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LA COMUNICAZIONE

LETTERARIA DEGLI ITALIANI


I percorsi e le evoluzioni del testo. Letture critiche

(Studi in memoria di Nicola Tanda)

a cura di
Dino Manca e Giambernardo Piroddi

Prima Parte
FILOLOGIA DELLA LETTERATURA DEGLI ITALIANI

Collana di
Filologia, linguistica e critica letteraria

EDIZIONI CRITICHE/4 STRUMENTI/6

DIRETTORE
Dino Manca

COMITATO SCIENTIFICO Tania Baumann - Università di Sassari Franco Brevini -


Università di Bergamo Duilio Caocci - Università di Cagliari Maria Carosella - Uni-
versità di Bari Silvia Chessa - Università di Perugia Antonio Di Silvestro - Università
di Catania Maurizio Fiorilla - Università di Roma Tre Maria Teresa Laneri - Università
di Sassari Gabriella Macciocca - Università di Cagliari Dino Manca - Università di
Sassari Marco Manotta - Università di Sassari Giuseppe Marci - Università di Cagliari
Attilio Mastino - Università di Sassari Luigi Matt - Università di Sassari Alessandro
Pancheri - Università di Chieti-Pescara Daniele Piccini - Università per Stranieri di Pe-
rugia Anna Maria Piredda - Università di Sassari Giambernardo Piroddi - Università
di Sassari Bruno Pischedda - Università di Milano Edgar Radtke - Università di Hei-
delberg Loredana Salis - Università di Sassari Mauro Sarnelli - Università di Sassari
Antonio Soro - Università di Roma Tor Vergata Giovanni Strinna - Università di Sas-
sari.

SEGRETERIA DI REDAZIONE

Maria Teresa Laneri - Dino Manca - Gilda Nonnoi - Anna Maria Piredda - Giamber-
nardo Piroddi - Loredana Salis - Antonio Soro - Giovanni Strinna.

I volumi pubblicati sono passati al vaglio da studiosi competenti per la specifica disciplina. La
valutazione è fatta sia all’interno che all’esterno del comitato scientifico. Il comitato scientifico si
avvale di almeno due revisori per la pubblicazione di ogni testo. Il meccanismo di revisione, tra
pari, offre garanzia di terzietà, assicurando il rispetto dei criteri identificanti il carattere scientifico
delle pubblicazioni.

EDES - Editrice Democratica Sarda


Sede legale, piazzale Segni, 1- Sassari
Tel. 079 262236
E-mail: edesuperstar@yahoo.it

ISBN 978-88-6025-429-0

Stampa: T.A.S. - Tipografi Associati Sassari


Zona industriale Predda Niedda Sud strada 10 - Sassari
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E-mail: tipografiatas@gmail.com

2017
LA COMUNICAZIONE
LETTERARIA DEGLI ITALIANI
I percorsi e le evoluzioni del testo. Letture critiche.
(Studi in memoria di Nicola Tanda)

a cura di
Dino Manca e Giambernardo Piroddi

Prima Parte


FILOLOGIA DELLA LETTERATURA DEGLI ITALIANI
In memoria di
Nicola Tanda

Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria.


Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia.
E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un'altra cultura,
inventa per loro un'altra storia.
Dopo di che il popolo comincia lentamente a dimenticare
quello che è e quello che è stato.
E il mondo intorno a lui lo dimentica ancora più in fretta.

MILAN KUNDERA
INDICE

PRIMA PARTE

DINO MANCA
Per una letteratura degli Italiani.
L’insegnamento di Nicola Tanda 1

GIOVANNI STRINNA
Il breve profanato. Fortuna di un pattern narrativo
tra folklore e testualità 17
Volgari meridionali e caratterizzazione dialettale.
Rileggendo Rosa fresca aulentissima e la Zerbitana 33

DANIELE PICCINI
Dante e la gloria della lingua 51

ANTONIO SORO
«La bella scola / di quel segnor de l'altissimo canto /
che sovra li altri com’aquila vola» (Inf. IV): un’ipotesi di lettura 63

PAOLO CHERCHI
Il De re militari di Roberto Valturio 71

ANTONIO SORO
La Città di Vita di Matteo Palmieri: teologia, civis
e letteratura nelle terzine di un’inedita imitazione dantesca 91

LUIGI MATT
Lettere «mal corrette» ma «scritte di cuore»:
lingua e stile dell’epistolario amoroso di Celia Romana 129

MAURO SARNELLI
Un esempio ‘neoalessandrino’ di confluenza delle tradizioni:
l’originario coro dell’atto III dell’Hermenegildus di Emanuele Tesauro 149

ANTONIO DI SILVESTRO
Appunti su Parini e Petrarca 211
GIAMBERNARDO PIRODDI
«Erra l’armonia». Dionisiaco e apollineo
nel lessico musicale leopardiano 225

ANTONIO DI SILVESTRO
Storia di una novella.
Jeli il pastore dagli abbozzi alle stampe 249

DINO MANCA
Raccontare l’Isola in italiano:
il romanzo della Deledda nel Novecento europeo 271
L’esotico e il narrativo. Varianti d’autore, intertestualità,
contaminazioni linguistiche in un romanzo italiano d’inizio secolo 315

GABRIELLA MACCIOCCA
Filologia d’autore nella storia degli Ossi di seppia 335

ANTONIO SORO
Fuscello teso dal muro. L’angoscia della pagina bianca
in uno «steamer balançant ses arbres» che «non scava una traccia» 351

SECONDA PARTE

ANTONIO DI SILVESTRO
Su Piccolo e Montale 365

DINO MANCA
L’ultimo Alvaro e la coscienza della crisi 405
Tra le carte di Vasco Pratolini.
Da Il figlio di Caco al Metello: verso un’edizione evolutiva 421

GIAMBERNARDO PIRODDI
«L’idea che ho io del tempo».
Imprescindibilità di Picasso nella scrittura di Giuseppe Dessí 525

MARIA CAROSELLA
Scrittrici pugliesi di ultima generazione:
Antonella Lattanzi e Flavia Piccinni. Lingue e generi a confronto 549
MARIA CAROSELLA
Nuove voci della letteratura thriller e pulp in Puglia:
Francesco Caringella e Giuseppe Merico 605

FRANCO BREVINI
Letteratura degli italiani e letteratura in dialetto 641

INDICE DEI NOMI 649


Per una letteratura degli Italiani: l’insegnamento di Nicola Tanda

PER UNA LETTERATURA DEGLI ITALIANI.


L’INSEGNAMENTO DI NICOLA TANDA

Dino Manca*

Conobbi Nicola Tanda a Sassari nella primavera del 1993. Arrivavo da Ca-
gliari, lì dove mi ero laureato, per frequentare un corso di perfezionamento
in «Filologia e Cultura Sarda» presso l'Istituto di Filologia Moderna. Della sua
figura ricordo nitidamente i contorni, il suo incedere lento e misurato, la dis-
simulazione sorniona nel presentarsi, il sorriso accennato, lo sguardo indaga-
tore e severo che preconizzava cose importanti.
Compresi quell’esordio, quell’entrata in scena (nell’aula «Cadoni» e nella
mia vita), solo qualche anno dopo. Faceva parte della sua teatralità, della sua
retorica, della sua studiata e sperimentata didassi: il controllo dello spazio, il
linguaggio del corpo, la modulazione della voce, il timbro, le flessioni come
cifra di uno stile, secondo la regola del climax ascendente. «Allacciate le cin-
ture di sicurezza», sibilò prima di iniziare la lezione. Così ci preparava
all’ascesa, al decollo conoscitivo ed emotivo (non senza, in verità, qualche
turbolenza). Con queste parole impegnava nella relazione didattica tutto il
suo desiderio di trasmettere amore per il sapere. La provocazione intellettuale
è una delle chiavi di accesso al pensiero critico e alla conoscenza. Lui lo sa-
peva fare. Aveva l’esperienza, gli strumenti e la cultura per farlo.
Mi colpì da subito la sua intelligenza irrequieta, tormentata e visionaria. Mi
sorprese soprattutto l’umanità che si nascondeva dietro quella parola edu-
cante che si faceva faticosamente corpo. Da allora decisi di seguirlo, come si
segue un maestro.1
Una sera, durante una delle tante peripatetiche conversazioni, mi confessò
di sentirsi come un «critico letterario di base dell’azienda letteraria locale».
Quell’ironica autodefinizione, oltremodo calzante, trovò la mia adesione im-
mediata e entusiastica. Andammo oltre. Parlammo di Antonio Gramsci, del
critico militante, dell’intellettualismo organico, della formazione e dell’impe-
gno civile e politico degli intellettuali sardi. L’intellettuale può pretendere di
rappresentare il popolo solo quando il rapporto è fondato su di «un’adesione
organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione quindi sapere».2

*Professore associato di Filologia della letteratura italiana e Letteratura e filologia sarda all’Università
di Sassari.
1 Cfr. MANCA 2016, p. 31.
2 GRAMSCI 1975, p. 144.

1
DINO MANCA

Per Tanda il popolo era il popolo sardo e l’intellettuale doveva essere fun-
zionale al territorio e non a un partito. Anche per questo l’ho sempre consi-
derato l’ultimo vero pensatore, in senso simil-gramsciano, della nostra Isola.
Per il suo essere stato critico militante, per il suo essere entrato in sintonia
con la gente (sapeva parlare con tutti, in italiano e in sorsense), ma soprattutto
per essere riuscito a porre al centro della sua rielaborazione la questione cul-
turale.
La funzione politica della cultura, come azione concreta nella società e
come motore della storia, non risiede nella propaganda ma nell’educazione.
Per questa fondamentale ragione l’istruzione riveste un ruolo centrale. Oc-
corre puntare su una scuola istruttiva, ma soprattutto formativa della perso-
nalità. L’allievo non è un recipiente da riempire. Ma egli partecipa attivamente
al processo educativo solo se la scuola non risulta essere separata dalla vita.
E così concepiva l’insegnamento della letteratura. La letteratura è «sapere
della vita», diceva, e non di rado aggiungeva: «Non c’è momento della mia
esistenza in cui non abbia trovato un verso di Dante».
Egli riuscì a coniugare tutto questo. Diffidava dell’intellettualismo etico e
credeva invece nell’autenticità della sabidorìa popolare, del sapere antropolo-
gico-religioso (a tal riguardo citava spesso Saramago: «L'uomo più saggio che
io abbia conosciuto non sapeva né leggere né scrivere»).3
Da qui nacque l’amore profondo per la Sardegna, per i suoi artisti. La co-
noscenza inizia «dalla soglia di casa», insegnava, e non esiste comunicazione
senza contesto, così come non esiste metodo educativo al di fuori delle coor-
dinate ambientali. Una scuola avulsa dal contesto in cui opera viene meno a
uno dei suoi compiti prioritari. Ancor di più ciò vale in una regione come la
Sardegna, peculiare e complessa, antropologicamente connotata, con proprie
lingue, propri saperi, proprie leggi e proprie consuetudini difficilmente tra-
ducibili attraverso codici e sistemi segnici d’inappartenenza.
Tanda fu un pensatore moderno. Più lo leggo più ne misuro e comprendo
lo spessore intellettuale e umano. In poche righe distillava concetti complessi
e attualissimi: il plurilinguismo, il multiculturalismo, l’enciclopedia del sapere,
la sua dimensione ontologica e antropologica, la visione inclusiva, democra-
tica e aperta della cultura e della letteratura.4
Per lui non esisteva l’uomo incolto, ma esistevano diversi livelli di consa-
pevolezza di se stessi e degli altri. Cultura non è possedere un magazzino ben
fornito di nozioni, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la

3 SARAMAGO 1998.
4 Cfr. TANDA 2003.

2
Per una letteratura degli Italiani. L’insegnamento di Nicola Tanda

vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini; gramscia-
namente ha cultura «chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione
con tutti gli altri esseri […] cosicché essere filosofo lo può chiunque voglia».5
Ed entro quest’ottica va altresì intesa la sua simpatia per taluni personaggi
letterari, come il servo di campagna Efix del romanzo Canne al vento e Pod-
danzu del Giorno del giudizio di Satta; il contadino Boschino del doppio rac-
conto di Dessí, l’Eumeo che accoglie Ulisse e Telemaco in lacrime. Vedeva
in loro l’archetipo di quel sapere antropologico religioso che aveva concorso
a costruire la millenaria civiltà sarda e occidentale.
Più volte mi sono chiesto perché, tra i marosi dell’esistere, noi tutti cer-
chiamo protezione e rifugio nella rievocazione struggente di un tempo irri-
mediabilmente perduto, a volte sofferto passaggio di crescita e di nuove con-
sapevolezze, ma anche di forti idealità e travolgenti passioni. E mai come
oggi, «dentro l’urne confortate di pianto», questa domanda si ripropone.
Capitava spesso, infatti, che egli ritornasse con la memoria ai tempi lontani:
agli anni dell'infanzia, dell’adolescenza, del liceo, dell’università: le elementari
a Sorso, l’esperienza formativa dell’Azuni, il suo rapporto con Ozieri e Bo-
norva (Babai Sechi, Chiarini, Pittalis, Forteleoni; la lettura dei racconti di Fi-
lippo Addis e delle poesie in sassarese di Salvator Ruju – Agniru Canu – ri-
tratto più tardi dal fratello Ausonio); la Roma di Natalino Sapegno, Giuseppe
Ungaretti, Pietro Paolo Trompèo, Mario Petrucciani e Niccolò Gallo. E poi
la fortuna di incrociare prestissimo Gianfranco Contini, che faceva parte di
quel gruppo pisano fiorentino, composto da Walter Binni, Lanfranco Caretti,
Aurelio Roncaglia, ma soprattutto Carlo Varese, Antonio Borio e Aldo Ca-
pitini, amici di Giuseppe Dessì.6
La lettura di Contini lo accompagnò poi nel suo lavoro di docente (prima
alle superiori a Ozieri e poi all’università a Sassari), di critico ed editore che
inaugurò la filologia d’autore di testi contemporanei in lingua sarda. Una pas-
sione, questa, che mi ha trasmesso, così come quella per la Deledda, Dessì,
Salvatore Satta, Predu Mura, Antoninu Mura Ena, Benvenuto Lobina e per
tutti i poeti, gli scrittori e gli artisti di quest’isola. Queste esperienze, la Storia
della letteratura regionale di Sapegno7 e la lettura dell’opera di Carlo Dionisotti,8
lo convinsero sempre di più negli anni a rielaborare una nuova idea di lette-
ratura e di storiografia letteraria, ossia: la letteratura degli italiani (il sistema

5 GRAMSCI 1916.
6 Cfr. TANDA 2007, pp. 267-306.
7 BINNI-SAPEGNO 1968.
8 Cfr. DIONISOTTI 1967 [1951], pp. 70-93.

3
DINO MANCA

sardo dentro l’articolato sistema degli italiani nell’Europa dei popoli e delle
diversità). Fu il suo rovello teorico.
Dentro un tale orizzonte di senso va compresa l’intensa opera intellettuale
e umana di questo figlio di Sorso (il «borgo natìo», il suo universale concreto):
l’antologia Narratori di Sardegna (scritta con Giuseppe Dessì),9 i Contempora-
nei,10 il Premio Ozieri di poesia e letteratura sarda (ne fu presidente a partire
dagli anni ‘80), il Centro di Studi Filologici Sardi (fu fondatore e presidente),11
il PEN club; la militanza, la grande e dura battaglia in difesa della lingua sarda.

Il presente volume, in sua memoria, propone ai lettori contributi scritti di


quanti lo hanno conosciuto e stimato. Si tratta della ricognizione documen-
tata e ragionata di una produzione testuale in vario modo legata alle vicende
della nostra storia letteraria, dal Medioevo all’età contemporanea, dalla Sar-
degna alla Toscana, dalla Sicilia alla Lombardia, dalla Calabria alle Marche,
dalla Puglia alla Liguria, dal Lazio al Piemonte passando per il nord Africa.
La raccolta s’inserisce, in linea con l’orientamento di senso della collana che
la ospita, nella più generale e complessa opera di recupero di quella testualità
plurilingue che ha concorso a suo modo a costruire nei secoli il variegato
sistema linguistico e letterario degli italiani. Una tale attività di ricerca è da
una parte finalizzata alla realizzazione di un corpus significativo di edizioni
critiche e dall’altra orientata alla costruzione di un’articolata mappa tematica
e concettuale fatta attraverso ricognizioni ragionate, appunto, della produ-
zione testuale sarda e italiana.
Quando si iniziò a riflettere intorno all’ipotesi di dare concreta attuazione
al progetto di una nuova collana che, tra filologia e critica, proponesse una
più inclusiva idea di letteratura, proprio in quei mesi l’inestimabile patrimonio
della Biblioteca Universitaria di Sassari – costituito di decine di migliaia di
volumi, di centinaia di manoscritti, di migliaia di periodici, di preziose carte
geografiche – veniva trasferito, dopo più di quattrocento anni, dall’ex Palazzo
dello Studio Generale, oggi sede di rappresentanza dell'Università, a piazza
Fiume, nel complesso monumentale del vecchio ospedale, restaurato con i
fondi del Ministero per i beni e le attività culturali.
Fu non solo un passaggio storico, importante per l’intera regione, ma di-
venne altresì per noi occasione di riflessione sul ruolo e la funzione delle
biblioteche e, soprattutto, di ripensamento del rapporto possibile con quel

9 DESSÌ-TANDA 1965.
10 TANDA 1972.
11 Cfr. FRASSO 2005, pp. 829-32.

4
Per una letteratura degli Italiani. L’insegnamento di Nicola Tanda

patrimonio inestimabile che stava in città. Un collana di filologia, linguistica


e critica sulla letteratura degli italiani non poteva prescindere dal suo primo
luogo di ideazione e di produzione: Sassari con la sua biblioteca più impor-
tante.12

Nel Fedro di Platone, nemico della scrittura e difensore del dialogo e della
«parola viva», Socrate racconta di Theuth, dio egizio delle arti e dei mestieri,
che presenta al re Thamus, sovrano dell'Egitto, la sua ultima invenzione, la
scrittura, capace, a suo dire, di fissare in eterno le conoscenze umane («Que-
ste, o re, faran più sapienti gli Egizii e più memoriosi; però ch’elle sono me-
dicina di memoria e sapienza»). Thamus (proiezione autorale) rifiuta il dono
perché considera la scrittura come un veleno (phármakon), formula vana e
superba, nemica della vera conoscenza e capace – in quanto copia sbiadita
della voce che «ripete senza sapere» – di allontanare l’uomo dalla verità, dal
suo senso originario, dalla presenza dell'anima di colui che parla, unica ga-
ranzia di sincerità e autenticità.13
A Platone rispose, duemilatrecento anni dopo, Jacques Derrida che, confu-
tando la tradizione filosofica occidentale incentrata sul mito della «parola in
presenza», rimarcò invece l’importanza della scrittura come garanzia di co-
noscenza e modello di ogni linguaggio e difese il testo scritto come garante
delle «differenze» e della molteplicità, in quanto consegnato alla tradizione e
alle differenti e mai concluse interpretazioni: il testo scritto, il testo traman-
dato, il testo interpretato.14
Per Alberto Manguel l’esistenza di una biblioteca dà al lettore la forza di
combattere i vincoli del tempo permettendogli di conoscere qualcosa di sé
attraverso le storie di altri uomini.15 La scrittura crea i libri, i libri, veicolo di
saperi e vissuti, creano le biblioteche e le biblioteche rappresentano il luogo
della memoria delle comunità insediate in un territorio. Attraverso la memo-
ria si ricostruisce l’identità personale e collettiva e si dà un fondamento alla
coscienza di sé. Senza memoria vengono meno i legami con le proprie radici
e si cessa di essere coscienza progettante.
Per queste ragioni decidemmo di ripartire dalle carte, dalle carte degli scrit-
tori conservate nella Biblioteca Universitaria di Sassari. Da qui nacque l’idea
di proporre uno studio organico delle opere dei più importanti autori, par-

12 Sull’argomento cfr. altresì: MANCA 2014, pp. 11-17.


13 Cfr. PLATONE 2008, pp. 667-746.
14 Cfr. DERRIDA 2002, pp. 729-730.
15 Cfr. MANGUEL 2007.

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DINO MANCA

tendo dai manoscritti e dalla loro descrizione per passare attraverso la rico-
struzione delle storie redazionali e finire con le diverse fortune editoriali (pro-
duzione, circolazione e fruizione). E da qui prende abbrivo la collana dal ti-
tolo, di per sé programmatico, «Filologia della letteratura degli italiani». Ma
quale idea di letteratura ci mosse? Quale fondamento epistemologico? Quale
orizzonte di senso, appunto?
Senza contesto, si sa, non è data comunicazione e il dato contestuale si
inserisce sempre in una dimensione crono-topica, ossia dentro precise coordi-
nate storiche e geografiche. Per comprendere il messaggio il destinatario deve
far ricorso a ulteriori informazioni linguistiche, situazionali e culturali, rela-
tive agli orientamenti di pensiero, alla sensibilità artistica e ai codici antropo-
logici propri dell’epoca in cui si produce il messaggio stesso. L’universale è
concreto e il luogo e il tempo sono dati strutturali. Parafrasando Dionisotti,
non è data comunicazione letteraria senza storia e geografia letteraria.
Se si volessero indagare le ragioni delle difficoltà che talvolta alcuni studiosi
hanno incontrato nel comprendere il variegato e articolato sistema linguistico
e letterario degli italiani, si dovrebbe, secondo Tanda, ripercorrere critica-
mente il dibattito sviluppatosi nel nostro paese sui fondamenti teorici sui
quali si sono specificati i concetti stessi di letterarietà e di letteratura (per
lungo tempo informati sui principi dell’idealismo crociano) e si è costruito il
modello egemone di storia letteraria (desanctisiano e toscano-centrico), e poi,
alla luce di un rinnovato approccio metodologico ed ermeneutico, si dovreb-
bero rileggere – partendo da un esame interno dei fenomeni – i codici, i sot-
tocodici e i fattori propri di una ricca produzione testuale policentrica e plu-
rilingue.16
La Storia della letteratura italiana del De Sanctis17 nacque con l’intento di for-
nire un’identità nazionale ai tanti piccoli stati – sorti sulle ceneri di signorie e
principati (quando le grandi monarchie feudali andavano costruendo nel re-
sto d’Europa gli stati nazionali) – che solo dopo tanti secoli di lotte ritrova-
vano quell’unità faticosamente costruita dai Romani e definitivamente per-
duta con i Longobardi. Dopo una prima fase caratterizzata da una sostanziale
carenza speculativa, molte delle storie letterarie novecentesche per lungo
tempo replicarono quel modello ottocentesco, che proponeva – secondo cri-
teri toscano-centrici e dinamiche centripete – un’idea astrattamente unitaria
della produzione testuale e letteraria degli italiani. Da San Francesco fino agli
anni dell’unificazione, attraverso la celebrazione dei letterati più rappresenta-
tivi e illustri si ipotizzò l’esistenza, pur sotterranea e tra mille divisioni, di

16 Cfr. MANCA 2011, p. 49.


17 DE SANCTIS 1870-1871.

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Per una letteratura degli Italiani. L’insegnamento di Nicola Tanda

un’unica civiltà culturalmente intesa e di una «nazione» che finalmente si fa-


ceva «stato» conquistando la tanto anelata unità politica.
La discriminante non poteva che essere linguistica, anzi geo-linguistica: non
della lingua poetica tout court, così come forse sarebbe dovuto essere (una
storia del linguaggio poetico che peraltro dovette molto al contributo del
Carducci), quanto della modellizzante lingua poetica fiorentina. Il criterio di
inclusione ed esclusione si fondò, infatti, sul toscano letterario scritto, senza
distinzioni diatopiche e diacroniche, diastatiche e diafasiche, senza conside-
rare il rapporto tra oralità e scrittura, come se gli italiani avessero parlato e
scritto per secoli la stessa lingua e avessero da sempre prodotto una testualità
omogenea nello spazio e nel tempo per modalità di trasmissione, codici, con-
venzioni e generi utilizzati e per destinatari coinvolti.
A differenza di quanto era accaduto per altre grandi lingue di cultura, la
fisionomia dell’italiano fu determinata dallo stretto legame con la tradizione
letteraria, oltre tutto avviata, soprattutto a partire dalla proposta del Bembo,
sui binari della «compattezza e dell’arcaismo classico»; una tradizione che si
dimostrò lontana dalla lingua d’uso quotidiano, riccamente rappresentata dai
dialetti parlati nelle varie regioni. Un tale scarto avrebbe provocato col tempo
il declino della stessa lingua italiana, appresa, come una lingua straniera, in
modo libresco, attraverso lo studio delle grammatiche, dei vocabolari e delle
opere dei classici e sentita, parafrasando Isella, «estranea e inamabile».
Da una parte, quindi, si consolidò un’élite di intellettuali, scrittori e poeti
proiettati verso un modello alto e sublime, attrattivo e legittimante, informato
in poesia sul monolinguismo petrarchesco e in prosa sul «bello stilo» boccac-
ciano, dall’altra parallelamente e distintamente sussistettero i tanti parlari e
parlanti italici con i numerosi autori, cosiddetti «periferici» o «minori», artefici
di una dialettalità insieme «spontanea» e «riflessa», esclusi da quella mino-
ranza di eletti del Parnaso, non disposti ad adeguarsi ad un sistema linguistico
allotrio. Si attivò pertanto una dinamica centripeta che più che ad includere
tendeva ad escludere dal diritto di cittadinanza, in un’ideale e anelata res pu-
blica litterarum. Per aspera sic itur ad astra.18

18 Su italofonia, dialettofonia, oralità e scrittura, italiano letterario, letteratura e dialetto, la biblio-

grafia è vasta. A titolo esemplificativo si vedano: BONGHI 1856; CROCE 1926, pp. 334-43; SAN-
SONE 1948, pp. 281-87; PASOLINI-DELL’ARCO 1952; CONTINI 1954, pp. 10-13; MIGLIORINI 1960;
DE MAURO 1963; ISELLA 1964, pp. VIII-XVII; DIONISOTTI 1967, pp. 89-124; DEVOTO-GIACO-
MELLI 1971; SEGRE 1974, pp. 407-26; BECCARIA 1975; DEVOTO 1976; MENGALDO 1978a, pp. 137-
200; MENGALDO 1978b, pp. LXXVII-1096; CASTELLANI 1982, pp. 3-26; BRUNI 1987; SERIANNI
1990; STUSSI 1993; MARAZZINI 1994; GRASSI-SOBRERO-TELMON 1997; SERIANNI-TRIFONE 1998;
DETTORI 1998, pp. 432-87; BREVINI 1999; CORTELLAZZO-MARCATO-DE BLASI-CLIVIO 2002; MA-
RAZZINI 2015; PATOTA 2017.

7
DINO MANCA

Dopo il 1861 scienziati, intellettuali, studiosi, ricercatori, professori, mae-


stri – come tante altre personalità della politica e dell’economia – si trovarono
a dover affrontare la spinosa questione, ineludibile a partire dal primo decen-
nio di vita dello stato unitario, di come «fare gli italiani» una volta «fatta l’Ita-
lia». Bisognava ricostruire il paese rinnovando non solo le istituzioni ma an-
che le coscienze. Ma per «fare gli italiani» si dovette innanzitutto ripensare e
riorganizzare il complesso sistema formativo e informativo. Sostanzialmente
su ciò si concentrò l’attenzione di Mamiani, De Sanctis, Matteucci e Correnti,
ministri della Pubblica istruzione e responsabili delle politiche culturali ed
educative tra il 1860 e il 1870.
Altrettanto problematica fu, per altro verso, l’opera di riorganizzazione e
riunificazione dell’intricata struttura universitaria. Due possibili modelli di ri-
ferimento esistevano allora in Europa. Quello francese, centralistico, basato
su pochi grandi istituti rigidamente controllati dal potere centrale; quello te-
desco, e in parte inglese, federalista, caratterizzato da un alto numero di centri
fortemente autonomi. In Italia prevalsero, come in altri settori della vita pub-
blica, le tesi accentratrici soprattutto da un punto di vista burocratico e am-
ministrativo, pur permanendo un accentuato e ricco policentrismo culturale
certamente più rispondente al modello tedesco.
In letteratura, per altro verso, la linea seguita dal Manzoni andò afferman-
dosi per quasi tutto la parte centrale del secolo. Dopo, dalla seconda metà
dell’Ottocento sino a buona parte del Novecento, come ha scritto Gian Luigi
Beccaria, l’architettura regionale «endemica e connaturata alla cultura italiana,
torna ad emergere vistosamente; il momento centripeto e l’evasione centri-
fuga riprendono la secolare alternanza. La soluzione fiorentina dei manzo-
niani, e la neutra e grigia prosa vulgata nel secondo Ottocento, spingono
gruppi periferici a distanziarsi dalla media linguistica, che si teneva lontana
da ogni audacia ed oltranza stilistica». A tutto ciò si deve aggiungere il fatto
che in Italia, per molti decenni, nella critica letteraria (e non solo) il mainstream
filosofico fu ideal-crociano.
Negli anni Cinquanta Dionisotti, con il suo saggio Geografia e storia della let-
teratura italiana, per primo ripensò in prospettiva diacronica e diatopica la pro-
duzione testuale dello stivale letterario, per il recupero di autori fino ad allora
considerati a torto minori e periferici, sottolineando il carattere policentrico
del nostro paese e ponendosi così in aperta polemica rispetto alle idee unita-
rie proposte da De Sanctis. Questo accadde quando nel mentre buona parte
del pensiero critico europeo e americano andava recependo e rielaborando i
fondamenti epistemologici di una nuova rivoluzione linguistica, estetica, er-
meneutica ed antropologica. Furono soprattutto i linguisti, infatti, impegnati

8
Per una letteratura degli Italiani. L’insegnamento di Nicola Tanda

a studiare il funzionamento della comunicazione verbale, a riscoprire la cen-


tralità del testo da intendersi come sistema linguistico stratificato avente re-
gole proprie in grado di spiegare anche il funzionamento dei testi letterari.
Subito dopo alcuni studiosi, proprio alla luce di quegli studi, tentarono di
superare le definizioni estrinseche di letteratura, mirando a cogliere e a defi-
nire la «letterarietà» (ossia quelle condizioni intrinseche che farebbero, ap-
punto, di un testo un testo letterario). A partire dai formalisti russi si comin-
ciò ad affermare che il linguaggio letterario costituisce uno «scarto dalla
norma», una sorta di deviazione rispetto alla lingua standard e, secondo la
teoria dell’arte come «procedimento», soprattutto che l’«identità semantica»
dell’opera letteraria è legata alla peculiarità della sua forma.
Nella sua opera di trasformazione del linguaggio ordinario il segno poetico,
per sua natura convenzionale e arbitrario, è distanziato dal suo oggetto. La
consueta relazione tra segno e referente viene disarticolata e liberata dalla
consuetudine della percezione. Il segno acquista così un valore in sé. L’arte
restituisce all’oggetto una nuova luce e una rinnovata dimensione di sensibi-
lità attraverso il procedimento dello «straniamento», ossia mediante la sottra-
zione, appunto, dell’oggetto stesso dall’automatismo della percezione, dal
suo ordinario «riconoscimento», per essere riconvertito in «visione».
Tali indirizzi di studio, va da sé, non potevano non minare alle fondamenta
l’impalcatura concettuale dell’idealismo e del materialismo ottocenteschi. In-
fatti, il primo aveva ridotto l’oggetto al soggetto; il secondo, il soggetto all’og-
getto, ritenendo, come il realismo, che di fronte all’io-soggetto conoscente
esistesse un mondo obiettivo, una realtà in sé oggettivamente rappresenta-
bile. Invece, a partire da certi assunti, il mondo non sarebbe che un oggetto
per un soggetto conoscente e non esisterebbe se non per il soggetto cono-
scente che lo «intenziona» nella sua coscienza (Husserl e Merleau-Ponty);
esso sarebbe, parafrasando Schopenhauer, «volontà e rappresentazione».
Quel «per» è il ponte tra l’io e il mondo, è l’insieme dei linguaggi, il «discorso
del mondo», la cultura stessa (antropologicamente intesa).
Per dirla con Cesare Segre è la cultura che «dà senso al mondo, dato che il
mondo prima di essere nominato, descritto e interpretato non è che il caos:
il senso del mondo è il nostro discorso del mondo», e il «discorso del mondo»
è appunto possibile solo attraverso una langue, dentro cioè una comunità di
parlanti. Se in principio è la parola, e quindi la lingua, e se la lingua (sistema
di segni geneticamente estranei al referente) genera il testo, la mediazione tra
l’uomo e il mondo avviene tramite il testo. Tra tutti, il letterario è quello a
più alta densità comunicativa, risultato di un’alta elaborazione del codice. At-
traverso gli alfabeti del mondo, dunque, un popolo effettua – soprattutto

9
DINO MANCA

grazie ai suoi poeti, scrittori e artisti – la transizione modellizzante e simbolica


dal piano della natura a quello della cultura, e ogni cultura tende a sua volta
a pensare e a descrivere se stessa in un certo modo, ossia a costruire un «au-
tomodello». Qui si ritrova il fondamento epistemologico e la stessa ragion
d’essere della filologia (philologĭa «amore del discorso», «amore per la cultura»,
appunto), in quanto ricostruzione e interpretazione dei testi, e si comprende
l’ubi consistam del lavoro del filologo, il cui compito è, come ha scritto Firpo,
stabilire «il certo dei testi» piuttosto che «il vero delle cose» attraverso l’indi-
viduazione ed emendazione degli errori legati alla loro trasmissione. La verità
è verità testuale e la verità testuale è quella esprimente la volontà dell’autore.
Il rapporto dell’Io col mondo (la realtà esterna, effettuale, i fatti in sé, ciò
che sta fuori di noi) è dunque mediato dai linguaggi, cioè dal simbolico (per
Heidegger la «casa dell’essere», la dimensione stessa nella quale si muove la
nostra vita) ed è caratterizzato dall’interpretazione. Le lingue si formano nel
dialogo ed esse stesse sono dialogo, cioè reciprocità, contaminazione. Ma se
il linguaggio trova scaturigine nel dialogo sviluppato dagli uomini nel loro
reciproco rapporto, allora l’ermeneutica è altresì l’arte di entrare in dialogo
con i testi. Per Gadamer il significato di un’opera letteraria non si esaurisce
nelle intenzioni del suo autore. L’interpretazione è situazionale e culturale
insieme e si realizza nel dialogo tra passato e presente, perché il testo lettera-
rio vive nella storia, rivive ininterrottamente nella coscienza di chi lo legge, si
sposta nell’asse diacronico e sincronico, è continuamente interrogato, «inten-
zionato» e ricreato dentro un orizzonte sempre aperto da un pubblico etero-
geneo e composito, che cambia nel tempo e nello spazio.
La lettura nasce, infatti, dall’interazione tra un testo e un atto, la «risposta
del lettore» appunto, per cui l’opera sorge in una dimensione virtuale che si
pone tra lo scritto dell’autore e l’esperienza del destinatario. È il soggetto
fruitore che, per dirla con termini fenomenologici, «intenziona» l’oggetto te-
sto; è il lettore che attiva, con strategie diversificate, un senso nascosto al di
sotto delle parole. Un tale criterio, utilizzato per determinare e comprendere
il letterario, si fonda dunque non solo sulla centralità del testo, ma anche sul
destinatario, sul pubblico, sul suo «orizzonte d’attesa», sulla ricezione o per-
cezione dell’opera, sulla ricostruzione delle modalità attraverso cui essa viene
variamente interpretata e accolta.
Ma anche il rapporto dell’Io (centro della mente cosciente) con l’Altro Io
(l’inconscio) – entrambi costituenti il Sé (totalità psichica di elementi consci
e inconsci) – è, per la psicanalisi, mediato dal linguaggio («il discorso dell’Al-
tro» che spesso sconvolge il quadro ordinario, ordinato e consueto della
realtà), e il significato profondo dell’inconscio si nasconde, ad esempio, nelle

10
Per una letteratura degli Italiani. L’insegnamento di Nicola Tanda

immagini simboliche dei nostri sogni. Il sogno è «drammatizzazione», tra-


sformazione dei pensieri in immagini, e il materiale onirico prende forma,
per Lacan, attraverso i meccanismi della condensazione e dello spostamento,
ossia della metafora e della metonimia. Grazie al linguaggio artistico – ad alto
tasso di figuralità e ad alta densità connotativa e simbolica – si possono perciò
aprire dinanzi al critico varchi insospettati e insospettabili attraverso i quali
poter scandagliare la psiche. Attraverso l’analisi, ad esempio, dei temi e dei
motivi ricorrenti, delle isotopie sememiche, delle figure archetipiche, delle
metafore ripetute, delle figure retoriche insistite, si può scovare sotto il testo
letterario, l’«altro testo», abitato dal rimosso e dalle pulsioni celate, per recu-
perarne le verità nascoste.
La rivoluzione culturale novecentesca ha dunque inevitabilmente messo in
crisi, insieme al concetto ottocentesco di stato-nazione, anche l’idea stessa di
letteratura nazionale monolitica e monolingue. Il segno letterario non può
prescindere dal suo sostrato, che è il codice linguistico. Perciò oggi non ha
più senso parlare di letteratura italiana, quanto semmai di comunicazione let-
teraria degli italiani, ossia di sistemi letterari policentrici la cui identità si è
storicamente e geograficamente affermata grazie al contributo di più lingue
e di più culture. La considerazione della letteratura come sistema integrato
della comunicazione ha dato un importante contributo alla filologia e alla
critica contemporanea.
Con la riflessione aggiornata sui concetti di lingua e di testo, funzione e
scopo, letterarietà e sistema, oralità e scrittura, comunicazione e cultura, si
sono gradualmente riconsiderati, infatti, i fondamenti epistemologici che col
tempo hanno condotto a uno studio diverso della fenomenologia letteraria,
che, come ha scritto Nicola Tanda, non può essere inclusa in modo semplice
nei vecchi termini della «storia della letteratura in una sola lingua ma, semmai,
in quelli nuovi di storia e geografia della comunicazione letteraria, di uno
studio cioè della produzione ma anche della circolazione e della ricezione dei
testi – intesi e studiati prima di tutto per la loro natura linguistica – in uno
spazio storicamente circoscritto e in situazioni complesse di plurilinguismo e
di pluriculturalismo».19
Molte volte ho ripensato all'insegnamento heideggeriano che Tanda mi ri-
proponeva quasi come un mantra: «Siamo esseri gettati nel mondo e la nostra
vita è progetto». Niente di più vero. Proprio nell’avvertito senso della finitu-
dine noi cerchiamo di dare un senso alla nostra esistenza valorizzando il pro-
getto: gli affetti, il lavoro, il bene comune. Questo è l’insegnamento che ho

19 Cfr. TANDA-MANCA 2005, pp. 13-15.

11
DINO MANCA

negli anni cercato di comunicare agli studenti. Solo partendo da se stessi si


può dialogare e affrontare il mondo, senza complessi di inferiorità, con il
coraggio della visione e del senso del bene comune, e soprattutto senza mai
mentire ai giovani perché «la natura è feroce» e perché «nobil natura è quella
che con franca lingua, / nulla al ver detraendo, / confessa il mal che ci fu
dato in sorte».
Per dirla con Alda Merini, pratichiamo il bene, perché la cattiveria è degli
stolti, di quelli che non hanno ancora capito che non vivremo in eterno. Un
progetto di vita non può prescindere da tutto questo e tutto questo può riem-
pire degnamente un’intera esistenza, anche perché una vita vissuta per se
stessi è come un albero che non dà frutti: esso non lascia nessuna traccia.

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Per una letteratura degli Italiani. L’insegnamento di Nicola Tanda

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15
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

RACCONTARE L’ISOLA IN ITALIANO:


IL ROMANZO DELLA DELEDDA NEL NOVECENTO EUROPEO

Dino Manca

1. L’«apprendistato» letterario di Grazia Deledda iniziò da presto, con la


lettura delle opere di Costa, Hugo e Chateaubriand (che lasciarono «nella sua
fantasia una traccia profonda») e da quando strinse rapporti di collaborazione
con le tante riviste di consumo che in quel periodo proliferavano ovunque,
in Sardegna e fuori. A diciassette anni inviò alla rivista popolare romana
«L’Ultima Moda», della quale era un’affezionata lettrice, un breve racconto
intitolato Sangue Sardo. Nello stesso anno, sempre sulla rivista di Edoardo
Perino, uscirono il racconto Remigia Helder e la prima parte del romanzo Me-
morie di Fernanda. Oltre che straordinarie palestre letterarie, i giornali furono,
non meno delle intense relazioni epistolari (nei primi anni si ricordano, tra le
altre, quelle con Epaminonda Provaglio, Stanis Manca e Angelo De Guber-
natis), importanti canali comunicativi in grado di catapultare all’interno di un
più ampio e fecondo reticolo di interscambi.
Dopo le nozze con Palmiro Madesani (celebrate l’undici gennaio nella
chiesa del Rosario a Nuoro) e il rientro a Cagliari, dove il marito tempora-
neamente lavorava, l’otto marzo del 1900 i neo sposi s’imbarcarono sul piro-
scafo «Paraguay» diretto a Napoli, e da lì in treno verso Roma. Il matrimonio
aprì, dunque, la «fase continentale» con l’arrivo nella «Gerusalemme
dell'arte», la città tanto amata e tanto agognata («avevo un irresistibile mirag-
gio del mondo e soprattutto di Roma»):

Roma era la sua meta: lo sentiva. Non sapeva ancora come sarebbe riuscita ad andarci:
non c'era nessuna speranza, nessuna probabilità: non l'illusione di un matrimonio che
l'avrebbe condotta laggiù: eppure sentiva che ci sarebbe andata. Ma non era ambi-
zione mondana, la sua, non pensava a Roma per i suoi splendori: era una specie di
città veramente santa, la Gerusalemme dell'arte, il luogo dove si è più vicini a Dio, e
alla gloria.1

Gli anni romani, durante i quali ricercò sollecitazioni molteplici e aggiornò


modalità espressive e linguaggi, indiscutibilmente segnarono un punto di
svolta nella sua maturazione letteraria.

1 DELEDDA 2016b, p. XIV.

271
DINO MANCA

Entrò in contatto con i cenacoli di intellettuali e artisti più conosciuti della


capitale. Alla sua formazione etica ed estetica, intellettuale e umana, concor-
sero da un lato la solida cultura delle origini (agro-pastorale, orale, sardofona),
dall’altro la cultura urbana, scritta, italiana ed europea.
Queste due componenti prepararono il terreno, non senza interferenze, per
le opere più mature, soprattutto dopo la lenta evoluzione che si compì nel
vivace ambiente di casa Cena, nei salotti della contessa Lovatelli Caetani e dei
coniugi Maraini, nelle case del conte Primoli e dello scultore Prini.
Il trentennio compreso tra la metà degli anni Ottanta e lo scoppio della
prima guerra mondiale fu un periodo storico complesso e contraddittorio,
nel quale il vecchio convisse col nuovo. Da una parte, infatti, si andò grada-
tamente diffondendo nella società europea la consapevolezza di vivere in un
continente sempre più al centro del mondo. Dall’altra i più avvertiti inizia-
rono a capire che dietro la belle époque si celava la coscienza della crisi
dell’uomo e della società. Una crisi progressiva della cultura naturalistico-po-
sitivista e un ritorno di tendenze irrazionalistiche di matrice romantica con la
novità, tipica del Decadentismo, di un «io» non più indiviso e compatto
(come lo era stato quello romantico), ma deflagrato e insondabile nella sua
coscienza, relativo e magmatico nella sua identità. Il «male di vivere» divenne
ben presto una condizione estesa all’intera dimensione dell’esistenza così
come la mancata sintonia tra l’uomo moderno e il suo ambiente di vita.
Anche l’opera della Deledda – soprattutto quella della maturità, oramai lon-
tana dalle concezioni positiviste – rivestì un ruolo importante in questo con-
testo, grazie alla sua capacità di suscitare nel lettore un bisogno di autenticità,
attraverso l’appassionata rappresentazione dell’«automodello» sardo e la
proiezione simbolica del suo universale concreto.
Sullo sfondo di paesaggi edenici, carichi di emozioni e suggestioni incanta-
torie, l’isola è restituita e intesa, infatti, come luogo mitico e come archetipo
di tutti i luoghi, terra senza tempo e sentimento di un tempo irrimediabil-
mente perduto, spazio ontologico e universo antropologico entro cui si con-
suma l’eterno dramma del vivere.
Tramite la sua operazione artistica la Sardegna entrò a far parte dell’imma-
ginario europeo. Una realtà geografica si trasformò – come scrisse Nicola
Tanda – nella «terra del mito»,2 metafora di una condizione esistenziale,
quella del «primitivo», che proprio la cultura del Novecento aveva recuperato
come unica risposta possibile al disagio esistenziale creato dalla società indu-

2 Cfr. TANDA 1992, pp. 41-70.

272
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

striale e alle angosce dell’uomo contemporaneo di fronte al progresso scien-


tifico. Certamente ella guardò, soprattutto agli esordi, a una letteratura fin de
siècle che si esplicava secondo architetture d’intreccio, configurazioni di
trame, ritmi e artifici narrativi derivanti dal feuilleton e dal repertorio del ro-
manzo popolare a puntate. Peraltro alla fine dell’Ottocento, in Sardegna, ri-
scuotevano un grande successo le opere di Enrico Costa («di cui io sono una
specie di discepola») e tanti suoi romanzi, «caldi di amor patrio, pieni d’entu-
siasmo o di tristezze per le bellezze o per le miserie dell’isola».
Tuttavia, questo spiega poco del portato della sua poetica e della profondità
etica e ontologica della sua narrativa. L’uso più o meno sapiente di tecniche
e motivi ricorrenti esemplati dal vasto repertorio della tradizione e riadattati
in un mutato contesto linguistico e culturale non si risolse mai in un artigia-
nato compositivo fine a se stesso. Se fosse solamente questo, non si com-
prenderebbe l’enorme successo di pubblico ottenuto dalle sue storie in Eu-
ropa e nel mondo.
Nei suoi procedimenti scritturali non si trova compiacimento retorico o
pura maniera. La Deledda utilizzò l’artificio per raggiungere un fine più alto,
più pedagogico. Perciò la si può considerare figlia ed erede, a suo modo, della
grande tradizione umanistica che aveva teorizzato il «mescolare l’utile al
dolce» («miscēre utile dulci») e l’«insegnare divertendo» («docēre delectando»), e co-
stituito il fondamento di un’idea della letteratura da intendersi come arte edu-
catrice con finalità essenzialmente etiche, concepita per insegnare e dilettare,
consolare e far riflettere.
Dentro quest’ottica si spiega la forza modellizzante espressa su di lei da
alcuni autori della letteratura italiana (Manzoni, D’Annunzio, Capuana, Fo-
gazzaro, Serao, Tozzi), francese (Chateaubriand, Hugo, Balzac, Sand, Zola,
Bourget) russa (Gor’kij, Čechov, Tolstoj, Dostoejvskij) e sarda (Costa e Fa-
rina). Ma, soprattutto, fondamentale risultò essere l’ambiente nuorese e la
marcata connotazione in senso antropologico-religioso della sua concezione
del mondo e della vita:

Tante volte, quando ho piegato il viso sulla voragine sanguinante della vita, ho ricor-
dato il curioso rito degli antichissimi avi.3

La Deledda diventò col tempo la più autorevole e raffinata interprete di


un’operazione culturale tutta volta alla ricomposizione, attraverso la sublima-
zione letteraria, di questa identità dimidiata (cultura sarda versus cultura ita-
liana). Durante il periodo nuorese i processi di proiezione verso il continente

3 DELEDDA 1996, pp. 157-58.

273
DINO MANCA

(«A Roma, a Roma!») non si risolsero mai entro uno sterile e angusto oriz-
zonte interno. Certamente la tensione conoscitiva tutta centripeta celava
un’idea dell’insularità concepita come limite geofisico (periferia → centro)
che verosimilmente si tramutò per lei in complesso d’inferiorità e in condi-
zione di svantaggio.
Ma dinanzi al processo di capovolgimento culturale e prospettico (In/Es
→ Es/In) posto in essere, durante gli anni romani, da una Deledda più ma-
tura e consapevole, l’Isola, nell’atto stesso della creazione artistica, ritornò a
essere centro e non più periferia («ogni punto dell’universo è anche il centro
dell’universo»), tòpos semantico e archetipo del sentimento lirico, scenario pri-
mordiale e ragione fondante della propria riconosciuta universalità, oltre che
immagine di una terra e di un popolo consegnata all’Italia e al mondo.

2. Nelle migliori pagine dell’opera deleddiana si legge della miserevole con-


dizione dell’uomo, «essere-alla morte», e della sua insondabile natura che agi-
sce – lacerata tra bene e male, pulsioni interne e cogenze esterne, predestina-
zione e libero arbitrio – entro la limitata scacchiera della vita; una vita che è
relazione e progetto, affanno e dolore, ma anche provvidenza e mistero:

Il nostro grande affanno è la lenta morte della vita. Perciò dobbiamo cercar di tratte-
nere la vita, di intensificarla, dandole il più ricco possibile contenuto.

La coscienza del peccato e dell'errore che si accompagna al tormento della


colpa, alla necessità dell'espiazione e del castigo, la pulsione primordiale delle
passioni e l'imponderabile portata dei suoi effetti, l'ineluttabilità del destino e
dell'ingiustizia, la fatalità del suo contrario, le manifestazioni dell'amore e
dell'odio, visceralmente e autenticamente vissute, segnano la tragica espe-
rienza del vivere di un’umanità primitiva, «malfatata e dolente», «gettata» in
un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio
dell'esistenza assoluta.
La Deledda sapeva, in linea con la grande letteratura europea, che la natura
umana è altresì manifestazione dell’universo psichico abitato da pulsioni e
rimozioni, compensazioni e censure (le opere di Freud e di Jung erano state
oggetto di discussione con l’amico Tozzi e la sorella Nicolina). Semmai, l’idea
che quella soggettività chiamata «io» fosse «agita» da qualcosa derivante dal
profondo, era stata già di Schopenhauer e di Nietzsche, ma soprattutto, in
letteratura, di Dostoevskij e della migliore produzione russa. La coralità e il

274
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

policentrismo di alcuni romanzi deleddiani, la loro orditura tematica, l’iden-


tità morale e il sistema attanziale dei personaggi, rinviano a capolavori come
I fratelli Karamàzov e Delitto e castigo (in verità, anche una parte importante della
produzione novellistica, attesta vicinanza e corrispondenze a quella sorta di
antropologia morale che è il lascito migliore dell'opera dostoevskijana).
E questo paesaggio dell’anima («l’anima moderna con tutte le sue malattie»)
va inteso come luogo di un’esperienza interiore dalla quale riaffiorano ansie
e inquietudini profonde, impulsi proibiti che recano angoscia: da una parte
intervengono i divieti sociali, gli impedimenti, le costrizioni e le resistenze
della comunità di appartenenza, dall’altra, come in una sorta di doppio, ma-
turano nell’intimo altri pensieri, altre immagini, altri ricordi che agiscono sugli
esistenti. Nel gesto d’esistere, accanto allo slancio vitale si accompagna sem-
pre la prostrazione della sofferenza provocata dal male, non di rado sovra-
stata dall’icona incombente della morte. Eros e Thànatos, pulsione di piacere
e pulsione distruttiva – derivante dall’impossibilità di soddisfacimento della
prima – convivono in forte contrapposizione dialettica.
L’io narrante, coscienza extradiegetica che media tra bisogni istintuali dei
personaggi e contro-tendenze oppressive e censorie della realtà esterna, sem-
brerebbe rivestire il ruolo del demiurgo onnisciente, arbitro e osservatore
neutrale delle complesse dinamiche di relazione intercorrenti tra identità eti-
che trasfigurate in figure che recitano il loro dramma in un cupo teatro
dell’anima.
In realtà il sentimento di adesione o repulsione autorale rispetto a questo o
a quel personaggio trova nella religiosità professata e vissuta una delle discri-
minanti di fondo. Di fronte al dolore, all’ingiustizia, alle forze del male e
all’angoscia generata dall’avvertito senso della finitudine («la vita è così breve,
che tutte le cose del mondo passano così presto […] i nostri anni, gli anni da
passare nel mondo, stanno dentro il pugno di un bambino»), l’uomo può
soccombere, giungendo allo scacco e al naufragio, ma può altresì salvarsi,
scegliendo il dono della fede e il mistero di Dio («Ho avuto tutte le cose che
una donna può chiedere al suo destino, ma, grande sopra ogni fortuna, la
fede nella vita e in Dio»):

Deciditi, Elias Portolu, non perder tempo; pensa che dobbiamo morire, che la nostra
vita è tanto breve, che abbiamo un’anima sola e che dobbiamo salvarla.4

4 DELEDDA 2017, p. 200.

275
DINO MANCA

Altri tormenti vive chi, nel libero arbitrio, ha scelto la via del male, lontano
dal timor di Dio e dal senso del limite, e deve sopportare il peso della colpa
e l’angoscia del naufrago sospeso sull’abisso «del nulla»:

Era un dolore senza nome; l’angoscia del naufrago che scende nell’abisso molle e amaro
del mare e ricorda i dolori della vita – belli e piacevoli in paragone al mostruoso dolore
della morte.5

Le figure deleddiane vivono sino in fondo, senza sconti, la loro incarna-


zione in personaggi da tragedia. L’unica ricompensa del dolore è la sua tra-
sformazione in vissuto. L’imperscrutabile disegno di Dio, il nostro Padrone,
costituisce lo sfondo di una pragmatica degli esistenti che sembrano agitarsi
senza muoversi, colti in una sorta di fissità granitica, immodificabili nei loro
ruoli e sempre uguali dietro le loro tragiche maschere.
La maturazione del personaggio, quando avviene, si realizza significativa-
mente sulla «via di Damasco», dal buio e dalla cecità del male alla luce e alla
rivelazione del bene (errore → colpa → contrizione → espiazione → con-
versione). Solo chi accetta, infatti, il limite dell’esistere e conosce la grazia di
Dio non teme il proprio destino, segnato dal senso di precarietà e caducità di
tutte le cose («uomini siamo, Elias, uomini fragili come canne»).
Portando alla luce l’errore e la colpa, la scrittrice sembra costringere il lettore
a prendere coscienza dell’esistenza del male e nel contempo a fare i conti col
proprio profondo, nel quale certi impulsi, anche se repressi, sono sempre
presenti. Ma questo processo di immedesimazione non conosce catarsi, nes-
sun liberatorio distacco dalle passioni rappresentate, perché la vicenda tragica
in realtà non si scioglie e gli eventi non celano alcuna spiegazione razionale,
in una vita che è altresì mistero.
Resta la pietas, intesa come partecipazione compassionevole verso tutto ciò
che è mortale, come comprensione delle fragilità e delle debolezze umane,
come sentimento misericordioso che induce comunque al perdono e alla ria-
bilitazione di una comunità di peccatori con un proprio «destino sulle spalle»:

Ho una grande pietà, una infinita misericordia per tutti gli errori e le debolezze umane
[…] Per me non esiste il peccato, esiste solo il peccatore, degno di pietà perché nato
col suo destino sulle spalle. La mia pietà, però, non mi impedisce di essere pessimista,
e da questo miscuglio di sentimenti io credo nascano i personaggi poco allegri dei
miei racconti, e la mia… pretesa semplicità di vita intima.6

5 DELEDDA 2010, p. 124.


6 Cfr. CIUSA ROMAGNA 1959, p. 87.

276
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

Anche questo avvertito senso del limite e questo sentimento di pietà cri-
stiana rendono la Deledda una grande donna prima ancora che una grande
scrittrice.

3. Dal 1890, quando sull’«Avvenire di Sardegna» uscì, firmato con lo pseu-


donimo di Ilia di Sant’Ismael, Stella d’Oriente, al 1937, anno della pubblica-
zione postuma di Cosima, la Deledda scrisse quasi trenta romanzi. Si trattò di
una vasta produzione, ricca di implicazioni importanti, che contribuì ad ar-
ricchire l’articolato sistema letterario degli italiani. Certamente le innovazioni
più significative nella stagnante e anacronistica prosa d’arte tra Ottocento e
Novecento in Sardegna arrivarono dalle sue opere,7 il cui lungo e diversifi-
cato artigianato compositivo generò la moderna narrativa sarda in lingua ita-
liana:

Avrò fra poco vent’anni; a trenta voglio aver raggiunto il mio radioso scopo quale è
quello di creare da me sola una letteratura completamente ed esclusivamente sarda. 8

Fra i romanzi più rappresentativi, nei quali giunsero a convegno alcuni dei
più importanti temi novecenteschi, ricordiamo: La via del male, Elias Portolu,
Cenere, L’edera, Il nostro padrone, Sino al confine, Nel deserto, Colombi e sparvieri,
Canne al vento, Marianna Sirca, L’incendio nell’oliveto, La madre, Il segreto dell’uomo
solitario, Il dio dei viventi, La danza della collana, La fuga in Egitto, Il sigillo d’amore,
Annalena Bilsini, La chiesa della solitudine e Cosima.

7Sulla «fabbrica del romanzo» in Italia tra Ottocento e Novecento cfr. ZACCARIA 1984.
8 Lettera di Grazia Deledda a Maggiorino Ferraris, Roma 1890. Cfr. DELEDDA 1938, p. 236.
«Come fecero altri scrittori di quel periodo che vissero la medesima condizione. Da Stevenson a
Wilde, a Conrad ai russi». Cfr. TANDA 2008, p. 190.

277
L’edera, cc. 3-278r. – BUS (Fondo Manoscritti, MS. 237).

1
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

Romanzo geneticamente tormentato fu La via del male, considerato dalla


critica, per tipologia d’impianto e maturità narrativa, il suo primo (Capuana
lo recensì con giudizi lusinghieri).9 L’elaborazione durò oltre un ventennio
(dal 1892 al 1916).10 Il testo ci è stato trasmesso attraverso quattro redazioni
a stampa e due brevi prose narrative, Gonare e Viaggio di nozze, pubblicate
rispettivamente su «Vita sarda» (dal 16 ottobre al 25 dicembre 1892) e su
«Sardegna artistica» (nel primo numero del luglio 1893) e riproposte nei ca-
pitoli X e XVI della prima edizione. Il manoscritto, intitolato L'indomabile, è
andato perduto (nelle lettere al Provaglio è altresì attestato il titolo Pietro
Benu). Il romanzo vide la luce nel 1896 con l'editore Speirani, dopo il rifiuto
di Chiesa, Vallardi e Perino:

Ho finito sì, il mio nuovo romanzo. Me lo aveva commissionato un editore milanese...


Ma sai cosa voleva? Avventurieri e banditi, assassinî, bande armate sui monti, donne
di mala vita, odî, inimicizie, pugnalate, archibugiate... feci il romanzo a modo mio e
come Dio comanda. Lo credo bello e forte...11

Nel 1906 fu ripubblicato due volte, prima a puntate sulla «Gazzetta del
popolo» di Torino (dal 13 febbraio al 6 giugno) con il titolo Il servo, e poi in
volume per i tipi della Biblioteca romantica della «Nuova Antologia» nuova-
mente come La via del male. Nel 1916 fu riproposto dai fratelli Treves (l'unico
della giovinezza nuorese) dopo un ultimo profondo lavoro revisorio. Treves
era allora tra le maggiori potenze dei sistemi integrati editoria-giornali, in una
Milano in cui molte imprese artigiane di librai-stampatori si erano andate
convertendo in vere e proprie industrie editoriali.12
La trama del romanzo è di quelle melodrammatiche, con finale tragico e
con doppia morale «un po' spirituale, un po' sociale»,13 come scrisse nel 1893
la stessa Deledda ad Angelo de Gubernatis, direttore della «Società italiana
per il folclore», con cui era in contatto per un progetto di studi sulle tradizioni

9 «La signorina Deledda fa benissimo di non uscire dalla sua Sardegna e di continuare a lavorare

in questa preziosa miniera, dove ha già trovato un forte elemento di originalità. I suoi personaggi
non possono esser confusi con personaggi di altre regioni; i suoi paesaggi non sono vuote genera-
lità decorative. Il lettore, chiuso il libro, conserva vivo il ricordo di quelle figure caratteristiche, di
quei paesaggi grandiosi; e le impressioni sono così forti, che sembrano quasi immediate, e non di
seconda mano, a traverso un'opera d'arte […]». Cfr. CAPUANA 1898, pp. 153-61.
10 Cfr. MAXIA 1996-97, pp. 281-94.
11 Lettera di Grazia Deledda a Epaminonda Provaglio, 11 novembre 1893. Cfr. DELEDDA 1964,

p. 5.
12 Cfr. DELEDDA 1896; DELEDDA 1906; DELEDDA 1916.
13 Cfr DELEDDA 2007, p. 58.

279
DINO MANCA

popolari sarde.14 Si racconta dell’amore proibito, travolgente e dissennato,


consumato in segreto e sulla via del male, tra Pietro Benu, giovane contadino
nuorese, servo della famiglia Noina, e Maria, figlia del padrone, donna «bella,
vana e ambiziosa».
Immediatamente successivi furono Il tesoro, La giustizia e Il vecchio della mon-
tagna. In quegli anni, datata 1899, uscì inoltre la traduzione francese di Anime
Oneste (nell’edizione italiana del 1895 con la prefazione di Ruggero Bonghi)15
che segnò l’inizio della sua fortuna all’estero.16
Romanzo di svolta, propedeutico rispetto alla produzione seriore, è da con-
siderarsi Elias Portolu. L’opera, il cui primo titolo in abbozzo fu Il dolore, venne
pubblicata a puntate dal primo agosto al primo ottobre del 1900 sulla «Nuova
Antologia», alcuni mesi dopo il suo trasferimento a Roma. Nel 1903 vide la
luce in volume, a seguito di una prima revisione, con la torinese Roux e Via-
rengo, che nel 1905 si trasformò nella Società Tipografico-Editrice Nazionale
(S. T. E. N.). Nello stesso anno, in primavera (dal 1° aprile al 15 maggio),
grazie alla traduzione di George Hérelle, si affermò in Francia, lì dove era già
uscito, sulla «Revue des deux Mondes» di Parigi, un importante saggio critico
di Haguenin. Nel 1917 il romanzo fu, dopo un secondo intenso lavoro cor-
rettorio, ripubblicato dai Fratelli Treves (poi ristampato nel 1920 e nel
1928).17
La Deledda dopo quattordici anni non si limitò alla sola emendazione dei
refusi ma, colta da numerosi ripensamenti, innovò in centinaia di luoghi del
testo. L’importanza filologica dell’edizione del 1917, dunque, sta proprio in
questa non trascurabile diffusa difformità di lezione con le primitive edizioni.
Segnatamente in questo periodo, infatti, si specificò meglio il profilo lettera-
rio e linguistico della migliore Deledda.18

La storia gravita intorno alla figura del protagonista che, attraverso la pro-
pria vicenda personale, compie un tormentato percorso di espiazione senza
perdono. Egli sembra portare con sé la croce dell’antica colpa di cui tutti gli
esistenti deleddiani recano il peso. Elias è l’esempio del cristiano che, nell’infi-
nita lotta tra bene e male, sperimenta col suo vissuto di peccatore – fatto di

14 Sulla personalità e l’opera di Angelo De Gubernatis cfr. MANCA 2005b, pp. IX-CXVII.
15 Cfr. BONGHI 1895.
16 Cfr. DELEDDA 1895; DELEDDA 1897; DELEDDA 1899; DELEDDA 1899b.
17 Cfr. DELEDDA 1900; DELEDDA 1903; DELEDDA 1917; DELEDDA 1920; DELEDDA 1928a.
18 Cfr. MANCA 2015; 2017.

