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SECONDO TOMO

BOLOGNA, 24 LUGLIO, ORE 10

Riassunto: Jacopo si raccomanda a Lorenzo di farlo sentire meglio inviandogli al più


presto il ritratto di Teresa. Lorenzo dovrà recarsi di persona sui colli Euganei e consegnare
il ritratto a Michele che poi lo farà a avere all’Ortis. Lo avverte del fatto che molto
probabilmente incontrerà Isabellina e dovrà baciarla (Jacopo ripone in Isabellina la
speranza di essere ricordato. Si fida della piccola perché ancora non è stata corrotta dalle
sciagure della vita). Invita Lorenzo a leggere alcuni frammenti delle lettere che ha provato
a scrivergli quando stava delirando. Si chiede se Lorenzo lo abbandonerà e poi riconferma
la sua lealtà nei confronti del suo amico di penna dicendo che lo perderà solo dopo che
sarà morto. A volte Jacopo smette di lamentarsi delle sue disgrazie perché senza di
queste non sarebbe degno dell’amicizia di Lorenzo, né sarebbe in grado di amarlo.

BOLOGNA, LA NOTTE DE’ 28 LUGLIO

Riassunto: Jacopo riuscirebbe a stare meglio se riuscisse a dormire, nemmeno l’oppio è


utile ad alleviare il suo dolore. Si è alzato ora per provare a scrivere ma non gli regge il
polso così ritornerà a sdraiarsi. Il suo umore rispecchia la tempesta che c’è fuori.

Commento: tutto questo frammento è un’autocitazione tratta dalla lettera all’Arese.


L’allusione all’oppio è presente anche in un’altra lettera. Questo frammento si conclude
con una doppia invocazione a Dio, corrispondente al grido che precede la morte di Cristo.

BOLOGNA, 12 AGOSTO

Riassunto: sono passati 18 giorni da quando Michele è partito per le poste e ancora non
ha ricevuto il ritratto di Teresa da Lorenzo. Si chiede dunque se il suo amico l’abbia
abbandonato. Avverte che lunedì partirà per Firenze. Durante la permanenza bolognese
Jacopo passa tutto il tempo in casa, uscendo solo la notte, vagando senza una meta.
Quest’oggi si è imbattuto in due sciagurati destinati al patibolo perché uno aveva rubato
una mula e l’altro 56 lire per fame. Parte poi una riflessione sulla società e sulla fame dei
popoli che vedono alle loro spalle leader che si arricchiscono truffando i cittadini innocenti.
Proprio per questi governatori non c’è alcun tipo di giustizia o di prigione. Conclude la
lettera dicendo di non volere più respirare l’aria fumante del sangue dei poveri sventurati.

Commento: le peregrinazioni di Jacopo riflettono quelle di Foscolo. Foscolo fu infatti a


Bologna dal novembre 1798 all’aprile 1799, come aiutante del Cancelliere del Tribunale. In
una nota d’autore Foscolo fa presente che nello stato Cisalpino non vi era alcun codice
criminale e che si giudicava con le leggi dei governi precedentemente caduti. A Bologna
invece si giudicava in base ai decreti dei Cardinali che minacciavano di morte ogni furto
sopra le 52 lire. Di tutto ciò l’autore ne viene a conoscenza soltanto lavorando a Bologna
presso la cancelleria del tribunale.

FIRENZE, 27 AGOSTO

Riassunto: Jacopo sta onorando le sepolture di Galileo, Machiavelli e Michelangelo,


quando ripensa all’apice dei suoi anni, nei quali vegliando sui grandi autori immaginava le
generazioni future. L’ambizione fa sì che gli onori vadano ai perseguitati solo una volta che
sono morti. Jacopo ha bruciato tutte le lettere di raccomandazione che gli ha inviato
Lorenzo perché tra tutti gli uomini in vita potenti che avrebbe voluto conoscere l’unico è
Vittorio Alfieri che però non accetta persone nuove.

Commento: il 5 agosto 1812 Foscolo scrive da Milano una lettera a Gian Battista Giovio
che durante il suo periodo da esule pensò più volte ad andare nella bella Toscana e che
nel giro di pochi giorni sarebbe partito per andare a Firenze. Così fu, Foscolo alloggiò a
Firenze nell’albergo delle Quattro Nazioni, davanti al ponte di Santa Trinità. Le tombe in
Santa Croce sono celebrate dal Foscolo nei Sepolcri (1807). Vittorio Alfieri si era trasferito
a Firenze nel 1792 in un appartamento presso il Ponte di Santa Trinità; qui morirà l’8
ottobre 1803. Un anno prima Foscolo gli fece avere da Milano una copia dell’Ortis
accompagnandola a una lettera indirizzata “Al primo italiano”.

FIRENZE 7 SETTEMBRE

Riassunto: Jacopo dice a Lorenzo di spalancare le finestre che danno su i suoi colli, di
salutarglieli in questo bel giorno di settembre, i cieli, i laghi e le pianure dove vi ha abitato
da giovane. Gli prega di salire sul monte dei pini vicino alla parrocchia. Si raccomanda di
consolare tutti i cittadini che gli chiederanno di lui. Chiede poi perché non gli abbia detto
ancora nulla sullo stato di Teresa, vuole avere la sua sentenza mortale (ossia vuole saper
se Teresa abbia giurato fedeltà ad Odoardo).

Commento: la parte iniziale della lettera è nostalgico-descrittiva dei luoghi abbandonati da


Jacopo e nei quali ora si trova Lorenzo. La parte finale è ricca di autocitazioni riguardanti
le lettere inviate da Brescia all’amico Gian Battista Giovio, il 27 agosto 1807, nelle quali
l’autore avrebbe voluto avere notizie della sua amata Isabella Roncioni.

FIRENZE 17 SETTEMBRE

Riassunto: Jacopo sostiene che Teresa voglia punirlo perché lui l’ha amata e così ha
perso ogni speranza e non gli resta altro che amareggiarsi nella solitudine del suo dolore.
Aggiunge che se l’unico rimedio per far tornare la pace in Teresa fosse la sua morte, allora
lui supplicherebbe la natura ed il cielo affinché ciò avvenga. Sostiene che tutti, compreso
Lorenzo il quale non abbandonerebbe mai, lo lasceranno. Scrive le poche parole di
risposta inviategli da Teresa. La sua amata gli chiede di avere rispetto della propria vita,
facendo presente che non sono, loro due, gli unici sfortunati al mondo. Piange mentre
scrive e anche suo padre lo fa. Proprio le lacrime del Signor T*** le fanno capire che
questa dovrà essere l’ultima lettera che le sarà concesso inviare. Teresa piange perché sa
che non potrà più confessare il suo amore fuorché davanti a Dio. Poi Jacopo augura a
Teresa di vivere quanto più possibile felicemente. Infine chiede a Lorenzo di non mostrare
la lettera a Teresa e che non avrebbe dovuto parlare di lui. Se mai lei avesse voluto
sapere qualcosa l’unica risposta che avrebbe dovuto dare sarebbe stata che era vivo.
Jacopo non si lamenta delle proprie sciagure perché le sue “ferite” è come se fossero la
giusta punizione per il dolore che sta infliggendo alla sua amata.

Commento: persistono le autocitazioni connesse alle lettere rivolte a Isabella Arese. Le


stesse parole di risposta di Teresa sono una ripetizione di una postilla scritta a mano di
Isabella nella lettera del 9 gennaio 1801, scritta da Eleonora Nencini al Foscolo “state
pensando che non siete solo infelice…”. È presente un’altra citazione del Saul di Alfieri
<vivi per quanto puoi felice>. È come se per metà della lettera fosse cambiato il
destinatario he da Lorenzo diventa Teresa.
FIRENZE 25 SETTEMBRE

Riassunto: Jacopo descrive la Toscana come luogo accogliente con un popolo gentile,
cielo sereno, dall’aria piena di vita e salute. Ha paura a calpestarne il suolo perché in
qualsiasi punto potrebbe ritrovare la sepoltura di qualche grande personaggio che la abitò
in passato. Pesa sempre più l’esilio e la solitudine. Non gli è nemmeno più concesso di
partire a causa del rifiuto del passaporto, inviato da sua madre. Sarebbe voluto andare a
Roma e anche per andare a Milano gli fanno mille domande. Ormai tutti gli italiani sono
stranieri in Italia e né le proprie abilità, né la fama servono a scampare all’esilio. Sono stati
spogliati, derisi e traditi da tutti, persino dai concittadini che guardano chi proviene da
un’altra regione come se fosse un barbaro. Gli invasori si sono arricchiti con il lavoro degli
Italiani e in cambio non hanno avuto nulla, tranne la fame. Per gli esuli come Jacopo e
Lorenzo rimangono solo due alternative: la morte o la viltà (ossia il piegarsi alle volontà
dell’invasore). Forse, chi sceglie di essere vile vivrà di più, ma si vergognerà difronte la
propria coscienza e verrà deriso dagli stessi tiranni a cui si vende e per i quali perderà la
dignità diventando un oggetto di scambio. Jacopo si reca poi a Montaperto dove è ancora
viva la memoria della sconfitta dei Guelfi. Lì sentirà muoversi gli spiriti di tutti i Toscani
uccisi in battaglia, dei figli che mozzarono le teste ai padri e dei re che nel frattempo
pacificamente si dividevano le ricchezze dei cittadini che si tolsero la vita per loro. Allora
dopo urla e brividi Jacopo inizia a fuggire spaventato da quei pensieri che però
continuavano a perseguitarlo. Chiede, infine, alla sua patria se deve continuare ad
accusarla e compiangerla anche se non può soccorrerla.

