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AFFINITA’ DEL LESSICO

1. La dimensione linguistica

1.1 Il continuum -> • combinazioni a distribuzione libera


• combinazioni a distribuzione ristretta
• combinazioni a distribuzione fissa
• proverbi

1.2 Cristallizzazione e flessibilità -> Fraser propone una classificazione delle espressioni idiomatiche in sei
livelli, ad un grado zero ci sono quelle espressioni completamente cristallizzate, immodificabili (completely
frozen).

1.3 Opacità e trasparenza -> relazione con il tempo (Cutler)

1.4 I gradi di idiomaticità del lessico -> Glucksberg divide in due tipi le espressioni idiomatiche, il primo
tipo costituito da quelle espressioni il cui significato è stabilito in maniera arbitraria (sincronia) esempi ->
attaccare bottone, essere in gamba, ingoiare il rospo. Rientrano nel modello Direct look-up, perché sono
registrate nella memoria del parlante come singole unità. Il secondo tipo è quello che corrisponde al modello
composizione (compositional), e raccoglie tutte quelle espressioni idiomatiche il cui significato è deducibile
soltanto attraverso un’analisi diacronica. Esempi -> una vittoria di Pirro, andare a Canossa. Altre
espressioni come prendere la porta o rompere il ghiaccio possono avere una lettura ed essere interpretate e
come unità composizionali o attraverso una lettura traslata e figurata.
Moon, invece, classifica le espressioni idiomatiche in base al loro contenuto semantico. Esempio
-> azioni: parlare a vanvera, avvenimenti: lancio sul mercato, situazioni: essere in cattive acque, persone:
essere un Casanova, paragoni: essere brutto come un debito, valutazioni: avere il pollice verde, emozioni:
essere verde dalla rabbia.
Solidarietà lessicale -> quando uno degli elementi contiene l’informazione semantica che riguarda l’altro.
Nella semantica del verbo abbaiare è implicita l’informazione riguardo al tipo di animale che produce questo
verso.
Nel lessico ci sono vari gradi di idiomaticità. Martinet considera sintemi tutte quelle unità che non sono
frutto di una combinazione libera ma risultano cristallizzati, chiama sintagmi quelle unità che vengono scelte
liberamente dal parlante.
Collocazioni -> unità lessicali in cui ad un termine A corrisponde un termine B in modo lessicalmente
determinato. I termini di una collocazione mantengono lo stesso significato anche quando vengono assunti al
di fuori della collocazione stessa.
Esempio -> capelli castani ≠ marroni.

1.5 Il vincolo collocazionale -> Il vincolo collocazionale è un’entità memorizzata nel lessico dunque nello
Storage. Jackendoff distingue Storage e computation. Gli elementi lessicalizzati (entrati appunto nel lessico)
può essere rappresentato come parte di un continuum lessico-sintattico composto di forme che variano dalle
più cristallizzate e quindi dal significato letto prettamente in chiave idiomatica (idioms) a quelle più libere
frutto della scelta del parlante e dunque composizionali (combinazioni libere). Il vincolo collocazionale è
registrato nella memoria del parlante e dunque nello Storage per i particolari processi cognitivi che si
attivano, è soprattutto l’utilizzo della metafora che lega e vincola i due elementi facenti parte della
collocazione. Vengono utilizzate strategie di decomposizione lessicale perché innanzitutto si vuole rendere
evidente la selezione fra elementi di una collocazione (la base e il collocato) che molto spesso non coincide
con la selezione della testa formale di un sintagma, in secondo luogo vengono esplicati i procedimenti che si
attivano a livello cognitivo. L’elemento chiave della collocazione (la base) è rappresentato da quello
cognitivamente più saliente, il quale possiede una certa autonomia e trasparenza semantica. La base
seleziona un collocato che viene specificato semanticamente da quest’ultima, e riceve un’interpretazione
figurata, una sfumatura diversa di significato. Sebbene la base presenti una sorta di trasparenza semantica,
viene comunque sottoposta ad una rappresentazione concettuale, al fine di legittimare la selezione di quel
collocato che appartiene ad un dominio semantico diverso. Senza questa sorta di concettualizzazione
semantica la base e il collocato si troverebbero in conflitto ontologico. Appare evidente l’applicazione di
relazioni metaforiche tra base e collocato. Per i processi che si attivano a livello cognitivo è ovvia la
conservazione delle collocazioni nello storage o memoria a lungo termine. Il parlante dunque registra nel suo
storage quello che è il vincolo metaforico presente nella collocazione. Chomsky parla di tratti selettivi
(selctional features) assegnati al verbo, i quali limitano le possibilità combinatorie del verbo stesso. Il
predicato che assume tutti i tratti selettivi, seleziona degli argomenti semanticamente compatibili con i suoi
tratti selettivi. La restrizione della selezione è anche connessa al ruolo tematico (thematic role) di detti
argomenti. La restrizione lessicale di cui abbiamo parlato, non è soltanto caratteristica delle collocazioni ma
anche di combinazioni a distribuzione libera di parole.
Tassonomia delle metafore -> Lakoff e Johnson classificano le collocazioni in base al tipo di processo
metaforico sotteso tra base e collocato.

1.6 Le collocazioni: definizione e tassonomia

1.6.1 Una prima definizione di collocazione -> una collocazione è un’espressione formata da due o più
parole che corrisponde ad una certa maniera convenzionale di dire le cose. Vengono classificate sulla base
del continuum lessico-sintattico, a metà (o meglio non proprio nel mezzo ma a più o meno a metà strada) tra
quelle espressioni che appaiono opache e cristallizzate e che necessitano di una lettura in chiave idiomatica
(gli idioms) e le combinazioni libere di parole.
A distinguere le collocazioni dalle combinazioni libere è appunto la restrizione selettiva che sta alla base di
una collocazione, e dunque ciò che le differenzia è il vincolo collocazionale, quella affinità semantica tra gli
elementi della collocazione che va spiegata soltanto attraverso un processo metaforico. Parliamo di unità
quasi o semi-composizionali, perché mostrano comunque una certa restrizione nel combinarsi tra di loro.
Gli idioms, invece, rappresentano esempi di estrema non-compisizionalità. Una combinazione di parole non
può più essere definita libera quando il numero delle parole che possono occorrere in un legame semantico
con la base diminuisce a tal punto da non permettere la descrizione del repertorio tramite regolarità
semantiche. Dunque questo rapporto deve essere legittimato in qualche modo, sicuramente non tramite
regole semantiche perché rappresenta un’irregolarità. Esempio -> confutare una tesi è una collocazione
perché il verbo confutare non è richiesto da qualsiasi parola, ma è sottoposto ad una restrizione semantico-
lessicale. L’arbitrarietà delle collocazioni spiega la loro predilezione nell’associare certe combinazioni di
parole anziché altre.
Le caratteristiche peculiari, specifiche, proprie di una collocazione sono:
• la non-composizionalità -> il significato di una collocazione non è deducibile dalla somma dei componenti
ma è frutto di un’interpretazione traslata degli elementi. Può esserci connotazione. Esempio -> capelli
bianchi, vino bianco, donna bianca sono esempi di collocazione in quanto le basi che hanno selezionato
questi collocati che apparentemente sembrerebbero uguali, necessitano di una interpretazione traslata.
L’aggettivo assume connotazioni diverse in base al tipo di elemento semanticamente saliente che lo
seleziona (base).
• La non-sostituibilità -> non si può sostituire una parola della collocazione con un sinonimo altrimenti si
metterebbe in discussione quel legame, quell’affinità che sta alla base dei due elementi della collocazione.
Esempio -> biondo ≠ giallo.
• La non-modificabilità -> molte collocazioni, ma non tutte, non possono essere modificate liberamente sia
sintatticamente sia tramite l’aggiunta di altri elementi. La non-modificabilità è anche una caratteristica
delle espressioni idiomatiche che sono definite cristallizzate.

Secondo Liang le caratteristiche che ci permettono di distinguere le collocazioni dalle combinazioni libere di
parole e gli idioms o espressioni idiomatiche, sono quattro:
• autonomia delle parole che compongono la collocazione -> le parole che formano la collocazione
mantengono le proprie funzioni grammaticali ossia i loro legami flessibili (dunque possono avere flessione
interna), si può invertire l’ordine delle parole, aggiungere altri elementi quando possibile. Non sempre le
collocazioni hanno lo stesso status di autonomia, alcune possono essere modificate, altre possono non
permettere modificazioni. Questa caratteristica è in opposizione con le caratteristiche delle espressioni
idiomatiche, perciò è una differenza con le ultime.
• Inalterabilità semantica delle parole della collocazione -> le parole di una collocazione mantengono il
loro senso. Anche questa è una caratteristica che le distingue dagli idioms.
• Possibile sostituibilità del collocativo -> in molti casi il collocato può essere sostituito da un altro
semanticamente analogo senza che venga a mancare il senso dell’intera collocazione. Esempio -> (gettare
+ creare + stabilire + fondare) le basi. Anche per questa particolarità le collocazioni differiscono dalle
espressioni idiomatiche.
• Limiti lessicali -> è proprio la restrizione e il vincolo collocazionale a distinguere le collocazioni dalle
combinazioni libere di parole.
Secondo Liang i veri tratti distintivi di una collocazione sono l’autonomia delle parole e la restrizione
lessicale.

1.6.2 Tassonomia delle collocazioni -> la tassonomia è quella branca della scienza che studia i metodi con
cui si ordinano in sistemi tutti quei dati, quelle teorie, quelle conoscenze via via acquisite. Dunque la
tassonomia delle collocazioni si preoccupa di fare una sorta di classificazione e sistematizzazione del
fenomeno studiato. Si intende per collocazione quella proprietà della lingua attraverso cui il parlante
predilige certe combinazioni di parole anziché altre tra una grande quantità di combinazioni teoricamente
possibili. La base non solo determina la scelta del collocato ma gli conferisce un’accezione specifica e
speciale spesso di carattere astratto e figurato. Una tassonomia proposta da Benson et al e Hausmann
classifica le collocazioni in base alla categoria grammaticale e al legame sintattico tra i collocati.
• sostantivo (soggetto) + verbo -> scoppiare una guerra
• verbo + sostantivo (oggetto) -> stabilire un record
• aggettivo + sostantivo/sostantivo + aggettivo -> punto cruciale/vento debole
• sostantivo + preposizione + sostantivo -> una tavoletta di cioccolato, un pizzico di sale
• verbo + avverbio -> cadere pesantemente, desiderare ardentemente, pentirsi amaramente
• aggettivo + avverbio -> fermamente convinto, gravemente ferito, strettamente legato.

1.7 Aspetti formali -> a livello di forma, sintassi. distinguiamo innanzitutto tra norma e sistema. La norma
per Coseriu rappresenta la realizzazione del sistema. La norma include tutto ciò che risulta fissato
tradizionalmente in una lingua, ossia fatti linguistici effettivamente realizzati ed esistenti nella tradizione
(quindi tutto ciò che effettivamente è regolare, appartiene al lessico e perciò lessicalizzato). Al contrario, il
sistema è una tecnica aperta (ciò che realmente avviene e dunque non presenta tutte quelle regolarità che ha
la norma ma fatti concreti paragonabili all’esecuzione) che contiene virtualmente anche fatti non realizzati
ma possibili, secondo le opposizioni distintive contenute in esso e le regole combinatorie che ne
caratterizzano l’uso. Dal punto di vista del sistema (ovvero di quella tecnica aperta che contiene anche fatti
non realizzabili ma possibili), le collocazioni non si distinguono dalle combinazioni libere di parole. Solo a
livello di norma (ovvero quello che risulta fissato in una lingua) ci sono delle differenze in quanto le
collocazioni mostrano preferenze di combinazione e restrizioni imposte dall’uso. Consideriamo le relazioni
paradigmatiche (dunque quelle in absentia, che prevedono un procedimento di selezione), e le relazioni
sintagmatiche (quelle in praesentia, le quali prevedono la combinazione). Greenbaum ha segnalato che il
fenomeno delle collocazioni è inteso come un tipo di legame lessicale responsabile della creazione di serie
lessicali (lexical sets) nell’asse paradigmatico (parliamo dunque di selezione: perché quella base seleziona
quel determinato collocato?) e di modelli lessicali combinatori nell’asse sintagmatico.

