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Il ramo d’oro (Eneide VI, 124-155)  Nota metrica: esametri.

Giunto alle sponde d’Italia, Enea approda «al lido euboico di Cuma», secondo il vaticinio di
Eleno (III, 441 sgg.) che gli impone di chiedere i responsi della Sibilla. L’eroe sale alla rocca della
città, dove si erge il tempio di Apollo, consacrato in tempi remoti, come vuole la leggenda, dal
mitico Dedalo.
Sul fianco della rupe si apre l’antro dell’oracolo, quo lati ducunt aditus centum, ostia
centum,/unde ruunt totidem voces, responsa Sybillae («cui cento vasti aditi guidano, cento gran
porte, donde erompono altrettante voci, della Sibilla i responsi », vv. 43-44).
La profetessa, invasata dal dio, rivela ad Enea i destini che lo attendono: i Dardani
giungeranno al «regno Lavinio», ma dovranno affrontare horrida bella (v. 86) che faranno
spumeggiare il Tevere di molto sangue, né cesserà l’implacata ostilità di Giunone, mentre un
nuovo Achille è già nato nel Lazio, anch’egli da una dea (alius Latio iam partus Achilles,/ natus et
ipse dea, vv. 89-90); di tanto male per i Teucri sarà ancora una volta origine una donna straniera.
Ma la Sibilla rincuora Enea, confermando la sua alta missione: Tu ne cede malis, sed contra
audentior ito,/ quam te tua fortuna sinet («Ma tu non cedere ai mali, affrontali, anzi, più ardito/ di
quanto la tua fortuna non permetta», vv. 95-96); da una città greca verrà la salvezza. Udite le
ambigue parole, Enea supplica allora la profetessa di aprirgli la strada alle soglie d’Averno, così che
gli sia concesso di rivedere il caro padre (ire ad conspectum cari genitoris, v. 108), dal quale dovrà
apprendere le sorti future del suo popolo.
A questo punto ha inizio il passo che segue, in cui la Sibilla dapprima prospetta all’eroe le
difficoltà dell’ardua impresa, quindi gli prescrive gli atti rituali che deve imprescindibilmente
compiere (Accipe quae peragenda prius, v. 136) prima di intraprendere il cammino nei «regni
senza via per i vivi»: cogliere entro un bosco ombroso un ramo d’oro, sacra offerta dovuta a
Proserpina (vv. 136-148); dar sepoltura al cadavere di Miseno (vv. 149-152); sacrificare nere
vittime agli dèi inferi (v. 153).
Il misterioso ramo d’oro, che si lascia svellere solo da un eroe predestinato, e che
prodigiosamente subito ricresce in tutto eguale, appare con ogni probabilità collegato a liturgie
iniziatiche e misteriche, germoglianti da un fertile terreno di credenze e dottrine (orfiche,
pitagoriche, neoplatoniche) diffuse nel bacino del Mediterraneo.
Si tratta verosimilmente di un’offerta rituale atta a placare le divinità infernali e ad assicurare,
vincendo con la sua aurea luce le tenebre ctonie, il ritorno fra i vivi al viandante d’oltretomba, cioè
la rinascita spirituale all’iniziato.
Non manca chi, ricercandone il significato nell’ambito delle antichissime credenze popolari di
carattere magico-superstizioso, lo identifica con il vischio, ritenuto presso varie genti d’Europa un
talismano contro i pericoli dell’acqua e del fuoco, come attesta Plinio il Vecchio nella Naturalis
historia (XIII, 119).
Estremamente significativa, a questo proposito, la similitudine cui Virgilio ricorre poco più
avanti, quando Enea giunge a cogliere l’aureo ramo: «Come nel freddo brumale fra la boscaglia
usa il vischio/ frondeggiare diverso, ché non sua pianta lo semina,/ e di ghirlande giallastre
circonda i tronchi rotondi,/ così si vedeva quell’oro frondeggiare fra l’elce/ ombroso, così con le
bràttee leggere sussurrava nel vento» (VI, 205-209; trad. di R. Calzecchi Onesti).
Talibus orabat dictis1 arasque tenebat2,
cum3 sic orsa4 loqui vates5:6 'sate7 sanguine8 divum9,10 125
Tros11 Anchisiade12, facilis descensus Averno13:
noctes atque dies14 patet atri ianua Ditis15;
sed revocare gradum superasque evadere16 ad auras17,

1
Talibus... dictis: ablativo strumentale.
