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Wilamowitz

Necessità di partire dall'autografo, non dall'archetipo, base per superare il modello di Lachmann. Senza
dubbio nella sua vita e nella sua incessante produzione si possono vedere riflesse le discussioni e le
tensioni registrate nella filologia classica tedesca della seconda metà dell'Ottocento e dei primi decenni
del Novecento, sospesa fra storicismo relativizzante e classicismo normativo. La sua concezione
filologica si evince dal suo farsi concreto nella prassi ermeneutica attuata attorno a diversi aspetti della
civiltà antica. Incipit della sua Storia della filologia classica (passim):

La filologia che si definisce classica è determinata dal suo oggetto: la civiltà greco-romana nella
sua essenza e in tutte le espressioni della sua vita. Il compito della filologia è far rivivere con la
forza della scienza quella vita scomparsa

Per lui l'esistenza di più discipline nello studio dell'antico era una necessità nata da un limite umano, un
limite della sua comprensione. Tutta la civiltà greco-romana è un continuum che si interrompe solo con la
caduta del primo impero (anche se sapeva bene che esistevano differenze e fratture interne). Un'idea
di unità e totalità.

È il Cristianesimo a rinnegare quella civiltà "antica" che è un tutto per Wilamowitz. Dunque l'idea che la
filologia debba tenere conto di tutti gli ambiti della ricerca per la ricostruzione del passato: una
forma di conoscenza totale. È un'ideale più che un fatto, ovviamente.

Filologia e storiografia. Nessuna concezione estetizzante può essere attribuita a Wilamowitz, che
analizzava l'opera a partire dal suo contesto di produzione: dunque una prospettiva storicista. Non
poteva sopportare un discorso come quello di Nietzsche, che aveva evulso la tragedia dal suo contesto
per attribuirle un significato al tempo inesistente nella concezione greca in nome della metafisica.

Può allora sembrare molto strana, in ambito di storicismo, la sua affermazione di "far rivivere" la
cultura antica. Una sorta di immedesimazione che di scientifico pare avere poco. Probabile che
Wilamowitz non credesse alla cieca illusione positivistica di una scienza che risponde a tutto, lasciando
un certo margine anche alla soggettività e all'intuizione.

Questa prospettiva di totalità del sapere evitò una eccessiva parcellizzazione dello studio delle discipline
legate al mondo della filologia, superando anche quella dicotomia fra filologia a partire dal solo testo e
filologia a partire non solo dal testo che aveva contraddistinto la lotta fra Hermann e Boeckh tempo
prima. Purtroppo, questa idea di totalità cadde con la sua morte!

Il commento all'Eracle di Euripide. Pubblicato nell'89, quando ormai era già un affermato professore,
divenne il testo cardine della filologia (lo stesso Pasquali lo ricorda nel suo elogio per la sua morte).
Dopotutto, Wilamowitz avrebbe dedicato tutta la sua vita al lavoro sulla tragedia greca, parlando di
tutto ciò che ad essa concerne. Nella sua opera sono riuniti tutti gli ambiti possibili per la ricerca:
storia, letteratura, mitologia, storia delle religioni, analisi drammaturgica, socio-politica…

Ovviamente, da principio è il testo filologicamente trattato dell'Eracle, con tutte le sue varianti testuali,
per poi aprirsi ad analisi linguistiche e metriche, fino a parlare della biografia di Euripide e della storia
della tragedia, dall'antichità fino al periodo bizantino.
Ma che cos'è una tragedia. Una tragedia, attenzione, non "cos'è la tragedia attica". Dunque non si lavora
sulla forma assoluta elevata a paradigma astorico, ma uno specifico genere sviluppatosi storicamente in
Attica nel V secolo. Una ricostruzione fattuale, empirica, non metafisica.

Da qui parte la sua ricerca attraverso la storia delle origini delle forme drammatiche, vexata quaestio
che ci tiene ancora oggi con il fiato sospeso! Dati storici sono la base, in sfregio di quella ri-
caratterizzazione tutta romantica che aveva portato Nietzsche. Dunque la tragedia deriverebbe da un
elemento satiresco e da qualcuno che "guidava il ditirambo": il coro di satiri. Solo in seguito Tespi
avrebbe introdotto la figura dell'attore. La tragedia è la grande terza, dopo l'epica Omerica (mai
nazionale) e la lirica corale di Alcmane e Stesicoro, espressione aristocratica: la tragedia è invece
espressione sociale completa, che Eschilo porterà al suo apice costitutivo con l'introduzione della
narrazione mitica, operazione resa possibile proprio da quella compagine socio-politica che fu la
democrazia ateniese.

