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Le Ricordanze di Leopardi

Analisi filologica delle varianti dautore

Lavoro personale di Yasmine Tonini Corso Il testo in movimento: casi esemplari di filologia dautore del prof. Danzi UNIGE, Anno 2012/13

Le Ricordanze di Leopardi

Yasmine Tonini

Introduzione
Lunico manoscritto autografo de Le ricordanze si trova attualmente custodito allinterno del fondo leopardiano della Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III, a Napoli: da qui deriva per convenzione la denominazione di manoscritto napoletano (AN). Si tratta di un quaderno, e non ve n forse un altro di tal bellezza1, che contiene assieme allautografo delle Ricordanze, testo iniziale che occupa le prime nove pagine pi la sedicesima, anche La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio. Grazie alle annotazioni riportate su questo codice possibile stabilire con certezza che i tre componimenti furono composti a Recanati, richiedendo per la loro completa stesura un mese di lavoro. In particolare, per Le ricordanze troviamo lannotazione della data di composizione: 26 Agosto 12 Settembre 1829. Poche sono le testimonianze che ci possono aiutare a inquadrare in modo preciso lo stato danimo dellautore e il contesto nel quale elabor questi testi. Unepistola, indirizzata a Carlo Bunsen, il 5 settembre del medesimo anno, porta qualche luce sulla situazione in cui versava Leopardi:
Non solo i miei occhi, ma tutto il mio fisico, sono in istato peggiore che fosse mai. Non posso n scrivere, n leggere, n dettare, n pensare. Questa lettera sinch non l'avr terminata, sar la mia sola occupazione, e con tutto ci non potr finirla se non fra tre o quattro giorni. Condannato per mancanza di mezzi a quest'orribile e detestata dimora, e gi morto ad ogni godimento e ad ogni speranza, non vivo che per patire, e non invoco che il riposo del sepolcro.2

Un periodo quindi di sofferenza e difficolt per il poeta, che faticava a sopportare lambiente della dimora paterna e che anelava alla tranquillit, fosse anche attraverso la morte. Temi questi che facilmente si reperiscono nei suoi scritti, in particolare durante lultima fase della sua riflessione, votata ormai a un pessimismo cosmico. Lautografo delle Ricordanze evidenzia la presenza di numerose annotazioni che introducono varianti eterogenee (cassature, correzioni interlineari, postille a margine, ecc.), testimoniando cos le fasi diverse delaborazione, che convivono sulla stessa pagina. Le stampe segnano invece un momento di svolta per quanto riguarda il tipo di correzione che Leopardi appunta ai propri componimenti. Il testo edito rappresenta per il poeta un punto darrivo ma anche un nuovo punto di partenza. Una cristallizzazione da cui partire per modellare il

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DE ROBERTIS Giuseppe, Sullautografo de Le Ricordanze, p. 297. LEOPARDI G., Epistolario, p. 700.

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proprio lavoro in modo diverso: non pi correzioni indipendenti che riguardano il singolo testo, ma piuttosto un lavoro sistematico che mira a comprendere tutta lintertestualit.3 Dopo aver steso il canto Leopardi attese comunque circa due anni prima di pubblicarlo allinterno nelledizione fiorentina del 1831 (F31). Nel 1835 Le Ricordanze fu ripubblicato nella stampa curata da Starita, a Napoli.