2
arasque tenebat: sono gli altari situati dinanzi alla soglia dell’antro. Il gesto di toccarli è segno di devozione profonda,
e introduce un contatto quasi fisico con la divinità.
3
cum: introduce una proposizione temporale (all’indicativo, con valore di contemporaneità).
4
orsa: sott. est (dal verbo ordiri, deponente).
5
vates: si tratta appunto della Sibilla.
6
124-125 Con tali parole [Enea] pregava e abbracciava gli altari, quando così cominciò a parlare la profetessa : Sibille
erano dette in antico le profetesse che vaticinavano il futuro per ispirazione del dio Apollo, pronunciando responsi e
predizioni in forma per lo più oscura, involuta ed ambigua (in tal senso è in uso ancor oggi l’aggettivo «sibillino »). Alla
denominazione comune, forse derivata in origine da un nome proprio d’incerta etimologia, si accompagna talora un
nome per così dire personale: Virgilio, ad esempio, attribuisce alla Sibilla di Cuma quello di Deifobe (VI, 36) e la dice
figlia di Glauco, verosimilmente per ricondurne la genealogia alla stirpe troiana. Intorno alle Sibille fiorirono
innumerevoli e diverse leggende, che le raffigurano sia giovani sia vecchissime; di solito abitavano in antri e grotte
tenebrose, probabilmente in quanto tali figure femminili dotate di spirito profetico si ricollegano alle religioni ctonie,
secondo le quali la donna, vicina alle forze primordiali, è una sorta di elemento ricettivo della divinità. Tra le più note,
la Sibilla Cumea o Cumana appunto, e la Delfica o Pizia, ma le fonti antiche (essenzialmente Varrone e gli scolii al
Fedro platonico) ne annoverano molte altre, anch’esse denominate e distinte dal luogo ove risiedevano, tra cui le
Sibille Persica, Lidia, Eritrea (talora identificata con la Cumana), Samia o dell’isola di Samo; si ricordano anche Sibille
italiche, quali Carmenta, madre d’Evandro, la quale aveva profetizzato la grandezza degli Eneadi e la gloria di Roma,
come si legge nell’VIII dell’Eneide (vv. 337-341 [T30]), o la Sibilla Tiburtina, di nome Albunea, citata da Orazio (Carmina
I, 7, 12 [T43]) e ancora da Virgilio (Eneide VII, 83-84).
7
Sate: vocativo del participio perfetto di sero, serĕre; propriamente «seminare», dunque «generare».
8
sanguine: ablativo di origine o provenienza (= e sanguine), retto da sate.
9
Sate... divom: la Sibilla si rivolge a Enea con una perifrasi solenne (apostrofe).
10
divom (= divorum): genitivo plurale, di uso poetico, per deorum. Si ricordi che Enea è figlio di Venere e di Anchise,
principe dei Dardani.
11
Tros: aggettivo sostantivato.
12
Anchisiade: vocativo di forma greca del patronimico Anchisiades.
13
facilis... Averno: sott. est. L’ammonimento della Sibilla è scolpito nelle forme incisive e memorabili di una sentenza.
Averno è dativo di moto (per in Avernum), forse un uso caratteristico del linguaggio colloquiale; alcuni codici riportano
la lezione Averni, genitivo oggettivo («dell’Averno»). L’Averno (lacus Avernus) è un lago vulcanico presso Cuma, in
Campania, nelle vicinanze del quale la leggenda poneva la grotta della Sibilla Cumana, il bosco di Ecate e l’ingresso agli
Inferi; il termine designa qui per metonimia il regno dei morti. Non manca chi intende Averno come ablativo
(«dall’Averno», cioè «passando per, dall’Averno»), ma in tal caso starebbe a indicare in senso proprio il lago, che si
doveva attraversare per giungere alle soglie dell’Ade. Il nome, tuttora in uso, deriva dal greco aornos, «privo di
uccelli», in quanto si riteneva che le esalazioni mefitiche delle sue acque impedissero agli uccelli di sorvolarlo senza
cader morti.
14
noctes... dies: accusativi di tempo continuato.
