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Il canto I e il suo valore esemplare

L’Orlando furioso è un’opera apparentemente facile, governata tuttavia da meccanismi


piuttosto complessi, che solo una lettura integrale può svelare appieno.
Proponiamo, per questa ragione, l’intero canto I: un canto altamente rappresentativo, in cui si
incontrano i principali motivi conduttori e si colgono in azione i fondamentali procedimenti
narrativi, strutturali e stilistico-formali del poema.

Struttura del canto I

La struttura generale del canto può essere così schematizzata.

1. Proposizione (vv. 1-12). Consiste, secondo la norma, nella presentazione della materia, che
qui procede dal generale allo specifico:
a. vv. 1-2: la materia di genere epico-cavallereresco, riconducibile in parte alla tradizione
carolingia (i cavallier, l’arme, […] l’audaci imprese) e in parte a quella arturiana (Le donne, […] gli
amori, le cortesie);
b. vv. 3-8: lo sfondo storico-leggendario della guerra di Carlo Magno contro gli Arabi;
c. vv. 9-12: la vicenda di Orlando e della sua follia.
L’opera è inserita nella tradizione epico-cavalleresca, ma con tratti di originalità: si dirà di
Orlando cosa non detta in prosa mai né in rima, secondo un tópos della stessa tradizione
cavalleresca, presente anche e con maggior evidenza in Boiardo (cfr. pagg. 106-119).

2. Invocazione (vv. 13-16). Alla tradizionale invocazione alla divinità il poeta sostituisce
un’originale forma di invocazione, privata e ironica, alla propria donna (Alessandra Benucci).
Da notare come l’ironia, elemento caratterizzante l’intero poema, sia innanzitutto rivolta dal
poeta a se stesso e alla propria follia d’amore. I temi dell’amore e della follia acquistano così un
immediato valore esemplare: la follia d’amore di Orlando è anche la follia di Ariosto e, dunque,
può essere la follia di tutti gli uomini.

3. Dedica (ottave 3-4). Il poema è dedicato al cardinale Ippolito d’Este (cfr. nota 5) con un
tono in cui l’encomio si colora di sottile ironia (generosa Erculea prole, / ornamento e splendor del
secol nostro […] l’umil servo vostro […] vostri alti pensieri).
Tramite l’ironia l’autore attenua la superba affermazione dell’importanza della propria opera
e in generale della letteratura, nonché la rivendicazione di autonomia nei confronti del potere
politico (così continuando il discorso delle Satire I e III).
Nell’ambito della dedica è enunciato il terzo tema principale del poema, la storia di Ruggiero e
Bradamante (Voi sentirete […] ricordar quel Ruggier), attraverso la quale si realizza la finalità
encomiastica dell’opera (Ruggiero è considerato il capostipite degli Estensi: quel Ruggier, che fu di
voi / e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio), non senza un ulteriore tocco di implicita ironia,
essendo Ruggiero musulmano.

1
4. Narrazione (ottave 5-81). Con l’ottava 5 prende avvio la narrazione, che occupa tutta la
rimanente parte del canto.

Schema metrico: ottave di endecasillabi, con rime ABABABCC.

T4 II proemio (Orlando Furioso, canto I, ott. 1-4)

1. Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, / le cortesie, l’audaci imprese io canto, / che furo al
tempo che passaro i Mori1 / d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto, / seguendo l’ire e i
giovenil furori / d’Agramante 2 lor re, che si diè vanto / di vendicar la morte di Troiano 3 / sopra re
Carlo imperator romano4. /
Io canto le donne, i cavalieri, le imprese militari, gli amori, le imprese cortesi e audaci che ci
furono nel tempo in cui i mori d'Africa passarono il mare e fecero tanti danni in Francia,
seguendo le ire e i furori giovanili del loro re Agramante, che si vantò di vendicare la morte del
padre Troiano contro l'imperatore romano Carlo Magno.

2. Dirò d’Orlando5 in un medesmo tratto / cosa non detta in prosa mai, né in rima: / che per
amor venne in furore e matto, / d’uom che sì saggio era stimato prima; / se da colei 6 che tal quasi
m’ha fatto, / che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima, / me ne sarà però tanto concesso, / che mi
basti a finir quanto ho promesso. /
Al tempo stesso racconterò di Orlando una cosa che non è mai stata detta né in prosa né in
versi: cioè che per amore divenne furioso e matto, lui che prima era giudicato un uomo saggio; a
patto che colei [Alessandra Benucci] che mi ha reso quasi come lui e che consuma il mio ingegno
a poco a poco me ne conceda abbastanza per terminare l'opera promessa.

3. Piacciavi, generosa Erculea7 prole, / ornamento e splendor del secol nostro, / Ippolito,
aggradir questo che vuole / e darvi sol può l’umil servo vostro. / Quel ch’io vi debbo, posso di

1
Mori: gli arabi del Marocco. La loro invasione della Francia era avvenuta ai tempi di Carlo Martello (battaglia di
Poitiers, 732), ma l anacronismo nulla toglie alla favola che Ariosto sta per iniziare a narrare.
2
Agramante: re dell’Africa, il cui intento è vendicare la morte del padre Troiano, ucciso da Orlando.
3
Troiano: Re saraceno di Biserta, secondo la tradizione romanzesca viene ucciso da Orlando in Provenza. Il figlio
Agramante per vendicare la sua morte invade la Francia, governata da Carlo Magno. Troiano appare nella Canzone
d'Aspromonte. Viene poi citato nell'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo e nell'Orlando furioso di Ludovico
Ariosto. In quest'ultimo poema l'eroe saraceno Ruggero scopre che suo padre era stato ucciso da Troiano: inorridito
abbandonerà Agramante, facendosi quindi cristiano.
4
re Carlo imperator romano: Carlo Magno, in realtà incoronato imperatore da papa Leone III solo nella notte di Natale
dell’anno 800, quindi alla lettera dopo i fatti storici narrati nel poema.
5
Orlando: personaggio storico (Eginardo, biografo di Carlo Magno, parla di un Hruodlandus caduto a Roncisvalle nel
778), poi trasfigurato dalla letteratura (Chanson de Roland ecc.); già nell’Orlando innamorato di Boiardo è invaghito di
Angelica, figlia di Galafrone, re del Catai (Cina).
6
colei: Alessandra Benucci Strozzi, la donna amata dal poeta.
7
Erculea prole: il cardinale Ippolito d’Este, figlio di Ercole I d’Este; ma l’attributo allude anche al mitico Ercole e alla sua
forza sovrumana.
2
parole / pagare in parte e d’opera d’inchiostro; / né che poco io vi dia da imputar sono, / che
quanto io posso dar, tutto vi dono. /
O nobile figlio di Ercole, ornamento e splendore del nostro secolo, Ippolito, vogliate gradire
questo dono che è l'unico che vi possa dare il vostro umile servo. Quello che vi devo posso
ripagarlo in parte con delle parole e un'opera letteraria; e non devo essere accusato di darvi
poco, poiché vi do tutto quello che posso.

4. Voi sentirete fra i più degni eroi, / che nominar con laude m’apparecchio, / ricordar quel
Ruggier8, che fu di voi / e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio. / L’alto valore e’ chiari gesti suoi / vi
farò udir, se voi mi date orecchio, / e vostri alti pensieri 9 cedino un poco, / sì che tra lor miei versi
abbiano loco.
Voi sentirete ricordare tra i più nobili eroi che mi accingo a nominare con lodi anche quel
Ruggiero che fu il capostipite di voi e dei vostri illustri avi [della casa d'Este]. Io vi farò ascoltare
il suo grande valore e le sue nobili imprese, se mi porgete orecchio e se i vostri alti pensieri si
ritrarranno un poco, così che i miei versi abbiano spazio tra essi.

Epos classico-cavalleresco e allegoria della contemporaneità

Lo schema proposizione-invocazione-dedica riprende il modello della protasi tipica del poema


epico classico (suddivisa in propositio, invocatio, dedicatio) e vi si uniforma strettamente, a
sottolineare la volontà di Ariosto di innalzare la materia cavalleresca alla dignità dell’epos greco e
latino, evidente anche nell’uso del verbo canto (v. 2), termine tecnico dell’epica classica.

Le ottave 1-2 (che costituiscono la protasi o proposizione del poema, cioè l'enunciazione
dell'argomento) e 4 preannunciano i tre principali temi dell’Orlando furioso:
 la guerra tra Franchi e Mori,
 la pazzia di Orlando,
 l’amore fra Ruggiero e Bradamante, con relative implicazioni encomiastiche;

inoltre, in una sintesi poeticamente assai felice, è subito suggerito (vv. 1-2) l’aggancio al
genere epico-cavalleresco, nelle due linee maestre della tradizione carolingia (i cavalieri, le armi, le
imprese) e della materia bretone arturiana (le donne, gli amori, le cortesie) attraverso
l'accostamento di una serie di sostantivi legati l'uno all'altro per asindeto, senza sfarzo di aggettivi,
ma in modo suggestivo ed evocativo.
Così i due grandi filoni si fondono a costituire le basi dei sogni fantastici del poeta: linee
tematiche incrociate dal doppio chiasmo mediante una linea che collega appunto le donne, gli
amori e le audaci imprese, e l'altra che unisce i cavalier, l'arme, le cortesie.
Già da questi primi versi, d’altronde, il poema non richiama solo le tradizioni ufficiali della
letteratura cavalleresca, carolingia e arturiana e Virgilio (protasi dell’Eneide: Arma virumque
8
Ruggier: eroe saraceno, figlio di Ruggiero II di Risa (Reggio) e di Galaciella, figlia del re Agolante, convertita alla fede
cristiana.
9
alti pensieri: le importanti incombenze del cardinale.
3
cano..., “Canto le armi e l’eroe...”), ma anche Dante (le donne e’ cavalier, li affanni e li agi / che ne
’nvogliava amore e cortesia: Purgatorio, canto XIV, vv. 109- 110), oltre al trecentesco poeta
francese Eustache Deschamps (Armes, amours, dames, chevaliers).
Il genere cavalleresco dunque convive con l’epica classica (il modello virgiliano) e col poema
didascalico (il modello dantesco), in un singolare impasto in cui i temi cavallereschi si trasformano
in allegorie dell’età contemporanea.
L’Orlando innamorato di Boiardo iniziava chiamando in causa il proprio uditorio (Signori e
cavalier che ve adunati…: cfr. pag. 110), con una formula che proponeva un’immediata
identificazione fra gli ascoltatori e i personaggi della narrazione.
Ariosto non applica esplicitamente questa formula, ma se ne fa comunque interprete ed in
maniera più profonda.
Boiardo attuava un’identificazione letterale e un po’ ingenua; Ariosto identifica nei personaggi
i suoi ascoltatori non in quanto cavalieri, ma in quanto uomini contemporanei.

Nell'insieme la prima ottava è interamente in tonalità epica, solenne, in stile alto; da notare,
oltre al doppio chiasmo iniziale già menzionato, in cui la materia carolingia (cavallier, arme, audaci
imprese) si intreccia a quella arturiana (donne, amori, cortesie), anche la costruzione latina con il
verbo in chiusura (…io canto); l’inversione soggetto-verbo al verso 3 (passaro i Mori); la
costruzione alla latina del complemento di specificazione al verso 4 (d’Africa il mare);
l’abbondanza di enjambements (fra i vv. 1-2, 3-4, 5-6, 6-7), che conferiscono al discorso un ritmo
più largo e grave e un ampio respiro sintattico.

Mentre nella prima ottava viene riassunto l'antefatto (il desiderio del re arabo Agramante di
vendicare la morte del padre e quindi la decisione di compiere una spedizione in Francia), la
seconda ottava, invece, contraddice parzialmente l’impianto epico della prima: se infatti viene
esplicitato più direttamente il nesso con l’Orlando innamorato di Boiardo, di cui il Furioso si
dichiara la continuazione (ottava 5), si sposta l’attenzione su Orlando e la sua singolare
metamorfosi, ed è qui che Ariosto rivendica la propria originalità di autore (già nel titolo) e il
distacco dalla tradizione, giacché narrerà in versi un tema del tutto nuovo, mai affrontato prima: la
pazzia amorosa del cristiano Orlando, il più valoroso paladino del ciclo carolingio: il cavaliere sí
saggio della tradizione, già trasformato da Boiardo in innamorato, ora è fatto divenire matto.
Non vi sarà dunque nessuna celebrazione in chiave epica, ma un cavaliere privato della sua
identità antica, estraneo a se stesso e ironicamente trasformato in simbolo della follia umana.
Nella seconda ottava lo stile muta radicalmente rispetto alla prima.
Assistiamo infatti a un sostanziale abbassamento del tono, senza ricercatezze sia sul piano
sintattico (con una coincidenza tra metrica e sintassi e un tono colloquiale e ironico) sia su quello
lessicale (il lessico è basso e anche al v. 11, se furore rimanda al latino furor, "pazzia", l’aggettivo
matto era già ai tempi di Ariosto aggettivo d'uso colloquiale).
Con un’inconsueta invocazione alla propria donna incastonata sempre nella seconda ottava
(vv. 13-16) e con la sottile ironia della dedica al cardinale Ippolito d’Este (ottave 3-4), Ariosto
pratica un deciso abbassamento di registro e dà anche una prima dimostrazione di quella cifra o
taglio ironico che sarà una delle costanti del poema.
4
Nell’invocazione, dunque, il poeta non si rivolge a una divinità (come vorrebbe il modello
classico: sia Omero sia Virgilio si appellavano alla Musa protettrice della poesia), né a Dio e alla
Vergine (come vorrebbe la tradizione cavalleresca popolare), ma sostituisce quella figura divina
con un'altra molto più umana, la donna amata, alla quale chiede una sorta di protezione indiretta:
l’ispirazione comparirà e il poema potrà compiersi se la donna rallenterà la sua azione di
“erosione” dell’ingegno del poeta e gliene lascerà una quantità tale (v. 14) che possa consentirgli
di portare a termine l'opera intrapresa.
In tal modo è come se l'autore individuasse la sua Alessandra, musa tutta terrena, quale fonte
di ispirazione dei suoi versi.
Per l'autore questo è un modo per sottolineare il rilievo autobiografico che ha per lui la
tematica amorosa e di rivelare anche il valore metaforico del tema della follia: infatti il poeta non
chiede ad Alessandra l'ispirazione, bensì una sorta di tregua nella passione amorosa che la donna
suscita in lui, sebbene egli non voglia certo sottrarsi a essa.
Racconterà così della pazzia d’amore di Orlando soltanto se riuscirà a tenere sotto controllo la
propria (vv. 13-16), come a dire che ogni uomo – il saggio Orlando, come il moderato Ariosto – è a
rischio di follia.
Il poema viene dedicato, nelle ottave terza e quarta, al cardinale Ippolito d'Este, fratello del
duca di Ferrara Alfonso I. Il poeta afferma che la propria opera letteraria, simbolicamente donata a
Ippolito, è l'unico modo che egli ha per ripagare il debito di riconoscenza verso colui che l'aveva
assunto al suo servizio.
Del resto l’Orlando furioso presenta anche tematicamente un punto di contatto con il
dedicatario.
Un po' per necessità di cortigiano, cioè per ingraziarsi il signore, un po' con celata ironia,
Ariosto fa infatti discendere gli Estensi dalle nozze di Ruggiero con Bradamante (già Boiardo aveva
immaginato tale discendenza).
L'ironia si coglie anche negli ultimi versi della quarta ottava, dove l'autore presenta un
cardinale Ippolito tutto assorto in pensieri profondi, che dovranno ridimensionarsi un po' affinché
la sua poesia possa esservi accolta.
Lo stesso abbassamento di tono della seconda ottava si coglie anche nelle due successive,
nonostante un'apparente maggiore solennità dell'eloquio al momento della dedica a Ippolito.
Apparente, appunto: abbiamo già visto come questi versi siano caratterizzati da un'innegabile
coloritura ironica.