Contenuto della poesia


Le ricordanze si distingue dagli altri testi a livello di contenuto per la forte cifra autobiografica, presente anche altrove nella raccolta dei Canti ma qui particolarmente evidente. Tutto il componimento si basa su un movimento aleatorio tra passato e presente, dove i ricordi ricorrono in modo ossessivo nella mente dellio poetico, finendo per esser il centro tematico. Attraverso levocazione di un passato, dominato dallillusione della felicit, il poeta esprime la propria personale filosofia, profondamente pessimistica e caratterizzata da uno sguardo disincantato sul proprio destino come sulla vita che si lasciato alle spalle. Nella prima parte del testo, versi 1-27, il poeta, che si ritrova nuovamente nella casa paterna a Recanati, in una notte imprecisata, parlando con le stelle rievoca i ricordi della propria giovinezza; anche allora aveva labitudine di uscire nel giardino di casa per contemplare il paesaggio. La visione della Natura, dominata dai suoni che riecheggiavano nella campagna, spingeva il giovane poeta a fantasticare su ci che cera oltre il piccolo mondo recanatese. In questo primo passaggio domina il contrasto tra il presente, in cui lio poetico spinge la propria mente a ritroso nella memoria attraverso i ricordi, e il passato, in cui il giovane poeta guarda invece al futuro con fiducia e speranza. Nella seconda parte della poesia, versi 28-49, Leopardi descrive come, nel trascorrere la propria giovinezza in un piccolo borgo, giudicato vile e selvaggio, il suo animo si sia inaridito. La descrizione di Recanati, racchiusa nei versi 28-37, evidenzia il difficile rapporto tra il poeta, emarginato e incompreso, e i suoi concittadini. Tale vita lha reso sprezzator degli uomini, perdendo allo stesso tempo la possibilit di godere della propria giovinezza. Cadono cos per lui speranze e illusioni. Nella terza parte delle Ricordanze, versi 50-76, viene articolato il rapporto tra i ricordi, il presente e la visione filosofica della condizione umana. Inizialmente il poeta rievoca unesperienza infantile, grazie allinflusso sonoro del vento, da cui segue la riflessione sul proprio passato. Ogni
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GAVAZZENI, Introduzione, in Canti, p. 7.

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cosa vista o sentita dal poeta lo riporta dolorosamente alla propria giovinezza. A causa di tale meccanismo anche il paesaggio, descritto ai versi 61-64, lo spinge a ricordare quando da giovane silludeva riguardo a un destino ricco di promesse. Ai versi 68-76 questa immagine si ripete; , infatti, descritto un paesaggio in cui un giovane (garzoncel), identificabile con Leopardi ma allo stesso tempo assimilabile alla condizione umana nellet giovanile, si apre alla vita pieno di speranze e aspettative che verranno per presto disilluse. La quarta parte del testo, versi 77-103, racchiude al suo interno il lamento del poeta di fronte alla realt che si svelata con tutta la sua crudelt. Lio poetico manifesta la sua ossessione verso il passato. Il contrasto tra le speranze della giovent e quella che invece stata la sua vita, dominata dal vuoto e dalla miseria, per lui il motivo portante della propria sofferenza. Dal momento in cui il velo delle illusioni caduto, al poeta non resta che desiderare la morte, unica speranza e promessa di pace. Ma anche in quellestremo momento egli cosciente che, vista limpossibilit a dimenticare, le speranze passate torneranno fino allultimo a perseguitarlo, ricordandogli come abbia vissuto senza scopo. Nel brano successivo, compreso tra i versi 104-118, si crea un legame tra la condizione presente, descritta in precedenza, e la condizione giovanile. Gi nel fiore degli anni, il poeta aveva desiderato la morte, se pur in modo diverso: quando realmente la fine sembrava essere vicina, il giovane piangeva, infatti, la vita e la propria giovinezza. In questi versi quindi dominante il tema del rimpianto. Ai versi 119-135 il discorso si converte in una parabola universale, riferendosi alla condizione di ogni uomo (il Chi del verso 119 manifesta la generalizzazione) che dalla prima et giunge alla vecchiaia attraverso il disincanto. In questo brano abbiamo la descrizione di un mondo che sembra accogliere luomo, promettendogli una vita felice e piena di piaceri; ma immediatamente si manifesta un capovolgimento: la realt sar completamente diversa. Il poeta sinterroga su come sia possibile continuare a essere felici, giacch la giovinezza con tutte le sue promesse trascorsa lasciando luomo privo dogni gioia. Le ricordanze si conclude, ai versi 136-173, con lemergere della figura di Nerina. Questa giovane ragazza, riconoscibile con Teresa Fattorini4, evocata anche in A Silvia e morta in giovane et, diventa simbolo delle illusioni e delle speranze infrante. Tutto il passaggio caratterizzato dallaltalenare del ricordo tra un passato in cui Nerina era in vita e un presente marcato dalla sua assenza. Soprattutto verso la parte finale del componimento il poeta insiste sullimpossibilit per la ragazza, ormai morta, di gioire delle piccole cose del mondo. Lanafora ai versi 160, 164 e 168

LEOPARDI Giacomo, Canti, Franco Gavazzeni, 2011, p. 429.

