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Rinascimento

Il contesto storico
Quella fra Umanesimo e Rinascimento è una distinzione tipica dell'Italia. Quest'ultimo inizia
convenzionalmente nel 1492 (scoperta dell'America e morte di Lorenzo il Magnifico). Dal punto di vista
storico, cambia il contesto anche per l'interesse delle potenze straniere – Spagna e Francia – verso la
conquista dell'Italia e persino il Regno di Napoli verrà investito dalla guerra. Esisteva, d'altronde, una nazione
italiana accomunata dalla religione, dalla lingua (il volgare illustre) e dai costumi tradizionali, ma non
esisteva uno Stato italiano politicamente unito (per l’Unione bisognerà aspettare il 1861). Ciò rendeva più
semplici le incursioni. Sin dal 1498, l'Italia viene costantemente invasa e gli spagnoli hanno la meglio sui
francesi, poiché sconfissero questi ultimi a Pavia (1525) e presero prigioniero il re Francesco I. La Spagna
conquista dunque il Regno di Napoli prendendo il posto degli Aragonesi. Il Rinascimento si fa concludere nel
1545 (anno del Concilio di Trento e della Controriforma) o nel 1563 (anno della fine del medesimo).

Benedetto Croce, grande studioso liberale di fine ’800 e inizio ’900, giudicò negativamente l'epoca rina-
scimentale a causa dell'Inquisizione spagnola, che sarebbe perdurata per 300 anni. Questa, infatti, aveva un
ferreo controllo sulla pubblicazione delle opere (prima, durante e dopo la stampa) e viene stilato proprio in
questo periodo a Venezia il primo elenco dei libri messi all'indice, ossia proibiti per mano del Monsignor
della Casa (lo stesso che scrisse il Galateo). Non a caso Giuseppe Petronio definirà questo un "Rinascimento
spezzato". Nomi importanti del periodo rinascimentale sono:
– Newton, Pascal, Cartesio, Spinoza, Leibniz nella filosofia e nella scienza;
– Raffaello, Michelangelo nell’arte;
– Bembo, Ariosto, Machiavelli nella letteratura.

Il cortigiano
Un fenomeno importante nel ’500 riguarda la diffusione di alcune nuove figure:
 il cortigiano. Si tratta di un intellettuale che viveva e operava nelle corti ai comandi del re; in breve
tempo, si creò in Italia una rete di cortigiani misogina e maschilista che criticava fortemente le
donne che studiavano le lettere classiche (a fianco di questa letteratura, ne nascerà una anti-
cortigiana). A tal proposito, le più importanti stamperie italiane si trovavano a Venezia e a Firenze,
che pubblicavano rispettivamente aldine (dal nome di Aldo Manuzio) e giuntine (dal nome della casa
editrice Giunti). Notevole il fatto che la Commedia dantesca sia stata pubblicata da Pietro Bembo
con il titolo spregiativo de Le terze rime di Dante.

 la cortigiana. Era una sorta di prostituta di lusso; a Venezia, per esempio, la prostituzione era
accettata e le meretrici erano legalmente regolamentate (famosa è Gaspara Stampa, prostituta
colta che scrisse alla maniera del Petrarca.

 la cortigiana onesta o dama di palazzo. Anch’essa una prostituta, che però aveva solo uno o due
amanti, era mantenuta da un signore e serviva all'interno delle corti.

I generi (commedia)
L'Italia rinascimentale eccelle nel genere della commedia.

– Famose le quattro commedie La Lena di Ludovico Ariosto, La Mandragola di Niccolò Machiavelli,


La venexiana (anonimo), La Calandria del cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena. Questi testi sono
colti ma, rifacendosi alla novellistica di Boccaccio, spesso contengono situazioni oscene.

– Le radici della novellistica italiana rinascimentale, d'altronde, si trovano in Boccaccio (si ricordi il
drammaturgo Ruzante, che scrive testi comici in dialetto padano). Un quarto genere di eccellenza
è la poesia epica: opere esemplari sono l’Orlando Furioso di Ariosto e la Gerusalemme liberata di
Torquato Tasso.