Nel complesso, già nel proemio come poi in tutta l'opera (talora all'interno della stessa ottava
e persino dello stesso verso), Ariosto persegue un'inedita contaminazione di registri diversi.

5
T5. La fuga di Angelica (Orlando Furioso, canto I, ott. 5-23)

La bellissima Angelica, di cui sono innamorati due grandi paladini, Orlando e suo cugino
Rinaldo, è stata promessa da Carlo Magno a colui che ucciderà il maggior numero di nemici.
Intanto la fanciulla è stata affidata alla custodia del vecchio duca Namo di Baviera.
Essa però coglie un momento favorevole per fuggire: i pagani hanno attaccato, i cristiani
vengono sconfitti e lei approfitta dello scompiglio per balzare in sella a un cavallo e inoltrarsi a
briglia sciolta nel profondo di una selva.
Qui incontra prima Rinaldo, odiato e temuto, e poi Ferraù, il guerriero saraceno che aveva
ucciso suo fratello Argalìa e l’aveva pretesa in sposa, venendo da lei rifiutato per la sua
bruttezza. I due ingaggiano un duello, mentre, ancora una volta, la giovane riesce a scappare.

5. Orlando10, che gran tempo innamorato / fu de la bella Angelica 11, e per lei / in India, in
Media12, in Tartaria13 lasciato / avea infiniti ed immortal trofei 14, / in Ponente15 con essa era
tornato, / dove sotto i gran monti Pirenei / con la gente di Francia e de Lamagna 16 / re Carlo era
attendato alla campagna17, /
Orlando, che era stato innamorato di Angelica per tanto tempo e aveva compiuto per lei
innumerevoli e nobili imprese in India, in Oriente, in Tartaria, era tornato con lei in Occidente,
dove re Carlo Magno era accampato vicino ai monti Pirenei, con i guerrieri di Francia e di
Germania,

6. per far al re Marsilio 18 e al re Agramante / battersi ancor del folle ardir la guancia 19, / d’aver
condotto, l’un20, d’Africa quante / genti erano atte a portar spada e lancia; / l’altro 21, d’aver spinta
la Spagna inante22 / a destruzion del bel regno di Francia. / E così Orlando arrivò quivi a punto 23: /
ma tosto24 si pentì d’esservi giunto; /
per indurre re Marsilio e re Agramante a rimproverarsi del loro folle proposito, poiché uno
[Agramante] ha portato dall'Africa tutti i soldati in grado di portare spada e lancia, l'altro

10
Orlando…: le ottave dalla quinta alla nona riassumono eventi già narrati nell’Orlando innamorato di Boiardo.
11
Angelica: figlia del re Galafrone, principessa del Catai (corrispondente all’attuale Cina).
12
Media: regione a sud del Mar Caspio.
13
Tartaria: tra la Media e il Catai.
14
In India… trofei: in Oriente, cioè in India, in Persia (Media), nel nord della Cina (Tartaria), aveva lasciato infinite e
immortali testimonianze di valore (trofei).
15
Ponente: Occidente.
16
Lamagna: Germania.
17
era attendato… campagna: aveva schierato l’esercito in campo aperto.
18
Marsilio: leggendario re dei saraceni di Spagna, alleato di Agramante e cognato di Carlo Magno (secondo la
tradizione).
19
battersi… la guancia: pentirsi (battersi… la guancia) ancora una volta della folle audacia.
20
l’un: Agramante.
21
l’altro: Marsilio. 
22
inante: avanti.
23
a punto: al momento giusto.
24
tosto: subito.
6
[Marsilio] ha spinto avanti la Spagna per distruggere il regno di Francia. E così Orlando arrivò
qui al momento giusto, ma si pentì subito di essere tornato:

7. che vi fu tolta25 la sua donna poi: / ecco il giudicio uman come spesso erra! / Quella che
dagli esperi ai liti eoi26 / avea difesa con sì lunga guerra, / or tolta gli è fra tanti amici suoi, / senza
spada adoprar, ne la sua terra. / Il savio imperator, ch’estinguer volse / un grave incendio, fu che
gli la tolse27. /
infatti poi gli fu sottratta la sua donna: ecco come spesso sbaglia il giudizio degli uomini!
Colei che aveva difeso con tante battaglie dall'Occidente all'Oriente, ora gli è tolta tra tanti suoi
amici, senza che sia usata la spada, nella sua terra. Colui che gliela tolse fu il saggio imperatore,
che volle spegnere un grave incendio. /

8. Nata pochi dì inanzi era una gara 28 / tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo 29, / che
entrambi avean per la bellezza rara / d’amoroso disio l’animo caldo. / Carlo, che non avea tal lite 30
cara, / che gli rendea l’aiuto lor men saldo, / questa donzella, che la causa n’era, / tolse, e diè in
mano31 al duca di Bavera32; /
Pochi giorni prima era iniziata una gara tra il conte Orlando e suo cugino Rinaldo, che erano
entrambi innamorati con gran desiderio della rara bellezza di Angelica. Carlo, che non amava
questa lite che gli rendeva meno saldo il loro aiuto militare, prese la fanciulla che ne era la causa
e la affidò in custodia a Namo di Baviera; /

9. in premio promettendola a quel d’essi, / ch’in quel conflitto, in quella gran giornata 33, /
degl’infideli più copia uccidessi 34, / e di sua man prestasse opra più grata. / Contrari ai voti 35 poi
furo i successi; / ch’in fuga andò la gente battezzata 36, / e con molti altri fu ‘l duca prigione 37, / e
restò abbandonato il padiglione38. /
promettendola in premio a chi di loro in quella guerra, in quella grande battaglia, avrebbe
ucciso il maggior numero di infedeli e avrebbe prestato la più efficace opera militare. Lo scontro
poi finì male, poiché i cristiani andarono in fuga e il duca Namo fu fatto prigioniero insieme a
molti altri, così la sua tenda rimase abbandonata. /
25
che… tolta: poiché qui gli fu portata via.
26
dagli esperii ai liti eoi: dai luoghi occidentali a quelli orientali (i primi sono detti così dalla stella Espero, i secondi dal
nome dell’aurora, Eos), cioè “in ogni luogo”.
27
Il savio… tolse: a togliergliela fu il saggio imperatore (Carlo), il quale volle sedare una grave contesa (ossia quella
scoppiata tra Orlando e Rinaldo, entrambi innamorati di Angelica).
28
gara: lite. 
29
Rinaldo: paladino, figlio di Amone di Chiaramonte, signore di Montalbano (Montauban, in Guascogna) e cugino
primo di Orlando.
30
rara: non comune.
31
diè in mano: consegnò.
32
duca di Bavera: il vecchio e saggio Namo, consigliere di Carlo Magno.
33
giornata: battaglia campale. Calco dal francese journée.
34
più copia uccidessi: uccidesse il maggior numero.
35
ai voti: alle speranze. successi: risultati.
36
ch’in fuga… la gente battezzata: dal momento che (ch’) i cristiani (la gente battezzata) furono messi in fuga.
37
fu ’l duca prigione: il duca Namo di Baviera fu fatto prigioniero.
38
il padiglione: la tenda dove era custodita Angelica.
7
10. Dove, poi che rimase39 la donzella / ch’esser dovea del vincitor mercede 40, / inanzi al caso41
era salita in sella, / e quando bisognò42 le spalle diede43, / presaga che quel giorno esser rubella44 /
dovea Fortuna alla cristiana fede: / entrò in un bosco, e ne la stretta via / rincontrò un cavallier
ch’a piè venìa. /
E qui la fanciulla [Angelica], che doveva essere il premio del vincitore, prima della rotta era
salita in sella a un cavallo e al momento opportuno era fuggita, avendo previsto che quel giorno
la fortuna avrebbe voltato le spalle alla fede cristiana: entrò in un bosco e nel sentiero stretto
incontrò un cavaliere che veniva a piedi. /

11. Indosso la corazza, l’elmo in testa, / la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo; / e più
leggier correa per la foresta, / ch’al pallio rosso il villan mezzo ignudo 45. / Timida pastorella mai sì
presta46 / non volse piede inanzi a serpe crudo 47, / come Angelica tosto il freno torse, / che del
guerrier, ch’a piè venìa, s’accorse48. /
Egli aveva la corazza addosso, l'elmo in testa, la spada al fianco e al braccio lo scudo; e
correva per la foresta più agile di un contadino mezzo nudo dietro al drappo rosso [in una gara
campestre]. Una timida pastorella non ritrasse mai il piede davanti a un serpente più
velocemente di quanto Angelica fermò il cavallo, non appena si accorse del guerriero che
giungeva. /

12. Era costui quel paladin gagliardo 49, / figliuol d’Amon, signor di Montalbano 50, / a cui pur
dianzi51 il suo destrier52 Baiardo / per strano caso uscito era di mano 53. / Come alla donna egli
drizzò lo sguardo54, / riconobbe, quantunque di lontano, / l’angelico sembiante e quel bel volto /
ch’all’amorose reti il tenea involto55. /

39
rimase: rimase sola.
40
mercede: premio.
41
inanzi al caso: prima della sconfitta cristiana.
42
quando bisognò: al momento propizio.
43
le spalle diede: fuggì.
44
rubella: ribelle, avversa. Aggettivo arcaico di uso popolare.
45
e piú leggier… ignudo: e correva per la foresta più velocemente di quanto un contadino mezzo nudo corra dietro al
drappo rosso; la similitudine allude ad una delle numerose gare di corsa che si svolgevano nelle città italiane in epoca
medievale; il pallio è il drappo dato in premio del vincitore nelle competizioni medievali.
46
sì presta: così veloce.
47
non volse… crudo: non fuggì dinanzi a un serpente velenoso (crudo).
48
tosto… s’accorse: tirò le redini (per volgere indietro il cavallo) non appena (tosto… che) si accorse del cavaliere che
avanzava a piedi.
49
gagliardo: forte, valoroso.
50
figliuol… signor di Montalbano: Rinaldo.
51
pur dianzi: poco tempo prima.
52
destrier: cavallo.
53
a cui… di mano: gli era sfuggito. Il narratore si riferisce a un passo dell’Orlando innamorato di Boiardo (III, IV, 29),
allorquando Rinaldo era sceso da cavallo per battersi in condizioni di parità con Ruggiero, che era appiedato: in quel
momento Baiardo gli era sfuggito.
54
Come… sguardo: non appena rivolse lo sguardo verso la donna.
55
l’angelico… involto: angelico sembiante: aspetto di angelo. L’aggettivo allude chiaramente al nome della fanciulla. il
tenea involto: lo teneva avviluppato. Versi con richiami stilnovistici (angelico) e petrarcheschi (il motivo delle amorose
reti).
8
Costui era quel valoroso paladino figlio d'Amone e signore di Montalbano [Rinaldo], al
quale poco prima il suo cavallo Baiardo era scappato di mano per una strana circostanza. Non
appena guardò la donna riconobbe, anche se da lontano, l'aspetto angelico e quel bel viso che lo
teneva stretto nelle reti d'amore. /

13. La donna il palafreno56 a dietro volta57, / e per la selva a tutta briglia il caccia 58; / né per la
rara più che per la folta, / la più sicura e miglior via procaccia 59: / ma pallida, tremando, e di sé
tolta60, / lascia cura al destrier che la via faccia 61. / Di sù di giù, ne l’alta selva fiera62 / tanto girò,
che venne a una riviera63. /
La donna volta indietro il cavallo e lo sprona a briglia sciolta nel bosco; e non cerca la via
più sicura e migliore tra i sentieri più radi e meno selvosi, anzi, pallida e tremante e quasi fuor di
sé lascia che il cavallo vada dove voglia. Girò in lungo e in largo in quella selva intricata, finché
giunse a un fiume. /

14. Su la riviera Ferraù64 trovosse / di sudor pieno e tutto polveroso. / Da la battaglia dianzi lo
rimosse65 / un gran disio di bere e di riposo; / e poi, mal grado suo, quivi fermosse 66, / perché, de
l’acqua ingordo e frettoloso, / l’elmo nel fiume si lasciò cadere, / né l’avea potuto anco riavere 67. /
Su di esso si trovava Ferraù, pieno di sudore e tutto impolverato. Poco prima un gran
desiderio di bere e di riposare lo aveva distolto dalla battaglia e poi, suo malgrado, si era
fermato qui, perché, goloso d'acqua e frettoloso, aveva fatto cadere l'elmo nel fiume e non era
ancora riuscito a riprenderlo. /