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della formula Dico: o Nerina, che riprende il vocativo del verso 136 (O Nerina!), caratterizza il finale come una sorta di canto funebre, di litania. , infatti, espresso qui il rimpianto verso i defunti, toccati dalla condizione definitiva e irreparabile della morte, dopo la quale non esiste pi nulla e da cui quindi deriva la sofferenza di chi resta in vita. Nello Zibaldone possiamo leggere a questo proposito: Dunque noi non crediamo naturalmente allimmortalit dellanimo: anzi crediamo che i morti sieno morti veramente e non vivi; e che colui ch morto, non sia pi. Ma se crediamo questo, perch lo piangiamo? Che compassione pu cadere sopra uno che non pi? Noi piangiamo i morti, non come morti, ma come stati vivi[]5.

Il manoscritto napoletano
Nellintroduzione si gi accennato allautografo napoletano, contenente Le ricordanze. Prima di analizzare le direzioni correttorie che il poeta sperimenta, vale la pena soffermarsi sul manoscritto, poich vi si trovano le tracce del processo di composizione leopardiano. La situazione generale dei manoscritti leopardiani molto particolare: essi non testimoniano abbozzi delle poesie, bens testi che hanno gi conosciuto stesure andate perse e che qui appaiono in bella copia. A partire da queste copie quasi sempre in pulito, Leopardi attua poi altri interventi sul testo. Gavazzeni descrive in modo molto efficace il metodo leopardiano: [] Leopardi, dopo aver esemplato quella che riteneva la lezione ultima a quellaltezza cronologica, continua a copiare da una fonte un dossier di carte non pervenutoci che, oltre a consentirgli di ricavare il testo provvisoriamente ultimo, anche gli offriva i dati genetici dellelaborazione, insieme alle probabili varianti alternative. Varianti genetiche, varianti alternative e altro ancora, vengono cos a costituire quella varia lectio cui lautore ricorre, subito per le correzioni che interlinea, e poi, pi raramente, in occasione delle modifiche attestate nelle stampe successive alla princeps.6 Confrontando i vari manoscritti si pu riconoscere unevoluzione nel modo di inserire le modifiche da parte del poeta7. Sotto questaspetto lautografo napoletano AN in particolare segna un punto di svolta. Per ci che attiene il testo de Le ricordanze si osserva come le varianti, scritte nei margini per i componimenti precedenti, appaiono qui integrate nel testo; a distinguerle dal contesto viene utilizzato il segno grafico delle parentesi, nella prima parte quadre, nella seconda

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LEOPARDI Giacomo, Zibaldone di pensieri, p.4278. GAVAZZENI Franco, Come copiava e correggeva Leopardi, pp. 410-411. 7 Cfr. LEOPARDI Giacomo, Canti, Franco Gavazzeni, 2011, p. XII.

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tonde. In questo modo era pi efficace e rapido individuare a quali parole le varianti si riferivano, essendo poste a stretto contatto con la lezione definitiva (accanto o sotto di essa). 8 A tale innovazione se ne aggiunge unaltra che fa de Le ricordanze un caso eccezionale. interessante osservare, e la spiegazione sar data in modo approfondito allinterno della sezione dedicata allanalisi dellelaborazione testuale, come la redazione di AN sia pi lunga di quella delle stampe. Nel codice autografo il testo si distende su 184 versi, mentre nelle stampe ne conta 173. Legato a questaspetto si trova il fatto che, come stato detto in precedenza, Le ricordanze occupano le prime nove carte del quaderno pi la sedicesima. La ragione semplice: la sedicesima carta ospita due frammenti di testo che si ricollegano alle Ricordanze e che quindi devono essere rintegrati nonostante la loro dislocazione nel manoscritto. Come possibile

osservare dalla riproduzione a fianco si nota la presenza nella sedicesima carta di due giunte, affiancate entrambe da un simbolo simile a una piccola croce. Questo segno si ritrover, accompagnato dalla nota v. in fine, a margine nel luogo in cui i versi aggiuntivi devono essere integrati al testo. Resta unultima giunta, che non troviamo inserita nella sedicesima carta come queste due, bens scritta in verticale a margine nella prima carta, sempre con il medesimo simbolo, a indicare il luogo preciso dintegrazione. Come possibile osservare dalle due riproduzioni dellautografo9, le giunte sono manifestamente estese, ci ci spiega perch il componimento nellautografo conta numerosi versi in pi. In seguito, nel passaggio dal manoscritto alla stampa, Leopardi ridimensioner il testo apportando dei tagli: di queste tre giunte, infatti, lunica realmente integrata
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LEOPARDI Giacomo, Canti, Moroncini, 1961, p. XLVI. Riproduzione fotografica in Canti, a cura di Domenico De Robertis, pp. 429-430.