Commento: la Toscana delle <sacre muse> all’inizio della lettera viene descritta come
unico luogo d’Italia degno di competere con l’antica Grecia, quasi come fosse un luogo
sacro. Toscana come <città continuata>

ossia senza vuoti di vitalità e di storia letteraria. Foscolo parla degli esiliati definendoli
<sbanditi>, questa è una citazione dantesca. L’esempio della battaglia di Montaperto,
combattuta tra guelfi fiorentini e i ghibellini senesi affiancati dagli esuli di Firenze,
capeggiati da Farinata degli Umberti, serve a Foscolo come raffronto per l’episodio di
Campoformio. La battaglia di Montaperto finì con la sconfitta dei Guelfi sui quali si abbatté
la sanguinosa vendetta dei Ghibellini. Allo stesso modo, dopo Campoformio si innalzò un
meccanismo di assassinii e violenze fratricide. Sul finire la disperazione di Jacopo diventa
considerazione negativa della Storia in generale. Jacopo assume un atteggiamento
teatrale, urla davanti ai morti della storia. Il suo grido è sempre politico, come è avvenuto
durante il litigio con Odoardo (cfr. Lorenzo a chi legge e lettere del 4 dicembre 1798 e 19 e
20 febbraio 1799).

MILANO 27 OTTOBRE

Riassunto: Jacopo ha il sospetto che il governo stia intercettando le lettere tra lui e
Lorenzo e promette di trovare un escamotage per far sì che rimangano inviolate. Lorenzo
ha chiesto novità su Giuseppe Parini che Jacopo è andato a trovare. L’ha visto sull’uscio
della casa mentre stava per uscire, mentre si reggeva sul bastone.

Commento: Parini è il poeta milanese scelto da Foscolo come simbolo di resistenza alla
tirannide. Anche lui fu cantore di riforme sociali e civili, proprie del dispotismo illuminato,
qui dipinto come colui che ha visto crollare gli ideali di progresso auspicati nei suoi versi.
Ne viene fatta una descrizione realistica dell’infermità alle ginocchia che aveva colpito
Parini fin dall’adolescenza. A Parini vengono messe in bocca parole presenti nella sua ode
La Caduta dove si narra che il vecchio poeta, scivolato nel fango di una via, viene
soccorso da un cittadino, che guasta il suo gesto umano con una lunga serie di consigli.
Parini era prossimo a compiere 70 anni.

MILANO 11 NOVEMBRE

Riassunto: Jacopo chiede a un libraio la biografia di Benvenuto Cellini ma gli rispose che
non l’avevano; l’ha chiesto a un altro che con disprezzo gli risponde che non tenevano libri
italiani. La gente civile parla francese e il toscano lo capiscono a stento. I pubblici atti e le
leggi sono scritte in una lingua poco chiare. Tutto questo era successo a causa di una
proposta di legge che aboliva lo studio delle classiche nelle scuole. Infine Jacopo chiese
dove si trovassero le sale legislative ma anche in quel caso pochi lo capirono, pochissimi
gli risposero e nessuno seppe spiegarglielo. (Milano è per Foscolo una città ignorante e
anti- italiana).

MILANO 4 DICEMBRE

Riassunto: Jacopo risponde alla proposta dell’amico di rifugiarsi all’estero per fuggire dalle
persecuzioni. In tutti i paesi in cui è stato Jacopo ha visto tre tipi di uomini: quei pochi che
comandano, quasi la totalità che servono e in molti che negoziano. Sarebbe meglio vivere
come i cani randagi che non hanno da mangiare ma almeno non hanno un padrone al
quale sottostare. L’ingegno non conta nulla in un paese che non riconosce a Jacopo
nemmeno l’essere italiano. Il letterato di corte non può mostrare la sua intelligenza per non
far sfigurare l’ignoranza dei potenti. Sarebbe più semplice morire che far cambiare il
mondo agli uomini. Per diventare padroni di un territorio e di un popolo bisogna prima
lasciarsi opprimere, depredare e leccare la spada con la quale si è stati colpiti. Jacopo non
vorrà mai farlo. Se gli mancasse il cibo e la passione per la libertà preferirebbe scomparire
dalla faccia della terra. A volte segue una speranza, un lume, che però non riuscirà mai a
raggiungere. Spesso ha guardato con compiacenza le pene dell’Italia perché sperava di
riuscire a liberarla. Questo lo disse anche al Parini. Jacopo si interrompe nella scrittura
perché è arrivato il messo per ritirare la posta; ma ha troppo da scrivere a Lorenzo così
aspetterà sabato per inviare la lettera. Molto spesso gli capita di svegliarsi la notte, girare
e invocare il nome di Lorenzo, per poi mettersi a scrivere. La corrispondenza e l’amicizia
che intrattiene da anni con Lorenzo rendono meno spaventosa la sua solitudine e non
smetterà mai di scrivergli. Prega l’amico di conservare le sue lettere perché gli saranno
necessarie per vivere una volta che Jacopo morirà. Racconta poi di quando la sera
precedente è andato a passeggiare con Parini. Lo accompagnava a braccetto mentre con
l’altra mano reggeva il suo bastone. Guardando le gambe storpie Parini, solo con uno
sguardo sembrava vergognarsi della sua inabilità e era come se avesse ringraziato
Foscolo per la pazienza. Non molto distante li seguiva il servo. Si sedettero e iniziarono a

parlare. Jacopo scrive che Parini era il personaggio più dignitoso ed eloquente che aveva
conosciuto. Il Parini gli parlò a lungo della sua patria (la Lombardia) e nel farlo fremeva per
i tiranni passati e per i nuovi governatori. Alle sue parole Jacopo si agitò al punto di urlare
chiedendosi perché non ci si dovrebbe sacrificare per ottenere una vendetta. Il vecchio in
tutto questo non aprì bocca ma lo guardava fisso. A un certo punto rispose che per la sua
età non gli era più possibile fare nulla. Ma Jacopo, nel pieno della sua gioventù, visto che
non avrebbe potuto diminuire il suo ardore, l’avrebbe dovuto condensare in qualche altro
obiettivo. Jacopo narrò così la triste storia d’amore tra lui e Teresa parlandone come se
stesse parlando di una creatura celeste. Nel sentire i racconti dell’Ortis, Parini sospirò più
volte. Ovviamente Jacopo terminò asserendo che non gli rimaneva altro che morire. Parla
poi di sua madre dicendo che ella più volte lo seguì sull’orlo del precipizio nel quale si
sarebbe gettato se lei non l’avesse tirato via piangendo. Oltre al dolore che avrebbe
procurato alla madre, Jacopo vuole rimanere in vita per cercare di ridare libertà alla
propria patria. Parini dopo aver sorriso risponde che la fama degli eroi è dovuta un quarto
al loro coraggio, due quarti alla fortuna e l’altro quarto ai loro delitti. Chiede retoricamente
se Jacopo abbia capito che non si deve aspettare la libertà dallo straniero. Conclude
dicendo che l’umanità ha paura del conquistatore e si conforta con la speranza di sorridere
alla sua morte. L’Ortis invoca Cocceo Nerva che riuscì a morire incontaminato. Se non si
sentisse ormai spento quel fuoco che bruciava in lui da giovane e che ora, spento, lo fa
brancolare nell’oscurità e se potesse avere un tetto dove dormire al sicuro… La Natura ha
donato all’uomo una passione più indomabile della morte. Sente il richiamo della sua
patria che gli chiede di scrivere quello che ha visto, per far piangere i posteri delle sue
sciagure che sarà il tempo ad abbattere i tiranni e i delitti di sangue saranno lavati con
altro sangue. L’Ortis avrebbe il coraggio di scrivere ma il suo ingegno va svanendo con le
sue forze e fra pochi mesi avrà finito il suo doloroso pellegrinaggio. Chiede allora, esorta di
cuore, gli altri esuli e perseguitati a scrivere dei mali che li affliggono. Bisogna scrivere per
quelli che verranno perché saranno i soli a sentire e a vendicare. Bisogna perseguitare
con la verità gli oppressori e visto che non si riesce ad opprimerli con le armi mentre
vivono, allora bisogna colpirli con l’obbrobrio nei secoli futuri. Jacopo chiede di usare
l’intelletto dato che è un mezzo che non possiedono né i tiranni né la fortuna.