15. Quanto potea più forte, ne veniva / gridando la donzella ispaventata 68. / A quella voce
salta in su la riva / il Saracino, e nel viso la guata 69; / e la conosce subito ch’arriva 70, / ben che di

56
palafreno: propriamente il cavallo da parata, ma qui con il significato di destriero (cavallo da battaglia).
57
il palafreno… volta: gira indietro il cavallo.
58
a tutta… caccia: a briglie sciolte lo lancia (cioè al galoppo).
59
né per…procaccia: né cerca una via di fuga migliore e più sicura, non preoccupandosi di quanto la foresta sia rada o
folta.
60
di sé tolta: fuori di sé.
61
lascia… faccia: lascia al cavallo il compito (cura) di scegliere la via.
62
alta selva fiera: bosco profondo e selvaggio.
63
riviera: fiume (francesismo da rivière).
64
Ferraú trovosse: guerriero saraceno, nipote di re Marsilio, presente nell’Orlando innamorato di Boiardo con il nome
di Ferraguto. Innamoratosi di Angelica, si scontra in duello con il fratello di lei, Argalia, e lo uccide; prima di morire
Argalia gli chiede di essere sepolto nel fiume, con la propria armatura; in cambio Ferraú potrà tenerne l’elmo (avendo
perduto il suo) per quattro giorni, dopodiché dovrà restituirlo; Ferraù non mantiene la promessa e tiene con sé l’elmo
oltre il tempo stabilito.
65
lo rimosse: lo aveva allontanato.
66
quivi fermosse: si fermò qui.
67
anco riavere: ancora riprendere.
68
Quanto… ispaventata: la ragazza, spaventata, andava gridando quanto più forte potesse.
69
guata: guarda.
70
la conosce… ch’arriva: la riconosce non appena si avvicina.
9
timor pallida e turbata, / e sien più dì che non n’udì novella 71, / che senza dubbio ell’è Angelica
bella. /
La fanciulla spaventata giungeva gridando più forte possibile. A quella voce il saraceno
salta sulla riva e la guarda in viso; al suo arrivo capisce subito che è la bella Angelica, anche se
pallida e sconvolta dalla paura e benché non ne abbia avuto notizie per più giorni. /

16. E perché era cortese 72, e n’avea forse / non men de’ dui cugini il petto caldo 73, / l’aiuto che
potea tutto le porse, / pur come avesse l’elmo, ardito e baldo: / trasse la spada, e minacciando
corse / dove poco di lui temea Rinaldo. / Più volte s’eran già non pur veduti, / m’al paragon de
l’arme conosciuti74. /
E perché era nobile e forse non ne era meno innamorato dei due cugini, le diede tutto l'aiuto
che poteva, come se avesse ancora l'elmo, baldo e coraggioso: sguainò la spada e corse
minacciando verso Rinaldo che non ne aveva paura. I due si erano già non solo incontrati, ma
anche sfidati più volte. /

17. Cominciar quivi una crudel battaglia, / come a piè si trovar, coi brandi ignudi: / non che le
piastre e la minuta maglia, / ma ai colpi lor non reggerian gl’incudi 75. / Or, mentre l’un con l’altro si
travaglia, / bisogna al palafren che ‘l passo studi; / che quanto può menar de le calcagna, / colei lo
caccia al bosco e alla campagna76. /
Qui iniziarono una crudele battaglia, entrambi a piedi e con le nude spade: ai loro colpi non
reggerebbero le incudini, figurarsi le piastre e la maglia dell'armatura. Ora, mentre i due se le
danno di santa ragione, il cavallo di Angelica deve studiare il passo; infatti lei lo fa correre nel
bosco e nella campagna, spronandolo quanto più può con le calcagna. /

99-100 non che… gl’incudi: non solo le lamine della corazze e le maglie di ferro, ma anche le incudini non avrebbero
resistito ai loro colpi.
101 si travaglia: si affatica.
102 bisogna… studi: (per Angelica) è il momento opportuno di affrettare l’andatura del cavallo.
103 quanto può… calcagna: e per quanto può spronarlo.
104 colei: Angelica.
105-106 Poi che… sotto: dopo che i due guerrieri si furono per lungo tempo inutilmente combattuti per sopraffare
l’uno l’altro.
107-108 quando… dotto: poiché (quando) questo, con le armi in pugno, non era meno abile (dotto) combattente di
quello, né quello di questo.
110 fece motto: rivolse parola (motto, dal francese mot).
112 non ritrova loco: non trova pace.
113-114 Me… offeso: avrai creduto di danneggiare solo me, ma in realtà avrai danneggiato (offeso), con me, anche te
stesso.

71
ben che… novella: benché lei sia pallida per la paura e turbata in volto e fossero ormai più giorni che non ne aveva
notizie.
72
perché era cortese: nell’Orlando furioso i guerrieri saraceni conoscono e mettono in pratica le regole cavalleresche
al pari di quelli cristiani.
73
n’avea… caldo: nutriva verso Angelica una passione (n’avea… il petto caldo) non inferiore a quella dei due cugini
(Orlando e Rinaldo).
74
al paragon… conosciuti: allusione a duelli narrati da Boiardo.
75
non reggerian gl’incudi: espressione iperbolica; incudi è latinismo.
76
colei… campagna: la fuga di Angelica provoca un improvviso mutamento di situazione, rendendo vani gli sforzi dei
due innamorati.
10
18. Poi che s’affaticar gran pezzo invano / i dui guerrier per por l’un l’altro sotto, / quando non
meno era con l’arme in mano / questo di quel, né quel di questo dotto; / fu primiero il signor di
Montalbano, / ch’al cavallier di Spagna fece motto, / sì come quel ch’ha nel cuor tanto fuoco, / che
tutto n’arde e non ritrova loco. /
Dopo che i due guerrieri si affaticarono molto tempo invano per sopraffarsi a vicenda,
poiché entrambi erano esperti nell'uso delle armi e nessuno era superiore all'altro, il primo che
parlò al cavaliere spagnolo fu il signore di Montalbano [Rinaldo], come uno che ha il cuore in
fiamme, che brucia e non può spegnersi. /

19. Disse al pagan: «Me sol creduto avrai, / e pur avrai te meco ancora offeso: / se questo
avvien perché i fulgenti rai / del nuovo sol t’abbino il petto acceso 77, / di farmi qui tardar che
guadagno hai? / che quando ancor tu m’abbi morto o preso 78, / non però tua la bella donna fia 79; /
che, mentre noi tardiam, se ne va via. /
Disse al pagano: «Tu pensi di danneggiare solo me, invece danneggerai anche te stesso: se
ci scontriamo perché gli occhi splendenti del nuovo sole [di Angelica] ti hanno acceso il petto,
cosa ci guadagni a trattenermi qui? infatti, anche se mi ucciderai o catturerai, la bella donna non
sarà tua: mentre noi perdiamo tempo qui, lei scappa via. /

20. Quanto fia meglio, amandola tu ancora 80, / che tu le venga a traversar 81 la strada, / a
ritenerla e farle far dimora82, / prima che più lontana se ne vada! / Come l’avremo in potestate,
allora / di chi esser de’ si provi con la spada 83: / non so altrimenti, dopo un lungo affanno, / che
possa riuscirci altro che danno84.» /
Sarà molto meglio, se anche tu la ami, che tu pensi a sbarrarle la strada e trattenerla, prima
che vada più lontana! Quando l'avremo in nostro potere, allora proveremo con la spada di chi
debba essere: in altro modo non so proprio cosa potrà accaderci dopo una lunga battaglia, se
non un danno». /

77
se questo… acceso: se questo accade perché i luminosi raggi (fulgenti rai) di questo secondo sole ti hanno acceso
d’amore il petto. Angelica, con una metafora tipica del petrarchismo cinquecentesco, è paragonata a un altro sole, i
cui raggi fanno innamorare.
78
che… preso: perché anche se riuscirai a uccidermi o farmi prigioniero.
79
non però: non per questo. fia: sarà.
80
amandola tu ancora: dal momento che anche tu l’ami.
81
traversar: sbarrare.
82
a ritenerla… dimora: a trattenerla e fermarla.
83
Come… spada: quando l’avremo in nostro potere, allora si decida combattendo a chi dovrà appartenere.
84
non so… danno: diversamente, mi sembra inevitabile che dopo tante fatiche non ci verrà altro che danno.
11
21. Al pagan la proposta non dispiacque 85: / così fu differita la tenzone 86; / e tal tregua tra lor
subito nacque, / sì l’odio e l’ira va in oblivione 87, / che ‘l pagano al partir da le fresche acque 88 / non
lasciò a piedi il buon figliuol d’Amone: / con preghi invita, ed al fin toglie 89 in groppa, / e per90
l’orme d’Angelica galoppa. /
Al pagano la proposta piacque: così il duello fu differito e tra loro nacque subito una tregua,
tale che dimenticarono l'odio e l'ira e il pagano allontanandosi dal fiume non lasciò a piedi il
buon figlio d'Amone: lo invita con preghiere e alla fine lo fa salire sul suo cavallo, poi galoppa
sulle tracce di Angelica. /

22. Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui! / Eran rivali, eran di fé 91 diversi, / e si sentian degli
aspri colpi iniqui / per tutta la persona anco dolersi 92; / e pur per selve oscure e calli obliqui 93 /
insieme van senza sospetto aversi 94. / Da quattro sproni il destrier punto arriva / ove una strada in
due si dipartiva95. /
O grande bontà degli antichi cavalieri! Erano rivali, avevano una fede religiosa diversa, e
sentivano tutto il corpo dolente per gli aspri colpi ricevuti; eppure vanno insieme senza sospetto,
per selve oscure e sentieri fuori mano. Il cavallo, spronato da quattro piedi, arriva al punto in cui
la strada si biforca.

23. E come quei che96 non sapean se l’una / o l’altra via facesse la donzella / (però che senza
differenza alcuna / apparia in amendue l’orma novella 97), / si messero98 ad arbitrio di fortuna, /
Rinaldo a questa, il Saracino a quella. / Pel bosco Ferraù molto s’avvolse 99, / e ritrovossi al fine
onde si tolse100.
E poiché i due non sapevano quale delle due vie avesse imboccato la fanciulla (poiché le
orme fresche sembravano uguali in entrambe), si rimisero alla sorte e Rinaldo percorse una
strada, il saraceno l'altra. Ferraù si addentrò molto nel bosco e alla fine si ritrovò nel punto da
dove era partito.

85
Al pagan… non dispiacque: la proposta di Rinaldo, improntata al buon senso e velata di ironia, e l’effetto che ne
deriva, cioè l’interruzione del duello, non sono per nulla conformi alle regole dell’etica cortese e al senso dell’onore in
essa implicito.
86
fu differita la tenzone: fu rinviato il combattimento.
87
va in oblivione: vengono dimenticati.
88
al partir… acque: allontanandosi dal fiume. Le fresche acque sono una chiara citazione petrarchesca (Chiare, fresche
et dolci acque, Canzoniere, 126, v. 1).
89
preghi: preghiere. toglie: prende.
90
per: dietro.
91
fè: fede.
92
si sentian… dolersi: ancora sentivano per tutto il corpo il dolore per gli aspri colpi tremendi che si erano scambiati.
93
pur: ciò malgrado. calli obliqui: sentieri intricati.
94
Oh… aversi: senza sospetto aversi: senza che l’uno sospetti dell’altro. L’immagine del cavallo che porta due cavalieri
e, per giunta, di fedi diverse, è uno degli esempi più noti dell’ironia ariostesca.
95
si dipartiva: si divideva.
96
E… che: E poiché.
97
però che… novella: dal momento che impronte recenti (l’orma novella) apparivano identiche in tutte e due le
diramazioni.
98
si messero... quella: si diressero a caso, Rinaldo lunga una strada, Ferraù (il Saracino) lungo un’altra.
99
s’avvolse: s’aggirò.
100
ritrovossi… tolse: si ritrovò nel luogo da dove era partito.
12
92 pur come: come se ancora. baldo: fiero.
94 poco di lui temea: nessun timore di lui aveva.
95 non pur: non solo.
96 al paragon… conosciuti: misurati fra loro in combattimento.
97 Cominciar: cominciarono.
98 come a piè si trovar: a piedi, così come si trovavano. coi brandi ignudi: con le spade sguainate.

Il canto di Angelica e l’inchiesta dei finti cavalieri

Dopo il proemio, esauriti gli obblighi introduttivi (proposizione, invocazione, dedica), il poeta
mette in moto la macchina narrativa e dà avvio alla narrazione dal punto in cui l'aveva sospesa
Boiardo, concedendogli un omaggio grazie alle due parole che aprono e chiudono il primo verso
della ottava 5 (Orlando... innamorato), evidente riferimento al titolo del poema del predecessore.

Per motivare alla guerra i suoi paladini, infatti, Carlo Magno aveva bandito una gara per dare
in premio l'ambita fanciulla a chi avesse ucciso in battaglia il maggior numero di nemici.
In realtà, però, le strofe successive all'esordio chiariscono subito come l'affidamento di
Angelica al duca Namo di Baviera avesse avuto un esito diverso da quello previsto (contrari ai voti
poi furo i successi, v. 37): i Cristiani erano infatti stati sconfitti dai Saraceni e Angelica era scappata.
La narrazione inizia in tal modo sotto il segno dell' “errore”, della falsa presupposizione,
dell'imprevisto e del rinvio: la sentenza che esprime la vacua speranza di Orlando di far sua la
donna amata (ecco il giudicio uman come spesso erra, v. 18) riassume il nodo centrale della
concezione ariostesca dell'uomo anticipando il principio, morale e narrativo, su cui sarà incentrato
tutto il poema.
L’autore, costruendo il canto I interamente sul personaggio di Angelica, motore principale del
poema, insieme mobile (è costantemente in fuga) e passivo (determina il movimento degli altri
personaggi involontariamente, con la sua sola presenza, senza proporsi ed anzi continuamente
negandosi e fuggendo).
Dalla fuga di Angelica, poi, scaturisce il movimento costante di tutti i paladini, mossi al suo
inseguimento.
Infatti tutti la amano, tutti la rincorrono, in un intrico di percorsi senza traccia prestabilita.
Nessuno la raggiunge e riesce a trattenerla, tranne, ironia della sorte, un umile soldato
saraceno, Medoro, di cui la donna infine si innamora, dopo aver rifiutato i più valorosi paladini di
Francia.
Angelica in fuga dai suoi spasimanti costituisce la scena madre dell’Orlando furioso: più volte
ritorna, con diversi protagonisti, e resta sullo sfondo, a simboleggiare il senso generale del poema.
I personaggi sono sempre alla ricerca di qualcosa che li illude e li delude, sfugge, muta di identità,
si fa imprevedibile.
Anche i personaggi dei romanzi cavallereschi erano sempre impegnati in un'avventurosa
ricerca (la quête), come quella del Santo Graal, ma quelli di Ariosto sono cavalieri moderni –
uomini contemporanei travestiti da paladini – costretti ad inchieste di nuovo tipo rispetto agli
13
autentici cavalieri del passato: cercano un oggetto del desiderio materiale e inafferrabile con
inchieste senza meta sicura, senza tracciato certo, senza significato precostituito; inchieste che
corrono sul filo sottile che separa l’assoluta libertà dalla perdizione, la piena responsabilità di se
stessi dalla follia.
Questo vagare continuo è destinato a essere sempre interrotto e vanificato da un incontro o
da un ostacolo, che allontana e rimanda l'obiettivo rendendolo sfuggente.

