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Giovanni Verga

Cronologia
essenziale
di Giuseppe Bonghi
da Biblioteca dei Classici Italiani

Giovanni Carmelo Verga, discendente dal ramo cadetto dei baroni di Fontanabianca, per cui era
cavaliere di diritto, da Giovanni Battista Verga Catalano, proprietario terriero, originario di Vizzini e
da Caterina Di Mauro Barbagallo, originaria di Belpasso, appartenente alla borghesia catanese,
donna da tutti considerata di notevole intelligenza e bontà. Nell’archivio arcivescovile di Catania
Verga risulta rivelato e battezzato a Catania (8 settembre 1840), nella chiesa dei Santi Apostoli,
padrini gli zii don Giuseppe e donna Domenica Verga. È il secondogenito di sei figli: Giovanni
(morto in tenera età), Giovanni Carmelo (lo scrittore), Mario, Pietro, Teresa e Rosa.
Il capostipite della dinastia era un Antonio De Vegas, come appare dalle Mastre nobili di Vizzini,
venuto in Sicilia al tempo dei Vespri siciliani (1282) e lo stemma del casato era un fascio di verghe
strette dal braccio di un guerriero, donde il soprannome «Viria» a detta dello stesso scrittore.
Il nonno paterno, Giovanni di Stefano, che era stato deputato al parlamento siciliano del 1812, « era
stato carbonaro, anzi capo della carboneria vizzinese », secondo la testimonianza di De Roberto.
Il Verga crebbe molto legato alla madre, donna sensibile e colta, come ci conferma Nicola Niceforo,
tanto che leggeva «né soltanto libri di devozione, ma anche di amena e grave letteratura» ed
incoraggerà il figlio nelle sue future scelte.

1845 A causa di un’epidemia di colera, la famiglia Verga si trasferisce a Vizzini quindi nelle
sue terre di Tèbidi, fra Vizzini e Licodia.
1846 Al Verga è impartita un’educazione tradizionalistica privata, in cui ha come primo maestro
Francesco Carrara, che aveva la scuola in un vicolo che dalla via Ferdinanda... portava al
Castello Ursino, e poi la guida di due religiosi, don Carmelino Greco e don Carmelo
Platania.
1849 Il 7 aprile Catania, nell’ambito della Rivoluzione della Sicilia contro i Borbone di Napoli,
viene presa d’assalto dalle truppe del Filangieri, che dopo aspri combattimenti, si
abbandonano al saccheggio: i Verga si rifugiano in una casa che i Castorina possiedono in
un sobborgo. No risulta comunque la posizione dei Verga né a favore né contro una
composizione pacifica del dissidio con Napoli. La sconfitta di Catania avrebbe avuto
conseguenze notevoli per la fine della "Rivoluzione" siciliana del 1848.
1851 Compiuti gli studi primari e medi, frequenta la «scuola fantasiosa del fantasioso don
Antonino Abate» mediocre poeta e romanziere, acceso patriota dalle idee liberali, che
aveva partecipato ai moti siciliani del ’48 ed era autore di ponderose opere, gonfie di
retorica, fra cui il poemetto Il Venerdì Santo del ’49 in Catania, e il romanzo Il progresso
e la morte. «Ingegno focoso e propriamente vulcanico e come tale insofferente di ogni
disciplina, poeta istintivo, innamorato della più accesa poesia romantica», l’Abate, di cui
esiste un bel ritratto ad opera di Amedeo Bianchi nella biblioteca di casa Verga a Catania,
influenzò, nei dieci anni in cui Giovanni stette alla sua scuola, soggiornando anche a
pensione presso il maestro, lo stile delle opere giovanili del Verga, sia nella scelta del tema
storico-narrativo che nella impostazione retorica, ma ardente di sincero patriottismo.
Alla sua scuola, oltre ai poemi dello stesso maestro, legge i classici: Dante, Petrarca,
Ariosto, Tasso, Monti, Manzoni (di cui molti ancora conservati nella biblioteca costruita
coi noci di Tebidi ed elencatici [2299 volumi] dallo studioso Giovanni Garra Agosta
nell’opera di repertorio bibliografico La biblioteca di G. Verga, che ci ha permesso di
conoscere quali libri leggesse veramente lo scrittore). Da rilevare inoltre la lettura delle
opere di Domenico Castorina, importante precedente letterario, lontano cugino del Verga,
poeta e narratore, vanto della cultura catanese che col romanzo I tre alla difesa di Torino
aveva superato per fama i limiti dell’isola.
La prima stagione narrativa del Verga risente anche di questo modello e lo scrittore dovrà
impegnarsi con notevole sforzo per superare il limitato bagaglio culturale degli studi
propedeutici, correggendo sgrammaticature e rifiutando, soprattutto sul piano dell’arte,
l’ampollosità di cui era nutrita la sua educazione letteraria.
1853 L’educazione letteraria è completata dal ’53 al ’57 dalle lezioni di latino di don Mario
Torrisi, giudicato uno dei migliori insegnanti di Catania, e di filosofia del frate
francescano Antonino Maugeri; suo compagno di studi fu quel Mario Rapisardi, futuro
poeta anticarducciano ed anticlericale, che gli sarà amico e nemico in altri momenti della
sua vita.
1854 Per evitare il colera i Verga si trasferiscono e per la stessa ragione ritornano l’anno
1855 successivo per qualche tempo a Vizzini; e quando anche qui si sentono in pericolo, si
rifugiano nelle terre di Tèbidi, fra Vizzini e Licodia. In questa occasione il Verga
quindicenne andando a far visita alla zia Rosalia, suora nella Badia di San Sebastiano a
Vizzini, conosce un’educanda, Maria Passanisi, non più che un’ombra d’amore, uno di
quei ricordi vivi ed evanescenti della fanciullezza, una ragazza dell’educandato laico del
convento (di questa esperienza resterà traccia in Storia di una capinera, di cui sembra la
fonte ispiratrice). Il De Roberto ce la descrive come «una bellezza pallida e bruna» in
Storia della Storia di una capinera.
1856 Scrive il romanzo Amore e patria, che resterà inedito; qualche studioso lo ha esaminato
1857 cercando volonterosamente di trovarvi, se non proprio segni evidenti della futura
grandezza, certi tratti caratteristici dello scrittore maturo. Si tratta di ricerche del tutto
oziose, perché Amore e Patria rappresenta soltanto il documento di una particolare
educazione letteraria e politica. Non per nulla l’Abate rimase entusiasta e soltanto il
giudizio più saggio del canonico Mario Torrisi, che era, come abbiamo visto, uno dei suoi
maestri, sconsigliò, come opera immatura, una pubblicazione della quale l’autore si
sarebbe con ogni probabilità pentito.
1857 Tenta le prime esperienze letterarie a diciotto anni, terminando il romanzo Amore e patria
il cui manoscritto, tuttora inedito, è un volume di 672 pagine recante sulla prima pagina la
data del 23 dicembre 1856. Esso non fa parte, però, perché smarrito, delle carte verghiane
del Fondo Verga, catalogate dal dott. Mirone e dalla sua équipe presso la Biblioteca
dell’Università di Catania, acquistate dalla Regione Sicilia soltanto nel 1978, dopo anni di
silenzio e di cattività ad opera dei Perroni e dei Mondadori, a cui erano state in parte
cedute per preparare l’Opera Omnia mai realizzata.
Il romanzo piacque all’Abate, (ma fu invece criticato dal canonico Mario Torrisi, di cui il
Verga fu alunno, insieme a Mario Rapisardi, dal 1853 al 1857, che arrivò a consigliare
l’allievo di non procedere alla pubblicazione), è ambientato durante la Rivoluzione
Americana del 1776 ed è composto da 35 capitoli (dai sottotitoli significativi: La Spia, Il
Bandito, Il Sacrificio, modellati sugli schemi narrativi del maestro). La vena descrittiva e
moraleggiante del Verga si esercita faticosamente tra colpi di scena e romantiche fughe.
Nel romanzo, infatti, parallelamente alla vicenda storica, il coraggioso eroe Eduardo
Walter, soldato dell’esercito di Giorgio Washington, vive un’appassionata storia d’amore
con Eugenia, conteso dalla rivale Clary, ma in realtà Verga vi riflette la delusione delle
speranze risorgimentali in Sicilia, ancora in parte idealizzate. Tra i presagi più singolari
della narrativa maggiore (segnalati dal Debenedetti) la frase di un umile personaggio che
prelude al destino dei Vinti: «La morte è forse una disgrazia per noi povera gente?».
1858 Si iscrive alla facoltà di legge dell’Università di Catania, senza dimostrare tuttavia molto
interesse per gli studi giuridici, che abbandona definitivamente nel 1861: è sicuramente
più attratto dal successo che riscuoteva nella frequentazione dei salotti della buona società
catanese, nutrendo già ambizioni letterarie, mentre il padre «voleva farne un dottore in
utroque». Sarà invece il fratello Mario, che sposerà Lidda, secondo alcuni figlia naturale
dello zio Salvatore e di una contadina di Tebidi, a realizzare il desiderio paterno.
1859 Nel giorno dell’armistizio di Villafranca (11 luglio 1859), che egli avrebbe chiamato «di
lutto nazionale» nella prefazione dell’opera, comincia a scrivere il suo secondo romanzo
storico I Carbonari della montagna.
1860 Segue con entusiasmo le vicende della II Guerra d’Indipendenza e della spedizione dei
Mille, e si arruola nella Guardia Nazionale – istituita dopo l’arrivo di Garibaldi a Catania –
prestandovi servizio per circa quattro anni, nella I legione, II battaglione, V compagnia,
partecipando nel ’61 e nel ’62 a diverse operazioni militari, tra cui l’intervento per placare
una sommossa popolare. Deluso nelle speranze liberali come molti Siciliani e turbato dalla
repressione garibaldina (il cui ricordo riaffiorerà in Libertà), si dimetterà, nel 1864,
ottenendo l’esonero dal servizio militare, versando tremilacento lire alla tesoreria
provinciale.
Esordisce come giornalista e fonda con un gruppo di amici, tra cui Nicola Niceforo ed
Antonino Abate, il settimanale «Roma degli Italiani». Il giornale, che ha un programma
unitario e anti-regionalistico, viene stampato a Catania nella tipografia di G. Pastura ed è
pubblicato per circa tre mesi, con cinquanta abbonati. Vi compare tra l’altro un articolo
dello scrittore, favorevole al servizio obbligatorio di leva; ma, ad un certo punto Verga ne
abbandona la direzione, anche a causa di dissensi con l’Abate, sostenitore dell’autonomia
amministrativa della Sicilia.

1861 Collabora ad altri giornali e fonda con Niceforo una rivista, L’Italia contemporanea, nel
cui unico numero appare la sua prima novella Casa da the che il Del Cerro, pseudonimo
del Niceforo, definisce «già di tono verista».
Abbandona definitivamente gli studi universitari per dedicarsi, incoraggiato dalla madre,
all’attività letteraria e con i denari che dovevano servirgli per laurearsi, insieme a mille lire
indispensabili ottenute a fatica dal padre e grazie alla mediazione materna, inizia la
pubblicazione, a proprie spese, del romanzo I carbonari della montagna presso l’editore
tipografo Galatola di Catania, cui aveva lavorato già dal 1859; all’inizio del 1862 uscirà il
quarto e ultimo tomo del libro (L. 5 l’uno prezzo di copertina) che l’autore invierà ad
Alexandre Dumas, a Cletto Arrighi, a Domenico Guerrazzi e a Frédéric Mistral.
Il romanzo I Carbonari della montagna è ambientato nel castello del conte di S. Gottardo
e poi sui monti della Calabria, dove gli affiliati della Carboneria, delusi dalle false
promesse costituzionali dei Borboni tramano anche contro la dittatura di Murat (perché
aveva tradito come gli altri le speranze di libertà. La narrazione, dall’iniziale tono
manzoniano, poggia sugli elementi preferiti del tardo Romanticismo, non senza una
patetica e tragica storia d’amore tra Giustina, figlia del conte di S. Gottardo, e Corrado,
gran maestro della Carboneria. Tuttavia l’opera, che sarà recensita favorevolmente nel
numero del 23 maggio 1862 sul giornale La Nuova Europa diretto dal garibaldino A.
Mario, non manca di una certa fluidità narrativa, e mette in risalto i sinceri propositi
patriottici del Verga ventenne, oltre alla disposizione per il tema dell’amore-passione che,
fino ad Eros, caratterizzerà tutta la produzione verghiana. L’orrore per le guerre civili
fratricide di Corrado il Carbonaro riflette certamente notazioni psicologiche dell’autore:
«Voi non sapevate che cosa è la guerra civile. La guerra civile è questa: guardatela!!!». Ma
più che riflesso di un conformismo ideologico attribuito in seguito a Verga dalla critica,
esso è il segno di quel disegno che maturerà l’accostarsi del narratore alle lacrymae rerum,
sacrificando tutte le suggestioni delle mode di facile presa sul pubblico che ancora
suggeriscono autori contemporanei come Guerrazzi e Dumas, ai quali Verga inviò tuttavia
il romanzo, come un doveroso omaggio ai suoi modelli.
1862 Nel giorno dell’armistizio di Villafranca (11 luglio 1859), che egli avrebbe chiamato «di
lutto nazionale» nella prefazione dell’opera, comincia a scrivere il suo secondo romanzo
storico I Carbonari della montagna, che verrà pubblicato presso la tipografia Galatola di
Catania, tra il ’61 e il ’62, in quattro tomi (L. 5 l’uno prezzo di copertina) a spese
dell’autore, che riesce ad ottenere dal padre le mille lire necessarie, con molte difficoltà e
grazie alla mediazione materna.
1863 Il 5 febbraio 1863 muore il padre, affidando la tutela dei figli al fratello don Salvatore, a
cui Verga avrebbe chiesto volumi e quattrini in prestito per affrontare i primi viaggi con
un bagaglio meno modesto.
Tra il 13 gennaio ed il 15 marzo, in ventidue puntate, nelle appendici del periodico
fiorentino Nuova Europa, dopo due estratti di assaggio nei numeri del 5 e del 9 agosto del
’62, pubblica il romanzo Sulle lagune, ambientato nella Venezia del 1861, che racconta
l’idillio tormentato di un ufficiale ungherese, Stefano de Keller, in servizio presso
l’esercito austriaco, che «spezzerà la sua sciabola sul lastrico» rifiutandosi di sparare sulla
folla, e di Giulia Collini, il cui padre e fratello sono perseguitati per i loro sentimenti di
italianità.
Pare che la fonte del «fatto lagrimevole e straordinario» fossero stati due episodi di
cronaca mescolati nell’impianto narrativo alle suggestioni letterarie, con la variante di una
misteriosa conclusione. La trama, piuttosto esile, si muove tra ansie, sospetti, duelli,
riecheggiando ancora elementi alla Dumas, in una Venezia «gondola in odalisca» tutta «un
fremito di voluttà»; più semplice però lo stile e, a tratti, il disegno di alcune figure di
popolani che nel realismo richiamano le letture manzoniane e degli autori scapigliati come
l’Arrighi, preannunziando il passaggio dell’osservazione verghiana verso due temi: il
motivo passionale e quello realistico.
1864 Dirige per pochi mesi a Catania il giornale politico «L’Indipendente», che dal decimo
numero sarà diretto da Antonino Abate, col quale aveva avuto dissensi anche aspri in
quelle settimane.
1865 Nel mese di maggio per la prima volta si allontana dalla Sicilia, e si reca a Firenze, dal
1864 capitale d’Italia e centro della vita politica e intellettuale, rimanendovi almeno fino al
giugno. Viene introdotto nei raffinati circoli fiorentini da due autori siciliani di fama, il
Capuana, critico de La Nazione, dal ’60, e il Rapisardi, che lo presenta al Dall’Ongaro,
docente di letteratura drammatica all’Università di Firenze, patriota e dantista già celebre,
il quale radunava nel suo salotto artisti, rivoluzionari come Bakunin, Prati ed Aleardi,
attori come Tommaso Salvini, scrittori come Imbriani. Il Verga ben s’inserisce in
quell’ambiente colto e alla moda dove altri siciliani come il pittore C. Reina ed il
musicista G. Perrotta cercavano affermazioni; elegante, curato nella persona, è alla ricerca
ambiziosa di un successo mondano e letterario che non gli manca, malgrado qualche
provincialismo residuo dei modi, ed informa la madre dei suoi progetti, tenendo nella
corrispondenza un’accurata contabilità delle spese. Questo primo viaggio a Firenze fu una
vera e propria vacanza.