I generi (trattatistica)
Nel '500 in Italia si diffondono trattati di ogni tipo:

 De cardinalatu di Paolo Contesi, che delinea l'immagine ideale del “principe della Chiesa” tipica del
Protorinascimento;

 Dialoghi sull'amore di Leone Ebreo, veneziano di origine semitica;

 il veneziano Pietro Bembo scrisse un dialogo sull’amore intitolato Gli Asolani (da Asolo, una zona
del Veneto dove frequentava la villa della nobildonna Caterina Fornero, originaria di Cipro) e un
trattato importante intitolato Prose della volgar lingua;

 altro trattatista notevole è Baldassarre Castiglione, conte nativo di Mantova, che svolse l'attività
diplomatica di ambasciatore della Santa Sede (meglio definito, dunque, nunzio apostolico) presso
la corte di Carlo V. Tuttavia, i contrasti fra Santa Sede e Carlo V in quel periodo portarono al sacco
di Roma (1527) e Baldassarre, conoscendo le trame di Carlo V e delle sue truppe lanzichenecche,
ebbe la colpa di non aver informato la Chiesa. Sua opera maggiore è Il cortegiano, dove delinea la
figura del miglior cortigiano;

 Il Principe di Niccolò Machiavelli (1513), in cui questi tenta di descrivere la perfetta immagine del
capo di stato, il quale dovrebbe stare al di sopra delle leggi e quindi assumere il potere assoluto
(Machiavelli le teorie filosofiche di Thomas Hobbes);

 Il Galateo di Monsignor della Casa.

Tutti questi trattati si rifanno alla tradizione dialogica platonica (anche se gli scritti di Platone erano molto
forti, mentre quelli del '500 più moderati e "politicamente corretti"). Il maggiore lavoro di Machiavelli,
invece, affondava le sue radici nella tradizione monografica e monotematica di stampo aristotelico. Fra i
trattati possono essere annoverati i saggi o manuali di storia. Fra gli storici rinascimentali il maggiore fu
proprio Machiavelli (si vedano le Storie fiorentine), seguito da Francesco Guicciardini (con la grande opera
Storie d’Italia). Altri trattatisti anticanonici parodieranno vari trattati schierandosi contro il loro classicismo:
si vedano Pietro Aretino e i suoi sonetti lussuriosi.

La critica estera
Fuori dall'Italia, tutte queste opere sono studiate, analizzate e ammirate. Nella seconda metà dell’800, nella
Svizzera tedesca, insegnavano due personaggi parecchio legati alla tradizione classica greco-romana:
Friedrich Nietzsche e Jacob Burckhardt, che espressero esplicitamente la loro ammirazione per la
trattatistica italiana. Il più grande critico ottocentesco in merito fu Francesco De Santis, convinto assertore
della causa dell'unificazione d'Italia, che diventerà a più riprese Ministro dell'Istruzione. Studiando gli autori
del passato in un'ottica contemporanea e nazionale, egli giunge alla conclusione che il Rinasci-mento
dell'Italia, laica e anticlericale, mancava di "spirito": gli uomini del ’500 convivevano con la situazione di forte
tensione fra Stato e Chiesa senza cercare di cancellare quel potere che loro stessi individuavano come
corrotto.

Pietro Bembo
Pietro Bembo, uomo coltissimo, nasce a Venezia e completa i suoi studi letterari a Messina (a quell'epoca,
la capitale si spostava da Palermo a Messina). Lì si trovavano grecisti di grande spessore come Francesco
Lascaris, che scrisse una grammatica greca; in seguito questi si trasferirono a Milano, dove erano ricercati e
sarebbero stati maggiormente retribuiti. Pietro Bembo scrive un trattato, De Aetna, elogiando il paesaggio
e lo spirito dei siciliani e affermando che i siciliani colti possedevano tre cuori: uno greco, uno latino e uno
siciliano. Recatosi a Ferrara, Pietro Bembo perse la testa per una duchessa della famiglia D'Este, figlia di un
papa con un passato controverso.