Commento: all’inizio del testo si sente l’influsso alfieriano di Del principe e delle lettere,
dove vengono esaminate le forme in cui si presenta nella Storia il rapporto tra intellettuali e
potere politico. La passeggiata col Parini avviene fuori di Porta Orientale, a Milano, lungo
un boschetto di tiglio; questo luogo sarà citato anche nei Sepolcri. Foscolo cita due eroi
della civiltà classica, negativi ma di grande valore e fermezza d’animo. Sono Silla,
nominato nelle liste di Proscrizione bandite contro i seguaci di Mario, e Catilina, politico
romano che prese parte alla famosa congiura che però fu scoperta e denunciata da
Cicerone. Cita anche altri due personaggi storici: Annibale e Cocceo Nerva. Il primo
rappresenta la maggiore personalità del mondo antico per intelligenza politica. Tentò di
attuare riforme radicali ma i suoi nemici lo denunciarono ai romani. Esule, istigò
inutilmente la lotta contro Roma e infine per evitare di cadere in mano nemica si tolse la
vita avvelenandosi. Nerva viene usato come esclamazione da Jacopo. Detto Pather, fu un
giureconsulto romano, autore di testi poetici. Addolorato per gli sconvolgimenti dello stato
si suicidò nel 33 a Capri, dove si trovava con l’imperatore, nonché suo amico, Tiberio.
Proprio il suo imperatore lo pregò di non suicidarsi ma Nerva ignorò il discorso del suo
amico perché preferì morire senza essere corrotto, o meglio <incontaminato>. Proprio
nell’ultima lettera che Jacopo manderà a Teresa troviamo scritto: <io moro
incontaminato>. La disperazione politica dell’Ortis si manifesta ogni volta nella forma
aperta del grido, come si conviene ad un eroe tragico. Parini diventa allora testimone
silenzioso e nobile di una tradizione che ha creduto in un rinnovamento politico. troviamo
nella lettera alcuni concetti che sono citazioni del Principe di Machiavelli. Le parole dure
del Parini nei confronti dei governi sono dovute a un concetto di politica contrassegnata
dalla negatività assoluta, in quanto è sempre storia di violenza. La conferma tragica veniva
a Foscolo proprio dalla Rivoluzione Francese. Nella parte finale troviamo il grido della
patria che inizia con un’invocazione alla scrittura che ricorda molto le parole di Beatrice in
Purgatorio: <scrivi ciò che vedesti>.

MILANO 6 FEBBRAIO 1799


Riassunto: Jacopo chiede al proprio amico di inviare le proprie lettere a Nizza in Provenza,
dove andrà il giorno dopo. Gli chiede inoltre di non rattristarsi e di consolare sua madre.
Qualsiasi posto sarebbe meglio di Milano, dov’è sempre presente la nebbia, l’aria è morta
e la gente non è per nulla ospitale. Il pensiero di partire si è fatto così forte che anche se
partirà l’indomani, l’attesa gli sembra superiore ad un anno di carcere. A chi gli dice di
godersi la vita così com’è Jacopo risponde che è come se dicessea un malato di far

rallentare i battiti per stare meglio. Si rivolge poi agli uomi astuti (Ulissi come userà nei
Sepolcri in senso dispregiativo). Questi si credono saggi e il mondo li giudica onesti.
L’Ortis gli suggerisce di non affannarsi. Prega Dio che li salvi dalle sue pazzie e lo prega
anche per non essere contaminato dalla loro “saggezza”. Lorenzo è l’ancora di salvezza di
Jacopo. La ragione è come il vento: ammorza le faci ed anima gli incendi.

Commento: Foscolo si reca nel gennaio 1800 a Nizza per fuggire da Genova assediata
dagli Austriaci. Lo scopo sarebbe stato quello di raggiungere Parigi ma poi, due mesi
dopo, ritornerà a Genova, in tempo per assistere alla resa della città, il 4 giugno 1800.
Anche in questa lettera ci sono riferimenti agli scritti di Alfieri.

ORE 10, DELLA MATTINA

Riassunto: Rettifica quanto ha scritto nella lettera precedente e chiede a Lorenzo di


scrivergli solo quando riceverà le sue lettere. Sta ora per percorrere il passo alpino che
collega l’Italia alla Francia. È freddissimo.

ORE 1

Riassunto: fra due giorni sarà pronto il passaporto di Jacopo e così potrà consegnare le
sue lettere.

8 FEBBRAIO, ORE 1 E MEZZO

Riassunto: con le lacrime agli occhi riordinando Foscolo ritrova le lettere di Lorenzo. Legge
alcune righe scrittegli sotto una lettera di sua madre di due giorni prima che lasciò i colli
Euganei. Rimane così colpito dall’empatia di Lorenzo che sarebbe in procinto di mollare
tutto per morire tra le sue braccia. Gli promette che tornerà.

ORE 3

Riassunto: Jacopo è andato a dire addio a Parini che lo ha salutato ricordandogli della sua
sfortuna. Gli dice che non potrà mai essere felice perché le sue passioni sono troppo
grandi. La sua età e i suoi consigli non servono a nulla, l’unica cosa che può fare nei
confronti di Jacopo è essergli vicino con il cuore avendo pietà di lui. Dice che tra poco non
ci sarà più ma se ne gioverà potrà piangere sulla sua tomba. Jacopo uscendo dal lungo
corridoio (Parini usufruiva dell’alloggio gratuito nel palazzo di Brera) veniva seguito con lo
sguardo dal vecchio che gli disse con voce piangente addio.

ORE 9 DELLA SERA

Riassunto: Jacopo va a dormire così com’è vestito, pronto per partire. È stanchissimo.
Saluta Lorenzo con dolcezza e superstizione. Non vuole morire senza averlo rivisto e
ringraziato per sempre. E così anche Teresa. Ma visto che il suo amore felice fu disgrazia
per la famiglia T*** Jacopo decide che è meglio partire trascinato dal suo destino, senza
sapere dove andrà di preciso, e forse sarà un mondo intero a dividerli. (Anche qui è
presente un’autocitazione delle lettere di Foscolo all’Arese).

GENOVA, 11 FEBBRAIO

Riassunto: Viene esaltato il sole (padre fecondatore dell’universo) che con i suoi raggi
influisce sull’umore di Jacopo. È contento di essere partito. Proseguirà il proprio viaggio tra
poche ore. Non sa dove si fermerà né quando terminerà il suo viaggio ma avverte l’amico
che per il 16 sarà a Tolone.

DALLA PIETRA, 15 FEBBRAIO

Riassunto: Jacopo sta sostando in un paesetto ai piedi delle Alpi Marittime e come di
consueto si ritrova a scrivere a Lorenzo e, come sempre, lo affliggono nuovi mai. È
destinato a non muovere passo senza incontrare nel suo cammino dolore. Durante questi
due giorni è uscito verso mezzogiorno per passeggiare tra gli uliveti che stanno verso la
spiaggia e il mare per farsi consolare dai raggi del sole che lo riscaldava nonostante
l’inverno. Lì pensava di essere solo, sconosciuto a tutti gli abitanti. Invece Michele,
tornando a casa, lo avverte del fatto che in osteria un uomo sciancato, dalla parlata
veneziana, gli chiese se Jacopo fosse un giovane che aveva studiato a Padova, non si
ricordava il nome ma aveva menzionato anche Lorenzo. Michele si sentiva a disagio ma
visto il piacere di ritrovare in quei luoghi un compatriota e la tenerezza che aveva suscitato
in lui, tanto da sembrare un mendicante, gli aveva promesso ospitalità. Jacopo lo fa
entrare in