- Scrive Una peccatrice.
È di questo periodo la commedia, inedita, I nuovi tartufi (in testa alla seconda stesura si
legge la data 14 dicembre 1865)

1866 In agosto invia al Concorso Drammatico Governativo promosso in Firenze dalla «Società
di incoraggiamento all’arte teatrale» la commedia I Nuovi Tartufi, rimasta inedita fino al
1982, pubblicata a cura di C. Musumarra e la cui prima notizia era trapelata in una lettera
scritta nel 1922 da F. De Roberto a Sabatino Lopez. Ideata certamente a Catania, nel breve
soggiorno fiorentino, l’opera maturò e acquistò, secondo le abitudini del Verga, migliore
documentazione soprattutto per quel che riguarda l’impostazione drammatica. In essa
Verga tende a combattere una battaglia sociale secondo le tesi dello stesso Dall’Ongaro
che così osservava: «Sorga un nuovo Goldoni il quale affronti questa nuova battaglia, e
meriti questa nuova corona. È tempo di togliere la maschera ai truffaldini, ai pulcinelli, ai
tartufi moderni».
Il dramma del Verga s’inserisce per l’appunto nel genere di teatro già avviato dal Praga
(Le madri galanti) e soprattutto del Tartufo politico di Angelo Brofferio (1852) e di Prosa
(1858) di Paolo Ferrari, di cui ricalca gli intenti etici e sociali, innestandovi il motivo
politico in una satira anticlericale contro tutti i truffaldini (il nome tartufo compariva in tal
senso già nella Commedia dell’Arte), i parlamentari arrivisti appartenenti alla borghesia
operaia, come Prospero Montalti, il protagonista, e i falsi e ipocriti bigotti che nascondono
dietro la maschera della religione e del perbenismo i loro sporchi intrighi, veri sepolcri
imbiancati, come Ferdinando Codini. L’opera vi esalta già, secondo la Nardecchia, che si è
occupata del teatro verghiano di recente, i valori sani della famiglia contro la politica, di
cui Verga fino alla maturità, con coerenza dirà «Alla larga» e riflette un interesse non
episodico per il genere teatrale che verrà ripreso anche negli ultimi anni.
La commedia, in tre atti, non ebbe neppure una menzione tra le 26 concorrenti (da La
Nazione del 2 marzo 1867), anche per una certa severità della censura nei riguardi della
satira politica. ma lo scrittore avrebbe continuato la strada intrapresa.
Con i denari della nonna materna, Rosa Barbagallo, pubblica presso l’editore Negro di
Torino il romanzo Una peccatrice, in parte autobiografico, perché una delusione amorosa
del Verga è riflessa nel personaggio di Pietro Brusio, giovane commediografo di
provincia, che vive a Napoli una breve e impetuosa passione per la capricciosa ed
irrequieta Narcisa Valderi e, dopo il successo del suo dramma Gilberto, rifiuta l’amore
della donna la quale, tra molti languori e musiche da melodramma, cerca nell’oppio la
morte. Il romanzo è lo sfogo dei sogni proibiti dell’autore, e poteva rappresentare “il
breviario di un giovane decadente, anticipando di 25 anni Il piacere” (Cattaneo)
L’opera, recensita favorevolmente dalla Assing nella Few Freve Presse di Vienna, è
perfettamente in linea con gli elementi della narrativa borghese-scapigliata, ma il De
Cerro, che pare suggerisse il titolo all’amico, ci attesta che lo studio degli ambienti e molti
personaggi minori (come quelli delle bettole del periodo di traviamento di Pietro) «erano
tutte macchiette prese dal vero». Il Verga sarà severo giudice però delle sciatterie dello
stile e dell’enfasi descrittiva del romanzo quasi d’impianto teatrale, mostrando di non
gradire la ristampa fatta anni dopo dall’editore Giannotta, dichiarando che «il dissotterrare
simili peccati e simili peccatrici è un brutto tiro che si fa al pubblico e all’autore»
(L’illustrazione Italiana, 24 aprile 1898).
1867 Ritorna in Sicilia dove una nuova epidemia di colera lo costringe a rifugiarsi con la
famiglia nelle proprietà di Sant’Agata li Battiati prima e poi a Trecastagni (zona di monte
Ilice, descritta poi in Storia di una Capinera) e da qui a cavallo quasi tutti i giorni per un
po’ se ne andava ai piedi di un "grosso cratere" e alla ospitale casa dei Perrotta.
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1869 Il 26 aprile, con gli amici Elia, Barbera e Orsini, parte per Firenze e prende alloggio in via
dell’Alloro dove soggiornerà fino al settembre. Per mezzo del Rapisardi, poeta illustre di
Catania, conosce il Dall’Ongaro, che prende a benvolergli e lo introduce negli ambienti
letterari fiorentini e soprattutto i salotti di Ludmilla Assing e delle signore Swanzberg,
madre e figlia, entrambe pittrici, tedesche. Viene a contatto con scrittori e intellettuali
dell’epoca come il Prati, l’Aleardi, il Maffei, il Fusinato e l’Imbriani (quest’ultimo autore
di capolavori a tutt’oggi ancora poco conosciuti). Ha inizio l’amicizia con Luigi Capuana.
Conosce in casa Dall’Ongaro Giselda Fojanesi, 18 anni, che aveva da poco ottenuto il
diploma di maestra elementare superiore e aveva ottenuto una proposta di insegnamento
da Livia Màgheri, direttrice del Convitto nazionale di Catania. Con i buoni servigi del
Rapisardi la cosa andò a buon fine. Ai primi di settembre partirono insieme alla madre di
lei, per Catania, e in attesa dell’apertura dell’anno scolastico Verga le ospitò nella villetta
di Santagata Li Battiati: furono giorni lieti e sereni, con frequenti passeggiate per la
campagna intorno all’Etna (Giselda sposerà il Rapisardi, allontanandosi dal Verga, ma fra
i due ci sarà una breve ma tempestosa passione negli anni tra l’80 e l’85.)
In questo stesso periodo si rinnova la vocazione teatrale con Rose caduche (pubblicato
soltanto nel giugno 1928 da Vito Mar Nicolosi nella rivista Maschere di Catania) la cui
tematica, oltre al riferimento alla contemporanea Dame aux camelias di Dumas e ai
modelli di Torelli e Ferrari è più vicina ai personaggi dei Tartufi che a quelli di Una
peccatrice e di Eva.
I tre atti della pièce mondana ruotano intorno alla storia di tre coppie: un capriccio caduco
come le rose, della contessa Baglini e del cavalier Falconi; la passione di Irma e Luciano;
la riconquistata solidità del legame di Paolo e Lucrezia dopo brevi evasioni erotiche, che
rafforza il proposito moraleggiante del lavoro, apprezzato perciò dal Dall’Ongaro, ma che
non vide la luce delle scene, preannunziata dal Verga in una lettera alla madre (26
maggio). Verrà messa in scena a Palermo postuma, nel 1960, al Piccolo Teatro, con la
regia di G. Calendoli.
Frequenta il caffè Doney e il Michelangelo, i teatri Pagliaro e La Pergola in cui ambienta
Eva.
Nell’agosto, come testimoniano gli ultimi inediti e le lettere alla madre, scrive il primo
atto de L’Onore in due rifacimenti autografi (di 19 e di 18 pagine non complete)
progettando «una bella commedia in quattro atti, di cui Dall’Ongaro trova stupendo il
soggetto. Concorrerò al premio dell’anno venturo e la faremo qui rappresentare da Belotti
Bon e Merelli...». Ma i tempi si allungheranno, tanto che nel ’72 la commedia non è
ancora finita e viene abbandonata come un esercizio, anche dopo i preziosi consigli del
Capuana a cui aveva mandato in lettura il manoscritto (lettera del 18/2/1872) ed ancora nel
1876, trascura il Padron ’Ntoni (lettera al Treves del 17/1/1876) per lavorarvi, ma finirà
per trasferirne i personaggi nei romanzi della trilogia dell’amore Eva, Tigre Reale, Eros e
perfino ne Il marito di Elena. Di questa seconda stesura in cinque atti esistono gli abbozzi
con laboriose varianti, contemporanei al progetto de La Marea con molteplici riferimenti
nell’epistolario ad una commedia «di società» ed anche al carattere dell’onorevole
Scipioni. Dei manoscritti ha curato l’edizione critica la Leotta con la Iannuzzi in Prove
d’autore (1983), attingendo al Fondo Verga i vari esemplari.
1870 Compiuto nell’estate del ’69, dopo essere stato rifiutato dall’editore Treves, esce a puntate,
sul giornale di mode « La ricamatrice », di proprietà dell’editore milanese Lampugnani,
Storia di una capinera di cui esistono tra le carte verghiane tre abbozzi teatrali, La sposa
di Gerico (Argomento), Cenerentola (già il più completo, distinto in atti e quadri e
personaggi), Dolores (tre schemi), ma molto più tardi, posteriori certamente a Don
Candeloro e C.i perché scritti dietro le bozze di stampa di questa raccolta, di cui Concetta
Greco Lanza aveva segnalato l’esistenza sin dal 1977. L’anno successivo sempre il
Lampugnani ripubblicherà il romanzo in volume con introduzione di Dall’Ongaro in
forma di lettera a Caterina Percoto.
1871 Il successo arride al Verga con la pubblicazione di Storia di una capinera presso l’editore
Lampugnani. Il romanzo in forma epistolare, secondo modelli letterari celebri (l’Ortis e
La Religieuse di Diderot), raccoglie le lettere di una novizia e gli valse il consenso di un
certo pubblico per il tema sentimentale, come dirà lo stesso autore: «quel povero libro è
stato fortunato attirandosi tutto il merito dell’argomento» con la solita severa autocritica.
La Storia è lo studio psicologico di una passione nell’animo di un’educanda, prigioniera
«come una capinera in gabbia», che conoscerà l’amore per Nino, durante una breve
vacanza dal chiostro a causa del colera e giungerà alla follia e alla morte, costretta dalla
volontà dei parenti e dalla mancanza di dote a tornare in convento e a vedere l’amato
sposo della sorellastra Giuditta.
Secondo l’ultima critica (Campailla) la Capinera è la condizione «al femminile» dello
stesso autore, che, dal chiuso della provincia siciliana, ha la forza di prendere il volo verso
altri lidi, e secondo noi anche lui è storicamente un diverso, come Maria è già una «vinta»
dal motivo della roba e dell’amore, dalla condizione storica isolana che non le consente il
salvifico rifugio nella famiglia, centro nodale del romanzo I Malavoglia.
Il Verga si proponeva già un’indagine sociale ispirata a fatti veri, come il colera del ’57 e
l’amore per Maria Passanisi, i luoghi dell’epidemia del ’67 e la conoscenza dalle zie
monache e dai racconti della madre, che era stata educata nella Badia di S. Chiara, della
vita di convento (come il particolare della cena della pazza). Inoltre ritornava il riflesso
della legge di soppressione dei conventi e l’incameramento dei beni ecclesiastici del 1866
(accennati nella trama de I Nuovi Tartufi).
L’opera meritò per questo all’autore il titolo di «romanziere sociale» dal Dall’Ongaro che
vi antepose la prefazione e il giudizio positivo di Caterina Percoto, la scrittrice friulana,
che confessò «di aver versato lacrime di sincera commozione».
1872 A fine novembre si trasferisce a Milano, dove rimarrà stabilmente, pur con frequenti
ritorni in Sicilia, per circa un ventennio (alloggia in via Borgonuovo 1, poi in piazza della
Scala e, infine, in corso Venezia) fino al 1893. Fondamentale sarà il soggiorno milanese
per l’influenza dell’ambiente, nel quale “il bel giovane bruno, dall’aria fatale — dice il
Barbiera —, riservatissimo, accende passioni nelle dame della haute e suscita la gelosia
del Carducci”, mentre nel suo modesto quartierino di Corso Venezia, «una vera cella da
frate», lavora con impegno a finire Eva, che, ambientata a Firenze, si arricchisce
nell’ultima stesura di elementi scapigliati.
Su consiglio di Capuana, divenuto nel frattempo suo amico, frequenta la casa di Salvatore
Farina, direttore della Rivista Minima, e grazie alla presentazione di questi e di Tullo
Massarani, frequenta i più noti ritrovi letterari e mondani e gli ambienti giornalistici: fra
l’altro i salotti della contessa Maffei, di Vittoria Cima e di Teresa Mannati-Vigoni. Al
Cova, ritrovo di scrittori e artisti, frequenta il Rovetta, il Giacosa, il Torelli-Viollier – che
nel 1876 fonderà il «Corriere della Sera» – la famiglia dell’editore Treves e il Cameroni.
Con quest’ultimo intreccia una corrispondenza epistolare di grande interesse per le
posizioni teoriche sul verismo e sul naturalismo e per i giudizi sulla narrativa
contemporanea (Zola, Flaubert, Vallès, D’Annunzio). Frequenta il teatro La Scala, il caffè
Cova, detto «il caffè dei geni», il salotto della contessa Maffei e di Vittoria Cima.
- Continua a lavorare ad una seconda stesura de L’Onore di cui rifarà il primo atto undici
volte.
- Lo impegna molto il lavoro di revisione di Eva, offerta per tre anni a vari editori, Ottino,
Brigola, e finalmente ai fratelli Treves nella cui villa a Belgirate lo scrittore è spesso ospite
e che pubblicheranno le sue opere più celebri.
- Giselda Fojanesi sposa il Rapisardi. Riportiamo dalla biografia del Cattaneo:
Il viaggio si svolse normalmente; arrivati a Napoli il Verga e le Fojanesi vi si fermarono
un giorno, «visitarono il Museo e la sera assistettero a uno spettacolo di prosa». Si
divertirono molto quando, scesi a un albergo in Piazza Medina, il direttore, mostrando due
stanze, «una a un letto, l’altra matrimoniale, disse: Questa è per i signori sposi —».
Durante il viaggio per mare le Fojanesi soffrirono molto. Un cameriere avvertì il Verga
che le signore stavano male e lui si precipitò al soccorso in maniche di camicia scusandosi
poi ampiamente della propria trascuratezza. Per questo episodio che divertì Giselda, il
Rapisardi geloso e moralista ostentò sempre fastidio e indignazione. A Messina dove li
attendeva Mario, il fratello di Giovanni, si fermarono per passarvi la notte. Ripartiti per
Catania, si incontrarono alla stazione con le sorelle del Verga, Rosa e Teresa, e il fratello
Pietro. Il giorno dopo il Verga, insieme al Rapisardi, andava a trovare le Fojanesi
all’albergo. Il Rapisardi «era magrissimo, macilento, con l’aria sofferente» e non piacque
molto a Giselda che lo trovò piuttosto ridicolo, nonostante le molte parole spese dal Verga
in suo favore. Il Rapisardi apparteneva a quella che Gadda definisce «la stirpe dei poeti-
profeti e degli scrittori capelluti». Ammirevolmente zazzeruto, con un «copricapo
d’inconsueta foggia, ma adattata a veggenza», fornito di baffi malinconicamente spioventi,
con un cravattone nero a farfalla e un ombrello in pieno sole, con un abito che cercava di
rimediare al fisico sparuto e alle spalle troppo strette a forza di generose imbottiture, il
Rapisardi si studiava di rendersi attraente elevando la naturale melensaggine della sua
espressione a trasognamento poetico. La presenza del Verga, alto, elegante, vestito con
proprietà e scevro da atteggiamenti profetici, doveva metterne in risalto l’aspetto
caricaturale da vate ottocentesco. Autore della Palingenesi che il Verga aveva lodato in un
articolo piuttosto retorico sulla Scena di Venezia, il Rapisardi era stato gratificato dal
Comune di Catania di medaglia d’oro [...]
... Catania avrebbe in seguito innalzato un monumento al Rapisardi senza attenderne il
lamentevole trapasso, polemica testimonianza contro i detrattori continentali del vate.
Quando incontrò Giselda, il Rapisardi, insignito di medaglia d’oro dal Comune, era quindi
il poeta ufficiale di Catania. [...]