Intreccio di temi, vicende, registri e “straniamento”

La fuga di Angelica genera un caleidoscopio di azioni e avventure, che si incrociano, si


separano, si ricompongono in un complicato e pittoresco tourbillon.
Articolata in sequenze ben individuabili, la narrazione segue infatti la fuga della bella per
eccellenza in un bosco (v. 47), la caccia di Rinaldo, l'incontro con Ferraù, il duello tra i due paladini,
di cui la fanciulla approfitta per scappare nuovamente, in un continuo intrecciarsi di apparizioni e
scomparse, lungo direzioni diverse che, prima o poi, finiranno per convergere ricreando ulteriori
occasioni di scontri, ricerche e avventure.
L’abile mano dell’autore-regista-montatore, in questo come in tutti gli altri canti dell’Orlando
furioso, taglia e cuce le scene, le avvia, le interrompe, le riprende, le intreccia.
Come un burattinaio che tira i fili dei vari personaggi, Ariosto li fa emergere sulla scena e poi
sparire e riapparire improvvisamente, dopo soste e riprese inaspettate.
La tecnica narrativa è propriamente quella dell’entrelacement, sfruttata da Ariosto in tutte le
sue potenzialità.
Attraverso i complicati giochi di intreccio, l’autore narra le vicende in contemporanea,
tenendole tutte in sospeso: mantiene viva così l’attesa del lettore e continuamente ne solletica la
curiosità e la fantasia.
Talvolta Ariosto interrompe la narrazione, interviene in prima persona e propone spunti di
valutazione (ecco il giudicio uman come spesso erra, ottava 7; Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!,
ottava 22); attraverso questo espediente il lettore viene richiamato alla realtà e all’uso della
ragione: costretto ad uscire dalla dimensione fantastica delle vicende, evita il rischio di
immedesimarsi in esse, riesce ad estraniarsene per poterle giudicare oggettivamente.
Teatro del vorticoso errare dei personaggi è la selva, che però ha ben poco a che vedere con
l'ambientazione dantesca, allegoria del peccato.
Nel Furioso, essa costituisce piuttosto il luogo simbolico del labirinto in cui si svolgono le
vicende terrene, la metafora del caos e dell'incapacità degli esseri umani di dare un corso
razionale e un governo sensato alla propria vita.
Tutto sembra, in effetti, nelle mani del caso, che agisce come una forza cieca e indo mabile sui
personaggi, vanamente protesi a rincorrere desideri irrealizzabili e destinati a percorrere sentieri
che non portano a nulla.
I paladini cercano di volta in volta Angelica, il cavallo, l’elmo, ma spesso si ritrovano a mani
vuote al punto di partenza (Pel bosco Ferraù molto s'avvolse, / e ritrovassi alfine onde si tolse, vv.
151-152) e in ogni caso frustrati dall'inevitabile fallimento delle loro azioni.

14
La varietà delle vicende implica una varietà di temi e di registri, di cui il canto I è esempio
probante: il tema della guerra, sullo sfondo e nei vari duelli fra gli spasimanti di Angelica; il motivo
della cortesia, nella scena di Rinaldo e Ferraù che galoppano sullo stesso cavallo; la magia e il
meraviglioso, nell’apparizione dell’ombra di Argalia; l’avventura, nelle sue varie forme; il caso, che
regola bizzarro il corso delle vicende; gli ideali vagheggiati e mai raggiunti, di cui è incarnazione
Angelica; il paesaggio naturale, reale e fantastico allo stesso tempo, scenografia costante di ogni
momento narrativo.

Sulle avventure dei suoi personaggi vigila, dall'alto, il narratore, incline a ricavare sagge
riflessioni dagli eventi raccontati.
I suoi interventi non si limitano a fare ordine nell'intricata matassa della storia, spostando
l'attenzione da un episodio all'altro, ma offrono un controcanto ironico in forma di commento: in
tal modo Ariosto fa capolino nel racconto mostrando il proprio coinvolgimento di uomo e di poeta
dinanzi ai capricci della fortuna, alla precarietà dell'esistenza, alle debolezze e al vano agitarsi degli
esseri umani.
La sua ironia, in particolare, tende a dissolvere false certezze e ridicole convenzioni, svelando
con sorridente bonomia le illusioni e gli inganni che la finzione sociale trasforma in verità assolute.
Significativa è, per esempio, l'esclamazione Oh gran bontà de' cavallieri antiqui! (v. 137), con
la quale il narratore chiosa il comportamento di Rinaldo e Ferraù, prima acerrimi rivali come
innamorati della stessa donna, poi quasi complici e solidali nel rispetto delle norme del codice
cavalleresco.
A prima vista, l'intervento ariostesco sembrerebbe venato di malinconico rimpianto per
un'etica ispirata alla lealtà purtroppo minacciata dalla barbarie dei tempi moderni.
In realtà, l'esclamazione suggerisce un'ironica sottolineatura dell'insensatezza delle virtù
cavalleresche idealizzate dalla civiltà cortigiana: i due cavalieri hanno infatti interrotto il loro duello
infrangendo le regole e si alleano non certo per proteggere una fanciulla indifesa, come
imporrebbe il modello etico tradizionale, bensì per darle la caccia.

15
T6. La figuraccia di Sacripante (Orlando Furioso, canto I, ott. 33-71)

In fuga da Rinaldo e Ferraù, Angelica può finalmente riposarsi nel folto di un cespuglio, fin
quando avverte la presenza di un uomo. È Sacripante, re di Circassia, temibile guerriero
saraceno, anch’egli innamorato di lei.

33. Fugge101 tra selve spaventose102 e scure103, / per lochi inabitati, ermi104 e selvaggi105. / Il
mover de le frondi e di verzure, / che di cerri sentia, d’olmi e di faggi, / fatto le avea con subite
paure / trovar di qua di là strani viaggi 106; / ch’ad107 ogni ombra veduta o in monte o in valle, /
temea Rinaldo aver sempre alle spalle. /
Fugge tra selve spaventose e buie, tra luoghi disabitati, solitari e selvaggi. Lo stormire delle
fronde e dei rami, che lei sentiva di cerri, di olmi e di faggi, l'aveva indotta con improvvisi timori
a percorrere sentieri fuori mano; infatti ogni volta che vedeva un'ombra in un monte o in una
valle, temeva sempre di avere alle sue spalle Rinaldo.

34. Qual pargoletta108 o damma o capriuola109, / che tra le fronde del natio boschetto / alla
madre veduta abbia la gola / stringer dal pardo110, o aprirle ‘l fianco o ‘l petto, / di selva in selva dal
crudel s’invola111, / e di paura triema112 e di sospetto: / ad ogni sterpo che passando tocca, / esser
si crede all’empia fera in bocca113. /
[Angelica] è come una giovane daina o una capriola, che ha visto tra le fonde del boschetto
natio la madre stretta alla gola dal leopardo, o col fianco o il petto squarciato: scappa di bosco
in bosco da quella belva crudele, tremando di sospetto e paura; ad ogni sterpo che tocca
correndo, crede di essere tra le fauci della terribile fiera.

101
fugge... Fugge: ripresa dell’artificio delle coblas capfinidas, proprio dell’epica carolingia e della poesia provenzale.
102
spaventose: che suscitano spavento.
103
tra selve spaventose e scure: il paesaggio presenta evidenti analogie con la selva oscura dantesca
104
ermi: solitari.
105
per… selvaggi: reminiscenza petrarchesca (Rerum vulgarium fragmenta, CLXXVI, 1: Per mezz’i boschi inhospiti et
selvaggi).
106
Il mover… viaggi: il muoversi delle fronde che essa sentiva e quello delle foglie (verzure) delle querce (cerri), degli
olmi e dei faggi, provocando in lei improvvisi spaventi (con subite paure), l’avevano fatta andare di qua e di là per vie
insolite, poco battute (strani viaggi).
107
ch’: ché, poiché.
108
Qual pargoletta…: similitudine tratta da Orazio (Carmina, I, 23, 1-8); pargoletta in funzione di aggettivo è anche in
Petrarca (Rerum vulgarium fragmenta, CXXVII, 36: che ricopria le pargolette membra).
109
Qual… capriuola: come una piccola daina (damma) o una piccola capriola.
110
pardo: gattopardo, animale addestrato per la caccia.
111
s’invola: fugge.
112
triema: trema.
113
all’empia fera in bocca: in bocca alla feroce belva.
16
35. Quel dì e la notte a mezzo l’altro giorno / s’andò aggirando, e non sapeva dove. / Trovossi
al fin in un boschetto adorno 114, / che lievemente la fresca aura 115 muove. / Duo chiari rivi116,
mormorando intorno, / sempre l’erbe vi fan tenere e nuove; / e rendea ad ascoltar dolce
concento, / rotto tra picciol sassi, il correr lento117. /
Andò peregrinando quel giorno, la notte seguente e metà del giorno dopo ancora, non
sapendo dove andava. Alla fine capitò in un bel boschetto, mosso dolcemente da una leggera
brezza. Due limpidi ruscelli, mormorando lì intorno, vi fanno sempre l'erba fresca e novella; e lo
scorrere lento dell'acqua, rotto da piccoli sassi, produceva all'orecchio una dolce armonia.

36. Quivi parendo a lei d’esser sicura / e lontana a Rinaldo mille miglia, / da la via stanca e da
l’estiva arsura, / di riposare alquanto si consiglia118: / tra’ fiori smonta, e lascia alla pastura 119 /
andare il palafren120 senza la briglia; / e quel va errando intorno alle chiare onde, / che di fresca
erba avean piene le sponde. /
Qui, sembrandole di essere al sicuro e lontana mille miglia da Rinaldo, stanca per il viaggio
e per il calore estivo, pensa di riposare un po' di tempo: smonta tra i fuori e lascia che il cavallo
vada al pascolo, senza briglia; e quello vaga intorno alle acque limpide, poiché le rive dei ruscelli
erano piene di fresca erba.

37. Ecco non lungi121 un bel cespuglio vede / di prun fioriti e di vermiglie122 rose, / che de le
liquide onde al specchio siede, / chiuso dal sol fra l’alte querce ombrose 123; / così voto nel mezzo,
che concede / fresca stanza fra l’ombre più nascose 124: / e la foglia coi rami in modo è mista 125, /
che ‘l sol non v’entra, non che minor vista126. /
Ecco che vede non lontano un bel cespuglio di pruni fioriti e di rose rosse, che sembra
specchiarsi nelle onde dei ruscelli, protetto dal sole dalle alte querce che fanno ombra; così
ampio nel mezzo che concede un fresco riposo tra le ombre più nascoste: e le foglie sono
mescolate ai rami in modo tale che né il sole né lo sguardo vi penetra attraverso.

114
Trovossi: si trovò. adorno: ricco di bellezze naturali. Da notare l’improvviso cambiamento di atmosfera (e di
atteggiamento di Angelica), attraverso l’introduzione del tópos del locus amoenus, luogo ideale dell’eterna primavera, di
derivazione classica.
115
aura: aria.
116
rivi: ruscelli, corsi d’acqua.
117
e rendea… lento: e il loro lento scorrere, interrotto dai piccoli sassi adagiati sul fondo, produceva, per chi vi
prestasse orecchio, una dolce armonia (concento).
118
si consiglia: decide.
119
alla pastura: a pascolare.
120
palafren: cavallo.
121
non lungi: non lontano.
122
vermiglie: rosse.
123
che… ombrose: che si specchia nelle limpide acque (liquide onde) del ruscello, riparato dal sole perché posto fra le
querce ombrose.
124
così voto… più nascose: il cespuglio è vuoto nel mezzo e così concede fresco soggiorno (stanza) fra le sue ombre
più nascoste.
125
mista: intrecciata. 
126
che ’l sol… vista: che non vi entra lo sguardo del sole e tanto meno quello di una vista meno penetrante (minor).
17
38. Dentro letto vi fan tenere erbette, / ch’invitano a posar chi s’appresenta. / La bella donna
in mezzo a quel si mette, / ivi si corca ed ivi s’addormenta. / Ma non per lungo spazio127 così stette,
/ che un calpestio le par che venir senta: / cheta128 si leva e appresso alla riviera129 / vede
ch’armato un cavallier130 giunt’era. /
All'interno tenere erbette formano un letto, che invita a riposare chi capita lì. La bella donna
si stende in mezzo ad esse, si corica e si addormenta. Ma non rimase così per molto tempo,
poiché le sembra di sentire un calpestio: si alza in silenzio e vede che un cavaliere armato era
giunto vicino al fiume.

39. Se gli è amico o nemico non comprende 131: / tema e speranza il dubbio cor le scuote 132; / e
di quella aventura il fine attende, / né pur d’un sol sospir l’aria percuote. / Il cavalliero in riva al
fiume scende / sopra l’un braccio a riposar le gote 133; / e in un suo gran pensier tanto penètra, /
che par cangiato in insensibil pietra134. /
Non capisce se sia amico o nemico: il suo cuore è scosso da timore e speranza; e aspetta di
vedere come finisca la cosa, né emette un solo sospiro nell'aria. Il cavaliere smonta in riva al
fiume e mette le guance a riposare su un braccio: e si concentra in un suo pensiero a tal punto,
che sembra tramutato in una roccia priva di vita.