280
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

pulsioni e sofferenze, tentazioni e libero arbitrio, rimorsi e sensi di colpa – il


doloroso cammino di elevazione verso Dio:

Forse Elias Portolu è il libro di più alta e insieme più solida moralità che sia stato scritto
in Italia dopo I Promessi Sposi.19

Pubblicato a puntate dal gennaio all’aprile del 1903 sulla «Nuova Antolo-
gia» e riproposto un anno dopo in volume, riveduto e corretto, con la «Bi-
blioteca Romantica», fu invece il romanzo Cenere. In quest’opera, tra le mi-
gliori, la poetica deleddiana si esplica in tutta la sua varietà di temi e di motivi.
Da una parte intervengono i divieti, le costrizioni e le resistenze della comu-
nità di appartenenza, dall’altra maturano altri pensieri che agiscono sugli esi-
stenti. E questo paesaggio dell’anima – «l’anima moderna con tutte le sue
malattie» – va inteso come luogo di un’esperienza interiore dalla quale riaf-
fiorano ansie e inquietudini profonde, generate da quelle opposizioni dicoto-
miche che sostengono l’impalcatura tematica del racconto: l’amore proibito,
quello materno e filiale, l’abbandono e l’inganno, l’odio, la ricerca e la perdita,
l’espiazione e il riscatto, il senso della finitudine («tutto era cenere»), l’inelut-
tabilità del destino e la visione tragica della vita.
Solo in apparenza il romanzo ruota attorno alla figura del giovane Anania
(il cui monologo nell’ascesa al monte ricalca lo Zarathustra di Nietzsche), ma
in realtà tutto si tiene grazie alla sapiente rappresentazione delle dinamiche di
relazione, di attrazione e repulsione, che animano l’universo narrativo. Tutta
la dimensione attivistica del protagonista è infatti finalizzata alla ricomposi-
zione del rapporto con la propria madre, Olì, amata e disprezzata, che lo
aveva abbandonato in tenera età. Il suicidio della donna, tragico epilogo, sim-
bolicamente equivale alla definitiva recisione del cordone ombelicale che lo
aveva fino ad allora inestricabilmente tenuto avvinto. Il gesto estremo – dono
di libertà e di nuova vita, in linea con i cicli di morte e rinascita, come la
Fenice risorta dalle proprie ceneri («fra la cenere cova spesso la scintilla, seme
della fiamma luminosa e purificatrice, e sperò e amò ancora la vita»), – si
sublima diventando sacrificio espiatorio e nel contempo sommo atto
d’amore («nella figura di Olì ho poi voluto solo svolgere la significazione
dell’amore moderno, il solo vero amore, la sola fonte di vita umana»).
La versione francese del romanzo, Cendres, fu pubblicata prima sulla «Revue
des Deux Mondes», dal 15 febbraio al 1° aprile del 1905, poi, nel novembre
dello stesso anno, in volume con la Calmann-Lévy di Parigi. Tale redazione,
a seguito di esplicita richiesta del suo traduttore, venne riveduta e corretta.

19 MOMIGLIANO 1936 [1938], p. 570.

281
DINO MANCA

Soprattutto il finale, infatti, non piacque né all’Hérelle né agli editori d’ol-


tralpe, ché lo ritennero troppo crudo per i gusti del pubblico francese, pro-
ponendo perciò alla scrittrice la morte di crepacuore della madre:

Ma come farlo diversamente? La madre o il figlio dovevano sparire dato anche il loro
atavismo per il suicidio. Ora il suicidio di Anania avrebbe reso il romanzo troppo
pessimista: la conciliazione poi dei due infelici sarebbe stata convenzionale. Io non lo
sentivo e lo ho evitato.20

Il processo evolutivo del testo si concluse nel 1910 con la pubblicazione


per i tipi della Treves di una versione ulteriormente riveduta e corretta.21
Altro romanzo paradigmatico, per genesi e vicende extratestuali, fu certa-
mente L’edera.22 Il suo testo ci è stato trasmesso, in lingua italiana, attraverso
un manoscritto autografo e quattro edizioni a stampa.23 L’architettura diege-
tica è tra le più semplici e lineari. La serva Annesa, «figlia d’anima» adottata
dalla famiglia Decherchi – la più antica e nobile di Barunei e ridotta in difficili
condizioni finanziarie a causa dei cattivi investimenti di don Simone – non
accetta l’idea che i suoi benefattori (e soprattutto l’amante Paulu, rimasto ve-
dovo) cadano in rovina. L’unico che potrebbe salvarli è ziu Zua, un ricco e
infermo parente che vive nella vecchia casa baronale.
La situazione precipita quando la serva, preoccupata per un mancato rien-
tro dell’amato da uno dei suoi viaggi (alla ricerca di qualcuno disposto a fargli
credito senza la mallevadoria del vecchio avaro), temendo il peggio e convin-
cendosi dell’effetto risolutore di un’eventuale morte di ziu Zua, uccide l'in-
fermo nel suo letto. I sospetti cadono su Paulu e sui Decherchi. Annesa, vinta
dal rimorso, si rifugia presso ziu Castigu, un ex servitore della famiglia, che la
persuade a confessare il delitto. Quando sta per costituirsi, una perizia medica
scagiona gli accusati. La donna legge l’accadimento come un intervento della
provvidenza e come la manifestazione del perdono di Dio e sceglie di intra-
prendere un proprio percorso di espiazione.
Così, abbandonato Barunei, si reca a Nuoro a fare la domestica presso una
famiglia di ricchi possidenti. Passati molti anni ritornerà nella casa dei De-
cherchi. C'è bisogno di una persona di fiducia che governi la domo malandata.
Annesa stavolta accetta di sposare Paulu, l’amato e invecchiato padroncino.
Così l’edera «si riallaccerà all'albero e lo coprirà pietosamente con le sue fo-
glie. Pietosamente, poiché il vecchio tronco, oramai, è morto».

20 Lettera di Grazia Deledda a Georges Hérelle, Roma 12 aprile 1903. Cfr. RASERA 2014, p. 4.
21 Cfr. DELEDDA 1903; DELEDDA 1904; DELEDDA 1910.
22 Cfr. DELEDDA 1908a; DELEDDA 1908b; DELEDDA 1921; DELEDDA 1928b.
23 Cfr. MANCA 2010.

282
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

Nel manoscritto il primitivo finale del romanzo venne cassato. Secondo


questa redazione, infatti, la serva si separerà definitivamente dal paese e
dall’uomo amato. Per altro è cosa nota che uno degli aspetti più controversi
e discussi dei romanzi deleddiani riguardava l’epilogo, la soluzione delle vi-
cende e lo scioglimento dell’intrigo.
In Italia l'opera fu pubblicata per la prima volta sulla «Nuova Antologia», a
puntate, dal primo gennaio al sedici febbraio del 1908 e riproposta in volume
nello stesso anno con la «Biblioteca Romantica», collana della rivista diretta
da Maggiorino Ferraris, che nel 1904, con Cenere, aveva lanciato la famosa
iniziativa editoriale parallela all'uscita dei fascicoli. Fondata nel 1866 a Firenze
dal Protonotari e trasferita a Roma nel 1878, la «Nuova Antologia» conobbe
sotto la sua direzione, iniziata nel 1897, uno dei periodi di maggiore successo
e diffusione.
Inspiegabilmente ci sono alcune bibliografie che datano la prima edizione
del romanzo al 1906. In realtà la gestazione del libro fu più lunga, complessa
e per certi versi insolita per circostanze, modalità e tempistica. Infatti, la De-
ledda iniziò a redigere il manoscritto a Nuoro nella primavera del 1905.
Il periodo di gestazione e di rielaborazione dell’opera si protrasse, dunque,
per tutto il 1906. A seguito delle richieste e delle sollecitazioni che giunge-
vano dal mondo editoriale tedesco e francese, poi, ella inviò l’autografo (o
più verosimilmente un dattiloscritto) del suo «romanzo sardo» prima alla
«Deutsche Rundschau» di Berlino, in lingua tedesca (poi in volume per i tipi
della Daetel), e di lì a qualche mese alla «Revue Bleue» di Parigi, in lingua
francese (e, secondo Angelo De Gubenatis, anche a una rivista di Buenos
Aires, in lingua spagnola), perché fosse pubblicato nel 1907, nel mentre che
la «Nuova Antologia» editava L’ombra del passato (subito uscito anche in vo-
lume con la «Biblioteca Romantica» e riproposto nel febbraio del 1908 nella
«Revue de Deux Mondes»). Dopo d’allora, nei mesi di novembre o dicembre
dello stesso anno, la scrittrice consegnò l’opera – riveduta in molte sue parti
– alla rivista del Ferraris, che iniziò la pubblicazione a partire dal gennaio del
1908.24
Appare chiaro che la Deledda nel 1907 voglia giocare con L’ombra del passato
– che comincia fotografando il vicinato di un piccolo paese della bassa Pada-
nia – la carta del romanzo di argomento italiano col pubblico italiano e con
L’edera la carta del romanzo sardo col pubblico tedesco, francese e argentino.
Quest’ultimo incontrò subito il favore dei lettori e l'edizione Colombo regi-
strò, nel giro di due settimane, una tiratura di settemila copie, conoscendo

24 Sull’argomento cfr. MANCA 2010, pp. LX-LXI.

283
DINO MANCA

nello stesso anno la prima traduzione in ungherese a cura di Sebestyén Káro-


lyné. L'anno successivo l’opera venne pubblicata dalla Hachette di Parigi (tra-
dotta dallo stesso Lécuyer che aveva curato l’edizione della «Revue Bleue»),
in spagnolo dalla Biblioteca La Nación di Buenos Aires, in russo, a puntate,
dalla «Sovremennyj mir» di Mosca e, dopo la riduzione drammaturgica del
testo (realizzata con la collaborazione di Camillo Antona Traversi), il sei feb-
braio rappresentata al Teatro Argentina di Roma e replicata per dieci sere
consecutive (la Deledda aveva tentato di coinvolgere la Duse). L'adattamento
teatrale in tre atti restituisce un'architettura diegetica e drammatica sostan-
zialmente fedele al dettato del romanzo, tranne il finale che rimodula sull'asse
diacronico la percezione durativa dell'esilio e, in virtù di ciò, le stesse modalità
di ricongiungimento dei due amanti.
Nel 1921 fu, con non poche varianti d’autore, riproposta dai Fratelli Tre-
ves, che già vantavano la presenza nel loro catalogo di altri venti titoli deled-
diani e che, in quegli anni, avevano promosso le opere di Capuana, De Ro-
berto, D’Annunzio, Verga, De Amicis, Gozzano, Tozzi e Pirandello. Il libro
fu ristampato nel 1928, qualche tempo dopo la fusione con gli editori Bestetti
e Tumminelli. Nel 1950 il romanzo venne tradotto in un soggetto cinemato-
grafico dal titolo Delitto per amore (L’edera), ad opera di Augusto Genina, coa-
diuvato in sede di sceneggiatura da Vitaliano Brancati, con la consulenza ar-
tistica di Emilio Cecchi e una direzione di fotografia (Marco Scarpelli) che gli
valse il «Nastro d’Argento» e girato in Barbagia, tra i lecci secolari del Supra-
monte di Orgosolo.25
Il film, stroncato dalla critica (costò duecento milioni di lire circa, incassan-
done poco più di centotrentotto), conobbe – come già il manoscritto del
romanzo e, in parte, la sua riduzione teatrale – un doppio finale, tutto giocato
sulle diverse possibilità e modalità di ricongiungimento della coppia. La me-
desima incertezza che nella fase di stesura dell’autografo tormenta la Deledda
– la quale, come si è detto, inizialmente opta per un epilogo drammatico
(«Egli non la seguì») – sembra lasciare nel dubbio anche Genina e Brancati,
ma soprattutto la produzione. Il testo venne nuovamente adattato per il pic-
colo schermo e trasmesso, in tre puntate, nel 1974. Lo sceneggiato, come la
prima versione cinematografica, non prevede il lieto fine. Annesa, infatti, ab-
bandona la casa dei Decherchi per non farvi più ritorno.

La rilettura filmica de L’edera, in realtà, non fu opera né inedita, né isolata.


Altre riduzioni cinematografiche e televisive, infatti, accompagnarono, in vita

25 Sull’argomento cfr. MANCA 2010b, pp. 107-124.

284
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

e in morte, la ricca produzione romanzesca e novellistica. Nel processo di


adattamento, o se si preferisce di traduzione, dalla pagina allo schermo, la
narrativa deleddiana risultò essere – per situazioni, personaggi, temi e motivi
– insieme alla dannunziana, una delle più scandagliate dal mondo della cellu-
loide e dei cineasti, particolarmente propensi, a partire dai primi del Nove-
cento, ad attingere dal ricco giacimento della letteratura e del teatro.
A una sorta di «linea dannunziana» si contrapposero film come Sperduti nel
buio, dal dramma di Roberto Bracco, prima opera «realista» del cinema no-
strano – considerata da molta critica una antesignana del neorealismo – Teresa
Raquin, dall’opera di Zola, Assunta Spina, dal dramma di Di Giacomo e Cenere
di Febo Mari, dal romanzo della Deledda, reso celebre per la presenza della
Duse nella sua unica interpretazione cinematografica (del film esistono due
versioni, risultato di due montaggi diversi). L'autrice avrebbe dovuto origina-
riamente collaborare al lavoro di adattamento, fortemente voluto dalla
grande interprete, ma presto abbandonò il progetto:

Lei ha fatto di Cenere una cosa bella e viva; ma anche quando così non fosse mi ba-
sterebbe il conforto di aver veduto la mia opera passare attraverso la sua anima e
riceverne il soffio vivificatore. Le ripeto il lavoro è suo, ormai, non più mio, come il
fiore è del sole che gli dà caldo più che della terra che gli dà le radici.26

L'impegno diretto della scrittrice nuorese nella settima arte si concretizzò


semmai, e sempre nel 1916, in un soggetto, Lo scenario sardo per il cinema, mai
tradottosi, però, in opera filmica. Più convintamente, invece, condivise il pro-
getto di adattamento de La Grazia, tratto, come già scritto, dalla novella Di
notte e dal melodramma di Guastalla e Michetti. Così, due anni dopo la pre-
sentazione negli Stati Uniti della prima pellicola che avrebbe inaugurato l'era
del cinema sonoro, uscì nella sala «Vittoria» di Padova la trasposizione filmica
di Aldo De Benedetti. L'opera fu accolta con relativo favore da parte della
critica ma tiepidamente dal pubblico. In tempi recenti il giudizio è stato rive-
duto e corretto e, dopo esercizio di opportuna storicizzazione, si è general-
mente concordi nel considerare La Grazia come uno degli ultimi capolavori
del cinema muto italiano.
Ancora prima della traduzione in soggetto cinematografico de L'edera, si
ricorda, subito dopo la guerra, Le vie del peccato, un drammatico del 1946
scritto e diretto da Giorgio Pastina, tratto dalla novella Dramma, tra le migliori
della raccolta Il fanciullo nascosto. Tre anni dopo, invece, l'uscita di Delitto per

26 Lettera di Grazia Deledda a Eleonora Duse, 25 novembre 1916. Cfr. ATTOLINI 1988, p. 10.

285
DINO MANCA

amore di Genina, fu la volta di Marianna Sirca, romanzo dal quale Aldo Ver-
gano liberamente trasse Amore rosso. L'anno seguente, infine, trasposto da La
Madre, venne proiettato Proibito di Monicelli, film che tra i suoi interpreti an-
noverò l'attore sardo Amedeo Nazzari (Lea Massari, nel ruolo di Agnese Bar-
ras, fu invece preferita all'allora principiante Brigitte Bardot). Per quanto ri-
guarda il cinema, l'opera deleddiana tornò a essere fonte d'ispirazione alla
fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. Del 1989, infatti, è Il segreto
dell’uomo solitario diretto da Ernesto Guida e sceneggiato da Giulio Bosetti, del
'93 è …Con amore, Fabia, di produzione tedesca (...In Liebe, Fabia), scritto e
diretto da Maria Teresa Camoglio (per quanto concerne, invece, gli adatta-
menti televisivi, sono da ricordare l’enorme successo di Canne al vento, sce-
neggiato in bianco e nero diretto da Mario Landi nel 1958 e de Il cinghialetto,
diretto da Claudio Gatto nel 1981 per Raidue).

Successivi di qualche anno a L’edera furono i romanzi Il nostro padrone, Sino


al confine e Nel deserto.27 I tempi di elaborazione del primo, pubblicato nel 1910
dalla casa editrice Treves, si conoscono grazie a una lettera del maggio del
1909 che la Deledda scrisse a Hérelle («scrivo adesso un altro romanzo che
si svolge tutto in Sardegna, fra paesani e gente umile e infelice. Quando l’avrò
finito ve lo manderò»).28 La storia si dipana nella Nuoro di fine Ottocento,
nella Sardegna della crisi economica e del «taglio dei boschi», popolata da
un’umanità angariata dalla miseria e dalla fatica rude, con un proprio inelut-
tabile destino sulle spalle; un destino già scritto nell’imperscrutabile disegno
di Dio, il nostro Padrone, appunto.
Romanzo ambientato sia in Sardegna che a Roma fu invece Sino al confine.
Pubblicato sulla «Nuova Antologia» nel 1909 e edito da Treves l’anno suc-
cessivo, in esso si narra di Gavina Sulis – ragazza quattordicenne che vive in
un mondo chiuso, arcaico, autoritario – e del conflitto lacerante tra l’impulso
ad affrancarsi dai legami (culturali, sociali, religiosi e affettivi) in cui costrin-
gono le origini e la tendenza, invece, ad accettare i valori della comunità d’ap-
partenenza.
La passione amorosa («il desiderio peccaminoso»), condivisa con il semi-
narista Priamo e ostacolata dalla famiglia, oltre che dai divieti imposti dalle
norme etiche e sociali, conoscerà una difficile espiazione. Insieme alla pul-
sione primordiale e incontrollata delle passioni e all'imponderabile portata
dei suoi effetti, ritorna la coscienza del peccato che si accompagna al tor-
mento della colpa. C’è un confine morale, insormontabile, ma esiste anche

27 Cfr. DELEDDA 1910b; DELEDDA 1910c; DELEDDA 1911.


28 Lettera di Grazia Deledda a George Hérelle, 27 maggio 1909. Cfr. RASERA 2016.

286
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

un confine spaziale e geografico da «varcare», per fuggire, oltre il mare, verso


Roma. Solo il matrimonio potrà consentirle di realizzare il grande sogno (evi-
denti ci sembrano i riferimenti autobiografici).
Ma la città eterna l’annoia, la immelanconisce, la rattrista. Nel mentre ap-
prende che Zio Sorighe è accusato ingiustamente della morte di Priamo.
L’adesso e il prima si alternano e si sovrappongono in un susseguirsi, a tratti
sfumato, di accadimenti e di figure inestricabilmente legate fra loro. Il primo
agisce sul secondo, il vero tempo dell’esistere, come un tarlo, condizionandolo
e ostacolandolo. I ricordi non sono nella coscienza, ma è la coscienza stessa
che costituisce il ricordo ponendo il passato come passato. Per Gavina il pas-
sato è ancora presente, perché la sua coscienza è lacerata dai sensi di colpa
che la riportano con la mente e col cuore nell’isola lontana, facendola amma-
lare. Per dirla con Alda Merini, non si scappa mai dai luoghi, né dalle persone,
né tantomeno dalle circostanze. Si scappa da se stessi. Perciò Gavina decide
di rientrare in Sardegna e affrontare i nodi irrisolti del suo vissuto. E solo
dopo aver visto «in faccia la morte», proprio in limine, al confine, comprende
che si può ricominciare, ponendo il passato come passato, e che «bisogna
rifare la strada» perché tanto «bene si può fare nella vita».
Anche Nel deserto conobbe nel 1911 la doppia uscita, prima a puntate in
rivista con «Nuova Antologia» e poi in volume con Treves, riproponendo al
lettore alcuni orientamenti di senso (con analoghe proiezioni autobiografi-
che) già affrontati nella precedente trattazione. Lia, orfana di entrambi i ge-
nitori, infelice e insoddisfatta, abbandona il proprio paese e si stabilisce a
Roma, l’ambita meta, ospite di Luigi Asquer, uno zio ipocondriaco che vive
nella capitale da decenni e che, ormai vecchio, necessita di attenzioni e di
cure. Ben presto però la sua nuova vita si trasforma in una sorta di deserto
esistenziale e relazionale, abitato dalla mestizia e dalla frustrazione, dall’inco-
municabilità e dal non sense. La città tanto agognata si rivelerà nei fatti una
nuova prigione. Alla fine la protagonista ritornerà al proprio paese (circolarità
ed eterno ritorno).
Tutte le figure secondarie dell'opera, che gravitano intorno al pianeta Lia,
costrette dentro un universo sempre più segnato dalle convenzioni e
dall’inautenticità, si scoprono «anime morte», deboli e «inette», impossibili-
tate a conoscersi e a conoscere, colpite da una sorta di paralisi della volontà
e dell’azione. Il deserto diviene, dunque, la metafora, il correlativo oggettivo
del «male di vivere» e della condizione decadente dell’individuo estesa all’in-
tera dimensione dell’esistenza (tutto appare «corroso», «secco», «inaridito»,
«piegato», «schiantato», «vinto»).

287
DINO MANCA

La mancata sintonia tra l’uomo e il suo ambiente e la conseguente difficile


integrazione tra il singolo e gli altri, hanno tra i motivi d’origine quella crisi
dell’«io» che appare come uno dei temi più ricorrenti della letteratura nove-
centesca («siamo tutti viandanti sperduti nella landa del dolore umano»). Nel
deserto è da considerarsi perciò un romanzo da rivalutare e ricollocare, perché
a suo modo contiene in sé, in nuce, istanze intertestuali profonde legate al
moderno tema della «coscienza della crisi» (si pensi all’«inetto» di Svevo e di
Tozzi o al tema dell’«incomunicabilità» di Pirandello).E a un periodo parti-
colarmente fecondo della produzione deleddiana appartengono poi altri due
capolavori: Colombi e Sparvieri e Canne al vento.29
Colombi e Sparvieri fu pubblicato a puntate tra gennaio e marzo del 1912 sulla
«Nuova Antologia» e ripubblicato in volume, dopo qualche mese a seguito
di un sistematico lavoro di revisione, dalla casa editrice Treves. Giorgio
Nieddu (chiamato Jorgj), studente idealista e sognatore, proiettato verso il
continente anche in ragione dei suoi studi, vive il suo amore contrastato e
sofferto per Columba, giovane introversa legata invece al paese e ai valori
della tradizione. La distanza tra i due innamorati è sancita in primo luogo
dalla secolare inimicizia (disamistade) tra le loro famiglie e dall’eterna lotta tra
bene e male, colombi e sparvieri, che avvelena la piccola comunità di Oronou
(Orune). Jorgi, accusato ingiustamente di aver rubato nella casa della fidan-
zata, si allontana dal paese (scelta autopunitiva che ricorda quella dell’Annesa
de L’edera) con la speranza e nell’attesa di veder riconosciuta la sua innocenza.
Dopo qualche tempo, caduto in un grave stato di prostrazione, decide di
ritornare a Oronou, lì dove, allettato e semiparalizzato, si condanna, assistito
da un servo, a vivere nell’autolesionismo e nella misantropia un presente
senza speranza (non del tutto privo di senso ci pare, in proiezione, il con-
fronto intertestuale con Filippo, uno dei protagonisti del Michele Boschino di
Giuseppe Dessì).30 Alla fine solo una forestiera, Mariana, ragazza «roman-
tica» e «amantissima delle emozioni», lo riconquisterà al perdono e alla vita.
La vicenda narrata in parte si ispirò a personaggi e a fatti reali. In una lettera
inviata al marito nell’estate del 1908, da Nuoro a Roma, la Deledda aveva
infatti raccontato di un suo viaggio a Orune, fatto con la sorella Nicolina.
Oltre alla descrizione del piccolo paese, dell’ambiente e del clima, nello
scritto si fa riferimento a un «giovane infelice» gravemente malato e ridotto
all’indigenza – già noto alla scrittrice e le cui sorti le stavano a cuore da tempo
– «immobile in un giaciglio, in una stamberga senza luce, servito da un bimbo
di otto anni», dopo aver contratto durante il servizio militare una pleurite che,

29 Cfr. DELEDDA 1912; DELEDDA 1913.


30 Cfr. MANCA 2011, pp. XI-LXXXVII.

288
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

mal curata, gli provocò un serio problema alle vertebre. Il «disgraziatissimo»


nella realtà fu tal Ignazio Biotte, giovane orunese di famiglia poverissima e di
grande intelligenza, che alla fine dell’Ottocento studiò al ginnasio di Nuoro.31
Romanzo corale e policentrico, ritenuto per la complessa e ben congegnata
macchina narrativa il migliore della sua produzione, fu Canne al vento, pubbli-
cato, dopo una lunga elaborazione, nel 1913 prima nell’«Illustrazione italiana»
(12 gennaio-27 aprile) e poi presso Treves. Il grande successo di pubblico e
di critica raggiunto dall’opera indusse l’onorevole Luigi Luzzatti, già Presi-
dente del Consiglio, a sostenere la candidatura per il Nobel (d’altra parte i
romanzi deleddiani trovarono una lettrice appassionata anche nella Regina
Madre, Margherita di Savoia).
A Galte (Galtellì), piccolo borgo rurale non lontano da Nùoro, vivono tre
delle quattro sorelle Pintor (Ester, Ruth e Noemi) – famiglia della vecchia
aristocrazia terriera decaduta – i cui destini sono retti con sacrificio e dedi-
zione da Efix, il servitore fedele, vero archetipo di primitivo, che custodisce
il terribile segreto di un delitto: l’involontaria uccisione vent’anni prima di
don Zame, padre delle donne e barone di Galte, a seguito di una colluttazione
scoppiata per difendere l’amata Lia, quarta delle sue figlie, che, contravve-
nendo ai divieti imposti dal genitore, era fuggita a Civitavecchia per «prender
parte alla festa della vita».
L’espiazione, dolorosa ed estrema, si esplica in una dedizione autopunitiva
e assoluta (anche attraverso la scelta volontaria dell’esilio) verso le sue povere
padroncine. L’entrata in scena, giunto dal Continente insieme ad alcuni segni
della modernità («la bicicletta, il lavoro salariato, la cambiale scaduta e
l’usciere giudiziario»), di un nuovo elemento perturbatore – Giacinto, figlio
di Lia, dedito a una vita scioperata e dispendiosa – altera l’equilibrio familiare
e diegetico, attivando nuove e controverse dinamiche di relazione (amori,
passioni, desideri inconfessati anche di natura incestuosa, malumori e ten-
sioni) in un mondo primitivo e arcaico, abitato da un’umanità piegata da un
destino avverso, in una terra sferzata dalla Storia e dai venti («siamo proprio
come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte
è il vento»). Tutto alla fine sembrerebbe ricomporsi, ma in realtà non c’è
catarsi, nessun liberatorio distacco dalle passioni rappresentate, perché la vi-
cenda tragica in realtà non si scioglie e gli eventi non celano alcuna spiega-
zione razionale, in una vita che è altresì mistero.32

31 Cfr. MASSAIU 1974, pp. 333-347.


32 Sull’argomento si veda altresì: TANDA 1981, pp. VII-XXIX.

289
DINO MANCA

Successivi furono i romanzi Le colpe altrui, Marianna Sirca, L’incendio nell’oli-


veto, La madre, Il segreto dell’uomo solitario, Il Dio dei viventi, La danza della collana,
La fuga in Egitto e Il sigillo d’amore.33 Una produzione, come si è già scritto,
vasta e significativa per implicazioni e portato. Con opere come Marianna
Sirca, storia di un altro amore difficile segnato dalle differenze sociali, L’incen-
dio nell’oliveto, affresco post-verista di un microcosmo agropastorale e matriar-
cale in declino (magistralmente illustrato dal pittore Biasi), La madre, intensa
rappresentazione, con drammatico scandaglio coscienziale, del tormentato
rapporto tra Paulu, parroco di Aar, Agnese, giovane donna con la quale in-
tesse una relazione affettiva e Maria Maddalena, la madre che vuole salvare il
figlio dallo scandalo e dal sacrilegio (l’edizione in inglese conobbe la prefa-
zione di Lawrence), Il segreto dell’uomo solitario, racconto tozziano per i risvolti
psicologici, La danza della collana, opera pienamente inserita nel solco di una
poetica «decadente-simbolista» – la scrittrice sarda continuò senza soste la
sua parabola ascendente sino al conferimento (prima donna in Italia e se-
conda al mondo), il 10 dicembre del 1927, del premio Nobel per la letteratura
(«È dieci anni che si aspettava!», commentò il marito).
Un anno dopo uscì Annalena Bilsini, ambientato nella pianura veneta, e a
seguire Il vecchio e i fanciulli, Il paese del vento, L’argine e La chiesa della solitudine,
contrassegnato dal tema della malattia come ostacolo a un amore compiuto
e come condanna alla solitudine.34

Grazia Deledda morì a Roma il 15 agosto 1936. Dopo qualche settimana il


direttore della «Nuova Antologia» Luigi Federzoni, a seguito dell’iniziativa
intrapresa dall’allora redattore capo Antonio Baldini e dietro sua sollecita-
zione, si interessò del materiale manoscritto lasciato dalla scrittrice:

Le comunico subito che abbiamo un manoscritto incompiuto e che se lei desidera


qualche pagina (inedita) sono a sua disposizione. Mia Madre amava molto N. A.
[«Nuova Antologia»], ed è inutile che io le spieghi le ragioni.35

Il primogenito Sardus, allora trentaseienne, aveva infatti trovato in un cas-


setto della sua casa romana, dentro una custodia di «carta turchina», un auto-
grafo di 277 carte sciolte, senza titolo e senza la parola «fine» (fatto unico,
questo, tra i manoscritti della Deledda). Si trattava di un elaborato inedito

33 Cfr. DELEDDA 1914; DELEDDA 1915; DELEDDA 1918; DELEDDA 1920; DELEDDA 1921; DE-

LEDDA 1922; DELEDDA 1924; DELEDDA 1925; DELEDDA 1926.


34 Cfr. DELEDDA 1927; DELEDDA 1928; DELEDDA 1931; DELEDDA 1934; DELEDDA 1936.
35 Lettera di Sardus Madesani ad Antonio Baldini, Roma 23 agosto 1936. Su Cosima cfr. MANCA

2016, pp. 215-319; MANCA 2016b, pp. IX-XCVI.

290
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

contenente memorie romanzate della madre sul periodo nuorese, una sorta
di schermata autobiografia tradotta in finzione letteraria, il cui intreccio si
dipanava sul filo di una narrazione di sé fatta in terza persona.
Quindici giorni dopo il settimanale illustrato di Roma «Quadrivio», a cor-
redo di un articolo intitolato Grazia Deledda davanti alla morte, propose in prima
pagina ai suoi lettori una parziale riproduzione facsimilare dell’ultima carta del
manoscritto, da Sardus ceduta ad Alfredo Mezio dietro compenso. Lo stesso
Sardus contestualmente donò a Remo Branca, xilografo e pittore sassarese,
la prima carta. Agli inizi di settembre verosimilmente un altro familiare, rice-
vuto preciso mandato, consegnò un preliminare blocco di circa cinquanta
fogli alla redazione della «Nuova Antologia» affinché l’inedito potesse essere,
ancorché incompleto, nella disponibilità del suo redattore capo.
Il giorno 16 la rivista iniziò la pubblicazione a puntate (settembre-ottobre
1936) col titolo Cosima, quasi Grazia (i capitoli successivi, dal terzo al quinto
e dal sesto all’ottavo, furono invece licenziati con l’abbreviato Cosima, titolo
che si mantenne – a partire dalla prima e dalla seconda edizione in volume –
in tutte le edizioni seriori).
Il testo fu fatto oggetto, in tempi diversi, di un non trascurabile lavoro di
editing dello stesso Baldini e di un importante intervento revisorio del figlio
della scrittrice. Otto mesi dopo, nel maggio del 1937 – ulteriormente e signi-
ficativamente riveduta e corretta, oltre che dal suo primo curatore annotata
– l’opera uscì per i tipi della Treves, che nell’agosto dello stesso anno ne
licenziò una seconda edizione, non difforme dalla prima se non per l’aggiunta
di alcune pagine di note. Da quel momento il testo fissato (sorta di edizione
purgata) conobbe vicende ed evoluzioni diverse.
Con Cosima si chiuse, dunque, la parabola letteraria ed esistenziale della
scrittrice sarda. Esso può essere considerato il suo romanzo-testamento,
l’opera della rivisitazione e della riappropriazione insieme, del ritorno (il nó-
stos, sa recuida) con la memoria a Itaca, al cordone ombelicale mai reciso con
la Madre-Terra, a un sentimento del tempo, quello dell’infanzia e dell’adole-
scenza, irrimediabilmente perduto. Il recupero analettico finisce con l’inglo-
bare, secondo la dinamica dei centri concentrici, la memoria familiare, sociale
e storica di Nuoro (utero materno, luogo delle origini, punto di partenza e
punto d’arrivo, circolarità ed eterno ritorno). Il lettore è chiamato a condivi-
dere un viaggio a ritroso, fatto attraverso i sentieri più reconditi della mente
e dell’anima, grazie a un’opera di ripiegamento su se stessi, alla ricerca di un
filo rosso, in un momento della propria vita in cui si fa avvertito e incom-
bente il senso della fine:

291
DINO MANCA

Pochi mesi prima che la morte la cogliesse, andai a trovarla nel suo villino di via
Imperia. Rammento che la sua preoccupazione era di assicurarsi se le cose della sua
casa, le vie intorno a Nuoro erano sempre come una volta. Io mi sforzavo di essere
il più esatto possibile. Mi lasciava dire fissandomi con occhi profondi. Quindi pren-
deva lei a parlare. Narrava. Mi sembrava di ascoltare le pagine dei suoi libri. Quelle
descrizioni, poi, quasi esatte le ritrovai in Cosima. Sono sicuro che quelle pagine auto-
biografiche, pubblicate postume, erano già dentro il cassetto della sua scrivania.36

Se si volessero indagare le ragioni delle difficoltà che molti studiosi hanno


incontrato nel comprendere il sistema letterario sardo e con esso l’opera della
scrittrice nuorese, si dovrebbe innanzi tutto ripercorrere criticamente il di-
battito sviluppatosi nel nostro paese sui fondamenti teorici sui quali si sono
specificati i concetti stessi di letterarietà e di letteratura (per lungo tempo infor-
mati sui princìpi dell’idealismo crociano) e si è costruito il modello egemone
di storia letteraria (fondamentalmente desanctisiano e toscano-centrico).37
Crediamo valga la pena rimarcare questo assunto, perché, come scrisse
Geno Pampaloni, «la Deledda nella carta millimetrata del Novecento non
collima mai».38 Troppo spesso si è cercato di rimuoverla o marginalizzarla,
fondamentalmente perché con le sole categorie di «verismo» e «decadenti-
smo» non la si poteva comprendere. Ogni qualvolta leggiamo un suo ro-
manzo ci sovvengono le parole, oramai lontane nel tempo, pronunciate
dall'arcivescovo Nathan Söderblom, membro dell'Accademia Svedese,
nell'indirizzo di saluto rivolto quel dieci dicembre del 1927, in occasione del
banchetto serale, alla cerimonia dell’assegnazione del Nobel:

In your literary work, all roads lead to the human heart. You never tire of listening
affectionately to its legends, its mysteries, conflicts, anxieties, and eternal longings.
Customs as well as civil and social institutions vary according to the times, the na-
tional character and history, faith and tradition, and should be respected religiously.
To do otherwise and reduce everything to a uniformity would be a crime against art
and truth. But the human heart and its problems are everywhere the same. The author
who knows how to describe human nature and its vicissitudes in the most vivid col-
ours and, more important, who knows how to investigate and unveil the world of the
heart-such an author is universal, even in his local confinement.39

Cos’è, ci chiediamo, quel quid che attraverso i meccanismi del racconto ha


saputo trasmettere al lettore, in ogni luogo e in ogni tempo, emozioni e vis-
suti, orizzonti etici e simbolici, paesaggi dell’anima e profondità ontologiche,
saperi antropologici e orientamenti di senso sull’uomo e sulla vita?
36 CIUSA ROMAGNA, p. 8.
37 Sull’argomento cfr. TANDA 2003.
38 PAMPALONI 1971, p. 41.
39 Autobiography 1969, p. 238.

292
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

In tempi recenti, lo scrittore napoletano Raffaele La Capria, invitato a espri-


mere un giudizio di gusto, ma soprattutto di valore, sulla contemporanea
produzione letteraria, ha parlato di opere scritte bene, ben congegnate e strut-
turate, con il periodo ordinato e gli «aggettivi al loro posto». Tuttavia, molte
di quelle stesse narrazioni, sebbene di ottima fattura, sarebbero, a suo dire,
«disanimate», prive di soffio vitale, caratterizzate dal puro artificio, con storie
senz’anima, senza sangue e senza vita, sorrette da situazioni improbabili e da
personaggi inautentici. Le «portaerei della letteratura», i best-seller alla Stephen
King, sarebbero stati scritti, dunque, da autori certamente formidabili nel
creare intrecci (a volte addirittura dosati meglio di quelli di un Dostoevskij)
però, pur costruiti con le migliori tecniche del romanzo, risulterebbero del
tutto privi dell’«irresistibile vocazione a raccontare le peripezie di un perso-
naggio rappresentativo di un’epoca». Dove si trova oggi quel personaggio che
un tempo popolava e connotava gli universi narrativi e in cui tutti potevano
riconoscersi? Dove sarebbero oggi – si chiede La Capria – Julien Sorel,
Emma Bovary, i fratelli Karamazov, Pinocchio? Dove più Amleto o Wer-
ther? Dove, aggiungiamo noi, Efix, Annesa, Elias Portolu o Marianna Sirca?
La vera letteratura non è «un girare la chiavetta del robot per farlo muovere,
ma è la vita, con le sue emozioni e i suoi imprevisti».40 Non si vuol dire con
ciò che l’artificio non sia arte. Può esserlo a patto che sia animato da un qual-
cosa di vitale. E questo la Deledda lo sapeva bene.

4. Fin dagli esordi la Deledda dovette affrontare, senza dispiacere commit-


tenti e pubblico (pena la riuscita dell’opera), l’annosa questione del conflitto dei
codici: codici primariamente linguistici e letterari, ma più estensivamente este-
tici e culturali. La questione aveva riguardato con modalità diverse gli scrittori
e i poeti delle tante Italie, ma in modo particolare gli autori sardi:

I toscani che avrebbero potuto darci il gran soccorso della loro lingua viva, non face-
vano nulla; covavano Dino Compagni e la Crusca e in questo affare sudavano goc-
cioloni. Dovevamo rimanere colle mani in mano, aspettando la prosa nuova di là da
venire? E ne abbiamo imbastita una pur che sia, mezza francese, mezza regionale,
mezza confusionale, come tutte le cose messe su in fretta.41

Non c’è dubbio che una tendenza così diffusa non poteva non trovare sca-
turigine anche dallo scarto esistente tra oralità e scrittura, tra parlato e mo-
dello letterario e dal conflitto tra sistemi linguistici diversi. Ancor di più que-
sta interferenza comunicativa si manifestò tra gli scriventi sardi in italiano,

40 INFANTE 2003, p. 5.
41 CAPUANA 1994, p. 28.

293
DINO MANCA

idioma per molti «straniero». Le ragioni storiche sono ben note da tempo. La
discriminante non poteva che essere geo-linguistica: non della lingua poetica
tout court, così come forse sarebbe dovuto essere, quanto della modellizzante
lingua poetica fiorentina. Il criterio di inclusione ed esclusione si fondò, in-
fatti, sul toscano letterario scritto, senza distinzioni diatopiche e diacroniche,
senza considerare il rapporto tra oralità e scrittura, come se gli italiani aves-
sero parlato e scritto per secoli la stessa lingua e avessero da sempre prodotto
una testualità omogenea nello spazio e nel tempo per modalità di trasmis-
sione, codici, convenzioni e generi utilizzati e per destinatari coinvolti.
A differenza di quanto era accaduto per altre grandi lingue di cultura, in-
fatti, la fisionomia dell’italiano fu determinata dallo stretto legame con la tra-
dizione letteraria, oltre tutto avviata, soprattutto a partire dalla proposta nor-
mativa del Bembo, sui binari dell’«arcaismo» classico; una tradizione che si
dimostrò lontana dalla lingua d’uso quotidiano, riccamente rappresentata dai
dialetti parlati nelle varie regioni. Un tale scarto avrebbe provocato col tempo
il declino della stessa lingua italiana, appresa come una lingua straniera, in
modo libresco, attraverso lo studio delle grammatiche, dei vocabolari e delle
opere dei classici e sentita, parafrasando Isella, «estranea e inamabile»:

Ora non faccio nulla. Cioè, studio soltanto e, secondo il suo consiglio, cerco di stu-
diare la lingua, perché la fantasia non mi manca. E ho afferrato il Manzoni, il Boccac-
cio e il Tasso, e tanti altri classici che mi fanno sbadigliare e dormire. Dio mio! È
inutile! Io non riuscirò mai ad avere il dono della buona lingua, ed è vano ogni sforzo
della mia volontà. Scriverò sempre male, lo sento, perché l’abitudine di scrivere così
come viene è radicata ormai nella mia povera penna.42

Da una parte, quindi, si consolidò per secoli un’élite di intellettuali, scrittori


e poeti proiettati verso un modello alto e sublime, attrattivo e legittimante,
informato in poesia sul monolinguismo petrarchesco e in prosa sul «bello
stilo» boccacciano (manzoniano poi), dall’altra parallelamente e distinta-
mente sussistettero i tanti parlari e parlanti italici con i numerosi autori, co-
siddetti «periferici» o «minori», artefici di una dialettalità insieme «spontanea»
e «riflessa», esclusi da quella minoranza di eletti del Parnaso, non disposti ad
adeguarsi a un sistema linguistico allotrio. Si attivò pertanto una dinamica
centripeta che più che a includere tendeva a escludere dal diritto di cittadi-
nanza, in un’ideale e anelata res publica litterarum. Per aspera sic itur ad astra.

42 Lettera di Grazia Deledda ad Antonio Scano, Nuoro 10 ottobre 1892. Cfr. DELEDDA 1972,

p. 251.

294
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

5. A sessant’anni circa dalla «fusione» con gli stati di terra ferma e a cin-
quanta dall’unificazione nazionale, la scrittrice nuorese ebbe il merito di tra-
ghettare il romanzo sardo nel Novecento italiano, di renderlo popolare e di
successo presso il pubblico della media borghesia «continentale», che da una
parte era cresciuta grazie ai classici della letteratura e della lingua (col sup-
porto delle grammatiche normative e dei vari Petrocchi, Fanfani, Rigutini,
Broglio e Giorgini) e dall’altra si andava formando con i romanzi d’appen-
dice, con la produzione di consumo e con L’idioma gentile del De Amicis che
proprio in quegli anni vedeva la luce con l’editrice Treves.
Possiamo dire che la Deledda sia stata per gli autori sardi in lingua italiana
del Novecento ciò che Manzoni era stato per gli scrittori ottocenteschi delle
tante Italie: un modello letterario e linguistico credibile e perseguibile.
La scrittrice aprì a suo modo una strada nuova, nel momento in cui la prosa
letteraria nell’Isola era ancora impopolare e «inamabile», lontana dalla realtà,
innaturale, affettata e leziosa, sostanzialmente influenzata dai modelli conser-
vativi del passato, di gusto tradizionale, classico (con non infrequenti solu-
zioni pre-manzoniane e settecentesche), senza vitalità, novità formali, aper-
ture linguistiche alla quotidianità, al dialettismo o alla contaminazione, e sem-
mai ancora anacronisticamente e inautenticamente protesa al livello «alto»,
sublime, nobilitante e legittimante insieme.
Nelle unità narrative e discorsive (ma in parte anche descrittive) dei suoi
migliori romanzi, invece, si registra una più generale e prevalente tendenza
alla medietas, a ricercare cioè – pur nel rispetto di una tradizione letteraria co-
munque salvaguardata – un registro linguistico scevro di orpelli, arcaismi e
leziosismi, meno astratto, enfatico e ampolloso, sempre più lontano dalla
«declamata superprosa» di matrice dannunziana (che aveva influenzato la sua
prima narrativa) e semmai più comune, concreto e popolare (soprattutto nei
dialoghi), comunque più vicino, come scritto, a un lettore della media o pic-
cola borghesia dell’Italia del primo Novecento (per le parti dialogiche, sceni-
che e teatrali del racconto, la scrittura seguì – come si spiegherà più avanti –
una forma molto vicina al mimetismo rappresentativo). La critica delle va-
rianti di alcune sue opere e lo studio dei processi correttori intercorsi tra au-
tografi ed edizioni a stampa hanno confermato questa lenta e graduale evo-
luzione della lingua letteraria nel senso della modernizzazione e della sempli-
ficazione.

La Deledda divenne, dunque, la prima grande e riconosciuta interprete di


questa operazione insieme linguistica, culturale e letteraria. Con lei si realizzò
quel salto di qualità nell’avvio, dirompente per le sue implicazioni, di una

295
DINO MANCA

profonda e talvolta ardimentosa opera di adattamento dei modelli culturali


autoctoni ai codici, ai generi, alle tipologie formali e alle modalità espressive
proprie di un sistema linguistico e letterario altro.
La sua narrativa superò, non senza difficoltà e contraddizioni, il capo Horn
dall’anacronismo, dell’affettazione e della desuetudine nobilitante, per meglio
affrontare, proprio grazie alla sua medietà, il mare aperto del grande e variegato
pubblico italiano, evitando – per restare dentro la metafora oraziana – sia
l’alto pelago che la costa malfida. Le trame e i personaggi dei suoi romanzi,
infatti, a un lettore contemporaneo possono anche non piacere, ma sono lin-
guisticamente attuali, nel senso che sono ancora oggi leggibili e comprensi-
bili. Perciò non ci pare fuori luogo – con tutte le cautele del caso – il paralle-
lismo con l’operazione culturale fatta dal Manzoni. La medietà non è «grigiore»
o mediocrità (nel senso moderno) o «povertà di linguaggio», ma equilibrio,
«giusto mezzo» nel contesto dato, misura tra due estremi, contro gli eccessi
verso l’alto o verso il basso, verso la tradizione o lo sperimentalismo, possi-
bile punto d’incontro tra due mondi, due codici e due sistemi segnici (per la
Deledda il sardo e l’italiano). Uno stile che ben corrispondeva peraltro al
profilo umano di una scrittrice riservata e schiva, orazianamente distante sia
dallo «squallido tugurio» («obsoleti tecti») che dalla sfarzosa «reggia da invidiare»
(«aula invidenda»). La medietas non è un limite ma, in questo caso, una virtù e
un tratto distintivo di un modello credibile e, appunto, perseguibile:

La Deledda ha prodotto il modello di romanzo in Sardegna. Quei panni che Don


Lisander aveva lavato in Arno per tutti gli italiani dopo di lui, la Deledda li ha lavati
in Istiritta per tutti i sardi, e non solo, dopo di lei. Questo è un fatto.43

Ma non solo. La scrittrice nuorese indicò una possibile e percorribile via


d’uscita a tutti quegli scrittori sardi più avvertiti e consapevoli, che nel Nove-
cento dovettero affrontare, da un punto di vista narrativo e linguistico, il vero
conflitto dei codici. La questione dirimente, infatti, fu come tenere insieme cultura
osservata (il mondo sardo) e cultura osservante (sardo-italica), come costruire un
narratore capace di raccogliere lo straordinario bagaglio conoscitivo di un
autore implicito figlio del suo mondo e profondo conoscitore dei suoi lin-
guaggi; un narratore che, ponendosi a una distanza minima dall’universo rap-
presentato, sapesse nello stesso tempo raccontare l’anima e il vissuto della
propria gente a un pubblico d’oltremare. Una completa estraneità linguistica,
culturale e morale rispetto al mondo narrato avrebbe, infatti, reso inautentica
e soprattutto incomprensibile l’operazione letteraria.

43 FOIS 2005, p. 9.

296
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

Anche per questo talvolta, per accrescere la naturalezza della resa mimetica
dell’ambiente, alcuni autori novecenteschi in lingua italiana hanno attinto (an-
che in anni recenti) dal ricco giacimento etnolinguistico, intraprendendo la
strada del mistilinguismo, della mescidanza e dell’ibridismo; opzioni certa-
mente più adeguate e rispondenti alla messa in scena di un microcosmo sar-
dofono. La Deledda per prima innestò con una certa sistematicità sul tronco
della lingua di derivazione toscana elementi autoctoni, procedimenti formali
del parlato e termini pescati dal contingente lessicale della lingua sarda; per
corrispondere all’intento mimetico di traducere, trasportare, un universo an-
tropologico fortemente connotato dentro un sistema linguistico altro; o vi-
ceversa, per modellare o rimodulare il codice letterario di riferimento (quello
della tradizione letteraria italiana scritta) su un sostrato linguistico diverso,
per secoli dell’oralità primaria e principale veicolo di comunicazione del tes-
suto semiotico e dei saperi della comunità rappresentata letterariamente.
Frequenti sono i calchi, i sardismi sintattici (con inversione dell’ordine) e
lessicali, le soluzioni bilingui, i modi di dire, le imprecazioni, le antifrasi e le
risposte in rima, i proverbi, gli intercalari, i tentativi di riprodurre intonazioni
o di ricalcare gli andamenti ritmici, i moduli linguistici legati all’oralità e, qual-
che volta, al canto. Ampiamente scandagliato in senso marcatamente etno-
linguistico risulta essere, inoltre, l’ambito dell’onomastica, della toponoma-
stica, dell’arte culinaria e della festa (nel 1908 il glottologo tedesco Max Leo-
pod Wagner, considerato il maggior studioso della linguistica sarda, le spedì
da Costantinopoli il suo volume su Gli elementi del lessico sardo). E tutto ciò
sarebbe dovuto accadere senza rinunciare – pena l’insuccesso editoriale e la
fuoriuscita da quei criteri inclusivi che andavano definendo i canoni estetici
e letterari nazionali – all’attrazione secolare e legittimante del modello to-
scano.
Queste scelte linguistiche marcate dall’ibridismo e dal meticciato determi-
narono peraltro una stratificazione del linguaggio che andò a rompere l’ef-
fetto monodico di alcune novelle e a preparare la polifonia dei suoi romanzi
migliori. E una tale consuetudine tutta mimetica, di riprodurre, modulandole,
le cadenze linguistiche del mondo isolano non poteva non investire in prima
istanza l’aspetto dialogico, scenico e drammatico del racconto, ovvero gli atti
linguistici di cui sono emittenti e riceventi i personaggi, cuore e motore
dell’universo semantico, e specularmente le attribuzioni, le qualità e la sfera
pragmatica in cui essi sono coinvolti:

pensato ci hai? (pessau b’as?); A due gambe come le galline (A duas ancas comente sas
puddas); Beato chi vi vede (Biadu a chie bos biet); Ogni piccola macchia porta piccole

297
DINO MANCA

orecchie (Cada tuppedda juchet oricredda); savia come l’acqua (sàpia che aba in bena); Che
il diavolo vi pettini (Chi bos pettenet su diaulu); Dio voglia (Deus cherjat).

È noto che attraverso l’arte e la letteratura, un popolo effettui la transizione


modellizzante e simbolica dal piano della natura a quello della cultura. La
Sardegna di Grazia sembra richiamare alla memoria del lettore immagini di
sogno e nostalgia insieme, immagini piene di colore e di profumo, vissute e
fortemente sentite. Attraverso questa trasfigurazione artistica e metaforica
dell’isola, si realizzò la sublimazione, junghianamente intesa, di una sorta di
inconscio collettivo, immenso archivio di simboli e miti che si era tramandata
nel tempo, di generazione in generazione, e che si era strutturata attorno ad
archetipi fondanti, a fantasie e a immagini primordiali e condivise, a un sen-
timento religioso e a modelli originari d’esperienza sedimentati nelle profon-
dità della psiche non solo dell’individuo ma di un intero popolo.
La ricorrenza di temi, motivi, figure, situazioni, percezioni, visioni del
mondo e della vita – riscontrabili in buona parte della produzione letteraria
sarda – derivava dall’enorme serbatoio di esperienze, che dovevano la loro
esistenza all’ereditarietà sociale di una comunità millenaria antropologica-
mente connotata (e non è un caso, ad esempio, il fatto che la sua opera testi-
moni di un interesse sistematico della scrittrice per la ricerca demologica).
Queste «possibilità ereditate di rappresentazioni» e una tale predisposizione
degli artisti sardi a riprodurre forme e immagini archetipiche, che corrispon-
devano alle esperienze storicamente e culturalmente compiute dalla propria
gente nello sviluppo storico di una coscienza individuale e collettiva, si so-
stanziarono letterariamente in topoi e isotopie sememiche che trovarono com-
piutezza nei romanzi della scrittrice nuorese. Anche per questo la Deledda
resta a tutt’oggi il grande modello degli autori isolani. La descrizione e la per-
cezione del paesaggio, il rapporto con la natura e con la madre terra, una
certa idea della vita e della storia, il sentimento dell’identità e dell’apparte-
nenza, la concezione del tempo e del mito, la rappresentazione dei perso-
naggi, il sentimento religioso, il tema della nostalgia e della memoria, l’idea di
insularità e di frontiera, il rapporto con l’altro, l’altrove e lo straniero, rappre-
sentano percorsi semantici ricorrenti e ossessivamente incombenti nelle
opere di molti scrittori e poeti in lingua sarda e italiana.

6. Grazia Deledda fu una donna schiva e riservata, dedita prevalentemente


alla scrittura e alla vita domestica e familiare. Non amò le ostentazioni e gli
eccessi, disdegnò la mondanità e il lusso. Perciò scelse con cura i circoli e i

298
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

salotti da frequentare. Non di rado accadeva che si schermisse sia dai com-
plimenti esagerati o dalle premure insistenti, sia dalle cattiverie e maldicenze
che pure la colpirono insieme a suo marito. E tuttavia fu nondimeno persona
caparbia e risoluta, operosa e intraprendente, che seppe gestire, con intelli-
genza e accortezza, i tanti rapporti che col tempo andò costruendo in Sar-
degna e fuori.
Le prime amicizie nacquero nell’isola così come, del resto, le prime osti-
lità. La Barbagia era diventata, a cavallo tra i due secoli, destinazione prefe-
rita di artisti, linguisti e antropologi. Dentro un ampio reticolo di relazioni
nacquero e si consolidarono rapporti fecondi, sodalizi duraturi e impor-
tanti, ma, va da sé, crebbero altresì incomprensioni, rivalità e conflitti. Tra
gli amici si ricordano i nuoresi Giacinto Satta, Antonio Ballero, Sebastiano
Satta e Francesco Cucca, i sassaresi Enrico Costa, Salvator Ruju, Luigi Falchi
e Pompeo Calvia, i cagliaritani Antonio Scano, Luigi Pompeiano, Felice Uda
e Ranieri Ugo. Le prime censure, per converso, arrivarono dalla comunità
d’origine, che mal giudicò le sue ambizioni letterarie.
Durante il periodo nuorese – segnato dai lutti e dai problemi familiari (la
morte del padre e delle sorelle Giovanna e Vincenza, l’etilismo del fratello
Santus, l’arresto del più giovane Andrea) – iniziò a stringere rapporti episto-
lari con Epaminonda Provaglio, Stanis (Stanislao) Manca, Giulio Cesari e
Angelo De Gubernatis. Del sassarese Stanis – il «gigante biondo», dei duchi
dell’Asinara, che la definì infelicemente «la nana» – si innamorò perduta-
mente:

Ah, non può esserci l’amore dell’anima? Eppure io non vi ho amato per la vostra
gigantesca persona! […] Dunque perché sono una nana devo tanto patire? Ma è mia
la colpa dunque?44

Una breve ma intensa relazione epistolare intrattenne, inoltre, con il gior-


nalista triestino Cesari, che nel romanzo Vigliaccherie femminili – uscito presso
la casa editrice Del Bianco di Udine nel 1892 (e da lei recensito su «Vita
Sarda») – traspose in finzione letteraria vicende riconducibili al loro rapporto
intrecciandole con motivi mutuati dalle opere dell’amico Italo Svevo (si narra
di «una vaporosa e appassionata corrispondenza» e dell’amore sbocciato tra
Giorgio Venturini, giovane scrittore, e «la zoppa» Melisenda, alias Serafina).45

44 Lettera di Grazia Deledda a Stanis Manca, Nuoro 24 febbraio 1894. Cfr. DELEDDA 2010, pp.

144-5.
45 Cfr. DEDOLA 2016.

299
DINO MANCA

E un’affettuosa amicizia, con tratti di intima confidenza, maturò col «pro-


fessor» De Gubernatis, figura centrale nel suo noviziato letterario e vero ar-
chetipo di Mentore. Nato a Torino il 7 aprile del 1840 in una famiglia di censo
modesto, suo nonno era stato capitano nell’esercito sardo e il padre funzio-
nario del ministero delle Finanze sabaudo. Aveva frequentato la scuola e
l’Università nella capitale laureandosi in Lettere nel 1862 (la sua laurea fu la
prima del regno d’Italia). Dopo un anno di assiduo e proficuo discepolato
berlinese, il ministro della Pubblica Istruzione nel primo gabinetto Minghetti,
l’arabista Michele Amari, tenuto informato dei progressi del giovane studioso
dal collega Weber, lo aveva richiamato in Italia per affidargli, all’età di ventitré
anni, in qualità di professore straordinario, la cattedra di sanscrito all’Istituto
di Studi Superiori di studi pratici e di perfezionamento di Firenze. In questo
contesto iniziò per lui una carriera e un’attività intellettuale e di ricerca come
appassionato studioso della cultura dell’India applicata, tramite l’indagine fi-
lologico-testuale, allo studio della mitologia e della letteratura comparata con
interessi profondi per la demologia e le tradizioni popolari.
Il venti novembre del 1893 la sua attività culminò con la fondazione della
Società nazionale per le tradizioni popolari che aveva raggiunto il numero di
ottocento soci e che era stata costituita con l’intento di recuperare e valoriz-
zare l’immenso patrimonio culturale delle regioni d’Italia.46 Dieci giorni dopo
uscì il numero inaugurale della «Rivista delle tradizioni popolari italiane»
(1893-1895), altra sua creatura, che raccolse intorno a sé un esercito di colla-
boratori e di ricercatori, dando spazio in modo particolare a leggende, fiabe
e novelle. Mediante la collaborazione alla rivista del De Gubernatis, per la
quale raccolse del materiale etnografico – diventando nel contempo una delle
ottocento socie della Società nazionale per le tradizioni popolari italiane –, la
giovane Grazia cominciò a introdursi nel sistema letterario nazionale.47

Nel marzo del 1900, dopo la conclusione della sua storia d’amore con An-
drea Pirodda (che si era innamorato della sua allieva Iginia Nesti) e il matri-
monio con Palmiro Madesani (funzionario del Ministero delle Finanze, co-
nosciuto a Cagliari nel salotto di Maria Manca) la Deledda si trasferì nella
capitale, in via Modena, vicino a via Nazionale. La Roma che la accolse era
una città che stava mutando rapidamente il suo volto per diventare una mo-
derna metropoli. Scelta a essere la capitale del nuovo Regno d’Italia, nell’arco

46 Cfr. MANCA 2005b.


47 Cfr. DELEDDA 2007.

300
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

di un trentennio aveva subìto un rapido e profondo processo di trasforma-


zione, raddoppiando il numero dei suoi abitanti (nel 1901 450 mila, nel 1911
542 mila) e conoscendo un primo massiccio fenomeno di urbanizzazione.
Nel variegato panorama culturale di fine secolo un ruolo rilevante rivesti-
rono le attività editoriali di Angelo Sommaruga e Angelo Perino, le riviste
letterarie e teatrali come «Cronaca bizantina», il «Rugantino», «Il Convito»,
«Ariel», «Il Corriere di Roma», «Capitan Fracassa», la «Nuova Antologia», il
«Folchetto», il «Travaso delle idee», il «Don Chisciotte», il «Torneo», il
«Giorno», la «Nuova Rassegna», «Il Carro di Tespi», «Cronache drammati-
che», nonché il singolare fervore creativo e la meritoria attività di promo-
zione, diffusione e raccordo di artisti, intellettuali e letterati, romani e non,
come Gabriele D’Annunzio, Luigi Pirandello, Matilde Serao, Eduardo Bou-
tet, Luigi Zanazzo, Cesare Pascarella, Carlo Alberto Salustri (Trilussa), Pietro
Cossa, Domenico Gnoli, Gaetano Carlo Chelli, Diego Angeli, Ugo Fleres,
Giovanni Faldella, Giustino Ferri e Giuseppe Mantica.48
La scrittrice nuorese non tardò a entrare in contatto con i cenacoli di intel-
lettuali e artisti più famosi e stimolanti della capitale. Nei circoli, nel vivace
ambiente di casa Cena (redattore de «La Nuova Antologia»), nei salotti della
contessa Lovatelli Caetani e dei coniugi Maraini, nelle case del conte Primoli
e dello scultore Prini, conobbe Marino Moretti, Federigo Tozzi, Antonio Fo-
gazzaro, Sibilla Aleramo, Luigi Pirandello, Angelo Celli, Duilio Cambellotti,
Giacomo Balla, Gino Severini, Umberto Boccioni, Umberto Prencipe e
Guelfo Civinini. Con alcuni di loro strinse duraturi legami di amicizia, sco-
prendo negli anni insospettate affinità elettive (nel caso di Moretti sono te-
stimoniate da un fitto carteggio che coprì un arco temporale di un decennio).
Ma soprattutto trovò nell’ambiente de «La Nuova Antologia» interlocutori
sensibili e recettivi, artisti e musicisti che la apprezzarono e la accolsero nella
loro sfera amicale (Plinio Nomellini, Arturo Dazzi, Lorenzo Viani e Galileo
Chini, alcuni di questi conosciuti a Viareggio durante i soggiorni estivi).49
Peraltro, la Deledda andava a buon diritto a costituire la prima fila di
quell’agguerrito gruppo di novellatrici il cui infoltirsi coincise con l’exploit
della stampa periodica, la cui declinazione al femminile provocò i sussulti e
attirò gli strali di critici e autori, tra cui il commediografo Camillo Antona
Traversi:

48 Cfr. BARTOCCINI 1985.


49 Cfr. TANDA 1992, pp. 41-70.

301
DINO MANCA

[…] donnine nevrotiche, non senz’ingegno, di leggiera e svariata coltura, divise da’
mariti, separate dagli amanti, signorine e signore al tempo stesso, divennero a un
tratto collaboratrici assidue de’ migliori giornali letterarj.50

Dai numerosi carteggi si comprende chiaramente quale sia stato il reticolo


di relazioni costruito negli anni e quale il livello e lo spessore dei rapporti
intercorsi tra la «self made woman» e il mondo culturale europeo (poeti, scrit-
tori, traduttori, artisti, editori, giornalisti, attori, musicisti, critici, medici).51 I
suoi romanzi furono tradotti in molte lingue e letti in tutta Europa. Lawrence
vergò la prefazione della traduzione in inglese del romanzo La madre.52 Verga
e Thovez furono due suoi estimatori. Condivise sentimenti di amicizia e di
stima altresì con Antonio Baldini, Georges Hérelle, Eleonora Duse, Matilde
Serao, Ada Negri, Alfredo Panzini, Antonio Beltramelli, Enrico Panzacchi,
Angelo Celli, Camille Mallarmé, Olga Resnevič Signorelli, Selma Lagerlöf,
Giacomo Puccini, Giulio Aristide Sartorio, Lina Sacchetti e Mercede Mun-
dula.
Nel 1905 firmò una petizione per la liberazione dalle carceri zariste dello
scrittore e drammaturgo russo Maksim Gor’kij, del quale nel 1901 aveva pre-
fato un’edizione in italiano de Il dramma del porto. Nel suo villino immerso nel
verde di via porto Maurizio – il cui studio fece arredare in arte sarda alla ditta
Fratelli Clemente di Sassari e che negli anni Trenta divenne via Imperia (dopo
via Modena, infatti, risiedette prima in via Sallustiana e poi in via Cadorna) –
accolse e ospitò, a volte nel suo orto-giardino, soprattutto familiari e amici.
Con le sorelle Nicolina e Peppina, che si erano trasferite a Roma nel 1912,
andando ad abitare in via Trapani, a qualche isolato di distanza, discutevano
di tutto e non di rado lo facevano in lingua sarda. Sempre nel 1912 frequentò,
intrattenendo una breve relazione, «più intellettuale che sentimentale»,53 il
critico Emilio Cecchi, più giovane di lei di dodici anni. Negli anni Trenta
andò a farle visita, nella sua casa di Cervia, Giuseppe Ungaretti. Con gli anni
rivestì, inoltre, un importante ruolo di cerniera tra artisti isolani (Salvator
Ruju, Antonio Ballero, Giuseppe Biasi, Francesco Ciusa, Mario Delitala, Sta-
nis Dessy, Federico e Melkiorre Melis, Bernardino Palazzi, Remo Branca,
Mario Mossa De Murtas, Filippo Figari, Felice Melis Marini) e mondo edito-
riale e culturale italiano (prevalentemente romano e toscano).