Il Verga presentò Giselda alla madre e nell’ottobre, dato che le allieve del Convitto
Provinciale non erano ancora tornate dalle vacanze, la ragazza fu invitata nella villetta dei
Verga a Sant’Agata li Battiati. Per Giselda furono giorni lieti, passati in piacevole
compagnia, con passeggiate frequenti per la splendida campagna intorno all’Etna. In una
di queste gite videro il Rapisardi affacciato al balcone della sua villetta a San Giovanni La
Punta. Il « vate », alle sue grazie naturali e al suo armamentario eccentrico, aveva aggiunto
una benda nera a un occhio per un leggero malanno. Altra apparizione ridicola che divertì
notevolmente Giselda.
Il Verga in quei giorni rivedeva la Storia di una capinera e pregò la ragazza che stava per
entrare nel Convitto di scrivergli le sue impressioni di reclusa. Nel frattempo il
Dall’Ongaro prometteva da Firenze che avrebbe continuato a interessarsi per la
pubblicazione del libro. Ecco una sua lettera brevissima del 25 novembre: « Mio caro
Verga, pochi versi, perchè sono affollato da mille faccende. Metterò in ordine i fogli della
Capinera, e procurerò di farli pubblicare con qualche vantaggio a Milano, quando potrò
andare di persona, fra due settimane ». Giselda insegnava al collegio italiano e religione; i
Verga andavano a trovarla in parlatorio la domenica e da solo vi capitava anche il
Rapisardi ostentando irrefrenabile passione spesso in versi come un eroe del melodramma.
Queste manifestazioni scomposte poetico-amorose non erano naturalmente intonate
all’atmosfera del Convitto e Giselda fu costretta a pregarlo di astenersi dalle visite. Di qui
nuove smanie del vate, ribelle a tutte le convenzioni sociali, soprattutto a quelle che
trovava personalmente scomode. La signora Verga invitò un giorno Giselda a casa sua e il
Rapisardi, morente come al solito d’amore, tuonò con una lettera scritta «al tocco»: «A me
non è concesso nè di scriverti nè di vederti, o Giselda, mentre ad altri è dato di averti in
casa e di parlare un’intera giornata al tuo fianco. A me la solitudine e le ambasce e il
dolore, ad altri la pace, l’indifferenza e la felicità; a me le spine amarissime del sospetto e i
triboli avvelenati della gelosia, ad altri la tua compagnia la tua parola i tuoi sorrisi! O
Giselda, Giselda! Tu hai passato una giornata in casa Verga, ed hai fatto il più grande
oltraggio all’amor mio, la più grande offesa alla mia dignità. Tu non m’hai fatto neppure
un cenno nella tua lettera, ed hai fatto un torto alla tua consueta sincerità. O non mi
conosci, o non mi ami. Quel giorno, che io mi convincerò di essere ingannato, sarà l’ul
timo giorno del nostro amore. Addio».
Giselda, che dopo le prime impressioni poco favorevoli, era rimasta colpita da buona
diciottenne dai deliri amorosi del Rapisardi e dalle risorse quantitative della sua vena
poetica, fu costretta per non portare all’esasperazione le sue furie gelose a pregare i Verga
di rinunciare alle visite domenicali rompendo così una buona amicizia. Il Rapisardi
intanto, se non poteva vedere Giselda in parlatorio, passeggiava continuamente sotto le
finestre del Collegio, lanciava gelsomini, tentava di corrompere «persone di servizio
addette al convitto perchè recapitassero le sue lettere». Commosso da questo grande
amore, il Dall’Ongaro insieme ad Erminia Fuà Fusinato si adoprò presso il ministro della
Pubblica Istruzione, Correnti, per fare ottenere al Rapisardi l’incarico di letteratura italiana
all’Università di Catania. In questo modo il vate avrebbe potuto mantenere decorosamente
una moglie. Il 15 dicembre del ’70 il Rapisardi riceveva la comunicazione dell’incarico e
ringraziava, oltre al ministro, il Dall’Ongaro lamentando tuttavia di non poter accordarsi
«di far delle conferenze coi giovani » ma di dover dare tre lezioni per settimana, dettate
dal sommo della cattedra con quell’unzione e quel sussiego prescritto dalla legge e dalla
tradizione». Dopo un tentativo, borghesemente fallito, di evitare il matrimonio, inadatto ai
suoi atteggiamenti luciferici, proponendo a Giselda di praticare con lui il libero amore, il
Rapisardi sposava la Fojanesi il 12 febbraio del ’72. L’amore per Giselda non aveva
impedito altre frementi passioni all’autore della Palingenesi che doveva considerare
doveroso per «un grande poeta», come lui stesso si definiva, mantenersi in uno stato di
ebollizione continua per ogni donna che gli capitasse di incontrare. Lo dimostra, fra
l’altro, una lettera del ’71 a una certa Santina nella quale il Rapisardi affermava di non
voler « rinunziare alla divina dolcezza del nostro amore ». Che cosa attendesse Giselda,
futura segregata in casa Rapisardi, fra un marito stoltamente tirannico, una suocera
lugubre e ostilissima e una cognata lagnosa e malevola, fu subito abbastanza chiaro. Lo
dimostra sufficientemente questa pagina pittoresca con la quale Maria Borgese descrive la
prima sera di Giselda nella sua nuova casa.
«Il pranzo di nozze fu triste, mal servito sulla tavola apparecchiata senza cura, nella stanza
di passaggio, dove da una parte era abballinato il piccolo letto per la suocera.
Quella sera erano stati invitati anche il fratello della madre, Vincenzo Patti, sarto, che
Mario aveva soprannominato Giaretta e un ragazzo figlio di lui che più tardi, per imitare il
cugino, si lasciò crescere la zazzera e portava la cravatta nera svolazzante. Padre e figlio
mangiarono col cappello in capo, mentre il cognato Barbagallo aveva messo un fez rosso
da bersagliere e Mario un berrettone di lana.
Giselda e sua madre si davano delle occhiate furtive, mentre si confermava in esse il
concetto della Sicilia vista a quei tempi dai Toscani come qualcosa di paradossale, di
misterioso, di primitivo. La suocera, seduta a tavola di traverso, sua posizione abituale,
non toccò cibo. Fu servita la minestra, poi la carne, e dopo il pesce. Quando arrivò in
tavola la cassata, la suocera esclamò a voce alta, come se continuasse un suo pensiero: —
Di lupi arruzzuloni. — E spiegò meglio che potè alle due toscane il significato del
proverbio: Mala sorte ai matrimoni fatti di lunedì. A Giselda spuntarono le lacrime: la
signora Teresa e Mario cercarono di togliere la cattiva impressione di quella frase con
motti di spirito, ma tutti gli altri restarono muti col volto chino sui piatto.
Anche il passare quella prima notte di matrimonio tra le due madri — la Teresa dormì
nello studio di Mario e la Maria nella stanza accanto a quella degli sposi, proprio a muro a
muro con loro, e ogni tanto la si sentiva gemere e singhiozzare — fu cosa che mise di
pessimo umore la Giselda: di più, prima che gli sposi si chiudessero in camera, la suocera
pretese di entrare con loro per aiutare suo figlio a spogliarsi e a mettergli in testa un
fazzoletto di cotone giallo a grosse pallottole marroni per tenergli a posto i capelli. Giselda
garbatamente le fece intendere che avrebbe potuto benissimo far lei, e allora la suocera si
mise a piangere dietro l’uscio ».
Povera Giselda! quante ne passerà! Non solo col marito, ma colla suocera, così chiusa e
introversa e soprattuttocarica di una malignità tutta popolana, tanto da venir
soprannominata dallo stesso figlio: Carricafocu.
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1873 Lavora ai due romanzi da cui si aspetta la definitiva consacrazione di scrittore, Tigre reale
e Eros (intitolato inizialmente Aporeo), intavolando laboriose trattative per la
pubblicazione col Treves.
In febbraio per il Treves porta a termine la scrittura di Eva (la cui tematica sarà criticata da
un’anonima recensione de La Nuova Antologia) che esce in questo stesso anno prima da
Brigola e poi dallo stesso Treves, a Milano, che gli diede un compenso di sole 300 lire,
prendendosi gratuitamente i diritti sulla Capinera, che anni prima aveva rifiutato.
Eva è certamente il migliore dei romanzi giovanili e il De Cerro ne fa risalire il
manoscritto al ’64-’65 e riporta l’ispirazione ad un amore siciliano per una signora
francese conosciuta dal Verga, proprietaria di una bottega di biancheria «A’ la robe
blanche», a Catania in via Stesicorea, oggi via Etnea.
Nel romanzo Eva diventa una ballerina del teatro La Pergola di cui s’innamora un pittore
siciliano, Enrico Lanti, che vedrà volubilmente appassire in una soffitta la sua passione,
dopo che la donna ha abbandonato per lui le Luci della ribalta e il successo. La squallida
realtà della vita di stenti degli artisti spegne il fuoco d’amore e la donna ritorna al suo
mondo. Lo studio realistico degli ambienti, anche con note di crudezza, ed alcune scene
del nucleo centrale sono degni del miglior Verga, mentre la seconda parte è artificiosa,
anche nell’episodio del duello, che conclude l’opera, sfida di Enrico durante un veglione
di carnevale al nuovo amante di Eva.
Frequenta i salotti di Clara Maffei e di Vittoria Cima, incontrandovi i fratelli Boito, Emilio
Praga, Luigi Gualdo, e altri scrittori e artisti, amicizie da cui deriva uno stretto e proficuo
contatto con temi e problemi della Scapigliatura milanese. Ed è abbastanza assiduo anche
nel salotto di Caterina Cristofori Piva, dove nell’aprile conobbe il Carducci che fu
fulminato dalla gelosia quando vide il Verga in atteggiamento di corteggiatore. Apriti
cielo! Il Vate si sentì mortalmente offeso dalla situazione, e tornato a Bologna scriverà alla
Cristofori Piva una terribile e insultante lettera contro il Verga, che riportiamo dalla
biografia scritta dal Cattaneo (pp. 148-149):
« E ora parliamo d’altro. A casa ho trovato tanto da fare, che propriamente veggo mi
bisogna mettere il capo a partito e crearmi intorno un’atmosfera di quiete: veramente mi
bisogna lavorare, se non voglio mancare a’ miei impegni, nuocere a’ miei interessi. Anche
tu per la parte tua vogli aiutarmi in questo proponimento, e siimi buona, e scrivimi
consolatrice. Sebbene... ora mi torna a mente il cavaliere (con la qual bugia di titolo, che
oramai serve da cerotto o da arnica nello spedale della società dei parvenus a tutte le noie
della nullità senza nome, me lo presentasti) il cavaliere, dico, o cavalierino, come avrebbe
detto il Foscolo, Verga, il quale mette una brutta corona di barone, falsa probabilmente
come il titolo che gli presti tu, benigna e gentile complice di falsità, il quale scrive una
delle solite invenie di racconti di monastero in romanzo epistolare e che ha il coraggio di
lisciarti la mano per far paragone della morbidezza con quella del visino del tuo bambino.
Ah stupida bestiuola d’un falso cavaliere e in tutto imbecille uomo! E dire che fra i miei
rivali, o fra quelli che nel loro audace secreto vagheggerebbero un furto da borsaiuoli su
quel che è l’amor mio, e che innanzi a un mio sguardo che li cogliesse nella premeditata
mariuleria diverrebbero lividi di paura, ci sarà anche cotesto rifiuto isolano! Un uomo che
mette una brutta corona baronale sur una carta da visita e che si lascia dare falsamente del
cavaliere e che scrive un romanzo epistolare; e con tutto questo è siciliano, non può essere
altro che un vigliacco ridicolo parvenu.
1874 Termina la scrittura di Eros.
Al ritorno a Milano, nel gennaio, ha una crisi di sconforto in seguito al rifiuto di Treves di
pubblicare Tigre reale (il 20 del mese) fin quasi a decidere il rientro definitivo in Sicilia.
La supera rapidamente buttandosi nella vita mondana milanese (le lettere ai familiari sono
un minutissimo resoconto, oltre che dei suoi rapporti con l’ambiente editoriale, di feste,
veglioni e teatri) e scrivendo in soli tre giorni Nedda. La novella, pubblicata il 15 giugno
nella «Rivista italiana di scienze, lettere e arti», ha un successo tanto grande quanto
inaspettato per l’autore che continua a parlarne come di «una vera miseria» e non
manifesta alcun interesse, se non economico, al genere del racconto.
Il 1874 è un anno determinante ed estremamente significativo per la storia della narrativa
verghiana: al ritorno a Milano, dopo un primo anno di soggiorno che aveva visto il
successo dell’Eva, Il Verga entrava in una fase di forte tensione psicologica, passando da
un periodo di scoraggiamento grave al punto da fargli meditare il ritorno a Catania,
rinunciando alla carriera di scrittore (il 24 gennaio scriveva ai familiari: «Vi confesso che i
giorni passati ero alquanto scoraggiato, e se non fosse stato il pensiero di far ridere i
nemici, e di aver speso inutilmente tanto denaro, vi avrei domandato consiglio per
tornarmene»), a una combattiva consapevolezza del proprio valore.
Illuminante a questo proposito è la fittissima corrispondenza con la madre e i fratelli: la
stesura della novella determinava il rovesciamento della situazione psicologica, poiché il
12 febbraio dichiarava: «confesso che anch’essa [la vanità] giova a qualche cosa, come a
mettervi addosso la febbre di fare, di lavorare, e bisogna un certo entusiasmo per far bene.
Mi sento addosso una responsabilità immensa, ma nello stesso tempo forza e coraggio da
gigante, e quel che pubblicherò in Maggio farà rumore, lo spero.» E il 22 marzo ribadiva:
«Capisco che [...] adesso sono in un punto decisivo della mia vita, e si tratta di combattere
la più grande battaglia per trionfare decisivamente, e che perché devo presentarmi armato
di tutte le mie armi, voi mi comprendete. Per questa ragione non ho voluto mettermi a
scrivere il lavoretto pel Museo di famiglia che mi avrebbe buttato un 300 lire, perché in
questo [momento] sono tutto invaso e penetrato del soggetto che ho per le mani, né vorrei
distoglierne l’attenzione e farne sbollire l’entusiasmo per mettermi ad un altro lavoro.
Voglio finire prima questo, e finirlo tutto di un getto».
Si trattava di Eros che, insieme a Tigre reale tenuto nel cassetto per l’occasione, doveva
costituire l’accoppiata vincente, la base per imporre definitivamente il suo nome di
romanziere. Ma, contrariamente alle aspettative, a procurargli un grande successo sarebbe
stata proprio la novella nata di getto in tre soli giorni, scritta soprattutto per colmare i vuoti
dei vaglia spediti dalla Sicilia, per affrontare le spese necessarie a ben comparire nei salotti
dell’aristocrazia milanese, alla Scala e ai veglioni del carnevale («Malgrado che io procuri
di tenere la più giusta economia, pure, sia perché la vita è divenuta più cara, sia perché
volere o non volere, non potete farvi idea di quanto costino anche tutti questi piaceri e
queste attenzioni ed inviti che mi si prodigano gratis, e quante obbligazioni s’incontrino di
dover spendere in molte piccole cose, questo carnevale e questi favori delle mie
conoscenze mi costano molto» 9 febbraio).
Il 15 giugno nella Rivista italiana di scienze, lettere ed arti pubblica Nedda, bozzetto
siciliano, che uscirà in un volumetto di 61 pagine dall’editore Brigola.
Nell’atmosfera delle feste e dei teatri del carnevale il Verga componeva Nedda,
recuperando quasi per contrasto i personaggi del mondo isolano (a volte anche reali:
«Salutatemi tutti gli amici e particolarmente lo zio Giovanni di Battiati, e ditegli che l’ho
messo nella novella - Bozzetti siciliani - [primo titolo di Nedda] che stamperò nella
«Nuova Rivista Italiana» 19 marzo ’74), così come, nelle lettere ai suoi, ai resoconti delle
serate milanesi aggiungeva improvvisamente consigli per la campagna: «Non dimenticate
di fare innestare gli alberi di Battiati, che non sieno però gli agrumi, ma i peri, susini, ecc.
».
Nessuna importanza, tuttavia, se non economica, attribuiva al racconto: a distanza di venti
giorni dal primo annuncio, dopo averla corretta ed ampliata (i fogli di stampa infatti
saranno più di tre), scriveva alla madre: «sabato consegnerò la novella [...] e credo che mi
varrà dai 250 ai 300 franchi». E due settimane più tardi (il 13 marzo) ne riferiva
laconicamente al Capuana, tra la notizia di aver concluso Tigre reale e il proposito di
dedicarsi attivamente a un altro lavoro (sicuramente Eros): ho scritto una novella, uno
schizzo di costumi siciliani, per una nuova rivista che si pubblica qui ».