1.7.1 Relazioni paradigmatiche -> o selezione del collocato. Mitchell afferma che non sono le unità lessicali
(parole o lessemi) a collocarsi, ma i significati lessicali che chiama roots.

1.7.2 Relazioni sintagmatiche -> combinazione del collocato. La nozione di collocazione risponde ad una
visione essenzialmente sintagmatica della lingua. Una delle questioni cruciali a riguardo è il tema della
distanza collocazionale o span (a che distanza possono trovarsi due elementi di una collocazione?
Ricordiamo che stiamo parlando della combinazione di elementi in praesentia. Asse sintagmatico). La teoria
collocazionale non precisa questa distanza, emergono però varie ipotesi.
In quanto al grado di restrizione tra i collocati (che tipo di restrizione presentano gli elementi di una
collocazione? È possibile utilizzare dei sinonimi del collocato?), secondo Cowie le collocazioni si dividono
in libere, ristrette, stabili e categoria-ponte. Le collocazioni libere sono combinazioni facoltative di parole
i cui elementi costitutivi mantengono il loro significato costante. Esempio -> (provocare + iniziare +
vincere + perdere) una rissa/ provocare (una discussione + una rissa + una guerra + una rottura). Le
collocazioni ristrette rappresentano quel tipo di collocazione in cui l’accezione di significato del collocato
scelto viene determinato dall’altro collocato (base ?), solitamente si tratta di una restrizione a livello
semantico-grammaticale. Esempio -> correre (un rischio + un pericolo). Il significato del verbo correre è
determinato dalla classe dei sostantivi con cui si colloca (rimandando al fatto che il verbo correre è
intransitivo, alcune volte è presentato come transitivo come in correre una maratona, riprenderemo in seguito
la spiegazione mediante la metafora ontologica della metonimia, per cui si considera del pericolo o del
rischio soltanto un aspetto temporale e spaziale che è limitato come quello della maratona). Quando le
restrizioni limitano l’estensione collocazionale a uno dei due collocati ci si trova di fronte a collocazioni
stabili. Esempio-> conciliare il sonno che non permette la sostituzione sinonimica del verbo. Le collocazioni
categoria-ponte demarcano la distinzione tra collocazioni e espressioni idiomatiche. Esempio -> sollevare
una critica, queste unità sono formate da un collocato con significato figurato o specializzato (sollevare) e
una base che non permette la sostituzione sinonimica del collocato.

1.8 Aspetti semantici -> a livello di significato. Le collocazioni mostrano diversi gradi di ridondanza e
intensificazione. La base presenta autonomia semantica e seleziona nel suo collocato un’accezione speciale
che presenta solo in quella co-occorrenza. Il collocato presenta generalmente:
• una specializzazione semantica che restringe le sue possibilità di commutazione (cambiamento o
sostituzione sinonimica)
• un significato astratto o figurato
• un significato quasi grammaticalizzato, come nelle collocazioni con verbi delessicalizzati dare inizio
Il significato di una collocazione è dunque semi-composizionale. Le relazioni semantiche tra base e
collocato sono sistematizzabili (tassonomia di Mel’čuk) tramite la nozione di funzione lessicale, concepita
inizialmente per spiegare il fenomeno della co-apparizione lessicale ristretta.

3. La dimensione fraseologica

Si intende per fraseologia ‘’ l’insieme delle frasi (nel senso di locuzioni o espressioni caratteristiche,
idiomatiche) proprie di una determinata lingua o di una determinata sezione del lessico, relativa a una
particolare attività umana’’ (Treccani). Tanto è vero che i primi studi di fraseologia si sono occupati
principalmente di proverbi, motti e clichés che rappresentano le forme più legate all’esperienza quotidiana e
quelle che rispecchiano maggiormente l’esperienza ripetuta (tutte quelle espressioni utilizzate in blocco
senza particolari abilità di combinazione). Le prime riflessioni sulla fraseologia risalgono al XVIII secolo e
provengono dalla Russia. Qui si diffondono studi in cui prevale la distinzione tra frase e idiomatismo. La
fraseologia come disciplina linguistica a cavallo tra lessicografia e sintassi, ha origini piuttosto recenti. Bally
propone il termine ‘’fraseologia’’ per indicare quella nuova disciplina che abbia come oggetto di studio le
unità pluriverbali fisse (idioms, espressioni idiomatiche, tutto ciò che risulta fisso sul continuum lessicale)
nel linguaggio di ciascuna comunità linguistica. Bally indica come tratto distintivo di queste unità
pluriverbali il carattere di fissità, ossia il risultato dell’uso ripetuto di una combinazione di parole (quelle che
vengono apprese in blocco, quelle che appaiono già formate). Il termine fraseologia descrive dunque da un
lato il campo della linguistica che studia la tipologia delle espressioni pluriverbali e ne analizza la struttura
morfosintattica (tutto ciò che riguarda la flessione, la possibilità di modificare la combinazione di parole
ecc.), la stabilità, la distribuzione e la trasparenza semantica; dall’altro lato tutte le espressioni idiomatiche,
modi di dire frasi fatte ecc. caratterizzate da una scarsa trasparenza semantica e dal fatto di non risultare
prevedibili. Dunque la fraseologia studia sia le espressioni idiomatiche, che tutte le altre espressioni che
risultano fisse, quindi in parte anche le collocazioni. Del fenomeno collocazionale, la fraseologia ne mette in
risalto aspetti formali e semantici essenziali.

3.1 La fraseologia delimita le collocazioni -> negli anni Settanta la fraseologia è stata riconosciuta come una
disciplina linguistica grazie ai contributi provenienti dalla linguistica sovietica. Già dagli anni Quaranta la
linguistica sovietica cerca di sensibilizzare i fraseologie verso l’analisi delle regole che condizionano la
libertà di combinazione delle parole e dei significati delle parole (ovvero: perché quella determina sequenza
di parole risulta al parlante come un blocco unitario? Che regole ci sono alla base di queste combinazioni di
parole a distribuzione fissa?). Un gruppo di studiosi dell’ex Unione Sovietica avevano compiuto una
distinzione all’interno dell’insieme delle unità fraseologiche, distinguendo le sentence-like combinations
dalle word-like combinations. L’insieme delle combinazioni word-like viene uniformemente suddiviso in
base al grado di idiomaticità delle espressioni che vi appartengono: si va dalle combinazioni più libere a
quelle più opache e invisibili. Cowie riporta i risultati di tale distribuzione in una tabella : Word-like
combinations -> 1. Free combination, 2. Restricted collocation, 3.figurative idioms, 4. Pure idiom.
I fraseologi russi si preoccupano di distinguere i pure idioms (gli idioms in senso stretto dal significato opaco
e cristallizzato esempio spill the beans -> vuotare il sacco ) dai figurative idioms (definiti anche metafore
morte o catacresi, quel tipo di espressioni idiomatiche che col tempo perdono la loro individualità esempio
-> collo di bottiglia, rompere il ghiaccio che non hanno una corrispettiva forma produttiva). In ambito russo
Igor Mel’čuk distingue le espressioni linguistiche in quattro categorie, segmentate in sotto categorie:
a) fisse e idiomatiche;
b) fisse e non idiomatiche;
c) non fisse e idiomatiche (=> non fisse=libere);
d) non fisse e non idiomatiche;
d1) combinazioni libere;
d2) combinazioni non libere (in cui include saluti, clichés, frasi celebri e massime).
La tassonomia di Mel’čuk si fonda su una concezione di idiomaticità e di fissità intese come nozioni
profondamente distinte e indipendenti l’una dall’altra, mentre per altri linguisti queste nozioni sono collegate
tra di loro.
A tale proposito (ovvero i concetti di fissità e idiomaticità che Mel’čuk ritiene distinti), si diffonde il modello
di ‘’centro-periferia’’: è possibile distinguere un centro dove si concentrano espressioni altamente
idiomatiche, fisse e della misura di un sintagma, e una periferia dove si collocano le forme più estese,
trasparenti e flessibili dal punto di vista sintattico. Nel modello centro-periferia le collocazioni vengono
inserite appena fuori dal centro. A questo punto nasce un intenso confronto tra color che ritengono che gli
studi di fraseologia debbano occuparsi unicamente delle espressioni che costituiscono la sfera centrale
(ovvero tutti gli idioms, e quelle espressioni idiomatiche che risultano fisse) e quelli che considerano la
fraseologia come l’insieme delle unità appartenenti tanto al centro come alla periferia.
Altro modello teorico della fraseologia (formulato da Wotjak, Mendìvil, Penadés e Ruiz) è quello concepito
come insieme di unità complesse che formano un continuum fra parola e sintagma, fra sintassi e lessico. Ruiz
chiarisce alcuni concetti fondamentali della teoria fraseologica: la fissità, l’idiomaticità e la
fraseologizzazione. La fissità è il carattere necessario delle unità fraseologiche. L’idiomaticità viene
considerata una proprietà una proprietà sussidiaria e non necessaria. Il processo di fraseologizzazione
riguarda la costituzione di ogni unità fraseologica attraverso un certo grado sia di fissità che di idiomaticità.

3.2 I tratti delle combinazioni lessicali

3.2.1 La frozeness o mancanza di flessibilità sintattica -> a differenza delle frasi libere, le espressioni
fraseologiche presentano un forte grado di fissità. Non sono ammesse sostituzioni, nominalizzazione,
relativizzazioni ecc. Applicando tali modifiche si otterrebbe una frase grammaticalmente corretta e dotato di
significato letterale piuttosto che di significato idiomatico.
Questo carattere di fissità sintattica è anche detto stabilità, pietrificazione, congelamento, automatizzazione,
frozeness. Attraverso l’uso più o meno frequente una combinazione di parole si cristallizzata nella memoria
del parlante (storage) e una volta entrata nello storage del parlante permane anche se le condizioni storico-
sociali in cui si era creata quell’espressione cambiano. La nozione di fissità è anche alla base della
distinzione compiuta da Coseriu tra ‘’tecnica del discorso’’ ( quelle espressioni che permettono la
combinazione libera, quindi risultato della scelta del parlante di formare una combinazione di parole) e
‘’discorso ripetuto’’ ( che raccoglie tutte le espressioni o costrutti per irregolarità di tipo sintattico e
semantico che vengono riprodotti in modo automatico). Le collocazioni vengono considerate alla stregua di
combinazioni fisse. Corpas Pastor le indica come combinazioni fisse a livello di norma ( ovvero tutto ciò
fissato regolarmente in una lingua). Sono fisse nella norma nel senso che non è il sistema (tutto quello che
nella lingua sarebbe possibile realizzare) che obbliga la loro struttura bensì è il loro uso a rendere certe
associazioni più o meno adeguate. Corpas Pastor distingue tre gruppi di espressioni fraseologiche: una prima
sfera coincide con il gruppo delle collocazioni, ossia con quelle combinazioni non autonome che sembrano
avere un certo grado di stabilità nell’uso; una seconda sfera include le locuzioni; una terza sfera include i veri
e propri enunciati riguardanti il parlare concreto. La fissità nella norma (ovvero tutti quei fatti linguistici
realizzati ed esistenti nella tradizione) e l’impossibilità di formare enunciati sono due aspetti che per Corpas
Pastor distinguono le collocazioni dalla altre fraseologie.