Poco spazio è lasciato all'influenza di Dioniso e al suo culto, visto come una cornice generale di
cerimonia pubblica. A ben guardare, la definizione che Wilamowitz dà della tragedia pare presa da
Aristotele, se non fosse per considerazioni di carattere filosofico lasciate da parte (paura e
compassione? La catarsi? La colpa? L'inversione?), probabilmente per dare un carattere ancora più
generico, dato che non tutte le tragedie possiedono queste caratteristiche. Poco era infine, secondo lui,
il margine creativo lasciato al poeta drammaturgo nell'ambito di una tradizione ancora viva, ma già ben
conosciuta.

Anche le sue traduzioni furono ottimi punti di riferimento. Vista la sua richiesta di far rivivere l'antico,
le sue traduzioni, adatte per la scena, non erano semplici calchi linguistici o metrici dei versi, ma erano
vive, attive. In questo modo la traduzione diventa l'atto conclusivo di un lungo lavoro filologico, perché
ridà vita a ciò che prima era solo inerte e perduto.
Jaeger
Successore di Wilamowitz alla cattedra di Berlino, il nome di Jaeger è legato al movimento culturale
degli anni '20-'30 noto come Terzo Umanesimo. Nella seconda parte della sua vita, durante la guerra, si
trasferì in America (la moglie era ebrea), dove passò il resto della sua vita. Nacque a Lobberich, piccola
realtà al confine con Olanda e Belgio, da una famiglia di condizione agiata. Cresciuto in un clima di
tolleranza religiosa che lo avrebbe segnato anche nei suoi studi, ben presto il giovane approdo
all'Università di Berlino, dove sotto la guida di vari maestri (Wilamowitz per la filologia, Natorp, Cohen
per la filosofia neo-kantiana) maturò la passione per la filosofia antica. Un altro suo grande maestro fu
Diels, che lo portò a concentrarsi su determinati ambiti della ricerca, fra cui la filosofia aristotelica e i
presocratici.

Divenuto professore, fu chiamato a insegnare (ma rimarrà solo un anno) a Basile filologia classica. Nel
suo discorso inaugurale Jaeger lascia intendere il valore che ha per lui l'antico e la filologia classica. Essa
deve interpretare i capolavori della letteratura antica, che sono ineguagliate creazioni
paradigmatiche di una civiltà che costituisce la forma basilare eterna di tutto ciò che è veramente
proprio dell'uomo. Dunque la filologia come sacerdotessa e custode di tali beni.

La civiltà greca e romana viene vista nell'ottica di qualcosa che deve essere recuperato perché essa
porta forme e modelli ideali sempre validi. Prende da qui spunto la sua forma di "nuovo
umanesimo", inteso come recupero educativo, paideutico nel senso antico del termine, che caratterizzerà
il movimento prossimo.

Jaeger fu grande studioso della filologia patristica, studiando figure come Gregorio di Nissa, di cui farà
l'edizione critica delle opere complete.

Sarà proprio la fine della Grande Guerra a portarlo ad spronarlo verso un'ideale di ricostruzione,
sempre con una base rivolta verso il mondo antico, di cui non si deve fare esperienza inerte o
meramente imitativa, ma renderla viva.

Approda finalmente a Berlino, alla cattedra che fu di Wilamowitz. Ma Berlino era cambiata:
economicamente a terra nel periodo bost-bellico, senza più Wilamowitz o Diels, ma al tempo stesso
culturalmente vivissima, specialmente in ambito teatrale.

Si voleva evitare il collasso dovuto ad un'eccessiva frammentazione delle discipline. Jaeger diede in
questi anni alla luce la grande monografia su Aristotele, tracciando un quadro in tre fasi dello Stagirita,
a partire da una prima (I) fase platonica (in cui egli seguiva il maestro), seguita da una seconda (II) fase
relativa allo studio delle teorie politiche e una terza relativa al passaggio all'empirismo e alla scienza,
un platonismo portato al suo compimento ultimo, contro chi voleva vedere nel filosofo una monolitica
carriera di empirista.