50 Cfr. ANTONA-TRAVERSI 1885, p. XX.


51 Cfr. DELEDDA 1959; DELEDDA 1966; DELEDDA 2007; DELEDDA 2010; PIRODDI 2016.
52 Cfr. DELEDDA 1928b.
53 Cfr. CIUSA 2016.

302
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

Abbastanza controverso fu invece il suo rapporto con Luigi Pirandello, che


conobbe e frequentò già nel primo periodo romano. Nel 1906 il dramma-
turgo siciliano iniziò a concepire un romanzo che si ispirava alla vicenda bio-
grafica «d’una illustre scrittrice allora vivente», in cui si poteva riconoscere
soprattutto il marito, Palmiro Madesani (Giustino Boggiolo), procuratore e
agente pubblicitario, tutto impegnato nella frenetica attività di promozione
dell’immagine della moglie (Silvia Roncella alias Grazia Deledda). L’editore
Treves rifiutò di pubblicare il libro che tuttavia uscì, col titolo Suo marito, nel
1911 presso la casa editrice Quattrini di Firenze, provocando le reazioni della
società romana e suscitando l’indignazione della donna sarda. Esaurita la
prima edizione l’autore non permise la ristampa ma pensò invece di riscri-
verlo «da cima a fondo» vent’anni dopo col nuovo titolo Giustino Roncella nato
Boggiòlo. Alla sua morte, però, di lì a poco sopraggiunta, il lavoro di revisione
si fermò a metà dell’opera.54
Se con il trasferimento a Roma l’orizzonte della scrittrice si era allargato,
quasi di colpo, lo stesso può dirsi relativamente alla sua attività pubblicistica,
quando dalla metropoli capitolina la sua attenzione si spostò a Milano.
La Deledda cominciò, infatti, l’undici novembre 1909 la collaborazione al
«Corriere della Sera», con la pubblicazione della novella La porta aperta (dei
retroscena editoriali vi è ampia testimonianza nel carteggio conservato presso
l’Archivio storico della testata).
Gran parte delle lettere della scrittrice sono indirizzate a Luigi Albertini,
suo primo talent scout nell’illuminarla sui segreti della scrittura terzapaginista
in un quotidiano dalla grande tiratura. Egli ne fu direttore insieme al fratello
Alberto, dal 1900 al 1925. Sotto la loro guida il «Corsera» divenne – oltre che
il principale organo informativo di opposizione al regime – uno dei più dif-
fusi e autorevoli giornali d’Europa.55 In verità la scrittrice sarda già prima era
finita sulle pagine del quotidiano, quando il suo romanzo Nostalgie56 aveva
incontrato la stroncatura («questo è il romanzo d’una provinciale»)57 di Ugo
Ojetti, amico di Pirandello, al tempo semplice collaboratore della testata. Con
lui la Deledda ebbe rapporti difficili:

Il racconto e i personaggi di Nostalgie sono tanto mediocri e monotoni che ogni con-
tadino sardo nell’Elias Portolu o in Cenere vale più di loro e con un sol gesto avvince
più tenacemente la nostra attenzione. Siamo tra gl’impiegati dello Stato, ottima gente

54 Cfr. PIRANDELLO 1911; 1941.


55 Cfr. ALBERTINI 1947; CASTRONOVO-TRANFAGLIA 1980.
56 Cfr. DELEDDA 1905.
57 Cfr. OJETTI 1905.

303
DINO MANCA

[...] meno goffa di quel che pensi in questo libro la signora Deledda [...] moglie di un
impiegato del Tesoro [...].58

Anni avanti, la possibilità – contemplata, pur con titubanza, dalla scrittrice


– di collaborare con «Il Secolo», determinò la rottura con il quotidiano di
via Solferino, diretto allora proprio da Ojetti:

Se la signora Deledda desidera romperla col Corriere dopo la cordialità con cui
sempre è stata trattata [...] faccia pure. Io ho per lei, scrittrice, una altissima stima:
questa stima non muterà. ma l’offesa che deliberatamente ella vuol fare al giornale
da me diretto, né la tollero, né la dimentico. 59

Solo dopo il conferimento del Nobel il «Corriere» fece di tutto per ria-
verla tra le sue firme:

Anzitutto ringraziamenti vivissimi per le onoranze che le hanno fatto gli scan-
dinavi [...] ridondano a onore dell’Italia e della letteratura italiana. 60

La scrittrice non fece attendere la propria risposta, comprensiva e conci-


liante. Del resto aveva sempre accettato con elasticità consigli e rilievi,
avendo contezza dei meccanismi che regolavano i rapporti tra collaboratori-
corrispondenti e redattori-impaginatori. Una capacità, quella di tessere rela-
zioni durature e proficue, che anche Antonio Baldini, capo redattore della
«Nuova Antologia», non mancò di sottolineare. Con la Deledda Baldini era
legato da un rapporto di consuetudine testimoniato da quindici anni di in-
contri cervesi (dal 1920 al 1935).61 Nel volume Salti di gomitolo, ad esempio,
l’amico romano le dedicò il capitolo Grazia Bravamano (più tardi soprannomi-
nata «Grazia Senzagrilli»), definendola «la più giudiziosa e intellettualmente
più spregiudicata delle scrittrici italiane».62 Con toni simili si espresse Marino
Moretti raccontando nel volume Il libro dei miei amici gli incontri fra Deledda
e un altro novelliere in forze al «Corriere», Alfredo Panzini.63 La stima da
parte di entrambi fu profonda, se Panzini ebbe a scrivere che «quella piccola
signora è la grande scrittrice Grazia Deledda».

58 Cfr. OJETTI 1905; PIRODDI 2016, p. XXIX.


59 Lettera di Luigi Bottazzi a Ugo Ojetti, Milano 18 marzo 1926. Cfr. PIRODDI 2016, p. 41.
60 Lettera di Maffio Maffii a Grazia Deledda, Milano, 22 dicembre 1927. Cfr. PIRODDI 2016, p.

49.
61 Cfr. BALDINI-MORETTI 1997; BALDINI-CECCHI 2003.
62 Cfr. BALDINI 1920, pp. 109-13.
63 Cfr. MORETTI 1960.

304
Il romanzo della Deledda nel Novecento europeo

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DELEDDA 1928a. Grazia D., Elias Portolu, Milano, Fratelli Treves Editori.

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313
L’esotico e il narrativo in un romanzo d’inizio secolo

L’ESOTICO E IL NARRATIVO. VARIANTI D’AUTORE, INTERTESTUALITÀ,


CONTAMINAZIONI LINGUISTICHE IN UN ROMANZO ITALIANO D’INIZIO SECOLO

Dino Manca

Il romanzo Muni Rosa del Suf di Francesco Cucca ci è stato trasmesso at-
traverso un dattiloscritto ritrovato a Napoli, nello studio dello scrittore, qual-
che giorno dopo la sua morte avvenuta nel giugno del 1947.1 Il testimone
unico, esemplato da mano autorale su un autografo andato perduto, si trova
oggi conservato presso la biblioteca privata del nipote a Mentana.
L’elaborato (D) ― che ha trasmesso testimonianza totale e strutturalmente
compiuta del romanzo (e dal quale si è approntata una nostra edizione nel
1996)2 ― si compone di duecentouno carte sciolte, forate sulla sinistra (per
raccoglitore ad anelli), progressivamente numerate, con correzioni autografe
realizzate con penna a inchiostro nero.
La numerazione a stampa, moderna, progressiva, in cifre arabe, senza cor-
rezioni, va da pagina 1 a pagina 200, vergata in alto al centro di ogni carta, e
coincide con l’esatto contenuto narrativo del romanzo. Ogni carta misura
297x210 mm. circa. Lo specchio di scrittura è, quando a pagina piena, con-
tenuto nel recto e nel verso entro le ventisei interlinee. Lo stato di conserva-
zione del testimone è buono.
Il testo è anopistografo, a piena pagina, tranne qualche eccezione. In cauda
esso reca due date che circoscrivono un preciso arco temporale e che cre-
diamo coincidano col periodo di gestazione e di rielaborazione dell’opera:
1903-1912.
Relativamente all’intitolazione dell’opera, nel recto della prima carta non nu-
merata, scritto a stampa si legge: FRANCESCO CUCCA | MUNI | ROSA DEL
SUF | ROMANZO AFRICANO. Più in basso, aggiunto verosimilmente da mano
aliena (e certamente seriore) compare, eseguita a penna con inchiostro nero,
la scritta in stampatello che così recita: Inedito.
La materia narrativa si organizza tramite partizione in capitoli (da I a
XXIII) e secondo un’architettura fatta di brevi blocchi di testo, con poche
spaziature ma numerosi capoversi.
In quest’ultima e definitiva fase redazionale il lavoro correttorio risulta es-
sere stato poco sostenuto. Proponiamo dunque a seguire un quadro sinottico
di tale processo revisorio ponendo a confronto la lezione primitiva (D) con

1 Sulla personalità e l’opera di Francesco Cucca cfr. MANCA 1996, pp. 314.
2 Cfr. CUCCA 1996.

315
DINO MANCA

quella emendata (D1) con i rispettivi contenuti narrativi e il numero delle


carte corrispondenti:

D D1

CARTA NUMERATA 1 CARTA NUMERATA 1

trascorsero scevri di avventure e patimenti trascorsero scevri di avventure e di patimenti

CARTA NUMERATA 2 CARTA NUMERATA 2


assuefarsi; rendevano difficile assuefarsi, rendevano difficile
loaccoglievano lo accoglievano

CARTA NUMERATA 3 CARTA NUMERATA 3


si era vestito d’arabo si era vestito da arabo
non più un figlio non più un figliolo

CARTA NUMERATA 4 CARTA NUMERATA 4


si affettò si affrettò

CARTA NUMERATA 5 CARTA NUMERATA 5


vilaggio villaggio
solecito sollecito
dilleguò dileguò

CARTA NUMERATA 6 CARTA NUMERATA 6


strepido strepito
nel tego, a voci di tronche dal tergo, a voci tronche

CARTA NUMERATA 7 CARTA NUMERATA 7


camino cammino
givenca giovenca

CARTA NUMERATA 9 CARTA NUMERATA 9


Il vento se n’era voltato via portandosi dietro, Il vento se n’era volato via portandosi dietro

316
L’esotico e il narrativo in un romanzo d’inizio secolo

CARTA NUMERATA 10 CARTA NUMERATA 10


fratelloi fratelli
per non lasciati per non lasciarti
gioelli gioielli

CARTA NUMERATA 11 CARTA NUMERATA 11


quanto tempo, che non prendevo quanto tempo, non prendevo
mncare mancare

CARTA NUMERATA 12 CARTA NUMERATA 12


superbe cavalcature; a piedi e coperti di cenci superbe cavalcature, a piedi e coperti di cenci

CARTA NUMERATA 15 CARTA NUMERATA 15


fatasia fantasia

CARTA NUMERATA 16 CARTA NUMERATA 16


in mezzo agli audaci, che ambivano in mezzo agli audaci che ambivano
I suonatori che sanno a quale ritmo I suonatori, che sanno a quale ritmo
La ardente applauso L’ardente applauso

CARTA NUMERATA 17 CARTA NUMERATA 17


nella corsa folla nella corsa folle
Così, cavalli e cavalieri uno per uno, Così, cavalli e cavalieri, uno per uno,
stacava stancava

CARTA NUMERATA 36 CARTA NUMERATA 36


gorgoglianti gorgoglianti

CARTA NUMERATA 41 CARTA NUMERATA 41


adosso addosso
atterai atterrai

CARTA NUMERATA 43 CARTA NUMERATA 43


succesivo successivo

317
DINO MANCA

peso de la soma peso della soma


Su lungo collo Sul lungo collo

CARTA NUMERATA 43 CARTA NUMERATA 43


novo ideale nuovo ideale
abbadonarono abbandonarono
degli sciotte delle dune degli sciotte [sciott, shoöö, chott] e delle dune

CARTA NUMERATA 57 CARTA NUMERATA 57


sotto cenci di rossi sotto cenci rossi
Tuto Tutto

CARTA NUMERATA 63 CARTA NUMERATA 63


tapeti tappeti
corso del’uèd corso de l’uèd

CARTA NUMERATA 64 CARTA NUMERATA 64


Si atende Si attende
Sì-Mohmùd Sì-Mohamùd

CARTA NUMERATA 66 CARTA NUMERATA 66


del instrumento dello strumento

note che tra lo strepito degli istrumenti africani pa- note che tra lo strepito degli istrumenti africani pare-
reva gridi implorazioni vano gridi e implorazioni

Làkhdar, confuso nella folla errando di qua e di là Làkhdar, confuso nella folla errando di quà e di là,
quasi quasi
Sì-Mohmùd Sì-Mohamùd

CARTA NUMERATA 67 CARTA NUMERATA 67


andiamo nascondersi andiamo a nasconderci

crederanno a una mia avventura crederanno ad una mia avventura

si curvo si curvò

accovaccio accovacciò

318
L’esotico e il narrativo in un romanzo d’inizio secolo

inghioti inghiotì

bruccia brucia

CARTA NUMERATA 68 CARTA NUMERATA 68


Occhi, rosa della mia vita Muni, pupilla dei miei occhi, rosa della mia vita
s’allontanò si allontanò

Muni, seguita dalla Slughia, gli occhi lucenti dalla fe- Muni, seguita dalla fedele Slughia, gli occhi lucenti di
licità felicità

CARTA NUMERATA 69 CARTA NUMERATA 69

Làkhdar vide Maklùf, scambiarono poche parole. Làkhdar vide Maklùf, scambiarono poche parole.
Làkhdar seguiva la rude nomade. Maklùf seguiva la sua rude nomade.

CARTA NUMERATA 70 CARTA NUMERATA 70

avvanzare passo a passo, palmo a palmo. avanzare a passo a passo, a palmo a palmo.

dalle sue nennie dalle sue nenie

Non vedet Non vedeva

la sciava negra la schiava negra

no s’è accorto non s’è accorto

CARTA NUMERATA 73 CARTA NUMERATA 70

Sicuro da sé Sicuro di sé

Helima Halima

CARTA NUMERATA 74 CARTA NUMERATA 74

prendeva dalle sue labbra pendeva dalle sue labbra

le tentazione la tentazione

CARTA NUMERATA 77 CARTA NUMERATA 77

spargono veleno sullo amore spargono veleno sull’amore

CARTA NUMERATA 79 CARTA NUMERATA 79

il cui fumo biancastro, quasi evaporato fosse dalla luna il cui fumo biancastro, fosse quasi evaporato dalla luna

319
DINO MANCA

CARTA NUMERATA 82 CARTA NUMERATA 82

tuniche di veluto tuniche di velluto

CARTA NUMERATA 83 CARTA NUMERATA 83

dasse desse

CARTA NUMERATA 88 CARTA NUMERATA 88

cuore di jena cuor di jena

CARTA NUMERATA 89 CARTA NUMERATA 89

livelata livellata

rimodelata rimodellata

cavalliere cavaliere

lo improvviso l’improvviso

porto portò

attiro attirò

CARTA NUMERATA 91 CARTA NUMERATA 91

tuggùrt Tuggùrt

CARTA NUMERATA 92 CARTA NUMERATA 92

si erano allontanati fra le dune si erano celati. si erano allontanati fra le dune dove si erano celati.

milùd Milùd

senti sentì

sveglio svegliò

usci uscì

320
L’esotico e il narrativo in un romanzo d’inizio secolo

CARTA NUMERATA 93 CARTA NUMERATA 93

senti sentì

dallo aspetto dall’ aspetto

L’alba dal ciglio dell’alta luna, L’alba, dal ciglio dell’alta luna,

ondulaggiante onduleggiante

cosi così

senza rendersene conto senza rendersene conto,

CARTA NUMERATA 94 CARTA NUMERATA 94

signore dell’aurora Signore dell’aurora

CARTA NUMERATA 102 CARTA NUMERATA 102

nelle terre nel settentrione nelle terre del settentrione

pioggie piogge

CARTA NUMERATA 103 CARTA NUMERATA 103

Conducendo i dromedarî Conducevano i dromedarî

CARTA NUMERATA 118 CARTA NUMERATA 118

quando il paese taceva e porte erano chiuse quando il paese taceva e le porte erano chiuse

spala spalla

quando a levarsi della luna quando al levarsi della luna

CARTA NUMERATA 119 CARTA NUMERATA 119

fra i capelli, nella cintura fra i gioielli fra i capelli, nella cintura, fra i gioielli

CARTA NUMERATA 120 CARTA NUMERATA 120

entro le chiuse mure entro le chiuse mura

321
DINO MANCA

CARTA NUMERATA 124 CARTA NUMERATA 124

Essendomi accorta che se è il servo di Allàh Essendomi poi accorta che se scioux Ahmed è il servo di
Allàh
Comincierano Comincieranno

belezza bellezza

CARTA NUMERATA 125 CARTA NUMERATA 125

venderlo vederlo

CARTA NUMERATA 130 CARTA NUMERATA 130

aguato agguato

CARTA NUMERATA 138 CARTA NUMERATA 138

bilanceta bilancetta

CARTA NUMERATA 143 CARTA NUMERATA 143

suggelò suggellò

CARTA NUMERATA 145 CARTA NUMERATA 145

smarisce smarrisce

egli, l’uomo, cammina mentre egli, l’uomo, cammina

CARTA NUMERATA 150 CARTA NUMERATA 150


fuggittive fuggitive

CARTA NUMERATA 157 CARTA NUMERATA 157


dormiente dormente
le viandanti chiusi le viandanti chiuse

CARTA NUMERATA 158 CARTA NUMERATA 158


tingeasi tingevasi

322
L’esotico e il narrativo in un romanzo d’inizio secolo

CARTA NUMERATA 159 CARTA NUMERATA 159


mutava il fulgore la sua porpora mutava il fulgore della sua porpora
quasi risentiva quasi risentita

CARTA NUMERATA 159 CARTA NUMERATA 159


come fiori al sole che li accarezza come fiori al sole che li carezza

CARTA NUMERATA 160 CARTA NUMERATA 160


diffesa difesa

CARTA NUMERATA 162 CARTA NUMERATA 162


la strada dei fuggiaschi percorsa la strada percorsa dai fuggiaschi

CARTA NUMERATA 164 CARTA NUMERATA 164


smarite smarrite

CARTA NUMERATA 164-165 CARTA NUMERATA 164-165


perseguono il proprio sogno invano perseguono invano il proprio sogno

CARTA NUMERATA 167 CARTA NUMERATA 167


nesuno nessuno

CARTA NUMERATA 168 CARTA NUMERATA 168


capretto cappretto
le provviste che teneva in servo le provviste che teneva in serbo

CARTA NUMERATA 171 CARTA NUMERATA 171

sabioso sabbioso

vilaggio villaggio

CARTA NUMERATA 173 CARTA NUMERATA 173

pecato peccato

323
DINO MANCA

CARTA NUMERATA 174 CARTA NUMERATA 174


pecato peccato

CARTA NUMERATA 176 CARTA NUMERATA 176

Muni essersi spaventata Muni deve essersi spaventata


acoglierla accoglierla

CARTA NUMERATA 178 CARTA NUMERATA 178

bone notizie buone notizie

CARTA NUMERATA 179 CARTA NUMERATA 179

Sapeva che Làkhdar Sapeva Làkhdar

CARTA NUMERATA 180 CARTA NUMERATA 180

Una sera disse Una sera Aiscia disse

CARTA NUMERATA 182 CARTA NUMERATA 182

la veccia la vecchia
la veccia la vecchia
-I giovani hanno meno di pazienza -I giovani hanno meno pazienza

CARTA NUMERATA 185 CARTA NUMERATA 185

da canto suo dal canto suo


emeticamente ermeticamente

CARTA NUMERATA 187 CARTA NUMERATA 187

protegerà proteggerà

324
L’esotico e il narrativo in un romanzo d’inizio secolo

CARTA NUMERATA 188 CARTA NUMERATA 188

avicinò calamaio e penna, un vecchio registro chiuso si avvicinò calamaio e penna, un vecchio registro dal quale
servì strappò un foglio non scritto; del registro chiuso si servì

in modo che la vecchia lo seguisse e potesse intervenire in modo che la vecchia potesse intervenire

CARTA NUMERATA 189 CARTA NUMERATA 189

la notizia recò gioia la notizia non recò gioia

CARTA NUMERATA 193 CARTA NUMERATA 193

spiloni spilloni

CARTA NUMERATA 194 CARTA NUMERATA 194

adormentarono addormentarono

occheggiare occhieggiare

CARTA NUMERATA 196 CARTA NUMERATA 196

Aiscia entrò in una gargetta, acquistò del pane Aiscia acquistò del pane
Le gargette ed i caffè moreschi si chiudevano ed i caffè moreschi si chiudevano
Li bacciò Li baciò

CARTA NUMERATA 197 CARTA NUMERATA 197

Avete dromedario Avete un dromedario


Quanti portoni si aprirono, quanti Quanti portoni si aprirono, quanti!

CARTA NUMERATA 198 CARTA NUMERATA 198

i Fundùk i fundùk
amassano ammassano

325
DINO MANCA

tuggùrt Tuggùrt

placidi, abitatori dell’oasi placidi abitatori dell’oasi

con rapidità del pensiero con la rapidità del pensiero

Ripercorso il cammino Ripercorse il cammino

La trama è costituita da un insieme di motivi caratteristici e si sorregge su


un impianto che è il frutto di elementi differenti. I motivi sono quelli dell'in-
contro, dell'abbandono, dell'acquisizione, della perdita, della ricerca, della
morte.
Un giovane europeo di nome Làkhdar, giunto in Africa per ragioni di la-
voro, decide, con dolore consapevole, di abbandonare la sua vecchia civiltà
per diventare arabo. Rinunzia alle vesti e ai costumi occidentali, si spoglia
completamente delle usanze del suo popolo e abbraccia in modo totale, mo-
ralmente e intellettualmente, anche nell'aspetto esteriore e fin nei minimi par-
ticolari, l'universo musulmano: nel modo d'essere, di vestire, di salutare, di
intendere la vita e le cose:

Non voleva pronunziare né ricordare il proprio nome. Spinto, più che dalla miseria,
dall'irrequietudine della sua giovinezza senza vincoli familiari, aveva lasciato la sua
terra. Salpato in una notte stellata, dopo un breve tratto di mare trascorso sul ponte
di un vecchio piroscafo, fu in terra d'Africa. Tunisi, formicolaio cosmopolita, con i
suoi atteggiamenti di città europea, gli riuscì odiosa. Le solitudini sconfinate della
campagna, delle foreste e dei deserti, l'azzurro perenne del cielo, l'abbraccio ardente
del sole, la purità delle notti cariche di stelle lo avvinsero. Col suo randello di cammi-
nante dietro la nuca e il tesoro di giovinezza nell'anima, ebbe principio la sua vita
africana, anzi d'africano.3

Inizia così, in linea con l’ìncipit della migliore narrativa esotica, Muni rosa del
Suf. Ambientata in quella landa sconfinata e insigne «che ci rende migliori, ci
esalta e ci innalza al di sopra di noi stessi» ― come ebbe a scrivere Ernest
Psichari nel suo primo libro di sapore africano Terre de soleil et de sommeil (1908)
―, l'opera del Nostro si colloca appieno nella temperie storico-culturale pro-
pria di quella letteratura d'argomento maghrebino che, a cavallo fra Otto-
cento e Novecento, entro la ricerca di avventura ed esotismo e dinanzi allo
charme subtil et malfaisant del deserto, cercò di soddisfare e tradurre in scrittura
un'esigenza profonda e talvolta ossessiva di rigenerazione spirituale e arti-

3 CUCCA 1996, p. 7.

326
L’esotico e il narrativo in un romanzo d’inizio secolo

stica; esigenza questa, fortemente sentita e intimamente condivisa da nume-


rosi intellettuali francofoni di fin de siècle ed oltre, come Pierre Loti, Isabelle
Eberhardt, André Gide, Montherlant, Ernest Psichari, fino al più recente Al-
bert Camus.
Dietro l'horrible médiocrite della vita borghese e la sofferta percezione di una
crisi devastante legata alla mancanza di valori e di ideali (quel nouveau mal du
siècle che segnò per alcuni il tormentato retroterra delle future evoluzioni ar-
tistiche e ideologiche), i più avvertiti scelsero, fra ansie mistiche e passioni
nazionaliste maturate nei rigidi ambienti militari (Loti e Psichari), di evadere
nelle calde terre del sud, alla disperata ricerca «d'un'inebriante liberazione»,
per dirla con Gide.
Per molti di questi scrittori il nord Africa, locus amoenus e fascinoso miraggio
d'oltremare, fu il luogo della trasfigurazione e dell'evasione mitica, delle emo-
zioni e delle suggestioni incantatorie, della fantasmagoria e del meraviglioso,
delle esplosioni dei linguaggi dei colori, della tradizione e delle leggende, delle
atmosfere d'incanto favolistico, impalpabili, surreali, fatalmente sospese fra
immaginazione e realtà, visione e follia.
Si trattò di una letteratura specifica che attinse da questa sorta di terre fatale
temi e motivi, miti e archetipi, sfondi e cornici, fauna umana e ritratti per le
trame più disparate e avvincenti; una produzione le cui origini andrebbero
pertanto ricercate non solo nei modelli letterari d'oltr'alpe, ma anche nella
tradizione araba o berbera, scritta e orale. Andrebbero ripescate da quella
tradizione cosi feconda e così diffusa di narratori raminghi e suonatori di
zocra, di ràhita, di ghenìbri, di sgiuàk, di ghesba, di rapsodi estemporanei e rulla-
tori di bendìr, di cantori erranti e fumatori di kif, di figure che popolavano le
notti africane nei caffè moreschi e gremivano i suk colorati e chiassosi o di
quella dolente umanità che viveva di espedienti nei vicoli vividi e tetri delle
città del nord (ritornano alla mente le belle descrizioni del Cairo consegnateci
da Nagib Mahfuz in Vicolo del mortaio).
Molti di questi esistenti troviamo rappresentati, con semplicità e raffina-
tezza, nelle opere di Francesco Cucca, così vicini nondimeno a taluni profili
tipici della seriore e più recente letteratura maghrebina (della cosiddetta «ge-
nerazione di rottura»), nella quale spicca fra tutti la personalità del maroc-
chino Tahar Ben Jelloun (si pensi a Bouchaib, il narratore ramingo che com-
pare nelle prime pagine di Notte fatale). Una galleria di tipi eterogenea e com-
posita dunque, che il «piccolo sardo» conobbe da vicino durante la sua lunga
permanenza africana e la cui miseria lo riportò talvolta a riflettere sulla triste
condizione della propria isola: terra così vicina e ciò nonostante irrimediabil-
mente lontana.

327
DINO MANCA

Nei villaggi più interni e sperduti (villaggi ad alto livello resistenziale,


espressione di culture indigene), Cucca seppe misurare, senza etnocentrismi
ed esclusivismi di sorta, il grado di alterità e di opposizione delle genti mu-
sulmane impegnate a rompere il capestro coloniale. Sarebbe tuttavia fallace
non tenere conto nella generale produzione letteraria d'argomento maghre-
bino dell'originalità di ogni autore e della fondamentale diversità secondo i
luoghi e i momenti. Ed è per questo che bisognerebbe ritornare alla Sardegna
se si volessero per davvero comprendere la personalità e l'opera dell'autore
di Muni.
Tutta l'esperienza artistico-letteraria di Francesco Cucca infatti, si svolse
all'interno di un milieu che vide Nuoro e la Sardegna, oltre che l'Africa, pro-
tagoniste prime del suo processo di formazione. Resta indubitabile e nel con-
tempo fatto imprescindibile che il poeta barbaricino abbia vissuto per circa
trentasette anni in Tunisia, Algeria e Marocco, e che da lì abbia attinto molti
dei motivi, dei caratteri e degli ambienti che furono parte integrante e colore
della sua opera. Ma è altresì vero che egli si fece arabo «senza cessare, per
questo, di essere sardo […] e senza questa duplice connotazione della cultura
e della psicologia non è possibile intenderne né la vita né l'opera».4
Muni rosa del Suf, come già scritto, fu composto negli anni fra il 1903 e il
1912. Lo studio dell'opera si è compiuto sul dattiloscritto ritrovato a Napoli,
nella casa del poeta, poco dopo la sua morte.5 La trama è costituita da un
insieme di motivi caratteristici e si sorregge su un impianto che è il frutto di
elementi differenti. I motivi sono quelli dell'incontro, dell'abbandono, dell'ac-
quisizione, della perdita, della ricerca, della morte (questa non per i protago-
nisti). Un giovane e una fanciulla si incontrano inaspettatamente e sono su-
bito avvinti da improvvisa e invincibile passione. Il loro amore però incontra
degli ostacoli che ritardano il momento del matrimonio e il destino vuole che
i due innamorati stiano divisi. Ma essi si cercano, si trovano e di nuovo si
perdono. L'intervento di amici inattesi o nemici imprevisti, di fattucchiere e
di filtri magici, di servi e parenti, di vecchi avari e rigattieri (si confrontino le
figure di Scioux Ahmed, padre di Muni e dell'ebreo Mùsci con taluni personaggi
propri della commedia plautina), di incidenti ed eventi tragici, assolve una
funzione centrale. Tutto sembra precipitare finché la storia non si conclude
con la felice unione degli innamorati e la consolazione del servo. L'impianto
che sorregge la narrazione ha in sé diversi aspetti sia del romanzo antico (che,
secondo Bachtin, è d'avventure e di prove di castità, di fedeltà, di nobiltà

4 MARCI 1991, p. 71.


5 L’elaborato mi fu consegnato a Roma dal nipote Salvatore.

328
L’esotico e il narrativo in un romanzo d’inizio secolo

d'animo, d'amicizia, di coraggio di forza), sia del romanzo amoroso e pasto-


rale, calato in una spazialità non necessariamente piccola ma tuttavia limitata,
non legata ad altri luoghi che non siano quelli dei monti, delle rupi, delle valli,
delle contrade desolate, dove tutto corrisponde ai requisiti del microcosmo
autosufficiente e protettivo. Per altro i motivi del tradimento, dell'adulterio e
della gelosia, che potrebbero ricordare quelli propri del romanzo e del teatro
borghese e i caratteri della letteratura ottocentesca, vengono piuttosto attinti
dai modelli della cultura maghrebina osservata dallo scrittore in vivo e in loco.
Ma non solo. Le bellissime scene di bardana, la significativa rottura di una
consuetudine, di un codice comportamentale e i dissapori nati in ragione di
questo tra Kastùn, l'ardito razziatore, su balente, e Làkhdar, l'amico che a ciò si
ribella («Non rubiamo alla povera gente...miriamo alle grandi mandrie dei
rumi...» «No, no, non si deve mai rubare. La roba degli altri brucia le mani e
offusca il pensiero... Kastùn, Kastùn! Io non posso vivere vicino a un ladro!...
Se vuoi che non vada via, smetti furti e contrabbando, pessime azioni che a
te sembrano prodezze»), le gare di cavalli (la Fantasia), le nenie, la musica
come evento collettivo, i suoni gutturali e le voci tronche, i canti melopici,
senza misura, lenti e dolci («vagabondaggio senza mèta, non viaggio con iti-
nerario deliberato») lenimento e conforto di una vita ingrata ed errabonda,
espressione di un popolo selvaggio e primitivo colto nel suo fatale andare, le
lande arse dal sole, la luminosità abbacinante, le fanciulle con gli occhi di
fuoco, le avventure e i racconti di caccia (veri e propri contos de fochile un po'
come quelli, intrisi di risonanze ancestrali, che si ritrovano nel Cinghiale del
diavolo di Emilio Lussu), la forte solidarietà del gruppo (la dromedaria uccisa,
risarcita dalla tribù), la lingua («Avverti Fulanu [su tale] che le bestie sono in
luogo sicuro [in locu sicuru]», «Statevi col bene [Istae bos bene]», «Siamo in parola
[Abbarramus in paragula]», «Muni mise gli occhi su te [che l’at postu sos ocros su-
pra]») talune modalità espressive; tutto ciò catapulta il lettore in terra d'Ich-
nusìa, nelle aperte tanche della Barbagia e del Goceano, fra greggi e armenti,
forre e brughiere, manti d'orbace e pastori erranti col vincastro.
La Sardegna, la sua anima, la sua cultura riemergono con forza come dallo
sfondo di un paesaggio carsico, quasi espressioni di bisogni subliminali, e si
sovrappongono, senza confliggere ma contaminandolo, coll'universo magh-
rebino. L'idea dell'autore che il lettore desume dalle informazioni presenti nel
testo, rimanda talvolta direttamente ad un livello di comunicazione extradie-
getico ed extratestuale, ovverosia alla figura stessa dello scrittore biografica-
mente individuato, quasi a un alter ego. La vita del personaggio protagonista,
ad esempio (il giovane che, spinto dall'irrequietudine e in parte dalla miseria,
lascia la sua terra con una casacca di velluto oscuro e sbarca in Africa e che a

329
DINO MANCA

tratti assomiglia ai giovani ufficiali di marina travolti dalla torbida passione,


descritti con successo da Pierre Loti), non può non far ricordare la triste e
raminga giovinezza del Cucca. E il richiamo inquieto alla propria infanzia,
che ad un certo punto scuote lo spirito di Làkhdar, si concilia con la strug-
gente nostalgia che in altre pagine dell'opera diviene la migliore ispirazione
dello scrittore. La lingua è ricercata. Abbondano i preziosismi ed i momenti
lirici del testo. Anche lì dove la storia si fa più avventurosa e movimentata, la
prosa non abbandona mai le alte zone delle gerarchie espressive.
In Muni si assiste ad una rielaborazione della scrittura prosastica nella dire-
zione della poesia, e non per scelte solamente lessicali. Infatti la mancanza di
una pluralità dialogica e discorsiva, la tendenza all'uniformità narrativa e
strutturale, la convenzione della trasposizione della citazione dallo stile col-
loquiale a quello letterario, l'assenza di una vera e propria stratificazione del
linguaggio (dialetti, gerghi, modi di dire), si risolvono nella monodiscorsività
e realizzano complessivamente una sorta di effetto monodico (ciò richiama
la figura letteraria del Cucca alla coerenza con altri personaggi di fine Otto-
cento - inizio Novecento, non ultimo Gabriele D'Annunzio). Gli ambienti
vengono presentati attraverso suggestive visioni panoramiche.
Prevale la raffigurazione pittorica e oleografica, a tratti un po' barocca di
spazi aperti e ariosi, di paesaggi ed immagini esotiche. La rappresentazione
lirica e soggettiva del mondo naturale viene colta da una percezione in pre-
valenza visiva (Gaston Bachelard parlò del Loti come di un grande scrittore
della qualità visuale); è qui che il narratore-descrittore raggiunge i suoi risultati
migliori. La fauna umana che abita il microcosmo africano è composta di
cacciatori, mercanti, pastori, cammellieri, servi, carovanieri, ballerine, suona-
tori di sgiuàk e ghesba, tabàla e darbùka, fattucchiere, poeti estemporanei, donne
belle e perverse, fanciulle dissolute e lussuriose. La loro descrizione tutta di
maniera, secondo profili canonici e estetizzanti richiama alla memoria una
galleria di ritratti già visti (più che le femmes di Baudelaire, qui si respira la
sensualità fatale e perversa del D'Annunzio).
L'immagine che si specifica durante la lettura di questo godibile romanzo,
non è però sempre quella della donna maga e fascinatrice, fonte di guai e
disgrazie. Nondimeno vi si coglie la condizione della donna sottomessa,
sfruttata, ingannata e umiliata dall'egoismo dell'uomo e condannata a vivere
un'esistenza segnata dalle angherie e dai soprusi («...pensava alla donna araba
in genere tenuta in nessun conto da parte del maschio e forse perciò essa ad
ogni occasione che le si presenti, si vendica di colui che la ritiene: serva sem-
pre, compagna qualche volta, eguale mai.»). Qua e là si trovano audaci riferi-
menti a convegni amorosi di licenziosa perversione, a episodi di sensuale e

330
L’esotico e il narrativo in un romanzo d’inizio secolo

viziosa sfrenatezza, a orgette libertine e incestuose. Muni rosa del Suf è sem-
brato possedere in nuce, molti degli elementi e dei caratteri già riscontrati in
precedenti opere in prosa del Cucca. Ma più di tutto, nella storia di Làkhdar
e nella sua affascinante vicenda umana che è il fulcro tematico del racconto,
si evince fra le righe, quasi ci si trovasse dinanzi a una sorta di apologo, di
bella favola a fine pedagogico, un insegnamento importante, un messaggio
forte, ricco di implicazioni, tutt'oggi valido per le generazioni a noi più vicine.
E cioè che l’isolamento si supera con l’integrazione, con l'apertura e con la
rinuncia al particolarismo, che non va affatto inteso come abiura alla propria
specificità; che il rilancio della cultura del cosmopolitismo, la legittimazione
di un mondo plurietnico e multirazziale (si pensi a quale coacervo di etnie
mediterranee fu in quel momento il Maghreb) passa innanzitutto attraverso
la valorizzazione della cultura della differenza e acquista un senso nel ricono-
scimento della propria appartenenza etnica.
Si legga quel passo del romanzo lì dove a proposito del numi Làkhdar
(straniero e infedele) l'autore significativamente scrive: «la diversità dei tipi
acuiva in lui il desiderio di meglio entrare nella loro anima». Non chiusura
dunque, ma dialogo, apertura e contaminazione feconda. Qui sta la dirom-
pente modernità di questo romanzo, qui la sua forza più intrinseca.

GLOSSARIO

Aid-Sghir: festa fine Ramadan Bled: è la distesa di pianura, di monta-


gna, di foresta che segna il limite dei ter-
Arbum: bottino, dote. reni appartenenti ad una tribù.

Ascia: preghiera ultima della sera. Cadi: giudice.

Bassùr: tenda mobile. Cùscus: vivanda a base di semolino.

Basciammir: capo tribù. Darbùka: strumento musicale a percus-


sione.
Bendìr: strumento musicale a percus-
sione: tamburo. Biss: una specie di giunco col quale gli
arabi della montagna coprono i gorbini.
Bemùs: manto di lana bianca col quale si
ricoprono gli arabi. Dòhor. Preghiera del mezzogiorno. v
Duàr: gruppo di gorbini sperduti nelle
Bescera: riscatto. selve e aggrappati ai monti, dove si
svolge la vita primitiva delle popola-
zioni islamitiche selvagge e poveris-

331
DINO MANCA

sime. Più duàr, i cui componenti aves- Hesma o Ghesma: Stella.


sero un capostipite comune, forma-
vano una qabilah, cioè una tribù, ammi- Iblis: demonio.
nistrata dal qaid. L’unione di più qabilah
dava luogo alla confederazione di tribù Khàl-khàl: cavigliere, cerchietti che le
come, per esempio, quella degli zolas, il donne arabe portano alle caviglie.
cui territorio di percorso si estendeva
tra Qairawan e Sfax ed era composta da Khammès: contadino (etimologicamente
tre qabilah, gli Awlad Sendasen e gli si chiama così perché riceve 1/5 del
Awlad Khalifah. raccolto).

Fe’sgier: preghiera dell’aurora. Ke’s ke’s: recipiente in terracotta.

Fghira: strega. Khòl: particolare materia colorante usata


dalle donne arabe per il trucco.
Flissa: arma da taglio, coltello.
Kif: la marijuana dell’Africa del Nord.
Fondùk: deposito, magazzino.
Lalla: nome onorifico di donna d’alto
Fulanu: termine di lingua sarda: su tale. rango, santa.

Ghenibri: tradizionale mandolino isla- Liùdi: rigattiere.


mita improvvisato sul guscio di una tar-
taruga con due sole corde. Maghreb: terra dell’ovest, tramonto.

Gherba: sacca dell’acqua, borraccia. Marabù: saggio, santo, santone, perso-


naggio di prestigio e di potere.
Ghesba: flauto di canna, istoriato, dal
garrito melanconico e soave, compa- Mehara: dromedari.
gno del pastore del monte.
Mkèddem: sacerdote o alto funzionario
Ghèssah: vassoio tondo fatto di legno amministrativo.
d’olmo.
Moghreb: preghiera del pomeriggio.
Gorbino: è la capanna mobile degli indi-
geni della foresta. Psissa: farina sciolta nell’olio d’oliva.

Hàdel: notaio. Ramadàn: nono mese lunare del calen-


dario musulmano, durante il quale il
Haìk: velo femminile per il volto e la Corano prescrive l’astensione diurna da
preghiera. cibo, bevande e rapporti sessuali.

Henna: arbusto delle Litràcee dalle rami- Rumi: straniero, cristiano, europeo,
ficazioni spioventi, dalle foglie d’un uomo bianco.
verde pallido, detta anche alcànna.
Dalle sue foglie si estrae una materia Scialùs: usuraio.
colorante rossa, il lawsone, usata per tin-
gere legni, tessuti, capelli, mani, labbra. Scieikh: capo tribù.

332
L’esotico e il narrativo in un romanzo d’inizio secolo

Sciòtt: nome di depressioni proprie di Spahì: è il gendarme arabo che veste il


certe regioni desertiche dell’Africa set- bernùs bruno e gli stivali rossi.
tentrionale e in particolare degli alti-
piani algerini e delle valli meridionali Surate: da Sura, termine arabo indicante
della catena dell’Atlante, dove le acque ognuno dei centoquattordici capitoli di
piovane formano laghi o paludi senza cui si compone il Corano.
deflusso e che poi, evaporando, la-
sciano un deposito salino. Suf: regione geografica algerina assai
ben definita in termini fisici ed econo-
Sebenìa: velo di seta. mici, caratterizzata da due depressioni
cosparse di ciottoli e croste gessose cir-
Sèbka: preghiera, rosario. condate dalle alte dune dell’erg.

Seghia: rivo, corso d’acqua. Sùk: mercato.

Sgenùn: spirito cattivo. Tabàla: tamburo.

Sgiuàk: strumento musicale a fiato. Taleb: il cercatore, il saggio.


Canna berbera dal garrito più vivace
della ghesba. Tellìs: sacchi di lanone scuro.

Si, Sidi: signore. Trùd: pastore.

Simùn: vento caldo. Zocra o Rhàita: strumento musicale a


fiato tipo clarino, proprio dei pastori er-
Slùghi: razza di levrieri africani, propri ranti.
dell’alto Egitto e del Sudan, dal pelame
raso di color giallo con maschera nera, Zaouie: confraternita religiosa, sede e
dalle forme sottili, velocissimo. È detto luogo di una confraternita.
anche levriero arabo.

333
DINO MANCA

BIBLIOGRAFIA

CUCCA 1909. Francesco C., I racconti del gorbino, Teramo/Grottamare, La Fiorita.

CUCCA 1912. Francesco C., Veglie beduine, Ancona, Fratelli Puccini [a c. di D. Manca,
Cagliari, Astra, 1993].

CUCCA 1922. Francesco C., Galoppate nell’Islam, Milano, ed. Luigi Alfieri [a c. di G. Marci,
Cagliari, Condaghes, 1993].

CUCCA 1996. Francesco C., Muni Rosa del Suf, a c. di D. Manca, Nuoro, Il Maestrale.

CUCCA 1998. Francesco C., Algeria, Tunisia, Marocco, a c. di D. Manca, Nuoro, ISRE.

DEFFENU 1972. Attilio D., Epistolario 1907-1918, a c. di M. Ciusa Romagna, Cagliari


Fossataro.

LIPPARINI 1913. Giuseppe L., Un poeta errante, «Italia!», Torino, marzo, pp. 167-72.

MANCA 1912. Stanis M., Poeti e novellieri sardi: curiosità e profili, «La Nuova Sardegna», Sas-
sari.

MANCA 1996. Dino M., Voglia d’Africa. La personalità e l’opera di un poeta errante, Nuoro, Il
Maestrale.

MARCI 1991. Giuseppe M., Francesco Cucca, in Narrativa sarda del Novecento, Cagliari, Cuec,
pp. 71-76.

PUCCINI 1927. Mario P., Francesco Cucca, «Progresso italo-americano», 2 settembre, pp.
7-9.

334
L’ultimo Alvaro e la coscienza della crisi

L’ULTIMO ALVARO E LA COSCIENZA DELLA CRISI

Dino Manca

Nella produzione del dopoguerra la narrativa di Corrado Alvaro converge


sempre più verso tematiche in qualche modo legate alle grandi questioni eti-
che ed esistenziali dell'individuo e verso l'approfondimento e la rielabora-
zione di motivi che trovano origine nella sua storia personale. Un'esperienza
individuale che si dilata riproducendosi e traducendosi, come in una sorta di
universale concreto, in dolore storico, in esperienza condivisa e collettiva
propria del più generale consorzio umano: dal recupero della memoria e del
mito ai temi più legati alla contingenza storica, di validità etica e civile. Un filo
rosso, dunque, attraversa questi due periodi del vissuto, della riflessione e
della narrativa dello scrittore calabrese. Cambia la prospettiva, ma l'orizzonte
di riferimento è lo stesso.1
L'oscillazione e la cosiddetta «irrisolta ricerca», di cui parlò una certa critica,
fra un Alvaro «paesano» e un Alvaro «europeo», che produce da un lato opere
come Gente in Aspromonte2 o L'età breve3 e dall’altro L'uomo nel labirinto,4 L'uomo
è forte5 e l'incompiuto Belmoro6 rientrano in un'ottica che è stata giustamente
riveduta e corretta. Sia il recupero, imbevuto di profondo lirismo, della di-
mensione mitica ispirata alla vita e alla gente di Calabria, sia la successiva
convergenza verso una tematica individuale legata alla pena del vivere propria
dell'uomo contemporaneo, fanno parte, in termini diversi, di un unico intel-
lettuale, scrittore e saggista di levatura europea, osservatore acuto e interprete
raffinato e sensibile di un secolo tormentato e complesso.
Ricerca delle radici, crisi dell'«io», alienazione sono costanti d'ispirazione,
contenuto e forma, che in modi diversi attraversano quasi tutta la produzione
alvariana e che riflettono le profonde trasformazioni di un complesso tessuto
storico e culturale. Anche in lui, in qualche modo e in forme diverse, la man-
cata sintonia tra l'uomo moderno e il suo ambiente di vita rinvia a quella crisi
dell'individuo che attraversa buona parte della letteratura novecentesca. Nel
tema della perdita d’identità e della conseguente disperata ricerca di un senso

1 Sull’argomento oggetto di trattazione si veda altresì: MANCA 2006, pp. 335-49.


2 CFR. ALVARO 1930.
3 CFR. ALVARO 1946.
4 CFR. ALVARO 1926.
5 CFR. ALVARO 1938.
6 CFR. ALVARO 1957.

405
DINO MANCA

per l’esistere, troviamo un motivo di profonda corrispondenza: un individuo


che, privato delle sue certezze, agisce, costretto dentro un mondo sempre più
segnato dalle convenzioni e dall’inautenticità, sempre in bilico fra sdoppia-
mento e coscienza di sé, ricerca della verità e relativismo conoscitivo.7

Corrado Alvaro muore a Roma, dopo una lunga malattia, l’undici giugno
del 1956. La sua parabola narrativa si conclude un anno prima, quasi in coin-
cidenza con le prime avvisaglie del male, con la pubblicazione della doppia
raccolta, dal titolo i Settantacinque racconti, che contiene Incontri d'amore (che
vide la luce nel 1940)8 e Parole di notte.9
Queste due sillogi seguono due percorsi letterari e narrativi distinti corri-
spondenti a due stagioni diverse della sua vita e del suo percorso formativo.
Una, che riprende modalità compositive e batte sentieri tematici tradizionali;
l'altra, che, non indifferente all'esperienza esistenziale dell'autore e al mutato
contesto storico, rielabora, attraverso moduli intimistici e lirico-meditativi, la
complessa tematica del male di vivere e del mistero dell'essere, in linea con
gli orientamenti di senso della migliore produzione artistica e letteraria euro-
pea.
Si tratta innanzitutto di una letteratura che non può fare a meno di con-
frontarsi con le grandi innovazioni che segnano definitivamente il passaggio
epocale dall'antica civiltà contadina alla modernità urbana. Prima di tutto la
memoria, come recupero di un mondo originario, ancestrale, primitivo (La
cavalla nera; Madre di paese), che proprio la cultura europea del Novecento

7 Sull’argomento cfr.: BICCI-ROMANELLI 2000, pp. 3-15; MATERAZZI-PRESUTTI 2002, pp. 3-19.
8 ALVARO 1940. La raccolta contiene: La cavalla nera; Lasciarsi; La sposa; Sua figlia; Piedi scalzi; Il
caro nemico; La moglie di Giovannino; Il ragazzo solitario; I fiori del conventi; Il cavallo bianco; Dietro i cancelli;
Senza parole; Segreti; Caba; Stranieri; Tempesta; Speranza; La festa borghese; Cinema; I regali; L'impresario;
Vertigine; La barca; Fatti della primavera; L'orgia; Duemila anni; Cesarino è grande; Madre di paese; Terza
classe; «Tirati in là con gli scarponi»; L’idolo; Il fiume sotterraneo. La critica: ALESSI 1941; BENCO 1941;
BERNARDELLI 1941; DE MICHELI 1941; MERCURIO 1941; NOMELLINI 1941; PISCHEDDA 1941; RIC-
CIO 1941; ROSATI 1941; TOFANELLI 1941; PIOVENE 1942.
9 ALVARO 1955 (comprende Parole di notte e una ristampa di Incontri d'amore); ALVARO 1974; AL-

VARO 1994. La raccolta Parole di notte contiene: Colei che salvò il mondo; Due voci, due ombre; La finestra
sul canale; La capra; Quei giorno; «Cioccolata, sigarette»; Niente di male; I giocattoli rotti; Fragile; Il dolce
sonno dei viventi; Il carnefice disattento; Come gli uomini; Amici con tutti; Un fatto di cronaca; Gente di cuore;
Distacco; Il nostro quartiere; La vita è ricordo; Monologo; Un profumo sottile; I frutti proibiti; Bella presenza;
Apparentemente; Blanche; Elegia per Magda; La bella signora; Due occhi di donna; Difesa di un ladro; La
bambina rapita; Cinquanta lire; Il canto e il silenzio; Villanova; L'asino e la quinta strada; Dorotea; Gelosia;
La civiltà; Angelino; Il castello sul golfo; Gente molto civile; La bambina di Amalfi; Fiori finti; Divina; Un nome.
Per quanto riguarda la critica: PAMPALONI 1955; ROCCA 1955; SETTANNI 1955; SOBRERO 1955;
ROSA 1955; TROMBATORE 1955; VIRDIA 1955. Per la bibliografia generale delle opere e per i nu-
merosi contributi della critica, si rimanda al recente saggio di: MORACE 2000, pp. 256-81.

406
L’ultimo Alvaro e la coscienza della crisi

aveva recuperato come unica risposta al disagio esistenziale creato dalla so-
cietà industriale. Quel mondo che, per narratori e poeti (si pensi ad esempio
alla Sardegna della Deledda e di Dessì), nell'atto stesso della creazione arti-
stica, paradossalmente ritornava ad essere centro e non più periferia, luogo
mitico e archetipo del sentimento lirico.10 La memoria, dunque, diviene lo
strumento attraverso il quale si ricostruisce la propria identità e si dà un fon-
damento alla coscienza di sé; senza memoria infatti vengono meno i legami
con le proprie radici, e senza radici si vive come disorientati dentro il corso
della storia, ma, prim’ancora, risucchiati nel proprio vortice esperienziale. Se
la coscienza di se stessi è alla base della conoscenza e la conoscenza è potere
di orientamento e di scelta nel mondo e nella polis, senza coscienza di sé si è
alla mercé di chiunque. Hegel, nella Fenomenologia dello spirito, relativamente
alle figure fenomenologiche del «Signore» e del «Servo», scrisse che si diventa
servi quando si rinuncia alla lotta per il riconoscimento di se stessi nel com-
plesso quadro della natura.11
La memoria, àncora di salvezza, balsamo e lenimento di un presente in-
quieto, si traduce in un viaggio del pensiero e dell'anima. In questo senso si
comprende come l'operazione letteraria dello scrittore calabrese divenga al-
tresì una precisa operazione culturale. Molti hanno creduto che autodefinirsi
cittadini del mondo, secondo una sorta di identità ipertrofica e astratto uni-
versalismo, avrebbe risolto il problema del rapporto con le proprie radici;
come se il mondo fosse davvero riducibile ad un unicum omogeneo e indi-
stinto, o come se il soggetto sia un fondamento identico a sé cui riportare
tutto l'universo-mondo. Qui risiede la modernità, la portata e la levatura eu-
ropea della narrativa alvariana. La Calabria è un punto dell'universo che è
anche il suo centro.
Nell'altra sezione, dal titolo Parole di notte, la sua terra cessa di essere esclu-
sivo oggetto di scrittura, e si affaccia, come detto, la tematica individuale e la
storia recente con i suoi drammi e la sua eredità. Quella che in un primo
tempo appare come una malattia della coscienza si trasforma ben presto in
una metafora che vuole esprimere la crisi di un mondo, di un clima storico,
di una civiltà. La tragica esperienza del secondo conflitto mondiale, con gli
orrori dei campi di sterminio e del massacro dei civili sotto le bombe nemi-
che, l'incubo nucleare, il pericolo della distruzione del genere umano, pone
nuovi e impellenti interrogativi etici, nel caso specifico ad uno scrittore che,

10 Cfr. TANDA 1992, p. 208; MANCA 2010, XXXIX; MANCA 2010, XXXIX; MANCA 2011, pp.

XI-LXXXVII.
11 HEGEL 1972, pp. 159-64.

407
DINO MANCA

come detto, si dimostra testimone lucido e inquieto del suo tempo. Un im-
pegno morale che in parte egli adegua alle condizioni storiche mutate e alla
profonda trasformazione segnata ad esempio dall'uso delle armi atomiche.
Quando Alvaro scrive Parole di notte, negli anni Cinquanta, si è in piena epoca
di «Guerra fredda», il mondo diviso in blocchi contrapposti, per zone di in-
fluenza, sotto il condizionamento totalizzante e totalitario di due blocchi mi-
litari e ideologici che hanno costruito un vero e proprio equilibrio del terrore
che, come sappiamo, durerà per quasi un quarantennio.12
Nel racconto dal titolo Colei che salvò il mondo,13 novella che apre la seconda
raccolta, si intrecciano, distillati, nella forma del narrar breve, nuclei tematici
e motivi che, tradotti in finzione letteraria, ripropongono alcune delle nuove
questioni: il rapporto tra scienza ed etica, la ricerca di una prospettiva morale,
il pericolo sempre incombente delle passioni distruttive, il dilemma dostoev-
skiano fra bene e male, quella doppiezza che abita un «io» sempre più lacerato
da pulsioni del sottosuolo e ambizioni potenti, la forza infine del sentimento
e dell'amore. La struttura segnica del racconto ci rimanda con forza a un co-
dice assiologico e semico-simbolico, in quanto le unità funzionali riguardano
prevalentemente la processualità interiore di un personaggio protagonista
che giganteggia dentro l'universo diegetico e che acquista spessore ontolo-
gico attraverso la mediazione di un narratore onnisciente, esterno alla storia,
specchio di una prospettiva autorale.
Il dottor Crision, famoso scienziato, tutto preso dalle sue importanti ricer-
che sulla scissione dell'atomo, è abbandonato dalla moglie («quel diavolo
d'una donna») che fugge col primo cameriere del primo ristorante della città.
L'uomo, che all'inizio non si capacita, gradualmente, come in una sorta di

12 Il quattro aprile del 1949 viene sottoscritto a Washington il Trattato del Nord Atlantico

(NATO), alleanza militare diretta contro l'Unione Sovietica. Il trattato, al quale aderisce anche
l'Italia, è fissato per una durata di vent'anni. Il 29 agosto dello stesso anno si ha notizia dell'esplo-
sione della prima bomba atomica sovietica. Il 25 giugno del 1950 ha inizio la guerra di Corea. Gli
Stati Uniti, assente il delegato sovietico, ottengono il placet dell'ONU per l'intervento militare. Il 16
giugno del '52 si svolgono in tutta Italia violente manifestazioni contro il generale statunitense
Ridgway, comandante delle forze atlantiche, ribattezzato «generale peste» per aver ordinato l’im-
piego di armi batteriologiche in Corea. Il primo novembre gli Stati Uniti fanno esplodere a
Eniwetok, nell'oceano Pacifico, la prima bomba termonucleare. Si tratta di un ordigno sperimen-
tale e non ancora operativo. Il 12 agosto del 1953 i sovietici sperimentano una bomba all'idrogeno.
Il dodici aprile dell'anno successivo, durante un intervento al Comitato centrale del suo partito,
Togliatti propone un accordo tra comunisti e cattolici per salvare la civiltà umana dalla catastrofe
della guerra atomica. Il quattordici maggio, infine, del 1955 viene creata a Varsavia un'alleanza
militare tra i paesi del blocco sovietico (Patto di Varsavia). Cfr. MASSARA 1973, p. 400-01.
13 ALVARO 1994, pp. 376-79.

408
L’ultimo Alvaro e la coscienza della crisi

risveglio dei sensi e dell'anima, realizza incredulo e smarrito la portata dell'ac-


caduto e ripercorre con dolore profondo, a tratti quasi cosmico («vedeva certi
lunghi fili neri che andavano su e giù tra cielo e terra come sostegni invisibili
che reggessero l'universo e che gli uomini non vedono se non quando sono
addolorati»)14 gli errori e le ragioni di quella rottura, non più solo dell'atomo,
ma semmai del cuore e degli affetti; acquista coscienza, forse per la prima
volta, che ormai un abisso separa la sua donna e i suoi sentimenti da lui:

Tu non hai altro pensiero che la tua scienza. Ma quando capirai che le persone hanno
un'anima e un cuore, e che la vita è tutta un'altra cosa? 15

Ma l'uomo è mosso da passioni e pulsioni profonde che, purtroppo, in una


prima fase si dimostrano autodistruttive. Poi, come in una sorta di racconto
dell'assurdo, un'ulteriore azione complicante, paradossale, modifica ulterior-
mente la diegesi:

A casa trovò la sua segretaria ancora intenta agli ultimi preparativi che egli aveva di-
sposto [...] Ella si voltò con un sorriso che, nella penombra, a lui parve incantevole.
E poi, portava un vestito d'un panno pesante che su di lei, così delicata, faceva la più
piacevole impressione. Già, egli non aveva mai fatto caso a lei. Ora gli pareva ben
fatta, aveva un passo leggero e con un ritmo grazioso, di quelli che hanno tanta in-
fluenza sugli uomini. Quando ella si fu chiusa la porta alle spalle, il dottor Crision fu
preso da un rimorso. Sarebbe stato meglio avvertirla di quanto sarebbe accaduto, dirle
qualcosa di gentile e di buono poiché ella gli era stata tanto fedele. Aprì la porta e le
corse dietro. Ella si voltò stupita e gli sorrise in un modo gentile ancora una volta;
poi gli disse: «Vada a casa, professore e riposi bene. Ci vedremo domani.» Egli tornò
a casa e si chiuse nel suo studio. Si accorse che guardava l'orologio aspettando l'indo-
mani. Le ore passavano lentamente ed egli non aveva sonno. No, per ora non avrebbe
distrutto il mondo; voleva rivedere la signorina. Fu soltanto perché il dottor Crision
volle rivedere la sua segretaria che il mondo è ancora in piedi. Ella non ne sa nulla. 16

Alvaro sa che l'etica differisce dalla scienza in quanto i suoi dati originari
sono costituiti da sentimenti ed emozioni, non da semplici percezioni. Un
giudizio etico, anziché constatare un fatto, esprime speranza o paura, deside-
rio o avversione, amore o odio; i codici morali sono necessari all'uomo per
via del conflitto tra intelligenza e impulso. Se l'uomo possedesse o la sola
intelligenza o il solo impulso, non avrebbe bisogno dell'etica. Essa è dunque
in stretta relazione con la vita intesa non come processo fisico da studiare in

14 ALVARO 1994, p. 378.


15 Ivi, p. 377.
16 Ivi, p. 379.

409
DINO MANCA

una prospettiva biochimica, ma come realtà intessuta di felicità e dolore, di


speranza e paura e delle altre consimili coppie di opposti che ci fanno prefe-
rire un tipo di realtà a un altro.17
Dante ci ricorda che senza la virtù morale il «volo» dell’intelligenza è «folle»
e Bertrand Russel scriverà, negli stessi anni in cui furono pubblicati i Settan-
tacinque racconti, che nella storia si è arrivati a un punto in cui, per la prima
volta, la pura e semplice sopravvivenza della razza umana dipende dalla mi-
sura in cui gli esistenti sapranno imparare a ispirarsi a una prospettiva morale.
Se si continuerà a lasciare libertà d'azione alle passioni distruttive, i nostri
poteri sempre crescenti non potranno che portarci alla catastrofe. I desideri
dell'uomo possono essere «compossibili» oppure «confliggenti». In un
mondo pre-atomico, continua Russel, si possono di fatto avere due codici
morali informati da desideri fra loro «confliggenti»: possono esserci società
nietzschiane e tolstoiane che non vengono mai a contatto, o società nie-
tzschiane che guerreggiano tra loro di tanto in tanto. In un mondo pre-ato-
mico alla fin fine non possiamo dire quale codice sia migliore. In un mondo
post-atomico chi non coltiva desideri «compossibili» si vota all'autodistru-
zione.18
Lo scrittore calabrese comprende bene che l'uomo contemporaneo ha ac-
cumulato, attraverso la scienza e la tecnica, una potenza materiale tale che si
rende indispensabile un'adeguata capacità di controllo attraverso la ragione:
una ragione fatta non solo di astratta capacità raziocinante, ma di moralità,
tolleranza reciproca, solidarietà, di strumenti efficienti di democrazia che
consentano di impedire a un potere dispotico (di cui il nazismo e lo stalini-
smo sono il paradigma) di gettare l'umanità nell’abisso della catastrofe. Egli
sembra volerci dire che questa potenza ci pone dinanzi ad un bivio: da un
lato una via di progresso sociale, intellettuale e morale, dall'altro l'autodistru-
zione. Tertium non datur. Il valore decisivo nel mondo attuale è, pertanto, il
senso della responsabilità come condizione necessaria di una civile e umana
esistenza.
La realizzazione di una prospettiva di progresso, solidarietà e civiltà ritro-
viamo nel racconto dal significativo titolo: La civiltà.19 Racconto semplice
nella sua struttura, scenico in molte sue parti e quasi al limite, nel suo com-
plesso, della narrazione dialogica, dove al variare delle figure focali fa da con-
trappunto però, quasi cifra di uno stile, la presenza di una voce esterna nel
suo rapporto con la storia, ma non lontana, da un punto di vista morale,

17 Cfr. RUSSEL 1994, pp. 17-18.


18 Cfr. MORI 1994, p. XXI.
19 ALVARO 1994, pp. 620-4.

410
L’ultimo Alvaro e la coscienza della crisi

intellettuale ed emotivo, dal mondo rappresentato e dagli esistenti che lo po-


polano: un' istanza produttrice del discorso narrativo il cui intervento nei
confronti della vicenda non è semplicemente esplicativo. Discorso riferito e
diretto, trasposto in stile indiretto, narrativizzato o raccontato sono tutte tec-
niche della rappresentazione attraverso le quali l’auctor alvariano realizza
quella epifania del personaggio che diventa spesso centro locutorio e interlo-
cutorio e che nell'incontro, nella reciprocità, nella relazione delle coscienze,
disvela il suo io più intimo e nascosto. Il personaggio, si sa, vive dentro un
sistema, un reticolo cioè di rapporti fattuali, sentimentali, psicologici che pro-
ducono nell'insieme il significato letterario.
Nel racconto in questione, due dei tre protagonisti, un chirurgo e un sin-
daco, sono legati tra loro da una sostanziale condivisione di scopi, ossia sal-
vare una trovatella di Geroni dalla condanna all'immobilità e all'inutilità per-
manente grazie a un ritrovato tecnico: una protesi, un nuovo apparecchio di
fabbricazione americana, che una volta applicato le potrà permettere di riac-
quistare la funzionalità degli arti, atrofizzati e decalcificati per la malattia e la
denutrizione. Un chirurgo e un sindaco, due figure importanti di una comu-
nità meridionale da poco uscita da una guerra rovinosa in un'Italia ancora alle
prese con i difficili problemi sociali ed economici legati all'opera di ricostru-
zione non solo morale e civile.20 Un intero paese unito nell’affrontare le
emergenze primarie è impegnato, soprattutto nelle regioni del sud, nella lotta
contro la miseria, l'arretratezza e per l'emancipazione dal bisogno di larghe
fette di popolazione:

Ora, con tutto quello che è successo, con la guerra, le privazioni, la miseria, nasce
tanta gente infelice. Nascono con le ossa fuori posto, con le ossa fragili, non c'è che
dire. Decalcificati dalla nascita. È il risultato di generazioni che non hanno mai man-
giato a sufficienza [...] Guardate quella povera bambina, con quel viso, che cosa deve
sopportare [...] A Geroni c'erano somari ciechi e zoppi, le lucertole con la coda
mozza, bovi denutriti che pare abbiano più compassione dell'uomo che di sé, creature
umane che non riescono a levare gli occhi al cielo, e la gente guarda come all'inno-
cenza di un mondo inespresso, e le madri come la stregua di peccati non commessi,
di mali non fatti: «per i nostri peccati questa croce».21

20 Nell'Italia meridionale del dopoguerra, soprattutto in Calabria, ha inizio, fra l'altro, l'occupa-

zione delle terre incolte dei grandi latifondi. Il 30 ottobre del 1949 a Melissa, due braccianti ven-
gono uccisi dalla polizia, altri due a Torremaggiore il 29 novembre e uno il 14 dicembre a Monte-
scaglioso.
21 ALVARO 1994, p. 622.