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alla poesia sar quella della prima carta. Sul tema delle giunte e delle riduzioni ritorner in seguito, prendendo spunto dalle suggestioni di De Robertis. Analizzer ora due correzioni interne al manoscritto che sembrano ubbidire a una regola pi generale che governa il passaggio tra autografo e stampa. Si tratta delleliminazione di termini che appaiono ripetutamente nel raggio di pochi versi. Nella sesta carta del codice possibile trovare due esempi molto ravvicinati, come appare dalla riproduzione fotografica di AN e dalla trascrizione a lato dei versi 107-11410:
esser Lavere i giorni miei vissuto indarno, e la dolcezza Del d fatal temperer daffanno. E gi nel primo giovanil tumulto angosce Di contenti, daffanni e di disio, Morte chiamai pi volte, e fiso il guardo lungamente Mi sedetti col su la fontana, Pensoso di cessar (fuggir) dentro quellacque La speme e il dolor mio. Poscia, per lungo lento cieco

Il primo caso riguarda il termine affanni presente ai versi 108 e 110 (sotto cassatura). evidente che lintero verso 108 stato inserito in un secondo momento, dopo la prima stesura: ci appare dalla posizione che riduce lo spazio interlineare tra i versi. Il testo dunque si presenta privo del verso 108 e senza la variante sovrapposta ad affanni al verso 110. Laggiunta del verso port alla ripetizione di un medesimo termine a distanza di soli due versi e un simile raddoppiamento dovette indubbiamente disturbare il poeta, che cass la seconda occorrenza sostituendo affanni con angosce. Il secondo caso riguarda lavverbio lungamente del verso 111 e il termine lungo al verso 114 (sotto cassatura). La prima correzione concerne il verso 111, nel quale in luogo di fiso il guardo viene inserito lavverbio lungamente. La correzione pare alleggerire la dimensione pi fisica suggerita dal sintagma cassato, con una pi indeterminata e legata alla durata grazie allavverbio. Al contempo, la correzione ne implica unaltra poich la nuova lezione entra in conflitto con lungo: la parola viene cos cassata e Leopardi ricerca un sostituto, passando inizialmente per lento e giungendo poi al definitivo cieco. Questo termine si ritrova altrove nella poesia dei Canti: ne Il sogno, per esempio, appare ai vv. 36-37 cieco/dolor, sintagma che appare molto vicino a quello de Le ricordanze che sinserisce cos allinterno di un lessico ricorrente nellintertestualit.
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Riproduzione fotografica in Canti, a cura di Domenico De Robertis, p. 426.

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interessante dunque osservare il metodo correttorio del poeta sia nellautografo sia, in seguito, nel passaggio alla stampa. Vediamo qui il manifestarsi di una legge precisa, di cui si parler in modo approfondito nel corso del lavoro danalisi, e allo stesso tempo il realizzarsi del concetto di implicazione espresso da Contini. Infatti, non solo si osserva una regola precisa che fa delle correzioni un sistema, ma allo stesso tempo questo lavoro di correzione ha delle implicazioni continue sul testo, per cui a una modifica ne consegue naturalmente unaltra.