3.2.2 La non-composizionalità -> la composizionalità del significato letterale di un’espressione si definisce


in base ai significati dei singoli elementi di quell’espressione. Per considerare un’espressione come
un’espressione idiomatica dobbiamo prima essere certi che NON violi il principio della NON-
composizionalità (ovvero violi il principio della composizionalità). Possiamo parlare di azzeramento
semantico dei componenti. L’idiomaticità che rappresenta la chiave per leggere un’espressione fraseologica
viene intesa in due sensi (Zuluaga). Nel senso etimologico del termine ovvero come elemento proprio e
peculiare di una lingua e oggetto di studio della linguistica; in senso più ristretto come caratteristica
distintiva che permette di indicare il carattere di quegli elementi lessicali o grammaticali più marcati e
peculiari di una lingua rispetto ad un’altra. In ambito fraseologico ci si riferisce all’idiomaticità per indicare
quel carattere semantico proprio di certe costruzioni linguistiche fisse, il cui senso non è ricostruibile a
partire dai significati dei singoli elementi che costituiscono la combinazione di parole. È idiomatico ciò che
non è composizionale. L’idiomaticità è strettamente connessa alla fissità. Le collocazioni inizialmente erano
considerate col criterio adottato per unità non idiomatiche, e dunque non fraseologiche. Non è del tutto
preciso considerare le collocazioni assolutamente trasparenti dal punto di vista semantico perché appare
comunque una lettura in senso traslato e figurato dell’elemento collocato, inoltre risulta una sorta di
concettualizzazione della base che permette di risolvere il conflitto ontologico che altrimenti starebbe alla
base di quell’associazione di parole.

3.2.3 L’opacità semantica -> le espressioni idiomatiche possono risultare poco o molto opache, ma non
possono essere considerate totalmente trasparenti. Una locuzione non-composizionale (ovvero il cui
significato non può essere ricavato dalla somma dei significati delle singole parti) il cui significato è
idiomatico, sarà tendenzialmente opaca.

3.3 La connotazione e i tecnicismi collaterali -> le collocazioni non sono unità del sistema (tutto quello che
nella lingua sarebbe possibile realizzare), ma della norma (intendiamo con norma tutti i fatti linguistici
esistenti nella tradizione e realizzati). Non si può parlare del significato connotativo (traslato) e denotativo
( oggettivo). Determinati tipi di collocazione hanno preferenza per determinati tipi di testo o registro e
appaiono in un determinato registro. Esempio -> rovesci sparsi, aprire un file, presentare una domanda.
Parliamo di tecnicismi collaterali per quelle espressioni che si trovano a metà tra le parole e i termini tecnici.
Le collocazioni nelle lingue speciali (ovvero quelle puramente tecniche) vengono designate come
‘’fraseologismi specializzati’’, ‘’pseudotecnicismi’’ o ‘’tecnicismi collaterali’’.

3.4 La teoria Senso-Testo di Mel’čuk e le funzioni lessicali -> Riguardo allo studio delle collocazioni
lessicali Mel’čuk prende le mosse dalla teoria senso-testo (meaning Text model), che pone l’accento sulla
necessità di descrive il lessico nella sua globalità, considerandone sia gli aspetti semantici che quelli sintattici
e lessico-combinatori. Da questa concezione integrata del lessico è nato il DEC ( Dictionnaire Explicatif et
combinatoir), un dizionario concepito come un lessico teorico che comprende tre grandi sezioni: una
semantica, una sintattica e una lessico-combinatoria. Per Mel’čuk la restrizione lessicale di alcune
combinazioni dipende strettamente dal senso che si vuole veicolare attraverso la loro espressione. Mel’čuk e
i suoi collaboratori hanno elaborato e sviluppato la nozione di funzione lessicale (FL) chiamata così perché
ammette come input solo unità lessicali e produce come output insieme di unità per descrivere la ristretta co-
occorrenza di determinate parole. La funzione lessicale è un operatore semantico che rivela o tenta di rilevare
il tipo di legame che intercorre tra i due elementi collocati. Il senso (intenso/ intensamente/molto) ne è un
tipico esempio: la sua realizzazione dipende dal lessema al quale si riferisce. Il senso di intensificazione si
esprime vicino ad un lessema x attraverso uno o più lessemi y e questo in maniera irregolare, ma sempre in
funzione di x. L’espressione lessicale può essere descritta attraverso una funzione (nel senso matematico del
termine) f che associa a qualsiasi x, per cui questo senso possa essere espresso, tutti gli y possibili: ne risulta
la formula f(x)=y. Il lessema x, per il quale si cerca la co-occorrenza che esprima questo senso, è detto
l’argomento di f e l’insieme delle co-occorrenze è il suo valore. Esistono varie funzioni lessicali: Magn(x)=y
per esprimere intensità; Oper(x)=y il cui senso è ‘’fare, operare’’; Mult(x)=y che produce un valore (y) che
denota un nome-massa. Esempi -> Magn(x)=y Magn(dormire)= profondamente, come un sasso, come un
ghiro. Oper(bacio)=dare; Mult(cani)= branco. Le critiche mosse alla teoria senso-testo di Mel’čuk
riguardano la possibilità di produrre attraverso la nozione di funzione lessicale non solo le collocazioni ma
anche molte combinazioni libere.
Le funzioni lessicali si suddividono, in base a diverso criteri, in funzioni standard (=> quelle che
raccolgono una classe relativamente ampia di lessemi sia come argomenti -x- sia come valore -y-, ossia
sono valide per ambiti lessicali molto estesi) e non-standard (=> hanno un’applicabilità molto limitata) e in
funzioni paradigmatiche (=> queste comprendono i correlati lessicali di un determinato lessema, come
sinonimi o quasi-sinonimi, come nozione generale di L, una situazione implicata da L o da un partecipante
implicato da L. Queste si riferiscono ad un principio di selezione) e sintagmatiche (=> formano collocazioni
con un determinato lessema L e sono alla base dell’analisi della co-occorrenza ristretta, si basano su un
principio di combinazione). Le funzioni lessicali FL sono valori universali, dunque si applicano a tutte le
lingue. Le funzioni lessicali permettono di descrivere la co-occorrenza lessicale di qualsiasi lingua
servendosi degli stessi criteri. Il contributo di Mel’čuk riguarda l’aspetto semantico delle collocazioni.
Rispetto alle locuzioni e agli enunciati idiomatici le collocazioni appaiono assolutamente trasparenti, nel
senso che ogni costituente lessicale rappresenta anche un costituente semantico. Le collocazioni però
appaiono solo parzialmente composizionali (s parla di semi-idiomaticità) e questo le differenzia dalle
combinazioni libere di parole. Mel’čuk sottolinea i principale aspetti delle collocazioni: 1. Il significato della
combinazione contiene il significato di almeno uno dei componenti; 2. Uno dei componenti è stato scelto dal parlante in modo regolare e non
Parliamo di
limitato; 3. La scelta del secondo componente è stata operata in funzione del primo e del significato che si vuole esprimere.
selezione ristretta. Uno degli elementi (la base) mantiene il suo significato, mentre il collocato subisce una
specificazione semantica. La teoria senso-testo di Mel’čuk permette di codificare i legami semantici che
descrivono il rapporto tra base e collocato di innumerevoli collocazioni. Il punto debole è che è un apporto
puramente descrittivo.

3.5 Coseriu e le solidarietà lessicali -> differenza tra le collocazioni e le combinazioni di parole che risultano
legate da solidarietà lessicale. I concetti di solidarietà lessicale e di collocabilità vengono spesso confusi.
Nonostante il termine collocazione si sia affermato in area romanza più tardi, la nozione era in parte già
presente nella teoria di Coseriu, più precisamente nelle cosiddette solidarietà lessicali. Ogni unità che
compare in una lingua sotto forma di parola è un lessema. Un arcilessema è un’unità semantica che equivale
al contenuto unitario di tutto un campo lessicale, ossia di un paradigma lessicale che raccoglie varie unità
(parole) che si oppongono l’una all’altra per tratti distintivi minimi. Tornando alla nozione di solidarietà
lessicale, Coseriu descrive il fenomeno come una classe (per classe si intende l’insieme dei lessemi che sono
accomunati da un tratto distintivo comune), un arcilessema o un lessema che appartengono alla definizione
semantica di una determinata parola sul piano delle differenze semantiche minime (tratti distintivi). Le
solidarietà lessicali sono fenomeni sintagmatici della lingua (combinazione) condizionati
paradigmaticamente (selezione), si basano sul fatto che l’unità di un qualsiasi livello di un paradigma
funziona in un altro paradigma come elemento distintivo tratto distintivo. Le solidarietà lessicali vengono
suddivise in vari tipi a seconda del modo in cui i lessemi del paradigma sono determinati dalle unità di altri
paradigmi. Coseriu parla di un lessema determinante ( il lessema il cui contenuto è implicato come tratto
distintivo in un altro lessema -> la base) e lessema determinato (quello che riceve i tratti distintivi -> il
collocato). Nella solidarietà lessicale cavallo baio, cavallo è il lessema determinante e baio il lessema
determinato. Il lessema determinato implica il lessema determinante ma non viceversa. Coseriu distingue due
tipi di solidarietà lessicali: unilaterali (caratterizzate da una determinazione interna, poiché la caratteristica
del lessema determinante incluso nel lessema determinato non ha valore oppositivo nell’asse paradigmatico
-selezione- mordere/denti <il tratto denti già è implicito nel verbo mordere, senza denti non si potrebbe
mordere e dunque il tratto è implicito nel verbo. Questo tipo di solidarietà funzionano sintagmaticamente
-combinazione-) e multilaterali (cane-abbaiare sono caratterizzate da una determinazione esterna poiché il
tratto distintivo del lessema determinante si aggiunge al contenuto del lessema determinato, rendendo
possibile l’opposizione con altri lessemi sull’asse paradigmatico. Questo tipo di solidarietà costituiscono un
paradigma -selezione-, se si sostituisce un lessema bisogna sostituire anche l’altro). Coseriu distingue, in
base ai lessemi determinanti (base) un arcilessema o un lessema tra affinità, selezione e implicazione. Nel
caso dell’affinità la classe del lessema determinante (base) funziona come tratta distintivo esempio -> bere
(umani), abbeverarsi (animale). Si parla di selezione se è l’arcilessema dei lessemi determinanti (la classe
della base) a costituire un tratto distintivo esempio -> nave- viaggiare. Se si tratta di tutto un lessema
determinante che funziona come determinazione del contenuto di un lessema determinato, allora si parla di
implicazione esempio -> baio si usa applicato al manto dei cavalli. Non c’è solidarietà se la relazione con un
determinato elemento non è esclusiva. Bisogna distinguere due casi: se la solidarietà è solo di contenuto e
non ha un’espressione materiale specifica, un lessema determinato non può implicare da solo un lessema
determinante, poiché in tal caso la scelta di un preciso significato avviene solo attraverso la presenza
concreta di un lessema determinante esempio -> un amico molto caro/un libro molto caro non può essere
altrimenti perché non è un rapporto esclusivo. Se, invece, la solidarietà ha un’espressione materiale specifica,
la relazione di contenuto è data attraverso lessemi determinati anche se il lessema determinante non appare
nel contesto. Mordere e abbaiare implicano anche se non espressi nel contesto cane e denti. Nelle solidarietà
multilaterali il lessema determinante è solitamente espresso, in quelle unilaterali può anche essere omesso.
Tanto nelle solidarietà che nelle collocazioni, un componente determina la scelta di un secondo componente.
Tuttavia il tipo di legame tra i due membri di una collocazione e quelli delle solidarietà lessicali è totalmente
differente. Il rapporto di implicazione determina la possibile omissione dell’elemento già implicitamente
presente nella semantica dell’aereo componente. In generale, la nozione di collocazione e corrisponde a
quella di solidarietà lessicale multilaterale, in forma di affinità, selezione e implicazione. Le collocazioni e le
solidarietà differiscono anche sul piano della frequenza. Ma ciò che distingue realmente le collocazioni dalle
solidarietà lessicali è la mancanza del legame di implicazione tra base e collocato (assente nelle
collocazioni). La base non contiene nessun tratto distintivo che comporta la scelta del collocato. Corpas
Pastor osserva che le solidarietà lessicali rappresentano un sottoinsieme delle collocazioni, dal momento che
tutte le collocazioni si creano in praesentia (combinazione-sintagmatico) e non tutte le solidarietà ammettono
un rapporto in absentia (paradigmatiche- selezione).