411
DINO MANCA

Il progresso tecnico e scientifico, questa volta è posto al servizio del-


l'uomo, della sua felicità, del suo benessere. Un medico e un politico uniti,
dunque, per un fine di solidarietà e di pace: un'etica per la politica e per la
scienza. L'uomo può dunque ispirarsi ad una prospettiva morale, perché «no-
bil natura» è quella che «tutti fra sé confederati estima / gli uomini, e tutti
abbraccia / con vero amor, porgendo / valida e pronta ed aspettando aita
/negli alterni perigli e nelle angosce / della guerra comune».22
L'uomo può e deve, nella solidarietà, scegliere il «bene» sicché, sempre leo-
pardianamente, «l'onesto e il retto / conversar cittadino, / e giustizia e pie-
tade, altra radice / avranno allor che non superbe fole».23 La speranza di una
società migliore risiede nella difesa di quel tessuto connettivo di valori uma-
nistici condivisi che hanno fatto grande la civiltà europea e che informano in
modi diversi la Weltanschauung alvariana:

Ella pensava al ritorno. Il paese le parve nella fantasia più aperto, il suo vicolo pulito
e grande come quella corsia. Forse era accaduto qualche cosa di nuovo. Forse la civiltà
era arrivata anche là durante la sua assenza.24

Dietro la patologia della civiltà moderna si cela una vera e propria malattia
della specie che consiste nel fatto che l'uomo si è allontanato dai meccanismi
della selezione naturale, da una condizione primigènia e da uno stato di na-
tura. Infatti egli non ha modificato il proprio corpo e le pulsioni che a questo
si legano, ma se ne è creato uno esterno, artificiale, protetico, fatto di mac-
chine, tecnologia, apparecchi, ordigni, che più aumentano e più tolgono ener-
gia vitale all'uomo. Un mondo che, sottraendo fisicità all'uomo, cerca di so-
stituirsi a esso, tenta di tradurre e ricreare quel contatto tra le creature, di
costruire rapporti altri, spesso inautentici, stranianti, spersonalizzanti, mediati
dalla macchina che inibisce, crea disorientamento, spaventa; rapporti defor-
mati, privati di contatto fisico appunto, senza sguardi, odori, sapori, gestua-
lità, pulsioni, ma solo surrogati di tutto ciò. È quanto emerge dal racconto
dal titolo Due voci due ombre.25
Con Due voci due ombre il lettore si trova dinanzi a una struttura narrativa e
diegetica multiforme: tre microstorie gestite da un narratore-conversatore ex-
tra ed eterodiegetico e da due voci interne (omo e autodiegetiche), una a fo-

22 LEOPARDI, La ginestra, vv. 130-35.


23 Ivi, vv. 151-54.
24 ALVARO 1994, p. 624.
25 Ivi, pp. 380-97.

412
L’ultimo Alvaro e la coscienza della crisi

calizzazione interna fissa e l'altra a focalizzazione interna variabile che, attra-


verso la forma dialogica, ricostruisce la propria vicenda interloquendo con
un narratore-primo investito di una funzione testimoniale e di regia.
Due ragazze, sole in casa, chiuse in una stanza, decidono di vincere la noia
dei tempi («Civiltà, comodità, risparmio di tempo. A furia di risparmiare
tempo, queste ragazze non avevano nulla da fare»)26 utilizzando il telefono,
e «come accade a molti di fronte ai benefici della tecnica, la loro prima idea
fu di servirsene male».27 Una noia, quasi moraviana, che alla fine si risolve in
un'assenza di rapporto con le cose, in incomunicabilità col mondo degli og-
getti e con quello degli esseri umani. Una delle due ragazze, Maddalena, presa
l'iniziativa, pensa di contattare un uomo conosciuto anni prima e con il quale
aveva condiviso un segreto di passione. Si dipana, secondo modalità ed effetti
di rallentamento propri del racconto analitico, infarcito di unità eidetiche e
discorsive, una sorta di conversazione al buio, fatta di anonimato, intrigo e
mistero, intervallata da sintagmi appena proferiti e da domande che alla fine
generano angoscia e inquietudini esistenziali. Percezioni prevalentemente
uditive attivano la memoria e risvegliano gli strati coscienziali più profondi e
silenti.
Della stessa valenza diegetica e tematica si sostanzia la seconda vicenda,
sorta di racconto nel racconto che si esplica secondo le forme proprie del
monologo gestito da un narratore autodiegetico. Un uomo sposato vive il
turbamento e l'ossessione, protratti nel tempo, di ricevere telefonate ano-
nime, senza risposta e senza identità; telefonate che scoprirà più tardi essere
state fatte da una donna al di sopra di ogni sospetto, rispettabile e stimata da
tutti, conosciuta in un lontano passato. C’è dietro la ricerca ossessiva, quasi
maniacale di una voce che allieti e stemperi il dramma di una solitudine che
abbrutisce e deprime.
Tre storie e tre vicende gravitano, dunque, intorno ad un principale nucleo
tematico; un filo rosso le attraversa e connota la pragmatica degli esistenti
che in qualche modo popolano, con le loro personalità fragili e perturbate,
questi microcosmi narrativi: il dramma, tutto contemporaneo, dell’incomu-
nicabilità e della solitudine. E tutto questo, almeno nelle prime due sequenze
narrative, corre attraverso una forcella di ebanite, un apparecchio inanimato,
uno strumento della tecnica, della nuova civiltà, usato per trasmettere e rice-
vere a distanza. Una moderna forma di comunicazione che, però, e in modo
forse per nulla paradossale, nel racconto alvariano si trasforma, per i suoi
personaggi, in vuoto canale, interferenza, anonimato, assenza di identità.

26 ALVARO 1994, p. 380.


27 Idem.

413
DINO MANCA

Ecco allora chiamate senza risposta, voci appena accennate, rumori, fischiet-
tii, silenzi assordanti che trasmettono solitudine e angoscia.
La comunicazione telefonica è resa scarna ed essenziale dal retrocedere da
discorso a parola, poi a suono, poi a rumore, infine a silenzio:

Il nulla, il vuoto, bevevano le mie parole come la sabbia arsa beve l'acqua.28

La voce umana, senza volto, spoglia di apparenza, con la ricchezza propria


dei suoi significanti si traduce, come nella vicenda iniziale, in sussulto della
coscienza:

Questa voce solitaria, che parlava spoglia di ogni apparenza, aveva la solennità della
voce della coscienza […] gli tornarono alla mente alcuni nomi, ognuno come l'imma-
gine di una famiglia umana: Eugenia, Flora, Celeste, Susanna. A chi aveva fatto del
male?29

Una catena di suoni riecheggia, attraverso un oggetto inanimato e graci-


dante, nell'universo assopito, buffo e misterioso della notte e dell'anima. La
percezione, prevalentemente uditiva, è quella del vuoto; il vuoto esistenziale
di vite strozzate e impedite da una sorta di afonia e atonia dello spirito. Una
voce che produce, soprattutto in chi ascolta, turbamento, disagio, estraneità
di fronte al proprio stesso esistere e agire, angoscioso senso del nulla se non
finanche deriva monadica:

Mentre fino a poco prima egli era stato solo, non esisteva che per se stesso, grande
come l'universo, profondo come la natura, con gli infaticabili gesti e atti quotidiani
con cui un uomo terse la tela dei suoi giorni, ora, davanti a quella voce, era divenuto
un frammento dell'universo, in rapporto a tanti altri frammenti e, perciò, solo, vivo.30

Un mondo, quello tecnologico, spesso idolatrato e perseguito acritica-


mente e che non di rado viola la nostra intimità, la nostra sfera degli affetti e
il nostro vissuto. Una forma di potere a suo modo tirannica che crea esclu-
sione e paradossalmente incomunicabilità, alienazione, straniamento:

Non c'e individuo più isolato e sospeso di uno che parla al telefono: parla come se
comunicasse con un mondo astrale, abbandonato quaggiù.31

28 ALVARO 1994, p. 389.


29 Ivi, pp. 383-84.
30 Ivi, p. 383.
31 Ivi, p. 389.

414
L’ultimo Alvaro e la coscienza della crisi

Questa comunicazione ridotta a puro simulacro, a emissione di suoni privi


di contenuti reali è una delle testimonianze più drammatiche dell'incapacita
di parlarsi reciprocamente e di infrangere il cerchio della solitudine che ca-
ratterizza l'uomo contemporaneo. Parole di notte appunto, che corrono sta-
volta sul filo del telefono in un mondo senza speranza e senza luce, dominato
da impulsi e da istinti in cui le persone sono destinate a essere sopraffatte.
Ma Alvaro si pone contro ogni ideologia idolatrica e forma di fanatismo to-
talitario, da quella dello Stato a quella della tecnica, perché contro l'essere e
la sua libertà. Quella stessa libertà che una volta riconquistata, può provocare
angoscia, disorientamento e disagio:

Non c'e difficoltà maggiore che servirsi della libertà, essere liberi, essere uno qualun-
que, con passioni e doveri qualunque.32

Così commenta la voce narrante di Quel giorno, breve e intenso racconto


ambientato nella Roma appena liberata e attraversata dalle truppe alleate,
colta contraddittoriamente e metaforicamente come nell'atto di un risveglio,
repentino e allucinato, da una sorta di torpore civile, da un sonno dell'intel-
letto e dell’anima. Una città immersa in un clima quasi surreale, percorsa nelle
strade e nei ponti, che trasudano di vissuto e di storia millenaria, da tante
anime morte che vagano confuse e smarrite, finalmente affrancate dal giogo
della tirannia di un vincitore che ancora stentano a riconoscere, ma che tut-
tavia non disdegnano di celebrare:

La storia marciava, seppelliva i vecchi mondi, nuove apparenze si svegliavano. Le


vecchie mura parevano stupite di quanto vedevano. È incredibile come tutta una città
possa mutare in un giorno.33

Ma l'inverosimile sembra essersi tramutato in realtà. Un popolo passato


improvvisamente dal capestro nazi-fascista − che comprime e annienta la
volontà e la personalità degli individui − alla libertà più ampia e assoluta, non
può che commettere errori e follie:

e difatti la liberazione fu accompagnata da un delirio di fuga dalla vita.34

32 ALVARO 1994, p. 413.


33 Ivi, p. 414.
34 Ivi, p. 413.

415
DINO MANCA

Il vero dramma che accompagna alcuni personaggi del racconto e l'assurdo


che ne connota la sfera pragmatica, non risiedono più nell'attesa inutile dell'a-
gognata libertà − quella sorta di «Godot» che non arriva mai −, ma nella
rinuncia alla vita proprio nel momento in cui si può finalmente riscattare se
stessi e la propria esistenza dalla plumbea, dispotica e soffocante sicurezza di
una delle tante «fortezze Bastiani» che ci riserva la Storia.
Le dittature generano sospetto, diffidenza, paura. Esse colpiscono nel pro-
fondo, tolgono la dignità e riducono dal rango umano a quello belluino nel
momento stesso in cui non riconoscono i diritti fondamentali dell'individuo.
Alvaro, figlio ed erede di quella nobile tradizione di pensiero che si era nutrita
e informata dei valori risorgimentali di matrice liberale, sapeva bene che il
riconoscimento e la protezione dei diritti dell'uomo stanno alla base delle
società libere e delle costituzioni democratiche moderne. Sapeva bene che la
democrazia è la società dei cittadini, e i sudditi diventano cittadini quando
vengono loro riconosciuti alcuni diritti fondamentali.
Così si legge nel racconto Cioccolata, sigarette,35 anch'esso ambientato durante
il periodo della liberazione:

Questa è la libertà, questa significa essere uomini, avere dei diritti. Prima non eravate
niente: la gente vi guarda con sospetto, è come se aveste la rogna, come se non aveste
nessun diritto, neppure di stare preoccupato, neppure di sorridere, e voi sentite il
vostro cuore che batte, il vostro stomaco che trasalisce, si restringe, recalcitra, o all'im-
provviso reclama qualche cosa, ha una fame inopportuna, tentando di uscire dall'an-
golo di paura dove era rifugiato: qualcosa come un animale in cui proprio gli appetiti
esprimono una vaga parentela con gli uomini. E poi, invece, si diventa uomini, e tutte
queste case, cuore, stomaco, stanno sottomessi, l'uomo ridiventa decente e non sente
più pietà e schifo di se stesso; può partire, e tanto importante che un veicolo si può
muovere per trasportarlo.36

Il problema centrale di alcuni personaggi risiede nell'incapacità di gettare


un ponte verso gli altri e verso il mondo. Il non essere in sintonia con la realtà
che li circonda genera stati di impotenza e frustrazione, solitudine e angoscia,
quest’ultima intesa come sentimento della nullità dalla quale emerge e in cui
tende a risolversi l'essere finito. Si avverte, acuto, il bisogno di recuperare il
senso profondo del rapporto fra uomini, di riattivare quel circuito della co-
municazione interpersonale che si fonda sul dialogo, sull'ascolto attivo, sullo
scambio fecondo di idee, emozioni, esperienze.

35 ALVARO 1994, pp. 421-39.


36 Ivi, p. 421.

416
L’ultimo Alvaro e la coscienza della crisi

«Il dramma moderno è un dramma con molti monologhi»37 scrisse in Amici


con tutti, e il monologo diventa perciò, e significativamente, cifra strutturale
di un certo narrare. L'uomo alvariano sperimenta il dramma della crisi della
tensione conoscitiva tra sé e le cose: la realtà, filtrata dalla multiforme co-
scienza degli individui, finisce per essere incomprensibile ed estranea alla sua
stessa esistenza:

«Credo, semplicemente, che la gente non si guardi più negli occhi dove si legge tutto,
dove brilla l’anima […] Di te non conoscono che un frammento».

37 ALVARO 1994, p. 487.

417
DINO MANCA

BIBLIOGRAFIA

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L’ultimo Alvaro e la coscienza della crisi

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419
DINO MANCA

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VIRDIA 1955. F V., I 75 racconti della maturità di Alvaro, «La fiera letteraria», 16 ottobre.

420
TRA LE CARTE DI VASCO PRATOLINI.
DA IL FIGLIO DI CACO AL METELLO: VERSO UN’EDIZIONE EVOLUTIVA
Dino Manca

La parte più cospicua della tradizione testuale superstite dell’opera di Va-


sco Pratolini si trova conservata nella Sala Manoscritti dell’Archivio Con-
temporaneo «Alessandro Bonsanti», costituito presso il Gabinetto Vieus-
seux a Firenze. Il «fondo» è allogato nelle sale trecentesche di Palazzo Cor-
sini Suarez, in via Maggio, a pochi isolati dal quartiere di San Frediano, e
donato, pochi mesi dopo la morte (avvenuta la mattina del dodici gennaio
1991 nella sua casa romana), dalla vedova Cecilia Punzo e dalla figlia Aure-
lia.1
Con gli anni la raccolta – che si compone di numerosi pezzi depositati in
sette scatole e che copre un arco temporale che va dal 1948 al 1987 – è stata
integrata con documenti provenienti da varie fonti (nel 2010 alle carte di
archivio si è peraltro aggiunta la biblioteca personale dello scrittore con cir-
ca duemilacinquecento titoli).2 Essa comprende manoscritti e dattiloscritti
di opere in prosa e in versi, sceneggiature, soggetti e trattamenti, fotografie,
materiali e frammenti vari.3
Un’altra parte della tradizione dell’opera, acquisita nel 2005 come aggre-
gato all’archivio di Alessandro Parronchi, è invece custodita presso la bi-
blioteca della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli studi di Sie-
na. Il fondo senese si compone di autografi e dattiloscritti di racconti e ro-

1 Sul fondo Pratolini dell’Archivio Contemporaneo «Alessandro Bonsanti» cfr. CHIESI 1992,

pp. 1-33; GIOLITTI-LUGLIESI, 1999-2001, pp. 1-21. Altre carte si trovano altresì conservate nel
fondo Giovanni Colacicchi-Flavia Arlotta, composto prevalentemente da corrispondenza indi-
rizzata allo scrittore fiorentino tra il 1939 e il 1940. Tutte le immagini a corredo del testo si tro-
vano a Firenze nel fondo Pratolini citato a testo. Un ringraziamento particolare va alla figlia dello
scrittore, Aurelia, per avermi permesso di consultare le carte del padre, al personale della Sala
Manoscritti dell’Archivio «Bonsanti» e a Gloria Manghetti, per la gentilezza e la disponibilità.
2 Tra le acquisizioni più recenti merita di essere ricordato un taccuino con appunti sparsi rela-

tivi allo Scialo, acquistato sul mercato antiquario dalla Regione Toscana nel 2011 e aggiunto al
fondo nel 2013. La corrispondenza indirizzata allo scrittore, invece, si trova ancora in larga parte
conservata presso gli eredi.
3 Tra le numerose sceneggiature ricordiamo: Lo scialo, La viaccia (film di Bolognini tratto da

L'eredità di Mario Pratesi), Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy (intitolata L'Ammuina), la
stesura preparatoria di Cronaca familiare (film che vinse il Leone d'Oro nel 1962), la trasposizione
filmica del romanzo di Tozzi Con gli occhi chiusi, il trattamento di San Francesco per Zeffirelli. Cfr.
GIOLITTI-LUGLIESI, 1999-2001, pp. 1-21.

421
DINO MANCA

manzi, di ritagli di giornale, fotografie e copertine di varie opere raccolte in


undici cartelle.4
Il materiale conservato nell’Archivio «Bonsanti» presenta qualche lacuna
soprattutto per quel che riguarda la produzione narrativa.5 Tra le carte si
trovano le redazioni autografe e le versioni dattiloscritte con correzioni au-
torali di Un eroe del nostro tempo, Metello, Lo scialo, La carriera di Ninì, La costan-
za della ragione, Allegoria e Derisione, Il Mannello di Natascia.
Il Metello, romanzo oggetto di trattazione, ci è giunto secondo modi di
trasmissione differenti, ossia: attraverso una redazione disorganica autogra-
fa che si presenta come un insieme di 459 carte attestanti le primitive fasi,
strutturalmente non compiute, di elaborazione del romanzo;6 attraverso re-
dazioni strutturalmente compiute ma non ancora considerate definitive
(due elaborati dattiloscritti con correzioni manoscritte); attraverso redazioni
parziali (tre articoli usciti su riviste diverse, i cui testi corrispondono rispet-
tivamente ai capitoli VIII-IX, I, X del romanzo);7 infine, attraverso quattro
fondamentali edizioni a stampa: edizione datata 1955 (V) con ristampe;8 e-
dizione datata 1960 (M) con ristampe;9 due edizioni datate 1976 (M2 e M3)

4 In modo particolare, per la loro importanza filologica, qui si segnalano: «una cartella conte-
nente tre taccuini recanti il testo manoscritto di Cronaca familiare, con numerose varianti; tre car-
telle contenenti cinque taccuini recanti il testo manoscritto di Cronache di poveri amanti, con nume-
rose varianti; due cartelle contenenti tre taccuini recanti quasi tutta la prima parte del testo ma-
noscritto e dattiloscritto di Un eroe del nostro tempo nella primissima forma, con numerose varianti;
una cartella contenente parte del testo dattiloscritto di Lo scialo comprensivo di paragrafi poi cas-
sati da Pratolini nell'edizione a stampa». Cfr. SIUSA, Vasco Pratolini.
5 Tra le opere narrative di cui mancano esemplari manoscritti (e/o dattiloscritti) segnaliamo:

Diario sentimentale, Le ragazze di Sanfrediano e Il Quartiere. Manoscritti di Cronaca familiare e Cronache


di poveri amanti si trovano, come già scritto, nella biblioteca della facoltà di Lettere dell’Università
di Siena.
6 Alcune carte sono sciolte, altre riunite con magliette metalliche. Le carte 436r.-450r. e 455r.-

459r. sono dattiloscritte, con numerosi interventi manoscritti, instaurativi, espuntivi, aggiuntivi e
sostitutivi. Esse misurano mm. 279x227 e sono numerate con numeri arabi da mano aliena in
alto a destra. Le carte manoscritte, a quadretti, provengono da blocchi note. Sono numerate a
matita dal catalogatore in ordine progressivo sul margine superiore sinistro. Bianche sono le cc.
306, 361 e 362. Vergate sul recto e sul verso, inoltre, sono le cc. 1, 10-11, 33, 51, 84, 90, 137, 139,
141, 148-149, 180, 201, 204-206, 208, 230, 233, 275-276, 323, 379, 382, 391-392, 399, 402, 419-
420, 428, 430, 451, 453, 458 (solo sul verso la c. 274). Alcuni paragrafi sono numerati dall’autore
con numeri romani. Cfr. GIOLITTI-LUGLIESI, 1999-2001, p. 2.
7 Cfr. PRATOLINI 1953 (capp. VIII-IX); PRATOLINI 1954. (cap. I); PRATOLINI 1954b (parte del

cap. X).
8 Cfr. PRATOLINI 1955.
9 Cfr. PRATOLINI 1960. La lezione dell’edizione mondadoriana presenta rispetto alla princeps al-

cune difformità: romanzine ridiventa in M ramanzine come già peraltro nel primo dattiloscritto
(D1); «E mia madre?» si trasforma nel toscanismo «E la mia madre?»; mutano alcune parole di una
poesia di Vamba (Figlio di un cane diventa, ad esempio, Razza d’un cane) che già nel dattiloscritto
era stata oggetto di revisione (|Perché... Madonna, i' ero digiuno|(>Perché...Madonna, i'ero digiuno<) /

422
Tra le carte di Vasco Pratolini

con ristampe;10 ultima e definitiva edizione datata 1979 (M4).11


Metello è il primo romanzo della trilogia Una storia italiana, che comprende
Lo scialo e Allegoria e derisione. Pratolini iniziò a scriverlo nel 1952 con il titolo
Il figlio di Caco, per poi emendarlo in Il figlio del renajolo fino alla scelta defini-
tiva del 1955. Il romanzo geneticamente maturò in un periodo cruciale del
vissuto dell’autore e in una temperie ricca di fermenti e di nuove parole
d’ordine. Il mutato contesto storico – che, dopo la tragica esperienza del
secondo conflitto mondiale e la lotta partigiana, andava ponendo interroga-
tivi inediti, culturali ed etici – richiamò molti intellettuali e scrittori della sua
generazione (Vittorini, Pavese, Moravia, Bernari, Alvaro, Fenoglio, Pasolini,
Calvino), a un rinnovato impegno morale e civile adeguato alle incerte con-
dizioni del presente e alle profonde trasformazioni in atto, e impose una ri-
definizione del loro ruolo e della loro funzione nelle istituzioni e nella so-
cietà.
Già nel primo dopoguerra la letteratura divenne, soprattutto attraverso il
genere romanzo e le riviste – insieme ai linguaggi del cinema e delle arti –,
lo strumento dell’impegno (engagement) e il veicolo privilegiato di messaggi

>…< / >Dice: «Andate con Dio». Della coscienza! / Come se anda co’ i’…di ssu’ Dio, / È fornai mi faces-
sin’ credenza<); Ma una giovane voce diventa Ma una voce; si abbassa la maiuscola di alcune parole
(patria, partito, questura, chiesa, capitale, et alia); uno a uno cambia in a uno a uno; i numeri del lotto «36
l’orfano, 60 il renajolo» nell’edizione Mondadori cambiano in «32 l’orfano, 26 il renajolo»; généraux di-
venta generaux. Non risulta, invece, alcuna difformità – segnalata per converso da Francesco Pao-
lo Memmo – relativamente alla lezione di V andare ai comizi, leggere la Lotta di classe che si conserva
anche in M e che Memmo, confondendo verosimilmente col dettato di D1, legge andare ai comizi,
leggere l'Avanti!. In verità già nel 1955 Pratolini si rende conto dell’incongruenza ed emenda
(l’Avanti! fu fondato nel 1896, tre anni dopo i fatti narrati in quel particolare contesto diegetico).
Cfr. MEMMO 1995, p. 1681.
10 Cfr. PRATOLINI 1976a; PRATOLINI 1976b. La prima, uscita nella collana «Scrittori italiani e

stranieri» nel marzo del 1976, sostituisce la /j/ in /i/ con l’eccezione del cognome Tinaj e di
qualche occorrenza concernente il Ponte alla Carraja, continuando un vettore correttorio, in verità
ondivago, già iniziato con D1 e V: pagliai D1] pagliaj V; voialtri D1] vojaltri V; ajuole D1] aiuole
V voialtri D1] vojaltri V corridojo D1] corridoio V ajuto D1] aiuto V schedari D1] schedarj
V guaj D1] guai D1 sellai] sellaj V. La seconda edizione del 1976, uscita presso le Edizioni Sco-
lastiche Mondadori e curata da Memmo, ristabilisce conservativamente la semiconsonante in
posizione intervocalica (pagliajo, fornajo, sigaraje, renajolo, ecc.) e corregge un errore portato dalla
tradizione testuale relativo alla datazione dell’attentato compiuto a Napoli dal repubblicano Gio-
vanni Passanante alla vita di Umberto I (1879 → 17 novembre 1878). Cfr. MEMMO 1995, p.
1682.
11 Cfr. PRATOLINI 1979. L’edizione definitiva uscì nel marzo del 1979 nella collana «Oscar»

Mondadori. L’ultima versione, che ritorna alla /i/ intervocalica in luogo della /j/ e accoglie
l’emendazione di M3 riguardante l’attentato del 1878, si distingue altresì per essere introdotta dal
racconto-saggio di Pratolini dal titolo Firenze prima di Metello (già uscito prima nel 1958 in «Il
Campo» di Lecce col titolo Dal taccuino per il «Metello» e poi nel 1960 con Edindustria Editoriale di
Roma).

423
DINO MANCA

sempre più connotati dal realismo storico e sociale, volti al superamento del
tradizionale iato tra intellettuali e popolo («popolo» da intendersi, gramscia-
namente, come classe subalterna piuttosto che, in senso romantico, come
popolo-nazione).
Nel 1964, nella Prefazione alla nuova edizione del suo romanzo d'esordio,
Calvino scrisse:

Il «neorealismo» non fu una scuola. (Cerchiamo di dire le cose con esattezza). Fu un


insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Ita-
lie, anche – o specialmente – delle Italie fino allora più inedite per la letteratura.
Senza la varietà di Italie sconosciute l’una all’altra – o che si supponevano scono-
sciute –, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lin-
gua letteraria, non ci sarebbe stato «neorealismo». Ma non fu paesano nel senso del
verismo regionale ottocentesco. La caratterizzazione locale voleva dare sapore di
verità a una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo: come
la provincia americana in quegli scrittori degli anni Trenta di cui tanti critici ci rim-
proveravano d’essere gli allievi diretti o indiretti. Perciò il linguaggio, lo stile, il ritmo
avevano tanta importanza per noi, per questo nostro realismo che doveva essere il
più possibile distante dal naturalismo. Ci eravamo fatta una linea, ossia una specie di
triangolo: I Malavoglia, Conversazione in Sicilia, Paesi tuoi, da cui partire, ognuno sulla
base del proprio lessico locale e del proprio paesaggio.12

Anche il Pratolini delle «cronache» familiari, il narratore dell’epica del


quotidiano fiorentino (del Borgo San Frediano, di Santa Croce, di via de’
Magazzini, di via del Corno, di San Niccolò, del Mugnone) negli anni Cin-
quanta avvertì la necessità, per comprendere meglio gli «effetti» della crisi,
di ritornare alle fonti, alle «cause», di collocare in una dimensione diacronica
la varia umanità che animava i vicoli dell’antica città e di rappresentarne let-
terariamente il suo «tipico» (popolare, aristocratico, piccolo o medio bor-
ghese che fosse). Solo risalendo il fiume della Storia e solo restando ancora-
ti a essa si potevano infatti comprendere le contraddizioni del presente («i
fatti quotidiani portati sul piano della storia»).13
Fu un evidente cambio di prospettiva e di approccio, non di oggetto di
scrittura. Rimase Firenze con la sua gente, restò il vissuto, la soggettività e
l’intimità dei suoi personaggi, sempre più calati in particolari contesti crono-
topici scelti per valenza e rappresentatività storico-politica e sociale: dalla
memoria familiare a quella cronachistica; dalla storia locale a quella naziona-

12CALVINO 1964, pp. 5-6.


13Lettera di Vasco Pratolini ad Alessandro Parronchi, 30 novembre 1951. Cfr. PRATOLINI
1992, p. 304.

424
Tra le carte di Vasco Pratolini

le. Si doveva completare la dinamica dei centri concentrici per comprendere


meglio quell’universale concreto: il quartiere, la città, lo stato:

Storia sarà il libro che scriverò fra dieci anni e di cui vado lentamente formandomi
in testa il disegno. [...] Ora devo conchiudere in me, prima di riprenderle, le Crona-
che.14

Nella sua idea di ciclo, di evoluzione, e nel progetto originario Pratolini


pensò dapprincipio a un unico grande romanzo, scrivendo pagine che, par-
tendo dal primo decennio del Novecento, giungessero alla contemporaneità
(alcune di queste si ritroveranno più tardi ne Lo scialo, affresco della città
sotto il Fascismo, che in realtà nella stesura precede Metello). In seguito, pe-
rò, ne interruppe la redazione e decise di estendere l’arco temporale retro-
datando al primo decennio post-unitario l’origine dei «mali» italiani: settan-
ta’anni di storia nazionale letti attraverso la «tipicità» fiorentina. Dal 1875,
anno che aveva preceduto la «rivoluzione parlamentare» e l’andata della si-
nistra al potere, al 1945, l’anno della liberazione dal nazi-fascismo.
La genesi fu lenta e tormentata. Si passò dall’opera in nove tomi,15 alla
struttura in dieci romanzi, l’uno indipendente dall’altro, «ciascuno conchiuso e
autonomo».16 La prima serie del ciclo che sarebbe dovuta andare in stampa
fu, nelle intezioni dell’autore, una tetralogia,17 da integrarsi, in un secondo
tempo, anticipando il romanzo Milleottocentosettantanove a Il figlio di Caco. Alla
fine Una storia italiana si ridusse a una trilogia, con Il figlio di Caco che diventò
Metello, Lo scialo, che accolse La carriera di Ninì e i Coniugi Corsini e volle rac-
contare il patto tra borghesia e fascismo fino al 1930, e Allegoria e derisione
(dal 1935 al 1945), il cui nucleo generativo fu l’amore tra Valerio Marsili e
Gloria, i fidanzati del Mugnone, ultimo anello di un’evoluzione narrativa,
storica e ideologica insieme (dal fascismo alla Resistenza), proiezione di ciò
che gli italiani, soprattutto dopo il fascismo e la guerra, alla fine erano di-
ventati.

14 Lettera di Vasco Pratolini ad Alessandro Parronchi, 2 febbraio 1942. Cfr. PRATOLINI 1992,

p. 67.
15 Libro Primo: Nella e Giovanni, Erminio, il Chiti. Libro Secondo: La carriera di Ninì. Libro Ter-

zo: Fernando e il nonno. Libro Quarto: Nella, vita nuova. Libro Quinto: I Salani. Libro Sesto:
L’amante di vent’anni. Libro Settimo: Fernando e la madre. Libro Ottavo. Le Patrie Galere. Libro No-
no: Millenovecentoventinove. Cfr. PRATOLINI 1992, pp. 312-3; MEMMO 1995 pp. 1663-4.
16 Lettera di Vasco Pratolini a Enrico Vallecchi, 3 novembre 1954. Cfr. CHIESI 1992b, pp. 54-

5; MEMMO 1995 pp. 1664-5.


17 Il figlio di Caco (1875-1902); La carriera di Ninì (1900-1924); Coniugi Corsini (1925-1930); I fi-

danzati del Mugnone (1930-1945).

425
Tra le carte di Vasco Pratolini

Metello è un romanzo storico e insieme di formazione, nel quale il narrato-


re, esterno alla storia ma profondo conoscitore del mondo narrato, raccon-
ta, nell’ineluttabilità del suo accadere, il vissuto, pubblico e privato, di un
muratore socialista, inurbato, e del suo graduale percorso di maturazione
nella Firenze della seconda metà dell’Ottocento e dei primi anni del Nove-
cento: dalla campagna alla città, dall’amore impuro alla sacralità del matri-
monio e all’equilibrio familiare, dalle prime fatiche del vivere alla lotta di
classe e alla consapevolezza di sé, umana e politica. Tutto ciò accade dal
1875 al 1902: un periodo importante della storia d’Italia. Il ventitré dicem-
bre del 1870 la Camera aveva approvato la legge per il trasferimento della
capitale a Roma, chiudendo, quantomeno de iure e dopo l’annessione del
Veneto, il tanto agognato processo di unificazione nazionale:18

I Fiorentini, cosa ci avevano guadagnato? Trasferitasi la Capitale era succeduto il


Decennio della Carestia. Eppure, proprio quel 20 settembre, l'Italia era diventata
Una.

Di portata epocale erano stati i problemi che si erano presentati alla nuo-
va classe dirigente figlia del moderatismo centro-settentrionale maturato
negli ambienti della grande proprietà terriera, della nobiltà sabauda e della
borghesia imprenditoriale lombarda.19 Ognuno dei vecchi stati aveva avuto
le sue leggi, le sue unità di misura, le sue monete, i propri sistemi commer-
ciali e la propria tassazione. Ognuno continuava ad avere le sue lingue. Do-
po l’Unità appena venti italiani su cento erano alfabetizzati. Solo dieci erano
italofoni: tutti gli altri si esprimevano nei dialetti locali più diversi.20
L’agricoltura e l’industria, salvo che in alcune zone del nord e della Tosca-
na, continuavano a soffrire la grave arretratezza infrastrutturale.21 Precarie
erano le condizioni di vita delle popolazioni, soprattutto rurali, a causa della
carenza alimentare e dalle cattive condizioni igienico-sanitarie; tifo, colera,
vaiolo, malaria e pellagra colpivano ogni anno decine di migliaia di persone
(soprattutto lavoratori delle campagne).22
Dopo un ventennio molte questioni erano rimaste irrisolte, a cominciare

18 Di fatto la corte e il governo si trasferirono a Roma capitale d’Italia il 2 luglio del 1871.
19 Cfr. MORI 1980, pp. 234-254; CIUFFOLETTI 1981, pp. 11-36.
20 Cfr. DE MAURO 1972, pp. 36 ss.; CASTELLANI 1982, pp. 3-26; MARAZZINI 1988, pp. 360-69.
21 Nel 1861 esistevano in Italia millesettecentosette chilometri di ferrovie (contro i quasi ven-

timila dell’Inghilterra) di cui millecinquecento in Lombardia, Piemonte, Veneto e Toscana. Cfr.


CASTRONOVO 1987, pp. 5-117; TONIOLO 1988; FANFANI 1998; GIUNTINI 2001; CREPAX 2002.
22 Cfr. ISENBURG 1980, pp. 328-9.

427
DINO MANCA

da quella meridionale. Così erano seguiti gli anni della crisi economica,
dell’emigrazione, del colonialismo, del lento e limitato processo di indu-
strializzazione (più del settanta per cento della forza lavoro continuava a
essere occupata nell’agricoltura), delle lotte per la conquista dei diritti politi-
ci e sociali, dell’anarchismo e del socialismo, dei rivoluzionari e dei riformi-
sti, della nascita delle Leghe e delle Camere del Lavoro, della repressione,
della rivolta di Milano e delle cannonate del generale Bava Beccaris contro
gli operai, del grande sciopero generale di Genova e dell’inizio dell’età gio-
littiana.
Per Pratolini stava qui, in questo drammatico capitolo delle memorie e
delle scritture patrie, il crinale, lo spartiacque sociale e politico. La storia di
Metello Salani, figlio del renaiolo anarchico Caco, morto affogato nell'Arno
in un incidente di lavoro, diventa così, nelle intenzioni dell’autore e nelle
pagine del libro, fenomeno ed essenza («rispecchiamento»)23 di un’epoca della
nostra storia nazionale considerata dirimente e paradigmatica per compren-
dere le complessità e le difficoltà del presente:

La crisi del neorealismo che risale a quegli anni, come il suicidio di Pavese e il silen-
zio che noi sappiamo quanto operoso di Vittorini, coincidono con il mio brusco
voltar pagina. Le nostre opere d’allora sussistono per l’impeto lirico e l’impegno
morale di cui sono nutrite; e il loro limite […] è la loro forza che gli permette di du-
rare nel tempo perché tuffate senza risparmio nelle acque (e nel sangue) di un ben
determinato periodo della nostra storia; perché specchio, voce della coscienza, te-
stimonianza partigiana, atto aspro e cocente d’esaltazione e d’accusa di quella parti-
colare Italia […] supposi allora (e non era una grande intuizione, era piuttosto un al-
lineare delle risultanze) che i nostri mali si potessero far risalire all’indomani
dell’Unità […] non il censo dominante, «e le storiche benemerenze della storica de-
stra» avevano portato l’Italia, avevano fatto l’Europa tra noi, ma la classe operaia ai
suoi albori rivoluzionari, coi suoi primi partiti e organizzazioni, il suo ’98, il suo
1902 e 1906: e non tanto la classe operaia nei suoi «apostoli socialisti» e negli animi
dei suoi libertari e dei suoi «leggeri», quanto nella sua totalità di cittadini-lavoratori:
la loro forza d’urto la loro ipoteca sull’avvenire.24

All’evoluzione storica del movimento operaio, che proprio in quegli anni


iniziava ad acquistare coscienza di classe e a conoscere una significativa vir-
tù espansiva – organizzandosi in partito e in sindacato e utilizzando, per la

23 Cfr. LUKÀCS 1970.


24 Cfr. Bo 1960, pp. 50-51. MEMMO 1995, pp. 1654 e 1656.

428
Tra le carte di Vasco Pratolini

prima volta, lo strumento dello sciopero –,25 parallelamente si accompagna


la tormentata esperienza del vivere, l’educazione sentimentale e la forma-
zione civile e politica del giovane muratore fiorentino: romanzo storico e di
formazione, dunque, ma anche, romanzo d’ambiente con una sua irriducibi-
le funzione pedagogica e morale.

25 Fino al 1889 – anno di entrata in vigore del nuovo Codice Zanardelli – nell'ordinamento

giuridico italiano (per emanazione del codice penale sardo del 1859) lo sciopero era considerato
un reato. Cfr. LAMBERTUCCI 2010, pp. 427-9.

429
DINO MANCA

Dopo la morte della madre, Metello viene affidato a balia ai Tinaj, fami-
glia di contadini di Rincine, paese del Mugello al confine con la Val di Sie-
ve. Lì egli riceve la notizia della morte del padre:

D1 V
Quando nella casa dei Tinaj si seppe della mor- Quando nella casa dei Tinaj si seppe della mor-
te di Caco, gli era stata spedita una lettera per te di Caco (gli era stata spedita una lettera per
sollecitare il mensile e il corriere l'aveva ripor- sollecitare il mensile e il corriere l'aveva ripor-
tata con su scritto: «per morte del ricevente», tata con su scritto: «per morte del ricevente»)
il capo famiglia fece vestire il figlio Eugenio e la il capo famiglia fece vestire il figlio Eugenio e la
nuora perché andassero a Firenze a restituire il nuora perché andassero a Firenze a restituire il
bambino: bambino:
«Ditegli a questo Caco che ci vogliono dieci «Ditegli a questo Caco che ci vogliono dieci
cittadini per coglionare un contadino, e sono sem- cittadini per coglionare un contadino, e sono sem-
pre pochi». pre pochi».
I due tornarono, e Isolina teneva ancora in I due tornarono, e Isolina teneva ancora in
braccio il piccino. braccio il piccolo Metello.
«È morto perdavvero». «È morto perdavvero».

A causa di problemi con la giustizia, per l’uccisione della guardia del


podere in cui i Tinaj sono fittavoli, Eugenio, capo famiglia, decide di emi-
grare in Belgio con la moglie Isolina, Olindo e i figli più piccoli, senza però
il quindicenne Metello che non ottiene il permesso per l’espatrio. Il giorno
in cui i Tinaj partono, Metello decide di raggiungere Firenze, città in cui è
nato e dove trova lavoro come scaricatore presso i mercati generali. Qui
conosce, tra piazza Santa Croce e l’osteria, i primi compagni e la loro soli-
darietà. Si distingue da subito Betto, anarchico, amico del padre, che si
prende cura di lui, lo aiuta a cercare un mestiere, gli insegna a leggere e a
scrivere. Il lavoro educa e aiuta a crescere e a maturare, nella responsabilità,
come uomo e come cittadino. Perciò il giovane diventa manovale-muratore
nell'impresa Badolati.26 Un giorno Betto sparisce nel nulla:

[…] una notte, sul finire del settembre 1892, Metello non lo trovò bocconi tra le a-
juole del Giardino, né altrove; nemmeno le guardie lo avevano preso, nessuno. Bet-
to scomparve così, e per sempre.

Metello si reca in questura a denunciare la scomparsa, ma, fermato per


26 La scelta avviene in un momento storico particolare per il comparto dell’edilizia fiorentina.

Infatti, dopo il superamento della crisi provocata dal trasferimento della capitale a Roma,
l’amministrazione comunale – con il «Piano per l’ingrandimento di Firenze» redatto
dall’architetto Poggi – orienta la sua iniziativa sul completamento del riordino del centro urba-
no (con interventi vari di distruzione e/o stravolgimento del «vecchio») e sul risanamento dei
quartieri popolari. A fine Ottocento le periferie si allargano con la costruzione di nuove residen-
ze per la classe operaia, vicine alle nuove attività manifatturiere. Cfr. ALEARDI-MARCETTI 2013,
pp. 37-46.

10
Tra le carte di Vasco Pratolini

accertamenti, trascorre due giorni «in carbonaja». In carcere il giovane vive


uno dei tanti riti d’iniziazione e di passaggio che segneranno la trilogia della
sua parabola evolutiva ed esistenziale. Per la prima volta conosce e subisce
il potere poliziesco («prima ancora di essere elencato nei registri del Comu-
ne, si trovò registrato negli elenchi della Polizia»), la fauna umana che po-
pola le patrie galere (un protettore, un ladro e due borseggiatori omosessua-
li) e Sante Chiellini, un muratore arrestato per aver aggredito un caporale,
che gli parla di sfruttamento, uguaglianza e socialismo:

D1 V
Ora Metello sapeva di persona cos'era una car- Ora Metello sapeva di persona cos'era una car-
bonaja: non an//cora il carcere, ma digià gli ba- bonaja: non ancora il carcere, ma digià gli bastava.
stava. Gli fecero compagnia, durante le quarantot- Gli fecero compagnia, durante le quarantotto ore
to ore che vi rimase, dapprima due borseggiatori e che vi rimase, dapprima due borseggiatori e un
un magnaccia che aveva ferito la sua amante e non magnaccia che aveva ferito la sua amante e non era
era valso a nulla che costei giurasse d'esser caduta. valso a nulla che costei giurasse d'esser caduta. Gli
Gli insegnarono a fumare il toscano, e come si insegnarono a fumare il toscano, e come si trattano
trattano le donne e si estrae un orologio dal pan- le donne e si estrae un orologio dal panciotto, oc-
ciotto, occorreva andare a scuola. correva andare a scuola.
«Quando esci», gli disse il più anziano dei «Quando esci», gli disse il più anziano dei
borseggiatori, un bruno sui trent'anni, alto e borseggiatori: un bruno sui trent'anni, alto e ma-
magro che sbagliava l'occhio a momenti, «vai da gro che sbagliava l'occhio a momenti: «vai da
Marione in Toscanella. Digli che ti ho mandato Ilarione in Malborghetto. Digli che ti ho manda-
io. Digli, mi manda il Lunghino. In poche le- to io. Digli: “mi manda il Lunghino”. In poche
zioni diventi professore». lezioni diventi professore».
Gli parlarono dei mille modi di far l'amore; e Gli parlarono dei mille modi di far l'amore; e i
i due borseggiatori gli dimostrarono come ci si due borseggiatori gli dimostrarono come ci si può
può trastullare a vicenda. trastullare a vicenda.
[…] il Chellini diceva: […] il Chellini diceva:
«Ora che si è fondato questo nuovo Partito, «Ora che si è fondato questo nuovo Partito, gli
gli resterà sempre più difficile farci del male. Sia- resterà sempre più difficile farci del male. Siamo
mo tutti riuniti, e con uomini come Costa e come tutti riuniti, e con uomini come Costa e come Tu-
Turati, ma che manovale sei se non li hai mai sen- rati, ma che manovale sei se non li hai mai sentiti
titi nominare? con loro a capo, si sa dove si va. Ma nominare? con loro a capo, si sa dove si va. Ma ti
ti sembra giusto», commentò «che un filone di sembra giusto? », commentò «che un filone di
pane ci costi due ore di lavoro? L'importante è pane ci costi due ore di lavoro? L'importante è
non lasciarsi trascinare alle vie di fatto personali, non lasciarsi trascinare alle vie di fatto personali,
com'è successo a me qualche ora fa. Ma quando te com'è successo a me qualche ora fa. Ma quando te
le levano dalle mani», ripeté. «Perché, non ti cre- le levano dalle mani», ripeté. «Perché, non ti crede-
dere, in certi casi i caporali, sono più carogne loro re, in certi casi i caporali, sono più carogne loro
degli Impresari. È gente come noi, che s'è vendu- degli Impresari. È gente come noi, che s'è vendu-
ta». ta».

Metello è un uomo di terra. Per arrotondare lo stipendio, dopo il cantiere


si dà ai lavori di campagna, in memoria dei tempi di Rincine, presso alcune
famiglie di ortolani («si servivano di lui, vanga e zappa le sapeva ancora usa-
re, così arrotondava la giornata»). Da loro spesso resta a cena, risparmiando
il piatto caldo della sera che altrimenti consuma all'osteria. In una di queste
occasioni conosce Viola, una vedova quarantenne che lo inizia ai piaceri del
sesso. Era andata maestra a Rovezzano, lasciando la scuola per lavorare ne-

431
DINO MANCA

gli orti e in casa:

D1 V
Come Viola l'aveva istruito, egli accendeva uno Come Viola l'aveva istruito, egli accendeva uno
zolfino e se lo portava accosto al viso, perché il zolfino e se lo portava accosto al viso, perché il
cane smettesse di abbajare. L'animale lo ricono- cane smettesse di abbajare. L'animale lo ricono-
sceva, gli si // strusciava alle gambe, fin dalla pri- sceva, gli si strusciava alle gambe, fin dalla prima
ma sera, poi trottava nel bujo, uggiolando. Metel- sera, poi trottava nel bujo, uggiolando. Viola era
lo la trovava in letto, pulita e odorosa come una digià nel letto, pulita e odorosa come una signo-
signora. Fu la sua grande avventura, l'amante ch'e- ra. Fu la sua grande avventura, l'amante ch'egli
gli non si sarebbe mai sognato e che mai più a- non si sarebbe mai sognato e che mai più avrebbe
vrebbe avuto nel corso della sua vita. Si spogliava avuto nel corso della sua vita. Si spogliava tutto
tutto nudo, com'era lei, e perché lei lo voleva. nudo, com'era lei, e perché lei lo voleva.

Da manovale diventa «mezzo muratore» e si iscrive alla Camera del Lavo-


ro, fondata e diretta a Firenze da Sebastiano Del Buono. La fine della rela-
zione con Viola lo porta a vivere una stagione fatta di mutabilità, distrazioni
e svaghi, e come molti giovani ha in mente anche le ragazze. Non esiste
conflittualità tra il dovere e il piacere:

[…] come s’impratichiva sempre più del mestiere, lasciava una ragazza e si fidanza-
va con un’altra.

È a questo punto che la Patria lo chiama. A vent'anni parte per il servizio


militare («si fa il soldato come da ragazzi si fa una malattia. E la si offre alla
Patria, al cui nome non possiamo restare insensibili»). È destinato a Napoli,
fino al termine della ferma («Il nostro cervello si piglia questa lunga vacan-
za»). Perso oramai il rango di capitale, dopo la fine del Regno borbonico, la
città continua a essere centro tra i più vivaci e frequentati del paese riuni-
ficato. In questo milieu Metello trascorre tre anni («questo giorno stermina-
to, fatto di tre anni, di millenovantacinque albe e tramontar di sole, tra una
sveglia, un rancio, un'adunata, una marcia, un'ispezione») durante i quali
scopre un’altra Italia; non troppo diversa, tuttavia, per le condizioni di mi-
seria dei ceti popolari, dalla sua Firenze:

Si preferiva, certe sere, Teatro San Ferdinando dove c'era Pulcinella. Anche se si ca-
piva poco di quel che diceva, la trama resultava chiara: Pulcinella faceva ridere come
Stenterello perché come Stenterello aveva sempre fame.

Conosce Napoli «per disteso», soprattutto nella direzione che «dalla Ca-
serma dei Granili conduce fino a Bagnoli». La città che frequenta con i
commilitoni, la sera, in libera uscita, è quella del Rettifilo, via Toledo, Piazza
Plebiscito, via Sergente Maggiore, via de' Fiorentini, quando gli sembra di

432
Tra le carte di Vasco Pratolini

non aver altro da fare e si vuole prendere una distrazione; ma anche quella
delle bettole di Forcella, di Vasto e Pendino, quella di Vico Gelso e Conte
di Mola, del basciopuorto e di Borgo Loreto. Qui impara presto la nuova lin-
gua e, insieme all’amico livornese, comprende e apprezza la nostra Unità in
quella diversità:

D1 V
Gli sembrò che quel dialetto non avesse più mi- Gli sembrò che quel dialetto non avesse più mi-
steri: provavano in branda, prima del silenzio, steri: provavano in branda, prima del silenzio,
divertiti, a ripassarne il vocabolario, una trentina divertiti, a ripassarne il vocabolario, una trentina
di parole, ma si poteva avere e dir tutto con quelle di parole, ma si poteva avere e dir tutto con quelle
sole: jammo 'ncoppa abbascio; guaglio' picce- sole: jammo 'ncoppa abbascio; guaglio' picce-
ré paisà; appiccia stuta arapi scetete cucchete; ré paisà; appiccia stuta arapi scetete cucchete;
aiza pava chiano-chià chedé; mammeta patete aiza pava chiano-chià chedé; mammeta patete
sora frate; ricchione mazzo purchiacca; pum- sora frate; ricchione mazzo purchiacca; pum-
marola pizza panzarotto cazone; jettasanghe marola pizza panzarotto cazone; jettasanghe
vieneaccà chitevvivo vaffammocca fetentone; vieneaccà chitevvivo vaffammocca fetentone;
songo stongo numefido ‘nguajato. Altre anco- songo stongo numefido ‘nguajato. Altre anco-
ra, di cui mai compresero il significato e che di ra, di cui mai compresero il significato, e che di
volta in volta gli venivano rivolte come dei com- volta in volta gli venivano rivolte come dei com-
plimenti, come delle ingiurie? ‘npiso capucchiò plimenti, come delle ingiurie: ‘npiso scapucchiò
cavulicchiò ranciofellò. cavulicchiò ranciofellò.
Mascherini diceva: «Viva Garibaldi che ci ha Mascherini diceva: «Viva Garibaldi che ci ha
rimescolato». rimescolato».

Al rientro dal periodo di ferma, Metello deve ricominciare da capo («fu-


rono tre anni su cui venne tirato un frego»). Riceve la notizia che Viola, nel
mentre maritatasi, è incinta e che probabilmente il figlio è suo. Durante lo
sciopero delle sigaraie accompagna Del Buono all'uscita della Manifattura di
San Pancrazio («non chiedevano aumenti, ma che gli ambienti di lavoro
fossero un po' più cristiani, che ci circolasse l'aria»). La manifestazione vie-
ne interrotta da una carica dei soldati. Nel fuggi-fuggi generale conosce una
manifestante di Borgo Tegolajo, una donna sposata:

Non ci ho la fede al dito perché l'ho dovuta impegnare. Mio marito è muratore co-
me lei.

Dopo un periodo di precarietà, e a furia di «pellegrinare» di cantiere in


cantiere, viene nuovamente assunto dall’impresa Badolati. Metello è cre-
sciuto, in qualche modo cambiato. Frequentando la Camera del lavoro co-
nosce sempre meglio i problemi dei lavoratori (fornai, fioraie, sigaraie, ba-
dilanti, renaioli, muratori, conciatori, marmisti), rendendosi presto conto
che le condizioni di vita sono per tutti molto dure e difficili. Un giorno
Quinto Pallesi, muratore anarchico, muore precipitando dall'impalcatura; al

433
DINO MANCA

funerale Metello conosce la figlia quindicenne, Ersilia. L’incontro darà una


svolta alla sua vita, connotandola e arricchendola di un senso nuovo, senti-
mentale e politico:

D1 V
Metello si avviò con la sua squadra; vide Pallesi Metello si avviò con la sua squadra; vide Pallesi
che dava una spinta, ma affettuosa, al vecchio che dava una spinta, ma affettuosa al vecchio
Renzoni. Lo vide di spalle mentre saliva a sua Renzoni; lo vide di spalle mentre saliva a sua vol-
volta per la scala del fabbricato dirimpetto, e ta per la scala del fabbricato dirimpetto. Tra-
lontano una decina di metri da quello dove lui scorsero così due ore, saranno state le dieci, le
lavorava. Trascorsero così due ore, saranno state dieci e un quarto, Metello affondava la cazzuola
le dieci, le dieci e un quarto, Metello affondava la nella calcina, quando sentì un urlo, che durò un
cazzuola nella calcina, quando sentì un urlo, che baleno e fu sepolto dal tonfo di un corpo andato a
durò un baleno e fu sepolto dal tonfo di un corpo schiacciarsi sulla massicciata. Quinto Pallesi era
andato a schiacciarsi sulla massicciata. Quinto precipitato dall'impalcatura.
Pallesi era precipitato dall'impalcatura. […] Da allora, i giorni, anche se fatti d'attese che
[…] Da allora, i giorni, anche se fatti d'attese che sembra non debban mai finire, o di clamori, di
sembra non debban mai finire, o di clamori di patimenti, di segregazioni, di gioje che struggo-
patimenti di segregazioni, di gioje che struggo- no il cuore, lo stesso si rincorrono. È la nostra vita
no il cuore, lo stesso si rincorrono. È la nostra vita che ha preso un altro andare. Metello conobbe
che ha preso un altro andare. Metello conobbe Ersilia quando essa aveva ancora le trecce legate a
Ersilia quando essa aveva ancora le trecce legate a cercine come un'educanda, e così gli occhi e il
cercine come un'educanda, e così gli occhi e il viso. Un velo nero su quei capelli neri, al funerale
viso. Un velo nero su quei capelli neri, al funerale del padre. Una bambina cresciuta presto, le sotta-
del padre. Una bambina cresciuta presto, le sotta- ne alla caviglia le conferivano intera la sua altezza,
ne alla caviglia le conferivano intera la sua altezza, lei sorreggeva sua madre per il braccio guardava il
lei sorreggeva sua madre per il braccio e dava la fratello, più ragazzo di lei, sui quindici anni.
mano al fratellino. Era il febbrajo del 1898, un Era il novembre del 1897, un freddo, un gelo!
freddo, un gelo!

Intanto la Storia incombe e si intravvede, quando non diventa sottotesto


della narrazione o della recitazione, stagliandosi sullo sfondo, affatto oleo-
grafico. Il sei e l’otto maggio del 1898 scoppia a Milano la rivolta, repressa
nel sangue da Bava Beccaris. I morti sono più di un centinaio. In tutta Italia
viene proclamata la legge marziale, vengono arrestate migliaia di persone e
soppressi decine di giornali. Per ordine del governo Di Rudinì sono sciolti il
partito socialista e ventuno Camere del Lavoro su venticinque esistenti.
Nella sola Milano i tribunali militari celebrano centoventidue processi. Ai
quasi settecento imputati vengono inflitti millecinquecento anni di reclusio-
ne e trecento di sorveglianza speciale. I deputati Turati e De Andreis sono
condannati a dodici anni ciascuno.27
Anche Metello partecipa alla manifestazione indetta dalla Camera del La-
voro di Firenze. Il giovane viene prima arrestato e poi inviato al confino.
Liberato, con sei mesi d’anticipo, mette su casa e famiglia. Sposa Ersilia,
che ha nel mentre respinto le profferte del ricco principale, e va ad abitare a

27 Cfr. MASSARA 1973, p. 330.

434
Tra le carte di Vasco Pratolini

casa della suocera, nel quartiere di San Frediano, abitato da povera gente
(muratori, artigiani, operai del Pignone e nullatenenti). Da lì a Santa Cro-
ce.28 Nasce Libero, il figlio che consolida il rapporto, ed è un’altra volta as-
sunto nel cantire dell’ingegnere Badolati. Si costruiscono i nuovi quartieri e
si ha bisogno di manodopera. È questo un periodo intenso, movimentato e
ricco di eventi che si succedono in modo vorticoso. Dopo dieci anni tra-
scorsi in miniera, dal Belgio rientra Olindo Tinaj. Ha necessità di
un’occupazione per sfamare la famiglia, perciò chiede aiuto al «fratello di
latte»:

Ed era tornato dal Belgio Olindo Tinaj, povero se possibile più di quando era parti-
to coi suoi, vent'anni prima. Metello gli aveva aperto le braccia e lo considerava un
fratello, come del resto in certo senso gli era.

Nel mentre il mondo del lavoro è in fermento. Il malcontento serpeggia.


Metello, allontanatosi dagli anarchici e iscrittosi al partito socialista, viene
sempre di più tenuto in alta considerazione sia in cantiere che alla Camera
del Lavoro. Il quattro aprile del 1901 partecipa a Roma come delegato al
congresso dei lavoratori edili. Un anno dopo si indice lo sciopero. Dopo
due settimane di astensione e la minaccia di licenziamento ci si divide sulle
strategie di lotta. Si discute animatamente di diritti, nuove condizioni di la-
voro e un salario dignitoso. Una fauna umana variegata e composita popola
il microcosmo narrativo e anima drammaticamente la scena: Del Buono,
Lippi, Aminta, il Tedesco, Olindo, Badolati, Nardini, Crispi, Duili, Parigi,
Friani, Pomero, Giannotto. Metello vive con macerazione il suo ruolo. De-
ve trattare con Badolati, il «Padrone», e nel contempo mediare coi compa-
gni, «crumiri» e scioperanti, per salvaguardare l’unità e scongiurare il falli-
mento della lotta.
Storia personale e storia collettiva, pubblico e privato, si intrecciano sem-
pre più, sovrapponendosi e condizionandosi. C’è la responsabilità del dele-
gato, ma anche quella del marito e del padre. Nel mentre, infatti, conosce
Ida (Idina) Lombardi, bella e immatura, sposa di Cesare, un mosaicista, vi-
cina di casa e amica di Ersilia. Tra i due nasce una passione fugace, spenta
prontamente sul nascere, «a suon di schiaffi», dalla giovane moglie:

28 Già a fine Ottocento la borghesia fiorentina abbandona il centro per abitare fuori dei viali,

mentre i ceti popolari vivono a San Frediano, San Lorenzo e a Santa Croce. Cfr. ALEARDI-
MARCETTI 2013, p. 51.

435
DINO MANCA

D1 V
Ida fece appena in tempo a infilarsi il pettine Ida fece appena in tempo a infilarsi la forcina
dentro i capelli, ma non la poté fermare, poiché dentro i capelli, ma non la poté fermare, poiché
Ersilia fermò lei, con due parole: «Brutta puttana». Ersilia fermò lei, con due parole: «Brutta puttana».
E subito dopo: «Dove l'hai portato?». E subito dopo: «Dove l'hai portato?».
Neanche le permise di abbozzare una difesa. Neanche le permise di abbozzare una difesa.
«Portato? Chi? Cosa?» tentò di dire. «Portato? Chi? Cosa?» tentò di dire.
Fulmineamente, restando seduta faccia a faccia, Fulmineamente, restando seduta faccia a faccia,
Ersilia le aveva vibrato uno schiaffo. Sotto il col- Ersilia le aveva vibrato uno schiaffo. Sotto il col-
po, Ida scartò di lato, ma un secondo schiaffo, po, Ida scartò di lato, ma un secondo schiaffo,
sull'altra guancia, la rimise in equilibrio, e due sull'altra guancia, la rimise in equilibrio, e due
quattro sei, tante doppiette la raggiunsero, dall'o- quattro sei, tante doppiette la raggiunsero, dall'o-
recchio alla bocca, prima che potesse piegarsi in recchio alla bocca, prima che potesse piegarsi in
avanti e nascondere la faccia tra le mani. Ersilia si avanti e nascondere la faccia tra le mani. Ersilia si
era alzata, la rovesciò sulle spalle tirandola per i era alzata, la rovesciò sulle spalle tirandola per i
capelli, e con la mano libera continuava a colpire, capelli, e con la mano libera continuava a colpire,
in silenzio, calma, badando dove picchiava e im- in silenzio, calma, badando dove picchiava e im-
pegnandovi tutte le sue energie di donna sana, pegnandovi tutte le sue energie di donna sana,
forte, sanfredianina. Ida, mezza svenuta ormai, le forte, sanfredianina. Ida, mezza svenuta ormai, le
braccia abbandonate, il mento proteso, si offriva braccia abbandonate, il mento proteso, si offriva
suo malgrado alla tortura, un groppo le chiudeva suo malgrado alla tortura, un groppo le chiudeva
la gola e le toglieva il respiro. Implacabile, sempre la gola e le toglieva il respiro. Implacabile, sempre
trattenendola per i capelli, Ersilia la batteva sul trattenendola per i capelli, Ersilia la batteva sul
viso, finché vide che non più saliva ma sangue viso, finché vide che non più saliva ma sangue
usciva dalla bocca della bella Idina. Lasciò la presa usciva dalla bocca della bella Idina. Lasciò la presa
e Ida ricadde con la testa in avanti, ora singhioz- e Ida ricadde con la testa in avanti, ora singhioz-
zando disperatamente. Ersilia le porse un tovaglio- zando disperatamente. Ersilia le porse un tovaglio-
lo bagnato. lo bagnato.
«Tieni» disse. «Pulisciti la bocca, e vattene, sù, «Tieni» disse. «Pulisciti la bocca, e vattene, su,
aria». aria».

Ersilia è il centro dei suoi affetti, che nessun tradimento può distruggere.
Nei giorni a seguire scoppia una rissa tra scioperanti. Del Buono e altri ope-
rai vengono arrestati e la Camera del Lavoro chiusa. Nei cantieri arriva
l’ingiunzione a riprendere l’attività, si ordina di sottoscrivere una dichiara-
zione con la quale si accettano le condizioni stabilite dall'Associazione Co-
struttori Edili e si diffida tutti dal partecipare a future azioni di lotta. Si co-
munica inoltre il licenziamento di Aminta, Lippi e Metello. Dopo una prima
compatta resistenza i muratori si dividono tra oltranzisti e «crumiri». Vola-
no gli insulti, scoppia la rissa e di lì a poco parte la scarica di fucileria («tutto
accadde nel giro di secondi, il tempo che uno stormo di rondini volteggiò
sopra le impalancate e si disperse dalla parte della Ferrovia»). Ora i militari,
su due file di cinque, tengono i moschetti puntati. La tensione sembra sce-
mare e tutti si ricompongono. Riparte il confronto, duro:

Friani gridò: «Avete i calli alle mani come noi, militari. Siete degli uomini liberi, non
vi fate comandare». Grida, pugni chiusi e protesi, sostennero le sue parole.