casa. Entrò un uomo alto e bello che però aveva la faccia rugata e i vestiti leggerissimi.
L’Ortis si sente a disagio per la loro differenza di tenore di vita. Seduti vicino al fuoco
l’uomo inizia a raccontare il proprio ultimo terribile anno di vita. Era studente a Padova e
conobbe Lorenzo. Jacopo promette all’amico di non rivelare l’identità dell’uomo; non ha
intenzione di rattristare il suo amico infangando la sua di un uomo che un tempo sapeva
essere felice e che ora invece si trova nella miseria. L’uomo proseguì raccontando di aver
visto Jacopo lungo la strada ma visto che l’aveva conosciuto solo di vista e dato che erano
passati 4 anni, avrebbe potuto sbagliarsi con un’altra persona. Fu poi Michele a dargli la
conferma. Jacopo ringrazia l’uomo di esserlo andato a trovare, gli parlò di Lorenzo del
quale l’uomo non aveva più notizie da tantissimo tempo, e lo ringraziò ancora per avergli
fatto il nome di Lorenzo. Prosegue il racconto dicendo che emigrò a causa della pace di
Campoformio e si arruolò come tenente nell’artiglieria cisalpina. Un giorno lamentandosi
delle fatiche che era costretto a sopportare un suo amico gli propose un lavoro.
Abbandonò quindi la milizia ma gli vennero a mancare l’amico, l’impiego e una casa.
Girovagò per l’Italia, imbarcandosi poi a Livorno. Mentre parlava Jacopo sentiva piangere
e venne a scoprire che quel lamento proveniva dalla bambina di 13 mesi dell’uomo,
presente nella stanza accanto. Infatti, quando era tenente si sposò e ebbe una figlia da
una donna povera. Da Livorno navigò fino a Marsiglia, girò la Provenza e ora da Avignone
voleva raggiungere Milano. Fu cacciato da qualsiasi città e da qualsiasi governo. Chi gli
era amico non volle più esserlo. Anche chi è buono di cuore dopo un po’ si stufa di fare
carità perché i poveracci in giro sono tantissimi. I libri gli hanno insegnato ad amare gli
uomini e la virtù ma ora sia i libri, sia gli uomini, sia la virtù, lo hanno tradito. È istruito ma
non è in grado di svolgere umili mestieri. Maledice suo padre per non aver insegnato ai
suoi cinque figli ad essere legnaioli o sarti. Suo padre spese quel poco che aveva per farli
andare all’università. Non sa se qualche suo fratello abbia fatto fortuna, ha inviato diverse
lettere ma nessuno gli ha risposto. Adesso l’uomo più volte cerca di rifugiarsi nei locali che
non sa mai come pagare il mattino dopo. Lamentandosi del freddo Jacopo, rattristato, gli
dona il suo tabarro e Michele corre per sistemarglielo sulle spalle. Michele che ascoltava
dalla stanza affianco, si asciugò prima le lacrime. Allora partono una serie di
ringraziamenti di Jacopo al suo servo che nonostante avesse avuto la possibilità di essere
libero, lavorando nella bottega del fratello maggiore, aveva deciso di rimanere affianco
dell’Ortis come suo schiavo. Spesso Michele con la sua giovinezza aveva rasserenato
Jacopo ma quando l’umore dell’Ortis era pessimo e non parlava per un intero giorno allora
Michele reprimeva la propria gioia per non fare accorgere Jacopo del proprio stato
d’animo. Michele è come un fratello, oltre che amico e fedele servitore, non verrà mai
abbandonato. Appena rimangono soli Jacopo e Michele, il primo da tutto ciò che può al
suo servo che dona il denaro al poveraccio veneziano. Il mattino dopo l’uomo sciancato
con sua moglie e la bambina salutano e ringraziano di cuore Jacopo. L’Ortis li mette in
guardia dicendo di prestare attenzione al futuro; adesso avranno i soldi necessari per
sopravvivere 6 mesi al massimo, ma poi la sventura si riproporrà. La scena si conclude
con l’abbraccio di Jacopo e il suo straziante dolore al cuore. La sera prima Jacopo
piangendo si domandò per quale motivo il povero aveva scelto di lasciare la milizia,
perché aveva deciso di sposarsi, lasciando la propria patria, e pensò che quella che aveva
sentito fosse la storia di un pazzo. Non sapeva se credere a quella storia ma sapeva
quello che vedevano i suoi occhi ossia che l’uomo era svestito, con una moglie dolorante e
una figlia piangente, mentre lui era vestito, in buono stato. Lascia ogni giudizio a Dio
perché lui non vorrà mai essere giudice dell’infelicità di qualcuno.

Commento: Jacopo scrive da Pietra Ligure, in provincia di Savona. All’inizio della lettera
troviamo una citazione dell’inferno dantesco (VI canto) <nuovi tormenti e nuovi
tormentati>. La vicenda del povero è un riflesso specchiato dello stesso Jacopo.
L’aneddoto ha però tratti autobiografici riscontrabili nelle lettere inviate da Nizza a Luigi
Basso. Anche Foscolo nel 1799 militò nell’esercito cisalpino in qualità di luogotenente
della Guardia Nazionale. Combatté contro gli austriaci in Romagna, Toscana e alla difesa
di Genova assediata guadagnandosi il brevetto da Capitano. Come per Jacopo anche il
povero uomo riceve insegnamenti etici dai libri.

VENTIMIGLIA, 19 E 20 FEBBRAIO

Riassunto e commento: Emerge l’immagine id una natura arida, che tiene poco in
considerazione l’uomo, vedendolo alla stregua di “vermi”, senza una particolare
importanza. Una natura che è quindi solitaria, fatta solamente di “rocce, montagne e
torrenti”, dove manca vitalità. Si tratta di una natura “minacciosa”, che “caccia” l’uomo e ne
rifiuta la presenza, proseguendo per il suo corso senza tenere in considerazione il bene
del singolo, seguendo le sue leggi che vanno oltre l’uomo. L’uomo è lasciato a se stesso e
non riceve alcun

aiuto. Si tratta di una natura stato d’animo, che rispecchia le emozioni provate da Jacopo
in quel momento. Jacopo, infatti, ne vede solo gli aspetti negativi. Jacopo dice che non c’è
un fine nella vita, non c’è una ragione per cui veniamo messi al mondo, non c’è uno scopo
unico. La natura ci ha messi al mondo senza uno scopo. Anche Leopardi avrà questa
concezione della natura. Infatti, prenderà spunto da quella di Foscolo. La natura, dandoci
la vita, non ci ha fatto un regalo, ma ci ha dato due volte un motivo per cui dolerci: ci ha
messi al mondo senza un perché e ci ha dato la ragione, che ci fa rendere conto del
dolore che proviamo e ci fa pensare ad esso. La ragione si rivela essere un’arma a doppio
taglio. Ci fa rendere conto della nostra condizione misera. Questo concetto uscirà poi
anche in Leopardi, che lo svilupperà nei Canti e nelle Operette morali. Gli animali stanno
meglio rispetto l’uomo, perché a loro, la ragione, la natura non l’ha data. Non mette
comunque in dubbio l’utilità della ragione, ma ne fa emergere l’aspetto negativo. Per
Jacopo la storia prosegue oltre il volere umano. L’uomo non è l’artefice del proprio destino,
ma “le sciagure derivano dall’ordine universale”, è questo ordine a decidere per noi. È
qualcosa di superiore all’uomo che guida la storia. Inoltre il passato ha un particolare
effetto sull’uomo, ovvero quello di suscitargli superbia, ma non è abbastanza per
risvegliarlo dall’inerzia in cui si trova. Questo probabilmente dipende dal fatto che la storia
non dipende da lui. L’uomo riproduce sempre lo stesso momento, non è in grado di
imparare dalla storia. Ciò che comanda nella storia è la forza, la violenza. L’uomo è
portato alla forza, alla violenza sempre. Jacopo ha una visione della storia negativa. La si
può definire nell’espressione hobbesiana “Homo homini lupus”, ovvero che l’uomo è lupo
per gli altri uomini. La visione di Foscolo della storia è estremamente drammatica. Questo
è dovuto anche alla sua esperienza. Infatti, fa questa riflessione dall’esilio, come lo è
anche Jacopo a Ventimiglia. La storia non insegna, perché l’uomo fa sempre gli stessi
errori, non impara. Farà la stessa considerazione Montale durante il fascismo. Questa
visione negativa della storia è dovuta anche alla situazione particolare storico-politica in
cui si trova. Che tipo di idea trasmette l’autore in relazione alla religione? Per Foscolo
l’uomo si rifugia nella religione in quanto non trova felicità in terra. Definisce gli Dei
“protettori della debolezza”, in quanto non danno certezze all’uomo, ma lo nutrono di false
speranze. Infatti, Foscolo dice che gli Dei in realtà “si vestono delle armi dei conquistatori”.
La religione diventa cioè espressione del potere, sopprimendo di fatto i popoli, illudendoli.
È uno strumento utilizzato dal potere per controllare la popolazione, per comandare. I
potenti la utilizzano per governare ed opprimere i popoli. Jacopo contrappone la situazione
contemporanea dell’Italia con quella del passato, dicendo come prima dell’arrivo dei
Romani gli “antichi Italiani” usassero sbranarsi. In questo modo sottolinea il lavoro di
unificazione che hanno fatto i Romani. In questo periodo gli Italiani sono stati liberi, anche
a scapito della libertà di altri popoli, che provavano terrore davanti la gloria dell’Italia, non
attaccandola. Però, il pensiero di questa grandezza passata non è sufficiente per far
riscattare gli italiani e spronarli a ribellarsi allo stato di oppressione in cui si trovano. Se
una volta l’Italia era grande a tal punto che gli altri popoli ne avevano paura, ora al
contrario è lei ad avere paura degli altri e a non essere in grado di riscattarsi. Alla fine
della lettura si parla di morte e sepolcro. Che cosa dice l’autore a riguardo? Che tipo di
concezione emerge? L’autore esprime il suo desiderio-volontà di venire sepolto nella sua
patria, in quelle terre che tante volte hanno accolto i suoi dolori e le sue “membra
affaticate”. La sua patria sarà l’unica ad “udire il suo lamento”. In questo capiamo come
Jacopo voglia trovare la morte nella sua terra natia. Inoltre esprime la possibilità per il suo
“spirito doloroso” di venire confortato dopo la morte, ammesso che le passioni vivano dopo
il “sepolcro”. Si capisce, quindi, come Jacopo trovi la tranquillità e l’arresto dei dolori nella
morte. Nel testo compare la virtù della compassione. Che cosa la caratterizza e la
distingue rispetto alle altre virtù, che gli uomini ritengono tali ma Foscolo rifiuta? Le altre
virtù che Foscolo rifiuta sono “usuraie” perché richiedono sempre qualcosa in cambio. La
Compassione, invece, non lo fa e per questo è l’unica vera virtù. L’uomo prova
compassione nei confronti del compagno che si trova nella sua stessa situazione
disagiata, capendone dolori e sofferenze, senza aspettarsi qualcosa in cambio. È una
sorta di sentimento reciproco che unisce gli uomini nel dolore, spingendoli a ritrovarsi uno
nell’altro e a supportarsi a vicenda. La Compassione crea così solidarietà. È
disinteressata, non implica una risposta in cambio. È l’unica secondo Foscolo che si può
chiamare virtù, in quanto la si prova e non ci si aspetta niente in cambio.
ALESSANDRIA, 29 FEBBRAIO