Grande fu il suo impegno come divulgatore e conferenziere in quegli anni di crisi, vero e proprio
motore propulsivo del Terzo Umanesimo, in una società che stava mettendo in discussione il valore
dell'educazione classica che Jaeger avrebbe sempre difeso, non senza una nota predominante di
elitarismo.

Jaeger cercava insomma un nuovo valore educativo della cultura classica, sia negli ideali sia negli
strumenti (la scuola, l'Università). Un certo ritorno al classicismo tanto odiato da Wilamowitz. Ma
cosa è veramente classico?
È classico tutto ciò che appartiene alla produzione greca (e non romana) o tutto ciò che ad essa fa
riferimento in quanto emulazione (da qui l'etichetta classicista). Ancora più che Wilamowitz (in cui è
chiaro il paradigma storicista), Jaeger cerca una continuità ideale da Omero fino alla sua
contemporaneità, in sfregio alle teorie marxiste di un'evoluzione sociale e biologica.

Fondante è il concetto di paideia, o humanitas, come l'aveva tradotta Cicerone. I Greci hanno inventato
una peculiare forma di cultura intesa essenzialmente come educazione, così da trasmettere il loro ideale
umane di generazione in generazione. Dunque la cultura è l'oggetto ma anche il mezzo stesso
della sua trasmissione. Forte la dose di politicizzazione del movimento, che vede lo Stato in prima
linea per l'educazione del singolo.

Questo però portò i sostenitori ad avere sempre più diffidenza verso la democrazia della Repubblica di
Weimar, che in quegli anni cercava di sopravvivere, più che di vivere. Inoltre, il progetto di Jaeger era
fortemente caratterizzato da una componente elitaria, se non aristocratica. È l'aristocrazia, per lo
studioso, il vero motore culturale di ogni epoca. Anzi, la cultura è la fisionomia della sua aristocrazia.

I rapporti con il nazismo. Jaeger lasciò la Germania per la moglie ebrea, ma mantenne sempre raporti
impeccabili con la madrepatria, con la quale mantenne numerosi accordi anche editoriali per la
pubblicazione delle sue opere. Fu un rapporto di ambivalenza. In un solo caso si mise al servizio,
culturalmente, del nazismo, con un documento relativo all'educazione dell'uomo politico in relazione
all'antichità. Bisogna considerare inoltre che l'educazione intesa da Jaeger che mirava al singolo
individuo, mal si accordava con la propaganda di massa (o di sangue e razza) di un regime come quello
nazista. Inoltre, i nazisti mal sopportavano che la Grecia avesse un ruolo così preminente anche sulla
contemporanea Germania.

La grande opera di Jaeger fu Paideia, un libro dove confluirono tutti gli spunti e le idee del filologo. Egli
si basa su alcune idee-chiave, che prende in esame per trattare il problema antropologico
dell'educazione. Tutto, ovviamente, parte dai Greci, l'assioma di Jaeger, cui Augusto si riallacciò.

Importante! Per Jaeger la cultura non è intesa nel senso antropologico del termine come "ogni
manifestazione e forme di vita caratteristiche di un popolo" e quindi anche inconsapevole. Solo con i
Greci, guarda un po', la consapevolezza è di casa.

Ma è possibile che fosse tutto consapevole? Dov'è allora la spinta oscura che anima in certi casi la
produzione poetica? Omero aveva veramente questa intenzione paideutica? In realtà, dice Jaeger, qeusta
funzione paideutica si ha con Platone, che per primo ne prende consapevolezza piena. Ecco che
dall'opera di Jaeger traspare una nuova visione di Platone, inteso come educatore universale
dell'occidente, anche a discapito dell'analisi di altre sue opere legate, per esempio, all'ambito della logica
o della metafisica.

Di più: Platone agiva nello stesso orizzonte di crisi (quella del IV secolo greco) in cui versava la
contemporaneità tedesca, crisi originata dall'espandersi democratico al di fuori delle cerchie
aristocratiche, che Platone seppe prontamente arginare riportando lo status quo precedente.

L'America gli parve ancora più indietro: un luogo dove il mondo antico aveva ancora meno presa, dove
forte era la visione privata (che lo porto a riteorizzare un'idea di uno Stato ideale, ma dentro l'uomo).
Concentrò i suoi studi sulla patristica e arrivò a pensare al Cristianesimo come punto di arrivo del
mondo umanistico, ovviamente un Cristianesimo riletto a partire dall'esperienza greca da esso assorbita.