40. Pensoso più d’un’ora a capo basso / stette, Signore135, il cavallier dolente; / poi cominciò
con suono afflitto e lasso136 / a lamentarsi sì soavemente, / ch’avrebbe di pietà spezzato un sasso, /
una tigre crudel fatta clemente137. / Sospirante piangea, tal ch’un ruscello / parean le guance, e ‘l
petto un Mongibello138. /
Il cavaliere addolorato, o mio signore [Ippolito], restò più di un'ora pensieroso, a capo
chino; poi cominciò a lamentarsi con voce afflitta e bassa, così dolcemente che avrebbe spezzato
dalla pietà un sasso, avrebbe reso clemente una tigre crudele. Piangeva tra i sospiri, così che le
guance sembravano un ruscello e il petto sembrava il Mongibello [perché emetteva sospiri].

127
lungo spazio: molto tempo.
128
cheta: silenziosa.
129
appresso alla riviera: presso la riva del fiume.
130
un cavallier: è Sacripante, re di Circassia, saraceno, anch’egli innamorato di Angelica, che accompagnerà per un
tratto di cammino.
131
Se… non comprende: per mantenere vivo l’interesse del lettore e stimolarne la curiosità, Ariosto non svela subito
l’identità del cavaliere (rivelata poi nell’ottava 45).
132
tema… le scuote: Angelica oscilla tra paura (tema) e speranza. dubbio: dubbioso.
133
sopra… le gote: per riposarsi appoggiando il volto su un braccio.
134
e in… pietra: il cavaliere è tanto assorto in un suo pensiero (che scopriremo dopo essere un pensiero d’amore) che
sembra trasformato (cangiato) in una statua inanimata (insensibil pietra). Pietra è metonimia (la materia per
l’oggetto).
135
Signore: l’apostrofe è rivolta a Ippolito d’Este, a cui è dedicato il poema.
136
suono afflitto e lasso: voce afflitta e triste.
137
di pietà… clemente: immagini iperboliche, in chiasmo.
138
Mongibello: l’Etna (dall’arabo gebel, “monte”, a cui i normanni, che lo intendevano erroneamente come nome
proprio, preposero la parola latina mons, che significava anch’essa “monte”). Altra iperbole dal tono ironico.
18
41. «Pensier (dicea) che ‘l cor m’agghiacci 139 ed ardi140, / e causi il duol che sempre il rode e
lima141, / che debbo far, poi ch’io son giunto tardi, / e ch’altri a còrre142 il frutto143 è andato
prima? / a pena avuto io n’ho parole e sguardi, / ed altri n’ha tutta la spoglia opima144. / Se non ne
tocca a me frutto né fiore, / perché affligger per lei mi vuo’145 più il core? /
Diceva: «O pensiero che mi ghiacci e mi bruci il cuore, e causi il dolore che lo rode e lo
consuma di continuo, che cosa devo fare, visto che sono giunto tardi e che un altro è arrivato
prima a cogliere il frutto? A malapena io ne ho avuto parole e sguardi, un altro ne gode tutta la
ricca spoglia. Se a me non ne tocca né il frutto né il fiore, perché vuoi affliggermi ancora il cuore?

42. La verginella è simile alla rosa146, / ch’in bel giardin su la nativa spina / mentre sola e sicura
si riposa, / né gregge né pastor se le147 avvicina; / l’aura soave e l’alba rugiadosa, / l’acqua, la terra
al suo favor148 s’inchina: / gioveni vaghi149 e donne inamorate / amano averne e seni e tempie
ornate. /
La giovane vergine è simile alla rosa, che mentre riposa sola e sicura nel bel giardino, sullo
stelo su cui è nata, non è avvicinata né da gregge né da pastore; l'aria dolce e l'alba che porta
rugiada, l'acqua, la terra si chinano a renderle omaggio: bei giovani e donne innamorate
vogliono sempre ornare con essa i seni e le tempie.

43. Ma non sì tosto150 dal materno stelo / rimossa viene e dal suo ceppo verde, / che quanto151
avea dagli uomini e dal cielo / favor, grazia e bellezza, tutto perde. / La vergine che ‘l fior, di che
più zelo / che de’ begli occhi e de la vita aver de’ 152, / lascia altrui corre153, il pregio ch’avea inanti 154
/ perde nel cor di tutti gli altri amanti. /

Ma non appena viene tolta dal suo stelo materno e dal suo gambo verde, ecco che perde
tutto quello che aveva dagli uomini e dal cielo, favore, grazia, bellezza. La vergine che lascia ad
altri cogliere il fiore [la verginità], che dovrebbe proteggere assai più dei suoi begli occhi e della
vita, perde nel cuore di tutti gli altri innamorati il valore che aveva prima.
139
agghiacci: ghiacci, rendi freddo come il ghiaccio.
140
m’aggiacci et ardi: l’immagine degli effetti antitetici dell’amore richiama la lirica petrarchesca e petrarchista; in
particolare si veda il sonetto di Petrarca Pace non trovo et non ò da far guerra (et ardo, et son un ghiaccio, v. 2).
141
e causi… lima: e provochi un dolore che lo morde e lo consuma continuamente. rode e lima: coppia sinonimica,
anch’essa tipica della lirica amorosa.
142
còrre: forma sincopata per “cogliere”.
143
frutto: comincia qui la metafora erotica del fiore e del frutto per indicare la verginità di Angelica.
144
spoglia opima:  altra metafora erotica; l’espressione latina spolia opima designava un ricco bottino composto dalle
armi conquistate al nemico vinto (metafora militare).
145
vuo’: vuoi. La domanda è rivolta sempre al pensiero amoroso del primo verso dell’ottava.
146
La verginella… rosa: la similitudine ricalca alcuni versi catulliani (LXII, 39-47).
147
se le: le si.
148
al suo favor: a renderle omaggio.
149
vaghi: “belli” o anche “desiderosi d’amore”.
150
non sì tosto: non appena.
151
quanto: va collegato a favor, grazia e bellezza del verso successivo.
152
aver de’: rima composta.
153
che… corre: che lascia cogliere ad altri (altrui) il fiore del quale deve (de’) avere una cura (zelo) maggiore di quanta
ne abbia dei propri occhi e della stessa vita.
154
pregio: apprezzamento. inanti: prima.
19
44. Sia vile155 agli altri, e da quel solo amata / a cui di sé fece sì larga copia156. / Ah, Fortuna
crudel, Fortuna ingrata! / trionfan gli altri, e ne moro io d’inopia 157. / Dunque esser può che non mi
sia più grata158? / dunque io posso lasciar mia vita propia? / Ah più tosto oggi manchino i dì miei 159,
/ ch’io viva più, s’amar non debbo lei!» /
Sia vile per gli altri e sia amata da quel solo al quale si è donata in così larga misura. Ah,
fortuna crudele, fortuna ingrata! gli altri trionfano e io muoio di stenti. Dunque può essere che
non mi sia più gradita? dunque posso lasciare la mia propria vita? Ah, piuttosto finiscano i miei
giorni, che io non viva più, se non devo amare lei!»

45. Se mi domanda alcun chi costui sia 160, / che versa sopra il rio161 lacrime tante, / io dirò
ch’egli è il re di Circassia 162, / quel d’amor travagliato Sacripante163; / io dirò ancor, che di sua pena
ria / sia prima e sola causa essere amante, / è pur un degli amanti di costei164: / e ben riconosciuto
fu da lei. /
Se qualcuno mi domanda chi sia costui, che sparge tante lacrime su quel ruscello, io gli dirò
che è il re di Circassia, quel Sacripante travagliato dall'amore; aggiungerò che la prima e sola
causa dei suoi aspri dolori è l'essere amante, e lui è uno degli amanti di Angelica: e lei lo
riconobbe bene.

46. Appresso ove il sol cade165, per suo amore / venuto era dal capo d’Oriente166; / che167
seppe in India con suo gran dolore, / come ella Orlando sequitò in Ponente 168: / poi seppe in
Francia che l’imperatore / sequestrata l’avea da l’altra gente, / per darla all’un de’ duo169 che
contra il Moro / più quel giorno aiutasse i Gigli d’oro170. /
Egli era giunto dall'estremo Oriente per amor suo fino all'Occidente; infatti in India seppe
con gran dolore che lei seguì Orlando in Ponente: poi seppe che in Francia Carlo Magno l'aveva

155
vile: spregevole.
156
sì larga copia: dono così generoso.
157
trionfan… d’inopia: gli altri ne godono e io muoio (moro) per la privazione (inopia) di lei.
158
grata: gradita.
159
più tosto… miei: piuttosto possa io morire oggi.
160
Se mi domanda… sia: il verso traduce una formula molto comune nei romanzi della Tavola Rotonda per presentare
un nuovo personaggio.
161
rio: ruscello.
162
Circassia: Sacripante; la Circassia è una regione russa del Caucaso, tra il Mar Caspio e il Mar Nero. Secondo il
racconto di Boiardo, Sacripante aveva difeso Angelica durante l’assedio di Albracca, prima di essere inviato a chiedere
aiuto a Gradasso.
163
quel… Sacripante: il celebre (quel) Sacripante sofferente per amore.
164
io dirò ancor… amanti di costei: aggiungerò che la prima, anzi l’unica causa della sua crudele sofferenza (pena ria) è
il fatto che egli sia un innamorato, e proprio (pur) uno degli innamorati di questa donna (cioè Angelica).
165
Appresso ove il sol cade: vicino ai luoghi dove tramonta il sole, cioè in Occidente.
166
dal capo d’Oriente: dalle estreme regioni dell’Oriente.
167
che: ché, poiché.
168
come… in Ponente: come Angelica seguì Orlando in Occidente.
169
all’un de’ duo: a uno dei due (Orlando e Rinaldo).
170
Gigli d’oro: metonimia per indicare l’esercito di Carlo Magno e, tout court, il regno di Francia, sul cui stemma regale
sono raffigurati i gigli (in realtà solamente dall’età di Luigi VII, secolo XII).
20
separata dagli altri, per darla in sposa a quello dei due [Orlando e Rinaldo] che quel giorno
avrebbe aiutato di più la Francia contro Agramante.

47. Stato era in campo, e inteso avea di quella / rotta crudel che dianzi171 ebbe re Carlo: /
cercò vestigio172 d’Angelica bella, / né potuto avea ancora ritrovarlo. / Questa è dunque la trista e
ria novella173 / che d’amorosa doglia fa penarlo174, / affligger, lamentare, e dir parole / che di pietà
potrian175 fermare il sole. /
Era sceso in campo e aveva sentito di quella terribile sconfitta subita da Carlo: cercò le
tracce della bella Angelica e non le aveva ancora potute trovare. Questa è dunque la triste e
crudele notizia che lo fa penare di dolore amoroso, lo fa affliggere, lamentare e dire parole che
potrebbero arrestare il corso del sole per la pietà.

48. Mentre costui così s’affligge e duole, / e fa degli occhi suoi tepida fonte, / e dice queste e
molte altre parole, / che non mi par bisogno esser racconte 176; / l’aventurosa sua fortuna vuole /
ch’alle orecchie d’Angelica sian conte 177: / e così quel ne viene a un’ora, a un punto, / ch’in mille
anni o mai più non è raggiunto178. /
Mentre costui si affligge e piange così, spargendo calde lacrime dagli occhi, e dice queste
parole e molte altre che non mi pare necessario riferire, il suo fato benevolo vuole che esse siano
ascoltate da Angelica: e così quello raggiunge in un'ora, in un istante un traguardo che o è
raggiunto una volta in mille anni o mai più.

49. Con molta attenzion la bella donna / al pianto, alle parole, al modo attende 179 / di colui
ch’in amarla non assonna180; / né questo è il primo dì ch’ella l’intende: / ma dura e fredda più
d’una colonna, / ad averne pietà non però181 scende, / come colei c’ha tutto il mondo a sdegno 182, /
e non le par ch’alcun sia di lei degno. /
La bella donna osserva con molta attenzione il pianto, le parole, i modi di colui che non
trova pace nell'amarla; e questo non è il primo giorno in cui lo ascolta: ma, più dura e fredda di
una colonna, non per questo si muove a pietà di lui, come colei che sdegna tutto il mondo e non
crede che qualcuno sia degno di lei.

171
rotta crudel: sconfitta sanguinosa. dianzi: prima.
172
vestigio: traccia.
173
trista e ria novella: cattiva e crudele notizia.
174
che… penarlo: che lo fa soffrire.
175
potrian: potrebbero.
176
racconte: riferite.
177
sian conte: giungano (letteralmente “siano note”).
178
e così quel ne viene… o mai più non è raggiunto: e in tal modo gli accade in un’ora, anzi in un solo istante (punto),
ciò che da altri o in altre circostanze non si sarebbe ottenuto neppure in mille anni o addirittura mai.
179
modo: atteggiamento. attende: presta orecchio.
180
non assonna: non si addormenta, dunque non rinuncia.
181
però: perciò.
182
ha… a sdegno: disprezza il mondo intero (con tutti coloro che lo popolano).
21
50. Pur tra quei boschi il ritrovarsi sola / le fa pensar di tor183 costui per guida; / che chi ne
l’acqua sta fin alla gola / ben è ostinato se mercé non grida184. / Se questa occasione or se
l’invola185, / non troverà mai più scorta sì fida186; / ch’a lunga prova conosciuto inante / s’avea187
quel re fedel sopra ogni amante188. /
Pure, ritrovandosi sola per quei boschi, pensa di prendere costui per sua guida; infatti chi ha
l'acqua alla gola è ben cocciuto se non grida aiuto. Se adesso perde questa occasione, non
troverà mai più una scorta altrettanto sicura; infatti per lunghe prove aveva saputo che quel re
l'amava fedelmente più di ogni altro.