3.6 Hausmann: tipologie combinatorie -> l’obiettivo primario di Hausmann è quello di sensibilizzare i
colleghi lessicologi e lessicografi rispetto al fenomeno delle collocazioni. Hausmann chiarisce da un lato i
concetti ancora impliciti negli studi sovietici, dall’altro a introdurre una terminologia che spieghi le unità
collocazionali. Hausmann definisce la collocazione come composta da due parole piene ovvero due elementi
lessicali che non siano grammaticali. Così facendo, si restringe il dominio delle collocazioni. Secondo
Hausmann il criterio di frequenza (introdotto da Bally) non porta ad identificare soltanto collocazione ma
anche combinazioni di parole libere. Dal punto di vista strutturale Hausmann indica sei possibili
combinazioni collocazionali: sostantivo+aggettivo; sostantivo+verbo; verbo+sostantivo; verbo+avverbio; aggettivo+avverbio;
sostantivo+(preposizione)+sostantivo aggiungendo poi una settima verbo+preposizione+sostantivo.
Il suo contributo maggiore è di tipo semantico. Secondo Hausmann, i colloca non hanno lo stesso status,
poiché uno di loro determina la scelta dell’altro. La collocazione rappresenta una combinazione
orientata( perché composta da una base e un collocato che hanno carica semantica distinta; limitazione di
combinabilità ) e ristretta (perché la base mostra preferenze di combinabilità limitate a un numero ridotto di
collocati). Comunemente è il predicato che selezione gli argomenti, mentre qui si suggerisce che sia la base a
determinare la scelta del collocato. Bosque sostiene che sia l’elemento che costituisce il predicato a
selezionare regolarmente i suoi argomenti. Gli elementi che costituiscono una collocazione non sono per
niente casuali o facilmente sostituibili ma rappresentano elementi rigorosamente selezionati attraverso
meccanismi semantico-concettuali. L’apporto fondamentale di Hausmann per la teoria collocazionale è
quello di conferire alla base la centralità della collocazione. Il peso semantico dell’espressione poggia
principalmente sull’elemento base. L’elemento denominato base costituisce l’elemento gerarchicamente
prominente nella collocazione. Hausmann illustra la sua teoria sulla combinabilità delle parole distinguendo
tra parole con combinabilità limitata (che si combinano solo con determinate parole), parole con
combinabilità illimitata (combinazioni libere ?). Distingue poi parole con combinabilità poco limitata (quasi
libera); parole con combinabilità limitata (combinazioni ristrette?); parole con combinabilità limitata che si
collocano al di fuori del loro normale ambito collocativo. Le parole con combinabilità poco limitata si
uniscono con altre parole secondo delle regole semantiche minime e formano così delle combinazioni libere
o co-creazioni. Le parole con combinabilità limitata si combinano sulla base di determinate regole
semantiche che hanno una particolare affinità, una forza di attrazione reciproca che l’uso ha trasformato in
prodotti semilavorati (collocazioni). Altre parole con combinabilità limitata si collocano al di fuori del
ventaglio collocazionale, queste vengono definite contro-creazioni, tipiche dello stile letterario ma piuttosto
rare. Hausmann distingue parole semanticamente autonome (autosemantiche) e le parole sinsemantiche o
non autonome. Sulla base della combinabilità tra parole autosemantiche o sinsemantiche è possibile ricavare
una tassonomia: 1. autosemantica+autosemantica = combinazioni libere;
2. autosemantica+sinsemantica= non si tratta di combinazioni libere.
Le locuzioni (idioms) costituiscono il terzo gruppo individuato da Hausmann, vengono definite come unità
extrasemantiche poiché non servono né come parole autonome né come sinsemantiche. Le locuzioni si
servono delle parole spogliandole dal loro significato per creare un’immagine che non è del tutto vuota del
senso delle parole utilizzate.

5. La dimensione metaforica

Le collocazioni sono una realizzazione sintattica o sintagmatica delle metafore. La linguistica presume che
ogni lingua si preoccupi di dare espressione alla Weltansicht o visione del mondo. La visione del mondo
condivisa da tutta la comunità linguistico-culturale rende possibile la comprensione. Le connotazioni
culturali sono particolarmente evidenti nelle espressioni idiomatiche e nelle collocazioni lessicali.
L’interpretazione delle collocazioni metaforiche richiede l’attivazione di schemi culturali specifici della
lingua. Le basi cognitive della metafora (quindi come attraverso la metafora conosciamo il mondo) quale
meccanismo linguisticamente creativo è stato postulato da Kant come il principio dell’Als ob. Nella mente
umana è innata la tendenza a interpretare le categorie astratta come oggetti percepibili attraverso i sensi.
Nella lingua le categorie astratte appaiono come se fossero oggetti concreti. Questo principio è stato
riconosciuto in linguistica come il meccanismo cognitivo delle metafore linguistiche (la metafora consente
la concretizzazione di qualcosa che è puramente astratto).

5.1 Il valore linguistico-cognitivo della metafora -> ciò che rende così saldo il vincolo tra base e collocato in
una collocazione è l’attivazione di processi metaforici, in particolare della concettualizzazione del
componente base. L’uso delle immagini e il meccanismo dei tropi (qualunque figura retorica di carattere
semantico -> metafora, metonimia, personificazione) hanno un ruolo centrale nel processo di
categorizzazione dei concetti. Lakoff e Johnson sviluppano una teoria secondo la quale l’uomo si rapporta
con la realtà in base alla sua struttura biologica, alla sua dimensione fisica. Dunque tutto è rapportato al
corpo umano. La metafora, tradizionalmente, veniva considerata come figura retorica attraverso cui è
possibile definire un’entità astratta o concreta associandola ad un’altra, in maniera implicita rispetto alla
similitudine. Veniva trattata come una mera figura retorica o orpello linguistico. Per contro linguisti come
Lakoff e Johnson hanno considerato l’importanza della metafora sottolineandone gli aspetti principali. I due
linguisti intendono la metafora come una proprietà dei concetti più che delle parole, la cui funzione è quella
di comprendere certi concetti, non si basa sempre su una similitudine e costituisce un indispensabile processo
di pensiero e ragionamento umano. La proposta di una nuova teoria sulla metafora è una sfida ad altre
discipline. La metafora svolge un ruolo centrale nella lingua che usiamo quotidianamente per comunicare.
Quando si parla di metafora bisognerebbe includere anche la metonimia e la personificazione. Parliamo
spesso di metafore morte o catacresi per indicare quel tipo di metafore talmente rese comuni da non essere
neanche concepite come tali, per di più sarebbe anche difficile trovare un corrispettivo che non implichi l’uso
della metafora stessa esempio -> collo di bottiglia, gamba del tavolo, ai piedi del letto. Ci sono poi altre
metafore definite vive che sono responsabili del modo in cui strutturiamo gran parte dei nostri pensieri
esempio -> la vita è un viaggio; la mente è una macchina. Strettamente connesso alla nozione di proiezione
metaforica abbiamo il concetto di schema di immagine (image schema), prodotto dall’insieme gestaltico
(formale) di tutte le esperienze corporee di un certo concetto o entità. Il concetto di schema di immagine è
stato introdotto da Langacker per indicare delle categorie semantiche cognitive quali i conteiner, path (via),
landmark (confini, punto di riferimento), motion (movimento). Gli schemi di immagine sono strumenti
operativi in quanto l’esperienza, che ciascun essere umano compie della realtà circostante attraverso il
proprio corpo, proietta e produce nuove immagini dalle quali si ricavano nuovi modi per costruire il
significato. Accanto al concetto di schema di immagine troviamo l’altra struttura immaginativa embodied,
ossia la metafora. I meccanismi metaforici permettono di collegate domini concettuali ‘’sorgente’’
relazionati all’esperienza ad altri domini di ‘’arrivo’’ o target. La metafora rappresenta una delle strutture
cognitive centrali, poiché permette di classificare e rendere coerenti le nostre esperienze e ci consente di
pensare e di ragionare sulle medesime. Lakoff e Johnson, secondo cui il nostro sistema concettuale è
essenzialmente metaforico, considerano la metafora come meccanismo costitutivo del nostro sistema
concettuale. Il concetto di embodiment si è sviluppato seguendo la stretta relazione tra mente e corpo. Lakoff
e Johnson segnalano la possibilità di distinguere diversi tipi di metafore: ontologiche (=> riguardano la
proiezioni di eventi, azioni, stati d’animo in termini di oggetti o sostanze. Appartengono alle metafore
ontologiche sia la personificazione che la metonimia), strutturali (=> conferiscono la struttura a concetti che
sono poco strutturati di natura) e di orientamento (=> ci permettono di organizzare i sistemi di concetti in
relazione ad altri, in particolare a riferimenti spaziali).

5.1.1 La metafora e la motivazione delle combinazioni fisse -> la grammatica cognitiva (grammatica e
significato) si rivela in contrasto con la grammatica generativa. Quest’ultima, seppur in disaccordo, ha
dovuto riconoscere la rilevanza dell’aspetto semantico nelle strutture generative del linguaggio. La
grammatica cognitiva apre interessanti prospettive nello studio delle espressioni idiomatiche, utilizzando
prospettive che siano sia sincroniche che diacroniche per individuare e andare a ricercare la motivazione alla
base delle espressioni idiomatiche. Gibbs sottolinea come spesso sia più utile ricercare la motivazione in
senso diacronico che sincronico quando si tratta di espressioni idiomatiche. La motivazione è la possibilità di
risalire al significato di un sintagma attraverso il suo studio analitico (analisi), indicare dunque il rapporto
che c’è tra il significato dell’espressione e quello delle sue singole parti, partendo dall’assunzione che la
corrispondenza tra forma e significato non debba essere rigorosa. Gibbs e altri linguisti intendono il concetto
di motivazione quale generica possibilità di ricostruirne il significato a prescindere dal fatto che si ricorra a
metodi sincronici o diacronici. L’idea di Gibbs è che anche l’idiom più opaco sia frutto degli stessi processi
composizionali. L’opacità semantica di una collocazione è strettamente connessa alla sua mancanza di
composizionalità e alla scarsa coscienza della sua motivazione da parte della comunità linguistica che ne fa
uso. Esempi -> kick the bucket avviene un’interpretazione diacronica quando si praticata l’impiccagione, allo
stesso modo let the cat out of the bag rappresenta un’espressione idiomatica la cui comprensione è possibile
solo attraverso il dispiegare di diversi meccanismi metaforici. Cowie parla di figurative idioms (let the cat
out of the bag) e pure idioms (kick the bucket). La nozione di motivazione permette di evidenziare una certa
scalarità tra idioms e collocazioni, le collocazioni rappresentano combinazioni composizionali e motivate
attraverso il ricorso almeno parziale a meccanismi metaforici, mentre i figurative idioms sono motivabili
attraverso la trasposizione dell’intera espressione su un piano metaforico.

5.1.2 Le collocazioni e la metafora -> in confronto agli idioms, le collocazioni appaiono combinazioni
assolutamente più semplici dove appare cruciale la presenza di meccanismi metaforici che si manifestano in
particolari modi. L’interpretazione figurata di uno dei due elementi (il collocato) costituisce una spia delle
dinamiche sottese al legame base-collocato (procedimento metaforico). La base costituisce l’elemento
autonomo e trasparente dal punto di vista semantico, il collocato invece viene sottoposto ad una
specificazione semantica, attraverso cui gli viene conferito un significato sensibilmente distinto da quello
trasmesso dal medesimo lessema in isolamento. Le collocazioni appaiono come costruzioni in cui intercorre
un rapporto di restrizione selettiva. Vi è una concettualizzazione della base. Tra base e collocato si instaura
uno stretto legame, determinato da una sorta di negoziazione a livello concettuale, regolata da meccanismi
metaforici che permettono di collegare domini astratti a domini concreti. Le collocazioni, rispetto ad altre
combinazioni fisse, appaiono semplici combinazioni usuali di due parole. Solamente isolando il fenomeno ed
esaminandolo da un punto di vista semantico appare che non si tratta di combinazioni usuali. La base
mantiene il significato letterale pur essendo concettualizzata, mentre il collocato viene interpretato in senso
traslato. Il ricorso ad una lettura figurata del collocato si rivela necessaria per evitare un conflitto semantico
tra due concetti costituivi di una collocazione.