15
Ditis: genitivo di specificazione. Dis, Ditis («Dite») è uno dei nomi del dio degli Inferi, e per metonimia designa lo
stesso regno dei morti. Tutto il v. 127 procede con lenta solennità.
16
revocare... evadere: infiniti, con valore di soggetto.
17
superasque... ad auras: moto a luogo, con inversione dell’aggettivo rispetto al nesso ad auras (anastrofe).
hoc opus, hic labor est18. Pauci, quos aequus19 amavit
Iuppiter20 aut ardens evexit21 ad aethera virtus22, 130
dis geniti23 potuere24.25 tenent media omnia26 silvae27,
Cocytosque28 sinu labens29 circumvenit atro30.31
Quod si tantus amor menti32, si tanta cupido est
bis Stygios innare lacus33, bis34 nigra videre
Tartara35, et insano iuvat indulgere labori, 135
accipe36 quae peragenda prius37. Latet arbore opaca38
aureus et foliis39 et lento vimine40 ramus41,
Iunoni42 infernae dictus43 sacer; hunc tegit omnis

18
125-129 «O nato da sangue divino, Troiano figlio di Anchise, facile è la discesa nell’Averno; di notte e di giorno è
aperta la porta dell’oscuro Dite; ma ritrarre il passo ed uscire all’aria aperta, questa è l’impresa, è qui la fatica.
19
aequos: = aequus; propriamente «giusto », qui vale «benigno», «propizio»; è la giustizia, infatti, che induce il dio alla
benevolenza verso gli eroi. Altri intende aequos come accusativo plurale oggetto di amavit («i giusti»).
20
Iuppiter: soggetto della proposizione relativa.
21
evexit: perfetto da evehĕre (composto da e+vehĕre, «portare, innalzare da»).
22
ardens... virtus: soggetto. Da rilevare la posizione dei due termini del sintagma, all’inizio e alla fine della
proposizione.
23
dis geniti: in posizione predicativa rispetto al soggetto pauci; dis, ablativo plurale di deus (ablativo di origine); geniti,
participio perfetto da gignĕre.
24
129-131 Pochi, figli di dèi, che Giove benigno amò o che il sublime valore innalzò fino agli astri, ci riuscirono.
Pauci... potuere: soggetto (Pauci) e predicato verbale (potuere) aprono e chiudono la proposizione principale,
costituendo una struttura perfettamente circolare.
25
potuere: perfetto (forma contratta, per potuerunt).
26
media omnia: oggetto di tenent. Media, aggettivo in posizione predicativa.
27
silvae: soggetto.
28
Cocytosque: fiume infernale, emissario dello Stige, alimentato dalle lacrime dei dannati (dal greco kokytos,
«lamento»). Cocytos, nominativo con desinenza greca.
29
labens: participio presente di labi («scorrere»).
30
131-132 Selve occupano tutta la parte centrale, e Cocito col suo corso oscuro e sinuoso lo avvolge.
31
sinu... atro: ablativo strumentale.
32
menti: dativo di possesso.
33
Stygios... lacus: fiume infernale dalle acque melmose e stagnanti; in suo nome, gli dèi facevano giuramenti,
considerati sacri e inviolabili.
34
bis... bis: avverbio numerale. La sua ripetizione all’inizio di due successive proposizioni (anafora) crea un effetto
d’eco di angosciosa evidenza.
35
Tartara: la parte più profonda del regno dei morti, dove erano puniti i malvagi.
36
accipe: imperativo presente (da accipĕre), proposizione principale.
37
133-136 Per questo, se tanto amore e così grande desiderio è nel tuo animo di solcare la palude Stigia due volte e
due volte vedere il nero Tartaro e ti piace affrontare quest’insana fatica, ascolta ciò che si deve compiere dapprima.
Quod: avverbio («per questo»).
38
arbore opaca: ablativo di luogo senza in; opaca: alcuni intendono «scuro», altri «ombroso» a causa delle fitte
fronde. L’albero, come si scoprirà più avanti (v. 209), è un leccio.
39
foliis: ablativo di limitazione.
40
lento vimine: può anche essere interpretato come un ablativo di qualità: «dal gambo pieghevole, flessibile».