Ma Nedda scritta quasi in un momento di relax, di allentamento della tensione suscitata
dai due romanzi, da un Verga inconsapevole della novità e della possibile fecondità della
materia e dello stile appena sfiorati ebbe un’accoglienza entusiastica. Prima ancora che
apparisse nella «Rivista italiana» il Ghiron proponeva di ristamparla subito in opuscolo e
tre giorni dopo la pubblicazione il Torelli ne elogiava l’autore, che, quasi sorpreso,
ricopiava in una lettera ai suoi il biglietto del giornalista: «Due parole per dirvi che la
vostra Nedda è la più bella cosa che avete scritto, è assolutamente bella e mi ha fatto una
fortissima impressione. È probabilissimo che alla massa dei lettori faccia l’effetto opposto,
e paia cosa scolorita; ma io, Mefïstofele, vi dico bravo di cuore e con sincera
ammirazione» (18 giugno). (Carla Riccardi)
Protagonista una bracciante agricola, che alla povertà bracciantile aggiunge una povertà
ancora più grave: non ha nulla e nessuno che possa mantenerla, sola con la madre vecchia
e gravemente ammalata bisognosa di cure e medicine che non può pagare: unico sostegno,
lo zio Giovanni, umanissimo benefattore che l’aiuta come può, povero anche lui; unico
sogno Janu, per il quale il suo cuore può avere un momento di sorriso.
Il bozzetto si apre con Nedda raccoglitrice di olive; la settimana è stata magra: due
giornate e mezza di paga in meno a causa della pioggia: il figlio del padrone propone che
le venga pagata l’intera settimana, ma il fattore si rifiuta per timore che gli altri si possano
ribellare. Nella notte Nedda torna a Ravanusa e si rallegra solo quando sente il rintocco
della campana della Punta e vede Janu che coi buoi torna in paese. Muore la madre e
Nedda il giorno dopo va a lavorare: una lira al giorno a incartare le arance, scatenando la
maldicenza del vicinato e del prete per aver cucito di domenica il gembiule tinto di nero
per il lutto e per essere andata subito a lavorare. Una sera sente la canzone di Janu, e
all’indomani, domenica, lo vede vestito a festa: è stato licenziato perché si è ammalato di
malaria. Per una settimana lavorano nella stessa tenuta e l’autore segue passo passo la vita
dei due e i loro atteggiamenti delicati. Al sabato tornando verso casa accade l’irreparabile:
Nedda resta incinta: tutti la sfuggono a Ravanusa e i datori di lavoro le riducono la paga,
perché rende sicuramente di meno, fino a non darle nemmeno più lavoro: in questo modo
consuma i suoi magri risparmi. Janu si riammala di febbre malarica e cambia lavoro: per
curarsi consuma il piccolo deposito che avrebbe dovuto servire per sposare Nedda. Deve
continuare a lavorare e accetta un lavoro di potatura degli ulivi, ma un giorno cade e viene
riaccompagnato a casa: morirà pochi giorni dopo. Nedda resta irrimediabilmente sola,
partorisce una figlia malaticcia e rachitica, che deperisce fino a morire:
Nedda rappresenta un cambiamento di direzione nell’arte verghiana: accanto a moduli
narrativi e temi romantici e post-romantici, compaiono moduli e temi che saranno
veristici; non è ancora il nuovo Verga, ma certamente è l’imbocco di una nuova strada.
Accanto alla presenza del narratore “onnisciente” che manipola la materia e propone
commenti espliciti che coesistono colle battute dei personaggi, abbiamo la narrazione
attraverso i silenzi e i gesti dei personaggi e la presenza del paesaggio.
1875 Nedda è subito ristampata dal Brigola, come estratto dalla rivista; sempre da Brigola nel
giugno pubblica Tigre Reale, Del testo sono giunte a noi due redazioni autografe di 351 e
179 pagine ed una copia più tarda (forse della Sordevolo) con parecchie varianti.
Il romanzo riprende il tema dell’amore tormentato. Giorgio La Ferlita giace a letto per un
colpo di spada e ritorna a ritroso nel tempo rievocando la sua storia d’amore per Nata, una
contessa russa, piena di tutte le avidità e mai sazia di tutti i capricci. La strana gentildonna,
non bella ma «leggiadra», fragile ma infida come una tigre, ripetutamente qualificata come
«leonessa», e poi «pantera», e «lupa» e infine «tigre», torna a sconvolgere la vita di marito
(di Erminia) e di padre dopo avere a lungo rifiutato le sue attenzioni, è malata e ha un
passato turbinoso. Entrambi sposati, alla fine entrambe le donne sono malate, ma una sola
guarirà: e la contessa infine offrirà involontariamente il suo “funerale come ultimo
spettacolo, lasciando al vecchio amico appena un addio”.
Il romanzo, oltre al clima raffinato e convulso delle altre opere, ritrae anche la vita della
provincia siciliana e i suoi quieti affetti.
Il Verga, spinto dal buon esito del bozzetto e sollecitato dal Treves, scrive nell’autunno,
tra Catania e Vizzini, alcune delle novelle di Primavera e comincia a ideare il bozzetto
marinaresco Padron ’Ntoni, di cui, nel dicembre, invia la seconda parte all’editore: è la
prima concezione dei Malavoglia.
Verso la fine dell’anno compare con la data del 1875 Eros (prima Aporeo) che conclude
con un valore quasi simbolico i temi mondani e i duelli d’onore che il pubblico amava. Ai
personaggi sono però già riservate amare sconfitte ed essi sono ideologicamente più vicini
ai vinti del ciclo omonimo, la cui ideazione è contemporanea come testimoniano alcune
lettere al Treves, a cui nello stesso anno manderà il bozzetto marinaresco Padron ’Ntoni,
primo nucleo narrativo de I Malavoglia.

1876 Lavora alle novelle (Primavera e Certi argomenti) e a una commedia, Dopo, che non
riuscirà a finire (ne pubblicherà poche scene nel 1902 nella rivista « La settimana »).
Decide di rifare Padron ’Ntoni, che già nel settembre del 1875 aveva giudicato «dilavato»,
e prega il Treves di annunziarne la pubblicazione nell’«Illustrazione italiana».
Attende allo studio degli ambienti della modesta borghesia milanese e continua a mostrarsi
molto interessato al teatro.
Raccoglie in volume (esce il 25 ottobre) le novelle scritte fino a quel momento,
pubblicandole presso il Brigola con il titolo Primavera ed altri racconti che comprendeva
anche novelle apparse in rivista e dominati da un realismo malinconico: si tratta di
racconti di soggetto diverso e variegato, qualcuno con tirate un po’ moralistiche, col
mondo elegante e capriccioso di Certi argomenti, e col mondo piccolo borghese di La
coda del diavolo; In Primavera (che all’inizio si intitolava Una Principessa) che darà il
titolo alla raccolta, rappresenta l’amore di Principessa per un musicante, Paolo; e
rappresenta un adulterio borghese e catanese in Coda del Diavolo e un adulterio borghese
e contemporaneo di Luciano e Matilde in Storie del castello di Trezza.
1877 Il bisogno di denaro e le cure degli impegni familiari assillano lo scrittore che lavora a
nuove opere e cura la riedizione delle precedenti inserendo le Storie del castello di Trezza,
di ambientazione fantastica e mondana vicine alle vicende dei romanzi catanesi.
In aprile muore la sorella Rosa.
Capuana lo raggiunge a Milano e comincia a scrivere un’opera che risponde ai canoni
programmatici del verismo: Giacinta. Sulla decisione di spostarsi dalla Sicilia, ebbe
notevole peso proprio il Verga che aveva insistito fin dal ’73 perché lo raggiungesse a
Milano.
Pubblica di nuovo Primavera, aggiungendovi in coda Nedda (ancora nel 1880 uscirà
presso il Treves una terza ristampa del volume col titolo Novelle). Il romanzo procede
lentamente: nell’autunno scrive al Capuana: «Io non faccio un bel nulla e mi dispero».
1878 Comincia la relazione con la contessa milanese Paolina Greppi Lester, che si prolungherà
fino al 1905, testimoniata da 207 lettere autografe, cedute dal figlio della donna, Augusto
Lester, agli eredi Verga, tramite il De Roberto, decifrate da Garra Agosta con cui si è
scoperta questa figura femminile tanto importante.
Dal 1878 al 1880, con duplice creatività, Verga compone due delle sue opere più
significative: Vita dei Campi e I Malavoglia, e nelle lettere all’editore, al fratello Mario e
all’avvocato amico Salvatore Paola Verdura (21 aprile 1878) è già abbozzato il disegno
dell’intero ciclo La Marea, (poi il titolo sarà mutato in I vinti), con le note affermazioni
teoriche di adesione anche morale al Verismo.
«Ho in mente un lavoro che mi sembra bello e grande. Una specie di fantasmagoria della
lotta per la vita, che si estende dal cenciaiuolo al ministro ed all’artista ed assume tutte le
forme, dall’ambizione alla avidità di guadagno, e si presta a mille rappresentazioni del
gran grottesco umano, lotta provvidenziale che guida l’umanità attraverso tutti gli appetiti,
alti e bassi, alle conquiste della verità!
«Insomma cogliere il lato drammatico, o ridicolo o comico di tutte le fisonomie sociali,
ognuna colla sua caratteristica, negli sforzi che fanno per andare avanti in mezzo a questa
onda immensa che è spinta dai bisogni più volgari o dalla avidità della scienza ad andare
avanti, incessantemente, pena la caduta e la vita, pei deboli e mal destri.
« Mi accorgo che quando avrai letto questa lunga filastrocca sarò riuscito a dirtene ancora
niente e ne saprai meno di prima. Il primo racconto della serie, che pubblicherò tra breve,
ti spiegherà meglio il mio concetto, se ci riesco. Per adescarti, dirò che i racconti sono
cinque, tutti sotto il titolo complessivo della Marea e saranno: 1°) Padron ’Ntoni; 2°)
Mastro Don Gesualdo; 3°) la Duchessa delle Gargantàs; 4°) l’On. Scipioni; 5°) l’Uomo di
lusso.
«Ciascun romanzo avrà una fisonomia speciale, resa con mezzi adatti. Il realismo, io,
l’intendo così, come la schietta ed evidente manifestazione e l’osservazione coscienziosa,
la sincerità dell’arte, in una parola: potrà rendere un lato della fisionomia italiana moderna,
a partire dalle classi infime dove la lotta è limitata al pane quotidiano, come nel « Padron
’Ntoni » e a finire nelle varie aspirazioni nelle ideali avidità dell’uomo di lusso (un
segreto) passando per le avidità basse alle vanità del “Mastro Don Gesualdo”,
rappresentante della vita di provincia, all’ambizione di un deputato».
Il 17 maggio riguardo a «Padron ’Ntoni chiede al Capuana da Milano conferma sul titolo
scelto «un’ingiuria, un soprannome».
Io son contento del mio sacrificio incruento, che mi lascia meglio soddisfatto del mio
lavoro e mi fa sperare che riesca quale l’ho vagheggiato in immaginazione. A proposito,
mi hai trovato una ’ngiuria che si adatti al mio titolo? Che ti sembra di I Malavoglia?
Potresti indicarmi una raccolta di Proverbi e Modi di dire siciliani? Io lavoro ancora; ma a
giorni bene, delle volte però malissimo, e svogliatamente. Però non voglio precipitar nulla,
purchè cotesto lavoro mi contenti prima di contentare gli altri [...] Pel Padron ’Ntoni penso
d’andare a stare una settimana o due, a lavoro finito, ad Aci Trezza onde dare il tono
locale. A lavoro finito però, e a te non sembrerà strano cotesto, che da lontano in questo
genere di lavori l’ottica qualche volta, quasi sempre, è più efficace ed artistica, se non più
giusta, e da vicino i colori son troppo sbiaditi quando non sono già sulla tavolozza ».
Anche la seconda stesura de L’Onore (in cinque atti) risale certamente a questo periodo e
del testo esistono oggi quattro manoscritti, con varianti e rifacimenti esaminati dalla
studiosa catanese Ninfa Leotta nel Fondo Verga, come le altre «prove d’autore» in cui non
a caso compare tra i personaggi una duchessa delle Gargantàs, madre di un figlio
illegittimo, l’avvocato Scipione, come nel progetto de La Duchessa di Leyra, inserita nel
tema del triangolo e dell’infelicità coniugale della figlia (Ida e poi Emma nelle varie
stesure) che si sacrifica per difendere «l’onore» di un marito giocatore e infedele, il
marchese di Becerra.
Difficoltà economiche costringono lo scrittore a firmare cambiali per il Treves, che gli
anticipa tremila lire sul contratto di Vita dei Campi, ed infine un evento quanto mai
doloroso per lui: il 5 dicembre muore la madre, alla quale era legatissimo.
Nell’agosto pubblica nella rivista «Il Fanfulla» Rosso Malpelo, mentre comincia a
stendere Fantasticheria.
Il 5 dicembre muore la madre Caterina, e il suo dolore è reso più acuto dalla lontananza,
creando un senso di smarrimento che si mescolava al tormento determinato dal pensiero
insistente di essere rimasto per troppo tempo lontano da casa, quasi un tradimento
imperdonabile della “religione della famiglia” che stava prendendo corpo nelle sue opere,
e all’angoscia della lontananza sentita talvolta come una condanna della fatalità.
inizio pagina
1879 Attraversa una grave crisi per la morte della madre («Mi sento istupidito. Vorrei
muovermi, vorrei fare non so che cosa, e non sarei capace di una risoluzione decisiva»
scrive il 14 gennaio al Massarani), tanto da rimanere inattivo nonostante la volontà e la
coscienza del proprio valore («Io ho la febbre di fare, non perché me ne senta la forza, ma
perché credo di essere solo con te e qualche altro a capire come si faccia lo stufato»
confida il 16 marzo al Capuana). Nel luglio lascia finalmente Catania per recarsi a Firenze
e successivamente a Milano, dove riprende con accanimento il lavoro.
Su Il Fanfulla della Domenica pubblica la novella Fantasticheria, ispirata al breve
soggiorno di Paolina Greppi ad Acitrezza, in cui abbozza il nucleo de I Malavoglia e
sottolinea l’ideale dell’ostrica ed il passaggio dalla «fantasticheria» di una vita semplice,
che dura lo spazio di un desiderio, alla visione di una vita quotidiana che da un lato, per i
vinti, è lotta per l’esistenza e per la “ballerina” (al secolo, Paolina Greppi) o la nobildonna
o la borghese è l’eccitante fluire delle cose in una fantasmagoria seducente fra luci e danze
e divertimenti. È proprio il Verga a mettere in evidenza il passaggio dalla «fantasticheria»
dell’immaginazione e di ciò che maggiormente piacerebbe fare, alla «fantasmagoria» della
vita vissuta, cioè al susseguirsi reale e realistico dei fatti quotidiani.
Nel novembre scrive Jeli il pastore. Tra la fine dell’anno e la primavera successiva
compone e pubblica in varie riviste le altre novelle di Vita dei campi.
Si appassiona alla fotografia, aspetto questo della biografia verghiana scoperto soltanto
nel 1966 da G. Garra Agosta, che ha salvato, sviluppato e catalogato 448 negativi di foto
scattate dal Verga, il quale con la macchina a cassetta regalatagli dallo zio don Salvatore
Verga Catalano riprodusse dal vero i personaggi e i paesaggi delle sue opere, soprattutto
dei dintorno di Catania (ma anche di Milano). Completano l’archivio fotografico del Garra
i ritratti dell’autore (dall’età giovanile alla maturità) e foto con dediche autografe dei più
importanti personaggi letterari ed artistici del tempo e delle donne che più contarono nella
sua vita.
Ferve il lavoro preparatorio de I Malavoglia (ancora Padron ’Ntoni) di cui traccia i cartoni
e la cronologia dei personaggi e si fa mandare dal Capuana (lettera del 20 aprile 1879) la
raccolta di proverbi del Rapisardi, per utilizzarla nell’opera.
1880 Nella Rivista Minima appare la novella L’amante di Raja (che diventerà L’amante di
Gramigna) con lettera-prefazione all’amico Salvatore Farina, in cui il Verga afferma che
esso è «un documento umano, udito per i viottoli dei campi» e conclude enunciando la sua
particolare interpretazione della tesi dell’impersonalità.