5.2 La decomposizione lessicale -> costruzioni come le collocazioni lessicali costituiscono un trait-d’union
tra diversi livelli del linguaggio rendono, dunque, necessaria la congiunzione e l’utilizzo di diversi tipi di
analisi. Si evince una necessità di distinguere tra componente grammaticale e quella lessicale. Si tende a
considerare sempre più rilevante la struttura lessicale degli elementi. Occorre assumere un approccio che
permetta di analizzare le collocazioni a un livello semantico-concettuale. Per un’analisi simile, parliamo di
struttura argomentale (argument structure) di Grimshaw; Pustejovsky fa notare che il concetto di
composizionalità semantica è strettamente connesso a quello di decomposizione lessicale. La
decomposizione lessicale consiste nell’isolare alcuni tratti semantici determinanti per spiegare la formazione
e la successiva registrazione delle collocazioni nel lessico mentale (storage). La principale assunzione di
Pustejovsky riguarda il fatto che ciascun lessema ci offre quattro informazioni: la sua struttura lessico
concettuale che ci informa sulla sue relazioni paradigmatiche (selettive) che un elemento può intrattenere
con altri elementi; struttura argomentale che ci informa sulla natura degli argomenti che si possono associare
ad un predicato; struttura eventiva che ci informa sul tipo di evento rappresentato dal lessema; struttura dei
qualia che ci da informazioni circa la diversità strutturale della forza predicativa di un elemento lessicale. La
struttura argomentale ci permette di evidenziare la struttura di base delle collocazioni e di metterla in
relazione con la nozione di ruolo tematico. La struttura eventiva riguarda le caratteristiche del verbo. Appare
in certe collocazioni cruciale il ruolo della struttura dei qualia, dato che il vincolo collocazionale sembra
instaurarsi proprio su determinati livelli di detta struttura.

5.2.1 La struttura argomentale e i ruoli tematici -> parlando di decomposizione lessicale. Le collocazioni
sono soggette a restrizione semantica. Le restrizione semantica, particolarmente rigida in certi casi, influisce
sulla possibilità di compiere sostituzioni di tipo lessicale. La ragione per la quale il parlante sente il bisogno
di memorizzare le collocazioni nella memoria a lungo termine (o storage come lo definisce Jackendoff) per
poi estrarle precostituite è da ricondurre alla specificità del vincolo semantico che si instaura tra i due
componenti di una collocazione. Tale legame per Bosque non è altro che un vincolo che intercorre tra il
predicato e i suoi argomenti. Bosque parla di restrizione selettiva speciale senza arrivare ad esplicitare in
cosa consista questo legame semantico speciale, ma fornisce indicazioni fondamentali sulla centralità della
metafora nella costruzione del legame collocazionale. La metafora agisce a livelli distinti e per notare tali
meccanismi bisogna procedere con la decomposizione delle collocazioni. La struttura argomentale di un
certo predicato costituisce parte delle informazioni racchiuse nell’entrata lessicale del verbo corrispondente.
La struttura argomentale permette di definire quanti e quali argomenti è in grado di selezionare ciascun
verbo, l’assegnazione del ruolo tematico conferisce a ciascun argomento un determinato valore semantico.
All’interno di un enunciato a ciascun argomento di un verbo corrisponde un ruolo sintattico determinato dal
ruolo tematico proiettato su un detto argomento a livello di d-structure (struttura profonda). L’argomento
esterno (x) corrisponde al soggetto della frase, ovvero colui che esercita in modo cosciente l’azione denotata
dal verbo. L’argomento interno (y) coincide col complemento oggetto, ossia l’entità che subisce l’azione
denotata dal verbo. Predicati distinti selezioneranno un numero distinto di argomenti e assegneranno a questi
ultimi dei ruoli tematici differenti. I principali ruoli tematici sono: Agente ( l’individuo che compie l’azione
designata dal predicato), Paziente (l’entità che subisce l’azione e viene sottoposta ad un cambiamento di
stato), Tema (l’entità che subisce l’azione, intesa come cambiamento di luogo o di posizione, ma che non
viene modificata), Esperiente (l’entità che fa esperienza dell’azione, stato o evento denotato dal predicato).
La rappresentazione della struttura argomentale è gerarchica: esistono dei rapporti gerarchici tra gli
argomenti determinati dalla natura semantica-aspettale del predicato. Parlando della struttura argomentale di
una collocazione, consideriamo casi speciali di restrizione selettiva di cui parlava Bosque). Dal punto di vista
argomentale risulta nelle collocazioni una selezione degli argomenti da parte dei predicati che appare
alquanto anomala. Il problema non riguarda la selezione degli argomenti da parte di un predicato, ma che la
selezione di certi argomenti sottende la proiezione di ruoli tematici che associate a determinate entità
dovrebbero creare una sorta di conflitto ontologico (si tratta di violazione dei requisiti di selezione
semantica). L’aspetto più caratteristico delle collocazioni è la semantica interna o il vincolo semantico-
concettuale che intercorre tra base e collocato. È emersa l’anomala selezione di determinati elementi
nominali da parte di alcuni predicati verbali. Tale anomalia è data dal fatto che sembrerebbe sussistere una
discrepanza di significato del ruolo di Agente e l’ontologia dell’entità a cui viene assegnato, tanto che il
ruolo di Agente, associato comunemente a entità animate, risulta assegnato a oggetti ontologicamente astratti
o inanimati.

5.2.2 Struttura eventiva -> la struttura eventiva di cui si occupa Pustejovsky riguarda il significato del verbo
concepito come evento. Ogni evento può consistere in una serie di sotto-eventi (evento=verbo), dei quali
stati e processi sono i tipi semplici da cui derivano tipi complessi. Il concetto di evento viene utilizzato anche
da Talmy per illustrare il fenomeno della lessicalizzazione; quest’ultimo studia come elementi semantici
profondi come Motion (movimento), path (percorso, via), figure, ground, manner e cause vengano
configurati ed espressi attraverso elementi di superficie quali verbi. Parliamo di semantica dei verbi e di
Aktionsart dei costrutti collocazionali. Nell’ambito dello studio della struttura eventiva e dei meccanismi di
assegnazione dei casi (motion, path ecc. ?) si è sviluppata un’intensa ricerca intorno al concetto
dell’Aktionsart. La nozione di Aktionsart è cruciale per la valenza temporale e aspettuale del predicato.
Nonostante Azione e Aspetto siano saldamente connessi, l’azione riguarda il significato del lessema più che
la sua morfologia. Anche parlando di verbi supporto, risulta necessario la nozione di Aktionsart. Nelle
collocazioni V-N più il collocato lessicalizza tratti prototipici di un verbo supporto, più tenderà a dipendere
dal predicato nominale per l’espressione dell’Aktionsart (azione e aspetto del verbo) dell’unità
collocazionale. In molti casi il nome ha un ruolo cruciale nella definizione del significato e della Aktionsart
dell’intera costruzione. L’aktionsart rileva l’opposizione tra uno stato e un movimento o processo. Lakoff
osserva che certi aspetti della struttura eventiva sono caratterizzati a livello cognitivo attraverso la metafora,
ovvero la metafora crea una sorta di mappatura tra le nozioni di evento (stato, cambio, processo, azione,
causa, finalità e mezzo) e le nozioni di spazio, moto e forza. Metafore riferite alla struttura eventiva sono gli
stati sono luoghi , i cambiamenti sono movimenti. Per quanto riguarda il concetto di motion (movimento) e
altre categorie semantiche, Talmy ammette che esse possano ricevere anche estensioni metaforiche. La
centralità del componente base nella costruzione del significato di alcuni gruppi di collocazioni. La rilevanza
cognitivo-semantica della base emerge soprattutto nelle costruzioni a verbo supporto.

5.2.3 Qualia structure -> Pustejovsky parlando di decomposizione lessicale, individua la struttura dei qualia.
Egli riprende il concetto aristotelico di qualia per indicare alcuni aspetti principali del significato di un
lessema. La struttura dei qualia è uno strumento per rappresentare l’informazione semantica associata ad un
elemento lessicale (nome, verbo, aggettivo ecc.). Si suppone che il significato di una parola possa essere
rappresentato attraverso quattro ruoli o relazioni qualia, ciascuno riguardante un aspetto particolare del
significato del lessema: a) costitutivo: indica la relazione tra l’oggetto designato e le sue parti costitutive
(materiale, peso, parti, elementi componenti) esempio -> di cosa è fatto x? Una casa è fatta di mattoni. b)
formale: indica il dominio più vasto a cui appartiene il lessema (orientamento, grandezza, importanza, forma,
dimensione, colore, posizione) esempio -> che cos’è x? La casa è un oggetto fisico, è una costruzione, un
edificio. c) telico: fornisce informazioni sulla finalità o funzione principale dell’elemento in esame esempio
-> qual è lo scopo di x? A cosa serve x? Lo scopo della casa è di essere abitata. d) agentivo: informa sui
fattori determinanti per la venuta in essere dell’entità, ossia riguarda la sua origine (creatore, manufatto, tipo
naturale, catena causale) esempio -> com’è venuto in essere x? La casa è stata costruita. Una struttura simile
ci permette di evidenziare come l’associazione tra lessemi non sia affatto casuale; anzi, le restrizioni di
selezione possono essere spiegate proprio prendendo in esame i qualia dei lessemi che entrano in
combinazione. Esistono dei meccanismi che legano le quattro strutture: type coercion (quando un elemento
lessicale o un sintagma riceve forzatamente una determinata interpretazione semantica senza che avvenga
nessun cambiamento di tipo sintattico; selective binding (quando un elemento lessicale o sintagma esercita la
sua influenza su parte della sottostruttura del lessema o sintagma, senza cambiarne la tipologia generale); co-
composition: quando molteplici elementi di un sintagma operano come funtori ovvero che adempie una
funzione( che determinano nuovi sensi non lessicalizzati per le parole in combinazione. L’attivazione
all’interno delle collocazioni di processi produttivi come la decomposizione lessicale indicata da Pustejovsky
non prova certo che si tratti di combinazioni speciali e dunque non giustificherebbe la loro lessicalizzazione
(la loro presenza nel lessico e nello storage del parlante). Si direbbero regolari prodotti della sintassi.
Tuttavia, se la creazione di una collocazione implica una maggiore carica di computazione dovuto
all’attivazione dei meccanismi particolari, si potrebbe ritenere molto plausibile la registrazione di queste
combinazioni come chunks all’interno del lessico mentale. Le collocazioni si distinguerebbero dalle
combinazioni libere proprio perché permangono nel lessico come chunks o combinazioni di elementi, in
virtù dell’attivazione di meccanismi metaforici. È azzardato identificare le collocazioni come chunks
lessicali, ma è plausibile pensare che ciò che si mantiene fisso nella nostra memoria è piuttosto il peculiare
meccanismo sotteso al legame collocazionale. La restrizione di selezione che caratterizza le collocazioni,
sottende meccanismi che connettono struttura semantica e concettuale e che determinano crucialmente la
necessità di essere registrate nel lessico. Tale registrazione ha lo scopo di evitare alla componente
computazionale lo sforzo di ricostruire, all’atto di decodificazione di ciascuna collocazione lessicale, l’intero
processo avvenuto al momento della prima creazione della collocazione stessa. Quel che viene messo in
storage sia un insieme di operazioni che, non potrebbe meccanicamente applicarsi alla struttura in esame:
l’idea è che il parlante memorizzi non tanto l’intera collocazione ma la possibilità di applicare certe
operazioni.