51. Ma non però disegna de l’affanno / che lo distrugge alleggierir chi l’ama 189, / e ristorar
d’ogni passato danno / con quel piacer ch’ogni amator più brama 190: / ma alcuna finzione, alcuno
inganno / di tenerlo191 in speranza ordisce e trama; / tanto ch’a quel bisogno se ne serva, / poi
torni all’uso suo dura e proterva192. /
Ma non per questo pensa di alleviare l'affanno che distrugge lui che la ama, né ripagare
ogni danno passato con quel piacere che più desidera ogni amante: trama e ordisce invece una
qualche finzione, un inganno, per farlo sperare e servirsi di lui quel tanto che le occorra, poi
tornerà a comportarsi come sempre in modo duro e altero.

52. E fuor di quel cespuglio oscuro e cieco 193 / fa di sé bella ed improvvisa mostra, / come di
selva o fuor d’ombroso speco194 / Diana in scena o Citerea195 si mostra196; / e dice all’apparir: «Pace
sia teco197; / teco difenda Dio la fama nostra, / e non comporti, contra ogni ragione, / ch’abbi di me
sì falsa opinione198.» /
183
tor: prendere (latinismo, da tollere).
184
se mercé non grida: se non chiede aiuto.
185
se l’invola: le sfugge.
186
scorta sì fida: guida tanto affidabile.
187
s’avea: si aveva (il si è riferito a fedel: “fedele a sé”). Si allude alle straordinarie prove di valore e coraggio che
Sacripante – in base a quanto racconta Boiardo – aveva dato nella difesa della cittadella di Albraccà nel Catai, quando
questa era sotto assedio da parte del re dei tartari, Agricane, anch’egli desideroso di conquistare Angelica, che si era
rifugiata all’interno delle mura della roccaforte.
188
ch’a lunga prova… amante: poiché in precedenza (inante) per lunga esperienza aveva conosciuto quel re
(Sacripante) come fedele a sé più di ogni altro suo spasimante (sopra ogni amante). 
189
Ma non… l’ama: ma non per questo (cioè per le prove di fedeltà che le aveva dato il re di Circassia) si propone
(disegna) di alleggerire chi la ama (Sacripante) dell’affanno che lo distrugge (la passione amorosa). Angelica potrebbe
farlo soltanto concedendosi, cosa che però non intende mettere in atto.
190
e ristorar… più brama: e risarcirlo della sofferenza (danno) causatagli in passato non ricambiando il suo amore,
donandogli quel piacere che ogni amante desidera maggiormente, cioè il godimento della persona amata.
191
di tenerlo: in modo da tenerlo, per tenerlo (con un valore tra consecutivo e finale).
192
tanto… proterva: tanto da servirsene per ciò di cui ha bisogno (in questo caso guida e protezione), per poi tornare
fredda e ostile (dura e proterva) come d’abitudine (all’uso suo).
193
oscuro e cieco: coppia sinonimica.
194
speco: grotta.
195
Diana: dea della caccia. Citerea: Venere, dea dell’amore, così chiamata dall’isola greca di Citera (oggi Cerigo),
presso la quale si diceva che fosse nata dalla schiuma del mare e dove sorgeva un celebre santuario a lei dedicato.
196
Dïana… si mostra: allusione alle rappresentazioni teatrali delle corti quattrocentesche, che mettevano in scena
racconti mitologici.
197
Pace sia teco: la pace sia con te. Era un saluto orientale, tipico degli ebrei e dei turchi, prima ancora che cristiano.
198
teco difenda… opinione: possa Dio difendere presso di te (teco) il mio buon nome (fama), e non permetta che,
contrariamente a quanto è giusto ritenere (contra ogni ragione), tu abbia di me un’opinione tanto falsa (cioè che
22
E si mostra all'improvviso fuori da quel cespuglio oscuro che la celava, come sulla scena
teatrale si mostra Diana o Venere fuori da un bosco o da una caverna ombrosa; e al suo
apparire dice: «La pace sia con te; Dio difenda con te la nostra fama e non tolleri che tu abbia di
me un'opinione falsa, contro ogni ragione».

53. Non mai con tanto gaudio o stupor tanto 199 / levò gli occhi al figliuolo alcuna madre, /
ch’avea per morto sospirato e pianto, / poi che senza esso udì tornar le squadre 200; / con quanto
gaudio il Saracin, con quanto / stupor l’alta presenza201 e le leggiadre / maniere202, e il vero
angelico sembiante203, / improviso204 apparir si vide inante. /
Mai una madre alzò lo sguardo con tanta gioia o stupore sul figlio, che aveva sospirato e
pianto per morto avendo sentito che l'esercito era tornato senza di lui, rispetto alla gioia e allo
stupore con cui il saraceno si vide all'improvviso apparire di fronte la nobile presenza, i modi
leggiadri e il vero aspetto angelico della donna.

54. Pieno di dolce e d’amoroso affetto, / alla sua donna, alla sua diva205 corse, / che con le
braccia al collo il206 tenne stretto, / quel ch’al Catai non avria fatto forse 207. / Al patrio regno, al suo
natio ricetto, / seco avendo costui, l’animo torse208: / subito in lei s’avviva la speranza / di tosto
riveder sua ricca stanza209. /
Pieno di affetto dolce e amoroso, corse dalla sua donna e dalla sua dea, che lo abbracciò al
collo strettamente, cosa che forse non avrebbe fatto in Catai. Avendo costui accanto il suo
animo pensò subito al regno di suo padre, al luogo natio: subito si accende in lei la speranza di
rivedere presto il suo ricco palazzo.

Angelica si sia già concessa a qualcuno).


199
tanto gaudio o stupor tanto: chiasmo.
200
le squadre: le truppe dell’esercito.
201
alta presenza: nobile figura.
202
leggiadre maniere: eleganti movenze.
203
vero angelico sembiante: l’aspetto veramente (vero, aggettivo con valore di avverbio) angelico. L’espressione
rimanda allo Stilnovo.
204
improviso: all’improvviso, improvvisamente (improviso è predicativo del soggetto – grammaticalmente riferito
a sembiante ma, per estensione, anche a presenza e maniere – con valore avverbiale). inante: davanti.
205
diva: dea (prima, all’ottava 52, Angelica era stata indirettamente paragonata a Diana e a Venere).
206
il: lo.
207
quel… forse: cosa che probabilmente non avrebbe fatto al proprio paese, il Catai (l’odierna Cina). Il tutto è detto
con significato ironico.
208
Al patrio regno, al suo natio ricetto… l’animo torse: rivolse l’animo al regno paterno (patrio), al suo paese natale
(natio ricetto), con l’idea di tornarvi avendo costui con sé, come guida.
209
stanza: dimora.
23
55. Ella gli rende conto pienamente / dal giorno che mandato fu da lei / a domandar soccorso
in Oriente / al re de’ Sericani e Nabatei210; / e come Orlando la guardò211 sovente / da morte, da
disnor, da casi rei212: / e che ‘l fior virginal così avea salvo, / come se lo portò del materno alvo213. /
Lei gli spiega per filo e per segno cosa era successo dal giorno in cui lo mandò a domandare
soccorso in Oriente, al re dei Sericani e dei Nabatei [Gradasso]; e come Orlando la protesse
spesso dalla morte, dal disonore, da ogni sciagura: e disse che la sua verginità era intatta, come
quando era uscita dal ventre materno.

56. Forse era ver, ma non però 214 credibile / a chi del senso suo fosse signore 215; / ma parve
facilmente a lui possibile, / ch’era perduto in via più grave errore 216. / Quel che l’uom vede, Amor
gli fa invisibile, / e l’invisibil fa vedere Amore. / Questo creduto fu; che ‘l miser suole / dar facile
credenza a quel che vuole217. /
Forse era vero, ma non era però credibile a chi fosse padrone del suo intelletto; ma a lui
sembrò facilmente possibile, essendo perduto in un errore ben più grande [essendo
innamorato]. Amore rende invisibile ciò che l'uomo vede, e viceversa. Questa cosa venne
creduta; infatti il misero è solito credere quello che vuole che avvenga.

57. «Se mal si seppe il cavallier d’Anglante / pigliar per sua sciocchezza il tempo buono 218, / il
danno se ne avrà; che da qui inante / nol chiamerà Fortuna a sì gran dono219 / (tra sé tacito parla
Sacripante): / ma io per imitarlo già non sono 220, / che lasci221 tanto ben che m’è concesso, / e ch’a
doler poi m’abbia di me stesso. /
«Se il cavaliere d'Anglante [Orlando] non seppe approfittare per sua stupidità
dell'occasione favorevole, avrà il suo danno; d'ora in avanti la fortuna non gli offrirà più un
simile dono (così Sacripante parla tra sé): ma io non intendo imitarlo e lasciare un simile bene
che mi è concesso, così che poi debba lagnarmi di me stesso.

210
Ella gli rende conto pienamente… al re de’ Sericani e Nabatei: Angelica riferisce a Sacripante nei particolari
(pienamente) tutto ciò che le è accaduto dal giorno in cui egli fu mandato da lei a chiedere aiuto in Oriente, per
Albracca assediata, a Gradasso, re dei Sericani e dei Nabatei. «Sericani erano i […] popoli della seta; indicavano
genericamente lontane regioni dell’Asia orientale e particolarmente un paese vicino al Catai, a sud della
Tartaria. Nabatei è termine della geografia classica e si trova negli scrittori greci e latini; indicava un popolo dell’Arabia
Petrea e Felice» (Caretti).
211
guardò: salvò.
212
disnor: disonore. casi rei: disgrazie.
213
alvo: grembo.
214
però: perciò.
215
a chi… signore: a chi fosse padrone del proprio senno (senso), a chi avesse una mente lucida.
216
in via più grave errore: in un errore ben più grave, cioè - come si dice poco oltre - quello dell’amante che crede
ciecamente a tutto ciò che Amore gli fa credere. L’amore come errore, anche nel significato etimologico di
vagabondaggio, sbaglio di strada (dal latino errare), è motivo tipico della lirica petrarchesca.
217
che ’l miser… vuole: poiché l’infelice è solito credere facilmente a ciò che desidera credere.
218
Se mal… buono: se a causa della sua stoltezza (per sua sciochezza) il cavaliere di Anglante (Orlando, signore del
castello d’Anglante) non ha saputo cogliere per sé (mal si seppe pigliar) l’occasione favorevole (il tempo buono).
219
che da qui… dono: poiché da questo momento in poi (da qui inante) la Fortuna non gli offrirà più un dono così
grande.
220
per imitarlo già non sono: non ho alcuna intenzione di imitarlo.
221
che lasci: al punto da lasciare (con valore consecutivo).
24
58. Corrò222 la fresca e matutina rosa, / che, tardando223, stagion perder potria224. / So ben ch’a
donna non si può far cosa / che più soave e più piacevol sia, / ancor che se ne mostri disdegnosa225,
/ e talor mesta e flebil se ne stia 226: / non starò per repulsa o finto sdegno, / ch’io non adombri e
incarni il mio disegno227.»
Coglierò la rosa fresca e mattutina, poiché se tardassi a farlo potrebbe perdere la sua
freschezza. So bene che non si può fare a una donna una cosa più soave e piacevole, anche se si
mostra sdegnosa, e a volte se ne sta triste e in lacrime: non lascerò che un rifiuto o uno sdegno
simulati mi impediscano di intraprendere e portare a termine il mio progetto».

59. Così dice egli; e mentre s’apparecchia 228 / al dolce assalto, un gran rumor che suona / dal
vicin bosco gl’intruona l’orecchia229, / sì che mal grado l’impresa abbandona: / e si pon l’elmo
(ch’avea usanza vecchia / di portar sempre armata la persona), / viene al destriero e gli ripon la
briglia, / rimonta in sella e la sua lancia piglia. /
Così parla Sacripante; e mentre si prepara a sedurre Angelica, un gran rumore che strepita
dal bosco vicino gli rintrona le orecchie, sicché abbandona l'impresa suo malgrado: indossa
l'elmo (infatti aveva l'antica abitudine di essere sempre armato), raggiunge il cavallo e lo
imbriglia, rimonta in sella e impugna la lancia.

60. Ecco pel bosco un cavallier venire, / il cui sembiante è d’uom gagliardo e fiero: / candido
come nieve è il suo vestire, / un bianco pennoncello ha per cimiero230. / Re Sacripante, che non
può patire231 / che quel con l’importuno suo sentiero232 / gli abbia interrotto il gran piacer
ch’avea, / con vista il guarda disdegnosa e rea233. /
Ecco che un cavaliere attraversa il bosco, con l'aspetto di un uomo feroce e coraggioso: la
sua armatura è bianca come la neve, per cimiero ha un pennacchio bianco. Re Sacripante, che
non può sopportare che quello col suo arrivo improvviso gli abbia interrotto il piacere intrapreso,
lo fissa con sguardo sdegnato e iroso.

222
Corrò: coglierò.
223
tardando: qualora io (o qualcun altro) tardassi a coglierla. 
224
stagion… potria: potrebbe perdere la sua freschezza.
225
ancor che… disdegnosa: sebbene si mostri schiva.
226
e talor… ne stia: e a volte ne rimanga triste e piangente.
227
non starò… disegno: non rinuncerò, per la ritrosia (repulsa) o per il finto sdegno di Angelica, a perseguire e a
portare a termine il mio progetto. I due verbi adombri e incarni alludono alle operazioni con cui si trasforma in pittura
vera e propria un semplice disegno sulla tela: ombreggiare e colorare.
228
s’apparecchia: si prepara.
229
gl’intruona l’orecchia: gli rintrona l’udito.
230
un bianco… cimiero: ha un candido pennacchio come ornamento dell’elmo (cimiero).
231
patire: sopportare.
232
sentiero: percorso.
233
con vista… rea: lo fissa con sguardo (vista) sdegnoso e minaccioso.
25
61. Come è più presso234, lo sfida a battaglia; / che crede ben fargli votar l’arcione235. / Quel
che di lui non stimo già che vaglia / un grano meno, e ne fa paragone 236, / l’orgogliose minacce a
mezzo taglia, / sprona a un tempo, e la lancia in resta pone 237. / Sacripante ritorna con tempesta238,
/ e corronsi a ferir testa per testa239. /
Appena si avvicina lo sfida a duello, convinto di disarcionarlo facilmente. Quell'altro, che
credo abbia lo stesso suo valore e lo dimostra, tronca a metà le orgogliose minacce di Sacripante
e, al tempo stesso, sprona e mette la lancia in resta. Sacripante corre a sua volta come il vento e
vanno a cozzare l'uno contro l'altro.