Riassunto: da Nizza anziché continuare a vagare per la Francia, Jacopo va verso


Monferrato. Stasera dormirà a Piacenza. Giovedì scriverà da Rimino e poi racconterà tutto
al suo amico. Commento: la data indica che l’anno in cui Jacopo si suicidò era bisestile.
Questo significa che il 1799, data di questa lettera, è fittizio, poiché sono bisestili il 1796 e
il 1800. Dopo la resa di Genova nel 1799 Foscolo fece un itinerario simile a quello di
Jacopo.

RIMINO, 6 MARZO

Riassunto: tutto gli sfugge. Voleva incontrare ansiosamente il Bertola (poeta riminese
autore di “poesie campestri” al quale Foscolo aveva dedicato l’Ode La Campagna,
accompagnandola a una lettera datata 28 maggio 1798, un mese prima della morte del
Bertola), del quale non aveva notizie da molto tempo. È morto.

ORE 11 DELLA SERA Riassunto: Jacopo viene a sapere che Teresa si è sposata.
Lorenzo lo sapeva ma aveva preferito rimanere in silenzio. Jacopo si rassegna, ormai è
tutto deciso, è tranquillo, incredibilmente tranquillo. Commento: il fatto tanto temuto è
accaduto e crolla per l’Ortis l’unico argine. Da qui in poi il romanzo sarà un’inevitabile
corsa verso la morte. SCRIVE LORENZO: da questo momento in poi seguono dei
frammenti riorganizzati in base alle date. Questi frammenti decretano la decisione di
morire. (D’ora in poi il romanzo rallenta il ritmo, provocando una sospensione nell’attesa
che l’evento si compia. Da qui in poi si apre l’unico squarcio narrativo del romanzo con il
ritorno ai colli Euganei per rivedere Teresa, l’addio agli amici e alla madre). Il frammento
che segue è stato scritto il 5 marzo:

Jacopo vede la fine, il luogo, il modo e il giorno non lontano della sua morte. Il tempo gli
strappò velocemente i momenti felici. Ha conosciuto la vita solo nel sentimento del dolore
e adesso che anche le illusioni lo hanno abbandonato non ha più nessun altro motivo per
vivere. Se ripensa al passato vede solo i piaceri che non possono più essere considerati
tali e le sfortune che lo atterrano. Cercando la pace, la ragione lo ha sempre indirizzato
verso la tomba. Adesso che non ha più speranze né desideri, tutto è calma. La vita è solo
pentimento del passato, noia del presente e paura del futuro. La morte è l’unico modo per
aver pace. (In questo frammento vengono citati il Saul dell’Alfieri <ho già tutto fermo da
gran tempo nel cuore> e Dante <m’affisso>: sappiamo che nella Divina Commedia
posseduta nella sua libreria, Foscolo sottolinea una citazione del purgatorio aggiungendovi
di fianco una postilla con scritto “s’afficher, da noi volgarmente mostrare il viso facendo
azione bassa, vergognosa”). SCRIVE LORENZO: non ricevette alcuna lettera da Ravenna
ma dal pezzo che segue si capisce che Jacopo ci si recò in quella settimana:

Jacopo rivolge questi suoi pensieri al “Padre” Dante. Si trova prostrato difronte alla sua
tomba a Ravenna. La abbraccia chiedendosi se Dante possa averlo visto. Dante è l’ultimo
rispecchiamento di Jacopo, esule e povero di mente divina. SCRIVE LORENZO: verso
l’alba del 13 marzo Jacopo arrivò sui Colli Euganei e mandò a Venezia Michele,
dopodiché si addormentò ancora tutto vestito. Lorenzo era con la madre di Jacopo quando
arrivò da loro Michele e subito la madre chiese di suo figlio. A quel punto Michele inizia a
raccontare che era stato mandato lì dal suo padrone per avvisarli del fatto che ripartiranno,
prima per Roma e poi per imbarcarsi ad Ancona; l’Ortis non ha scritto nulla perché era
troppo stanco ma li raggiungerà il giorno seguente o al massimo tra due giorni. Michele
aggiunse anche che vedeva stare meglio il suo padrone. In tutto questo Michele sembrava
felice ma il suo parlare in modo confuso non face stare tranquilli Lorenzo e la madre di
Jacopo. Nei giorni dopo infatti ricevettero un biglietto (andato poi perduto) dove Jacopo
esprime il suo desiderio di andare verso le isole Jonie (dove nacque Foscolo; passarono
alla Francia dopo il trattato di Campoformio e divennero protettorato britannico nel 1815) e
visto che non sapeva se sarebbe riuscito a ritornare avrebbe voluto rivederli e avere la
benedizione di sua madre. Il giorno in cui Jacopo fece ritorno ai Colli Euganei si svegliò
quattro ore prima della sera, fece una passeggiata fino alla chiesa e poi tonò a casa per
cambiarsi e dirigersi verso casa del Signor T***. Lì venne a sapere da alcuni parenti che la
famiglia era stata a Padova e che sarebbero rientrati di lì a poco dalla passeggiata. Dopo
un po’ infatti Jacopo riconosce Teresa che tiene per la mano Isabellina seguite dal Signor
T*** e Odoardo. Quando anche Teresa riconosce l’Ortis impreca e per lo stupore si regge
al braccio del padre. Teresa non disse una parola, Odoardo lo salutò freddamente e il
padre gli tese la mano. Solo Isabellina lo salutò con il solito affetto (confronta con la
situazione della lettera del 29 maggio a sera). Nessuno aprì bocca finché Odoardo chiese
se avrebbe fatto ritorno a Venezia. Jacopo rispose che vi si sarebbe recato entro pochi
giorni. Dopo averli scortati fino alla porta si congedò. Michele non volle passare la serata a
Venezia per non lasciare il padrone solo e quando rientrò a Colli Euganei dopo la
mezzanotte, il suo signore era alla scrivania mentre leggeva le proprie carte; molte erano
stracciate ai suoi piedi, molte altre furono bruciate. Michele stanco si fece dare il cambio
dall’ortolano che poi racconta a Lorenzo di aver visto a un certo punto della notte Jacopo
aprire la finestra e soffermarvisi per un po’. In seguito scrisse questi frammenti: in questo
frammento viene fuori l’omicidio compiuto da Jacopo preannunciato nella lettera del 14
marzo 1799: l’Ortis uccise per sbaglio un contadino nel giugno 1798 (questo omicidio ha
un probabile riscontro autobiografico). Ora riaffiorano per questo i suoi sensi di colpa. Si
darebbe fuoco ad una mano come Gaio Muzio Scevola per espiare i propri peccati. Il
leggendario eroe romano, infatti, bruciò la sua mano su un braciere per punirsi di aver
ucciso per errore uno scrivano. Per il suo eroismo il re lo lasciò libero e gli offrì la pace. È
notte e Jacopo riflette sul fatto che gli insegnamenti sono come le medicine, inutili quando
la malattia vince tutte le resistenze della natura. Guarda poi la brillantissima stella dell’alba
(Venere che è l’astro più luminoso dopo il sole). Jacopo nella sua tristezza si consola del
fatto che forse Teresa in questo momento lo stia pensando. Questo pensiero consolatore
mitiga ogni dolore. Si accorge che sta delirando, di nuovo. PARLA LORENZO: la mattina
dopo Jacopo inviò una bibbia a Odoardo (Odoardo non aveva una vasta biblioteca e
soprattutto non possedeva una bibbia, altro segno della superficialità del personaggio. Per
Jacopo, come per Foscolo, la Bibbia è il libro per eccellenza, questa cosa è testimoniata
anche da lettere in cui Foscolo ammette di averla letta fino a notte tarda con la
meditazione di un Fedele). A mezzogiorno passato uscì per inviare la seguente lettera:

14 MARZO Riassunto: Jacopo confessa a Lorenzo che si porta dietro ormai da troppo
tempo un oscuro segreto e visto che la sua morte è vicina, vuole confessare tutto.
Racconta della sera in cui, in preda ai suoi sentimenti, si era allontanato troppo con il suo
cavallo; vendendo avvicinarsi un temporale inizia a correre velocissimo con il suo cavallo
che sembrava essersi imbizzarrito. Presero una stradina stretta e per sbaglio travolsero un
uomo fracassandogli il cranio. Invano Jacopo l’aveva avvertito di spostarsi. Quella notte
tutta la Natura fu burrascosa. Il giorno dopo il contadino venne trovato molto più distante e
distrutto a causa della tempesta da sua moglie che lo cercava. Ma non venne riconosciuto
alcun colpevole. Per mitigare il suo senso di colpa Jacopo promise la figlia in sposa con la
dote al nipote del fattore e diede i soldi necessari al figlio per farsi prete. Il giorno prima
della scrittura della lettera andarono nuovamente a ringraziarlo per averli tolti dalla miseria.
Si chiede se l’anima del contadino l’abbia mai perdonato. Non sa se riuscirà a partire
perché il viaggio è pericoloso, la sua salute cagionevole e non vuole lasciare quella
vedova e quei due poveri figli soli.