5.3 Metafore ontologiche -> le metafore ontologiche scaturiscono dall’esperienza che compiamo attraverso
il nostro corpo nell’interazione con altri corpi dell’ambiente esterno. Tali esperienze ci permettono di
associare nozioni astratte come azioni, eventi, attività, a strutture e concetti più concreti. La concretizzazione
di quello che è astratto avviene attraverso due tipi di processi: la personificazione e la metonimia. Questi due
processi riguardano la struttura concettuale della base, è dunque la base a subire una concettualizzazione. Le
collocazioni vengono identificate come combinazione di due lessemi caratterizzate da un peculiare vincolo
semantico che si instaura a livello concettuale e occorre solo in presenza di entrambi i membri in relazione ai
tratti semantici che li caratterizzano. La base rappresenta l’elemento chiave per l’interpretazione della
combinazione.

5.3.1 La personificazione

Il collocato come entità antagonista -> le metafore ontologiche si manifestano principalmente attraverso la
personificazione e la metonimia. Esempio -> ammazzare il tempo, conciliare il sonno, scacciare la paura.
Verbi tipicamente predicati di entità animale appaiono associati a concetti astratti. È necessaria la
concettualizzazione della base (in questo caso il tempo) come nemico o antagonista dell’uomo per poter
rendere ammissibile la selezione di un certo tipo di predicato (ammazzare). La personificazione
dell’elemento denotato dal sostantivo-base (sonno, tempo, paura) avviene a livello concettuale e non ostacola
la comprensione: il significato della base rimane trasparente. Il senso metaforico viene attivato sul verbo-
collocato (ammazzare, conciliare scacciare) in relazione al tipo di concettualizzazione a cui è sottoposta la
base.

Il collocato come entità affettiva -> la metafora ontologica permette di proiettare su entità astratte tratti
tipicamente concreti e di animatezza. Esempio -> nutrire aspettative, alimentare speranze, concepire piani.
Questi sostantivi-base denotano alcuni prodotti della nostra creatività: idee, piani, sogni, speranze verso i
quali riveliamo una certa affezione. I predicati-collocati utilizzati (nutrire, alimentare, concepire) sono
strettamente legati alla sfera dei rapporti familiari e rimandano alle cure materne e paterne verso la prole.
Interpretiamo dunque in modo figurato il collocato (verbo) al fine di conciliarlo col meccanismo di
personificazione sotteso alla proiezione concettuale della base (sostantivo).
La base come argomento esterno -> la base, nella collocazione, riceve tratti di animatezza a partire dalla sua
concettualizzazione, e quindi dalla sua rappresentazione concettuale ma anche dalla coincidenza del
sostantivo-base con l’argomento esterno del predicato (soggetto?). Alla base viene associato tipicamente il
ruolo tematico di Agente, che riguarda tipicamente l’entità propensa a compiere l’azione in modo deliberato
(calcolato, intenzionale), l’elemento su cui questo ruolo viene proiettato dovrà necessariamente possedere il
tratto [+animato]. Dunque una volta che la base ,che ricopre anche il ruolo tematico di agente, subisce una
concettualizzazione tramite la personificazione, il rapporto con quel determinato collocato sarà spiegato.
La peculiare restrizione combinatoria caratteristica delle collocazioni lessicali deriva della complessa
semantica interna che sottostà alla formazione di tali costruzioni. Il meccanismo di personificazione
costituisce una delle manifestazioni essenziali della metafora di tipo ontologico che ha la funzione di
proiettare su concetti astratti i tratti di entità concrete. La personificazione legittima la predicazione di
lessemi che presentano il tratto [-animato] da parte di verbi denotanti azioni tipicamente svolte da entità
animate.

Le solidarietà lessicali e la non prevedibilità dei collocati -> ci sono diverse proposte di classificazione delle
collocazioni lessicali. Koike fa rientrare nel gruppo delle collocazioni un’ampia gamma di combinazioni:
alcune evocano fenomeni metereologici (spuntare giorno, calare luna, scintillare stelle, soffiare vento ->
parliamo di rapporto di tipicità riguardo all’associazione), altri suoni prodotti da animali (ululare lupo,
belare pecora, ronzare ape ->parliamo di solidarietà lessicale), altre ancora formate da un predicato che
denota un’azione tipica dell’entità che funge da argomento esterno (soggetto, sostantivo, ruolo tematico di
Agente) (incresparsi capelli, ammaccarsi frutta, salpare nave non vi è nessun meccanismo metaforico a
livello concettuale). Tutte queste combinazioni che vengono inserite alla stregua di collocazioni sono tutte di
dubbia natura. Gli esempi appaiono semplici rappresentazioni delle regole canoniche di restrizione selettiva
in cui un predicato seleziona un argomento esterno denotante entità che compiono l’azione tipica espressa
dal predicato.

5.3.2 La funzione della metonimia -> il processo emergente dalla decomposizione semantica è rappresentato
dalla metonimia. Esempi -> scoppiare guerra (la natura eventiva del sostantivo guerra ci permette di
considerare solo la parte iniziale dell’evento), colpire tempesta (consideriamo parte della tempesta e quindi
soltanto pioggia e vento. Vi è anche il particolare processo di personificazione della tempesta), soffocare
rivolta (la rivolta deve essere concettualizzata come entità che vive, può crescere e muoversi e dunque dotata
di forza fisica dunque questa è una personificazione. La metonimia sta nel fatto che la rivolta viene associata
alle persone che la compongono). La metonimia è un procedimento linguistico espressivo, e figura della
retorica tradizionale, che consiste nel trasferimento di significato da una parola a un’altra in base a una
relazione di contiguità spaziale, temporale o causale, usando, per es., il nome del contenente per il contenuto
(«bere un bicchiere», «finire una bottiglia»), della causa per l’effetto, della materia per l’oggetto, del
simbolo per la cosa designata, del nome dell’autore per l’opera, del luogo di produzione o di origine per la
cosa prodotta, dell’astratto per il concreto.
Estinguere un debito (considerando il debito nell’arco temporale, e dunque come qualcosa che non è
facilmente estinguibile ma richiede tempo, dunque non si potrebbe dire spegnere un debito). La base
mantiene il significato letterale mentre la sua rappresentazione concettuale determina la selezione di un
determinato collocato rendendo necessaria una lettura figurata dal medesimo. Una volta selezionato il
collocato, tra i due componenti ha luogo una sorta di negoziazione di sfumature semantiche da cui emerge un
vincolo ancora più complesso. Le collocazione, su un continuum immaginario, si collocano (più o meno) a
metà tra le locuzioni idiomatiche e i sintagmi liberi. Il sistema memorizza il vincolo collocazionale e quindi
il processo e non torna a computarlo.

5.3.3 Concetti astratti come oggetti concreti -> i processi metonimici e di personificazione sono strumenti
cognitivi atti a trasmettere concretezza a concetti essenzialmente astratti. La funzione principale delle
metafore ontologiche è infatti quella di creare dei pinti concettuali tra astrazioni e domini più concreti, spesso
legati all’esperienza quotidiana, cosicché i membri di una comunità linguistica possano comunicare
attraverso immagini facenti parte della conoscenza condivisa. Solitamente si ha e si considera lo stretto
legame tra le strutture biologiche del corpo umano e le strutture cognitive dell’uomo. C’è una correlazione o
affinità tra idioms e collocazioni lessicali, benché in queste ultime (collocazioni) la metafora non riguardi
l’intera espressione, come accade in molte locuzioni idiomatiche (idioms), ma solo la parte della costruzione
denominata collocato. Una volta lessicalizzato nello storage o memoria a lungo termine del parlante, è
possibile costruire nuove collocazioni a partire dalla medesima struttura metaforica. Esempio -> rompere
un’amicizia, rompere un fidanzamento, rompere un trattato, rompere un patto. Due oggetti che mantengono
una certa vicinanza, resistendo a forze esterne che tenderebbero a separarli, si genera l’ipotesi che la coppia
sia legata in qualche modo. Il verbo (rompere) denota un’azione predicata tipicamente di oggetti concreti che
hanno una fisicità solida tale da poter subire una rottura. Nei casi sopraelencati rompere viene predicato di
entità che essenzialmente sono astratte, senza che questo generi un conflitto ontologico. Una siffatta
associazione ha senso solo in virtù della rappresentazione metaforica delle basi della collocazione. La
negoziazione dei tratti essenziali avviene a livello concettuale; tuttavia dal momento che la base mantiene il
suo significato letterale, i principali tratti relativi alla sua rappresentazione concettuale vengono trasmessi al
collocato. Per questo motivo bisogna interpretare il collocato in maniera figurata.

Metafore del contenitore -> il nostro corpo viene concepito come oggetto tra gli altri oggetti del mondo.
Viene raffigurato come contenitore che racchiude meccanismi, sistemi vari ma anche sensazioni e
sentimenti. Lakoff e Johnson osservano che noi facciamo esperienza del resto del mondo come al di fuori di
noi. Ognuno di noi è un contenitore. Su queste riflessioni si fonda il concetto di embodied mind, che fa
riferimento alla profonda connessione tra le strutture neurali (che concernono il sistema nervoso) che
regolano le funzionalità cinetiche (che riguardano il movimento) del corpo e le strutture responsabili della
competenza cognitiva dell’uomo. L’immagine del corpo quale contenitore costituisce la base di molte
locuzione idiomatiche, combinazioni libere e anche collocazioni. Esempio -> albergare speranze,
conservare un ricordo. Nonostante la loro astrattezza le basi (speranze, ricordo) vengono predicate da verbi
(albergare, conservare) denotanti azioni assolutamente concrete. La metafora ontologica ‘’il corpo è un
contenitore’’ motiva una serie di implicature veicolate dalle ampie strutture concettuali su cui si fondano
molteplici espressioni. Secondo Lakoff e Johnson le metafore ontologiche permettono la creazione di un
legame diretto tra la spazialità e la temporalità.

Metafore sensoriali -> le facoltà precipue (essenziali, principali) del nostro corpo vengono rese più concrete
allo scopo di trasmettere verbalmente concetti altrimenti troppo complessi da comunicare. Attraverso la
concettualizzazione metaforica le nostre facoltà sensoriali vengono rappresentate come entità in grado di
compiere delle azioni essenzialmente concrete (esempio -> inchiodare lo sguardo). Alcune collocazioni si
rivelano efficaci perché permettono l’immediata comprensione di situazioni e sentimenti altrimenti
complessi da descrivere. L’immediatezza deriva da verbi che lessicalizzano esperienze prettamente
sensoriali. Esempi -> assaporare la vittoria, sfiorare il ridicolo, fiutare il pericolo. Sono tutti verbi che
appartengono ai domini sensoriali (gusto, tatto, olfatto). Parliamo di connessione tra le strutture mentali e le
facoltà fisico-percettive dell’uomo.

Il rapporto tra spazio e tempo -> Lakoff e Johnson percepiscono eventi e azioni in maniera concettualizzata
come oggetti, le attività come sostanze e contenitori. Talmy invece, durante gli anni Ottanta, tenta nei suoi
studi (linguistic space studies) di comprendere in quale modo si riesca a lessicalizzare o grammaticalizzare la
percezione delle relazioni spaziali. Lakoff e Johnson affrontano la questione del tempo come inerente alle
metafore ontologiche. Esempi -> annidare odio, annidare false credenza (il verbo annidare rappresenta il
dominio spaziale, mentre le basi -odio e false credenza- rappresentano il dominio temporale).

Il movimento -> esistono particolari rapporti tra l’asse temporale e quello spaziale che risultano in molte
collocazioni. Casadei afferma che il principale motivo di interesse linguistico e psicolinguistico per il
dominio spaziale risiede nel fatto che questo rappresenta il caso più saliente di interdipendenza tra sistema
linguistico e sistema cognitivo fondato su abilità ed esperienze extra-linguistiche. I limiti temporali vengono
predicati attraverso dei domini spaziali. Esempio -> correre un pericolo, attraversare una crisi, superare le
avversità. Vengono legittimate dalla metafora ‘’la vita è un viaggio’’. La decomposizione semantica ci
permette di notare quanto sia complesso il processo interpretativo di certe collocazioni. Inoltre, risulta chiara
l’interdipendenza tra la struttura concettuale dell’uomo e la sua esperienza nel mondo, interdipendenza che
rende fondamentale l’utilizzo di metafore.