41
aureus... ramus: soggetto. Da rilevare la posizione dei due elementi del sintagma, all’inizio e alla fine del verso.
42
Iunoni: Proserpina, la quale aveva lo stesso ruolo agli inferi che Giunone in cielo. Anche Plutone, in Eneide IV, 638, è
detto Iuppiter Stygius.
43
dictus = dicatus: «consacrato », «considerato sacro».
lucus et obscuris claudunt convallibus44 umbrae45.46
Sed non ante47 datur telluris operta48 subire 140
auricomos49 quam50 quis51 decerpserit arbore52 fetus53.
Hoc sibi pulchra suum ferri54 Proserpina55 munus56
instituit57. Primo avulso58 non deficit alter
aureus, et simili frondescit virga59 metallo60.61
ergo alte62 vestiga oculis63 et rite64 repertum65 145
carpe manu66; namque ipse volens facilisque67 sequetur68,
si te fata vocant69; aliter70 non viribus ullis

44
obscuribus... convallibus: ablativo di luogo senza in.
45
136-139 Si trova nascosto su un albero scuro, un ramo, d’oro sia nelle foglie sia nel gambo pieghevole, consacrato
a Giunone infernale; lo copre tutto il bosco e le ombre lo chiudono in oscure convalli.
46
umbrae: soggetto.
47
ante: in correlazione con il quam del v. 141.
48
operta: accusativo plurale neutro, participio passato (da operire), retto dal verbo subire (composto di sub+ire).
49
auricomos... fetus: accusativo plurale; auricomos, aggettivo composto (da auri+coma).
50
ante... quam: tmesi; introduce una proposizione temporale con il congiuntivo dell’eventualità (decerpserit).
51
quam quis: = quam si quis. Il pronome indefinito quis è soggetto di decerpserit (lett. «prima che qualcuno abbia
staccato»).
52
arbore: ablativo di allontanamento, dipendente da decerpserit (congiuntivo perfetto, da decerpĕre).
53
140-141 Non è concesso addentrarsi nei luoghi segreti della terra, prima di aver staccato dall’albero il virgulto
dalle foglie d’oro.
54
ferri: infinito passivo.
55
pulchra... Proserpina: soggetto; l’aggettivo pulchra, riferito alla dea, ha un valore puramente convenzionale ed
esornativo; Proserpina, nome latino di Persefone, dea del regno dei morti.
56
suum... munus : predicativo dell’oggetto hoc.
57
instituit: ha per oggetto l’infinitiva hoc... ferri ed è costruito come iubeo.
58
primo avolso: ablativo assoluto, con valore temporale; avolso, forma arcaica per avulso (participio perfetto da
avellĕre).
59
virga: variazione di ramus.
60
142-144 Proprio questo la bella Proserpina ha stabilito che le venga portato, come dono a lei dovuto; strappato il
primo, non viene meno un altro, d’oro anch’esso, e spunta subito un ramo di uguale metallo.
61
simili (= eodem)... metallo: ablativo di qualità.
62
alte: avverbio («attentamente, a lungo»).
63
oculis: ablativo strumentale.
64
rite: «secondo il rituale», avverbio. Il rituale proibiva l’uso del ferro.
65
repertum: participio perfetto congiunto (da reperire).
66
manu: ablativo strumentale.
67
volens facilisque: aggettivi in posizione predicativa, riferiti al soggetto ipse. Da rilevare l’umanizzazione
dell’elemento naturale.
68
sequetur: futuro semplice (dal verbo sequi, deponente).
69
si... vocant: protasi di periodo ipotetico del primo tipo o della realtà, nel modo indicativo; l’apodosi ipse sequetur è
nel verso precedente. Per conoscere la volontà del Fato, in una sequenza successiva (vv. 199- 211), Enea chiederà un
segno che gli mostri ove cercare il misterioso ramo, nel fitto della foresta di frassini e querce. La sua invocazione verrà
esaudita: due bianche colombe, uccelli sacri a Venere (la madre dell’eroe), lo guideranno ino al recesso ombroso ove
cresce il ramo doro, ed Enea riuscirà a svellerlo senza eccessiva difficoltà.