Analisi filologica delle varianti


Lanalisi filologica delle varianti proceder considerando quanto suggerito, e gi anticipato in precedenza, nel saggio Implicazioni leopardiane di Contini. Egli difatti, prendendo le mosse da un altro scritto di De Robertis, formula un metodo di lavoro sullanalisi delle varianti che si basa sullipotesi secondo la quale il processo correttorio di Leopardi ha carattere di sistema. Pi precisamente, Contini ritiene che nellelaborazione del testo il poeta tenga presente una serie di regole che assieme costituiscono un sistema e in base alle quali egli apporta le sue modifiche. Da qui lidea di implicazione nel senso che ogni correzione non di per s indipendente, bens implicata con il resto del testo. I tipi dimplicazione distinti da Contini sono tre: al primo livello troviamo lintratestualit, quindi il rapporto tra correzione e contesto in cui inserito; al secondo livello il filologo pone lintertestualit, cio i legami che vengono a crearsi con altri testi del poeta, siano essi nei Canti o nella restante produzione poetica; infine allultimo livello si trova lextratestualit, rappresentata da fonti esterne e dalla cultura in cui il poeta e inserito, tutto ci quindi che dallesterno pu avere ripercussioni sul testo medesimo da lui prodotto11. Una modifica interessante riguarda il verso 96 che mostra un forte rimaneggiamento nel passaggio da F31 a N35c. Ledizione del 31 in luogo di E quando pur questa invocata morte/ sarammi allato, e sar giunto il fine/ della sventura mia legge: E quando pur questa invocata morte/ sarammi accanto, e fia venuto il fine/ della sventura mia. Vediamo come le correzioni fatte non apportino, nella semantica, dei cambiamenti; le ragioni di simili modifiche sono quindi da ricercare altrove. Innanzitutto, sono da notare due aspetti: il primo riguarda la presenza di sarammi a inizio verso; il secondo invece riguarda il verso 98, dove ricompare la forma antica fia per il futuro del verbo essere. possibile trovare una spiegazione in relazione alla ricerca delle riprese pi
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CONTINI Gianfranco, Implicazioni leopardiane, p. 42.

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appropriate. Lintroduzione del verbo sar da una parte crea un legame attraverso la ripresa del medesimo verbo nel verso, dallaltra elimina il termine presente successivamente. La ripetizione sarammi/sar si riscrive allinterno di una struttura a chiasmo che comprende i versi 95-97, dove si osserva la disposizione soggetto - verbo verbo - soggetto (morte - sarammi - sar - il fine). Allo stesso tempo il legame fra i vv. 96, 98 si attenua. La ripetizione in stretta vicinanza (solo un verso separa le due occorrenze) disturbava sicuramente il poeta che decise di troncare il legame instaurato tra i due versi. Una simile ipotesi trova conferma in altri casi dove Leopardi mostra di correggere il testo proprio allo scopo di eliminare certe occorrenze (sia nellautografo in precedenza analizzato, sia in altre poesie). Giustificando una correzione leopardiana presente nellautografo di A Silvia, Contini scrive: Mi par dunque evidente che la grande trovata di Leopardi sinnesti, quasi per eterogenesi dei fini, su un movimento negativo: evitare la ripetizione, sia pure a qualche intervallo. Anche questa tecnica petrarchesca, e anche qui viene a mente DAnnunzio a Hrelle, la sua impazienza delle ripetizioni perfino a distanza di pagine12. Questa scelta pu aver avuto delle conseguenze sul precedente accanto, che viene mutato in conseguenza con allato, termine fortemente pi ricercato e letterario. Tale modifica permetteva al poeta di mantenere il registro aulico del verso. Gavazzeni nella sua edizione critica13 richiama luoghi paralleli del Sogno: Stettemi allato e riguardommi in viso (v.6) a cui possiamo anche aggiungere loccorrenza al verso 27 del Pensiero dominante: Allato a quella gioia. Resta da spiegare infine il passaggio da venuto a giunto e numerose possono esserne state le ragioni. A livello semantico si percepisce fin dal principio, bench in modo sottile, una differenza tra i verbi venire e giungere: il primo, infatti, indica un movimento di avvicinamento e per questo descrive una situazione dinamica, mentre il secondo corrisponde a unazione di movimento conclusa. Giunto, nel contesto, pi adatto poich si avvicina allidea di un capolinea, di una situazione definitiva quale la fine di ogni sofferenza. Oltre a ci, tenendo presente la dimensione extratestuale, si osserva che il sintagma giunto il fine pi felice proprio per le sue reminiscenze letterarie (Pulci, Marino e Parini, ecc.14). A titolo esemplificativo si possono prendere due versi della poesia CCLIV del Canzoniere: i lunghi affanni/son giunti al fine15. La sostituzione del verbo venire con un altro ci riporta a un caso analogo al verso 6. Nel manoscritto napoletano si legge: E delle gioie miei venni alla fine in luogo del definitivo E delle gioie mie vidi la fine. Anche in questo caso il verbo venire, indicatore di movimento, dazione da parte del poeta, non adeguato in un contesto improntato alla riflessione e alla contemplazione. Il
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Ibidem, p. 45. LEOPARDI Giacomo, Canti, Franco Gavazzeni, 2011, p. 423. 14 Ibidem. 15 PETRARCA Francesco, Canzoniere, M. Santagata, 1996, CCLIV, vv. 10-11.