In primavera vede la luce presso Treves la raccolta di novelle Vita dei Campi,
comprendente Cavalleria Rusticana, Nedda, L’amante di Gramigna, La Lupa, Ieli il
pastore, Pentolaccia, Guerra di Santi, Fantasticheria, in cui prevale il motivo dell’amore-
passione, tranne in Rosso Malpelo e Guerra di Santi, nonché in Fantasticheria. Lo
scrittore vi rappresenta dal vero le vicende dei contadini, dei pastori, con partecipe pietà,
ambientandone le vicende nei luoghi della sua giovinezza, con l’ottica del lontano.
Continua a lavorare ai Malavoglia e nella primavera ne manda i primi capitoli al Treves,
dopo aver tagliato le quaranta pagine iniziali di un precedente manoscritto. In luglio è
intento a correggere la stesura de I Malavoglia, rifugiandosi all’Hotel Riposo presso
Varese, lontano anche dalla donna amata, e a lei (lettere del 7 e del 29 luglio) e al fratello
Mario confida il lungo travaglio compositivo «Io ho finito ieri come ti dissi il romanzo»,
come pure al Capuana al quale chiede parere. A lui donerà, per sua richiesta (lettera del
23/7/1880) il quarto manoscritto autografo (Fondo Verga coll. MSU 2395) che presenta
numerose varianti all’esame che ne abbiamo fatto (manca ad esempio la chiusa finale del
romanzo), tuttora inedito. Rilegato in cartone con costa in pelle presenta oggi questa
dedica: «All’illustre fotografo Luigi Capuana il suo Giovanni». Precedono il testo,
travagliatissimo di tagli, aggiunte e spostamenti di capitoli, sedici pagine staccate, gli
scritti preparatori del romanzo e sette cartelle numerate, con elenchi di proverbi e tra
questi un disegno della costellazione delle Pleiadi, nonché le due prefazioni (del 19 e del
21/1/1881). Il manoscritto fu ceduto da Adelaide Bernardini, moglie del Capuana, per lire
5000 nel 1953 al nipote del Verga Giovannino Verga Patriarca.
Incontra di nuovo, dopo dieci anni, Giselda Fojanesi, che aveva, come abbiamo visto,
sposato il Rapisardi, allacciando una relazione amorosa durata a intermittenze oltre tre
anni. Il matrimonio non era stato per Giselda particolarmente brillante fin dal primo
momento (appena entrata in casa Rapisardi era stata costretta a vestirsi a lutto per la morte,
avvenuta un anno e mezzo prima, del suocero mai conosciuto).
1881 Nel numero di gennaio della « Nuova Antologia » viene pubblicato col titolo Poveri
pescatori l’episodio della tempesta tratto dai Malavoglia, ed in febbraio, nelle edizioni
Treves, escono I Malavoglia, accolti freddamente dalla critica («I Malavoglia hanno fatto
fiasco, fiasco pieno e completo » confessa l’11 aprile al Capuana), accompagnati dalla
prefazione datata 19 gennaio, scelta dal Treves stesso, nella quale il Verga, tracciando
l’intero disegno dei Vinti, ne fissa i definitivi nomi in cinque romanzi: I Malavoglia,
Mastro-don Gesualdo, La Duchessa di Leyra, L’Onorevole Scipione, L’uomo di lusso.
Nel primo il movente dell’attività umana che produce la fiumana del progresso è preso alle
sue sorgenti e i Vinti sono «i deboli che restano per via, e levano le braccia disperate e
piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravegnenti».
Il romanzo ritrae, infatti, la storia di una famiglia di pescatori guidata dal patriarca Padron
’Ntoni, sullo sfondo corale di un intero villaggio, Acitrezza, in provincia di Catania, dalla
cui vita di stenti, dopo una serie di disgrazie legate ad un carico di lupini e a vari lutti
familiari, tenta di staccarsi ’Ntoni il giovane, ma il mondo tradirà le sue ambizioni,
respingendolo, divorandolo, come fanno in mare i pesci più grossi con i più piccoli,
mentre gli altri ricostruiranno con Alessi, nella «casa del nespolo» la religione della
famiglia, per sopravvivere con rassegnazione, ostriche legate allo scoglio dove sono nate.
Assolutamente nuovo il linguaggio corale, il cosiddetto «Erlebte Rede», a proposito del
quale pare che Verga confermasse, in un’intervista all’Artuffo, di aver avuto una certa
influenza («Fu un fascio di luce!») dal ritrovamento di un giornale di bordo, che gli
suggerì il modulo narrativo del linguaggio marinaresco, come dalla novella Comparatico
del Capuana aveva attinto la forma schiettamente popolare per rendere il quadro con le sue
tinte vere e il suo disegno semplice (lettera del 24/9/1882). I Malavoglia ricevono critiche
sfavorevoli, tranne quella del Capuana a cui Verga scrive (11 aprile 1881): «I Malavoglia
hanno fatto fiasco, fiasco, pieno e completo... ma se dovessi tornare a scrivere quel libro lo
farei come l’ho fatto...».
Comincia ad ideare Mastro don Gesualdo e a scrivere Il marito di Elena. Conosce Rod,
giovane scrittore svizzero che risiede a Parigi, che sarà il suo traduttore in francese, e che
nel 1887 darà alle stampe la traduzione dei Malavoglia, e diventa più profondo il rapporto
di amicizia con De Roberto e Capuana a cui già da Milano aveva chiesto cartoline e foto
de «La Rosamarina», la casa di villeggiatura dell’amico nella valle di Santa Margherita,
per ambientarvi la vicenda di Cesare Dorello, «quel cornuto» de Il marito di Elena e dare
al romanzo con cui tenterà di riconquistare i favori del pubblico «il colore locale»..
Pubblica sulla rivista Rassegna settimanale il 14 agosto Malaria e il 9 ottobre Il
Reverendo, che all’inizio dell’anno aveva proposto al Treves per la ristampa di Vita dei
campi in sostituzione di Il come, il quando e il perché, e che due anni dopo usciranno nelle
Novelle rusticane.
In politica si professa «moderato» ed evita ogni rapporto con la scapigliatura democratica
e con gli ambienti della Sinistra.
Incontra e conosce all’Hotel Milan di Roma Dina Castellazzi Contessa di Sordevolo, con
la quale avrebbe però iniziato solo nel 1896 una relazione stabile (testimoniata dalle
Lettere d’amore [703] decifrate dal Raya), e che rimarrà legata a lui fino alla morte.
Comincia a ideare il Mastro-don Gesualdo e pubblica Malaria e Reverendo.
1882 Pubblica da Treves Il marito di Elena, un romanzo del quale dichiara di non essere «molto
contento», sentendo che il ritorno alla vecchia maniera poetica si mescolava alle nuove
forme dei Malavoglia. Si rende conto dell’inadeguatezza del linguaggio usato per
esprimere lo studio minuzioso di stati psicologici ed emotivi raffinati.
È un’opera dove il dialogo è ridotto al minimo e prevale l’analisi psicologica condotta con
una eccitazione, un tono esclamativo che ne diminuisce contro ogni intenzione l’efficacia.
Non mancano gli aspetti caricaturali come nella presentazione del poeta rapisardiano.
Difetta l’impersonalità e il commento dell’autore che si insinua di tanto in tanto ne è la
prova.
Sempre da Treves il racconto Il come, il quando e il perché (poi riunito in Vita dei campi).
Esce invece a Catania presso l’editore Giannotta una nuova redazione di Pane nero, poi
compreso nelle Novelle rusticane, per aiutare l’editoria e l’economia locale e soprattutto i
danneggiati dal terremoto di Casamicciola che doveva riprendersi. Escono Libertà e Il
canarino del n. 15 sulla Domenica letteraria, entrando in contatto con l’ambiente
In maggio insieme al fratello Mario fa un viaggio a Parigi dove si incontra con Edouard
Rod, il quale tradurrà I Malavoglia col titolo Moeurs Siciliennes (Scene di vita siciliana), e
successivamente si reca a Médan dove incontra Émile Zola, di cui aveva detto al Capuana:
«Uno solo ci fa cascare la penna di mano!».
A Parigi per l’amica Paolina Greppi compra calze di seta e un cappellino a lutto presso la
Casa Saran «adatto al lutto stretto» in una Maison de deuil e tornato a Milano prega
l’amico Édouard Rod di commissionare alla stessa Maison un secondo «cappellino da
signora, da lutto, in velluto, per inverno», e gli manda persino «il ritratto» di colei che
avrebbe devuto indossarlo!
In giugno è a Londra per accompagnare il fratello Mario nella vendita di una preziosa
collezione di monete greco-sicule (per pagare le ipoteche sui terreni) e soffre per il clima
umido fino a dover ritardare il rientro a Parigi. In fondo resta deluso delle due grandi
capitali, ma il suo è un atteggiamento un po’ provinciale, come di chi non si trova nel suo
ambiente naturale che può dominare e addomesticare a suo piacimento.
Alla fine dell’anno escono presso Treves le Novelle rusticane con la data 1883, Per i tipi
del Casanova di Torino, in gennaio, pubblica Novelle Rusticane, comprendenti Il
reverendo, Cos’è il re, Don Licciu Papa, Il Mistero, Malaria, Gli Orfani, La Roba, Storia
dell’asino di S. Giuseppe, Pane Nero, I Galantuomini, Libertà, Di là dal mare (che
rievoca l’avventura con la Fojanesi); alcuni racconti erano già usciti in rivista (nella
Rassegna Settimanale, nel Fanfulla della Domenica, in Fiammetta e nella Rivista
Minima). Il motivo della “roba” costituisce la caratteristica fondamentale delle Rusticane,
e Verga mostra ormai di non credere alle rivoluzioni dove «all’aria ci vanno solo i cenci»
e tuttavia la sua denuncia sociale si fa più intensa con toni di cupo realismo.
Mentre Verga si trova a Roma proprio nei mesi in cui D’Annunzio stava mietendo un
grande successo colla sua presenza che affascinava ovunque si mostrasse, emanando un
fluido quasi magnetico: ed aveva solo ventanni. Nell’Hôtel Milano, dove era solito
alloggiare, incontra per la prima volta la contessa Dina Castellazzi di Sordevolo: un
incontro "impetuoso" che sembrò non lasciare conseguenze.
1883 Oltre che con Arrigo Boito e Gualdo, che già frequentava da anni, stabilisce un legame di
forte amicizia con Giacosa. Scrive le «scene popolari» di Cavalleria rusticana (adattando
al teatro una novella di Vita dei campi).
Lavora intensamente ai racconti di Per le vie, pubblicandoli nel Fanfulla della domenica,
nella Domenica letteraria e nella Cronaca bizantina. Il volume esce all’inizio dell’estate
presso Treves.
Pubblica Novelle rusticane (Torino, Casanova).
Nel giugno torna in Sicilia «stanco d’anima e di corpo», per rigenerarsi e cercare di
concludere il Mastro-don Gesualdo. Nell’autunno nasce il progetto di ridurre per le scene
Cavalleria rusticana; perciò intensifica i rapporti col Giacosa, che sarà il «padrino» del
suo esordio teatrale.
Sul piano della vita privata ha inizio la lunga e affettuosa amicizia con la contessa Paolina
Greppi: durerà fino ai primi anni del nuovo secolo: l’ultima lettera è datata 11 maggio
1905, e in essa si lamenterà di attraversare un “bruttissimo periodo” anche per la malattia
del fratello e del fratellino ed esternando il piacere che Gigi, il figlio di Paolina, è stato
promosso generale, ripromettendosi di scrivergli per congratularsi con lui; e chiude
dicendo che si sta appena riprendendo “dalla prostrazione e dall’abbattimento assoluto” in
cui lo “avevano buttato l’influenza e le febbri” e l’ultimo saluto è quello anonimo “del
compare vostro”, non quello dell’uomo che ha amato.
Alterna i soggiorni a Vizzini (l’ambiente delle Rusticane) coi viaggi a Milano e pubblica
per il Treves, Per le vie, il cui primo titolo è Vita d’officina, una raccolta novellistica
d’ambientazione milanese, con tristi e squallide vicende di ambienti cittadini, (Il canarino
del n. 15) anche malfamati, nei luoghi che il «galantuomo» Verga attraversa in carrozza
con la bella Paolina (Il Bastione di Monforte) o che scorge dai vetri del Montecarlo, un
ritrovo alla moda dove gioca al macao o all’êcarté (Piazza della Scala).
In novembre torna a Catania, riallaccia la relazione con Giselda Fojanesi, delusa del
Rapisardi, e mentre comincia a lavorare al Mastro-don Gesualdo, in pochi giorni
trasforma la novella omonima nel bozzetto drammatico in un atto Cavalleria Rusticana, e
il 2 dicembre la preannunzia a Paolina «come un avvenimento letterario nel nostro
“anemico” teatro», anche se è costretto per la diffidenza del Rossi a pagarne i costumi da
lui stesso disegnati.
Alla fine dell’anno la sua relazione con Giselda subisce una svolta improvvisa: il 19
dicembre Rapisardi scopre casualmente una lettera compromettente del Verga a Giselda
datata 14 ed una subitanea e violenta reazione cacciandola di casa: Giselda non fa una
piega: in due ore (mai donna fu così pronta e rapida nel raccogliere le sue cose) preparò il
bagaglio e se ne andò... finalmente libera da un incubo.
Leggiamo dalla biografia di Giulio Cattaneo (cit.):
Proprio in questo periodo esplodeva violentemente il dramma coniugale in casa Rapisardi.
Il Verga, dall’inizio dell’estate, salvo brevi soggiorni a Roma e a Torino, era sempre stato
a Catania e nonostante le molte difficoltà era riuscito a incontrarsi più volte con Giselda.
La mattina del 19 dicembre Rapisardi era in preda a una delle sue leggendarie emicranie e
girava continuamente per le stanze con manifestazioni vistose di dolore. Il vate soffriva di
tanto in tanto di questi attacchi e la casa si parava immediatamente a lutto. Nessuno faceva
più nulla, la madre e la sorella non si lavavano nè pettinavano e attendevano scarmigliate e
discinte la fine del malanno. Colpevole al solito era Giselda che si lavava come gli altri
giorni secondo una abitudine criticata anche in momenti normali dalla suocera «che si
vantava di non aver mai fatto un bagno». Quella mattina una donna che lavorava a mezzo
servizio in casa Rapisardi arrivò con un pacco di giornali che Giselda aveva prestato, come
in varie altre occasioni, alla signora Maria Aradas Bruno, direttrice di una scuola privata.
Qualche volta nel fascio di giornali restituiti a Giselda era inserita una lettera del Verga.
Nonostante ogni difficoltà non mancava quindi una certa organizzazione. Rapisardi nel
suo girovagare intontito da una stanza all’altra si incontrò con la donna e prese il pacco
alla presenza della moglie interdetta. La lettera del Verga cadde sul pavimento e il vate la
raccolse, la aprì e la lesse allibendo:
« Alla signora G. — per gentile favore
venerdì, 14
«Ebbi la tua cara letterina ieri, e non ti risposi subito per non mettere quella brutta data.
Ma vedi che subito dopo, oggi, il mio primo pensiero alzandomi è per te; e che le tue
parole mi stanno qui nel cuore, e ho letto e riletto molte volte la tua lettera. Cara, cara,
cara, tu sei la donna come l’avrei sognata io, l’amica, la sorella, l’amante, tutto. [Non la
moglie, comunque]. Quante cose mi hai fatto tornare dinanzi agli occhi! vive, palpitanti!
Come vorrei almeno vederti ad ogni modo. Andrò dalla P[iazzoli] e se mi parrà di dar
troppo nell’occhio incontrandoti in casa sua, almeno ti vedrò in istrada. Io vorrei scriverti
almeno ogni settimana. Ma temo di rendermi indiscreto con la cortese che ci aiuta.