70
aliter: avverbio.
vincere nec duro poteris71 convellere ferro72.73
Praeterea iacet exanimum74 tibi75 corpus amici76
heu nescis77 totamque incestat funere78 classem, 150
dum79 consulta petis nostroque in limine80 pendes81.
sedibus hunc refer82 ante83 suis84 et conde sepulcro85.
duc86 nigras pecudes87; ea88 prima piacula sunto89.
sic demum lucos Stygis90 et regna invia vivis91
aspicies.' dixit, pressoque obmutuit ore92.93

Il misterioso ramo d’oro fu già variamente interpretato dai commentatori antichi. Doveva trattarsi
di un talismano, o di un oggetto mistico legato al culto di Proserpina, in ogni caso di un simbolo di
rigenerazione: l’oro di questo ramo magico (comunemente identificato con il vischio), rappresentava
dunque la luce che vince la tenebra, la vita che ha ragione della morte. Proprio partendo dal motivo del
ramo d’oro, prese le mosse Frazer (1854-1941) per comporre un’opera monumentale, The Golden Bough

71
poteris: futuro semplice di posse.
72
145-148 Perciò investiga a fondo con gli occhi e appena trovatolo coglilo con mano secondo il rituale; e quello
facilmente e di buon grado ti seguirà, se i Fati davvero ti chiamano; altrimenti con nessuna forza potresti vincerlo e
neppure strapparlo col ferro.
73
viribus... ferro: ablativo strumentale.
74
exanimum: in funzione predicativa rispetto al soggetto corpus.
75
tibi: dativo etico.
76
corpus amici: si tratta di Miseno, il trombettiere della lotta caduto in mare durante la navigazione dalla Sicilia a
Cuma, e della cui scomparsa nessuno dei compagni si era ancora accorto. Il corpo verrà successivamente ritrovato nei
pressi di Cuma: da lui prenderà il nome il promontorio campano che ancora oggi è detto «Capo Miseno» (motivo
eziologico). Il contatto di un insepolto, secondo le credenze antiche, rendeva impuri, e richiedeva dunque cerimonie
sacre di espiazione e di purificazione.
77
heu nescis: proposizione incidentale.
78
funere: propriamente, «funerale» (in senso traslato, «cadavere»).
79
dum: introduce una proposizione temporale che indica contemporaneità.
80
nostro in limine: anastrofe; ablativo di stato in luogo.
81
149-151 Inoltre, giace senza vita il corpo di un tuo amico (ahimé, tu lo ignori!) e contamina col suo cadavere tutta
quanta la lotta, mentre tu implori responsi e te ne stai dubbioso sulla nostra soglia.
82
refer: imperativo presente (da referre).
83
ante: avverbio.
84
Sedibus... suis: ablativo di luogo (= ad sedes suas); lett. «alla sede a lui dovuta ».
85
sepulcro: ablativo di luogo.
86
Duc: imperativo presente (da ducĕre). Termine rituale (ad aras).
87
nigras pecudes: offerte per gli dèi inferi. Il nero è il colore che connota le offerte (piacula) agli dèi del nero Tartaro
(cfr. v. 135); il bianco è invece il colore delle vittime offerte agli dèi celesti.
88
ea: concorda con piacula.
89
sunto: imperativo futuro, tipico del linguaggio rituale, delle prescrizioni religiose.
90
lucos Stygis: cfr. v. 134. Le acque dello Stige erano costeggiate di neri boschi.
91
vivis: dativo, dipendente da invia.
92
152-155 Accompagnalo dapprima nella sua estrema dimora e chiudilo nel sepolcro. Conduci delle pecore nere;
siano queste le prime offerte funebri. Così infine vedrai i boschi dello Stige e i regni inaccessibili ai vivi». Così disse e
chiuse le labbra tacque.
93
pressoque... ore: ablativo assoluto di valore temporale, causale o modale.
(Il ramo d’oro), in cui, mettendo a confronto istituzioni, tradizioni e superstizioni, tracciò una mappa
quanto mai suggestiva del passaggio dai riti magici delle origini ai miti della civiltà greca e latina.

Non è opinione nuova che il ramo d’oro fosse proprio il vischio. Certo Virgilio non lo identifica
con il vischio ma glielo paragona soltanto; tuttavia questo può essere un modo poetico per
circondare di mistica aureola l’umile pianta.