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verbo vedere si riallaccia al senso di tutto il segmento iniziale, dove a dominare la visione di un paesaggio che stimola anche una vista pi metaforica, sul proprio destino. Al verso 120 si registra una correzione interessante, essendo un buon esempio di ricerca di economicit: la lezione di F31 tempo giovanil, che serve a descrivere un unico elemento, cio let della giovinezza, viene sostituita con entrar di giovinezza, che reca un termine nuovo e quindi produce unaggiunta semantica. Viene in questo modo sottolineato il concetto dessere agli esordi dellet pi felice; questo primo affacciarsi alla vita esprime lidea dellentrata nellet giovanile. In confronto tempo giovanil risulta sintagma pi generico mentre giovinezza pare termine pi economico e lascia spazio a un incremento semantico pur mantenendo la stessa quantit sillabica. Al verso 126 si pu osservare la presenza di una modifica apparentemente minima: maraviglia era, nelledizione fiorentina del 31, meraviglia. Il ritorno alla lezione originale dellautografo (anche AN infatti registra maraviglia) pu essere dovuto a due ragioni: la prima la volont del poeta di uniformarsi al lessico della raccolta, dove per maraviglia si registrano quattro occorrenze oltre alle Ricordanze (Risorgimento v. 148, Sopra un bassorilievo antico v. 46, Palinodia al Marchese Gino Capponi v. 7), mentre meraviglia non si trova in nessuna delle poesie leopardiane; la seconda ragione risiede nel fatto che maraviglia forma toscana e pi letteraria. Questa variante ci permette di riallacciarci a quanto detto da Gavazzeni nellintroduzione alla propria edizione: La principes dei Canti (F31) realizza lunione di almeno tre esperienze di linguaggio diverse, vale a dire quella delle canzoni di B24, quella degli idilli di NR25-26 che dal punto di vista genetico sintrecciano alla canzone al Mai -, e infine quella dei canti pisani e recanatesi. Ragioni non solo e non tanto cronologiche, ma soprattutto ragioni poetiche e stilistiche, inerenti alla ricerca di omogeneit linguistica, nel contatto che si produce tra canzoni e idilli, indirizzano la relativa variantistica nel senso pressoch unico di uninfluenza di questi su quelle16. Leopardi cerca quindi di raggiungere una certa omogeneit linguistica scegliendo formule comuni a tutti i componimenti della raccolta a scapito invece di quelle che manifestano uno scarto con lintertestualit. Normalmente sarebbero gli ultimi componimenti a indirizzare le modifiche sui primi, ma in alcuni rari casi possibile individuare anche correzioni in senso inverso. Si passer ora ad analizzare alcune varianti interessanti soprattutto per le correzioni che importano nel passaggio tra lautografo napoletano e le due edizioni. Si osserva, infatti, in AN un forte lavoro di elaborazione che prevede anche la riduzione di numerosi versi, a questo proposito De Robertis scrive: [le] Ricordanze [] offrono casi tipici, primo fra tutti quello delle giunte, delle inserzioni duna durata che non ha riscontri negli altri canti; a cui corrisponde laltro del ridurre

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LEOPARDI Giacomo, Canti, Franco Gavazzeni, 2011, p. 12.

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(versi e versi, con una decisione estrema), a far pi veloci i trapassi, specie nelle parti elegiache (qui pi veloci, come l, per le inserzioni dette, pi vivi, pi colmi). 17 Due movimenti opposti dunque nel lavoro di correzione del poeta: da una parte le giunte, vere e proprie masse di versi che sono reintegrate in un secondo momento nel testo, dallaltra le riduzioni, di cui vedremo ora due esempi ravvicinati. Il primo caso si trova ai versi 133-135, a partire dalledizione fiorentina del 31 leggiamo:

133 134 135

Di sventura esser pu, se a lui gi scorsa Quella vaga stagion, se il suo buon tempo, Se giovanezza, ahi giovanezza, spenta?

Mentre nel manoscritto si osservava uno sviluppo pi ampio. A seguito riprodurremo i versi (in AN 138-144) attraverso una foto del manoscritto e la loro trascrizione a lato18:
Di sventura dirai, segli ha trascorsa (fornita)

Quella dolce (vaga) stagion, se pensa e sente Quel chei perd, quel chaltro bene (al mondo) in terra Compensar non potria? poscia, mirando, Sempre men lieti (peggiori) d, sempre pi vota Dogni piacer, pi faticosa (fastidiosa) e trista (grave) La sua futura et si vede innanzi?