Dunque il piccolo sugello t’è piaciuto? Ne son contento. Ma non temere di rovinarmi coi
tuoi modesti desiderii, amor mio. E fammeli sapere tutti francamente, che sinchè posso sai
che il mio piacere più grande è quello di fare qualcosa pensando a te. Passerò da te prima
di partire, almeno ti vedrò da lontano. E quest’estate cosa farai? Io, come sai, andrò in
gennaio T[orino] e torno a dirtelo, in questa battaglia a cui mi accingo ora quasi calmo e
indifferente come uno spettatore vorrei averti giudice e compagna. Sarà quel che sarà, ma
non certo sarà una cosa solita. Tu vuoi darmi retta? Scrivimi degli altri bozzetti toscani,
ciò che vi ha di più toscano, tu che hai questa benedizione in te, scrivimi degli altri
raccontini come quel gioiello, che sai, e mandali al Fanfulla della Domenica, senza
domandar permesso, se puoi. E ti garentisco che saranno accolti a braccia aperte, e gustati,
e ti metteranno sul piedistallo, e gli editori verranno a cercarti loro. Ma lavora, lavora
assiduamente, non ti lasciare vincere dallo scoramento, che, se non altro, il lavoro è un
gran svago e un gran conforto. Ah! se potessi esserti vicino, o passare almeno sotto la tua
finestra, e domandarti: Che fai? Col Som[maruga] poi non credo che la cosa sarebbe
assolutamente impossibile se la proposta avrebbe l’aria di venirti da lui pel volume. Così
lasciai disposta la cosa colla Ser[ao]. Che farà quanto mi promise non giurerei, perchè
torno a dirti che mi sembra la quintessenza delle donne, letterata e napoletana. Io non ti
dissimulai nulla di tutto ciò che aveva potuto far nascere in me questa convinzione, e torno
a dirterlo, tanto più che ti vedo impensierita forse oltre il dovere delle mie parole. Non è
cattiva, ma è in un pessimo ambiente, quello del F[racassa] e del Som[maruga] coi Lodi
ed altri intorno che la guastano.
« Quando le dissi dell’impressione penosa e disgustosa che mi aveva fatto l’articolo del
F[racassa]di cui mi parlasti, e gli attacchi dello S[carfoglio] non se ne mostrò
impressionata come avrebbe dovuto. E a me, quel che secca dippiù, massime ora che ci ho
un volume dal Som[maruga] è che l’altro sospetterà forse che nelle critiche passate e
future e negli attacchi della C[ronaca] B[izantina]e del F[racassa], io ci sia per qualche
cosa! Ti dirò tutto quello che è stato fra la S[era o] e me senza omettere una parola per
tranquillarti. Essa mi fece per la prima volta delle allusioni abbastanza chiare a te e a quel
che aveva subodorato fra noi due, una sera che tutti gli altri erano innamorati matti della
Duse, da Spillmann. Ciò che mi disse non lasciava dubbio ch’ella fosse penetrata per un
po’ nel nostro segreto, e credei meglio confessarle la verità per interessarla a noi, sperando
anche che potesse giovarti nell’affare del tuo libro. Ella promise e si mostrò amica. Fu
allora che te ne scrissi nel punto di lasciare Roma. Io mi rassegnavo di buon grado alla
corvée che ci imponeva a tutti noi amici la sua cameraderie pur di mostrarle come le sarei
grato della simpatia che dimostrava per te. Avrà anche avuto delle pretese muliebri cogli
altri amici che le si mostravano più assidui e premurosi di me, io non ci badavo. Ma
sembra che ciò l’abbia urtata, e una volta al mio ritorno a Roma mi disse quasi
bruscamente: — Voi che mi prendete davvero per un uomo? — In parola d’onore aveva
ragione e non glielo negai. D’allora in poi ha sempre evitato che le potessi parlar di te; e
l’ultima sera che la misi fra l’uscio e il muro per pregarla d’intromettersi nel senso che ti
ho detto fra te e il Som[maruga] tornò a promettere come la prima volta che l’avrebbe
fatto, ma finora sembra di no. Eccoti tutta la verità. Però ti raccomando di fingere
d’ignorarla con lei, perchè potrebbe nuocerti, o almeno chiuderti l’unica porta aperta per
comunicare con un editore faccendiere che potrebbe farti rendere giustizia dal pubblico;
avendo paura che tanti i quali non ti arrivano alle scarpe son già in auge, e l’Ottino ha fatto
appena conoscere il tuo libro! A te nuoce l’antipatia che ispira generalmente quell’altro e i
pettegolezzi che ha suscitato con le sue invidiuzze meschine e le sue ire indecorose.
Dammi retta, fai la tua strada a parte, con tatto e per non urtarlo.
« Scrivi assiduamente pel Fanfulla, e quando avrai dieci o 12 articoli fanne un volume. Ti
garentisco dell’esito.
« Addio. Ti bacio sul viso, sugli occhi, sulla bocca così, così, così, a lungo, prenditi qui
l’anima mia, tuo... ».
Per un marito, e per giunta siciliano, ce n’era abbastanza anche se, come afferma
seriosamente il biografo Cappellani, in questa lettera « l’amore ha ben poco spazio, mentre
la vita con le sue esigenze e con la nobiltà del lavoro occupa il resto ». Il citato biografo
aggiungeva che le frasi compromettenti « non sono più che 10 righe, in tutto, di stampa, e
la lettera occupa più di 65 righe » e questo calcolo probabilmente avrebbe dovuto
consolare il Rapisardi. Ma il grande poeta non fu della stessa opinione e subito «ingiunse
alla moglie» di andarsene, obbedito immediatamente da Giselda che cominciò a prepararsi
per la partenza mentre il marito si abbandonava singhiozzando su una poltrona come il
protagonista di Tristi amori alla rivelazione dell’adulterio. «Intanto la suocera strideva: —
Prestu, cchiù prestu! Levati di devanti a l’occhi mei! — E come un ritornello: — Prestu,
cchiù prestu! ». In due ore Giselda era pronta, «lasciando al marito anche i doni preziosi
avuti da lui, fra i quali la medaglia d’oro, fatta montare a spilla, che Catania aveva
decretato a Rapisardi nel 1868, dopo l’uscita della Palingenesi ». Il vate le dette
«centocinquanta lire in moneta e centocinquanta in tagliandi di rendita». Da allora Giselda
non ebbe altro e si ammetterà che liberarsi di una moglie, e sia pure infedele, con sole
trecento lire anche in pieno Ottocento costituiva indubbiamente un buon affare.
«Allorchè fu per varcare la soglia Mario per ben tre volte la riafferrò per il braccio
cercando, come fuori di sè, di trattenerla: e per tre volte la donna si vinse e riuscì a
svincolarsi». Altra scena da commedia di Giacosa: questa volta I diritti dell’anima, con
dieci anni di anticipo. «La suocera diceva frattanto al figlio — Lassala iri, ’ntra otto jorna
sarà ’antra vota a tuppuliari arreri a porta » — che tradotto in italiano significa: «
Lasciala andare, fra otto giorni sarà di nuovo a battere dietro la porta». Il titano era in
preda a una vera crisi: piangeva e scalciava.
«Diluviava: Giselda prese uno degli ombrelli in anticamera. La suocera glielo strappò di
mano urlando:
«Tutti cosi ti carrii! (Ogni cosa ti porti via!)
« La tradizionale inimicizia fra suocera e nuora era in questo caso un duello all’ultimo
sangue. Un duello con l’ombrello.
« Mario si scosse: barcollante si avvicinò alla madre e levatoglielo di mano lo porse alla
moglie, che senza voltarsi se ne andò ».
Con una carrozza Giselda si recò immediatamente a casa Verga, «fece chiamare Giovanni
e lo attese nell’atrio». Lo informò rapidamente dell’accaduto e manifestò il proposito di
partire subito per Firenze. Il Verga approvò la decisione, aggiunse che non poteva
accompagnarla perchè doveva restare «a disposizione di lui» e promise di raggiungerla al
più presto. Attesa inutile perchè il Rapisardi non lo sfidò a duello come a quei tempi era
quasi obbligatorio, figuriamoci poi in Sicilia. I duelli per motivi anche futili erano
frequentissimi e se ne accorse, fra i tanti, il Sommaruga che in un solo giorno ricevette tre
cartelli di sfida per un articolo, non suo, apparso sulla Cronaca bizantina sulle donne di
Messina «sguaiate, chiesolastre, ineleganti», che amavano «i fiori, la musica, gli uccelli, la
commedia e le quaglie coi piselli, ma più di tutto le quaglie ». Il Sommaruga se la cavò
rimanendo ferito al primo scontro e così fu vendicato l’onore delle «Madonne Peloritane».
Ma il Rapisardi si guardò bene dall’imitare quei gentiluomini di Messina anche se le sue
ragioni avrebbero avuto maggiore consistenza.
Il Verga rimase a Catania qualche giorno e raggiunse poi Giselda a Firenze. Non potè
fermarvisi molto perchè lo attendeva a Torino, il 14 gennaio dell’84, la prima di
Cavalleria.
Il Rod prepara l’edizione francese de Il marito di Elena e la Révue des deux mondes
pubblica novelle del Verga.
inizio pagina
1884 È l’anno dell’esordio teatrale con Cavalleria rusticana, che in origine secondo le ultime
ricerche nei manoscritti, doveva essere un episodio rusticano de I Malavoglia: gli amori
tra ’Ntoni e Peppa, andata sposa ad un altro. Il dramma, letto e bocciato durante una serata
milanese nel suo quartierino di Corso Venezia a Milano da un gruppo di amici (Giacosa,
Boito, Emilio Treves, Gualdo), ma approvato dal Torelli-Viollier. Grazie all’aiuto di
Giacosa riesce a mettere in scena il dramma e la « prima » del 14 gennaio al teatro
Carignano di Torino ha un grande successo (attrice protagonista era la Duse nella parte di
Santuzza, Flavio Andò (Turiddu), Tebaldo Checchi (Alfio), e il copione teatrale verrà
pubblicato dal Casanova, mentre subito dopo il Treves, altro scettico, uscirà con una
nuova pubblicazione di Vita dei campi, illustrata dal Calandra, artista della Scapigliatura
piemontese.
Nel giugno è a Londra e poi a Parigi ove incontra, oltre a Rod, Zola e de Goncourt.
Pubblica a Roma, presso Sommaruga, la raccolta di novelle Drammi intimi,
(comprendente I drammi ignoti, La Barbarina di Marcantonio, Tentazione, La chiave
d’oro), che non verrà più pubblicata (ma tre racconti, I drammi ignoti, L’ultima visita,
Bollettino sanitario, saranno ripresi nel 1891 in I ricordi del capitano d’Arce).
Si conclude, con la pubblicazione della prima redazione di Vagabondaggio e di Mondo
piccino ricavati dagli abbozzi del romanzo, la prima fase di stesura del Mastro-don
Gesualdo per il quale era già pronto il contratto con l’editore Casanova.
In estate fa escursioni in Val d’Aosta con Giacosa e s’incontra con Paolina Greppi a Villa
d’Este, traendovi ispirazione per un futuro lavoro teatrale d’ambiente mondano: Le
farfalle.
1885 Viaggia tra Roma e Milano mentre prepara una nuova commedia, rompendo i rapporti col
Rossi «commendatore da palcoscenico». Nel primi mesi termina l’adattamento per il
teatro del dramma In portineria, tratto da un racconto di Per le vie (Il canarino del n. 15) e
lo rappresenta a Milano il 16 maggio senza successo, recitato dalla Compagnia nazionale
di Olga Lugo e di Enrico Reinache.: fredda è l’accoglienza riservata dal teatro Manzoni.
Tiepida l’accoglienza del pubblico e sfavorevole la critica alle scene del dramma
incentrato sulla rivalità in amore tra Gilda, bella e vanitosa, e Màlia, il canarino, malata e
sfiorita nello squallido ambiente di una portineria milanese. Verga ne annunzia
l’insuccesso al Capuana disegnando un grosso fiasco su una cartolina, ma difende la sua
creatura e le convinzioni artistiche nella corrispondenza seguente: «Ho voluto che il
dramma fosse intimo rigorosamente, tutto a sfumature d’interpretazione, come succede
realmente nella vita; ed era, in questo senso, un altro passo nella ricerca del vero» (5
giugno 1885).
Ha inizio una crisi psicologica aggravata dalla difficoltà di portare avanti « Ciclo dei Vinti
» e soprattutto è tormentato da difficoltà economiche personali e della famiglia e dalle
cambiali che Treves «col suo maligno istinto» gli rinnova a stento, che lo assilleranno per
alcuni anni, toccando la punta massima nell’estate del 1889. Confida il suo
scoraggiamento a Salvatore Paola Verdura in una lettera del 17 gennaio da Milano, mentre
si infittiscono le richieste di prestiti agli amici, in particolare a Mariano Salluzzo e al conte
Gegè Primoli.
Zola promette di scrivere la pref. alla trad. francese dei Malavoglia, e Maupassant
dovrebbe fare altrettanto per le Novelle rusticane.
1886 Trascorre molti mesi a Roma e lavora all’abbozzo di un dramma tratto dalla novella I
drammi ignoti di cui aveva confidato l’idea al suo legale e a Giacosa (lettera del 21 marzo
1885) e frequenta l’ambiente della Cronaca Bizantina e soprattutto il salotto di Gegé
Primoli e la Duse che prepara una nuova interpretazione di In portineria (lettera a Paolina
del 18 novembre).
Roma, Albergo di Milano, giovedì 18 novembre 1886
Vi ringrazio dei vostri auguri., e sopratutto della vostra buona lettera e del bene che mi
volete, Se sapeste il bene che mi fanno l’una e l’altra cosa, ne avreste piacere anche voi, e
pensereste a quello che vi voglio io. Certo se degli auguri possono parlare fortuna, sono i
vostri, e quelli dei miei fratelli. lo l’accetto riconoscente, ma non mi lusingo gran fatto
nell’esito della commedia qui. Qualunque miracolo faccia la Duse, l’esito che ebbe la
cosa a Milano, e sopratutto il modo come fu trattata dalla stampa, influiranno terribilmente
sulle impressioni di quest’altro pubblico, tanto più che le mie convinzioni artistiche non
mi permettano la menoma transazione, e m’impongono il difficile compito di andare colla
testa contro il muro. E la testa è dura abbastanza, e abbastanza convinta di quello che fa,
per non esser persuasa neppure che il muro abbia ragione, anche quando qui andrà rotta. lo
me ne accoro un po’ per me, per tutte le conseguenze che si tira dietro la cosa, e molto per
l’arte, come l’intendo io, che ne avrà un fiero contraccolpo. Ma se per caso andrà bene
sarà una grave responsabilità pel pubblico di Milano, ai miei occhi ben inteso.
Domani o doman l’altro saranno distribuite le parti, e fra qualche giorno cominceranno le
prove. Vi terrò poi a giorno di tutto. La Duse è buona e piena di buona volontà, Rossi
aimable ed è tutto, e ci vedo tutto sotto; gli altri increduli, il pubblico non so. Della energia
che mi augurate ho molta, vi assicuro, e ne ho bisogno di molta, per resistere a tante
contrarietà di tanti generi. A voi sola dico tutto ciò.
Sinora faccio una vita molto ritirata, e lavoro lungo il giorno, perché dalla Portineria,
prevedo, non verrà un soldo. Fortuna che anche all’albergo posso lavorare, e che ho in
vista altri progetti di lavoro. Vado qualche volta a teatro, di rado. Alle 11 spesso vado a
letto [...]
[Verga, Lettere a Paolina, cit. p. 114-5]
Il 29 luglio viene rappresentato a Catania all’arena Pacini il poema sinfonico Cavalleria
Rusticana con musiche di G. Perrotta.
Al Valle di Roma, il primo dicembre, interpreti Flavio Andò, Eleonora Duse e Teresa
Bernieri, con successo si replica In portineria.
Viene presentato a Parigi il dramma Cavalleria rusticana.
1886 Passa lunghi periodi a Roma. Lavora alle novelle pubblicate dal 1884 in poi,
1887 correggendole e ampliandole per la raccolta Vagabondaggio, che uscirà nella primavera
del 1887 presso l’editore Barbèra di Firenze. Nello stesso anno esce la traduzione francese
dei Malavoglia senza successo né di critica né di pubblico.
1887 I Malavoglia, tradotti da Rod, escono in Francia, senza incontrare successo di pubblico e
di critica.
Pubblica un’altra raccolta di racconti, Vagabondaggio (Firenze, Barbera).
Soggiorna molti mesi a Roma per un affare di prestiti con le banche ed è tentato ancora dal
teatro, mentre lavora al terzo atto della commedia tratta dalla novella Il come, il quando, il
perché, nel mese di febbraio, che prolungherà ancora per vario tempo e lascerà negli
abbozzi.