62. Non si vanno i leoni o i tori in salto 240 / a dar di petto, ad accozzar sì crudi 241, / sì come i
duo guerrieri al fiero assalto, / che parimente si passar242 li scudi. / Fe’ lo scontro tremar dal basso
all’alto / l’erbose valli insino ai poggi ignudi 243; / e ben giovò che fur buoni e perfetti / gli
osberghi244 sì, che lor salvaro i petti. /
Né i leoni né i tori saltano per scontrarsi nel petto così feroci, come i due guerrieri in quel
fiero assalto in cui si trapassarono entrambi gli scudi. Lo scontro fece tremare dal basso in alto le
valli erbose, sino alle colline aride; e meno male che le corazze erano di buona fattura, cosicché
salvarono i loro petti.

63. Già non fero i cavalli un correr torto, / anzi cozzaro a guisa di montoni245: / quel del
guerrier pagan morì di corto246, / ch’era vivendo in numero de’ buoni247: / quell’altro cadde ancor,
ma fu risorto / tosto ch’248al fianco si sentì gli sproni. / Quel del re saracin restò disteso / adosso al
suo signor con tutto il peso. /
I cavalli non fecero un cammino obliquo, ma cozzarono come due montoni: quello di
Sacripante morì all'istante, pur essendo da vivo uno dei migliori destrieri: l'altro cadde a sua
volta, ma si rialzò appena sentì gli sproni nel fianco. Quello del re saraceno rimase a terra
addosso al suo padrone, con tutto il peso.

234
presso: vicino.
235
che crede... l’arcione: poiché è convinto (che crede ben) di farlo cadere da cavallo. votar l’arcione: letteralmente
“vuotare l’arcione”, “sbalzare il cavaliere dall’arcione”; l’arcione è la sporgenza della sella che permette al cavaliere di
reggersi in equilibrio sul cavallo.
236
Quel che di lui… fa paragone: quell’altro, che non ritengo valga solo un granello di meno, e lo dimostra
effettivamente (ne fa paragone).
237
sprona… pone: sprona il cavallo e contemporaneamente mette la lancia in resta (cioè in posizione di attacco). La
resta era un ferro ad uncino sulla parte anteriore dell’armatura, dove si appoggia il calcio della lancia per accingersi a
combattere.
238
tempesta: furore.
239
corronsi... testa: corrono a colpirsi frontalmente (a testa per testa).
240
in salto: in calore.
241
ad accozzar sì crudi: a scontrarsi con tanta violenza. Similitudine di origine omerica (Iliade, VII, 255-257), ripresa da
Virgilio (Eneide, XII, 715-724).
242
si passar: si trapassarono, si ruppero.
243
poggi ignudi: colline senza vegetazione.
244
gli osberghi: le corazze.
245
Già… torto: davvero i cavalli non fecero una corsa tortuosa (cioè non deviarono e si scontrarono frontalmente).
246
di corto: subito.
247
in numero de’ buoni: nel novero dei buoni cavalli.
248
fu tosto ch’: si raddrizzò non appena.
26
64. L’incognito249 campion che restò ritto, / e vide l’altro col cavallo in terra, / stimando avere
assai di250 quel conflitto, / non si curò di rinovar la guerra 251; / ma dove per la selva è il camin dritto,
/ correndo a tutta briglia si disserra 252; / e prima che di briga esca 253 il pagano, / un miglio o poco
meno è già lontano. /
Il vincitore sconosciuto che restò in piedi, appena vide l'altro a terra col cavallo, pensando di
essere ormai padrone del campo, non pensò a rinnovare lo scontro; ma correndo a briglia sciolta
nel bosco, dove il sentiero è dritto, si allontana; e prima che Sacripante si sia liberato, è già
lontano poco meno di un miglio.

65. Qual istordito e stupido aratore 254, / poi ch’è passato il fulmine, si leva / di là dove
l’altissimo fragore / appresso ai morti buoi steso l’aveva; / che mira senza fronde e senza onore255 /
il pin che di lontan veder soleva: / tal si levò il pagano a piè rimaso, / Angelica presente256 al duro
caso257. /
Come un contadino stordito e fuori di sé, dopo che è caduto un fulmine, si alza dal punto in
cui il grande fragore l'aveva fatto cadere insieme ai buoi morti, mentre osserva il pino che di
solito vedeva da lontano ormai senza fronde e senza bellezza, così il pagano rimasto appiedato
si alzò, alla presenza di Angelica che aveva visto la sua sconfitta.

66. Sospira e geme, non perché l’annoi258 / che piede o braccio s’abbi rotto o mosso 259, / ma
per vergogna sola, onde a’ dì suoi260 / né pria né dopo il viso ebbe sì rosso: / e più, ch’oltre il cader,
sua donna poi / fu che gli tolse il gran peso d’adosso 261. / Muto restava262, mi cred’io, se quella /
non gli rendea la voce e la favella263. /
Sospira e si lamenta, non perché gli dia fastidio che si sia rotto o slogato un piede o un
braccio, ma solo per la vergogna, non avendo mai avuto né prima né dopo in vita sua il viso così
rosso: inoltre, oltre al fatto di essere caduto, era stata la donna a togliergli di dosso il peso del
cavallo. Sarebbe rimasto in silenzio, almeno credo, se Angelica non gli avesse ridato la voce.

249
L’incognito: lo sconosciuto.
250
avere assai di: avere ottenuto abbastanza soddisfazione da.
251
rinovar la guerra: riaccendere lo scontro.
252
si disserra: si lancia.
253
di briga esca: riesca a districarsi.
254
istordito… aratore: uno stordito e stupefatto contadino. Altra similitudine di origine classica (Iliade, XIV,414-418),
che Ariosto prende forse da Ovidio (Tristia, I, 3).
255
senza fronde e senza onore: senza i rami e le fronde che lo adornavano (endiadi).
256
Angelica presente: l’espressione ricalca la costruzione latina dell’ablativo assoluto.
257
duro caso: infelice accadimento.
258
l’annoi: lo addolori.
259
mosso: slogato.
260
onde… suoi: tanto che in vita sua.
261
e più… d’adosso: e ancora più, oltre al fatto di essere caduto, perché era stata la sua amata a togliergli di dosso il
gran peso del cavallo.
262
restava: sarebbe rimasto.
263
favella: parola.
27
67. «Deh! (diss’ella) signor, non vi rincresca! / che del cader non è la colpa vostra, / ma del
cavallo, a cui riposo ed esca / meglio si convenia che nuova giostra264. / Né perciò265 quel guerrier
sua gloria accresca / che d’esser stato il perditor dimostra: / così, per quel ch’io me ne sappia266,
stimo, / quando a lasciare il campo è stato primo267.» /
La donna disse: «Orsù, signore, non vi dispiaccia, poiché non è colpa vostra se siete caduto,
ma del cavallo, cui servivano riposo e biada anziché un nuovo scontro. Quindi quel guerriero non
deve darsi vanto, poiché in realtà è lui a uscire sconfitto: così infatti io credo, dal momento che è
stato il primo a lasciare il campo».

68. Mentre costei conforta il Saracino, / ecco col corno e con la tasca al fianco 268, /
galoppando venir sopra un ronzino269 / un messagger che parea afflitto e stanco; / che come a
Sacripante fu vicino, / gli domandò se con un scudo bianco / e con un bianco pennoncello in testa /
vide un guerrier passar per la foresta. /
Mentre Angelica conforta il saraceno, ecco giungere al galoppo sopra un ronzino, con un
corno e con la bisaccia al fianco, un messaggero che sembrava molto stanco; e appena fu vicino
a Sacripante, gli chiese se avesse visto passare per la foresta un guerriero con uno scudo bianco
e un pennacchio bianco in testa.

69. Rispose Sacripante: «Come vedi, / m’ha qui abbattuto, e se ne parte or ora; / e perch’io
sappia chi m’ha messo a piedi, / fa che per nome io lo conosca ancora 270.» / Ed egli a lui: «Di quel
che tu mi chiedi / io ti satisfarò senza dimora271: / tu dei saper che ti levò di sella / l’alto valor d’una
gentil donzella. /
Sacripante rispose: «Come vedi mi ha abbattuto qui, e se ne è appena andato; e fammi
sapere chi mi ha appiedato, dimmi il suo nome». E il messaggero disse: «Io ti risponderò subito
quel che mi chiedi: tu devi sapere che a sbalzarti di sella è stata una nobile fanciulla di gran
valore.

70. Ella è gagliarda272 ed è più bella molto; / né il suo famoso nome anco t’ascondo: / fu
Bradamante273 quella che t’ha tolto / quanto onor mai tu guadagnasti al mondo 274.» / Poi ch’ebbe

264
a cui… giostra: al quale occorrevano (si convenia) più (meglio) riposo e cibo che un nuovo combattimento (giostra).
265
perciò: per questo.
266
per quel ch’io me ne sappia: espressione ironica.
267
quando… primo: dato che è stato il primo ad abbandonare il campo di combattimento.
268
corno… tasca: il corno è lo strumento con cui i messaggeri annunciano il proprio arrivo; la tasca è la borsa che
contiene i messaggi e i dispacci da leggere.
269
ronzino: cavallo di modesto valore e di minor pregio, utilizzato per i viaggi.
270
ancora: anche.
271
dimora: indugio.
272
gagliarda: forte.
273
Bradamante: sorella di Rinaldo.
274
quanto… mondo: tutto l’onore che hai guadagnato durante la tua vita.
28
così detto, a freno sciolto / il Saracin lasciò poco giocondo 275, / che non sa che si dica o che si
faccia276, / tutto avvampato di vergogna in faccia277. /
Lei è coraggiosa e anche più bella; non ti nascondo neppure il suo nome famoso: è
Bradamante quella che ti ha tolto tutto l'onore da te guadagnato nella tua vita». Dopo aver
detto così, andò via a spron battuto e lasciò lì il saraceno poco felice, che non sa cosa dire o fare
e avvampa tutto di vergogna in viso.

71. Poi che gran pezzo al caso intervenuto278 / ebbe pensato invano, e finalmente / si trovò279
da una femina abbattuto, / che pensandovi più280, più dolor sente; / montò l’altro destrier281, tacito
e muto: / e senza far parola, chetamente282 / tolse283 Angelica in groppa, e differilla / a più lieto
uso, a stanza più tranquilla284. /
Dopo aver pensato invano per un bel pezzo a quanto gli era successo, e realizzato alla fine
che era stato vinto da una donna, e quanto più ci pensa, più sente dolore; montò l'altro cavallo,
silenzioso: e senza dire una parola, fece salire Angelica in groppa e la portò via da lì, verso un
luogo più tranquillo dove stare.

La parola - Sacripante, Rodomonte e Gradasso 

Alcuni nomi propri di personaggi dell’Orlando furioso diventeranno, per


antonomasia, sostantivi comuni della lingua italiana.
Per esempio Sacripante, già presente nell’Orlando innamorato di Boiardo, è il
valoroso e fortissimo re di Circassia. Dal suo nome, sacripante andrà a significare un
uomo di alta statura e corporatura molto robusta, dall’aria fiera e minacciosa, che
incute timore e soggezione (per esempio: “gli si presentò davanti un sacripante alto
due metri e di aspetto feroce”), o anche, in accezione per lo più scherzosa, una
persona molto astuta e pronta (per esempio: “quel sacripante di mio figlio riesce
sempre a farsi perdonare tutto”). Sacripante è anche usato come interiezione, in
tono volutamente caricato, per esprimere meraviglia, contrarietà, o irritazione:
“Sacripante!, me n’ero dimenticato”.

275
giocondo: allegro.
276
non sa… faccia: non sa cosa dire o fare.
277
faccia… faccia: rima equivoca.
278
intervenuto: accaduto.
279
finalmente si trovò: alla fine si rese conto.
280
pensandovi più: quanto più ci pensa.
281
l’altro destrier: quello di Angelica.
282
chetamente: in silenzio.
283
tolse: fece salire.
284
differilla… tranquilla: rimandò (la conquista di Angelica) a un momento più lieto, in un luogo più tranquillo.
29
Qualcosa di simile è avvenuto con Rodomonte, un guerriero saraceno,
fortissimo e orgoglioso, che affronta con ostentato disprezzo ogni pericolo e
avversità. Come nome comune, rodomonte indica un individuo prepotente e
spavaldo, che fa minacce o soprusi, che si mette in imprese arrischiate per esibizione
di forza o d’autorità (per esempio: «Aveva saputo […] far stare a dovere il marchese
Stanislao, ch’era quel rodomonte che ognun sa», Alessandro Manzoni).
Non va dimenticato, infine, Gradasso, re di Sericana, un personaggio temerario
e impulsivo dell’Orlando innamorato di Boiardo e dell’Orlando furioso di Ariosto, il
cui nome ha dato origine al sostantivo gradasso, che significa “millantatore”,
“smargiasso”, utilizzato anche nell’espressione fare il gradasso.

Angelica fugge, pur senza sapere dove andare, attraversando uno scenario fiabesco fatto di
boschi, pianure e luoghi selvaggi; luoghi dall'aspetto favoloso, selve folte di alberi giganteschi e
cupe di ombre misteriose.
La solitudine, i silenzi, i rumori improvvisi avvolgono la donna, che galoppa tremante a ogni
muover di fronda, con l'ombra di Rinaldo che, alla fanciulla, sembra sbucare da ogni tronco. Finché
giunge in un luogo accogliente e appartato dove può addormentarsi.
Il sonno di Angelica rappresenta il compimento della prima parte della scena.
Ecco però giungere un altro cavaliere. Si tratta di Sacripante, già presente nell’Orlando
innamorato, ma lì con un carattere più eroico; nel poema di Boiardo infatti era un amante fedele
ma sfortunato della bella Angelica, la cui verginità aveva difeso nell'assedio di Albracca.
Qui viene rappresentato come un cavaliere triste e lamentoso, a causa dell'amore non
corrisposto da parte della giovane.
Angelica vede in lui una guida fidata che potrà ricondurla al paese paterno e perciò gli
racconta ciò che le è successo dal giorno in cui egli si era allontanato da lei.
Saputo che Orlando non ha offeso, ma anzi ha custodito l'onore della ragazza, Sacripante
decide di riconquistarla al proprio amore, cogliendo quel “fiore” che il cavaliere d'Anglante era
stato così sciocco da lasciarsi sfuggire.
È a questo punto che il narratore riserva a Sacripante un'avventura degradante che non solo
vanifica i suoi propositi amorosi ma ne distrugge la fama di possente cavaliere.
Dopo averne sottolineato la sofferenza di innamorato infelice con massiccio uso di stereotipi
petrarcheschi in chiave patetica (agghiacci et ardi, v. 65; rode e lima, v. 66), Ariosto lo espone con
divertita spietatezza a una doppia umiliazione: dinanzi agli occhi della donna amata (presente al
duro caso, v. 264) Sacripante è inizialmente disarcionato al primo assalto da un altro cavaliere,
rimanendo schiacciato sotto il proprio cavallo; successivamente viene informato da un messaggero
che ad abbatterlo è stata una donna, la guerriera Bradamante, anche lei - al pari di tutti gli al tri
personaggi del poema - alla ricerca del proprio oggetto del desiderio, il futuro sposo Ruggiero.