In corsivo sono segnalate le parti del testo che sono modificate nelledizione a stampa oppure che sono completamente rimosse. Innanzitutto, vediamo come i versi 133-134 di F31 e N35 sono il frutto di un rimodellamento dei versi 138-139 dellautografo, poich alcuni sintagmi restano invariati nel passaggio dal manoscritto alla stampa. Invece, i versi 140-144 dellautografo sono ridotti in un unico verso a partire da F31. Per la correzione dei primi due versi pu essere utile una parafrasi: per F31 possiamo interpretare nel seguente modo: E quale mortale pu essere ignaro della sventura del suo destino, se gi passata la bella stagione (giovent) per lui, se il suo tempo e la sua giovinezza, ahi giovinezza, si sono spenti?. In AN invece la parafrasi sarebbe: E quale mortale dirai essere ignaro

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DE ROBERTIS Giuseppe, Sullautografo de Le Ricordanze, p. 299. Riproduzione fotografica in Canti, a cura di Domenico De Robertis, pp. 427-428.

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della sventura, se lui pensa e sente quel che perse, quel che nessun altro bene nel mondo terreno possibile sostituire?. Manifesta la difficolt nellinterpretare i versi dellautografo, ci a causa soprattutto di una sintassi in cui difficile individuare il soggetto del verbo dirai, alla seconda persona singolare, non identificabile quindi nellignaro mortal, essendo oltretutto questultimo ripreso con egli. Nella stampa lambiguit viene corretta attraverso linserimento del sintagma verbale esser pu, il cui soggetto pi facilmente identificabile nel mortal. La seconda parte del verso viene alleggerita attraverso la rimozione del verbo ha trascorsa (avremmo altrimenti due verbi a caricare un unico verso) inserendo laggettivo scorsa, riferito a stagion del verso successivo, che termine sufficiente per esprimere lo stesso concetto (il superamento e quindi la fine di una stagione della vita). Per quanto riguarda i versi seguenti presenti in AN, De Robertis suggerisce una spiegazione alla riduzione di cinque versi a uno solo: [] ottenuto il fulmineo trapasso, e la potente unione a prezzo di [] versi dun tono medio votato stancamente in elegia [] cos, al v. 134, tra vaga stagion e il suo buon tempo, [] cinque versi e mezzo [] si sono consumati in quel grido tre volte variato: se il suo buon tempo,/Se giovanezza, ahi giovanezza, spenta?19. Anche in questo passaggio quindi la correzione riconducibile a una ricerca di economicit e agilit poetica: vengono rimossi dei versi dal tono malinconico, dovuto a una condizione di perdita e infelicit, che nel loro complesso erano quindi troppo improntati al genere elegiaco. La soluzione finale esprime lo stesso sentimento di sofferenza e rimpianto senza tuttavia dilungarsi per la misura di cinque versi. Il secondo esempio di riduzione rappresentato dai versi 156-158, nelle edizioni a stampa possiamo leggere:

156 157 158

Di giovent, quando spegneali il fato, E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna L'antico amor. Se a feste anco talvolta,

Mentre il manoscritto mostra una situazione diversa. Segue la riproduzione fotografica e la trascrizione a lato dei versi 165-169 (corrispondenti a 156-158 in F31 e N35) 20:

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DE ROBERTIS Giuseppe, Sullautografo de Le Ricordanze, pp. 301-302. Riproduzione fotografica in Canti, a cura di Domenico De Robertis, p. 429.

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Di giovent, quando spegneali il fato, ( Spegnea quegli occhi desiati e pianti), E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna, Pur come ier da noi fossi partita, (Limmagin tua)(Lantico amor.) Se a feste anco talvolta,