Commento: nell’avvertenza di Lorenzo a chi legge, viene narrata la cavalcata <a briglia
sciolta per luoghi scoscesi>.

PARLA LORENZO: dentro la bibbia di Jacopo furono ritrovate traduzioni zeppe di errori e
quasi illeggibili di alcuni versi del libro di Giobbe. (per Jacopo ormai votato alla morte, la
Bibbia non è semplice oggetto di lettura ma pretesto di meditazione sulla vanità
dell’esistere. In una lettera da Milano rivolta a Isabella Albrizzi, del 19 gennaio 1808,
Foscolo scrive che aveva letto l’Ortis come se non fosse opera sua e che poi aveva
intrapreso la lettura del libro di Giobbe e che lo aveva molto apprezzato per il grande e
magnanimo dolore che vi era scritto, per come di parlava di Dio senza superstizione. Fece
la stessa cosa in un'altra lettera inviata sempre da Milano, a Marzia Cesaresco il 24
gennaio 1808). Alle quattro del pomeriggio Jacopo era a casa del Signor T***. Teresa era
sola in giardino, il padre lo accolse amabilmente, Odoardo era intento a leggere. Quando
Odoardo si allontanò con un altro libro in mano, Jacopo prese in mano la prima lettura: il
volume IV delle tragedie dell’Alfieri, sfogliando iniziò poi a leggere ad alta voce. Il signor
T*** raccontò a Lorenzo che quei versi da lui citati e il modo in cui venivano recitati,
sembravano preannunciare la morte dell’Ortis, provocando un senso di pietà nei suoi
confronti. Poi parlarono del suo viaggio e Odoardo chiese se avrebbe fatto ritorno. Jacopo
rispose che non si sarebbero mai più visti. A quelle parole il signor T*** si spaventò e
Jacopo tutto tranquillo gli rispose con dei versi del Petrarca: <non so; ma forse tu rimarrai
in terra senza me gran tempo>. Ritornò a casa all’imbrunire e non fu rivisto fino alla tarda
mattina seguente. Lorenzo aggiunge dei frammenti che secondo lui furono scritti da
Jacopo in quella notte, chiarendo però di non essere certo della loro cronologia. JACOPO:
Jacopo viene accusato di viltà ma questa accusa verrà a smentirsi una volta che sarà
ritrovato morto e dovranno togliergli il coltello con il quale si toglierà la vita dal petto.
(Anche in questo frammento troviamo la prefigurazione della morte dello scrittore, che più
volte chiarisce le modalità con le quali avverrà la sua dipartita). MEZZANOTTE: (il dialogo
che segue è tra l’Ortis e la Natura, considerata come entità depositaria dei segreti del
protagonista). Jacopo contempla la natura e in particolare la luna, sua fedele compagna,
che l’ha visto nel culmine dei suoi deliri. Ogni notte risplende e ogni giorno risorge al
contrario di Jacopo che, ancora una volta ricorda la sua imminente morte. Il pensiero va
poi a Teresa. Jacopo si chiede se la luna anche stasera illuminerà il volto della sua amata.
Chiede infine alla luna di illuminare la sua tomba quando in futuro Teresa lo verrà a
cercare in quel bosco. Jacopo cerca la luce nella Natura che una volta splendeva per lui.
Aveva amato la natura nella sua bellezza e finché risplendeva per lui si sentiva spronato a
vivere. Ma ora,

nella sua disperazione, la Natura è come se fosse diventata assassina. Ma non la dovrà
più temere perché la sta per perdere. Eppure non gli sembra di ribellarsi fuggendo dalla
vita perché la vita e la morte fanno parte del corso della Natura stessa. Per istinto la
Natura gli diede l’amore della vita e l’orrore della morte. La potenza del dolore ha avuto la
meglio sull’istinto. SCRIVE LORENZO: Lorenzo cercò di capire cosa avesse fatto Jacopo
prima di morire. avverte il lettore che scriverà solamente ciò che ha visto o ciò che gli altri
hanno visto e poi riferito. Ancora però non ha ben chiaro cosa fece di preciso nei giorni 16,
17, e 18 marzo. Gli è stato detto da Michele che ebbe notti riposate e che fu più volte a
casa del signor T*** senza però sostarvi mai. La lettera che segue non ha data ma
Lorenzo ci avverte che fu scritta dopo il 19 marzo:

Jacopo è disperato perché vorrebbe incontrare Teresa un’ultima volta e poi sarebbe
pronto ad andarsene. Ma ogni volta che si reca a casa sua per incontrarla, Odoardo le sta
sempre affianco e quasi sbeffeggiandolo gli chiede sempre quando se ne andrà da lì.
Arriva alla conclusione che tutti siamo nemici e che quindi gli conviene farsi da parte.
Aggiunge un PS dicendo che andrà a trovare la vecchia decrepita che ancora vive.

SCRIVE LORENZO: seguono due frammenti che dovrebbero risalire a quella notte e
sembrano essere gli ultimi: Jacopo guarda la morte interrogandola. La morte è necessario
elemento naturale. Oggi per Jacopo svanisce tutta la paura della morte tanto da
paragonarla al sonno della sera, alla tranquillità (citazione del sonetto Alla sera). Se gli
uomini sono destinati a soffrire nella loro vita, Jacopo in 24 anni ha già sofferto
abbastanza. Si sente come un malato che si strascina a passi lenti verso la tomba fra
disperazione e tormenti e la morte a questo punto, con un colpo rapido, porrebbe fine ai
suoi strazi. Guarda la punta del pugnale sorridendo, quando lo infilzerà nel suo cuore tutto
sarà compiuto (Richiama l’inizio dell’opera: <il sacrificio della patria nostra è consumato>
ha quasi tono evangelico). Chi amerà più Teresa una volta che lui se ne sarà andato? Non
potrebbe vivere un giorno in più, un minuto, perché significherebbe aver vissuto troppo,
più del dovuto. 20 MARZO A SERA

Jacopo incontra Teresa con Isabellina. Si avvicina a loro chiamando il nome della sua
amata che lo fissava. Isabellina date le poche attenzioni che gli aveva rivolto Jacopo
pensò che egli non l’amasse più. L’Ortis allora le disse che l’amava molto teneramente ma
che non si sarebbero più visti. Allora Teresa spaventata dice all’Ortis che sua sorella le
sarebbe stata di conforto nei momenti di dolore che le avrebbe insegnato a piangerlo e a
benedirlo. In tutto questo Jacopo scrive la lettera con le mani calde delle lacrime di Teresa
che infine gli disse addio ma non per sempre. Consegnò poi, come promesso, il suo
ritratto bagnato dalle lacrime sue e quelle di sua madre. Jacopo nascondendo il ritratto sul
petto, la abbracciò ma lei si ritrasse freddamente pregandolo di partire. Arrivò nella stanza
il signor T*** che non fu felice di vedere le sue figlie piangere insieme all’Ortis. SCRIVE
LORENZO: cercò più volte frammenti nello studio dell’amico, trovando dei libri e degli
appunti. Seppe da Teresa che Jacopo gli lesse la storia di Lauretta e i frammenti che le
inviò nella lettera del 29 aprile parevano però sconnessi e scritti con stile meno
appassionato (forse si trattava delle lettere a Laura e non l’opera in sé per sé). Il passo
che segue, avverte Lorenzo, non sa se appartiene realmente a Jacopo ma possiede il suo
stile di scrittura. Lo ritrovò scritto in calce al libro delle Massime di Marco Aurelio, sotto la
data del 3 marzo e quello del Tacito con data 20 marzo 1799 (5 giorni prima che si tolse la
vita): Jacopo non sa per quale motivo è vivo, si pone domande esistenziali, investigando
sulle risposte. Si sente risucchiato dalle infinità che lo circondano, sentendosi piccolo
come un atomo. SCRIVE LORENZO: la notte del 20 marzo chiamò in camera Michele e
l’ortolano per far sistemare la stanza e poi li mandò a dormire. Passò tutta la notte in piedi
e al sorgere del giorno svegliò il ragazzo per far chiamare un messo da Venezia. (la veglia
notturna di Jacopo assume caratteristiche cristologiche). Si sdraiò poi vestito ma per
poche ore perché un villano raccontò a Lorenzo di aver incontrato Jacopo nella strada
verso Arquà. Prima di mezzogiorno rientrò nelle sue stanze dove lo attendeva Michele per
avvertirlo sull’arrivo del messo. Aggiunse dunque alcune righe, quasi incomprensibili,
senza firmarsi, alla lettera che poi spedì al suo caro amico:
nella lettera chiede a Lorenzo di dire alla madre che la raggiungerà, senza aggiungere
altro. Le labbra di Jacopo sono arse (come quelle di Gesù sulla croce) e ha un nodo alla
gola. Confessa a Lorenzo di essere soltanto un uomo. Infine invoca Dio perché questo gli
conceda anche per oggi il dono del pianto.