436
Tra le carte di Vasco Pratolini

Ma quando Il Tedesco, passato un braccio attorno alle spalle di Metello,


lo sospinge accanto a sé e verso coloro che li fronteggiano, il gruppo dei
muratori avanza. Una frazione di secondo e parte un colpo di pistola:

[…] come s'accende un lampo nelle notti d'estate, come d'un tratto il sole precipita
dietro le case, partì il colpo di pistola che sfiorò Metello e colse in pieno petto il Te-
desco.

Subito, invece di disperdersi o di assistere il Tedesco, i muratori si fanno


avanti. Parte la sassaiola e con essa un ripetuta scarica di fucileria:

Un miracolo, la Volontà Divina, la fortuna, il caso: o il bersaglio umano era trop-


po ravvicinato, o quelle mani callose tremarono e istintivamente rialzarono la mira.
I muratori erano un gruppo compatto: come sparare su uno stormo, su una man-
dria, su più sagome ammucchiate a dieci passi di distanza; nondimeno, anche le re-
volverate dei questurini sembrarono andare a vuoto. Sull'istante, Duili quasi non si
accorse di avere un polpaccio forato, né il Pomero senti un bruciore particolare alla
spalla, né Santino, infine, si rese conto che quel rapido sfruscio avvertito davanti a-
gli occhi, gli aveva rigato la fronte come il graffio d'una innamorata.
La terza scarica li aveva ridotti alla ragione. Metello, Friani e il Santino si chinaro-
no sul Tedesco. Gente era accorsa dalla parte della Ferrovia, giù per la massicciata,
quei contadini da dietro la rete. E l'Ingegnere, e Nardini, malgrado le imposizioni
del Maresciallo e del Delegato. Il Tedesco si era voltato supino, poi da solo si mise
seduto, fece per alzarsi, barcollò e lo dovettero sorreggere.

Il muratore viene portato al Pronto Soccorso e quasi contemporaneamen-


te arriva Del Buono, appena scarcerato per ordine del Prefetto. Infatti, a
Roma Giolitti costringe le associazioni dei datori di lavoro ad accordarsi
con i rappresentanti dei lavoratori. I licenziamenti sono annullati e la Came-
ra del Lavoro riaperta:

Badolati aveva stretto la mano a Del Buono, non si era mai visto nulla d'uguale sui
Cantieri, i licenziamenti erano stati annullati ed era stata riaperta, dopo nemmeno
un giorno, la Camera del Lavoro.

Metello viene tradotto alle Murate insieme a tutti quelli che si sono pre-
stati al picchettaggio. Vengono imputati di attentato e ribellione alla forza
pubblica, istigazione alla sommossa e associazione a delinquere e tenuti in
carcere senza processo per sei mesi, prima di essere prosciolti. In carcere
giungono le novità del mondo esterno, tramite le lettere e le visite di Ersilia.
In Belgio muore Isolina, la madre adottiva:

437
DINO MANCA

Nel giorno e nella notte dipoi, egli non riuscì a parlare coi suoi compagni, né a
dormire. Solo, nel buio e nel tanfo del camerone, gli si inumidirono gli occhi, più
che se fosse morta sua madre; era stata mamma Isolina la sua vera madre.

Durante la carcerazione, a casa Salani arriva una busta anonima che con-
tiene un biglietto da cento lire. Metello comprende che il mittente non può
essere che Viola:

Ho riflettuto, e mi sono detto che i Maghi esistono, esistono le Fate, ma si tratta


sempre di persone. Non può essere stata che lei, a mandarci quei quattrini. Ed an-
darla a cercare, per ringraziarla, dal momento che lei ha voluto restare nel passato,
non mi sembra sia il caso».

Intanto Ersilia scopre di essere nuovamente incinta. Se è un maschio si


chiamerà Betto, se femmina Viola.
Il tredici dicembre del 1902 i diciannove scioperanti, liberati, si abbarccia-
no e si stringono le mani:

Erano le cinque di sera, i lampioni erano già accesi, la nebbia sembrava fasciare la
città nel giro delle colline e arrestarsi all'altezza dei Viali; sopra le vie e le piazze, il
Carcere, le case, il cielo era pulito e compatto, con tutte le stelle e tre quarti di luna.
Giannotto, uscito coi primi, dette una voce a Ersilia, passando da via dell'Ulivo, po-
co lontano dalle Murate, e sulla strada per raggiungere i Lungarni e San Frediano.
Quando Metello varcò il portone, lei stava sul marciapiede dirimpetto, col bambino
in braccio e i capelli belli pettinati, uno scialle rosa sulle spalle, il ventre di sette mesi
che la sformava e nondimeno la illeggiadriva, in qualche modo. Egli baciò Libero
sulla guancia, baciò lei; le tolse il bambino e lei lo prese a braccetto. Percorsero in si-
lenzio tutta via Ghibellina, ed entrarono nel Caffè del Canto alle Rondini. Lei prese
un corretto, lui una grappa; lei cavò di tasca un savoiardo e lo mise in mano al bam-
bino. Senza volere, erano venuti a trovarsi di fronte al grande specchio incorniciato
d'oro di una reclame, e si sorrisero.
«La Sacra Famiglia» egli disse.
«Su» ella disse. «Non bestemmiare».
«Ma d'ora in avanti».
«D'ora in avanti cosa?».

L’ideologia della giustizia sociale s’intreccia con il dettato solidaristico


del Vangelo. Per Pratolini al centro di tutto sta l’uomo, la quotidianità del
vivere, la sacralità della famiglia e del lavoro, i valori eterni dell’amore e del-
la giustizia, della carità e della solidarietà, tra gli individui e le classi. Valori
che non devono e non possono essere subordinati alle ragioni del partito e
con i quali si può ricostruire una nazione.

438
Tra le carte di Vasco Pratolini

Vincitore nel 1955 del «Premio Viareggio» (Carlo Betocchi lo fu per la


poesia), il romanzo di Pratolini ottenne uno straordinario successo di pub-
blico e nel contempo divenne, con argomentazioni diverse, oggetto di un
dibattito partecipato, aspro e divisivo, promosso soprattutto dagli esponenti
più autorevoli della critica marxista e sociologica, che allora gravitavano in-
torno al pianeta comunista: un dibattito che andò molto oltre lo specifico
letterario e il reale valore del libro.29
Duro e liquidatorio fu, ad esempio, il giudizio di Carlo Muscetta che, sulle
pagine della rivista «Società» (periodico di politica e cultura che nel 1953 gli
era stato affidato da Togliatti) scrisse di un Pratolini «idillico», che «non ha
assorbito in succum et in sanguinem» il socialismo, incapace di scindere nella
sua rappresentazione il «pubblico» dal «privato», creatore di un personaggio
piccolo borghese, emanazione, per natura e pragmatica, di una cultura de-
cadente, privo di una vera «coscienza di classe», fuori dalla storia del movi-
mento operaio:

Non c’è dubbio che Metello si sviluppi come personaggio soprattutto nell’intimità
con le ragazze […] anziché realizzarsi nella storia del movimento operaio, nella vita
e nelle lotte di lavoro. […] Nulla di più estraneo al socialismo di quest’anima picco-
lo-borghese che Pratolini si è illuso di rappresentarci come «naturaliter» socialista.30

Contrarietà e riserve, pur con argomentazioni diverse, espressero altresì


Franco Fortini, Cesare Cases e Alberto Asor Rosa. Fortini, che polemica-
mente coniò il neologismo «metellismo», sottolineò la mancanza di una vera
«dialettica interna» e di un sufficiente spessore storico, attaccò il carattere
cinematografico e il treatment dei personaggi minori, scrisse di «mondo chiu-
so», di «debolezza del personaggio» e di «concezione ‘socialdemocratica’
della funzione della letteratura e del romanzo: funzione edificante, emotiva,
l’opposto della funzione critico-educativa della letteratura rivoluzionaria», e
quindi, in quanto non profondamente critica, «obbiettivamente reaziona-
ria».31 Cases polemicamente volle leggere nell’opera la tardiva riproposizio-
ne di alcuni miti del Decadentismo,32 mentre Asor Rosa rimproverò al libro
un populismo generico e la mancanza di un confronto dialettico con la real-

29 Cfr. MEMMO 1982, pp. 213-26.


30 Cfr. MUSCETTA 1955, p. 619.
31 Cfr. FORTINI 1987 [1955; 1974], pp. 217-28.
32 Cfr. CASES 1955 [1955; 1974; 1985], pp. 70-87.

441
DINO MANCA

tà.33
Su posizioni antitetiche si collocarono, invece, Gaetano Trombatore,34
Mario Alicata35 e Carlo Salinari; quest’ultimo considerò Metello come il ro-
manzo di passaggio dal «neorealismo» al «realismo», dalle «cronache» al
«romanzo storico»:

Ed ecco perché salutiamo con gioia questo Metello prima pietra forse del nuovo
sviluppo del realismo italiano.36

Negli anni successivi, molti di questi giudizi sono stati riveduti e corretti
anche grazie agli apporti interpretativi e alle molteplici chiavi di lettura pro-
poste in tempi diversi da altre correnti del pensiero critico, da quello filolo-
gico e stilistico,37 a quello formalista e strutturalista38 – più orientati sullo
studio della natura linguistica del testo e del suo funzionamento e volti a su-
perare talune discutibili definizioni estrinseche di «letterarietà» e di «lettera-
tura» – sino all’approccio fenomenologico ed ermeneutico, fondato sulla
centralità del lettore come soggetto storico (in un rinnovato rapporto tra de-
stinatario e testo e tra letteratura e storia) e su un’altra estetica della «rice-
zione» (rezeptionästhetik).39 Analogamente non va dimenticato, l’apporto dato
agli studi letterari, soprattutto a partire dagli anni Sessanta e Settanta, dalle
altre discipline, come la filosofia, la psicoanalisi, l’antropologia, lo studio dei
miti (per rilevare gli scarti tra archetipi e simboli individuali) e dalla critica
simbolica e psicanalitica. Attraverso l’analisi dei temi e dei motivi ricorren-
ti, delle figure archetipiche e di quelle retoriche ripetute, si era infatti inizia-
to a cercare dentro il testo letterario l’«altro testo», abitato dal rimosso e dal-
le pulsioni celate, per recuperarne le verità nascoste e carpirne il significato

33 Secondo la concezione marxista, infatti, l’arte doveva essere riportata alla sua dimensione

diacronica, a un contesto particolare rappresentato come intreccio di rapporti economico-sociali


e di potere tra classi, oltre che come dialettica conflittuale tra forze produttive materiali e forme
ideologiche che permettesse agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Cfr. A-
SOR ROSA 1958.
34 Cfr. TROMBATORE 1959 [1955].
35 Cfr. ALICATA 1955.
36 Cfr. SALINARI 1987 [1955], p. 127.
37 Cfr. SPITZER 1954; CARETTI 1955; CONTINI 1970; ISELLA 1970; CONTINI 1972 [1989]; CON-

TINI 1977; BRANCA-STAROBINSKI 1977; SEGRE 1979.


38 Cfr. DE SAUSSURE 1916 [1967]; ŠKLOVSKIJ 1976 [1925]; MARTINET 1965; TOMAŠEVKIJ 1975

[1928]; JAKOBSON 1972 [1966]; TODOROV 1968; HJELMSLEV 1968 [1943; 1961]; LEPSCHY 1966;
BARTHES 1991 [1985]; AVALLE D’ARCO 1970; ECO 1975; GREIMAS 1985.
39 Cfr. HUSSERL 1981 [1907]; HEIDEGGER 1977 [1965]; GADAMER 1972 [1960]; JAUSS 1987;

1988; 1990 [1982]; ISER 1987 [1976]; HOLLAND 1975; HIRSCH 1978 [1976]; CHATMAN 1978; ECO
1979; SEGRE 1979; FISH 1987 [1980]; FERRARIS 1984; AA. VV. 1989.

442
Tra le carte di Vasco Pratolini

profondo.40 Inoltre, del rapporto fra i prodotti letterari e la società – sia at-
traverso lo studio del mercato librario, sia tramite l’approfondimento dei
meccanismi di lettura e dei gusti variabili del pubblico – si andava occupan-
do, in quegli anni, la sociologia della letteratura (in quanto studiava
dell’opera d’arte «il suo destino sociale e la sua azione sul pubblico»).41

Certamente Metello nacque dentro un’ottica lukácsiana, per dichiarazio-


ne d’intenti e di poetica del suo stesso autore. Del primo dopoguera furono,
infatti, la svolta marxista del critico ungherese, le pubblicazioni della Teoria
del romanzo e, negli anni Venti, della Coscienza di classe oltre che de La reifica-
zione e la coscienza del proletariato.42 Il fondamento ideologico e il presupposto
di base dell’operazione letteraria pratoliniana, dunque, in perfetta coerenza
e sintonia con il pensiero marxista di quegli anni, era che l’arte avesse una
genesi storica e in quanto prodotto della società, fosse nel contempo anche
il suo «rispecchiamento». Quanto più l’opera riusciva a riflettere le condi-
zioni sociali di una data epoca e – nel sorprendere e afferrare il «tipico»
(«fenomeno» ed «essenza») – riusciva a rappresentare la «totalità» della real-
tà, cogliendone l’essenza autentica e i processi profondi, tanto più poteva
essere considerata «vera», perciò valida e quindi artistica (relativamente alla
«riproduzione fedele di caratteri tipici in circostanze tipiche», Lukàcs aveva
rielaborato il pensiero di Engels):43

[…] un giovane manovale sardo, per esempio, mi aveva fatto delle osservazioni su
cui nemmeno i critici più severi si erano soffermati. Egli riteneva che nel corso del
romanzo, non si sentisse abbastanza il peso della lotta che le altre categorie di lavo-
ratori dovettero sostenere, e che non poté non essere parallela e solidale, come del
resto qua e là nel libro era accennato, con le battaglie, politiche e sindacali combat-
tute dagli edili di allora. Era un’osservazione apparentemente irragionevole. Io ave-
vo voluto raccontare la storia di un muratore, non di un meccanico poniamo, o di
un fonditore o di un ceramista. Semmai proprio attraverso le vicende di Metello e

40 Cfr. FREUD 1967-79; 1969; DAVID 1967; GOMBRICH 1967; RICOEUR 1967; ORLANDO 1973;

BODEI 1976; RELLA 1977; LAVAGETTO 1985; JUNG 1967-1997; LACAN 1974 [1966]; MAURON
1966; BÁRBERI SQUAROTTI 1966; BACHELARD 1984 [1938]; FRYE 1969 [1957]; RAIMONDI 1970.
41 Da non confondersi, avvertiva Cases, con la «critica sociologica», da intendersi invece come

disciplina che parte «dalla società per spiegare l’autore e l’opera». Cfr. CASES 1970, pp. 23-4.
42 Non ci sembra supervacaneo sottolineare, in questo contesto argomentativo, il fatto che

Lukács sia stato – con la Teoria del romanzo e Il romanzo come epopea borghese – uno dei più autorevoli
studiosi del romanzo di formazione.
43 Cfr. MARX-ENGELS 1954 [1967]; LUKÀCS 1970; R LUPERINI 1972; DE CASTRIS 1972; FORTI-

NI 1965; CASES 1970; GRAMSCI 1975; MUSCETTA 1953; ASOR ROSA 1965; 1973; LUPERINI 1972;
LEONE DE CASTRIS 1972; CASES 1970.

443
DINO MANCA

dei suoi compagni, avevo inteso rendere tipiche, esemplari, le condizioni di vita, e i
sentimenti, il grado di emancipazione e la coscienza di classe che animavano il pro-
letariato italiano all’inizio del secolo. Quindi la storia del muratore Metello com-
prendeva idealmente quella di un Metello fonditore, di un Metello meccanico, di un
Metello ceramista e via dicendo.44

Questa concezione, connotata ideologicamente, implicava


l’impossibilità di dare della letteratura una definizione universale, quindi
l’impossibilità di intenderla dentro una teoria generale del fenomeno artisti-
co. Ma soprattutto, la sua applicazione presupponeva (e qui stava il vero a
priori ideologico) una ben precisa visione di società, pena la sua stessa ragion
d’essere e la sua validità: la produzione artistica (e quindi anche letteraria)
apparteneva alla «sovrastruttura ideologica», a sua volta condizionata dalla
«struttura economica», ossia dalla totalità dei rapporti di produzione e di
potere tra le classi, e dalle reali condizioni di vita degli uomini:

[…] non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario,
il loro essere sociale che determina la loro coscienza.45

Senza un’arte «realista», dunque, portatrice di un contenuto conoscitivo,


tutta tesa a inverare una rappresentazione fedele della dialettica storica –
capace di disvelare le «contraddizioni del sistema» e di smascherare l’opera
mistificante (denunciando le «falsità») delle ideologie dominanti (proprie
della «borghesia», classe egemone, detentrice dei mezzi di produzione e ca-
pace di orientare la «sovrastruttura ideologica») – il «proletariato» non a-
vrebbe potuto prendere coscienza della propria condizione di subalternità.
Dentro una tale concezione ideologica e prospettiva politica, si può ben
comprendere quale «rivoluzionaria» funzione pedagogica e di «verità stori-
ca» avrebbe dovuto avere la letteratura e quale ruolo avrebbero dovuto ri-
vestire gli intellettuali, gli scrittori e gli artisti. Il grande pericolo, però, av-
vertito da molti, tra i quali Pratolini, era rappresentato dalla deriva ždano-
viana, meccanicista e determinista, di una teoria che rischiava di non tenere
più conto delle complesse mediazioni che esistevano tra arte e società, an-
che perché l’autonomia della prima rendeva ab imis non meccanico il rap-
porto tra i due universi, come non meccanici e non pre-determinati erano i
rapporti di causa-effetto che ne sarebbero derivati:

44 PRATOLINI 1975, pp. 7-8. Cfr. MEMMO 1995, pp 1677-8.


45 Cfr. MARX 1957, pp. 10-12.

444
Tra le carte di Vasco Pratolini

Del resto, se è vero che una goccia contiene il mare, mi sembrava fosse bastato
mettere di fronte a Metello l’ingegner Badolati, le loro identità e il loro comporta-
mento, per riassumere, raccontando il lungo sciopero, la complessità del periodo
storico 1880-1905 e i conflitti che ne derivarono: potere repressione, espansione in-
dustriale e sfruttamento, lotte operaie e organismi proletari, società contadina e ur-
banizzazione. Alla base di tutto questo stavano gli episodi della vita privata di Me-
tello, amori compresi, e naja prigione domicilio coatto, insieme alle restanti pagine
corali che da Firenze si aprivano sull’Italia.46

E la complessa mediazione che a molti critici di formazione ideal-


marxista sfuggì allora – per un’ideologica e per certi versi paradossale opera
di decontestualizzazione – passava (o sarebbe dovuta passare) proprio, per
essere compiutamente compresa, anche attraverso una maggiore considera-
zione delle peculiarità delle tante «realtà» linguistiche e letterarie italiane, ma
soprattutto sarebbe dovuta passare attraverso una maggiore attenzione al
particolare percorso formativo (culturale e umano, in senso anche più stret-
tamente antropologico) del suo autore. È vero che Pratolini condivise mol-
te delle suggestioni e delle ragioni proprie del mainstream critico allora domi-
nante, ma è pur vero che da una parte egli accolse le riflessioni più orientate
verso un marxismo umanistico (lo stesso che influenzò gli esistenzialisti
francesi e la scuola di Francoforte) e verso una prospettiva gramsciana
(blocco storico tra mondo agrario e mondo industriale), e che dall’altra la-
vorò per affinare la sua narrativa aprendola, a partire dalla «tipicità» fioren-
tina, alle innovazioni tutte novecentesce che provenivano dagli altri lin-
guaggi e dalle altre arti, a partire dal cinema. Nella sua formazione umanisti-
ca, infatti, pesò non poco la tradizione realistica italiana rappresentata da
Manzoni e da Verga, ma soprattutto, nella sua concezione del «mondo of-
feso», contarono le letture delle opere di Mario Pratesi, Pietro Jahier, Elio
Vittorini e Charles-Louis Philippe. Contarono «l’università popolare», la
scuola di strada, pulsante di vita, e quella del «Cinema Garibaldi».47
Il suo «realismo morale» crebbe, inoltre, in quel milieu tutto fiorentino,
ma di respiro europeo, segnato, tra le altre cose, dalla straordinaria stagione
delle riviste, che, nata con «La Voce» di Prezzolini e Papini, continuò con
«Letteratura», di Alessandro Bonsanti (collaborarono poeti e scrittori come
Gadda, Vittorini, Montale, Quasimodo, Bilenchi, Saba, Rilke, García Lorca,
Saroyan e critici come De Robertis, Contini, Bo, Binni) e soprattutto

46 PRATOLINI 1975, pp. 7-8. Cfr. MEMMO 1995, pp 1679-80.


47 Cfr. TANDA 1995, pp. 169-70.

445
DINO MANCA

«Campo di Marte», quindicinale di azione letteraria e artistica, fondato da


Enrico Vallecchi e diretto da Alfonso Gatto e dallo stesso Pratolini – nel
quale confluirono i «superstiti solariani» con il gruppo delle «Giubbe Rosse»
e i fuoriusciti di «Frontespizio» (De Robertis, Montale, Parronchi, Bigongia-
ri, Bo, Luzi, Landolfi, Macrì) – avversato dai fascisti, dagli idealisti crociani,
dai «rondisti», dai cattolici neoscolastici e dagli stessi neorealisti per tutto
quello che di «ermetico» e antinaturalista veniva pubblicato.48
In questa prospettiva, più articolata e complessa, dunque, anche in oc-
casione dell’ultimo convegno internazionale di studi del 2013 – promosso
dal Dipartimento di Lingue, Letterature e Studi Interculturali dell’Università
degli Studi di Firenze – è stata riconsiderata la sua personalità e la sua ope-
ra, perché si rendesse giustizia all’arte di uno scrittore libero e di un intellet-
tuale non organico ad alcun partito.49

48 Cfr. JACOBBI 1969.


49 AA. VV. 2015.

446
Tra le carte di Vasco Pratolini

Dopo l’indagine condotta sulla tradizione del testo, la nostra attenzione,


per prevalenti ragioni ecdotiche, si è concentrata in maniera caratterizzante,
oltre che sulla princeps, sul primo dei due elaborati dattiloscritti (D1),50 che
ha trasmesso testimonianza totale e strutturalmente compiuta del Metello
(ancorché non ancora definitiva) e che rappresenta, per intensità del pro-
cesso correttorio, una fase fondamentale del percorso genetico ed evoluti-
vo. Esso si compone di 281 carte (più due di copertina) raccolte in una car-
tella che reca come titolo, scritto con penna blu e rossa da mano non iden-
tificata, «Il figlio di Caco = Metello». Sul frontespizio si legge, invece, scritto da
mano autorale, «Il figlio di Caco». Ogni carta misura mm. 280x220. Le carte
sono state dal catalogatore numerate in ordine progressivo sul margine su-
periore sinistro da 1 a 281.51 In cauda, dopo la parola «FINE» tra parentesi
compare la data «1952». I tempi di composizione di D1 vanno, dunque, dal
1952 al 1954. Lo stato di conservazione del testimone è buono. Lo spec-
chio di scrittura è, quando a pagina piena, generalmente contenuto entro le
ventinove interlinee.52 In altri casi, invece, dopo un evidente lavoro reviso-
rio condotto secondo le modalità del taglia e incolla, con cassature e/o di-
slocazioni di ampie parti di testo, le carta ricomposte arrivano a contenere
sino a 50 righe di scrittura.53
In questa fase genetico-evolutiva, come prima evidenziato, la campagna
correttoria risulta essere particolarmente sostenuta e perciò degna di parti-
colare attenzione filologica. Le emendazioni di mano autorale, prevalente-
mente realizzate a penna, attestano, infatti, la presenza di nuove fasi elabo-
rative e di più stratificazioni di varianti realizzate. Inoltre, il risultato di larga
parte del processo correttorio di D1 trova emanazione e riscontro nella le-
zione di V. Perciò assumiamo questo testimone come punto di partenza di
un’analisi diacronica (o, se si preferisce, di una critica variantistica di tipo
evolutivo, da D1 a V) e come termine di confronto per studiare le sue va-

50 Segnatura: IT ACGV VP. 1. 3.


51 Del IX capitolo ci restano due redazioni (D1a e D1b) entrambe contenute, con collocazione
diversa, nel dattiloscritto D1. Il lavoro di ricostruzione e di riordino delle carte ha dovuto fare i
conti con una numerazione discontinua e incongrua, verosimilmente apposta da mano seriore e
aliena. Il rapporto variantistico intercorso tra le due redazioni, con rispettivo apparato diacroni-
co, si trova, insieme agli altri interventi notevoli, in APPENDICE. Si pubblica a testo il risultato di
questo primo passaggio evolutivo, coincidente con la lezione di D1b, mentre in apparato si rende
conto della difformità di dettato intercorsa tra D1b e V.
52 Lo specchio di scrittura nelle cc. numerate 23, 34, 53, 63, 85, 95, 143, 154, 243, 253, 281

non è a pagina piena.


53 Si vedano a tal riguardo le cc. numerate 61, 74, 92, 133, 135, 141, 166, 167, 206, 219, 265,

267, 277.

449
DINO MANCA

rianti interne, le difformità di dettato con V e la portata quantitativa e so-


prattutto qualitativa del complessivo vettore correttorio che dinamizza il
testo: da Il figlio di Caco al Metello, dunque.
Il secondo dattiloscritto (D2) è la copia carbonata della primitiva redazio-
ne di D1, con poche correzioni. Era consuetudine codificatoria di molti
scrittori, infatti, porre uno o due fogli di carta carbone tra due o tre fogli di
carta supplementari per poterne ricavare, attraverso la pressione applicata
dalla macchina per scrivere, una o due copie dell’originale su cui poter con-
tinuare un eventuale e prevedibile lavoro seriore di revisione testuale.54
Certamente Pratolini ha innovato a tutti i livelli agendo per fasi distinte.
Le varianti interne a D1 e quelle intercorrenti con V, mostrano un quadro
emendatorio vario per tipologia, tempi e modi d’esecuzione, fasi elaborative
e impianto stratigrafico. Il lavoro di revisione ha riguardato sia l’aspetto dei
contenuti che l’affinamento dell’espressione e la cura linguistica. Tuttavia è
pur vero che i ripensamenti maggiori – come non di rado accade in una fa-
se così avanzata dell’elaborazione artistica – sono di prevalente natura di-
scorsiva e stilistica.
In prima istanza gli interventi revisori hanno riguardato i refusi e alcune
incertezze codificatorie:

un alibi,] un alibi, (← un’alibi) D1 nichelini] nichellini V un oro] un’oro D1


Alfredo, sì, mi si era affezionato,] Alfredo, sì|,| mi si era affezzionato, D1
Alfredo, sì, mi si era affezionato V gli avvicinò] li avvicinò V un landeau] un
landau V gesti] gestri D1 matinè] «mattinè» V Charleroix] Charleroi V

Per quanto riguarda l’interpunzione, i sintagmi di legamento e il più


generale sistema pausativo e ritmico – come da generale prassi codificatoria
ed emendatoria – nell’opera di affinamento linguistico Pratolini ricerca una
maggiore e più sorvegliata razionalità segmentatrice (nel passaggio
evolutivo predilige soprattutto la virgola e il punto e virgola), in funzione,
nel caso specifico, di una scansione narrativa ben ritmata, rapida e
incalzante, fatta di stacchi e riprese (peraltro non indifferente alle
suggestioni del linguaggio cinematografico, che conosceva bene), spesso
modulata sul parlato, e di una sintassi paratattica, simmetrica, ricca di
proposizioni coordinate (spesso esplicative) e di costruzioni parallele («C'era
Friani l'anarchico; c'era il vecchio Corsiero […] e c'era il piccolo Renzoni»), a
volte clausolate, con significativa presenza di figure dell’iterazione (anafore,
54
Cfr. MANCA 2010, p. XXX.

450
Tra le carte di Vasco Pratolini

anadiplosi, epanadiplosi, epanalessi: «le piaceva la libertà, le piaceva la vita […]


e gli piaceva. E come gli piaceva il lavoro, gli piacevano le sottane»), della
duplicazione, dell’accumulazione ordinata e dell’enumerazione
(anticipatoria e/o ricapitolativa):

statemi a sentire... »:] statemi a sentire... »; V rimminchionito», egli] rimmin-


chionito» egli V vedere io!», e nessuno] vedere io!». Nessuno V ci fa buca,
quando] ci fa buca. Quando V parzialità riusciva a fare, era] parzialità le riusciva
era V estranei, c'è] estranei; c'è V soldi;] soldi: V Betto,] Betto V prigione,]
prigione V paterno] paterno, V borseggiatori,] borseggiatori: V Uomo, ma]
uomo ma V Betto viveva solo,] Betto, viveva solo, V mani,] mani|,| questo,]
questo|,| era,] era|,| mondo;] mondo|;| stesso,] stesso|,| formata,] forma-
ta|,| c'insegua: resta la cicatrice,] c'insegua, resta la cicatrice V mese,] mese|,|
sera,] sera, (← sera:) una, senza] una|,|senza Rovezzano:] Rovezzano: (← Ro-
vezzano,) avanti, resta] avanti|,| resta finire:] finire: (← finire,) vita. Ne scor-
di,] vita. Ne scordi, (← vita: ne scordi) Mascherini,] Mascherini|,| chiara: Pul-
cinella] chiara: Pulcinella (← chiara, Pulcinella) tre anni: tante] tre anni: tante (←
tre anni, tante) gente, al contrario, inseguiva] gente|,|al contrario|,|›le‹ insegui-
va nessuno,] nessuno V bambino, si] bambino, si (← bambino. E si) e che, al-
la fine] e che|,| alla fine corridojo, fin] corridoio fin V fronte ma] fronte, ma V
Nemmeno io, volendo,] Nemmeno io|,| volendo|,| vecchi] vecchi, V la ca-
pacità ora] la capacità, ora, V Proletari di tutto il mondo, unitevi! ] Proletari di tut-
to il mondo, unitevi. V rompergli?] rompergli? (← rompergli.) a sposarsi;] a sposa-
re; V «Buonasera»;] “Buonasera”|;| D1 Tuttavia, questo] Tuttavia questo V E
l'edilizia per forza di cose] E l'edilizia, per forza di cose, V lui si] lui, si V il pa-
drone; anzi,] il padrone; (← padrone,) anzi|,| D1 Essi via via] Essi, via via V
disse,] disse; V colonna,] colonna|,| burlasse, con noncelata soddisfazione,]
burlasse|,| con noncelata soddisfazione|,| con non celata soddisfazione, V l'In-
gegnere, «consideriamola] l'Ingegnere. «Consideriamola V affettuosa,] affettuo-
sa|,|V Renzoni. Lo] Renzoni; lo V a fatica;] a fatica, V idee», e] idee». E V i-
dee», e] idee». E V perciò,] perciò V abitando] abitando, V l’amore. Ma]
l’amore, ma V Forse se hai il sonno leggero] Forse, se hai il sonno leggero, V
l'aiutava; spesso, nel pomeriggio,] l'aiutava|;| spesso|,| nel pomeriggio|,| ca-
so. Metello] caso, Metello V moglie;] moglie|;| nulla,] nulla: V una spilla un
nastro due buccole] una spilla, un nastro, due buccole C'era, infine,] C'era|,|
infine|,| La miniera] La miniera, V bene»,] bene»; V fare? Ormai] fare? Ormai
(← fare, ormai) quindi,] quindi|,| amici,] amici|,| anch'io,] anch'io|,| ragio-
ne?».] ragione|?|». fontanieri;] fontanieri|;| adesso,] adesso|,| dei fiorentini
dei toscani] dei fiorentini, dei toscani, V erano,] erano|,| dicevano,] diceva-
no|,| atto,] atto|,| nave e] nave, e V Fiore,] Fiore|,| muratori badilanti ter-
razzieri] muratori>,< badilanti terrazzieri>,< viso,] viso|,| al Partito, gli era] al
Partito. Gli era V Potessi,] Potessi|,| cofani] cofani (← “cofani”) Digli, mi

451
DINO MANCA

manda il Lunghino.] Digli: “mi manda il Lunghino”. V ponti:] ≪ponti≫: V155

Per quanto riguarda, invece, gli aspetti grammaticali e ortografici, l’autore


lavora sulle oscillazioni e le alternanze grafiche:

pagliai] pagliaj V voialtri] vojaltri V ajuole] aiuole V voialtri] vojaltri V corrido-


jo, fin] corridoio fin V ajuto] aiuto V schedari] schedarj V guaj] guai D1 sellai]
sellaj V56

sulla normalizzazione di maiuscole e minuscole:

fattoria] Fattoria V Poeti] Poeti (← poeti) D1 Re] Re (← re) D1 «Per il resto»,


dicevano. «È] «Per il resto» dicevano «è V insieme: “lo sai] insieme: “Lo sai V
un] Un V

sull’emendazione e/o regolarizzazione delle forme atone, accentate e apo-


strofate:

su] sù (← su) D1 Sù] Sù (← Su) D1 Su V sù] su V sé stesso] se stesso V Dì] Di'


V eccome] eccòme V Grassina] Gràssina D1 più sù] più sù (← più su) più su V
figurati] figùrati V «Sù sù»] «Su su» V sùbito V] subìto D1 sé stessi] se stessi V
libertarî] libertarî (← libertari) D1 libertarj V sé] se V «Ce n’ho di bisogno»] «Ce
ne ho di bisogno», V M’ero] Mi ero V ch’era stato] che era stato V d’ogni] di
ogni V di un fiato.] d’un fiato. V d’ogni] da ogni V

sulla conversione del carattere corsivo in tondo:

mamma] mamma D1 mamma] mamma (← mamma) D1 babbo] babbo (← babbo)


D1 il cittadino] il cittadino (← il cittadino) D1 il cittadino V; fratelli] fratelli (←
fratelli) D1 cittadino] cittadino (← cittadino) D1 nonna] nonna (← nonna) D1 ponti]
ponti D1 caporali] caporali (← caporali) D1 e segnato, il caporale.] e segnato, il
caporale. (← “e segnato”, il caporale.) D1 caporale] caporale D1 caporale] caporale D1
di pelle di becco,] di pelle di becco, (← “di pelle di becco”) D1 di pelle di becco; V
pratica] pratica (← pratica) bassi] bassi (← bassi) D1 maruzze] maruzze (←
maruzze) D1 fratello] fratello V Spiombi!] Spiombi! V

su qualche raro esempio di oscillazione tra scempia e geminata:

55 L’apparato critico dell’edizione evolutiva in allestimento è positivo: viene prima la lezione di

D1 che sarà messa a testo, a destra parentesi quadra chiusa «]», seguono le varianti d’autore inter-
ne a D1 e intercorrenti fra D1 e V, ordinate secondo un criterio diacronico seguite dalle sigle (in
neretto) dei testimoni messi a confronto.
56 Cfr. note 10 e 11.

452
Tra le carte di Vasco Pratolini

sopratutto] soprattutto V

Interviene, inoltre, sui metaplasmi di vario livello (apocopi e parti


variabili del discorso) e sulla generale valenza eufonica del significante,
investendo sia il livello fonologico che quello morfologico. Prevalentemente
risolte in V, ad esempio, risultano essere la conversione nella forma piena di
alcuni fenomeni di apocope postconsonantica e di contrazione, soprattutto
verbale, nonché il passaggio dalle forme digiunte a quelle univerbate:

son] sono V bicchier] bicchiere V ricominciar] ricominciare V d’esser] d'essere


V perdavvero] perdavvero (← per davvero) D1 quarantott’ore] quarantottore V

A un altro livello si colloca la revisione del contingente lessicale (sinoni-


mie, pertinenze, ridondanze, pleonasmi, arcaismi, locuzioni idiomatiche) e
dell’assetto morfo-sintattico (architettura del periodo, ordine delle parole e
delle proposizioni, tempi e modi del verbo). Tramite gli interventi soppres-
sivi, espuntivo-sostitutivi e integrativi, Pratolini lavora allo snellimento e
soprattutto alla ricalibratura dell’impianto linguistico e narrativo. Lo fa con
cura, con attenzione e artigianalità certosina. Lo attesta l’intensa e tormenta-
ta campagna correttoria che investe l’intera struttura segnica del racconto
(parti narrative, discorsive, descrittive e dialogiche), la sapienza nell’uso del-
la lingua, dalle strutture complesse alle virgole, dalle figure retoriche del si-
gnificante a quelle del significato. Lo attestano le stratificazioni, le diverse
fasi elaborative e le centinaia di varianti interne al primo dattiloscritto e in-
tercorrenti tra dattiloscritto ed edizione Vallecchi: varianti immediate e tar-
dive. Tra quelle che confermano un tale vettore correttorio, a seguire meri-
tano prima di tutto menzione le varianti sostitutive, soprascritte e sotto-
scritte (tardive), e in linea (immediate). Ne proponiamo a seguire alcuni e-
sempi significativi:

«Ma ne conosco anch'io di artigiani, e non ho mai inteso dire gli sia proibito
il vino e di avere delle opinioni.] «Ma ne conosco anch'io di artigiani, •e non ho
mai inteso dire gli sia proibito il vino e di avere delle opinioni. (>Il Vegni per esem-
pio», diceva Metello «È più anziano di lui, d’accordo. Fa l’argentiere e lui il mosaici-
sta, ma lo stesso è un artigiano. Eppure il Vegni l’ho sempre visto a bere la sua me-
scita dal Chiti, e non si è mai vergognato di avere delle idee. E non c’è da dire che
non sia anche lui tutto casa e laboratorio.<) l'atto di clemenza che li riammette-
va a godere dei diritti civili.] •l'atto di clemenza (>ache li faceva bdel Sovrano, che
oltre a farli tornare incensurati<) /che/ li riammetteva •a godere dei diritti (>a tutti i
diritti civili<) civili. Firenze Capitale c'era tanto lusso. Per dirne una: ieri ero
sui Lungarni,] Firenze Capitale •c'era tanto lusso. Per dirne una: ieri (>Avete visto,

453
DINO MANCA

in Piazza Vittorio hanno aperto un altro Caffè sciàntan. Ieri<) ero sui Lungarni,
Così, gli uomini delle diverse squadre che lavoravano ai due edifici ancora in
costruzione, si erano trovati tutti riuniti, come il sabato precedente.] |Così|
(>Siccome<), •gli uomini delle diverse squadre che lavoravano ai due edifici ancora
in costruzione, si erano trovati tutti riuniti, come il sabato precedente. (>si erano
trovati tutti riuniti, come il sabato precedente, gli uomini delle diverse squadre che
lavoravano ai due edifici ancora in costruzione<) creatura. Viola andava per i
quaranta, ed egli] creatura. •Viola andava per i quaranta, (>Non nutriva
dell’affetto, e nemmeno molta stima di Viola, nessun interesse lo spingeva a riavvi-
cinarsi a lei. Ella gli era di quindici anni più anziana<) ed egli D1 creatura. Viola an-
dava per i quaranta ed egli V Ora che non ce la faceva più a reggere pesi, aveva
abbandonato il Mercato e viveva] Ora che >in Mercato per lui non c’era nulla da
fare, ‹siccome›< non ce la faceva più a reggere pesi, /aveva abbandonato il Mercato
e/ viveva Mio marito è muratore come lei, provi a indovinare! Si è] Mio mari-
to è •muratore (>astipettajo b•muratore c•stipettajo<) come lei, (← acome lei
b•come lei) •provi a indovinare! (>ora è disoccupato.<) in cantiere] •in cantiere

(>a lavorare<) gridò] •gridò (>disse<) loro associazioni] |loro associazioni|


(>loro Leghe<) il Governo gliene] •il Governo gliene (>Giovanni Giolitti l’aveva
ammesso e gliene<) Giolitti, ch'era Ministro di Polizia, spesso e volentieri le-
gava le mani, non a loro, ma al Prefetto e al Questore.] •Giolitti, ch'era Ministro
di Polizia, spesso e volentieri legava le mani, non a loro, ma al Prefetto e al Questore
(>assumendo la Presidenza del Consiglio. Quindi,<). I Poeti, coloro che ne han-
no l'animo comunque, sono] •I Poeti, coloro che ne hanno l'animo comunque,
sono (>I Poeti sono sempre lì pronti a offrire il petto,<) È la legge: quando due
si picchiano, si picchiano, c'è un motivo.] È la legge: quando due si picchiano, si
picchiano, c'è un motivo. (← aÈ la nostra legge bÈ la >nostra< legge della gente
fiorentina, quando due si picchiano, si picchiano.) aveva creduto di avergli detto
troppo. Era anche lui socialista] •aveva creduto di avergli detto troppo. Era an-
che (>aveva creduto di essersi confidato anche troppo.<) lui >un< socialista Ora,
lo tenevano d'occhio. Erano state chieste a Firenze le informazioni secondo
le quali egli era un «socialista anarchico», uno schedato.] Ora, •lo tenevano
(>dal Comando era stato dato l’ordine di tenerlo d’occhio<) d'occhio. Erano (←
d’occhio, erano) state chieste a Firenze le >debite< informazioni •secondo le quali
(>e a sentirli<) egli era un •«socialista anarchico» (>anarchico<), uno schedato.
l'amante] •l'amante (>Viola<) commentava] •commentava (>gli diceva<) «Sono
le nostre fortune!», gridò.] •«Sono le nostre fortune!», gridò. (>Era il miglior ba-
liatico che si fosse mai avuto. Pagatore, puntuale. Sono le nostre fortune.<) Torna-
va ad essere] •Tornava ad essere (>Lei era<) e poi ritrovato] •e poi ritrovato
(>prima di incontrarlo<) disteso, ma nell'unica direzione che] disteso, >ne poté
in seguito parlare< ma nell'unica •direzione (>direttrice, diciamo<) che tutte mo-
re] |tutte more| (>brune<) dietro la Darsena] |dietro la Darsena| (>di loro di<)
la preoccupazione] •la preoccupazione (>il timore<) glielo ricordasse] •glielo ri-
cordasse (>gli rinnovasse la raccomandazione<) non andavano mai più di due
volte dietro la medesima sottana.] non •andavano (>ci andava<) mai >dietro<
più di due (← una) volte •dietro la (>alla<) medesima sottana. infine] •infine (>a-

454
Tra le carte di Vasco Pratolini

vendo a che fare coi napoletani<) se non dopo] •se non dopo (>prima di<) rivol-
gesse] •rivolgesse (>facesse<) Riposò invece] •Riposò invece (>Dormì invece<)
le disse] •le disse (>le chiese<) D1 le chiese V Dovevo persuadermi] •Dovevo
persuadermi (>E mi persuadessi<) Ricominciare era difficile, ma il pane non
gli venne a mancare.] •Ricominciare era difficile, ma il pane non gli venne a man-
care. (>Furono dei mesi difficili, ma non gli mancò mai il pane.<) spingevano la
neve sotto i marciapiedi, e poi l'ammucchiavano,] •spingevano la neve sotto i
marciapiedi, e poi l'ammucchiavano, (>accumulavano la neve sui marciapiedi e poi
l’ammucchiavano<) cerimonie.] •cerimonie. (>commemorazioni.<) proselitismo
all'odio di classe e scarso] •proselitismo all'odio di classe e scarso (>incitamento
al disordine e scarso rendi<) multe, sospensioni e ramanzine non erano]
•multe, sospensioni e ramanzine non erano (>anon l’avevano bnon erano servite a
ravveder<) gli occhi come d'oro.] •gli occhi come d'oro. (>gli occhi chiari.<) «E
quali sarebbero le sue intenzioni?». «Serie, glielo giuro».] •«E quali sarebbero
le sue intenzioni?».↔| «Serie, glielo giuro». (>“Lavoro in Manifattura da sei anni,
ora ne ho venticinque. Dica la verità, me ne dava qualcuno di più.”↔|“No, parola
d’onore.”<) dapprima, senza saper che dire.] dapprima, •senza saper che dire.
(>adapprima senza trovar parole. •bdapprima senza trovar parole<) aggiungere]
•aggiungere (>dire<) a farsi avanti o a tirarsi indietro.] •a farsi avanti o a tirarsi
indietro. (>a tirarsi indietro<) Ora l'Ingegnere diceva:] |Ora l'Ingegnere diceva:|
(>Ora diceva<) s'interruppe] •s'interruppe (>aggiunse,<) le cose si sistemano,
meglio per tutti. Ho voluto] le cose •si sistemano, meglio per tutti. (← acambiano,
sarò il primo io a farci i salti mortali bcambiano, meglio per tutti. Auguriamocelo,
cosa vi devo dire?) Ho voluto questo anarchico sul cinquant'anni,] questo
•anarchico sul cinquant'anni, (>ultimo degli anarchici tra di loro,<) giovanile,]
•giovanile, (>giovane,<) lo incenerì] •lo incenerì (>disse<) schiara] |schiara|
(>colora<) e ora la minaccia della disoccupazione, ma anche all'amore.] •e
ora la minaccia della disoccupazione, ma anche all'amore. (>e il fatto che la minac-
cia della disoccupazione si sarebbe<) e i militari uscirono di dietro] •e i militari
uscirono di dietro (>quando i militari e i Carabinieri uscirono di<) che fosse]
|che fosse| (>che egli fosse<) vedova] |vedova| (>moglie<) fumava il sigaro]
•fumava il sigaro (>non fumava<) D1 come quella notte di febbrajo, due mesi

dopo il suo ritorno.] •come quella notte di febbrajo, due mesi dopo il suo ritorno
(>acome la prima volta. bcome la prima volta, |una notte di febbrajo| due mesi
dopo il suo ritorno.<). Metello aveva ricevuto le notizie e i saluti dei Tinaj,
l'ultima volta] •Metello aveva ricevuto le notizie e i saluti dei Tinaj, l'ultima volta
(>L’ultima volta che aveva ricevuto le notizie e i saluti dai Tinaj, era stato<) Di tor-
nare in Italia] |Di tornare in Italia| (>Morto il babbo e<) chiediamo meno di
un'elemosina». «Tu parli] chiediamo •meno di un'elemosina». (>adue soldi di più
l’ora. E si tratta che questa volta li vogliamo davvero. E mentre egli accendeva, O-
lindo disse: b•meno di un’elemosina. E questa volta la vogliamo. Quelli di Torino si
erano strappato l’aumento da più di un anno! E mentre egli accendeva, Olindo dis-
se: <) «Tu parli l'animo, questa volta, è di] l'animo, •questa volta, è di (>è di an-
dare fino in fondo<)

455
DINO MANCA

Relativamente all’opera di sfoltimento del sottobosco narrativo (fatto a di-


versi livelli formali ed espressivi), in modo analogo proponiamo − a segui-
re e sempre a titolo esemplificativo − la campagna espuntiva degli elementi
sovrabbondanti:

la Comune! Viva Cafiero!] la Comune! >Faremo una carneficina! Viva


l’Internazionale! Viva Batacchi! Viva Franciolini!< Viva Cafiero! uno Stato; non
solo essi] uno Stato; (← Stato,) >il Quarto Stato< non solo •essi (>i loro Capi<)
poche cose, ma chiare.] poche cose, >forse utopistiche infantili sovvertitrici< ma
chiare. i braccianti di Contea, di Vicchio e Dicomano,] i braccianti di Contea,
>gelosa del nulla che possiede,< di Vicchio e Dicomano, San Frediano, aveva]
San Frediano, >dormiva nel retrobottega di un cenciajolo< aveva avvertire Pon-
tassieve.] avvertire >per telegrafo< Pontassieve. «Sai cosa le ci vorrebbe? Qual-
che bella labbrata, che la scuotesse. Eppoi dirle: Zitta, ve'».] «Sai cosa le ci
vorrebbe? >Non dico un po’ di fame, ma< Qualche (← qualche) bella labbrata, che
la scuotesse. Eppoi dirle: Zitta, ve'. >Parla come ti ha insegnato la mamma». E se la
mamma, proprio lei, le avesse insegnato così. All’Idina?».< Cosetta una bambina,
non mi frastornare.] •Cosetta (← Elisa) una bambina, >ti ho già detto la verità,<
non mi frastornare. piace il fiato di sigaro».] piace il fiato di sigaro >a certe mae-
strine<». la terra, nel letto] la terra, >era evidente ma< nel letto un pugno in vi-
so] un pugno in >pieno< viso Ma tutti] >settimana prima di partire< Ma tutti
Corsiero, dal quale,] Corsiero, >ch’era stato il caposquadra con cui aveva lavorato
all’inizio della sua carriera< dal quale, morali, siccome] morali, >le sue condizioni
materiali< siccome Col timore d'essere mandati in Abissinia:] Col timore >che
serpeggiava< d'essere mandati in Abissinia: (← Abissinia,) ma finiva] ma >poi<
finiva topografia: a due passi,] topografia>. Più in là<: a due passi, le cancella-
va.] >di giorno in giorno< le cancellava. comprato. Curiosità] comprato. >Se an-
cora, malgrado il tempo trascorso, Rovezzano non aveva altri lumi, sarebbe potuta
andare a letto al bujo.< Curiosità Concluse] >Una volta< Concluse anzi, fatto]
anzi, >se possibile,< fatto le mani] le >sue< mani l'occasione. «Non voglio]
l'occasione. >Ne approfittasse, anzi, fin da allora.< «Non voglio dalla condi-
scendenza] dalla >bonaria< condiscendenza cambiò voce] cambiò >tono di<
voce esile, e] esile, >nervoso< e questione. Eppure] questione. >È un brutto
diavolo la fame. E gli tornano a crescere il pane, dài un altro soldino di più.< Eppu-
re chiusi alla] chiusi >alle Murate, lui< alla esaltava il traforo] esaltava >il lavoro
e< il traforo il discorso.] il discorso >come quel sabato sera<. sposato: era] spo-
sato: >sua moglie e aspettava un bambino< era come uno di noi.] come uno di
noi >tale quale<. lo conosco] lo conosco >bene< a renderlo comprensivo.] a
renderlo comprensivo >e a fargli vincere l’irritazione che le sue parole gli suscitava-
no<. ignoranti e] ignoranti >e generosi< e raggiungevano il poggio] raggiunge-
vano >passo passo< il poggio si capiva col siciliano:] si capiva >perfettamente<
col siciliano|:| naturale.] naturale >materno, amico<. in giudicato.] in giudicato
>le stesse donne e ragazzi di cui parlare<. diceva] >egli< diceva parlavano dei]
parlavano >forse< dei D1 uno rivolgersi] uno >di essi< rivolgersi D1

456
Tra le carte di Vasco Pratolini

E potature e revisioni significative si registrano nel passaggio evolutivo da


D1 a V:

I nostri problemi sono tutti lì: le pezze da piedi, il corredo, la gavetta da lava-
re,] I nostri problemi>, e la nostra mente non può anche volendo ospitarne altri
tanto questi la riempiono,< sono tutti lì: le pezze da piedi, il corredo, la gavetta da
lavare, D1 I nostri problemi sono tutti lì: le pezze da piedi, la gavetta da lavare, V
voltò loro le spalle] voltò le spalle V Ora il venti settembre, mi metto la cami-
cia rossa e vo in corteo. Capirai, quel giorno, sei in divisa, e tutti ti pagano a
bere.] Ora>, anche se il Chiti mi guarda male, lui quando io andai a Roma era in fa-
sce, cosa ci ha da avere?< il venti settembre|,| mi metto la camicia rossa e vo in
corteo. Capirai, quel giorno, sei in divisa, e tutti ti pagano a bere. >Il Chiti guardi
male un altro, lui da bere gratis non me l’ha mai dato.”< D1 Ora il venti settembre,
mi metto la camicia rossa e vo in corteo. Capirai, è una solennità, tu sei in divisa, e
tutti ti pagano a bere». V comizi, leggere l'Avanti!,] comizi, leggere l'Avanti!, (←
comizi leggere “l'Avanti!”) >dopo c’era< D1 comizi, leggere la Lotta di classe, V nel
bujo, uggiolando. Metello la trovava in letto, pulita e odorosa come una si-
gnora. Fu la] nel bujo, uggiolando›, sotto la finestra di Viola‹. Metello la trovava in
letto, pulita e odorosa come una signora. Fu la D1 nel bujo, uggiolando. Viola era
digià nel letto, pulita e odorosa come una signora. Fu la V del suo mestiere, la-
sciava una ragazza e si fidanzava con un'altra.] del suo mestiere, •lasciava una
ragazza e si fidanzava con un'altra. (>si lasciava con una ragazza e con un’altra si fi-
danzava<) D1 del mestiere, lasciava una ragazza e si fidanzava con un'altra. V e un
cavallo a dondolo, anticipando il regalo per il suo secondo compleanno.] e un
cavallo a dondolo, anticipando di >un mese< il regalo |per il suo| (>del suo<) se-
condo compleanno. D1 e promesso un cavallo a dondolo, di cui avrebbe scritto alla
Befana. V Non durò] Non durò (← era durato) D1 Né durò V Era gravida, poi
partorì e ancora non voleva decidersi a sposare.] Era gravida, •poi partorì e an-
cora non voleva decidersi a (>e non si voleva far<) sposare. D1 Era gravida, poi
partorì e ancora non si decideva a sposare. V E dal momento che un padre,] •E
dal momento (>siccome<) un padre|,| D1 E dal momento che un padre, V Il
treno passava alle sue spalle, e davanti a lui, sulla strada, un barroccio] Il tre-
no passava alle sue spalle, e sulla strada avanzava un barroccio V cavoli fiori, i ca-
schi di banane ch’egli vedeva per la prima volta e a cui non sapeva dare un
nome; altri facchini] cavoli fiori, le arance e i mandarini ch'egli toccava per la pri-
ma volta; altri facchini V Anzi, il Troncia», esclamò Linari. E risero. Poi il cal-
vo si rivolse a Metello: «Per caso,] Anzi, il Troncia» disse Linari. «Per caso, V di
poter toccare. A sera, prima di cena si appartava con Betto,] di toccare. A sera,
si appartava con Betto V La guardia lo sospinse: “Svelto, via”.] La guardia lo so-
spinse. V Ma ormai che è andata, è andata.] Ma ormai è andata. V trasandato;
e dallo sguardo, azzurro azzurro, sempre calmo,] trasandato. E dallo sguardo,
sempre calmo, V portato Deputato] portato alle Elezioni V spesso] a volte V
domenica, e non era scontroso, sapeva stare allo scherzo, alla battuta.] dome-

457
DINO MANCA

nica; e non era scontroso, stava allo scherzo, alla battuta. V Era un sabato] Era
sabato V comperò mezzo toscano] comperò un mezzo toscano V Credeva che
gli sarebbe girata la testa, invece] Credeva che gli sarebbe girata la testa come
quella volta in guardina, invece V ridotto cenere] ridotto in cenere V Perciò era
morto, consumato, e per il patema] Perciò era morto, e per il patema V bocche]
lingue V egli la fece bere alla fontana del Porcellino.] egli si commosse. V se-
condo plotone, terza compagnia, quarto reggimento, primo battaglione.
Siamo] secondo plotone terza compagnia; e poi: battaglione reggimento divisio-
ne... Siamo V mi facevano] ricevevo V Vado ad abitare in centro, anche se ci
vedremo ci vedremo molto di rado, Rovezzano resta un po' fuori mano.] Vado
ad abitare in centro. Anche se ci vedremo, ci vedremo molto di rado, Rovezzano re-
sta un po' fuori tiro V Io dico] Io penso e credo V vestivano] indossavano V
uno splendore. Gli posò] uno splendore. Dimostrava vent'anni, e forse non li a-
veva. Gli posò V Voialtre] Voi V Da un certo giorno in avanti, accanto a Me-
tello, troveremo Ersilia.] Da un certo giorno, accanto a Metello, troveremo Ersilia.
V Cina] China V dirimpetto, e lontano una decina di metri da quello dove lui
lavorava. Trascorsero] dirimpetto. Trascorsero V di crocicchio e crocicchio] di
crocicchio in crocicchio V Giannotto faceva il muratore, non aveva ancora
trent’anni, si era sposato da poco con Annita, una sigaraja rimasta vedova un
anno prima, e digià aspettavano un bambino.] Giannotto faceva il muratore;
giovane sui trent'anni, aveva sposato Annita (con la quale Ersilia era cresciuta insie-
me) “quando era ancora una bambina”: ora faceva la sigaraja, e per la prima volta si
trovava incinta, al quinto o sesto mese. V fu un attimo appunto,] fu un attimo V
V’erano] C’erano V trovandovi,] incontrandovi V venendoci ad abitare,] venen-
do ad abitarvi, V si partì ogni giorno dal suo Quartiere] si partì dal suo Quartie-
re V fosse soltanto della compassione…] fosse compassione… V arrivata u-
gualmente tardi] arrivata tardi V dopo aver messo al mondo] dando la luce a V
pù alto di Metello due dita, dalle] alto quasi quanto Metello ma dalle V escla-
mò] sillabò V Aiutami, fammi pigliare come manovale. Qui non lo sanno che
sto poco bene, ce la metterò tutta, ti farò fare una bella figura.] Aiutami, fam-
mi fare una bella figura. Ho bisogno di lavorare. V disse] chiese V vengo] accorro
V onde distrarre] per distrarre V loro problemi. Questo c’era di cambiato, e
non solo questo. Allora erano anarchici] loro problemi. Allora erano anarchici V
E sotto il sole di giugno] E sotto il sole V

Certamente finalizzato alla cura della prosa, della lingua letteraria e dello
stile, risulta essere il lavoro emendatorio di tipo integrativo e completivo.
Nondimeno, nel caso specifico, esso ci è parso altresì orientato, da D1 a V, a
garantire una maggiore resa diegetica del racconto, attraverso la completez-
za informativa, l’esplicitazione dei fatti, la determinazione dei luoghi, la
specificazione degli agenti e degli esistenti, coerentemente con una narra-
zione e descrizione sistematicamente poste al servizio del «vero» storico:

Dormiva nel retrobottega di un cenciajolo, in via Chiara, uscio a uscio con

458
Tra le carte di Vasco Pratolini

una Cantina, così si sentiva al sicuro, e fu lui ad offrire a Metello di dividere


il suo letto, che era grande perché grande gliel'avevano regalato.] /Dormiva
nel retrobottega di un cenciajolo, in via Chiara, uscio a uscio con una Cantina, così
si sentiva al sicuro, e fu lui ad offrire a Metello di dividere il suo letto, che era grande
perché grande gliel'avevano regalato./ ||fu lui ad offrire a Metello di dividere il suo
letto, che era grande perché grande gliel'avevano regalato.|| fratello di latte] fratel-
lo (← «fratello») /di latte/ circondare le fabbriche e i cantieri.] circondare /le
fabbriche/ e i cantieri. accompagnati: erano discesi, col carro, fino in Valdar-
no dove passava la ferrovia.] accompagnati|: erano discesi, col carro, fino in Val-
darno dove passava la ferrovia.| a Firenze», disse il bracciante avviando i buoi.]
a Firenze», disse /il bracciante/ avviando i buoi. d'un tratto, si era lasciato dietro
le spalle le ultime case di Rignano e sapeva] d'un tratto, /si era lasciato dietro le
spalle le ultime case di Rignano/ e sapeva aperta anche una Camera] aperta
/anche/ una Camera che non lo] che /non/ lo buongiorno», ella diceva.] buon-
giorno»|, ella diceva|. Era Moretti, l'uomo] Era /Moretti,/ l'uomo sapeva fare i
giochi di prestigio con le carte] /sapeva fare i giochi di prestigio con le carte/
qualche giorno prima di partire] /.qualche giorno prima di partire/ vita civile]
vita /civile/ Io davvero è come se fossi digià all'elemosina».] /Io davvero è
come se fossi digià all'elemosina»./ dove] /dove/ Fa le cornici, oltre che stuc-
care.] /Fa le cornici, oltre che stuccare./ ma che gli ambienti di lavoro fossero
un po' più cristiani, che ci circolasse l'aria:] ma che gli ambienti /di lavoro/
fossero un po' /più/ cristiani, che ci circolasse l'aria: D1 ma che i locali di lavoro
fossero un po' più cristiani, e vi circolasse l'aria: V Io lo so, e da un pezzo. E tu
la mia opinione la conosci. Siete voi che non lo volete capire, come loro. Ma
almeno loro fanno i loro interessi, ma voialtri?] Io lo so, /e da un pezzo. E tu la
mia opinione la conosci./ Siete (← siete) voi che non lo volete capire, come loro. Ma
almeno loro fanno i loro interessi, ma voialtri? D1 Io lo so, e da un pezzo. E tu la
mia opinione la conosci. Siete voi che non lo volete capire, come loro. Ma almeno lo-
ro fanno i loro interessi. V ciascuna di loro, dopo] ciascuna /di loro,/ dopo
«Ah», ella esclamò.] /«Ah», ella esclamò./ Limitandosi al pane, «che negli ul-
timi tempi s'era messo a far le capriole», per comprarne un chilo bisognava
lavorare un quarto di giornata.] /Limitandosi al pane, “che negli ultimi tempi s'e-
ra messo a far le capriole”, per comprarne un chilo bisognava lavorare un quarto di
giornata./ Merde les généraux] |Merde les généraux| comizio e buttato olio san-
to sul fuoco di quella disperazione era] comizio /e buttato olio santo sul fuoco
di quella disperazione/ era le cose, a Milano e nel] le cose, /a Milano e/ nel
Camaldoli, la signora Lorena.] Camaldoli, /la signora Lorena./ rimasta vedova]
/rimasta/ vedova nome e gli pagava la balia.] nome /e gli pagava la balia./ mai
nemmeno messo] mai /nemmeno/ messo un nuovo padiglione] un /nuovo/
padiglione una terra avara, nera,] una terra /avara,/ nera, vapore e a forza i-
draulica] vapore /e a forza idraulica/ loro muratori, e che non si può tacere.]
loro muratori|, e che non si può tacere.| sdipanava, infatti,] sdipanava, /infatti,/
una con un contadino di Londa; l’altra,] una con un contadino di Londa ed era
poi andata a morire di parto, là nelle Americhe dov'erano emigrati; l’altra, V; In
Belgio invece ci si arriva] In Belgio ci si arriva V; pesi. Disse, era soltanto] pesi.