Per quanto riguarda la questione della lingua, nelle Prose della volgar lingua Pietro Bembo conclude che
è necessario trovare un unico modello e che questo modello non può essere Dante, per via del suo pluri-
linguismo, bensì Petrarca per la poesia e Boccaccio (non quello osceno) per la prosa. Tuttavia, si trattava già
all’epoca di modelli antichi e superati, poiché quei personaggi avevano scritto nel ’300. La prima conclusio-
ne dell'opera di Bembo è la superiorità della lingua scritta su quella parlata (è dunque sulla base dei testi
letterari che è opportuno scegliere dei modelli): in questo modo, nell'Italia del Rinascimento, Bembo
rappresentò un fortissimo iato fra lingua volgare e lingua scritta, cui si ribellò la Toscana e con essa
Benedetto Varchi e Machiavelli, che perseguivano l'ideale dell'evoluzione costante della lingua. La soluzione
di Bembo la impediva, e ciò è impensabile perché la lingua è un organismo vivente che cambia con il tempo
e si arricchisce sempre di più di neologismi. Un elemento positivo della diffusione dei rigidi canoni di Petrarca
e di Boccaccio fu però la creazione di una lingua nazionale, una koinè italiana.

L'innovazione linguistica, per contro, non è per nulla concepita da Pietro Bembo, che dunque porta alla
fossilizzazione della lingua scritta. La discussione linguistica fu permessa sulla base del De vulgari elo-
quentia di Dante. Una teoria linguistica alternativa e sincretista, che si oppone a quella di Bembo, appartiene
a Baldassarre Castiglione (ed è condivisa da Giangiorgio Trissino) e viene espressa nel trattato Il cortegiano:
la cosa migliore sarebbe uniformare le lingue neolatine creando una lingua con base italiana, ma che con-
tenga termini conosciuti anche da altre lingue come il francese, lo spagnolo e il portoghese.

Baldassarre Castiglione
Baldassarre Castiglione era definito da Carlo V "il miglior gentiluomo" del mondo; la sua figura, però,
sarebbe stata adombrata dopo il sacco di Roma. Scrive, come detto più volte, un trattato intitolato Il
cortegiano in cui delinea più figure di cortigiano, soffermandosi su quella più perfetta: il miglior cortigiano
deve essere colto e deve fungere da consigliere di corte. Fra la funzione teorica del cortigiano e la sua
applicazione, però, vi è una disparità, una contraddizione: egli riceve lo stipendio dal principe, ma essendone
il consigliere si pone su un livello più alto del suo (mentre il generico principe rinascimentale vuole esercitare
la sua autorità al di sopra della legge). Tuttavia, il cortigiano è una figura necessaria – grandissi-ma era
l'ignoranza dei principi italiani – per gestire le questioni fra Stati: lo stato di Ferrara non sarebbe mai riuscito
a sopravvivere alla minaccia della Francia e dall'impero spagnolo senza l'abilità diplomatica dei cortigiani.
Nelle corti i cortigiani possedevano delle proprie stanze, per cui si potrebbe pensare che il palazzo costituisse
anche il luogo della vita privata dei cortigiani. In realtà, proprio per il fatto che vivevano tutti nello stesso
luogo, vi erano pettegolezzi, scontri, avvelenamenti, accoltellamenti. Veniva anche negata la merito-crazia,
poiché maggiori vantaggi erano conferiti a quanti erano stimati più simpatici dal principe.

Due concetti importanti che vengono ampiamente trattati da Castiglione:

 le facezie. Recuperando una grande tradizione che parte dal De oratore di Cicerone, Castiglione –
dopo un'accurata documentazione – elenca una serie di battute, di motti di spirito, attingendo da
un vastissimo repertorio. Di queste si servivano i cortigiani per ingraziarsi il principe e altri per-
sonaggi illustri della corte. Vi era però in questa pratica un margine di rischio, in quanto bisognava
fare attenzione a non offendere nessuno che si trovasse nell'uditorio: era bene dunque evitare
argomenti spinosi (facezie riguardanti la religione, invece, erano entro un certo limite accettate) e
soprattutto non ricadere nel volgare.

 la sprezzatura. Si tratta di un termine italiano antico che si potrebbe rendere come "dissimu-
lazione", "disinvoltura", "nonchalance": il cortigiano deve cercare di prevenire e orientare la discus-
sione nella corte, cioè portarla casualmente su un tema sul quale si è precedentemente documen-
tato. In questo modo, mediante una tecnica di fatto psicagogogica, è possibile aggraziarsi l'uditorio.
Il cortigiano non deve però assolutamente improvvisare, altrimenti cadrebbe nell'affettazione,
ossia la manifestazione eccessiva dell'attenzione per l'argomento di sua competenza, che palesa la
sua mancanza di capacità di dissimulazione.