SCRIVE LORENZO: il foglio venne consegnato senza firma e Jacopo poggiò la testa sulla
scrivania. Più volte il servo gli chiese se necessitasse d’altro ma l’Ortis rispose solo con un
cenno di negazione con il capo. Quel giorno cominciò la seguente lettera per Teresa:
MERCOLEDI’ ORE 5 Riassunto: Jacopo chiede a Teresa di rassegnarsi al destino per
trovare la felicità. Le chiede di far riunire i suoi genitori per far in modo che suo padre non
sia più triste. Lei ha la sua famiglia accanto mentre lui morirà solo e solo morendo troverà
la pace. Il più grande dono di Dio è la sua costanza nel rimanergli accanto anche nel
momento più vicino alla sua morte. La avverte che morirà solo dopo aver ricevuto la
benedizione dalla propria madre e un abbraccio da Lorenzo. Le indica di consegnare le
lettere a suo padre che in cambio gliene darà delle altre. Proprio il loro rapporto epistolare
sarà la testimonianza del loro infelice amore. Le fa sapere che non è assolutamente lei la
causa del suo suicidio, anzi, lei è stata l’unica a dare conforto al suo animo tormentato. È
colpa del destino avverso, delle sciagure, della sua costante schiavitù e dello scempio
della sua patria venduta se ha deciso di togliersi la vita. Prega Teresa di far mantenere
vivo il suo ricordo al Signor T***. Scrisse questa lettera interrompendosi più volte e per
l’amore che ci ha messo è come se l’avesse scritta col sangue proveniente direttamente
dal suo cuore. Jacopo ha amato Teresa come fosse una cosa sacra. Parla del ritratto che
Teresa iniziò a dipingere il giorno in cui si videro per la prima volta. Lei ha consacrato quel
dipinto con le sue lacrime e Jacopo lo porterà con sé stretto al petto nel suo sepolcro. Ha
un’unica estrema e sacrosanta raccomandazione da fare alla sua amata: deve consolare
sua madre, perché è l’unica in grado di farlo; senza di lei non le resterebbe più nessuno.
Commento: la profezia si sta per avverare. Teresa assume ancora una volta i panni della
donna angelicata: <viso celeste>, <cosa sacra>, <divina immagine>.

SCRIVE LORENZO: a mezzanotte Jacopo parte per le Poste dei colli Euganei, arriva a
Venezia alle 8 e prendendo una gondola arriva fino a casa sua. Quando Lorenzo arrivò, lo
trovò addormentato sul sofà, tranquillo. Nonostante fossero passati due anni dall’ultima
volta che l’aveva visto, Jacopo non era cambiato molto esteticamente. Si accorse però più
tardi che andava lento, la sua voce usciva a fatica e si sforzava di parlare. Sorrideva a sua
madre ma aveva un’aria circospetta. Lorenzo lo avverte che alcuni suoi vecchi amici
l’avrebbero voluto salutare ma Jacopo rifiutò andando direttamente ad avvertire che non
avrebbe ricevuto visite, in più, confida all’amico che ha esitato fino all’ultimo ad incontrare
lui e sua madre per evitare di farli soffrire, e che aveva scelto di vederli perché lo
necessitava. Poche ore prima di sera si alzò per partire e sua madre gli si avvicinò
chiedendo se avesse risolto, poi si abbracciarono trattenendo a stento le lacrime. La
madre chiede a Jacopo se si riusciranno a rivedere e lui risponde di sì (intendendo
implicitamente nell’aldilà). Lorenzo chiarisce che la situazione politica era instabile e che il
sospetto che avevano avuto sull’intercettazione delle loro lettere era fondato, tanto che
anche lui più avanti sarà costretto a lasciare la patria. Prima di salutarsi definitivamente
Jacopo riceve la benedizione di sua madre e l’abbraccio da Lorenzo, promettendo di fargli
recapitare altre lettere. Jacopo partendo rivolse a loro da lontano uno sguardo che
lasciava far capire fosse stato l’ultimo. Anche la mamma dell’Ortis si sentiva nelle viscere
che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe rivisto suo figlio. Un vecchio sacerdote
fece sapere a Lorenzo che Jacopo pagò un ragazzo per avvertire il campaniere di farsi
aprire la chiesa nella quale era stata seppellita Lauretta. Visto che era giunta l’ora di cena
Jacopo si diresse a salutare la madre di Lauretta, senza però mai parlare della figlia
defunta, e chiedendo anche a questa di consolare sua madre. Teresa racconta del dipinto
rappresentante i cinque laghi collegati ai ricordi paterni di Jacopo, rappresentò accennato
anche lui, sdraiato sull’erba e consegnò il quadretto alla madre dell’Ortis pregandola di
non rivelare da dove provenisse il disegno. Jacopo quando ritornò a Venezia si accorse di
quel quadretto appeso dalla madre e smontandone il vetro si accorse che oltre ad una
citazione dantesca vi era una treccia di capelli di Teresa tagliati il giorno prima del
matrimonio. Vi aggiunse un altro passo dantesco e una sua ciocca di capelli che strinse a
quella di Teresa con un nastro nero e rimise a posto il quadro. La madre il giorno dopo si
accorse della modifica fatta dal figlio, che non aveva proferito parola in merito, e lo
raccontò a Lorenzo. Per tranquillizzarla Lorenzo si propone di accompagnare Jacopo ad
Ancona. Nel frattempo Jacopo passò la notte a Padova dal professore C*** il quale la
mattina dopo gli consegnò delle lettere. (il professore C*** è stato identificato come
Melchiorre Cesarotti, professore di letteratura greca all’università di Padova). Tornato a
piedi dai Colli Euganei, Jacopo riprese a scrivere: VENERDI’ ORE 1 Riassunto: Jacopo
chiede perdono a Lorenzo. Gli chiede anche di stare vicino a sua madre. Dio non
abbandonerà mai né lui né sua madre. Gli chiede di non pensare che lui si sia tolto la vita
perché non amava più nessuno, sarebbe come bestemmiare. Confessa che, in preda alle
emozioni, iniziò a scrivere Teresa sulle

modalità di come e quando si sarebbero entrambi dovuti togliere la vita. Ma poi l’idea che
ella non era più la vergine di quando l’aveva conosciuta, l’ha fatto allontanare dal pensiero
del doppio suicidio. Dice che la sua vita porterebbe più dolore della sua morte. Si deve
dividere da Teresa prima di commettere qualche atto impuro per evitare che la sua
memoria venga infangata. La sua amata si ricongiungerà a lui a tempo debito. Chiede a
Lorenzo di consegnare queste carte al signor T***. Lorenzo dovrà inoltre radunare i suoi
libri e consegnare parte della sua eredità a Michele, troverà i soldi nel cassetto della
scrivania che solo lui potrà aprire perché dentro c’è la lettera che dovrà consegnare
personalmente a Teresa. Commento: il tema della consolazione materna è collegata alla
visione della madre piangente sul sepolcro del figlio suicida, tema lirico del sonetto In
morte del fratello Giovanni. Questo pass ha anche riscontri con la lettera LXXVII del
Werther: <tu madre adorata perdonami e tu Guglielmo la consola>. Davanti al dolore della
made, Jacopo perdeva un po’ della determinazione al suicidio. Questo viene anche
chiarito nella Notizia Bibliografica nei passi in cui si parla della differenza tra l’Ortis e il
Werther; Foscolo infatti scrive che la pietà della madre aveva spesso distolto il figlio dal
pensiero suicida, è da considerarsi come l’ostacolo più grande che alla disperazione
rimanga da sormontare. Jacopo meditava il doppio suicidio, suo e di Teresa. E non solo:
sarebbe arrivato anche a uccidere Odoardo. La perdita della verginità per Jacopo non ha
solo valenza fisica ma è anche intesa come dissacrazione di un altare inviolato.
CONTINUA LA LETTERA PER TERESA:

Riassunto: Teresa avrà questa lettera solo dopo la morte dell’Ortis e forse, dopo quella
tutti cominceranno a dimenticarsi di lui. Jacopo non ha paura di uccidersi perché morirà
quando ancora Teresa lo ama e quando ancora lui è degno di lei e del suo pianto. Quando
Jacopo sarà morto, per Teresa non sarà più colpa amarlo. Quando si troverà difronte a
Dio, gli mostrerà di essere innocente. Nella vita è stato brevemente contaminato da vizi
ma questi non l’hanno mai vinto. Grazie a Teresa ha saputo amare, lei lo ha irradiato con
la sua luce. Ma ora, dopo mille speranze, Jacopo si sente di aver perso tutto. Non può più
resistere. Rivedrà Teresa per l’ultima volta, per prendere tutte le sue lacrime, l’unico frutto
del loro amore. Commento: il pugnale con il quale si toglierà la vita, viene definito <ferro
liberatore>. La morte di Jacopo purifica anche l’amore extraconiugale di Teresa, dopo la
sua dipartita infatti lei non dovrà più sentirsi in colpa. Jacopo non si ferma difronte al
pensiero del suicidio perché sa di essere ancora degno della sua amata. Essere degni
significa che ancora non ha compiuto nessun atto deplorevole (come l’omicidio di
Odoardo). Nel pezzo centrale l’Ortis elenca una serie di fattori per i quali Dio non potrebbe
condannarlo, tra questi c’è anche il non aver tradito la sua patria (tema perpetuo). Jacopo
viene travolto dai raggi di luce di Teresa che ancora una volta rispecchia la donna
angelicata. Alla fine si svela la volontà di Jacopo di rivedere l’amata, si incontreranno
infatti la mattina del 25 marzo, giorno del suicidio. SCRIVE LORENZO: tornava alle 5 da
Venezia e incontrò il suo amico mentre usciva di casa per andare a trovare per l’ultima
volta Teresa. La vista di Lorenzo turbò Jacopo che continuava a respingere l’offerta
dell’amico che l’avrebbe voluto accompagnare ad Ancona. Andarono entrambi a casa del
Signor T***. Jacopo avverte Teresa che il giorno dopo non sarebbe più stato lì, baciando
la mano di lei che non riuscì a trattenere le lacrime. Fece poi chiamare Isabellina che
disperata fece commuovere tutti. Dicendo addio, Jacopo fu accompagnato fuori dal signor
T*** che più volte lo abbracciò e lo baciò piangendo. Odoardo gli strinse la mano
augurandogli buon viaggio. Alla notte Jacopo pregò l’amico di andare a Padova a
prendere le lettere che gli aveva consegnato il professore C***. Aggiunse poi una postilla,
fece come ultima richiesta quella di essere seppellito così come sarà ritrovato, in un posto
abbandonato, di notte, senza esequie, senza lapide, sotto i pini del colle che guarda la
chiesa, con al petto il ritratto di Teresa. Il 25 marzo 1799 (la data nell’edizione del 1802 era
il 23 marzo. La correzione in 25 porta confusione con il calendario reale perché
corrisponderebbe al sabato santo e non al venerdì come viene indicato all’inizio della
lettera. Secondo alcuni, questa correzione sottolinea la funzione cristologica assunta da
Jacopo. Foscolo fa dunque coincidere due dati importanti: la morte di Cristo che avviene di
venerdì e il 25 marzo che è, secondo una tradizione sicuramente nota allo scrittore,
costituisce il venerdì santo per eccellenza, quello storico della morte di Gesù) alle 11 si
ritrovò tra le montagne e bussò a casa di un contadino per chiedere dell’acqua e ne bevve
molta (come fosse un rito purificante). Ritornando a casa dopo mezzanotte uscì dalla
stanza per dare a Michele una lettera sigillata da consegnare esclusivamente a Lorenzo.
Jacopo disse addio al ragazzo, guardandolo affettuosamente, lo lasciò e tornò a scrivere
la lettera per Teresa: ORE 1 Riassunto: Jacopo è andato a rivedere i luoghi a lui cari: i
cinque laghi, la foresta, i campi, il cielo ed il <sacro gelso> (quello della lettera del 14
maggio 1798). Ricorda dunque di quella sera di giovedì 13 maggio in cui si baciarono e la
luna illuminava l’angelico viso della sua amata. Dopo quel fatto Jacopo si sente come

se fosse diventato una persona sacra e per questo motivo aveva deciso che nessun’altra
donna sarebbe stata degna di un suo sguardo. Ricorda ancora una volta che morirà
incontaminato. Prega Teresa di non togliersi la vita dopo la sua dipartita perché la sua
morte farebbe maledire le sue ceneri. Ricorda a Teresa che non è colpa sua se ha deciso
di togliersi la vita e che nessuno deve osare di incolparla. Commento: tutto lo scenario che
ha fatto da sfondo alla tragedia, viene qui richiamato come ultimo interlocutore di Jacopo.
Nella lettera LXXVII del Werther (20 dicembre) si legge “Guglielmo! Ho veduto per l’ultima
volta i campi, i boschi e il cielo. Addio dunque ancor a te. Tu madre adorata perdonami; e
tu Guglielmo la consola”. Teresa è così tanto “donna angelicata” (ricordiamo: <corpo
divino>, <la beatitudine di un tuo bacio>, <angelo>, <sacra risplendi di tutta la tua
bellezza>) che un suo bacio rende anche Jacopo <persona sacra>. Anche in questa parte
di lettera troviamo un’autocitazione di una lettera all’Arese. SCRIVE LORENZO: A un certo
punto della notte Michele che dormiva nella camera vicina a quella di Jacopo si svegliò per
aver sentito un gemito. Aprì la finestra per controllare se fosse arrivato Lorenzo, atteso per
l’indomani, ma non vedendo nessuno, non si preoccupò più di tanto perché il suo padrone
era solito parlare nel sonno. La mattina dopo svegliandosi bussò più volte alla porta di
Jacopo senza avere una risposta e preoccupato sfondò il chiavistello, trovando l’Ortis
agonizzante in una pozza di sangue. Chiamò aiuto ma nessuno rispose. Cercò il chirurgo
e il parroco ma entrambi erano impegnati, allora si diresse a casa del signor T***. Trovò
Teresa che pensava che da lì a poco sarebbe arrivato Jacopo per un ultimo saluto, ci
sperava. Era con Odoardo e appena furono avvertiti della disgrazia, Teresa svenne tra le
braccia di suo marito. Accorse il Signor T*** con la speranza di salvare il suo amico ma
quando arrivarono a casa dell’Ortis lo trovarono sdraiato sul divano con il volto nascosto
tra i cuscini. Il pugnale che si era infilato sotto il seno sinistro era stato poi estratto ed era
caduto a terra. Il ritratto di Teresa era insanguinato e anche la bocca dell’Ortis, questo
fece pensare che l’aveva più volte baciato. Il signor T*** scansò la camicia di Jacopo che
si era cicatrizzata sulla ferita e per un attimo lo sventurato si riprese, bloccando con una
mano il gesto del suo soccorritore e con l’altra, cercando di stringergli la mano. Poco dopo
spirò l’ultimo sospiro. Nella stanza c’era una bibbia chiusa sulla scrivania affiancata da
diversi fogli bianchi, uno aveva l’intestazione con destinatario la mamma di Jacopo, un
altro aveva la stessa data e la stessa destinazione, come se l’Ortis si fosse pentito della
lettera precedente e ne avesse voluta iniziare una nuova, ma senza successo perché già
troppo agonizzante. Appena Lorenzo rientrò da Padova trovò una calca di gente, alcuni lo
invitavano a non entrare in casa dell’Ortis. Quando fu nella sua stanza gli venne incontro il
signor T*** che era sdraiato sul corpo morto del suo amico e Michele giaceva disperato a
terra. Lorenzo raccolse il coraggio e pose una mano sul cuore vicino la ferita. Arrivarono il
parroco e il chirurgo strappandoli a forza dal terribile spettacolo. Teresa visse il lutto con
estremo silenzio. Quella notte Lorenzo, con l’aiuto di tre lavoratori, seppellì il cadavere del
suo amico sul monte dei pini.

Commento: Jacopo si pugnala al costato e tra i personaggi citati dall’Ortis ricordiamo


anche Catone e Saul che si uccisero in modo analogo. Nella lettera del 1801 da Firenze a
Isabella Roncioni, Foscolo scrive che si consolerà nei momenti di tristezza e solitudine con
un suo ritratto e che morendo volgerà i suoi ultimi sguardi al suo disegno che porterà nella
sua tomba stretto al petto. Nel romanzo di Goethe il Werther viene ritrovato morto nella
sua stanza dove sopra la scrivania troviamo una tragedia borghese aperta. In un contrasto
speculare, invece Jacopo, prima di morire chiude il libro per eccellenza, siglando
definitivamente la fine dell’avventura cristologica del protagonista. Nella Notizia intorno a
Didimo Chierico viene chiarito che vengono letti molti libri ma solo la Bibbia verrà riletta,
ciò testimonia l’alta incidenza della cultura foscoliana di tutto un arco della religiosità, forse
ebraica, più che cristiana.