459
DINO MANCA

«Che mestiere ti garberebbe, sentiamo?». Metello lo guardò e gli rispose - era soltan-
to V In tre anni] C'ero già stato un'altra volta, non mi è riuscita nuova. E in tre
anni V «Rosina». «Ersilia...Ersilia».] «Rosina». «Annita». «Ersilia...Ersilia». V c'e-
ra Giulio Severini, un calzolajo,] c'era Giannotto, appunto, e c’era Guido Ciappi,
un calzolajo, V era stata sigaraja] era stata anch’essa sigaraja V una vedova, la
vidi] una vedova, una maestra, la vidi V

Non infrequente risulta essere il lavoro di riformulazione dell’assetto


morfo-sintattico, con riferimento particolare all’ordine delle parole e
all’architettura del periodo (mutare e transponere):

Ti lasciava all'uscita del cantiere per andare a quella della Manifattura; dopo
aver parlato con le sigaraie, passava a una riunione di lavoranti stipettai, ma-
gari di parrucchieri. Se eri disoccupato, finiva col cavarsi di tasca l'ultimo
diecino, e si dava il caso che per suo conto dovesse poi saltar la cena. Lo si
chiamò, in seguito, l'Angelo Rosso o l'Angelo Senzali.] 2Se eri disoccupato,
>dicevano che< finiva col cavarsi di tasca l'ultimo diecino, e si dava il caso che per
suo conto dovesse poi saltar la cena. >Non si poteva mai sapere quando ciò acca-
deva< Lo si chiamò, in seguito, >così disse Turati< l'Angelo Rosso o l'Angelo Sen-
zali. Lo si chiamò, in seguito, >così disse Turati< l'Angelo Rosso o l'Angelo Senzali.
1Ti lasciava all'uscita del cantiere per andare a quella della Manifattura; dopo aver

parlato con le sigaraie, passava a una riunione di lavoranti stipettai, magari di par-
rucchieri. D1 Ti lasciava all'uscita del cantiere per andare a quella della Manifattura;
dopo aver parlato con le sigaraje, passava a una riunione di lavoranti stipettaj, maga-
ri di parrucchieri. Se eri disoccupato, finiva col cavarsi di tasca l'ultimo diecino, e si
dava il caso che per suo conto dovesse poi saltar la cena. Lo si chiamò, in seguito,
l'Angelo Rosso o l'Angelo Senzali. V cartoline scambiatesi con Del Buono e
con Chellini. E le notizie mandate e ricevute dai Tinaj, ch'erano sempre in
Belgio, loro, in occasione delle ricorrenze.] cartoline scambiatesi 2con Chellini e
1con Del Buono. E (← Del Buono, e) le notizie /mandate e ricevute dai Tinaj, ch'e-

rano sempre in Belgio, loro,/ in occasione delle ricorrenze >da quelli del Belgio<.
D1 cartoline scambiate con Del Buono con Corsiero e con Chellini. E le notizie
mandate e ricevute dai Tinaj, ch'erano sempre in Belgio, loro, in occasione delle ri-
correnze. V Loro stavano a semicerchio davanti al tavolo, con le mani in ta-
sca o le braccia conserte; erano una trentina, due o tre manovali non ancora
di leva e il più vecchio di tutti, Renzoni, aveva lavorato sotto Giuseppe Poggi,
alla Mattonaia, quarant'anni prima.] 1Loro 3erano una trentina|,| >e tra di essi<
due o tre manovali •non ancora di leva (>che non avevano ancora fatto il soldato<)
e il più vecchio di tutti, Renzoni, aveva lavorato sotto Giuseppe Poggi, alla Mattona-
ia, quarant'anni prima. (← prima,) 2stavano a semicerchio davanti al tavolo, con le
mani in tasca o le braccia conserte; (← conserte.) Sieve, e ancora in quel tempo
non c'erano diligenze; lasciata Contea-Londa bisognava inerpicarsi su] Sieve,
2•lasciata (>si lascia il treno a<) Contea-Londa 1e ancora in quel tempo non c'erano

diligenze; 3bisognava inerpicarsi sù (← su) la giuntura ha ceduto.] 2ha ceduto 1la

460
Tra le carte di Vasco Pratolini

giuntura. più sapere] 2sapere 1più

Il labor limae è orientato da una parte all’ornamento del dettato, dall’altra


alla pertinenza referenziale del segno, alla verosimiglianza e all’«oggettività»
del fatto, all’aderenza a una «realtà» dal narratore indagata e vissuta, rigoro-
samente ancorata al dato storico e garantita dalla rappresentazione mimeti-
ca di un modello attanziale «tipico», dentro una letterarietà comunque sem-
pre salvaguardata. Pratolini sa bene che l’identità semantica di un’opera let-
teraria non prescinde mai dalla peculiarità della sua forma. Lo sa in quanto
scrittore e artista che forgia per scopi estetici la materia linguistica, attivan-
done la «funzione poetica». Perciò nel suo artigianato compositivo egli non
sacrifica mai la cura dell’espressione per necessità o precedenza del conte-
nuto:

[…] conquistare, di volta in volta, il linguaggio intrinseco della materia, quel lavoro
sulla forma donde il contenuto ne esce migliorato (Gramsci).57

Nella sua opera di elaborazione formale, particolare attenzione l’autore


presta alle ripetizioni, alle ridondanze e ai pleonasmi (quando non sono re-
stituzione e/o «ripecchiamento» del parlato: «La sera, ciò che gli restava, lo
beveva»), agli aggettivi e agli attributi dei personaggi (spesso resi tramite la
figura dell’endiadi: «grande e grosso»; «concordi e solidali»; «mite e deciso»),
alla loro sfera dell’essere e del fare. Analogo impegno dimostra nella defini-
zione e determinazione dei luoghi e quindi nella scelta dei toponomi, so-
prattutto nella pertinenza e nella correttezza storica e filologica del loro uti-
lizzo:

dell'Arno] •dell'Arno (>della Sieve<) dietro il Giramontino, e] •dietro il Gira-


montino, e (>al Prato dello Strozzino <+++><) dal Castello.] •dal Castello.
(>dalla Galleria<) di Leoni e Mascherini] di Leoni >di Cascina< e Mascherini
Ponte alla Carraja] Ponte •alla Carraja (>Santa Trinità<) via de' Serragli] via •de'
Serragli (>Maggio<) Monterivecchi] •Monterivecchi (>Monterongri<) San Fre-
diano] •San Frediano (>Borgo Tegolajo<) sull'angolo di Borgo Stella]
•sull'angolo di Borgo Stella (>sotto la Volta di Santo Spirito<) Piazza del Car-
mine.] Piazza del Carmine. (← l’angolo di Borgo Tegolajo) in mezzo alla strada.]
in mezzo alla strada >in San Frediano<. «La riunione è a Monterivecchi per le
dieci».] •«La riunione è a Monterivecchi per le dieci». (>«C’è quell’Assemblea alla

57 Il Dialogo con Pratolini uscito nella primavera del 1962 nei «Quaderni Milanesi» si trova par-

zialmente riproposto in: MEMMO 1995, p. 1655.

461
DINO MANCA

Camera del Lavoro»<) del Galluzzo] •del Galluzzo (>di Vicchio<) Como] Como
(← Roma) a momenti, «vai da Marione in Toscanella.] a momenti: «vai da Ila-
rione in Malborghetto. V Io abito in Borgo Tegolajo.] Io abito in San Frediano.
V Montecalvario.] Mezzocannone V San Niccolò di Rovezzano] San Niccolò
di Ponte a Ema V tra via Mozza e la Colonna] tra Piazza de' Mozzi e la Colonna,
V spicchio del nuovo centro della città allora] spicchio di Piazza Vittorio allora
V

L’autore interviene anche su alcuni antroponimi, cassandoli, mutandoli o


sostituendoli:

Metello Salani era nato in San Niccolò, ma in San Niccolò, fino ai quindici
anni, non aveva mai abitato.] Metello Salani era nato in San Niccolò, >come Er-
minio Vegni l’orefice,< ma in San Niccolò|,| /fino ai quindici anni,/ non aveva mai
abitato. D1 Metello Salani era nato in San Niccolò, ma fino ai quindici anni, non vi
aveva mai abitato. V e il suo amico Leopoldo***,] Caco e il suo amico Leopoldo
>Pratolini< come Betto e come Pestelli,] come Betto <++>, e •come (>poi<)
•Pestelli, (>Erminio<) Cosetta] •Cosetta (>aElisa b•Olindo<) Cosetta] Cosetta:
(← Elisa) detto a Cosetta:] detto a •Cosetta: (>aElisa b•Olindo<) Cosetta]
•Cosetta (>Elisa<) Cosetta] •Cosetta (>Elisa<) Cosetta] Cosetta (← Elisa) Quin-
to] Quinto (← Libero) Carlo] Carlo (← Luciano) Céseri] Ciappi V Ida] • Ida
(>Idina<) Gemignani] •Gemignani (>Ruggeri<) Pallesi] •Pallesi (>e Renzoni e il
Vegni argentiere<) E Zanzi] E >De Negri di Genova, infatti, Mondello di
<+++>< Zanzi a Cosetta,] •a Cosetta, (>alla piccola Elisa<) D1 a Cosetta V

Nella trasposizione in finzione letteraria della storia di Metello, dalla na-


scita al suo trentesimo compleanno («una storia privata, semplice oscura»),
proiezione della storia della classe operaia fiorentina e italiana, Pratolini,
non dimenticando il modello naturalistico, evita tuttavia qualsiasi banalizza-
zione e schematizzazione rappresentativa, governa la coralità secondo vero-
simili e credibili dinamiche di relazione, attenuando, ad esempio, gli statuti
dicotomici dei personaggi e rifuggendo, nella messa in scena del suo prota-
gonista, dalla celebrazione e dalla facile retorica. Per lo scrittore non ci sono
«eroi», ma solo «tipi umani» rappresentativi di un’epoca e di una comunità
di destino insediata in un territorio e calata nella concretezza della Storia. E
di questa comunità la voce narrante si fa interprete e, in qualche modo, por-
tavoce («vox populi»)58 attraverso la riproposizione, letterariamente modulata
e simulata (tramite il mimetismo linguistico e le tecniche del discorso), di

58 Cfr. BERTONCINI 1987, p. 107.

462
Tra le carte di Vasco Pratolini

una memoria storica condivisa (non sempre ufficiale) e di un’«epica popola-


re» (non solo del quotidiano) di tradizione orale:

[…] un altro anarchico dal pugno proibito, un ginnasta di circo finito caffettiere in
Piazza Piattellina, erano andati a trovarlo nella casa di via de' Pucci dove, si diceva, la
tavola era sempre apparecchiata, per gli amici e per gli sconosciuti, bastava avessero
fame. […] Della famiglia da cui proveniva, dei suoi genitori e di suo fratello ancora
vivo, non parlava mai: si diceva che l'avessero diseredato. […] re Vittorio, che era
morto, e re Umberto, che non aveva il pizzo ma aveva i baffi più lunghi, i capelli rit-
ti, e di lui in San Niccolò, si diceva: «Volta la carta e pèggiora». […] Era venuto su dal
nulla, e si diceva, era pur sempre il padrone ed era d'altronde la verità, che avesse case
e case in città, la villa al mare e una fattorìa in Casentino, grande da viverci venti
famiglie di contadini. […] Dopo il parto, già di per sé laborioso (si diceva che quei
medici l'avessero «sbranata») era sopraggiunta l'infezione. […] Contrariamente a
quanto si sarebbe potuto immaginare, non era bacchettona, anzi, fumava il sigaro e
le scappavano di bocca certe parole! Da giovane aveva corso la sua cavallina, tanti
anni fa, quando c'era ancora Canapone; non si era risparmiata, ma aveva saputo ri-
sparmiare, ora si diceva che la malavita di San Frediano la proteggesse.59

E per accrescere la naturalezza della resa «oggettiva» del microcosmo


rappresentato, Pratolini cura con scrupolo i riferimenti crono-topici e le de-
terminazioni storico-temporali (rese a volte con stile cronachistico). Il pro-
cesso correttorio restituisce in modo chiaro questo rovello circostanziale
che rasenta talvolta la deriva documentaristica e didascalica:

'73] '73 (← '75) del '95] del '95 (← del '96) 1901] 1901 (← 1904) lo sciopero dei
muratori, l'estate del 1902, Metello disse: «Così e così»; Bastiano] lo sciopero
dei muratori, l'estate del 1902, Metello disse: «Così e così»; Bastiano (← il loro scio-
pero di muratori, l'estate del ‘905, Metello disse: «Così e così» /e/ Bastiano) dell'e-
state] •dell'estate (>di primavera<) l'autunno del ‘94] l'autunno (← l’estate) del
‘94 D1 l'autunno del ‘92 V E del resto, un tempo,] •E del resto, un tempo, (>In-
tanto, una ventina d’anni fa,<) E ancora adesso che avevano] E ancora >adopo
cinque anni bdopo quasi tre anni< /adesso che/ avevano era facile prevederlo.
L'anno prima] •era facile prevederlo. L'anno prima (>la settimana ventura. Il giu-
gno precedente<) avevano resistito due settimane; era di nuovo giugno,]
•avevano resistito due settimane (← una settimana); >[—]< era di nuovo giugno,

(>resistito quindici giorni, senza ottenere niente<) D1 avevano resistito due setti-
mane era di nuovo maggio V una ventina d'anni.] una ventina d'anni. (← più di
vent’anni) 1892] 1890 V 1894] 1892 V sette mesi] due mesi V otto anni] dieci
anni V dicembre] novembre V e dava la mano al fratellino. Era il febbrajo del

59 Il corsivo è nostro.

463
DINO MANCA

1898,] guardava il fratello, più ragazzo di lei, sui quindici anni. Era il novembre del
1897, V sedici mesi] venti mesi V60

La resa culturale e morale del mondo popolare fiorentino, per essere cre-
dibile e verosimile, non poteva, dunque, non investire la lingua e le modalità
compositive, dalla struttura segnica del racconto alle tecniche della rappre-
sentazione e del discorso. Per questa ragione Pratolini interviene su più li-
velli. Il narratore, profondo conoscitore dell’universo antropologico rappre-
sentato, riduce la distanza imitando i procedimenti formali della colloquiali-
tà e sfogliando l’enciclopedia del sapere dei ceti subalterni. Egli corrisponde
all’intento mimetico inserendo nel tessuto del toscano letterario scritto ter-
mini, locuzioni, modi di dire, costrutti, del toscano popolare e dell’oralità
fiorentina. Lo fa nelle parti sceniche e teatrali, ma lo fa non di rado anche
nelle parti discorsive. Perciò, tra le altre cose, si legge: «“Volta la carta e pèg-
giora”» (espressione equivalente a «cadere dalla padella nella brace»), di cose
«che gli stavano più a mano» (per intendere di cose che si apprezzano), di far
«correre la cavallina» (polirematica con il significato di vita dedita ai piaceri), di
«Viola che ne faceva di pelle e di becco» (col senso di «farne di tutti i colori»), di
«vino che suzzava» (sorbiva), della rosa «che stioppa» (scoppia, sboccia), di «offrir
le braccia» (per lavorare), di «labbrate» (colpo sulle labbra dato col dorso della
mano aperta), «diecino» (moneta da dieci centesimi), «cànova» (bottega dove si
vendeva vino al minuto), «nappo» (recipiente di latta per attingere olio
dall’orcio), «búccole» (guance, a Firenze orecchini pendenti), «pennato» (ronco-
la), «miscèa» (mescolanza di cose di scarso valore), e poi «spengere», «tutti si può
sbagliare» (tipico del fiorentino parlato, dove si appare in luogo del pronome
di prima persona plurale − noi in diverse altre varietà toscane), «Bischeraccio!»,
«L’avrei a sapere io di che panni vesti!», «la sera, ciò che gli restava, lo beveva», «le gam-
be è come se non le avesse» (prolessi con pleonasmo, del parlato). Si assiste inol-
tre alla restituzione, quasi fonografica (e dai tratti non di rado documentari-
stici), del dialetto napoletano e del fiorentino popolare:

chi si vuol provare?] chi vuol provare? V jammo 'ncoppa abbascio; guaglio'
picceré paisà; appiccia stuta arapi scetete cucchete; aiza pava chiano-chià
chedé; mammeta patete sora frate; ricchione mazzo purchiacca; pummarola
pizza panzarotto cazone; jettasanghe vieneaccà chitevvivo vaffammocca fe-
tentone; songo stongo numefido ‘nguajato] jammo 'ncoppa abbascio; guaglio' picceré
paisà; appiccia stuta arapi scetete cucchete; aizza pava chiano-chià cheddé; mammeta patete sora

60 Più volte Pratolini chiese all’amico Alessandro Parronchi informazioni relative alla storia

fiorentina. Cfr. MEMMO 1995, p. 1662.

464
Tra le carte di Vasco Pratolini

frate; orecchione mazzo purchiacca; pommarola pizza panzarotto cazone; jettasanghe vienaccà chi-
tevvivo vaffammocca fetentone; songo stongo numefido ‘nguajato (← jammo 'ncoppa abbascio;
guaglio' picceré paisà; appiccia stuta arapi scetete cucchete; aizza pava chiano-chià
cheddé; mammeta patete sora frate; orecchione mazzo purchiacca; pommarola piz-
za panzarotto cazone; jettasanghe vienaccà chitevvivo vaffammocca fetentone; son-
go stongo numefido ‘nguajato) D1 jammo 'ncoppa abbascio; guaglio' picceré paisà; appiccia
stuta arapi scetete cucchete; aiza pava chiano-chià chedé; mammeta patete sora frate; ricchione
mazzo purchiacca; pummarola pizza panzarotto cazone; jettasanghe vieneaccà chitevvivo vaffam-
mocca fetentone; songo stongo numefido ‘nguajato V ingiurie? ‘npiso capucchiò cavulic-
chiò ranciofellò.] ingiurie? ‘npiso capucchiò cavulicchiò ranciofellò. D1 ingiurie: ‘npiso sca-
pucchiò cavulicchiò ranciofellò. V bascippuorto] basciopuorto V tanti landò e tante tua-
lette così scicche. Come] tanti landò. Come V

Il narratore privilegia l’analisi degli stati d’animo e le riflessioni del perso-


naggio, colto in un momento particolare della sua esistenza. La stessa strut-
tura temporale ne rimane talvolta condizionata, nel senso dell’ambiguità e
dell’indefinitezza. Il verbo all’imperfetto concorre a suo modo a determina-
re un flusso temporale indeterminato, durativo e iterativo. È il narratore
che scandaglia attraverso rapidi excursus regressivi, sommari, analessi omo-
diegetiche ripetitive e flash-back riassuntivi vissuti e profondità coscienziali
degli esistenti. Non giudica ma interviene con digressioni storiche e ideolo-
giche. È lui che, avvalendosi a volte del discorso indiretto libero, cerca, ri-
creando un effetto di transfert, di imitarne voce e pensieri nel tentativo di ri-
durre la distanza fra lettore e mondo narrato. Tecnica del discorso, questa,
che Pratolini predilige soprattutto quando la fonte di emittenza narrativa
riproduce o modula la «vox populi», si fa epica quotidiana, coralità simulata:

D1 V
Era la domenica del 2 giugno del Due; avevano Era la domenica del 14 maggio del Due; aveva-
parlamentato fino alla sera del sabato coi padroni. no parlamentato fino alla sera del sabato coi pa-
Inutilmente. Dall'indomani sarebbero scesi in droni. Inutilmente. Dall'indomani sarebbero scesi
sciopero. Era sì la buona stagione, ma anche gli in sciopero. Era sì la buona stagione, ma anche gli
Imprenditori si erano passata la parola, da un capo Imprenditori si erano passata la parola, da un capo
all'altro d'Italia. Cortiello, malgrado le creature, ci all'altro d'Italia. Cortiello, malgrado le creature, ci
aveva riprovato, avevano retto ventidue giorni aveva riprovato, avevano retto ventidue giorni
senza successo; Paladino a Bari lo stesso, c'era senza successo; Paladino a Bari lo stesso, c'era
scritto sull'Avanti!, ne parlava anche La Nazione: scritto sull'Avanti!, ne parlava anche La Nazione:
costruivano sul Lungomare, e ora, dopo due costruivano sul Lungomare, e ora, dopo due set-
settimane di sciopero, per rappresaglia, le Imprese timane di sciopero, per rappresaglia, le Imprese
avevano sospeso i lavori. A Padova, Tian e i suoi, avevano sospeso i lavori. A Padova, Tian e i suoi,
si erano contentati di sei centesimi, dopo dieci si erano contentati di sei centesimi, dopo dieci
giorni. Sei centesimi ai muratori e tre ai manovali, giorni. Sei centesimi ai muratori e tre ai manovali,
mezzo soldo tra poco! Ma bisognava tentare: mezzo soldo tra poco! Ma bisognava tentare: Cor-
Cortiello ci aveva riprovato, Paladino subiva la tiello ci aveva riprovato, Paladino subiva la «serra-
«serrata», e Pagliai a Livorno era a due settimane e ta», e Pagliai a Livorno era a due settimane e resi-
resisteva. La stagione era buona: sospendere i steva. La stagione era buona: sospendere i lavori
lavori non conviene a tutte le Imprese. E anche non conviene a tutte le Imprese. E anche mezzo

465
DINO MANCA

mezzo soldo, in capo al mese fa un diecino. soldo, in capo al mese fa un diecino.

Negli anni Sessanta Pietro Germi pensò di lavorare alla trasposizione


filmica del romanzo: dalla pagina allo schermo. Durante l’estensione della
prima bozza di sceneggiatura, però, il regista propose a Pratolini alcuni si-
gnificativi cambiamenti della fabula e della pragmatica dei suoi protagonisti.
Lo scrittore fiorentino protestò con sdegno e ritirò il suo consenso («Non
voglio un film socialdemocratico»).61
Il film, diretto da Mauro Bolognini, uscì nel 1970. Presentato in concorso
al XXIII Festival di Cannes, valse al regista la nomination alla «Palma d’oro»
e a Ottavia Piccolo (Ersilia Pallesi) il premio per la migliore interpretazione
femminile. A Massimo Ranieri (Metello Salani) − doppiato con cadenza
fiorentina da Rodolfo Baldini − andò il David speciale di «Donatello» e a
Guido Josia il «Nastro d’argento» per la migliore scenografia.62

61 Cfr. POLESE 2013, p.


62 Lucia Bosé, Viola, come migliore attrice non protagonista, Morricone, per la colonna sono-
ra, Ennio Guarnieri, per la fotografia, e Piero Tosi, per i costumi, ebbero invece − del premio
assegnato dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani − la nomination.

466
APPENDICE

APPARATO GENETICO DELLE COSE NOTEVOLI

Le diversificazioni redazionali e gli interventi correttori, discussi nell'apparato


genetico in modo congetturale, sono segnati nel modo seguente:

>a< per delimitare la cassatura di una porzione di testo:


un battente] un >grosso< battente

Quando la cassatura è accompagnata dalla soprascrittura (o sottoscrittura)


di una variante, la lezione rifiutata, sempre tra uncinate capovolte, ed entro
parentesi tonde (quadre quando è già dentro tonde) viene fatta precedere dal-
la variante soprascritta (o sottoscritta) cui è premesso un puntino (ad espo-
nente se soprascritta, a deponente se sottoscritta):

lucerna] • lucerna (>lampada<)


Quando il tempo era bello] .Quando il tempo era bello (>Allora<)

Quando della lezione più antica è necessario indicare le varie successioni re-
dazionali si farà ricorso alle lettere abc:

anche se piccole] • anche se (>aanche se ancora b• sebbene ancora<) piccole

Quando, poi, la cassatura è accompagnata dalla variante di sostituzione in


linea, la lezione rifiutata – sempre tra uncinate capovolte, ed entro parentesi
tonde – viene fatta precedere dalla variante in linea fra | |:

fama] |fama| (>gloria<)

Analogamente, quando, infine, la cassatura è accompagnata dalla variante di


sostituzione a margine, la lezione rifiutata – sempre tra uncinate capovolte,
ed entro parentesi tonde – viene fatta precedere dalla variante marginale fra
// //:

nel turbine della vita. Gli scrisse per ringraziarlo: egli rispose:] //nel turbine

469
DINO MANCA

della vita. Gli scrisse per ringraziarlo: egli rispose:// (>nel turbine della vita. Gli
scrisse; egli rispose: parve farle la corte: ma<).

Sono inoltre utilizzati i seguenti simboli e le seguenti convenzioni grafiche:

← per indicare il passaggio da una prima (che si segnala tra parentesi tonde)
ad una seconda lezione ricalcata su quella interamente o parzialmente (che si
farà precedere) o comunque corretta in vari modi su quella; si è adoperata la
stessa tecnica quando la correzione ha interessato la sola punteggiatura:
avesse] avesse (← aveva)

[—] per indicare una lezione illeggibile:

se ne accorse] se ne >[―]< accorse

‹abc› entro parentesi uncinate piccole si è segnalata l’integrazione congettu-


rale:
era] era >‹ringhiosa›<

<+++> tre lettere indecifrabili dopo correzione su ricalco su altra o altre.

|a| per delimitare una inserzione in linea (anche di ordine interpuntivo):

rendeva] rende|va|
rame;] rame|;|

/b/ per delimitare una aggiunta nell’interlinea superiore:

nella sua casa] nella /sua/ casa

/.b/ per delimitare una aggiunta nell’interlinea inferiore:

e dichiarò che voleva abitarci per qualche settimana] /.e dichiarò che voleva abi-
tarci per qualche settimana/

|| b || per delimitare una inserzione marginale integrativa o sostitutiva:

470
Tra le carte di Vasco Pratolini

che ad essi] che ||ad|| essi

// cambio di pagina nel manoscritto (appare nel testo):


Per lun//ghi anni fu
Aveva studiato // quella che in quel tempo si chiamava Rettorica

↔| indica l’accapo e, quindi, che continua nel rigo seguente:

caffettiere] caffettie↔|re (← caffetti↔|ere)

↔ v. // // per delimitare una lezione aggiunta nel verso della pagina:

↔ v. // Dietro gli scurini mal connessi i vetri della finestra parvero spaccarsi e spar-
gersi in frammenti d'oro e d'ametista, con un rombo spaventoso. Lampi e tuoni. //

↔ r. // // per delimitare una lezione aggiunta nel recto della pagina, o un ri-
torno al recto della pagina:
↔ r.// Non c’è da nascondere che Cosima aveva paura…

471
DINO MANCA

[PARTE SECONDA V]

CAPITOLO IX

PRIMA REDAZIONE

D1a

[Ersi]lia si era lasciata persuadere ma ancora non le riusciva di chiamarlo Lo-


renzo, «signor Roini» le veniva più naturale.
Erano andati a “dar parola” in Municipio, cotesta mattina, allorché incontraro-
no un gruppo di dimostranti che gridavano «Pane», e agitavano i bastoni: era gente
di San Frediano, del suo Quartiere, Ersilia li conosceva. Gente che davvero aveva
fame, anche se c'erano dei teppisti in mezzo a loro. C'era Lucchesi, un ladro, uscito
da poco di galera, un affamato pure lui. Ma accanto a Lucchesi, c'era Ghigo Mon-
sani, c'era Giannotto,63 c'era Fioravanti il tornitore, tutti amici di suo padre. Gian-
notto faceva anche lui il muratore, non aveva ancora trent’anni, si era sposato da
poco con una sigaraja rimasta vedova l’anno prima, e digià aspettavano un bambi-
no.64
«Milano è in mano al popolo», gridavano.
«Alla Prefettura! Alla Prefettura!».
«Pane! Pane!».
«Sfruttatori del popolo, è venuta la vostra ora».
Ersilia pensò, fu un attimo, che guardando bene, mentre le sfilavano davanti,
scalmanati, forse avrebbe potuto scorgere suo padre; e subito, fu un attimo appun-
to, quasi le sembrò di doversi consolare che suo padre fosse lontano di lì, ormai e
per sempre al sicuro.
Il suo futuro sposo l'aveva strappata per un braccio e fatta riparare dentro un
portone. «Ci vorrebbe la forca» aveva esclamato.
Tra i dimostranti, c'erano i più giovani, assieme agli anziani, c'era Severini, un
calzolajo,65 che l'aveva corteggiata e poi era sembrato essersi messo l’animo in pa-
ce, proprio quando avrebbe avuto più tempo per starle attorno, siccome si era si-
stemato in uno sgabuzzino accanto alla porta della mia casa.66 E le donne, per po-
che che ve ne fossero, erano le più eccitate, Miranda le capeggiava. Era una sua

63 c'era Ghigo Monsani, c'era Giannotto,] c’era •Ghigo Monsani (>Pefani<), c’era Giannotto

(← Mariotto) D1a
64 Giannotto faceva anche lui il muratore, non aveva ancora trent’anni, si era sposato da po-

co con una sigaraja rimasta vedova l’anno prima, e digià aspettavano un bambino.]
|•Giannotto (>Mariotto<) faceva anche lui il muratore, non aveva ancora trent’anni, si era sposato da
poco con ||una sigaraja rimasta vedova l’anno prima, e digià|| (>Annita, una •trecciajola [>una siga-
raja, e<]<) aspettavano un bambino.| D1a
65 c'era Severini, un calzolajo,] c'era •Severini (>[—]<), un •calzolajo,(>fornaciajo<) D1a
66 siccome si era sistemato in uno sgabuzzino accanto alla porta della mia casa.] siccome •si

era sistemato in uno sgabuzzino accanto alla porta della mia casa. (>era rimasto senza lavoro<) D1a

472
Tra le carte di Vasco Pratolini

amica, era stata anche lei sigaraja e l'avevano licenziata, Ersilia67 non si stupì di ve-
derla: dacché le avevano mandato il padre al domicilio coatto, Miranda sembrava
«morsa dalla tarantola», come si diceva in San Frediano. Tale adesso le appariva, un
fazzoletto rosso le fasciava la fronte, aveva le maniche della camicetta rimboccate.
«Miranda» ella chiamò.68
Il Roini la spinse dentro l'atrio dov'erano riparati. «Sei pazza?» le disse. «Era da
tant//to che covavano questa uscita. Delinquenti!» egli esclamò.
«Non è vero» ella disse. «Hanno ragione».
«Io sono un uomo che ama la pace, e tu, bambina, dimenticati l'ambiente in cui
sei cresciuta, siamo intesi?».
Ella non gli poté rispondere. Alle loro spalle era sopraggiunto un uomo che in-
tendeva chiudere il portone. «È il '48, cinquant'anni giusti, non ve n'accorgete?
Prego, prego», diceva. Aveva la barba brizzolata, un tocchetto nero in testa, era al-
to e un po' curvo. «Via via», li sollecitò. La strada era improvvisamente deserta, coi
negozi serrati, e le finestre chiuse; all'orizzonte, là dove cominciava Ponte Vecchio,
in quella luce e in quel silenzio, si potevano immaginare delle barricate. Sbucò un
landeau da via delle Terme, coi cavalli sferzati dal cocchiere, e le tendine abbassate.
«È la rivoluzione», disse l'ebreo chiudendo il portone. «Hanno colto le Autorità di
sorpresa».
«Ma non andranno lontano» disse il Roini,69 trascinando quasi Ersilia per la
mano. «Su, svelta, faremo in tempo a raggiungere il Laboratorio». Ella si liberò dal-
la sua mano che la stringeva. «Non sono dei delinquenti», ripeté.
«Ascolta bene, Ersilia. Ti conviene ubbidire. Non soltanto io sono ancora il tuo
principale, ma è come se fossi digià tuo marito, abbiamo fatto proprio ora le pub-
blicazioni».
«Oh» ella esclamò, e gli rise in viso. «Valle a scancellare, perché tu, te lo puoi
togliere dalla mente, di diventare mio marito. Non è fatta per te una donna di San
Frediano».70
E fu in cotesto preciso momento, si possono mai spiegare certe reazioni? che
vivo, parlante, come fosse il terzo tra loro, ella si era ricordata di Metello, gli parve
addirittura di udire la sua voce: “Ci hanno perfino lasciato i lacci e le cinture”.

Finché Metello rimase alle Murate, Ersilia si partì ogni giorno dal suo Quartiere
di San Frediano per raggiungere via Ghibellina, col pranzo chiuso dentro il tova-
gliolo. Poi, siccome non essendogli parente, le avevano negato il permesso di rag-
giungerlo in Parlatorio, ella tornava a casa, si rileggeva l'ultima lettera di Metello e
gli rispondeva.//
«La strada per via Ghibellina non mi è nuova. Capitava ogni tanto anche a mio

67 amica, era stata anche lei sigaraja e l'avevano licenziata, Ersilia] amica, /era stata anche lei

sigaraja e l'avevano licenziata,/ Ersilia D1a


68 Da questo luogo del testo in poi l’autore cassa le virgola dopo il virgolettato del discorso diretto.
69 lontano» disse il Roini,] lontano»>,< •gli rispose (>disse<) il Roini, D1a
70 Non è fatta per te una donna di San Frediano.] |Non è fatta per te una donna di San Fredia-

no.| D1a

473
DINO MANCA

padre. Non faceva nulla di male, ma l'avevano preso di mira per via ch'era stato in
Francia e poi implicato71 nei fatti del '79...72 Io a quell'epoca non ero nata, mia ma-
dre era incinta di sei mesi. Sono73 dell’ 80, ho diciotto anni compiuti».
«Io avevo sei anni, vivevo in campagna, ma i fatti del '79 li conosco74 come ci
fossi stato. Fu tutta una provocazione: l'ho letto anche su un libro che mi è servito
da sillabario...75 Tu pensa che appena esco ti sposo».
«Aspetta a dire esco e ti sposo, potrebbe essere un progetto sprecato... Seppi
che ti avevano arrestato, me lo disse la moglie del Gemignani, Annita, è una mia
amica. C’era anche la figliola di Fioravanti il tornitore, siamo state bambine insie-
me: “lo sai76 che hanno arrestato quel giovanotto che si dette tanto daffare per la
colletta quando morì tuo padre?”, allora venni a salutarti a quel modo. Mi ci portò
l'istinto, ma può darsi fosse soltanto della compassione... Non sono ancora sicura
di volerti bene perdavvero».
«Ogni tua parola ti sbugiarda. Tu mi vuoi lo stesso bene che ti voglio io. Siamo
fatti su misura, mi bastò sentire la tua voce... Più i giorni passano, e sono lunghi
qua dentro quarantott’ore, più me ne persuado. Arrenditi all'evidenza, è come
quando si è coperto il tetto, e uno volesse sostenere che siamo arrivati appena al
primo piano».
«L'evidenza è proprio questa, che tu sei costà dentro e io a malapena mi ricor-
do il tuo viso».
Era un dialogo, con lettere scritte anche di più lontano, mezza Italia e una stri-
scia di mare, siccome egli dové scontare il domicilio coatto a cui lo avevano asse-
gnato. Ella aveva lasciato il Laboratorio di fiori finti per staccarsi definitivamente
dal Roini, era entrata come “faticante” all’Ospedale.
Così trascorsero mesi e mesi, tanti perché ella compisse vent'anni, e una matti-
na, era la vigilia dell'Epifania, il 5 gennaio del 1900,77 una data impossibile da di-
menticare, Ersilia aveva fatto il turno di notte e usciva d'Ospedale. Erano le sette
di mattina, già nell'atrio il freddo tagliava il viso; fuori, il cielo era buio, come se
l'alba non si decidesse a spuntare; i lampioni a gas erano ancora illuminati sulla
piazza e sotto il porticato, a metà del quale, degli uomini stavano attorno a un falò
acceso dagli spazzini. Di nuovo, il cuore le sa//lì in gola, prima ancora di poter
dire a sé stessa la ragione. Metello dava le spalle al falò, le mani dietro il dorso; in-

71 ch'era stato in Francia e poi implicato] ch'era stato /in Francia e poi/ implicato D1a
72 ’79] ’79 (← ‘74) D1a
73 nata, mia madre era incinta di sei mesi. Sono] nata, /mia madre era incinta di sei mesi./ Sono

(← sono) D1a
74 Io avevo sei anni, vivevo in campagna, ma i fatti del '79 li conosco] Io •avevo sei anni, vive-

vo in campagna, (>anacqui l’inverno dopo, nel dicembre dello stesso ‘79 bavevo |sei anni,| (>sei an-
ni<) ma •i fatti del ’79 li (>quei fatti li<) conosco D1a
75 provocazione: l'ho letto anche su un libro che mi è servito da sillabario…] provocazione|:|

•l'ho letto anche su un libro che mi è servito da sillabario (>proprio tuo padre me ne parlò un giorno
che pioveva e si era dovuto sospendere il lavoro<)… D1a
76 la moglie del Gemignani, Annita, è una mia amica. C’era anche la figliola di Fioravanti il

tornitore, siamo state bambine insieme: “lo sai] la moglie del •Gemignani, Annita, è una mia ami-
ca. C’era anche la figliola di Fioravanti il tornitore, siamo state bambine insieme: (>Fioravanti, il torni-
tore<) “lo sai D1a
77 1900] •1900 (>1896<) D1a

474
Tra le carte di Vasco Pratolini

dossava un cappotto marrone col bavero tirato fin sulla bocca, un cappello dalla
tesa grande calata, ma lo stesso, quando egli si mosse, già ella lo aveva riconosciu-
to. Egli dové avanzare di qualche passo, prima di pronunciare il suo nome. Ersilia
gli sorrideva, e il suo affanno si era improvvisamente placato, aveva voglia di pian-
gere tanto le cantava il cuore. Si dettero la mano, fu come se lui la volesse aiutare a
scendere i tre gradini del portone, e allorché si parlarono, sembrò riprendessero un
colloquio appena allora interrotto.
«Sono sorprese da fare?».
«Arrivavo prima io della lettera, anche se te lo scrivevo. Mi hanno condonato
sei mesi, era Santo Stefano quando arrivò la comunicazione, per fortuna il giorno
30 c'era il postale».
«Sicché sei a Firenze...».
«Da tre giorni, ma mi hanno lasciato libero soltanto un'ora fa. Il tempo di arri-
vare in San Frediano e sapere da tua madre che facevi il turno di notte».
Camminavano fianco a fianco, e lui disse: «Dunque, ora che mi hai visto in vi-
so, ti sei decisa?».
«Sei dimagrito», ella disse. «Sei bianco che fai paura, non ti sei nemmeno fatto
la barba».
E spontaneamente, un gesto tuttavia ardito, ella lo prese a braccetto.
Egli disse: «Ti accompagno, debbo tornare comunque in San Frediano, ho da
portare notizie a più di una famiglia. Alla moglie e alla figliola di Fioravanti in par-
ticolare. È ammalato grave, e con l'età che ha chissà se lo rivedono».
Ma prima entrarono nel Caffè di Piazza Piattellina; lei prese un «corretto», lui
un grappino. Gli mancava un centesimo, e lei lo soccorse. Uscendo, egli disse:
«Ho un bel coraggio a chiederti di sposarmi. Ma tu devi avere fiducia. È stata
una esperienza di cui avrei fatto volentieri a meno, ma di cui non ti posso dire di
essermi pentito. Si torna di laggiù con una rabbia addosso, tu sapessi. Riuscirò a
smaltirla.
«Non giurare», ella lo interruppe. «Mio padre non c'è mai riuscito».78

78 riuscito] riuscito. // >Si erano fermati un momento poco distante dal Caffè, egli la tratteneva al-

le braccia. «Ora voglio soltanto trovare lavoro e metter sù casa. Ci sistemeremo magari in camera am-
mobiliata, i primi tempi». «In quanto a questo», ella disse, e lo guardava decisamente in viso, le rideva-
no gli occhi, «i primi tempi corrono fin da ora. Tu dormirai in salotto con mio fratello, ha quindici
anni, ormai è un uomo. /Forse, se hai il sonno leggero, ti sveglierà, si alza alle tre, lavora da un forna-
jo./ E quando ci saremo sposati», /aggiunse/ «la mamma ci cederà la sua camera matrimoniale, se n'è
già parlato». Era giorno chiaro e via del Leone desta della sua umanità infreddolita; apriva il suo fon-
daco il noleggiatore di barroccini; il falegname digià era al lavoro; passò, con la vanga e la zappa bilan-
ciata sulle due spalle, uno sterratore: era un uomo anziano, adusto nella persona, in testa aveva un ber-
retto di cencio, e una sciarpa di lana incrociata sotto la giacca, era uno spirito allegro e disse ad alta
voce: «Su con la vita, gente, stanotte arriva la Befana!».<

475
DINO MANCA

SECONDA REDAZIONE

D1b

CAPITOLO IX

Quando ci vogliamo spiegare certe circostanze, decisive per la nostra vita, ci si


risponde che è destino, che è successo non sappiamo come. Simile al bosco, d'esta-
te: c'è una gran quiete, gli alberi riparano dal solleone, è un refrigerio, e d'un tratto
il bosco, tanto fresco ed ombroso, s'accende, e col vento che si leva,79 d'albero in
albero, diventa una fiamma sola; così, un sentimento è entrato dentro di noi: è le-
gna verde e d'improvviso brucia.80
Ersilia non aveva dimenticato né il suo viso, né il nome; ella ricordava Metello,
con simpatia diciamo, ignara che il proprio cuore viveva nella sua aspettazione.
Tuttavia, in quei giorni, ella prometteva a sé stessa un diverso destino. Nel Labora-
torio81 dove da qualche tempo lavorava (erano una diecina di donne, confeziona-
vano i fiori finti, lei era la più giovane, era bella perché aveva diciotto, venti anni, e
“l'argento vivo addosso82 come dicevano coloro che la conoscevano) il padrone se
ne era invaghito, la voleva sposare. Costui era un uomo di quarant'anni, educato,
sapeva farsi apprezzare, la moglie gli era morta in seguito ad un aborto, e la sua ca-
sa, grande, comoda, chiedeva una donna che tornasse ad abitarla. Ersilia si era la-
sciata persuadere ma ancora non le riusciva di chiamarlo Lorenzo, «signor Roini» le
veniva più naturale.
Erano andati a dar parola83 in Municipio, cotesta mattina, allorché incontrarono
un gruppo di dimostranti che gridavano «Pane», e agitavano i bastoni: era gente di
San Frediano, del suo Quartiere, Ersilia li conosceva. Gente che davvero aveva
fame, anche se c'erano dei teppisti in mezzo a loro. C'era Lucchesi, un ladro, uscito
da poco di galera, un affamato pure lui. Ma accanto a Lucchesi, c'era Ghigo Mon-
sani, c'era Giannotto, c'era Fioravanti il tornitore, tutti amici di suo padre. Gian-
notto faceva il muratore, non aveva ancora trent’anni, si era sposato da poco con
Annita, una sigaraja rimasta vedova un anno prima, e digià aspettavano un bambi-

79 Quando ci vogliamo…si leva] ↔//Quando ci vogliamo spiegare certe circostanze, decisive per

la nostra vita, ci si risponde che è destino, che è successo non sappiamo come. Simile al bosco, d'esta-
te: c'è una gran quiete, gli alberi riparano dal solleone, è un refrigerio, e d'un tratto il bosco, tanto fre-
sco ed ombroso, s'accende, e col vento che si leva// (>Quando ci vogliamo spiegare certe circostanze,
decisive per la nostra vita, ci si risponde che è destino, che è successo non sappiamo come. Simile al
bosco, d'estate: c'è una gran quiete, gli alberi riparano dal solleone, è un refrigerio, e d'un tratto il bo-
sco, tanto fresco ed ombroso, s'accende, e col vento che si leva<) D1b
80 Col IX capitolo in V inizia la seconda parte.
81 Laboratorio] Laboratorio (← laboratorio) D1b
82 venti anni, e l'argento vivo addosso] venti anni|,| e l'argento vivo addosso (← “l'argento vivo

addosso”) D1b
83 dar parola] dar parola (← “dar parola”) D1b

476
Tra le carte di Vasco Pratolini

no.84
«Milano è in mano al popolo» gridavano.
«Alla Prefettura! Alla Prefettura!».
«Pane! Pane!».
«Sfruttatori del popolo, è venuta la vostra ora».
Ersilia pensò, fu un attimo, che guardando bene, mentre le sfilavano davanti,
scalmanati, forse avrebbe potuto scorgere suo padre; e subito, fu un attimo appun-
to, quasi le sembrò di doversi consolare che suo padre fosse lontano di lì, ormai e
per sempre al sicuro. //
Il suo futuro sposo l'aveva strappata per un braccio e fatta riparare dentro un
portone. «Ci vorrebbe la forca» aveva esclamato.
Tra i dimostranti, c'erano i più giovani, assieme agli anziani, c'era Giulio Seve-
rini, un calzolajo,85 che l'aveva corteggiata e poi era sembrato darsi pace,86 proprio
quando avrebbe avuto più tempo per starle attorno, siccome si era sistemato in
uno sgabuzzino accanto casa.87 E le donne, per poche che ve ne fossero, erano le
più eccitate, Miranda le capeggiava. Era una sua amica, era stata sigaraja e l'avevano
licenziata, Ersilia non si stupì di vederla: dacché le avevano mandato il padre al
domicilio coatto, Miranda sembrava «morsa dalla tarantola» come si diceva in San
Frediano. Tale adesso le appariva, un fazzoletto rosso le fasciava la fronte, aveva le
maniche della camicetta rimboccate.
«Miranda» ella chiamò.
Il Roini la spinse dentro l'atrio dov'erano riparati. «Sei pazza?» le disse. «Era da
tanto che covavano questa uscita. Delinquenti!».88
«Non è vero» ella disse. «Hanno ragione».
«Io sono una persona89 che ama la pace, e tu, bambina, dimenticati l'ambiente
in cui sei cresciuta, siamo intesi?».
Ella non gli poté rispondere. Alle loro spalle era sopraggiunto un uomo che in-
tendeva chiudere il portone. «È il '48, cinquant'anni giusti, non ve n'accorgete?
Prego, prego» diceva. Aveva la barba brizzolata, un tocchetto nero in testa, era alto
e un po' curvo. «Via via» li sollecitò. La strada era improvvisamente deserta, coi
negozi serrati, e le finestre chiuse; all'orizzonte, là dove cominciava Ponte Vecchio,
in quella luce e in quel silenzio, si potevano immaginare delle barricate. Sbucò un
landeau da via delle Terme, coi cavalli sferzati dal cocchiere, e le tendine abbassate.
«È la rivoluzione» disse l'ebreo chiudendo il portone. «Hanno colto le Autorità di

84 Giannotto faceva il muratore, non aveva ancora trent’anni, si era sposato da poco con

Annita, una sigaraja rimasta vedova un anno prima, e digià aspettavano un bambino.] Gian-
notto faceva >anche lui< il muratore, non aveva ancora trent’anni, si era sposato da poco con
•Annita, una sigaraja (>una trecciajola<) rimasta vedova un anno prima, e digià aspettavano un bam-
bino. D1b
85 c'era Giulio Severini, un calzolajo,] c'era /Giulio/ Severini, un •calzolajo (>fornaciajo<), D1b
86 darsi pace] •darsi (>essersi messo l’animo in<) pace D1b
87 siccome si era sistemato in uno sgabuzzino accanto casa.] siccome •si era sistemato in uno

sgabuzzino accanto >alla porta della mia< casa. (>era rimasto senza lavoro<) D1b
88 Delinquenti!».] Delinquenti!». >egli commentò< D1b
89 una persona] una persona (← un uomo) D1b

477
DINO MANCA

sorpresa».
«Ma non andranno lontano» disse90 il Roini, trascinando quasi Ersilia per la
mano. «Su, svelta, faremo in tempo a raggiungere il laboratorio».
Ella si liberò dalla sua mano che la stringeva. «Hanno ragione»91 ripeté. //
«Ascolta bene, Ersilia. Ti conviene ubbidire. Non soltanto io sono ancora il
tuo principale, ma è come se fossi digià tuo marito, abbiamo fatto proprio ora le
pubblicazioni».
«Oh» ella esclamò, e gli rise in viso. «Valle a scancellare, perché tu, te lo puoi
togliere dalla mente, di diventare mio marito. Ci vogliono uomini d'altro genere,
per una donna ch'è nata in San Frediano».92
E fu in cotesto preciso momento, si possono mai spiegare certe reazioni? che
vivo, parlante, come fosse il terzo tra loro, ella si era ricordata di Metello, gli parve
di riudire la sua voce:93 “Ci hanno perfino lasciato i lacci e le cinture”.94

Ora, il Quartiere di San Frediano, seppure racchiudeva nel cuore delle proprie
strade le pareti del Carmine, e prolungava le proprie case fino alle pendici di Bello-
sguardo, non era gran chè diverso da come, quindici anni prima, lo aveva rivelato
agli stessi fiorentini, un cronista avventuratosi tra le sue vie e piazze con l'animo
del missionario e la baldanza dell'esploratore. Demolito il Vecchio Ghetto, costì «il
secolare squallore della città» sussisteva. Né le topaje di San Niccolò, né le piccole
Corti dei Miracoli adiacenti le Chiese di Santa Croce e San Lorenzo, potevano con-
tendergli il primato. Agli occhi degli Onesti, San Frediano rappresentava il punto
particolarmente nero, dolente e vergognoso, dell'estetica e della morale. Dell'edu-
cazione, dell'igiene e diciamo, con parole allora usate, della giustizia sociale. Appe-
na un ponte li separava, se non una strada, da cotesta suburra, nondimeno era un
territorio, una repubblica, ch'essi ignoravano. Inorridivano al pensiero di porvi
piede.
«C'è di là d'Arno un quartiere dove le facciate delle case, se può darsi tal nome a sì orribili
catapecchie, sono specialmente in certi punti, stonacate, ronchiose, incatorzolite, scabbiose, gli ac-
quai con sgrondi rotti, tanto che ne dilaga sulla strada, appuzzolandola, un fiumiciattolo nero, e
che mena in sé feccie e lordezze di ogni maniera e lascia sedimenti e il limaccio per dove passa. Gli
stessi nomi di quelle viuzze riescono nuovi a' Fiorentini più vecchi; pochi hanno udito parlare del-
la Sacra, delle Mura di San Rocco, di // Malborghetto, di via del Leone, del Campuccio. Ci
sono case mezzo diroccate, le pareti crepolano da ogni parte, gli affissi sono andati a catafascio;

90 disse] •disse (>gli rispose<) D1b


91 «Hanno ragione»] •Hanno ragione (>Non sono dei delinquenti<) D1b
92 Ci vogliono uomini d'altro genere, per una donna ch'è nata in San Frediano] •Ci vogliono

uomini d'altro genere, per una donna ch'è nata in San Frediano. (>Non è roba per te, una donna ch’è
nata in San Frediano<) D1b
93 gli parve di riudire la sua voce:] gli parve >addirittura< di riudire la sua voce: D1b
94 «Ascolta bene, Ersilia…cinture] ><Ascolta bene, Ersilia. Ti conviene ubbidire. Non soltanto

io sono ancora il tuo>↔|principale, ma è come se fossi digià tuo marito, abbiamo fatto proprio ora le
pubblicazioni».↔| «Oh» ella esclamò, e gli rise in viso. «Valle a scancellare, perché tu, te lo puoi to-
gliere dalla mente, di diventare mio marito.↔| E fu in cotesto preciso momento, si possono mai spie-
gare certe reazioni? che vivo, parlante, come fosse il terzo tra loro, ella si era ricordata di Metello, gli
parve addirittura di udire la sua voce: “Ci hanno perfino lasciato i lacci e le cinture”.< D1b

478
Tra le carte di Vasco Pratolini

piuttosto che per porte vi s'entra strisciando, per certe buche, a modo di rettili, per corridoi così
stretti, che allargando le braccia, i gomiti toccano le pareti. Le casipole sono divise in quartieri di
una o due stanze. Se guardate di fuori, que' tuguri hanno aspetto di doversi sfasciare a ogni mo-
mento e cascar nella strada in mucchi di calcinacci».
Questo era il luogo. E la sua gente?
«Un quartiere dove la polizia non va, a fare certe operazioni, se non a squadre di dodici o
quattordici uomini; dove il minimo95 subbuglio può tirar sulle strade, accalcare insieme a un trat-
to centinaia d'uomini e donne furenti! Vi dico, che c'è un gruppo di strade, segregate, che non ser-
vono come arterie di circolazione, ma sono tutte chiuse in sé e vi pullulano i ladri, i manutengoli:
vi brulica la marmaglia, la bordaglia, la schiuma, il marame della popolazione, insieme accozza-
ta».
Era il Quartiere del vecchio Pestelli; e Caco vi96 aveva trovato il suo migliore a-
mico: quel Leopoldo (*), ginnasta di circo e caffettiere che una volta, per favorire
la fuga di Cafiero, aveva affrontato gli agenti che lo braccavano, e presine due per i
risvolti delle giacche e sollevatili da terra, li aveva sbattuti testa contro testa come
due burattini, finché, appunto come dei pupi, non avevano ripiegato, entrambi, la
testa su di un lato. Era il rione di Quinto Pallesi, di Ghigo Monsani, di Fioravanti il
tornitore, gente che coi ladri,97 coi mendicanti, coi ruffiani, con gli schedati per de-
litti comuni, i bari e gli assassini, ci abitava porta a porta, ci beveva insieme, ci gio-
cava a carte «onestamente»: li trattava, e n'era rispettata. Ma ci aveva poi, per il re-
sto, poco in comune.
«Vi dico che tra questa bruzzaglia ci sono pure centinaia di poverissimi mestieranti, gente,
che si serba incontaminata al contatto più pestilenziale» scriveva il nostro Magellano. V'e-
rano degli anarchici, tra costoro, ora dei socialisti, per questo interessavano
anch'essi la Questura. La società, da loro, aveva magari di che temere maggiormen-
te, ma a lunga scadenza, non si poteva far confusione.
Era, infine, il Quartiere dov'era nata e dove viveva Ersilia, dove Metello aveva
avuto // raramente occasione di sostare, sempre trovandovi, tra un'osteria, un
bordello e una bottega di trippajo, facce amiche, coscienze pulite e mani faticate.
Meno che mai egli vi si sarebbe trovato a disagio, in seguito, venendoci ad abitare,
lui che aveva conosciuto i vicoli e i bassi del Vasto e di Montecalvario. Ciò,98 al
contrario, lo avrebbe indotto a riflettere che99 se onestà e furfanteria, vizio e virtù,
prostituzione e amore potevano coesistere, là dove il bene e il male apparivano pur
sempre mischiati100 e indistricabili, era101 la povertà che li accomunava, rivelando,
caso per caso, la naturale resistenza degli uni e il fatale abbandonarsi degli altri. E
come bighellonando per bascippuorto, il suo camerata livornese diceva: «Mi sembra

95 dove la polizia non va, a fare certe operazioni, se non a squadre di dodici o quattordici

uomini; dove il minimo] dove /la polizia non va, a fare certe operazioni, se non a squadre di dodici
o quattordici uomini; dove/ il minimo D1b
96 Pestelli; e Caco vi] Pestelli; e Caco (← Pestelli.) /vi/ D1b
97 coi ladri] coi |ladri| (>mendicanti, coi ladri<) D1b
98 Ciò] •Ciò (>Questo<) D1b
99 riflettere che] riflettere >[—] sempre più [—]< che D1b
100 apparivano pur sempre mischiati] apparivano /pur sempre/ mischiati D1b
101 era] >più< era D1b

479
DINO MANCA

d'essere in Darsena, a casa mia»; lui stesso, tra quella gente e quei vicoli della Du-
chesca e della Vicaria, più volte si era scoperto a dire: «Ma questa non è Napoli, è
San Frediano». Poi, in attesa del silenzio, ridendo102 del dialetto che gli sembrava
ormai di possedere,103 finivano per convenire che tutto il mondo è paese e l'Italia è
incontestabilmente una. La Patria esiste, per cui era giusto che compissero il servi-
zio militare. C'era davvero qualcosa e qualcuno da difendere, non soltanto il Re e
non soltanto le Frontiere.
Ora San Frediano gli aveva portato Ersilia. //104

Finché Metello rimase alle Murate, Ersilia si partì ogni giorno dal suo Quartie-
re di San Frediano per raggiungere via Ghibellina, col pranzo chiuso dentro il to-
vagliolo. Poi, siccome non essendogli parente, le avevano negato il permesso di
raggiungerlo in Parlatorio, ella tornava a casa, si rileggeva l'ultima lettera di Metello
e gli rispondeva.
«La strada per via Ghibellina non mi è nuova. Capitava ogni tanto anche a mio
padre. Non faceva nulla di male, ma l'avevano preso di mira per via ch'era stato in
Francia e poi implicato nei fatti del '79... Io a quell'epoca non ero nata, mia madre
era incinta di sei mesi. Sono dell’ 80, ho diciotto anni compiuti».
«Io avevo sei anni, vivevo in campagna, ma i fatti del '79 li conosco come ci fos-
si stato. Fu tutta una provocazione: l'ho letto anche su un libro che mi è servito da
sillabario... Tu pensa che appena esco ti sposo».
«Aspetta a dire esco e ti sposo, potrebbe essere un progetto sprecato... Seppi che
ti avevano arrestato, me lo disse la moglie del Pisacane Martini105 è una mia amica.
C’era anche la figliola di Fioravanti il tornitore,106 siamo state bambine insieme: “lo
sai che hanno arrestato quel giovanotto che si dette tanto daffare per la colletta
quando morì tuo padre?”. Allora107 venni a salutarti a quel modo. Mi ci portò l'i-
stinto, ma può darsi fosse soltanto della compassione... Non sono ancora sicura di
volerti bene perdavvero».
«Ogni tua parola ti sbugiarda. Tu mi vuoi lo stesso bene108 che ti voglio io.
Siamo fatti su misura, mi bastò sentire la tua voce... Più i giorni passano, e sono
lunghi qua dentro quarantott’ore, più me ne persuado. Arrenditi all'evidenza, è
come quando si è coperto il tetto, e uno volesse sostenere che siamo arrivati appe-
na al primo piano».
«L'evidenza è proprio questa, che tu sei costà dentro e io a malapena mi ricordo
il tuo viso».//
Era un dialogo, con lettere scritte anche di più lontano, mezza Italia e una stri-

102 ridendo] >finivan< ridendo D1b


103 di possedere] |di possedere| (>per possedere<) D1b
104 La parte di testo che va da «Ascolta bene […]» a «[…] le cinture.» è stata − nella seconda versio-

ne del capitolo IX in D1 (D1b) − prima cancellata e poi riscritta. Invece il brano che va da «Ora, il
Quartiere di san Frediano, seppure racchiudeva […]» a «[…] Ora San Frediano gli aveva portato Ersi-
lia.» è stata scritta ex novo e integrata.
105 Pisacane Martini] •Pisacane Martini (>Gemignani, Annita,<) D1b
106 tornitore,] tornitore|,| D1b
107 padre?”. Allora] padre?”. Allora (← padre?”, allora) D1b
108 lo stesso bene] >bene< lo stesso bene D1b

480
Tra le carte di Vasco Pratolini

scia di mare, siccome egli dové scontare il domicilio coatto.109 Ella aveva lasciato il
Laboratorio di fiori finti per staccarsi definitivamente da Roini, era entrata come
faticante all’Ospedale. Nondimeno, ora poteva ricordarsi del suo viso. Andò dove
Metello ultimamente aveva abitato,110 e con un suo biglietto, pagati i tre mesi di
fitto di cui egli era in arretrato,111 prese tutte le sue robe. C'erano, col vestito della
domenica e le scarpe ch'essa gli spedì insieme alla biancheria, 112 dopo averla ram-
mendata, delle lettere e cartoline: quelle dei Tinaj e quelle di Del Buono e di Chel-
lini che Metello conservava.113 E tre fotografie.
«Guarda, leggi, vedrai che non ci sono né lettere né ritratti di donne, nulla» egli
le scriveva.
«Certo. Non114 mi ci avresti mandato se ci fossero state. Ma poi, che bisogno
c'è che tu me lo dica?».
«Dal momento che ci dovremo sposare! Qualche donna l'ho avuta, nella mia vi-
ta, sarei un bugiardo a negarlo. Sono un uomo e porto i pantaloni. Ma non115 han-
no contato nulla, nessuna. Eccetto una, e non perché me ne fossi innamorato, ma
perché era una creatura particolare e mi fece del bene. Era una vedova, la vidi l'ul-
tima volta cinque anni fa, si era risposata e aveva un figliolo. Da allora non ne ho
più saputo nulla, te lo giuro».
Ella aveva adesso, di lui, tre fotografie, nelle quali, tuttavia, egli non era mai so-
lo. In una stava in gruppo con dei soldati, «la ghega di Napoli» egli le scrisse, ma
aveva gli occhi spauriti, si era tagliato i baffi, era in divisa e lei non lo riconosceva.
In un'altra, era tanto piccino che appena si distingueva: al centro c'era uno spicchio
del nuovo centro della città allora in costruzione, con Badolati sulla porta e Metel-
lo116 sù per aria, si sporgeva dai ponti: era un ragazzo, teneva il berretto sugli occhi.
Era lui perché lui lo diceva. «È una fotografia dell'88 o '89, ci dev'essere la data. Io
sono il secondo in alto, a partire da mancina». Nella terza, la più recente, lì sì, lo
riconosceva; accanto a lui c'era Del Buono, Ersilia prese le forbici e // lo tagliò,
non voleva testimoni. Aveva messo il ritratto di Metello sul comodino, gli diceva:
«Buongiorno, buonasera. Un giorno di meno, amore». Poi gli scriveva: «Aspetta a
dire torno e ti sposo. Anche ora che ti ho a capo del letto,117 sono lontana dall'aver
preso una decisione, non ci contare».118
E gli mandò il suo ritratto, lui insisteva, non ne poteva fare a meno.
«Volevo andare da Schemboche, ma costa troppo caro, ci si servono le Princi-

109 il domicilio coatto.] il domicilio coatto >a cui lo avevano assegnato<. D1b
110 Andò dove Metello ultimamente aveva abitato,] •Andò dove Metello ultimamente aveva abi-
tato, (>Egli le aveva mandato un biglietto a lui<) D1b
111 era in arretrato] era •in (>rimasto<) arretrato D1b
112 scarpe ch'essa gli spedì insieme alla biancheria,] scarpe, insieme alla biancheria,2 ch'essa gli

spedì,1 D1b
113 conservava.] conservava. (← aveva conservato) D1b
114 ≪Certo. Non] “Certo”. >ella gli rispose< “Non D1b
115 bugiardo a negarlo. Sono un uomo e porto i pantaloni. Ma non] bugiardo a •negarlo. Sono

un uomo e porto i pantaloni. (>dirti il contrario.<) Ma non D1b


116 porta e Metello] porta >della [—] si distingueva< e Metello D1b
117 a capo del letto] a capo del letto (← da capo letto) D1b
118 contare] •contare (>sperare<) D1b

481
DINO MANCA

pesse e i Cardinali. Ho ripiegato sullo Studio Petrelli che sta in via San Zanobi, si
risparmia119 e il risultato è uguale. Lo stesso, non mi sono bastati tre giorni di paga,
perciò, non la sciupare. E la prima fotografia che mi faccio, e non mi pare d'esser
venuta male».
«Sei venuta come sei.120 Una pittura».
Era il marzo del '99, passò la primavera e l'estate, dall'isola egli le scriveva:
«Di me ti ho detto tutto... Ora mi farebbe piacere sapere qualcosa di più della
tua persona. Va bene che hai preso il carattere di tuo padre, anche se non ti hanno
mai entusiasmato le sue idee, ma come hai fatto a restare la ragazza che sei, abitan-
do da quando sei nata, in San Frediano?».121
«Caro Metello, caro il mio cocchino» ella gli rispose, mascherando nell'ironia il
sentimento che l'animava. «Non sono un122 fiore sbocciato sulla mota. Non sono
né una mosca bianca né un'erojna. Ragazze come me, che non sono mai state sulla
bocca della gente, in San Frediano ne trovi a dozzine. E avrei potuto offendermi
della tua domanda, ma123 sono sempre in tempo, casomai ci dovessi ripensare. È il
nome che ci siamo fatti,124 per via di Malborghetto e compagnia!125 Non che non
sia vero, è vero, eccome, ma d'altra parte, ti verrà chiaro che restare onesti e puliti,
non è poi una grande fatica. A quanto ho potuto vedere coi miei occhi, fino da
bambina, tra le mie strade, chi si è lasciato126 andare ci aveva dell'inclinazione, o
degli esempi in famiglia ce l'hanno trascinato. Fame per fame, patire per patire, a
fare le persone perbene si risparmia fiato e sudore. Poiché, nessuno è cattivo e ti fa
del male, se non sei tu cattivo e non fai del male. Non c'è né galantuomini // né
ladri. L'ingiustizia, diceva mio padre, è generale. Ed è proprio così, almeno di qua
d'Arno, non so altrove».
«Ma era di te, della tua persona, che io ti chiedevo. Perché non me ne vuoi par-
lare?».
«Ho fatto la terza elementare,127 questo lo puoi vedere128 da come scrivo. Se
c'è un maestro costì nell'isola, fammi mettere129 il voto. E fagli correggere gli errori
prima di passare le mie lettere alla Chiacchiera! Il simile farò io con le tue... Dicono
che ho conosciuto mio padre per la prima volta che avevo cinque anni, il perché lo
sai. Fino a quindici ho aiutato mia madre ed ho sempre fatto la seggiolaja. Poi ho
imparato questo mestiere dei fiori, altrimenti sarei entrata in Manifattura, e se non
ci fossero stati i posti, faticante all'Ospedale, con la speranza di salir di grado, come

119 risparmia] •risparmia (>spende meno<) D1b


120 «Sei venuta come sei.] “Sei venuta” >egli le rispose< “come sei. D1b
121 San Frediano?] •San Frediano? (>San Frediano?<) D1b
122 un] •un (>il<) D1b
123 domanda, ma] domanda, /ma/ D1b
124 fatti,] fatti|,| D1b
125 compagnia!] compagnia! (← compagnia.) D1b
126 è lasciato] •è lasciato (>lascia<) D1b
127 terza elementare] terza elementare >nella< D1b
128 vedere] •vedere (>controllare<) D1b
129 mettere] •mettere (>dare<) D1b

482
Tra le carte di Vasco Pratolini

ora... Ma non130 è questo che ti importa, credi non lo capisca? T'importa se ho avu-
to dei fidanzati. Sì, un pajo. No, non è vero. Ossia, un pajo sono stati più insistenti
degli altri, ci sono andata qualche volta a bere una gazzosa, ma sempre dentro San
Frediano. Non mi piacevano e li ho sùbito staccati. Poi sono stata lì lì per sposar-
mi, col mio ex principale, ma non era una cosa seria e me ne sono tirata indietro
per tempo. Ho ancora da incontrarlo, l’amore. Ma esiste?».
«Se esiste, Ersilia? Vorrei tu mi potessi vedere e leggere nel pensiero...».