O, più probabilmente, la sua descrizione si basava sopra una superstizione popolare che in
certi momenti il vischio splendesse tutto di una soprannaturale aureola d’oro. Il poeta [Eneide VI,
204-209] ci dice che due colombe che guidavano Enea a quella tenebrosa valletta nelle cui
profondità cresceva il ramo d’oro si posarono sopra un albero: dove raggiando di tra i rami
apparve nel verde a un tratto il folgorio de l’oro.
Qual nelle selve, di novella fronda sorge l’inverno rigoglioso il vischio da non suoi rami
germogliato e tutto stringe di gialle sue radici il tronco: tal ne l’aspetto in su l’opaca quercia la
fronda d’oro, e s’agitava al vento.
Qui Virgilio descrive in maniera precisa il ramo d’oro crescente sopra una quercia e lo
paragona al vischio.
Ne deriva quasi inevitabilmente la conclusione che il ramo d’oro non fosse altro che il vischio
visto attraverso il velo della poesia o della superstizione popolare. [...] Resta soltanto da
domandarci perché il vischio si chiamava il «ramo d’oro».
Il color giallo-biancastro delle sue bacche non può bastare a spiegarne il nome, perché Virgilio
ci dice che il ramo era tutto d’oro, tanto stelo che foglie.
Forse il nome può derivare dal ricco color d’oro che prende un ramo di vischio qualche mese
dopo essere stato tagliato; la tinta brillante non si limita allora alle foglie ma si estende anche al
fusto, cosicché tutto il ramo sembra effettivamente un ramo d’oro.
I contadini bretoni attaccano dei grandi mazzi di vischio sulle facciate delle loro case e al mese
di giugno questi mazzi sono impressionanti per lo splendore dorato del loro fogliame. In alcune
parti della Bretagna, specialmente vicino a Morbihan, si attaccano dei rami di vischio sulle porte
delle stalle e delle scuderie per proteggere il bestiame e i cavalli, probabilmente contro la magia.
Il color d’oro del ramo appassito può in parte spiegare perché si sia talvolta creduto che il
vischio possegga la virtù di far scoprire i tesori nascosti nella terra; secondo i principi della magia
omeopatica, vi è una affinità naturale tra un ramo giallo e l’oro giallo. [...]
Queste considerazioni possono, in parte, spiegare perché Virgilio fa portare a Enea un
trasfigurato ramo di vischio nella sua discesa al tenebroso mondo sotterraneo.
Il poeta ci dice come proprio alle porte dell’inferno si stendesse un vasto e oscuro bosco, e
come l’eroe, seguendo il volo di due colombe che lo guidavano, errò nelle profondità della foresta
eterna finché vide lontano, attraverso le ombre degli alberi, la tremolante luce del ramo d’oro che
illuminava i rami intrecciati.
Se si credeva che il ramo giallo e secco del vischio nei tristi boschi d’autunno contenesse la
semenza del fuoco, un viaggiatore sperduto nelle tenebre sotterranee quale miglior compagno
poteva portar seco d’un ramo che serviva da lampada per rischiarare i suoi passi, e da bastone fra
le sue mani? Armato di esso egli poteva arditamente affrontare gli spaventosi spettri che gli
avrebbero attraversato la strada nel suo avventuroso viaggio.
Così quando Enea lasciando la foresta arriva alle sponde dello Stige che serpeggia lentamente
per la palude infernale e il selvaggio nocchiero gli rifiuta il passaggio nella sua barca, egli non ha
che a togliere dal seno e mostrargli il ramo d’oro; il fanfarone si calma subito a quella vista e
accoglie amabilmente l’eroe nella sua fragile barca che s’immerge profondamente nell’acqua sotto
l’insolito peso di un uomo vivo.
Anche in epoca recente, come abbiamo visto, si è considerato il vischio come una protezione
contro le streghe e gli gnomi, ed è assai naturale che gli antichi gli abbiano attribuito la stessa virtù
magica.
E se il parassita può, come credono alcuni dei nostri contadini, aprire tutte le porte, perché
non avrebbe potuto servire da «Apriti, Sesamo!» nelle mani di Enea, per schiudere le porte della
morte?

[JAMES G. FRAZER, Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, trad. di Lauro De Bosis,
Boringhieri, Torino 1973, vol. II, pp. 1085 ss.]