Monsignor della Casa


Monsignor della Casa fu come Ariosto un uomo di chiesa, un chierico (non perché avessero fede, ma per
motivi di vantaggio economico). Egli fece carriera, anche se non poté ottenere la posizione di cardinale in
quanto da giovane aveva scritto dei capitoletti osceni intitolati Sul forno. L'opera più famosa di della Casa è
il Galateo overo de’ costumi, destinato al vescovo Galeazzo Florimonte, in cui fornisce una serie di
insegnamenti. Nell’immaginario collettivo, si pensa che questi riguardino l'apparecchiare la tavola o il
posizionare correttamente le posate sulla cerata, quando in realtà si tratta di regole di comportamento
civile che ogni giovane che voglia essere “rampante” (ossia voglia fare carriera) deve seguire in pubblico. Ad
esempio, il giovane non deve tentare di elevarsi su un piano moralmente superiore di chi sta più in alto
rispetto a lui nella società, ma assumere un atteggiamento cinico e utilitaristico e sfruttare tutti i vantaggi
che può. Ancora, se si presenta a una serata non deve essere noioso: deve piuttosto "mentire", "essere
ipocrita", per sgomitare contro i suoi possibili concorrenti. Tutti ragionamenti tratti dalla morale aristotelica
(vedi l'Etica Nicomachea) che spinge a vivere con sobrietà nella dimensione festosa della vita. È opportuno
per il giovane mettersi in mostra – sempre per un vantaggio personale – evitando anche le battute religiose,
che invece erano in larga misura accette all'epoca di Castiglione. Il Galateo denuncia anche alcuni com-
portamenti disgustosi, che mettono in dubbio la nostra convinzione che il quello cinquecentesco fosse un
contesto sociologico e antropologico di alto livello: fa riferimento, ad esempio, alla tendenza dei convitati a
scaccolarsi o urinare in un vaso durante il pasto.

Ludovico Ariosto (generalità)


Biografia
Ludovico Ariosto nasce nel 1474 a Reggio Emilia e appartiene a una famiglia numerosa e povera in cui lui è
il primogenito. Ariosto non completa gli studia humanitatis e studia il latino ma non il greco, a causa della
sua indigenza economica. Assume poi un impiego alla corte di Ferrara, dove gli vengono assegnate delle
mansioni piuttosto pericolose. Diviene, ad esempio, governatore della Garfagnana (una zona situata fra
l'alta Toscana e l'Emilia). In seguito torna definitivamente a Ferrara. Segue il Duca in alcuni incarichi ufficiali
come la scorta dell'imperatore Carlo V a Modena (1528) e riceve una pensione di cento ducati d'oro
concessagli dal condottiero Alfonso III D'Avalos, presso il quale ha svolto un incarico di ambasciatore.

Ariosto trascorre i suoi ultimi anni di vita in completa tranquillità nella sua casetta di Mirasole, circondato
dall'amore della famiglia. Gli ultimi anni della sua vita sono dedicati alla revisione dell'Orlando Furioso, la cui
edizione definitiva viene pubblicata nel 1532. Intanto si ammala di enterite e muore nel 1533.

Critica delle opere minori


Di seguito un breve excursus sulla storia della critica ariostesca.