Così trascorsero mesi e mesi, tanti perché ella compisse vent'anni, e una mattina,
era la vigilia dell'Epifania, il 5 gennaio del 1900 una data impossibile da dimentica-
re, Ersilia aveva fatto il turno di notte e usciva d'Ospedale. Erano le sette di matti-
na, già nell'atrio il freddo tagliava il viso; fuori, il cielo era buio, come se l'alba non
si decidesse a spuntare; i lampioni a gas erano ancora illuminati sulla piazza e sotto
il porticato, a metà del quale, degli uomini stavano attorno a un falò acceso dagli
spazzini. Di nuovo, il cuore le salì in gola, prima ancora di poter dire a sé stessa la
ragione. Metello dava le spalle al falò, le mani dietro il dorso; indossava un cappot-
to marrone col bavero tirato fin sulla bocca, un cappello dalla tesa grande calata,
ma lo stesso, quando egli si mosse, già ella lo aveva riconosciuto. Egli dové avan-
zare di qualche passo, prima di pronunciare il suo nome. Ersilia gli sorrideva, e il
suo affanno si era improvvisamente placato, aveva voglia di piangere tanto le can-
tava il cuore. Si dettero la mano, fu come se lui la volesse aiutare a scendere i tre
gradini del portone, e allorché si parlarono, sembrò riprendessero un colloquio ap-
pena allora interrotto.
«Sono sorprese da fare?».
«Arrivavo prima io della lettera, anche se te lo scrivevo. Mi hanno condonato
sei mesi, era Santo Stefano quando arrivò la comunicazione, per fortuna il giorno
30 c'era il postale».
«Sicché sei a Firenze…». //
«Da tre giorni, ma mi hanno lasciato libero soltanto un'ora fa. Il tempo di arri-
vare in San Frediano e sapere da tua madre che facevi il turno di notte».
Camminavano fianco a fianco, e lui disse: «Dunque, ora che mi hai visto in vi-
so, ti sei decisa?».
«Sei dimagrito» ella disse. «Sei bianco che fai paura, non ti sei nemmeno fatto
la barba».
E spontaneamente, un gesto tuttavia ardito, ella lo prese a braccetto.
Egli disse: «Ti accompagno, debbo tornare comunque in San Frediano, ho da
portare notizie a più di una famiglia. Alla moglie e alla figliola di Fioravanti in par-
ticolare. È ammalato grave, e con l'età che ha chissà se lo rivedono».
Ma prima entrarono nel Caffè di Piazza Piattellina; lei prese un «corretto», lui un
grappino. Gli mancava un centesimo, e lei lo soccorse. Uscendo, egli disse:
«Ho un bel coraggio a chiederti di sposarmi. Ma tu devi avere fiducia. È stata

130 salir di grado, come ora... Ma non] •salir di grado, come ora... Ma non (>diventare pappina,

come ora<) D1b

483
DINO MANCA

una esperienza di cui avrei fatto volentieri a meno, ma di cui non ti131 posso dire di
essermi pentito. Si torna di laggiù con una rabbia addosso, tu sapessi. Riuscirò a
smaltirla.
«Non giurare», ella lo interruppe.132 «Mio padre non c'è mai riuscito».

Si erano fermati un momento poco distante dal Caffè, egli la tratteneva alle brac-
cia.
«Ora voglio soltanto trovare lavoro e metter su casa. Ci sistemeremo magari in
camera ammobiliata, i primi tempi».
«In quanto a questo» ella disse, e lo guardava decisamente in viso, le ridevano
gli occhi, «i primi tempi corrono fin da ora. Tu dormirai in salotto con mio fratello,
ha diciott'anni, ormai è un uomo. Forse se hai il sonno leggero ti sveglierà, si alza
alle tre, lavora da un fornajo. E quando ci saremo sposati» aggiunse «la mamma ci
cederà la sua camera matrimoniale, se n'è già parlato».
Era giorno chiaro e via del Leone desta della sua umanità infreddolita; apriva il
suo fondaco il noleggiatore di barroccini; il falegname digià era al lavoro; passò,
con la vanga e la zappa bilanciata sulle due spalle, uno sterratore: era un uomo an-
ziano, adusto nella persona, in testa aveva un berretto di cencio, e una sciarpa di
lana incrociata sotto la giacca, era uno spirito allegro e disse ad alta voce:
«Sù con la vita, gente, stanotte arriva la Befana!».133 //

CAPITOLO X

131 cui non ti] cui /non/ ti D1b


132 ella lo interruppe] ella /lo/ interruppe D1b
133 La parte di testo che va da «Così trascorsero mesi e mesi, […]» a «[…] stanotte arriva la Befana!»

è stata riscritta su due carte poi incollate.

484
Tra le carte di Vasco Pratolini

[PARTE SECONDA V]

CAPITOLO X

PRIMA REDAZIONE

D1a

Qualcuno chiese permesso dalla porta sulle scale rimasta socchiusa. Entrò Olin-
do Tinaj, che era venuto a prendere Metello. Olindo era tornato dal Belgio, dove
non aveva fatto fortuna, tre mesi prima, carico di famiglia e mezzo ammalato. Me-
tello aveva parlato di lui all’Ingegnere Badolati e Olindo era stato assunto in cantie-
re come manovale. Uscirono insieme, e prima di recarsi alla Camera del Lavoro si
fermarono al Caffè del Canto alle Rondini e bevvero un grappino.

SECONDA REDAZIONE

D1b

Qualcuno chiese permesso dalla porta sulle scale rimasta socchiusa. Entrò Olin-
do Tinaj, venuto134 a prendere Metello. Olindo era tornato dal Belgio, dove non
aveva fatto fortuna, tre mesi prima, carico di famiglia e mezzo ammalato. Metello
aveva parlato di lui all’Ingegnere Badolati e Olindo era stato assunto in cantiere
come manovale. Uscirono insieme, e prima di incamminarsi per Monterivecchi135
si fermarono al Caffè del Canto alle Rondini e bevvero un grappino.

TERZA REDAZIONE

D1c

Qualcuno chiese permesso dalla porta sulle scale rimasta socchiusa. Entrò Olin-
do Tinaj, venuto a prendere Metello.136

134 venuto] >che era< venuto D1b


135 incamminarsi per Monterivecchi] •incamminarsi per Monterivecchi135 (>recarsi alla Camera
del Lavoro<) D1b
136 Qualcuno…Metello] Qualcuno chiese permesso dalla porta sulle scale rimasta socchiusa. Entrò

Olindo Tinaj, venuto a prendere Metello. >Olindo era tornato dal Belgio, dove non aveva fatto fortu-
na, tre mesi prima, carico di famiglia e mezzo ammalato. Metello aveva parlato di lui all’Ingegnere Ba-
dolati e Olindo era stato assunto in cantiere come manovale. Uscirono insieme, e prima di incammi-
narsi per Monterivecchi fermarono al Caffè del Canto alle Rondini e bevvero un grappino.<

485
DINO MANCA

QUARTA REDAZIONE137

D1d

QUINTA REDAZIONE

D1e

Qualcuno chiese permesso dalla porta sulle scale rimasta socchiusa. Entrò Olin-
do Tinaj, venuto a prendere Metello.

137 >Qualcuno chiese permesso dalla porta sulle scale rimasta socchiusa. Entrò Olindo Tinaj, venu-

to a prendere Metello.< D1d

486
Tra le carte di Vasco Pratolini

[PARTE SECONDA V]

CAPITOLO XI

PRIMA REDAZIONE

D1a

«Ma lì tutti si ricordano di te. Anche Cosetta. Tu di Cosetta te ne ricordi?».


«Come no? L’ho ancora qui» disse Metello, e scosse la testa, e sorrise. //

SECONDA REDAZIONE

D1b

«Ma lì tutti si ricordano di te. Anche Cosetta. Tu di Cosetta te ne ricordi?».


«Come no? L’ho ancora qui» disse Metello, e scosse la testa, e sorrise.138
«Si è fatta bella grassa, tu la vedessi, è proprio una sposona. Ha tre figli. Pensa,
verso i venti anni139 si era chiusa in convento. Ma poi, figurati se non ci ripensò
prima di prendere il velo! Scappò col figliolo del procaccia. È con lui che si è spo-
sata. Hanno tre diligenze e sei coppie di cavalli. A tutti è andata meglio che a me»,
ripeteva.
Metello aveva parlato all'Ingegner Badolati e la settimana successiva Olindo era
stato assunto come manovale.140 //

TERZA REDAZIONE

D1c

«Ma lì tutti si ricordano di te. Anche Cosetta. Tu di Cosetta te ne ricordi?».141 //

138 e sorrise.] e sorrise. |«Si è fatta bella grassa, tu la vedessi, è proprio una sposona. Ha tre figli.

Pensa, verso i venti anni si era chiusa in convento. Ma poi, figurati se non ci ripensò prima di prende-
re il velo! Scappò col figliolo del procaccia. È con lui che si è sposata. Hanno tre diligenze e sei coppie
di cavalli. A tutti è andata meglio che a me», ripeteva.|D1b
139 Venti anni] •venti anni (>sedici anni<) D1b
140 Metello aveva…come manovale.] || Metello aveva parlato all'Ingegner Badolati e la settimana

successiva Olindo era stato assunto come manovale.||D1b


141 Tu di Cosetta te ne ricordi?»] Tu di Cosetta te ne ricordi?». >Come no? L’ho ancora qui» disse

Metello, e scosse la testa, e sorrise. «Si è fatta bella grassa, tu la vedessi, è proprio una sposona. Ha tre
figli. Pensa, verso i venti anni si era chiusa in convento. Ma poi, figurati se non ci ripensò prima di
prendere il velo! Scappò col figliolo del procaccia. È con lui che si è sposata. Hanno tre diligenze e sei

487
DINO MANCA

QUARTA REDAZIONE

D1d

«Ma lì tutti si ricordano di te. Anche Cosetta. Tu di Cosetta te ne ricordi?». //


«Come no?» disse Metello. «L'ho ancora qui». Si toccò la gola.
«Si è fatta bella grassa, tu la vedessi, è proprio una sposona, non le si addice più
quel nome. Verso i vent'anni si era chiusa in convento. Ma poi, figurati se non ci
ripensò prima di prendere il velo! Scappò col figliolo del procaccia. E con lui che si
è sposata. Hanno tre diligenze e sei coppie di cavalli. A tutti è andata meglio che a
me» ripeteva.
Metello aveva parlato all'Ingegner Badolati e la settimana successiva Olindo era
stato assunto come manovale.

coppie di cavalli. A tutti è andata meglio che a me», ripeteva. Metello aveva parlato all'Ingegner Bado-
lati e la settimana successiva Olindo era stato assunto come manovale.<D1c

488
Tra le carte di Vasco Pratolini

[PARTE SECONDA V]

CAPITOLO XI

D1

dichiarate antipatie. Gli avevano messo un soprannome, lo chiamavano: Mac-


chiavelli. «In peggio, è naturale!» Erano stati coloro che venivano da San Casciano,
e avevano familiare un certo viso, a battezzarlo, per via di una rassomiglianza alla
lontana, senza risposte ‹e› ragioni.142
Cotesta mattina, usciti di casa, attraversarono143 Piazza Santa Croce

dichiarate antipatie.

Cotesta mattina, usciti di casa, attraversarono Piazza Santa Croce

142 di una rassomiglianza alla lontana, senza risposte ‹e› ragioni.] •di una rassomiglianza alla

lontana, (>della rassomiglianza alla lontana<) senza risposte ‹e› ragioni. >[—] vedono le ossa
dell’antico segretario dovettero sussultare a lungo nel loro [—] era lì a pochi passi la [—] della Camera
del Lavoro. D1
143 Cotesta mattina, usciti di casa, attraversarono] /Cotesta mattina, usciti di casa,/

attraversarono (← Attraversarono) D1

489
DINO MANCA

[PARTE SECONDA V]

CAPITOLO XII

PRIMA REDAZIONE

D1a

E // più dei suoi Capi, facili a sperdersi o deviare, anche se sempre o quasi pa-
gavano di persona, era la propria144 forza naturale che guidava cotesta gente, diritta
per la sua strada. Ci si oppone male a chi ragiona sempre allo stesso modo e vede e
persegue sempre lo stesso scopo. Fidàti145 dal sentirsi in branco, uniti, si erano fitti
in testa l’idea146 che se è un dovere rendere sul lavoro più che si può, deve essere
un diritto avere tutto quello che ci occorre, a cominciare dall’essenziale. E ripete-
vano147 che come gli uomini, anche i popoli, “più progrediti o meno progrediti re-
sta da vedere”, siano bianchi gialli o neri,148 lavorino con le braccia o col cervello,
sono tutti uguali. Si esprimono semmai in lingue diverse, che si imparano con un
po’ d’applicazione. Ci raccapezza forse qualcosa un veneto quando parla un sicilia-
no, o un fiorentino a tu per tu con un barese?
E sotto il sole che faceva risplendere tutt'oro la lanterna di Santa Maria del
Fiore, c'era di nuovo che siccome la sede della Camera del Lavoro non bastava per
ospitarli riuniti in Assemblea,

SECONDA REDAZIONE

D1b

E // più dei suoi Capi, facili a sperdersi o deviare, anche se sempre o quasi pa-
gavano di persona, era la propria forza naturale che guidava cotesta gente, diritta
per la sua strada.

E sotto il sole che faceva risplendere tutt'oro la lanterna di Santa Maria del
Fiore, c'era di nuovo che siccome la sede della Camera del Lavoro non bastava per
ospitarli riuniti in Assemblea,

144 propria] propria (>sua<) D1a


145 Fidàti] Fidàti (← Fidati) D1a
146 fitti in testa l’idea] fitti in testa (← fatta) l’idea D1a
147 E ripetevano] •E ripetevano (>[—]<)D1a
148 siano bianchi gialli o neri] >son tutti uguali< siano bianchi gialli o neri D1a

490
Tra le carte di Vasco Pratolini

[PARTE SECONDA V]

CAPITOLO XII

PRIMA REDAZIONE

D1a

I giornali in quei giorni salutavano l’arrivo di Emil Lambert, Presidente della


Repubblica Francese, ospite del Re d’Italia; davano notizia del VI Concorso
Ginnastico Nazionale: mens sana in corpore sano. La Magona annunziava un
dividendo superbo, ed erano già state sottoscritte ventimila lire per il monumento
al Generale Cialdini. «La Nazione» tuttavia offriva a puntate un romanzo di Ugo
Meepit zibaldone dumasiano dal titolo singolare.

SECONDA REDAZIONE

D1b

Si salutava149 in quei giorni l’arrivo150 di Emil Lambert, Presidente della Repubblica


Francese, ospite del Re d’Italia; davano notizia del VI Concorso Ginnastico
Nazionale: mens sana in corpore sano. La Magona annunziava un dividendo
eccezionale, e la sottoscrizione per il monumento al Generale Cialdini ‹aveva già
raggiunto› le ventimila lire. Infine151 La Nazione offriva a puntate un romanzo
avventuroso152 dal titolo singolare.

TERZA REDAZIONE

D1c

Si preparava in quei giorni, il V Concorso Ginnastico Nazionale. La Magona


annunziava il suo primo dividendo del nuovo secolo, infine «La Nazione» offriva a
puntate un romanzo avventuroso dal titolo singolare.

149 Si salutava] •Si salutava (>I giornali<) D1b


150 in quei giorni l’arrivo] in quei giorni >salutavano< l’arrivo D1b
151 eccezionale, e la sottoscrizione per il monumento al Generale Cialdini ‹aveva già raggiun-

to› le ventimila lire. Infine] •eccezionale, e la sottoscrizione per il monumento al Generale Cialdini
‹aveva già raggiunto› le ventimila lire. Infine (>superbo, ed erano già state sottoscritte ventimila lire per
il monumento al Generale Cialdini.<) D1b
152 avventuroso] •avventuroso (>di Ugo Meepit zibaldone dumasiano<) D1b

491
DINO MANCA

[PARTE SECONDA V]

CAPITOLO XII

PRIMA REDAZIONE

D1a

Se già prima non lo sapevano, adesso erano certi di non essere soli. Quelle mani
finché

SECONDA REDAZIONE

D1b

Questo153 li affratellava più di ogni Mutuo Soccorso, più dello stesso Partito, non
c'era paragone. Ogni Lega cittadina o provinciale, venivano a fondersi moralmente
con le altre. Quante erano le mani che operavano per dare un nuovo viso alle vie e
piazze d'Italia, ora, finché

153 Questo] •Questo (>il Sindacato<) D1b

492
Tra le carte di Vasco Pratolini

[PARTE SECONDA V]

CAPITOLO XII

PRIMA REDAZIONE

D1a

«Chi non è d'accordo» disse Del Buono «alzi una mano. Questa è la richiesta. Poi
si ‹discuterà› come organizzare una specie di mutuo soccorso, se sabato non siamo
venuti ancora a una composizione. Ma intanto, guardiamo se siamo tutti d’accordo
di154 scendere in sciopero. So che c’è qualcuno che non è persuaso. Chi non è
persuaso, a lui una mano», ripeté.

SECONDA REDAZIONE

D1b

«Chi non è d'accordo» disse Del Buono «alzi una mano».

154 di] di (← a) D1a

493
DINO MANCA

[PARTE SECONDA V]

CAPITOLO XIII

PRIMA REDAZIONE

D1a

Quelli di Torino come quelli di Napoli ci hanno dato l'esempio. E a parte que-
sto, è da bambini, far questione di campagna e di città. Si mangia forse di grasso,
noi che siamo di città e dormiamo tutte le notti nel nostro letto? Io ho un figliolo
soldato e se gli voglio mandare cinque lire, devo fare a meno di fumare... Ora, la-
voro ce n'è, e questi sudici di Impresari, ci succhiano il sangue dalle vene. Una
norma di un metro e mezzo al giorno non è uno scherzo, vuol vedere l'uomo in
viso. Tu, Del Buono, queste cose le sai dire e le hai dette anche poco ‹fa› molto
meglio di me.... Ragion per cui, io dico che noi non dobbiamo scendere in sciopero
soltanto perché di quella ‹mezza› lira e di quei sei soldi al giorno di aumento che
chiediamo, ne abbiamo bisogno.

SECONDA REDAZIONE

D1b

Quelli di Torino come quelli di Napoli ci hanno dato l'esempio. Quelli di Bari, di
Livorno e d'altrove è già da delle settimane che sono alle prese coi Padroni. 155 E a
parte questo, è da bambini, far questione di campagna e di città. Si mangia forse di
grasso, noi che siamo di città e dormiamo tutte le notti nel nostro letto? Io ho una
bambina che stenta un poco a esprimersi in italiano, siccome più che vicino a me
sta tutto il giorno vicino alla madre, è naturale. Bene, anzi male, ché se la voglio
mandare a ripetizione, debbo fare a meno di bere e di qualche altra cosa.... 156 Ora,
lavoro ce n'è, e questi sudici di Impresari, ci succhiano il sangue.157 Una norma di
un metro e mezzo al giorno non è uno scherzo, vuol vedere l'uomo in viso.158 Tu,

155 Quelli di Bari, di Livorno e d'altrove è già da delle settimane che sono alle prese coi Pa-

droni.] /Quelli di Bari, di Livorno e d'altrove è già da delle settimane che sono alle prese coi Padroni./
D1b
156 ho una bambina che stenta un poco a esprimersi in italiano, siccome più che vicino a me

sta tutto il giorno vicino alla madre, è naturale. Bene, anzi male, ché se la voglio mandare a
ripetizione, debbo fare a meno di bere e di qualche altra cosa] •ho una bambina che stenta un
poco a esprimersi in italiano, siccome più che vicino a me sta tutto il giorno vicino alla madre, è natu-
rale. Bene, anzi male, ché se la voglio mandare a ripetizione, debbo fare a meno di bere e di qualche
altra cosa (>un figliolo soldato e se gli voglio mandare cinque lire, devo fare a meno di fumare<) D1b
157 sangue.] sangue >dalle vene<. D1b
158 Una norma di un metro e mezzo al giorno non è uno scherzo, vuol vedere l'uomo in vi-

so.] /Una norma di un metro e mezzo al giorno non è uno scherzo, vuol vedere l'uomo in viso./ D1b

494
Tra le carte di Vasco Pratolini

Del Buono, queste cose le sai dire e le hai dette ora ora159 meglio di me.... Ragion
per cui, io dico che noi non dobbiamo scendere in sciopero soltanto perché di
quegli otto soldi e di quel trentino160 al giorno di aumento che chiediamo, ne ab-
biamo bisogno.

159 ora ora] •ora ora (>poco ‹fa› molto<) D1b


160 quegli otto soldi e di quel trentino] •quegli otto soldi e di quel trentino (>quella ‹mezza› lira e
di quei sei soldi <) D1b

495
DINO MANCA

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XIV

PRIMA REDAZIONE

D1a

e in che termini sottoscritta? Fu comunque, una vittoria. E per la categoria dei


muratori, e per Metello in specie, e per Ersilia.
Durante cotesto mese e mezzo, c'entrasse o no lo sciopero, avrebbe vacillato il
loro amore.161

VI

L'indomani si ritrovarono davanti ai Cantieri, in orario e in tenuta di lavoro,


casomai i padroni ci avessero ripensato o fossero disposti a trattare;

SECONDA REDAZIONE

D1b

CAPITOLO XIV162

L'indomani si ritrovarono davanti ai Cantieri, in orario e in tenuta di lavoro,


casomai i padroni ci avessero ripensato o fossero disposti a trattare;

161 e in che termini sottoscritta? Fu comunque, una vittoria. E per la categoria dei muratori,

e per Metello in specie, e per Ersilia. Durante cotesto mese e mezzo, c'entrasse o no lo scio-
pero, avrebbe vacillato il loro amore.] >e in che termini sottoscritta? Fu comunque, una vittoria. E
per la categoria dei muratori, e per Metello in specie, e per Ersilia. Durante cotesto mese e mezzo,
c'entrasse o no lo sciopero, avrebbe vacillato il loro amore.< D1b
162 CAPITOLO XIV] VI |CAPITOLO XIII| D1a

496
Tra le carte di Vasco Pratolini

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XIV

PRIMA REDAZIONE

D1a

coi quali era Del Buono che li aveva incontrati strada facendo: tutti i responsabili
dei diversi cantieri e // insieme convennero che se gli Imprenditori163 l’avevano
presa così di punta fino164 dal primo giorno significava, anche se non c’era da farsi
illusioni, che questa volta avrebbero ceduto, forse addirittura prima di quanto non
si sperava. Del Buono che recava <+++> in mano165 una copia della Difesa fresca
d’inchiostro, e che parlava di loro. Della loro ferma decisione di imporre agli
Appaltatori il rispetto delle tariffe convenute, già di per sé, “esose e di ‹furto›”!
Questo fu il primo giorno.

SECONDA REDAZIONE

D1b

coi quali era Del Buono che li aveva incontrati strada facendo: teneva in mano
una copia della Difesa fresca d'inchiostro e che parlava di loro.166 //
Questo fu il primo giorno.

163 Imprenditori] •Imprenditori (>Appaltatori<) D1a


164 fino]/fino/ D1a
165 che recava <+++> in mano] •che recava <+++> in mano (>aveva con sé<) D1a
166 teneva in mano una copia della Difesa fresca d'inchiostro e che parlava di loro.] ||.teneva

in mano una copia della Difesa fresca d'inchiostro e che parlava di loro.||

497
DINO MANCA

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XIV

PRIMA REDAZIONE

D1a

Come un po' tutti, del resto, erano dei sonetti inediti ma di dominio pubblico
ormai, e per quanto blasfemi e inclini alla pornografia, rappresentavano la parte
più cognita e apprezzata della produzione letteraria di quel celebre scrittore per
fanciulli. Lo si esaltava167 in virtù dei suoi sonetti, tanto il popolino quanto il
sorgente proletariato, d’istinto168 gli perdonavano le sue nostalgie crispine, il suo
scaltro confer‹ire› e la sua pedagogia paternalistica. E lo si adorava, come si adorava
il Niccheri nelle campagne, Augusto Novellino in città.169

SECONDA REDAZIONE

D1b

Come un po' tutti, del resto. Nulla è più di dominio pubblico dell’inedito, in que-
sti casi.170
«Lippi, dicci La confessione»

167 Lo si esaltava] /Lo si esaltava/ D1a


168 d’istinto] |d’ istinto| (>istintivamente<) D1a
169 Augusto Novellino in città] •Augusto Novellino in città (>Augusto Novellino in città<) D1a
170 Nulla è più di dominio pubblico dell’inedito, in questi casi.] •Nulla è più di dominio pub-

blico dell’inedito, in questi casi. (>erano dei sonetti inediti ma di dominio pubblico ormai, e per quan-
to blasfemi e inclini alla pornografia, rappresentavano la parte più cognita e apprezzata della produ-
zione letteraria di quel celebre scrittore per fanciulli. Lo si esaltava in virtù dei suoi sonetti, tanto il
popolino quanto il sorgente proletariato, d’istinto gli perdonavano le sue nostalgie crispine, il suo scal-
tro confer‹ire› e la sua pedagogia paternalistica. E lo si adorava, come si adorava il Niccheri nelle cam-
pagne, Augusto Novellino in città.<) D1b

498
Tra le carte di Vasco Pratolini

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XV

PRIMA REDAZIONE

D1a

Ma non l'aveva voluta sposare.


Dieci, trenta, tanti quanti erano. Quelli stessi di cui, pur lavorando insieme nel
medesimo Cantiere, in questi ultimi due anni, egli conosceva poco più che di no-
me.

SECONDA REDAZIONE

D1b

Ma non l'aveva voluta sposare.


Dieci, trenta, tanti quanti erano, di ciascuno Metello poteva immaginare il ri-
torno alle case, quella sera, e i sacrifici, il dramma che per tutti sarebbe incomincia-
to ora, dopo la seconda settimana senza salario. E si avvide171

TERZA REDAZIONE

D1c

Ma non l'aveva voluta sposare.


Dieci, trenta, tanti quanti erano: di172 ciascuno Metello173 poteva immaginare il
ritorno alle case, quella sera, il secondo sabato senza portare niente di salario. E si
avvide

171 Dieci, trenta, tanti quanti erano, di ciascuno Metello poteva immaginare il ritorno alle

case, quella sera, e i sacrifici, il dramma che per tutti sarebbe incominciato ora, dopo la se-
conda settimana senza salario. E si avvide] .Dieci, trenta, tanti quanti erano, di ciascuno Metello
poteva immaginare il ritorno alle case, quella sera, e i sacrifici, il dramma che per tutti sarebbe inco-
minciato /ora, dopo la seconda settimana senza salario/. E si avvide (>Dieci, trenta, tanti quanti era-
no. Quelli stessi di cui, pur lavorando insieme nel medesimo Cantiere, in questi ultimi due anni, egli
conosceva poco più che di nome.<) D1b
172 erano: di] erano: di (← erano e di) D1c
173 Metello] /Metello/ D1c

499
DINO MANCA

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XV

PRIMA REDAZIONE

D1a

Aminta stava a capo basso, si schiacciava le mani, una nell'altra, per dominare la
propria eccitazione.
Mugolò, piuttosto che rispondere: «Lasci perdere, Ingegnere. Non mi faccia do-
mande».
Metello lo protesse, mettendogli un braccio attorno alle spalle, e così voltandole
lo consegnò ai compagni che gli erano vicini, perché lo allontanassero. Quindi dis-
se:
«Le cose non stanno proprio così, Ingegnere. Aminta si è sentito male, perciò è
cascato».
«Bugiardo» disse l’Assistente.
«Tu stai zitto» gli intimò lo zio. E a Metello: «Perché si sarebbe sentito male?».
Ma intervenne Crispi, credendo ‹fosse› il suo dovere: «La verità, signor
Ingegnere, gliela dico io».

SECONDA REDAZIONE

D1b

Aminta stava a capo basso, si schiacciava le mani, una nell'altra.174


«Non mi faccia domande» mugolò, piuttosto che rispondere.175
«Aminta si è sentito male, perciò è cascato» disse Metello.176
«E perché si sarebbe sentito male?».177
Ma intervenne Crispi: «La verità, signor Ingegnere, gliela dico io».178

174 una nell'altra.] una nell'altra>per dominare la propria eccitazione<. D1b


175 «Non mi faccia domande» mugolò, piuttosto che rispondere.] Mugolò|,| piuttosto che ri-
spondere:2 «>Lasci perdere, Ingegnere.< Non mi faccia domande». D1b
176 «Aminta si è sentito male, perciò è cascato» disse Metello.] >Metello lo protesse, •gli mise

(>mettendogli<) un braccio attorno alle spalle, e così voltandole lo consegnò ai compagni che gli era-
no vicini, perché lo allontanassero. Quindi disse: ↔|«Le cose non stanno proprio così, Ingegnere.<
Aminta si è sentito male, perciò è cascato» |disse Metello|. D1b
177 «E perché si sarebbe sentito male?».] >«Bugiardo» •intervenne (>disse<) l’Assistente.↔|«Tu

stai zitto» gli intimò lo zio. E a Metello:< «E perché (← Perché) si sarebbe sentito male?». D1b
178 Ma intervenne Crispi: «La verità, signor Ingegnere, gliela dico io».] Ma intervenne Crispi,

>credendo ‹fosse› il suo dovere<: «La verità, signor Ingegnere, gliela dico io». D1b

500
Tra le carte di Vasco Pratolini

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XV

PRIMA REDAZIONE

D1a

Tutto era accaduto nel giro di pochi secondi. Quando l'Assistente uscì, anch'egli
armato, dallo sgabuzzino della Direzione, comprese che il suo intervento non era
più necessario; i muratori ridiscendevano la massicciata, scontenti di sé, e ammuc-
chiati accanto a Crispi, Metello e l’Ingegnere, ancora al centro dello sterrato, c’era
Nardini che prese il suo collega per un braccio e lo condusse fino al bidone
dell'acqua perché si lavasse gli occhi. Quindi, gli spinse dentro la testa, affinché gli
passassero «i bollori». E rivolto al giovane Assistente, mentre costui gli passava da-
vanti, con innanz:
«Dia retta a me, riponga cotesto arnese», gli disse. È gente presa dalla dispera-
zione, non degli assassini».

SECONDA REDAZIONE

D1b

Quando l'Assistente179 uscì, anch'egli armato, dallo sgabuzzino della Direzione,


comprese che il suo intervento non era più necessario; i muratori piuttosto che
stringersi, avevano come allargato il cerchio, al centro del quale, accanto a Crispi, a
Metello al Tedesco e all'Ingegnere,180 c'era Nardini che prese il suo collega per un
braccio e lo condusse fino al bidone dell'acqua. Quindi,181 gli spinse dentro la testa,
affinché, come disse, oltre che lavarsi gli occhi, si facesse passare i bollori. 182 E ri-
volto al giovane Assistente:183
«Dia retta a me» gli disse. «Lo184 riponga cotesto arnese.185 È gente presa dalla
disperazione, non sono degli186 assassini».

179 Quando l'Assistente] >Tutto era accaduto nel giro di pochi secondi< Quando l'Assistente D1b
180 piuttosto che stringersi, avevano come allargato il cerchio, al centro del quale, accanto a
Crispi, a Metello al Tedesco e all'Ingegnere] •piuttosto che stringersi, avevano come allargato il
cerchio, al centro del quale, (>ridiscendevano la massicciata, scontenti di sé, e ammucchiati<) accanto
a Crispi, /a/ Metello /al/ Tedesco e all'Ingegnere,>ancora al centro dello sterrato,< D1b
181 dell'acqua. Quindi,] dell'acqua>perché si lavasse gli occhi.<. Quindi, D1b
182 come disse, oltre che lavarsi gli occhi, si facesse passare i bollori.] •come disse, oltre che la-

varsi gli occhi, si facesse passare i bollori. (>gli passassero «i bollori».<) D1b
183 Assistente:] Assistente||>mentre costui gli passava davanti, con innanz:< D1b
184 gli disse. «Lo] /gli disse. «Lo/ D1b
185 arnese.] arnese>, gli disse<. D1b
186 non sono degli] non /sono/ degli D1b

501
DINO MANCA

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XV

PRIMA REDAZIONE

D1a

«Ora lei mi dà troppa importanza, e sbaglia se crede che tutto dipenda da me o


da Del Buono o da qualche altro. La verità è che questi uomini non vogliono più
patire giorno per giorno come dei ciuchi e hanno aperto gli occhi».
«Lo so» disse Badolati, e sembrò sospirare. «Ma bisogna che li richiudano, e pre-
sto. Digli che si fermino, aggiunse, e indicò i muratori che avanzavano lentamente
ed erano a una diecina di metri da loro».
«Un momento, ragazzi», disse Metello. «Forse l’Ingegnere ci deve dire qualcosa».
I muratori sostarono, e Badolati dapprima si rivolse al nipote che gli stava nuo-
vamente a fianco: «Fai andare Crispi in direzione, e resta con lui. Che non si muo-
va finché non vengo io».
Poi, affrontò quegli uomini.

SECONDA REDAZIONE

D1b

«Lei mi dà troppa importanza, io valgo per uno, conto per me solo. La verità è
che questa gente ha aperto gli occhi».187
«Lo so» disse Badolati, e sembrò sospirare. «Ma bisogna che li richiuda, e pre-
sto».
Ordinò al nipote e a Crispi di precederlo in Direzione, poi disse:188

187 «Lei mi dà troppa importanza, io valgo per uno, conto per me solo. La verità è che que-

sta gente ha aperto gli occhi».] «>Ora< lei mi dà troppa importanza, •io valgo per uno, conto per
me solo. La verità è che questa gente ha (>e sbaglia se crede che tutto dipenda da me o da Del Buono
o da qualche altro. La verità è che questi uomini non vogliono più patire giorno per giorno come dei
ciuchi e hanno<) aperto gli occhi». D1b
188 «Lo so» disse Badolati, e sembrò sospirare. «Ma bisogna che li richiuda, e presto». Ordi-

nò al nipote e a Crispi di precederlo in Direzione, poi disse:] «Lo so» disse Badolati, e sembrò
sospirare. «Ma bisogna che li richiuda>no<, e presto. >Digli •di fermarsi (>che si fermino<), aggiun-
se, e indicò i muratori che avanzavano lentamente ed erano a una diecina di metri da loro».↔|«Un
momento, ragazzi», disse Metello. «Forse l’Ingegnere ci deve dire qualcosa».↔|I muratori sostarono, e
Badolati dapprima si rivolse al nipote che gli stava nuovamente a fianco: «Fai andare Crispi in direzio-
ne, e resta con lui. Che non si muova finché non vengo io».↔|Poi, affrontò quegli uomini<».
||.Ordinò al nipote e a Crispi di precederlo in Direzione, poi disse||D1b

502
Tra le carte di Vasco Pratolini

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XVI

PRIMA REDAZIONE

D1a

Gli operaj delle Officine di Porta Prato, della Galileo, della Pignone; e i
ceramisti di Doccia, i vetraj di Empoli, i tessili di Prato, tutti digià famosi per
essersi formata una «coscienza di classe»; le stesse sigaraje col loro protosciopero
del ‘51 sotto Canapone, non avevano nulla da insegnare ai muratori. Neanche a
loro facevano difetto la volontà di lotta e una tradizione. Neferi Pallesi Lodoli
Chellini erano stati ed erano dei loro. Tuttavia, erano diverse le condizioni: i189
lanajoli, i soffiatori, le tabacchine e i meccanici; i fonditori lavoravano al coperto,
per essi la stagione era sempre buona. Se dopo quindici giorni uno sciopero falliva,
gli restavano cinquanta settimane [—] e altrettanti salari su cui, comunque, «non ci
pioveva». Per chi lavora sui ponti, invece, quando piove, l’acqua, convogliandosi
nelle fogne, si porta in Arno anche le paghe. Le giornate di un muratore, in capo
all’anno, non superano mai le due centinaja, ‹meno meno›. La stagione buona,
«sempre che gli Angeli non ci abbian male ai reni», va da metà marzo a metà
ottobre. È questo il periodo più adatto per ricattare gli Imprenditori; ma sono
anche i mesi durante i quali, restando a braccia conserte si perdono dei salari
altrimenti gigliati. E non è nel corso dell’inverno che si può sperare di rifarsi; anzi
sotto le Feste se non piove si mette a nevicare, e spesso nella pentola, il giorno di
Ceppo, al posto del cappone ci <+++> le patate. Un bel mascè e si entra nell’anno
nuovo. Quando poi è giugno; e in piena stagione i muratori abbandonano il lavoro,
quegli operaj gli dicono bravi. Bravi due volte, temerarî.
Ma quanto avrebbero resistito?

SECONDA REDAZIONE

D1b

Gli operaj delle Officine di Porta Prato, della Galileo, della Pignone; e i
ceramisti di Doccia, i vetraj di Empoli, i tessili di Prato, tutti digià famosi per
essersi formata una coscienza di classe;190 le stesse sigaraje col loro protosciopero
del ‘51 sotto Canapone, non avevano nulla da insegnare ai muratori. Neanche a
loro facevano difetto la volontà di lotta e una tradizione. Tuttavia,191 erano diverse

189 i] /i/ D1a


190 coscienza di classe] coscienza di classe (← «coscienza di classe») D1b
191 tradizione. Tuttavia,] tradizione.>Neferi Pallesi Lodoli Chellini erano stati ed erano dei loro.<

Tuttavia, D1b

503
DINO MANCA

le condizioni: i lanajoli, i soffiatori, i meccanici;192 i fonditori <+++> sigaraje193


lavoravano al coperto, per essi la stagione era sempre buona. Se dopo quindici
giorni uno sciopero falliva, gli restavano cinquanta settimane e altrettanti salari su
cui, comunque, non ci pioveva.194 Per chi lavora sui ponti, invece, quando piove,
l’acqua, convogliandosi nelle fogne, si porta in Arno anche le paghe. Le giornate di
un muratore, in capo all’anno, superano di poco195 le due centinaja.196 La stagione
buona, «sempre che gli Angeli non ci abbian male ai reni», va da metà marzo a
metà ottobre. È questo il periodo più adatto per ricattare gli Imprenditori; ma sono
anche i mesi durante i quali, restando a braccia conserte,197 si perdono dei salari
altrimenti gigliati. E non è nel corso dell’inverno che si può sperare di rifarsi; anzi
sotto le Feste,198 se non piove si mette a nevicare, e spesso nella pentola, il giorno
di Ceppo, al posto del cappone ci stuffi199 le patate. Un bel mascè e si entra
nell’anno nuovo. Quando poi è giugno; e in piena stagione i muratori
abbandonano il lavoro, quegli operaj gli dicono bravi.
Bravi due volte, temerarî.
Quanto avrebbero resistito?

TERZA REDAZIONE

D1c

CAPITOLO XVI

Ora, quanto200 avrebbero resistito?

192 i meccanici;] >•i molinaj (>le tabacchine<)< e i meccanici; D1b


193 <+++> sigaraje] /<+++> sigaraje ><+++></ D1b
194 non ci pioveva.] non ci pioveva. (← «non ci pioveva».) D1b
195 superano di poco] >non< superano •di poco (>mai<) D1b
196 centinaja.] centinaja>,•<+++> (>‹meno meno›<)<. D1b
197 conserte,] conserte|,| D1b
198 Feste,] Feste|,|D1b
199 ci stuffi] ci •stuffi (>a<+++> •b<+++><) D1b
200 Ora, quanto] •Ora, quanto (>Quanto<) D1c

504
Tra le carte di Vasco Pratolini

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XVI

PRIMA REDAZIONE

D1a

uno di quei fucili201 avrebbe potuto sparare da solo. Lentamente, scrollando il


capo, i muratori risalivano le massicciate. Così, ciò che era successo a Bari, si ripe-
teva a Firenze. Gli appaltatori, riuniti in Associazione, consultatisi col Prefetto, a-
spettavano che la mano d’opera decidesse di tornare totalitariamente sul lavoro,
dopo aver deposto ogni qualsiasi velleità di <+++>. <+++> ne avrebbero preso
atto e si sarebbero riservati di decidere il giorno della ripresa dei lavori. Questa era
stata l’ultima parola di Tajuti e Madii, che parlava a nome dell’Associazione, allor-
ché avevano ricevuto, al diciottesimo giorno, una rappresentanza composta da Me-
tello, da Ruggeri e da Butòri. Non si vedeva una via d'uscita.

SECONDA REDAZIONE

D1b

uno di quei fucili avrebbe potuto sparare da solo. Così,202 ciò che era successo a
Bari, si ripeteva a Firenze. Gli appaltatori, riuniti in Associazione, consultatisi col
Prefetto, aspettavano che la mano d’opera decidesse di tornare totalitariamente sul
lavoro, dopo aver deposto ogni qualsiasi velleità di aumenti di nuove tariffe
<+++>.203 <+++> ne avrebbero preso atto e si sarebbero riservati di decidere il
giorno della ripresa dei lavori. Questa era stata l’ultima parola di Tajuti e Madii, che
parlava a nome dell’Associazione, allorché avevano ricevuto, al diciottesimo gior-
no, una rappresentanza composta da Metello, da Giannotto204 e da Butòri. Non si
vedeva una via d'uscita.

TERZA REDAZIONE

D1b

uno di quei fucili avrebbe potuto sparare da solo. Così, ciò che era successo a
Bari, si ripeteva a Firenze. Non si vedeva una via d'uscita.

201 fucili] |fucili|(>mo<) D1a


202 da solo. Così,] da solo.>Lentamente, scrollando il capo, i muratori risalivano le massicciate.<
Così, D1b
203 aumenti di nuove <+++>]•aumenti di nuove tariffe <+++> (>[—]<) D1b
204 Giannotto] •Giannotto (>Ruggeri<) D1b

505
DINO MANCA

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XVI

PRIMA REDAZIONE

D1a

Com'era stata anonima cotesta pacca, anonime, borbottate, si levavano le prote-


ste tra i trecento scioperanti. «La Giustizia morì vergine, e non c'è socialismo capa-
ce di farla rinvivire» era la mormorazione più bonaria. Che non ancora investiva i
capi, ma in certo senso vi alludeva.
Dapprima, coloro che in occasione dello sciopero erano stati eletti rappresen-
tanti di cantiere (Metello, Ruggeri e Butòri tra essi) malgrado Del Buono non con-
dividesse il loro atteggiamento, che gli sembrava «un <+++> fuori posto», aveva-
no spontaneamente rinunciato alla loro parte il quarto sabato. Butòri dové pren-
dersi ciò che gli <+++> «non per me», disse «<+++> ci si copre di debiti, ma si
rimedia, ma per mandare quei pochi al suo figliolo soldato. Ed ora, giunti al marte-
dì della quinta settimana, tutti loro sapevano che il prossimo sabato non ci sarebbe
stato nemmeno una o due lire a testa da dividersi.

SECONDA REDAZIONE

D1b

Com'era stata anonima cotesta pacca, anonime, borbottate, si levavano le prote-


ste tra le quattro centurie di scioperanti.205 «La Giustizia morì vergine, e non c'è
socialismo capace di farla rinvivire» era la mormorazione più bonaria. Che non an-
cora investiva i capi, ma in certo senso vi alludeva.
Ed ora,206 giunti al martedì della sesta207 settimana, tutti sapevano208 che il
prossimo sabato non ci sarebbe stato nemmeno una o due lire a testa da dividersi.

205 le quattro centurie di scioperanti.] |le quattro centurie di scioperanti.| (>i trecento scioperan-

ti.<) D1b
206 vi alludeva. Ed ora,] vi alludeva. > Dapprima, coloro che in occasione dello sciopero erano sta-

ti eletti rappresentanti di cantiere (Metello, Ruggeri e Butòri tra essi) malgrado Del Buono non condi-
videsse il loro atteggiamento, che gli sembrava «un <+++> fuori posto», avevano spontaneamente
rinunciato alla loro parte il quarto sabato. Butòri dové prendersi ciò che gli <+++> «non per me»,
disse «<+++> ci si copre di debiti, ma si rimedia, ma per mandare quei pochi al suo figliolo soldato.<
Ed ora D1b
207 sesta] •sesta (>quinta<) D1b
208 tutti sapevano] tutti >loro< sapevano D1b

506
Tra le carte di Vasco Pratolini

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XVI

PRIMA REDAZIONE

D1a

come se lo sciopero fosse una sua invenzione erano venuti alle mani ed era ap-
parso il brigadiere che l’aveva tenuto un giorno e mezzo in guardina, questa volta
senza ragione, semmai era stato lui a buscarne. Poi li aveva riuniti per un confron-
to: lui, il suocero, i cognati, presente la moglie. «Gliel’hai rovinata abbastanza
l’esistenza, a questa disgraziata, ora lasciala in pace, torna quando la potrai mante-
nere, lei e i ragazzi». «Tu che dici?» Aminta aveva chiesto alla moglie.

SECONDA REDAZIONE

D1b

come se lo sciopero fosse una sua invenzione. Erano209 venuti alle mani; ne ave-
va buscate e l'avevano fatto arrestare. Un210 giorno e mezzo in guardina, questa
volta senza ragione. Poi c'era stato il confronto, nell'ufficio del Brigadiere. «Tu che
dici?».211 Aminta aveva chiesto alla moglie.

209 invenzione. Erano] invenzione. Erano (← invenzione erano) D1b


210 mani; ne aveva buscate e l'avevano fatto arrestare. Un] mani|;|•ne aveva buscate e l'avevano
fatto arrestare. (>ed era apparso il brigadiere che l’aveva tenuto<) Un (← un) D1b
211 ragione. C'era stato il confronto, nell'ufficio del Brigadiere. «Tu che dici?»] ragione>,

semmai era stato lui a buscarne. Poi •c'era stato il confronto, nell'ufficio del Brigadiere. (>li aveva riu-
niti per un confronto: lui, il suocero, i cognati, presente la moglie. «Gliel’hai rovinata abbastanza
l’esistenza, a questa disgraziata, ora lasciala in pace, torna quando la potrai mantenere, lei e i ragaz-
zi»<). «Tu che dici?» D1b

507
DINO MANCA

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XVI

PRIMA REDAZIONE

D1a

«Anche se arrivano entro sabato, quanti potranno essere?», si chiedevano, seduti


attorno a Del Buono, i rappresentanti di cantiere. Avevano davanti il numero del
giornale che dava conto delle prime offerte: non superavano le quattrocento lire e
andavano divise coi colleghi di Bari.
«Spartite per quanti siamo, non serviranno a tappare un buco». disse Butòri.
Del Buono disse: «Aspettiamo a fasciarci la testa, non ce la siamo ancora rotta.
Non sono ancora noti i versamenti delle città su cui si può contare di più. Torino,
Milano, la Romagna. Eppoi gli Impresari si stanno muovendo. In bene o in male
resta da vedere. Se Madii e Tajuti sono partiti per Roma, un’intenzione la debbono
avere. Pescetti ci terrà informati. Ha digià parlato con Giolitti, e hanno fatto un
pezzo. //

SECONDA REDAZIONE

D1b

«Che cifra ci toccherà?»212 si chiedevano, seduti attorno a Del Buono, i delega-


ti213di cantiere. Avevano davanti il numero del giornale che dava conto delle prime
offerte: non superavano le mille214 lire e andavano divise coi colleghi di Livorno e
di215 Bari.
«Spartite per quanti siamo, non serviranno a tappare un buco» disse il Tede-
sco.216 //

212 «Che cifra ci toccherà?»] •«Che cifra /ci toccherà?/(>sarà?<)» (>«Anche se arrivano entro sa-

bato, quanti potranno essere?»,<) D1b


213 delegati] •delegati (>rappresentanti<) D1b
214 mille] •mille (>quattrocento<) D1b
215 Livorno e di] /Livorno e di/ D1b
216 il Tedesco] •il Tedesco (>Butòri<) >Del Buono disse: «Aspettiamo a fasciarci la testa, non ce la

siamo ancora rotta. Non sono ancora noti i versamenti delle città su cui si può contare di più. Torino,
Milano, la Romagna. Eppoi gli Impresari si stanno muovendo. In bene o in male resta da vedere. Se
Madii e Tajuti sono partiti per Roma, un’intenzione la debbono avere. Pescetti ci terrà informati. Ha
digià parlato con Giolitti, e hanno fatto [—].< D1b

508
Tra le carte di Vasco Pratolini

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XVII

PRIMA REDAZIONE

D1a

«Si capisce, la sete la leva soltanto il vino».


«Ci ho anche quello. Tengo sempre un fiasco avvolto in un panno dentro il cati-
no, coi pezzi di ghiaccio intorno, come mi ha insegnato lei. Mi son rifornita stama-
ni. È delle Cantine Ricasoli».
«Sarebbe un invito?».
«Vuole che glielo porti? Aspetti, porto un po' d'aranciata anche per Libero. Ma
forse ne gradisce un po’ anche Ersilia, glielo chieda»

SECONDA REDAZIONE

D1b

«La sete217 la leva soltanto il vino».


«Ci ho anche quello. Tengo sempre un fiasco avvolto in un panno bagnato co-
me218 mi ha insegnato lei. Ne vuole?».219
«Eh, è proprio una tentazione».220
«Aspetti,221 porto un po' d'aranciata anche per Libero. Ma forse ne gradisce
anche222 Ersilia, glielo chieda»

217 «La sete] «>Si capisce,< La (← la) sete D1b


218 bagnato come] /bagnato/>dentro il catino, coi pezzi di ghiaccio intorno,< come D1b
219 Ne vuole?] •Ne vuole? (>Mi son rifornita stamani. È delle Cantine Ricasoli<) D1b
220 «Eh, è proprio una tentazione».] •«Eh, è proprio una tentazione». (>«Sarebbe un invito?».<)

D1b
221 «Aspetti,] «>Vuole che glielo porti?< Aspetti, D1b
222 ne gradisce anche] ne gradisce >un po’< anche D1b

509
DINO MANCA

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XVII

PRIMA REDAZIONE

D1a
« La porta non me lo può aprire?».
«Certo che posso».
«E dunque?».
«<+++> Se lo dice lei… ».
Così era incominciato, e più esattamente una ventina di giorni prima, al
diciottesimo giorno dello sciopero, poteva ‹ricordarsi anche› della data. Era il
<++> giugno, <+++> giorno era il compleanno di Idina l'esosa!

SECONDA REDAZIONE

D1b
«L'uscio223 non me lo può aprire?».
«Certo... Se lo dice lei».224
Così era incominciato, e più esattamente una diecina225 ventina di giorni prima,
il quindicesimo226 giorno dello sciopero, poteva ‹ricordarsi anche› della data. Era il
<++> giugno, Idina compiva gli anni. Diventava maggiorenne,227 l'esosa!

TERZA REDAZIONE

D1c
«L'uscio non me lo può aprire?».
«Certo... Se lo dice lei».
Così era incominciato. Una diecina di giorni prima, Ida compiva gli anni.
Diventava maggiorenne, l'esosa!228

223 L'uscio] •L'uscio (>La porta<) D1b


224 «Certo... Se lo dice lei».] «Certo... Se lo dice lei». (← «Certo che posso».) D1b
225 diecina] •diecina (>ventina<) D1b
226 il quindicesimo] il (← al) •quindicesimo (>diciottesimo<) D1b
227 Idina compiva gli anni. Diventava maggiorenne,] •Idina compiva gli anni. Diventava mag-

giorenne, (><+++> giorno era il compleanno di Idina<) D1b


228 Così era incominciato. Una diecina di giorni prima, Ida compiva gli anni. Diventava

maggiorenne, l'esosa!] Così era incominciato. •Una diecina di giorni prima, Ida compiva gli anni.
(>,e più esattamente una diecina ventina di giorni prima, il quindicesimo giorno dello sciopero, poteva

510
Tra le carte di Vasco Pratolini

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XVII

PRIMA REDAZIONE

D1a

L'indomani domenica, al Pagliano davano la Traviata con la Bellincioni, che in


questa occasione aveva il Bonci come Alfredo. «Wagner è Wagner» gli disse Aristo
chiamandolo dalla finestra «ma un’edizione simile di Violetta non si può mancare.
Mi permette di invitare lei e la sua signora?».
Ersilia restò un attimo sorpresa vedendo Metello che accettava senza lasciarsi
pregare. Del resto, anch’essa ci andava volentieri, e non le occorreva scomodare
sua madre perché badasse al bambino. Olindo che restava loro ospite in attesa del
lunedì in cui si sarebbero spartite le collette, si era offerto di far da governante, per
quelle poche ore: «Mi parrà di curare il mio piccino. Sono quindici giorni che non li
vedo», sospirò, con la sua solita aria di «cane bastonato» che a Metello, giorno per
giorno, dava sempre più noja.
Idina venne, col vestito rinnovato il giorno prima, «quello della maggior età»,
come non trascurò di ripetere. E come quando ci si è in colpa ci par d'esser sempre
pedinati, così quando un pensiero si conficca in testa, anche il volar di una mosca,
sembra prestabilito. Ora tutto contribuiva ad avvicinarlo a Idina e a farlo invaghire
di lei. Ella aveva metà braccia nude e un vezzo azzurro, a due giri, che le ricadeva
sul seno. Metello scoperse che le sue pupille erano davvero tutte nere, e le orecchie
piccole piccole, con le buccole anche azzurre, ma della stessa foggia di quelle di
Ersilia.

SECONDA REDAZIONE

D1b

L'indomani domenica, al Pagliano229 davano la Traviata con la Bellincioni, che in


questa occasione aveva il Bonci come Alfredo. «Wagner è Wagner» gli disse Cesa-
re230 chiamandolo dalla finestra «ma con una Violetta231 simile, anche Verdi ci deve

‹ricordarsi anche› della data. Era il <++> giugno, Idina compiva gli anni. <) Diventava maggiorenne,
l'esosa! D1c
229 Pagliano] Pagliano D1b
230 Cesare] •Cesare (>Aristo<) D1b
231 con una Violetta] •con una Violetta (>un’edizione<) D1b

511
DINO MANCA

fare la sua figura.232 Mi permette di invitare lei e la signora?».233


Ersilia si sorprese234 vedendo Metello che accettava senza lasciarsi pregare. Del
resto, anch’essa ci andava volentieri, e non le occorreva scomodare sua madre per-
ché badasse al bambino. Olindo che restava loro ospite in attesa del lunedì in cui si
sarebbero spartite le collette, si era offerto di far da governante:235 «Mi parrà di cu-
rare il mio piccino. Sono quindici giorni che non li vedo», sospirò, con la sua solita
aria di «cane bastonato» che a Metello, giorno per giorno, dava sempre più noja.
2 Ella236 venne, col vestito rinnovato il giorno prima, «quello della maggior età»,
come non trascurò di ripetere. 1 Quando si237 è in colpa ci par d'esser sempre pe-
dinati; così, se238 un pensiero si conficca in testa, anche il volar di una mosca, sem-
bra prestabilito. Ora tutto contribuiva ad avvicinarlo a Idina e a farlo invaghire di
lei. 3 :aveva239 metà braccia nude e un vezzo azzurro, a due giri, che le ricadeva sul
seno. Metello scoperse che le sue pupille erano davvero tutte nere, e le orecchie
piccole piccole, con le buccole anche azzurre, ma della stessa foggia di quelle di
Ersilia.

TERZA REDAZIONE

D1c

L'indomani domenica, al Pagliano davano la Traviata con la Bellincioni, che in


questa occasione aveva il Bonci come Alfredo. «Wagner è Wagner» gli disse Cesare
chiamandolo dalla finestra «ma con una Violetta simile, anche Verdi ci deve fare la
sua figura. Mi permette di invitare lei e la signora?».
Quando si è in colpa ci par d'esser sempre pedinati; così, se un pensiero si
conficca in testa, anche il volar di una mosca sembra prestabilito. Ora tutto
contribuiva ad avvicinarlo a Idina e a farlo invaghire di lei. Ella venne, col vestito
rinnovato il giorno prima, «quello della maggior età», come non trascurò di
ripetere: aveva metà braccia nude e un vezzo azzurro, a due giri, che le ricadeva sul
seno. Metello scoperse che le sue pupille erano davvero tutte nere, e le orecchie
piccole piccole, con le buccole anche azzurre, ma della stessa foggia di quelle di
Ersilia.

232 anche Verdi ci deve fare la sua figura.] •anche Verdi ci .deve fare (>fa<) la sua figura. (>di

Violetta non si può mancare.<) D1b


233 la signora?».] la >sua< signora?». D1b
234 si sorprese] •si sorprese (>restò un attimo sorpresa<) D1b
235 governante:] governante>, per quelle poche ore<: D1b
236 Ella] •Ella (>Idina<) D1b
237 Quando si] Quando si (← E come quando ci si) D1b
238 pedinati; così, se] pedinati; così, se (← pedinati, così quando) D1b
239 lei. :aveva] lei. : aveva (← lei. Ella aveva) D1b

512
Tra le carte di Vasco Pratolini

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XVIII

PRIMA REDAZIONE

D1a

Del resto, mai le erano mancate le distrazioni: aveva corso la sua cavallina, tanti
anni fa, quando c'era ancora Canapone; non si era risparmiata, ma aveva saputo
risparmiare, ora si diceva che la malavita la proteggesse. Contrariamente a quanto
si sarebbe potuto immaginare, non era bacchettona, anzi, fumava il sigaro e le
scappavano di bocca certe parole!

SECONDA REDAZIONE

D1b

Contrariamente a quanto si sarebbe potuto immaginare, non era bacchettona,


anzi, fumava il sigaro e le scappavano di bocca certe parole! Da giovane240 aveva
corso la sua cavallina, tanti anni fa, quando c'era ancora Canapone; non si era ri-
sparmiata, ma aveva saputo risparmiare, ora si diceva che la malavita di San Fre-
diano241 la proteggesse.

240 Da giovane] •Da giovane (>Del resto, mai le erano mancate le distrazioni:<) D1b
241 di San Frediano] /di San Frediano/ D1b

513
DINO MANCA

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XVIII

PRIMA REDAZIONE

D1a
«Ma siamo noi che non possiamo aspettare, ti sembra che possiamo aspettare?».
Uomo comunque in difetto, egli volle dare alle sue parole un significato che Er-
silia non aveva inteso dargli.
«Sarebbe un rimprovero?»
«È una constatazione.»
«Ti sei alzata male, stamani, vatti a lavare il viso, va»,242 lui disse duramente.
Ella tacque, in silenzio finirono la breve colazione, poi lei si alzò, andò alla di-
spensa e gli versò243 un bicchiere di vino:
«È domenica, e non Sali sui ponti, lo puoi bere no? Anche se non è mattina.
Vuoi murare a sec//co?», gli disse. «Ora vado a lavarmi il viso», aggiunse.
Metello non uscì di casa nella mattinata; lei si era recata a far la spesa e tornando
vide Ida e Aristo voltare l'angolo di via Michelangelo: essa nel suo abito lilla, con la
paglia e l'ombrellino aperto per ripararsi dal sole, la delicata, la borghesuccia. Me-
tello leggeva, ancora seduto al tavolo e reggendosi la testa; Ersilia si mise attorno ai
fornelli. Lui esclamò:

SECONDA REDAZIONE

D1b
«Ma siamo noi che non possiamo aspettare, ti sembra che possiamo aspettare?».
«Già» egli sospirò «Non mi sono ancora lavato il viso» disse.244 //
Quindi, rimase in casa tutta245 la mattina; Ersilia246 si era recata a far la spesa e
tornando aveva visto247 Ida e Cesare248 voltare l'angolo di via Michelangelo: essa
nel suo abito lilla, con la paglia e l'ombrellino aperto per ripararsi dal sole, la delica-
ta! Metello leggeva, seduto249 al tavolo e reggendosi la testa; Ersilia si mise attorno
ai fornelli. Lui esclamò:

242 lavare il viso, va»,] •lavare il viso, va», (>lavare il viso, va»,<) D1a
243 poi lei si alzò, andò alla dispensa e gli versò] poi lei >si alzò, andò alla dispensa< e gli versò
D1a
244 «Già» egli sospirò. .Poi: «Non mi sono ancora lavato il viso» disse.] «Già» egli |sospirò|

(>‹diceva›<). Poi: (>Quindi <+++>:<) «Non mi sono ancora lavato il viso» disse >+++<. D1b
245 Quindi, rimase in casa tutta] •Quindi, rimase in casa tutta (>•Rimase in [>Metello non uscì

di<] casa nella<) D1b


246 Ersilia] •Ersilia (>lei<) D1b
247 aveva visto] •aveva visto (>vide<) D1b
248 Cesare] •Cesare (>Aristo<) D1b
249 la delicata! Metello leggeva, seduto] la delicata|!|>, la borghesuccia!< Metello leggeva, >an-

cora< seduto D1b

514
Tra le carte di Vasco Pratolini

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XVIII

PRIMA REDAZIONE

D1a

«O tu o io, non è la stessa cosa?» ella gli chiese, e lo guardò negli occhi.
Ma quando egli le mise le mani sulle braccia, trovò il modo di sottrarsi alla sua
effusione.
Egli disse: «A volte uno diventa mascalzone per nulla», e lei temette che le
confidasse la sua relazione con Ida, ne ebbe inspiegabile spavento. «Bisogna», egli
aggiunse.
«Non bisogna nulla», ella replicò, le si annebbiava la vista, si sentiva come
mancar l’aria, e come imprigionata. «Piuttosto, debbo scendere un momento»,
riuscì a dire. «Vado a comperare due centesimi di ghiaccio per mettere in fresco il
vino».
Si trattenne apposta fuori, più di quanto non le fosse necessario; la fortuna, a
suo modo, l’assisté: un fiacre investì un ragazzo che attraversava la strada, era finito
tra le zampe del cavallo che per miracolo non lo calpestò, ci fu un assembramento,
era accorsa gridando la madre del ragazzo, anche Metello si era affacciato alla
finestra e allorché lei risalì in casa, ebbero di che dare un tutt’altro corso alle loro
parole.
Subito dopo pranzo lei rifece in fretta la cucina, e senza che Metello le
rinnovasse l'invito,250 //

SECONDA REDAZIONE

D1b

«O tu o io, non è la stessa cosa?» ella gli chiese, e lo guardò negli occhi.
Era un giorno come gli altri, una Festività a mezzo della settimana, non c'era nul-
la di cambiato: «forse ho preso un abbaglio», ella si diceva, ma251 quando Metello252
le mise le mani sulle braccia, trovò il modo di sottrarsi alla sua effusione.
Egli disse: «A volte uno se le dimentica certe cose. Bisogna…»,253 e lei temette

250 l'invito,] l'invito, >fu lui a proporre< D1a


251 Era un giorno come gli altri, una Festività a mezzo della settimana, non c'era nulla di
cambiato: «forse ho preso un abbaglio», ella si diceva, ma] /Era un giorno come gli altri, •una
Festività ><+++>< a mezzo della settimana, (>una domenica<) non c'era nulla di cambiato: «forse
•ho preso un abbaglio», ella si diceva, ma (>era proprio così, è stato un mio. Ma<) D1b
252 Metello] •Metello (>egli<) D1b
253 se le dimentica certe cose. Bisogna…»,] •se le dimentica certe cose. Bisogna…», (>diventa

mascalzone per nulla,<) D1b

515
DINO MANCA

che le confidasse la sua relazione con Ida, ne ebbe inspiegabile spavento.