Roma, domenica 13 marzo 1887
Eccomi con voi, colle visite che ricevete la domenica. Vi stringo forte le mani, e ve le
bacio tutte e due. Pur troppo, come voi dite, la nostra corrispondenza non brilla per
allegria, e vorrei dalle vostre lettere vedere che siete allegra quanto si può, ma almeno
senza motivi di essere il contrario. Comunque il ricevere una vostra lettera, lieta o triste, è
un gran piacere per me fra i pochissimi che vengono da vicino o da lontano.
Avete sentito le notizie del colèra a Catania. Sono inquieto per i miei, seccatissimo per non
poter più fare le cose che avevo intenzione di farvi per aggiustare alcune cose mie; le
quali, con quest’altro colpo, e l’arenamento di tutti gli affari che ne seguirà laggiù, non
avranno da stare allegre neppur loro. Sto cercando di combinare un affare qui colla
fondiaria per sistemare certe mie pendenze, e questo mi porta via un gran tempo in
pratiche cui non sono uso.
La commedia va avanti perciò adagio adagio, ma pure ne son contento e spero che ne
sarete contenta anche voi. Quando e dove la darò? Ma... a Milano no di certo. Sono
seccatissimo non pei pettegolezzi che sospettate voi nell’ultima vostra, ma per altri d’altro
genere che non feriscono meno profondamente il mio amor proprio. Immaginatevi dunque
che dicono o mi fanno capire che io ho lasciato Milano pel fiasco di Portineria. E gli
amici, i migliori, quelli che passano pei più delicati e intelligenti – non voglio far dei nomi
– mi domandano con insistenza : Quando verrete a Milano? Avvisate che vogliamo farvi
grandi feste –. Un modo di ricordarmi il fiasco, e di rimpiccinirmi dinanzi all’impressione
che avrebbe potuto farmi, che non è grazioso, né il più adatto a farmi mutar proposito.
Basta, tiremm innanz e parlatemi di voi. [...]
[Verga, Lettere a Paolina, cit. p. 123]

Roma, 20 marzo 1887


Un saluto dal vostro amico, che vi bacia le mani, e ve le stringe forte. Sono stato un po’
indisposto. Ho pagato anch’io il tributo al chinino e alle febbri romane, in dose minima
però, e seccato soltanto pel ritardo che ciò ha portato alla mia commedia. Volete saperne il
titolo e l’argomento? press’a poco l’una e l’altra cosa di una mia novella che deve essere
in uno dei volumi Treves che ci avete. Ma più spigliata e più mondana. Però dispero di
poterla aver finita, proprio finita, in modo di non avere a temere altri pentimenti, nella
stagione buona, per quanto dovessi fare assegnamento su di questo lavoro per ragioni
quattrinaje, ma preferisco dolor di borsa, come dicono in Sicilia, a dolor di coscienza
artistica s’intende. È vero che con questi scrupoli si hanno sempre le tasche vuote, ma non
so che farci. E ormai mi rassegno ad essere come sono. Vi raccomando perciò il segreto
ancora. M’avveggo che ve ne chiacchiero da un pezzo, senza dirvene il titolo che
desiderate conoscere. Come, quando e perché. Ma è ancora un titolo provvisorio. Non ne
parlate quindi per doppia ragione. [...]
[Verga, Lettere a Paolina, cit. p. 124]
Assiste alla prima di Tristi amori (lettera a Paolina del 27 marzo) che definisce «una delle
più belle che abbia scritto Giacosa» e mostra «disgusto per la volgarità ed ingiustizia del
pubblico».
Collabora a vari giornali con novelle (Nanni Volpe) ed il motivo dei poveri diavoli diventa
il filo conduttore della raccolta Vagabondaggio, pubblicata a Firenze per l’editore Barbera,
che ha, per protagonisti dei dodici racconti, guitti, artisti da strapazzo o miserabili bruti.
Nel tono apparentemente cinico e grottesco che usa, possiamo trovare il riflesso di una sua
crisi interiore dello scrittore. Da notare anche che nel personaggio di Nanni Lasca
trasferisce una parte delle già scritte vicende giovanili di Gesualdo Motta, ritrovate negli
abbozzi del secondo romanzo del ciclo dei Vinti, pagine non utilizzate nel romanzo.
A fine estate tornerà a Vizzini. Così ne scrive a Paolina Greppi il 24 giugno:
Sono vecchio di cent’anni, amica mia, e divento intollerante e brontolone. Vado a
cacciarmi laggiù, e rintanarmi come un orso per buttar giù sulle carte del Mastro-don
Gesualdo tutta la nausea che mi sento nel cuore. Per fortuna però faccio una vita
ritiratissima e non mi lascio pigliare nella rete delle discussioni e delle polemiche letterarie
e giornalistiche. Ma vi so dire che quel po’ che se ne legge senza volerlo, basta a rendere
cretino o a tapparsi le orecchie su tutto quello che si stampa in Italia intorno alle cose della
letteratura, come faccio io. (cit., p. 135)
Inizia in ottobre la corrispondenza con una giovane ammiratrice triestina, Maria Brusini,
che durerà fino al ’96.
1888 Nella primavera conduce a buon fine le trattative per pubblicare Mastro-don Gesualdo
nella « Nuova Antologia » (ma in luglio romperà col Casanova, passando alla casa
Treves). Il romanzo esce a puntate nella rivista dal 1° luglio al 16 dicembre, mentre il
Verga vi lavora intensamente per rielaborare o scrivere ex novo i sedici capitoli. Nel
novembre ne ha già iniziata la revisione.
Dopo aver soggiornato a Roma alcuni mesi, all’inizio dell’estate ritorna in Sicilia, dove
rimane (tranne brevi viaggi a Roma nel dicembre 1888 e all’inizio della primavera del
1889, incontrando ancora una volta la Paolina Greppi) sino al novembre 1890, alternando
alla residenza a Catania lunghi soggiorni estivi a Vizzini, dai quali segue la pubblicazione
di Mastro-don Gesualdo
In novembre, a Parigi, al Théâtre Libre di Antoine, è data senza successo Cavalleria
Rusticana, mentre altri lavori vengono tradotti soprattutto in tedesco senza il consenso
dell’autore.
1889 Continua l’«esilio» siciliano («fo vita di lavoratore romito» scrive al Primoli), durante il
quale si dedica alla revisione o, meglio, al rifacimento del Mastro-don Gesualdo che sul
finire dell’anno uscirà presso Treves. Pubblica nella «Gazzetta letteraria» e nel «Fanfulla
della domenica» le novelle che raccoglierà in seguito nei Ricordi del capitano d’Arce e
dichiara a più riprese di esser sul punto di terminare una commedia, forse A villa d’Este.
Incontra la contessa Dina Castellazzi di Sordevolo, nel pieno della sua bellezza, che
sarebbe rimasta vedova nel ’93, cui rimarrà legato per il resto della vita.
Completa per Treves il Mastro-don Gesualdo, completamente rifatto:
È la storia di Gesualdo Motta che a via di stenti è riuscito «a far la roba», e a sposare una
Trao, nobile ma povera, che ha accettato le nozze senza amore per coprire uno scandalo.
Intorno al protagonista tutto un paese, nella realtà Vizzini, con le sue tradizioni anguste e i
primi tentativi rivoluzionari, nel paesaggio delle fertili campagne. Alla fine il manovale
arricchito lascerà la roba per andare a morire, fra lo scherno e l’indifferenza dei servi, nel
palazzo del duca suo genero, scialacquatore senza scrupoli, comprato col suo denaro.
(Bonghi)
Quattro le operazioni fondamentali che Verga esegue sulla sua opera, ancora in fieri (come
le descrive Carla Riccardi, curatrice dell’edizione critica del Mastro): a) riorganizzazione
della struttura in una scansione in quattro tempi, due per l’ascesa di Gesualdo (fortuna del
Mastro e suo matrimonio con Bianca Trao), due per la sua decadenza (prima l’abbandono
della casa paterna da parte della figlia Isabella e la morte di Bianca, quindi la malattia e la
morte di Gesualdo); b) adozione più ampia del “discorso indiretto libero”, la tecnica
magistrale messa a punto nei Malavoglia, che costruisce la narrazione sulla rete dei
discorsi dei diversi personaggi, che presentano i molteplici punti di vista, giudizi, voci; c)
il ricorso frequente a descrizioni e ritratti in chiave grottesca, come esito dello “sguardo”
del protagonista, il Mastro, centro e motore della narrazione che tutto giudica e con tutto
entra in conflitto. Da questa revisione il romanzo esce con un profilo più deciso,
equilibrato, più fedele ai dettami del racconto verista, ma pure capace di mostrare tratti e
tensioni che rimandano ad una cultura narrativa più ampia e variegata... (la Repubblica,
30/11/2004)
Si reca di nuovo a Parigi per l’Esposizione universale.
Mascagni, ancora sconosciuto, compone un’opera tratta da Cavalleria rusticana su libretto
di Targioni-Tozzetti e Menasci, mentre era un oscuro direttore della Filarmonica di
Cerignola (prov. Foggia): il libretto gli era stato offerto gratis (non aveva i soldi per
pagarlo). Con quest’opera Mascagni viene classificato primo fra 73 concorrenti al
concorso bandito da Sonzogno (il quale, tra l’altro, l’aveva personalmente bocciato,
commettendo uno dei pochissimi errori di valutazione della sua vita).
Si sente «legato mani e piedi» dagli affari familiari e trascorre gran parte dell’anno in
Sicilia.
inizio pagina
1890 Rinfrancato dal successo di Mastro-don Gesualdo progetta di continuare subito il «Ciclo»
con la Duchessa di Leyra e L’onorevole Scipioni. Continua a pubblicare le novelle che
confluiranno nelle due ultime raccolte.
Comincia l’anno a Vizzini «come l’uccello ferito che cerca il bosco» e lavora a I Racconti
del capitano d’Arce che usciranno nel ’91. L’8 aprile viene rappresentato al Teatro
Costanzi di Roma, con musiche di Stanislao Gastaldon e libretto di Bartocci-Fontana, il
melodramma Mala Pasqua, tratto da Cavalleria Rusticana; il 17 maggio, sempre al
Costanzi, ottiene un grande successo la prima dell’opera Cavalleria Rusticana, su libretto
di Targioni Tozzetti e Menasci, musica di Pietro Mascagni, interpreti la Bellincioni e
Stagno.
Comincia la causa con Mascagni e Sonzogno ed attraversa un periodo di difficoltà
finanziarie, mentre prepara anche un’altra raccolta, Don Candeloro e C.i per Treves. Fissa
definitivamente il titolo della commedia: tra A Villa d’Este, Civettando, Le Farfalle, Al
giuoco dell’amore e La Commedia dell’amore, sceglie, d’accordo con Paolina,
quest’ultimo (lettera da Vizzini del 23 agosto) che poi tornerà a mutare in Farfalle.
Di questo lavoro esistono nel Fondo Verga quattro manoscritti autografi di 16 pagine, il
primo con la presentazione di 30 personaggi; un secondo con varianti, correzioni e
supposizioni di titoli (Dopo Dramma intimo) forse del Perroni; il terzo (Collocazione 133)
il più completo col titolo Farfalle con 31 personaggi e tutto il primo atto; il quarto
comprende il secondo atto e porta la scritta Il come il quando, il perché e 32 schizzi per la
sceneggiatura.
Figura centrale la marchesa di Alàmia, inquieta farfalla, che alla fine nel nido ritroverà la
pace, forse vicina alla contemporanea progettazione de La Duchessa di Leyra.
1891 Escono per il Treves I ricordi del Capitano d’Arce di cui le ultime tre riprendono novelle
di Drammi intimi.
Il Tribunale di Milano con la sentenza del 12 marzo riconosce i diritti del Verga e «gli
assegnava la metà degli utili netti ricavati e da ricavarsi». Dopo la prima istanza la
sentenza viene confermata anche in corte d’appello (16 giugno) e riceve la notizia mentre
cura i reumatismi a Tabiano e il 10 agosto la comunica all’amica Paolina Greppi (“Vi do
subito, appena l’ho ricevuta, la buona notizia della vittoria della mia causa. So di farvi
piacere ai buoni e cari amici che ho costì”): otterrà il pagamento di 143.000 lire, con cui
riesce a far fronte ad una situazione economica non molto florida, con un accordo siglato il
22 gennaio 1893.
A fine ottobre si reca in Germania a Francoforte per mettere in scena, con successo, al
Lessing Theater Cavalleria Rusticana, quasi in veste di regista mentre a Berlino, in
dicembre, «si mangia il fegato peggio di compare Alfio» per l’interpretazione dei tedeschi
«tuder», abituati alla recitazione classica.
1892 Fa da guida in Sicilia (Palermo, Solunto, Selinunte, Segesta, Monreale, Girgenti, Siracusa,
Taormina, Catania, e l’Etna) a Boito e Torelli venuti in gita nel marzo.
In giugno lo troviamo a Torino e in luglio soggiorna a Tabiano per cure termali e per
qualche "distrazione deve spostarsi fino a Salsomaggiore. In Agosto si trova a Milano e
comincia ad andare in porto la causa con Sonzogno: parla già accomodamento in una
lettera a Paolina Greppi del 16 agosto. Ai primi di dicembre lo troviamo a Catania.
1893 Si conclude finalmente la causa con Sonzogno per i diritti su Cavalleria, già vinta dal
Verga nel 1891 in Corte d’appello, accettando una transazione, che il «ricco e strapotente»
editore musicale sarà costretto a versargli (nel ’95), di 144.000 lire, con cui supera
finalmente i problemi economici che lo avevano assillato nel precedente decennio: Verga
provvederà a saldare i debiti e a restaurare il palazzetto di Catania.
Da questo anno torna a risiedere stabilmente a Catania dove rimarrà sino alla morte, tranne
brevi viaggi e permanenze a Milano e a Roma. Si diletta a fotografare i familiari in molte
foto (Archivio Garra Agosta).
Trattative, peraltro infruttuose, con Puccini per una nuova versione lirica del dramma su
libretto di De Roberto. Pubblica nell’«Illustrazione italiana» una redazione riveduta di Jeli
il pastore, Fantasticheria (col titolo Fantasticherie) e Nedda.
Mentre diventa sempre più rada la corrispondenza con Paolina Greppi, ricomincia la
relazione con Dina Castellazzi di Sordevolo, conosciuta nel 1881 a Roma e rimasta
vedova da un paio d’anni. La relazione durerà sino alla morte dello scrittore.
1894 Escono i racconti intitolati Don Candeloro e C.i. (Milano, Treves). Scrive per il teatro le
«scene drammatiche» della Lupa (tratte dal racconto omonimo). Contatti con Puccini per
musicare La lupa, ma restano infruttuosi, pur dopo un avvio promettente (si vedono a
Milano e addirittura a Catania), perché il musicista probabilmente viene dissuaso dalla
marchesa Gravina. Con lettera il Puccini si scusa con Ricordi dedicandosi alla Bohème.
Prende accordi con Libero Pilotto per mettere in scena La Lupa, ma non se ne fa nulla,
tranne brevi soggiorni a Cavenago e a Roma, soggiorna in Sicilia.
Pubblica presso il Treves Don Candeloro e C.i, una raccolta di 12 novelle nella quale il
mondo dei «pupari» e dei cantastorie è visto dal di dentro, dietro le quinte di una vita
errabonda e miserabile.
In agosto esce l’intervista di Ugo Ojetti al Verga con fondamentali osservazioni sullo stile
e sul metodo del romanzo, ed a proposito del teatro, «una forma inferiore e primitiva».
Cura la vecchia zia «mamma Vanna» e si lamenta per il peso delle cure familiari dicendo:
«Nella mia camicia non ci vorrei un nemico».
In ottobre muore la zia Giovanna e Verga attende con impazienza la preparazione de La
Lupa, mentre lavora a La Duchessa di Leyra, poiché è disgustato degli illustri ciabattini
del teatro.
A Roma, dove si reca in brevi viaggi, frastornato e deluso dalle polemiche, avviene un
celebre incontro a tre tra Verga, Capuana e Zola, che accusa lo scrittore siciliano di non
avere delle teorie «bien arrêtées». Riguardo alle critiche dei giornalisti a sua volta Verga,
con umorismo tutto siciliano dichiara «Stroncature? non so... Io non leggo. Io scrivo».