In corsivo nella trascrizione si segnalano i frammenti di testo rimossi nel passaggio dallautografo alla stampa. Il processo di elaborazione che sidentifica nel manoscritto molto complesso, rivelando correzioni e ripensamenti da parte del poeta. Osserviamo come gi durante la stesura Leopardi avesse pensato di non inserire il verso 166 di AN, ragione che spiega linserimento tra parentesi (spesso nellautografo fra parentesi non si trovano delle varianti, ma piuttosto annotazioni che approfondiscono il significato di un verso, un sintagma o un unico elemento). Infatti, se si rilegge il verso precedente, si nota come il sintagma quando spegneali il fato in stretta relazione con il verso 166, il quale ne sviluppa il significato ma con una forte ridondanza, dovuta anche dalluso dello stesso verbo. Tuttavia, vediamo che le parentesi sono cassate, ci significa che il poeta ebbe un ripensamento riguardo al possibile reinserimento del verso nella poesia. In seguito, come rivela il confronto con le stampe, lidea non fu applicata. In questo primo caso non possiamo parlare dello stesso fenomeno di riduzione registrato nei versi 133-135: vista la presenza delle parentesi, probabile che non si trattasse di un verso che inizialmente Leopardi considerava parte integrante della poesia, ma piuttosto di una sorta di postilla. comunque interessante osservare e studiare le annotazioni presenti nel manoscritto perch sono testimonianze della febbre del correggere, nellatto che si fa21 tipicamente leopardiane. Passiamo ora ai versi successivi, anche in questo caso le parentesi e i segni grafici giocano un ruolo importante per la comprensione del lavoro correttorio del poeta. Per capire meglio i vari passaggi di tale processo ci atterremo alla falsariga dellanalisi di De Robertis. Egli, infatti, individua tre fasi distinte per la stesura dei suddetti versi: - nella prima fase si leggeva Ahi Nerina! In cor mi regna, / Pur come ier da no i fossi partita, /Limmagin tua, lantico amor. (il filologo ritiene quindi che le parentesi siano subentrate successivamente)

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DE ROBERTIS Giuseppe, Sullautografo de Le Ricordanze, p. 303.

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- in un secondo momento mise fra parentesi lantico amor, estraendolo quindi dal verso. Questo perch limmagin tua si ricollegava meglio al verso precedente (in particolare al femminile di partita). - in seguito il poeta ebbe un ripensamento, cass le parentesi in cui era chiuso il sintagma lantico amor, ed estrasse dal verso Limmagin tua, da cui consegue la correzione dellarticolo lantico in maiuscolo. probabile che da questa scelta derivi leliminazione del verso 168 Pur come ier da noi fossi partita, che si legava allimmagin tua, in modo tale da avvicinare lantico amor al verso 167, dove esso diventa il soggetto di regna nel cuore del poeta. Si fa cos pi attiva e toccante la gloria delle due espressioni, cos intimamente affini, cos intense22. Il presente esempio di riduzione si avvicina quindi in qualit a quella precedentemente illustrata dei versi 133-135.

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Ibidem, p. 302.

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Le Ricordanze di Leopardi

Yasmine Tonini

Bibliografia
CONTINI Gianfranco, Implicazioni leopardiane, in Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi, Torino: Einaudi, 1970. DE ROBERTIS Giuseppe, Sullautografo de Le Ricordanze, in Saggio sul Leopardi, Firenze: Vallecchi, 1960. GAVAZZENI Franco, Come copiava e correggeva Leopardi, in ID., Studi di critica e filologia dellOttocento e il Novecento, Verona: Valdonega, 2006, pp. 409-430. GAVAZZENI Franco, Postilla Leopardiana, in Stilistica e metrica italiana, I, 2001, pp. 277-287 LEOPARDI Giacomo, Canti, ed. critica e autografi a cura di Domenico De Robertis, Milano : Ed. Il polifilo, 1984. LEOPARDI Giacomo, Canti, introduzione di Franco Gavazzeni, note di Franco Gavazzeni e Maria Maddalena Lombardi, Milano: BUR Rizzoli Poesia, 2011. LEOPARDI Giacomo, Canti, ed. critica dir. da Franco Gavazzeni , a cura di Cristiano Animosi, Firenze : Presso L'Accademia della Crusca, 2006. LEOPARDI Giacomo, Canti, ed. critica ad opera di Francesco Moroncini, Bologna : Cappelli, 1961. LEOPARDI Giacomo, Epistolario, a cura di F. Moroncini e G. Ferretti, Firenze, Le Monnier, 1934-1941 (con integrazioni). LEOPARDI Giacomo, Zibaldone di pensieri, a cura di G. Pacella, Milano, Garzanti, 1991. PETRARCA Francesco, Canzoniere, a cura di M. Santagata, Mondadori, 1996.

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