«Bisogna…»,254 egli aggiunse.
«Non bisogna nulla», replicò,255 le si annebbiava la vista, si sentiva come
mancar l’aria, e come imprigionata. «Piuttosto, debbo scendere un momento»,
riuscì a dire. «Vado a comperare due centesimi di ghiaccio per mettere in fresco il
vino».
Si trattenne apposta fuori, più di quanto non le fosse necessario; la fortuna, a
suo modo, l’assisté: un fiacre investì un ragazzo che attraversava la strada, il cavallo
lo travolse e256 per miracolo non lo calpestò, ci fu un assembramento, era accorsa
gridando la madre del ragazzo, anche Metello si era affacciato alla finestra e
allorché Ersilia257 risalì in casa, ebbero di che dare un tutt’altro corso alle loro
parole.
Pranzarono e258 lei rifece in fretta la cucina, e senza che Metello le rinnovasse
l'invito, //

TERZA REDAZIONE

D1c

«O tu o io, non è la stessa cosa?» ella gli chiese, e lo guardò negli occhi.
Era un giorno come gli altri, una Festività a mezzo della settimana, non c'era nul-
la di cambiato: «forse ho preso un abbaglio», ella si diceva, ma quando Metello le
mise le mani sulle braccia, trovò il modo di sottrarsi alla sua effusione.
Pranzarono, lei rifece in fretta la cucina, e senza che Metello le rinnovasse l'invi-
to, //

254 «Bisogna…»,] «Bisogna|…|», D1b


255 replicò] >ella< replicò D1b
256 il cavallo lo travolse e] •il cavallo lo travolse e (>era finito tra le zampe del cavallo che<) D1b
257 Ersilia] •Ersilia (>lei<) D1b
258 Pranzarono e] •Pranzarono e (>Subito dopo pranzo<) D1b

516
Tra le carte di Vasco Pratolini

[PARTE TERZA V]

CAPITOLO XVIII

PRIMA REDAZIONE

D1a

sostò alla fermata degli autobus, salì sul primo che giunse, un minuto dopo.
Ersilia era distante cento metri, non avrebbe fatto in tempo a raggiungerlo, anche
volendo; rimase poggiata al muro del Carcere, avvilita. La riscosse la voce del
secondino di sentinella alla garitta più vicina: «Via via, non ci si può fermare!»,
gridò. Era un uomo di media età, teneva il berretto a cupola alto sulla fronte, la
giacca sbottonata sul collo, forse la riconobbe: «Siete una novellina?». Oh no, era
stata ben la sua, quella strada delle Murate, fino da ragazzetta, quando portava il
pranzo e la biancheria pulita a suo padre; ed ancora, sette anni avanti, la sera che
avevano arrestato Metello e ve l’aveva «spinta il sangue»; e in seguito, dopo che si
erano «fidanzati per posta», il pranzo e la biancheria pulita anche per lui, durante
giorni e mesi.
«Via via», la incalzava il secondino, «se vi ci ripesco, vi porto al posto di
guardia».
Ella era stordita, e dalla sua angoscia, e dalla troppa luce; era sudata e faticava a
respirare.

SECONDA REDAZIONE

D1b

sostò alla fermata degli omnibus,259 salì sul primo che giunse, un minuto dopo.
Ersilia era distante cento metri, non avrebbe fatto in tempo a raggiungerlo, anche
volendo; rimase poggiata al muro del Carcere, avvilita. La riscosse la voce del
secondino di sentinella alla garitta più vicina: «Via via, non ci si può fermare!»,
gridò. Era un uomo di media età, teneva il berretto a cupola alto sulla fronte, la
giacca sbottonata sul collo, forse la riconobbe: «Siete una novellina?». Oh no, era
stata ben la sua, quella strada delle Murate, fino da ragazzetta, quando portava il
pranzo e la biancheria pulita a suo padre; ed ancora, sette anni avanti, la sera che
avevano arrestato Metello e ve l’aveva «spinta il sangue»; e dopo che si erano
«fidanzati per posta», infine,260 il pranzo e la biancheria pulita anche per lui,
durante giorni e mesi.
«Via via», la incalzava il secondino, «se vi ci ripesco, vi porto al posto di

259 omnibus,] •omnibus|,| (>autobus<) D1b


260 e dopo che si erano «fidanzati per posta», infine,] •e dopo che si erano «fidanzati per posta»,
infine, (>e in seguito, dopo che si erano «fidanzati per posta»,<) D1b

517
DINO MANCA

guardia».
Ella era stordita, e dalla sua angoscia, e dalla troppa luce; era sudata e faticava a
respirare.

TERZA REDAZIONE

D1c

sostò alla fermata degli omnibus, salì sul primo che giunse, un minuto dopo.
Ersilia rimase261 poggiata al muro del Carcere, avvilita. La riscosse la voce del
secondino di sentinella alla garitta più vicina: «Via via, non ci si può fermare!», le
intimò.262 Era un uomo di media età, teneva il berretto a cupola alto sulla fronte, e
il fucile infilato alla spalla,263 forse la riconobbe: «Siete nuova?».264 Oh no, era stata
ben la sua, quella strada delle Murate, fino da ragazzetta, quando portava il pranzo
e la biancheria pulita a suo padre; e265 sette anni avanti, la sera che avevano
arrestato Metello e ve l’aveva «spinta il sangue»; e dopo che si erano «fidanzati per
posta», infine, durante266 giorni e mesi.
«Via via», la incalzava il secondino, «se vi ci ripesco, vi porto al posto di
guardia».
Ella era stordita, e dalla sua angoscia, e dalla troppa luce; era sudata e faticava a
respirare.

QUARTA REDAZIONE

D1d

sostò alla fermata degli omnibus, salì sul primo che giunse, un minuto dopo.
Ersilia rimase poggiata al muro del Carcere, avvilita. Era sudata e faticava a
respirare

261 Ersilia rimase] •Ersilia rimase (>Ersilia •si trovava [>era distante<] cento metri, /anche volen-

do/ non avrebbe fatto in tempo a raggiungerlo>, anche volendo<; rimase<) D1c
262 gridò] •gridò (>le intimò<) D1c
263 e il fucile infilato alla spalla,] •e il fucile infilato alla spalla, (>la giacca sbottonata sul collo,<)

D1c
264 nuova?] •nuova? (>una novellina?<) D1c
265 e] •e (>ed ancora,<) D1c
266 infine, durante] infine, >il pranzo e la biancheria pulita anche per lui,< durante D1c

518
Tra le carte di Vasco Pratolini

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524
La comunicazione letteraria degli Italiani

INDICE DEI NOMI

Abel Günter, 534n., 545 bibl. Aretino Pietro, 129 e n., 216 e n., 223
Acquaro Maria Teresa, 149n. bibl.
Adorno Theodor Ludwig, 241n., 246 Argentina Cosimo, 580n., 585n., 599
bibl. bibl.
Agostino (sant’), 86, 98, 101, 102, Ario, 120
103, 105, 106, 110, 357 Ariosto Ludovico, 211, 222, 226n.,
Agriropulo Giovanni, 95 229n.
Airoldi Namer Fulvia, 599 bibl. Aristide Sartorio Giulio, 302
Alberti Leon Battista 74, 77 Aristo di Ascalona, 120
Alberto Magno, 97, 98 Aristofane, 150
Albumasar, 104, 107 Aristotele, 165n., 167n., 183 bibl.
Alcuino di York, 103 Arlotta Flavia, 421n.
Aleardi Aleardo, 226n. Arnesano Daniele, 43n., 46 bibl.
Aleardi Andrea, 10n., 435n., 519 bibl. Artusi Pellegrino, 642
Aleramo Sibilla, 301 Arvigo Tiziana, 368n., 374 bibl.
Alessio Gian Carlo, 64 e n., 70 bibl. Asenjo Alonso, 159n., 160 e n., 161 e
Alfieri Gabriella, 33n., 34n., 35 e n., 46 n., 162n., 163 e n., 184 bibl., 185 bibl.
bibl. Asor Rosa Alberto, 250n., 269 bibl.
Alfieri Vittorio, 213 441, 442n., 443n., 519 bibl.
Alfonso d’Aragona, 113 Astremo Rossano, 599 bibl.
Alfonso il Magnanimo, 85 Attolini Vito, 285n., 305 bibl.
Alicata Mario, 442 e n., 519 bibl. Auerbach Eric, 241
Alighieri Dante, 2, 647 Aulo Gellio, 106
Alvaro Corrado, 405 e n., 406 e n., 409 Aulo Persio Flacco, 188 bibl., 190 bibl.
e n., 410n., 412n., 413n., 414n., 415 e Avalle D’Arco Silvio, 17n., 31 bibl.
n., 416 e n., 417n., 418 bibl. 442n., 519 bibl.
Ammaniti Nicolò, 624n., 626 bibl. Avicenna, 97, 98, 103
Amoretti Giangiacomo, 225n., 246
bibl. Bachelard Gaston, 330
Anacreonte, 221 Baldi Davide, 43n., 46 bibl.
Anassimandro, 106 Baldini Antonio, 290 e n., 291, 302,
Angeli Diego, 301 304 e n., 305 bibl.
Angiolini Raimondo, 252 Balla Giacomo, 301
Annibale, 71 Ballero Antonio, 299, 302
Anselmo d’Aosta, 103 Balzac Honorè, 273
Antona Traversi Camillo, 283, 301 e Bandello Matteo Maria, 71 e n.
n., 305 Bandini Angelo Maria, 92 e n., 93, 111,
Antonelli Giuseppe, 395 bibl., 554n., 127 bibl.
599 bibl, Bandini, 111, 127 bibl.
Antonelli Roberto, 37 e n., 38n., 39n., Barański Zygmunt, 100 e n., 127 bibl.
46 bibl., Barbarisi Gennaro, 225n., 246 bibl.
Apollinaire Guillaume, 539 Bàrberi Squarotti Giorgio, 53 e n., 61
Apollonio, 120 bibl., 159 e n., 177 bibl., 250n., 269
Aquilano Serafino, 154, 223 bibl. bibl., 305 bibl.

649
INDICE DEI NOMI

Bàrberi Squarotti Giovanni, 169n. Betocchi Carlo, 441


Barbieri Giovanni Maria, 33 Bettarini Rosanna, 335n., 336n., 337,
Barchiesi Alessandro, 149n. 338, 340, 341, 342, 344, 345, 348 bibl.
Bardot Brigitte, 285 Bianchi Patricia, 33n., 47 bibl.
Barile Laura, 341n., 348 bibl. Bianchini Simonetta, 34n., 35n., 37n.,
Barolini Teodolinda, 5 e n., 53n., 61 47 bibl.
bibl. Biasi Giuseppe, 289, 302
Baroncini Rodolfo, 152n., 177 bibl. Bigazzi Roberto, 251n., 268n., 269 bibl.
Barone Maria Ginevra, 599 bibl. Bigongiari Piero, 446
Barsali Belli Isa, 51n., 61 bibl. Bilenchi Romano, 445
Barthes Roland, 442n., 519 bibl. Binni Walter, 3 e n., 12 bibl.
Barucci Guglielmo, 129n., 147 bibl. Bisticci Vespasiano, 88
Basile Giambattista, 645 Blasco Ferrer Eduardo, 27n., 31 bibl.
Basso Jeannine, 147 bibl. Bo Carlo, 306 bibl., 529 bibl.
Battipede Pietro, 606n., 636 bibl. Boas George, 172n., 180 bibl.
Battistini Andrea, 160 e n., 169n., 177 Boccaccio Giovanni, 18, 20 e n., 21 e
bibl. n., 27, 30 bibl., 68, 222, 226, 294
Bava Beccaris Fiorenzo, 428, 434 Boccioni Umberto, 301
Beccaria Gianluigi, 7n., 8, 12 bibl., Boezio Severino, 98, 102, 103, 228
233n., 246 bibl., 305 bibl. Boffito Giovanni, 92 e n., 127 bibl.
Bellini Bernardo, 141n., 148 bibl. Boiardo Matteo Maria, 226n., 229
Beltramelli Antonio, 302 Boito Arrigo, 226n.
Beltrami Pietro, 41n., 46 bibl. Boito Camillo, 226n.
Bembo Pietro, 7, 131, 145n., 155n., Bologna Corrado, 37n., 43n., 47 bibl.
185 bibl., 229n., 294 Bolognese Franco, 51, 52
Ben Jelloun Tahar, 327 Bolte Johannes, 151n., 177 bibl.
Benco Silvio, 406n., 418 bibl. Bonadeo Alessia, 149n., 150n., 177
Benedetti Maria Teresa, 539 bibl., 545 bibl.
bibl. Bonafin Massimo, 28n., 31 bibl.
Benvenuto da Imola, 18 e n., 30 bibl., Bonaparte Napoleone, 225n.
Beretta Spampinato Margherita, 39n., Bonaventura da Bagnoregio, 103
44n. 46 bibl. Bonfante Giuliano, 35n., 36n., 38n.,
Bergson Henri, 531n., 526n., 542 47n.
Bernardelli Alvaro, 406n., 418 bibl. Bonghi Ruggiero, 7n., 12 bibl.
Bernardi Paola, 251n., 269 bibl. Bonini Carlo, 605n., 636 bibl.
Bernardino da Siena, 19 e n., 21 e n., Bonnard Pierre, 539n
30 bibl. Bonora Ettore, 219n.
Bernardoni Andrea, 83n., 89 bibl. Bonsanti Alessandro, 421 e n., 422
Bernari Carlo, 423 Borgia Francesco, 163
Berneri Giuseppe, 645 Borio Antonio, 3
Bertini Malgarini Patrizia, 277n., 305 Bosetti Giulio, 285
bibl. Bourget Paul, 273
Bertoncini Giancarlo, 462n., 519 bibl. Boutet Eduardo, 301
Bessarione, 110 Bovi Ornella, 533n., 536n., 539n., 545
Bestetti Carlo, 284 bibl.
Beszterda Ingeborga, 549n.599 bibl., Bracciolini Poggio, 20 e n., 21, 22, 23 e
600 bibl. n., 27, 30 bibl.

650
La comunicazione letteraria degli Italiani

Bracco Roberto, 284 Capitini Aldo, 3


Braden G[ordon], 150n., 177 bibl. Cappellano Andrea, 59
Braida Ludovica, 129n., 146n., 147 Cappelli Laura, 149n.
bibl. Capuana Luigi, 273, 278 e n., 284,
Branca Remo, 290, 302 293n., 306 bibl.
Branca Vittore, 154 e n., 155 e n., 177 Caramuel Juan, 152 e n., 185 bibl.
bibl. Cardini Franco, 17n.
Brancati Vitaliano, 284, Cardona Giorgio, 17n.
Branciforti Francesco, 269 bibl. Carducci Giosuè, 7, 221n., 223 bibl.,
Braque George, 536, 539, 540, 541 e 229n.
n., 543, 545 bibl. Caretti Lanfranco, 3
Brevini Franco, 7 n., 12 bibl., 641 Caria Marzia, 277n., 305 bibl.
Brizzi Fausto, 603 bibl. Caringella Francesco, 605, 606, 607,
Bronckhorst Jan Gerritsz, 186n. 609, 611, 612, 616, 619, 635, 636 bibl.,
Broglio Emilio, 277 637 bibl.
Bronzini Giovanni Battista, 43 e n., 47 Carlo Emanuele I, 175
bibl. Carlo I, 41
Brugnoli Giorgio, 173n., 177n. Carlotto Massimo, 637 bibl.
Bruni Arnaldo, 246 bibl. Caro Annibal, 646
Bruni Francesco, 7n., 12 bibl. Carofiglio Gianrico, 606 e n., 607n.,
Burckhardt Jacob, 87 616, 622n., 637 bibl.
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Calderini Domizio, 154 e n., 185 bibl. Castagnary Jules, 539n.
Calderone Bartolo, 213n., 224 bibl. Castellani Arrigo, 7n., 12 bibl., 306
Calenda Corrado, 56n., 61 bibl. bibl., 427n., 519 bibl.
Caligari Claudio, 563 Castelletti Cristoforo, 158 e n., 185
Callisto III, 92n. bibl.
Calogiuri Giuseppe, 606n., 636 bibl. Castelli Gattinara Enrico, 232n., 246
Calvesi Maurizio, 533 e n., 545 bibl. bibl.
Calvia Pompeo, 299, 306 bibl. Castello Alba, 374 bibl.
Calvino Italo, 423, 424 e n., 519 bibl. Castiglione Baldesar, 75, 86
Cambellotti Duilio, 301 Castiglioni Paola, 219n.
Camboa Maria Serena, 606n., 636 bibl. Castronovo Valerio, 306 bibl., 427n.,
Camerana Giovanni, 226n. 519 bibl.,
Camoglio Maria Teresa, 285 Catalano Claudio, 526n., 530n., 545
Camon Ferdinando, 339 bibl.
Campanelli Maurizio, 154n., 177 bibl. Catalano Ettore, 599 bibl., 600 bibl.,
Camporesi Piero, 31 bibl. 603 bibl.
Camus Albert, 327 Catalina di Córdoba, 163
Canova Antonio, 225 e n. Catone il Cursore, 79

651
INDICE DEI NOMI

Cavalcanti Guido, 53, 54, 55, 56 e n., Correr Gregorio, 95


57, 58 Cortellazzo Manlio, 7n., 12 bibl.
Cavallini Giorgio, 306 bibl. Corti Maria, 527 e n., 545 bibl.
Cecchetti Giovanni, 263 bibl., 269 bibl. Corvino Matteo, 81
Cecchi Emilio, 284, 302, 304n., 305 Cossa Pietro, 301
bibl. Costa Enrico, 273, 299
Cecconi Andrea, 520 bibl. Costanzo Mario, 168n., 170n., 178
Čechov Anton, 273 bibl.
Celli Angelo, 301, 302 Cox Virginia, 130n., 131, 147 bibl.
Ceppari Ridolfi Maria Assunta, 19n., Crepax Nicola, 427n., 520 bibl.
31 bibl. Cresci Pietro, 156n.
Cerina Giovanna, 306 bibl. Crismani Andrea, 21n., 223 bibl.
Cesareo Giovanni Alfredo, 34 e n., 36 Cristaldi Sergio, 267n., 269 bibl.
e n., 39n. Croce Benedetto, 7n., 13 bibl., 225n.,
Cesari Giulio, 299 246 bibl., 307 bibl.
Cézanne Paul, 539n., 540 Carofiglio Gianrico, 605
Chateaubriand, François-René de, 271, Cucca Francesco, 299, 315 e n., 326n.,
273 327, 328, 330, 331, 334 bibl.
Chatman Seymour, 442n., 520 bibl. Cusano Niccolò, 104
Chelli Gaetano Carlo, 301
Cherchi Anna Maria, 24 n., 25, 26n., D’Abano Pietro, 97
27n., 30 bibl. D’Alverny Marie-Thérèse, 20n., 31
Cherchi Paolo, 71, 86n., 89 bibl. bibl.
Chiabrera Gabriello, 212, 221 D’Amicis Carlo, 549
Chiesi Maria Cristina, 421n., 425n., D’Ancona Alessandro, 155n., 156n.,
520 bibl. 178 bibl.
Chini Galileo, 301 D’Angelo Paolo, 240n., 246 bibl.
Ciccarese Maria Pia, 172n., 178 bibl. D’Annunzio Gabriele, 226n., 229n.,
Cimabue, 52 231n., 273, 284, 301, 330, 347 e n., 353
Ciuffoletti Zeffiro, 427n., 520 bibl. D’Ascoli Cecco, 21 e n.
Ciusa Romagna Mario, 291n., 306 bibl. D’Elia Anthony, 89 bibl.
Clifford Timothy, 225n., 246 bibl. D’Onofrio Salvatore, 29 e n., 31 bibl.
Clivio Gianrenzo, 7n., 12 bibl. Dalì Salvador, 540n.
Cocchiara Giuseppe, 41n., 47 bibl. Dalla Palma Giuseppe, 156, 164 e n.,
Colacicchi Giovanni, 421n. 192 bibl.
Colli Giorgio, 28n., 31 bibl. Dalla Valle Daniela, 150n., 178 bibl.
Coluccia Rosario, 33n., 38n., 39n., Dalmasso Ennio, 24n., 32 bibl.
40n., 41n., 42 e n., 43n., 47 bibl. Damiano Gianfranco, 165n., 173 e n.,
Compagnetto da Prato, 37 e n., 38 e n. 178 bibl., 197 bibl., 199
Compagni Dino, 293, Daniel Arnaut, 53
Comte Auguste, 536n. Dardano Maurizio, 554n., 600 bibl.
Condello Federico, 206n., Darisbo Elidonio, 218
Conrad Joseph, 277n. Darwin Charles, 536n.
Constable John, 526 Dati Leonardo, 92 e n., 93, 94, 106,
Contini Gianfranco, 3, 7n., 12 bibl. 107, 111, 112, 113, 123, 126
Coppetta Francesco, 214 Dazzi Arturo, 301
Corrado Massimiliano, 58n., 61 bibl. de Acevedo Pedro Pablo, 161 e n., 162
Correnti Cesare, 8 e n., 163n., 164, 184 bibl.

652
La comunicazione letteraria degli Italiani

De Amicis Edmondo, 277, 284, 294, 280 e n., 282n., 283, 284, 285 e n., 286
307 bibl. e n., 288 e n., 290 e n., 292, 293, 294n.,
De Andreis Giovanni Battista, 434 295, 296, 297, 298, 299n., 300 e n.,
De Angelis Alessandro, 35n., 36n., 301, 302n., 303 e n., 304 e n., 307 bibl.,
40n., 42n., 43n., 48 bibl. 308 bibl., 309 bibl., 311 bibl., 407
de Arguijo Juan, 160 Deledda Nicolina, 274, 288, 302
De Benedetti Aldo, 285 Deledda Santus, 299
De Blasi Nicola, 7n., 12 bibl., 33n., Delhaye Philippe, 121n., 127 bibl.
41n., 47 bibl., 48 bibl. Delitala Enrica, 24n., 32 bibl.
De Castris Leone, 443n. Delitala Mario, 302
De Cataldo Giancarlo, 549, 605 e n. Dell’Arco Mario, 7n., 14 bibl.
De Felice Emidio, 307 bibl Della Casa Giovanni, 214
De Gubernatis Angelo, 271, 279 e n., Della Lana Jacopo, 68
299, 300 Della Marca Giacomo, 21 e n., 30 bibl.
de Herrera Francisco, 196 Della Valle Valeria, 554n., 600 bibl.
De Jennaro Jacopo, 46 bibl., 43n., 46 Delogu Raffaello, 539n.
bibl. Delrio Martino Antonio, 170n., 186
de la Cerda Melchor, 160, bibl.
De Martino Ernesto, 28n., 32 bibl., Demeny Paul, 356
645 Denores Giason, 186 bibl., 198n.
De Mauro Tullio, 7n., 13 bibl., 307 Derain André, 539,
bibl., 427n., 520 bibl. Derrida Jacques, 5 e n., 13 bibl.
De Micheli Mario, 406n., 418 bibl. Dervieux Ermanno, 178n., 193n.,
de Reynoso Francisco, 163 e n. 194n.
De Robertis Domenico, 230n. Desiati Mario, 563, 564n., 579n.,
De Robertis Giuseppe, 230n. 585n., 600 bibl.
De Sanctis Francesco, 6 e n., 8, 13 Dessí Giuseppe, 3, 4 e n., 13 bibl., 525
bibl. Dessy Stanis, 302
De Saussure Ferdinand, 442, 520 bibl. Dettori Antonietta, 7n., 13 bibl.
De Venuto Domenico, 173n., 178 Dettori Franceschino, 24n.
bibl. Devoto Giacomo, 7n., 13 bibl.
de Vlaminck Maurice, 539 Di Costanzo Angelo, 214
De’ Angelis Francesca Romana, 131n., Di Giacomo Salvatore, 284
132n., 147 bibl. Di Girolamo Costanzo, 33n., 48 bibl.
De’ Medici Cosimo, 102n., 105 di Lampedusa Tomasi, 366
de’ Medici Giovanni, 71 e n. Di Legami Flora, 371n., 374 bibl.
de’ Medici Lorenzo, 229n. Di Monopoli Omar, 605n., 622, 636
de’ Sommi Leone, 155, 156n., 164 e n., bibl., 638 bibl.
192 bibl. di Parente Piero, 108n.
Debenedetti Santorre, 33n., 48 bibl. Di Pino Guido, 61 bibl.
Debussy Claude, 338 Di Rudinì Starabba Antonio, 434
Deffenu Attilio, 334 bibl. Di Silvestro Antonio, 211, 249, 365
Degas Edgar, 539n. Dicearco da Messina, 107, 120
Delcorno Branca Daniela, 154n., 178 Diels Hermann, 239n.
bibl. Diogene Laerzio, 85
Deledda Andrea, 299 Dionigi Aeropagita, 107, 120
Deledda Grazia, 3, 14 bibl., 23 e n., 24 Dionigi di Alessandria, 120
e n., 30 bibl., 271 e n., 272, 273 e n., Dionisotti Carlo, 3 e n., 6, 4n., 8, 13
274, 275n., 276n., 277 e n., 279 e n., bibl.

653
INDICE DEI NOMI

Doglio Maria Luisa, 149n., 150n., Farnetti Monica, 131n., 143n., 147
154n., 156n., 167n., 168n., 175n., 178 bibl.
bibl., 197 e n., 199n. Favaro Maiko, 129n., 144n., 147 bibl.
Dolce Lodovico, 133n. Federico II, 38 e n., 40
Dolfi Anna, 527, 528, 536n., 546 bibl. Federzoni Luigi, 290
Dolza Luisa, 83n., 89 bibl. Felipe II, 159
Donà Carlo, 17n, 27n., 28n., 32 bibl., Fenoglio Beppe, 423
48 bibl. Fenzi Enrico, 170 e n., 179 bibl.
Donà Massimo, 535, 546 bibl. Ferraguti Arnaldo, 263n.
Donati Alessandro, 168 e n., 186 bibl. Ferraris Maggiorino, 277n., 282, 283
Donati Forese, 53, 58 Ferraris Maurizio, 442n., 520 bibl.
Dostoevskij Fëdor Michajlovič, 274, Ferri Giustino, 301
293 Fichte Johann Gottlieb, 536n.
Drago Samuele, 155n., 179 bibl. Ficino Marsilio, 92, 99n., 104, 105, 106
Duhamel Mathieu, 353 e n., 110, 127 bibl.
Durante Lea, 600 bibl. Figari Filippo, 302, 539
Duse Eleonora, 283, 284, 285 Filiberto Panealbo Emanuele, 174
Filone di Bisanzio, 78, 101
Eberhardt Isabelle, 327 Fiorentini Luca, 19n., 32 bibl.
Eckart Meister, 98 Firpo Luigi, 10
Eco Umberto, 520 bibl. Fish Stanley, 442n., 520 bibl.
Einstein Albert, 526, 529, 530 e n., Fleres Ugo, 301
532, 533 e n., 534 e n., 536, 537, 541, Fogazzaro Antonio, 273n., 301
545, 546 Fois Marcello, 296n., 310 bibl.
Eliot Stearn Thomas, 346 Folena Gianfranco 34n., 35n., 37 e n.,
Ellero Maria Pia, 168n., 179 bibl. 39n., 48 bibl.
Endimione, 115 Fontana Giovanni, 82
Engels, 443 e n. Formentin Vittorio, 44n., 45n., 48n.,
Epicuro, 156n., 186 bibl. 134n., 147 bibl.
Erasmo da Rotterdam, 151n., 187 bibl. Formione, 71, 76
Erillo di Cartagine, 120 Forteleoni Lorenzo, 3, 525
Eritreo Giano, 187 bibl. Fortini Franco, 441 e n., 443n., 521
Ermete Trismegisto, 104, 105, 110 bibl.
Erodoto, 72 Fosca Nicola, 68
Erone di Alessandria, 78 Foscolo Ugo, 225n., 226n., 227 e n.,
Esiodo, 357 e n., 362 bibl. 228n., 229 e n., 230 e n., 231n., 232,
Essenziale Paolo, 24n. 233, 234, 236 e n., 239, 246 bibl., 247
Eunomio di Cizico, 120 bibl.
Frare Pierantonio, 166n., 173n., 175n.,
Fadda Maria Rita, 277n., 310 bibl. 179 bibl.
Fagioli Franco, 149n., 183 bibl. Frasso Giuseppe, 4n., 13 bibl.
Falchi Luigi, 299 Frattini Alberto, 310 bibl
Faldella Giovanni, 301 Freud Sigmund, 28n., 32 bibl., 274
Fanfani Roberto, 427n., 520 bibl. Friedrich Caspar David, 240n.
Fantoni Marcello, 88n., 89 bibl., 90 Friedrich Hugo, 360n., 362 bibl.
bibl. Frigo Daniela, 88n., 89 bibl.
Farina Ferruccio, 74n., 89 bibl. Frontino Sesto Giulio, 79, 82n., 86
Farina Salvatore, 273 Fubini Mario, 221 e n., 223 bibl.
Fulgenzio, 106

654
La comunicazione letteraria degli Italiani

Gadamer Hans-Georg, 10, 442n., 521 Givone Sergio, 237n., 247 bibl.
bibl. Gnoli Domenico, 301
Gadda Carlo Emilio, 445 Gobetti Piero, 336
Galeno, 97 Goethe Johann Wolfgang, 355, 356 e
Gallo Niccolò, 3 n., 363 bibl.
Galluzzi Paola, 83n., 89 bibl. Goldoni Carlo, 644
García Lorca Federico, 445 Gonzaga Alfonso, 87
García Márquez Gabriel, 60n., 61 bibl. González Gutiérrez, 179 bibl., 161n.,
García Soriano Justo, 161n., 179 bibl. 179 bibl.
Gareffi Andrea, 361, 362 bibl. Gor’kij Maksim, 273, 302
Gargiulo Alfredo, 336 Gordon John, 151n., 187 bibl.
Garin Eugenio, 103 e n., 108 e n., 109, Gorni Guglielmo, 54 e bibl., 57 e n.,
110, 113 e n., 127 bibl. 61 bibl.
Gatto Alfonso, 446 Gozzano Guido, 370
Gatto Claudio, 285 Gramsci Antonio, 1 e n., 3n., 13 bibl.
Gauguin Paul, 539n. Granese Alberto, 230n., 247 bibl.
Gazich Michele, 166n., 173n. Grassi Corrado, 7n., 13 bibl.
Gelli Giovan Battista, 126 Gray Thomas, 230n.
Gemisto Pletone, 107, 108, 109, 110 Graziosi Elisabetta, 369n., 374 bibl.
Genina Augusto, 284, 285 Gregorio Magno, 107
Genisi Gabriella, 549, 601 bibl., 605n. Greimas Algirdas Julien, 442n., 521
Genovese Gianluca, 129n., 148 bibl. bibl.
Gensini Stefano, 233n., 247 bibl. Grimaldi Mirko, 601 bibl.
Giacomelli Gabriella, 7n., 13 bibl. Gröber Gustav, 95
Giacomo da Lentini, 40, 69 Groto Luigi, 156 e n., 157 e n., 158n.,
Giamblico, 102n. 188n.
Gide André, 327 Gualdo Riccardo, 41n., 42n., 47 bibl.
Gigliucci Roberto, 160n., 179 bibl. Guanti Giovanni, 231n., 243n., 247
Giolitti Catlin, 421n., 422n. bibl.
Giolitti Giovanni, 437, 508 e n., 521 Guarini Battista, 150n., 154, 155 e n.,
bibl. 156n., 159n., 169, 188 bibl.
Giotto, 52 Guarracino Vincenzo, 244n., 247 bibl.
Giovanni il Battista, 126 Guazzoni Dionisio, 156n.
Giovanni dalle Bande Nere, 71 Guercino (Giovanni Francesco Bar-
Giovanni VIII Paleologo, 108 bieri), 172
Gioviniano, 120 Guglielmo di Conches, 105
Giovio Paolo, 88 Guida Ernesto, 285
Girardi Antonio, 226n., 247 bibl., 248 Guidiccioni Giovanni, 213
bibl. Guido da Montefeltro, 87
Giugurta, 79 Guido da Vigevano, 82
Giuliani Regula, 529, 539n., 532n., Guinizzelli Guido, 53, 54, 55, 56
534, 543n., 547 bibl. Guittone d’Arezzo, 54 e n., 69
Giulio Celso, 79
Giulio Cesare, 72, 79 Hagège Claude, 646
Giunta Claudio, 34n., 48 bibl. Haguenin Émile, 280
Giuntini Andrea, 427n., 521 bibl. Hale John, 83n., 89 bibl.
Giuseppina di Beauharnais, 225n. Hegel, 407 e n., 418 bibl.
Giustino martire, 101
Giusto Lipsio, 152n.

655
INDICE DEI NOMI

Heidegger Martin, 10 Kierkegaard Søren, 225, 241n., 247


Henle Robert John, 103n., 127 bibl. bibl.
Herczeg Giulio, 310 bibl. King Stephen, 292
Hérelle George, 280, 281 e n., 286, 302 Kirkendale Warren, 150n., 180 bibl.,
Hernando de Avila, 160, 163 189 bibl.
Herrick Marvin, 160n., 180 bibl. Kranz Walther, 239n.
Heyer-Caput Margherita, 310 bibl.
Hickson Hahn Frances, 29n., 32 bibl. La Capria Raffaele, 292, 293
Hirsch Eric, 442n., 521 bibl. La Penna Antonio, 172n., 180 bibl.
Hjelmslev Louis Trolle, 442n., 521 Lacan Jacques, 11
bibl. Laforgue Jules, 353
Holland Norman, 442n., 521 bibl. Lagerlöf Selma, 302
Hollander John, 150n., 180 bibl. Lagioia Nicola, 564n., 601 bibl., 605n.
Hollander Robert, 69 e n., 150n., 180 Lambertengo Pompilio, 153n.
bibl. Lambertucci Pietro, 429n., 522 bibl.
Horne Marilyn, 149n. Landi Mario, 285
Hugo Victor, 271, 273 Landino Cristoforo, 110
Hume David, 540n. Landolfi Tommaso, 446
Husserl Edmund, 528n., 531 e n., 542, Lannutti Maria Sofia, 35n., 45n., 48
543 e n., 544n. bibl.
Hutton James, 150n., 180 bibl. Lanza Antonio, 54n., 61 bibl., 216n.,
223 bibl.
Ignazio di Loyola, 150n. Lattanzi Antonella, 549, 550, 551, 552,
Imbriani Vittorio, 149 e n., 156 e n., 554 e n., 555, 563, 564, 567, 571, 573,
157 e n., 158 e n., 164n., 180 bibl. 574, 575, 576, 577, 579, 597, 598, 601
Infante Mario, 293n., 310 bibl. bibl., 602 bibl.
Ingegneri Angelo, 154n., 156n., 167n., Lattanzio, 106
188 bibl., 189 bibl. Laurenza Domenico, 81n., 89 bibl.
Inglese Giorgio, 54n., 61 bibl. Lauterbach Ioannis, 152n., 189 bibl.
Isella Dante,7 e n., 13 bibl., 294, 310 Lavinio Cristina, 310 bibl.
bibl. Lawrence David Herbert, 290, 301
Isenburg Teresa, 427n., 521 bibl. Leandro (arcivescovo di Siviglia), 160
Iser Wolfgang, 442n., 521 bibl. Lécuyer Albert, 283
Italia Paola, 231n., 247 bibl. Leonardo da Pistoia, 105
Leonardo da Vinci, 81 e n.
Jacobbi Ruggero, 446n., 521 bibl. Leopardi Giacomo, 69, 222, 226n.,
Jacopo d’Aquino, 40 228, 229n., 230 e n., 231 e n., 232 e
Jacopo della Lana, 68 n., 233, 234, 235 e n., 236 e n., 237 e
Jacopo di San Miniato, 20 n., 238 e n., 239 e n., 240 e n., 241 e
Jahier Piero, 445 n., 242 e n., 243 e n., 244 e n., 245 e
Jakobson Roman, 442n., 522 bibl. n., 247 bibl., 342n., 347
James I, 151n. Lepschy Giulio Ciro, 442n., 522 bibl.
Jauss Hans Robert, 442n., 522 bibl. Lessing Gotthold Ephraim, 240n.
Jung Carl Gustav, 274, 310 bibl. Leucci Angela, 602 bibl.
Juri Amelia, 220n. Level Brigitte, 362 bibl.
Librandi Rita, 33n., 47 bibl.
Kant Immanuel, 541n. Liede Alfred, 151n., 180 bibl.
Kardos Tibor, 108 e n., 127 bibl. Liguori Elisabetta, 549, 599 bibl, 602
Károlyné Sebestyén, 283 bibl.

656
La comunicazione letteraria degli Italiani

Linari Franca, 539n. Mallarmé Camille, 302


Lipparini Giuseppe, 334 bibl. Maltese Corrado, 539n.
Livio, 72 Mamiani Terenzio, 8
Lo Forte Silvia, 602 bibl. Manacorda Giuliano, 352n., 362 bibl.
Lobina Benvenuto, 3 Manca Dino, 5n., 6n., 11n., 13 bibl., 14
Locke John, 535n. bibl., 15 bibl.
Loewenstein Joseph, 150n., 180 bibl. Manca Stanislao, 271, 299 e n., 302n.
Loi Corvetto Ines, 310 bibl. Manet Édouard , 539n.
Lomunno Annalucia, 549, 602 bibl. Manguel Alberto, 5 e n., 14 bibl.
Lonardi Gilberto, 374 bibl. Manni Agostino, 164n., 189 bibl.
Longhi Claudio, 206n. Manzoli Donatella, 158n., 181 bibl.
Longo Nicola, 129n., 148 bibl. Manzoni Alessandro, 8, 13 bibl., 273,
Lorenzo il Magnifico, 81 277, 294, 295, 296, 310 bibl., 311 bibl.
Loti Pierre, 327, 330 Maometto II, 81
Lovejoy Arthur, 172n., 180 bibl. Maometto, 120
Löwith Karl, 244 e n., 247 bibl. Maramauro Guglielmo, 68
Loy Nanni, 421n. Marazzini Claudio, 7n., 14 bibl.
Lucano, 63, 64 Marcato Carla, 7n., 12 bibl.
Ludovici Sergio Samek, 89 bibl. Marcetti Corrado, 10n., 435n., 519
Lugliesi Elena, 421n., 422n., 521 bibl. bibl.
Luigi XI, 81 Marchese Angelo, 250n., 251n., 269
Lukàcs György, 428n., 443n., 522 bibl. bibl.
Lumière Auguste, 152 Marchese Annibale, 165n.
Lumière Louis, 152 Marchi Gian Paolo, 269 bibl.
Luongo Carlo, 149n. Marci Giuseppe, 311 bibl., 328n., 334
Luperini Romano, 263n., 269 bibl., 352 bibl.
e n., 360n., 362 bibl. Marco Tullio Cicerone, 71 e n., 104,
Luporini Cesare, 247 bibl. 106, 121
Luzi Mario, 57 e n., 61 bibl., 360n., Marco Vitruvio Pollione, 83
362 bibl. Marenzio Luca, 154n.
Luzzatti Luigi, 288 Maressa Nino, 579, 602 bibl.
Margherita di Savoia, 288
Maas Paul, 181 bibl., 199 Mari Febo, 157, 284
Mac Quarta Brian, 149n. Mariano di Jacopo, 82
Macciocca Gabriella, 335 Marin Biagio, 644
Macedonio di Costantinopoli, 120 Marino Giambattista, 153 e n., 167 e
Machiavelli Niccolò, 71, 74, 85, 86 n., 171 e n., 189 bibl., 226, 229
Macrì Oreste, 446 Marrosu Maria, 24n., 32 bibl.
Macrobio, 105, 106, 121 Martinet André, 442n., 522 bibl.
Madesani Palmiro, 271, 300, 302 Martinotti Sergio, 242n., 247 bibl.
Madesani Sardus, 290 e n. Marx Karl, 443n., 444n., 522 bibl.
Maffei Raffaello, 87 Marziale Marco Valerio, 150, 153
Maffei Scipione, 213 Masai François, 108 e n., 109 e n., 110
Mahfuz Nagib, 327 Massa Silvio, 277n., 311 bibl.
Malanotte Montresor Adelaide, 149 Massaiu Mario, 288n., 311 bibl.
Malatesta Sigismondo Pandolfo, 72, Massara Massimo, 4334n., 522 bibl.
73 e n., 74, 80, 81, 84 e n., 86, 87 Massarengo Giovanni Battista, 170n.
Malato Enrico, 41n., 49 bibl., 54n., 61 Massari Lea, 285
bibl., 62 bibl.

657
INDICE DEI NOMI

Massera Aldo Francesco, 73n., 89 Monicelli Mario, 285


bibl. Montale Eugenio, 229n., 335, 336 e n.,
Masuccio Salernitano, 21 n., 30 bibl. 337 e n., 338, 339n., 340 e n., 341n.,
Materazzi Melfino, 406n., 419 bibl. 342, 343 e n., 344, 345n., 346 e n., 347
Matisse Henri, 539n. e n., 348 e bibl., 349 bibl., 352, 353 e
Matteucci Carlo, 8 n., 355, 356, 357, 358, 359 e n., 360,
Maurizio di Savoia, 160n. 361, 363, 365 e n., 366 e n., 368 e n.,
Maxia Sandro, 278n., 311 bibl. 369 e n., 370 e n., 371, 372, 373, 374
Mazzoni Francesco, 68n., 70 bibl. bibl., 376, 377
Mazzoni Guido, 353n., 362 bibl. Montesano Marina, 17n., 18n., 19n.,
Mazzucchi Andrea, 54n., 62 bibl. 32 bibl.
Melis Federico, 302 Monteverdi Angelo, 40n., 49 bibl.
Melis Marini Felice, 302 Montherlant, Henry de, 327
Melis Melkiorre, 302 Monti Vincenzo, 229n.
Memmo Francesco Paolo, 423n., Morace Aldo Maria, 406n., 418 bibl.,
425n., 428n., 441n., 444n., 445n., 419 bibl.
461n., 464n., 522 bibl. Moravia Alberto, 423
Mengaldo Pier Vincenzo, 7n., 14 bibl. Moretti Marino, 301, 304 e n., 305
243n., 247 bibl., 277n., 312 bibl., bibl., 312 bibl.
336n., 337n., 338, 341n., 342, 347, 248 Morgana Silvia, 35n., 49 bibl.
bibl., 353, 354n., 363 bibl. Mori Giorgio, 427n., 522 bibl.
Menochio Giovanni Stefano, 153n. Mortara Garavelli Bice, 312 bibl.
Mercuri Roberto, 250n., 269 bibl. Mosco, 221
Merico Giuseppe, 605, 622, 623, 624, Mossa De Murtas Mario, 302
628, 635, 639 bibl. Motta Uberto, 220n.
Merini Alda, 12, 286 Mundula Mercede, 302
Merleau-Ponty Maurice, 9, 529n. Muneroni Stefano, 165n., 181 bibl.
530n., 531 e n., 532, 533n., 534 e n., Mura Ena Antoninu 3
538 e n., 540, 541n., 543n., 544n. Mura Predu, 3
Merlo Marco, 83n., 90 bibl. Muscetta Carlo, 441 e n., 443n., 522
Merola Valeria, 165n., 181 bibl. bibl., 523 bibl.
Messina Francesco, 337n., 339 Musu Francesco, 25
Messina Michele, 91 e n., 107, 127
bibl. Nascimbeni Giulio, 348 bibl.
Metastasio Pietro, 229n. Nastasa Sergiu, 149n.
Metternich, Klemens von, 643 Navarria Aurelio, 263n., 269 bibl.
Mezio Alfredo, 290 Nazzari Amedeo, 285
Michetti Francesco Paolo, 285 Negri Ada, 302
Migliorini Bruno, 7n., 14 bibl. Nencioni Francesca, 526, 546 bibl.
Mill Stuart, 540 Nencioni Giovanni, 225n., 247 bibl.
Mineo Nicolò, 68 e n., 70 bibl. Nesti Iginia, 300
Minervini Laura, 44 e n., 49 bibl. Nestorio, 120
Miziolek Ierzy, 82n., 90 bibl. Nicio Eritreo Giano, 158
Moevs Christian, 99 e n., 127 bibl. Nicoletti Giuseppe, 213n., 223 bibl.,
Molinaro Ermanno, 149n. 226n., 247 bibl.
Moliterni Fabio, 599 bibl. Nicoli Giovanni (Johannes Nicolai),
Momigliano Attilio, 280n., 312 bibl. 72n., 81
Monet Claude, 539n. Nicoli Paola, 342

658
La comunicazione letteraria degli Italiani

Nicolosi Francesco, 263n., 265 e n., Pascarella Cesare, 301


269 bibl. Pascasio, 160
Nietzsche Friedrich Wilhelm, 74, 281, Pascoli Giovanni, 226n., 229n., 231,
341, 536n. 353
Nievo Ippolito, 226n. Pasero Nicolò, 29n., 32 bibl.
Nizzi Giulia, 602 bibl. Pasolini Pier Paolo, 7n., 14 bibl., 423
Nomellini Plinio, 301 Pasqualigo Alvise,129
Nomexy Nicolai, 152n., 189 bibl. Passavanti Jacopo, 19 e n., 21, 30 bibl.
Novaro Mario, 339n. Pasta Giuditta, 149
Nove Aldo, 550n., 553 e n., 555, 602 Pastina Giorgio, 285
bibl. Patota Giuseppe, 7n., 14 bibl.
Numenio, 125 Paulis Giulio, 25n., 32 bibl.
Pavese Cesare, 423, 428
Oderisi da Gubbio, 51, 52, 53, 56, 57 Pelagio, 106, 120
60 Peresio Giovanni Camillo, 645
Oecolampadius Johannes (Johann Perriccioli Saggese, 51n., 62 bibl.
Husschin), 162 Perrone Domenica, 366n., 374 bibl.
Ojetti Ugo, 303 e n., 312 bibl. Petrocchi Giorgio, 51n., 54n., 62 bibl.,
Omero, 63, 64, 65, 66, 69, 171, 188 277
bibl. Petronij Margherita, 131
Ongaro Antonio, 158 e n., 190 bibl. Petronio Arbitro, 357
Orbicciani Bonagiunta, 54, 69, 358 Petrou George, 149n.
Origene, 101, 102 e n., 104n., 111, 112 Petrucciani Mario, 3
Orsini Giordano, 92n. Pfister Max, 35n., 39n., 49bibl.
Orvieto Paolo, 155n., 181 bibl. Philippe Charles-Louis, 445
Ottinelli Fabio, 156n., 190 bibl. Picasso Pablo, 525
Piccini Daniele, 51, 54n., 62bibl.
Padoan Giorgio, 68 Piccinni Flavia, 549, 578, 579, 580n.,
Pagliaro Antonino, 37n., 39n., 49 bibl. 582n., 586n., 589n., 596, 597 e n., 598,
Palazzeschi Aldo, 229n. 602 bibl., 603 bibl.
Palazzi Bernardino, 302 Piccioni Leone, 342
Palmieri Matteo, 91 e n., 92 e n., 93, Piccolo Lucio, 365 e n., 366 e n., 367 e
94, 95, 96, 102, 104, 106, 107, 109, n., 368 e n., 369 e n., 370 e n., 371 e n.,
110, 111, 112, 113 e n., 114, 115, 116, 372 e n., 373 e n., 374 bibl.
117, 118, 119, 120, 122, 123, 124, 125, Pier Adamo da Mantova, 154
126, 127 bibl. Pier delle Vigne, 40
Pampaloni Geno, 292 e n., 312 bibl. Pieri Marzia, 188n.
Panarello Melissa, 555 Pierro Albino, 645
Panofsky Erwin, 172n., 181 bibl., 532, Pietro Lombardo, 107
546 bibl. Pinchera Antonio, 155n., 181 bibl.
Panzacchi Enrico, 302 Pindaro, 221
Panzini Alfredo, 302 Pindemonte Ippolito, 646
Paolo di Tarso, 67, 99 Pio II, 92 e n.
Paolo II, 92n. Pioletti Antonio, 35 e n., 37n., 47 bibl.
Parabosco Gerolamo, 129 e n., 130 e Piovene Guido, 406n., 419 bibl.
n. Piquereddu Paolo, 24n., 32 bibl.
Parronchi Alessandro, 421, 424n., Pirandello Luigi, 284, 287, 301, 302 e
425n., 446, 464 n., 303, 312 bibl.
Pascal Blaise, 365 Pirodda Andrea, 300

659
INDICE DEI NOMI

Piroddi Giambernardo, 225, 302n., Prosperi Valentina, 149n.


304n., 312 bibl., 525 Protonotari Stefano, 282
Piromalli Antonio, 89 bibl. Proust Marcel, 536n., 542 e n., 547
Pirrotta Nino, 41n., 49 bibl. bibl.
Pitagora, 104, 232n. Provaglio Epaminonda, 271, 279 e n.,
Pittalis Pasquale, 3 299
Pittau Massimo, 312 bibl. Psichari Ernest, 327
Pissarro Camille, 539n. Publio Ovidio Nasone, 63 e n., 64,
Pizzi Gioacchino, 219 106, 150, 155n.
Pizzuto Antonio, 366 e n., 367 e n., Publio Virgilio Marone, 63, 64, 65, 66,
374 bibl. 69, 104, 106, 114, 171, 180 bibl., 206n.,
Platone, 5 e n., 14 bibl., 69, 97, 101, 211, 213, 215n., 222, 230n.
102 e n., 104, 106, 108, 110, 121, 126, Puccini Giacomo, 302
232 Puccini Mario, 334 bibl.
Plinio il Vecchio, 29n., 30 bibl., 106 Puddu Raffaele, 88n., 90 bibl.
Plotino, 102 e n., 104, 107, 110, 245 e Puggioni Roberto, 150n., 181 bibl.
n., 248 bibl. Pugliese Giacomino, 38 e n.
Plutarco, 85 Pulsatilla (Valeria di Napoli), 603 bibl.
Pochettini Maria Maddalena, 199n. Punzo Cecilia, 421
Polibio, 72, 79
Poliziano Angelo, 110, 153, 154n., 155 Quasimodo Salvatore, 445
e n., 156, 158, 190 bibl., 191 bibl. Questa Cesare, 181 bibl.
Poma Luigi, 218n., 223 bibl. Quinto Orazio Flacco, 63 e n., 106,
Pompeiano Luigi, 299 211, 222
Pomponio Porfirione, 191 bibl. Quondam Amedeo, 129n., 136, 137n.,
Porcacchi Tommaso, 170n., 172 148 bibl.
Porfirio, 102 e n., 120
Pound Ezra, 87 Ragghianti Carlo Ludovico, 532n., 547
Poussin Nicolas, 172n. bibl.
Pozzi Giovanni, 150n., 152n., 154n., Ragone Giovanni, 312 bibl.
155n., 159n., 164n., 181 bibl. Ragonese Gaetano, 269 bibl.
Publio Papinio Stazio, 60, 64, 357 Raimbaut de Vaqueiras, 37n.
Prassitele, 225n. Raimondi Ezio, 153 e n., 160 e n., 164,
Pratesi Mario, 421n., 445 169n., 171, 177 bibl., 181 bibl.
Prati Giovanni, 226n., 258 Rameau Jean Philippe, 232n.
Pratolini Aurelia, 421 e n. Ramusio Paolo, 81, 84n.
Pratolini Vasco, 421 e n., 422n., 423 e Rasera Maddalena, 281n., 286n., 312
n., 424 e n., 425n., 428, 438, 441, 444 e bibl.
n., 445 e n., 446, 450, 453, 461, 462, Rasola Antonella, 606n., 636 bibl.
463, 464 e n., 465 Ray Meredith, 130n., 148 bibl.
Praz Mario, 346 Razzetti Mario, 523 bibl.
Prencipe Umberto, 301 Rea Roberto, 49 bibl.
Presutti Giovanni, 406n., 419 bibl. Rebora Clemente, 229n., 248, 370
Pretalli Michel, 81n., 90 bibl. Reina Francesco, 211, 212, 213n.
Prete Antonio, 248 bibl. Remigio di Reims, 106
Primoli Gegè, 301 Renaudet Augustine, 108 e n.
Prini Giovanni, 272, 301 Renoir Auguste, 539n.
Priscilliano di Avila, 120 Reuchlin Johannes, 110
Proclo, 110 Reusner Nikolaus, 152 e n., 191 bibl.

660
La comunicazione letteraria degli Italiani

Riccardi Carla, 249n., 250n., 251n., Ruzzante, 643, 644, 645


263n., 270 bibl.
Riccardi Roberto, 606 n., 639 bibl. Saba Umberto, 445
Ricchier Celio, 87 Sabatini Francesco, 38n., 39n., 40n., 41
Riccò Laura, 150n., 158n., 182 bibl. e n., 49 bibl.
Richelmy Agostino, 206n. Sabbadini Remigio, 108 e n., 127 bibl.
Ricossa Sergio, 82n., 90 bibl. Sacchetti Franco, 20 e n., 21 e n., 22 e
Ridgway Matthew Bunker, 408 n., 27, 30 bibl., 131 n.
Rigutini Giuseppe, 277 Sacchetti Lina, 302
Rilke Rainer Maria, 445 Sáez Adrián, 160n., 182 bibl.
Rimbaud Arthur, 353 Salinari Carlo, 442 e n., 523 bibl.
Rinaldi Gaetana Maria, 33n., 48 bibl. Sallustio, 79, 106
Rinaldo d’Aquino, 40 Salustri Carlo, 301
Rinella Leonardo, 606n., 639 bibl. Sammonico Quinto Sereno, 23 n., 30
Rinuccini Ottavio, 164n., 191 bibl., bibl.
193 bibl. Sand George, 273
Ristori Renzo, 92n., 94, 127 bibl. Sanga Glauco, 18n., 24n., 36n., 39n.,
Ritrovato Salvatore, 155, 182 bibl. 40n., 49 bibl.
Rizzo Palma Maria Letizia, 49 bibl. Sanguineti Edoardo, 206n.
Roccatagliata Ceccardi Ceccardo, Sanguineti Federico, 54n., 62 bibl.
339n. Sannazaro Jacopo, 170n., 171, 172n.,
Rod Édouard, 312 bibl. 191 bibl., 192 bibl.
Rodakiewicz Erla, 73n., 90 bibl. Sansone Mario, 7n., 14 bibl., 313 bibl.
Romana Celia, 129 e n., 130, 131 e n., Santagata Marco, 215n.
132, 133, 134, 135, 136, 137, 138, 139, Sapegno Natalino, 3
140, 141, 142, 143, 144, 145 e n., 146, Saramago José, 2 e n., 14 bibl.
147 bibl. Sarnelli Mauro, 149, 158n., 160n.,
Romanelli Luigi, 176n., 191 bibl. 165n., 169n., 182 bibl.
Romano Livio, 622 e n., 636 bibl., 639 Sarnicki’s Stanslav, 81
bibl. Saroyan William, 445
Roncaglia Aurelio, 3 Saso Maurizio, 606n., 636 bibl.
Ronconi Luca, 149 Satta Giacinto, 289, 299
Rooke Margaret, 91, 92n., 126n. Satta Salvatore, 3
Rosa Giulio, 179 bibl. Satta Sebastiano, 299
Rossi Bruno, 336 Savoca Giuseppe, 213n., 223 bibl., 224
Rossi Esterina, 338 bibl., 231n., 369e n., 370 e n., 374
Rossi Gaetano, 149 bibl., 376, 377
Rossi Luciano, 54n., 62 bibl. Savorgnan Maria, 131, 143n.
Rossini Gioachino, 149 e n., 176n., Sbarbaro Camillo, 337n., 338, 339 e n.,
183 bibl. 370
Rota Bernardino, 214 Scaligero Giulio Cesare, 150n., 151n.,
Rouault Georges, 539 e n., 543 155n., 168n., 192 bibl.
Rucellai Cipriano, 113 Scano Antonio, 294, 299
Rudas Nereide, 313 bibl. Scarpati Claudio, 349 bibl.
Rufino, 104 Scarpelli Marco, 284
Ruis Girolamo, 158 e n. Schenda Rudolph, 24 n., 27n., 29 e n.
Ruis Michele, 158 e n. Scherer René, 353
Ruju Salvator (Agniru Canu), 3 Schlegel Karl Wilhelm Friedrich, 240n.
Runge Philipp Otto, 240n. Schmitt Jean-Claude, 17n.

661
INDICE DEI NOMI

Schopenhauer Arthur, 9, 274 Simonetti Gianluigi, 550n.


Scivoletto Nino, 149n., 182 bibl. Singleton Charles, 69 e n., 70 bibl.
Scoto Eriugena Giovanni, 98, 103 Sinisgalli Leonardo, 365 e n., 371, 374
Sebastio Leonardo, 603 bibl. bibl.
Segre Cesare, 7n., 9, 34n., 35n., 36n., Sisley Alfred, 539n.
37 e n., 40n., 49 bibl., 233n., 313 bibl. Sisto IV, 92n.
Selmi Elisabetta, 156n., 159n., 182 Sisto V, 159
bibl. Šklovskij Viktor, 442n., 524 bibl.
Senofonte, 78 Sobrero Alberto, 7n., 13 bibl.
Serao Matilde, 301, 302 Socrate, 5
Sercambi Giovanni, 20 e n., 21, 22 e Söderblom Nathan, 292
n., 27, 31 bibl. Solerti Angelo, 154n., 182 bibl.
Serianni Luca, 7n., 14 bibl., 277n. 313 Solmi Sergio, 336n., 349 bibl.
bibl. Sommaruga Angelo, 300
Servio Onorato, 106, 108n., 151 Sommariva Giorgio, 45n.
Settia Aldo, 74n., 82 e n., 83, 90 bibl. Sornicola Rosanna, 45n., 50 bibl.
Seurat Georges, 539n. Soro Antonio, 63, 91, 351
Severini Gino, 301 Spaggiari Barbara, 156n., 158n.
Severino Emanuele, 231n., 237n., 248 Speirani Giulio, 279
bibl., 533n., 535n., 547 bibl. Spinazzola Vittorio, 251n., 268n., 270
Sforza Francesco, 81, 87 bibl.
Sgroi Salvatore Claudio, 33n., 48 bibl. Spinicci Paolo, 532, 547 bibl.
Shakespeare William, 192 bibl. Spinoza Baruch, 244 e n., 248 bibl.
Shapiro Meyer, 531n., 532n., 547 bibl. Spitzer Leo, 232n., 233, 234 e n., 248
Siciliano Enzo, 149n., 192 bibl. bibl.
Sidonio Apollinare, 151 Spongano Raffaele, 218 e n., 224 bibl.
Signorelli Resnevič Olga, 302 Stabile Giorgio, 121n., 127 bibl.
Silvis Piernicola, 606n., 639 bibl. Stampa Gaspara, 215, 216, 221
Simonetti Gianluigi, 550n. Stein Edith, 528n.
Singleton Charles, 69 e n., 70 bibl. Stevenson Robert Louis, 277n.
Sinisgalli Leonardo, 365 e n., 371, 374 Straka Georges, 45n., 50 bibl.
bibl. Strazzeri Giuseppe, 605n., 639 bibl.
Sisley Alfred, 539n. Striggio Alessandro, 164n., 191 bibl.,
Sisto IV, 92n. 193 bibl.
Sisto V, 159 Strinna Giovanni, 17, 33, 39n., 44n.,
Šklovskij Viktor, 442n., 524 bibl. 45n., 50 bibl.
Settia Aldo, 74n., 82 e n., 83, 90 bibl. Strinna Giovannino, 24n.
Seurat Georges, 539n. Strozzi Giulio, 167 e n., 193 bibl.
Severini Gino, 301 Stuart Henry Frederick, 159n.,
Severino Emanuele, 231n., 237n., 248 Stussi Alfredo, 7n., 14 bibl., 34n., 50
bibl., 533n., 535n., 547 bibl. bibl., 313 bibl.
Sforza Francesco, 81, 87 Svevo Italo, 287, 299, 348, 349 bibl.
Sgroi Salvatore Claudio, 33n., 48 bibl.
Shakespeare William, 192 bibl. Tagliente Giovanni Antonio, 129
Shapiro Meyer, 531n., 532n., 547 bibl. Tanda Nicola, 1, 2 e n., 3, 4n., 6, 11 e
Siciliano Enzo, 149n., 192 bibl. n., 13 bibl., 14 bibl., 15 bibl., 71n., 272
Sidonio Apollinare, 151 e n., 277n., 289n., 292n., 301n., 309
Signorelli Resnevič Olga, 302 bibl., 313 bibl., 407n., 419 bibl., 445n.,
Silvis Piernicola, 606n., 639 bibl. 524 bibl., 646

662
La comunicazione letteraria degli Italiani

Tansillo Luigi, 214 Trotta Michele, 603 bibl.


Tasso Bernardo, 133n., 212, 216n., Tucidide, 72
221, 222, 224 bibl. Tumminelli Calogero, 284
Tasso Torquato, 69, 154 e n., 155n., Turati Filippo, 431, 434, 460
158, 169, 193 bibl., 215 e n., 224 bibl., Turchini Angelo, 74n., 90 bibl.
226n., 229n., 294
Tatti Mariasilvia, 211n., 224 bibl. Uberti Maria Luisa, 19n.
Tattico Enea, 78 Uda Felice, 299
Tavoni Mirko, 60n., 62 bibl. Ugo Ranieri, 299
Tebaldeo Antonio, 220, 221, 224 bibl. Ungaretti Giuseppe, 3, 302, 370, 377
Tedesco Natale, 373n., 375 bibl. Unger Hans-Heinrich, 248 bibl.
Tellini Gino, 263n., 263n., 270 bibl.
Telmon Tullio, 7n., 13 bibl. Valentin Jean-Marie, 160n., 183 bibl.
Teodorani Alda, 555 Valentino, 120
Teopompo, 124 Valerio Massimo, 85
Teotochi Albrizzi Isabella, 225n. Valery Paul, 363 bibl.
Terenzio, 64 Vallecchi Enrico, 425 n., 446, 453
Tertulliano, 105 e n. Valturio Roberto, 71, 72 e n., 73,
Tesauro Emanuele, 149, 152, 153n., 74, 76, 77, 78, 79, 80, 81, 82 e n.,
160n.,164n., 165n., 166n., 167, 168 e 83 e n., 85, 86, 87, 88, 89 bibl., 90
n., 169n., 171 e n., 173 e n., 174 e n., bibl.
175 e n., 176n., 193 bibl., 194 bibl., Varese Aurelio, 3
197 e n., 198 e n. Varrone Marco Terenzio, 29 n., 31
Tessa Delio, 645, 646 bibl.
Thomas Dylan, 366 Varvaro Alberto, 35 e n., 36n., 37,
Thovez Ugo, 301 38n., 41n., 48 bibl., 50 bibl.
Tiby Ottavio, 41n., 50 bibl. Vauxcelles Luis, 539
Timpanaro Sebastiano, 240n., 248 bibl. Vegezio Flavio Renato, 79, 80, 82n.
Tissoni Benvenuti Antonia, 155n., 182 Velleio Patercolo, 79
bibl., 190 bibl. Veneziano Antonio, 644
Todorov Tzvetan, 442n., 524 bibl. Venturi Barbara, 226n., 229n., 232n.,
Togliatti Palmiro, 408n., 441 248 bibl.
Tolomeo, 104, 107 Venturini Giorgio, 299
Tolstoj Lev Nikolàevič, 273 Verdino Stefano, 165n., 183 bibl.,
Tomaševkij Boris Viktorovič, 442n., 199n.
524 bibl. Verlaine Paul, 353
Tommaseo Niccolò, 141n., 148 bibl., Verrier Frédérique, 88n., 90 bibl
226n., 258 Viani Lorenzo, 301
Tommaso d’Aquino, 70 bibl., 100, Vico Giambattista, 229n.
102, 103 e n., Vida Girolamo, 190 bibl.
Toniolo Gianni, 427n., 524 bibl. Vigliani Luigi, 175n., 183 bibl.
Tottola Andrea Leone, 176n., 191 Villa Claudia, 64 e n., 70 bibl.
Tozzi Federigo, 273, 274, 284, 287, Villari Pasquale, 647
301 Vincenzo I Gonzaga, 156n.
Trawny Peter, 238n., 248 bibl. Virdia Francesco, 406n., 420 bibl.
Trifone Pietro, 7n., 14 bibl., 313 bibl. Vitelleschi Muzio, 153n.
Trombatore Gaetano, 406n., 420 bibl., Vittorini Elio, 423, 428, 445
442 e n., 524 bibl. Vuilleumier Laurens, 174n., 183 bibl.
Trompèo Pietro Paolo, 3

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INDICE DEI NOMI

Wackenroder Wilhelm Heinrich, 240n.


Wagner Max Leopold, 297
Waldenfels Bernhard, 528n., 529n.,
530n., 531n., 534n., 543n., 547 bibl.
Walsh Philip, 150n., 183 bibl.
Whitman Walt, 353
Wieseler Friedrich, 150n., 183 bibl.
Wilde Oscar, 277n.

Zaccarello Michelangelo, 54n., 62 bibl.


Zaccaria Gino, 237n., 248 bibl.
Zaccaria Giuseppe, 313 bibl.
Zagarrio Giuseppe, 367 e n., 375 bibl.
Zampa Giorgio, 336 e n., 337, 339n.,
343n., 349 bibl.
Zanardelli Giuseppe, 429n.
Zanardi Mario, 183 bibl.
Zanazzo Luigi, 301, 644
Zanlonghi Giovanna, 165n., 167n.,
183 bibl.
Zanone Émilie, 17n., 18n., 19n., 21n.
Zarlino Gioseffo, 228n.
Zedda Alberto, 183 bibl.
Zeffirelli Franco, 421n.
Zenofonte Andrea, 129
Zenone, 107, 120
Zola Émile, 273, 284

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