 Fino a qualche tempo fa, il modello critico per le opere minori di Ariosto rimase quello di Benedetto
Croce. Si tratta di un uomo non laureato, ma di grandissima cultura (intratteneva relazioni epistolari
con molti filosofi da tutta Europa). Croce, tuttavia, nutriva un pregiudizio su Ariosto e sul ’500 che
era stato mutuato dal critico precedente Francesco De Santis, iniziatore ottocentesco di una critica
letteraria a stampo scientifico. Egli infatti poneva l'accento sull'incoerenza di quel secolo, in cui gli
intellettuali accettavano supinamente la corruzione dello Stato: per cui anche l'Orlando Furioso,
benché De Santis stesso esalti l'armonia del capolavoro, comunque gli appare come un testo vacuo
e leggero. Benedetto Croce viene dunque condizionato dal giudizio del predecessore sul campo, ma
adduce anche l'opinione che le Commedie e le Satire, opere giovanili di Ariosto, siano un'anticamera
dell'Orlando Furioso in cui ancora l'autore Ludovico Ariosto non è pienamente presente e dunque
svalutabili.
 Luigi Pirandello, nel 1908, scrive un saggio universitario che gli valse la cattedra universitaria
intitolato Sull'Umorismo. In esso egli formula la teoria dell'umorismo, definito come "ridere pian-
gendo": lo scrittore umoristico ha una visione dialettica sia comica sia tragica, in quanto deve far
scaturire un sorriso smorzato dalla riflessione profonda sui fatti, facendo prevalere il caos nella
scomposizione delle parti. Secondo Pirandello, un valido umorista fuori dall'Inghilterra e dalla
Francia è Alessandro Manzoni (si pensi al personaggio di Don Abbondio). Nel saggio Sull'Umo-
rismo, Pirandello si diverte anche nel prendersi gioco di Benedetto Croce, il quale afferma che non
ha senso aggettivare il pensiero definendolo "umoristico": ma se esiste questo modo di pensare,
allora l'umorismo è a tutti gli effetti un pensiero filosofico, con una propria identità ontologica.
Tuttavia, per quanto riguarda Ariosto, Pirandello segue Croce nel dire che in Ariosto prevale una
dimensione comica, non umoristica.
 Nel corso degli ultimi decenni, la critica ha ampiamente rivalutato le opere minori, le quali quindi
hanno riacquistato un proprio valore e una propria autonomia. Ne La Lena, ad esempio, è contenuta
una denuncia sociale, quella contro lo sfruttamento del corpo femminile: si trattava dunque di una
commedia all'avanguardia.

Nello scrivere le Satire, Ariosto si occupa di situazioni comiche e, come modello da imitare e da emulare nel
contesto cinquecentesco (quello della corte), sceglie Orazio. Mentre a Orazio viene regalata una villa da
Mecenate, Ariosto è alla disperata ricerca di uno spazio autonomo poiché vede la corte come un'oppres-
sione: quando acquisterà una casa a Ferrara (un grande palazzone), scriverà sulla porta parva sed apta mihi,
manifestando con questa citazione ciceroniana il suo orgoglio di possedere una dimora al di fuori della corte.
Questi giudizi negativi formulati sulla corte, tuttavia, non vanno intesi in uno strenuo schierarsi contro di
essa: d'altronde è proprio dentro la corte che Ariosto nasce e si forma, e senza la corte lui non sarebbe stato
nulla. Le Satire, quindi, si trovano sulla stessa lunghezza d'onda di quelle oraziane: attaccano tipi umani,
allontanandosi dall'invettiva ad personam tipica delle satire di Lucilio.

Da autore del '500, poi, Ariosto viene condizionato dalle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo: scrive
d'altra parte un'opera in rime intitolata Canzoniere, composta esattamente alla maniera del Petrarca e in
base alle regole grammaticali e formali dettate da Bembo.

L'Orlando Furioso
Il capolavoro ariostesco fu pubblicato in tre stesure, l'ultima delle quali allineata con i dettami grammaticali
del Bembo. In Europa, la società del Cinquecento, benché oramai moderna, era ancora impregnata della
tradizione epico-cavalleresca. Tuttavia, secondo Ariosto, il mondo è stato soggetto a una evoluzione (bene
o male che sia) che rende inutile e insensato recuperare l'eroe tradizionale: Ariosto quindi rappresenta un
mondo sottosopra. L’Orlando Furioso è un poema singolare, in cui il protagonista, folle ed emarginato, lon-
tano dall'Orlando dell'Orlando Innamorato di Boiardo, torna clamorosamente normale. Non esiste poi – ed
è la prima volta in un poema epico – un argomento che faccia da filo conduttore fra gli eventi: possiamo però
elencare l'ignoto, la forza creatrice e la dementia ("perdita di misura", "assenza di senno") come
caratteristiche essenziali dell'opera.

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