Limiti spaziali e temporali -> il linguaggio riflette ed esprime, coi mezzi di cui dispone, i caratteri di strutture
interne complesse che vedono il loro sviluppo grazie all’esperienza che ciascuno possiede nel mondo. Questa
concezione esperienzalista si è sviluppata nell’ambito del quadro teorico cognitivo, supportata soprattutto
dagli studi di Lakoff e Johnson. La metafora rappresenta il meccanismo cruciale per la proiezione di un
evento dall’asse temporale a quello spaziale. Esempi -> aprire un caso, aprire un processo, chiudere
l’affare. I sostantivi denotano eventi circoscritti nel tempo. Se concepiamo, ciascuno degli eventi in termini
di circoscrizione spaziale, l’inizio di tale evento corrisponderà all’apertura o all’accesso nello spazio
corrispondente. Il tempo e i concetti ad esso legati vengono frequentemente rappresentati e indicati attraverso
dimensioni spaziali: un’immagine stativa (= fissa, stabile) viene trasmessa utilizzando l’immagine di un
contenitore, uno spostamento nel tempo è anche spostamento nello spazio, i limiti temporali divengono
confini spaziali.

I domini culturali -> ci sono esempi di collocazioni in cui il processo metaforico è strettamente legato alla
sfera culturale, tendenzialmente rurale, legate al rapporto dell’uomo con la terra, al lavoro nei campi e alle
faccende di casa. Esempi -> accumulare una fortuna, dilapidare una fortuna. I collocati (accumulare e
dilapidare) rappresentano predicati denotanti processi o attività progressive distribuite sull’asse del tempo.
La ricchezza è legata alla disponibilità di cibo, al lavoro nei campi e ad attività domestiche.
Parliamo di due livelli di direzionalità: secondo Hausmann si procede dall’elemento semanticamente saliente
(base); per Bosque sono i predicati a selezionare gli argomenti.

5.4 Metafore strutturali -> consentono di elaborare un concetto astratto anche nei dettagli, mettendone in
risalto certi aspetti e lasciandone in ombra altri. Si tratta di utilizzare un concetto altamente strutturato e
chiaramente delineato per strutturarne un altro. Esempi -> la mente è una macchina, la discussione è guerra,
le idee sono oggetti. Risulta comunque complesso distinguere le collocazioni da altri tipi di combinazioni di
parole.

5.4.1 La discussione è guerra -> presa in considerazione da Lakoff e Johnson. Questa metafora costituisce la
motivazione di una gran quantità di espressioni che usiamo quotidianamente, tra cui collocazioni lessicali.
Esempi-> attaccare una posizione, brandire un argomento, disarmare una teoria, armare un litigio. La
metafora ‘’la discussione è guerra’’ è alla base delle interpretazioni di queste collocazioni. I sostantivi
(posizione, argomento, litigio, teoria) sono tutti sostantivi appartenenti al dominio semantico della
discussione o dello scontro verbale. Si suppone che questa connessione sia resa possibile dalla
rappresentazione semantico-concettuale delle basi collocazionali; vale a dire che la combinazione delle basi
con verbi tipicamente predicati di entità concrete, connesse al dominio semantico della guerra o del
combattimento, è resa possibile dalla loro concettualizzazione come oggetti bellici. I meccanismi metaforici
che a livello cognitivo permettono di associare un concetto astratto a uno concreto rendono il primo concetto
più comprensibile e predicabile da parte dei verbi che rimandano tipicamente a immagini concrete.

5.4.2 Le idee sono oggetti -> proietta la struttura concettuale di un oggetto concreto su concetti astratti.
Esempio -> accarezzare un’idea. Il dominio instaurato tra il dominio astratto, a cui appartiene il concetto di
idea, e quello concreto, a cui appartengono normalmente le entità su cui si possono esercitare azioni,
legittima la selezione del verbo (accarezzare) che presenta i tratti necessari per predicare l’entità di cui
abbiamo una determinata immagine mentale. Le metafore concettuali (o strutturali) concorrono a chiarire il
tipo di legame sotteso alla preferenza della base rispetto a certi collocati.

5.5 Metafore di orientamento -> organizzano un sistema globale di concetti in relazione a un altro. Si tratta
di metafore riguardanti l’orientamento spaziale e basate su schemi oppositori come ‘’sopra-sotto’’, ‘’dentro-
fuori’’, ‘’davanti-dietro’’,’’profondo-superficiale’’, ‘’centrale-periferico’’. Questo tipo di riferimenti spaziali
dovrebbe essere universale. Lakoff e Johnson mettono in evidenza che comprendere i sistemi concettuali
umani significa conoscere la natura dell’esperienza fisica. Dal moneto che il linguaggio è strutturalmente
connesso alla percezione e alle facoltà cognitive, la metafora costituisce lo strumento in grado di tradurre le
strutture esperienzali in strutture linguistiche. Lakoff e Johnson parlano, dunque, di metafore di orientamento
per indicare espressioni che collegano schemi immaginativi prodotti dalla nostra dimensione fisica a domini
dell’esperienza posti a livelli più astratti. Se le percezioni originate dal contatto con l’ambiente esterno
riflettono il modo in cui esprimiamo il medesimo attraverso la nostra struttura biologica, allora il linguaggio
funge da strumento per la traduzione delle immagini mentali formatesi in seguito a dette esperienze.

5.5.1 ‘’Alto’’ è maggiore in quantità e migliore in qualità -> l’altezza, la verticalità, la proiezione verso l’alto
vengono trattate come qualità considerate universalmente positive, in virtù anzitutto della posizione eretta
dell’uomo. La cultura occidentale, in particolare, associa all’altezza la localizzazione del cervello (che
rappresenta la dimensione fisica della ragione) e dunque a qualsiasi cosa che occupa posizioni inferiori una
connotazione negativa. Un secondo aspetto connesso alla verticalità riguarda la dimensione quantitativa
(maggiore sarà la quantità, maggiore sarà l’altezza). Esempio-> alto incarico, alta onorificenza, alti ideali.
L’aggettivo subisce uno svuotamento semantico in seguito al quale gli resta unicamente una forte
connotazione positiva. L’interpretazione dell’espressione avviene attraverso l’attivazione di processi
metaforici che rendono necessaria la lettura figurata dell’aggettivo (collocato-alto).

5.5.2 ‘’Basso’’ è minore in quantità e minore in valore morale -> ciò che è in basso viene associato a
sensazioni di disagio, sgradevolezza, peggioramento. Esempi -> bassi desideri, basse passioni, bassi istinti.
Le basi (desideri, passioni, istinti) appartengono ad un dominio semantico astratto (tutto ciò che non è
razionale è anche negativo). L’aggettivo (basso) denota una proprietà tipicamente fisica e spaziale; qui
invece appare come modificatore di concetti astratti e dunque notiamo la presenza di un processo metaforico
a livello concettuale che riesce a determinare una connessione tra domini di natura radicalmente diversa.
Sulla scorta dell’argomentazione di Lakoff e Johnson, se ‘’basso è negativo’’ anche i predicati che denotano
un moto verso il basso assumono connotazione negativa. Esempi -> cadere nell’oblio, cadere in disuso,
cadere in tentazione. Le metafore di orientamento permettono di assegnare una connotazione positiva o
negativa ad elementi tendenzialmente neutri.

Finte sinonimie -> Bosque rileva alcune particolarità nel comportamento di alcuni aggettivi intensificatori. si
tratta di aggettivi che, combinati in certe strutture, rivelano sinonimie inaspettate. Bosque non parla di
collocazioni eppure, vasta parte degli esempi da lui proposti sono da considerarsi combinazioni
collocazionali prototipiche. Esempi -> crisi acuta, crisi profonda, pensiero profondo, pensiero elevato.
Procedendo ad un’interpretazione analitica ispirata alla teoria composizionale potremmo asserire che se due
componenti x e y formano un’espressione dal significato w e l’espressione formata da x e z produce lo stesso
significato w, dovremmo desumere che y e z sono sinonimi. Il collocato però subisce sempre una
specificazione semantica, talvolta preceduta da uno svuotamento semantico. In certi casi questo svuotamento
semantico permette ai collocati di assumere il ruolo fondamentale di intensificatori rispetto alla base
apparendo in tal modo affini ai cosiddetti verbi supporto. Una volta selezionato, il collocato sembra
sottostare a un processo di svuotamento o impoverimento semantico.

Il collocato come modificatore aggettivale -> cosa accade quando il collocato rimane costante e la base muta
forma e significato? Esiste una moltitudine di aggettivi per i quali si rileva un comportamento semantico
strettamente vincolato al contesto in cui compaiono. Alcuni collocati vengono pressoché svuotati del loro
valore semantico e investiti di un ruolo funzionale rispetto alla collocazione. Risulta interessante rilevare
l’attivazione di sottoparti della struttura concettuale della base, in particolare in relazione alla struttura dei
qualia. Questo permette di individuare con certa precisione su quale parte della struttura semantica del
lessema-base il modificatore esercita la sua influenza. Una volta divenuti collocati, i lessemi assumono
significati diversi da quelli che esprimono in isolamento. Sappiamo però che il legame tra base e collocato
non poggia unicamente su processi metaforici. Pensiamo alla decomposizione lessicale e l’attivazione delle
sotto-strutture di cui parla Pustejovsky. Esempio -> bevitore incallito. La base della collocazione (bevitore)
conserva la sua autonomia semantica, ovvero ‘’uomo che ha l’abitudine di bere molto’’, il collocato
(incallito), deriva da callo, una protuberanza compatta sulla pelle originata dal costante attrito con superfici
esterne viene usato per predicare un’entità che possiede o assume le caratteristiche di essere compatta, cioè
immobile, difficile da scalfire, levigare, incidere e durevole nel tempo. Per arrivare ad una corretta
interpretazione della collocazione, occorre procedere con la decomposizione lessicale del significato del
sostantivo ricorrendo alla struttura dei qualia. Individuiamo il quale che si riferisce alla funzione tipica
dell’entità bevitore, che sarà bere(x, y). Il quale telico del lessema bevitore o quello che individua il vizio del
bere, attraverso un processo di selective binding (che determina la selezione e modificazione mirata di un
determinato quale o qualità della struttura), viene definito dalla qualità incallito. Esempi -> giocatore
incallito, seduttore incallito, fumatore incallito. A queste tre basi viene associato lo stesso collocato. Quello
che resta invariato è il giudizio sull’aspetto telico della base implicito nella semantica del collocato: l’entità
designata dalla base riceve il tratto di vizio, con polarità negativa, che non avrebbe in combinazione con altri
modificatori. Vi è una concettualizzazione metaforica del vizio, più che della base in senso gestaltico
(formale).

Impoverimento semantico del collocato -> alcuni collocati esprimono una funzione intensificatrice o
aumentata di certe proprietà semantiche della base. Mel’čuk userebbe la funzione lessicale Magn che
significa, grosso modo, ‘intensamente’ o ‘molto’ ,per schematizzare questo tipo di collocazioni. Applicando
detta funzione a basi indicate come ‘parola chiave’, essa produrrà come output l’aggettivo o ‘valore’ più
adeguato. L’intuizione di Mel’čuk non ci dice nulla di nuovo, poiché si limita a descrivere i legami una volta
che si sono già formati. Esempio -> noia soporifera, odio mortale, caldo soffocante, ira cieca. I collocati
assumono un ruolo quasi esclusivamente funzionale, quali intensificatori, il che equivale a dire che il loro
significato non è assolutamente trasparente. L’interpretazione di queste collocazioni muove principalmente
dalla base, mentre il collocato funge da intensificatore. L’aggettivo specifica il proprio senso solo durante
l’interpretazione. Sulla scorta dell’idea di Heim e Kratzer, la semantica di certi aggettivi è saldamente legata
al contenuto semantico che modificano. L’aggettivo rappresentato dal collocato non modifica il valore
dell’intera base bensì solamente alcuni tratti, viene sottoposto a forti limiti strettamente connessi sia alla
natura semantica della base, sia alla rappresentazione concettuale del medesimo (collocato). Il collocato
svolge principalmente una funzione iperbolica.