1896 26 gennaio: rappresenta sulle scene del teatro Gerbino di Torino La lupa, interpreti Flavio
Andò e Virginia Reiter, con bozzetti del Fontana, accompagnata da successo e da
polemiche sull’argomento.
Pubblica presso Treves La lupa, In portineria, Cavalleria rusticana. È sdegnato per le
manifestazioni popolari contro Crispi e si proclama «tutto fuori che monarchico
costituzionale».
Nell’estate comincia a lavorare alla Duchessa di Leyra.
Il 23 agosto muore la cognata Ersilia Patriarca Rossi, alla quale Verga aveva prodigato
particolare assistenza a causa di una poco oculata amministrazione del patrimonio da parte
del fratello Pietro. Era stata una donna particolare nella sua vita, che l’aveva amato anche
al di là di un semplice affetto parentale, tanto che a Catania si fece approntare un
appartamentino al piano superiore rispetto a quella del fratello, per evitare un contatto
continuato e... pericoloso. Fu una sciagura, come scrive quello stesso giorno a Paolina
Greppi che “tanto si era interessata a lei” e alla sua salute.
Si mostra sempre più deluso della politica italiana e di «quel re d’Italia che piega il capo e
la corona a Menelik, Di Rudinì ed industriali milanesi» (lettera a Paolina del 16 dicembre).
1897 Continua a lavorare alla Duchessa di Leyra, documentandosi fra l’altro sulla moda
maschile e femminile di cinquant’anni prima.
Sulla rivista catanese, «Le Grazie», pubblica La caccia al lupo, da cui, nel 1901, trarrà il
dramma omonimo.
Pubblica da Treves una nuova edizione di Vita dei campi, illustrata da Arnaldo Ferraguti,
con notevoli varianti rispetto al testo del 1880.
Trascorre l’inverno a Catania, ma fa un lungo viaggio in Svizzera in estate, visitando e
fotografando Rigi-Klösterli, Kaltbad-Hospenthal.
1898 Elogia l’esercito e la repressione milanese di Bava Beccaris.
In una lettera datata 10 novembre a Édouard Rod afferma di lavorare «assiduamente» alla
Duchessa di Leyra, (conta di terminare il romanzo entro l’anno) annunciandone la
prossima pubblicazione sulla «Nuova Antologia».
Non si muove da Catania tranne che per una breve vacanza in agosto per recarsi a St.
Moritz-Bad, a Mendrisio e Pallanza, ospite di Giacosa.
1899 Gennaio: è a Palermo a raccogliere dati per l’ambientazione della Duchessa. Chiede una
proroga alla «Nuova antologia», annunciando il libro per la fine dell’anno. In una lettera a
Dina si pronuncia ancora contro «quest’Italia parlamentare e industriale».
Brevi incontri a Milano con la Sordevolo e segue la traduzione del Mastro-don Gesualdo
in francese da parte della Laurent e del Rod, soggiornando in Sicilia.
1900 Si concede una lunga vacanza con la Sordevolo all’Abetone, a Bosco Lungo Pistoiese. Si
reca a Pallanza in giugno per le nozze della figlia di Giacosa.
1901 Alterna periodi di lavoro ad altri di scoraggiamento; continua la sua relazione con la
Sordevolo, alla quale invia spesso alla 100 lire, aiutandola anche a trovare traduzioni
soprattutto dal francese (con l'amico Rod). Lavora a due bozzetti Caccia al lupo e Caccia
alla volpe che dovranno essere stampati dopo la recita: la prima avviene il 22 novembre al
Teatro Manzoni di Milano con la compagnia Reiter-Pasta.
1902 Escono in volume i due atti unici, Caccia al lupo e Caccia alla volpe, tradotti in francese
entro l’anno. Trascorre la villeggiatura in Svizzera, sui laghi, con Dina di Sordevolo e
lavora alla stesura di Dal tuo al mio. I manoscritti, in varie stesure, recano i titoli: Quando
il villano è sul fico; La piena; Casa Navarra.
1903 Scrive il dramma in tre atti Dal tuo al mio, che viene messo in scena a Milano al teatro
Manzoni, dalla Compagnia di Oreste Calabresi il 30 novembre, affidato all’Andò per
consiglio del Praga.
Croce scrive sulla «Critica» un saggio su Verga.
Il 21 aprile muore il fratello Pietro e viene nominato tutore dei tre nipoti, Giovannino,
Caterina che mantiene in collegio, e Marco.
1904 Lavora alla trasformazione del dramma Dal tuo al mio in romanzo, mentre il Talli lo mette
in scena a Roma.
1905 Invia al Rod Dal tuo al mio perché esca contemporaneamente nella Revue des deux
mondes e su La Nuova Antologia (la pubblicazione avviene n tre puntate, dal 16 maggio al
16 giugno)
Il 21 settembre muore il nipote Marco.
1906 Nelle edizioni Treves esce il romanzo Dal tuo al mio, nella cui prefazione Verga evidenzia
il suo atteggiamento ideologico, esente da etichette politiche e, rappresentando le lotte
della classe operaia delle zolfare, non giustifica né l’ostilità sorda del capitalista arricchito
(Don Nunzio Ranetta) né lo sciopero e la violenza dei lavoratori, limitandosi a
rappresentare «la vita qual è», ma denunziando con cupo pessimismo «i Luciani di ieri e di
oggi», cioè gli opportunisti, pronti a difendere la roba, imbracciando il fucile contro i
vecchi compagni, avendo sposato, come il capo-popolo Luciano, la figlia del barone Don
Ramondo Navarra, ridotto quasi in miseria.
Il romanzo non ha successo e Verga se ne lamenta con Dina di Sordevolo, con la quale
trascorre il Natale a Catania in via Sant’Anna, insieme a Rod,
Il 9 dicembre muore a Pisa Paolina Greppi Lester.
Dopo un’interruzione di qualche anno riprende a lavorare alla Duchessa.
1907 Continua a lavorare alla Duchessa di Leyra (il 1° gennaio 1907 da Catania scrive al Rod:
«Io sto lavorando alla Duchessa»), di cui sarà pubblicato postumo un solo capitolo a cura
del De Roberto in « La Lettura », 1° giugno 1922.
Il musicista Monleone rappresenta anche in Italia l’opera Cavalleria rusticana: Verga è
citato in tribunale da Mascagni e Sonzogno per aver concesso l’autorizzazione . L’anno
dopo il tribunale dà ragione a Mascagni, ma la causa continuerà ancora per diversi mesi,
senza fortuna per Verga che viene costretto a pagare 1500 lire di penalità.
1908 I suoi lavori vengono rappresentati dalle compagnie di Grasso e Martoglio a Parigi,
Bologna e Modena, ma Verga si mostra indignato per le manipolazioni di quel puparo» di
Grasso che muta il finale di Cavalleria Rusticana «ad effetto» e fa intervenire il Praga,
presidente della Società Autori per tutelare le sue opere, tradotte anche in siciliano.
In agosto concorda col Monleone di preparare «una selva» (una sacra rappresentazione)
ispirata al motivo della Passione, a cui adattare le musiche già composte, tratta dalla
novella Il Mistero e nei mesi successivi ne elabora due stesure. proponendo a Monleone di
scrivere ex-novo la musica, anziché usare quella di Cavalleria.
In dicembre collabora alla definitiva stesura del testo preparato da Giovanni Monleone,
fratello del musicista.
Esistono oggi dell’opera le varie stesure: quattro presenti nel Fondo Verga (dal n. 5380 al
5385) ed una conservata presso la Biblioteca Civica Berio di Genova, diversa da quella
pubblicata in Scenario dal Pacuvio, completa di lettere e di foto di personaggi in costume
che testimoniano la cura rivolta dal Verga al genere teatrale fino a tarda età.
Nel dramma è mantenuto, oltre al motivo dell’amore e della gelosia, il tono della fiaba e
della sacra rappresentazione collocata nella processione di Pasqua, in cui Nela interpreta il
ruolo della Vergine, pur macchiata dalla colpa, finché il padre le uccide l’amante.
Il Verga rallenta sempre più la sua attività letteraria e si dedica con crescente assiduità
alla cura delle proprie terre.
1909 Comincia un idillio letterario con Maria Messina, giovane scrittrice che gli invierà 23
lettere fino al ’19 ed il suo ritratto, incoraggiata con benevoli giudizi dal Verga, di solito
poco favorevole alle donne scrittrici.
Frutto dell’unione fra la figlia di un nobile che aveva dilapidato tutto il patrimonio al gioco
e di un giovane di condizione modesta costretto ad interrompere gli studi e a ripiegare su
un impiego di maestro elementare, Maria condivise con l’unico fratello una prima
giovinezza infelice a causa delle ristrettezze economiche e dell’incomprensione fra i
genitori. Ma mentre il fratello si affrancava dalle angustie familiari con l’avvento
dell’indipendenza, la giovane restava chiusa fra le pareti domestiche, a condividere
l’esistenza con i genitori. Il suo destino era, come quello di tante altre donne che poi
sarebbero fluite nelle trame di molti suoi racconti, di sfiorire al telaio o al pianoforte, in un
clima di povertà dignitosamente ammantata, se l’amore e l’attenzione del fratello non
l’avessero sorretta e aiutata a sviluppare e ad estrinsecare il talento che in lei era celato. In
una lettera a Giovanni Verga, datata 6 novembre 1909, così ella scrive:
“Sono vissuta sempre sola nella mia piccola famiglia: non sono mai andata né anche a
scuola, i miei maestri sono stati mia madre quand’ero piccola e il mio unico e amato
fratello sino a pochi anni fa, a lui soltanto-che m’à avviata su questa via, che, con
giovanile entusiasmo d’artista m’à additato un ideale, che à voluto far di me quel che lui
non à potuto e che pur doveva essere, a lui debbo tutto. Sono dunque vissuta sola, pur non
sentendo bisogno d’alcuno, restando un po’ selvatica, un po’ estranea alla vita pure
osservando la vita…”
Ed infatti sotto la guida del fratello Maria Messina, incitata anche dal Verga, si appropriò
degli strumenti atti ad esprimere le sue tensioni artistiche ed in breve fu in grado di far
confluire nei suoi racconti una gamma di personaggi di umile statura che la limpidezza del
suo narrare e l’attenta disamina dell’ambiente piccolo-borghese in cui si muovevano
innalzarono alla dignità dei personaggi più famosi della letteratura. I suoi manoscritti,
inviati ai più importanti editori nazionali, furono presto pubblicati ottenendo successo di
pubblico e di critica.
1911 Rilascia all’Artuffo l’intervista, in cui si accenna al giornale di bordo, fonte del suo stile
per I Malavoglia, ma la commenta in modo discutibile nell’interpretazione data alle sue
parole, parlandone con Dina di Sordevolo.
1912 Rispondendo ad un’inchiesta, dimostra molto più di qualche simpatia per il movimento
futurista ed aderisce ad una politica «nazionalista», spinto da un patriottismo
sopravvissuto agli ideali giovanili, disgustato dall’ibridismo politico giolittiano, mentre è
costretto a fare l’agricoltore per vivere, curando la proprietà di limoni di Novalucello.
Tra il 1912 e il 1914 affida al De Roberto la sceneggiatura cinematografica di alcune sue
opere tra cui Cavalleria rusticana, La Lupa, mentre egli stesso stende la riduzione della
Storia di una capinera, pensando anche di ricavarne una versione teatrale, e della Caccia
al lupo.
Da quest’anno cominciano anche i contratti con Giannino Paresce e le Case
Cinematografiche Cines e Ambrosio. Dina di Sordevolo fa da intermediaria ed il Verga la
autorizza alla riduzione e sceneggiatura dei suoi lavori.
1913 Cura egli stesso, però, La Lupa, Tigre Reale, Caccia al lupo, Storia di una capinera, ma
per necessità più che per convinzione, mantenendo il segreto e dicendo a Dina: «Non
voglio confessarmi autore di simili contraffazioni» e chiama il cinema «castigo di Dio».
Prepara una riduzione teatrale di Capinera, ritrovata tra le carte del Fondo Verga. Esiste
tra gli inediti (di proprietà Garra Agosta) una sceneggiatura autografa di Cavalleria
Rusticana per il cinema, di imminente pubblicazione, di cui un estratto è apparso ne La
Sicilia del 15/12/1983, composta da dodici cartelle, distinta in dieci quadri: La serenata;
La mala Pasqua; La sfida; Cavalleria Rusticana.
1915 Si dichiara favorevole all’intervento in guerra e fedele ai principi del nazionalismo. Il 30
novembre muore l’amico Capuana, il suo caro don Lisi, e Verga lo ricorda nell’articolo
«L’artista e l’uomo» ne Il giornale dell’Isola, partecipando ai suoi funerali.
1916 Segue con trepidazione le vicende della guerra e scrive lettere affettuose al nipote
Giovannino, richiamato sotto le armi.
1917 Si dichiara deluso dopo Caporetto dai «Reggitori d’Italia, dall’alto al basso, che ci portano
alla rovina e al disonore».
1918 Diventa sempre più solitario; trascorre al circolo Unione col De Roberto qualche ora e
sempre più stanco lavora alla Duchessa che brucerà nel caminetto di casa Verga (tesi
confermata anche dal pronipote), mantenendo quel che aveva scritto a Dina: «Se non sarò
contento di quel che ne verrà la butterò nel fuoco, inesorabilmente. Pazienza i quattrini.
Ma non si sporchi della carta per far quattrini soltanto. Questa è la sola ricchezza che mi
resta». (Lettera 6 aprile 1911.)
1919 In gennaio muore la nipote Caterina per un’epidemia di grippe (influenza).
Scrive l’ultima novella Una capanna e il tuo cuore, pubblicata postuma dal De Roberto
(12 febbraio 1922 su L’illustrazione Italiana)
Collabora alla trasposizione in musica de La Lupa da parte del maestro Pietro Tasca, che
vedrà le scene solo nel 1932 a Noto.
— novembre: esce la monografia di Russo sull’opera verghiana.
1920 Viene nominato senatore. Pubblica una nuova ed. delle Novelle rusticane con diverse
variazioni e correzioni (Roma, La Voce).
Gli viene consegnato un diploma con decorazioni floreali e soggetti campestri dipinti da
Alessandro Abate, dai soci del Circolo Unione in occasione del suo ottantesimo
compleanno, che viene celebrato al Valle di Roma con un discorso del conterraneo Luigi
Pirandello, alla presenza di B. Croce, ministro della P.I.
Il «vecchiuccio» accetta la letterina di Sara Scriffignani, «simpatica monella» di Agira e le
bacia le manine.
Il 2 settembre dello stesso anno le celebrazioni vengono rinnovate al Teatro Bellini di
Catania: viene condotto in carrozza suo malgrado, per una fugace apparizione, dal De
Roberto.
Il 3 ottobre viene nominato da Giolitti senatore del regno e risponde con uno schivo
telegramma.
Nella rivista La Voce di Prezzolini appare un’edizione delle Novelle Rusticane con molte
varianti.
Rifiuta le nozze a Dina di Sordevolo, che nella lettera del 18 ottobre si mostra delusa, ma
rassegnata.
1921 Viene preparato un nuovo libretto de Il Mistero dal Monleone (che apparirà postumo in
Scenario nel 1940).
Riceve l’ordine civile di Savoia che gli sarà messo all’occhiello del frac con cui verrà
vestito l’ultima volta.
1922 Nella notte tra il 24 ed il 25 gennaio viene colpito da trombosi cerebrale, mentre si accinge
ad andare a letto nella sua casa di di via Sant’Anna, 8 a Catania con sul comodino l’ultimo
libro di lettura Natio borgo selvaggio di F. Paolieri. Raccolto da terra dalla pronipote, la
veneta Lina Calzavara, moglie di Giovannino, muore il 27 gennaio, alle 10,20, assistito dai
nipoti e dal De Roberto che pubblicherà su La lettura del primo giugno due capitoli inediti
de La Duchessa di Leyra.
Dopo un funerale a cui partecipa commossa e numerosa «’a gintuzza», la povera gente,
che egli aveva rappresentato nelle sue opere, viene sepolto nel cimitero di Catania, nel
viale degli uomini illustri, sotto una semplicissima lastra, su cui De Roberto deporrà le
violette di Giselda Fojanesi e i fiori di Dina.
Tra le opere uscite postume, oltre alle due citate, vi sono la commedia Rose caduche, in «
Le Maschere », giugno 1928 e il bozzetto Il Mistero, in « Scenario », marzo 1940.