originalissima dei Fasti, nella sua stessa orditura strutturale, reca in più punti le tracce
più 'vive' dell'evento biografico che ha segnato in modo evidente la produzione poetica ovidiana:
durante la composizione del poema, che infatti fu lasciato interrotto, il poeta fu confinato da
Augusto a Tomi, località di confine dell'Impero Romano nelle zone semibarbariche del mar Nero7.
Nella produzione poetica dell'esilio, Ovidio, dopo aver esperito le più complesse ed audaci
potenzialità combinatorie del genere elegiaco coi i temi ed i modelli più diversi, giunge all'esito per
certi versi paradossale di recuperare la 'forma-elegia' nella sua natura originaria, ma andando
addirittura al di là della realtà specifica dell'elegia romana, per recuperare quella matrice prima che
già Orazio, seguito da molta della tradizione erudita antica, individuava all'origine dell'elegia:
l'elegos come verso della querimonia, del lamento, del lutto. Le opere maggiori che egli comporrà
durante la relegatio a Tomi (i Tristia e le Epistulae ex Ponto) saranno in distici elegiaci, e
costituiranno nel loro insieme una accorata, per quanto dottissima ed estermamente 'letteraria',
lamentatio su se stesso, su una condizione di vita che è quasi una morte (vd. testo 4).
5.7 Conclusioni
La lunga parabola del genere elegiaco a Roma è iniziata con la creazione da parte di Gallo, e poi di
Tibullo e Properzio, di un genere nuovo, che mettesse al centro della poetica elegiaca l'amore come
esperienza totalizzante; come abbiamo visto, è proseguita con le continue 'pulsioni centrifughe' del
genere verso temi e modalità espressive diverse (tra cui la didascalica, l'eziologia, già nel quarto
libro di Properzio, la narrazione mitologica), pulsioni che in Ovidio si sono materializzate in una
fucina di invenzione letteraria che ha coinvolto (e sconvolto) lo stesso 'sistema dei generi'. Ma
infine, nell'ultima fase della produzione dello stesso Ovidio, la linea evolutiva tracciata dal genere si
'chiude' circolarmente recuperando le radici lontane, le risonanze arcaiche della forma metrica – che
costituisce comunque la vera marca identitaria del genere. L'ultima elegia dell'ultimo degli elegiaci
non è poesia d'amore. La genealogia letteraria tracciata da Orazio nell'Ars poetica sembra aver
ombreggiato il destino del genere: l'elegos è tornato querimonia, lamento funebre – ma sul poeta
stesso.
7
Non solo l'incompiutezza dell'opera costituisce un elemento 'tangibile' della travagliata vicenda redazionale del
poema: anche la presenza di più dediche (ad Augusto e a Germanico) indicano un rapporto con i dedicatari imperiali
problematico, e la sua valutazione ha costituito un problema esegetico di non poco rilievo per gli studi ovidiani.
38
Modulo L'elegia romana

Testi proposti:
 Testo 1: Ov. Am. 1, 1 (in latino)
 Testo 2: Ov. Am. 3, 1 (in latino con traduzione a fronte)
 Testo 3: Ov. Fast. 4, 423-494 (in traduzione italiana)
 Testo 4: Ov. Pont. 5, 1, 1-48 (in latino con traduzione a fronte).

Lettura critica:
N. Scivoletto, Poesia e carica sentimentale negli Amores di Ovidio, da ID., Musa iocosa. Studio
sulla poesia giovanile di Ovidio, Roma 1976, pp. 32-34.

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Modulo L'elegia romana

Verifica in itinere UDA 5


Domande a risposta multipla
1) Nell'elegia Am. 1, 1 Ovidio dichiara che avrebbe voluto scrivere poesia epica, ma Cupido glie
l'ha impedito:
(a) mandandolo al confino a Tomi, sulle coste del mar Nero
(b) togliendo un piede metrico ai suoi esametri, e trasformandoli in pentametri
(c) rubandogli la tavoletta cerata su cui scriveva, e tutti i papiri che aveva nella sua biblioteca
(d) corrompendolo con molto denaro.
2) Nell'elegia Am. 3, 1 Ovidio dichiara:
(a) di volersi dedicare per tutta la vita esclusivamente all'elegia amorosa
(b) di volersi dedicare per tutta la vita esclusivamente alla tragedia
(c) di volersi dedicare in gioventù alla poesia elegiaca, per scrivere in una fase successiva anche
tragedie
(d) di voler scrivere elegia in gioventù, per poi smettere di far letteratura.
3) L'Ars amatoria è
(a) un poema epico
(b) un poemetto didascalico di argomento erotico
(c) un poemetto eziologico con narrazioni di episodi della storia romana
(d) una tragedia.
4) Nell'episodio di Cerere e Proserpina la figura materna di Cerere
(a) ha tratti eroico-epici
(b) è una figura negativa, che si oppone all'amore di Proserpina per il signore dell'Ade
(c) è tratteggiata con tratti patetici che sono influenzati dal lessico elegiaco.
Domande a risposta aperta
5) Quali elementi di 'soggettività' caratterizzano le Heroides? Quali sono le differenze principali
rispetto alla forma 'canonica' dell'elegia (rappresentata dagli Amores)? (Massimo 8 righe)
6) Quali sono le influenze letterarie, e soprattutto i generi, che convergono nella forma letteraria
'mista' dei Fasti? (massimo 10 righe)
7) In che senso la poesia dei Tristia e delle Epistulae ex Ponto recupera le radici originarie
dell'elegia? (messimo 10 righe).

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