5.6 Relazioni lessico-sintattiche -> la decomposizione lessicale delle collocazioni ha fatto emergere il
singolare rapporto di restrizione selettiva (in praesentia - sintagmatico) che intercorre tra i due componenti
basato su meccanismi cognitivi e che dà ragione della diversità dello statuto semantico della base
(semanticamente autonoma e trasparente) rispetto al collocato (dipende dalla base per la specificazione
semantica). L’analisi lessico-sintattica mette in dubbio che si tratti di unità (o chunks) di natura lessicale,
ossia che corrispondano ad elementi memorizzati nel lessico o storage, come proposto da teorie più
lessicaliste; piuttosto, si ritiene la loro fissità frutto della registrazione dei sofisticati processi semantico-
cognitivi sottesi alla costruzione del vincolo tra base e collocato. Ciascuna combinazione di parole (anche
opaca) può essere ritenuta motivabile. Da un approccio di questo tipo è possibile avanzare l’ipotesi che le
collocazioni rappresentino degli idioms a uno stadio iniziale. A prova di ciò, ci sono certe espressioni
proposte da Koike che possono fungere tanto da collocazioni sia come locuzioni. Esempio -> fare gol (sia in
ambito calcistico come collocazione, sia interpretabile come locuzione idiomatica). Qualsiasi espressione
nasce in modo composizionale e la sua efficacia nell’esprimere determinati concetti sottende particolati
vincoli da riportare al sistema semantico concettuale. Il passaggio da una combinazione di parole ad un’altra
non è certamente brusco, si ritiene infatti più efficace il modello del continuum che permette di evidenziare
l’esistenza di costruzioni come le collocazioni dando spazio al contempo anche a fenomeni intermedi.
Bisogna far luce su affinità e differenze tra collocazioni e altre combinazioni di parole spesso confuse e
classificate in modo poco chiaro nella letteratura.

5.6.1 Combinazioni a verbo supporto -> questo gruppo si caratterizza per un’accentuata affinità con le
combinazioni libere per certi aspetti e con le collocazioni per altri, tale da suggerire la loro localizzazione a
metà tra le due classi sul continuum di fissità. Si parla di combinazioni a verbo supporto per indicare un
sottogruppo ampio e sfaccettato di collocazioni Verbo-nome. In tali espressioni il verbo esibisce un
contenuto semantico molto ridotto o comunque particolarmente generico e sottospecificato. Koike distingue i
verbi a supporto generico e verbi a supporto specifico (caratteristici di un certo registro). Il gruppo dei verbi
specifici mantiene la facoltà di influire sulla cosiddetta Aktionsart (azione e aspetto del verbo)
dell’espressione collocazionale. La letteratura tende a raccogliere dette costruzioni sotto l’unica etichetta di
‘’costruzione a verbo supporto’’. Le combinazioni a verbo supporto si considerano un sottogruppo delle
collocazioni. La classificazione consente di distinguere le combinazioni a verbo supporto appropriato e
quelle a verbo sopporto specifico. La classificazione operata considera l’aspetto semantico dei rispettivi
componenti. È da escludere la classe di combinazioni a verbo appropriato dalla classe delle combinazioni,
perché troppo affini alle combinazioni libere, e da inserire tra le collocazioni e le combinazioni a verbo
supporto (prototipiche) il gruppo denominato ‘’collocazioni a verbo supporto’’. Esempi -> conferire un
titolo (verbo supporto appropriato); prestare aiuto (verbo supporto specifico); avere fame e fare una
passeggiata (verbo supporto base).

5.6.1.1 Combinazioni a verbo appropriato -> nelle costruzioni a verbo supporto appropriato c’è un verbo
semanticamente specifico e particolarmente adeguato da un punto di vista stilistico-funzionale. Si tratta di
verbi dal significato preciso, la cui facoltà combinatoria sembra molto ristretta. A differenza dei verbi
supporto e dei collocati più in generale, queste forme mantengono integro il loro contenuto semantico oltre
che la qualità essenziale della ‘’polarità’’. La polarità è intesa da Talmy come il positivo o negativo status di
un’esistenza di un evento. Esempio -> conferire un titolo, conferire dignità, festeggiare un successo (hanno
tutti polarità positiva), commettere un errore e incorrere in un errore (hanno accezione negativa). Queste
combinazioni, sebbene tra i loro membri intercorra un rapporto di restrizione selettiva, non rispondono
pienamente ai caratteri prototipici delle collocazioni e si distinguono da queste per due motivi. Lo status
semantico dei componenti è molto simile: se nelle collocazioni la base manteneva il suo significato
trasparente e quindi fungeva da asse semantico della combinazione, in questi casi ambedue gli elementi
hanno significati autonomi. In secondo luogo non si evince nessuna attivazione di processi metaforici. Non si
tratta dunque di collocazioni lessicali, ma piuttosto di combinazioni formate da un elemento (il verbo) che
esibisce una selettività talmente esclusiva da occorrere solo con un numero limitato di lessemi.

5.6.1.2 Combinazioni a verbo supporto -> la letteratura in questi casi (verbo supporto) parla di processi di
desemantizzazione, di grammaticalizzazione o di svuotamento semantico, in seguito al quale alcuni verbi
divengono elementi funzionali alla sintassi della costruzione in cui occorrono, alla stregua di verbi ausiliari.
Essi perdono ampia parte del loro contenuto semantico. Il tratto prototipo di queste costruzioni riguarda la
genericità semantica del verbo. Il peso semantico è detenuto dal sostantivo che entra in combinazione.
Queste costruzioni possono formarsi solo in presenza di nomi predicativi, ossia sostantivi che proiettano una
struttura argomentale in virtù della loro natura deverbale. Ciò che le rende assimilabili alle collocazioni è che
i verbi supporto, per quanto semanticamente generici, una volta legati alle basi ricevono un valore distinto da
quello letterale. Nei verbi supporto c’è un verbo dal valore generico, il cui fulcro semantico si concentra
sull’elemento nominale.

5.6.1.3 Collocazioni a verbo supporto -> le costruzioni a verbo supporto possono essere considerate
particolarmente affini alle collocazioni quanto agli aspetti sintattici, dal momento che i due membri sono
assolutamente propensi a subire manipolazioni morfo sintattiche di vario tipo. Dal punto di vista semantico,
alla stregua delle collocazioni, l’elemento semanticamente autonomo e cognitivamente rilevante nella
costruzione a verbo supporto resta il sostantivo, mentre per il verbo risulta ancora più accentuato il processo
di adattamento semantico. Le collocazioni a verbo supporto sono espressioni costituite da un verbo che
rappresenta una variante stilisticamente marcata del verbo supporto prototipico (dare) ma che rispetto a
quest’ultimo ha subito uno svuotamento semantico di minore portata. Esempi -> prestare aiuto, prestare
appoggio, prestare giuramento. È possibile tracciare una netta distinzione tra le collocazioni a verbo
supporto e le combinazioni a verbo appropriato. Esempio -> conferire un titolo ≠ prestare aiuto. Pur
rappresentando forme quasi-sinonimiche del verbo dare, in Generale i verbi prestare e conferire non possono
sostituirsi l’uno all’altro né combinarsi con gli stessi sostantivi. Il gruppo più affine alle collocazioni
lessicali, comprende le collocazioni a verbo supporto che condividono alcune proprietà delle collocazioni
prototipiche che come, ad esempio, la concettualizzazione metaforica della base che consente la sua
associazione ad un predicato atipico, mentre altre le assimilano alle combinazioni a verbo supporto
prototipiche. Queste ultime (le combinazioni a verbo supporto prototipiche) sono formate da un verbo dal
contenuto semantico generico che subisce uno svuotamento semantico pressoché totale in favore della carica
comunicativa del sostantivo deverbale. Si è considerato ragionevole escludere dalla classe delle collocazioni
e combinazioni a verbo supporto le costruzioni a verbo appropriato dal momento che esibiscono piena
composizionalità e trasparenza semantica.

5.6.2 Collocazioni e nomi composti -> bisogna fare una distinzione tra composti e collocazioni. Esempi ->
luna di miele, nave scuola, auto bomba, visita lampo, uomo chiave, oro nero, spicchio di aglio, mercato
nero queste combinazioni che rientrano nella classe dei composti nominali sembrano di difficile
demarcazione. Non si sa se appartengono allo storage o se sono frutto della computazione. I composti
nominali possono corrispondere sia a formazioni libere (nave scuola), sia a fenomeni collocazionali in cui è
possibile individuare la base semantica trasparente (testa) e un collocato metaforico (visita lampo), sia
elementi completamente opachi, quindi idioms (luna di miele). Se fra lessico e sintassi, ovvero fra storage e
computation, esiste un’interfaccia di connessione, è verosimile che tutti i prodotti della computazione
sintattica quanto quelli della combinazione morfologica possano essere virtualmente disposti sul medesimo
continuum che comprende dagli idioms alle collocazioni. Le collocazioni, così come gli idioms, sono l’esito
di processi combinatori, la cui peculiarità sul piano del significato ha reso necessaria la loro registrazione nel
lessico mentale (o storage). In altre parole, le collocazioni si sono formate regolarmente, ma la complessità
interpretativa che le caratterizza ne ha determinato la registrazione nella memoria a lungo termine (storage),
mentre l’efficacia espressiva ha contribuito alla loro distribuzione nell’uso. Dal punto di vista formale, le
collocazioni appaiono affini ai sintagmi liberi, in quanto composte di due unità lessicali appartenenti a
distinte categorie grammaticali. L’ampia flessibilità sintattica delle collocazioni costituisce una proprietà
dirimente (divisa, separata) per distinguerle sia dagli idioms che dai composti. Si ritiene plausibile che il
sistema tenda a trattenere nello storage il legame che intercorre tra i due componenti. L’idea che esistano
composti collocazionali è avvalorata da un ulteriore fenomeno che riguarda detti composti e la loro
produttività: la registrazione del vincolo collocazionale incentrato sulla metafora del lampo (in visita lampo)
consente la produzione di altre costruzioni simili come viaggio lampo, guerra lampo. Alcune combinazioni
di parole rappresentano semplicemente casi di restrizione selettiva. Esempio -> fetta di pane, tavoletta di
cioccolato o zolletta di zucchero. Nessuno dei componenti riceve una lettura figurata: si suppone che si tratti
di combinazioni libere per le quali vi è una restrizione della selezione legata alla semantica della testa.
Esempio -> branco di lupi, branco di cani, branco di pesci sono costruzioni in cui intercorre un legame di
tipo solidale implicativo. Il tipo di animale di cui si indica il raggruppamento risulta implicito nel nome
collettivo, testa corrispondente del sintagma nominale. Esempio -> mercato nero ≠ oro nero. L’espressione
mercato nero rappresenta un caso limite nella sfera delle collocazioni. Risulta certamente possibile
distinguere i composti dalle collocazioni, dal momento che queste ultime sono ampiamente modificabili sul
piano morfosintattico al contrario di ciò che accade con i composti. Oltre alle differenze di tipo formale, le
collocazioni si distinguono da diverse combinazioni anche sul piano semantico. Per dipanare l’opacità
semantica di certe combinazioni non sono sufficienti le comuni competenze linguistico-cognitive ma
sembrano necessarie ulteriori conoscenze enciclopediche.

5.6.3 Collocazioni e idioms -> attuiamo una distinzione tra collocazioni lessicali e alcune espressioni che la
letteratura annovera (numerare) comunemente tra le collocazioni ma appaiono più affini alle locuzioni.
Esempio -> gettare luce, aprire il fuoco, limitare le aspettative. Nel primo caso (gettare luce) è presente una
metaforicità su entrambi i membri della combinazione. Nel secondo caso e nel terzo caso (aprire il fuoco e
limitare le asperità) parliamo di figurative idioms.
Il sistema linguistico è responsabile della creazione di tutte le combinazioni incluse nel continuum.