30
Senza parole, mortificato per aver subito un indecoroso colpo alla propria virilità, al povero
cavaliere saraceno non resta che salire sul cavallo con Angelica, rimandando a tempi migliori la
realizzazione del proprio desiderio di sedurla.
Nel brano vediamo in azione Angelica, della quale il poeta sottolinea alcuni elementi
psicologici e caratteriali.
La sua fuga è quasi la conseguenza di un radicato atteggiamento interiore, chiaramente
espresso negli ultimi due versi dell'ottava 49, dove la donna viene definita come colei c'ha tutto il
mondo a sdegno, / e non le par ch'alcun sia di lei degno (vv. 135-136).
In altre parole, la caratteristica principale di Angelica sembra essere il suo disprezzo per tutti
coloro che la corteggiano, in quanto convinta che nessuno possa essere degno di lei, adeguato al
suo livello.
Un altro suo tratto che emerge è la scaltra freddezza.
Qui la donna asseconda Sacripante solo a parole, mentre in realtà ha intenzione di servirsene
per difendersi dagli altri pretendenti che la inseguono.
Angelica si comporta sempre nello stesso modo: con un occhio lusinga i suoi spasimanti, con
l'altro rimane vigile e in guardia.
La sostanza dell'Angelica ariostesca è dunque fatta di astuzia e di calcolo.
Dopo aver colto il suo timore nella scena della fuga e la sua serenità in quella del riposo, ora il
lettore si trova a vedere il personaggio mentre gioca la carta della civetteria: è una donna dotata di
una certa dose di cinismo, che la spinge a fare di necessità virtù.
Così, nell'ottava 51, essa ordisce e trama (v. 150) finzione e inganno (cfr. il v. 149), servendosi
di Sacripante per il proprio bisogno (v. 151).
Con un'entrata in scena decisamente teatrale, Angelica esce dal cespuglio in cui aveva trovato
riposo come se fosse una dea della mitologia classica (Diana o Venere, v. 156) che si presenti al
pubblico di una di quelle rappresentazioni molto in voga nelle corti del tempo.
È come se Ariosto volesse sottolineare in tal modo la grande abilità attoriale del suo
personaggio.
Nelle prime ottave del brano, nonostante le difficoltà della fuga e l'orrore delle selve
spaventose e oscure, la descrizione appare serena e luminosa. Il poeta è infatti capace di sollevarsi
al di sopra delle specifiche vicende dei personaggi e dei loro stessi occasionali stati d'animo. Ogni
vicenda sembra come contemplata dall'alto, da una sorta di Olimpo in cui si muove, tranquilla, la
fantasia dell'autore.
All'ottava 35, il paesaggio inabitato e selvaggio viene sostituito da un ambiente luminoso e
sereno: è il classico locus amoenus, cioè uno scenario naturale dolce e confortante, fatto
tradizionalmente di una vegetazione verde e fiorita, un venticello gradevole, acqua che scorre
fresca. In realtà non c'è frattura né improvviso stacco tra le due situazioni: c'è invece la notevole
capacità di Ariosto di dissolvere una visione in un'altra, un ritmo narrativo in un altro.
La sostanziale continuità tra un episodio e l'altro del poema non è contraddetta dai frequenti
colpi di scena che interrompono e variano il libero fluire della narrazione; al contrario, potremmo
dire che per il loro tramite l'autore persegue l'obiettivo di ottenere un racconto ininterrotto e al
tempo stesso diversificato, in modo da evitare qualsiasi senso di monotonia o di prevedibilità.

31
In questo brano un primo esempio di colpo di scena è, all'ottava 38, l'arrivo di Sacripante; un
secondo è, all'ottava 59, il rumore che annuncia l'arrivo di un altro cavaliere, che scopriremo
essere Bradamante, l'imprevedibile soccorritrice di Angelica, apparsa all'improvviso per vanificare
le aspirazioni erotiche dello sprovveduto Sacripante.
Anche in questo brano è ravvisabile la tipica tonalità ironica, che Ariosto esercita soprattutto
su Sacripante: egli si lamenta così soavemente (v. 60) da spezzare un sasso e da ammansire una
tigre feroce; con due iperboli le sue guance segnate dalle lacrime vengono paragonate a un
ruscello e i singhiozzi che lo scuotono a un vulcano in eruzione. L'esagerazione delle pene d'amore
è bilanciata dallo scetticismo del poeta, che tende, in tutto il poema, a riportare le passioni umane
a una dimensione di maggiore realismo. In altre parole, attraverso l'esasperazione delle smanie
amorose dei suoi personaggi Ariosto afferma indirettamente la necessità di vivere i sentimenti
all'insegna di un più sano equilibrio. Inoltre assistiamo al rovesciamento dei valori tipicamente
cavallereschi: qui l'intento del guerriero non è di proteggere l'onore di una fanciulla illibata dagli
assalti di uomini disonesti, ma – al contrario – di "cogliere il fiore" della sua giovinezza,
approfittando di una situazione di debolezza.
Infine, lo sviluppo successivo dell'azione porta al suo definitivo ridimensionamento di uomo e
combattente ad opera di due donne, l'astuta Angelica e la misteriosa amazzone dal bianco
pennoncello (v. 220).
Del resto la stessa Angelica non sfugge all'ironia ariostesca. Per esempio l'autore non manca
di avanzare qualche dubbio sulla sua verginità, che lei afferma con convinzione di fronte a
Sacripante [Forse era ver, ma non però credibile / a chi del senso suo fosse signore, vv. 185-186), e
lo stilnovistico angelico sembiante (v. 167) è solo la superficie di una donna pratica e opportunista,
come si vede dalla ipocrite parole melliflue riservate al guerriero saraceno dopo lo scacco subito al
solo scopo di tenerselo buono come guardia del corpo personale contro le insidie della foresta.
Va detto però che l'ironia di Ariosto non si esercita su Angelica altrettanto direttamente che
sui personaggi maschili. Sembra infatti che l'eroina sia oggetto, da parte dell'autore, di una certa
simpatia. Il comportamento di Angelica non viene davvero condannato; semmai la giovane viene
ammirata per la capacità che ha di piegare gli eventi, per quanto inattesi, al proprio vantaggio.
Lo si vede chiaramente, dal fatto che, tra l'astuta Angelica e l'intraprendente Sacripante,
oggetto degli strali ironici dell'autore è, di fatto, soprattutto il povero e credulone re di Circassia,
che dà facile credenza a quel che vuole (v. 192).
L'ironia ariostesca si esprime anche attraverso la ripresa di celebri modalità retoriche della
poesia precedente, in particolare della lirica amorosa di Petrarca. Per esempio l'antitesi
m'agghiacci et ardi (v. 65) rimanda a «et ardo, et son un ghiaccio» [Canzoniere, 134, 2) o anche a
«di state un ghiaccio, un foco quando inverna» [Canzoniere, 150, 6).
La similitudine della rosa alle ottave 42-43 presenta un esplicito richiamo a una fonte classica,
il carme 62 del poeta latino Catullo (ca 84-54 a.C.): «Come fiore nascosto che nasce in giardini
cintati, / lontano dai greggi, divelto non mai dall'aratro, / ma lo accarezzano i venti, lo rafforza il
sole, lo accresce la pioggia, / molti ragazzi, molte ragazze lo vogliono; ma poi, appena spiccato
dall'unghia tagliente, sfiorisce, / e più nessun ragazzo, più nessuna ragazza lo vuole; / così è la
vergine: finché rimane illibata, gode l'affetto della famiglia; / ma non appena, violato il suo corpo,

32
perde il fiore della purezza, / non è più cara ai ragazzi, non gode l'affetto delle ragazze»
(traduzione di Francesco Della Corte).
Va sottolineato però come, rispetto al modello catulliano, nei versi di Ariosto sia molto più
chiara la consapevolezza di quanto la bellezza sia un valore fortemente insidiato dalla violenza
della passione amorosa e dai capricci della fortuna.
Comunque, attraverso il fitto gioco di rimandi intertestuali come quelli evidenziati, il poeta da
un lato esprime un omaggio alla tradizione letteraria e a un poeta rinomato come l'autore del
Canzoniere, dall'altro, specie grazie al richiamo a un testo assai noto di Catullo, mostra quanto di
stereotipato e di facilmente prevedibile c'è nell'innamoramento appassionato di Sacripante.

33
ALCUNI ASPETTI TEMATICI E FORMALI DEL I CANTO. RIPRESA, SINTESI E SGUARDO
D’INSIEME

Ariosto e la materia cavalleresca

Il I Canto inquadra in maniera esemplare perfetta la posizione di Ariosto nei riguardi della
materia cavalleresca, complessivamente piuttosto complessa e ambigua.
Talora il poeta sembra esprimere nei suoi confronti un’ironia storico-culturale, da uomo del
Rinascimento che guarda con superiorità il mondo medievale e i suoi miti; altrove sembra che ne
avverta il fascino e la faccia rivivere con nostalgico apprezzamento, pur nella coscienza della
lontananza incolmabile da essa; spesso la tratta con distacco, come puro strumento narrativo di
immediata presa sul pubblico, suggestivo travestimento della realtà contemporanea.
Ironia e attualizzazione sono le due modalità attraverso le quali Ariosto scardina la materia
cavalleresca.
Con l’ironia diretta (Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!, ottava 22) la allontana in una
dimensione mitica e favolosa; trasformando i cavallieri antiqui in uomini contemporanei, le
attribuisce caratteri impropri, problematici e negativi, come l’interesse e il cinismo tipici della
società moderna.
Si veda, ad esempio, l’episodio di Sacripante e Angelica (ottava 39 e segg.), dove il primo
sembra essere un perfetto cavaliere cortese, parla con linguaggio petrarchesco, ma poi afferma
che non sarà ingenuo e sciocco come Orlando, e la seconda sfrutta il proprio fascino per interesse.
L’ironia di Ariosto, dunque, non ha per oggetto la cavalleria in quanto tale, come in Cervantes,
ma ciò che in essa è contenuto e rappresentato, cioè la realtà dell’uomo contemporaneo.
Ariosto non fa la parodia del mondo cavalleresco per sancirne la fine: ne fa sceneggiatura di
un teatro “serio” nel quale chiama a recitare personaggi di presente e quotidiana umanità.

I cavalieri di Ariosto: la ricerca senza fine

Il primo canto contiene in nuce i temi conduttori e le molteplici caratteristiche del poema. In
particolare, pone subito in primo piano il tema della ricerca.
Nel canto l’oggetto della ricerca è Angelica, simbolo degli innumerevoli e mutevoli traguardi
che tutti i personaggi dell’Orlando furioso continuamente e vanamente si porranno.
L’inchiesta è tema tradizionale della letteratura cavalleresca, con risvolti anche religiosi, che
Ariosto rivisita, laicizza e, in sostanza, ribalta nel significato.
Le ricerche dei suoi personaggi sono senza traccia, senza scopo, senza frutto; non hanno un
fine prestabilito né un senso ultimo che non sia lo stesso ricercare.
I cavalieri sono privati degli antichi riferimenti ideologici e costretti a muoversi in un mondo
nuovo, che continuamente muta col mutare delle prospettive: un mondo relativistico, senza valori
stabili, dove il caso instancabilmente rimescola le carte e la “virtù” dei singoli è sempre rimessa in
discussione dalla complessità delle situazioni.

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Non a caso la ricerca avviene preferibilmente nella selva: luogo-simbolo dell’intrico del caso,
dell’errare spaesato dei cavalieri all’inseguimento di qualcuno o qualcosa che sempre sfugge e
sempre si trasforma.
Mentre la selva oscura di Dante è negativo punto di partenza di un percorso lineare e certo
che punta in direzione diametralmente opposta (dal male al bene, dal basso all’alto), la selva di
Ariosto è lo spazio né positivo né negativo di personaggi che errano in circolo senza misura e senza
meta, spinti da desideri inappagati, che cercano di compensare con la ricerca di oggetti sostitutivi:
Ferraù cerca Angelica, poi si accontenta dell’elmo; Rinaldo cerca Angelica, poi riprende a cercare il
cavallo, e così via.

Aspetti tecnici e formali

L’autore talora interviene direttamente nella narrazione con personali osservazioni e


valutazioni, come nell’ottava 7 (ecco il giudicio uman come spesso erra!) e nella 22 (Oh gran bontà
de’ cavallieri antiqui!).
Ma non gli preme tanto far conoscere le proprie opinioni al lettore: con i suoi interventi egli
vuole piuttosto spezzare l’atmosfera fantastica delle vicende narrate per riportare il lettore alla
realtà, all’esercizio del giudizio.
Vuole ricordargli, insomma, che il mondo cavalleresco, che gli scorre sotto gli occhi, va
interpretato con distacco critico, senza cedere alla tentazione di immedesimarsi o di evadere in
esso.
Gli interventi diretti dell’autore rientrano anche nel meccanismo dell’entrelacement (ottava
31), che per il resto è scandito dal gioco degli incontri e delle separazioni dei personaggi: Angelica
incontra Rinaldo (ottave 10-12), poi fugge da Rinaldo e incontra Ferraù (ottave 13-16); duello fra
Rinaldo e Ferraù (ottave 16-17), accordo e separazione fra i due (ottave 18-23) ecc.

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